Sei sulla pagina 1di 59

Storia contemporanea a.a.

18/19

Capitolo 1
La “grande guerra”
1.1 – Rischio 1914
La Prima Guerra Mondiale racchiude il periodo di guerre e di scontri tra il 1914 e il 1918 ed è un
evento che ha portato alla divisione di 2 epoche diverse. All’inizio della guerra nel 1914, non ci si
sarebbe di certo aspettato che assumesse delle dimensioni così grandi e che coinvolgesse vari paesi
del mondo. Il conflitto si sviluppò in una maniera talmente rapida che si ebbero anche delle
ripercussioni successivamente: scomparirono innanzitutto 4 imperi, ossia quello russo, quello degli
Asburgo, quello tedesco che divenne una repubblica democratica e quello turco. Inoltre, gli USA si
imposero sulla Gran Bretagna come potenza mondiale.
Il tutto sarebbe iniziato dall’assassinio di Francesco Ferdinando, erede al trono di Austria –
Ungheria che rimase vittima nel giugno 1914 di un attentato mentre si trovava a Sarajevo, in
Bosnia. L’opera fu compiuta da un gruppo di irredentisti slavi e la responsabilità di tale atto fu data
alla Serbia. Con tale pretesto mai dimostrato, l’Austria consegnò a Belgrado un ultimatum
provocatorio con la richiesta di cessare ogni attività antiaustriaca entro 48h e inoltre la Serbia
doveva rinunciare alla sua sovranità. Ovviamente la Serbia rifiutò tutte queste condizioni e fu così
che l’Austria dichiarò guerra. La guerra iniziò però dopo un mese dall’attentato e in questo periodo
vi furono una serie di scambi di informazioni e di incontri tra i vari governi, sarà però nel 1919 che
si indicherà l’Austria e soprattutto la Germania come reale responsabile dello scoppio della guerra.
Iniziò un gioco di alleanze: la Russia si alleò con la Serbia per via della loro religione ortodossa e in
più perché mirava a un controllo maggiore dei Balcani; la Germania decise contro reagì e chiese
alla Francia di essere neutrale mentre alla Russia di andare via dalla Serbia, ma entrambe rifiutarono
e così la Germania invase il neutrale Belgio; Francia e Belgio ormai entrate in guerra si alleano
contro la Germania e al loro fianco scese anche l’Inghilterra. L’Italia era ancora neutrale nel 1914
nonostante facesse parte della Triplice Alleanza. Successivamente anche il Giappone dichiara
guerra alla Germania, mentre dal fronte opposto scese la Turchia.
Attraverso una serie di indagini si è inoltre giunti alla teoria che le decisioni in politica estera di
ogni ceto dirigente politico, si prendessero perché influenzati dal dilemma della sicurezza, cioè quel
meccanismo in cui accrescendo la propria sicurezza, diminuisce quella degli altri. È proprio questo
meccanismo a creare tensioni. Un esempio di ciò è il caso della flotta militare inglese che in questo
periodo per mantenere la supremazia marittima si è dovuta imporre varie volte contro quella
tedesca. Ovviamente il pericolo di questo dilemma è la mancanza di mediazione proprio perché si
creano delle differenze tra le parti.
Nel 1914 si giunge a una disposizione strategico-militare offensiva  guerra di movimento.
In poche parole, non ci fu un solo fattore che scatenò la guerra, bensì una serie di fattori tutti
insieme: la conseguenza diretta dei contrasti imperialistici dovuti dallo sviluppo del capitalismo,
l’aggressività militare della Germania e inoltre non derivò né per scelte di politica esterna e né per
alcun bisogno specifico della politica interna.
1.2 – Una guerra nuova
Il piano più noto dal punto di vista strategico – militare è il piano Schlieffen (dal nome del capo
tedesco che lo aveva ideato nel 1905), un piano che prevedeva un attacco alla Francia passando per
il territorio belga. L’offensiva tedesca però non andò come previsto in quanto fu fermata dagli
anglo-francesi presso il fiume Marna (questa sconfitta ci fu perché la Germania pensò di effettuare
una campagna lampo di annientamento). Stessa sorte accadde ai russi verso Oriente e agli inglesi
nei Dardanelli.
Nel 1915 mentre tutto era a favore della Triplice Alleanza, nel 1916 furono i tedeschi ad ottenere
una vittoria: la conquista di Verdun.
Intanto sempre nel 1915, scese in guerra l’Italia che difendeva il territorio dagli austriaci nell’area
del fiume Isonzo. Una sconfitta dell’Italia però avvenne nel 1918 a Caporetto.
La guerra 14 – 18 è stata più che una guerra per la conquista territoriale, una guerra che portò con sé
numerosi problemi divenendo così una guerra di logoramento  distruzioni materiali, numerosi
soldati e civili morti, calo delle nascite, problemi economici perché tutto era rivolto al campo
bellico, ecc.
In questo periodo, inoltre, ci fu anche un avanzamento dal punto di vista tecnologico: nel 1915 i
tedeschi lanciarono un gas asfissiante sulle trincee nemiche ed era un nuovo strumento di morte;
vennero usate moltissimo, invece, la polvere da sparo senza fumo, le mitragliatrici portatili e i
cannoni a tiro rapido. Importanti in questo periodo furono anche l’uso massiccio di telefono e
telegrafo per le comunicazioni e i treni come mezzi di trasporto sia per gli spostamenti delle truppe
che per l’invio di approvvigionamenti. Proprio quest’ultimo è stato una parte importante nella
guerra perché oltre ai combattimenti, i soldati dovevano combattere contro un grandissimo sforzo
umano, fisico ed economico (per questo era importante l’invio continuo di soldati e di rifornimenti
sia di beni di prima necessità che di munizioni varie).
Decisiva in questo periodo fu anche la guerra per mare in cui la flotta tedesca non era riuscita a
imporsi sulla supremazia della flotta inglese. I tedeschi attaccarono gli inglesi per via sottomarina
anche le navi non militari, ma questo colpò non riuscì perché gli inglesi convogliarono le navi in
luoghi protetti. In tutto ciò entrò in gioco anche l’America per tutelare i suoi interessi economici e
commerciali in mare verso l’Europa e inoltre portò la guerra a favore dell’Intesa.
La vera svolta nella guerra si è avuta ad Amiens che non fu una vittoria piena, ma comunque
determinante. Qui si assistette alla cooperazione di fanteria, truppe a terra, aviazione e soprattutto di
una novità in campo bellico: il carro armato.
La guerra dopo Amiens si è potuta considerare conclusa.
1.3 – Stato, industria e società nella guerra
L’industria fu un apparato molto importante in questo periodo. Innanzitutto, la maggior parte della
produzione si svolgeva nelle industrie che disponevano i vari armamenti, nelle industrie navali,
nelle aziende chimiche, nelle aziende automobilistiche e tute le industrie di tipo pesante. Vi fu, per
via dell’enorme livello di produzione, un maggiore controllo da parte dello Stato sull’economia del
paese.
Le industrie maggiori resistettero durante la guerra, mentre quelle più piccole furono chiuse e al
loro posto ne venivano aperte di nuove più utili. Molte industrie vennero militarizzate, anche in
Italia, ma tutto ciò iniziò a creare dei problemi come ad esempio si decise di razionare gli alimenti
perché l’interruzione dei commerci per la guerra provocò un blocco economico e molta gente si
ritrovò così con poco cibo o quasi nulla. Inoltre, un altro problema era dovuto dal fatto che anche
molti contadini furono chiamati alle armi e pertanto le terre non furono coltivate. Le donne in
questo periodo assunsero un ruolo molto importante e che porterà negli anni a venire alla loro
emancipazione: mentre gli uomini divenivano soldati, le donne venivano impiegate nelle aziende e
nelle industrie. Si passa da questo momento a quella che oggi viene considerata società di massa.
Dal punto di vista finanziario vi furono alcune alterazioni perché era necessario pagare i costi della
guerra e vi erano 3 modi: imposizione e aumento delle tasse, contrazione di debiti e stampa di carta
moneta. Ovviamente tutto ciò portò ad un’unica conseguenza: l’inflazione. Per via dei vari prestiti
chiesti soprattutto agli americani, anche i paesi vincenti dell’Intesa si indebitarono e alla fine della
guerra si è potuto constatare come ormai l’Europa avesse perso la supremazia che le apparteneva da
secoli.
Un’altra conseguenza avvenne nella politica interna di molti paesi: la presenza di numerosi uffici
portò alla complicazione della burocrazia e all’istituzione di centri decisionali esterni alle istituzioni
principali; in più venne attuata una forte censura sulla e da quel momento vi fu un’intensificazione
della sola propaganda militare  creazione di uno Stato centralizzato, autoritario e interventista.
Particolare fu anche il caso della militarizzazione del lavoro: durante la guerra erano vietati scioperi
e contrattazioni sindacali ma allo stesso tempo lo Stato cercava l’appoggio della classe operaia.
In poche parole, lo Stato entrò a far parte della vita quotidiana della gente attraverso una presenza
profonda e costante.
1.4 – Il “fronte interno”
Molte persone accolsero la guerra con entusiasmo e soprattutto coloro che si arruolarono lo fecero
per dimostrare il loro spirito patriottico. Si iniziò così a vedere la guerra come “strumento di
liberazione” da quella monotonia e abitudine in un periodo lungo e pacifico. Bisogna prendere però
in considerazione 2 fattori: 1. la maggior parte dei popoli europei ignorava la tragicità di tali eventi
perché avevano vissuto guerre brevissime e solitamente localizzati in posti specifici (in questo caso
il conflitto riguardo molti paesi ed è per questo che assunse le dimensioni di mondiale); 2. perché
nelle zone maggiormente sviluppate, nelle scuole e nell’esercito venivano impartiti non solo il
sentimento nazionalista ma anche il patriottismo e l’imperialismo ricchi di ostilità.
Il movimento socialista, invece, era contrario alla guerra a differenza tutti gli altri partiti politici che
ne erano favorevoli. Il movimento operaio si divise tra favorevoli e contrari.
La guerra però portò anche una suddivisione nel campo religioso: il Papa Benedetto XV dichiarò
che per lui la guerra era uno «spettacolo mostruoso» ma in tutte le gerarchie ecclesiastiche –
cattolica, ortodossa, riformate, ecc. – portò all’avallo dell’autorità spirituale.
Il “fronte interno” era caratterizzato da contrasti in qualsiasi paese e tutto ciò si manifestò tramite
manifestazioni che riportavano i malesseri della popolazione (1916). Altre agitazioni vi furono nel
1918 e si estese anche nella cerchia intellettuale: all’inizio alcuni erano favorevoli mentre altri erano
contrario, ma con il continuo della guerra molti dei favorevoli iniziarono a provare un senso di
disillusione e che trasmisero attraverso le loro opere.
1.5 – L’Italia in guerra
Lo scoppio della guerra accadde in un periodo in cui l’Italia viveva una crisi interna dovuta dalla
crisi del governo giolittiano dopo la guerra in Libia e del suffragio universale maschile. Nel 1914 in
Italia, soprattutto in Romagna e Marche, avvenne la “settimana rossa”, caratterizzata da numerose
ribellioni contro le autorità. In questo contesto, l’Italia si dichiarò inizialmente neutrale alla Prima
Guerra Mondiale. Gli interventisti democratici, come Leonida Bissolati e Gaetano Salvemini,
tendevano invece a far capire che era necessario aiutare a sconfiggere l’autoritarismo negli imperi
centrali. Il partito socialista si pose sulla linea «né aderire né sabotare» e furono voltafaccia nei
confronti di un leader di spicco come Benito Mussolini, direttore del quotidiano “Avanti!”, e
continuarono nella loro opposizione.
L’Italia entrò però ufficialmente in guerra nel maggio 1915 dopo la decisione del ministro Salandra
attraverso una sorta di “colpo di stato” che rese il ruolo del re incerto. L’obiettivo era affossare il
governo di Giolitti e instaurare un governo conservatore e in politica estera era quello di partecipare
al conflitto interpretata per molto tempo come “4a guerra d’indipendenza” per completare i confini
del paese. L’Italia nonostante facesse parte della Triplice Alleanza, sottoscrisse un accordo segreto
con l’Inghilterra per partecipare al conflitto al fianco dell’Intesa perché per gli italiani era
importante non solo la conquista di Trento e Trieste, ma anche di avere un maggiore controllo nel
Mediterraneo e nell’espansione nei Balcani.
Nel 1916 la Strafexpedition mise in luce i problemi dell’Italia e in particolar modo
dell’impreparazione militare. Cadde il governo di Salandra e guidò tutto il ministro Boselli,
ministro del Ministero di “Unità Nazionale”. Non cambiò la gestione dell’esercito mantenuta dal
generale Luigi Cadorna, fondata sulla disciplina del terrore.
La svolta nel conflitto avvenne nel 1917 con la sconfitta di Caporetto in cui vi fu successivamente
la perdita de Friuli e il fronte arretrò fino al Piave.
Questa sconfitta portò alla creazione di un nuovo governo formato da Vittorio Emanuele Orlando e
nell’esercito Cadorna fu sostituito dal generale Armando Diaz.
Si cercò in ogni modo di risollevare il morale delle truppe intensificando la propaganda e l’invio di
aiuti promettendo ai soldati la cosa a cui auspicavano di più: il possesso delle terre.
Nel 1918 vi fu una grande manifestazione contro i neutralisti considerati i responsabili della
stanchezza e dello scontento nel paese. Il malcontento popolare crebbe sempre di più nell’interno
del paese e ciò portò a una forte crisi dello Stato liberale.
L’unica nota positiva è che in questo periodo nacquero industrie ancora oggi importanti come la
Fiat e l’Ansaldo, ma inizialmente tutto ciò ebbe conseguenze nel divario tra nord e sud Italia perché
si concentrarono tutte nel triangolo Torino – Genova – Milano. In Italia i cambiamenti dovuti come
conseguenza alla guerra furono un duro colpo per la politica, l’economia e la società. L’Italia usciva
sì vittoriosa dalla guerra, ma aveva così tanti problemi da sembrare una nazione sconfitta.
1.6 – Rivoluzione in Russia
La Russia entrò in guerra con le basi della futura rivoluzione avvenuta nel febbraio del 1917. La
Russia è sempre stato un territorio molto vasto, ma durante questo periodo era anche un paese molto
arretrato rispetto ad altri e il fatto che le prime industrie nacquero nei centri più importanti, portò a
un forte squilibrio all’interno del paese. La guerra portò alla luce proprio questo problema insieme a
molti altri come ad esempio la mancanza di equipaggiamenti adeguati o l’impreparazione militare.
Inoltre, la Russia visse un periodo di crisi nell’agricoltura proprio perché molte persone furono
chiamate alle armi e lo zar Nicola II non rinunciò al suo dispotismo isolandosi nella Corte.
Il punto di rottura si ebbe per l’appunto nel febbraio del 1917 (marzo secondo il nostro calendario)
quando vi furono una serie di agitazioni a Pietrogrado (il nome di San Pietroburgo in quel periodo)
e divenne una rivoluzione dal momento in cui coloro che dovevano fermare queste agitazioni, si
unirono in realtà ai manifestanti.
Come avvenne già nel 1905, si creò il soviet (consiglio) degli operai e dei soldati e lo zar Nicola II
fu costretto ad abdicare. La Duma, unica assemblea nazionale e legale nel paese, creò un governo
provvisorio con a capo il liberare L’vov.
Si crea così un momento caratterizzato dal “doppio potere”: da un lato il nuovo governo che voleva
inoltre proseguire nella guerra, dall’altro i soviet che si formarono nelle città e nelle campagne in
cui prevaleva uno dei partiti nati dalla scissione social-democratica, i menscevichi.
Mentre a Pietrogrado vi erano molte manifestazioni, anche nelle campagne iniziarono a svolgersi i
primi fenomeni rivoluzionari: ammutinamento dell’esercito, violente rivolte contadine, ecc. Il
governo proseguì nel frattempo il suo impegno nel campo bellico e incaricò l’Assemblea di
occuparsi della riforma agraria. È proprio grazie ai soviet che il governo riuscì inizialmente a
resistere.
Mentre, dal punto di vista politico, sia i menscevichi che i socialrivoluzionari iniziarono a
indebolirsi e ciò portò all’imposizione di un nuovo partito rimasto a lungo povero di consensi: i
bolscevichi. A capo del partito, ritornato dall’esilio in quel periodo, era Lenin. Quest’ultimo aveva
già affermato nel suo testo “Tesi di aprile” (1914) che era necessario passare da una guerra
imperialista a una guerra civile perché l’obiettivo più importante era risistemare il volto della
Russia. Lenin si opponeva al governo provvisorio e al proseguimento in guerra, era pertanto per lui
necessario stabilire al comando del paese i soviet e non una Repubblica parlamentare (conclusasi
per lui già dalla caduta dello zarismo). Dopo un periodo di tensione nell’estate del 1917, dovuta alle
offensive dei bolscevichi che però furono repressi dal ministro della Guerra, il socialrivoluzionario
Kérenskij, Lenin si rifugiò in Finlandia in attesa di preparare il contrattacco. Con il paese nel caos,
il governo di Kérenskij durò molto poco e in poco tempo i bolscevichi Nogìn e Trockij presero il
controllo di Mosca e Pietroburgo. Fu così che allora Lenin tornò in Russia e fissò un’insurrezione
per la conquista del potere nell’ottobre del 1917 (novembre secondo il nostro calendario) quando fu
convocato il congresso dei soviet. Il tutto fu molto facile perché l’attacco al Palazzo d’Inverno, sede
del governo provvisorio, fu semplice per via della loro debole resistenza. Il congresso dei soviet
dichiara così la Repubblica sovietica guidata dallo stesso Lenin.
Le prime misure del suo governo riguardavano i decreti della pace immediata e delle terre assegnate
ai contadini, in più nazionalizzò le banche, le ferrovie e le industrie e concesse l’indipendenza alla
Finlandia e alla Polonia.
A novembre 1917 si tennero le elezioni dell’Assemblea costituente che in realtà mostrarono una
preferenza nei confronti dei socialrivoluzionari, mentre i bolscevichi erano preferiti nei grandi
centri della Russia (25% dei consensi). Nel gennaio del 1918, però, l’Assemblea si riunì e in quello
stesso giorno venne sciolta. Questo fu il presagio di un governo autoritario e intollerante dei
bolscevichi.
Per quanto riguarda la Prima Guerra Mondiale, dopo questo periodo di caos, la Russia chiese un
armistizio dalla Germania ma esitarono a lungo nell’accettarlo perché vi erano condizioni
durissime. Lenin alla fine decise di fare una pace separata nel marzo 1918 a Brest-Litovsk, in cui lo
stato sovietico rinunciava alle province baltiche, all’Ucraina, a parte della Bielorussia e della stessa
Russia. Giudicata come una resa nei confronti dei tedeschi, i socialrivoluzionari lasciarono il
governo.
1.7 – Dall’intervento americano alla fine della guerra
Durante il periodo intensivo della guerra furono molti i governi che non ressero come ad esempio in
Francia, il governo di Joffre era stato sostituito nel 1916 da quello di Nivelle, e anche in Germania,
al posto di von Falkenhayn vi fu von Hindenburg. In Austria morì l’imperatore Francesco Giuseppe,
mentre in Inghilterra il debole governo di Asquirt cedette il posto al conservatore David Lloyd
George.
Durante questa “esperienza” si formarono governi più forti e autoritari, si cercò di resistere alle
varie crisi nazionali, soprattutto agli episodi di protesta dai “fronti interni”. Un esempio è il caso
della Francia, dove nel 1917 vi fu una sanguinosa offensiva conclusasi in maniera fallimentare, in
cui molte persone si ammutinarono. Inoltre, il governo di Nivelle fu sostituito da quello di Pétain e
successivamente ancora con quello di Clemenceau.
La svolta decisa nel conflitto si ebbe con l’entrata dell’America, inizialmente neutrale perché
contraria alla politica franco-inglese. L’atteggiamento mutò quando l’America vide che i tedeschi
decisero di fare una guerra sottomarina che colpì i convogli e gli interessi degli americani, violando
così il diritto internazionale.
L’intervento degli USA fu decisivo in campo militare ma anche economico. Già con la rivoluzione
russa nel 1917 si era data alla guerra un’immagine di guerra democratica e grazie agli Stati Uniti ciò
fu ancora di più accentuata.
Nel gennaio 1918, il presidente americano Wilson scrisse i 14 punti del suo programma necessari
per la pace e per un ordine mondiale senza ulteriori conflitti: libertà nel commercio,
autodeterminazione dei popoli, rispetto delle minoranze, costituzione di una Società delle Nazioni,
ecc. Tutto ciò fu però inutile dal momento in cui la Russia firmò la pace separata di Brest-Litovsk.
Il peso della presenza americana si sentì molto e anche in Germania, il Kaiser Guglielmo II dovette
abdicare e successivamente fu firmato l’armistizio che pose fine alla guerra.
Nonostante tutto, nessuno poteva prevedere che in realtà tutto ciò non era finito e che negli anni ’40
sarebbe successo qualcosa di simile, se non peggiore.
Il tutto proseguì dal momento in cui i paesi vincitori imposero alla Germania sconfitta una serie di
condizioni durissime da rispettare.

Capitolo 2
Il dopoguerra in Europa: rivoluzione, reazione, stabilizzazione
2.1. Versailles: speranze e realtà del dopoguerra
Nel 1919 un gruppo di delegati si riunì a Versailles per ridisegnare l’assetto dell’Europa dopo la
guerra. A questa conferenza di pace c’erano gli USA, la Gran Bretagna, la Francia e l’Italia, mentre
tutti i paesi vinti furono esclusi e i tratti gli furono pertanto imposti. L’obiettivo principale era di
annientare economica la Germania e pertanto il risultato fu proprio una pace punitiva nei confronti
dei vinti. Il trattato di Versailles invitava la Germania a cedere l’Alsazia e la Lorena alla Francia e
altri territori alla Danimarca e alla Polonia; le colonie tedesche furono ripartite tra Francia e
Inghilterra e in più il paese fu costretto a pagare una cifra incredibile: 269 milioni di marchi come
“riparazione” dei danni della guerra.
Gli altri paesi vinti “pagarono” in seguito ad altri trattati: l’Italia ricevette il Trentino, il Sud Tirolo,
Trieste e l’Istria da parte dell’ex impero asburgico. L’Austria, la Cecoslovacchia e l’Ungheria
furono considerate indipendenti. Serbia, Bosnia, Montenegro, Croazia e Slovenia formarono la
Jugoslavia. L’impero turco si era disgregato e molte zone furono ripartite tra Francia e Inghilterra.
L’importante è che fosse bloccata la rinascita della Germania.

Il nuovo assetto mondiale si basava sull’imperialismo inglese e francese. All’interno del trattato di
Versailles si creò un atto costitutivo della Società delle Nazioni, un’organizzazione che aveva il
compito di arbitrare i vari conflitti tra i vari paesi. In realtà anche la Società rimase sotto le
disposizioni di Francia e Inghilterra. Gli USA non aderirono alla Società e ritornarono al loro
isolamento pre-guerra.

La pace imposta alla Germania iniziò a portare all’interno della popolazione tedesca un forte senso
di rivalsa che molto probabilmente scatenerà il secondo conflitto. La Germania venne
completamente umiliata e la repubblica tedesca fu molto indebolita. Si creò l’inflazione e la Francia
occupò anche uno dei giacimenti più preziosi della Germania, ossia il bacino della Ruhr.
La Russia sovietica nel frattempo si mantenne estranea per via dei problemi interni che stavano per
sorgere nella Nazione.
2.2 – la guerra civile russa e il “comunismo di guerra”
Dal 1918 al 1920 la Russia fu dilaniata dalla guerra civile che fu seguita da una carestia perché i
bolscevichi tolsero le materie agricole dai contadini per darle a tutta la popolazione. Il problema più
grande nasce proprio all’interno dell’esercito russo: molti generali zaristi istaurarono nella loro zona
di controllo una specie di dittatura militare. Le truppe dell’Intesa cercarono di aiutare la Nazione,
ma il loro schieramento all’esercito zarista portò all’isolamento della nascente Repubblica sovietica.
Nel 1918 il generale Trockij, ministro della guerra, costituì l’Armata Rossa richiamando migliaia di
eserciti zaristi. Si misero fuori legge tutte le opposizioni e i soviet (a cui fu impedita la creazione di
una dittatura) che successivamente diventarono il Partito comunista. Fu reintrodotta la pena di
morte e iniziò un regime di terrore che portò alla morte dell’ex zar Nicola II e di tutta la sua
famiglia.
All’inizio del 1920 la guerra civile si era conclusa ma si doveva ancora finire di combattere con la
Polonia che aveva invaso l’Ucraina. I russi furono, però, sconfitti a Varsavia.
I bolscevichi pagarono questa sconfitta a caro prezzo soprattutto per via della crisi sociale ed
economica che si erano formate all’intero del paese. Si creò in questo periodo il “comunismo di
guerra”, ossia la tipologia di sistema economico che fu adottata. Il libero commercio fu abolito, ci
fu il razionamento dei generi alimentari e di consumo e si abolì lo scambio di moneta favorendo gli
scambi in natura. Questo tipo di comunismo fu un fallimento. Inoltre, Francia e Inghilterra
instaurarono un blocco commerciale. Il lavoro diminuì, la burocrazia divenne lenta e inefficiente, la
popolazione iniziò a manifestare il malcontento. Il segnale più clamoroso giunse con la ribellione
dei marinai nel 1921 in quanto un baluardo dei bolscevichi.
2.3 – la rivoluzione in Europa e l’Internazionale comunista
Il post-guerra portò numerosi problemi sociali, molti erano gli scioperanti nelle varie Nazioni tra il
1919 e il 1920. Infatti, questo periodo prende il nome di biennio rosso, cioè un periodo di tensioni
mai visto prima. All’interno della Germania, per esempio, il governo del Kaiser Guglielmo II crollò
e il Kaiser dovette abdicare. La Germania divenne una repubblica parlamentare. Nel 1917 si creò il
Partito comunista tedesco che proclamò un’insurrezione a Berlino, ma furono repressi dal governo.
Nel frattempo, si svolsero le elezioni per l’Assemblea costituente e vinse la SPD.
In Austria, invece, la transizione alla repubblica fu gestita dai socialdemocratici. Ormai del vecchio
impero austriaco non esisteva più nulla, erano rimasti solo i distretti industriali e delle aree agricole.
Nel 1920 vinse le elezioni il partito cristiano-sociale.
Una rivoluzione scoppiò in Ungheria per via del malessere della popolazione causato dalla fame, la
disoccupazione e la perdita dei territori. Nel 1919 il Partito comunista e quello socialdemocratico si
sono uniti per dar vita al governo con il quale si proclamò la repubblica sovietica. La caduta di
quest’ultima fu una sconfitta per i bolscevichi che sempre nel 1919 avevano fondato il Comintern,
cioè un’organizzazione internazionale. Da qui si generò la divisione del socialismo che sarebbe
durata fino alla caduta dell’URSS.
Una svolta decisa fu decisa con il III Congresso del 1921 in cui si inaugurò il fronte unico tra
comunisti e socialisti.
2.4 – il caso italiano: la crisi del dopoguerra e l’avvento del fascismo
Tra il 1919 e il 1920 anche in Italia ci furono degli scioperi soprattutto da parte degli operai ed è
proprio in questo periodo si ottennero conquiste importanti come il raggiungimento delle ore
lavorative a un massimo di 8 al giorno. Forti erano anche gli scioperi da parte dei contadini
soprattutto nelle aree del sud Italia e questi occuparono anche delle porzioni di territorio che erano
state promesse nel 1918. Il protagonismo delle nascite portò all’incremento dei sindacati.
Il socialismo italiano soffriva di una divisione tra massimalisti, ossia i rivoluzionari, e i riformisti,
ossia coloro che auspicavano a un legame con la classe dirigente. La maggioranza all’interno del
partito era dei massimalisti, però i riformisti controllavano il gruppo parlamentare e molte altre
amministrazioni comunali.
Alle elezioni del 1919 la maggioranza dei voti andò al Partito popolare di don Luigi Sturzo e al cui
interno vi erano gruppi potenti di moderati legati alla vecchia classe dirigente.
Tra il 1919 e il 1920 i governi erano presieduti da Nitti e Giolitti e fondamentale in questo periodo
fu una riforma di Nitti che prevedeva l’introduzione di un sistema elettorale proporzionale che
favorì soprattutto i partiti su scala nazionale. In questo caso non si può parlare di “biennio rosso”
come negli altri paesi.
Ci fu però una rivolta antipopolare e antisocialista ad opera degli apparati dello Stato precedente.
C’erano però tendenze aggressive nazionaliste che erano cresciute dopo la guerra, infatti nel 1920
un gruppo di volontari capitanati da Gabriele D’Annunzio occuparono la città di Fiume per
annetterla all’Italia. L’impresa non diede alcun tipo di risultato.
Le elezioni del 1920 videro una situazione di stallo. Ed è proprio in questo momento che sorge una
nuova forza politica: l’ex socialista Benito Mussolini fonda nel 1919 i “Fasci di combattimento”.
Nel dopoguerra ripresero nel loro programma alcuni punti della tradizione democratica e socialista,
ma successivamente la loro politica reazionaria iniziò a farsi vedere soprattutto dal forte senso di
nazionalismo. Nel 1920 si organizzò in squadre una violenta guerra sociale e le reti socialiste e
cattoliche furono ben presto distrutte. Alle nuove elezioni del 1921 Mussolini si presentò con il
nuovo Partito fascista che raggiunse delle dimensioni di massa tali da superare tutti gli altri partiti
presenti. Nel 1921 si formò il Partito comunista d’Italia sotto la guida di Amedeo Bordiga e al cui
interno troviamo Gramsci, Togliatti e Terracini. I comunisti, come in altri paesi, erano minoritari e
nel 1922 ci fu un’ulteriore scissione: i riformisti di Turati e il gruppo favorevole al Comintern di
Serrati. Sconfitta la sinistra, ci fu una sorta di travaso di poteri e tutto finì in mano al movimento dei
fasci che appunto costì il Partito. Infine, nel 1922 Mussolini decise di convergere su Roma insieme
alle “camice rosse”. Il re Vittorio Emanuele III sancì la vittoria della famosa “marcia su Roma”
rifiutando di firmare lo stato d’assedio e incaricando proprio Mussolini di formare il nuovo
governo.
L’avvento del fascismo fu un colpo di stato reazionario perché prima della marcia su Roma ci fu
l’attuazione di un sistema di violenza organizzata. Inoltre, il colpo di stato fu appoggiato da tutti i
potenti italiani. La Camera dei deputati fu completamente massacrata e tutto il potere passò al
Governo. Il fascismo inizia così la sua ascesa e senza nemmeno avere la maggioranza parlamentare.
2.5 – la stabilizzazione nel continente europeo
Rivoluzione, reazione e stabilizzazione furono le 3 alternative aperte in Europa dalla guerra. La
prima si realizzò in Russia, in Italia troviamo il fronte reazionario, negli altri paesi europei si
affermarono, invece, una serie di regimi autoritari.
La Jugoslavia subì una serie di tensioni interne, la Bulgaria soffrì di numerosi conflitti sociali e
anche la Romania ha avuto una sorte simile. Unica eccezione è la Cecoslovacchia. Il Portogallo fu
travagliato da molti colpi di stato, in Spagna in questo periodo incontriamo la figura del dittatore
Miguel Primo de Rivera e nonostante fu un paese neutrale durante la guerra, subì una serie di colpi.
I soli a sopravvivere furono appunto Francia e Inghilterra, ma nonostante tutto la Francia subì una
forte inflazione e l’Inghilterra era abbastanza indebitata in quanto la guerra si combatté su gran
parte del suo territorio.
2.6 – i primi movimenti anticoloniali
In teoria il termine stabilizzazione sarebbe da attribuire solo alla Francia e alla Gran Bretagna, ma
in tutto ciò anche per loro stava per avvenire un forte cambiamento soprattutto sul piano coloniale.
Le potenze europee avevano preteso un forte contributo dalle proprie colonie e il premier inglese
Lloyd George aveva accettato che nel suo governo si sedettero anche i rappresentati del dominious
inglese. All’interno delle colonie, soprattutto dopo il primo conflitto, si iniziò a creare quello spirito
d’indipendenza dalla madrepatria. Ma il rapporto tra quest’ultimo e le colonie era migliorato
proprio durante la guerra per via del blocco commerciale.
Vi erano 3 tipologie di mandato coloniale stabilito dalla Società delle Nazioni: 1. un periodo
transitorio di tutela finalizzata al raggiungimento dell’indipendenza; 2. un’amministrazione
coloniale sotto la supervisione della Società; 3. un’incorporazione nel dominio della madrepatria.
Ciò era possibile anche perché ormai le forze degli imperi si erano molto indebolite e di
conseguenza anche la loro autorità.
La rivoluzione bolscevica inoltre aveva favorito proprio questo sentimento d’indipendenza.
Prima dei partiti comunisti, furono proprio i movimenti anticoloniali che si erano posti in maniera
nazionalista ad adottare una politica sovranazionale.
Un altro caso da menzionare è quello del mondo dell’islam e di quello arabo: l’Islam si definiva una
fede religiosa e si estendeva ben oltre l’impero ottomano ormai caduto; l’arabo si definiva lingua
comune. Fu questa la base del panarabismo, cioè un’ideologia laica che rivendicava l’unità
“araba”, mentre dal 1903 la Società panaraba sosteneva lo sviluppo di una civiltà basata sui valori
della religione musulmana. Quest’ultimo portò alla creazione dei Fratelli Musulmani (1928),
un’organizzazione basata sulla separazione Stato-religione.

L’Inghilterra per far fronte al problema coloniale creò l’istituzione del Commonwealth (1931), ossia
una “comunità autonoma” in cui convivevano Gran Bretagna e colonie all’interno dell’impero
britannico. Ciò permetteva alle colonie l’autonomia all’interno della loro politica e negli affari.

Capitolo 3
Economia e società tra le due guerre
3.1 – la società di massa
Tutto quello che successe durante la guerra portò a una drammatica rottura della società in ogni
paese coinvolto. Infatti, furono tramutati soprattutto l’economia, la società e lo Stato che divennero
di massa. Mutarono i partiti politici, le legislazioni, i sindacati, ecc. La società di massa si è
affermata soprattutto nel ‘900 e accaddero una serie di cambiamenti:
 Omogeneizzazione del corpo sociale  un ruolo importante fu quello della scolarizzazione
(si aumentò il senso di nazionalismo nelle scuole) e dello sviluppo delle comunicazioni di
massa. La nuova società si affermò in breve tempo e si adattò alle varie società occidentali.
La leadership fu soprattutto da parte degli USA.
Il modo in cui la società ottocentesca era divisa si rivoluzionò completamente: al centro
della società c’erano 2 classi sociali, ossia la borghesia e il proletariato, mentre nella nuova
società furono i ceti medi ad assumere un ruolo centrale ed è da loro che si svilupparono i
vari modelli di comportamento. L’unica differenza che esisteva in modo sostanziale era nel
campo lavorativo in cui vi erano una serie di diverge soprattutto salariali.
 Consumo di massa  fu il “veicolo” di unificazione, un nuovo modello produttivo che si
basava sul consumo di beni durevoli soprattutto da parte dei ceti medi che ne erano i
principali destinatari. All’aumento dei ceti medi, ovviamente, ci fu una riduzione di quelli
agricoli e infatti lo stesso settore primario fu ridimensionato. Lo Stato, tuttavia, cercò di
aiutare le piccole imprese dal veloce declino.
 Classe operaia  iniziò a crescere sempre di più e cambiò la sua composizione interna: i
processi si erano molto intensificati durante la guerra e le fabbriche subirono un aumento
nella dimensione, pertanto furono assunte molte persone anche non qualificate. Alla catena
di montaggio ogni operaio svolgeva solo una piccola parte. Un grande vantaggio in questo
periodo è stato il raggiungimento delle 8h lavorative.
 Melting pot degli USA  si affermò qui il melting pot (ripreso dal titolo di un dramma
teatrale) e simboleggiava il processo di integrazione di gruppi diversi per etnia, cultura,
provenienza e tempi di immigrazione. Quest’ultima fu facilitata dalle opportunità di lavoro.
In Europa la “nazionalizzazione” era già iniziata nel XIX secolo con le istituzioni come
l’esercito e la scuola, oltre alla propaganda patriottica nelle piazze.
 Moderno welfare state  all’interno degli USA vi era un nuovo volto della società: quello
di un moderno welfare state che non solo portava all’assolvimento della leva obbligatoria,
ma interveniva per migliorare le condizioni di vita dei ceti più deboli.
Si svilupparono sempre più i mezzi di massa come la radio e il cinema.
 La radio e i nuovi media  nel 1927 furono istituiti l’obbligo di licenza per le stazioni radio
e una commissione federale che sorvegliava la distribuzione delle frequenze per l’emissione
delle onde radio. Inizia così l’“industria della comunicazione” e la politica, conscia del
potere di questi media, inizia a usarli come mezzi per le loro propagande. Famoso per
esempio è un programma radio di Franklin Delano Roosevelt degli anni ’30.
In Europa fu proprio lo Stato a incentivare l’uso di questi mezzi di comunicazione e furono
proprio i regimi totalitari ad utilizzarli.
3.2 – produzione in serie, nuova organizzazione del lavoro e sviluppo economico
Negli USA tra le 2 guerre si attivò un circolo tra produzione e consumo: la produzione di beni
consumo teneva i prezzi bassi e al tempo stesso creava alti livelli di occupazione. La condizione
della produzione di massa era la realizzazione in un numero limitato. Tutto migliora grazie
all’acquisizione delle catene di montaggio e il primo ad usarla fu nel 1913 Henry Ford, produttore
delle auto, che gli permise di creare la Ford modello T in maggior quantità ma in un tempo minore.
Il baricentro economico iniziò a spostarsi sempre più dall’Europa agli USA.
Ci fu, inoltre, un crescente uso dell’elettricità e del petrolio in luogo del carbone. La conversione
delle industrie portò a un incremento delle industrie chimiche, metalmeccanico, ecc. per la
produzione di beni durevoli. Accanto ai trust e ai cartelli si iniziarono a formare le holding che
incentrarono nelle loro mani i pacchetti azionari delle maggiori imprese. Già prima della guerra
però negli Stati Uniti si erano create le leggi antitrust che limitavano i poteri delle grandi compagnie
e difendevano così le piccole e medie imprese. Inoltre, i salari agli operai furono aumentati, si
crearono le pensioni e le assicurazioni sul lavoro.
Nonostante tutto ciò, però, c’era l’arrivo di una violenta inflazione che divenne presto incontrollata.
Tutto inizia in Germania, infatti lì ci fu un’alta stampa di carta moneta e pertanto il valore scese
vorticosamente. Da quella situazione si iniziò a uscire proprio grazie ai prestiti degli USA. Infatti,
nel 1924 si istituì il piano Dawes: ci fu così un flusso di capitali in Germania che contribuì a rendere
la situazione inizialmente migliore ma al tempo stesso rese fragile il paese.
A differenza del successo piano Marshall, nel secondo dopoguerra, questo piano vedeva gli altri
paesi come semplici mercati e non come un partner per un comune processo di crescita.
In Gran Bretagna nel frattempo si istituì nel 1925 il golden exchange standard, ossia un sistema che
permettesse l’affiancamento della sterlina all’ora come mezzo di pagamento internazionale. Il
problema è che questo sistema irrigidì gli spazi di manovra della moneta nazionale e tutto ruotava
intorno al sistema inglese.
3.3 – la crisi del 1929
Il 24 ottobre del 1929 l’indice della borsa di New York crollò e ciò causò un ribasso dei titoli
azionari. Questo crollo ci fu per via della febbre speculativa che c’era ormai da qualche anno e ciò
aveva portato a un rigonfiamento del valore delle azioni. Nel 1928 gli investitori acquistavano titolo
con l’obiettivo di rivenderli in breve tempo e fare così facili guadagni. Nel 1929 per la prima volta
tutto scese anche perché ormai le economie europee si stavano riprendendo sempre di più. Il crollo
delle borse ebbe moltissime conseguenze: le banche dovettero dichiarare il fallimento, molte
persone ritirarono i propri depositi prima che crollassero, molti rimasero senza un lavoro. Solo
un’immissione urgente di denaro avrebbe potuto rallentare o aumentare la crisi, ma lo Stato pensò
fosse un effetto temporaneo e che si sarebbe risolto tutto in maniera semplice. La crisi invece si
propagò ovunque, anche nelle industrie e la produzione fu così dimezzata. Questo periodo è
conosciuto come “grande depressione” e va dal 1929 al 1932-33 e solo con il secondo conflitto
mondiale la disoccupazione riuscì a riassorbirsi. In Germania l’effetto della crisi fu un ulteriore
colpo perché il paese si appoggiava proprio sui crediti degli Stati Uniti e anche lì ci fu una brusca
riduzione di produttività nell’industria.
Un impatto meno grave lo subirono la Francia e la Gran Bretagna perché molto autonome, ma in
quest’ultima il gold exchange standard fu completamente spazzato via dalla svalutazione delle
monete. Nel 1931 è la stessa Inghilterra a svalutare la sterlina.
La società capitalistica mutò profondamente e pertanto gli Stati Uniti decisero di trovare una
soluzione ed elaborò un progetto: il New Deal, un progetto di riforma capitalistico in cui si
istituirono delle regole per il controllo dell’economia e si fecero degli interventi di sostegno a
coloro che avevano bisogno. Il New Deal ridimensionò le corporations e costruì un nuovo modello
di welfare state introducendo le assicurazioni contro le malattie e l’indennità di disoccupazione. Lo
Stato divenne un ente finanziatore e finanziò anche numerose opere pubbliche. L’economista
Keymes sintetizzò le linee fondamentali di questa nuova politica che si basava sull’intervento
statale a sostegno della domanda interna con la riduzione drastica della disoccupazione.
L’Occidente, al contrario, si basò sulla creazione di modelli simili a quello sovietico, l’unico
modello economico che non fu toccato minimamente dalla crisi.
Nel frattempo, ci troviamo all’alba del fascismo e del comunismo, ossia delle forze politiche che
promettevano un mondo nel quale lo Stato si sarebbe occupato dei bisogni della popolazione,
sacrificando un po’ la loro libertà e la loro sicurezza.
3.4 – la cultura del Novecento
[PARAGRAFO INUTILE]

Capitolo 4
L’Occidente negli anni ‘20
4.1 – gli Stati Uniti come potenza mondiale
Durante il conflitto, gli Stati Uniti persero molti uomini, ma il territorio rimase immune da tutto ciò.
Per sostenere lo sforzo bellico gli stati europei si erano indebitati e gli Stati Uniti li aiutarono
contraendo i loro debiti pubblici. All’interno però il paese iniziò una serie di cambiamenti dovuti
anche dallo sviluppo dei commerci internazionali con alcuni paesi come Canada, Brasile e India.
Paradossale è il fatto che nonostante assunsero un ruolo globale nell’economia, all’interno iniziò il
periodo “proibizionista”: la paura e la diffidenza di ciò che era successo in Europa li portò a
chiudersi per evitare un probabile “contagio” rivoluzionario. Con lo scoppio della rivoluzione russa,
questi timori si intensificarono. Si creò in questo periodo il sentimento del red scare, cioè questa
paura, che si andò a combinare con l’americanismo, ossia l’orgoglio nazionale, di sottofondo
puritano e conservatore, che ha portato alla separazione dalla civiltà europea.
Nel 1920 il Senato rifiutò il trattato di pace e non aderì alla Società delle Nazioni. Nel frattempo,
alle elezioni vince il repubblicano Harding. I suoi primi provvedimenti aderirono all’isolazionismo:
furono limitate le immigrazioni, furono aumentati i dazi doganali e fu attuata la legge
proibizionistica, ossia si vietava il consumo e la vendita di alcolici.
Intanto nel sud del paese si andò a intensificare il gruppo xenofobo del Ku Klux Klan, un gruppo
fedele all’americanismo ma che praticava violenze e razzismo. Un caso molto noto di quell’epoca
fu quello di 2 immigrati italiani, Sacco e Vanzetti, che furono accusati di omicidio senza nemmeno
un regolare processo (in realtà erano solo 2 anarchici probabilmente anche estranei ai fatti).
4.2 – il boom degli anni ‘20
Gli anni ’20 americani sono conosciuti come i “ruggenti anni venti” (espressione dello scrittore F.
S. Fitzgerald). Tra il 1922 e il 1929 la produzione industriale salì vorticosamente e il tasso di
disoccupazione subì un forte calo. All’interno delle fabbriche era interessante notare il ritmo
lavorativo: vi era una sequenza di mansioni svolte in un tempo cronometrato intorno alla catena di
montaggio di un unico prodotto creato in serie.
Iniziarono una veloce espansione le industrie come quella meccanica, automobilistica, chimica e
radiofonica, mentre subirono un rallentamento quella tessile e agricola. La prosperità americana si
incentrava molto sui ceti medi e ovviamente coloro che ne risentirono furono i ceti agricoli, infatti
molte persone all’epoca lasciarono la campagna per la città.
Questo è quello che viene conosciuto con il nome di “sogno americano”, un sogno che si infrange
proprio al momento della forte crisi del 1929. In quel periodo come presidente, dopo la morte di
Harving, si trova Coolidge e successivamente Hoover. Fu proprio quest’ultimo a interpretare male
la crisi come una semplice crisi che sarebbe passata in poco tempo, ma purtroppo non fu così. Il
presidente per risolvere in parte il problema decise, nel 1930, di alzare le già consistenti barriere
doganali verso le merci straniere e cercò di arginare il problema della disoccupazione. Il rimedio fu
addirittura peggiore e in questo modo la recessione si espanse ancora di più. È in questo momento
storico che entra in scena come nuovo presidente il democratico Franklin Delano Roosevelt.
4.3 – Roosevelt e il New Deal
Fu proprio il presidente Roosevelt a ideare e successivamente attuare il patto chiamato New Deal.
Era necessario abbandonare il liberismo repubblicano e impegnare lo Stato nella lotta contro la
crisi. I primi provvedimenti riguardarono innanzitutto le banche, infatti il presidente decise di
separare le banche di deposito e quelle di investimento, e inoltre introdusse un’assicurazione sui
depositi per evitare problemi sull’economia delle famiglie e sul fallimento delle banche stesse.
Introdusse poi una legge speciale che prevedeva l’intervento dello Stato nell’agricoltura, inoltre
istituì il Tennessee Valley Authority, ossia un ente che si sarebbe occupato delle opere idriche e di
rimboschimento nel Tennessee. L’iniziativa fu un successo e Roosevelt decise di allargare questo
ente anche ad altri stati. Nel 1933 varò una legge, il National Industrial Recovery Act, un’agenzia
che si occupava della politica industriale e che controllava la concorrenza “reale” tra le varie
industrie. Questa legge fu successivamente considerata incostituzionale perché lesiva l’autonomia
dei singoli stati e la libertà d’impresa. Da ciò si capì l’idea di fondo del New Deal, ossia creare
un’alternativa valida a ciò che erano il fascismo e il nazismo.
Alla fine del suo mandato, il presidente Roosevelt decise di realizzare tutto ciò che era compreso
nel suo programma e generò così una sorta di “secondo New Deal”: prima di tutto istituì il Works
Progress Administration, ossia un ente governativo che si occupava delle opere pubbliche proprio
come successe in Tennessee; successivamente ci fu il Wagner Act, un sorta di risposta al National
Industrial Recovery Act, in cui si difendeva la libertà d’impresa e si legittimava la contrattazione dei
rapporti di lavoro; infine ci fu il Social Security Act che stabilì un regime di cooperazione tra
autorità federale e singoli stati per aiutare anziani e bisognosi.
Gli unici a sentirsi minacciati da tutto ciò furono i grandi imprenditori.
Nelle elezioni del 1936 Roosevelt vinse con la maggioranza dei voti, ma il suo secondo mandato
non ebbe lo stesso risvolto del primo. Per via dei problemi nati durante questo mandato, ci fu un
aumento dei seggi per i repubblicani.
4.4 – Gran Bretagna
Durante le 2 guerra in Gran Bretagna ci fu un’alternanza di partiti al governo, in più il legame tra
Labour Party e Trade Unions portò al consolidamento del moderatismo del movimento operaio. Il
Partito comunista, fondato nel 1920, rimase sempre irrilevante. Il primo problema in questo periodo
fu la questione irlandese: la guerra aveva portato al rinvio dell’applicazione dell’Home Rule (ossia
la concessione di autogoverno del 1914) e proprio nel 1919 il partito Sinn Fein proclamò
l’indipendenza. Infatti, Londra fu costretta a riconoscere lo Stato libero d’Irlanda con un proprio
parlamento.
Inoltre, in Inghilterra la guerra aveva provocato una serie di danni non solo nell’agricoltura, ma
anche all’interno dell’economia in generale.
Alle elezioni tra il 1922 e il 1923 avanzarono i laburisti che tolsero la maggioranza ai conservatori,
mentre i liberali mantennero la loro posizione. È proprio in questo periodo che si formò il primo
governo laburista in Inghilterra con a capo Ramsay MacDonald. Questo governo cadde in pochi
mesi per mancanza di fiducia parlamentare.
Il nuovo premier divenne Stanley Baldwin affiancato dal ministro Winston Churchill. Questo nuovo
governo innanzitutto ridiede valore alla sterlina e infatti nel 1925 fu recuperato il livello di cambio
oro-sterlina secondo la guida del gold exchange standard. Le industrie erano cresciute, ma la
sterlina divenne troppo valutata e iniziò così un periodo di crisi. I conservatori esclusero le misure
protezionistiche tanto adottate in America, ma il paese nonostante ciò rimase nella stagnazione. Alle
nuove elezioni del 1929 ritornò al governo MacDonald, ma il periodo di crisi era alla sua massima
espansione. Durante il suo governo, MacDonald fece numerosi tagli alla spesa pubblica, fu
abbandonato il cambio oro-sterlina e si favorirono gli investimenti e le esportazioni.
Nel 1935 MacDonald fu sostituito da Baldwin, ma due anni dopo invece il governo venne formato
da Chamberlain. L’avvento del nazismo portò la politica estera verso una linea conciliante con la
Germania, ma nonostante ciò la British Union of Fascists, fondata nel 1932, non ebbe mai alcun
ruolo rilevante.
4.5 – la Francia
La Francia aveva vinto la guerra ma era uscita comunque con dei danni. Nel 1919 le elezioni furono
vinte dal centrodestra e fu attuata una politica basata sulla riduzione delle spese e la stabilità
monetaria contrapposta a un pugno di ferro alle agitazioni contro la disoccupazione. Non si ridusse
però il deficit del bilancio. Quando il franco iniziò però a svalutarsi, la maggioranza del popolo
passò alla sinistra composta da radicali e socialisti. Il nuovo governo iniziò nel 1924 con Herriot.
Già nel 1925 il governo cadde e passò a Poincaré. Nel 1928 il franco venne svalutato. Anche in
Francia la crisi del 1929 si fece sentire soprattutto perché la sterlina e il dollaro si svalutarono molto
e ciò penalizzò le esportazioni. Nel 1930 furono varate le leggi per la tutela in caso di malattia,
anzianità e infortuni. Tali misure contennero il livello di disoccupazione ma ridusse molto i salari,
provocando malcontento soprattutto nella classe operaia e ciò portò alle nuove elezioni a una
maggioranza verso sinistra (1932). Nel 1934 ci furono violenti scontri tra polizia e dimostranti di
destra, in più il Partito comunista abbandonò la sua politica d’isolamento e strinse un patto d’unità
con i socialisti. Il loro programma prevedeva la costituzione di un fondo contro la disoccupazione, il
rialzo dei salari mediante l’abbassamento delle ore di lavoro e lo scioglimento di formazioni
paramilitari di estrema destra. Alle elezioni del 1936 vinsero i comunisti.
Successe poi il governo composto da Blum e il partito del Fronte Popolare che promosse l’accordo
tra imprenditori e sindacati e introdussero, inoltre, le 40 ore massime settimanali e 2 settimane di
ferie retribuite. In più ci fu anche un disegno di legge per concedere la cittadinanza francese alla
popolazione algerina, ma ci si ritrovò con un forte discontento da parte delle colonie francesi. Il
rapporto tra Fronte Popolare e società durò molto poco per via dell’aumento dei costi del lavoro che
portò a una nuova inflazione e per la svalutazione del franco. Nel 1937 il Senato respinse le
richieste di Blum e così il governo si dimise. Il nuovo premier divenne Daladier.
4.6 – la Germania di Weimar
Il governo tedesco fu affidato, in seguito alle elezioni dell’Assemblea costituente, a una coalizione
tra socialdemocratici e partiti di centro. Il trattato di pace che fu imposto alla Germania portò non
ben pochi problemi e pertanto la Repubblica tedesca non fu per niente riconosciuta. La Costituzione
promulgata nel 1919 durante la Repubblica di Weimar diede al governo la forma di un regime
federale, in cui le regioni avevano la propria autonomia (Lander). Il parlamento era bicamerale:
c’era il Reichstag e il Reichsrat (i rappresentati dei 17 stati). Il presidente era eletto in maniera
diretta e aveva ampi poteri e ben presto la Costituzione tedesca divenne una sorta di combinazione
tra presidenzialismo e parlamentarismo. La repubblica soffrì sin dall’inizio per via di una mancata
legittimazione, infatti nel 1920 un gruppo di paramilitari cercò di effettuare un putsch, ossia un
colpo di stato, che fu però fermato. Iniziarono però delle ondate di violenza e tra il 1919 e il 1920
furono uccisi almeno 400 uomini politici. Sembrava una sorta di guerra civile e ovviamente la
situazione non migliorò con l’inflazione che si abbatté soprattutto dopo con la crisi americana del
1929. Per ristabilire l'ordine, il governo presieduto da Stresemann sciolse i governi socialcomunisti
della Sassonia e della Turingia. Aveva inoltre introdotto una nuova valuta: il Rentenmark. Nel 1926
la Germania entrò nella Società delle Nazioni. La repubblica però cadde ben presto, infatti alle
elezioni del 1925 vinse un uomo legato alla Germania imperialista: Hindenburg.
4.7 – l’Europa centro-orientale
 Austria  contrasto tra città e campagna; il partito socialista vinse nel 1919, ma nel 1921
furono espulsi dal governo. A Vienna si crearono moti di violenza ingaggiati dai ceti agrari e
ci furono attentati fino al 1927 con l’attentato al palazzo di giustizia di Vienna. La crisi del
1929 fu molto pesante, portò al crollo della banca centrale e nel 1932 prese piede il partito
nazista austriaco, ma ad arrivare al governo fu il partito cristiano-sociale di Dollfuss.
Quest’ultimo scelse una politica autoritaria e sciolse il partito nazista e quello socialista.
L’Austria divenne un paese “clericofascista”. Dopo ulteriori ondate di violenza, il governo
passò nelle mani di Schuschnigg, ma l’asse Roma – Berlino (1937) privò il paese del
sostegno dell’Italia in funzione antitedesca. Fu per questo motivo che l’Austria si arrese
all’annessione alla Germania.
 Cecoslovacchia  le coalizioni di governo inizialmente portarono a una serie di riforme,
soprattutto quella agraria del 1919. Dopo l’ascesa al potere di Hitler, i conflitti crebbero
soprattutto nella frontiera dei Sudeti, un luogo in cui vivevano molte persone di lingua e
cultura tedesca. Di fronte a tutto ciò, anche la Cecoslovacchia si dovette arrendere alla stessa
sorte dell’Austria.
 Polonia  la nuova repubblica era uscita dal trattato di Versailles, ma i conflitti interni
minarono fortemente la politica del paese e la sua instabilità fu fermata con l’ascesa al
governo di Pilsudski, attraverso un colpo di stato e l’istaurazione della dittatura.
 Ungheria  dopo la rivoluzione del 1919, l’ammiraglio Horthy salì al potere soprattutto per
la restaurazione del regno d’Ungheria. Il problema di fondo del paese rimase però la
questione agraria. Negli anni ’30 si formò il movimento nazista delle Croci Frecciate che si
affermò soprattutto nel 1939.
 Romania  si contrapposero per molto tempo il Partito liberale e il Partito dei contadini.
Nel 1930 rientrò nel paese il re Carol II che diede alla politica una svolta a destra. Ci furono
anche qui numerosi attacchi violenti e presero piede i movimenti fascisti e antisemiti. Nel
1937 furono introdotte le leggi antisemite e l’anno successivo il re abolì la Costituzione e
instaurò un regime dittatoriale (in guerra diventerà una dittatura militare).
 Jugoslavia  nel 1929 il re Alessandro I sciolse il parlamento e incentrò tutto il potere nelle
sue mani.
 Bulgaria  caso analogo a quello della Jugoslavia. Il leader Strambolijski fu ucciso nel
1923 durante un colpo di stato e salì al trono il re Boris III.
 Grecia  il re Giorgio II era fuggito dal paese e fu pertanto proclamata la repubblica. Ci
furono una serie di rivolte, finché nel 1935 ci fu la restaurazione della monarchia.
Successivamente si impose la dittatura del leader Metaxas, che sciolse il parlamento e
perseguitò l’opposizione repubblicana.

Capitolo 5
Il fascismo
5.1 – la costruzione del regime
Dopo la “marcia su Roma” di Mussolini, il suo governo era molto ristretto ma poteva contare
sull’appoggio di una parte dei cattolici e dei liberali. Mussolini iniziò una serie di opere: nel 1922
istituì subito il Gran Consiglio del fascismo, ossia un organo consultivo che aveva il compito di
delineare la linea di governo; nel 1923 istituì la Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, cioè
un corpo militare identificato spesso come “camicie nere”.
Un altro passo importante fu, nel 1923, il varo di una legge elettorale che prevedeva l’assegnazione
del 65% dei seggi alla coalizione che raggiungesse almeno il 25% dei voti.
Nel 1924 i fascisti presentarono il “listone” nel quale vi erano liberali e cattolici. Proprio il 1924 fu
l’anno in cui il fascismo visse l’unico momento di crisi: Matteotti denunciò alla Camera gli
imbrogli e le violenze commesse dal partito durante le elezioni, ma fu presto sequestrato e ucciso.
Quell’episodio portò subito al pensiero di una colpevolezza da parte dei vertici dello stato, infatti
molti partiti decisero di abbandonare il parlamento come una sorta di protesta. Gli unici contro
questa decisione furono i comunisti. La crisi fu superata grazie a Mussolini che intraprese
un’accelerazione sulla fascistizzazione dello Stato.
Nel 1925 fu ripristinato lo Statuto albertino in cui si svincolava dal voto di fiducia del parlamento e
si aboliva la distinzione tra potere legislativo ed esecutivo. Nel 1926 si introdusse una legge “per la
difesa dello Stato” che prevedeva pesanti restrizioni: scioglimento dei partiti antifascisti, istituzione
di un Tribunale speciale e soppressione delle associazioni e della stampa. Inoltre, potevano operare
solo i sindacati fascisti. Questa stessa legge proibì gli scioperi e istituì la Magistratura del lavoro per
risolvere le controversie tra lavoratori e imprese. Dell’anno successivo è invece la Carta del Lavoro.
Tutto ciò fu presentato come alternativa fascista al capitalismo e al socialismo. Nel 1928 ci fu una
nuova legge elettorale che prevedeva un’unica lista da approvare o respingere e il Partito fascista
rimase l’unico esistente. Per definire il regime, lo stesso Mussolini usò il termine totalitario. Nel
1943 Mussolini venne arrestato per volere del re, perché il duce non volle rompere l’alleanza con
Hitler.
Per quanto riguarda la Santa Sede, inizialmente osteggiarono la linea antifascista di Sturzo (1923),
ma poi con il papa Pio XI concluse con Mussolini un atto di conciliazione che la Chiesa aveva
sempre rifiutato allo Stato. Si siglarono così i Patti Lateranensi (1929) con il quale veniva
assicurata la religione cattolica come “sola religione dello Stato”. Questi patti lasciavano inoltre
molti privilegi verso la Chiesa, ma solo l’ultimo punto non venne rispettato: invece di lasciare
l’autonomia all’Azione cattolica, il regime iniziò a esercitare un forte controllo sulle nuove
generazioni.
5.2 – il regime: repressione e consenso
Per l’ampiezza del consenso ottenuto dal fascismo, si iniziò a utilizzare spesso la formula “regime
reazionario di massa”. Questo consenso verrà poi rimosso dopo la seconda guerra mondiale perché
la repubblica democratica si fondava sull’antifascismo.
Nel 1926 furono istituite le “leggi eccezionali”, ossia delle leggi apposite contro la politica
antifascista. Inoltre, il Tribunale istituito 5 anni prima, fu prolungato fino al 1943.
Le intimidazioni e le violenze erano all’ordine del giorno.
L’elemento di novità del regime fascista fu quello di coinvolgere le masse il più possibile nella vita
pubblica. Fu la prima esperienza di nazionalizzazione diretta, disciplinata e imposta in maniera
rigida dall’alto.
Avere poi la tessera del Partito fascista equivaleva ad avere alcuni privilegi: si aveva un posto di
lavoro sicuro ed era permessi molti avanzamenti di carriera. Proprio per questo motivo molte
persone aderirono al partito. Ma, al contrario, alcuni accusarono i fascisti di nepotismo e corruzione.
Importante fu anche il “reclutamento” delle masse: bambini, adolescenti e giovani furono divisi per
età in gruppi in cui introdurre la dottrina fascista e quella militare. Si formarono così i Figli della
Lupa, i Balilla e infine gli Avanguardisti.
Le donne seguirono un programma di apprendistato politico, ma il risultato contraddittorio del
regime è che non svolsero mai nessun ruolo importante e furono sempre relegate nel ruolo di moglie
e madre.
Per il tempo libero venne istituita l’Opera Nazionale Dopolavoro (1926) che offrì teatro, cinema,
turismo e colonie estive.
Il controllo del regime arrivò anche nella cultura con il controllo effettuato dal nuovo Ministero
della Cultura popolare. Per molto tempo fascismo e cultura sono stati considerati antitetici: alcuni
pensano che non sia esistita nessuna cultura fascista, mentre altri sostengono il fatto che durante il
fascismo fu creata l’Enciclopedia Treccani (1925).

Nel 1936 si iniziò a pensare a una politica antisemita verso gli ebrei e nel 1938 furono promulgare
le “leggi per la difesa della razza”, delle leggi che vietavano i matrimoni misti e inoltre gli ebrei
vennero esclusi dagli incarichi pubblici e dalle scuole. Fu proprio questa “idea” ad avvicinare
inizialmente Mussolini a Hitler.
5.3 – economia e società
Dopo aver superato la crisi economica postguerra, il ministro delle finanze De Stefani iniziò a
ridurre i salari, favorendo così le imprese, e salvò con l’intervento statale istituti come l’Ilva e il
Banco di Roma. Le tariffe doganali furono abbassate e si abolirono le nominatività sui titoli
azionari.
Molti hanno definito questa prima fase fascista “liberistica”. Quando si raggiunse un bilancio nel
1925, la politica economica fascista cambiò direzione: il dazio sul grano e lo zucchero fu reimposto
e iniziò una sorta di politica protezionistica. Nel 1926 Mussolini fece rivalutare la lira.
Il regime voleva mandare dei segnali di forza fuori il territorio nazionale, ma sul piano produttivo
iniziarono ad esserci problemi. Nel 1927 ci fu una vera e propria recessione, causata anche dal
crollo delle esportazioni.
Lo Stato iniziò quindi un’operazione di soccorso: uscirono da qua molto rafforzate le industrie
chimiche, metallurgiche e meccaniche, mentre entrarono in crisi quella tessile e agroalimentare.
Questa situazione prese il nome di “dirigismo”, in quanto molte industrie furono direttamente
controllate prima dalle banche nazionali e successivamente dallo stesso Stato. Nel 1931 si istituì
l’Istituto mobiliare italiano, un ente pubblico che concentrava nelle sue mani i finanziamenti per le
imprese. Nel 1933 nacque invece l’Istituto per la ricostruzione industriale, ossia una compagnia
finanziaria che aveva il compito di salvataggio delle banche miste di deposito e investimento. Nel
1936 la Banca d’Italia divenne un ente con diritto pubblico e che esercitava il controllo sulle altre
banche.

Per aiutare l’agricoltura, nel 1926 si fece la “battaglia del grano”, ossia si cercò di estendere la terra
coltivabile e si protessero i prodotti nazionali attraverso dei dazi doganali. Ma l’autosufficienza
alimentare non fu mai raggiunta, perché la concentrazione sul grano portò all’impoverimento di altri
prodotti agricoli.
Inoltre, si aggravarono i già presenti squilibri tra nord e sud.
Più ambizioso fu il piano “bonifica integrale”, cioè il progetto di bonifica delle paludi pontine che
permisero la nascita di nuove città come Littoria (attuale Latina), Sabaudia, Carbonia e Fertilia. Il
regime, però, realizzò solo un decimo dell’opera prevista.
La crescita maggiore del paese si è vista negli anni ’30 con degli incrementi nel settore pubblico e
con il riarmo militare.
5.4 – la modernità del fascismo
Il fascismo ricorse molto spesso ai mezzi di comunicazione di massa. Nel 1927 fu fondato l’Ente
italiano audizioni radiofoniche, un ente che alternava alla radio le informazioni ufficiali con
programmi leggeri e di intrattenimento. Il regime si impegnò anche nel cinema e infatti nel 1932 si
aprì la Mostra Internazionale di Venezia e nel 1937 fu inaugurata Cinecittà.
Durante il periodo di crisi del 1929, la modernizzazione attuata dal regime fascista ebbe un volto
peculiare: crebbero numerosi enti pubblici, si moltiplicarono i posti di lavoro, ecc.
Nell’ambito sociale, il regime istituì le assicurazioni, soprattutto per malattia, infortuni e
disoccupazione, le pensioni.
Il problema sorse dal momento in cui si pensò di agevolare la singola categoria invece che la
fiscalità generale.
Il sistema sanitario si suddivise in casse mutue che per erogare le prestazioni mediche si avvalevano
di luoghi di assistenza e beneficienza.
Per quanto riguarda il sistema previdenziale, il regime istituì nel 1933 l’Istituto nazionale fascista
per la previdenza sociale (INFPS – diventerà poi l’attuale INPS) e nello stesso anno anche l’Istituto
nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (INAIL).
Molto importante in quel periodo era anche l’Opera nazionale per la maternità e l’infanzia (1925)
che forniva assistenza alle madri e permetteva una formazione professionale per le ostetriche. La
politica però con ciò mandava appunto il messaggio che le donne erano solo mogli e madri, infatti
le donne con più figli venivano privilegiate, mentre tutti gli altri, soprattutto i celibi, furono
gravemente tassati.
Davanti alla crescita urbana, il regime decise di espandere le città e vennero innanzitutto abbattuti i
quartieri fatiscenti nel centro storico e poi ci si aprì alle zone periferiche. È da qui che inizia la
speculazione edilizia.
Nel campo lavorativo, gli unici ad avere privilegi erano i dipendenti statali che non solo venivano
pagati di più, ma avevano anche un certo status sociale.
5.5 – la politica estera
La politica estera si basava su un doppio binario: lo Stato seguiva la coerenza ideologica del regime
e inoltre si cercava di soddisfare gli interessi degli italiani. Gli storici hanno 2 linee di pensiero a
riguardo: la prima vede la rottura da parte di Mussolini con un disegno imperialista e pertanto la
partecipazione alla 2° guerra mondiale fu l’epilogo coerente con una politica aggressiva; la seconda
pone l’accento sulle alleanze estere attuate dal duce e l’entrata in guerra a fianco ad Hitler fu
soltanto un epilogo poco coerente.
Di questo periodo sono l’occupazione di Corfù nel 1923, la deportazione di migliaia di abitanti
libanesi nei campi di concentramento e l’arresto degli spazi di manovra per Mussolini con l’ascesa
di Hitler. Nel 1933 l’Italia firmò con la Francia, la Gran Bretagna e la Germania un patto che
espresse la volontà di inserire il regime di Hitler nel concerto europeo, ma l’uscita della Germania
dalla Società e il riarmo dei tedeschi portò Mussolini ad affiancare proprio la Germania. Un primo
attrito arrivò però sulla questione dell’Austria: la Germania voleva l’annessione del paese, ma
Mussolini tutelò il paese schierando l’esercito sul Brennero e si avvicinò verso la Francia.
Con quest’ultima e la Gran Bretagna, l’Italia partecipò a una conferenza delle nazioni vincitrici e si
ribadì qui l’importanza dei trattati firmati.
La politica estera fascista sarebbe ben presto cambiata con l’attacco in Etiopia. Sulle orme del
Giappone che si spingeva sempre più verso la Cina, l’Italia nel 1935 scese per la prima volta in
guerra per fermare la resistenza etiopica del 1936. Questo attacco portò a un duro attacco da parte
della Società delle Nazioni che attuò nei confronti dell’Italia pesanti sanzioni e bloccarono i
rifornimenti esteri. Mussolini nel frattempo dichiarò l’Impero.
L’attacco in Etiopia portò a un cambiamento negli equilibri europei. L’Italia ottenne solidarietà
dalla Germania e l’Italia la ricambiò permettendogli l’annessione dell’Austria. Nel 1936 nasce
l’asse Roma – Berlino che consacrò l’intesa tra i 2 dittatori.
La guerra civile spagnola fu un banco di prova: l’Italia e la Germania appoggiarono Francisco
Franco contro la repubblica e infatti Mussolini inviò un esercito a sostegno dei franchisti. Nel 1937
anche l’Italia esce dalla Società delle Nazioni, mentre nel frattempo l’Austria veniva annessa al
Terzo Reich. Subito dopo venne siglato il “patto d’acciaio” tra Germania e Italia che prevedeva
l’entrata in guerra una di fianco all’altra.

Capitolo 6
Il nazismo
6.1 – l’avvento di Hitler
1928  Hitler ottiene solo il 2% dei voti
1930  Hitler ottiene la maggioranza alle elezioni e il suo partito diventa il secondo partito tedesco
più importante
L’ascesa del nazismo aveva utilizzato 3 risorse decisive: un’efficiente organizzazione paramilitare
della violenza sul modello del fascismo italiano; un’abile propaganda; un leader carismatico.
L’organizzazione del partito era diffusa in ogni regione tedesca e l’importante era la totale
obbedienza verso il Führer (duce) Adolf Hitler. Affianco al partito vi erano le SA, ossia le squadre
d’assalto, che furono create nel 1921 e avevano lo scopo di violenza, poi successivamente nel 1926
sono comparse le SS, ossia la milizia di protezione, che per l’appunto aveva il compito di
proteggere Hitler e solitamente erano giovani ragazzi che incarnavano perfettamente l’idea di “razza
ariana”.
La propaganda sulla figura di Hitler fu compiuta da Goebbels e il suo compito era proprio quello di
entusiasmare il popolo a tal punto da far giurare fedeltà al Partito e allo stesso Führer. Ma
quest’ultimo era già di suo una persona molto carismatica e convincente, amava il rapporto diretto
con il popolo soprattutto attraverso la scenografia di propaganda. Hitler scrisse la sua ideologia
nazista nel libro Mein Kampf (La mia lotta – 1925/26) ed è proprio qui che riporta il suo
programma politico, la sua idea sulla purezza della razza ariana, una razza superiore a tutte le altre.
Per preservare la purezza era necessario pertanto una “pulizia” da tutte le contaminazioni e in
particolar modo c’era la necessità di liberarsi degli ebrei, il popolo “senza spazio”. La visione
hitleriana era ricca di antisemitismo.
L’elemento più importante della propaganda di Hitler fu proprio il senso di nazionalismo. Ormai da
troppo tempo si sentiva da parte di tutti i tedeschi la voglia di rivincita su tutto quello che avevano
subito nel primo dopoguerra e per raggiungere tale obiettivo era necessaria una comunità nazionale
organizzata secondo modelli militari molto rigidi che escludeva ovviamente le opposizioni e gli
ebrei.

Dopo la crisi della repubblica di Weimar e quella della Borsa di New York nel 1929, le coalizioni
presenti iniziarono a cedere perché c’era chi sosteneva l’importanza di fermare la disoccupazione e
chi invece sosteneva l’importanza del mantenimento del bilancio statale.
Inizia così un governo del centro di cui fu presidente Brüning, ma quest’ultimo esautorò tanto il
parlamento attraverso l’uso dell’art. 48 che consentiva al cancelliere la legiferazione d’urgenza,
ossia l’approvazione senza parlamento.
Come Mussolini, Hitler giovò di questa separazione. La destra si divideva tra il partito nazista e
quello nazionalpopolare, poi vi erano i socialdemocratici che rappresentavano la classe operaia, i
comunisti che rappresentavano i disoccupati e infine i cattolici del Centro.
Alle elezioni del 1932 Hitler ottenne pochi voti. Ma le SA scatenarono molta violenza contro i
socialdemocratici e i comunisti e per questo alle nuove elezioni dello stesso anno, il partito nazista
ebbe la maggioranza. Finché a un certo punto, i grandi imprenditori tedeschi decisero di nominare
Hitler come cancelliere. E così fu, Hitler nel 1933 ricevette l’ordine di formare un governo.
6.2 – il terzo Reich
La dittatura nazista si stabilì molto in fretta, per la precisione in soli 6 mesi, servendosi dell’art. 48
molto usato da Brüning. Il 1° febbraio del 1933 il parlamento venne sciolto e il 27 dello stesso mese
il Raichstag fu devastato da un incendio. Su questo fatto venne affibbiata la colpa ai comunisti e
durante tutto ciò i rappresentanti del Partito comunista furono arrestati e Hindenburg firmò un
decreto che annullava tutti i diritti costituzionali. Ci fu anche un decreto contro i mezzi di
comunicazione e la stampa per evitare notizie false e furono messi sotto controllo anche i telefoni.
Nel 1933 il Partito nazista con il 44% dei voti, fu costretto a creare inizialmente un governo di
coalizione con i socialdemocratici, i comunisti e i cattolici. Si formò un nuovo parlamento che
venne chiamato subito a votare una legge che concentrava tutto il potere nel governo. Questo è un
provvedimento tipico dei Reich e questo era il terzo dopo il Sacro Romano Impero e l’Impero
guglielmino. Hitler poteva così legiferare anche contro la Costituzione e ciò gli permetteva di
decidere e firmare tutto al posto del presidente. Nello stesso giorno il capo delle SS Himmler aprì a
Dachau il primo campo di concentramento per gli oppositori politici. Nasceva così questo nuovo
sistema “carcerario”.
Ormai tutto era nelle mani del governo e si procedette alla distruzione di tutti i partiti e si presero in
confisca le sedi di associazioni e sindacati. A differenza degli altri, l’unico a sciogliersi di sua
volontà fu il Partito cattolico dopo che ci fu la firma di un concordato, nel 1933, tra Chiesa e il
regime.
Sotto la guida di Goebbels, la radio divenne il mezzo di comunicazione principale, mentre la stampa
venne censurata. Ci fu inoltre una sorta di rito esorcistico molto conosciuto, ossia la cerimonia del
1933 in cui vennero dati alle fiamme milioni di libri di autori considerati antinazionali.
La “rivoluzione” di Hitler era ormai conclusa.
Nel 1934 le forze armate diventarono un unico organo militare da cui iniziò il processo di
“arianizzazione” (esclusione degli ebrei). Nello stesso anno, prendendo in considerazione le voci su
un presento Putsch organizzato dalle SA, iniziò la “notte dei lunghi coltelli”, ossia un vero e
proprio regolamento di conti in cui vennero uccisi molti uomini delle SA compreso il loro capo.
Nonostante la violenza di tutto ciò, il popolo tedesco acclamò questa strategia politica perché
finalmente si era posta la parola fine alle angherie delle SA.
Inoltre, Hitler assunse subito dopo anche la carica di presidente della Repubblica. Tutto il suo
potere era ormai illimitato. Il Terzo Reich era pronto.

Secondo alcuni studiosi, quello nazista divenne una sorta di “doppio – Stato”, cioè a una Stato
nominativo, rispettoso delle regole, si contrapponeva lo Stato discrezionale, ossia agiva in modo
arbitrario.
Alla base del sistema nazista rimasero il dominio e la violenza e tutto ciò si estese negli anni contro
tutti i “diversi”. In occasione delle Olimpiadi del 1936, le SS e la Gestapo si adoperarono per
“ripulire” le città da criminali, vagabondi, zingari, omosessuali, ecc. e furono tutti mandati nei
campi di concentramento.
Segno distintivo della politica nazista fu la politica razziale. Vennero agevolate quelle famiglie in
cui la moglie rimaneva a casa senza avere così possibilità di lavorare e le donne vennero escluse dai
diritti politici e civili al voto, all’istruzione e alla carriera professionale. Il numero di ariana si
alzava più si alzava il numero di persone non ariane da eliminare.
Nel 1933 con una legge vennero esclusi gli ebrei da ogni cosa.
Nel 1935 furono emanate le leggi di Norimberga, ossia si vietavano i matrimoni misti, si escludeva
dalla cittadinanza tedesca chi non era di sangue tedesco e si privava gli ebrei di ogni diritto.
Chi sperimentò per primo le tecniche di morte di massa furono le persone malate, sia di problemi
fisici ma soprattutto di malattie mentali. Questo perché per i nazisti loro erano “difettosi”. Nel
frattempo questo programma venne esteso fino in Polonia.
Si aprirono numerosi campi di concentramento in quel periodo e molti ebrei ne furono deportati
soprattutto dopo la “notte dei cristalli”, ossia la notte in cui le SS avevano saccheggiato e distrutto
numerosi negozi e sinagoghe di proprietà degli ebrei.
Le persone deportate, però, furono successivamente rilasciate. È con la Seconda Guerra Mondiale
che nasce l’idea dello sterminio di massa nei campi ed è proprio in quell’ambito che si creano
nuove tecniche e macchinari dedicati alla morte di masse.
6.3 – la politica economico-sociale e l’organizzazione del consenso
Hitler dovette successivamente fronteggiare una crisi economica e la disoccupazione. Affidò questo
compito al ministro dell’economia Schacht che attuò una politica dirigista basata sull’intervento
statale. Furono favorite l’edilizia e le numerose industrie tedesche. Si costruirono autostrade e nasce
in questo periodo la Volkswagen. I risultati di questa sua manovra furono molto corposi.
Importante però fu anche la scelta del riarmo: le spese militari si trovavano al 4%, ma dopo salirono
fino al 50%. La preparazione militare divenne da quel momento importantissima.
Inoltre, lo Stato controllava il mercato manovrando i prezzi, le materie prime e i mezzi di
produzione. L’industria più favorita fu quella chimica.
Un discorso a parte lo hanno l’agricoltura e i contadini, in quanto la propaganda li dipingeva come
una forza vitale per il paese, ma in realtà non furono minimamente aiutati. Si mantenne la grande
proprietà latifondista dell’est che aveva un ruolo dominante su ogni genere agricolo. Inesistente fu
la meccanizzazione.
L’obiettivo di Hitler era l’autosufficienza economica della Germania, ma rimase una mera illusione.
Alla fine del 1938 la Germania aveva un deficit molto alto perché mancavano le risorse
fondamentali e le materie prime.
Unica cosa a favore fu proprio il riarmo che portò a un calo nella disoccupazione. La propaganda
insisteva sulla denominazione di Partito nazionalsocialista che veniva rappresentato dalla bandiera
rossa con una svastica nera. Nel 1933 si era istituito il Fronte tedesco del lavoro che prese presto
piede più dei sindacati. Nel 1934 una legge dichiarava che era obbligatoria l’obbedienza verso il
capo del proprio posto di lavoro.
Lo Stato si occupò anche del campo sociale e assistenziale dove si ebbero dei buoni risultati. Ma il
benessere per i lavoratori non esisteva in quanto le giornate di lavoro erano più lunghe del dovuto e
i salari più bassi.
Per quanto riguarda il tempo libero, nel 1933 aprì il Dopolavoro fascista, i cui beneficiari, come in
Italia, erano gli impiegati e il ceto medio piuttosto che gli operai.

I crimini compiuti dal regime furono di una violenza estrema e furono compiuti sia prima della
guerra che durante. Ma la cosa curiosa è il tema del consenso: non si formò nessun movimento che
andasse contro a tutto ciò.
Anche le Chiese ebbero un ruolo importante. Inizialmente contrari al regime, solo una parte dei
protestanti poi rimase di questa idea. Il resto appoggiò la propaganda nonostante si distaccassero dal
pensiero di violenza e dalla dottrina di razza. La Chiesa cattolica si espresse contro il nazismo, ma
poi firmò un concordato nel quale modificò il suo atteggiamento (1933).
Il papa Pio XI firmò poi un’enciclica in cui condannò la dottrina nazionalsocialista (1937),
successivamente tra il 38-39 ne stava preparando un’altra in cui condannava l’antisemitismo, ma
purtroppo morì prima di firmarlo. Il suo successore, Pio XII, lo lasciò da parte. Di fatto
l’atteggiamento della Chiesa fu sempre ambiguo per quanto riguarda il regime.
Un ruolo importante per il consenso delle masse furono i riti ideati dai nazisti: scenografie e
manifestazioni coreografiche che mettevano in luce positiva la dottrina nazista.
6.4 – l’imperialismo nazista
Importante fu anche la politica estera. Lo spirito di rivalsa era nato dopo il trattato di Versailles del
1918 e fu accontentato con le varie conquiste territoriali a partire dal 1935. La Germania uscì dalla
Società delle Nazioni nel 1933 e voleva una revisione del trattato di Versailles, pertanto Hitler
decise di attuare una politica di accordi bilaterali con gli stati confinanti ad est, soprattutto con la
Polonia e l’Unione Sovietica. Il primo fallimento fu l’annessione dell’Austria nel 1934, ma si
riscattarono con l’annessione della Ruhr nel 1935. Dopo il riarmo, nel 1936 i nazisti entrarono con
la forza nella regione della Renania che secondo il trattato di Versailles doveva rimanere
smilitarizzata.
Hitler nel 1938 dichiarò che presto sarebbe iniziata una nuova guerra e ne indicò gli obiettivi
iniziali: Austria e Ungheria. Non escluse pertanto un conflitto con la Gran Bretagna e la Francia ed
è qui che si utilizzò per la prima volta il termine di “guerra lampo”. Imboccata la strada della
guerra, si accelerò il processo di arianizzazione e da quel momento in poi l’espansione tedesca non
si fermò più fino allo scoppio della guerra.

Capitolo 7
La Russia sovietica
7.1 – la NEP e il socialismo in un paese solo
Dopo le vicende postguerra e post-rivoluzione, la Russia iniziò la sua ripresa grazie alla NEP, ossia
la Nuova Politica Economica. Era una sorta di “capitalismo di Stato” e fu considerata una tappa
fondamentale per l’industrializzazione e il socialismo. Il primo atto previsto dalla NEP fu la revoca
delle requisizioni dei generi alimentari e la loro sostituzione con un’imposta prima in natura e
successivamente monetizzata. Una svolta importante fu il permesso ai contadini di vendere le loro
eccedenze e la possibilità di assumere la manodopera stipendiata. I risultati della NEP furono
positivi e l’economia si risollevò al livello esistente prima della guerra.
Nella società emerse la classe formata da piccoli imprenditori e commercianti, i nepmen, che si
distingueva dai piccoli imprenditori territoriali, i kulaki.
La NEP aiutò la Russia a livello economico, ma il problema fondamentale del paese era la sua
arretratezza. Tutta la società e l’economia era dominata dal settore agricolo. La ripresa del regime
portò a trascurare i fattori decisivi come lo sviluppo dell’alfabetizzazione e la crescita culturale.
Il Partito comunista diventa un partito unico di tutti i cittadini, oltre alla “vecchia guardia” si
affiancarono nuovi iscritti composti da burocrati e funzionari.
Passi importanti furono fatti nel 1922, quando lo Stato dei soviet interruppe il suo isolamento e
partecipò alla conferenza di Rapallo, in cui stipulò un accordo commerciale con la Germania.
Sempre nello stesso anno l’unione tra Russia, Bielorussia, Ucraina e Transcaucasia portò alla
costituzione dell’URSS. Due anni dopo questa unione, morì il presidente Lenin.
La sua morte però portò a numerosi scontri su chi dovesse essere il suo successore. La sinistra era
guidata da Trockij, un uomo che puntava alla riapertura del ciclo rivoluzionario internazionale e
voleva industrializzare velocemente, mentre dall’altro lato vi erano i fautori della NEP guidati da
Bucharin e al suo fianco si posero Zinov’ev, Kamenev e Stalin. Fu proprio quest’ultimo a coniare il
“socialismo in un solo paese”. Nel 1925 la sinistra fu sconfitta, ma il conflitto si riaprì con
l’avvicinamento di Trockij a Zinov’ev e Kamanev. Stalin però dimostrò sin da subito la sua potenza
e raccolse numerosi consensi dalle masse soprattutto perché fece suo il pensiero di Lenin. Nel 1927,
al XV Congresso del Partito comunista, Trockij, Zinov’ev e Kamanev furono espulsi dal partito e
mandati in esilio (all’epoca si mandavano le persone in esilio in Siberia). La vittoria di Stalin
coincise con la crisi della NEP: tra il 1927 e il 1928 scoppiò una forte crisi degli
approvvigionamenti di grano e il governo rispose con la requisizione forzata per il sostentamento
della popolazione. Ciò ovviamente colpì come sempre i contadini e la comunità rurale in generale.
Bucharin voleva preservare la NEP, ma tra il 1928 e il 1930 la “destra” buchariana venne
emarginata.
7.2 – industrializzazione forzata e collettivizzazione nelle campagne
Ci fu un processo di pianificazione che si basava sull’industrializzazione e sulla collettivizzazione
dell’agricoltura. Chi non rispettava tutto ciò, veniva sanzionato.
Il piano doveva essere suddiviso in 3 fasi: la prima dal 1928 al 1932, la seconda fino al 1937 e
infine l’ultima fu interrotta dalla seconda guerra mondiale. Nella prima fase l’industrializzazione
raddoppiò soprattutto nella produzione di metalli, macchinari ed elettricità. Intere città furono
completamente ricostruite e in poco tempo l’URSS divenne la terza potenza economia mondiale.
Molte persone si trasferirono dalle campagne alle città, ma le competenze di tutti erano inadeguate
nonostante il regime si occupasse dell’istruzione. Inoltre, molte piccole imprese furono chiuse e il
tenore di vita della popolazione diminuì drasticamente come anche la crescita demografica. Per
cercare di risolvere la situazione, si costrinsero i contadini ad entrare in aziende agricole e statali e
ciò fu fatto attraverso mezzi repressivi. Di conseguenza, i contadini ridussero le semine e il
bestiame. Per questo problema, il regime decise di fare requisizioni annuali di grano da destinare a
ogni città, quindi diventò una sorta di guerra sociale nei confronti dei contadini. Il risultato
drammatico fu una potente carestia a cui il governo non trovò soluzione.
7.3 – lo stalinismo
La violenza anticontadina si accompagnò a un’involuzione autoritaria del partito-Stato. Il governo
di Stalin iniziò nel 1929 e la fede al suo partito era stata rafforzata dalla “purga”, cioè l’esclusione
di molte persone influenti dal partito. Lo Stato rimodellò la società attraverso numerosi controlli
grazie alla GPU, la polizia politica. L’obbedienza fu molto importante anche nelle fabbriche, infatti
anche un semplice sabotaggio poteva portare alla perdita del lavoro. Il conformismo ideologico e
politico non risparmiò la cultura: durante la NEP ci fu un confronto tra avanguardie e futurismo, ma
il partito aveva mantenuto un fronte neutrale su tutta la questione.
Durante il XVII Congresso, il partito sprecò molte lodi nei confronti del dittatore, ma molti non
accettavano di buon occhio il suo processo di industrializzazione. Ciò fu per Stalin una sorta di
complotto e si vendicò nei confronti della burocrazia. Inizia quello che molti hanno chiamato il
Gran Terrore: importante era il contatto diretto tra Stato e polizia. Il salto di qualità del regime
avvenne nel 1934 con l’assassinio di Kirov, da cui successivamente iniziò una violenta repressione
nei confronti dei trockisti e si fecero numerosi processi-farsa contro gli oppositori ( si facevano
numerose pressioni pur di farli dichiarare colpevoli). In questi processi tutti furono giustiziati,
compreso lo stesso Bucharin. Molti dei condannati fu portata però nei campi di concentramento
chiamati gulag, il sistema concentrazionario sovietico riorganizzato nel 1929, e spesso morivano di
fame, freddo o stenti. Stalin colpiva soprattutto il quadro intermedio della Stato, quel quadro da lui
stesso creato.
Il culto di ammirazione di Stalin fu pubblicizzato anche dalla radio, dai giornali e in particolar
modo dalle confessioni dei “colpevoli” durante i famosi processi-farsa. Nel 1936 Stalin creò una
nuova Costituzione che diede al terrore staliniano una legittimazione.
Nel 1938, però, fu destituito e condannato Ezov che portò la fine del Grande Terrore.
7.4 – la politica estera dell’URSS e il comunismo internazionale
Con la conferenza di Rapallo del 1922, l’URSS adottò una politica estera che aveva come obiettivo
la normalizzazione delle relazioni internazionali. La lotta di classe effettuata nell’URSS fu motivo
in molti altri paesi di odio nei confronti della classe operaia. Nel 1929 tutto ciò si tradusse nel
“socialfascismo”. Mentre Hitler prendeva il potere in Germania, l’URSS decise di isolarsi
completamente fino al 1934. Stalin decise semplicemente di creare accordi fra le varie potenze: la
nuova politica prese il nome di “fronti popolari”, per via della coalizione tra comunisti, socialisti e
radicali. Dopo il VII Congresso del Comintern, l’obiettivo principale fu la lotta per la pace contro il
fascismo e ciò venne fatto coincidere con la difesa dell’URSS.
Nel 1939, dopo l’invasione della Cecoslovacchia da parte della Germania, Stalin attuò
un’inversione di rotta e decise di fare un patto di non aggressione proprio con quest’ultima. Ma
questa scelta pesò soprattutto su Francia e Gran Bretagna. Il patto chiamato patto di Ribbentrop-
Molotov ebbe come conseguenze il disorientamento dei movimenti antifascisti e portò a
un’aggressione nazista in Polonia. L’URSS però fu ingannata dalle Germania e venne attaccata dai
tedeschi nel 1941.

Capitolo 8
Asia, Africa e America Latina tra le 2 guerre
8.1 – Giappone
Il Giappone era un paese che si andava sempre più a modernizzare e fu proprio questa miscela di
grande industria, di espansione estera e di autoritarismo che ha portato il paese a diventare una
grande potenza soprattutto durante la seconda guerra. Mentre in Europa e in Russia si combatteva
una guerra, il Giappone potenziò l’industria pesante nonostante il paese fosse fortemente agricolo
all’epoca. Ciò era inevitabile perché il paese nipponico era troppo ristretto, montagnoso e quasi
privo di risorse. Nel 1918 i prezzi del riso aumentavano sempre più e ciò portò a numerose rivolte
da parte dei contadini giapponesi. Come al solito, lo sviluppo industriale provocava numerosi disagi
nei confronti dei contadini che spesso provocavano rivolte antipopolari.
Sul piano culturale, il Giappone abbracciò il “panasiatismo”, cioè una parola d’ordine
propagandistica che si basava sull’eliminazione di ogni influenza straniera e sull’unione del Medio
Oriente nell’influenza del Giappone. La presenza del Giappone divenne forte soprattutto in Cina
dopo aver preso il controllo della Manciuria. Nel 1921 a Washington si tenne una conferenza tra le
maggiori potenze marinare: Gran Bretagna, Stati Uniti, Belgio, Italia, Giappone, ecc. in cui venne
fissato un limite di tonnellaggio che il Giappone non mantenne mai, anzi mostrarono la loro
superiorità in tutto il Pacifico.
Il Giappone decise di modernizzarsi un po’ come l’Occidente: introdusse il suffragio universale
maschile e si migliorò il sistema della scuola primaria. Era importante che tutto si basasse
sull’armonia: fede e obbedienza alla base. Ad esse si aggiungeva inoltre il fatto che l’imperatore
dovesse incarnare il principio divino di autorità.
Non esistevano classi sociali, in più nel 1922 fu introdotta la pena di morte per i reati di pensiero.
La crisi del 1929 arrivò anche in Oriente e ciò portò al crollo dei prezzi. E nel 1931 il ministro delle
Finanze Takahashi varò una politica di intervento statale che rinnovò le spese militari ma al tempo
stesso svalutò lo yen.
Nello stesso anno, l’armata giapponese provocò in Manciuria un incidente con le truppe cinesi e nel
1932 venne approvato uno Stato fantoccio, il Manciukuo, a capo del quale fu posto l’ultimo
imperatore cinese. La Società delle Nazioni condannò tutto ciò ed è per questo che il Giappone ne
uscì nel 1933.
Nel 1932 ci furono una serie di attacchi terroristici che portarono nel 1936 a un colpo di stato.
L’azione però fallì, ma il nuovo esecutivo presieduto da Hirota fu pesantemente condizionato
dall’esercito. Uno dei suoi primi atti è del 1936, ossia la firma di patto antiComintern con la
Germania nazista. Nel 1937 iniziò la loro conquista in Cina.
8.2 – Cina e sud-est asiatico
La repubblica cinese fu istituita nel 1912, ma era rimasta molto debole. Anche la Cina, come il
Giappone, era un paese prevalentemente agricolo e ben presto iniziarono dei tumulti da parte di
studenti, impiegati e commercianti. Nel 1921 nasce a Pechino il Partito comunista, mentre il capo
del Partito nazionalpopolare, Sun Yat-sen, promosse una collaborazione con l’URSS. Dopo la
morte di Sun, il suo successore Chiang lanciò una “spedizione verso nord” e conquistò prima
Nanchino e poi Shanghai. Infine, entrò a Pechino nel 1928 e nasce il sogno di una Cina unificata.
Nel frattempo, il Partito comunista era sotto la guida di Mao e iniziò a fermare le rappresaglie che il
Partito nazionale volgeva contro di loro. Dopo che il Giappone conquistò la Manciuria, i comunisti
si unirono ai nazionalpopolari per combattere il nemico comune.
La Cina venne liberata solo dopo la sconfitta del Giappone nella seconda guerra mondiale. Ma il
partito comunista continuò ad andare contro il Partito nazionale del popolo e Mao decise di
rispondere con una serie di conquiste alle persone più ricche e ciò portò maggiori consensi al suo
partito. Nel 1948 i comunisti decisero di passare alla guerra manovrata e alla fine nel 1949
entrarono a Pechino. Venne così proclamata in questo anno la Repubblica popolare cinese.

Un problema diverso da quello della Cina è quello dei paesi che erano delle colonie come ad
esempio l’Indocina francese e l’Indonesia olandese. Per quanto riguarda la prima, il partito
comunista si formò sulle orme di quello cinese e quando la Francia subì numerosi danni durante la
guerra mondiale, la forza soprattutto del Vietnam si intensificò a tal punto da tener testa
all’occupante giapponese. Nel 1945 il Vietnam divenne indipendente. Infine per la seconda, prese
piede soprattutto un movimento religioso musulmano, il Saraket Islam, a cui si contrappose il
Partito comunista. Nel 1927 si cercò di stabile una sorta di Commonwealth con l’Olanda, ma
quest’ultima respinse la proposta. Con l’avvento dei giapponesi, l’Olanda affermò ancora di più la
sua potenza sull’Indonesia.
8.3 – India
Le campagne indiane erano ancora più povere di quelle cinesi, ma un po’ di aiuti arrivarono dalla
Gran Bretagna (sistemi d’irrigazione, ferrovie, ecc.). Molto forte era l’industria tessile grazie
all’abbondanza di juta e di cotone.
Il regime britannico prosperava sempre più e ciò anche grazie alla divisione religiosa tra hindu e
musulmani.
Molto importante in India fu la figura di Gandhi, chiamato Mahatma, “grande anima” in sanscrito.
Gandhi prese a cuore le proteste degli immigrati indiani in Sudafrica e iniziò una sorta di lotta
politica. Ritornato nel suo paese, Gandhi iniziò per protesta un giorno di astensione al lavoro, di
digiuno e preghiera contro una legge del governo che prevedeva il carcere senza processo contro gli
oppressori. La polizia però iniziò a sparare contro la folla e Gandhi decise di interrompere questa
protesta. Alla fine di quell’anno la Gran Bretagna diede all’India una nuova Costituzione che
fissava la “diarchia”, ossia un’unione tra parlamento indigeno e governo inglese. Nel 1920 il partito
di Gandhi ottenne la maggioranza. Per Gandhi l’indipendenza dell’India era molto importante e la
società si sarebbe dovuta basare sul rifiuto della civiltà industriale e della corruzione. Gandhi si
batté anche per i costumi dettati dalla religione come la subordinazione della donna e l’intoccabilità.
Gandhi entrava e usciva spesso dal carcere, famosa è la campagna per la produzione di sale contro il
governo inglese che alla fine decise di negoziare. Lo sciopero della fame da lui intrapreso dopo il
mancato negoziamento con la Gran Bretagna ebbe una risonanza mondiale e ciò portò a una
soluzione definitiva con la madrepatria nel 1935. Rimaneva comunque la “diarchia” e nel frattempo
nel partito di Gandhi si formò un’opposizione guidata da Nehru. Durante la seconda guerra
mondiale, Gandhi sanciva la neutralità, mentre Nehru diede sostegno agli eserciti alleati contro la
minaccia giapponese. Nel 1947 entrarono così divisi nel Commonwealth: Unione indiana, di
prevalenza hindu, e Pakista, di prevalenza musulmana.
8.4 – il Medio Oriente e il Maghreb
Durante la prima guerra mondiale gli inglesi spinsero molti dei paesi arabi contro l’Impero
ottomano promettendo loro l’indipendenza. Ma in realtà tutto ciò venne negato perché i paesi
furono spartiti tra Francia e Gran Bretagna. L’Impero ottomano fu sostituito nel 1923 dalla
Repubblica turca dominato da Mustafa Kemal che spinse il paese alla modernizzazione. Nel 1928
l’islam cessò di essere la religione di Stato e la vita quotidiana si basò sulla laicità. Venne proibito
l’harem e anche l’obbligo per le donne di portare il velo. Inoltre, ci fu l’abolizione del califfato.
Nasce nel 1928 la società dei Fratelli musulmani in Egitto che imputava il ritardo della nazione
all’allontanamento dalla religione. Il mondo islamico fu attraversato da una tendenza universalistica
da parte dell’Umma, ossia la comunità di credenti, e al tempo stesso da un processo di
frammentazione e localizzazione. Sono i 2 estremi del panislamismo. Un’altra differenza esisteva
tra i sunniti e gli sciiti. I 2 gruppi erano inizialmente contrapposti sul problema della successione a
Maometto: per i sunniti il califfo doveva essere eletto, mentre per gli sciiti doveva essere un
discendente.
A maggioranza sciita era la Persia, l’unico paese orientale che non conobbe la colonizzazione. Nel
mondo arabo, ai Fratelli musulmani si contrapposero correnti nazionaliste più o meno laiche e nasce
il mito di una “nazione araba” unita dalla lingua nonostante le religioni siano diverse. Solo in
Arabia nasce una comunità che rivendicava la purezza originaria dell’islam. Nasce così nel 1932
l’Arabia Saudita.
In Iraq tra il 1922 e il 1930 si verificarono varie insurrezioni attuate dai curdi: una popolazione
musulmana ma di origine e lingua indoeuropea.

Un altro problema era quello ebraico: creare uno Stato in cui raccogliere gli ebrei sparsi per il
mondo. Uno Stato non poteva che collocarsi in Palestina, a Sion, il luogo biblico del tempio di
Salomone. È qui che nasce il sionismo. Nel 1917 il ministro degli Esteri inglese Balfour affermò i
diritti degli ebrei sulla Palestina. La presenza in quest’ultima crebbe soprattutto durante la seconda
guerra mondiale. Nel 1937 una commissione inglese propose la creazione di uno Stato ebraico, di
uno Stato arabo e di una zona sotto mandato britannico che comprendeva Gerusalemme. Approvata
dai rappresentanti del sionismo, fu invece respinta dai rappresentanti degli stati maggiori. Durante
la seconda guerra mondiale, gli inglesi cercarono di fermare l’immigrazione ebraica in Palestina per
cercare di ottenere l’appoggio degli stati arabi.

 Egitto  si affermò il Partito democratico nazionalista al momento dell’indipendenza,


concessa da Londra nel 1922.
 Libia  era sfuggita durante la guerra al controllo dell’Italia che tentò di riconquistarla nel
1923.
 Marocco  contro i francesi andarono le tribù Kabili.
 Algeria  il movimento anticoloniale diede il via a un’associazione alla cui base c’era lo
slogan “l’islam è la mia religione, l’arabo è la mia lingua, l’Algeria è la mia patria”.
8.5 – Africa subsahariana
Nel resto del continente africano mancavano l’unità linguistica o religiosa, vi erano solo differenze
etniche e infatti la presenza occidentale ebbe effetti disastrosi in queste aree.
 Africa nera  ideologia antischiavista
 Presenza anglofrancese massiccia nel continente. La Francia proseguì con il suo
imperialismo dividendo i possedimenti in Africa equatoriale e occidentale. I governi
rispondevano direttamente a Parigi.
 L’impero britannico dava maggiore autonomia ai paesi del Commonwealth ma portò
all’inasprimento della legislazione razziale in Sudafrica, l’unico dominion con la minoranza
di bianchi. Quest’ultimi erano divisi in 2 gruppi: i discendenti dei boeri di lingua afrikaans
che formavano la borghesia rurale; la borghesia urbana inglese. Fin dal 1926 i neri furono
esclusi da tutto. Si formò una sensibilità antirazzista prodotta dallo scontro con il nazismo e
l’attenzione mondiale si concentrò sull’apartheid, ossia una politica basata sul predominio
della minoranza bianca che decretava la sua superiorità.
 Kenya  il modello di segregazione razziale inaugurato in Sudafrica si estese anche in quei
luoghi che non facevano parte del Commonwealth come il Kenya appunto.
 Possedimenti privi di bianchi  Costa d’oro, Uganda e Nigeria  cercavano di favorire lo
strato sociale indigeno di medi e grandi proprietari terrieri. Dell’economia, del lavoro, ecc.
era sotto il controllo dell’élite locale.
8.6 – America latina
Mentre in Europa si combatteva la guerra, gli Stati Uniti avevano intensificato la politica
d’intervento militare nell’America centrale: Nicaragua, Haiti, Repubblica Dominicana, Cuba. Le
ragioni erano soprattutto strategiche ed economiche. All’interno dell’America latina vi erano anche
la Francia, la Germania e l’Inghilterra. La guerra ridusse gli scambi tra America latina e Europa,
aumentandoli invece con gli USA. La dipendenza da capitali stranieri favoriva lo sviluppo
monoculturale delle economie dei paesi dell’area: le “repubbliche delle banane”. Molti contadini
furono rovinati e anche parecchi minatori rimasero disoccupati. Spinti dalla miseria si spostarono
tutti nelle città, ma il degrado e la povertà portarono le persone a vivere nelle favelas, ossia dei
sobborghi in cui vi erano i ripari di fortuna. Il volto delle grandi città cambiò completamente.
Tra questi paesi fece eccezione il Messico, il paese posto al confine diretto con gli Stati Uniti. La
presidenza di Porfirio Diaz fu molto lunga e portò alla modernizzazione del paese, ma anche qui ci
furono molte rivolte contadine. Ciò fece salire alla ribalta i capi militari Pancho Villa ed Emiliano
Zapata, mentre nel 1914 il potere passò a Carranza. Nel 1917 ci fu una nuova Costituzione.
Nel 1920 Carranza fu ucciso e Villa fu costretto alla resa da parte dei generali Huerta, Calles e
Obregòn. Quest’ultimo fu eletto presidente. Ci fu un periodo di instabilità soprattutto con l’avvento
della presidenza Càrdenas che governò dal 1934 al 1940. Questa fu una sorta di revoluciòn desde
arriba. Càrdenas mise in discussione il legame tra Messico e Occidente e per questo motivo gli
Stati Uniti decisero di interrompere l’importazione d’argento, mentre gli inglesi interruppero le
relazioni diplomatiche. Era la prima volta che un paese dipendente usava la legge per affermare il
proprio diritto d’indipendenza. L’eccezione messicana confermò la regola di predominio
statunitense nell’America latina. Nel 1933 il presidente americano Roosevelt decise la politica di
“buon vicinato” attraverso il rispetto dei diritti.

 Repubblica Dominicana  le truppe americane si ritirarono nel 1924 e ciò portò all’ascesa
della guardia nazionale con a capo Trujillo, colui che diventò poi anche presidente nel 1934
dopo una campagna elettorale basata sulla violenza.
 Nicaragua  il ruolo di garante degli equilibri fu preso dalla guardia nazionale, il cui
comandante Somoza divenne presidente fino al 1979.
 Cuba  dittatura di Fulgencio Batista, comandante e successivamente presidente dal 1940.
La crisi del 1929 radicalizzò il conflitto sociale e nel 1933 il Partito comunista cubano era il
più forte. Nacque un regime nazionalista.
 Venezuela  tutto era sviluppato sull’esportazione di un unico prodotto naturale: il petrolio,
scoperto nel 1910, che attrasse molto. La dittatura di Juan Vicente Gomez aprì le porte alle
compagnie petrolifere straniere. I proventi del petrolio portarono alla creazione della
corruzione della casta militare, trasformando il vecchio ceto dei latifondisti in una nuova
borghesia finanziaria.
Altre nazioni seguirono strade diverse. La politica di “buon vicinato” di Roosevelt creò le
condizioni per un cambiamento. Negli anni ’40 si creò il populismo, un progetto politico
neoconservatore che intendeva ampliare le basi sociali dello Stato con la formazione di partiti di
massa.

 Perù  il progetto populista si ritrovò nella Alianza popular revolucionaria americana,


fondata nel 1924. L’idea era unire l’America latina contro l’imperialismo americano. Il
partito peruviano però non riuscì a realizzare i suoi programmi.
 Guerra del Chaco  una regione petrolifera tra Paraguay e Bolivia e vi erano scontri tra 2
compagnie petrolifere. La guerra si concluse con un compromesso ma entrambi i paesi
furono colpiti da colpi di stato interni.
 Brasile  presidenza del populista Vargas dal 1930 al 1945. Nel 1935 represse
un’insurrezione comunista e 2 anni dopo una nuova Costituzione dava pieni poteri al
presidente. La sua presidenza era simile alle dittature europee: soppressione dei diritti
politici, interventi di legislazione sociale, sviluppo industriale.
 Argentina  la crisi del 1929 colpì anche qui; dal 1930 il paese fu retto da governi
conservatori. Nel 1936 fu messo fuorilegge il Partito comunista e prese corpo il progetto
populista nel 1946 con l’elezione del presidente Peròn.

Capitolo 9
Le origini della seconda guerra mondiale
9.1 – un conflitto annunciato
A differenza della prima, la seconda fu prevista in largo anticipo: i problemi nascono dai trattati del
1919-20 e si affermarono soprattutto con la crisi del 1929 che colpì numerosi paesi. Ogni paese
aveva deciso di risolvere tutto in maniera autonoma e non insieme. Le grandi potenze non
riuscivano più a garantire la pace, la Gran Bretagna ad esempio soffriva la spinta indipendentista
dell’India di Gandhi. Gli USA decisero di restringere il loro campo di influenza al continente
americano e al Pacifico. L’URSS si era completamente isolata, mentre il Giappone si estese sempre
più verso la Cina e l’Asia. Il piano Dawes e il trattato di Locarno potevano aprire le relazioni tra
USA, Germania e gli altri stati europei, ma furono annullati entrambi dalla sottoscrizione del patto
Briand-Kellogg, in cui si escludeva la guerra come mezzo di risoluzione, e questo patto nonostante
fu sottoscritto da 23 paesi e dalla Società delle Nazioni, non ebbe alcun risultato concreto.
La crisi del 1929 segnò il punto di svolta. Il sistema finanziario interdipendente non poteva
coincidere con il protezionismo. Ma proprio per via della crisi, a partire dagli USA, molti paesi
diventarono protezionisti.
Ginevra 1932  si tentò di rivedere le condizioni del trattato di Versailles. Le richieste tedesche
furono però negate dalla Francia, mentre USA e Gran Bretagna erano disponibili. Nel 1933 la
Germania si ritira dalla Società delle Nazioni.
L’ascesa di Hitler spinse anche Stalin a uscire dall’isolamento e si iniziò a sentire l’esigenza di
stringere un patto non offensivo con la Germania. Nel 1933, infatti, Stalin strinse accordi con i paesi
vicini e anche con l’Italia, dichiarandosi quindi disposta ad entrare nella Società delle Nazioni. Ma
la politica staliniana era completamente diversa da quella europea e creò un po’ di preoccupazioni.

La Seconda Guerra Mondiale non iniziò in Europa. La prima offensiva venne da parte del Giappone
che con l’entrata in Manciuria e in Cina aveva dimostrato che la Società era debole. Un’altra
dimostrazione venne dall’attacco in Etiopia da parte dell’Italia.
In Europa nel frattempo si forma l’asse Roma-Berlino (1936), in cui si stabiliva l’influenza tedesca
nell’Europa orientale, mentre quella italiana nel Mediterraneo.
Il Giappone invece era indeciso su quale fronte attaccare: se decideva di espandersi a nord
incontrava l’URSS, mentre se andava verso il sud-est e il Pacifico avrebbe trovato gli Stati Uniti.
Tutto precipitò però con Hitler: fece uscire la Germania dalla Società, iniziò a violare una serie di
trattati e nel 1935 annunciò la coscrizione obbligatoria.
Francia e Inghilterra scelsero inizialmente le vie della diplomazia per cercare una pacificazione, ma
il riconoscimento della revisione dei trattati fu troppo tardiva. La Germania ormai si preparava alla
guerra dal 1936 e la volontà di Hitler di intraprendere questo percorso fu un enorme vantaggio, in
quanti molti paesi rifiutavano una nuova guerra.
9.2 – la penisola iberica e la Spagna
Nonostante sia rimasta neutrale nella prima guerra, la Spagna fu segnata dalla guerra civile. Il paese
era inizialmente diviso tra movimento autonomista e aristocrazia tradizionale. In quel periodo come
re vi era Alfonso XIII e dimostrava a pieno come la Spagna fosse rimasta attaccata ai pilastri storici
della società: la Chiesa e le forze armate. Ma tutto stava per cambiare.
Nel 1921 iniziò la crisi dopo che dei ribelli di Abd el-Krim entrò nella colonia spagnola del
Marocco. Questa crisi finì con il colpo di stato del 1923 effettuato dal dittatore Miguel Primo de
Rivera. Con la sua dittatura venne sciolto il parlamento, si istituì la censura, ma tutto ciò non
cancellò le conquiste degli anni precedenti. Riuscì a ridurre la disoccupazione grazie a una serie di
lavori di opere pubbliche e stimolò la crescita industriale. Tra il 1925-27 Primo de Rivera riuscì a
fermare i ribelli in Marocco e ristabilì l’ordine.
Nel 1930 diede le sue dimissioni e anche il re Alfonso XIII abbandonò il paese. Si istituì così la
Repubblica spagnola, fu promulgata una nuova Costituzione e si introdusse la differenza tra Stato e
Chiesa. Il governo intanto era guidato dal repubblicano Azaña. Il vero problema della repubblica era
la riforma agraria. Si cercò di prendere una decisione per quanto riguardava le terre non coltivate: i
socialisti preferivano un uso collettivo, mentre i repubblicani era necessario suddividerle tra i
piccoli proprietari indipendenti. La Repubblica iniziò a perdere consensi e si vide soprattutto nel
1933 con una rivolta a Barcellona. Alle elezioni di questo stesso anno, le destre alleate in un fronte
unico presero la maggioranza. Inizia il bienio negro, ossia un periodo di 2 anni in cui c’erano spesso
manifestazioni e scioperi da parte della sinistra. Il Fronte prendeva sempre più consensi popolari e
la loro vittoria alle elezioni portò i cattolici ad abbandonare l’idea di una politica basata sulla pace.
Tutto si rafforzò con la formazione da parte dei partiti estremi della Falange, guidati dal figlio di
Primo de Rivera, che si basava sulla triade “autorità, gerarchia, ordine”. Nel 1936 iniziò la guerra
civile spagnola. Nonostante tutti i paesi europei avevano sottoscritto un patto di non intervento,
l’Italia cercò di aiutare inviando 70.000 “volontari” in Spagna, mentre la Germania prese il paese
come banco di prova per l’aviazione tedesca. Nel 1937 infatti venne bombardata e rasa al suolo la
città di Guernica, una città che venne rappresentata nel famoso quadro di Pablo Picasso durante
l’Esposizione universale di quell’anno. Questo era il simbolo del mutamento della guerra.
Sostenuti dalla Chiesta e dall’esercito, i ribelli conquistarono varie zone del paese e lo unificarono
sotto il comando del generale Francisco Franco. Nel 1937 tutti i partiti della destra si unirono alla
Falange. Le forze repubblicane invece subirono molti problemi interni.
Nel 1937 si raggiunse lo scontro aperto a Barcellona, ma altri si susseguirono anche nel 1938 e il
1939, anno in cui si concluse la guerra civile con la conquista di Madrid. La Spagna però si dichiarò
neutrale anche nella seconda guerra mondiale nonostante l’adesione all’asse Roma-Berlino.

Il Portogallo presentò una storia simile a quella spagnola durante le 2 guerre mondiali, ma senza
guerra civile. Era un paese molto arretrato e le forze armate erano l’unica struttura ad essere
organizzata. Nel 1928, per risolvere una crisi finanziaria, il presidente Carmona nominò come
ministro delle Finanze Antonio Salazar. Quest’ultimo ristrutturò completamente l’organizzazione
statale e nel 1933 fu promulgata una nuova Costituzione. Ridusse però il parlamento a un semplice
organo consultivo, pertanto tutto il potere era nelle mani del governo. Questo estado novo di Salazar
assomigliò molto a quello fascista italiano.
Nel 1930 attraverso un Atto coloniale si confermò la vocazione imperialista del Portogallo e stabilì
inoltre un’alleanza con la Chiesa. Allo scoppio della guerra civile spagnola, Salazar appoggiò i
franchisti ma anche il Portogallo, come la Spagna, si dichiarò neutrale allo scoppio del secondo
conflitto mondiale.
9.3 – la vigilia della guerra
Dopo la coscrizione obbligatoria introdotta nuovamente da Hitler, la Gran Bretagna decise di
stipulare un accordo navale con la Germania e successivamente anche con l’Italia, il gentlemen’s
agreement (1937), in cui si sorvolava sul loro intervento in Etiopia e in Spagna. In poche parole, la
Gran Bretagna non intendeva appoggiare la Francia nella ricerca della “sicurezza collettiva”. Una
svolta avvenne con la fine dell’indipendenza austriaca che entrò a far parte della Germania. Lì per lì
ci fu una sorta di referendum popolare, ma Hitler lo contrastò subito entrando a Vienna nel 1938.
Successivamente il Führer si occupò della questione dei Sudeti, ossia una regione cecoslovacca
abitata soprattutto da tedeschi. Dopo aver ottenuto l’Alto Adige dall’Italia, Hitler inviò un
ultimatum alla Cecoslovacchia per consegnare quel territorio alla Germania.
Chamberlain però fece pressioni affinché il paese accettasse un compromesso per evitare l’uso della
forza e nel 1938 fu convocata una conferenza a Monaco in cui ci si accordò per l’annessione dei
Sudeti alla Germania.
Ciò però portò la Germania a volersi espandere sempre di più, soprattutto verso est. Nel 1939 la
Cecoslovacchia fu divisa in protettorato di Boemia e Moravia sotto controllo tedesco e in
Slovacchia indipendente che era però sotto la protezione della Germania. Nello stesso anno si
chiese alla Polonia la sottoscrizione del trattato antiComintern e di cedere Danzica, ma ciò fu
respinto da Varsavia. Francia e Gran Bretagna garantirono aiuti in caso venisse attaccata, in quanto
Hitler considerava annullato il patto di non aggressione con la Polonia sottoscritto nel 1934. Nel
frattempo, Italia e Germania erano sempre più vicine e per bilanciare ciò che aveva fatto Hitler,
l’Italia attaccò l’Albania.
Per fermare Hitler però era necessario l’intervento dell’URSS che bloccava l’espansione tedesca
verso est. Ma l’accordo preso a Monaco fu considerato proprio dall’URSS antisovietico e Stalin
interpretò la richiesta di Francia e Gran Bretagna come un modo per organizzare una guerra tra
URSS e Germania.
Durante tutto il 1939 si fecero molti accordi diplomatici, ma ormai si era troppo vicini allo scoppio
della guerra. Anche gli USA intensificarono inizialmente il loro stato isolazionista da ciò che
accadeva in Europa. Il fattore tempo per Hitler divenne quindi importantissimo e quindi fece un
patto di non aggressione con il suo nemico, l’URSS. Stalin l’accettò con molti dubbi nel 1939 (patto
Ribbentrop-Molotov) e la Polonia venne suddivisa in parte occidentale sotto il controllo tedesco e
parte orientale sotto il controllo sovietico.
Ma ci fu un cambiamento: nel 1941 la Germania attaccò la stessa Unione Sovietica a sorpresa. Su
queste basi, Francia e Gran Bretagna dichiararono guerra contro la Germania nazista.
Inizia così la seconda guerra mondiale.

Capitolo 10
Il secondo conflitto mondiale
10.1 – guerra su due fronti
Questa fu la prima guerra che divenne veramente globale. Divenne una “guerra totale” per 3 motivi:
fu una guerra di movimento, ossia non si combatteva più dietro le trincee; fu un conflitto
ideologico, perché era basato sulle contrapposizioni radicali dei sistemi politici; infine fu una guerra
in cui non si guadagnavano territori, bensì si sconfiggeva il nemico.
Gli equilibri del mondo intero cambiarono in questo periodo e cambiò anche la centralità del
mondo, ossia si passò dal predominio europeo a quello statunitense e sovietico.
Divenne uno scontro mondiale dal momento in cui la Germania attaccò l’URSS e il Giappone gli
USA nel 1941.
L’offensiva tedesca partì dalla Polonia nel 1939 e passo attraverso vari paesi: Olanda, Norvegia,
Belgio, ecc. con l’obiettivo di una “guerra lampo”, ossia movimenti veloci attraverso l’uso dei
bombardamenti per aprirsi la strada. L’invasione tedesca della Polonia fu la prima rottura dei trattati
internazionali. Intanto, l’URSS decise di conquistare Bielorussia, Finlandia ed Ucraina. Ma
l’esercito sovietico non era molto forte.
Hitler arrivò in Danimarca e Norvegia, nel frattempo sul fronte occidentale c’era una “guerra-
farsa”, ossia si affrontavano senza scontrarsi. La Francia seguì inizialmente troppo gli schemi del
primo conflitto come se anche questa fosse una guerra di posizione, ma non fu assolutamente così.
Pertanto, Hitler riuscì facilmente ad arrivare in Francia ed entrò in suolo francese nel 1940 e occupò
immediatamente Parigi. L’Europa ora era completamente sotto il controllo tedesco.
Rimaneva la Gran Bretagna, il cui governo nel frattempo era passato in mano a Churchill.
Quest’ultimo chiese aiuto agli USA che dal 1940 iniziarono a inviare armi e munizioni. Con
l’attacco in Algeria, la Gran Bretagna affermò la sua potenza navale.
Per questo motivo, Hitler decise di muoversi prima verso l’URSS e poi verso la Gran Bretagna, ma
i piani non andarono in questo modo perché le postazioni antiaeree inglesi riuscivano a individuare
ogni attacco grazie all’uso di un nuovo strumento, il radar. La “battaglia d’Inghilterra” fu la prima
battuta d’arresto della Germania.
10.2 – il conflitto si allarga
La sconfitta della Francia aveva allargato il conflitto. Il ministro francese De Gaulle e il primo
ministro inglese Churchill deciso di firmare un accordo.
Inoltre, nel 1940 l’Italia invase la Somalia britannica e attaccò l’Egitto con l’obiettivo di prendere il
controllo del canale di Suez. Iniziò successivamente la controffensiva inglese che si arrestarono a
Tripoli. Mussolini però non attaccò solo il fronte africano, ma all’insaputa di Hitler decise di
invadere la Grecia (1941), ma lo sbarco britannico a Salonicco portò ad arrestare l’esercito italiano
che invocò aiuto alla Germania. L’intervento tedesco fu risolutivo nei Balcani, ma quando un colpo
di stato colpì il governo della Jugoslavia, che aveva aderito all’Asse, la risposta nazista fu
immediata: l’intera area passò sotto il controllo tedesco. In compenso, la Gran Bretagna riuscì a
tenere la minaccia tedesca lontana dal Medio Oriente.
A parte alcuni paesi neutrali, tutto il continente europeo si trovò sotto il dominio tedesco.
Le cose cambiarono con l’entrata in guerra degli USA e ciò avvenne poco tempo dopo l’offensiva
di Hitler nei confronti dell’URSS (“operazione Barbarossa” – 1941). I sovietici però non erano
molto forti dopo che Stalin aveva fatto deportare 40.000 ufficiali nei gulag e in breve tempo i
tedeschi si trovarono vicino Mosca. Il problema è che i nazisti non avevano preso in considerazione
il freddo inverno della Russia e la sua arretratezza. Essendo bloccati lì, la guerra nel frattempo
continuò e raggiunse il Pacifico. Il Giappone, infatti, attaccò Pearl Harbor alle Hawaii e fu un
attacco devastante per la marina americana.
10.3 – la guerra in Asia e l’intervento americano
Il Giappone si spinse verso gli USA perché l’offensiva lanciata verso l’URSS era fallita. Nello
stesso anno il paese firmò un accordo con la Germania e l’Italia, ma Tokyo era diffidente nei
confronti della Germania e inizialmente si rese neutrale alla guerra. Nel 1941, all’oscuro da Hitler,
decise di attaccare Pearl Harbor. Proprio questo attaccò portò gli Stati Uniti ad uscire
dall’isolazionismo e proprio nel 1941 il presidente Roosevelt e Churchill si incontrarono e
firmarono la Carta Atlantica, ossia un patto che verrà successivamente firmato anche da tutti i
paesi che andavano contro le 3 dittature. Dopo ciò, gli USA attaccarono il Giappone.
Il conflitto stava ormai diventando una lotta tra fascismo e antifascismo; coloro che firmarono la
Carta Atlantica vennero denominate Nazioni Unite (Congresso di Washington del 1942).
L’intervento americano non fu previsto dai tedeschi e dovettero rivedere i loro piani e furono
costretti a far pagare delle forti imposte ai francesi e a far ritirare l’esercito oltre gli Urali.
10.4 – il “nuovo ordine europeo” e la Shoah
Dopo la conquista della Francia nel 1940, il regime nazista decise di attuare un “nuovo ordine
europeo”, ossia un progetto che designava il futuro del continente europeo dopo la fine della guerra.
Ovviamente il progetto si racchiudeva all’interno di una Grande Germania che comprendeva non
solo la Germania, ma anche l’Austria, l’Alsazia-Lorena, il Lussemburgo, la Boemia, la Moravia e la
Polonia. Intorno alla Grande Germania sarebbero ruotati dei paesi satelliti come l’Italia, la Bulgaria,
la Slovacchia, la Finlandia, la Romania e l’Ungheria.
Con l’attacco all’URSS, il piano si allargò e si creò un ulteriore piano, ossia “Piano generale per
l’Est” e presero in considerazione il programma di deportazione in Siberia che si utilizzava lì.
L’obiettivo sin dall’inizio per i tedeschi erano gli ebrei, ma non volevano che emigrassero in
Palestina e creassero una nazione ebraica. L’idea di trasferirli altrove divenne presto impraticabile
ed è per questo che dal 1939 fu disposto il loro trasferimento coatto degli ebrei in ghetti.
La situazione economica e sanitaria divenne ben presto un problema e dopo l’operazione
Barbarossa si iniziarono a fucilare le persone a ogni conquista di un insediamento ebraico. Fu
l’inizio di quella politica che i nazisti dichiararono una “soluzione finale”. Dal 1941, si dispose la
deportazione degli ebrei nei Lager e ciò prese inizio dall’anno successivo. Vennero costruiti nuovi
campi di concentramento e lì vi furono deportati milioni di ebrei: molti sarebbero morti per via della
selezione naturale, cioè di fame o stenti, altri invece sarebbero stati “eliminati”. Il più grande dei
campi di concentramento fu quello di Auschwitz, mentre subito dopo entrò in azione anche quello
di Birkenau. Fu proprio in quest’ultimo che si iniziarono ad utilizzare le camere a gas. All’arrivo dei
treni venivano divisi: bambini, anziani e malati erano considerati inabili e quindi erano i primi a
morire, mentre quelli abili venivano messi inizialmente a lavorare nelle fabbriche vicine ai Lager.
Lo sterminio degli ebrei è conosciuto anche come olocausto, ma è un termine fuorviante perché
veniva usato anche per indicare le vittime sacrificali per le divinità. Un termine corretto è proprio
quello usato dagli ebrei, ossia Shoah “distruzione”. Tutto di loro venne cancellato: cultura, lingua,
religione, ecc. Nonostante la massima segretezza, ben presto la notizia della Shoah fece il giro del
mondo.
10.5 – la guerra totale. Vittime civili, collaborazionismo, resistenza
Per via dei modi utilizzati dai nazisti, ci fu una rottura delle civiltà. Per ritorsione, anche i comandi
alleati non diedero peso alle persone civili durante i bombardamenti perché l’importante era
fiaccare il morale della popolazione. Nello stesso tempo, negli USA molti giapponesi furono
rinchiusi in campi di concentramento e sempre nel 1942 sganciarono per la prima volta le bombe
atomiche, una a Nagasaki e l’altra a Hiroshima.
In Norvegia e Olanda, nascono dei piccoli movimenti fascisti che aderivano alla loro politica e
all’idea razziale. Stessa cosa anche in Croazia, divenuta indipendente dopo la caduta della
Jugoslavia, dove il presidente Pavelic oscillò molto sull’appoggio tra Germania e Italia. In Romania
venne assassinato il primo ministro e ciò portò a un colpo di stato che portò i ribelli verso l’Asse.
Vi è poi il caso della Francia divisa, in particolar modo la Francia di Vichy, che fu molto
complesso. Fino al 1942 vi fu un’amministrazione francese, poi con l’occupazione tedesca si
instaurò uno Stato autoritario con a capo il maresciallo Pétain. Si creò inoltre una nuova
Costituzione in cui venne sancita la fine della Terza Repubblica. Pétain sperava successivamente
all’unione francese, ma ciò non si realizzò né per la durezza dei nazisti né per la mancata creazione
di un movimento di resistenza.
Questo è il collaborazionismo.
Dall’altro lato, c’erano i movimenti di resistenza che cercavano di ottenere la dignità nazionale. In
tutta Europa, però, i movimenti di resistenza furono sempre una minoranza. Nell’URSS invece si
creò una guerriglia di appoggio all’Armata Rossa che si svolse nelle retrovie tedesche. Nei Balcani
fu più forte il movimento jugoslavo al cui interno ci fu una divisione: il movimento nazionalista
serbo che andava in odio ai partigiani comunisti. Quest’ultimi erano guidati dal generale Tito che
riuscì in poco tempo a prendere il controllo dell’Istria e della Dalmazia. Molti episodi violenti
furono riservati ai residenti italiani che furono uccisi e buttati nelle foibe, ossia le fosse naturali
dell’altopiano carsico.
In Germania, la resistenza ebbe molte difficoltà a crescere per via della forte presenza nazista.
L’unico accenno di una piccola resistenza avvenne nel 1944 con l’esplosione di una bomba al
quartier generale del Führer, ma lui non era presente e decise di attuare una violenta vendetta.
10.6 – gli ultimi anni di guerra
Nel 1942 Hitler divise le proprie forze in 3 obiettivi: raggiungere Stalingrado, indirizzare
l’offensiva verso sud e infine conquistare anche Leningrado arrivando da nord. Ma la dispersione
tedesca in campo sovietico portò all’avanzamento dei partigiani che nello stesso anno riuscirono ad
accerchiare il nemico.
Hitler però voleva continuare l’attacco verso Stalingrado, ma a un certo punto la VI armata tedesca
disobbedì agli ordini e decise di ritirarsi. Nell’inverno tra il 1942 e il 1943 si arrivò all’idea che il
cambiamento delle sorti della guerra era possibile. La situazione nel Pacifico tra USA e Giappone
cambiò completamente; le truppe italo-tedesche furono fermate prima di arrivare ad Alessandria i
Egitto e da lì iniziò la controffensiva inglese. Già da questo momento si iniziò a capire quali
sarebbero state le principali potenze postguerra: USA, URSS e Gran Bretagna. L’idea delle 3
nazioni era quella di assalire la Germania dall’Italia, ma era troppo rischioso e decisero così di
aprire un “secondo fronte” in Europa. Ma la trattativa fu troppo lunga e Stalin decise alla fine del
1943 di concordare la pace con la Germania, ma Hitler rifiutò.
In Europa nel 1944 fu dominato dalla lenta ritirata tedesca. L’evento più importante fu lo sbarco in
Normandia: fu un’operazione complessa in cui le difese tedesche cedettero e gli alleati entrarono a
Parigi. Intanto i sovietici entrarono a Varsavia.
Le truppe naziste cercano di attuare un ultimo disperato tentativo, ma furono respinte. Tra la fine di
aprile e gli inizi di maggio del 1945 crollò definitivamente il Terzo Reich.
Cadute sia l’Italia che Vienna, Hitler decise di togliersi la vita dopo 2 giorni che Mussolini fu
fucilato dai partigiani.
In Asia, gli americani erano in netto vantaggio e dopo i bombardamenti, il Giappone accettò la resa
con l’unica condizione che l’imperatore potesse rimanere al suo posto. Ovviamente il possesso della
bomba atomica diede una forte leadership agli USA. Inoltre, si sostituì la Società delle Nazioni con
l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) e ne fecero parte 50 paesi (1946).
10.7 – l’Italia in guerra e la sconfitta del fascismo
Le ambizioni di Mussolini misero in luce la fragilità dell’esercito italiano. Allo scoppio della guerra
l’Italia decise di dichiararsi “non belligerante”, ma dopo la vittoria tedesca in Francia Mussolini
decise di dare il via all’intervento. Gli italiani subirono spesso la minaccia di bombardamenti e
molti abitanti della città si diressero verso la campagna per una maggiore sicurezza. L’unica città
che continuò a crescere fu Roma. La credibilità del fascismo si incrinò sempre di più, ma i gruppi
antifascisti erano molto deboli. Il fascismo inizialmente cadde nel 1943 con l’arresto di Mussolini,
che fu arrestato per ordine diretto del re, e venne affidato l’incarico di governo a Badoglio. La
caduta del regime portò all’esplosione dell’entusiasmo. Si firmò un armistizio nel 1943 e di fronte
al fatto compiuto una parte del governo e il re fuggirono da Roma. Il 9 settembre di quell’anno gli
alleati sbarcarono a Salerno, ma furono contrastati dai tedeschi. Si creò dopo ciò il Comitato di
liberazione nazionale, un’organizzazione antifascista a cui aderirono molti movimenti.
Il sud Italia era l’unica parte dell’Italia a essere occupata dagli angloamericani (sbarcarono in Sicilia
il 10 luglio di questo stesso anno).
Il governo Badoglio era molto debole e per compensare ciò si chiese l’appoggio agli alleati. La
situazione mutò nel 1944 quando il governo Badoglio fu riconosciuto anche dall’URSS che aprì la
strada a un altro sbarco a Salerno. Arrivò da Mosca il leader comunista Palmiro Togliatti.
Roma venne finalmente liberata il 4 giugno del 1944, al posto del re salì il figlio e in più il governo
venne dato in mano a Bonomi, capo del Comitato.
Nel frattempo, nel centro-nord del paese Mussolini veniva liberato dai tedeschi e fu posto a capo
della Repubblica sociale italiana, uno Stato collaborazionista con capitale Salò. Mussolini riformò
l’esercito e continuò la repressione partigiana. A impugnare le armi furono proprio i partigiani.
Tra il 1943 e il 1945 si sono combattute 3 guerre: una guerra nazionale di liberazione dello
straniero, una guerra di “classe” e una guerra civile.
Alla fine, nel 1945 l’insurrezione nazionale insieme a quella angloamericana portarono alla
liberazione del paese.
La seconda guerra mondiale era finita.

Capitolo 11
Bipolarismo e guerra fredda
La fine del secondo conflitto portò a una serie di cambiamenti:
1. si creò un sistema bipolare: da un lato c’era l’Unione sovietica, mentre dall’altro gli Stati
Uniti;
2. l’Europa iniziò a perdere il potere e da ciò derivò come conseguenza la decolonizzazione;
3. iniziò la fase di sviluppo economico  globalizzazione.
11.1 – la definizione delle sfere di influenza e le origini della Guerra Fredda
Durante il conflitto, Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione Sovietica si incontrarono per trattare le
condizioni future nel post-guerra. Si incontrarono nel 1943 a Teheran, nel 1945 a Yalta e a
Postdam. Si decise prima di tutto la suddivisione per influenza: i paesi sconfitti furono affidati al
controllo degli eserciti che li avevano conquistati. I paesi baltici rimanevano all’URSS come gran
parte dell’Europa orientale.
Per quanto riguarda la Germania, durante l’incontro a Teheran si decise di dividerla in più parti,
mentre a Yalta si decise di mantenerla unita territorialmente, ma di suddividerla in 4 zone di diversa
influenza: francese, inglese, americana e sovietica. Inoltre, si decise nuovamente di far pagare al
paese delle somme molto alte di riparazione.
Essendo che ormai la Società delle Nazioni era fallita, si istituì nel 1945 l’Organizzazione delle
Nazioni Unite (ONU – San Francisco), concepita inizialmente come un’organizzazione che aveva
come fine la salvaguardia della pace, mentre successivamente si suddivisione in una serie di agenzie
specializzate: OMS, Organizzazione mondiale per la sanità; UNESCO, Organizzazione per
l’educazione, la scienza e la cultura; FAO (Organizzazione per l’agricoltura) e ILO (Organizzazione
internazionale del lavoro). All’interno della struttura organizzativa, c’è un’Assemblea generale dei
rappresentati degli Stati membri e il Consiglio di sicurezza formato da 5 membri (URSS, USA,
Gran Bretagna, Francia e Cina) e altri 10 a rotazione.
Già dal 1946 iniziano ad esserci delle tensioni tra la collaborazione USA-URSS e ciò diede inizio
alla Guerra Fredda, cioè una guerra che non fu mai combattuta con le armi.
Quando nel 1947 la Gran Bretagna non riuscì più a mandare finanziamenti alla Grecia, gli USA
annunciarono l’applicazione della dottrina Truman, ossia una dottrina che prese il nome del
presidente in carica, in cui gli USA dichiaravano che si sarebbero sentiti “minacciati” da
“qualunque” aggressione contro la pace e la libertà e che avrebbero aiutato i popoli liberi da
tentativi di asservimento da parte di minoranze o cause esterne. A spingere Truman in questa
direzione fu lo sviluppo del comunismo nei paesi dell’Europa centro-orientale. Ma nonostante tutto,
l’area comunista si sviluppava solo nell’area di influenza sovietica.
Nel 1949 venne sperimentata per la prima volta la bomba atomica sovietica, in quanto l’URSS
considerava quella statunitense una minaccia. Ma il vantaggio degli USA non stava tanto nella
bomba atomica, ma tanto nel fatto che durante la guerra il loro territorio fu immune da attacchi.
11.2 – il piano Marshall e le 2 Germanie
La dottrina di Truman fu necessaria per far riprendere l’economia dopo la crisi del 1929. L’URSS
non riuscì mai a competere in ciò con gli USA, infatti la guerra fredda divenne soprattutto una
questione ideologica e culturale: anticapitalismo sovietico e anticomunismo americano.
Dopo la dottrina Truman, sempre nello stesso anno fu illustrato il piano Marshall, ossia il piano
ideato dal segretario generale di stato in cui venivano definite le linee guida sugli aiuti economici
per l’Europa. Furono destinati circa 13 milioni di dollari per 4 anni e servivano per ricostruire quei
paesi distrutti dalla guerra.
Gli USA temevano la caduta dell’Europa dopo l’indebolimento della Gran Bretagna e la
suddivisione della Germania. Il piano era destinato ai paesi occidentali, ma era possibile all’apertura
verso quelli orientali. I sovietici, però, nel 1947 rifiutarono l’aiuto americano. La suddivisione
dell’Europa divenne ufficialmente reale. Nello stesso anno, inoltre, i nove partiti comunisti si
riunirono nel Cominform, ossia l’Ufficio di informazione comunista. Il piano Marshall portò in
poche parole alla creazione del blocco occidentale e di quello orientale. Nel primo blocco, si creò
nel 1949 l’organismo militare della NATO. Il Cominform fu la risposta sovietica a quest’ultimo
organismo.
 Polonia  il governo polacco non nascondeva l’antisovietismo, ma quando fu sostituito da
un governo comunista, il paese si avvicinò maggiormente proprio all’URSS.
 Romania  venne formato un governo di coalizione guidato dal Fronte democratico
nazionale, che nel 1945 varò la riforma agraria.
 Bulgaria  alle elezioni del 1945 vinse il Fronte patriottico, in cui vi erano uomini
controllati direttamente da Mosca. Nel 1946 però fu proclamata la repubblica e il re fu
esiliato.
 Ungheria  è l’unico paese in cui, alle elezioni del 1945, il partito anticomunista dei piccoli
proprietari. Anche qui si istituì il governo di coalizione.
 Cecoslovacchia  governo di coalizione a guida socialdemocratica; il Partito comunista
perse i consensi.
La Germani fu l’epicentro della tensione tra USA e URSS. Inizialmente, nel 1948, il comandante
sovietico di Berlino rese noto che per entrare e uscire dalla zona orientale, era necessaria la sua
autorizzazione. Successivamente, nella parte occidentale fu introdotta una nuova moneta e ciò creò
problemi alla Germania orientale. Nella notte tra il 24 e il 25 giugno, Berlino venne isolata dal resto
della Germania orientale, sotto controllo sovietico. Questo blocco durò fino a maggio 1949, quando
si decise di dividere il paese in 2 zone: a ovest la Repubblica federale tedesca, mentre a est la
Repubblica democratica tedesca.
11.3 – La guerra di Corea e la stabilizzazione della guerra fredda
Sia Truman che Stalin riuscirono a mantenere durante questo periodo il loro potere, l’unico
problema del leader sovietico era però lo scisma jugoslavo: quest’ultimo era favorito dalla distanza
geografica ed era guidato da Tito, il cui obiettivo era quello di ottenere l’indipendenza dal
Cremlino. A questo punto, il Cominform decise di espellere il Partito jugoslavo, ma la “scomunica”
di Tito portò a delle tensioni nell’Europa orientale.
Nel frattempo, la Cina era diventata la Repubblica popolare cinese (1949) sotto la presidenza di
Mao Zedong e fu un punto a favore di Stalin che decise di allargare la guerra fredda in Asia.
La Corea, invece, era divisa in 2 parti: a nord c’era il regime comunista della Repubblica
democratica popolare di Corea, mentre a sud il regime filoamericano della Repubblica di Corea. A
un certo punto, l’esercito del nord superò il confine per conquistare gran parte del sud e l’ONU
decise di intervenire militarmente (la maggior parte dell’azione venne da parte degli americani). La
controffensiva arrivò dal generale MacArthur, ma quando questi iniziò a spingersi troppo a nord
verso la Cina, ciò preoccupò Stalin e soprattutto Truman che lo richiamò in patria. Si cercò di
attuare un armistizio, ma all’interno del paese ci fu una sorta di guerra civile che si concluse solo
nel 1953, anche se non portò alla soluzione del problema della suddivisione della Corea. Quando la
guerra finì, Stalin era già morto e al Cremlino si aprì una fase di transizione dalla quale emerse
Chruščëv.
In Iran, nel frattempo, vi fu un colpo di stato nei confronti del governo nazionalista che tentò di
nazionalizzare i giacimenti petroliferi del paese; il fatto è che la CIA aiutò il golpe attraverso mezzi
illegali solo per proteggere gli interessi statunitensi. Vi era qui una nuova strategia della politica
estera: si contrapponeva alla legge di contenimento il roll back, ossia una controffensiva che serviva
per scoraggiare i sovietici e ogni possibile attacco.
La guerra fredda infatti fu la “corsa agli armamenti”, infatti la produzione di armi si incrementò
del 70% durante quel periodo. Inoltre, si sperimentavano sempre di più le armi nucleari e già tra il
1952-53 sia USA che URSS provarono le bombe a idrogeno  nasce il periodo di “equilibrio del
terrore”.

Dopo la creazione della CECA (1951), si diede la luce a un progetto ambizioso che prevedeva un
sistema di difesa europeo, la CEE (Comunità europea di difesa). Nel 1954 si creò l’Unione Europea
occidentale: un’agenzia per il controllo delle armi nazionali. Nel 1955 la Germania entrò nella
NATO, mentre gli 8 paesi sovietici stipularono il Patto di Varsavia, un trattato di cooperazione e
mutua assistenza. Questa fu, nonostante tutto, fu una fase temporanea di stabilizzazione. Si tenero
nel 1954 2 conferenze, una a Berlino, in cui parteciparono tutte le nazioni vincitrici, e un’altra a
Ginevra a cui partecipò anche la Cina. Qui non si concluse nulla, se non il problema del Vietnam
che venne diviso in 2 parti lungo il 17esimo parallelo.
11.4 – equilibrio bipolare ed Europa unita
In URSS vi furono dei problemi dopo la morte di Stalin, soprattutto perché Chruščëv dopo essere
salito al governo, denunciò tutti i crimini commessi dal suo predecessore. Intanto però, Chruščëv
aveva posto fine alla rivolta antisovietica ungherese grazie all’Armata Rossa.
Ma un problema che l’URSS aveva simile agli USA era quello che più si estendeva l’area di
influenza, più era difficile controllare tutto.
Intanto, le Nazioni Unite avevano riconosciuto un nuovo Stato: Israele, cioè uno Stato che fosse
utile per non ricreare ciò che era successo durante la shoah. La nascita di questo Stato portò però a
delle tensioni da parte degli altri stati arabi, infatti tra il 1948-49 Egitto, Iraq, Libano, Giordania e
Siria attaccarono lo Stato, ma gli israeliani ebbero la meglio.
Negli stati arabi si instaurò un regime militare soprattutto in Egitto, guidato dal colonnello Nasser,
che annunciò nel 1956 la nazionalizzazione del canale di Suez (sotto il controllo degli inglesi).
Israele attaccò le truppe egiziane, ma furono gli Stati Uniti a fermare tutto attraverso la richiesta di
ritiro alle Nazioni Unite. Israele fu da quel momento completamente isolata, insieme alla Francia e
alla Gran Bretagna che la appoggiarono durante l’attacco. Si ristabilì l’ordine grazie all’intervento
dell’ONU. La crisi di Suez affermò ancora di più la divisione tra USA e URSS e ciò fu rafforzata da
3 fattori:
1. Crisi dell’ONU  entrarono moltissimi paesi all’interno dell’organizzazione;
2. Si rafforzò il bipolarismo per via dell’inerzia dei paesi non allineati  2 conferenze: la
prima al Cairo (1957) e la seconda a Belgrado (1961).
3. L’iniziativa europeista  si decise di estendere la CECA anche ad altri settori, come ad
esempio i trasporti, l’energia nucleare e le fonti energetiche tradizionali  nasce
l’EURATOM attraverso il trattato di Roma (1957).
Ma l’Europa che si era formata, era ancora troppo lontana dall’Europa unitaria.
11.5 – la crisi di Berlino e di Cuba
Durante la guerra fredda, le bombe atomiche furono collocate su sottomarini e bombardieri e furono
installate in Europa. L’equilibrio bipolare trovò uno sfidante: la Cina. La crisi del 1956 infatti portò
a delle tensioni tra Chruščëv e Mao, quest’ultimo contrario alla riabilitazione di Tito e alla politica
di coesistenza pacifica con i sovietici che sembrava escludere la Cina. Dopo l’invasione del Tibet
del 1956, l’URSS interruppe la collaborazione con Pechino nel 1959. L’emergere di un nuovo
nemico portò l’URSS a una maggiore intransigenza: nel 1958, Chruščëv dichiarò che avrebbe
ceduto la parte di Berlino da lui controllata alla Germania orientale, ma la tensione si inasprì nel
1960 quando u2, ossia un areo di ricognizione americano, fu abbattuto in territorio sovietico.
Chruščëv dichiarò che certe missioni erano da considerare spionaggio.

Intanto, a Cuba, ci fu nel 1959 la rivoluzione castrista che portò gli USA di fronte a una scelta:
sostenere gli esuli anticastristi oppure il nuovo regime. Il presidente americano Eisenhower accettò
con riluttanza la seconda strada. Il comunismo penetrava nella parte occidentale e Washington reagì
con la proclamazione dell’embargo sulle importazioni di zucchero cubano. Nel 1961, il nuovo
presidente J. F. Kennedy autorizzò lo sbarco di “volontari” anticastristi sull’isola ma fallì
miseramente. Chruščëv tentò di approfittare della situazione cedendo appunto Berlino alla parte
orientale della Germania, ma gli USA andarono contro a questa decisione. I sovietici decisero così
nel 1961 di costruire un muro che divideva Berlino in 2 parti.
Intanto Kennedy, dopo il fallito tentativo di sbarco a Cuba, aveva deciso di varare un programma di
progresso con i paesi dell’America Latina, Cuba esclusa. Dall’altra parte, però, il governo di
quest’ultima decise di appoggiarsi ai sovietici e Chruščëv decise di installare delle basi missilistiche
sull’isola verso gli Stati Uniti. A quel punto Kennedy fu costretto a far ritirare la flotta americana e
cercò di risolvere la situazione con un compromesso: i sovietici avrebbero tolto le basi missilistiche
da Cuba e in cambio gli USA riconoscevano l’indipendenza di Cuba e ritiravano i loro missili
dall’Italia e la Turchia.
Queste 2 crisi sottolinearono bene le tensioni tra URSS e USA. Una svolta nelle strategie tra le 2
superpotenze avvenne con l’apertura di uno spazio negoziale chiamato “telefono rosso”, ossia una
linea telegrafica tra Cremlino e Casa Bianca. In più, gli Stati Uniti interruppero la politica roll back,
rendendosi più flessibili.
11. 6 – la difficile coesistenza degli anni ‘60
1963  firma di un trattato per la sospensione degli esperimenti nucleari firmato da entrambe le
superpotenze.
Chiesa  più volte il papa Giovanni XXIII (1958) aveva chiesto la sospensione del nucleare, ma
sarà solo con il successivo papa, Paolo VI, che le cose migliorarono  Concilio Vaticano II
(1962-65).

Nel 1963 il presidente francese De Gaulle aveva dato inizio a un programma nucleare indipendente
e sempre nello stesso anno si oppose all’ingresso della Gran Bretagna nella CEE e promosse, al
contrario, l’avvicinamento alla Germania. La prima scelta fu come opposizione al rapporto militare
tra Gran Bretagna e Stati Uniti, mentre la seconda mossa fu suggellata da un trattato.
Nel 1966 la Francia si ritirò dal comando militare della NATO e impose l’isolazionismo. L’Europa
però necessitava della Francia perché faceva parte dell’Europa dei Sei. Nonostante tutto, la
comunità decise una strada più “neutra” e iniziò così l’unificazione doganale. L’attenzione degli
USA in quel periodo si spostò dall’Europa al Vietnam.
Nel 1964 salì al governo americano il presidente Lyndon B. Johnson, ma perse ben presto i consensi
proprio per via della questione del Vietnam. I negoziati di pace iniziarono soltanto nel 1968.
Il successivo presidente fu Richard Nixon, la cui politica si basava sul low profile in politica estera.
Nel 1973, Nixon fece ritirare le truppe dal Vietnam e la guerra lì si interruppe 2 anni dopo.
Un’altra crisi internazionale degli anni ’60 si accese nel Medio Oriente per via soprattutto del
petrolio. Inoltre, Nasser voleva ancora l’unità dei paesi arabi. Infatti, nel 1964 si creò
l’Organizzazione per la liberazione della Palestina e tutti avevano un odio nei confronti
d’Israele.
Nel 1967 iniziò la guerra dei sei giorni, ossia il momento in cui Israele dichiarò nuovamente
guerra a Egitto, Giordania e Siria. A risolvere la situazione ci pensò ovviamente l’ONU, ma ciò che
chiese quest’ultimo rimase inascoltato. Per l’URSS invece iniziò nuovamente un periodo di tensioni
con la Cina (1969).

Capitolo 12
La decolonizzazione
12.1 – i movimenti di liberazione in Asia
Molti paesi dell’Asia e dell’Africa, nel post-guerra, non facevano parte dell’ONU perché erano
ancora considerate colonie. L’idea di decolonizzazione come base di un mondo nuovo.
L’ONU ogni tanto svolgeva poi dei controlli periodici nei vari paesi per constatare il processo
d’indipendenza. Questa idea di decolonizzazione nasce nel secondo post-guerra, quando soprattutto
le due grandi potenze fino a quel momento, Francia e Gran Bretagna, si indebolirono e non
riuscirono più a mantenere bene il controllo. La Gran Bretagna trovò presto una soluzione, ossia
introdurre anche nei suoi possedimenti coloniali il dominion del Commonwealth. La Francia, al
contrario, ebbe dei problemi: nonostante la Costituzione del 1946 garantisse la cittadinanza a tutti i
coloni francesi, la Francia non applicò mai tutto ciò.
Strategica in questo periodo fu l’imperialismo informale degli USA, cioè si puntava alla
concessione di soldi per recuperare le varie economie. Gli alleati e il Giappone cercarono di
contrastare ciò attraverso movimenti indipendentistici con il risultato di accrescere la voglia di
libertà nazionale.
Nel 1947 l’India conquistò l’indipendenza e ciò servì da simbolo agli altri paesi dell’Asia, infatti fu
subito dopo conquistata l’indipendenza anche da parte della Cina.
Il problema in India era la suddivisione interna del paese: da un lato c’era la maggioranza hindu,
mentre dall’altro una minoranza musulmana. Gandhi aveva il desiderio di unire in uno Stato
unitario tutte le popolazioni di religione musulmana, ma la Lega musulmana guidata da Muhammad
Alì Jinnah rivendicava invece uno Stato separato. L’India prima però era una colonia inglese e il
controllo inglese inasprì ancora di più questa situazione di per sé già delicata. Alla fine, si trovò una
soluzione: si crearono 2 Stati separati  la maggioranza hindu nell’Unione indiana, mentre la
minoranza musulmana nel Pakistan. Nel 1948 Gandhi fu assassinato da un fanatico hindu.
Il Pakistan però era diviso territorialmente da un pezzo di territorio indiano e ciò portò a numerose
rivolte. La fase più critica avvenne nel 1977 quando il Bengala orientale si staccò dal Pakistan e
divenne il Bangladesh.
L’India fu guidata poi per 40 anni dal Partito del congresso con a capo Nehru, il cui pensiero era far
tornare il paese legato alle tradizioni, ma al tempo stesso desiderava attuare un processo di
modernizzazione del paese. In politica estera, si mantenne lontano dalla suddivisione dei 2 blocchi.

Filippine  avevano ottenuto dal Giappone la piena sovranità e fu il primo paese asiatico a
diventare indipendente nel 1946.
Birmania  colonia inglese; nel 1945 divenne dominion, ma successivamente l’Unione federale
birmana non mantenne legami con il Commonwealth (1948).
Malesia  la conquista dell’indipendenza dagli inglesi qui fu molto più difficile da ottenere e fu
concessa solo nel 1957 per fermare la ribellione comunista.
Indonesia  si proclamò indipendente dopo la resa del Giappone, ma le truppe anglo-australiane
crearono problemi perché volevano restaurare il dominio dell’Olanda. Nel 1948 però si installò un
governo dei soviet e gli olandesi scatenarono delle forti repressioni. Nel 1949 il Consiglio di
sicurezza dell’ONU chiese il cessate il fuoco.
12.2 – la lunga guerra del Vietnam
La Francia, diversamente dalla Gran Bretagna, cercò di conservare il suo impero. Il problema si
iniziò a creare in Indocina, dove la Francia voleva conservare il potere. Nel 1945 la conferenza di
Postdam incaricò le truppe cinesi di disarmare i nuclei di resistenza giapponesi in Vietnam del Nord
e per la Francia ciò fu un aspetto positivo, perché la loro presenza non permetteva il dominio dei
Vietminh, cioè il gruppo comunista vietnamita. Nel 1945, però, il leader del nord Ho Chi-minh
dichiarò l’indipendenza. Iniziò subito una lunga trattativa che alla fine portò nel 1946 alla
sostituzione delle truppe cinesi con quelle francesi. Nello stesso periodo, la Francia decise di
bombardare il porto di Haiphong ed è da questo momento che si iniziò ad andare verso la guerra
del Vietnam. Mentre la guerra proseguiva nella parte nord, nel sud la Francia istituì uno Stato
vietnamita sotto la guida del vecchio imperatore. La Francia decise di mandare successivamente
un’offensiva a tutta l’Indocina, ma furono sconfitti dai vietnamiti nel 1954. In questo anno avvenne
anche la conferenza di Ginevra in cui si cercò una soluzione per la situazione in Corea e in
Vietnam. Cina e URSS spinsero per la supremazia del nord e alla fine si creò un compromesso:
suddivisione in 2 parti del Vietnam. Durante la conferenza si specificò che non si sarebbero dovute
creare alleanze militari. Nel sud del Vietnam si aprì una fase di instabilità e alla fine il governo fu
rovesciato nel 1955 e fu proclamata la repubblica.
Ma nel 1960 ci fu un golpe che ristabilì il vecchio presidente Diem e dopo ciò molti comunisti
vietnamiti si riunirono nel Fronte di liberazione nazionale del Vietnam del sud, conosciuti anche
come Vietcong. L’anno dopo i Vietcong lanciarono l’offensiva vicino il fiume Mekong e ciò
provocò una reazione negli USA. Nulla riuscì a fermarli, ma pur di non perdere l’ultima base nella
parte sud del paese, gli USA si trovarono costretti a intervenire in maniera non diretta: nel 1964 ci
fu uno scontro tra USA e Vietnam nel golfo del Tonchino. Inizia ufficialmente la guerra del
Vietnam.
Nel 1968 i vietnamiti lanciarono a loro volta un’altra offensiva che risultò totalmente inutile nel
campo militare, ma servì a far comprendere agli USA che la vittoria si sarebbe pagata a caro prezzo.
Alla fine da Washington arrivò la notizia della fine dei bombardamenti in Vietnam e si diede inizio
ai negoziati di pace. La fine della guerra avvenne nel 1973, ma la guerra civile vietnamita proseguì
per altri 2 anni. La guerra aveva creato problemi anche ai paesi vicini, Laos e Cambogia, infatti
anche nella prima ci fu una guerra civile fino al 1975, mentre nella seconda avvenne un colpo di
stato che cambiò le sorti del paese (1970).
12.3 – i paesi arabi e Israele
La guerra aveva accresciuto la forza del movimento panarabo, ai cui paesi la Francia e la Gran
Bretagna avevano promesso l’indipendenza in cambio dell’appoggio contro la Germania.
Nel 1944, in una conferenza in cui si riunirono Egitto, Libano, Transgiordania, Iraq, Yemen e
Arabia Saudita, si formò la Lega araba e l’anno successivo fu ideata anche una Carta in cui
l’obiettivo principale era l’indipendenza di quei paesi. Una prima vittoria, post-guerra, la si ottenne
nel 1946 con l’indipendenza di Siria e Libano. Nel frattempo, in Palestina gli insediamenti ebraici si
stavano formando in maniera pacifica attraverso lo sfruttamento delle terre conquistate dagli arabi.
Nel 1947 la Gran Bretagna decise di non controllare più il territorio palestinese, a patto che si
creassero 2 Stati: da un lato quello ebraico e dall’altro quello palestinese con Gerusalemme come
centro internazionale.
Nel 1949 Israele si estendeva oltre il territorio concesso dall’ONU e ciò che rimase della
Cisgiordania e della striscia di Gaza fu annesso alla Transgiordania (con il nome di Giordania) e
all’Egitto. Questa sconfitta portò i paesi arabi a rafforzare i movimenti nazionalisti. In Egitto si
instaurò la Repubblica e ciò portò anche allo scioglimento del movimento panislamico dei Fratelli
musulmani, in più nel 1956 nazionalizzò il canale di Suez. Ai paesi arabi già indipendenti si
aggiunsero nel 1956 anche Marocco e Tunisia; nel 1958 invece si aggiunse l’Iraq. Spesso si cercò di
creare appunto quell’unione tra paesi arabi, ma furono sempre un fiasco. Più solido fu però il piano
economico in cui venne creato nel 1960 l’OPEC (Organization of Petroleum Exporting Countries),
ossia il cartello che riuniva tutti i paesi produttori di petrolio.
L’ultimo paese arabo ad ottenere l’indipendenza fu l’Algeria che ebbe una storia simile, e
soprattutto più breve, con il Vietnam. Ciò perché nel 1958 si scoprì nel Sahara un grande
giacimento di petrolio e la Francia non voleva perdere il controllo del paese proprio per questo
motivo. Inizia una sorta di guerra contro la Francia, si creò addirittura un’organizzazione
clandestina con funzione terroristica per difendere l’Algeria francese. Dopo la repressione di questa
organizzazione, gli algerini dichiararono la loro indipendenza nel 1962. La sua conquista non
risolse i problemi interni del paese e ci fu una sorta di guerra civile.

Si affermarono invece dei regimi autoritari in Marocco, Giordania e Arabia Saudita.


Ci fu poi un colpo di stato in Egitto nel 1952 che servì da esempio per molti altri paesi come Iraq o
Libia (in cui si instaurò il regime di Gheddafi). Nel 1964 in Egitto nasce l’Organizzazione per la
liberazione della Palestina e al suo interno vi erano gli arabi che furono cacciati da Israele. Nel 1967
inizia la guerra dei sei giorni.
12.4 – l’Africa subsahariana
Qui l’indipendenza fu conquistata solo dopo gli anni ’50 ma in maniera meno traumatica dell’Asia e
dei paesi arabi. Le eccezioni furono giusto il Kenya e il Congo. Tutte diventarono indipendenti
tranne le colonie portoghesi, in quanto lo divennero successivamente con la caduta del regime
salazarista.
Nel corso dell’indipendenza i ceti dirigenti rimasero i protagonisti del processo di modernizzazione.
Le popolazioni rurali mantennero comunque un ruolo importante.
Le città capitali iniziarono ad espandersi e si iniziarono a creare numerosi progetti per le
infrastrutture; le comunità di villaggio autogovernate da un consiglio di anziani venivano man mano
smantellate perché considerate forme tribali passate.
Per un periodo di tempo prevalse il desiderio dell’ideologia panafricanista in contrapposizione a
quella occidentale. I nuovi stati africani erano però troppo deboli e mantennero sempre dei rapporti
con le ex madrepatrie, ossia Francia e Inghilterra. Si sono mantenute tutt’oggi la lingua francese e
inglese in alcune ex colonie perché erano le uniche lingue che permettevano la comunicazione tra
tribù diverse. Nel 1963 si creò l’Organizzazione per l’unità africana, al cui interno vi erano i capi
di stato dei 30 paesi, ma tra di loro c’erano troppe divergenze. Il risultato fu una rapida involuzione
autoritaria. Tra il 1960 e il 1962 ben 13 stati dichiararono la loro Costituzione e negli anni
successivi, fino al 1979, si contarono almeno 30 colpi di stato.
Il problema principale era la persistenza di forme neocoloniali e di sfruttamento economico.
Congo  indipendente dal 1960; il fenomeno appena accennato prese la forma di secessione della
regione petrolifera di Biafra. Iniziò la guerra civile che ebbe come conseguenza una potente
carestia. Si crea in questo periodo Medici senza frontiere, un’organizzazione di soccorso
internazionale.
Dopo la fine del colonialismo si attuò il neocolonialismo informale, ossia si controllavano i paesi
africani attraverso i ricatti e la corruzione.
Così le economie nazionali non riuscirono a svilupparsi ed è per questo che molti paesi rimasero,
pur dopo la fine della guerra fredda, appoggiati all’URSS o agli USA.

Sudafrica  divenne indipendente nel 1961, mentre la Rhodesia del Sud nel 1965. Il problema qui
fu l’apartheid. All’interno del Sudafrica vi era una minoranza di bianchi che piano piano prese il
potere dopo essersi staccati dalla Gran Bretagna. Iniziò dal 1948 un lungo predominio degli
afrikaner che portò appunto all’apartheid, ossia il fenomeno in cui i neri venivano maltrattati.
Nacquero numerosi movimenti di opposizione che alimentarono numerose rivolte, ma il più forte di
questi, l’African national congress, fu messo fuori legge nel 1960. Il maggiore esponente fu Nelson
Mandela.
12.5 – l’America Latina: populismo, guerriglia e dittature
Anche qui il problema erano gli scambi economici ineguali con gli stati occidentali e l’agricoltura
era quella più sacrificata.
Il populismo si trovò maggiormente in Argentina, dove Juan Peròn realizzò una dittatura nel 1946
fondata sul Partido laburista. Fu però successivamente abbattuto attraverso un golpe militare 10
anni dopo.
Altri paesi latinoamericani seguirono le orme di Peròn. Ad esempio la Bolivia, che nazionalizzò le
miniere e realizzò una riforma agraria, ma l’alleanza con gli USA creò molti limiti. Nel 1954 ci fu
anche qui un golpe che rovesciò il presidente Guzman.
Solo in Cile, Uruguay e Costa Rica i regimi parlamentari ebbero continuità.
Un punto di svolta fu la rivoluzione cubana.
Nel 1953 il generale Batista aveva posto fine al regime populista di Martìn. Ma contro il nuovo
regime si creò un movimento di guerriglia guidato da Fidel Castro con l’appoggio delle masse
rurali. Nel 1959 i castristi misero in fuga il dittatore. Gli USA però negarono a Castro ogni tipo di
supporto e ciò portò a una maggior radicalizzazione del regime. Nel 1962 Cuba fu espulsa dalla
conferenza degli stati americani. Cuba però ottenne modesti risultati attraverso la lotta
all’analfabetismo e istituì un sistema sanitario gratuito.
Nel 1975 una Costituzione ampliò l’autonomia del paese anche nelle amministrazioni locali e nel
commercio.
La vittoria della guerriglia cubana portò alla creazione di vari movimenti rivoluzionari
latinoamericani. Questo fascino si creò soprattutto per la figura del cubano Ernesto Che Guevara, un
medico argentino che appoggiò Castro durante la rivoluzione.
Durante gli anni ’60 e ’70 ci furono numerose guerriglie nell’America Latina. In Brasile, per
esempio, i populisti avevano mantenuto il potere anche dopo il 1945, ma con un golpe avvenuto nel
1964 si instaurò un regime ventennale di tipo militare.
Anche i paesi parlamentari come Uruguay e Cile caddero sotto il controllo militare.
In particolare in quest’ultimo paese, è rilevante la figura del dittatore Pinochet che nel 1973
rovesciò il precedente regime di “unità popolare” del socialista Salvador Allende. In questo periodo
dittatoriale, molte persone divennero desaparecidos, ossia persone che contro il regime venivano
arrestate o rapite, uccise e successivamente venivano fatti sparire i corpi.

L’unico paese a mantenere la stabilità fu il Messico. Il partito al potere era il Partito rivoluzionario
che esercitò il monopolio politico per molto tempo.

Capitolo 13
L’Occidente
13.1 – la golden age
Fino al 1973  golden age  è il periodo di forte sviluppo economico che interessò il mondo
intero, ma soprattutto i paesi capitalistici. Il primo fra tutti ad avere tale sviluppo fu il Giappone,
mentre successivamente gran parte dell’Europa occidentale. Per quanto riguarda la parte orientale e
l’URSS, lo sviluppo avvenne grazie a un’attenta pianificazione che privilegiò l’industria pesante e
che aumentò il consumo.
L’età dell’oro in Occidente fu giustificata da tassi di inflazione non elevati, da un debito pubblico
contenuto e un livello basso di disoccupazione. La crescita economica fu accompagnata anche dalla
riduzione delle disuguaglianze sociali.
Nel 1944 ci fu una conferenza angloamericana, svoltasi a Bretton Woods, in cui venne delineato un
sistema economico e finanziario da attuare nella fase del dopoguerra. Inoltre, gli scambi erano
assicurati dalla gold dollar standard, ossia dalla convertibilità del dollaro in oro. Si crearono, poi, il
Fondo monetario internazionale, per regolare le crisi delle varie valute internazionali, e la Banca
mondiale.
La conferenza a Bretton Woods portò avanti un’idea contenuta nel piano Marshall, ossia la
creazione di organismi specifici come il General Agreement of Tariffs and Trade (1947),
l’Organizzazione per la cooperazione economica e lo sviluppo (1948), la Comunità europea del
carbone e dell’acciaio (CECA – 1951) e la Comunità economica europea (CEE – 1957).

In questo periodo ci furono una serie di fattori che contribuirono al benessere:


1. Grande disponibilità di manodopera a basso costo;
2. Divario tecnologico che divideva USA da Giappone ed Europa  la produttività aumentò
grazie all’uso del modello americano. In Europa prese piede il fordismo, ossia un modello
sociale basato sulla produttività delle grandi imprese e sui consumi di massa;
3. (idea di Keynes  lo Stato non doveva sostituire l’economica di mercato con un’economia
pianificata, ma saperla solo regolamentare al meglio)  diminuzione del potere dei grandi
gruppi d’interesse.
Un altro strumento importante fu la messa in atto di politiche di redistribuzione del reddito e di
difesa dei ceti più deboli attraverso il fisco  sviluppo dello Stato sociale.
Le imposte crebbero però per finanziare i servizi sociali.
La fine di questa fase avvenne appunto nel 1973, quando l’OPEC quadruplicò il prezzo del petrolio
(fu una scelta per danneggiare soprattutto i paesi che appoggiavano Israele e la sua politica) e
provocando lo shock petrolifero. Già prima di quest’ultimo, però, il meccanismo occidentale stava
iniziando a far vedere dei piccoli segni di crisi, tra cui la fine del gold dollar standard.
Il declino di questa fase fu dato anche dalla crescita di nuove grandi potenze come Giappone e
Germania e dal declino della manodopera agricola.
La crescita durante la golden age ebbe effetti molto pesanti sull’ambiente.
13.2 – anticomunismo e sviluppo: l’American way of life
La seconda guerra mondiale aveva portato al raddoppio della produttività industriale e la
disoccupazione calò vertiginosamente. Dopo la fine della guerra, però, la produzione dovette
rallentare e fu necessaria la riconversione di numerose industrie.
Ci fu come conseguenza una forte inflazione e un’ondata di scioperi in cui si richiedeva l’aumento
salariale. Truman, richiamandosi al New Deal di Roosevelt, nel 1945 lanciò il Fair Deal, ossia un
piano che prevedeva proprio questo aumento richiesto e in più lo sviluppo dell’edilizia popolare e
ospedaliera. La minoranza repubblicana però si oppose a questo nuovo piano. Oltre a ciò, nel 1947
ci fu il lancio di un programma di indagini personali che portò a un clima di sospetti che incrinò il
sistema democratico.
Nel 1947 venne inoltre approvato, nonostante il veto del presidente, il Taft-Hartley, cioè la
limitazione dei diritti sindacali e della libertà di sciopero.
Durante la guerra fredda si accese un forte senso di anticomunismo e divenne un periodo di “caccia
alle streghe” che non colpì solo il partito comunista ma anche le persone che venivano considerate
anche solo sospette spie dell’URSS. Le ansia del paese avevano un portavoce, il senatore
McCarthy, e quest’ultimo dichiarò di avere una lista di sospettati comunisti e ciò portò a una forte
campagna inquisitoria. Nel 1950, il veto Truman non impedì l’International Security Act, ossia la
legalizzazione della schedatura dei sospettati comunisti, e ovviamente 4 anni dopo il Partito
comunista fu messo fuorilegge.
Con il forte clima di tensione e paura, i repubblicani ripresero la maggior parte dei consensi, infatti
nel 1952 divenne presidente Eisenhower e chiuse il periodo maccartista 2 anni dopo l’inizio della
sua presidenza.

Durante gli anni ’50 il reddito pro-capite aumentò, il salario medio anche e anche l’occupazione
femminile prese sempre più piede. Questo periodo è conosciuto anche per l’American way of life,
ossia il modo di vivere americano, tipico soprattutto dei sobborghi. Durante il 1954, aumentò
nuovamente la borsa di Wall Street ritornando ai valori pre-crollo del 1929. Costruito sui ceti medi,
l’American way of life divenne un modello da imitare in tutto il mondo. Ma non mancarono le
critiche nei confronti di questo stile di vita: alcuni misero in luce la contraddizione tra vita urbana
che non creava alcun tipo di legame tra le persone e la vita di paese. Inoltre c’era ancora una forte
povertà, soprattutto nelle vite delle persone di colore. La prima cosa che dovette fare il presidente
Eisenhower fu l’interruzione della segregazione razziale nel Sud, considerata ormai un fatto
incostituzionale. Si crearono molte agitazioni a riguardo, spesso anche violente, e anche i neri
iniziarono a protestare sedendosi nei luoghi destinati ai bianchi e frequentando anche le loro scuole
e i loro uffici pubblici.
Nel 1957 i sovietici lanciarono il loro primo satellite, lo Sputnik, mentre gli USA lo ebbero l’anno
successivo.
13.3 – Gli Stati Uniti da Kennedy a Nixon
La campagna elettorale dl 1960 fu vinta dal democratico John F. Kennedy, battendo di poco
l’avversario repubblicano Richard Nixon. Kennedy durante la sua breve presidenza, riprese il mito
del vecchio West, ma invece della ricerca di territori inesplorati, si andava alla ricerca di problemi
rimasti irrisolti nel campo scientifico, astronomico, della pace, ecc. Il fatto è che nulla fu risolto in
realtà, ma Kennedy fu un grande sostenitore nella lotta dei diritti civili. È proprio durante la sua
presidenza che viene messa in luce la figura di Martin Luther King, il leader nero che portò avanti
la lotta contro le discriminazioni fino alla sua uccisione.
Le riforme che Kennedy voleva attuare passarono successivamente in mano al vicepresidente
Lyndon B. Johnson, un uomo che effettuò una grande campagna riformatrice. Nel 1964, dopo
l’uccisione di Kennedy, divenne proprio lui il nuovo presidente. Il suo programma si basava
sull’abbattimento della povertà e sull’uguaglianza dei diritti. Inoltre, le associazioni sanitarie
estesero le assicurazioni ad anziani, madri sole e poveri.
Tutti questi mutamenti nella società portarono però a una divisione di pensiero all’interno del paese,
soprattutto nei ghetti (in cui vi era la stramaggioranza di persone di colore) in cui si diede vita a
numerose rivolte sociali. Si svilupparono inoltre molti movimenti femministi che rivendicavano i
diritti di eguaglianza e contestavano il loro ruolo domestico di moglie e madre. L’insieme di tutto
ciò creò una “nuova sinistra”. Nel 1967 ci fu un violento scontro a Washington durante la
manifestazione di pace. Nel 1968 ci furono le nuove elezioni: dopo la morte di Kennedy, di suo
fratello Robert e di Martin Luther King, il presidente Johnson decise di non ricandidarsi e ciò portò
alla presidenza il repubblicano Nixon.
Quest’ultimo alzò le tariffe protezionistiche, mise fine nel 1971 alla convertibilità del dollaro in oro
e ciò portò a una nuova inflazione e un conseguente aumento della disoccupazione. A ciò, si
aggiunse anche la denuncia di spionaggio da parte dello staff di Nixon durante le elezioni
successive nel 1972. Il presidente si dimise per questo motivo 2 anni dopo.
13.4 – Germania e Francia
La Germania dopo la Seconda guerra mondiale uscì distrutta e divisa in 4 parti. La guerra fredda
portò a una divisione di controllo tra USA e URSS con effetti su tutto il continente europeo. Dal
1948 tutto quello che apparteneva alla sezione angloamericana, fu unita nelle mani degli USA,
infatti la Repubblica federale tedesca manteneva un controllo limitato proprio perché l’alleanza con
gli americani era intoccabile.
Nel 1949 salì come cancelliere Konrad Adenauer e attuò una politica chiamata Westpolitk, cioè una
politica di integrazione occidentale basata sui rapporti stretti con gli Stati Uniti.
Nel frattempo, venne messo fuorilegge il Partito comunista e inoltre si attuò la “dottrina Hallstein”,
ossia il non riconoscimento della Germania dell’est.
Nel 1963 Adenauer venne sostituito da L. Erhard e fu nominato ministro degli esteri Willy Brandt.
Quest’ultimo divenne poi il successivo cancelliere e intraprese una politica chiamata Ostpolitk,
ossia una linea di apertura nei confronti della parte orientale che gli valse anche il premio Nobel per
la pace. Da quel momento la Germania Ovest riconobbe la parte Est. Nel 1970 Brandt firmò due
trattati, uno con l’URSS e uno con la Polonia. Con la distensione dei rapporti tra le 2 Germanie, nel
1973 entrarono entrambe nell’ONU.

La Francia era uscita dalla guerra divisa un po’ come la Germania; da un lato vi erano coloro che
avevano aiutato gli occupanti tedeschi, dall’altro gli antinazisti. Proprio in quest’ultima fascia, la
figura più importante è quella di De Gaulle, che divenne presidente nel 1945 con un governo di
coalizione. Nel 1946 venne instaurata la Quarta Repubblica francese e fu varata anche una nuova
Costituzione. Anche qui i comunisti furono allontanati dal governo.
Tenendo poi stretta l’alleanza con gli Stati Uniti, la Francia cercò di entrare nella CECA nel 1947,
ma respinse la costituzione di una Comunità europea di difesa.
La repubblica entrò ben presto in crisi e ciò favorì il ritorno di De Gaulle al governo nel 1958, che
dovette varare una nuova Costituzione. Quest’ultima prevedeva un presidente eletto a suffragio
ristretto e con ampi poteri: poteva nominare il governo, sciogliere le Camere, ecc. Nasce così la
Quinta Repubblica.
Inoltre, De Gaulle pose fine alla questione algerina nel 1962 con la concessione dell’indipendenza.
Nella visione del presidente, la Francia doveva nuovamente riacquisire il potere di un tempo e avere
così anche un’indipendenza economica all’interno dell’Europa. Nel 1960 cercò anche di dotare il
paese di una “forza d’urto” che si concretizzò con l’esplosione della prima bomba atomica francese
nel deserto del Sahara.
La Francia si oppose successivamente all’entrata della Gran Bretagna nella CEE e ritirò nel 1966 il
comando militare francese facente parte della NATO.
In tutto ciò però la politica di De Gaulle non ottenne chissà che risultati e la sua ultima vittoria
elettorale avvenne nel 1968.
13.5 – la “rivoluzione laburista” in Gran Bretagna e il welfare state svedese
Anche la Gran Bretagna, come la Francia, aveva perso la sua potenza e dovette affrontare i
cambiamenti portati dalla Guerra Fredda. Nel 1945 gli inglesi misero fine al governo diretto da
Churchill e venne eletto il laburista Attlee. Lo sforzo collettivo della guerra portò alla
contrapposizione del warfare state fascista a un democratico welfare state democratico. Il governo
Attlee si impegnò molto su questa strada cambiando molto il proprio paese. Tra il 1946 e il 1948 fu
creato il Servizio sanitario nazionale e furono estese le assicurazioni per malattie, infortuni,
vecchiaia e disoccupazione. L’edilizia creò nuovi posti di lavoro e fu nazionalizzata. Tutto ciò prese
il nome di rivoluzione laburista, ma nel frattempo venne applicata una forte austerità con
innalzamento delle tasse sui consumi e con il blocco dei prezzi. Ciò però portò comunque a un
indebitamento con gli USA come molti altri paesi europei.
Nel 1951 tornò al potere Churchill.
Il suo governo conservatore riprivatizzò l’industria, ma lasciò intatta la struttura del welfare state
laburista. Durante la guerra di Corea le spese militari aumentarono e tra il 1952 e il 1957 dotò il
paese della bomba atomica.
Churchill si dimise per malattia nel 1955 e fu sostituito prima da Eden, poi nel 1957 con
MacMillan.
La Gran Bretagna inizialmente preferì rimanere fuori dalla CEE, ma nel 1959 preferì creare la
European Free Trade Association con Svezia, Svizzera, Norvegia, Danimarca, Austria e Portogallo.
Ma la situazione rimase molto difficile e nelle elezioni del 1964 vinsero i laburisti: venne eletto
Wilson. Quest’ultimo propose una politica austera e impose nuove imposte doganali per proteggere
l’industria. Il suo governo ebbe però dei successi: si abolì la pena di morte e la censura teatrale,
liberalizzò l’aborto e il divorzio.
In questo momento si chiese l’entrata nella CEE, che avvenne nel 1973 dopo la caduta del veto
francese.
Nel 1967 Wilson dovette svalutare la sterlina e nel 1969 dovette affrontare i conflitti ripresi tra
cattolici e protestanti.
Alle successive elezioni (1970) vinse il Partito conservatore con Heath.

La Svezia era riuscita a mantenere la sua neutralità in tutte e 3 le guerre e alle elezioni del 1948
vinsero i socialdemocratici. La società svedese era (e lo è tutt’ora) molto equilibrata ed era riuscita
ad attuare il processo di modernizzazione agricola senza particolari traumi. Insieme agli altri stati
europei, tra ‘800 e ‘900 introdusse nuove misure nel campo sanitario e pensionistico.
Il welfare state svedese riuscì a mantenere il senso di benessere, grazie anche alla coalizione tra
socialdemocratici e il Partito dei contadini. Nel 1957 il Partito agrario uscì dal governo per protesta
contro la pensione obbligatoria a chi avesse compiuto almeno 30 anni di lavoro.
Anche in politica estera la Svezia rimase neutrale: molti paesi entrarono nella NATO mentre loro
no, l’unica cosa che fece è aderire al Consiglio del Nord tra i paesi dell’area scandinava. Nel 1959
la Svezia aderì con la Norvegia e la Danimarca all’European Free Trade Association. Non chiese
mai di entrare nella CEE.
13.6 – l’Europa mediterranea
I regimi dittatoriali sopravvissero soprattutto in Spagna e in Portogallo. In Grecia divenne una sorta
di piccola democrazia.
Le dittature nella penisola iberica rimasero probabilmente per via della neutralità della zona durante
la seconda guerra mondiale. Successivamente, il Portogallo entrò nella NATO e nella E. F. T.
Association, mentre la Spagna dovette attendere il 1955 solo per entrare nell’ONU.
Il franchismo spagnolo viene spesso paragonato al fascismo italiano: il franchismo, infatti, combinò
la maggior parte dei principi fascisti. La sua cultura nazionalista non conobbe estremi razzisti e
imperialistici, ma represse ogni opposizione politica.
Nel 1947 Francisco Franco restaurò la monarchia, ma si tenne il titolo di reggente a vita con il
potere di poter scegliere il suo successore. Il caudillo, inoltre, strinse un’alleanza nel 1953 con la
Santa Sede.
Nella burocrazia statale entrò un ceto cattolico delle file dell’Opus Dei: un’organizzazione segreta
fondata nel 1928 con lo scopo di diffondere le pratiche di fede.
La Spagna visse un luogo periodo di isolamento. Durante questo periodo però iniziarono una serie
di tensioni e nasce anche l’ETA, ossia l’azione terroristica di origine basca che rivendicava per
l’appunto l’indipendenza delle province basche. Nel 1973 venne ucciso il primo ministro Blanco,
mentre 2 anni dopo Francisco Franco morì designando il re Juan Carlos di Borbone come
successore.

In Portogallo, la fine della guerra vide una piccola liberalizzazione politica, ma la forte censura
attuata da Salazar portò solo a un forte aumento del suo potere. Dopo la morte di Salazar nel 1970,
il potere passò a Caetano ma non risolse nessun problema del paese. A metà degli anni ’70 si creò
nella penisola iberica la “terza ondata” della democrazia e che si sarebbe conclusa negli anni ’90.

Dall’altra parte del continente, la Grecia e la Turchia entrarono nel 1952 nella NATO. La Grecia ci
riuscì dopo la cacciata dei tedeschi dal paese e dalla successiva guerra civile. I comunisti furono
sconfitti anche qui e si aprì la strada a una serie di governi alternati. Nel 1967 vi fu un colpo di stato
da parte del colonnello Papadopoulos che sospese anche la Costituzione.
Nel frattempo, anche Cipro si trovava in un periodo di crisi che si concluse con l’invasione turca.
La Turchia si mantenne neutrale durante il conflitto, anche se si opponeva sempre ai sovietici. Solo
dal 1950 iniziò un periodo di instabilità perché il predominio del Partito repubblicano, fondato da
Atatürk (1923), fu interrotto dal Partito democratico.
13.7 – il Giappone dalla tutela americana al miracolo economico
Nel 1945 il Giappone firmò le condizioni per la fine della guerra. Inizialmente il paese fu messo
sotto il controllo dell’inglese MacArthur, lasciando al proprio posto l’imperatore, i burocrati e gli
ufficiali. Furono liberati i prigionieri politici, restaurati i diritti, fu legalizzato il Partito comunista,
venne sciolto la polizia segrete e fu istituito l’obbligo di adesione allo shintoismo.
La rottura con il passato non fu indifferente: nel 1946 l’imperatore Hirohito annunciò la sua
rinuncia divina e nello stesso anno entrò in vigore la nuova Costituzione che passò la sovranità
dall’imperatore al popolo.
Nel 1948 vennero varate le leggi antimonopolistiche, ma pian piano la situazione sociale del paese
peggiorò. La rottura provocata dal regime di occupazione inglese fu meno pronunciata sul piano
dell’apparato statale e della vita politica. Molti furono gli uomini epurati e, come a Norimberga,
anche a Tokyo fu istituito un tribunale militare internazionale.
Durante la guerra fredda il Giappone fu costretto ad allearsi con gli Stati Uniti per andare contro la
Cina e l’URSS. MacArthur cercò infatti di attuare una politica economica d’aiuto che avrebbe
portato il Giappone nello spazio occidentale. Nel 1950 i 2 paesi, USA e Giappone, firmarono un
patto di sicurezza.
Con la situazione precipitosa in Corea, si presero in considerazione delle restrizioni per le attività
del Partito comunista giapponese. Nel 1950 si proclamò la “purga rossa” nei confronti dei
comunisti, inoltre ci furono delle gravi conseguenze nel campo economico e dell’occupazione. Si
consolidò in quel periodo una caratteristica tipica del mercato giapponese: la divisione in settore
“forte” e in “debole”. Il dopoguerra mise in luce il carattere culturale del Giappone, tipico anche
della sua società. La religiosità popolare era un mix di varie religioni: buddhista, confuciana e
shintoista.
Si creò poi il familismo, ossia la civilizzazione diffusa e condivisa che trasponeva nella vita
pubblica i valori e le regole della convivenza familiare. Tutti dovevano rispettare le regole della
comunità.
La stabilità politica giapponese si mantenne soprattutto dopo la fusione dei liberali e dei democratici
che diedero vita al Partito liberaldemocratico. I comunisti, al contrario, rimasero legati all’URSS
fino agli anni ’60.
Nel 1968 nacque un’organizzazione studentesca di nome Zenkyoto, di tipologia non comunista,
antiautoritario e radicale, che cercò di ribaltare la situazione politica giapponese. Ma non ci
riuscirono.
Dal 1950 al 1973 lo sviluppo economico del Giappone fu di gran lunga il più impetuoso del mondo.

“miracolo economico”  sviluppo dell’industria automobilistica ma anche dei servizi per


l’agricoltura e il commercio. L’agricoltura, inoltre, era divisa in piccoli appezzamenti ed era protetta
da divieti legislativi per l’importazione.

Capitolo 14
L’Italia repubblicana. Dal dopoguerra agli anni ‘60
14.1 – la nascita della repubblica
Alla fine della guerra, l’Italia si trovava in una situazione molto difficile per la sua ripresa. Prima di
tutto, fu molto difficile il processo d’integrazione dei reduci di guerra nella società, ma il primo
passo importante fu la prima Costituzione.
L’Italia era ancora profondamente divisa: nel sud, il paese si trovava ancora in forte stato di
arretratezza e in più ci fu l’aumento del costo del pane che causò ben pochi problemi; nel nord,
invece, la lotta partigiana aveva dato importanza ai partiti politici legati all’industria. Gli stessi
partiti politici erano notevolmente cambianti nel dopoguerra.
Nel 1943, prima della fine della guerra, venne sciolto il Comintern, il Partito comunista d’Italia di
Palmiro Togliatti cambiò nome e divenne Partito comunista italiano e la stessa cosa avvenne per il
Partito socialista che divenne Partito socialista italiano di unità proletaria.
La Democrazia cristiana si propose di riorganizzare politicamente i cattolici e venne ricucito il
rapporto con la Santa Sede grazie alla figura di Alcide De Gasperi.
Con la partecipazione alla Resistenza, molti partiti acquisirono un forte peso di massa e riempirono
il vuoto creatosi dopo la caduta del fascismo.
L’Italia nel ’45 sembrava molto vicina ai sovietici e ciò non piaceva molto agli angloamericani; si
instaurò il governo Parri. Quest’ultimo cercò di affrontare i problemi più gravi del paese: tassazione
dei profitti di guerra, epurazione dei dirigenti politici vicini alla vecchia dittatura, ecc. Nessuno di
questi obiettivi fu mai raggiunto.
Nel frattempo, in Sicilia la mafia e i proprietari terrieri avevano rinsaldato il loro legame.
Il governo Parri fu sostituito da De Gasperi.
Il problema che dovettero affrontare entrambi i presidenti fu quello degli scioperi e dei moti di
protesta iniziati tra il 1944 e il 1945. Questi avvenivano perché si cercava di conquistare dei diritti e
delle condizioni corrette per il lavoro; rinacquero così le leghe, le cooperative e le organizzazioni
contadine distrutte dal fascismo. Questi organismi non furono mai riconosciuti dal punto di vista
legislativo.
I primi anni della Repubblica furono molto difficili e dominati dall’ideologia liberista. Il più
autorevole portavoce fu Luigi Einaudi, che nel 1947 divenne il ministro del Bilancio e l’anno dopo
divenne il presidente della repubblica. Einaudi decise una serie di provvedimenti di restrizione del
credito bancario, ma la conseguenza più grave fu l’innalzamento della disoccupazione.
Nel 1946 si tenne il referendum istituzionale per decidere se mantenere la repubblica o restaurare la
monarchia per il nuovo Stato ed era poi necessario redigere una nuova Costituzione. Vinse la
repubblica, mentre nel Mezzogiorno si preferì di più la monarchia. Da questo momento si videro
ancora di più le differenze tra nord e sud.
14.2 – l’Assemblea costituente e la rottura dell’unità antifascista
La Costituente fu un punto di svolta in Italia: per la prima volta si superò il limite di uno Statuto
concesso dall’alto come quello albertino. L’Assemblea fu il luogo d’incontro tra culture politiche e
civili diverse: cattolici, liberali, marxisti, ecc. Su alcuni punti trovarono dei compromessi, mentre
sui principi fondamentali come i diritti umani e il rifiuto della guerra, si raggiunse una sintesi
significativa. La Costituzione si basava sull’uguaglianza dei cittadini e sul diritto al lavoro, ma
anche sulla difesa della società. Fu un processo di trasformazione e si creò la Corte Costituzionale
(1956) e ci fu il decentramento amministrativo, cioè la suddivisione in Regioni. Molte di queste
divennero subito “a statuto speciale” come la Sicilia, la Sardegna, la Valle d’Aosta e il Trentino-
Alto Adige (le altre si istituirono nel 1970).
Tutti avevano un obiettivo comune: l’antifascismo.
L’attività dell’Assemblea si concluse con l’entrata in vigore della nuova Costituzione del 1948. A
mettere in crisi l’unità fu l’inizio della guerra fredda, ma nonostante tutto l’Italia entrò nella NATO
a partire dal 1949.

Dicembre 1947  il Papa Pio XII lanciò il messaggio “con Cristo o contro Cristo”. Inoltre si creò il
Fronte democratico popolare che determinò ancora di più il centrismo di De Gasperi.

18 aprile 1948  il piano Marshall era il modello del futuro fondato sul consumismo e le elezioni
furono largamente dominate da una scelta di campo tra est e ovest.
14.3 – gli anni del centrismo
Dopo l’attentato a Togliatti nel 1948, milioni di lavoratori scesero in strada per protestare e
scioperare. L’Italia sembrava stesse sull’orlo di una guerra civile, ma i comunisti e i socialisti
riuscirono a far mantenere la calma. L’unica conseguenza fu la scissione interna alla CGIL, da cui si
staccò la corrente cattolica e crearono un sindacato anticomunista e più collaborativo con il
governo. Nasce così la CISL, che a sua volta nel 1950 creò l’Unione italiana del lavoro (UIL).
Sul piano economico la politica di Einaudi venne proseguita dai governi centristi, a cui aggiunsero
una serie di interventi pubblici. Importante fu il piano Sinigaglia per la siderurgia e vari settori
meccanici. Si inaugurò un sistema produttivo destinato a durare nel tempo.
1974  furono riconosciuti i “perseguitati politici” che furono licenziati per rappresaglia tra il 1948
e il 1966.
Fu istituita in questo periodo la Celere, ossia il corpo di polizia responsabile dell’ordine pubblico.
La CGIL istituì nel 1949-50 un “piano lavoro” per garantire la crescita dell’occupazione.
Nel 1950 venne varata la riforma agraria da parte del ministro Antonio Segni, in cui si prevedeva la
distribuzione di terre e la creazione di un’area vasta per la piccola proprietà contadina. La riforma
ebbe però attuazione limitata.
Le lotte nel Sud del paese continuavano e ben presto il potere dell’Unità fu sostituito da un altro
potere, ossia quello dell’esponente locale del partito di governo. A porre le basi di questo
“sottogoverno” fu soprattutto la sinistra democristiana, vicina alle necessità sociali e ostile al
liberismo. Nel 1950 si istituì la Cassa del Mezzogiorno che si doveva occupare di finanziare gli
interventi necessari per dotare il Sud delle infrastrutture necessarie. È l’unico periodo in cui il Sud e
il Nord avevano meno differenze tra loro.

Elezioni del 1951-52  all’interno del Vaticano nasce un’opposizione conservatrice al laicismo e
alle politiche sociali di De Gasperi. Le elezioni dello stesso anno, segnarono invece la sconfitta di
De Gasperi. Anche la Democrazia cristiana perse i consensi a favore dei partiti di destra.
La seconda legislatura si aprì con il segno dell’incertezza: l’alleanza a destra era molto difficile,
mentre gli equilibri internazionali impedivano l’apertura a sinistra. Nel 1954 con la morte di De
Gasperi, ci fu l’ascesa del democristiano Fanfani.
1952  istituzione dell’ENI, azienda statale per lo sfruttamento del petrolio e del gas naturale.
Nel settore dell’industria, nel 1956 venne creato il ministero delle Partecipazioni statali a cui
aderirono ENI, Ilva e Finsider. Nel settore privato furono molto importanti la FIAT, la Candy, ecc.
A favorire l’esportazione italiana servì l’adesione alle CEE (1957).
14.4 – il “miracolo economico”
Durante gli anni ’50, la struttura produttiva del paese conobbe una trasformazione. Per la prima
volta la maggioranza della produttività veniva dal settore industriale, ma ciò non portò una
soluzione alla perdita dei posti di lavoro in campo agricolo. Il processo di industrializzazione rimase
concentrato soprattutto nel triangolo “Torino-Milano-Genova” e non toccò mai il Mezzogiorno. La
disoccupazione italiana registrò il tasso più alto in tutta l’Europa.
Con la guerra di Corea i costi si alzarono, ma nonostante tutto l’Italia si affermò nel mercato
mondiale dei beni di consumo durevoli. Furono costruite nuove infrastrutture e anche autostrade.
Il problema è che ci furono una serie di migrazioni interne: tra il 1955 e il 1971 cambiarono
residenza numerosi italiani che si trasferirono soprattutto dal sud verso il nord. Infatti si
spopolarono le aree agricole e montane. Le persone che però partivano erano quelle più
intraprendenti e ciò non solo divise le famiglie, ma aggiunse anche l’impoverimento della società
locale. Intere città furono trasformate e si crearono dei quartieri dove si creò gran parte del degrado
cittadino. Furono soprattutto i giovani ad abbandonare i paesi e la vita di campagna per andare in
città.
L’Italia intera cambiò e ci fu una drastica rottura con il passato e tutte le tradizioni e gli usi e
costumi contadini, iniziarono a scomparire. Iniziarono a comparire stili di vita moderni e simili a
quelli americani.
Importante in questo processo fu la televisione: la religione nella vita quotidiana diminuì e tutto fu
influenzato dal cinema e dalla pubblicità commerciale. Il mercato ruotava ormai intorno ai giovani,
con le loro mode e influenze, diventando il target principale delle pubblicità di consumo.
La spinta di questi anni diminuì presto.
14.5 – gli anni ’60 e il centrosinistra
La debolezza del governo centrista impose una fase di blocco. A mutare la situazione fu il “disgelo”
tra USA e URSS e si aprì così una nuova fase politica. Questa fase però si aprì verso sinistra con
l’unione tra 2 partiti: Democrazia cristiana e Partito socialista. Ciò fu favorito anche dalla
disponibilità di dialogo da parte del mondo cattolico dopo la morte di Pio XII (1958) e si misero in
discussione anche le rigidezze dottrinali del suo pontificato. Il suo successore fu Giovanni XXIII
che convocò subito il Concilio Vaticano II (inaugurato nel 1962) in cui la Chiesa si aprì di più e
ciò fu testimoniato anche dall’impegno della Santa Sede per la pace nel mondo dopo la guerra
fredda (enciclica Pacem in terris).
Nel 1956 i partiti socialisti di Saragat e Nenni si avvicinarono e rivendicarono la sostituzione del
centrismo con una nuova alleanza politica formata appunto dai 2 partiti. La reazione dei
conservatori fu però aspra.
Nel 1960 il Partito liberale lasciò spazio ai democristiani e ne conseguì un governo guidato da
Tambroni, che subito accettò i voti della destra neofascista. Ciò suscitò una risposta contraria al suo
governo e scoppiarono pertanto violente manifestazioni.
La crisi politica si concluse con la sconfitta delle destre. Tambroni si dimise e Fanfani costituì un
nuovo governo con l’astensione di monarchici e dei socialisti: si intravede qui per la prima volta la
figura di Aldo Moro che chiamava il governo il “governo delle convergenze parallele”. Nel 1963
Moro entrò nel nuovo esecutivo.
Nel 1962 avvenne la nazionalizzazione attraverso la costituzione di un apposito ente statale,
l’ENEL.
Importante in questo periodo fu anche la riforma scolastica: si istituì la scuola media unica;
l’obbligo scolastico arrivò a 14 anni e vennero cancellate le scuole medie professionali per non
avviare i ragazzi giovani al lavoro. L’autoritarismo scolastico rimase invariato.
Iniziò l’opposizione nei confronti della sinistra e una piccola parte si scisse dal Partito socialista
dando vita al Partito socialista italiano di unità proletaria.
Nel 1964, dopo la morte di Togliatti, si chiuse la storia del Partito comunista che egli stesso siglò
con il cosiddetto Memoriale di Yalta.
Nonostante i grandi cambiamenti del “miracolo economico”, il capitalismo italiano rimase legato a
poche grandi famiglie e ai loro rapporti privilegiati con la politica.
La spinta riformista del centrosinistra subì dei forti condizionamenti. Infatti molte riforme trovarono
una serie di ostacoli e anche gli impegni decisi durante i governi presieduti da Moro tra il 1964 e il
1966 non ebbero mai attuazione. Si diede così ampio spazio alla speculazione mafiosa.
Gli ostacoli ebbero aspetti allarmanti, rappresentati dall’attività sotterranea e illegali di alcuni
organi statali. Un esempio fu il “piano Solo” elaborato dall’arma dei carabinieri del 1964 e che
prevedeva un intervento dell’Arma in caso di disordini. Questo piano metteva in luce la debolezza
della democrazia italiana e che alcuni organi potevano agire come gli pareva anche al di fuori della
legalità.
14.6 – contestazione giovanile, riforme e conflitti sociali
Negli anni ’60 anche in Italia ci fu la baby boom generation e come nel resto del mondo si aprirono
le ostilità da parte delle organizzazioni studentesche. Iniziarono nel 1968 e furono seguite anche da
lotte operaie nel 1969  “autunno caldo”  ebbe per protagonisti i ragazzi del Sud e delle
campagne.
Ciò fu anche per l’ottenimento di alcuni diritti: un monte-ore retribuito per lo studio e il lavoro e il
rifiuto di mansioni nocive per la salute.
Il ’68 trasformò radicalmente la società italiana. Nel 1969 il sistema pensionistico fu allargato e
incrementato; ci furono leggi di tutela per la maternità e venne introdotto il divorzio con una legge
dello Stato. Nel 1970 si istituirono le Regioni, si impedirono i licenziamenti ingiustificati e venne
riformato il sistema fiscale attraverso l’aggiunta dell’imposta sul reddito delle persone fisiche. Nel
1974 si posero le basi del Servizio sanitario nazionale.
Il cambiamento portò a dei conflitti sociali. I movimenti di massa crebbero sempre più nelle varie
città e l’uso della violenza divenne una caratteristica fondamentale per la lotta nelle piazze. Nel
1969 scoppiò anche una bomba nella Banca nazionale di Milano (16 morti). Questo atto inaugurò la
stagione delle stragi mosse da organizzazioni neofasciste o comunque di stampo mafioso. Un’altra
strage, ad esempio, avvenne anche nel 1974 in piazza Loggia a Bologna e sul treno Italicus e nel
1980 alla stazione di Bologna.
A partire dagli anni ’70 le Brigate Rosse, la Prima linea e i Gruppi comunisti combattenti passarono
dall’intimidazione alla violenza.
Nel frattempo, nel 1973 avvenne la crisi petrolifera, mentre nel 1973, come in Cile, avvenne un
colpo di stato che rovesciò il governo e il segretario del Partito comunista Berlinguer elaborò la
strategia del “compromesso storico”, ossia in un momento così difficile occorreva la solidarietà
nazionale.

I comunisti italiani, spagnoli e francesi elaborarono la visione di una via al socialismo lontana dal
sovietismo che avrebbe preso il nome di “eurocomunismo”. In realtà solo il partito italiano si staccò
da Mosca.
Alle elezioni del 1976 si confermò il blocco politico del paese.

Capitolo 15
Il mondo comunista
15.1 – l’Unione Sovietica da Stalin a Chruščëv
L’URSS aveva 2 punti di forza per ripartire dopo la guerra: l’apparato industriale cresciuto con la
guerra e i territori occidentali occupati dall’Armata Rossa. Nel 1946 fu varato un piano
quinquennale con l’obiettivo di superare il 50% dei livelli produttivi prebellici. Ovviamente, venne
privilegiata principalmente l’industria pesante e a farne le spese fu proprio l’agricoltura.
L’abolizione del razionamento si accompagnò a una riforma monetaria che svalutò il rublo e ciò
fece aumentare nuovamente il debito pubblico.
Il piano quinquennale estese le aree agricole e ciò portò anche a grandi opere pubbliche che furono
un danno per gli agricoltori. La produzione fu molto bassa, ma ciò portò Stalin a stabilire lo stesso il
successo del piano quinquennale per via dell’aumento industriale. Stalin pertanto decise di creare un
altro piano quinquennale, il quinto per la precisione, che esasperò i limiti del quarto.
Ritornarono inoltre le persecuzioni contro coloro che andava contro le scelte del governo e molte
persone venivano recluse nei Gulag oppure in campi di lavoro. Tutto ciò ebbe fine con la morte di
Stalin nel 1953. Si aprì successivamente il periodo delle lotte interne per ottenere il potere e in
questo momento così delicato ne approfittò il leader del Partito comunista, Chruščëv. Nel 1956 al
XX Congresso dichiarò di andare contro la modalità di governo staliniana e il suo atto più
clamoroso fu proprio quello di denunciare i crimini dell’ex presidente sovietico e ciò fu un trauma
per tutti i comunisti sparsi nel mondo. Questa scelta ebbe molte conseguenze: nello stesso anno
venne scelto il Cominform, mentre in Polonia e Ungheria si svilupparono tendenze riformatrici che
furono però bloccate dall’Armata Rossa. Chruščëv cercò di limitare gli scontri il più possibile e
grazie a ciò riuscì nel 1958 a ottenere sia il ruolo di capo di Stato che di segretario del Partito.
L’epoca iniziale di Chruščëv viene chiamata “età del disgelo” perché si avviò una distensione tra il
potere politico e la società.
Con Chruščëv si diede il via al sesto piano quinquennale (1956) che in realtà divenne settennale e
meno rigido rispetto ai precedenti.
L’espansione dei consumi rimase però un problema irrisolto perché la crescita demografica era
molto elevata e di conseguenza anche l’urbanizzazione. Nuovi problemi però derivavano anche
dalla politica estera: furono cancellati i rapporti con la Jugoslavia dopo il conflitto con i comunisti
cinesi; nel 1956 Chruščëv ruppe la collaborazione nucleare con la Cina.
Nonostante ciò, Chruščëv venne deposto nel 1964 da parte di colui che diventerà il nuovo
presidente: Brežnev.
15.2 – la restaurazione brežneviana
La supremazia di Brežnev emerse sempre di più e portò alla fine del “disgelo”. Tutto cambiò
rispetto al periodo di Chruščëv: le repressioni poliziesche ripresero, tutta la vita culturale fu posta
sotto clandestinità e non vennero spesso riconosciuti i diritti civili e delle libertà individuali. Alla
chiusura culturale si contrappose un’apertura economica  accrebbero gli investimenti nella
produzione di beni di consumo. Si aprirono inoltre degli spazi nei confronti dei mercati occidentali:
ad esempio nel 1966 il ministro degli Esteri arrivò in Italia e strinse un accordo con la FIAT, nel
quale si permetteva alla casa automobilistica di aprire uno stabilimento in URSS.
Il terrore durante il periodo di Brežnev è stato lievemente più leggero rispetto al periodo di Stalin e
garantiva nonostante tutto delle sicurezze ai cittadini. Garante e tutore di tutto questo è la
nomenklatura, cioè la burocrazia di Stato e di partito, ma essendo una “nuova classe” priva di
controlli, venne spesso accusata di nepotismo e corruzione e si sviluppò di conseguenza anche il
fenomeno del mercato nero.
Si svilupparono così veri e propri nuclei di criminalità organizzata e il Cremlino cercò di andare
contro a tutto ciò. All’interno della politica si ruppe il “benessere”, infatti nel 1970 l’economia
sovietica entrò in crisi. Nell’agricoltura si ebbero cattivi raccolti e ci fu un forte aumento
dell’inflazione. Brežnev decise allora di applicare tutte le sue forze in politica estera, approfittando
della momentanea debolezza degli USA dopo la sconfitta in Vietnam.
15.3 – il blocco orientale tra crisi e stagnazione
Il Comecon (1949) si occupava di controllare le relazioni economiche nel blocco sovietico e iniziò
una fase di declino già a partire dal 1950, quando ci fu il declino della grande proprietà terriera da
parte di paesi come Bulgaria, Jugoslavia e Romania. Per evitare troppi danni, il Comecon decise di
incoraggiare gli scambi tra i paesi membri, ma il timore che si potessero creare delle intese bilaterali
estranee agli interessi dell’URSS, portò il Cremlino a tutelarsi attraverso dei patti  il Patto di
Varsavia (1955), fu un trattato d’amicizia, di cooperazione e mutua assistenza tra i paesi sovietici.
Nonostante tutto, in Cecoslovacchia e soprattutto nella Germania dell’Est iniziarono dei moti di
insubordinazione. In Cecoslovacchia, si fecero delle scelte nei confronti dell’industria pesante che
però andarono a discapito dei consumi interni e della produttività. Nello stesso momento, nella
Germania dell’Est, iniziarono delle rivolte da parte di operai edili a Berlino Est e l’Armata Rossa
intervenne cercando di aumentare i salari e di ridurre i carichi di lavoro.
Solo Romania e Bulgaria mantennero il ruolo esclusivo di paesi esportatori di materie prime e
prodotti alimentari.
Il processo di cambiamento ci fu soprattutto nel 1956, quando dopo la denuncia di Chruščëv dei
crimini di Stalin, ci fu una sorta di “via libera” ai moti rivendicativi da parte dei lavoratori. In
Polonia si creò nello stesso anno uno sciopero che si trasformò in una rivolta. Dopo un po’ di tempo
si raggiunse a un accordo con Mosca: libertà religiosa, ritorno parziale alla proprietà privata, ecc.
In Ungheria, mancò un leader che riuscisse a riunificare il Partito. Ci furono molte manifestazioni
studentesche e dei lavoratori e venne affidato il governo all’ex primo ministro Nagy. Quest’ultimo
cercò di recuperare il controllo, ma nel 1958 molti furono i morti causati dagli interventi da parte
dell’Armata Rossa. Nagy e i suoi ministri furono condannati per questa politica e il primo ministro
venne anche condannato a morte.
La repressione ungherese non incrinò però il rapporto dell’URSS con gli Stati Uniti.
Al posto di Nagy, salì al governo Kàdàr. La politica di quest’ultimo fu basata su una rigida
chiusura.
Nel frattempo, la Jugoslavia, rispetto agli altri paesi sovietici, godeva di maggiore libertà di
manovra. Il regime era guidato da Tito e si basava molto sull’autogestione  Costituzione del
1963.
Nel 1968 ci furono una serie di rivolte in Polonia e Cecoslovacchia. Nella prima, per via della
repressione attuata dal ministro Gierek si crearono molte epurazioni anche all’insegna di un
rinnovato antisemitismo. Nella seconda, invece, i leader furono sostituiti e iniziò quella fase
conosciuta come “primavera di Praga”, ossia un nuovo modello di socialismo del 1968 che si
fondava sulla separazione tra Partito e Stato, sull’abolizione della censura, ecc. Ciò fu portato avanti
soprattutto dal leader Dubček e quest’ultimo ebbe molta solidarietà da parte di Cecoslovacchia e
Romania. Agli occhi di Brežnev, sembrò avverarsi la minaccia di una nuova leadership. Il 21 agosto
del 1968 le truppe del patto di Varsavia entrarono in Cecoslovacchia e la occuparono militarmente.
I sovietici evitarono il bagno di sangue, volevano solo indebolire la situazione. Dubček fu espulso.

Il punto debole del blocco sovietico restava la compressione dei consumi privati. Nel 1970
scoppiarono numerosi moti all’interno delle città polacche per protesta ai prezzi alti. La polizia
polacca aprì il fuoco e così Gierek fu costretto a dimettersi. I paesi dell’Est, dopo la crisi del 1968,
riuscirono a risollevarsi lentamente, a differenza della zona sovietica. Si aprirono, inoltre, molti
canali con l’Occidente.
15.4 – la Repubblica popolare cinese
Nel 1949 venne proclamata la Repubblica popolare cinese guidata da Mao Zedong. All’inizio il suo
regime fu una sorta di “nuovo sistema di democrazia” autonomo e diverso da tutte le altre
democrazie. La Cina già in questo periodo contava al suo interno moltissimi abitanti, circa un
miliardo e passa, ma la maggioranza era contadina. Il primo passo di Mao fu quello di attuare una
riforma agraria.
Nel 1950 il vicepresidente Shaoqi decise di ampliare le misure adottate in tutto il paese e venne
espropriate quelle terre non coltivate direttamente dai proprietari e si dava maggiore libertà ai
piccoli e medi proprietari. Questa politica cambiò la Cina. Ma la radicalizzazione nei confronti della
proprietà terriera da parte del governo, portò alla fine di questo nuovo sistema democratico. Il
Partito comunista cinese, inoltre, combinava esercito e Partito come strumenti di reclutamento e
formazione della nuova classe dirigente. Si crearono poi delle campagne chiamate tre contro, ossia
corruzione/spreco/burocratismo e cinque contro, ossia evasione
fiscale/frode/furto/corruzione/aggiotaggio.
Intanto nel 1950 si riconobbe il diritto al divorzio, mentre successivamente nel 1954 venne eletta
per la prima volta a suffragio universale un’assemblea nazionale che fu incaricata di redigere una
Costituzione che diede vita a un nuovo Stato: una repubblica presidenziale con parlamento
monocamerale.
La Cina di Mao si avvicinò all’URSS e si firmò anche un patto trentennale. La partecipazione alla
guerra di Corea e l’invasione in Tibet portò invece a dell’astio da parte degli Stati Uniti e dell’ONU.
Nel 1953 venne sviluppato un programma fondato sempre sull’accentramento del potere nei
confronti dell’industria pesante e sulla produzione di beni di consumo  primo piano quinquennale
cinese.
Diversa fu la strada nelle campagne e Mao fedele alle sue promesse, adottò una politica di
modernizzazione agricola. I ceti più poveri furono impiegati all’interno delle grandi opere
pubbliche oppure nel campo della scolarizzazione. Diversamente da ciò che accadde in URSS, la
Cina poté contare su un allentamento della pressione internazionale e interna.
Nel 1957 si tentò di liberalizzare la cultura con la politica dei “cento fiori”, ossia si invitavano al
confronto tra diverse scuole e impostazioni. Al contrario, però, si creò un’amministrazione pubblica
basata sulla denuncia di errori e ingiustizie. La campagna divenne però un attacco agli “opportunisti
di destra”, ma il risultato di questa contradditoria fase fu il rilancio dell’iniziativa statale
nell’economia con la parola d’ordine di “Grande balzo in avanti”.
In questa iniziativa, le cooperative rurali si sostituirono alle comuni del popolo, ogni contadino
veniva retribuito per il suo operato, ecc. I risultati di questa politica furono però disastrosi. La
produzione agricola subì inoltre dei problemi per via della carestia e delle inondazioni avvenute tra
il 1958 e il 1960. Il “grande balzo” non si riuscì a realizzare e divenne pertanto una politica
fallimentare che portò anche alla fine del rapporto con l’URSS.
Nei primi anni ’60 forse questo distacco dai sovietici fu una nota positiva.
Tra il 1965-66 ci fu una rivoluzione culturale. Mao fece appello alle strutture universitarie, quindi
alle generazioni giovani, perché estendessero la loro lotta nei confronti di tutti i settori della società.
Si creò da qui il movimento delle “guardie rosse” che si dedicarono alla critica e alla persecuzione
dei vecchi quadri della rivoluzione.
Il paese entrò nel caos: le scuole misero di funzionare, iniziarono molti scontri e persecuzioni, ecc.
Crebbe invece il potere dell’esercito. Proprio quest’ultimo appoggiò durante il IX Congresso del
Partito comunista cinese (1969) la necessità del ritorno all’ordine contro gli eccessi della
rivoluzione culturale. Dopo due anni, Mao morì.
Nel periodo della rivoluzione culturale, la Cina riuscì a entrare nell’ONU nel 1970.

Capitolo 15
La svolta
16.1 – Prodromi di una cesura epocale
La golden age tra il 1945 e il 1973 incrementò molto la globalizzazione nel mondo. La guerra
fredda inserì però i paesi all’interno delle dinamiche e degli equilibri bipolari, ma al tempo stesso
favorì gli scambi internazionali. Alla fine degli anni ’60 tutto ciò arrivò a un punto di rottura,
soprattutto dall’entrata in crisi del mondo statunitense.
Molti paesi dell’Africa erano considerati ancora “dipendenti” (teoria della dipendenza), ossia i
paesi poveri che purtroppo non sarebbe mai arrivati ai livelli dei paesi più ricchi perché era evidente
il loro sottosviluppo. Ma nonostante tutto, molti Stati ebbero la loro indipendenza dopo la crisi delle
2 superpotenze e cercarono in ogni modo di ottenere un modello di sviluppo basato sulla grande
industria, ma il risultato furono numerosi scontri che diventarono addirittura delle guerre. Un altro
grande problema era poi la suddivisione all’interno del mondo islamico dovuto dalla scissione tra
Bangladesh e Pakistan.
Nel 1973 nasce però l’Organizzazione dei produttori di petrolio che si introdusse sulla scena
internazionale.
In Occidente, nel frattempo, una nuova generazione di giovani si ribellava alle ingiustizie del
mondo e per la prima volta si intravide il problema dei limiti naturali imposti dalla natura sulle
risorse  si organizza per la prima volta l’Earth Day (1970).
La svolta del periodo 1968-73 mise in moto grandi processi di trasformazione. Nel giro di pochi
anni sarebbe anche finito il mondo bipolare e quasi tutte le economie spostarono il loro baricentro
verso l’industria e le nuove tecnologie.
La seconda invasione in Cecoslovacchia (1968) portò a una maggiore richiesta nel rispetto della
libertà civili.
La sconfitta degli Stati Uniti in Vietnam favorì l’espansionismo militare sovietico in Afghanistan e
nel Corno d’Africa e molti l’hanno definita una sorta di seconda guerra fredda. Ma da quel
momento anche il blocco sovietico entrò in crisi e ciò portò alla sua disgregazione nel 1989-91.
Alla deindustrializzazione in Occidente si contrappose invece l’industrializzazione asiatica.
16.2 – la baby boom generation e il ‘68
Ovviamente le guerre portavano a un crollo dei livelli delle nascite perché gli uomini venivano
chiamati in guerra e spesso morivano sul campo di battaglia, le donne al contrario non potevano
permettersi di mantenere i figli da sole e in più non procreavano per via dell’incertezza del futuro.
La fine di una guerra invece veniva salutata in maniera positiva e di conseguenza aumentavano
nuovamente le nascite: il baby boom. Dopo la grande guerra ci fu un’impennata nelle nascite e
anche la crisi di mortalità era diminuita. La generazione del primo dopoguerra fu però inghiottita
dalla seconda.
La vera e propria baby boom generation si ebbe tra il 1945 e il 1950 e soprattutto le scuole e le
università divennero il banco di prosperità. Infatti erano gli strumenti necessari per condurre i
giovani verso la mobilità sociale e soprattutto professionale. Si poteva così credere a un futuro
migliore rispetto a quello dei propri genitori.
Si abbassò in molti paesi il diritto di voto a 18 anni ed è in questo momento che poi partirono le
numerose manifestazioni studentesche. I motivi erano diversi: riscaldamento nei dormitori di Praga;
apertura delle università alle donne a New York; presenza dell’esercito nell’Universidad de Madrid;
ecc.
Le rivendicazioni studentesche si crearono in una fase di corsa agli armamenti e all’equilibrio tra
terrore e razzismo. Ma furono fondamentali perché portarono dei cambiamenti anche all’interno
della vita quotidiana: l’uso dei blue jeans, i capelli lunghi per i ragazzi, i vestiti un po’ più succinti,
ecc. ci si avvicinò quindi a una libertà sessuale che divenne però anche consapevole anche grazie
alla messa a punto degli anticoncezionali. Fu l’unico periodo di libertà sessuale anche dopo il
raggiungimento della sconfitta dell’AIDS.
Negli USA il movimento studentesco portò a un intreccio con le lotte contro le segregazioni
razziali. Anche in Cina avvennero dei movimenti simili grazie alla “rivoluzione culturale” sostenuta
da Mao Zedong. I cinesi furono visti in Occidenti come il simbolo di una rivoluzione.

Tra le ideologie del ’68 troviamo soprattutto il terzomondismo sostenuto da asiatici, africani e
latinoamericani. Tutti concordavano sull’ideologia di andare contro i governi delle due
superpotenze che trovò i suoi esponenti in Ho Chi Min (nordvietnamita) ed Ernesto “Che” Guevara
(cubano).
Nel 1968, in contemporanea, manifestarono degli studenti giapponesi contro le basi militari
statunitensi e a Varsavia protestarono contro il regime comunista.
In aprile, in America, l’assassinio di Martin Luther King portò a una violenta rivolta nei ghetti e nel
giro di un mese movimenti simili si propagarono a Parigi. Gli slogan del “maggio francese” furono
riconosciuti in tutto il mondo. Il Sessantotto purtroppo non diede risultati immediati e in quasi in
tutto il mondo venne lentamente sconfitto. Nonostante tutto, questo periodo portò dei cambiamenti
profondi nella società e nella mentalità dell’epoca.
16.3 – i movimenti femministi e i diritti delle donne
Un punto di svolta in questo periodo si ebbe anche per le donne. Il cammino per i diritti civili,
giuridici e politici per le donne fu molto lungo ed iniziò nel 1948 con la conferenza di Seneca Falls.
Fino alla grande guerra le donne non avevano ottenuto molti risultati anche perché si ritrovarono
costrette a sostituire gli uomini che erano al fronte.
Dopo la guerra furono costrette però a tornare a casa.
Danimarca, Islanda e Canada furono i primi a concedere il diritto di voto alle donne. Seguirono
Gran Bretagna e altri paesi europei, USA e URSS. Nella metà degli anni ’60 solo pochi paesi
ancora non lo concedevano.
Una Cassa di maternità fu per esempio istituita in Italia già dal 1910 e anche gli USA nel 1912 si
erano impegnati a creare qualcosa di simile. Ciò portò alla divisione del pensiero delle donne:
alcune ritenevano ciò un elemento fondamentale, in quanto la maternità è tipico dell’identità
femminile; altre ritenevano che ciò mostrasse l’inferiorità delle donne e che appunto venivano
considerate solo come mogli e madri.
Dopo il secondo dopoguerra, le donne furono cacciate dalla produzione e la burocrazia. In molti
paesi, le donne erano ancora in posizione subordinata rispetto ai mariti: ad esempio, solo la donna
poteva essere punita per adulterio.
È per questo motivo che si avviò il movimento femminista e tutto partì dalla pubblicazione di un
libro intitolato Mistica della femminilità, nel quale al suo interno venivano riportate tutte le
insoddisfazioni delle donne che richiedevano il riconoscimento dei diritti e la possibilità di una
carriera professionale.
Si creò nel 1966 la National Organization for Women, un’organizzazione che si batté per le riforme
legislative nei confronti delle donne, ponendo fine anche alla discriminazione degli uomini nei
confronti delle donne.
In tutti i paesi occidentali prese piede il femminismo e tutto cambiò: costumi sessuali, ruoli
familiari, abitudini e convenzioni sociali. Negli anni ’60 si superò l’orizzonte dell’emancipazione
femminile.
Si ottennero numerosi risultati: ad esempio in Italia, nel 1970 vennero introdotti i matrimoni civili e
il divorzio, mentre nel 1975 venne riconosciuta l’uguaglianza tra i coniugi. Nel 1977 le donne
ottennero la parità nel lavoro e nel salario, nel 1981 un referendum permise l’aborto legalmente.
Decisiva fu anche l’affermazione dei diritti delle donne nell’ONU e ciò avvenne soprattutto in
seguito alla decisione presa nel 1975 di andare contro la discriminazione e proprio qui venne
presentata per la prima volta l’oppressione nei confronti delle donne. Nei convegni di Copenaghen e
di Nairobi, molte donne sostennero il non mantenere il silenzio di fronte alle violenze, allo stupro,
all’abuso di potere, al lavoro sottopagato o non riconosciuto, alla negazione delle libere scelte
matrimoniali e alle mutilazioni sessuali (queste avvenivano soprattutto nei paesi del Terzo Mondo).
Negli anni ’90 ciò venne riaffermato nelle conferenze di Vienna e Pechino.
C’era solo un problema, che in realtà è presente anche oggi: la disuguaglianza nei diritti.
Nonostante tutto ciò, le donne ad esempio hanno meno privilegi e meno guadagni rispetto agli
uomini anche se compiono lo stesso lavoro.
In molti paesi esiste ancora una norma contro chi discrimina il diritto di famiglia, a differenza di
altri paesi che invece preferiscono condannare la violenza domestica.
16.4 – instabilità internazionale, stagflazione e innovazione tecnologica
Nella seconda parte degli anni ’60 la disoccupazione era notevolmente aumentata e i progressi nella
lotta contro la povertà subì una battuta d’arresto.
Nonostante il rallentamento della produttività industriale, in parallelo le imprese multinazionali con
sede negli USA allargarono il loro raggio d’affari negli altri paesi del mondo. Si crearono
addirittura gli “eurodollari”, ma nonostante tutto a Bretton Woods (USA) la Banca di Stato continuò
la conversione dollaro-oro. A un certo punto, però, le riserve auree statunitensi subirono un calo. La
sospensione di questa conversione nel 1971, la svalutazione e le leggi protezionistiche, segnarono
un ridimensionamento del potere americano. La fine degli accordi con Bretton Woods privò
l’Occidente del sistema regolatore di scambi internazionali. Nel 1971-74 le valute nazionali
circolavano liberamente nel mercato.
Nel 1972 la CEE si accordò per un “serpente monetario”, ossia a ogni moneta europea consisteva
un determinato cambio in un’altra valuta. Questa scelta confermò la volontà delle nazioni europee
di volersi integrare in una forma autonoma nell’economia mondiale.
In Germania, nel frattempo, la Ostpolitk fu il presupposto dell’Atto della conferenza di Helsinki
(1975) in cui si parlò dell’inviolabilità dei confini e dalla rinuncia all’uso della forza per sistemare
le controversie. Qui ci fu anche il momento di distensione nei rapporti USA-URSS.
Il primo trattato tra le due ex-superpotenze fu Salt, ossia un trattato che congelava per 5 anni le loro
basi missilistiche. Inoltre, gli USA ripresero i rapporti con la Cina.
A contraddire i rapporti ci pensò la guerra del Kippur (1973) che in Egitto, il successore di
Nasser, al-Sadat, scatenò per rivendicare la sconfitta subita nel 1967. Questa situazione portò alla
creazione, nelle aree vicine, del sorgere di dittature militari come quella di Gheddafi in Libia o di
Saddam Hussein in Iraq. In base a questa situazione, gli Stati Uniti intavolarono delle trattative con
questi paesi, la pace di Camp David (1978), in cui per la prima volta venne riconosciuto lo Stato di
Israele, lasciando però irrisolto il caso palestinese. Inoltre, l’Egitto fu espulso dalla Lega dei paesi
arabi. Questi paesi rimasero però un po’ isolati inizialmente, ma la guerra del Kippur portò a una
svolta: la creazione dell’OPEC, ossia dell’Organizzazione dei cartelli produttori di petrolio. Lo
shock petrolifero del 1973 innescò un ciclo inflattivo nei paesi occidentali. Le economie si
stagnarono completamente e questa fase è conosciuta come stagflazione.
Questa fase determinò 2 fenomeni destinati a cambiare in profondità la situazione negli anni
successivi:
1. il decollo dei prezzi del petrolio portò a un fiume di denaro. La presenza di così tanti soldi
divenne importante non solo per lo sviluppo dei paesi di partenza, ma anche per gli equilibri
finanziari internazionali. Si crearono in poche parole i petrodollari e pian piano la massa di capitale
divenne sempre più elevata che alla fine questa ricchezza non ebbe alcun tipo di valore. Nel
frattempo, era ripartito il “gioco” speculativo e spesso le speculazioni venivano fatte attraverso
l’uso di denaro non posseduto, ma bensì preso in prestito a banche e società finanziarie.
2. nelle economie più avanzate la stagflazione portò alla contrazione dei posti di lavoro industriali.
Ne derivò un conflitto sociale molto aspro e per questo motivo molte multinazionali occidentali
decisero di effettuare la “delocalizzazione”, cioè lo spostamento degli stabilimenti e dei posti di
lavoro in altre aree del mondo dove tutti i costi erano relativamente più bassi.

Negli anni ’70 il baricentro si spostò tutto in Oriente. La deindustrializzazione portò anche a
fenomeni positivi come lo sviluppo del sistema terziario. Negli USA, inoltre, ci fu la nascita e la
crescita della “società dell’informazione”: mass media della carta, della radio, della televisione,
marketing e pubblicità. Il mondo dell’informazione portò all’avvento della società postindustriale e
fu anche il periodo di numerose scoperte tecnologiche che portò alla nascita di una nuova era:
quella informatica.
Il punto di partenza fu la creazione, nel 1975, del primo personal computer (PC) negli USA
chiamato Altair 8800. Il computer si pose all’interno di una sequenza di innovazioni e divenne quasi
una sorta di rivoluzione informatica. Agli inizi degli anni ’70 si affermò la fotocomposizione
elettronica, si creò uno strumento nuovo come il telefax, ma il passaggio più importante si ebbe con
l’impegno tecnologico del laser.
Ovviamente questa svolta portò benefici anche in termini economici. Finanziarizzazione,
delocalizzazione, terziarizzazione e informatizzazione costituirono le tendenze di fondo di questi
anni.
Inoltre, vennero messi in discussione 2 tratti fondamentali dell’Ottocento e del primo Novecento: lo
Stato-nazione e il lavoro in fabbrica. Il primo perché era sempre meno capace di imporre la
sovranità perché limitata ora dai confini geografici, le migrazioni e le comunicazioni di massa; la
seconda perché ci fu innanzitutto uno spostamento da Occidente a Oriente.
Nel 1975 ci fu un incontro molto importante tra i capi di governo degli USA, della Germania, della
Francia, della Gran Bretagna, dell’Italia e del Giappone: si incontrarono vicino Parigi e si creò il
G6. Durante il primo incontro ci furono degli scontri perché i paesi europei puntavano a una
politica deflattiva che riportava sotto controllo l’inflazione, gli Stati Uniti invece volevano la
liberalizzazione dei mercati. Il Giappone, dal canto suo, voleva difendere il suo mercato interno
dalle importazioni straniere.
Con questo primo incontro non si risolse nulla. Tuttavia aprì la strada a numerosi incontri tra i
vertici di Stato.
16.5 – la cultura dell’era atomica
L’incubo atomico continua a esistere nel corso di questi anni. L’uomo aveva dimostrato le sue
capacità distruttive proprio grazie all’uso delle bombe atomiche su Hiroshima e grazia anche a idee
assurde come quelle perseguite da Hitler che portarono ai campi di concentramento. Ovviamente la
creazione della bomba atomica portò a numerosi investimenti in campo scientifico e anche in
campo militare, ma ciò era una cosa che poteva permettersi di fare solo l’economia statunitense. La
conoscenza derivata dalla bomba atomica portò anche allo studio dell’utilizzo dell’energia atomica
in alcune centrali.

Nel campo letterario si ricevette in eredità il senso di smarrimento del secondo dopoguerra ma
anche di un futuro ipotetico per via della presenza della bomba atomica. Anche la cinematografia
assume sempre più importanza.
Si diffuse moltissimo la televisione come nuovo strumento di comunicazione di massa.
I ceti contadini diminuirono dando spazio alla società urbana. L’urbanistica divenne quasi una
scienza e la città divenne oggetto di studio. Dentro le città emerso molti giovani all’interno di
mercati letterari, discografici, cinematografici, ecc.
Nel 1972 fu un anno importante per le telecomunicazioni: venne lanciato il satellite Telstar che
permise per la prima volta la mondovisione.
Durante quest’epoca si svilupparono molto anche le arti visive e proprio in questo periodo troviamo
artisti famosi come Andy Warhol e Roy Lichtenstein che furono i maggior esponenti dell’arte
rappresentativa del quotidiano e dei beni di consumo di massa. Queste opere ebbero un successo
mai visto prima grazie anche alla nuova tecnologia che permetteva la loro riproduzione e diffusione
senza problemi.

Oltre al campo di sviluppo nucleare e dell’informatica, si sviluppò anche il campo della biologia
con la scoperta della struttura a doppia elica del DNA che racchiude il codice genetico dell’uomo.
Nasce ovviamente anche il dibattito sulla bioetica, ossia sullo sforzo di compiere la ricerca
scientifica senza causare danni all’uomo, agli animali e all’ambiente.

Capitolo 17
Dagli anni ’70 agli anni ’90: un’età di transizione
17.1 – un mondo instabile
 Stati Uniti e Gran Bretagna misero in atto una drastica svolta delle politiche economiche in
senso neoliberista. Si aprì una nuova ortodossia monetarista fondata sulla lotta
all’inflazione.
 Dall’altra parte del mondo la liberalizzazione dei mercati internazionali portò allo sviluppo
dei piccoli paesi del Sud-est asiatico.
 L’America Latina, invece, subiva le ripercussioni di Cuba.
 Elezione del presidente americano Carter (1976) che attuò una politica riformatrice nei
rapporti internazionali fondata sui principi di libertà e rispetto dei diritti umani. I servizi
segreti subirono all’interno una profonda pulizia.
 1979  Nicaragua  la dinastia di Somoza cadde sotto il Fronte sandinista il cui capo
rivoluzionario era per l’appunto Sondino.
 Europa  in Grecia, Spagna e Portogallo la fine delle dittature non causò troppi problemi.
 URSS  approfittò della situazione di decolonizzazione in Africa ed estese così la sua area
d’influenza.
 Iran  divenne una repubblica islamica fondata sui principi del Corano.
 Nel 1979 l’Unione Sovietica intervenne militarmente in Afghanistan ma fu un completo
disastro sia sul piano militare che diplomatico (soprattutto con gli Stati Uniti). In
Afghanistan continuò per qualche anno la guerra civile anche dopo l’abbandono da parte dei
sovietici.
17.2 – il neoliberismo
Dopo la morte di Mao nel 1978, il Partito comunista cinese venne controllato da Deng Xiaoping che
avviò la politica delle “quattro modernizzazioni”: agricoltura, industria, scienza e difesa. Nelle
campagne venne applicato il sistema di responsabilità familiare che si sistemava al posto delle
comuni agricole. Si istituì poi la politica del “figlio unico” per via della crescita demografica troppo
elevata. Inoltre la Cina, nonostante il regime monopartitico, si aprì ai mercati internazionali.

Dall’altra parte del mondo, in Gran Bretagna, troviamo per la prima volta un primo ministro donna,
Margaret Thatcher. Leader dei conservatori, mantenne questa carica dal 1979 al 1990. Il nuovo
premier opponeva al principio di una preminenza dello Stato sui cittadini l’idea del rilanzio delle
forze naturali dell’economia. La sua ascesa portò a dei cambiamenti nella società inglese e pian
piano quasi tutti riuscirono a modificare in meglio il proprio status sociale. La “lady di ferro”,
chiamata così per via della sua fermezza, impose poi la deregulation che ritirò lo Stato da alcuni
settori per ridarli ai privati. Infatti vennero privatizzate molte industrie, i trasporti, la telefonia, ecc.
Nel frattempo dovette affrontare il problema delle isola Falkland, un’isola argentina sotto il
comando inglese, che dopo una dittatura militare costrinse la premier a ristabilire la sovranità
inglese.

Negli USA, il presidente Carter firmò un altro accordo con l’URSS, il Salt II. Dopo l’offensiva
sovietica in Afghanistan, gli Stati Uniti intrapresero un’offensiva diplomatica che culminò con il
boicottaggio delle Olimpiadi di Mosca nel 1980. Questa sorta di “seconda guerra fredda” portò
Carter a tornare sui suoi passi. Dopo di lui, alle nuove elezioni, vinse il repubblicano Reagan con il
suo slogan di far ritornare grande l’America. Promise di risolvere tutti i problemi provocata dagli
anni precedenti e impose sin da subito la sua forte posizione: licenziò numerosi controllori di volo
dopo un loro sciopero non autorizzato. Inoltre, attuò la politica di deregulation come la Thatcher
che venne chiamata Reaganomics. In realtà, sia in USA che in Gran Bretagna, queste idee rimasero
solo su carta. L’antisovietismo, inoltre, portò Reagan a convincere la gente di avere paura del
nemico, identificato nell’impero del male del comunismo.
17.3 – l’Europa degli anni ‘80
 Svezia  ci fu un’offensiva neoliberista che sconfisse nel 1976 il Partito socialdemocratico.
La politica liberista instaurata, però, non portò a risultati soddisfacenti e per questo motivo
nel 1982 i socialdemocratici tornarono al potere.
 Francia  il governo gollista di Giscard d’Estaing, salito al potere nel 1974 dopo la morte
di Pompidou, tentò di reagire alla crisi petrolifera dando un forte impulso alla produzione
atomica, ma non ci riuscì. Ciò provocò l’avvicinamento tra i partiti socialista e comunista.
Nel 1974 infatti si istituì il nuovo governo guidato dal socialista Mitterrand. Alcune sue
riforme furono: abolizione della pena di morte, decentramento amministrativo, sussidio ai
giovani, ecc.
 Germania  i governi socialdemocratici di Brandt e del suo successore, Schmidt, riuscirono
a proteggere il paese dalle conseguenze più gravi della crisi petrolifera. Nel 1982 però si
favorì il piccolo Partito liberale guidato da Kohl. In politica estera, il nuovo presidente
mantenne un impegno coerente all’interno dell’Europa. Aderì anche al Sistema monetario
europeo ideato nel 1972 che però entrò in vigore solo nel 1979.

Rimase bloccato per un po’ di tempo la volontà dell’unione europa.


17.4 – il riarmo
URSS: dispiegamento dei cosiddetti ss20, ossia nuovi missili nucleari e il bersaglio era l’Europa.
USA: iniziò il recupero della forza militare e il Consiglio dei ministri degli Esteri europei permise
l’installazione di circa 500 missili americani  euromissili.

Nel 1981 iniziarono a Ginevra i negoziati URSS-USA per decidere sulla questione degli
euromissili. Ci fu però una fase di transizione per via della morte di Brežnev e dei suoi successori,
Andropov e Černenko.
Nel frattempo, in Polonia, nacque un’organizzazione operaia chiamata “solidarietà” che coagulò
un’opposizione a carattere non politico ma solidaristico, riuscendo a unire intellettuali e operai.
Un fatto molto importante avvenne in questa fase: l’elezione pontificia di Giovanni Paolo II
(vescovo di Cracovia, il suo vero nome era Karol Wojtila)  1978.
Nel 1986 invece accadde un disastro: scoppiò un reattore nucleare all’interno dello stabilimento di
Chernobyl, in Ucraina, che provocò l’evacuazione di 350.000 persone e la contaminazione di
un’area vastissima. Questo fu un segnale molto difficile da digerire da parte dell’URSS. Inoltre, salì
al potere Gorbačëv (1985).
Nel frattempo, negli USA Reagan approfittava delle difficoltà dell’avversario e cercò di far saltare i
bilanci sovietici. Allo stesso tempo, fu il primo a proporre l’incontro a Ginevra per l’annullamento
dei sistemi missilistici europei da parte di USA e URSS.
17.5 – vittorie e incertezze dell’Occidente
L’ascesa di Gorbačëv al vertice dell’URSS portò a un rilancio delle trattative tra le due
superpotenze e a un appannamento del ruolo dell’ONU. Gorbačëv chiese prima di tutto a Reagan di
rinunciare alla sua politica di annullamento dei bilanci sovietici, confessando così la sua inferiorità.
Alla fine l’incontro a Ginevra stabilì un clima di fiducia tra URSS e USA. Gorbačëv, inoltre, tolse
le truppe sovietiche dall’Afghanistan e annunciò anche il ritiro unilaterale delle forze armate nei
paesi del Patto di Varsavia. Ciò portò infine alla caduta del muro di Berlino nel 1989 e di
conseguenza all’avvio dell’unificazione della Germania.
Gli Stati Uniti, tuttavia, non percorse mai la strada di congestione degli equilibri internazionali,
tant’è che ad esempio nel 1986, le truppe d’aviazione statunitensi portarono al bombardamento
delle città libiche di Tripoli e Bengasi per andare contro la probabile responsabilità di Gheddafi
negli attacchi terroristici.
A Reagan succede George Bush (1988). Un anno prima della sua elezione, la Borsa di New York
registrava un rialzo consistente come quello avvenuto prima della crisi del ’29, ma subì un calo che
mise fine alle speculazioni e che portò a una serie di crisi finanziarie.
17.6 – dal Medio Oriente al Sud Africa: una fase di passaggio
 Pace di Camp David
 la parte araba di Gerusalemme e le alture del Goran, al confine con la Siria, furono annesse a
Israele
 il governo di Tel Aviv favorì una politica nei confronti dei nuovi insediamenti israeliani,
irrigidendo invece la chiusura nei confronti dei palestinesi  Stato palestinese: caso
irrisolto.
 guerra in Libano  contro la pace di Camp David, Siria e Libia idearono il “Fronte della
fermezza” (1977) contro Israele e a catalizzare tutto ciò fu il piccolo paese del Libano, da
sempre diviso tra musulmani e cristiani maroniti. Nel Libano iniziò una profonda guerra
civile e nel 1982 intervenne direttamente l’esercito di Tel Aviv. La Siria rimase padrona
della situazione libanese.
 1987  nuove proteste da parte delle popolazioni palestinesi nei territori occupati da
Israele. Il movimento di protesta venne chiamato intifada (“rivolta” in arabo). Nel 1988
nasce lo Stato palestinese a Gaza e Cisgiordania e contemporaneamente si riconobbe lo
Stato di Israele. Nel 1993 ci fu il riconoscimento di Israele a Oslo e si posero le basi
dell’Autorità nazionale palestinese: un governo autonomo dei territori occupati. Nel 1996
divenne presidente Arafat.
 1988  conflitto scatenato da parte dell’Iraq di Saddam Hussein in Iran. Ci furono 8 anni di
guerra per giungere a un armistizio.
 America Latina  dopo la sconfitta argentina nella isola Falkland, si aprì la strada della
democrazia nell’intero continente. Nel giro di 7 anni divennero indipendenti Argentina,
Brasile, Uruguay, Cile e Paraguay.
 Cuba  ci fu il crollo dei prezzi dello zucchero e una forte emigrazione verso gli USA. Il
potere castrista reagì a tutto ciò attuando la repressione interna e l’isolazionismo
internazionale. Ad aggravare la situazione ci pensò l’embargo degli USA nel 1992 sulle
merci esportate dall’isola.
 Rhodesia  (Africa) ebbe al suo interno un forte fenomeno di mutazione dopo la fine della
segregazione razziale essendoci una maggioranza di neri rispetto ai bianchi. Nel 1980
cambiò nome in Zimbabwe.
 Sud Africa  il processo rispetto alla Rhodesia fu più lento e ci furono una serie di
manifestazioni. Nel 1989, con la fine della guerra fredda, il primo ministro De Klerk avviò
delle trattative di pace con la popolazione nera. Successivamente, venne eletto come
presidente della repubblica Nelson Mandela (1990).
17.7 – il “miracolo asiatico”
Durante gli anni ’80 ci fu la crescita di nuovi poli economici e l’esempio maggiore è rappresentato
dal Giappone. Dal 1973 al 1990, il reddito nazionale giapponese è cresciuto sempre di più e fattori
chiave furono la piena occupazione e le esportazioni. Si iniziò a parlare di “modello giapponese” di
capitalismo fondato sull’attaccamento alla nazione e alla propria azienda. La produzione cercava di
soddisfare i propri clienti, si fornivano materie prime e semilavorati per evitare gli stoccaggi
improduttivi, ecc. Ciò fu soprannominato toyotismo, ossia dal nome dell’azienda che per prima
attuò queste misure, la Toyota. Inoltre, grazie alla “locomotiva” giapponese, molte cittadine piccole
furono finalmente collegate con il resto del paese, mentre città importanti che hanno sbocchi sul
Pacifico come Singapore e Honk Kong formarono il nucleo principale dei commerci. Città come
queste si riunirono sotto la dicitura di “tigri asiatiche” o semplicemente NICS (paesi di recente
industrializzazione in inglese).
Ovviamente, il successo maggiore del Giappone derivò soprattutto dalle esportazioni su scala
mondiale. L’ascesa nel NICS contraddiceva l’idea tra capitalismo e democrazia e in alcuni paesi
come la Corea del Sud, nelle nuove elezioni del 1986, si creò un nuovo modello: il capitalismo
senza democrazia. Di tale contraddizione fu protagonista soprattutto la Cina imperiale, in cui i
dirigenti erano favorevoli alla liberalizzazione del mercato ma non sulla democrazia. Molte furono
le condanne a morte in questo periodo in Cina, ma nonostante ciò la sua crescita demografica
divenne una delle maggiori al mondo.
17.8 – il caso italiano
Anche in Italia il terrorismo politico ebbe i suoi effetti, tra cui la morte di almeno 500 persone. Le
difficoltà sociali ed economiche italiane non erano diverse da quelle degli altri paesi, ma il
“compromesso storico” avanzato dal Partito comunista nasceva da un modello di sviluppo che non
andava più bene. Anche qui ci furono una serie di agitazioni studentesche.
Nella democrazia cristiana si fece sempre più spazio la figura di Aldo Moro, mentre nel frattempo
salì al governo Giulio Andreotti (1978) per via dell’astensione dei comunisti alle elezioni. Nello
stesso momento, Aldo Moro venne rapito e ucciso dopo quasi 2 mesi da parte delle Brigate rosse,
dopo un’intricata vicenda in cui si cercavano di capire i giochi politici da parte soprattutto dei
vertici dello Stato. Il terrorismo giungeva al suo culmine, ma questi anni furono superati solo dal
1980 con l’adozione di decreti che premiavano i collaboratori di giustizia, ossia i “pentiti” che
scappavano dalle organizzazioni terroristiche. Dopo Moro, nessuno del Partito democristiano pensò
a un progetto riformatore, e inoltre si sentì la necessità di un governo con a capo uomini onesti e
capaci. L’alternanza al governo causò un po’ di problemi, in particolar modo si favorì lo sviluppo
della corruzione a cui si aggiunsero anche 2 inchieste importanti. La prima riguardò la gestione
clientelare dei fondi per la ricostruzione dell’Irpinia dopo il terremoto del 1980 che coinvolse anche
la Democrazia cristiana. La seconda avvenne nel 1981 che mise in luce una loggia massonica
denominata P2 che cercava di spostare tutta la politica verso destra.
Nel 1976, il segretario del Partito socialista, Bettino Craxi, approfittò della debolezza del paese e
salì al governo alle elezioni del 1983. Quest’ultimo, però, costituì un governo pentapartito. Il primo
obiettivo negativo fu il movimento sindacale. Nel 1984, Craxi isolò la corrente comunista dalla
CGIL e contro questo provvedimento i comunisti promossero molte manifestazioni in piazza.
Alla fine, il Partito socialista fece le stesse cose del Partito democristiano. Nonostante tutto, nessuno
si preoccupò di affrontare la situazione nel Mezzogiorno.
Ciò portò a una forte crescita delle organizzazioni criminali, soprattutto la mafia. C’era di tutto e di
più: ‘ndrangheta calabrese, mafia siciliana, camorra napoletana… la malavita prese il controllo su
tutto, compresa la politica.

Si accentuò intanto il processo di ristrutturazione industriale del paese che vide il declino del
reparto siderurgico e la perdita di altri settori chiave dell’industria pesante, con conseguenza la
perdita di numerosi posti di lavoro. Si creò una sorta di Terza Italia, così la chiamano i sociologi.
Crebbe nonostante tutto il PIL e per tutti gli anni ’80 la situazione sembrò stabile (confermata anche
dai risultati elettorali). Ma era una fase illusoria, perché come sempre nella storia italiana,
arrivarono dei mutamenti da linee esterne che portarono al crollo di tutti i regimi comunisti. Tutti i
partiti dovettero rifondarsi su basi nuove e l’intera impalcatura italiana entrò in un periodo di crisi.
Il Partito comunista divenne nel 1991 il Partito democratico della sinistra.
Craxi nel frattempo dovette fuggire dall’Italia e Andreotti fu posto a processo con l’accusa di
collusione con la mafia.

Capitolo 18
La fine del comunismo
18.1 – il blocco sovietico da Brežnev a Gorbačëv
Dopo la morte di Brežnev nel 1982, il governo venne preso da Andropov che però scomparve dopo
solo 15 mesi dalla sua nomina. Ciò favorì l’insediamento del Partito dei dirigenti più giovani tra cui
c’era la figura di Gorbačëv. Dopo la morte di Andropov venne eletto Černenko, ma essendo malato
sopravvisse solo un anno. Nel 1985 iniziò quindi una crisi all’interno dell’ala conservatrice e
militarista perché non si riusciva ad avere un leader. Da queste crisi emerse però il “delfino” di
Andropov, ossia Gorbačëv che venne nominato segretario del Partito nel 1985.

Intanto, in Cecoslovacchia ci furono dei problemi e nel 1977 prese vita un movimento denominato
Charta 77. Solo in Ungheria, per evitare la nascita di un’opposizione, il regime continuò il suo
progetto cautamente. Stessa cosa non avvenne però in Romania con il forte regime di Ceausescu
che voleva inoltre l’indipendenza dall’URSS.
18.2 – Gorbačëv, la riforma impossibile e la fine dell’URSS
L’idea dominante è che il regime sovietico sarebbe per sempre esistito, ma non fu per niente così.
Gorbačëv e una parte della dirigenza sovietica sostenevano l’idea di tornare alle origini della
rivoluzione per dare avvio a profonde riforme per far uscire l’URSS da una crisi che non reggeva il
confronto con l’Occidente. 2 furono le parole chiave della politica riformatrice di Gorbačëv: 1.
Ristrutturazione; 2. Trasparenza. Con la prima intendeva rivitalizzare l’economia dando autonomia
ai dirigenti e lasciando così spazio alla nascita in un mercato; con la seconda voleva invece
interrompere le menzogne e la sfiducia presente tra potere e società, democratizzando
l’informazione e concedendo la libertà d’espressione. A trovare un’accoglienza favorevole fu
soprattutto questa seconda riforma.
Non si trattò però di un processo lineare e fluido. La libertà d’espressione portò alla riemersione del
nazionalismo antirusso in molte periferie dell’URSS. Gorbačëv godeva di molto prestigio all’estero,
ma all’interno dell’Unione Sovietica non trovava nessun tipo di appoggio da parte dei cittadini.
La politica economica della “ristrutturazione” portò invece segni positivi con incentivi al lavoro
autonomo, alle cooperative e al decentramento delle unità produttive. Il tentativo però cadde
successivamente nel vuoto e amplificò la corruzione nel paese. Si aprì un clima di cinismo.
Gorbačëv fino al 1990 non riuscì a ridurre le spese militari e quindi l’economia appariva
impreparata a raccogliere la sfida della terziarizzazione postindustriale come in Occidente. Tra il
1970 e il 1980 il debito estero era sempre più grande e l’uso della violenza da parte di Gorbačëv
portò a molti paesi sovietici a ricercare un governo autonomo lontano dall’URSS. Gorbačëv si
convinse che solo una riforma profonda all’interno del Partito e dello Stato avrebbe permesso
all’URSS di uscire dalla crisi.
Nel 1989 si tennero le prime elezioni a candidatura nel Congresso dei deputati del popolo e con
ampia maggioranza Gorbačëv venne eletto presidente dell’URSS.
Entrò però nelle repubbliche sovietiche un forte clima di nazionalismo scissionista e molte lotte per
l’autonomia divennero presto lotte per l’indipendenza.
Dopo il crollo del muro di Berlino nello stesso anno, l’URSS dovette concentrarsi sui problemi
interni. Nel 1990 Gorbačëv sostenne il cosiddetto Programma dei cinquecento giorni, un
programma che non nominava il socialismo e che apriva alla liberalizzazione dei prezzi. Il piano
venne poi ritirato per via di alcune paure nelle ripercussioni sociali.
Ci fu poi la crisi del Baltico in cui Gorbačëv manifestò la sua indecisione: prima cedette alle
richieste delle repubbliche baltiche, mentre poi fece uccidere 16 dimostranti. Intanto, nel 1991,
venne eletto presidente della repubblica russa El’cin.
Gorbačëv tentò di reagire con un trattato con l’Unione, ma i conservatori non videro in questo modo
solo la fine del Partito comunista, ma anche della stessa URSS. Gorbačëv tentò nei mesi successivi
anche un colpo di stato, ma fallì miseramente.
Tutte le repubbliche sovietiche divenne Comunità di stati indipendenti e alla fine di quell’anno
Gorbačëv decise di dimettersi dal governo di uno Stato che ormai non esisteva più.
18.3 – il crollo dei regimi comunisti nell’Europa orientale
 Polonia  lo stato di guerra era stato abolito alla fine del 1982 e fu accolta in maniera
positiva l’elezione a Papa di Giovanni Paolo II. Dopo una visita di Gorbačëv, nel 1989, si
tennero le prime libere elezioni nel paese. Il Partito “solidarietà” aveva conquistato la
maggior parte dei seggi e venne eletto presidente Jaruzelski. Il Partito comunista si sciolse
trasformandosi in Partito socialdemocratico e alle nuove elezioni del 1990 vinse Walesa.
 Ungheria  la contestazione nei confronti di Kàdàr iniziò nel 1985 ad opera di giovani
riformatori interni al Partito e nello stesso anno furono ammesse le libere candidature alle
elezioni. Vennero poi abolite delle restrizioni e nacque il Forum democratico. Nel 1989 il
governo operò una scelta importante, ossia stipulò un accordo economico con la CEE.
Vennero poi riabilitati Nagy e le vittime del 1956. Ci furono delle elezioni parziali che
diedero la vittoria al Forum democratico nel 1990.
 Cecoslovacchia  la visita di Gorbačëv diede il via alle manifestazioni di impulso popolare.
Le opposizioni sfidarono il regime nel 1989 con uno sciopero generale e si creò un governo
di unità nazionale non comunista. Alla fine dell’anno venne eletto Havel che annunciò
l’amnistia generale.
 Romania  la fuoriuscita dal comunismo avvenne pacificamente in Bulgaria, ma non in
Romania che portò a un bagno di sangue. Le proteste partirono soprattutto in Transilvania e
fu molto forte l’opposizione nei confronti del regime di Ceausescu. Nel 1989 quest’ultimo
venne arrestato insieme alla moglie, processati e fucilati. Il nuovo governo venne preso dal
delfino dell’ex presidente, Iliescu.
 Germania  la Germania orientale aveva seguito la scia della Cecoslovacchia. Ci furono
una serie di manifestazioni e dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989, venne introdotto
il multipartitismo e sciolta la STASI. Nel 1990 ci furono le elezioni che diedero la vittoria ai
cristiano-democratici che aprirono la strada all’unificazione della Germania.
 Jugoslavia  la transizione fu più drammatica per l’insorgere dei nazionalismi. Tito
avevano mantenuto insieme ben 24 gruppi differenti, ma dopo la sua morte nel 1980 ci fu
una crisi forte soprattutto in Slovenia e Croazia. Il collasso dell’URSS portò all’idea di varie
repubbliche. Le prime a dichiararsi indipendenti furono proprio Slovenia e Croazia, seguite
da Bosnia-Erzegovina e Macedonia.
18.4 – la parabola del comunismo in Asia
Nel 1976 la morte di Mao Zedong aprì una lotta alla successione che vide anche la sconfitta di Deng
Xiaoping. Fu preferita la figura di Hua Guogenf. La sua ascesa non portò alla fine delle lotte tra le
varie correnti. Nel clima di questo caos, ne approfittò Deng Xiaoping che venne nominato primo
ministro. Il blocco da lui guidato era costituito anche da militari e maoisti moderati che erano
favorevoli a una parziale liberalizzazione del mercato. Deng istaurò una politica basata su 4
principi: dittatura del proletariato, via socialista, ruolo guida del Partito e marxismo-leninismo-
maonismo. Al tempo stesso, riprese la polita economica da lui usata prima del “Grande balzo”. Nel
1978 all’XI Congresso del Partito comunista lanciò la politica delle 4 modernizzazioni: agricoltura,
industria, scienza ed esercito.
Nel giro di un decennio la sua politica cambiò il volto della Cina. La crescita demografica fu molto
alta, ma grazie alla politica di contenimento, fu appunto mantenuto il livello. La Cina divenne il
paese dell’ex Terzo Mondo con le migliori qualità di vita.
Nel 1988 ci fu una protesta in piazza Tian’anmen per la mancanza di libertà contro il nuovo
segretario del Partito, Ziyang. Purtroppo però furono inviati esercito e carri armati che provocarono
tantissimi morti e ciò dimostrò la politica totalitaria del comunismo cinese. Alla fine del secolo, la
Cina divenne la seconda economia mondiale dopo gli USA.

 Corea del nord  versava in condizioni di totale isolamento. Inoltre la dirigenza si


tramandava di padre in figlio.
 Vietnam  evoluzione analoga a quella coreana. Uscito distrutto dopo 30 anni di guerra,
dopo la riunificazione si iniziò il processo di ricostruzione sotto la dittatura del Partito
comunista. Venne attuata la politica del doi moi lanciata nel 1986 che portò alla
liberalizzazione del mercato. Venne rilanciato anche il settore agricolo.
 Cambogia  coinvolto nella guerra del Vietnam, il paese cadde nelle mani filocinesi dei
khmer rossi guidati da Pol Pot, un comunista. La Cambogia venne completamente isolata
dal mondo e si istaurò un regime di tipo agricolo. Il risultato fu un autogenocidio. A porre
fine a tutto ciò ci pensarono i vietnamiti che invasero la Cambogia nel 1978.

Fuori dall’Asia, il comunismo continuò a vivere per un po’ di tempo solo a Cuba.