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RIASSUNTO DI DIRITTO COSTITUZIONALE

PARTE 1
CAPITOLO 1 - ORDINAMENTO GIURIDICO E NORME GIURIDICHE
1. IL DIRITTO COSTITUZIONALE

Il diritto costituzionale è la branca del diritto pubblico che si occupa dell'evoluzione e dell'organizzazione
dello stato e dei rapporti tra autorità pubblica e individui. Appartiene al diritto costituzionale tutto ciò che
ha ad oggetto la Costituzione, le leggi costituzionali e gli atti normativi e giurisprudenziali.

Le origini del diritto costituzionale si possono individuare già nella Magna Charta Libertatum del 1215, le cui
caratteristiche però sono stata concettualizzate successivamente nella letteratura politica e giuridica che si
affermò in Inghilterra nel 1689 con il Bill of Rights, in Nord America con la Dichiarazione di indipendenza
degli Stati Uniti del 1776 e In Francia con la Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino del 1789.

2. L'ORDINAMENTO GIURIDICO

Per ordinamento giuridico si deve intendere quel complesso di norme dirette a disciplinare una collettività
di persone sotto il profilo attinente alla struttura organizzativa dalle stesse adottata.

La Costituzione è la massima espressione dei valori fondamentali del nostro ordinamento giuridico.
Costituisce la cosiddetta legge fondamentale del nostro ordinamento, ponendosi in assoluta superiorità alle
altre fonti del diritto.

L'ordinamento è giuridico quando è costituito da norme vincolanti per i soggetti appartenenti alla stessa
collettività cui la norma si riferisce, con determinate sanzioni applicabili alla collettività che non rispetta le
norme stabilite dall'ordinamento stesso.

I caratteri di un ordinamento giuridico possono essere riassunti in pochi requisiti: unità, coerenza e
completezza. Il nostro ordinamento ritrova la propria unità nei principi e nei valori fondanti espressi dalla
Costituzione del 1948.

Esiste una pluralità di ordinamenti giuridici: ordinamenti necessari e ordinamenti volontari, nel primo caso
esiste un vincolo di necessaria associazione (ordinamento statale e dell'unione europea), diversamente
l'iscrizione ad un'associazione introduce all'interno di un ordinamento non necessario bensì volontario;
ordinamenti generali e particolari, è generale quando il fine perseguito è il bene comune (stato, enti,
unione europea), è particolare quando è rivolto al conseguimento di un interesse specifico (spa o
associazioni sportive); ordinamenti territoriali e non territoriali, sono territoriali gli ordinamenti giuridici
stati o comunali, non territoriale è la chiesa cattolica; ordinamenti indipendenti o derivati, sono
indipendenti quelli che non riconoscono ordinamenti superiori e sono derivati quelli che hanno una
dipendenza da altri ordinamenti.

3. LE NORME GIURIDICHE
Per norma giuridica si intende l'insieme di regole poste da un'autorità al fine di organizzare la vita dei
cittadini e risolvere i conflitti che possono sorgere fra questi.

Le norme in senso stretto si distinguono dalle altre norme in senso lato non per i contenuti ma per il
carattere che le connota. I caratteri delle forme giuridiche sono quattro: autorità, quando ogni norma
giuridica gode di una propria forza intrinseca in quanto è posta in essere da un'autorità attraverso la
redazione di atti normativi; generalità, poiché non è riferibile ad un soggetto specifico ma si rivolge alla
generalità dei consociati; astrattezza, perché non fa riferimento ad una situazione concreta ma solo
ipotetica; novità, ogni norma è nuova poiché disciplina situazioni non ancora regolate.

Alle norme in genere esistono delle eccezioni, poiché l'ordinamento contempla la possibilità che vengano
emanate leggi prive dei requisiti di generalità e astrattezza ovvero indirizzate a soggetti o casi specifici,
oppure che siano emanate norme che vadano a sostituire le norme precedenti.

Ogni norma possiede un suo significato, chiamato "precetto". Ogni precetto normativo ha valenza di un
ordine, efficace ed autorevole per il destinatario.

Le norme possono infine essere classificate e differenziate in: norme cogenti o imperative, la cui osservanza
è inderogabile; dispositive o derogabili, le quali pongono regole di utilità pubblica; permissive, le quali
consentono la facoltà di tenere un certo comportamento ma non prevedono obblighi o divieti; suppletive o
integrative, che sono norme dettate a vantaggio del singolo per supplire a una sua mancata dichiarazione e
sono applicabili solo dove non è stato previsto altrimenti; primarie e secondarie, le une contengono il
diritto sostanziale mentre le altre le regole orientate a tutelare le prime.

Le norme giuridiche si caratterizzano anche per il fatto che sono corredate da meccanismi sanzionatori atti
a garantire il raggiungimento dell'obiettivo prefissato dall'ordinamento giuridico. La sanzione, quindi,
possiede i requisiti della certezza della violazione, proporzionalità della violazione e la predeterminazione
dei soggetti incaricati ad eseguirla. La sanzione può essere personale o pecuniaria da infliggere al
trasgressore, che serve anche da monito per chi avesse intenzione di violare la legge.

Una particolare tipologia di norme giuridiche è quella costituzionale. Si pongono nel novero delle norme
primarie, sono al vertice delle fonti del diritto. Caratteristica principale è quella di non essere derogabili se
non da altre norme costituzionali. Si distinguono in: programmatiche o direttive, le quali indicano le linee
generali; precettive a efficacia immediata, le quali stabiliscono regole immediatamente valide; precettive a
efficacia differita, le quali fissano un principio ma possono entrare in funzione solo quando sono costituiti
appositi meccanismi.

CAPITOLO 2 - GLI ELEMENTI COSTITUTIVI DELLO STATO


1. IL CONCETTO DI STATO

Lo Stato rappresenta la forma moderna di organizzazione della società politica. Con l'espressione Stato ci si
riferisce generalmente a una particolare forma di organizzazione del potere politico sorta in Europa dal XV
secolo, che si afferma come titolare del monopolio della forza legittima sul popolo stanziato in un
determinato territorio, esercitato attraverso un apparato burocratico professionale. Lo stato si qualifica
come ente sovrano costituente il fondamento legittimante ogni altro potere operante sul proprio territorio.
La parola Stato viene correntemente impiegata tanto per indicare lo Stato comunità quanto per indicare lo
Stato apparato. Lo Stato comunità coincide con una realtà complessa costituita da un popolo, che vive
stabilmente su un territorio delimitato da confini ed è governato da un proprio apparato sovrano. Lo Stato
apparato è l’organizzazione che, all'interno dello Stato comunità,concretamente esercita il potere sovrano
o di governo.

Si considera Stato solo quell'entità composta da un territorio, da un popolo e dalla sovranità esercitata.
Elementi necessari che non possono escludersi a vicenda. Infatti, non si può considerare Stato un popolo
privo di territorio, si pensi alle popolazioni nomadi che danno vita ad una collettività anziché ad uno stato
originale; non si può considerare entità statale un popolo stanziato su un territorio ma privo dell'esercizio
della sovranità, ed un esempio noto sono il popolo curdo; così come non è nemmeno considerato popolo
una collettività di uomini stanziato su un territorio la cui sovranità è rivendicata da più soggetti come nel
caso di guerre civili. Lo stato quindi è costituito dai rapporti che si instaurano fra popolo, territorio e
sovranità esercitata dalla struttura del governo.

Comunemente viene anche definito come un ordinamento giuridico a fini generali e base territoriale,
dotato di un apparato autoritario cui sono subordinati i soggetti ad esso appartenenti.

Alla luce di questa definizione, si può affermare che lo stato ponga un ordinamento: politico, in quanto
persegue fini generali; giuridico, in quanto pone delle regole di diritto; sovrano, in quanto si colloca al di
sopra di qualsiasi altro centro di potere presente sul suo territorio; originario, in quanto ritrova in se stessi il
proprio fondamento; e indipendente, in quanto non riconosce alcuna autorità superiore.

Lo stato è anche, e soprattutto, un'entità politica, poiché attraverso la sua attività tende a soddisfare e
perseguire fini politici, ossia quelle esigenze generali che in un determinato momento storico sono sentite
come prioritarie dalla collettività.

2. IL POPOLO

Con il termine "popolo" si intende l'insieme di soggetti di uno stato legati dal vincolo della cittadinanza che
determina la sottoposizione di ogni individuo alla sovranità statale. Questa sottoposizione comporta
l'attribuzione di diritti e doveri, come indicato nella Carta Costituzionale. Agli stranieri vengono riconosciuti
gli stessi diritti inviolabili e una buona parte dei diritti sociali, vengono esclusi i diritti politici.

Il popolo rappresenta l'elemento plurisoggettivo e personale dello stato ed è caratterizzato dalla collettività
di individui stanziata in un territorio. Termine del tutto differente da "popolazione" e "nazione". Per
popolazione si intendono tutti i soggetti sottoposti all'autorità statale, in quanto si trovano nel territorio in
cui l'autorità esercita il proprio potere. Sono inclusi anche coloro che si trovano momentaneamente
all'estero. La Costituzione fa riferimento alla popolazione agli artt. 56 e 57 in riferimento alla ripartizione
dei seggi tra le circoscrizioni risultanti dai censimenti e in proporzione alla popolazione delle regioni. Invece,
per nazione si intendono valori etico-sociali o politici che non hanno valenza giuridica. Nazione infatti, è una
comunanza di valori culturali e morali, caratterizzata dalla comunanza di lingua, razza, usi e costumi. La
Costituzione ne fa riferimento agli artt. 9, 67 e 98, indicando come nazione tutto ciò che riguarda la tutela
del paesaggio e del patrimonio artistico, i parlamentari che la rappresentano e i pubblici impiegati che ne
sono al servizio.

Il popolo è costituito quindi da quei soggetti che hanno la cittadinanza dello Stato. Si può diventare cittadini
italiani in base alla L. 91/1992: per nascita, da genitori italiani in qualsiasi territorio, per diritto di sangue o
per diritto di luogo nel territorio italiano, solo nel caso in cui i genitori sono ignoti o apolidi, o quando uno
straniero nato in Italia, vi abbia risieduto senza interruzioni fino alla maggiore età; per adozione, quando si
tratta di minore straniero adottato da italiani; per matrimonio, se una persona straniera o apolide contrae
matrimonio con un cittadino italiano dopo sei mesi di residenza nel territorio italiano o dopo tre anni di
matrimonio; per naturalizzazione, facendo richiesta al Presidente della Repubblica che, dopo il parere
positivo del Consiglio di Stato, emana il decreto di naturalizzazione.

A seguito dell'adesione dell'Italia ai Trattati europei si è affermata, accanto alla cittadinanza italiana, la
cittadinanza europea.

3. IL TERRITORIO

Con il termine territorio si intende l'ambito spazio-temporale di efficacia dell'ordinamento. Il territorio


definisce infatti la misura della sovranità statale, l'ambito entro cui si trova stanziato il popolo ed entro cui
vige l'ordinamento giuridico di quel determinato Stato. Il territorio funge da limite ai poteri coercitivi dello
Stato, legittimando lo stesso ad opporsi alle interferenze esterne mediante i meccanismi propri del diritto
internazionale.

Il territorio comprende, in senso stretto: la terraferma, che è quella porzione del territorio segnata da
confini naturali o artificiali stabiliti per accordo internazionale; il sottosuolo e la piattaforma continentale
nel caso di sottosuolo marino, che si estende fino a 200 miglia dalla costa e al cui interno tutte le risorse
economiche sono di pertinenza dello Stato costiero; il mare territoriale, la porzione di mare entro una
determinata distanza dalla costa; lo spazio atmosferico-aereo sovrastante che si estende fin dove lo Stato
dimostri di avere interessi concreti.

Mentre, in senso lato, il territorio comprende: le navi e gli aeromobili militari dovunque si trovino; le sedi
diplomatiche estere in rappresentanza dello stato; le navi e gli aeromobili civili quando non si trovano sul
territorio statale ma in luoghi e spazi soggetti ad alcuna sovranità (ultraterritorialità); e il territorio
fluttuante, quando si tratta di navi e aerei mercantili, navi e aerei militari.

4. LA SOVRANITA'

La sovranità è l'espressione della somma dei poteri di governo (legislativo affidato al parlamento, esecutivo
affidato al governo e giudiziario affidato alla Magistratura), riconosciuta dallo stato che può essere una
persona o un organo collegiale. Consiste nella potestà di governo assoluto che viene esercitata in un
determinato territorio.

La sovranità può essere inoltre esterna o interna. Con quella esterna si indica la condizione di indipendenza
di uno stato rispetto ad altri ordinamenti; quella interna coinvolge invece la posizione di supremazia
rispetto ai vari soggetti che lo compongono. Occorre precisare che la sovranità è soggetta a dei limiti, che
possono avere natura fattuale o giuridica. I limiti di fatto si sostanziano nell'impossibilità per lo stato, di
controllare e gestire la circolazione delle informazioni, risorse e capitali. Mentre i limiti giuridici alla
sovranità derivano dall'appartenenza dello stato alla comunità internazionale. In sintesi, si può dire che la
sovranità è la capacità del potere politico di fatto di divenire potere giuridico nell'ambito internazionale ed
interno. Un potere costituente, fondante ogni altro potere pubblico.

Si può definire la sovranità come: esclusiva, cioè propria dello stato; originaria, poiché legata ad un
particolare orientamento giuridico; incondizionata o illimitabile, da altri stati esterni se non per diretto
consenso dello stato stesso; ed esterna, in quanto indipendente da altri stati, e interna, quando lo stato
esercita i propri poteri sui cittadini.
Nel tempo si è posto il problema a chi spettasse la sovranità, se allo stato inteso come stato-persona, alla
Nazione, o al popolo. L'affermazione della sovranità popolare si è realizzata nel tempo, nelle forme
esasperate di democrazia diretta. Infatti, da un lato la Costituzione moderna ha spostato il principio
rappresentativo per il quale la sovranità è esercitata dal popolo per mezzo dei suoi rappresentanti,
dall'altra la sovranità popolare incontra i limiti posti dalla Costituzione stessa.

CAPITOLO 3 - FORME DI STATO E FORME DI GOVERNO


1. LE FORME DI STATO

Per forma di stato deve intendersi l'insieme di principi e delle regole che caratterizzano un ordinamento
disciplinando la titolarità del potere, i rapporti tra autorità e popolo e cioè tra stato apparato e stato
comunità e le finalità e i valori perseguiti dall'ordinamento statale.

Le forme di stato possono essere classificate secondo vari criteri: in base alla rappresentatività;
all'evoluzione storica e all'articolazione del potere politico.

Per rappresentatività si intendeva la distinzione tra monarchia e repubblica, ad oggi la distinzione primaria
è tra stato democratico, autoritario o totalitario. Stato democratico: la democrazia è un sistema fondato su
determinati valori etico folosofici ma che hanno dei miti definiti e garantiti da un potere politico diviso tra
le istituzioni; stato autoritario: è caratterizzato da un basso pluralismo politico, da una compressione dei
diritti e da un'autonomia limitata delle istituzioni (oligarchia, monarchia); stato totaliario o dittatura: il
totalitarismo si caratterizza per un'invasione costante in tutti gli ambiti della vita sociale dell'individuo,
plasmandone la sfera politica, economica e culturale.

Per evoluzione storica si intendono quelle forme di stato di tipo diacronico, quindi: stato feudale, quando
non vi era ancora la struttura dello stato nazionale e vi erano rapporti più privatistici che pubblici; stato
assoluto, quando dei soggetti impongono la propria autorità su un territorio nel quale vengono esercitati da
un solo soggetto il potere legislativo, esecutivo e giudiziario; stato di polizia, volto alla soddisfazione degli
interessi dei sudditi e alla promozione del loro benessere sebbene la determinazione di tali interessi
riguardi solo quelli patrimoniali; stato liberale, che si pone l'obiettivo di tutelare la libertà dei cittadini,
assicurata dalla legge, definito anche stato di diritto, del tutto opposto allo stato autoritario; stato
democratico sociale, che rappresenta una forma migliorata dello stato liberale, affermatasi grazie
all'estensione del suffragio con la conseguente conquista politica e sociale di tutti i ceti.

In base all'articolazione del potere politico la forma di stato si può classificare in: stato federale, basato
sulla separazione delle funzioni politiche e amministrative (USA 1787); stato unitario, governato da una
singola entità centrale; stato regionale, nel quale è necessario che le regioni quali unità territoriali siano
tutelate a livello costituzionale e siano riconosciute ad esse funzioni amministrative, politiche e legislative.

2. LE FORME DI GOVERNO

Per forma di governo si intende la modalità di articolazione delle funzioni politiche tra i diversi organi dello
stato, in particolare le relazioni tra potere esecutivo e legislativo.

In base ai criteri classificatori, le forme di governo si possono distinguere in forme di governo storiche,
come la monarchia assoluta e la monarchia costituzionale, e contemporanee, nella quale rientrano la
monarchia e la repubblica parlamentare e la repubblica presidenziale. Una seconda classificazione distingue
le forme di governo pure, cioè senza dipendenza reciproca tra potere esecutivo e legislativo, e miste,
quando sono previste forme di collaborazione tra i due poteri. Ultima, la distinzione della figura del capo
dello stato, in quanto titolare del potere sovrano democratico, monarchico o repubblicano.

Il principio fondamentale sul quale si basano le moderne forme di governo è la separazione dei poteri. In
particolare: funzione legislativa, attribuita al Parlamento, cui compete il compito di creare le norme
giuridiche; funzione esecutiva, attribuita al Governo, cui compete il compito di dare concreta attuazione
alle norme giuridiche; funzione giurisdizionale, attribuita alla Magistratura, cui compete il compito di
interpretare e attuare le norme giuridiche applicandole al caso concreto.

E' possibile classificare le forme di governo contemporanee in base a differenti criteri. In primo luogo, si
può operare una distinzione sulla base del rapporto tra Governo e Parlamento a seconda che sussista o
meno un vincolo di fiducia; in secondo luogo, sul ruolo assunto dal Capo dello Stato a seconda che sia eletto
o abbia assunto la carica in via ereditaria. Su questa base, è possibile distinguere diverse forme di governo:

- Il Parlamentarismo, in tale forma il Governo formula un indirizzo politico che si impegna a seguire e di cui
è responsabile dinanzi il Parlamento il quale, a sua volta, può revocarlo ritirando la fiducia. In questo caso il
Parlamento è da ritenersi quale unico organo direttamente rappresentativo della volontà popolare al quale
compete di approvare o disapprovare l'operato del Governo. In tale forma il Capo dello Stato non è titolare
di alcuno de tre poteri dello stato ma svolge un ruolo di equilibrio e di garanzia dell'osservanza della
Costituzione. Nel parlamentarismo si segnala il ruolo rilevante dei partiti politici nel funzionamento delle
istituzioni e, a seconda della rilevanza rivestita da ognuno di essi, si distinguono vari modelli: bipartitismo,
come in Inghilterra; sistema pluripartitico, all'interno del quale si può riconoscere il bipolarismo o un
sistema a frammentazione esasperata. (ITALIA)

- Il Presidenzialismo, che consiste nell'elezione diretta del Capo dello Stato, nel doppio ruolo di capo di
stato e di governo. Rilevante è l'impossibilità del Parlamento di imporre le dimissioni tramite sfiducia. (USA)

- Il Semipresidenzialismo, è caratterizzato da una commissione di elementi comuni alla forma di governo


parlamentare e presidenziale. Vi è l'elezione diretta del Capo dello Stato ma sussiste un doppio rapporto di
fiducia che lega il Governo sia al Presidente della Repubblica che lo nomina, sia al Parlamento dal quale
deve ottenere la fiducia. (FRANCIA)

- Il Direttorio, si contraddistingue per l'assenza dell'istituto di sfiducia e dall'assenza di conflitto tra


maggioranza e opposizione. Il potere esecutivo è esercitato da un Consiglio federale formato da 7 membri
eletti dall'assemblea federale nominato ad inizio di ogni legislatura. (SVIZZERA)

3. IL MODELLO ITALIANO

Il sistema o ordinamento politico della Repubblica Italiana è un sistema politico improntato a una
democrazia rappresentativa nella forma di Repubblica parlamentare. Lo Stato è organizzato in maniera
centralizzata e in base a un significativo decentramento regionale. L'Italia è una repubblica democratica dal
2 giugno 1946, quando la monarchia fu abolita attraverso referendum e l'Assemblea costituente venne
eletta per redigere la Costituzione, che venne promulgata il 1º gennaio 1948.
CAPITOLO 4 - L'ORDINAMENTO COSTITUZIONALE ITALIANO
1. LA COSTITUZIONE.

Un mese dopo il 2 giugno 1946, l'Assemblea Costituente si dedicò all'elaborazione della Costituzione
attraverso un gruppo ristretto istituito appositamente: la Commissione per la Costituzione, nota anche
come Commissione dei 75, dal numero dei membri a cui fu richiesto di collaborare. Il presidente della
commissione era Meuccio Ruini e la sua organizzazione interna prevedeva l'istituzione di tre
sottocommissioni: una per i diritti e doveri dei cittadini presieduta da Umberto Tupini, un'altra per
l'ordinamento costituzionale dello stato presieduta da Umberto Terracini, e l'ultima per i diritti e doveri
economico sociali presieduta da Gustavo Ghidini. Oltre la Commissione per la Costituzione, fu istituito
anche un Comitato di redazione detto Comitato dei 18 al quale spettava il compito di coordinare ed
armonizzare il lavoro prodotto dalle tre sottocommissioni. Nel 1947 il testo approvato dalla commissione
per la commissione, definito progetto di costituzione della repubblica italiana, venne presentato
all'assemblea presidenza dell'assemblea costituente, presieduta da Terracini, per la discussione generale.

Il progetto di costituzione raggiunse la redazione definitiva dopo undici mesi di confronto e compromessi
tra i cattolici, i marxisisti socialisti e i liberali. Gli articoli del progetto erano inizialmente 131, poi 139 tra i
quali non comparivano gli attuali articoli sui principi fondamentali. Secondo Calamandrei la Costituzione
adottata è il frutto di un compromesso tra i presenti in assemblea, dal quale nascevano articoli in virtù
dell'uguaglianza, dei diritti sociali ed economici, l'affermazione della persona e il riconoscimento dei diritti
fondamentali.

La costituzione veniva promulgata il 27 dicembre ed entrava in vigore il 1° gennaio 1948, con


l'approvazione di 458 voti favorevoli. Il testo della Costituzione fu depositato nella sala comunale di ogni
comune della repubblica e rimase esposto per tutto l'anno, dopodiché fu inserita nella raccolta ufficiale
delle leggi e dei decreti della Repubblica.

Il termine Costituzione può essere utilizzato in diverse accezioni: in senso descrittivo, indicando i tratti
strutturali e le modalità di funzionamento di un determinato sistema politico; nel senso del manifesto
politico, ovvero quale programma per il perseguimento di determinati obiettivi; nel senso di testo
normativo, che attribuisce diritti e doveri e disciplina la distribuzione dei poteri e la modalità del loro
esercizio.

Le Costituzioni moderne possono presentare vari caratteri: essere scritta o non scritta, nel primo caso si
presenta come un documento redatto da un organismo appositamente convocato, nel secondo il
funzionamento delle istituzioni si fonda su una serie di consuetudini e su testi parziali che affrontano solo
questioni particolari; concessa (ottriata) o votata, nel primo caso è concessa dal sovrano come è accaduto
allo Statuto Albertino, nel secondo le costituzioni sono adottate da un organo democraticamente eletto
come è accaduto alla nostra Costituzione; flessibile o rigida, è flessibile quando può essere modificata dagli
ordinari strumenti legislativi, è rigida quando è modificabile solo attraverso procedimenti diversi
dall'ordinario richiedendo una maggioranza più ampia; breve o lunga, nel primo caso contiene solo le
norme sull'organizzazione fondamentale dello stato e alcuni diritti di libertà, nel secondo sono riconosciuti
e tutelati i diritti politici ed economici e le libertà civili.

La nostra Costituzione è scritta, votata, rigida e lunga.


La Costituzione quindi definisce la struttura e l'organizzazione di uno stato, rappresentando la norma
fondamentale per lo stato stesso, nonché lo strumento e la tutela per la realizzazione dei principi da essa
espressi.

La Costituzione è formale, sostanziale e materiale: formale perché racchiude norme presenti in un testo
formale, norme che riguardano i principi nazionali e non, accordi, pratiche consuetudinarie e convenzioni; è
sostanziale, quale insieme dei principi e dei valori di un ordinamento che non sono espressamente
enunciati ma che si possono desumere in via interpretativa del sistema giuridico; materiale, perché consiste
nelle prassi e nelle consuetudini che integrano la costituzione formale nella sua applicazione. Inoltre, è
scritta e consuetudinaria. Scritta cioè sancita in un testo, promulgata dal capo dello stato e posta al vertice
della gerarchia delle fonti, la forma scritta garantisce stabilità e certezza del diritto; è consuetudinaria
quella costituzione i cui meccanismi di introduzione delle modifiche sono immediati, come ad esempio
quella del Regno Unito. Si distinguono anche costituzioni brevi e lunghe: le prime riguardano la finalità
stessa del testo costituzionale che doveva stabilire forme di limitazione del potere garantendo una serie di
libertà, ad esempio quella degli Stati Uniti; quelle lunghe invece rispecchiano una maggiore complessità
delle relazioni politiche e sociali. Ulteriore distinzione può essere elaborata tra costituzioni contenute in un
unico testo, dette unitestuali, e costituzioni formate da più testi tra loro integrati, dette pluritestuali.

La costituzione necessita di forme di protezione volte a tutelare la stabilità del testo e dei principi che la
distinguono. Una prima modalità di protezione è data dalla sua stessa forma scritta e dalla forma unitaria.
Nonostante queste previsione sono state approntate una serie di procedure e istituti che costituiscono le
garanzie costituzionali. La distinzione principale è quella che si realizza tra costituzioni flessibili e rigide:
sono flessibili quelle che non richiedono il ricorso a procedure aggravate per la revisione costituzionale e
non pongono liti al potere di revisione; quelle rigide sono quelle che prevedono per la loro revisione un iter
legislativo aggravato rispetto a quello ordinario, come nel caso della costituzione italiana.

Oltre ai limiti della revisione esistono altri tipi di controllo: di costituzionalità delle leggi qualora l'organo
preposto al controllo sia un organo politico; giurisdizionale quando effettuato successivamente all'adozione
della norma da un organo esterno. A sua volta il controllo giurisdizionale può essere suddiviso: in controllo
diffuso, quando ogni giudice è titolare del potere di verificare la congruità della norma da applicare e il
rispetto della costituzione; accentrato quando il controllo di legittimità costituzionale e il successivo
giudizio sono affidati ad un organo costituzionale appositamente istituito.

2. L'ORDINAMENTO COSTITUZIONALE ITALIANO.

Sin dall'approvazione della Costituzione, dottrina e giurisprudenza si sono interrogate con diversità di
vedute sul valore da attribuire alle disposizioni della Costituzione e soprattutto ai suoi principi: Marcianò ha
finito per dare una sorta di copertura giurisprudenziale alle inattuazioni della Costituzione e alla
permanenza in vigore della legislazione prerepubblicana, distinguendo tra norme precettive
(immediatamente applicabili) e norme programmatiche (unicamente rivolte al legislatore). Alcuni esponenti
della dottrina costituzionalistica, hanno sostenuto, invece, l'immediata applicatività di tutte le disposizioni
della costituzione, anche se programmatiche. Quest'ultima posizione è stata poi fatta propria dalla
giurisprudenza costituzionale, la quale, sin dalla sua prima sentenza del 1956, ha ritenuto la distinzione tra
norme programmatiche e norme precettive irrilevante ai fini del giudizio di legittimità costituzionale,
potendo l'illegittimità costituzionale di una legge anche discendere anche da una disposizione
costituzionale di principio.
La Costituzione è formata da 139 articoli, cui si aggiungono 18 Disposizioni transitorie e finali. I primi 12
articoli sono dedicati ai principi fondamentali della Repubblica, segue una prima parte dedicata ai diritti e ai
doveri del cittadino e una seconda parte dedicata all'ordinamento della Repubblica, nel quale vengono
distinti gli organi costituzionali e gli organi di rilievo costituzionale. Sono organi costituzionali quelli che
partecipano alla funzione politica e che sono dichiarati come poteri dello stato: il presidente della
Repubblica, il Parlamento, il Governo e la Corte Costituzionale. Sono organi di rilievo costituzionale quegli
organi che sono menzionati e disciplinati dalla Costituzione: il consiglio nazionale dell'economia e del
lavoro, la Corte dei conti, il Consiglio di Stato e il Consiglio supremo di difesa.

I principi fondamentali della Costituzione esprimono le finalità, i valori e gli ideali dello stato in relazione
alla carta costituzionale. I principi fondamentali sono racchiusi nei primi dodici articoli:

1) Principio democratico: all'art. 1 la Costituzione proclama che l'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro,
che la sovranità appartiene al popolo che la esercita in tutte le sue forme e nei limiti posti dalla Costituzione
stessa. Questo principio va a coincidere con quello della sovranità popolare, prevedendo una netta
divisione tra i poteri. La democrazia implica, infatti, il riconoscimento dei diritti civili, politici e sociali.

2) Principio personalista, pluralista, solidaristico: sanciti dall'art. 2, è personalista perché la personalità fisica
e morale di ognuno non può essere lesa da nessuno, è pluralista perché viene tutelato sia l'uomo come
individuo che l'uomo nelle relazioni sociali con gli stessi diritti che spettano ad ogni uomo, è solidaristico
perché l'esistenza dei doveri crea delle responsabilità ed è necessario concorrere alla realizzazione altrui
nello svolgimento della vita sociale.

3) Principio di uguaglianza: art. 3, suddiviso in eguaglianza formale e sostanziale. Formale, enunciata nel
primo comma, perché non si può discriminare, ad esempio nell'adozione di misure legislative a favore di
uno o di un altro; ed è sostanziale proprio perché si deve dare eguale possibilità di esercitare
un'eguaglianza di fatto.

4) Principio lavorista: disciplina all'art. 4 il lavoro già menzionato all'art. 1 come diritto al lavoro non
disgiunto dal dovere per concorrere al progresso materiale e spirituale della società.

5) Principio di indivisibilità della Repubblica: art. 5, principio di sovranità unitaria e indivisibile come
prerequisito dello stato stesso.

6) Principio autonomista: enunciato sempre all'art. 5, l'amministrazione si distribuisce fra lo stato e gli enti
regionali e locali in rappresentanza delle comunità territoriali.

7) Principio di laicità dello Stato: questo principio non è direttamente presente come disposizione
costituzionale ma viene disciplinato il fenomeno religioso in quanto tutte le confessioni religiose sono
egualmente libere davanti alla legge.

8) Principio dello Stato di cultura: si afferma all'art. 9 il cosiddetto stato di cultura richiamando gli articoli 33
e 34 della costituzione attribuendo a soggetti pubblici il compito di promuovere la cultura in senso lato.

9) Principio di apertura alle norme internazionali: l'ordinamento giuridico nazionale si adatta alle forme di
diritto internazionale riconosciute.

10) Principio di limitazione della sovranità: viene assicurata la pace e la giustizia tra le nazioni, requisito
sufficiente che ha consentito all'Italia l'ingresso nell'Onu, per il processo di integrazione europea.
Oltre ai principi fondamentali, la Costituzione sancisce determinati diritti civili, ossia l'insieme delle libertà e
delle prerogative garantite a tutti i cittadini, espressi negli artt. dal 13 al 28 della Carta costituzionale, oltre
che riconosciuti nei già citati principi fondamentali. Accanto alle libertà positive, ossia alla pretesa di un
comportamento attivo da parte dello stato, si pongono le libertà negative, intese come la pretesa di non
interferenza dello stato sulle azioni individuali. Tra le principali libertà negative rientrano: la libertà
personale, di domicilio, di riunione, di associazione e di religione.

La libertà personale, consiste nella libertà della persona fisica da ogni coercizione che impedisca o limiti
movimenti e azioni, consiste più in generale in una libertà inviolabile se non per atto motivato dall'autorità
giudiziaria; la libertà di domicilio è la proiezione della persona e quindi come la libertà personale, anch'essa
è inviolabile; libertà e segretezza della comunicazione proteggono i mezzi di comunicazione, mentre il
contenuto è protetto dalla libertà di espressione, questo tipo di libertà può essere limitato solo con riserva
di giurisdizione e sottoposta a riserva assoluta di legge; libertà di circolazione, soggiorno ed espatrio che
può essere limitata solo per motivi di sanità o sicurezza; libertà di riunione, un elemento essenziale della
vita politica di un paese insieme alla libertà di associazione, quella sindacale e quella politica, bisogna però
distinguere la libertà di riunione in luogo privato e libertà di riunione in luogo pubblico dove è prevista
un'autorizzazione; libertà di associazione, senza autorizzazioni se non per fini vietati dalla legge poiché le
associazioni sono organizzazioni su base volontaria; libertà religiosa e di coscienza, consiste nella libertà di
fare propaganda ed esercitare il culto in privato e in pubblico, strettamente collegata alla libertà di
pensiero; libertà di pensiero, è il diritto di esprimere liberamente la propria opinione mediante la parola o
lo scritto o qualsiasi altro mezzo, l'unico limite posto è il buon costume, mentre sono limitati il diritto di
cronaca, d'autore e di informazione; libertà di arte, scienza e insegnamento, è una libertà sia negativa che
positiva perché lo stato deve astenersi dall'interferire ma al tempo stesso favorire le possibilità di
insegnamento.

Lo stato si fa carico della garanzia di un benessere minimo, assistendo i ceti sociali meno abbienti e
realizzando forme di sussidio e promozione dello sviluppo della persona. E' uno stato che interviene nel
controllo dell'economia garantendo l'erogazione di servizi e diritti sociali che rappresentano un costo
effettivo per il bilancio dello stato. Fra i principali diritti sociali ed economici sanciti dalla Costituzione, vi
sono: diritto al lavoro, la Costituzione tutela sia il lavoro in sé sia la formazione professionale, con il
corrispettivo di una retribuzione economica proporzionata per il lavoratore sufficiente per sè e la sua
famiglia, indifferentemente dal sesso, sancendo le basi per le libertà sindacali, il diritto di sciopero e
garantendo sussidi sociali in caso di infortuni, malattie, invalidità, disoccupazione involontaria e vecchiaia;
libertà di iniziativa economica privata, la Costituzione disciplina gli interessi economici prevedendo la
libertà di iniziativa economica privata, previo controllo; diritto alla salute, rappresenta un diritto
fondamentale sia dell'individuo che della collettività, la Costituzione garantisce cure gratuite agli indigenti,
garantisce integrità fisica e psichica; tutela alla famiglia, la famiglia si considera basata sul matrimonio,
dapprima dall'unione civile di persone di sesso opposto, ad oggi diretta anche ai matrimoni di soggetti dello
stesso sesso, di conviventi e a tutela dei figli indipendentemente se legittimi o naturali.

La prima parte della Costituzione italiana è dedicata ai diritti ma anche ai doveri dei cittadini della
Repubblica. Ai cittadini è richiesto l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica
e sociale, in altre parole i cittadini sono tenuti a partecipare alla vita economica, politica e sociale
esercitando il diritto di voto, svolgendo il proprio lavoro e così via; sono inoltre chiamati ad aiutare i più
deboli e coloro che hanno bisogno di assistenza, ad esempio pagando le tasse.
CAPITOLO 5 - LE FONTI DEL DIRITTO
SEZIONE I - LE FONTI IN GENERALE

1. NORMA E DISPOSIZIONE

La differenza che c’è tra norma e disposizione rimanda a quella tra normativa astratta e concreta o, in altri
termini, tra il risultato dell’interpretazione di tipo letterale e di quella di tipo contestuale della legge. Tale
dicotomia, già oggetto di analisi da parte dei giuristi medievali nell’epoca del Diritto Comune, è stata
approfondita in modo particolare alla fine del secolo scorso. In questo periodo l’affermazione della
differenza che c’è tra norma e disposizione è divenuta emblema di quella tra due approcci interpretativi del
diritto sostanzialmente opposti: quello testuale ed acontestuale e quello sistemico e contestualizzato.

L’opzione per l’uno o per l’altro metodo non è priva di rilevanti conseguenze in ordine ai risultati relativi
all’applicazione della legge da parte dei giudici al caso concreto: tali risultati possono rivelarsi differenti o,
addirittura, contrastanti.

Come si ricava dalle definizioni della dottrina moderna, per “disposizione” giuridica deve intendersi il
dettato letterale della norma o di una sua parte fornita di senso compiuto. La disposizione, quindi, non
necessariamente coincide con un articolo, o con un comma, dell’atto normativo in cui è inserita. Essa può
essere, idealmente, estrapolata dalla norma di cui fa parte ed assumere il significato che deriva
dall’applicazione delle mere regole linguistico-grammaticali.

Tuttavia è evidente che la complessità dell’ordinamento giuridico, e l’infinità ed imprevedibilità dei casi
concreti, non consentono di risolvere qualsivoglia questione giuridica interpretando alla lettera la legge.
Per colmare lacune e contraddizioni derivanti dall’applicazione letterale è stato previsto che gli operatori
del diritto possano far ricorso a metodi interpretativi logico-sistemici. Si rende così possibile, e necessario,
far riferimento sia al contesto immediato dell’articolo, capo o titolo del testo in cui la frase o il periodo si
trovano, sia all’intero ordinamento giuridico ed ai principi fondamentali su cui esso si basa.

Conseguenza di ciò è che la differenza che c’è tra norma e disposizione assume una dimensione tale che
non solo non sussiste, tra le due, una perfetta identificazione, ma ad una norma possono essere correlate
più disposizioni.

La materia è stata oggetto di approfondimento ad opera di illustri costituzionalisti, coerentemente con i


connotati pubblicistici della questione. Emerge dai loro studi che nell’ordinamento italiano si riscontra
anche l’ipotesi estrema dell’esistenza di norme prive di disposizioni, quali i principi generali e la
consuetudine.

2. L'INTERPRETAZIONE DELLE DISPOSIZIONI GIURIDICHE E IL RICORSO ALL'ANALOGIA

L'attività di interpretazione delle norme è sicuramente alla base dello studio del diritto in quanto cerca di
andare oltre il semplice significato letterale delle parole usate per cogliere gli aspetti fondamentali di una
norma ed applicarla alle situazioni concrete per cui è stata creata.

Nell'applicare la legge non si può ad essa attribuire altro senso che quello fatto palese dal significato
proprio delle parole secondo la connessione di esse e dall'intenzione del legislatore. Per applicare è
necessario prima interpretare e per interpretare bisogna individuare il senso delle parole, cioè procedere
ad un'interpretazione letterale, e attraverso quest'ultima bisogna ricercare l'intenzione del legislatore,
un'interpretazione logica.

La voluntas legis è basata su due criteri: uno storico, che cerca l'intenzione del legislatore in relazione al
momento storico in cui è stata emanata (interpretazione storica), e un'interpretazione in connessione alla
sua collocazione all'interno del sistema normativo (interpretazione sistematica).

Dalla differenza dell'interpretazione letterale e logica, ne risultano altre due: interpretazione restrittiva,
quando si restringe il significato della parola usata dal legislatore; e interpretazione estensiva, quando si
estende il significato all'uso destinato.

Infine, se consideriamo l'interpretazione letterale e logica come coincidenti, si parlerà di interpretazione


dichiarativa.

Considerando, invece, i soggetti da cui proviene, possiamo distinguere: interpretazione giudiziale, compiuta
dal giudice nell'ambito di un procedimento, vincolante per le parti in causa; interpretazione dottrinale,
effettuata dagli studiosi del diritto, non è vincolante ma costituisce un orientamento per gli studiosi stessi;
interpretazione autentica, compiuta dal legislatore attraverso norme da lui emanate per chiarire il
significato di altre norme.

Nel momento in cui una controversia non può essere decisa con una precisa disposizione, si fa riferimento a
norme che abbiano disposto per casi simili o materie analoghe; se il caso rimane ancora di dubbio si decide
secondo i principi generali dell'ordinamento giuridico.

Vi è quindi una lacuna dell'ordinamento che andrà colmata ricorrendo ad un procedimento chiamato
analogia, che può essere di due specie: analogia legis, quando il caso è disciplinato ricorrendo ad un'altra
norma che regola un caso simile; analogia iuris, quando non si riesce a trovare una norma simile per
disciplinare il caso e quindi viene regolato dai principi generali dell'ordinamento giuridico.

L'analogia non può essere sempre applicata quando si tratta di leggi penali, leggi che fanno eccezioni alle
regole generali o ad altre leggi oltre i casi e i tempi in esse considerati.

3. LE FONTI DEL DIRITTO

Analizzare le fonti del diritto significa riferirsi all'insieme di atti o fatti in grado di produrre norme giuridiche
vincolanti in un ordinamento, cioè prescrizioni che regolano la condotta di un gruppo sociale.

Con il concetto di fonte si fa riferimento al momento in cui viene prodotta una norma. Tra le fonti del
diritto troviamo: fonti di produzione, ad esempio leggi ordinarie, decreti legge o legge regionali, vengono
considerate tali poiché immettono nell'ordinamento giuridico il nuovo, ogni fonte di produzione deve avere
a monte una fonte che ne disciplini la venuta ad esistenza; fonti sulla produzione, sono le norme che
disciplinano la formazione della stessa fonte; fonte atto, ovvero quelle scritte riportate su mezzi concreti di
conoscibilità delle fonti, deve essere esistente, quando il potere che la emana ha esercitato una funzione
propria, valida, quando la fonte è stata prodotta dall'organo indicato conformandosi alle norme di
produzione, ed efficace, quando la fonte produce effetti giuridici; fonte fatto, sono le fonti non scritte che
hanno nel nostro ordinamento una posizione residuale, un esempio è la consuetudine ovvero una serie di
azioni ripetute nel tempo da parte dei cittadini e conformi a una norma giuridica.

La Costituzione non è solo fonte sulla produzione ma anche fonte di produzione, denominata spesso "fonte
delle fonti". Tra le fonti di rango costituzionale si hanno le leggi di revisione costituzionale, volte a
modificare il testo della Costituzione, e le altre leggi costituzionali, che si trovano nelle materie riservate
dalla Costituzione ovvero per imporre deroghe, sospensioni o rotture al testo costituzionale. Le leggi di
revisione costituzionale e le altre leggi costituzionali sono adottate dalle camere con due deliberazioni con
un intervallo di tre mesi e sono approvate dalla maggioranza assoluta dei presenti di ogni camera. A questa
procedura si aggiunge il referendum popolare confermativo qualora, entro tre mesi dalla loro
pubblicazione, ne facciano domanda un quinti dei membri di una delle due camere o cinquecentomila
elettori o cinque consigli regionali; non si fa luogo al referendum se la legge è stata approvata nella seconda
votazione da ciascuna delle camere a maggioranza di due terzi. In questa categoria troviamo sia la legge
ordinaria del parlamento, gli atti aventi valore di legge, i decreti legislativi, i decreti legge e il referendum
abrogativo.

4. IL SISTEMA DELLE FONTI DEL DIRITTO E I CRITERI DI RISOLUZIONE DELLE ANTINOMIE

Con il termine antinomia si designano i contrasti tra norme che disciplinano la stessa fattispecie in modo
differente. Tali norme possono essere poste da fonti dello stesso tipo o di rango differente.

Il criterio per la composizione delle fonti è quello della risoluzione di conflitti (antinomie) tra le norme.
Nell'ordinamento giuridico, infatti, le fonti sono molte e per orientarsi in questo mosaico, si usano
determinati criteri: quello gerarchico, quello cronologico, quello della competenza e infine quello della
specialità.

Il criterio gerarchico, in caso di antinomia tra due norme giuridiche prevale quella che è stata posta dalla
fonte del diritto sovraordinata secondo la gerarchia delle fonti esistente nell'ordinamento, attraverso
l'annullamento, è la rimozione della norma stessa dall'ordinamento giuridico, in quanto invalida perché
contrastante con altra norma posta da una fonte che si colloca ad un livello superiore nella gerarchia delle
fonti del diritto, e attraverso l'illegittimità costituzionale, ovvero oggetto di sindacato giurisdizionale da
parte della Corte costituzionale; criterio cronologico, in caso di antinomia tra due norme giuridiche prevale
quella che è stata promulgata successivamente, ossia quella più recente, attraverso l'abrogazione espressa,
per volere del legislatore, per abrogazione tacita, quando la nuova legge regola l'intera materia già regolata
dalla legge precedente, o implicita, quando vi è incompatibilità tra le nuove disposizioni e quelle
precedenti; criterio della competenza, indica la sfera di poteri e facoltà attribuita ad un organo, La
competenza ha una funzione di limite, in quanto definendo facoltà e poteri pone dei limiti all'agire degli
organi, secondo i criteri usati per competenza vi sono quella per materia, quando è delimitata ad un
insieme di fattispecie, per valore, quando è delimitata dal valore economico attribuito alla fattispecie, per
territorio, quando è delimitata ad una parte detta circoscrizione, e per grado, che dipende dal livello
gerarchico della norma stessa; criterio della specialità, in caso di antinomia tra due norme giuridiche
prevale quella più specifica, ossia quella la cui fattispecie è contenuta nella fattispecie dell'altra, tale criterio
è recessivo rispetto al criterio gerarchico mentre prevale sul criterio cronologico.

SEZIONE II - IL SISTEMA DELLE FONTI NELL'ORDINAMENTO ITALIANO

1. LE FONTI SULLA PRODUZIONE NELL'ORDINAMENTO ITALIANO

Per "fonti sulla produzione" s'intendono le particolari fonti di produzione che individuano i soggetti cui è
attribuita la potestà normativa e che fissano le particolari procedure di formazione degli atti normativi da
essi prodotti.
Le fonti sulla produzione definiscono i soggetti e i procedimenti attraverso i quali le norme giuridiche si
producono in un ordinamento. Esse sono volte dunque a organizzare il sistema delle fonti e si trovano per
questo motivo in rapporto di strumentalità con le fonti di produzione.

2. LA GERARCHIA DELLE FONTI NELL'ORDINAMENTO ITALIANO

La gerarchia delle fonti sancisce che una norma contenuta in una fonte di grado inferiore non può
contrastare una norma contenuta in una fonte di grado superiore. Nell'ordinamento giuridico italiano, si ha
una pluralità di fonti di produzione, e queste sono disposte secondo una scala gerarchica, secondo la quale
la norma di fonte inferiore non può porsi in contrasto con la norma di fonte superiore (gerarchia delle fonti
del diritto). Nel caso in cui avvenga un contrasto del genere si dichiara l'invalidità della fonte inferiore dopo
un accertamento giudiziario.

Fonti costituzionali: Al primo livello della gerarchia delle fonti, si pongono la Costituzione, le leggi
costituzionali e gli statuti speciali (delle regioni a statuto speciali). La Costituzione della Repubblica Italiana,
entrata in vigore il 01/01/1948, è composta da 139 articoli e 18 disposizioni transitorie e finali: essa detta i
principi fondamentali dell'ordinamento (art. 1-12); individua i diritti e i doveri fondamentali dei soggetti
(art. 13-54); detta la disciplina dell'organizzazione della Repubblica (artt. 55-139). La Costituzione italiana
viene anche definita lunga e rigida: "lunga" perché non si limita "a disciplinare le regole generali
dell'esercizio del potere pubblico e delle produzioni delle leggi', riguardando anche altre materie[1], "rigida"
in quanto per modificare la Costituzione è richiesto un iter cosiddetto aggravato (vedi art. 138 Cost.).
Esistono inoltre dei limiti alla revisione costituzionale.

Fonti primarie: Ai sensi dell'art. 117 della Costituzione, le Norme derivanti da trattati internazionali, cui
seguono Direttive e regolamenti comunitari.[2] I trattati internazionali, con speciale riferimento ai trattati
antiterrorismo e al Trattato del Nord Atlantico (NATO), e le fonti del diritto dell'Unione europea dotati di
efficacia vincolante, nella specie di regolamenti o di direttive. I primi hanno efficacia immediata, le seconde
devono essere attuate da ogni Paese facente parte dell'Unione europea in un determinato arco di tempo. A
queste, si sono aggiunte poi le sentenze della Corte di Giustizia Europea "dichiarative" del Diritto
Comunitario (Corte Cost. Sent. n. 170/1984).

Fonti secondarie: Al di sotto delle fonti primarie, si collocano i regolamenti governativi, seguono i
regolamenti ministeriali, amministrativi e prefettizi e di altri enti pubblici territoriali (regionali, provinciali e
comunali).

Fonti terziarie: All'ultimo livello della scala gerarchica, si pongono gli usi e le consuetudini. Questa è
prodotta dalla ripetizione costante nel tempo di una determinata condotta, sono ammesse solo
consuetudini secundum legem e praeter legem non dunque quelle contra legem un cenno a parte meritano
le consuetudini costituzionali, che talvolta regolano i rapporti tra gli organi supremi dello Stato poiché
consistono in comportamenti ripetuti nel tempo per ovviare a determinate norme costituzionali lacunose.

3. LE FONTI DI LIVELLO COSTITUZIONALE

Le fonti costituzionali sono ordinate gerarchicamente perchè una fonte subordinata non può dettare
disposizioni che contrastino quelle dettate da un'altra più alta, altrimenti l'altra fonte viene annullata.
Le fonti costituzionali si dividono in: costituzione, ovvero la fonte principale dell'ordinamento italiano; leggi
costituzionali, ovvero quelle leggi che possono essere emanate allo scopo di integrare la costituzione; leggi
di revisione costituzionale, ovvero quelle leggi che possono essere emanate allo scopo di modificare alcune
parti della costituzione.

4. LE FONTI ORDINARIE

Le fonti primarie sono quelle normative la cui giurisdizione disciplinare è direttamente legata alla
costituzione.

4.1. Le fonti rinforzate e atipiche

Alcune leggi statali si distinguono dalla generalità degli altri atti legislativi ordinari approvati dalla Camere,
pur non confondendosi con le leggi costituzionali e di revisione costituzionale. A queste fonti viene
abitualmente attribuito il nome di leggi rinforzate, sebbene la posizione che ad esse è riservata nel sistema
degli atti normativi obbedisca al criterio della competenza anziché al criterio della gerarchia.

Il primo esempio fattibile è quello offerto dal nuovo testo dell’art. 79 Cost. per cui “l’amnistia e l’indulto
sono concessi con legge deliberata a maggioranza dei due terzi dei componenti di ciascuna camera, in ogni
suo articolo e nella votazione finale”: in questo caso le fasi del procedimento legislativo non sono alterate,
ma viene aggravata la sola maggioranza necessaria.

Affinché sia dato ragionare di leggi rinforzate, è però necessario che l’aggravamento delle loro procedure
formative venga puntualmente imposto da apposite norme di rango costituzionale: non sono inquadrabili
fra le leggi rinforzate quelle che le Camere approvino dopo aver sentito i pareri del Consiglio nazionale
dell’economia e del lavoro.

Costituzionalizzato è il cosiddetto procedimento concordatario, mediante il quale vanno poste le premesse


perché in materia si adottino nuove leggi ordinarie. Ma considerazioni analoghe s’impongono, a più forte
ragione, per le leggi fondate sulle intese fra il governo italiano e le confessioni acattoliche. In tutti questi
casi le leggi dispongono di una forza passiva peculiare.

Esse non sono suscettibili, abrogabili o derogabili da altre leggi ordinarie dello Stato, se non intervengono
ulteriori intese, alle quali il Parlamento si deve conformare; ed è precisamente in questo dato che consiste
la loro atipicità rispetto alla restante legislazione statale ordinaria.

Così concepita la figura delle leggi atipiche eccede, però, le ipotesi regolare dagli articolo 7 e 8 Cost. Da un
lato, essa è comprensiva delle stesse leggi “rinforzate”. Dall’altro essa può abbracciare ipotesi diverse ed
alquanto eterogenee, a cominciare dalle leggi sottratte al referendum abrogativo. Alcune leggi, come quelle
tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, non sono abrogabili in via referendaria; ed in questo senso è
dato ipotizzare una loro atipicità.

Le leggi meramente formali sono considerate non-costitutive dell’ordinamento giuridico, perché


incompetenti a produrre norme di qualunque genere.
4.2 Principio di legalità e riserva di legge

Il principio di legalità è uno dei pilastri dello Stato di diritto, ponendo dei limiti alla discrezionalità di chi
esercita la sovranità. Tale principio è stato recepito nella nostra Carta costituzionale in diverse accezioni,
corrispondenti con altrettante garanzie per i cittadini.

Si parla di supremazia della legge rispetto agli del potere esecutivo e giurisdizionale; di legalità in senso
formale quando gli atti dei pubblici poteri devono trovare il loro fondamento positivo nella legge; di legalità
in senso sostanziale quando gli atti dei pubblici poteri devono essere disciplinati compiutamente dalla
legge.

Per leggi ordinarie si intendono gli atti deliberati dal Parlamento secondo il procedimento disciplinato dagli
artt. 70 ss Cost.

Con il termine legge si fa riferimento al diritto oggettivo nella sua globalità, oppure a tutte le fonti del
diritto, o alle leggi e agli atti ad essa equiparati, o a legge ordinaria in senso stretto.

La legge è: idonea a modificare o abrogare, nell'ambito della sua competenza, ogni disposizione vigente
fatta eccezione per quella di rango costituzionale o per le quali sussiste una riserva di competenza prevista
a livello costituzionale; in grado di resistere all'abrogazione e alla modificazione da parte di fonti ad essa
subordinata; può essere soggetta al controllo di conformità della Costituzione solo da parte della Corte
Costituzionale; può essere sottoposta a referendum secondo l'art. 75 Cost.

Nell'ordinamento giuridico italiano la riserva di legge, inserita nella Costituzione, prevede che la disciplina
di una determinata materia sia regolata soltanto dalla legge primaria e non da fonti di tipo secondario. La
riserva di legge ha una funzione di garanzia in quanto vuole assicurare che in materie particolarmente
delicate, come nel caso dei diritti fondamentali del cittadino, le decisioni vengano prese dall'organo più
rappresentativo del potere sovrano ovvero dal parlamento come previsto dall'art. 70.

Nel nostro ordinamento è possibile individuare una pluralità di categorie all'interno del genus della riserva
di legge: è assoluta, quando è esclusa la possibilità di disciplinare una determinata materia con fonti di
grado secondario; è relativa, quando l'intervento della legge è previsto solo per definire le caratteristiche
fondamentali della disciplina; è formale, quando si riferisce solo a leggi formali approvate dal Parlamento; è
rinforzata, quando la Costituzione determina limiti di contenuto o procedimento; è implicita, quando non è
espressamente prevista dalla Costituzione.

5. LE FONTI SECONDARIE

Le fonti secondarie sono quelle fonti la cui disciplina non è direttamente regolamentata dalla costituzione
bensì dalle fonti primarie. Un esempio di fonte secondaria è il regolamento governativo.

6. LE FONTI -FATTO

Le fonti fatto consistono in comportamenti spontanei della collettività, che si ripetono nel tempo,
considerati idonei a produrre norme giuridiche.

Le fonti fatto sono una categoria residuale, mentre nel caso delle fonti atto, per fare in modo che la volontà
del soggetto sia idonea a produrre effetti normativi e diventare vincolante per tutti, essa deve essere
riconoscibile. Per questa ragione, è essenziale che l’atto venga emanato nel rispetto della forma, ovvero
riportando l’intestazione dell’organo emanante, per esempio Decreto del Presidente della Repubblica, il
nome proprio dell’atto, per esempio Decreto Legge o Decreto Legislativo, e il procedimento di formazione
dell’atto.

CAPITOLO 6 - GLI ORDINAMENTI E LE FONTI SOVRANAZIONALI


SEZIONE I - L'ORDINAMENTO INTERNAZIONALE

1. L'ORDINAMENTO INTERNAZIONALE

Nel 1950 il ministro degli esteri francese Schuman, allo scopo di eliminare una tradizionale causa di attrito
con i tedeschi propose di mettere l'intera produzione francese e tedesca del carbone e dell'acciaio sotto
una comune alta autorità nella quale potevano aderire anche gli altri paesi. L'anno dopo, a Parigi, veniva
firmato il trattato istitutivo della comunità economia del carbone e dell'acciaio (CECA), tra Belgio, Francia,
Germania, Italia, Lussemburgo e Olanda.

Pochi anni dopo seguirono l'istituzione della comunità economica europea (CEE) e la comunità europea
dell'energia atomica (Euratom). Delle tre, la più rilevante fu senza dubbio la CEE.

Il processo di integrazione economica fu accompagnato dal progressivo aumento degli stati membri (Regno
Unito, Irlanda, Danimarca, Grecia, Spagna, Portogallo, Austria, Finlandia e Svezia).

Con i trattati comunitari si è proposto un nuovo tipo di ordinamento giuridico. La caratteristica di tale
comunità sopranazionale è rappresentata dal fatto che i rapporti fra gli stati membri on sono improntati
alla coordinazione intergovernativa per il raggiungimento dei fini dell'ente ma sono subordinati
direttamente alla volontà superiore dello stesso.

L'ordinamento comunitario è in grado di imporsi direttamente ai singoli stati membri; le organizzazioni


sovranazionali sono unioni di stato fornite di organi legittimati ad emanare provvedimenti di carattere
generale, nonchè provvedimenti di carattere individuale che entrano a far parte direttamente
nell'ordinamento nazionale dei vari stati.

Nel 1992 si realizza una tappa fondamentale nel processo di integrazione europea, con l'approvazione del
Trattato di Maastricht. Con tale accordo veniva creata l'unione europea, un'organizzazione anomale che da
un lato inglobava le comunità europee già esistenti e dall'altro avviava la cooperazione tra gli stati anche in
settori non economici, come la politica estera, la difesa europea, la collaborazione tra le autorità giudiziarie,
gestite attraverso il cd. metodo intergovernativo, attribuendo alle istituzione comunitarie un ruolo
marginale.

2. L'ADATTAMENTO DEL DIRITTO ITALIANO ALL'ORDINAMENTO INTERNAZIONALE

I trattati istitutivi delle comunità comportano un trasferimento di funzioni a favore delle istituzioni
comunitarie, esercitando incidenze significative su norme di livello costituzionale, essendo le competenze
degli organi statali fissate direttamente dalla costituzione e comportando una riduzione della sovranità
statale.

La corte costituzionale ha individuato come fondamento costituzionale dell'appartenenza italiana alle


comunità l'art. 11 nel quale la costituzione consente in condizione di parità con gli altri stati, alle limitazioni
di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le nazioni.
La corte costituzionale pur consentendo le limitazioni di sovranità derivanti dall'istituzione delle comunità
europee, ha elaborato una dottrina dei controlimiti, individuati nel rispetto dei diritti inviolabili della
persona umana e dei principali fondamentali. Con la conseguenza che l'ingresso nell'ordinamento interno
del diritto comunitario contrastante con detti valori sarebbe precluso, riservandosi la corte costituzionale di
sindacare la legittimità costituzionale della legge di ratifica dei trattati istitutivi, nella misura in cui consente
l'ingresso nel nostro ordinamento di queste norme.

SEZIONE II - L'UNIONE EUROPEA

1. L'ORDINAMENTO DELL'UNIONE EUROPEA

Con la ratifica dei trattati comunitari è stato istituito un nuovo ordinamento giuridico che imponeva agli
stati membri determinate azioni al fine di costruire una nuova figura sovranazionale. L'ordinamento
giuridico che deriva da tali istituzioni è in grado di imporsi direttamente ai singoli stati membri attraverso
differenti meccanismi.

L'UE è stata creata con il Trattato di Maastricht nel 1992, a seguito di un lungo processo di integrazione
iniziato negli anni '50 del secolo scorso.

2. DAI TRATTATI ISTITUTIVI AL TRATTATO DI LISBONA

I trattati dell'Unione europea sono l'insieme di trattati internazionali, stipulati tra gli Stati membri, che
pongono le basi dell'ordinamento giuridico dell'Unione europea, fissano gli obiettivi dell'Unione e
istituiscono i diversi organi istituzionali, disciplinandone le procedure.

Ogni volta che un nuovo stato entra nell'UE, determinando quindi un allargamento dell'Unione europea è
necessario un nuovo trattato di ingresso che modifichi la lista dei firmatari del trattato fondativo. I trattati
dell'Unione europea si trovano nel Palazzo della Farnesina, sede del Ministero degli Affari Esteri, in base al
fatto che il governo italiano è il depositario dei trattati

Il Trattato che istituisce la Comunità economica europea (Trattato di Roma, effettivo dal 1958) ed il Trattato
sull'Unione europea (Trattato di Maastricht, effettivo dal 1993), costituiscono congiuntamente la base
legale dell'UE. Essi sono pertanto conosciuti come "trattati fondativi" o "trattati istitutivi"; questi due
trattati sono stati modificati diverse volte a partire dalla loro approvazione, per mezzo di "trattati
emendativi".

A seguito delle modifiche operate dal trattato di Lisbona, l'attuale assetto dell'ordinamento giuridico
dell'Unione prevede il "Trattato sull'Unione europea" (derivante dalla modifica del TUE creato dal trattato
di Maastricht) ed il "Trattato sul funzionamento dell'Unione europea" (derivante dalla riforma del TCE). Per
quanto sia generalmente possibile rintracciare un carattere di maggior tecnicità e specificità nel TFUE, i
trattati, nel loro art. 1, prevedono che entrambi abbiamo il medesimo valore giuridico, condiviso anche con
i protocolli ad essi allegati, costituendo dunque il vertice gerarchico dell'ordinamento dell'Unione europea.

Trattati non ratificati: A seguito del successo del Trattati di Parigi, si tentò di permettere alla Germania
Ovest di riarmarsi all'interno di una struttura di forze armate dell'Unione europea, nella forma di una
"Comunità europea di difesa". Il trattato fu firmato dai sei membri iniziali il 27 maggio 1952 e l'Assemblea
comune iniziò a trarre le linee essenziali di un trattato per una comunità politica europea, che assicurasse
credibilità democratica al nuovo esercito; questo sforzo fu però abbandonato quando il trattato sulla
Comunità di difesa fu rifiutato dall'Assemblea nazionale francese il 30 agosto 1954. La Norvegia cercò di
unirsi alla CEE/UE in due separate occasioni, ma in entrambi i casi i referendum nazionali diedero esito
negativo, impedendo alla Norvegia di entrare a far parte dell'Unione. Il primo trattato fu siglato a Bruxelles
il 22 gennaio 1972, mentre il secondo a Corfù il 24 giugno 1994. La Costituzione europea è stato un trattato
che si prefiggeva di consolidare tutti i trattati che si sono susseguiti (eccetto il Trattato Euratom) in un unico
documento. La Costituzione semplificava la struttura dell'UE, prevedeva cambiamenti nel sistema di voto in
Consiglio e creava una cooperazione strutturata per la politica estera. Il Trattato fu siglato a Roma il 29
ottobre 2004 con l'intento di renderlo operativo il 1º novembre 2006 dopo le ratifiche di tutti i paesi
membri. Questo non avvenne poiché la Francia (il 29 maggio 2005) e i Paesi bassi (il 1º giugno 2005)
rigettarono il documento attraverso due referendum. Seguì un "periodo di riflessione", al termine del quale
la Costituzione europea fu sostituita dal Trattato di Lisbona.

Il trattato di Lisbona, entrato in vigore verso la fine del 2009, ha conferito nuovi poteri legislativi al
Parlamento europeo e lo ha posto alla pari con il Consiglio dei ministri nel decidere i compiti dell'UE e in
che modo spendere i soldi. Esso ha anche cambiato il modo in cui il Parlamento lavora con le altre
istituzioni e ha dato ai deputati al PE maggiore influenza su chi guida l'UE. Tutte queste riforme hanno fatto
sì che, esprimendo il loro voto alle elezioni europee, i cittadini avranno più voce in capitolo sulla direzione
da imprimere all'UE.

Il trattato di Lisbona ha potenziato la capacità dell'UE e del suo Parlamento di agire e di ottenere risultati.
Ha esteso i pieni poteri legislativi del Parlamento a oltre 40 nuovi settori, tra cui l'agricoltura, la sicurezza
energetica, l'immigrazione, la giustizia e i fondi dell'Unione e lo ha posto su un piano di parità con il
Consiglio, che rappresenta i governi degli Stati membri. Il Parlamento ha anche ottenuto il potere di
approvare l'intero bilancio dell'UE assieme al Consiglio.

I deputati al PE hanno ottenuto il diritto di bocciare gli accordi internazionali e non hanno esitato a farne
uso per bloccare il controverso Accordo commerciale anticontraffazione (ACTA), che molti temevano che
avrebbe limitato le libertà individuali. Questo episodio ha dimostrato che, grazie al potenziamento dei
poteri, le decisioni adottate dai deputati al PE hanno un impatto ancora più incisivo sulla vita quotidiana di
noi europei.

Il trattato di Lisbona non solo ha conferito al Parlamento gli stessi poteri legislativi del Consiglio, ma gli ha
dato l'influenza per determinare la direzione politica dell'Europa. In base alle modifiche del trattato, è il
Parlamento che elegge il capo della Commissione, l'organo esecutivo dell'UE, e tale decisione deve
rispecchiare i risultati delle elezioni europee e, pertanto, le scelte espresse dai votanti.

In quanto unica istituzione dell'UE direttamente eletta dai cittadini, il Parlamento ha il potere e la
responsabilità di chiamare le istituzioni dell'UE a rendere conto del loro operato. Il Parlamento è il custode
della Carta dei diritti fondamentali, incorporata nel trattato di Lisbona, nonché del diritto d'iniziativa dei
cittadini europei, di recente istituzione, che consente loro di chiedere nuove proposte politiche se un
milione di persone hanno firmato una petizione in tal senso.

3. LE ISTITUZIONI EUROPEE

Il funzionamento delle comunità è consentito da varie istituzioni previste nei trattati, ed in particolare: il
parlamento europeo, che condivide il potere normativo con il consiglio che esercita funzioni di controllo
sulle altre istituzioni; la commissione, cui compete la funzione esecutiva; il consiglio dell'unione, che
esercita il potere normativo; la corte di giustizia, che ha funzioni giurisdizionali; la corte dei conti, che
esercita un controllo sul bilancio comunitario; il comitato economico e sociale, con funzioni consultive; la
banca europea per gli investimenti (BEI), con il compito di favorire interventi finanziari di interesse
comunitario; il comitato delle regioni, che favorisce il coinvolgimento delle autonomie territoriali nelle
decisioni della comunità; la banca centrale europea (BCE), che con l'introduzione dell'euro è diventato
l'istituto di emissione ed è posta a capo di tutte le banche centrali nazioni, sostituendo il sistema europeo
delle banche centrali (SEBC).

Il parlamento europeo si compone di 732 membri, ripartiti tra gli stati secondo la loro consistenza
demografica, eletti a suffragio universale diretto e durano in carica 5 anni. Il parlamento esercita sia i poteri
deliberativi che i poteri di controllo attribuitegli dai trattati, distinti in: controllo sugli atti, in quanto
esamina sia la relazione generale della commissione che il bilancio di previsione redatto dal consiglio;
controllo sulle istituzioni, relativo al controllo giuridico esercitato nei confronti della commissione e
controllo politico attraverso interrogazioni che il parlamento rivolge alle altre istituzioni comunitarie.

La commissione è l'istituzione cui spetta perseguire l'interesse della comunità. E' composta da un
rappresentante per ciascun stato che esercitano funzioni di proposta o di iniziativa normativa, vigilanza
sull'esecuzione dei trattati e rappresentanza della comunità sia all'interno degli stati membri sia nelle
relazioni esterne. La commissione comunque non dispone di un vero e proprio potere decisionale
autonomo se non nei casi previsti dal trattato. Dispone essenzialmente di un potere di proposta, che
condiziona l'emanazione di atti vincolanti da parte del consiglio. La funzione esecutiva della commissione
può essere distinta in: emanazione di atti di esecuzione, in quanto provvede ad emanare regolamenti
destinati ad integrare altri regolamenti emanati dal consiglio; funzione di vigilanza sulla corretta
applicazione delle disposizioni dei tratti. La commissione rappresenta anche all'esterno la comunità ed
infatti spetta alla commissione la negoziazione degli accordi conclusi dalle comunità e le relazioni
internazionali e i rapporti con le organizzazioni internazionali.

Il consiglio dell'UE è composto dai rappresentanti, attualmente 25, dei governi degli stati membri, è
l'organo decisionale della comunità. Il potere decisionale del consiglio è subordinato alle condizioni poste
dai tratti, ciò significa che può prendere quei provvedimenti che sono previsti dai trattati istitutivi delle
comunità europee.

4. LE FONTI DELL'UNIONE EUROPEA

Per fonti comunitarie si intendono i trattati istitutivi (fonti comunitarie dirette) e le fonti che da questi
discendono, cioè regolamenti, direttive e decisioni (fonti comunitarie indirette).

A seguito dell'adesione alle Comunità europee, gli stati membri si impegnano a riconoscere nei rispettivi
ordinamenti un complesso di norme che costituiscono le fonti del diritto dell'UE. Tali fonti hanno priorità
sulle legislazioni nazionali e devono essere applicate dalle Corti nazionali dei singoli stati.

Tra le fonti dell'UE si contraddistinguono i trattati istitutivi (cd. diritto originario), gli atti legislativi (cd.
diritto derivato) e gli atti non legislativi.

Gli atti legislativi sono quelli adottati secondo la procedura legislativa ordinaria e si distinguono fra loro in:
regolamenti, che hanno portata generale, obbligatori in tutti i loro elementi e direttamente applicabili in
ciascuno degli stati membri; direttive, che vincolano lo stato membro cui sono rivolte per quanto riguarda il
risultato da raggiungere; decisioni, che sono atti aventi portata concreta e che possono indirizzarsi ad uno
stato membro o a un altro soggetto acquistando efficacia con la semplice notifica.
Gli atti non legislativi sono le raccomandazioni e i pareri, entrambi privi di efficacia precettiva e vincolante. I
primi sono rivolti ai singoli stati membri, mentre i secondi sono rivolti a determinate questioni giuridiche.

I regolamenti comunitari hanno portata generale, sono obbligatori in tutti i loro elementi e direttamente
applicabili in ciascuno degli stati membri. Caratteristiche fondamentali del regolamento sono: la portata
generale, in quanto è destinato a produrre i propri effetti nei confronti di un numero indeterminato ed
indeterminabile di destinatari e le sue prescrizioni recano il carattere dell'astrattezza; è obbligatorio in tutti
i suoi elementi, in quanto esprime la natura del vincolo derivante dai regolamenti, stringente ed
imperativo; è direttamente applicabile, in quanto tutti i regolamenti dispiegano automaticamente i loro
effetti negli stati membri senza bisogno di atti di recepimento e sono idonei a conferire diritti e imporre
obblighi ai singoli stati, ai loro organi e ai privati.

Le direttive comunitarie vincolano lo stato membro cui sono rivolte per quanto riguarda il risultato da
raggiungere. Ne risulta che le direttive sono concepite come atti destinati a vincolare il singolo stato in
relazione al risultato da perseguire, lasciando ferma l'autonomia dello stato per quanto riguarda la forma e
il contenuto.

Le decisioni sono obbligatorie in tutte i loro elementi per i destinatari da esse designati. Le decisioni sono
atti aventi portata concreta, che possono essere indirizzati ad uno stato membro o ad un altro soggetto,
vincolanti per il destinatario. Acquistano efficacia con la notifica ai destinatari.

Le raccomandazioni e i pareri sono atti sforniti di efficacia precettiva e vincolante e non possono essere
considerati vere fonti del diritto.

5. I RAPPORTI TRA L'ORDINAMENTO ITALIANO E L'UNIONE EUROPEA

Alla luce degli effetti prodotti dalle fonti comunitarie nel diritto interno, i rapporti tra i due ordinamenti non
possono dirsi ispirati ad una reciproca indifferenza. Si tratta di ordinamenti caratterizzati da una certa
permeabilità che impone di stabilire quali siano i rapporti di forza tra loro.

I rapporti tra l'ordinamento italiano e quello comunitario sono stati oggetti di contrastanti orientamenti
dalla dottrina e dalla giurisprudenza. Da un lato la corte di giustizia afferma una concezione monista dei
rapporti tra i due ordinamenti, con prevalenza gerarchia del diritto comunitario su quello nazionale;
dall'altro lato la corte costituzionale, compresa quella nazionale, ha affermato una concezione dualista dei
rapporti tra i due ordinamenti, visti come reciprocamente separati.

In attesa di questi sviluppi, si può concludere che il rapporto tra i due ordinamenti non si può descrivere in
termini di separatezza quanto di coordinamento e comunicazione.

Per lungo tempo l'ordinamento italiano ha proceduto ad adeguarsi alle direttive comunitarie utilizzando lo
strumento dell'attuazione diretta o della delega legislativa a favore del governo, con conseguente lentezza
del procedimento e gravi ritardi nel recepimento delle direttive-

La razionalizzazione delle procedure di adeguamento si è realizzata con la L. 86/89 nota come legge
Pergola, contenente norme generali sulla partecipazione dell'Italia al processo normativo comunitario. Tale
legge è stata abrogata nel 2005 con la legge Bottiglione che disciplinava l'adempimento degli obblighi nei
confronti dell'UE e il processo di formazione della posizione italiana nella fase di predisposizione di atti
comunitari e dell'UE.
6. L'INCIDENZA SUL SISTEMA DELLE FONTI DEGLI ATTI COMUNITARI

La prevalenza delle fonti comunitarie su quelle interne è sancita dall’art. 249 del Trattato istitutivo della
Comunità Europea. In forza di tale norma, per il caso di violazione del diritto dell’Unione, il giudice dello
Stato Membro è tenuto a disapplicare la disciplina nazionale contrastante, operandosi così un sindacato
diffuso.

Il contrasto con il diritto dell’Unione, può tuttavia derivare non solo da norma di legge, ma anche dall’atto
amministrativo. In questo senso, analogamente a quanto accade per il vizio di incostituzionalità, può
parlarsi di anticomunitarietà diretta o indiretta. La prima, qualora il provvedimento sia di per sé contrario
alle fonti comunitarie, la seconda, nel caso in cui esso sia conforme alla norma nazionale anticomunitaria.

PARTE 2 - DIRITTI E LIBERTA'


CAPITOLO 1 - DIRITTI E LIBERTA'
1. LIBERTA' E DIRITTI COSTITUZIONALMENTE GARANTITI

La costituzione esprime un catalogo di diritti riconosciuti in capo ai cittadini.

I diritti possono essere identificati come le pretese verso gli altri soggetti di attivarsi affinchè la propria
situazione giuridica possa essere rispettata e soddisfatta.

Le libertà riconosciute dalla costituzione definiscono e garantiscono una sfera di autonomia dei cittadini nei
confronti dei pubblici poteri. Le libertà designano le posizioni giuridiche con cui si chiede ad altri soggetti di
non interferire nella propria sfera giuridica. Si evidenzia una dimensione negativa delle libertà, in quanto lo
stato non può interferire se non nei casi previsti dalla costituzione; e una dimensione positiva che tiene
conto della partecipazione dei cittadini e di un comportamento attivo da parte dei pubblici poteri. In
costituzione troviamo affermate altre libertà: personale, di domicilio, della corrispondenza, di circolazione,
di riunione, di associazione, di fede religiosa, di manifestazione del pensiero.

2. LA GENERAZIONE DI DIRITTI

La suddivisione dei diritti umani in tre generazioni fu proposta nel 1979 dal giurista Vasak all'Istituto
internazionale dei diritti umani di Strasburgo. Le sue suddivisioni seguono le parole d'ordine della
Rivoluzione francese: Libertà, Uguaglianza, Fratellanza. Le tre generazioni sono riflesse in alcune delle
rubriche della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea. La Dichiarazione universale dei diritti
dell'uomo include diritti che si ritengono di seconda generazione, come pure quelli della prima
generazione, ma non fa la distinzione in sé.

I diritti umani di prima generazione, spesso chiamati diritti "blu", trattano essenzialmente della libertà e
della partecipazione alla vita politica. Essi sono fondamentalmente di natura civile e politica: servono
negativamente a proteggere l'individuo dagli eccessi dello stato. I diritti di prima generazione includono, tra
le altre cose, la libertà di parola, il diritto a un giusto processo, la libertà di religione e i diritti di voto. Essi
furono sperimentati per primi dalla Carta dei diritti degli Stati Uniti d'America e in Francia dalla
Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino nel XVIII secolo, anche se il diritto a un giusto processo
risale alla Magna Carta del 1215 e ai Diritti degli Inglesi. Essi furono consacrati a livello globale e ricevettero
uno status nel diritto internazionale per la prima volta negli Articoli da 3 a 21 della Dichiarazione universale
dei diritti dell'uomo del 1948 e più tardi nella Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici del 1966.

I diritti umani di seconda generazione sono legati all'uguaglianza e cominciarono a essere riconosciuti dai
governi dopo la Seconda guerra mondiale. Essi sono fondamentalmente di natura economica, sociale e
culturale e garantiscono a membri diversi della cittadinanza condizioni e trattamenti uguali. I diritti
secondari includerebbero il diritto a essere occupato, i diritti all'abitazione e alle cure sanitarie, come pure
alla sicurezza sociale e alle indennità di disoccupazione. Come i diritti di prima generazione, anch'essi
furono contemplati dalla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, e ulteriormente incorporati negli
Articoli da 22 a 27 della Dichiarazione universale e nella Convenzione internazionale sui diritti economici,
sociali e culturali. Questi diritti sono talvolta indicati come diritti "rossi". Essi impongono al governo il
dovere di rispettarli, di promuoverli e di soddisfarli, ma questo dipende dalla disponibilità di risorse. Il
dovere è imposto allo stato perché esso controlla le proprie risorse. Nessuno ha direttamente il diritto
all'abitazione e il diritto all'istruzione. Il dovere del governo è di realizzare questi diritti come azione
positiva.

I diritti umani di terza generazione sono quei diritti che vanno al di là del mero aspetto civile e sociale,
come espresso in molti documenti progressisti di diritto internazionale, compresa la Dichiarazione di
Stoccolma del 1972 della Conferenza delle Nazioni Unite sull'ambiente umano, la Dichiarazione di Rio del
1992 sull'ambiente e lo sviluppo, e altri esempi di "legislazione morbida" generalmente ambiziosa. A causa
dell'attuale propensione verso la sovranità nazionale e la preponderanza delle potenziali nazioni
trasgressive, questi diritti sono stati difficili da promulgare in documenti giuridicamente vincolanti. Il
termine "I diritti umani di terza generazione" rimane in gran parte ufficioso, proprio come il soprannome,
anch'esso utilizzato, di diritti "verdi", e così contiene uno spettro estremamente ampio di diritti Alcuni paesi
hanno meccanismi costituzionali per la salvaguardia dei diritti di terza generazione. Per esempio, il
Commissario parlamentare ungherese per le future generazioni,[8] il Comitato per il futuro del Parlamento
finlandese e l'ex Commissione per le future generazioni nella Knesset israeliana. Alcune organizzazioni
internazionali hanno uffici per salvaguardare tali diritti. Un esempio è l'Alto commissario per le minoranze
nazionali (High Commissioner on National Minorities) dell'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione
in Europa. La Direzione generale per l'ambiente della Commissione europea ha come sua missione
"proteggere, preservare e migliorare l'ambiente per le generazioni attuali e future, e promuovere lo
sviluppo sostenibile". Alcune giurisdizioni hanno emanato norme per la protezione ambientale, ad es.
l'articolo costituzionale ribattezzato "forever wild" ("per sempre selvaggio") di New York,[9] che può essere
fatto valere mediante azione del Procuratore capo dello Stato di New York (Attorney General) o da
qualunque cittadino "Ex rel" (=Ex relatione, ossia se l'interesse del singolo cittadino è ritenuto rilevante
anche per l'interesse generale della giustizia) con il consenso della Sezione d'appello della Corte suprema di
New York.

3. STRUMENTI DI TUTELA COSTITUZIONALE DEI DIRITTI DELL'UOMO

L’azione costituzionale a tutela dei diritti umani si caratterizza per una particolare attenzione a: campagna
per una moratoria universale della pena di morte; promozione dei diritti delle donne e delle bambine, ed
in particolare le campagne contro le mutilazioni genitali femminili e i matrimoni precoci e forzati; tutela e
promozione dei diritti dei bambini; tutela della libertà di religione e credo e dei diritti degli appartenenti
alle minoranze religiose.
Allo stesso tempo, il nostro ordinamento è impegnato rispetto a una pluralità di ulteriori iniziative in
materia di protezione e promozione dei diritti umani in linea con gli obblighi assunti a livello internazionale
in tema di sostegno dei diritti civili, politici, economici, sociali e culturali.

4. STRUMENTI DI TUTELA INTERNAZIONALE DEI DIRITTI DELL'UOMO

La tutela dei diritti umani nell'ordinamento internazionale ha luogo sia mediante strumenti giuridicamente
non vincolanti sia mediante convenzioni internazionali che, una volta in vigore, vincolano gli stati che le
abbiano ratificate o vi abbiano aderito. La tipologia è la più varia.

Per quanto riguarda gli strumenti giuridicamente non vincolanti, occorre ricordare la Dichiarazione
universale dei diritti dell’uomo del 1948 e numerose risoluzioni approvate successivamente dall’Assemblea
generale delle Nazioni Unite. Molte clausole della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo sono però
diventate giuridicamente vincolanti poiché, nel tempo, si sono trasformate in diritto internazionale
consuetudinario. Inoltre la Dichiarazione ha costituito la base per la codificazione, mediante trattato, dei
diritti dell’uomo a livello universale o regionale. Tra gli strumenti giuridicamente non vincolanti occorre
menzionare anche quelli elaborati nel quadro dell’Organizzazione per la sicurezza e cooperazione in Europa
(Osce), che ha una concezione più ampia dei diritti umani, in quanto coinvolge non solo i rapporti tra
l’individuo e le istituzioni, ma anche i rapporti tra istituzioni (c.d. dimensione umana).

Venendo agli strumenti giuridicamente vincolanti, è opportuno innanzitutto menzionare le convenzioni


internazionali a livello universale, come la Convenzioni sul genocidio del 1948; la Convenzione europea sui
diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali del 1950; la Convenzione sui rifugiati del 1951; i due Patti delle
Nazioni Unite del 1966: il Patto sui diritti civili e politici e il Patto sui diritti economici, sociali e culturali; e la
Convenzione contro la tortura del 1984. Alcune di queste convenzioni prevedono meccanismi di controllo e
garanzia. All’attuazione della Convenzione europea sui diritti dell’uomo, per esempio, è preposta la Corte
europea per i diritti umani, che decide con sentenza e che è aperta ai ricorsi individuali. La Corte europea
sui diritti umani costituisce però più un’eccezione che la regola. Il Patto sui diritti civili e politici ha come
meccanismo di controllo azionabile da individui solo il Comitato dei diritti umani, la cui procedura si
conclude con una “constatazione”, che ha una mera efficacia di raccomandazione rivolta allo stato.
Tuttavia, il Comitato è previsto da un protocollo facoltativo, che vincola esclusivamente gli stati che lo
hanno ratificato. L’Italia ne è parte, così come è parte di tutte le convenzioni sopra menzionate

5. STRUMENTI DI TUTELA COMUNITARIA DEI DIRITTI DELL'UOMO

Per molti anni l’obiettivo principale delle Comunità è stato quello di giungere ad una completa e definitiva
liberalizzazione degli scambi e all’abolizione di tutti gli ostacoli di natura commerciale tra gli Stati membri. Il
contrasto fra “Europa economica” e “Europa politica e sociale” è apparso evidente tanto è vero
che nessuno dei Trattati istitutivi delle Comunità del 1957 conteneva norme relative alla tutela dei diritti
dell’uomo. Solo il progetto della CED (Comunità Europea di Difesa) prevedeva espressamente l’obbligo del
rispetto delle libertà e dei diritti fondamentali degli individui, ma il progetto non entrando mai in vigore,
restò di vaga portata. I primi riferimenti ad alcuni diritti fondamentali quali la libertà di circolazione delle
merci, delle persone, dei servizi e dei capitali e il divieto di non discriminazione in base alla nazionalità e al
sesso sono contenuti nel trattato istitutivo della Comunità Europea. Tali libertà, che venivano riconosciute e
tutelate, non erano altro che strumentali alla realizzazione del mercato unico, nell’intenzione degli Stati che
avevano ratificato il trattato, quest’ultimo non doveva altro che essere una regolamentazione giuridica di
una integrazione economica con la conseguenza che l’individuo non veniva tutelato come persona ma solo
come protagonista di quel complesso mondo economico in cui cooperano gli Stati, come operatore
economico puro e semplice. Questa spiegazione è supportata dal fatto che la prima Comunità che venne
creata aveva compiti prettamente tecnici che non lasciavano presagire alcuna interferenza coni diritti
fondamentali. In alcuni Stati, che stavano per ratificare il trattato, c’era, inoltre, il timore che l’inserimento
di una Carta dei diritti fondamentali non avrebbe più posto limiti al campo d’azione comunitario. Si pensava
che la Comunità avrebbe tutelato non solo gli interessi economici ma anche quelli politici. La mancanza di
disposizioni in ambito comunitario si scontra con la constatazione che gli Stati firmatari del trattati,
all’interno del loro ordinamento giuridico riconoscevano e tutelavano un numero più o meno ampio di
diritti umani, lasciando supporre un’adeguata tutela in tal senso anche nell’ipotesi in cui con gli atti
comunitari fossero stati violati i diritti umani fondamentali.

La possibilità che l’attività legislativa degli organi comunitari possa violare i diritti umani fondamentali nasce
dal fatto che gli Stati membri delle Comunità Europee, ratificando i trattati istitutivi delle stesse, hanno
conferito alcune competenze agli organi comunitari, quest’ultimi possono emanare, in tali materie, degli
atti che incidono direttamente sull’ordinamento degli Stati membri. La mancanza nell’ordinamento
comunitario di una norma precisa che imponga il rispetto dei diritti fondamentali, e mancando un elenco
dei diritti ritenuti fondamentali, i cittadini degli Stati membri non sono tutelati dinanzi ad atti che li violino.

La Corte di Giustizia Europea aveva sottolineato, negli anni ’50 e ’60, la limitazione della propria
competenza all’interpretazione del diritto comunitario, escludendo di poter tenere in debito conto non solo
dei diritti sanciti dal Trattato ma anche di quelli appartenenti alle Costituzioni degli Stati membri. A seguito
dell’atteggiamento di netta chiusura, la Corte Costituzionale italiana intervenne con la
sentenza Frontini del 1973con la quale dichiarò che il trasferimento di competenze alla Comunità e le
conseguenti limitazioni alla sovranità italiana “possono comportare per gli organi della CEE un
inammissibile potere di violare i principi fondamentali del nostro ordinamento costituzionale e i diritti
inalienabili della persona”. Nel caso ci fosse stata una aberrante interpretazione del Trattato CEE, la Corte
assicurava il sindacato giurisdizionale sulla perdurante compatibilità del trattato con i principi fondamentali.
Le posizioni della Corte italiana e successivamente l’intervento di quella tedesca, hanno portato la Corte di
giustizia a un mutamento della sua iniziale posizione, arrivando a affermare che i diritti umani fanno parte
dei principi generali del diritto comunitario di cui la Corte garantisce l’osservanza, e ad elaborare il concetto
secondo il quale i diritti fondamentali dell’uomo devono essere tutelati come parte integrante dei principi
generali dell’ordinamento comunitario.

Nonostante i principi affermati dalla Corte di Giustizia, della tutela dei diritti umani continuava a non
esserci traccia nei trattati istitutivi. Nell’Atto Unico Europeo del 1986 la questione era stata affrontata solo
nel Preambolo, dove si dichiarava la volontà degli Stati “di promuovere insieme la democrazia, basandosi
sui diritti fondamentali riconosciuti dalle Costituzioni degli Stati membri, dalla CEDU e dalla Carta sociale
europea”. Soltanto con il Trattato di Maastricht fu approvato l’attuale articolo 6 che afferma che “l’Unione
rispetta i diritti fondamentali quali sono garantiti dalla Convenzione di Roma del 1950 sui diritti dell’uomo e
le libertà fondamentali, oltre che dalle tradizioni costituzionali comuni degli Stati membri, come principi
generali di diritto comunitario”.

La norma introdotta nel Trattato di Maastricht non è stata esaustiva; l’utilizzazione della CEDU come fonte
non viene ampliata, così come la Comunità non viene sottoposta al giudizio della Corte dei diritti dell’uomo,
lasciando i cittadini privi della possibilità di avvalersi del meccanismo di tutela previsto dalla Convenzione
stessa. La norma in questione, inoltre, non solo fa riferimento a generici mezzi necessari di cui si dota
l’Unione per tutelare questi diritti ma, sebbene impegni a rispettare i diritti garantiti dalla Convenzione, non
risolve la questione dell’eventuale adesione della Comunità alla CEDU sancendone l’obbligatorietà.

Il tema dell’adesione della Comunità Europea alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo è stato
ampiamente discusso negli anni ’80 in riferimento alla questione dei mezzi più idonei a assicurare la tutela
dei diritti dell’uomo nell’ambito della Comunità. Già nel 1979 la Commissione europea aveva presentato al
Parlamento Europeo e al Consiglio un memorandum nel quale si dichiarava favorevole all’adesione formale
della Comunità alla CEDU. L’atteggiamento negativo del Consiglio dell’Unione aveva, però, lasciato cadere
l’argomento fino al 1990 quando la Commissione ha di nuovo proposto il tema dell’adesione, chiedendo
formalmente al Consiglio di domandare l’adesione delle Comunità alla CEDU. Tre anni dopo il Consiglio ha
preso la decisione di richiedere l’opinione della Corte di giustizia sulla compatibilità dell’accordo di adesione
con le disposizioni del Trattato. Quest’ultima con il parere 2/94 ha negato la competenza della Comunità ad
aderire alla Convenzione, poiché si determinerebbe l’inserimento della Comunità in un diverso sistema
istituzionale, nonché l’integrazione delle disposizioni della Convenzione nell’ordinamento comunitario.

CAPITOLO 2 - PRINCIPI FONDAMENTALI


1. INTRODUZIONE

Nella parte iniziale della Costituzione sono situati i principi fondamentali, in ossequio ad una precisa scelta
da parte dei Costituenti. Tale scelta è consistita nell'evitare di collocare i principi fondamentali in sede di
preambolo, al fine di conferire loro una maggiore effettività. Questi principi non sono soggetti a modifica o
revisione costituzionale in quanto rappresentano valori inderogabili dell'ordinamento.

Dal quadro dei principi fondamentali si evince la forma dello stato sociale di diritto che, per garantire eguali
libertà e dignità a tutti i cittadini, si fa carico di intervenire a tutela dei principi fondamentali.

2. IL PRINCIPIO DEMOCRATICO

Ai sensi dell'art. 1 Cost. l'Italia è una repubblica democratica, stato risultante dal referendum del 1946
posto come valore fondante dell'ordinamento.

Il lavoro, presente nel primo comma, è da intendersi quale strumento democratico di sviluppo della
personalità umana.

Al secondo comma, viene enunciato il principio della sovranità popolare, per effetto del quale la
maggioranza che governa ha il dovere di non impedire che la minoranza possa far sentire la sua voce
(principio dell'alternanza).

3. I DIRITTI INVIOLABILI

Ai sensi dell'art. 2 la Costituzione riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo che
nelle formazioni sociali, dove si richiede l'adempimento di doveri inderogabili di solidarietà politica,
economica e sociale, e la tutela della persona davanti allo stato.
I diritti inviolabili previsti rappresentano un nucleo di regole inderogabili, sottratte al potere di revisione
costituzionale, contraddistinte da vari requisiti: sono suscettibili di bilanciamento, sono indisponibili e
intrasmissibili, sono immediatamente efficaci e sono imprescrittibili e non usucapibili.

Il valore della solidarietà e della tutela personale e collettiva è un elemento centrale dello stato sociale,
finalizzato alla realizzazione di condizioni di eguaglianza sostanziale.

4. IL PRINCIPIO DI EGUAGLIANZA

Ai sensi dell'art. 3 la Costituzione sancisce che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali
davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche e
condizioni sociali ed economiche. Sancisce, inoltre, che è compito dello stato rimuovere gli ostacoli di
ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona.

Il primo comma dell'art. 3 enuncia il principio di eguaglianza formale, già presente nelle costituzioni
ottocentesche. Si tratta dell'affermazione del principio di eguale soggezione di tutti dinanzi al diritto, senza
distinzioni alcune.

Il secondo comma, invece, sancisce il principio di eguaglianza sostanziale. Si tratta dell'impegno da parte
dello stato di ridurre le distanza sociali per realizzare effettive condizioni di eguaglianza.

5. IL PRINCIPIO LAVORISTA

L'art. 1 della costituzione afferma che l'Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro.

Si confrontano due diverse visioni del lavoro, una che identificava lo stesso nel lavoro dipendente, l'altra
che lo identificava in qualsiasi attività che concorre al progresso della società. Quest'ultima visione è quella
che ha prevalso nella costituzione.

Ai sensi dell'art. 4 la Costituzione riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro promuovendo le condizioni
che rendono effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha però il dovere di svolgere un'attività o una funzione
che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

Il lavoro ricopre una posizione centrale nel nostro ordinamento, è lo strumento necessario per
l'affermazione dell'individuo ma è anche uno strumento di progresso materiale e sociale. Il diritto al lavoro
si configura come diritto di libertà, in quanto ogni cittadino deve essere libero di scegliere quale attività
lavorativa svolgere, e come diritto civico, in quanto ogni cittadino ha il diritto di pretendere dallo stato un
facere per promuovere le condizioni che lo rendano effettivo.

6. IL PRINCIPIO AUTONOMISTICO

Ai sensi dell'art. 5 la Costituzione riconosce e promuove le autonomie locali (regioni, comuni e province),
sancendo l'unità e l'indivisibilità della repubblica, ovvero l'attuazione del più ampio decentramento
amministrativo al fine di avvicinare ai destinatari i servizi e le funzioni dello stato.

7. LA TUTELA DELLE MINORANZE LINGUISTICHE

All'art. 6 la costituzione tutela le minoranze linguistiche, promuovendo e valorizzando le autonomie locali e,


più in generale, del cd stato comunità.
Tale disposizione non si riferisce solo al riconoscimento delle minoranze linguistiche sul territorio ma offre
una tutela vera e propria al fine di conservarne il patrimonio culturale.

8. IL PRINCIPIO DI LAICITA'

Agli artt. 7 e 8 la costituzione sancisce i rapporti tra stato e chiesa, riconoscendoli come indipendenti e
sovrani. Lo stato italiano è una Repubblica laica e aconfessionale, sebbene manchi nella nostra costituzione
l'espressa affermazione del principio di laicità.

La giurisprudenza costituzionale ha agglomerato ulteriori principi di laicità: il pluralismo confessionale, il


divieto di discriminazione fra i culti, la distinzione degli ordini e l'equidistanza e l'imparzialità della
legislazione rispetto a tutte le fedi religiose.

I rapporti tra stato e chiesa sono regolati dai Patti Lateranensi del 1929 per risolvere la cd questione
romana, sancendo che tutte le confessioni sono egualmente libere davanti alla legge purchè non
contrastino con l'ordinamento giuridico.

Si evidenzia, comunque, una situazione di tutela privilegiata della confessione cattolica rispetto alle altre, in
considerazione del diverso strumento giuridico di regolazione dei rapporti con lo stato e tenuto conto che
la stipula di intese costituisce un'attività del tutto discrezionale dello stato.

9. LO STATO DI CULTURA

Ai sensi dell'art. 9 la costituzione promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica, oltre a
tutelare il patrimonio storico e artistico della nazione, salvaguardando la libertà dell'arte e della scienza.

La tutela dell'ambiente rientra nella competenza esclusiva dello stato, mentre la valorizzazione dei beni
culturali e ambientali rientra tra le materie di competenza tra stato e regioni.

10. LA CONDIZIONE GIURIDICA DELLO STRANIERO

All'art. 10 l'ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme internazionali. La condizione giuridica
dello straniero è regolata dalla legge in conformità dei trattati internazionali.

Nella nozione di straniero si possono distinguere: il rifugiato politico, cioè chi nel timore di essere
perseguitato per motivi di razza, religione o appartenenza a un gruppo sociale, si trova fuori dallo stato di
cui possiede cittadinanza e non può chiedere la protezione dello stato; il richiedente asilo, ossia chi richiede
il soggiorno in uno stato per sottrarsi alla giustizia o all'autorità di un altro stato chidendone la protezione; il
profugo, cioè chi è costretto ad abbandonare la propria terra a causa di guerre, persecuzioni di diritti umani
o catastrofi di vario tipo.

Per i cittadini dei paesi dell'UE si applica il principio della libera circolazione, mentre per i cittadini non
appartenenti all'UE si applicano i principi concernenti la disciplina dell'immigrazione e le norme sulla
condizione dello straniero. In particolare, viene consentito l'ingresso nel territorio allo straniero in possesso
di passaporto valido o di documento equipollente e il visto d'ingresso rilasciato dalle autorità diplomatiche
o consolari italiane nello stato di origine o di residenza dello straniero.

Nei confronti dello straniero deve essere garantito il rispetto dei diritti fondamentali della persona umana.

La L. 94/2009 ha introdotto il reato di clandestinità per lo straniero che illegalmente entra o si trattiene sul
territorio italiano, punibile con un'ammenda che va dai 5000 ai 10000 €. L'espulsione dello straniero è
disposta in via amministrativa dal Ministero dell'Interno o dal Prefetto oppure dal giudice a titolo di misura
di sicurezza o alternativa alla detenzione.

CAPITOLO 3 - DIRITTI E DOVERI DEI CITTADINI


SEZIONE I - RAPPORTI CIVILI

1. PREMESSA

La Costituzione tutela i diritti e le libertà fondamentali, ossia quelle libertà inviolabili della persona, sia di
carattere individuale, sia di natura collettiva, che preesistono all’ordinamento giuridico, e che consentono
all’individuo di esprimere liberamente la propria personalità.

Considerato il carattere innato di tale categoria di diritti, la Costituzione garantisce il riconoscimento di essi
non solo ai cittadini, ma a tutti gli individui (anche gli stranieri), essendo patrimonio di ogni uomo.

2. LA LIBERTA' PERSONALE

La libertà personale è il più importante dei diritti inviolabili ed è anche la principale libertà negativa
riconosciuta sia ai cittadini che agli stranieri e agli apolidi in quanto presenta un carattere universale e
afferisce all'essere umano e alla piena disponibilità della propria persona, a prescindere della sua
nazionalità e da qualsiasi altro elemento di discriminazione.

Consiste nel diritto del singolo a non subire coercizioni, restrizioni fisiche ed arresti, che ne impediscano o
limitino i movimenti e le azioni sancendo, così, l’inviolabilità della persona (habeas corpus), nei confronti
soprattutto di potenziali abusi delle pubbliche autorità.

La libertà della persona costituisce il presupposto logico e giuridico per l’esercizio di tutte le altre libertà
garantite dalla Costituzione e rappresenta la condizione prima ed essenziale affinché l’individuo possa
godere dell’autonomia ed indipendenza necessarie per esercitare ogni altro diritto di libertà.

La Corte costituzionale ha escluso che possano rientrare nella tutela della libertà personale eventuali
limitazioni di lievi entità previste dalla legge che rispettino interessi superiori (salute e sicurezza pubblica) e
non siano giuridicamente degradanti.

L’art. 13 Cost., dopo aver dichiarato l’inviolabilità della libertà personale, afferma che non è ammessa
alcuna forma di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della
libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge.
In tale disposizione si possono individuare tre garanzie fondamentali:

– la riserva di legge (assoluta), che consiste nell’attribuzione in via esclusiva al potere legislativo della
competenza a disciplinare la materia relativa ai casi ed alle modalità in cui si può legittimamente limitare la
libertà personale di un individuo. Tale conferimento esclusivo al legislatore è finalizzato a vietare qualsiasi
intervento, in materia di misure restrittive della libertà, della potestà normativa secondaria (riservata al
potere esecutivo), per garantire al cittadino che solo il Parlamento è abilitato, con legge, a regolare la
materia. Bisogna precisare che si tratta di una riserva rinforzata, in quanto qualsiasi legge che regoli le
restrizioni della libertà personale deve attenersi scrupolosamente ai principi stabiliti dall’art. 13 Cost. La
potestà del legislatore ordinario di adottare misure che comportino restrizioni della libertà personale deve
essere esercitata tenendo presente i seguenti limiti di contenuto: il principio di tassatività o
determinatezza, in base al quale le norme penali devono essere formulate in modo chiaro e determinato; la
ratio è di obbligare il legislatore ad individuare con precisione il fatto che costituisce reato e, quindi, evitare
che il giudice possa stabilire da solo e in modo arbitrario i comportamenti che costituiscono reato. Questo
principio costituisce anche una garanzia per l’imputato che può difendersi solo se è chiaro il reato di cui è
accusato. Logica conseguenza di tale principio è quello del divieto di interpretazione analogica, secondo il
quale la legge non si applica ai casi similari non espressamente individuati; il principio di colpevolezza, in
base al quale soltanto nel caso in cui sia riscontrata una condotta colpevole può essere comminata una
sanzione. La condotta può essere sia dolosa che colposa; il principio della personalità della responsabilità
penale, in base a cui nessuno può essere considerato penalmente responsabile di fatti commessi da terzi.
Nel campo penale ogni soggetto, infatti, è solo responsabile dei fatti a lui riferibili a titolo di colpa o dolo ed
il novero dei casi di responsabilità oggettiva va sempre più restringendosi;il principio di offensività e lesività
del reato, dovendo la norma tutelare esclusivamente beni o interessi costituzionalmente rilevanti; non
costituisce, pertanto, una condotta criminosa la semplice disobbedienza che non porti ad una lesione di un
bene o di un interesse tutelato di rango minore;

– la riserva di giurisdizione, che consiste nell’attribuzione all’autorità giudiziaria la competenza


all’emanazione dei provvedimenti restrittivi della libertà personale, cioè del riconoscimento a tutti
dell’inviolabilità della propria libertà personale di cui all’art. 13 Cost. Solo il giudice, infatti, in veste di
autorità super partes è in grado di offrire garanzie d’imparzialità;

– l’obbligo della motivazione che deve necessariamente accompagnare ogni provvedimento giurisdizionale
che limiti la libertà personale. Tale obbligo costituisce un’importante garanzia in quanto impone al giudice
di indicare espressamente i fatti, i motivi e, conseguentemente, l’iter logico che ha giustificato l’adozione
del provvedimento restrittivo, per dimostrare che ha applicato e rispettato la legge.

3. LA LIBERTA' DI DOMICILIO

L’art. 14, comma 1, Cost. sancisce l’inviolabilità e l’intangibilità del domicilio.

Nel sistema delle libertà fondamentali, la libertà di domicilio rappresenta una forma di espressione della
libertà personale indipendentemente dal titolo che lega l’individuo al luogo in cui permane, in quanto si
concreta nella proiezione spazia- le della persona e della sua libertà personale per mettere l’individuo al
riparo da intrusione esterna da parte di terzi nel luogo in cui si trova. Ciò spiega perché tale libertà è
assistita dalle stesse garanzie previste per la libertà personale.

La libertà di domicilio è indistintamente riconosciuta a tutti, vale a dire non solo ai cittadini, ma anche agli
stranieri e agli apolidi ed implica: la libertà di scegliere il luogo dove stabilire il proprio domicilio; la libertà
di svolgere all’interno del proprio domicilio qualsiasi attività lecita si ritenga opportuno; il diritto di
impedire a chiunque, se non autorizzato dalla legge, di violare il proprio domicilio.

Il concetto di domicilio va inteso in un’accezione molto più ampia di quella civilistica e ricomprende non
solo l’abitazione, ma anche il luogo dove il soggetto svolge la propria attività lavorativa, la sua dimora
occasionale, in pratica ogni sito dal quale il titolare ha intenzione di escludere la presenza dei terzi, per
difendere l’intimità della propria vita affettiva o i propri interessi spirituali, culturali o sociali. Sotto questo
profilo la libertà di domicilio tutela parallelamente anche il diritto alla riservatezza.

La libertà di domicilio, infine, è riconosciuta anche a tutte le formazioni sociali sia riunite in comunità
paritarie che gerarchicamente ordinate.

L’inviolabilità del domicilio si può estendere anche alle persone giuridiche e agli enti di fatto purché la
nozione di domicilio sia corrispondente a quella prevista dalla Costituzione.

Per quanto, invece, attiene alla titolarità del diritto di ammettere o escludere un terzo dal proprio
domicilio, esso è da attribuire alla singola persona che legittimamente vi abita o dimora, mentre per
domicili in cui abitano più persone è da distinguere tra: comunità gerarchicamente ordinate, ove il diritto
spetta al superiore anche se gli inferiori possono esclude- re il terzo da locali ad essi specificamente
destinati; comunità paritarie. In questo caso il diritto spetta a tutti, anche se l’opposizione di una perso- na
prevale sulla volontà di colui che intende ammettere un terzo.

A tutela dell’inviolabilità del domicilio vigono le stesse regole e garanzie previste dall’art. 13, per cui non
possono essere eseguite perquisizioni, ispezioni, sequestri se non nei modi stabiliti dalla legge secondo le
garanzie prescritte. In particolare: l’ispezione è mezzo di ricerca della prova diretto ad acquisire conoscenza
dei fatti e serve per accertare le tracce e gli effetti materiali del reato; la perquisizione è, invece, finalizzata
ad acquisire il corpo del reato o le cose pertinenti ad esso; il sequestro (penale) crea l’indisponibilità delle
cose oggetto del reato o di quelle che servono a procurare le prove o tende ad impedire la commissione del
reato.

Tale inviolabilità è però esclusa in caso di accertamenti per motivi di sanità ed incolumità pubblica o a fini
economici e fiscali.

In ogni caso gli interventi dell’autorità amministrativa sono diretti a meri fini conoscitivi, non essendo
ammissibile l’adozione di misure coercitive senza un provvedimento preventivo o successivo del giudice.

4. LA LIBERTA' E LA SEGRETEZZA DELLA CORRISPONDENZA

Ai sensi dell'art. 15 la costituzione sancisce la libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra
forma di comunicazione, salvo riguardi per atto motivato dell'autorità giudiziaria con le garanzie stabilite
dalla legge.

L'ambito dell'applicazione attiene ai casi di corrispondenza, epistolare, telefonica, informatica, e di


comunicazioni di ogni forma, destinate a soggetti determinati ed individuati.

5. LA LIBERTA' DI CIRCOLAZIONE

La libertà di circolazione comprende sia la libertà di espatrio che la libertà di scegliere il luogo dove
esercitare le proprie attività economiche,che la libertà di circolazione nel territorio.

La libertà di espatrio,cioè la libertà di uscire e rientrare nel territorio della Repubblica,è sottoposta dal terzo
comma, agli obblighi di legge.
La libertà di circolazione può essere limitata solo per motivi di sanità e di sicurezza stabiliti dalla legge in via
generale(ovvero senza discriminazioni,nel rispetto del principio di uguaglianza sancito all'art.3).Trattasi di
riserva di legge rafforzata per contenuto. Il termine sicurezza,non implica solo l'incolumità fisica delle
persone,ma anche il quieto vivere civile,comprensivo della pubblica moralità. Si parla in questo senso di
ordine pubblico in senso ideale,e non solo materiale.

6. LA LIBERTA' DI RIUNIONE

Per le riunioni, anche in luogo aperto al pubblico, non è richiesto preavviso.

Delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità, che possono vietarle soltanto per
comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica.

Per riunione si intende la compresenza volontaria di più persone nello stesso luogo. Sono da considerarsi
riunioni anche i cortei, le manifestazioni spontanee, le cerimonie, le assemblee.

Il diritto di riunione rappresenta il presupposto di altri diritti come ad esempio il diritto della libera
manifestazione del pensiero, libera manifestazione di culto.

7. LA LIBERTA' DI ASSOCIAZIONE

Lo stato può creare enti a struttura associativa per il raggiungimento di fini pubblici da cui deriva l’obbligo
di associarsi. La legge può dunque imporre l’appartenenza obbligatoria ad un’associazione qualora essa sia
giustificata da un interesse pubblico rilevante. L’associazione stessa decide come organizzarsi ma non potrà
mai impedire al singolo associato il diritto di recesso.

L’istituzione dell’associazione può avvenire senza autorizzazione.

Vi è una riserva di legge rinforzata: solo la legge penale può limitare il diritto di associazione,e solo qualora
esso sfoci in fini vietati ai singoli. Ciò vuol dire che l’associazione è illecita solo qualora persegua fini che
sarebbero illeciti anche per il singolo.

Tre sono le associazioni vietate esplicitamente: la riorganizzazione del disciolto partito fascista (disposizioni
transitorie) per incompatibilità con i principi della Repubblica; le associazioni segrete, definite dalla
associazioni che, anche all’interno di associazioni palesi, occultando la loro esistenza, svolgono attività
diretta ad interferire sull’esercizio delle funzioni di organi costituzionali, di amministrazioni pubbliche, di
enti pubblici nonché di servizi pubblici essenziali di interesse nazionale.

8. LA LIBERTA' RELIGIOSA

La libertà religiosa è la libertà di cambiare religione o di non professarne alcuna, di manifestarla


nell'insegnamento, nella pratica, nell'adorazione e nell'osservanza, conservando gli stessi diritti dei cittadini
che hanno fede differente. Comprende quindi anche il diritto, per i gruppi religiosi, di testimoniare e
diffondere il proprio messaggio nella società, senza per questo essere oggetto di disprezzo o di
persecuzione.

Nel costituzionalismo moderno, il riconoscimento della separazione tra Stato e Chiesa è contenuto per
primo nell'emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d'America.
In Italia la Costituzione tutela questo diritto attraverso il principio di laicità dello Stato. Inoltre concorrono
leggi apposite, come il Concordato fra Stato e Chiesa cattolica (chiamato nella sua prima stesura col nome
di Patti Lateranensi), e intese analoghe fra lo Stato ed altre religioni, nonché un certo contenzioso
giurisdizionale.

Poiché la società italiana sta conoscendo un rapido cambiamento alcuni autori evidenziano alcuni potenziali
rischi per la libertà religiosa e la necessità di sforzi adeguati per salvaguardarla.

9. LA LIBERTA' DI MANIFESTAZIONE DEL PENSIERO

L'art. 21 sancisce che tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero, attraverso la parola,
lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. Viene tutelata la stampa che non può essere soggetta ad
autorizzazioni o censure se non per atto motivato dall'autorità giudiziaria nei casi di delitti o nei casi di
violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l'indicazione dei responsabili.

Sono vietate, comunque, le manifestazioni o le pubblicazioni che violano il buon costume, che rientrino nel
reato di istigazione e di apologia (reati di opinione) previsti dal diritto penale. Con tali figure di reato non
viene punita la manifestazione di pensiero in sè bensì i comportamenti che potrebbero mettere in pericolo
l'ordine pubblico.

10. IL DIRITTO ALLA CAPACITA' GIURIDICA, ALLA CITTADINANZA E AL NOME

Secondo l'art. 22 nessuno può essere privato, per motivi politici, della capacità giuridica, della cittadinanza
e del nome. Tale articolo mira a scongiurare il rischio che qualcuno possa essere privato dei beni essenziali
indefettibili della persona.

11. I PRINCIPI COSTITUZIONALI IN TEMA DI FUNZIONE GIURISTIZIONALE: IL DIRTTO ALLA DIFESA

L'art. 24 sancisce che tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e dei propri interessi
legittimi.

Le situazioni giuridiche soggettive contemplate in tale articolo, sono: il diritto soggettivo, consistente nel
potere di agire per il soddisfacimento dei propri interessi; l'interesse legittimo, consiste nell'interesse alla
legittimità dell'azione amministrativa, cioè a che la PA si conformi alle norme imposte dall'ordinamento.

11.1 Il diritto al giudice naturale

Il principio del giudice naturale costituisce un diritto dell'uomo espressamente sancito dalla Dichiarazione
Universale dei Diritti dell'Uomo e della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle
libertà fondamentali, ma già incardinato negli ordinamenti giuridici degli stati di diritto.

Nell'ordinamento italiano è contemplato dall'art. 25 della Costituzione della Repubblica Italiana: la Corte
costituzionale, con la sentenza n. 50 del 27 aprile 1963, ha precisato che con l'espressione giudice naturale
non ci si riferisce soltanto al giudice competente per la pronunzia finale, ma ricomprende anche quello
competente su qualsiasi fase e grado del giudizio.
12. IL PRINCIPIO DI LEGALITA' E DI RETROATTIVITA' IN AMBITO PENALE

Il principio di legalità penale è un principio giuridico in base al quale sia il fatto che costituisce reato sia la
sanzione che si ricollega alla sua commissione devono essere espressamente previsti dalla legge.

Il principio di legalità è il principio che vieta di punire qualunque fatto che, al momento della commissione,
non sia espressamente previsto come reato e di sanzionarlo con pene che non siano espressamente
previste dalla legge.

Il diritto penale, lungo l'arco della sua storia, è stato contrassegnato dalla contrapposizione dialettica di due
diversi modi di intendere il principio di legalità, che riflettono due diversi modi di concepire il rapporto tra
individuo e Stato. Così, fra le esigenze della certezza del diritto da una parte e di giustizia sostanziale
dall'altra, si è pervenuti all'elaborazione di due diversi principi: Legalità Formale e Legalità Sostanziale.

La Legalità Formale ovvero nulla poena sine lege, dal quale discendono due irrinunciabili corollari: non sono
punibili le azioni che non siano espressamente incriminate dalla legge, anche se socialmente pericolose;
sono punibili le azioni che pur non essendo socialmente pericolose, sono espressamente incriminate. Il
principio di legalità formale esprime così una scelta politica garantista e liberale. In tal modo, infatti, la
libertà veniva limitata nella misura essenziale per assicurare la pace. D'altro canto limiti rigidi erano imposti
alla funzione giurisdizionale, a vantaggio del legislatore, rappresentante del popolo. La fiducia illuministica
nella ragione dell'uomo si concretizzava poi nel pensiero che la legge, in quanto traduzione materiale di
principi naturali, fosse cosa intrinsecamente giusta, e che la certezza dello strumento-legge dovesse essere
massima, per adempiere così al significato eccezionale della pena.

La Legalità Sostanziale ovvero nullum crimen sine iniuri: si sostanziale intende che il diritto penale è
destinato a limitare e a comprimere la libertà individuale attraverso sanzioni afflittive, come extrema-ratio.
È il principio di non punibilità dei fatti non socialmente pericolosi. L'idea sulla quale si fonda è che ciò che
imprime al fatto il carattere della criminosità è la sua pericolosità sociale. Inteso in tal modo il principio in
discorso, non vi è interfaccia giuridica fra il fatto e la sanzione. Il fatto cioè, assume il significato socialmente
attribuito. La scelta politica sottesa è infatti di tipo collettivistico utilitarista, a favore della difesa sociale

Il principio di legalità è previsto dall'art. 25, comma 2° che stabilisce che nessuno può essere punito se non
in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso. La Costituzione italiana accoglie
una concezione che taluni definiscono non del tutto formale, ovvero sostanziale-formale.

Reato deve quindi essere considerato: il fatto previsto dalla legge, irretroattivamente, in forma tassativa,
materialmente estrinsecantesi nel mondo esteriore, offensivo di valori costituzionali (taluni qui sostengono
invece di valori non incostituzionali), attribuibile al soggetto causalmente e psicologicamente, sanzionato
con pene proporzionali al rilievo del valore tutelato. Taluni, in dottrina, sono acerrimi avversari della
presente impostazione, che sancisce la presenza nel nostro ordinamento del principio di offensività.

13. IL DIVIETO DI ESTRADIZIONE PER MOTIVI POLITICI

L'estradizione è un istituto che prevede la consegna di un soggetto da parte dello Stato in cui si trova, a
quello che ne fa richiesta, per procedere penalmente nei suoi confronti (estradizione processuale) o per
dare esecuzione a una sentenza definitiva di condanna (estradizione esecutiva).
L'estradizione può essere di due tipi diversi: attiva, quando è lo Stato italiano a chiedere a un altro Stato la
consegna di una persona; passiva, quando è uno Stato straniero a chiedere allo Stato italiano, di
consegnargli un soggetto per procedere penalmente nei suoi confronti.

L'estradizione è contemplata a livello costituzionale che non la ammette per motivi politici e oltre a
ribadirne l'inammissibilità per reati politici, la consente per il cittadino solo se espressamente prevista dalle
convenzioni internazionali.

Alla luce di quanto esposto emerge che l'istituto è sottoposto a limiti e condizioni: in virtù del principio
della doppia punibilità o incriminabilità, l'estradizione non può essere né concessa né offerta se il fatto per
il quale viene avanzata la richiesta non è previsto come reato sia dalla legge italiana che straniera; il
cittadino, ma anche lo straniero, non possono essere estradati per motivi politici; l'estradizione non può
essere concessa se c'è ragione di ritenere che l'imputato o il condannato subirà atti discriminatori o
persecutori a causa della sua razza, religione, sesso, lingua, nazionalità, idee politiche, condizioni sociali o
personali o trattamenti degradanti, inumani e crudeli, che configurano la violazione di uno dei diritti
fondamentali della persona; l'estradizione non può essere accordata se il fatto per cui è richiesta è punito
dalla legge straniera con la pena di morte, a meno che non è previsto un meccanismo di commutazione in
una pena detentiva; nel rispetto del principio di specialità, una volta ottenuta l'estradizione, non si può
procedere nei confronti del soggetto estradato per fatti verificatisi anteriormente o comunque diversi
rispetto a quelli che sono alla base del provvedimento, a meno che lo Stato estradante non esprima il suo
consenso (estradizione suppletiva) e sempre che l'estradato, pur avendone avuto la possibilità, non ha
lasciato lo Stato a cui è stato consegnato entro 45 giorni dalla sua liberazione definitiva o quando, pur
avendolo lasciato, vi ha poi fatto ritorno; l'estradizione non viene concessa dal Ministro della giustizia se
rischia di compromettere la sovranità, la sicurezza o altri interessi essenziali dello Stato; il Ministro della
Giustizia, se l'accordo internazionale gli consente di rifiutare l'estradizione, ma non ne regola l'esercizio, ha
il potere di rigettare l'estradizione valutando la gravità del fatto, la rilevanza degli interessi danneggiati dal
reato e le condizioni personali del soggetto per cui viene richiesta; l'estradizione non può essere concessa
nei casi e per i reati espressamente vietati dalle convenzioni internazionali; per il principio del ne bis in
idem "chi è già stata giudicato in Italia non può essere estradato per essere nuovamente processato in un
altro paese per lo stesso fatto"; infine è rifiutata se per ragioni di salute o di età comportino il rischio di
conseguenze di eccezionale gravità per la persona.

Nel momento in cui uno Stato straniero vuole ottenere l'estradizione di un imputato o di un condannato,
deve presentare domanda allo Stato ospitante. All'istanza deve essere allegato il provvedimento che
dispone la restrizione della libertà o la sentenza di condanna alla reclusione e i seguenti documenti: una
relazione indicante i fatti per i quali viene chiesta l'estradizione, il tempo, il luogo e la qualificazione
giuridica degli stessi; il testo delle norme di legge applicabili; il provvedimento che prevede la
commutazione della pena di morte, nei casi in cui è prevista dall'ordinamento; i dati segnaletici e ogni altra
informazione utile a identificare la persona per la quale si chiede presenta l'istanza.

In Italia, competente a concedere l'estradizione, è il Ministro della Giustizia. Egli può concederla o meno,
dopo aver verificato l'osservanza delle condizioni di specialità e di quelle ulteriori eventualmente previste.
In particolare il Ministero può: concedere l'estradizione della persona che ha dato il suo consenso in
presenza del difensore ed eventualmente dell'interprete e risultante da verbale, a meno che non sussistano
ragioni ostative. Da notare che il consenso del soggetto per cui si chiede l'estradizione rende superflua la
decisione favorevole della Corte d'Appello, anche se, in entrambi i casi, l'estradizione non è obbligatoria;
decidere di subordinare la concessione a condizioni ulteriori che ritiene opportune; non accogliere la
domanda di estradizione, provvedendo, in questo caso, a comunicarlo al Ministero della Giustizia dello
Stato estero e all'autorità giudiziaria competente.

Nel caso in cui concorrano diverse istanze di estradizione, il Ministero ne stabilisce l'ordine di precedenza,
tenendo conto di tutte le circostanze del caso (data di ricevimento della domanda, gravità dei fatti, luogo di
commissione del reato o dei reati, nazionalità e residenza del soggetto, possibilità di reistradizione dallo
Stato richiedente a un altro).

14. I PRINCIPI SANCITI DALL'ART. 27 COST.: PERSONALITA' DELLA RESPONSABIITA' PENALE, PRESUNZIONE
DI NON CONSAPEVOLEZZA, FINALISMO RIEDUCATIVO DELLA PENA

Il principio di colpevolezza rinviene il proprio fondamento nell'art. 27 della costituzione il cui primo comma
afferma che la responsabilità penale è personale. Il principio di personalità implica il divieto della
responsabilità oggettiva ma non si tratta di un divieto tassativo, qualora la responsabilità oggettiva
comprenda ipotesi in cui anche un solo elemento del fatto non sia coperto da dolo o colpa dell'agente.
Vietata è solo la responsabilità oggettiva pura o propria, relativa alle situazione in cui gli elementi più
significativi della fattispecie non siano coperti dalla colpa dell'agente mancando, quindi, ogni tipo di
rapporto psichico tra soggetto e fatto.

Il principio di non colpevolezza è il principio secondo cui un imputato è innocente fino alla condanna
definitiva. Tale principio risponde a due esigenze fondamentali: affermare la presunzione di innocenza e
prevedere la custodia cautelare prima della sentenza.

La funzione rieducativa della pena è quella di eliminare o ridurre il pericolo che il soggetto ricada in futuro
nel reato. Essa fa riferimento ad un concetto di relazione presupponendo la necessità del reinserimento del
reo nella comunità. La rieducazione si traduce in una solidaristica offerta di opportunità affinchè al reo sia
data la possibilità di un progressivo reinserimento sociale.

15. LA RESPONSABILITA' DEI PUBBLICI DIPENDENTI

Il pubblico dipendente nell’esercizio delle proprie funzioni, può astrattamente incorrere in cinque
fondamentali responsabilità: quella civile, se arreca danni a terzi, intranei o estranei all’amministrazione, o
alla stessa amministrazione; penale, se pone in essere comportamenti qualificati dalla legge come reato;
amministrativo-contabile, se arreca un danno erariale all’amministrazione di appartenenza o ad altra
amministrazione; disciplinare, se viola obblighi previsti dalla contrattazione collettiva, dalla legge o dal
codice di comportamento; e dirigenziale, per il solo personale dirigenziale, che non raggiunga i risultati
posti dal vertice politico o si discosti dalle direttive dell’organo politico.

SEZIONE II - RAPPORTI ETICO SOCIALI

1. PREMESSA

La Costituzione garantisce i diritti dell'uomo che hanno carattere sociale, cioè i rapporti che spettano
all'individuo in quanto membro della comunità sociale.

2. LA FAMIGLIA

Ai sensi dell'art. 29 la costituzione riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul
matrimonio, all'interno del quale ogni individuo esprime la propria personalità.
Nell'ultimo periodo, la famiglia cui si fa riferimento nel primo comma, non fa più riferimento solo al
significato che essa aveva tradizionalmente nella coscienza collettiva bensì anche all'opportunità di
procedere al riconoscimento dei diritti dell'unioni di soggetti dello stesso sesso.

Il secondo comma, sancisce la tutela dell'eguaglianza fra i coniugi, che non aveva riferimenti quando la
Costituzione fu redatta.

L'art. 30. sancisce i doveri e i diritti dei genitori di mantenere, educare ed istruire i figli, anche se nati fuori
dal matrimonio tranne che nei casi di incapacità genitoriale per i quali la legge provvede ad assolvere i loro
compiti. La legge, inoltre, assicura ai figli nati fuori dal matrimonio ogni tutela giuridica e sociale e sanziona i
diritti/dover di mantenimento in caso di inadempienza.

All'art. 31 la costituzione riconosce i diritti della famiglia nei confronti dello stato, sostenendo
economicamente la formazione della famiglia e l'adempimento dei relativi compiti, con particolare riguardo
alle famiglie numerose.

3. IL DIRITTO ALLA SALUTE

Il diritto alla salute viene sancito dall'art. 32 stabilendolo come fondamentale. Rientrano nel diritto alla
salute la pretesa negativa dell'individuo affinchè i terzi si astengano da atti o fatti che possono risultare
pregiudizievoli per la sua integrità psico-fisica e la pretesa positiva affinchè lo stato predisponga strutture
necessarie per garantire la cura della salute.

4. LA LIBERTA' DELL'ARTE DELLA SCIENZA E DELL'INSEGNAMENTO: LA SCUOLA

L'arte e la scienza sancite all'art. 33 sono libere e libero ne è l'insegnamento, in collegamento con l'art. 9
Cost. in tema di tutela della cultura e della ricerca.

La libertà di insegnamento è un evidente collegamento alla libertà di manifestazione del pensiero.

La scuola è aperta a tutti, obbligatoria e gratuita, tutelata dallo stato con agevolazioni alle famiglie e altre
provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.

5. IL DIRITTO ALL'AMBIENTE

Quando si parla di ambiente, in genere si intende l’insieme delle condizioni fisiche, chimiche e biologiche in
cui si svolge la vita degli organismi.

La tutela dell’ambiente è ormai un diritto fondamentale della persona umana: si fa sempre più attenzione
ai problemi ambientali, ormai tutti l’ordinamenti giuridici hanno introdotto una legge sulla tutela
dell’ambiente.

Nel 1970: viene emanata negli Stati Uniti un’importante normativa sulla tutela ambientale la Legge
Nazionale di Politica Ambientale, mentre ne 1970 la Conferenza di Stoccolma delle nazioni unite che
affronta i problemi dell’ambiente a livello internazionale, si conclude con la Dichiarazione sull’ambiente
umana, che costituisce il primo importante passo verso il diritto internazionale dell’ambiente.

La Costituzione prevede nell'art.9 la tutela del paesaggio come bene della collettività.
SEZIONE III - RAPPORTI ECONOMICI

1. IL DIRITTO AL LAVORO, ALL'ASSISTENZA E ALLA PREVIDENZA SOCIALE

Il diritto al lavoro non implica un'offerta di lavoro pubblico bensì l'intervento dello Stato per rimuovere gli
ostacoli e promuovere le condizioni che consentano a chiunque di poter entrare nel mercato del lavoro. Lo
Stato ha il compito fondamentale di rimuovere gli ostacoli che impediscano la partecipazione dei lavoratori
all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese. I lavoratori, d'altra parte, hanno il dovere di
svolgere un'attività che permetta il progresso materiale o spirituale della società.

Il diritto all'assistenza consiste in prestazioni di vario genere indirizzate al sostegno di ogni persona,
lavoratore o no, che si trovi in uno stato di bisogno.Essa viene attuata direttamente dagli organi di pubblica
amministrazione e attinge i propri mezzi dal finanziamento pubblico, in ciò differenziandosi da tutte le altre
istituzioni private di assistenza e di beneficenza, con le quali condivide lo spirito di solidarietà umana e dalla
previdenza sociale, alimentata in buona parte dai contributi dei lavoratori.

La previdenza sociale è uno strumento destinato a prevenire condizioni di bisogno di soggetti esposti ed
economicamente indifesi in quanto totalmente dipendenti dal lavoro quotidiano; è riservato alle classi
lavoratrici, le quali fruiscono di determinate prestazioni al fine di riparare le conseguenze dannose derivate
da alcuni eventi previsti ed individuati dal legislatore.

2. L'INIZIATIVA ECONOMICA PRIVATA

Con la nozione di costituzione economica si possono intendere quegli articoli aventi ad oggetto i rapporti
economici. In particolare, si individuano i principi dedicati alla libertà di iniziativa economica, alle proprietà
e alla nazionalizzazione delle imprese come quelli maggiormente significativi per identificare il rapporto tra
stato e mercato.

L'art. 41 viene stabilito che l'iniziativa privata è libera e stabilisce un equilibrio tra iniziativa economica
privata e interesse collettivo laddove si afferma che la prima non può svolgersi in contrasto con l'utilità
sociale o da recare danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana. Tale norma esprime un
compromesso tra l'ideologia libera e quella socialista.

Secondo alcuni giuristi, la libertà di iniziativa economica sarebbe funzionalizzata rispetto all'interesse
generale superiore dell'utilità collettiva. Secondo un'altra versione, la libertà di iniziativa economica
sarebbe tutelata in sè e per sè, in quanto produttrice del benessere collettivo. Ciascuna delle due versioni
richiama l'intervento del legislatore finalizzato ad attuare gli indirizzi espressi dalle disposizioni
costituzionali.

3. LA DISCIPLINA COSTITUZIONALE DELLA PROPRIETA'

Ai sensi dell'art. 42 la proprietà può essere pubblica o privata, richiamando la funzione sociale della stessa
in un equilibrio tra le diverse visioni dell'economia presenti nell'assemblea costituente, essendo la
proprietà privata alla base delle libertà.

Nei casi previsti dalla legge, la proprietà privata può essere espropriata per motivi di interesse generale, al
proprietario rimane solo il diritto ad un'indennità che riconosce la perdita economica subita. Infine, tale
articolo esprime, in tema di diritti dello stato sulle eredità, una certa ostilità verso l'accumulazione
intergenerazionale delle ricchezze.
La proprietà pubblica ha la funzione di assicurare l'erogazione di pubblici servizi e le risorse necessarie per
svolgere le funzioni dello stato. I beni dello stato si distinguono in due categorie: i beni di cui lo stato è
proprietario e che vengono denominati beni patrimoniali disponibili; i beni di cui lo stato è proprietario
attraverso un particolare rapporto giuridico di diritto pubblico e che possono essere beni patrimoniali
indisponibili o beni demaniali. I beni demaniali si distinguono nel demanio necessario, di cui fanno parti i
beni che possono appartenere solo allo stato, e demanio eventuale, che possono essere oggetto anche di
proprietà privata e che sono demaniali solo se appartengono allo stato o a un altro ente territoriale.

4. LA TUTELA DEL RISPARMIO

L’art. 47 afferma uno dei principi fondamentali della cosiddetta “Costituzione economica”: quello della
tutela del risparmio. Il suo aspetto più importante è la difesa del valore della moneta, in quanto questa
rappresenta uno dei fattori dell’equilibrio economico. Lo Stato non può esercitare direttamente l’attività
creditizia (cioè prestare soldi), ma esercita funzioni di controllo per evitare ai risparmiatori gli effetti
negativi derivanti da una gestione scriteriata del credito da parte di banche o di società finanziarie. Gli
organi preposti al controllo delle attività bancarie sono il Ministero dell’economia e delle finanze, il
Comitato interministeriale per il credito e il risparmio e la Banca d’Italia. Non va trascurato il riferimento
alla proprietà della casa e della terra: l’Italia è uno dei Paesi con la percentuale più alta di case di proprietà
(non in affitto).

Il compito che la Costituzione affida allo Stato è diventato nel corso degli anni sempre più difficile. Le forme
di investimento e gli strumenti finanziari sono divenuti così complessi che gli organi di controllo non
riescono più a mettere al riparo i risparmiatori dai danni provocati da una gestione speculativa del denaro
investito. La crisi economica mondiale iniziata nel 2008 è stata originata proprio dalla speculazione sugli
investimenti messa in atto da tutti i più importanti istituti bancari dei Paesi industrializzati. Inoltre da
quando non esiste più una moneta nazionale, la lira, ma una moneta europea, l’euro, lo Stato non ha più il
potere di emettere moneta o cercare di modificare il suo valore rispetto a quello delle altre monete.
Per utilizzare un’immagine, potremmo dire che se la società fosse una bilancia a due piatti, quello
dell’economia peserebbe molto di più di quello dello Stato.

SEZIONE IV - RAPPORTI POLITICI

1. PREMESSA: DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA E DEMOCRAZIA DIRETTA

L'art. 1 della Costituzione recita: «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità
appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». L’espressione «Repubblica
democratica» indica una forma di governo in cui, a differenza della monarchia, tutte le cariche pubbliche,
compresa quella del Capo dello Stato, sono espressione del consenso del popolo. La Costituzione prevede
due forme attraverso cui realizzare la partecipazione del popolo al governo dello Stato e rendere, così,
operante il principio della sovranità popolare: la democrazia rappresentativa, in cui il corpo elettorale
elegge i propri rappresentanti al Par-lamento e ai Consigli degli enti territoriali (Comuni, Province, Regioni);
la democrazia diretta, che consente un coinvolgimento più immediato dei cittadini nelle decisioni
riguardanti la collettività intera. È questo il caso del referendum abrogativo, tramite il quale gli elettori si
pronun-ciano direttamente sull’eventuale eliminazione di una legge o di una sua parte.
2. L'ELETTORATO ATTIVO E PASSIVO

L'elettorato attivo è la capacità giuridica e la legittimazione ad esprimere, tramite il proprio voto, la


preferenza per un candidato nell'elezione a cariche in genere pubbliche. Coincide in genere con il possesso
del diritto di voto ed è la base per la formazione delle liste elettorali (intese come elenchi degli elettori).

La legge elettorale definisce in pratica i requisiti che devono essere posseduti da un soggetto per potersi
esprimere su uno o più candidati in votazioni per l'elezione ad una carica. I requisiti, di grande variabilità nei
diversi ordinamenti, afferiscono in genere all'età, alla cittadinanza, alla posizione giudiziaria (in molti
sistemi precedenti condanne per taluni reati, oppure una data condizione rispetto al diritto fallimentare,
escludono il diritto di poter concorrere alle scelte), o ad altri elementi particolari. Ad esempio, in Italia la
legge negava il diritto di voto ai gestori di case da gioco, mentre in altri sistemi un dato simile non era
considerato.

In Italia godono di elettorato attivo tutti i cittadini che godono dei diritti civili e politici. In particolar modo,
sono elettori della Camera dei deputati tutti i cittadini che sono maggiorenni, e che quindi per il diritto
italiano hanno raggiunto 18 anni al momento della votazione (articolo 48 della Costituzione). Al Senato
della Repubblica votano tutti i cittadini che hanno compiuto, al momento del voto, i 25 anni di età (articolo
58 della Costituzione).

Non hanno diritto al voto: coloro che sono dichiarati falliti, finché dura lo stato di fallimento e comunque
non oltre i 5 anni dalla sentenza che dichiara il fallimento; coloro che, ritenute persone pericolose per la
sicurezza e per la pubblica moralità, siano sottoposte a misure di sicurezza; coloro che sono sottoposti a
misure di sicurezza detentive o a libertà vigilata o al divieto di soggiorno in uno o più Comuni od in una o
più Province, per tutta la durata del provvedimento; coloro che sono condannati all'interdizione perpetua o
temporanea dei pubblici uffici, per tutta la durata dell'interdizione.

Per elettorato passivo si intende la capacità di un cittadino italiano, avente pieni diritti, a ricoprire cariche
elettive. L'art. 51 Cost. disciplina tale istituto nel nostro ordinamento, considerando tutti i cittadini italiani
dell'uno e dell'altro sesso capaci di accedere a pubbliche cariche secondo i requisiti espressi dalla legge in
materia e con particolare attenzione alle pari opportunità tra sessi.

Tale istituto si connette inoltre al concetto di ineleggibilità e incompatibilità.

Per ineleggibilità si intende l'insieme di quelle situazioni previste dalla legge che impediscono la
candidatura per cui, anche se la candidatura è presentata e il candidato eletto, l'elezione si considera
invalida e inefficace. Sono ineleggibili alla Camera dei deputati e al Senato: Presidenti delle Giunte
Provinciali; Sindaci di Comuni con più di 20.000 abitanti; Capo e Vice Capo di polizia ed ispettori generali di
pubblica sicurezza; Capi Gabinetto dei Ministeri; Prefetti, VicePrefetti e funzionari di pubblica sicurezza;
Ufficiali Generali, Ammiragli, Ufficiali Superiori delle Forze armate dello Stato nella circoscrizione del loro
comando territoriale; Magistrati, esclusi quelli in servizio presso le giurisdizioni superiori, nelle circoscrizioni
di loro assegnazione o giurisdizione nei sei mesi antecedenti l'accettazione della candidatura; Diplomatici,
Consoli, ViceConsoli non onorari e Ufficiali addetti alle ambasciate, legazioni e consolati esteri sia all'estero
che in Italia o coloro con impiego da Governi esteri; coloro i quali hanno un determinato rapporto di natura
economica con lo Stato; componenti della Corte Costituzionale. Quando sopraggiungono in corso di
mandato le cause di ineleggibilità si convertono in cause di incompatibilità, secondo una giurisprudenza che
per dieci anni le Camere abbandonarono e che è tornata ad essere applicata come effetto di una pronuncia
della Corte costituzionale.

Per incompatibilità si intende quella situazione in cui l'eletto si trova in una situazione di doppia investitura,
ovvero, quando il candidato è titolare di più cariche contemporaneamente che non possono coesistere e si
trova dunque a dover scegliere tra una delle due. Sono incompatibili secondo la nostra Costituzione:
Senatore e Deputato; Presidente della Repubblica e qualsiasi altra carica; componente del Consiglio
Superiore della Magistratura o della Corte Costituzionale; appartenente ad un Consiglio o una Giunta
Regionale.

Nella nostra Costituzione elettorato attivo e passivo non coincidono. Per l'appartenenza alla Camera dei
deputati l'età non può essere inferiore a 25 anni, per il Senato della Repubblica il requisito sale a 40 anni. Il
Presidente della Repubblica ha un requisito di elettorato passivo non inferiore a 50 anni.

Altro istituto ancora connesso è la non candidabilità. Per non candidabilità si intende il divieto posto verso
determinati soggetti di presentare candidature per elezioni regionali, provinciali, comunali e
circoscrizionali. Esso riguarda i condannati con sentenza passata in giudicato per gravi delitti, condannati
per uno stesso reato non colposo a pena non inferiore a due anni o coloro sottoposti a misure definitive di
prevenzione per reati di stampo mafioso. Comporta la nullità dell'elezione.

3. I SISTEMI ELETTORALI

l sistema elettorale è costituito dall'insieme delle regole che si adottano in una democrazia rappresentativa
per trasformare le preferenze o voti espressi dagli elettori durante le elezioni in seggi da assegnare
all'interno del Parlamento o più in generale di un'assemblea legislativa.

I sistemi maggioritari limitano o impediscono la rappresentanza della minoranza. Nelle forme moderne si
basano generalmente sul collegio uninominale, ma in passato e in alcuni casi sporadici odierni possono
usare anche il collegio plurinominale.

Caratteristica dei sistemi uninominali è quella di suddividere il territorio in tanti collegi quanti sono i seggi
da coprire, esprimendo un unico candidato per partito. Si differenziano fra loro per il diverso criterio con
cui viene definita o individuata la maggioranza. Nel sistema a turno unico, usato in Gran Bretagna, negli
Stati Uniti e in Canada fra le nazioni più significative, viene eletto il candidato con la maggioranza relativa.
Nel sistema a doppio turno tipico della Francia, per vincere è necessaria la maggioranza assoluta, altrimenti
si ricorre a una nuova votazione fra i candidati che hanno superato la soglia di sbarramento. Nella forma più
classica tuttavia, passano il turno solo i due candidati più votati, e così il secondo turno assume il nome di
ballottaggio. Nel sistema a ballottaggio istantaneo usato in Australia, si mantiene il principio della
maggioranza assoluta ma si risolve la gara in un unico turno. Per ottenere ciò, l'elettore non vota un singolo
candidato ma stila una classifica di preferenze. Nelle schede elettorali attribuite ai candidati meno votati, si
va a vedere quale sia il candidato meno sgradito fra i due che abbiano raccolto più prime preferenze,
assegnandogli così voti aggiuntivi che determinano una maggioranza assoluta.

Il sistema plurinominale è il più antico, e dà all'elettore tanti voti quanti sono i candidati da eleggere.
Qualora il voto sia libero si può operare un panachage fra ideologie diverse, mentre se si è obbligati a
votare i candidati tutti di uno stesso partito si ha quello che si chiama un listino. Per attenuare gli effetti
ultra-distorsivi di questo sistema, si inventarono alcune varianti, tra cui il voto cumulativo che permetteva
agli elettori di minoranza di far eleggere un proprio rappresentante concentrando su di lui tutti i voti a loro
disposizione, o il voto limitato che dava agli elettori meno voti di preferenza di quanti fossero i seggi in
palio.

Il sistema elettorale proporzionale, o di lista, fu introdotto nel corso del Novecento su spinta delle grandi
formazioni politiche di massa, quelle centriste popolari, e quelle di sinistra socialiste. Il primo paese ad
applicarlo fu il Belgio nel 1900. Elemento caratterizzante del sistema proporzionale è l'assegnazione dei
seggi in circoscrizioni elettorali plurinominali, suddividendoli fra le varie liste in proporzione ai voti ottenuti.
Si presenta quindi come un sistema elettorale basato sulla democraticità e rappresentatività in quanto
permette di fotografare le divisioni politiche effettive del Paese. Aspetto positivo, quindi, che salta subito
all'occhio, è la possibilità di una rappresentanza parlamentare che rifletta in maniera meno distorta
possibile la reale situazione politica di un paese, con una significativa tutela delle minoranze. Qualora i
partiti siano notevolmente frazionati, però, il proporzionale riflette questo frazionamento reale in
parlamento e la formazione di un governo richiede coalizioni che uniscano più partiti, con conseguente
forte instabilità (se i partiti non riescono a trovare degli accordi; viceversa può portare anche a sistemi
consociativi e di governi di grosse coalizioni che tendono a tenere sotto controllo il conflitto).

3.1 Il sistema elettorale italiano

Il sistema elettorale italiano è l'insieme delle regole con cui, sulla base dei voti espressi dai cittadini italiani
durante le elezioni, sono assegnati i seggi all'interno degli organi politico-istituzionali locali, nazionali ed
europei. La situazione è articolata e differenziata a seconda delle varie categorie di votazione previste
dall'ordinamento politico italiano:

• le elezioni politiche, in occasione delle quali si vota per l'elezione dei 630 componenti della Camera
dei deputati e dei 315 membri elettivi del Senato della Repubblica;
• le elezioni europee, in occasione delle quali si vota per l'elezione dei 73 membri del Parlamento
europeo spettanti all'Italia;
• le elezioni regionali, in occasione delle quali si vota per l'elezione del presidente della giunta
regionale e del consiglio regionale;
• le elezioni amministrative, in occasione delle quali si vota per l'elezione del sindaco e del consiglio
comunale.

Ciascun tipo di consultazione ha luogo di norma ogni cinque anni. Il sistema proporzionale con soglia di
sbarramento è ancora usato per le elezioni del Parlamento europeo. Anche i restanti appuntamenti
elettorali si svolgono sulla base di sistemi elettorali di impostazione proporzionale, ma corretti in misura
significativa con quote maggioritarie o premi di governabilità variamente assegnati.

Elezioni politiche: Dal 2017 è in vigore un sistema elettorale misto a separazione completa, ribattezzato
Rosatellum bis: in ciascuno dei due rami del Parlamento, il 37% dei seggi assembleari è attribuito con un
sistema maggioritario uninominale a turno unico, mentre il 61% degli scranni viene ripartito fra le liste
concorrenti mediante un meccanismo proporzionale corretto con diverse clausole di sbarramento. Le
candidature per quest'ultima componente sono presentate nell'ambito di collegi plurinominali, a ognuno
dei quali spetta un numero prefissato di seggi; l'elettore non dispone del voto di preferenza né del voto
disgiunto. La Costituzione stabilisce altresì che dodici deputati e sei senatori debbano essere prescelti dai
cittadini italiani residenti all'estero.
Elezioni europee: Ogni elettore dispone di un voto di lista e di un massimo di tre preferenze nell'ambito
della lista indicata; qualora il votante esprima due o tre voti di preferenza, i candidati prescelti non possono
essere tutti del medesimo genere. Per le liste rappresentative delle minoranze linguistiche è contemplata la
facoltà di collegamento con una lista nazionale. Il numero dei seggi attribuiti a ciascun partito è calcolato
con il metodo Hare-Niemeyer in ragione dei voti conseguiti in ambito nazionale. Al fine di determinare i
candidati eletti, i seggi così assegnati alle varie liste sono distribuiti in proporzione ai voti ottenuti nelle
seguenti circoscrizioni, corrispondenti alle cinque unità territoriali statistiche di primo livello. Sono
dichiarati eletti i candidati che hanno ricevuto il maggior numero di preferenze nelle singole circoscrizioni,
nel limite dei seggi spettanti a ciascuna lista.

Elezioni regionali: A seguito della riforma costituzionale del 1999, la legge fondamentale prescrive che il
presidente della giunta regionale sia eletto direttamente dai cittadini, salvo che la normativa regionale
disponga diversamente; in tutte le regioni a statuto ordinario la votazione si svolge con la formula del turno
unico, fatta eccezione per la Toscana che ha introdotto la possibilità di ricorrere al ballottaggio. Le norme
generali vigenti dal 1995 (legge Tatarella) prevedono inoltre che il consiglio regionale sia eletto
contestualmente al presidente mediante un sistema proporzionale con premio di maggioranza. Quattro
quinti dei seggi assembleari sono attribuiti proporzionalmente, sulla base di liste presentate nelle diverse
province; sono ammessi il voto di preferenza e il voto disgiunto. Le liste che hanno ottenuto una
percentuale inferiore al 3% dei voti non ottengono alcun seggio, a meno che non siano collegate con un
candidato presidente che abbia superato il 5% dei consensi a livello complessivo. Un quinto dei seggi è
assegnato sulla base di liste regionali (i cosiddetti «listini») il cui capolista è il candidato alla presidenza. La
coalizione più votata fa eleggere in blocco tutti i candidati del proprio listino, con la seguente eccezione: se
le liste provinciali collegate alla lista regionale vincente hanno ottenuto almeno il 50% dei seggi totali, alla
nuova maggioranza è attribuita solo la metà dei seggi riservati al listino, mentre il resto viene distribuito tra
le liste di opposizione. In ogni caso, il presidente eletto ha diritto a una maggioranza stabile in consiglio
(clausola di governabilità): se l'insieme delle liste a lui collegate ha superato i due quinti delle preferenze
complessive, alla coalizione debbono essere assicurati i tre quinti dei seggi consiliari; in caso contrario la
quota scende al 55% degli scranni . Al fine di garantire il conseguimento delle suddette maggioranze,
vengono eventualmente creati d'ufficio dei seggi supplementari che incrementino la dotazione originaria
del consiglio regionale.

Elezioni comunali e circoscrizionali: Nelle municipalità con popolazione superiore a 15 000 abitanti, ogni
elettore ha diritto a: un voto per un candidato alla carica di sindaco; un voto per una lista di candidati alla
carica di consigliere comunale; un massimo di due voti di preferenza a favore di candidati consiglieri di
genere diverso appartenenti alla medesima lista votata. Ciascun candidato alla carica di sindaco risulta
collegato a una singola lista oppure a un gruppo di liste, detto informalmente «coalizione». È possibile
votare per una lista collegata al candidato sindaco prescelto oppure per una delle liste a lui non collegate,
esprimendo in quest'ultimo caso un voto disgiunto. Il cittadino può decidere di non indicare alcuna lista,
limitandosi ad attribuire un suffragio in favore di uno dei candidati sindaci: in questo caso non sarà
conteggiato alcun voto alle liste. Se al contrario l'elettore opta per una delle liste senza indicare alcun
candidato sindaco, il voto si estende al candidato sindaco collegato alla lista prescelta.

Le elezioni comunali nei centri minori e le consultazioni circoscrizionali sono disciplinate da un sistema
maggioritario a turno unico, in cui ogni candidato alla carica di sindaco o di presidente della circoscrizione
risulta collegato univocamente a una lista di candidati consiglieri. Il candidato più votato è eletto alla carica;
la lista corrispondente ottiene inoltre i due terzi dei seggi assembleari, mentre gli scranni restanti sono
distribuiti in proporzione fra le altre liste con il metodo D'Hondt. Il ballottaggio si svolge soltanto in caso di
parità fra i due candidati che hanno conseguito il maggior numero di suffragi; in caso di ulteriore parità è
dichiarato eletto il candidato più anziano di età.

4. LA LIBERTA' DI ASSOCIAZIONE IN PARTITI POLITICI

La giurisprudenza considera i partiti politici strumenti privilegiati attraverso i quali concretizzare uno stabile
rapporto tra sovranità popolare e istituzioni. Nel 2006, la Corte costituzionale ha dichiarato che i partiti
sono garantiti dalla Carta costituzionale quali strumenti di rappresentanza di interessi politicamente
organizzati.

I partiti politici, almeno fino ad ora, costituiscono una componente fondamentale della vita democratica di
un paese. Rappresentano idee diverse e gli elettori votano il partito che trovano più vicino ai loro valori e ai
loro interessi.

5. IL DIRITTO DI PETIZIONE E GLI ISTITUTI DI DEMOCRAZIA DIRETTA

Gli istituti di democrazia diretta sono quegli istituti che consentono ai cittadini di partecipare in prima
persona alla vita politica del paese.

Nel nostro ordinamento esistono tre tipi di istituti di democrazia diretta: l'iniziativa legislativa, che si
verifica quando almeno 50000 elettori propongono al parlamento, tramite una raccolta firme, un progetto
di legge; la petizione, si verifica quando gli elettori, tramite una raccolta firme, hanno una richiesta o
un'esigenza e la propongono in parlamento, viene passata a ciascuna delle camere che può tenerne conto,
archiviarla o abbinarla ad un progetto di legge o inviarla al governo per un disegno di legge; il referendum, il
più importante istituto di democrazia diretta e una garanzia del sistema, può essere: abrogativo, per
l'abrogazione totale o parziale di una legge o di un atto avente forza di legge; e costituzionale, per le leggi di
revisione costituzionale o di una legge costituzionale.

6. L'ACCESSO AI PUBBLICI UFFICI E ALLE CARICHE ELETTIVE

Quanto al secondo comma, per la giurisprudenza più recente non vi è nulla che vieti ai non cittadini
l’esercizio di impieghi pubblici, purché ciò avvenga in modo ragionevole e tale possibilità sia prevista per
legge o sia affidata dalla legge alla discrezionalità delle singole amministrazioni.

7. I DOVERI COSTITUZIONALI

Vari sono i riferimenti in Costituzione ai Doveri Costituzionali dei cittadini ma per lo più sono principi non
facilmente riconducibili a regole di comportamento. Ad esempio il dovere di Fìfedeltà alla Repubblica e il
dovere di pagare le tasse.

Al primo corrisponde l'obbligo del servizio militare anche se dal 2005 la leva obbligatoria è stata sospesa ma
chiaramente il dovere si riallarga in caso di guerra a tutti i cittadini non solo i militari. Al secondo
corrisponde il dovere dello Stato di creare un sistema tributario informato a criteri di progressività, in modo
che tutti i cittadini possano contribuire.
PARTE 3 - L'ORDINAMENTO DELLA REPUBBLICA ITALIANA
CAPITOLO 1 - IL PARLAMENTO
SEZIONE I - LA STRUTTURA E L'ORGANIZZAZIONE DEL PARLAMENTO

1. PREMESSA

Il parlamento rappresenta la massima espressione delle istituzioni rappresentative del nostro sistema
costituzionale.

Ai sensi dell'art. 67 la costituzione sancisce che ogni membro del parlamento rappresenta la nazione ed
esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato. La rappresentanza della nazione va collegata con la
nozione di funzione, che consiste nell'attività finalizzata al perseguimento dell'interesse pubblico.

In particolare, la rappresentanza nazionale non impedisce che il parlamentare si faccia portavoce di


interessi ed esigenze ma richiede che tali interessi siano considerati tenendo conto dell'interesse generale.

2. LA STRUTTURA DEL PARLAMENTO: IL BICAMERALISMO

Il bicameralismo o bicamerismo è una pratica della rappresentanza parlamentare consistente nella


divisione in due camere dell'organo legislativo (parlamento).

La funzione del bicameralismo è principalmente quella di assicurare il pluralismo e l'equilibrio fra i poteri.

Il rapporto tra le due camere varia a seconda dei paesi: in alcuni casi possono avere gli stessi poteri, e si
parla allora di bicameralismo perfetto; in altri una camera (generalmente quella bassa, espressione degli
interessi della Nazione in generale) può avere poteri superiori rispetto all'altra, e si parla di bicameralismo
imperfetto.

Il bicameralismo italiano è un bicameralismo eguale e perfetto, cioè sovrapposto, in quanto entrambe le


Camere, Camera dei deputati e Senato della Repubblica, godono della stessa legittimazione e svolgono le
stesse funzioni su un piano di parità.

Questo particolare assetto, che ha l'auspicabile vantaggio di garantire una maggiore elaborazione e
ponderazione delle deliberazioni, va a scapito della rapidità delle decisioni, provocando talvolta situazioni di
stallo, che hanno prodotto vari tentativi di revisione costituzionale

3. IL PARLAMENTO IN SEDUTA COMUNE

Nei casi previsti dalla Costituzione, il Parlamento si riunisce in Seduta Comune. Questo organo si riunisce
presso gli uffici della Camera dei deputati a Palazzo Montecitorio, ed è presieduto dal presidente della
Camera con il proprio ufficio di presidenza.

Il Parlamento in seduta comune si riunisce: con la partecipazione dei rappresentanti delle regioni, per
l'elezione del presidente della Repubblica ed richiesta la maggioranza dei due terzi nei primi tre scrutini, la
maggioranza assoluta nei successivi; per assistere al giuramento di fedeltà alla Repubblica e di osservanza
della Costituzione del presidente della Repubblica; per l'elezione di un terzo dei membri del Consiglio
superiore della magistratura e iIl quorum richiesto è la maggioranza dei tre quinti dell'assemblea nei primi
due scrutini, la maggioranza dei tre quinti dei soli votanti nei successivi; per la messa in stato di accusa del
presidente della Repubblica, a maggioranza assoluta; per l'elezione di cinque membri della Corte
costituzionale e il quorum è la maggioranza dei due terzi nei primi tre scrutini, la maggioranza dei tre quinti
nei successivi; per la compilazione di un elenco di 45 cittadini fra i quali estrarne a sorte sedici, che
integreranno la Corte costituzionale nei giudizi d'accusa contro il presidente della Repubblica, il quorum
richiesto è il medesimo di quello previsto per l'elezione dei giudici costituzionali.

4. LE FONTI DEL DIRITTO PARLAMENTARE: I REGOLAMENTI PARLAMENTARI

Un regolamento parlamentare è l'atto normativo con il quale la camera di un parlamento disciplina la


propria organizzazione interna e il proprio funzionamento.

La costituzione si limita a disciplinare gli aspetti principali dell'organizzazione e del funzionamento del
parlamento, demandando il resto della disciplina al regolamento adottato da ciascuna camera con le
modalità stabilite dalla stessa costituzione, che sovente richiede la maggioranza assoluta o, addirittura, una
maggioranza qualificata per l'approvazione, a tutela delle minoranze. Generalmente le Camere hanno
specifiche commissioni incaricate di sottoporre all'assemblea i regolamenti da approvare e le eventuali
modifiche agli stessi, oltre che della loro interpretazione.

Tali regolamenti, a differenza degli omonimi atti adottati dal potere esecutivo, non sono, nella maggioranza
degli ordinamenti, subordinati alle leggi nella gerarchia delle fonti del diritto, ma posti sullo stesso piano: i
rapporti tra le due fonti non sono, quindi, regolati dal principio di gerarchia ma da quello di competenza,
nel senso che la legge non può invadere la sfera di competenza specificamente attribuita al regolamento.

5. L'ORGANIZZAZIONE INTERNA DELLE CAMERE

L’organizzazione interna del Parlamento è rimessa ai regolamenti interni (di competenza esclusiva), che
ogni camera approva a maggioranza assoluta dei suoi componenti.

Tanto la Camera quanto il Senato hanno così adottato dei regolamenti interni cui più volte hanno apportato
modifiche, talvolta molto importanti ai fini di una migliore qualità della legislazione, di accorgimenti che
hanno reso più veloce il processo decisionale almeno in taluni casi (es. la sessione di bilancio,
l’approvazione della legge comunitaria), di maggiori garanzie per le opposizioni.

Nonostante alcune differenze, i regolamenti parlamentari presentano delle costanti, in ordine


all’organizzazione interna. In entrambi i casi, infatti, troviamo: ufficio di presidenza e un presidente, che ha
un potere di indirizzo politico all’interno della camera stessa, ha un ruolo fondamentalmente neutrale e di
garanzia del processo decisionale, compito principale del Presidente è fare in modo che una decisione
venga presa, organizzando il calendario dei lavori e predisponendo ordini del giorno opportuni, facendo
rispettare quegli strumenti che gli stessi regolamenti parlamentari contengono per garantire le decisioni in
tempi rapidi; i gruppi parlamentari, che rappresentano il punto di raccordo tra la politica e le istituzioni,
ogni partito ha un suo corrispondente gruppo parlamentare, tanto che nel gruppo continua a valere la
“disciplina di partito”, con l’orientamento del voto degli iscritti, nel caso in cui un parlamentare non si
riconosca più all’interno di un determinato gruppo, può passare nel “gruppo misto”, ferme restando le
“sanzioni politiche” cui inevitabilmente tale persona andrà incontro; le commissioni parlamentari, che
servono per razionalizzare il lavoro del Parlamento, è impossibile, infatti, che tutto il lavoro del Parlamento
possa essere svolto in aula, occorre pertanto che i progetti di legge vengano prima esaminati in un gruppo
ristretto (proporzionalmente rappresentativo dei gruppi politici) di parlamentari esperti nelle materie di cui
il progetto di legge si occupa. In entrambi i rami del Parlamento troviamo queste Commissioni

A fianco di queste commissioni, dette permanenti le camere possono anche istituirne altre, dette
Commissioni d’inchiesta (o inquirenti), di solito bicamerali, per indagare su avvenimenti poco chiari o di
particolare importanza per la vita dello Stato.

6. LE PREROGATIVE E IL FUNZIONAMENTO DELLE CAMERE

Le Camere del Parlamento italiano godono di particolari prerogative, a garanzia della propria autonomia
rispetto agli altri poteri dello Stato:

• Autonomia regolamentare: ogni Camera redige e approva autonomamente un regolamento che


sovrintende ai propri lavori.
• Autonomia finanziaria: le Camere decidono autonomamente l'ammontare delle risorse necessarie
allo svolgimento delle proprie funzioni.
• Autonomia amministrativa: ogni Camera provvede all'organizzazione dei propri uffici amministrativi
e all'assunzione dei propri dipendenti di ruolo esclusivamente con concorso pubblico nazionale.
• Inviolabilità della sede: le forze dell'ordine possono accedere all'interno delle sedi del Parlamento
solo su decisione dei senatori e deputati questori e mai armati, il che non inibisce la possibilità di
perseguire fatti di reato che fuoriescono dalla esclusiva capacità qualificatoria del regolamento
parlamentare.

7. LA DURATA DELLE CAMERE: LA LEGISLATURA, LA PROROGA E LA PROROGATIO

La legislatura è il periodo di mandato delle due camere, ha inizio a seguito di elezioni e termina dopo
cinque anni, a parte i casi in cui avvenga uno scioglimento anticipato da parte del presidente della
repubblica. Originariamente, la Costituzione del 1948 prevedeva durate differenti per la legislatura della
Camera dei deputati e del Senato della Repubblica, laddove per quest'ultimo era prevista una durata di 6
anni. Successivamente, il termine è stato modificato e parificato. È comunque da osservare che, nel periodo
in cui la durata ufficiale era effettivamente differente, era vigente la prassi per cui il Senato venisse sciolto
con un anno di anticipo, così che la sua durata è sempre stata, de facto, identica a quella dell'altro ramo del
parlamento.

La costituzione prevedere casi di prorogatio delle camere, ciò significa che le camere esercitano le loro
funzioni anche dopo la fine della legislatura fino all'elezione di nuovi membri. A differenza della proroga che
si riferisce al periodo di legislatura, che può essere prolungato nei casi previsti dalla legge.

8. LO STATUS DI PARLAMENTARE

La Costituzione descrive lo status parlamentare negli artt. 66, 67, 68 e 69.

L'art. 67 (cosiddetto divieto di mandato imperativo) dispone che «ogni membro del parlamento
rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato», ossia riceve un mandato
generale da parte del corpo elettorale, il quale non è suscettibile di iniziative di revoca né da parte
dell'ambito territoriale (collegio) che l'ha eletto, né da parte del partito di affiliazione; mandato generale il
cui rispetto non può essere sindacato in termini giuridici (così come invece avviene per il mandato previsto
dal Codice civile), ma solo (eventualmente) in termini politici, nelle forme e nei modi previsti dalla
Costituzione (quindi, principalmente, con le consultazioni elettorali).

Nell'art. 68 trovano espressione, invece, gli istituti dell'insindacabilità e dell'inviolabilità, laddove si


prescrive, rispettivamente, che «i membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle
opinioni espresse e dei voti dati nell'esercizio delle loro funzioni» e che «senza autorizzazione della Camera
alla quale appartiene, nessun membro del Parlamento può essere sottoposto a perquisizione personale o
domiciliare, né può essere arrestato o altrimenti privato della libertà personale, o mantenuto in
detenzione, salvo che in esecuzione di una sentenza irrevocabile di condanna, ovvero se sia colto nell'atto
di commettere un delitto per il quale è previsto l'arresto obbligatorio in flagranza. Analoga autorizzazione è
richiesta per sottoporre i membri del Parlamento a intercettazioni, in qualsiasi forma, di conversazioni o
comunicazioni e a sequestro di corrispondenza».

Sia l'insindacabilità sia l'inviolabilità non rappresentano prerogative del singolo parlamentare, ma sistemi di
tutela della libera esplicazione delle funzioni del Parlamento, contro indebite ingerenze da parte della
magistratura (ma costituiscono anche il portato del talora minaccioso passato in cui la magistratura non
costituiva un autonomo potere, ma era sottoposta al governo).

Per ciò che, in particolare, concerne l'insindacabilità, essa consiste nell'irresponsabilità penale, civile,
amministrativa e disciplinare per le opinioni espresse dai membri delle Camere nell'esercizio delle loro
funzioni. Particolarmente controversa è l'interpretazione concernente questa disposizione: quando
un'opinione è espressa nell'esercizio delle funzioni parlamentari? Il contenzioso costituzionale al riguardo
ha dato modo alla Corte costituzionale di precisare la distinzione tra attività politica e attività istituzionale
del parlamentare e, anche con riguardo a quest'ultima, tra attività insindacabile e attività sindacabile in
quanto lesiva di altri principi o diritti costituzionali.

L'inviolabilità, invece, rappresenta il residuo derivante dalla riforma operata con legge costituzionale n. 3
del 1993, che ha cancellato il precedente istituto dell'autorizzazione a procedere nel caso di condanna con
sentenza definitiva.

Infine, a norma dell'art. 69, «i membri del Parlamento ricevono una indennità stabilita dalla legge»:
ribaltando l'opposto principio enunciato dallo Statuto albertino, si afferma la necessità (e irrinunciabilità)
dell'indennità, da intendersi strettamente collegata con l'art. 3 (principio di eguaglianza) e con il sopra
richiamato art. 67 (divieto di mandato imperativo).

9. INELEGGIBILITA' E INCOMPATIBILITA' DEI PARLAMENTARI

Nella XVI legislatura si sono registrati diversi interventi normativi diretti a modificare la disciplina
dell'elettorato passivo.

Ineleggibilità: La legge 175/2010 ha introdotto una nuova fattispecie di ineleggibilità connessa alla
violazione del divieto di svolgimento di attività di propaganda elettorale per le persone sottoposte a misure
di prevenzione. In primo luogo, questa legge interviene sulla disciplina delle misure di prevenzione,
introducendo il delitto di violazione del divieto di svolgimento di attività di propaganda elettorale, nelle
forme previste dalla legge 212/1956 (affissione di stampati, giornali murali o manifesti di propaganda,
propaganda elettorale luminosa o figurativa, lancio di volantini) per le persone sottoposte a tali misure. Il
delitto è punito con la reclusione da 1 a 5 anni e la pena si applica anche al candidato che, conoscendo la
condizione di persona sottoposta in via definitiva alla misura della sorveglianza speciale di pubblica
sicurezza, richiede alla medesima di svolgere attività di propaganda elettorale e se ne avvale
concretamente (art. 10, commi 5-bis.1 e 5-bis.2 L. 575/1965, introdotti dall'art. 1 della L. 175/2010, poi
confluiti nel D.Lgs. 159/2011, Codice antimafia, artt. 67, comma 7 e 76, comma 8). La condanna comporta,
inoltre, l’interdizione dai pubblici uffici dalla quale consegue l'ineleggibilità del condannato per la stessa
durata della pena detentiva. La sospensione condizionale della pena non ha effetto ai fini dell'interdizione
dai pubblici uffici (art. 2, L. 175/2010).

Incompatibilità: Con la XVI legislatura al numero di cariche incompatibili con quella di parlamentare si sono
aggiunte anche quelle di presidente di provincia e di sindaco di comuni con più di 5.000 abitanti. Il D.L. 13
agosto 2011, n. 138 (art. 13, comma 3), ha, infatti, stabilito l’incompatibilità tra le cariche di deputato e di
senatore, nonché le cariche di governo, con qualsiasi altra carica pubblica elettiva di natura monocratica
relativa ad organi di governo di enti pubblici territoriali aventi, alla data di indizione delle elezioni o della
nomina, popolazione superiore a 5.000 abitanti. La norma dispone l’applicazione di tali incompatibilità a
partire dalle elezioni politiche del 2013. Tuttavia, la Corte costituzionale ne ha anticipato, in un certo senso,
il principio ispiratore, nel dichiarare l’illegittimità costituzionale degli articoli 1, 2, 3 e 4 della L. 60/1953
(relativa alle incompatibilità parlamentari), nella parte in cui non prevedono l’incompatibilità tra la carica di
parlamentare e quella di sindaco di comune con popolazione superiore ai 20 mila abitanti (sent. 277/2011).
La Camera dei deputati ha recepito la sentenza della Corte costituzionale con la decisione della Giunta delle
elezioni adottata nella seduta del 14 dicembre 2011 che ha accertato l'incompatibilità con il mandato
parlamentare delle cariche di sindaco di comune con popolazione superiore a 20 mila abitanti ricoperte da
6 deputati. La Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari del Senato ha invece ritenuto di non
applicare gli effetti della sentenza a due senatori/sindaci sui quali la Giunta si era già pronunciata in
precedenza (seduta del 21 dicembre 2011). Nella legislatura sono state introdotte ulteriori cause di
incompatibilità parlamentari con cariche in organismi (quali ad esempio autorità e agenzie di settore) ad
opera dei provvedimenti istitutivi dei medesimi organismi. Infine, la legge anticorruzione (art. 1, co. 49, L.
190/2012) reca una delega per modificare la disciplina dell’attribuzione di incarichi dirigenziali delle
pubbliche amministrazioni, compresa la modifica della disciplina vigente in materia di incompatibilità tra gli
incarichi dirigenziali e lo svolgimento di incarichi pubblici elettivi o la titolarità di interessi privati che
possano porsi in conflitto con l'esercizio imparziale delle funzioni pubbliche affidate. Tra i principi e criteri
direttivi è prevista l’esclusione del conferimento di incarichi dirigenziali a coloro che abbiano svolto
incarichi di indirizzo politico o abbiano ricoperto cariche pubbliche elettive nel periodo, comunque non
inferiore ad un anno, immediatamente precedente al conferimento dell’incarico.

SEZIONE II - LE FUNZIONI DEL PARLAMENTO

1. PREMESSA

Il parlamento è titolare unico della funzione legislativa, funzione esercitata collettivamente dalle due
camere, elette dal popolo.

La legge esprime la volontà della maggioranza, ma la volontà della maggioranza vale come volontà di tutti.
Tale principio, cd. maggioritario, si fonda sul fatto che il parlamento in quanto eletto dal popolo, viene
riconosciuto come arbitro dei conflitti politici.
2. LA FUNZIONE LEGISLATIVA

La Funzione Legislativa spetta alle due Camere ed è disciplinata nella parte II della Costituzione al titolo I,
sez. II dagli artt. 71-74, e dai regolamenti parlamentari.

2.1 Il procedimento di formazione delle leggi ordinarie

Il procedimento di formazione delle leggi si articola in due fasi:

1) La prima fase prende il nome di iniziativa e consiste nella presentazione alle camere l'atto che dà inizio al
procedimento (progetto di legge). Il potere di iniziativa spetta al Governo, a ciascuna delle camere, ad
almeno 50mila elettori, ai consigli regionali e al CNEL. La più rilevante è quella del governo. Attraverso
l'iniziativa legislativa il governo chiede che siano approvate le leggi necessarie ad attuare il suo programma
politico. L'iniziativa governativa si esercita con l'approvazione da parte del Consiglio dei Ministri del disegno
di legge, la cui presentazione alle camere è autorizzata dal presidente della repubblica con un proprio
decreto.

2) La seconda fase è quella della discussione e deliberazione dei progetti di legge. Sono previsti tre tipi di
procedimento per questa fase: normale, decentrato e misto.

- Per il procedimento normale, ogni disegno di legge presentato a una camera è esaminato da una
commissione e poi dalla camera stessa che l'approva articolo per articolo e con votazione finale, ogni testo
viene obbligatoriamente esaminato da una commissione competente per materia che riferisce alla camera
le proprie valutazioni. Tale commissione non si limita a fare delle valutazioni ma può proporre
emendamenti e redigere e presentare un testo unificato. Il progetto di legge viene poi discusso in aula e se
tale discussione avrà esito positivo si passerà ad esaminare il progetto di legge articolo per articolo.
Approvati tutti gli articoli, il progetto viene sottoposto a votazione finale.

- Per il procedimento decentrato la commissione competente (cd. commissione deliberante) per materia
non si limita ad esaminare il progetto di legge ma lo approva.

- Per il procedimento misto, il progetto viene assegnato ad una commissione per la formulazione e
l'approvazione di ogni articolo, mentre rimane riservata all'assemblea la votazione finale.

Terminate le fasi, il presidente della camera che per ultima ha approvato la legge, la trasmette al presidente
della repubblica per la promulgazione, che dovrà avvenire entro un mese. Il presidente della repubblica
esercita un controllo di regolarità formale del procedimento di approvazione della legge e un controllo sulla
non costituzionalità della stessa. Qualora abbia dei dubbi, il presidente può rifiutare la promulgazione e
rinviare, entro un mese, la legge alle camere accompagnandola con un proprio messaggio nel quale
chiarisce i motivi del rinvio e chiedendo una nuova deliberazione (cd. veto sospensivo).

Se le camere ritengono di non modificare tale legge, il testo viene rinviato nuovamente al presidente che è
obbligato alla promulgazione. Emanato il decreto di promulgazione, la legge viene pubblicata a cura del
ministro di giustizia.

La pubblicazione consta di varie operazioni: apposizione del visto del sigillo di stato, inserimento nella
raccolta ufficiale degli atti normativi della repubblica e la pubblicazione sulla gazzetta ufficiale. La legge
entra in vigore il quindicesimo giorno successivo alla pubblicazione, al termine di un periodo chiamato
vacatio legis.
2.2 Il procedimento di formazione delle leggi costituzionali

Il procedimento per l'adozione delle leggi costituzionali è disciplinato nell'articolo 138 della Costituzione; la
disciplina, però, non copre l'intero procedimento, nulla disponendo l'articolo sulle fasi dell'iniziativa e, salvo
che per alcuni aspetti, della promulgazione e pubblicazione finale. Nel silenzio della Costituzione, si ritiene
trovino applicazione le norme sul procedimento di formazione delle leggi ordinarie.

L'art. 138 prevede che le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali devono essere
approvate da ciascun ramo del Parlamento con due distinte deliberazioni, tra le quali devono intercorrere
almeno tre mesi; nella seconda deliberazione di ciascuna camera, per l'approvazione è necessaria la
maggioranza assoluta. L'art. 72 (ultimo comma) della Costituzione esclude che i progetti di legge
costituzionale possano essere approvati dalle commissioni parlamentari in sede deliberante.

La legge così approvata è pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale prima della promulgazione e, quindi, non entra
ancora in vigore. Entro tre mesi dalla pubblicazione, un quinto dei membri di una Camera, cinquecentomila
elettori o cinque consigli regionali possono chiedere che sia sottoposta a referendum confermativo
(cosiddetto referendum costituzionale); la legge è promulgata solo se è stata approvata dal corpo elettorale
con la maggioranza dei voti validi, nel caso sia stata sottoposta a referendum, o se sono decorsi i tre mesi
dalla pubblicazione senza che il referendum sia stato richiesto.

Il referendum non può essere chiesto se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna
delle Camere con la maggioranza qualificata di due terzi dei componenti; in tal caso, quindi, la legge può
essere immediatamente promulgata dal Presidente della Repubblica.

A differenza del referendum abrogativo, quello costituzionale non richiede un quorum, ossia una quota
minima di votanti sugli aventi diritto al voto, per la validità della consultazione.

3. LA FUNZIONE DI INDIRIZZO E CONTROLLO NEI CONFRONTI DEL GOVERNO

Oltre alla funzione legislativa e alla funzione di indirizzo, il parlamento è tenuto anche a una funzione di
controllo nei confronti dell'operato del governo. Tale funzione è concretizzata attraverso gli strumenti
dell'interrogazione, dell'interpellanze e delle mozioni.

Le interrogazioni sono dei quesiti, su una determinata questione, che vengono presentati, in forma scritta,
al potere esecutivo o ad un suo ministro. La risposta verrà fornita oralmente durante una seduta
parlamentare, prevista ad hoc, denominata question time.

Le interpellanze sono presentate da un membro del parlamento nei confronti del governo per avere
informazioni, in genere in modo più dettagliato rispetto all'interrogazione, in relazione ad un atto del
Governo o per conoscere l'orientamento politico su un fatto.

Le mozioni possono essere adottate dal presidente di un gruppo parlamentare o da un minimo di dieci
deputati oppure da otto senatori ed è finalizzato a creare un dibattito attorno ad una questione.

Il parlamento può creare delle commissioni d'inchiesta al fine di acclarare determinate questioni e
verificare se vi siano responsabilità.
4. LA MESSA IN STATO DI ACCUSA DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Al fine di garantire la sua autonomia e libertà, è riconosciuta al presidente della Repubblica la non-
responsabilità per qualsiasi atto compiuto nell'esercizio delle sue funzioni. Le uniche eccezioni a questo
principio si configurano nel caso che abbia commesso due reati esplicitamente stabiliti dalla Costituzione:
l'alto tradimento (cioè l'intesa con Stati nemici) o l'attentato alla Costituzione (cioè una violazione delle
norme costituzionali tale da stravolgere i caratteri essenziali dell'ordinamento al fine di sovvertirlo con
metodi non consentiti dalla Costituzione).

In tali casi il presidente viene Messo in Stato di Accusa dal Parlamento riunito in seduta comune con
deliberazione adottata a maggioranza assoluta, su relazione di un Comitato formato dai componenti della
Giunta del Senato e da quelli della Camera competenti per le autorizzazioni a procedere.

All’esito della propria attività di indagine, che, di regola, non può eccedere la durata di cinque mesi, il
Comitato, ove ritenga che il reato sia diverso da quelli previsti dall’art. 90 Cost., dichiara la propria
incompetenza; può altresì disporre l’archiviazione degli atti qualora ravvisi la manifesta infondatezza della
notizia di reato, altrimenti presenta al Parlamento una relazione.

Una volta deliberata la messa in stato d'accusa, la Corte Costituzionale (integrata da 16 membri esterni) ha
la facoltà di sospenderlo in via cautelare.

5. LA DELIBERAZIONE DELLO STATO DI GUERRA

L’art. 78 della Costituzione disciplina una situazione particolarmente rilevante: la deliberazione dello stato
di guerra.

Bisogna fare una precisazione, preliminare a tutto il discorso. La deliberazione dello stato di guerra non
coincide con la dichiarazione dello stesso, competenza, questa, di esclusiva attribuzione del Presidente
della Repubblica.

Il disposto dell’art. 78, dunque, deve necessariamente essere letto in combinazione con l’art. 87, che
disciplina le attribuzioni del Capo dello Stato. Appare logico che questi, nella propria veste di garante
dell’unità nazionale e della tenuta di tutto l’ordinamento costituzionale, abbia l’ultima parola su di un
evento, la guerra, che potenzialmente mina la tenuta dell’ordinamento.

La deliberazione dello stato di guerra riguarda, esclusivamente, le misure che l’Italia dovrebbe prendere in
caso di aggressione da parte di uno Stato o di forze esterne, e non di eventuali aggressioni da parte
dell’Italia, vietate dall’Articolo 11 della Costituzione. Questo articolo, dalla entrata in vigore della
Costituzione sino ad oggi, non è mai stato utilizzato.
CAPITOLO 2 - IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
1. PREMESSA

Il presidente della repubblica nel nostro ordinamento assume il ruolo di capo dello stato e rappresenta
l'unità nazionale.

E' un organo monocratico, neutrale, super partes, titolare di competenze specifiche e predeterminate, che
svolge funzioni imparziali di collegamento tra gli organi costituzionali dello stato, di iniziativa e di impulso
del sistema costituzionale, di garanzia e controllo costituzionale, di decisione sui conflitti tra governo e
parlamento, di rappresentanza dello stato.

2. LE ATTRIBUZIONI DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Pur non essendo titolare di nessuna funzione fondamentale dello stato, il Presidente della Repubblica ha
molteplici poteri che lo collocano al centro dell'ordinamento, in costante dialogo con i poteri esecutivo,
legislativo e giudiziario.

I poteri del presidente della repubblica si possono così classificare: poteri di controllo (promulgazione),
poteri di garanzia (in relazione al CSM), poteri di prerogativa (grazia), poteri di influenza (inviare messaggi
alle Camere), poteri di intermediazione politica (scioglimento delle camere), poteri di copertura degli organi
costituzionali (nomina dei senatori a vita).

Un'altra classificazione dei poteri può avvenire in relazione al potere esercitato, in base al quale si
distinguono: poteri vincolanti per l'adempimento dei doveri imposti dalla costituzione (indire nuove
elezioni, fissare la prima riunione delle camere, dichiarare lo stato di guerra, indire il referendum); poteri
discrezionali in relazione ai quali il ministro controfirmante assume una responsabilità solo giuridica
(nomina dei senatori a vita, rinvio di una legge al parlamento, promulgazione delle leggi); poteri autonomi
che non necessitano della controfirma ministeriale per la sua qualità di presidente del CSM.

Si possono classificare, infine, le competenze del Presidente della Repubblica in relazione alle funzioni dello
stato cui queste si riferiscono: indice nuove elezioni e fissazione della prima riunione delle camere,
autorizza la presentazione alle camere di disegni di legge di iniziativa governativa, può convocare in via
straordinaria le camere, può sciogliere le camere o anche una sola di esse, promulga le leggi ed emana i
decreti aventi valore di legge e i regolamenti, indice il referendum popolare nei casi previsti dalla
Costituzione, nomina i senatori a vita, nomina il presidente del consiglio dei ministri e i ministri, nomina i
funzionari dello stato nei casi stabiliti dalla legge, nomina gli esperti del CNEL, dichiara lo stato di guerra, ha
il comando delle forze armate e presiede il consiglio supremo della difesa, ratifica i trattati internazionali e
accredita e riceve i rappresentanti diplomatici, conferisce le onorificenze della repubblica, può sciogliere i
consigli regionali per gravi violazione alla legge o per ragioni di sicurezza nazionale, nomina i giudici della
corte costituzionale, presiede il CSM e può concedere la grazia e commutare le pene.

3. LE VICENDE DELLA CARICA

Viene eletto come presidente della repubblica ogni cittadino italiano che abbia compiuto 50 anni e che sia
in possesso dei diritti civili e politici.

Il suo ufficio è incompatibile con qualsiasi altra carica, il che determina la decadenza automatica da tutte le
cariche precedentemente rivestite all'atto del giuramento.
Il presidente è eletto dalle camere in seduta comune. All'elezione partecipano tre delegati da ogni regione
eletti dal consiglio regionale in modo che siano rappresentate le minoranze. Viene eletto con scrutinio
segreto a maggioranza di due terzi dell'assemblea, dopo il terzo scrutinio è sufficiente la maggioranza
assoluta.

Trenta giorni prima della scadenza del mandato o entro 15 giorni in caso di impedimento permanente,
morte o dimissioni, il presidente della camera dei deputati convoca il parlamento e i delegati regionali per
una nuova elezione. Se le camere sono sciolte o manca meno di tre mesi alla loro cessazione, l'elezione avrà
luogo entro 15 giorni dalla riunione delle nuove camere. Nel frattempo sono prorogati i poteri del
presidente in carica (prorogatio).

Prima di assumere il suo ruolo, il presidente presta giuramento di fedeltà e osservanza della costituzione
dinanzi il parlamento in seduta comune, rivolgendo un messaggio di insediamento in forma orale.

Viene eletto ogni 7 anni e può essere rieletto, la durata di 7 anni è giustificata dall'esigenza di svincolare il
presidente dalla maggioranza che lo ha eletto.

Nel caso in cui il presidente avesse degli impedimenti, viene sostituito dal presidente del senato, scelta
fatta poichè il presidente della camera dei deputati ha il compito di dirigere il parlamento in seduta
comune. L'impedimento può avere natura temporanea o permanente. Se l'impedimento è dichiarato dallo
stesso presidente, nel caso di impedimento permanente, la dichiarazione equivale alle dimissioni e non va
controfirmata (atto personale) mentre, in caso di impedimento temporaneo, l'atto deve essere
controfirmato dal presidente del consiglio. Se non viene dichiarato dal presidente non è pacifico a chi
competa l'accertamento, il supplente acquista la sua carica automaticamente senza necessità di
giuramento.

La cessazione della carica del presidente può aversi per: morte, fine del mandato, dimissioni, impedimento
permanente, decadenza e destituzione. Alla cessazione della carica diviene automaticamente senatore a
vita, salvo i casi di rinuncia o perdita della cittadinanza o dei diritti civili e politici.

4. LA CONTROFIRMA

Ai sensi dell'art. 89 la costituzione sancisce che nessun atto del presidente è valido se non è controfirmato
dai ministri proponenti, che se ne assumono la responsabilità. La controfirma costituisce un presupposto di
validità di tutti gli atti emanati dal presidente.

La controfirma assume diversi significati a seconda della natura dell'atto cui si riferisce, in particolare: per
gli atti governativi il ruolo del presidente si limita al controllo di legittimità e al merito; per gli atti
presidenziali la decisione compete strettamente al presidente e il ministro competente assume una
responsabilità soltanto giuridica; per gli atti complessi la decisione è assunta parimenti dal presidente e dal
ministro.

5. LA RESPONSABILITA' DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Nell'ambito di responsabilità del Presidente della Repubblica si suole distinguere fra responsabilità politica
e responsabilità giuridica.

Nella prima categoria, rientrano i comportamenti valutabili esclusivamente in base a criteri di opportunità.
Il presidente è sottoposto alla sola responsabilità politica nei confronti di una generalità di persone e non
anche di una responsabilità politica istituzionalizzata.
Nella seconda categoria il presidente non è responsabile degli atti compiuti nell'esercizio delle sue funzioni,
tranne che per alto tradimento e per attentato alla costituzione quindi la responsabilità degli atti
presidenziali ricade sui ministri che li controfirmano. Per alto tradimento si intende ogni comportamento
doloso che offende la personalità interna ed internazionale dello stato; per attentato alla costituzione si
intende ogni comportamento doloso a sovvertire le istituzioni costituzionali o a violare la costituzione.

CAPITOLO 3 - IL GOVERNO
1. PREMESSA

Il Governo è un organo costituzionale in quanto previsto dalla costituzione e in quanto concorre, in


posizione d'indipendenza rispetto ad altri organi dello Stato, alla formulazione dell'indirizzo politico.

E' presieduto dal Presidente del Consiglio dei Ministri, che è al quarto posto nell'ordine delle cariche
italiane (dopo il Presidente della Repubblica, il Presidente del Senato, il Presidente della Camera dei
Deputati e prima del presidente della Corte Costituzionale), pur essendo di fatto quella di maggior visibilità
nella vita politica ordinaria.

2. IL PROCEDIMENTO DI FORMAZIONE DEL GOVERNO

L'art.92 della Costituzione disciplina la formazione del Governo con una formula semplice e concisa: "Il
Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i
ministri".

Secondo tale formula sembrerebbe che la formazione del Governo non sia frutto di un vero e proprio
procedimento. Invece, nella prassi, la sua formazione si compie mediante un complesso ed articolato
processo, nel quale si può distinguere la fase delle consultazioni (fase preparatoria), da quella dell'incarico,
fino a quella che caratterizza la nomina. Prima di assumere le funzioni, il Presidente del Consiglio e i Ministri
devono prestare giuramento ed ottenere la fiducia dei due rami del Parlamento.

La fase preparatoria: questa fase consiste essenzialmente nelle consultazioni che il Presidente svolge, per
prassi costituzionale, per individuare il potenziale Presidente del Consiglio in grado di formare un governo
che possa ottenere la fiducia dalla maggioranza del Parlamento. Questo meccanismo viene attivato ogni
qualvolta si determini una crisi di governo per il venir meno del rapporto di fiducia o per le dimissioni del
Governo in carica.

L'incarico: anche se non espressamente previsto dalla Costituzione, il conferimento dell'incarico può essere
preceduto da un mandato esplorativo che si rende necessario quando le consultazioni non abbiano dato
indicazioni significative. Al di fuori di questa ipotesi, il Presidente conferisce l'incarico direttamente alla
personalità che, per indicazione dei gruppi di maggioranza, può costituire un governo ed ottenere la fiducia
dal Parlamento. L'istituto del conferimento dell'incarico ha fondamentalmente una radice consuetudinaria,
che risponde ad esigenze di ordine costituzionale. Nella risoluzione delle crisi si ritiene che il Capo dello
Stato non sia giuridicamente libero nella scelta dell'incaricato, essendo vincolato al fine di individuare una
personalità politica in grado di formare un governo che abbia la fiducia del Parlamento. L'incarico è
conferito in forma esclusivamente orale, al termine di un colloquio tra il Presidente della Repubblica e la
personalità prescelta. Del conferimento dell'incarico da' notizia, con un comunicato alla stampa, alla radio e
alla televisione, il Segretario Generale della Presidenza della Repubblica. Una volta conferito l'incarico, il
Presidente della Repubblica non può interferire nelle decisioni dell'incaricato, né può revocargli il mandato
per motivi squisitamente politici

La nomina: l'incaricato, che di norma accetta con riserva, dopo un breve giro di consultazioni, si reca
nuovamente dal capo dello Stato per sciogliere, positivamente o negativamente, la riserva. Subito dopo lo
scioglimento della riserva si perviene alla firma e alla controfirma dei decreti di nomina del Capo
dell'Esecutivo e dei Ministri. In sintesi il procedimento si conclude con l'emanazione di tre tipi di decreti del
Presidente della Repubblica: quello di nomina del Presidente del Consiglio (controfimato dal Presidente del
Consiglio nominato, per attestare l'accettazione); quello di nomina dei singoli ministri (controfimato dal
Presidente del Consiglio); quello di accettazione delle dimissioni del Governo uscente (controfirmato
anch'esso dal Presidente del Consiglio nominato)

Il giuramento e la fiducia: prima di assumere le funzioni, il Presidente del Consiglio e i Ministri devono
prestare giuramento. Entro dieci giorni dal decreto di nomina, il Governo è tenuto a presentarsi davanti a
ciascuna Camera per ottenere il voto di fiducia, voto che deve essere motivato dai gruppi parlamentari ed
avvenire per appello nominale, al fine di impegnare direttamente i parlamentari nella responsabilità di tale
concessione di fronte all'elettorato.

3. LA COMPOSIZIONE DEL GOVERNO

Il Governo è composto dal Presidente del Consiglio dei ministri, dal consiglio dei ministri e dai singoli
ministri.

3.1 Il Presidente del Consiglio dei Ministri

Il Presidente del Consiglio ha una posizione di preminenza sugli altri membri del governo. Egli ha il compito
di formare il governo, una volta ricevuto l'incarico da parte del capo dello stato, e di scegliere, quindi, i
ministri.

Le sue dimissioni provocano la caduta dell'intero governo. Inoltre egli dirige la politica generale del
governo; mantiene l'unità dell'indirizzo politico, amministrativo, promuovendo e coordinando l'attività dei
ministri; convoca le riunioni del Consiglio dei ministri, ne stabilisce l'ordine del giorno e le presiede.

Egli non può dare ordini ai singoli ministri nei settori di loro competenza, ma può impartire loro delle
direttive in attuazione delle decisioni del consiglio, può sospendere l'adozione di atti da parte dei ministri e
può chiedere loro di concordare con lui le dichiarazioni pubbliche che essi intendono rilasciare.

3.2 Il Consiglio dei Ministri

Il consiglio dei ministri è un organo collegiale composto dal presidente del consiglio (che lo convoca e lo
presiede) e dai ministri. Le sue riunioni non sono pubbliche, non sono ammessi i giornalisti, non ne vengono
pubblicati i resoconti. Il consiglio dei ministri è la sede in cui viene definita la politica generale del governo.
Tutte le decisioni più importanti del governo devono essere discusse e approvate nel consiglio dei ministri.
Tra di esse: il programma da presentare al parlamento al momento della formazione del governo; i disegni
di legge da sottoporre all'approvazione del parlamento; i decreti-legge; i decreti legislativi; i regolamenti
governativi; le nomine dei più alti funzionari dello stato.
3.3 I Ministri

Ciascun ministro è a capo di un particolare ramo della pubblica amministrazione che viene chiamato
ministero. Il numero e le competenze dei ministri sono stati stabiliti per legge. Con la nuova riforma i
ministeri sono 13 (prima 18).

Accanto ai ministri responsabili di un ministero, possono esservene altri, chiamati ministri senza
portafoglio, che non hanno alle loro dipendenze un ministero, ma svolgono incarichi particolari e spesso
sono chiamati a dirigere speciali dipartimenti organizzati in seno alla Presidenza del Consiglio dei ministri.
Essi fanno comunque parte a pieno titolo del consiglio dei ministri.

I sottosegretari parte del governo, ma in modo subordinato. Essi vengono designati dal consiglio dei
ministri e decadono con le dimissioni del governo. A differenza dei ministri, essi non partecipano alle
riunioni del consiglio; il loro compito è quello di coadiuvare il ministro a cui fanno capo nelle funzioni che
egli delega loro e di rappresentarlo nelle sedute del parlamento. Alcuni sottosegretari, cui viene assegnata
la responsabilità di un dipartimento all'interno di un ministero, assumono la carica di vice-ministri.

4. LE FUNZIONI DEL GOVERNO

Il Governo è l'organo titolare del potere esecutivo. Sono attribuite ad esso sia funzioni politico-
costituzionali, sia normative per l'attività legislativa regolamentare ed amministrativa posta in essere dal
governo. La funzione politica svolta dal governo consiste nella scelta dei modi e degli strumenti attraverso
cui si dovrà svolgere concretamente l'attività del governo.

La forma tipica degli atti posta in essere dal governo è quella del decreto. Si distinguono: decreti
presidenziali del Presidente della Repubblica e Ministeriali del Presidente del consiglio.

Il governo esercita la propria funzione di indirizzo politico in campo economico, attraverso l'attività che un
tempo veniva definita di governo dell'economia, oggi invece non si parla più di stato imprenditore ma di
stato regolatore del mercato. Proprio in seguito all'adesione all'unione monetaria, il governo ha perso le
prerogative originarie in materia di manovra monetaria e creditizia.

Al governo compete la cura e la rappresentanza degli interessi dello stato in ambito internazionale, in
merito alle riunione delle organizzazioni internazionali, nel coordinamento della rete di ambasciate e
consolati e nella stipula di trattati internazionali. Il governo, infatti, partecipa alla politica dell'UE,
principalmente attraverso la sua partecipazione al consiglio dell'unione.

Ha responsabilità relative alla politica militare e alla decisione di impiegare le forze armate in missioni
all'estero e svolge funzioni di politica informativa e di sicurezza per la difesa dello stato e la salvaguardia
delle istituzioni democratiche.

Il presidente del consiglio può, inoltre, apporre il segreto di stato su atti, documenti, notizie e attività la cui
diffusione sia idonea a recare danno all'integrità della repubblica, alla difesa delle istituzioni,
all'indipendenza dello stato e alla difesa.

5. GLI ATTI CON FORZA DI LEGGE EMANATI DAL GOVERNO

Sono così definiti i decreti-legge, i decreti legislativi e le leggi regionali. Tali atti, pur se dotati della forza di
legge, cioè della stessa attitudine ad innovare l’ordine normativo vigente (c.d. forza attiva) e della
medesima capacità di resistere alla abrogazione (c.d. forza passiva) riconosciuta alla legge formale,
subiscono particolari limitazioni.

Infatti, i decreti-legge necessitano della conversione, quelli legislativi devono sottostare ai limiti della legge
di delegazione, mentre le leggi regionali, nel caso di legislazione concorrente, devono anche rispettare i
limiti posti dalle leggi statali.

Il Parlamento può abilitare il Governo ad emanare atti che abbiano la stessa forza ed efficacia della legge.
Tale delega è, in genere, prevista e disciplinata nei testi costituzionali e viene conferita quando la materia
da disciplinare è assai tecnica e complessa, per cui si preferisce attribuire ad un organo più ristretto e
specialistico, il Governo e i suoi apparati, il compito di regolarla (sotto il controllo del potere legislativo) con
atti dotati di forza legislativa.

Gli schemi adottati per conferire in via eccezionale tale potere sono due: il Parlamento abilita il Governo ad
adottare atti aventi forza di legge (decreti legislativi) mediante legge di delega, che specifica anche i principi
e criteri direttivi da rispettare; il Governo, in situazioni di necessità ed urgenza, adotta il provvedimento
normativo (decreto legge), in attesa di una successiva convalida parlamentare.

6. LA POTESTA' REGOLAMENTARE E LE TIPOLOGIE DI REGOLAMENTI DELL'ESECUTIVO

I regolamenti dell’esecutivo rappresentano l’attività normativa secondaria del Governo, diretta a produrre
norme subordinate a quelle primarie (leggi ordinarie, decreti legislativi, regolamenti comunitari).

La potestà regolamentare del Governo, si manifesta attraverso l'adozione e la successiva emanazione di


regolamenti. I regolamenti sono fonti secondarie e come tali non possono derogare né alla Costituzione
(come d'altra parte avviene per le fonti primarie) né tanto meno alle leggi ordinarie. Inoltre non possono
regolare materie coperte da riserva di legge sia essa assoluta o relativa. Infine le sanzioni penali non
possono essere previste con un regolamento.

A seconda del soggetto che li emana si distinguono in: regolamenti del Presidente del Consiglio, emanati dal
Presidente del Consiglio dei Ministri nell'esercizio delle sue funzioni; regolamenti ministeriali (D.M.),
emanati da singoli ministri nell'ambito delle competenze del Dicastero o Ministero che presiedono;
regolamenti interministeriali (D.P.C.M.), emanati dal Presidente del Consiglio dei Ministri e riguardanti
materie afferenti a più Ministeri.

A seconda del contenuto e dell'oggetto i regolamenti si distinguono in: regolamenti di esecuzione, adottati
per regolare le modalità di esecuzione di una legge senza introdurre novità giuridiche sostanziali e senza
creare nuovi diritti, obblighi o doveri a carico dei cittadini; regolamenti di attuazione e integrazione,
adottati per integrare o attuare i principî contenuti all'interno di una legge o di un decreto legislativo,
sempre che si tratti di materie non coperte da una riserva di legge assoluta; regolamenti indipendenti, con
cui il Governo detta norme nei più svariati settori di interesse pubblico al di là di quanto già previsto dalle
legge, determinando spesso nuovi diritti e doveri dei cittadini; regolamenti delegati, finalizzati a permettere
un processo di delegificazione, questi regolamenti emanati su delega del Parlamento al Governo
disciplinano ex novo una materia precedentemente disciplinata da norma primaria abrogandola per
espressa previsione contenuta nella legge di delega (norma primaria).

I regolamenti vengono emanati con Decreto del Presidente della Repubblica e sono pubblicati sulla
Gazzetta Ufficiale.
CAPITOLO 4 - LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE
1. LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE NEL MODELLO COSTITUZIONALE

Per Pubblica Amministrazione si intende l’insieme delle persone giuridiche pubbliche preposte allo
svolgimento delle funzioni amministrative.

Inoltre, nella nozione di Pubblica Amministrazione possono farsi rientrare anche quei soggetti privati che
svolgono un attività amministrativa rivolta alla realizzazione di interessi pubblici.

2. I PRINCIPI COSTITUZIONALI SULL'AMMINISTRAZIONE

I principi dell'attività amministrativa sono dei principi giuridici a cui deve conformarsi l'attività della
pubblica amministrazione italiana.

I principi a cui si deve conformare l'attività amministrativa, sono innanzitutto quelli stabiliti dalla
Costituzione italiana, e poi quelli stabiliti dalle leggi ordinarie dello stato.

Alcuni principi giuridici principi presenti nella costituzione che interessano l'attività amministrativa della
pubblica amministrazione italiana sono: principio del decentramento amministrativo la Repubblica deve
operare il più ampio decentramento possibile; principio del riconoscimento delle autonomie locali la
Repubblica anche se indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; principio della responsabilità
della pubblica amministrazione lo Stato e gli enti pubblici sono responsabili per i fatti compiuti dai propri
dipendenti; principio della tutela giurisdizionale del privato contro atti della pubblica amministrazione
contro gli atti della pubblica amministrazione è ammessa sempre la tutela dei propri diritti e dei propri
interessi legittimi.

L'art. 5 della Costituzione sancisce che la Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie
locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i
principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell'autonomia e del decentramento amministrativo.
All'art. 97 la Costituzione stabilisce diversi principi a cui l'attività amministrativa della pubblica
amministrazione si deve conformare.

Ai sensi dell'art. 97 vi sono enunciati tre principi per l'attività amministrativa pubblica, che sono: principio di
legalità, stabilisce che la pubblica amministrazione trova nella legge i fini della propria attività e i poteri
giuridici che può esercitare; principio di buon andamento, che orienta l'attività della pubblica
amministrazione alla realizzazione dell'interesse pubblico secondo i principi di efficacia ed efficienza;
principio di imparzialità, che orienta l'attività della pubblica amministrazione ad agire con imparzialità;
principi di ragionevolezza, in quanto l'azione amministrativa deve adeguarsi ad un canone di razionalità
operativa; principio di sussidiarietà, in quanto l'intervento dello stato deve essere realizzato esclusivamente
come sussidio nel caso in cui il cittadino sia impossibilitato ad agire per conto proprio.

3. L'ORGANIZZAZIONE DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

La pubblica amministrazione dipende dal governo, che ne orienta gli indirizzi generali attraverso i ministeri,
ai quali fanno capo branche dell'intero apparato divise per materie.
La Costituzione, attribuendo al parlamento la funzione organizzatrice, ha anche stabilito il principio
dell'assunzione di personale nella P.A. mediante concorso pubblico, ciò al fine garantire imparzialità e
parità e il passaggio fra le cariche da un rapporto fiduciario a un rapporto impersonale, caratteristico di un
moderno Stato di diritto.

Nel dettaglio essa è organizzata e informata sulla base dei seguenti principi e criteri: efficienza, cioè
esercitare le proprie funzioni in modo da ottenere risultati col minor dispendio di risorse economiche
possibile; efficacia, intesa come la capacità di produrre l'effetto voluto; economicità, intesa come il minor
costo possibile sostenuto nel rapporto tra i mezzi economici impiegati e le risorse umane e materiali da
acquisire per il soddisfacimento dell'interesse pubblico.

L'organizzazione è strutturata secondo il decentramento amministrativo, alternativo ed opposto al principio


dell'accentramento amministrativo. Il decentramento amministrativo viene realizzato, nell'ambito del
rispetto del principio di sussidiarietà, concretamente attraverso l'attribuzione delle relative funzioni ad
organi diversi da quelli centrali, ovvero gli enti territoriali locali.

Non solo si prevede l'attribuzione delle funzioni amministrative ad organi periferici dotati di diversi gradi e
tipi di autonomia, ma si attribuisce ai cittadini il potere di agire in via sussidiaria per lo svolgimento di
attività di interesse generale, ossia quelle per cui è prevista la pubblica amministrazione.

4. GLI ENTI PUBBLICI

Un ente pubblico è un ente costituito o riconosciuto da norme di legge, attraverso il quale la pubblica
amministrazione svolge la sua funzione amministrativa per il perseguimento di un interesse pubblico.

Gli enti pubblici, in quanto persone giuridiche, perseguono i fini stabiliti dal proprio statuto e tale discorso
vale anche per l'ente pubblico principale, lo Stato, in quanto anche lo Stato persegue i fini degli associati
che ne fanno parte. I fini sono previsti dai poteri dello stato in rappresentanza all'intera comunità. Per
perseguire i determinati fini, gli enti pubblici sono soggetti ad attribuzioni, fasci di poteri amministrativi che
non esauriscono ciò che l'ente possa fare, ma ne delimita solo i poteri amministrativi. Le attribuzioni
vengono poi distribuite all'interno dell'ente fra i suoi vari organi secondo varie competenze. L'ente
pubblico, inoltre, ha i poteri che scaturiscono dal diritto privato per il semplice fatto che è comunque una
persona giuridica.

Competenze e attribuzioni possono essere divise secondo quattro criteri: materia, destinatari, territorio e
dimensioni. In base a questa considerazione gli organi direttivi dell'ente pubblico dovrebbero privilegiare i
processi che creano valore per l'utente finale-cittadino (i processi primari), rispetto a quelli di supporto e a
quelli burocratici.

Caratteristiche salienti sono: la prevalenza nel rapporto con altri soggetti di diritto, per esempio con le
persone fisiche, le quali non sono pertanto in dignità paritaria nei confronti dell'ente (autoritatività dei
provvedimenti dell'ente); uno stretto controllo da parte degli organi statali sull'operato dell'ente (per
esempio controlli sul recte agendi, ma anche nomina governativa o parlamentare delle cariche interne
all'ente); la soggezione a un particolare regime giuridico di diritto amministrativo caratterizzato da vari
attributi.
L'autarchia, cioè la capacità di governarsi da sé; in questo contesto è la capacità degli enti, diversi dallo
Stato, di possedere delle potestà pubbliche per il perseguimento dei propri interessi.

L'autotutela, cioè è garantito a ogni ente pubblico o a ogni altro organo stabilito dalla legge in ordine alla
possibilità di risolvere un conflitto di interessi attuale o potenziale e, in particolare, di sindacare la validità
dei propri atti producendo effetti incidenti sugli stessi, nell'ambito di tutela dell'interesse pubblico.

L'autonomia è la capacità degli enti di emanare atti normativi o provvedimenti che hanno valore sul piano
dell'ordinamento generale alla stessa stregua di quelli dello Stato, impugnabili rispettivamente davanti al
giudice costituzionale o amministrativo a seconda del rispettivo rango nella gerarchia delle fonti. Esistono
diversi gradi e tipi di autonomia che sono attribuiti dalle leggi agli enti pubblici: autonomia legislativa
(potere normativo primario); autonomia regolamentare (potere normativo secondario); autonomia
statutaria (potere normativo in tema di organizzazione e funzionamento dell'ente stesso); autonomia
finanziaria; autonomia contabile; autonomia di indirizzo amministrativo; autonomia tributaria.

L'autogoverno definito come la facoltà di alcuni degli enti pubblici di amministrarsi per mezzo di organi i cui
membri sono eletti da coloro che ne fanno parte.

CAPITOLO 5 - LA MAGISTRATURA
1. LA FUNZIONE GIURISDIZIONALE

La funzione giurisdizionale costituisce una delle funzioni fondamentali dello Stato insieme alla funzione
legislativa e alla funzione esecutiva.

L'attività giurisdizionale consiste nell'affermare il diritto nelle controversi tra due o più soggetti. A tale
attività, collegata con l'interpretazione del diritto, va collegata un'attività creativa del diritto. A seconda del
periodo storico di riferimento e delle posizioni assunte dalla dottrina, si può distinguere una visione del
giudice come mero funzionario, chiamato ad applicare la volontà del legislatore come interprete dei valori e
del diritto stesso. Nel contesto storico si evolve anche il ruolo del giudice e delle relative responsabilità.

La funzione giurisdizionale è esercitata dai magistrati ordinari istituiti e regolati dalle norme
sull'ordinamento giudiziario. Non possono essere istituiti giudici straordinari o giudici speciali ma possono
istituirsi presso gli organi giudiziari ordinari sezioni specializzate per determinate materie.

2. L'AUTONOMIA E L'INDIPENDENZA DELLA MAGISTRATURA

Ai sensi dell'art. 101 la costituzione sancisce che la giustizia è amministrata in nome del popolo e che i
giudici sono soggetti solo alla legge. La soggezione dei giudici alla legge è da intendersi come garanzia e
come vincolo per i giudici.

La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni potere. Si realizza in questo modo
la separazione tra i poteri e la separazione della magistratura dal potere esecutivo.

Non si può configurare una gerarchia tra i giudici che vengono nominati per concorso. Non possono essere
dispensati o sospesi dal servizio nè destinati ad altre sedi o funzioni se non a seguito della decisione del
CSM.
2.1 La responsabilità dei giudici

I magistrati rispondono penalmente, civilmente e disciplinarmente delle azioni da loro commesse a danno
dei cittadini nell'esercizio delle loro funzioni.

Secondo il codice di procedura civile del 1942, la responsabilità era limitata solo al caso di dolo o colpa
grave del magistrato, in tema è successivamente intervenuta la legge 13 aprile 1988, n. 117 che disciplinò il
risarcimento dei danni cagionati nell'esercizio delle funzioni giudiziarie e la responsabilità civile; la
magistratura ha però contestato l'applicabilità di questa norma, rivendicando la prevalenza del principio di
indipendenza in quanto ritenuta discutibile ai sensi dell'articolo 15 delle disposizioni sulla legge in generale.

3. I PRINCIPI IN TEMA DI GIUSTO PROCESSO

La Costituzione impone al legislatore, nella disciplina del processo penale, di garantire la celebrazione del
giusto processo, ove siano rispettate le garanzie difensive dell'imputato ed ove la decisione sia affidata ad
un giudice assolutamente neutrale tra le parti. Per realizzare tale finalità è assolutamente necessario
garantire quindi la imparzialità del giudice, rimuovendo tutte le cause che potrebbero vulnerarla. La
previsione di ipotesi di incompatibilità, così come gli istituti della ricusazione, astensione e rimessione,
consente, pertanto, di garantire la gestione del (giusto) processo da parte di un giudice-terzo.

La nozione di giusto processo delineata dalla legge costituzionale si innesta nell'ambito di un processo
penale di tipo accusatorio e si esplica in alcuni principi fondamentali recepiti nella nuova formulazione
dell'art. 111 Cost.: terzietà ed imparzialità del giudice; rispetto della parità tra accusa e difesa; svolgimento
del processo nel contraddittorio tra le parti; ragionevole durata del processo che deve essere assicurata
dalla legge; garanzia di una veloce informazione all'imputato della pendenza del processo a suo
carico; possibilità di interrogare o far interrogare le persone che lo accusano o che lo possono
discolpare; garanzia del contraddittorio anche nella formazione della prova, con conseguente impossibilità
di condannare un imputato in base ad accuse formulate da un soggetto che per libera scelta si è sottratto
all'interrogatorio; ausilio di un interprete per lo straniero.

Il primo imprescindibile principio è quello della terzietà ed imparzialità del giudice, che non trova riscontro
in nessun'altra norma costituzionale. L'unico riferimento rintracciabile è quello dell'art. 101, co. 2, Cost. che
sancisce l'indipendenza dei giudici da ogni altro potere dello Stato, assoggettandoli unicamente alla legge. Il
concetto di terzietà ed imparzialità, sebbene collegato a quello di indipendenza, deve essere inteso come
neutralità del giudice che deve agire scevro da pregiudizi e preconcetti e deve garantire la correttezza del
giudizio.

La necessità di limitare la durata dei processi ha condotto al riconoscimento del principio della ragionevole
durata del processo che deve essere garantita dalla legge. Tale principio, pur essendo previsto dalla
Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, non era stato
sancito da alcuna norma costituzionale. In attuazione di questo principio, la Corte europea dei diritti
dell'uomo ha sottolineato l'importanza di rendere giustizia senza ritardo per evitare che una persona
accusata resti troppo a lungo in stato di incertezza rispetto al proprio destino.

4. L'OBBLIGATORIETA' DELL'AZIONE PENALE

Il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale è sancito dall’art. 112 della Costituzione: “Il pubblico
ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale.
L’avvio dell’azione penale, pertanto, non è soggetto alla scelta discrezionale del pubblico ministero. Questi
iscrive immediatamente, nell’apposito registro custodito presso l’ufficio, ogni notizia di reato che gli
perviene o che ha acquisito di propria iniziativa nonché, contestualmente o dal momento in cui risulta, il
nome della persona alla quale il reato stesso è attribuito. Le finalità di tale principio sono garantire
l’indipendenza del pubblico ministero da qualunque altro potere e garantire l’eguaglianza di tutti i cittadini
di fronte alla legge. La prassi applicativa ha però dimostrato uno iato tra la previsione di principio e la sua
reale attuazione. Il carico di lavoro eccessivo delle Procure e la scarsità delle risorse hanno reso nei fatti
impossibile la piena operatività dell’obbligatorietà dell’azione penale, costringendo la pubblica accusa a
dover selezionare i procedimenti ai quali dare priorità. Con la conseguenza che i procedimenti accantonati
giungono spesso alla prescrizione già durante la fase delle indagini. I criteri di priorità non sono però
tassativi e legalizzati, contraddicendo il principio dell’ obbligatorietà dell’azione penale, e sono lasciati
all’arbitrio del singolo p.m. o della singola Procura. Negli anni, preso atto della gravità e della persistenza
del problema, alcune Procure hanno emanato delle circolari per stabilire e fissare i criteri di priorità da
seguire. Alla disomogeneità territoriale risultante da tale rimedio si è tentato di rispondere con l’intervento
in materia del C.S.M., mediante una circolare sulle priorità investigative, soluzione però discutibile perché
l’organo di autogoverno della Magistratura si è arrogato un potere non assegnatogli, in barba alla divisione
dei poteri ed alla gerarchia delle fonti. Si ritiene allora preferibile, come auspicato da tempo da parte della
Dottrina, che sia il Parlamento, organo cui competono le scelte di politica criminale, a stabilire criteri di
priorità predefiniti, conoscibili e prevedibili ma anche valutabili e modificabili, ad esempio annualmente.
Permane però la contraddizione tra la permanenza del principio dell’obbligatorietà dell’azione penale,
sancito dalla Costituzione, e l’accettazione remissiva di una realtà in cui tale principio viene violato per
ragioni pratiche, fino alla cristallizzazione formale di tale anomalia.

La situazione attuale risulta ormai assurda ed insostenibile a causa della incertezza e discrezionalità che
avvolge la fase iniziale dell’esercizio della potestà penale. Con il rischio concreto di strumentalizzazioni e di
disparità di trattamento tra le varie Procure o all’interno della stessa. Disfunzioni che penalizzano il buon
funzionamento della Giustizia e mortificano le aspettative ed i diritti delle parti, creando un clima di sfiducia
diffusa.

L’obbligatorietà dell’azione penale è inoltre diventata l’alibi per le imputazioni avventate contestate da
alcune Procure, il presunto “atto dovuto” con cui si giustificano alcune iscrizioni nel registro degli indagati.
Ma l’obbligatorietà dell’azione penale, nella sua accezione originaria e sistematica, si riferisce alle notizie di
reato dotate di fondatezza e credibilità, non ai teoremi ed alle supposizioni, privi di riscontro e di rilevanza
penale.

Coerenza imporrebbe allora la scelta netta tra il superamento del principio dell’obbligatorietà, sull’esempio
di altri ordinamenti, in particolare di quelli che adottano sistemi accusatori, magari in combinato con la
separazione delle carriere o un’incisiva riforma che renda effettivo ed attuabile il dettato costituzionale. In
tal senso sarebbero auspicabili, oltre all’aumento delle risorse e ad una riorganizzazione efficientistica,
necessari ma non sufficienti, un’ampia depenalizzazione, la previsione di nuove finestre di controllo sulle
indagini da parte del g.i.p., il ricorso a strumenti di giustizia riparativa e conciliativa già nella fase delle
indagini, l’estensione applicativa di istituti quali l’esclusione della punibilità particolare tenuità del fatto.
5. IL CONSIGLIO SUPERIORE DELLA MAGISTRATURA

Il CSM è organo di autogoverno con lo scopo di garantire l'autonomia e l'indipendenza della magistratura
dagli altri poteri dello Stato, in particolare da quello esecutivo, secondo il principio di separazione dei poteri
espresso nella Costituzione della Repubblica italiana. In particolare è un organo di rilievo costituzionale.

La dottrina per anni si è divisa sulla natura di organo costituzionale oppure meramente di rilievo
costituzionale del Consiglio Superiore della Magistratura, sino a quando la Corte costituzionale si è
pronunciata a riguardo attribuendole la prima natura; ma, soprattutto, è stata problematica
l'individuazione delle specifiche disfunzioni del Consiglio. Infatti, l'esercizio di alcuni poteri e funzioni da
parte del Consiglio, non esplicitamente menzionati nella Costituzione, ha più volte causato tensioni con
settori del mondo politico. È questo il caso di quelle che un’autorevole dottrina definisce funzioni di
rappresentanza del potere giudiziario nei rapporti con gli altri poteri.

All'art. 110, la Costituzione assegna al ministro della giustizia il compito di curare l'organizzazione e il
funzionamento dei servizi relativi alla giustizia, ferme restando le competenze del CSM; l'art. 101, comma 2,
inoltre, garantisce la piena autonomia e indipendenza dei giudici da ogni altro potere dichiarando che essi
sono soggetti soltanto alla legge.

Ad esso spettano le competenze in materia di assunzioni, assegnazioni e trasferimenti, promozioni e


provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati ordinari (i magistrati amministrativi, contabili e militari
hanno propri organi di governo).

Le funzioni di autogoverno del Consiglio superiore della magistratura quindi in materia di stato giuridico dei
magistrati, riguardano: assunzione, tramite concorso pubblico; assegnazione ad un incarico; promozione;
valutazioni di professionalità; trasferimento; attribuzione di sussidi ai magistrati e alle loro famiglie;
procedimento disciplinare dei magistrati ordinari ed onorari; nomina dei magistrati di Cassazione; nomina e
revoca dei magistrati onorari.

Contro tali provvedimenti è ammesso il ricorso al TAR Lazio ed in secondo grado al Consiglio di Stato. Fa
eccezione l'assegnazione di sanzioni disciplinari da parte della Sezione disciplinare del CSM. In questo caso
il procedimento è strutturato come un processo, e prevede l'eventuale ricorso alle Sezioni Unite della
Cassazione.

Il Consiglio superiore della magistratura è composto da 27 membri e presieduto dal Presidente della
Repubblica che vi partecipa di diritto. Altri membri di diritto sono il primo presidente e il procuratore
generale della Corte suprema di cassazione. Gli altri 24 componenti sono eletti per i 2/3 da tutti i magistrati
ordinari tra gli appartenenti a tutte le componenti della magistratura e per 1/3 dal Parlamento riunito in
seduta comune tra i professori universitari in materie giuridiche e avvocati che esercitano la professione da
almeno quindici anni. Con la presenza di questi ultimi i costituenti vollero impedire che l'autonomia e
l'indipendenza della magistratura si trasformasse nella creazione di una specie di casta separata da tutti i
poteri dello Stato e gelosa dei suoi privilegi.

Il Consiglio Superiore della Magistratura è un organo collegiale. Al suo interno è composto da Commissioni,
formate dai Consiglieri togati e laici. Le Commissioni hanno un potere di proposta nei confronti
dell'Assemblea Plenaria (cd. Plenum) di cui fanno parte tutti i consiglieri eletti ed i membri di diritto. Ogni
Commissione può formulare una o più proposte al Plenum cui compete l'approvazione definitiva. In seguito
alla Riforma regolamentare del 2016 , le Commissioni sono dieci, cui va aggiunta la Sezione disciplinare per i
magistrati ordinari.

CAPITOLO 6 - LA CORTE COSTITUZIONALE


1. LE ORIGINI E I MODELLI DI GIUSTIZIA COSTITUZIONALE

Il sistema italiano di giustizia costituzionale è ispirato ad un modello di giudizio successivo, accentrato e di


natura indiretta.

Il modello seguito è quello della costituzione austriaca del 1920 elaborata da Hans Kelsen.

Nel nostro sistema la corta costituzionale non svolge un giudizio di tipo preventivo come previsto dalla
costituzione francese, ma è successivo rispetto al parametro costituito dall'entrata in vigore della legge.

E' di tipo accentrato in quanto solo la corte costituzionale può dichiarare l'illegittimità costituzionale delle
leggi ed è l'organo legittimato dall'ordinamento a compiere la sua funzione.

Il giudizio è, infine, indiretto in quanto si presenta come incidente nell'ambito di un processo. Deve quindi
sorgere nell'ambito di un giudizio dinanzi all'autorità giurisdizionale e per questa ragione è eventuale.
Proprio la natura eventuale ed incidentale lascia emergere la relazione che si deve instaurare tra giudici
comuni e giudici costituzionali.

In sintesi, il nostro è un sistema accentrato con qualche elemento di diffusione, caratteristica che si spiega
considerando il fatto che i giudici comuni ed ordinari hanno un'essenziale funzione cioè quella di portare
davanti la corte questioni fondamentali ed importanti, evitando che la corte perda tempo soffermandosi su
questioni prive di un efficiente tono costituzionale.

Le fonti regolative dell'attività della corte costituzionale sono di natura legislativa. Si tratta di leggi che
disciplinano l'impugnativa delle leggi e le garanzie dei giudici costituzionali, giudizi di ammissibilità del
referendum abrogativo e di procedibilità del giudizio di accusa, sull'elezione dei giudici della corte, leggi che
disciplinano il funzionamento della corte e le procedure da seguire nei giudizi dinanzi la corte, sui
regolamenti generali della corte approvati a maggioranza assoluta dei propri membri, delle norme
integrative per i giudizi di accusa, del regolamento per la procedura dinanzi il consiglio di stato in sede
giurisdizionale che costituisce norma di chiusura valida sul piano costituzionale.

2. COMPOSIZIONE E FUNZIONAMENTO DELLA CORTE COSTITUZIONALE

La corte costituzionale rappresenta una sorte di elemento di coesione e di chiusura, nonchè una delle
principali garanzie dell'osservanza della costituzione. Essa garantisce il rispetto di tutte le disposizioni
costituzionali (programmatiche e prescrittive) e la sua natura rigida.

Principale compito del giudice costituzionale è quello di stabilire e di giudicare sulla legittimità
costituzionale delle leggi.

La corte costituzionale si compone di 15 giudici, eletti tra magistrati a riposo delle giurisdizioni superiori
ordinarie e amministrative o professori ordinari in materie giuridiche o avvocati dopo 20 anni di esercizio.
Vengono distinti in: 5 eletti dal parlamento in seduta comune, 5 nominati dal presidente della repubblica e
5 nominate dalle supreme magistrature (3 della cassazione, 1 del consiglio di stato e 1 dalla corte dei conti).

A garanzia ulteriore di imparzialità e di neutralità, i giudici della corte costituzionale sono inamovibli e non
rieleggibili, il loro mandato dura 9 anni. Sono soggetti, inoltre, ad un regime di incompatibilità essendo la
funzione del giudice costituzionale non compatibile sia con cariche politiche di natura elettiva sia con
incarichi professionali, non possono, dopo la fine del mandato, svolgere attività legate ad associazioni
ideologicamente orientate nè far parte di partiti politici. Godono della stessa immunità riservata ai
parlamentari e non possono essere perseguiti per le opinioni espresse e i voti dati durante l'esercizio delle
loro funzioni.

Per la validità delle deliberazioni non vi è l'obbligo di presenza di tutti i giudici ma è sufficiente un quorum
di 11 giudici, a garanzia della corretta rappresentatività delle componenti destinate ad esprimere i giudici
costituzionali (parlamento, presidente della repubblica e magistratura ordinaria e amministrativa). Il
quorum garantisce che almeno un giudice rappresentativo di una delle tre componenti sia operativo
nell'ambito dell'organo.

La corte è un organo collegiale e il presidente svolge aspetti tipicamente organizzativi e non è considerato
come vertice gerarchico. Viene eletto tra i componenti della corte stessa a scrutinio segreto, a maggioranza
assoluta, con la previsione che dal terzo scrutinio si proceda al ballottaggio tra i candidati più votati. Ha un
mandato triennale e rinnovabile.

3. LE ATTRIBUZIONI DELLA CORTE COSTITUZIONALE

Il sindacato di legittimità delle leggi è la prima delle attribuzioni della corte costituzionale elencate nell'art.
134 Cost. Infatti, ai sensi di tale disposizione la corte costituzionale giudica sulle controversie relative alla
legittimità costituzionale delle leggi e degli atti aventi forza di legge dello stato e delle regioni, sui conflitti di
attribuzione tra i poteri dello stato e su quelli di stato e regioni e sulle accuse contro il presidente della
repubblica.

Per sindacato di legittimità costituzionale si intende quel'operazione di verifica volta ad accertare che una
legge o un atto sia conforme alle norme della costituzione, che ne disciplinano forma e procedura e
impongono o escludono determinati contenuti.

La principale differenzazione è tra sindacato accentrato e sindacato diffuso, il primo rimesso ad un organo
ad hoc e il secondo rimesso ai giudici comuni. Nel nostro sistema è in vigore un sindacato accentrato, in
capo ad un organo appositamente costituito, la corte costituzionale.

Il sindacato sulla legittimità costituzionale delle leggi può essere esercitato secondo vari modelli, a seconda
del senso che ciascun ordinamento intende conferirgli.

In primo luogo, si distingue tra sindacati aventi natura giurisdizionale e controlli di natura politica. Nel
primo caso, il controllo è rimesso al giudice comune o ad un organo ad hoc; mentre nel secondo il controllo
promana dalle stesse assemblee parlamentari.

Si può parlare inoltre di sindacati aventi natura principale (o diretta) e sindacanti aventi natura incidentale
(o indiretta), a seconda degli strumenti previsti dall'ordinamento.

Si distingue anche tra giudizi in via preventiva (cioè prima dell'entrata in vigore di una legge) e quelli
destinati a svolgersi in via successiva.
Si può distinguere, poi, tra pronunce produttive di effetti erga omnes e pronunce inter partes. Tra gli effetti
delle pronunce si distinguono sentenze di accertamento dell'originaria nullità degli atti legislativi, di
annullamento, abrogative, con efficacia retroattiva ex tunc o ex nunc.

4. IL GIUDIZIO DI LEGITTIMITA' COSTITUZIONALE

La corte costituzionale è chiamata a giudicare le controversi relative alla legittimità costituzionale delle
leggi e degli atti aventi forza di legge dello stato e delle regioni.

I cittadini possono attivare tale forma di controllo in via incidentale, mediante la rimessione alla corte delle
questioni di costituzionalità sollevate nel corso di un processo da una delle parti o dal giudice (cd. sindacato
incidentale).

La L. 1/48 distingue due tipi di legittimità costituzionale: in via incidentale e in via diretta.

4.1 Il giudizio di legittimità costituzionale in via incidentale

Il procedimento in via incidentale costituisce un incidente nell'ambito di un processo e si attiva ad iniziativa


del giudice ordinario o amministrativo. Qualora l'autorità giurisdizionale dubiti della legittimità
costituzionale del provvedimento normativo che è tenuto ad applicare per definire il processo, deve
rimettere la questione alla corte costituzionale.

Quindi, il giudizio in via incidentale sorge ad iniziativa del giudice, iniziativa che può essere autonoma, ex
officio, o può derivare da un'istanza formulata dalle parti. Qualora il giudice dubiti della legittimità
costituzionale di un atto che serve per la definizione del processo, esso sospenderà il procedimento e con
apposita ordinanza di rinvio solleverà la questione dinanzi la corte costituzionale. L'ordinanza deve essere
motivata e deve contenere l'indicazione delle disposizioni della cui legittimità costituzionale si dubita, deve
quindi esplicitare la rilevanza della questione, la sua non manifesta infondatezza e l'impossibilità per il
giudice di procedere ad interpretazione conforme.

Il giudizio di rilevanza, implica che la questione sia rilevante per la risoluzione del giudizio. Il giudice deve
essere convinto del fatto che il giudizio non possa essere definito indipendentemente dalla questione di
legittimità costituzionale. Il giudizio di non manifesta infondatezza indica la necessità che il giudice esprima
un dubbio circa la legittimità costituzionale delle disposizioni normative che è tenuto ad applicare. Infine, il
giudice non può fornire un'interpretazione che la renda compatibile con quanto richiesto dalla costituzione
ovvero che non ne possa dare un'interpretazione conforme.

I tre requisiti menzionati fanno capire come il giudice comune ordinario o amministrativo sia titolare di una
funzione di filtro.

Per poter essere sollevata, la questione di costituzionalità deve insorgere nel corso di un giudizio (requisito
oggettivo) che si svolga dinanzi un giudice (requisito soggettivo). Il giudice del giudizio verifica che la stessa
questione sia rilevante e non manifestamente infondata. Sulla questione proposta, il giudice provvede con
ordinanza con la quale può: respingere la questione, accogliere l'eccezione di incostituzionalità e
sospendere il giudizio disponendo la trasmissione degli atti alla corte costituzionale.

Il giudizio dinanzi la corte costituzionale possiede due caratteri: autonomia rispetto al giudice del giudizio e
impulso d'ufficio, cioè un giudizio senza parti necessarie.
Terminata l'istruttoria del giudice relatore, il procedimento si può articolare in due modi: in camera di
consiglio, nel caso in cui nessuna parte si sia costituita o se appaia evidente l'infondatezza della questione;
e in pubblica udienza negli altri casi.

4.2 Il giudizio di legittimità costituzionale in via diretta

E' un giudizio di legittimità costituzionale in via diretta quando le leggi e gli atti aventi forza di legge sono
impugnati a prescindere dalla loro applicazione, in quanto astrattamente lesive della competenza statale o
regionale.

A tal proposito la L. 131/03, detta anche Legge Loggia, ha attribuito alla corte costituzionale il potere di
sospendere le leggi statati e/o regionali impugnate dallo stato o dalle regioni qualora si ritenga che da tale
atto possa derivare il rischio di un pregiudizio dell'interesse pubblico o dell'ordinamento giuridico o il
rischio di un pregiudizio grave ed irreparabile per i diritti dei cittadini.

5. TIPOLOGIA DI PRONUNCE DELLA CORTE COSTITUZIONALE

L'esperienza della corte costituzionale ha dato vita ad una molteplicità di decisioni emesse nel corso
dell'attività della corte stessa.

Una prima distinzione è fra ordinanza e sentenza. Nell'ambito delle ordinanze si segnalano ordinanza di
manifesta infondatezza, di manifesta inammissibilità, di restituzione degli atti al giudice a quo. Nell'ambito
delle sentenze, si distinguono sentenze di cessazione del contendere, di inammissibilità, di accoglimento, di
rigetto, interpretative di rigetto, manipolative.

Un'ulteriore distinzione è per le decisioni di inammissibilità che sono quelle decisioni adottate con
ordinanza dal giudice qualora decida di non entrare nel merito della questione di legittimità sollevata dal
giudice. Le cause che possono generare l'inammissibilità sono molteplici, tra queste figura l'assenza dei
requisiti soggettivi ed oggettivi indispensabili a sollevare le questioni di legittimità costituzionale. Qualora la
corte costituzionale non adotti una decisione di inammissibilità, ordinanza o sentenza, e quindi giunge a
definire nel merito la questione, ha dinanzi due diverse strade: la decisione (sentenza od ordinanza) di
rigetto o la sentenza di accoglimento.

La sentenza di rigetto non ha effetti erga omnes, impedisce quindi che la stessa questione di legittimità
costituzionale possa essere nuovamente proposta alla corte da parte di altri giudici o dallo stesso.

Con le sentenze di accoglimento invece, la corte dichiara l'illegittimità costituzionale della disposizione
impugnata dal giudice nel corso del procedimento in via incidentale, dallo stato o dalle regioni in via diretta
o principale. A differenza delle decisioni di rigetto, quelle di accoglimento sono erga omnes, ciò significa che
la disposizione annullata e la cessazione della sua efficacia non potranno essere oggetto di applicazione da
parte del giudice di qualsiasi altro giudice.

La corte costituzionale ha dovuto negli anni arricchire il proprio strumento decisionale, quindi vi sono altre
due tipologie di decisioni che integrano quelle di accoglimento e di rigetto: le sentenze manipolative, tra cui
le sentenze additive e le sentenze sostitutive,e le sentenze di accoglimento parziale o riduttive; e le
sentenze interpretative.

Le sentenze additive sono quelle decisioni di accoglimento tramite le quali la corte costituzionale dichiara
illegittima la disposizione normativa, nella parte in cui non prevede qualcosa che al contrario avrebbe
dovuto prevedere. Una sentenza è additiva quando il giudice aggiunge qualcosa, in particolare una norma,
alla disposizione in oggetto del suo esame.

Le sentenze sostitutive sono quelle decisioni tramite le quali la corte costituzionale può dichiarare
l'illegittimità di una disposizione di legge nella parte in cui prevede qualcosa anzichè un'altra che secondo la
corte avrebbe dovuto prevedere. Una sentenza è sostitutiva quando una norma va a sostituire un'altra alle
disposizioni oggetto del procedimento.

Le sentenze di accoglimento parziale sono quelle sentenze nelle quali la corte costituzionale dichiara
illegittima solo una parte della disposizione oggetto del suo esame.

Le sentenze interpretative sono decisioni con le quali la corte giudica la disposizione normativa così come
interpretata dall'autorità giudiziaria remittente. In questo caso la disposizione rimarrà valida
nell'ordinamento ma di essa non sarà più possibile dare l'interpretazione dichiarata illegittima dalla corte
costituzionale. In altre parole, la decisione interpretativa non ha ad oggetto la disposizione bensì la sua
interpretazione.

6. IL GIUDIZIO SUI CONFLITTI DI ATTRIBUZIONE TRA POTERI E TRA STATO E REGIONI

I conflitti di attribuzione, il cui giudizio spetta alla Corte costituzionale, sono di due diversi tipi: i conflitti tra
poteri dello Stato (conflitti interorganici) e quelli tra Stato e Regioni o tra le stesse Regioni (conflitti
intersoggettivi).

Per quanto riguarda i conflitti interorganici, insorgono tra organi statali, cioè tra articolazioni organizzative
appartenenti al medesimo soggetto e riguardano comportamenti o atti lesivi delle attribuzioni
costituzionalmente previste.

Per quanto riguarda i conflitti intersoggettivi, soggetti legittimati sono lo Stato (nella persona del Presidente
del Consiglio dei ministri o di un Ministro da lui delegato, previa deliberazione del Consiglio dei ministri), la
Regione (nella persona del Presidente della giunta regionale, previa deliberazione della Giunta regionale), e
le Province autonome di Trento e Bolzano. Essi insorgono quando un ente ritiene che l’altro abbia invaso
con un suo atto la sfera di competenza assegnatagli dalla Costituzione.

7. IL GIUDIZIO SULLE ACCUSE MOSSE NEI CONFRONTI DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

La Corte Costituzionale è investita del potere di giudicare il presidente della repubblica per i reati di alto
tradimento e di attentato alla costituzione, nei casi in cui questi sia posto in stato di accusa dal parlamento
in seduta comune.

La sentenze emesse dalla corte costituzionale sono inappellabili, ma possono essere oggetti di revisione.

8. IL GIUDIZIO SULL'AMMISSIBILITA' DEL REFERENDUM

Tale ammissibilità è stata introdotta dalla L. Cost. 1/63. Si tratta di un'attribuzione distinta dalle altre in
quanto si esercita ex officio in virtù della natura dell'organo.

Ricevuta l'ordinanza relativa alla richiesta di referendum dall'ufficio centrale della corte di cassazione, la
corte costituzionale è chiamata a pronunciarsi sulla sua legittimità costituzionale.

E' previsto un contraddittorio, essendo accordata ai promotori del referendum la possibilità di presentare
memorie scritte.
CAPITOLO 7 - GLI ORGANI AUSILIARI
1. GLI ORGANI AUSILIARI

Sono organi che non partecipano direttamente alle finalità perseguite dallo stato e indicate nella
Costituzione, ma sono d'ausilio alla realizzazione di quei fini. Gli Organi di rilievo costituzionale
contribuiscono a determinare l'ordinamento democratico e sono anche detti organi ausiliari. Ma, a
differenza degli organi costituzionali, non sono indefettibili, potendo anche essere soppressi con legge di
revisione della Costituzione.

Pur essendo previsti ed elencati dalla Costituzione, quest'ultima opera un rinvio alla legge ordinaria per ciò
che riguarda l'organizzazione, le strutture, e le rispettive funzioni degli organi.

2. IL CONSIGLIO DI STATO

E' un organo giurisdizionale, è anche giudice speciale amministrativo, in posizione di terzietà rispetto alla
pubblica amministrazione italiana.

Quale organo amministrativo, il Consiglio di Stato è il supremo organo di consulenza giuridico-


amministrativa del Governo, delle Camere e delle Regioni mentre come organo di giurisdizione
amministrativa è preposto alla tutela degli interessi legittimi ed in particolari materie indicate dalla legge
anche dei diritti soggettivi dei privati nei confronti della pubblica amministrazione italiana.

Il Consiglio di Stato è composto dal Presidente del Consiglio di Stato, dal Presidente aggiunto del Consiglio
di Stato, dai Presidenti di Sezione e dai Consiglieri di Stato. Il Presidente del Consiglio di Stato è nominato
con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri, sentito il
Consiglio di Presidenza della Giustizia Amministrativa.

Il personale del Consiglio concorre a formare le sei sezioni in cui è organizzato il Consiglio di Stato e, ogni
anno, il Presidente del Consiglio di Stato, in base alla nuova normativa in materia, decreta la funzione di
ciascuna sezione (consultiva o giurisdizionale) e il riparto degli affari per ciascuna sezione (cioè le materie di
competenza). Le sezioni consultive sono composte da due Presidenti e almeno nove consiglieri, mentre le
sezioni giurisdizionali sono composte da due Presidenti e almeno dodici consiglieri.

Gli organi interni del Consiglio di Stato sono: il Consiglio di Presidenza; il Presidente; il Presidente aggiunto;
il Segretario generale; l'Adunanza generale (in sede consultiva); l'Adunanza plenaria (in sede
giurisdizionale).

Le attribuzioni del Consiglio di Stato si distinguono in: Consultive e Giurisdizionali.

Per le attribuzioni consultive, il Consiglio di Stato fornisce pareri circa la regolarità e la legittimità, il merito e
la convenienza degli atti amministrativi dei singoli ministeri, del Governo come organo collegiale o delle
Regioni. I pareri possono essere facoltativi o obbligatori. I pareri facoltativi possono essere richiesti dalla
pubblica amministrazione, nel caso lo ritenga opportuno. I pareri del Consiglio di Stato sono vincolanti
esclusivamente nella decisione su ricorsi straordinari al Presidente della Repubblica. In altri casi la pubblica
amministrazione deve richiedere un parere al Consiglio di Stato. Si parla allora di pareri obbligatori. I pareri
obbligatori si distinguono, inoltre, in vincolanti o non vincolanti, a seconda che l'Amministrazione
richiedente, in sede di emanazione dell'atto per il quale è stato emesso il parere, sia tenuta o meno a
seguirli.

Per le attribuzioni giurisdizionali, il Consiglio di Stato ha solo funzione di tutela nei confronti degli atti della
pubblica amministrazione. In particolare il Consiglio di Stato è il Giudice di secondo grado della giustizia
amministrativa, ossia il Giudice d'appello avverso le decisioni dei TAR. Il Consiglio di Stato, inoltre, svolge
funzioni di giudice in unico grado in sede di giudizio di ottemperanza, ossia in quel giudizio teso a ottenere
che una pubblica amministrazione esegua una sentenza emessa dal Giudice ordinario o dal Consiglio di
Stato stesso.

3. LA CORTE DEI CONTI

La corte dei conti ha funzioni giurisdizionali e di controllo.

La Corte dei conti, per l'espletamento delle funzioni giurisdizionali si articola in: sezioni giurisdizionali
regionali, che giudicano in primo grado; hanno sede in ciascun capoluogo di regione; sezioni giurisdizionali
centrali di appello, che giudicano in secondo grado; sezioni riunite, che risolvono i conflitti di competenza
tra le varie sezioni regionali e/o centrali.

Per le funzioni di controllo la Corte dei conti si suddivide in: Sezione Controllo Stato, svolge i suoi compiti
seguendo i criteri indicati dalle Sezioni Riunite secondo la verifica di legittimità e la verifica di efficienza-
efficacia-economicità, la Sezione si articola in quattro collegi, uno per il controllo sugli atti, uno per il
controllo sulla gestione delle entrate, e due per il controllo sulla gestione delle spese; Sezione di Controllo
Enti sovvenzionati dallo Stato, controllando la gestione complessiva degli Enti pubblici e privati che
ricevono contributi dallo Stato, rilevandone gli squilibri gestionali specie in materia di appalti, di aiuti statali
e di concorrenza; Sezione di Controllo Autonomie estende il suo controllo sui progetti di opere pubbliche
finanziate dalla Cassa Depositi e Prestiti, sui progetti cofinanziati dall'Unione europea, sui parcheggi
finanziati e sulla gestione diretta o indiretta da parte degli enti locali di alcuni servizi pubblici; Sezione
controllo Affari comunitari e internazionali, che svolge un controllo successivo di tipo diffuso e un controllo
di tipo specifico (controllo-referto), al fine di riferire al Parlamento italiano ed ai Consigli Regionali sui
programmi nazionali che utilizzano fondi Ue.

4. IL CONSIGLIO NAZIONALE DEL'ECONOMIA E DEL LAVORO (CNEL)

Le materie di sua competenza sono la legislazione economica e sociale, nell'ambito delle quali ha diritto
all'iniziativa legislativa.

Esso conta di 65 membri così suddivisi: il presidente, nominato con decreto del presidente della Repubblica,
al di fuori degli altri componenti; 10 esperti, qualificati esponenti della cultura economica, sociale e
giuridica di cui 8 nominati direttamente dal presidente della Repubblica e 2 nominati dal Presidente della
Repubblica su proposta del presidente del Consiglio dei ministri, previa deliberazione del Consiglio dei
ministri; 48 rappresentanti delle categorie produttive di beni e servizi nei settori pubblico e privato, di cui
22 rappresentanti dei lavoratori dipendenti, tra i quali 3 rappresentano i dirigenti e i quadri pubblici e
privati, 9 rappresentanti dei lavoratori autonomi e delle professioni e 17 rappresentanti delle imprese; 6
rappresentanti delle associazioni di promozione sociale e delle organizzazioni del volontariato.

I membri del Consiglio restano in carica per cinque anni e possono essere riconfermati.
A supporto dell'attività dell'organo è istituito un Segretariato generale, composto da uffici che fanno capo
al segretario generale, nominato con decreto del presidente della Repubblica, su proposta del presidente
del Consiglio dei ministri, previa deliberazione del Consiglio dei ministri, sentito il presidente del CNEL.

La Costituzione gli conferisce il potere di iniziativa legislativa, unitamente alla facoltà di contribuire alla
elaborazione della legislazione economica e sociale nel rispetto dei principi ed entro i limiti stabiliti dalla
legge.

5. L'AVVOCATURA DI STATO

E' deputato alla tutela e alla rappresentanza dello Stato e delle pubbliche amministrazioni italiane nelle
controversie legali avverso le controparti.

L'Avvocatura dello Stato svolge due tipologie di funzioni: contenziosa e consultiva.

Difende le amministrazioni statali e gli enti, ma solo qualora ad essi sia estesa tale possibilità. Analoga
situazione la troviamo per le Regioni. Quando si propone un'azione giudiziale contro un'Amministrazione
dello Stato, rappresentata dall'Avvocatura dello Stato, colui che la propone deve farlo dinanzi al tribunale
competente.

L'Avvocatura dello Stato consta di una sede centrale in Roma, l'Avvocatura generale dello Stato, e di
venticinque sedi distrettuali, che sono situate in tutte le città in cui sono presenti sedi di Corte d'appello. È
composta da personale togato, che sono gli avvocati e i procuratori dello Stato, suddivisi in differenti classi
stipendiali, nonché da personale amministrativo. A capo dell'Avvocatura vi è l'avvocato generale dello
Stato.

6. IL CONSIGLIO SUPREMO DI DIFESA

Riguarda le forze armate presiedute dal presidente della repubblica ed è composto dal: presidente del
consiglio dei ministri, con funzioni di vicepresidente; ministro degli affari esteri; ministro della difesa;
ministro dell'interno; ministro dell'economia e delle finanze; ministro dello sviluppo economico; capo di
stato maggiore della difesa. Il segretario del CSD. nominato dal consiglio stesso, è un organo autonomo.

Il CSD esamina i problemi generali relativi alla difesa nazionale sulla base delle direttive determinate dal
governo e dal parlamento. Le sue funzioni sono in gran parte delineate in negativo, cioè perchè la maggior
parte dei compiti decisionali rientra in realtà nella competenza di altri organi.

7. LE AUTORITA' INDIPENDENTI

Le Autorità indipendenti sono tutti quegli organismi caratterizzati da uno specifico grado di indipendenza
dal potere politico, dall'esercizio di funzioni neutrali in diversi settori dell'ordinamento (principalmente
economici) e da un elevato livello di competenze tecniche.
PARTE 4 - IL SISTEMA DELLE AUTONOMIE REGIONALI E LOCALI
CAPITOLO 1 - LE REGIONI
1. LE VICENDE DEL REGIONALISMO ITALIANO

Per stato regionale si intende uno stato in cui a determinate comunità territoriali vengono riconosciute
autonomie. A differenza dello stato federale dove uno stato con un governo centrale si contrappone a
governi locali dotati di poteri sovrani autonomi ed esclusivi.

Il nostro è uno stato unitario, nel quale si è dato progressivamente impulso ad un processo di regionalismo,
dall'entrata in vigore della costituzione. Solo dagli anni '70 le regioni hanno iniziato a svolgere un ruolo di
controllo degli enti infraregionali.

2. L'AUTONOMIA REGIONALE

Nel quadro delle Regioni italiane, la costituzione ha previsto forme e condizioni particolari di autonomie per
alcune di esse (Friuli-Venezia Giulia, Trentino Alto Adige, Valle d'Aosta, Sardegna e Sicilia). Gli statuti di
queste regioni sono adottati con legge costituzionale.

3. IL SISTEMA DI GOVERNO REGIONALE

Per forma di governo s'intende il rapporto fra gli organi di governo di un ente, in questo caso della regione.
Gli Organi di Governo della Regione sono: il consiglio regionale, la Giunta regionale e il Presidente della
giunta regionale o Presidente della regione.

Il consiglio regionale è l'organo legislativo rappresentativo della regione. I consiglieri sono eletti dai cittadini
residenti nella regione e non possono essere eletti capi e vicecapi della polizia, gli ispettori di pubblica
sicurezza, i direttori generali dei ministeri, gli ufficiali delle forze armate e i magistrati. La carica di
consigliere regionale è incompatibile con quella di deputato, senatore o eurodeputato, anche se la legge
concede tre mesi per scegliere fra le cariche. Il consiglio regionale può essere sciolto per scadenza del
mandato (cinque anni), se sono stati commessi atti contro la costituzione, per ragioni di sicurezza
nazionale, se decade il presidente della regione, per dimissioni della maggioranza e con decreto motivato
del presidente della repubblica. I consigli regionali per le regioni a statuto ordinario sono composti da
almeno 20 consiglieri fino ad 80, per le regioni a statuto speciale variano da un minimo di 35 a un massimo
di 90. Il consiglio regionale è così organizzato: presidente del consiglio regionale, che rappresenta il
consiglio, lo convoca e ne dirige i lavori come organo super partes; l'ufficio di presidenza, che è composto
dal presidente del consiglio, da due vicepresidenti e due segretari che dirigono gli uffici da cui dipende il
consiglio stesso; i commissari consiliari, che hanno funzioni di controllo e di indagine sulle materie di
competenza regionale; i gruppi consiliari, composti dai consiglieri dello stesso ordinamento politico; la
conferenza dei capigruppo, costituita dai rappresentanti dei gruppi consiliari, presieduta dal presidente del
consiglio e ha lo scopo di coordinare e programmare i lavori del consiglio e delle commissioni regionali. Le
funzioni del consiglio si suddividono in: funzioni legislativa, in quanto la regione legifera su questioni di
competenza esclusiva; funzione amministrativa, per quanto riguarda l'organizzazione del personale
amministrativo; funzioni di controllo, per quanto riguarda l'operato del presidente della giunta e della
giunta regionale; funzione di indagine e di inchiesta, per le materie di interesse regionali vengono costituite
delle apposite commissioni; funzioni di indirizzo politico, in quanto lo statuto regionale attribuisce al
consiglio il potere di determinare l'indirizzo politico ed amministrativo della regione.
La giunta regionale è formata dal presidente della giunta e dagli assessori. Il numero dei componenti varia
da regione a regione, la legge prevede comunque che il numero degli assessori sia pari o inferiore ad un
quinto dei consiglieri regionali. I membri della giunta sono nominati dal presidente della regione, sia tra gli
eletti che tra i non eletti. La giunta rimane in carica il tempo in cui rimane in carica il presidente, nei casi di
revoca o decadenza del mandato del presidente della regione, la giunta decade e con essa anche il consiglio
regionale. Inoltre, il presidente può revocare la delega ai componenti della giunta, sia singolarmente che
complessivamente, e nominare nuovi membri. La giunta ha competenze legislative, in quanto può proporre
deliberazioni che competono al consiglio nei casi di necessità e urgenza; esecutive, in merito alle
deliberazioni della giunta; ed amministrative, in quanto spetta alla giunta la predisposizione del programma
della regione, dei bilanci, delle norme di variazione dei bilanci.

Il presidente della giunta regionale è sia presidente della regione che presidente della giunta regionale.
Viene eletto dai cittadini per cinque anni. Il presidente della giunta regionale è autorità sanitaria regionale,
può emanare ordinanze contingibili e urgenti, con efficacia regionale o comunale. I presidenti delle giunte
hanno diritto di partecipare alle sedute del consiglio dei ministri quando si tratta di questioni riguardanti
l'interesse della propria regione.

A livello regionale esistono due principali tipologie di forma di governo, una detta assembleare che si
caratterizza per l'elezione diretta del solo consiglio regionale il quale elegge la giunta e il presidente della
giunta; la seconda è detta presidenziale che si caratterizza per l'elezione diretta sia del consiglio regionale
sia per il presidente della giunta il quale nomina i membri della giunta.

Fino al 1999 la forma di governo delle regioni ordinarie era determinata dalla Costituzione che imponeva il
modello assembleare. Dal 1999 la Costituzione rende libera ogni regione di determinare la propria forma di
governo nel proprio statuto e, in attesa che le regioni adottino una nuova forma di governo nello statuto,
impone a tutte le regioni ordinarie la forma di governo presidenziale.

Tutte le regioni italiane si sono uniformate alla scelta della Costituzione del 1999 e hanno quindi previsto la
forma di governo presidenziale, questo è avvenuto per 3 motivi: l'elezione diretta del presidente della
regione ispirava più fiducia agli elettori; essa sembrava garantire una maggiore stabilità di governo mentre
l'altra forma si era caratterizzata dall'ingovernabilità; la scelta tentata da alcune regioni di differenziazione
non ha avuto fortuna, vi sono stati 2 tentativi: il Friuli Venezia Giulia ha provato a introdurre la forma di
governo assembleare ma gli elettori della regione l'hanno bocciata al referendum e alcune regioni invece
tentarono di prevedere la forma di governo presidenziale introducendo però dei piccoli correttivi, in
particolare hanno previsto la figura di un vice presidente della regione che doveva subentrare al presidente
nel caso in cui questo fosse venuto meno per cause personali, questa ultima scelta di differenziazione è
stata bocciata dalla Corte Costituzionale la quale ha posto dei limiti alla libertà di scelta delle regioni nel
caso in cui le regioni scelgano la forma presidenziale.

I limiti sono: tutti e tre gli organi regionali devono essere previsti (questo limite vale per entrambe le forme
di governo); il presidente della giunta deve avere un ruolo centrale all'interno della giunta; tra il presidente
e il consiglio deve esserci un rapporto di fiducia.

4. LE FORME DI CONTROLLO STATALE SUGLI ENTI LOCALI E IL POTERE SOSTITUTIVO

Con la legge sulla riforma delle autonomie locali e la legge sullo snellimento dell’attività amministrativa, si è
fortemente ridotto il controllo di legittimità sugli atti degli enti locali a causa delle sempre maggiori
esigenze di autonomia e funzionalità; di converso è stato dato un impulso notevole a forme di riesame
interno e di consulenza esterna.

L’Organo di consulenza e controllo regionale esercita la verifica di legittimità sugli atti degli enti territoriali
secondo tre distinte ipotesi: controllo necessario, controllo eventuale e controllo facoltativo.

Il controllo necessario è svolto solo su: statuti; regolamenti di competenza del Consiglio, esclusi quelli
attinenti all’autonomia organizzativa e contabile dello stesso consiglio; bilancio annuale, pluriennale e
relative variazioni adottate o ratificate dal consiglio; e rendiconto della gestione.

Il controllo eventuale riguarda le deliberazioni della Giunta e del Consiglio nei limiti delle illegittimità
denunciate, previa richiesta scritta e motivata, con l’indicazione delle norme violate, entro 10 giorni
dall’affissione all’albo pretorio, in materia di: appalti e affidamento di servizi o forniture di importo
superiore alla soglia di rilievo comunitario; dotazioni organiche e relative variazioni; assunzioni del
personale; su comunicazione all’ente da parte del comitato regionale di controllo o del difensore civico, se
istituito.

Il controllo facoltativo pertiene ogni altra deliberazione dell’ente che le giunte intendano di propria
iniziativa sottoporre al controllo.

5. GLI STRUMENTI DI RACCORDO TRA LO STATO, LE REGIONI E GLI ENTI LOCALI

Il nuovo sistema costituzionale impone l’adozione di concrete ed efficaci modalità di concertazione tra
Regioni ed enti locali, indispensabili per garantire, da un lato, livelli ragionevoli di uniformità in un sistema
multilivello e, dall’altro, una reale valorizzazione delle autonomie locali, scongiurando il pericolo di
comportamenti di neocentralismo regionale.

Invero, si sono aperti, negli ultimi anni, nuovi spiragli verso un rafforzamento dei rapporti di collaborazione
tra i diversi livelli di governo. In linea con questo orientamento, le Regioni hanno recentemente compiuto
importanti passi nella direzione di un potenziamento delle proprie relazioni con gli enti locali,
razionalizzando gli strumenti di collaborazione e, soprattutto, prevedendo diverse modalità di
partecipazione di questi ultimi all’adozione delle proprie decisioni.

La riforma del 2001 ha introdotto un’importante disposizione, potenzialmente in grado di incidere sui
processi di governance territoriale, aggiungendo all’art. 123 della Costituzione il seguente comma: “In ogni
Regione, lo Statuto disciplina il Consiglio delle autonomie locali, quale organo di consultazione fra la
Regione e gli enti locali”. È stata quindi demandata all’autonomia statutaria delle Regioni la disciplina di
questo organismo, avente funzioni consultive, volto a garantire agli enti locali la partecipazione all’adozione
delle decisioni regionali di loro interesse.

6. LE REGIONI E IL DIRITTO INTERNAZIONALE

Quando il diritto internazionale regola materie che sono di competenza regionale, possono sorgere
problematiche di coordinamento tra le norme regionali e le norme internazionali e statati di adattamento.
In tal caso la legge regionale che sia in contrasto con le norme internazionali, deve considerarsi
costituzionalmente illegittima.
La maggioranza della dottrina è sostanzialmente concorde nel ritenere che ad immettere il diritto
internazionale nel nostro ordinamento deve essere il potere centrale. Tale opinione trova conferma
espressa nella Costituzione per quanto riguarda il diritto consuetudinario, dato che a procedere in questo
caso all’adattamento è addirittura una norma costituzionale.

La riforma del 2001 prevede che le Regioni, nelle materie di loro competenza, provvedono all’attuazione e
all’esecuzione degli accordi internazionali e degli atti dell’Unione europea, nel rispetto delle norme di
procedura stabilite da legge dello Stato, che disciplina le modalità di esercizio del potere sostitutivo in caso
di inadempienza. Le Regioni hanno il diritto di esercitare autonomamente le competenze in materia di
esecuzione delle norme comunitarie e internazionali, ma possono usufruire di tale diritto solo quando
queste siano state formalmente introdotte nell’ordinamento interno.

Il problema del coordinamento tra la legislazione regionale e quella statale nelle materie regolate dal diritto
internazionale, quindi, risulta essere successivo all’immissione di quest’ultimo nel diritto interno. Esso
consiste allora nel chiedersi quali limiti derivino alla potestà legislativa regionale alla presenza
nell’ordinamento italiano di norme di origine internazionale che interferiscono in settori di competenza
regionale. Un principio che può dirsi pacifico è quello del rispetto da parte delle Regioni degli obblighi
internazionali, principio questo espressamente sancito in taluni Statuti regionali e nella stessa legge del
2001, che obbliga il legislatore regionale al rispetto dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e
degli obblighi internazionali.

7. LE REGIONI E L'UNIONE EUROPEA

In seguito alla crisi subita dagli Stati – nazione europei nell’ultimo quarto del ventesimo secolo, causata
soprattutto dal fenomeno della globalizzazione, il tema del rapporto tra le entità substatali e quelle
sovrastatali è diventato quanto mai attuale. In questo lavoro di tesi si studia il tema de quo guardandolo da
due diversi e speculari punti di vista: quello dell’Europa e quello dell’ordinamento interno.

CAPITOLO 2 - GLI ENTI LOCALI


1. PREMESSA

Ai sensi dell'ultimo comma dell'art. 118 la costituzione sancisce che stato, regioni, città metropolitane,
province e comuni favoriscono l'autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di
attività di interesse generale, sul principio di sussidiarietà.

Si tratta di sussidiarietà orizzontale in forza del quale lo stato e gli enti territoriali possono avvalersi anche
della collaborazione dei cittadini per lo svolgimento di attività di interesse generale.

2. L'ORDINAMENTO DEI COMUNI E DELLE PROVINCE

Già in sede di Assemblea Costituente il dibattito sulle province su controverso. In particolare, fu evidenziata
l'artificiosità di tale istituzione. Sul piano amministrativo, tali istituzioni hanno perso le competenze
originarie di controllo dell'operato dei comuni per assumere competenze frammentarie e slegate.

Ai sensi dell'art. 118 la costituzione riconosce ai comuni più competenze rispetto al precedente regime. I
comuni godono di autonomia statutaria, normativa e gestionale amministrativa. I comuni possono essere
definiti come la cellula fondamentale del nostro DNA democratico, costituendo gli stessi una tipica
espressione della cd. democrazia sociale.

Le province, originariamente coincidenti con il territorio delle prefetture, avevano compiti di controllo nei
confronti dei comuni. Tale ruolo è stato via via svuotato per fare spazio a diverse competenze che si sono
rivelate estremamente frammentate e prive di un disegno organico tale da definire le politiche in modo
unitario.

3. LE CITTA' METROPOLITANE

La città metropolitana è un ente locale istituito dalla L. 142/90 di riforma delle autonomie locali, dotato di
autonomia statutaria cui sono affidate le funzioni amministrative dell'aerea metropolitana.

Tali enti sono istituiti anche nelle regioni a statuto speciale di Sardegna e Sicilia, ma in questi territori le
città metropolitane sono normate con legge regionale che deve comunque adattarsi alle direttive generali
della legge statale in materia.

Gli organi della città metropolitana sono: il sindaco metropolitano, è di diritto il sindaco del comune
capoluogo, ha la rappresentanza dell'ente, convoca e presiede il consiglio metropolitano e la conferenza
metropolitana, sovrintende al funzionamento dei servizi e degli uffici e all'esecuzione degli atti ed esercita
le funzioni attribuite dallo statuto e ha potere di proposta per ciò che attiene al bilancio dell'ente; il
consiglio metropolitano, è composto dal sindaco metropolitano e da un numero di consiglieri variabile in
base alla popolazione residente, è un organo elettivo di secondo grado, scelto con un sistema
proporzionale per liste, il Consiglio dura in carica cinque anni e in caso di rinnovo del consiglio del comune
capoluogo, si procede comunque a nuove elezioni del consiglio metropolitano entro sessanta giorni dalla
proclamazione del sindaco, è l'organo di indirizzo e controllo, approva regolamenti, piani, programmi e
approva o adotta ogni altro atto ad esso sottoposto dal sindaco metropolitano ed esercita le altre funzioni
attribuite dallo statuto;, ha altresì potere di proposta sullo statuto e sulle sue modifiche e poteri decisori
finali per l'approvazione del bilancio; la conferenza metropolitana, è composta dal sindaco metropolitano,
che la convoca e presiede, e dai sindaci dei comuni della città metropolitana, è competente per l'adozione
dello statuto e ha potere consultivo per l'approvazione dei bilanci e lo statuto può attribuirle altri poteri
propositivi e consultivi.

4. ROMA CAPITALE

Roma Capitale è l'ente territoriale comunale speciale, dotato di particolare autonomia, che amministra il
territorio comunale della città di Roma ed al quale è attribuito il particolare status di capitale della
Repubblica.

Roma Capitale dispone di tutte le funzioni amministrative già del comune di Roma e: la valorizzazione dei
beni storici, artistici, ambientali e fluviali; lo sviluppo economico e sociale della città di Roma, con
particolare riferimento al settore produttivo e turistico; lo sviluppo urbano e pianificazione territoriale;
l'edilizia pubblica e privata; l'organizzazione e funzionamento dei servizi urbani e di collegamento con i
comuni limitrofi, con particolare riferimento al trasporto pubblico e alla mobilità; la protezione civile, in
collaborazione con la presidenza del Consiglio dei ministri e la regione Lazio; ulteriori funzioni possono
essere delegate dallo Stato italiano e dalla regione Lazio, ai sensi della Costituzione italiana.
Lo statuto di Roma Capitale, approvato dall'assemblea capitolina il 7 marzo 2013, definisce i principi, le
funzioni e gli organi dell'ente, recependo quanto stabilito dal legislatore. Regola inoltre i rapporti tra
l'amministrazione cittadina, gli altri enti territoriali italiani, le ambasciate presenti nella città e la Santa
Sede.

Sono organi di governo di Roma Capitale: il sindaco, della carica di sindaco metropolitano della città
metropolitana di Roma Capitale investito anche ; l'assemblea capitolina, composta da 48 consiglieri; e la
giunta capitolina, formata dal sindaco e da 12 assessori.

Il territorio di Roma Capitale è suddiviso secondo tre tipologie: democratico-amministrativa, urbanistica e


storica o toponomastica. Le suddivisioni democratico-amministrative consistono nella divisione dell'ampio
territorio negli attuali 15 municipi. Le zone urbanistiche rappresentano una ripartizione dei Municipi di
Roma in 155 suddivisioni, secondo criteri di omogeneità dal punto di vista urbanistico. La suddivisione
storica è composta di 116 comprensori toponomastici organizzati in quattro gruppi: 22 rioni che
compongono il centro storico, 35 quartieri che circondano il centro storico fuori dalle Mura aureliane, 6
suburbi cioè territori oltre quartiere, 53 zone scarsamente popolate a cavallo del GRA e fino ai confini
comunali che compongono l'Agro Romano.

5. GLI ENTI LOCALI E LE FORME DI ASSOCIAZIONISMO TRA ENTI LOCALI

Nonostante le esigenze di rafforzare i piccoli comuni discendano da una condizione strutturale molto
lontana e profonda nel tempo, soltanto più di recente si è venuta compiutamente maturando la
consapevolezza politica istituzionale di imboccare la strada di incoraggiare forme cooperative ed associative
tra le stesse amministrazioni comunali.

Si è così finalmente, quanto meno a livello legislativo, interrotto un orientamento politico culturale che
tendeva ad affrontare la questione dei “comuni polvere” secondo una logica tipicamente centralistica, che
puntava pressoché esclusivamente sulla loro fusione. Il testo unico degli enti locali prevede una vasta e
ricca gamma di forme associative, tra le quali le singole amministrazioni possono scegliere il modello che
maggiormente si adatta alle proprie specificità e necessità locali.

Le modalità di integrazione tra enti si possono identificare in tre tipi: la soluzione istituzionale, la soluzione
contrattuale e la soluzione mista.

La soluzione istituzionale incide sulla struttura politico-amministrativa locale, comportando una riduzione
del numero degli enti locali attraverso processi di accorpamento incentivati; tale modello comporta la
scomparsa degli enti che si fondono in un unico comune.

La soluzione contrattuale non incide sulle strutture dimensionali locali ma incontra due grossi limiti: il
problema del free-riding, il rischio cioè di un comportamento opportunistico che può spingere ciascun ente
ad ottenere i benefici della gestione associata senza sopportarne i costi; e i costi relativi al processo di
negoziazione che possono essere rilevanti nelle situazioni di eterogeneità politica, economica e sociale degli
enti coinvolti.

La soluzione mista consiste in una combinazione di strumenti di natura istituzionale e contrattuale. Tale
ipotesi prevede la costituzione di organismi ad hoc con competenze sovracomunali, senza mettere in
discussione l'identità dell'ente.
Le forme associative e di cooperazione fra amministrazioni pubbliche attualmente previste
dall'ordinamento sono: i protocolli di intesa, le convenzioni, gli accordi di programma, l'esercizio associato
di funzioni, i consorzi, le unioni dei comuni, le comunità montane e le fusioni.

La soluzione più istituzionale è certamente la fusione; per le soluzioni di natura contrattuale più comune vi
sono i protocolli di intesa e le convenzioni; infine per le soluzioni miste sono utilizzate più comunemente le
unioni dei comuni senza che ogni ente perda di personalità.

6. L'AUTONOMIA STATUTARIA E REGOLAMENTARE

L’Autonomia statutaria (art. 114 comma 2 Cost.) è il potere (e dovere) di adottare un proprio Statuto cioè
l’atto normativo fondamentale che in armonia con la Costituzione e con i principi generali in materia di
organizzazione pubblica e nel rispetto di quanto previsto dalla legge, stabilisce le norme fondamentali di
organizzazione dell'ente specificando le attribuzioni degli organi, le garanzie delle minoranze e le forme di
partecipazione popolare.

L’Autonomia regolamentare è il potere di adottare regolamenti. Ad oggi la legge dispone che comuni,
province e città metropolitane abbiano potestà regolamentare in ordine alla disciplina dell’organizzazione e
del funzionamento delle funzioni loro attribuite.

7. I CONTROLLI SUGLI ORGANI DEGLI ENTI LOCALI

L’art. 130 della Costituzione attribuisce ad un organo della Regione l’esercizio del controllo di legittimità
sugli atti delle Provincie, dei Comuni e degli altri enti locali. Già l’Assemblea Costituente si pose il problema
se il controllo sugli atti amministrativi degli enti locali dovesse essere esercitato dall’interno o dall’esterno
degli enti, ossia affidato ad appositi organi locali oppure ad organi centrali dello Stato per le Regioni e della
Regione per le Provincie ed i Comuni.

I principi di autonomia e decentramento enunciati dall’art. 5 della Costituzione si ripercuotono sui sistemi
di controllo; le verifiche sugli enti territoriali influiscono, a loro volta, sul livello di autonomia che si intende
tempo per tempo concedere. Da questo confronto deve risultare uno Stato inteso come organismo vivente
composto di parti viventi, nel quale alla molteplicità degli organi corrisponda una molteplicità di vita e di
centro di azione.

Le numerose modalità di controllo, che esistevano prima della riforma, non hanno, tuttavia, favorito né la
cultura della legalità né una azione amministrativa efficace, efficiente, economica.

Con la legge 142\1990, sulla riforma delle autonomie locali, e la legge 127\1997 sullo snellimento
dell’attività amministrativa (Bassanini-bis), si è fortemente ridotto il controllo di legittimità sugli atti degli
enti locali a causa delle sempre maggiori esigenze di autonomia e funzionalità; di converso è stato dato un
impulso notevole a forme di riesame interno e di consulenza esterna.

L'organo di consulenza e controllo regionale esercita la verifica di legittimità sugli atti degli enti territoriali
secondo tre ipotesi: controllo necessario, controllo eventuale e controllo facoltativo. Il controllo necessario
è svolto su statuti, regolamenti di competenza del consiglio, bilanci e rendiconti di gestione. Il controllo
eventuale riguarda le deliberazioni della giunta e del consiglio, previa richiesta scritta e motivata con
l'indicazione delle norme violate in materia di appalti e affidamenti di servizi, forniture di importo di rilievo
comunitario, dotazioni organiche e relative variazioni e assunzioni del personale. Il controllo facoltativo
riguarda ogni deliberazione dell'ente che le giunte intendono di propria iniziativa proporre al controllo.

L'attività di verifica viene esercitata anche sugli organi degli enti locali, come consiglio comunali o
provinciali, che possono essere sciolti con decreto dal presidente dalla repubblica su proposta del ministro
dell'interno quando: vengono compiuti atti contrari alla costituzione, per grave violazione della legge, per
gravi motivi di ordine pubblico, o quando non può essere assicurato il normale funzionamento degli organi
e dei servizi per dimissioni, impedimento o decadenza permanente del sindaco o del presidente della
provincia.

L'ordinamento prevede inoltre diverse forme di controlli dei risultati attraverso la valutazione dell'efficacia,
dell'economia e dell'efficienza, che costituiscono il controllo di gestione. La verifica gestionale ha un
carattere innovativo rispetto alle consuetudini della P.A. stante l'utilizzo di metodologie aziendali oltre al
fatto che tale controllo suppone necessariamente l'individuazione e la promozione delle professionalità
aziendali.

Un altro tipo di controllo è quello sostitutivo che viene esercitato dal difensore civico regionale o dal
comitato regionale per il controllo, nei casi di: ritardo od omissione nel compimento di atti obbligatori per
legge, da adottare entro determinati termini o a seguito di decisioni definitive o a seguito di provvedimenti
coattivi.

Il controllo aggiuntivo è a tutela dell'unità dell'ordinamento, con decreto del presidente della repubblica
previa deliberazione del consiglio dei ministri. Ha facoltà di annullare, d'ufficio o su denuncia, gli atti degli
enti locali viziati di illegittimità.

CAPITOLO 3 - IL SISTEMA DELLE FONTI REGIONALI E LOCALI


1. GLI STATUTI REGIONALI

Le regioni sono enti pubblici territoriali, riconosciuti e garantiti dalla costituzione come soggetti istituzionali
rappresentativi delle rispettive comunità. Tutte le regioni sono dotate di autonomia politica, normativa,
amministrativa e finanziaria. La potestà normativa regionale si distingue in potestà statuaria, legislativa e
regolamentare.

Con lo statuto la regione disciplina la propria organizzazione e il proprio funzionamento per tutte le attività
non regolate direttamente dalla costituzione. Si distinguono gli statuti delle 5 regioni speciali (Valle d'Aosta,
Trentino Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia, Sicilia e Sardegna), che hanno la forma di leggi costituzionali, e gli
statuti delle regioni ordinarie.

2. LE LEGGI REGIONALI

La costituzione attribuisce alla regione la potestà di adottare atti aventi valore di legge ordinaria con
un'efficacia limitata al solo territorio regionale.

La potestà legislativa delle regioni può essere: concorrente o ripartita, poichè spetta alle regioni la potestà
legislativa salvo nei casi riguardanti la determinazione dei principi fondamentali riservata alla legislazione
dello stato; residuale o esclusiva, sono le norme di competenza esclusiva delle regioni tutte quelle leggi non
espressamente riservate alla legislazione dello stato.

3. I REGOLAMENTI REGIONALI

Le regioni esercitano tutte le materie in cui non vi è una competenza esclusiva dello stato.

Ai sensi dell'art. 121 la costituzione attribuisce al presidente della giunta il potere di emanare i regolamenti
della regione.

4. LE FONTI LOCALI

Gli artt. 114 e 117 della costituzione danno un riconoscimento costituzionale allo statuto e ai regolamenti
locali. In particolare questi articoli prevedono che gli enti locali sono enti autonomi con propri statuti,
proprie funzioni e propri poteri.

Gli statuti locali consistono in discipline di assetto organizzativo, diversificati a seconda delle dimensioni e
delle caratteristiche economiche, sociali e culturali di ogni realtà locale.

5. LE MODIFICAZIONI TERRITORIALI

Le modificazioni territoriali riguardano tutte le modifiche territoriali ed amministrative dei comuni.

Sono comprese: le istituzioni di nuovi comuni; le soppressioni dei comuni; le temporanee aggregazioni di
comuni; i trasferimenti dei comuni da una provincia all'altra; i trasferimenti dei comuni da una regione
all'altra; la soppressione dei comuni per effetto del trattato di pace di Parigi del 1947, cioè la cessione dei
comuni italiani a stati esteri.

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