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Francesco Barone: Scienza e filosofia in una nuova prospettiva

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Interviste Francesco Barone

Scienza e filosofia in una nuova prospettiva


11/12/1992

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Professor Barone, il nostro il secolo della scienza e delle sue applicazioni tecnologiche, che sempre di pi incidono sulla vita individuale e sociale. E convinzione abbastanza diffusa che l'autentico sapere sia quello scientifico-tecnologico in grado di accomunare popoli di tradizioni diverse, mentre altri elementi delle loro culture paiono dividerli e contrapporli. D'altra parte, invece, sembra in declino l'immagine antica, tradizionale, che identificava nel filosofo la figura autentica del sapiente. E giustificato questo ribaltamento? (1) Se vero che c' un rapporto concorrenziale tra scienza e filosofia, questo tipo di rapporto ha forse qualcosa a che fare con quella che una quarantina d'anni fa fu chiamata la polemica tra le due culture? Quali sono le radici di questa concorrenzialit?(2) Lei sostiene che le radici della concorrenzialit tra scienza da un lato e filosofia dall'altro trovino la loro origine nella tradizione culturale occidentale. Per anche vero che oggi la scienza, la ricerca scientifica, si presenta come qualcosa di comune e di unico in tutto il mondo, quali che siano le diversit culturali dei popoli che la praticano. (3) Per Lei la filosofia e la scienza, almeno nella forma in cui noi le conosciamo, sono espressioni culturali tipiche della cultura occidentale. Questo pone il problema di come sia possibile il loro riconoscimento in altre culture?(4) Pu descriverci come, nella tradizione occidentale, questo momento originario di visione del mondo si distingue nei due concetti di scienza e filosofia? (5) E nella concezione greca della scienza, di cui la filosofia l'espressione pi alta, che nasce quel rapporto di concorrenza tra la scienza e la filosofia di cui si parlava all'inizi (6)

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Non pensabile linstaurarsi di un altro tipo di rapporto tra filosofia e scienza nella nostra tradizione culturale (7) In che senso per Lei auspicabile una filosofia della scienza? (8)

1. Professor Barone, il nostro il secolo della scienza e delle sue applicazioni tecnologiche, che sempre di pi incidono sulla vita individuale e sociale. E convinzione abbastanza diffusa che l'autentico sapere sia quello scientifico-tecnologico in grado di accomunare popoli di tradizioni diverse, mentre altri elementi delle loro culture paiono dividerli e contrapporli. D'altra parte, invece, sembra in declino l'immagine antica, tradizionale, che identificava nel filosofo la figura autentica del sapiente. E giustificato questo ribaltamento? Il ribaltamento indubbiamente c' stato, per io non generalizzerei dicendo che c' stato un unico ribaltamento. Il quadro per cui il sapere scientifico e tecnologico il vero sapere, quello che pu portare non solo al miglioramento delle nostre conoscenze, ma anche al miglioramento morale dell'umanit, dei rapporti sociali, legato a un determinato periodo dell'et moderna. Direi che pu essere sintetizzato nell'immagine della coreografia del famoso ballo Excelsior, che fu messo in scena alla Scala nel 1881. Qui effettivamente la ragione, che poi era rappresentata da un'avvenente ballerina, vinceva, trionfava sull'oscurantismo, sulle superstizioni. L'idea che la scienza sia l'elemento motore di tutto il perfezionamento, di tutto il progresso umano, non soltanto conoscitivo, ma anche morale e sociale, una convinzione che ha dominato perlomeno fino alla Prima guerra mondiale. Ma con la Grande guerra quest'immagine della scienza come l'autentico sapere che migliora l'umanit entr in crisi, e la crisi peggior specialmente quando, con la Seconda guerra mondiale, ci fu lo scoppio delle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki. Allora all'umanit parve che la scienza non fosse pi la garanzia del progresso continuo, ma potesse essere addirittura la minaccia della distruzione dell'umanit. Se il ballo Excelsior rappresentava la concezione degli entusiasti delle capacit della scienza, dopo la Seconda guerra mondiale ci fu il timore che la scienza minacciasse l'umanit nella sua stessa esistenza. E allora chi controlla la scienza? Intendo dire che la scienza non pi, di per se stessa, garanzia di progresso continuo. Quando il pericolo atomico per le vicende politiche divent meno pesante e meno urgente, i progressi scientifici sollevarono tuttavia i fantasmi di altre minacce. Pensiamo per esempio a tutte le bioingegnerie. Anche qui la capacit della scienza di operare nelle strutture genetiche dell'uomo qualcosa che pu essere molto utile, pu dominare certe malattie ereditarie, ma a qualcuno anche sembrato che potesse essere una minaccia, perch un Grande fratello avrebbe potuto manovrare, plasmare il genere umano in maniera tale da avere, da una parte gli schiavi, dall'altra i dominatori. Allora, di nuovo, come nel controllo dell'energia atomica, chi deve controllare la bont, la non pericolosit
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delle bioingegnerie? Si ripropone il problema etico, cio il problema morale del controllo della scienza. Sar molto arduo dire chi deve controllare la scienza, ma non pi la scienza che garantisce il progresso; ci sar il progresso quando ci sar un controllo morale della scienza, un controllo filosofico della scienza. Allora vero che c' stato un ribaltamento rispetto all'immagine tradizionale. Non pi soltanto il filosofo l'autentico sapiente; in effetti, lo scienziato pu sembrare colui che possiede il sapere che accomuna l'umanit; per le minacce, che sono state intrinseche allo sviluppo della scienza, fanno s che di nuovo compaia il bisogno di un controllo della ricerca scientifica, e questo potrebbe essere un compito proprio della filosofia.

2. Se vero che c' un rapporto concorrenziale tra scienza e filosofia, questo tipo di rapporto ha forse qualcosa a che fare con quella che una quarantina d'anni fa fu chiamata la polemica tra le due culture? Quali sono le radici di questa concorrenzialit? S, indubbiamente la concorrenza tra scienza e filosofia un esempio di quella che nella polemica sulle due culture, cominciata da Charles Snow nel 1959, veniva presentata come la contrapposizione fra la tradizione della cultura umanistica, in cui si vedeva l'indicazione dei valori, l'indicazione delle regole di vita, e la cultura scientifica, molto pi concreta, che non si muoveva in campi vaghi, in alternative di valori, ma doveva condurre a verit accettate da tutti. Dopo qualche anno di accanito dibattito intorno a questo tema ci si accorse che la polemica tra le due culture in realt fondata su un equivoco verbale. Certo, questa polemica tra umanisti da una parte e scienziati dall'altra pu avere un senso se gli umanisti dicono: "Noi sappiamo veramente quelli che sono i valori che devono guidare la vita, " e gli scienziati, dall'altra, ribattono: "Voi siete un po' astratti. Chi d all'uomo gli strumenti concreti per viver meglio siamo noi, con le nostre scoperte, con le nostre applicazioni tecnologiche". Ora, questa specie di dibattito corporativo tra i gruppi degli umanisti e i gruppi degli scienziati pu avere un senso quando si tratta di avere dei fondi, siano pubblici o privati perch, evidentemente, se uno vanta di esser pi utile alla societ pu avere pi fondi. In realt, se si prescinde da quest'aspetto corporativo, i rapporti tra le due culture non sono affatto in contrasto perch, se noi guardiamo lo sviluppo della cultura a partire dall'antichit fino ad oggi, ci che si chiama cultura una formazione armonica dell'uomo che consente a tutte le capacit dell'uomo, a tutte le sue attivit, di coordinarsi in maniera tale da dare dei risultati positivi. Quindi la contrapposizione non ha senso e, da questo punto di vista, non avrebbe senso nemmeno la contrapposizione, la concorrenza, tra la scienza e la filosofia. Se la scienza l'espressione tipica della cultura scientifica, la filosofia un momento fondamentale della cultura umanistica. La polemica sulle due culture, dicevo, fondata su un equivoco, perch la parola "cultura" ambigua,
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significa cose diverse. Un senso questo, relativo alla formazione unitaria dell'uomo. E certo che, dall'antica humanitas dei Latini, dalla paideia dei Greci, l'ideale dei componenti di questa sintesi armonica pu variare. >E certo che, in alcuni momenti della storia, degli elementi della formazione armonica prevarranno su altri, ma sar sempre una sintesi armonica. Da una parte, quindi, la cultura significa questa formazione spirituale dell'individuo; d'altra parte, per, la cultura ha anche un significato, per cos dire, antropologico: mi riferisco a quella disciplina che si chiama antropologia culturale. Serve a indicare i modi di pensare, le istituzioni, le forme di vita di determinate comunit, sicch noi possiamo parlare, per esempio, della cultura dell'antica Grecia, della cultura di una qualsiasi trib africana o indiana dell'America meridionale, della cultura della Francia del periodo del Re Sole e cos via; cio intendiamo, non pi la formazione dell'individuo, ma quella che invece l'espressione, attraverso le forme di pensiero, le istituzioni, anche i modi d'educazione, di una determinata societ. Allora ha senso parlare di culture diverse; ma non ha senso parlare di una cultura umanistica e di una cultura scientifica, perch qui la distinzione non di natura antropologica, ma tra elementi che devono servire unicamente alla formazione del personaggio individuale. Quindi, sotto un certo aspetto, se noi accostiamo la contrapposizione da una parte di scienza e filosofia e dall'altra di cultura scientifica e cultura umanistica, le considerazioni che abbiamo fatto ci mostrano come questa contrapposizione non sia placidamente accettabile. >Per, di fatto, c'; allora bisogna chiedersi quali siano le radici di questa singola, particolare contrapposizione della scienza e della filosofia. Io ritengo che questa contrapposizione sia radicata in una maniera particolarissima, in quella che, dal punto di vista dell'antropologia culturale, possiamo chiamare la cultura occidentale, cio la tradizione culturale nostra, dell'Occidente che, partita dall'antica Grecia, subisce la mediazione del pensiero cristiano e giunge fino ai giorni nostri. Se non ha senso la contrapposizione tra le due culture in generale, ha invece un senso storico specifico e in questo senso va chiarita la contrapposizione tra scienza e filosofia.

3. Lei sostiene che le radici della concorrenzialit tra scienza da un lato e filosofia dall'altro trovino la loro origine nella tradizione culturale occidentale. Per anche vero che oggi la scienza, la ricerca scientifica, si presenta come qualcosa di comune e di unico in tutto il mondo, quali che siano le diversit culturali dei popoli che la praticano.

Questo verissimo. Per, se parliamo delle radici comuni a tutta l'umanit di quelle che poi nella tradizione della cultura occidentale diventeranno scienza e filosofia, verissimo che c' qualche elemento comune in tutte le culture, anche nelle pi diverse, tra alcuni elementi ed altri, che poi nella cultura occidentale diventeranno da una parte filosofia e dall'altra scienza. Ma l'origine di ci che noi chiamiamo
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scienza tipica della tradizione occidentale. Noi non troviamo, per esempio, nella tradizione culturale cinese, una delle tradizioni pi antiche e direi anche pi nobili, qualcosa d'analogo a ci che noi chiamiamo scienza. >I motivi di questa situazione sono molto complessi: alcuni hanno visto, nella stessa struttura della lingua cinese, la difficolt di poter formulare quei concetti di oggetti, di qualit di oggetti, che sono tipici della struttura di base della nostra ricerca scientifica. In realt i Cinesi, tutti quanti lo sappiamo, dal punto di vista delle scoperte tecniche hanno anticipato invenzioni come la polvere da sparo o la bussola, quelle che poi furono le conquiste tecnologiche dell'Occidente; ma, dal punto di vista della ricerca scientifica non c' una conoscenza scientifica in Cina. Oggi abbiamo degli scienziati cinesi che sono premi Nobel per la fisica, ma non c' stata una ricerca scientifica indigena, perch la visione del mondo della cultura cinese era di carattere pi che altro morale, i rapporti erano di natura politica, c'era un rapporto di convivenza tra le varie componenti, ma non c'era l'interesse per capire le strutture del mondo. Tutto questo tipico del pensiero greco. >C' un mondo che ha una sua struttura, che si deve cercare di penetrare, di capire per poter avere anche la possibilit di dominare questo mondo. >Il mondo, basti pensare per esempio a un famoso dialogo platonico, il "Timeo", concepito come strutturato matematicamente, geometricamente. Se noi usiamo, per esempio, la geometria euclidea, riusciamo a penetrare il segreto del mondo, perch il mondo strutturato geometricamente. Quest'idea in Cina non c'. Il mondo un rapporto di elementi che non hanno carattere matematico. Il pensiero greco a un certo punto fu ripreso dal pensiero cristiano e noi troviamo in molti autori del Medioevo e del periodo moderno, l'affermazione che Dio nel creare il mondo ha geometrizzato, cio ha creato il mondo secondo peso, numero e misura. Se ci appropriamo degli strumenti della matematica, del peso, della misura, del numero, delle forme geometriche, riusciamo a capire i segreti delle cose del mondo. Perch? Perch il mondo ha un ordine, un ksmos, qualche cosa di ordinato (per i cristiani ordinato da Dio) e, se riusciamo a penetrare il segreto di quest'ordine, di quest'armonia, allora riusciamo a capire il mondo. >C' un episodio significativo che illustra la differenza tra le altre culture, per esempio quella cinese, di cui parlavo prima, e la cultura occidentale. Intorno al 1500, in una citt della Svizzera fu mandato al rogo un gallo, il quale aveva una colpa: aveva covato delle uova. A noi sembra che tutto questo sia privo di senso, ma uno scienziato, Joseph Needham, studioso della scienza occidentale ma anche di tutta la tradizione culturale cinese, si soffermato su quest'episodio per dire che rivelatore della diversa mentalit della cultura occidentale e della cultura cinese. >Se l'episodio della condanna del gallo fosse stato raccontato ai Cinesi, essi non l'avrebbero capito: non avrebbero compreso la ragione per cui il gallo aveva violato, per gli occidentali, una legge naturale, giacch il gallo di solito non cova le uova: la cova, di solito, affidata alla gallina. Ma una legge naturale, per gli occidentali, anche una legge divina, perch Dio ha creato il mondo in maniera ordinata: perci
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quel gallo aveva peccato contro l'ordine divino, quindi meritava il rogo. Un Cinese tutto questo non l'avrebbe capito. Si sarebbe contentato di mettere il gallo allo spiedo, perch avrebbe detto che, se c'era stato qualche fatto inconsueto, probabilmente la colpa era del mandarino che governava il distretto o addirittura dell'imperatore, ma non poteva avere un'idea di legge naturale voluta da Dio. >Needham conclude che l'idea che aveva portato al rogo il gallo era la stessa che portava Keplero a studiare le armonie celesti. Questa effettivamente una diversit profonda, una diversit radicale. Ecco perch, anche se oggi la scienza l'elemento che unifica il mondo, questa scienza ha un'origine occidentale ed radicata nella cultura occidentale. 4. Per Lei la filosofia e la scienza, almeno nella forma in cui noi le conosciamo, sono espressioni culturali tipiche della cultura occidentale. Questo pone il problema di come sia possibile il loro riconoscimento in altre culture? Se, ad un certo punto, alcuni risultati di una determinata cultura possono essere fatti propri anche da altre culture, vuol dire che c' qualche elemento di fondo che, nonostante la diversit delle espressioni culturali, presenta tuttavia delle radici comuni, che permettono la comunicazione. Quali sono queste radici comuni? Quali che siano le culture varie dei popoli, tutti questi popoli sono formati da quella specie che ormai, in termini biologici, si chiama homo sapiens sapiens: cio sono formati da uomini, da individui umani, quali che siano il colore della pelle e le tradizioni culturali. >L'uomo s un animale come tutti gli altri, ha una vicenda, deve adattarsi all'ambiente, deve lottare per poter sopravvivere, ma un animale culturale, cio un animale che parla. >E significativo, per esempio, che in tutte le favole in cui ci sono degli animali che hanno dei caratteri antropomorfi, ci siano sempre degli animali parlanti. Noi siamo degli animali, non dobbiamo mai dimenticarlo, con bisogni del tutto simili a quelli degli altri animali: abbiamo la necessit, per sopravvivere, di adattarci all'ambiente, ma oltre a tutto questo siamo degli animali parlanti, che esprimono le proprie concezioni con un linguaggio verbale, si fanno un'immagine del mondo e la descrivono. >Noi abbiamo bisogno, in qualsiasi momento originario della nostra attivit, per poter vivere di quella che i Tedeschi chiamano Weltbild, cio di un'"immagine del mondo". Come tutti gli altri animali, oltre ad avere un'immagine di esso, per poterci adeguare all'ambiente, abbiamo anche un vissuto emotivo dell'ambiente, lo viviamo emotivamente. Molti animali superiori, come cani e gatti, si comportano in questa maniera: cercano, cio, di sopravvivere adattandosi all'ambiente, ma non parlano. Noi invece parliamo, descriviamo le immagini. >Ma anche gli animali reagiscono emotivamente all'ambiente, cio hanno dei sentimenti nei confronti di quest'ambiente, o di piacere o di dolore. Anche gli uomini hanno queste reazioni emotive ma, siccome
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l'uomo un animale parlante, anche queste espressioni emotive vengono oggettivate, quasi messe di fronte a noi. Andiamo alla ricerca di un senso di quel mondo di cui ci facciamo un'immagine e del senso della nostra vita in questo mondo. >Al momento originario, l'uomo ha bisogno di farsi un'immagine del mondo, perch altrimenti non potrebbe sopravvivere; ma, nello stesso tempo, prende posizione rispetto a questo mondo e, proprio perch un animale parlante, quella reazione emotiva che l'uomo ha di fronte al mondo, si puntualizza in quello che il senso della morte. Noi abbiamo il senso della finitezza, il senso della precariet: sappiamo di nascere e vediamo che gli altri muoiono e, ad un certo punto, capiamo che anche noi moriremo. >Che senso ha questo mondo in continuo divenire? In tutte le culture noi abbiamo questo momento originario, che , se vogliamo, un precorrimento di quella che sar la scienza, perch dobbiamo pur farci un'immagine del mondo. Ma la cosa importante non tanto farci un'immagine del mondo, ma dare un senso a questo mondo di cui ci formiamo un'immagine, e qui c' il momento originario, aurorale di quel che poi diventer la filosofia. Nella vita di ogni uomo fondamentale l'immagine del mondo e la presa di posizione rispetto a esso. I tedeschi hanno un termine per indicare questo momento originario del guardare il mondo e chiedersi che senso ha: la parola Weltanschauung, che potremmo tradurre con "intuizione del mondo", "visione del mondo", ma questultima una traduzione che accentua il momento della formazione dell'immagine, mentre "intuizione del mondo" indica la presa di posizione, la donazione di senso a questo mondo.

5. Pu descriverci come, nella tradizione occidentale, questo momento originario di visione del mondo si distingue nei due concetti di scienza e filosofia? Lei dice bene: si distingue, non c' una separazione, proprio perch nella visione del mondo (Weltanschauung) i due momenti formano un'unit. C' la possibilit di distinzione, ma non di separazione. Ecco perch si pu parlare d'un antico rapporto tra scienza e filosofia, proprio perch potremmo distinguerle, ma tuttavia hanno una radice comune in quella che la presa di posizione originaria di fronte al mondo. Come si distinguono nella tradizione occidentale? Non si separano, si distinguono. Ed qui, in questa distinzione tipica della tradizione occidentale, che si radica anche quella particolare versione del rapporto che sembra di contrapposizione. La concezione che i Greci avevano della scienza E quello d'una conoscenza rigorosa. >Per noi scienza conoscenza rigorosa, controllabile, valida per tutti quanti, intersoggettiva e quindi anche con un valore oggettivo che non dipende semplicemente dai gusti di colui che vuol cercare di capire com' fatto il mondo. Questa conoscenza rigorosa, quella che noi chiamiamo scienza, i Greci la chiamavano epistme e, del resto epistme noi lo traduciamo con la parola "scienza", tant' vero che lo studio, la riflessione sulla scienza di solito s'indica anche in italiano con "epistemologia". Quali
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caratteristiche aveva l'epistme? Lepistme si distingueva dalla doxa, cio da quella che era una semplice opinione, una conoscenza che non aveva la garanzia della conoscenza controllata. Un conto era avere unopinione, un conto invece era conoscere effettivamente, avere epistme. Il valore della scienza, per i Greci, espresso dal famoso dialogo Repubblica di Platone, che contiene questo passo: "Solo ci che perfettamente conoscibile, ci che non non conoscibile". >Ci che mescolanza d'essere e di non essere, cio il divenire, ci che in una maniera, poi cambia, non oggetto dellepistme, oggetto della doxa, dellopinione. >Noi la pensiamo diversamente, perch la scienza si occupa anche delle leggi del divenire. Ma per i Greci la scienza, l'epistme, era la conoscenza di ci che aveva l'essere pieno e perfetto; pi valeva la conoscenza che noi avevamo, pi onticamente ricco, se vogliamo adoperare dei termini filosofici, pi perfetto era l'oggetto a cui si riferiva la nostra conoscenza. La concezione della scienza dei Greci, quindi, commisurava il valore di una conoscenza alla natura dell'oggetto studiato. Quanto pi l'oggetto era sottratto al divenire, come l'essere in s, o l'essere dei moti circolari dei corpi celesti, quanto pi l'essere aveva perfezione, tanto pi allora abbiamo la possibilit di avere una scienza valida. >Per esempio, per un greco che aveva questa concezione dell'epistme, era certamente privo di valore scientifico lo studio dei vermi perch, a parte il fatto che possono essere per qualcuno ripugnanti (anche se oggi ci sono degli scienziati che studiano dei vermi), i vermi erano mescolanza d'essere e non essere, erano divenire. Soltanto ci che , che pienamente , oggetto di scienza. Che cos' l'essere perfetto, l'essere che non muta mai? In Platone, il mondo delle idee, cio il mondo di quei valori, di quei rapporti matematici, dominato dall'idea del bene, il sommo valore, di cui il mondo del divenire, in quanto , una semplice imitazione, una semplice partecipazione. Quindi per Platone c' una specie di gerarchia di scienze, che incominciano dalla matematica, perch la matematica si occupa di figure che non appartengono al divenire. Lo studio delle figure geometriche qualche cosa che avviene al di fuori del tempo. La matematica, quindi, il primo avvio: il primo modello della conoscenza scientifica. Ecco da dove nasce l'epistme greca: su un modello della matematica, infatti le dimostrazioni matematiche sono dimostrazioni necessarie proprio perch riguardano figure sottratte al divenire. Matematica, geometria, astronomia sono tutte quante scienze per Platone, ma scienze in quanto il loro oggetto ha essere.

6. E nella concezione greca della scienza, di cui la filosofia l'espressione pi alta, che nasce quel rapporto di concorrenza tra la scienza e la filosofia di cui si parlava all'inizio? >In parte s. Ma tutta la tradizione occidentale che rafforza questo rapporto concorrenziale. Nella concezione greca (ho accennato a Platone, ma in Aristotele le cose non sono molto diverse); anche nel
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pensiero medievale, cio al periodo in cui il pensiero greco viene a contatto con il pensiero cristiano e si forma quella che sar poi la tradizione della cultura occidentale, noi troviamo delle forme analoghe. Nel pensiero cristiano la filosofia sar vista come ancella della teologia, cio della scienza di Dio, ma perch Dio sar una scelta ancora pi alta della filosofia, ma rimane sempre costante questa gradazione del valore delle scienze in base alla natura dell'oggetto studiato. >Quindi la filosofia, salvo quando ancilla theologiae, ancella della teologia, rimane la regina delle scienze. Tutte le altre scienze sono subordinate. Tutto questo subisce nel periodo rinascimentale, tra la fine del Cinquecento e l'inizio del Seicento, un profondo sconvolgimento quando le scienze ancelle, che erano semplicemente preparatorie della filosofia e che dovevano ricevere dalla filosofia la loro stessa luce, rivendicano una certa autonomia; quando cio le scienze vogliono costituirsi juxta propria principia: la matematica, lo studio della natura, lo studio del movimento e cos via; allora si pu dire che nasca la scienza moderna. Possiamo considerare iniziatori Copernico, Galileo, Keplero e, finalmente, Newton, che dar nei Philosophiae naturalis principia matematica la formulazione tipica della scienza moderna, a cui molti filosofi successivi continueranno a ispirarsi. Cartesio per esempio dice che vera scienza ogni conoscenza chiara ed evidente. Chiarezza ed evidenza sono caratteristiche non dell'oggetto conosciuto, ma della maniera in cui noi conosciamo l'oggetto. >Nel costituirsi della scienza moderna, prima di tutto viene l'importanza del metodo. E il metodo che garantisce il valore della conoscenza scientifica. Quali sono questi criteri del metodo? Possiamo prendere l'espressione usata da Galileo Galilei in una lettera del 1615 alla Granduchessa di Toscana, madama Cristina di Lorena, quando dice che vero che noi abbiamo delle verit rivelate nelle Sacre Scritture, non vuole mettere in dubbio questo, perch la teologia sempre importante; ma, nello studio della natura, siccome questa opera di Dio ed stata creata da Dio secondo peso, numero e misura, noi abbiamo delle vie sicure per procedere nella sua conoscenza. >Se seguiamo quelle che Galileo chiama le sensate esperienze, cio le esperienze sensibili, i dati di senso, ci che "le sensate esperienze ci pongono di fronte agli occhi" da una parte e, dall'altra, le dimostrazioni della matematica, "siccome il mondo strutturato matematicamente, scritto in caratteri, che sono caratteri geometrici", come dice Galileo nel Saggiatore, noi non possiamo mettere in dubbio affatto le conoscenze che abbiamo. La garanzia, il valore della conoscenza scientifica sta nei suoi criteri metodologici: l'appello all'esperienza e l'interpretazione matematica dell'esperienza. Per i Greci era la filosofia la regina delle scienze. Ora il vero sapere diventa il sapere scientifico. Ecco dove nasce, direi dove si rafforza, quel rapporto concorrenziale.

7. Non pensabile linstaurarsi di un altro tipo di rapporto tra filosofia e scienza nella nostra tradizione culturale?
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Che cosa stabilisce il rapporto concorrenziale tra scienza e filosofia, a partire dalla concezione dell'epistme dei Greci fino alla concezione della scienza moderna? Teniamo presente che questi sviluppi della scienza portano, per esempio, agli inizi del Novecento, a dire addirittura che i discorsi filosofici sono privi di senso, cio che non hanno pi nessuna struttura. Ma che cosa porta a questo contrasto? E la convinzione che il sapere, sia filosofico che scientifico, pu aver valore soltanto se un sapere assoluto, di cui ci sia la garanzia della certezza. La filosofia non garanzia nel senso della tradizione occidentale. E nata prima come la suprema delle scienze poi, via via, stata costretta a ricercarsi uno spazio, quando la scienza moderna occupava sempre di pi il campo del sapere. >Da molto tempo la filosofia ha riscoperto la sua radice, il suo originario senso di visione del mondo, di Weltanschauung, cio quello della donazione di senso al mondo. >Per riprendere un'immagine platonica, di un altro dialogo di Platone, il Flebo, le lotte, le discussioni tra i filosofi sono variazioni di quella che Platone chiamava "la lotta di giganti tra gli amici delle forme e i figli della Terra". Cio tutte le filosofie, sia pure con varianti storiche e varianti culturali, sono di due tipi: da una parte ci sono le filosofie che ricercano un senso, un significato, un valore del mondo in un ultramondo, questi sono gli "amici delle forme", cio gli amici del mondo delle idee, secondo la visione di Platone, di un mondo che di l dal mondo del divenire; dall'altro, invece, ci sono dei "figli della Terra", gli atomisti, a cui alludeva Platone, i quali cercano di dare un senso a questo mondo, anche quando questo un mondo puramente terreno, senza ultramondo. >La filosofia occidentale si resa conto che sempre argomentativa, vuol tentare di essere persuasiva, ma sempre l'espressione di un'opzione, d'una scelta originale sul significato del mondo e, quindi, ha finito con il perdere il mito della certezza, cio non vuole pi essere la suprema delle scienze. E vero che ancora oggi ci sono molti filosofi che ritengono che la filosofia sia metafisica e che la metafisica sia la dimostrazione scientifica di verit ultime ma, nel quadro generale della filosofia moderna, della filosofia contemporanea, questa convinzione andata via via attenuandosi. Che cos' capitato alla filosofia? Ha perso la pretesa alla certezza. Che cos' capitato dal punto di vista scientifico? C' qualcosa di analogo? Se noi guardiamo solo alla scienza moderna, evidentemente no. La scienza moderna aveva questa convinzione di costituire un sapere vero, necessario, che portava a conclusioni sempre pi ampie; era, come diceva Laplace, una specie di magazzino in cui si accumulavano tante verit. >Di qui nacque l'idea di progresso che ha dominato anche nella cultura occidentale, progresso non solo conoscitivo, ma sociale, politico, morale. Ma guardiamo alla scienza contemporanea, alla scienza degli ultimi centocinquanta anni. Pensiamo alla matematica, che per Galileo era la matematica euclidea, era la geometria euclidea. Pensiamo anche a tutti gli sviluppi delle geometrie non-euclidee, a tutti quanti gli sviluppi circa le strutture logiche delle dottrine matematiche che non sono diventate opinioni, ma hanno perso quella sicurezza di cogliere delle verit prime immutabili e di ricavarne delle conseguenze. Molto spesso i sistemi matematici sono visti come sistemi ipotetico-deduttivi. Da certe ipotesi si traggono certe
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Francesco Barone: Scienza e filosofia in una nuova prospettiva

conseguenze. Anche la scienza contemporanea ha perso la pretesa alla certezza. >In questa situazione, il rapporto concorrenziale pu venir meno, perch da un lato la filosofia non ha pi la pretesa d'essere la regina del sapere e, dall'altro, anche la scienza riconosce d'essere un tentativo, del tutto umano, del tutto fallibile, del tutto rivedibile di capire come stanno le cose. 8. In che senso per Lei auspicabile una filosofia della scienza? Per chiarire quel che voglio dire, ricorro a un esempio. Prendiamo il caso di un falegname che abbia deciso di dedicarsi alla costruzione di mobili artistici. E chiaro che questo falegname, prima di decidere di fare questa scelta professionale, ha avuto delle possibilit di riflettere sul valore di questa scelta e di compararne il valore con quello d'altre scelte. Ha deciso di fare il falegname, anzich prendere una laurea in filosofia, perch valeva meno professionalmente di quanto non valga imparare bene il mestiere di fare mobili d'arte. Possiamo stabilire una specie d'analogia tra questa scelta iniziale del falegname e la Weltanschauung, cio la donazione di senso alla propria vita. Il falegname, una volta che ha deciso di fare questo lavoro, deve imparare, deve andare a bottega, imparare dall'artigiano come si fa il lavoro, per poi mettersi all'opera ed anche lui incominciare a costruire. Impara cos le tecniche e anche lui incomincia a costruire e a adoperare degli strumenti. Gli strumenti sono lo scalpello, la sgubbia, la sega. Se un bravo artigiano, a un certo punto si mette a riflettere se per caso non farebbe meglio i mobili se modificasse in qualche parte alcuni di quegli strumenti. Se poi molto geniale, addirittura inventa qualche strumento nuovo per lavorare il legno. Il falegname non lo sa ma, nel momento in cui fa questa pausa di riflessione sugli strumenti che adopera, fa un'opera filosofica, con tutto il rispetto per il falegname e per i filosofi. E chiaro che mentre pensa agli strumenti, come modificare gli strumenti, non fa mobili; per, il pensare la modifica eventuale di strumenti gli permetter in seguito di far meglio i mobili. >Nel momento in cui non fa i mobili, ma riflette sugli strumenti, si potrebbe dire che si dedica alla filosofia della falegnameria Non pi nel senso della Weltanschauung: la scelta stata fatta all'inizio, quando ha deciso che era meglio fare il falegname che laurearsi in filosofia. Ma in che senso, allora, fa della filosofia della falegnameria? In questo caso filosofia significa riflessione di qualcuno sull'attivit che sta svolgendo. E chiaro che la riflessione su quest'attivit non l'attivit stessa, ma qualche cosa di molto importante per l'attivit, perch, per esempio, la riflessione sugli strumenti gli potrebbe permettere addirittura di far meglio i mobili. L'analogia tra il falegname e lo scienziato c' ed perfettamente soddisfacente. Anche lo scienziato, una volta che ha deciso di far lo scienziato, sicch nella sua Weltanschauung c' l'ammissione che ci sia qualcosa nell'ambiente che merita di essere compreso anche per poter vivere
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meglio; poi deve imparare le tecniche per fare lo scienziato. S'iscriver all'universit, imparer i vari metodi e li metter a sua volta anche in pratica. Di fronte a certe difficolt, a certi problemi che con i metodi appresi non riesce a risolvere, lo scienziato si metter a riflettere, come faceva il falegname, sugli strumenti che adopera: ma stavolta gli strumenti non sono pi materiali, non sono pi lo scalpello e la sgubbia, ma sono concetti, strutture linguistiche. Riflettendo su queste strutture linguistiche non fa scienza, perch la scienza ha sempre un'intenzione diretta verso la realt per capire com' fatta, ma fa come il falegname che faceva la filosofia della falegnameria, mentre lui fa filosofia della scienza, cio fa epistemologia. Fa questo perch spera che, con tale riflessione, potr fare meglio il lavoro che dovr fare, cio rivolgersi di nuovo alla realt per capire com' fatta.

Abstract Secondo Francesco Barone la catastrofe nucleare che ha colpito Hiroshima e Nagasaki ha segnato la fine del mito del progresso scientifico e della fiducia cieca nella ragione scientifica e, soprattutto, ha posto il problema etico del controllo della tecnica, ridisegnando i rapporti tra filosofia e scienza. Respingendo ogni contrapposizione tra cultura umanistica e cultura tecnico-scientifica, Barone ne sottolinea l'equivoco linguistico, dal momento che cultura, nel senso di paideia e humanitas, indica l'armonica e complessiva formazione dell'uomo, le cui componenti possono variare a seconda dei contesti storicoculturali. Dopo aver sottolineato il carattere tipicamente occidentale della scienza che si fonda sull'idea greca e cristiana di un kosmos trasparente alla ragione e comprensibile, idea estranea alle culture orientali , Barone spiega l'universale diffusione del sapere scientifico ricorrendo ad una costante biologica e antropologica, quella dell'homo sapiens che, al di l delle differenze storico-culturali, portato ad elaborare una Weltanschauung, cio una intuizione e visione del mondo con cui comprendere, adattarsi all'ambiente e conferirgli senso. da questa originaria Weltanschauung che si origina la distinzione tra scienza e filosofia, che Barone fa risalire alla gnoseologia platonica, fondata sulla simmetrica corrispondenza tra essere e conoscere - per cui solo ci che eterno e indiveniente perfettamente conoscibile - e su una gerarchia delle scienze al cui vertice posta la filosofia, che coglie l'essere intellegibile. Il rapporto concorrenziale tra scienza e filosofia istituito dai Greci si capovolge nell'et moderna quando le scienze naturali, con Keplero, Galilei e Copernico, rivendicano la loro autonomia rispetto alla filosofia e non commisurano pi il loro valore sulla natura dell'essere conosciuto, ma sulle garanzie metodologiche elaborate dal soggetto conoscente. Negli ultimi anni, scienza e filosofia hanno superato il loro rapporto concorrenziale, perch entrambe si sono liberate della presunzione di essere un sapere assoluto e incontrovertibile e si avviano ad un rapporto di collaborazione, in quanto lo scienziato non pu prescindere da una riflessione metodologica ed epistemologica sullo statuto e le competenze della
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sua disciplina e deve ricorrere alla filosofia in quanto analisi di strutture concettuali. Torna all'intervista completa

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