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Società e comunicazioni di massa
Società di transizione: verso la società di massa
La società di massa è un concetto che si sviluppa a partire dai grandi cambiamenti
sociali ed economici che si verificano tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo, come
l'industrializzazione, l'urbanizzazione e la modernizzazione. Con il termine "società di
massa" si intende una società in cui le istituzioni trattano le persone come un insieme
indistinto, una "massa", e non come individui appartenenti a gruppi o comunità
specifici. Questo è il risultato di una crescente differenziazione sociale: le persone
accedono ai diversi sistemi sociali (economico, politico, educativo) per funzioni
specifiche, ma senza legami stabili con un determinato status sociale.
Uno dei primi a riflettere su questa trasformazione è Saint-Simon, che paragona
la società a un organismo vivente, dove ogni parte ha un ruolo specifico e deve
lavorare in armonia con le altre. Tuttavia, la crescente specializzazione introdotta
dall'industrializzazione crea una società più complessa e frammentata. Questo tema è
ripreso da Auguste Comte, che descrive la società come un organismo collettivo con
parti coordinate, ma avverte che un eccesso di specializzazione può portare a un
indebolimento dei legami sociali e alla perdita dello "spirito d'insieme".
Questa frammentazione è al centro anche delle riflessioni di Ferdinand Tönnies,
che distingue tra comunità (Gemeinschaft) e società (Gesellschaft). La comunità è
caratterizzata da relazioni profonde e significative, basate su sentimenti condivisi,
tipiche della vita rurale. La società, invece, è il prodotto dell'industrializzazione:
impersonale, basata su relazioni formali come il contratto, dove le persone
interagiscono solo per interessi personali. Tönnies osserva che, con il progresso
industriale, la società tende a sostituire la comunità, portando a un isolamento
crescente degli individui.
Questo isolamento è approfondito da Durkheim, che introduce il concetto di
anomia, una condizione in cui la società non riesce più a fornire regole e riferimenti
morali agli individui. Questo accade soprattutto nelle società caratterizzate da una
"solidarietà organica", dove la divisione del lavoro è molto sviluppata e le relazioni tra
le persone diventano frammentate e formali. Senza una rete di legami significativi, gli
individui rischiano di sentirsi soli e privi di direzione.
In sintesi, la società di massa si caratterizza per:
1. L'isolamento degli individui.
2. La prevalenza di relazioni impersonali e contrattuali.
3. La libertà da pressioni sociali vincolanti, che però può portare all'anomia.
Questi fattori hanno influenzato anche la nascita delle teorie sulle comunicazioni di
massa, come la teoria ipodermica, che considera gli individui isolati e passivi, pronti a
recepire messaggi diretti dai media senza filtri critici.
In poche parole, la società di massa è il prodotto di un processo storico di
frammentazione sociale, dove gli individui, pur avendo maggiore accesso ai sistemi
sociali, vivono relazioni sempre meno significative e una crescente separazione dagli
altri.
La teoria della società di massa
La teoria della società di massa nasce nel XX secolo, un’epoca in cui le masse
cominciano a irrompere sulla scena sociale e politica in modo preponderante. Questo
fenomeno provoca reazioni contrastanti: le masse vengono percepite come qualcosa
di amorfo, instabile e facilmente manipolabile. Gianni Statera le descrive come "massa
bruta", cioè pronte a seguire leader carismatici e demagoghi, senza una vera capacità
critica.
Questa visione negativa trova conferma nella psicologia delle folle di Gustave Le
Bon. Le Bon sottolinea che, all’interno delle folle, gli individui perdono la loro
razionalità e agiscono seguendo impulsi emotivi, diventando facilmente influenzabili.
Le masse, quindi, erano viste come un pericolo per l’ordine sociale e per la cultura
tradizionale.
Un’altra riflessione importante arriva dai teorici dell’elitismo, come Mosca, Pareto
e Michels. Secondo loro, la società è inevitabilmente guidata da una minoranza
organizzata – l’élite – che sfrutta la disorganizzazione e la frammentazione delle
masse. Michels, in particolare, formula la legge ferrea dell’oligarchia, secondo cui,
anche nelle democrazie, il potere finisce sempre nelle mani di pochi, perché solo
un’organizzazione strutturata può governare, mentre le masse, per loro natura, sono
disorganizzate e incapaci di autogestirsi.
Un’altra critica importante viene da José Ortega y Gasset, che contrappone
l’“uomo-massa” all’individuo colto. Secondo Ortega, l’uomo-massa è irrazionale e
ignorante, e la sua ascesa rischia di distruggere la razionalità e la cultura tradizionale.
Per Ortega, l’irruzione della massa è il segno di un cambiamento epocale e della fine
di un mondo ordinato.
Georg Simmel aggiunge che la massa esalta ciò che accomuna gli individui, ma
ignora ciò che li differenzia. Questo porta a un’azione collettiva semplice e diretta,
guidata da un’unica idea dominante. Tuttavia, questa semplicità è spesso sinonimo di
superficialità e mancanza di profondità.
Un contributo sociologico rilevante arriva da Herbert Blumer, che descrive la
massa come un aggregato anonimo di individui con scarsa interazione reciproca. In
questa condizione di isolamento, le persone perdono la capacità di condividere valori e
modelli di comportamento e diventano vulnerabili alla manipolazione esterna.
Questa idea di isolamento e vulnerabilità è fondamentale anche per comprendere
la nascita della prima teoria sulle comunicazioni di massa: la teoria ipodermica.
Secondo questa teoria, i mezzi di comunicazione di massa agiscono come un ago
ipodermico, iniettando direttamente messaggi negli individui isolati, che li accettano
passivamente senza filtri critici.
I presupposti di questa teoria si basano su cinque punti principali:
1. La scomparsa dei gruppi primari e delle relazioni interpersonali.
2. L’isolamento degli individui nella società.
3. La perdita dei tratti personali, sostituiti dall’omogeneità della massa.
4. La formazione di un pubblico atomizzato, cioè composto da individui isolati e
disconnessi.
5. L’onnipotenza dei mezzi di comunicazione di massa, che permettono a chi li
controlla di manipolare gli individui.
In sintesi, la società di massa è vista come un prodotto della modernità,
profondamente trasformata dalla rivoluzione industriale e dalla diffusione dei mezzi di
comunicazione. Gli individui, isolati e privi di legami significativi, diventano vulnerabili
a un controllo esterno, dando vita a una società amorfa e facilmente manipolabile.
Questo è il contesto in cui nascono le teorie sulle comunicazioni di massa, che vedono
nei media uno strumento centrale per influenzare e plasmare la società.
La teoria che “never was” ovvero la teoria ipodermica
La teoria ipodermica (o bullet theory), è una delle prime elaborazioni sul rapporto
tra mezzi di comunicazione di massa e individui. Nata in un contesto di profonda
trasformazione sociale, la teoria si basa su un modello estremamente semplice e
diretto: i messaggi dei media si comportano come un "ago ipodermico" che inietta
informazioni negli individui, i quali le accettano passivamente e uniformemente.
Questo approccio riduce il processo comunicativo a una sequenza automatica: stimolo
→ risposta (S → R).
Contesto storico e scientifico
- Origini culturali: La teoria si sviluppa all'inizio del XX secolo, in un clima di forte
preoccupazione per la manipolazione delle masse tramite propaganda, amplificata
dagli eventi della Prima Guerra Mondiale e dalle trasformazioni sociali legate
all'industrializzazione.
- Influenze teoriche: Deriva dal behaviorismo, che analizza il comportamento
umano in termini di stimolo e risposta, e dalla teoria della società di massa, che
rappresenta gli individui come isolati e vulnerabili.
Principali postulati
1. Massa indifferenziata: Gli individui sono isolati fisicamente e culturalmente,
senza relazioni sociali che fungano da protezione contro l’influenza mediale.
2. Potenza persuasiva dei media: I messaggi dei media sono assimilati
direttamente, come un "proiettile magico" che colpisce senza ostacoli.
3. Uniformità di ricezione: Tutti gli individui ricevono e interpretano i messaggi
nello stesso modo.
4. Individui passivi: Non esiste spazio per l’interpretazione personale o la resistenza
da parte del destinatario.
Limiti teorici
Sebbene inizialmente fosse accolta come uno strumento utile per comprendere il
potere dei media, la teoria ipodermica è stata criticata per:
- Semplificazione estrema: Riduce il processo comunicativo a una dinamica
meccanica, ignorando la complessità dei contesti culturali e delle reazioni individuali.
- Mancanza di empiricità: Non si basa su dati concreti, ma su ipotesi speculative.
- Negazione dell'interpretazione: Considera il destinatario un elemento passivo,
privandolo di qualsiasi potere interpretativo.
Persistenza del modello
Nonostante i limiti, la teoria ipodermica è stata recuperata in contesti che
enfatizzano il carattere manipolatorio dei media, come nelle riflessioni della Scuola di
Francoforte (Adorno e Horkheimer) o nella teoria culturologica di Edgar Morin. Il
modello ha inoltre influenzato successivi sviluppi teorici, come la teoria matematica
della comunicazione di Shannon e Weaver (1949), che mantiene un approccio lineare
ma introduce il concetto di "rumore" come fattore di disturbo nel processo
comunicativo.
La teoria ipodermica, pur essendo ormai superata, rappresenta un momento
fondamentale nella storia degli studi sulla comunicazione di massa. Ha posto le basi
per successive riflessioni più articolate, ma la sua visione semplicistica è oggi
considerata insufficiente per spiegare le dinamiche complesse tra media, individui e
società.
Il modello di Lasswell
Il modello di Lasswell: un'analisi critica
Il modello di Lasswell (1948) rappresenta uno dei primi tentativi di sistematizzare
le dinamiche della comunicazione e organizzare il campo emergente della ricerca sulla
comunicazione. La sua struttura si articola attorno a cinque domande fondamentali:
1. Chi (l'emittente)
2. Dice cosa (il messaggio)
3. A chi (il destinatario)
4. Con quale mezzo (il canale)
5. Con quale effetto (l'effetto)
Questa formulazione, semplice ma innovativa per l'epoca, ha permesso di
organizzare la ricerca su base analitica, separando i diversi elementi del processo
comunicativo. Tuttavia, nel tempo, il modello è stato sottoposto a numerose critiche e
interpretazioni.
Contributi del modello di Lasswell
1. Chiarezza concettuale:
- Il modello ha reso possibile distinguere e studiare separatamente le componenti
del processo comunicativo: emittente, messaggio, destinatario, mezzo ed effetto.
- Ha favorito lo sviluppo di sotto-discipline della comunicazione come lo studio dei
media, l'analisi dei contenuti e la ricerca sugli effetti.
2. Content Analysis:
- Lasswell è considerato un pioniere nell’analisi dei contenuti, avendo applicato
questo metodo per studiare la propaganda, in particolare durante la Prima Guerra
Mondiale.
3. Flessibilità applicativa:
- Nonostante la sua apparente semplicità, il modello è stato adottato in diversi
contesti di ricerca, dai media tradizionali alla comunicazione politica.
Critiche principali
1. Asimmetria del processo comunicativo:
- Il modello vede la comunicazione come un processo unidirezionale, in cui
l'emittente ha pieno controllo e il destinatario è un attore passivo. Questo approccio
ignora il ruolo attivo del ricevente nella decodifica e interpretazione dei messaggi.
2. Indipendenza dei ruoli:
- L'emittente e il destinatario sono concepiti come entità separate, senza
considerare contesti sociali e culturali condivisi. Questo limita la comprensione di
dinamiche più complesse.
3. Eccessiva linearità:
- Il modello non contempla la possibilità di retroazioni o interazioni, una
caratteristica invece fondamentale nei processi comunicativi moderni, soprattutto con
l’avvento dei media digitali.
4. Intenzionalità della comunicazione:
- Si assume che ogni messaggio abbia uno scopo specifico e che questo sia
sempre definito dall'emittente. Non si considera che il significato possa essere
rinegoziato o modificato dal ricevente.
Il modello di Lasswell nell’era digitale
Con l'avvento dei social media e delle tecnologie digitali, il panorama comunicativo
è profondamente cambiato. Nuovi attori, come i prosumer (produttori e consumatori di
contenuti), sfidano la separazione rigida dei ruoli emittente-destinatario. Inoltre, i
messaggi non seguono più una traiettoria lineare, ma si diffondono attraverso reti
orizzontali e dinamiche.
Ad esempio:
- Un post su un social network può essere reinterpretato, condiviso, modificato o
criticato, generando nuove conversazioni e significati.
- Gli strumenti di analisi dei contenuti devono ora tener conto delle pratiche di
mash-up e remixing, che rendono i messaggi fluide e soggetti a continui cambiamenti.
Rilevanza attuale del modello
Nonostante le critiche, il modello di Lasswell rimane un riferimento storico
importante. Sebbene sia superato come schema esplicativo dei processi comunicativi
contemporanei, può essere utilizzato come punto di partenza per analizzare le
trasformazioni avvenute nel tempo.
In questo senso, può funzionare come un framework comparativo:
- Identificando come i ruoli di emittente, messaggio e destinatario si siano evoluti.
- Analizzando le nuove dinamiche di feedback, co-creazione e interazione.
Il modello di Lasswell è stato una pietra miliare nello studio della comunicazione,
ma le sue limitazioni sono emerse con l'evoluzione dei media e della società. Sebbene
oggi non sia adeguato per descrivere la complessità dell'ecosistema comunicativo
contemporaneo, il suo valore storico e metodologico è innegabile, e rimane un punto
di riferimento per comprendere le basi della communication research.
L’allarme per gli effetti dei media: i «Payne Fund Studies»
I Payne Fund Studies rappresentano una delle prime e più significative ricerche
empiriche sugli effetti dei media di massa, condotte negli Stati Uniti tra il 1929 e il
1932. Questi studi, finanziati dalla Payne Fund, rispondono al clima di preoccupazione
sociale emerso negli anni Trenta riguardo agli effetti del cinema, soprattutto sui
giovani. Si configurano come una pietra miliare nel campo della communication
research, aprendo la strada a un'analisi metodica e sistematica delle influenze dei
media sul pubblico.
Contesto storico e motivazioni
Negli anni Trenta, il cinema era il mezzo di comunicazione di massa più popolare e
influente, con 40 milioni di spettatori settimanali negli anni Venti, di cui una
significativa percentuale era composta da minori. Il successo del cinema derivava
dalla sua accessibilità economica, che lo rendeva un’opzione di intrattenimento anche
per le classi meno abbienti, soprattutto durante la crisi economica del 1929. Tuttavia, i
contenuti dei film — spesso incentrati su crimine, sesso e amore — destavano
preoccupazione per i possibili effetti negativi sui valori, atteggiamenti e
comportamenti delle nuove generazioni.
Gli obiettivi degli studi
I Payne Fund Studies si suddividevano in due principali aree di ricerca:
1. Analisi del contenuto dei film: lo studio dei temi prevalenti e dei modelli
comportamentali veicolati dalle pellicole.
2. Effetti dei film sul pubblico: indagine sugli atteggiamenti e i comportamenti del
pubblico, con particolare attenzione ai giovani.
Principali risultati
1. Contenuto dei film: Secondo Dale (1935), il 75% dei film analizzati si
concentrava su temi come crimine, sesso e amore. Veniva spesso rappresentato un
modello di vita in contrasto con i valori tradizionali, come il consumo di tabacco e
alcool.
2. Effetti sugli atteggiamenti: La ricerca di Peterson e Thurstone (1933) dimostrò
che i film influenzavano gli atteggiamenti dei bambini, in particolare quelli più piccoli,
soprattutto dopo l’esposizione a film tematicamente coerenti.
3. Effetti sul comportamento: Blumer (1933) esaminò l’impatto del cinema sulla
vita quotidiana, evidenziando influenze sui giochi infantili, sugli stili di vita, sulle
fantasie e sul coinvolgimento emotivo. Per esempio, i film offrivano ai giovani modelli
di comportamento da imitare e ispirazioni per giochi e sogni.
Contributi e limiti
Gli studi hanno contribuito a:
- Innovazioni metodologiche: Pur con alcune carenze, i Payne Fund Studies
stimolarono il perfezionamento delle tecniche di ricerca empirica.
- Teorizzazione degli effetti dei media: Offrirono una visione più articolata degli
effetti dei media, superando l’approccio stimolo-risposta.
Tuttavia, le ricerche furono criticate per:
- Limiti metodologici: Alcuni studi, come quello di Blumer, furono considerati poco
rigorosi dal punto di vista scientifico.
- Naïveté teorica: La mancanza di un solido impianto teorico lasciò spazio a
interpretazioni critiche.
Eredità
I Payne Fund Studies sono ancora oggi considerati un punto di riferimento per la
communication research. Pur con i loro limiti, hanno rappresentato un passo
fondamentale nello studio degli effetti dei media, anticipando concetti e teorie
sviluppati successivamente, come la funzione modellizzante dei media e la loro
capacità di influenzare la costruzione della realtà.