Personaggi Promessi Sposi
Personaggi Promessi Sposi
Il dottor Azzecca-garbugli
L’avvocato da strapazzo e amico del potere nei Promessi Sposi
Il dottor Azzeccagarbugli, come è indicato nel romanzo “Azzecca-garbugli“, è una figura minore, ma molto
emblematica.
La troviamo nel capitolo III, quando su indicazione di Agnese, dopo che il matrimonio è saltato perché Don
Abbondio è stato minacciato dai Bravi, a Renzo viene suggerito di andare “a Lecco” a cercare dell’avvocato,
con la speranza che potesse trovare una soluzione.
Nel dizionario Treccani, alla voce Azzeccagarbugli, troviamo questa definizione:” il vile leguleio che,
accampando pretesti di ogni sorta, rifiuta la sua assistenza a Renzo; per antonomasia, avvocato da
strapazzo o intrigante“.
Lo stesso Renzo, nel capitolo 5, lo definisce “signor dottor delle cause perse”.
mentre recita il suo uffizio torna “bel bello dalla passeggiata verso casa, sulla sera del giorno 7
novembre dell’anno 1628“
in prossimità del tabernacolo incontra i Bravi
Proprio da questo incontro al tabernacolo con i Bravi prende il via il romanzo e da subito l’autore ci dice
che Don Abbondio:
Manzoni ci dice subito che don Abbondio “non era nato con un cuor di leone” e questo è funzionale ad
introdurre la descrizione della società del Seicento suddivisa in classi dove a farla da padrona erano
i potenti, i governanti: “tali eran gli asili, tali i privilegi d’alcune classi, in parte riconosciuti dalla forza
legale, in parte tollerati con astioso silenzio, o impugnati con vane proteste, ma sostenuti in fatto e difesi da
quelle classi, con attività d’interesse, e con gelosia di puntiglio. Ora, quest’impunità minacciata e insultata,
ma non distrutta dalle gride, doveva naturalmente, a ogni minaccia, e a ogni insulto, adoperar nuovi sforzi e
nuove invenzioni, per conservarsi“.
Sappiamo che i Promessi Sposi sono un romanzo storico, questa era l’intenzione del suo autore e iniziamo
da subito a capire la situazione in cui i personaggi si muovono ed agiranno.
Effettuato il breve excursus che ci fa capire in quale mondo è cresciuto e vive don Abbondio, subito
Manzoni descrive l’atteggiamento di questo curato:
pavido e pusillanime
che capisce “d’essere, in quella società, come un vaso di terracotta, costretto a viaggiare in
compagnia di molti vasi di ferro“
“non nobile, non ricco, coraggioso ancor meno“
che ubbidì “ai parenti che lo vollero prete“.
L’approccio diffidente e pauroso, proprio di un uomo senza coraggio, lo vediamo subito dopo il suo
incontro con i Bravi: corre a casa e ha paura di parlare anche con Perpetua.
Questo aspetto lo si ritroverà per tutto il romanzo: non subisce né evoluzioni, né involuzioni caratteriali nel
corso dei Promessi Sposi, infatti persino alla fine quando deve sposare nella sua chiesa i
giovani Renzo e Lucia deve assicurarsi che don Rodrigo sia veramente morto.
Si può ben dire che don Abbondio sia l’eroe della paura.
Nel sistema dei personaggi dei Promessi Sposi lo troviamo tra gli strumenti degli oppressori, infatti diventa
strumento di don Rodrigo per opprimere Lucia.
capitolo 1
viene indicata la sua età più che sessantenne: “il pover’uomo era riuscito a passare i
sessant’anni”
capitolo 2
occhi grigi: “que’ due occhi grigi che, mentre parlava, eran sempre andati scappando qua e là,
come se avesser avuto paura d’incontrarsi con le parole che gli uscivan di bocca“
capitolo 8
– capelli bianchi
– folti baffi bianchi con pizzetto
– faccia bruna e rugosa
“Due folte ciocche di capelli, che gli scappavano fuor della papalina, due folti sopraccigli, due
folti baffi, un folto pizzo, tutti canuti, e sparsi su quella faccia bruna e rugosa, potevano
assomigliarsi a cespugli coperti di neve, sporgenti da un dirupo, al chiaro di luna.”
Infatti, se ci pensiamo bene, I Promessi Sposi prendono il via proprio dal rifiuto del curato di celebrare il
matrimonio con la sua accondiscendenza ai bravi: “…Disposto… disposto sempre all’ubbidienza” e finisce
quando lo stesso, alla fine, lo celebra.
Don Abbondio (il lettore se n’è già avveduto) non era nato con un cuor di leone. Ma, fin da’ primi
suoi anni, aveva dovuto comprendere che la peggior condizione, a que’ tempi, era quella d’un
animale senza artigli e senza zanne, e che pure non si sentisse inclinazione d’esser divorato. La
forza legale non proteggeva in alcun conto l’uomo tranquillo, inoffensivo, e che non avesse altri
mezzi di far paura altrui.
Il nostro Abbondio non nobile, non ricco, coraggioso ancor meno, s’era dunque accorto, prima
quasi di toccar gli anni della discrezione, d’essere, in quella società, come un vaso di terra
cotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro. Aveva quindi, assai di buon
grado, ubbidito ai parenti, che lo vollero prete. Per dir la verità, non aveva gran fatto pensato agli
obblighi e ai nobili fini del ministero al quale si dedicava: procacciarsi di che vivere con qualche
agio, e mettersi in una classe riverita e forte, gli eran sembrate due ragioni più che sufficienti per
una tale scelta. Ma una classe qualunque non protegge un individuo, non lo assicura, che fino a un
certo segno: nessuna lo dispensa dal farsi un suo sistema particolare. Don Abbondio, assorbito
continuamente ne’ pensieri della propria quiete, non si curava di que’ vantaggi, per ottenere i quali
facesse bisogno d’adoperarsi molto, o d’arrischiarsi un poco. Il suo sistema consisteva
principalmente nello scansar tutti i contrasti, e nel cedere, in quelli che non poteva
scansare. Neutralità disarmata in tutte le guerre che scoppiavano intorno a lui, dalle contese,
allora frequentissime, tra il clero e le podestà laiche, tra il militare e il civile, tra nobili e nobili, fino
alle questioni tra due contadini, nate da una parola, e decise coi pugni, o con le coltellate. Se si
trovava assolutamente costretto a prender parte tra due contendenti, stava col più forte,
sempre però alla retroguardia, e procurando di far vedere all’altro ch’egli non gli era
volontariamente nemico: pareva che gli dicesse: ma perché non avete saputo esser voi il più forte?
ch’io mi sarei messo dalla vostra parte. Stando alla larga da’ prepotenti, dissimulando le loro
soverchierie passeggiere e capricciose, corrispondendo con sommissioni a quelle che venissero da
un’intenzione più seria e più meditata, costringendo, a forza d’inchini e di rispetto gioviale, anche i
più burberi e sdegnosi, a fargli un sorriso, quando gl’incontrava per la strada, il pover’uomo
era riuscito a passare i sessant’anni, senza gran burrasche.
Non è però che non avesse anche lui il suo po’ di fiele in corpo; e quel continuo esercitar la
pazienza, quel dar così spesso ragione agli altri, que’ tanti bocconi amari inghiottiti in silenzio,
glielo avevano esacerbato a segno che, se non avesse, di tanto in tanto, potuto dargli un po’ di
sfogo, la sua salute n’avrebbe certamente sofferto. Ma siccome v’eran poi finalmente al mondo, e
vicino a lui, persone ch’egli conosceva ben bene per incapaci di far male, così poteva con quelle
sfogare qualche volta il mal umore lungamente represso, e cavarsi anche lui la voglia d’essere un
po’ fantastico, e di gridare a torto. Era poi un rigido censore degli uomini che non si regolavan
come lui, quando però la censura potesse esercitarsi senza alcuno, anche lontano, pericolo. Il
battuto era almeno un imprudente; l’ammazzato era sempre stato un uomo torbido. A chi, messosi
a sostener le sue ragioni contro un potente, rimaneva col capo rotto, don Abbondio sapeva trovar
sempre qualche torto; cosa non difficile, perché la ragione e il torto non si dividon mai con un
taglio così netto, che ogni parte abbia soltanto dell’una o dell’altro. Sopra tutto poi, declamava
contro que’ suoi confratelli che, a loro rischio, prendevan le parti d’un debole oppresso, contro
un soverchiatore potente. Questo chiamava un comprarsi gl’impicci a contanti, un voler
raddirizzar le gambe ai cani; diceva anche severamente, ch’era un mischiarsi nelle cose profane, a
danno della dignità del sacro ministero. E contro questi predicava, sempre però a quattr’occhi, o in
un piccolissimo crocchio, con tanto più di veemenza, quanto più essi eran conosciuti per alieni dal
risentirsi, in cosa che li toccasse personalmente. Aveva poi una sua sentenza prediletta, con la
quale sigillava sempre i discorsi su queste materie: che a un galantuomo, il qual badi a sé, e stia
ne’ suoi panni, non accadon mai brutti incontri.
I Promessi Sposi, cap. I
Don Abbondio è in mezzo ad altri parroci, quando viene chiamato dal cappellano, perché il cardinale ha
bisogno di parlare con lui.
Il primo chiamato venne subito avanti, e nello stesso tempo, uscì di mezzo alla folla un: “io?”
strascicato, con un’intonazione di maraviglia.
“Non è lei il signor curato di ***?” riprese il cappellano.
Per l’appunto; ma…”
“Sua signoria illustrissima e reverendissima vuol lei.”
“Me?” disse ancora quella voce, significando chiaramente in quel monosillabo: come ci posso
entrar io? Ma questa volta, insieme con la voce, venne fuori l’uomo, don Abbondio in persona, con
un passo forzato, e con un viso tra l’attonito e il disgustato. Il cappellano gli fece un cenno con la
mano, che voleva dire: a noi, andiamo; ci vuol tanto?
Il cardinale (…) si voltò a don Abbondio.
Questo, che già gli era vicino, per tenersi lontano da quell’altro signore, e che intanto dava un’occhiatina di
sotto in su ora all’uno ora all’altro, seguitando a almanaccar tra sè che cosa mai potesse essere tutto quel
rigirìo, s’accostò di più, fece una riverenza, e disse: “m’hanno significato che vossignoria illustrissima mi
voleva me; ma io credo che abbiano sbagliato.”
I Promessi Sposi, capitolo 23
Il cardinale gli dice di Lucia e che lui dovrà andare con l’Innominato a prenderla.
Don Abbondio fece di tutto per nascondere la noia, che dico? l’affanno e l’amaritudine che gli
dava una tale proposta, o comando che fosse; e non essendo più a tempo a sciogliere e a
scomporre un versaccio già formato sulla sua faccia, lo nascose, chinando profondamente la
testa, in segno d’ubbidienza. E non l’alzò che per fare un altro profondo inchino all’innominato,
con un’occhiata pietosa che diceva: sono nelle vostre mani: abbiate misericordia: parcere
subjectis.
I Promessi Sposi, capitolo 23
Ecco che rivediamo ancora il suo assoggettarsi alle situazioni, la sua pavidità, l’incapacità di reazione.
Lo vediamo anche quando si trova nella stanza con l’Innominato.
Don Abbondio, a quelle dimostrazioni, stava come un ragazzo pauroso, che veda uno accarezzar
con sicurezza un suo cagnaccio grosso, rabbuffato, con gli occhi rossi, con un nomaccio famoso per
morsi e per ispaventi, e senta dire al padrone che il suo cane è un buon bestione, quieto, quieto:
guarda il padrone, e non contraddice nè approva; guarda il cane, e non ardisce accostarglisi, per
timore che il buon bestione non gli mostri i denti, fosse anche per fargli le feste; non ardisce
allontanarsi, per non farsi scorgere; e dice in cuor suo: oh se fossi a casa mia!
Al cardinale (…) diede di nuovo nell’occhio il pover’uomo, che rimaneva
indietro, mortificato, malcontento, facendo il muso senza volerlo.
Stava l’innominato tutto raccolto in sè, pensieroso, impaziente che venisse il momento d’andare a
levar di pene e di carcere la sua Lucia (…) e il suo viso esprimeva un’agitazione concentrata,
che all’occhio ombroso di don Abbondio poteva facilmente parere qualcosa di peggio.
I Promessi Sposi, capitolo 23
Ora inizia il soliloquio di don Abbondio.
Delle dimostrazioni se ne fanno tante a questo mondo, e per tante cagioni! Che so io, alle volte?
E intanto mi tocca a andar con lui! in quel castello! Oh che storia! che storia! che storia! Chi me
l’avesse detto stamattina! Ah, se posso uscirne a salvamento, m’ha da sentire la signora
Perpetua, d’avermi cacciato qui per forza, quando non c’era necessità, fuor della mia pieve: e che
tutti i parrochi d’intorno accorrevano, anche più da lontano; e che non bisognava stare indietro; e
che questo, e che quest’altro; e imbarcarmi in un affare di questa sorte! Oh povero me!
I Promessi Sposi, capitolo 23
Ed eccolo mentre è in viaggio verso il castello dell’Innominato:
— È un gran dire che tanto i santi come i birboni gli abbiano a aver l’argento vivo addosso, e non
si contentino d’esser sempre in moto loro, ma voglian tirare in ballo, se potessero, tutto il genere
umano; e che i più faccendoni mi devan proprio venire a cercar me, che non cerco nessuno, e
tirarmi per i capelli ne’ loro affari: io che non chiedo altro che d’esser lasciato vivere!
I Promessi Sposi, capitolo 23
Ancora una volta si evidenzia la volontà del curato di voler essere lasciato fuori, di non essere tirato in
mezzo a situazioni. Lui sta bene a casa sua.
Ed il soliquio termina così:
Oh che caos! Basta; voglia il cielo che la sia così: sarà stato un incomodo grosso, ma pazienza! Sarò
contento anche per quella povera Lucia: anche lei deve averla scampata grossa; sa il cielo cos’ha
patito: la compatisco; ma è nata per la mia rovina… Almeno potessi vedergli proprio in cuore a
costui, come la pensa. Chi lo può conoscere? Ecco lì, ora pare sant’Antonio nel deserto; ora pare
Oloferne in persona. Oh povero me! povero me! Basta: il cielo è in obbligo d’aiutarmi, perchè
non mi ci son messo io di mio capriccio. —
I Promessi Sposi, capitolo 23
Anche durante il viaggio di ritorno, dal castello dell’Innominato, verso il paese dove si trova il cardinale, il
narratore ci tratteggia ancora don Abbondio (vedi riassunto capitolo 24).
Vediamo il curato assorto ancora in un soliloquio, sebbene meno angosciato e con la “pauraccia“ cessata.
Per don Abbondio questo ritorno non era certo così angoscioso come l’andata di poco prima;
ma non fu neppur esso un viaggio di piacere. Al cessar di quella pauraccia, s’era da principio
sentito tutto scarico, ma ben presto cominciarono a spuntargli in cuore cent’altri dispiaceri;
come, quand’è stato sbarbato un grand’albero, il terreno rimane sgombro per qualche tempo, ma
poi si copre tutto d’erbacce. Era diventato più sensibile a tutto il resto; e tanto nel presente,
quanto ne’ pensieri dell’avvenire, non gli mancava pur troppo materia di tormentarsi.
I Promessi Sposi, capitolo 24
Don Abbondio è in sella alla mula ed inizia proprio a prendersela con lei, che cammina sul ciglio del
sentiero.
I suoi pensieri sono legati al fatto che è stato obbligato ad andare con l’Innominato su richiesta del
cardinale, che don Rodrigo possa pensare che la conversione dell’Innominato sia stata opera sua. Inizia il
circolo vizioso del ritrovarsi in mezzo ai guai, non per volere suo, ma comunque lui si lascia “condurre a
piacere altrui”.
(…) don Abbondio vedeva sotto di sè, quasi a perpendicolo, un salto, o come pensava lui, un
precipizio. — Anche tu, — diceva tra sè alla bestia, — hai quel maledetto gusto d’andare a cercare
i pericoli, quando c’è tanto sentiero! —
E tirava la briglia dall’altra parte; ma inutilmente. Sicchè, al solito, rodendosi di stizza e di
paura, si lasciava condurre a piacere altrui. I bravi non gli facevan più tanto spavento, ora che
sapeva più di certo come la pensava il padrone. — Ma, — rifletteva però, — se la notizia di questa
gran conversione si sparge qua dentro, intanto che ci siamo ancora, chi sa come l’intenderanno
costoro! Chi sa cosa nasce! Che s’andassero a immaginare che sia venuto io a fare il missionario!
Povero me! mi martirizzano! — Il cipiglio dell’innominato non gli dava fastidio. — Per tenere a
segno quelle facce lì, — pensava, — non ci vuol meno di questa qui; lo capisco anch’io; ma perchè
deve toccare a me a trovarmi tra tutti costoro! —
(…) dopo tant’incomodi, dopo tante agitazioni, e senza acquistarne merito, che ne dovessi portar
la pena io.
Devo andar io a dire che son venuto qui per comando espresso di sua signoria illustrissima, e
non di mia volontà? Parrebbe che volessi tenere dalla parte dell’iniquità.
(…) e dopo tant’incomodi, posso pretendere anch’io d’andarmi a riposare. E poi… che non venisse
anche curiosità a monsignore di saper tutta la storia, e mi toccasse a render conto dell’affare del
matrimonio! Non ci mancherebbe altro. E se viene in visita anche alla mia parrocchia!… Oh! sarà
quel che sarà; non vo’ confondermi prima del tempo: n’ho abbastanza de’ guai. Per ora vo a
chiudermi in casa.
I Promessi Sposi, capitolo 24
Indirettamente don Abbondio viene descritto anche dalla buona donna, la moglie del sarto che la
accompagna in lettiga. La donna riferisce a Lucia che si è resa conto della pochezza del suo curato:
(…) riprese la donna: “ e trovandosi al nostro paese anche il vostro curato (che ce n’è tanti tanti, di
tutto il contorno, da mettere insieme quattro ufizi generali), ha pensato il signor cardinale di
mandarlo anche lui in compagnia; ma è stato di poco aiuto. Già l’avevo sentito dire ch’era un
uomo da poco; ma in quest’occasione, ho dovuto proprio vedere che è più impicciato che un
pulcin nella stoppa. ”
Abbiamo un quadro ben dettagliato di don Abbondio, che non subisce alcun tipo di evoluzione nell’arco
del romanzo, a differenza di Renzo che compie un percorso di formazione.
Possiamo dire che è un personaggio comico, protagonista di episodi in cui farsa e dramma si mescolano
(vedi l’umorismo in don Abbondio di Pirandello).
E’ il secondo personaggio che incontriamo nel romanzo, dopo l’avvio della storia con l’incontro di don
Abbondio e i Bravi quando “comparve davanti a don Abbondio, in gran gala, con penne di vario colore al
cappello, col suo pugnale del manico bello, nel taschino de’ calzoni, con una cert’aria di festa e nello stesso
tempo di braverìa, comune allora anche agli uomini più quieti.” ([Link])
Aspetto fisico e carattere di Renzo Tramaglino
Lorenzo o, come dicevan tutti, Renzo non si fece molto aspettare. Appena gli parve ora di poter, senza
indiscrezione, presentarsi al curato, v’andò, con la lieta furia d’un uomo di vent’anni, che deve in quel
giorno sposare quella che ama. Era, fin dall’adolescenza, rimasto privo de’ parenti, ed esercitava la
professione di filatore di seta, ereditaria, per dir così, nella sua famiglia; professione, negli anni indietro,
assai lucrosa; allora già in decadenza, ma non però a segno che un abile operaio non potesse cavarne di che
vivere onestamente. Il lavoro andava di giorno in giorno scemando; ma l’emigrazione continua de’
lavoranti, attirati negli stati vicini da promesse, da privilegi e da grosse paghe, faceva sì che non ne
mancasse ancora a quelli che rimanevano in paese. Oltre di questo, possedeva Renzo un poderetto che
faceva lavorare e lavorava egli stesso, quando il filatoio stava fermo; di modo che, per la sua condizione,
poteva dirsi agiato. E quantunque quell’annata fosse ancor più scarsa delle antecedenti, e già si cominciasse
a provare una vera carestia, pure il nostro giovine, che, da quando aveva messi gli occhi addosso a Lucia,
era divenuto massaio, si trovava provvisto bastantemente, e non aveva a contrastar con la fame. Comparve
davanti a don Abbondio, in gran gala, con penne di vario colore al cappello, col suo pugnale del manico
bello, nel taschino de’ calzoni, con una cert’aria di festa e nello stesso tempo di braverìa, comune allora
anche agli uomini più quieti.
I Promessi Sposi, Cap. II
Di lui Alessandro Manzoni ci dice che è:
un “giovin pacifico“
“lieta furia d’un uomo di vent’anni“
di professione “filatore di seta“
ma anche contadino con il suo “poderetto che faceva lavorare e lavorava egli stesso, quando il
filatoio stava fermo”
Renzo, come la maggior parte dei giovani, è impulsivo, e questa sua impulsività lo incastra in diverse
situazioni, come per esempio la rivolta di San Martino a Milano, la rivolta del pane (vedi riassunto capitolo
12 e riassunto capitolo 13). La sua impulsività lo porta ad essere anche ribelle quando subisce soprusi o
ingiustizie.
La dinamicità di Renzo è una caratteristica peculiare della sua figura insieme all’iniziativa, il rischio,
l’impeto animoso, che si riflettono nell’azione anteposta alla riflessione, nel fatto anziché il giudizio. Lo
troviamo, senza maschera e sempre aperto, immerso in un mondo fatto di maschere, apparenze, distintivi
di classe e di funzione, tonache e ciuffi.
Abbiamo detto che Renzo è un personaggio molto attivo nel romanzo ed è il personaggio che si muove di
più, compie un vero e proprio viaggio: fisico e morale. Interessante infatti leggere l’analisi del viaggio di
ricerca come Bildungsroman.
Questo suo percorso di formazione lo porta, alla fine del romanzo, proprio all’ultima pagina, a dirci tutte le
cose che ha imparato:
Ho imparato,” diceva, “a non mettermi ne’ tumulti: ho imparato a non predicare in piazza:
ho imparato a non alzar troppo il gomito: ho imparato a non tenere in mano il martello delle porte,
quando c’è lì d’intorno gente che ha la testa calda: ho imparato a non attaccarmi un campanello al
piede, prima d’aver pensato quel che possa nascere.” E cent’altre cose.
Cap. 38
e con tanti altri personaggi minori come l’oste quando si trova a Milano e con la folla. (vedi riassunto
capitolo 14)
Da subito l’autore ci fa capire come il profilo di questa giovane donna innamorata sia modesto, colmo di
umiltà e la troviamo con la madre Agnese, una figura che accompagna sempre Lucia nel suo percorso
lungo l’intero romanzo.
Lucia è una figura che tra le varie peripezie incontra sul suo cammino diversi personaggi, anche se è
un personaggio statico, a differenza di Renzo, che è il personaggio più dinamico e social del romanzo.
don Rodrigo
il suo confessore personale padre Cristoforo.
la monaca di Monza
l’Innominato,
Donna Prassede e Don Ferrante
Le situazioni che Lucia deve affrontare sono difficili e rappresentano un’escalation di sentimenti che
rafforzano agli occhi del lettore la figura femminile cardine dei Promessi Sposi.
Il cammino che Lucia compie nel romanzo, così personale ed intimistico, ce la presenta sempre in luoghi
chiusi:
a casa
al convento di Monza
al castello dell’Innominato
alla casa del sarto
alla casa di donna Prassede
in contrapposizione invece all’amato Renzo che lo troviamo in situazioni all’aperto. Per approfondire
vedi personaggi statici e dinamici nei Promessi Sposi.
Un’altra analisi da compiere sul personaggi è quella relativa ai rapporti di forza nel romanzo e al sistema dei
personaggi nei Promessi dove lei figura come vittima.
Lucia usciva in quel momento tutta attillata dalle mani della madre. Le amiche si rubavano la
sposa, e le facevan forza perché si lasciasse vedere; e lei s’andava schermendo, con
quella modestia un po’ guerriera delle contadine, facendosi scudo alla faccia col gomito,
chinandola sul busto, e aggrottando i lunghi e neri sopraccigli, mentre però la bocca s’apriva al
sorriso. I neri e giovanili capelli, spartiti sopra la fronte, con una bianca e sottile dirizzatura, si
ravvolgevan, dietro il capo, in cerchi moltiplici di trecce, trapassate da lunghi spilli d’argento,
che si dividevano all’intorno, quasi a guisa de’ raggi d’un’aureola, come ancora usano le
contadine nel Milanese. Intorno al collo aveva un vezzo di granati alternati con bottoni d’oro a
filigrana: portava un bel busto di broccato a fiori, con le maniche separate e allacciate da bei
nastri: una corta gonnella di filaticcio di seta, a pieghe fitte e minute, due calze vermiglie, due
pianelle, di seta anch’esse, a ricami. Oltre a questo, ch’era l’ornamento particolare del giorno delle
nozze, Lucia aveva quello quotidiano d’una modesta bellezza, rilevata allora e accresciuta dalle
varie affezioni che le si dipingevan sul viso: una gioia temperata da un turbamento leggiero,
quel placido accoramento che si mostra di quand’in quando sul volto delle spose, e, senza
scompor la bellezza, le dà un carattere particolare. La piccola Bettina si cacciò nel crocchio,
s’accostò a Lucia, le fece intendere accortamente che aveva qualcosa da comunicarle, e le disse la
sua parolina all’orecchio.
I Promessi Sposi, cap. II
Analisi del personaggio
Lucia è la portavoce del pensiero religioso di Manzoni ed è la portatrice della verità pura, incondizionata.
Lei incarna la sfera dell’assoluto, del divino, ma permane sempre una contadina lombarda del Seicento.
Sebbene partecipe e coinvolta delle vicende reali, la sua funzione è di personaggio verticale: si muove nella
realtà, ma il pensiero appartiene ad una dimensione più alta ed anche il comportamento lo dimostra e lo
vedremo in seguito.
Questa dimensione completamente umana diviene per Manzoni superiore creandole attorno un clima di
eccezionalità ed elevazione del sentimento e del pensiero ad una sfera religiosa ed intima. Questa intimità,
suffragata da un forte sentimento religioso che la fa credere fortemente nella Provvidenza, ci presenta
Lucia come una figura importante nel romanzo, che dopo una lunga serie di peripezie, riesce a coronare il
proprio sogno d’amore, che incarna la storia umana ed il vero assoluto.
Lucia rappresenta l’ideale, il diritto, la ragione illuminata dalla grazia, la verità, la riflessione.
Lo vediamo come:
il rapporto con Dio tramite Padre Cristoforo, suo confessore e al quale confida la persecuzione
da parte di don Rodrigo di cui è oggetto
l’innocenza che misura la corruzione di Gertrude, la monaca di Monza (la “meraviglia
sospettosa” cede e muta in “compassione” quando la monaca le racconta la sua vera storia)
la compassione per il Nibbio
l’incontro con Donna Prassede, nel quale Lucia mette in luce il contrasto tra l’intelligenza e
l’opacità interiore della benefattrice
protetta da Padre Cristoforo prima e dal Cardinale Borromeo dopo, che rappresentano la virtù
cristiana
Agnese “co’ suoi difettucci, era una gran buona donna, e si sarebbe, come si dice, buttata nel fuoco per
quell’unica figlia, in cui aveva riposta tutta la sua compiacenza“. (cap. III)
Agnese è una donna semplice e d’esperienza. Dispensatrice di consigli, ma è anche chiacchierona e un pò
goffa, e questo suo aspetto non sempre è così d’aiuto per la figlia amata.
Rappresenta la donna di paese, che ha a cuore il bene della propria figlia, per la quale si prodiga. La
ritroviamo alla fine del romanzo nonna gioiosa che accudisce i nipoti “affaccendata a portarli in qua e in là,
l’uno dopo l’altro, chiamandoli cattivacci, e stampando loro in viso de’ bacioni, che ci lasciavano il bianco
per qualche tempo“.
confessore e confidente di Lucia Mondella, quindi mediatore tra Lucia e Dio, tra la sfera del
divino e la sua rappresentante (vedi riassunto capitolo 3)
mediatore con Renzo che vuole farsi giustizia da sé con Don Rodrigo (vedi riassunto capitolo 5)
protettore ed artefice della fuga di Renzo e Lucia da Lecco (vedi riassunto capitolo 8)
la prima persona che si prende cura degli appestati al Lazzaretto di Milano
scioglie il voto che Lucia aveva contratto durante la prigionia al Castello dell’Innominato
La figura di Padre Cristoforo la troviamo sempre “in mezzo” ad altre figure e lui stesso incarna il trovarsi il
mezzo tra due mondi:
mondo reale, ovvero della natura, della personalità, dell’orgoglio, della forza vitale e creativa
mondo ideale, ovvero della razionalità, del diritto, dell’abnegazione religiosa
Lo troviamo in mezzo anche quando Manzoni ci presenta chi era il frate cappuccino prima di vestire il saio.
Vedi il riassunto del capitolo 4 in cui troviamo l’excursus sulla vita del religioso, prima borghese e figlio di
un agiate mercante.
Analizzeremo più avanti l’aspetto caratteriale di Padre Cristoforo che riflette il suo percorso.
Ora vediamo chi era in realtà Padre Cristoforo e se è un personaggio storico realmente esistito oppure no.
nelle Memorie delle cose notabili successe in Milano intorno al mal contagioso l’anno 1630 di
Pio La Croce
si menziona Padre Cristoforo come il frate che andò al Lazzaretto “per desiderio di andare a
morire per Gesù Cristo (…) desiderio ch’ebbe poi felicissimo l’effetto corrispondente a’ 10 di
giugno, morendo di peste, per il servizio di quei poveri” (pagina 12)
gli Annali dell’Ordine de’ Frati Minori Cappuccini del p. Massimo Bertani da Verona
nel quale si precisa che Padre Cristoforo da Cremona apparteneva alla “nobilissima famiglia
Picenardi“ (pagina 130)
il Processo autentico sul servizio dei Cappuccini nella peste del 1630 a Milano (archivio di Stato
di Milano, pubblicato ne “L’Italia francescana” 12 del 1937)
ci dice che morì di peste: “stimata da lui un catarro, ma dagli altri tutti giudicata vera peste,
havendo servito con molto fervore di carità et esempi religiosi a’ poveri appestati” (pagine 226-
237, 326-334, 415-420)
Possiamo quindi dire che Padre Cristoforo al Lazzaretto come raccontato da Manzoni può coincidere con
Padre Cristoforo da Cremona, ma tutta la storia che lo contraddistingue prima non ha documentazione
storica comprovante, quindi è fortemente attendibile che l’autore abbia inventato.
Presumibilmente l’excursus sulla vita nobile del frate, prima che prendesse i voti, potrebbe essere
ricondotto ad un Alfonso III d’Este, duca di Modena e Reggio (1628-29), che abdicò proprio nella stessa
data del romanzo diventando il frate cappuccino Giovambattista da Modena, principe estense ( vedi
le Antichità estensi del Muratori).
“Ma perché si prendeva tanto pensiero di Lucia? E perché, al primo avviso, s’era mosso con tanta
sollecitudine, come a una chiamata del padre provinciale? E chi era questo padre Cristoforo?”
Bisogna soddisfare a tutte queste domande.
Il padre Cristoforo da *** era un uomo più vicino ai sessanta che ai cinquant’anni. Il suo capo raso,
salvo la piccola corona di capelli, che vi girava intorno, secondo il rito cappuccinesco, s’alzava di
tempo in tempo, con un movimento che lasciava trasparire un non so che d’altero e d’inquieto; e
subito s’abbassava, per riflessione d’umiltà. La barba bianca e lunga, che gli copriva le guance e il
mento, faceva ancor più risaltare le forme rilevate della parte superiore del volto, alle quali
un’astinenza, già da gran pezzo abituale, aveva assai più aggiunto di gravità che tolto
d’espressione. Due occhi incavati eran per lo più chinati a terra, ma talvolta sfolgoravano, con
vivacità repentina; come due cavalli bizzarri, condotti a mano da un cocchiere, col quale sanno,
per esperienza, che non si può vincerla, pure fanno, di tempo in tempo, qualche sgambetto, che
scontan subito, con una buona tirata di morso.
I Promessi Sposi, cap. IV
Per quanto concerne il suo carattere dobbiamo capire la storia di Padre Cristoforo prima che diventi frate e
quindi dobbiamo conoscere Ludovico, figlio di un ricco mercante.
Manzoni ci dice che:
Tra le gare più serie un giorno Lodovico si imbatte in un prepotente che voleva che gli si facesse strada, ma
Lodovico insieme al suo servitore Cristoforo non cedette all’arroganza e come accadeva a quei tempi la
diatriba venne risolta con le spade. Cristoforo in difesa del suo padrone venne però trafitto dal prepotente
signore e “a quella vista, Lodovico, come fuor di sé, cacciò la sua nel ventre del feritore, il quale cadde
moribondo“.
Fu così, che per espiare tale omicidio, Lodovico decise di prendere i voti e “a trent’anni, si ravvolse nel
sacco; e, dovendo, secondo l’uso, lasciare il suo nome, e prenderne un altro, ne scelse uno che gli
rammentasse, ogni momento, ciò che aveva da espiare: e si chiamò fra Cristoforo”.
Padre Cristoforo incarna i limiti della sua persona, divisa tra due mondi (reale ed ideale), e Manzoni ce lo
mostra in tensione tra i due aspetti che lo caratterizzano: egli si sforza di mediarli in se stesso, usando la
forza vitale e quella sua vivace personalità che la vita gli ha dato e che dopo la conversione mette al servizio
di Dio e degli altri. Padre Cristoforo, prima che mediatore per i poveri umili, è mediatore di se stesso tra il
vecchio uomo che era ed il nuovo che è.
“La vostra protezione!” esclamò, dando indietro di due passi, postandosi fieramente sul piede
destro, mettendo la destra sull’anca, alzando la sinistra con l’indice teso verso don Rodrigo, e
piantandogli in faccia due occhi fiammanti.
Cap. V
Ecco il momento in cui “l’uomo vecchio si trovò d’accordo col nuovo; e, in que’ casi, fra Cristoforo valeva
veramente per due“.
Sempre rivolto al bene e alla povertà materiale, Padre Cristoforo denota una tale ricchezza d’animo che
emerge dal romanzo come una figura principale dei Promessi Sposi.
Lodovico aveva contratte abitudini signorili; e gli adulatori, tra i quali era cresciuto, l’avevano
avvezzato ad esser trattato con molto rispetto. Ma, quando volle mischiarsi coi principali della sua
città, trovò un fare ben diverso da quello a cui era accostumato; e vide che, a voler esser della lor
compagnia, come avrebbe desiderato, gli conveniva fare una nuova scuola di pazienza e di
sommissione, star sempre al di sotto, e ingozzarne una, ogni momento. Una tal maniera di vivere
non s’accordava, né con l’educazione, né con la natura di Lodovico. S’allontanò da essi indispettito.
Ma poi ne stava lontano con rammarico; perché gli pareva che questi veramente avrebber dovuto
essere i suoi compagni; soltanto gli avrebbe voluti più trattabili. Con questo misto d’inclinazione e
di rancore, non potendo frequentarli famigliarmente, e volendo pure aver che far con loro in
qualche modo, s’era dato a competer con loro di sfoggi e di magnificenza, comprandosi così a
contanti inimicizie, invidie e ridicolo. La sua indole, onesta insieme e violenta, l’aveva poi
imbarcato per tempo in altre gare più serie. Sentiva un orrore spontaneo e sincero per l’angherie
e per i soprusi: orrore reso ancor più vivo in lui dalla qualità delle persone che più ne
commettevano alla giornata; ch’erano appunto coloro coi quali aveva più di quella ruggine. Per
acquietare, o per esercitare tutte queste passioni in una volta, prendeva volentieri le parti d’un
debole sopraffatto, si piccava di farci stare un soverchiatore, s’intrometteva in una briga, se ne
tirava addosso un’altra; tanto che, a poco a poco, venne a costituirsi come un protettor degli
oppressi, e un vendicatore de’ torti. L’impiego era gravoso; e non è da domandare se il povero
Lodovico avesse nemici, impegni e pensieri. Oltre la guerra esterna, era poi tribolato
continuamente da contrasti interni; perché, a spuntarla in un impegno (senza parlare di quelli in
cui restava al di sotto), doveva anche lui adoperar raggiri e violenze, che la sua coscienza non
poteva poi approvare. Doveva tenersi intorno un buon numero di bravacci; e, così per la sua
sicurezza, come per averne un aiuto più vigoroso, doveva scegliere i più arrischiati, cioè i più
ribaldi; e vivere co’ birboni, per amor della giustizia. Tanto che, più d’una volta, o scoraggito, dopo
una trista riuscita, o inquieto per un pericolo imminente, annoiato del continuo guardarsi,
stomacato della sua compagnia, in pensiero dell’avvenire, per le sue sostanze che se n’andavan, di
giorno in giorno, in opere buone e in braverie, più d’una volta gli era saltata la fantasia di farsi
frate; che, a que’ tempi, era il ripiego più comune, per uscir d’impicci. Ma questa, che sarebbe forse
stata una fantasia per tutta la sua vita, divenne una risoluzione, a causa d’un accidente, il più serio
che gli fosse ancor capitato.
Vediamo quindi come l’autore ci descrive indirettamente il personaggio di Don Rodrigo, mediante il suo
palazzotto e l’ambiente circostante.
La descrizione la troviamo nel capitolo 5 dei Promessi Sposi.
Il palazzotto di don Rodrigo sorgeva isolato, a somiglianza d’una bicocca, sulla cima d’uno de’
poggi ond’è sparsa e rilevata quella costiera. A questa indicazione l’anonimo aggiunge che il luogo
(avrebbe fatto meglio a scriverne alla buona il nome) era più in su del paesello degli sposi, discosto
da questo forse tre miglia, e quattro dal convento. Appiè del poggio, dalla parte che guarda a
mezzogiorno, e verso il lago, giaceva un mucchietto di casupole, abitate da contadini di don
Rodrigo; ed era come la piccola capitale del suo piccol regno. Bastava passarvi, per esser chiarito
della condizione e de’ costumi del paese. Dando un’occhiata nelle stanze terrene, dove qualche
uscio fosse aperto, si vedevano attaccati al muro schioppi, tromboni, zappe, rastrelli, cappelli di
paglia, reticelle e fiaschetti da polvere, alla rinfusa.
(…) Fra Cristoforo attraversò il villaggio, salì per una viuzza a chiocciola, e pervenne su una piccola
spianata, davanti al palazzotto. La porta era chiusa, segno che il padrone stava desinando, e non
voleva esser frastornato. Le rade e piccole finestre che davan sulla strada, chiuse da imposte
sconnesse e consunte dagli anni, eran però difese da grosse inferriate, e quelle del pian terreno
tant’alte che appena vi sarebbe arrivato un uomo sulle spalle d’un altro. Regnava quivi un gran
silenzio; e un passeggiero avrebbe potuto credere che fosse una casa abbandonata, se quattro
creature, due vive e due morte, collocate in simmetria, di fuori, non avesser dato un indizio
d’abitanti. Due grand’avoltoi, con l’ali spalancate, e co’ teschi penzoloni, l’uno spennacchiato e
mezzo roso dal tempo, l’altro ancor saldo e pennuto, erano inchiodati, ciascuno sur un battente del
portone; e due bravi, sdraiati, ciascuno sur una delle panche poste a destra e a sinistra, facevan la
guardia, aspettando d’esser chiamati a goder gli avanzi della tavola del signore.
(…)
Attraversati due o tre altri salotti oscuri, arrivarono all’uscio della sala del convito. Quivi un gran
frastono confuso di forchette, di coltelli, di bicchieri, di piatti, e sopra tutto di voci discordi,
che cercavano a vicenda di soverchiarsi.
Se analizziamo questo brano possiamo evidenziare alcuni aspetti semantici e descrittivi:
Manzoni utilizza spesso l’aggettivo “piccolo“ per descrivere l’ambiente e gli elementi del palazzotto di don
Rodrigo, questo piccolo in senso fisico si traspone su un livello più alto ed indiretto connotando la figura di
Don Rodrigo come un personaggio mediocre, di poco spessore dal punto di vista etico e morale
il disordine degli oggetti appesi al muro ci trasmettono quel disordine psicologico che vive don
Rodrigo e lo vedremo meglio spiegato più avanti
le quattro creature, due vive e due morte, ovvero i due bravi e i due avvoltoi, sono accomunati
dal senso di vita e di morte e dall’accoppiata uomini – animali
l’oscurità delle sale interne, il frastuono confuso e le voci discordi che cercano di soverchiarsi,
rappresentano anch’essi l’immagine di don Rodrigo come di un personaggio non illuminato
dalla ragione, non limpido e cristallino, in cui l’oscurità del male prevale, in cui
la prevaricazione è il denominatore comune degli atteggiamenti
Possiamo dire che don Rodrigo rappresenta una negatività essenziale, incarna il male nella sua vera
essenza ovvero è non essere, inerzia, impotenza, tipico di chi non ha personalità.
La sua grandezza e la sua forza gli derivano unicamente dall’ambiente e dal costume dell’epoca.
La sua forza è incarnata dalle persone di cui si circonda: il dottor Azzeccagarbugli che aggira la legge,
il conte zio, nel podestà e nei suoi bravi.
Troviamo un profilo del personaggio anche nel capitolo 19, quando Manzoni ci introduce la figura
dell’Innominato, al quale don Rodrigo chiede aiuto per rapire Lucia.
Il narratore onnisciente ci dice:
Don Rodrigo voleva bensì fare il tiranno, ma non il tiranno salvatico: la professione era per
lui un mezzo, non uno scopo: voleva dimorar liberamente in città, godere i comodi, gli spassi,
gli onori della vita civile; e perciò bisognava che usasse certi riguardi, tenesse di conto parenti,
coltivasse l’amicizia di persone alte, avesse una mano sulle bilance della giustizia, per farle a un
bisogno traboccare dalla sua parte, o per farle sparire, o per darle anche, in qualche occasione,
sulla testa di qualcheduno che in quel modo si potesse servir più facilmente che con l’armi della
violenza privata.
Se analizziamo come agisce don Rodrigo, ci accorgiamo che le sue azioni non sono generate da un
pensiero proprio e da una libera decisione, ma sono influenzate dalla società, dalla situazione storica,
dal costume, che lo dominano.
I soliloqui di don Rodrigo sottolineano la mancanza di una vita interiore, infatti don Rodrigo rimugina
spesso su come escogitare pratiche, che non mirano unicamente allo scopo di avere Lucia con sé, ma anche
alla preoccupazione di essere all’altezza della situazione, di fare ciò che la gente che lo attornia si aspetta
da lui.
Don Rodrigo, come abbiam detto, misurava innanzi e indietro, a passi lunghi, quella sala, dalle
pareti della quale pendevano ritratti di famiglia, di varie generazioni. Quando si trovava col viso a
una parete, e voltava, si vedeva in faccia un suo antenato guerriero, terrore de’ nemici e de’ suoi
soldati, torvo nella guardatura, co’ capelli corti e ritti, co’ baffi tirati e a punta, che sporgevan dalle
guance, col mento obliquo: ritto in piedi l’eroe, con le gambiere, co’ cosciali, con la corazza, co’
bracciali, co’ guanti, tutto di ferro; con la destra sul fianco, e la sinistra sul pomo della spada. Don
Rodrigo lo guardava; e quando gli era arrivato sotto, e voltava, ecco in faccia un altro antenato,
magistrato, terrore de’ litiganti e degli avvocati, a sedere sur una gran seggiola coperta di velluto
rosso, ravvolto in un’ampia toga nera; tutto nero, fuorchè un collare bianco, con due larghe
facciole, e una fodera di zibellino arrovesciata (era il distintivo de’ senatori, e non lo portavan che
l’inverno, ragion per cui non si troverà mai un ritratto di senatore vestito d’estate); macilento, con
le ciglia aggrottate: teneva in mano una supplica, e pareva che dicesse: vedremo.
Di qua una matrona, terrore delle sue cameriere; di là un abate, terrore de’ suoi monaci: tutta
gente in somma che aveva fatto terrore, e lo spirava ancora dalle tele. Alla presenza di tali
memorie, don Rodrigo tanto più s’arrovellava, si vergognava, non poteva darsi pace, che un
frate avesse osato venirgli addosso, con la prosopopea di Nathan. Formava un disegno di vendetta,
l’abbandonava, pensava come soddisfare insieme alla passione, e a ciò che chiamava onore; e
talvolta (vedete un poco!) sentendosi fischiare ancora agli orecchi quell’esordio di profezia, si
sentiva venir, come si dice, i bordoni, e stava quasi per deporre il pensiero delle due soddisfazioni.
Ecco che anche in questo capitolo Manzoni ci descrive don Rodrigo indirettamente, mediante i ritratti di
famiglia e ci fa capire che è inquieto infatti misura la stanza camminando avanti ed indietro e quando si
ferma vede i volti dei suoi antenati. Un’inquietudine presente che trova una qual certa forma di
determinazione guardando chi lo ha preceduto, che incuteva terrore e lo dimostrava anche dai dipinti.
Ancora una volta vediamo il non essere di don Rodrigo, il suo essere gli deriva da altri, in questo caso
dai suoi avi.
Si esplicita anche chiaramente la sua incapacità di prendere decisioni, infatti stava quasi per retrocedere dai
suoi pensieri spregevoli.
Si abbandona ai pensieri fantastici, si droga di immagini e lo vediamo anche mentre aspetta che i bravi gli
portino Lucia (vedi riassunto capitolo 11):
Egli camminava innanzi e indietro, al buio, per una stanzaccia disabitata dell’ultimo piano, che
rispondeva sulla spianata. Ogni tanto si fermava, tendeva l’orecchio, guardava dalle fessure
dell’imposte intarlate, pieno d’impazienza e non privo d’inquietudine, non solo per l’incertezza
della riuscita, ma anche per le conseguenze possibili; (…).
In quanto ai sospetti, — pensava, — me ne rido. Vorrei un po’ sapere chi sarà quel voglioso che
venga quassù a veder se c’è o non c’è una ragazza. Venga, venga quel tanghero, che sarà ben
ricevuto. Venga il frate, venga. La vecchia? Vada a Bergamo la vecchia. La giustizia? Poh la
giustizia! Il podestà non è un ragazzo, nè un matto. E a Milano? Chi si cura di costoro a Milano? Chi
gli darebbe retta? Chi sa che ci siano? Son come gente perduta sulla terra; non hanno nè anche un
padrone: gente di nessuno. Via, via, niente paura.
Sempre inquieto, sempre preoccupato, sempre agitato, sempre insicuro.
Per mostrarci questa coscienza latente, l’autore si avvale di un altro personaggio, Padre
Cristoforo, strumentale e funzionale all’obiettivo. Vedi il primo incontro di don Rodrigo con il frate.
Padre Cristoforo, al sentirsi pronunciare “escimi di tra’ piedi, villano temerario, poltrone incappucciato”
perde “ogni spirito d’ira e d’entusiasmo, e non gli restò altra risoluzione che quella d’udir tranquillamente
ciò che a don Rodrigo piacesse d’aggiungere” ed avviene ciò che don Rodrigo non si aspetta: arriva il
messaggio alla coscienza “alzando la sinistra con l’indice teso verso di lui e puntandogli in faccia due occhi
infiammati“.
Padre Cristoforo profetizza che verrà un giorno, profetizza un oscuro castigo che penetra in don Rodrigo in
maniera indelebile, diviene la voce della verità, la voce della sua coscienza.
Abbiamo detto che don Rodrigo vive di immagini. E quale immagini più di ogni altra gli è rimasta impressa?
Il braccio alzato di Padre Cristoforo ed il suo indice puntato al volto. La profezia come lui stesso l’ha
chiamata, di quel giorno che verrà e che poi infatti viene.
Il secondo incontro tra i due personaggi avviene in sogno e vediamo che don Rodrigo rivive l’immagine di
Padre Cristoforo e di quella mano puntata contro di lui. Dal capitolo 33:
Il Griso prese il lume, e, augurata la buona notte al padrone, se n’ando in fretta, mentre quello si
cacciava sotto. […]
Ma appena velato l’occhio, si svegliava con un riscossone, come se uno, per dispetto, fosse venuto
a dargli una tentennata; […] Dopo un lungo rivoltarsi, finalmente s’addormento, e cominciò a fare
i più brutti e arruffati sogni del mondo. E d’uno in un altro, gli parve di trovarsi in una gran chiesa,
in su, in su, in mezzo a una folla; di trovarcisi, chè non sapeva come ci fosse andato, come gliene
fosse venuto il pensiero, in quel tempo specialmente; e n’era arrabbiato. Guardava i circostanti;
eran tutti visi gialli, distrutti, con cert’occhi incantati, abbacinati, con le labbra spenzolate; tutta
gente con certi vestiti che cascavano a pezzi; e da’ rotti si vedevano macchie e bubboni. (…) Guardò
anche lui vide un pulpito, dal parapetto di quello spuntar su un non so che di convesso, liscio e
luccicante; poi alzarsi e comparir distinta una testa pelata, poi due occhi, un viso, una barba
lunga e bianca, un frate ritto, fuor del parapetto fino alla cintola, fra Cristoforo. Il quale,
fulminato uno sguardo in giro su tutto l’uditorio, parve a don Rodrigo che lo fermasse in viso a lui,
alzando insieme la mano, nell’attitudine appunto che aveva presa in quella sala a terreno del
suo palazzotto. Allora alzò anche lui la mano in furia, fece uno sforzo, come per islanciarsi ad
acchiappar quel braccio teso per aria; una voce che gli andava brontolando sordamente nella gola,
scoppiò in un grand’urlo; e si destò. […] riconobbe il suo letto, la sua camera; si raccapezzò che
tutto era stato un sogno: la chiesa, il popolo, il frate, tutto era sparito; tutto fuorchè una cosa, quel
dolore dalla parte sinistra. […] finalmente la scoprí, ci diede un’occhiata paurosa; e vide un sozzo
bubbone d’un livido paonazzo.
Prima di questa notte e di questo sogno don Rodrigo si era divertito a “straviziare” con i suoi amici,
Manzoni ci dice che “Quel giorno, don Rodrigo era stato uno de’ più allegri; e tra l’altre cose, aveva fatto
rider tanto la compagnia”. I bagordi della vita, gli stravizi, lo stordimento del vino allontanano don Rodrigo
dal suo io interiore, dalla sua coscienza, che si presenta con tutta la sua prepotenza durante la notte, in
sogno. E ritorna quell’immagine, che ha cercato di cancellare stordendosi gozzovigliando.
Eccola lì la coscienza.
Quella profezia lanciata da padre Cristoforo nel 5° capitolo si avvera, si concretizza nel capitolo 35 quando i
due si incontrano nuovamente di persona e con loro è presente anche Renzo.
Ci troviamo al Lazzaretto a Milano: don Rodrigo si trova qui malato di peste, tradito dal Griso ed oltraggiato
dai monatti.
“Ebbene, vieni con me. Hai detto: lo troverò; lo troverai. Vieni, e vedrai con chi tu potevi tener odio,
a chi potevi desiderar del male, volergliene fare, sopra che vita tu volevi far da padrone.”
E, presa la mano di Renzo, e strettala come avrebbe potuto fare un giovine sano, si mosse. Quello,
senza osar di domandar altro, gli andò dietro.
Dopo pochi passi, il frate si fermò vicino all’apertura d’una capanna, fissò gli occhi in viso a
Renzo, con un misto di gravità e di tenerezza; e lo condusse dentro.
(…)
Renzo intanto, girando, con una curiosità inquieta, lo sguardo sugli altri oggetti, vide tre o quattro
infermi, ne distinse uno da una parte sur una materassa, involtato in un lenzolo, con una cappa
signorile indosso, a guisa di coperta: lo fissò, riconobbe don Rodrigo, e fece un passo indietro; ma il
frate, facendogli di nuovo sentir fortemente la mano con cui lo teneva, lo tirò appiè del covile, e,
stesavi sopra l’altra mano, accennava col dito l’uomo che vi giaceva. (…)
“Tu vedi!” disse il frate, con voce bassa e grave. “Può esser gastigo, può esser misericordia. Il
sentimento che tu proverai ora per quest’uomo che t’ha offeso, sì; lo stesso sentimento, il Dio, che
tu pure hai offeso, avrà per te in quel giorno.(…) Forse la salvezza di quest’uomo e la tua dipende
ora da te, da un tuo sentimento di perdono, di compassione… d’amore!”
Ritornano gli occhi e il dito di Padre Cristoforo che indica ancora una volta don Rodrigo.
Ecco che quel castigo, quella profezia è lì, è divenuta reale, vera. La piaga interiore ora sono bubboni visibili.
E la persona di don Rodrigo, il corpo ormai privo di sentimento, che giace a terra, diventa strumento di
conversione per Renzo per opera di Padre Cristoforo.
Lo vediamo per la prima volta quando padre Cristoforo si reca al suo palazzotto, dopo aver saputo
da Renzo e Lucia del matrimonio impedito.
(…) quello stesso don Rodrigo, ch’era lì in capo di tavola, in casa sua, nel suo regno, circondato
d’amici, d’omaggi, di tanti segni della sua potenza, con un viso da far morire in bocca a chi si sia
una preghiera, non che un consiglio, non che una correzione, non che un rimprovero.
I Promessi Sposi, cap. V
Dopo il colloquio con il frate Manzoni ce lo dipinge pronto per andare a Lecco.
Il servitore partì, rispondendo con un inchino; e, poco dopo, tornò, portando la ricca spada, che il
padrone si cinse; la cappa, che si buttò sulle spalle; il cappello a gran penne, che mise e inchiodò,
con una manata, fieramente sul capo: segno di marina torbida. Si mosse, e, alla porta, trovò i sei
ribaldi tutti armati, i quali, fatto ala, e inchinatolo, gli andaron dietro. Più burbero, più superbioso,
più accigliato del solito, uscì, e andò passeggiando verso Lecco. I contadini, gli artigiani, al vederlo
venire, si ritiravan rasente al muro, e di lì facevano scappellate e inchini profondi, ai quali non
rispondeva. Come inferiori, l’inchinavano anche quelli che da questi eran detti signori; ché, in que’
contorni, non ce n’era uno che potesse, a mille miglia, competer con lui, di nome, di ricchezze,
d’aderenze e della voglia di servirsi di tutto ciò, per istare al di sopra degli altri. E a questi
corrispondeva con una degnazione contegnosa. Quel giorno non avvenne, ma quando avveniva
che s’incontrasse col signor castellano spagnolo, l’inchino allora era ugualmente profondo dalle
due parti; la cosa era come tra due potentati, i quali non abbiano nulla da spartire tra loro; ma, per
convenienza, fanno onore al grado l’uno dell’altro.
I Promessi Sposi, cap. VII