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Dal colonialismo

al neocolonialismo
Materiali di lettura

a cura di Stefano Magagnoli

1.
Il colonialismo

Che cos il colonialismo?


Il concetto di colonialismo spesso associato a quello di imperialismo ha conosciuto
una stagione politica in cui si sovraccaricato di valenze connotative (prevalentemente
negative), divenendo spesso uno slogan della lotta sociale e politica.
Pi propriamente ma non per questo senza implicazioni valutative il concetto di
colonialismo sta a indicare il dominio esercitato da una nazione su unaltra nazione (o di
un popolo su un altro popolo) mediante lo sfruttamento economico, politico e ideologico
del differente grado di sviluppo esistente tra le due.
Il concetto di imperialismo (che vi strettamente connesso) riconducibile a due
interpretazioni: una pi ristretta (dimpronta marxista-leninista) che definisce dai primi anni
del Novecento il presunto ultimo stadio del capitalismo, sullorlo del suo disfacimento; una
pi ampia che comprende tutte le forme di volont espansionistica ed egemonica di una
data comunit.
Pi concretamente, possiamo anche dire che il termine imperialismo rappresenta
lestensione dinamica del concetto in s pi statico di colonialismo. Con
imperialismo, in questo senso, possiamo indicare tutte le iniziative che hanno lobiettivo
di realizzare un rapporto di dominio coloniale.
Allinterno di questo quadro concettuale assolutamente fondamentale la definizione degli
elementi di estraneit e differente grado di sviluppo.
Per essere colonialista la dominazione deve essere percepita come estranea, perch, ad
esempio, sottolinea la differenza linguistica, culturale, razziale, ecc.
Tuttavia, non tutte le egemonie o i domini stranieri possono definirsi colonialisti: la
discriminante concettuale tra ci che dominio coloniale e ci che non lo , infatti, va
anche ricercata nellesistenza o meno della categoria del differente grado di sviluppo.
Lutilizzo di questa chiave di lettura permette infatti di differenziare tra imperi coloniali
(esemplificati dai tipici rapporti tra Europa e Terzo Mondo) e non coloniali (ad esempio, la
dominazione russa sulla DDR nel secondo dopoguerra pu essere attribuita a questa
seconda categoria).
Il concetto di differente grado di sviluppo va ovviamente utilizzato con grande cautela e
consapevolezza, giacch rischia di apparire, da un parte, come unimpostazione
sostanzialmente razzista, e dallaltra come una deformazione eurocentrica dellipotetica
esistenza di ununica modalit di sviluppo.
quindi necessario considerare questo concetto in modo assolutamente descrittivo
(necessario per descrivere le condizioni che si stanno analizzando), e rigorosamente
avalutativo (cio astenendosi da giudizi di valutazione delle differenze).
In altre parole, lutilizzo corretto di questo concetto esclude lesistenza di un sentiero
obbligato per lo sviluppo dellumanit (alla cui sommit troneggia lOccidente cristiano),
cos come nega che sia pi evoluto e pregevole possedere le armi atomiche invece delle
asce o degli archi.

Lunica implicazione che deriva dalla definizione di simili differenti gradi di sviluppo che
da essi discendano delle precise conseguenze storiche.
Il colonialismo trae i propri presupposti logici dai concetti di colonia e colonizzazione (di
derivazione romana). Il termine colonizzazione, in senso proprio, identifica semplicemente
il processo di fondazione di colonie, mentre con il termine colonia si indica la realizzazione
di un nuovo insediamento, che pu essere realizzato sia autonomamente, sia sotto il
controllo del territorio dorigine dei coloni. In senso traslato, il termine colonia indica
invece qualsiasi possedimento separato dalla madrepatria, specie se si tratta di un
possedimento doltremare.
Il concetto di colonia ovviamente molto esteso, e si articola in gradi diversi: da quello
minimo (insediamento o dominio) a quello massimo (insediamento e dominio, e anche
questultimo concetto pu distinguersi in differenti livelli).
Nellesperienza storica si possono cos determinare tre modelli fondamentali di colonia, a
loro volta soggetti a numerose varianti:
1. Colonie dappoggio: hanno normalmente fini prevalentemente economici (commercio),
possono rispondere alla necessit di assicurare una presenza militare, o assolvere a entrambi
gli obiettivi. Si possono citare quali esempi le colonie commerciali dei mercanti italiani del
Medioevo nelle citt del Levante; la rete mondiale di basi dappoggio create dagli Inglesi; le
colonie commerciali create soprattutto dal Portogallo lungo le coste dellOceano Indiano.
2. Colonie dinsediamento: rappresenta il prototipo della colonia. Una quota crescente di
persone proveniente da altri territori popola un dato territorio. un concetto antico,
biblico, ma che fa normalmente i conti col fatto che al momento della fondazione delle
colonie, ad esempio in Asia, Oceania e America ben poche terre erano spopolate, e che
nella maggioranza dei casi erano invece abitate da altre popolazioni, meno sviluppate,
costrette ad abbandonare le proprie terre, o a essere ridotte in schiavit. Di norma sono
popolazioni di cacciatori, raccoglitori e nomadi che vengono scacciati dallarrivo di
agricoltori stanziali, che impongono forme pi avanzate di coltivazione della terra,
accompagnate dalla sanzione del diritto privato di propriet. Esempi emblematici che
hanno comportato lallontanamento o il genocidio delle popolazioni indigene quello
inglese in Oceania e nel Nord America.
3. Domini coloniali: in questo caso la colonizzazione non limitata allacquisizione di basi
dappoggio commerciali, ma si estende al controllo diretto dellintero paese, senza tuttavia
nessun obiettivo di ripopolamento integrale. Tale tipologia che caratterizza tutta la prima
fase della colonizzazione ispanica delle Americhe rivela numerose analogie con il modello
coloniale dinsediamento: un gruppo numeroso di emigrati si insedia in modo permanente,
fondando per la propria esistenza sullassoluto assoggettamento della maggioranza
indigena, cui viene lasciata la propria forma originaria di economia. Una delle principali
varianti di questo modello di dominio (caratteristica dellIndia britannica) rappresentato
dallenorme squilibrio numerico tra i dominatori (pochi, e quasi mai residenti in
permanenza) e gli indigeni (che sono la preponderante maggioranza). In ogni caso,
lefficace funzionamento di queste tipologie di colonialismo reso possibile unicamente
dallesistenza di una solida base di collaborazione da parte di elementi indigeni, che di solito
rappresentano llite sociale e culturale.
Nel XVI secolo, dopo la scoperta delle Americhe, inizi la grande espansione degli europei
nel mondo e la formazione degli imperi coloniali. Furono dapprima gli Spagnoli, richiamati

dalle enormi quantit di minerali preziosi del Sud America, a fondare delle basi coloniali.
Distrussero i grandi imperi Inca, Maya e Azteco e resero schiave le popolazioni locali
impegnandole nellestrazione di oro e argento di cui poi caricavano i loro galeoni diretti in
Europa, o utilizzandole come manodopera nelle grandi piantagioni. Olandesi, Portoghesi e
Inglesi avevano invece stabilito le loro basi in Asia, ma inizialmente si limitarono a rapporti
di tipo commerciale. LAmerica del Nord venne colonizzata prevalentemente da inglesi e
francesi che vi si stabilirono coltivando le terre e sfruttando le miniere. DallAfrica
arrivavano invece gli schiavi: le navi negriere approdavano sulle coste africane e caricavano
migliaia e migliaia di persone, vendute come schiavi nelle grandi piantagioni americane.
Nel corso dellOttocento e nei primi anni del Novecento gli Stati europei si erano
divisi il mondo: Inghilterra, Francia, Olanda, Spagna, Portogallo e in minor misura
Belgio, Italia e Germania avevano occupato militarmente gran parte di quello che oggi
noi chiamiamo Terzo Mondo. Erano spinti da ambizioni di potenza, da una certa
pressione demografica interna, ma soprattutto dalla volont di sfruttare le risorse
economiche delle colonie (minerali, prodotti agricoli, schiavi) e di trovare uno sbocco
alla sovrapproduzione manifatturiera creatasi nel frattempo in Europa.
Tutti i paesi che subirono la colonizzazione furono profondamente condizionati nel loro
sviluppo proprio perch la crescita economica rispondeva solo ai bisogni dei
colonizzatori. Vennero create piantagioni specializzate in prodotti come il caff, il cacao
e il the, che erano richiesti in Europa, mentre per le colture di sussistenza delle
popolazioni locali vennero adibiti piccoli appezzamenti poco produttivi. Lartigianato
locale venne sottoposto alla dura concorrenza dei prodotti delle industrie europee e nel
giro di poco tempo and scomparendo. Poco fu fatto per alleviare le pessime condizioni
di vita della stragrande maggioranza della popolazione, che anzi spesso peggiorarono: in
alcuni casi, come nellAmerica del Sud e del Nord, gran parte della popolazione fu
sterminata militarmente, o mor a causa dei maltrattamenti e di malattie infettive come il
morbillo e il vaiolo contro cui non aveva anticorpi.
Gli imperi coloniali incominciarono a sgretolarsi solo negli anni Venti del XX secolo,
ma gli ultimi atti di indipendenza risalgono a un periodo ancora pi recente, che va
dagli anni Cinquanta ad oggi. Attualmente le colonie sono quasi tutte scomparse, ma
in molti di questi Paesi permane una forte dipendenza economica aggravata spesso
dalle prepotenze della nuova classe dirigente locale. Divenuti indipendenti si sono
infatti trovati di fronte al compito di promuovere il proprio sviluppo economico e,
non avendo a disposizione capitali e personale tecnico specializzato, sono stati
costretti a chiedere aiuto al mondo sviluppato, originando una nuova subordinazione
economica, il cosiddetto neocolonialismo.

Il colonialismo antico
La colonizzazione, cio la fondazione di colonie su territori diversi e, spesso, lontani
dalla madrepatria, un fenomeno che risale ai Fenici e ai Greci, che in gruppi
numerosi si spostavano dalle terre dorigine e andavano a vivere nei territori vicini e,
successivamente, nelle regioni del Mediterraneo occidentale.
Questo primo tipo di colonizzazione, determinato soprattutto da carestie, lotte
politiche o ragioni di espansione commerciale, per il rifornimento di materie prime di

cui la madrepatria era carente, prevedeva la fondazione di insediamenti stabili nei


quali i cittadini che immigravano trasferivano il loro modo di vita, la loro civilt, che si
fondevano con quella delle popolazioni locali, dando origine a centri che sarebbero
diventati fiorenti citt.
Diverse sono invece le forme del colonialismo romano, che prevalentemente
politico-militare, pi che economico o demografico.
Lespansione, attuata attraverso annessioni o sottomissioni, determinata dallesigenza
di controllo dei confini, dellacquisizione di terre da distribuire ai veterani e, solo in
periodo imperiale, per motivazioni economiche e di ripopolamento dei territori
conquistati, rimasti spopolati per il fenomeno dellinurbamento.
Gi dal III secolo a.C., con le guerre puniche, Roma sottomette popolazioni non
italiche, fondando via via un impero che, al suo massimo fulgore, si espande dalla
penisola iberica al Reno, dal Marocco al Mar Nero.

Il colonialismo in et moderna (secoli XIV-XVIII): la scoperta e la conquista


Lespansione coloniale di cui, dopo la Spagna e il Portogallo, sono protagoniste
lOlanda, lInghilterra e la Francia destinata ad acquistare importanza decisiva nella
storia. Dopo le scoperte, le conquiste e lapertura di nuove rotte marittime, lattivit
mercantile e finanziaria europea si svolge infatti in uno spazio geografico assai pi vasto
e pu usare, sulla base dellassoggettamento politico ed economico delle regioni
produttrici, nuove e immense risorse. Il colonialismo quindi il fattore fondamentale
della creazione di un nuovo sistema mondiale di scambi e di rapporti economici
dominato dagli Stati europei e da forti gruppi di mercanti e operatori finanziari. Le sedi
dei traffici, le citt, attraversano una nuova fase di sviluppo, sostenuta anche dalla
crescita contemporanea delle istituzioni pubbliche e delle strutture culturali.
La formazione dellimpero spagnolo in America la vicenda pi clamorosa ed
esemplare di tutto il colonialismo della prima et moderna. Gli aspetti pi
sorprendenti sono senza dubbio la rapidit con cui la conquista realizzata e lesiguit
di mezzi e di uomini impiegati. Linsediamento dei primi coloni ha inizio con il
secondo viaggio compiuto da Colombo nel 1493, lanno successivo a quello della
scoperta dellAmerica. Circa 1.200 uomini iniziano la costruzione di fattorie
agricole, danno avvio a ricerche minerarie e avviano la costruzione della prima citt
(Santo Domingo, 1496-1497) nellarea caraibica interessata dalle prime fase della
conquista. Privi di regolari contatti con la Spagna, i coloni affrontano nel primo
periodo in modo autonomo i problemi dellinsediamento.
Nel 1502, con la spedizione di Nicols de Ovando, viene istituita una vera e propria
rappresentanza del governo spagnolo. Il problema fondamentale rappresentato dal
bisogno di manodopera per sfruttare le risorse agricole e minerarie locali. Lo stesso
Colombo introduce il sistema delle encomiendas, in base al quale uno o pi villaggi
indigeni (encomiendas) vengono assegnati a ogni colono (encomendero) che
autorizzato a riscuotere tributi dalla popolazione sotto forma di prodotti agricoli e
manifatturieri o di lavoro coatto non retribuito. La popolazione indigena, gi esigua, si
riduce rapidamente per le violenze cui sottoposta, per le malattie, le fughe e lo
sfruttamento spietato: gi nel 1510 essa quasi completamente scomparsa. La

mancanza di manodopera ostacola gravemente lutilizzazione delle risorse americane,


proprio quando esse si rivelano corrispondenti alle attese dei colonizzatori. Si cerca di
fronteggiare questo inconveniente con la tratta degli schiavi neri che ha inizio nel 1503
per poi intensificarsi sino a diventare uno dei pi importanti settori del traffico
sullAtlantico, contribuendo a mutare la struttura razziale della popolazione di alcune
zone latino-americane (oggi, ad esempio, la popolazione di Haiti costituita per il 90
per cento da neri).
Lesigenza di uomini, oltre che di terre da sfruttare, spiega lindirizzo che prendono le
ulteriori conquiste, in un continente che offre spazi vuoti immensi ai pochi coloni
emigrati dallEuropa. Mentre in atto la colonizzazione delle isole del Mar dei
Caraibi, comincia la penetrazione nellinterno del continente.
Una spedizione di modeste dimensioni (600 uomini e 11 navi) muove verso le coste
messicane nel 1519, guidata da Hernn Corts. questa limpresa che pone la prima
solida base dellimpero spagnolo nel Nuovo Continente. Sbarcato nei pressi
dellattuale Vera Cruz, Corts si trova di fronte a un compito assai difficile. La
numerosa popolazione azteca abitante il vasto territorio del Messico non
disorganizzata e dispersa come le trib incontrate nelle isole dai primi coloni. Gli
aztechi hanno unorganizzazione statale, che fa capo alla citt di Tenochtitlan, e un
esercito regolare, condotto dal sovrano Montezuma. Corts punta direttamente verso
la capitale dello Stato. Durante la marcia dalla costa verso linterno egli pu rendersi
conto del malcontento esistente nei villaggi contro i signori aztechi e contro
lamministrazione pubblica e riesce a sfruttarlo a proprio vantaggio, giungendo sino a
stringere alleanze con importanti forze ribelli. Linsediamento di Corts nella capitale
dapprima relativamente pacifico; impressionati dalle armi da fuoco e dai cavalli
spagnoli cose del tutto sconosciute gli Aztechi non oppongono resistenza. Ma
quando gli spagnoli cominciano a distruggere i templi e imporre tributi molto onerosi,
la popolazione si ribella. Montezuma, sino a questo momento tollerante verso gli
stranieri, viene ucciso dagli insorti, e Corts costretto a rifugiarsi nel territorio
alleato di Tlaxcala. Di qui le sue truppe, rafforzate da un contingente di soldati venuto
da Cuba, muovono poco dopo contro la capitale e, dopo un lungo assedio, la
conquistano e la distruggono.
Finisce cos limpero azteco, caduto nelle mani di un pugno di conquistadores animati
da una grande sete di ricchezza e da uno straordinario spirito di avventura. La
riorganizzazione politica ed economica viene avviata dallo stesso Corts, che
distribuisce agli uomini del suo seguito i villaggi con la forma dellencomienda,
spodestando lantica aristocrazia terriera locale.
Contemporaneamente, la conquista si sviluppa verso il sud. La notizia dellesistenza di
un altro popoloso impero che si estende in una regione comprendente gli attuali
territori dellEcuador, del Per e una parte del Cile muove un altro gruppo di
conquistadores capeggiati da Francisco Pizarro, un colono gi possessore di
unencomienda nella zona di Panam. Lorganizzazione sociale degli Inca basata
sulla propriet comune della terra; essi hanno un fiorente artigianato, specializzato in
modo particolare nella fabbricazione di oggetti doro. Come gli Aztechi, non
conoscono il cavallo n luso della ruota. Le scarse capacit militari di queste
popolazioni rendono facile limpresa di Pizarro, partito con meno di 200 uomini e soli
27 cavalli. Egli per sa approfittare di una crisi dinastica che sta lacerando limpero

degli Inca, e riesce a fare prigioniero il sovrano. Nel saccheggio dellantica capitale
Cuzco, i conquistadores realizzano un bottino immenso, aumentato dalloro che il
sovrano consegna sperando di riuscire a riconquistare la libert.
Pizarro fonda nel 1535 una nuova capitale in un luogo diverso, vicino alla costa,
lattuale Lima. I problemi pi difficili li incontra tuttavia nellamministrazione dei
nuovi territori. A parte le rivolte degli indigeni e le difficolt di stabilire rapporti con
essi, Pizarro si trova coinvolto in una serie di lotte feroci tra i conquistadores,
provocate anche dal suo stesso comportamento, scarsamente leale e privo di dirittura
morale. Egli infatti non potr godere a lungo dei frutti delle sue imprese, poich sar
ucciso nel 1541.
In questo modo si costituito il corpo fondamentale dellimpero ispano-americano,
un territorio immenso comprendente gli Stati degli Aztechi e degli Inca, ai quali si
aggiungono via via nuovi territori (Messico meridionale, Guatemala, Honduras),
strappati alle popolazioni Maya.
In tutta la vicenda della conquista e nel successivo svolgimento dei rapporti tra la
Spagna e le colonie, la presenza di missionari cattolici ha un ruolo importante. La
distruzione, da parte dei conquistadores, dellantica organizzazione religiosa e
spirituale, lascia nelle popolazioni indigene un vuoto spirituale e psicologico, che i
missionari riescono almeno in parte a colmare. In questo modo, seppure in condizioni
molto difficili (la loro opera violentemente contraddetta dallo sfruttamento e dal
saccheggio operato dai coloni), essi stabiliscono un legame robusto tra conquistatori e
popolazione autoctona.
Lazione della corona ha invece diverse motivazioni rispetto a quella ecclesiastica. Col
suo tentativo di limitare il potere dei conquistadores nelle colonie, il sovrano spagnolo
mira soprattutto a impedire che i nuovi territori si sottraggano alla sua autorit. Viene
cos creato un apparato politico-amministrativo che, poco a poco, sostituisce ai
conquistadores un gruppo di funzionari fedeli, stipendiati dallo Stato. Il potere
affidato a governatori e successivamente, quando i territori coloniali raggiungono
estensioni vaste, a vicer.
In alcune colonie (Santo Domingo, Messico e Panam) sono creati centri di
amministrazione giudiziaria e civile (audiencias) sul modello di quelli esistenti nella
madrepatria. Questorganizzazione politico-amministrativa si diffonde poi in tutte le
colonie. In Spagna, nel Consiglio di Castiglia (organismo collegiale di governo che
tratta gli affari generali della corona) viene costituito un comitato permanente per le
Indie, in seguito trasformato in Consiglio autonomo, con la funzione di Corte
suprema e di ministero per gli affari coloniali.
Si conclude cos lepoca in cui i conquistadores hanno concentrato nelle loro mani
tutto il potere (politico, economico, militare) senza alcun controllo. La maggior parte
di essi sono privati della loro autorit, e rimangono semplici encomenderos. Alcuni
non accettano facilmente loperazione e danno vita a episodi di rivolta che ricordano,
sebbene su un piano diverso, le tendenze anarchiche della feudalit europea.
Meno efficace invece lazione della monarchia per impedire che, attraverso il sistema
della encomienda, si formi nelle colonie una nuova grande feudalit. I tentativi di
negare lereditariet delle encomiendas e di limitare il potere degli encomenderos non
hanno successo. Da allora si viene dunque formando nellAmerica Latina una
struttura di tipo feudale, caratterizzata dalla concentrazione della ricchezza e della

terra, da fortissimi squilibri sociali, da una divisione profonda tra i detentori della
ricchezza e la massa dei lavoratori.
Caratteri diversi, rispetto a quella spagnola, ha lespansione coloniale portoghese, che
non mira alla conquista di vasti domini territoriali ma alla creazione di scali, porti e
piazzeforti specialmente in Africa e in India. Vasco de Gama crea una base
permanente a Calcutta nel 1502; subito dopo Albuquerque organizza scali portoghesi
sulla costa araba e nel Golfo Persico. Goa, nel territorio indiano, conquistata nel
1510 e diviene il pi importante centro commerciale del Portogallo in Oriente. I
successivi insediamenti nei punti strategici del traffico nellOceano Indiano danno ai
Portoghesi la possibilit di monopolizzare il commercio marittimo con lOriente. Essi
penetrano in Malesia e da l si spingono sino in Cina, dove ottengono di creare un
insediamento a Macao, allentrata della baia di Canton (1530). In Africa si installano
gi nel corso del 400 e possono perci diventare i principali protagonisti della tratta
degli schiavi quando aumenta la loro richiesta nel mercato americano. La fragilit
dellimpero portoghese deriva dalla sua stessa struttura: esso infatti costituito da
scali commerciali senza trasferimenti di popolazione e senza una permanente
attrezzatura difensiva locale. Per questi motivi le postazioni portoghesi in Asia
saranno successivamente scalzate con relativa facilit da Spagnoli e Olandesi.
Un carattere pi duraturo ha invece il dominio portoghese in Brasile (raggiunto nel 1500
dal navigatore Pedro Alvarez Cabral). Limmensa regione, popolata da trib primitive, ha
allinizio interesse commerciale quasi esclusivamente per il legname da tintura, il brasil, da
cui prende nome il paese. La necessit di difendere il territorio da Francesi e Spagnoli
spinge poi il sovrano portoghese nel 1530-1540 a estendere loccupazione del Brasile, che
rimane per a lungo limitata ad alcune zone della fascia costiera. Il territorio diviso nel
1533 in dodici circoscrizioni ripartite tra proprietari che avrebbero dovuto colonizzarle.
In seguito si sviluppano le piantagioni di canna da zucchero, nelle quali la manodopera
costituita in gran parte da schiavi importati dallAfrica.

Prime ripercussioni dellespansione coloniale


Una parte cospicua della ricchezza prodotta nelle colonie americane viene trasferita
nella madrepatria attraverso gli scambi commerciali, dei quali la Spagna si riserva il
monopolio, e soprattutto attraverso il prelievo dei prodotti minerari. Oltre le miniere
delle Antille e del Messico, il centro pi importante di produzione dellargento
diventano le miniere peruviane di Potos, scoperte nel 1545. Lo sfruttamento avviene
attraverso il sistema del lavoro forzato degli indios, gi praticato nellorganizzazione
economica degli Inca. Per sovrintendere allintenso traffico tra la madrepatria e le
colonie viene istituita a Siviglia sin dal 1503 la Casa de Contratacin, unistituzione
che ha il compito di riscuotere i dazi sul commercio coloniale (che passa
obbligatoriamente per il porto di Siviglia) e riceve per conto della corona i metalli
preziosi delle miniere americane.
A loro volta, le colonie costituiscono un mercato di esportazione per i prodotti
europei. Esse abbisognano di armi, tessuti, utensili vari, vino, olio e schiavi: prodotti
che la Spagna in grado di fornire solo in parte. Le richieste coloniali sono quindi

soddisfatte in parte attraverso il contrabbando, esercitato dapprima dai Portoghesi e


successivamente da Francesi, Inglesi e Olandesi.
Laspetto di gran lunga pi importante del traffico col Nuovo Mondo limportazione
in Spagna di uningente quantit di metalli preziosi. Per la monarchia spagnola
impegnata in diversi teatri di guerra e tesa ad affermare la propria egemonia politicomilitare sullEuropa questo apporto finanziario ha un valore assai elevato. Essa
preleva infatti una tassa del 20 per cento sui metalli importati, la cui quantit molto
elevata (tabella 1).

Tab. 1. Importazioni di metalli preziosi, 1503-1530 (valori in pesos, equivalenti a 42,29


grammi di argento).

1503-1505
1506-1510
1511-1515

371.055,3
816.236,5
1.195.553,5

1516-1520
1520-1525
1525-1530

993.196,5
134.170,0
1.038.437,0

Negli anni successivi, peraltro, limportazione aumenta notevolmente sino a toccare la


punta massima di circa 35 milioni di pesos nellultimo decennio del secolo.
Le conseguenze sono molteplici: accenniamo qui solamente laumento dei prezzi
(iniziato allincirca nel 1520) che si verifica non solo in Spagna ma in tutti i paesi
europei, la cui economia, direttamente o indirettamente, legata a quella spagnola.
Pi a fondo, tuttavia, operano altro fattori: il commercio internazionale non soltanto
amplia il suo orizzonte, ma cambia la sua stessa natura. Ai prodotti di lusso, le
tradizionali spezie, che hanno costituito la base principale del commercio
intercontinentale dellet medievale, si affiancano prodotti coloniali meno preziosi ma
di pi largo consumo (tabacco, zucchero, cacao, ecc.). Nascono perci nuove e assai
pi numerose possibilit di arricchimento e quindi anche di trasformazione delle
strutture sociali; la concorrenza tra le nazioni si fa pi intensa; in Europa, infine,
accanto ai conflitti tradizionali, si cominciano a profilare nuovi contrasti provocati
dallespansione coloniale.

In sintesi:
Fase caratterizzata prevalentemente da un colonialismo mercantile, pi interessato agli scambi
commerciali che al vero dominio politico. Fa eccezione la colonizzazione Spagnola in America del Sud.
1488 Bartolomeo Diaz (P) doppia Capo di Buona Speranza.
1492 Cristoforo Colombo (E) scopre l'America.
1519-1522 Vasco De Gama (P) compie la circumnavigazione del mondo.
XVI secolo Gli Spagnoli conquistano quasi tutta lAmerica Latina istituendo dei viceregni e
distruggendo le civilt Maya, Inca e Atzeca. Gli Spagnoli in America tendono ad assimilare e

sottomettere le popolazioni locali utilizzando diversi sistemi. La Spagna importa dallAfrica schiavi
per farli lavorare nelle piantagioni.
Nei secoli XVII-XVIII lInghilterra inizia a utilizzare gli Stati Uniti, prima, e lAustralia, poi, anche
come colonie di popolamento. Nel XV sec. Spagna e Portogallo finanziano viaggi di esplorazione in
Africa e nelle Indie. Il Portogallo pratica un colonialismo commerciale costituito in tutto da una
dozzina di basi mercantili fortificate dislocate in Africa e in Asia.
1585 Viene fondata la Virginia, prima colonia inglese in Nord America.
1600 Viene fondata la Compagnia inglese delle Indie Orientali.
1602 Viene fondata la Compagnia olandese delle Indie Orientali.
Gli Olandesi si sostituiscono gradualmente ai Portoghesi, la Compagnia delle Indie Orientali inizia a
controllare anche la produzione dei centri, non limitandosi pi al semplice commercio.
1608-1642 La Francia colonizza il Canada.
1621 Viene fondata la Compagnia olandese delle Indie Occidentali, che si limita per alla pirateria
contro la flotta spagnola.
1640 Il Portogallo si impossessa del Brasile.
1660 Dopo una fase darresto ricomincia la colonizzazione inglese, in particolare da parte delle sette
protestanti: puritani e quaccheri.
1770 James Cook scopre e prende possesso per conto della corona inglese dellAustralia.
1776 Gli Stati Uniti proclamano la loro indipendenza dall'Inghilterra.
1795 Gli Inglesi conquistano Citt del Capo strappandola agli Olandesi, che vi avevano praticato
anche una colonizzazione di popolamento.

Dalla lotta per la supremazia coloniale alla formazione dellimpero britannico in Oriente
Alla met del Seicento, lOlanda gode in Europa di un indiscusso predominio
economico, fondato sulla supremazia della propria flotta commerciale e sul ruolo
centrale di Amsterdam nella finanza internazionale. In questepoca la flotta olandese
conta ben diecimila navi, la cui stazza complessiva superiore di dieci volte a quella
inglese e di venti volte a quella spagnola; le due grandi compagnie delle Indie
detengono il monopolio dei commerci delle spezie asiatiche, dei metalli preziosi, del
legname e del cotone americano.
Amsterdam, inoltre, il centro finanziario pi importante del tempo; l possibile
chiedere denaro a prestito per le iniziative pi audaci e reinvestire i propri capitali. Al
commercio internazionale e alle attivit finanziarie si unisce poi lo sviluppo
dellagricoltura dovuto alle opere di ingegneria idraulica e di bonifica e alla
sperimentazione di nuove tecniche di coltivazione.
Sin dalla met del Seicento, per, si fa sentire la concorrenza dellInghilterra, indirizzata
decisamente verso una politica di sviluppo economico e di espansione sui mari ai danni
dellOlanda. Nel 1651 viene emanato latto di navigazione, che riserva alle navi inglesi il
commercio con le colonie dellAmerica settentrionale e proibisce laccesso ai porti
britannici alle navi straniere che non provengano dai paesi produttori dei beni
commerciati. Cos facendo si pongono le basi per legemonia marittima inglese, a danno
del principio della libert di commercio. Ben presto il conflitto commerciale angloolandese si trasforma in scontro militare. Le tre guerre del 1652-54, 1665-67 e 1672-74
si concludono con la vittoria dellInghilterra, che conquista anche la base americana di
Nuova Amsterdam, presto ribattezzata New York.
Nella prima met del Settecento, la Francia rappresenta per lInghilterra una rivale
temibile, capace di farle concorrenza in tutto il mondo. un grande paese, con una

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popolazione doppia rispetto allInghilterra, in grado di approntare grandi eserciti, con


uneconomia pi arretrata, ma dotata di notevoli potenzialit.
I traffici francesi interessano tutti i paesi europei, soprattutto larea tedesca, dove i
prodotti coloniali sono distribuiti dal porto di Amburgo, e quella mediterranea,
attraverso il porto di Marsiglia.
Nei Caraibi, i francesi contrastano gli inglesi nella produzione del caff, del tabacco e
soprattutto dello zucchero, che esportano in tutta Europa e persino nelle colonie
inglesi del Nord America. Queste sono circondate dai domini del re di Francia, il
Canada, lIllinois e la ricca Lousiana, che minacciano di soffocare lespansione dei
coloni inglesi. I porti francesi della costa atlantica, Bordeaux, Nantes e Le Havre, si
sviluppano molto rapidamente grazie al commercio oceanico sino a fare concorrenza a
Londra, Bristol e Liverpool. Nel settore asiatico, la concorrenza tra inglesi e francesi
particolarmente accanita in India, mentre, sul commercio del t con la Cina,
lInghilterra mantiene saldamente il monopolio sino al 1750.
Negli anni Quaranta, durante la guerra di secessione austriaca, Francia e Inghilterra si
affrontano in Europa e nelle colonie, ma senza rilevanti conseguenze. Molto pi
importanti sono invece gli esiti della guerra dei Sette anni (1756-1763), durante la quale
Francia e Austria, tradizionali avversarie nelle guerre dei Sei-Settecento, si schierano
assieme alla Russia contro la Prussia, alleatasi precedentemente con lInghilterra.
Dopo una prima fase in cui inglesi e francesi si fronteggiano sul continente,
lInghilterra decide una condotta di guerra a tutela degli interessi commerciali degli
inglesi. Il confronto si sposta cos dallEuropa alle colonie.
In India, il governatore francese ha concepito gi prima del 1756 il grandioso piano di
creare un impero finanziariamente indipendente dalla madrepatria assicurandosi il
controllo della regione di Madras, ma la superiorit navale inglese ha sempre frustrato
le sue ambizioni. Allinizio della guerra dei Sette anni riprendono le ostilit francoinglesi, che hanno come esito la conquista per mano inglese di tutte le piazzeforti
precedentemente tenute dai francesi.
Nello scontro in Nord America la Francia oppone maggiore resistenza, grazie anche
allalleanza con le pi bellicose trib indiane; gli inglesi si giovano per di una
schiacciante superiorit numerica e di una maggiore forza navale. Questi due fattori
risultano perci decisivi e assicurano la vittoria agli inglesi anche in Nord America.
Il trattato di Parigi del 1763, che sancisce la fine della guerra, lascia immutato il
quadro geopolitico europeo, ma rivoluziona lassetto delle colonie a vantaggio
dellInghilterra: la Francia perde tutti i territori nordamericani e parte delle Antille,
mentre in India riottiene alcuni scali occupati dagli inglesi, che ne proibiscono per la
fortificazione. Di fatto, dopo la conquista del Bengala del 1765, lInghilterra resta
lunico arbitro europeo del subcontinente indiano. Legemonia inglese sullIndia porta
allo sviluppo di una rete commerciale destinata a rafforzarsi sempre pi negli anni
successivi. LIndia diviene cos la via maestra per la penetrazione economica e politica
degli europei in Estremo Oriente.
Lo scontro coloniale con lInghilterra cos definitivamente perso per la Francia e a
nulla vale lappoggio fornito successivamente ai coloni americani ribelli durante la
rivoluzione americana. Sconfitta dallInghilterra, dissestata finanziariamente dalle
spese di guerra e con un sistema politico refrattario a qualsiasi riforma, la Francia
sarebbe sprofondata dopo alcuni anni nella rivoluzione. LInghilterra, al contrario, si

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impone come massima potenza coloniale, ruolo che avrebbe mantenuto per circa due
secoli, nonostante che la rivoluzione americana la priver di l a poco delle colonie
americane settentrionali.
Sino alla met del Settecento la penetrazione occidentale in Asia quasi
esclusivamente di tipo economico: in genere le potenze europee si accontentano di
assumere il controllo dei traffici e dei commerci, creando avamposti commerciali e
militari in punti chiave delle rotte marittime o impadronendosi di porti e citt di
particolare rilevanza economica. Le uniche eccezioni di rilievo sono rappresentate
dalle Filippine, cadute sin dalla seconda met del XVI secolo sotto la dominazione
spagnola, e dai possedimenti olandesi di Ceylon, Sumatra, Giava e Borneo.
Nella seconda met del XVIII secolo gli Stati europei, e in particolare lInghilterra,
iniziano ad assumere direttamente lamministrazione degli Stati asiatici costituendo un
vero e proprio impero coloniale. La guerra dei Sette anni rappresenta un momento
fondamentale nella storia dellespansione europea in Asia: la sconfitta della Francia
lascia di fatto mano libera allInghilterra che, grazie anche alla crisi della Spagna e alla
diminuita presenza dei mercanti portoghesi e olandesi, riesce nel corso di un secolo a
creare un vasto impero coloniale.
Oggetto delle mire inglesi soprattutto il subcontinente indiano, che alla fine del
Settecento suddiviso tra limpero Moghul, una dinastia turca di religione islamica, e
gli Stati dei Maratha, una confederazione di cinque regni induisti dellIndia centrosettentrionale. Gli inglesi sanno approfittare dei conflitti che oppongono i Moghul alle
popolazioni induiste e gi durante la guerra dei Sette anni riescono a limitare la
presenza francese in India e ad assumere il controllo della ricca regione del Bengala,
imponendo un nababbo di loro gradimento. Nei decenni seguenti lopposizione alla
penetrazione britannica si polarizza attorno agli Stati dei Maratha che sono
defnitivamente sconfitti solo dopo tre conflitti, lultimo dei quali, terminato nel 1818,
si conclude con lannessione di tali territori ai possedimenti coloniali britannici.
La conquista delle nuove colonie non intrapresa direttamente dalla corona inglese, ma
viene affidata, sotto il controllo del Parlamento, a una compagnia privata la East India
Company che sui possedimenti indiani ha pieni poteri amministrativi e militari.
Il colonialismo inglese ha pesanti ripercussioni sulla societ indiana: sino a questo
momento, malgrado il rigido controllo britannico, il saldo commerciale tra India e
Inghilterra nettamente a favore della prima. Mentre le esportazioni inglesi in India
sono pressoch nulle, dai porti indiani partono alla volta dellEuropa navi cariche di
spezie, t, porcellane e cotonate.
A partire dagli anni Venti dellOttocento la piena affermazione della rivoluzione
industriale rende per la prima volta competitivi i prodotti tessili europei rispetto a
quelli indiani. Grazie anche a un sistema di tariffe doganali che ostacola lesportazione
delle cotonate indiane nel Regno Unito e che lascia invece indifesa lIndia di fronte
alla penetrazione dei prodotti inglesi, nel giro di pochi anni la produzione artigiana
locale di prodotti tessili viene praticamente azzerata. Leconomia indiana cos
costretta a orientarsi verso lesportazione di prodotti non lavorati come il t o il
cotone grezzo che sarebbe poi stato reimportato dallInghilterra sotto forma di
prodotto finito.
Nei primi decenni dellOttocento gli inglesi consolidano la propria presenza in Asia
ponendo un protettorato sul Nepal (1816), fondando la citt portuale di Singapore

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(1819) e annettendo la bassa Birmania (1826) e il Punjab (1849). Alcune di queste


acquisizioni avvengono in maniera quasi casuale, profittando delle lotte interne a
questo o quel paese. In genere, per, a orientare le scelte politiche dellInghilterra la
volont di creare attorno allIndia degli Stati cuscinetto e di controllare le rotte
commerciali che collegano la madrepatria con le colonie asiatiche.

Il tramonto dellimpero coloniale spagnolo


Allinizio dellOttocento lAmerica Latina divisa tra possedimenti portoghesi
limitati al solo ma immenso Brasile e spagnoli, che si estendono su quasi tutta la
parte centrale e meridionale del continente, su Cuba, Portorico e Messico.
Indipendente invece, dal 1804, la repubblica di Haiti. Questi vasti territori sono
abitati da circa diciannove milioni di abitanti. A causa dei flussi migratori dalla
Spagna e della tratta degli schiavi di colore, la popolazione dellAmerica Latina
diventata multietnica: nelle colonie spagnole a fianco di circa 200.000 emigrati iberici,
si contano tre milioni di creoli (bianchi nati da genitori spagnoli residenti nelle
colonie), cinque milioni tra mulatti (nati da matrimoni tra bianchi e neri) e meticci
(nati dallincontro tra neri e indi), oltre sette milioni di indios nativi e circa un milione
di neri. Nellenorme Brasile vivono appena tre milioni di uomini, la met dei quali
schiavi di colore.
Alle differenze etniche corrispondono profonde disparit sociali. Il possesso della
maggior parte delle terre concentrato nelle mani della minoranza creola, gelosamente
arroccata a difesa dei propri privilegi, e che, nel nome di una supposta superiorit
razziale, rifiuta ogni legame con meticci e mulatti. Specie nella seconda met del
Settecento, tra i creoli, si afferma unlite economica e culturale che ha esteso i propri
interessi al settore commerciale e che cerca un riscontro al proprio ruolo economico in
un parallelo aumento di peso politico. I mulatti e i meticci lavorano nei settori del
commercio o dellartigianato, mentre la popolazione di colore e gli indios sono
impiegati, in condizioni di schiavit o semischiavit, nei grandi latifondi appartenenti al
demanio regio, agli enti ecclesiastici o ai possidenti creoli.
Nel 1808 loccupazione della Spagna da parte delle truppe napoleoniche costituisce la
spinta decisiva verso lo sfaldamento dellimpero coloniale iberico. I possidenti creoli
assumono di fatto il potere creando delle giunte provvisorie ed esautorando i
rappresentanti della corona. Il primo paese a proclamare la propria indipendenza
dalla Spagna il Venezuela dove, il 5 luglio 1811, il generale Miranda proclama la
nascita della Repubblica. Questo esempio presto seguito in altre aree sottoposte al
dominio spagnolo: nella parte meridionale del paese, corrispondente allattuale
Argentina e al Cile, le forze dei rivoltosi sono organizzate da un ex ufficiale spagnolo
Jos de San Martn; nelle province settentrionali, corrispondenti al Venezuela e alla
Colombia, la guida dellesercito assunta da Simn Bolvar.
In questa prima fase della lotta di liberazione i paesi latino-americani possono contare
sullappoggio degli Stati Uniti e dallInghilterra che intravedono nello sfaldamento
dellimpero coloniale spagnolo loccasione per accrescere la propria penetrazione
economica nel Sud America.

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Nato a Caracas nel 1783, Simn Bolvar trascorre molti anni in Europa, dove stato
mandato dalla famiglia a studiare e da dove ritorna definitivamente nel 1810 per
schierarsi a fianco dei rivoluzionari venezuelani. Grazie ad alcune vittorie militari,
Bolvar riesce a liberare Caracas ma la controffensiva spagnola lo costringe a riparare
nei Caraibi. Di l egli diffonde il suo programma che prevede la nascita di una
confederazione, una repubblica degli Stati Uniti del Sud, che rappresenti per
lAmerica Latina ci che gli Stati Uniti rappresentano per lAmerica settentrionale.
Nel 1816 riprende la lotta contro gli spagnoli radicalizzando le proprie posizioni
politiche e riuscendo cos ad accrescere la base sociale della rivolta: la messa al bando
della schiavit guadagna a Bolvar lappoggio degli indios e degli schiavi liberati,
alcune riforme sociali gli valgono il sostegno dei piccoli contadini e degli strati
inferiori della societ. Grazie anche allaiuto dellInghilterra e allo scoppio dei moti di
Spagna che impediscono alla corona di inviare nuove truppe in America Latina, egli
riesce a sconfiggere pi volte lesercito spagnolo, a liberare i territori che
corrispondono agli attuali Venezuela, Ecuador e Colombia e a dare vita alla
Repubblica federale della Grande Colombia. Negli anni successivi anche Per, Bolivia
(cos chiamata in onore di Bolvar) e Uruguay ottengono lindipendenza.
Contemporaneamente, nella parte meridionale del continente, i ribelli cileni e
argentini, guidati rispettivamente da Bernard OHiggins e San Martn, riescono ad
avere la meglio sulle truppe spagnole.
Un percorso diverso invece quello seguito dal Messico. Qui, a differenza che nel
resto del Sud America, i primi a iniziare la guerra di liberazione dagli spagnoli sono le
popolazioni indios e meticce delle campagne che danno alla rivolta una chiara
connotazione sociale chiedendo la redistribuzione delle terre. Il pericolo spinge i
creoli e gli spagnoli ad accantonare le divergenze reciproche e a far fronte comune.
Una volta stroncata la sollevazione dei contadini, contrasti tra creoli e corona portano
allo scoppio di una ribellione di orientamento conservatore guidata dal generale
Augustn de Itrbide, che, nel 1822, si fa proclamare imperatore del Messico. Il
tentativo autocratico ha tuttavia vita breve: nel 1823 Itrbide destituito da un colpo
di Stato, cui fa seguito la proclamazione di una repubblica federale modellata
sullesempio costituzionale nordamericano.
Un percorso ben diverso da quello del resto dellAmerica Latina quello seguito dal
Brasile. Nel 1807, in seguito allinvasione del Portogallo da parte delle truppe
napoleoniche, la casata regnante dei Braganza trova rifugio nella colonia sudamericana.
Nel 1821 lo scoppio, in patria, dei moti liberali costringe re Giovanni VI a fare ritorno in
Europa. In Brasile resto il figlio Pietro che, nel 1822 e in sostanziale accordo con il padre,
proclama lindipendenza del paese facendosi nel contempo incoronare imperatore.
Nel 1826 a Panam convocato un congresso degli Stati latino-americani che, nelle
intenzioni di Simn Bolvar, avrebbe dovuto portare alla nascita di una repubblica
federale comprendente, se non tutta, almeno gran parte dellAmerica Latina. Il
congresso si chiude con un sostanziale fallimento: i particolarismi e le tradizioni locali
non solo impediscono la costituzione dello Stato vagheggiato da Bolvar ma, anzi,
portano allo sfaldamento della Grande Colombia e delle altre repubbliche federali
nate nei mesi successivi allindipendenza.
Bolvar sogna uno Stato democratico nel quale i contadini godano di condizioni di
vita migliori di quelle nelle quali hanno vissuto sino a quel momento, ma il suo

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progetto naufraga. Allinterno delllite creola protagonista della lotta contro la


Spagna permane, infatti, una forte divisione tra i ceti urbani, impiegati nei commerci,
e i grandi proprietari terrieri, contrari a ogni riforma sociale. A risultare vincenti sono
gli interessi dei proprietari, sicch il passaggio allindipendenza non comporta nessun
miglioramento per le popolazioni delle campagne. Anzi, sebbene la schiavit sia stata
formalmente abolita nella maggior parte degli Stati, di fatto i contadini continuano a
vivere in condizioni di semilibert.
Le mancate riforme sociali o la loro esigua portata rendono fragili le istituzioni
democratiche che, sul modello americano, quasi tutti i nuovi Stati si sono date al
momento dellindipendenza. Di contro cresce limportanza dei generali che,
protagonisti della guerra di liberazione, nel corso della lotta contro la Spagna hanno
spesso aggiunto ai poteri militari anche quelli civili. Contrari alla democrazia, essi si
arrogano il diritto di intervenire direttamente nella vita pubblica al fine di dirimere le
contese politiche. Questo atteggiamento quindi alle origini del clima di instabilit
politica, accompagnato da guerre civili e dittature militari, che caratterizza, in parte
ancora oggi, la storia dellAmerica Latina.
Cronologia
In tutto il Sud America iniziano le guerre dindipendenza, in particolare sotto la guida di Simon Bolvar nel
1810-24 Nord del Sud America (Venezuela) e nei Caraibi (Colombia, Equador) e di Jos de San Martin nel Sud
(Argentina, Cile, Per, Bolivia). Al diretto dominio coloniale spagnolo subentrano la pressione economicofinanziaria inglese e la subalternit politica agli Stati Uniti.
1818

La Compagnia inglese delle Indie Orientali ottiene il controllo diretto dellIndia. Inizia a nascere un
regime coloniale basato sul disprezzo della societ indigena e sulla volont di trapiantare istituzioni e
sistemi economici occidentali con essa incompatibili.

1821

Il Brasile si proclama indipendente.

1830

LOlanda impone alle colonie indonesiane il sistema di coltivazione, impone cio colture per
lesportazione a danno di colture per la sussistenza.

1833

La Gran Bretagna abolisce la schiavit.

1834

LAlgeria diviene un possedimento coloniale della Francia, che deve per combattere a lungo contro la
resistenza locale (fino al 1847). La Francia punta ad assimilare i nuovi territori direttamente entro il
proprio sistema politico-amministrativo.

1842

La Gran Bretagna stabilisce una forma di protettorato sulla Cina.

1850-70 LOlanda si estende nelle isole del Borneo.


1858-70 La Francia occupa tutta lIndocina.
1864

Napoleone III proclama imperatore del Messico Massimiliano dAsburgo.

1865

Gli Stati Uniti aboliscono la schiavit.

1867

La resistenza messicana guidata da Benito Juarez costringe alla ritirata Massimiliano dAsburgo che
viene catturato e fucilato.

1869

LItalia acquista la baia di Assab per mezzo della societ Rubattino di Genova.

Il nuovo colonialismo imperialista e la spartizione dellAfrica


Diretta conseguenza della crescita delleconomia internazionale e dello sviluppo
industriale lemergere, a partire dagli anni Ottanta dellOttocento, di forti tensioni
politiche tra le principali potenze europee. Lo sviluppo industriale aumenta a
dismisura la loro forza economia, facendo crescere la competizione per lallargamento

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delle sfere di influenza, e trasforma i caratteri del colonialismo europeo. Da un lato, i


territori colonizzati, che sino a ora hanno assicurato la fornitura di materie prime e
assorbito la popolazione in sovrannumero, diventano importanti anche come mercati;
dallaltro, una crescente presenza militare e politica considerata una condizione
necessaria per la tutela degli investimenti.
Lespansione coloniale si trasforma cos in uno dei fattori decisivi delle relazioni
internazionali, e parallelamente si intensificano le sue ripercussioni sulla politica
interna dei paesi colonizzatori. Sullesempio della Gran Bretagna, che dal 1877 ha
rafforzato i legami politici e istituzionali con i suoi domini doltremare, tutte le
potenze europee puntano a dare un assetto imperiale alle loro relazioni con i paesi
extraeuropei nei quali hanno in precedenza conquistato possedimenti o acquisito un
forte potere di influenza a scopi economici o strategico-commerciali. Tale tendenza
comporta ovunque lesaltazione dei sentimenti di potenza nazionale e di superiorit
della razza bianca; in numerosi casi la conquista coloniale viene giustificata come
missione civilizzatrice. Il carattere decisivo che distingue let dellimperialismo
(1880-1914) dal periodo precedente non va dunque individuato semplicemente
nellinedita estensione geografica raggiunta dallespansione coloniale, che pure giunge
a interessare quasi la met della superficie terrestre, ma piuttosto nelle nuove forme
assunte dal dominio coloniale stesso. Da questo punto di vista, la caratteristica
principale dellimperialismo la tendenza da parte delle potenze europee a pianificare
la spartizione del mondo e ad accordarsi a tavolino sulla creazione di sfere di
influenza, nel tentativo di risolvere sulla base di negoziati diplomatici gli immancabili
conflitti derivanti dal sovrapporsi delle rispettive direttrici di espansione coloniale.
La manifestazione pi eclatante delle tendenze imperialistiche interessa lAfrica. Ancora
intorno al 1840 la conoscenza del continente africano da parte degli europei assai
imprecisa, e del tutto ignota risulta la maggior parte delle zone interne. Negli anni tra il
1850 e il 1870 una serie di spedizioni geografiche guidate da esploratori come David
Livingstone ed Henry Stanley hanno consentito di individuare le sorgenti del Nilo e il
percorso dei fiumi Congo, Niger e Zambesi. Frizioni sulla conquista delle regioni
africane cominciano a emergere nel 1877, quando il governo britannico della provincia
del Capo, nellAfrica del Sud, decide di annettere lo Stato minerario e diamantifero del
Transvaal, governato da coloni boeri (di origine olandese); il conflitto anglo-boero
sancisce, nel 1881, la sconfitta inglese e il riconoscimento dellautonomia del Transvaal,
che diviene repubblica Sudafricana.
Tensioni ancora pi aspre si sviluppano nel 1882 tra Gran Bretagna e Francia in
seguito alloccupazione dellEgitto da parte di truppe del governo di Londra; la
creazione di un protettorato militare britannico sul paese, giustificato dalla necessit
di sedare la rivolta della popolazione egiziana contro le pesanti interferenze straniere,
pone fine al controllo congiunto anglo-francese sulle finanze egiziane e soprattutto sul
canale di Suez. La penetrazione francese dellAlgeria (conquistata nel 1830), in
Tunisia e dal Senegal verso il Niger, lingresso di altre potenze nella competizione
coloniale (il Belgio afferma il proprio dominio sul bacino del Congo scontrandosi col
Portogallo, mentre la Germania acquisisce il controllo del Togo e del Cameroun, e poi
del Tanganica in una zona che ha gi visto affermarsi il dominio britannico su Kenya e
Uganda) moltiplica le aree di frizione. Per evitare un conflitto, il governo tedesco si
propone come arbitro delle rivalit internazionali, convocando nel 1884-85 la

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conferenza di Berlino. Questa si conclude con un accordo che fissa le regole per la
spartizione dellAfrica, e sancisce la libert di navigazione sui fiumi Congo e Niger. La
conferenza pone in tal modo fine agli effetti destabilizzanti che lespansione coloniale
in Africa minaccia di avere sulle relazioni internazionali. Non mancano in seguito
episodi di tensione, soprattutto nel Sudan, sconvolto nel 1885 dalla violenta
insurrezione antibritannica e antiegiziana della setta musulmana dei dervisci. Il paese
lentamente riconquistato dagli inglesi, che finiscono per per scontrarsi con le
ambizioni di penetrazione francese nella regione dellAlto Nilo.
Anche dopo la conferenza di Berlino rimangono per sul tappeto nodi irrisolti, che
corrispondono a una situazione molto fluida in cui la concorrenza sul fronte
coloniale da parte delle maggiori potenze europee appare quanto mai dinamica.
quella frenetica corsa dei diversi paesi alla colonizzazione militare ed economica
del mondo, durata sino a tutto il primo decennio del Novecento, ricordata dagli
storici come et dellimperialismo.
Con tale definizione si evidenziano due rilevanti fenomeni: da una parte lo
spostamento delle tensioni e dei conflitti dinteressi europei fuori dellEuropa, con il
parallelo tentativo di ristabilire gli equilibri di potenza attraverso la spartizione del
mondo e la competizione coloniale tra le grandi nazioni industriali; dallaltra la
trasformazione del concetto stesso di colonialismo, che da sistema di egemonia
prettamente commerciale passa a indicare il controllo politico diretto sulle colonie e lo
sfruttamento massiccio delle loro risorse.
Le regioni sottoposte al controllo europeo diventano colonie, oppure protettorati, con
locali governi-fantoccio sostenuti dal paese dominante, la madrepatria. La ricerca di
nuovi mercati non pi limitata solamente a imprese e compagnie, ma diventa una
politica nazionale sostenuta fortemente dagli Stati centrali, finanziata con fondi
pubblici e gestita da appositi apparati amministrativi. Ovunque, gli europei investono
somme crescenti di denaro, ricavano quantit sempre maggiori di materie prime,
impongono i loro modelli culturali e politico-istituzionali, guidando la politica
economica e la vita interna dei paesi dominati. Gli obiettivi economico-produttivi
dellimperialismo europeo si confondono peraltro molto spesso con laffermazione di
una presunta missione civilizzatrice dei bianchi, che avrebbe dovuto portare la
civilt alle popolazioni indigene, ritenute ben lontane dal raggiungerla.

In sintesi:
Il colonialismo in et contemporanea 2 (1874-1914)
Fase imperialista volta a garantire prestigio internazionale, a formare delle aree di mercato privilegiate
per raggiungere lautarchia e per esportare capitali e conseguente spostamento della concorrenza tra gli
Stati dal piano economico a quello politico-militare nelle zone extraeuropee. Sviluppo dellideologia di
una missione civilizzatrice e protettrice nei confronti di civilt barbare, i cui componenti sono simili a
fanciulli. Limperialismo si realizza in tre forme: attraverso il controllo diretto (colonie), attraverso il
controllo indiretto, attraverso cio organi locali (protettorati) e attraverso lo sfruttamento economico
(come la colonizzazione informale dellAmerica Latina da parte degli Stati Uniti).
Levoluzione del colonialismo ottocentesco: limperialismo
Laffermarsi del modello di produzione capitalistico, in Europa e negli USA, basato sulla propriet
privata dei mezzi di produzione, sul sistema salariato e sul primato del valore di scambio, accentua e
impone la logica del profitto: lintero mondo diviene un unico mercato manipolato dagli imprenditori-

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proprietari di fabbriche, terre e denaro, che possono realizzare enormi ricchezze a condizione che i
costi di produzione rimangano bassi, si amplino i mercati di vendita e le aree di investimento dei
capitali accumulati.
Vendendo a prezzi elevati e comprando a prezzi bassi, come sar consentito dai trattati imposti a molti paesi,
monopolizzando i commerci e le risorse dei paesi colonizzati, o appropriandosi delle loro ricchezze col
sistema delle imposte, Gran Bretagna, Francia e Olanda, potranno finanziare il proprio sviluppo e il proprio
bilancio statale, costituendosi, nello stesso tempo, come polo delleconomia mondiale, mentre la periferia
sembra sempre pi condannata alla dipendenza totale e allimpoverimento senza rimedio.
Per tutto lOttocento i domini coloniali si ampliano e si rafforzano: linteresse ormai spostato
definitivamente sulla conquista territoriale e gli stessi Stati si preoccupano di acquisire, anche con le
armi, nuove aree del mercato europeo. Questa nuova fase del colonialismo, caratterizzata da uno stretto
intreccio di fattori economici e militari, pi propriamente detto imperialismo.
LAfrica larea che ne fa maggiormente le spese. La Conferenza di Berlino (1884-1885), si svolse sotto
lideologia che assegnava solo alle potenze europee e ai popoli bianchi doltreoceano il diritto alla
sovranit: le altre aree erano considerate territori vuoti liberamente occupabili e spartibili. La divisione del
continente africano fu fatta sulla base di una terribile violenza geografica e ideologica, seguendo cio le
coordinate geografiche o il corso dei fiumi e lorografia, ma non tenendo minimamente conto delle
caratteristiche storiche, culturali, antropologiche, economiche dei popoli che vi abitavano. Intere
formazioni nazionali vennero cos smembrate, mentre altre, da sempre rivali, vennero costrette a
convivere, scatenando contrasti sanguinosi che stanno alla radice dei conflitti del nostro secolo. LAfrica
divent uno spazio tedesco, francese inglese e belga.
LAsia, nondimeno, vide in quegli anni il completamento dellespansione coloniale gi avviata in
precedenza dalle potenze europee. LInghilterra occup la Birmania (1886). La Francia complet
loccupazione dellIndocina (1893). Ma sulla questione della Cina Il Celeste Impero che si
concentrarono gli appetiti delle potenze imperialiste. Limmensa popolazione costituiva un ricco mercato
e lImpero era ormai in decadimento, incapace di mantenere il controllo sugli ampi territori. La Manciuria
venne minacciata dalla Russia. La Corea venne strappata con la guerra del 1894-95 dal Giappone. Nel
1900, infine, la rivolta dei Boxer (movimento nazionalistico per la cacciata degli stranieri) offr loccasione
alle potenze europee per allestire una spedizione punitiva internazionale che intervenne militarmente in
Cina. Sconfitti i Boxer, la Cina fu costretta a una politica di servilismo a porte aperte, garantendo la pi
ampia penetrazione commerciale allOccidente. La competizione economica innescatasi tra le potenze
imperialistiche europee, divenne ben presto competizione politico-militare, divenendo ben presto una
delle cause predominanti della prima guerra mondiale.
Il colonialismo in et contemporanea 3 (1914-1945)
Fase di trasformazione del sistema coloniale, tramonta lideologia della missione civilizzatrice e
protettrice della colonizzazione precedente e si profila un nuovo modello di penetrazione economica
senza responsabilit politiche n coinvolgimento militare, una forma di controllo indiretto che
garantisce i vantaggi della dominazione coloniale abbattendone al contempo i costi: il neocolonialismo.
Vengono seguite tre diverse politiche coloniali: i paesi di antica industrializzazione (Regno Unito,
Francia, Olanda) cercano di mantenere le colonie come mercato per le proprie merci e fonte di materie
prime; quelli di pi recente industrializzazione (Germania, Italia, Giappone) perseguono una politica di
espansione; gli Stati Uniti sviluppano invece una politica di dominio neocoloniale.
I due imperi coloniali che escono vincitori dalla Prima Guerra Mondiale (Francia e Gran Bretagna)
confermano il loro ruolo in sede di regolazione postbellica. Permane forte il preconcetto che la loro
potenza dipenda in larga parte dai territori coloniali.
Daltra parte proprio dagli anni Venti prendono corpo i movimenti che si battono per lindipendenza.
Guidati da persone formate nelle universit degli Stati coloniali i movimenti si ispirano sia ai principi
democratici delle tradizione europea sia alla necessit di recuperare unidentit nazionale annullata dal
processo di colonizzazione (Ghandi, Burghiba, Ho Chi-minh).
Dagli anni Trenta i movimenti sono particolarmente attivi in India e in Tunisia. Subito alla fine della guerra il
processo di indipendenza parte approfittando della debolezza degli Stati coloniali e delle opportunit
suggerite dalla contrapposizione Est-Ovest. Alcuni leader assumono liniziativa, come Sukarno, che
proclama lindipendenza dellIndonesia nellagosto del 1945 e come Ho Chi-minh che il mese dopo
proclama quella del Vietnam.

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Daltra parte nei paesi coloniali (Olanda, Belgio e soprattutto Francia) lopinione pubblica percepisce
come troppo costoso il mantenimento del sistema. Sulla scena internazionale, poi, le grandi potenze
favoriscono il processo di indipendenza. Soprattutto gli USA che fin dalla fine della prima Guerra
mondiale raccomandavano che le rivendicazioni di indipendenza fossero accolte.
Nella Carta atlantica (1942) USA e GB si impegnano a promuovere in pieno lautodeterminazione dei popoli.
Dal 1947 la linea USA si fa pi cauta a causa della radicalizzazione dei rapporti con URSS; spesso devono
prendere il posto dei vecchi paesi coloniali per impedire lespansione dellinfluenza comunista (Taiwan, Corea e
Vietnam del Sud).
Anche lURSS come pi tardi lONU si esprime contro il colonialismo.

Cronologia
1876
1885

La Gran Bretagna proclama la formazione dellImpero 1878 Congresso di Berlino: le potenze europee
si dividono lAfrica Settentrionale.
Conferenza di Berlino: si sancisce la spartizione delle aree coloniali vuote tra le potenze europee.
Non pi controllo economico ma militare, il contrasto tra le potenze nelle aree extraeuropee funge da
valvola di sfogo delle tensioni europee e posticipa di fatto lo scoppio di una guerra in Europa.

1890-1910 Gli Stati Uniti praticano la politica del big stick, imponendo diverse forme di controllo nellAmerica
del Sud.
1890

LEritrea diventa colonia italiana.

1896

Diatriba sul trattato di Uccialli. LEtiopia rompe le relazioni diplomatiche con lItalia. La parola passa
agli eserciti. Ad Adua lesercito italiano viene sconfitto. Pace di Addis Abeba: lItalia mantiene la
colonia Eritrea.

1898

Finita la conquista della frontiera Occidentale, gli Stati Uniti cominciano una politica estera
espansionistica con la guerra ispano-americana che permette di acquisire il controllo su Cuba,
Filippine e Puerto Rico.

1899-1902 Guerra anglo-boera in Sud Africa.


1911-12

Guerra italo-turca e conquista delle coste della Tripolitania e della Cirenaica.

19

2.
Decolonizzazione
e neocolonialismo

Il processo di decolonizzazione
Dopo la fine della seconda guerra mondiale prende il via una delle pi importanti e
profonde trasformazioni che abbiano caratterizzato la storia mondiale del XX secolo:
il tramonto definitivo degli imperi coloniali e la conquista dellindipendenza da parte
dei popoli sino ad allora soggetti alle potenze europee. Le origini di questa
trasformazione epocale risalgono agli anni tra le due guerre, ma solo dopo il
secondo conflitto mondiale che la decolonizzazione entra nella sua fase pi
importante. allora che i molti popoli sottoposti a dominio coloniale conquistano,
come ha scritto leconomista francese Alfred Sauvy, facolt di parola per la prima
volta nella storia.
Il processo di decolonizzazione si realizza in fasi successive, lungo larco del primo
trentennio che segue la seconda guerra mondiale, e con modalit sostanzialmente
diverse da paese a paese.
La crisi del dominio coloniale europeo affonda le sue radici nel rapido
peggioramento, negli anni tra le due guerre, della situazione economica dei paesi
colonizzati. Le tensioni sociali e politiche che si scatenano in tutti i paesi coloniali, e
che danno luogo a movimenti che propugnano lindipendenza nazionale, hanno alla
loro origine diverse cause.
La colonizzazione, ufficialmente lo sfruttamento per portare progresso e
civilizzazione, stata in realt una grande operazione di sfruttamento. Ha distrutto la
societ tradizionale, ha modificato unagricoltura pensata per il consumo interno con
piantagioni di prodotti destinati allesportazione. I miglioramenti sanitari hanno
determinato esplosioni demografiche non compensate da politiche di generale
sviluppo economico. Le popolazioni autoctone percepiscono ormai che il proprio
impoverimento frutto dello sfruttamento metropolitano, una consapevolezza che
sviluppa un sentimento di ostilit che si traduce in vere e proprie forme di resistenza.
La distruzione della comunit locale produce la nascita di borghesie locali interessate
alla ricchezza e al potere. Impoverimento e imborghesimento trovano un humus ideale
nel processo di urbanizzazione violento e rapido. Calcutta, che non esisteva ancora nel
Settecento, oggi una delle pi grandi citt del mondo. Allinterno della borghesia
locale si fa avanti un ceto intellettuale che combina ideologie occidentali
(nazionalismo, marxismo) ai valori tradizionali. Sono questi intellettuali che si
pongono a capo dei movimenti di liberazione pronti se necessario ad aprire guerre
rivoluzionarie. I movimenti nazionalisti sono gi presenti tra le due guerre e il loro
sviluppo si collega alle vicende europee. Basti ricordare come lo smembramento, nel
1918, dellimpero austro-ungarico compiuto in nome del diritto di
autodeterminazione dei popoli dellEuropa centrale. Cos, i colonizzati possono
disporre di argomentazioni appartenenti ai colonizzatori. Talora il nazionalismo

20

sostiene labolizione del colonialismo. Dopo il 1945 il prestigio sovietico, il diffondersi


del comunismo e lalleanza tra USA e potenze coloniali portano allavvicinamento tra
comunisti e nazionalisti. Cos la Francia in Indocina si scontra con Ho Chi-minh,
alleato della Cina e dellURSS. In regime di guerra fredda il comunismo internazionale
ha interesse a sostenere movimenti che destabilizzano i paesi europei occidentali.
Daltra parte non tutti i movimenti nazionalisti sono comunisti, mentre nei paesi
islamici si collegano a movimenti religiosi.
La crisi degli anni Trenta aveva messo in serie difficolt le colonie, a causa del crollo
dei prezzi delle materie prime, sulla cui esportazione si basava prevalentemente, in
certi casi in maniera esclusiva, leconomia di queste regioni. In molti paesi
limportazione di beni manufatti aveva impedito lo sviluppo di industrie locali e la
maggior parte dei terreni coltivabili era utilizzata per produrre beni da esportare in
Occidente. Ci contribuisce a spiegare perch nei nuovi nazionalismi laspirazione
allindipendenza politica si accompagna alla lotta contro lo sfruttamento economico.
Un altro elemento di crisi rappresentato da una crescita demografica estremamente
rapida: la popolazione dei paesi in via di sviluppo cresce infatti di oltre un miliardo
dal 1940 al 1970, passando dal 64 al 72 per cento dellintera popolazione mondiale.
Causa di questa vera e propria esplosione demografica essenzialmente il drastico
abbassamento del tasso di mortalit, reso possibile dallintroduzione di nuovi ritrovati
medici (soprattutto gli antibiotici) in societ in cui si continua a registrare un elevato
tasso di natalit (tabella 2).
Al rifiuto della dipendenza economica si accompagna anche il rifiuto
dellassoggettamento culturale. In molti paesi le religioni tradizionali come
linduismo (nel caso dellIndia) e soprattutto lislamismo svolgono un ruolo
importante nella diffusione dei movimenti di emancipazione e come espressione del
rifiuto di uniformarsi alla cultura occidentale. Sin dagli inizi del secolo, del resto, la
religione musulmana era in rapida espansione, aveva conquistato e convertito le
popolazioni di vaste regioni dellAfrica e dellAsia, presentandosi come elemento
ostile allEuropa e al suo potere coloniale.

Tabella 2. Lesplosione demografica del Terzo Mondo (in milioni).

Epoca
1750
1800
1850
1900
1950
1970

Mondo

Paesi sviluppati

791
978
1.262
1.650
2.506
3.621

201
248
347
573
857
1.084

Paesi in via di sviluppo


590
730
915
1.077
1.649
2.537

Allaffermazione dei movimenti di emancipazione contribuisce peraltro anche


latteggiamento non colonialista delle due superpotenze, USA e URSS, conseguenza
del fatto che queste non avevano possedimenti coloniali.

21

Nel 1941 la Carta Atlantica proclama solennemente il diritto di tutti i popoli a


scegliere autonomamente la propria forma di governo, e gli americani incoraggiano
con decisione, in Asia e in Africa, lo sviluppo di movimenti nazionalistici. A sua volta
lURSS considera da sempre la liberazione dei popoli oppressi come uno dei
principali obiettivi della lotta contro limperialismo, e nel dopoguerra appoggia, in
sede ONU, le rivendicazioni delle colonie.
Linsieme di questi fattori politici, economici e socio-culturali allorigine della
nascita e della diffusione, in numerosi paesi, di agguerriti movimenti politici che
contestano il dominio coloniale e rivendicano una piena indipendenza. La guida di
questi movimenti viene assunta ovunque da minoranze di formazione europea, che
riconoscono la validit di valori occidentali come il principio di autodeterminazione
dei popoli, il progresso economico e il benessere sociale. A questa impostazione di
matrice razionalistica, si affiancano in certi casi elementi religiosi. Lobiettivo
principale dei nazionalismi in primo luogo la modernizzazione delleconomia e la
formazione di strutture politiche ispirate al modello occidentale e per questo motivo,
al di l delle differenti inclinazioni (dal nazionalismo autoritario a un generico
democraticismo, sino allaperto richiamo alle idee del movimento comunista
internazionale), tutti condividono lidea che spetti allo Stato promuovere lo sviluppo
economico e tecnico, estromettendo il capitale straniero e sostituendosi ad esso con la
nazionalizzazione delle risorse, creando unindustria nazionale e diversificando la
produzione agricola.
Dal canto loro le potenze coloniali prendono coscienza dellimpossibilit di
sopportare ancora a lungo i gravami militari e finanziari della dominazione coloniale
diretta e dellirresistibile ascesa delle idee favorevoli al processo di indipendenza.
Tuttavia, le grandi potenze liberali hanno pi che mai bisogno di conservare i propri
possedimenti, soprattutto dopo che il loro spazio economico si bruscamente ridotto
in seguito alla semi-chiusura di un mercato di quasi un miliardo di persone (URSS,
Cina e democrazie popolari europee).
Questa necessit impone dunque la trasformazione della vecchia politica coloniale di
controllo diretto, cercando di fare leva sui movimenti nazionalisti conservatori.
Questa nuova politica consiste nel riconoscere lindipendenza o lautonomia dei
governi, conservando per basi militari e vantaggi economici, e mantenendo sul posto
missioni di consiglieri e di tecnici che, di fatto, continuano a governare indirettamente
il paese.
Rinunciando al rapporto coloniale si fa ricorso a metodi di espansione meno evidenti,
come lesportazione di capitali e investimenti nei settori-chiave delleconomia. E
siccome i territori coloniali che passano allautonomia o allindipendenza mancano
effettivamente di tecnici e di capitali che possono essere forniti solo dalle vecchie
potenze la contropartita di questi aiuti consiste spesso in concessioni che
permettono di continuare a esercitare un certo controllo sulla vita economica del
paese: privilegi fiscali o doganali, libert di esportare capitali e profitti, controllo degli
investimenti, ecc.
La vita politica agitata e spesso tumultuosa dei paesi giovani dove ancora tutto da
organizzare, linesperienza del nuovo personale dirigente e la mancanza di maturit
politica delle masse hanno dato vita a vari partiti politici che, con le loro lotte
appassionate, offrono numerose occasioni di intervenire nella vita interna dei nuovi

22

Stati, sino al punto di provocarvi questo il caso soprattutto dellAmerica Latina


opportune quanto pilotate rivoluzioni.
Lestrema miseria delle popolazioni, ignoranti, denutrite, esposte a tutte le malattie e
soprattutto prive di qualsiasi speranza, rappresenta un terreno molto favorevole per la
diffusione della propaganda comunista. Per allontanare questo pericolo e per aiutare
questi territori a restaurare uneconomia stabile, ma anche per assicurarsi quei mercati
di cui gli USA hanno bisogno per procurarsi materie prime destinate alla loro
industria in espansione, nel 1949 viene varato dal presidente Truman il primo piano di
aiuto ai paesi in via di sviluppo. Non si tratta di una novit assoluta per la politica
estera statunitense, ma con Truman diviene un intervento di portata universale, che
comporta una pianificazione e un impegno anche economico di entit rilevante.
Per fronteggiare i problemi del sottosviluppo asiatico, nel 1947 lONU crea una
Commissione economica per lAsia e lEstremo Oriente, una sorta di ministero
economico della regione, il cui compito lo studio delle condizioni delleconomia e
lelaborazione di raccomandazioni per migliorare la situazione alimentare attraverso lo
sviluppo della produzione agricola e una lenta e progressiva industrializzazione.
Le pressioni dirette e indirette cui sono sottoposti i paesi in via di sviluppo spiegano
come essi accolgano le offerte di aiuto con molte riserve, sospettando lesistenza di
moventi politici e militari a lunga scadenza, rischi di interferenze nei loro affari
interni, e tentativi per impedire loro di porsi il pi rapidamente possibile sulla via
dellindustrializzazione. Le popolazioni dominate, mano a mano che prendono
coscienza delle possibilit di reale indipendenza, oppongono rifiuti sempre pi decisi
ad essere rappresentati dalle grandi potenze bianche: questo risveglio della piena
coscienza della propria forza e delle proprie possibilit lelemento dominante e pi
importante della Conferenza afro-asiatica riunitasi a Bandung nel 1955, la prima
conferenza internazionale dei popoli di colore nella storia dellumanit.
A tale conferenza alla quale non stata invitata nessuna potenza bianca prendono
parte i rappresentanti di 29 paesi asiatici e africani, abitati da pi della met della
popolazione della terra, che sino a dieci anni prima erano colonie o semicolonie
dipendenti da Stati europei.
Le risoluzioni della Conferenza di Bandung tappa importantissima sulla strada della
decolonizzazione tracciano una ferma condanna del colonialismo, del razzismo e
della politica di segregazione e discriminazione tra le razze, che hanno gli stessi doveri
e gli stessi bisogni, soprattutto per ci che riguarda la sicurezza economica e sociale.
Coerentemente con questultima considerazione la Conferenza enuncia i principi di
una politica dindipendenza economica che dovr mettere fine allegemonia del
mondo bianco: cooperazione economica tra le potenze asiatiche e africane per
scambio di assistenza tecnica e finanziaria, incoraggiamento alla creazione di industrie
nazionali, trasformazione sul posto delle materie prime sinora acquistate ai prezzi
stabiliti dal mercato occidentale, creazione di banche indigene, ecc.
Sul terreno della politica internazionale, la Conferenza proclam che gli Stati asiatici e
africani rifiutavano di essere trascinati in una guerra per luna o laltra delle due
grandi potenze mondiali: posizione neutralista importante in quella congiuntura
politica, ma pi importante ancora perch contiene laffermazione di una politica
ormai indipendente da parte di quelle nazioni asiatiche e africane che sino a questo

23

momento hanno sempre visto le potenze bianche disporre liberamente dei loro
destini.

In sintesi, si pu affermare che il processo di decolonizzazione si verifica per i seguenti fattori:


La partecipazione dei paesi colonizzati alla seconda guerra mondiale, che si configura come lotta
contro la tirannide e per i diritti dei popoli oppressi.
Divisione del mondo in due blocchi egemonizzati da due potenze non coloniali: USA e URSS.
Perdita della legittimit morale e della necessit economica di mantenere dei possedimenti coloniali.
Costi per adottare delle riforme nelle colonie e per reprimere i movimenti indipendentisti.
Inferiorit numerica delle popolazioni occidentali.
lite locali educate nelle nazioni occidentali colonizzatrici ai valori di libert, uguaglianza,
democrazia, ecc.

Levoluzione generale dei nuovi Stati


Pressappoco dovunque, in Asia come in Africa, i nuovi governi seguono una
evoluzione identica, e il ritmo della trasformazione pi o meno rapido a seconda
delle circostanze o della forza delle tradizioni. In linea generale, anche quando la
rottura con la potenza dominante avviene con la violenza, il nuovo Stato si costituisce
allinterno delle frontiere talvolta artificiali degli antichi territori coloniali, di cui
conserva la struttura, i quadri amministrativi e le istituzioni giudiziarie esistenti.
Daltra parte, il personale che prende in mano il governo e lamministrazione
composto nella quasi totalit di antichi funzionari e di professionisti di formazione
europea, spesso cristianizzati, e che hanno dunque adottato le concezioni e le maniere
di vita della civilt europea.
Tuttavia, diviene evidente assai presto che le istituzioni liberali di stampo occidentale,
elaborate lentamente nel XIX secolo in funzione di strutture sociali ed economiche
radicalmente differenti da quelle dellAsia e dellAfrica, sono del tutto inadeguate per
affrontare i problemi dei nuovi Stati.
Le lite che prendono in mano le sorti dei nuovi Stati, formata da intellettuali
occidentalizzati, si trovano di fronte a enormi masse rurali che stato facile sollevare
contro la dominazione straniera, ma che non di meno vivono ancora nel cuore di un
universo materiale e morale che nulla ha in comune con uno Stato moderno.
Queste popolazioni sono del tutto estranee alla nozione di coesione nazionale, sono
ancora rette da un sistema comunitario di relazioni quasi feudali paragonabile a
quello dellEuropa medievale basate su una relazione da padrone a cliente. Esse
praticano una stretta solidariet nel quadro limitato del villaggio, del clan o delletnia,
ma ignorano tutto ci che non appartiene al gruppo. Si tratta di societ nientaffatto
integrate, composte di somme di comunit locali, e mancano quindi di quel minimo di
omogeneit necessario per formare una nazione.
Linsufficienza del personale aggrava peraltro lo stato di inadeguatezza delle
istituzioni. Tranne che in qualche possedimento britannico, dove lautorit coloniale
aveva incominciato a reclutare nella popolazione autoctona anche i funzionari di
livello superiore, i funzionari coloniali sono sostituiti quasi immediatamente da un

24

personale spesso incompetente e incapace di assumersi responsabilit. Rapidamente si


forma una classe di politici professionisti, che tentano di trarre da questo ruolo quanti
pi vantaggi possibile, e che praticano massicciamente lo spoil system. Questo
moltiplicarsi di funzionari si pu spiegare col prestigio della funzione pubblica
ereditato dallera coloniale, ma anche col fatto che i settori principali dellattivit
economica sono spesso ancora monopolizzati da minoranze straniere. Il funzionariato
e la politica sono dunque le sole carriere aperte alle lite dei paesi in via di sviluppo.
In breve tempo questi paesi si trovano dotati di un apparato burocratico del tutto
spropositato, elemento che genera sprechi scandalosi. Inoltre, questa borghesia
amministrativa forma una casta privilegiata e pletorica, una nuova aristocrazia del
denaro che distoglie dal circuito produttivo risorse umane e finanziarie considerevoli.
Essa percepisce stipendi considerevoli, uguali a quelli degli antichi funzionari
coloniali, ai quali si aggiungono le residenze di lusso, i domestici, lautomobile e gli
autisti pagati con risorse pubbliche. unlite spesso corrotta, alla ricerca di facili
guadagni nelle pieghe della corruttela, che cerca di accaparrarsi le funzioni pi
remunerative: la polizia e la dogana, i lavori pubblici e la difesa nazionale.
Questinsieme di situazioni portano spesso a respingere come lusso inutile e freno
pericoloso le istituzioni democratiche, la libert dellopposizione, il pluralismo dei
partiti. Per organizzare le masse e dare loro il senso di identit nazionale, per
mobilitare e ottenere da loro la disciplina e i sacrifici necessari per la realizzazione dei
piani di lavoro, per disciplinare gli interessi e i conflitti, per trasformare le strutture
sociali in modo da agevolare lo sviluppo economico controllando al contempo
lordine pubblico, lunica strada che viene praticata quella di una forte e salda
autorit. Unautorit sociale e politica che non pu per contare sul reale appoggio
delle masse se non coniugandosi a una mistica altrettanto radicata: il nazionalismo
asiatico, o, nel caso dellAfrica, la mistica dellafricanit o della negritudine. Miscela
nello stesso tempo di credenze del presunto mito dellet delloro precoloniale e di
rivendicazioni del diritto a uno sviluppo immediato, di sentimenti di frustrazione e di
sfida ai paesi sviluppati, volont di distinguere tra una modernizzazione capace di
integrare la tradizione e unoccidentalizzazione vista come nuova forma di alienazione.
Sempre pi sovente si profila una nuova categoria di dirigenti nazionalisti: i militari,
che si propongono di combattere la corruzione e difendere la nazione contro la
disintegrazione. Generalmente antifeudali e ostili allaristocrazia, come nellAmerica
Latina e nel Vicino Oriente, si propongono di promuovere lo sviluppo delleconomia,
ma la loro indole antidemocratica li porta a essere molto raramente costruttori di
qualcosa; la loro ossessione di difendere lordine li porta spesso a frenare ogni
occasione di crescita e a disvelare la loro identit conservatrice.

Il problema dellindipendenza economica


Le potenze coloniali rimangono presenti non soltanto nel campo politico e
amministrativo, ma soprattutto in quello economico. Da una parte, tutto il sistema dei
trasporti, ferrovie, strade, porti, lorientamento delle correnti commerciali organizzate
in funzione degli interessi del colonizzatore non possono essere modificati con un
semplice tratto di penna. Daltra parte i paesi colonizzati si scontrano con ostacoli

25

considerevoli per lo sviluppo di uneconomia autonoma: penuria di capitale


autoctono, deficienza di tecnici competenti e manodopera qualificata. Circostanze che
aggiungono nuove difficolt a quelle gi esistenti, e che obbligano i governi dei nuovi
Stati a stipulare onerosi accordi finanziari e politici con gli antichi colonizzatori.
La divisione internazionale del lavoro (che una parte di eredit del patto coloniale) e
la stretta dipendenza dalla congiuntura pongono cos le antiche colonie in una
situazione molto sfavorevole: esse sono produttrici di uno o di qualche prodotto
grezzo i cui costi sono molto instabili e hanno tendenza al ribasso. Ma per la maggior
parte di questi prodotti, sono in concorrenza le une con le altre, dipendono quindi
dalle grandi potenze industriali che possono scegliere tra i loro clienti, e sono, nello
stesso tempo, i fornitori dei beni strumentali indispensabili.
In termini generali (ma il concetto verr ripreso in seguito) si assiste a un progressivo
degrado dei termini dello scambio a spese dei paesi esportatori di prodotti agricoli, e
importatori di prodotti industriali dei paesi occidentali. Il fatto che questi prodotti
di base sono controllati da monopoli e da cartelli internazionali che, come stato
affermato, sono autentiche potenze coloniali (la Unilever in Africa, la United Fruit
nellAmerica Centrale, la Alucam nel Cameroun, le compagnie petrolifere nel Medio
Oriente, ad esempio). Queste grandi unit economiche interterritoriali, il cui centro
sempre localizzato in un grande paese industriale, possono possedere importanti
sfruttamenti nei paesi ex coloniali, ma non li integrano mai nelleconomia nazionale,
subordinano interamente la loro attivit alla propria politica generale senza nessun
vincolo con leconomia locale, controllano la produzione, giocano sulla concorrenza
dei diversi paesi senza preoccuparsi della loro crescita e del loro interesse, e, quasi
mai, reinvestono i profitti sul posto.
La necessit di fare appello ai capitali stranieri, come pure la partecipazione a una
zona monetaria (le ex colonie francesi, ad esempio, continuano a vendere i propri
prodotti anche dopo lindipendenza in larga misura nellarea del franco),
contribuiscono a mantenere i vincoli di dipendenza mentre limpianto di aziende
straniere limita lefficacia degli sforzi tentati per affrancarsi. Ne consegue perci una
situazione di vassallaggio cui solo un processo di industrializzazione potrebbe
permettere di sfuggire. Inoltre, alla mancanza di capitali e tecnici, deve aggiungersi la
concorrenza delle merci europee o americane, e la ristrettezza del mercato interno
conseguenza del frazionamento territoriale, che rende impossibile la messa in opera di
una produzione redditizia.
A questi elementi di debolezza si aggiungono peraltro la progressione di un settore
terziario improduttivo smisurato, un ventaglio dei salari molto aperto (che genera
ineguaglianze stridenti), gli esorbitanti costi dellindipendenza che assottigliano
enormemente i bilanci nazionali.
Questi vincoli con i paesi industrializzati creano quindi rapporti di dipendenza che
derivano dallineguaglianza delle strutture economiche tra i diversi paesi. Essi fanno
apparire anacronistici gli interventi armati alla maniera di un tempo, allinfuori che nei
casi estremi, come quelli che avvengono nel Gabon, nellAfrica Orientale e nel Congo
belga, come pure nel Kenya, in Uganda e in Tanzania.
Gli investimenti privati sono di norma insufficienti e di mediocre utilit, perch sono
preoccupati di ottenere profitti rapidi e immediatamente esportabili. Sono dunque gli
investimenti statali quelli che predominano, gravati dai vincoli degli accordi

26

economici bilaterali, che prevedono sempre delle pesanti contropartite. Lo stesso


avviene per gli aiuti e prestiti di cui beneficiano i nuovi Stati, costretti a concedere
concessioni che permettono di esercitare un certo controllo sulla loro economia:
privilegi doganali e fiscali, impegni di effettuare determinati livelli di acquisti nei paesi
creditori, rinuncia a effettuare nazionalizzazioni, libert allesportazione di capitali e
profitti.
Si tratta di quello che stato convenzionalmente definito il colonialismo del
dollaro, un comportamento praticato da tutte le potenze industriali. Molto spesso
vengono anche imposte condizioni politiche: si tratta nel pi frequente dei casi di
impedire a un nuovo Stato di pendolare nel campo avversario ( il caso della gran
parte degli aiuti militari e finanziari offerti dagli USA), di ottenere lappoggio
internazionale degli ex paesi coloniali, particolarmente con il loro voto allONU.
In quanto alla cooperazione tecnica che si realizza sia con linvio di esperti, di
ingegneri, di medici, di professori, sia con la concessione di borse che attirano gli
studenti nelle universit straniere, il loro scopo di diffondere la lingua del paese
industriale, di diffonderne i prodotti (export follow experts, secondo lespressione
inglese), di acquistare un influsso sui quadri autoctoni.
Se vero che molti Stati appartenenti allarea dello sviluppo partecipano alle diverse
forme di questi aiuto, quelli di cui limportanza maggiore sono evidentemente gli
Stati Uniti da una parte, lURSS e la Cina dallaltra. Lammontare degli aiuti americani
di gran lunga il pi elevato, ma questo aiuto il meno efficace: disperso tra un gran
numero di paesi principalmente in funzione degli interessi strategici della geopolitica,
sovente sprecato o destinato a investimenti o acquisti improduttivi, di esclusivo
appannaggio delle lite dirigenti, una circostanza che rende ancora pi marcate le
ineguaglianze sociali. Laiuto orientale per converso assai meglio coordinato,
comporta solo raramente aiuti a fondo perduto, e prevede di norma la concessione di
mutui a lungo termine (12 o anche 25 anni) a basso interesse (dal 2 al 3 per cento) e
restituibili in valuta o in prodotti locali.
In ogni modo, i paesi che hanno raggiunto recentemente lindipendenza preferiscono
gli accordi multilaterali a quelli bilaterali. Lallargamento della cerchia dei clienti e dei
fornitori consente meglio di sfuggire alle pressioni che la potenza dominante esercita
su di essi.

La dissoluzione degli imperi coloniali europei in Asia: il caso dellIndia


Oltre alla Cina, due grandi colonie occidentali in Asia, lIndia britannica e il Vietnam
francese, conquistano lindipendenza, sebbene con modalit estremamente diverse. Di
fronte allimpossibilit di mantenere con la forza i possedimenti coloniali,
latteggiamento della Gran Bretagna fu in generale pi flessibile e pragmatico di
quello della Francia. Pur facendo uso in varie occasioni di violente misure di
repressione, i governi britannici evitano infatti di impegnarsi in lunghe e costose
guerre e finiscono per accettare come fatto inevitabile la conquista dellindipendenza
da parte delle colonie, purch esse accettino di negoziare con Londra i modi e i tempi
della loro emancipazione e di mantenere i legami politici e soprattutto economici
con la ex madrepatria.

27

Viceversa, il processo di emancipazione delle colonie francesi si scontr a Parigi con


una concezione molto rigida dellindivisibilit dellimpero e con una difesa strenue
della grandeur nazionale, anche quando linstabilit dei governi e le difficolt
economiche consiglierebbero un atteggiamento pi conciliatorio. La Francia di
conseguenza non capace di evitare alcuni sanguinosi conflitti coloniali (soprattutto
in Algeria), dai quali esce solamente grazie allintervento americano o a prezzo di
gravissime crisi politiche interne.
Simbolo del pragmatico equilibrio tra repressione e liberalismo sono le vicende che
portano allindipendenza dellIndia, vero centro nervoso dellimpero coloniale
britannico. Paese interessato da una enorme crescita demografica, lIndia annovera
anche significative risorse industriali (soprattutto nel settore tessile) che hanno
consentito la formazione, nei principali centri urbani, di una moderna classe operaia
organizzata in sindacati e di un vasto ceto impiegatizio.
Alla principale forza politica del nazionalismo indiano, il Partito del congresso, di
orientamento moderato, si aggiunta unala nazionalista radicale e socialista, guidata
da Jawaharlal Nehru, che oltre allindipendenza propugnava anche lemancipazione
sociale delle classi inferiori. Tuttavia, il massimo ispiratore e vero capo spirituale del
nazionalismo indiano Mohandas Karamchand Gandhi, pi noto come Mahatma
(Grande anima). La sua dottrina detta satyagraha (abbraccio della verit) si
ispirava al tradizionalismo religioso e si basava sul rifiuto della violenza (Appendice 2)
e sulla non-collaborazione con il potere coloniale. Agli scioperi, alle marce di protesta
e alle campagne di disobbedienza civile organizzate dal movimento indipendentista
(come nel caso del boicottaggio dei prodotti britannici o del rifiuto di pagare le
imposte) partecipano milioni di indiani, e il diffondersi della non-collaborazione nella
burocrazia e nella polizia mette in seria difficolt il potere coloniale inglese. La
politica di Gandhi, favorevole alla conservazione di una societ ordinata in caste,
lascia tuttavia insoddisfatte le pi profonde esigenze di rinnovamento sociale,
divenendo perci il bersaglio dellopposizione del nazionalismo pi radicale. Egli
inoltre fallisce nei suoi tentativi di favorire la cooperazione tra la grande maggioranza
degli indiani induisti e la minoranza musulmana, il cui separatismo invece
appoggiato dalla Gran Bretagna con lobiettivo di dividere e indebolire il movimento
nazionalista.
La Lega musulmana si afferma gradualmente come la forza politica pi
rappresentativa nelle province orientali a prevalente religione islamica e radicalizza
progressivamente le proprie posizioni autonomiste, mentre gli scontri tra oltranzisti
ind e musulmani diventano sempre pi violenti e sanguinosi. Ci rende inevitabile la
divisione del paese: quando nel 1947 la Gran Bretagna accetta di riconoscere
lindipendenza dellIndia, vengono cos costituiti due Stati autonomi, lIndia (a
maggioranza induista) e il Pakistan (a maggioranza musulmana) da cui in seguito
(1971) si sarebbe staccato il Bangladesh.
Gli effetti della divisione sono per drammatici. Lesodo incrociato di 6 milioni di
ind e di 8 milioni di musulmani da un paese allaltro provoca infatti massacri
spaventosi, e lo stesso Gandhi cade vittima di un attentato da parte di un fanatico
ind, convinto che il Mahatma abbia acconsentito alla spartizione del paese, contro la
quale egli, in realt, si oppone sino allultimo.

28

Negli anni successivi i due paesi conoscono evoluzioni profondamente diverse:


lIndia, sotto la guida di Nehru, sviluppa unagricoltura e unindustria moderne e
istituzioni democratiche sufficientemente solide (nonostante qualche breve parentesi
autoritaria), condizioni che garantiscono uno sviluppo robusto che pure non risolve i
problemi dellapprovvigionamento alimentare; il Pakistan, al contrario, dopo
limprovvisa morte del leader carismatico della Lega musulmana, Jinnah, cade
rapidamente sotto il controllo di violente dittature militari. Ancora oggi vecchie
tensioni religiose e nuovi conflitti etnici (con la nascita di movimenti estremisti
indipendentisti, tra cui quelli delle popolazioni sikh del Punjab e tamil nel sud del
Paese) continuano a minacciare la pace sociale dellimmenso subcontinente indiano e
la stabilit delle sue istituzioni.

Lindipendenza delle colonie francesi: Indocina e Nord Africa


Lindipendenza del Vietnam conseguita solo dopo una sanguinosa guerra che
impegna senza successo le truppe francesi dal 1946 al 1954. In Indocina il regime
coloniale francese particolarmente duro e iniquo- tenta inutilmente di piegare
militarmente lagguerrito movimento comunista del Viet Mihn (Fronte per
lindipendenza del Vietnam), gi protagonista della resistenza contro i giapponesi,
che, alle richieste di indipendenza, unisce decise rivendicazioni sociali a favore dei
contadini.
Iniziato come guerra di liberazione dal dominio coloniale, dopo la vittoria comunista
in Cina (1949) lo scontro si trasforma rapidamente, diventando uno degli scenari del
conflitto che vede contrapporsi il blocco occidentale e quello socialista. Lesercito
Viet Mihn infatti sostenuto, addestrato e rifornito di armi dai cinesi, mentre le
truppe francesi godono del massiccio appoggio militare degli Stati Uniti, che
sostengono anche la maggior parte dellonere finanziario della guerra.
Solo le pesanti sconfitte militari subite dalla Francia per mano dellesercito vietnamita
di Ho Chi-mihn inducono il governo di Parigi a trattare la pace. Gli accordi, che si
concludono a Ginevra nel 1954, stabiliscono la completa ritirata dei francesi
dallIndocina e la sua spartizione in tre Stati: Laos, Cambogia e Vietnam. Per
questultimo viene decisa la separazione lungo la linea provvisoria del 17 parallelo, in
attesa che elezioni generali consentano lunificazione del paese. In realt, la divisione
diviene presto definitiva: a nord si instaura il regime socialista della Repubblica
democratica del Vietnam, a sud un regime di ispirazione cattolica e filoamericano, nel
quale trovano rifugio oltre un milione di cattolici vietnamiti in fuga dalle regioni
settentrionali.
La disfatta politico-militare in Vietnam accelera in maniera decisa il tramonto del
colonialismo francese in Nord Africa, soprattutto nei protettorati di Tunisia e
Marocco, nei quali, a differenza dellAlgeria, non era particolarmente consistente la
presenza di coloni europei. Qui i movimenti nazionalisti, gi rafforzatisi negli anni
dellanteguerra, traggono ulteriore forza dagli errori e dalle oscillazioni del governo
francese che, dopo avere promesso lindipendenza, nel 1953 depone con un maldestro
colpo di mano il re del Marocco che richiedeva lindipendenza e tenta inutilmente di
reprimere con la forza il movimento nazionalista tunisino, guidato dal partito Destur

29

di Habib Bourguiba. Di fronte alla sollevazione popolare e allintensificarsi della


spirale terroristica, nel 1956 il governo di Parigi costretto infine a concedere la piena
indipendenza a entrambi i paesi. Sia la Tunisia guidata dal 1957 al 1987 dal
presidente Bourguiba che il Marocco retto dal 1961 dal re Hassan II danno vita
a sistemi politici autoritari e di fatto monopartici, mantenendo una politica
sostanzialmente filo-occidentale.
La rapida diffusione dei movimenti nazionalisti e lestendersi della guerra fredda in
Asia convince i governi di India, Pakistan e Indonesia della necessit di creare una pi
forte unit politica tra i paesi dellAsia e dellAfrica. A questo scopo viene convocata
la Conferenza di Bandung, alla quale partecipano, come s detto, 29 paesi, tra cui
anche la Cina e alcuni paesi africani indipendenti (Egitto, Etiopia e Libia). La
Conferenza si conclude con la condanna di ogni forma di colonialismo e la
proclamazione di una serie di principi-guida, tra i quali, giova ricordarlo, il
riconoscimento dellintegrit territoriale, della reciproca non-aggressione, della noningerenza nelle questioni interne di altri Stati e dellintensificazione degli scambi
economici tra i paesi partecipanti.
La Conferenza di Bandung costituisce inoltre il presupposto per la creazione del
movimento dei cosiddetti paesi non-allineati, cio di quelli che, dichiarandosi neutrali
rispetto allo scontro Est-Ovest, rifiutano la logica dei blocchi e privilegiano obiettivi
di disarmo, sicurezza collettiva e autonomia politica.
Promosso dalliniziativa comune dellindiano Nehru, dellegiziano Nasser e dello
jugoslavo Tito, il movimento dei non-allineati nasce ufficialmente nel 1961 nel corso
della Conferenza di Belgrado, ma il suo limite quello di non riuscire mai a
presentarsi sulla scena internazionale come una forza unita e unalternativa reale alla
politica dei blocchi. Profondamente diverse sono infatti le posizioni di coloro che
intendono il non-allineamento come una politica finalizzata ad allentare le tensioni tra
Est e Ovest e i sostenitori di un aperto schieramento a fianco dei movimenti di
indipendenza contro limperialismo e il neo-colonialismo occidentale. Per di pi, aspri
conflitti sia per questioni territoriali (come nel caso delle tensioni tra India e Cina e
India e Pakistan), sia in merito alle relazioni con URSS e Cina, causano unulteriore
frattura allinterno del movimento.

Le origini della crisi del Medio Oriente e del conflitto arabo-israeliano


La principale conseguenza a livello internazionale della conquista dellindipendenza
da parte dei paesi coloniali consiste senza dubbio nella sua carica destabilizzante. Il
processo di decolonizzazione in effetti si traduce nella creazione di nuovi focolai di
tensione internazionale: India e Pakistan giungono ripetutamente allo scontro
militare, mentre la divisione del Vietnam, come gi quella della Corea, destinata a
sfociare in una grave crisi regionale dalle conseguenze decisive per lintero Occidente.
Analogamente, con la fine del protettorato britannico e francese sulle monarchie
arabe del Medio Oriente, la regione diviene unarea di crisi permanente.
Laffermazione del nazionalismo arabo costituisce sin dagli anni tra le due guerre una
delle manifestazioni pi forti dellaspirazione allindipendenza del mondo colonizzato
e la pi diretta minaccia alla tradizionale supremazia europea. Le potenze europee

30

riescono tuttavia a mantenere intatta la propria influenza sino al secondo dopoguerra.


La Gran Bretagna, in particolare, che nel 1936 ha dovuto concedere lindipendenza
allEgitto, continua a presidiare militarmente il canale di Suez e considera il
mantenimento della sua influenza nella regione un obiettivo essenziale per garantire la
sicurezza delle comunicazioni con i suoi possedimenti in Estremo Oriente, ma
soprattutto per controllare le vie di accesso agli immensi giacimenti petroliferi della
regione del Golfo Persico.
Nonostante il forte sentimento di unit culturale diffuso tra tutte le popolazioni di
cultura araba e di religione islamica, le aspirazioni allemancipazione dalla tutela
occidentale sfociano in iniziative spesso disordinate, talora in tumulti sanguinosi, ma
dalle scarse conseguenze politiche. Forti tensioni interessano anche i sostenitori
delluniversalismo islamico che aspira a riunire tutti i paesi islamici in ununica
nazione araba e i numerosi e agguerriti particolarismi locali, spesso incoraggiati
dalle potenze coloniali.
Il nazionalismo arabo resta quindi per lungo tempo frammentato in diverse fazioni,
alimentate dalla rivalit tra le grandi e piccole dinastie feudali dellarea. Esso
costituisce quindi un fenomeno facile da reprimere, da circoscrivere e talvolta
addirittura da corrompere a opera delle potenze mandatarie. La sola parziale
eccezione costituita dallEgitto, indipendente dal 1936 e principale centro culturale
del risorgimento arabo.
Lambigua politica britannica non riesce a mitigare le tensioni nazionaliste, che
finiscono per rendere, sin dagli anni tra le due guerre, la Palestina (vale a dire larea
approssimativamente compresa tra il Libano a nord, il fiume Giordano a est e la
regione del Sinai a sud uno dei maggiori focolai di guerra del pianeta. Da un lato,
infatti, la collaborazione degli inglesi con il sionismo il movimento nazionalista
ebraico allindomani della prima guerra mondiale ha portato alla nascita in Palestina
di un Centro nazionale ebraico e alla proliferazione di numerose colonie di immigrati
di origine ebraica: i kibbutzim, villaggi che fungono contemporaneamente da
comunit sociale, unit produttive agricole e postazioni militari. Dallaltro, i
mandatari britannici non hanno smesso di promettere agli arabi di Palestina la
formazione di uno Stato indipendente a prevalenza araba. La crescita massiccia
dellimmigrazione ebraica in seguito alle persecuzioni antisemite scatenatesi in Europa
(la comunit ebraica passa da 85.000 abitanti nel 1920 a circa 450.000 alla vigilia della
seconda guerra mondiale, ossia da un decimo a un terzo del totale della popolazione
palestinese) e la crescente organizzazione statuale assunta dagli insediamenti ebraici,
vengono avvertite perci dagli arabi palestinesi la maggioranza della popolazione
come una minaccia (tabella 3). Queste tensioni sono allorigine di periodiche rivolte
degli arabi palestinesi, duramente represse dalle truppe britanniche.
Nel 1939 gli inglesi, per non perdere lappoggio degli arabi del Vicino Oriente
corteggiati, talvolta con successo, dalla Germania nazista con lofferta di aiuti
economici e di sostegno politico alla causa nazionalista dapprima propongono la
costituzione di due Stati separati, poi, di fronte al netto rifiuto di entrambe le parti,
decidono di limitare limmigrazione ebraica (che per continua clandestinamente) e
promettono di riconoscere entro dieci anni lindipendenza della Palestina. Di
conseguenza durante la seconda guerra mondiale il sionismo assume posizioni
violentemente antibritanniche, inasprite ulteriormente dal fatto che alla fine della

31

guerra molti immigrati clandestini, sfuggiti ai lager nazisti, vengono inviati nei campi
di prigionia britannici nellisola di Cipro. Nel 1947 le Nazioni Unite, approvano un
piano in base al quale il paese avrebbe dovuto essere diviso tra arabi e israeliani. La
proposta viene per respinta dai palestinesi e dagli Stati della Lega araba.

Tab. 3. Limmigrazione in Israele, 1945-1954.

19 5 4

46.000

98.000

19 5 3

91.000

19 5 2

19 5 1

51.000

174.000

19 5 0

170.000

19 4 9

235.000

19 4 8

101.000

19 4 7

86.000

19 4 6

19 4 5

54.000

La nascita dello Stato dIsraele


Durante il secondo dopoguerra, in Palestina si inasprisce lo scontro tra la comunit
ebraica e quella araba, reso ancora pi violento dallemergere al loro interno di
agguerrite formazioni terroristiche.
Falliti i tentativi di mediazione elaborati da britannici e americani, tocca allONU
approvare nel 1947 un piano per la spartizione della Palestina in due Stati indipendenti,
uno ebraico (pari al 55 per cento dellintero territorio palestinese) e uno arabo, e
listituzione di un protettorato internazionale sulla citt santa di Gerusalemme.
Questa soluzione di compromesso viene tuttavia respinta dai principali paesi arabi
(Egitto, Transgiordania, Libano, Siria, Iraq) riuniti dal 1945 nella Lega araba, e dagli
arabi palestinesi; il 15 maggio 1948 (scadenza del mandato britannico) le truppe inglesi
abbandonano il territorio palestinese lasciandolo privo di amministrazione e di difesa.
Contemporaneamente il Consiglio nazionale ebraico, il cui presidente Davide Ben
Gurion, proclama unilateralmente la nascita dello Stato di Israele (immediatamente
riconosciuto da USA e URSS) mentre truppe della Lega araba occupano varie zone
della Palestina.
Tra il maggio 1948 e il gennaio 1949 si svolge il primo conflitto tra le truppe arabe e
lesercito israeliano: la guerra si protrae per diversi mesi, tra scontri, temporanee
tregue e tentativi di mediazione dellONU (il cui inviato assassinato da terroristi
sionisti) e si conclude con la vittoria israeliana. Dopo larmistizio (firmato nel 1949), il

32

nuovo Stato di Israele controlla quasi l80 per cento del territorio dellex Palestina
britannica. Nonostante la sconfitta, lEgitto ottiene il controllo della striscia costiera di
Ghaza e la Transgiordania lannessione della Cisgiordania.
Per quasi ventanni tale situazione rimane immutata. Lo Stato di Israele nato,
secondo unefficace definizione, come una piccola isola in un mare di ostilit
diventa una democrazia parlamentare solida ed efficace, con unarticolata vita politica
dominata per quasi trentanni dal Partito laburista di orientamento socialista.
Nonostante le difficolt di integrazione culturale e religiosa tra immigrati provenienti
da realt enormemente diverse e una gerarchia sociale fortemente segnata dal
prevalere dei ricchi e colti ebrei europei su quelli giunti dalle regioni medioorientali e dal Nord Africa, poveri e spesso analfabeti, la societ israeliana
largamente organizzata secondo principi cooperativistici e comunitari capace di
sviluppare un forte spirito di coesione, rafforzato dalla condizione di stato dassedio
permanente in cui si svolge la vita del paese.
Questa situazione implica non solo il mantenimento di un esercito efficiente, dotato di
armi modernissime (negli anni Sessanta Israele verrebbe anche in possesso di armi
atomiche), ma anche una crescente militarizzazione di tutti i cittadini.
Nonostante il boicottaggio commerciale organizzato ai suoi danni dagli arabi, il paese
conosce uno sviluppo economico eccezionale, grazie anche ai massicci aiuti inviati dal
governo degli Stati Uniti, ai fondi versati dalla Germania occidentale come
risarcimento per le persecuzioni naziste, e al sostegno finanziario della ricca comunit
ebraica internazionale.
Tuttavia, occorre ricordare che il miracolo israeliano viene realizzato sulla
segregazione di fatto della minoranza araba rimasta in Israele (a met degli anni
Cinquanta, su una popolazione di 1.700.000 abitanti, appena il 10 per cento costituito
da arabi palestinesi, mentre nel 1945 cerano 1.250.000 arabi e 555.000 ebrei) e
sullespulsione di quasi 800.000 arabi palestinesi, costretti dopo la guerra ad
abbandonare tutte le loro propriet. I loro agrumeti, oliveti, terreni, case, aziende e
negozi in tal modo fanno la fortuna dei cittadini israeliani e dei nuovi immigrati affluiti
dopo la guerra. Viceversa, solo a una piccola parte dei profughi palestinesi viene
consentito di integrarsi nei paesi arabi nei quali si rifugiano. In massima parte, infatti,
essi sono costretti a vivere nei campi profughi allestiti a Ghaza, in Giordania, in Siria e
nel Libano meridionale, in condizioni di estrema miseria e deprivazione sociale.
Tutto ci rende inevitabile laccumularsi, soprattutto nelle generazioni pi giovani, di
sentimenti di frustrazione, di odio e di rivincita, che vanno ad alimentare le fila di
movimenti di guerriglia, come quello dei fedayin, talvolta strumentalizzati dai governi
arabi della regione a vantaggio dei propri interessi. Le incursioni di guerriglieri
palestinesi allinterno del territorio israeliano, e le violente rappresaglie dellesercito di
Tel Aviv, spesso rivolte contro i villaggi palestinesi sorti ai confini del paese, diventano
da allora in poi il tragico sviluppo del conflitto tra i due popoli.

La modernizzazione dellEgitto e la crisi del canale di Suez


La sconfitta araba nella guerra del 1948 contro Israele provoca il crollo della debole
monarchia egiziana, minata dalla corruzione e politicamente sempre pi sottomessa alla

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Gran Bretagna. La radicalizzazione del movimento nazionalista e la ripresa di sommosse e


tumulti popolari, diretti a ottenere lespulsione del contingente britannico dal canale di
Suez, sfociano nel luglio 1952 in un colpo di Stato effettuato da un gruppo di militari
guidato da Gamal Abdel Nasser, che un anno pi tardi proclama la repubblica e instaura
un regime autoritario. Il nuovo regime nazionalista vara una riforma agraria, seppure
parziale, e in politica estera mantiene una posizione anticolonialista e si avvicina allURSS,
con la quale avvia un programma di collaborazione militare.
Per la sua politica decisionista e il suo grande carisma, Nasser diviene rapidamente un
simbolo del nazionalismo arabo; la sua immagine visibile in tutto lo scacchiere
mediorientale. Il fatto per di essere considerato un eroe era anche ragione di
maggiori pericoli e responsabilit, per le aspettative suscitate nel mondo arabo.
Abbracciando la causa del neutralismo nella guerra fredda, Nasser attira inoltre su di
s lostilit degli Stati Uniti. Nel contempo Israele comincia a guardare allEgitto come
al principale rivale esterno.
In politica interna i suoi obiettivi principali sono la modernizzazione di un paese sino
a questo momento male amministrato e la rapida crescita della produzione agricola
per fare fronte a una esplosione demografica senza precedenti. Significativo a questo
proposito il progetto della diga di Assuan, con il quale il nuovo regime nasseriano
intende sbarrare parzialmente il corso del Nilo per creare un enorme bacino idrico in
grado di produrre lenergia elettrica necessaria al paese e di irrigare, rendendoli
coltivabili, pi di 800.000 ettari di deserto. Dopo che gli USA rifiutano un prestito
attraverso la Banca Mondiale, Nasser proclama la nazionalizzazione del canale di Suez
(26 luglio 1956) con lintenzione di utilizzarne gli immensi profitti derivanti
essenzialmente dal trasporto del petrolio (tabella 4) andati sino ad ora a beneficio
degli azionisti della compagnia proprietaria del canale, prevalentemente britannici
per finanziare la costruzione della diga.

Tab. 4. Provenienza e destinazione delle merci in transito dal canale di Suez (dati
percentuali 1966).

Paesi di origine
Kuwait
Arabia Saudita
Iran
Iraq

Paesi di destinazione

43,0
26,2
25,5
5,3

Italia
Gran Bretagna
Francia
Olanda
Belgio
Germania Ovest
Stati Uniti
Altri paesi

%
35,5
16,0
17,2
10,4
7,6
7,2
5,8
0,3

Alla nazionalizzazione del canale i governi di Gran Bretagna (le cui truppe hanno
lasciato il canale un anno prima), Francia e Israele (questultimo accusa Nasser di
appoggiare i terroristi palestinesi della striscia di Ghaza e teme la crescita della forza
militare egiziana) reagiscono organizzando un attacco che punta a infliggere un duro

34

colpo al regime di Nasser. Lesercito israeliano occupa a sorpresa la regione del Sinai
(29 ottobre 1956), mentre truppe aviotrasportate francesi e britanniche sono
paracadutate nella zona di Suez, ufficialmente per riportare la pace tra israeliani ed
egiziani, in realt per riconquistare il controllo del canale.
Liniziativa per duramente condannata sia dagli Stati Uniti che dallUnione Sovietica.
Le due superpotenze infatti non hanno alcuna intenzione di venire coinvolte
nelleventuale escalation di un conflitto arabo-israeliano e impongono perci il ritiro
(lURSS ricorre anche al monito nucleare) di francesi e inglesi dallEgitto, mentre il
confine israeliano-egiziano viene presidiato da truppe dellONU. LEgitto mantiene cos
il controllo del canale, mentre il progetto di Assuan viene finanziato grazie ai prestiti
concessi da URSS, USA e altri governi occidentali.
In politica estera, Nasser prosegue la lotta contro Israele, mantenendo un
atteggiamento neutrale verso le grandi potenze, che per molti occidentali diviene
sinonimo di filosovietismo a causa degli accordi economici che lEgitto stipula con i
paesi dellarea socialista. Nel 1956, i rapporti tra Egitto e paesi occidentali registrano
un netto deterioramento, in quanto questi ultimi non accolgono la richiesta di
armamenti avanzata da Nasser, il quale si rivolge allora, con successo, alla
Cecoslovacchia e allURSS.
Gli anni tra il 1956 e il 1959 segnano lapice del nasserismo. Il suo ascendente sugli
arabi soprattutto della nuova generazione notevole, tanto da essere considerato
un moderno saladino che avrebbe unito il popolo arabo per cacciare gli israeliani
dal Medio Oriente. Parallelamente Nasser si dedica alledificazione di uno Stato a
propria misura: nel giugno 1956 viene promulgata la nuova costituzione repubblicana,
che dichiara lIslam religione di stato e riconosce lEgitto come appartenente alla
nazione araba.
Nasser confermato presidente con un mandato di sei anni e i partiti politici sono
sostituiti da unorganizzazione politica unica, lUnione nazionale. Tuttavia, nonostante
la diffusione del nasserismo in tutto il Medio Oriente, rivalit personali e una serie di
colpi di Stato in Siria e in Iraq allinizio degli anni Sessanta allontanano la prospettiva
della creazione di una nazione araba. Il conflitto con Israele viene cos congelato:
il suo riaccendersi dieci anni pi tardi (1967: terza guerra arabo-israeliana, la
cosiddetta guerra dei sei giorni) sarebbe per stato destinato a influire
pesantemente sulle vicende politiche ed economiche mondiali.

La guerra dAlgeria e la decolonizzazione in Africa


Tra il 1956 e il 1965 in Africa si assiste al rapido smantellamento degli imperi coloniali
costruiti dagli Stati europei e alla nascita di trentacinque nuovi paesi indipendenti. Sin
dallimmediato dopoguerra Francia e Inghilterra avevano indetto nelle colonie
africane consultazioni elettorali, che avevano visto il successo dei partiti e dei
movimenti indipendentisti.
I partiti autonomisti, che incarnano le aspirazioni allemancipazione delle emergenti
borghesie locali e la protesta anticoloniale dei ceti popolari, hanno dato vita a un vasto
movimento panafricano, che si propone di abbattere le frontiere coloniali, tracciate
artificialmente, senza tenere conto delle distribuzioni etniche, e di realizzare lunit di

35

tutti i popoli del continente. Questa tendenza si concretizza soprattutto nellAfrica


francese, dove i partiti indipendentisti hanno dato vita allUnione democratica
africana. La decolonizzazione in Africa ha nel suo complesso un carattere pacifico e si
realizza prevalentemente attraverso la collaborazione dei partiti africani con i governi
delle rispettive madrepatrie.
Esistono tuttavia eccezioni drammatiche eccezioni soprattutto nei paesi dove pi
estesi sono gli insediamenti di coloni occidentali e pi forti gli interessi economici
delle potenze europee. LAlgeria francese la prima, e la pi importante, delle colonie
nelle quali lindipendenza viene conquistata solo a prezzo di una guerra sanguinosa.
Qui, nonostante le promesse di assimilazione ossia di parificazione giuridica,
compreso il diritto al voto fatte alla popolazione locale, il Parlamento viene eletto in
base a un sistema che assegna agli europei (meno di 1 milione su 8 milioni di abitanti)
la met dei rappresentati, mentre la comunit francese si oppone duramente a ogni
tipo di riforma. Inoltre, lintenso sviluppo postbellico delleconomia algerina andato
a quasi esclusivo beneficio della minoranza francese, mentre la popolazione
musulmana ha subito un progressivo impoverimento a causa di una crescita
demografica eccezionale, e soprattutto della massiccia espropriazione di terre a favore
dei coloni francesi.
Tutto ci favorisce sia la diffusione tra le classi medie e gli intellettuali di un
nazionalismo estremista, gi radicato nei ceti popolari, sia il rafforzamento dei gruppi
sostenitori dellinsurrezione armata. Tra questi si distingue il Fronte di liberazione
nazionale (FLN), sostenuto e armato dallEgitto di Nasser e dagli altri Stati arabi, che
tra il 1954 e il 1956 organizza una lunga serie di attentati, sommosse e operazioni di
guerriglia. Il governo di Parigi risponde con la repressione (la cosiddetta battaglia di
Algeri del 1956-57), impiegando lesercito e ricorrendo a ogni mezzo: arresti in
massa, segregazione della popolazione e torture.
Solo dopo lavvento al potere del generale Charles De Gaulle il governo francese, vista
limpossibilit di ogni margine di mediazione anche per lintransigente posizione dei
coloni, si piega a riconoscere il diritto del popolo algerino allautodeterminazione. In
questo clima difficile sono cos avviati i negoziati con il Fronte di liberazione
nazionale, che approdano nel 1962 al riconoscimento dellAlgeria come Stato sovrano.
Questi accordi sono ratificati in seguito a un referendum vinto con margini
schiaccianti dai sostenitori dellindipendenza. Alla prospettiva di unAlgeria libera si
oppongono tuttavia con violenza i francesi dAlgeria e una parte dellesercito,
spalleggiati da unorganizzazione di ispirazione fascista, lOAS (Organizzazione
armata segreta), che si rende protagonista di ripetuti attacchi terroristici contro la
popolazione musulmana.
Quasi tutti i coloni francesi, temendo rappresaglie, lasciano intanto il paese. Ha cos
fine una guerra costata 35.000 morti ai francesi e circa 400.000 agli algerini. La nuova
Algeria, governata da un regime a partito unico di orientamento socialista, procede
rapidamente alla nazionalizzazione delle materie prime (metano e petrolio
soprattutto) e delle principali industrie e, tra i paesi di nuova indipendenza, quello
in cui lindustrializzazione guidata dallo Stato ha maggiore successo.
Allo scopo di evitare lapertura di un secondo fronte di conflitti, il governo francese
concede il suffragio universale ai cittadini delle colonie dellAfrica occidentale ed
equatoriale, favorisce lingresso di funzionari africani nelle pubbliche amministrazioni,

36

e, dopo avere inutilmente tentato di costituire una Comunit federale franco-africana,


rinuncia a tutte le sue colonie nel 1960.
NellAfrica britannica, la rivolta dei contadini di etnia kikuyu in Kenya (paese
ricchissimo di risorse agricole e minerarie, con una estesa colonia europea), guidata da
Jomo Kenyatta e dal movimento dei Mau Mau (1952-56) violentemente repressa
dalle truppe inglesi. Ci contribuisce ad accelerare da parte di Londra labbandono
della politica del dominio indiretto (basato sul controllo delle classi dirigenti
nazionali) e il riconoscimento del principio dellautogoverno delle colonie.

Instabilit e neocolonialismo nellAfrica postcoloniale


Nel processo di decolonizzazione le originarie aspirazioni panafricaniste e federaliste
lasciano rapidamente il posto a tendenze sempre pi nazionaliste, che fomentano
divisioni e conflitti. Nonostante molti paesi abbiano sottoscritto la carta africana e
sia stata creata lOrganizzazione per lunit africana (1963), finalizzata alla
cooperazione e assistenza reciproca, ben presto si manifestano profonde diversit
ideologiche, spesso semplice copertura di rivalit etniche e tribali.
Scoppiano cos violenti scontri di personalit e di interessi economici, rivendicazioni
territoriali tra governi di orientamento conservatore ed esponenti del cosiddetto
socialismo africano, che rendono lAfrica indipendente un continente assai
turbolento. Lillusione di potere istaurare regimi costituzionali solidi creati sul
modello della madrepatria (parlamentare nellAfrica britannica, presidenziale in
quella francese) tramonta perci molto rapidamente di fronte a una realt
contrassegnata da una endemica instabilit, scandita da ripetuti colpi di Stato militari,
dalla prevalenza di tendenze autoritarie, dal predominare di sistemi a partito unico e
dalla nascita di regimi dispotici, spesso controllati dalle lite militari.
In molti paesi, la prevalente connotazione etnica assunta dai partiti, comporta una
radicalizzazione degli scontri tra etnie, spesso fomentati dai potenti interessi
economici dei paesi occidentali, che continuano a sfruttare le risorse di molti Stati
africani e a dominarne leconomia secondo un rapporto di tipo neocoloniale. Pi
drammatica la situazione del Congo belga (ribattezzato Zaire nel 1967), paese della
immense ricchezze minerarie in mano a multinazionali belghe, britanniche e
americane. Qui le popolazioni, in passato, sono state sottoposte a un duro
sfruttamento senza nessuna preoccupazione, nemmeno formale, della loro
emancipazione. Il Belgio, cosciente della forza raggiunta dai movimenti nazionalisti
del Congo, offre loro lautonomia, negando per ogni forma di indipendenza.
Intanto nel 1958, Patrice Lumumba, un impiegato dellamministrazione coloniale,
fonda lMNC (Movimento nazionale congolese), con un programma decisamente
indipendentista. Dopo le elezioni del 1960, che vedono la vittoria dei partiti
nazionalisti, il Belgio concede lindipendenza e Lumumba diviene primo ministro.
I problemi del Congo indipendente risultano per subito gravissimi: nel luglio 1960
Moise Ciomb, dietro il quale sta la Union Minire (una societ che ha il monopolio
delle miniere di rame), proclama lindipendenza della ricchissima regione mineraria
del Katanga. Si apre cos una crisi ai vertici dello Stato sulle prospettive future del
Congo: da una parte la linea continuista e vicina alla madrepatria belga, dallaltra

37

quella di Lumumba, favorevole a un regime rivoluzionario socialista che rompa ogni


contatto con lesperienza colonialista.
Luccisione di Lumumba nel 1961 da parte delle milizie di Ciomb apre la strada a
una violenta guerra civile, che precipita il paese nel caos, al quale cerca di porre un
freno lONU, con un intervento militare nel 1963. Lattivismo dellOrganizzazione
delle nazioni unite nella crisi congolese incontra tuttavia la forte opposizione di
Belgio, Francia e Inghilterra. Dopo il ritiro delle truppe ONU nel 1964, al termine di
una serie di colpi di Stato e destituzioni, la crisi si conclude con la definitiva presa del
potere da parte del generale Mobutu, che instaura un regime militare filo-occidentale.
Negli stessi anni la Nigeria viene sconvolta da una sanguinosa guerra civile che vede il
durissimo scontro tra il Nord del paese, povero e di religione musulmana, e il Sud,
ricco di risorse e dominato dalle etnie ibo e yoruba, in larga parte di religione
cristiana. Lo scontro conduce, nel 1967, alla secessione del Biafra, regione ricchissima
di petrolio e dominata dagli ibo, e allo scoppio di una guerra tra il governo centrale
nigeriano e quello biafrano. La guerra civile si protrae per tre anni e d vita a una
tragedia immane che provoca un milione di morti e si conclude con la capitolazione
incondizionata del Biafra nel 1970 e con la riunificazione del paese.
Un altro fronte si apre nel 1974 nellAfrica orientale, dove la crisi del regime etiopico
del negus Hail Selassi, provocata dalla guerra contro la secessione dellEritrea (ex
colonia italiana annessa allEtiopia come provincia nel 1962) e dalla rivolta di altri
gruppi etnici (come i somali della regione dellOgaden, sostenuti dal governo somalo),
porta allinstaurazione di un regime nazionalista-marxista guidato dal sanguinario
colonnello Menghistu e sostenuto dallUnione Sovietica.
In tal modo lEtiopia, tradizionale alleato degli USA, si trasforma in un caposaldo
dellinfluenza sovietica in Africa, e il Corno dAfrica sconvolto da ripetute guerre tra
Etiopia e Somalia (questultima tradizionale alleato dellURSS ma passata successivamente
al campo occidentale) diviene uno dei punti caldi dello scontro Est-Ovest.
Mentre nel resto del continente il dominio coloniale europeo pu dirsi sostanzialmente
tramontato nel corso degli anni Sessanta, esso resiste ancora a lungo nei paesi dellAfrica
australe. Nelle colonie portoghesi (Angola, Mozambico e Guinea) ricchissime di risorse,
la politica di discriminazione nei confronti della popolazione nera e di violenta
repressione dei movimenti politici sfocia nel 1961 in una lunga e sanguinosa guerra tra
lesercito portoghese (sostenuto dagli Stati Uniti) ei locali movimenti nazionalisti, guerra
destinata a concludersi col raggiungimento dellindipendenza solo nel 1975, dopo il crollo
del regime autoritario di Salazar in Portogallo.
Lindipendenza, che porta alla formazione di regime di stampo socialista a partito
unico il Movimento popolare di liberazione (MPLA) guidato da Agostinho Neto in
Angola e il Fronte di liberazione del Mozambico (FRELIMO) di Samora Machel
sostenuti finanziariamente e militarmente dallURSS e da Cuba, immediatamente
seguita dallesplosione di una guerra civile tra i nuovi regimi e i guerriglieri di
orientamento filo-occidentale, armati e finanziati dagli Stati Uniti e dal Sud Africa. Il
conflitto, durato sino al 1988 in Angola e sino al 1990 in Mozambico, fa dellAfrica
australe una fonte costante di tensione nelle relazioni USA-URSS. Questa situazione,
tra laltro, favorisce la sopravvivenza del regime razzista del Sud Africa, che agli occhi
degli Stati Uniti rappresenta il principale baluardo contro lespansione sovietica e
cubana nellAfrica australe.

38

Il focolaio del Medio Oriente: il conflitto arabo-israeliano


Gli anni Sessanta vedono anche la violenta recrudescenza del conflitto araboisraeliano, che trasforma il Medio Oriente in uno dei principali scenari periferici del
confronto USA-URSS. Gli aiuti militari concessi dallUnione Sovietica allEgitto di
Nasser nel 1956 e il sostegno sovietico al nazionalismo arabo hanno fortemente
allarmato il governo di Washington, che vede nella potenziale alleanza tra Unione
Sovietica, nasserismo e movimenti nazionalisti arabi una potenziale minaccia in una
regione altamente strategica, in quanto porta daccesso al Golfo Persico e ai suoi
immensi giacimenti petroliferi. Per questo motivo gli USA adottano in Medio Oriente
una politica di intervento diretto, economico e militare, giustificandola conla necessit
di contrastare lespansionismo sovietico e allo stesso tempo intensificarono il sostegno
allo Stato di Israele. La prima occasione per lapplicazione di questa nuova strategia
battezzata dottrina Eisenhower linvio nel 1958 dei marines americani in Libano
in appoggio al governo filo-occidentale di Beirut citt che allepoca rappresenta un
importantissimo centro finanziario, tanto da meritare lappellativo di Svizzera del
Medio Oriente minacciato dallinsorgere di un movimento nazionalista sostenuto
dalla Siria.
Nonostante il conflitto medio-orientale sia uno dei principali terreni dello scontro tra i
due blocchi, i fattori locali sono sempre prevalenti e la partecipazione attiva di USA e
URSS si limita negli anni successivi al piano diplomatico e allassistenza militare ai
propri alleati, senza che le due potenze si impegnino in un intervento militare diretto.
cos per il conflitto arabo-israeliano del 1967, il terzo, detto guerra dei se giorni a
causa della sua durata. La guerra, scatenata da un attacco israeliano per rappresaglia
contro il blocco delle navi a Suez decretato dallEgitto (appoggiato dallURSS), costa
agli Stati arabi una sconfitta disastrosa: in soli sei giorni lefficiente esercito israeliano
travolge le truppe egiziane, siriane e giordane e assume il controllo dei territori egiziani
del Sinai e di Ghaza, della Cisgiordania e delle alture siriane del Golan.
A questo punto gli Stati Uniti esercitano pressioni sul governo di Tel Aviv per arrestare
lavanzata israeliana in Siria, ed evitare cos un coinvolgimento diretto nella guerra di
Mosca. In tale occasione lURSS si dimostra incapace di tutelare adeguatamente i suoi
alleati, fatto che provoca una profonda incrinatura nelle sue relazioni con i governi arabi.
Anche per questo motivo, negli anni successivi, Washington tenta, senza successo, di
convincere il governo israeliano a restituire i territori occupati nel 1967 ai paesi arabi
confinanti: Tel Aviv, al contrario, accelera la colonizzazione delle zone occupate e rifiuta
lipotesi di uno Stato arabo in Cisgiordania.
Gli arabi, insieme allOrganizzazione per la liberazione della Palestina (OLP) guidata
da Yasser Arafat, respingono a loro volta una risoluzione dellONU che chiede il ritiro
israeliano e afferma il diritto di tutti gli Stati della regione a vivere in pace entro
confini sicuri e riconosciuti, in quanto implicherebbe il riconoscimento dello Stato
di Israele. Alle tensioni provocate dalloccupazione israeliana dei territori egiziani e
siriani si aggiunge infine, dal 1970, lintensificarsi degli attacchi terroristici dellOLP,
con attentati rivolti contro obiettivi israeliani e dirottamenti aerei.
Dopo la morte di Nasser e lascesa al potere di Sadat, lEgitto prende le distanze
dallUnione Sovietica e assume posizioni sempre pi moderate. Ma nel timore che il
prolungamento delloccupazione israeliana in seguito alla guerra dei sei giorni si

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tramuti in annessione, Egitto e Siria attaccano a sorpresa le truppe israeliane nel Sinai
e nel Golan, il 6 ottobre 1973, mentre in corso la festa di Yom Kippur (giorno
dellespiazione). Il conflitto che ne segue (il quarto arabo-israeliano) noto, per
questo motivo, come guerra del Kippur. Dopo alcuni iniziali successi arabi, gli
israeliani sferrano una controffensiva che rovescia la situazione e consente alle truppe
di Tel Aviv di cominciare ad avanzare in territorio egiziano. Il rischio di allargamento
del conflitto viene evitato grazie alle pressioni di Washington sugli israeliani per il
raggiungimento di una tregua con lEgitto (11 novembre 1973).
La storica conferenza di pace organizzata a Ginevra da USA e URSS (dicembre 1973)
si risolve tuttavia in un totale fallimento. La successiva azione diplomatica americana
per la soluzione del conflitto consegue risultati solo marginali, ottenendo per il
risultato di estromettere completamente i sovietici dalle trattative di pace per il Medio
Oriente.
Merito dellazione diplomatica statunitense anche la distensione ufficiale delle
relazioni tra Israele ed Egitto, sancita dagli accordi di Camp David del 1979, in base ai
quali, grazie allenergica opera di mediazione del presidente americano Carter, i due
paesi si accordano per il ritiro delle truppe israeliane dal Sinai. Tuttavia, la questione
palestinese, ovvero il diritto di questo popolo a una patria indipendente, resta irrisolto
e continua ad affollare anche oggi le agende della diplomazia internazionale.
La guerra dello Yom Kippur del 1973 non rappresenta soltanto il culmine di tensioni
decennali nei rapporti arabo-israeliani, ma segna anche una svolta fondamentale per
leconomia di tutti i paesi occidentali.
Il petrolio, nei decenni precedenti, ha infatti sostituito il carbone come principale
fonte di energia per il riscaldamento, i trasporti e le attivit produttive, rendendo, a
partire dagli anni Cinquanta, i paesi industrializzati, e soprattutto lEuropa e il
Giappone, sempre pi dipendenti dalle forniture provenienti dagli immensi
giacimenti del Medio Oriente. Sin dal dopoguerra il mercato petrolifero mondiale
stato dominato da sette grandi compagnie multinazionali (le americane Esso, Mobil,
Chevron, Texaco, Gulf, la britannica BP e la anglo-olandese Shell), organizzate in un
forte cartello internazionale che mantiene artificialmente elevati i prezzi. Le sette
sorelle, cos sono anche chiamate, controllano i giacimenti dei principali paesi
produttori del Golfo Persico sulla base di accordi per loro molto vantaggiosi, che
lasciano ai governi locali soltanto la met degli enormi profitti ricavati.
I principali paesi produttori di petrolio Arabia Saudita, Iran, Iraq e Kuwait, oltre al
Venezuela per difendersi dallo strapotere delle multinazionali fondano, nel 1960,
una nuova organizzazione, lOPEC (Organizzazione dei paesi produttori di petrolio),
alla quale aderiscono successivamente altri paesi tra cui anche lAlgeria e la Libia, i cui
governi hanno proceduto alla nazionalizzazione dei pozzi petroliferi. Il principale
obiettivo dellOPEC di ottenere una ripartizione pi favorevole dei profitti e di
sottrarre alle sette sorelle il controllo della produzione e dei prezzi; la coesione
allinterno dellorganizzazione per debole e soltanto dal 1970 lOPEC riesce a
presentarsi con un fronte compatto e a ottenere consistenti aumenti del prezzo del
greggio. Sempre pi consapevoli della propria forza (tabella 5), allo scoppio della
guerra arabo-israeliana del 1973 i paesi dellOPEC decidono di utilizzare il petrolio
come arma di rappresaglia nei confronti dei paesi occidentali. Vengono cos sospese le
forniture di greggio agli USA e agli altri paesi che hanno fornito sostegno militare a

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Israele, viene ridotta la produzione e pressoch quadruplicato il prezzo del petrolio.


questultimo provvedimento, mantenuto anche dopo la revoca dellembargo (blocco
totale degli scambi economici e commerciali) e il ritorno alla normalit, ad avere
conseguenze determinanti per leconomia mondiale, mettendo in difficolt i paesi pi
industrializzati e ancor pi quelli in via di sviluppo.
Oltre a dover fare fronte alle conseguenze del conflitto tra israeliani e arabi, dalla fine
degli anni Sessanta i paesi dellarea medio-orientale e del Golfo devono fronteggiare
un nuovo fattore di instabilit e tensione: lemergere nei paesi islamici di agguerriti
movimenti di opposizione di ispirazione religiosa. In Egitto, Siria e Iraq, e persino in
Turchia (alleata occidentale, e dal 1952 membro della NATO), i partiti nazionalisti al
governo, sebbene artefici di una politica di impronta laica e socialista, perdono la
propria credibilit per lincapacit di uscire dalla logica dei blocchi e di avviare uno
sviluppo e una riduzione delle enormi sacche di povert e di miseria. In questi paesi i
movimenti islamici, duramente ostili ai gruppi dirigenti del nazionalismo arabo e
sostenitori di una rigida applicazione del codice di comportamento musulmano
(shariah), diventano i rappresentanti del fondamentalismo religioso. In questo modo
guadagnano un fortissimo seguito di massa, talvolta anche attraverso attivit
terroristiche, e assumono un ruolo politico di spicco, anche se il pi delle volte sono
violentemente repressi dai vari governi.

Tab 5. Percentuali di produzione di petrolio, 1930-1974.

USA
URSS
Venezuela
Romania
Iran
Arabia Saudita
Kuwait

1930-34

1962-1966

1974

61,1
11,1
9,5
3,7
3,5
-

26,9
15,9
12,3
(non disp.)
6,4
7,3

15,0
17,7
4,8
10,4
14,5
4,1

LAmerica Latina dopo la decolonizzazione: tra dittature e rivoluzione


La seconda guerra mondiale rappresenta anche per lAmerica Latina unoccasione di
sviluppo, favorendo le esportazioni e assicurando i capitali necessari per liberarsi dalla
dipendenza dallOccidente. I processi di modernizzazione che investono il continente
non riescono tuttavia a superare i limiti strutturali della societ latino-americana:
lindustria pesante rimane fragile e lurbanizzazione ha pi il carattere di fuga dalla
miseria contadina che di corsa verso il lavoro industriale. Eccetto il Messico, dove la
riforma agraria assicura una parziale redistribuzione della terra, le campagne
continuano a essere dominate dal grande latifondo, nelle mani delle antiche oligarchie
terriere. I vecchi ceti possidenti, uniti ora alle nuove ristrette borghesie industriali,
continuano a detenere buona parte della ricchezza e a esercitare il potere. Dal punto

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di vista politico il secondo dopoguerra fu segnato dallaffermazione di movimenti


populistici, caratterizzati da un forte leader (Pern in Argentina e Vargas in Brasile),
da uno stile di governo autoritario, dal nazionalismo, dallinterventismo statale in
economia e dalla mobilitazione delle masse e dei sindacati per ottenere il consenso.
Nonostante per certi versi il populismo, tradizionalmente, tenti di essere appannaggio
della sinistra, esso viene generalmente accettato dalle oligarchie possidenti come
garanzia dordine e stabilit.
Negli anni Sessanta le ripercussioni della guerra fredda si estendono anche
allAmerica Latina, che gli Stati Uniti si sono abituati a considerare come area
esclusiva del loro dominio economico e politico.
Il dopoguerra stato per molti paesi latino-americani, esportatori di materie prime
(petrolio e rame soprattutto) e di prodotti agricoli (cotone, zucchero e caff), un
periodo di forte sviluppo economico, che ha notevolmente rafforzato i regimi
dellarea, tutti pi o meno ispirati a modelli autoritari di presidenzialismo, come ad
esempio il Brasile, sotto la guida, sino al 1954, di Getulio Vargas, e lArgentina,
guidata sino al 1955 da Juan Domingo Pern.
Si tratta di regimi di orientamento populista, spiccatamente nazionalisti, di ispirazione
autoritaria, con qualche tratto di analogia con lesperienza del fascismo europeo, che
puntano a modernizzare leconomia soprattutto attraverso la nazionalizzazione dei
settori fondamentali come quello petrolifero e lintervento diretto dello Stato nel
processo di industrializzazione. Essi sono inoltre caratterizzati da una forte
mobilitazione delle masse popolari, dalla repressione anche violenta delle opposizioni e
da strumenti di organizzazione del consenso tipica dei regimi autoritari.
La caduta di Vargas e Pern a opera di colpi di Stato militari, ispirati da gruppi
conservatori e sostenuti in vari modi dalla CIA americana, apre la strada a una lunga
fase di instabilit, rafforzata anche dalla diffusione nel continente di numerosi gruppi
di guerriglia rurale e urbana, di matrice marxista e rivoluzionaria.
Per contrastare la crescente influenza dellesempio rivoluzionario cubano, il
presidente americano Kennedy lancia nel 1961 il programma della Alleanza per il
progresso, che prevede la concessione di aiuti ai governi latino-americani in cambio
di una serie di riforme democratiche e di provvedimenti economici volti ad attenuare
le profonde diseguaglianze sociali.
Questa politica incontra per forti resistenze e non ottiene alcun risultato di rilievo.
Nel corso degli anni Sessanta perci lAmerica Latina, stretta tra continui colpi di
Stato militari (pi o meno ispirati e sostenuti dagli Stati Uniti) e lemergere di
aspirazioni rivoluzionarie, vede progressivamente allontanarsi sia la democrazia sia la
stabilit politica, mentre il deterioramento delle condizioni economiche di numerosi
paesi alimenta il malessere e la rivolta sociale.
In questo quadro il Cile rappresenta a lungo una fortunata eccezione. Qui le
istituzioni democratiche sono sopravvissute agli sconvolgimenti degli anni tra le due
guerre e alle tensioni del secondo dopoguerra, e si sono addirittura rafforzate durante
la presidenza del democratico-cristiano Eduardo Frei (1964-1970). Anche la
democrazia cilena tuttavia entra in crisi nel 1970, dopo lelezione alla presidenza della
repubblica del socialista Salvador Allende, a capo di unampia coalizione tra Partito
socialista, ala riformista della Democrazia cristiana, e movimenti radicali dellestrema
sinistra. I primi provvedimenti adottati dal nuovo governo nazionalizzazione delle

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miniere di rame (controllate da decenni da multinazionali americane) e dei servizi


telefonici (sino a ora in mano alla multinazionale IT&T), e riforma agraria
contrastano direttamente con gli interessi economici degli USA, che temono siano il
segnale dellimminente instaurazione di un regime socialista e costituiscano
unevidente espressione della minaccia comunista in America Latina.
Lamministrazione Nixon esercita perci forti pressioni sulle forze politiche moderate
(liberali e democristiane) affinch il Parlamento cileno non ratifichi lelezione di
Allende, e successivamente sospende ogni collaborazione tecnica e finanziaria col
governo di Santiago. Da parte sua la CIA cerca in ogni modo di destabilizzare il paese,
sostenendo le azioni terroristiche di gruppo paramilitari e incoraggiando i piani golpisti
di alcuni ambienti militari.
La coalizione di Allende inoltre gravemente indebolita dalla fuga massiccia di
capitali allestero, dalla crescente inflazione, da contrasti tra moderati e rivoluzionari e
da una crescente spirale di scioperi (alimentati sia dalla sinistra radicale, sia dalle
associazioni di imprenditori dei trasporti e del commercio). Tutto ci porta infine alla
paralisi del paese e al sanguinoso colpo di Stato del generale Augusto Pinochet dell11
settembre 1973, che provoca la morte del presidente Allende. Il regime militare
cileno, protagonista di una politica di spietata repressione, che causa migliaia di
vittime tra i dirigenti e i militanti dei partiti democratici e dei sindacati, provvede
immediatamente a ripristinare la grande propriet latifondista e a restituire alle
multinazionali americane i loro tradizionali privilegi, ottenendo in cambio ingenti
prestiti dagli USA e dalle organizzazioni finanziarie internazionali.

Riassumendo:
I paesi colonizzati dalle grandi potenze europee credono che una volta raggiunta lindipendenza avr
inizio unera di prosperit e giustizia. Ma lo sviluppo economico e sociale subordinato
allindustrializzazione, per la quale mancano le condizioni essenziali: capitali, manodopera e
infrastrutture.
Occorrono pertanto ingenti finanziamenti, perci i governi che si trovano alla testa dei paesi nuovi
(gli stati africani, asiatici, ecc.) devono ricorrere alla collaborazione delle ex potenze coloniali e
stringere con esse accordi. Si ricrea cos la soggezione ai vecchi padroni nel campo finanziario,
tecnico e culturale.
Esaminando il problema, bisogna dire che allorigine del neocolonialismo vi sono ragioni
economiche, politiche e ideologiche. La motivazione economica pi importante: uno Stato cerca di
dominarne altri per reperire materie prime, forza lavoro e trovare mercati per la propria produzione.
Secondo tale politica, la volont di espandere la propria influenza pu nascere dal desiderio di
acquisire potere e prestigio, dalla ricerca della sicurezza nazionale o di vantaggi diplomatici.
Il parametro con cui normalmente si misurano gli effetti del neocolonialismo rimane sempre quello
economico: gli investimenti occidentali, i prestiti, le politiche commerciali e i programmi di aiuto
hanno lo scopo di proteggere gli interessi politici e strategici degli imperialisti e di mantenere
economicamente deboli i paesi in via di sviluppo e farli quindi dipendere dal neocolonialismo.
Questa situazione si aggrava quando il governo locale formato da esponenti della borghesia e della
piccola borghesia, i quali preferiscono, in nome del proprio interesse, che il proprio paese resti debole e
dipendente delle potenze capitalistiche, piuttosto che avviarsi verso il socialismo.

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Alcuni interrogativi:
Perch le risorse naturali non si traducono in ricchezza?
Limiti e tragedie dei movimenti di liberazione.
Le contraddizioni politiche e il ruolo delle multinazionali.
La lotta contro il neocolonialismo.
Perch le risorse naturali non si traducono in ricchezza?
I paesi ex coloniali solitamente si trovano in condizioni di miseria estremi. Economie fragilissime, in
genere senza industrie e con agricolture distorte. Alla precariet economica si aggiunge lanalfabetismo
e a questi la fame e la sottoalimentazione, con la conseguenza di malattie endemiche e un alto tasso di
mortalit. Eppure questa povert diffusa non ha ragion dessere. Quei paesi dispongono di immense
ricchezze. I paesi arabi forniscono gran parte del petrolio con cui funziona lindustria occidentale,
lIndonesia fornisce il caucci, lAngola ha loro e i diamanti, il Brasile il caff, lo Zambia il rame, il
Ghana il cacao, e cos via. Ebbene, per quale motivo queste ricchezze non si traducono in benessere per
i popoli che le possiedono? Perch lindipendenza politica non diventa la leva per migliorare le
condizioni di vita dei popoli: costruire scuole e ospedali, impiantare industrie, produrre alimenti
sufficienti?
Sono queste, le domande che i popoli cominciano a porsi, qualche anno dopo aver conquistato
lindipendenza. Lesperienza che si delinea tra il 1960 e il 1970 infatti la seguente: non solo la
liberazione dal colonialismo non ha migliorato il tenore di vita dei popoli fino a ieri oppressi, ma anzi in
generale i paesi ex coloniali sono diventati pi poveri, mentre quelli ricchi sono diventati pi ricchi. La
forbice tra sviluppo e sottosviluppo si allargata, le condizioni sono diventate pi disperate.
Il sottosviluppo ha una motivazione molto precisa e una logica facilmente individuabile: il Ghana
stato trasformato dal colonialismo in unimmensa piantagione di cacao, ma il cacao non serve ai ghanesi
e quindi deve essere venduto sul mercato internazionale. I prezzi del cacao sono fissati dalle Borse di
Londra, Parigi, New York, sulla base della domanda del mercato e quali che essi siano, il Ghana
obbligato a vendere quel cacao che non gli serve per nutrire i suoi abitanti. Leconomia ghanese cos
in balia di altre forze che rispondono ad altri interessi. E questo il primo aspetto del problema, laltro
aspetto il seguente: il Ghana non ha industrie per trasformare il cacao in cioccolato, il cacao viene
esportato, lavorato altrove, e quando un ghanese vuole comprare una tavoletta di cioccolato deve
importarla dallestero, pagandola naturalmente in valuta pregiata e al prezzo imposto dallindustria che
produce il genere.
Limiti e tragedie dei movimenti di liberazione
I movimenti nazionali di liberazione giungono allindipendenza sulla base di una lotta unitaria,
nazionale appunto. Ma tutte le forze che vi concorrono non hanno gli stessi interessi. Vi , anche in
questi paesi, una divergenza tra classi sociali e le scelte decisionali possono essere diverse.
Dipendentemente dalla classe sociale che detiene il potere si decider se nazionalizzare le ricchezze
nazionali oppure no, se rompere con la monocoltura o no, se fare o no quelle riforme agrarie che
spezzano il legame tra monocoltura e proprietari feudali locali. Vi sono infatti in Asia, in Africa, in
America Latina le borghesie locali che si inseriscono nel rapporto neocoloniale e facendone parte ne
ricavano privilegi, divenendo a loro volta sfruttatori della maggioranza del loro popolo. E su questa
base quindi diventano i sostenitori e difensori del meccanismo neocoloniale.
Dopo la conquista dell'indipendenza politica, insomma, si apre una seconda fase di lotta che questa
volta non ha solo dei nemici esterni, ma anche nemici interni. Questione nazionale e questione sociale
vengono cio a intrecciarsi profondamente. Questo tipo di scontro percorre tutto il periodo che va dal
1960 ai nostri giorni, con momenti esemplari che ne riassumono le caratteristiche, in un alternarsi
continuo di vittorie e di sconfitte.
Uno dei grandi momenti di sconfitta offerto dalla tragedia congolese del 1960. In quellanno il Belgio
concesse lindipendenza alla sua grande colonia, confidando nel fatto che un movimento nazionale
ancora debole avrebbe permesso con facilit il proseguimento della sua presenza imperiale in Africa.
Lindipendenza in altri termini doveva essere, per usare le parole di Amilcar Cabral (un grande africano
assassinato dai colonialisti portoghesi), una bandiera, un finto parlamento, una guardia presidenziale e

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nullaltro. Accadde invece che il Congo trovasse in Patrice Lumumba un leader molto fiero e attento
ai contenuti reali dellindipendenza, ossia attento al recupero delle ricchezze nazionali che si trovavano
in mani straniere. Furono allora promossi movimenti scissionisti, Lumumba venne assassinato e
sinstaur la dittatura militare del generale Mobutu che consent agli stranieri, in particolare ai belgi, di
proseguire indisturbati lo sfruttamento delle risorse congolesi. Una vicenda analoga, ma dalle
proporzioni di sangue ben pi drammatiche, accaduta in Indonesia, dove il nazionalismo di Sukarno
stava evolvendo verso forme sociali pi avanzate come la ridistribuzione agraria.
Le contraddizioni politiche e il ruolo delle multinazionali
Un colpo di Stato e un terribile massacro (si calcola che siano state uccise circa mezzo milione di
persone, ma alcune fonti parlano di un milione) hanno posto, nel 1965, una battuta darresto a quella
evoluzione, consentendo alle grandi compagnie multinazionali di continuare il loro saccheggio (il
nuovo presidente, generale Suharto, restituisce subito le propriet ai vecchi possessori stranieri e cerca
appoggi politici ed economici in Occidente).
In questo senso, non molto diversa risulta lesperienza cilena, dove le forze di sinistra arrivano al potere
il 24 ottobre 1970 con una vittoria elettorale, sulla base quindi di uno svolgimento democratico
classico, la loro politica investe subito i problemi cruciali del sottosviluppo e dellindipendenza
economica con la nazionalizzazione di alcune miniere di ferro e di rame, ma un feroce colpo di Stato
diretto dalla CIA e dalla multinazionale nordamericana ITT porta a una dittatura sanguinaria l11
settembre 1973 che durer per 17 anni, il tempo necessario per eliminare fisicamente le avanguardie
popolari, distruggere la cultura rivoluzionaria e quindi, ritornare beffardamente al formalismo della
democrazia borghese.
Lesempio cileno certamente quello che mostra pi chiaramente come limperialismo se ne infischia
della democrazia quando i suoi interessi concreti sono colpiti e rimessi in discussione. Tuttavia il fatto
pi emblematico del neocolonialismo resta lintervento americano nel Vietnam. Qui si ritorna ad una
guerra coloniale classica (l'invio di un corpo di spedizione) per impedire ad una rivoluzione nazionale
di ispirazione socialista di giungere a compimento dimostrando ai popoli come i problemi del
sottosviluppo possano essere risolti nello stretto intreccio tra questione nazionale e questione sociale. In
realt gli Stati Uniti avvertono consapevolmente le novit della situazione apertasi nei tre continenti ex
colonizzati, tutti ormai in fermento. Il neocolonialismo infatti pu s frenare i movimenti di
emancipazione, ma non pu risolvere la contraddizione di fondo in cui i popoli vivono: indipendenza
pi sottosviluppo. E i popoli ne stanno prendendo coscienza.
La lotta contro il neocolonialismo
In quegli anni la rivoluzione cubana si trasformata in rivoluzione socialista. LAlgeria ha conquistato
la sua indipendenza nel 1962 (il Fronte di liberazione nazionale aveva cominciato a combattere nel
1954) e ha proceduto alla nazionalizzazione delle sue ricchezze minerarie nel 1966. Il nasserismo
egiziano procede sempre pi sulla via dell'indipendenza economica con la Carta nazionale dei princpi
socialisti di Nasser, del 1962. In Siria e in Iraq sono stati abbattuti regimi neocoloniali e si tentano
nuove strade (riforma agraria in Siria nel 1958, nazionalizzazioni nel 1963 e nel 1965; nazionalizzazione
delle banche in Iraq nel 1964). Una guerra popolare divampa nelle colonie portoghesi e i movimenti di
liberazione che ne sono alla testa (Fronte popolare di liberazione dellAngola, Fronte di liberazione del
Mozambico) non nascondono di non voler percorrere, al momento dellindipendenza, il cammino
neocoloniale di tanti altri regimi africani. A questo punto il Vietnam diventa, per limperialismo, un
banco di prova decisivo, un esempio da dare per far intendere che se la fine degli imperi coloniali
stata tollerata, non lo sar la lotta contro lassetto neocoloniale. Ma proprio questo significato dato
alla guerra in Vietnam che si rovescia contro il neocolonialismo. I vietnamiti vincono infatti la loro
seconda guerra di liberazione e la vincono contro la pi grande e ricca potenza imperialista, gli Stati
Uniti, i quali si ritirano sconfitti sul piano militare ma lasciando purtroppo un paese devastato, al quale
non verr mai corrisposto nessun indennizzo di guerra, impossibilitato cos, malgrado tremendi sforzi,
ad uscire da quella immane distruzione, s che questo tremendo peso si ripercuoter successivamente in
modo determinante. Comunque, come nel 1954, la vittoria del Vietnam d un nuovo impulso allo
scontro in atto per infrangere le forme di dominio neocoloniale: lAfrica, infatti, compie un nuovo
scatto in avanti con laccesso allindipendenza dellAngola, del Mozambico, della Guinea Bissau. Il
Laos e la Cambogia vedono lavvento di nuovi regimi pi radicali sul terreno economico e sociale. Ma

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soprattutto esplode la prima grande rottura dellordine neocoloniale: nel 1973 i paesi produttori di
petrolio decidono di essere loro a fissare i prezzi del prezioso prodotto, sulla base dei loro interessi e
non di quelli dei paesi importatori.
Anche nel continente latino americano si susseguono le rivolte: in Messico, a Panama, nella Repubblica
Dominicana, in Bolivia, Colombia, Venezuela; fioriscono i Movimenti di Liberazione Nazionale in
molti paesi di tutto il continente, tra i quali spiccano i Tupamaru in Uruguay, il Farabundo Mart di
Liberazione Nazionale in Salvador, ed altri come in Guatemala ed in Per, nel 1979 il Fronte
Sandinista prende il potere in Nicaragua e da quel momento il popolo nicaraguense deve subire ogni
sorta di boicottaggio economico, provocazioni belliche e attacchi mercenari finanziati e guidati
direttamente dagli Stati Uniti dAmerica, s che dopo dieci anni di speranze, anche il sogno
nicaraguense si infranse.
Ad una ad una tutte le speranze che hanno sollevato i dannati della Terra e che li hanno visti eroici
protagonisti del loro riscatto, si sono spente. Poich in una guerra non vince chi ha la ragione ma chi ha
la forza; lo strapotere militare, tecnologico ed economico dei paesi imperialisti riuscito, ancora una
volta, a martirizzare la maggior parte dellumanit e ad umiliare le masse dei cittadini dei propri paesi,
assegnandogli il ruolo di supini consumatori, spogliati di ogni pur minima conoscenza delle infamie di
cui sono inconsapevoli sostenitori, immemori che in quegli anni di grande speranza e dignit per il
mondo intero, milioni di lavoratori e studenti in grandi manifestazioni politiche e di solidariet, in
Francia, in Italia, in Belgio e negli Usa, unendosi idealmente alla volont di liberazione degli oppressi,
dimostrarono che anche nel ventre dellimpero possibile un risveglio.
Ma le condizioni che hanno generato le rivolte dei popoli oppressi non sono scomparse, e non
possibile soffocare gli ideali di libert e dignit. La resistenza di Cuba, a 90 miglia dal colosso
nordamericano che tenta in ogni modo di strangolarla, lo sta dimostrando concretamente a tutti.
Continua ad essere un faro di speranza per tutti gli oppressi del mondo e una nuova possibilit di
riscatto delle masse dei paesi capitalistici che decidessero di smettere la recita del ruolo di utili
irresponsabili di false democrazie. Il compito minimale che ci compete di riprendere liniziativa
attraverso la solidariet, nellottica pi genuina e popolare, non vista attraverso gli occhiali deformanti
della borghesia che, necessariamente, la manipolano e la trasformano in un nuovo strumento
generatore di profitti e di divisione dei popoli.

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Appendici
Appendice 1. Dichiarazione sulla concessione dellindipendenza ai paesi ed ai popoli coloniali (adottata
dallAssemblea generale).
LAssemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato il 14 dicembre 1960, senza alcun voto contrario,
una Dichiarazione sulla concessione dell'indipendenza ai paesi ed ai popoli coloniali, in cui ha
proclamato solennemente la necessit di porre rapidamente ed incondizionatamente fine al
colonialismo in ogni sua forma ed in ogni sua manifestazione. Con tale risoluzione dellAssemblea
generale, che riconosce lappassionato desiderio di libert di tutti i popoli dipendenti e la parte
decisiva che questi popoli hanno nella loro accessione allindipendenza le Nazioni Unite hanno
conferito un nuovo slancio al processo storico di sviluppo che, dalla nascita dellOrganizzazione, ha visto
accedere allindipendenza e alla sovranit nazionale oltre cinquanta territori dipendenti. Altri territori
sono in procinto di conseguire gli stessi obiettivi. Tuttavia, malgrado i profondi cambiamenti verificatisi
nel corso di questi ultimi anni, alcuni milioni di persone vivono ancora in territori non autonomi,
politicamente dipendenti da altri paesi.
Riportiamo qui di seguito il testo integrale della Dichiarazione:
LAssemblea generale,
Cosciente del fatto che i popoli del mondo si sono dichiarati decisi, nello statuto delle Nazioni Unite, a
riaffermare la loro fede nei diritti fondamentali dellUomo, nella dignit e nel valore della persona
umana, nella uguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grandi e piccole, e a
promuovere il progresso sociale e un pi elevato tenore di vita in una pi ampia libert,
Cosciente della necessit di creare condizioni di stabilit e di benessere e relazioni pacifiche e
amichevoli fondate sul rispetto dei princpi delluguaglianza dei diritti e dellautodeterminazione di
tutti i popoli, e di garantire il rispetto universale ed effettivo dei diritti dellUomo e delle libert
fondamentali per tutti, senza distinzione di razza, di sesso, di lingua o di religione.
Riconosciuto lappassionato desiderio di libert di tutti i popoli dipendenti e la parte decisiva che questi
popoli hanno nella loro accessione allindipendenza,
Cosciente dei crescenti conflitti derivanti dal fatto di rifiutare la libert a questi popoli o di ostacolarla,
conflitti che costituiscono una grave minaccia per la pace nel mondo,
Considerata limportanza della funzione delle Nazioni Unite quale mezzo per aiutare il movimento
verso lindipendenza nei territori in amministrazione fiduciaria e nei territori non autonomi,
Riconosciuto che i popoli della terra auspicano ardentemente la fine del colonialismo in ogni sua
manifestazione,
Convinta che il permanere del colonialismo impedisce lo sviluppo della cooperazione economica
internazionale, ostacola lo sviluppo sociale, culturale ed economico dei popoli dipendenti e si oppone
allideale di pace universale delle Nazioni Unite,
Affermato che i popoli possono disporre liberamente, ai propri fini, delle loro ricchezze e risorse
naturali, senza pregiudizio degli obblighi derivanti dalla cooperazione economica internazionale, fondata
sul principio del vantaggio reciproco, e sul diritto internazionale,
Persuasa che il processo di liberazione irresistibile e irreversibile e che, per evitare delle crisi gravi,
bisogna porre fine sia al colonialismo sia a tutte le pratiche di segregazione e di discriminazione che lo
accompagnano,
Rallegratasi del fatto che nel corso degli ultimi anni numerosi territori dipendenti abbiano acceduto alla
libert e allindipendenza, e riconosciuta la sempre pi accentuata tendenza verso la libert che si
manifesta nei territori non ancora acceduti all'indipendenza.
Convinta che tutti i popoli hanno un diritto inalienabile alla piena libert, allesercizio della propria
sovranit e allintegrit del loro territorio nazionale,
Proclama solennemente la necessit di porre rapidamente e incondizionatamente fine al colonialismo, in
ogni sua forma e in ogni sua manifestazione;
E, a questo fine,

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Dichiara quanto segue:


La soggezione dei popoli al soggiogamento, alla dominazione e allo sfruttamento stranieri costituisce un
diniego dei diritti fondamentali dellUomo, contraria allo Statuto delle Nazioni Unite e compromette
la causa della pace e della cooperazione mondiale.
Tutti i popoli hanno il diritto di libera decisione; in base a tale diritto, essi decidono liberamente del
proprio statuto politico e perseguono liberamente il loro sviluppo economico, sociale e culturale.
La mancanza di preparazione in campo politico, economico o sociale e in quello dellinsegnamento non
deve mai esser preso come pretesto per ritardare lindipendenza.
Sar posto fine ad ogni azione armata e ad ogni misura di repressione, di qualsiasi specie, diretta contro
i popoli dipendenti, per consentire a questi popoli di esercitare in modo pacifico e liberamente il loro
diritto alla completa indipendenza, e sar rispettata lintegrit del loro territorio nazionale.
Nei territori di amministrazione fiduciaria, nei territori non autonomi e in tutti gli altri territori non
ancora acceduti allindipendenza, saranno adottate misure immediate per trasferire tutti i poteri alle
popolazioni dei territori stessi, senza condizione o riserva alcuna, in conformit alla loro volont e ai
loro voti liberamente espressi, senza nessuna distinzione di razza, di fede o di colore, allo scopo di
consentire loro di godere di unindipendenza e di una libert complete.
Qualsiasi tentativo mirante a distruggere parzialmente o totalmente lunit nazionale e l'integrit
territoriale di un paese incompatibile con gli scopi e i princpi dello Statuto delle Nazioni Unite.
Tutti gli Stati sono tenuti a osservare fedelmente e strettamente le disposizioni dello Statuto delle
Nazioni Unite, della Dichiarazione universale dei diritti dellUomo e della presente Dichiarazione, sulla
base delluguaglianza, della non ingerenza negli affari interni degli Stati e del rispetto dei diritti sovrani
e dellintegrit territoriale di tutti i popoli.

Appendice 2. Gandhi, I pensieri del Mahatma.


La non violenza la forza pi grande di cui disponga lumanit. pi potente della pi potente arma di
distruzione escogitata dallingegnosit delluomo []. La resistenza passiva il metodo di
salvaguardare i diritti mediante la sofferenza personale; lopposto della resistenza armata. Quando
rifiuto di fare una cosa che ripugna la mia coscienza uso la forza dellanima []. Devo continuare a
discutere fino a convertire gli avversari o ammettere la sconfitta. Infatti la mia missione di convertire
ogni indiano, ogni inglese, infine il mondo alla non-violenza nel regolare i reciproci rapporti, siano essi
politici, economici, sociali o religiosi. Se mi si accusa di essere troppo ambizioso, mi confesser
colpevole. Se mi si dice che il mio sogno non potr mai attuarsi, risponder che possibile e
proseguir per la mia strada []. Se lIndia fa suo il credo della violenza ed io sopravvivo, non
mimporterebbe di lasciare lIndia. Cesserebbe di ispirarmi qualsiasi fierezza. Il mio patriottismo
soggetto alla mia religione.

48

Cronologie
Asia
India
1885

Nasce il Congresso Nazionale Indiano, partito nazionalista che mira allindipendenza dal Regno Unito.

Mohandas KaraMchand Gandhi, leader del Congresso guida la lotta per lindipendenza predicando la
1920-30 non violenza, la disobbedienza civile, la non cooperazione con i colonizzatori e il boicottaggio
economico.
1921

Il governo Britannico ammette rappresentanti indigeni nelle amministrazioni locali.

1935

Viene firmato lIndian Act che estende il diritto di voto e concede ampia autonomia amministrativa.

1947

Viene concessa lindipendenza allIndia che si divide in due entit statali, lUnione Indiana, a
maggioranza Ind e il Pakistan a maggioranza Musulmana.

1948

Gandhi, che ha tentato invano la pacificazione e la riunificazione in un unico Stato laico di Ind e
Musulmani, viene assassinato da un estremista Ind.

Javaharial Nehru si trova ad affrontare larretratezza economica e lincremento demografico vertiginoso,


1948-64 i conflitti religiosi e labolizione reale delle caste. In politica estera sostiene il non allineamento
nonostante segua una politica economica dispirazione socialista (riforma agraria, piani quinquennali).

Indonesia
1912

Nascita del partito comunista Indonesiano guidato da Sukarno.

1945

Dichiarazione dindipendenza.

1965

Colpo di Stato militare guidato da Suharto.

1975

LIndonesia occupa lisola di Timor Est, che ha appena proclamato la sua indipendenza dal Portogallo.

Filippine
1946

Indipendenza dopo loccupazione giapponese.

1965

Colpo di Stato di Marcos.

Cambogia
1945

Proclamazione dindipendenza sotto la guida di re Sihanouk.

1970

Colpo di Stato di Lon Nol che instaura un regime filoamericano.

1975

Colpo di Stato dei Khmer rossi, guidati da Pol Pot, che instaurano un regime maoista trasformando la
Cambogia in una immensa comune agricola e deportando la popolazione dalle citt costringendola a
sottostare a condizioni di lavori forzati e sterminando oltre un milione di persone nei killing fields.

1978

Il Vietnam invade la Cambogia imponendo un governo amico.

Vietnam
1941

Convergenza tra tutte le forze antigiapponesi nel Vietminh egemonizzato dal Partito comunista di Ho
Chi-minh.

1945

Alla fine della guerra Ho Chi-minh proclama la Repubblica Democratica del Vietnam con capitale Hanoi.

1946

La Francia non riconosce lindipendenza e inizia la guerra contro il Vietnam.

1954

I Francesi vengono sconfitti a Dien Bien Phu.

1954

Con gli Accordi di Ginevra il Vietnam viene diviso in repubblica Democratica del Vietnam a Nord del
17 parallelo con presidente Ho Chi-minh e capitale Hanoi e Repubblica del Vietnam nel Sud con
capitale Saigon guidata dal cattolico anticomunista Diem, stabilendone lunione lanno successivo.

49

1955

Gli Stati Uniti si oppongono alla riunificazione in funzione anticomunista.

1960

Nascita del Fronte nazionale di liberazione del Vietnam del Sud di ispirazione comunista (Vietcong).

1963

Caduta del regime di Diem, voluta dalla maggioranza buddista del Paese.

1965

Scoppia la Guerra del Vietnam: gli USA bombardano la pista Ho Chi-minh (che rifornisce i Vietcong
attraverso Laos e Cambogia) e successivamente anche le citt del Nord.

1973

Gli USA firmano un patto di parziale ritiro delle truppe (anche per le pressioni dellopinione pubblica
internazionale).

1975

Conquista di Saigon da parte dei Vietcong e nascita della Repubblica Socialista del Vietnam.

Cina
1941

A causa della guerra con gli USA il Giappone riduce loccupazione in Cina.

1945

Gli USA appoggiano il Kuomintang in funzione anticomunista.

1947-49 Offensiva comunista che si conclude con la conquista di Pechino e la fuga di Chiang-Kai-Shek sullisola
di Formosa.

Medioriente
1920

Mandato della Gran Bretagna sulla Palestina.

1921

Proclamazione dell'indipendenza dellIraq dalla Gran Bretagna e alleanza con la Gran Bretagna.

1921

Proclamazione dellindipendenza della Transgioradania dalla Gran Bretagna e alleanza con la Gran
Bretagna.

1921

Proclamazione dellindipendenza dellAfghanistan dallIndia inglese.

1925

Proclamazione dellindipendenza del Libano dalla Francia.

Emigrazione degli ebrei in Palestina a causa della persecuzione nazista, appoggiato dalle potenze
1933-48 occidentali dopo la scoperta dei lager da parte degli alleati.
1947

Risoluzione dellONU delibera che sia Ebrei che Palestinesi hanno diritto a una loro nazione.

1948

Ben Gurion proclama la repubblica dIsraele.

1948-49 Scoppio della prima guerra arabo-israeliana che si conclude con la divisione della Palestina tra Israele e
Cisgiordania.
1956

Invasione della penisola del Sinai (seconda guerra arabo-israeliana).

1967

Guerra dei sei giorni (terza guerra arabo-israeliana).

1973

Guerra dello Yom Kippur (quarta guerra arabo-israeliana).

50

Africa
Egitto
1936

Protettorato Francia e Gran Bretagna sul Canale di Suez.

1951

La Francia concede basi militari agli USA e sfrutta la rivalit tra Berberi e Arabi.

1952

1952 Rivoluzione del movimento nazionalista degli ufficiali liberi guidati da Nasser che rovescia la
monarchia filoccidentale, caccia le potenze coloniali, nazionalizza le industrie e fa una riforma agraria.

1956

Nazionalizzazione del canale di Suez, Israele invade il Sinai con lappoggio di Francia e Gran Bretagna
ma lUnione Sovietica impone il ritiro.

1956

Il Marocco e la Tunisia proclamano lindipendenza con il consenso della Francia.

1958

Repubblica Araba Unita con la Siria Marocco e Tunisia.

1976

Il Marocco invade il Sahara occidentale che ha appena ottenuto lindipendenza. Il Fronte Polisario
inizia la guerriglia per lindipendenza del popolo saharawi.

Algeria
1950

Nasce il Fronte di Liberazione Nazionale guidato da Ahmed Ben Bella.

1954-62 Guerra di liberazione.


1957

Battaglia di Algeri: guerriglia urbana nella capitale in cui le truppe francesi usano tutti i mezzi della
guerra totale: rastrellamenti e arresti di massa, torture, controterrorismo.

1958

Viene fondato Comitato di Salute Pubblica dai civili e militari francesi.

1962

De Gaulle concede l'indipendenza.

1965

Colpo di stato del Consiglio rivoluzionario guidato dal colonnello Boumedienne.

Libia
1946

La Libia diviene, secondo il trattato di pace di Parigi, protettorato dellItalia per 10 anni a partire dal 1951.

1969

Golpe militare di giovani ufficiali guidato da Gheddafi.

1973

Gheddafi proclama la teoria del socialismo islamico.

Africa Equatoriale
1952

In Kenia nasce il movimento indipendentista dei Mau Mau.

1957-64 Le colonie francesi e inglesi ottengono lindipendenza.


1957

Il Ghana (ex Costa DOro) ottiene lindipendenza.

1958

La Guinea ottiene lindipendenza.

1960

1960 Camerun, Congo Brazzaville, Dahomey (poi Benin) , Gabon, Ciad, Repubblica Centrafricana, Togo, Costa
d'Avorio, Alto Volta, Niger, Senegal, Mauritania, Madagascar, Mali, Nigeria e Somalia ottengono lindipendenza.

1960

Il Congo belga, guidato dallintellettuale marxista Lumumba, ottiene lindipendenza. I paesi occidentali
favoriscono la scissione della regione pi ricca, il Katanga, in funzione antisovietica.

1961

Sierra Leone, Tanganica e Zanzibar (che si uniscono nella Tanzania) ottengono lindipendenza.

1962

LUganda, il Ruanda e il Burundi ottengono lindipendenza.

1963

Il Kenia ottiene lindipendenza.

1966

Dopo sei anni di guerra civile viene instaurato il regime filoccidentale di Mobutu, mentre continua la
guerriglia marxista appoggiata anche da Che Guevara.

1974

Mengistu fa un colpo di stato in Somalia deponendo Ail Sellassi. Inizia la Lotta indipendentista dellEritrea.

1974

La Guinea Bissau ottiene lindipendenza dal Portogallo.

Africa Australe
1948

Il Sud Africa, membro del Commonwealth, inasprisce il regime di Apartheid gi presente sin dagli inizi del
secolo, contro cui ha combattuto anche Gandhi.

1964

Il Malawi e lo Zambia ottengono lindipendenza.

51

1965

La Rodhesia ottiene lindipendenza sotto la guida di Ian Smith. La nuova costituzione garantisce diritti
politici solo alla minoranza bianca.

1974

Rivolta di Soweto quartiere nero di Johannesburg, in Sudafrica.

1974

Il Mozambico ottiene lindipendenza dal Portogallo ma al potere del Frelimo (Fronte di liberazione di
sinistra) si oppone il Renamo (Fronte Nazionale del Mozambico) appoggiato dal Sudafrica.

1975

1980

1990

LAngola ottiene lindipendenza dal Portogallo ma al Movimento Popolare di Liberazione dellAngola


(MPLA) appoggiato da Cuba si oppongono il Fronte di Liberazione Nazionale (FLN) finanziato dallo
Zaire e lUnione Nazionale per lIndipendenza (UNITA) filosudafricana.
Le potenze occidentali favoriscono la transizione del potere della maggioranza nera in Rodhesia, che prende il
nome di Zimbabwe. LApartheid sopravvive invece in Sudafrica a causa del forte radicamento della
popolazione boera che si considera ormai africana, a causa della ricchezza del paese e dei contrasti allinterno
del movimento di liberazione nero.
Nelson Mandela rilasciato dalle carceri sudafricane, sono indette le prime elezioni a suffragio universale e Mandela
il primo presidente nero del Sudafrica.

52

Cronologia generale
Anno

Nome attuale

Nome della colonia

Appartenenza

1932

Iraq

Inghilterra

1936

Egitto

Inghilterra

1946

Giordania

1946

Libano

1946

Siria

Francia

1947

India

Inghilterra

1948

Israele

Palestina

Inghilterra

1948

Myanmar

Birmania

Inghilterra

1948

Sri Lanka

Ceylon

Inghilterra

1949

Indonesia

Indie Olandesi

1953

Cambogia

Transgiordania

Inghilterra
Francia

Olanda
Francia

1953

Laos

Francia

1954

Vietnam

Francia

1956

Sudan

Inghilterra

1956

Marocco

Francia

1956

Tunisia

Francia

1957

Ghana

Costa dOro e Togo Britannica

Inghilterra

1957

Malaysia

Malesia

Inghilterra

1958

Israele

Palestina

Inghilterra

1958

Guinea

1960

Rep. Dem. Congo

Francia
Congo belga

Belgio

1960

Cipro

Inghilterra

1960

Nigeria

Inghilterra

1960

Somalia

1960

Bnin

1960

Burkina Faso

Somalia britannica

Inghilterra

Alto Volta

Francia

Congo

Francia

Francia

1960

Camerun

1960

Rep. del Congo

Francia

1960

Costa dAvorio

Francia

1960

Gabon

Francia

1960

Madagascar

Francia

1960

Mali

Francia

1960

Mauritania

Francia

1960

Niger

1960

Rep. Centroafricana

1960

Senegal

Francia

1960

Ciad

Francia

Francia
Ubangui-Chari

Francia

1960

Togo

Francia

1961

Sudafrica

Inghilterra

1961

Camerun

Inghilterra

1961

Kuwait

Inghilterra

1961

Sierra Leone

Inghilterra

1961

Tanzania

Tanganica e Zanzibar

Inghilterra

1962

Burundi

Ruanda-Urundi

Belgio

1962

Ruanda

Ruanda-Urundi

1962

Jamaica

Belgio
Inghilterra

1962

Uganda

Inghilterra

1962

Trinidad e Tobago

Inghilterra

1962

Algeria

Francia

53

1963

Kenya

1964

Malawi

1964

Malta

Inghilterra
Nyasaland

Inghilterra
Inghilterra

1964

Zambia

1965

Gambia

Rhodesia del Nord

Inghilterra

1965

Isole Cook

Inghilterra

1965

Maldive

Inghilterra

1965

Singapore

Inghilterra

1965

Zimbabwe

1966

Barnados

1966

Inghilterra

Rhodesia

Inghilterra

Botswana

Bechuanaland

Inghilterra

1966

Guyana

Guyana britannica

Inghilterra

1966

Lesotho

Basutoland

Inghilterra

1967

Yemen

Yemen del Sud

1968

Mauritius

Inghilterra

Inghilterra
Inghilterra

1968

Nauru

Inghilterra

1968

Swaziland

Inghilterra

1968

Guinea Equatoriale

Fernando Poo

Spagna

1969

Irian Jaya

Nuova Guinea Occid.

Olanda

1970

Figi

1970

Tonga

Inghilterra
Inghilterra

1971

Bahrein

Inghilterra

1971

Emirati arabi uniti

Inghilterra

1971

Oman

Inghilterra

1971

Qatar

Inghilterra

1973

Bahamas

Inghilterra

1974

Granata

Inghilterra

1974

Guinea Bissau

Portogallo

1975

Comore

Francia

1975

Suriname

1975

Angola

1975

Capo Verde

Portogallo

1975

Mozambico

Portogallo

1975

Sao Tom e Prncipe

Portogallo

1976

Seychelles

Inghilterra

1976

Sahara Occidentale

Sahara spagnolo

1977

Gibuti

Territori francesi degli Afars e degli Issas

1978

Domenica

1978

Isole Salomon

1978

Tuvalu

Isole Ellice

1979

Kiribati

Isole Gilbert

1979

Santa Lucia

1979

Grenadine

San Vincenzo

Inghilterra

1980

Vanuatu

Nuove Ebridi

Inghilterra

1981

Antigua e Barbuda

1981

Belize

1983

San Kitts e Nevis

Inghilterra

1984

Brunei

Inghilterra

1997

Hong Kong

Inghilterra

Guyana Olandese

Olanda
Portogallo

Spagna
Francia
Inghilterra
Inghilterra
Inghilterra
Inghilterra
Inghilterra

Inghilterra
Honduras britannico

54

Inghilterra