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Storia Contemporanea

Il documento tratta della storia delle civiltà e delle culture politiche dal contesto internazionale antecedente la prima guerra mondiale fino alla guerra fredda. Descrive le principali potenze dell'epoca, gli eventi che portarono ai due conflitti mondiali e l'assetto geopolitico che ne derivò, con particolare attenzione agli accordi post-bellici.

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Il documento tratta della storia delle civiltà e delle culture politiche dal contesto internazionale antecedente la prima guerra mondiale fino alla guerra fredda. Descrive le principali potenze dell'epoca, gli eventi che portarono ai due conflitti mondiali e l'assetto geopolitico che ne derivò, con particolare attenzione agli accordi post-bellici.

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Michelangelo Bonilla, Storia delle civiltà e delle culture politiche

STORIA DELLE CIVILITA’ E DELLE CULTURE POLITICHE

ANDREA PLEBANI

1
Indice, Storia delle civiltà e delle culture politiche

Contesto internazionale antecedente al primo conflitto mondiale: 7


Eurocentrismo ed imperialismo 7
Occidente da periferia a centro 7
Potenze Europee 9
Impero Britannico 9
Impero Zarista 10
Terza Repubblica Francese 12
Impero Tedesco 12
Impero Austro-Ungarico 13
Impero Ottomano 14
Potenze extra-europee 15
USA 15
Cina 15
India e Burma 15
Giappone 15
Il sistema europeo, alleanze contrapposte e crisi periferiche 16
Dinamiche 16
Sistema europeo durante il ventennio bismarckiano 17
Da “Balance of Power” a “Weltpolitik” 18
Nascita dell’Intesa 19
Crisi periferiche 21

Primo Conflitto Mondiale 22


Piani di guerra 22
L’inizio del conflitto 23
Fronte Orientale 24
Fronte Occidentale 25
Fronte Italiano 26
Fronte Ottomano 26
Entrata degli USA nel conflitto 29
Conseguenze del primo conflitto mondiale 30

L’assetto internazionale successivo alla Grande Guerra 32


Francia 32
Impero Britannico 32
Italia 33
Stati Uniti 33
Conferenza di Pace di Parigi 33
14 punti di Wilson 34
Trattato di Versailles con la Germania 35
Frammentazione dell’Impero Austro-Ungarico 36
Trattato Saint-Germain (Austria) 37
Trattato di Trianon (Ungheria) 37
Cecoslovacchia 37
Regno dei Serbi, Croati, Slovenia 37
Trattato di Sèvres (Impero Ottomano) 38
Nascita Turchia e Guerra Greco-Turca 39
I mandati 40

2
I mandati in Medio Oriente 41

Anni venti 43
Apice della tensione (1920-23) 44
La debolezza della società delle nazioni 45
Gli organi, compiti e obiettivi della Società delle Nazioni 46
Insicurezza sul piano militare: il sistema di alleanza francesi 47
Insicurezza sul piano militare: il mancato disarmo 48
Congiuntura economica: debito e riparazioni 48
Radicalizzazione e posizioni 49
1920-23 50
Distensione (1924-29) 51
1925-1929: spirito di Locarno e sicurezza collettiva 51
Crisi (1929) 52
Il fascino dei totalitarismi 53
La lunga crisi cinese 53

Anni trenta 54
Primi fallimenti della Società delle Nazioni: Manchukuo 54
Primi fallimenti della Società delle Nazioni: negoziati sul disarmo 55
L’ascesa di Hitler 56
Italia fascista: revisionismo contro accettazione 57
Revisionismo di Hitler: il fronte di Stresa 58
Guerra d’Etiopia 59
Guerra Civile Spagnola 60
Revisionismo di Hitler: Anschluss 61
Revisionismo di Hitler: Sudeti 62
Verso la IIWW 63

IIWW 63
Disparità delle forze in campo 64
Patto Molotov-Ribbentrop 65
Prima fase del secondo conflitto mondiale 65
Caduta della Francia: mag-giu 1940 66
Churchill, <<We Shall Fight on the Beaches>>, House of Commons, June 4, 1940 68
Fronte sud-orientale: regione balcanico-danubiana, Grecia e Nord Africa (1940-41) 69
Operazione Barbarossa (1941) 70
Massima espansione dell’Asse (1942) 71
Avanzata Giapponese (1941-42) 72
Le posizioni degli Alleati 73
Turn of the tide: fronte orientale, nord-africa, Italia (1942-32) 74
Conferenza di Teheran (28/11/1943 - 01/12/1943) 75
Fine del conflitto in Europa (1944-45) 76
La fine della guerra nel Pacifico 77
Conferenze interalleate sul post IIWW 78
Conferenza di Dumbarton Oaks, agosto-ottobre 1944 78
Conferenza di Mosca, ottobre del 1944 78
Jalta, febbraio 1945 78
POTSDAM, luglio-agosto 1945 79

The Cold War 80


Cold War for Dummies 80
Guerra Fredda: rappresentazioni diverse, due mondi contrapposti 82
Guerra Fredda: guerra fredda per Cohen 82

3
Blocchi contrapposti, non monolitici e non allineati 83
Fasi della Guerra Fredda (1947-1989/91) 84
Prima fase della “Guerra Fredda” (1946-53) 85
La sovietizzazione dell’Europa Orientale 87
Pressioni URSS in Iran, Turchia e Grecia 88
Escalation della crisi diplomatica 91
Churchill’s Iron Curtain Speech (3/1946) 92
Dottrina Truman (3/1947) 93
Piano Marshall - European Recovery Program 1948-1952 93
Blocco di Berlino (6/48 - 5/49) 94
Contenimento: dal patto di Bruxelles al Patto Atlantico 97
Repubblica Popolare Cinese: 1949 98
Alleanza russo-cinese e consolidamento del blocco sovietico (1950) 100
Antecedenti Guerra di Corea 101
Guerra di Corea (1950-53) 102
Integrazione europea in risposta alla minaccia sovietica 103
Seconda fase della Guerra Fredda (1953-62): coesistenza competitiva 104
Blocco sovietico 105
La postura internazionale 106
Riconfigurazione dell’URSS sul piano ideologico e sul piano interno: coesistenza competitiva e
destalinizzazione 106
Soppressione della rivolte in Polonia 107
Soppressione delle rivolte in Ungheria (ott-nov 1956) 108
Blocco occidentale 108
Polo occidentale post 1952 108
Crisi di Suez: prodromi 109
Crisi di Suez (1956) 111
Dottrina Eisenhower in Medio Oriente 111
Fine della prima distensione: “Muro di Berlino (1961)” 112
Conseguenza della costruzione del muro 113
Crisi di Cuba: antecedenti 114
Crisi di Cuba 115
L’arrivo di un accordo fra le parti 117
Le conseguenze della “Crisi di Cuba” 118
Terza fase della “Guerra Fredda”: Grande Distensione (1962-79) 119
I temi della “Grande Distensione” 119
La questione degli armamenti 121
Conferenza di Helsinki sulla sicurezza e la cooperazione in Europa (1972-75) 122
Blocco occidentale 123
Problemi del polo statunitense 123
De Gaulle (1958-1969) e il suo tentativo di liberarsi dalla tutela statunitense 125
Ostpolitik 126
Vietnam (1965-1968): escalation del conflitto 127
Riavvicinamento tra gli Stati Uniti e la Repubblica Popolare Cinese 129
Polo sovietico 131
Problemi del polo sovietico 132
Repubblica Popolare Cinese tra ridefinizione di equilibri interni e la rottura con Mosca 132
Primavera di Praga (1968) 134
La shatterbelt mediorientale 135
Guerra dello Yom Kippur (1973) 135
Invasione sovietica dell’Afghanistan 136
Ultima fase della “Guerra Fredda”: crollo dell’Unione Sovietica 137

4
Offensiva e ipertensione sovietica 137
L’avvento di Reagan e della Reagonomics 137
Roll-back 2.0: principali direttrici regionali 139
URSS: gigante d'acciaio con i piedi d’argilla 140
Gorbacev e il tentativo tardivo di riformare l’URSS 140
Fine della “Guerra Fredda” in Europa e riunificazione tedesca 141
Crollo dell’Unione Sovietica 142

Decolonizzazione e non-allineamento 144


Processi di decolonizzazione 144
Londra, tra impero informale e gestione del cambiamento 145
L’indebolimento della presa britannica sul Medio Oriente 148
Iran: dall’influenza britannica a quella statunitense 148
Caso egiziano: il colpo di stato degli “ufficiali liberi” e l’Egitto di Nasser 149
La crisi dell’impero coloniale francese 150
I processi di indipendenza in Tunisia e in Marocco 151
La campagna di Indocina (1945-54) 152
Il caso algerino 153
La battaglia di Algeri (1956) e il Comitato di Salute Pubblica (1958) 154
Accordi di Evian (1962) e indipendenza 155

Conflitto israelo-palestinese 156


Alle origini del conflitto 156
Le cause per uno stato di Israele 157
La Palestina tra Sykes-Picot e Balfour 158
Gli anni delle rivolte arabe ed ebraiche contro i britannici 159
La minaccia di una crisi infinita (1947-1948) 161
La I guerra arabo-israeliana (1948-49) 161
Il post-guerra e gli anni Cinquanta 162
Conflitto israelo-palestinese: Crisi di Suez 163
Conflitto israelo-palestinese: la guerra dei Sei giorni (1967) 163
Conflitto israelo-palestinese: la guerra dello Yom Kippur (1973) 164
Seconda parte del conflitto 165
Gli accordi di Camp David 167
Invasione del Libano 168
La rivolta popolare palestinese 169
Accordi di Oslo 170
Camp David II e la seconda intifada 172
Politiche israeliane contro la Palestina 172
La svolta statunitense e il piano Trump 173
Israele-Palestina: 70 anni dopo 175

L’Iran 176
Cenni storici 176
Dopo il colpo di Stato 179
Anni 50-70 180
Ruhollah Khomeini e il “15 khordad” (5 giugno 1963) 182
Cerimonia a Persepolis (1971) 183
Le cause della rivoluzione (1977-79) 183
La rivoluzione iraniana - 1977 185
La Rivoluzione Iraniana - 1978 186
La Rivoluzione Iraniana - 1978 187
Qualche riflessione sulla rivoluzione 187

5
La Repubblica Islamica dell’Iran 188
Iran’s power structure 189

La breve stagione unipolare e le sue contraddizioni (Iraq come caso di studio) 190
L’illusione di un nuovo ordine internazionale 190
Nuovi Conflitti 191
Riconfigurazione dello spazio geopolitico 192
Iraq: l’occupazione a guida statunitense del 2003 e le sue conseguenze 192
Un Paese complesso ed estremamente variegato 193
“Guerra del Golfo (1990-1991)” 194
Iraqi Freedom: le origini del conflitto 196
Cosa non ha funzionato 197
Primi due anni di conflitto 198
L’anno delle elezioni (2005) 200
Guerra Civile 200
L’Iraq verso una nuova alba? Governo al-Maliki fino alla deriva settaria 2011 200
2011-2014: promesse tradite 201

Al-Qa’ida e “Stato Islamico” a confronto 203


Il concetto di Jihad 204
Jihadismo come sfida ad autorità pol-rel 205
Diverse forme e fasi di jihadismo 206

6
Contesto internazionale antecedente al primo conflitto mondiale:
Eurocentrismo ed imperialismo

I processi di globalizzazione sono cresciuti a partire dall’800 e a dircelo sono i flussi


immigratori. Questi ultimi partivano dal continente europeo verso il resto del globo. Fino alla
fine del primo conflitto bisogna ricordarsi che Londra era il centro del Mondo. Tra la fine del
1800 – 1914, ovvero fino a prima dello scoppio del primo conflitto mondiale, il sistema si
trovava in equilibrio, nonostante fosse un equilibrio precario. A partire dalla prima decade del
‘900 inizia la rottura di questo equilibrio.

Occidente da periferia a centro

L’ottocento è il periodo che fa emergere le potenze mondiali e ad emergere sono soprattutto


quelle europee. Facendo un passo indietro nel tempo bisogna ricordare che nel seicento le
due potenze predominanti erano India e Cina le quali poi con il passare degli anni hanno
iniziato a perdere sempre più potere questo per colpa di diversi avvenimenti quali la Guerra
dell’Oppio la quale ha colpito durante l’impero cinese e l’acquisizione dell’India da parte
dell’Impero Britannico. Arrivati alla metà dell’ottocento le quote dei paesi europei iniziano a
crescere e ad essere significative ma il paese che davvero sta avendo una crescita
esponenziale sono gli Stati Uniti.

La situazione in Europa è totalmente cambiata ormai ed a dircelo sono diversi avvenimenti:


la campagna napoleonica in Egitto, progressiva frammentazione dell’Impero Ottomano, il
controllo britannico sul subcontinente indiano con la creazione del Raj Britannico. Ma quello
che realmente mette l’Europa al centro è l’arrivo della rivoluzione industriale la quale ha
epicentro nel Regno Unito che si andrà ad espandere a macchia di leopardo nel resto del
continente europeo. La rivoluzione porta con sé una fortissima innovazione tecnologica
applicata in diversi ambiti e soprattutto va a cambiare il concetto spazio-temporale questo
perché il mondo appare più piccolo perché la rivoluzione permette agli uomini di coprire
certe distanze più velocemente rispetto a prima. La rivoluzione non sarà comunque
qualcosa di omogeneo, infatti in altre parti del mondo questa rivoluzione non avviene e
quindi gli spazi si andranno a ricoprire in tempi molto più vasti.

es. Canale di Suez dà una svolta al modo di navigare, una volta che quest’ultimo apre le porte le rotte per
muoversi via mare vengono ridotte.
es. Guerra Russo-Giapponese la quale è stata una guerra che ha visto vittoriosi i Giapponesi. Questa guerra è
stata una guerra in cui il dato tecnologico e le linee di collegamento risultarono essere fondamentali, il Giappone
ebbe la meglio anche perché le linee di rifornimento russe erano estremamente lente e molto estese.

7
La riduzione dello spazio e del tempo va a creare delle nuove possibilità commerciali, nasce
la necessità di acquistare materie prime a basso costo direttamente dai produttori, di
conseguenza senza dover passare prima da terzi venditori, andando a creare maggiori
strumenti finanziari.

La rivoluzione non è stata l’unica cosa che ha cambiato lo status dell’occidente da periferia a
centro ma vi sono altri diversi motivi:

● Molti stati europei completarono la loro unificazione e questo permise maggior


controllo sul territorio, maggiori risorse e il proiettare con maggior facilità i propri
obiettivi.
● Nascono delle spinte nazionaliste che danno vita al fenomeno del prestigio ovvero
chi ha un impero più grande, più esteso ha un impero molto più prestigioso rispetto
ad un altro.

Le spinte nazionaliste danno vita a quello che è l’imperialismo, data la mancanza di terreni
da conquistare in Europa, le maggiori potenze puntano all’Africa e decidono di spartirsi tutto
quello che era il territorio africano. Europa si sentiva addosso una missione civilizzatrice,
ovvero portare la conoscenza, la tecnologia a popolazione più arretrate e soprattutto anche
la volontà di portare il cristianesimo alle popolazione che non lo erano. Questa voglia di
conquista dà vita ad un fenomeno chiamato “Scramble for Africa” che tradotto in italiano sta
a significare la corsa per l’Africa. In trent’anni la cartina dell’Africa passa da così a così:

Gli unici territori che rimasero indipendenti in Africa erano l’Etiopia e la Liberia, tutto il resto
dei territori era sotto controllo degli europei. Il controllo degli europei all’interno delle loro
colonie poteva essere esercitato in due modi:

● controllo diretto: considerato il modello francese, il territorio della colonia viene


amministrato dal personale della madre patria. Vengono imposti e applicate forme di
controllo e istituzionali tipiche della madre patria e non vi sono forme di autogoverno
e si dà vita a processi di assimilazione culturale. In poche parole si ha un controllo di
forma aggressiva e persuasiva.
● controllo indiretto: sfruttamento della popolazione locale per amministrare i loro
territori, si va a creare una classe locale di amministratori. Nel controllo indiretto in
alcuni casi non vi è nessun processo di assimilazione perché viene visto come uno

8
spreco di risorse, mentre l’obiettivo è solo sfruttare il territorio per scopi personali
andando anche in alcuni casi ad usare la popolazione come razza guerriera.

L’espansione delle potenze europee non vedeva solo un espansione in Africa ma in tutto il
globo e la conquista di colonie generò dei flussi migratori dall’Europa verso l’America
Settentrionale, verso il Sud America tra l’ottocento e il novecento.

Potenze Europee
L’Europa trova al suo interno tanti attori per un posto effettivamente così ristretto, ogni
porzione del territorio è già occupato e non appena si libera un territorio vi è una lotta
continua per conquistarlo.

Impero Britannico
Raggiunge il suo apice interno al 1820 ed è un impero che controlla ⅕ della popolazione
mondiale e controlla ¼ delle terre emerse. Le persone sotto il dominio britannico rispondono
a Londra, ma il cuore pulsante di questo impero è l’India la quale è considerata la perla
dell’Impero. Il modo in cui era gestito l’impero aveva garantito ai britannici di dar vita alla pax
britannica e dà vita ad uno splendido isolamento. Una volta che la guerra con Napoleone
cessò Londra crea un sistema autosufficiente proteggendolo ma anche rafforzandolo e
preservando le linee di collegamento così da renderlo sostenibile.
L’Impero Britannico è fondato sui mari, sul dominio dei mari ed esercitavano un controllo
grazie alla propria flotta navale la quale era la più grande al mondo sia a livello commerciale
che militare, ma la vera forza dell’impero era data dal controllo su alcuni punti sul mare
chiamati choke point (punti di strozzatura) così da poter controllare il flusso.

9
Londra durante l’apice dell’Impero Britannico era la prima piazza finanziaria del mondo e lo
rimarrà fino alla prima parte del novecento dove il primo posto gli verrà tolto dagli Stati Uniti.

Le principali direttrici geopolitiche dell’Impero sono:


● proteggere le vie delle Indie data la loro importanza controllando gli stretti o
precludendo gli avversari
● limitare l’espansione russa perché se questi ultimi avessero raggiunto i mari caldi
avrebbero potuto proiettare le loro capacità andando ad infastidire le vie commerciali
inglesi
● evitare l’ascesa di un competitor europeo continentale, ovvero qualcuno capace di
controllare la massa europea e unirla sotto un’unica autorità
● spinta coloniale, particolarmente in Africa, per creare una fascia di territorio continua
dal Cairo fino al Capo costruendo anche una linea ferroviaria che tagliasse il
continente Africano.

Alla fine dell’ottocento inizia quello che è un leggero declino da parte dell’Impero Britannico.

Impero Zarista
E’ il secondo impero più importante a livello di territori, era l’impero contiguo più esteso ed
aveva avuto una forte espansione molto significativa via terra. L’espansione fatta dall’Impero
Zarista non era un’espansione fine a sé stessa, ma implicava il tentativo di raggiungere
diversi obiettivi:
● i mari caldi perché non disponevano di sbocchi strategici sul mare o comunque liberi
dai ghiacci per tutto il corso dell’anno e se avessero avuto questi sbocchi avrebbero
potuto esprimere a pieno la loro potenza
● spingersi verso la perla dell’Impero Britannico che erano le vie di comunicazione che
portavano all’India, spinta che poi diede vita a quello che fu il Grande Gioco che fu
un conflitto maggiormente combattuto a livello diplomatico tra Russia e l’Impero
Britannico nel Medio Oriente e nell’Asia centrale.
● la costruzione di una linea transiberiana per poter ridurre il tempo-spazio

10
Le ambizioni dell’Impero Zarista venivano limitate da diversi motivi: porti congelati per mesi o
svantaggi a livello di posizione. Tutti in Europa avevano capito le potenzialità della Russia e
sapevano che sarebbe stato in grado di sconvolgere l'equilibrio mondiale e di conseguenza
si andavano a creare delle coalizioni o allineamenti ostili verso il dominio dello Zar come ad
esempio:
● Guerra di Crimea, limitare le potenzialità russe soprattutto nel Mar Nero
● Pace di Santo Stefano, raggiunta dopo aver obbligato la Russia a sedere ad un
tavolo delle trattative dopo che aveva battuto l’Impero Ottomano imponendo clausole
fortissime facendo pressione sulla Russia

La Russia era un gigante, un gigante con i piedi d’argilla, grazie alla sua estensione
territoriale non rendeva facile la sua conquista ma il problema dell’Impero Zarista era la sua
arretratezza a livello industriale e questi nodi vennero al pettina nella guerra tra Russia e
Giappone dove quest’ultima prevarrà e creerà i primi disordini all’Impero Zarista perché
questa sconfitta diede vita ai primi moti rivoluzionari all’interno della Russia.
La percezione che si ha sempre avuto della Russia è che è una potenza in espansione, con
una strategia espansiva ma quando si va realmente a guardare la storia della Russia è un
paese che è sempre stato sempre sotto assedio, infatti la Russia dal 1812 al 1941
mediamente ha subito un’invasione ogni 33 anni quindi possiamo dire che il primo obiettivo
della Russia è sempre stato difendere il proprio territorio. L’estensione territoriale dà
protezione alla Russia grazie alla sua vastità ma la sua debolezza è l’assenza di barriere
naturali che fanno da protezione ai loro confini rendendo quindi facile l’aggressione. L’unica
barriera della Russia sono i mari ghiacciati presenti al nord.

Terza Repubblica Francese


Era un attore che doveva convivere dopo la sconfitta di Sedan (1870), conflitto franco-
prussiano, e quest’ultima portò la perdita del ruolo che apparteneva alla Terza Repubblica
Francese ovvero il riconoscimento di essere la nazione militare più forte in Europa.

11
Questa sconfitta portò via dal territorio francese due importanti territori l’Alsazia e la Lorena
di conseguenza questo porterà la Francia a convogliare le proprie forze verso l’esterno così
da poter garantire alla repubblica risorse ma acquisire e riacquistare un ruolo importante
all’interno della scacchiera internazionale.

Una volta convogliate le proprie forze verso l’esterno la Francia si posizionerà solo dietro
all’Impero Britannico come impero colonia, infatti la Repubblica aveva la sua concentrazione
in Africa, cercando di occuparla da ovest verso est, avendo come epicentro in Africa, a
livello territoriale, l’Algeria francese.
All’interno delle proprie colonie la Francia applicava un controllo diretto cercando di imporre
anche diversi processi di assimilazione.
La Francia non si accontenterà di partecipare allo Scramble for Africa ma punterà anche
verso l’Indocina creando l’Indocina francese (Laos, Cambogia e Vietnam) e anche verso la
Cina meridionale ed infine verso l’Asia Minore (attuali Libano e Siria).

Impero Tedesco
E’ il quarto attore principale, ma possiamo considerarlo il protagonista essendo la prima
potenza continentale in Europa dopo aver sconfitto e forza austro-ungariche ma anche dopo
la sconfitta inflitta ai francesi a Sedan.
Era un impero in crescita militarmente, ma non solo, stava crescendo nettamente dal punto
di vista demografico, scientifico, economico e militare non a caso le fasi espansive degli stati
spesso coincidono quando questi fattori vanno a collimare, questa crescita dava spinta alla
locomotiva tedesca. La Germania infatti era vista come nazione della scienza, la nazione
che sembrava guidare la crescita tecnologica e scientifica in quel momento, soprattutto
l’industria chimica, bellica e quella siderurgica che giocò un ruolo molto importante.
L’Impero Tedesco veniva considerato il perno dell'equilibrio di potenze questo grazie ai
rapporti strettissimi che aveva con le principali potenze europee, non a caso infatti Berlino
veniva considerato il “salotto d’Europa” proprio perché tutto doveva passare attraverso la

12
capitale tedesca. Anche l’Impero Tedesco aveva optato per una politica imperialistica la
quale però non fu così significativa perché si erano mossi con un significativo ritardo rispetto
alle altre potenze europee. Nonostante questa crescita dell’Impero Tedesco quest’ultimo era
realmente un territorio molto insicuro questo perché la Germania non avrebbe mai potuto
sconfiggere tutti i suoi potenziali nemici e i suoi nemici anche per colpa della sua posizione
territoriale la quale la faceva soffrire di “claustrofobia geopolitica”. Era un paese dominante
ma era ben conscio dei propri limiti, infatti doveva mantenere un numero significativo di
alleanze per poter sopravvivere.
La Germania si trovava totalmente chiusa e per proiettare la propria potenza dovevano
venire nuove strategie, ma il balance of power limitava la manovra tedesca ma alla fine si
troverà ad applicare una politica di potenza e quindi parte quello che fu un riarmo fortissimo
che iniziò con il ritocco della flotta tedesca. Questo riarmo fece aprire gli occhi a Londra la
quale capiva che la Germania stava sempre di più diventando una potenziale minaccia che
avrebbe potuto sfidare l’egemonia britannica. Non si mossero solo a livello marittimo ma
anche ci fu anche una direttrice terrestre che non si fermò solo al dotarsi di forze armate
terrestri più letali ma aveva anche come obiettivo quello di proiettare la propria influenza
all’esterno del territorio dell’Impero infatti si pensò di creare una via terrestre che potesse
congiungere il loro territorio fino al Golfo Persico dando vita alla ferrovia Berlino-Baghdad
così andando a minacciare la via delle Indie. Questo progetto fu ideato ma non venne mai
portato effettivamente a termine ma che se fosse stato realizzato sarebbe diventato un
“game changer” che avrebbe sicuramente scombussolato il balance of power.

Impero Austro-Ungarico
Una potenza storicamente importantissima, era stato il perno della restaurazione dopo gli
anni delle campagne napoleoniche e prima ancora era il simbolo contro la minaccia
ottomana. Era un attore centrale a tutti gli effetti che si trovava nel cuore dell’Europa ma che
era in fase di contrazione dopo la sconfitta della guerra Austro-Prussiana che vede questo
impero sconfitto. L’anno successivo alla sconfitta vi è un cambio interno nel sistema
austriaco, infatti viene creata la duplice monarchia, rimane un impero unico ma sotto una
doppia corona, Austria ed Ungheria. Un Impero che rimarrà sempre legato a doppio filo a
Berlino, contatto che rimarrà in piedi fino allo scoppio del primo conflitto mondiale.
Nonostante tutti i problemi interni che questo Impero aveva cerca di espandersi verso i
Balcani.
Questo Impero ha diversi punti deboli i quali sono ben noti a tutti:
● Impero arretrato, vi sono aree più sviluppate interno alle grandi città ma il resto
dell’Impero si trova in completa arretratezza
● Impero che si trova in gravi difficoltà a livello bellico dato che è un impero che si è
espanso sempre grazie alla diplomazia e i diversi e vari matrimoni

Impero Ottomano
Considerato il grande malato d’Europa, questo Impero si trova a subire una grande crisi che
comporta una grande contrazione territoriale. All’interno di esso vi erano diverse divisioni di

13
grande spessore a livello religioso, etnico e linguistico. Era un impero molto variegato che
durante la sua storia ha avuto grandi territori:

L’Impero Ottomano viene sempre visto come la sua parte finale, ma era un Impero che per
centinaia di anni è stato uno degli epicentri del sistema internazionale fino allo scoppio della
prima guerra mondiale. Tra l’ottocento e il novecento l’Impero si trova in una fase profonda
di decadenza e perderà una gran numero di territori:

Questa decadenza era dovuta anche al disastro interno che viveva il proprio impero, vi
erano stati diversi tentativi di riforma che puntavano a guardare e applicare quello che era
l’esempio occidentale e portare le innovazioni tecnologiche, scientifiche ma anche riforme
sul piano amministrativo e sul diritto. Abdul Hamid II capisce che queste riforme attaccavano
la sua posizione e mettevano in repentaglio il paese e di conseguenza le ferma e accetterà
poi il piano creato dall’Impero Tedesco per la costruzione della ferrovia per collegare i
tedeschi verso quelle che erano le vie di comunicazioni inglesi che portavano verso l’India e
di conseguenza si ha un avvicinamento da parte dell’Impero a Berlino e un allontanamento
da Londra.

14
Potenze extra-europee

USA
Era la potenza realmente in crescita, tutti gli occhi erano puntati sulla Germania ma il paese
che davvero stava crescendo erano gli Stati Uniti. All’inizio del novecento erano la prima
potenza manifatturiera, e nel giro di cinquant'anni dalla fine della Guerra Civile (1865) allo
scoppio del primo conflitto internazionale (1914) la popolazione statunitense era triplicata.
Oltre all’aumento demografico ci fu l’acquisto di un importante territorio che fu l’Alaska,
territorio che gioca un ruolo in primo piano a livello strategico per gli Stati Uniti. Gli USA
avevano una politica isolazionista, il “nuovo mondo” doveva guardare a sé [Link] una
potenza bellica terrestre a tutti gli effetti ma a livello marittimo non era così, infatti avevano
una flotta per acque poco profonde con poco tonnellaggio, ma questo non rimase così per
molto infatti al giungere del nuovo secolo si costruirà una nuova flotta, questa crescita
navale inizierà durante il primo conflitto mondiale che li porterà poi ad essere gli assoluti
dominatori del mare. Avevano una proiezione verso il Pacifico, infatti li porterà
all'acquisizione delle Filippine:

Cina
Dal 1830 al 1949, questo periodo è stato definito il secolo dell'umiliazione da parte degli
storici cinesi. In questa fase la Cina passa da essere il centro del mondo e diventa appetito
delle diverse potenze. La Guerra dell’Oppio mostra la scarsa forza a livello bellico
dell’Impero e soprattutto la Cina arriva da una grande sconfitta inflittagli da un attore
marginale secondo loro, ovvero il Giappone. Questa guerra causò gravi danni all’Impero e
grandi perdite come per esempio il territorio della Corea il quale passerà ai Giapponesi e
questo segnerà per la storia orientale un cambiamento epocale.

India e Burma
Durante il diciottesimo e diciannovesimo secolo rimarranno sempre sotto il controllo
dell’Impero Britannico.

Giappone
Durante la metà del 1800 il Giappone vive una crisi interna che però poco dopo verrà
colmata dalla restaurazione Meiji la quale modernizzerà a tutti gli effetti il paese. Questa
restaurazione trasforma il Giappone in una potenza a tutti gli effetti che porterà poi alla
vittoria dei Giapponesi sull’Impero Zarista e sulla Cina.

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Il sistema europeo, alleanze contrapposte e crisi periferiche
Il primo conflitto mondiale è successo perché vi erano dei calcoli politici alla base, tutti gli
attori avevano e potevano contare su un certo margine di manovra ma le potenze europee
cercavano lo scontro. Tuttavia nonostante lo scontro era stato in qualche modo calcolato
dalle varie potenze non credevano che avrebbero portato alle conseguenze globali che ha
portato il conflitto effettivamente. Il primo conflitto mondiale è stato un conflitto senza
paragone per durata, intensità e per la grandissima estensione di territori che comprendeva
il conflitto.

Dinamiche
L’Impero Britannico era la prima realtà internazionale, era l’attore più importante su scala
globale infatti era riuscito nella pax britannica creando uno splendido isolamento di un
impero che però nonostante questo isolamento non aveva cessato di avere contatti con
l’esterno, un impero che per sopravvivere bastava la propria autosufficienza e durante questi
anni dell’isolamento li aveva utilizzati per rafforzare le proprie linee di collegamento. Verso la
fine dell’ottocento e l’inizio del novecento il predominio britannico è sempre più
sottopressione, sta subendo delle pressioni esterne: l’ascesa di Berlino che era più marcata
con la fine del cancellierato di Bismarck e l’inaugurazione di una weltpolitik che andrà a
cambiare il sistema internazionale; questa ascesa della Germania non è casuale perché
sappiamo quanto l’Impero Tedesco era una nazione in crescita. Londra capisce questa
situazione ed intercetta le nuove esigenze di Berlino ed andrà alla ricerca di un accordo,
cercando di favorire un riallineamento del sistema internazionale che però non metta in
dubbio la centralità di Londra.
L’Impero Britannico non temeva solo l’ascesa tedesca ma aveva un’altra competizione sul
piano coloniale con la Francia in Africa. erano direttrici con assi differenti tra i due paesi, la
Francia spingeva da est verso ovest mentre la direttrice di espansione britannica in Africa
partiva da nord a sud che sarebbe stata ideale per la costruzione di linee che avrebbero
collegato il Cairo fino al Capo. Queste due direttrici all’interno dell’Africa avrebbero potuto
sfociare in un conflitto fra le due potenze coloniali ma questa bomba verrà disinnescata da
Parigi che comprenderà che il conflitto non converrebbe a nessuno.
Un altro trend è la competizione con la Russia, ovvero il Grande Gioco, che contrapponeva
Londra a San Pietroburgo in una fascia di territori dal Caucaso fino all’Asia Centrale e
minacciava il cuore dell’Impero Britannico andando a minacciare il Raj Britannico ed era uno
dei fattori che limitava l’intervento sul piano globale perché doveva tenere forze per
difendere queste linee di comunicazione che portavano al subcontinente indiano. Oltre a
queste potenze europee vi era anche l’ascesa del Giappone degli Stati Uniti.
Un altro elemento importante è la crisi che viveva l’Impero Ottomano che diventa oggetto ed
è luogo di crisi periferiche, un’area dove emerge questa crisi è l’area balcanica ed è il luogo
dove hanno origini le crisi che attirerà poi gli occhi di molte potenze.

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cambio del territorio occupato precedentemente dall’Impero Ottomano.

Sistema europeo durante il ventennio bismarckiano


Gli obiettivi di Bismarck e la classe dirigente tedesca, dopo la vittoria ottenuta sull’Impero
Asburgico e sulla Francia, erano:
● mantenere un assetto che era considerato favorevole per Berlino, evitando che lo
status quo venisse messo in discussione; lo status sanciva la primizia tedesca
evitando che Londra uscisse dal suo isolamento perché questo permetteva a Berlino
di continuare a comandare quella che era la parte europea
● contenere le ambizioni di attori che avevano interessi divergenti, come per esempio
le divergenze tra l’Impero Austro-Ungarico e l’Italia nei territori balcani
● mantenere l’isolamento della Francia il quale si otteneva stipulando accordi con
almeno tre delle cinque potenze europee, questo avrebbe garantito la minoranza alla
Francia di conseguenza “togliendo ossigeno” e spazio di manovre a Parigi

I movimenti chiave che rifletti questi obiettivi sono:


● Patto dei tre imperatori (1873): patto stipulato a pochi anni della vittoria su Parigi da
parte dell’Impero Tedesco. Questo accordo unisce Berlino - San Pietroburgo -
Vienna e fa sì che tra queste realtà non vi debba essere mai essere un incontro
aperto ma se ci dovessero essere dei problemi si sarebbero risolti con un dialogo tra
le parti. Questo accordo poi entrerà in crisi evidente durante il 1877-78 quando la
“Pace di Santo Stefano” che segue la guerra tra l’Impero Zarista e quello Ottomano,
questa pace delineava una pace dura nei confronti dell’Impero Ottamano e questo
avrebbe portato ad uno squilibrio all’interno del sistema internazionale quindi
Bismarck cerca di mediare a tutto ciò convocando il Congresso di Berlino nel 1878.
Questo congresso raffredda da un lato quelle che erano le relazioni tra Germania -
Russia e tramite esso vengono modificate le clausole della pace per limitare i
vantaggi Russi.

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● Triplice Alleanza (1882): inizialmente era una duplice alleanza difensiva che lega
l’Impero Austro-Ungarico e Berlino che aveva come obiettivo di creare un blocco che
avrebbe dovuto dominare l’Europa Centrale e costruire un legame importante, tre
anni più tardi diventerà “Triplice Alleanza” con l’unione dell’Italia in questa alleanza.
Questa alleanza rappresenta il capolavoro di Bismarck che riuscii ad unire sotto
questa alleanza due attori nemici (L’Italia e l’Impero Austro-Ungarico). Essendo un
trattato difensivo si sarebbe attivato solo se una delle tre potenze veniva attaccata
dall’esterno.
● Trattato di Controassicurazione (1887): dopo il “Congresso di Berlino” Bismarck
percepiva il disagio che vi era tra le relazioni tra Berlino e San Pietroburgo quindi per
rassicurare la Russia venne creato il “Trattato di Controassicurazione” con il quale
entrambe le potenze si impegnavano ad assicurare la neutralità nel momento in cui
uno dei due sarebbe andato in guerra. Questo patto aveva validità fino al 1890 ma si
sarebbe potuto rompere se:
○ Germania avesse attaccato la Francia
○ Russia avesse attaccato l’Impero Austro-Ungarico

Tutti questi accordi che venivano stipulati tra le grandi potenze erano accordi segreti, accordi
che erano conosciuto all’interno delle diverse cancellerie ma contratti al grande pubblico.

Da “Balance of Power” a “Weltpolitik”


Le dimissioni di Bismarck nel 1890 segnano il cambio tra la politica del “Balance of Power”
alla politica attuata da Guglielmo II, imperatore tedesco, “Weltpolitik”. Gli equilibri vengono ri-
definiti dalla volontà della Germania di attuare una politica di potenza e questo causerà un
inasprimento delle relazioni tra l’Impero Tedesco e quello Zarista a partire dal 1890 in avanti
e si registra non in maniera inconsapevole ma perché la classe dirigente tedesca, facendo
dei calcoli sbagliati, decide di sacrificare l’asse con San Pietroburgo perché:

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● secondo loro San Pietroburgo non si sarebbe mai potuto allineare a Parigi dato che
rappresentavano l’opposto e quindi sarebbe stato impossibile un allineamento tra
questi due
● ci fu anche il mancato rinnovo del “Trattato di Controassicurazione”, questo perché la
Germania preferiva rimanere con le opzioni sul tavolo; il mancato rinnovo del trattato
fu un allontanamento molto importate da San Pietroburgo questo anche perché il
mancato rinnovo era accompagnato da una forte politica commerciale aggressiva
contro la Russia infatti i dazi ero molto alti ai danni dei prodotti russi
● Parigi per scappare a quello che era l’isolamento causato da parte delle pressione di
Berlino in questo momento decide e finanzierà quello che fu la modernizzazione
dell’Impero Zarista e quindi si pongono le carte in tavola per un allineamento tra
Parigi e San Pietroburgo, questo dimostra già quanto uno dei vari calcoli effettuati
dall’Impero Tedesco risultarono sbagliati

Se la rottura dell’asse russo-tedesco segnala un cambio di equilibri, un altro segnale ancora


più importante si gioca lungo l’asse Londra - Berlino. Tutti questi “giochi” venivano fatti dalla
classe dirigente tedesca per spostare gli equilibri, cercavano di spostare gli equilibri senza
dar vita ad una situazione effettivamente ostile, quindi volevano cercare di mantenere dei
buoni rapporti con l’Impero Britannico. Il modo di comportarsi dei tedeschi nelle varie
trattative tra l’asse Londra - Berlino denota anche esso l’inefficacia dei calcoli effettuati dalla
classe dirigente tedesca questo perché quest’ultima riteneva di contare su un allineamento
natura con Londra (famiglia imperiale tedesca aveva forti legami di sangue con quella
britannica), infatti pensavano di poter osare durante le varie trattative perchè secondo loro
questi legami sarebbero stati sufficienti e soprattutto pensavano che Londra non si sarebbe
mai potuta allineare sia alla Francia che alla Russia perché:
● Francia era il rivale storia dell’Impero Britannico ma soprattutto rivali all’interno della
corsa per la conquista dell’Africa
● Russia era nemica di Londra perché durante quel periodo vi era il grande gioco
all’interno dei territori dell’Asia Centrale
Queste sono le premesse che spingono Berlino a fare delle scelte che però risulteranno
essere drammatica e getteranno le basi per la sconfitta nel primo conflitto mondiale.

Londra alla fine proporrà un'alleanza formale nei confronti di Berlino ma questa verrà
rifiutata per ben due volte (1898-1901) questo perchè la classe dirigente tedesca pensa di
poter forzare la mano, infatti prova ad inserire all’interno di questa pace anche l’Impero
Austro-Ungarico cosa che non verrà accettata da parte di Londra perché considera questo
Impero in totale decadenza e di conseguenza la pace fra queste due potenze non avverrà.

Nascita dell’Intesa
Pian piano si va a costruire un nuovo sistema relazionale che unisce tre attori i quali
interessi erano totalmente differenti, questo nuovo sistema relazionale include Francia -
Impero Britannico ed infine la Russia.
Appunto perché queste tre potenze hanno interessi ben diversi e visioni ben diverse Berlino
pensava fosse impossibile che si andasse a costruire un allineamento del genere. Gli
interessi di Parigi e Londra si andavano a scontrare uno con l’altro nella corsa per l’Africa e
questo scontro si avverò con l’incontro di due armati a Fashoda, l’armata britannica e quella
francese ma Parigi diede il passo ai britannici e questa decisione segnò un momento di
avvicinamento fra le due parti molto forte.

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Tutto questo mentre intanto si creava una forte intesa tra Francia e Russia sempre più
evidente. L’intesa era un allineamento che effettivamente era debole ma nonostante tutto li
unì per tutto il primo conflitto mondiale. L’Intesa che nasce grazie alla crisi anglo-tedesca
(creatasi con il rifiuto delle alleanze da parte di Berlino) e grazie al rifiuto di queste alleanze
Londra capì effettivamente quali erano le intenzioni dell’Impero Tedesco e quindi arriva la
morte di quello che era lo splendido isolamento britannico e Londra inizia a guardarsi intorno
e capisce che per continuare deve creare un sistema relazionale che le consenta di avere
vantaggi su scala globale, Londra sente la necessità di creare una rete di alleanze:
● Alleanza anglo-giapponese (1902)
● Intesa franco-britannica (1904): prevede la permanenza francese sul Marocco
mentre la primizia inglese sull’Egitto
● Intesa anglo-russa (1907): risolve le controversie in Asia e pone fino al grande gioco

La differenza maggiore tra “Triplice Alleanza” e “Triplice Intesa” è che l’alleanza si forma su
patti con clausole ben precise mentre gli accordi all’interno dell’intesa non contengono e non
prevedono alleanza ma sono solo una normalizzazione fra le diverse parti.
Inizia a prendere forma quella che è la configurazione delle alleanze contrapposte, delle
dinamiche che animeranno il primo conflitto mondiale che nel momento del suo scoppio
vedrà gli imperi Centrali e dall’altra parte un asse che unisce Londra - San Pietroburgo -
Parigi.

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Crisi periferiche
Prima di arrivare al primo conflitto mondiale bisogna passare prima per quelle che sono le
crisi periferiche, i quali non erano come dice il nome stesso degli scontri centrali e di
conseguenza sembravano non aver peso ma così non è infatti questi scontri contribuiscono
a far crescere l’instabilità.

Queste guerre periferiche furono:


● Guerra anglo-boera (1899-1902): una guerra che contrappone un gigante militare ad
una resistenza locale che è infinitamente meno dotata di risorse e di capacità
operativa ma che obbliga l’Impero Britannico a combattere per tre anni, di
conseguenza anche questo crea uno sdegno significativo perché la superpotenza
dell’epoca aveva comunque qualche problema perché ci hanno messo tre anni a
superare un nemico così inferiore dal punto di vista bellico
● Guerra russo-giapponese (1905): guerra che vede vittorioso il Giappone dovuto
anche all’arretratezza nell’Impero Zarista per muoversi e combattere la guerra navale
contro il Giappone

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● Prima e seconda guerra marocchina (1905-6 / 1911)
● Annessione Bosnia Erzegovina (1908): dovuta alla crisi vissuta nei balcani, la Bosnia
Erzegovina viene annessa all’Impero Austro-Ungarico e di conseguenza accresce
ulteriormente il risentimento russo nei confronti dell’asse creato tra l’Impero Austro-
Ungarico e Berlino
● Italia - Impero Ottomano (1911-12): l’Italia dichiara guerra all’Impero Ottomano e
risulterà vittorioso ottenendo la Libia, Rodi
● Guerre balcaniche (1912, 1913): l’Impero Ottomano perderà i suoi territori all’interno
dei balcani e risulterà un colpo durissimo all’Impero Ottomano.

Primo Conflitto Mondiale


Il primo conflitto mondiale è un momento di cambiamento cruciale per il sistema
internazionale.

Possiamo notare che nell’immagine a destra le diverse potenze e le varie alleanze. In rosso
troviamo le potenze che si allineano all’intesa mentre quelle in verde sono le potenze che
entrano all’interno del conflitto accanto alle potenze centrali. Guardando le immagini notiamo
come le forze dell’intesa erano così vaste e così numerose paragonate a quelle dell’alleanza
ma questo perchè quando scoppiò il conflitto nel 1914 nessuno poteva immaginare che
questo conflitto avrebbe portato ad una guerra mondiale, ad un conflitto che si dipanerà e
finirà nel 1919 che investirà direttamente ed indirettamente milioni di persone. I territori che
si vedono in questa immagine a destra non rappresenta lo schieramento di forze che si
registrava all’apertura del conflitto ma il fronte dell’intesa si allarga strada facendo. Mente poi
nell’immagine a sinistra si vedono quelle che erano le alleanze stabilite allo scoppio effettivo
del primo conflitto mondiale.

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Piani di guerra
Le potenze centrali (Impero Tedesco, Impero Austro-Ungarico e la coda dell’Impero
Ottomano) e i loro comandi non erano composti da sprovveduti pensavano che per vincere
un conflitto di dimensioni così ampie bisognava prendere delle precauzioni nonostante le
forze belliche che possedeva la Germania ma il problema erano gli avversari che aveva di
fronte, avversari che uniti possedevano forze maggiori e da qui nasce la definizione del
“Piano Schlieffen”. Questo piano ideato dai comandi tedeschi puntava tutto sulla velocità
infatti l’obiettivo era quello di ridurre al minimo i tempi della guerra questo perché la
Germania avrebbe dovuto combattere una guerra simultaneamente su due fronti;
pensavano di conseguenza che per vincere la guerra avrebbero dovuto fare una guerra
lampo la quale aveva come primo obiettivo concentrare tutte le forze sul lato occidentale
puntando la Francia così una volta ottenuto questo risultato avrebbero potuto spostare le
risorse sul fronte orientale puntando San Pietroburgo.
Per l’Impero Tedesco la Francia era un nemico temibile, ma non così tanto perché secondo i
loro calcoli con le risorse tedesche avrebbero potuto sconfiggerlo velocemente; questo piano
se avesse avuto successo avrebbe permesso poi alle forze tedesche di concentrare tutto il
loro apparato bellico sul fronte orientale guardando a San Pietroburgo. Se le forze centrali
puntavano sulla rapidità, sulla modernità degli apparati bellici l’Intesa puntava su quelle che
erano le risorse a loro disposizione e i propri punti di forza e già unire questi attori così
diversi e creare una sinergia fra essi era già un elemento favorevole, un punto di forza e
soprattutto l’Intesa non aveva il bisogno di agire velocemente, anzi cercava di procrastinare
il tutto per poter mobilitare a tempo i propri apparati militari e soprattutto sfruttare a pieno le
risorse che le colonie offrivano. Le potenze dell’Intesa però temevano che l’Impero
Ottomano potesse usare la sua influenza, data la religione musulmana, e mobilitare milioni
di fedeli presente nelle loro colonie e metterli contro Londra e Parigi questo perché erano
terrorizzati dall’idea che il sultano di Costantinopoli dichiarasse un “jihad armato difensivo”
ma questo alla fine non succedette perché il sultano reclamava la posizione di califfo che
però non era considerato da tutti perchè per essere considerato tale bisognava rispettare
una serie di qualità che quest’ultimo non possedeva.

L’inizio del conflitto

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Il primo conflitto mondiale scoppia con l’attentato che provoca l’uccisione dell’erede al trono
d’Austria da parte di un serbo e nel giro di un mese dall’accaduto scoppia il conflitto.
L’Impero Austro-Ungarico impone un ultimatum alla Serbia il quale però non verrà rispettato
completamento ed il 28 luglio del 1914 l’Impero Austro-Ungarico dichiara guerra alla Serbia.
Serbia però vantava di un forte legame con la Russia, legami di tipo politici, religiosi e militari
e di conseguenza non appena l’Impero Austro-Ungarico dichiara guerra alla Serbia la
Russia farà mobilitare il proprio esercito ovvero inizia a preparare i preparativi per un
conflitto. Ad agosto dopo che la Germania dichiarerà guerra contro la Russia sia Parigi che
Londra mobiliteranno le proprie forze e da questo punto tutti i sistemi preparati negli anni
precedenti allo scoppio del primo conflitto entrano in moto.
La Germania inizierà con l’invasione del Belgio la quale invasione permetterà di mandare la
prima offensiva contro la Francia, ad aiutare Parigi ad arrestare questa offensiva tedesca
sarà l’Impero Britannico la quale mobiliterà le proprie forze in Francia che porteranno alla
base del conflitto che si allargherà nei messi successivi. Questa offensiva tedesca ebbe un
successo, pure se in parte, spostarono il fronte di battaglia di centinaia di chilometri ed erano
a poco dalle porte di Parigi, ma proprio quando l’obiettivo sembrava quasi compiuto queste
ultime vengono respinte e il fronte si sposterà e si allontanerà sempre di più dalla capitale
francese. Sul fronte orientale invece la Russia mentre i tedeschi avanzano su quello
occidentale ottengono risultati positivi ma la propria armata poi sarà destinata a fermarsi
nella Prussia, l’Impero Zarista si troverà in difficoltà non appena a novembre l’Impero
Ottomano si schiererà nel conflitto insieme agli Imperi Centrali, ingresso che però non è per
nulla secondario dato che l’ingresso di Istanbul nel conflitto porterà all’isolamento della
Russia perché l’Impero Zarista si troverà verso occidente l’Impero Austro-Ungarico e quello
Tedesco e l’unica via che gli era rimasta alla Russia per mobilitare le sue forze belliche,
ovvero gli stretti, verranno chiusi dagli ottomani e questo porterà all’isolamento della Russia.

Fronte Orientale

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E’ il fronte che si va a chiudere prima rispetto agli altri. Una volta scoppiato il conflitto, la
Germania concentrerà la maggior parte delle sue forze sul lato occidentale e la Russia
sfrutterà questo per poter premere sul confine nord-orientale della Germania e soprattutto
sul confine orientale dell’Impero
Austro-Ungarico. I russi ottengono
risultati importanti contro l’Impero
Austro-Ungarico e continuerà ad
avanzare riuscendo ad occupare il
territorio polacco rimasto. L’anno
successivo la Russia continuerà ad
ottenere risultati importanti in uno
scontro contro l’Impero Ottomano nella
regione del caucaso ma questo alla
fine non portò a nulla di positivo per la
Russia perchè durante questi scontri
l’Impero Zarista viveva una crisi interna
che pian piano lo portava verso il
collasso interno che farà sì che
l’Impero non riesca a sostenere lo sforzo bellica ma non soltanto dal punto di vista militare
ma anche dal punto di vista sociale. Questo collasso era dovuto ai moti rivoluzionari portati
avanti dai movimenti che rispondono sempre di più in questa fase a Lenin e questi moti
porteranno all’abdicazione dello zar e porteranno in seguito alla rivoluzione d’ottobre che
portò alla piena assunzione del potere da parte dei bolscevichi. Questi disordini interni
portarono ad un armistizio firmato nel 1917 che metteva fine alle ostilità ed infine ad un
trattato di pace chiamato “Brest-Litovsk” che permette alla Russia di sganciarsi dal conflitto
totalmente ma in cambio di decurtazione territoriali enormi che porterà alla perdita di circa ¼
dei propri possedimenti europei.

Fronte Occidentale

Nel frattempo sul fronte occidentale la


situazione era diversa, abbiamo la
penetrazione delle forze tedesche in
Belgio per preparare poi l’offensiva che
avrebbe colpito il cuore della Francia,
ovvero Parigi. Le forze francesi, le quali
vengono sostenute dal contingente
britannico, rispondono a questa
offensiva e riescono a bloccarla, di
conseguenza la guerra lampo ideata dai
comandanti tedesco non ebbe
successo. Le forze tedesche che erano
arrivate solamente a 60 km da Parigi
verranno ricacciate di diversi chilometri indietro ma rimarranno comunque incastonate nel
territorio francese e questo porterà alla creazione di fronte fisso. Questo fronte creatosi si
estendeva per 800 km di fortificazioni di trincee ed è un fronte che subirà modificazioni
minime ma creerà una quantità incalcolabile di morti e questo fronte rimarrà in piedi dal 1915

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fino ad una buona parte del 1917. Non si conclude niente neanche dal punto di vista navale,
la flotta tedesca si scontrò con quella britannica nella battaglia dello Jutland e questa
battaglia si concluse con un pareggio; fu uno scontro che durò pochissimo tempo perchè
nessuna delle due potenze voleva rischiare la propria flotta perché la possibile sconfitta
avrebbe causato uno spostamento di equilibri troppo importante. Il fattore che per cambierà
in maniera determinante gli equilibri è l’intervento degli Stati Uniti con le forze dell’Intesa nel
1917. Intanto i tedeschi non mollavano assolutamente la presa ma l’apparato bellico tedesco
non poteva andare oltre di quanto stava andando, non poteva reggere all’infinito
quell’intensità ed infatti nel 1918 arrivò quella che fu l’ultima offensiva tedesca che venne poi
ribaltata da una controffensiva alleata la quale fu micidiale. Intanto anche la Germania, come
era successo in Russia, esplode sul piano interne e scoppiano una serie di sommosse in
varie città da parte della sinistra che sembravano a puntare verso un cambio di regime
completo dovute anche all’influenza dei risultati che la rivoluzione russa aveva ottenuto.
Dopo diverse rivolte l’imperatore tedesco è caldamente invitato a lasciare il proprio posto e
la Germania chiede l’armistizio nel 1918.

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Fronte Italiano

Il fronte italiano si apre nel 1915 in


seguito al “Patto di Londra” il quale
prevede una serie di concessioni
territoriali a favore di Roma in
cambio del suo unirsi a fianco
dell’Intesa. L’ingresso italiano nel
primo conflitto mondiale è voluto
fortemente sia da Parigi che Londra
perché avrebbe potuto portare
all’indebolimento ulteriore del
ventre molle delle potenze centrali.
Le potenze dell’Intesa pensavano
che con l’intervento dell’Italia si
sarebbe accorciato il conflitto
attraverso una sconfitta che sarebbe stata poi inflitta all’Impero Austro-Ungarico ma queste
aspettative non si tradussero in realtà, nonostante le continue offensive contro l’Impero
Austro-Ungarico queste non portarono a nulla, resistenza dell’Impero dovuta anche alla
conformazione del proprio territorio nei vari confini. Nel 1916 gli austroungarici preparano
quella che fu la spedizione punitiva contro gli italiano che avevano tradito quello che era lo
spirito della triplice alleanza, questa spedizione venne fermata con enormi sacrifici nel 1916.
L’anno seguente con la disfatta di Caporetto si arriva a quello che fu il punto più basso
raggiunto dall’Italia durante il primo conflitto internazionale, questa offensiva austro tedesca
investirà l’Italia e porterà il fronte lungo la linea del Piave. Ma l’Impero Austro-Ungarico
anche esso fu destinato a cadere questo perchè al proprio interno vi erano diversi progetti
indipendentisti e l’Impero non riuscì a tenerli insieme e durante questo periodo le forze
italiani si raduneranno nuovamente e infliggeranno la sconfitta all’Impero Austro-Ungarico a
Vittorio Veneto e con questa ultima offensiva l’Impero viene messo fuori dai giochi.

Fronte Ottomano
Nel fronte meridionale, oltre all’Italia, possiamo includere anche quelle che furono le
operazioni militari che investirono direttamente l’Impero Ottomano; viene considerato un
attore secondario del conflitto, ma fu un fronte di primaria importanza. Le forze ottomane
resistettero fino al 1918 alle pressioni delle forze dell’Intensa le quali avevano tre direttrici
principali:
● Il primo fronte guardava ai Dardanelli e si risolse in un'offensiva massiccia nel 1915
nei pressi di Gallipoli, la più grande operazione anfibia della storia sino a quel
momento che vide le forze ottomane reggere l’urto. Questa zona era cruciale perché
una vittoria a Gallipoli avrebbe aperto la strada verso Istanbul fornendo all’Intesa il
controllo degli stretti e di conseguenza avrebbe riaperto le vie di comunicazioni
dirette con l’Impero Zarista.
● L’altro fronte guardava dall’Egitto verso la Palestina salendo fino alla Siria, il primo
venne aperto dall’azione condotta dagli irregolari arabi sotto la guida del colonnello
Lawrence d’Arabia e dalle forze legate alla famiglia Hashemita la quale era
direttamente discendente del profeta Maometto e controllava Mecca e Medina.

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● L’altro fronte guardava dal Golfo Persico puntava Baghdad e saliva fin verso l’Iraq
settentrionale.
In questi tre fronti le forze alleate
dovettero scontrarsi con una forte
resistenza e riuscirono ad avere la
meglio sugli ottomani nel corso del 1918
prendendo diverse città chiavi come
Damasco e con la presa di quest'ultima
si apre la via verso il cuore della
penisola. Nel 1918 viene dichiarato
l’armistizio, le forze ottomane smettono
di essere rilevanti all’interno dell’ambito
militare.

Nei confronti dei territori ottomani


l’Intesa prese diverse posizioni
diplomatiche questo perché dal 1915-17
Londra e Parigi fecero una serie di
accordi che contrastavano l’una con le
altre e che vennero a posteriori interpretati come una prova della malafede delle potenze
imperiali e soprattutto di Londra. Le posizioni prese furono diverse:
● Accordi di Costantinopoli, nel 1915. Possiamo considerarlo il punto di partenza.
Questi accordi vennero conclusi per spingere la Russia a rinnovare il suo impegno
nel conflitto promettendole ciò che gli Zar da sempre hanno cercato di ottenere
ovvero il controllo di Costantinopoli e degli stretti una volta vinta la guerra.
● Carteggio McMahon-Husayn, che ha luogo tra il 1915-16, è uno scambio epistolare
tra un importante funzionario britannico, McMahon, ed il capo della famiglia
hashemita Husayn. All’interno di questo scambio di lettere si ponevano le basi per
una collaborazione, McMahon chiedeva a Husayn di mettere a disposizione delle
forze armate per combattere contro l’Impero Ottomano creando così scompiglio per
rendere difficile il collegamento tra la Siria e la Giordania attuale questo perché in
quell’area era uno dei fronti principali dove si sarebbe diretta l’offensiva dell’Intesa
proveniente dal Cairo. La famiglia hashemita, di cui Husayn era il leader, era tra le
più importanti famiglie del mondo arabo e islamico e per decenni era stato sottoposto
all’autorità del sultano di Costantinopoli e di conseguenza Husayn puntava a
diventare la guida di un grande stato arabo e se fosse stato possibile a proclamarsi o
farsi riconoscere come Califfo di conseguenza vi è una convergenza di interessi.
Questa specie di alleanza avrebbe garantito l’aiuto occidentale a Husayn per
compiere i suoi obiettivi, dall’altra parte Parigi e Londra ha bisogno di qualcuno che
possa creare problemi agli ottomani per poter aprire i fronti e poter limitare la
dichiarazione di un jihad contro le potenze occidentali. Questo carteggio definisce gli
impegni di ogni parte, Husayn si impegna a mettere un contingente armato al
servizio dello sforzo armato dell’Intesa e combattere contro l’Impero Ottomano
rompendo le relazioni con Costantinopoli dall’altra invece l’Impero Britannico si
impegna a riconoscere l’indipendenza dei territori arabi dell’Impero Ottomano.
Questo carteggio ha generato una questione che si è protratta per oltre un secolo,
perché da parte hashemita è stato letto come l’impegno di Londra a creare o favorire
la nascita di uno stato arabo che si sarebbe dovuto estendere dalla Palestina e l’Iraq

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inglobando la penisola Arabica sotto la guida della famiglia hashemita mentre da
parte britannica era un impegno vago a liberare le popolazioni arabe dal giogo
ottomano riconoscendo la primazia della famiglia hashemita.
● Accordi Sykes-Picot, 1916, vengono siglati tra Parigi e Londra e questi accordi
sanciscono la spartizione dei territori ottomani in sfere di influenza, territori che vanno
dalla penisola anatolica fino alla mesopotamia. Parigi avrebbe avuto un’influenza sui
territori corrispondenti a Siria e Libano attuali e all’Iraq settentrionale mentre Londra
avrebbe esercitato questo controllo sui territori che vanno dalla Giordania attuale fino
all’Iraq centro-meridionale. Questi accordi prevedevano anche una condizione
particolare per la Palestina, in particolare la ponevano sotto la protezione dell’Intesa
prefigurando uno statuto speciale, una sorta di internalizzazione dell’area per la sua
centralità dal punto di vista storico-religioso-culturale.

Le aree blu rappresentano le aree influenzate dalla Francia, mentre quelle rosse
arrivano da Londra. Come possiamo vedere le aree in rosso avrebbero permesso a
Londra di creare una via di comunicazione terrestre tra il Mediterraneo orientale e il
Golfo Persico rafforzando ancor di più la via verso l’India.
● Dichiarazione Balfour, dichiarazione rilasciata da Lord Balfour nel 1917 nella quale
dichiara che il governo di sua maestà vede con favore la creazione in Palestina di un
focolare per il popolo ebraico ovviamente senza andare a ledere gli interessi delle
popolazioni esistenti.

E’ significativo come nell’arco di tre anni vengono assunte tre posizione che si contrastano
una con l’altra: con il carteggio si dice che i territori del mondo arabo saranno liberati dal
giogo ottomano e gli hashemiti avranno una posizione preminente, con gli accordi Sykes-
Picot si riservano un’influenza diretta o indiretta sul territorio (vedi cartina sopra) mentre con
la dichiarazione Balfour fanno diventare la Palestina un luogo per creare un’area dove la
popolazione ebraica possa risiedere.

29
Entrata degli USA nel conflitto
L’ingresso degli Stati Uniti all’interno del conflitto ha cambiato completamente gli equilibri,
non tanto da un punto militare ma dal punto di vista della sostenibilità per un periodo ancora
più lungo del conflitto da parte degli Imperi Centrali, il loro ingresso cambia l’equazione in
cambio e va a nullare la fuoriuscita del conflitto da parte della Russia. Gli Stati Uniti entrano
in guerra nel 1917 e non prima perchè vi erano questioni di diversa natura:
● Woodrow Wilson, presidente degli USA, doveva sostenere in piena guerra mondiale
un’elezione per essere riconfermato. Bisogna ricordare che la crescita demografica
che ha subito gli Stati Uniti ha giocato una buona parte in quella che è stata in
un’entrata tardiva da parte degli USA in guerra perché questa crescita era dovuta in
parte ai flussi migratori soprattutto dall’Europa e questo aveva lasciato in eredità al
sistema politico statunitense un contesto demografico molto frastagliato. Le comunità
tedesche, austriache, italiane, irlandesi costituivano importanti punti di riferimento per
la popolazione americana, relativi vacini di voti pure, scegliere se entrare in guerra
durante le elezioni poteva risultare ad un suicidio politico da qui la scelta di evitare di
essere coinvolti nel conflitto fino alle elezioni. Una volta rieletto Wilson si ripropone,
nel 1917, si ripropone con forza la questione dell'ingresso nel conflitto da parte degli
USA, che già sosteneva l’intesa attraverso aiuti finanziari ma anche vendendo beni
necessari per lo sforzo bellico. Questa scelta veniva vista dagli Imperi Centrali come
un fattore negativo, negli anni precedenti si era giunti ad una fragile tregua in merito
alla guerra sottomarina, guerra che all’inizio del conflitto aveva causato diversi danni.
● Nel 1917 il comando tedesco riesce a convincere il Kaiser che una ripresa della
guerra sottomarina avrebbe rappresentato un colpo durissimo per l’Impero Britannico
che avrebbe portato secondo loro al collasso dell’Impero Britannico.
● Uno degli elementi che spinsero Wilson ad entrare nel conflitto fu la ripresa della
guerra sottomarina mentre un altro motivo è legato al “Telegramma Zimmermann”
ovvero un telegramma che venne inviato da Berlino all’ambasciatore tedesco nel
quale si proponeva al Messico di entrare in guerra a fianco degli Imperi Centrali in
cambio di riconoscimenti territoriali e di un sostegno economico. Questo telegramma
venne intercettato dai servizi segreti britannici che lo fecero avere agli USA, venne
reso pubblico e Zimmermann di fronte ad un giornalista riconobbe la veridicità del
telegramma. Una volta che il contenuto del telegramma divenne di dominio pubblico
si ebbe un effetto “palla di neve” non ci fu la neutralità ma gli USA avrebbero dovuto
prendere una posizione.
● Una delle altre motivazioni era anche la visione di Wilson del sistema internazionale
e la percezione della minaccia tedesca per un ordine internazionale aperto e basato
su quantomeno di giustizia.

Wilson è stata una figura centrale nel corso della prima parte del XX secolo, una figura
politica con un forte idealismo e per lui un primo conflitto mondiale che finisse con la vittoria
della Germania avrebbe inevitabilmente portato ad un sistema internazionale più chiuso con
barriere protezionistiche più evidenti ed una postura ostile da quella portata avanti dagli USA
che si basava sul piano economico all’apertura dei mercati e all’apertura del sistema
internazionale su principi democratiche.

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Conseguenze del primo conflitto mondiale
Da un punto di vista macro-politico porta con sé la scomparsa di imperi antichissimi, il
tramonto dell’Impero Tedesco, quello Austro-Ungarico, quello Zarista ed infine quello
Ottomano ma emergono attori statuali nuovi e alcuni nuovi dal punto di vista istituzionale
(Unione Sovietica) altri che hanno forme più usuali ma che si costruiscono lungo confini che
non ricalcano realtà pre-esistenti (Austria, Ungheria, Cecoslovacchia che unisce la Boemia-
Moravia-Slovacchia-Sudeti, la Turchia che sorge sulle ceneri dell’Impero Ottomano ed infine
il Regno Serbi-Croati-Sloveni rinominato in un secondo momento Jugoslavia). Queste realtà
statuale vengono costruite sia per rispettare le aspirazioni dei popoli che erano parte di
questi grandi imperi ma anche per servire degli imperativi geopolitici. Un caso significativo è
la “cintura del diavolo”, termine che viene coniato da Haushofer, geo-politologo tedesco,
questa cintura riunisce una serie di paese che dalla Finlandia si estende fino alla Jugoslavia
e viene definita così perché dal punto di vista geopolitico ha un obiettivo ovvero contenere la
potenziale contaminazione sovietica creando un cordone sanitario. Questo contenimento
non era solo per l’URSS ma anche per la Germania costruendo una serie di realtà statuale
per limitare una possibile ripresa tedesca. Questa “cintura del diavolo” è estremamente
eterogeneo al suo interno, gli attori statuali che ne fanno parte non sono in buona relazione
tra di loro e non hanno la forza per resistere alla futura ripresa tedesca e alle velleità
sovietiche perché buona parte di questi territori sono quelli che la Russia zarista ha preso
con la Pace di Brest-Litovsk.

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L’Europa entra nel primo conflitto mondiale come centro del sistema internazionale ma esce
come un attore centrale del sistema internazionale ma non è più l’unico perchè il primo
conflitto mondiale è stato una carneficina che ha portato quasi 10 milioni di morti militari e
quasi 9 milioni di vittime civili ed oltre 21 milioni di feriti di cui molti mutilati, persone che
escono dal conflitto con problemi psichici profondissimi e di conseguenza questo crea un
impatto ed oltre a questo si è aggiunta anche negli anni a seguire la diffusione dell’influenza
spagnola la quale ovviamente non è causa del primo conflitto ma ha comunque ha avuto un
peso sulla situazione in Europa. Gli Imperi Centrali sono stati sconfitti, i vincitori sono
l’Impero Britannico, la Terza Repubblica Francese e il Regno d’Italia e gli Stati Uniti al di
fuori dell’Europa. Il prezzo della vittoria però è stato altissimo per i vincitori europei e questo
ha favorito l’ascesa di attori extra-europei. L’Europa non è più il motore primo del sistema
internazionale, non è più il solo perché tutte le potenze anche quelle vincitrici hanno
contratto debiti enormi nei confronti degli Stati Uniti, Londra passa da creditore netto a
creditrici come lo è Parigi e Roma; la spirale del debito sarà uno dei fattori che favorirà
all’indebolimento del sistema internazionale post prima Guerra Mondiale.

La pace per far sì che non ci sia più una carneficina come quella tra il 1914-18, una pace
che doveva porre fine agli squilibri che avevano portato all’esplosione del primo conflitto
mondiale e che desse stabilità al sistema internazionale, questo era l’obiettivo manifesto ma
le forme che questa pace acquisirà contribuiranno in maniera determinante all’instabilità che
colpirà il sistema europeo negli anni 20-30 ed un ruolo centrale lo avranno le condizioni
durissime imposti agli sconfitti (Germania su tutti).

Alla fine del conflitto sia Londra che Parigi si sono espansi a livello coloniale però il rapporto
tra colonia e madre-patria è cambiato, le colonie hanno giocato un ruolo centrale durante la
campagna militare fornendo uomini, risorse e territori così facendo hanno acquisito un peso
specifico che prima era dato per scontato. Le popolazione autoctone chiedono sempre più
che a tale peso specifico corrisponda un peso politico adeguato che non siano solo oggetto
della politica della madrepatria ma che possano contribuire a questo processo decisionale,

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che possano ottenere forme di autonomie e in alcuni casi pure ottenere la dipendenza.
Queste sono istanze che diventeranno manifeste in particolar modo all’interno dell’Impero
Britannico (es. il caso egiziano, il caso indiano con un movimento indipendentista che
diventerà sempre più forte). Alla fine del conflitto si assiste all’apogeo dell’imperialismo, gli
imperi coloniali europei non sono mai stati così estesi ma registriamo movimento pro-
decolonizzazione sostenuti da due attori, gli USA e l’URSS che spingono per un avvio dei
processi di decolonizzazione. Mosca e Washington si fanno promotori di questi processi
perché:
● Mosca: l’Imperialismo è considerato antitetico alla visione che pone il proletariato al
centro, è una manifestazione della crisi del sistema capitalista.
● Washington: si presentano come i campioni della democrazia, si pongono come
guida al mondo libero.

Da un punto di vista demografico, il primo conflitto mondiale, ha mobilitato oltre 60 milioni di


combattenti questo significa che il conflitto ha portato le masse al centro; non si era mai
registrato nella storia un coinvolgimento così massiccio della popolazione civile. Per
mobilitare le masse non basta instaurare la leva obbligatoria, bisogna fornire un motore sul
piano ideologico ed è qui che acquisiscono un peso crescente i nazionalismi, soprattutto
nelle loro forme più estreme, ma anche il socialismo rivoluzionario. Questa mobilitazione sul
piano ideologico spesso sfocia in due esiti inattesi:
● radicalizzazione, le quali poi hanno un'influenza profonda sulla storia di un paese
(es. ventennio fascita in Italia)
● disillusione, domande che le persone si ponevano e si chiedevano il perché
combattevano o se la vittoria non è quella che mi aspettavo (es. il mito della vittoria
mutilata in Italia)

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Il primo conflitto mondiale è stato anche un volano eccezionale per i processi di
modernizzazione, ha obbligato gli attori statuali coinvolti a espandere le proprie capacità
industriali, a rafforzare i collegamenti interni, ad investire sul piano tecnologico. Ha prodotto
anche una massiccia crescita industriale che ha favorito i grandi agglomerati industriali, ha
esposto parti enormi della società civile a competenze, conoscenze, situazione che prima le
erano precluse, ha favorito la sperimentazione di nuove armi (armi chimiche, gli aeroplani, i
carri armati, i sottomarini) la guerra e il modo di farla è cambiata. Le materie prime
acquisiscono una rinnovata centralità, gli idrocarburi diventano sempre più importanti e
proteggere le aree energetiche diventa un imperativo.

L’assetto internazionale successivo alla Grande Guerra


L’assetto internazionale cambiò una volta finita la Grande Guerra attraverso una serie di
accordi ed il centro nevralgico di questo cambiamento fu Parigi la quale ospitò una
conferenza per la pace post Grande Guerra. In questa conferenza ebbero un ruolo attivo
solo un ristretto gruppo dei rappresentanti dei vincitori, questo gruppo venne chiamato “Il
comitato dei quattro”. Vedere le posizioni di questi attori è molto importante perché si
possono giudicare le forme che assunsero i trattati di pace conoscendo i punti di partenza e i
punti di arrivo.

Francia
La Francia era il paese tra i poteri vincitrici che più aveva dovuto sacrificare in termine di
uomini, di risorse durante il primo conflitto mondiale; ricordando quanto effettivamente la
Francia sia stata toccata duramente durante il primo conflitto mondiale nel 1914 l'offensiva
tedesca lanciata era arrivata soltanto a 60 km da Parigi, il cuore della Francia. La Francia
durante il conflitto aveva registrato oltre 1.5 milioni di vittime tra morti, persi e mutilati su una
popolazione attiva di poco più di 13 milioni di abitanti. I costi che la Francia aveva subito
durante la Grande Guerra non erano stati precedentemente calcolati, costi dovuti alle
diverse offensive realizzate dall’Impero Tedesco di conseguenza una volta finito il conflitto
durante la Conferenza di Pace di Parigi l’obiettivo della Francia era quello di far sì che la
Germania non potesse risollevarsi dal conflitto quindi a Parigi non bastava recuperare i
territori che gli furono sottratti nel corso del 1870-71, ovvero l’Alsazia e Lorena, bisognava
anche puntare alla frammentazione dell’unità tedesca, sostanzialmente ricondurre la
Germania al periodo antecedente al 1870 cercando di far emergere le diversità di un paese
che erano significative. Questo è un obiettivo che la Francia tenta di perseguire durante la
conferenza di Parigi e in maniera diversa durante la fine di essa senza però riuscirci
interamente.

Impero Britannico
L’Impero Britannico era fondamentalmente entrato in guerra per proteggere le potenze alle
quali si era affiliato soprattutto cercando di fermare l’ascesa della Germania la quale
avrebbe potuto oscurare la sua avanzata quindi di conseguenza ha raggiunto i propri
obiettivi durante il primo conflitto mondiale. Londra chiedeva alla pace di non far riemergere
altre minacce, tedesche o francesi che fossero, francesi anche perché dopo tutto ciò che si
stava facendo per limitare la Germania, in un modo o nell’altro, avrebbe condizionato la
posizione della Francia la quale poteva convertirsi in una minaccia. Londra voleva

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consolidare la propria leadership rafforzando il controllo sulle vie che portavano alla perla del
proprio impero, ovvero l’India, e ampliando i propri possedimenti coloniali.

Italia
L’Italia entra in gioco durante una seconda fase del conflitto e puntava alla risoluzione rapida
dello scontro rimanendo però immischiata in una lotta che poteva significare una
decurtazione del proprio territorio ma che alla fine della Grande Guerra si trasformò in una
vittoria; infatti l’Italia si sedette comunque al tavolo dei vincitori. L’Italia mirava al
riconoscimento del proprio status di media-grande potenza e il rispetto del “Patto di Londra”
e se fosse stato possibile ampliando anche i possedimenti che erano stati promessi.

Stati Uniti
Gli Stati Uniti avevano una posizione ben diversa rispetto agli altri attori; questi ultimi
entrarono in guerra in una fase più tardiva del conflitto ed erano isolati dallo scontro almeno
per quanto riguarda i danni ricevuti sul proprio territorio. Gli USA avevano visto potenziati il
proprio apparato bellico e le proprie capacità economico-finanziarie. Puntavano, attraverso il
proprio presidente Wilson, alla completa ridefinizione del sistema internazionale su basi più
eque e più solide, puntavano ad eliminare la possibilità che un nuovo conflitto mondiale
esplodesse. L’ingresso degli Stati Uniti non fu certamente solo per porre fine al conflitto o
per la ridefinizione effettiva dell'equilibrio del sistema internazionale ma gli obiettivi principali
erano ben diversi:
● porre fine al protezionismo
● cercare di riaprire le vie commerciali

Conferenza di Pace di Parigi


A differenza del passato, la conferenza di pace di Parigi vide di fatto la partecipazione attiva
dei soli vincitori, in particolare un ruolo centrale lo ebbero i rappresentanti delle quattro
maggiori potenze vincitrici:
● Stati Uniti, rappresentati da Wilson
● Francia, rappresentata da Clemenceau
● Impero Britannico, rappresentata da Lloyd George
● Italia, rappresentata da Orlando

di questi quattro rappresentanti avrebbero giocato un


ruolo centrale l’Impero Britannico, gli Stati Uniti ed
infine la Francia mentre l’Italia avrebbe avuto un ruolo
meno rilevante. L’obiettivo della conferenza era
ridefinire il sistema europeo internazionale e
formulare i trattati di pace; sono importanti i trattati di
pace perché hanno conseguenze sull’ambito
territoriale, politico, economico ma l’altro obiettivo
parallelo era quello di dar vita ad un sistema di
sicurezza collettivo. Non si voleva tornare al balance
of power ma bisognava arrivare ad un sistema di
sicurezza collettivo avendo una solida base e questo
tentativo si traduce attraverso la creazione di un ente

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internazionale chiamato ad assicurare il mantenimento della pace o operare per mantenere
quest’ultima, questo tentativo si trasformò nella creazione della “Società delle Nazioni”. Il
trattato istitutivo diventa parte integrante dei trattati di pace e non si può divenire ad una
pace reale senza un sistema di sicurezza internazionale condiviso, infatti il nuovo sistema
internazionale doveva posare su due pilastri:
● la società delle nazioni
● una alleanza militare che unisse le principale potenze, un sistema difensivo anglo-
franco-statunitense che permettesse al continente europeo di limitare l’instabilità
questi due pilastri non verranno mai completamente realizzati, la società delle nazioni verrà
fatta ma con pesantissime limitazioni mentre il sistema di sicurezza non avrebbe mai avuto
luce dato che risultava in un impegno troppo vincolante per le varie potenze.

14 punti di Wilson
Sono stati esposti in occasione di un discorso fatto nel gennaio del 1918 ed erano una serie
di impegni che gli Stati Uniti volevano assumersi. I punti più significativi che conteneva
questo documenti erano diversi:
● fine della diplomazia segreta (la quale non finì, questo punto fu messo per un motivo
preciso infatti quando la Russia si costituì e pose fine alla sua partecipazione
all’interno del primo conflitto mondiale una delle mosse fatte dai bolscevichi fu quella
di pubblica una serie di trattati segreti che l’Impero Zarista aveva siglato)
● libertà di navigazione e la libertà di commercio
● limitazione degli armamenti che ogni paese può disporre (durante il conflitto si
registrò una corsa agli armamenti che aveva portato l’asticella ad alzarsi rendendo
quasi impossibile la non realizzazione di uno scontro)
● la creazione di una società della nazioni
● dare vita a processi di decolonizzazione ma soprattutto dando il principio di
autodeterminazione dei popoli
● evacuazione delle truppe per avviare processi di normalizzazione
● garantire l’indipendenza del Belgio e della Polonia
● restituzione dell’Alsazia e la Lorena alla Francia da parte della Germania
● la rettifica delle frontiere italiane
● sviluppo autonomo di Austria ed Ungheria
● riorganizzazione dell’Impero Ottomano in modo da garantire le distanze dai diversi
gruppi nazionali che vivevano all’interno di questa realtà e l’autonomia e la sicurezza
delle diverse nazionalità all’interno dell’impero e l’apertura permanente dello “Stretto
dei Dardanelli”.

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Trattato di Versailles con la Germania

Il trattato di Versailles riguarda la pace con la Germania. Nella fase prima fase post primo
conflitto mondiale l’Impero Tedesco esplode internamento a tal punto da portare
all’abdicazione dell’imperatore che porterà poi alla creazione della Repubblica di Weimar.
Questo trattato individua chiaramente la Germania condannandola come prima responsabile
del conflitto e in quanto tale le venivano imposte una serie di condizioni durissime. Parigi era
intransigente nei confronti di Berlino, infatti non cedette di un millimetro, questo perché
Berlino era considerata una minaccia e bisognava far sì che tutto ciò che avevano fatto per
portare allo scoppio della Grande Guerra non potesse succedere più, quindi le fu imposto un
trattato strettamente punitivo, ma nonostante tutto questo la Francia avrebbe voluto dare
sanzioni molto più dure. Le condizioni poste a Berlino possono essere suddivise su tre livelli:
● piano politico-territoriale, sul piano politico si vietava alla Germania l’unificazione
con l’Austria questo perché si pensava che permettendo l’unione fra queste due
realtà avrebbe di nuovo rinvigorito le aspirazioni del popolo tedesco all’interno del
continente europeo. Mentre sull’ambito territoriale vi era la retrocessione dell’Alsazia
e della Lorena alla Francia, una delle regioni economicamente più importanti della
Germania, ovvero la Saar, venne messa sotto amministrazione della Società delle
Nazioni e le sue miniere sotto il controllo francese (la questione delle miniere è
tutt’altro che secondaria questo perché il potere della realtà statuale era direttamente
legate alle materie prime e agli introiti che quest’ultima portava di conseguenza). Vi
sono poi una serie di cessioni territoriale che la Germania dovrà fare al Belgio, alla
Danimarca ed infine alla Cecoslovacchia. La Germania subì anche una rottura della
propria continuità territoriale infatti la Repubblica di Weimar venne divisa in due
porzioni di territori, la Prussia orientale venne divisa dal cosiddetto “Corridoio di
Danzica" che staccava quella fetta di territorio dal resto della Repubblica di Weimar.
Questo corridoio venne fatto per garantire uno sbocco importante sul Mar Baltico
garantendo e permettendo alla Polonia di poter contare su un importante sbocco
marittimo, infatti Danzina venne internazionalizzata. Ultima pena inflitta sul piano
territoriale alla Germania fu la perdita dei suoi territori coloniali i quali venivano
spartiti tra le potenze vincitrici in particolare tra Londra, Tokyo e Parigi.

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● piano militare, sul piano militare viene imposta una smilitarizzazione sui territori
tedeschi nella zona della Renania, ovvero i territorio posti ad ovest del fiume Reno;
questi territori non potevano ospitare fortificazioni questo per far sì che se la
Germania si fosse trovata all’interno di un conflitto non fosse facilitata a difendersi in
tempi brevi. Ci fu anche la riduzione delle forze armate tedesche le quali furono
limitate ad un massimo di 100.000 unità con un cambio allo stato maggiore perché le
cariche alte dell'esercito avevano ancora in mente di continuare il conflitto o di
andarlo a riproporre una volta che la Germania si fosse rialzata. Ci furono pesanti
limitazioni di armamenti dove venivano imposti che armamenti la Germania potesse
avere e quali no e soprattutto la flotta tedesca sarebbe dovuta essere spartita tra i
vincitori del conflitto (sarebbe dovuta perchè invece che consegnarla al nemico gli
ufficiali decisero di affondarla invece che darla ai vinti).
● piano economico, sul piano economico la Germania dovrà ripagare i vincitori per i
danni subiti, la cifra non venne stabilita una volta siglato il “Trattato di Versailles” ma
è una cifra che sarà un peso enorme sulla rinascita tedesca e sul processo di
costruzione della nazione.
Tutti questi obblighi imposti alla Germania ebbero un impatto devastante sulla Germania ma
Hitler, una volta salito al potere, smantellerà il “Trattato di Versailles” partendo dal punto di
vista territoriale, politico e militare ed infine economico.

Frammentazione dell’Impero Austro-Ungarico

Era stato insieme all’Impero Tedesco la realtà


che più aveva contribuito allo scoppio del
conflitto, anzi furono loro ad iniziare il conflitto
dichiarando la guerra alla Serbia. Per l’Impero
Austro-Ungarico si pensava ad una completa
frammentazione infatti i termini della pace
furono durissimi, l’Impero era ormai collassato
ma le nuove realtà emerse dalle ceneri
dell’Impero, ovvero Austria e Ungheria, furono
colpite. Dalla frammentazione dell’Impero
sorgono nuovi stati che teoricamente
avrebbero dovuto rispondere ad un criterio di
omogeneità linguistica ed etnica. La
frammentazione del territorio andrò a creare diversi stati:
● Austria, raggruppa la parte tedesca dell’Impero Asburgico
● Ungheria
● Cecoslovacchia, creata dall’unione della Boemia, Moravia e anche la regione dei
sudeti
● Regno di Serbi-Croati e Sloveni

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Trattato Saint-Germain (Austria)
Fu il trattato che sancì la pace con l’Austria, il territorio austriaco post conflitto veniva ridotto
a ¼ del territorio asburgico ed il territorio nuovo era un territorio intercluso ovvero non aveva
uno sbocco sul mare. Il territorio ospitava al proprio interno una metropoli come Vienna la
quale era nettamente sovradimensionata rispetto al territorio attuale questo perché la
capitale era stata pensata per essere la capitale di un impero enorme. Il territorio nuovo
riuniva buona parte della popolazione di lingua tedesca presente nei territori asburgici ma
subiva un’imposizione ovvero non potevano effettuare un’unificazione con la Germania. Il
trattato imposto all’Austria anche esso aveva imposizioni a livello militare per la nuova
nazione, infatti le sue forze armate non potevano superare le 30.000 unità.

Trattato di Trianon (Ungheria)


Fu il trattato imposto all’Ungheria ed anch'esso garantiva l'indipendenza dell’Ungheria ma
come per l’Austria il nuovo territorio non aveva uno sbocco sul mare. Se tutto sommato la
classe dirigente austriaca era giunta con la sconfitta e anche di scendere a patti con la
dimensione che l’Austria aveva ottenuto a livello territoriale, la classe dirigente unghesere si
sentiva limitata sul piano territoriale questo perché l’Ungheria puntava ad aumentare i
territori ad essa assegnati e di conseguenza non potevano accettare questa posizione infatti
vi erano tendenze revisioniste all’interno voleva ridefinire gli equilibri dopo il primo conflitto
mondiale.

Cecoslovacchia
Se la classe ungherese era delusa quella cecoslovacca era abbastanza soddisfatta del suo
nuovo territorio, soprattutto la Boemia e Moravia le quali erano regioni avanzate
industrialmente ma univa anche la Slovacchia e la regione dei sudeti. La cecoslovacchia
poteva contare su un tessuto economico di tutto rispetto ed era senza alcun dubbio il paese
dell’area più avanzato tecnologicamente, economicamente e industrialmente, possiamo dire
che questo territorio si differenziava nettamente dalla situazione dei paesi circostanti.

Regno dei Serbi, Croati, Slovenia


Questo nuovo regno riuniva le principali comunità slave dell’Impero Austro-Ungarico ed al
suo interno era posta sotto la leadership serba, vi era il sogno di creare una grande Serbia.
Questo regno ha solo un problema legato con i confini con l’Italia che alla fine verrà
composto a Rapallo nel 1920 tramite un trattato siglato.

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Trattato di Sèvres (Impero Ottomano)

E’ un trattato estremamente punitivo nei confronti dell’Impero Ottomano, dopo la Germania è


sicuramente l’Impero Ottomano a vedersi riservato il trattamento peggiore. E’ un trattato che
smembra completamente l’Impero, intere porzioni di territorio vengono sottratti al controllo
ottomano; i territori inclusi negli accordi Sykes-Picot vengono completamente sottratti agli
ottomani, quella fascia di territori che dal Libano attuale giunge fino all’Iraq attuale
comprendendo anche le porzioni della penisola arabica ottomane. Gli stretti vengono posti
sotto controllo internazionale ma anche Istanbul rientra all’interno di questo regime speciale,
privando l’Impero Ottomano del suo simbolo e vengono tolti anche altri territori e assegnati
alla Grecia (territori gialli nella cartina). Si prevede anche la creazione di uno stato armeno
(area lilla della cartina) e si prevede anche la garanzia di una forte autonomia alle
popolazioni curde (territori gialli sopra la Siria) e vengono anche definite una serie di zone di
influenza, una sfera di influenza italiana, inglese e francese. L’Impero Ottomano si ritrova
ridotto più della metà ma anche al suo interno vengono estratti altri territori creando anche
diverse forme di co-dominio e questa impostazione non può reggere infatti dalle ceneri
dell’Impero emergerà una componente nazionalista turca che punterà a ridefinire
completamente questi assetti e che in buona misura ribalterà le clausule del “Trattato di
Sevres” e a guidare questo processo sarà Mustafa Kemal detto Ataturk (il padre dei turchi).
Questa è una ripartizione che non sopravviverà a quella che è la risposta delle forze
nazionaliste turche e questa risposta si andrà configurando all’interno della Guerra Greco-
Turca.

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Nascita Turchia e Guerra Greco-Turca
La Grecia era entrata nella fase finale del primo conflitto mondiale su espressa richiesta di
Londra e nella fase finale il fronte greco aveva rappresentato un fronte significativo
promettendo ad Atene un allargamento dei propri possedimenti. Londra tra tutte le potenze
vincitrici sosteneva maggiormente un trattato punitivo nei confronti dell’Impero Ottomano
questo perché Londra per tutto l’ottocento era stata la garante della sua esistenza per
essere poi defraudata di questo ruolo da l'avvicinamento tra Istanbul e Berlino sia perchè si
trattava di un territorio geopoliticamente rilevante, in particolare per l’importanza che gli
stretti giocavano da sempre nei flussi commerciali internazionali ma anche nelle dinamiche
di potere. Londra voleva l’apertura degli stretti ponendoli sotto controllo internazionale per
mantenere in loco attori legati direttamente o indirettamente all’Impero Britannico. Atene
aveva, nella metà del 1919, lanciato un’offensiva che si era tradotta nell’occupazione dei
territori occidentali della penisola anatolica e questo pone l’inizio della “Guerra Greco-Turca”
che inizia nel 1919 e finirà nel 1923.

Questa guerra per Atene avrebbe potuto rappresentare l’occasione per dar vita a quella che
veniva chiamata la “Grande Grecia” una Grecia che non fosse limitata ai confini attuali ma
che si espandesse anche nella Tracia, includesse Istanbul e che occupasse i territori
occidentali della penisola anatolica. Atene sfrutta gli effetti della sconfitta militare ottomana
ma anche una crisi interna al sistema ottomano, già nel corso del 1919 una componente
della popolazione turca aveva imbracciato le armi per rispondere all’occupazione del
territorio turca da forze straniere, le forze dell'alleanza erano sbarcate a Costantinopoli dopo
l’armistizio e quindi delle forze straniere controllavano il simbolo di quello che era l’Impero
Ottomano. La classe dirigente ottomana insieme al Sultano inviano un giovane ufficiale a
sedare queste rivolte per riaffermare il loro controllo sul paese, questo ufficiale è Mustafa
Kemal il quale si era distinto durante il primo conflitto mondiale e viene inviato per sedare le
rivolte ma in realtà si unirà ai rivoltosi e ne diventerà la guida di queste forze nazionalisithce
con l’obiettivo di garantire l'indipendenza di quella che sarebbe divenuta la Turchia
espellendo le forze di occupazione e abolendo il governo della “Sublime Porta” ovvero il
ruolo centrale che il sultano giocava nel sistema turco-ottomano. Queste forze

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nazionalisticge guardano lo spazio politico ottomano con una chiave ben definita e puntano
alla nascita di una Turchia moderna, di una Turchia capace di rompere nettamente con il
passato ottomano e che riesca a guardare verso ovest allineandosi alle forze europee così
da prenderle come modello per un processo di modernizzazione che avrebbe dovuto
alterare i connotati della società turca. Le forze nazionaliste sotto la guida di Kemal sono
vittoriose su tutti i fronti e nel giro di pochi mesi sconfiggono le truppe lealiste la cui base di
potere rimane Istanbul e rimangono lì di fatto sotto la protezione di truppe straniere, in primis
truppe britanniche. Nel frattempo Atene lancia la sua offensiva con l’obiettivo di puntare su
Istanbul, obiettivo più velleitario, mentre quello più facilmente raggiungibile era occupare le
coste occidentali della penisola anatolica, in particolare la città di Smirne, le quali da secoli
ospitavano importantissime comunità greche, popolazioni che erano state fino al 1918-19
soggette all’Impero Ottomano ma erano greche e di fede cristiana ortodossa. A questo punto
siamo nel pieno dello scontro, le forze nazionaliste guidate da Kemal ingaggiano un conflitto
armato sempre più significativo contro le forze greche, queste dopo una fase iniziale che ha
visto arridere loro delle vittorie andranno a subire delle sconfitte e sono poi obbligati ad
abbandonare il territorio turco, lasciano la città di Smirne che sarà teatro di un massacro
indiscriminato, migliaia fuggiscono ma chi non riesce verrà ucciso; i quartieri greco-ortodossi
della città dati alle fiamme. Nel 1923 Kemal è alla guida della Turchia, è l’attore con il quale
tutte le principali capitali devono fare i conti vincendo la sua battaglia interna ribaltando le
sorti del conflitto greco-turco. Londra prova a dar vita ad una risposta congiunta con Francia
ed Italia per rispondere a Kemal, ma Roma e Parigi non sono disposte ad ingaggiare ad un
conflitto che si sarebbe protratto per molto tempo e difficilmente avrebbe potuto arridere alle
forze congiunte almeno di un dispendio di energie e risorse importantissime. Nel 1923 venne
siglato il “Trattato di Losanna” che chiude formalmente le ostilità, le forze internazionali
lasciano Istanbul che torna ad essere parte integrante del territorio turco. Il “Trattato di
Sèvres” viene completamente ribaltato, la Turchia assume più o meno la fisionomia attuale.
Un altro fatto che causa il “Trattato di Losanna” è uno scambio di popolazione, circa 400
mila musulmani residenti in Grecia vengono obbligati a lasciare quei territori e a spostarsi in
Turchia ed oltre 1.3 milioni di greci devono lasciare la Turchia e trasferirsi in Grecia; in
entrambi le comunità non percepivano questo spostamento come un riabbracciare la propria
patria ma come uno sradicamento dalle dimore dove avevano vissuto per generazioni, è un
caso che è particolarmente significativo vista la sproporzione dello spostamento ed è uno
dei primi casi di spostamenti forzati che si hanno in questa fase storica e non sarà l’ultimo.
Nel 1924 si ha la fine del califfato, Kemal abolisce la carica del califfo e la Repubblica di
Turchia emerge in tutta la sua importanza, la linea politica impressa da Kemal è una linea
politica punta a dar vita ad uno stato laico che tenda ad orientarsi verso il modello
istituzionale occidentale che quello tipico delle regioni medio-orientali.

I mandati
I mandati sono lo strumento attraverso cui la società delle nazioni affida un territorio alla
tutela di una potenza terza, questo mandato ha un obiettivo ben definito: fornire alle
popolazioni in oggetto gli strumenti adeguati per autogovernarsi, per intraprendere la via
dello sviluppo; di fatto la società delle nazioni decide affidare lo sviluppo di singoli territori a
potenze terze che hanno una sorta di compito di tutela nei confronti delle popolazioni locali e
devono sostenerle affinché si dotino di istituzioni funzionanti che possano portare il paese
verso la piena indipendenza e a decidere quando un paese è considerato degno di essere
indipendente è la “Società delle Nazioni” su indicazione della potenza mandataria di fatto in

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moltissimi casi questo si trasforma in una sorta di imperialismo mascherato. I mandati sono
di diverse tipologie: A, B, C e ad ogni lettera corrisponde un grado di sviluppo del paese in
questione. I mandati venivano affidati a queste potenze terze in riferimento a quelle colonie
delle potenze sconfitte che si trovavano prive di una leadership. Le potenze mandatarie
rinunceranno a questi mandati o perchè obbligate, dal secondo conflitto mondiale o
sollevazioni interne, o perchè semplicemente avevano fatto dei calcoli secondo i quali non
era più conveniente mantenere questo tipo di relazione, costava troppo alle casse della
potenza mandataria.

I mandati in Medio Oriente

Nel 1920 gran parte dei territori arabi


dell’Impero Ottomano viene posta sotto
mandato ed i mandati sembrano riflettere
in buona misura quelli che erano gli
accordi “Sykes-Picot” del 1916 i quali
prevedevano che la Francia avrebbe
esercitato la propria influenza, diretta o
indiretta, su un’area dalla provincia del
Libano e della Siria si sarebbe dovuta
spostare fino all’Iraq settentrionale,
prevedevano invece che Londra avrebbe
esercitato la sua influenza sui territori
che andavano da una parte della
Palestina fino all’imbocco del Golfo
Persico. I mandati definiti nella
“Conferenza di San Remo” nel 1920
rispettano in buona misura questa
impostazione. Vi è un'eccezione che
riguarda la porzione settentrionale
dell’Iraq ma tutto sommato si rispettano questi termini. Siria e Libano finiscono sotto
amministrazione Francese mentre, la Palestina e l’Iraq vengono affidati all’Impero Britannico
e lo stesso avverrà per la Transgiordania la quale non esisteva in precedenza viene
letteralmente costruita, da Londra, per motivazioni politiche. Londra non poteva ignorare
però gli impegni che aveva assunto con lo sceriffo della Mecca, Husein, non rispetta tutti gli
impegni assunti ma cerca di compensare un minimo affidando il trono dell’Iraq e della
Transgiordania a due figli di Husein, ovvero Faysal per l’Iraq e Abdallah per la
Transgiordania. Londra, attraverso i mandati, espande la sua influenza dalla Palestina fino
all’altro Golfo Persico e tutto questo viene definito nella conferenza di San Remo e in una
serie di accordi successivi. L’obiettivo di fondo è quello di rafforzare ulteriormente il controllo
che Londra esercita su quella parte di territorio, quella che è la via terrestre che unisce il
Mediterraneo al Golfo Persico nella prospettiva più ampia di consolidare ulteriormente il
controllo delle vie di comunicazione verso l’India. In questa fase Londra, nonostante i costi e
le perdite enormi subite durante il primo conflitto mondiale, è in una fase espansiva. In tutto
questo la Palestina, secondo gli accordi “Sykes-Picot”, sarebbe dovuta essere sotto controllo
internazionale, ma in quella fase storica che vedeva una certa debolezza francese ed una
certa residua forza britannica, Londra riesce a giocare su queste dinamiche assicurandosi il
controllo dei luoghi santi e Londra si trova a gestire un’area che ha un’importanza

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eccezionale, Gerusalemme il cuore della Palestina è la città sacra per eccellenza per le tre
fedi monoteista e in generale tutta la Palestina è colma di luoghi che sono parte integranti
delle principali fedi monoteistiche, di conseguenza è momento di prestigio ma rappresenta
una responsabilità enorme, responsabilità che viene alla luce in maniera drammatica negli
anni 30 perché Londra si dovrà confrontare con le istanze di comunità che hanno sempre
più posizioni immarcatamente differenti, in quello che appare sempre più in un gioco a
somma 0, il vantaggio di un attore si traduce inevitabilmente nella perdita di un altro attore.

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Anni venti

Abbiamo visto come il primo conflitto mondiale abbia inciso sullo scenario internazionale,
abbiamo guardato alla situazione dalla prospettiva dei principali attori del sistema soprattutto
adottando il punto di vista delle potenze vincitrici. Le paci della conferenza di Parigi avevano
degli obiettivi che erano differenti a seconda dei diversi attori in campo, quello che faremo
adesso è guardare come questo assetto venutosi a creare post-conflitto venga messo sotto
pressione da una serie di forze diverse che però in un modo o nell’altro avrebbero
contribuito a rompere l’equilibrio fragilissimo che si era venuto a creare. I 14 punti di Wilson
avrebbero dovuto guidare alla creazione di un nuovo ordine internazionale basato su una
situazione più equa e che avrebbe dovuto puntare alla democratizzazione del sistema
internazionale attraverso anche un sistema di responsabilità condivise, un perno centrale di
questo sistema doveva essere rappresentato dalla “Società delle Nazioni” ma da sola non
poteva risolvere i motivi di controversia o evitare il ritorno di un nuovo conflitto. Gli anni venti
sembravano essere gli anni più critici, soprattutto la fase iniziale, dove si registrarono
tensioni fortissime, è una fase che si caratterizzava per l’estrema debolezza sul piano
economico della Germania e una fase che vedeva le potenze uscite vincitrici, come la
Francia, giocare un ruolo di primo piano e avere un atteggiamento punitivo nei confronti
delle potenze sconfitte e la tensione era elevatissima perché nonostante i trattati di pace
tutto una serie di questioni minavano alla base della stabilità internazionale e del continente
europeo. La prima fase (1920-23) ci furono tensioni fortissime, a partire dal 1924 si iniziò a
registrare una certa distensione che avrebbe dominato il resto del decennio, creando
aspettative enormi, ponendo le basi per quella che si pensasse potesse essere una pace
solida, un riconoscimento effettivo degli equilibri venuti a consolidare dopo il primo conflitto
mondiale; questa distensione nei suoi momenti più alti vede eminenti politici porre le basi per
la creazione di una federazione europea, addirittura parlare di messa al bando della guerra.
Questa fase sembra essere animata da un accordo che diventa il simbolo di questa fase:
“Trattato di Locarno”. Il decennio però si chiude in maniera drammatica, si chiude con la
grande depressione che segue la crisi del 1929, una crisi del sistema capitalistico
statunitense che deflagra senza preavviso che avrebbe travolto gli USA ma che in virtù di un
modo sempre piu’ globalizzato ed interconnesso sarebbe tracimata anche nel continente
europeo colpendo gli attori che più erano dipendenti dai capitali americani, ovvero l’Austria e

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soprattutto la Germania ma anche seppur in forme diverse Londra che proprio in quei anni
sperimenta le difficoltà di mantenere quell’Impero che l’aveva resa la potenza egemone su
scala internazionale.

Apice della tensione (1920-23)


I fattori che alimentano la tensione e che fanno prefigurare un possibile nuovo conflitto
europeo sono:
● instabilità del sistema internazionale: è un fattore già chiaro nei primi anni venti,
apparirà in tutta la sua profondità nel corso degli anni trenta.
○ debolezza della società delle nazioni: una debolezza figlia del fatto che molte
potenze erano state escluse da esse, ovvero quelle sconfitte, della mancanza
dell’Unione Sovietica all’interno ed infine l’attore che aveva spinto più di tutti
per la sua promozione, gli Stati Uniti, non erano entrati a far parte della
società di conseguenza veniva meno il ruolo di garante esterno che gli USA
avevano esercitato nella seconda parte del conflitto in questa fase storica. La
società delle nazioni, per quanto potesse apparire estremamente avanzata
per l’epoca, denunciava importanti limiti strutturali che non erano legati solo
alla membership ma erano legati anche agli strumenti di cui essa si era
dotata, alle forme che essa aveva assunto per giungere ad una decisione.
● incertezze sul piano di sicurezza:
○ ci sarebbe dovuta essere una garanzia nell’ambito della sicurezza, ovvero
un'alleanza difensiva che avrebbe dovuto unire USA - Francia - Impero
Britannico, che avrebbe dovuto fungere da garante di un’impalcatura
diplomatica; la stipula di questa alleanza era stata legata all’istituzione della
società delle nazioni e ai trattati di pace.
○ L’altro tema riguarda invece la Germania, il revisionismo tedesco, la non
accettazione dell’ordine di Versailles ma non vi è solo Weimar ma anche una
parte della popolazione italiana che preme per una ridefinizione degli equilibri
attuali sulla base di promesse teoricamente non mantenute, sulla base di
considerazione che dicono “per lo sforzo bellico che è stato prodotto, per i
sacrifici fatti da Roma quello che è stato dato in cambio non è sufficiente, si
vuole di più" gli italiani vogliono un protettorato sull’Albania, il controllo totale
su Dalmazia. Nel contesto extra-europeo invece una posizione marcatamente
revisionista la ha il Giappone, il quale ha ottenuto le colonie tedesche in Cina,
e attua una politica sempre più aggressiva nei confronti del nord-est della
Cina.
○ Il fallimento delle politiche del disarmo, ci si prova infatti la “Società delle
Nazioni” e l’Impero Britannico puntano a dare un’organizzazione e dei criteri
alle forze armate per evitare una corsa al riarmo e questi sforzi falliranno
miseramente e falliscono prima che Hitler salga al potere, l’avvento di Hitler al
potere all’inizio degli anni trenta è il colpo di grazia a questi tentativi a divenire
a una gestione condivisa del disarmo.
● congiuntura economica: anche i paesi europei vincitori vivono una fase economica
tutt’altro che rosea per i debiti che hanno contratto e per le difficoltà che hanno nel
riorganizzare quello che è il loro comparto produttivo. Vi è una ripresa economica
debole, disomogenea, nei paesi vittoriosi ci sono difficoltà mentre in quelli sconfitti la
situazione è drammatica; la Repubblica di Weimar vive una fase di iperinflazione, la

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moneta tedesca viene deprezzata continuamente e questo va a tutto danno delle
classe sociali più debole ma anche di quelle medie che vedono evaporare i propri
risparmi ed investimenti. Si configura sempre più una marcata dipendenza dal centro
finanziario americano, ovvero Wall Street, la quale diventa il cuore internazionale
della finanza e la disponibilità di capitale statunitensi è la condizione per avviare il
processo di ricostruzione infatti non è un caso che la distensione che si registra tra il
24-29 è possibile grazie al ruolo chiave che gli Stati Uniti giocano sul piano
finanziario fornendo capitali in particolare all’Austria e la Germania rimettendo in
moto un’economia europea che si era inceppata.
● ascesa delle visioni estremiste: la popolazione è mobilitata, si registrano
sollevazioni armate legate a movimenti di estrema destra e sinistra, il
consolidamento di tendenze ultra-nazionaliste. Sempre più spesso è lo stato liberale
che sembra sotto attacco, il caso più evidente è quello italiano (Marcia su Roma e
l’avvento del ventennio fascista). Per lungo tempo questi modelli di stato illiberale
hanno esercitato un fascino fortissimo in Europa e al di fuori, sono apparsi come dei
modelli. Nella seconda metà degli anni 20 e per buona parte degli anni 30 il fascismo
ha goduto di una stampa internazionale estremamente favorevole che evidenziava i
successi del “fascismo” questo perché quest’ultimo aveva portato un processo di
modernizzazione del paese che ha portato il paese ad ottenere alcune affermazioni
sul campo internazionale e la stampa non ha mancato di sottolineare, lo stesso Hitler
ha subito il fascino del modello fascista in una fase iniziale; quasi come se il modello
di stato liberale non fosse al passo con i tempi.

La debolezza della società delle nazioni

La società delle nazioni viene fondata e porta con sé enormi aspettative, l’idea è che possa
essere non solo il simbolo della pace internazionale ma anche il garante di essa. Per la
prima volta si crea un’organizzazione internazionale che ha il compito di disinnescare i
conflitti alle origini e qualora questi esplodano di arrivare ad una soluzione pacifica della
controversia; tutto questo non è banale, gli obiettivi erano assolutamente lodevoli,

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nonostante fosse circondata da idealismo eccessivo ma si era posto un obiettivo quale mai
si era riusciti a raggiungere nella storia dell’umanità. Il problema è che queste aspettative
non erano sostenute da strumenti adeguati, da risorse adeguate e da una volontà politica
sufficiente. I fattori che più vanno ad incidere sulla debolezza della società delle nazioni
sono:
● chi non ne fa parte: le potenze sconfitte, l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti i quali
non entreranno mai a farne parte mentre la Germania successivamente sì. Lo stesso
Giappone è tra i paesi fondatori ma uscirà dalla società nel corso degli anni trenta
denunciando già in quel momento la debolezza del sistema legato alla società delle
nazioni.
● rivalità interne: senza la presenza degli Stati Uniti a fungere da garante esterno, da
perno esterno del sistema i diversi interessi europei emergono in maniera fortissima,
le diverse visioni (quella francese, inglese, italiana) e vi sono poi contraddizioni che
sono evidenti: uno dei principi che vengono incastonati nel trattato istitutivo della
società delle nazioni (covenant) è il principio di autodeterminazione dei popoli ma
come si può conciliare questo principio con il sistema dei mandati, un sistema che si
rivela come un colonialismo mascherato.
● strumenti per garantire la pace del mondo: alla Società della Nazioni mancano
delle forze armate proprie che servano per intervenire in caso di crisi e un sistema
decisionale efficace. Le decisioni all’interno della Società delle Nazioni devono
essere prese all’unanimità e di conseguenza ognuno ha un diritto di veto e questo
significa paralisi del sistema decisionale a meno di casi che siano considerati
particolarmente non significativi dove in un modo o nell’altro si arriva all’unanimità.

Gli organi, compiti e obiettivi della Società delle Nazioni


La Società delle Nazioni è composta da un consiglio e viene richiesta l’unanimità per
intraprendere delle decisioni e vi sono membri permanenti e non permanenti. Vi è un
rappresentante istituzionale che viene chiamato segretario internazionale e poi vi è
l’assemblea a cui partecipano tutti i membri della Società delle Nazioni che vota risoluzione
e raccomandazioni ed è chiamata ad eleggere i membri della corte internazionale, quelli
delle diverse sottocommissioni e anche qui viene richiesta l’unanimità ed infine ci sono
commissioni dedicate (questione di Danzica, quella per i rifugiati, per i mandati e per le
frontiere) ed infine vi è un numero di paesi fondatori che è significativo che ammonta a 48
paesi.
Questi sono alcuni degli obiettivi della Società delle Nazioni:
● ART. 10: I membri della Società delle Nazioni si assumono l’impegno di rispettare e
proteggere l’indipendenza e l’esistenza sul piano politico di tutti i membri della
Società delle Nazioni da aggressioni esterne e di garantirne l’integrità territoriale.
● ART.11: Ogni guerra, o minaccia di guerra, rappresenta un tema che riguarda l’intera
Società delle Nazioni e la Società delle Nazioni assumerà qualsiasi azione che possa
essere considerata necessaria per salvaguardare la pace delle nazioni.
● ART.12: Qualora una controversia dovesse emergere tra i membri della Società delle
Nazioni e qualora una disputa possa portare a una rottura sono chiamati a sottoporre
la questione alla Società delle Nazioni attraverso una forma di arbitrato
internazionale o attraverso un giudizio degli organi della Società stessa, in ogni caso
essi devono accettare a non ricorrere all’uso della violenza.

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Insicurezza sul piano militare: il sistema di alleanza francesi

Parigi, uscita dal conflitto come paese vincitore, aveva comunque pagato un tributo
fortissimo sia in termini economici che in termini di danni inflitti al suo tessuto socio-politico-
industriale che in termini di vittime inclusi feriti, morti e mutilati. Per la Francia la mancata
ratifica del “Trattato di Versailles” da parte di Washington è un colpo duro e fa venir meno le
garanzie di sicurezza trilaterali (Londra - Washington - Parigi) questo trattato difensivo che
avrebbe dovuto completare il sistema delle conferenze di pace di Parigi dando una prova
tangibile del sostegno statunitense al mantenimento della pace d’Europa, una pace che
prevedeva vincitori ben definiti e potenze sconfitte. Tutto questo fa sì che la Francia adotti
una politica estremamente attiva, infatti è il paese più attivo in questa fase storica ed ha
timore di una ripresa tedesca. Parigi punta per una frammentazione più dura ancora del
sistema tedesco, ricordiamo che la Germania cede importanti territori e soprattutto con il
"Corridoio di Danzica” gli era stata addirittura interrotta la continuità territoriale, Parigi vuole
di più e questa voglia verrà dimostrata dalla Francia una volta completata l’occupazione
della Ruhr, la quale è una regione tedesca, che verrà occupata militarmente. La seconda
direttrice francese ha a che fare con la definizione di una serie di alleanze per creare un
sostegno militare con diversi attori, dato che non si può contare con il sostegno statunitense
e non è sicuro neanche quello britannico, Parigi andrà a creare degli accordi bilaterali con il
Belgio nel 1920 e nel 1921 con la Polonia. Questi accordi bilaterali erano a tutti gli effetti
delle alleanza difensive e queste alleanze permettono alla Francia di guardare la Germania
da nord grazie all’alleanza belga e da est verso ovest grazie all'alleanza polacca, con questi
accordi la Francia va a creare un sistema di cooperazione militare; questa situazione poneva
la Repubblica di Weimar tra due fuochi e questo l’avrebbe portata, in caso di conflitto, a
combattere su due fronti: quello orientale e quello occidentale. Parigi non si limita alle
alleanze bilaterali con Polonia e Belgio ma cerca anche di consolidare una parte della
“Cintura del Diavolo”, ovvero quella serie di territori che isolavano l’Europa dall’Unione
Sovietica, e di conseguenza per creare ulteriori pressioni alla Germania si va a formare
quella che è la “Piccola Intesa” che si basa su una serie di accordi bilaterali che uniscono
Francia alla Cecoslovacchia, Francia e Romania ed infine Francia e Jugoslavia.
Sostanzialmente la Francia stava cercando di fare alla Germania ciò che Bismarck aveva
fatto alla Francia prima dello scoppio del primo conflitto mondiale, ovvero il tentativo di
accerchiare il territorio portandolo ad una isolazione.

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Insicurezza sul piano militare: il mancato disarmo
Vi era un’insicurezza sul piano militare data dal mancato disarmo. Con la “Conferenza di
Washington (1921-22)” si puntava a stabilire quante tonnellate di naviglio ogni paese
potesse possedere indicando come Stati Uniti e l’Impero Britannico avessero diritto ad avere
flotte molto più vaste rispetto alle altre potenze, successivamente seguivano il Giappone ed
infine vengono le flotte francesi ed italiane e andava a limitare la guerra sottomarina. Questa
conferenza stabiliva anche lo status quo nel Pacifico di conseguenza questo imponeva che
non ci dovevano essere modifiche territoriali in quell’area ed era anche riconosciuta
l’indipendenza della Cina. La conferenza però non andrà a risolvere la questione del
disarmo navale, e non ci riuscirà neanche il “Trattato di Londra (1930)” il quale era un
trattato che cercava anch'esso di andare a risolvere la questione del disarmo navale. La
“Conferenza di Ginevra (1932-36)” invece era stata convocata per arrivare ad un disarmo
generale, l’obiettivo era quello di ridurre drasticamente gli armamenti delle persone a questa
assemblea partecipò anche la Germania la quale accettava il disarmamento generale solo
se si fosse liberata delle limitazione di Versailles, la Germania cercava un piano di
uguaglianza il quale non si riuscirà ad ottenere perché la dirigenza tedesca si ritirerà dopo
che la Francia si opporrà alla richiesta tedesca.

Congiuntura economica: debito e riparazioni

I paesi emergono dal primo conflitto mondiale con una relativa debolezza e anche i vincitori
devono far conto delle conseguenze del conflitto sul piano economico soprattutto; devono
tutti far contro tranne gli Stati Uniti. A livello economico si andrà a creare un circolo vizioso
dove gli Stati Uniti diventeranno i principali creditori del sistema internazionale e questi ultimi
garantiranno prestiti ingentissimi alle potenze vincitrici (Francia, Italia ma anche allo stesso
Regno Unito). Gli USA sono creditori netti ed esigono che i debiti e i contratti vengano
onorati e lo chiedono soprattutto ai loro alleati; a questa domanda la Francia risponde che
avrebbe onorato i debiti senza nessun problema ma solo quando le nazioni sconfitte
avrebbero pagato i danni di guerra ma il problema è che la Germania non si trova in grado di
poter ripagare le riparazione. La somma dei danni che la Repubblica di Weimar avrebbe

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dovuto pagare non era stabilita durante il “Trattato di Versailles” ma fu stabilita
successivamente ed ammontava a 134 miliardi di marchi d’oro e questo debito colpì
duramente quella che fu la ripresa tedesca, la Francia cerca di limitare il potenziale
economico-industriale tedesco dato che non avrebbe potuto frammentarla di più
territorialmente. La Germania uscì dal conflitto con la premessa che la pace non sarebbe
stata punitiva, ma così non fu, e quest’ultima deve cercare di riavviare la propria economia e
deve farlo con la pressione dei debiti che ha dalle potenze vincitrici del conflitto e questo
andrà a creare all’interno della Germania una crisi profondissima. La Repubblica di Weimar
si troverà dunque ad essere investita da un’inflazione a livelli record e questo fa sì che il
costo della vita schizzi alle stelle, per cercare di sistemare la situazione interna la Germania
cercava di continuare a stampare carta moneta ma facendo così il valore della moneta
continuava solo a scendere; ad essere colpite duramente furono le classi basse e media
questo perché chi aveva dei risparmi messi da parte si troverà assolutamente con nulla in
mano.

Radicalizzazione e posizioni
Tutta la situazione di malcontento all’interno di diverse nazioni si trasforma in un vento che
soffia sempre di più sugli estremismi. Analizziamo la radicalizzazione all’interno di due paesi:
● Germania
○ Nel gennaio del 1919 ci fu la sollevazione degli spartachisti con movimenti di
estrema sinistra che minacciano Berlino
○ Nella primavera del 1920 ci fu il “putsch di Kapp” il quale fu soppresso dalla
Repubblica di Weimar e durante lo stesso periodo ci fu la sollevazione
dell'armata rossa ovvero un tentativo di gruppi di rivoluzionari che vogliono il
controllo della Ruhr.
○ Nel 1921 furono commessi diversi assassini a uomini politici di punta della
Germania, il ministro delle finanze (Erzberger) e il ministro degli esteri
(Rathenau).
○ Nel 1923 abbiamo il “Putsch di Monaco” effettuato da Adolf Hitler il quale
fallirà e a causa del tentativo verrà posto agli arresti, ed infine ci sarà
l’insurrezione comunista nella città di Amburgo.
● Italia
○ Nel marzo del 1919 a Milano vennero fondati i fasci di combattimento,
Mussolini si pone alla guida di un movimento che rigetta gli equilibri raggiunti
dal sistema internazionale alla fine del conflitto incontrando poi il sostegno dei
latifondisti.
○ Tra il 1919-1920 si registra l’occupazione di Fiume capeggiata dal poeta-vate
Gabriele D’Annunzio, occupazione che si andrà poi a concludere nel
dicembre del 1920 con le forze armate italiane che cannoneggiano la città
obbligando i dannunziani ad abbandonare Fiume.
○ Il periodo che va tra il 1919-20 venne definito poi come “Biennio Rosso”,
centinaia di migliaia di operai occupano le fabbriche nel nord del paese, dalla
Liguria fino al Veneto.
○ Nel 1921 fu l’anno della fondazione del partito fascista e quello comunista.
○ 1922 passa alla storia con l’anno della “Marcia su Roma” che porterà
Mussolini a fare l’esecutivo.
○ Infine nel 1924 ci fu l’assassinio Matteotti e la presentazione di Mussolini
come responsabile del delitto.

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1920-23
Gli elementi che creeranno le tensione durante questo periodo sono diversi:
● 1921, dopo che i trattati di pace furono firmati fu concordato l’ammontare delle
diverse somme che gli sconfitti dovevano pagare ai vincitori del conflitto per le varie
riparazioni di guerra. Le riparazioni di guerra che la Repubblica di Weimar doveva
restituire ammontavano a 132 miliardi di marchi-oro una cifra tale da mettere in
ginocchio l’intero sistema tedesco e da precluderne la ripresa.
● 1922, due paesi con una linea guida opposta, Germania e l’Unione Sovietica,
raggiungono un’intesa. Gli “Accordi di Rapallo” prevedevano due passi:
○ Una parte pubblica dell’accordo prevedeva il mutuo riconoscimento della
Repubblica di Weimar e dell’Unione Sovietica
○ Vi era ancora un protocollo segreto di natura militare il quale prevedeva che
Berlino potesse, in segreto, sperimentare nuovi armamenti sul territorio
sovietico in cambio l’Unione Sovietica avrebbe potuto sfruttare, in parte, delle
scoperte tedesche in ambito militare. Questo accordo segreto permetteva alla
Germania di bypassare una delle clausole del “Trattato di Versailles”
● 1922-23, la crisi economica tedesca esplode in tutta la sua gravità in Germania con
l’inflazione alle stelle e un altissimo tasso di disoccupazione. La Repubblica di
Weimar risponde a questa crisi stampando moneta ma così va a generare la spirale
inflazionistica. Questa situazione porterà la Germania a non essere sicura di non
pagare le riparazioni dichiarando nel 1921 l’impossibilità di pagare le riparazioni di
guerra. La risposta francese a tutto questo è durissima, è una risposta però che non
viene sostenuta né da Roma, Washington e Londra; Parigi risponde con una
occupazione militare, la Francia invia le proprie truppe ad occupare il cuore
industriale della Repubblica di Weimar ovvero la regione della Ruhr. La Germania
poteva rispondere a tutto questo con un’offensiva militare ma sapeva che sarebbe
stata sconfitta, di conseguenza optò per una resistenza passiva chiedendo alla
popolazione di non collaborare in alcun modo con le forze di occupazione e
risarcendo gli operai che si sarebbero opposti a lavorare. La risposta della Francia
non attende e risponderà assumendo lavoratori stranieri per farli lavorare all’interno
delle fabbriche tedesche e tutto questo andò a creare un malcontento della
popolazione del posto a tal punto da creare una situazione così tesa che avrebbe
potuto portare allo scoppio di moti.
● 1923-24, si ha un cambio ai vertici della politica tedesca e francese, in particolare in
Germania emerge la figura di Gustav Stresemann e Wilhelm Marx. Stresemann
diventa l’emblema di una classe dirigente tedesca che vuole puntare ad una
soluzione concordata con la Francia. Nel 1924 in Francia si ha un passaggio di
consegna, le elezioni portano alla caduta del governo esecuzionista, ovvero un
governo che diceva che le clausole del “Trattato di Versailles” era quelle e così
sarebbero rimaste, e si pongono le basi di un avvicinamento franco-tedesco. Questo
clima porta a quella che fu la distensione che si ebbe a partire dal 1924.

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Distensione (1924-29)
Dopo l’avvicinamento franco-tedesco avvenuto tra il 1923-24, gli Stati Uniti hanno un ruolo
fondamentale per l’avvio della distensione all’interno del sistema internazionale. Gli Stati
Uniti assumono un ruolo interventista in chiave economica con il “Piano Dawes (1924)” il
quale prevede il sostegno finanziario statunitense alla Germania per permettere di rimettere
in moto il sistema di pagamenti delle riparazioni, di fatto Washington concede ingenti prestiti
per far ripartire l’economia tedesca, preme affinché vengano le rimodulate le rate che la
Germania deve pagare e ne venga fatta una dilazione e una riduzione dell’ammontare di
queste e la Francia si impegna a ritirare le proprie forze dalla Ruhr nel momento in cui la
Germania avesse ripreso i pagamenti. Il “Piano Dawes” è un piano quinquennale di
conseguenza sarebbe scaduto nel 1929, questo piano non è sicuramente stato fatto per
amore della Germania, lo fanno perché temono che un incancrenirsi della crisi possa portare
ad un nuovo conflitto e possa rallentare la ripresa economica europea, quindi limitare i
vantaggi per gli USA, la Repubblica di Weimar mette a garanzia di questi prestiti buona
parte delle ferrovie tedesche. Nel 1925 la Germania può riprendere a pagare le riparazione e
la Francia ritira le proprie armate dalla Ruhr; è l’inizio della distensione che si dipanerà lungo
tutto il corso degli anni venti fino al 1929.

1925-1929: spirito di Locarno e sicurezza collettiva


Gli eventi che portarono alla distensione durante questo periodo furono diversi:
● “Trattato di Locarno (1925)” il quale informò gli equilibri di quel periodo, e aveva
come obiettivo di definire una volta per tutte le frontiere tedesche, sia orientali che
occidentali. Questo trattato prevedeva che la Germania riconoscesse le frontiere
occidentali nei confronti di Francia e Belgio, questo voleva dire rinunciare al recupero
di Alsazia e Lorena, accettare quella parte del “Trattato di Versailles” che definiva la
rinuncia tedesca a quei territori contesi e d’altro canto la Francia si impegnava a
smettere di cercare di frammentare la Germania e di rinunciare a quella che era stata
la sua arma più potente fino allora, ovvero la minaccia di una guerra preventiva, una
ripetizione su ampia scala dell’occupazione della Ruhr (impresa facilitata dalla
smilitarizzazione della Renania). Non solo la Germania si impegnava a riconoscere i
confini con Francia e Belgio, ma si impegnava anche ad avviare un arbitrato
nell'ambito della “Società delle Nazioni” per definire le frontiere con la Polonia e la
Cecoslovacchia, un tema non del tutto semplice vista la presenza di popolazioni
tedesche in aree sulle quali la Germania non aveva sovranità (es. sudeti). A far da
garante a questo trattato, che riguardava la Germania ma soprattutto i rapporti
franco-tedeschi, erano Londra e Roma, facevano garanti di un patto che doveva
contribuire alla stabilità degli assetti europei. La garanzia offerta dall’Italia ci faceva
capire il ruolo che l’Italia fascista aveva all’interno del sistema europeo ed
internazionale il quale non era per nulla secondario.
● “Ingresso della Repubblica di Weimar nella Società delle Nazioni (1926)” il quale
è un passaggio importante perché inizia un crescendo di iniziative che scommettono
sulla stabilità e sul recupero delle posizioni, non sul conflitto, e va a creare non più un
sistema di gioco a somma 0 ma una logica cooperativa in cui tutti hanno da
guadagnare nella cooperazione ma tutti hanno da perdere nelle contrapposizione.
● “Patto Briand-Kellog (1928)” che prende il nome del Ministro degli Esteri francesi e
dal segretario di stato americano. E’ un trattato che spinge 57 paesi, Unione

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Sovietica inclusa, ad impegnarsi per mettere al bando la guerra, 57 paesi rinunciano
ad utilizzare la guerra per risolvere le proprie controversie. Il problema è che si tratta
di un trattato non vincolante, non vi è prevista alcuna sanzione per chi viene meno
all’impegno assunto ma in quel momento ha un grande significato perché sembra
mettere un altro tassello verso una ridefinizione degli assetti internazionali su basi più
solide.
● “Apice della distensione ma anche l'inizio del precipitare degli eventi (1929)”, la
Repubblica di Weimar ottiene che venga stabilita una data entro la quale i contingenti
internazionali si sarebbero ritirati dalla Renania ed entro il 1930 queste forze devono
lasciare il territorio tedesco. Durante questo periodo Briand, all’assemblea della
Società delle Nazioni, propone la nascita di una federazione europea; a completare
questa fase vi è un rinnovato impegno americano, il “Piano Young” gli USA si fanno
promotori di un'iniziativa volta a ridurre l’entità delle riparazione che la Germania
deve pagare e spingono per un ulteriore dilazionamento dei pagamenti e devono
essere saldate entro 58 anni con un sistema di pagamento che tenga conto
dell’andare dell’economia tedesca (negli anni di crescita molto sostenuta la
Germania avrebbe dovuto pagare di più mentre in anni di crescita più ridotta si
sarebbe prevista una riduzione della rata da pagare).

Crisi (1929)
Abbiamo visto come gli USA attraverso il “Piano Dawes” e il “Piano Young” abbiano giocato
un ruolo centrale nella stabilizzazione del sistema europeo, la crisi che investe gli USA nel
1929 segna l’inizio della fine e spinge gli Stati Uniti a ritirarsi andando ad adottare
un’impostazione isolazionista a suo modo più esecuzionista abbandonando gli alleati
europei. Questa crisi esplode nell’ottobre del 29, già da qualche tempo la borsa di “Wall
Street” aveva dato segnali altalenanti dopo oltre un decennio di crescita inimmaginabile, ad
investire non erano solo i grandi gruppi finanziari ma anche la classe media e perfino la
classe proletaria; la crisi del 29 brucia decenni di crescita nel giro di poche settimane ed il
prezzo delle azioni si va a dimezzare rispetto al valore che avevano nel 1926. La crisi
finanziaria si traduce in una crisi produttiva profondissima, una crisi che fa perdere un
decennio di crescita all’apparato industriale statunitense andando a creare una forte
disoccupazione (1929 disoccupazione 1.5 mln, 1931 si va intorno a 12 milioni). Questo porta
la restrizione al credito che aveva rappresentato la premessa per far ripartire l’economia
tedesca e quella europea, i grandi gruppi americani chiedono che i crediti rilasciati alle
potenze europee vengano saldati il prima possibile ma le potenze europee non sono in
grado di farlo immediatamente anche perchè finchè la Germania paga le riparazioni di
guerra possono riprendere ma una volta che la Germania smette anche le altre potenze
europee si trovano in grande difficoltà. Ad un certo punto la Repubblica Weimar si trova
impossibilitata a proseguire il pagamento perchè entra in una spirale di crisi economica
profondissima, anche perchè alla restrizione del credito corrispondono una serie di misure
protezionistiche che limitano il commercio internazionale (viene meno la cooperazione). In
tutto questo l’Impero Britannico subisce gli effetti della crisi ma può contare su un impero, su
un sistema privilegiato mentre gli altri paesi innalzano barriere commerciali per proteggere la
propria economia finendo a danneggiarsi l'un con l’altro. Questa crisi colpisce duramente la
Germania, i capitali statunitensi non affluiscono più e nel giro di due anni passa da 2 milioni
di persone passa a oltre 5.5 milioni di persone e per risolvere questa crisi la Germania e
l’Austria puntano alla creazione di un’unione doganale ma viene vista come una premessa

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dell’unificazione austro-tedesca. Nel 1932 si viene ad un accordo per venire in contro alla
crisi tedesca, ci si impegna a ridurre in maniera drammatica l’ammontare delle riparazioni e
a chiudere la questione attraverso il pagamento di soldi 3 miliardi di marchi-oro perchè si
capisce che la crisi è troppo profonda per permettere alla Germania di pagare le riparazione,
ma la crisi è tale che il governo tedesco non riuscirà neanche mai a saldare questo debito.

Il fascino dei totalitarismi


Gli anni venti e soprattutto gli anni trenta sono dominati da regimi autoritari, l’emergere di
questi regimi abbia avuto un fascino su molte realtà all’interno del sistema europeo ma
anche all’esterno perchè sembrava l’unica soluzione per superare le contraddizioni di un
sistema ed un ordine liberale allo sbando che appariva inadatto a gestire la modernità, la
velocità dei cambiamenti che si stavano registrando. Il sistema autoritario pareva ridurre i
blocchi e le opposizioni all’interno di diversi paesi e massimizzare le capacità delle classi
dirigenti. Vengono chiamati totalitarismi perchè hanno l’obiettivo di addivenire ad una
completa identificazione tra stato e società, di dar vita ad un sistema che controlli ogni
singolo aspetto della vita dell’individuo, che riduca drasticamente la distanza tra la dirigenza
e la cittadinanza, è una forma di gestione della res pubblica che mira ad un’identificazione
totale tra classe dirigente e società per controllarla completamente e che punta a mobilitarla
sfruttando l’ideologia. Vi sono diversi fattori che accomunano in un modo o nell’altro i vari
totalitarismi, similitudini più forti per quanto riguarda fascismo e nazismo e meno forti per
quanto riguarda il regime che dominava l’Unione Sovietica. Vi era l’idea di un popolo eletto
che avesse una missione da compiere e che dovesse scontrarsi contro un nemico che vi si
opponeva (Germania il nemico erano i popoli slavi e le quinte colonne che operavano
dall’interno come la lobby ebraica, mentre per l’Unione Sovietica era tutto il mondo perché
era contro le forze capitalistiche). C’era una sfiducia nella democrazia e vi era la volontà di
dar vita ad una rivoluzione, termine che diventa una parole d’ordine, una rivoluzione che non
si sostanzia in un momento singolo ma deve essere continua, deve procedere con il
cambiamento continuo della società per avvicinarla ad un obiettivo che ci si prefigge. Per il
caso italiano, meno per quello tedesco e ancora meno per quello sovietico, vi era
un’alternanza tra periodi di normalizzazione e di estremismo molto marcati, da una parte le
classi dirigenti del regime collaborano con le componenti più estremi della società e si
pongono come gli unici in grado di garantire l’ordine. Forte era anche la figura della guida, il
“Karisma” del capo, una capacità di diventare un punto di riferimento per le masse
(Mussolini in Italia, Hitler in Germania, Stalin nell’Unione Sovietica), nel caso tedesco c’è un
richiamo ad un ordine naturale che deve essere ristabilito, i popoli tedeschi devono
recuperare la loro supremazia. C’è una visione hobbesiana delle relazioni internazionali, la
lotta di tutti contro tutti perché secondo loro non è possibile addivenire ad un sistema
pacifico. Fondamentale, nel caso italiano e tedesco, il sostegno determinante fornito dalla
classe media che vedeva nel fascismo e nel nazzismo il baluardo contro la rivoluzione
comunista. C’era l’obiettivo di plasmare la società a propria immagine e somiglianza, quindi
di trasformare il partito nello stato e viceversa, creando meccanismi duali. La violenza
all’interno dei totalitarismi gioca un ruolo centrale, in alcuni casi c’è la sacralizzazione della
violenza.

La lunga crisi cinese


La lunga crisi cinese inizia nella seconda metà dell’ottocento ed inizio del novecento, dopo le
due “Guerre dell’Oppio” si ritrova costretta ad effettuare un’apertura forzata e passa da

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essere un attore indipendente a dover tener conto di altri attori, soprattutto in Europa. La
Cina viene investita da una crisi che colpisce gli ambiti delle geopolitica, andando a creare
una crescita demografica la quale però non era sostenuta da una condizione favorevole al
progresso data la mancanza di sistemi produttivi adeguati. Durante questo periodo buio
cinese si registrano un grande numero di carestie alle quali il governo non riesce a dare una
risposta. Questi elementi portano e provocano lo scoppio di rivolte durissime che
coinvolgono e segnano grandi porzioni di territori all’interno dell’Impero Cinese. Queste
rivolte andranno ad indebolire il controllo di Pechino sul sistema imperiale e porteranno alla
fine del sistema sinocentrico, ovvero la concezione che la Cina fosse il centro culturale del
mondo. Questo ci fa capire come la situazione in Cina stia cambiando, la credibilità di chi sta
ai vertici del potere imperiale si affievolisce, le rivolte non cessano e si andranno a protrarre
fino al 1912, anno che mette fine al dominio della dinastia Qing che causa la proclamazione
della Repubblica, Repubblica solo di nome, con a capo Shikai il quale assume toni autoritari.
Dopo la morte di Shikai si passa ad un periodo chiamato “Signori della Guerra”, periodo in
cui la Cina è divisa tra signorie e potentati locali. Questa situazione farà scattare
l’aggressione giapponese che porterà poi alla creazione dello stato fantoccio “Manchukuo”.
E’ una situazione a cui il partito nazionalista cerca di porre rimedio attraverso delle
campagne dal sud verso il nord sotto la guida di Shek tra il 1926-28. Si tratta di un processo
di riunificazione che in un primo momento vede coinvolto anche il partito comunista cinesa,
ma questa unità per ricomporre e dare vita ad un processo di riunificazione viene ppi
spezzata dal partito nazionalista il quale lancerà una campagna anticomunista che causerà
la marcia delle forze comuniste che saranno obbligate a lasciare la regione dello Yanan.

Anni trenta

Primi fallimenti della Società delle Nazioni: Manchukuo

Ci troviamo in Giappone, nella contrapposizione fra Cina e Giappone, durante questi anni il
Giappone aveva subito una forte crescita, tanto economica quanto demografica, soprattutto
nel decennio tra il 1919-1929. Si trattava di un paese che aveva subito questa crescita
demografica unita però ad una crescita economica grazie al commercio internazionale ed
aspirava ad ottenere l’egemonia nella regione, bisogna ricordare la guerra tra Giappone e
Russia nel 1904-05 che vide vincitori i giapponesi ed è la prima volta nella storia
contemporanea dove una potenza in ascesa, soprattutto orientale, riesce a sconfiggere una
superpotenza quindi in questo senso l’aspirazione egemonia giapponese si scontra contro la

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piena sovranità cinese, quindi la volontà della Cina di prendere il controllo di tutto il suo
territorio; durante questo periodo in Cina si contrapponevano il “Partito Nazionalista” contro il
“Partito Comunista Cinese” nato con l’aiuto dell’Unione Sovietica. In realtà il “Partito
Nazionalista” che aveva l’effettivo potere in Cina si deve scontrare con una serie di
dinamiche interne perchè la Cina era divisa in diverse zone e queste regioni erano in
sostanza governata dai signori della guerra, quindi il “Partito Nazionalista” non aveva il
controllo effettivo di tutto il paese ed in questo contesto si inserisce l’agressione giapponese
alla Cina prendendo come pretesto l’attentato ad una linea ferroviaria in Manciuria, il
Giappone scantena un’offensiva nei confronti della Cina creando questo stato fantoccio
chiamato "Manchukuo". Il Giappone con la sua crescita demografica ed economica aveva la
tendenza ed il desiderio di conquistare nuovi territori, proprio per questo motivo aveva
iniziato ad introdursi nella regione cinese anche mediante la creazione di diversi
investimenti, uno di questi era stato proprio questa linea ferroviaria. Prendendo il pretesto di
questo attentato sulla linea ferroviaria decide di occupare militarmente la Manciuria creando
questo stato fantoccio, ovvero uno stato che risiede in una regione di una certa cultura ma
che di fatto viene governato da un altro stato. Arrivati a questo punto la Cina si rifà alla
“Società delle Nazioni” ma si trova di fronte ad un sostanziale disinteresse delle potenze
occidentali in particolare Parigi e Londra che non erano interessate ad intervenire. Nel 1932
sotto spinta del Giappone viene creata una commissione d’inchiesta di cui facevano parte la
Gran Bretagna, gli Stati Uniti, la Germania, la Francia e l’Italia che formulerà nei giorni
seguenti che incolpa il Giappone per l'aggressione, la Cina chiede l’intervento
dell'Assemblea Generale la quale consiglierà ed impone agli stati membri di non riconoscere
il Manchukuo, di pronta risposta nel marzo del 1933 il Giappone si ritira dalla Società delle
Nazioni. Si inizia a vedere una sorta di neutralità e di impassibilità delle potenze occidentali,
in particolare Francia e Gran Bretagna, nei confronti di avvenimenti extra-europei.

Primi fallimenti della Società delle Nazioni: negoziati sul disarmo


Il secondo fallimento della “Società delle Nazioni” è il fallimento dei negoziati sul disarmo,
bisogna ricordare che i punti salienti della “Società delle Nazioni” vi era il mantenimento
della pace a livello internazionale, ed insieme a questo mantenimento della pace era
opportuno ridurre gli armamenti mediante trattati e atti in comune con i paesi membri.

L’articolo 8 del Covenant, ovvero il trattato costitutivo della “Società delle Nazioni” che in
sostanza sancisce che il mantenimento della pace richiede la riduzione della riduzione degli
armamenti nazionali e che il consiglio, mediante gli stati, formulare piani e strategie per tale
riduzione degli armamenti. Sulla base di questa premessa le potenze occidentali iniziano a
pensare a metodi e strategie per poter ridurre gli armamenti, viene così istituita la
“Conferenza di Ginevra (1932)” per la riduzione e limitazione degli armamenti e vide la

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partecipazione di USA e l’Unione Sovietica nonostante non fossero parti della “Società delle
Nazioni”, più che di disarmo e riduzione degli armamenti la partita si giocò sulla
contrapposizione tra Parigi e Berlino per la revisione delle clausole di Versailles, in sostanza
la Germania voleva vedersi concessa una parità di diritti in merito agli armamenti rispetto
alle altre potenze e ovviamente la Francia voleva l’esatto contrario. Di pronta risposta la
Germania nel settembre del 1932 decide di ritirare la delegazione del negoziato per poi
ritornarci a dicembre ma oramai era troppo tardi perchè il 14 ottobre del 1933, un anno
dopo, Hitler annuncia il ritiro dalla “Conferenza di Ginevra” e anche dalla “Società delle
Nazioni” perché oramai Hitler aveva preso potere, l’aveva consolidato e decide di non
continuare su questa strada e di ritirare la Germania dalla “Società delle Nazioni”.

L’ascesa di Hitler

Hitler nasce in Austria ma ha combattuto durante la Prima


Guerra Mondiale per la Germania provando la terribile
esperienza delle trincee. Una volta tornato in patria Hitler si
instaura in Baviera e inizia ad entrare in contatto con partiti
radicali che fanno della contestazione dell’ordine di
Versailles e del razzismo nei confronti di altre “razze” i
capisaldi della propria organizzazione. Nel 1923 tenta un
colpo di stato insieme a dei membri di un partito
conservatore, facendo il famoso “Putsch di Monaco”,
questo colpo di stato fallisce e Hitler si trova a dover
scontare una breve pena detentiva in carcere che lo
porterà a scrivere il Mein Kampf, il libro che conterrà
l’ideologia di Hitler e un’anticipazione della sua politica
estera. In questo libro vi era un’esaltazione della “razza”
ariana e odio nei confronti delle altre “razze” in particolare
quella slava e l’odio che sappiamo nel confronto degli
ebrei. Accanto a questa ideologia portava avanti un
disprezzo nei confronti dei partiti democratici e comunisti che venivano considerati corrotti
ed il caposaldo del suo libro e della sua politica estera è il rifiuto della sconfitta di Versailles
e del trattato stesso che lo porteranno ad ideare un nuovo obiettivo: l’obiettivo di un ordine
europeo che portasse all’annessione di tutte le popolazioni di lingua e cultura tedesca
all’interno del Reich. Nasce il concetto di "Lebensraum" che significa spazio vitale e fa
riferimento al fatto che la Germania avesse bisogno di ottenere maggiore spazio vitale,
avesse bisogno di espandersi soprattutto verso est e di annettere a sè le popolazioni di
origine tedesca, questo concetto è stato ideato da Ratzel uno dei maggiori geo-politologi che
verrà poi ripreso da Haushofer ed è interessante perché Haushofer ebbe contatti diretti con
Hitler e fu per altro professore di uno dei maggiori collaboratori di Hitler. Hitler scrivendo il
“Mein Kampf” si rifà alle politiche di Haushofer in quanto fu lui a dare l’idea di spazio vitale e
di annessioni delle popolazioni di origine tedesca all’interno del Reich, in realtà poi
Haushofer si distaccherà da Hitler dicendo che non intendeva annessione in senso
aggressivo ma lui parlava di un’annessione che doveva avvenire tramite la diplomazia e
l’uso di trattati. Una volta uscito dal carcere Hitler si trova una situazione completamente
diversa perché la Germania si stava riprendendo dalla sconfitta subita e dalla crisi del
dopoguerra e quindi cerca di iniziare la sua scalata al potere con il suo partito “NSDAP”:

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Alle prime elezioni il partito di Hitler otterrà uno scarso 2,6 %, ma già nelle elezioni del 1930
come c’è un balzo in avanti perchè il partito nazista ottiene il 18,3 % dei consensi e può
essere giustificato con la crisi del 1929 e l’incapacità dei governi di gestire questa crisi e al
tempo stesso una speranza che il “Partito Nazional-socialista” riuscissero a sollevare la
Germania da questa crisi. Nel 1932 si tennero in realtà due tornate elettorali e vi è un altro
balzo dei consensi che salgono al 37,8% ma il presidente Hindenburg ritiene di non poter
affidare il governo ai nazisti quindi inizialmente affida il governo a Von Schleicher tuttavia
questo gioca a favore di Hitler perché l’incapacità di attuare dei governi che si succedettero
in Germania tra il 1930-32 porta nel 1933 alla caduta dell’esecutivo e alla nomina di Hitler a
cancelliere. Nel 1934 usando come pretesto del Reichstag, Hitler coglie l’occasione per
creare una serie di leggi contro l’opposizione che vedrà l’uccisione di diversi membri di
questi partiti. Nell’agosto del 1934 con la morte di Hindenburg, Hitler riesce finalmente a
prendere pieno possesso del potere e quindi ad autoproclamarsi Fuhrer, ed una volta preso
il potere Hitler si dedicò all’eliminazione di membri del suo stesso partito perché venivano
considerati da Hitler una minaccia.

Italia fascista: revisionismo contro accettazione

Fra gli anni venti e trenta l’Italia fascista


passa da una politica di revisionismo del
sistema di Versailles ad una politica di
accettazione del sistema. Nel 1922 dopo la
“Marcia su Roma”, Mussolini prende
possesso del potere definitivamente creando
una dittatura e si dedica inizialmente al
consolidamento del regime con le “Leggi
Fascistissime (1925)” e con i “Patti
lateranensi (1929)”. Inizialmente negli anni
venti Mussolini porta avanti una politica di
revisionismo del sistema di Versailles
puntando la propaganda sul nazionalismo e
sul mito della “Vittoria Mutilata” e quindi porta avanti una volontà di espansione dell’Italia per
darle quel ruolo di grande potenza che secondo Mussolini le spettava, l’esempio più
emblematico fu l’occupazione di Corfù nel 1923. Successivamente c’è un cambio di rotta e
vediamo come si passa all’accettazione del sistema di Versailles, c’era quella volontà di far
diventare l’Italia un ago della bilancia del sistema internazionale, questo avverrà grazie
anche all’isolamento degli Stati Uniti dopo la crisi del 1929. Questa accettazione vide per
altro il favore delle piccole-medie potenze che guardavano l’Italia come esempio da seguire
e come un attore importante nelle dinamiche internazionali, e con questa accettazione i

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rapporti con la Gran Bretagna e gli Stati Uniti erano cordiali e tendenzialmente buoni tant’è
che in territorio statunitense Mussolini veniva considerato un “self made man” e l’ideale di
modernizzatore, mentre con la Francia c’era qualche tensione soprattutto per la questione
delle Tunisia che era passata sotto protettorato francese e ancora di più perché Parigi era
diventata il centro dell'opposizione del fascismo. Per quanto riguarda la Germania a
discapito di quanto si pensi, inizialmente l’atteggiamento di Mussolini era prudente nei
confronti di Hitler e temeva soprattutto per la questione dell’Alto Adige perché Mussolini
aveva iniziato una politica di italianizzazione forzata nei confronti della comunità tedesca
presente in Alto Adige e questo destava preoccupazione a Mussolini perché aveva paura
che Hitler potesse spingere per un’indipendenza della popolazione tedesca o per
un’annessione. Inoltre Mussolini si fece artefice ed ideatore di un tentativo di creare un
“Patto a quattro” fra Germania, Gran Bretagna, Francia ed Italia perché l’Italia cercava di
essere l’ago della bilancia del sistema internazionale, voleva essere sempre consultata sulle
questioni internazionali e pensava potesse essere una buona occasione per tenere sotto
d’occhio la Germania e riuscire a collaborare tramite questo “Patto a quattro” il quale però
non vedrà mai la luce.

Revisionismo di Hitler: il fronte di Stresa


Inizialmente Hitler si muove con cautela sfruttando i margini della debolezza del sistema di
Versailles visto che aveva già iniziato a vedere come la “Società della Nazioni” e le potenze
occidentali tentassero di restare un po’ esterne alle questioni internazionali non di loro
interesse quindi provvede ad un revisionismo delle clausole di Versailles:

Piano piano negli anni Hitler inizia a smantellare tutti i divieti, inizialmente:
● Uscirà dalla “Società delle Nazioni” nel 1933 in seguito al tentativo della “Conferenza
di Ginevra” di limitare gli armamenti.
● Nel 1935 la Saar con un plebiscito, che vede il 90% dei consensi, torna alla
Germania e al tempo stesso sempre nel 35 prevede di nuovo la coscrizione
obbligatoria e questo venne visto come un vera e propria sfida quindi le potenze
iniziano a preoccuparsi del revisionismo delle clausole di Versailles di Hitler proprio
dopo l’imposizione della leva obbligatoria. La Gran Bretagna, Francia e Germania si
trovano a Stresa per fare il punto della situazione e in questa conferenza

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condannano il riarmo della Germania e tentano di ribadire l’indipendenza dell’Austria.
Il “fronte di Stresa” non era poi così unito perchè:
○ Nel 1935 la Francia stipula un accordo di reciproca assistenza con l’Unione
Sovietica, che fu il risultato di una serie di accordi e trattati iniziato nel 1933
che scaturirono poi in questo accordo.
○ Nel 1935 la Gran Bretagna stipula un accordo navale con la Germania che
prevedeva che la marina tedesca non potesse essere superiore al 35% di
quella della Gran Bretagna, il 35% faceva riferimento non tanto ai numero dei
sommergibili, sottomarini e degli armamenti navali ma al tonnellaggio e infatti
su questo aspetto ci giocò molto la Germania perchè riuscì a giostrare questa
percentuale e riuscì ad armarsi molto più di quello previsto.
○ Nel 1935 ci fu la campagna d’Etiopia e la guerra civile spagnola che segnano
un ulteriore sfaldamento nel sistema di Versailles e al tempo stesso un
avvicinamento dell’asse tedesco-italiano, tant’è che vedremo come al termine
della campagna d’Etiopia Mussolini.
● La Germania nel 1936 provvede alla militarizzazione della Renania e alla costruzione
di fortificazioni, in sostanza smantella tutte le clausole del “Trattato di Versailles”.

Guerra d’Etiopia

Mussolini vuole dare all’Italia quel ruolo di grande


potenza che secondo lui le spetta, quindi guarda
verso l’Africa in particolar modo verso l'Impero
d’Abissinia in Etiopia il quale era governato da un
giovane imperatore chiamato Selassiè. Prima di
preparare l’attacco ritiene di dover preparare il
terreno attraverso accordi con le principali potenze
coloniali che erano presente in Africa (Francia e
Gran Bretagna): con la Francia c’è la stipula degli
accordi “Mussolini-Laval (1935)” che stabilivano una
serie di questioni nel Mediterraneo ed ebbe una
sorta di concessione da Parigi per l’intervento
italiano in Etiopia, vediamo come la Francia lascia
mani libere verso l’Italia. Mentre con la Gran
Bretagna, Mussolini ritenne che con la dichiarazione
di Stresa di parlava del mantenimento dello “status
quo” in Europa, quindi cercando di condannare il
riarmo della Germania e di mantenere l'indipendenza dell’Austria, Mussolini prende questo
interesse della Gran Bretagna apparente per il contesto europeo come una sorta di
lasciapassare verso l’Africa, pensa che Londra sia interessata al contesto europeo ed
implichi un disinteresse per le questioni in Africa. Con queste premesse nell’ottobre del
1935, Mussolini dà vita all’aggressione in Etiopia e quest’ultima ricorre alla “Società della
Nazioni” e l’Italia risponde affermando che l’Etiopia sia uno stato barbaro ed arretrato e che
non meriti di far parte di un organismo internazionale quale la “Società della Nazioni”, ed è
un fatto curioso perché fu proprio l’Italia nel 1923 a votare per l’ammissione dell’Etiopia alla
“Società della Nazioni”, vi è un forte controsenso. Con il ricorrere dell’Etiopia verso la
“Società della Nazioni” si vanno a creare due snodi:

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● da un lato la Francia e la Gran Bretagna iniziano una serie di accordi diplomatici che
portano nel cosiddetto “Piano Hoare-Laval” in cui si sanciva che l’Italia avrebbe
ottenuto gran parte del territorio etiope ma doveva preservare un piccolo stato
abissino che sarebbe rimasto comunque sotto influenza italiana. L’opinione pubblica
inglese fu particolarmente attiva e incisiva tanto che costrinse Hoare a dimettersi
dalla carica. Vi è un tentativo di Francia e Gran Bretagna di bloccare quanto più
possibile l'avanzata italiana lasciando comunque grandi concessioni all’Italia perché
di fatto avrebbe mantenuto quasi tutto.
● dall’altro lato la “Società della Nazioni” cerca di promuovere sanzioni economiche nei
confronti dell’Italia, in realtà queste sanzioni furono poco efficaci perché molti stati
membri dichiararono che non avrebbero garantito e rispettato le sanzioni nei
confronti dell’Italia e quindi avrebbero comunque continuato a commerciare, per altro
la Gran Bretagna stessa non chiuse mai il canale di Suez al transito delle navi
italiane che portavano rifornimenti e armamenti in Etiopia quindi anche in questo
caso c’è un controsenso nella politica inglese.
In realtà Mussolini fece un grande lavoro di propaganda tanto da portare la popolazione
italiane dal proprio lato e questa propaganda parve poi giustificata nell’entrata ad Addis
Abeba nel maggio del 1936 e la proclamazione dell’Impero. Questa guerra ci serve per
spiegare come per Mussolini, in questo momento, il fronte di Stresa è concluso, si distacca
dalla Francia e dalla Gran Bretagna e dichiara che le relazioni italo-tedesche sono l’asse
attorno a cui ruota l’equilibrio europeo, inizia l’avvicinamento all’asse di Berlino ma la
questione e l’evento che portò alla definitivo avvicinamento dell’Italia alla Germania fu la
guerra civile spagnola.

Guerra Civile Spagnola

La situazione della Spagna prima della guerra civile


era segnata da diverse contraddizioni interne: vi era
una disuguaglianza a livello locale, perché ad aree
più avanzate come la Catalogna e i Paesi Baschi si
contrapponevano aree molto povere in cui c’erano
ancora dei latifondisti assenteisti che sfruttavano i
braccianti. In aggiunta vi erano determinati classi
sociali quali clero e militari che detenevano diversi
privilegi all’interno del paese e ovviamente questi
privilegi scaturirono in diverse ribellioni e rivolte da
parte della popolazioni. Queste rivolte si devono
aggiungere ai tentativi e allora rivolte per
l’autonomia di determinate regioni (Catalogna,
Paesi Baschi). Fino al 1930 la Spagna era sotto la
dittatura del Generale Primo de Rivera ma questi
decise poi di dimettersi a causa della crisi del 1929 e del fallimento nel tentare di far risalire il
paese da questa crisi. Con questa dimissione crolla la monarchia, il Re Alfonso XIII è
costretto ad andare in esilio e nasce la seconda repubblica un anno dopo, nel 1931. Si
alternano prima un governo di destra, poi nel 1936 un governo di sinistra; a questo punto
salendo un governo di sinistra diversi militari iniziano a preoccuparsi di questa situazione e
chiedono l’intervento del Generale Francisco Franco che nel 17 luglio del 1936 inizia il colpo

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di stato. In realtà inizialmente Franco non riuscì ad ottenere grandi porzioni di territorio,
tant’è che Madrid e Barcellona non cedettero e quindi non furono sottoposto inizialmente al
controllo di Franco tuttavia la guerra civile si protrarrà fino al 1939 in cui effettivamente
prenderà potere Franco e lo terrà fino al 1970 quando poi morirà. La guerra civile spagnola
interessa per il piano internazionale e per i fronti che si creano in questo senso che
anticiperanno poi le alleanze della Seconda Guerra Mondiale. Una volta ottenuto il potere,
Franco, chiede l’immediato aiuto all’Italia e alla Germania, ovvero ai due regimi che vedeva
più simili e favorevoli, l’Italia fornì molto più aiuto rispetto alla Germania infatti inviò 40 mila
uomini in Spagna. La Germania aiuto più sul piano degli armamenti, la Spagna serviva alla
Germania come banco di prova per testare i nuovi armamenti. In realtà il fronte popolare
chiese aiuto alla Francia ma Parigi optò per una politica di non intervento, l’unica potenza
che interviene accanto al governo repubblicano è l’Unione Sovietica che supporta il fronte
popolare; in questo contesto ci si rende conto come l’Unione Sovietica era cresciuta
moltissimo e come di fatto fosse l’unica potenza in grado di contrapporsi in maniera efficace
al regime nazista e fascista, tant’è che tutta la guerra civile spagnola viene descritta con la
narrativa di una guerra del fascismo contro l’antifascismo perchè sembra un anticipazione di
quello che succederà poi in seguito. Nel 1937 vi è un ulteriore passo dell’avvicinamento di
Roma a Berlino perché decide di aderire al “Patto Anticomintern” insieme alla Germania e al
Giappone e questo patto si poneva di contrapporsi dal comunismo e quindi di contenere
l’Unione Sovietica.

Revisionismo di Hitler: Anschluss

Revisionismo di Hitler per quanto riguarda il territorio, il


revisionismo territoriale; si parla dell’Anschluss che è
l’annessione dell’Austria al Reich. Già nel 1934 vi era
stato il tentativo da parte del Partito Nazista Austriaco
che aveva il supporto della Germani di portare avanti
un colpo di stato per annettere l’Austria alla Germania,
questo colpo fallisce e il cancelliere austriaco, che era
vicino all’Italia e Mussolini, viene ucciso. In questo
momento Mussolini, nel 1934 lontani dall’avvicinamento
dei due, incolpa Hitler di questo tentativo di colpo di
stato in Austria e Hitler mantiene le distanze dicendo
che non era stato farina del suo sacco e di
conseguenza lui non c’entra con tutto questo. Mussolini
continua a dettare sospetti verso la Germania, tant’è
che l’Italia sigla l’accordo con la Francia nell’ambito
degli accordi “Mussolini-Laval (1935)” ma poi pian
piano dopo la campagna d’Etiopia e dopo la Guerra
Civile Spagnola in realtà l’Italia inizia ad avvicinarsi sempre di più alla Germania. Al tempo
stesso nel 1936 viene fatto un accordo fra l’Austria e la Germania in cui si rispetta la
sovranità austriaca pur dichiarando che l'Austria sia uno stato tedesco, un tentativo di
avvicinare l’Austria alla Germania e di farla quanto più “tedesca possibile”. Qui la posizione
di Mussolini era di neutralità tant’è che non batte cenno di fronte a questo accordo tra
l’Austria e la Germania perché era impegnato nella guerra in Etiopia e si stava avvicinando a
Hitler con l’inizio della guerra civile spagnola. Dato il successo del revisionismo delle

63
clausole di Versailles e i vari colpi di mano che Hitler aveva svolto negli anni precedenti, si
rende conto che può spingersi oltre quindi forte dell’avvicinamento con l’Italia che avviene in
maniera definitiva durante la guerra civile spagnola e con il “Patto Anticomintern” nel 1937 e
di questo comportamento di appeasement di compromesso della Gran Bretagna e della
Francia che si allineava ad essa decide di andare oltre, nel febbraio del 1938 inizia a far
pressioni sul governo austriaco per l’ingresso nel governo di un esponente del Partito
Nazista Austriaco, il presidente tenta di indurre un plebiscito ma Hitler risponde con ulteriori
minacce e quindi il presidente viene costretto a cedere il governo a Seyss-Inquart, questi
non appena preso potere invocano l’intervento della Germania che nei giorni successivi
entrerà trionfale in Austria e indurrà un plebiscito che avrà il 97% dell’annessione del popolo
austriaco alla Germania. In questo contesto parte della popolazione austriaca, erano contrari
all’annessione dell’Austria ma gran parte della popolazione in questo periodo vedeva Hitler
come un’ancora di salvezza che avrebbe poi portato l’Austria fuori dalla crisi che stava
affrontando dal momento in cui l’Impero Austro-Ungarico si disgregò alla fine della prima
guerra mondiale.

Revisionismo di Hitler: Sudeti

I sudeti sono un territorio della


Cecoslovacchia abitato da 3
milioni di cittadini tedeschi.
Questa popolazione ha sempre
chiesto l’autonomia cercando di
avvicinarsi quanto più possibile
alla Germania, ma il governo di
Praga ha sempre negato la
concessione di tale autonomia
per paura che una autonomia
concessa alla minoranza dei
sudeto potesse portare alla
ribellione e la richiesta di
autonomia da parte di altre
minoranze all'interno dello stato. Tuttavia la salita al potere di Hitler sprona l’SPD (Partito dei
tedeschi dei Sudeti) che nel 1938 avanzano di nuovo una serie di richieste di autonomia, il
governo di Praga rifiuta nuovamente, iniziano anche a mobilitare le proprie truppe, e di
pronta risposta Hitler in un discorso al pubblico sostiene apertamente i tedeschi dei sudeti
spingendo per l’annessione alla Germania di questi ultimi. Chamberlain, per conto della
Gran Bretagna, inizia a mediare con Hitler creando una serie di incontri in cui Hitler
continuerà a dichiarare la volontà di annessione dei Sudeti, Chamberlain che non era pronto
per entrare in guerra per i sudeti istituisce una conferenza, “Conferenza di Monaco”,
chiedendo la partecipazione di Hitler, Mussolini e la Francia e si andrà a discutere
dell’argomento ma si finirà ad accontentare Hitler; nel 1 ottobre del 1938 Hitler annette i
Sudeti al Reich. La Francia, la Gran Bretagna e l’Italia non si aspettavano che in pochi mesi
il governo e lo stato cecoslovacco si andrò a disgregare, infatti oltre all’annessione dei
Sudeti la Germania impose un protettorato sulla Boemia e sulla Moravia e la Slovacchia
divenne uno stato satellite della Germania.

64
Verso la IIWW
Dopo i successi ottenuti da Hitler con il revisionismo con le clausole di Versailles e il
revisionismo territoriale decide di proseguire con la sua politica di aggressione anche ad un
ulteriore avvicinamento con l’Italia tant’è che nel maggio del 1939 viene siglato il “Patto
d’acciaio”, un patto difensivo e obbligava le due potenze a fornirsi aiuto reciproco
politicamente e diplomaticamente e a consultarsi sulle questioni internazionale ed erano
tenute a siglare paci insieme. Hitler inizia a guardare alla Polonia e inizia a preparare
l’aggressione che avverrà il 1 settembre del 1939, la Polonia era desiderata soprattutto per il
“Corridoio di Danzica", prima di invadere la Polonia Hitler decide di assicurarsi con un’altra
potenza, ovvero l’Unione Sovietica, il 23 agosto del 1939 si sigla il patto “Molotov-
Ribbentrop”, questo patto era un patto di non aggressione e al tempo stesso in questo patto
viene sancito mediante un protocollo segreto una spartizione della Polonia.

IIWW

Nel 1942 ci si rende conto fino a dove si era spinta l’offensiva tedesca nella sua massima
espansione. Se si guarda alle capacità operative, economiche e demografiche delle forze
alleate è evidente la disparità delle forze in campo ma nonostante questo nel 1942 la
situazione diceva ben altro:
● La Germania pressava i principali pressi urbani delle varie potenze:
○ le forze tedesche erano giunte a pochissimi chilometri da Mosca
○ avevano sotto assedio Stalingrado tenendo sotto controllo le periferie della
città.

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● Le forze nazifasciste avevano premuto sul fronte nord-africano mettendo a
repentaglio la presa britannica dell’Egitto, paese il quale era di rilevata importanza
per l’Impero Britannico dato che serviva per il mantenimento dei collegamenti con il
resto dell’Impero ed era un territorio estremamente importante a livello geopolitico e
anche per le risorse che esso poteva produrre.
Nell’Europa continentale non c’è nessuno che si opponeva alla Germania nazista, solo la
Gran Bretagna rimaneva il cardine delle forze antinaziste ma era isolata, nel 1942
pochissimi avrebbero scommesso sulle vittorie degli alleati, ma è ciò che avvenne.

Disparità delle forze in campo


Non era scontato che il secondo conflitto mondiale finisse in questo modo però la disparità di
forze era notevole, se si guarda a bocce ferme i contendenti si nota come realmente ci fosse
un gap notevole:
● a livello demografico: se uniamo la popolazione statunitense, quella sovietica e
quella britannica si arrivava ad un totale di 370 milioni di persone contro poco meno
di 200 milioni di persone che erano gli abitanti dell’Italia, Giappone e Germania.
● a livello geografico: la situazione diventa sempre più evidente se guardiamo il
piano geografico: Londra quando entra nel conflitto è ancora alla guida del più vasto
impero mondiale, il secondo è quello francese, l’Unione Sovietica invece controllava
buona parte della massa eurasiatica mentre gli Stati Uniti erano l’attore dominante
del nuovo mondo e potevano contare su una geografia estremamente favorevole
data la protezione datagli dai suoi due oceani (non a caso la maggior sconfitta subita
da Washington durante il secondo conflitto mondiale fu quella ad Harbour la quale
però non faceva parte del main land statunitense).
● a livello economico: la situazione era ancora più evidente se osserviamo da un
punto di vista economico, la Germania in 10 anni passa da essere in bancarotta ad
essere un attore centrale a livello economico ma nonostante tutto questo non ha la
potenza economica e finanziaria dei suoi nemici principali. Gli USA sono la prima
potenza industriale al mondo e il loro coinvolgimento nel conflitto cambia gli equilibri
dello stesso, ma cruciale anche quello sovietico i quali insieme agli altri alleati
controllavano buona parte dei giacimenti degli idrocarburi con Londra che controllava
quelli presenti in medio-oriente.
● capacità di mobilitare le masse: la macchina propagandistica nazista era
straordinariamente efficente, quella italiana meno ma all’interno del contesto italiano
era significativa, quella giapponese ha funzionato all’interno del paese ma meno
all’esterno. Questa macchina adottata dalle potenze dell’asse “Roma-Berlino-Tokyo”
era una macchina che non aveva lo stesso effetto nei popoli conquistati perché
questi ultimi venivano messi in un grado di inferiorità, ci furono nonostante questo dei
collaborazionisti. Il Giappone, per esempio, aveva portato una politica di occupazione
durissima che gli alienò qualsiasi tipo di simpatica locale a differenza di una
propaganda degli alleati che aveva funzionato, non in primissima battuta, ma con il
passare del tempo sì.

66
Patto Molotov-Ribbentrop

E’ un patto che è stato siglato nell’agosto del


1939, patto che crea un allineamento tra due attori
che sono ideologicamente contrapposti, da una
parte la Germania nazista e dall’altra parte
l’Unione Sovietica. Questo patto è un patto di non
aggressione e delinea una fase limitata di
cooperazione economica. La parte importante di
questo patto tra Berlino e Mosca è il protocollo
segreto che si trova all’interno, protocollo che
designa, qualora fosse scoppiato un conflitto, la
spartizione della Polonia e dei territori baltici.
Secondo questo protocollo l’Unione Sovietica
avrebbe avuto il controllo sull’Estonia, Lettonia e
anche una porzione della Polonia, quella orientale.
La Germania invece si sarebbe presa la Polonia
Occidentale, ponendo fine così al “Corridoio di
Danzica", e anche la Lituania. Questo piano aveva
altre implicazioni perché permetteva alla
Germania di concentrare i propri sforzi su un
ipotetico fronte occidentale dato che così avrebbe
avuto le spalle coperte perché non avrebbe
dovuto temere un’offensiva da parte di Mosca dal
fronte orientale; garantiva anche all’Unione
Sovietica di ampliare i suoi territori e di non temere un aggressione nazista. Questo patto
aveva una valenza così importante che Stalin, all’alba dell’Operazione Barbarossa, non
tenne conto dell’informazione sulla preparazione per l’invasione tedesca perché pensava
che il patto rappresentasse una garanzia.

Prima fase del secondo conflitto mondiale


Il secondo conflitto mondiale scoppia con l’invasione tedesca della Polonia, il primo
settembre del 1939 le forze naziste penetrano nel territorio polacco e le forze polacche
vengono prese tra due fuochi, sul fronte occiadentale abbiamo l’avanzata tedesca mentre ad
est si registra l’aggressione sovietica e questo provoca la caduta della Polonia. Una volta
caduta la Polonia vengono rispettati, in un buona parte, i termini dell’accordo “Molotov-
Ribbentrop” anche se rispetto allo stesso l’Unione Sovietica prenderà anche la Lituania. Una
volta occupata la Polonia occidentale, Hitler punta a divenire ad una soluzione negoziale con
Francia e Regno Unito, pensa di adottare lo stesso approccio utilizzato per l’annessione dei
Sudeti, dell’Austria ma Londra e Parigi non accettano e rafforzano le loro posizioni sul fronte
occidentale, in questa fase il fronte occidentale registrava una sostanziale parità tra gli
schieramenti coinvolti, non vi era una netta supremazia tedesca e si riteneva che il conflitto
sarebbe proseguito come il conflitto registrato nella prima guerra mondiale solo che in
questo caso la Francia si riteneva più sicura perché poteva contare su una serie di
fortificazioni, ovvero la Linea Maginot la quale doveva proteggere il fronte francese nei
confronti di un’aggressione tedesca; le frontiere francesi erano protette da un sistema

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difensivo considerato impenetrabile e quindi una guerra di logoramento avrebbe potuto, dal
punto di vista francese, arridere alla Francia perchè poteva contare su posizioni ben più
solide rispetto a quelle del primo conflitto mondiale. In questa fase, nel corso del 1939, il
fronte occidentale rimane congelato, d'altro canto l’URSS da vita alla cosiddetta “Guerra
d’Inverno” che porterà alla presa della Finlandia all’inizio del 1940. L’Unione Sovietica si
renderà protagonista anche dell’eliminazione dell’opposizione polacca che era rimasta sul
territorio chiamato “Massacro di Katyn”, un massacro perpetrato ai danni dell’elite militare
polacca che erano prigionieri in mano ai sovietici e vengono trucidati e sepolti in fosse
comuni, un massacro che per lunghissimi anni verrà dimenticato per poi riemergere in tutta
la sua gravità alla fine della “Guerra Fredda”, durante questa prima fase abbiamo anche
l’annessione da parte dell’URSS dei Paesi Baltici. Il fronte occidentale è stranamente
congelato, si parla di una fase attendista, in tutto questo l’Italia non è entrata nel conflitto
dato che non si considera ancora pronta, mentre Francia e Regno Unito dichiarano guerra
alla Germania e si sono attestate durante la “Linea Maginot” e lungo la frontiera con il
Belgio, Belgio che aveva dichiarato la propria neutralità in questa fase. Un avvenimento che
avrà una propria incidenza significativa nel fronte alleato è la nomina di Churchill che verrà
messo alla guida dell’esecutivo britannico, e la sua leadership sarà determinante durante il
conflitto. Nella primavera del 1940 vi è un altro cambiamento significativo, Hitler punta ad
occupare Danimarca e Norvegia ed anche qui la vittoria viene raggiunta in un tempo
estremamente ridotto, la presa dei due paesi
trasforma il Mar Baltico in un’area
irraggiungibile per le forze britanniche.

Caduta della Francia: mag-giu 1940


Nel giro di due mesi la Francia è costretta a
capitolare, l’offensiva tedesca si traduce in una
vera e propria guerra lampo. Le forze tedesche
penetrano attraverso l’Olanda e il Belgio e
sfondano il sistema difensivo francese nel suo
ventre molle, ovvero lunga la foresta delle
Ardenne la quale non era protetta dalla “Linea
Maginot” cogliendo di sorpresa il comando
interalleato. Questa operazione avviene in
tempi rapidissimi, che avviene attraverso un
dispiegamento di forze massiccio in punti ben
precisi, le forze tedesche sfondano il fronte
aglo-francese e poi penetrano rapidamente
all’interno del territorio per poi circondare le
unità nemiche mettendole fuori uso. In breve
tempo il nord-est della Francia cade sotto il
controllo nazista, cade Parigi e l’interno sistema
militare francese collassa, le forze che
servirebbero per fermare l’avanzata nazista
sono lungo la “Linea Maginot” o a presidiare il
confine con l’Italia, e questa è la fine del
coinvolgimento francese nel secondo conflitto
mondiale. E’ una tragedia clamorosa dal punto

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di vista politico per la Francia, la Francia non può che capitolare; tutto questo sembrava
impossibile, lo stesso Churchill non riesce a credere a quello che sta avvenendo. Solo una
parte del corpo militare britannico e francese si salva che riesce ad imbarcarsi a Dunkerque
e raggiungono le coste britanniche, sarà una traversata durissima sotto la pioggia di bombe
tedesche e sotto la pressione militare tedesca e si salvarono circa 300 mila uomini, una cifra
che superò di gran lunga le attese del comando britannico ma il problema è che non solo
l’operazione tedesca mise fuori gioco la Francia ma questa vittoria diede accesso a Hitler
all’intera dotazione militare francese e britannica. Il 10 giugno del 1940 ebbe luogo la
“Pugnalata alla Schiena”, l’Italia dichiarò guerra ad una Francia ormai a pezzi e sempre nello
stesso mese si giunse all’armistizio che fu
firmato da Pétain, ufficialmente la Francia era
fuori da giochi e la Germania controllava il
cuore del sistema europeo. I termini
dell’armistizio restituiscono una Francia divisa
in due, l’intera costa atlantica e il nord della
Francia, Parigi inclusa, sono sotto diretta
occupazione tedesca mentre il centro-sud della
Francia è sotto il governo di Vichy, un governo
collaborazionista il quale formalmente
mantiene il controllo delle colonie. I termini di
questo accordo sono durissimi:
● Alsazia e Lorena tornano sotto il
controllo del terzo Reich
● Le forze armate a disposizione di Vichy
sono solo 120 mila unità ed in gran
parte poste all’interno delle colonie
● La flotta francese viene sequestrata,

tranne le unità ancorate nei porti britannici


Un ufficiale francese si pone alla guida della cosiddetta “Francia Libera”, ovvero Charles de
Gaulle, riparerà in Gran Bretagna e porrà le basi per la rinascita francese, ma nel giugno del
1940 rappresenta sé stesso e pochissimi uomini, la Francia è caduta ed inizia una nuova
fase e lo scontro sembra avviarsi verso una conclusione, Berlino punta tutto su una guerra
sui cieli che deve colpire duramente la Gran Bretagna attraverso una campagna di
bombardamenti che colpisce duramente Londra e soprattutto il sud del Regno Unito.

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70
Churchill, <<We Shall Fight on the Beaches>>, House of Commons, June 4,
1940

Discorso tenuto da Winston Churchill alla “Camera dei Comuni” il 4 giugno del 1940,
discorso entrato nel mito della Seconda Guerra Mondiale perchè in questo discorso
Churchill di fatto definì quella che sarebbe stata la posizione britannica per il resto del
conflitto sostenendo come Londra non si sarebbe arresa e avrebbe portato la lotta fino
all’ultimo uomo coinvolgendo tutte le sue risorse a disposizione, facendo esplicito riferimento
al sistema imperiale e all’importanza che questo avrebbe avuto nel prosieguo delle ostilità. Il
discorso parla anche delle difficoltà che andavano affrontate durante il conflitto e anche
l’importanza giocata dalla “Royal Air Force" e dagli altri attori. Nelle considerazioni iniziali
Churchill si riferiva delle stime indicativamente si pensava che qualora fosse andata bene si
sarebbe riusciti a recuperare tra il 20-30 mila unità delle forze armate, alla fine di questa
operazione circa 300 mila uomini riuscirono a raggiungere le coste britanniche e a salvarsi.
Da una parte non viene negata la magnitudine della sconfitta subita, si era ancora in una
fase in cui l’opinione pubblica non aveva compreso l'entità della sconfitta e come questa
avrebbe impattato negli sviluppi successivi d’altro canto però c’è la volontà di proseguire il
conflitto nella speranza che gli Stati Uniti sarebbero intervenuti affianco alle potenze alleate,
di Londra in particolare. Non bisogna dimenticare che Churchill venne posto alla guida del
governo britannico chiese agli Stati Uniti di intervenire, la sua stessa storia familiare, il fatto
che avesse genitori americani e britannici, lo rendeva una sorta di pontiere naturale e la sua
fu anche una scommessa ovvero reggere finché il coinvolgimento statunitense sarebbe stato
pieno. In questa fase Washington non era ancora formalmente coinvolta nel conflitto ma
aveva sostenuto le forze alleate in diverso modo ed il suo coinvolgimento sarebbe stato
ancora più importante sulla fornitura di beni essenziali, chiaramente il momento
discriminante sarebbe stato l’attacco di Harbour sarebbe stato uno degli snodi di questo
conflitto coinvolgendo direttamente gli USA nella Seconda Guerra Mondiale e obbligandoli a
prendere una posizione. Bisogna considerare che erano stati diversi gli attori all’interno del
sistema britannico che premevano per un accordo con la Germania nazista quindi nel
momento in cui Churchill fa questo discorsa sa che deve far i conti con forze potenzialmente

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ostili dall’interno. Il suo discorso è ben chiaro che dice che non c’è possibilità altra, bisogna
portare avanti il conflitto perché la scelta è tra l’indipendenza e la tirannia.

Fronte sud-orientale: regione balcanico-danubiana, Grecia e Nord Africa (1940-


41)
Il resto del 1940 prosegue con la campagna di bombardamenti tedesca che non concede
respiro alle forze britanniche, procede poi, in seguito all’ingresso italiano nel conflitto, con
l’avvio della “Campagna di Grecia”. Roma punta ad ottenere maggiore credibilità
internazionale attraverso una vittoria che da un punto di vista geopolitico non avrebbe
garantito molto ma serviva da un punto di vista del suo status internazionale eppure
l’offensiva italiana viene bloccato nell’inverno del 1940 e questo obbligherà poi
successivamente Hitler ad intervenire, un intervento che sarà reso necessario
successivamente nella primavera del 1941 in Jugoslavia. Questa campagna balcanica si
rivelerà necessaria, un po’ per venire in soccorso alle forze italiane un po’ per ottenere il
controllo assoluto sui Balcani evitando l’apertura di fronte continentale-europeo questo
perché c’era il rischio che la Jugoslavia si allineasse alle forze alleate e quindi questo rischio
doveva essere eliminato.

Tutto questo succedeva mentre l’Italia stava combattendo un altro conflitto perché essa era
impegnata anche sul fronte coloniale, nei territori libici. Impegnata in una lotta in nord-africa
che la cotrapponeva alle forze britanniche stanziate in Egitto. In questa fase Hitler dovrà
spostare delle forze anche sul teatro nord-africano in particolare inviando Rommel che
acquisirà una statura quasi mitica in nord-africa riuscendo a garantire una serie di vittorie per
le forze dell’asse.

72
Operazione Barbarossa (1941)
Nei piani di Hitler l’obiettivo numero uno, una
volta sconfitta la Francia e una volta
realizzato che non sarebbe stato possibile
condurre Londra al tavolo delle trattative,
l’obiettivo diventava quello di colpire il cuore il
nemico numero uno. Quel nemico che sin dal
principio era stato individuato come
l’antagonista principale della Germania,
ovvero l’Unione Sovietica. L’operazione
Barbarossa era già stata programmata nel
corso del 1940 e che era stata rimandata un
po’ per intervenire in Grecia e nei Balcani e
un po’ anche per sostenere lo sforzo italiano
in nord-africa. E’ una considerazione che non
è banale perché la necessità di spostare la
propria attenzione dal fronte orientale al
fronte sud-orientale e nord-africano si
sarebbe rivelata decisiva per le sorti del
secondo conflitto mondiale. La Germania, nel
corso del conflitto, non aveva mai contato su
una netta superiorità bellica ma era stata la
sua capacità di ottenere vittorie rapide ed
infliggere colpi devastanti in una lasso di
tempo estremamente ridotto a garantire la
superiorità nei campi di battaglia e lo stesso voleva si voleva fare nei confronti dell’URSS.
L’obiettivo era quella di lanciare una “guerra lampo” che travolgesse le difese sovietiche e
colpisse il cuore dell’URSS. La campagna venne lanciata con alcune settimane di ritardo e
avvenne in piena estate, nel giugno del 41 e registrò dei risultati eclatanti, le forze tedesche
penetrarono a fondo nel territorio sovietico e occuparono la Polonia attuale, l’Ucraina e la
Bielorussia e si spinsero fino alle porte di Mosca. Non solo quasi collasò l’impero fronte-
centrale ma le forze tedesche si spinsero verso nord fino a Leningrado e puntarono anche al
Caucaso. Leningrado era sotto assedio e Mosca era a distanza di pochi chilometri quando
l’avanzata venne interrotta nel dicembre del 1941 e venne interrotta perché le linee di
comunicazione si erano fatte molte estese e anche soprattutto le condizioni atmosferiche
non consentivano la prosecuzione dell'offensiva, l’inverno russo era giunto e aveva
immobilizzato le forze sul campo. A distanza di tanti anni questa fase viene sottostimata, è
vero che Mosca era sotto controllo sovietico che Leningrado non era caduta e Stalingrado
era in mano sovietica, ma l’offensiva di Hitler aveva travolto il sistema difensivo sovietica e
l’Unione Sovietica si trovava alle corde, erano stati fatti centinaia di migliaia di prigionieri di
guerra. Gran parte delle dotazioni militari sovietiche era caduta in mano tedesca eppure il
ritardo con cui la campagna era stata lanciata sarebbe risultato determinante perché benché
l’Unione Sovietica subisse colpi durissimi, nessuno di questi colpi risultò mortale.
Nell’inverno del 1941, nonostante tutte le difficoltà, l’Unione Sovietica è ancora in piedi e
prosegue il combattimento.

73
Massima espansione dell’Asse (1942)

Il 1942 è l’anno che segna la massima


espansione delle forze dell’asse.
Abbiamo visto verso est come la
penetrazione continua seppur non con
l'intensità delle prime fasi
dell’Operazione Barbarossa ma si
registrano importanti sviluppi sul fronte
mediterraneo, in particolare in nord-
africa. Le forze italiano-tedesche tra
l’estate e l’autunno del 42 prendono la
città chiave di Tobruk e minacciano
direttamente il territorio egiziano e la
città chiave di Alessandria. Ma anche in
questo caso, nonostante le vittorie
ottenute, ci sono importanti limiti con i
quali Hitler doveva fare i conti in
particolar modo il fatto che nonostante
le vittorie del nord-africa ed il contributo fornito da Roma, Londra non era stata espulsa dal
bacino mediterraneo, era ancora presente e poteva contare su una flotta agguerrita e di
conseguenza limitare i collegamenti tra l’Italia, la Francia meridionale e il nord-africa; anche
perché nonostante la pressione esercitata Malta rimaneva saldamente in mano britannica ed
era letteralmente una spina nel fianco per le forze dell’asse. I rifornimenti erano
costantemente sotto attacco quindi non era facile, da un punto logistico, spostare uomini e
materiali dalle coste italiane al teatro nord-africano.
nella cartina il cuore della presenza delle forze dell’asse coincide con il territorio libico, e il retroterra algerino e tunisino era
ancora formalmente in mano delle forze di Vichy quindi le forze dell’asse non dovranno guardarsi le spalle in questa fase.
Nel fronte orientale si registra lo sfondamento delle linee di difesa sovietiche e la
penetrazione delle forze dell’asse fino al Caucaso, un territorio molto importante dal punto di
vista energetico perché è in questa regione che si trovavano una parte significativa delle
risorse di idrocarburi sovietiche; infatti se l’intero Caucaso e Stalingrado fossero caduti
l’Unione Sovietica sarebbe stata tagliata da buona parte dei propri rifornimenti energetici e lì
sarebbe diventato impossibile proseguire le ostilità. Leningrado continua ad essere sotto
assedio, isolata dal resto del territorio sovietico, infatti non se ne parla mai abbastanza
perché le forze armate sovietiche sono in condizioni disperate, ma la popolazione civile si
trova in condizioni ancora più estreme perché impossibilitata a ricevere rifornimenti e sotto il
costante bombardamento delle forze dell’asse. Si continua a temere che Leningrado possa
cadere ma resiste, la battaglia si sposterà quindi a Stalingrado che diventa sempre più il
centro nevralgico delle operazioni tedesche; il fronte centrale con mille difficoltà comunque
regge nel mezzo di una congiuntura difficilissima per l’Unione Sovietica si iniziano a
registrare altri fattori positivi, per esempio le linee di rifornimento tedesche sono sempre più
allungate, sempre più difficile per Berlino mantenere i collegamenti anche perchè si
intensifica la resistenza nei territori occupati. In previsione di un conflitto che sarebbe
comunque dovuto proseguire per anni, Stalin ordina lo spostamento di interi apparati
industriali al di là dei Monti Urali in aree che erano protette naturalmente. I costi imposti
dall’aggressione nazifascita all’Unione Sovietica furono durissimi e spesso sono sottostimati

74
soprattutto in ambito occidentale la fine della Seconda Guerra Mondiale è associata al
collasso del Giappone ma soprattutto allo Sbarco in Normandia e si tende a sottostimare il
ruolo cruciale che ebbe l’Armata Rossa che giunse per prima a Berlino e gran parte del
conflitto e la maggior parte delle vittime del conflitto si registrarono sul fronte orientale sia da
parte tedesca che sovietica. Nel settembre del 1942 inizia la Battaglia di Stalingrado che è
considerata la più importante dell’interno secondo conflitto mondiale.

Avanzata Giapponese (1941-42)

In questo momento si registrano altri avvenimenti oltre a quello che stava succedendo in
Europa, il 1942 è anche l’anno che vede la massima espansione della presa giapponese sul
teatro Pacifico. Alla fine del 1941 gli USA si trovano privi della facoltà di scelta, vengono
coinvolti nel conflitto attraverso un attacco a sorpresa che risulterà determinante per le sorti
del conflitto, se da un lato il ritardo con cui l’Operazione Barbarossa venne lanciata ebbe un
effetto misurabile dall’altro la scelta di Tokyo di colpire la sede della flotta americana a Pearl
Harbour nel dicembre del 1941 si sarebbe rivelato egualmente importanti se non addirittura
più importante. Bisogna ricordare che la posizione statunitense si era fatta via più ostile da
diversi mesi a questa perchè il Giappone aveva espanso in maniera fortissima le proprie
attività, in Cina in particolare, ma anche nel Pacifico e nel sud-est asiatico; si era spinto a
minacciare quello che era il Raj Britannico, in particolar modo intensificando la sua presenza
in Indocina e rafforzando la sua presenza in un teatro che per gli USA è stato il primo teatro
per importanza. Bisogna ricordare che per gli Stati Uniti l’Oceano Pacifico era un’area chiave
perché a differenza dell’Atlantico non potevano contare su alleati stabili e di egual livello, il
Pacifico era divenuto l’area attraverso la quale gli USA avevano espresso la loro potenza
(Guerra contro la Spagna per le Filippine). Quindi vi era una postura progressivamente più
ostile nei confronti del Giappone, ma quando il momento dell'attacco di Pearl Harbour ha
luogo sono in corso trattative diretta tra il governo statunitense e quello giapponese ed è
anche per questo che questo attacco a sorpresa viene visto come un tradimento della
fiducia americana e infatti verrà presentato come tale corso del conflitto. L’attacco di Pearl
Harbour provoca la quasi completa distruzione della flotta americana nel Pacifico, il
Giappone puntava esattamente a questo obiettivo dato che attraverso le proprie portaerei
può spingere i propri velivoli fino appunto alle Isole Hawaii e distruggere buona parte della
flotta america. Si pensava che gli USA sarebbero stati prostrati da questo attacco,
considerati anche i grandi effetti che la Grande Depressione aveva avuto sul sistema
statunitense. Questa era la percezione di una parte del comando giapponese mentre il
comandante della flotta giapponese aveva una percezione diversa e che un attacco di
questo tipo avrebbe svegliato il gigante americano dal proprio torpore. L’attacco di Pearl
Harbour fornisce al presidente americano per coinvolgere il paese nel conflitto, per
rispondere all’aggressione giapponese ma per legarla alla lotta che era in corso nel vecchio
continente e anche perché Roma e Berlino si affrettano a dichiarare guerra agli Stati Uniti
rendendo più facile il compito del presidente americano. Nel corso del 42 le forze giapponesi
dilagano il Pacifico, la loro avanzata sembra inarrestabile e lo è perché gli Stati Uniti non
possono contare sulla propria flotta. Non sono sconfitte inflitte solo a Washington ma la
sconfitta più eclatante è quella che i Giapponesi infliggono alle forze britanniche che
controllavano la piazza forte del Singapore; Singapore considerata una piazza imperdibile, il
nodo commerciale meglio difeso al mondo eppure le forze giapponesi riescono ad aver
ragione del corpo britannico che proteggeva Singapore nel giro di poco tempo e dilagano

75
prendendo Hong Kong, Malesia e la
Birmania premendo direttamente sul Raj
Britannico. C’era il rischio che l’India
potesse cadere sotto la pressione
giapponese, era un rischio più percepito
che reale, in realtà il Giappone era già in
corso in quella che viene definita
l’iperestensione ovvero un ampliamento
così significativo della propria presenza da
rendere impossibile il proseguimento del
conflitto. Tra l’altro l’occupazione della
Birmania spinge le forze britanniche ad
intensificare la protezione del Raj ma
anche ad adottare una politica della terra
bruciata ovvero i territori che le forze
britanniche abbandonano in Birmania
vengono distrutti per far si che le forze di
occupazione che stavano avanzando non
potessero trovare alcun tipo di risorsa a disposizione. A farne le spese però sarebbero stati
milioni di cittadini della Birmania, morti letteralmente di fame e si parla di circa 2 milioni di
vittime direttamente connesse a questa situazione, non solo alla guerra ma a questa politica
che venne applicata in quel periodo. Cadranno poi anche le Filippine e la proiezione
offensiva giapponese giunge a toccare le Isole Midway escluse.

Le posizioni degli Alleati


Fino al 1940 Roosevelt ebbe le mani legate, infatti le nuove
elezioni si sarebbero tenute nel 1940, Roosevelt sarebbe
diventato presidente americano per quattro mandati; nonostante
avesse avversità contro le potenze dell’asse non aveva
comunque potuto spingere questa posizione e sostenere gli
alleati come avrebbe voluto. Già nel dicembre del 1940, un anno
prima di Pearl Harbour, aveva definito le proprie posizioni
dicendo che gli Stati Uniti sarebbero divenuto l’arsenale delle
democrazie, e nel marzo del 1941 questa posizione si era
tradotta in un atto “Lend Lease Act” che rendeva più semplice per
Washington sostenere le forze alleate e che in particolare
prevedeva la facoltà per il presidente degli Stati Uniti di vendere,
affittare o prestare tutti quei materiali e strumenti che fossero
ritenuti vitale dagli USA a paesi la cui sopravvivenza era vitale
per gli interessi statunitensi. Il primo beneficiario fu il Regno Uniti
ma questo act permise a Washington di sostenere l’Unione
Sovietica quando questa subì l’aggressione da parte di Hitler in
seguito al varo dell’Operazione Barbarossa. Un altro passaggio
significativo si ebbe nell’estate del 1941, prima di Pearl Harbour,
con l'incontro presso l’Isola di Terranova di Churchill e Roosevelt
durante la seconda guerra mondiale; in questo incontro venne
definita e stilata i principi della “Carta Atlantica” nella quale le due potenze si impegnavano a

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proteggere le democrazie e garantire un ordine internazionale dove fosse garantito il
commercio, la libertà degli individui ma oltre a questo si prendeva la decisione che la flotta
statunitense avrebbe potuto ingaggiare direttamente i sommergibili tedeschi, si passa da
una posizione passiva ad una postura sempre più ostile a quelle che erano le potenze
dell’asse. Con Pearl Harbour cambiano totalmente gli equilibri, gli USA devono fronteggiare
la minaccia Giapponese e devono fare i conti con la dichiarazione di guerra di Roma e
Berlino. Tra il 1941-42 si ha una nuova conferenza, Conferenza di Arcadia, che riunisce
Churchill e Roosevelt nella quale viene esposta la dichiarazione delle “Nazioni Uniti” il nome
che assumeranno le forze ostili all’asse. In questa dichiarazione si concorda che non si
sarebbe venuti a paci separate e che il conflitto sarebbe finito solo una volta che i nemici
fossero stati sconfitti in particolare il nemico numero uno veniva individuato nella Germania
nazista. Nel 1942 le forze dell’asse, incluso il Giappone, hanno raggiunto la massima
espansione ma in questo momento si è creato un allineamento tra le tre principali potenze
internazionali (Stati Uniti - Unione Sovietica - Impero Britannico). Questi tre attori iniziano ad
operare sempre più in sinergia, ognuno di loro ha priorità differenti: Washington aveva come
primo obiettivo quello di fermare l’avanzata giapponese e proteggere i propri possedimenti,
Londra puntava a liberare il prima possibile la Francia per diminuire la pressione esercitata
dalle forze tedesche mentre Stalin aveva disperato bisogno di rallentare l’avanzata tedesca
sul fronte orientale e di diminuire tale pressione. Nonostante queste tre priorità diverse in un
modo o nell’altro definiscono una strategia comune che prevede prima di tutto la liberazione
del fronte nord-africano e poi si deciderà su quale altro fronte puntare. Nel gennaio del 43 si
ha un’altra conferenza, Conferenza di Casablanca, tra i principali alleati che ancora una
volta si trovano d’accordo nel posticipare l’apertura del fronte francese e nel puntare nella
liberazione del nord-africa e poi all’operazione militare che avrebbe dovuto portare alla
caduta dell’Italia quindi si puntò ad un approccio molto più graduale; tutto questo accadeva
mentre si faceva fronte all’offensiva giapponese nel Pacifico.

Turn of the tide: fronte orientale, nord-africa, Italia (1942-32)


La battaglia di Stalingrado è il turning point del
conflitto, l’offensiva tedesca è durissima e il
comando tedesco punta buona parte delle
proprie risorse dislocate nel fronte orientale
per prendere Stalingrado ma questa
scommessa non ha un esito positivo. Le forze
tedesche giungono nella periferia della città
minacciando di prendere il controllo del centro
della città, ma lo scontro diventa uno scontro
che vede una lotta casa per casa, strada per
strada tutto questo durante un inverno molto
rigido e privilegia le forze sovietiche rispetto
all’aggressore nazifascista. La battaglia di
Stalingrado si conclude con una vittoria
decisiva delle forze sovietiche; Hitler si rifiuta
di concedere al comando tedesco presente sul
territorio la ritirata e quindi l’intero corpo
tedesco viene accerchiato e costretto
all’impotenza. Centinaia di migliaia sono i

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prigionieri di guerra ma soprattutto Stalin entra in possesso di dotazioni militari di primo
ordine che si riveleranno fondamentale per il prosieguo del conflitto. Nel 1943 lentamente
l’armata rossa procede alla liberazione di gran parte dei territori occupati. Se sul fronte
orientale la battaglia cruciale è Stalingrado, sul fronte nord-africano il momento più
importante è rappresentato dalla battaglia di El Alamein, battaglia che vede le forze
britanniche contrapporsi alle forze nazifasciste. Le forze italiane combatterono fino all’ultimo
e fecero un'impressione talmente significativa sul comando britannico da vedersi
riconoscere l’onore finale, ovvero prima della resa viene permesso loro di presentarsi alle
forze nemiche ed essere privati delle armi riconoscendo però il valore che era stato
dimostrato in una situazione di schiacciate inferiorità. La vittoria ad El Alamein, nell’ottobre
del 1942, è fondamentale perché il mese successivo permette di far puntare alle forze
alleate nel nord-ovest del continente africano sbarcando in Marocco e Algeria ottenendo il
controllo di questi territori. Nel maggio del 43 viene posta fine all’ultima resistenza nazista
nel nord-africa con la presa di Tunisi, e quindi l’interno nord-africa è liberato. E’ la premessa
per la campagna che porterà alla liberazione dell’Italia fascista, una liberazione che inizia
con lo sbarco in Sicilia nel luglio del 43 e questo sbarco fa precipitare gli avvenimenti nel
nostro paese. Arriviamo quindi al “Gran Consiglio del Fascismo” che obbliga Mussolini a
rassegnare le proprie dimissioni, arrivando poi all’armistizio particolarmente duro che
prevede poi nell’ottobre la cobelligeranza. Tutto questa avvenne in un clima di profonda
sfiducia che segnava sia le forze alleate che il nuovo governo italiano; il re e la famiglia reale
abbandonò Roma per poi trasferirsi a Brindisi e le forze armate italiane non vennero
informate di queste trattative e si trovarono di fronte al dato di fatto, quando gli americani
sbarcarono nel sud del paese di fatto il comando italiano era all’oscuro degli accordi presi da
Roma e vennero facilmente disarmati dalle forze tedesche e moltissimi internati e deportati
in Germania; nei casi in cui le forze italiane si rifiutarono di cedere le armi e di lasciare il
campo vennero massacrate con una brutalità inimmaginabile. Questo alla fine portò alla
divisione dell’Italia in due parti, un nord con la guida di Mussolini con la Repubblica di Salò e
il sud che formalmente si schiera a fianco delle forze alleate, la guerra in Italia proseguirà
fino al 1945, prima le forze tedesche adottano una strana resistenza lungo la linea Gustav, e
tra il 44-45 la resistenza si sposta fino alla Linea Gotica. Tutto questo è un processo di
liberazione tutt’altro che semplice che vede un coinvolgimento delle forze tedesche
all’interno della penisola italiana con tutto quello che ne conseguirà in termine di oppressioni,
stragi e di colpi durissimi inferti alla resistenza e alla popolazione civile.

Conferenza di Teheran (28/11/1943 - 01/12/1943)


E’ la prima conferenza che vede riuniti i tre grandi, per la prima volta Churchill - Roosevelt -
Stalin siedono allo stesso tavolo e danno vita ad una relazione che plasmerà il futuro del
sistema internazionale, è a Teheran che viene definita formalmente la formazione di
un'organizzazione internazionale che avrebbe dovuto gestire la pace futura; questa
organizzazione avrebbe dovuto vedere, in questa sua prima definizione, un ruolo chiave per
quattro attori principali che agli occhi dei tre grandi dovevano essere: gli Stati Uniti, l’Unione
Sovietica, il Regno Unito ed infine la Cina. E’ un momento in cui la Francia gioca un ruolo
inesistente, De Gaulle inizia in questa fase a recuperare terreno presentandosi come guida
della Francia libera dai possedimenti nord-africani sottratti a Vichy e alle potenze
nazifasciste. La Cina doveva esserci anche per il suo enorme peso demografico avrebbe
dovuto giocare un ruolo importante nella scacchiera internazionale. A Teheran Churchill
propone di posticipare ulteriormente la liberazione della Francia ed intensificare gli sforzi sui

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balcani e sono territori su cui Londra ha obiettivi ben precisi, sappiamo il legame tra Londra
e la Grecia, e l’Impero Britannico stava puntando a liberare gradualmente quelle aree dove
tradizionalmente aveva posto la sua influenza ma la volontà di Churchill si scontra contro
l’opposizione di Stalin e Roosevelt; Roosevelt si impegnerà invece ad aprire un secondo
fronte in Francia nella primavera del 1944, impegno che porterà allo “Sbarco in Normandia”.

Fine del conflitto in Europa (1944-45)


Sul fronte orientale, dopo la battaglia di
Stalingrado le forze sovietiche avanzano e
nel corso del 1943 recuperano buona parte
dei territori che gli erano stati sottratti, mentre
nell’estate del 44 l’armata sovietica si trova
alle porte di Varsavia, liberazione che
sembra imminente la qui le forze sovietiche
si fermano; mentre le forze sovietiche sono
alle porte di Varsavia il governo polacco
libero, che era in esilio nel Regno Unito e
che negli anni aveva lavorato in segreto per
alimentare la resistenza polacca, ordina alle
proprie forze sul campo di sollevarsi e di
liberare la città dalla presa nazista
anticipando l’avanzata sovietica. L’obiettivo
del governo polacco libero era mettere Stalin
davanti al fatto compiuto evitando che
fossero le forze sovietiche a liberare
Varsavia così per dire che Varsavia fosse
stata liberata dalla resistenza polacca così per far valere una volta finita il conflitto la propria
indipendenza. La città di Varsavia si solleva contro le forze nazista, ma la resistenza nazista
è piu’ feroce di quanto il governo di esilio di aspettasse. La campagna è durissima, le forze
della resistenza vengono annientate; a nulla valgono gli appelli che vengono mossi da
Londra che chiedono che l’armata rossa intervenga per salvare quello che rimaneva della
cittadinanza e delle resistenza polacca, Stalin di fatto dichiarerà di non poter avanzare in
quel momento ma in realtà aspetterà che le forze naziste abbiano soppresso la resistenza
polacca per poi intervenire per liberare la Polonia nell’inverno del 1944. Oramai le forze
sovietiche sono al confine con la Germania, nel 45 penetrano a fondo nel territorio tedesco e
puntano alla capitale, nel frattempo veniva poi lanciata l’operazione Overlord nel giugno del
1944, lo Sbarco in Normandia, la liberazione del nord della Francia e poi il dilagare delle
forze alleate in territorio francese. Parigi si solleva su spinta di De Gaulle che si era spostato
in territorio francese appena l’operazione Overlord era stata avviata e viene liberata dalla
resistenza francese. Nel frattempo Hitler tenta l’ultima carta, nel dicembre del 1944,
lanciando una nuova offensiva nelle Ardenne che coglie di sorpresa il comando alleato, che
per qualche giorno sembra avere successo e rischiano di mettere a repentaglio l'offensiva
degli alleati, in realtà dopo uno sbandamento iniziale la risposta delle forze alleate e nella
primavera del 1945 la Germania viene schiacciata da due fuochi. Nell’aprile del 1945
muoiono Mussolini e Hitler, la Germania è costretta alla resa nel maggio del 1945, è la
chiusura del fronte europeo.

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La fine della guerra nel Pacifico
La fine della guerra in Europa non
segna la fine effettiva del conflitto
perché gli Stati Uniti erano stati coinvolti
nella seconda guerra mondiale
direttamente in seguito all’attacco a
Pearl Harbour e l’offensiva giapponese
era stata continua e pressante fino alla
metà del 1942. La massima espansione
giapponese guardava l’Oceano Pacifico
ma che ha anche delle direttrici via terra
che puntano all’entroterra cinese e
puntano al sud-est asiatico in particolare
a spingere dalla Birmania verso il Raj
Britannico. L’inerzia del conflitto cambia
a partire dalla seconda metà del 42 con un’offensiva sempre più significativa da parte degli
Stati Uniti che gradualmente porta a recuperare buona parte del territorio perso nell’Oceano
e che punta a raggiungere il mainland giapponese. E’ una lotta durissima perché le forze
giapponesi non si arrendono e questa resistenza si fa via via sempre più significativa mano
a mano che si giunge in prossimità delle coste giapponesi. Già nel corso del 44 le sorti di
questo teatro sembrava si stessero definendo con la liberazione delle Filippine, risultato
importante sul piano strategico ma anche propagandistico perché gli Stati Uniti si
presentavano liberatori del giogo giapponese e avevano promesso l'indipendenza alle
Filippine ma anche poi attraverso lo stop inferto all’avanzata giapponese in Birmania e nella
Cina continentale. Le battaglie che entrano nel mito sono quelle del 45, in particolare quella
di “Iwo Jima” ed infine l’attacco su “Okinawa”, con l’offensiva ad “Okinawa” nel 45 si va a
colpire una parte centrale del territorio giapponese, siamo ancora alla periferia ma fa già
parte dell’arcipelago giapponese questo territorio; è una battaglia durissima che provoca
decine di migliaia di vittima da ambo le parti e che si risolve con una vittoria statunitense. Il
comando militare americano ha ben chiaro che quello che si dovrà aspettare da quel
momento fino alla fine dell’ostilità sarà una resistenza fino all’ultimo uomo, una resistenza
che avrebbe coinvolto non solo i militari ma anche la stessa popolazione civile; questo
avrebbe comportato un aumento vertiginoso delle vittime americane e un prolungamento
delle ostilità fino al 1946. E’ anche per questo motivo, così dice la storiografia, che la nuova
presidenza americana decise di ricorrere all’uso dell’arma atomica, arma atomica che venne
sganciata in due occasioni nell’agosto, 6 e 9 agosto del 1945, a Hiroshima e Nagasaki. La
storiografia si è dibattuta molto sul perchè l’arma atomica sia stata usata in quel momento e
in quella situazione, verosimilmente fu una convergenza di interessi diversi, da una parte la
necessità di dimostrare al Giappone cosa avrebbe rischiato se la guerra fosse proseguita e
dimostrare che una resistenza ad oltranza sarebbe stata comunque piegata, d’altro canto
una parte della storiografia durante la “Guerra Fredda” riteneva che questa scelta fosse
legata all’inasprimento delle relazioni con l’Unione Sovietica la quale si stava delineando
come l’altra grande potenza di un sistema internazionale che non era ancora binario ma che
mostrava differenze di peso molto notevoli. Il lancio delle bombe atomiche piega la
resistenza giapponese ma soprattutto rende chiaro come non sia possibile invertire il trend
in nessun modo, la dirigenza politica e militare giapponese decide di arrendersi ed ebbe

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luogo il 2 settembre del 1945. Termina in questo modo, sui vari campi di battaglia, il secondo
conflitto mondiale.

Conferenze interalleate sul post IIWW


Il sistema internazionale venne ricostituito, venne ridisegnato negli anni successivi ed una
parte di questo progetto si andrà delineando durante la seconda guerra mondiale con una
serie di incontri che avrebbero finito col ridefinire gli equilibri del sistema internazionale ed il
suo funzionamento.

Conferenza di Dumbarton Oaks, agosto-ottobre 1944


Fu una serie di incontri che riuscì a definire genericamente quelli che sarebbero stati i
contorti delle nazioni unite. A Teheran si era parlato dei “Four policeman” ovvero i quattro
attori internazionali che avrebbero dovuto garantire il controllo del sistema internazionale
(Stati Uniti, Unione Sovietica, Impero Britannico e Cina). Durante questo incontro si allargò
questo patto includendo la Francia nonostante fosse stata una potenza occupata ed il suo
contributo sarebbe stato limitato.

Conferenza di Mosca, ottobre del 1944


Una conferenza che sarebbe passata alla storia per i suoi tratti ottocenteschi fu questa
conferenza tenutasi a Mosca. E’ una conferenza che formalmente fu una conferenza che
formalmente tripartita, ovvero univa rappresentati dei tre grandi, ma passò alla storia per un
incontro a due che mise Churchill e Stalin uno davanti all’altro. Durante questo incontro lo
statista britannico propose al leader sovietico un accordo, che sembra richiamare gli equilibri
di potenza del diciannovesimo secolo, chiedendo la divisione dell’Europa orientale e dei
Balcani in sfere di influenza, indicano per i vari paesi delle percentuali; si sarebbe dovuta
registrare una parità a livello di influenza in Jugoslavia, mentre in Grecia sarebbe stato il
Regno Unito a godere di maggior influenza, il contrario però si sarebbe registrato in
Romania, Bulgaria ed in parte in Ungheria. Questo è un accordo che evidenzia un errore di
Churchill, ovvero l’idea che Stalin fosse semplicemente la guida dell’Unione Sovietica
possiamo dire una sorta di riedizione degli antichi Zar con i quali fosse possibile stabilire un
accordo e mantenerlo, sottostimava l’importanza del dato ideologico. Per Stalin gli Stati Uniti
e la Gran Bretagna facevano parte di un sistema capitalista che era il nemico con il quale ci
si poteva allineare durante il secondo conflitto mondiale ma dai quali si era inevitabilmente
separato da un punto di vista ideologico. Un altro elemento significativo era il fatto che
questo accordo sia stato definito tra Churchill e Stalin senza considerare la posizione di
Washington che rifiutò questa basi e non le ritennero nemmeno un punto di partenza per
eventuali trattative.

Jalta, febbraio 1945


Fu l’ultima conferenza alla quale parteciparono i tre grandi (Churchill, Roosevelt e Stalin),
fatta nel febbraio del 45 quando il conflitto si stava oramai chiudendo quantomeno nel teatro
europeo, è dato oramai per scontato che le forze sovietiche saranno prime ad entrare a
Berlino ma chiaramente al pressione alleata si fa sempre più significativa nel fronte
occidentale. E’ un incontro che entra nel mito perché tocca i temi più significativi della fase
bellica ma anche della fase post-bellica, viene definita buona parte dell’architettura delle
“Nazioni Unite” che verranno istituite dopo il conflitto, viene riconosciuta la richiesta di Stalin

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che i cinque paesi parti del consiglio di sicurezza abbiamo il diritto di veto che permette
all’Unione Sovietica di bloccare qualsiasi scelta di altri attori che erano considerati non alleati
e viene stabilito ciò che stava più cuore a Roosevelt ovvero guadagnarsi il sostegno
sovietico per un ordine internazionale stabile condiviso. Un altro fattore importante era
assicurarsi che l’Unione Sovietica si sarebbe unita alla campagna contro il Giappone, fino a
quel momento infatti non vi era stato un aperto scontro tra Mosca e Tokyo, anche perché
Mosca era impegnata nella liberazione del proprio territorio e poi nella lotta contro la
Germania nazista. Si stabilisce anche che l’Unione Sovietica avrebbe ottenuto parte dei
territori giapponesi più rilevati (Port Arthur…) ma ancora più importante si stabilisce che
l’URSS avrebbe occupato parte dei territori polacchi e che la Polonia avrebbe ricevuto
compensazioni sottraendo territori alla Germania. A Jalta viene discusso un altro tema
significativo, viene definita nei suoi contorni principali la dichiarazione “sull’Europa liberata”
la quale impegnava le potenze vincitrici a ripristinare la democrazia in Europa e a dare alle
popolazioni europee la facoltà di scegliere il proprio futuro, la forma di governo e a questo si
impegnava anche l’Unione Sovietica era tutt’altro che una democrazia ma per Stalin quello
che vi era in Russia in quel periodo era la maggior forma di democrazia compiuta quindi
questo avrebbe portato Stalin a poter giocare con questo suo impegno. Ultimo tema trattato
a Jalta riguarda la situazione della Germania, si andrà a stabilire che quest'ultima sarà divisa
in quattro zone di occupazione; già negli incontri precedenti si era stabilito che la Germania
non avrebbe più dovuto rappresentare una minaccia e si sarebbe ricorso a qualsiasi
strumento per farlo.

POTSDAM, luglio-agosto 1945


Questa conferenza vede una partecipazione diversa, c’erano sempre Unione Sovietica -
Stati Uniti - Gran Bretagna, ma a parte Stalin la leadership è cambiata sia quella
statunitense (Truman) che quella britannica (Attlee). E’ l’ultima delle grandi conferenza
interalleate della seconda guerra mondiale, vi è un profondo clima di sfiducia che definì
questo incontro e servì per confermare gli impegni presi precedentemente e per definire più
compiutamente i territori che sarebbero stati assegnati all’Unione Sovietica, in particolare
per quanto riguarda i territori polacchi e quella che sarebbe diventata Kaliningrad un enclave
sovietica nel cuore dell’Europa Orientale.

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The Cold War

La “Guerra Fredda” è una fase storica che avrebbe plasmato buona parte della seconda
metà del ventesimo secolo andandosi a chiudere sostanzialmente con l’ultima decade del
ventesimo secolo, tra il 90-91. Questa vignetta racconta una delle dinamiche che hanno
caratterizzato la “Guerra Fredda” in particolare quella legata alla deterrenza cioè la
costruzione di arsenali atomici sempre più ampli e sempre più variegati e imponenti che però
non vennero mai utilizzati, le bombe atomiche vennero sganciate per fine militari solo alle
fine del secondo conflitto mondiale ma non vennero più utilizzate sul campo durante
un'operazione militare di rilievo. Queste armi diventano l’emblema della “Guerra Fredda” ma
ben presto sono armi che le due dirigenze capiscono che sono inutilizzabili perchè qualora
che uno dei due contendenti avesse fatto ricorso all’arma nucleare il risultato sarebbe stata
la situazione che viene riassunta con l'acronimo MAD (Mutual Assured Destruction) ovvero
una distruzione di entrambi i contendenti, una distruzione che avrebbe coinvolgo l’interno
globo ed umanità; quindi pur disponendo di arsenali all’avanguardia si ricorreva alle vecchie
“arco - frecce - filospinato”. Ben presto le due superpotenze capiscono che anche ricorrendo
ad un attacco preventivo non sarebbero state in grado di piegare al nemico e si sarebbero
esposte alla risposta dell’avversario, una risposta che avrebbe prodotto danni intollerabili.

Cold War for Dummies


La “Guerra Fredda” finisce nel 1991 con dissoluzione dell’Unione Sovietica mentre quando
inizia non possiamo saperlo, non solo perché non fu mai un conflitto ufficiale quindi non ci fu
mai una dichiarazione di guerra formale ma anche perché la data di inizio è oggetto di
contesa, sconfitto il Giappone e le potenze nazifasciste non segna l’inizio della guerra ma ci
fu una fase di transizione; secondo alcuni essa inizia nel 1946, secondo altri nel 1947 altri
ancora spostano l’asticella al 1949 quando l’Unione Sovietica si dotò di un arsenale
nucleare, dimostrò al mondo di poter usare l’arma atomica. Viene definita “Guerra Fredda” in

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ambito giornalistico ma è un termine che funziona perchè non vide mai lo scontro armato
diretto tra le due superpotenze, non è che nel corso dei quarant'anni di “Guerra Fredda” le
due superpotenze non si impegnarono in un conflitto ma evitarono accuratamente di trovarsi
l’una contro l'altra durante una fase di guerra combattuta questo perché si temeva una
distruzione vicendevole e garantita. A fronte di questo timore che genera la deterrenza vi è
un altro aspetto significativo, il periodo della “Guerra Fredda” è stato visto come il periodo in
cui l’umanità è stata più vicina alla possibile estinzione, momenti in cui se stacchiamo un
passo dall’eliminazione della terra così come la conosciamo eppure in tutte le fasi della
“Guerra Fredda” entrambi le dirigenze fecero una scommessa sulla razionalità del nemico,
facendo calcoli con logica razionale; a volte si arrivò ad un passo dallo scontro, in più
occasioni, il caso più eclatante è la crisi di Cuba. La scelta di ricorrere alla deterrenza in
maniera più o meno consapevole non si tradusse in una riduzione degli armamenti, si
tradusse in military-buildup incrementale e in una competizione tecnologica estenuante. Non
bisogna essere influenzati dalla fine della “Guerra Fredda” con il collasso dell’Unione
Sovietica perché fino ai primi anni ottanta l’URSS non solo riuscì a ribattere colpo su colpo
agli sviluppi tecnologici del polo occidentale ma in molti casi registrò una superiorità
manifesta, basta pensare alla corsa allo spazio. La corsa tecnologica ha un obiettivo che è
un po’ nascosto, quello di sviluppare conoscenze tecnologiche tali da garantire un vantaggio
incomparabile, da garantire quella superiorità che possa mettere fine alla deterrenza. Una
corsa costante per sviluppare tecnologie in più ambiti: l’ambito dei vettori missilistici (per
lanciare le bombe atomiche). Un altro elemento significativo è l’equilibrio del terrore, questa
partita non venne giocata solo da l’URSS e gli Stati Uniti, vi erano due superpotenze ma che
dovevano fare i conti con dei poli tutt’altro che disposti a riconoscere l’assoluta supremazia
di uno o dell’altra superpotenza. Il fatto che gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica fossero
consapevoli che non potevano scontrarsi direttamente uno contro l’altro non impedì loro di
partecipare e di alimentare altri conflitti, ovvero le guerre per procura; ogni volta che vi fu il
rischio di uno scontro diretto tra le due parti i due attori principale del sistema internazionale
fecero di tutto per evitare un coinvolgimento diretto, l’unico caso che un po’ esula da questa
considerazione è il caso cubano dove l’Unione Sovietica puntò ad installare il proprio
personale e le proprie basi missilistiche in quello che poteva essere considerato “il cortile di
casa” degli Stati Uniti. Questo fu un conflitto combattuto sul piano militare, anche se non
vide coinvolte direttamente le due superpotenze, sul piano tecnologico, su quello economico
(proponevano modelli di produzione e organizzazione del lavoro a molteplici attori e
spingevano i propri clientes a seguire i loro modelli) e questo introduce un altro ambito
ovvero quello ideologico, la “Guerra Fredda” fu combattuta anche con le idee, uno scontro
che produsse vittime.

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Guerra Fredda: rappresentazioni diverse, due mondi contrapposti

Questa immagine mostra una delle possibili rappresentazioni del conflitto, con le due
superpotenze coinvolte ma con un punto di vista diverso, questa è una cartina che venne
pubblicata nei primi anni cinquanta per evidenziare la portata della minaccia sovietica, una
minaccia sovietica che non è legata all’Unione Sovietica in sé ma che si estende anche
all’Europa orientale e parte della Scandinavia e investe completamente l’Asia orientale
tramite la penetrazione in Cina, soprattutto l’Unione Sovietica guarda sul Pacifico, un
Pacifico che ora vede la presenza statunitense anche in Giappone ma che rischia di essere
il terreno di scontro principale.

Guerra Fredda: guerra fredda per Cohen

E’ la rappresentazione delle dinamiche che segnarono la Guerra Fredda fornita da Cohen,


uno studioso statunitense che rappresentò la contrapposizione definendo il sistema globale
come diviso in due grandi aree: un reame marittimo basato sulla dipendenza commerciale a
guida statunitense e un altro reame che aveva una connotazione più geografica che
guardava al continente euroasiatico e si basa sulla supremazia sovietica. Ognuno di questi
due reami geostrategici era suddiviso al suo interno in sfere geopolitiche più omogenee dal
punto di vista economico, politico-culturale quindi nel campo occidentale abbiamo il Nord

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America e l’America Centrale, l’Europa e il Nord Africa come una sfera geopolitica
assestante per quanto parte del polo guida statunitense, vi era l’idea che si trattasse di un
polo non dominato dalle logiche di stampo militare ma economico e che si basava sulla
capacità degli Stati Uniti e dei loro alleati di rimanere connessi attraverso il commercio
marittimo mentre il polo sovietico si caratterizza per sua prossimità geografica. Cohen dice
che vi sono due blocchi che guidano, ma dove questi due blocchi si vanno a toccare si
formano delle linee di frattura dove tendenzialmente si vanno a condensare le tensioni che
animano il sistema internazionale, perché è impossibile dipingere un mondo
geopoliticamente diviso in due: ci sono i reami geostrategici dentro le sfere geopolitiche e in
più ci sono queste linee di frizione: quella medio-orientale, il sud-est asiatico, in parte l’Asia
Centrale es. Afghanistan. Cohen dice che la “shutter belt” non si definisce solo per la sua
posizione geografica ma si caratterizza anche per il fatto che lungo queste linee di faglia di
sprigionano delle tensioni, in queste linee è dove i poli si scontrano attraverso guerre per
procura. Cohen per rappresentare la “Guerra Fredda” la suddivide in tre fasi:
● prima fase viene chiusa nel 1956 in cui sostanzialmente si passa da una fase quasi
attendista ad una fase di aperta ostilità. Il 1956 è un punto di riferimento perché
evidenzia una serie di crisi internazionali che hanno avuto un peso specifico
notevole.
● la seconda fase invece è la fase espansiva del blocco sovietico, una fase che va dal
1956 al 1979, che vede l’Unione Sovietica rafforzare la propria proiezione
internazionale su teatri molteplici anche al di fuori del continente europeo.
● la terza fase identifica la sfera marittima guidata dagli Stati Uniti rispondere alle sfide
lanciate dall’Unione Sovietica e poi puntare alla contrazione di quest’ultima.

Blocchi contrapposti, non monolitici e non allineati


Nella “Guerra Fredda” si parla di blocchi contrapposti ma non sono dei monoliti non sono
delle realtà unite prive di sfaccettatura e omogenee, e non bisogna dimenticarsi che ad
animare il sistema internazionale non vi erano solo i blocchi contrapposti ma vi erano una
serie di altri attori che puntavano al disallineamento, ovvero il blocco dei paesi non allineati
che magari non avrà compreso i paesi più importanti dal punto di vista militare, economico
ma che racchiudevano paesi con un peso demografico enorme (Egitto, Jugoslavia, India,
Repubblica Popolare Cinese) formalmente questi paesi diventano parte del blocco dei paesi
non allineati; non parliamo di un periodo storico in cui le dinamiche erano congelate, è una
fase estremamente fluida, emersero attori che non si riconoscevano in queste logiche (Iran
post rivoluzione). Ci furono poi diversi cambi di posizione come l’Egitto che fino al 1952/4
era considerato fermamente in campo occidentale, ma il colpo di stato del 1952 sconvolse le
cose. Stesso percorso per l’Iraq che fino al 1958 era un elemento chiave del sistema di
contenimento occidentale in Oriente ma il colpo di stato avvenuto nel 1958 provoca il
massacro della famiglia reale e un cambio di postura internazionale con un avvicinamento
sempre più evidente all’Unione Sovietica. Vi sono anche dei fattori di differenziazione anche
all’interno dei diversi blocchi, per esempio in quello sovietico:
● Jugoslavia dominata da Tito il quale era formalmente allineato con l’Unione Sovietica
ma era totalmente indipendente e ne era geloso, tanto che in una certa fase si fece
promotore di un modello alternativo a quello sovietico; ci fu poi un riallineamento ma
l’eccezionalismo jugoslavo sarebbe rimasto.
● Ci furono diverse crisi importanti che segnarono il polo sovietico: Germania (1953)
ma soprattutto la Polonia e l’Ungheria nel (56), la primavera di Praga (1968) che

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investiva l’uno e l’altro polo e si tradusse nella primavera di Praga una delle pagine
più nere dell’Unione Sovietica che mostrò il suo vero volto senza che l’occidente si
azzardasse ad intervenire; la soppressione di un tentativo di liberalizzazione interna
a cui non corrispose un intervento occidentale.
● Ci fu anche il caso cinese con un allineamento manifesto che durò quantomeno fino
al 1961 e che poi negli anni 70 porta ad un avvicinamento tra Stati Uniti e Repubblica
Popolare Cinese.
Il blocco occidentale invece era ancora più eterogeneo al suo interno, lo vedremo quando
parleremo della Crisi di Suez, un primo esempio di queste posizioni diverse. La percezione
degli Stati Uniti sugli accordi di Mosca del 1944 rinnegandoli, “La Terza Via Francese” che
non fu un disimpegno completo dal “Tratto del Nord Atlantico” ma al ritiro nel 1966 dalla
NATO che è l’organizzazione del trattato. Infine l’Ostpolitik della Germania che cerca negli
anni settanta di rompere quella dinamica duale che aveva portato alla separazione del
popolo tedesco puntando all’apertura di un dialogo con la Germania Orientale ed
inevitabilmente anche con Mosca; un fatto che non era stato recepito con benevolenza dagli
Stati Uniti e neanche dagli stessi alleati europei.

Fasi della Guerra Fredda (1947-1989/91)


La prima fase corrisponde al periodo che vide il sorgere della “Guerra Fredda” e si concluse
con la morte di Stalin, ritenuto da molti il periodo più duro di questo periodo in cui i due
blocchi vennero a costituirsi e soprattutto in cui si manifestarono una serie di
contrapposizioni molto nette. Tra gli avvenimenti più significativi c’è il “Blocco di Berlino”
ovvero il tentativo da parte sovietica di isolare le forze occidentali all’interno della capitale
interrompendo fisicamente i collegamenti con la porzione occidentale della Germania,
tentativo vanificato da un ponte aereo, che non solo dimostrò le eccezionali capacità degli
Stati Uniti, ma si ritorse contro quelle che erano le posizioni sovietiche e del blocco
comunista. In questa fase il polo occidentale si dota di un proprio sistema di alleanze che
diventerà l’emblema del conflitto con la formulazione del “Patto Atlantico” e con la
formazione della NATO che è l’organizzazione del patto; fu un processo non lineare ma che
ebbe un esito particolarmente significativo avvicinando in maniera notevole le due sponde
dell’Atlantico. Un altro momento chiave è rappresentato dalla “Guerra di Corea” un conflitto
che si dipanò lungo tre anni e che investì un teatro che poteva essere considerato alquanto
marginale ma che ebbe una sua rilevanza perché venne visto come una sorta di prova
generale di quello che sarebbe potuto essere il conflitto in Europa Centrale. Infine la morte di
Stalin la quale segna un cambiamento significativo perché da un certo punto di vista è come
se venisse rimosso un fattore che tendeva a polarizzare notevolmente lo scontro, addirittura
nell’opinione pubblica di altri paesi prevale l’idea che senza Stalin l’URSS possa essere
meno aggressiva, che si possa arrivare ad un “modus vivendi” con il blocco sovietico. La
seconda fase della “Guerra Fredda” è una fase che viene definita “coesistenza competitiva"
in cui i due blocchi si vengono a strutturare compiutamente e ingaggiano una competizione
che non necessariamente si ritiene debbe sfociare in uno scontro aperto, paradossalmente
questa fase va a chiudersi con la madre di tutte le crisi, ovvero la crisi di Cuba che segna il
momento in cui il polo occidentale e sovietico si trovano ad un passo dal conflitto, superata
questa crisi in realtà si porranno basi per una nuova fase. La terza fase invece può essere
identificata come una fase di distensione, infatti viene definita da molti come “grande
distensione”. E’ una fase lunga che va dal 1962 fino al 1979, una fase che vede tutta una
prima parte di questo periodo segnata da un dialogo costante tra i due blocchi e il tentativo

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di divenire ad accordi su punti ben chiari: sulla questione legata alla proliferazione degli
armamenti nucleari, “strategic arms limitation talks”. E’ una fase che entra in crisi sempre più
evidente dalla metà degli anni 70 in avanti e che poi si andrà a chiudere nel 1979 quando
poi ci sarà l’occupazione sovietica dell’Afghanistan; questo passaggio viene preso come
termine per identificare la fase successiva, che è la fase che porta la conclusione della
“Guerra Fredda”. Questa fase segue ad un momento caratterizzato da una marcata postura
aggressiva dell’Unione Sovietica e che invece si caratterizza per il collasso del polo
sovietico, un collasso che inizialmente non è immediato ma che assumerà proporzioni
sempre più evidenti con la salita al potere di Gorbaciov e il tentativo di riformare
profondamente l’Unione Sovietica. L’idea di Gorbaciov era quella di riformare il sistema per
garantirne la sostenibilità e per prolungare e riorganizzare il dominio sovietico sul blocco
guidato dall’URSS. E’ una fase che si andrà a chiudere negli anni 1990, formalmente
conclusa nel 1991 con lo scioglimento dell’Unione Sovietica e si arriva ad una nuova fase
ovvero una fase che registra il passaggio da un'epoca bipolare, ad un'epoca unipolare ma
non vi è la percezione chiara di quale sia il nuovo ordinamento che si va a costituire.
Venendo meno una delle due principali superpotenze e di conseguenza vi è una forte
affermazione da parte degli Stati Uniti come guida del mondo libero ma è una primazia che è
soggetta ad una serie di sfide di primissimo livello. Nella pubblicistica, nel dibattito pubblico
si parla di nuovo secolo americano e fine della storia, si sottolinea come oramai il modello
rappresentato dagli Stati Uniti sia destinato a divenire il modello dominante nel sistema
internazionale però nello stesso momento si affacciano una serie di sfide che sembravano
eredità del passato: ritorno dei nazionalismi, il riaffermarsi di identità etniche fortissime, il ri-
emergere sullo sfondo dei fondamentalismi di matrice religiosa, le difficoltà connesse alla
leadership mondiale (difficile gestione del caso somalo, le crisi in ex-Jugoslavia) e poi infine
11 settembre 2001 che rappresenta uno spartiacque nella storia del sistema internazionale
che andrà ad alterare profondamente gli equilibri precedenti.

Prima fase della “Guerra Fredda” (1946-53)

E’ una prima fase che si caratterizza per alcuni fattori chiave e per un fortissimo attivismo
dell’Unione Sovietica, in questa fase infatti assistiamo tra il tardo 1945 e il 1948 alla

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sovietizzazione dell’Europa Orientale da parte di Mosca attraverso processi che seguono un
modello con il tentativo da parte delle forze filosovietiche nei diversi paesi di addivenire al
controllo di istituzioni chiave, come il Ministero dell’Interno, di iniziare attraverso governi di
coalizione e poi di addivenire al controllo completo delle istituzioni. L’attivismo sovietico non
si esaurisce soltanto in campo europeo ma si fa particolarmente significativo su un'area che
guarda il Mediterraneo Orientale e al Golfo Persico, quelle aree che erano prioritarie
nell’ambito delle direttrici geopolitiche dell’Impero Zarista (entrare nei mari caldi) ed infatti
questa fase si caratterizza per una serie di pressioni crescenti esercitate da Mosca su tre
paesi chiave: Iran, Grecia, Turchia. Tutto questo avviene mentre le potenze occidentali non
riescono a definire la questione tedesca, come risolvere il nodo del futuro della Germania
post-nazista. A questa assertività sovietica corrisponde una risposta graduale ma sempre
più ferma dalla parte occidentale, che si caratterizza con una sorta di “escalation” della crisi
diplomatica, si addiviene gradualmente alla formazione di una postura geopolitica molto
chiara; alcuni degli episodi chiave di questa escalation:
● legati alla definizione del Long Telegram di Kennan, un diplomatico americano che
era a distanza presso l’ambasciata statunitense in Unione Sovietica, che in un suo
telegramma inviato a Washington sottolineerà tutto una serie di fatto che secondo lui
rendono l’Unione Sovietica un nemico. E’ uno snodo importante perché bisogna
ricordare che l'Unione Sovietica era stato l’alleato chiave che aveva liberato l’Europa
Orientale penetrando a Berlino con la quale si era creata una proficua
collaborazione.
● un altro momento chiave è il discorso di Churchill fatto negli Stati Uniti, discorso che
fa riferimento alla “Cortina di Ferro” oltre la quale risiedono paesi che sono sotto
l’influenza sovietica.
● a chiudere questa fase e a strutturare compiutamente la postura geopolitica
statunitense è la “Dottrina Truman”, una dichiarazione dove non si nomina mai
apertamente l’Unione Sovietica definisce quella che è la strategia che la presidenza
Truman intende adottare nei confronti in quella che oramai evidente essere una
minaccia ovvero l'aggressività sovietica.
Una volta definita questa posizione abbiamo una fase di attivismo più marcato da parte del
polo occidentale con un’iniziativa che si sarebbe rivelata determinante, non solo per gli
equilibri del periodo, ma per gli equilibri di medio e lungo periodo. Una fase di risposta del
polo occidentale che si condensa prima nel varo del “Piano Marshall” che ha avuto un peso
specifico enorme per quanto riguarda la ricostruzione e rinascita dell’Europa Occidentale e
poi in una serie di posizioni afferenti alla questione tedesca, prima con la creazione di una
“Bizona” ovvero l’unificazione delle zone americane e britanniche ed infine con la una
“Trizona” cioè l’unificazione delle zone controllate dalle tre potenze occidentale. Oltre che
poi nel 1948 con l’introduzione di una moneta relativa a quella parte di territorio tedesco che
era sotto il controllo delle potenze alleate. Questo è un punto saliente perché di fatto viene
fatta una rottura rispetto agli accordi che prevedevano di definire insieme il futuro della
Germania post-nazista. La risposta sovietica si struttura con la creazione del COMINFORM,
che è l’evoluzione dell’Internazionale Comunista, il quale è un sistema di coordinamento dei
partiti comunisti attivi su scala globale poi con il “Blocco di Berlino” che per quasi un anno
tenterà di obbligare le potenze occidentali a ritirare i loro contingenti da Berlino e poi infine
con l’istituzione del COMECON, consiglio di mutua assistenza economica, di fatto quello che
idealmente doveva essere l’equivalente del “Piano Marshall” ma che in realtà si sarebbe
rivelato uno strumento per aumentare ancor più l’accentramento in mano sovietica degli
strumenti di produzione presenti nell’Europa Orientale. L'ultima fase di questo periodo vede

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la strutturazione in ambito occidentale di un sistema di alleanze militari, prima il “Patto
Atlantico” nel 1949 e poi con la costituzione, nel 1952, dell’organizzazione del “Patto
Atlantico” NATO. E’ una fase che registra dei momenti importanti relativi al processo di
integrazione europea, è una fase che a 70 anni di distanza possiamo guardare con una forte
attenzione e con un misto di ammirazione e odio, ammirazione perché in quei anni si
pongono le fondamenta per quella che sarà l’Unione Europea ma sono anche gli anni che
vedono il fallimento di diverse operazioni: la comunità di europea di difesa (CED) ovvero il
tentativo di dotare la comunità economica di uno strumento di difesa comune ma soprattutto
la CPE (Comunità Politica Europea) ovvero il tentativo di addivenire a un avvicinamento
ulteriore nel coordinamento tra le diverse realtà statuali; proprio il fallimento della CED e
della CPE spingerà i paesi dell’Europa Occidentale a tentare la strada dell’integrazione
economica lasciando da parte l’integrazione sul piano politico con effetti con tutt’ora sono
visibili a tutti noi. Dall’altra parte il polo sovietico si accresce nel 1949 e può contare su un
nuovo ed importantissimo tassello rappresentato dalla proclamazione della “Repubblica
Popolare Cinese” la quale finirà alleandosi con il polo sovietico. Il 49 è un anno importante
perché l’Unione Sovietica fa esplodere il primo ordigno nucleare dimostrando di aver
raggiunto la parità con gli Stati Uniti, non tanto dal punto di vista dell’arsenale nucleare, ma
quanto dal punto di vista tecnico. E’ una fase che registra lo scoppio della Guerra di Corea,
significativa perché viene letta sullo scenario internazionale come la prova generale di un
possibile conflitto avente per epicentro la Germania la quale era suddivisa in due parti come
la Corea, un nord-filosovietico e un sud-occidentale. A chiudere idealmente questa fase è il
“Patto di Varsavia” nel 1955 il quale possiamo considerarlo come una sorta di risposta a
quello che era stato il “Patto Atlantico” ovvero un trattato di cooperazione e mutua
assistenza militare tra i paesi del polo sovietico.

La sovietizzazione dell’Europa Orientale

Uno dei fattori che più si impressero nella


mente e nella percezione delle comunità
occidentali, di fatto nel giro di tre anni l’intera
Europa Orientale finisce direttamente o
indirettamente sotto controllo dell’Unione
Sovietica. Formalmente si parla di paesi che
sono indipendenti ma di fatto si arriva alla
trasformazione di questi paesi attraverso
uno schema che li trasforma in regimi di
democrazia popolare. Si può parlare di una
sorta di modello che venne attuato da
Mosca in questi paesi, un modello che si
orientava lungo quattro fasi principali:
● una prima fase che prevedeva la formazione di governi di unità nazionale composti
da i partiti comunisti dei vari paesi, in diversi casi partiti che erano solo allo stato
embrionale, che si trovavano a collaborare con formazioni con un passato ed un
seguito più solido e strutturato all’interno di governi unità nazionale, i paesi di cui
parliamo (Cecoslovacchia, Ungheria, Bulgaria, Romania, Polonia) erano paesi in cui
l’armata rossa era presente quindi formalmente si addiviene ad uno sviluppo
autonomo di questi regimi ma la presenza dell’armata rossa ha un’influenza che è
fortissima. I vari partiti comunisti, spesso in posizioni di manifesta inferiorità rispetto

90
agli altri, tentarono in ognuno di questi paesi di occupare posizioni chiave e in
particolare il Ministero dell’Interno e quello della Giustizia; due ministeri chiave
perché avrebbero permesso ai Partiti Comunisti e alle forze filo-sovietiche di avere il
controllo sulle istituzioni preposte alla gestione della giustizia e all'applicazione
dell’uso della violenza all’interno dei confini dei diversi paesi. Grazie al controllo di
questi ministeri fu più semplice per le forze filo-sovietiche eliminare gradualmente i
propri principali avversari sottoponendoli ad accuse spesso inventate ed eliminando
progressivamente alcuni dei loro principali esponenti aumentando gradualmente la
pressione sfruttando istituzioni che formalmente sono elementi chiave di regimi
liberali non di regimi autoritari. Una volta che le forze filo-sovietiche fossero riuscite
ad espandere la loro base di appoggio e a colpire duramente i loro nemici la fase
successiva prevedeva la formazione di nuove coalizioni che però vedevano le
formazioni comuniste non più in posizione marginale ma in quella dominante e
stringere legami con formazioni subalterne che avevano come obiettivo quello di
rafforzare la legittimità del nuovo corso, un nuovo corso che sarebbe stato in ultima
istanza compiuto e definito dall’indizione di elezioni di fatto controllate.
Queste prime colazioni che permettono ai partiti comunisti di accrescere la loro presenza e
influenza e porre le basi per una fase successiva che vede una ridefinizione delle coalizioni,
questa volta le forze comuniste non hanno un ruolo marginale ma addivengono ad un ruolo
di traino delle nuove coalizioni e non a caso stringono legami con partiti che giocano un
ruolo secondario che servono a far salve le apparenze di fatto si addiviene ad una creazione
di regimi autoritari attraverso step successivi. Nel giro di tre anni tutti i paesi che stanno al di
là della “Cortina di Ferro” assumono una fisionomia molto simile, tra il 46-47 Romania,
Bulgaria, Romania, Ungheria e Albania si trasformano in democrazie popolari, nel 48 è la
Cecoslovacchia a divenire un regime di questo tipo e non è un caso che questo sia l’ultimo
paese ad arrivare a questo step perchè era il paese con una tradizione liberare più solida,
con un sistema politico più maturo, con istituzioni radicate sul territorio ma era anche il
paese più avanzato dell’area ad esclusione della Germania. All’interno di questa fase si
attua anche la rottura tra Unione Sovietica e Jugoslavia, una rottura legata anche al
protagonismo di Tito e di Stalin e che si sostanzia in relazione ai diversi modelli di sviluppo
che i due leader propongono e di cui i due paesi si fanno interpreti.

Pressioni URSS in Iran, Turchia e Grecia

L’altra area lungo la quale si esercita un forte attivismo di Mosca, un’area che va dal
Mediterraneo Orientale al Golfo Persico e la pressione sovietica si fa particolarmente

91
significativa in tre paesi chiave e si viene espressa nel corso di un biennio, tra il 1945 e il
1946. Questa pressione è esercitata su tre paesi chiave, la Grecia, l’Iran e la Turchia:
● Caso Greco, nel 1944 le forze tedesche avevano proceduto ad evacuare la Grecia
ed in quel contesto si era arrivati ad una ripresa della conflittualità tra le forze
antinaziste che avevano operato nel paese in particolare la componente filo-
monarchica è quella più legata alle fazioni comuniste. Questo scontro si era fatto via
via sempre più significativo, uno scontro che inizia prima della fine del secondo
conflitto mondiale, Londra era intervenuta in maniera massiccia schierandosi a
favore della componente filo-monarchica e in aperta ostilità all’azione delle
formazioni comuniste. Questo aveva creato diversi problemi nella camera di
coordinamento interalleata e aveva sollevato obiezioni sia da parte di Stalin che da
parte di Washington perché attraverso il suo intervento Londra stava cercando di
influire su quello che sarebbe stato il futuro del paese; l’intervento del Regno Unito di
fatto inaugura una stagione segnata da una tregua tra le due controparti, alla fine
della seconda guerra mondiale, nel 1946, riesplode la conflittualità tra le forze filo-
monarchiche greche e le fazioni comuniste più vicine a Mosca e da questa anche
sostenute. E’ una crisi che minaccia di spaccare il paese ma che ripropone le
questioni che già si andavano delineando in Europa Orientale, questa fase di scontro
registra anche il coinvolgimento di attore regionali, in particolare delle forze
comuniste jugoslave e quelle che erano presenti in Albania, il rischio è quello che la
crisi non infiammi il contesto greco ma che si estenda progressivamente sui Balcani.
E’ una situazione che vede Londra non più in grado di sostenere da sola le
componenti filo-monarchiche e questa presa di posizione si manifesta all’inizio del
1947 con il ritiro delle forze britanniche dalla Grecia; questo ritiro obbliga gli Stati
Uniti ad assumere una posizione più netta e a sostituirsi a Londra nel sostegno delle
forze filo-monarchiche ma non perché Washington fosse particolarmente allineata
con queste ultime ma non poteva accettare il rischio che la Grecia finisse sotto
controllo comunista in un’area chiave come era il Mediterraneo Orientale. In questa
fase si assiste ad un paese segnato da una contrapposizione tra fazioni filo-
comuniste e filo-monarchiche e una questione meramente interna si trasforma in una
questione ragione ed infine internazionale. Londra, nel 47, è alle prese con una crisi
economico-politica profonda (in questo periodo nel sub-continente indiano si arriverà
alla divisione dell’India Britannica in India e Pakistan) e Londra non può sostenere le
forze filo-monarchiche e Washington interviene e si sostituisce alla stessa. E’ un
passaggio che evidenza come si stesse passando ad una fase successiva, Londra
entra nel secondo conflitto mondiale come una delle principali potenze, Churchill è
uno dei tre grandi eppure in questa fase storica l’Impero Britannico non è più in grado
di mantenere il suo ombrello protettivo e già in questo contesto assistiamo alla
sostituzione dell’influenza britannica con quella statunitense ed è un elemento che si
riproporrà negli anni successivi in diversi altri teatri.
● Caso Turco, siamo nel 1945, la Turchia aveva assunto una posizione di neutralità
durante il secondo conflitto mondiale che le aveva risparmiato la partecipazione alla
guerra e poteva contare su un trattato con l’Unione Sovietica che le garantiva le
frontiere nord-orientali ma nell’estate del 1945 l’URSS inizia ad esercitare una
pressione crescente su Ankara e chiede alla dirigenza turca una serie di concessioni,
concessioni territoriali in particolare nella regione del Caucaso ma soprattutto la
concessione di una serie di base lungo il Bosforo ma anche una ridefinizione della
convenzione che regolava lo stato degli stretti; ovvero la ridefinizione di uno statuto

92
che limitava le possibilità per l’Unione Sovietica di accedere al Mediterraneo con navi
da guerra e che lasciava ad Ankara la possibilità di controllare gli stretti. Mosca non
sta dichiarando guerra alla Turchia, ma è evidente la sproporzione delle forze in
campo, l’URSS era una grande potenze con l’esercito terrestre più forte dell’epoca e
confinava con la Turchia e attraverso queste richieste premeva per ottenere dei
vantaggi che avrebbero cambiato gli equilibri del teatro del Mediterraneo Orientale.
Anche in questo caso di fronte alle pressioni sovietiche ad intervenire non è Londra
ma sono gli Stati Uniti, che su richiesta di Ankara, addivengono ad un accordo
sempre più notevole e che inviano la sesta flotta nel Mediterraneo che rappresenta
un segnale chiave rivolto all’Unione Sovietica, un messaggio chiarissimo lanciato
all’Unione Sovietica. L’invio di questa flotta produce un avvicinamento sul piano
politico ed economico tra Ankara e Washington.
● Caso Iraniano, è un caso ancora più significativo rispetto a quello greco e a quello
turco. L’Iran, durante il secondo conflitto mondiale, aveva vissuto una situazione
molto particolare, pur rimanendo indipendente il paese era stato occupato nel 1941
congiuntamente dall’Unione Sovietica e dalla Gran Bretagna. I due paesi erano giunti
ad un accordo, di fronte alle simpatie filo-naziste dello scià di allora la scelta era stata
quella di occupare militarmente il paese e di puntare all'allontanamento dello scià per
porre alla guida del paese il figlio. Si vanno a costituire all’interno due zone di
influenze: nord influenza sovietica e al sud quella britannica. Gli accordi prevedevano
che una volta terminato il conflitto queste due potenze avrebbero ritirato i loro effettivi
dal paese entro sei mesi dalla fine del conflitto. Nel 1946, il conflitto era ormai finito
da sei mesi, le forze britanniche lasciano il paese sulla spinta di una crisi economica
notevolissima ma le forze sovietiche rimangono nel paese; non solo tarda a ritirare i
propri effettivi ma attua una politica ben precisa, sostiene il radicamento del partito
comunista iraniano e sostiene una serie di movimenti indipendentisti attivi nel paese.
L’Unione Sovietica, sfruttando la diversità del paese, sostiene indirettamente i
movimenti indipendentisti curdo e azero perchè si può giocare delle carte, sono
forme di pressione che possono essere utilizzate nei confronti del governo iraniano;
ancora una volta l’obiettivo è aumentare la propria influenza su un paese che ha un
ruolo chiave dal punto di vista geopolitico ed anche in questo caso l’offensiva
sovietica, offensiva diplomatica-economica-politica, si scontra con una risposta tarda
ma molto forte da parte degli Stati Uniti. In questa fase gli Stati Uniti sostengono
l’alleato britannico, che comunque manteneva un’influenza notevole nel paese,
sostengono il giovane scià e di fatto obbligano l’Unione Sovietica ad addivenire un
accordo ritirando il suo sostegno ai movimenti indipendentisti e di fatto l’Iran entra
stabilmente nel polo occidentale e si creano le basi per quella partnership speciale
che avrebbe unito, in particolare negli anni successivi, Londra-Washington-Teheran.
Assistiamo in questa fase, tra il 45-46, a tentativi dell’Unione Sovietica di modificare gli
equilibri di potere nella regione compresa tra il Mediterraneo Orientale e Golfo Persico
andando ad incidere sulla situazione greca, turca e iraniana ma assistiamo ad una risposta
lenta ma molto ferma da parte di Washington che emerge non più come un punto di
riferimento del polo occidentale ma l’elemento trainante di questo contesto. E’ un teatro
importante questo perché avrebbe permesso a Mosca di incidere sugli equilibri di aree
cruciali dal punto di vista dei collegamenti marittimi e delle risorse presenti.

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Escalation della crisi diplomatica
Fino a questo momento i due contendenti avevano assaggiato le loro posizioni, era stata
soprattutto l’URSS ad avviare una postura particolarmente assertiva sul piano geopolitico
tentando di alterare gli equilibri di potere in Europa Orientale, e lì ci era riuscita, e nell’area
compresa tra Mediterraneo Orientale e Golfo Persico. Nel 1946 la sensibilità statunitense nei
confronti dell’Unione Sovietica vanno a cambiare in maniera radicale, si va a concludere
quella stagione segnata dalla sopravvivenza delle alleanze ostile alle potenze nazifasciste e
si pongono le basi per una contrapposizione che diventa sempre più chiara a livello
ideologico e propagandistico. Un primo passaggio chiave è quello rappresentato dal
Kennan’s Long Telegram, questo è un dispaccio che un esponente del corpo diplomatico
statunitense fa a Washington in seguito al “Discorso del Bolshoi” rilasciato da Stalin nel
febbraio del 46; durante questo discorso Stalin ripropone una serie di elementi che avevano
da sempre caratterizzato il messaggio sovietico sottolineando alcuni aspetti. In questo
discorso Stalin andava a riesaminare il secondo conflitto mondiale, sottolineando la
straordinaria capacità di resilienza della l’Unione Sovietica, evidenziava i terribili costi che
questa aveva dovuto sostenere ma soprattutto andava a puntare il dito contro i responsabili
dello scoppio del secondo conflitto mondiale, e il responsabile era individuato nel sistema
capitalista; la seconda guerra mondiale, secondo la rilettura di Stalin, era risultato di una
delle crisi che ciclicamente inviestivano il campo capitalista che era quindi responsabile di
questa situazione. Nel “Discorso del Bolshoi” Stalin dichiara l’incompatibilità tra il sistema
capitalista e quello marxista che si traduce nel modello sovietico, secondo Stalin. E’ un
discorso che viene fatto in un momento di crisi crescente tra i due alleati che avevano
combattuto durante il secondo conflitto mondiale, Kennan assiste a questo discorso e
partendo da queste considerazioni manda un telegramma a Washington scrivendo e
delineando i motivi per cui non è possibile considerare l’Unione Sovietica come alleato
evidenziando i fattori che rendevano, secondo lui, l’Unione Sovietica un nemico degli Stati
Uniti, un nemico con il quale non sarebbe stato possibile arrivare a compromessi anche per
motivi di natura strettamente ideologica. I punti salienti del telegramma sono:
● l’Unione Sovietica non poteva essere considerato un attore statuale come gli altri
essendo un attore statuale profondamente influenzato dalla dottrina marxista-
leninista, un attore statuale caratterizzato da un'influenza preponderante del dato
ideologico. Un attore che non risponde semplicemente a questioni di
riposizionamento geopolitico ma che puntava ad una supremazia globale, un attore
che secondo Kennan che si poneva direttamente in perenne guerra contro il
capitalismo. La fase di collaborazione del secondo conflitto mondiale doveva essere
considerata una parentesi che era servita a Mosca per sopravvivere ma che non
poteva durare.
● Kennan capisce che il problema dell’Unione Sovietica non è solo la sua aggressività
a livello ideologico, ma l’Unione Sovietica è la diretta erede dell’Impero Zarista ma in
sostanza l’URSS ha ereditato gli imperativi geopolitici della Russia zarista, una
Russia che era naturalmente portata ad espandersi e assumere una politica estera
molto aggressiva.
● Kennan non fa solo un’analisi ideologica o geopolitica ma guarda le dinamiche che si
vanno ad instaurare al di fuori della Unione Sovietica nei vari paesi al di là della
“Cortina di Ferro”. I paesi che sono al di qua della cortina vengono considerati da
Kennan sotto influenza sovietica e quindi oramai persi, o quasi persi ma al di là di
essa l’influenza sovietica secondo Kennan è molto più che una possibilità, è una

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minaccia che va affrontata. Per l’Unione Sovietica i partiti comunisti che operavano in
Italia, in Germania, in Francia erano considerati alleati, quinte colonne che un
domani avrebbero giocato un ruolo centrale nella rivoluzione che avrebbe
trasformato l’Europa in un sistema comunista. Al tempo stesso i partiti di sinistra, ma
non comunisti, erano considerati dei nemici da abbattere ad ogni costo perché
toglievano sostegno ai partiti comunisti e perché di fatto accettavano il fatto delle
cose accettando un compromesso con le potenze capitaliste.
Il Kennan’s Long Telegram rappresenterà le premesse sulle quali si andrà a costruire la
politica del containment, ovvero del contenimento, sarà una postura che caratterizzerà la
risposta statunitense nella prima e nella seconda fase delle “Guerra Fredda”, il tentativo di
contenere l’influenza sovietica, di ribattere colpo su colpo su quella che veniva percepita
come l’espansione di un nemico con il quale non si poteva pensare di addivenire ad un
compromesso. Questa postura alla quale contribuirà il discorso di Churchill a Fulton e che
verrà esposta in maniera compiuta da Truman l’anno successivo, che prenderà il nome di
“Dottrina Truman”.

Churchill’s Iron Curtain Speech (3/1946)

Churchill fece una disamina molto chiara in cui richiamava gli Stati Uniti ad assumere un
ruolo di guida del mondo libero e a prendere coscienza del fatto che il mondo fosse
cambiato, che l’Unione Sovietica era stato un importante alleato, un alleato con il quale si
era potuto collaborare nel corso del secondo conflitto mondiale ma che ora le cose stavano
cambiando. Questo discorso viene fatto nel 1946 quando il processo di sovietizzazione
dell’Europa Orientale è ancora in corso e in molti casi ancora difficile da immaginare.
Punti chiave del discorso di Churchill:
● Nessuno sa cosa l’Unione Sovietica e la sua organizzazione comunista
internazionale intenda fare nel futuro immediato.
● Comprendiamo che la Russia abbia bisogno di sicurezza sulle sue frontiere orientali,
rimuovendo la possibilità di una nuova aggressione tedesca ma è il mio dovere
evidenziare quella che è la situazione che ha luogo in Europa: da Stettino sul Baltico
a Trieste nell'Adriatico una cortina di ferro è discesa sul continente, oltre questa linea
vi sono le capitali di quei stati antichi dell’Europa Centrale Orientale. Tutte queste
città e le popolazioni si trovano sotto una sfera di influenza sovietica e sono tutte

95
soggette in una forma o in un’altra non solo all’influenza sovietica ma anche ad una
misura crescente di controllo da parte di Mosca.
Fa riferimento a quelle modalità attraverso cui Mosca faceva ricorso per sovietizzare intere
porzioni di Europa orientale facendo riferimento a come i partiti comunisti stessero
addivenendo ad una preminenza notevolissima e stessero cercando ovunque di ottenere
forme di controllo totalitarie. Ed infine fa riferimento alla questione turca e alla questione
iraniana.

Dottrina Truman (3/1947)


Questi passaggi, Kenna’s Long Telegram e il discorso a Fulton di Churchill, sono
propedeutici alla presa di posizione di Truman che in un discorso darà vita a quella che
viene definita alla “Dottrina Truman”. E’ una serie di presa di posizioni che avverrà senza
mai nominare l’Unione Sovietica ma definendo quest’ultima come il nemico del mondo
occidentale, una presa di posizione che divide il mondo in due sfere contrapposte e che in
un certo senso riflette le posizioni di Stalin il quale definisce questi due sistemi incompatibili.
E’ una posizione che crea una visione binaria del mondo che divide il mondo tra buoni e
cattivi e tra democrazie e autoritarismi; il nemico non è mai nominato ma è chiaro, è l’Unione
Sovietica e i suoi più stretti alleati. Vi era l’idea che gli Stati Uniti debbano ergersi a difensori
del mondo libero di fronte all’aggressività sovietica, questa postura si tradurrà in una serie di
accordi che mireranno a contenere l’influenza sovietica, non solo in questa fase ma
soprattutto in quella successiva. Con il discorso di Truman del maggio 47 di fatto si delinea
una postura sul piano strategico e geopolitico ben definita, una postura che è un non senso
dal punto di vista geopolitico perché sembra impegnare l’amministrazione americana a
rispondere a qualsiasi azione potenzialmente aggressiva avviata dall’Unione Sovietica. La
“Dottrina Truman” però rappresenta il culmine di questo sviluppo dottrinale che porta la
teoria del contenimento cioè l’idea che non si possa più permettere all’Unione Sovietica di
espandersi oltre e di ampliare il suo raggio d’azione ma sia necessario porre un freno.

Piano Marshall - European Recovery Program 1948-1952

Il “Piano Marshall” è un programma che viene varato nel 1948 ma arriverà a piena
realizzazione nel 1952 che prevede l’assegnazione di enormi risorse economiche per la
ricostruzione, per sostenere il processi di ricostruzione dell’Europa. E’ un piano che mette a

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disposizione 13 miliardi di dollari che potenzialmente avrebbero dovuto essere utilizzati per
la ricostruzione non sono dell’Europa Occidentale ma dell’interno teatro europeo. Il “Piano
Marshall” infatti inizialmente non era stato proposto ai paesi dell’Europa Occidentale, non
era stato posto alcun limite, il punto più significativo era quello che i paesi beneficiari di
questi fondi co-operassero nella gestione di queste realtà e di fatto aderissero a quella che
diventa l’Organizzazione per la Cooperazione Economica Europea (OECE) questo per
favorire anche l’interconnessione, per evitare una chiusura dei singoli paesi nelle loro realtà.
Inizialmente questo piano non è limitato all’Europa Occidentale, sembra che ci sia la
possibilità di estendere questo pacchetto di aiuti anche ai paesi dell’Europa Orientale e
all’Unione Sovietica stessa. Un programma di questo tipo però sottende molto di più, non si
tratta solo di fornire capitali per la ricostruzione ma anche di puntare a dar vita ad un sistema
economico integrato e questo ovviamente andava a collidere con gli interessi di Mosca che
invece puntava a mantenere una sua influenza totale, non solo sul piano politico ma anche
su quello economico; per Stalin il “Piano Marshall” è un mezzo per limitare l’influenza
sovietica sull’est Europa. La creazione dei paesi satelliti non serviva solo per uno scopo di
sicurezza ma puntava ad integrare un’intera porzione del continente europeo all’interno del
sistema sovietico. A sfruttare il “Piano Marshall” saranno i paesi dell’Europa occidentale
perché Stalin impone un veto per i paesi satelliti, di fatto Mosca risponde a questa iniziativa
con la creazione del COMECON che è il Consiglio per Mutua Assistenza Economica
varando un piano che fungesse da contraltare al “Piano Marshall”. Il problema è che
l’Unione Sovietica non disponeva dei fondi che Washington possedeva e di conseguenza il
COMECON si sarebbe rivelato un altro strumento volto ad asservire gli interessi dei paesi
satellite agli interessi dell’URSS.

Blocco di Berlino (6/48 - 5/49)

Abbiamo visto come le ultime grandi


conferenze interalleate avessero riproposto la
questione del futuro della Germania, i tre
grandi si erano riuniti e avevano stabilito la
necessità di addivenire non a paci separate
ma puntare alla caduta del regime nazista e
poi riconfigurare completamente il ruolo della
Germania nel futuro continente europeo. Il
problema è che le posizioni delle potenze
alleate erano profondamente differenti. La
conferenza di Potsdam aveva definito quella
che sarebbe dovuta essere la conformazione
della Germania dopo il secondo conflitto
mondiale ovvero la Germania divisa in
quattro settori di competenza, tre settori quelli
occidentali affidati alla Francia, Stati Uniti e
Regno Unito mentre l’altro è stato affidato
all’Unione Sovietica. In questa situazione
risaltava la questione di Berlino, la quale era
collocata geograficamente nella porzione
orientale del territorio tedesco quindi nella zona di occupazione sovietica, nonostante questa
sua collocazione però vista l’importanza che la città aveva sempre avuto nel contesto

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tedesco si era deciso di riproporre la divisione in quattro zone anche per la capitale tedesca.
Berlino era fisicamente collocata nella zona sovietica ma di fatto riproponeva al suo interno
una divisione in quattro zone, ancora una volta la porzione occidentale di Berlino tra le tre
potenze occidentali mentre quella orientale sotto controllo sovietico. Il collegamento tra i
territori della Germania occidentale e le porzioni di Berlino ovest sotto il dominio occidentale
era garantite attraverso collegamenti ferroviari. Tra le questioni dibattute a Potsdam vi era
anche quella delle riparazioni di guerra e si decide che non si può fissare una somma
univoca da chiedere al futuro stato tedesco e quindi nel frattempo ogni paese può
sostanzialmente recuperare i beni in natura dalle zone di occupazione e addirittura le
dotazioni industriali; soprattutto Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti adottano una politica di
sottrazione abbastanza ridotta mentre l’Unione Sovietica agisce con la mano pesante, ci
sono interi apparati industriali che vengono requisiti, smantellati e spostati in Unione
Sovietica. Bisogna considerare anche che l’inverno tra il 1945 il 46 è un inverno durissimo e
che la popolazione tedesca viveva in una difficoltà estrema, un paese che è uscito dal
secondo conflitto mondiale bombardato a tappeto, le istituzioni sono collassate, milioni di
morti soprattutto tra la popolazione adulta che poteva contribuire alla ricostruzione del
paese; il popolo tedesco visse una stagione particolarmente complessa, la situazione fu
particolarmente critica nei territori amministrati dall’Unione Sovietica dove si adottò
un’impostazione quasi predatoria. Le potenze alleate cercarono di addivenire ad una
soluzione, una soluzione che tardava ad arrivare, nel 1946 quindi l’URSS iniziò ad adottare
una serie di misure che sembravano stridere con gli accordi di Potsdam, che prevedevano la
divisione della Germania in quattro zone di occupazione ma in futuro la creazione di una
sola amministrazione, l’URSS iniziò ad applicare politiche, nella sua zona, in linea con i suoi
interessi e con la sua visione del mondo e quindi procede a nazionalizzare l’industria
pesante, quindi l’espropriazione della proprietà privata, e lo stesso fa nell’ambito agricolo
con la rottura dei latifondi rimasti facendo una distribuzione delle terre.
Il “Blocco di Berlino” è l’interruzione dei collegamenti terrestri tra Berlino ovest, ovvero la
porzione occidentale, e i territori occidentali della Germania, la scelta di attuare il blocco di
Berlino arriva dopo una serie di tentativi fallimentari portati avanti dalle quattro potenze
interessate di trovare una soluzione congiunta per la situazione tedesca; sostanzialmente è
una fase di stallo che si prolunga nel 1946 e nel 1947. Se da parte sovietica diventa sempre
più palese la volontà di applicare metodi amministrativi e strumenti in linea con i paesi
satellite, quello che diventerà il blocco occidentale non rimarrà a guardare; una delle misure
più significative è l’estensione del “Piano Marshall” anche ai territori tedeschi amministrati
dalle tre potenze occidentali, quindi i fondi del piano vengono impiegati anche per i territori
più occidentali della Germania e per Berlino ovest. L’afflusso di questi fondi chiaramente
incide profondamente su quelle che sono le condizioni di vita della popolazione locale, in
particolare mostra la diversità tra la situazione che viveva Berlino ovest e quella est, tutto
questo in un contesto già segnato dalla fuga di migliaia di persone dalle province orientali
tedesche a quelle occidentali perché oltre al timore che aveva scatenato l’occupazione della
Germania orientale da parte della armata rossa era evidente anche la disparità di
trattamento, non solo sul piano economico ma anche su quello politico. A completare questo
set di iniziative vi è la scelta di Parigi, Londra e Washington di introdurre una moneta unica
per le zone sotto il loro controllo e di unirle sotto un’unica amministrazione, quella che passa
alla storia come la “trizona”; dal punto di vista sovietico questo non poteva che esser letto
come un tradimento degli impegni di Potsdam che prevedevano un’unica amministrazione.
Mosca scatena una crisi dichiarando apertamente che sono le potenze occidentali a non
voler trovare una soluzione per la questione tedesca e vara il “Blocco di Berlino” nel giugno

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del 1948, vengono chiusi gli accessi stradali e ferroviari che collegavano la Germania
occidentale a Berlino ovest. I rischi che questo comportava tutto questo erano che le forze
militari occidentali finissero senza mezzi di sussistenza per mantenere l’occupazione e che
la popolazione civile rimanesse senza beni di prima necessità. Il blocco viene attuato non in
realtà per scatenare una crisi militare ma perchè la dirigenza sovietica fa una scommessa
ovvero che le potenze occidentali piuttosto che scatenare un nuovo conflitto si ritirino in
buon ordine perchè il “Blocco di Berlino” viene percepito come uno scacco matto (chiudo gli
accessi alla città, se rimani dentro non puoi rifornire le tue forze e sei responsabile della
situazione della popolazione locale), l’obiettivo era quello di spingere le forze occidentali a
lasciare la città, di fatto abbandonando le zone di Berlino ovest sotto loro controllo e
reintegrandola pienamente sotto controllo sovietico. Di fronte all’impossibilità di comunicare
con Berlino via terra si scelse la via aerea, sicuramente le potenze occidentali erano inferiori
in quel teatro dal punto di vista militare convenzionale in termine di mezzi, di uomini e di
risorse ma erano ancora estremamente efficienti sul piano logistico; venne attuato un ponte
aereo con l’obiettivo di rifornire non solo i contingenti alleati a Berlino ovest ma l’intera
popolazione che lì vi risiedeva. Quando questo ponte aereo viene attivato pienamente si
stima che atterrassero negli aeroporti di Berlino un velivolo ogni minuto e mezzo; si trattò di
un autogol clamoroso da parte sovietica, non solo gli occidentali erano riusciti a bypassare il
blocco ma l’immagine che l’URSS aveva proiettato di sé era quella di un attore che piuttosto
che perdere era disposto a far morire la popolazione. Il blocco viene interrotto a meno di un
anno dal suo inizio, nel maggio del 1949, era diventato un’arma al servizio della propaganda
occidentale e propedeutico alla definitiva, per il periodo, della Germania. Nel corso del 1949
addiveniamo alla separazione tra la Repubblica Federale Tedesca (Germania Occidentale)
e Repubblica Democratica Tedesca (Germania dell’Est). La Germania dell’Est diventerà a
tutti gli effetti un paese satellite, l’emblema dell’essere un paese satellite, mentre quella
occidentale è un’enorme incognita, un paese appena uscito dal conflitto e considerato
colpevole del secondo conflitto mondiale e nei confronti del quale c’era ancora un’attenzione
fortissima dai proprio “vicini” (Belgio, Francia). Nel giro di pochissimo tempo passerà ad
essere un paese formalmente parte dell’occidente ma posto su un piano di inferiorità ad
essere un tassello fondamentale per il blocco occidentale.

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Contenimento: dal patto di Bruxelles al Patto Atlantico
Il processo che porta alla formazione della NATO è un processo abbastanza lungo e
inizialmente tutt’altro che scontato, vi sono resistenze da più parti. Venne fatto un “Trattato
del nord Atlantico” il quale è un trattato di alleanza, in linea teorica dovrebbe coinvolgere i
paesi che si affacciano sull’atlantico del nord, ma il trattato viene siglato da paesi che non si
affacciano sull’Atlantico, come l’Italia, e questo evidenzia alcuni fattori che sono significativi
ovvero la volontà di dar vita ad un trattato che possa fungere da contraltare, che possa
bilanciare quella che era percepita essere la superiorità convenzionale dell’Unione Sovietica;
creare una alleanza che realmente potesse contare su due pilastri: un pilastro europeo
occidentale e un pilastro dell’America del Nord (USA, Canada).

La NATO di allora era costruita per contrastare un nemico ovvero il polo sovietico, un polo
che nel 1949 poteva contare anche sulla Repubblica Popolare Cinese. Vi era un nemico, ma
due bacini principali: l’Atlantico settentrionale e il Meditarreno. Non era scontato che il
trattato venisse aperto anche all’Italia anche perché un impegno che includesse anche
l’Italia implicava una proiezione di potenza molto forte sul Mediterraneo; a spingere affinchè
l’Italia fosse parte di questa alleanza e affinchè anche il Mediterraneo fosse incluso in questo
sistema fu soprattutto la Francia perché era chiaro che il Mediterraneo rischiava di essere
uno dei teatri centrali dello scontro. I paesi che siglarono il “Patto Atlantico”, nella sua
versione originaria, furono: Canada, Stati Uniti, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Francia,
Regno Unito, Norvegia, Danimarca, Islanda, Portogallo e l’Italia; il “Patto Atlantico” viene
definito nel 1949 ma la membership per il patto verrà estesa e di conseguenza nel 1952
diventano membri effettivi anche Grecia e Turchia e infine nel 1955 la Repubblica Federale
Tedesca entra a far parte del “Patto Atlantico”. Verrà creata, nel 1952, l’Organizzazione del
Patto Atlantico per coordinare al meglio gli sforzi dei paesi membri.

100
Repubblica Popolare Cinese: antefatti. Lotte intestine e guerra sino-giapponese

Avevamo lasciato la Cina alla fine del


secondo conflitto mondiale, avevamo
evidenziato come la Cina avesse dovuto
far fronte ad una fase di guerra civile
molto intensa e poi al rafforzamente
dell'offensiva giapponese; un’offensiva
giapponese che in una prima fase aveva
portato alla costruzione dello stato
fantoccio "Manchukuo" e che poi invece
aveva portato ad un attacco diretto alle
principali città dell’entroterra e delle
coste cinesi da parte del Giappone.
Questa offensiva si era tradotta in
atrocità durissime, atrocità che in parte
spiegano quella che è la forte ostilità che
ancora segna i rapporti tra i paesi
dell’area, spiega anche le difficili
relazioni che ci sono tutt’ora tra
Giappone, Repubblica Popolare Cinese,
Taiwan, Corea del Sud. Di conseguenza
lasciamo la Cina investita da questa
guerra civile che passa in secondo piano
a causa dell’offensiva giapponese; nei
primi anni 30, alcune basi comuniste cinesi nel sud del paese finiscono sotto l'aggressione
della componente nazionalistica e questo porta Mao Zedong e i suoi più fedeli sostenitori ad
abbandonare le basi nel sud della Cina e ad avviare la “Lunga Marcia” che luogo tra il 1934-
35 che è presentata come la ritirata della compagina comunista dal sud verso una base
sicura nel nord la quale viene realizzata con sacrifici enormi, si stima che sopravvissero 20
mila individui dei 100 mila che partirono. Questo non si trattò solo di una ritirata ma fu
l’occasione per Mao Zedong e i suoi fedeli si portare e diffondere il loro messaggio e la loro
visione del mondo, è come se in questa fase il Partito Comunista Cinese avesse gettato i
semi per la sua diffusione soprattutto nelle regioni rurali della Cina, al di fuori delle grandi
città. Mano a mano che queste componenti si spostavano gestivano il territorio, si
avvicinavano ai contadini e attuavano processi di redistribuzione delle terre, armavano i
contadini e addestravano nuclei che si sarebbero poi evoluti e sarebbero entrati a far parti
delle forze che avrebbero sostenuto Mao e i suoi compagni nella guerra successiva. Questa
fase di confronto interno alle diverse fazioni cinesi si interruppe nel 1937, Chiang Kai Shek
fu obbligato dai suoi stessi uomini ad interrompere questa campagna fratricida per
rispondere all’aggressione giapponese che si faceva via via sempre più importante ed
intensa.

Repubblica Popolare Cinese: 1949


Una volta terminato il conflitto tra Giappone e Cina, conflitto che vedrà vincitore le forze
cinesi, il paese si trova in ginocchio; è una situazione estremamente difficile per il paese, un
paese prostrato dal secondo conflitto mondiale che aveva visto la resa delle forze
giapponesi presenti sul territorio, fino al 47 però vi è una fragile tregua patrocinata dagli Stati

101
Uniti che puntano a giocare un ruolo centrale in Cina. Nel 1947 questa tregua viene a meno
e viene interrotta, vi è una ripresa della conflittualità tra le forze del Kuomintang e le
compagini comuniste, le forze comuniste per lunghi anni sono state estremamente efficaci
nei confronti dell’occupazione giapponese dando vita a operazioni di guerriglia che avevano
inflitto perdite pesanti al Giappone e reso insicuri i territori che esso controllava e di fatto
riuscirono a mettere le mani su buona parte delle dotazioni militari giapponesi; d’altra parte il
Kuomintang era fermamente in controllo delle principali città cinesi e poteva contare sul
sostegno americano che si tradusse in un finanziamento importante per le sue attività, un
flusso di risorse economiche significative e anche dotazioni militari all’avanguardia. Nel 1947
questa nuova fase di conflitto sembra arridere alle forze del Kuomintang che lancia una serie
di offensive di successo ottenendo importanti vittorie soprattutto nel nord, questa prima fase
però farà sì che le forze di Chiang Kai Shek si distrubiscano sul territorio cinese e che le
linee di comunicazione fra diversi corpi d’armata siano estremamente tenui, non difendibili
anche perchè le forze comuniste avevano affinato le tecniche di guerriglia durante la
seconda guerra mondiale e quello era un terreno che per loro era più favorevole. Il
Kuomintang denotò una serie di carenze notevoli, forse l’errore maggiore fu quello di non
riuscire a mettere un freno alla corruzione dominante e crescente nei territori controllati dal
Kuomintang, una corruzione che rendeva impossibile la vita della cittadinanza e che non
faceva che favorire la propaganda del Partito Comunista Cinese; una corruzione che
limitava anche le capacità di governo del Kuomintang che tra l’altro non riuscì ad incidere in
maniera significativa sulle necessità di una popolazione che era uscita stremata dal conflitto.
Tutti questi fattori, uniti alla distanza che separava i comandi del Kuomintang tra di loro,
favorì una graduale, lenta ma continua ripresa delle forze comuniste che adottarono una
postura strategica che più tardi sarebbe stata definita “dell’accerchiamento delle città da
parte delle campagne”. La Cina era di fatto un territorio enorme con una popolazione
estremamente variegata, le città erano sicuramente le aree che aveva attratto i maggiori
investimenti, più densamente abitate, più conosciute ma la Cina di allora era un paese
essenzialmente rurale e il Partito Comunista Cinese punta su questi fattori modificando
anche la sua impostazione per venire incontro alle specificità del sistema cinese puntando
ad ottenere il controllo nelle zone rurali; interrompe anche i canali di comunicazione tra le
principali città, che una dopo l’altra soprattutto nel corso del 1948-49, cadono sotto il
controllo comunista. Il primo ottobre del 1949, dopo che Chiang Kai Shek e i suoi ultimi
sostenitori hanno abbandonato l’entroterra cinese per trasferirsi a Taiwan, quel giorno viene
dichiarata la nascita della “Repubblica Popolare Cinese”. L’anno successivo, nel 1950, viene
stilato un trattato di alleanza e di reciproca assistenza tra l’Unione Sovietica e la Repubblica
Popolare Cinese. Nel giro di tre anni gli equilibri internazionali sono mutati in modo drastico,
abbiamo visto in Europa il consolidamento della frattura, mentre in estremo oriente un
cambio completo di prospettiva e di equilibrio con il paese più popoloso al mondo sotto il
controllo del Partito Comunista Cinese e allineato a Mosca.

102
Alleanza russo-
cinese e

consolidamento del blocco sovietico (1950)

103
Nel 1950 gli equilibri sono totalmente cambiati, l’alleanza russo cinese era estremamente
significativa anche da un punto di vista geopolitico; non si tratta solo di un ampliamento
enorme da un punto di vista demografico e geografico del polo sovietico. Dal punto di vista
geopolitico era significativo perché così facendo il polo a guida sovietica, non solo poteva
guardare all’Oceano Pacifico, ma aveva una presenza molto significativa sull’Oceano
Pacifico, la prese delle formazioni comuniste della Cina apriva il campo ad un ampliamento
delle rivoluzione anche potenzialmente del sud-est asiatico che era un altro ambito cruciale
per gli Stati Uniti.

104
Antecedenti Guerra di Corea

La penisola coreana era un teatro marginale nel contesto del periodo, era considerata
un’area periferica da Washington, le considerazioni erano più o meno simili per l’Unione
Sovietica, questo non significa però che i due poli, le due superpotenze non fossero disposti
a competere per la supremazia in quel contesto. Sebbene il valore della penisola coreana
fosse ridotto non controllarla però veniva letta come una sconfitta, soprattutto se fosse stata
controllata dalla controparte. E’ importante parlare della Guerra di Corea e della crisi che
investì la Corea tra il 1950-53 perchè la penisola coreana viveva una situazione assimilabile
a quella tedesca. Nell’agosto del 1945 infatti si era deciso per una sostanziale divisione della
penisola in due amministrazione, una settentrionale ed una meridionale divise lungo il
trentottesimo parallelo avendo nel nord una prevalenza sovietica mentre al sud quella
statunitense. Così come avvenuto in Germania si cerca di risolvere il problema in Corea,
l’idea è quella di addivenire, anche in questo caso, ad un'unica amministrazione e superare
questa fase di divisione; in realtà però anche qui si incontrano ostacoli, anche in questo caso
le due superpotenze “giocano sporco”, formalmente dichiarano di voler dar vita ad
un’amministrazione unita ma dall’altra parte portano avanti i loro interessi nell’area. Tra le
due superpotenze la più attiva è l’Unione Sovietica la quale punta su un leader, Kim il Sung,
il quale ha delle doti fuori dal comune sia dal punto militare e politico che riesce rapidamente
come figura dominante della parte settentrionale della penisola coreana e che gode anche di
un sostegno economico e un’assistenza tecnica significativa; sotto la guida di Kim il Sung il
partito comunista attua una serie di riforme che vanno a diretto vantaggio delle popolazioni
locali: l'espropriazione dei terreni dei grandi latifondi, la ridistribuzione delle terre, la
creazione di forme di gestione collettiva dei mezzi di produzione. Il sud invece è molto più
diviso al suo interno, vive episodi di corruzione molto diffusi, il sostegno statunitense delle
province meridionali è presente ma non determinante dato che in questa fase gli USA sono
molto più proiettati sul Giappone e sulla Cina fino a che rimane in gioco il Kuomintang che
sulla Corea. Nella parte settentrionale emerge la leadership di Syngman Rhee ed in questa

105
fase assistiamo ad una diversità e disparità di azioni: nel nord l’influenza sovietica si fa
sempre più significativa sotto una leadership che riesce ad attecchire mentre nel sud la
situazione è molto più variegata non vi è un’insieme di vedute tra la leadership locale e la
popolazione ed il coinvolgimento statunitense è limitato. Il parallelo con la situazione che
stava succedendo in Germania deriva dalla divisione in due zone.

Guerra di Corea (1950-53)

Dopo la proclamazione della Repubblica Popolare Cinese però i termini dell’equazione


cambiano perchè a questo punto Kim il Sung, il punto di riferimento del nord della Corea,
può contare non solo sul sostegno sovietico ma anche sul sostegno della Repubblica
Popolare Cinese. Mao è riuscito a completare ed estendere il controllo sulla quasi totalità dei
territori cinesi ed ora può anche dedicare e spostare parti delle risorse a sostegno di quello
che potenzialmente può essere un alleato estremamente importante. Nel giugno del 1950 le
forze di Kim il Sung si muovono da nord verso il sud, lanciano un’offensiva che travolge le
posizioni delle forze del sud della Corea. Il destino della penisola sembra segnato, è in
questo momento che entrano in gioco le Nazioni Unite, viene chiesto l’intervento di esse
perché l’offensiva di Kim il Sung viola quelli che erano i termini stabiliti dell'armistizio. Il
“consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite” recepisce la richiesta proveniente dalla Corea e
dichiara che l’offensiva lanciata da Kim il Sung viola il diritto internazionale e chiama la
comunità internazionale a ristabilire l’ordine. L’Unione Sovietica non interviene in questo
nonostante avesse il diritto di veto e poteva impedire che venga lanciata un’operazione
legittimata dalle Nazioni Uniti per fermare l’avanzata di un suo partner questo viene fatto per
protesta; il delegato sovietico presso il consiglio di sicurezza si era ritirato per protesta
contro il fatto che il seggio cinese, che portava con sé il diritto di veto, fosse rimasto sotto
controllo delle forze nazionaliste che erano riparate a Taiwan e non fosse in realtà
espressione della Repubblica Popolare Cinese. In assenza del rappresentante sovietico il
consiglio di sicurezza può deliberare con tutti i membri a favore che riporti l’ordine e che

106
riporti l’ordine riporti la situazione allo status quo ante. C’è bisogno di tempo per
riorganizzare le posizioni, gli Stati Uniti sono presenti con la leadership del generale
MacArthur in Giappone ma non sono pronti a lanciare immediatamente una nuova offensiva,
le forze di Kim il Sung dilagano e superano il trentottesimo parallelo, scendono lungo tutto il
corso della penisola e vengono di fatto fermate attorno ad un angolo della penisola, quello
sud-orientale, il perimetro di Pusan ovvero una zona che rimane sotto il controllo delle forze
legate al regime sud-coreano e che ospita al suo interno delle forze occidentali. Il generale
MacArthur si pone alla guida di una formazione che punta alla liberazione di territori occupati
da Kim il Sung, riuscirà attraverso un’operazione ad invertire le sorti del conflitto; sbarcherà
alle spalle del nemico ad Incheon la quale avrà un enorme successo, non solo le forze degli
USA ricacciano le armate di Kim il Sung oltre il trentottesimo parallelo ma si spingono più a
nord. Andando più a nord vi è il territorio cinese, quindi l’avanzata verso nord viene percepita
da Pechino come una minaccia diretta ed il governo cinese chiede all’offensiva statunitense
di smetterla di avanzare perchè se no questa avanzata viene percepita come una potenziale
minaccia. Le forze guidate dagli Stati Uniti continuano a proseguire e qui entra in gioco il
ruolo cinese, centinaia di migliaia di volontari cinesi si muovono lungo il confine e danno
manforte a Kim il Sung con sacrifici enormi. Questo coinvolgimento è determinante per
invertire le sorti del conflitto, grazie al sostegno ottenuto dalla Repubblica Popolare Cinese,
Kim il Sung guida una contro-controffensiva che respinge MacArthur e le sue forze lungo
una linea di armistizio, lungo la stessa linea precedente. Nel 1953 questo conflitto viene
congelato attraverso una tregua, si stabilisce il trentottesimo parallelo come limite e anche
qui si addiviene alla nascita di due stati sovrani ed indipendenti, la Corea viene divisa tra
Corea del Nord e Corea del Sud; una divisione, che a differenza del caso tedesco, prosegue
anche nei nostri giorni.

Integrazione europea in risposta alla minaccia sovietica


Mentre aveva luogo la definizione dei confini del fronte europeo, mentre i due blocchi si
consolidavano sul piano militare: 1949 il “Patto Atlantico”, 1952 creazione della NATO, 1955
si sarebbe dato vita al Patto di “Varsavia”, la sovietizzazione dell’Europa Orientale,
l'inglobamento del Mediterraneo Orientale sotto l’ombrello di protezione statunitense,
abbiamo visto la Cina e il suo cambiamento di guida, la situazione tedesca ed infine la
situazione coreana. Mentre tutto questo aveva luogo ci si interrogava, in Europa, sul futuro
politico del continente, era un interrogativo che si faceva sempre più pressante; i paesi
dell’Europa occidentale si percepivano come sotto una minaccia imminente, non è che la
“Cortina di Ferro” fosse un problema per il solo fatto che tutta l’Europa Orientale era sotto
l’influenza sovietica, la “Cortina di Ferro” era un problema perchè non era una grande
muraglia, era sostanzialmente il nemico alle porte, erano le unità sovietiche a pochi
chilometri dalle principali capitali dell’Europa Occidentale, erano negli occhi dei leader di
allora l'infiltrazione dei loro paesi da parte di quinte colonne comuniste, vi era il rischio che
Mosca spingesse per rivoluzioni nei singoli paesi, erano il timore che gli Stati Uniti non
avrebbero in realtà mantenuto la parole e non sarebbero intervenuti in difesa del continente
qualora l’Unione Sovietica si fosse mossa. In tutto questo la Guerra di Corea, l’offensiva
lanciata da Kim il Sung lanciata verso il sud della Corea viene letta in occidente come il
tentativo di Stalin di saggiare la risposta occidentale come la prova generale di un possibile
conflitto in Europa Occidentale. Non è solo l’Europa Occidentale a temere questo, ma anche
Washington si pensa ci sia la volontà di Mosca di risolvere la questione dopo aver subito
uno scacco pesante a Berlino. Nei comandi, soprattutto statunitensi e britannico, si fa
sempre più strana l’idea che non sia possibile difendere l’Europa Occidentale senza un

107
pieno coinvolgimento sul piano militare della Germania, un pieno reintegro tedesco sul piano
militare ed industriali dato che non vi sono uomini e unità sufficienti, infatti il divario di forze
in campo è enorme ed è determinante perché dal 1949 gli USA non sono più i soldi a
possedere l’arma atomica, il fatto che anche l’URSS disponesse dell’arma atomica fa venire
più di un dubbio in merito all’utilizzo da parte di Washington dell’ordigno per proteggere
qualcosa che non sia il suo territorio. Inizia un processo che punta a rafforzare l’integrazione
dei paesi dell’Europa Occidentale su diversi livelli. Parigi cerca di evitare in ogni modo il
pieno riarmo tedesco, ed è una posizione legittima dato che siamo a pochi anni dalla fine del
secondo conflitto mondiale e che per due volte nel giro di 20-30 anni c’è stato il rischio di
essere controllati direttamente dalla Germania. Monnet, uno dei padri fondatori dell’Europa,
si farà promotore di una serie di iniziative che puntano a favorire un’integrazione controllata
della Germania sul piano economico soprattutto, poi sul piano militare ed infine sul piano
politico; paradossalmente tutto muove non dalla volontà di dar vita ad un’Europa unita, ma
dal tentativo della rinascita di un nemico mortale come era stato la Germania. Sul piano
economico Monnet svolge il “Piano Schuman" dando vita ad un piano ambiziosissimo
rivoluzionario per i tempi, nel 1950 si propone di condividere ciò che era stato percepito
come uno dei principali driver del primo e del secondo conflitto mondiale ovvero il controllo
del settore carbo-siderurgico. Inizialmente si punta a dar vita ad un mercato franco-tedesco
integrato, per quanto riguarda il carbone e l’acciaio. Dal “Piano Schuman” si passa alla
CECA, ovvero la comunità europea del Carbone e dell’Acciaio, un’integrazione sul piano
europeo con diversi attori europei.

Seconda fase della Guerra Fredda (1953-62): coesistenza competitiva


E’ una fase ridotta dal punto di vista temporale ma significativa con dei passaggi importanti.
In questa fase si registra l’avvio di un nuovo corso, vi sono dei cambi di leadership sia
all’interno degli Stati Uniti che all’interno dell’Unione Sovietica. In Unione Sovietica alla
morte di Stalin segue una fase di direzione collegiale, ovvero una sorte di direttorio che
riunisce diversi leader politici, tra questi emergerà Chruscev che non solo guiderà il paese
negli anni 50 e 60 ma imprimerà anche una svolta sul piano politico interno e sul piano della
politica internazionale. Ci soffermeremo sul processo di destalinizzazione e il concetto di
coesistenza competitiva. In ambito statunitense invece viene nominata la presidenza
Eisenhower nel 1953 e rimarrà in carica fino all’avvento di Kennedy nel 1961; anche in
questo caso l’avvento di Eisenhower e l’arrivo di Kenedy imprimono una svolta sul piano
della politica interna ma soprattutto di quella internazionale. Eisenhower viene eletto con un
programma che mira ad invertire un trend precedente percepito come troppo morbido nei
confronti della minaccia sovietica; non a caso la sua amministrazione ruota attorno a due
concetti: il new look ovvero un nuovo approccio sul piano militare, una postura che guardi
piu’ al ricorso dell’arma atomica e alla rappresaglia massiccia ovvero a fronte di una
violazione dell’Unione Sovietica viene contemplato un ricorso all’uso massiccio dell’arma
atomica e l’altro è concetto di rollback ovvero l’idea non solo di schierarsi dietro la dottrina di
containment ovvero contenere l’espansione sovietica ma ricacciare indietro l’Unione
Sovietica facendole perdere le posizioni che aveva acquisito. E’ un concetto che funziona
sul piano propagandistico ma che di fatto non ha praticamente alcuna reale incidenza sul
piano sostanziale. E’ una fase questa che registra una completa ristrutturazione dei blocchi:
nel 1955 la Repubblica Federale Tedesca entra nella NATO, dall’altra parte viene fondato il
“Patto di Varsavia”; gli Stati Uniti daranno vita ad una serie di alleanze che sembrano
circondare con una grande muraglia idealmente quella che è il cuore dell’Unione Sovietica

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per limitare l’espansione. I due blocchi devono far fronte a crisi sistemiche di natura interna
ed esterna, l’URSS deve fare i conti con una serie di sollevazione importanti (Germania,
Polonia ed Ungheria) negli anni cinquanta ma anche in campo occidentale la situazione non
era rosea, la questione dell’Indocina che si risolve nel 1954 con un accordo non sottoscritto
dagli Stati Uniti perché sembra prefigurare una sovietizzazione futura dell’area e poi nel
1956, un momento fondamentale, la “Crisi di Suez (1956)”. Paradossalmente questo dover
affrontare crisi entrambi significative, crea lo spazio per una fase distensione quindi prevale
un concetto di coesistenza competitiva ovvero l’idea che i due poli possano continuare a
portare avanti le loro visioni differenti, possano continuare a contrapporsi l’un l’altro senza
necessariamente arrivare ad un incontro armato. L’apice della prima distensione è il 1959, in
piena Guerra Fredda, abbiamo prima la visita di Nixon, vice presidente americano, a Mosca
e poi poco tempo dopo la visita di Chruscev negli Stati Uniti con dei dialoghi, degli scambi
molto aperti; una comunicazione che sembra impossibile ricondurre alla Guerra Fredda,
Chruscev portò un cambiamento nelle relazioni diverso da Stalin caratterizzato da un forte
pragmatismo, da una fede molto forte che nell’idea che il comunismo avrebbe prevalso non
con la forza ma con l’esempio attraverso risultati incontrovertibili e questo lo rendeva
disponibile a scambiare opinioni, ad arrivare ad una discussione all’interno della fiera di
Mosca con il polo americano con i leader che si scambiavano le impressioni relativamente a
cosa significasse vivere da una parte o dall’altra del mondo. La prima distensione ha
termine, e finisce con una polarizzazione crescente tra i due attori, con una contrapposizione
sempre piu’ forte che si va a consolidare su tre direttrici principali: la Germania e Berlino,
Cuba (simbolo della Guerra Fredda) ed infine con la corsa agli armamenti e la corsa allo
spazio.

Blocco sovietico
Stalin muore nel marzo del 1953 senza lasciare un successore designato ed emerge una
direzione collegiale dell’Unione Sovietica che riunisce diversi attore di primo piano:
● Malenkov, il primo ministro, che sembrava essere l’indiziato numero uno per essere il
successore di Stalin
● Molotov ministro degli esteri
● un’altra figura circondata da un alone di mistero che era Berija il quale era stato il
capo della polizia segreta dell’Unione Sovietica, il primo artefice del processo di
sovietizzazione dell’Europa Orientale, l’esecutore di molte delle purghe staliniane, è
lui ha ordinato il massacro di Katyn dove persero la vita il corpo militare polacco
● Chruscev segretario del partito comunista che partiva dalle retrovie ma
successivamente si sarebbe imposto come leader dell’Unione Sovietica in particolare
venuta meno la figura di Berija.
Berija viene considerato troppo pericoloso e troppo legato all’epoca precedente, venne
incriminato e poi fucilato. Fu l’ultimo leader sovietico di peso ad essere nella classe dirigente
del paese, ad essere eliminato in questo modo. Nel 1955 la transizione è compiuta, il punto
di riferimento è Chruscev, egli assume questa posizione e nel 55 fa valere il suo peso
specifico. Non è un caso che nel 1955 abbiamo la creazione del “Patto di Varsavia", però tra
il 55 e il 56 che assistiamo ad una transizione sul piano ideologico molto importante, una
transizione che ruota attorno ad un duplice concetto: quello della coesistenza competitiva e
quello di destalinizzazione.

109
La postura internazionale
Sul piano internazionale il 55 è un anno importante perchè dopo che la Repubblica Federale
Tedesca entra nella NATO abbiamo la creazione del “Patto di Varsavia”, un patto che è un
trattato che non si esclude solo sul piano militare ma che investe tutta una serie di altre
realtà ma che sostanzialmente viene pensato e strutturato come un contraltare della NATO.
I paesi aderenti sono Albania, Bulgaria, Cecoslovacchia, Polonia, Repubblica Democratica
Tedesca, Romania, Ungheria e Unione Sovietica. E’ una risposta diretta all’ingresso della
Repubblica Federale Tedesca nella NATO e sarà il contraltare della NATO per tutta la
“Guerra Fredda” anche se le due grandi alleanze non si scontreranno mai sul campo, anzi il
“Patto di Varsavia” verrà impiegato più per mantenere il controllo sull’Europa Orientale ed
evitare movimenti dissidenti che per altre ragioni. L’altra scelta importante riguarda l’Austria,
l’Austria viveva una situazione particolare; era un paese che a distanza di dieci anni dalla
fine del conflitto era occupato, vi erano forze occidentali e sovietiche sul territorio. Mosca si
fa promotrice di un’iniziativa ovvero trasformare l’Austria in uno stato cuscinetto, trasformare
l’Austria in un paese neutrale. Chruscev propone il ritiro delle sue truppe in cambio di una
neutralità, una misura che sembra avere poco senso ma che in realtà ha una visione
strategica di più ampio respiro, da una parte implica un allentamento della tensione e
dall’altra sottolinea l’apparente volontà sovietica e fa sì che l’Austria possa essere
considerata fuori dai giochi sul piano militare; l’Austria era un paese culturalmente,
economicamente e politicamente si percepiva come saldamente collocata nel piano
occidentale ma per tutto il corso della Guerra Fredda si dichiara neutrale facendo sì che tutta
l’attenzione si vada a spostare sulla linea di faglia principale ovvero quella che separa la
Repubblica Federale Tedesca dalla Repubblica Democratica Tedesca. E’ una fase questa
che registra un fortissimo attivismo sovietico sul piano internazionale, soprattutto nei paesi
del cosiddetto “Terzo Mondo”. In questi anni l’URSS crea legami politici, economici e militari
con molti paesi che fino a quel momento erano stati vicini al polo occidentale (Siria
precedentemente controllata da Parigi ed infine l’Egitto, prosegue la collaborazione con la
Cina, si rafforzano i legami con l’India e la Corea del Nord) e vi è il tentativo di penetrare con
maggior forza nel continente africano. Il modello di liberalismo economico statunitense si
presentava come più appetibile per paesi già sviluppati, per i paesi invece che dovevano
avviare questo processo il modello sovietico sembrava naturalmente migliore perchè era
percepito come piu’ vicino, l’URSS aveva dato vita ad un processo di modernizzazione in un
lasso di tempo estremamente ridotto e si dichiarava disponibile a fornire il sostegno
necessario per adottare questi processi di transizione.

Riconfigurazione dell’URSS sul piano ideologico e sul piano interno: coesistenza


competitiva e destalinizzazione
Il momento chiave è il ventesimo congresso del PCUS, ovvero il partito comunista, un
congresso che riunisce delegati da tutto il mondo, un congresso che sancisce la leadership
di Chruscev ma che soprattutto che enuncia i capisaldi del nuovo corso dell’Unione
Sovietica sotto la nuova leadership. In occasione del ventesimo congresso vengono rilasciati
due discorsi: uno pubblico e uno segreto. Quello pubblico adottava toni molto conciliati sul
piano internazionale, presupponeva che vista la fortissima crescita sovietica e i paesi
dell’Europa Orientale, vista la capacità di favorire un processo di modernizzazione molto
efficace; viste queste premesse fosse possibile spostare il territorio della competizione dal
piano prettamente militare a quello economico ed in subordine politico. Chruscev diceva che
l’Unione Sovietica che il proprio modello è un modello di successo, non ha nulla da invidiare
a quelli occidentali ma è nettamente superiore. L’obiettivo finale, quello di una rivoluzione

110
globale che affranchi l’uomo dalla schiavitu’ del capitale, si può ottenere non per forza con le
armi ma attraverso una serie di successi che porteranno sempre più paesi ad adottare il
modello comunista. Da qui l’idea che si può dar vita ad un fase di coesistenza competitiva,
può esistere un mondo con due modelli economici antitetici, in competizione tra loro, senza
arrivare ad uno scontro militare diretto. L’altro tema significativo era l’idea che ci potevano
essere vie diverse per arrivare al socialismo, quindi il tentativo di ricollocare all’interno del
polo a guida sovietica anche realtà un po’ eccentriche come la Jugoslavia di Tito e l’Albania.
Con Stalin il passaggio da un paese di stampo liberale ad un paese socialista prevedeva
che questo paese seguisse il modello sovietico, l’Unione Sovietica era il modello da seguire,
bisognava da un punto di vista ideologico seguire questo passaggio. All’interno del polo
sovietico vi erano però esperienze che reclamavano una propria particolarità, impostazioni
marcatamente differenti, casi significativi erano quello Jugoslavo ed infine quello albanese;
questo rompeva l’unità del campo socialista. Questa dichiarazione di Chruscev è un invito a
rinsaldare le fila dicendo che l’Unione Sovietica è un modello ma ce ne possono essere altri,
era una posizione di forma che sostanza. Molto più importante è il processo di
destalinizzazione che viene lanciato quando viene pronunciato il discorso segreto di
Chruscev, in questo discorso il leader sovietico denuncia le atrocità commesse da Stalin,
attacca il mito della sua infallibilità e denuncia anche il culto della persona che Stalin aveva
alimentato; non solo le atrocità del regime di Stalin vengono denunciate ma vengono
condannate anche le purghe staliniane che colpirono ampi strati della popolazione sovietica
ma anche esponenti chiave della dirigenza sovietica. Questo discorso segna l’avvio di un
processo di destalinizzazione, gli uomini più fedeli a Stalin vengono caldamente invitati ad
abbandonare le posizioni che occupavano ed un nuovo corso viene avviato. Le forze di
sicurezza interne e l’intelligence continuarono ad avere un controllo fortissimo sulla società
civile ma non paragonabile a quello accaduto durante la leadership di Stalin.
Paradossalmente questo però se da un lato vale al leader sovietico risultati importanti in
termine di relazione con l’occidente segna l’inizio di un processo di allontanamento tra
Unione Sovietica e Repubblica Popolare Cinese, perché Mao ci mette poco a fare un
ragionamento semplice: sono bastati tre anni per colpire una figura come Stalin e quando ci
vorrà perché questo accada nel contesto cinese? Questa è una lettura banalizzante della
situazione, a separare Mao e Chruscev vi erano diversi elementi soprattutto alla fine degli
anni cinquanta. L’altro tema importante è che questa apertura viene letta anche da diversi
popoli come una possibilità di ridurre il controllo esercitato dall’Unione Sovietica sui loro
paesi e questo genera sollevazioni e proteste.

Soppressione della rivolte in Polonia


Le prime proteste di peso scoppiano ben prima del 56 ma nel 56 nella Germania dell’Est e
vengono soppresse con una durezza esemplare. Le proteste però legate al nuovo corso
inaugurato da Chruscev hanno luogo in Polonia e si apre una crisi che investe la Polonia e
che va dal giugno del 1956 all’ottobre del 1956. Sono vere e proprie rivolte con
manifestazioni di piazza; le rivolte in Polonia non produrranno una rottura tra la classe
dirigente locale e Mosca ma si arriverà ad una soluzione di compromesso. Le rivolte in
Ungheria però avranno un esito completamente diverso, in Polonia sostanzialmente si
hanno una serie di manifestazioni che inizialmente hanno a che fare con la durezza delle
condizioni imposte ai lavoratori ma che poi ben presto assumono toni sempre più politici. I
manifestanti in particolare chiedono la liberazione e il pieno reintegro di un esponente del
partito comunista polacco che era stato travolto dalle purghe di Stalin ovvero Wadyslaw
Gomulka. La risposta sovietica si sostanzia nell’uso della forza, vengono mandate le forze di

111
polizia nelle piazze per sedare le manifestazioni ma l’intervento di queste forze non riesce a
placare le proteste, non dimentichiamoci che è in Polonia che viene fondato un anno prima il
“Patto di Varsavia”, era anche una questione simbolica, la Polonia era il paese per cui era
scoppiata la seconda guerra mondiale ed era uno dei paesi più grandi al di là della “Cortina
di Ferro” e quindi non si poteva accettare da parte sovietica di perdere il paese. Chruscev
comprende la situazione, viaggia a Varsavia e si addiviene ad un compromesso: Gomulka
viene liberato e viene posto alla guida del paese. La crisi finisce e viene risolta attraverso
una soluzione interna al partito comunista polacco, la Polonia avrebbe mantenuto una certa
autonomia per tutto il corso della Guerra Fredda ma allineata a Mosca.

Soppressione delle rivolte in Ungheria (ott-nov 1956)


La rivolta ungherese in un certo senso trae forza dalla rivolta polacca. Le manifestazioni in
Polonia spingono i manifestanti a scendere in piazza a protestare contro la dirigenza filo-
sovietica. Chruscev decide di replicare la soluzione polacca, quindi silura la vecchia classe
dirigente e nomina un nuovo segretario del partito comunista ungherese. Il problema è che il
caso polacco e ungherese erano marcatamente diversi uno dall’altro, nel caso polacco la
popolazione e il partito comunista riconosceva il Gomulka un leader condiviso sul quale
puntare mentre nel caso ungherese le posizioni erano frammentate e quindi Mosca non sa a
chi appoggiarsi. In questo contesto le proteste proseguono, la rivolta cresce di intensità e
sono le stesse forze armate ungheresi ad unirsi ai rivoltosi. In questo contesto emergono
due figure, Imre Nagy il quale viene nominato Primo Ministro e quella di Kadar che invece
viene nominato come segretario del Partito Comunista, questo in risposta anche alla
presenza di correnti diverse. Nagy però si metterà alla guida di un processo di riforma molto
forte, alla fine di ottobre quest’ultimo emanerà una serie di provvedimenti che sembrano
spingere l’Ungheria quasi fuori dal polo sovietico, ordina lo scioglimento della polizia
segreta, chiede alle forze dell’armata rossa di lasciare la capitale, ovvero Budapest, ed in
ultimo paventa l’uscita dell’Ungheria dal “Patto di Varsavia”. Erano condizioni che non
potevano essere accettate da Mosca, l’armata rossa interviene e le sollevazioni ungheresi
vennero represse nel sangue, i feriti i morti si contarono a migliaia; Nagy cercò di salvarsi la
vita ma non ci riuscì di conseguenza Kadar venne nominato primo ministro e rimase l’uomo
di Mosca in Ungheria. In quel momento gli Stati Uniti non fecero nessuna azione sul campo,
nessuno era disposto a rischiare una guerra mondiale per l’Ungheria. Se è vero che l’azione
sovietica generò forti malumori in Europa Occidentale e anche nei sostenitori dei partiti
comunisti, dall’altro il non intervento occidentale fu condannato duramente e riconosciuto
come tale.

Blocco occidentale
Anche in questo caso vi sono nuove leadership, una nuova agenda che è molto vacua ed il
tentativo di creare una “cintura” di contenimento dell’influenza sovietica attraverso una serie
di alleanze regionali e una serie di sfide significative importanti.

Polo occidentale post 1952


Eisenhower inizia la sua carriera come presidente nel 1953 e la finisce nel 1961 quando poi
salirà alla Casa Bianca Kennedy. Eisenhower aveva proposto una nuova visione durante la
sua campagna elettorale sia sul piano militare che geopolitico. Un new look che avrebbe
dovuto limitare il dispendio di risorse americane in armamenti convenzionali garantendo la
possibilità di ricorrere ad una massiccia rappresaglia nucleare in caso di attacco sovietico ed

112
il passaggio dal containment al rollback che in realtà non si realizzò in nessun caso e quella
che può essere definita la “Pattomania” del segretario di stato americano che diede vita ad
una serie di sistemi di alleanze regionali con l’obiettivo di contenere il polo a guida sovietica.
Parliamo di una serie di sistemi di alleanza che vennero realizzati in particolare tra il 1954-
55.

Sappiamo che c’è in vigore il “Trattato del Nord Atlantico (1949)” e poi la nascita della NATO
del 1952 che ha come area principale l’Atlantico Settentrionale ed il Mediterraneo. Nel 1954
viene a costituirsi un sistema di alleanza di natura prettamente locale che unisce Jugoslavia,
Grecia e Turchia; idealmente questo si andava a saldare con il sistema della NATO a
contenere quella che era la potenziale pressione sovietica. Nel 1955 a questo sistema si
aggiunge il cosiddetto “Patto di Baghdad” ovvero un altro sistema di alleanza di natura
difensiva che unisce Regno Unito, Iraq, Iran e Pakistan con il sostegno di fatto esterno degli
Stati Uniti. L’ultimo tassello è rappresentato dalla “SEATO” ovvero l’organizzazione del
trattato del sud-est asiatico che unisce Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Australia, Nuova
Zelanda, Filippine, Thailandia e Pakistan che permette di completare questa “cintura” attorno
al polo sovietico

Crisi di Suez: prodromi


La “Crisi di Suez” è una delle crisi che più segnano questo periodo storico con riverberi che
non guardano solo la regione mediorientale ma che si estendono ben oltre e investono le
dinamiche tra i due blocchi.

Abbiamo visto come il paese egiziano abbia vissuto, nei primi anni cinquanta, un cambio di
regime importante dalla monarchia di Re Faruq e l’avvento di un nuovo regime ovvero quello
degli “Ufficiali Liberi” ovvero uno dei due principali gruppi di opposizione che si stavano
contrapponendo alla monarchia di Re Faruq. All’interno di questa cerchia di “Ufficiali Liberi”
emerse nel 1954 un leader che avrebbe segnato in misura profonda gli equilibri della
regione mediorientale e in particolare del mondo arabo. L’Egitto, in questa fase, risente della

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vicinanza storica con l’occidente e con Londra, la sua leadership però non pone chiaramente
il Cairo all'interno del campo occidentale ma cerca di ottenere il massimo dal contesto
bipolare. Nasser, tra i propri obiettivi, aveva quello di favorire una modernizzazione rapida
ed estesa del sistema egiziano. Nell’ambito di questo processo un ruolo chiave doveva
essere giocato dalla “Diga di Assuan”, una diga che avrebbe dovuto far confluire le acque
del Nilo in un enorme bacino e produrre energia idroelettrica e mettendo a servizio l’acqua
per coltivazioni più estese; la costruzione di questa diga è l’emblema del processo di
modernizzazione attuato dalla presidenza Nasser. Per costruire questa diga servivano fondi
e in una prima battuta gli Stati Uniti si erano detti disponibili a sostenere questa iniziativa; nel
periodo venne scoperto questo sorta di “doppio gioco” che Nasser stava facendo ovvero
ottenere il massimo da i due blocchi in particolare si scoprì, tra gli altri fattori, una fornitura di
armi slovacche al Cairo che irritò non poco gli ambienti di Washington perché evidenziava
come Nasser giocasse su due tavoli diversi. La crisi si risolse in una sorta di rottura che
venne sfruttata sapientemente dall’Unione Sovietica; è infatti che a seguito di questo
passaggio che l’Egitto entra, in maniera sempre più evidente, nel campo sovietico. Mosca si
dichiara disponibile a sostenere il Cairo nella costruzione di questa diga fornendo risorse ma
anche expertise e tutto questo è un tassello importante perchè segna un cambiamento di
posizionamento per un paese centrale che si va a collocare sempre più evidente nel campo
guidato dall’Unione Sovietica. Un paese che tra l’altro sembrava, sotto la guida di Nasser,
non accontentarsi di aver attuato una rivoluzione in Egitto ma spingere per un processo
rivoluzionario capace di alterare la fisionomia dell’interno mondo arabo (quando si parla di
mondo arabo non si parla di tutto il Medio Oriente, nella regione mediorientale ovvero
quell’area che va dal nord-africa fino all’Iran vi sono paesi arabi e arabofoni ma vi sono paesi
che non sono arabofoni come la Turchia e l’Iran). Il Cairo si riserva una centralità sempre più
importante nel mondo arabo, spinge per dar vita a nuove rivoluzioni che provochino altri
cambiamenti soprattutto nell’area che dall’Egitto si sposta lungo il Levante, scende nel Golfo
Persico e arriva fino al confine con l’Iran vi erano realtà statuali saldamente legate a
Washington ma che temevano il messaggio panarabista lanciato da Nasser. Nasser voleva
creare un polo arabo, una grande realtà statuale araba che superasse molti dei confini
esistenti e questo disegno panarabo faceva paura ai diversi governanti dell’area, paesi
collocati stabilmente nel campo occidentale le cui leadership poggiavano su un consenso
molto fragile. In questo contesto che si colloca un altro passaggio importante: per disporre
dei fondi sufficienti per la “Diga di Assuan" ma più in generale per aumentare le risorse a
disposizione del governo egiziano di un processo di modernizzazione che investiva tutti i
livelli della società egiziana e per aumentarle le reperisce tramite la nazionalizzazione del
“Canale di Suez”. Infine ci fu anche la chiusura dello “Stretto di Tiran” il quale è uno stretto
che può permettere di chiudere l’accesso delle potenze del Golfo di Aqaba sul Mar Rosso; la
chiusura di questo stretto viene percepita da Israele non come un affronto ma come
un’aggressione perché è una delle due principali aree marittime del paese lungo le quali può
approvvigionarsi dall’esterno. Tutti questi fattori ci portano alla “Crisi di Suez (1956)”, il
cosiddetto secondo conflitto arabo-israeliano.

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Crisi di Suez (1956)
Una volta chiuso lo “Stretto di Tiran” e una volta nazionalizzata la compagnia del canale tre
attori avviano una serie di discussioni per convergere contro Il Cairo. Questo tre attori sono:
Israele, che non gradiva la chiusura dello “Stretto di Tiran” e due paesi europei che non
gradirono la nazionalizzazione della compagnia del “Canale di Suez”, una nazionalizzazione
che prevedeva comunque una compensazione economica, che sono Francia e Regno Unito.
Questi tre attori si mettono d’accordo per realizzare un’azione militare congiunta contro
l’Egitto; Israele sfonda da est, quindi lungo la penisola del Sinai, mentre Francia e Regno
Unito inviano paracadutisti lungo il canale. Da un punto di vista militare è stato un successo
per le tre potenze che hanno varato l’operazione peccato però questi non avevano fatto i
conti con due attori rilevanti: Unione Sovietica e gli Stati Uniti; questi due ultimi esercitano
una forte pressione sui tre attori e li obbligano a ritirarsi dal conflitto un buon ordine. Gli Stati
Uniti facendo pressione su Francia, Israele e Regno Unito vanno a sostegno di un attore
come l’Egitto che si era schierato con il polo sovietico ma lo fanno per due motivi:
● non erano disposti ad arrivare ad uno scontro diretto contro l’Unione Sovietica per
un’azione militare che rievocava scenari dell’ottocento
● gli Stati Uniti non sono disposti a farsi “tirare per la giacchetta” in questo conflitto, non
sono disposti a dover seguire le azioni di Francia, Gran Bretagna e Israele e mettono
ben chiaro una cosa: da ora in avanti qualunque azione portata avanti da un loro
alleato nella regione avrebbe dovuto prevedere un loro preventivo coinvolgimento.
L’esito di questo scontro è la dimostrazione che Parigi e Londra non possono condurre
agende indipendenti dagli Stati Uniti in Medio Oriente, l’epoca dell’imperialismo mascherato
è finita in quel contesto. L’altro esito è che l’Egitto ne esce vittorioso, da un punto di vista
militare è stata una batosta perché il paese è stato aggredito dall’esterno e non ha saputo
opporre una resistenza, ma dal punto di vista politico e da quello dell’immagina Nasser
emerge in questi anni come un leader nazionalista disposto a tutto pur di garantire
l’indipendenza dell’Egitto; non è un caso che l’Egitto di Nasser sarà uno dei paesi guida del
movimento dei non-allineati. Nasser emerge da questo scontro come il simbolo di un mondo
arabo che vuole liberarsi dei legami di un passato pseudo coloniale e rafforza ancora di più il
suo legame con l’Unione Sovietica ed è uno sviluppo che non può non creare timore in
occidente ma anche negli alleati arabi di Washington che temono un ampliamento della
rivoluzione nasseriana; per rispondere a questi timori e alla crescente influenza che Nasser
stava godendo nella regione che il presidente americano elabora, nel 1957, quella che
passa alla storia come la “Dottrina Eisenhower”. La fine della “Crisi di Suez” finisce con
nessuna perdita territoriale da parte dell’Egitto, mantiene la sovranità del canale e si rilancia
sul piano internazionale con le potenze europee costrette a ritirarsi senza nessun vantaggio
di alcun tipo.

Dottrina Eisenhower in Medio Oriente


E’ un messaggio rilasciato al congresso nel quale si evidenzia l’impegno americano a
mettere in sicurezza e proteggere l’integrità territoriale e l’indipendenza politica di quelle
nazioni che avessero chiesto aiuto in seguito ad una minaccia armata da parte di qualsiasi
nazionae controllata dal comunismo internazionale. Una presa di posizione fortissima,
qualunque paese si trovi soggetto ad aggressioni interne o esterne sostenute da forze
comuniste nella regione mediorientale può chiedere aiuto agli Stati Uniti e gli Stati Uniti
saranno lì per rispondere. Il fatto che l’abbia detto Eisenhower, un grande politico militare
prima ancora che politico, aveva il suo peso specifico. L’impegno americano sarebbe stato

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richiesto immediatamente, con intensità diverse, da vari paesi della regione (Giordania,
Arabia Saudita, Iraq e Libano). La “Dottrina Eisenhower" puntava a bloccare l’espansione
dell’influenza sovietica e del fascino panarabista di Nasser sostenendo quei governanti che
avessero fatto esplicita richiesta.

Fine della prima distensione: “Muro di Berlino (1961)”


Nel 1955 la Repubblica Federale Tedesca era entrata a far parte della NATO e a distanza di
dieci anni dalla fine del secondo conflitto mondiale non era un dato così scontato; questo
avvenimento aveva inciso in maniera significativa sugli equilibri delle due Germanie e sul
contesto europeo. Sono anni questi che registrano una forte crescita economica della
Repubblica Federale Tedesca, non è che la Repubblica Democratica Tedesca non stesse
crescendo anzi anche lì vi sono tassi di crescita molto alti, ma non paragonabili a quelli della
Repubblica Federale Tedesca. Questa disparità è evidente e provoca una fuga costante di
persone dalla Repubblica Democratica Tedesca alla Repubblica Federale Tedesca. Dalla
RDT centinaia migliaia di persone si spostavano a Berlino Ovest e poi da lì si spostavano
nella RFT. Le relazioni tra le due Germanie erano non propriamente idilliache infatti è in
quegli anni che viene promossa la “Dottrina Hallstein” la quale era una decisione assunta
all’interno della Germania dell’Ovest che prevedeva che quest’ultima avrebbe interrotto i
rapporti con quei paesi che avessero riconosciuto la Germania dell’Est. La questione
tedesca si situa all’interno di un contesto molto più ampio, le rivolte in Polonia e in Ungheria
sono presenti e il polo sovietico deve rispondere alle critiche poste su queste crisi. Tra il
1960-61 vi è un cambio della guardia, Eisenhower, un leader anziano e malato nella sua
ultima fase, lascia l’incarico a Kennedy che viene percepito dalla leadership sovietica come
un leader debole ed espressione di elite priva di un reale contatto con la popolazione e
soprattutto molto inesperto. Si vanno a creare delle condizioni per cercare di cambiare lo
status quo.

La crisi si situa nel 1961 ma matura nei tre anni precedenti, ovvero in prima piena
distensione. Infatti nel 1958, Mosca e il governo della Germania dell’Est, avevano ben
presente come la situazione fosse difficile con un grande flusso di persone che fuggivano
con le forte critiche alla situazione interna e quindi Chruscev chiede che si giunga ad una
risoluzione della questione di Berlino, in particolare chiede nel novembre del 1958 che le
forze occidentali si ritirino da Berlino Ovest entro sei mesi proponendo
l'internazionalizzazione della città puntando a neutralizzare la questione di Berlino.
L'internazionalizzazione della città avrebbe rimosso una delle questioni sottraendo uno dei
nodi del contendere, ovvero il controllo di Berlino, alle dinamiche bipolari. Ovviamente
Chruscev disse che finiti i sei mesi la questione non avrebbe più riguardato Mosca ma va a
riguardare direttamente la Repubblica Democratica Tedesca, questo avrebbe potuto creare
ulteriori problematiche; questa velata minaccia non ha assortito chissà che effetto. Il 1959
invece è l’anno in quei la distensione sembra entrare in pieno svolgimento con la visita di
Chruscev negli Stati Uniti e la visita di Nixon alla fiera internazionale a Mosca.

L’escalation della crisi si registra tra il 1960-61. Già alla fine della presidenza Eisenhower gli
Stati Uniti erano riusciti a sviluppare un sistema di intelligence che permetteva a Washington
di ottenere delle immagini dall’alto del territorio sovietico con degli aerei spia che non
potevano essere individuati ai tempi dal nemico (Aerei U2). Per una certa fase, queste
missioni di spionaggio statunitensi, avvengono senza che l’Unione Sovietica possa far nulla

116
ma alla fine l’Unione Sovietica inizia ad avere contezza di questi voli ma non lo dice agli Stati
Uniti ma finge di essere ancora all’oscuro di tutto questo. Viene convocato nel maggio del
1960 un vertice, a Parigi, per discutere delle questione tedesca e Chruscev aspetta che il
vertice si stia per aprire e poi deflagra la “bomba” e dice che mentre si sta organizzando un
vertice che ha come obiettivo la pacificazione dell’Europa Centrale gli Stati Uniti fanno delle
missioni volte a spiare in territorio sovietico e porta delle prove chiedendo della scuse dagli
americani che non arriveranno mai e tutto questo fa dirottare questo vertice. Un anno più
tardi, nell’aprile del 1961, abbiamo a Cuba il fallito assalto da parte di esuli cubani sostenuti
da Washington nella “Baia dei Porci”, questi esuli cubani erano stati addestrati dai servizi
segreti americani e portati lì da loro stessi credendo che a questi esuli si sarebbero uniti
migliaia di membri della popolazione locale e che avrebbero fatto cadere il regime di Fidel
Castro che nel frattempo era arrivato nel potere a Cuba. E’ un fallimento talmente evidente e
pubblicizzato su scala internazionale che ha un’incidenza forte anche sull’immagine degli
Stati Uniti e del neo-presidente eletto Kennedy. A chiudere il cerchio è l’incontro che si ha tra
Chruscev e Kennedy nel giugno del 1961 a Vienna, capitale di un paese al tempo neutrale,
in questa occasione i due capi stato si parlano direttamente; Kennedy intavola un dibattito
relativo a quale fosse il miglior sistema democratico e Chruscev se lo "mangiò" di fatto
dimostrò una superiorità in ambito dialettico che rafforzò ancora di più, dal punto di vista
sovietico, l’impressione di avere a che fare con una leadership non all’altezza. Tutto questo
servì come premessa a quello che sarebbe diventata la manifestazione fisica della divisione
dell’Europa lungo una “Cortina di Ferro” ovvero il “Muro di Berlino”. Nell’agosto del 1961
iniziarono queste opere di separazione fisica volte a dividere fisicamente Berlino Est da
Berlino Ovest, muro che sarebbe diventato uno degli emblemi della “Guerra Fredda”.

Conseguenza della costruzione del muro


La manifestazione fisica della separazione del sistema bipolare riportata nel cuore del
territorio tedesco. Le conseguenze significative di questo avvenimento sono:
● si completa il processo di partizione, di separazione del popolo tedesco e non ci sono
più aree grigie
● la costruzione del muro completa la militarizzazione della “Cortina di Ferro”,
paradossalmente però questo sviluppo abbassa le tensioni perchè sino ad allora la
questione di Berlino aveva rappresentato un motivo di contesa ed una volta che
l’Unione Sovietica addiviene a questa presa di posizione unilaterale le dinamiche
sono chiare; la “shutter belt”, che poteva essere rappresentata dalla linea che
separava le due Germanie, veniva congelata. Entrambi gli schieramenti erano
consapevoli che qualsiasi operazione militare che avesse avuto luogo a Berlino e
nelle due Germanie avrebbe potuto scatenare un conflitto quindi nessuno avrebbe
rischiato una guerra mondiale per cambiare uno status quo che andava bene ad
entrambi.
● una volta che la linea di faglia tedesca è stata congelata la pressione di sposta
sempre di più in altre parti del globo. Il conflitto tra est e ovest divampa in maniera
significativa all’interno del “Terzo Mondo”.
● per limitare la fuga dei propri cittadini la Germania dell’Est avrebbe dovuto chiuderli
come dentro un gabbia e questa scelta ebbe un impatto anche sui partiti comunisti
attivi in occidente e si andò a sommare all’impatto generato dalla crisi ungherese.
La crisi di Berlino si chiude nel 1961 con il muro, un’incidenza importante e non solo non
sfuggì all’opinione pubblica che per trattenere i propri cittadini la Germania dell’Est doveva
"ingabbiarli" ma non sfuggì soprattutto all’elite dell’Europa Occidentale che gli Stati Uniti non

117
è che avessero fatto chissà cosa ma avevano accettato che Berlino Est finisse al di là della
“Cortina di Ferro”. E’ questa una presa di posizione che rifletterà un doppio standard che si
paleserà con forza in occasione della “Crisi di Cuba”. Furono soprattutto le leadership
francesi e tedesche a rimanere colpite da questa non azione da parte degli Stati Uniti.

Crisi di Cuba: antecedenti


Storicamente Cuba era fortemente legata agli Stati Uniti che ne controllavano buona parte
dell’economia in particolare controllavano enormi latifondi e una porzione estremamente
significativa della produzione saccarina. Nei primi anni cinquanta Cuba era stata investita da
questi moti rivoluzionari, che abbiamo visto colpire diverse parti del mondo, e nel 1952 era
salito al potere Fulgencio Batista che di fatto aveva instaurato una dittatura palesemente
legata a Washington e che, se in una fase non aveva creato grossi ostilità sul piano
popolare, ma più passava il tempo più era divenuta invisa alla popolazione cubana per
l’utilizzo di metodi autoritari e per una corruzione dilagante. In questo contesto emerge la
figura di Fidel Castro il quale si pone alla guida di un movimento rivoluzionario nei primi anni
cinquanta con l’obiettivo di far cadere il regime di Batista. L’iniziativa non ha un esito positivo
tant’è che Castro viene arrestato e poi andrà in Messico come esule; in Messico incontrerà
Ernesto Guevara, il prototipo del rivoluzionario in Sudamerica. I due si riorganizzano e
programmano un ritorno a Cuba e si aspettavano che la popolazione abbracciasse le
istanze rivoluzionarie, così in un primo momento non fu e Castro e Guevara dovettero
riparare nell’entroterra cubano nella Sierra Maestra. Quella che poteva rappresentare la fine
del movimento rivoluzionario fu un nuovo inizio perché dall’entroterra Castro riuscì ad
espandere la sua area d’azione e a rilanciare l’offensiva contro il regime di Batista, un
regime che si era fatto sempre più odioso e intollerabile e che quindi spinse parti crescenti
della popolazione locale ad abbracciare la causa dei rivoluzionari. Alla fine del 1958 la
rivoluzione oramai è compiuta, Batista lascia il paese e Castro all'inizio del 1959 entra nella
capitale ossia L’Avana. In una fase iniziale niente fa presupporre che si arrivi alla completa
rottura tra Stati Uniti e il nuovo regime cubano tant’è che gli Stati Uniti riconoscono il nuovo
governo. In questa prima fase l’agenda portata avanti da Castro non aveva assunto tinte
marcatamente socialisti o filo-sovietiche; era un movimento rivoluzionario che voleva
contrastare la corruzione del regime di Batista e che certamente puntava ad una
redistribuzione del reddito delle ricchezze interne, una ripresa dell’economia. E’ col tempo
che il “divide” che separava L'Avana da Washington si fece via via sempre più ampio infatti il
governo di Castro comprese una serie di esponenti liberali, i quali passando il tempo questi
venivano posti in condizione di non incidere minimamente o addirittura venivano allontanati
o eliminati, tutto questo mentre avevano trovato riparo negli Stati Uniti migliaia di esuli
cubani legati al regime di Batista che chiedevano ai circoli decisionali di Washington di
riportare la situazione allo status quo ante.

Nel 1959 Castro adotta una serie di misure che sembrano indirizzare la Repubblica verso
posizioni marcatamente filo-sovietiche in particolare viene attuata una riforma agraria che
colpisce duramente i latifondi cubani e che prevede anche la nazionalizzazione di numerose
imprese. Bisogna ricordare come gli Stati Uniti erano coinvolti sul piano economico a Cuba
investendo numerose risorse e la nazionalizzazione delle imprese, l’espropriazione dei
territori e quindi colpisce anche i capitali statunitensi e questo crea una rottura. Gli Stati Uniti
impongono un embargo sullo zucchero cubano; di fatto Cuba cedeva gran parte della
propria produzione saccarifera agli Stati Uniti e da questo momento non ha più a chi

118
venderlo. Si arriva quindi alla radicalizzazione delle posizioni, ancora una volta come
avvenuto ancor più di quello che si era registrato nel caso egiziano, ed è qui che l’Unione
Sovietica riuscì ad inserirsi. A fronte dell’embargo statunitense Mosca stringe un accordo
con L’Avana che prevede un prestito significativo alle casse cubane e l’acquisto della
produzione di zucchero di Cuba e quindi si sostituisce, in un certo senso, al mercato
statunitense; è un processo che si autoalimenta, quanto piu Washington percepisce che
Cuba si stia spingendo nell’abbraccio sovietico quanto più Cuba teme delle ritorsioni
americane e quindi si avvicina all’Unione Sovietica auto alimentando il processo. Vengono
confiscati delle imprese americane e quindi si arriva al blocco dell’importazione e i servizi
segreti americani, ai tempi di Eisenhower, accettano di addestrare migliaia di esuli cubani
che avevano trovato riparo negli Stati Uniti al fine di creare una forza di combattimento che
si sarebbe potuta utilizzare per far cadere Castro. Bisogna considerare che a Washington
giungevano le informazioni di questi esuli che dicevano che la popolazione locale non ne
potesse più di Castro e delle sue politiche e quindi la percezione che gli Stati Uniti avevano
della situazione a Cuba era fortemente influenzata dai contatti che avevano con gli esuli
cubani. Gli Stati Uniti vedono Castro avvicinarsi all’Unione Sovietica, vedono i loro interessi
lesi a Cuba ma la goccia che fece traboccare il vaso fu una serie di dichiarazioni di Castro a
sostegno di movimento rivoluzionari in America Latino; Washington aveva “mal digerito” lo
spostamente verso sinistra di Cuba e non poteva accettare che Cuba diventasse una fucina
rivoluzionaria per cambiare gli assetti dell’America Latina e per esportare rivoluzioni di
matrice socialista. In questo contesto, alla fine della presidenza Eisenhower, il programma di
addestramento degli esuli cubani entra a pieno regime e sul tavolo del presidente vi è il file
relativo all’offensiva da lanciare contro Cuba, un’offensiva che sarebbe dovuta essere
realizzata, non dalle forze armate americane, ma dagli esuli cubani così da farlo passare
come un processo di rivolta interno. L’obiettivo era non far capire che questi esuli erano stati
aiutati dagli Stati Uniti.

Crisi di Cuba
Eisenhower, arrivato alla fine del suo mandato, e quindi il file passa al nuovo presidente
ovvero Kennedy nel 1961 e acconsentì al varo di questa offensiva contro Cuba e fu uno
degli errori più grandi che segnarono la presidenza Kennedy. Migliaia di esuli cubani
giunsero lungo le coste di Cuba e condussero un’operazione anfibia nei pressi della “Baia
dei Porci” a Cuba; l’idea era quella di sbarcare nell’entroterra, unirsi ad una rete clandestina
di opposizione, rafforzare le fila del movimento con il sostegno della popolazione ed infine
marciare trionfalmente su l'Avana. L’offensiva fu un completo fallimento, non solo appena
sbarcati questi esuli incontrarono una forte resistenza da parte delle forze armate cubane,
ma il sostegno dell’opposizione locale e della popolazione non si palesò in nessun modo.
Questi esuli vennero uccisi o arrestati e non fu difficile per le forze cubane capire da dove
venissero e chi li aveva sostenuti e addestrati per attaccare Cuba. L’attacco alla “Baia dei
Porci” segnò l’escalation della crisi perchè Castro percepì che gli Stati Uniti non si sarebbero
fermati a questa prima iniziativa e quindi aveva bisogno di garanzie e quindi chiese l’aiuto di
Mosca e si spese in prima persona per ottenere garanzie da parte dell’Unione Sovietica.
Nell’estate del 1962 i due paesi addivengono ad un accordo, ovvero Mosca non solo
avrebbe sostenuto L’Avana con diversi uomini ma avrebbe costruito su Cuba delle batterie
missilistiche.

119
Gli Stati Uniti fino ad allora, in un modo o nell’altro, avevano visto il nucleo del loro territorio
protetto dagli oceani e quindi il territorio americano risultava difficilmente attaccabile e basi
missilistiche a Cuba volevano dire che tutto il sud-est degli Stati Uniti era potenzialmente
sotto scacco. La costruzione di queste batterie missilistiche a Cuba voleva dire la presenza
di personale sovietico sull’isola e questo voleva
dire precludere alla possibilità di una nuova
offensiva contro Fidel Castro, vi era una forma
di garanzia indiretta. Da parte sovietica Cuba
poteva diventare una base inespugnabile nel
cuore del territorio statunitense. Nell’ottobre del
1962 Kennedy viene informato, da una
missione degli aerei spia U2, che su Cuba vi
sono dei lavori di installazione che però non è
chiaro quale fosse la destinazione finale ma
sembrava evidente che non si trattasse di
semplici installazioni militari, tutto faceva
presupporre che si stesse costruendo qualcosa
di più; non solo si hanno le foto di questi aerei spia ma viene segnata un’intensificazione di
mercatili enormi che dall’Unione Sovietica giungono fino a Cuba.

La crisi di Cuba esplode nell’ottobre del 1962, sono giorni concitatissimi che tengono il
mondo sul filo del rasoio. Kennedy viene informato ad ottobre di queste installazioni e si

120
prende qualche giorno, insieme ad un nucleo ristretto di collaboratori, per decidere quali
contromisure adottare. Le opzioni a disposizioni erano:
● l’occupazione militare dell’isola: non sarebbe stato difficile ottenere il controllo
dell’isola ma ci sarebbero state vittime sovietiche e sarebbe stata un’aggressione
militare e come tale condannabile in sede delle “Nazioni Unite”
● bombardamenti aerei per distruggere le installazioni: avrebbe causato dei fanni
collaterali perchè non si sapeva se vi fossero già missili sul territorio cubano e non ci
si poteva permettere qualche tipo di reazione avversa in quel contento e chi si poteva
permettere di uccidere personale sovietico che avrebbe potuto scatenare un
potenziale conflitto
● rivolgersi alle “Nazioni Unite”: denunciare le mosse sovietiche e agire in quel
contesto per fermare la crisi. E’ un’opzione peccato però che gli Stati Uniti, neanche
un anno prima, si erano resi responsabile di un'aggressione al territorio cubano e poi
si sà che le “Nazioni Unite” hanno un sistema interno che è soggetto ai veti dei vari
paesi e quindi qualsiasi iniziativa poteva essere bloccata
● dar vita ad una “quarantena navale” creando una sorta di cordone navale attorno a
Cuba che potesse verificare che le navi in entrata a Cuba non stessero trasportando
materiale missilistico o comunque qual-use utilizzato per vari fini.
Washington decide di adottare una strategia su più livelli:
● il 22 ottobre del 1962 rende pubblica la crisi preparando il popolo americano a quello
che poteva essere uno scontro di tipo nucleare e vara l’ordine di adottare una
quarantena navale.
● da un’altra parte si denuncia la mossa sovietica in sede di “Consiglio di Sicurezza
delle Nazioni Unite”. Il rappresentante americano delle Nazioni Unite chiede conto al
rappresentante sovietico delle installazioni il quale dice che non vi è assolutamente
nulla ed il delegato americano mostra le foto ottenute tramite gli aerei di spionaggio.
Si è sfiorata anche la guerra nucleare in quel momento perché i mercantili erano
accompagnati da unità di sottomarini che si dirigevano verso Cuba; questi sottomarini
vengono scoperti dalla flotta americana che cerca di comunicare con queste perché vi è il
silenzio radio e quindi per mandare un avviso vengono mandate delle forze di profondità. I
comandanti devono interrogarsi su quale azione intraprendere, vi erano tre ufficiali
nell’ambito di questo contesto che dovevano decidere e per utilizzare le armi nucleari era
necessario il consenso di uno di questi tre, l’ufficiale politico Arkhipov, il quale si oppone
perché non si è certi di ciò che stava succedendo evitando una tragedia che poteva portare
ad una guerra nucleare.

L’arrivo di un accordo fra le parti


La crisi raggiunge il suo apice e quando si è ad un passo da una guerra atomica il dialogo
entra nel vivo. Vi è un dialogo molto fitto fatto con una corrispondenza diretta, alla fine si
giunge ad un accordo: l’Unione Sovietica accetta di far tornare indietro i mercantili che
trasportavano materiale necessario per il completamento delle rampe missilistiche e per la
costruzione di questi vettori, accetta di smantellare le basi missilistiche su Cuba in cambio
però viene chiesto agli Stati Uniti di impegnarsi pubblicamente a non attaccare Cuba, questo
sul piano pubblico. Vi è un protocollo segreto che prevede il ritiro dei missili statunitensi
dislocati in Italia e in Turchia che quindi premevano sul fronte sud-ovest del conflitto
sovietico.

121
L’Unione Sovietica accetta questo accordo perché gli Stati Uniti si impegnano a non
occupare e attaccare Cuba ma l’Unione Sovietica perde l’occasione straordinaria di avere un
proprio avamposto ad un tiro di schioppo dalle coste statunitensi. I motivi sono diversi:
● la quarantena navale funzionava, non violava il diritto internazionale, era efficace e
avrebbe messo sotto terribile imbarazzo l’URSS qualora si fosse scoperto che nei
mercantili che arrivavano a Cuba ci fosse materiale dual-use
● non vi era partita in quella regione del mondo, gli Stati Uniti godevano di un
vantaggio sul piano marittimo esponenziale. Qualora fosse scoppiato un conflitto
l’unico asset in mano dell’Unione Sovietica sarebbe stato l’utilizzo dell’arma atomica.
● a dispetto della propaganda sovietica, che diceva che il paese fosse arrivato ad una
netta superiorità rispetto agli USA in termine di materiale balistico e di vettori, in
realtà gli Stati Uniti avevano una solida superiorità e questo lo sapevano sia il
comando americano che quello sovietico.
● Kennedy aveva dimostrato di essere tutt’altro che sprovveduto decidendo di
internazionalizzare la crisi aveva messo Mosca con le mani nel sacco
● vi era anche il rischio di una “MAD” ovvero una distruzione certa del genere umano
qualora fosse scoppiato un conflitto gli arsenali nucleari erano molto più che
sufficienti per distruggere completamente l'avversario ma anche se stessi
● Chruscev poteva vantare dei risultati nel breve periodo
○ la garanzia che Cuba non sarebbe stata attaccata
○ il ritiro di basi missilistiche che davano fastidio in Italia e in Turchia

Le conseguenze della “Crisi di Cuba”


Paradossalmente la “Crisi di Cuba” rappresentò un catalizzatore, un momento che favorì un
avvicinamento fra Mosca e Washington con un dialogo sempre più costruttivo che avrebbe
portato al passaggio della terza fase della Guerra Fredda ovvero la grande distensione. Ci
saranno tutta una serie di accordi sul piano di regolamentazione degli arsenali nucleari e
delle sperimentazioni nucleari in ambito atomico. Nel 1968, per esempio, viene firmato il
“Trattato di non proliferazione”, viene installato il “Telefono Rosso” ovvero una linea diretta
che collega la Casa Bianca al Cremlino così in caso di crisi ci si poteva parlare direttamente.
Si registrò anche un peggioramento nelle relazioni tra gli Stati Uniti e i loro alleati europei
dopo le poche dichiarazioni e azioni fatte per la costruzione del muro di Berlino, una volta
che la crisi tocca da vicino gli Stati Uniti esclude i suoi alleati europei e non discute della crisi
che stava succedendo; in realtà l’unico paese europeo che venne consultato, ma non
coinvolto in una decisione, fu il Regno Unito e tutto questo creò delle fratture che avrebbero
alimentato un riposizionamento della Germania Ovest e avrebbero segnato la politica di
riavvicinamento verso la Germania dell’Est e verso il polo sovietico ma avrebbero anche
spinto la Francia ad adottare una postura più indipendente anche in ambito del “Trattato
Atlantico”.

122
Terza fase della “Guerra Fredda”: Grande Distensione (1962-79)
Questo grande momento si caratterizza per una serie di fattori che in parte fanno pensare ad
un’apertura del sistema internazionale e portano ad una diminuzione della tensione che si
erano fatti insostenibili tra il 1961-62. E’ un periodo molto lungo, andiamo dal 1962 fino al
1979 che è un anno chiave; il 78-79 possono essere presi come momenti che segnano la
chiusura di questa fase. I temi all’interno di questa fase sono moltissimi, è molto difficile dare
un unico corso a questa fase perchè è una fase che registra al suo interno molti momento
storici rilevanti, molti cambiamenti e molte ridefinizioni anche all’interno dei due poli
principali, quello che però è facile indicare è la “Grande Distensione”, ovvero una fase di
apertura che non è casuale si registri dopo la “Crisi di Cuba”, dopo un momento storico che
vede le potenze ad un passo dal conflitto che avrebbe segnato la mutua distruzione
assicurata si decide di inaugurare una fase meno tesa in cui fosse possibile gestire la
competizione tra i due blocchi. La fase della “Grande Distensione” è il compimento della
coesistenza competitiva, è come se la coesistenza competitiva avesse avuto pienamente
luogo tra il 1962-75. 1975 che registra la conferenza della pace in Europa ad Helsinki che
segna quasi un po’ un momento di massima fiducia in un sistema internazionale che
sembrava vivere una fase marcatamente diversa rispetto a quella precedente. Non è che la
competizione fra i due blocchi fosse scomparsa ma è come se le due superpotenze
avessero voluto arricchire questa competizione di regole che la rendevano una sorta di
gioco piu’ razionale, in cui le regole erano piu’ manifeste e quindi con delle regole piu’ o
meno definite era piu’ difficile entrare in quella zona d’ombra che portava con sé
inevitabilmente instabilità e rischi elevate. E’ una fase che porta dei cambiamenti all’interno
dei due poli, inizieremo con la descrizione degli avvenimenti piu’ importanti che hanno luogo
tra il 1962-75 in relazione al riavvicinamento tra i due blocchi e poi andrà ad indagare ciò
che avvenne nel polo a guida statunitense e ciò che avvenne all’interno di quello sovietico
per poi chiudersi nella fase finale con un crescendo di conflittualità e competizione che ebbe
nell’arco di crisi mediorientale il suo epicentro. Ci furono delle zone di frizioni tra le due
grandi regioni geo-strategiche lungo cui si vanno a scatenare le tensioni maturate all’interno
delle due aree ma scatenandosi in questo modo è come se il sistema potesse tornare in
equilibrio, a tutto danno di chi viveva in quei luoghi ma senza generare uno scontro diretto
tra i due attori principali del sistema internazionale. In questa regione mediorientale si vivono
una serie di crisi una dopo l’altra (Guerra dello Yom Kippur che va ad anticipare questa fase
di crescente contrapposizione). Non c’è solo questo, vi furono una serie di problematiche
interne al blocco sovietico, la “Primavera di Praga” è l’esempio più eclatante, abbiamo anche
le contestazioni che investono il polo occidentale, sia il mondo europeo ma anche il sistema
europa, in corrispondenza con una guerra del Vietnam che toccava una delle fasi più critiche
e il conflitto interno andava a slatentizzare tutta una serie di fattori critici che albergavano
all’interno del sistema statunitense come la questione razziale i quali si presentavano come
alfieri della democrazia a livello internazionale ma registravano problematiche enorme sul
piano “razziale”.

I temi della “Grande Distensione”


La “Grande Distensione” sembra la messa in opera concreta del concetto della coesistenza
competitiva. Questa piena manifestazione del concetto di coesistenza competitiva non
implica la fine del contrasto, ci sono parti del sistema internazionale che vivono situazioni di
crisi perché le due superpotenze sono attivamente coinvolte, sostengono alcune fazioni e

123
cercano di portare avanti il loro interesse. La competizione globale non si è esaurita ma si
tenta di incanalarla e si fa più attenzione ai rischi che le singole azioni potrebbero produrre
su scala internazionale. Gli assunti di base di questa fase sono che un sistema bipolare fatto
di norme concordate sia preferibile ad un sistema privo di qualsiasi riferimento. Il campo
dove questa normazione diventa più evidente è quello delle armi di distruzione di massa. C’è
tutta una fase di regolamentazione sia della sperimentazione che dell’utilizzo che delle
capacità che i singoli attori possono avere. E’ una fase che inizia nel 1963 e poi si svilupperà
con quelli che passano alla storia come gli accordi SALT (Strategic Arms Limitation Talks)
ovvero dei momenti di dialogo volti a limitare quelle che sono le capacità, in ambito nucleare,
delle due principali potenze. L’idea è quella di limitare la corsa al riarmo, una corsa
forsennata che però non vuol dire interromperla ma regolamentarla con la prospettiva di
arrivare ad una riduzione che è un obiettivo che le potenze si danno nel 1968 con il “Trattato
di non proliferazione internazionale”. L’altro elemento riguarda un riequilibrio del sistema
internazionale, abbiamo da un parte gli Stati Uniti che recuperano importanti posizioni e che
avviano una fase di dialogo significativa con la Repubblica Popolare Cinese andando a
rompere quello che, alla fine degli anni quaranta-cinquanta sembrava un binomio
imprescindibile con l’URSS. Dall’altra parte l’Unione Sovietica riesce a penetrare ed
ampliare la sua influenza in maniera estremamente significativa all’interno del “Terzo
Mondo” in particolar modo nel continente Africano e nella regione Mediorientale ed è
un'evoluzione che era particolarmente importante anche per la peculiare valenza che i
singoli territori avevano. Paesi come la Siria, come l’Iraq, come l’Egitto, come il Mozambico
si parla di paesi che hanno una valenza geopolitica estremamente notevole e significativa.
Tutto questo mentre le due superpotenze devono fare i conti con crisi interne sempre più
manifeste e fanno fatica a tenere sotto controllo i paesi membri del loro blocco. Nel caso
Sovietico fanno meno fatica, ad eccezione della “Primavera di Praga”, perché vigeva un
sistema molto piu’ netto, diretto dove la possibilità di deviare dalle indicazioni di Mosca
erano estremamente limitate. In ambito Occidentale, all’interno di quello che è stato definito
l’impero per cooptazione a guida statunitense, la situazione è molto più variegata.
Innanzitutto si registra una crescente crisi legittimità, dopo Kennedy è quasi come se gli Stati
Uniti non riescano a trovare un leader capace di guidare il paese per un periodo
continuativo, con leadership travolte da scandali (caso watergate) o da crisi significative
come quella del Vietnam con una crescente contestazione interna e l’impatto che la sconfitta
in Vietnam ha per la superpotenza americana. Ci sono notevoli cambi di leadership, cambi
anche di strategie che creano un po’ di problematiche all’interno dei blocchi e poi ci sono
attori interni al blocco Occidentale che assumono visioni non completamente allineate con
Washington. E’ il caso della Francia di De Gaulle, che arriverà ad uscire dal comando
integrato della NATO e il caso anche della Repubblica Federale Tedesca, che con Willy
Brandt, darà vita all’ostpolitik creando una relazione con la Repubblica Democratica
Tedesca e con il blocco orientale basandosi sull’assunto che questi due risultati erano
inevitabilmente connessi. Per gli Stati Uniti l’idea che la Repubblica Federale Tedesca
aprisse relazioni stabili con la Repubblica Democratica Tedesca e con l’Unione Sovietica era
un qualcosa che non faceva felice gli Stati Uniti. Vi è un apice di questa apertura nel 1975
ed un'intensificazione delle crisi che sfocia nel 1979 con una serie di avvenimenti che vanno
a chiudere idealmente questa fase.

124
La questione degli armamenti
L’ambito dove la “Grande Distensione” forse è più evidente è quello della limitazione degli
armamenti o anche la regolamentazione delle sperimentazioni nucleari. Il dialogo portato
avanti all’inizio in modo cauto e poi in maniera sempre piu’ evidente e parliamo di un
processo che va dal 1963 al 1975 e poi va a chiudere idealmente questa fase nel 1979 e
che genera enormi speranze. I momenti che segnano questa fase della “Grande
Distensione” sono diversi:
● Il primo momento è il siglamento del “Test Ban Treaty (1963)” che impegna i paesi
contraenti a non eseguire test nucleari nell’atmosfera perché il fallout radioattivo non
rimane confinato nell’atmosfera ma tende a ricadere e anche perché l’atmosfera
viene considerato come uno spazio non esclusivo delle singole potenze ed è un
ambito dove si addiviene facilmente un accordo.
● Sempre nel 1963 viene creato il “Telefono Rosso” ovvero una linea diretta tra la
“Casa Bianca” e il “Cremlino” per favorire un dialogo diretto tra i due leader dei due
poli permettendo di dialogare tra di loro direttamente senza passare per interposte
persone, senza ricorrere a lettere, telegrammi o altre forme.
● Nel 1967 “Trattato sulla gestione delle attività nello spazio extra-atmosferico” si
definiscono una serie di norme dicendo cosa si può e cosa non si può fare, come
gestire assieme un processo di evoluzione tecnologica che poteva avere degli impatti
sul sistema internazionale.
● Di gran lunga più significativo è il “Trattato di non proliferazione nucleare (1968)” che
si basa su tre pilastri:
○ puntare al disarmo o quantomeno alla riduzione degli armamenti nucleari, già
il solo fatto che se ne parlasse è indicativo di come fossero cambiati i tempi.
○ la non proliferazione intensa non solo nel non aumento degli arsenali ma
anche la non diffusione incontrollata di conoscenze nucleari in ambito
militare. La tecnologia nucleare è una tecnologia dual-use ovvero può avere
molteplici applicazioni in ambito civile e/o scientifico e in ambito militare quindi
quello che si cerca di fare è limitare la proliferazione nucleare in ambito
militare.
○ l’ultimo pilastro è incentivare il ricorso all'energia nucleare in ambito civile
come fonte di energia tutto sommato sostenibile, ai tempi sembrava potesse
essere con meno esternalità negative rispetto a quello rappresentato dalle
fonti tradizionali, per la produzione di energia e uso medico.
Il trattato divide i paesi firmatari, quasi tutti i paesi del globo, in due categorie:
● nuclear weapon states che sono gli attori dotati di armi nucleari
● non-nuclear-weapon-states ovvero gli attori non dotati di armi nucleari
Sostanzialmente il trattato proibisce ai “non-nuclear-weapon-states” di cercare di
acquisire tecnologie necessarie per dar vita ad armi atomiche e allo stesso tempo
impedisce ai “nuclear-weapon-states” di trasferire questa tecnologia. Il sistema di
non proliferazione internazionale, realizzato nel 1968, si pone l’obiettivo di congelare
la situazione esistente e di far sì che il numero di “nuclear-weapon-states” non si
ingrandisca quindi impedire che conoscenze sensibili in ambito militare nucleare
possano essere trasferite. L’altro aspetto invece, NPT, si dota anche di strumenti
volti ad aiutare i paesi che vogliono sfruttare l’energia atomica per uso civile. L’AIEA,
l’agenzia internazionale per l’energia atomica, si sviluppa in quei anni. Il trattato del

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1968 è un trattato epocale perché impegna le superpotenze a non estendere il
numero di paesi che hanno l’arma atomica e a cercare di limitare questo aspetto
perché si realizza rapidamente dopo la crisi del 1962 che aumentare il numero di
attori dotati di armi nucleari può favorire un’instabilità e aumenta il rischio di uno
scontro finale.
● “SALT 1” assegnava 1ABM per superpotenza e disciplina due ambiti:
○ limita o indica il limite che le due superpotenze non devono superare in
termini di armi strategiche
○ prevede che ogni superpotenza possa dotarsi solo di un sistema anti-ballistic-
missile-system volto a proteggere da eventuali attacchi nucleari limitando
l’arrivo dei vettori
E’ importante regolamentare il numero di ABM perchè in un contesto segnato dalla
deterrenza una variazione tecnologica notevole può portare disequilibrio e quindi si
decide di regolamentare questi aspetti.
● “Accordi di Helsinki (1975)”
● “SALT 2 (1979)” sono un'ulteriore limitazione, è uno step successivo rispetto al primo
round della limitazione degli armamenti. E’ un passaggio importante questo accordo
ma il problema è questo secondo round degli “Strategic Arms Limitation Talks” non
viene ratificato, nel 1979, perché oramai la contrapposizione tra i due poli è sempre
più manifesta, la fase di distensione si andava a chiudere e soprattutto l’invio
dell’Armata Rossa in Afghanistan nel 1979 segna la fine degli equilibri, viene vista da
Washington come “la goccia che fa traboccare il vaso”. Non è possibile continuare
lungo questo percorso di distensione perché la controparte sta cercando di alterare
gli equilibri geo-politici.

Conferenza di Helsinki sulla sicurezza e la cooperazione in Europa (1972-75)


La fase di apertura culmina con l’atto conclusivo della “Conferenza di Helsinki”, una
conferenza che prende il nome “sulla sicurezza e la cooperazione in Europa”. E’ una
conferenza importante che si dipana lungo 3 anni, dal 1972 al 1975 e che coinvolge l’Unione
Sovietica, tutti i paesi europei al di qua e al di là della “Cortina di Ferro”, il Canada e gli Stati
Uniti. E’ una grande conferenza internazionale che prosegue negli anni e appunto si chiude
ad Helsinki, l’atto finale di Helsinki rappresenta il completamente di un processi di dialogo
che sono quindici anni prima sembrava inimmaginabile e che si sviluppa su quattro livelli i
cosiddetti quattro “cesti”:
● un primo livello relativo alla sicurezza
● un secondo livello legato alla cooperazione economica, sul piano scientifico e sul
piano ambientale che è un tema che inizia ad emergere negli anni settanta in
maniera sempre piu’ evidente
● un terzo livello estremamente rilevante che fa riferimento alla cooperazione in ambito
culturale ma soprattutto nel campo della tutela dei diritti umani che non è un campo
neutro ma estremamente rilevante ed importante
● l’ultimo livello è la continuità di questo processo che prevede di tenere una nuova
conferenza, sempre su questi temi, nel 1977 a Belgrado
I livelli più rilevanti sono il primo, quello legato alla sicurezza, e quello legato all’ambito della
tutela dei diritti umani. Sul piano della sicurezza l’atto finale di helsinki prevedeva il mutuo
riconoscimento degli stati europei e l’impegno dei paesi contraenti a non modificare con la
forza l’assetto esistente ovvero lo status quo. Questo vuol dire accettare quella che è la

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geografia politica, l’assetto politico della “Guerra Fredda”, accettare che l’Europa ha assunto
questa conformazione. Non è un passaggio scontato perché da un parte vuol dire accettare
che esistano paesi satellite e che continuano ad esistere con le loro specificità e dall’altra
accettare di non espandere la rivoluzione attraverso l’uso delle armi; è significativo che ce lo
si sia detto e che si sia arrivato ad un accordo ad Helsinki. Il secondo ambito è quello dei
diritti umani ovvero la cooperazione sul piano umanitario. Si conferma che ci sono diritti che
sono inalienabili e l’Unione Sovietica si impegna a far sì che questi diritti vengano tutelati ma
diciamo che l’Unione Sovietica qualche problemino in termine dei diritti umani lo aveva e di
fronte a questa situazione emergono dei dissensi all’interno del polo sovietico; crescono
denunce nei confronti delle violazioni che avvengono all’interno del polo sovietico e diventa
una fonte di imbarazzo per Mosca. E’ questo il momento più alto della distensione, una volta
finita inizia una fase di aumento della tensione che culminerà nel 1979 con la fine della
“Grande Distensione” e l’ultima fase della “Guerra Fredda”.

Blocco occidentale

Questa istantanea rappresenta il discorso di Kennedy a Berlino, in questo momento il polo


occidentale ha un leader ed è riconosciuto che è Kennedy. Con la sua morte inizia una fase
di instabilità costante per gli Stati Uniti e il polo occidentale che non riesce ad avere pace,
non riesce a trovare una propria leadership solida e condivisa e continuativa. Il discorso fatto
a Berlino da Kennedy segna un’epoca ed un periodo che fissano quel momento nella
memoria collettiva.

Problemi del polo statunitense


Le questioni che segnano profondamente il polo a guida statunitense, in primo luogo sono i
numerosi cambi di leadership che si traducono in crisi interne, o che sono figli di crisi interne
e che si traducono anche in posture strategiche e geopolitiche diverse quindi non vi è una
continuità e una coerenza però tutto questo contribuisce a mettere in discussione la
leadership degli Stati Uniti in un periodo storico dove non solo Washington entra in una fase
di crisi dal punto di vista politico ma entra in crisi dal punto di vista economico. Gli anni
settanta sono anni di profonda crisi economica che obbligheranno Washington ad
abbandonare il “gold standard” ovvero la possibilità di tramutare il dollaro direttamente in oro
e questo crea incertezza sui mercati e tra l’altro in questa fase gli Stati Uniti vedono il loro
peso specifico in ambito economico-finanziario ridursi in parte per l’ascesa delle potenze

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dell’Europa Occidentale, del Giappone e altri attori che acquisiscono quote crescenti di
mercato.

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I cambi di leadership, tra il 1963 e il 1979, furono diversi:
● Johnson (1963 + 1964-68), con la morte di Kennedy diventa presidente il suo vice-
presidente ovvero Johnson che verrà poi rieletto nel 1964 e rimarrà in carica fino alla
fine del suo mandato. La presidenza Johnson è una presidenza complicata un po’
perchè deve fare conto dell’eredità della presidenza Kennedy, un po’ perchè è
segnata in maniera fortissima dalla crisi del Vietnam, una crisi che subisce
un’escalation notevole e che si va ad intrecciare con la contestazione interna negli
Stati Uniti. E’ durante la presidenza di Johnson che si registra la crescente rottura
con la Francia di De Gaulle.
● Richard Nixon (1968-1974), le elezioni vedono la vittoria del fronte repubblicano e
vedono l’ascesa alla “Casa Bianca” di Richard Nixon che rimarrà alla guida degli
Stati Uniti fino al 1974. E’ il presidente americano che è costretto a dimettersi e
quindi a terminare anzitempo il suo secondo mandato; lo scandalo Watergate
travolge la presidenza Nixon e ha reso per tanto tempo estremamente difficile
analizzarla dal punto di vista delle relazioni internazionali, della sua incidenza sul
piano internazionale. E’ come se questa crisi sul piano interno avesse oscurato tutto
il resto eppure la presidenza Nixon è ricca di molteplici avvenimenti: andiamo dal
tentativo di chiudere in maniera onorevole la crisi del Vietnam, al colpo di stato in
Cile sostenuto da Washington, alla definizione degli “Strategic Arm Limitation Talks”
con l’Unione Sovietica siglato nel 1972. C’è un altro momento importantissimo
ovvero il riavvicinamento con la Repubblica Popolare Cinese, in questo caso sarebbe
ingiusto guardare solo a Nixon ma è importante il ruolo centrale giocato da Kissinger.
E’ un fase che si definisce per un fortissimo pragmatismo, è quasi un fase che si
caratterizza per una mancanza di scrupoli sia sul piano interno che su quello
internazionale. Lo scandalo Watergate obbliga Nixon a rassegnare le dimissioni.
● Gerald Ford (1974-1977), dopo le dimissioni di Nixon arriva la presidenza Ford, una
presidenza spesso definita un po’ incolore sul piano internazionale, una presidenza
che deve fare i conti con una crisi economica che si fa sempre più significativa. Il
mandato di Ford si concentra sulla dimensione interna statunitense.
● Jimmy Carter (1977-1981), questa fase si conclude con la presidenza di Carter, una
presidenza che fa dell’impegno sul piano internazionale il suo emblema più
caratteristico che segna un po’ il ritorno dell’idealismo democratico alla guida della
“Casa Bianca” e che ha forse la sua fase più manifesta nell’impegno di Washington a
trovare una risoluzione nell’area mediorientale. Presidenza che siglerà l’accordo
storico di Camp David e il ruolo importante che giocherà nella pace tra Israele ed
Egitto, una pace che richiese un tributo importante da entrambe le parti.
Abbiamo visto una visione di insieme della situazione a guida statunitense che vede un ruolo
sempre più complesso per Washington e un sistema di relazioni sempre più difficili con i suoi
principali alleati nel contesto di una competizione regolamentata tra il dialogo tra le due
superpotenze ma rimane pur sempre una competizione su scala internazionale.

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De Gaulle (1958-1969) e il suo tentativo di liberarsi dalla tutela statunitense
Vi erano delle problematiche all’interno del blocco a guida statunitense e furono due i paesi
che crearono più problemi a Washington: uno di questi fu la Francia e l’altro fu la Repubblica
Federale Tedesca. E’ una situazione paradossale perché sono due paesi che avevano un
debito di riconoscenza molto forte nei confronti di Washington ma cercavano di ritagliarsi un
proprio spazio di autonomia all’interno di un blocco occidentale dove gli Stati Uniti giocavano
un ruolo centrale; c’è anche da dire che si trattava di due dei paesi più del blocco
occidentale tra i più importanti dal punto di vista economico ma anche dal punto di vista
politico e militare. La Francia in questa fase è sotto la leadership di De Gaulle, il quale viene
richiamato alla guida del paese per affrontare la crisi algerina e si trovi a far fronte ad una
Francia che perde letteralmente i pezzi. Un declino francese che inizia nel 1954 con la
sconfitta in Vietnam e con l’accordo di Ginevra che segna la fuoriuscita di Parigi dell'ex
Indocina francese, con la Crisi di Suez nel 1956 ed infine con la crisi algerina nel 1962 che
vede poi l’indipendenza di quest’ultima. De Gaulle deve gestire questa fase di
ridimensionamento francese ma dall’altro punta ad un rilancio del paese, punta a rievocare
la grandezza del paese. Questa sua posizione è legata a doppio filo con una crescente
sfiducia nei confronti di Washington e del suo ruolo all’interno di questo Impero per
cooptazione. Questa sfiducia è legata a diverse situazioni: la costruzione del muro di Berlino
nel 1961, la crisi di Cuba la quale viene gestita in piena autonomia da parte degli Stati Uniti
senza coinvolgere alleati chiave europea, vi è un altro fattore ovvero nel 1962 dopo la crisi di
Cuba cambia la postura strategica della NATO. Gli Stati Uniti non puntano più alla massive
retaliation cioè nel momento in cui si ha un aggressione sovietica la risposta è massiccia con
l’utilizzo anche di armi atomiche, ma dopo aver visto che il rischio di una guerra nucleare
non era ipotetico ma poteva essere reale si passa alla flexible response cioè una risposta
che sia flessibile e legata al tipo di offensiva lanciata dall’Unione Sovietica. Questo
chiaramente pone dei dubbi, Parigi si chiede “ma l'ombrello nucleare americano si estende
anche all’Europa Occidentale o ci sono più standard? Copre integralmente il continente
americano e un pochino meno quello europeo?”, sono dubbi questi che alimentano una
rottura che si fa sempre più evidente e diventa sempre più manifesta; sono questi due fattori
che si intersecano, da una parte la sfiducia nei confronti di Washington e dall’altra la volontà
di rilanciare la Francia come media-grande potenza con un suo peso specifico sul piano
internazionale. De Gaulle risponde a questa percezione attraverso una politica all'insegna di
un’autonomia fortissima e volta a garantire a Parigi un ruolo di primo piano nel sistema
internazionale. In questo senso è De Gaulle che lancia su ampia scala un programma di
acquisizione di dotazioni militari nucleari sufficienti a garantire un ruolo importante per la
Francia, un forza di interposizione. Vi era l’idea che Parigi per potere contare sul piano
internazionale debba dotarsi di un proprio programma nucleare militare, di un proprio
arsenale nucleare. De Gaulle sapeva di non aver risorse sufficienti a dar vita ad un arsenale
nucleare come quello degli Stati Uniti o come quello sovietico ma non voleva nemmeno
realizzare un arsenale di questo tipo, l’idea è quella di costruire un arsenale nucleare che
possa innescare un effetto deterrente. Dar vita ad un arsenale nucleare che di sicuro non
possa distruggere l’intera Unione Sovietica ma che possa infliggere danni tali da rendere un
attacco sovietico altamente improbabile attraverso un numero di vettori significativo e un
dispiegamento di forze estremamente variegato (con vettori lanciati da basi terrestri che
anche da sottomarini). L’obiettivo dichiarato era quello di costruire una forza nucleare
potenzialmente in grado distruggere il 40% delle capacità economiche sovietiche, è il
principio cardine della deterrenza. De Gaulle voleva dare vita ad un arsenale a capacità

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belliche tali da far sì che qualsiasi attacco contro il suo paese avrebbe causato danni
insostenibili, non era necessario avere la parità nucleare bastava ritagliarsi la capacità di far
male a sufficienza per impedire un attacco. De Gaulle cercava di capire come contare di più
sul piano internazionale e per farlo bisognava uscire dall’ombra statunitense e quindi da lì la
scelta di uscire dal comando integrato della NATO che non vuol dire dal “Trattato Atlantico”
ma vuol dire mantenersi all’interno del trattato ma non all’interno di un comando integrato,
vuol dire chiedere agli Stati Uniti di ritirare le proprie forze, i propri uomini, i propri asset dal
territorio francese, vuol dire recuperare pienamente la propria sovranità nazionale. De
Gaulle sapeva che anche affrancarsi dal dominio statunitense non significava acquisire uno
status primario nel sistema internazionale, capisce che vi è un divario notevole di forze e
risorse tra Parigi e Washington e quindi cerca di far fronte comune con la Germania
Occidentale creando un polo europeo franco-tedesco che abbia risorse tali da poter dire la
sua, da poter far valere la propria voce. E’ un tentativo che non avrà un grande successo, il
dialogo franco-tedesco continuerà ma la Repubblica Federale Tedesca non farà mai i passi
successivi che De Gaulle richiedeva. L’ultimo passaggio è quello relativo alle relazioni con il
blocco sovietico, Parigi rifiuta una logica dicotomica, rifiuta il principio del “o sei con me, o
contro di me”, rivendica il diritto di poter instaurare un dialogo con il blocco sovietico ma in
realtà vi è di piu’ in questa scelta ovvero la volontà di diventare una sorta di mediatore tra i
due blocchi sfruttando questa fase di distensione in cui l’Unione Sovietica non era più tanto
considerata il nemico esiziale ma un attore del sistema internazionale con una sua legittimità
per quanto non particolarmente apprezzabile. Anche questo tentativo di De Gaulle non ha
buon esito perché la “Primavera di Praga” è una macchia indelebile che non può essere
cancellata, la soppressione sovietica del tentativo cecoslovacco di aprire il sistema ha un’
eco fortissima nel mondo occidentale e di fatto svuota di significato qualsiasi tipo di dialogo
privilegiato tra Parigi e Mosca, ma anche tra Parigi e Pechino perché è una doppia strategia
che viene attuata da De Gaulle sia nei confronti dell’Unione Sovietica sia nei confronti dei
paesi satellite e della Repubblica Popolare Cinese. La Francia recupera una propria
autonomia ma non riesce a trasformarsi nel perno di un blocco occidentale alternativo
perché l’egemonia statunitense rimane sempre presente.

Ostpolitik
Il caso della Repubblica Federale Tedesca è un caso importante, la Germania dell’Ovest era
l’ultimo avamposto del polo occidentale di fronte alla “Cortina di Ferro” e al blocco sovietico.
Fino ai primi anni sessanta la dirigenza della Repubblica Federale Tedesca aveva fatto del
suo allineamento a Washington uno dei suoi capisaldi della propria politica estera (ingresso
nella NATO, l’aiuto fondamentale fornito da Washington nel corso del blocco di berlino)
quindi vi era un legame molto forte impersonificato dalla figura di Adenauer. Negli anni
settanta però c’è un cambio di passo all’interno del sistema tedesco, la Germania dell’Ovest
è retta da una coalizione che unisce il centro cristiano al partito socialista tedesco. Nel 1969
viene eletto cancelliere Willy Brandt che ha una propria agenda specifica, un’agenda che
rompe con l’allineamento quasi scontato della Repubblica Federale Tedesca a Washington.
Uno dei tratti caratterizzanti del suo cancellierato è la “Ostpolitik” ovvero la politica orientale
con l’obiettivo di chiudere una fase storica di contrapposizione assoluta con la Germania
dell’Est e con il blocco orientale. L’obiettivo è inaugurare una nuova fase, una fase di
relazioni pacifiche, costanti e sempre più intense con l’altra metà del popolo tedesco che
risiedeva nella Repubblica Democratica. Brandt capisce che questo obiettivo non può
raggiungersi limitando ad un dialogo diretto con la Repubblica Democratica Tedesca perché
il blocco sovietico non l’avrebbe mai permesso quindi l’unico modo per riavvicinare le due

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Germanie era facilitare le relazioni con l’interno blocco orientale e questo ovviamente era
qualcosa che a Washington non andava bene. Le posizioni però del cancelliere tedesco
sono inamovibili anche perché possono contare sul sostegno della gran parte dell’elettorato
tedesco e quindi nei primi anni settanta si arriva a una serie di accordi prima con l’Unione
Sovietica con un trattato di cooperazione e non-aggressione e poi nel 1972 un trattato che
prevede il mutuo riconoscimento di Germania Est e Germania Ovest con anche la
promozione di scambi culturale e commerciali. Non è un caso che prima viene siglato un
trattato di non-aggressione tra Repubblica Federale Tedesca e Unione Sovietica e solo due
anni più tardi si addiverrà tra la Germania dell’Est e quella dell’Ovest che prevede il mutuo
riconoscimento ma anche un sistema di scambi culturali e commerciali che non sono la
premessa alla riunificazione ma che puntano a diminuire la tensione. E’ un cambiamento di
status importante, un cambiamento che vedrà poi nel 1973 l’ingresso di Germania dell’Est e
Germania dell’Ovest all’interno delle Nazioni Unite che rappresenta un momento significativo
all’interno della “Guerra Fredda”.

Vietnam (1965-1968): escalation del conflitto


Nel 1954 viene siglato il disimpegno francese dal Vietnam a Ginevra, gli Stati Uniti però non
avevano siglato questi accordi e non si erano impegnati in tal senso perchè vedevano questi
accordi come una sconfitta occidentale e come la premessa per una sovietizzazione
dell’intera ex-Indocina francese. Gli Stati Uniti quindi si erano sostituiti a Parigi nel sostenere
la parte meridionale di quello che era il Vietnam, quello che diventerà il Vietnam del Sud
guidato da un regime locale fortemente autoritario, corrotto e inviso a buona parte della
popolazione. Già ai tempi di Kennedy gli Stati Uniti si erano impegnati a sostenere le forze
del Vietnam del Sud ma con Johnson si registra una escalation del conflitto soprattutto dal
1965 in avanti perchè nel 1964 viene eletto alla “Casa Bianca” quindi può contare sul
sostegno garantito da queste elezioni; di conseguenza viene aumentato il numero di forze
armate statunitensi nella regione ma non verrà mai dichiarato apertamente il conflitto. Nel
1968 il numero di forze armate statunitensi raggiunge il mezzo milione di unità che è un
numero incredibile da qualsiasi punto lo si voglia guardare, non vi è solo l’invio di uomini ma
anche un’escalation del tipo di conflitto infatti viene varata una serie di bombardamenti a
tappeto del Vietnam del Nord dove risidevano le forze piu’ ostili e che puntavano
all’unificazione del Vietnam sotto una leadership comunista. Si sostengono anche Laos e
Cambogia in funzione anti-comunista e di conseguenza vi è un pieno coinvolgimento degli
Stati Uniti nel conflitto. A questo pieno coinvolgimento cresce una forte opposizione interna
perchè non bastano le forze americane che sono da sempre costituite su base volontaria e
quindi viene imposta la coscrizione obbligatoria, vi è poi un movimento contro la
discriminazione razziale, un forte movimento pacifista e tra l’altro un numero crescente di
vittime che creano una crescente opposizione all’interno degli Stati Uniti nei cofronti del
conflitto. Nonostante tutto questo fino al 1967 vi era l’opinione diffusa che si è un conflitto
duro, lontano e forse un’area non così rilevante ma è un conflitto che si può vincere e che si
deve vincere perchè l’alternativa è che tutta l’ex Indocina francese cada in mano comunista
(domino theory). Poi vi è un altro contesto, siamo in piena “Guerra Fredda” e quindi non si
può accettare una sconfitta delle forze armate americane in Vietnam perché bisogna
difendere il prestigio statunitense e vi era anche una percezione che la guerra la si stesse
vincendo. Questa percezione crolla miseramente alla fine del gennaio del 1968 con
l’offensiva del Tet, ovvero il capodanno locale, sfruttando le festività i Vietminh lanciano una
serie di attacchi nel Vietnam del Sud colpendo e travolgendo una serie di importanti
postazioni e addirittura riescono a penetrare a Saigon, capitale della parte meridionale del

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paese, e riescono a colpire anche l’ambasciata americana che era probabilmente il luogo più
protetto al mondo. La sorpresa è assoluta, non ci si aspettava lontanamente che le forze del
Vietnam del Nord avessero ancora a disposizione un arsenale di questo tipo ma anche la
volontà di combattere. Le forze statunitensi riescono a recuperare il terreno perduto, tutte le
postazioni vengono recuperate ma l’offensiva del Tet lascia degli strascichi importanti
perché dimostra che il nemico non è prossimo alla sconfitta anzi è più che mai vivo e capace
di colpire al cuore la presenza americana in Vietnam. La presidenza Johnson abdica e
decide di non ricandidarsi alle elezioni del 1968, nel frattempo vi è l’assassino di Bob
Kennedy che crea altre problematiche interne. Questo conflitto porta una crisi che travolge la
presidenza Johnson, tant’è che manco si ricandida. L’elezione di Nixon era stata un’elezione
molto netta, aveva vinto con un margine molto ampio. Nixon è un esponente repubblicano
che però promuoveva il disimpegno degli Stati Uniti dal teatro vietnamita. Un disimpegno
però che Nixon avrebbe promesso avrebbe salvaguardato l’onore di Washington, il che non
era abbastanza semplice perché una sconfitta è pur sempre una sconfitta. Che qualcosa
non stesse funzionando era molto chiaro anche all’opinione pubblica, ma bisogna tenere in
considerazione che siamo in un paese che è investito da una contestazione fortissima, che è
diviso tra chi dice che non si può perdere e chi vuole il ritorno a casa dei militari. Deluso da
quelle che erano i reportage che arrivavano dalle zone di conflitto perché l’immagine che le
forze armate americane restituivano di sé erano immagini molto problematiche con gli
eccessi, l’uso di droghe, i massacri perpetrati ai danni della popolazione civile, il ricorso di
tecniche come bombardamenti a tappeto che non si conciliavano perfettamente con gli ideali
statunitensi e tutto questo va tenuto in considerazione quando si guarda la presidenza
Nixon. Inizialmente Nixon ordina un rafforzamento delle operazioni militari, non tanto perché
credesse che il conflitto si potesse vincere, ma perché riteneva fondamentale sedersi al
tavolo delle trattative in una posizione di relativa forza, o per essere onesti di debolezza non
eccessiva e per questo spinge per un'intensificazione delle operazioni militari, non solo nel
Vietnam, ma anche nelle vicine Laos e Cambogia entrambi paesi ospitavano al loro interno
delle sacche di resistenza ma fino ad allora si erano mantenuti neutrali. Peccato però che il
sentiero di Ho Chi Minh passasse per entrambi e quindi garantisse protezione al passaggio
di uomini, mezzi e risorse da nord verso sud. Il coinvolgimento di Laos e Cambogia allarga il
conflitto ed obbliga le forze americane a muoversi su altri teatri ed in ultima istanza non
porta i risultati sperati e per questo Nixon adotta una nuova strategia che prende il nome di
“vietnamizzazione del conflitto”. Con questo termine si intendeva ridurre il numero di forze
armate americane sul territorio e di rafforzare contestualmente le capacità operative delle
forze sud-vietnamite dando loro un ruolo piu’ importante, da un lato riduco il numero di forze
americane presenti sul territorio dall’altro mando risorse economiche e militari alle forze sud-
vietnamite e addestro un numero crescente di soldati sud-vietnamiti che avrebbero dovuto
sostituire gli americani che tornavano a casa; la “vietnamizzazione del conflitto” non
funzionò. Ci fu un progressivo ritiro delle forze americane, anche a beneficio di un'opinione
pubblica che non ne poteva piu’ di un conflitto distante e che aveva comportato un numero
importante di vittime americane ed infine ci fu un'intensificazione dei bombardamenti aerei
nelle città del Vietnam del Nord e lungo il corso del sentiero di Ho Chi Minh.
Un’intensificazione dei bombardamenti che ancora una volta era chiaro non avrebbe
prodotto la sconfitta delle forze del Vietnam del Nord ma che aveva l’obiettivo di dire
“guardate che noi possiamo proseguire in questo modo” era un modo per spingere le parti a
sedere al tavolo delle trattative. Un tavolo delle trattative che diventa Parigi, nel 1973 alla
fine di gennaio, abbiamo gli “Accordi di Parigi” che certificano la sconfitta degli Stati Uniti ed
è evidente quando guardiamo alle decisioni prese è chiaro che gli Stati Uniti hanno ceduto

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su tutti i punti; ci sono dei passaggi che fungono da misure volte a salvare la faccia
dell’amministrazione americana ma sono passaggi molto dubbi, consideriamo che Kissinger
puntava anche sul ruolo che Pechino e Mosca avrebbero dovuto giocare nei confronti di Ho
Chi Minh per dilazionare il momento in cui il nord avrebbe preso il controllo totale del paese.
Gli “Accordi di Parigi” prevedevano:
● un cessate il fuoco immediato nel Vietnam del Sud, conflitto che era già arrivato dal
1968 nel Vietnam del Sud con intere sacche di territorio che erano amministrate dai
Viet Minh e i Viet Cong
● un completo ritiro delle forze americane dal territorio e la liberazione dei prigionieri di
guerra americani il quale era un tema chiave per l’opinione pubblica statunitense
perché si sapeva che i prigionieri di guerra erano sottoposti ad un trattamento
disumano
● ultimo passaggio degli accordi era il riconoscimento della sovranità dei due Vietnam,
nord e del sud, ma d’altro canto una concessione enorme; veniva concesso alle forze
ribelli di mantenere le loro posizioni nel sud quindi i Viet Minh e i Viet Cong
avrebbero mantenuto le aree che controllavano nel 1973 fino a che non si fosse
giunti ad un’ipotetica risoluzione negoziale e ad una riunificazione del Vietnam.
L’idea è che si sarebbe dovuta congelare la situazione per quale anno ma in realtà nel giro
di pochissimo tempo le ostilità ripresero su ampia scala senza la presenza di forze
statunitensi sul territorio se non le forze di supporto che erano lì per addestrare le forze sud-
vietnamite o per fornire supporto logistico. Dopo l'offensiva lanciata dal Vietnam del Nord nel
1975, sostenuta dalla Cina e dall’Unione Sovietica, i soldati nord-vietnamiti presero Saigon. I
cittadini del Vietnam del Sud vengono abbandonati al loro destino e furono centinaia di
migliaia a cercare di trovare salvezza abbandonando il paese. Gli Stati Uniti erano stati
sconfitti e questo aveva generato un discredito molto significativo, siamo nel 1975 e la
Seconda Guerra Mondiale è un ricordo distante, la prova data dalle forze armate americane
sembrava chiudere ancora di più il gap con l’Unione Sovietica. Nel giro di un paio di anni
tutta l’ex Indocina francese cade in mano a forze direttamente o indirettamente legate al
blocco comunista sotto il controllo di regimi che definire brutali è un eufemismo come i
“Khmer Rossi” in cui si stima che i danni inflitti siano stati enormi con circa del 25% della
popolazione che lascia il paese per sopravvivere.

Riavvicinamento tra gli Stati Uniti e la Repubblica Popolare Cinese


Questo riavvicinamento è quello che è considerato il capolavoro di Kissinger e della
presidenza Nixon, ovvero il riavvicinamento tra gli Stati Uniti e la Repubblica Popolare
Cinese. Siamo in una fase storica in cui si assiste ad una divaricazione delle posizioni
sovietiche e della Repubblica Popolare Cinese questi due attori che per tutti gli anni
cinquanta erano sembrati coesi e uniti in realtà registrano un allontanamento delle relative
posizioni, un allontanamento che alla fine degli anni sessanta sfocia addirittura in scontri di
confine lungo il confine Siberiano. Chiaramente laddove vi è una rottura si registra la
possibilità di una infiltrazione di attori terzi. Le motivazioni che spingono Pechino e
Washington ad avvicinarsi sono dei benefici potenziali che entrambi possono trarre:
● da parte cinese l’obiettivo primo è:
○ quello di ottenere il seggio permanente all’interno del “Consiglio di Sicurezza
delle Nazioni Unite” che fino a quel momento era rimasto in mano a Taiwan e
far valere la One China Policy ovvero l’idea che in ambito internazionale
esistesse una sola rappresentante degli interessi del popolo cinese.

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○ Il primo obiettivo andava di pari passo con la volontà di emarginare ed isolare
Taiwan sul piano internazionale in previsione di un’unificazione. Siamo in
questa fase negli anni settanta, oggi questo è un tema in ambito geopolitico a
riprova della sua profondità storica.
○ L’ultimo elemento, in un certo senso, è compensare i danni derivanti delle
difficili relazioni con il Cremlino sfruttando le risorse statunitensi e gli scambi
sul piano tecnologico. Il rapporto con l’Unione Sovietica sta venendo meno e
gli Stati Uniti possono fungere da parziale alternativa ma non in tutti i settori,
non nel campo delle bombe atomiche, ma in altri settori vi è una prima
collaborazione che poi vedrà uno sviluppo crescenti negli anni ottanta e
novanta.
● Da parte statunitense gli obiettivi erano ancora piu’ significativi:
○ vi era la possibilità di rompere in maniera netta e definitiva lo schieramento
delle forze comuniste e di diventare un po’ l’ago della bilancia tra le relazioni
di Mosca e Pechino visti anche i rapporti positivi che si erano andati
sviluppando con l’Unione Sovietica.
○ il secondo elemento è che la Cina era un mercato di un miliardo di persone e
questa non è qualcosa che gli Stati Uniti avevano apprezzato negli anni
sessanta e settanta del secolo scorso; il coinvolgimento statunitense in Cina
durante la “Guerra Civile” e durante la Seconda Guerra Mondiale discendeva
da questa logica ovvero il guardare la Cina come una grande possibilità di
mercato. Durante la “Guerra Civile” e durante la Seconda Guerra Mondiale gli
è andata male agli statunitensi mentre negli anni successivi a questo
avvicinamento perché idem perchè non si registrerà una penetrazione
statunitense nel mercato cinese. Nei primi anni 2000 le cose andarono
diversamente e questa è una delle motivazioni che hanno contribuito ad una
crescita cinese che è semplicemente straordinaria e va riconosciuto, la Cina è
oggi uno degli attori principali del sistema internazionale e lo è inseguito ad
un processo di crescita che ha avuto delle problematiche enormi ma che ha
anche richiesto dei sacrifici che hanno dato frutto e che ora la pongono come
un attore economico, geopolitico e militare di primissimo piano.
○ il terzo elemento è ravvivare l’immagine americana rafforzando questa
percezione che gli Stati Uniti potessero essere l’alfiere della pace
internazionale e questo è uno dei temi cari a Nixon ed inizialmente ancora
piu’ cari a Kissinger.
I contatti tra le due potenze iniziano alla fine degli anni sessanta, c’è una lunga fase
preparatoria che poi subisce un’accelerazione fortissima tra il 1971 e il 1972. Uno dei
momenti piu’ iconici è anche la cosiddetta “Ping Pong Diplomacy” cioè quella serie di scambi
che avvennero tra le due amministrazione a margine di una visita della squadra americana
di ping pong fece in Cina. Alla “Ping Pong Diplomacy" segue una missione segreta di
Kissinger in Cina, una missione segreta che prepara la strada a quello che sarà poi il viaggio
di Nixon che avrà luogo nel 1972. Il viaggio di Nixon è un viaggio importante perché un
presidente americano che si reca in Cina è sicuramente un momento storico ma il viaggio di
Kissinger è stato sicuramente, tra i due avvenimenti, quello piu’ rilevante perché è lì che si
definirono i passaggi più significativi di questo riavvicinamento con una discussione che
ruotava intorno all'assegnazione del seggio permanente all’interno del “Consiglio di
Sicurezza delle Nazioni Unite” alla Repubblica Popolare Cinese, il colloquio attorno anche
alla crisi del Vietnam e al ruolo che la Repubblica Popolare Cinese avrebbe potuto avere per

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mitigare gli sviluppi della vittoria che avrebbero avuto le forze del Vietnam del Nord ed in
ultima analisi per preparare questo avvicinamento. Nel 1971 si realizza uno degli obiettivi più
importanti per Pechino, ovvero l’ingresso di Repubblica Popolare Cinese all’interno delle
Nazoni Unite con il seggio permanente con l’estromissione di Taiwan senza aver voce in
capitolo. Nonostante questo gli Stati Uniti mantengono un legame fortissimo con Taiwan, di
fatto si impegnano a proteggerla ma sostanzialmente sul piano diplomatico aderivano alla
“One China Policy” la quale impone che ci siano relazioni dirette e formali con solo una delle
due Cine. Nel 1972 il viaggio di Nixon e Kissinger a Pechino chiude questa stagione,
l’incontro chiave è quello con il Ministro degli Esteri En-Lai e poi con Mao. Si definisce un
principio cardine ovvero quello della coesistenza pacifica tra sistemi differenti anche qui un
recupero delle posizioni che si erano avute nella “Prima Distensione” spostato in questo
caso tra la Repubblica Popolare Cinese e Stati Uniti. L’altro elemento cardine è che Zhou
En-Lai riconosce che uno scontro nucleare avrebbe portato ad una distruzione dell'intero
genere umano. E’ un aspetto questo che non è secondario perché per tutti gli anni sessanta
Mao aveva testato la pazienza americana quasi provocando le amministrazioni statunitensi
perché riteneva che gli Stati Uniti non avrebbero mai osato a ricorrere alle armi di distruzione
di massa. E’ famosa la frase detta da Mao nei colloqui avuto con Breznev che l’America
fosse un tigre di carta ma l'omologo sovietico diceva “una tigre di carta, ma con denti
atomici” e lo diceva la guida dell’Unione Sovietica che aveva ben contezza di cosa fosse
avvenuto a Cuba all’inizio degli anni sessanta e quindi aveva una percezione diversa delle
cose. E’ una partnership che solo in parte soddisfa gli obiettivi delle due parti, sicuramente
però da parte cinese ci fu un risultato eccezionale che fu appunto l’ingresso nel “Consiglio di
Sicurezza delle Nazioni Unite” ma questa non fu una gentile concessione degli Stati Uniti ma
il mondo negli anni sessanta e settanta il mondo stava cambiando; le Nazioni Unite non
erano la casa di una cinquantina di paesi diversi ma avevano visto aumentare enormemente
il numero di paesi che erano diventati stati membri e la maggior parte di questi erano
all’interno dei paesi in via di sviluppo sui quali la Cina aveva un’influenza crescente. Tant’è
che sono questi gli anni che vedono la Cina guidare il fronte dei paesi non-allineati e stabilire
le relazioni diplomatiche ed economiche molto solide con i paesi africani; un tema che ora è
centrale nella strategia di approvvigionamento delle materie prime cinesi ma anche nella sua
strategia volta ad espandere le vie di comunicazione. Quando si parla di “One Belt One
Road” non si parla solo dei canali che passano per il continente Euroasiatico o lungo le vie
marittime ma che passano e che hanno uno snodo centrale nel continente africano.

Polo sovietico
Sul piano politico si ebbe una transizione sul piano politico e questo è l’unico elemento di
continuità tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica perché entrambe vissero una transizione. La
transizione sovietica segnò un passaggio di consegne tra Kruscev e Breznev che divenne il
nuovo leader dell’Unione Sovietica. Kruscev pagò l’onda lunga della crisi cubana, vide una
fase di progressiva marginalizzazione ed indebolimento, nel 1964 venne destituito e gli viene
data una pensione e gli viene permesso anche di scrivere le sue memorie. C’è una fase di
transizione che vede un co-dominio tra Kosygin, il Primo Ministro, e Breznev, che è il
segretario del partito. Fra i due prevarrà la figura di Breznev che in un certo senso arriverà a
dominare le scene della politica interna ed internazionale dell’Unione Sovietica nel corso
degli anni sessanta e settanta.

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Problemi del polo sovietico
E’ una fase che se non è particolarmente positiva per gli Stati Uniti non è che sia la fase
migliore dell’Unione Sovietica. Il modello di economia pianificata sovietica che aveva dato
enormi frutti negli anni cinquanta e soprattutto negli anni sessanta inizia a segnare un po’ il
passo. La crescita diminuisce, la corsa agli armamenti richiede un tributo enorme sulle
casse dello stato, gli stessi paesi satellite alla fine degli anni settanta iniziano sempre ad
essere più debitori nei confronti delle potenze Occidentali alle quali chiedono prestiti.
L’Unione Sovietica, che si presentava al mondo come il “Granaio d’Europa”, era obbligata ad
acquistare enormi quantità di derrata alimentare dagli Stati Uniti perché non era più
autosufficiente. Oltre alle difficoltà economiche il polo sovietico registra una serie di crisi
interne, magari non marcate quanto quelle che segnarono il polo a guida statunitense, ma
estremamente significative. La prima riguardò le relazione con la Repubblica Popolare
Cinese, relazioni che si andarono via via deteriorando in maniera crescente; in realtà le
origini di questo processo si dividono a metà degli anni cinquanta ma si sarebbero fatte via
via più marcate nel corso degli anni sessanta del secolo scorso. L’altra crisi più importante fu
quella legata alla “Primavera di Praga (1968)”, tra la fine degli anni sessanta e settanta vi è
anche l'altra sconfitta, che non poteva che essere letta come tale che l’Unione Sovietica
dovette affrontare, ovvero il pieno avvicinamento tra Washington e Pechino.

Repubblica Popolare Cinese tra ridefinizione di equilibri interni e la rottura con


Mosca
La situazione interna all’ambito cinese non è una situazione di stagnazione, anzi si tratta di
un paese in costante evoluzione sul piano della politica estera, sul piano della politica
interna e sul piano della politica economica. Per tutti gli anni cinquanta Mao aveva cercato di
mantenere strettissime le relazioni tra i due paesi e si registrò un trasferimento tecnologico
senza pari per intensità e profondità, un trasferimento che dall’Unione Sovietica andava a
beneficiare la Repubblica Popolare Cinese. Per tutto il corso degli anni cinquanta furono
decine di migliaia di studenti cinesi che andarono a trasferirsi in Unione Sovietica e altri che
fecero il passaggio opposto, migliaia furono i tecnici sovietici in Cina per sostenerla in tutti gli
ambiti e favorire un processo di modernizzazione che doveva investire l’intero paese data
l’arretratezza in alcune aree. La rottura però si inizia ad intravedere nel 1956, anno dove
prende piede il processo di “destalinizzazione” e questo passaggio che aveva rappresentato
un cambio di pagina rispetto all’epoca staliniana, una denuncia anche degli eccessi di
quell’epoca avevano creato non pochi problemi a Mao che da una parte dissentiva rispetto
al nuovo corso proposto da Kruscev e dall’altra temeva la stessa fine del dittatore georgiano
dal punto di vista della marginalizzazione postuma. Si trattava di un dissenso che però non
poteva manifestare a pieno perchè la Repubblica Popolare Cinese era palesemente in una
posizione di subalternità rispetto all’Unione Sovietica ma alla fine degli anni cinquanta Mao
ritiene il sistema cinese forte a sufficienza per trasformare il paese, nel giro di pochi anni, in
una delle più avanzate economie del mondo. Quindi da vita, nel 1958, ad una serie di
riforme che prendono il nome di “Grande balzo in avanti” vi era l’idea che fosse possibile
fare meglio, fare di più ed in meno tempo. Un processo che investì soprattutto il settore
agricolo ed industriale ma con ricadute fortissime sul piano sociale; vennero create comunità
agricole autosufficienti, si cercò di aumentare il coinvolgimento della donna all’interno del
processo produttivo creando macro-asili comuni, si cercò di spingere per aumentare a
dismisura la produzione di acciaio che era uno degli elementi con i quali si leggeva la forza
di un attore statuale in questo periodo. All’inizio, nel primo anno, questa politica diede

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risultati eccezionali e si tradusse in una crescita estremamente significativa della produzione
agricola, della produzione di acciaio e delle infrastrutture. Il problema però è che quando si
ha una macchina che può reggere un certo numero di giri se si continua a spingerla ai
massimi giri possibili si fonde il motore e questo è quello che avvenne all’interno del
contesto cinese. Le leadership locali sono chiamate a raggiungere degli obiettivi ben definiti
e quando non riescono a raggiungerli invece di non comunicare il non raggiungimento di
questi obiettivi al partito centrale alterano le statistiche. Il problema è che i nodi vennero
rapidamente al pettine, soprattutto in ambito agricolo, perché dal 1959 in avanti si
registrarono una serie di fenomeni atmosferici avversi che incisero in maniera pesantissima
sulla produzione agricola. Se io posso contare su un sistema funzionante nel momento in cui
una provincia/regione soffre di un deficit alimentare posso compensarlo con la produzione di
altre regioni ma se la classe dirigente bara sui numeri non si sa come intervenire e non si ha
contezza della crisi quindi si ha un intervento errato o in ritardo. Tutto questo si traduce in
milioni di vittime, il “Grande balzo in avanti” è ricordato come uno dei momenti più cupi della
storia della Cina contemporanea. Per Mao l’obiettivo non era solo far crescere la Cina ma
anche proporre un modello di crescita diverso, Mosca cerca in tutti i modi di far desistere la
dirigenza cinese, di spingerla ad adottare un processo diverso ma Mao vuole lanciare un
messaggio facendo capire che la Cina si può reggere sulle proprie gambe ma può diventare
un modello alternativo sul piano internazionale. Sul piano esclusivamente politico l’influenza
cinese ebbe un impatto limitato, solo l’Albania adottò l’impostazione cinese ma sul piano
culturale ebbe un impatto fortissimo (il 1968 in Europa e in Italia vide come modello non il
modello sovietico ma il libretto rosso di Mao o il modello cubano). Il “Grande balzo in avanti”
fu un fallimento epocale ed ebbe un impatto diretto. Sul piano internazionale l’Unione
Sovietica inizia a ridurre il suo sostegno a favore di Pechino soprattutto sul piano della
collaborazione nucleare perché teme di dover far fronte di lì a poco ad un attore
nominalmente parte della famiglia del socialismo internazionale ma di fatto non allineato
quindi sul quale non poteva avere il controllo e nel 1964 Pechino ottiene l’arma atomica. Non
c’è però solo un impatto sul piano internazionale ma anche su quello interno, Mao paga la
scelta del “Grande balzo in avanti” e viene messo sempre più marginalizzato da nuove
generazioni di riformatori tra i quali emerge Deng Xiaoping che sarebbe divenuto poi l’icona
della straordinaria crescita cinese a cavallo tra gli anni settanta e ottanta del secolo scorso.
Questa marginalizzazione però ha una durata limitata perchè Mao gode di un peso specifico
che è ancora enorme e quindi nel 1966 si gioca le sue carte per ritornare al centro del
sistema cinese e quindi scatena e si rende protagonista di una serie di prese di posizioni
pubbliche che attaccano la corruzione dei governanti, la classe politica comunista cinese
dicendo ha tradito i valori della rivoluzione e questo genera un’eco molto forte soprattutto
sulle generazioni piu’ giovani in particolare sugli studenti e genera una fase di profonda
destabilizzazione interna al sistema cinese. Per tre anni si assiste a vere proprie purghe
degli intellettuali e dei dirigenti del Partito Comunista meno allineati con Mao. Alla fine degli
anni sessanta Mao è tornato ad avere un ruolo chiave nel sistema cinese, un ruolo che
manterrà in parte fino alla sua morte anche se nell’ultima fase perderà buona parte del
controllo sul sistema cinese. Tutto questo ha altre ricadute sul piano della politica estera
internazionale, abbiamo detto il “Test Nucleare cinese (1964)” che trasforma la Cina in un
nuclear-weapon-state. Si chiude infine il “Grande balzo in avanti”, si chiude l’esperienza
della rivoluzione culturale, un’instabilità profondissima all’interno del contesto cinese, dopo
aver scatenato gli studenti e le guardie rosse contro gli apparati del partito Mao sfrutta i
legami con le forze armate cinesi per riportare la situazione ad minimo di stabilità e questo
ha favorito una ridefinizione dei quadri del partito comunista e ha ridonato centralità a Mao.

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In politica estera cresce la competizione con gli Stati Uniti, la Cina si dota di un'arma
nucleare e si assiste alla completa rottura tra Cina e Unione Sovietica che è esemplificata
dagli scontri di confine che hanno luogo nel 1969 lungo il confine siberiano.

Primavera di Praga (1968)


E’ un altro momento chiave della storia, nel contesto ungherese e polacco si è arrivato in un
modo o nell’altro ad una ridefinizione della classe dirigente, a Praga nel 1968 si registra
un’altra ondata di cambiamento. Nel 1968 viene nominato segretario del partito comunista
cecoslovacco Alexander Dubcek che prende il posto del leader precedente Novotny. Dubcek
è una figura particolare che riflette la volontà di cambiamento che dominava e che segnava
profondamente la società cecoslovacca che alla fine degli anni sessanta viveva una
situazione quasi ingessata, non aveva voce in capitolo sulla gestione della res publica e
guardava sempre più con nostalgia a quella fase democratica registratasi tra le due guerre
mondiali. Dubcek si fa portavoce di riforme che non vogliono portare la Cecoslovacchia dal
polo sovietico, non vogliono espellere il partito comunista ma vogliono realizzare una
transizione verso un socialismo dal volto umano dove sia possibile un dibattito aperto, non
solo in seno al partito, ma all’interno della società civile. Questo elemento relativo al dibattito
e alla libertà di parola è ciò che differenzia la Cecoslovacchia dal resto dei paesi satellite e
questo non crea pochi problemi non solo alla dirigenza sovietica ma ai quadri dirigenti dei
paesi satellite. Il timore è che ci fosse un effetto contagio e che si dovesse garantire la
stessa misura di libertà di parola anche agli altri contesti indebolendo le leadership politiche
di questi paesi. E’ anche su pressione dei paesi satellite che nell’agosto nel 1968 si ha
un’occupazione militare della capitale da parte dei paesi membri del “Patto di Varsavia”,
un’occupazione che sarebbe durata quasi fino alla fine della “Guerra Fredda”. Non si registrò
lo stesso livello di conflitto armato che si ebbe in Ungheria o in altri contesti, la contestazione
fu in larghissima parte pacifica, ci furono anche episodi molto evocativi come studenti che si
tolsero la vita pubblicamente per protestare contro quello che stava avvenendo, ma tutto
sommato si tentò la resistenza pacifica. Di fatto però la prova di forza sovietica raggiunse i
suoi obiettivi senza che il polo occidentale si strappasse le vesti, ci furono dichiarazioni di
facciata molte dure ma paradossalmente furono i partiti comunisti occidentali a denunciare
questa presa di posizione tra questi quello italiano. L’occupazione militare della
Cecoslovacchia rappresentò un precedente, ma soprattutto rappresentò un messaggio
molto chiaro lanciato dalla dirigenza sovietica e anche dalle controparti occidentali ovvero
che non si poteva cambiare lo statu quo era diventato un asse che andava tutelato da qui la
“Dottrina Breznev” che diceva: “Quando forze ostili al socialismo minacciano i paesi
socialisti dall’interno, non è un problema di quel singolo paese ma di tutti i paesi socialisti”.
Questo era un modo per sdoganare l’intervento armato nel caso in cui si fosse deviato da un
percorso che era stato definito, vi erano delle linee rosse che non potevano essere superate.
Dubcek non venne eliminato, prima decise di dimettersi e dopo venne marginalizzato e finì i
suoi giorni sotto il controllo degli apparati di sicurezza sovietici e a fare un lavoro da
amministratore di medio livello. La Cecoslovacchia era stata ricondotta all'ordine e questo
non aveva scatenato nessuna risposta da parte delle forze Occidentali sul piano militare,
anche perché gli Stati Uniti erano impegnati in Vietnam e l’Europa faceva i conti con le sue
debolezze e contraddizioni interne.

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La shatterbelt mediorientale
Gli anni settanta sono anni che registrano una serie di crisi continue, molte di queste crisi si
collocano all’interno della linea di faglia mediorientale. E’ come se le tensioni del sistema si
fossero scatenate sempre più frequentemente all’interno di un’area sempre piu’ contesa e
sempre piu’ zona di scontro indiretto tra le due superpotenze. Le due superpotenze non
arrivarono mai allo scontro diretto ma agiscono per procura ovvero sostengono attori locali
per fare i loro interessi. I principali conflitti di questo periodo sono:
● “Guerra dei sei giorni (1967)” che ha un impatto drammatico sul contesto
mediorientale
● L’ascesa di Gheddafi al potere nei primi anni settanta
● il caso del “Settembre Nero” che investì la Giordania, nome che fa riferimento ad una
serie di azioni militari che le forze di sicurezze giordane attuarono contro i militanti
palestinesi che erano residenti sul territorio giordano. Operazioni militari che di fatto
portarono all’epurazione delle milizie palestinesi dalla Giordania e al loro
trasferimento in Libano. I palestinesi operavano sul suo territorio e che di fatto
operavano come uno stato nello stato, una situazione che per la famiglia reale
hascemita non era più tollerabile e che porta ad uno scontro diretto. Questi
movimenti si sarebbero poi confluiti in Libano rendendosi protagonisti della crisi
libanese scoppiata nel 1975.
● “Guerra dello Yom Kippur (1973)”
● Una fase di apparente distensione tra Israele ed Egitto seguito agli accordi di “Camp
David (1978)” e al “Trattato di Pace (1979)”
● “Rivoluzione iraniana (1979)”
● La salita al potere di Saddam Hussein in Iraq (1979)
● L’invasione sovietica dell’Afghanistan (1979) durata per quasi un decennio
● Conflitto Iran-Iraq (1980-1988) che causano un milione di morti, zero cambiamenti
sull’ambito territoriale se non un indebolimento enorme dei due contendenti
● “Assassinio di Sadat (1981)” il presidente egiziano
E’ come se la crisi della distensione avesse provocato, dai primi anni settanta in poi, una
deflagrazione del sistema mediorientale. Il 1979 in Medio Oriente è un anno di profondo
cambiamento nella regione. Vi è il crescente fattore della religione come fattore politico
fondamentale soprattutto all’interno del contesto islamico; il fallimento del panarabismo, dei
modelli socialisti si traduce in un “revival religioso” che è marcatamente significativo e
l’espressione più evidente di questa situazione è la “Rivoluzione Iraniana (1979)” infatti non
a caso parliamo di Repubblica Islamica dell’Iran.

Guerra dello Yom Kippur (1973)


Nel 1973 vi è un nuovo scontro su ampia scala, questa volta l’offensiva è lanciata dalla Siria
e dall’Egitto nel periodo della festività dello Yom Kippur. Inizialmente le forze arabe hanno la
meglio e si teme che l’offensiva possa giungere non solo nel SInai, cosa che avviene, ma
che possa sfondare la difesa israeliana. Vi è un intervento significativo da parte degli Stati
Uniti che attuano un ponte aereo per rifornire le forze israeliane rischiando addirittura al
conflitto diretto con l’Unione Sovietica tant’è che si alza il livello di sicurezza e di allarme
interno. L’esito di questo conflitto ci dimostra che Israele non è invincibile e non è solo un
messaggio rivolto ai paesi arabi ma rivolto alla stessa società civile israeliana, gli Stati Uniti
sono un alleato chiave per Israele e non sono disposti a farla fallire ed è possibile porre le

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basi per un cambiamento. Infatti dallo Yom Kippur si pongono le basi per un dialogo che
sfocerà poi negli accordi di “Camp David”. Quello che dà il 1973 all’Egitto è l’onore delle armi
sostanzialmente il 1973 si conclude con le forze egiziane che sono ad un passo dal tracollo
ma sul campo per un periodo significativo hanno combattuto alla pari ma addirittura superato
le forze israeliane. Vi fu poi un “Trattato di Pace (1979)” tra Israele ed Egitto che diventa uno
dei capisaldi su cui si sarebbe retto il nuovo sistema mediorientale ma si traduce anche
nell’espulsione dell’Egitto dalla “Lega Araba” e nel blocco delle esportazioni petrolifere che a
sua volta ha un’incidenza enorme nell’economia Occidentale e soprattutto in Europa e
marca soprattutto la fine di un’era. Gli anni cinquanta, sessanta sono anni di crescita
continua ma che sono finiti, inizia una fase in cui l’Occidente deve fare i conti con un “Terzo
Mondo” che non è solo arretrato ed in via di sviluppo ma dispone di risorse e può usarle
come un’arma.

Invasione sovietica dell’Afghanistan

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Questa invasione è uno snodo cruciale, l’Afghanistan era un paese che dai tempi dell’Impero
Zarista era un’area chiave (ricordiamo il grande gioco). Dopo la “Seconda Guerra Mondiale”
l’Afghanistan finisce sotto la tutela sovietica con l’Unione Sovietica che investe in maniera
significativa nel paese. Il paese è retto da una monarchia, il monarca è Zahir Shah, il quale
però viene detronizzato nel 1973 ed inizia una fase di profonda instabilità con colpi di stato
uno dopo l’altro; prima vi è un colpo di stato che provoca la caduta di un parente del Re che
era diventato Primo Ministro e poi vi erano lotte interne al partito comunista afghano che si
giocavano anche sul piano etnico-linguisitico. Tutto questo mentre la classe dirigente
afghana cerca di attuare riforme modernizzanti (parità dei sessi, liberazione della donna da
una situazione di semi-schiavitu, scolarizzazione di massa…) le quali creano una linea di
frattura tra città e campagna, le città più
importanti erano legate all’Unione
Sovietica e ai suoi modelli mentre le
zone rurali erano ancorate a sistemi
tradizionali. Lo scontro si fa sempre piu’
inteso tant’è che l’Unione Sovietica
teme che tutto questo porti al collasso
del Paese e quindi decide di intervenire
il giorno prima di Natale e quindi
intervengono nel paese e portano alla
caduta di Amin e viene messo al potere
un regime che di fatto è “puppet”
ovvero una marionetta nelle mani
dell’Unione Sovietica. Il coinvolgimento
sovietico in Afghanistan dura quasi un
decennio e può essere paragonato al
Vietnam statunitense dati gli elevati
costi economici, migliaia di vittime e
una incapacità di pacificare il paese. E’ un paese che è stato definito durante la storia come
il “Cimitero degli Imperi”. Le aree dove l’Unione Sovietica poteva giocare una sua influenza
sono le aree che corrono attorno a linee di comunicazione che formano una specie di anello
che unisce le principali città mentre le zone rurali sono state dominio delle forze di
opposizione. Gli Stati Uniti hanno sfruttato le debolezze sovietiche finanziano i mujaheddin
tramite il Pakistan, erano mujaheddin locali ma anche successivamente si sarebbero
innescati in questo contesto volontari proveniente da intere comunità islamiche, i cosiddetti
foreign fighters.

Ultima fase della “Guerra Fredda”: crollo dell’Unione Sovietica


Dopo una fase di “Grande Distensione” riprende l’offensiva e l’iperestensione sovietica a cui
gli Stati Uniti risponderanno anche favoriti dall’elezione del presidente americano Reagan
che darà avvio ad una serie di politiche sia incentrate sull’economia ma anche sulla politica
estera quindi ad un ritorno alla corsa agli armamenti, al riarmo e ad un roll-back inteso come
arrestare l'offensiva sovietica bloccandola e respingendola. Analizzeremo anche le
debolezze intrinseche dell’Unione Sovietica perché è vero che l’URSS crolla nel 1991 ma in
realtà le debolezze erano presenti e ben visibili già molto tempo prima. Vedremo la figura di
Gorbacev e il tentativo, che risulterà tardivo, di riformare l’URSS perché come vedremo le
riforme che il segretario del PCUS porterà avanti arrivarono in un momento in cui la crisi

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dell’Unione Sovietica era irreversibile ed era impossibile oramai frenarla. Questo ci condurrà
poi alla fine della “Guerra Fredda” in Europa con la riunificazione tedesca in seguito al crollo
del “Muro di Berlino (1989)” ed infine analizzeremo brevemente i passaggi significativi che
condurranno al crollo dell’Unione Sovietica stessa.

Offensiva e ipertensione sovietica


Dopo una fase di “Grande Distensione” l’Unione Sovietica riprende con la corsa agli
armamenti e riprende con diverse offensive regionali che avevano l’obiettivo di mostrare
come la potenza sovietica fosse presente in varie parti del mondo. Abbiamo il caso
dell’Etiopia dove l’Unione Sovietica supporta il regime marxista salito al potere dopo la
caduta dell’imperatore Selassiè nel 1974. Sempre restando nel continente africano,
spostandoci in Mozambico e Angola, due ex-colonie portoghesi, l’Unione Sovietica opera ed
agisce a supporto dei movimenti marxisti e filo-sovietici che proprio nel periodo post-
indipendenza dal Portogallo prendono potere a discapito di altre formazioni. L’intervento
tuttavia più significativo e anche quello che viene considerato per eccellenza l’anno in cui
termina definitivamente il periodo di “Grande Distensione” è l’intervento in Afghanistan che
avviene il 25 dicembre del 1979 a supporto della Repubblica Democratica dell’Afghanistan
che nel corso degli anni aveva visto l’emergere di partiti conservatori islamici che si
opponevano all’impronta laica data dalla Repubblica Democratica dell’Afghanistan. La
Repubblica Afghana chiede l’aiuto e il supporto dell’Armata Rosso che il 25 dicembre del
1979 da via a questa operazione; in realtà l’intervento in Afghanistan era stato pensato
dall’URSS come un intervento rapido e provvisorio che mirava a stabilizzare la situazione
afghana ma in realtà si vedrà come non sarà così di fatto. In realtà il presidente Carter,
presidente americano, decise a quel punto di rispondere sospendendo la ratifica del trattato
SALT 2 attraverso una serie di sanzioni economiche oltre ad un’ulteriore corsa al riarmo che
raggiungerà il suo apice con l’elezione a presidente americano del repubblicano Roman
Reagan.

L’avvento di Reagan e della Reagonomics


Ronald Reagan sale al potere con le elezioni del 1980 ed effettivamente le elezioni di questo
presidente scatenò una serie di reazioni contrastanti in seno all’opinione pubblica
internazionale sia a causa della non giovane età del presidente che al momento delle
elezioni aveva circa 70 anni ma anche per la singolare e particolare carriera da attore
hollywoodiano di Reagan che era famoso e celebre per film western e film di propaganda
sulla “Seconda Guerra Mondiale”. Si dedicò poi alla politica diventando il governatore della
California e poi viene eletto come presidente degli Stati Uniti. In ambito economico si parla di
Reaganomics la quale fa riferimento all’idea che il liberismo sia fondamentale per rilanciare
l’economia non solo degli Stati Uniti ma dell’Occidente in generale. In questo senso Reagan
criticava l’approccio keynesiano, Keynes aiutò Roosevelt ad uscire dalla crisi del 1929
mediante una politica che attuasse ed incrementasse la spesa pubblica anche a costo di
aumentare lo stesso debito pubblico dello stato, mentre Reagan sostiene che al contrario è
opportuno rilanciare l’economia mediante l’eliminazione delle restrizioni normative in termini
di libertà di impresa (deregulation) e in sostanza un ridimensionamento e una diminuzione
del welfare state quindi in sostanza l’intervento dello stato in economia doveva essere
ampiamente limitato. Accanto a Reagan si schiera anche Margaret Thatcher, Primo Ministro
inglese, la quale anche lei converge e si trova d’accordo con Reagan su questi punti ovvero
sull'importanza di attuare un’impronta liberista da parte dello stato e un ridimensionamento

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del welfare state. In politica estera Reagan aveva l’obiettivo di portare nuovamente gli Stati
Uniti al centro del mondo mediante il rilancio e mediante una forte presenza statunitense nel
mondo a supporto delle popolazioni che stavano combattendo l’Unione Sovietica in diversi
paesi ovviamente paesi del “Terzo Mondo” in primis. In questo senso un passo
imprescindibile e fondamentale era dato dal “Washington Consensus” che fa riferimento
all’importanza del ruolo della banca mondiale e del fondo monetario internazionale a
sostegno dei paesi del “Terzo Mondo” in modo tale da avvicinarli e portarli dalla parte degli
Stati Uniti e dell’Occidente mediante la concessione di prestiti in cambio delle misure di
aggiustamento strutturale ovvero una serie di misure a stampo liberista che i paesi del
“Terzo Mondo” dovevano portare avanti per ottenere questi prestiti e queste agevolazioni.
Allo stesso tempo Reagan rafforzerà cospicuamente lo strumento militare, sia nel settore
degli armamenti convenzionali ma anche nel settore degli armamenti strategici; in questo
senso fondamentale è il piano denominato “Strategic Defense Initiative" il quale prevedeva
l’installazione di stazioni orbitanti nello spazio dotati di armi laser che avrebbero dovuto
eliminare in volo i missili strategici impedendo ai missili sovietici di colpire direttamente gli
Stati Uniti. Accanto all’incremento della spesa militare vengono installati anche missili di
medio-raggio in Europa Occidentale, i cosiddetti euro-missili. Tuttavia Reagan comprese
l’importanza di riprendere il dialogo con l’Unione
Sovietica per una comune politica di disarmo, tanto che
che nel 1981 vennero aperte le trattative sulla riduzione
delle forze nucleari intermedie (INF) e al tempo stesso
nel 1982 vengono avviati i colloqui per la limitazione
degli armamenti strategici (START) che in realtà
verranno poi ratificati alla fine dell’Unione Sovietica.

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Roll-back 2.0: principali direttrici regionali
E’ la risposta di Reagan alla corsa agli armamenti sovietici e a queste offensive regionali che
l’URSS stava portando avanti. La “Dottrina Reagan” secondo cui gli Stati Uniti avevano il
dovere morale di contrastare il comunismo in ogni parte del mondo anche a sostegno di altri
popoli. In questo senso si è diviso in un sostegno a:
● Asia Centrale e Orientale
○ Afghanistan, con un sostegno finanziario e militare ai mujaheddin che
vengono presentati come i combattenti per la libertà. In realtà con il passare
del tempo i movimenti di resistenza anti-sovietici divennero sempre più
efficaci grazie all’aiuto degli Stati Uniti che mediante la CIA fornirono armi
moderne ai combattenti.
○ Repubblica Popolare Cinese, vi è un miglioramente di rapporti con la
Repubblica Popolare Cinese la quale si distacca dall’Unione Sovietica per
avvicinarsi agli Stati Uniti; con Reagan il supporto alla Repubblica Popolare
Cinese continua e viene enfatizzata grazie alla fornitura di tecnologie militari a
Pechino
● America Centrale, un’altra area in cui l’amministrazione Reagan fu presente e decise
di impegnarsi apertamente contro l’espansione del comunismo
○ Nicaragua, porta avanti un sostegno ai cosiddetti contras che stavano
combattendo contro il governo sandinista il quale era un governo che prese
spunto da un movimento di ispirazione marxista e supportato peraltro da
Cuba.
○ El Salvador, supportano i conservatori che stavano combattendo contro il
fronte Farabundo Martì anche questo di ispirazione marxista
○ Repubblica di Grenada, un'isola molto piccola dei Caraibi in cui gli Stati Uniti
danno vita ad un operazione “Urgent Fury” con il pretesto di dover portare in
salvo i cittadini americani presenti sull’isola di fatto però si tratta di un
intervento per spodestare il leader di sinistra che aveva preso potere in quei
anni e per instaurare un governo filo-americano.
● Medio Oriente
○ Libano, nel 1982 gli Stati Uniti danno vita ad un'operazione internazionale di
“peacekeeping” che si inseriva nell’ambito della “Guerra Civile” in Libano che
avviene tra il 1979 e il 1990. In realtà fu un intervento di breve durata perché
terminò solo due anni dopo, nel 1984, a causa di diversi attentati terroristici e
per evitare che si riproponesse un nuovo Vietnam. Il Libano sin
dall'indipendenza era composto da diverse componenti etniche che si trovano
in contrapposizione tra di loro, all’interno del Libano poi si inseriscono altri
attori fra cui Israele e l’OLP.
○ Iraq, gli Stati Uniti intervengono per fornire supporto al regime di Saddam
Hussein nella guerra che Saddam decide di portare contro l’Iran tra il 1980-88
fornendo armi e supporto tecnologico e militare insieme agli Emirati Arabi
Uniti e all’Arabia Saudita. E’ interessante come in realtà nel giro di pochi anni
la posizione degli Stati Uniti nei confronti del governo di Baghdad cambia
radicalmente perché nel 1990, quando Saddam decide di invadere il Kuwait
gli Stati Uniti daranno avvio ad una coalizione internazionale contro il regime
iracheno; nel giro di due anni la posizione statunitense cambia radicalmente
nei confronti di questo paese.

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○ Libia, gli Stati Uniti nel 1986 bombardano una residenza del leader Gheddafi
che in quei anni era il principale finanziatore di movimenti terroristici; tuttavia il
leader ne uscì indenne e in questo senso il bombardamento non andò a buon
fine perchè riuscì comunque a scappare.

URSS: gigante d'acciaio con i piedi d’argilla


Come anticipato l’URSS esternamente presentava l’immagine di una superpotenza in grado
di proiettare la propria influenza e di far sentire la propria presenza militare in diverse aree
del mondo ma in realtà però le debolezze erano intrinseche ed erano presenti già da molto
tempo. Innanzitutto vi erano numerose forme di dissenso interne e negli stati satellite, in
particolar modo Polonia, Ungheria e Romania; vi era un forte conformismo e un forte rifiuto
di qualsiasi mutamento quindi che si inseriva nell’ambito burocratico, politico ed economico.
Vi era nomenklatura potente e possente con un’economia in crisi che aveva visto
un’agricoltura con un deficit sempre maggiore in numerosi settori e una stagnazione
dell’industria e in sostanza un sistema di distribuzione inefficace. In sostanza non si riusciva
a far fronte ai bisogno dei cittadini e per altro i beni di consumo restavano appannaggio della
stessa nomenklatura e quindi per la popolazione era impossibile ottenere un bene di
consumo e già i beni di necessità, a causa della distribuzione inefficace, erano difficili da
reperire. Al tempo stesso le innovazioni tecnologiche erano limitate al solo settore militare e
il KGB era prepotente in questo senso perchè vi era un rigido sistema di controllo con la
presenza di passaporto interno senza il quale non era possibile spostarsi da un luogo ad un
altro e per altro era necessario registrare il possesso di ogni bene di consumo, pensiamo per
esempio alla macchina da scrivere ed infine vi era un difficile rapporto con gli stati satellite
che erano sempre più indebitati nei confronti dell’Occidente. Queste difficoltà erano
provocate da una sclerotizzazione della leadership sovietica che nel giro di pochi anni ebbe
numerosi cambiamenti: Breznev dal 1970-82 anche se di fatto dopo un ictus avuto nel 1976
di fatto negli ultimi anni non sarà lui a governare direttamente l’Unione Sovietica, poi vi era
Andropov, il capo del KGB, infine poi l’arrivo di Cernenko che durerà solamente al comando
un solo anno dal 1984 al 1985.

Gorbacev e il tentativo tardivo di riformare l’URSS


La scomparsa di Cernenko all’inizio del 1985 alla guida del partito viene posto Gorbacev che
si presenta subito come un leader giovane con un programma di riforme che avrebbero
dovuto in sostanza ristrutturare l’Unione Sovietica. Questo tentativo arriva tardi quando
oramai la crisi era irreversibile e l’Unione Sovietica era oramai al collasso ma è interessante
nominare e citare questo programma di riforme. Dato l'immobilismo, il conformismo e date le
pratiche immobilistiche della superpotenza, Gorbacev propone un programma di riforme per
migliorare e rendere più efficace e trasparente l’Unione Sovietica:
● Glasnost, ovvero trasparenza ed era una riforma che mirava a ridurre la censura e al
tempo stesso ad aumentare la libertà di espressione e di stampa
● Perestrojka, ovvero rinnovamento, che in ambito economico vedeva nell’introduzione
della proprietà privata e nel miglioramento delle condizioni di vita della popolazione e
nell’ambito istituzionale cercava di portare avanti un pluralismo seppur limitato.
In realtà Gorbacev si accorge di come l’Unione Sovietica era incapace a questo punto di
portare avanti una corsa agli armamenti vista la corsa agli armamenti che gli Stati Uniti
stavano portando avanti con Reagan e Gorbacev fu lungimirante perché si rese conto che in
realtà bisognava ridurre le spese militare e che un'ulteriore corsa agli armamenti sarebbe

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stata insostenibili arrivati a questo punto per l’URSS e quindi porta avanti la firma del trattato
sull’eliminazione delle armi nucleari a medio-raggio. Questa firma avvenne nel 1987 e fu
voluta anche dagli Stati Uniti stessi, perché nel 1986 scoppia il disastro di Chernobyl e
quindi dal canto statunitense e sovietico ci si rende conto come effettivamente la riduzione
delle armi nucleari fosse al primo posto delle agende delle due superpotenze e dovesse
essere siglata con la firma del trattato. Restando nell’ambito della politica estera Gorbacev
abbandona sempre di più la “Dottrina Breznev” che era fondata sull’intervento diretto militare
dell’Armata Rossa nel caso di crisi dei regimi comunisti al potere per abbracciare la “Dottrina
Sinatra” con la quale ogni paese satellite individuasse la propria strada e come vedremo
questo avrà dei riflessi importanti sugli stati satellite dell’Europa Occidentale (Polonia,
Ungheria, Romania e poi anche su quanto succederà in Germania). Nel complesso però
possiamo dire che i risultati furono inferiori alle aspettative perché aumenta il debito
dell’Unione Sovietica anche a causa dell’iperestensione dell’invasione dell’Afghanistan;
questo intervento provoca all’Unione Sovietica provoca un'ipertensione che viene
considerata una delle cause principali del crollo della stessa perché l’Unione Sovietica si
spinse oltre e questa invasione fu insostenibile alla lunga. Di conseguenza ci fu un aumento
del debito anche a causa dell’invasione dell’Afghanistan che per altro ebbe un costo per
l’URSS non indifferente sia in termini monetari ma anche in termini di vite umane perché fra
il 1980 e il 1985 si contano circa 148 morti al giorno quindi un numero estremamente
rilevante. In realtà questo disengagement dall’Afghanistan che Gorbacev decide di portare
avanti, quindi ritirarsi dall’Afghanistan per questi costi e per l’iperestensione, in realtà si ritira
nel 1989 ma questa politica unita alla fine del riarmo provoca di fatto l’opposizione delle
cerchie militari e al tempo stesso cresce l’opposizione politica interna al partito comunista
stesso. Al tempo stesso vediamo come l’emergere di spinte nazionaliste e richieste di
autonomia in diversi paesi porta appunto l’URSS ad una situazione difficile che poi ne
causerà il crollo e il collasso definitivo (Paesi Baltici, Georgia, Armenia, paesi dell’Asia
Centrale e anche la stessa Repubblica Russa con Etsin).

Fine della “Guerra Fredda” in Europa e riunificazione tedesca


Questa “Dottrina Sinatra” di Gorbacev ebbe inevitabilmente dei riflessi sui rapporti con le
nazioni satellite dell’Europa Centro-Orientali e sugli equilibri interni ai paesi stessi. Questi
paesi stavano già vivendo un periodo di crisi economica dovuta per lo più al forte
indebitamento nei confronti dell’Occidente ma anche una forte crisi sociale dovuta al
peggioramento delle condizioni di vita della popolazione. In questo senso i gruppi dirigenti
dei partiti comunisti si mostrarono incapaci di offrire una qualsiasi soluzione a riguardo e in
sostanza di riuscire a far uscire i paesi dalla crisi e al tempo stesso Gorbacev portava avanti
questa “Dottrina Sinatra” e dall’altra aveva comunque la speranza che le nuove leadership
all’interno dei paesi satellite potessero portare una ventata di “aria fresca” e riuscire a
sistemare la situazione interna ai paesi. Bisogna ricordare che Gorbacev era preso dalla
crisi interna dell’Unione Sovietica, da una crisi della sua legittimazione e quindi assiste
passivamente a queste dinamiche:
● Polonia, tra il 1980-81 vi è un rafforzamento del sindacato indipendente Solidarnosc
che diventa anche un evidente centro di opposizione al regime stesso; Solidarnosc
diventa importante e riesce ad avere questa rilevanza grazie alle elezioni di Papa
Giovanni Paolo II. In realtà però nel 1981 Jaruzeleski porta avanti un colpo di stato
dichiarando la “Legge Marziale” e provvede immediatamente a sciogliere
Solidarnosc. Tuttavia nel 1988-89, grazie a Gorbacev, il processo riprende ed il
leader non si dimostra in grado di fronteggiare la crisi e di conseguenza questo

147
processo sfocia nelle “Libere Elezioni” dell’89 che porteranno la vittoria di
Solidarnosc e la creazione di un governo di unità nazionale.
● Ungheria, all’inizio del 1989 cade il governo di Kadar, che era incentrato su una forte
spinta autoritaria, e la nuova leadership giovane che sale al potere capisce che
bisognava portare avanti un certo benessere dei cittadini e allentare il processo
comunista e di portare avanti un processo più democratico per poter far uscire il
paese dalla crisi. Questo nuovo governo provvede a rimuovere i controlli polizieschi e
le barriere al confine tra l’Austria e l’Ungheria e questo crea una prima breccia nella
“Cortina di Ferro”.
● Germania, presi dalla prima breccia creata in Ungheria anche in Germania nel 1989
decide di migliaia di cittadini della Repubblica Democratica Tedesca fuggono nella
Repubblica Federale Tedesca tramite questa rimozione dei controlli e di fatto dando
avvio al crollo del “Muro di Berlino” perché il leader Hoenecker si rende conto di non
riuscire a sostenere la situazione e di fatto la nuova leadership tanto meno. Infatti il 9
novembre del 1989 cade il “Muro di Berlino” e un anno dopo, il 3 ottobre del 1990
avviene la riunificazione tedesca.
● Romania, è un ulteriore paese che vede la caduta del regime autoritario con
l’uccisione del leader Ceausescu.
Piano piano tutti i paesi satellite che erano legati all’URSS, e la stessa Germania, in realtà si
trovano in difficoltà e i regimi comunisti vengono smantellati.

Crollo dell’Unione Sovietica

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Il processo di crollo dell’Unione Sovietica non avviene dall’oggi al domani ma è intrinseco
all’Unione Sovietica stessa. L’invasione e l’intervento in Afghanistan viene definito il culmine
di questo processo e di fatto il crollo dell’URSS non fu così sorprendente date queste
debolezze interne alla superpotenza stessa. Infatti lo stesso Gorbacev date le difficoltà
interne che stava riscontrando decide di rafforzare la sua posizione a discapito del Partito
Comunista stessa quindi provvede alla sua elezione a Presidente dell’Unione Sovietica nel
1990. Nel frattempo però stava emergendo la figura di Boris Eltsin, prima eletto alla guida
del Parlamento della Federazione Russia e poi viene nominato Presidente della stessa. Al
tempo stesso nel 1990 le Repubbliche Baltiche (Estonia, Lettonia e Lituania) proclamano la

propria indipendenza ed assistiamo anche a un aumento delle tendenze separatiste nella


zona del Caucaso. Gorbacev cerca di gestire la crisi portando avanti nel marzo del 1991
porta avanti un referendum sulla sopravvivenza dell’Unione Sovietica in cui prevale il si ma
queste votazioni vengono boicottate dalla Moldavia, dall'Armenia e dalla Georgia. Al tempo
stesso tempo tenta di trasformare l’URSS in senso federale e questo avrebbe avuto il
culmine nell’agosto del 1991. Questo non avvenne perché nell’agosto del 1991 ci fu un
colpo di stato guidato dalle frange più reazionarie del Partito Comunista, che erano
totalmente insoddisfatte nei confronti della politica e delle riforme adottate da Gorbacev, e lo
stesso Gorbacev viene posto agli arresti domiciliari in Crimea. Arrivati a questo punto
subentra la figura di Eltsin che guida la resistenza al golpe dal parlamento russo e nel giro di
pochi giorni causa il fallimento del golpe stesso e a quel punto Gorbacev viene liberato ma
viene esautorato e quindi viene sciolto definitivamente il Partito Comunista dell’Unione
Sovietica. A quel punto le Repubbliche Baltiche e del Caucaso insieme all’Ucraina
dichiarano l’uscita ufficiale dall’Unione Sovietica ed infine il 21 dicembre del 1991 nasce la
comunità degli stati indipendenti (CIS) e la fine dell’Unione Sovietica viene decretata il 25
dicembre del 1991.

149
150
Decolonizzazione e non-allineamento
E’ un passaggio fondamentale della storia contemporanea, fondamentale per comprendere
alcune dinamiche del dopo secondo dopoguerra; è un tappa connessa ad altri fenomeni,
anche globali, come la Guerra Fredda. Per comprendere le ragioni e le cause di fenomeni
così ampi che hanno una diffusione così estesa a livello territoriale, si parla di un fenomeno
che prende l'Asia e l'Africa nella sua totalità, un fenomeno che può essere definito globale.
Andremo a ricercarele cause e le origini di questo fenomeno e della complessità legata al
fenomeno stesso ed in un secondo momento focalizzeremo la nostra attenzione su due
attori principali di questo periodo per vari motivi: sia perché sono stati investiti dalle
dinamiche di disgregazione dei rispettivi imperi, sia perché erano i due principali imperi della
storia globale ovvero il Regno Unito e la Francia i quali hanno due storie e due modelli
differenti, con riflessi all’interno dei rispettivi modelli molto diversi.

Processi di decolonizzazione

Il processo di decolonizzazione è un processo eterogeneo, un processo che ha investito in


maniera molto impattante diverse realtà e diverse realtà di due continenti enormi come Asia
e Africa, ma questi non sono processi che nascono e si sviluppano all’indomani della
seconda guerra mondiale; sono fenomeni che trovano le proprie origini già dalla fine della
prima guerra mondiale e ai principi di autodeterminazione di Wilson. Quel momento è stato
un elemento importante perché ha catturato l’attenzione di molti popoli soggetti alla
presenza coloniale europea ma anche ha alimentato una serie di diffusioni ideologiche
all’interno dei singoli paesi e di conformazione di nazionalismi i quali avevano caratteristiche
diverse da realtà a realtà e con idee legati a questi nazionalismi che hanno avuto un
attecchimento più o meno evidente a seconda dei singoli contesti. Tuttavia i fenomeni così
come li conosciamo e li inquadreremo troveranno il loro apice maggiore dalla fine della
seconda guerra mondiale perché concorreranno una serie di fattori, in primis l’esperienza
stessa delle due guerre mondiali, che oltre a produrre una devastazione e un riallineamento
all'interno del sistema mondiale, produrrà una diffusione di nuove ideologie e anche di nuovi

151
elementi di disequilibrio ed equilibrio in termine di ideologie. Conosceremo soprattutto una
diffusione di elementi legati al comunismo e alle sue diverse derivazioni, l'esperienza vissuta
dall’URSS nella prima guerra mondiale e successivamente la propagazione delle idee
marxiste, socialiste e comunisti produrranno all’interno dei singoli contesti investiti da
situazioni di colonialismo europeo un fattore disgregante di lotta contro gli imperi. Questo
avrà luogo in primo momento in Cina, nel 1949 avremo la nascita della Repubblica Cinese
ma prima del 1949 un periodo di assestamento che produrrà una guerra civile tra il
Kuomintang e il pensiero e messaggio comunista di Mao Zedong. Un altro fattore importante
è la disgregazione stessa degli imperi dovuta all’incapacità dei principali attori, quelli europei
come Regno Unito e Francia che non avranno la capacità di mantenere in vigore quell'idea
di impero che aveva costruito nel corso dei decenni. Vedremo una profonda differenza nella
gestione stessa nell’eredità imperiale e nelle istanze indipendentiste all’interno del contesto
dei singoli imperi e vedremo come la Francia gestirà in maniera totalmente differente la
questione, con una visione militare della questione situazioni che hanno un carattere
estremamente complesso, estremamente politico, ideologico, sociale ed economico a
differenza del Regno Unito, che pur comprendendo le difficoltà nella gestione di un impero
così ampio, ha capito prima della Francia che l’esperienza coloniale si andava perdendo e
che le guerre mondiali avevano messo in evidenza quello che non era il loro status
precedente; se nella prima risultavano essere ancora potenze vincitrici, dalla seconda
questo status per Londra e Parigi non era più possibile e soprattutto non erano più in grado,
per capacità e per potenza di varia natura, capaci di gestire realtà così distanti allo stesso
tempo geograficamente dal cuore politico dei due imperi. A ciò si inserisce il ruolo delle due
principali potenze che appariranno nel nuovo contesto: Stati Uniti e l’Unione Sovietica. Due
realtà che detteranno l’agenda politica, non solo dei decenni successivi, ma dell’interno
periodo determinato come la “Guerra Fredda” e questo si significherà uno spostamente
dell’asse da una visione eurocentrica ad una globale dove questi stessi stati, Stati Uniti e
Unione Sovietica, nascono con idee e tendenze fortemente anticoloniali; tutta questa serie di
elementi ci porta a fare dei consideratamente del perché e come si è arrivato alla
disgregazione degli imperi. Se vogliamo comprendere pienamente questo tipo di fenomeni e
vogliamo capire come si sono evoluti dobbiamo innegabilmente procedere in profondità e
procedere ad un’analisi dei singoli contesti.

Londra, tra impero informale e gestione del cambiamento


A Londra erano tutti abbastanza coscienti che i costi politici, economici e sociali di
mantenimento e gestione dell’impero non erano più sostenibili, tutti gli attori erano ben
consci che prima o poi questa esperienza sarebbe arrivata alla fine ed erano tutti ben consci
che questo tipo di esperienza sarebbe arrivata molto velocemente. Quello che non era
chiaro era quando, ed è proprio su questo che gli inglesi hanno cercato di temporeggiare e
sfruttare le diverse situazioni, anche all’interno dei singoli movimenti indipendentisti tra i
paesi coinvolti nell’Impero Britannico, per gestire, ma allo stesso tempo, impedire che queste
nuove realtà si staccassero dal cuore politico ed economico e sociale dell’Impero. Nel far ciò
l’Impero Britannico ha cercato di strutturare una strategia su due pilastri: la concessione di
status di dominio, ovvero concedere una forte autonomia ma non di indipendenza a quelle
realtà che rientravano all’interno del Commonwealth, quindi era un modo come un altro per
tenere legami e tenere legati le realtà rientranti nel Commonwealth in quello che era l’impero
attraverso varie forme di collaborazioni e legami bi e multilaterali su alleanze militari o
accordi di tipo economico-commerciale che servivano sostanzialmente a Londra perché in

152
questo modo conserva una certa capacità d’influenza e allo stesso tempo conservava una
capacità di consolidare e/o orientare determinati processi di varia natura, processi che
determinavano in un certo senso le ambizioni stesse dell’Impero nella sua politica esterna in
un contesto che andava di fatto dal Mediterraneo all’Oceano Indiano. Per Londra gestire in
maniera ordinata da questo punto di vista, non tanto una transizione ma una disgregazione
di quello che era la sua idea di stato fino a quel momento rappresentato dall’Impero, era una
necessità vitale per far si che questa situazione comportasse degli impatti notevoli
soprattutto sull’isola. La gestione della disgregazione è stata portata avanti in maniera
differente a seconda dei contesti, se in medio oriente la gestione è stata molto più attenta o
quanto meno più concentrata per mantenere all'interno dell’Impero un focus molto più
centrale che rispondesse a delle necessità di tipo economico-commerciale, marittime e
strategiche, con l’Asia questo ragionamento è venuto un po’ meno ma non perchè non vi
fossero le necessità o questo tipo di realtà avesse meno importanza. La gestione è avvenuta
in maniera differente perché le richieste d'indipendenza in Asia meridionale sono state molto
forti e molto chiare sin dagli anni quaranta e questo tipo di gestione, soprattutto per quello
che riguarda la penisola indiana, sono stati fatti con una certa gradualità perché all'interno di
questo territorio vi erano realtà estremamente differenti che gestivano e dettavano una
propria agenda molto differente, dettata da fattori sociali, culturali ed anche economico.
All’interno di queste realtà avevamo tendenze diverse tra chi voleva un'autonomia e una
indipendenza totale. Da un lato si cercava l'indipendenza per non dipendere o per non avere
un certo di rapporto con la madrepatria, dall’altro si ricercava un tipo di collegamento che
permettesse di mantenere dei legami con la madrepatria ma allo stesso tempo permettesse
ad alcune realtà, quelle maggiormente legate ad un certo tipo di colonialismo europeo
all’interno di quei territori, per conservare quegli interessi, quei vantaggi che avevano avuto
nel corso di questo tipo di esperienza. Soprattutto in una realtà come l’India si vedeva
chiaramente come si ha avuto questo tipo di scontro, da un lato vi sono le forze legate
all’induismo politico e anche alle realtà politiche come il Partito del Congresso che
chiedevano una maggiore indipendenza all’interno di un contesto di unità, quindi le diversità
ma tutte all’interno di un unico grande paese; di contraltare vi erano le realtà come le forze
che si legavano alla “Lega Musulmana” come quelle che oggi sono l’odierno Pakistan e il
Bangladesh che chiedevano l'indipendenza ma con stati a caratterizzazione prettamente
musulmana; già questo è un elemento di frizione che fa capire le differenze e che fa capire
quanto fosse difficile gestire questa realtà. Ultimo fattore è il fattore legato ad un certo tipo di
forza, di élite locali molto legati ai conquistatori europei che avevano vantaggi e successi
dall’esperienza coloniale che chiedevano di rimanere legati alla madrepatria inglese proprio
per poter continuare a conservare questo tipo di vantaggi. Queste pretese di scontravano
contro l’interesse britannico che non riusciva e non voleva gestire certe realtà ma voleva
cercare di mantenere il proprio potere e la propria forza ritardando i processi, nel far ciò
utilizzò diverse forme: dalla cooptazione politica alla violenza, utilizzò fattori economici che
cercavano di rendere il controllo sostenibile all’interno di un processo non più gestibile con
quella facilità. Tuttavia le guerre resero gli attori europei estremamente deboli, così dal 1945
il processo arrivò ad un punto tale che era ingestibile, nel 45 ci furono le elezioni in India e
vennero vinte dal “Partito del Congresso” guidato da Gandhi e da Nehru che raggiunsero la
maggioranza assoluta lasciando in una posizione defilata il principale antagonista, ovvero la
“Lega Musulmana” di Ali Jinnah. Questo tipo di verdetto fornì indirettamente un aiuto ai
britannici perché da lì in poi iniziò una fase di violenze su base più settaria che portò ad una
vera e propria guerra civile tra il 1945 e il 1947 e che portò ad impedire la nascita di un
governo di unità nazionale in India a causa della “Lega Musulmana” che mirava a costituire

153
uno stato indipendente con una forte caratterizzazione musulmana. Questa gestione
preoccupò gli inglesi perché molte situazioni di violenza si ritorsero contro lo stesso
colonizzatore e colpì con atti di terrorismo gli stessi inglesi. Nel tentativo di gestire questa
transizione e arrivare alla futura indipendenza proclamata nell’agosto del 1947, gli inglesi
inviarono Lord Mountbatten il quale era un uomo molto importante all’interno delle gerarchie
militari britanniche ed è stato colui che ha gestito gli ultimi anni del dominio inglese in India e
lo ha gestito nel classico stile britannico ovvero conservando e gestendo il più possibile dei
processi che erano andati e non erano più classificabili e/o sostenibile. Questo processo
portò ad arrivare prima o poi a quella che sarebbe dovuta essere l'indipendenza dell'India
ma soprattutto la divisione del territorio tra uno stato puramente indiano e quello che
sarebbe dovuto essere, nelle sue parti musulmane, due stati differenti: Pakistan a cui si
aggiungeva parte orientale del territorio, quella del Bengala, che negli anni settanta poi
diventerà indipendente e lo conosceremo come Bangladesh che inizialmente sarà parte di
un unico stato che è il Pakistan. Nel 1948 l’India avrà l’opportunità di gestire questa
transzione all’interno delle diviosni ma vedrà anche una situazione di grossa difficoltà dovuta
al fatto che ci sarà l’omicidio di Ghandi prodotto da un nazionalista indu’ contrario alla
divisione tra Pakistan e India. Questo tipo di gestione della transizione dal territorio imperiale
a stato indipendente non fu una situazione ordinata, questa situazione produsse situazioni di
frizione e conflitto anche all'interno dei diversi territori; in India diverse realtà produssero
delle situazioni disordinate di violenze che incitavano alla fuoriuscita di tutte quelle realtà
musulmane all’interno del territorio spingendole verso i territori del Pakistan e quello che
sarà il futuro Bangladesh. Sempre in questo periodo avremo altre situazioni complicate,
come quella del Kashmir, una delle situazioni di fatto non risolte e che trova ancora oggi a
distanza di quasi settant’anni una situazione di conflittualità latente molto alta che si accende
e si accende e si spegne in momenti differenti. Questo ci insegna che la gestione di
un’eredità come quella indiana ha di fatto definito la fine di quell’esperienza e del sogno
imperiale britannico ma ha definito allo stesso tempo anche la nascita di un nuovo modello,
di una nuova idea di indipendenza da parte degli stati che si affacciavano sulla nuova
comunità internazionale, una voglia differente di essere trattati alla stregua di attori
internazionale e alla ricerca di un nuovo protagonismo.
Questa situazione in realtà ci dice anche come se l’obiettivo del Commonwealth e/o
dell’impero informale erano delle necessità, soprattutto dal punto di vista britannico per
definire il diverso clash soprattutto la situazione di transizione. Questi elementi non hanno
trovato, soprattutto nella parte asiatica, un loro corrispondente e un loro modo di operare in
maniera più adeguata, proprio per le diversità dei contesti in cui si andavano a strutturando
questi eventi anche perché gli stessi britannici stavano molto investendo in un tipo di
rapporto subalterno, ma su un altro contesto che era il medioriente dove questo rapporto
rimase molto forte su molte realtà e rimase funzionale per entrambi i contesti, se pensiamo
al rapporto costruito negli anni trenta in Egitto e Iraq anche altre realtà come la stessa
Transgiordania e i protettorati costruiti negli stati del Golfo. Questo tipo di rapporto ha
garantito a Londra una certa capacità di azione ma anche di mantenere un certo tipo
rapporto in con determinati contesti salvaguardando i propri interessi economici e strategici
legati a due fattori: uno le risorse energetiche petrolio e gas, il secondo il fattore marittimo
quindi navigazione e libera navigazione quindi fruibilità anche degli accessi ai contesti
energetici che erano principalmente riguardanti il Medio Oriente. Questa strategia, benché in
un primo mento sembrasse funzionale, sembrasse garantire un certo tipo di gestione
semplificata, trovò un primo momento di crisi proprio nel 1947. In Medio Oriente, soprattutto
in Palestina, nacque una situazione di accettazione dell’impossibilità della parte britannica di

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gestire un contesto che da lì in poi conosceremo come un contesto caratterizzato da un
conflitto ancora oggi esistente (conflitto israelo-palestinese) perché nel 47 gli inglesi avevano
promosso di fatto una fase di accettazione della non-gestione della Palestina, di fatto la
Palestina venne riconosciuta come un territorio non piu’ gestibile e si diede come dead-line
12 mesi come termine ultimo per uscire di scena dal territorio e quindi portare a termine
l’esperienza dei mandati coloniali, che in Palestina trovò la fine nel maggio del 1948 e
contestualmente con la nascita di quello che sarebbe stato lo stato di Israele e l’avvio di
quella che è una fase di conflitto tra israeliani e palestinesi.
Contestualmente però questa fase apre tutta una serie di riflessioni anche verso realtà che
formalmente, pur risultando indipendenti, erano dipendenti dal controllo britannico: l’Egitto e
l’Iran che in modo differente risultavano essenziali all'interno della strategia britannica
mediorientale. L’Iran perché aveva una grande disponibilità di materie prime soprattutto di
petrolio mentre in Egitto invece il paese, seppur formalmente indipendente dal 36, fino a
quando non sarà dato avvio con la rivoluzione dei liberi ufficiali il paese sarà sotto controllo
britannico i quali utilizzeranno in particolar modo la necessità di garantirsi questo flusso
energetico via mare attraverso il “Canale di Suez” e questo sarà uno dei motivi che porterà
poi all’ultima delle cosiddette guerra coloniali con la crisi di Suez del 1956.
Questo ci dice che l’Impero Britannico ha forse sovrastimato le proprie capacità e allo stesso
tempo non ha fatto attenzione a quello che avveniva all'interno dell’Impero pensando di
procrastinare e gestire con una certa lentezza determinati processi facendo fede che
mettendo una popolazione una contro l’altra o ritenendo che incentivi di tipo economico
potessero garantire la sopravvivenza del sistema in realtà ha solo portato ad un
rallentamento del processo e non ha permesso al Regno Unito di leggere in maniera attenta
a quello che stava avvenendo nei singoli territori. Questo ci porta ad affrontare quello che
sarà il suo corrispettivo che l’Impero coloniale francese quello che fu un modello differente
da quello narrato fino ad adesso.

L’indebolimento della presa britannica sul Medio Oriente


La scelta di Londra è quella di cercare di gestire questa transizione mantenendo legami
molto forti, più sul piano sostanziale che su quello formale. Il ragionamento che sta a base di
questa logica è che non è necessario avere un controllo diretto del territorio per beneficiare
l’eredità dell’Impero, mantenere collegamenti sul piano militare, economico e politico poteva
rappresentare una modalità per proseguire l’esperienza imperiali su altre basi e per non
dilapidare il capitale conseguito nei secoli precedenti. Questo si è sostanziato con una serie
di accordi specifici con alcuni paesi.

Iran: dall’influenza britannica a quella statunitense


L’Iran era da oltre un secolo sotto influenza britannica, non a caso la compagnia petrolifera
iraniana era chiamata “Anglo-Iranian Oil Company” a riflettere questa duplice impostazione. I
primi giacimenti petroliferi vengono scoperti nell’Iran del sud, quindi sicuramente gli interessi
petroliferi erano uno dei driver attorno ai quali ruotavano tra Londra e Teheran. Londra però
negli anni aveva saputo dar vita a un legame speciale, molto forte con la classe dirigente
iraniana e in particolare con lo scià, Mohammed Reza Pahlevi, un legame molto forte che
faceva sì che fosse difficile presupporre una perdita di influenza britannica nel paese,
un'influenza che si declinava su vari livelli, quello militare, quello dell'istruzione ed infine
quello commerciale ed industriale. L’area del Golfo Persico era divenuta uno dei teatri di
azione privilegiata di Londra e avrebbe continuato ad esserlo almeno fino a tutti gli anni

155
sessanta. Questa situazione non è statica, ma in costante evoluzione; le dinamiche che
agitavano il contesto internazionale non si fermavano ai confini iraniani, infatti a fine del
secondo conflitto l’URSS voleva aumentare la propria influenza nel paese. Le relazioni tra
Teheran e Londra si fanno piu’ difficili nel corso degli anni 50, la posizione dello scià entra in
crisi; lo scià deve fare i conti con una crescente opposizione interna, banalizzando la
questione, una opposizione di destra, l’ala piu’ nazionalista, che di sinistra ovvero l’ala che
guardava il partito comunista iraniano ovvero il Tudeh. La componente nazionalista spingeva
per un completo affrancamento da Londra e per avere una totale indipendenza
dall’occidente mentre l’ala piu legata al Tudeh spingeva per un avvicinamento all’Unione
Sovietica e per una ridefinizone completa del sistema iraniano tramite un processo
rivoluzionario. Nei primi anni 50 viene nominato primo ministro Mossadeq, un nazionalista,
che diventerà per una breve fase il simbolo della lotta iraniana per emanciparsi da Londra,
voleva una rinegoziazione delle relazioni con l’Impero Britannico, in questo caso il motivo del
contendere erano le risorse petrolifere iraniane e i proventi enormi che l’Anglo-Iranian Oil
Company maturava in seguito al processo di estrazione e poi di raffinazione del greggio. Nel
1951 Mossadeq si rese protagonista di qualcosa eccezionale, che non era mai stato tentato
ovvero la nazionalizzazione dell’impresa petrolifera iraniana; questo generò una reazione sia
sul piano locale che quello internazionale, la reazione matura con un’operazione
dell’intelligence britannica in collaborazione con quella statunitense, l’obiettivo era attuare un
colpo di stato che rovesciasse Mossadeq, un golpe da realizzarsi con il sostegno dei vertici
militari iraniani e dello stesso scià. Un’operazione pianificata nei primi anni 50 che vedeva un
ruolo centrale nell’MI6 spalleggiati e sostenuti dai servizi segreti statunitense ovvero la CIA;
l’obiettivo era far cadere Mossadeq e far salire al governo una figura piu’ vicina allo scià di
Persia e chiaramente ai suoi alleati occidentali. La situazione sfugge di mano, alcuni golpisti
vengono arrestati e vengono scoperte le carte; si scopre che vi era in atto un piano per fare
cadere Mossadeq, tutto fa pensare quindi ad una crisi profondissima. Lo scià scappa dal
paese però l’intervento dei servizi britannici e soprattutto statunitensi riesce a ribaltare la
situazione. Vengono sostenute manifestazioni di piazza favorevoli allo scià che invocano il
suo ritorno e questo fornisce alle forze armate per intervenire. Mossadeq cade e lo scià
torna nel paese addivenendo ad un controllo, pressoché totale, iraniano; un controllo politico
che durerà fino al 1979 e che si gioverà con il passare del tempo di strumenti sempre più
autoritari. Questi passaggi sono rilevanti sul piano interno perché vi è la riaffermazione
dell’autorità dello scià ma anche su quello internazionale perchè se prima l’Iran era un’area
ad influenza britannica dopo questo passaggio, dopo il coinvolgimento statunitense così
significativo le relazioni tra i due paesi cambiano e l’influenza statunitense diventa sempre
più significativa.

Caso egiziano: il colpo di stato degli “ufficiali liberi” e l’Egitto di Nasser


L’Egitto era considerato un territorio chiave all’interno degli schemi imperiali di Londra.
Questo però non era un dato scontato, l’Egitto non era solo un’area importante per le sue
risorse, per il ruolo che aveva giocato come quartiere generale delle forze alleate durante la
seconda guerra e per la presenza del canale di Suez. L’Egitto è sempre stato importante
perché è il più importante arabo dal punto di vista demografico, ha sempre avuto un ruolo
anche dal punto culturale centrale importantissimo.
Questa vicinanza tra Londra e il Cairo a più livelli, sul piano politico con sostegno alla
monarchia egiziana in particolare a Re Faruq, sul piano militare con un trattato di alleanza
che permetteva alle forze britanniche di mantenere l’apertura del Canale di Suez ed
intervenire sul territorio in caso di crisi. Dietro questa facciata di un legame apparentemente

156
indissolubile vi erano sentimenti fortemente ostile in confronto dell’ingerenza britannica, la
monarchia di Re Faruq era tutt’altra che solida, il monarca era accusato di corruzione ed
accusato anche di troppa subalternità nei confronti di Londra e di disinteresse nei confronti
della popolazione locale. L’opposizione interna si era mossa su due direttrici principali:
● una prima direttrice legata attorno all'associazione dei fratelli musulmani fondata nel
1928 da un'insegnante, questa associazione aveva uno slogan che esclamava:
“L’Islam è sempre la soluzione”. Quindi per rispondere alla crisi che si viveva in quei
momenti bisognava riportare, secondo l’associazione, l’Islam al centro della società.
● la seconda direttrice era un’opposizione che matura all’interno del corpo ufficiali
un’opposizione nascosta che si riunisce all’interno del “Circolo degli ufficiali liberi”
saranno questi ultimi a dar vita ad un colpo di stato nel 1952 che porterà alla caduta
della monarchia egiziana e alla successiva proclamazione della Repubblica. Vi era
un leader formale ed un leader più carismatico e legati ai diversi ufficiali che era
Nasser, dopo una fase di transizione quest’ultimo emergerà come il punto di
riferimento degli “Ufficiali Liberi” e del sistema egiziano soprattutto il seguito ad un
fallito attentato nel 1954. Questa transizione dalla monarchia alla repubblica porta
con sé diversi problemi per Londra, perché potenzialmente mette a rischio l’influenza
britannica sul paese; gli Ufficiali Liberi dichiarano di voler liberare il paese da Londra.
Le due parti avviano un dialogo che porta ad un nuovo trattato, un trattato anglo-
britannico siglato nel 1954 che prevede il ritiro delle forze inglesi dal territorio ma
prevede che Londra possa intervenire qual’ora che l’Egitto si dovesse trovare sotto
attacco.
La leadership di Nasser, una leadership egiziana,che gioca però sul piano del pan-arabismo
ovvero una potenziale unione di tutti i popoli di lingua araba in un’unica realtà statuale.

La crisi dell’impero coloniale francese


L’impero francese, ha gestito la disgregazione dell’Impero in una maniera ancora più
drammatica rispetto alla situazione inglese perché Parigi, in particolar modo, ha basato tutto
questo processo su una chiave interpretativa di tipo militare, reputava ancora forte ed in
essere il proprio impero anche dopo le guerre mondiale, anche dopo le forte perdite che
aveva subito e per tanto si considerava un impero florido e che pensava di poter garantire
una sicurezza alla Francia. Il punto è che se i britannici hanno gestito in maniera traumatica
questa situazione in Francia è stata assolutamente drammatica e vi sono diversi esempi che
mostrano questo elemento: la guerra in Vietnam e la crisi algerina. Due situazioni
assolutamente tragiche che hanno fatto conoscere al mondo un livello di violenza che non si
era registrato da alcuni anni, ma non da tanti anni, da pochi anni prima con l’esperienza
delle guerre mondiali. Questi eventi e la gestione di essi mostra la piena difficoltà francese
non solo nell’intercettare le tendenze all’interno di questi territori, non solo la difficoltà nel
leggere le situazioni, ma anche un’assenza di volontà di concedere determinate autonomie
che in alcuni casi sfoceranno in vere e proprie indipendenze; per arrivare a sti processi ci
saranno delle vere e proprie guerra che porteranno al massacro nei confronti dei civili e a
delle crisi politiche anche all’interno della stessa Francia. Il processo che ha affrontato la
Francia è stato un processo decisamente più tumultuoso e anche molto più pericoloso in
termine di gestione della situazione, se a differenza dell’Inghilterra i francesi cercavano di
mantenere la presenza in Asia o in Nord Africa e meno nel Medio Oriente, perché con i
possedimenti dove erano presenti i francesi come in Siria e in Libano, pur affrontando le
rivolte popolare e la richiesta di maggiore indipendenza e autonomia delle popolazioni locali,

157
erano comunque disponibili a cedere la propria presenza su quei territori uno perchè erano
territori che avevano meno strategicità nel sistema politico ed economico francese ma anche
perché la Francia era presente lì da meno tempo rispetto ad altre realtà, in Nord Africa
invece la presenza francese è radicata fin dalla fine dell’800 con il sistema dei protettorati. Si
notano queste prime differenze, differenze che verranno accentuate dalla gestione di altri
contesti; sempre in nord africa la Francia era presente in Marocco e in Tunisia eppure la
gestione delle due su tre di queste crisi avranno degli sviluppi totalmente diversi da quello
che succederà in un paese strategico com l’Algeria.

I processi di indipendenza in Tunisia e in Marocco


Sono territori fin dalla fine dall’800 erano sotto il controllo francese, entrambi conosceranno
nel 1956 l’indipendenza ma entrambi avranno e conosceranno degli sviluppi interni molto
differenti e per certi versi anche in contrasto con quello che succederà in Algeria. Tanto in
Tunisia che in Marocco la ricerca di indipendenza arriverà al culmine di un processo molto
più lungo che radicalizzerà il confronto perché in Tunisia e in Marocco in realtà vi erano
diverse stanze che guardavano ad una forma di autonomia graduale che potesse optare ad
una vera e propria indipendenza. Questo era molto più evidenti in Tunisia dove quello che
sarà il cosiddetto padre della Tunisia moderna, ovvero Habib Bourguiba, lui aveva puntano
dalla sua attività politica una serie di iniziative che portassero a riconoscere alla Tunisia non
un distacco totale dalla Francia ma un riconoscimento di autonomia e poteri che
permettessero alla Tunisia di gestire la propria economia e assumere delle decisioni
politiche ma conservando un legame con la Francia. Questo non avverrà anzi troverà la
volontà francese di controllare e di rimanere incentrata su questo territorio, tant’è che
manterrà una sorta di controllo, seppur con forme blande di autonomia riconosciute, fino al
1956 quando in quei anni la violenza e la ricerca di autonomia da parte dei vari gruppi
indipendentisti presenti in Tunisia sfocerà in una forma violenza armata nonché una
brevissima stagione tra il 55 e il 56 terrorismo politico contro i francesi. I francesi nel
tentativo di recuperare la situazione cercarono di eliminare quelli che venivano considerati
gli elementi di maggior importanza politica, incarcerando lo stesso Bourguiba perché
ritenuto responsabile di non aver saputo intercettare né arginare le violenze da parte della
popolazione. Questo tipo di iniziativa si ritorcerà contro e costringerà la Francia a scarcerarlo
ma a dover riconoscere una prima forma di autonomia che sfocerà nel 1957 in un
riconoscimento pieno e totale dell'indipendenza della Tunisia dalla [Link]
benché puntasse ad ottenere un paese comunque indipendente, estremamente autonomo
dal potere francese mantenne forti legami con Parigi. Sostanzialmente garantì una sorta di
controllo indiretto da parte di Parigi sul paese soprattutto su quelle aree su cui la
collaborazione fu molto forte, ovvero i temi che hanno a che fare con l’economia e sul
commercio.
Discorso parzialmente simile in Marocco dove in realtà lo spirito indipendentista era
presente nel paese da diverso tempo e soprattutto a guidare le movimentazioni
indipendentiste del paese furono due soggetti, il sultano Mohammed ben Youssef e una
parte dei movimenti nazionalisti che si legarono intorno al Istiqlal, questi due soggetti
provarono a coalizzare intorno a se tutta una serie di soggetti che potessero guidare la
marcia di indipendenza in maniera unitaria del fronte marocchino contro i francesi. Questo
tipo di processo troverà, con diversi alti e bassi, la Francia a volte favorevole all'apertura a
volte alle chiusure nette. Tra queste chiusure nette il momento di maggior fattura fu nel 1952
quando il sultano venne arrestato ed esiliato, ma questo atto disconosciuto dalla

158
popolazione marocchina e dalla comunità internazionale che fece tensione affinché lo stesso
ben Youssef potesse tornare in Marocco, cosa che avverrà nel 1956 quando non solo
riprese il proprio ruolo di leader e di guida del movimento indipendenza del paese ma
riassunse l’incarico di sultano e guidò il processo di indipendenza che il Marocco ottenne nel
1956 lasciando il paese sotto una forma di regno e assumendo l’incarico con il nuovo nome
di Mohammed V. Questi due esempi ci devono far capire quando effettivamente è
totalmente distante da quello che saranno le cosiddette situazioni di crisi per la Francia,
soprattutto con questi due casi: Vietnam e Algeria. Sono due casi importanti perché
entrambi i casi rappresentavano e rappresentano molto di quello che è lo spirito nel caso del
Vietnam della “Guerra Fredda” e nel caso dell’Algeria una condizione quasi identitaria stessa
della Francia.

La campagna di Indocina (1945-54)

Sin dal 1940 il territorio vietnamita era


rimasto sotto ottica francese anche dopo la
fine della seconda guerra mondiale e
nonostante la nascita della Cina Popolare
l’interferenza e l’influenza dei movimenti
comunisti fu estremamente forte e in
particolare nella zona del nord perché in
quest’area alcuni importanti leader, come lo
stesso Ho Chi Minh, avevano strutturato
importanti esperienze sia all’interno del
Partito Comunista Francese all’epoca della
sua esperienza francese ma anche
coltivando importanti rapporti con i leader
comunisti cinesi. In questi anni la Cina
fornirà aiuti militari al Vietnam del Nord e
soprattutto fornirà tutta una serie di aiuti
che garantiranno alle truppe legate a Ho
Chi Minh una certa capacità di resistenza e
anche di guidare l'indipendenza nei
confronti del potere colonia francese. Di
fatto fino al 1950 la situazione venne
vissuta in una fase di alti e bassi nella
quale le forze di indipendenza del Vietnam
del Nord cercarono di combattere il potere
colonia francese chiedendo una maggiore autonomia e quindi un’indipendenza dal potere
francese. Questa situazione trovò un grosso appoggio anche a livello internazionale perché
tra il 50-54 i francesi chiesero indirettamente dagli stessi statunitensi nel sostenere la guerra
contro i Viet Minh di Ho Chi Minh, e in questo tipo di iniziativa gli stessi statunitensi furono
convinti dalla necessità di arginare in Vietnam la possibile proliferazione del comunismo su
scala internazionale. Queste situazioni portarono il dipartimento di stato e anche la difesa
statunitense ad appoggiare le richieste francesi e a mantenere un conflitto che gli stessi
francesi non riuscivano quasi più a combattere, fino al 1954 l’ottanta percento dei budget

159
militari in questa guerra erano in mano agli statunitensi. In realtà l’asse del conflitto era
mantenuto dai francesi ma a finanziare le operazioni militari erano gli statunitensi. Anche per
questo ci troviamo in una situazione tale per cui gli stessi statunitensi chiederanno tra il 53-
54 non solo di andare incontro alle richieste del Nord del Vietnam ma soprattutto di garantire
una sorta di riconoscibilità e di riconoscimento di indipendenza alla parte Nord del Vietnam,
cosa che i francesi non vorranno mai riconoscere fino alla “Conferenza di Ginevra (1954)” e
ai susseguenti accordi che garantiranno al Vietnam una sua indipendenza fino ad un certo
punto perché il paese sarà diviso in due: nord a maggioranza comunista mentre il sud
controllato dalle forze filo-occidentali che troveranno poi un proprio asset nell’appoggio degli
USA e favoriranno una fuoriuscita dei francesi. Quello che è da sottolineare non è che la
Francia si ostinerà a combattere una guerra che anche in madrepatria era considerata
sempre più un dispiego finanziario non indifferente ma veniva concepita come una battaglia
ideologica, una questione combattuta per non venere in meno il proprio status che per
un’effettiva necessità di carattere strategico-politico cosa che invece che avverrà con l’altro
conflitto principe del conflitto di decolonizzazione francese: l’Algeria.

Il caso algerino
Il discorso qui è ancora più complicato perché l’Algeria è il dominio è antico della Francia in
nord-africa e aveva profondissimi legami l’Algeria con la Francia attraverso l’economia,
elemento militare, politica e soprattutto in Algeria su una popolazione che contava otto
milioni, più di un milione di franco-algerini (pieds noirs) che di fatto gestivano nel bene e nel
male l’intero paese a fronte della rimanente parte di popolazione araba che in realtà viveva
in una situazione di subalternità ed era estromessa da qualsiasi centro di potere
Il paese sin dagli anni quaranta cercherà in varia maniera di inserirsi sull’onda lunga dei vari
movimenti di protesta che scoppieranno anche in Medio Oriente e cercherà di guidare delle
rivolte contro la Francia, una delle principali avvenne nel 43 ma il primo momento di svolta fu
nel 45 quando una rivolta guidata dalle popolazioni locale e dai gruppi indipendentisti
vennero di fatto sconfitte e duramente represse nelle regioni della Cabilia. Una delle
situazioni più repressive riconosciute fu la rivolta di Sedif dove l’esercito francese venne
accusato di azioni assolutamente tragiche se non di massacri totali contro la popolazione
locale. Questi elementi benché portarono a tenere sotto controllo il livello di tensione di fatto
fino agli inizi del 50 questa situazione non variò e Parigi riuscì a gestire questi processi. La
svolta arrivò su quello avvenuto in Vietnam su quanto stava avvenendo in Tunisia e in
Marocco. Ma se quei territori anche in tutto il loro carico di situazioni più o meno gestibili o
comunque situazioni che venivano concepite in maniera diversa dal potere centrale francese
quindi potevano essere accettate, in questo caso la situazione algerina trovò un totale rifiuto
da parte francese e trovò una assoluta assenza di volontà di venire in contro alle richieste di
autonomia della popolazione. Le richieste non furono di indipendenza ma furono richieste di
maggiore autonomia e maggiore inclusività, maggior riconoscimento di diritti e doveri nei
confronti della popolazione e della classe politica algerina stessa; una situazione che trovò
una forte espressione in Algeria che fu assolutamente censurata, non tanto dalla
madrepatria, ma da quel milione di franco-algerini che in realtà si ostinavano a che la
Francia mantenesse un controllo ferreo del territorio chiedendo di fatto una totale
intransigenza verso le richieste di autonomia della popolazione. Questo ha portato diversi
leader e soggetti ad unificarsi e a cercare una guida comune, che venne poi assunta dal
fronte di liberazione nazionale, che di fatto dal 1954 in poi portò avanti una serie di azioni
paramilitari, terroristiche o guerriglia per portare avanti una campagna contro il potere

160
colonia francese. L’obiettivo era l'indipendenza e a godere di un sostegno ampio vi fu anche
il fatto che in alcuni paesi vicini, Tunisia e in Marocco ma soprattutto in Egitto, le esperienze
di indipendenza stavano prendendo piede. Al di là dei tentativi dei pieds noirs, al di là dei
tentativi di una parte dell’opinione pubblica francese, di una buona parte della classe politica
della destra francese e dei militari cercarono di boicottare ogni tentativo di indipendenza del
paese ma di fatto non portarono a nulla, anzi il risultato fu opposto ovvero di incancrenire il
livello di scontro e di alzare sempre di più il livello di scontro e di radicalizzare a tutti gli effetti
la violenza portando quindi il tipo di confronto da un piano che rimaneva ancora all’interno di
una cerchia limitatamente politica ad un piano militare.

La battaglia di Algeri (1956) e il Comitato di Salute Pubblica (1958)

E’
soprattutto in questi anni che emerge la parte più efferata dello scontro, quella tra il 56 e il
58, dove Parigi di fatto manda dei propri militari per cercare di riprendere il controllo dello
stato e lo fà attuando una vera e propria repressione totale e non concedendo nulla né in
termini di riforme ne di richieste. Questo tipo di intensificazione del conflitto porterà ad
esacerbare le parti e le posizioni sempre più radicalizzate della parti tant’è che Algeri e
alcuni delle principali città del paese rimasero fuori dal controllo francese e per fare questo la
Francia invia dei militari per riprendere il controllo principale delle città. Questo periodo,
ovvero il 1956, quello che passo come la battaglia di Algeri ovvero una vera e propria
guerriglia urbana durata 9 mesi e si concluse nell’autunno del 1957 e che vide di fatto
l’utilizzo di tattiche militari contro i civili che ricordavano per certi versi le forme di massacri
attuati dagli stessi nazisti durante la seconda guerra mondiale. Il livello di efferatezza fu tale
da creare una forte situazione di critica a livello internazionale con riverberi tali che
portarono la stessa Francia a vivere una crisi che nel 1958 portò il paese a portare la fine
della Repubblica come la conoscevamo e alla nascita di una nuova Repubblica e
costituzione con alla testa di questo processo il Generale De Gaulle, colui che veniva di fatto
investito dalle autorità di gestire la questione algerina ma se nell’idea iniziale di De Gaulle vi
era un tentativo di gestire il processo algerino con ambiguità voluta nel tentativo di non

161
scontentare le varie parti in gioco, dall’altro vi era una presa di coscienza dell'insostenibilità
della situazione. A questa presa di conoscenza faceva da coltrantaltare la resistenza di una
parte della politica e dei reparti militari francesi che si ostinavano a mantenere il proprio
controllo sull’Algeria tanto da voler costituire un “Comitato di Salute Pubblica” ovvero un vero
e proprio governo parallelo istituito per gestire la questione algerina in un ottica puramente di
intenzione e di conservazione del controllo francese sull’Algeria. Il punto è che l’Algeria e
soprattutto De Gaulle erano molto più scaltri a comprendere i malesseri esistenti e lo stesso
De Gaulle fu bravo ad utilizzare in maniera intelligente le divisioni all'interno del contesto
francese per promuovere la propria linea che in primo momento guardava un forma di
autonomia ma progressivamente comprendendo l’impossibilità di poter controllare e gestire
questi territori.

Accordi di Evian (1962) e indipendenza

Nel 1961 promosse un referendum per garantire l’indipendenza dell’Algeria, cosa che venne
bocciato soprattutto sul piano locale francese e algerino, prima di ottenere nel 1962
attraverso gli “Accordi di Evian” il riconoscimento dell’indipendenza algerina e la fine
dell’esperienza coloniale francese nei termini che abbiamo raccontato ma è una esperienza
tale che ha portato di fatto l'Algeria a non solo farsi portatrice di un movimento e di un’idea di
resistenza all’imperialismo e quindi contro le potenze coloniali ma anche a dare un’immagine
delle stesse potenze coloniali europee molto negativa che sarà alla base dei processi che
porteranno alla nascita del cosiddetto terzo mondo con la conferenza di Bandung.

162
Conflitto israelo-palestinese
E’ una di quelle questioni che notoriamente tornano sempre all’interno dei media piu’
tradizionali, è un tema che ha accompagnato la gioventù di molti e continua ad
accompagnare molte delle vite coinvolte in questo tipo di conflitto. Un conflitto molto
particolare che nasce con basi molti difficili da individuare, noi per tradizione diamo l’inizio
del conflitto intorno al 47-48 ma fondamentalmente gli scontri avvengono molto prima e le
origini del conflitto hanno radici più profonde e antiche. Nel far ciò proveremo a dare una
inquadratura di tipo storiografica degli eventi che hanno portato alla nascita del conflitto così
come lo conosciamo cercando di spiegare quali sono le varie interconnessioni (dichiarazione
Balfour, vari processi che hanno accompagnato la Società delle Nazioni, i mandati, i
processi di decolonizzazione). E’ una parte fondamentale della storia del Medio Oriente
stessa, approfondiremo gli elementi che stanno a cuore del problema cercando di far
emergere quali sono i problemi che hanno dato vita a questo tipo di fenomeno cercando
attraverso la contestualizzazione dei conflitti israelo-palestinese e arabo-israeliana
individuando i vari percorsi che hanno seguito questi eventi nella storia contemporanea.

Martin Buber, filosofo ebreo austriaco, sin dal 1947 ha dato una definizione che si presta a
diverse interpretazioni e la frase è la seguente:
● <<Il conflitto arabo-israeliano è un conflitto di due popoli su una stessa terra>
Già solo partendo da questa frase si può discutere da tutto il conflitto, pochi tempi fa
abbiamo parlato di conflitto arabo-israelo-palestinese mentre qui si citano solo arabi ed
israeliani, già questa è una discriminante molto importante. Quindi non sono solo due popoli
ma sono di più e forse anche i soggetti coinvolti sono estremamente variegati ma siamo
d’accordo nel poter dire che sono parti di un processo nel quale la terra è la stessa ed è su
questo che nasce il conflitto: la terra, l'identità da cui deriva poi la varia definizione del
conflitto stesso.

Alle origini del conflitto

Per dare un’idea del conflitto non


possiamo non partire dalla fine
dell’Impero Ottomano perché i territori
facenti parte dell’Impero Ottomano,
oltre ad essere territori molto diversi tra
loro ma sono tutti coinvolti all’interno del
processo israelo-palestinese, ma vede
la stessa Palestina storica come parte
integrante del dominio dell’Impero
Ottomano. La Palestina Storica è un
territorio che vedeva coinvolto una
parte del Libano con il “vilayet di
Beirut”. Questi territori includevano, tra
fine 800 e inizi 900, una buona parte di
popolazione di varia origine; non vi

163
sono dati ufficiali ne censimenti che possano aiutarci a confutare i dati o eventualmente in
varia misura ma vi sono dati parziali che si apprendono da fonti di varia natura. Tuttavia

possiamo stimare che, in quel periodo, la popolazione fosse di


circa 600 mila abitanti costituita per lo più da popolazione di
origini arabe, da una buona consistente parte di popoli crisitiani e
da un 5% di ebrei che già da fine 800 iniziano a migrare verso
quello che era il loro territorio storico, la loro patria ovvero Sion.
Di fatto vediamo un territorio molto eterogeneo per lo più dedito
all'agricoltura e alla pastorizia e con alcuni centri, come
Gerusalemme, Giaffa, San Giovanni d’Acri che sono
sostanzialmente abitati da cristiani i quali sono anche coloro che
detengono molte delle attività economiche più strutturati ed
importanti dell’intero territorio, attività che hanno soprattutto a
che fare con il commercio.

Le cause per uno stato di Israele


Gli ebrei migravano, alla fine dell’800, dalle coste europee per andare verso la Palestina
Storica perché:
● uno dei motivi è strutturalmente legato al fattore ebraico e al fatto che soprattutto in
questo periodo della storia d’Europa era molto presente un fenomeno anti-sionista
dilagante che dalla Francia fino all’Impero Zarista vedeva coinvolti diversi soggetti
attivi a praticare vere e proprie politiche anti-ebraiche o comunque razziste nei
confronti degli stessi ebrei. Se in Europa Occidentale il numero degli ebrei era
consistente, ma comunque parziale rispetto al numero di soggetti che poi partiranno
in direzione della Palestina Storica, il grosso del flusso deriverà dalla parte
dell’Europa Orientale soprattutto dalla Russia Zarista dove si concentrava quella che
era la maggiore delle comunità.
● a ciò si aggiunge un altro elemento, direttamente connesso all’anti-semitismo, che si
lega come espressione di rivendicazione d’identità che il sionismo politico, fondato e
strutturalmente costruito da Theodor Herzl il quale si fece promotore dell’idea
politico-religiosa del “ritorno alla terra dei padri” e a Sion.
● uno degli altri elementi fu l’elezione di Karl Lueger, a sindaco di Vienna, il quale
aveva un programma dichiaratamente antisemita che confermava il clima di
antisemitismo imperante in tutta l’Europa.
Uno dei maggiori casi di antisemitismo fu il “Caso Dreyfus”, Dreyfus era un militare francese
ebreo che venne accusato, in periodo fine ottocento e novecento, di spionaggio a favore
della Germania guglielmina; la Francia dell’epoca veniva dalla sconfitta di Sedan del 1970,
sconfitta molto bruciante che aveva, non solo umiliato la Francia, ma aveva costutuito uno di
quei principali motori di antisemitismo che si diramò su tutta l’Europa e che vide dalla
Francia partire un movimento di protesta e di accuse, infondate, nei confronti degli ebrei
francesi. In questo caso Dreyfus venne accusato di passare informazioni riservate ai nemici
tedeschi, l’accusa era falsa e il vero responsabile era un militare francese di origine
ungherese. L’evento fu a tutti gli effetti epocale e fu talmente forte che in quel periodo ci
furono diverse situazioni che portarono, non solo parte della stampa e dell’opinione pubblica
a simpatizzare e a fomentare veri e propri movimenti pro e contro Dreyfus, ma che in realtà
confermava quel clima di antisemitismo che in realtà era nato soprattutto in Francia ma si

164
era diramato in tutta Europa. Tutti questi elementi ci fanno comprendere quanto all’interno
dell’Europa ci fosse un moto di situazioni e fattori che di fatto favorirono questo flusso
dall’Europa verso la Palestina Storica. Se a ciò aggiungiamo fattori esterni ma strettamente
collegati a queste situazioni come la caduta dell’Impero Ottomano, la nascita del
nazionalismo turco e poi arabo all’inizio del 900 e nonché la prima Guerra Mondiale abbiamo
un contorno di elementi che ci permette di inquadrare il perchè e il per come determinati
fenomeni hanno inciso nelle varie situazioni di flussi migratori verso la Palestina da parte
degli ebrei. Questo è tanto piu’ vero se lo si pone all’interno, non solo all’interno del
movimento sionista fornato da Herzl, ma di tutta una serie di elementi che favoriranno una
sorta di autodeterminazione del popolo ebraico per la nascita di uno stato ebraico quindi un
riconoscimento di individualità ma anche di identità. Proprio in questo periodo i sionisti
cercheranno di “bussare” alla porta dei principali potenti dell’epoca, presso il Regno Uniti e
anche la Santa Sede, nel tentativo di vedere riconosciuto a un futuro stato ebraico una
territorialità che garantisse diritti e doveri ma soprattutto identità. Alla base di ciò nasce tutto
un fenomeno di migrazioni che dalla fine dell’ottocento fino alla prima quindicina d’anni del
novecento vedrà almeno tre ondate consistenti di masse migratorie ebraiche dall’Europa alla
Palestina che incidentalmente provocheranno un cambiamento stesso di quella che è la
geografia territoriale della Palestina.

La Palestina tra Sykes-Picot e Balfour

Contestualmente a quello che avveniva in


Europa in questo stesso periodo ci sarà la
Prima Guerra Mondiale e ci saranno alcuni
degli elementi principali che hanno favorito
l’emigrazione ebraico congiuntamente a
favorire dei processi di autodeterminazione
ebraica. Da un lato abbiamo gli “Accordi
Sykes-Picot” e la “Dichiarazione Balfour”.
Di fatto questi elementi forniranno
l’inquadramento giuridico e legale entro cui
nascerà il sistema dei mandati previsto
formalmente dal “protocollo di San Remo
(1920)” ma ufficialmente riconosciuto sul
territorio di Palestina con il mandato di
Palestina nel 1922 dalla Società delle
Nazioni. I britannici avevano ottenuto il riconoscimento della Palestina per questioni di varia
natura: politiche e strategiche. La Palestina si trovava nei pressi del Canale di Suez e
favoriva delle linee di collegamenti terrestri e marittime con l’India e quindi c’erano queste
considerazioni importanti alla base dell’interesse britannico. A ciò si aggiunge il fatto che
questi territori dopo la disgregazione dell’Impero Ottomano e per via degli accordi Sykes-
Picot, il protocollo di San Remo e le Società delle Nazioni di fatto Francia e Regno Unito, le
due potenze coloniali per eccellenza, si dividono parte di quei territori dell’Asia Occidentale. I
francesi annetteranno Libano e Sion mentre i britannici manterranno il controllo sulla
Palestina Storica e Transgiordania, le quali saranno all’interno di un unico mandato ovvero
“Mandato di Palestina”, sull’Iraq e sull’Egitto. Di fatto il mandato è un istituto giuridicamente
riconosciuto che non indicava formalmente data di inizio e di fine e allo tempo riconosceva

165
agli ebrei la nascita di quello che è il focolare ebraico già pronunciato con Balfour ma che
darà vita e faciliterà l’insidiamento degli ebrei europei in Palestina a discapito di una
consistente maggioranza araba e palestinese. Palestinesi che inizialmente subiscono questo
tipo di penetrazione ma che gradualmente iniziano a riorganizzarsi nel tentativo di contenere
le aspirazioni ebraiche perché i britannici hanno sfruttato tanto gli interessi ebraici tanto
quello dei popoli arabi all’interno dell’Impero Ottomano nel tentativo di indebolire quella che
era la potenza principale dell’epoca, ovvero gli ottomani, ma allo stesso tempo hanno
spalleggiato gli interessi di uno e dell’altro nel tentativo di acquisire forze, fattori e situazioni
che potessero giovare all’impianto coloniale britannico. Gli ebrei cercavano attraverso il
sionismo e attraverso i buoni collegamenti politici di costruire un proprio stato ebraico in
Palestina; gli arabi-palestinesi cercavano strumentalmente di ottenere l’indipendenza dai
britannici ma con estrema difficoltà dettata dal fatto stesso che gli stessi britannici pur non
riconoscendo mai l’aspirazione dei popoli arabi avevano in un certo senso posto la loro
benevolenza verso le aspirazioni di autodeterminazione dei vari popoli arabi lasciando però
indefinita la situazione in Palestina. Di fatto tra gli anni venti fino alla fine di questo decennio
si assisterà ad una serie di trasformazioni che porteranno sempre piu’ arabi palestinesi ed
ebrei a scontrarsi nel tentativo di trovare una quadra verso quella che era il territorio definito
come “stato del popolo x verso il popolo y”. Se gli arabi mostravano un intenzione di
dichiararsi indipendenti erano allo stesso tempo estremamente divisi al loro interno e divisi
soprattutto fra le varie fazioni palestinesi, una cosa che gli ebrei avevano totalmente
superato con una comunità ebraica estremamente unita e che era riuscita a costruire un
embrione di stato con alcune istituzioni che sarebbero poi diventate il cuore pulsante del
futuro stato israeliano.

Gli anni delle rivolte arabe ed ebraiche contro i britannici


Questa fase ci definisce il quadro nel quale si inseriscono quelle che saranno le rivolte arabo
e quello che sarà l’apice della conflittualità che andrà a sfociare in un vero e proprio conflitto.
Questo contesto vedrà di fatto una crescita delle tensione e vedrà anche esponenzialmente
una crescita delle situazioni di violenza, se fino ad oggi (decennio 20-30) il controllo
britannico era stato tendenzialmente privo di situazioni di forti tensioni (tranne alcuni
situazioni avvenute tra il 20-22 e il 28-29) di fatto i britannici e la comunità ebraica presente
in Palestina erano riuscite a controllare le aspirazioni palestinesi e allo stesso tempo erano
riusciti a gestire anche le varie rivendicazioni delle parti in gioco. Il punto di svolta nasce
intorno alla seconda metà degli anni trenta con quello che diventerà una proposta, ovvero il
Piano Peel del 1937, volto in realtà a definire una futura statualità araba ed ebraica
all’interno dello stesso territorio di Palestina e che segnerà di fatto un passaggio graduale di
maggiore interesse britannico a “mettere il cappello” alla causa palestinese perchè
funzionalmente piu’ utile a gestire fasi che sarebbero poi diventate centrali in quello che sarà
il secondo conflitto mondiale perchè tra il 39-44 molti dei popoli arabi avevano in quel
periodo. non solo appoggiato con i movimenti nazifascisti in Europa, ma in alcuni casi le
leadership arabe avevano mostrato grosso interesse verso gli stessi nazisti tanto da
alimentare un certo tipo di narrazione secondo cui gli arabi e i musulmani fossero
radicalmente antisionisti. Questo tipo di narrazione viveva le tensioni dell’epoca e l’utilizzo
che le parti in gioco sfruttavano a seconda del proprio interesse; il punto è che di fatto tra il
37-39 per i britannici diventerà sempre piu’ difficile gestire la situazione in Palestina e
diventerà sempre piu’ difficile perchè aumenteranno gli attacchi non solo nei confronti degli
ebrei e delle comunità ebraiche da parte dei popoli arabo-palestinesi ma aumenteranno

166
anche gli attacchi terroristici contro gli stessi coloni inglesi. Ed è proprio sulla base di ciò che
i britannici cercheranno di promuovere, congiuntamente al Piano Peel, un tentativo di
riformare il mandato stesso di Palestina con l’idea che attraverso un periodo di transizione
decennale i britannici sarebbero usciti da quello che era previsto dal Piano Peel, ovvero la
costruzione di uno stato bi-nazionale, per dare poi il potere alle popolazioni locali. Questo
processo vivrà situazioni di fortissima contrapposizione e contraddizione, perché se da parte
ebraica vi era un interesse a massimizzare quanto piu’ possibile una statualità a favore della
statualità ebraica, da parte araba si continuerà a mantenere posizioni differenti alimentati
anche dagli attori arabi (Transgiordania, Siria, Iraq e anche lo stesso Egitto) che in parte
cercheranno di utilizzare le frizioni fra arabi ed ebrei nel tentativo di sfruttare questo tipo di
conflittualità per estendere la propria influenza verso quel territorio e/o potenzialmente per
espandere il proprio interesse fuori dai confini territoriali quindi dare una politica esterna piu’
o meno aggressiva. Queste situazioni paralizzeranno molto le stesse ambizioni palestinesi
portando i palestinesi a non trovare una sorta di appoggio anche nei confronti della stessa
comunità araba che garantisse quanto meno quelle che erano le aspirazioni verso uno stato
palestinese, cosa invece che gli ebrei erano riusciti a mutare favorendo un certo
compattamento sarebbe arrivato a favorire un vero e proprio progetto di stato ebraico.
Dall’enunciazione del “Libro Bianco (1939)” fino alla fine del “Mandato Britannico”, quindi per
tutto il periodo della Seconda Guerra Mondiale, la Palestina sarà un territorio caldo dove non
solo si celebrerà una parte, seppur non centrale dello stesso conflitto, ma vedrà sionisti e
arabi palestinesi scontrarsi con vere e proprie politiche di terrorismo nel quale a farne le
spese erano la popolazione civile ma anche gli stessi coloni britannici. Uno degli attentati
maggiori, che ebbe anche un contraccolpo notevole in termine di opinione pubblica, fu
l’attentato all’Hotel King David nel 1946 dove alcuni gruppi, di natura sionista, legati all’Irgun
e alla Banda Stern promossero un attentato nel quale morirono piu’ di un centinaio di
persone molti dei quali erano uomini legati alla potenza mandataria britannica. Queste azioni
dimostrative servivano, non solo a legittimare nei confronti della propria opinione pubblica
questo tipo di azioni in termini politici, ma
serviva soprattutto a segnare un passo concreto
per favorire quella che sarebbe stata la nascita
di un futuro stato ebraico in Palestina.

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La minaccia di una crisi infinita (1947-1948)
Qua avviene quel momento di passaggio che ci
avvicina a quello che sarà il conflitto del 1948 e quello
che convenzionalmente viene riconosciuto come
l’inizio della storia e del conflitto israelo-palestinese.
L’evento che è alla base di queste situazioni di
conflittualità è soprattutto il “Partition Plan delle
Nazioni Unite”, un piano creato dal comitato speciale
delle nazioni unite sulla Palestina nel 47 che
promuoveva una risoluzione del conflitto, all’epoca
ancora su bassa scala tra ebrei e palestinesi,
producendo una spartizione del territorio con una
parte di Stato Ebraico, abitato in maggioranza da
ebrei, e una parte di Stato Palestine con maggioranza
araba e il territorio di Gerusalemme totalmente
internazionalizzato. Questa risoluzione verrà respinta soprattutto per volontà dei palestinesi
e degli arabi che erano convinti di poter contare su un eguale situazione da parte ebraica,
cosa che non avverrà visto che la comunità ebraica accetterà questo piano, questo
momento è la situazione che poi scatenerà il conflitto che avverrà nel 1948 perché tra questi
eventi del settembre-ottobre e l’inizio del 48 ci sarà una nuova escalation di violenze con
nuovi attentati dall’una e dall’altra parte che di fatto costituirà la base di quella che sarà la
Guerra Civile. Questa guerra nascerà nel 1948 all’indomani dell’uscita di scena e della
proclamazione britannica della fine del “Mandato Palestinese” e che vedrà non solo una
dichiarazione di indipendenza e di nascita di uno stato di Israele da parte degli ebrei in
Palestina con immediato riconoscimento da parte delle due principali potenze globali:
Unione Sovietca e Stati Uniti. Questo è il casus belli da cui poi parte la guerra e che vedrà
ancora una volta non solo le comunità arabe divise ma le vedrà in combutta l’una con l’altra
nel tentativo di non solo estendere la propria influenza sulle dinamiche interne alla Palestina,
non solo nel tentativo di non riconoscere una statualità israeliana, ma soprattutto un
tentativo da parte di diversi attori di giocare una propria agenda indipendente, come la
Transgiordania, che segretamente si era accordata con Israele per trovare un accordo e
quindi impedire che ci fosse un conflitto nel quale loro guadagnavano una parte di quella che
oggi viene conosciuta come Cisgiordania.

La I guerra arabo-israeliana (1948-49)


Tutto cambia quando ognuno degli attori si muoverà in ordine sparso e soprattutto quando il
principale, ovvero l’Egitto, non solo decreterà il suo ingresso in guerra ma benché fosse
riluttante partecipare ad un conflitto in quelle condizioni e soprattutto contro soggetti che
avevano tanto da perdere; questo ha portato gli egiziani a fare un passo piu’ lungo della
gamba ma allo stesso tempo a non riuscire a coordinarsi con quelli che erano i presunti
partner o alleati (trans giordani, siriani, iracheni e libanesi). Ognuno muoverà la propria
guerra con Israele il che faciliterà la stessa Israele perché aveva l’opportunità di rispondere
unitariamente agli attacchi arabi e allo stesso tempo portare la propria controffensiva
riuscendo a, non solo a conquistare gran parte del territorio che non era neanche previsto
dallo stesso Partition Plan del 47, ma allo stesso tempo riuscendo a definire delle linee
armistiziali con gli sconfitti e nel quale Israele nasce con identità geografica piu’ definita, con

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un territorio ingrandito, con un territorio nel quale riesce a conquistare quasi tutta la
Palestina mandataria, un territorio nel quale riesce in un certo senso a “tenere botta” ai
principali eserciti della regione. Questo evento, tra il 47-49, è l’inizio di quella che è la fase
delle varie guerre arabo-israelo-palestinesi ed è l’inizio di una fase nuova della stessa storia
del Medio Oriente. La vittoria israeliana non definirà solo una fisionomia nuova del contesto
geografico, non definirà anche una nuova idea di stato su base etnica ma definirà anche la
presunta fine di qualsiasi rivendicazione arabo-palestinese nel territorio e vedrà anche
un’emorragia di palestinesi che fuggiranno da quei territori; si calcola all’incirca che siano
stati circa 700 mila palestinesi a fuggire dalla Palestina Mandataria per andare a riversarsi
nei paesi limitrofi mentre altri rimarranno ancora tra Cisgiordania e Gaza ma anche nello
stesso schema di quello che è lo Stato d’Israele. Allo stesso tempo si definirà proprio una
fase nuova del confronto, un confronto che
vede un vincitore in un modo o nell’altro che è
lo Stato d’Israele e degli sconfitti che subiranno
non solo la piu’ grande umiliazione della loro
storia ma subiranno anche con un disastro
conosciuto con il nome “Arabo di Nakba” che di
fatto avrà un impatto psicologico su tutti i vari
figli dei figli dei figli di profughi palestinesi
dispersi nella regione e che ancora oggi è uno
di quei elementi alla base della conflittualità
stessa tra israeliani e palestinesi ovvero il
diritto al ritorno dei profughi palestinesi della
prima guerra del 1948.

Il post-guerra e gli anni Cinquanta


A ciò si aggiungeranno delle nuove ondate
migratorie ebraiche, non solo dall’Europa e
dall’ex Impero Zarista, ma anche dagli Stati
Uniti quindi a cavallo degli anni 50-55 si inizia a
definire non solo una nuova identità ebraica
all’interno di quello che è un nuovo stato ma si inizia a costruire le fondamenta solide dello
Stato d’Israele, si inizia a dare forma alle istituzioni, si inizia a definire una fase politica che
definisca la stessa identità ebraica in Israele. Allo stesso tempo sul piano internazionale
questi eventi vedranno non solo un riconoscimento piu’ o meno diretto dalla comunità
internazionale ma vedranno alcuni attori assumere posizioni, piu’ o meno forti, in favore dello
stesso Israele. Il caso della Germania è abbastanza eloquente considerando che
moralmente e storicamente viene reputata come la grande responsabile dell’olocausto ma
vedrà comunque diversi attori assumere posizioni a volte ondivaghe, favorevoli o sfavoreli.
In tutto ciò chi effettivamente rimane “al palo” sono sempre i palestinesi che in realtà non
riusciranno mai ad unirsi attorno ad una leadership politica o carismatica ma soprattutto non
riusciranno a convogliare attorno alla loro missione le attenzioni dei popoli arabi. Il massimo
che si riuscirà ad ottenere in questa fase sarà un uso funzionale della questione palestinese
per obiettivi di politica estera dei principali attori arabi della regione, fra tutti l’Egitto è quello
che ci metterà la faccia anche perchè in questa fase in Egitto vi è stato un “golpe” e un
nuovo leader al-Nasser e vi è stato un proferire di nuove idee attorno al pan-arabismo nel
quale l’Egitto si farà portavoce di un’idea di unità araba nella quale in piano palestinese e la

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questione palestinese è centrale per le ambiizioni di politica esterna egiziana. In questo
contesto la situazione che troverà la sua massima espansione e riconoscibilità e proprio la
“Crisi di Suez”.

Conflitto israelo-palestinese: Crisi di Suez


La crisi di Suez è importante per diverse situazioni:
● dal punto di vista militare: gli israeliani attueranno delle operazioni che saranno alla
base del conflitto di un decennio successivo, ovvero la Guerra dei Sei Giorni, che
vedranno dal punto di vista militare un’invasione della penisola del Sinai tramite due
operazioni con i paracadutisti israeliani nel Sinai Centrale e quello meridionale.
● dal punto di vista politico: il periodo in cui avviene è un periodo di decolonizzazione,
un periodo in cui ci sono nuovi soggetti ma ci sono anche Francia e Gran Bretagna
che si avvicinano verso la fine della loro esistenza soprattutto in Medio Oriente e
soprattutto con questo tipo di conflitto cercavano di rinverdire quelle che erano le
ultime aspirazioni di colonialismo ma allo stesso tempo è importante perché
contrariamente a quello che è stato poi un trend soprattutto di vicinanza politica negli
anni successivi in questo caso gli Stati Uniti misero il loro veto al conflitto ed
imposero a britannici e francesi il ritiro dall’Egitto e dalla penisola del Sinai e
intimando gli stessi israeliani un ritorno oltre il territorio del Sinai.
Allo stesso tempo questo tipo di elemento di conflitto, seppur breve, vide una capacità
soprattutto egiziana di gestire la questione di sfruttare quello che avveniva in quella parte di
territorio egiziano, per lo piu’ nel Sinai, sfruttando
e strumentalizzando quella che era la questione
israelo-palestine. Sebbene militarmente gli
egiziani stavano perdendo questa guerra, fino
all’intervento statunitense, ma in realtà Nasser
sfruttò questa situazione per aumentare il proprio
prestigio nel mondo arabo e per diventare un
punto di riferimento in quello che era il mondo
arabo così variegato ed in questo senso sfruttare
il prestigio di questo conflitto per porsi alla testa di
quello che era considerato l’elemento
caratterizzante della storia del Medio Oriente con
il conflitto israelo-palestinese.

Conflitto israelo-palestinese: la guerra dei


Sei giorni (1967)
Da quel momento al decennio successivo le situazioni in cui israeliani palestinesi e mondo
arabo sono moltissime e soprattutto tra il 64-66, un paio di anni prima del conflitto della
guerra dei Sei giorni, di fatto si assisterà come la guerra dell’acqua nella quale gli israeliani
avranno degli scontri a fuoco molto marcati contro libanesi, siriani per il controllo delle acque
del Lago di Tiberiade nel nord d’Israele. Questo è solo un preludio rispetto a quello che sarà
il conflitto che avverrà nel 1967 che se dieci anni aveva visto la vittoria degli egiziani come
protettori della causa palestinesi in questo caso la sconfitta del 1967, le conquiste militari
d’Israele che non solo occuperanno Gerusalemme quindi la Cisgiordania, Gaza ma anche il
territorio di Golan ottenendo la massima espansione territoriale della loro storia ma
infliggeranno anche qui una nuova sconfitta ed umiliazione per i popoli arabi che nel caso

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soprattutto egiziano definirà la fine della carriera politica di Nasser ma definirà un punto di
svolta stessa nella narrazione arabo-palestinese nei confronti di Israele perchè se il 1948
era stata la Nakba, il 1956 in un certo senso anche se non coinvolgeva i palestinesi veniva
vissuto come una situazione di grande presitigo nei confronti anche d’Israele che si vedeva
nel vincere contro un esercito arabo, il 1967 sarà una sorta di ricaduta in quell’incubo quindi
una situazione di nuova umiliazione. Una situazione che porterà alla nascita di quella che è
la conformazione stessa, dal punto di vista del diritto internazionale, dei territori così come li
conosciamo ossia Israele, Cisgiordania e Striscia di Gaza, Gerusalemme Est, l’altura del
Golan; idea geografica e politica di una conformazione dei territori previsti dalla risoluzione
numero 242 dell’ONU del 1967 nella quale si chiedeva non solo ad Israele di ritirare il
proprio esercito da quei territori ma che di fatto definirà di quella che è l’idea della
contrapposizione territoriale e che aprirà tutta la discussione sul ruolo simbolico e politico di
Gerusalemme ma anche sulle diverse contrapposizioni all’interno del mondo arabo-
palestinese con le distanze non solo
geografiche tra Cisgiordania e Striscia di
Gaza ma anche tra soggetti diversi che
poi gradualmente nel corso degli anni
definiranno questa netta divisone.

Conflitto israelo-palestinese: la
guerra dello Yom Kippur (1973)
Questa divisione in un certo senso si
alimenterà in maniera costante
soprattutto perchè il mondo arabo, che
dovrebbe proteggere la causa
palestinese, è ancora diviso ed è
ulteriormente frammentato al suo interno;
da un lato la morte di Nasser nel 1970 e
l’avvio di una nuova leadership a guida
al-Sadat, anche se formalmente questa
vedrà luce nel 1971, ma tutta una serie di
situazione porterà il mondo arabo a concertare un nuovo conflitto contro Isaele. Conflitto
importante perchè nell’intenzione araba vi è l’idea di voler smontare il mito dell'invincibilità
israeliana ossia instillare il dubbio che anche Israele si può sconfiggere e soprattutto se i
popoli arabi si unissero e riuscissero a coordinarsi per confrontarsi contro Israele allora lì
potrebbe esserci non solo una sorpresa ma anche una sorta di rivalsa morale, psicologica e
politica. Tutto questo avvenne nel 1973 con la “Guerra dello Yom Kippur”, una guerra che
chiuderà questa fase di conflitto iniziata nel 1948 ma in realtà è importante perchè questa
guerra che vedrà coinvolti, su due fronti, Israele a fronteggiare l’iniziativa siriana nel Golan e
quella egiziana nel Sinai avrà non solo un doppio fronte di guerra ma anche una stessa
difficoltà nel gestire questo fronte; tant’è che all’inizio della guerra Israele venne prese di
sorpresa perché l’evento che porta il nome di questa guerra, Yom Kippur, è una festività
molto importante per gli ebrei e quando gli arabi decisero di dare avvio a questo conflitto
scelsero il periodo degli inizi di ottobre del 1973 pensando che quel momento sarebbe stato
un momento favorevole per attaccare Israele e coglierla di sorpresa. Paradossalmente in
quello stesso periodo oltre allo Yom Kippur si celebrava il periodo di Ramadan è nota anche
come la “Guerra del Ramadan" e l’uso di figure simboliche è importante per rivendicare

171
quella identità che con lo Yom Kippur gli arabi riescono ad ri-acquistare perchè inizialmente
colgono di sorpresa gli israeliani i quali riescono a contenere le offensive degli attaccanti ma
anche in questo caso dovranno intervenire le Nazioni Unite, su pressioni statunitensi, per
cercare di costringere le parti a firmare un cessate il fuoco e a ribadire con la risoluzione
n.373 che riprende i contenuti della n.242 nel quale si richiede la fine delle guerra tra stati
arabi e Israele ma soprattutto il ritorno di Israele ai confini pre-1967. Questa guerra segnerà
non solo una vittoria simbolica per gli arabi ma è il momento che darà avvio ad una fase
nuova propriamente politica che metterà fine quanto meno ad un primo momento di guerre
arabe nei confronti di Israele per inaugurare una fase iniziale di distensione tra il 1974-75
per poi giungere nel 1978-79 a gli accordi di Camp David e l’avvio di una fase nuova tra il
mondo arabo e israeliano e ad una fase nuova per i destini stessi del mondo palestinese che
ancora una volta se lo Yom Kippur rappresentò un momento di rivalsa ma non portò a dei
vantaggi concreti nei confronti stessi dei palestinesi i quali poi troveranno in un certo senso
una grossa delusione con gli accordi di Camp David.

Seconda parte del conflitto


E’ la fase di conflitto non combattuto, ovvero una lunga fase politico-diplomatica dove il
focus del conflitto in sé si sposta e non abbraccia piu’ quella dimensione regionale vista nella
prima parte ma si concentra su un
aspetto molto locale perchè se c’è
una cosa chiara è la
tridimensionalità di questo conflitto:
● una parte locale che investe
palestinesi ed israeliani
● una dimensione regionale
con le principali potenze
coinvolte in sostegno,
funzionale agli interessi di
sorta dell’attore in questione,
contro israele
● una dimensione
internazionale dove ci sono
le due grandi potenze, URSS
e Stati Uniti, che parteggiano
e sostengono rispettivamente palestinesi ed israeliani in maniera sempre piu’
ambigua
In questo secondo approfondimento tenderemo a privilegiare l’aspetto interno al conflitto
escludendo la parte regionale perché cade propriamente quell’aspetto arabo del conflitto per
abbracciare, insieme alla dimensione internazionale, una posizione piu’ diplomatica.
La fase finale del conflitto dello Yom Kippur è importante perché definisce la fine del mito
dell’imbattibilità israeliana ossia dopo le tre guerre precedenti Israele incontra una parziale
sconfitta o quantomeno non riuscirà a sconfiggere le controparti arabe ed è importante
anche perché lo stesso conflitto inaugura una lunga fase che porterà a quello che sarà
l’apice della diplomazia con “Camp David” e soprattutto darà avvio ad una fase anche
politica di impatti molteplici dal punto di vista economico con lo shock petrolifero. Lo shock
petrolifero è una fase che segue la guerra dello Yom Kippur, tra il 1973-76, nel quale i paesi
arabi supportando le politiche dei palestinesi puniscono gli attori occidentali che avevano

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appoggiato le politiche israeliane contro i palestinesi. Questo momento è importante perché
avrà degli impatti notevoli nell’economia degli attori mediorientali e occidentali, per gli attori
occidentali si genererà un triennio a livello globale di grossa recessione con trasformazioni
impattanti, ma per gli attori mediorientali è il periodo in cui troveranno nuova forza e capacità
sfruttando il fattore petrolifero come arma politica data l’importanza del petrolio e la sua
capacità di definire influenze e le capacità operative di alcuni attori. Allo stesso questo
periodo darà modo agli attori mediorientali di creare una sorta di fronte comune, di sostenere
OLP (Organizzazione Liberazione Palestina) nelle sue attività diplomatiche e allo stesso
tempo di creare uno schermo in funzione anti-israeliana. Questa fase si trasferirà con una
serie di iniziative diplomatiche che da un lato porterà a degli avvicinamenti tra egiziani e
israeliani ma allo stesso tempo rischierà di fratturare, e fratturerà, il fronte arabo. Se il 1973
aveva dato una sensazione di unicità del fronte arabo con Israele questo viene smantellato e
diviso in parte grazie anche alle stesse attività diplomatiche portate avanti dagli Stati Uniti
che si pongono come i grandi arbitri nella partita mediorientale e nel conflitto israelo-
palestinese. In questa attività intensa, chiamata anche “Diplomazia della Navicella”, perchè
quello che era l’allora segretario di stato statunitense Kissinger volerà nelle capitali delle
principali cancellerie dei paesi arabi nel tentativo di coordinare degli accordi e politiche per
favorire una distensione. Il fronte arabo, tra il 1973-74, era in quel momento unito perché
imponeva in una situazione di pressione la stessa Israele e questo cambia quando gli Stati
Uniti dall’altro e Israele dall’altro punteranno a creare dei tavoli negoziali separati, di fatto
Israele non cercherà mai un confronto diretto con i palestinesi ma appoggerà o cercherà di
confrontarsi con le principali potenze regionali ma in chiave sempre bilaterale. Se all’epoca
Egitto e Siria erano gli attori dominanti cercherà di portare questi due attori a dividersi
cercando un engagement con l’Egitto nel tentativo di ottenere una sicurezza su quel fronte
meridionale e soprattutto marginalizzando la Siria che era l’attore che mostrava soprattutto
un grande interesse nella causa palestinese; agendo in questo modo si riuscì a dividere
nuovamente quel fronte arabo e lo si portò a prendere delle decisioni. Questo modo di
interagire aveva creato diversi tavoli negoziali ma soprattutto diversi interessi nelle trattative,
se per Israele era importante avere un discorso separato con l’Egitto era anche per
depotenziare la stessa causa palestinese perchè l’Egitto era considerato l’attore dominante
colui che era riconsociuto come il grande protettore della causa palestinese soprattutto con
Nasser e quindi puntando su questo aspetto e puntando a favorire considerazioni di tipo
strategico legate soprattutto all’interesse israeliano ovvero securtarizzare il fronte
meridionale. A fare ciò c’era già il Sinai che era stato mantenuto ma il Sinai nella concezione
stessa degli israeliani era pensato come una carta negoziale quindi uno strumento da poter
cedere o mantenere per ottenere qualcos’altro. Proprio questo avverrà tra il 1974-75 con gli
accordi Sinai I e Sinai II che porteranno a delle leggerissime modifiche territoriali in cui
l’Egitto riuscirà ad entrare oltre la linea di Suez; con questi accordi l’Egitto ritorna a garantirsi
una certa sicurezza sul suo fianco e a riprendere parte del territorio in tutto questo Israele
indietreggia e sfrutterà questa situazione per imbastire nuove trattative diplomatiche che da
un lato servono a depotenziare il fronte palestinese ma dall’altro si cercherà di mettere in un
angolo la causa palestinese per mantenere il maggior vantaggio territoriale possibile sui
territori occupati. Questo discorso porterà a una serie di intense missioni diplomatiche,
incontri non ufficiali di situazioni tali per cui tra il 1975 e il 1978 succede di tutto in Israele, in
Medio Oriente e nell’area in generale. Il 1977 è un momento fondamentale perchè in Israele
nella prima volta sale al potere un governo di destra guidato da Menachem Begin chiamato
Licud e mette fine a una serie ininterrotta di governi tendenzialmente di sinistra che sono
stati ininterrotti dal 1948 fino al 1977 e questo rappresenta un cambio nella politica,

173
nell’approccio verso determinate questioni e verso determinati problemi. La questione
israele-palestinese con questo nuovo governo viene vista in una concezione totalmente
diversa rispetto ai precedenti legislatori, se i precedenti legislatori cercavano di fare la guerra
per trovare un accordo, i nuovi governanti vedono nella questione israelo-palestinese e
soprattutto nella questione degli insediamenti che da qui iniziano a crescere e ad esistere
come un problema strutturale della questione un elemento per aumentare la influenza nei
territori occupati. Vi è la costruzione di colonie riconoscendole come parte di un futuro stato
israeliano nei territori contesi come la Cisgiordania, come la Striscia di Gaza, come il Sinai e
come il Golan, tutti territori occupati da Israele nel 1967. Con questo tipo di politica questo
nuovo governo si pone con una concezione diversa rispetto al suo predecessore dicendo
che si può arrivare ad un accordo, a definire un certo tipo di accordo con i propri interlocutori
ma ponendo loro delle precise condizioni quindi partendo da una posizione di forza
acclarata. Nel 1977 non vi è solo un gran trambusto in Israele ma succede anche qualcosa
di molto importante che investe Israele ma che riguarda l’Egitto perché per la prima volta
nella storia di un paese arabo il presidente della Repubblica, al-Sadat entrato dopo la morte
di Nasser, esegue un viaggio a Gerusalemme (primo e unico viaggio di un leader egiziano a
Gerusalemme) il quale ha diversi significati e anche valori politici: da un lato punta a dare un
segnale di un Egitto disposto a dialogare con quello che era percepito come il nemico storico
mentre dall’altro si punta a dare un segnale sul fatto che l’Egitto non è disposto a lasciar
perdere su quello che un tema cardine dell'identità araba ovvero il conflitto israelo-
palestinese quindi andare a Gerusalemme significava andare a esercitare delle pressioni per
sostenere la causa palestinese. I palestinesi pensavano che questo tipo di iniziativa poteva
essere controproducente per loro perchè vedevano in questa missione un tentativo di voler
regolarizzare dei conti tra israeliani ed egiziani e non tra egiziani israeliani e palestinesi di
conseguenza non ci fu da parte palestinese una totale condivisone di vedute su questa
visita. Questo è un segnale che rimarrà costante per tutta la storia del Medio Oriente ma per
tutto questo periodo perchè anche a livello regionale attori come la Siria, Giordania che
avevano un forte legame con la storia palestinese anche loro avevano espresso molti dubbi
su questo tipo di visita e sul fatto che l’Egitto in realtà andasse a tutelare i propri interessi
ovvero recuperare il Sinai.

Gli accordi di Camp David


In un certo senso è quello che poi è avvenuto a Camp David nel 1978-79 perchè quanto
avvenne in questo posto avvenne con due protocolli e con due framework di lavoro:
● uno riguardava le relazioni tra egiziani e israeliani, ossia definire una sorta di trattato
di pace
● dall’altro il framework palestinese ossia gli egiziani come attore cardine della causa
palestinese che erano investiti di trattare per conto dei palestinesi nei confronti di
Israele e/contro con il ruolo degli Stati Uniti che dovevano fungere da arbitro
Ovviamente questo incontro non è stato placido anzi sono state diverse settimane di
tensioni. Si è addirittura arrivati a far saltare i protocolli e che l’intero programma di incontri
saltasse perché vi erano dei niet da parte egiziana e israeliana su determinate questione:
● una la questione riguardante il trattato di pace tra israeliani ed egiziani che
prevedeva il riconoscimento di Israele da parte dell’Egitto dietro ad una restituzione
israeliana della penisola del Sinai che era stata conquistata 1967. La restituzione
sarebbe avvenuta nell’arco di tre anni e lo stato egiziano avrebbe dovuto provvedere
delle compensazioni di tipo economico visto che il Sinai è un territorio dal quale si

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estrae petrolio e quindi era una delle zone importanti da un punto di vista economico
e strategico.
● la seconda parte di questo tipo di accordi riguardava la protezione o un’attuazione o
un tentativo di fornire una sorta di autonomia per le popolazioni palestinesi residenti
a Gaza e in Cisgiordania.
Su quest'ultimo punto le parti non troveranno mai un accordo e quello che è avvenuto è
stato un accordo “monco” perché benché le parti abbiano concordato un mutuo
riconoscimento, benchè israeliani ed egiziani avevano concordato una pace ma tutto questo
tipo di aspetto riguarda la dimensione bilaterale mentre gli aspetti che avevano strettamente
a che fare con la causa palestinese rimarranno “scatola vuota” e non avranno
un’implementazione e anche le richieste di autonomia limitata rimarranno lettera morta e non
avranno alcun tipo di sviluppo successivo. Quello che riuscirono a fare gli egiziani in questo
tipo di concordati fu solo quello di ottenere una possibile promessa di veder riconosciuta
un’eventuale autonomia che tutt’altro dal riconoscere fattualmente un autonomia. Questo ha
portato a delle trasformazioni dal punto di visto geografico, se nel 67 Israele aveva ottenuto
la sua massima espansione mentre nel 1978 perde il Sinai (anche se avrà la piena
restituzione del territorio nel 1982) ma manterrà il controllo su Cisgiordania, Striscia di Gaza
e l’altura del Golan. In quest’ultimo territorio Israele, con un’azione unilaterale, riuscì a
riconoscerlo come proprio territorio nel 1981 dichiarandolo parte dello Stato d’Israele il quale
essendo un territorio occupato e quindi compiendo un atto illegale. Questo verrà ritrovato,
come poi successo, nel 2017 quando con la presidenza Trump gli Stati Uniti riconosceranno
il Golan come parte integrante dello Stato d’Israele quindi smontando in parte il concetto di
territori occupati che perdono sempre piu’ rilevanza e marginalizzando il concetto a quello
che rimane della Cisgiordania, Striscia di Gaza e Gerusalemme Est. Tutto questo ha dei
riflessi e ha indirettamente dei riflessi a livello regionale perché queste questioni producono
dei contraccolpi politici: l’Egitto verrà espulso dalla “Lega Araba” per ben dieci anni perché
verrà a patti con il nemico storico dei popoli arabi. Questo tipo di accordi permetterà ad
Israele di avere una nuova forza sullo scenario internazionale e di avere una nuova capacità
di azione nel suo vicinato.

Invasione del Libano


Non è un caso che in questi anni, nel 1978 e nel 1982, porterà avanti due conflitti che si
inseriranno all’interno di quello che è un altro conflitto ossia la guerra civile libanese. In
questa situazione Israele interviene ufficialmente per estendere una propria fascia di
sicurezza all’interno del territorio libanese ovvero una sorta di “buffer zone” mirata a mettere
in sicurezza il territorio d’Israele da possibili infiltrazioni degli attori palestinesi perché c’è
stata una grande migrazione palestinese in tutti i territori limitrofi ad Israele e una buona
parte di questi trovarono ospitalità in Giordania, Siria ma anche in Libano dove per quel
periodo vi era una struttura quasi parallela all’OLP e dove spesso vi erano anche all’interno
dei campi profughi libanesi diversi soggetti che di fatto agivano promuevndo delle agende
parallele all’OLP anche terroristiche con soggetti che si muovevano in totale autonomia
rispetto a quello che era individuato come il soggetto unico che avrebbe dovuto tutelare gli
interessi dei palestinesi. L’invasione avrà anche contraccolpi importanti dal punto di vista
reputazionale perchè oltre ad inserirsi all’interno di un conflitto devastante come la guerra
civile libanese produrrà anche un numero elevato di morti civile da parte israeliana (circa
7000 vittime). L’OLP e tutti i soggetti che si muovevano all’interno del campo libanese erano
decisamente inferiori per capacità, per numeri e possibilità rispetto all’esercito israeliana in

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questo senso quindi l’OLP a mantenere una strenua resistenza contro gli israeliani
accumulando grossissime perdite ma non venendo fondamentalmente sconfitto. La svolta vi
è nella seconda metà del 1982 dopo alcuni episodi, anche oltraggiosi, come i massacri
compiuti da parte dell’esercito israeliani con la compiacenza di frange del governo libanese
contro i palestinesi. Uno di questi massacri è il massacro di Sabra e Chatila, un quartiere
periferico di Beirut, dove di fatto si concentravano alcuni campi profughi palestinesi;
l’esercito israeliano ottenne un non mai dichiarato via libera per fare una sorta di
rastrellamenti contro tutti quei soggetti che venivano individuati come possibili terroristi o
portatori di interessi che avrebbero potuto minacciare la sicurezza israeliana ma dietro
questo atto vi furono dei massacri brutali che portano a diverse vittime civili innocenti. La
questione ebbe contraccolpi reputazionali molto forti perché investì in primis il governo
israeliano e ci furono addirittura delle commissioni di inchieste in Israele che cercavano di
fare luce su quanto avvenne in quelle fasi in Libano ma questo portò anche a l’introduzione
di una forza multinazionale con italiani, francesi, americani che cercava quindi di porse come
forza di de-escalation e di interposizione tra le varie parti. La missione nasceva all’interno
del conflitto civile libanese ma ben presto ogni singolo contesto tende ad inglobare gli altri e
a lasciare poco spazio a quei confini tra un singolo conflitto e l’altro. Questo però farà sì che
se il conflitto in Libano e la campagna libanese sarà una situazione limite agli israeliani
questo permetterà ai palestinesi di prendere nuova forza e cerca di rilanciare, tra il 1982-84,
una nuova fase di negoziazione e di ricerca diplomatica per trovare uno spunto e per trovare
un accordo con gli israeliani. Ci saranno alcuni tentativi anche a guida araba con il Re
d’Arabia Saudita che proporrà un piano di pace ma ancora una volta queste situazioni
porteranno a un nulla di fatto che vedrà l’OLP perdere credito, indebolito ma vedrà
soprattutto, Israele in primis, assumere posizioni sempre piu’ rigide rispetto a questo tema e
lo potrà fare anche perchè sia a livello regionale che internazionale avrà una forza tale per
cui si troverà in condizione di gestire le singole fasi o piu’ fasi del conflitto in maniera forte
dal punto di vista delle contrapposizioni. Il tutto però creerà un fortissima situazione di crisi
soprattutto all’interno della società civile palestinese, quello che succederà nei primi anni
ottanta è l’inizio di una nuova considerazione del problema palestinese che darà vita ad un
fenomeno nuovo per l’assoluta naturalezza della rivolta stessa che nascerà in questo
periodo che nascerà dalle comunità palestinesi a Gaza e in Cisgiordania e sono rivolte non
solo contro gli israeliani ma contro le stesse leadership palestinesi. In questo momento di
grande tensione che verrà alla luce quella che conosceremo come “hamas”.

La rivolta popolare palestinese


Il processo della rivolta, chiamata anche intifada, arriva a culmine di una serie di situazioni
che hanno molto poco a che fare con l’aspetto propriamente politico ma hanno piu’
propriamente a che fare con il vissuto, con il quotidiano, con l’ordinarietà della comunità
palestinese. Gli anni 80 segnano una situazione di profonda crisi economica in quella parte
di territori e di forti frustrazioni che sono la quotidianità per gran parte della popolazione,
situazioni che vedranno di fatto la crescita di un'intera generazione nata sotto occupazione
militare, di una generazione che non conosce altro che questo tipo di regime e che non
conosce alternativa a quelli che erano i soliti pilastri: OLP, attori regionali come Egitto,
Giordania. Tutto questo insieme ad una sfiducia generale anche verso la politica produrrà
una serie di situazioni completamente non pianificate, totalmente naturali di rivolte che
troveranno una loro sistematizzazione tra il 1987-91 con una serie di attacchi da parte di
ragazzi che cercavano di contrapporsi ai militari con il cosiddetto "lancio delle pietre” anche

176
quello uno dei primi nomi con cui viene riconosciuta la prima intifada “La rivolta delle pietre.
In un certo senso questi ragazzi si faranno credito di tutta una serie di elementi, di
frustrazione, di rabbia e disperazione nella quale non troveranno una via d’uscita e nel quale
sposteranno il confronto da quello che era un piano propriamente politico e militare ad un
piano sociale nel quale questi soggetti porteranno avanti tutta una serie di iniziative contro
l’autorità occupante, ovvero quella israeliana, nel tentativo di veder riconosciuta una propria
identità. Tutto questo segnerà un passaggio importante all’interno della narrazione del
conflitto ma segnerà anche un passaggio importante nella percezione stessa del conflitto da
parte delle popolazioni perché se fino ad ora la popolazione era soprattutto tra le vittime
principali di un conflitto classico con una contrapposizione di eserciti in questo caso le
popolazioni cercano di muoversi per fare una vera e propria azione di resistenza armata, per
diventare parte attiva del conflitto e allo stesso tempo nel tentativo di portare avanti delle
proprie istanze che richiedevano dignità sociale ed economica. Tutto questo non si
concluderà bene ma porterà ad una stretta e durissima reazione da parte degli israeliani che
cercheranno di ribadire il proprio controllo sui territori aumentando la loro presenza sotto vari
aspetti e portando anche alcune frange dei vari movimenti palestinesi ad assumere posizioni
sempre piu’ oltranziste. In questo periodo infatti nascono gruppi come “hamas”, qualche
anno prima gruppi come “Il movimento palestinese per il jihad” o altri ancora come “il fronte
popolare di liberazione della Palestina” che assumeranno posizioni sempre piu’ radicali
inteso come contrapposizione rispetto ad Israele. Da questo punto di vista anche l’intifada è
importante perchè crea una separazione tra i palestinesi, una separazione non solo
geografica e simbolica ma anche politica perché quello che era visto come l’unico soggetto
portatore delle istanze palestinesi, ovvero l’OLP, oggi vedranno la nascita di nuovi soggetti
che non solo la incalzeranno dal punto di vista dell’agenda politica ma anche attori che
cresceranno nel consenso popolare e troveranno una forza per imporsi sullo scenario
politico palestinese, del conflitto israelo-palestinese ma anche regionale.

Accordi di Oslo
Tuttavia questa situazione non vedrà la fine della diplomazia, a maggior ragione su queste
situazioni di forte contrapposizione ci sarà una prima fase, nel 1991, con la Conferenza di
Madrid che cercherà di riprendere tutto quello che non era stato fatto in precedenza sul
conflitto israelo-palestinese ovvero cercare di lavorare affichè i palestinesi di Cisgiordania,
Gaza, Gerusalemme Est potessero avere non solo dignità sociale ed economica come
richiedevano i manifestati della prima intifada ma potessero trovare anche una loro
protezione ed espressione politica attraverso le leadership. In questo periodo la comunità
internazionale cercherà di farsi anche carico di una nuova attenzione verso il problema
palestiense ma nel tentativo di dare nuova centralità al tema per cercare di risolverla e mai
come in questi momenti, anche sulla spinta emotiva e simbolica che aveva rappresentato la
prima intifada, vi è questo nuovo periodo di ripresa della diplomazia con la Conferenza di
Madrid e gli Accordi di Oslo. Gli “Accordi di Oslo (1993)” definiranno un mutuo
riconoscimento dalle parti ma che cercheranno anche di definire un framework nel quale
definire una sorta di operatività e riconoscibilità del concetto dei due stati. Questo incontro è
importante per vari motivi:
● uno è il mutuo riconoscimento perché per la prima volta Israele riconosce una
controparte che non era così scontato e non è mai stato così scontato. Aldilà dei vari
attori arabi che si facevano portatori dell’interesse palestinese per la prima volta
Israele riconosce una parte palestinese come soggetto attivo e legittimo di assumere

177
interessi palestinesi. Allo stesso tempo però anche l’OLP riconosce il diritto
all’esistenza d’Israele il quale è un cambio di passo notevole per un’organizzazione
che, anche facendo leva su elementi radicali, aveva sempre negato il diritto
all'esistenza d’Israele. Il riconoscimento non è “vuoto” ma ha una idea concreta
basata sull’esistenza reciproca e sulla condivisione di questa esistenza. E’
importante anche perchè per la prima volta la questione palestinese viene percepita
anche dagli israeliani come una situazione non piu’ prorogabile e quindi arriviamo ad
un momento storico dove una parte della classe politica israeliana è pronta a
mettersi ad un tavolo e dialogare con i palestinesi nel tentativo di trovare un accordo
che servirebbe a definire una prima impronta di autonomia che poi possa
eventualmente sfociare in una forma maggiore, ma non un vero stato, ma che possa
permettere ai palestinesi di riconoscersi in una identità protostatuale.
● il primo punto porta a delle concessioni immediate che non sono solo concessioni
simboliche ma fattive. Il fatto che israeliani si sarebbero ritirati da una parte dei
territori occupati non è una cosa così scontata
L’accordo di Oslo è importante perché prova a definire una specie di “scatola” nella quale
inserire tutti i problemi e affrontarli nella loro singolarità. All’interno di questa scatola ci sono
dei problemi che sono volutamente evasi perchè non c’è accordo da nessuna delle due parti
e perché questo avrebbe impedito ad entrambe le parti di portare avanti un’agenda che
avrebbe poi dovuto affrontare i nodi cruciali: status di Gerusalemme, questione degli
insediamenti, questioni dei rifugiati e il ritiro dai territori occupati. Tutti questi temi sono
cruciali per definire una coesistenza perché è su questo che si stava puntando a definire nei
rapporti. Questo tipo di coesistenza avrebbe dovuto vedere non solo un coinvolgimento
attivo palestinese ma avrebbe dovuto vedere una maggiore disponibilità israeliana a venire
in contro a quelle che dovevano essere le istanze palestinesi che soprattutto sulla
Cisgiordania avrebbero dovuto definrie una sorta di co-abitazione temporanea e poi mutare
verso una vera e propria autonomia territoriale. Il punto è che questo tipo di piano prevedeva
la suddivisione per fasce ossia territori di fascia A (zona di controllo palestinese), B
(condivisa) mentre quella C (israeliana) non a caso sotto controllo israeliano essendo la
zona fertile e quella con la maggior disponibilità di acqua. Tutte queste situazioni e tutta
questa incapacità nel venire in contro e nel definire quello che sarebbe dovuto essere un
accordo definitivo a lungo andare ha definito la debolezza stessa dell’intesa perché tra il
1993, con gli accordi di Oslo, e il presunto Oslo II, che sarebbe dovuto essere
l'implementazione stessa di questi piani, di fatto non si sono visti dei veri e propri sviluppi ma
una persistenza di quelle debolezze, abbiamo visto un aumento delle provocazioni e delle
violenze incontrollate (tanto gli israeliani e i palestinesi non erano in grado di controllare
queste violenze) tra ambo le parti. All’interno di un tentativo di pacificazione o di de
escalation ma in realtà le escalation aumentano e la mutua diffidenza da parte di palestinesi
e israeliano soprattutto a livello di popolazioni porterà di fatto ad una nuova fase di stallo che
non produrrà alcun tipo di sviluppo ulteriore dal punto di vista politico e allo stesso tempo
aumenterà anche il grado di sospetto da parte palestinese per le potiche israeliane (da un
lato si dice che Israele è pronta a ritirasi dai territori ma aumenta la sua presenza attraverso
le colonie) mentre da parte israeliana vi era una diffidenza sui palestinesi, non ci si fida
dell’OLP e della volontà di alcune frange palestinesi di scatenare delle violenze contro
cittadini israeliani, contro soggetti politici dando vita ad una sorta di campagna parallela
rispetto alle fonti ufficiali che in un certo senso sconfinano in azioni vere e prorie di
territorismo.

178
Camp David II e la seconda intifada
In questo contesto vediamo come si crea uno scollamento tra la società delle rispettive parti
all’interno delle stesse società ed élite politiche. Il punto è che tutti i tentativi che verranno
fatti dal 1996 in poi si mostreranno dei tentativi deboli, non ultimo anche “Camp David II
(2000)” dove il governo israeliano e Arafat tenteranno ancora una volta di trovare un’intesa
ma anche questa volta questa intesa fallisce ufficialmente per la volontà palestinese di non
vedersi riconosciuta una parte di Gerusalemme ma l’ipotesi piu’ fattibile era che anche gli
stessi israeliani avessero puntato in maniera molto depotenziata verso questo vertice proprio
perchè erano interessati a far deragliare queste trattative in quanto consideravano piu’ utile
mantere una sorta di status quo invece che arrivare ad un nuovo tipo di accordo; questo
avanti indietro che si vede costantemente blocca qualsiasi tentativo anche internazionale. Il
vertice di “Camp David II” fallirà e indirettamente porterà alla nascita di nuove situazioni di
violenza, questa volta organizzata, che tra il 2000-5 vedranno la nascita della seconda
intifada. Il casus belli fu un evento molto simbolico ovvero la camminata dell’allora candidato
premier Ariel Sharon sulla spianata delle moschee che venne percepita dalla popolazione
palestinese di Gerusalemme come un atto ostile ed estramemente provocatorio. Questo atto
si inserisce in tutta quella situazione citata prima di dubbi, sospetti e tensioni che lentamente
ma costantemente sfoceranno in atti violenti che vedranno una nuova ondata organizzata di
situazioni che cercheranno di smantellare la narrazione stessa del conflitto israelo-
palestinese o di farla entrare in una nuova dimensione che vedrà i palestinesi sempre piu’
indebolite e con una crescita costante di contestazione sia all’interno che all’esterno della
sua stessa popolazione. Aumenta anche il fenomeno della violenza e degli attentati
terroristici contro gli stessi israeliani e questo porterà a delle risposte uguali e anche più
dure. Oslo ha rappresentato un grande momento che poteva dar vita a qualcosa e tutto
quello che ne è seguito dopo non è riuscito a rilanciarsi su quell’idea di progetto né tanto
meno su un’alternativa stessa che potesse essere ugualmente credibile ma ha dato sfogo e
spazio a nuove frustrazioni e violenze che si muovono esattamente sulla stessa lunghezza
d’onda di quello che era stato l’87 (ovvero la prima intifada).

Politiche israeliane contro la Palestina


Noi ci troviamo oggi a vivere una situazione tale per cui il conflitto così come lo conosciamo
rischia di essere una narrazione un po’ viziata perchè se parliamo dal punto di vista militare
il conflitto vede già un vincitore ed un vinto e questo lo si nota ancor di piu’ grazie al
supporto internazionale che ha goduto in quei anni Israele nel portare avanti delle proprie
politiche contro gli stessi palestinesi. Queste politiche che non si limitano al numero di
insediamenti che crescono ma anche allo sviluppo di strumenti come il muro che dovrebbe
dividere Israele dalla Cisgiordania e che viene definito sulla cosiddetta “Green Line (1967)”
ossia quella che doveva essere il territorio da restituire a Israele ai palestinesi. A ciò
aggiungiamo tutte le politiche di concentrazione demografica, di nuovi insediamenti, di forte
restrizione delle possibilità di spazio e movimento dei palestinesi tra Gerusalemme e la
Cisgiordania e si vede come di fatto la capacità e il controllo di buona parte della
Cisgiordania da parte israeliana è diventata un controllo anche geograficamente completo o
per certi versi molto importante su varie zone della Cisgiordania tanto da avere un controllo
a “macchia di leopardo” nel quale vi sono diverse colonie a diverse dello stesso territorio che
si alternano e si dividono con i villaggi palestinesi e stanno all’interno dello stesso contorno
del muro israeliano e che vede poi alla fine in Gerusalemme, l’area dove si sviluppa gran

179
parte delle contestazioni e violenze anche odierne, uno degli elementi che perpetuano il
ricordo del conflitto. Però quello che viene ed emerge con sempre piu’ forza è questo
scollamento tra l’idea del conflitto, tra le istanze delle popolazioni di Cisgiordania e di Gaza e
di fatto un confronto che non è piu’ un confronto tra israeliani e palestinesi ma un’evoluzione
del confronto tra israeliani e una parte dei palestinesi ed in particolare con una di quelle
frange che dagli anni ottanta ma soprattutto dalla seconda metà degli anni novanta diventa
un attore sempre piu’ importante dello scenario politico palestinese ovvero hamas. Hamas
che era entrato e aveva controllato la Striscia di Gaza vincendo le elezioni ufficiali nel 2005 e
poi dando vita ad una regolazione di conti con Fatah che non aveva riconosciuto quella
sconfitta e porterà a Fatah a perdere il controllo di Gaza nel 2007 e a definire in Hamas con
l’attore centrale nelle politiche stesse di Gaza ma Hamas si pone soprattutto in
contrapposizione a tutti gli attori ufficiali palestinesi in contrapposizione allo stesso Israele.
Noi d’ora in avanti non vedremo piu’ una serie di conflittualità tra palestinesi ed israeliani in
senso stretto ma tra Hamas e israeliani che soprattutto nell’arco degli ultimi anni produrrà
una serie di conflitti (alcuni di recente maggio 2020). Quel conflitto rientra all’interno di
questa dinamica ovvero una dinamica che tra il 2008 e il 2021 porterà a quattro conflitti in
poco meno di venti anni, tanti conflitto che perderanno il carattere palestinese ma vedranno
una serie di conflitti nuovi per il tipo di contrapposizone e nuovi perchè si vanno a muovere
su direzioni diverse sulla storia stessa del conflitto e che pone il conflitto sempre piu’ in un
angolo ossia delegittimato agli occhi degli stessi decisori politici israeliani e palestinesi ma
anche sempre meno importante per i palestinesi stessi se non per le popolazioni che vivono
quella condizione di frustrazione ed occupazione militare in particolare in Cisgiordania.

La svolta statunitense e il piano Trump


Questo costituisce un cambiamente notevole che ci porterà a vivere le ultime fasi di questo
tipo di contrapposizione che sono gli anni dal 2015 in poi, anni in cui anche a livello
regionale il conflitto israelo palestinese conta sempre meno nelle agende politiche delle
principali cancellerie mediorientali internazionali ed assumono nuova rilevanza nuove
questioni e vedranno soprattutto nuovi attori o vecchi attori assumere posizioni anche
totalmente differenti a quella che è la tradizione politica. Per fare un esempio l’ascesa di un
attore come Donald Trump creerà un profondo cambiamento non solo nella narrazione della
percezione americana del conflitto ma cambierà anche il ruolo stesso degli Stati Uniti in
quello che era il conflitto. Se dagli anni settanta gli Stati Uniti cercheranno di porsi come una
sorta di arbitro di superpartes, benché di superpartes c’è poco ma non per colpa degli Stati
Uniti ma perchè è difficile rimanere indipendenti rispetto ad un’idea o ad un concetto stesso
di conflitto, ma comunque gli Stati Uniti cercheranno di tutelare le diverse parti ma questa
situazione cambia negli anni 2000 e in particolar modo con Netanyahu che fin dalla sua
elezione pone in essere un’idea nuova per gli USA ovvero non piu’ due popoli e due stati ma
uno stato e due popoli. Ossia l’idea che la gestione e il conflitto stesso siano maturi per dire
che Israele possa gestire la questione con i palestinesi attraverso un approccio differente, un
approccio che porti i palestinesi ad accettare anche le scelte del vincitori o del presunto tale.
Gli Stati Uniti assumeranno una serie di decisioni che porteranno i palestinesi ad assumere
una posizione di debolezza, anche in una possibile idea di contrattazione, perchè se si
riconosce ad una parte una totale indipendenza rispetto ad una questione di fatto uno delle
due dovrà cedere e se non lo fa sarà costretto a farlo nell’arco di un periodo di tempo
relativamente breve ed è questa l’idea che regge Trump nel definire la sua politica verso la
questione. Gli Stati Uniti assumeranno una serie di posizioni, come il trasferimento

180
dell’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, come il taglio degli aiuti ai palestinesi nella
missione delle Nazioni Unite UNRWA, come la chiusura della missione OLP a Washington e
anche l’idea di portare avanti una serie di azioni sul piano multilaterale come il
riconoscimento del Golan come parte del territorio d’Israele. Tutta questa posizione tutela
soprattutto una parte ed in questa parte si ha un interesse specifico israeliano ma assume
sempre piu’ i contorni un emergente interesse regionale e arabo in cui sono anche gli stessi
attori arabi a non voler ripensare l’idea del supporto della causa palestinese e questo è
ancora piu’ evidente quando nella proposta americana di presunta soluzione al conflitto
israelo-palestinese con il piano “Peace to Prosperity” gli attori arabi sono tra i primi a
dichiarasi in parte favorevoli a questo tipo di soluzione e con questo si stravolge l’idea di
settant’anni di conflitto. Se per settanta anni si è negata l’idea dell'esistenza d’Israele ma
anche l’opportunità stessa che Israele stessa potesse avere una statualità ma con questo si
arriva a considerare quel che rimane dei territori occupati palestinesi come una sorta di
contrattazione di piu’ situazioni di interesse diffuso. In questo senso quello che sarà
contestualmente al piano americano, i cosiddetti accordi di Abrahamo, definisce quanto
effettivamente questo tipo di situazioni sfruttino gli interessi regionali e mediorientali per
stravolgere le agende, per marginalizzare la questione e per dire non solo alle leadership ma
per parlare alle società dei paesi arabi “la guerra è finita e c’è un vincitore e un vinto” e
queste sono le situazioni dettate da altri interessi che vedono nell’Iran e nelle questioni
legate al nucleare iraniano e alle contrapposizioni tra gli attori mediorientale una priorità
assoluta nelle agende delle potenze regionali mediorientali. E’ in questo che si fa forza
Israele perché vede nel “Piano Trump” che riconosce Gerusalemme come città unica ed
indivisibile e capitale dello stato israeliano e ne riconosce buona parte della Cisgiordania ma
soprattutto la parte del Giordano come parte di un futuro accordo tra israeliani e palestinesi
nonché nel vedere non riconosciuto il diritto di ritorno dei palestinesi e tutte queste altre
questione legati agli insediamenti israeliani; tutte queste situazioni porteranno gli israeliani a
gestire e a considerare la proposta Trump come l’opzione migliore per chiudere
definitivamente la partita. All’interno della società israeliana è cambiata la percezione stessa
di quello che era la questione israelo-palestinese perchè nessuno è disposto a cedere le
colonie, dal 1977 ad oggi vi sono piu’ di 130 colonie con una popolazione che si aggira quasi
intorno a mezzo milione di abitanti e questo tipo di considerazioni hanno dei caratteri di tipo
strategico perchè definisce la capacità di Israele attraverso le colonie di poter influenzare le
scelte palestinesi in Cisgiordania o in quello che dovrebbe essere il futuro stato palestinese
ed aver indirettamente un controllo facile della Valle del Giordano che è un’area fertile che
rappresenta oltre il 20% della Cisgiordania che permette agli israeliani di godere dei massimi
vantaggi possibili mentre ai palestinesi non rimane nulla. Il punto è che se i palestinesi sono
divisi al loro interno questo lo si deve anche per effetto del disinteresse delle potenze arabe
nel non voler piu’ trovare una posizione massimalista nei confronti della questione ma nel
cercare un accordo con gli israeliani o avere un interesse ad avere buone relazioni con gli
israeliani perché vi sono di mezzo altre questioni ed interessi che portano quasi tutti gli attori
arabi ad avere posizioni concilianti sul piano Trump attraverso l’elemento parallelo ovvero
“Gli accordi di Abrahamo”. Gli accordi di Abrahamo sono degli accordi di normalizzazione
dei rapporti tra Israele ed Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Sudan e Marocco e questi accordi
servono a definire strategie, agende e interessi di carattere piu’ geopolitico che nulla hanno
a che fare con la questione ma vede coinvolti che hanno sfruttato la questione israelo-
palestinesi per ambizioni personale, per avere nuove capacità nello scenario mediorientale o
per anche dettare la propria linea politica di conseguenza la questione viene lasciata in
mano ai palestinesi. Il punto è che abbiamo attori che non hanno una propria capacità di

181
azione o gestiscono quest’ultima solo in riferimento a quello che è il contesto regionale e
fanno le proprie valutazioni sulla regione e sulle questione di carattere regionali accettando
determinate questione a prescindere a quello che è il loro obiettivo strategico diretto.

Israele-Palestina: 70 anni dopo


Il conflitto di fatto è morto ma la questione è viva con molta difficoltà. Ad oggi le
trasformazioni e tutto quello che è il contesto regionale assume una forma dominante anche
sulle questoni legate a situazione storiche come può essere il conflitto israelo-palestinese.
Allo stesso tempo quello che era l’idea di Oslo ovvero portare avanti l’agenda dei due stati
ad oggi è difficile soprattutto perchè abbiamo dimostrato che il campo ci dice che Israele la
guerra l’ha vinta e riesce in maniera diretta o indiretta a controllare buona parte dei territori
occupati lasciando ai palestinesi le briciole. Si trova ad avere una proposta di pace viziata
ma è una proposta alla quale non si hanno alternativa quindi allo stato attuale è difficile
ipotizzare a quale possa essere l’alternativa perchè anche qui non vi sono proposte
all’orizzonte e anche quelli che criticano la proposta di Trump è pur sempre una proposta.
Anche coloro che ribadiscono il concetto del ritorno ad Oslo rischia di essere uno strumento
retorico invece di una reale opportunità di dare delle soluzione e delle certezze palestinesi.

182
L’Iran
L’Iran è il secondo paese piu’ esteso in Medio Oriente, il secondo piu’ popoloso e queste
informazioni ci fanno capire l’entità del paese. E’ caratterizzato da un 65% di terreno arido,
un 25% di terreno semi-arido e la restante percentuale invece è caratterizzata da territorio
umido e semi-umido. Il 15% del territorio è destinato all’agricoltura e l’agricoltura prende
oltre il 90% delle riserve idriche del paese. Queste informazioni ci fanno capire quelli che
sono i trend più contemporanei come la scarsità d’acqua, l’ampia demografia ed un territorio
estremamente esteso. E’ importante anche considerare la società iraniana come una società
estremamente plurale e per far capire cosa si intende per pluralità basta osservare queste
due cartine:

La società iraniana è estremamente multi-etnica, multi-linguistica e multi-religiosa e questo


significa che su circa 80 milioni di abitanti vi troviamo diverse etnie: quasi il 51% è di etnia
persiana ma ci sono anche arabi, curdi, baluci e altri gruppi minoritari etnici che hanno le
loro lingue. Dal 1979 in avanti l’Iran sarà guidato da una repubblica islamica e quindi
aderisce al credo sciita dell’Islam ma vi sono anche altre minoranze religose come quella
ebraica, cristiano-armena. All’interno della società iraniana vi è un altro tipo di diversità di
carattere verticale quindi una società che si stratifica per differenza di accesso ai beni e ai
servizi quindi la società iraniana è estremamente polarizzata tra le classi abbienti e quelle
più povere. La maggior parte della popolazione vive nelle aree urbane il quale è un dato
importante perché il risiedere nei centri urbani avrà degli effetti di carattere politico.

Cenni storici
Per capire al meglio la rivoluzione del 1979 bisogna fare un passo indietro e vedere già a
fine ottocento quelle che erano le caratteristiche del paese a livello storico, politico,
economico e sociale. Già da fine ottocento, quindi alla fine della Dinastia Qajar, ci saranno
importanti eventi che andranno a caratterizzare il sentimento nazionale iranianiao. La
Dinastia Qajar era una dinastia di etnia turca che veniva dal nord del paese ed era riuscita a
spostare la capitale da Shiraz a Teheran la quale ad oggi è la capitale dell’Iran e lo è dal
1784. La Dinastia Qajar era caratterizzata da una forte decentralizzazione politica questo
perché il paese era privo di infrastrutture e di vie di comunicazione e questo comportava che

183
i diversi gruppi sociali non erano in contatto tra loro quindi lo scià al potere delegava
importanti signori locali ma anche il clero d’alto rango nell’amministrazione degli affari
pubblici (amministrazione dell’istruzione, della giustizia). In un paese caratterizzato da una
forte componente minoritaria etnico-linguistica, un paese decentralizzato fa sì che il potere
centrale è incapace di imporsi all’interno del paese. Verso la metà del 1800 lo scià Qajar,
Nasser al-Din Shah, decide di introdurre determinate riforme di carattere commerciale e
amministrativo e per farlo si servirà dell’aiuto dei finanziamenti elargiti dalla Gran Bretagna e
la Russia che in questo periodo erano in competizione in Asia Centrale (grande gioco) e
quindi si capisce come ci fossero degli interessi da parte delle due potenze nel territorio
iraniano; in particolar modo la Russia aveva interesse del nord del paese, geograficamente
limitrofo, mentre la Gran Bretagna aveva interesse nel sud del paese come linea di
comunicazione verso l’India. In questo modo l’Iran si apre al commercio internazionale,
iniziano ad entrare diversi beni e prodotti dall’estero causando lo scontento dei commercianti
locali detti bazarì. Si inizia già a vedere come l’apertura al mercato internazionale,
all’Occidente porta degli scontenti all’interno del paese in particolar modo vi furono diverse
categorie che soffrirono di piu’ questa apertura verso l’esterno come i bazarì ma anche il
clero che iniziò a contrastare una serie di idee che venivano importate dall’esterno, come
idee che volevano portare avanti un discorso secolarizzante, allo stesso tempo però
l’apertura all’esterno ha anche favorito lo sviluppo di comunicazione fra i vari gruppi sociali.
Iniziarono in questo periodo una serie di riforme che svilupparono all’interno le vie di
trasporto e comunicazione quindi la società iraniana inizia ad entrare in contatto l’uno con gli
altri, vi furono anche riforme di carattere amministrativo e commerciale ma anche legati
all’istruzione introducendo degli istituti di istruzione secondaria; queste riforme erano fatte
per cercare di riunificare il paese perché la Dinastia Qajar era consapevole della sua
decentralizzazione politica e di conseguenza tentò queste riforme amministrative. Nel 1906
abbiamo la “Rivoluzione Costituzionale”, una rivoluzione epocale perché per la prima volta il
paese sarà guidato da una monarchia parlamentare; a volere la “Rivoluzione Costituzionale”
erano diversi gruppi sociali per motivi diversi:
● il clero che contrastava l’interferenza straniera; già in questo periodo iniziano a
vedere come il sentimento nazionale iraniano fosse guidato da questa insofferenza
verso l’ingerenza straniera (lo scià lasciava che il personale straniero potesse, in
modo indisturbato, girare per il paese e non era soggetto alla legge e questo creava
dei malumori interni)
● i bazarì erano contrari a questa interferenza straniera perché i prodotti non erano
competitivi con quelli che venivano importati dall’estero
● ci fu anche un piccolissimo gruppo sociale costituito dagli intellettuali, molto piccolo
perché l’analfabetismo in quel momento era estremamente diffuso nel paese; questo
gruppo iniziò a portare all’interno del paese diverse linee di pensiero quindi l’idea di
limitare il potere indiscusso dello scià con una rappresentanza popolare
Nel 1906 abbiamo la “Rivoluzione Costituzionale”, lo scià decide di approvare un parlamento
e una costituzione che andranno in parte a limitare il potere della monarchia. La “Rivoluzione
Costituzionale” non ebbe vita facile perché inizialmente la rappresentanza popolare non era
diffusa su tutto il territorio quindi alcune città come Teheran avevano un numero di seggi più
alti rispetto ad altre realtà. La Dinastia Qajar termina la sua esistenza nel 1925 quando viene
deposto l’ultimo scià da Reza Shah, il quale era il comandante della “Brigata Cosacca”,
probabilmente sostenuto dagli inglesi riuscì ad imporsi sull’ultimo scià; prima si fece
dichiarare Ministro della Guerra poi Ministro degli Interni ed infine depose l’ultimo scià dando
via alla dinastia Pahlavi. Il termine Pahlavi si riferisce alla lingua antica persiana quindi

184
questo termine ci fa un po’ capire quali erano gli obiettivi di Reza Shah: l’obiettivo di Reza
Shah era quello di creare uno stato centralizzato proprio perché la debolezza principale della
Dinastia Qajar era quella di aver decentralizzato molto il potere politico non riuscendo ad
esercitare coercizione nel paese. Dal 1925 in poi Reza Shah inizierà un processo di
centralizzazione del potere politico e gli storici definiscono questo passaggio verso uno stato
moderno. Reza Shah effettuerà questa centralizzazione facendo le seguenti azioni:
● disarmerà le tribù nomadi e renderle sedentarie per limitare al massimo possibili
insurrezioni locali, per evitare piccole ribellioni di autonomie da parte di gruppi
minoritari nel paese. A queste tribù viene imposto il persiano quindi il perisano
diventa la lingua nazionale proprio per limitare i particolarismi linguistici, per ridurre al
massimo il particolarismo etnico e questo era un modo per centralizzare sempre di
piu’ il potere politico
● allo stesso modo Reza Shah iniziò un processo di militarizzazione, uno dei grandi
difetti della Dinastia Qajar era quello di non avere un esercito regolare, invece Reza
Shah Pahlavi decise di imporre la leva obbligatoria e destinerà gran parte del budget
nazionale alla formazione di questo esercito e lo farà attraverso pratiche di
cooptazione dei soldati in questo modo non si creerà una vera e propria fedeltà tra la
monarchia e l’esercito (ai soldati venivano dati stipendi piu’ alti rispetto a chi lavorava
nell’amministrazione pubblica)
Diverse furono le riforme tutte volte a uno stato centrale, uno stato forte e l’idea era che uno
stato forte fosse estremamente militarizzato e Reza Shah lo fece in modo estremamente
autoritario quindi queste riforme vennero imposte dall’alto. Un esempio è quello di aver
vietato il velo pubblico alle donne che può sembrare da un modo per emancipare la figura
femminile ma in realtà questa proposta e riforma non fu mai effettivamente vista di buon
occhio dalle donne iraniane perché venne vista come un’imposizione dall’alto e l’effetto che
generò fu che tante donne non uscivano piu’ di casa perchè non volevano mostrarsi in
pubblico senza velo. Da una parte vi era questo l'obiettivo di modernizzare il paese ma
dall'altro questo processo fu inviso a diverse categorie sociali. Un altro importante aspetto è
che in questo periodo inizia a nascere una borghesia moderna che farà studi di carattere
occidentale, furono istituiti istituti superiori che si ispiravano a un modello di istruzione
occidentale e tutto questo Reza Shah lo fece per ridurre il potere tradizione del clero. Questi
gruppi erano una minoranza nel paese e per questo si iniziò a creare una sorta di
polarizzazione sociale legata a due diversi modelli culturali di istruzione:
● un gruppo medio borghese che si rifaceva all’Occidente quindi istruiti con questo
modello
● mentre i ceti più umili della popolazione, ovvero la maggioranza, erano legati ai
gruppi tradizionali della società quindi il clero.
Il processo di modernizzazione fu un processo dall’alto quindi un approccio estremamente
autoritario adottato da Reza Shah con la marginalizzazione delle opposizioni, di tutti gli
elementi plurali interni alla società iraniana e anche questo tentativo di secolarizzazione non
fu realmente inteso come un processo di modernizzazione ma fu adottato per ridurre i
privilegi del clero. In questa fase il clero ebbe sempre meno presa all’interno degli istituti di
istruzione ma un plauso da fare a Reza Shah fu quello di aver sviluppato le infrastrutture
pubbliche, i trasporti e aver dato inizio ad una piccola classe operaia urbana e quindi si inizia
a vedere un processo di inurbamento che sarà sempre piu’ significativo. Nel 1941 Reza
Shah abdica il favore del figlio primogenito, Mohammad Reza. Tutto questo durante la
Seconda Guerra Mondiale lo scià si trova sotto pressione da parte degli inglesi e dei russi
per un suo possibile legame d’amicizia con il regime nazista. Viene creato un corridoio

185
persiano per il rifornimento delle armi verso la Russia e quindi Reza Shah abdica e viene al
potere il suo figlio. Reza Shah e suo figlio saranno gli ultimi due monarchi dell’Iran, la
monarchia che in Iran durava da 2500 anni terminerà con la Rivoluzione del 1979. Uno degli
eventi epocali che cambiarono la storia dell’Iran fu la nazionalizzazione dell’industria
petrolifera che fu messa in atto dal primo ministro Mohammed Mossadeq, il leader del fronte
nazionale, che riuscì ad imporsi in parlamento per dichiarare la nazionalizzazione
dell’industria petrolifera. Fino al 1950 tutto lo sviluppo dell’industria petrolifera era legato ai
britannici e quindi i loro si occupavano di gestire e sostenere lo sviluppo dell’industria
petrolifera e di conseguenza avevano introiti da questa. Mossadeq, una figura
estremamente carismatica, fu visto come l’eroe da parte del popolo perché in un contesto in
cui il popolo iraniano soffriva l’interferenza straniera Mossadeq, con la nazionalizzazione
dell'industria petrolifera, fu vista in modo molto positivo dalla popolazione. Tuttavia in quel
periodo diversi gruppi politici iniziarono ad opporre la sua figura, questo perchè la
nazionalizzazione dell’industria petrolifera aveva anche comportato ingenti danni economici
questo perché i britannici si oppongono alla nazionalizzazione dell’industria iraniana e
riportano questo fascicolo al tribunale internazionale dell’AIA e poi al consiglio di sicurezza
delle Nazioni Unite ed entrambi dichiareranno che l’Iran ha diritto di nazionalizzare le sue
riserve petrolifere ma gli inglesi risponderanno boicottano il petrolio iraniano causando una
forte perdita di introiti all’Iran. Verranno imposte delle sanzioni e gli inglesi toglieranno il
personale che lavorava nell’industria petrolifera causando diverse conseguenze negative per
il paese. Le forti difficoltà economiche dovute dalle sanzioni inglesi andarono ad attaccare i
ceti piu’ abbienti della popolazione iraniana (proprietari terrieri, il clero). Mossadeq iniziò a
portare avanti una serie di riforme che fecero vedere la sua figura come capace di imporsi
sullo scià (es. Mossadeq propose di cambiare la leggere rettorale e di essere lui incaricato a
nominare il Ministro della Guerra un prerogativa che era solo dello scià, decide che per
sanare le casse dello stato si poteva portare avanti un taglio del budget destinato ai militari)
quindi tutta una serie di riforme che furono invise a diversi gruppi politici iraniani. Nel 1953 la
CIA-MI6 faranno un colpo di stato per far cadere Mossadeq infiltrandosi all’interno dei bazar,
all’interno di alcune manifestazioni che stavano anche finanziando dall’esterno per far
credere che Mossadeq stesse portando avanti una deriva comunista ma in realtà tutto
questo non era vera ma era una manovra ordita dalle potenze straniere, Stati Uniti e Gran
Bretagna. Si infiltrarono nel paese e fecero cadere Mossadeq perché questa figura aveva
indebolito le relazioni tra Stati Uniti e inglesi nel paese, arrestano Mossadeq e quindi fanno
cadere il suo mandato da primo ministro. C’erano delle forze interne all’Iran che guardarono
di buon occhio questo colpo di stato seppur la popolazione osannasse la figura di Mossadeq
come un eroe nazionale diversi gruppi sociali erano anche a favore alla sua partita politica.

Dopo il colpo di Stato


Dagli anni cinquanta in poi si vedrà come lo scià Mohammed Reza Pahlavi avvierà una
nuova fase autoritaria. Il paese avviò una repressione forzatissima nei confronti
dell’opposizione, fu dichiarata la “Legge Marziale” (le leggi di uno stato vengono sospese
temporaneamente ed i tribunali militari prendono il controllo della normale amministrazione
della giustizia) in vigore fino al 1957 quando nacque la SAVAK. La SAVAK era la polizia
segreta dello scià ed aveva un ruolo estremamente invasivo nella vita individuale dei
cittadini e fu quasi creato una specie di stato poliziesco perché la SAVAK era estremamente
pervasiva ed intrusiva nella vita individuale dei cittadini iraniani; oltre tutto la SAVAK era nota
per le torture che venivano eseguite nei confronti dei prigionieri politici quindi si iniziò a

186
creare un clima molto delicato e difficile. In questa fase l’Iran si avvicinerà sempre di più agli
Stati Uniti, di fatto messo da parte Mossadeq gli USA investiranno sempre di più nell’Iran
visto come il gendarme dell’Occidente in Medio Oriente per arginare la potenza sovietica.
Questo avvicinamento agli Stati Uniti generò una crisi di legittimità interna perché il popolo
iraniano contrastava l’interferenza straniera e soprattutto considerando il colpo di stato verso
Mossadeq accusò gli Stati Uniti di aver violato la sovranità nazionale. La dinastia dei Pahlavi
fu sempre più associata a questa interferenza straniera e fu vista come nemica del popolo
perché vicina ad una potenza che stava sfruttando le risorse e risorse interne del paese
quindi questo avvicinarsi agli Stati Uniti fa perdere alla Dinastia Pahlavi legittimità. In questo
momento vediamo come la Dinastia si avvicini sempre di più ad una forte dipendenza
militare, economica e politica agli Stati Uniti mentre il popolo inizia a maturare un sentimento
sempre più anti-imperialista quindi se il popolo iraniano sviluppò un sentimento anti-coloniale
nei confronti della Russia e Gran Bretagna a fine ottocento questo sentimento si trasformò in
un sentimento anti-imperiale nel contesto degli anni cinquanta. Vi è un libro che fu
pubblicato e poi bandito, circolava in modo clandestino negli anni sessanta, scritto da un
intellettuale iraniano chiamato Jalal Al-e-Ahmad chiamato “Gharbzadegi” che significa
“Westoxification” ed il senso di questo libro è che l’Iran sia stato contaminato da una malattia
che è il rifarsi a modelli occidentali, ad una cultura occidentale perdendo di vista quelli che
sono i suoi modelli culturali, storici e religiosi. E’ un libro che sarà utilizzato dalla classe
intellettuale come un manifesto di indipendenza e di sovranità nazionale ed è molto
interessante come l’Occidente in questa fase inizia ad essere visto come un nemico del
popolo iraniano perché l’Iran soffriva questa ingerenza straniera ed il colpo di stato contro
Mossadeq rappresentò l’apice nella formazione di questo sentimento. In questa fase
autoritaria ed estremamente poliziesca, con la SAVAK che aveva un ruolo molto intrusivo,
nasce tutta l’opposizione liberale in particolar modo il partito Tudeh, partito comunista e ben
organizzato all’interno del paese, e Fronte Nazionale. I leader di questi due partiti furono
costretti all’esilio forzato oppure furono marginalizzati e quindi tolta l’opposizione liberale
rimase spazio per la nascita di una nuova forma di radicalismo ovvero il radicalismo
islamico. Eliminando questi gruppi politici l’unico interlocutore del popolo, l’unico gruppo che
riusciva a farsi carico delle necessità del popolo, delle rivendicazioni del popolo era il clero il
quale ha sempre avuto una forte presa sulle masse in Iran perché ha sempre goduto di
autonomia rispetto al potere politico (durante la Dinastia Qajar il clero aveva autonomia di
gestione nei piccoli centri, avevano le loro scuole e tribunali e grazie al fatto che il clero
riscuote le tasse religiose aveva un’indipendenza economica). Il clero è sempre stato visto
come una forza autonoma e indipendente rispetto al potere politico togliendo l’opposizione
liberale l’unico portavoce del malcontento diffuso nella popolazione era il clero, in particolar
modo un malcontento diffuso nelle classi piu’ povere quelle che furono escluse e
marginalizzate dallo sviluppo economico del periodo.

Anni 50-70
Per capire quelli che sono gli step che hanno portato alla rivoluzione del 1979 bisogna
analizzare nel dettaglio le riforme portate avanti da Mohammed Reza Pahlavi. Questa fase
autoritaria si sviluppò con:
● con l’espansione dello stato, come suo padre Mohammed Reza pensava lo stato
dovesse espandersi e quindi furono aumentati i ministeri, i funzionari pubblici, i
distretti amministrativi, le province. C’era l’idea che uno stato potente fosse basato su

187
una grande burocrazia statale e questo avveniva sempre per cooptazione e mai per
fedeltà.
● ci fu anche un grosso investimento per lo sviluppo del settore militare. Grazie ai
proventi del petro Mohammed Reza Pahlavi riuscì ad ampliare l’esercito regolare ma
anche ad acquisire importanti armi sofisticate dagli Stati Uniti. L’Iran durante questo
periodo era il quinto esercito piu’ grande al mondo, la sua flotta era la piu’ grande nel
Golfo Persico mentre la forza aerea era la piu’ grande in Asia Occidentale grazie agli
introiti del petrolio e ai finanziamenti statunitensi il settore militare iraniano si iniziò ad
espandere sempre di piu’. I soldati venivano cooptati con salari molto alti, con dei
benefit, con pensione facendo così lo scià cercava di assicurarsi un settore militare
estremamente devoto alla sua figura. Tuttavia questo processo di sviluppo del
settore militare si rivelò non-efficace nel contrastare la rivoluzione, vedremo come la
crisi del settore militare determinò la vittoria della rivoluzione nonostante gli ingenti
finanziamenti e lo sviluppo del settore.
● uno degli altri aspetti della politica di Mohammed Reza Pahlavi fu l’industrializzazione
in particolar modo furono sviluppate grande industrie, spesso che utilizzavano
costose tecnologie, che richiedevano personale straniero; industrie che producevano
automobili, beni di consumo che guardavano un po’ ad Occidente e tutto questo
andava a detrimento della piccola industria iraniana. Un altro aspetto
dell’industrializzazione portata avanti da Mohammed Reza Pahlavi fu quella che non
riuscì ad assorbire la forza lavoro locale quindi gli iraniani non erano sufficientemente
capaci di lavorare in queste industrie e di conseguenza questo provocò degli
scompensi sul tasso di disoccupazione.
● furono sviluppate le infrastrutture e lo sviluppo economico che derivò dalla crescita
dell’export petrolifero non fu però equamente distribuito. Nel 1967 gli introiti del
petrolio costituivano quasi il 70% del PIL nazionale quindi l’economia iraniana era
estremamente dipendente dal petrolio e questo la rendeva vulnerabile e quindi
soggetta alle difficoltà del mercato internazionale. Molto poca fu la diversificazione
del sistema economico quindi lo scià puntò molto sull’export del petrolio e con questi
introiti finanziò l’industria pesante e finanziò le spese militari. Questo sviluppo
economico non fu equamente distribuito quindi l’effetto fu quello di fomentare ancora
di piu’ il sentimento nazionalista ed indipendentista del popolo iraniano; il popolo
iraniana vedeva la monarchia estremamente alleata all’Occidente, in particolar modo
agli Stati Uniti, e quindi il rifiutare la figura degli USA equivaleva criticare la
monarchia al potere.
Nel 1963 lo scià portò avanti una rivoluzione cosiddetta “bianca”, la rivoluzione bianca aveva
19 punti. In particolar modo questa rivoluzione mirava ad espandere le infrastrutture creando
nuove vie di comunicazione (porti, strade, ferrovie), furono aperte delle piccole fabbriche, ci
fu il tentativo di diffondere il tasso di istruzione e quindi venivano ad istruire il popolo che
risiedeva nelle parti piu’ periferiche del paese ed il tasso di alfabetizzazione grazie a questa
manovra crebbe dal 24 al 40% tuttavia il restante della popolazione adulta rimase analfabeta
nonostante questo tentativo e il 60% dei bambini non completò mai la scuola primaria; un
tentativo positivo che però fece fatica a concretizzarsi. Uno dei punti più importanti di questa
rivoluzione diede il diritto di voto alle donne e i non-musulmani potevano ricoprire incarichi
pubblici. Una delle principali riforme fu quella agraria, l’obiettivo portato avanti dallo scià era
quello di ridistribuire le terre e ridefinire la proprietà terriera ma anche quello di centralizzare
il potere dello stato nelle aree rurali proprio perché le zone rurali e periferiche del paese
avevano sempre scarsi e labili contatti con il potere centrale ed è una situazione che tuttora

188
rimane abbastanza evidente. La riforma agraria aveva l’obiettivo di ridistribuire le terre ai
contadini e circa due milioni di persone viveva di agricoltura ma in realtà non riuscì mai a
concretizzarsi questa riforma; i contadini non ricevettero mai abbastanza terreni e quindi
furono costretti ad emigrare verso le città. In questo periodo iniziamo ad assistere ad un
profondo processo di inurbamento che renderà i centri urbani sempre piu’ congestionati ed il
fallimento della riforma agraria del 1963 portò a diverse conseguenze:
● i sobborghi delle città erano privi di servizi, tantissimi si riversarono nelle periferie
urbane che erano prive di elettricità, acqua potabili, di vicinanza ai trasporti quindi
iniziarono a soffrire questa disparità rispetto a chi era situato in zone piu’ centrali
delle città
● la crisi del settore immobiliare, nella mancanza degli alloggi era evidente questa
diversità tra gli strati della società iraniana, basta pensare che lo spazio abitativo di
un cittadino a sud di Teheran era in un metro quadro mentre a nord della capitale era
di trenta metri quadri. Vi era una disparità sociale ben evidente anche quando si
parla di alloggi e di casa. Tuttora questa disparità è evidente, il nord di Teheran è
estremamente sviluppato mentre il sud è molto più congestionato e si creano quasi
degli alveari abitativi perché tutto questo è l’eredità di questo processo di
inurbamento.
● un altro aspetto negativo di questo processi di inurbamento fu la disoccupazione
perché la grande industria sponsorizzata dalla monarchia al potere e non era capace
di assorbire i contadini quindi i contadini si spostarono nelle città e si trovarono in
situazione estremamente precarie abitative e disoccupati quindi non potevano
accedere all’industria urbana e questo iniziò a creare un significativo malcontento nei
ceti piu’ poveri urbani.
I commercianti, il ceto medio urbano ed il clero iniziarono a protestare contro queste riforme
perché erano i piu’ influenzati ed espressero il loro malcontento attraverso le cerimonie
religiose le quali si verificavano con delle lunghe parate per le strade della città che
iniziarono a mostrare degli slogan di carattere politico e quindi furono delle occasioni per
manifestare il dissenso ed è in questo momento che vediamo l’emergere della figura
carismatica di Ruhollah Khomeini.

Ruhollah Khomeini e il “15 khordad” (5 giugno 1963)


Ruhollah Khomeini inizia ad accusare lo scià di
vendere il paese all’Occidente, di essersi legato a
questo nemico del popolo quali Stati Uniti, la
modernizzazione forzata era fortemente invisa da
Khomeini perché andava a ledere soprattutto i ceti
piu’ poveri della società quindi Khomeini si fa
promotore di questa protesta nel 1963. Verrà
arrestato e mandato in esilio in Turchia, poi in Iraq
ed infine in Francia e probabilmente fu questa la sua
fortuna perchè dall’estero riuscì ad influenzare il
paese e a fare proclami e distribuendo il suo
pensiero quindi qual’ora Khomeini fosse stato
incarcerato non avrebbe avuto la stessa risonanza che ha avuto grazie al suo esilio. Ci
furono anche diverse proteste fatte successivamente al suo arresto.

189
Cerimonia a Persepolis (1971)
Questa fu la cerimonia fatta a
Persepolis, antica capitale
dell’Impero Persiano, organizzata
dallo scià. In questa occasione
Mohammed Reza Pahlevi voleva
celebrare i 2500 anni di monarchia
persiana e lo fece invitando tutti i
capi di stato e rappresentanti dei
paesi stranieri; non vi erano le
figure di riferimento iraniane (non vi
era il clero, i bazarì). Quindi queste
immagini vogliono mostrarci un
paese estremamente polarizzato
dove la classe abbiente, la monarchia si rifaceva a modelli occidentale era estremamente
connessa al popolo, un popolo che si rifaceva a modelli piu’ tradizionali, si rifaceva piu’ al
clero il quale era capace di mobilitare le masse quindi questa “Cerimonia di Persepolis” fa
emergere in modo evidente come la maggioranza della società non si rifacesse in queste
immagini e quindi è proprio per questo motivo che il motivo islamico e religioso avrà sempre
piu’ potere nel mobilitare le masse perché i modelli pre-islamici erano associati alla
monarchia, all’occidente ad una sensazione di essere espropriati delle proprie ricchezze.

Le cause della rivoluzione (1977-79)


La rivoluzione del 1979 in Iran non scoppiò dall’oggi al domani ma iniziò ben prime nel 1977
quindi vi furono due anni di continue proteste portate avanti da un gruppo plurale della
popolazione quindi è anche improprio definirla “Rivoluzione Islamica” perché la componente
islamica ebbe un ruolo importante ma soprattutto verso la seconda parte di questo biennio
quindi soprattutto a partire dal 1978. Vi furono diverse cause che concorsero alla rivoluzione:
● cause di carattere economico, lo sviluppo economico portato avanti dallo scià non fu
equo ma aumentò le disparità sociale questo perché lo stato aveva un forte
intervento all’interno dell'economia. Lo stato quindi era l’unico interlocutore
economico capace di accumulare e distribuire i capitali e lo fece in modo
estremamente arbitrario e non equo quindi lo sviluppo economico andò a favorire
soprattutto le persone vicine allo scià, l'aristocrazia terriera, il settore dei militari e
degli alti comandanti militari a discapito degli operai, del settore agricolo e dei poveri
che abitavano nelle zone urbane. Oltretutto uno dei principali problemi economici fu
la dipendenza estrema per quanto riguarda gli introiti del petrolio quindi quando iniziò
ad abbassarsi il prezzo del petrolio quindi iniziarono ad emergere tutte le disfunzioni
dello sviluppo economico iraniano il sistema iniziò a non reggere piu’. Bisogna
ricordare che lo scià aveva speso tantissimi soldi e finanziamento per il settore
militare, negli anni 60 inizia sostenuto dagli USA il programma nucleare. Quindi non
vi fu uno sviluppo economico equo e fu questo che la popolazione soffrì
maggiormente.

190
● cause di carattere politico, abbiamo visto con la formazione della SAVAK una forte
repressione nei confronti degli oppositori politici, nei confronti anche degli altri gruppi
che facevano parte del dibattito politico interno. Il sistema monopartitico fu introdotto
nel 1975 quindi lo scià aveva questa idea di centralizzare ancora di più il potere
politico. Nel 1975 fu creato questo partito chiamato “Partito della Resurrezione” che
iniziò ad infiltrarsi nei bazar e anche il parlamento non era più un luogo plurale di
scambio politico. Prima di questo sistema monopartitico vi erano due camere,
sicuramente i membri del parlamento erano filo-scià, ma in questo modo ancora di
più si va a centralizzare il potere politico. Il fatto che questo tentativo fu svantaggioso
lo si vede dal fatto che il “Partito della Resurrezione” fu la prima cosa che crollò
all’inizio delle rivolte.
● vi furono anche cause di carattere sociale, le disuguaglianze percepite tra i centri
cittadini e le periferie, tra le zone rurali e le città, l’alto tasso di mortalità infantile, il
diffuso analfabetismo e anche la problematica degli alloggi i quali erano destinati ai
funzionari pubblici, ai soldati ed era molto basso invece il finanziamento che veniva
fatto per le case destinate alla popolazione meno abbiente.
Queste furono le diverse cause che concorsero alla rivoluzione. Le richieste dal popolo
erano diverse, richieste di riforme e di uguaglianza dal punto di vista economico, maggiore
libertà individuali, pluralismo politico, un aumento dei salari ma soprattutto sovranità
nazionale. Il popolo percepiva in modo negativo l’ingerenza straniera, l’ingerenza degli Stati
Uniti proprio perché lo scià al potere veniva visto come un burattino nelle mani di
Washington quindi lo scià era più vicino agli Stati Uniti che al popolo iraniano. I rivoluzionari
furono diversi, diversi gruppi sociali che parteciparono alla rivoluzione in momenti diversi, a
volte anche insieme. I diversi gruppi erano:
● i commercianti, quindi i bazarì che come abbiamo visto sono un’anima molto
dinamica della società iraniana. I bazarì contestavano la dipendenza dall’estero,
contestavano il controllo dell’Occidente sull’economia iraniana; il loro potevo fu
notevolmente ridotto dalla presenza di beni di consumo straniero, dalla nascita di
supermercati e anche perchè lo scià favorì l’industria straniera a discapito del piccolo
artigianato.
● vi erano anche gli studenti universitari che erano l’anima piu’ laica, piu’ intellettuale e
anche di sinistra della società. I rivoluzionari delle università iraniane portavano
avanti sit-in, organizzavano dibattiti ed incontri ed erano un’anima estremamente
dinamica del gruppo dei rivoluzionari. Erano anche influenzati da diversi pensatori di
sinistra come Ali Shariati il quale era un docente universitario che portò avanti una
serie di ideologie riprese da questi studenti.
● vi era anche il clero politicizzato, gli studenti dei seminari religiosi iniziarono a
protestare contro lo scià ed inizialmente solo il clero di basso rango aderirà a queste
proteste mentre il clero di alto rango contestava le politiche dello scià ma richiamava
sempre all’ordine e al non esporsi troppo quindi cercava di mantenere la sua
autonomia di cui aveva goduto fino a quel momento. I seminaristi religiosi si
rifacevano alla figura di Khomeini che nel frattempo durante il suo esilio fece delle
lezioni a Najaf in cui portò avanti questa sua teoria chiamata “Velayat-e faqih” che
significa autorità del giuro e consulto. Secondo Khomeini la guida non solo spirituale
ma anche politica della società doveva essere l’esperto massimo di giurisprudenza
islamica quindi il “faqih”; questa teoria va a ribaltare secoli e secoli dove il clero sciita
non era voluto entrare all’interno del dibattito politico mentre Khomeini farà questa
teoria rivoluzionaria dicendo che l’esperto di giurisprudenza islamica deve anche

191
guidare il popolo dal punto di vista politico e quindi durante queste lezioni che terrà a
Najaf Khomeini andrà anche a rivoluzionare il pensiero sciita e a formare le basi del
pensiero dell’Islam politico sciita.
● gli operai entreranno nelle proteste in una fase tarda della rivoluzione perché gli
operai avevano già avuto esperienza di scioperi, insurrezioni all’interno delle
fabbriche e delle industrie e lo scià aveva sempre in qualche modo contenuto le
proteste degli operai alzando i salari di tanto in tanto.
E’ importante ricordare che i rivoluzionari compresero la popolazione urbana mentre le
periferie furono poco interessate e coinvolte nella rivoluzione.

La rivoluzione iraniana - 1977


Nel 1976 Jimmy Carter, presidente degli Stati Uniti, inizia una campagna sui diritti umani.
Inizialmente, quando gli Stati Uniti erano alleati dell’Iran, erano consapevoli della violazione
dei diritti umani che veniva perpetrata nel paese ma fino a Carter questo aspetto era un
aspetto di politica domestica quindi non interferirono troppo in questo aspetto perché l’Iran
era estremamente importante come paese quindi preferirono non parlare della violazione dei
diritti umani che veniva perpetrata nel paese. Questa campagna portata avanti da Carter
funse come un “vaso di pandora” perché iniziò a far parlare della violazione dei diritti umani
portati avanti nel paese quindi degli abusi, delle torture fatte ai prigionieri, della mancanza
delle libertà fondamentale, della repressione degli oppositori politici. La diaspora iraniana,
quindi chi si trovava all’esterno, iniziò a rendere noto tutto ciò che succedeva all’interno del
paese. Inizialmente un gruppo di intellettuali, che faceva parte dell’opposizione liberale,
scrisse una lettera al primo ministro in Iran chiedendo di rilasciare dei prigionieri politici, di
concedere più libertà politica ma la lettera non fu accolta dallo scià. Di conseguenza
nell’estate del 1977 vi furono diverse proteste portate avanti dall’opposizione liberale unite a
degli scioperi e questi furono estremamente repressi subito con la forza e coinvolsero piccoli
centri e quindi non fu una protesta diffusa su tutto il territorio. È nell'autunno del 1977 che
inizia a cambiare lo scenario quando muore il figlio di Khomeini in modo sospetto e quindi gli
studenti dei seminari religiosi invocano una cerimonia per celebrare il suo lutto e questa
cerimonia si trasforma in un momento di contestazione politica; ricordando nel 1963 dopo la
“Rivoluzione Bianca” le cerimonie religiose furono un momento per esprimere l’attivismo
politico quindi il popolo che si radunava nelle strade per celebrare la fine del Ramadan o di
altri incontri di carattere religioso furono un’occasione per esprimere dissenso. Inizialmente il
clero d’alto rango non avallò queste proteste ma rimase per lo piu’ distaccato dai
rivoluzionari; il clero aveva sempre mantenuto questa sua indipendenza dal potere politico e
di conseguenza contestava le politiche arbitrarie dello scià ma richiamava sempre all’ordine,
richiamava sempre ad una moderazione. In questa fase ebbe un ruolo anche la diaspora
iraniana la quale giocò un ruolo molto importante perché inizia a diffondere tutte le notizie
relative agli abusi perpetrati dalla SAVAK ma era una diaspora caratterizzata da giovani
studenti di sinistra, comunista, laici che andavano nelle università straniere e quindi avevano
una determinata visione del paese. Basta pensare che quando sono scoppiate queste prime
rivolte nel 1977 un giornale italiano vicino al partito comunista titolerà “Iran rivoluzione del
capitale” quindi vi era un’idea che queste proteste fossero piu’ portate avanti dai gruppi di
sinistra che erano stati marginalizzati all’interno e questo è importante perché ci fa capire
come la diaspora ai tempi ed adesso sia fortemente politicizzata e quindi non aveva e tuttora
spesso non ha una presa di posizione molto vicina con il paese; spesso si tratta di persone
che hanno lasciato il paese tanti anni fa e hanno una visione politicizzata e spesso non

192
coerente con la realtà sul campo perchè tutto erano queste proteste fuorché proteste
guidate e fomentate da gruppi di sinistra e sostenuti dai partiti comunisti. Un altro aspetto è
che spesso la diaspora in Occidente assieme anche alla visione occidentale non è capace di
leggere le dinamiche interne, all’esterno non si aveva la reale capacità di capire cosa stesse
succedendo in Iran; la rivoluzione fu estremamente inattesa ed inaspettata e in questa prima
fase era difficile capire chi fossero i rivoluzionari e per cosa stessero protestando. Al termine
del 1977 Carter dirà “Iran is a land of stability in a troubled ME” quindi l’Iran veniva visto
come il paese piu’ stabile e fermo all’interno del Medio Oriente, una frase che si rivelò
sbagliata perché l’anno successivo nel paese la Dinastia crollerà, lo scià andrà via dal paese
e quindi ci fu un vera e propria rivoluzione e questo ci fa capire la difficoltà dall’estero di
capire le dinamiche interne.

La Rivoluzione Iraniana - 1978


Nel 1978 iniziò tutta una serie di celebrazioni chiamate “Celebrazioni del lutto” perché i
seminaristi si incontravano, ci furono alcune proteste nei seminari di Qom dove si studia il
diritto islamico, queste proteste venivano represse dalla polizia e quindi si aspettavano 40
giorni, era il periodo per celebrare il lutto all’interno dell’Islam, al termine di questi 40 giorni
c’erano nuove proteste, nuove repressioni da parte della polizia, scontri, feriti e alcuni morti.
In modo ciclico venivano ripetute queste “Celebrazioni del lutto”, come detto in precedenza
le celebrazioni religiose erano un momento di contestazione politica ma erano molto
importanti perché riuscivano a mobilitare le masse; le moschee divennero un luogo molto
importante dal punto di vista politico perché erano luogo di incontro. Lo scià era stato molto
impegnato nel reprimere l’opposizione politica liberale, il partito comunista ma non era
entrato così tanto dentro le moschee e quindi le moschee avevano una loro indipendenza e
grazie a questo divennero un luogo di scambio politico. Lo scià voleva portare avanti diverse
riforme come ad esempio fare delle libere elezioni e portare avanti delle liberalizzazione in
particolare fu eletto il primo ministro Sharif Emami il quale iniziò delle campagne contro il
casinò, l’uso di alcolici ed erano misure che volevano compiacere il clero rivoluzionario.
Anche questo tentativo si rivelò fallimentare perché questi tentativi di aprire al popolo
fomentarono sempre di più le richieste e di conseguenza invece di placare le proteste le
fomentarono. Un paio di eventi significativi nel 1978 furono:
● ciò che accadde nel “Cinema Rex”, un cinema della città di Abadan del sud del
paese, che fu dato alle fiamme circa 300 persone morirono all’interno e il popolo
accusò l’esercito e quindi lo scià di essere dietro questa manovra e questo fomentò
ancora di piu’ la protesta.
● fu introdotta la legge marziale, in diversi centri urbani del paese vi erano le proteste
quindi gli scioperi dei bazarì che chiudevano i loro negozi, i manifestati delle
università con i sit-in e i dibattiti pubblici, i seminaristi religiosi che portavano avanti le
loro richieste. In questo contesto lo scià dichiara la legge marziale ed il popolo a
Teheran per sfidare questa legge marziale l’8 settembre scende in piazza e viene
fortemente repressioni con svariati morti e passa alla storia come il “Settembre
Nero”.
Da questo momento che è rivoluzionari vengono etichettati come “martiri” ed in questo
momento cambia la narrativa ed inizia a prevalere il discorso religioso su quello secolare,
liberale ed in questo momento che Khomeini dichiarerà di usare la violenza per far cadere lo
scià ed istituire uno stato islamico. Inizialmente Khomeini utilizzerà il termine “hukumat” che
significa stato e non "jumhuriya" che significa repubblica anche perché non era ben chiaro

193
che tipo di governo potesse essere un governo islamico quindi Khomeini non contestava la
monarchia ma voleva delle riforme. In questo momento la monarchia deve andare via, deve
istituirsi un governo islamico e quindi la narrativa della rivoluzione si tinge sempre di più di
carattere religioso. In quest’ultima fase del 1978 anche gli operai, funzionari pubblici iniziano
a scioperare e quindi la situazione diventa sempre piu’ fuori controllo.

La Rivoluzione Iraniana - 1978


In ultima battuta lo scià tenterà di istituire un primo ministro proveniente dal “Fronte
Nazionale”, Bakhriar, per compiacere quella opposizione liberale ma anche questo tentativo
fallì. Un ruolo importante lo ebbero i soldati dell’esercito, abbiamo visto come lo scià investì
tantissimi finanziamenti nel creare un esercito forte ma erano soldati cooptati che non
avevano quindi fedeltà nei confronti dello scià. Erano frequenti questi slogan che venivano
cantati dai rivoluzionari contro i soldati “Perchè sparate ai vostri fratelli?” quindi i soldati non
erano capaci di fronteggiare una situazione come queste ed erano sicuramente ben
addestrati ma incapaci di reagire nei confronti dei rivoluzionari. Il 16 gennaio del 1979 lo scià
lascia il paese, era un malato terminale e quindi non aveva mai pensato ad una sua
possibile successione e lascia il paese e non ne farà più ritorno. Il 1 febbraio Khomeini
rientrò dall’esilio parigino il quale era stato mandato a Parigi nel settembre del 1978 dopo
che il “Settembre Nero” iniziò ad incitare alla violenza dei manifestanti e fu istituito un
governo provvisorio che doveva portare a delle elezioni. Le elezioni si tennero il 30 marzo e
al popolo fu chiesto di scegliere se accettare o meno una Repubblica Islamica, all’epoca non
si sapeva cosa fosse una Repubblica Islamica, ma la vittoria della rivoluzione viene fatta
cadere l’11 febbraio il giorno in cui l’esercito dichiara la sua neutralità.

Qualche riflessione sulla rivoluzione


Fu una rivoluzione di carattere popolare, il 10% della popolazione partecipò alle proteste.
Una rivoluzione portata avanti da un movimento eterogeneo quindi vi furono diversi gruppi
sociali che parteciparono alla rivoluzione: giovani delle università e dei seminari, religiosi, i
bazarì, il popolo meno abbiente delle realtà urbane. Questi gruppi avevano aspettative
diverse e questo si vedrà in modo evidente dopo il 1979 quando lo stato doveva
effettivamente concretizzarsi emersero tutte queste diversità e divergenze di vedute
all'interno del movimento rivoluzionario. Il regime monarchico dello scià cadde per
mancanza di legittimità che ha una sua storia ben più antica rispetto al 1977 quindi lo scià
era visto illegittimo da parte di diversi gruppi sociali mentre i teorici marxisti che vedono una
preminenza delle cause di carattere economico quindi la rivoluzione avvenne per la disparità
economica e uno sviluppo economico non equo mentre dall’altra parte ci sono teorie di
carattere piu’ culturale quindi quelli che invece portano avanti una visione per cui dicono che
la rivoluzione accadde per motivi piu’ ideologici quindi rifiutare il modello Occidentale,
secolare e moderno per portare avanti un’ideologia piu’ tradizionalista, religiosa, islamica in
questo caso. Fu una rivoluzione inattesa, basta ricordare ciò che disse Carter, quindi
nessuno poteva effettivamente prevedere la rivoluzione e questo aspetto di imprevedibilità
ricorre ancora oggi infatti l’Iran è un paese estremamente da capire perchè vi è una pluralità
di attori, di dinamiche che sono molto oscure a chi non conosce il paese, a chi non è mai
stato nel paese quindi è una caratteristica che rimane tutt’ora. Fu molto importante l’alleanza
tra clero e commercianti perché i bazarì erano l’anima economica del paese e riuscirono a
chiudere i loro negozi e sostenevano economicamente le proteste mentre dall’altra parte il
clero che invece aveva molta piu’ presa sulle masse e quindi questa alleanza fu vitale per la

194
riuscita della rivoluzione. Questa alleanza è un'alleanza antica che anche durante la
“Rivoluzione Costituzionale (1906)” giocò un ruolo importante non è un caso che in Iran in
ogni bazar ci sia una moschea e questo ci fa capire come questi due gruppi sociali siano
estremamente interconnessi. Fu un fenomeno prevalentemente urbano, le periferie furono
poco coinvolte anche perché i poveri delle aree urbane erano quelli piu’ interessati nel
partecipare alla rivoluzione infatti quasi tutte le periferie urbane erano prive di servizi e
queste sarà una delle prime opere messe in atto dalla Repubblica Islamica ovvero quella di
fornire elettricità, acqua potabile nelle periferie urbane proprio perché erano state un posto
molto sensibile. Il clero ebbe un ruolo molto importante, non fu l’unica voce della rivoluzione,
ma riuscì ad imporsi nel discorso rivoluzionare anche perché le altre opposizioni mancavano
di leadership mentre il clero aveva Khomeini che nonostante fosse all’estero riuscì a dare lo
slancio ai manifestanti.

La Repubblica Islamica dell’Iran


La Repubblica Islamica dell’Iran nacque nell’aprile del 1979 con una nuova bandiera dove in
mezzo c’è scritto “Allah” e tutta la greca che si vede sulla striscia verde e rossa ricorre la
scritta “Allah Akbar” quindi anche la bandiera da un chiaro segnale, una chiara
interpretazione di quello è il sistema politico iraniano.

In letteratura viene definito uno stato duale dove coesistono due tipi di autorità, un’autorità
che ha una sovranità popolare quindi il Presidente della Repubblica viene eletto
direttamente dal popolo e una sovranità religiosa la cui autorità discende direttamente
dall’alto che è la Guida Suprema. Ci sono importanti cariche o organismi istituzionali che
vengono eletti: Presidente della Repubblica, Parlamento e l’Assemblea degli Esperti che è
un organo composto da 88 membri del clero eletti direttamente dal popolo a suffragio
universale. Poi ci sono delle figure e organi costituzionali definiti non eletti: Guida Suprema,
Consiglio dei Guardiani che è un organo che si occupa di monitorare il processo legislativo
che sia conforme al diritto islamico e che si occupa di monitorare le candidature che
giungono per la presidenza della Repubblica per i membri del parlamento e la Magistratura i
cui capi vengono eletti direttamente dalla Guida Suprema.

195
Iran’s power structure

Questa è la mappa che ci fa capire quanto sia complesso il sistema politico iraniano. C’è la
convergenza di diverse cariche: il Presidente della Repubblica che è guida all’esecutivo, il
Parlamento che si occupa del potere legislativo, il potere giudiziario che non è autonomo ma
si rifà direttamente alla Guida Suprema. La Guida Suprema ha l’ipse dixit su tutte le politiche
del paese, la prima Guida Supreme è stata Khomeini mentre l’attuale è Ali Khamenei che
viene istituita dall’Assemblea degli Esperti quindi non è una carica che viene eletta
direttamente dal popolo. E’ importante sapere che c’è una sorta di decentralizzazione del
sistema politico su diversi piani, gruppi, organi costituzionali e anche su diverse figure. C’è il
Presidente della Repubblica che ha il potere esecutivo, il Parlamento che si occupa del
potere legislativo, il Consiglio dei Guardiani si occupa di monitorare il sistema legislativo e
assicurarsi che le leggi proposte non siano contraddittorie al diritto islamico e la Guida
Suprema ad oggi ha un potere molto forte ed è quella che definisce alla fine la politica
iraniana. Vi sono diverse personalità ed è un sistema estremamente labirintico che tende
però a bilanciarsi e dovrebbe evitare prese di potere forti da parte di una o piu’ gruppi o
organi costituzionale o figure.

196
La breve stagione unipolare e le sue contraddizioni (Iraq come caso
di studio)
E’ una fase di transizione tra la fine della “Guerra Fredda” e il nuovo millennio, una fase che
si caratterizza della fine delle dinamiche tipiche dell’era bipolare e per una breve fase
unipolare che vede gli Stati Uniti come attori egemoni del Sistema Internazionale alle prese
con nuove e vecchie sfide nel tentativo di gestire quello che sempre più si caratterizza come
un crescente disordine sul piano internazionale. Paradossalmente la fine e la dissoluzione
dell’Unione Sovietica genera incertezza, produce sì un senso di vittoria e di semi-
onnipotenza in alcuni circoli occidentali ma d’altro canto evidenzia come la fine del
bipolarismo riduca la possibilità di gestire il disordine internazionale. Il Cremlino per oltre
quarant’anni aveva rappresentato un competitor ma anche un elemento di affidabilità del
sistema internazionale tanto che in un modo o nell’altro si era riusciti a dar vita ad un
sistema di regole condivise, molte di queste non scritte ma comunque valide. Il venir meno
dell’Unione Sovietica crea un vuoto di potere che gli Stati Uniti non riescono a colmare da
soli né con il sostegno dei loro più stretti alleati. Guarderemo questa stagione utilizzando un
caso di studio, il caso di studio in questione è l’Iraq; un caso di studio significativo sia da un
punto di vista funzionale sia da un punto di vista delle sfide che il paese si trova ad
affrontare. Da un punto di vista funzionale perché ci permette poi di comprendere piu
chiaramente l’ultima parte del programma dedicata alla minaccia jihadista, l’altro livello che è
piu’ significativo è che l’Iraq è quasi la cartina di tornasole di un tentativo egemonico
statunitense che non si compie completamente che non riesce a raggiungere gli obiettivi che
si era posto e che quindi apre ed incrementa una stagione di forte instabilità oltre che di
destabilizzazione della Regione Mediorientale.

L’illusione di un nuovo ordine internazionale


Questo è stato un momento storico che ha definito la vittoria del modello Occidentale, delle
democrazie liberali, del capitalismo sul modello sovietico. La caduta dell’Unione Sovietica
segna il passaggio ad un mondo unipolare e all’interno dei circoli statunitensi si riflette su
quello che sarebbe dovuto essere il futuro anche perchè il collasso dell’Unione Sovietica
coglie tutti largamente impreparati; non ci si aspettava un collasso così rapido e una
deflagrazione così significativa. Una posizione su tutte è particolarmente rilevante perché ci
permette di avere il polso di quello che fossero i toni del dibattito di allora ed è la teoria della
“Fine della Storia” esposta da un intellettuale americano secondo il quale la fine della
“Guerra Fredda” avrebbe finito con l’affermare in maniera assoluta su scala globale il
modello di democrazia liberale incarnata dagli Stati Uniti e dai suoi più stretti alleati; vi era
l’idea che non vi fossero alternative a questo modello e che in un lasso di tempo di fatto tutte
le realtà statuali si sarebbero avvicinate a questo modello rappresentato dagli USA e dai loro
partner e da qui l’idea della fine della storia. E’ una impostazione che lascia perplessi gli
osservatori che stanno guardando al mondo come si è conformato e come si è venuto a
definire in questa fase attuale che sembra tutto fuorché una fase caratterizzata dall’assoluto
predominio del modello di democrazia liberale statunitense e che invece sta registrando una
fortissima competizione tra modelli molto diversi fra di loro. L’altro elemento che è
importante sottolineare è che con la fine dell’epoca bipolare si va a rompere quel timore,
quella cappa di paura che era legata al timore di uno scontro nucleare e qui si ha a che fare
con le percezioni perché non è che la minaccia fosse scomparsa, gli arsenali nucleari erano

197
ancora presenti negli Stati Uniti e in Unione Sovietica ed anche negli altri paesi nuclear-
weapon-states. Si aveva la percezione però che non ci fossero più le condizioni per un
conflitto di questo tipo, una percezione che si scostava dalla realtà perché bisogna
immaginare l’URSS al collasso, alle prese con un processo di riorganizzazione interna che
potenzialmente metteva gli asset sovietici a rischio, non solo gli asset nucleari ma anche
quelli legati ai programmi chimici e biologici che l’Unione Sovietica aveva sviluppato. In una
fase di collasso delle autorità centrali il rischio di una proliferazione di queste conoscenze
anche per uso maligno era tutt’altro che secondario. Uno degli obiettivi degli Stati Uniti fu
mettere in sicurezza gli arsenali nucleari e anche gli arsenali legati alle armi di distruzione di
massa di altro tipo. Da un lato quindi gli asset materiali dall’altro quello di evitare che le
conoscenze venissero sottratte e che gli scienziati impiegati in questo programma venissero
utilizzati da altri attori non statuali che erano magari interessati a colpire gli Stati Uniti e i loro
alleati o altri obiettivi. Si apre una finestra di opportunità perché vi è la percezione che il
collasso dell’Unione Sovietica possa liberare le Nazioni Unite da quei lacci che per decenni
l’avevano bloccato, l’idea che il diritto di veto possa essere utilizzato in maniera più
pragmatica e che le Nazioni Unite possano divenire realmente l’ago della bilancia del
Sistema Internazionale. Bisogna sottolineare anche che Washington, in una prima fase,
favorì un approccio multilaterale alle crisi che vennero a segnare il sistema internazionale
rilanciando sistemi di alleanza tradizionale come la NATO che avviò un processo di
allargamento verso est, in quelli che erano stati i paesi satellite, e che ridefinì anche la
propria missione divenendo una piattaforma capace di operare al di fuori delle regioni che
tradizionalmente erano parte del “Patto dell’Atlantico Settentrionale” contribuendo alla
stabilizzazione del Sistema Internazionale. E’ una fase in cui si sviluppa il “Diritto di
intervento umanitario” per garantire o salvaguardare la pace e i diritti umani tutto questo
sotto l’egida della Nazioni Unite; è una fase contrassegnata da un forte ottimismo eppure
nonostante questo si iniziano a registrare in maniera sempre piu’ frequente una serie di crisi
che molto spesso non contrappongono uno stato ad un altro ma sono crisi intrastatuali cioè
che esplodono all’interno dei singoli paesi tant’è che si parla di “Nuovi Conflitti”.

Nuovi Conflitti
Nonostante la fine dell’epoca bipolare la violenza continua a rimanere un elemento
caratterizzante del Sistema Internazionale; questi “nuovi conflitti” sempre più spesso si
muovono lungo il piano regionale, quindi interno ai singoli paesi, lungo linee di faglia etnico-
religioso o confessionali e sperimentano un ricorso sempre più frequente ad azioni
terroristiche. E’ in questa fase che si torna a parlare in maniera crescente di conflitti
asimmetrici perché non condotti da due attori statuali ma tra spesso attori statuali e realtà
sub-nazionali, attori locali, gruppi terroristici. In questo contesto lo scontro non investe più
soltanto le forze armate ma sempre più spesso colpisce la popolazione civile, le azioni
contro i civili non tendono più ad essere danni collaterali di uno scontro ma spesso sono il
vero obiettivo delle azioni lanciate; un caso significativo in questo senso è la “Crisi del
Ruanda” ed il massacro che nel 1994 investe intere parti del paese con milioni di vittime che
vengono dilaniate nel giro di pochissimi mesi. Sono molte le crisi in questo periodo, un’altra
crisi significativa è quella della Somalia nel 1991 che cade in una situazione di vera e propria
“Guerra Civile” una crisi che vede coinvolte uomini e donne italiane che erano sul territorio e
le stesse forze statunitensi. Il conflitto in Cecenia, un conflitto che si dipana dal 1994 in
particolar modo nel 1996, è un conflitto che ha radici etnico-religiose perché la Cecenia, una
regione a maggioranza islamica, si era dichiarata indipendente nel 1991 ed aveva puntato

198
all’indipendenza in aperta opposizione a quello che si andava configurando come il nuovo
sistema russo. Sotto la guida di Eltsin la Russia lancia un’offensiva militare che si protrarrà
per due anni e che vede entrambe le parti macchiarsi di criminalità e di atti efferati. Nel 1996
la Cecenia torna sotto controllo russo ma mantiene una forte autonomia; questa è una crisi
che non opera tra due realtà statuali ma lungo un piano etnico settario ed etnico
confessionale. Il caso più significativo è il caso dei conflitti nell'ex-Jugoslavia che portano
alla dissoluzione lungo linee etnico-religiose. Gli anni novanta non furono il decennio d’oro
del Sistema Internazionale ma a fronte di una crescita di status degli Stati Uniti registrarono
un numero crescente di crisi che esplosero su più livelli e cui non si era più abituati e
bisognava recuperare gli strumenti per interpretare una conflittualità in parte diversa al
passato. Il 2001 rappresenta un fattore discriminante, un momento che alterò
completamente gli equilibri, quello che può essere definito una sorta di “game changer”.

Riconfigurazione dello spazio geopolitico


Gli Stati Uniti con la presidenza di George Bush e con i due mandati di Bill Clinton mentre la
Russia che invece viveva la fase della presidenza Yeltsin prima del passaggio a Vladimir
Putin tra il 1999 e il 2000. Mentre la Cina stava gradualmente aumentando la propria
crescita economica e che si trovava a dover recuperare una postura internazionale dopo gli
eventi di Piazza Tienanmen e la repressione delle sollevazioni che proprio in quella piazza
avevano avuto il proprio epicentro. L’Unione Europa che si andava costituendo in quella fase
e rafforzando. Tutto questo ci serve per portarci in maniera ideale all’alba del nuovo
millennio per concentrarci sul teatro iracheno, un paese che ha finito per anni con il
dominare l’attenzione internazionale e in un certo senso con il riflettere delle discrasie, i
doppi standard, le sfide della fase di transizione seguita alla fine della Guerra Fredda.

Iraq: l’occupazione a guida statunitense del 2003 e le sue conseguenze


Iraq è un paese che si caratterizza per la sua complessità, per la compresenza di comunità
diverse e latrici di interessi specifici e spesso confliggenti. Ci concentreremo anche su quello
che è stato l’Iraq sotto la guida di Saddam Hussein, in particolare guarderemo alla “Guerra
del Golfo (1990-91)” e accenneremo a quel decennio che separa il paese dall’operazione
“Iraqi Freedom” cioè l’operazione lanciata dagli Stati Uniti nel 2003 che portò alla caduta del
regime di Saddam Hussein. L’impatto di questa operazione fu enorme, non solo sul piano
interno iracheno ma sull’interno contesto internazionale. Nel 2003 gli Stati Uniti entrano in
Iraq, circondati da critiche feroci, ma con la certezza di essere l’attore egemone del Sistema
Internazionale, di essere l’ultima e l’unica superpotenza. Nel 2010, quando di fatto si
completa il ritiro delle forze americane dall’Iraq, gli Stati Uniti sono un attore profondamente
diverso, sono consapevoli di dover far i conti con un Sistema Internazionale multipolare,
hanno subito e hanno pagato il conto di un conflitto condotto nella maniera sbagliata e
avviato nel modo sbagliato. In Iraq gli Stati Uniti hanno lasciato non solo lo status di unica
superpotenza o di potenza dominatrice del Sistema Internazionale ma anche buona parte di
quel “soft power” che li aveva trasformati in un esempio per l'intero Sistema Internazionale.
proprio quel fattore che Fukuyama aveva definito come caratterizzante la fase post “Guerra
Fredda”. Cercheremo di guardare all’evoluzione del teatro iracheno fino al 2014 ovvero
l’anno che segna l’ascesa del cosiddetto Stato Islamico.

199
Un Paese complesso ed estremamente
variegato
L’immagine dominante dell’Iraq è un’immagine
che era data quasi per scontata durante la prima
decade degli anni 2000 e questa immagine
rappresenta le lenti che venivano utilizzate per
comprendere l’Iraq ovvero guardare l’Iraq
attraverso la presenza di comunità diverse,
comunità etnico-religiose diverse. La lettura che
si dava all’Iraq era quella di un paese artificiale
costruito sulla base della volontà di Parigi e di
Londra (accordi Sykes-Picot), l’Iraq non ricalca
perfettamente quegli accordi ma in buona parte
si; un paese sostanzialmente quasi insostenibile,
destinato a dividersi lungo linee etnico-religiose
confessionali. L’immagine che si dava del paese era la seguente: un paese, tre principali
comunità. La comunità curda nel nord, la comunità arabo-sciita nel centro-sud, la comunità
arabo-sunnita nella porzione centro-occidentale del paese. Non era possibile separare il
paese secondo queste linee di faglia, l’Iraq come la Siria era un paese che vedeva al suo
interno la presenza di centinaia di migliaia di cittadini appartenenti a comunità diverse il cui
padre era magari un arabo-sunnita e la cui madre era un arabo-sciita. Già solo guardando
queste aree che si trovano al di sotto delle aree dove la comunità curda è maggioritaria e
queste aree a cavallo tra le aree dominate dalla comunità arabo-sunnita e quella sciita sono
aree miste dove non vi è la preponderanza di un gruppo rispetto agli altri. Le principali città
irachene sono aree miste per eccellenza anche se ci sono stati dei cambiamenti all’interno di
esse che ha cambiato la “disposizione” delle comunità all’interno delle città, un processi di
cambiamento che non è avvenuto attraverso un processo volontario ma in seguito ad una
“Guerra Civile” che ha causato un numero di vittime che non sappiamo, una guerra civile
che ha dilaniato un intero paese, famiglia, che ha polarizzato la società irachena
introducendo questa lettura settaria in un contesto che sino ad allora non lo aveva sviluppato
appieno; la vita di comunità diverse nello stesso territorio era la normalità ma la “Guerra
Civile” altera questi elementi in maniera fortissima e forse solo adesso si inizia a recuperare
un po’ una dimensione di coesione nazionale ma i danni sono tuttora enormi. Ci sono anche
altre realtà, l’Iraq nel 2003 era patria di circa 1.3 milioni di cristiani mentre ora sono tra i 200-
300 mila; l’Iraq si caratterizzava per la presenza di comunità di religioni molto diverse, una di
queste è la comunità yazida, qualche anno fa il Premio Nobel venne assegnato ad un
esponente della comunità yazida che era riuscita a scappare alle atrocità del sedicente Stato
Islamico e aveva raccontato la sua ordalia, quello che significava vivere sotto una realtà che
aveva reintrodotto la schiavitu’ in cui le donne e le bambine venivano vendute come capi di
bestiame. Ricapitolando è un paese con comunità diverse non raggruppate su un singolo
territorio ma disperse al suo interno, indicativamente la maggioranza della popolazione
irachena è arabo-sciita (area in verde nell’immagine) questa maggioranza però sin dalla
creazione dell’Iraq è stata dominata da elitè arabo-sunnite e questo dalla fondazione
dell’Iraq moderno fino a Saddam Hussein. La comunità curda-irachena è parte di un popolo
che ha la sua patria ancestrale all’interno di quattro paesi principali (Iraq, Turchia, Iran e
Siria) tant’è che i curdi sono tendenzialmente considerati la più grande nazione al mondo

200
priva di un proprio stato; la comunità curda dell’Iraq sin dal principio ha lottato per ottenere
l’indipendenza o quantomeno una forte autonomia ma questi obiettivi sino ad ora sono
sempre stati disattesi e per ragioni interne e per ragioni esterne al sistema iracheno ovvero
la fortissima ostilità nutrita da Ankara, da Teheran, da Damasco nei confronti di qualsiasi
progetto autonomista e indipendentista. Questo perché ognuno di questi paesi deve
affrontare una questione curda e quindi la questione curda non è un affare interno ai singoli
paesi ma una questione che si allarga su più realtà. Con il “Trattato di Sèvres" prevedeva la
possibilità di costituire una realtà statuale curda ma in realtà poi l’emergere della Repubblica
della Turchia e il rafforzamento della realtà irachena sotto mandato britannico fecero fallire
questa prospettiva. Questa è una prima visione dell’Iraq, un paese che nel corso della sua
storia era stato dominato con il pungno di ferro dalle diverse leadership che si erano
alternate alla guida della capitale irachena e che soprattutto ai tempi di Saddam Hussein
aveva sperimentato una dittatura brutale.

“Guerra del Golfo (1990-1991)”


Abbiamo visto come nel corso degli anni ottanta l’Iraq sia stato coinvolto in una guerra di
attrito durissima contro l’Iran di Khomeini; questo conflitto aveva lasciato i due paesi
fortemente indeboliti e aveva imposto un tributo fortissimo sulle casse degli stati. In
particolar modo Baghdad aveva sviluppato un debito enorme nei confronti di Kuwait e Arabia
Saudita, un debito che Baghdad chiedeva venisse cancellato ma che soprattutto il Kuwait
pretendeva venisse ripagato. E’ questo uno dei motivi che portarono allo scoppio di quella
che passò alla storia come la “Prima Guerra del Golfo”; una guerra che scoppiò tra il 1990 e
il 1991. La “Guerra del Golfo” venne scatenata dall’Iraq che invase il Kuwait, le motivazioni
erano diverse:
● la prima era il debito che Baghdad doveva ripagare al Kuwait
● la seconda legata ai bassissimi prezzi del petrolio del periodo legati alla
sovrapproduzione del petrolio di cui il Kuwait era in parte responsabile
● vi erano motivazioni storiche perché fin dalla sua fondazione l’Iraq aveva rivendicato
il Kuwait come parte integrante del proprio territorio
● poi vi erano motivazioni di natura meramente geopolitica, occupando il Kuwait l’Iraq
non solo puntava a riaffermare la sua centralità nella regione del Golfo Persico ma
anche ad ampliare il suo accesso al Golfo. Se guardiamo alla geografia irachena
notiamo come l’Iraq guardi al Golfo in una maniera ridotta e questo ne limita le
capacità di proiezione marittima
● ultimo elemento è che il Kuwait disponeva, e dispone tuttora, di ingenti riserve di
idrocarburi
Vi erano molteplici motivazioni, il Kuwait era un paese ricchissimo ma molto piccolo quindi
facile da sconfiggere, confinava con l’Iraq e guardava sul Golfo Persico quindi avrebbe
ampliato l’esposizione del paese sul piano marittimo, storicamente considerato come parte
integrante dell’Iraq e quindi sin dal principio l’Iraq lo aveva reclamato come parte integrante
del territorio e poi la dirigenza del Kuwait aveva adottato una postura che Baghdad
considera ostile. Un altro fattore che doveva essere considerato è il periodo, tra il 1990 e il
1991 si consuma il collasso dell’Unione Sovietica e Saddam Hussein ritiene che un’azione in
questa fase abbiamo meno possibilità di essere contrastata perché gli Stati Uniti sono
impegnati altrove così come la gran parte degli attori internazionali. Sono considerazioni che
si rivelano sbagliate, Saddam Hussein ordina l’invasione del Kuwait nel 1990 e la condanna
della comunità internazionale è unanime ma soprattutto gli Stati Uniti non si limitano a

201
condannare l’azione ma minacciano l’intervento armato e lo fanno su pressione fortissima
esercitata dall’Arabia Saudita che guarda a caso confina sia con il Kuwait che con l’Iraq. La
monarchia saudita temeva che se non si fosse fermato Saddam in Kuwait nulla gli avrebbe
poi impedito di colpire Riyad. Viene lanciato un ultimatum a Saddam che non lo rispetta e
parte un’operazione militare su larghissima scala che coinvolge centinaia di migliaia di
soldati americani e una colazione di diversi paesi. Il risultato è una sconfitta schiacciante per
Hussein che viene obbligato ad abbandonare il paese, deve pagare le riparazioni e deve
smantellare il programma di armi di distruzione di massa che aveva sviluppato nel decennio
precedente. Il leader iracheno è fortemente indebolito e nel paese scoppiano delle
insurrezioni, prima nel sud del paese ed infine nel nord; non scoppiano a caso, scoppiano in
particolare dopo che il presidente americano rilascia un discorso nel quale dice che il destino
dell’Iraq è ora nella mani del suo popolo. L’obiettivo era quello di scatenare un colpo di stato
da parte delle forze armate, Saddam però prima di diventare presidente iracheno era stato il
capo dei servizi segreti del paese e quindi conosceva i suoi uomini e aveva adottato tutta
una serie di misure volte ad evitare che un eventuale colpo di stato avesse successo. Non
sono le forze armate a sollevarsi ma la popolazione, il rischio per Washington è che l’Iran
soffi sugli insorti iracheni e che il paese registri un cambio di regime che finisca con il
favorire la Repubblica Islamica; il timore è che queste sollevazioni producano un governo
filo-iraniano ed è qualcosa che gli Stati Uniti non possono accettare e quindi le forze
americane rimangono ferme in Kuwait mentre Saddam, che nella fase più difficile della
sollevazione si era trovato schiacciato nell’Iraq Centrale, può ricorrere alle forze aree per
massacre migliaia di civili lasciando i corpi a marcire per le strade per lanciare un
messaggio; è’ un’azione che non verrà dimenticata dalla popolazione irachena. Furono poco
più di un milione i curdi che lasciarono il nord e fuggirono sulle montagne verso la Turchia in
pieno inverno perché Saddam durante la guerra tra Iran ed Iraq non aveva esitato a
sopprimere una rivolta nel nord ricorrendo alle armi chimiche. E’ un’operazione che prende il
nome di Al-Anfal (il bottino). Saddam fu un dittatore che non si fece scrupoli ad ammazzare
la popolazione inerme. Il regime iracheno sotto Saddam Hussein è un regime del terrore, il
terrore era lo strumento che Saddam utilizzava per tenere un controllo assoluto sul paese;
Saddam aveva sviluppato un sistema che puntava a rompere i legami più forti all'interno
della società, a diffondere la paura che chiunque potesse essere una spia e che chiunque
potesse lavorare in incognito per il regime. Questo voleva dire invitare i bambini che
frequentavano le scuole elementari a denunciare qualsiasi atteggiamento degli insegnanti
considerato non in linea con il messaggio del partito baathista, voleva dire invitare i bambini
a denunciare i propri parenti e i loro genitori, voleva dire che chiunque fosse sospettato di
essere un oppositore politico scompariva; nella notte giungevano degli individui che lo
prelevavano, senza dare spiegazioni, e di questa persona si perdeva qualsiasi traccia. Era
un regime che definire brutale era a dir poco, una delle punizioni che diventa particolarmente
diffusa negli anni novanta è quella di marchiare gli oppositori o i disertori, marchiarli
attraverso la mutilazione dei lobi delle orecchie o imprimendo un marchio sulla fronte. Le
punizioni non erano mai individuali ma colpivano l’intera famiglia. Saddam nell’ultima fase
della sua esperienza sembra diventare un fervente credente ma era talmente megalomane
che arriva a far porre nel centro di una moschea enorme una copia del Corano vergata con il
suo sangue, vi era la sua volontà di essere onnipresente. Saddam sopravvive alle
sollevazione del 1991, perde il controllo sul nord e vengono imposte delle “no-fly zone” a
nord e a sud ma il regime sopravvive nonostante le sanzioni, gli attacchi, l’isolamento
internazionale Hussein rimane al potere e si circonda di fedelissimi, ristruttura il suo sistema
di potere e nei primi anni 2000 è saldamente al comando.

202
Iraqi Freedom: le origini del conflitto
Nel 2001 abbiamo avuto l’11 settembre che ha cambiato completamente il corso degli
avvenimento, gli Stati Uniti vengono colpiti al loro cuore e l’intera comunità internazionale si
stringe attorno agli Stati Uniti, persino l’Iran arriva a fare le proprie condoglianze e a
manifestare la propria solidarietà nei confronti di Washington. Da qui nasce l’operazione
“Enduring Freedom” con la distruzione del regime taliban nel tentativo di eliminare la
minaccia di Al-Qa’ida. Qualche mese dopo emerge la volontà di Washington di non fermarsi
all’Afghanistan e di andare oltre colpendo l’Iraq di Saddam Hussein; la risposta
internazionale è molto diversa perché se le prove relative al coinvolgimento dei taliban e di
Saddam Hussein nell’attacco dell’11 settembre erano evidenti le prove relative alla volontà
dell’Iraq di attaccare gli Stati Uniti non erano così evidenti. Gli Stati Uniti muovo una serie di
accuse al regime di Saddam Hussein ovvero di essere in contatto con Al-Qa’ida per
organizzare attentati contro gli Stati Uniti, di possedere armi di distruzione di massa e di
voler perpetuare all’infinito un regime dittatoriale in Iraq. Quelle citate prima sono le accuse
formali ma in realtà si sviluppa un discorso alimentato dai circoli neo-conservatori americani
che vede nel cambio di regime in Iraq una straordinaria opportunità ovvero quella di
rilanciare la supremazia americana partendo dalla regione del Golfo, di riaffermare la
centralità di Washington trasformando la dittatura irachena in una democrazia stabile,
prospera e alleata degli Stati Uniti. L’Iraq doveva diventare un modello capace con il suo
successo di dar vita ad un effetto mimesi quindi di cambiare l’intero tessuto mediorientale
mettendo pressione ai nemici degli Stati Uniti, come l’Iran, ma anche a mettere pressione sui
suoi tradizionali alleati come l’Arabia Saudita e l’Egitto che non si erano allineati al modello
di democrazia liberale di Washington e che indirettamente avevano contribuito all’attacco
contro gli Stati Uniti perché la quasi totalità degli attentatori dell’11 settembre era di
nazionalità saudita mentre il comandante degli attentatori era un egiziano. I circoli neo-
conservatori facevano queste considerazioni, stabilendo una democrazia forte e solida in
Iraq si potevano garantire una fornitura inesauribili di idrocarburi dal Golfo e potevano
soprattutto contribuire alla ricostruzione del paese che voleva dire commesse per milioni di
dollari che avrebbero alimentato le industrie americane, voleva dire controllare quello che
era considerato lo snodo più importante al mondo. La storia non si fa né con i se né con i
ma, ma qual’ora l'avventura in Iraq avesse avuto successo verosimilmente non staremo
parlando ora di un secolo cinese o asiatico; il problema è che gli Stati Uniti montarono un
caso internazionale con accuse false, Colin Powell si recò al “Consiglio di Sicurezza delle
Nazioni Unite” con una fialetta dicendo questo è antrace ed è stato sviluppato nei laboratori
iracheni di Saddam ed è la prova che Hussein abbia armi di distruzione di massa, sappiamo
che ha contatti con Al-Qa’ida e un’altra serie di considerazioni che si rivelarono infondate. Le
armi di distruzione di massa non vennero mai trovate, il che non vuol dire che non siano mai
esistite o che non ci fosse un programma embrionale, e soprattutto i legami tra Al-Qa’ida e
Baghdad si dimostrarono palesemente inventati. La spaccatura era talmente significativa
che le Nazioni Unite si immobilizzarono e gli Stati Uniti non riuscirono a far passare una
risoluzione che permettesse loro di lanciare un’operazione in Iraq con l’avallo dell’ONU. Qui
si registrò uno strappo, la decisione di intervenire ugualmente attraverso il sostegno di una
coalizione di volenterosi tra i quali purtroppo dobbiamo anche inserire il nostro paese
insieme a Spagna, Gran Bretagna, Australia, Polonia nonostante un’opposizione in Italia e in
altri paesi durissima. La campagna contro l’Iraq venne lanciata, non si dice che Saddam non
fosse un dittatore brutale e che non meritasse di essere destituito ma non è così che si

203
opera in un contesto internazionale e questo fu uno dei molti errori condotti
dall’amministrazione Bush; le operazioni militari vennero lanciate nel marzo del 2003 e
furono uno straordinario successo. In un mese le forze irachene si erano dissolte, gli Stati
Uniti avevano mostrato al mondo di essere in maniera inconfutabile la prima potenza militare
con un’offensiva che raggiunse livelli di intensità mai registrati prima; ad un mese di distanza
il presidente Bush si presentò su una portaerei nel Golfo facendo un discorso alla nazione
con dietro di lui una bandiera americana con una scritta “Mission accomplished”.
Sfortunatamente per gli iracheni non è stato così, qualcosa non ha funzionato.

Questa slide ce lo dice, questo è il numero di vittime civili che sono state registrate e
comprovate dal 2003 al 2019, queste sono stime conservative in realtà verosimilmente
vanno raddoppiate se non triplicate e stiamo parlando di vittime dovute alle operazioni
belliche, alla guerra civile e allo scontro interno che si venne a registrare; non si contano le
vittime legate alla morte per i media, per la mancata elettricità.

Cosa non ha funzionato


L’intervento ha completamente destabilizzato la regione mediorientale, la guerra in Iraq ha
fatto sì che il demone del settarismo si espandesse in tutta la regione e quindi che la linea di
divisione tra mondo sunnita e sciita si caricasse sempre più di una valenza politica e che
rompesse quella solidarietà che in passato aveva segnato buona parte di questi territori.
Paradossalmente l’Iran emerge con il vero vincitore perché l’Iran in questi venti anni ha
ampliato a dismisura la propria influenza, venuto meno Hussein ha potuto espandere la sua
influenza dal Golfo Persico al Mediterraneo attraverso una serie di alleanze formali ed
informali. Gli Stati Uniti hanno pagato a caro prezzo queste azioni andando a rovinare le
relazioni con attori chiave come la Turchia che non permise alle forze americane di utilizzare
le sue basi perchè non era d’accordo con questo intervento, l’Egitto, l’Arabia Saudita, la
Giordania si schierarono contro questa iniziativa. Gli USA entrano in Iraq come l’unica
superpotenza e ne escono con le ossa rotte e fu molto peggio del Vietnam in termini di
immagine degli Stati Uniti e vennero comprovate una serie di violazione dei diritti umani
perpetrate dal personale americano ai danni dei prigionieri iracheni. L’Iraq rimane fortemente
instabile e definirlo una piena democrazia è pienamente difficile anche per tutto quello che
ha dovuto passare.

204
Le motivazione sono ben chiare:
● Gli Stati Uniti intervengono in Iraq sulla base di un assunto molto chiaro, siamo la
prima potenza militare al mondo non vi è un paragone tra il livello tecnologico
statunitense e quello delle forze irachene e sono soprattutto i falchi
dell'amministrazione Bush a propendere per quest'impostazione mentre le forze
armate avevano una visione diversa e quando vengono interrogati dal Congresso
dice che per stabilizzare il paese sulla base della nostra esperienza servono tra i
300-400 mila uomini sul territorio; quando viene lanciata l’offensiva le forze
americane sono meno di 150 mila questo significa non controllare i confini del paese,
non avere forze sufficienti per controllare le strade, un aumento esponenziale della
criminalità ed una incapacità di controllare il territorio.
● Il secondo elemento è la scarsa conoscenza del teatro d’azione, la classe dirigente
americana si basa in buona misura su quello che gli dicono sugli esuli che hanno
lasciato il paese e che forniscono informazioni chiave all'amministrazione americana
ma sono informazioni che non corrispondono alla realtà e quindi si fornisce una
chiave interpretativa sbagliata del contesto iracheno che soprattutto negli ultimi dieci
anni, durante le sanzioni, era cambiato fortemente.
● Vi era anche una mancata pianificazione evidente, l’Iraq cade in uno stato di
completa destabilizzazione e quindi la gente entra nei palazzi del potere e ruba di
tutto dalle risme di carta, alle sedie, ai computer e ai tavoli, vuol dire che migliaia di
persone entrano nel museo di Baghdad che ospitava un numero di reperti
inestimabile e buona parte dei reperti vengono sottratti mentre le forze internazionali
sono davanti al museo e gli viene ordinato di non intervenire perchè devono
presidiare edifici che sono considerati strategicamente più importanti, vuol dire che
sono migliaia gli agenti segreti che entrano da est e da ovest al paese.

Primi due anni di conflitto


I primi due anni di conflitto sono gli anni che vedono la sconfitta delle forze irachene, vedono
il collasso del regime di Saddam Hussein e vedono anche la definizione dei nuovi assetti
dell’Iraq post-Saddam; non vi è però un piano ben definito e questo è uno dei grandi
problemi che hanno segnato il caso iracheno. Viene posta alla guida del paese quella che
viene denominata la “Coalition Provisional Authority (CPA)” la quale è un’autorità che è
espressione delle forze della coalizione internazionale che controlla ora l’Iraq e sono guidate
da un ambasciatore statunitense, Paul Bremer III. E’ una fase questa molto difficile, la CPA
rimane in carica dal maggio del 2003 fino al giugno del 2004 ed ha enormi responsabilità.
Paul Bremer III viene a conoscenza dell’incarico poche settimane prima del suo arrivo nel
paese e commette una serie di errori notevoli; tre sono le decisioni più significative in questo
senso:
● il primo ordine rilasciato dalla CPA riguarda lo scioglimento delle forze armate
irachene perché ritenute colluse con il regime di Saddam Hussein e di conseguenza
non affidabile. Il problema è che le forze armate irachene tradizionalmente hanno
rappresentato la spina dorsale del paese e questo ordine viene applicato
immediatamente; quindi il giorno prima 400 mila uomini erano parte delle forze
armate, godevano di un certo status e potevano godere di un’entrata fissa ma dal
giorno alla notte questi uomini si sono trovati senza un impiego e messi sulla strada.
Non può destare sorpresa il fatto che molti di questi avrebbero finito con l’alimentare
l’insurrezione armata irachena.

205
● il secondo ordine riguarda il destino del partito Ba’th, il partito che dominava l’Iraq dal
1968 che simboleggiava la rinascita araba. Viene presa la decisione di de-
Baathificare il paese facendo sì che i quadri medio-alti del partito non potessero più
ricoprire alcuna carica pubblica; questo processo elimina i quadri amministrativi
iracheni e così facendo è come se gli Stati Uniti dovessero ripartire da zero per
amministrare il paese. Il nuovo Iraq viene privato della sua memoria storica in ambito
amministrativo.
● vi è poi la scelta di trasformare l’Iraq in un sistema economico liberista senza fasi
intermedie il che inevitabilmente impatta su quel che rimaneva della classe media
irachena e delle piccole imprese locali perché il paese viene inondato da beni ed
imprese straniere.
● un altro elemento cardine è quello del modo in cui Paul Bremer III guardò agli
equilibri politici del nuovo Iraq. Ricordiamo che la presidenza Bush si basò
fortissimamente sulle informazioni che le venivano fornite da una serie di esuli che
aveva abbandonato il paese, questo portavano una visione settaria del paese ovvero
una visione secondo la quale l’appartenenza ad una comunità religiosa o etnica
definiva la posizione politica. In particolare Paul Bremer III dà vita ad un consiglio
consultivo che prende il nome di “Iraqi governing council” che è un’assemblea che
viene utilizzata per dare una sorta di facciata irachena ad un’amministrazione
americana che governa il paese. I membri di questa assemblea non vengono eletti
dal popolo iracheno ma bensì vengono scelti da Paul Bremer III e dai suoi
collaboratori soprattutto però vengono scelti tenendo in considerazione la loro
appartenenza alle principali comunità irachene. La limitata rappresentanza politica
garantita da Paul Bremer III viene strutturata sulla base dell’appartenenza ad un dato
gruppo identitario ed è una visione che col tempo non ha fatto che rafforzarsi
sfortunatamente alimentando la contrapposizione interna. Questo è un fattore che
assumerà un peso crescente nel sistema iracheno e che tuttora è presente (es. dal
2005 in avanti tutti i Primi Ministri iracheni appartengono alla comunità arabo-sciita). I
manifestanti che scendono nelle piazze in Iraq chiedono, tutt'oggi, una completa
ridefinizione del sistema politico iracheno ed un’eliminazione di questa impostazione
settaria.
Gli errori dell’amministrazione Bremer in Iraq vanno a peggiorare una situazione già
estremamente problematica, l’Iraq usciva da oltre un decennio di sanzioni internazionali, dal
1980 non aveva vissuto che conflitto interni, regionali ed internazionali. Il paese si trovava al
collasso e di fatto lo stato iracheno cessa di esistere ed è come se si registrasse il completo
collasso delle istituzioni (il che significa che se ti entrano in casa non hai nessuno a cui fare
riferimento perché la polizia si dà alla macchia) e grazie a questo aumenta la violenza in
maniera indiscriminata. Tutti quei palazzi associati al potere vengono occupati e viene
portato fuori da questi palazzi qualsiasi cosa può essere venduta, si formano una serie di
milizie che gestiscono il territorio data la mancanza dello stato, della sicurezza, degli uomini
della coalizione internazionale a garantire la stabilità interna e quindi bisogna rivolgersi a
qualcun altro e si ha un ritorno alle forme di associazione primordiale come la tribù, la
famiglia allargata, la moschea di quartiere o gruppi di solidarietà locali. Tutto questo mentre
la classe politica irachena preme per un cambiamento della situazione affinchè si tengano
delle elezioni, affinchè siano gli iracheni a prendere in mano il loro destino. La CPA termina il
proprio mandato nel giugno del 2004 e l’Iraq si trova in pieno caos; il controllo del paese
viene affidato ad un governo ad interim che programma le nuove elezioni che si tengono nel
corso del 2005.

206
L’anno delle elezioni (2005)
Sono le prime elezioni libere della storia irachena, elezioni che presentano molteplice
problematiche e sono delle consultazioni che danno vita al comitato che si riunisce per
redigere la bozza della Costituzione, una costituzione scritta in pochissimi mesi sotto enormi
pressioni con una ingerenza fortissima da parte degli Stati Uniti e dei suoi alleati.
Nonostante tutto sono delle elezioni libere che si traducono alla fine dell’anno in un
Parlamento che però vede le forze politiche legate alla comunità arabo-sunnita in una
posizione di netta subalternità ed emerge una coalizione che domina il Parlamento che
unisce le componenti arabo-sciite a quelle curde.

Guerra Civile
Tutto quello che stava succedendo è l’anticamera della “Guerra Civile” perché parti crescenti
della comunità arabo-sunnita capendo di non aver voce in capitolo in ambito parlamentare
scelgono la strada della lotta armata. La “Guerra Civile” è una fase drammatica per il paese,
le vittime sono principalmente civili e la capitale viene segnata da una guerra combattuta
strada per strada che altera completamente la fisionomia della capitale. La “Guerra Civile”
finisce tra il 2007 e il 2008 ed esplode tra il 2004-2005 avendo il suo apice negli anni
centrali. La guerra termina perché gli insorti si rendono conto di non poter vincere e perchè
si rendono conto che la loro collaborazione con i gruppi jihadisti sta facendo solo più danni
che altro e rischia di sottoporre le regioni centrali dell’Iraq, quelle dove la comunità arabo-
sunnita aveva un peso specifico più significativo, rischia di porle sotto il giogo di Al-Qa’ida in
Iraq o di quelle che prende il nome di Stato Islamico in Iraq. Di conseguenza l’estremismo di
questi gruppi spinge gli insorti a stringere un'alleanza con gli Stati Uniti e a combattere a
fianco delle forze internazionali contro Al-Qa’ida ed i gruppi jihadisti ed in cambio ottengono
fondi, dotazioni militari e la generica promessa che quanto fatto in passato verrà più o meno
dimenticato; vi è un cambio di alleanze per poter tornare a giocare un ruolo importante sul
piano politico.

L’Iraq verso una nuova alba? Governo al-Maliki fino alla deriva settaria 2011
Nel 2009 l’Iraq sembra destinato ad una nuova fase segnata da una forte speranza, il
governo di allora guidato da Nuri al-Maliki è un governo debole ma che inizia a giocare un
ruolo sempre più significativo ed è un governo che non si fa scrupoli a interagire con
estrema durezza nei confronti di Washington per ottenere ciò che vuole; ciò che vuole al-
Maliki è una data, la data che segna il ritiro completo delle forze americane dall’Iraq perché
la presenza americana in Iraq dalla popolazione locale non è vista con particolare favore. Al-
Maliki quindi punta ad un ritiro delle forze americane che dovrà essere completato entro il
2011; al-Maliki riesce anche ad utilizzare parte dei proventi petroliferi per fornire un minimo
di servizi, iniziare a mostrare la presenza dello stato e poi non esita ad usare le nascenti
forze di sicurezza irachena per colpire quelle milizie che tenevano in ostaggio parti intere del
paese e quindi si guadagna anche il sostegno di schieramente diversi del paese. Nuri al-
Maliki è un membro della comunità arabo sciita, come tutti i primi ministri iracheni fino ad
ora, ma in questa fase riesce ad intercettare anche il sostegno di altre comunità.

207
2011-2014: promesse tradite
Nel 2010 si tengono nuove elezioni e Nuri al-Maliki ottiene un risultato molto importante ma
non vince le elezioni e quindi è obbligato a dar vita ad un governo di coalizione che lo
obbliga a numero compromessi. L’uomo però non è portato a questo tipo di dinamica politica
e quindi cerca in ogni modo di rafforzare la propria posizione tant’è che si parla di un nuovo
autoritarismo in Iraq perché adotta tutta una serie di misure che aumentano
esponenzialmente la centralità del primo ministro; si rende anche responsabile di una serie
di azioni che puntano a massimizzare la sua influenza all’interno della comunità arabo-sciita.
Il suo ragionamento è semplice: la comunità arabo-sciita è la maggioranza del paese, io ne
faccio parte e di conseguenza per rafforzare la mia posizione devo riuscire ad ottenere la
gran parte dei voti di quella comunità. Per fare ciò polarizza la società quindi adotta una
serie di provvedimenti che mettono una contro l’altra le principali comunità ed in particolare
adotta una serie di misure che creano una frattura tra il suo governo e la comunità curda,
che crea una frattura sempre più grande tra il suo governo e comunità arabo-sunnita
riducendo i fondi destinati a quelle aree, prende posizioni marcatamente ostili in confronto di
queste leadership, reprime le proteste con una durezza efferata soprattutto nelle regioni a
maggioranza arabo-sunnita ed arriva anche a far incarcerare esponenti di primo piano di
queste comunità. Nel 2013 l’Iraq Centrale esplode, movimenti di proteste sorgono in ogni
angolo contro un esecutivo accusato di essere anti-sunnita, si arriva anche a scontri diretti
tra le forze di sicurezza e i manifestanti con morti da ambo le parti. Questo è uno dei fattori
che contribuiranno in maniera determinante all’ascesa del sedicente Stato Islamico. Le forze
americane si sono ritirate nel 2011 e quindi non vi è piu’ nessun garante esterno e quindi
l’Iraq deve tenersi in piedi da solo ma non è in grado di farlo; la comunità internazionale è
ben felice di non doversi occupare di nuovo di un paese così complesso e abbandona l’Iraq.
La protesta contro il governo di Baghdad assume toni sempre più duri, formazioni estremiste
iniziano ad assumere un peso sempre più importante tra i manifestanti e spingono per una
lotta diretta contro il governo centrale. Nell’ombra quella che era Al-Qa'ida in Iraq che poi
prende il nome di Stato Islamico in Iraq cresce di importanza ed ottiene sostegno, crea
alleanze ed infiltra i propri uomini in questi territori. Già nell’inverno del 2013 la situazione è
fuori controllo e nella primavera del 2014 le forze governative sono espulse da diverse città
dell’Iraq Centrale e tutti temono che stia per iniziare una nuova campagna per la conquista
di Baghdad. Mentre tutti guardano a Baghdad la nuova dirigenza dello Stato Islamico in Iraq
organizza un’offensiva che punta invece alla città chiave di Mosul ovvero la seconda città più
grande irachena che ospitava due milioni di persone. La città era protetta da decine di
migliaia di membri delle forze armate irachene addestrate dagli Stati Uniti e rifornite di
dotazioni militari all’avanguardia; la città cade in cinque giorni e a fuggire sono prima gli
ufficiali e poi i soldati e fuggono abbandonando le armi e gli uniformi perché nei mesi
precedenti le forze jihadiste avevano teso agguati continui alle forze di sicurezza e avevano
colpito soprattutto gli ufficiali dei servizi. La loro esecuzione avveniva seguendo una sorta di
rito, durante le ore oscure ripresi dalle videocamere degli uomini si presentavano alle porte
delle loro case e fingevano di avere un mandato di arresto e quando l’esponente dei servizi
si presentava dicendo “non sapete chi sono io” questi veniva preso insieme alla famiglia e
prima veniva massacrata la famiglia e poi ucciso il signore. E’ una cultura del terrore che
viene diffusa e vengono utilizzate tecniche tipiche dell’epoca di Saddam. La caduta di Mosul
è una sconfitta epocale, nel giro di poche settimane da Mosul le forze di quello che si
proclamerà di lì a poco califfo, Abu Bakr al-Baghdadi, dilagano in tutto l’Iraq centro-

208
occidentale e lo fanno giocando al di qua e al di là del confine con la Siria quindi si gioca su
un confine che praticamente non esiste piu’. Ci vorranno tre anni durissimi, con migliaia di
morti, per recuperare le posizioni perdute; per oltre tre anni oltre ⅓ del territorio iracheno è
sotto il giogo del sedicente Stato Islamico. Sono anni durissimi che però restituiscono all’Iraq
l’occasione per ricominciare. Ad ora l’Iraq è ancora in una situazione di estrema difficoltà con
una profonda crisi interna, le elezioni di ottobre non hanno ancora restituito un governo,
proteste sono ancora in corso nel paese ma il paese quantomeno non deve fare i conti con
un’occupazione militare diretta. In mezzo a tutto questo vi è una speranza, il fatto che
migliaia di cittadini siano scesi in piazza nel 2019 per dire basta alla corruzione, basta
all’ingerenza esterna della Repubblica Islamica dell’Iran e degli Stati Uniti, basta ad un
sistema politico che non è basato su agende ben definite ma su agende e ci dice che c’è
una parte del paese che non è disposta a continuare come si è fatto fino ad adesso ed è
disposta a morire. Nel marzo del 2021 Papa Francesco ha visitato l’Iraq ed è una visita che
ha avuto una risonanza incredibile nel contesto iracheno e non solo all’interno di una
comunità cristiana che oramai è molto ridotta e vi è una volontà di costruire il paese e non
succederà in tempi brevi. Con uno slogan dei manifestanti che dice “Noi vogliamo una
nazione!” che non vuol dire il nazionalismo più becero ma che esprime la voglia di tornare ad
essere una comunità al di là della diversità, al di là di un passato atroce, vogliamo uno stato
che ci dia possibilità e che ci riconosca la nostra dignità, il diritto di manifestare e di
decidere. La ricostruzione non succederà oggi, domani ma sicuramente è un punto di
partenza eccezionale soprattutto se paragonato al periodo di Saddam Hussein.

209
Al-Qa’ida e “Stato Islamico” a confronto
Questo tipo di minaccia non è scomparsa ma ha assunto forme diverse, intensità diverse. In
questa parte ci concentreremo su alcuni aspetti principali. Prima guarderemo al fenomeno
jihadista da un punto di vista piu’ ampio, guardandolo dall’esterno e soffermandorci sul
concetto di jihad e invece su cosa sia il jihadismo e il fenomeno. Jihad e jihadismo non sono
due sinonimi nonostante l’uso improprio che si fa di questi termini ed è importante
distinguere tra queste due realtà e farne delle premesse. Ci sposteremo a guardare un caso
di studio ovvero al-Qa’ida guardando al messaggio del gruppo e sul perché diverse persone
abbiamo sostenuto delle posizioni estremamente radicali e lo stesso faremo con il sedicente
“Stato Islamico”. Concentrarsi solo sulla lotta sul campo e cercare di capire la reale
incidenza in termini numerici di queste realtà sia di fatto completamente inutile.

Questi dati sono il risultato di un’indagine condotta nel 2018 dal CSIS; in questo caso il
rapporto del 2018 si poneva l’obiettivo di delineare i contorni della galassia jihadista nel 2018
e nella premesse evidenziava come i membri di questa galassia si stimassero tra i 100 e i
230 mila membri arrivando a fornire indicazioni molto precise relative ai singoli contesti.
Questi dati lasciano perplessità perché è impossibile condurre un censimento quindi non si
sa che strumenti siano stati utilizzati ma che categorie siano stati utilizzate e chi definisce
quando una persona può essere definita jihadista o no. Non è importante guardare al
numero ma è importante capire cosa i gruppi jihadisti dicono per distinguere le diverse
fazioni, per distinguere chi porta avanti posizioni che possono essere anche lecite e chi non
lo fa perché usa la violenza come strumento per ottenere degli obiettivi politici ben definiti. E’
importante guardare all’eredità di questa recente stagione jihadista, non stiamo parlando di
vent’anni fa ma era il 2016 quando Parigi fu colpita e nel 2016 vi era lo scontro per la
liberazione dell’Iraq e tutt’ora si sente di attentati che hanno luogo nella regione
mediorientale ma anche in Occidente a riprova di un fenomeno che fa della resilienza uno
dei fattori piu’ importanti e caratteristici. Quindi dobbiamo concentrarci sull’eredità di questa
stagione, cerchiamo di capire cosa vogliono questi gruppi, che strumenti adottano e come è
possibile disinnescare la loro ideologia, comunicazione e propaganda.

210
Il concetto di Jihad
Il jihadismo non è nato con al-Qa’ida, già prima vi erano gruppi jihadisti con obiettivi diversi,
gruppi jihadisti che avevano l’obiettivo di ottenere il controllo su uno stato e di dar vita ad
uno Stato Islamico, ad uno stato che secondo loro rappresentava il vero Islam, che secondo
loro doveva porsi l’obiettivo di re-islamizzare la società. Quando si parla di gruppi jihadisti si
parla di una minoranza infinitesimale dell’intera comunità islamica, una comunità islamica di
oltre un miliardo e mezzo; l’ordine di grandezza è evidente, da un lato abbiamo un miliardo e
mezzo di persone mentre dall’altro parliamo, esagerando, di diverse decine di migliaia di
militanti e di conseguenza l’associazione Islam e gruppi jihadisti è completamente sbagliata
ed è estremamente problematica. Il termine jihad non vuol dire “Guerra Santa” però per i
gruppi jihadisti il termine jihad sì e i gruppi jihadisti fanno di tutto per creare un’associazione
tra il concetto di jihad e il concetto di “Guerra Santa” perché è l’elemento portante della loro
narrativa. Il termine jihad è un termine arabo, la radice di questo termine arabo è jahada e fa
riferimento al concetto di sforzo e tensione; in ambito islamico solitamente il concetto di jihad
viene accompagnato ad un’altra locuzione “fisabilillah” che significa seconda la via indicata
da Dio quindi uno sforzo lungo la via di Dio. Non è uno sforzo generico ma uno sforzo che
può essere applicato in diverse direzioni, può essere applicato per avvicinare la società al
modello di società ideale prescritta dalla legge islamica quindi possono rientrare in questa
categoria azioni volte ad aiutare i piu’ bisognosi, a favorire il benessere della comunità,
azioni volte ad evitare che si producano comportamenti considerati illeciti. Un’altra direzione
verso cui il jihad può essere diretto è uno sforzo atto ad avvicinare ogni singolo credente,
uomo o donna che sia, al modello ideale rappresentato dal profeta Mohammed perchè
questi è stato individuato come l’esempio a seguire quindi si può leggere come uno sforzo di
miglioramento interiore. Un’altra direzione verso cui questo sforzo può essere diretto è
quella della propagazione del messaggio, della diffusione del messaggio islamico quindi
attività di proselitismo. Queste tre accezioni non hanno praticamente nulla a che fare con la
violenza se non in alcuni casi, gli obiettivi di questo sforzo sono: miglioramento interiore,
diffusione del messaggio islamico e la creazione di una comunità quanto più simile a quella
individuata dal profeta Mohammed. Vi è però una quarta modalità che è il cosiddetto “jihad
con la spada”, questo jihad con la spada non è traducibile con il concetto di “Guerra Santa”
nell’Islam il concetto di “Guerra Santa” non esiste ma esiste il concetto di “guerra lecita” e
“guerra giusta”. Il “jihad armato” è una forma di conflitto ben identificata dal diritto islamico, ci
sono due tipi di jihad armato:
● il jihad armato offensivo fa riferimento a quei sforzi bellici atti ad ampliare i territori
della “dar al-islam” che significa la casa dell’Islam ovvero i territori dove l’Islam è il
punto di riferimento dell’organizzazione della società attraverso l’uso della violenza.
Stiamo parlando in termini atemporali e assoluti ma l’Islam nasce nel 600. Questo
però non implica la conversione forzata delle popolazioni sconfitte, uno dei cardini
della fede islamica è che non vi può essere costrizione in materia di fede quindi la
conversione all’Islam deve essere un atto volontario. La legge islamica prevede delle
forme di convivenza in particolare con le “genti del libro” che sono i cristiani, gli ebrei
e gli zoroastriani pur con delle grosse limitazioni: possono continuare a professare la
propria fede in maniera privata o in luoghi di culto specifici dato che non si può fare
proselitismo. Tutto questo in chiave generale poi parliamo di un mondo che va dal
Marocco all’Indonesia quindi vi sono aree dove la convivenza è più semplice mentre
altre aree dove è più complessa. Anche laddove l’Islam si è espanso e la “dar al-

211
islam” ha occupato territori abitati da popolazioni non associabili alle “genti del libro”
si sono trovate forme di convivenza se pur in modo difficile. il jihad armato offensivo
genera un obbligo definito collettivo perché non ricade su ogni singolo fedele ma sui
leader politici del mondo islamico; il jihad con la spada offensiva genera un obbligo
per la comunità islamica che però non deve essere assolto dai singoli fedeli ma dai
leader politici, in linea teorica dai successori del profeta Mohammad. I successori del
profeta Mohammad per la comunità sunnita sono i califfi sul piano politico perché
Mohammad è considerato il sigillo dei profeti, l’ultimo dei profeti.
● il jihad armato difensivo ha un valore di gran lunga superiore rispetto a tutte le forme
di jihad citate precedentemente; quelle precedenti sono meritorie ed importanti ma il
jihad armato difensivo è considerato un obbligo individuale. Il jihad armato difensivo
viene proclamato dai leader politici del mondo islamico, con il sostegno delle autorità
religiose, solo in momenti di profonda crisi ovvero quando una parte del mondo
islamico è sotto attacco o cade in una instabilità totale ed in quel caso è cruciale che
si ristabilisca l’ordine e l’autorità islamica su quei territori. Da un punto di vista
giuridico l’obbligo ricade su ogni singolo fedele. Questo obbligo implica che se una
parte del mondo islamico è sotto attacco l’obbligo ricade sui fedeli che abitano su
quei territori, se questi da soli non sono in grado di liberarsi il cerchio si allarga fino a
che non si aggiunge una massa critica sufficiente per risolvere la situazione. Il jihad
con la spada difensivo è individuale e ricade su ogni singolo fedele maschio adulto
che sia nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali e fisiche e che non sia
l’unica fonte di sostentamento per la sua famiglia. Questo obbligo ha una valenza
simbolica enorme perché chiama a raccolta la comunità islamica per la difesa del
suo territorio e da un punto di vista simbolico è il momento più importante in mano ai
leader politici.
Vi sono tante modalità associate al concetto di jihad, il concetto di jihad è un concetto
cardine della fede islamica per questo non lo si può equiparare esclusivamente alla “Guerra
Santa” perché è un termine polisemico, quindi fa riferimento a più significati.

Jihadismo come sfida ad autorità pol-rel


Il jihadismo è un fenomeno di natura socio-politica e culturale ed emerge in maniera
significativa a partire dalla seconda metà del ventesimo secolo e diventa espressione di una
serie di gruppi rivoluzionari che sfruttano la re-interpretazione del concetto di jihad e la sua
forzatura per metterlo al servizio delle loro agende rivoluzionarie. I gruppi jihadisti usano,
sfruttano e manipolano il concetto di jihad mettendolo al servizio della loro visione
rivoluzionaria. L’obiettivo di questi gruppi è molto semplice, e li accomuna a tutti, secondo
loro il mondo islamico è in una situazione di crisi profondissima ed è necessario per
rispondere a questa crisi riscoprire quella che, secondo loro, è la dimensione originaria del
concetto di jihad che non è la predicazione, il miglioramento di ogni singolo fedele ma è la
lotta armata. Una lotta armata che si circonda di un’aura di santità ed è per questo che per i
gruppi jihadisti il jihad è la “Guerra Santa”; la loro reinterpretazione del concetto di jihad
prevale su tutte le altre forme di jihad dal loro punto di vista. Essendo movimenti rivoluzionari
puntano ad alterare l’ordine costituito ed attaccano l’ordine esistente perché considerato
non-islamico; secondo questi signori i territori del mondo islamico vivono un’Islam distante
anni luce rispetto a quello professato dal profeta Mohammad e quindi è necessario invertire
questa tendenza. Per avviare questa rivoluzione non si può contare sui leader politici e degli
ulema che sono gli esperti del diritto in ambito islamico sunnita perchè i leader politici sono o

212
corrotti dalle potenze occidentali oppure sono finiti musulmani perchè non si fanno alcuno
scrupolo ad adottare leggi che non sono quelle islamiche e così facendo violano uno dei
capi saldi dell’Islam, sempre secondo la loro interpretazione; mentre gli ulema per i gruppi
jihadisti avrebbe modificato il messaggio islamico depotenziando il concetto di jihad
limitando l’importanza del jihad con la spada. Secondo la visione jihadista il jihad armato
dovrebbero essere perpetuo e continuo, non è qualcosa che si può arrestare ma deve
continuare e deve essere un obbligo che deve essere professato sia nella sua dimensione
offensiva che in quella difensiva. Gli ulema avrebbero depotenziato il concetto di jihad
armato e difensivo perché al soldo dei leader corrotti e questa è l’accusa mossa dai gruppi
jihadisti e per questo la responsabilità di lanciare e condurre il jihad armato ricade nelle mani
di avanguardie, di gruppi ridotti che hanno il compito di risvegliare la comunità islamica, di
quei pochi fedeli che secondo loro hanno il coraggio per far ciò che deve essere fatto. Già
così facendo bypassano alcuni elementi chiave della dottrina chiave perché il jihad armato e
difensivo non può essere dichiarato da un qualsiasi ma questa persona deve avere autorità
politica e che sia riconosciuto dai coloro che guidano il diritto islamico.

Diverse forme e fasi di jihadismo


Ben prima di al-Qa’ida vi erano gruppi jihadisti che puntavano ad ottenere il controllo di
singole realtà statuali mentre altri gruppi jihadisti si occupavano di liberare le terre occupate
come la Palestina, la Cecenia, l’Iraq negli anni 2000 ovvero quei territori che appartenevano
al mondo islamico che sono poi stati occupati da potenze ostili. Questi sono gruppi che
hanno avuto un certo successo relativo negli anni settanta del secolo scorso influenzati dalla
“Rivoluzione in Iran” che diventa una Repubblica Islamica. Con l’avvento di al-Qa’ida si
arriva ad una nuova fase e si passa al cosiddetto “jihadismo globale” e il jihad armato non è
più confinato ad uno specifico territorio ma assume una connotazione globale e non è
casuale che questo avvenga negli anni novanta del secolo scorso quando la globalizzazione
è al suo apice; per al-Qa’ida la minaccia è globale e quindi la risposta deve essere globale.
Con il sedicente Stato Islamico si fa uno stacco ulteriore, il jihadismo diventa glo-cale cioè
ha sia una valenza globale che una valenza locale perché il focus diventa amministrare
territori e non solo colpire il nemico ma gestire il territorio amministrando la giustizia, l’ordine
interno, raccogliere le tasse, fornire servizi per costruire lo Stato Islamico.

Il messaggio jihadista può essere contestato

Uno dei tanti tentativi fatti per contrastare il messaggio jihadista e in particolare per
contestare il messaggio esposto dal sedicente Stato Islamico. È una iniziativa interessante e
significativa perché si tratta di una lettera aperta scritta a quello che si proclamava il califfo,
Abu Bakr al-Baghdadi, nella quale una serie di studiosi del diritto islamico segnalavano
come i comportamenti adottati da lui e dai suoi uomini si discostassero in maniera abnorme
dai dettami della Legge Islamica e quindi violando alcuni dei capisaldi della fede islamica.
Questa lettera ha evidenziato un discostamento, ha cercato di manifestare la diversità
esistente tra i seguaci del sedicente Stato Islamico e i seguaci della fede dell’Islam. I punti
centrali di questa lettera sono:

● È proibito emettere dei responsi senza possedere le competenze necessarie ed è


anche vietato citare una porzione di un versetto dal Corano, o parte di un versetto,
per derivare una norma senza guardare a tutto ciò che il Corano e gli hadith dicono
in materia.
● È proibito nell’Islam banalizzare materie sciaraitiche ed ignorare le scienze islamiche
che si sono sviluppate nel tempo

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● È proibito dall’Islam uccidere innocenti, emissari, ambasciatori e diplomatici.
● È proibito dichiarare qualcuno un non-musulmano a meno che lui o lei non lo
dichiarino apertamente; qui il riferimento non è solo dichiarare il non-musulmano ma
dichiarare che qualcuno non può essere considerato un musulmano perché a causa
di violazione della legge islamica
● È proibito la reintroduzione della schiavitù nell’Islam perché è stata abolita dal
consenso universale; per consenso universale si intende una delle fonti del diritto
islamico
● Dopo la morte del profeta l’Islam non chiede a nessuno di emigrare da qualsiasi
parte.
● Questa lettera ci fa caprie come all’interno della comunità islamica vi è una forte
opposizione contro questi gruppi jihadisti e come si è cercato di depotenziare il
messaggio jihadista. Questa cosa non è banale perché spesso sia ha l’impressione o
viene accusata la comunità islamica di non sufficiente opposizione nei confronti dei
gruppi jihadisti.

al-Qa’ida

Gli attacchi portati alle torri gemelle, le riprese video che mostravano gli aerei colpire il World
Trade Center sono entrati nell’immaginario collettivo anche attraverso una riproposizione
che è stata costante per settimane, per mesi di questi momenti; hanno una valenza che non
è solo legata ai danni creati e al numero di morti ma si sono impresse nella memoria
collettiva. Sono immagini che dopo vent’anni che chi non ha vissuto quei momenti li può
vivere con un certo distacco o difficilmente possono comprendere a pieno del peso emotivo
che questo attacco porta con sé ed ancor di più se si vive in contesto che non è
propriamente americano, per la popolazione statunitense che ha vissuto quei momenti si
tratta di un marchio indelebile. Questo attacco è stato un risveglio bruschissimo che è
seguito ad un decennio in cui si tendeva a presentare gli Stati Uniti come la potenza in grado
di guidare l’umanità verso una transizione rivolta al modello di democrazia liberale, questo
brusco risveglio che è diventato ancora più profondo negli anni successi anche a causa della
risposta che è stata data agli attacchi dell’11 settembre ovvero quella che è stata dipinta
come “War on Terror” e poi la “Guerra al terrorismo”.

Cos’è al-Qa’ida?

Al-Qa’Ida non è solo un gruppo terroristico, è stato un qualcosa di più, è una realtà che si è
affacciata su più livelli non solo sul piano della sicurezza ma anche su quello culturale,
mediatico, economico, religioso, simbolico. Al-Qa’Ida non è l’emblema del gruppo terroristico
tradizionale ma è una realtà, che oltre ad operare su più livelli, assume forme differenti e si
evolve nel corso del tempo. L’al-Qa’Ida di oggi non è la formazione che si è andata a
costituirsi in maniera compiuta nel 1996 in Afghanistan ma ha assunto una forma diversa ed
è per questo che dovremmo affrontare il tema dell’evoluzione delle origini del gruppo
qaedista. Per guardare ad Al-Qa’ida è utile far riferimento ad una frase scritta negli anni
1980 da Abdullah ‘Azzam, un intellettuale palestinese che era stato docente di Osama Bin
Laden all’Università di Jeddah. Bin Laden incontra ‘Azzam a Jeddah con il quale manterrà
un legame molto forte e sarà su invito di ‘Azzam che Bin Laden si sposterà in Afghanistan
nel corso degli anni ottante. Questa frase è significativa perché è stata scritta da quello che
è considerato il padre delle jihad in Afghanistan, uno dei sostenitori più importanti della
necessità di recarsi in Afghanistan per combattere contro l’Armata Rossa che aveva
occupato il paese. In secondo luogo perché, senza saperlo, stava definendo alcuni dei tratti
più caratteristici di quella che sarebbe divenuta al-Qa’ida. Un ultimo elemento è la
terminologia adottata, se si cancellasse il nome di Abdullah Azzam e si leggesse il resto

214
della frase, la terminologia che è qui inclusa potrebbe essere sovrapponibile a qualsiasi
gruppo estremista del secolo scorso di estrema destra o sinistra:

“Non c’è alcuna ideologia che non richieda un’avanguardia che dia tutto ciò che possiede
per ottenere la vittoria. Questa avanguardia rappresenta il solido fondamento della società
che si mira a realizzare“, ‘Abdullah ‘Azzam.

E’ importante sottolineare questo aspetto per ricordare come i gruppi jihadisti non operino e
non stessero operando in quei anni per un vuoto pneumatico ma operavano in un contesto
profondamente influenzato dagli avvenimenti di quel periodo e dalla terminologia che veniva
utilizzata. Al-Qa’ida si può quindi considerare un’organizzazione diversiva che si struttura
attorno ad un messaggio semplice e diretto, che ricorre al terrore non solo per infliggere
quanti più danni possibili al nemico ma per propagare il proprio messaggio. Il ricorso ad
operazioni terroristiche non è solo un mezzo sul piano operativo ma è parte integrante degli
obiettivi di Al-Qa’Ida e attraverso questi si punta a propagare il messaggio, a far riecheggiare
la propria visione del mondo su scala sempre più ampia; non a caso gli attentati più
significativi hanno avuto per obiettivi obiettivi dall’altissimo valore simbolico e questo è un
elemento caratterizzante ovvero puntare obiettivi che possano fungere da cassa di
risonanza (Torri Gemelle, Pentagono, Ambasciate, Charlie Hebdo).

Messaggio di al-Qa’ida

I punti di forza del messaggio jihadista sono diversi:

● E’ un messaggio bidirezionale rivolto al nemico tanto quanto ai potenziali militanti; è


un messaggio che viene convogliato attraverso un uso sapiente dei media
soprattutto se si guarda al periodo storico di riferimento. Siamo negli anni 90 del
secolo scorso fino ai primi anni 2000 e fino al contesto attuale; Negli anni novanta il
messaggio qaedista veniva rappresentato attraverso dei messaggi video, interviste e
attraverso a delle lettere aperte al popolo americano e successivamente al video
messaggio e poi attraverso l’utilizzo di strumenti vari come anche magazine
addirittura in lingua inglese.
● E’ un messaggio che muove da un punto di partenza semplice e che fa di questa
semplicità un punto di forza: l’idea che il mondo islamico sia sotto attacco e quindi
spetti ad ogni vero fedele imbracciare le armi per rispondere a questa aggressione.
La rivisitazione che al-Qa’ida fa del concetto di jihad diventa il fondamento della
visione qaedista e diventa esso stesso una cassa di risonanza perché sfruttando il
concetto di jihad al-Qa’ida tende a presentarsi come un attore islamico legittimo,
tende a sfruttare il messaggio islamico a proprio vantaggio.
● Un altro elemento chiave è rappresentato dalle modalità di azione, non solo vengono
attaccati luoghi caratterizzati da un peso simbolico significativo ma il marchio di
fabbrica di al-Qa’ida è l’attentatore suicida. Ricorrere agli attentatori suicidi ha un
doppio vantaggio: il primo sul piano operativo e il secondo sul piano simbolico.
Sul piano operativo: gli attacchi portati da attentatori suicidi presentano uno
straordinario rapporto in termini di costi ed opportunità. Costano poco, in termini
economici, ed infliggono danni elevati e sono estremamente difficili da contrastare.
Hanno anche una valenza enorme sul piano simbolico perché l’attentatore suicida
è qualcuno che è disposto a sacrificarsi per una causa nella quale crede; non è un
malato sul piano psicologico, tutti gli studi condotti negli ultimi anni dimostrano come
non vi sia una correlazione tra ll’appartenenza ad un gruppo jihadista e turbe
psichiche ma è qualcuno che in maniera razionale sceglie di sacrificarsi per una
causa più ampia e grande. Questo ha un peso specifico importante sul piano
simbolico sia nei confronti della comunità islamica alla quale si vuole far riferimento,
si cerca di ispirare qualcuno a seguire le orme di questi “martiri” ma ha un peso
ancora più importante nei confronti del nemico perché dice al nemico “non c’è nulla

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che tu possa fare per fermarmi ma non puoi dissuadermi” ma dice al nemico “io sono
disposto a sacrificarmi la vita in qualcosa in cui credo mentre tu? Tu che vivi in una
società che fa dell'individualismo più esasperato l’elemento caratterizzante sei
disposto a farlo?”
● L’ultimo elemento è quello “dente per dente” ovvero le azioni perpetrate da al-Qa’ida
come una risposta legittima ad azioni eguali condotte dal nemico.

Ora andremo a guardare i pilastri di questo messaggio e gli elementi portanti del messaggio
di al-Qa’ida. Il messaggio di al-Qa’ida può essere sintetizzato da queste poche parole:

“L’imperativo di uccidere gli americani e i loro alleati, civili e militari, è un obbligo individuale
per ogni musulmano che possa farlo in ogni paese, al fine di liberare la Moschea di al-Aqsa
e le moschee sacre (Mecca e Medina) dalla loro presa e per far si che i loro eserciti escano
dalle terre dell’Islam sconfitti e incapaci di minacciare anche un singolo fedele. Con l’aiuto di
Dio chiamiamo a rispettare l’ordine di Dio di uccidere gli americani e di saccheggiare le loro
ricchezze ovunque essi le trovino.” WIF Declaration, 1998.

E’ un messaggio che racchiude in sé alcuni dei tratti più caratterizzanti di al-Qa’ida. Il punto
di partenza del messaggio è semplice e difficilmente contestabile e vi è un’idea che l’Islam
sia sotto attacco su molteplici livelli:

● a livello della sicurezza con un mondo islamico che vive al suo interno situazioni di
profonda difficoltà con aree segnate da aggressione e crisi evidenti (Palestina,
Cecenia, Iraq, Bosnia, alcuni territori della ex-Jugoslavia).
● a livello politico: abbiamo visto come il mondo islamico si estenda dal Nord Africa
fino al sud-est asiatico. Dal punto di vista islamico esiste una sola comunità islamica
e a fronte di essa dovrebbe esservi un’unica autorità politica almeno di riferimento
esemplificata dal Califfo, termine che significa successore del profeta Mohammad
ma non sul piano religioso ma successore sul piano politico. Il problema è che dal
1924 non esiste più un Califfo e quindi manca questo riferimento dal punto [Link]
mondo islamico si divide in realtà statuali diverse, se guardiamo i territori dal Nord
Africa all'Indonesiana vi sono decide di stati diversi ma da una prospettiva islamica è
qualcosa che non è allineato con il messaggio proferito originario ma ci dovrebbe
essere una sola comunità religiosa e politica. Il fatto che vi siano realtà statuali
costruite sulla base di differenze etniche, linguistiche e tavolta sulla base di meri
interessi geopolitici è visto come la prova provata del fatto che i nemici dell’Islam lo
vogliano diviso, vogliano dividerlo in modo da minarne il peso specifico. Una
comunità islamica divisa è considerata piu’ debole ed essendo piu’ debole può
essere posta in una condizione di subalternità.
● sul piano culturale: il messaggio di al-Qa’ida viene sviluppato in una fase in cui la
globalizzazione diventa sempre più evidente e marcata portando con se il tentativo di
uniformare gli stili di vita, porta con sé anche una omologazione culturale o almeno la
tendenza verso processi di omologazione culturale. Un processo omologazione
culturale che stride fortemente contro la morale islamica presentata da al-Qa’ida (es.
le pubblicità che fanno un uso indiscriminato del corpo femminile che portano alla
reificazione dell’uomo e che molto spesso hanno allusioni marcatamente sessuali
sono considerate non in linea, anche le pubblicità del gioco d’azzardo, di alcolici e
sono fattori condannati da al-Qa’ida).
● C’è anche un piano economico perché al-Qa’ida sostiene che le ricchezze del
mondo islamico sono sottratte dall’Occidente. Di conseguenza secondo al-Qa’ida
tutto il mondo è sotto attacco ed anche per al-Qa’ida l'obiettivo ultimo è la
restaurazione del califfato ma per Bin Laden e compagni però è un obiettivo che si
può raggiungere solo dopo una lunga guerra, una guerra portata da grandi
generazioni e che richiederà sacrifici e lotta oltre che un risveglio della comunità
islamica. Questo obiettivo accomuna tutti i gruppi jihadista però al-Qa’ida e il

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sedicente Stato Islamico divergono sul fatto temporale, per al-Qa’ida è lontano
mentre per il sedicenete Stato Islamico è qualcosa a portata di mano, che si può
raggiungere.

Per al-Qa’ida il nemico è duplice:

● nemico vicino: per nemico vicino al-Qa’ida intende le leadership empie, corrotte che
guidano i paesi del mondo islamico e gli ulema che si sono venduti a queste ultime.
● nemico lontano:

Per al-Qa’ida però la lotta essendo globale non è limitata al nemico vicino ma deve
necessariamente coinvolgere il nemico lontano e questo è uno spunto cheal-Qa’ida fa su
una riflessione: al-Qa’ida guarda i gruppi jihadisti che l’hanno preceduta, gruppi che
potevano contare anche su numeri anche superiori rispetto a loro ma secondo Bin Laden e i
associati chi gli aveva preceduti avevano fatto un errore ovvero si era concentrato su una
dimensione locale cercando di risolvere i problemi o di addivenire al controllo di un dato
territorio perdendo di vista però i profondi legami che univano le leadership corrotte
islamiche con il nemico lontano. Secondo al-Qa’ida per sconfiggere questa alleanza di
nemici vicini e lontani bisognava colpire entrambi i poli ma soprattutto bisognava “tagliare la
testa del serpente” la quale era individuata negli Stati Uniti. Il ragionamento era:

“Com’è possibile che nel 1981 i gruppi jihadisti siano arrivati ad uccidere il presidente
egiziano, abbiano decimato la classe dirigente egiziana, abbiano dato vita ad
un’insurrezione su scala nazionale e nonostante questo abbiano fallito”.

La risposta è perché la leadership egiziana era molto più solida di quanto si aspettasse e
perché Il Cairo era sostenuto da Washington e quindi bisogna secondo al-Qa’ida colpire
entrambi i nemici ma soprattutto privilegiare la lotta al nemico lontano. La lotta per al-Qa’ida
deve essere globale ed è una lotta che deve essere combattuta sui campi di battaglia, per le
strade, nelle città ma anche sul piano delle idee. L’avanguardia di fedeli combattenti
rappresentata da al-Qa’ida non deve solo colpire il nemico ma deve diventare fonte di
ispirazione, deve spingere la comunità islamica a rivedere le proprie posizioni ed unirsi alla
battaglia e fungere da esempio. Al-Qa’ida non si pone come la guida del mondo islamico ma
come l’esempio da seguire, Bin Laden non si è mai dichiarato Califfo ne lo ha fatto il suo
vice. Al-Qa’ida si pone l’obiettivo di porsi come catalizzatore del cambiamento, al-Qa’ida
quindi si pone come un attore che guida il cambiamento ma che intrattiene un rapporto di
uguaglianza con gli altri membri della galassia jihadista e non vuole dominarma a differenza
del sedicente Stato Islamico. Al-Qa’ida deve combattere il nemico e l’unico modo che ha per
farlo è ricorrere al jihad con la spada difensivo, non ci sono vie di mezzo non si può
scegliere la via democratica per al-Qa’ida è necessario imbracciare le armi e farlo nel
contesto di uno scontro che si scrive nel jihad armato difensivo; lo fa al-Qa’ida ma la sua
lotta non è considerata legittima dalla stragrande maggioranza dei musulmani del mondo, al-
Qa’ida sfrutta concetto il jihad con la spada a proprio vantaggio. Il jihad con la spada
difensivo dice che se una parte del “dar al-islam” finisce sotto attacco l’obbligo che si viene a
generare è individuale ma siccome per al-Qa’ida è sul piano globale ogni singolo fede deve
imbracciare le armi. In questo caso per al-Qa’ida siccome lo scontro è globale ogni
musulmano è chiamato a rispondere all’appello. L’Islam proibisce che vengano uccisi
innocenti ma al-Qa’ida provoca la morte di migliaia di innocenti ma al-Qa’ida risponde a
questa osservazione con un concetto molto semplice: con il concetto “occhio per occhio e
dente per dente” e con un altro concetto ovvero è possibile derogare alla legge islamica, per
al-Qa’ida, perchè il nemico che si deve affrontare è nettamente superiore ad al-Qa’ida in
termini di strumenti, risorse e capacità. Di fronte ad un nemico dotato di questa superiorità
così soverchiante è possibile derogare in parte alle norme della legge islamica. Il secondo
aspetto è il termine innocente, al-Qa’ida considera i paesi occidentali democratici, e per al-
Qa’ida la democrazia è una religione non compatibile con l’Islam, la democrazia non è

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accettabile in un contesto islamica. Questo perché priva Dio di una sua prerogativa ovvero
quella di legiferare, per al-Qa’ida una legge islamica esiste già ma deve essere solo
applicata. Potenzialmente in democrazia è possibile approvare leggi non in linea con la fede
islamica e questo è inaccettabile. Il secondo punto: in ambito democratico tra eletto ed
elettore vi è un vincolo, un legame; l’elettore delega al suo rappresentante ma non è che
così facendo si lava le mani perchè tu l’hai eletto e quindi gli hai dato legittimità e tu cittadino
puoi fare pressioni per far sì che la classe politica ad assumere precise posizioni e questo
significa che sei corresponsabile delle decisioni assunte dalla leadership politiche e di
conseguenza per al-Qa’ida sei responsabile delle operazioni militari che hanno provocato la
morte di musulmani innocenti. Bin Laden dice dei musulmani che vengono uccisi dagli
attentati organizzati da al-Qa’ida che sono morti causati da una causa che è molto più
importante e queste cose sono dei danni collaterali. La leadership qaedista non è ignorante,
Bin Laden proveniva da una delle più ricche famiglie saudite e aveva avuto accesso ad
un’educazione di livello superiore. Nelle sue dichiarazioni troviamo due o tre livello simbolici
da considerare: quando un giornalista occidentale gli fece la domanda: “Voi siete musulmani
ma comunque non vi fate scrupoli ad uccidere innocenti”, Bin Laden risposte con un’altra
domanda: "Perché il sangue dei bambini palestinesi che ogni giorno vengono trucidati è
meno rosso del sangue delle vittime causate da al-Qa’ida?”. Questo ci mostra i diversi livelli
che vengono presi in considerazione, non vi è solo un livello teorico, strategico ma anche
simbolico che è il concetto di retribution ovvero “occhio per occhio, dente per dente”; l’altro
elemento è che siccome il nemico è tanto superiore non si può rispettare alla lettera la legge
islamica, bisogna cercare di farlo ma bisogna mantenere un legame molto forte tra la causa
per la quale si combatte e le operazioni che vengono realizzate. Il messaggio al-Qa’ida
presenta anche delle debolezze che sono tutt’altro che secondarie:

● Gli attentati suicidi hanno un’estrema valenza operativa, funzionano dannatamente


bene solo se condotti a Washington, a Londra, a Madrid, a New York, a Parigi ma se
iniziano a colpire Casablanca, Istanbul, Baghdad, Ankara, le zone del nord-ovest del
Pakistan le cose si fanno più problematiche perché un conto è colpire l’Occidente
empio un conto è colpire territori a stragrande maggioranza islamica. Vi è stato un
sondaggio realizzato nei primi anni duemila il sostegno per al-Qa’ida era abbastanza
significativo ma a distanza di pochi mesi quando lo scontro si era trasferito nel loro
stesso territorio e al-Qa’ida che non poteva piu’ colpire i territori occidentali si
concentrava sulle aree islamiche si registra un crollo drammatico del sostegno.
● La legittimità di al-Qa’ida può essere contestata e le leadership politiche, religiose, i
cittadini lo hanno mostrato in modo diverso.
● Al-Qa’ida ha un obiettivo ovvero quello di ridar vita al Califfato, Bin Laden ha detto
che vorrà molto tempo però il gruppo è attivo dagli anni ottanta e più struttura dai
secondi anni novanta e al-Qa’ida è tanto lontana quanto lo era allora da aver creato
o ristabilito il Califfato. Nei territori dove al-Qa’ida è riuscita ad ottenere il controllo
della popolazione è quest’ultima che si è ribellata giocando un ruolo cardine per
sconfiggere al-Qa’ida.

La struttura (1996-2001)

La storia di al-Qa’ida è strettamente connessa alla figura di Osama Bin Laden, figlio di un
magnate saudita che aveva fatto successo nel settore delle costruzioni; la famiglia Bin
Laden ha disconosciuto Osama Bin Laden. Bin Laden cresce in Arabia Saudita e nei primi
anni ottanta grazie alla chiamata di questo docente si trasferisce in Afghanistan dove
parteciperà al jihad contro l’Armata Rossa; parteciperà non tanto come leader militare ma
agirà principalmente ma agirà principalmente da fundraiser, gestisce una sua
organizzazione insieme al suo mentore che ha un obiettivo: quello di portare in Afghanistan
il maggior numero possibile di volontari da tutte le comunità islamica affinché questi
combattano contro l’Armata Rossa a fianco dei mujaheddin afghani. Sono migliaia i
combattenti che giungono in Afghanistan, Bin Laden partecipa a questo jihad in Afghanistan

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e rimane in Afghanistan fino all’89 quando le forze sovietiche lasciano il paese; con la
fuoriuscita delle forze sovietiche i combattenti stranieri si trovano in difficoltà e tornano a
casa loro mentre Bin Laden torna in Arabia Saudita e viene accolto come un eroe perchè è
l’emblema del cittadino saudita disposto ad abbandonare le sue ricchezza per combattere
una guerra giusta. Bin Laden ben presto si trasforma in uno dei principali oppositori della
Monarchia Saudita e quindi abbandona il paese e si trasferisce prima in Pakistan e poi in
Sudan, rimarrà lì per diversi anni, da dove poi verrà cacciato perché uno dei suoi stretti
collaboratori viene coinvolto in un fallito attentato contro il vecchio presidente egiziano. E’
costretto a lasciare il Sudan, lascia il Sudan e molti dei suoi uomini non lo seguono, lascia in
Sudan moltissime risorse che aveva investito. Nel 1996 trova in Afghanistan i Taliban che
hanno appena preso il controllo della capitale, ovvero Kabul, con i quali non ha un legame
molto forte ma riesce ad instaurare una relazione diretta con leadership talebana che gli
garantisce ospitalità e protezione. Questa relazione sarà fondamentale per permettere a Bin
Laden di strutturare al-Qa’ida, formalmente si ritiene che sia nata alla fine degli anni ottanta
ma dalla sua piena funzionalità è il 1996 l’anno chiave perché in Afghanistan Bin Laden
trova un santuario, un luogo dove può muoversi ed operare liberamente e dove può contare
della protezione delle leadership talebana, un legame saldissimo tant’è che quando nel
settembre 2001 Washington chiederà ai leader dei talebani di consegnare Osama Bin Laden
ed i suoi militanti è un fortissimo no perché il leader dei Taliban aveva garantito a loro la
protezione e l’ospitalità e non poteva tradire questo impegno. In quei anni Bin Laden dà vita
ad una struttura molta articolata che assume una struttura piramidale con ai vertici Osama
Bin Laden, al di sotto un consiglio diviso in diversi raggruppamenti e poi un sistema di campi
di addestramento per i quali passano migliaia di individui.

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