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SCHEMI di LETTERATURA ITALIANA MODERNA E CONTEMPORANEA!

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IL ROMANTICISMO IN ITALIA!
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Il Romanticismo rappresenta una frattura netta rispetto alla tradizione classica
umanistica.Principi essenziali:!
1. caduta del diaframma classico tra arte e vita che provoca una tendenziale indistinzione
tra i due ambiti (es:Ultime lettere di J.O. identificazione tra Foscolo e il personaggio
Ortis)!
2. Rifiuto dell'imitazione del modelli classici greco-latini e la ricerca di altri modelli, di altre
tendenze letterarie più vicine al sentire contemporaneo (letterature nordiche- tedesca e
inglese, perchè più vicine alla natura)!
3. Accentuazione dell'amor di patria, abbiamo infatti un gran numero di opere patriottiche,
ne è un esempio il patriottismo "dissimulato" che pervade tutte le opere di Manzoni.!
4. L'intensificarsi della concezione educativa della letteratura che comporta la ricerca di
una lingua più popolare e la predilezione per generi letterari meglio fruibili dalle masse
(tragedia, teatro d'opera, romanzo) e per forme metriche più orecchiabili (ode,
canzonetta, romanza..)!
5. Scoperta della centralità dell'io e la conseguente rivendicazione dei suoi diritti: è un io
quasi sempre in conflitto con la natura, con la società, con i suoi simili, persino con sè
stesso. Un io ricco di moti interiori, passioni, vitalità, che viene a coincidere con il genio!
6. Il conflitto interiore assume la forma di dissidio tra cuore e ragione, tra razionalità e
passionalità in cui,quasi sempre, vince la passionalità!
7. Ricerca di esperienze assolute, in cui l'io romantico possa mostrare la sua grandezza,
la sua tensione verso l'infinito: le esperienze privilegiate sono quelle dell'amore e della
morte, spesso in connubio tra di loro.!
8. Rapporto con la natura in cui l'uomo romantico cerca una sorta di oggettivazione
esteriore dei propri sentimenti e delle proprie passioni. Si tratta però di ambientazioni
solitarie, l'uomo infatti è solo di fronte alla natura, a volta vista come madre premurosa,
altre come matrigna crudele preoccupata solo di conservare il moto incessante
dell'esistenza.!
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Nel 1816 ci fu un'intenso dibattito conosciuto come la "classicoromanticomachia" ovvero la
disputa tra classicisti e romantici. Leopardi parteggiò per i classicisti mentre noi lo
collochiamo tra i romantici. La sua educazione classica di fondo, la conoscenza del greco
e del latino, il suo culto per l'antichità ne fanno senza dubbio un classicista tuttavia il
pensiero e la sua poesia assumono forti connotazioni romantiche come l'amore per la
patria (presente nelle prime canzoni),i temi dell'amore e della morte (Ciclo di Aspasia),
centralità dell'io e nella scelta della lirica nella forma del "canto" come l'espressione più
appropriata degli stati d'animo. La canzone della tradizione classica è diventata il canto
dell'io romantico.!
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GIACOMO LEOPARDI (pag. G384)!
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- Nasce nel 1798 a Recanati ---> città che favorì la sua emarginazione, alla fine del 700 le !
turbolenze rivoluzionarie avevano provocato un clima di repressione e autoritarismo !
inoltre, nel 18’6, l’annessione della Marche alla Francia generò sentimenti ostili nei !
confronti del nuovo governo.!
- Vita antiromantica, caratterizzata da una scarsità di eventi esterni di rilievo. !
- Formazione da autodidatta (greco e ebraico), biblioteca ricca di opere degli illuministi
francesi come manifestazione di liberalità e di apertura nei confronti degli avversari
culturali poichè il padre, conte Monaldo, era un rivoluzionario. Stima per il padre,
rapporto affettuoso, no legami affettivi con la madre!
- 1809 inizia a scrivere traduzioni, opere storico- erudite (“Saggio sopra gli errori popolari
degli antichi”), prove poetiche (due tragedie)!
- scoliosi + indebolimento della vista = rapporto diretto con il continuo dolore e con la
coscienza del limite!
- dal 1816 al 1819: Conversione letteraria/ <passaggio dall’erudizione al bello>,
abbandona gli studi eruditi e filologici a favore di un interesse per la poesia in quanto
unico strumento adatto a dar forma a sentimenti e passioni individuali. Alcuni tentativi
poetici tutti ripudiati dall’autore, tranne “L’appressamento della morte” di cui un brano
diventerà il Frammento XXXIX dell’edizione del 1835 dei Canti. Si appassiona inoltre al
dibattito culturale, la lettura di Madame de Stael gli ispirò una “Lettera ai signori
compilatori della Biblioteca Italiana” che non verrà pubblicata. Leopardi si inserì
nell’accesa polemica tra classicisti e romantici inserendosi nei primi ma in maniera
originale. Egli sosteneva infatti che i classici non andavano imitati, si trattava di rivivere il
rapporto con la natura, di riproporne la capacità di sentire e si esprimere i sentimenti in
modo immediato ed ingenuo. L’idealizzazione degli antichi e della natura lo portò al rifiuto
polemico del presente e della società contemporanea che aveva corrotto e reso
impossibile il rapporto con la natura. ---> passaggio al pessimismo storico: il male del
mondo e dell’uomo è imputabile all’uomo stesso e alla civiltà, non alla natura.!
- La scoperta della poesia e del bello coincidono con l’apertura al mondo. Nella forma
dell’amicizia con Pietro Giordani (corrispondenza epistolare) e dell’amore provato per
Geltrude Cassi a cui dedicò L’Elegia I, poi pubblicata nei canti con il titolo di “Il primo
amore”. L’indagine sul proprio io lo portarono ad un distacco dalle posizioni ideologiche
reazionarie del padre com’è testimoniato dalle canzoni politico-civili “All’Italia” e “Sopra
il monumento di Dante” composte del 1818 con dedica a Vincenzo Monti (principe dei
classicisti italiani).!
- 1819 a 21 anni decise di scappare di casa ma venne scoperto + esaurimento psicofisico
che colpì soprattutto la vista = conversione filosofica (1819-1825/26) <dal bello alla
ragione e al vero>, dalla poesia alla filosofia. Abbandono della religione cattolica,
posizione atea e materialistica. La poesia diventa del sentimento e degli affetti, affidata
a sei idilli scritti tra 1819 e 1821 (“L’Infinito”, “La ricordanza”; “Lo spavento notturno”, “La
sera del dì di festa”, “Il sogno” e “la vita solitaria”) Illusioni come unica sostanza davvero
reale. !
- Accanto a questa nuova poesia permane la poesia grande, eroica, dallo stile riflessivo e
ragionato: le canzoni. Nelle canzoni Leopardi mette a tema la scoperta del dominio del
vero, con la conseguente perdita delle illusioni e la consapevolezza dell’infelicità
dell’uomo nella storia. Nel 1824 pubblica a Bologna un volumetto, “Canzoni”, che
raccoglieva le nove canzoni composte fino al Luglio 1822 più “Alla sua donna”. !
- tra il 1820 e il 1823 scrisse più della metà dello Zibaldone. Nel 1822 si recò a Roma =
delusione, la grandezza romana lo infastidiva.!
- Dopo Le canzoni abbandona la poesia per passare alla prosa di meditazione
filosofica, nel 1824 compose le prime venti “Operette morali” pubblicate nel 1827, brevi
testi talvolta in forma di dialogo, in uno stile lucido e ironico. Il risultato è un libro di
filosofia negativa, una riflessione sulla pena e sul dolore umano dello stare al mondo. Le
operette morali sono il passaggio dal pessimismo storico al pessimismo cosmico = il
dolore dell’uomo e del mondo è senza rimedio e senza riscatto, e responsabile di esso è
la natura stessa, non più madre amorevole, ma matrigna indifferente. !
- Si trasferisce a Milano nel 1825 ma non gli piace quindi va a Bologna dove pubblica tre
operette morale sull’ Antologia, un’importante rivista culturale dell’epoca. Conosce
l’amore, non corrisposto, per Teresa Carniani. Torna poi a Recanati, va a Firenze e poi a
Pisa, città che gli piacque molto. Riscopri la poesia e nel 1828 scrisse prima “Il
Risorgimento” e poi “A Silvia”.!
- Tornò poi a Recanati nel 1828, città da lui odiata, in cui compose alcuni dei suoi testi più
grandi: “Le ricordanze”, “La quiete dopo la tempesta”, “il sabato del villaggio” e “il canto
notturno di un pastore errante dell’Asia”. Tornò nuovamente a Firenze dove ebbe una
vita di intensi rapporti sociali (Antonio Ranieri e l’amore per Fanny Ronchivecchi). Nel
1831 pubblicò i Canti (23 componimenti dedicati <agli amici suoi di Toscana> ) e a Fanny
dedicò i cinque canti del “ciclo di Aspasia” composti tra il 1831 e il 1835. Durante il
soggiorno fiorentino scrisse altre due operette, “Il dialogo d’un venditore di almanacchi e
di un passeggere” e il “dialogo di Tristano e di un amico”. Progettò anche una rivista
letteraria ma non fu autorizzata dal governo toscano.!
- Nel 1833 si trasferì a Napoli , nel 1836 si trasferì in una villa per sfuggire all’epidemia di
colera. Intensa attività compositiva: scrisse i Pensieri (raccolta di 111 brevi riflessioni di
vario argomenti), i Paralipomeni della Batracomiomachia (poema satirico in ottave).
Scrisse “La ginestra” e “il tramonto della luna” per poi morire nel 1837 assistito dall’amico
Ranieri e dalla sorella Paolina.!
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LA POETICA!
- Continua sperimentazione: incessante ricerda di formule espressive sempre diverse,
scrive in prosa e in poesia ma sempre ricercando nuove forme espressive, le iù
congeniali ai sentimenti e ai pensieri. Sperimentazione inesausta !
- La centralità dell’Io e l’universalità della poesia: la novità della sua poesia è l’attenzione
alle ragioni dell’io. Le ragioni, i sentimenti, le passioni dell’io autobiografico trovano
cittadinanza in poesia. Tutte le sue poesia infatti sono mosse da un sentimento, da un
affetto, da una delusione, da una ricerca personale; ciò nonostante egli riesce a rendere
universalmente valida una poesia così ancorata all’io individuale. Ciò avviene per molti
motivi, tra cui una forte tensione dialogica che anima i testi leopardiani.!
- Il ricordo al dialogo: La tensione dialogica sottrae l’io poetico messo in scena nelle
poesia leopardiane dal pericolo di una narcisistica e sterile contemplazione dei propri
dolori e della propria infelicità, conferendogli una forte spinta comunicativa e relazionale.
Le operette morali sono in forma di dialogo, lo Zibaldone è un dialogo con se stesso, in
gran parte dei Canti l’io poetico si rivolge direttamente al destinatario che diventa
coprotagonista del testo. Il coinvolgimento del destinatario è dettato dal fatto che l’io
poetico ha qualcosa da comunicare, da un lato la necessità e l’urgenza dell’io poetico di
svelare il vero, di essere fedele alla verità scoperta, quella della fragilità e bassezza della
condizione umana. Dall’altra il desiderio di bellezza, di felicità, di poesia, visti come un
bisogno primario. !
- Il compito del poeta quindi è quello di dire il vero e salvare il bello. Molti dei suoi canti
mettono a tema quella che per lui è la verità sull’uomo, cioè la costitutiva infelicità, ma la
scrittura e la lettura permettono di attingere ad una forma di felicità: il dolore della vita è
ripagato dalla poesia, capace di generare un breve intervallo di felicità,!
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LE OPERE!
- tra il 1809 e il 1816: traduzioni dal latino e dal greco, composizioni poetiche in vario stile
e metro ispirate ai modelli arcadici, due tragedie, 23 dissertazioni filosofiche, opere
storico-erudite. Eccezionale vastità di interessi (poesia, filosofia e filologia). Es “Saggio
sopra gli errori popolari degli antichi” (1815) in cui esamini una serie di opinioni errate dei
pagani contrapponendo a esse le verità cristiane. Impostazione razionalista della ragione
illuminista. Si coglie già l’interessa per il mondo degli antichi. !
- 1815 conversione letteraria fino al 1819: face ulteriori traduzioni ma con l’intento di
raggiungere il <bello> (Batracomiomachia dell’Odiessea e Titanomachia di Esiodo).
Stimolato dal primo amore per Geltrude Cassi nacque un elegia in terza rima che verrà
accolta nei canto intitolata il “primo amore” in cui compaiono i temi del dolore del cuore e
della bellezza femminile. Interessato al dibattito culturale e politico compose due
prime canzoni, un elogio della virtù italiana con linguaggio alto ed eroico, “All’Italia” e
“Sopra il monumento di Dante che si preparava in Firenze”.!
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I CANTI:!
La composizione e la pubblicazione del libro dei Canti impegnò quasi tutta la breve vita di
leopardi: il primo componimento, “Primo amore” fu composto nel 1817 e l’ultimo, “il
tramonto della luna o La ginestra” risale al 1836. Nel 1831 assegnò al suo libro il titolo
definitivo dei Canti, non più Canzoni (1824) né Versi (1826). Con Canto indica appunto
una poesia lirica che non si cala in una forma metrica specifica, un nuovo genere di poesia
insieme antico e moderno. Volontà di costruire un libro unitario con una propria trama di
tipo formale, concettuale ed ideologico. I Canti sono un libro imperniato attorno alle
vicende dell’ io che si svolge in cinque fasi:!
Le canzoni, in cui l’io si nasconde dietro al linguaggio elevato della tradizione classica e
dietro le maschere dei grandi personaggi del passato mettendo a tema la progressiva
caduta delle illusioni con la scoperta dell’ <arido vero>. !
Il primo blocco dei canti è costituito da 9 canzoni seguite da un'elegia in terza rima "Il
primo amore", tutte composte tra il 1818 e il 1822. Una decima canzone "Alla sua
donna"composta nel 1823 fu collocata nel canti in diciottesima posizione, per costituire un
dittico amoroso con il Consalvo.!
STILE: stofe miste di endecasillabi e settenari, il numero di strofe varia da un minimo di 4
ad un massimo di 12,Leopardi propende per le misure più lunghe. Le strofe hanno una
struttura ritmica complessa, numerosi sono i testi non legati in rima. Organismo metrico
ampio e complesso distaccandosi dalla tradizione petrarchesca seguendo la variante delle
canzoni eroiche. Sintassi ampia,linguaggio aulico o arcaico imbevuto di tradizione
classica. Molte figure retoriche che rendono ardua la lettura, un linguaggio ardito che
richiama il legame tra antichità e la possibilità di fare poesia.!
TEMI: della riscossa culturale e politica dell'Italia, sul modello dell'antica Roma.Tema
dell'infelicità sia di personaggi storici condannati dalla storia (Bruto) o dalla natura (Saffo)
sia dell'infelicità di tutta l'umanità in generale, condannata nel presente ad una vita
infelice.La felicità era possibile solo agli antichi. Le canzoni delineano una poesia civile ed
etica (che sfocia nel disinganno e nella caduta delle illusioni), un'etica che mette in luce la
negatività dell'<arido vero>!
Gli idilli, in cui l’io diventa un personaggio a tutti gli effetti e la poesia ne registra i moti, i
sentimenti, le avventure interiori che nascono come dei fiori effimere nel deserto dell’
<arido vero>. Assume rilievo anche l’amore.!
Tutti i 5 idilli vennero scritti tra il 1819 e il 1821 ad eccezione de "Il passero solitario" che
risale al 1835 infrangendo l'ordine cronologico. Un sesto idillio "Odi, Melisso: io vo' contarti
un sogno", inizialmente intitolato "Lo spavento notturno", fu collocato al 37esimo posto.!
STILE: composti da una successione di endecasillabi in un blocco unico, suddivisi in strofe
di varia lunghezza e senza alcuna struttura rimica fissa. Lessico del vago e dell'indefinito,
sintassi semplice, periodare breve e poco articolato.!
TEMI: Meditazioni sui temi esistenziali (l'infinito, il tempo, il ricordo), si delinea la storia
intima dell'io poetico colto nelle sue avventure interiori che si calano in concreti e definitivi
sfondi paesaggistici coincidenti con il paesaggio recanatese. Sintonia tra paesaggio
naturale e sentimento interiore. Poetica del vago e dell'indefinito (lontananza nel tempo -
infanzia, ricordo- lontananza nello spazio - mare, luna,infinito - lontananza lessicale - vago,
ultimo, profondo- infinito uditivo -ambientazione notturna, luna incerta).!
I canti pisano-recanatesi, introdotti da un testo dal titolo significativo, Il risorgimento,
Leopardi mette in evidenza l’inattesa resurrezione dell’io poetico, resurrezione però
parziali poichè imperniata sulla memoria quindi rivolta al passato. Pessimismo cosmico.!
Vennero composti tra il 1828 e il 1830 tra la fine del soggiorno pisano e il ritorno a
Recanati. Una volta venivano definiti "Grandi idilli" poichè entrambi costituiscono una
meditazione sull'esistenza che scaturisce dalla visione del paesaggio di Recanati. !
STILE: strofe di endecasillabi e settenari che si succedono liberamente, totale libertà da
qualunque vincolo metrico (es: "A Silvia"è la prima canzone libera), lessico del vago
intorno ad una sintassi articolata (periodi più complessi), ricorso a interrogative ed
esclamative (Es: "Canto notturno"), molto enjambements!
TEMI: Recanati che viene però trasfigurata nel passato, recuperata attraverso la memoria,
l'io poetico quindi matura,osserva le cose da un' età adulta che giudica e rimpiange la
fanciullezza. L'io poetico racconta sempre avventure del proprio animo ma esse diventano
esperienze in cui egli si fa portavoce di un destino di sofferenza che accomuna ogni uomo.
Fusione tra una poesia del "noi" (canzoni) e una poesia dell'"io" (idilli).!
Il ciclo di Aspasia, riprende il tema dell’amore dandone una vera e propria teoria e
recupera uno stile energico ed eroico. L’io si contrappone non più alla decadenza dei
tempi presenti ma al suo stesso destino e alla natura, illusione d’amore. !
composti tra il 1831 e il 1835 sono ispirati all'amore per la gentildonna fiorentina Fanny
Targioni Tozzetti che nell'ultima lirica viene identificata con Aspasia (nome di un'etera
greca di Mileto, famosa per la sua bellezza e la sua cultura, amante di Pericle). !
STILE: Nuova poetica- linguaggio aspro, teso risentito che rientra nel campo del mistero,
della terribilità. Non più interrogative ma affermazioni di grande forza e sentenze assolute
e lapidarie.!
TEMI: Esperienza amorosa che genera inganno e disillusione. La caduta delle illusioni
genera la disperazione assoluta e fa nascere un'eroica resistenza contro la malvagità del
fato e del destino.!
I canti napoletani in cui la poesia è una profonda meditazione sulla morte dei giovani, la
morte e la bellezza, la precarietà dell’esistenza umana. è un poeta filosofo che medita sui
temi universali, passando dal lamento alla proposta: è un invito alla solidarietà umana, gli
uomini devono confederarsi tra di loro in nome del proprio destino di infelicità che li
accomuna. Composti tra il 1834 e il 1836.!
STILE: Severo e oggettivo, parti descrittive che convivono con quelle argomentative. Una
poesia che tiene insieme pensiero e liricità, pensiero e poesia si fondono, ragionamento
filosofico.!
TEMI: l'io poetico viene eliminato in favore di una riflessione impersonale e generale che
assume l'aspetto di una verità universale,la comune sofferenza può portare ad una
solidarietà tra gli uomini. Rivendicazione della dignità del patire che sfocia nella comune
sofferenza. !
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LE OPERETTE MORALI:!
Nel 1824 Leopardi, abbandonata la poesia scrisse ben 20 prose. Tre di queste
diventarono un libro con il titolo Operette morali.Negli anni successivi ne scrisse altre!
cinque, due entrarono nell'opera e le altre tre vennero lasciate inedite per timone di un
intervento di censura e furono inserite nella terza edizione.Quest'ultima stampa fu in effetti
bloccata dalla censura borbonica, sicchè l'edizione definitiva delle Operette morali è quella
del 1845. Morali perchè il libro si inserisce nell'ambito delle opere di filosofia morale che
ha come oggetto le azioni e i comportamenti dell'uomo, la sua vita pratica. Operette
poichè non si tratta di un trattato bensì di un'opera che procede per tentativi, di una
leggerezza apparente. Si tratta di un'opera in cui si fondono i modelli dei Dialoghi di
Luciano di Samosata e la narrazione tipica del romanzo filosofico degli illuministi francesi.
Le ventiquattro operette di Leopardi riprendono dal modello greco: la varietà delle forme
(Dialoghi, brevi trattati, narrazioni, elogi), la capacità d'invenzione fantastica
(gnomi,folletti..) e lo stile di alta eleganza pervaso da una sottile ironia. Le operette morali
esprimono il disincanto di Leopardi, la sua consapevolezza della caduta di ogni speranza,
la prosa è il genere più adatto, con il suo andamento pacato e riflessivo, per dar voce ai
risultati della sua conversione filosofica iniziata nel 1819.!
TEMI: critica ai falsi miti dell'età contemporanea: il progresso scientifico sociale ed
economico, ottimismo e fiducia nel destino dell'umanità, la fede in Dio, nella ragione nel
progresso o nell'uomo. Si tratta di una filosofia negativa, il compito della filosofia è quello
di distruggere i falsi miti che impediscono agli uomini di conoscere la verità.Si tratta
dell'estensione al mondo umano della rivoluzione copernicana, non a caso una delle
Operette ha come protagonista Copernico. Altro tema è la riflessione sul ruolo della
natura, sono più madre benefica degli uomini bensì matrigna indifferente per la quale gli
uomini sono da triturare nella sua macchina distruttrice; essa infatti è la prima
responsabile dell'infelicità dell'uomo. Muta così anche l'atteggiamento di Leopardi nei
confronti dell'uomo, accanto alla satira a sarcasmo e alla gelida ironia si fa strada una
maggiore pietas, una vera e propria solidarietà: l'uomo diventa una soggetto che prova
dolore, caratterizzato da una richiesta di felicità che gli è connaturata, impossibile da
raggiungere. Bisogna rimanere in vita, sopportare la noia e il dolore per aiutare coloro che
ci amano a sopportare il loro fardello. !
STILE: Lingua e stile sono innovativi. L'ironia è presente in tutti i livelli, già il titolo è ironico
perchè diminuisce il valore e gli obiettivi di un'opera che invece si configura come una vera
e propria filosofia. Ironiche sono anche le situazioni paradossali che Leopardi mette in
scena (convinzione del venditore di almanacchi che l'anno nuovo sarà migliore di quello
passato). Altra caratteristica è quella dello straniamento: in molte opere la vita degli
uomini è esaminata da osservatori estranei,da uno sguardo alto e distaccato, le vicende
umane si mostrano in tutta la loro relatività e inconsistenza; l'autore le mostra attraverso
occhi estranei. Va notata infine la straordinaria capacità inventiva di personaggi e di
situazioni, è presente una vasta galleria di personaggi reali e immaginari, umani e non,
che si trovano a discutere di grandi problemi relativi all'esistenza. Leopardi era alla ricerca
di una prosa moderna che mancava all'Italia, che trattasse il vero. Una prosa filosofica che
rifiutasse alle bellezze alla ricchezza della tradizione italiana, rifiutando lo stile
settecentesco (imitazione del francese, frasi breve e spezzate, francesismi) e quello
cinque ipotattico e latineggiante del Cinquencento, per rifarsi invece al modello di Galileo
(il primo capace di piegare la lingua e lo stile della prosa all'espressione di ardue verità
scientifiche). La sintassi è semplificata, ci sono due registri stilistici principali: quello
relativo all'esercizio del pensiero e quello relativo alla commozione del sentimento, lo
sforzo razionale di chiarezza espositiva (sottolinea la verità oggettiva) convive con la
ricerca dell'accentuazione emotiva (sollecita l'adesione emotiva del lettore). Leopardi
valorizza tutti gli elementi che contribuiscono alla chiarezza.!

LO ZIBALDONE DI PENSIERI:!
nominato Zibaldone nel 1827 pubblicato tra il 1898 e il 1900. Zibaldone significa
“Mescolanza confusa di cose o persone diverse“, è quindi un quaderno in cui sono raccolti
materiali disparati e disposi senza un ordine. Di pensieri sta ad indicare che il centro di
questi materiali consiste in una continua riflessione filosofica non sistematica. Lo
Zibaldone non fu pensato per la pubblicazione, era una sorta di magazzino da cui ricavare
materiali per le opere da comporre, infatti rimase a lungo inedita. Alla grande varietà degli
argomenti corrisponde una varietà di forme letterarie (appunto di cronaca, dissertazione
filologica, trattatello filosofico..) tutto questo da vita ad una lingua spontanea e diretta di
grande qualità. L'itinerario filosofico leopardiano che procede verso una totale negatività
attraversa quattro fasi:!
1. Nel 1820-21 elabora la teoria del piacere nella quale afferma che la ricerca del
piacere è innata nell'uomo, tuttavia il desiderio di felicità nell'uomo è smisurato e
illimitato, sicchè il piacere totale e definitivo non viene mai raggiunto. Inoltre i rari
momenti di piacere sono insidiati dalla coscienza che essi non dureranno. L'infelicità
dell'uomo è quindi insita nella stessa natura umana.!
2. Nel 1822 Leopardi scopre che anche gli antichi conoscevano il pessimismo (pensava
che fossero felici perchè a contatto diretto con la natura) di conseguenza conclude che
l'infelicità non è dovuta al distacco dell'uomo dalla natura ma è connaturata all'uomo
in ogni tempo e in ogni luogo.!
3. Nel 1825 la scoperta e lettura dei filosofi sensisti e illuministi del settecento spingono il
pensiero di Leopardi in direzione del meccanicismo (concezione filosofica che spiega
la realtà in termini di materia e movimento, senza alcuna finalità) del materialismo e del
pessimismo. L'unico progresso vero sarebbe il conseguimento della felicità ma ciò è
impossibile.!
4. La coscienza che l'infelicità umana è inevitabile ma non spinge Leopardi alla
disperazione, il pensiero di Leopardi assume forme di una definitiva rinuncia alle
speranze religiose pervenendo all'ateismo dichiarato. !
La definizione di pessimismo storico e pessimismo cosmico risulta meno esaustiva anche !
perchè queste due fasi si sovrappongono.!
Pessimismo storico: indica la prima fase del pensiero leopardiano secondo cui l'infelicità
umana è frutto del processo di decadenza che ha allontanato gli uomini da una natura
benigna. La colpa dell'infelicità umana va attribuita agli uomini stessi che dalla natura si
sono allontanati. !
Pessimismo cosmico: si riferisce ad una fase successiva, iniziata con le Operette morali,
secondo cui la natura da madre diventa matrigna, indifferente e crudele nei confronti degli
uomini. Responsabili dell'infelicità dell'uomo. !
Possiamo leggere lo Zibaldone seguendo due piste: 1. mette in luce il valore letterario di
una scrittura che da forma ad un pensiero che altrimenti resterebbe inespresso. 2. utilizza
materiale documentario grezzo che consente di ricostruire la filosofia leopardiana. !
Tuttavia l'ultima parola della filosofia leopardiana è sempre affidata alla poesia.!
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PARALIPOMENI DELLA BATRACOMIOMACHIA:!
Poemetti di otto canti in ottave scritti tra il 1831 e il 1837. La Batracomiomachia è un
poemetto eroicomico attribuito alla tradizione ellenistica che racconta la guerra tra i topi
e le rane. Paralipomeni significa "cose tralasciate", "continuazione". Con le tre traduzione
operate da Leopardi la vicenda viene investita di riferimenti della storia contemporanea, gli
avvenimenti napoletani tra il 1815-1821 e i moti toscani del 1831. Ne sono protagonisti i
topi (liberali), le rane (reazionari) e i granchi (austriaci).La satira di Leopardi colpisce tutti
allo stesso modo, tutti infatti sono accomunati dalla medesima fede per i miti
contemporanei già presi di mira (fiducia del progresso, antropocentrismo..)!
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PENSIERI:!
Scritti tra il 1832 e il 1836 pubblicati nel 1845 sono 111 brevi riflessioni sui caratteri degli
uomini e il loro comportamento il società. Tema non nuovo (già presente nelle Operette e
nello Zibaldone), cambiano però il punto di viste e lo stile: questi pensieri sembrano
assumersi il compito di mostrare agli uomini quanto male facciano gli uni agli altri con i loro
comportamenti immorali. Anziché unirsi in una solidarietà contro la natura si trattano come
nemici. Lo sdegno e la denuncia si calano nel genere dell'aforisma e nelle forme
stilistiche della brevità e dell'acutezza per accrescere l'incisività dei contenuti. !
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TEMI DI LEOPARDI RIPRESI NEL '900!
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LA MEMORIA: Tema ripreso soprattutto da Ungaretti, che farà della memoria uno dei
pilastri della propria poesia che, in dialettica con l'innocenza, rappresenta il legame con la
tradizione con il passato storico e personale. E Montale che mette in scena la labilità della
memoria, quindi l'impossibilità di recuperare, attraverso di essa, gli avvenimenti passati e il
loro senso per il presente.!
IL MALE DI VIVERE: La filosofia negativa leopardiana viene ripresa da Montale quindi la
necessità di ritrarsi dal mondo a causa dell'impossibilità di vivere veramente la vita.!
POESIA FILOSOFICA: La tensione verso una poesia sostanziata di pensiero, una poesia
che permette conquiste filosofiche comincia con Dante,Tasso, Foscolo e Manzoni.
Leopardi s'inserisce con l'idea che la poesia è pensiero, essa infatti, con i proprio
strumenti, consente di acquisire le conoscenze filosofiche che la filosofia non ha ancora
conseguito. Idea che si perseguirà per tutto il Novecento. !
ANTIANTROPOCENTISMO: è una delle posizioni più rivoluzionarie di Leopardi
(soprattutto nelle Operette e nei canti - La ginestra). Pirandello riprende questo tema infatti
tutta la sua opera è percorsa dalla consapevolezza della perdita della centralità dell'uomo
nel cosmo, della sua insignificanza rispetto a esso. Anche Calvino con Cosmicomiche
mette in scena la medesima convinzione. !
LA LIBERTà METRICA: è la scelta di leopardi di una poesia lirica del tutto libera che crea
una musicalità ogni volta diversa. Questa è una conquista che i poeti novecenteschi
fanno propria, Ungaretti è il primo a cui segue Montale e Pascoli.!
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BRANI!
Il passero solitario: dai Canti, canzone libera, l'io poetico si pente di aver ricordato e
sperato perchè ciò vuol dire non aver vissuto (solitudine dell'io poetico). Contrasto fra
giovinezza e vecchiaia. linguaggio del vago e linguaggio del vero (struttura fonica aspra).
Passero protagonista già di altri liberi (Salmi). Strofa 1: condizione di solitudine del
passero. Strofa 2: simile atteggiamento dell'io poetico che sceglie l'isolamento e la
contemplazione. Strofa 3: differenza tra io poetico (rimpiangerà la sua giovinezza) e
passero (il suo comportamento è dettato dalla natura e non può dar luogo a rimpianti),
identificazione del passero con il poeta.!
L'infinito:dai Canti, endecasillabi sciolti. Superamento dei confini della realtà grazie al
ruolo dell'immaginazione, smarrimento del poeta nell'infinito attinto in quel modo. L'io
poetico racconta la propria avventura interiore che termina con il naufragio vissuto come
vittoria,come conseguimento del piacere. Scoperta della coscienza dell'infinità
dell'io,naufragio nel mare dell'infinito come annullamento dei limiti nell'infinito. Esperienza
perturbante (Sublime). Ciò che sembrava irraggiungibile all'io poetico diventa, grazie
all'immaginazione,un oggetto concreto e vicino, conquista dell'infinito che trova
realizzazione grazie anche all'ampiezza delle parole. !
La sera del dì di festa: dai Canti, endecasillabi sciolti. Disperazione dell'io poetico
sollecitata dalla quieta notturna, alimentata dalla consapevolezza che anche le grandi
imprese cadono nell'oblio. Nei versi finali, l'io recupera un avvenimento della propria
infanzia con il ricordo che gli suscita ancora sensazioni. Uso di assonanze. Cinque
momenti: 1-descrizione del paesaggio notturno, 2-apostrofe della donna indifferente ai
sentimenti dell'io poetico, 3-disperazione dell'io poetico, 4-meditazione dell'io poetico, 5-
ricordo dell'io poetico. Silenzio notturno come evidente figura della morte. Opposizione tra
il passato del giorno festivo e il presente della sera, simbolo dell'antitesi tra la speranza e
la delusione. !
Alla luna: dai Canti, endecasillabi sciolti. La visione della luna suscita nel cuore del poeta
il tema del ricordo, con il suo carico di piacevolezza e contestualmente di dolore.
Limitazione del valore del ricordo, ricordare è bello solo nel tempo giovanil. Il ricordo non è
ricercato dal poeta ma lo assale dall'esterno,l'io poetico lo assume come proprio. Tema del
dolore dell'io poetico, il risarcimento del dolore arriva non tanto dal ricordo, quanto dal fatto
di scriverlo, apre una parentesi di piacere-felicità nella travagliata vita dell'io poetico.
Tensione conativa cioè la tendenza a individuare un destinatario preciso al quale
rivolgersi, con il quale colloquiare: la luna. Poetica del vago e dell'indefinito (paesaggio
notturno).!
A Silvia: dai Canti,canzone libera. Passaggio dalla poetica dell'immaginazione (Idilli) a
quella del ricordo che qui ha una funzione positiva, ma Leopardi Sto arrivando! che la
felicità è precaria. Il ricordo non ha valore in sè, ma sono quando rievocato dalla parola
poetica, la quale ha il compito di far rivivere ciò che è morto. La fine delle speranze e delle
illusioni concepite ne periodo della giovinezza, Silvia è un'altra proiezione autobiografica
dell'io poetico. Contrasto tra giovinezza e maturità. Struttura fonica portatrice di senso
(dialoghi continui), tensione vocativa.!
Canto notturno di un pastore errante dell'Asia: dai Canti, canzone libera. L'idea per la
stesura della poesia venne a L. dalla lettura della recensione a un libro del barone e
viaggiatore russo Meyendorff,apparsa nel 1826 sul periodico "Journal des Savants". Il
pastore rappresenta l'ideale di quella condizione primitiva di vicinanza alla natura simile a
quella degli antichi. 1 strofa: il pastore interpella la luna ponendole domande
sull'esistenza; 2 strofa: paragona il viaggio di un vecchio stanco e oppresso da un peso
enorme che finisce con la caduta in un burrone e quindi la morte; 3 strofa: il pastore
osserva che è così fin dalla nascita, e il compito arduo dei genitori è quello di consolare
del fatto di essere vivo colui che hanno generato; 4 strofa: non essendo mortale, la luna,
capisce quali siano il senso e la finalità dell'esistenza, 5 strofa: chiarisce che il motivo di
questo male è la noia; 6 strofa: desiderio fantastico del pastore di diventare uccello, così
sarebbe più felice. Ricorso alle rime, ripetizioni che gli danno l'aspetto di un canto religioso
e popolare, forma interrogativa (tensione della ricerca).!
La quiete dopo la tempesta: dai Canti, canzone libera. Descrizione della vita recanatese
nel momento in cui cessa il fragore del temprale e ritorna il sereno, metafora della vita
dell'uomo, caratterizzata da un'alternanza di dolori e di momenti di quiete, ma non di
felicità. Questo riposo dal dolore è la sola felicità concessa all'uomo ma ha breve
durata.La vera quiete è dopo la morte. Testo diviso in due parti: una descrittiva nel quale
descrive appunto il ritorno alla vita della natura dopo il temporale, e una riflessivo
meditativa nel quale vi è una meditazione dell'io poetico e apostrofe alla natura. L'io
poetico medita sull'avvenimento appena descritto affermando chela vita non è mai così
piacevole come quando succedono questi avvenimenti che ci scuotono dall'abitudine,dalla
noia,è un piacere che nasce dal dolore. Ironica apostrofe alla natura (generosa nel
dispensare i dolori, parca nel donare i piaceri). Ironia, lessico astratto, rime e ripetizioni.
Brano che ha avuto grande influsso su questa poesia, Lettera del 20 novembre 1797 da le
Ultime lettere di Jacopo Ortis.!
Il sabato del villaggio: dai Canti, canzone libera. Rimembranza di Recanati, La teoria del
piacere e il contrasto tra giovinezza e maturità. Composta subito dopo "La quiete dopo la
tempesta" ,la sera del sabato è il corrispettivo,rispetto alla settimana lavorativa, della
quiete che segue alla tempesta: momento di pausa in cui la vita dell'uomo e le attività
consuete sembrano riacquistare vigore in forza della speranza che anima questo
momento.!
Il pensiero dominante: dai Canti, canzone libera. Celebrazione dell'amore insieme
'dolcissimo' e 'possente', illusione sì ma capace di resistere al vero e di rendere la vita
degna di essere vissuta. Testo diviso in due parti: nella prima l'io poetico si rivolge
direttamente al pensiero dominante (amore) celebrandone la dolcezza e la potenza. L'io
poetico sa bene che si tratta di un sogno, ma gli permette di affrontare con un sorriso la
morte. Nella seconda parte l'interlocutore del poeta è la donne che ha suscitato tale
pensiero, una donna ideale. Ricorso alle antitesi (io poetico e gli altri uomini. L'io poetico
sa che l'amore è un sogno, poichè nella vita non vi è felicità, ma questo sogno riesce ad
attribuire senso e valore alla vita, posizione filosofica paradossale. Stile possente del vero
e stile dolcissimo del bello!
A se stesso: dai Canti, canzone libera. Il tema è la disillusione amorosa, il disinganno
assume valore metafisico e si conclude nel nichilismo. Unica strofa di endecasillabi e
settenari. Questo testo rientra nel genere delle epigrafi sepolcrali, forte tensione tra poesia
e prosa, tra sintassi e metro, tensione dialettica: quella tra il vero e le illusioni, tra la morte
e la vita. Da un lato epitaffio funebre, dall'altro manifestazione di estrema vitalità.Disperata
resistenza del cuore, insopprimibile tensione vitale.!
La ginestra: dai Canti, canzone libera. Scritta l'anno prima della sua morte e collocata in
posizione di chiusura. è una sorta di testamento spirituale del poeta, che si identifica con
l'umile ginestra, capace di resistere, nonostante la sua apparente debolezza, alle avversità
e di riempire di colore e di profumo le pendici laviche del Vesuvio. Testo più lungo e
complesso dei Canti, paragonabile ai Sepolcri di Foscolo. 1 strofa: l'io poetico descrive il
paesaggio desolato delle pentici del Vesuvio dopo l'eruzione vulcanica, rallegrato solo dai
fiori della ginestra. 2 Strofa: Leopardi critica l'Ottocento che ha abbandonato la via della
ragione e che nasconde agli uomini la verità sulle loro condizioni di miseria. Al secolo e
alle sue scelte si contrappone il poeta, fedele seguace del vero.3 strofa: l'uomo coraggioso
è colui che confessa la propria debolezza e povertà, non chi le nasconde dichiarandosi
forte e ricco. Nobile è chi riconosce la condizione dell'uomo di miseria incolpando la
natura, non gli altri uomini. 4 strofa:il poeta guarda il alto e contempla il cielo, nasce la
consapevolezza della piccolezza della terra e dell'uomo il quale si crede invece un
signore. 5 strofa: una mela cade perchè matura distruggendo le formiche e il loro laborioso
lavoro, così l'eruzione ha distrutto città e ricoperto uomini, può accedere di nuovo. 6
Strofa: La natura è sempre immutabile, eppure l'uomo crede di essere eterno. 7 strofa:
l'uomo dovrebbe prender esempio dalla ginestra, si limita ad abbellire i deserti senza
credersi per questo immortale. Ginestra come modello di comportamento è simile all'uomo
perchè bassa e frale (stato dell'uomo-cespugli della ginestra) e poi perchè vive in
isolamento, si differenzia dall'uomo perchè più saggia e meno inferma, non si crede
immortale. Polemica dei L. contro il suo secolo: nascente cattolicesimo e anche le correnti
anticlericali di matrice liberale che si opponevano, entrambi colpevoli di antropocentrismo.
La proposta di solidarietà tra gli uomini costituirebbe un ritorno all'indietro verso una
società utopica, la solidarietà tra gli uomini non ha alcun risultato pratico ma può rendere
migliore la vita. Andamento prosaico della canzone, libera da vincoli metrici.!
Dialogo della Natura e di un Islandese: dalle Operette morali. Segna il punto di
passaggio dal pessimismo storico al pessimismo cosmico:la responsabilitàdell'infelicità
degli uomini non è più attribuita come in precedenza al loro distacco dalla natura, ma anzi
alla natura stessa dichiarata nemica degli uomini, l'infelicità è connaturata all'esistenza
stessa. Protagonista dell'opera è un islandese che dialoga con la natura, il suo obiettivo è
vivere una vita tranquilla e tenersi lontano dai patimenti sceglie così inizialmente una vita
solitaria tipica della società tardo antica cristiana ma la natura lo tormenta. Adotta allora lo
stile di vita del viaggio (tipico nel 700 e nell'800) ma risulta fallimentare poichè la natura lo
perseguita con le sue ostilità. Modello classico: la vicenda dell'uomo che cerca di sfuggire
al proprio destino ne affretta invece la realizzazione, compie azioni che alla fine lo
conducono proprio a ciò che voleva evitare (Edipo). Doppio finale: 1. l'islandese è divorato
da due leoni affamati che grazie a lui riescono a mantenersi vivi un giorno in più
(spietatezza delle leggi della natura), 2. ironico regalo della Natura all'Islandese, una
tempesta di sabbia lo mummifica. Il testo ricorre a procedimenti accumulativi, elenchi che
evidenziano l'intensità e la continuità della ricerca. Presenza della negazione, il compito
della filosofia infatti è scoprire verità negative cioè confutare le convinzioni erronee nelle
quali si illude l'umanità.!
Dialogo di un venditore d'almanacchi e di un passeggere: dalle Operette morali.
Protagonisti dell'opera sono un colto passante e un venditore di almanacchi dal poco e
incerto sapere, convinto dell'infelicità della vita il primo, della sua felicità il secondo. Il
dialogo non costituisce un progresso per nessuno dei due, infatti l'operetta ha una
struttura circolare, in cui la fine ripete l'inizio. La vera felicità, il vero piacere sono
irraggiungibile perchè consistono nella speranza, nel futuro. Il brano è un dialogo a battute
brevi e serrate (diverse dal dialogo tra la natura e l'islandese). Il passeggere, proiezione
dell'autore, è un filosofo convinto della negatività della vita, il venditore di almanacchi è
l'uomo ingenuo estraneo ala cultura, come il pastore errante. Mentre il pastore errante
però pone delle domande al filoso, il venditore risponde semplicemente al passeggere che
lo porta fin quasi alle soglie del riconoscimento dell'infelicità della vita, il venditore però
non capisce. La felicità è legata alla novità, deriva dal fatto di non conoscere,
dell'ignoranza di ciò che ci aspetta, desiderio di novità che viene frustrato (l'anno nuovo
sarà uguale al precedente-continuo ripetizione di nuovo). Il venditore si affida alla
speranza, il passeggere per pietà e solidarietà verso gli uomini non toglie al venditore il
velo dell'immaginazione che si stende sulla verità della misera condizione umana. !
Dialogo di Tristano e di un amico:dalle Operette. è l'ultima parola dell'autore in merito
alle proprie posizioni filosofiche e anche una rivendicazione della loro legittimità e del loro
valore dopo che le Operette morali avevano subito forti attacchi perla negatività del
messaggio filosofico. In forma di dialogo, Tristano è l'alter ego dell'autore e dialoga con un
amico, portavoce dell'intellettuale comune che non è in grado di condividere e di
riconoscere le posizioni filosofiche espresse nelle Operette morali. A chiusura del libro, L.
mette in scena il rifiuto da parte della cultura a lui contemporanea del postulato base, la
vita non è affatto infelice. Tristano sperimenti l'impossibilità del dialogo con la cultura
contemporanea di conseguenza percorre l'unica via praticabile: quella della ritrattazione
delle proprie opinioni e di un'adesione totale alle idee del secolo, attua una parodia dei riti
religiosi. La ritrattazione è condotta dall'ironia che non è compresa dal lettore il quale si
conferma nella condizione di isolamento. Tristano allora stabilisce lui stesso quale debba
essere il destino del proprio libro, o bruciarlo o considerarlo come un libro di sogni poetici.
Nel rogo del proprio libro l'ironia viene abbandonata e subentra l'atteggiamento eroica
dell'io che invoca la morte come fine di tutte le illusioni; la morte del libro e poi la stessa
del poeta è desiderata, recupera il proprio valore come ultimo e positivo atto di una vita
insensata nel suo dolore e nella sua infelicità.!
La teoria del piacere: dallo Zibaldone di Pensieri. Lo Zibaldone è un saggio filosofico che
egli stesso, più avanti, chiamerà la propria <teoria del piacere>. Qui L. dimostra l'infinità
del piacere e quindi l'impossibilità di conseguirlo e attribuisce a queste caratteristiche del
piacere la predilezione umana per l'infinito. Il saggio sul piacere nasce come tentativo di
risposta a due precise domande: 1. Perchè nessun piacere può soddisfare a pieno
l'uomo? 2. Perchè l'uomo tende verso l'infinito se non è nemmeno in grado di capirlo? Egli
innanzitutto afferma che il piacere non esiste, identifica piacere e felicità e distingue
desiderio del piacere e piacere realizzato: il desiderio del piacere coincide con l'esistenza
ed è senza limiti, sia in durata, sia in ampiezza. Il piacere reale invece è limitato, di
conseguenza non è un piacere perché l'uomo, appena lo possiede, ne avverte subito i
limiti e l'insufficienza rispetto al desiderio di piacere. Ne consegue che il desiderio non
esiste o meglio esiste sono in quanto desiderio di piacere. L'uomo appena prova piacere
ne scorge subito i limiti ecco perché preferisce in tutti gli ambiti l'infinito,l'ignoto,il vago, lo
sconfinato (tensione dell'uomo all'infinito); la radicale insoddisfazione dell'uomo proviene
da una causa materiale, dall'amor proprio, ossia dal naturale istinto di attaccamento alla
vita posseduta da ogni essere vivente. Scrive un vero e proprio trattato filosofico, procede
per assiomi da cui derivano la conseguenza e seguono le conclusioni; da questa struttura
argomentativa si apre un pensiero immaginativo che di manifesta in affermazioni
paradossali. !
Il giardino della sofferenza:dallo Zibaldone di pensieri.In quest'opera molto impegnata
dal punto di vista filosofico L.tentò di rovesciare la tesi di fondo dei Saggi di teodicea
(1710)di Leibniz(filosofia ottimistica),già messa in burla da Voltaire secondo cui nel mondo
ogni cosa,anche il male,esiste a fin di bene e quello in cui viviamo è il migliore dei mondi
possibili.Partendo così dall'affermazione contraria si dirama una seria di asserti volti ad
individuare il male in tutte le forme dell'esistere(parte logico-induttiva)segue poi una
seconda parte di tipo sperimentale e deduttivo:l'esame di quello che sembra essere un
piacevole giardino rivela una realtà di dolore e sofferenza.Il brano vuole essere una
dimostrazione sperimentale di ciò che sostiene L.:tutto l'universo è male e si estende ad
ogni realtà vivente.Il luogo in cui leopardi invita i suoi lettori è un nel giardino
primaverile,quel locus amoenus molto frequente nella letteratura occidentale dietro al
quale si cela dolore e sofferenza, gioia e rigoglio apparenti. Giardino frequentato da tre
figure umane:il lettore,la donzelletta e il giardiniere,accrescono le sofferenze degli esseri
del giardino. Frasi brevi con parallelismi ed elenchi(dimostrazione stilistica dell'inevitabilità
della sofferenza).!
La poetica e lo stile del "vago" e della "rimembranza": dallo Zibaldone di pensieri. La
poetica della rimembranza - grand parte del piacere ricevuto da un oggetto esterno
consiste nel fatto che esso smuove il ricordo. Poetica del vago e dell'indefinito - parole che
evocano l'infinito a cui l'animo umano tende. La funzione del ricordo è quella di evocare il
passato per eccellenza poetico quindi vago ed indefinito. Il presente vale sono quando ha
come scopo di evocare il passato. Il vago si declina in tutta una serie di oggetti e ambienti
(filari ininterrotti di alberi, ambientazioni notturne...) la rimembranza e il vago fanno
scaturire la poesia del testo e il sentimento poetico nel lettore, quindi L. Individua una serie
di parole che sono poetiche in sé perché nel loro significato caratteristiche di allusione, di
indeterminatezza. Questi significato indefiniti possono generare imprecisioni che per L.
Sono una ricchezza della lingua, dimostrano la stratificazione storica che si è depositata
su alcune parole. L.attua una distinzione tra termine (parole tecniche, significato univoco,
preciso che non evocano alcuna altra idea) e parole (accanto all'idea principale evocano
altre idee accessorie-parole caratteristiche del linguaggio poetico).!
!
IL SECONDO OTTOCENTO!
Quadro storico:!
Ultimi decenni dell'800:!
-diffusione dell'acciaio, produzione più rapida ed economica!
-utilizzo del petrolio accanto al carbone come fonte di energia!
-invenzione del generatore e del motore elettrico, produrre e sfruttare energia elettrica!
- Diffusione di fabbriche anche lontane dai bacini carboniferi, decollo delle industrie
chimiche!
-estensione della rete ferroviaria (1869) e navi a vapore!
-automobile, telefono, lampadina, cinematografo, mitragliatrice, prime esperienze di volo!
Concezione che questa nuova epoca in cui la scienza e la tecnica avrebbe cambiato la
vita dell'umanità. La nuova industria chiedeva materie prime da tutto il mondo, le potenze
europee estesero il loro controllo su buona parte del globo; con la costruzione del canale
di Suez, Africa interamente colonizzata da inglesi e francesi, Persia e Cina furono costretti
ad accettare le condizioni commerciali imposte dagli occidentali, due nuove potenze: Stati
uniti e Giappone. Paradossalmente le trasformazioni della seconda rivoluzione industriale
coincise con un periodo di recessione economica innescato nel 1873 dal crollo della borsa
di Vienna. Sorsero grandi concentrazioni industriali che da sole o associandosi in accordi,
detti "cartelli", controllavano un intero segmenti del mercato. Conseguenze: perdita di
numerosi posti di lavoro, orari e ritmi estenuanti, alto rischio di infortuni --> organizzazioni
per la difesa dei lavoratori, 1889 fondata la Seconda internazionale dei lavoratori. I
governo di tutti i maggiori paesi industrializzati, ad eccezione della Gran Bretagna,
intrapresero politiche protezionistiche volte a favorire le proprie industrie a discapito di
quelle straniere,rivalità fra stati e acceso nazionalismo (idea che la propria nazione
avesse il diritto di affermarsi sopra le altre). La nascita del Regno d'Italia era avvenuta in
modo imprevisto di conseguenza bisognava mettere insieme realtà che venivano da
situazioni economiche e culturali molto diverse, la scelta fu di estendere ai territori annessi
le leggi e il sistema amministrativo del Piemonte. Per il meridione fu un grosso colpo
poiché ci fu: aumento delle tasse, confisca delle terre degli ordini religiosi e il servizio
militare obbligatorio (sconosciuto nel regno borbonico), nel meridione di scatenò una
guerriglia. Intanto, grazie alle vittorie della Prussia sull'Austria e sulla Francia, l'Italia
annetteva il veneto, con la terza guerra di indipendenza, e Roma, proclamata capitale. Nel
frattempo morto Camillo Benso il nuovo regno si divise in: destra storica (pareggio del
bilancio dello stato con una politica economica molto rigorosa, forti tasse e poche spese) e
Sinistra il cui leader fu Agostino Depretis (politica riformista). Nessuno migliorò le
condizioni di vita della popolazione quindi nell'ultimo decennio ci fu una crisi di fine secolo
(moti di protesta per le condizioni di vita, molti morti. Per rivendicare i morti di Milano
Gaetano Brescia uccise Umberto I). Il figlio di Umberto I, Vittorio Emanuele III, capì che i
problemi erano reale e affidò il governo a Zanardelli e Giolitti. !
!
Letteratura:!
17 Marzo 1861 nascita del Regno d'Italia !
Nasce il Superuomo; il il filosofo prussiano Nietzsche indica con questo termine
l'individuo che ha ripreso possesso di sè, della propria natura e del proprio destino,
emancipandosi dalle catene della metafisica della religione dell'arte della morale e della
politica. Il superuomo incarna lo spirito prometeico (Prometeo rubò agli dei dell'Olimpo il
fuoco e le arti. Uno degli avversari più temuti di Zeus, lo incateno ad una rupe del Caucaso
mandando tutti i giorni un' aquila a dilaniargli il fegato che ogni notte si riformava). Lo
spirito prometeico, tipico dell'800 è la smania di conoscenza e di progresso, l'ambizione ad
acquisire tutte le tecniche per migliorare le condizioni di vita; fare dell'uomo un dio
(D'Annunzio, Carducci, Verga). Lo spirito prometeico si radicò nella società dell'800, sotto
l'influsso della scienza che divenne regina incontrastata su filosofia e religione, la scienza
assume un potere palingenetico (grecismo che designa un rinnovamento radicale, della
società della struttura politica e del costume), forte materialismo. Il Positivismo infatti si
atteneva unicamente all'osservazione del reale, la prima regola prevedeva che si stesse ai
fatti, si misurasse, verificasse e si sperimentasse per poi formulare una serie di leggi
universali valide per tutti i campi e per tutti gli ambiti della ricerca. Scienza atea, la nuova
Bibbia della storia divenne la teoria evoluzionista della specie formulata da Darwin. La
storia italiana dell'800 è segnata dalla grande epopea del Risorgimento, i letterati furono i
principali motori del processo risorgimentale. Le iniziali idee di benessere sollevate
dall'unificazione svanirono e la disillusione iniziò a prendere piede; la letteratura decise
così di intraprendere la via dell'indagine sociologica e della rappresentazione in presa
diretta mostrando un Italia povera e abbruttita. Il Risorgimento finì per essere riletto come
una mistificazione. L'impegno a riprodurre fedelmente il vero è portato dalle poetiche
romantiche, si torna a concepire la poesia come un'imitazione della natura. In Italia
l'investigazione del vero portò alla letteratura postunitaria su cui influì la questione
nazionale (aumento della sensibilità localistica, territoriale) e il diffondersi della mentalità
scientifica (studiare gli uomini dal vivo). La scienza offrì alla letteratura post risorgimentale
un decisivo supporto tecnico di chiavi interpretative e di procedure di indagine; ritrarre tutto
l'uomo e tutta la società (antropologia, sociologia, psicologia, studi folcloristici) si ricorse
all'espediente del ciclo cioè una serie di romanzi legati tra loro da un disegno organico in
cui ognuno di essi costituisce una parte del tutto. In Francia la cultura positivista diede
origine alla corrente letteraria del Naturalismo (Flaubert) in Italia nacque la letteratura
verista, artista scienziato che osserva e registra la realtà come gli appare. Nella
letteratura verista il destino sovrasta l'uomo e detta le proprie leggi, si assottiglia il libero
arbitrio, l'uomo risulta sempre meno una persona la cui condotta è determinata da una
serie di reazioni meccaniche. Secondo gli scrittori veristi il comportamento umano è il
risultante di tre fattori genetico-storico-ambientali: la razza (predisposizioni ereditarie), il
momento e l'ambiente sociale in cui vive. La scienza di mise ad indagare anche i fenomeni
paranormali e ne nacque una letteratura fantastica sul modello del tedesco Hoffmann e
di Edgar Allan Poe. Verso la fine del secolo l'illusione superomistica e prometeica del
Positivismo iniziò a vacillare a causa di una prepotente reazione individualista e da
rinnovate inquietudini metafisiche, la scienza venne accusata di non avere saputo liberare
l'uomo e si considerò più la coscienza fragile, dubbiosa e soggettiva. Questo avvertimento
della crisi generò un clima culturale definito Decadentismo che iniziò nell'ultimo decennio
dell'i800 fino al secolo successivo. Dopo l'unità d'Italia la classe politica cercò di favorire la
coesione nazionale degli italiani attraverso l'unificazione linguistica; avevano già una
lingua comune coniata dalle tra corone fiorentine, canonizzata da Pietro Bembo nel 500 e
fissata nel 600 dal Vocabolario della Crusca; si trattava però di una lingua squisitamente
letteraria, non viva, la lingua della comunicazione era il dialetto. Nel 1868 il ministro della
pubblica istruzione di allora riunì un'apposita commissione nazionale per rendere più
universale la conoscenza e l'uso della lingua italiana. Fu Alessandro Manzoni, presidente
dalla commissione, a sostenere che la lingua doveva essere viva, sul modello dei
Promessi Sposi.Scelsero il fiorentino poichè Dante, Petrarca e Boccaccio lo avevano
imposto come lingua illustre della letteratura; il fiorentino delle tre corone però risultava
vecchio, si rifecero dunque alla lingua viva parlata allora, ricerca del "colore locale".
Trionfò l'istituzione della scuola pubblica e i Promessi Sposi vennero inseriti nei programmi
scolastici come testo esemplar della lingua. Non tutta la letteratura postunitaria si allineò
sul modello di lingua viva, di registro medio-basso, ci fu una resistenza, da Carducci a
D'Annunzio, che usarono un vocabolario molto più ricco prezioso e venato d'antico fino a
raggiungere il virtuosismo. Ci fu invece chi, come gli Scapigliati, che attuarono effetti di
alterazione della lingua corrente, con uno stile volutamente sciatto dimesso e quotidiano.
Gli scrittore dell'italia unita si proposero di procedere ad una mappatura della civiltà
contemporanea nel genere letterario del romanzo. (pregiudizio che fosse un genere
incline a corrompere le anime dei lettori). I guasti imputati ai romanzi per i turbamenti che
suscitavano ebbero conferma nel romanzo di Gustave Flaubert "Madame Bovary" in cui la
piega tragica che prende la protagonista (suicidio) viene fatta risalire alle avventura
narrate nei romanzi di cui era stata accanita lettrice; l'infatuazione libresca che da questo
romanzo prende il termine di "bovarismo" diventò presto un topos letterario. Il romanzo fu
il genere principale della letteratura ottocentesca, si può parlare addirittura di letteratura di
massa; binomio indissolubile tra "romanzo" e "popolo".Proposito di riprodurre in un grande
affresco le fattezze molteplici di una società in pieno travaglio, la forza del romanzo sta
nell'essere un contenitore buono per tutti gli usi, quasi la somma di tutti i generi letterari. !
Emblematica è la figura dell'eroe,unione dello spirito prometeico e del clima
risorgimentale; il personaggio romanzesco fa appello a tutte le proprie risorse per non
soccombere alle insidie di cui è costellata la vita. Tra l'eroe e il mondo si instaura uno
rapporto conflittuale:l'autore quando s'ispira ad un sentimento romantico risulta più incline
ad una soluzione della storia favorevole all'eroe o comunque aperta alla speranza,
l'assunzione di una prospettiva disincantata preferisce l'epilogo tragico e la catastrofe
dell'eroe che comunque non perde i suoi attributi di grandezza perchè ci può essere una
grandezza anche nella sconfitta. L'eroe possiede una marcia in più, che scaturisce nel
lettore un meccanismo di identificazione; esistono tre diverse tipologie di eroe: 1.nelle
opere di ascendenza romantico-risorgimentale è ricorrente la figura dell'eroe esemplare,
assunto a modello da imitare, portatore di valori civili e umanitari preziosi in vista del
progresso del paese; 2.nelle opere che contestano l'ipocrisia degli istituti civili e della
morale borghese domina la figura polemica dell'eroe eccezionale, in collisione con ogni
ordine costituito, si oppone alle idee correnti e alle regole della convivenza sociale; 3.
l'eroe problematico che con le sue inquietudini e le sue lacerazioni si impone nelle opere
che registrano le grandi trasformazioni strutturali e culturali della società, vive con disagio i
grandi cambiamenti della società. Alla fine del secolo si arrivò ad una letteratura senza
eroi. Alla vigilia della seconda guerra di indipendenza (1859) e della spedizione del Mille
(1860) due scrittori (Rovani "Cento anni" e Nievo-patriota garibaldino-"Le confessioni di un
italiano") vollero ripercorrere in una grande saga romanzesca la storia italiana recente per
mostrare come le vicende risorgimentali avessero trasformato gli italiani, generando una
coscienza nazionale. Entrambi i romanzi abbracciano la vita di quattro generazioni
snodandosi lungo un arco cronologico secolare. I due romanzi interpretano il clima e lo
spirito della vigilia, entrambi sentivano che i tempi erano ormai maturi e che il sogno di
un'Italia unita stava per essere coronato. Rovani e Nievo diedero l'ultima spallata al
genere del romanzo storico in voga nei decenni precedenti, notiamo uno spaccato storico
di una nazione che esce, prima timida e vacillante, poi sempre più volitiva da un lungo
letargo, per reclamare l'indipendenza. Si tratta quindi di un romanzo di formazione di un
intero popolo che gradualmente torna a vivere; i personaggi compiono esperienze molto
importanti che fanno maturare in loro saldi principi morali e civili, rispetto ai Promessi
Sposi e agli Anni di apprendistato di Wilhelm Meister il vero protagonista non è più un
singolo o una coppia,ma una nazione intera, un popolo che a contato con i grandi
rivolgimenti acquista una coscienza nazionale; sono quindi romanzi di formazione
identitaria, le vicende narrate si svolgono intorno al motivo conduttore della progressiva
scoperta di essere italiani, la crescita dei personaggi e la trasformazione della loro
mentalità è connessa ad un vasto processo di maturazione politica. I protagonisti delle
lotte del risorgimento sentono il bisogno di guardare indietro e rievocare i singoli episodi, si
sviluppa così la letteratura di memorie, per ricordare a tutte le nuove generazioni a
prezzo di quando sangue fosse stata redenta la loro patria, trasmettere l'eredità di una
fede politica militante. All'origine della letteratura memorialistica c'è dunque un intendo
pedagogico, rivolto ai giovani; ne sono una prova I miei ricordi di Massimo d'Azeglio,
opera per <rendere utili altrui e la nuova generazione> raccontando dei tanti <uomini di
primordine> dei <bellissimi ingegni,degli alti cuori e dei rari caratteri>. Egli si propose di
dare una serie di nobili modelli poichè <il primo bisogno d'Italia è che si formino Italiani che
sappiano adempiere al loro dovere>. Un capitolo specifico della memorialistica
risorgimentale è dedicato alla letteratura garibaldina;a Garibaldi non fu tributato
semplicemente l'omaggio della riconoscenza o l'onore della gloria, ma un vero e proprio
culto, fu l'eroe per eccellenza del nostro Risorgimento; un eroe romantico che si fa amare
e obbedire con slancio, alla cui volontà ci si abbandona con totale devozione (es: Da
Quarto al Volturno,notarelle di uno dei mille di Giuseppe Cesare Abba e I Mille di
Giuseppe Bandi, mitografica la prima, più realistica la seconda, esaltavano entrambe il
carattere umile e popolare dell'impresa garibaldina della liberazione del Mezzogiorno).!
!
BRANI!
Massimo d'Azeglio- Formare gli italiani:Massimo d'Azeglio fu un personaggio politico
all'interno del regno di Sardegna; dopo la fine della Prima Guerra d'Indipendenza (48-49),
fu lui il capo del governo del Piemonte sotto Carlo Alberto. Venne poi messo in ombra da
Cavour. M.d'A. era il genero di Manzoni, pittore e narratore, con il coronamento
dell'unificazione nazionale scrisse questo brano.Da I miei ricordi, Origine e scopo
dell'opera.In questo capitolo l'autore enuncio lo scopo patriottico dell'opera: formare italiani
che sappiano adempiere al proprio dovere generando alti e forti caratteri.L'irrobustimento
della coscienza politica e morale degli italiani costituiva il presupposto per il
conseguimento dei più alti traguardi nazionali.D'A, usa la psicologia dell'esempio,
allestendo un'ideale gallerie di ritratti in modo che dall'ammirazione di tali nobili modelli
potesse scaturire il proposito di imitarli.I suoi eroi sono coloro che sacrificano sé stessi agli
altri, tesse l'elogio degli alti cuori, molti ignorati,sottolineando la loro appartenenza ad ogni
classe.I miei ricordi presentano un carattere programmatico, sono un esempio di
letteratura posta al servizio di una buona causa.il moralismo di d'Azeglio conserva però un
tono conversevole con punte d'ironia.D'Azeglio mette subito in evidenza l'esperienza
accumulata da lui in tanti anni e gli uomini di primordine da lui conosciuti;egli è tra i primi a
portare la centralità della questione morale considerata la vera chiave di volta del sistema
italia:secondo d'Azeglio l'onestà e la dedizione all'interesse comune,il senso del dovere,!
sono i valori fondamentali in grado di consentire lo sviluppo e la grandezza dell'Italia di
domani. !
!
GIOSUE CARDUCCI!
Il poeta,tra gli anni 1860 e 1870,espresse la sua delusione per la caduta dei valori
patriottici espressi dalla letteratura risorgimentale con i toni aspri della denuncia,
dell'invettiva e del sarcasmo. Già professore all'università di Bologna aveva composto una
sola raccolta di liriche, le Rime di San Miniato; tuttavia, dopo i morti di villa Glori (sconfitta
dei garibaldini presso Roma-1867) e il triste epilogo di Mentana (1867), sfogò la propria
amarezza scrivendo un folto gruppo di poesie in cui l'omaggio affettuoso agli eroi caduti
per il riscatto della patria si mescolava all'irrisione di quelli che si opponevano al
compimento dell'unità nazionale o non osavano muovere un dito per accelerarlo. cominciò
così nel 1867 un'intensa stagione di poesia che si protrasse fino al 1872, quella dei
Giambi ed epodi (ispirata ai Giambi di Orazio) in cui il poeta si abbandona al tono
graffiante del sarcasmo per stigmatizzare tutti i nemici della patria con una notevole
potenza aggressiva, sdegnata, spezzante e con grottesche caricature. Primo oggetto di
satira fu Papa Pio IX, oggetto di insulti blasfemi e dei giudizi più astiosi, per essere stato
attaccato al potere temporale e sordo alle istanze degli italiani. Il poeti colpì poi
l'imperatore dei francesi Napoleone III per la protezione politica e militare che garantiva al
pontefici ed infine, terzo bersaglio, divenne la classe politica italiana, accusata di ignavia
per la sua irresolutezza e la sua sudditanza politica nel confronti delle potenze straniere. i
patrioti invece venivano convocati in una serie di ritratti nobilissimi, Ugo Bassi, Mameli e
Rosolino Pilo insieme a Mazzini e Garibaldi componevano un pantheon virtuale delle
glorie italiane; Carducci ne celebrava le gesta e il sacrificio a vergogna dei vili, degli inetti e
dei corrotti. in quest'opere il poeta esprime dunque il malcontento generale di una nazione
che reclamava una politica all'altezza degli ideali risorgimentali. !
!
BRANO!
Per Vincenzo Caldesi otto mesi dopo la sua morte: da Giambi ed epodi,in quest'opera
Carducci celebra la memoria dell'eroe della patria (registro elegiaco-celebrativo)
apostrofando anche la classe politica italiana accusata di ignavia e pusillanimità (registro
satirico-infamante) . L'autore ci propone una generosa prosopopea dell'eroe, assistiamo
ad una resurrezione virtuale innescata dal coronamento del sogno risorgimentale; questo
clima da giudizio universale si ritorce contro i ministri e parlamentari, responsabili della
decadenza e la corruzione. Caldesi è l'unico giusto in mezzo ad una folle di peccatori,
l'omaggio che dona all'eroe assurge al mito. Riprese anaforiche e particelle esclamative.!
!
LA SCAPIGLIATURA E IL MODELLO DI BAUDELAIRE !
La Scapigliatura,a causa della crescente delusione delle speranze risorgimentali, si
assunse il compito di criticare senza distinzioni l'intera società italiana postunitaria con
riferimento alla sua mentalità borghese, al suo culto del profitto, al suo conformismo e al
suo perbenismo di facciata. La Scapigliatura affonda le sue radici nelle temperie
romantico-borghesi; la fioritura si colloca nel primo ventennio dell'Italia postunitaria ma la
sua incubazione avvenne negli anni 50, a Milano e a Torino. Manifesto della scapigliatura,
"La Scapigliatura e il 6 Febbraio" (1862) ,un romanzo di Cletto Arrighi, è la prima
consacrazione ufficiale del movimento. Mazziniani e Garibaldini ne furono i padri, Rovani,
Arrighi, Ciconi e diversi esponenti:Cavallotti, Praga, Sacchetti, Cameroni. La Scapigliatura
si può considerare la prima avanguardia della nostra storia culturali, i membri infatti si
organizzarono in un vero e proprio movimento, con manifesti e organi di stampa; grazie
all'abile gioco di squadra, fecero parlare di sé, conducendo una vita sregolata, incline al
disordine e all'eccentricità, alla provocazione e alla stravaganza. Gli scapigliati adottarono
uno stile di vita equivalente a quello della bohème parigina, e bohémien divenne il
sinonimo di scapigliato. La scelta di questa vita dissipata costò a molti la morte prematura
(Praga-alcool,Pinchetti-suicidio 25 anni, Tarchetti-tisi a 30 anni). L'artista scapigliato si
chiamava fuori dalla società borghese, si poneva in urto con essa, di qui la scelta di
sconvolgerne la quiete, di disturbarne i sonni agitandole davanti incubi, scene disgustose
e raccapriccianti. La Scapigliatura prese a modello d'arte e di vita Charles Baudelaire,
capostipite di quelli che Paul Verlaine definì i <Poeti maledetti>, la cui vita si svolse
anch'essa nella più sfrenata sregolatezza. Opera emblematica fu I fiori del male, in cui
Baudelaire diede conto delle proprie ribellioni blasfeme, delle vie di fuga tentate mediante
l'alcol e le droghe per sfuggire alla noia. Baudelaire si tuffava con ardore nel cerchio delle
esperienze proibite gustando tutto ciò che avrebbe messo in imbarazzo la coscienza
dell'uomo comune. Il titolo propone un accostamenti inedito tra il Fiore, simbolo
dell'innocenza e della delicatezza, e l'universo del male. Baudelaire celebra la bellezza e il
profumo di azioni riprovevoli e devastanti, dei paradisi artificiali e dell'abbandono agli
istinti. Disgustato del conformismo,dall'alienazione e dall'ipocrisia della società moderna, il
poeta di atteggiava a campione della rivolta anti borghese suscitando lo scandalo. L'opera
infatti venne sequestrata. !
Milano sconosciuta di Paolo Valera, opera più emblematica di questo filone, per la
partecipazione viscerale e a rabbiosa dei drammi umani, accanimento e crudo realismo
con cui l'autore mostra i vari spaccati sociali.!
In Preludio (testo di apertura in Penombre, raccolta di poesie), Emilio Praga afferma la
propensione degli scapigliati a tenere legati l'ideale e il reale, la terra e il cielo, declinandoli
sui risvolti più bassi e plebei della società urbana. Se infatti gli scapigliati ereditarono dal
Romanticismo gli slanci ideali, il gusto del patetico, il sogno e le atmosfere notturne, essi
aprirono la strada all'imminente Verismo, inoltre il rapporto conflittuale con la società
borghese, la sensibilità dei personaggi e l'esplosione Dell' anima e del mistero
preludevano quello che sarà poi il Decadentismi. !
I TEMI!
Dualismo: titolo di una celebre poesia manifesto di Arrigo Boito, indica l'essenza
polarizzata della creatura umana come medaglia a due facce in cui bene e male si
toccano, si congiungono e si confondono. Il medesimo oggetto o personaggio quindi, può
apparire contemporaneamente orribile e stupendo, spaventoso e affascinante. !
Fantastico: l realtà diventò ambigua,ambivalente, vennero esplorati i territori del genere
fantastico (Iginio Ugo Tarchetti - Racconti fantastici); gli autori esplorano le zone sfuggenti
del sogno e dell'allucinazione con effetti perturbanti. !
Macabro: gli scapigliato adottarono le strategie dello scandalo e dello shock; scelsero
quindi il gusto del macabro, del deviante, del socialmente emarginato e pericoloso. Un
topos, in particolare, ricorre con una frequenta ossessiva: quello della giovane morta,
meglio se prostituta, consunta di vermi simbolo del precoce sfiorire della bellezza, della
misera fine dei sogni più belli.!
Bassifondi:la satira della morale e dei costumi borghesi convive con la pittura dei
bassifondi, soprattutto cittadini, dove sfilano donne che si vendono per fame, ubriaconi,
artisti e mendicanti. Denuncia delle piaghe sociali.!
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LINGUAGGIO !
Il linguaggio della scapigliatura mette insieme il sublime romantico con l'abietto, le parole
del corpo e della scienza con quelle dell'anima e della metafisica, con esiti spesso stridenti
e destabilizzanti. È una miscela di vocaboli e registri stilistici provocatoria e deviante, è il
riflesso formale della ribellione scapigliata contro le regole. Carlo Dossi e Giovanni
Faldella costituirono l'ala sperimentale del movimento con effetti di straniamento e di
espressionismo linguistico.!
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BRANI!
L'albatro:Baudelaire, da i fiori del male.il poeta viene paragonato ad un albatro, forte ed
elegante quando dispiega le ali in cielo,goffo e maldestro quando si posa sulle navi,
diventando lo zimbello dei marinai.Poesia allegorica, la strana sorte dell'albatro è in realtà
la condizione del poeta romantico nella società moderna. Il poeta soffre della propria
inettitudine, subendo la derisione e il disprezzo universali ma il suo destino è quello di
abitare le altezze celesti. Il poeta vive straniero e solo, come in esilio, consapevole però
della propria superiorità rispetto alla massa. Nell'ultima quartina c'è un'esplicita similitudine
tra il poeta e l'albatro, all'uccello sono attribuite caratteristiche umane; ma in questa
osmosi tra i due termini del paragone anche il poeta assume alcune caratteristiche
dell'albatro che lo rendono capace di volare sopra le nubi. !
Corrispondenze:Baudelaire,da I fiori del male.Nel sonetto l'autore immagina la natura
come un immenso tempio popolato di essere e oggetti parlanti che, in maniera oscura e
sibillina,riflettono e si rimbalzano gli uni con gli altri, come in un grande specchio.Questo
sonetto Baudelaire celebra l'idea spirituale della natura che deriva dalle dottrine di
Emanuel Swedenborg, la sua teoria delle corrispondenze stabiliva infatti l'esistenza di
strette analogie tra le varie forme dell'essere per cui le cose del mondo sensibile sono
delle parvenze del mondo celeste, da ciò il valore simbolico dei segni che riflettono
l'infinita sapienza del Creatore. Visione mistica della natura come una foresta di simboli,
realtà semiotica che rimanda all'idea madre dell'unità del tutto. Poeta come sacerdote di
questa religionemistica.Sinestesie, similitudini e paragoni introdotti dalla parola ripetuta
numerose volte: come.!
Dualismo:Arrigo Boito,dal Libro dei versi. Manifesto della Scapigliatura, ci offre un
compendio della concezione scapigliata dell'uomo e dell'arte. La vita umana si sdoppia tra
due principi opposti che si moltiplicano in una serie di antitesi variate all'infinito, bene e
male, cielo e inferno, sono in realtà due facce della stessa medaglia, dualismo ontologico
dell'uomo. Figura emblematica è l'angelo ribelle in cui coabitano due tensioni
complementare verso l'alto e verso il basso. Boito si compiace di sconvolgere ogni
gerarchia di valori; uso di figure retoriche come l'ossimoro, l'antitesi (contrasto ideologico
dei membri congiunti) e la ripresa anaforica ravvicinata. !
Lezione d'anatomia: Arrigo Boito,dal Libro dei versi.In questo componimento un
professore, a scopo didattico, apre le viscere di una giovane donna morta di tisi per
mostrare agli studenti gli organi del corpo umano; durante l'ispezione di scopre a sorpresa
un feto.Il poeta assiste alla lezione, di conseguenza abbiamo un duplice e opposto
sguardo: quello della scienza e quello della poesia. Per il luminare si tratta di una
dimostrazione scientifica, per il poeta all'interno di quel corpo c'era un'anima.La scienza
non dimostra alcun rispetto per ciò che è intimo, non si ferma neanche davanti al mistero
della morte. Topos tipico della lett.scapigliata è la creatura angelica precocemente uccisa
dalla tisi. Solo la poesia è la vera scienza dell'uomo,l'epitaffio del poeta pare quasi una
preghiera,il poeta quindi diventa il sacerdote, la poesia surrogato moderno della religione.
Il lessico speciale della medicina si scontra con quello soave, leggiandro e incline al
patetico della poesia, producendo un senso fastidiosamente disarmonico.!
La battaglia della Cernaia:Ugo Tarchetti, da Una nobile follia. In questo brano sono
descritte le fasi conclusive della vittoriosa battaglia della Cernaia del 1855 combattuta
dalle truppe franco-piemontesi contro quelle russe.Tarchetti adotta un'epica negativa che
pone in rilievo l'atrocità della guerra; per moltiplicare l'orrore calca la mano sulla leva del
macabro descrivendo i soldati agonizzanti.Il ritmo dell'azione è incalzante, scandito dai
verbi d'azione, il presente storico cala il lettore della scena. Tra Vincenzo D. personaggio e
Vincenzo D. narratore si forma però uno strappo:il primo ha ucciso, il secondo,sconvolto
da quest'esperienza, la giudica. In quell'ordine terribile, quindi, si annida il sentimento
tarchettiano dell'atrocità della guerra, da cui deriva anche la tragedia personale del
protagonista. !
Fosca, o della malattia personificata: Ugo Tarchetti, da Fosca (=1869,l'autore si occupa
di una vicenda privata senza alcun intento pedagogico, Fosca racconta un'esperienza
sconvolgente i cui personaggi sono eccezionali, fuori dall'ordinario, dei pessimi esempi,
antimodelli. Fosca narra due storie d'amore vissute parallelamente da Giorgio,
controfigura del poeta, con due donne assolutamente complementari: Clara, simbolo di
luce e salute, e Fosca, icona dell'ombra della bruttezza e della malattia). In questo brano
Giorgio, ufficiale dell'esercito, viene invitato dal colonnello a consumare i pasti presso la
sua casa. Qui egli sente parlare della cugina malata, ne ode le grida e ne fa poi
conoscenza diretta.Tarchetti usa la tecnica della suspense: non ci mostra subito Fosca per
accendere intorno al personaggio una inquietante curiosità; è una conoscenza indiretta
che serve a preparare il personaggio all'incontro personale, attenuandone il primo impatto.
Il ritratto di Fosca è angosciante, è la figura della morte, personaggio bifronte in cui
coabitano orrore ma anche attrazione, bene e male. La causa della sua crisi va ricercata
nella sua sensibilità acutissima, è un personaggio eccezionale,fuori dall'ordinario. Tarchetti
tratta una di quelle malattie che all'epoca di definivano nervose cioè della psiche; rapporto
conflittuale e ambivalente con la medicina che anticipa una sensibilità decadente.!
Seraphina: Emilio Praga,da Penombre (=1864,raccolta poetica più rappresentativa della
poesia scapigliata, riflette la tensione tra gli slanci poetici e l'avvilimento fisico e morale, gli
intenti provocatori antiborghesi; sentimento elegiaco di una giovinezza sfiorita troppo in
fretta e il pensiero tetro della morte). Il brano appartiene al genere del compianto, cioè del
lamento per la morte di una persona universalmente nota e apprezzata; si riallaccia alla
tradizione dei canti funebri dell'antica Grecia, gli epicedi, e Praga dedica questo canto
funebre ad una prostituta morta di tifo. L'autore predilige le scene e le immagini disgustose
che costituiscono una sorte di contemplazione materialistica della morte. Il registro da
elegiaco diventa celebrativo, le quartine esaltano la religione terrena dell'amore, l'inno
culmina in una marcia trionfale della vita e della natura, di cui l'anafora conferisce una
solennità da litania. Sfida alla morale cattolica:la donna viene assimilata ad un angelo,
anche il suo stesso nome rinvia ai serafini (angeli più vicini a Dio). Seraphina è stata
pienamente redenta, sogno dell'accoglienza della prostituta in paradiso, accolta da Cristo
in persona. L'epicedio diventa apoteosi. Prostituta e angelo insieme incarnazione del
dualismo scapigliato; accostamento di termini della tradizione lirica con altri impoetici.
Ripetizioni, anafore, anadiplosi, epanalessi. !
La caramelle: Carlo Dossi, da Gocce d'inchiostro.Tre fratelli entrano in un caffè per
acquistare due soldi di caramelle, l'io narrante, adulto, osserva la scenetta e fa cenno al
rivenditore di vuotare sulla bilancia tutto il barattolo di caramelle, pronto ad accollarsene la
spesa; il caffettiere però, insensibile alle gioie infantili e taccagno, non comprende l'invito.
Vivace ritratto di ciascun bambino, Dossi si dimostra un grande maestro nel cogliere la
psicologia infantile. Plurilinguismo:accosta forme auliche e dialettali, modi di dire desueti
spesso in funzione ironica e onomatopee, giocando con la lingua. Abbondano diminutivi e
vezzeggiativi, speciale adesione mimetica al mondo dell'infanzia.!
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IL NATURALISMO E IL VERISMO!
Il termine Verismo cominciò a circolare per merito di Felice Cameroni, esponente della
scapigliatura democratica. Il Naturalismo francese di cui maggior esponente fu Emile Zola
ebbe molta influenza sulla narrativa verista degli anni 70-80. Honoré de Balzac compose
moltissimi romanzi fornendo un affresco della Francia contemporanea; egli conferì una
struttura organica in modo che i romanzi formassero un unico grande ciclo creano
collegamenti tra un romanzo e l'altro, mediante la ripresa dei personaggi e suddividendo i
romanzi per affinità tipologica o di soggetto. L'intero ciclo, Commedia umana, fu composto
con la volontà di rappresentare tutto un mondo secondo una prospettiva esclusivamente
laica e terrena. Balzac lasciò in eredità al Naturalismo ma anche al Verismo tre punti
fondamentali: 1. Lo scrupolo documentario, studio minuzioso di tutti gli aspetti della vita. 2.
Il crudo realismo della rappresentazione che non edulcora il male ma vi si immerge. 3. La
narrazione ciclica, intesa a fornire l'invenzione di una società in una determinata epoca.!
Gustave Flaubert, con Madame Bovary, sottolinea l'importanza dell'impersonalità
dell'opera, bisogna che non traspaia nulla delle convinzioni e dei sentimenti dell'autore,
distacco dell'autore dalla materia trattata. Persiste la presenza del narratore onnisciente
della tradizione romanzesca ma agisce dietro le quinte da scienziato impassibile.
Hippolyte Taine fu il primo a parlare di una poetica naturalista. A lui si deve l'introduzione
di una mentalità compiutamente scientifica e di una visione rigidamente materialistica e
deterministica (dottrina filosofica, tutto ciò che esiste o accade, compresa la volontà
umana, è determinato da eventi precedenti oppure dal contesto in cui si colloca; il libero
arbitrio è un'illusione) dell'essere umano. Fondamentale è l'osservazione diretta della
realtà , studiarla, analizzarla e cogliere le leggi che regolano i fenomeni presi in esame.
Taine afferma infine che la condotta di ogni individuo dipende da:razza, ambiente sociale e
momento storico. I fratelli de Goncourt,precursore diretti sul naturalismo con il romanzo
Germine Lacerteux vollero raccontare un caso clinico, con il trattamento scientifico
studiano le manifestazioni isteriche, gli sviluppi catastrofici di una relazione affettiva e il
decorso di una malattia nervosa. Scelta di un caso ricorrente (donna di basso ceto vittima
di un amore sbagliato) complicato dal quadro patologico. Émile Zola, maestro del
romanzo naturalista, nel ciclo narrativo:I Rougon-Mac-quart, storia naturale e sociale di
una famiglia sotto il Secondo impero, rappresenta la società francese contemporanea.
Nell'opera Romanzo Sperimentale (1880), principale summa delle sue elaborazioni
teoriche, i comportamenti umani sono sottoposti al medesimo determinismo assoluto che
regola la materia. Il romanzo viene considerato un laboratorio dove di effettua un
esperimento, il romanzo per Zola obbedisce ad una funziona eminentemente dimostrativa.
Il romanzo, però, gode di un privilegio di cui Zola non tiene conto: mentre gli esperimenti
possono fallire, i suoi riescono sempre perché fittizi. La diffusione di Zola in Italia avvenne
soprattutto nella Milano degli esponenti della Scapigliatura democratica; entrarono in
contatto con l'opera dell'autore Giovanni Verga, Luigi Capuana e il discepolo Federico De
Roberto: essi si possono definire "veristi". L'influsso di Zola sulla narrativa di Capuana è
avvertibile nel romanzo Giacinta (1879), la storia delle conseguenza prodotte nella vita
affettiva di una donna, dalla violenza subita da bambina. In Italia però ci fu minor
fanatismo nei confronti dei trionfi della scienza, il Verismo presenta quindi dei tratti di
originalità rispetto al Naturalismo: !
-i veristi non adottarono la visione materialistica e deterministica delle cose!
-i veristi rifiutarono il carattere sperimentale del romanzo, si all'impersonalità, no alla
subordinazione marcata ai dettami della scienza.!
-ne I Malavoglia l'impersonalità è estremamente radicale; mentre però gli autori naturalisti
non avevano saputo rinunciare al tradizionale modulo del narratore onnisciente, Verga
scompare del tutto, lasciando il racconto nelle mani dei personaggi, di cui adotta il
linguaggio e il punto di vista. !
-Mentre Flaubert e Zola non avevano esitato a calarsi nell'intimo dei personaggi, Verga si
limita a descriverli dall'esterno !
-i veristi non condividevano l'idea login progressista e socialisteggiante di Zola, essi erano
moderati in politica e pessimisti in filosofia, convinti che il mondo non si sarebbe mai
potuto cambiare!
-i veristi preferirono ambientare le loro vicende nel Sud dell'Italia, ancora arretrato e rurale;
pur senza escludere gli scenari urbani (Verga-Per le vie), essi alimentarono soprattutto il
filone della narrativa regionale!
-i veristi preferiscono una distanza fisica e psicologica dal mondo evocato nelle loro
opere,l'esigenza scientifica dello studio del vero del modello zoliano imponeva invece
un'immersione totale nell'ambiente del romanzo.!
-Proprio perché la psicologia dei loro personaggi primitivi è meno condizionata
dall'educazione, i veristi riescono ad applicare più coerentemente la tecnica impersonale
senza dover ricorrere all'introspezione.!
Verga concepì storie esemplari, paradigmatiche, rivelatrici dei fermenti di un'epoca.
Capuana (Marchese di Roccaverdina) e De Roberto (Viceré) optarono per la soluzione più
facile e a effetto del caso anomalo, esasperatamente patologico. !
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BRANI!
Emma a teatro:Flaubert,da Madame Bovary (=1857,il romanzo ha dato il nome ad una
particolare sindrome patologica da disadattamento, ci si riferisce ad un soggetto assetato
di sogno ed evasione che vive in uno stato cronico di insoddisfazione esistenziale,
"bovarismo". Emma, sposa di un medico di campagna, Charles, che non può appagare il
desiderio di un'esistenza romantica, cerca evasione in due rapporti adulterini. La delusione
sentimentale e i debiti accumulati al fine di soddisfare il bisogno di lusso portano la donna
al suicidio, avvelenandosi). In questo brano i coniugi sono a teatro e stanno assistendo
alla rappresentazione di Lucia di Lammermoor, che Emma già conosceva. Mentre Charles
cerca invano di dare un senso compiuto alla rappresentazione, Emma si cala nella parte
dell'eroina femminile e sogna di sfuggire con il tenore che interpreta la parte dell'uomo che
si batte per lei.Emma non riesce a distinguere il piano della realtà da quello della finzione
melodrammatica, l'unico freno alla confusione dei piani proviene dalla memoria che fa
ricordare a Emma la differenza tra il sogno e le sue esperienze sempre deludenti. Il
coinvolgimento di Emma è tale che prima assistiamo al suo trasformarsi in uno strumento
musicale e poi nell'attrice stessa. Anima malata di bovarismo che compie l'errore di crede
che le vicende romanzesche possano aver riscontro nella vita reale; accecata dal sogno e
dal desiderio di evasione. !
Gli effetti dell'acquavite:Zola, da L'ammazzatoio (= è un'opera di verità, il primo romanzo
sul popolo; narra la rovina di una lavandaia laboriosa,Gervaise, in seguito all'inurbamento
di Parigi. Abbandonata da Lantier che l'aveva resa madre di due figli, sposa un operaio
vicino di casa, Coupeau. Le cose all'inizio sembrano mettersi per il meglio, tuttavia
Coupeau, a causa della caduta di un tetto che lo tiene bloccato, perde ogni interesse per il
lavoro e comincia a bere. Gervaise si rimette con Lantier, la figlia Nanà si da alla
prostituzione, la stireria andò a rotoli e Gervaise affoga i dispiacere nell'alcool e si da alla
prostituzione.) In questo brano Zola fornisce una descrizione dettagliata degli effetti
sempre più disastrosi prodotti dall'acquavite con le sue degenerazioni patologiche.Lo
scrittore adotta il punto di vista di un osservatore incompetente che registra ciò che vede,
la descrizione procede per focalizzazione esterna per poi giungere al diretto interessato.
Involuzione psicologica di Coupeau, dapprima si mostra disinteressato e ci scherza su, da
ultimo si fa serio e preoccupato; dall'acquavite egli vede solo il lato positivo, per lui è un
vero toccasana,a causa di questa cocciuta e ottusa ignoranza egli non può redimersi
(determinismo). !
Bisogna espiare!:Luigi Capuana, da Il marchese di Roccaverdina (=il romanzo è lo studio
psicologico degli effetti devastanti del rimorso. Il protagonista, eredi di una dinastia di
Maluomini, da dieci anni ha tenuto presso di sè una contadina, facendone la sua amante.
Non potendola sposare per le sue umili origini la dà in moglie ad un proprio devoto fattore,
Rocco Criscione, sotto giuramento che i coniugi si astengano da ogni effusione carnale. Il
timore che abbiano infranto il divieto gli fa commettere l'omicidio del fattore. Comincia
quindi la sua lotta interna contro il senso di colpa; egli potrebbe stare tranquillo in quanto
del delitto viene accusato un innocente che muore, e l'unica persona che Sto arrivando! la
verità è il sacerdote il quale non avrebbe potuto svelare nulla. Il rimorso però cresce
insopportabile nel protagonista e, al culmine dell'angoscia, esplode in una crisi furiosa,
uscendo di senno e finendo i propri giorni in uno stato di ebetudine. Capuana concepisce
un personaggio dilaniato dal senso di colpa, l'autore deve ricorrere all'introspezione
rinunciando all'osservazione dall'esterno.) In questo brano di notte, nella sua stanza, egli
subisce una sorta di processo e capisce che l'unico modo per allontanare da sè
l'ossessione è l'espiazione. La mente del protagonista è un animo angosciato che giunge
a vere e proprie allucinazioni. Ancora più drammatico è lo sdoppiamento all'interno della
sua coscienza: la voce morale del rimorso si stacca dall'io e lo apostrofa severamente, il
personaggio ne ha paura. Dimensione religiosa:il marchese fa i conti con l'attesa del
giudizio divino, Dio gli appare nelle vesti di persecutore implacabile. !
Confronto con la crisi dell'Innominato: sfondo notturno comune, conflitto interiore portato
fino al limite dello sdoppiamento dell'io, rapporto con Dio comune; la crisi dell'Innominato
si conclude in modo positivo perchè approda alla conversione, quella del marchese invece
sfocia nella follia.!
La storia è una monotona ripetizione:Federico de Roberto, da I Viceré. Il principe
Consalvo Uzeda, che nelle elezioni politiche so è presentato nelle file della sinistra,
risultando il più eletto, cerca di spiegare alla zia Ferdinanda, intransigente legittimista
rimasta fedele ai Borboni, le ragioni della propria scelta. L'anziana zia lancia pesanti
accuse contro di lui, il giovane replica con un discorso apologetico, un monologo. Gli
Uzeda sono una dinastia di predoni avidi senza scrupoli, Risorgimento sposato solo per
interesse. De Roberto resta legato alla concezione deterministica della razza e della
trasmissione dei caratteri dominanti e delle tare ereditarie. !
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TRA REALISMO MINORE E LETTERATURA DI CONSUMO!
Nell'Italia postunitaria di pari passo con lo sviluppo dell'editoria nazionalpolare si sviluppa
una narrativa di consumo, di intonazione sociale con personaggi e situazioni tratti dalla
vita di tutti i giorni.Ricalcano schemi e modelli già consolidati quindi graditi al pubblico e
richiesti con insistenza dagli editori; le istanze realistiche si fondono con il Romanticismo
della pietà, con il pittoresco delle descrizioni del colore locale e con i topos della sensibilità
decadente. Emilio De Marchi, milanese e cattolico, l'indignazione morale nei confronti
dell'ingiustizia convive con un'etica della rinuncia e della rassegnazione; nei suoi libri e nei
suoi romanzi (es: Demetrio Pianelli), rappresenta un mondo malvagio e corrotto,
personaggi anonimi e modesti i quali vivrebbero nascosti se non si trovassero coinvolti in
situazioni drammatiche, se non fossero vittime innocenti. (es: Il cappello del prete,
psicologia del rimorso. Matilde Serao, napoletana, la sua opera più riuscita è Il paese di
Cuccagna, costruita attorno alla febbre collettiva del gioco. L'opera faceva leva sui sogno
proibiti delle lettrici di provincia rapite dal lusso. Ne La virtù di Checchina si narra di un
tradimento di una moglie annoiata. La scuola elementare obbligatoria e gratuita avrebbe
dovuto garantire l'alfabetizzazione di tutti i bambini ma l'acculturazione del paese progredì
molto lentamente. Edmondo De amicis venne definito il pedagogo ufficiale dell'Italia
umbertina grazie al libro Cuore (1886), il primo vero bestseller della letteratura italiana.
Egli si preoccupò di infondere negli italiani un fervido amor di patria e i più elevati principi
etici e civili di convivenza, facendo leva sulla famiglia e sulla scuola. Il romanzo riferisce
episodi di vita scolastica in forma di diario di uno scolaro di terza, Enrico Bottini. Le sue
cronache sono intercalate da racconti mensili dettati dal maestro di classe o da commenti
dei genitori, specialmente il padre. Cuore si propone di educare le nuove generazioni, con
la pedagogia dell'esempio e dell'esortazione, al senso del dovere, alla diligenza, al rispetto
delle istituzioni e al culto della patria. Carlo Collodi con Le avventure di Pinocchio (1883)
si accontenta che i ragazzi crescano un po' meno bugiardi e svagati e un po' più
obbedienti e giudiziosi. Affida l'educazione del proprio burattino al sistema
dell'autocorrezione; a differenza di Cuore in cui l'educazione viene impartita, la storia di
Pinocchio rispecchia di più lo schema del romanzo di formazione che postula la completa
libertà del personaggio, fondandone la crescita proprio sulle regole di buona condotta. La
maturazione di Pinocchio é la posta in gioco, intesa come conquista della saggezza, e il
premio è la sua trasformazione. Il burattino costituisce la metafore dello stadio della vita
che siamo soliti chiamare "età evolutiva". Emilio Salgari fu il creatore di romanzi
d'avventura i cui eroi sono portatori di ideali romanticamente cavallereschi, lo scopo
dell'autore consiste nel liberare il sogno tipicamente adolescenziale di compiere imprese
temerarie per meritarsi il titolo di eroe; schemi esoterici, lontani dal tempo. !
!
BRANI!
Il passo più lungo della gamba: Emilio de Marchi, da Demetrio Pianelli. (=l'autore mette
a tema la logica economica che condiziona e governa la vita, il primato dell'avere impone il
sacrificio dell'essere cioè il non coronamento di quell'esistenza sognata che colmerebbe il
cuore di felicità. Ciò accade a Demetrio, il quale soccorre la cognata rimasta vedova con
tre figli, se ne innamora, ma non può sposarla perchè non sarebbe in grado di garantirle
un tenero di vita come il precedente quindi lascia che convogli a nozze con un possidente
terrieri. Rassegnazione del protagonista che si propone come eroe cristiano del buon
senso). Cesare Pianelli fa di tutto per mettersi in mostra, fonda un circolo ricreativo e,a
Carnevale, organizza una festa. Disgraziatamente perde al gioco ed è costretto a
prelevare dalla cassa dell'ufficio postale dove lavora una somma per pagare fornitori e
musicisti. Viene scoperto e, oppresso dalla vergogna, si toglie la vita. La festa diventa la
commemorazione della sua rovina, egli ha infranto le leggi dell'economia e quelle della
religione che prescrivono un'etica della moderazione e della rinuncia (condanna morale).
E' la stessa società borghese che genera l'idolo della ricchezza a tutti i costi, De Marchi si
rivela osservatore attento ed ironico. !
!
L'estrazione del lotto: Matilde Serao, da Il paese di Cuccagna. (=capolavoro verista,
affresco della vita napoletana e della mentalità della sua gente all'epoca che vede nel
gioco del lotto la soluzione ad ogni problema; da ultimo diventa invece una divinità
mostruosa che inghiotte speranze, fortune e la vita stessa). Il brano è la cronaca fedele del
rito pubblico dell'estrazione dei numeri del lotto, narrata con un doppio registro (due storie
parallele): la descrizione puntuale delle procedure dell'estrazione che avviene sul balcone
(terrazza che sa di verdetto divino), e la rappresentazione drammatica delle emozioni
intense, dei mutamenti repentini d'umore che lo accompagnano, si svolge nel cortile.
L'estrazione finisce per diventare un qualcosa di carnevalesco, una grottesca processione
di maschere, in cui la folla diventa un coro variopinto. La morale è che affrontare i problemi
affidandosi unicamente al colpo di fortuna è una strategia sbagliata. !
!
Dagli Appennini alle Ande: Edmondo De Amicis,da Cuore.(=1886, è il diario che un
alunno torinese di terza elementare, Enrico Bottini, tiene durante l'anno 1881-82.
Facciamo conoscenza dei suoi compagni di classe, ciascuno contraddistinto da una
marcata fisionomia, ed entriamo anche nel raggio delle rispettiva famiglie, una società in
miniatura con tutte le classi rappresentate. L'anno scolastico rappresenta un periodo di
maturazione, sotto la guida dei genitori e del maestro, scuola e famiglia interpretano il
compito primario di agenzie educative, tanto i genitori quanto il maestro entrano nel diario
lasciandovi alcune annotazioni o dettando racconti mensili (9), tutto a valore formativo). Il
brano narra di un ragazzo genovese, marco, che a 13 anni affronta da solo un viaggio
estenuante per riabbracciare la madre malata, emigrata due anni prima in Argentina, della
quale da sei mesi si sono perse le tracce. Il viaggio rappresenta una vera e propria
odissea per il giovane poiché la famiglia presso la quale la madre lavorava cambiò
domicilio più volte. La madre è malata gravemente, potrebbe salvarsi solo sottoponendosi
ad un'operazione che ella rifiuta ma,dopo l'incontro col figlio, cambia idea e si salva. Il
racconto è ricco di pathos, colpi di scena e particolari patetici, il lieto fine ci mostra come
l'amore possa compiere miracoli dove ogni argomento fallisce; l'autore rallenta l'azione,ci
tiene sospesi. Tutti i bambini protagonisti dei 9 racconti mensili di Cuore, come Marco,
sono piccoli eroi, figure esemplari che salvano la vita o l'onore di qualcuno. L'odissea di
Marco diventa una sorta di rituale di iniziazione alla vita adulta. !
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Il paese dei balocchi: Carlo Collodi, da Le avventure di Pinocchio.(= capolavoro di
Collodi, l'autore lascia da parte il metodo precettistico il grillo parlante viene infatti zittito,
Mastro Geppetto e la fata dai capelli turchini che svolgono la funzione di genitpri, provano
a correggere Pinocchio ma senza successo perchè sono sempre figure pronte al perdono;
Pinocchio quindi viene lasciato libero di sbagliare, confidando nella sua capacità di
imparare degli errori e così avviene). Il brano narra l'avventura di Pinocchio nel paese dei
balocchi. Dopo essere stato perdonato dalla fata dai capelli turchini si lascia tentare
dall'amico Lucignolo, seguendolo nel paese dei balocchi, dove si gioca tutto il giorno e non
si va mai a scuola. Per mesi se la spassa finché un giorno si accorge che gli sono
spuntate due orecchie da somaro. Il burattino di per sé sa distinguere il bene dal male ma
possiede una volontà ancora troppo debole per imporsi sull'irresistibile attrattiva esercitata
dall'avventura e dal divertimento, Collodi insiste sull'influenza deleteria e traviante che
possiedono i falsi amici; il burattino subisce una metamorfosi degradante. Morale: bisogna
obbedire ai propri genitori, applicarsi nello studio ed evitare le cattive compagnie. Nel
brano sono presenti ingredienti tipici della fiaba (elementi magici), per conferire
immediatezza al racconto l'autore utilizza molte parti dialogate e frasi che interpellano
direttamente il lettore (funzione conativa dellacomunicazione).!
!
DECADENTISMO ED ESTETISMO!
L'entusiasmo dei letterati perla scienza si concluse relativamente in fretta, l'800 infatti si
chiuse nel segno di un'impetuosa reazione al Positivismo. La cultura di fin de siècle
contestò il primato della scienza e la sua concezione materialistica che aveva soppresso i
sogni più sublimi dell'uomo, il desiderio di elevazione, aveva ridotto la coscienza morale e
ignorato il mistero che avvolge la vita. La reazione si sviluppò secondo tre distinte direttrici:
Estetismo, Simbolismo e Spiritualismo. !
Nella cultura di fine 800 si fece largo la percezione drammatica della svolta epocale che
stava avvenendo, l'umanità stava precipitando, la nascente società di massa uniformava i
comportamenti livellandoli al basso, abrogava la cultura, si diffondeva il sentimento di
essere entrati in una fase di irreversibile decadenza, di essere prossimi alla fine della
civiltà umanistica, "fin de siècle" allude a questo preciso sentimento. Lo stato d'animo
tipico è il languore, che associa alla sfera del godimento più sottile, l'idea di sfinimento. Nel
sonetto Languore (1883), Paul Verlain si paragona all'impero romano sul punto di
collassare sotto la pressione dei barbari, il sonetto viene oggi considerato come il
manifesto del Decadentismo.Già nel 1878 però Paul Bourget nel poema Édel aveva
fornito un ritratto dell'eroe decadente, che cercava di affogare nei piaceri più raffinati lo
spleen, la noia tetra, la malinconia. Numerose riviste decadenti ("Le chat noir", "Lutece",
"Le décadent") ci descrivevano l'uomo moderno definendolo blasé, cioè borghese scettico
ed annoiato il quale, avendo già compiuto tutte le esperienze, se ne ritrae sazio,
disgustato, indifferenze e disincantato. !
La sensibilità al bello divenne presto segno di distinzione sociale che presuppone un gusto
squisito ed un animo elettro, frutti di educazione e cultura elevata. Si venne formando
quindi un'élite che aveva il privilegio, negato alla massa, di godere della bellezza.; un
oggetto d'arte era tanto più prezioso quanto più era raro, molti autori dell'Estetismo furono
infatti collezionisti. L'esteta è per definizione uno snob, prova un tale orrore e disprezzo
per le cose dozzinali che cerca di distinguersi in ogni occasione e con ogni mezzo. Il
francese Joris-Karl Huysmans intitolò il proprio romanzo Controcorrente, che ci
propone una definizione dell'Estetismo in termini di modus vivendi. Prodotto tipico
dell'Estetismo fu anche la figura del dandy, incarnata nel poeta e commediografo irlandese
Oscar Wilde autore de Il ritratto di Dorian Gray. Il dandy non sa cosa sia la naturalezza,
ogni particolare del suo atteggiarsi è frutto di uno studio meticoloso, egli non conosce
abbandoni: è tutto assorbito nella costruzione della propria immagine; l'artificio diventa il
suo abito. (Es:Des Esseintes, il protagonisti di Controcorrente). Altro ideale di fine 800 è
quello di trasformare la propria vita in un'unica e perfetta opera d'arte, come disse Walter
Pater nel suo romanzo di formazione Mario l'epicureo (1885); l'artista deve essere lui
stesso l'incarnazione vivente del proprio ideale di bellezza, l'arte deve sconfinare nella
vita. Questa fu l'aspirazione di Gabriele D'Annunzio, il campione italiano dell'Estetismo
fin de siècle; D'Annunzio alimenta il mito eroico, superomistico del "vivere inimitabile",
primo caso di divismo moderno. A lui si deve il romanzo Il piacere (1889) . La vita non
obbediva più quindi ad una legge morale, ma unicamente alla ricerca del bello, perfino
l'impegno politico finì per rispondere ad una funzione eminentemente estetica, si assiste al
rovesciamento dei presupposti romantico-risorgimentali. Venne ribadito il principio dell'
"arte per l'arte", essa doveva essere pura, autoreferenziale, doveva celebrare se stessa al
di fuori di ogni finalità pratica o polemica, considerata del tutto estrinseca alla sua natura.
All'incrocio tra sentimento della decadenza e culto della bellezza sofisticata ed artificiale si
colloca l'attrazione fatale per tutte le forme più raffinate, crudeli e perverse dell'eroe,
suggerite dalla ricerca di sensazioni nuove, forti e peccaminose; trionfa così la femme
fatale, perfida ammaliatrice dai tratti diabolici, spietata e lasciva, la reincarnazione
moderna della danzante Salomè, che usa il fascino come arma di potere, succhia ogni
energia vitale dell'uomo, lo asserve ai propri piaceri spingendolo sino al delirio e alla
perdizione; D'Annunzio nelle sue opere la chiama "la Nemica". !
!
BRANI!
Natura e artificio: di Joris-Karl Huysmans, da Controcorrente (=1884, su questo romanzo
si formò un'intera generazione d spiriti decadenti; il protagonista, Jean Des Esseintes,
incarna la figura dello spirito eletto e raffinato che volta le spalle disgustato alla vita
comune e si circonda di rarità e prelibatezze. A tal fine si costruisce, in provincia, un "buen
retiro", la vita eremitica tuttavia non giova alla salute del protagonista il quale si avvita in
se stesso cadendo in una forte nevrosi ad un passo dalla follia). Nel brano sono enunciate
le convinzioni che stanno alla base di due scelte di vita operate da Des Esseintes: da un
lato l'autoreclusione nella casa eremo di Fontaney, lontano da ogni contatto umano,
dall'altro gli oggetti di cui si circonda e le occupazioni che riempiono le sue giornate.
Huysmans nel brano riassume le idee estetiche del protagonista, la natura è oggetto di
un'ostentata derisione per la sua totale incapacità di sorpresa; il godimento estetico
dell'uomo raffinato si accende solo davanti al pezzo esclusivo che nonna nulla a che fare
con la natura per la quale ostenta disprezzo. Si gettano le premesse per la nascita di una
civiltà altamente tecnologica, bionica, viene meno l'idea dell'uomo continuatore della
creazione e amministratore della natura, si preannuncia un matricidio. !
!
Un cadavere coperto di rughe: di Oscar Wilde, da Il ritratto di Dorian Gray (=è la storia
fantastica di un giovane bello quanto perverso le cui sembianze angeliche (fatale arma di
seduzione) sono trasfuse in un quadro dall'amico pittore Basil Hallward, i segni
dell'invecchiamento e della corruzione però si riversano sul ritratto lasciando a Dorian
l'eterna giovinezza. Il protagonista sprofonda così nel vizio e nell'abiezione, traviato da un
cattivo maestro, il cinico Lord Henry Wotton, Dorian porta alla disperazione molte persone
e commette anche un orrendo crimine. Egli allontana da sé il quadro su cui si sono andati
addensando i segni dell'invecchiamento fisico e della corruzione morale e lo copre, alla
fine però l'orrore e l'angoscia hanno il sopravvento. Nel brano Dorian, disgustato dalla vita
che conduce, rimpiange l'antica innocenza e per rompere i ponti con la sua vita
spregevole decide di trafiggere la tela ossessionato dal ritratto che è lo specchio della sua
cattiva coscienza; l'incantesimo si rompe, il ritratto torna ad essere quello del giovane
Dorian mentre sul pavimento giace con il pugnale nel petto un uomo avvizzito e dal volto
disgustoso. La tela è opprimente come una cattiva coscienza, è l'icona della verità e lascia
trasparire l'ipocrisia del personaggio, la fonte ossessionante della sua angoscia; il ritratto
assume anche una funzione allusivamente anticipatrice, di premonizione, la rottura
dell'incantesimo è il nuovo e definitivo scambio delle parti tra l'opera d'arte e la vita. La
proiezione della coscienza morale è affidata ad un quadro perché Wilde concepisce
appunto la vita intera come un'opera d'arte e nell'arte vede la quinta essenza della vita. !
!
IL SIMBOLISMO!
Venuta meno la fiducia nelle conquiste della scienza tornò ad affermarsi in letteratura il
sentimento del mistero. All'opera d'arte si chiedeva di esplorare l'inconoscibile,la scienza
invece era troppo ancorata al mondo fisico. Dunque esclusivamente all'arte venne
riservata l'esperienza dell'assolto, il contatto con l'oltre, la visione piena del tutto. Arthur
Rimbaud fu il primo dei poeti maledetti, prendendo esempio da Baudelaire, il poeta
diventò veggente (voyant), visionario; il poeta simbolista riceve un'illuminazione (titolo di
una sua raccolta di poesie stampata nel 1886), una verità profonda gli si rivela
inaspettatamente con l'intensità di una epifania (termine greco che significa apparizione),
attraverso un semplice oggetto o una situazione anche ordinaria, che all'improvviso
nasconde un significato metafisico. Questa verità è però intraducibile a parole, il poeta
simbolista sconta un'impotenza verbale, egli non può fare altro che suggerire con parole o
immagini comunque inadeguate quello che ha visto, udito e compreso. Se da un lato ha
ricevuto il privilegio esclusivo di guardare in faccia la verità, dall'altro si trova condannato
all'impossibilità di esprimerla. La sua missione è quella di tradurre la voce divina, per fare
ciò l'unico modo è quello di piegare la poesia ad un flusso melodico, sciogliendola in
canto. Nei propri versi il poeta vuole svolgere un tema puramente musicale, non a caso la
musica fu l'emblema del mezzo che si rivolge completamente all'anima. La poesia si fece
fonosimbolica, affidò il proprio linguaggio all'impasto ritmico e sonoro delle parole.
L'artista sperimenta anche la fusione dei linguaggi al fine di potenziare le facoltà
espressive dell'arte, come fese il compositore tedesco Richard Wagner nel proprio teatro
lirico, cercando di fondere insieme parola, suono e azione scenica, in vista dell'opera
d'arte totale. Questa volontà di far convergere le arti in una sintesi espressiva si tradusse
nell'impiego di alcune figure retoriche: metafora (visione unitaria del molteplice), sinestesia
(sensazione complessa che collega due sensi diversi), ossimoro (due idee contrarie che
raggiungono un'unità superiore); la modalità che riassume in sé questo linguaggio poetico
è il simbolo, un'immagine densa in cui si sovrappongono e si mescolano molteplici
significati. Il simbolo è per propria natura indecifrabile, conserva aloni e risonanze
inesauribili, la verità che racchiude il simbolo resta misteriosa. La poesia simbolista non
può essere che oracolare, in quanto media verità non appartenenti a questo mondo. Per il
poeta dunque scrivere versi è un'ardue vocazione, un altissimo privilegio. La scuola
simbolista nacque nel 1886 ad opera del poeta greco Jean Moréas il quale pubblicò su
"Le Figaro" il Manifesto del Simbolismo, e fondò contemporaneamente il giornale letterario
"Le symboliste". Del gruppo fecero parte Gustave Kahn (il primo teorico del "verso libero")
e Francis Vielè Griffin. I maestri furono Paul Verlaine e Stéphane Mallarmé, eredi di
Baudelaire e Rimbaud. Non per nulla nel 1884 Verlaine aveva raccolto sotto il titolo di "I
poeti maledetti" una serie di ritratti di poeti francesi contemporanea in cui citava anche
Corbière, Desbordes-Valmore e de Velliers. Verlaine, poeta del languore e decadente, fu
anche il principe degli effetti dolcemente sonori, mentre Mallarmè accentuò piuttosto la
dimensione metafisica della poesia che si trasforma in un formulario criptico. !
In Italia il poeta più vicino al simbolismo per il taglio evocativo e l'apertura al senso del
mistero fu Giovanni Pascoli che cercò di calarsi nei panni del "fanciullino" piuttosto che in
quelli dell'oracolo. Anche Gabriele d'Annunzio che dal suo canto amplificò i sognanti
accordi con Verlaine conferendo un timbro sonoro ai suoi versi, mosso da un'irrefrenabile
impeto vitale. !
Topos letterario: Salomè (Episodio narrato nei Vangeli e ne "Le antichità giudaiche" di
Giuseppe Flavio. Quando Erode Antipa sposò Erodiade,già moglie di suo fratello e madre
di Salomè, Giovanni Battista condannò il suo comportamento e venne imprigionato. Ad un
banchetto Salomè danzando, incantò Erode e questi si dichiarò, disposto a tutto. Ella,
incitata dalla madre gli chiese la testa di Battista che le venne consegnata su un vassoio),
femme fatale.!
Arte: Pierre Puvis de Chavannes, Moreau, Redon, scuola di Pont Aven e gruppo dei nabis,
Bocklin, Franz von Stuck, Hodler. In Italia Segantini e Previati. !
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BRANI!
Il poeta veggente: di Arthur Rimbaud, da Lettera del veggente(=lettera indirizzata al poeta
Paul Demeny e costituisce la più compiuta esposizione della poetica di Rimbaud; nella
lettera liquida l'intera tradizione lirica occidentali,ad eccezione degli antichi greci e dei
romantici, e afferma che il nostro io più autentico ancora non è stato scoperto. La poesia
nuova si deve dedicare al compito di consocere l'io, per raggiungere tale scopo il poeta
sarebbe dovuto diventare un veggente - voyant. Solo chi ha compiuto determinate
esperienza riesce a capire chi sia veramente l'uomo e quali segreti nasconde la sua
anima). Nel brano l'autore dà le istruzioni essenziali per diventare veggente e pone il
problema cruciale del linguaggio poetico. Enuncia un programma di ricerca poetica che
trae alimento da uno stile di vita maledetto. Per tirare fuori la propria anima il poeta deve
"praticare il disordine in tutti i sensi". Il secondo problema, quello di trovare una lingua
dell'anima per l'anima, viene risolto ricorrendo all'evocazione simbolica con frasi nominali,
tempo futuro e verbo sottointeso. Alla poesia il compito di svelare l'ignoto, la poesia punta
verso realtà ontologiche, verso l'essere del mondo. La sua visione possiede perciò tutti i
caratteri dell'esperienza mistica. !
!
Canzone d'autunno: di Paul Verlaine, da Poemi saturnini, sezione Paesaggi tristi V. (=
Raccolta d'esordio influenzata dal movimento classicista parnassiano per quanto riguarda
il nitore formale, e dai Fiori del male di Baudelaire per la polemica antifilistea e la visione
della città corrotta. Saturnino indica un umore prevalentemente triste e fantastico molto
sensibile alle variazioni metereologiche, analogo allo spleen di Baudelaire ma stemperato
in estenuata dolcezza). Questa poesia sgorga da una suggestione stagionale, l'autunno
crea nel poeta uno stato di languore che lo induce a pensare agli anni già lontani,
inghiottiti dal tempo, assorbimento psicologico del clima, ciò che prende il sopravvento è la
qualità musicale della parola poetica. L'ambiguità è la caratteristica per eccellenza della
poesia simbolista, sistema arditissimo di metafore a piramide (vento autunnale che evoca
il suono dei violini che a sua volta somiglia a dei singhiozzi di una persona piangente).
Associazione tra natura musica e stato d'animo, scoperta di corrispondenze (Baudelaire).
La musica è conseguita nel testo per via metrica mediante l'uso di versi brevissimi, la rima
molto ravvicinata che conferiscono al testo un ritmo incalzante e regolare delle battute
musicali. !
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LO SPIRITUALISMO!
La crisi del Positivismo ebbe risvolti spirituali e religiosi. La scienza infatti non aveva
saputo spiegare il mistero che avvolge la vita e la morte, l'origine del cosmo e le leggi della
natura; così ci furono numeroso crisi spirituali e vere e proprie conversioni religiose. Di
conseguenza tutta la cultura anti positivista di fine secolo fu intrisa di istanze religiose e
fermenti spirituali, ne diedero efficace ragguaglio Luigi Pirandello nell'articolo "Arte e
coscienza d'oggi " pubblicato sulla "Nazione letteraria" e Matilde Serao ne "I cavalieri dello
spirito" sul supplemento del "Mattino". Pirandello per ricondurre al diffuso fenomeno del
ritorno all'antica fese, la Serao al contrario per la riaffermazione delle superiori e supreme
ragioni dello spirito. In Italia dove l'anticlericalismo di stampo risorgimentale, ghibellino e
massonico frenava il rientro della chiesa cattolica, questo rilancio dei valori spirituali e il
bisogno di credere aprirono la via alle suggestioni più disparate, dalle religioni orientali alle
scienze occulte, alla teosofia (=è una dottrina che assomma in sé i caratteri della filosofia
e della religione, nel tentativo di conciliare la conoscenza mistica e quella scientifica della
realtà.); la religiosità decadente si affidò spesso a queste forme irrazionali di credenza
senza dogmi,senza culto e senza pratiche devote. Al riaccendersi di una sensibilità
religiosa concorse la fama dei due più importanti scrittori russi dell'Ottocento: Fedor
Dostoevskij e Lev Tolstoj. Nella loro opera infatti affrontano le grandi questioni morali e
religiose: l'esistenza di Dio,la presenza del male nel modo,il peso delle azioni ecc. alla
coscienza dunque viene restituito il suo ruolo di centro morale della persona umana. Tutto
ciò si evince nei romanzi Delitto e castigo(1866) e L'idiota (1868) di Dostoevskij e Guerra e
pace (1868) e Anna Karenina (1875) di Tolstoj. Fortemente critici nei confronti della civiltà
occidentale, atea e materialistica, dell'egoismo borghese, della vita cittadina e della
modernizzazione, essi si richiamo ai valori tradizionali del mondo slavo, riponendo ogni
speranza di progresso nella diffusione degli ideali evangelici di fratellanza, solidarietà,
pace, sacrificio, perdono, pietà e giustizia sociale. Di questo evangelismo della redenzione
dei colpevoli e del riscatto degli oppressi i due autori si fecero predicatori specialmente nei
romanzi più maturi: Dostoevskij in Demoni (1871) nell'Adolescente (1875) e nei fratelli
Karamazov (1880);Tolstoj nella Morte di Ivan Il'ic (1886) e in Resurrezione (1899). !
In Italia Antonio Fogazzaro espone in maniera organica la dottrina sociale della Chiesa
riguardo ai sistemi economici, ai conflitti di classe, alle organizzazioni politiche e al ruolo
dei cattolici nella società di massa con la sua trilogia a partire da: Piccolo mondo antico
(1895), Piccolo mondo moderno (1901) e Il santo (1905) a cui si aggiunse poi Leila (1910).
Tutto ciò alimentò un fermento di indagini, richieste ed esperienze che fu definito
"modernismo" e che comprendeva un ritorno allo spirito genuino delle prime comunità
cristiane ed un maggiore impegno ecumenico. Il modernismo nel 1907 subì la condanna
papale mentre gli ultimi due romanzi di Fogazzaro vennero messi all'Indice dei libri proibiti.
La chiesa non era ancora pronta ad accogliere queste istanze di rinnovamento, l'avrebbe
fatto con il concilio Vaticano II.!
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BRANI!
Il Grande Inquisitore: di Fedor Dovstoeskij, da I Fratelli Karamazov (=Romanzo del 1880
che ha per tema l'odio che tre figli -Dmitrij e Ivan, legittimi, e Smerdjakov, naturale,preso in
casa come servitore-, covano per il padre Fedor, un vecchio spregevole ricco e libertino.
Tale sentimento sfocia del parricidio , commesso materialmente da Smerdjakoc ma
concepito in astratto da Ivan; viene accusavo Dmitrij, rivale in amore del padre.
Smerdjakov si toglie la vita, Ivan cade in preda ad un folle vaneggiamento e Dmitrij viene
condannato ai lavori forzati. Tutto il seguito del romanzo viene dedicato al Alesa (Dov.
aveva previsto di scrivere un ciclo narrativo ma poi sopraggiunse la morte), il più giovane
dei fratelli che riceve un'educazione religiosa. L'opera costituisce un'esplorazione
dell'animo umano). Nel brano Ivan illustra al fratello Alesa la trama del poema che gli
piacerebbe comporre: un atto di accusa al figlio di Dio per non aver ceduto ai suggerimenti
di Satana, il tentatore, la vicenda immaginaria viene ambientata a Siviglia al tempo
dell'inquisizione. Tutto il poema prende corpo su una filigrana evangelica, nel primo
quadro Gesù compare in città, compie miracoli ma sopraggiunge però il Grande Inquisitore
che lo fa arrestare. Nel secondo quadro: il G.I.si reca a trovarlo in prigione accusandolo di
aver imposto agli uomini, con il dono della libertà di coscienza, una responsabilità troppo
pesante mentre avrebbe fatto bene ad ascoltare i suggerimenti che Satana gli aveva dato
nel deserto, in quanto gli uomini hanno bisogno solo di pane, miracoli ed autorità (esegesi
dell'episodio evangelico delle tentazioni nel deserto), atto d'accusa, requisitoria rivolta al
maestro per aver interpretato in quel modo la propria missione. Le tentazioni respinte da
Gesù sono quelle che da sempre seducono l'umanità: di sfamarsi, di credere ciecamente
in un essere onnipotente a cui delegare il peso di ogni decisione, ed infine di unirsi in uno
stato mondiale per dominare si tutti i regni della terra. La chiesa incarnata dal Grande
Inquisitore si è messa dalla parte del diavolo, la presenza di Gesù è scomoda, il G.I. è una
versione controriformista del sommo sacerdote. Nel terzo quadro: dopo che il G.I. ha
pronunciato la sentenza di morte Gesù si limita a baciarlo (bacio scambiato con Giuda),a
testimonianza di un amore sconfinato. A differenza di Giuda però, il G.I. lo libera, purchè
se ne torni in cielo. In quest'opera Dostoevskij pronuncia una condanna storica della
Chiesa per la sua infedeltà agli insegnamenti del divino fondatore. !
!
L'occupazione e l'incendio di Mosca: di Lev Tolstoj, da Guerra e pace (=1868-1869 è
una gigantesca epopea della società russa all'inizio dell'800, dalla battaglia di Austerlitz
1805 alla disastrosa campagna napoleonica del 1812. L'autore in quest'opera ha voluto
mostrare la vita e il carattere del popolo russo, la trama è costruita attorno ad alcuni figure
centrali: il principe Andrea Bolkonskij, la stupenda Natasa Rostova e il buon Pierre
Bezuchoc e allo loro storie d'armi e d'amori. I tre protagonisti sono accomunati da
un'identica parabola esistenziale. anime tutte ugualmente in pena, deluse dal mondo e dai
loro stessi errori, in cerca di una luce,di una fede che dia senso alla vita. Altri due
memorabili personaggi sono il soldato Platon Karataev (con il suo docile e religioso
abbandono al Signore) e il generale Kutuzov (con la sua tattica attendista di non cercare
un inutile e sanguinoso scontro con l'esercito nemico, dal momento che l'inverno avrebbe
obbligato Napoleone a ritirarsi). Dietro il generale Kutuzov lo scrittore coglie l'anima
paziente e contemplativa del popolo russo, la sua saggia inclinazione alla passività e alla
non resistenza. Il brano narra la vicenda dell'entrata dell'esercito francese guidato dal
generale Murat, re di Napoli, in una Mosca irreale deserta e abbandonata. L'esercito inizia
a saccheggiare la città fino a che si sviluppa un grande incendio che manda in fumo interi
quartiere e le truppe francesi perdono la coesione e la disciplina militare. Tolstoj non è solo
un narratore onnisciente ma anche giudice della storia. Egli tenta di spiegare: 1) perchè
interi quartieri siano stati divorati da un incendio e 2) perchè i francesi si siano rivelati così
deboli e vulnerabili. Lo scrittore riconduce questi fatti alla medesima causa: l'occupazione
di una città ricca e ben fornita da parte di truppe stanche e affamate. Tolstoj stende una
diagnosi psicologica e morale sui militari, che da disciplinati quali erano si convertono in
rapaci e vandalici saccheggiatori.L'incendio che scoppia è il corollario dell'imprudenza e
della negligenza degli occupanti. Questa doppia distruzione, della città e dell'esercito, è
l'epilogo di un nemesi storica; mossa da bassi appetiti la campagna di Russia si chiude
con un disastro. Dalla parte del giusto stanno invece i moscoviti, che hanno abbandonato
la città al suo destino, sapendo che solo la pazienza paga. A rafforzare l'idea della fatalità
degli eventi concorrono alcune similitudini naturalistiche, che Tolstoj attinge
dall'osservazione del comportamento degli animali o di alcuni fenomeni fisici. L'incendio e
il disfacimento dell'armata hanno obbedito alle medesime leggi di casualità che in natura
regolano tutte le cose; il giudizio storico di Tolstoj da un lato poggia su principi etico-politici,
dall'altro riceve un sostegno dalle immutabili leggi della natura. !
!
La morte di Ombretta: di Antonio Fogazzaro, da Piccolo mondo antico (=1895,
capolavoro di Fogazzaro. La vicenda si svolge in Valsolda sullo sfondo risorgimentale che
prelude alla seconda guerra di indipendenza. Franco Maironi, contravvenendo alla volontà
della nonna marchesa Orsola Scremin, che lo aveva preso con sé da orfano, sposa Luisa
Rigey, di estrazione piccolo - borghese e la marchesa lo disereda. Ai due nasce la piccola
Maria, chiamata anche Ombretta. Tra Franco e Luisa non mancano i contrasti sul
contegno da tenere nei confronti della perfida Orsola, soprattutto quando emerge un
testamento, a favore di Franco, disposto da suo nonno e occultato dalla marchesa. Franco
prende la via di Torino mentre Luisa si allontana di casa per affrontare la marchesa,
lasciando la figlioletta incustodita. Avviene così la tragedia: Ombretta cade nella darsena e
affoga; la madre, tormentata dal senso di colpa si chiude in un folle dolore. Il ritorno alla
vita e all'amore avverrà per gradi, con la riconciliazione finale tra gli sposi proprio mentre
Franco si appresta a partire perla guerra. Mentre i Promessi sposi sono il romanzo del
perdono, questo è la tragedia del risentimento e del rancore; di cui risultano pervase le
due donne antagoniste.La piccola Ombretta è vittima innocente che paga per questa
reciproca ostilità; il motivo religioso del romanzo sta nel fatto che Franco rappresenta la
fede senza le opere mentre Luisa incarna le opere senza la fede. I due personaggi ne
usciranno entrambi maturati). Nel brano si narra l'episodio cruciale del romanzo,
l'annegamento di Ombretta; nessun adulto presta attenzione alla bimba, ella muore
proprio mentre la madre, incurante del temporale che si abbatte su Valsolda, si è recata ad
affrontare la marchesa. Ne segue la disperazione della madre e la requisitoria della donna
contro il Dio crudele che ha voluto punirla per la sua iniziativa. La natura partecipa alla
vicenda scatenando gli elementi, esiste anche una parte per il coro (le voci popolari dei
paesani). Ombretta muore non accidentalmente ma a motivo di sua madre, è la vittima
sacrificale dei corteggiamenti amorosi e della distrazione di tutti, il suo giocattolo
(barchetta di metallo) si trasforma in uno strumento di morte. Tuttavia questa terribile
disgrazia incide alla lunga in maniera salutare sui personaggi coinvolti, motivo di
maturazione e conversione; il sacrificio della bimba da frutti di redenzione.!
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IL LENTO RINNOVARSI DELLA POESIA ITALIANA!
Il successo del romanzo nel secondo Ottocento rese la poesia un genere di nicchia, in una
posizione marginale. La reazione da parte dei poeti imboccò due binari opposti: da una
parte l'arroccamento sdegnoso in sé stessa unito alla rivendicazione della propria
aristocratica superiorità (Carducci), dall'altra la poesia aprì le porta al realismo, nei temi e
nella forma linguistica (Pascoli e D'Annunzio). !
- La posizione dell'arroccamento sdegnoso della poesia trovò i primi fautori in Carducci e
negli "amici pedanti" (Giuseppe Chiarini, Giuseppe Torquato gargani, Ottavio Targioni
Tozzetti), in polemica contro i languori dell'ultimo Romanticismo e l'importazione di mode
straniere, invocavano ad un ritorno ai motivi e alle forme della nostra illustra tradizione.!
Riforma di grande portata fu quella promossa da Carducci con le Odi barbare (1877),
seguite dalle Nuove odi barbare (1881) e dalle Terze odi barbare (1889); classicista ad
oltranza egli volle tentare di rendere con le parole italiane la metrica greca e latina fondata
sulla quantità (cioè sulla diversa lunghezza delle sillabe), anziché sull'accento; inoltre nel
mondo antico non si conosceva l'uso della rima. In passato già altri autori italiani (Leon
battista Alberti, Claudio Tolomeo, Tommaso campanella) e tedeschi (Klopstock, Holderlin e
Goethe) si erano cimentati in quest'impresa, così anche Carducci volle mettersi alla prova
consapevole che i risultati raggiunti sarebbero stati imperfetti, definendo egli stesso quelle
poesie "barbare". Carducci di fatto minò alle fondamenta il codice poetico della tradizione
italiana, rinunciando alla rima e non rispettando il principio dell'isosillabismo (l'uguale
misura sillabica dei versi). Le odi barbare, prive di rime e di una rigorosa regolarità
metrica, sono caratterizzate da continui inceppamenti nel ritmo, questa riforma
carducciana fu interpretata, contro le intenzioni dell'autore, come un atto di rivolta nel
confronti del canone nazionale quasi mosse da un'esigenza di emancipazione dai troppi
vincoli posti dalle leggi di versificazione (l'opera voleva essere solo un dotto omaggio alla
lirica greca e latina). I testi carducciani segnano la tappa più importante, dopo l'approdo di
Leopardi alla canzone libera, del cammino ottocentesco della poesia verso le forme
aperte, le Odi barbare preparano il terreno al verso libero, introdotto poco più tardi. !
!
-Per trovare alcuni veri precedenti alla pattuglia realista, i cui maggiori rappresentanti
furono Vittorio Betteloni e Olindo Guerrini, occorre cercare in seno alla Scapigliatura; i
poeti realisti infatti partirono da dove si erano fermati Praga e Boito attuando esperimenti
sempre più avanzati di rinnovamento del linguaggio poetico in senso realistico. Essi
assimilarono la materia popolare e i toni semplici della più recente poesia in dialetto, la
loro opera realistica rivestì una notevole importanza storia sulla via di un aggiornamento
dei temi e delle forme della poesia. La poesia realista dei primi decenni postunitari ebbe la
funzione di sdoganare, di far entrare nel territorio della lirica ciò che veniva considerato
impoetico, vale a dire la vita di tutti i giorni raccontata nella sua lingua più povera e scialba. !
Un contributo ulteriore all'evoluzione delle forme poetiche verso sbocchi inusitati venne da
Giovanni Pascoli e Gabriele D'Annunzio. Entrambi esplorarono le potenzialità evocative
e musicali della poesia pervenendo anch'essi ad una <forma meno forma>. Pascoli attuò
una rivoluzione sottile, egli lascia i versi inalterati e ben riconoscibili, delimitati dal
dispositivo delle rime, ma poi li scompone, li sloga, li spazza al loro interno in due modi: !
1) Attraverso una scansione ritmica fortissima che distoglie l'attenzione del lettore
dall'unità convenzionale del verso, a differenza di Carducci però che aveva scritto rime o
ritmi, cioè aveva adottato alternativamente il sistema poetico moderno o la metrica
classica, Pascoli mescola le due modalità con il risultato che la ripetizione della medesima
figura ritmica entra in competizione con la rima e fa sentire di meno il verso. La rima quindi
si trasforma in elemento musicale, fonosimbolico e suggestivo. 2) Concentrando
l'espressione in enunciati così lapidari da riuscire a disporre in un solo verso due o perfino
tre frasi. D'annunzio dal canto suo, rende questa disarticolazione del tutto palese, infatti
solo una parte della sua produzione lirica segue forme regolari,spesso egli si libera da
qualsiasi vincolo con estrema disinvoltura. I versi tendono con ogni evidenza ad
accorciarsi , fino alla misura limite del trisillabo. Con D'Annunzio ci avviciniamo verso la
scomposizione dei versi tradizionali in unità minime di senso e di respiro. Il verso breve
peraltro è compensato dalla cosiddetta strofa lunga, altra invenzione d'annunziana, una
sequenza di molti versi sintatticamente legati in un unico esteso periodo. Essa corrisponde
ad un tema musicale, D'Annunzio simbolista infatti aveva come intento di scrivere lo
spartito di un poema sinfonico. Diversamente da Pascoli che scandisce il tempo,
D'Annunzio crea ampie e flessibili volute, accostabili alla musica di Claude Debussy.!
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BRANI!
Davanti San Guido: di Giosue Carducci, da Rime nuove (=è la raccolta che Carducci
elaborò più lungamente tra il 1861 e il 1887. Relativamente tardi si venne formando l'idea
del libro, dato che già molti testi erano stati inseriti in altre opere. Questo spiega la varietà
dei metri e l'eterogeneità della materia che varia da attualità politica, dall'omaggio al
passato, dalla celebrazione della civiltà della bellezza agli esercizi di traduzione poetica.
Sono 105 componimenti suddivisi in 7 libri più il preludio Alla rima e il Congedo). Il brano
narra il viaggio di Carducci da Civitavecchia a Livorno attraverso la Maremma; guardando i
luoghi della propria fanciullezza l'autore torna ad essi colmo di nostalgia, ma consapevole
che quel tempo è irreparabilmente passato. Il poeta immagina di intavolare un duplice
colloquio, prima con i cipressi (bersaglio dei suoi giochi infantili)e poi con la nonna paterna
che gli racconta la fiaba del Re porco. Non manca lo spunto polemico, ma il bersaglio non
sono più i simboli del potere bensì resta su un piano molto più basso che non attiene alla
storia ma soltanto al costume (i pennivendoli). Evocazioni immaginarie scaturite dal
rimpianto di un'età bella perche spensierata, tema morale della felicità perduta. La figura
della prosopopea da voce ad alberi e defunti; Registri stilistici secondari: pettegolezzo,
mito, satirico e fiabesco. Il passato è avvolto in un alone poetico (inserti di mito e fiaba)
mentre il presente rimane nel malcontento (inserti mondani e polemici). Poiché l'uomo si è
allontanato dalle leggi di natura la vita si presenta come un pesante fardello, attende
pazientemente, con l'arrivo della morta, la liberazione. Questa poesia riassume l'intera
esperienza di una vita, vi sono rappresentate tutte le sue stagioni (infanzia di Tittì, maturità
del poeta e vecchiaia di nonna Lucia). Questo componimento è il più schietto e meno
letterario che si possa concepire, capace di azzardare perfino espressioni di realismo
colorito ed idiomatico. La stessa metrica é abbastanza elementare di ispirazione genuina.!
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Alla stazione in una mattina d'autunno: di Giosuè Carducci, da Odi barbare (=le
intenzioni poetiche che stanno all'origine dell'opera sono riassunte in una lettera
dell'autore stesso a Francesco Sclavo, in cui afferma il desiderio di una contemplazione
serena quasi idolatrica della Grecia. L'autore, disgustato dalla politica sente il bisogno di
evasione in un mondo puro e bello, un mondo ideale, che egli ritrova nei miti e nei riti
dell'antica Grecia. È dunque un Carducci alla ricerca della perfezione formale. Edizione
definitiva del 1893, che racchiude 57 componimenti suddivisi in due libri di 25 odi
ciascuno, più un Preludio, un Congedo e cinque Versioni). Nel brano il poeta canta di
Carolina Cristofori Piva, chiamata Lidia, che era sposata e viveva a Civitavecchia mentre
Carducci era a Bologna; nel 1873 la donna aveva fatto visita al poeta, materia dell'ode é
appunto la sua partenza in treno in una mattina uggiosa. Il treno che dieci anni prima
Carducci aveva celebrato come simbolo del progresso e delle conquiste dell'uomo, qui
diventa un mostro odioso che rapisce l'amata. Nel cuore del poeta tutto è pianto, tutto è
strappo violento. Recupera un metro classico:l'ode alcaica. L'ode si sviluppa in termini
struggenti, il tema del distacco degli amanti. La scena è ambientata in una stazione
ferroviaria, Carducci allinea in sequenza le varie fasi della partenza. Ad alimentare la
tristezza concorre la giornata plumbea dell'addio. Uno stato di depressione malinconica di
sottile disgusto della vita (spleen). Mentre la donna amata scompare alla vista del poeta
ecco affiorare un'immagine estiva di Lidia, ricordo di un precedente incontro tra i due
amanti aprendo un'idilliaca parentesi rievocativa. Anche questo ricordo però svanisce tra
la foschia e la pioggia incalzante,la separazione viene sentita come uno strappo, una
violenza. Con Lidia si allontana il sogno di una vita felice, senza di lei perde di significato,
diventa insopportabile. Tra soggetto e ambiente si crea una completa identificazione, gli
oggetti inanimati acquistano tratti umani. È la poesia più moderna di Carducci nell'energia
espressiva posta al servizio di una visione deformante della realtà. L'atmosfera uggiosa
evoca un sistema di allitterazioni che riescono a conferire alle frasi un particolare colore
timbrico. Il poeta adotta la strofa alcaica ma la sua resi in versi italiani è alquanto
approssimativa: Carducci non riesce infatti a rispettare i piedi (unità ritmiche) del modello
originario. !
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LE CAPITALI LETTERARIE E L'EMIGRAZIONE INTELLETTUALE!
Dopo il 1860 si manifestò il fenomeno dell'emigrazione intellettuale dalle provincie
periferiche verso i maggiori centri di aggregazione, elaborazione e mediazione culturale.
Tale mobilità obbedì al desiderio di ricerca delle migliori opportunità di inserimento
nell'ambiente letterario, in stretto contatto professionale con colleghi, direttori di giornali ed
editori. Milano, la "città più città d'Italia", come la definì Verga, vantava la maggior
concentrazione di case editrici (la Scapigliatura vi trapiantò la rivolta della bohème
parigina, il verismo maturò con verga e capuana, immigrati siciliani). Il primato culturale di
milano dopo l'Unita d'Italia poté consoli darsi sull'apporto di una immigrazione intellettuale
proveniente da tutte le regioni. Firenze fondò la propria egemonia culturale su una antica
e gloriosa tradizione, presentandosi come culla linguistica e custode della civiltà letteraria.
L'ascesa di Roma coincise con l'incoronazione di Umberto I (1878) e il suo trionfo con la
fin de siècle; i suoi cenacoli dannunziani seppero imporre il verbo reazionario,
antiborghese e antidemocratico dell'Esteta e del superuomo. Torino invece fu fortemente
penalizzata dal trasferimento della capitale che la condannò ad una posizione decentrata;
essa era la depositaria fedele dei miti risorgimentali, costituiva la roccaforte del
Positivismo e del metodo storico applicato alle discipline umanistiche. Napoli e Bologna
vanno ricordate come due città di irradiazione di altrettante scuola letterarie di metodo
critico: la Napoli di Francesco De Sanctis legata ad una visione idealista e civile dello
sviluppo storico dei fatti letterari e ad una nozione del "vero"poetico; la Bologna di Giosuè
Carducci paladina dei valori classici e tecnico formali della letteratura. !
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GIOVANNI VERGA (p. H196)!
VITA: Per ottenere successo come scrittore Verga dovette abbandonare la Sicilia e
introdursi negli ambienti mondani di Firenze e Milano. Le molteplici riviste e l'allargamento
del mercato librario gli offrirono la possibilità di vivere dei proventi del proprio ingegno
purché egli fosse disposto a muoversi sul territorio nazionale il cerca di contatti; in questo
caso egli incarna alla perfezione la figura dello "scrittore immigrato". Egli nacque a Catania
il 2 Settembre 1840 da una famiglia agiata e in parte nobile; il nonno paterno era stato il
capo della Carboneria di Vizzini (società segreta probabilmente sorta in Francia all'inizio
del XIX sec) e il piccolo Verga crebbe in un ambiente liberale. Decisiva per la sua
formazione si rivelò la scuola di Antonino Abate, di cui frequentò le lezioni a partire dal
1851, egli era un fervente patriota e aveva preso parte alla rivoluzione del 1848. Al suo
esempio si devono i primi tre romanzi a sfondo patriottico: Amore e patria, ispirato alla
guerre d'indipendenza americana, I carbonari della montagna, storia sulla resistenza
all'imperialismo napoleonico traboccante di sentimenti antifrancesi (pubblicato in quattro
tomi tra il 1861 e il 1862) e infine Sulle lagune, vicenda contemporanea di un amore puro
e impossibile sullo sfondo di un Veneto rimasto in mani austriache (tra il 1862 e il 1863).
Intanto nel 1865 Verga si era iscritto a Catania alla facoltà di Giurisprudenza ma non
conseguì la laurea. Si arruolò invece nel 1860 nella Guardia nazionale prestandovi
servizio per 4 anni, contemporaneamente fondò e diresse un settimanale politico vicino al
radicalismo garibaldino. Nel 1865 si recò a Firenze, divenuta nel frattempo capitale d'italia,
fino al 1871; questo non gli impedì di trovarsi in Sicilia nel 1867 quando scoppiò
un'epidemia di colera che lo obbligò a lasciare Catania e ripartire in campagna per
sfuggire al contagio. A Firenze fu presentato a Francesco Dall'Ongaro, professore
universitario e affermato scrittore grazie al quale Verga potè vedere stampato, nel 1871,
con prefazione dello stesso Dall' Ongaro, il romanzo epistolare Storia di una capinera, che
lo portò al successo. Dall'Ongaro lo introdusse in alcuni salotti della città, dove trasse
materia per la sua seconda stagione narrativa a cominciare con Una peccatrice nel
1866. In casa Dall'Ongaro conobbe, nel 1869, Giselda Fojanesi, con la quale scese in
Sicilia, innamorandosene. Tuttavia ella nel 1872 andò in sposa al poeta Mario Rapisardi. A
Firenze inoltre Verga incontrò il conterraneo Luigi Capuana, avviando con lui un sodalizio
umano e intellettuale per gli sviluppi futuri della sua opera. Nel 1872 Verga si trasferì a
Milano che, grazie al gruppo scapigliato, era diventata la capitale letteraria della penisola;
qui si fermò per un ventennio, salvi i frequenti ritorni a Catania. A Milano ebbe accesso ai
salotti più prestigiosi e fu un avventore abituale del caffè Cova. Strinse rapporti con i
principali esponenti della Scapigliatura (Praga, Boito, Cameroni e Sacchetti),divenne
amico di Salvatore Farina, Gerolamo Rovetta e Giuseppe Giacosa; si fece conoscere da
Eugenio Torelli Viollier che nel 1876 fondò il "Corriere della sera" e da Emilio Treves che
divenne suo editore.Nei primi anni milanesi Verga proseguì il filone dei romanzi mondani:
Eva (1873), Tigre reale (1875) ed Eros. Nel 1874 però pubblicò un bozzetto siciliano
(breve racconto), Nedda, che spostava l'attenzione narrativa dal mondo dei drammi del
cuore alla triste realtà di sfruttamento e di miseria delle campagne della sua terra. La
novella ebbe molto successo, tanto da invogliare Verga a cimentarsi di nuovo con il
mondo delle sue origini; scrisse quindi Padron ' Ntoni, primo nucleo dei futuri Malavoglia.
Nello stesso periodo in Francia trionfava il romanzo naturalista che trovava ottima
accoglienza nella Milano scapigliata. Con l'uscita sul quotidiano"Il Fanfulla",nel 1878, della
novella Rosso Malpelo entriamo nella terza stagione della narrativa verghiana, quella
verista dei capolavori. Nello stesso anno Verga aveva già concepito il disegno, con il titolo
provvisorio La Marea, dei cinque romanzi che sarebbero andati a formare il ciclo dei Vinti.
Nel 1880 e nel 1881 furono pubblicate le novelle di Vita dei campi e I Malavoglia, nel 1883
due raccolte di bozzetti, le Novelle rusticane e Per le vie, ambientate a Milano. Verga fu
amareggiato dall'insuccesso dei Malavoglia ma venne rincuorato da Capuana che
considerava l'opera il romanzo più importante pubblicato in Italia dopo i Promessi Sposi,
egli affermava che il carattere fortemente sperimentale della scrittura verghiana era troppo
innovativo per far breccia immediata sui lettori. Nel 1882 Verga si recò a Parigi e andò a
far visita a Emile Zola, nello stesso anno uscì un altro romanzo, Il marito di Elena. Intanto,
tornato a Catania, rivide nel 1880 Giselda Fojanesi, scontenta del proprio matrimonio, si
riaccese tra i due l'antica fiamma se non che il marito trovò una lettera compromettente e
la donna dovette abbandonare il tetto coniugale. Ne nacque uno scandalo che segnò la
fine della relazione con Verga, il quale lasciò che ella tornasse sola a Firenze. Abile e
corrisposto seduttore Verga non volle mai legarsi con alcuna. La vicenda con Giselda lo
ispirò a trascrivere Cavalleria rusticana, una novella dedicata al tema della gelosia, del
tradimento e del delitto d'onore. Portata in scena nel 1884 al teatro Carignano di
Torino,con la compagnia di Cesare Rossi e la celebre attrice Eleonora Duse fu un trionfo,
divenne anche un opera lirica nel 1890. Incoraggiato dal primo sccesso nel 1885 Verga
presentò al teatro Manzoni di Milano, In portineria, tratto da una novella di Per le vie, ma
non piacque. Nel frattempo nel 1884 l'editore Sommatuga pubblicò Drammi intimi mentre
nel 1887 Vagabondaggio. Furono anni di difficoltà economiche, d'incertezze e
scoraggiamento che Verga trascorse tra Roma, Catania e Vizzini. Nel 1888 vide luce la
sua "Nuova Antologia" di Firenze, il Mastro-don Gesualdo, secondo pannello romanzesco
del ciclo dei Vinti che uscì l'anno dopo in volume presso Treves. Lo stesso editore stampò
anche le ultime due raccolte di novelle verghiane, I ricordi del capitano d'Arce e Don
Candeloro e C.i. (1894). In seguito ad una causa con l'editore Sonzogno per i diritti
d'autore, Verga ricevette una somma cospicua che lo pose al riparo dalla preoccupazione
economica; nel 1893 si ritirò a Catania, tra il 1896 e il 1898 lavorò senza tuttavia riuscire a
portarlo a termine, il romanzo La duchessa di Leyra. Nel 1901 venne rappresentato a
Milano e a Torino un dittico di atti unici: La caccia al lupo e la caccia alla volpe; nel 1903 fu
la volta del dramma Dal tuo al mio, si trattò dell'ultima fatica importante di verga che negli
ultimi anni della sua vita di dedicò alla cura delle proprie terre. Egli si calò nella mentalità
del galantuomo, arroccandosi in un conservatorismo sociale in virtù del quale approvò il
pugno di ferro del governo italiano sia contro i contadini riuniti nei Fasci siciliani sia contro
le proteste di piazza della popolazione milanese nel 1898. Si iscrisse al Partito
nazionalista, si schierò in favore dell'intervento dell'Italia nella Prima guerra mondiale e
appoggiò con entusiasmo l'impresa fiumana di D'Annunzio. A Federico De Roberto affidò
la riduzione cinematografica delle sue novelle già trascritte per il teatro,mentre lui si
occupò della sceneggiatura di Storia di una capinera. Nel 1920 fu nominato senatore del
Regno, morì il 27 Gennaio 1922 in seguito ad una paralisi celebrale. !
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LA POETICA!
Verga è passato attraverso varie stagioni narrative:dalla via del romanzo patriottico, alle
risorse dell'intreccio erotico rappresentando la società galante dei teatri e dei salotti, per
rendersi infine protagonista di una clamorosa conversione al mondo degli umili e alla
poetica verista. Tuttavia nelle sue opere è presente la medesima filosofia della vita, la
sorte dei protagonisti appare segnata da un fato avverso contro cui risulta vano ogni
tentativo di resistenza, inutile ogni ribellione. Davanti al destino non rimane altro da fare
che piegarsi. Le sue storie sono affollate di relitti umani, di martiri e di falliti, di persone
schiacciate, distrutte o deluse. L'impari lotta contro il fato avverso costituisce il nucleo
drammatico di tutti i suoi libri. Nonostante il desiderio di un'emancipazione politica e
sociale, chiunque abbia osato sfidare la sorte, cercando di sottrarsi alla propria condizione
o di sfuggire alle regole del vivere civile, viene immancabilmente colpito e abbattuto.
L'eroe è solo, anzi ha tutti contro: la società di Verga non conosce la pietà, la correttezza e
la solidarietà umana; è dominata, anzi, dall'egoismo più cinico e spietato ed è pronta ad
accanirsi sui più deboli, a calpestarne i giusti diritti, a commettere ogni sorta di rapine e di
soprusi. Perfino la natura si rivela ostile, con le sue tempeste marine, con le piaghe della
siccità o con le malattie, essa ci ricorda che sulla terra l'uomo non ha alcuna possibilità di
essere felice. !
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LE OPERE!
I ROMANZI PATRIOTTICI!
Le prime prove narrative di Verga,collocabili negli anni dell'Unità d'Italia, muovono dagli
ideali patriottici dell'autore; Il tema politico della lotta per l'indipendenza e la libertà si
intreccia con il tema sentimentale dell'amore purissimo, secondo il binomio amore e patria.
Si tratta di un amore contrastato, che solo nel più acerbo dei tre romani, Amore e patria,
ha un lieto fine, sul modello dei Promessi Sposi, mentre sia nei Carbonari della montagna,
sia in Sulle lagune, va incontro ad un finale tragico: entrambi i protagonisti muoiono senza
aver potuto coronare la loro passione. Amore e patria (1856-57) si sviluppa sullo sfondo
tardosettecentesco della guerra di indipendenza americana. I carbonari della montagna
(1861-62) racconta su basi storico documentarie la sfortunata epopea di una banda di
briganti affiliati alla Carboneria e nutriti di ideali patriottici che si batte contro i francesi di
Gioacchino Murat all'inizio dell'Ottocento. Si tocca con mano in quest'opera l'odio viscerale
nei confronti della Francia , facilmente comprensibile se si tiene conto delle circostanze
storiche in cui Verga concepì il romanzo: all'indomani della firma di quell'armistizio di
Villafranca (11 Luglio 1859) che egli definì <un giorno di lutto nazionale>, in quanto
Napoleone III, contravvenendo ai patti, aveva messo fine alla Seconda guerra di
indipendenza italiana, prima che gli oppressori austriaci fossero stati definitivamente
ricacciati al di là delle Alpi. Sulle lagune (1862-63) affronta la questione delle terre
irredente, racconta il dramma di due giovani, un cadetto ungherese e una bella ragazza di
Oderzo che si erano tolti la vita, lasciandosi annegare abbracciati nelle acqua di un
torrente, di fronte all'impossibilità di dare seguito al loro tenerissimo amore, perchè la
rispettiva condizione di oppressore e oppressa rendeva il loro sentimento incompatibile
con le ragioni patriottiche. In questa trilogia Verga assembra moduli e ingredienti tipici
della narrazione romanzesca, facendo le trame di colpi di scena, di eroi senza macchia e
di malvagi senza cuore, di tradimenti e di gesti magnanimi, di struggimenti e di duetti
melodrammatici. In particolare in Corrado, l'eroe dei Carbonari della montagna, figlio
illegittimo e fuorilegge ma valoroso e fedele, si nota la ripresa di modelli romantici: Il
corsaro (1814) di George Gordon Byron e I masnadieri (1781), tragedia di cinque atti di
Friedrich Schiller; entrambi emblemi di un titanismo in lotta contro il potere. !
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I ROMANZI MONDANI!
Conseguita l'Unità d'Italia l'interesse per gli scenari storico-patriottici scemò in favore di
una narrativa d'intrattenimento; ai romanzi storici subentrarono quelli mondani, con i
drammi intimi, le storie borghesi di seduzione, abbandono o tradimento, le passioni che si
accendono come nei testi dei Romanticismo, ma che poi si spengono, fuggevoli e
deludenti. Verga pubblicò, nell'arco di un decennio, cinque storie d'amore: Una peccatrice
(1866), Storia di una capinera (1871), Eva (1873), Tigre reale (1875) ed Eros (1875),
rubricandoli sotto il titolo comune di Bozzetti sul cuore. Verga non affronta il tema d'amore
con lo spirito dello scienziato, non compie un'analisi psicologica dell'amore,egli assume il
punto di vista ancora romantico di chi si arrende, con meraviglia e con spavento, ai
<misteri del cuore>. All'ultimo sfogo di Stefano Lanti, protagonista maschile di Eva, Verga
affida un punto di vista quasi polemico contro gli "scienziati" dei vissuti amorosi, nessuno
sa cosa sia <questa incognita che chiamano cuore>. Lo scrittore fa leva, perciò, non sulla
"scienza" del cuore, come richiederebbe un approccio realista alla materia, ma sul suo
"mistero". Tra i cinque romanzi emergono costanti significative. !
-Guardando all'amore del lato dell'esperienza maschile, esso viene concepito come una
passione travolgente ma superficiale, che coinvolge solo i sensi; !
-L'esperienza femminile è riconducibile a due tipologie principali: 1)come avviene
nell'uomo l'abbandono al piacere dei sensi, con la sfrenatezza di chi ha fatto dell'arte di
amare lo scopo unico della propria vita. 2) dedizione e fedeltà fino allo struggimento. Di
mal d'amore muoiono infatti Maria (Storia di una capinera) che si consuma dalla
disperazione di non poter sposare il giovane di cui si è perdutamente innamorata, e Adele
(Eros) sposata con il marchese Alberti, suo cugino,ma tradita con Velleda. La donna vive
l'amore con un attaccamento speciale, mentre l'uomo coltiva anche altri interessi ed è
impegnato a conseguire determinati traguardi (affermarsi in società). !
-Verga assorbe dal positivismo la pregiudiziale misogina, che colpisce la donna, in quanto
assorbita nella sfera dell'eros, come un ostacolo alla lotta per la vita e una distrazione per
l'uomo. Esemplari sono le vicende narrate in Una peccatrice e in Eva. La donna di cui si
innamora il protagonista maschile è una femme fatale, che strega l'uomo con il fascino dei
propri occhi ardenti, es: Narcisa Valderi (Una peccatrice), Velleda (Eros), la ballerina Eva e
Nata (Tigre reale) . Il rapporto tra i due amanti si consuma in aperta violazione dei vincoli
coniugali; tra l'amore passionale e il legame matrimoniale Verga sembra porre una
drastica opposizione come se l'uno fosse incompatibile con l'altro. !
-Tutte le complicazioni sentimentali che i romanzi raccontano non esistono nello stato di
natura ma sono il frutto del benessere, dell'ozio e degli artifici della civiltà moderna. I
protagonisti sono giovani intellettuali borghesi, uomini stimati, nobili e gentildonne d'alto
borgo. !
-L'autore riversa in questi romanzi molti i dei suoi stessi vissuti, degli ambienti da lui stesso
frequentati a Firenze e a Milano!
!
LA POETICA VERISTA!
La svolta decisiva nella sua poetica avviene con la novella Nedda (1874), ambientata
nella campagne siciliane la cui protagonista è una povera raccoglitrice di olive
perseguitata dalla cattiva sorte e dall'insensibilità dei suoi compaesani. La svolta di Verga
fu la decisione di abbandonare la materia borghese per dedicarsi alla dura vita dei
lavoratori della sua terra. Egli sentì peraltro il bisogno di aggiornare il proprio modo di
scrivere , assimilando e sviluppando in maniera originale la tecnica naturalista dei narratori
francesi, che cominciava a trovare sostenitori anche in Italia con Capuana e Cameroni.
Verga aveva sempre rifiutato di compiere dichiarazioni programmatiche sulla sua poetica
preferendo mostrarla in atto, risolta nelle opere. Egli era consapevole delle sue scelte
letterarie e i punti cardine della sua poetica si possono trovare disseminati nelle lettere,
dove l'autore si trova a puntualizzare le scelte effettuate e i propri intendimenti. Nelle sue
opere verga rinuncia al "ritratto" dei personaggi, è frutto di una scelta calcolata, strategica
e qualificante. Egli vuole dare al lettore "l'illusione della realtà". La presenza di un
narratore onnisciente rivela infatti che tra i lettori e la storia c'è un intermediario, in altri
termini i lettori non sono in diretto contatto con la realtà. Trasportando, invece, il lettore in
mezzo ai personaggi del romanzo, Verga elimina la mediazione del narratore onnisciente
per dare al lettore almeno l'illusione di trovarsi immerso in una realtà e in una vicenda che
esistono e avvengono realmente davanti a lui. Il racconto perde quindi il suo carattere
tradizionale di finzione e guadagna effettivamente quello di documento umano, di fatto
realmente accaduto. Verga intende applicare il canone dell'impersonalità postulato dalla
scuola naturalista ma mai spinto né da Flaubert né da Zola né da alcun altro; Per i
naturalisti francesi più che di "impersonalità" bisognerebbe parlare di "impassibilità", essi
assumono l'atteggiamento distaccato e scrupoloso dell'osservazione scientifica. Verga è il
primo ad osare tanto, lasciando al lettore, una volta fattolo tuffare in medias res, la
soddisfazione di cavarsela da solo, raccogliendo e selezionando lui stesso le informazioni
necessarie per farsi un'idea. Verga aveva manifestato il desiderio di abolire il narratore
onnisciente sin dalla Prefazione all'Amante di Raja, che poi in Vita dei campi sarebbe
diventata L'amante di Gramigna. Verga mette da parte la "lente" dello scrittore, limitandosi
a riprodurre fedelmente il "fatto nudo e schietto". Diventa dunque un narratore popolare
omodiegetico, che cioè è stato attore o perlomeno spettatore dei fatti narrati. La voce
narrante dev'essere interna al mondo rappresentato, risulta facile identificare questa voce,
riconoscere a chi appartiene, poiché il linguaggio che adopera e il punto di vista di cui è
portatore equivalgono quasi ad una firma. Per restituire al racconto tutta la verità e
l'immediatezza della testimonianza orale, Verga ricorre al "discorso indiretto libero",
innestando nel corpo stesso della narrazione inserti di discorso diretto che rinviano
palesemente a un parlante. L'applicazione di questa tecnica è stata definita "discorso
indiretto libero" poiché l'autore compie un'infrazione alla concordanza dei tempi e delle
persone con stranezze o sgrammaticature. !
Un'altra rilevante questione di tecnica narrativa concerne la descrizione degli stati d'animo,
delle emozioni, dei vissuti interiori; in una parola, dell'intimità del personaggio. Verga infatti
non si avvale del comodo espediente di esporre direttamente i sentimenti e i moti interiori
dei suoi personaggi, funzione tipica del narratore onnisciente; il narratore omodiegetico è
un testimone che osserva dal di fuori le mosse del personaggio, la capacità di
penetrazione nell'animo del personaggio viene affidata alla registrazione di ciò che di esso
affiora in superficie.!
!
IL CICLO DEI VINTI:!
Dopo il successo di Nedda, nel 1875 scrisse un altro bozzetto siciliano,Padron 'Ntoni,
l'argomento andò crescendo fino a raggiungere le dimensioni di un romanzo. In Padron
'Ntoni possiamo riconoscere il nucleo originario dei futuri Malavoglia. Le line generali del
ciclo romanzesco erano già state fissate da almeno tre anni, il primo riferimento si trova
infatti nella lettera del 21 Aprile 1878 all'amico Salvatore Paolo Verdura, qui il progetto
appare già perfettamente delineato. Il suo scopo è quello di formare un affresco della vita
italiana moderna, gli venne affidato il titolo provvisorio di La Marea, sostituito poi con I
Vinti. Si doveva comporre di cinque romanzi: Padron 'Ntoni (poi diventato I Malavoglia),
Mastro-don Gesualdo, La duchessa delle Gargantas (in seguito La duchessa de Leyra),
l'Onorevole Scipioni e L'uomo di lusso. Di fatto il ciclo dei Vinti rimase incompiuto: Verga
non riuscì ad andare oltre il Mastro-don Gesualdo, arenandosi durante la stesura della
Duchessa de Leyra. Rimase incompiuto poichè l'autore trovò una difficoltà insormontabile
di scrittura, rinunciando al narratore onnisciente Verga doveva fare a meno anche
dell'introspezione e si annidava in numerosi difficoltà; finchè si trattava di mettere ins cena
una piccola comunità di pescatori, come nei Malavoglia, risultava facile renderne la
psicologia a causa dei sentimenti molto elementare. Progredendo però nella scala sociale,
la psicologia del personaggi era sempre più complessa e sfuggente; il metodo così
efficacemente testato su un'umanità di basso rango faceva naufragio tra i silenzi e le
buone maniere dell'alta società. I cinque romanzi avrebbero dovuto legarsi mediante la
ripresa di alcuni personaggi, in modo da formarne un ciclo tematico e familiare. I
Malavoglia sono collegati agli altri romanzi dal dottor Scipioni; la Duchessa de Leyra non è
altri che Isabella, figlia di Bianca Trao e don Ninì Rubiera, cui mastro-don Gesualdo fa da
padre legale nel secondo romanzo; mentre l'Onorevole Scipioni è figlio illegittimo nato
dalla relazione stessa con Isabella e suo cugino. Proprio Scipioni doveva essere L'uomo di
lusso, nell'ultimo romanzo. Scipioni quindi è già avvocato nei Malavoglia e appena in fasce
nel Mastro don-Gesualdo. I cinque romanzi non sono dunque disposti in sequenza
cronologica, la vicenda dei Malavoglia cade all'indomani dell'Unità d'Italia, mentre quella
del Mastro è ambientata in epoca risorgimentale. La fondamentale Prefazione al ciclo dei
Vinti costituisce l'esposizione della filosofia della storia che presiede all'intero progetto,
Verga enuncia la propria visione del mondo. Lo scrittore si prefigge di mostrare l'esistenza
di una legge universale che governa tutti i destini umani; l'impersonalità è la strategia
adottata per conferire la massima credibilità alla vicenda raccontata. Verga è convinto che
tutta la storia del genere umano sia fatalmente pervasa da un'identica legge di natura,
l'autore si trova su posizioni pessimistiche e fatalistiche: chi osserva il triste e scontato
spettacolo del mondo non ha il diritto di giudicarlo. Verga, uomo laico che ha fede solo
nelle "leggi di natura", non si fa illusioni sulla possibilità che il mondo possa cambiare e
che i rapporti sociali vengano fondati su basi diverse. Da questa visione immobilistica della
storia e delle passioni umane nasce il conservatorismo politico dello scrittore, egli affonda
il dito nelle piaghe di un'umanità peggio che animalesca, mostrandole le brutture. Verga
prende dal positivismo due concetti fondamentali:!
lo struggle for life,della "lotta per la vita", e quello di un progresso all'infinito, volgendoli
però entrambi al tragico. L'immagine che ci restituisce del mondo è crudele: una lotta di
tutti contro tutti, il pesce grande che mangia quello piccolo. L'animo umano gli appare così
abitato dal più cupo egoismo.Ciascuno è proteso alla "ricerca del meglio" e può
conseguire l'obiettivo a danno e scapito del prossimo. Molte volte non si salvano neppure i
rapporti affettivi e i legami di famiglia, è un'umanità in continuo stato di guerra, secondo la
visione dell'homo homini lupus di Thomas Hobbes in cui gli inermi e più onesti sono
condannati a soccombere, mentre i più forti si accaniscono contro di loro. La lotta accanita
provocata dalla "ricerca del meglio" è la grande spinta che alimenta lo sviluppo lineare del
progresso e della storia. Il progresso però non è affatto indolore, la sua marcia è
disseminata di vittime; tutti soccombono a questa crudele e darwiniana "lotta per
l'esistenza, il progresso non conosce vincitori se non effimeri. Si tratta di un destino che
abbraccia tutte le fasce sociali, sono tutti destinati a soccombere.!
!
I MALAVOGLIA:!
Primo romanzo del progettato ciclo dei Vinti, I Malavoglia(1881) raccontano le vicende
accadute,all'indomani dell'Unità d'Italia,a una famiglia di pescatori siciliani che vive ad Aci
Trezza, un piccolo villaggio marinaro alle estreme pendici dell'Etna, in provincia di Catania.
"Malavoglia" è un soprannome per la famiglia Toscano. Il patriarca è il nonno, padron
'ntoni, che vive con il figlio Bastianazzo, la nuora Maruzza, detta anche Longa,e i nipoti
'Ntoni, il primogenito, Luca, Mena, Alessi e Lia, nella casa del nespolo, di loro proprietà,
come di loro proprietà è la Provvidenza, la barca con cui vanno a pescare. I Malavoglia
sono grandi lavoratori, ad eccezione del giovane 'Ntoni, pigro e recalcitrante, destinato a
diventare l'eroe problematico del romanzo, portatore di valori e speranze in conflitto con le
regole di vita che i Malavoglia si sono tramandati. Tutto procede normalmente finché la
famiglia non si lascia allettare dalla sciagurata prospettiva di un facile guadagno
commerciale: la compravendita di una partita di lupini. Durante il trasporto in mare, una
tempesta improvvisa si abbatte sulla Provvidenza, Bastianazzo muore e il carico finisce in
fondo al mare. Lo zio Crocifisso, un usuraio, fa pignorare la casa del nespolo. I Malavoglia
recuperano la barca e la fanno rabberciare per rimetterla in acqua. Ma un nuovo naufragio
li costringe ad andare a lavorare in giornata, ridotti a nullatenenti, senza casa ne barca,
costretti a viverre in affitto in una casupola in fondo al villaggio. Vengono emarginati dai
paesani,le nozze di Mena e di Padron 'Ntoni vengono disdette. Ma altri rovesci colpiscono
i Malavoglia: Luca cade nella battaglia navale di Lissa; la Longa muore di colere; Lia
scappa di casa e finisce in un postribolo. 'Ntoni, desideroso di cambiare vita, tenta di far
fortuna lontano da Aci Trezza,ma vi torna come un pezzente, entra nel giro del
contrabbando,accoltella una guardia doganale e finisce in prigione. Padron 'Ntoni muore,
lontano da casa. In questa tragica catastrofe solo uno spiraglio si apre alla fine, con la
ripresa circolare della situazione di partenza: Alessi riesce a riscattare la casa del nespolo,
riprendendola vita da pescatore che era stat da sempre il destino dei Malavoglia. !
L'interesse economico è il motore principale dell'intreccio romanzesco, le persone
valgono nella misura della loro ricchezza. I sentimenti che esulano dalla logica
dell'interesse non possono avere libero corso: l'amore ad esempio tra Mena e compare
Alfio non sboccia, mandando i presupposti economici per tradursi in una richiesta ufficiale
di matrimonio. Di fronte al declino economico e sociale dei Malavoglia anche il matrimonio
tra 'Ntoni e Barbara Zuppidda, salta. Ognuno bada al proprio interesse. Ogni personaggio
vive sigillato nel suo mondo, impermeabile ai problemi degli altri. L'unica donna che mostri
una sincera pietà per le sciagure dei Malavoglia, Grazie, moglie del sensale Piedipapera,
subisce i continui rimproveri del marito, perchè non si fa gli affari suoi. L'egoismo viene
elevato a morale. Assistiamo ad una completa estraneità degli altri, intenti solo a
soppesare le conseguenze economiche di una disgrazie e in fondo contente di non aver
fatto la stessa fine. Il romanzo ruota intorno all’attrattiva devastante esercitata dal mito del
progresso; ‘Ntoni manifesta un’insofferenza crescente nei confronti del mestiere del
pescatore, nella grande città è affascinato dal lusso e dalla ricchezza, il suo chiodo fisso è
quello di diventare ricco, di “mangiare pasta e carne tutti i giorni”. Quello che egli
intraprende è un percorso di formazione in piena regola, come tocca a tutti i giovani
protagonisti del romanzo di formazione il cui epilogo è però un completo fallimento. La
parabola propostaci da Verga è quella di un traviamento: il cammino di formazione del
giovane protagonista del romanzo giunge ad un esito drammaticamente negativo; il mito
della ricchezza ha corrotto ‘Ntoni, innescando una parabola di degradazione che arriva
fino alla deviazione sociale e all’associazione a delinquere. ‘Ntoni rappresenta il “vinto” per
antonomasia dei Malavoglia, “travolto e annegato” dal progresso. In questo senso più che
romanzo di formazione, I Malavoglia si potrebbero definire romanzo di de-formazione. La
colpa di ‘Ntoni consiste nella violazione di quella legge del destino che impone a ciascuno
di accontentarsi della propria condizione di partenza. Padron ‘Ntoni incarna “l’ideale
dell’ostrica”, egli è il portatore di una visione immobile, statica del mondo, secondo la
quale il figlio di un pescatore non potrà far altro; è espressione di una saggezza popolare
arcaica, Padron ‘Ntoni parla infatti per proverbi, forme cristallizzate, il nuovo lo spaventa.
Egli predice una brutta fine a ‘Ntoni e vengono confermate tutte le pessimistiche previsioni
fatte sul suo conto. Se si vuole aspirare ad un’esistenza “relativamente felice” la prima
cosa d afre è, sull’esempio dell’ostrica attaccata allo scoglio, accettare il proprio destino.
‘Ntoni, alla fine, provato dagli errori commessi, arriva a comprende che il nonno aveva
ragione, si pense, ma sente che deve espiare, perché si è macchiato di una colpa troppo
grave per essere cancellata. Accetta la condizione dell’emarginato, autoescludendosi dalla
famiglia e dal villaggio. Nel mondo tragico di Verga non c’è redenzione possibile: chi ha
sbagliato deve pagare. Ricorda molto l’antica tragedia greca, la “ricerca del meglio”
costituisce per Verga la versione moderna del grande peccato di hybris, la tracotanza,
nascendo dalla medesimo presunzione di sfuggire al fato; una colpa che viene punita dagli
dei o dalla Moira (il destino). Le sacre leggi non si possono infrangere in alcun modo,
prima fra tutte quella della sorte, che va accettata qualunque sia. I Malavoglia ci mettono
davanti ad una catastrofe che produce la catarsi, cioè la purificazione finale e il
ravvedimento del personaggio dalla brama irragionevole della ricchezza e
dell’innalzamento sociale.della struttura tragica il romanzo verghiano adotta anche l’unità
di luogo, teatro principale dell’azione è il villaggio, non sappiamo nulla degli episodi che si
verificano lontano se non quel che i personaggi, o altri per loro, riferiscono in paese,
questo secondo la logica del narratore omodiegetico che non si sposta mai da Aci Trezza.
Nel romanzo notiamo anche una cura nel riprodurre la mimica dei personaggi, Verga tiene
scrupolosamente conto della cultura, delle tradizioni, del costume e perfino del linguaggio
dei suoi attori, inserisce usanze e tratti caratteristici della mentalità meridionali, anche i
soprannomi assumono una lettura ironico-grottesca dichiarando il contrario della vera
natura dei personaggi. Egli vuole trasmettere l’impronta del colore locale evitando l’uso del
dialetto, per non perdere la sua dimensione di scrittore nazionale. Verga adotta un
linguaggio colloquiale molto vicino al parlato, pieno di locuzioni idiomatiche e
sgrammaticature. Il colore locale è garantito soprattutto a livello lessicale, con
l’introduzione di singoli termini o modi di dire tipicamente regionali, il dialetto risulta così
nobilitato. Molto frequenti i tempi all’imperfetto, esso è infatti il tempo della durata, della
ripetizione, indica ciò che rimane e si perpetua. !
!
MASTRO-DON GESUALDO:!
Il secondo romanzo del ciclo dei Vinti disegna la classica parabola del self-made man.
Protagonista del Mastro-Don Gesualdo è infatti un muratore, Gesualdo Motta, che, a costo
di ogni rinuncia davanti al valore supremo della roba, riesce ad accumulare una fortuna
economica, compiendo un salto di status sociale. Gesualdo infatti non solo si aggiudica
l’appalto delle opere pubbliche e gestisce tutto il ciclo produttivo del suo settore, ma
ottiene anche il controllo dell’intera produzione agricola di un vasto territorio, imponendo
quindi i prezzi al mercato. Per centrare questo obiettivo, egli non esita a sacrificare anche
il suo affetto per Diodata, una trovatella che ha preso servizio e da cui ha anche avuto due
figli. Sposa infatti una donna d’illustre casato, Bianca Trao,incinta di un altro, con la
speranza di vincere l’ostilità delle famiglie aristocratiche della zona e di averle alleate o
almeno neutrali nella gara d’asta per l’affitto delle terre demaniali, che egli vuole sottrarre
ai nobili Zacco. Sarà proprio Isabella, l figlia non sua, a dilapidarne il capitale, portando
una dote enorme al duca de Layra come contratto di nozze, per fargli digerire il tradimento
della moglie. Bianca muore consumata dall tisi e Gesualdo viene colpito da un tumore e
muore anch’egli, solo, tra l’indifferenza generale, con l’amara consapevolezza che tutte le
sue ricchezza serviranno ad alimentare la vita sfarzosa del duce de Leyra. Il Mastro- Don
Gesualdo mette in campo l’urto tra due mentalità: quella aristocratica, che si fonda sul
prestigio delle origini, e quella borghese, che fa leva sulla moltiplicazione imprenditoriale
della ricchezza. L’una è immobilistica, l’altra è dinamica. Verga coglie la collisione storica
tra queste due mentalità e mostra i risolti drammatici del sistema capitalistico. Nel
romanzo i fratelli Trao si fanno esempi della mentalità aristocratica del privilegio, non a
caso sullo stemma di famiglia è impresso il motto da cui proviene il cognome: “virtutem a
sanguine traho” cioè “traggo la virtù dal sangue”; essi infatti non si dedicano ad alcuna
attività economica, si riducono a vivere di elemosine. Gesualdo invece incarna la figura
moderna e attivistica dell’imprenditore, audace e pronto a rischiare, egli obbedisce solo
alla religione della roba. Tra questi due modi opposti di arrivare a godere dei benefici della
ricchezza, quello più efficace sembra essere l’intraprendenza di Gesualdo, ma alla fine
tutto torna circolarmente al punto di partenza: le ricchezze che egli ha sottratto
all’aristocrazia ritornano a questa. Verga quindi non esce dalla sua visione immobilistica
del mondo. Protagonista del romanzo è dunque un vinto, l’aver piegato un’intera vita alla
legge esclusiva dell’interesse l’ha completamente privata di ogni dimensione affettiva. La
“virtù” imprenditoriale si trasforma in “vizio”, la “religione della roba” e la ricerca della
felicità sono tra loro incompatibili. Il cancro allo stomaco suona come la fatale
somatizzazione dei tanti “bocconi amari” ingoiati nel corso degli anni a causa della roba. Il
rumore rappresenta simbolicamente la roba stessa, se elevata a valore assoluto conduce
alla morte, per vivere dovrebbe disfarsene; rifiutando di sottoporsi all’operazione per
estirpare la massa tumorale egli ne è “vinto”, divorato. Il self-made man è l’incarnazione
moderna del mitico ladro del fuoco Prometeo, destinato a essere colpito dalla medesima
maledizione. Anche le altre patologie presentano un carattere fortemente emblematico. Il
contrasto tra essere e avere si riverbera nella dissociazione tra passione amorosa e
istituto matrimoniale, in un mondo dominato dalla ragione economica non c’è posto per le
passioni, l’avere distrugge l’essere. !
Il Mastro-Don Gesualdo è ambientato il Sicilia ed arretra il proprio tempo storico all’età
risorgimentale, tra i moti del 1820 e la rivoluzione del 1848. Oltre all’ambiente sociale e al
momento storico, egli cura, assai di più rispetto ai Malavoglia, i fattori ereditari della
trasmissione dei tratti somatici e dei caratteri. Verga assegna al protagonista, come già a
‘Ntoni nel Malavoglia, qualità e aspirazioni assolutamente non riconducibili ad un’impronta
genetica. A contrastare però la libera volontà del personaggio, piegandola verso un
destino di sconfitta, interviene la nemesi: la punizione degli dei che si abbatte sull’eroe,
sovvertendone l’ordine costituito. Con la morte di Gesualdo tutto torna come prima, la
nemesi ristabilisce l’equilibrio, o lo squilibrio, di partenza. !
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LE NOVELLE!
Verga scrisse ben otto libri di novelle: Primavera e altri racconti (1876), Vita dei campi
(1880), Novelle rusticane (1883), Per le vie (1883), Drammi intimi (1884), Vagabondaggio
(1887), I ricordi del capitano d’Arce (1891) e Don Candeloro e C.i (1894). Le novelle
andavano incontro alle richieste del mercato letterario e di giornali e riviste, avidi di
racconti brevi. Ma non si creda di avere a che fare con prodotti seriali di modesto valore,
esse costituiscono il banco di prova dell’autore. Vita dei campi, ad esempio, dissoda il
terreno per I Malavoglia, mentre le Novelle rusticane introducono al Mastro don Gesualdo. !
NEDDA- pubblicata nel 1874 sulla “Rivista italiana di scienze, lettere ed arti”, e poi in un
volumetto a sé stante, è la prima novella scritta da Verga; ancora molto lontana dalla
poetica dell’impersonalità, non si sa emancipare del tutto dai modelli della letteratura
campagnola portata in auge già prima dell’Unità d’Italia da diversi narratori. Nedda è
un’umile raccoglitrice di olive rimasta sola al mondo dopo la morte della madre e del
marito Janu che muore cadendo da un olivo che sta potando. Ella conserva i tratti della
giovane eroina romantica, si prodiga per crescere sua figlia nata rachitica e destinata a
non sopravvivere a lungo a causa della fame e degli stenti. Storia di dolore, di miseria e
sacrificio, trattata in chiave patetica, facendo della giovane bracciante la vittima designata
del perbenismo cieco e moralista, allo scopo di muovere a compassione le lettrici borghesi
di fronte ad una sorte tanto inclemente. !
VITA DEI CAMPI - Le otto novelle di Vita dei campi vennero pubblicate in volumi da
Treves nel 1880. La rivoluzione consiste nell’eclissi del narratore onnisciente, sostituito da
una “voce del popolo” interna alla vicenda di volta in volta narrata. Questo anonimo
narratore popolare esprime un punto di vista collettivo ma di parte, ostile al protagonista
che perde qualsiasi attributo eroico. I protagonisti di queste novelle sono pastori,
contadini, minatori, che conservano le tracce di un eroismo alla Nedda sottoposti dal
narratore ad una degradante metamorfosi perchè fuori chiave rispetto al mondo
circostante. La campagna rappresenta infatti un luogo ostile in cui vige la lotta per la vita,
con le sue regole spietate e i suoi tabù.!
NOVELLE RUSTICANE - Pubblicate a Torino nel 1883, i protagonisti delle dodici novelle
non sono più soltanto braccianti o pescatori ma anche parroci, galantuomini,medici o
notai. Qui è rappresentata un’umanità completamente integrata nella cinica morale
dell’interesse, avida e scaltra. La cultura e il prestigio sociale diventano armi di
sopraffazione, la giustizia è al servizio di “quelli che hanno da spendere”. La natura
riallinea i destini, segnando il limite invalicabile oltre il quale il trionfo economico e sociale
del più forte, del più cinico e del più astuto non si può spingere. La natura si vendica con la
forza devastante e distruttrice dei suoi elementi o con la rivoluzione sociale degli sfruttati
(che periodicamente si ribellano) o con malattie, con la vecchiaia o con la morte.!
PER LE VIE - Dodici novelle pubblicate presso Treves nel 1883, esse formano il libro del
Verga novelliere. L’autore tornò a cimentarsi con l’ambiente cittadino, con una visione
disincantata e immobile del mondo. In Per le vie sfila un’umanità dolente e illusa di operai
e servitori, di garzoni e barbieri, militari e bambinaie, perseguitati dalla fame e dalla
sventura che si affidano a qualsiasi cosa pur di sfuggire alla cattiva sorte. Tragico epilogo
di questi tristi storie è la ricerca di conforto nell’alcool o il coraggio disperato di togliersi la
vita. In un mondo dove può accadere solo di sprofondare sempre più in basso ai miserabili
protagonisti non resta che guardare d’incanto i ricchi che oziano. Si aggiunge poi la
spersonalizzata estraneità degli uni ai casi degli altri, il tessuto urbano rende gli altri
perfetti sconosciuti. !
VAGABONDAGGIO - il tema delle dodici novelle pubblicate a Firenze da Berbera nel
1887 è il cammino perenne a cui l’umanità si mostra. Ma è anche un girovagare a vuoto,
perchè nessun posto si rivela migliore del precedente e alla fine ci si ritrova spesso al
punto di partenza, senza aver realizzato niente ed essendo più logorati di prima.!
I RICORDI DEL CAPITANO D'ARCE - usciti per Traves nel 1891 le prime sette novelle
del libro sembrano capitoli di un unico romanzo, tenuti insieme dalla ripresa dei medesimi
personaggi e del medesimo filtro narrativo. Si aggiunsero per affinità di soggetto tre
novelle. Qui il ritorno al “bel mondo” delle classi più elevate produce lo spostamento
dell’asse tematico dall’idolo della roba alla sfera sentimentale. L’eterno gioco della
seduzione si sviluppa però frivolo e vuoto nell’artificio delle forme. !
DON CANDELORO E C.I- Ultima raccolta di novelle verghiane, pubblicata da Treves nel
1894. In queste dodici novelle i personaggi sono il principale nucleo ispiratore del libro,
tristi commedianti della vita. Qui è il trionfo dell’autoinganno, personaggi alienati mettono
in mostra lo sguardo sarcastico di Verga secondo cui tutto il mondo è teatro. !
!
IL TEATRO!
Verga scrisse per il teatro alcune tra le sue novelle più fortunate: Cavalleria rusticana
(1884), Il canarino del n.15, che divenne il dramma In portineria (1885), La Lupa (1896).
La rappresentazione del primo segna di fatto l’atto di nascita del teatro verista. !
Percorso inverso per Dal tuo al mio, nacque come dramma in tre atti fu rappresentato a
Milano nel 1903 e divenne solo in seguito un romanzo. Per eccellenza rappresenta l’opera
politica di Verga, in cui affronta i temi incandescenti delle lotte sociali e del trionfo della
borghesia. La trama narra di una delle due figlie di un barone siciliano caduto in disgrazia
che decide di sposare un capomastro, contro la volontà del padre, rappresentante dei
minatori affamati. Ma quando questi, indetto uno sciopero, minacciano di appiccare il
fuoco alla miniera, il loro portavoce depone le proprie idee socialiste e li affronta con il
fucile spianato, pronto a sparare sui manifestanti per difendere la dote della moglie.
Arroccatosi ormai su posizioni rigidamente conservatrici, Verga vuol far intendere che le
lotte sociali non mirano ad abbattere la proprietà privata ma muovono dal desiderio di
acquisirla. !
!
CRITICA!
I critici del tempo non riuscirono a cogliere appieno l’originalità dell’autore e rimasero
spiazzati da una tecnica narrativa decisamente rivoluzionaria classificandolo così uno
scrittore istintivo (Luigi Russolo, Giovanni Verga 1919). La vecchia critica marxista
rimproverò allo scrittore catanese il suo pessimismo fatalista.!
!
!
Alessandro Manzoni (1785-1873)! Giovanni Verga (1840-1922)!
- Fautore del Risorgimento e dell'Unità d'Italia - Il suo lavoro si svolse nell'Italia unita!
- Nato a Milano visse gli anni decisivi a Parigi, - Nato a Catania, la sua sprovincializzazione!
si colloca in una dimensione europea avvenne a Firenze e a Milano!
- Giacobino in gioventù, poi sempre democratico - Fervente patriota democratico, con gli anni ripi!
e cattolico- liberale egò verso un conservatorismo chiuso e ! !
! ! ! ! ! ! reazionario!
!
!
Verga in gioventù fu autore di romanzi storico-politici che appartengono al genere dei
Promessi Sposi; affronta temi manzoniani ma non arriva a Manzoni direttamente ma bensì
attraverso gli esponenti del manzonismo deteriore. Da un certo punto in poi diventa un
grande lettore dei Promessi Sposi ed in una lettera del 1881 egli indica Manzoni come
modello, assieme a Zola. La lezione manzoniana agisce principalmente per quel che
riguarda i temi e i contenuti, le tecniche narrative e linguistica.!

- Primo autore italiano che sceglie due individui - I suoi eroi sono miserabili!
di bassa estrazione sociale come protagonisti !
- Gli eroi sono protagonisti di un processo di - Gli eroi sono dei vinti, sconfitti: di fronte ad un !
miglioramento della loro condizione destino avverso ci si può solo rassegnare!
- Renzo conosce un percorso di formazione che -Il percorso di 'Ntoni è de-formazione,vale il principio!
sociale ma soprattutto interiore che non bisogna sfidare la sorte, l'ideale dell'ostrica!
sta ad indicare che può vivere e sopravvivere solo !
chi rimane attaccato allo scoglio in cui è nato!
- Il cattolicesimo di Manzoni offre a tutti una pos - Il mondo è dominato dal fato e regolato dalla sopraf!
sibilità di riscatto e di salvezza, il perdono e la fazione reciproca. Immobilità e ciclicità della storia,!
conversazione sono i gesti e le parole chiave solitudine dell'eroe, lotta per la vita!
- Manzoni scrive un romanzo realista in cui preva - Narratore popolare omodiegetico, racconta le vicen!
le il narratore onnisciente de dall'interno perchè è stato spettatore, ha un !
punto di vista limitato e non può entrare nell'intimo; !
discorso indiretto libero e il monologo interiore!
- Uso delle ellissi narrative = riduzione a breve - Nei primi romanzi tendeva alla prolissità poi fece !
allusione di avvenimenti anche lunghi, che non tesoro della tecnica delle ellissi!
vengono descritti ma lasciati immaginare (es: La !
sventrata rispose)!
- Parte da una scelta linguistica composita (france - Nelle opere migliori continua un avvicinamento alla !
se, milanese, italiano) per poi approdare alla lingua dell'uso iniziata da Manzoni, ricorre a una !
lingua dell'uso che identifica nel toscano e poi in lingua colloquiale molto vicina al parlato, ricca di !
quella dei fiorentini colti espressioni idiomatiche e termini dialettali.!

!
BRANI!
Lettera prefatoria a Salvatore Farina: da Vita dei campi, è un'enunciazione della poetica
verghiana. Scritta in forma epistolare, precede il testo dell'Amante di Gramigna. L'autore
definisce il punto cardine di tutta la sua poetica verista, vale a dire l'eclissi del narratore
onnisciente. La novella pare l'anonima fonte di un documento umano, la responsabilità del
racconto viene affidata ad un narratore popolare, una voce interna al racconto,
omodiegetica, che prende il posto del narratore onnisciente. Per essere ritenuto vero, un
fatto, deve giungere a destinazione senza intermediari,la scomparsa del narratore
tradizione risponde perciò ad un bisogno di obiettività, ad una scrupolo scientifico di
documentazione: l'impersonalità è la prima garanzia dell'atteggiamento neutrale.
L'eliminazione del narratore onnisciente comporta: l'abbreviazione dell'opera, la rinuncia a
colpi di scena e a episodi drammatici ed infine ad una maggiore consequenzialità
deterministica nello sviluppo logico dei conflitti e nei passaggi psicologici. Egli comunque
lascia intendere che all'origine di ogni opera c'è un autore, il narratore onnisciente è solo
un espediente tecnico. !
L'amante di Gramigna: da Vita dei campi; la novella ha come protagonista una ragazza
siciliana, Peppa, promossa in sposa ad un giovane bello, ricco e vigoroso, che si
innamorerà per suggestione di un bandito leggendario. Peppa manda all'aria il più
invidiato dei matrimoni borghesi per seguire il suo brigante, accettando per amore di
sottoporsi a ogni sorta di disagio, di pericolo e di maltrattamento. La storia è scandita in sei
blocchi narrativi: !
1. il ritratto leggendario del brigante, imprendibile "primula rossa" del basso catanese;!
2. i preparativi di matrimonio tra Peppa e compare Finu;!
3. l'irresistibile attrazione che Gramigna esercita sull'immaginazione della giovane;!
4. Peppa diventa amante di Gramigna seguendolo nella sua vita di fuorilegge;!
5. l'arresto di entrambi, la scarcerazione di Peppa, il suo ritorno in paese;!
6. il servizio prestato da Peppa presso la caserma dei carabinieri. !
Verga fa largo uso del discorso indiretto, come se ascoltassimo la voce di un narratore
popolare che rievoca fatti lontani. Nel quarto segmento della novella facciamo la
conoscenza diretta di Gramigna: Verga ripristina il narratore onnisciente focalizzandosi sui
personaggi e registrandone le reazione, per il resto il bandito è sempre descritto
dall'esterno con gli occhi o addirittura l'immaginazione altrui. Peppa è il tipico personaggio
"Primitivo", che antepone, per istinto, le ragioni del cuore a ogni calcolo di stabilita di vita.
Preferisce una vita di stenti alla prospettiva borghese del matrimonio sicuro, e le costerò
caro poiché finirà nella miseria e nello sfruttamento (secondo le leggi del contrappasso
che Verga non manca di applicare ai suoi personaggi,a risarcimento delle "colpe"
commesse). Incapace di calcolo, ma anche espressione di una femminilità sottomessa,
Peppa si arrende alla legge darwiniana del più dotato, la forza che la attrae infatti proviene
soprattutto dal suo carattere volitivo e autoritario. Gramigna è sia l'eroe di cui ci si può
innamorare, che il demonio che incute terrore, l'essere stato da tutti maledetto come l'erba
che porta il nome fa capite che egli non incarna nemmeno la figura cavalleresca del
brigante buono; è forse solo un "primitivo" in rotta collisione con la società dell'egoismo,
dell'interesse e della prepotenza. !
Rosso Malpelo: da Vita dei campi, è cronologicamente la più antica delle otto novelle
raccolte in Vita dei campi e costituisce il primo esperimento in assoluto della poetica
verista di Verga, in cui il racconto è affidato ad un narratore omodiegetico, interno. Il
protagonista è un ragazzo,cavatore di rena come suo padre che morì sepolto durante uno
scavo. Bastonato e allontanato da tutti, Rosso malpelo matura una disperata filosofia della
vita, fatta di maltrattamenti e di resistenza, in attesa della morte liberatrice e cerca di
instillarla in Ranocchio, un bambino malaticcio che non riuscirà a resistere a lungo al duro
lavoro nelle gallerie sotterranee. Verga affronta in questa novella un tema sociale, quello
del lavoro minorile. Era da poco uscito il libro-inchiesta La Sicilia nel 1876 di Leopoldo
Franchetti e Sidney Sonnino che aveva fatto scalpore per le condizioni di miserie e di
sfruttamento che denunciava, conteneva anche un'allarmante ricognizione sul Lavoro dei
fanciulli nelle zolfare siciliane. Non a caso, oltre al protagonista, una parte di rilievo viene
riservata anche a Ranocchio, un bambino che non potendo più fare il manovale perchè si
era lussato il femore cadendo da un ponteggio, veniva sfruttato e sottopagato con Rosso
Malpelo, e infatti muoiono entrambi. Il tempo maggiormente usato è l'imperfetto, indica
un'azione che continua o si ripete nel passato, tanto da delineare una condizione
perdurante. Dentro il ritratto di Rosso Malpelo vengono incastonati cinque micro-episodi
narrativi: la morte del padre, il ritrovamento del cadavere a distanza di tempo, la morte
dell'asino grigio, la morte del gracile Ranocchio a causa della tubercolosi e la morte dello
stesso Malpelo. Notiamo un ritorno ossessivo al destino di morte che attende tutti i deboli
e gli emarginati. Il narratore popolare omodiegetico si fa interprete della mentalità
dominante, deridendo e assumendo un atteggiamento prevenuto nei confronti del
protagonista, diventa un giudice ostile. Ma la maggior cattiveria è quella che il ragazzo
subisce dagli altri, che passa anche attraverso i commenti malevoli del narratore. Notiamo
in alcuni punti l'utilizzo del discorso indiretto libero. Il mondo della cava non è
sostanzialmente diverso dagli altri ambienti verghiani, vigono le medesime leggi della
spietatezza e della crudeltà (madre e sorella rientrano a pieno titolo nella logica dello
sfruttamento del più debole e del più piccolo). A Malpelo, come a suo padre Misciu, viene
riservato lo stesso trattamento che si riserva alle bestie, Verga ci prospetta un mondo di
degrado,dove non c'è più rispetto per l'essere umano. Malpelo se ne fa una ragione, egli
assorbe la brutale crudeltà del mondo ricavandone una filosofia di vita e subisce
maltrattamenti senza lamentarsi. Egli interiorizza anche l'idea negativa che i cavatori si
sono fatti su di lui solo perchè ha i capelli rossi e sporchi di rena: a forza di essere
considerato "un ragazzo malizioso e cattivo", finisce per diventarlo davvero. si sfoga,
prende la sua rivincita su Ranocchio e con l'asino grigio, ma il rapporto con il ragazzo è
ambivalente: se da un lato Malpelo ha assorbito la crudeltà che sta alla base dei rapporti
umani ed è indotto a maltrattarlo, dell'altro sente di appartenere alla loro stessa razza di
perdenti, dunque prova pietà. Nei confronti di Ranocchio il protagonista assume il ruolo del
maestro, ma la dura esperienza accumulata lo indice a concepire la vita sotto l'esclusiva
dell'egoismo e della cattiveria, quindi diventa un "cattivo maestro", un "maestro del
disincanto", facendosi portavoce della visione verghiana del mondo. Ranocchio e Malpelo
sono la rappresentazione di due mondi contrapposti: Ranocchio che faceva il manovale
lavorando al solo rappresenta il mondo superiore, un cherubino; Malpelo vivendo
nell'oscurità della cava appartiene al mondo dei dannati senza luce, è una creatura
infernale. !
La lupa: da Vita dei campi, la novella racconta l’irresistibile fascino di una contadina
divoratrice di uomini, la quale si accende di passione per un giovane bracciante, Nanni, e,
dopo aver costretto sua figlia Maricchia a sposarlo, lo seduce. La lupa è divorata da
un’irrefrenabile pulsione erotica; dopo aver concupito con un numero imprecisato di uomini
la passione per il giovane Nanni la induce a conquistarlo. Gnà Pina è un personaggio
“primitivo”, passionale, la pulsione erotica che in lei prende corpo viene elevata a ragione
unica e assoluta dell’esistenza. Nella Lupa si compie il trionfo dell’eros, passando sopra
ad ogni altro sentimento e anche alla sua reputazione, è primitiva nell’obbedire
esclusivamente e ciecamente all’istinto senza accettare i compromessi. Gnà Pina è una
sorta di donna fatale rusticana, provoca nell’uomo il delirio dei sensi e l’esaurimento fisico/
morale. Ella è un elemento perturbatore per la comunità paesana. Nell’opera di Verga
sembra che gli affetti entrino immancabilmente in conflitto con l’interesse. La passione
sconvolge l’ordine costituito, ella è vista con gli occhi giudicanti della gente, la Lupa
appare una strega, una donna posseduta dal demonio, se non il diavolo in persona (le si
attribuiscono occhi da satanasso e da spiritata). La facile soggezione degli uomini alla
forza misteriosa dell’eros viene attribuita a una causa infernale, i sedotti non hanno colpa:
sono caduti vittime di un incantesimo; la passione è temuta come una tentazione
diabolica. Verga in quest'opera sperimenta il finale aperto, lasciato in sospeso; il duello tra
amore e morte delle ultime righe non sa a chi dare il sopravvento, controbilancia l’ipotesi di
uno sbocco sanguinario della novella e l’aggettivo pallido riferito a Nanni nell’ultimo
paragrafo: lo stesso che contraddistingue la Lupa in tutta la novella.!
Prefazione al ciclo dei Vinti: da I Malavoglia, accompagna la pubblicazione del primo dei
cinque romanzi previsti, I Malavoglia. Verga vi illustra l’articolazione del progetto,
l’esposizione tragica e pessimistica del mondo. Verga intende dimostrare che la ricerca del
meglio è il grande motore dell’esistenza e riguarda tutti gli strati sociali. A tal fine annuncia
di aver progettato la stesura di cinque romanzi in cui passerà in rassegna le varie classi
della società ottocentesca per seguire lo sviluppo della lotta per l’esistenza. Verga compie
alcune considerazioni sui risvolti tecnici stilistici della sua realizzazione, accennando al
progressivo complicarsi del congegno delle passioni, non ripristinando l’introspezione del
narratore onnisciente infatti la rappresentazione dei personaggi delle classi più elevate
avrebbe posto dei problemi di gran lunga maggiori. Egli riprende un tema già affrontato da
Rousseau, quello dell’alienazione della vita civile che, mentre costringe ciascuno a
dominare i proprio istinti, uniforma menti e costumi ai dettami dell’opinione pubblica. Verga
assegna alla letteratura il compito specifico di piegarsi a raccontare la tragedia dei vinti
travolti dalla corrente, vittime designate dell’universale lotta per la vita. La letteratura
mostra il rovescio tragico del progresso. I protagonisti sono infine passati in rassegna nella
prospettiva della loro fatale sconfitta, la ricerca del meglio infatti non si può considerare
una colpa; si oppone però al destino e finisce per essere assimilata a un peccato di hybris
(dal greco, tracotanza = mancanza di senso del limite), per cui chiunque se ne macchia
viene sottoposto alla condanna della nemesi = deve subire un rovescio, una fatale
sciagura.!
‘Ntoni al servizio di leva e il negozio dei lupini: da I Malavoglia. ‘Ntoni deve partire per
il servizio militare che durerà 5 anni. Il nonno tenta di farlo restare a casa invano. Da
Napoli, dove è stato destinato, ‘Ntoni manda sue notizie. Intanto il nonno decide di
imbarcarsi in un affare che risulterà disastroso: l’acquisto a credito di una partita di lupini
avariati, da rivendere in un porto vicino a una nave in partenza per Trieste. La vita dei
Malavoglia era corsa obbedendo alle regole auree della famiglia patriarcale e della serena
accettazione del proprio status. Due fatti turbano il normale equilibrio: la partenza di ‘Ntoni
e l’affare dei lupini. ‘Ntoni vuole impedire la partenza del nipote per preoccupazioni
economiche, essa fu una delle cause della piaga del brigantaggio.‘Ntoni è portatore dei
valori arcaici e, lasciatosi attirare dall’idea di arrotondare con il negozio dei lupini, si
macchia del peccato di tracotanza e si abbatterà su di lui una catena di sciagure
(naufragio della Provvidenza, annegamento di Bastianazzo, debito con l’usuraio,
pignoramento della casa del nespolo...) . Il giovane ‘Ntoni invece viene abbacinato dalle
sirene della vita mondana illudendosi che questa bella vita possa essere alla sua portata.
Anche Aci Trezza a contatto con il progresso perde i sani valori arcaici, domina l’invidia,
l’ipocrisia e l’interesse. Naturalmente la partenza di ‘Ntoni non ha soltanto risvolti
economici o ideologici ma anche affettivi,nessuno mai si era allontanato dal nucleo
familiare, questo distacco è visto come uno strappo ma il dolore non viene verbalizzato, è
tenuto dentro in un silenzio velato di tristezza che affiora attraverso alcune premure, ed è
evidente in alcuni gesti sopra le righe carichi di implicazioni difensive. Sopportare in
silenzio le burrasche della vita, senza ribellarsi danno testimonianza di una filosofia della
rassegnazione divenuta costume di vita. Queste pagine sono un campione esemplare
della poetica verghiana dell’impersonalità: illusione della realtà, introduce personaggi
senza particolari presentazioni. Il racconto viene affidato a questo o a quel personaggio di
cui si assume il punto di vista; il narratore è sempre una voce parlante: ne fanno fede
alcuni stilemi del Verga verista: il “Che” polivalente, la ridondanza pronominale, un
linguaggio vivace e colorito- SI tratta di narratori popolari omodiegetici, interni alla vicenda
e al suo orizzonte culturale, viene a galla il colore locale.!
Pasta e carne tutti i giorni: 'Ntoni matura la decisione di lasciare il paese e di andare in
cerca di fortuna. La sua crescente insofferenza per il duro mestiere di pescatore affiora
nelle continue discussioni con il nonno, il quale cerca inutilmente di dissuaderlo,
presagendo che farà una brutta fine. Dopo la morte della madre il capitolo si conclude con
la sua partenza. A innescare la crisi di 'Ntoni è il ritorno di due coetanei il cui sfoggio di
agiatezza seduce il giovane; Verga li mette a confronto mediante due modi diversi di
vivere e di divertirsi: i due giovanotti trascorrono la giornata oziando all'osteria,mentre i
Malavoglia sono tutti pescatori. 'Ntoni appare annoiato, infastidito, ironico e pungente; Egli
sembra un pesce fuor d'acqua, non condivide la semplicità degli altri. Vengono esposte
due contrastanti filosofie di vita: l'ideale dell'ostrica e il lavoro della povera formica contro
la bramosia dell'ignoto e la ricerca del meglio (mangiare pasta e carne tutti i giorni). Si
fronteggiano due mentalità, quella arcaica e quella moderna.'Ntoni è l'eroe problematico
contagiato dal mito moderno del progresso, il suo sogno è di cambiare status. Esprime
insoddisfazione per la vita toccatagli in sorte,mettendo in crisi il sistema di valori, egli
aspira alla libertà ed è problematico appunto perchè non accetta il sistema tradizionale di
valori,introducendo un universo immobile; 'Ntoni rivendica il diritto ad una vita migliore,
l'inseguimento di questo sogno di una vita borghese rende instabile l'universo ideologico
dei Malavoglia. A difendere il sistema di valori è il nonno,la sua filosofia si riassume nel
coraggio di accettare il profilo di vita ricevuto in sorte senza inutili ribellioni (portavoce degli
ideali dell'ostrica e della formica). Andarsene e lasciare il proprio posto è segno di
vigliaccheria, non porta a nulla. Verga riprende il motivo romantico dell'esule (Foscolo) per
avvalorare la sua visione immobilistica del mondo: dovunque si sia nata da nessun'altra
parte si può stare bene quanto nel luogo d'origine. La filosofia della rassegnazione si
esprime attraverso proverbi, espressioni salienti della saggezza popolare cristallizzate in
formule. La rinuncia al narratore onnisciente determina la rappresentazione dello stato
d'animo mediante i gesti, dotando i personaggi di una mimica quasi teatrale. !
L'espiazione dello zingaro: da I Malavoglia; è il finale del romanzo, Alessi ha sposato
Nunziata ed è riuscito a riscattare la casa del nespolo.Nonostante la morte del nonno il
nucleo familiare si è ricomposto e la via è ricominciata. 'Ntoni torna a casa dopo anni di
carcere: si ferma giusto il tempo di manifestare il suo pentimento, la sua vita non può
essere che quella dello zingaro predettagli dal nonno. Non assistiamo al ritorno dell'eroe in
patria, ma ad un addio, un commiato definitivo, 4 scene: 1. 'Ntoni entra in casa e vuota la
scodella di minestra, 2. Chiede notizie sul conto del nonno e della sorella Lia, 3. Visita la
stalla e le stanze, 4. Abbraccia il fratello, chiede perdono e se ne va. Notiamo uno
scenario ad alto potenziale patetico, Verga tiene a freno la commozione; Vediamo la
prossemica di 'Ntoni cioè i suoi movimenti all'interno dello spazio, appena entrato non si
colloca al centro della scena ma ai margini, quasi si sentisse un intruso; si emargina da
solo.Egli esce e poi rientra prima di allontanarsi definitivamente,dimostrazione dell'enorme
fatica che gli costa staccarsi dal focolare domestico; anche nella sorta di pellegrinaggio
alle stanze egli non si sente più a casa sua.Notiamo il silenzio del fratello e della sorella,
un silenzio di pietà imbarazzo e commozione, restano praticamente muti fino alla fine;
Nell'universo di Verga ogni atto è irreversibile e non resta senza conseguenza, si
evidenzia il mancato riconoscimento di 'Ntoni da parte del fratello. Una volta usciti dalla
cerchia degli affetti non vi si può più fare ritorno,la trasformazione spirituale viene come
sancita da una trasformazione fisica: l'allontanamento dal nucleo familiare innesca una
metamorfosi che lo rende irriconoscibile. La situazione si ispira al ritorno di Ulisse a Itaca,
ma Verga lo capovolge perchè 'Ntoni ha lasciato la sua isola spontaneamente. 'Ntoni ha
fatto l'esperienza traumatica del fallimento, rimpiangendo ciò che allora non aveva saputo
apprezzare. Anche le stanza di casa sollevano uno sciame di ricordi, capire l'errore
significa piegarsi, assoggettarsi al destino.Ma non c'è reintegrazione possibile, al
pentimento non segue la conversione (Promessi Sposi), ma unicamente l'espiazione. La
legge morale di Verga condanna, non perdona. Non c'è redenzione. !
La roba: da Novelle rusticane, La roba è la prima delle Novelle rusticane a essere stata
scritts, costituisce il primo nucleo del futuro Mastro don- Gesualdo.Protagonista è
Mazzarò, un contadino tanto scaltro quanto avaro, che dal nulla riesce a mettere insieme
un'enorme fortuna. Verga crea intorno al protagonista un alone leggendario da fiaba,
notiamo:1. il rilievo dato alla dimensione temporale, 2.la mutevolezza del paesaggio, 3. la
puntuale indicazione dei toponimi a sottolineare che la lettiga tocca diverse località.
Presenti anche molte astuzie dello stile: 1.la figura sintagmatica dell'accumulazione, 2. la
lievitazione dei periodo che si dilatano per fare spazio a un panorama elefantiaco, 3. la
figura retorica dell'iperbole che ha un impiego molto frequente e determinante. Da qui una
visione finale, metamorfica e vagamente allucinata; questa visione attiva l'identificazione
simbolica tra il personaggio e la sua roba. Dall'esordio favoloso di Mazzarò, si passa al
ritratto storico. Le voci si avvicendano nel racconto: 1. quella evocativa del viandante,
all'inizio; 2. quella espressionistica, deformante e contraddittoria del lettighiere; 3. Una
terza che adotta lo stesso punto di vista del personaggio.Notiamo una piena identità di
visione tra il protagonista e i suoi simili, Mazzarò diventa voce narrante (questo spiega il
tono "epico" della novella); il personaggio ha una grandezza tale da varcare la soglia
dell'umanamente verosimile, dotato di virtù e attributi straordinari. Questo ne fa l'apoteosi
del personaggio, campione ed eroe mitico della roba. La novelle incarna la "religione della
roba", egli vive allo scopo esclusivo di accumularla.Solo contro tutti nella sua cupidigia,
egli si dimostra davvero insaziabile, come arcigno e spietato nella sua avarizia. Questa
identificazione con la roba è la sua tragica alienazione, non si rassegna all'idea di doverla
lasciare. La morte è il vero banco di prova delle scelte di vita effettuate da Mazzarò, la
drammatica verifica di un investimento sbagliato. La morte vendica la vita, è anche
l'evento che ridimensiona la statura del personaggio, riportandolo alle sue misure di
partenza. La roba non è tanto un racconto biografico quanto un ritratto tipologico; la pittura
del personaggio, e dunque la funzione descrittiva, prevale nettamente sul racconto, sulla
funzione narrativa. !
Libertà: da Novelle rusticane, la novella rievoca un fatto reale: l'eccidio di Bronte, un
terribile fatto di sangue verificatosi in un paese sulle pendici dell'Etna durante la
spedizione dei Mille nel 1860. Esso si intrecciò con l'arrivo dei garibaldini nell'isola e con le
loro promesse,tra cui il miglioramento delle condizioni di vita dei contadini e la divisione
delle terre demaniali; la loro mancata realizzazione generò rivolte come quella di Bronte: lì
le masse contadine si abbandonarono a spargimenti di sangue nei confronti dei nobili. Il
generale Nino Bixio intervenne con durezza condannando a morte alcuni insorti. Verga
descrive l'esplosione improvvisa della violenza sanguinaria e le paralisi che ne consegue,
su cui hanno buon gioco la repressione ordinata da Bixio e il lento corso della giustizia.
Libertà è l'unica novella che rielabori in forma letteraria una maniera di carattere storico;
l'attacco è prepotente e drammatico, ci proietta immediatamente nella mischia. Le
motivazioni sociali della strage si evincono dalle frasi di maledizione gridate all'indirizzo dei
galantuomini uccisi. Verga, cronista di un eccidio, lascia che la vendetta si consumi. Il
regista occulto dell'azione inquadra le vittime e i carnefici (es:il monello sciancato, la
strega dai capelli irti sul capo..).Il ritmo è incalzante, ma poco a poco rallenta
soffermandosi sul singolo episodio, poi uno sguardo più ravvicinato registra alcune
persone e le circostanze essenziali del loro linciaggio. Infine prende corpo almeno un
abbozzo di racconto: don Paolo, il notaio e suo figlio e la baronessa asserragliata nel suo
palazzo con la prole. Il secondo quadro porta allo scoperto i limiti politici della rivolta,
subentrano prima il senso di colpa e poi il timore del castigo; nel terzo quadro, arriva Nino
Bixio con i garibaldini a ripristinare l'ordine e la legalità, la rivolta è già fallita. Appaiono
quindi sproporzionate, cieche e sommarie le fucilazioni ordinate dal generale a scopo
intimidatorio. Se nei primi due quadri il narratore è onnisciente, negli altri due torna ad
eclissarsi lasciando campo al narratore omodiegetico di estrazione popolare (utilizzo del
discorso indiretto libero). L'eccidio di Bronte manifestò il grave malessere sociale che
serpeggiava tra le plebi del Mezzogiorno d'Italia,oppresse e ridotte alla fame da
un'economia rurale arretrata e basata sul latifondo. Viene allo scoperto l'inconsistenza
politica della sommossa, Verga la presenta senza capi e senza disegno: un puro scoppio
di bestialità, di ferocia irrazionale.La sua perciò è una rivolta,non una rivoluzione: tutto è
destinato a tornare come prima. L'ordine costituito, turbato, in una giornata di rabbiosa
follia, viene ripristinato. A fare giustizia provvedono gli stessi garibaldini, poi giudici ed
avvocati, l'episodio si risolve con la conclusione che la rivolta è perfettamente inutile.!
Via crucis: da Perle vie; la novella racconta la vicenda da "documento umano" di una
sartina la quale, sedotta ed abbandonata dall'uomo che amava, viene trascinata verso la
prostituzione precipitando in una vita di solitudine e miseria. Verga abbandonata le
campagne per trarre ispirazione dai drammi che si consumano a Milano; la novella è
strutturata come una catena di rovesci che si abbattono sulla protagonista spingendola nel
baratro della perdizione. Santina viene abbandonata da Poldo perchè sta per sposare
Ernestina Mirelli, si lascia sedurre da Renna che approfitta di lei, viene poi licenziata dalla
sartoria e cacciata di casa;un bel giovanotto le fa sperimentare il paradiso ma anche lui si
dilegua, Santina comincia a prostituirsi e si riduce a vivere in una gelida soffitta, Santina
ha ormai toccato il fondo e si offre ai passanti battendo le vie del centro cittadino. Questa è
una parabola della degradazione, Verga scaraventa il lettore in medias res nell'imminente
matrimonio del suo Poldo. A raccontare è un narratore onnisciente che tenta di occultare
incentrando il racconto quasi esclusivamente su Santina, affidandosi ai segni esteriori per
esprimere i sentimenti della protagonista e astenendosi da qualsiasi giudizio. Anche quello
di Santina è un percorso di dolore in dolore (via crucis) fino ad una totale abiezione del
personaggio,tradito e deriso. Anche il nome è emblematico,lei è una "povera crista" il cui
giuda rappresenta Poldo. Notiamo ancora una volta l'incompatibilità tra essere e avere, il
primato dell'interesse economico sui sentimenti che ne escono calpestati; l'unica cosa che
conta è il denaro. La società ottocentesca risulta maschilista, Verga ha voluto toccare un
"obiettivo sensibile" della moderna società borghese: il ruolo della donna e la
prostituzione. Nel tratteggiare la figura e la storia di Santina si ispira al topos della traviata,
della "signora delle camelie".Ma nel mondo di Verga non c'è pietà per chi sbaglia. La
MIlano moderna è l'emblema stesso della modernizzazione, Verga si sofferma sulle
tragedie, sui casi umani generati proprio dallo sviluppo della società in senso borghese.
L'ambiente cittadino produce il senso crescente di anonimato e di estraneità che
percepisce chi vi si trova; tutto questo conferisce agli incontri e ai contatti rapporti effimeri,
anche la perdita nel nome è progressiva, di tutte queste figure non resta che una
descrizione superficiale, essi appaiono murati nella loro estraneità.!
L'ultima giornata: da Per le vie; l'ultima giornata è quella di un tale che, recatosi a Milano
in cerca di lavoro la domenica dell'Ascensione, decide di togliersi la vita stendendosi sui
binari della ferrovia. La sua triste vicenda e gli ultimi momento vengono ricostruiti per via
indiziaria, raccogliendo le testimonianza di quanti hanno avuto a che fare con quello
"sconosciuto". Racconto indiziario, la "grande città" come sirena ingannatrice, il
personaggio "sconosciuto".!
La notte dei ricordi: da Mastro- don Gesualdo; Gesualdo al termine di una sua tipica
giornata di lavoro instancabile, saltando i pasti e il riposo, quando arriva alla Canziria, una
delle sua proprietà, è già notte fonda. La serva Diodata gli prepara da mangiare e
Gesualdo, seduto spalle al muro su un covone, si gode un po' di fresco abbandonandosi
all'onda dei ricordi. Queste pagine costituiscono una versione della classica analessi, che
si estende fino a comprendere tutta la vita di Gesualdo, che viene riletta come
un'inarrestabile ascesa. Entra nel bilancio anche l'insieme delle virtù: il fiuto x gli affari,
l'accettazione del rischio, l'operosità, l'onnipresenza, la sopportazione di sacrifici. Emerge
un ritratto esemplare del self-made man, ma è più un autoritratto perchè è Gesualdo
stesso che si descrive, la focalizzazione è interna. Verga è costretto a venire a patti con il
metodo tradizionale dell'introspezione, inevitabile qui, adottando però un compromesso:
lascia comunque a Gesualdo il compito di descriversi e di raccontarsi. Questa pagina
costituisce uno dei primi tentativi di monologo interiore della letteratura italiana, si potrebbe
parlare di "monologo indiretto libero". Gesualdo si rappresenta come eroe trionfante in
lotta con il mondo, solo contro tutti, il mondo intero gli è nemico. Il mondo gli appare come
una giungla darwiniana, il quadro è quello dell'homo homini lupus: anche se vi domina
l'ottimismo del self-made man già si intravede il progressivo ripiegamento sulla linea di
difesa che caratterizzerà la fase declinante di Gesualdo, per decretarne la sconfitta.!
"Qui c'è roba": da Mastro-don Gesualdo; nella parte finale del romanzo lo ritroviamo in
pieno disarmo, minacciato nella persona e nelle proprietà dai rivoltosi che avevano aderito
alle sommosse del 1848, saccheggiato dai suoi stessi parenti e colpito da un male
incurabile. Notiamo una relazione stretta, biunivoca, tra la ricchezza accumulata da
Gesualdo e la sua malattia che lo porta alla morte. La roba diventa allegoricamente la
causa prima della rovina di Gesualdo, della sua malattia mortale. Il cancro più profondo
che mina la sua esistenza è proprio la "religione della roba". Per Gesualdo tutto è roba, la
roba se lo "mangia" sottraendogli la vita del corpo. Mazzarò viene identificato con le sue
proprietà e Gesualdo, malato, si riduce solo a pancia; la roba gli si ritorce contro, allegoria
della punizione divina che si abbatte sul self made man. Il cancro obbedisce alla legge
dantesca del contrappasso, rispecchiando la colpa di cui si è macchiato; la sua malattia è
perciò reale e allegorica. !
!
GIOVANNI PASCOLI (P.H330)!
Nacque a San Mauro di Romagna, in provincia di Forlì, il 31 Dicembre 1855. Suo padre
fattore, crebbe in campagna all'interno di una famiglia patriarcale con un tenore di vita
agiato; ricevette la miglior istruzione. A sconvolgere la vita di Pascoli fu una tragedia
familiare: il padre fu ucciso a bruciapelo da una fucilata; l'omicidio restò impunito e fu il
primo di una sera di lutti (morì la madre l'anno dopo), il fratello maggiore si occupò di
ricostruire il nido familiare. A Bologna, dove iniziò gli studi universitari, venne in contatto
con circoli socialisti, sposando la causa dei diritti dei lavoratori e della giustizia sociale. Egli
si adoperò affinché gli uccisori del padre fossero assicurati alla giustizia e intensificò il suo
attivismo politico anche dopo aver conosciuto l'anarchico Andrea Costa,pioniere del
movimento operaio, promuovendo riunioni in diverse città e facendo propaganda in favore
della Prima internazionale (associazione internazionale dei lavoratori fondata a Londra da
Marx nel 1864). Questo periodo culminò con l'arresto e la detenzione. Una volta uscito
Pascoli abbandonò la politica attiva a favore di un umanitarismo interclassista di stampo
contadino, venato di sensibilità evangelica e di patriottismo. Cominciò a diventare
professore itinerante, divenne una celebrità come latinista. Nel frattempo pubblicò le sue
raccolte poetiche: 1891 Myricae; 1897 i Poemetti; 1903 i Canti di Castelvecchio e l'anno
successivo i Poemi conviviali. Costretto a ripetuti spostamenti, il poeta ebbe per tutta la
vita il pensiero costante di ricostruire il nido familiare funestato da tanti lutti. Chiamò quindi
a vivere con sè le due sorelle nubili Ida e Maria, detta Mariù, e quando, nel 1895,Ida
decise di sposarsi ed allontanarsi dal nido, Pascoli ne fu duramente ferito. Accanto a lui
rimase solo Mariù, custode e vestale di questo legame di sangue un po' morboso. Nel
1895 il nido venne spostato a Castelvecchio di Barga (Lucca), la casa diventò per Pascoli
una sorte di buen retiro. Durante gli ultimi anni della sua vita Pascoli volle assumere il
ruolo di poeta ufficiale impegnato a celebrare la patria con componimenti raccolti in Odi e
inni, Poemi italici, poemi del Risorgimento e Canzoni di Re Enzio. Morì colpito da un
tumore il 6 Aprile 1912.!
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LE COSTANTI LETTERARIE!
Nella pratica della poesia egli ha sperimentato molti registri: elegiaco, epico, lirico,
fiabesco, celebrativo, inoltre ha tratto materia d'ispirazione dalla vita come dalla tradizione,
dalla natura, dalla società dal mito, mostrando un'estrema versatilità del suo ingegno.
Tuttavia i suoi testi hanno un'impronta singolarmente unitaria. Tutta la sua poesia nasce
dalla ferita dell'assassinio del padre, come tentativo di medicare il dolore causato dalla
malvagità umana, si consolare le vittime della violenza, tutta la poesia di Pascoli sembra
obbedire alla necessità di elaborare il lutto. Proprio perchè l'uccisione del padre,
distruggendo il nido familiare, ha spezzato in due la vita di Pascoli, tra un "Prima" felice e
spensierato e un "poi" drammaticamente critico, si genera in lui un meccanismo regressivo
che spinge indietro il suo immaginario poetico a quel "prima" che gli appare come il tempo
dell'Eden. Questa regressione si manifesta nel nido,isola felice al riparo dalle insidie del
mondo;imbocca poi tre direzioni: una regressione anagrafica cioè l'idealizzazione della
fanciullezza; una regressione sociale verso il mondo arcaico della campagna, laborioso ed
armonico; infine una regressione storico-culturale verso i primordi della civiltà occidentale,
che coincisero anche con le origini della poesia.!
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LE OPERE!
La produzione pascoliana appare ben intricata perchè l'autore, per lunghi anni, ha lavorato
a 3-4 anche 5 opere simultaneamente. Pascoli è sostanzialmente un poeta sincronico che
non può essere suddiviso in fasi, periodi o stagioni, ma possiamo ricondurre la sua intera
poetica al comune denominatore di una poetica e di un'ideologia, pienamente illustrata ne
Il fanciullino. !
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IL FANCIULLINO!
Un'anteprima del Fanciullino, con il titolo Pensieri sull'arte poetica, uscì nel 1897. Il testo
integrale comparve solo nel 1903 ad apertura del volume di prose Miei pensieri di varia
umanità; questo scritto è considerato una sorta di "Magna Charta" del proprio pensiero
sulla poesia. Tutta la riflessione portata avanti dal poeta ruota attorno alla figura cardine
del "fanciullo eterno" ,la fanciullezza viene assunta anche a modo di essere, a tipo di
conoscenza. Per un tratto della nostra esistenza, da bambini, in noi non esiste altro che il
fanciullino, riassuma la nostra essenza; a poco a poco si forma un io adulto diverso da
quello infantile; nonostante venga messo a tacere il fanciullino resta sempre dentro di noi,
e a tempo debito si manifesta. Allora ci rendiamo conto di saper provare sentimenti puri e
incontenibili, di avere la capacità di stupirci, di desiderare la bellezza e l’innocenza, di
essere in grado di sognare.Il fanciullino per Pascoli designa la sfera irrazionale, l’immagine
che meglio riassume il pensiero dell’autore in merito all’ispirazione artistica è quella di
Omero (poeta per antonomasia) che, vecchio e cieco, viene condotto per mano da un
fanciullino. Ma se dunque Omero vede con gli occhi del fanciullino, ciò significa che il
fanciullino è la poesia stessa, anzi è l’anima poetica. Il poeta scrive sotto dettatura e a
suggerire le parole è il fanciullino che è dentro di lui. Il poeta non si affida agli strumenti
della scienza positiva e non ne condivide le finalità; Omero ha perduto la vista e il suo è
diventato uno sguardo interiore. Egli è un “veggente”, il voyant (Rimbaud), che osserva il
mondo con gli occhi della poesia. Lo sguardo del poeta veggente mira alle verità sublimi.
La sua conoscenza è metafisica, che sa spingersi dove né scienza né ragione hanno
accesso. La conoscenza “poetica” del mondo consentita dal fanciullino avviene per via
immediata ed intuitiva, senza calcoli nè dimostrazioni. Il poeta veggente ha dalla sua una
facoltà divinatoria che gli mostra con assoluta chiarezza e da subito ciò di cui gli altri
nemmeno si accorgono. Ci troviamo dunque in pieno Simbolismo (Baudelaire,
corrispondenze che il poeta iniziato coglie in seno ai volti diversi della natura). Secondo
Pascoli il poeta, nel guardare le cose, deve assumere lo stesso atteggiamento del
fanciullo che non presume di sapere e dunque non fa affidamento sul suo bagaglio di
nozioni; per apprendere il fanciullino pascoliano sfoglia il libro aperto della natura; il nuovo
non s’inventa: si scopre, si inventa ciò che non esiste, si scopre ciò che c’è già. Il poeta
non è né un filosofo né uno scienziato, conoscere per lui significa riconoscere. La poesia
ha il sapore dell’illuminazione (Rimbaud). La natura per Pascoli non è soltanto una “foresta
di simboli” ma anche un’orchestra di suoni, le voci della natura diventano onomatopee. A
lui importa decrittare il messaggio implicito nelle manifestazioni sonore. Oltre alle
onomatopee utilizza molto figure retoriche di suono, come l’allitterazione e l’assonanza,
e costruisce un linguaggio fonosimbolico, in cui i suoni danno luogo ad una trama di
richiami all’interno. Tra i compiti attribuiti alla poesia c’è anche la funzione di dare un
nome alle cose, o meglio alle verità scoperte nelle cose, di tradurle in parole. Il nome
diventa il senso stesso delle cose: l’atto poetico del nominare è un atto di conoscenza.
Poichè le verità esistono a prescindere dall’uomo, il poeta che le contempla non può
arrogarsi la licenza di attribuire loro il significato che più gli aggrada. Poichè rappresenta la
verità ontologica della cosa, la parola poetica è sempre unica e necessaria e non può
essere manipolata, pena il travisamento della verità. Per questo Pascoli quando deve
designare un oggetto, al nome generico preferisce il nome proprio, per conferire un
religioso rispetto della verità della cosa, di cui il nome proprio è garante. Tocca perciò al
poeta, onorando anche così il suo ruolo di “Adamo che per primo mette i nomi”, introdurre
queste parole d’uso locale o settoriale nella poesia e al tempo stesso nei dizionari della
lingua italiana, arricchendone in tal modo il patrimonio. Il nome proprio viene sostituito
dall’analogia, figura fatta apposta per associare le cose, per mettere in risalto gli aspetti
comuni; con una sola parola comunica due pensieri, l’analogia non collega due oggetti
singoli o due serie di pari grado, ma un singolo oggetto direttamente con il mondo intero.
La figura retorico-concettuale equivale a questo tipo di analogia è perciò quella della
sineddoche: nella minima parte è contenuta la verità del tutto. La vera fonte di ispirazione
per Pascoli sono le piccole cose, il poeta tratta il piccolo come se fosse grande, egli riesce
a nobilitare la materia più umile, conferendole un respiro addirittura metafisico. Quello è
stato chiamato il “sublime del basso”. Accontentarsi, e anzi gioire del poco è la migliore
medicina contro il dolore e l’invidia, perché a chi si accontenta non manca nulla. Anch’egli
insegue il “giusto mezzo”; Pascoli venne maturando, con gli anni, una nuova visione
politica: un socialismo “addomesticato” che ha rinunciato alla lotta di classe a che,
aderendo alla causa della rivendicazione della terra da parte die contadini, sfocia nel
vagheggiamento di una società di piccoli proprietari terrieri. Il sostrato socialista di questa
visione va ravvisato nell’abolizione del rapporto antitetico tra “servo” e “padrone” che sta
all’origine di tutte le discriminazioni, di tutte le invidie e di tutte le lotte sociali. La poesia ha
per Pascoli una suprema utilità morale e sociale, perchè vuole allontanare da sè il male in
quanto “impoetico”. In questo senso si può dire che il poeta è per sua natura socialista.
Pascoli distingue tra “poesia pura” e “poesia applicata” allo stesso modo in cui distingue
tra poeta e agitatore politico. é solo la sua spontanea inclinazione al bello e al buono che,
riflessa nella poesia, si risolve in azione feconda di umano progresso. Pascoli osserva
inoltre che i poeti italiani mostrano troppa rifinitura formale e troppa sapienza, troppa
cultura, mentre dovrebbe restituire al lettore un senso naturale di freschezza. Secondo
Pascoli il fine ultimo dello studio deve essere quello di restituire l’uomo alla sua ingenuità,
la poesia di Pascoli è effettivamente fresca e a prima vista facile quando in realtà si tratta
solo di un’apparenza, poiché è tecnicamente provvedutissima e molto più profonda
suggestiva di quanto non sembri.!
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MYRICAE: !
Il primo libro poetico di Pascoli, i testi più antichi risalgono addirittura agli anni settanta. Il
titolo comparve solo nel 1890, in testa a nove liriche pubblicate sulla rivista fiorentina "Vita
Nuova". Dopo numerosi stampe la definitiva, del 1900, contiene 156 poesie. Myricae è la
forma latina plurale della parola "tamerice", o "tamarisco", piccolo arbusto di scarsa
attrattiva estetica e di umile impiego: i suoi fuscelli venivano utilizzati per realizzare
rudimentali ramazze o per accendere il fuoco (comunissimo cespuglio). Appare evidente il
carattere evocativo del titolo:le tamerici sono il simbolo di un mondo umile, legato alla
terra. Richiamano inoltre un luogo geografico ben preciso, quello dove il poeta aveva
trascorso la sua fanciullezza. Pascoli ha deciso di ricorrere ad un titolo in latino spiegando
che myricae è "la parola che usa Virgilio per indicare i suoi carmi bucolici,poesia che si
eleva poco da terra":l'aggettivo umile deriva dal latino humus, "terra". Quindi se l'arbusto
rimanda all'estrema semplicità della materia trattata e dello stile, il nome latino è un
omaggio al poeta delle Bucoliche e un'allusione al genere letterario in cui Pascoli intende
collocare la sua raccolta. Anche Myricae è un libro bucolico poichè canta la natura in
particolare nelle sezioni Dall'alba al tramonto,L'ultima passeggiata, In campagna,
Primavera,Alberi e fiori, tuttavia il motivo bucolico appare disseminato un po' dappertutto.
L'incremento numero delle poesie comportò un riassetto delle loro articolazione interna,
nella versione definitiva le 156 liriche appaiono disposte all'interno di 15 sezioni di
consistenza variabile, intercalate da sedici testi a sé stanti. Pascoli adotta il criterio della
varietà, accostando motivi diversi e riprendendo temi simili a distanza, creando un sottile
intreccio circolare. Le prime Myricae pubblicate sulla "Vita Nuova" recano la data del 10
Agosto 1890, anniversario dell'assassinio del padre: ciò significa che fin dall'origine, il libro
è stato legato a questa tragedia. In apertura all'edizione del 1892 compare la dedica a
"Ruggero Pascoli, mio padre" e subito dopo una prefazione che ne rievoca la morte
violenta. Pascoli prende spunto dal Giorno dei morti per rammentare tutti i suoi cari. Molto
presente dunque è il tema funebre (La civetta,Il bacio del morto, Placido, I due cugini...) e
si insinua un po' dappertutto interpretando quasi l'opera come un romanzo dell'orfano.
Pascoli si ferma a contemplare tanto il bene assicurato da madre natura ai suoi figli quanto
il male provocato dalla malvagità degli uomini, da qui il carattere universale del libro,
dove la dimensione privata assurge a visione del mondo. Il nido è il luogo simbolico in cui
si intersecano le due grandi direttrici tematiche di Myricae: quella bucolica e quella
mortuaria. Si collocano al centro del simbolismo pascoliano, per la frequenza con cui
compare e per la ricchezza di connotazioni semantiche che lo contraddistinguono. è il
luogo degli affetti, teneri fino al limite del morboso; notiamo il carattere regressivo del nico
pascoliano da cui è vietato staccarsi perchè ogni allontanamento è traumatico e tornare è
sempre un tornare indietro grazie al ricordo; il nido non è più un ricovero temporaneo ma
diventa una permanenza, una condizione immobile di beatitudine, prolungabile all'infinito.
Il poeta cerca nella natura un riparo dalla violenza della storia e la sua collocazione può
essere solo rurale, non sarebbe immaginabile in città. La simbologia del nido si sposa, in
Pascoli, con la poesia bucolica di Virgilio, generando la visione di un luogo edenico;ma
contro la malvagità degli uomini non c'è nido che tenga: così il luogo dell'idillio diventa
teatro del dramma perennemente insidiato da nemici. In nido è il campo dove il bene, la
natura e la vita si danno battaglia con il male, la storia e la morte. Pascoli si rivela un
grande sperimentatore di forme metriche: trisillabo, endecasillabo, ma il più pascoliano è il
novenario. Notiamo un'assenza totale dell'endecasillabo sciolto (Poemi conviviali) e della
terzina dantesca (Poemetti). Pascoli non vuole darci una fotografia realistica o pittoresca
della realtà, gli preme solamente cogliere nella natura e nelle occupazioni umane il senso
metafisico del mondo e della vita. Egli non descrive, non spiega, ma evoca, suggerisce,
allude. Si avvale dell'onomatopea, carattere distintivo del suo linguaggio.Altro aspetto è la
frantumazione paratattica del verso, ossia l'abbandono della complessa sintassi a favore
di una struttura sintattica in cui a prevalere è la coordinazione. Il cammino indicato da
Pascoli è quello di una poesia essenziale concentrata sugli atti o sugli oggetti simbolici.
Egli apre diverse poesie con la congiunzione "e" la quale presuppone l'esistenza di un
retropensiero non verbalizzato. !
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I CANTI DI CASTELVECCHIO!
Legame con Myricae: infatti Pascoli utilizza la stessa epigrafe virgiliana che aveva
accompagnato la stampa della sua opere prima e cioè il secondo verso della quarta
egloga delle Bucoliche, questo ci fa intendere che ci muoviamo sempre all'interno del
genere bucolico. Se la raccolta precedente rappresentava la fioritura primaverile, i Canti
di Castelvecchio sarebbero le sue myricae autunnali. Se Myricae è il libro della
fanciullezza a San Mauro, I canti di Castelvecchio fanno riferimento al presente del poeta
e al suo nido ritrovato. Il motivo del romanzo familiare entra ossessivamente in scena sin
dalla Prefazione con uno sfondo cimiteriale; la poesia trova in Pascoli giustificazione in
quanto risarcimento contro il destino crudele che ha infierito sui suoi cari, risponde ad una
funzione "riparatrice", come richiamarli in vita.!
Elementi di discontinuità: innanzitutto il titolo ricalca i Canti di Leopardi, fa pensare a
componimenti dalla solida architettura,tutta un'altra cosa rispetto al respiro corto delle
Myricae. Nei Canti di Castelvecchio inoltre il virtuosismo metrico di Pascoli si misura con
strutture più complesse e raffinate, notiamo l'utilizzo della "rima ipermetra". Di solito di
definiscono "ipermetri" i versi che hanno una sillaba in eccesso rispetto alla forma metrica
scelta. Pascoli sfrutta questa violazione dello schema, facendo in modo di rientrare
nell'ordine salvando tanto la regolarità sillabica quanto la concatenazione delle rime. I
Canti presentano poi qualche tratto peculiare a livello tematico e lessicale. In Myricae
Pascoli non ha bisogno di descrivere in dettaglio la cultura della terra di San Mauro perchè
lì era nato e cresciuto; nei Canti è spinto a trasfondere in poesia le caratteristiche del
nuovo ambiente aggiungendo una componente di folclore assente in Myricae, legata ai
mestieri e alle abitudini della gente garfagnina e intessuta di proverbi e credenze popolari.
Pascoli cerca nel deposito millenario della cultura popolare quelle stesse verità esistenziali
e metafisiche che il fanciullino di Myricae aveva colto nelle voci della natura. Nel buen
retiro si sono conservate forme di civiltà più arcaiche, custodi di una sapienza naturale.
Ora che la letteratura iniziava a celebrare la civiltà della macchina e del progresso è
compito del poeta recuperare e trasmettere le antiche tradizioni, prima che la
modernizzazione spazzi via questa sapienza. Siamo in un linguaggio post-grammaticale
fatto di termini tecnici ascrivibili all'ambito delle arti e dei mestieri, e di inflessioni
vernacolari. !
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POEMETTI: !
La raccolta di divide in Primi poemetti (1904) e Nuovi poemetti (1909), formano un
dittico ed in cima ad entrambi fece stampare l'epigrafe "paulo maiora" = "cose un po' più
grandi", lasciando intendere che la materia in essi affrontata è lievemente più alta rispetto
alle altre due raccolte. Tra i due libri di Poemetti e le altre due raccolte c'è però una
sostanziale unità, garantita dal ritorno delle medesime tematiche e dei medesimi scenari: il
mondo della campagna, il motivo funebre,il sogno di un'umanità più buona. Anche qui
abbiamo una dedica, questa volta alla sorella Maria (Myricae al padre e Canti di
Castelvecchio alla madre). Quello che cambia però è lo sviluppo più arioso, il tono più
solenne, il taglio meno lirico-simbolico e più narrativo-descrittivo dei componimenti. Il
linguaggio è aulico, di stilemi e di topoi classici, utilizza la terzina dantesca. Il nucleo
principale Il nucleo principale è definito “romanzo georgico”, vi si narra infatti di una
famiglia di contadini della Garfagnana osservata nella sua vita quotidiana, tra nascite e
morti, dall’inizio di un autunno al termine dell’estate successiva. Nei Primi poemetti
esordisce con le sezioni La sementa, dedicata alla semina del grano, e L’accestire, al suo
spuntare, crescere e mettere le foglie alla base dello stelo. Nei Nuovi poemetti La fiorita,
che annuncia la primavera, e La mietitura, che ci porta in estate, chiudendo il ciclo del
grano e delle stagioni. A margine si collocano quattro lunghi componimenti a sé stanti: Il
vecchio castagno e Le armi; i Filugelli e La vendemmia. Veniamo così introdotti in una
civiltà semplice e laboriosa; se il dittico Myricae-Canti di Castelvecchio mette in luce
l’animo bucolico di Pascoli, i Primi e i Nuovi poemetti posso essere ascritti al genere
“georgico” (Virgilio). Pascoli realizza una celebrazione, ideale e politica, della civiltà
contadina. Il suo è un mondo armonico, idillico, arcaico e patriarcale. Alla luce dell’intento
celebrativo si comprende il registro sublime, la patina classica e letteraria che spalma sui
testi disseminandoli ad arte di termini aulici. Svolgendo in maniera esemplare l’utopia
contadina, Pascoli esalta uno stile di vita che si fonda sul lavoro dei campi e sulla sobrietà
dei bisogni, immaginando una società di piccoli possidenti terrieri in pace con tutti. Il
portavoce dell’ideologia pascoliana è il “capoccio” cioè il padre della famiglia contadina.
Secondo Pascoli una nazione di piccoli agricoltori avrebbe potuto porre fine,a suo giudizio,
al dramma dell’emigrazione stigmatizzato in Italy (poema che chiuse i Primi poemetti). In
questi due libri il poeta “georgico” non si limita però a prospettare un modello di società,
affronta una serie di riflessioni di più astratto respiro, che trovano posto in apposite
sezioni, due per libro: Il bordone-L’aquilone e I due fanciulli- I due organi, nel primo; Il
naufrago- il prigioniero e Le due aquile-I due alberi, nel secondo. Il bordone-L’aquilone
sviluppa il tema della morte come destino comune di tutto il creato. La morte infatti è
l’unico punto fermo, l’unico destino certo di un’esistenza avvolta nel mistero. Questo senso
del mistero è evocato da Pascoli nella sezione I due fanciulli-I due orfani. Tutte le grandi
domande dell’uomo sono destinate a rimanere senza risposta, l’unica plausibile allo
smarrimento in cui tutti sono ugualmente immersi è, per Pascoli, la solidarietà. Il naufrago-
Il prigioniero promuove una filosofia della bontà e della sopportazione di fronte agli
inevitabili “naufragi” e “ceppi” della vita. Più tenue il filo che congiunge i quattro testi della
sezione Le due aquile- I due alberi, vi affiora l’alternativa tra l’egoismo e la rapacità, la
carità fraterna di chi accoglie il bisognoso che bussa alla porta.!
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I POEMI CONVIVIALI!
inizialmente 19 poemi, a cui pascoli volle aggiungerne uno nell’edizione definitiva del
1905. Il concepimento della raccolta è all’inizio degli anni 90. Per lungo tempo si è creduto
che il titolo fosse un omaggio alla rivista che ne aveva pubblicato i primi componimenti
(Convito), in realtà il titolo va ricondotto nella poesia greca quanto nella latina, era esistito
infatti un filone di carmina convivalia cioè liriche composte per allietare i banchetti, di cui il
titolo pascoliano è la traduzione letterale. Non a caso il poema Solon tratta appunto il tema
della poesia che allieta la tavola imbandita. L’autore afferma che il banchetto è la cornice
ideale per la poesia e anche l’occasione e il luogo in cui essa storicamente ebbe origine;
riannodare le fila della poesia conviviale significa tornare ai primordi della poesia,
confrontandosi con la sua essenza originaria. Il recupero delle ragioni fondanti e della
modalità formali della poesia dei primordi è l’equivalente della poetica del fanciullino e
della predilezione per il mondo arcaico e contadino. Il meccanismo è sempre lo stesso:
un cammino a ritroso, dall’adulto al bambino, dalla città alla campagna e dal moderno
all’antico. Subito dopo Solon Pascoli inserisce altri due testi che possono definirsi
“metapoetici”, che illustrano cioè la natura della poesia e il destino del poeta: Il cielo di
Chio ripercorre la storia di una vocazione poetica, e La cetra d’Achille, fa una distinzione
tra la funzione dell’eroe e quella dell’aedo. Nei Poemi Conviviali Pascoli riprende miti,
leggende e la storia del mondo antico, greco e romano, dal ciclo troiano fino alla nascita di
Gesù che segna l’inizio dell’era cristiana. Pascoli intende istituire un confronto con il
mondo antico, prima culla della civiltà occidentale, per stabilire cosa vive ancora di esso e
cosa invece è morto. Ne risulta un’immagine intrisa di pessimismo. Gli eroi che sfilano nei
Poemi Conviviali sono figure su cui incombe l’incontro con la morte, naturale o violenta
che sia. Solo la poesia può riconciliare l’uomo con il suo destino perché da sfogo al dolore,
rendendone più tollerabile, perfino dolce, la memoria. La poesia di segno colto e
classicheggiante è intessuta di citazioni e allusioni, non ambiva a creare nulla di nuovo,
ma riprendeva una materia già oggetto di canto, variandola con estro e sviluppandone,
magari, episodi secondari. A Pascoli preme diffondere un messaggio umano e civile,
consacrarsi alla vita di tutti, non solo agli eroi, non meno degni dell’onore di un canto. !
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PASCOLI LATINO!
Ideale prosecuzione dei Poemi Conviviali si possono considerare i Carmina in latino,
trattano tutti di vicende e personaggi dell’antica Roma. Lo stile e i temi di queste poesie
sono in tutto assimilabili a quelli dei componimenti in italiano, egli attinge a episodi
marginali della Roma imperiale, prestando attenzione ai tanti umiliati ed offesi di quel
mondo. Ad essi viene dedicata la sezione dei Poemata christiana, dove Pascoli esalta il
messaggio di pace, di bontà e di redenzione introdotto dalla nuova religione. Pur senza
accogliere i dogmi, Pascoli non esita a riconoscere la portata storica del cristianesimo,
considerato il promotore di un’autentica rivoluzione morale che non poco ha contribuito
all’elevazione dell’umanità. Mosso da un intento patriottico e civile, Pascoli diventa
celebrativo. Dal Medioevo delle tre Canzoni di Re Enzio ai tre Poemi italici, agli incompiuti
Poemi del Risorgimento, alla raccolta Odi e Inni e ai due inni A Roma e A Torino, Pascoli
ripercorre la storia dell’Italia per episodi salienti, portati ad altezza di mito. Ne risulta una
gloriosa epopea nazionale. Pascoli coglie l’occasione per esporre la sua visione politica di
socialista umanitario, imbevuto di quietismo cristiano e di patriottismo nazionalista.!
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CRITICA!
Egli fu considerato per molto tempo un tipico rappresentante del nostro Decadentismo,
un’interpretazione ottusa della poetica del fanciullino gli attribuirono la destinazione delle
opere ad un pubblico di scolaretti. A segnare la svolta tre articoli che convergono sulla
dimensione stilistica dell’opera pascoliana scritta da Pier Paolo Pasolini , Alfredo Schiaffini
e Gianfranco Contini. All’inizio degli anni sessanta si devono poi due contributi della critica
marxista. La poesia pascoliana si è offerta come terreno propizio all’indagine psicologica.!
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BRANI!
La poetica del fanciullino: da Il fanciullino; I passi estratti dai primi tredici capitoletti del
Fanciullino delineano la poetica di Pascoli e riassumono alcuni punti cardine della sua
visione sociale e della sua ideologia politica. La fanciullezza non è soltanto una stagione
della vita ma una dimensione permanente dell'uomo; solitamente "disattivato", lasciato in
uno stato di latenza, esso si riaffaccia se si viene scossi da qualche circostanza,
personifica la sfera irrazionale dell'uomo. Questa è anche l'indole del poeta, la poesia è
dunque un modo di guardare e nominare le cose suggerite dal fanciullino, che abita nel
cuore del poeta e gli detta ciò che gli serve. Egli scopre con un moto immediato ed
intuitivo le grandi verità nascoste dietro le cose, può essere anche cieco come Omero ma
il fanciullino lo rende veggente, cogliendone la verità universale. Le grandi verità sono a
portata di mano, il poeta invita a contentarsi del piccolo e del poco; l'ideologia pascoliana
consiste in un socialismo senza lotta di classe, umanitario, solidale e arcaico. Pascoli
denuncia la mancata spontaneità e naturalezza di buona parte della poesia italiana, che
sa troppo di imitazione; bisogna trovare una poesia dell'innocenza, che sappia opporre
l'autenticità dell'ispirazione agli artefici della tradizione lirica. Pascoli si candida ad
iniziatore della poesia moderna, non la rifiuta, vuole rileggerla in una nuova prospettiva. La
prosa procede per enunciati incontestabili, il fanciullino scopre le verità insite nelle cose
del mondo arrivandoci per illuminazione. Si esprime per immagini, figure retoriche ed
esempi, notiamo l'utilizzo di perifrasi, similitudini e metonimie. !
Il tuono: da Myricae, forma un dittico con il testi che nella raccolta lo precede, intitolato Il
lampo. La poesia descrive il rumore del tuono, lo spavento di un bimbo nella culla a cui la
madre porge subito un rassicurante soccorso, facendolo riaddormentare. Il tuono è una
"poesia dell'ascolto" interamente affidata a sensazioni acustiche. Due sono gli eventi
sonori che catturano l'attenzione del poeta: prima il rimbombo prolungato e modulato del
tuono, poi il canto della madre. Pascoli sceglie parole in cui l'allitterazione martellante imita
l'evento atmosferico. A proposito di questi versi si è parlato di "impressionismo", infatti per
descrivere il tuono si affida ad impressioni sonore. Il tuono non è più soltanto un fenomeno
atmosferico collegato ad una scarica elettrica, ma diventa l'emblema di una realtà ostile,
aggressiva e terrificante: rappresenta il male che incombe sulla vita di ognuno. La
riproduzione sonora del tuono mira ad enfatizzare risonanze interiori, emotive, che il suo
ascolto ha generato nel fanciullino, è "fonosimbolico", nel senso che i suoni verbali
acquistano connotazioni simboliche evocando verità. Colpisce la totale indeterminatezza
dei protagonisti e dei luoghi che rimangono appunto indistinti. Il tema saliente è la funzione
protettiva svolta dal nido pascoliano, di cui è qui espressione la culla, nei confronti della
realtà minacciosa che ne insidia i membri. Il male rimane all'esterno della casa, viene
neutralizzato dall'amore materno. !
Il piccolo bucato: da Myricae; il motivo ispiratore è tipicamente pascoliano: una povera
casa colpita dal lutto, nella quale tuttavia qualcuno si prende amorevole cura di un bimbo
in fasce, mentre fuori infuria la tramontana, simbolo della violenza e delle asprezze della
vita. Il rabbioso vento di tramontana che agita il neonato si carica di un sovrasenso
simbolico, sembra infatti accanirsi con tutto ciò che incontra nel suo cammino. Diventa
un’evocazione simbolica del male, l’emblema di tutte le violenze che si abbattono senza
tregue addosso a chiunque. Notiamo un sapiente uso di allitterazioni e consonanze che
producono sonorità aspre; il suono in questa poesia diventa a tutti gli effetti parte
integrante del messaggio, fornendo una descrizione acustica della natura e facendosi, ad
un livello più profondo, di allusività fonosimbolica, esso stesso veicolo di senso. A
rafforzare il carattere simbolico della scena c’è la casa, unico riparo dalla furia del vento; Il
poeta ignora il mondo circostante per mettere in luce il valore esclusivo della dimora. Solo
la famiglia offre un rifugio, un nido, che è però anch’esso colpito a morte, perchè la morte
lo ha visitato portandosi via qualcuno della famiglia. Si ode all’interno del nido il canto di
una ninna nanna che rasserena il bimbo nella culla facendolo addormentare, è l’unico
antidoto alle minacce del mondo, è il luogo in cui l’amore allevia le ferite.!
X agosto: da Myricae, la poesia rievoca a distanza di tanti anni, la brutale uccisione del
padre avvenuta il 10 agosto 1867, mentre tornava in calesse da Cesena, portando doni
per i figli; la lirica svolge in maniera perfettamente simmetrica la sequenza tragica delle
morti (della rondine e del padre). I parallelismi e le molte riprese letterali danno alle 2
quartine dedicate alla rondine e alle 2 riservate al padre una scena come se fosse il
duplicato dell'altra. C’è anche una perfetta corrispondenza di tempi verbali: l’uccisione è
rievocata col passato (tempo della vita troncata) mentre la descrizione del cadavere è
svolta al presente (persistenza della morte). Il fanciullino pascoliano non alimenta la
spirale dell’odio e della vendetta, cerca anzi di spezzarla. Egli è giunto alla medesimo
conclusione di Manzoni: solo il perdono può porre fine all’inutile e brutale spargimento di
sangue. Il tema del perdono affiora anche in altri testi poetici (Giorno dei morti). L’idea di
giustizia del Pascoli maturo passa attraverso la comprensione e la bontà per chi è nella
sofferenza. Entriamo così nella “religione della pietà”. X agosto è una delle più celebri
epifanie del nido, a nessuno è dato di possederne più di uno; in questa poesia il nido ha
funzione ricreativa ed alimentare (Tuono- protettiva), la rondine e il padre qui sono colore
che provvedono al sostentamento delle nidiate assicurandogli tutto il necessario per
vivere. La loro funzione è di esporsi ai pericoli del mondo, mentre i piccoli restano al
riparo; quando un genitore soccombe la tragedia si ripercuote però su tutta la famiglia, il
nido in questa poesia viene irreparabilmente infranto. !
L’assiuolo: da Myricae, in una notte chiara di luna dai campi si leva il verso di un assiolo,
cui il poeta attribuisce cattivi auspici e oscuri presagi di morte. Questa è un lirica molto
complessa e sottile, dove il quartetto idillico di un notturno bucolico viene guastato dalla
nota stridente della morte, che si insinua nel paesaggio e nell’animo del poeta fino a
pervaderli di tristi presagi. I pochi indizi ci suggeriscono un luogo aperto, donde
provengono voci e rumori, tutto è sfuggente e lasciato nel vago. Tutta la realtà viene
sottoposta a un singolare straniamento, le cose si trasformano scambiandosi tra loro
grandezze e funzioni. L’applicazione del codice simbolista delle “corrispondenze” da sì che
nulla sia più lo stesso: la realtà sembra apparire attraverso una lente deformante. Una
nebbia leggera avvolge il cielo, i contorni si sfumano, Pascoli adotta la tecnica dello
“sfocato”, la natura risulta ambigua ed enigmatica. Occorre quindi un fanciullino per
accorgersi che le cose non sono come sembrano e che il mondo contiene un messaggio
nascosto. La verità è racchiusa nel verso misterioso dell’assiolo. Assistiamo ad una
progressiva messa a fuoco del senso del messaggio: il verso dell’assiolo evoca il destino
di morte che incombe su tutto e ne fa memoria. Per questo è introdotto e accompagnato
da un corteo di immagini, di ricordi e di riti che rinviano la pensiero dominante. L’incanto
del nido viene turbato:la morte infatti penetra anche nel suo guscio lasciandolo desolato.
Onomatopea. !
L’ora di Barga: da Canti di Castelvecchio; Libero dagli impegni Pascoli si ritirava in
Garfagnana. Il poeta aveva l’abitudine di andare a passeggio pr le stradine dei dintorni,
sedendosi in luoghi ombrosi per stare un po’ solo con se stesso a ricordare. Prima di
incamminarsi Pascoli indugia non riuscendosi a staccare facilmente dal suo passato e da
tanto incanto. La lirica sviluppa un dialogo immaginario tra il poeta e le campane che
battono le ore, sta per scendere la sera: è tempo che il poeta torni a casa. Pasoli chiede di
potersi trattenere ancora qualche minuto per contemplare con gli occhi del fanciullino le
tante curiosità della natura, poi per raccogliersi in sé stesso e riaprire i conti con il proprio
passato. Pascoli ci dà in questa poesia un ritratto di sé in quanto poeta nella scelta del
cantuccio all’ombra,l’oggetto della sua attenzione rappresentato dalla natura e il tema del
lutto.Pascoli sottopone suoni, voci e rumori rendendoli con un’onomatopea
preoccupandosi di attribuire loro un senso intelligibile, di farne cioè dei messaggi a tutti gli
effetti. La ripresa dell’onomatopea rientra nella tecnica della ridondanza cui Pascoli ricorre
in questo testo, disseminando di figure della ripetizione. La combinazione di queste figure
rende i rintocchi delle campane ed esalta la struttura sinfonica del testo. !
La tovaglia: da Canti di Castelvecchio; Alla sorella di Pascoli avevano trasmesso una
credenza: se la sera dopo cena non si sparecchia la tovaglia “vengono i morti” e
rimangono seduti tutta la notte intorno alla mensa. Essa però, mossa a pietà, lascia
deliberatamente la tavola apparecchiata; arrivano i morti e si sforzano di ricordare il
passato anche se gli costa “lagrime amare”. La proiezione nel passato è evidenziata
dall’uso dell’imperfetto; la sorella decide di non tenere i morti lontano da casa, l’affetto per i
defunti ha il sopravvento sulla paura, inducendola a disattendere le raccomandazioni
ricevute da piccola. I defunti appaiono in una luce amabile, entrano effettivamente in
scena si sforzano di ricordare pronunciando perfino qualche battuta con la loro presenza
confermano la veridicità della credenza popolare; Pascoli sposa la cultura contadina,
adottandone usi e credenze. Il folcore viene assimilato alle scoperte del fanciullino poichè
dietro il deposito di verità di riti e di tradizioni Pascoli avverte la presenza attiva di una
sorta di fanciullino collettivo. I morti costituiscono una presenza ingombrante, egli non li
immagina mai morti del tutto. La parola “ricordare” compare cinque volte in 12 versi, i morti
devono infatti compiere uno sforzo di memoria, immergersi in un passato che ormai
appartiene ad un altro mondo. Il ricordo è peraltro accompagnato dal risveglio della
tragedia, di cui sono prova le lagrime amare. Il nido familiare è stato violato. !
Il gelsomino notturno: da Canti di Castelvecchio; è un canto celebrativo del matrimonio
dell’amico bibliotecario Gabriele Briganti, che inneggia alle gioie e alla fecondità
dell’amore coniugale. Nella quiete notturna, mentre i fiori del gelsomino notturno si aprono
per l’impollinazione, nella camera da letto di una casa una coppia di sposi, unendosì, dà
vita ad una nuova creatura. La lirica è costruita intorno ad un’analogia: l’impollinazione dei
fiori a opera degli insetti che penetrano nel calice aperto e il rapporto sessuale fra un
uomo e una donna, che porta alla procreazione. L’esalazione di questo profumo
costituisce il vero leitmotiv della poesia, è un seducente profumo che si diffonde
progressivamente. Pascoli guarda tutto dall’esterno come un semplice spettatore che
osserva la scena da fuori, è una spia eloquente del sentimento di esclusione che egli
prova davanti alle gioie dell’amore coniugale. Il ricordo dei familiari morti pone un freno
inibitore al godimento delle gioie coniugale, simbolicamente espresso mediante l’analogia
dello schiudersi dei gelsomini. Il poeta non potrà partecipare a questo amore che genera
nuova vita perchè è impiegato ad elaborare il lutto. La sua funzione di “sacerdote del
lutto”, lo distoglie da ogni altro possibile destino. Il gelsomino notturno abbonda di
immagini del nido, oltre calla casa e il calice ci sono anche nidi veri. L’atto evocato nella
poesia sta all’origine dei nido, il poeta può solo guardare ad esso come ad un destino
mancato. !
Il fringuello cieco: da Canti di Castelvecchio; Questa poesia sviluppa in forma allegorica
il problema religioso, presentando le varie possibili opzioni in merito alla fese. In molti
paesi dell’Appennino tosco-emiliano si usava accecare i fringuelli per farne uccelli da
richiamo. Pascoli muove da questa crudele consuetudine per costruire una poesia
allegorica intorno al problema della fede nell’esistenza di Dio. Troviamo altri uccelli: la
cornacchia (l’uomo dubbioso),l’assiolo (miscredente), l’usignolo (debole), il merlo (uomo di
fede salda), l’allodola simbolo della fede più pura e il fringuello. Del fringuello descrive il
percorso di smarrimento, rimanda alla parabola dell’uomo moderno la cui scienza e cultura
positivista hanno provocato il suo accecamento allegorico. La perdita della fede è perciò
un aspetto dei più generale sconvolgimento prodotto dalla modernità. Pascoli non celebra
il progresso ma denuncia i danni e gli scompensi. Pascoli con l’onomatopea non si
accontenta di riprodurre le voci della natura ma cerca di interpretarle, di caricarle di un
messaggio intelligibile per l’uomo.!
Nei campi: da Primi poemetti; Descrive il momento della semina del grano, a cui il
contadino e i suoi figlio si dedicano dopo aver colto in alcuni segni della natura un invito a
non rimandare. L’interpretazione dei segni messi a disposizione da madre natura a
vantaggio dell’uomo spetta al capoccio, il contadino esperto, incarnazione dell’autorità e
della saggezza. Egli viene messo in allarme dal canto notturno del gallo, considerato un
segno di pioggia in arrivo. Pascoli trova insensato che l’uomo vada contro la natura o
presuma di prescindere dalle sue leggi, poiché lei è l’unica depositaria dell’unica sapienza
che possa guidare la vita e le opere dell’uomo. Il capoccio è portatore di sapienza
popolare, prima vengono i messaggi della natura collocati nei versi iniziali, e poi il tesoro
esperienziale di una cultura millenaria che a quelli, per altro, ha sempre fatto riferimento.
L’imperativo è il verbo solitamente utilizzato dal capoccio e caratterizza la sua posizione
dominante. Pascoli ci pone dunque un modello di famiglia patriarcale, ogni gesto ha la
precisione, il ritmo e la ieraticità di un rito. L’effetto nobilitante attribuito alla semina poi è
arricchito da latinismi e forme auliche.!
Il desinare: Da Primi poemetti; Pascoli si sofferma sulla descrizione di un’occupazione
domestica tipicamente femminile nella società contadina: la preparazione del pranzo.
Posa e sua madre preparano la polenta per il capoccio e i suoi due figli maschi, che
stanno arando. Essi consumeranno il pranzo direttamente sul campo, quindi mentre il
campanile batte mezzogiorno, le donne si affrettano per andare a rifocillare con vivande
calde gli uomini al lavoro. !
L’aquilone: da Primi poemetti; il poeta ritorna con il ricordo a due episodi della sua
infanzia: il volo degli aquiloni in una giornata primaverile di vacanza scolastica e la morte
prematura di un compagno di classe, Pirro Viviani. L’aquilone si colloca all’interno della
poetica della memoria, perché rievoca lontane immagini della fanciullezza urbinate del
poeta. La forza del ricordo è tale da fargli quasi perdere la percezione del presente:
dell’intensità di questa proiezione nel passato l’impiego del tempo verbale presente; è un
presente psicologico, nel senso che il ricordo è così vivo e fresco che la coscienza vi si
cala interamente. Pascoli spinge al massimo l’attualizzazione del ricordo: non ricorda ,a
rivive. Il tutto all’indietro riporta alla “magia dell’infanzia”, considerata primavera della vita.
Il volo nel cielo aperto è la grande metafora di questa stagione, nella loro ingenuità i bimbi
affidano ai capricci del vento la sorte. E il vento, forza cieca e imprevedibile, può
sospingere ma anche frenare, impennare allo stesso modo che abbattere com’è accaduto
a Pirro. La vita dell’uomo non meno che il volo di un aquilone è appena ad un filo, si
ricorda che Pascoli aveva più di un motivo per concepire l’esistenza in termini tanto
precari. Su questa filosofia della cattiva sorte s’innesta il tema leopardiano del disinganno
che accompagna la crescita e la maturazione di ogni individuo. Ripensando alla fine
inaspettata dell’amico Pirro, Pascoli lascia il presente psicologico del rivivere per tornare
all’imperfetto e al passato remoto del ricordare; l’evento traumatico della morte segna però
una fine irreversibile.!
Il libro: da Primi poemetti, sulla terrazza di una casa un libro è aperto sopra un leggio. Un
vento capriccioso, anzi due, si accaniscono a voltarne le pagine alternativamente, in un
senso e nell'altro. In questo continuo movimento dei fogli il poeta ravvisa l'opera ansiosa di
una mano invisibile. Ci troviamo nella casa di Castelvecchio dove Pascoli si era ritirato con
la sorella Mariù nel 1895. Qui viene evocato, per via simbolica, il tema del poemetto:
l'assillante rimuginare dell'uomo sul mistero del mondo. A volgere avanti ed indietro le
pagine del libro sono le folate irregolari di due venti contrastanti da nord e da sud. Ciò
produce nel poeta una strana suggestione: egli avverte la presenza di una mano invisibile,
come se a sfogliare quel libro fosse un fantasma. Il cielo nuvoloso evoca alcune
fantastiche creature di origine mitologica: chimere e sirene, proiezioni dell'essenza
enigmatica e sfuggente del mondo e del carattere illusorio delle spiegazioni che la scienza
e la filosofia ne forniscono. Il senso ultimo della vita per Pascoli rimane avvolto nel mistero
che resta sullo sfondo, come un traguardo inattingibile allo sforzo conoscitivo: a dominare
la scena è l'uomo che lo esplora e insegue. L'atto più nobile che l'uomo può compiere è
dunque contemplare il mistero. Il pensiero è la caratteristica più alta dell'uomo. La ricerca
dell'uomo resta però inappagata perchè la vita è mistero. Riprese anaforiche.!
L'ultimo viaggio: da Poemi conviviali; questo brano è una rivisitazione del mito di Ulisse
reso celebre da Omero e da Dante, cantato anche dal poeta Alfred Tennyson. Anche
l'Ulisse pascoliano, dopo aver sostato ad Itaca per alcuni anni, riprende la via del mare,
mosso da una brama di conoscenza; tuttavia non fa rotta verso l'ignoto ma si dirige oltre le
colonne d'Ercole tornando nei luoghi già toccati nel corso delle sue precedenti peripezie,
per verificare il senso degli incontri e delle esperienze che ha vissuto. Fa tappa nell'isola
dei ciclopi, sperando di incontrare Polifemo, ma scopre che lo spaventoso gigante è
solamente un vulcano in eruzione. Decide quindi di dirigersi verso le sirene ma si infrange
contro gli scogli perdendovi la vita, senza aver ottenuto risposta alle sue domande sul
senso dell'esistenza. Questo viaggio a ritroso è un'esperienza di dolorosa illusione: le
leggendarie imprese attribuitegli erano soltanto il frutto di una troppo fervida
immaginazione. Pascoli finisce per screditare la trasfigurazione mitica e l'idealizzazione
eroica della letteratura antica, svelandone il continuo travisamento della realtà. Viene così
allo scoperto l'inattendibilità del mito, contraffazione fantastica e deformazione dei dati
della natura. Permettere in evidenza il fraintendimento della verità operato dal mito,
Pascoli fornisce delle descrizioni volutamente ambigue mediante similitudine. La scienza
non basta all'eroe, non è in grado di scalfire il mistero insito nelle cose, non ne sa spiegare
l'essenza, la ragione, il destino. La sua interrogazione metafisica resta inappagata, senza
risposta. Rispecchia la condizione dell'uomo moderno, il cui disperato desiderio di tendersi
verso il mistero resta inviolato.L'unica conclusione certa è la morte, è un cammino fatale
inevitabile e prestabilito. !
Alexandros: da Poemi conviviali, il poema è dedicato alla figura di Alessandro Magno, il
più grande condottiero dell'antichità preromana. Pascoli lo immagina, giunto agli estremi
confini della terra e assalito dal pensiero della completa vanità delle sue leggendarie
imprese, perchè la realizzazione dei progetti è sempre inferiore alle attese e tutto "passa"
e "dilegua". Prima medita ad alta voce ed infine piange sulla misera fine di tutte le cose.
Egli è il filosofo del disincanto, l'uomo che, ottenuto quanto desiderava, se ne distacca
deluso, meditando sulla vanità del tutto. Nessun traguardo si è rivelato all'altezza del suo
desiderio, così finisce per rimpiangere il tempo in cui il suo cuore e la sua mente erano
ancora pieni di sogni e di speranza, abbandonandosi all'onda dei ricordi. Quello di Pascoli
è un eroe decadente,perseguitato dal desiderio insaziabile di pienezza e di assoluto che lo
spinge sempre avanti nella ricerca, ma abbattuto poi dal sentimento del fatale trascorrere
del tempo. Egli oppone così il valore della vita contemplativa qui incarnato dalla sorella e
dalla madre. Pascoli mette in luce la parabola fallimentare dell'eroe competitivo e bellicoso
affinchè risalti quell'idea di vita raccolta e affettuosa che egli aveva sostenuto da Myricae.
Il sogno qui trasfigura le cose, le fa più belle, più grandi, ma proprio per questo rende
l'esistenza più piacevole,eroica e degna di essere vissuta. !
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GABRIELE D’ANNUNZIO (p.h432)!
Nacque a Pescara il 12 Marzo 1863, padre di modeste origini, egli si chiamava in realtà
Rapagnetta, ma assunse il cognome dello zio adottivo, Antonio D’Annunzio, dal quale
aveva ereditato una discreta fortuna. Esordì 16enne nel 1879 con un libro di poesie, Primo
vere. Nel 1881 si trasferì a Roma dove collaborò con due vivaci riviste della capitale
“Capitan Fracassa” e “Cronaca Bizantina”, che gli aprirono le porte della fama letteraria e
dei salotti mondani. Nel 1882 pubblicò un libro di versi Canto novo e le novelle abruzzesi
di Terra vergine (carducciano in poesia e verghiano in prosa), egli concepiva la pratica
letteraria più come un mezzo per affermarsi e strappare l’applauso, Carducci e Verga
erano gli autori più rappresentativi dell’epoca. Attratto dalla vita principesca, sposò Maria
Hardouin di Gallese, finì per indebitarsi e molti creditori cominciarono a perseguitarlo,
costringendolo a ritirarsi per qualche tempo di Abruzzo con la moglie (periodo di
“splendida miseria”). Nel 1883 suscitò clamore la pubblicazione di una raccolta poetica,
Intermezzo di rime, parnassiana nella preziosità delle forme ma scandalosa per la
licenziosità dei temi affrontati. Nel 1884 divenne giornalista preso il quotidiano “la tribuna”
di Roma. Nel 1886 venne pubblicata una nuova raccolta di novelle, San Pantaleone, che
gli fece guadagnare un’accusa di plagio per aver attinto da opere altrui. Prima vera sintesi
del suo modo di concepire la vita come una continua opera d’arte è il romanzo Il piacere
(Treves- 1889). Nonostante la nascita di tre figli la sua infedeltà portò alla fine del suo
matrimonio. Per lavorare lontano dalle distrazioni trascorse lunghi periodi a Francavilla nel
convento di San Francesco di Paola, divenuto un cenacolo artistico-letterario. Sempre
attento a catturare i gusti del pubblico nel 1892 pubblicò il romanzo Giovanni Episcopo,
che si rifaceva ai modelli russi (Dostoevskij). Nel 1891, lasciato Roma per Napoli, allacciò
un’altra relazione amorosa con una principessa siciliana, Maria Gravina Cruyllas, moglie
del conte Ferdinando Anguissola di San Damiano e subì un processo e una condanna per
adulterio. Da lei ebbe due figli: Renata e Gabriele Dante. La traduzione in francese in un
altro romanzo, L’innocente (Georges Herelle), segnò il lancio del poeta a livello europeo.
Nel 1893 Treves pubblicò il Poema paradisiaco e le Odi navali, a riprova della straordinaria
versatilità dell’ingegno dannunziano. Nel 1894 fu la volta del Trionfo della morte, seguito
nel 1895 dalle Vergini delle rocce, manifesto ideologico del superomismo nietzschiano di
D’annunzio. Dopo una crociera in Grecia scrisse La città morta e Maia. L’incontro a
Venezia con Eleonora Duse lo spinse a comporre la tragedia Francesca da Rimini e Fuoco
(la Duse si nasconde dietro la Foscarina). Si trasferì con l’attrice in Toscana e lì pubblicò le
Laudi. Nel 1897 venne eletto in parlamento nelle file dei conservatori, per passare dopo 3
anni nelle file dell’estrema Sinistra. Nel 1900 si candidò con i socialisti e non venne
rieletto. La relazioni con la Duse si spense intorno al 1904 dopo che il poeta aveva
consacrato il proprio cuore ad un’altra donna, Alessandra di Rudinì. Nel 1911, pieno di
debiti, si trasferì per 5 anni in Francia, tra Parigi e Arcachon. Qui scrisse per la danzatrice
Ida Rubinstein un mistero medievale, Le Martyre de Saint Sébastien (Il martirio di San
Sebastiano), musicato da Claude Debussy. Sul “Corriere della sera” cominciarono ad
apparire Le faville del maglio, prose autobiografiche velate di malinconia, che segnano
l’avvio dell’ultima stagione letterario di D’Annunzio, intimistica e notturna. In occasione
della guerra di Libia compose, dichiarando il proprio esaltato nazionalismo, dodici Canzoni
delle gesta d’oltremare, si abbassò anche a scrivere sceneggiature per il cinema come
Cabiria (1914). D’Annunzio terminò l’esilio francese nel maggio del 1915, alla vigilia
dell’ingresso dell’Italia nella Prima guerra mondiale, in piena campagna interventista cui
prese parte arruolandosi come volontario e facendosi protagonista di innumerevoli azioni
militari nella zona del fronte. Nel 1916 venne ferito all’occhio destro, costretto al buio e
all’immobilità compose Il notturno, e partecipò alla “beffa” di Buccari, entrando con tre
MAS nel porto austriaco del Quarnaro e bombardando la flotta nemica, mentre il 9 agosto
lanciò volantini di propaganda patriottica sulla popolazione viennese. D’Annunzio fu tra i
più risoluti sostenitori dell’annessione all’Italia dell’Istria e della Dalmazia, in quanto terre
già venete, egli marciò su Fiume e la occupò il 12 settembre del 1919. Ebbe inizio così la
“Reggenza italiana del Carnaro”, tenuta dallo stesso D’Annunzio, che si protrasse per più
di un anno e dovette essere repressa a colpi di cannone dallo stesso esercito italiano, per
dare attuazione al trattato di Rapallo (1920), che prevedeva l’annessione all’Italia del’Istria
ma al contempo imponeva che Fiume fosse dichiarata città libera. Si ritirò sul lago di
Garda in villa Cargnacco a Gardone (Il Vittoriale degli italiani), pubblicando il Notturno
(1921), Faville del maglio (1924 e 1928), Canti della guerra latina (1933) e Libro segreto
(1935). La morte lo colse il 1 marzo 1938.!
!
LE COSTANTI LETTERARIE!
D’Annunzio riconduce il proprio esperimento narrativo modulato sull’opera di Dostoevskij
all’alternativa “O rinnovarsi o morire”. Si può facilmente misurare l’estrema coerenza
con gli egli si attenne all’imperativo categorico di trasformarsi continuamente. La prima
costante è questa inclinazione a saggiare nelle direzioni più disparate, a stupire con
continue metamorfosi, candendo però nel rischio di dilettantismo, tipico di chi non sa
coltivare in modo durevole una causa perchè vuole sperimentarle tutte. Egli pesca
l’ispirazione non dalla vita ma dall’arte, ricama sul già fatto, a partire da una suggestione
letteraria pittorica o musicale. Gli eroi dannunziani tendono ad un perfezionamento
ascetico delle loro facoltà, per raggiungere il traguardo di “un’ideal forma di esistenza”. Si
associa anche la coscienza della loro ineguatezza allo scopo e quindi del carattere
velleitario delle aspirazioni nutrite. Di qui la necessità di rinunciare al progetto o di rinviarlo
a tempi migliori, con il senso di sconforto che ne deriva. Tra le cause del fallimento ha
parte decisiva la loro natura edonistica, l’inclinazione cioè a spremere da ogni occasione
della vita tutto il piacere possibile. Le opere dannunziane celebrano l’attimo fuggente. I
personaggi sono collezionisti di sensazioni, che si trasfondo in ogni singolo momento. Un
altro sentimento è l’angoscia ossessionante del decadimento fisico, della perdita della
prestanza giovanile e dello slancio vitale, si nota infatti come egli si soffermi sigli effetti
rovinosi provocati dallo scorrere del tempo, le sue pagine sono piene di struggimento.
Nonostante la sua professione di fede dionisiaca nella vita eterna della natura, D’Annunzio
era troppo narcisista e avido di piaceri per accettare la sorte che attende tutti i mortali. Da
perfetto esteta, egli coltivò un culto smodato per la bellezza e si propone sempre quale
raffinato artigiano della parola. L’arte, per D’annunzio, è un’arma di seduzione che
sfoggia con esuberanza per strappare l’applauso. !
!
LE OPERE!
D’annunzio esordì nel 1870 con Primo vere, un libretto di poesie di imitazione carducciana
in cui il giovane metabolizzò la riforma metrica tentata da Carducci nelle Odi barbare. Tre
anni dopo pubblicò Canto novo con l’editore Sommaruga. Qui il poeta esprime
un’accensione dei sensi già morbosa e viziata in cui notiamo la comparsa di un inventario
botanico e faunistico di esseri rari, per suscitare un mondo e un vocabolario esotico e
prezioso, a conferma dell’incontestabile superiorità del poeta. Nel 1883 con Intermezzo di
rime si distacca dalla metrica barbara carducciana nelle metrica, sono sonetti, e nella
scelta dei temi, ritenuti pornografici.Nel 1886 uscì isaotta Guttadauro, un libro illustrato in
cui egli gareggia con dei pittori appartenenti alla corrente dei preraffaeliti; qui riesuma
alcuni metri di gusto medioevale, come la ballata o la sestina. L’unica cosa che conta per
D’Annunzio è la tornitura del verso, lo splendore dorato e melodioso della forma. !
Il primo libro di versi dell’autore fu Poema paradisiaco (Treves-1893). Qui il fascino della
poetica simbolista del sogno e del mistero si avvicina alla dimessa semplicità del parlato. Il
paradiso va intenso sia in senso etimologico di “giardino” decadente e abbandonato; sia
come traguardo di salvezza, come condizione finale di redenzione cui approda il
personaggio poeta al termine dell’itinerario rappresentato nell’opera. Alla fine avviene la
purificazione del protagonista; assistiamo così alla parabola di una conversione verso un
ideale francescano di vita frugale e casta, operosa e serena. !
D’Annunzio esordì come narratore nel 1882 con Terra vergine, una raccolta di novelle di
soggetto abruzzese, ispirata a Vita dei Campi di Verga: ne emerge un’umanità sanguigna
e selvaggia, mossa da superstizione e violenza. Su questa falsariga di verismo
sovraccarico e tutto esteriore si muovono anche Il libro delle vergini (1884) e San
Pantaleone (1886) accusata di plagi. !
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IL PIACERE!
Pubblicato da Treves nel 1889 è il primo romanzo di D’Annunzio. L’autore trasfonde nel
protagonista, il giovane conte Andrea Sperelli, dandy, artista dilettante e collezionista, la
propria anima, i propri gusti, le proprie aspirazioni e vicende sentimentali. Lo fa per attirare
ancora di più l’attenzione su di sé e sulla propria opera. Ciascun personaggio
dannunziano diventa l’alter ego dell’autore, la proiezione narcisistica del suo “vivere
inimitabile”. Sperelli incarna la figura decadente dell’esteta, “fare la propria vita, come si fa
un’opera d’arte”. Egli però non riesce a realizzare alcunché di importante, è il primo di una
lunga serie di personaggi velleitari l cui aspirazioni sono destinate a rimanere tali a causa
di un temperamento troppo assetato di piacere. La Roma che fa da sfondo è quella dei
salotti aristocratici, degli scorci paesistici e monumentali. Come sostenevano Joris-Karl
Huysmans o Oscar Wilde, la vita doveva imitare l’arte. Non a caso le sue descrizioni o i
gesti dei suoi personaggi sono la trasposizione letteraria di opere d’arte, per questo si è
potuto parlare di tableaux vivants, anche il Piacere è una biblioteca di citazioni e un museo
di calchi, come se fosse una suggestione culturale al fascino dei capolavori altrui. Nel
regno dell’inganno e dell’autoinganno tutto diventa ambiguo; a farne le spese è Maria
Ferres (bianco-ermellino), la seconda amante del conte, ella rappresenta l’esatto contrario
di Elena Muti, la prima amante (porpora), seduttrice e carnale. La somiglianza che Andrea
riscontra tra le due donne alimenta un allucinato scambio di identità così che egli
sovrappone l’Elena perduta e mai dimenticata alla Maria che gli si è concessa. Evidente i
temi della perversione, dell’artificio e del piacere malato. La principale novità strutturale è
la riduzione al minimo della trama narrativa. A prendere posto dei fatti provvedono la
descrizione minuziosa degli scenari e un’abbondante introspezione che dà conto di tutte le
risonanze interiori dei protagonisti. Il racconto tende a essere filtrato mediante il ricordo o
l’annotazione diaristica, quindi viene soggettivizzato. Intervengono alcuni elementi
simbolici, oggetti emblematici o frasi allusive, che tornano insistentemente nel romanzo,
fungendo da collante tra i vari episodi. D’Annunzio adotta quindi la tecnica musicale del
leitmotiv di cui Wagner era maestro: nel tema dominante si trova racchiudo il senso
ultimo dell’opera, che i singoli episodi possono solo ricantare. D’Annunzio gioca anche
sulla replica delle sequenze e delle inquadrature. !
!
LA TRILOGIA DEGLI ASSASSINI!
D’annunzio volle abbinare Il piacere ad altri due romanzi, L’innocente (1892) e il Trionfo
della morte (1894), ponendoli sotto l’unificante simbolo floreale della rosa. Tutte e tre le
storie però sviluppano il medesimo tema: la voluttà, la passione carnale di cui appunto la
rosa viene assunta ad emblema. In un primo momento l’autore aveva collegato
L’innocente non al Piacere, bensì all’Invincibile (primo nucleo del Trionfo della morte) e a
Giovanni Episcopo (1892) con il comune nucleo tematico del delitto. Risulta evidente
l’influsso di Fedor Dostoevskij, autore di Delitto e castigo; D’Annunzio guarda anche alla
scienza in particolare alla psichiatria criminale delle manie ossessive, degli impulsi
aggressivi. Egli propone perciò dei casi clinici, adottando la forma narrativa della
confessione in prima persona (Dostoevskij , Allan Poe e Guy de Maupassant). !
Giovanni Episcopo è il primo racconto alla “slava” di D’Annunzio, un convulso monologo in
cui l’io narrante cerca di ripercorrere la sua penosa vicenda; Giovanni potrebbe figurare a
pieno titolo tra gli “umiliati e offesi” di Dostoevskij: egli si innamora di una cameriera
giovane e piacente, Ginevra, e la sposa. La vita coniugale si trasforma però in un incubo,
la moglie lo considera un buono a nulla, Giovanni trascura il lavoro e perde il posto. Egli
cerca di affogare nel vino e un collega d’ufficio, Giulio Wanzer, si stabilisce a casa sua
diventando l’amante della moglie. Quando Giulio arriva ad alzare le mani sulla moglie e sul
figlio, il protagonista uccide l’intruso in un impeto di rabbia. Altra opera emblematica è
L’innocente, che segna l’inizio della fortuna europea di D’Annunzio. Protagonista è Tullio
Hermil ricco proprietario terriero attratto dalle donne e dalle avventure galanti, che ha
tradito numerose volte la moglie Giuliana. Quando si ricorda dopo 7 anni i proprio doveri di
marito scopre che la moglie ha ceduto alle lusinghe di un seduttore; egli riesce a
perdonarla ma non può sopportare il “figlio della colpa”, che quindi uccide esponendolo al
gelo invernale. Il romanzo è la confessione a posteriori di questa verità nascosta dietro la
morte del piccolo Raimondo, attribuita da tutti ad una tragica fatalità. Il Trionfo della morte
(Treves- 1894),avviato con il titolo L’invincibile, narra la storia di Giorgio Aurispa, che
vorrebbe affermare la sua personalità ma non vi riesce, bloccato nell’inerzia. La
consapevolezza della propria impotenza creativa diventa il suo chiodo fisso. Avendo
bisogno di proiettare al di fuori di sé questo tarlo, perche il sentimento della propria
debolezza lo umilia, trova un capro espiatorio in Ippolita Sanzio. Ella lo snerva con la
lussuria , gli spegne ogni fiamma creativa, Giorgio non vede dunque altra via d’uscita se
non quella di uccidere Ippolita, conduce l’amante sull’orlo di un precipizio e si getta con lei
nel vuoto. Compaiono echi di Nietzsche, concezione della donna nemica frano alla
realizzazione del superuomo, e di Wagner, la disposizione della catastrofe all’insegna di
una passione distruttiva che precipita nella morte di entrambi (Tristano e Isotta). !
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LE VERGINI DELLE ROCCE!
Altro ciclo narrativo è quello dei romanzi del giglio. L’autore riuscì però a portare a
termine sono Le vergini delle rocce (1895). D’Annunzio vede nel giglio l’emblema
dell’autorita monarchica e ne mette in rilievo due caratteristiche tra loro contrastanti: quella
vitale riproduttiva e quella potenzialmente negativa letale. Il motivo della vicenda è la
generazione del futuro re di Roma che avrebbe ristabilito il principio di autorità e dato inizio
ad un nuovo Rinascimento. Il protagonista è Claudio Cantelmo, egli viene chiamato a
scegliere fra tre sorelle nubili quella che avrebbe dovuto dare lui dei figli. Massimilla è la
figura claustrale e devota, incarnazione della purezza; Violante, bella e languida,
rappresenta la donna fatale; e infine Anatolia, l’unica veramente vitale che potrebbe
assolvere all’ufficio di madre. Le vergini delle rocce sono considerate il manifesto del
superomismo dannunziano, tendono a risolvere i rapporti sociali in maniera del tutto
manichea: da un lato pochi esseri superiori, dall’altro l’amorfo gregge. Se ha il meglio il
sistema democratico il gregge diventa ostacolo della classe privilegiata; ridotto invece
all’obbedienza esso concorre alla piena realizzazione degli spiriti eletti; alle spalle di
questa concezione c’è la filosofia di Nietzsche, adattata alle proprie esigenze di
restaurazione dei privilegi di classe. Il protagonista delle Vergini delle rocce intesse alcuni
dialoghi immaginari con il fantasma di un suo illustre antenato quattrocentesco,
Alessandro Cantelmo. Egli svolge la funzione di Super-io, parla per imperativi, dà ordini e
ingiunzioni. La componente del superomismo dannunziano è ascetica, in quanto il
protagonista viene spronato a migliorarsi, a raggiungere la perfezione; è chiamato a
incarnare il modello ideale di riferimento ma Claudio non è ancora un superuomo, il
superuomo sarebbe l’esito finale dei suoi progressi, egli appare quindi un apprendista
velleitario, un superuomo mancato.!
Il titolo del romanzo è una citazione di una celebre tavola di Leonardo da Vinci.
D’Annunzio suggerisce quindi il tema centrale della “benedetta tra le donne” e autorizza
una lettura del testo in chiave allegorica. Nelle Vergini delle rocce convivono un romanzo a
tesi, con l’enunciazione dell’ideologia dannunziana, e un romanzo lirico, pieno di echi e
suggestioni simboliche.!
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IL FUOCO!
Il fuoco (Treves 1900) è il prologo di un’altra trilogia mai portata a termine: quella dei
romanzi del melograno; il piano prevedeva a seguire La vittoria e il Trionfo della vita. Il
melograno, pur richiamando un carattere trionfale, apporta una correzione di tiro in senso
religioso, una religione dionisiaca e neopagana; esso rappresenta la fertilità e
l’abbondanza. Il Trionfo della vita avrebbe avuto il compito di rovesciare in positivo lo
sbocco fallimentare del Trionfo della morte, quindi nelle intenzioni di D’Annunzio i tre cicli
erano idealmente collegati. Il fuoco contiene l’enunciazione più organica e compiuta delle
convinzioni estetiche di D’Annunzio per forma, destinazione e finalità dell’opera d’arte.
Protagonisti sono Stelio Effrena, ennesima proiezione dell’autore, e Foscarina Perdita,
attrice dietro cui tutti riconobbero Elena Duse. D’Annunzio fa di Stelio il portavoce di un
progetto da lui effettivamente accarezzato: fondare un teatro nazionale sul modello voluto
da Wagner. Come sede aveva pensato ad Albano, ma nella finzione romanzesca vorrebbe
farlo erigere sul colle romano del Gianicolo. Questo teatro, intitolato ad Apollo, sarebbe
dovuto diventare il centro propulsore di una rinascita della civiltà classico-pagana; si nota
quindi l’auspicio di una rinascenza latina. Della grande riforma teatrale promossa da
Wagner, D’Annunzio accoglie l’idea dell’opera d’arte totale, che leghi poesia musica e
danza. Accetta l’idea della rappresentazione come cerimonia solenne, sacra, prende però
le distanze dall’opera wagneriana e rivendica alla tradizione italiana il merito e la gloria di
aver colto e ripreso la più vera essenza della tragedia greca. D’Annunzio si candida a
erede latino dell’arte wagneriana. Per D’annunzio (Wilde), solo l’arte ha il potere di
sottrarsi alle ingiurie del tempo, di fissare l’attimo fuggente, di estrarre il meglio dalla vita.
Prima vittima del “Tempo che fugge” è Foscarina, la quale vive con angoscia il suo
inarrestabile appassire, sentimento della decadenza.!
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LE OPERE DRAMMATURGICHE!
Il teatro per D’Annunzio costituiva lo strumento più potente offerto all’artista superuomo
per soggiogare le folle con la forza trascinatrice della sua parola, egli vagheggiava un
teatro di massa come quello dell’antica Grecia. D’Annunzio ha composto drammi politici,
come La Gloria (1899) dove un giovane eroe, Ruggero Fiamma, combatte per strappare a
un vecchio dittatore la signoria di Roma, o La nave (1908)in cui Marco Gratico compie
un’eroica impresa navale che segna il primo trionfo della futura grande potenza marinara
della Serenissima. Per D’annunzio il teatro è una sorta di tribuna dalla quale il
drammaturgo arringa la moltitudine dei suoi ascoltatori. Il primo dramma scritto da
D’Annunzio, La città morta (1898), si ambienta nella regione greca dell’Argolide, dove un
archeologo, potando alla luce le tombe degli atridi, disseppellisce il tesoro di Micene ma
anche gli orrori di lussuria e sangue compiuti da quella stirpe scellerata restandone
coinvolto: geloso della relazione sbocciata tra sua sorella, cui lo lega una passione
incestuosa, e l’amico poeta, si libera dall’ossessione uccidendoli; altro esempio Fedra
(1909). Nella Figlia di Iorio (1904) D’Annunzio trapiantò la tragedia greca, con le sue
passioni insane e catastrofiche e il senso di un destino ineluttabile, in terra d’Abruzzo. Il
dramma racconto la storia di Mila di Codro, una prostituta sulla quale pende la sorte di
portare il lutto nelle famiglie. Ella si redime innamorandosi di un giovane pastore, Aligi, il
quale per lei abbandona la moglie. Su Mila, però, ha messo gli occhi anche il padre
Lazaro di Roio. La rivalità tra i due sfocia nel parricidio. Mila, per salvare Aligi, si accusa di
averne armato la mano omicida con una fattura, finendo bruciata viva sul rogo come le
streghe. Adulterio, rapporto incestuoso, parricidio, trasferiti in un mondo arcaico pastorale.
La lingua è del tutto artificiale, modulata secondo i ritmi e la metrica della canzone
popolare, miscelando insieme l’aulico e il plebeo, l’arcaico e il dialettale. D’Annunzio
insegue un teatro di prosa che possieda anche una valenza lirica. !
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LE LAUDI!
Egli voleva dare una rappresentazione totale della vita e della storia secondo la sua
visione superomistica del mondo, in un ciclo di Laudi del cielo del mare della terra e degli
eroi. Per ciascuno dei sette libri previsti, tanti quanti gli astri della costellazione delle
Pleiasi, D’Annunzio scelse di assegnare per titolo il nome mitologico di una stella. Questa
scelta veicola una concezione immortale della natura, secondo la quale un’anima divina
accomuna i corpi celesti e le cose terrene. Tale sentimento della divinità del mondo
naturale viene rafforzato dal titolo complessivo del ciclo poetico, perchè il riferimento al
cielo, al mare e alla terra è da collegarsi al dio Pan. Qui vi è una ripresa esplicita del
Cantico delle creature di Francesco D’Assisi, che D’Annunzio assume in chiave dionisiaca.
I primi tre libri: Maia, Elettra e Alcyone, vennero stampati tra Treves nel 1903. Merope nel
1912 e nel 1933 Canti della guerra latina, inizialmente designato come Asterope. !
Maia: in questo primo libro D’Annunzio abbraccia la vita in tutte le sue forme eroiche, il
poema è una celebrazione dell’eletta stirpe di esseri superiori. Il poeta vuole esso stesso
iscriversi a tutti i costi nell’albero genealogico di questi superuomini misurando il proprio
valore con loro. Il vasto affresco rievoca la crociera in Grecia del 1895, trasfigurata in un
alone di mito, il primo incontro avviene con Ulisse. Il viaggio a ritroso nella Grecia del mito
risponde alla funzione di additare nell’Ellade tanto la culla della civiltà mediterranea quanto
un insuperato modello di riferimento. Il poeta affianca poi alla Grecia antica l’Italia del
Rinascimento; D’Annunzio si fa profeta del terzo Rinascimento, esalta, in prospettiva
superomistica, l’attivismo borghese, facendo delle macchine l’emblema più aggiornato
della volontà di potenza. Egli di lascia sedurre da un mondo in cui ravvisa una nuova
forma di vita sublime. Egli giunge ad un passo dal delirio di onnipotenza, dando una
connotazione aggressiva, razzista e bellicosa al superomismo. !
Elettra: il secondo libro delle Laudi rappresenta la cifra più patriottica e celebrativa della
poesia dannunziana. Il poeta riporta alla luce un passato glorioso, prossimo e remoto,
fatto di geni e di eroi, raccogliendoli in un pantheon dei padri della patria, da Dante a
Garibaldi. A quest’ultimo viene dedicata una lunga canzone, “La notte di Caprera”. Tra la
celebrazione del passato eroico e l’incitamento per un riscatto futuro è il presenta a
segnare una dolorosa discontinuità, fatta di inerzia e di soggezione politica. Questo spinge
il poeta ad alzare la voce, a suonare la tromba della riscossa, inneggia ad un’Italia regina
bellicosa dei mari.!
Alcyone: può essere considerato il capolavoro poetico di D’Annunzio. Il protagonista è il
poeta e la sua compagna, Ermione (Eleonora Duse). C’è uno spostamento geografico (da
Fiesole seguendo il corso dell’Arno fino alle coste tirreniche e alle pinete della Versilia) e
c’è anche una cronologia stagionale (si snoda attraverso un’intera estate fino al Novilunio
di settembre che preannuncia l’arrivo dell’autunno) con riferimenti al calendario agricolo.
L’idea dell’ascesi “verso un’ideal forma di esistenza” tocca proprio in Alcyone il suo
culmine, connotandosi addirittura come desiderio di immortalità, sogno di diventare simile
a Dio. La parabola di quest’aspirazione passa per quattro fasi. 1) ebbrezza dionisiaca, se
l’estate è infatti il tempo della fertilità gli esseri umani partecipano a questa esplosione di
vitalità abbandonandosi agli istinti. La tensione verso il divino cerca uno sbocco attraverso
un rapporto viscerale con la natura. 2) l’immersione panica nella natura che presuppone la
piena identificazione con la natura stessa; egli si tuffa a tal punto nella natura da smarrirsi
totalmente in essa, perdendo ogni coscienza della propria individualità, diventa il cosmo
stesso. 3) fase mitica, in onore di Glauco. La stagione declina e allo slancio esuberante
iniziale subentra un sentimento di angoscia nell’impossibilità di esaudire davvero il sublime
desiderio di fermare il tempo, di vincere la morte. Notiamo una ripresa della favola di
Glauco, il mitico pescatore della Boezia trasformato in divinità marina. Immerso nel clima
decadente di fin du siècle, la brama di superare il limite può essere appagata solo per via
fantastica, è solo un’illusione. La metamorfosi di Glauco è stata anzitutto spirituale e si è
verifica l’inefficacia della soluzione panica. 4)fase eroica, l’emblema del superuomo qui è
Icaro, che affida le proprie residue speranze di immortalità alla gloria. Egli aspira ai più alti
e improbabili traguardi ma la lucidità con cui egli prevede la propria tragica sorte
conferisce al suo gesto un che di vano; il suo gesto titanico di volare intorno al sole è una
prova di coraggio, l’affermazione di una volontà indomabile. La parabola superomistica
dell’Alcyone è quindi il disprezzo della mediocrità, il primato dell’anima sul corpo e il
tragico epilogo, mal compensato dal riscatto della “lode eterna”. !
Nell’ultimo tratto si nota un clima di disarmo ed illusione che consiste nel ritorno alla base
dopo la stagione estiva. Si accentua così quel sentimento del tempo, dell’inarrestabile
declino della vita. D’Annunzio riesce a dare il meglio di sé, consacrandosi poeta della
natura, assaporata intensamente e con voluttà, e del tempo, vissuto e temuto con sottile
angoscia. D’Annunzio in questo libro riesce a creare un’infinità di sensazioni, da un lato
facendo leva sull’immaginazione analogica, dall’altro ottenendo ridondanze ed effetti
musicali. Egli vi sperimento la cosiddetta strofa lunga.!
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L’ULTIMA STAGIONE!
D’Annunzio tornò al romanzo nel 1910 pubblicando presso Treves, Forse che sì forse
che no. Il protagonista, Paolo Tarsis, è un automobilista spericolato e pilota d’aereo, che
sfoga le sue pulsioni superomistiche proprio nell’agonismo sportivo e nelle prove
temerarie. Egli inaugura il tipo umano dell’atleta e del recordman, l’ultima declinazione
novecentesca degli eroi di Pindaro. La trama sportiva del romanzo si intreccia con una
storia d’amore che mette in campo la donne nemica: femme fatale, affascinante e
sensuale, che possiede però tutte le peggiori perversioni delle tragiche eroine del teatro
d’annunziano (relazioni incestuose, tendenze sadomasochiste). !
La Leda senza cigno, ultimo romanzo di D’Annunzio (1916), qui l’eroe superuomo
scompare; la trama narrativa,ridotta all’osso, è quella di cronache giudiziarie o di certi
romanzi d’appendice: la donna, un’avventuriera cinica e disperata, che gira con un losco
complice per approfittare della debbenaggine maschile. La vicenda è avvolta in
un’atmosfera di tedio, su tutto aleggia un oscuro desiderio di morte (nome del protagonista
Desiderio Moriar). Pagine molto musicali.!
Il secondo decennio vide D’Annunzio impegnato su molti fronti, scrisse per il cinema, il
teatro, i libretti d’opera, discorsi patriottici e intonò canti di guerra. Il periodo si caratterizzò
per la sperimentiazione di un nuovo genere di scrittura, la prosa memoriale. Costretto
all’esilio in Francia, scriveva per chiunque fosse disposto a pagarlo; il direttore del
“Corriere della Sera”, Luigi Albertini, gli offrì l’opportunità di pubblicare alcuni pezzi sulla
terza pagina del giornale. D’Annunzio cominciò a mandargli pagine autobiografiche.
Nacquero così Le faville del maglio, il titolo rinvia all’azione del fabbro che con un groppo
martello, il “maglio”, batte sull’incudine un ferro arroventato per dargli la forma desiderata.
D’Annunzio arrivò alla monumentalizzazione di se stesso e della propria opera. La prose
memoriale in opere come Contemplazione della morte (1912) e Libro segreto (1935)
presenta una struttura episodica e frammentaria, scritta in forme di diario con frequenti
divagazioni. Dopo l’incidente che lo ferì all’occhio destro si fece ritagliare tante striscioline
di carta e si mise a scrivere su di esse, i “cartigli”.Nacque così Il notturno (1921 Treves), il
nucleo originario è costituito dalla rievocazione in forma diaristica dei giorni che
precedettero e seguirono la morte di Giuseppe Miraglia, eroica pilota amico di D’Annunzio,
la parte seguente presenta invece un andameno più memoriale. !
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CRITICA!
venne definito “dilettante di sensazioni”.!
A D’Annunzio si riconosce il merito di aver interpretato le inquietudini del suo tempo, gli si
rimprovera però di aver dato risposte sbagliate ai problemi posti dalla incipiente società di
massa, preferendo le soluzioni mitiche a quelle concretizzabili.!
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PASCOLI vs D'ANNUNZIO!
!
1. i motivi fondamentali di Canti di Castelvecchio e Alcyone!

-Pascoli illustra il valore rassicurante della -celebra un'ipotesi di esistenza mitica ed


ciclicità della vita, contemplata nel suo eccezionale che si traduce in abbandono agli
versante campagnolo, come forma di difesa istinti, tripudio di sensi!
rispetto al dolore provocato dai lutti familiari! !
-celebra la natura come isola intatta ed -afferma la possibilità di ricongiungersi
esalta la cultura popolare come deposito di all'anima elementare delle cose e alla forza
una profonda sapienza esistenziale cosmologica della natura, in un tempo
eterno che rende il poeta simile a Dio.

Entrambi incarnano due modi antitetici di interpretare la vita e due


modi paralleli di fare poesia. Tipico di entrambi è il talento
versatile, capace di sperimentare generi e forme di scrittura
differenti e di trarre ispirazione dalla cultura classica e dalla società
contemporanea.!

2. Piano linguistico!

La parola poetica è strumento privilegiato di Il suo sistema espressivo è all'insegna della


conoscenza, è un arte al servizio delle compiaciuta ed esclusiva preziosità. La
cose volontà è quella di stupire con continue
metamorfosi: l'arte per l'arte

Si nota la capacità di entrambi di arricchire il patrimonio


lessicale e stilistico aprendolo al parlato, ai suoni della natura,
alle voci tecniche e specialistiche.

3. Piano tematico!
!
!
In Pascoli prevalgono le piccole cose di tutti In D'Annunzio viene costruito e celebrato il
i giorni che entrano in poesia con lo stesso mito eroico ed erotico del superuomo
diritto dei grandi temi, attribuisce loro un proteso alla conquista della vita
senso protettivo e salvifico. Dietro i fenomeni
della vita naturale, si scorge la rivelazione
delle più profonde verità.

!
4. Piano ideologico!

Crede nella funzione educativa e Utilizza la letteratura come strumento di


democratica della poesia, la sua posizione affermazione personale, da ciò deriva il
è di antielitario e intimamente socialista. cardine della sua ideologia, la vita costruita
come un'opera d'arte, quale espressione
aristocratica ed estetizzante della propria
concezione superomistica.

Un punto di partenza comune si nota nel fatto che il culto di Pascoli per
le humiles myricae e il trasformismo superomistico di D'Annunzio
hanno al fondo una medesima ossessione o angoscia in parte di
origine biografica in parte di matrice storico sociale: desiderio di reagire
al senso di vuoto e solitudine esistenziale, allo squallore e al
conformismo tipici della situazione politico-culturale italiana di fine '800

-il segreto del fanciullino di Pascoli sta nel -il segreto del Superuomo contiene
suo carattere di orfano, egli non vuole un'energia dolorosa, tipiche di chi si può
assumere un'identità adulta conforme ai realizzare solo affermando le proprie
modelli della società borghese. Dà voce alla eccezionalità e diversità. Scrivere significa
sua eterna sostanza infantile. Il nido è dare voce al proprio desiderio di artificio e di
l'immagine simbolo di questa disposizione seduzione, culto della bellezza fine a se
regressiva che celebra il valore della stessa.!
purezza, tipica del cuore dell'uomo.! !
-la risposta di Pascoli ai drammi della propria -la risposta di D'Annunzio consiste in una
epica è un richiamo all'umiltà. celebrazione dell'edonismo, per spremere
dalla vie ogni effimera occasione di piacere.

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BRANI!
La vita come un'opera d'arte: da Il Piacere, il narratore fornisce un profilo culturale e
psicologico di Andrea Sperelli. Il ritratto che ne emerge è fatto di promettenti qualità ma
anche di pericolosi difetti. Il primo segmento del brano illustra la formazione dell'eroe. Il
protagonista viene presentato a partire dall'educazione ricevuta e le lunghe esperienza
compiute (viaggi col padre). Un influsso notevole, ma più deleterio che saltuario, è dato dal
padre il quale gli inculca una concezione edonistica dell'esistenza, vita come opera d'arte.
Notiamo numerosissime citazioni alla lettera di frasi celebri o imperativi categorici. Il
secondo segmento segna l'ingresso di Andrea nella vita di Roma; questa città gli provoca
un languore: se per un verso infatti ci riporta ad un clima decadente, per un altro mette a
nudo i lati deboli del personaggio, la malattia della volontà, l'estensione di ogni senso
morale. Nel terzo momento la presentazione del conte Andrea Sperelli si chiude con un
ritratto dell'anima che condanna il personaggio a non realizzare le proprie aspirazioni ne in
arte ne in amore, a restare un eroe mancato. Caso tipico del clima della società europea di
fin du siècle, segnata dalla decadenza dei caratteri. La sua personalità é oscillante,
dipendente, la sua esistenza è fatta di attimi nei quali tutto si consuma. Il lui notiamo uno
spiccato senso del bello ma esso è disgiunto dalla verità, nell'arte egli finisce per
confondere il vero con la sua apparenza.in Andrea la menzogna diretta è verso se stesso.
Notiamo però é l'impassibilità del narratore che studia la propria proiezione romanzesca
da scienziato imparziale che non si identifica con il personaggio ma lo giudica. È un
modalità di presa di distanza giudicante. D'Annunzio ha l'accortezza di calare il ritratto
nella vicenda senza interromperla. D'Annunzio non vuol fare del suo protagonista un
personaggio singolare ma un'intera categoria di persone, benché elitaria e ristretta. !
Una lucida follia omicida: da L'Innocente; Tullio Hermil non riesce a sopportare
l'esistenza del piccolo Raimondo, il "figlio della colpa" , frutto dell'infedeltà della moglie
Giuliana. Così procura la morte del bambino esponendolo alla gelida tramontana di una
notte d'inverno, la morte viene attribuita ad una forma grave di difterite. Tullio è sopraffatto
dall'odio per una creatura che gli ricorda il tradimento della moglie. È in preda ad un lucido
delirio, la piena lucidità è posta al servizio di un disegno criminale, l'omicidio infatti non è
frutto di un raptus , di un impeto, ma ha l'aggravante della premeditazione. L'attrazione
morbosa che prova per il neonato è dimostrazione del fatto che sia abitato da un demone
mostruoso. L'innocente è una sorta di rovescio della sacra famiglia di Nazareth dove
Giuseppe accetta di fare da padre ad un bimbo non suo, Tullio è invece l'anti-Giuseppe.
D'Annunzio adotta la forma narrativa della rievocazione dei fatti in prima persona, la
scrittura nasce da un urgenza interiore. La giustizia non ha potuto fare il suo corso e Tullio
l'ha fatta franca. L'impulso a confessare proviene dritto dal rimorso che assedia da tempo
l'io narrante, c'è un esigenza di scaricare la coscienza, liberandola dal senso di colpa. La
confessione è anche un espediente per poter entrare nella psicologia patologica del
personaggio, D'Annunzio riesce a tenere legati insieme, nel segno del "caso clinico",
romanzo psicologico e scienza positivista. Alcuni segnali rinviano a questa presa di
distanza, a questo sdoppiamento fra Tullio personaggio e Tullio che si racconta, come la
presenza dei verbi al passato e il tono di chi, nel rievocare, giudica e accusa. !
Climene: da Poema paradisiaco, nella lirica è descritto un giardino in stato di abbandono.
In questo luogo, dove si respira un'aria di morte, una donna si aggira evocando invano un
antico amore. Il luogo deserto è avvolto in un silenzio irreale, che ha qualcosa di funereo.
Entro questa cornice si materializza una presenza femminile eterea, bionda, dagli occhi
chiari e allungati, vestita di raso, che pare un fantasma; ella va pronunciando il nome
dell'amato. Quello del giardino abbandonato, con la fontana asciutta e le statue monche e
un cronotopo e ricorre spesso nell'opera di D'Annunzio per la forte suggestione decadente
che ne emana. Il giardino abbandonato è la figura della morte. La figura femminile appare
sfocata, evanescente come una larva; D'Annunzio mette a frutto il linguaggio simbolista
del sogno che crea intorno a Climene un alone di ambiguità, di incertezza. D'Annunzio è
stato l'interprete più struggente del "trionfo del tempo", del sentimento della decadenza.
tutto è destinato a disfarsi, a svanire, a perire. Questa a,intuitivo tra animato (esseri
viventi) e inanimato (pietra) è l'effetto dell 'estensione degli attributi degli artefici alle loro
creazioni. Il tornare ad essere pietre inerti allude al trionfo della morte, alla fine irreversibile
di quel tempo miticamente felice. La sintassi è lineare, allinea periodi semplici a termini
ricercati, con valore figurati di evidente letterarietà, con forme arcaiche. !
Sii quale devi essere: da Le vergini delle rocce; Claudio Cantelmo dà alla voce della
propria coscienza il volto di un antenato, vissuto alla corte di Ludovico il Moro. Nel corso di
un immaginario colloquio mistico, questo antenato assegna al protagonista del romanzo,
come scopo cui consacrare la sua vita, un triplice compito. Claudio vuole oggettivare al di
fuori di sé la voce della propria coscienza che lo sprona a perfezionarmi, eleggendo un
suo antenato, Alessandro Cantelmo. D’Annunzio tratteggia la figura del suo antenato
sconfinando nella letteratura encomiastica, celebrativa. All’elogio che Claudio tesse al
proprio antenato seguono poi le raccomandazioni che Alessandro assegna al giovane, si
tratta di un triplice compito: 1) incarnare il perfetto tipo latino, 2) riassumere in una sola
opera d’arte la più pura essenza del suo spirito, 3) trasmettere ad un figlio le ricchezze
ideali della sua stirpe. A differenza del daimonion di Socrate che interviene per dissuadere
il suo assistito da scelte o azioni che gli avrebbero solo nuociuto, il demonico di
D’Annunzio ha una funzione propositiva; esso appare a pochi eletti. Per questo si nota il
tono perentorio del demonico dannunziano, che parla e da ordini come un despota. La
sintesi del suo insegnamento sta nella frase “sii quale devi essere”. Ma questo insistere
sui compiti e sui doveri del giovane protagonista da parte dell’antenato dà una
connotazione ascetica al superomismo. Claudio Cantelmo non è in partenza un
superuomo, egli concepisce la vita come un cammino di perfezione. Superuomo sarà
quando avrà conseguito tutti gli obiettivi prefissati. Ciascuno ha il dovere aggiuntivo di
lasciare un’impronta personale alle generazioni future, in armonia con la tradizione di cui è
prosecutore, per questo anche l’ascesi personale sorpassa l’orizzonte del soggetto per
collocarsi nella dimensione di un’esistenza superiore, quella della stirpe. !
La prigioniera del Tempo: da Il fuoco; i protagonisti del romanzo Stelio Effrena e la
Foscarina sono a passeggio e passano davanti alla casa della contessa di Gnalegg.
Costei è una dama viennese molto bella, immortalata da un pittore in veste di valchiria, la
quale, non potendo sopportare l’idea di vedersi sfiorire, dopo aver dato “una magnifica
festa di concedo”, si è seppellita viva in casa senza mostrarsi più a nessuno, facendo
togliere persino gli specchi. !
La sera fiesolana: da Laudi; è la più antica poesia di Alcyone. Il poeta è a Fiesole, la
torrida estate non è ancora esplosa, egli intona le sue parole alla pace e al fresco della
sera, cui eleva un grato canto di lode. Il poeta si rivolge alla sua compagna, augurandosi
che le sue parole possano giungerle fresche e dolci quando l’atmosfera di quella sera
quasi estiva, siamo infatti alla vigilia del solstizio d’estate. Gli indizi sono tutti legati al ciclo
astronomico e produttivo della natura, vediamo il contadino all’opera intento a strappare le
foglie dai rami del gelso per dare nutrimento ai bachi da seta (giugno). Quest’opera
contiene anche l’annuncio del nucleo romanzesco dell’Alcyone: l’itinerario lungo il corso
dell’Arno fino alla foce e alle pinete della Versilia e la storia d’amore tra il poeta e la sua
Ermione. D’Annunzio opera una trasfigurazione in senso antropomorfico del mondo con la
figura della personificazione (La campagna si -sente- sommersa e -beve-). Il poeta
prepara il terreno per la celebrazione dello spirito dionisiaco così come lo aveva riscoperto
il Nietzsche della Nascita della tragedia: il sentimento di essere ciascuno parte integrante
della natura, di obbedire alle medesime leggi. La personificazione dei vari aspetti della
natura si offre come strumento retorico efficace per far meglio avvertire la saldatura tra
l’uomo e l’universo (similitudine). Per entrare in dialogo con la natura egli si avvale del
canale dei sensi, che sono gli strumenti più elementari di relazione con il mondo esterno.
Nelle tre code che seguono ogni strofa il poeta si rivolge direttamente alla Sera, in forma di
apostrofe, dedicandole un triplice elogio (Laudata sii), agisce l’archetipo francescano della
Laudes creaturarum. D’Annunzio tende a divinizzare la natura, ciascuna strofa contiene
un solo periodo. D’Annunzio cerca di reiterare le medesime strutture sintattiche, che
rispecchiano la dimensione dionisiaca del mondo.!
La pioggia nel pineto: da Laudi; la più celebre poesia di D’Annunzio. Mentre il poeta e la
sua compagna Ermione passeggiano ai margini di una pineta del litorale tirrenico,
vengono sorpresi da un temporale estivo. La pioggia esegue una sorta di sinfonia
musicale alla quale partecipano delle cicale e una rana. I due protagonisti vivono
l’ebbrezza di un’immersione panica nella natura, sentendosi trasformare in esseri vegetali.
D’Annunzio descrive il rumore di un acquazzone estivo risolto in chiave musicale. Ci
troviamo in pieno impressionismo sonore, il poeta vuole rendere lo spttacolo acustico delle
gocce che colpiscono le vegetazione, egli trasforma la pineta in una sorta di grande
orchestra naturale (paragona le gocce a innumerevoli dita orchestrali). D’Annunzio
trasforma il testo poetico giocando sulla sonorità delle parole mediante l’impiego di voci
onomatopeiche, similitudini e di rime. Contribuisce all’effetto sinfonico anche la sistematica
reiterazione delle parole o come epanalessi o di versi. Nella lirica viene descritta anche la
metaformosi vegetale della coppia umana, essi sono rigenerati dall’acquazzone come se
la pioggia avesse una qualche funzione battesimale di rinascita. L’amore per D’Annunzio
però non è che una favola bella, si rivela come un sogno privo però di fondamento. Il
superuomo, nei tentativi culminanti di elevazione, vorrà sempre essere solo.!
Meriggio: da Laudi; Seguendo il corso dell’Arno il poeta è giunto alla foce. Siamo in piena
estate, la giornata è afosa, in questo culmine stagionale si consuma l’estasi panica del
poeta, che si perde nel tutto della natura, diventando una cosa sola con il paesaggio
circostante. Meriggio rappresenta il culmine della fase panica, il componimento presenta
due parti ben distinte: le prime due strofe prepara il terreno descrivendolo, e poi nelle
seconde due, inscena la progressiva metamorfosi nel soggetto che diventa una cosa sola
con il paesaggio circostante. Notiamo una totale assenza dell’uomo, egli è solo in mezzo
alla natura. L’ora meridiana è simbolica, indica il punto più alto: tutto è giunto allo zenit,
l’ora meridiana segna dunque il culmine della vita e dell’esperienza. Il poeta superuomo è
arrivato alla foce della sua parabola ascetica, al punto in cui l’umano tocca il divino. Nelle
due strofe conclusive si evidenzia la gradualità del processo che sfocia nell’estasi panica:
il passo preliminare è la ricerca della solitudine, cui segue un distacco mentale con la
cancellazione della coscienza e della memoria, solo a questo punto comincia il
congiungimento con la natura. osserviamo la totale soppressione della dimensione
spaziale, il soggetto che si “diffonde” nel paesaggio non ha più la nozione dei limiti del
proprio corpo; a suggello di questa estasi panica sta l’affermazione mistica “il mio nome/è
Meriggio”, testimonianza dell’avvenuta metamorfosi. Al termine della lirica emerge un
elemento di forte disturbo, la morte.Si fa riferimento alla Nascita della tragedia di
Nietzsche:la vita divina del tutto non risparmia ai singoli viventi un destino di morte. La
presenza della morte è parte integrante di un meccanismo circolare di restituzione e di
rinascita, per cui la vita scaturisce incessantemente dalla morte.!
Novilunio: da Laudi; è l’ultimo componimento di Alcyone, l’estate volge al termine e anche
la vacanza, si avverte un’aria di smobilitazione. Mentre si moltiplicano i segni dell’estremo
declino della bella stagione, si avviano le opere che preludono l’imminente autunno. La
lirica è giocata su una serie di parallelismo, di contrasti tra la luna nuova e la languida
Ermione, sulla quale incombe il tempo fatale del tramonto.Protagoniste della lirica sono la
Luna (languente e prossima al novilunio) ed Ermione (dopo che nelle ore meridiane si era
svegliata da un breve sonno tutta accaldata e umida di sudore). Gli indizi accumulati
attestano la fine dell’estate. Ermione viene paragonata ad una collana, come una donna
non più nel fiore degli anni che ha imboccato il viale del tramonto. Di qui i segni
dell’evanescenza, dell’appassimento, dell’abbandono e della fine, che affollano questo
testo, il poeta si conferma grande interprete della decadenza. Il poeta introduce l’aspetto
dell’oblio che seppellisce tutte le cose, come se il tempo seppellisse il passato sotto
l’incalzare di nuovi pensieri e di nuove cure. D’Annunzio scrive sempre, a significare che la
vicenda stagionale della natura è destinata a durare in eterno, ma poi il per sempre indica
un epilogo senza riprese. Per Ermione non sono previste altre primavere: la sorte che
attende Ermione è quella di varcare la soglia della morte. Sta in questo la principale
discriminante tra la creatura celeste e la creatura terrestre, giunte entrambe al tramonto:
mentre la luna, chiuso un ciclo, può avviarne un altro, Ermione no. Le due protagoniste
incarnano perciò due diverse nozioni del tempo: ciclico l’una e lineare l’altra. In questi due
diversi destini è iscritta tutta la trama ideologica di Alcyone, il sogno di immortalità
vanamente inseguito dal poeta e la resa all’evidenza della sua condizione mortale. La resa
a questa ineluttabile verità genera in Novilunio un assai suggestivo tono elegiaco, fatto di
colori e di immagini languidi e smorzati. !
Il nuovo scriba: il Notturno; D’annunzio, bendato e immobile, in seguito all’incidente
aereo, escogitò un sistema per continuare a scrivere: aiutato dalla figlia Renata, si fece
tagliare alcuni fogli di carta in tante strisce, dopo averle numerate in ordine progressivo,
scrisse una riga ciascuna. Le pagini iniziali del libro hanno carattere metaletterario, cioè di
letteratura che ha per oggetto la letteratura stessa. Prima di abbandonarsi al flusso dei
ricordi, rappresenta sé stesso nell’atto di scrivere, attribuendo a questa operazione un atto
di sacralità.Facendo fronte a condizioni particolarmente avverse, egli sfrutta la propria
menomazione fisica per strappare alla folla dei lettori l’ennesimo applauso, egli mostra di
che tempra sia dotato, egli vuole apparire grande, eroico. La parole sgorga dunque
ispirata, scrivere su quelle strisce è adempiere ad una funzione sacrale. D’Annunzio fa
leva su tre emblematici riferimenti culturali: il primo è dello scriba egizio allude ad una
scrittura ispirata; il secondo e il terzo riferimento sono legati al supporto cartaceo su cui
egli è costretto a comporre che evoca la stravagante abitudine della Sibilla cumana di
scrivere su tante foglie. Il terzo riferimento ci introduce nell’immaginario cristiano, sono i
“cartigi sacri che i pittori mettevano nelle loro tavole” che supplivano alla mancanza della
voce dei personaggi rappresentati, questa frase era estratta dalla Bibbia. Sono proprio le
caratteristiche del supporto cartaceo a determinare la svolta letteraria di D’Annunzio,
l’approdo ad un nuovo stile (prosciuga la sintassi, la rende secca, rapida ed essenziale; i
periodi sono molto semplici).!
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LA CRISI DELL'UOMO NOVECENTESCO!
Il Novecento è segnato da una crisi dell’intero sistema dei valori, dovuta a numerosi fattori:!
1) l’accelerazione del progresso con cui si sono succedute sempre nuove scoperte ed
invenzioni;!
2) lo sviluppo della “società di massa”, i cui membri non contano più in quanto persona ma
come unità numeriche. Questo tipo di società di è venuto consolidando sulla spinta
degli interessi della politica e dell’economia e con l’approdo dei mass mesia. La società
di massa è il prodotto di due degenerazioni: sul piano politico del decadimento della
democrazia, su quello economico della degenerazione del mercato. La persona risulta
alienata, ricondotta a elettore o consumatore.!
3) ad accrescere il senso di smarrimento ha contribuito la globalizzazione che sfocia nel
mondo delle multinazionali e del “villaggio globale”. La globalizzazione, per sè, significa
circolazione dei beni e scambi interculturali ma essa ha provocato alcuni effetti negativi,
fa sì che il crack finanziario si ripercuota con effetto domino in tutto il mondo, ed inoltre
l’omologazione culturale!
4) Nel 900 si è compiuto quello che Nietzsche aveva definito “la morte di Dio”, ovvero la
scomparsa di una prospettiva religiosa come fondamento dell’agire morale, essa si è
consumata in una progressiva scristianizzazione dell’Occidente. L’appannamento del
senso del peccato ha finito per generale un clima di noncuranza; si indica con
secolarizzazione il processo storico che ha spinto la civiltà contemporanea a concepire
e a impostare la vita in una prospettiva unicamente terrena!
5) la morte di dio ha lasciato l’uomo senza punti di riferimento; dalla crisi novecentesca
nasce l’Esistenzialismo (Heidegger, Jaspers, Sartre e Marcel), essi hanno posto al
centro della loro riflessione la condizione esistenziale del singolo uomo: abbandonato a
se stesso deve fare appello alle sue sole risorse per dare un senso e una direzione alla
propria esistenza; ogni individuo cerca di realizzare una sua idea di mondo per questo
si prende cura dei propri simili e delle cose. La cura è l’atteggiamento fondamentale che
contraddistingue la relazione dei singoli con il mondo; ciascuno investe molto tempo nel
futuro, ma esso è vano e i piani trascendono da ogni possibilità di realizzazione. La
consapevolezza dell’inevitabile fallimento di tutti i progetti genere un sentimento di
angoscia.!
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LA CRISI DELLA SCIENZA E LA SCOPERTA DELL'INCONSCIO!
La scienza ha influito sulla cultura del 900, le scienze esatte si sono scoperte deboli e
condizionate. I nuovi orizzonti che essa ha tracciato pongono infati più domande di quante
siano le risposte.!
1) La teoria della relatività elaborata da Albert Einstein. Secondo questo teoria ciò che noi
siamo abituati a concepire come entità a sé stanti, tempo spazio o materia, in realtà
sono soltanto aspetti o dimensioni dell’energia la cui essenza non è chiara. Ciò significa
che la misura di queste manifestazioni non potrà mai avere un valore assoluto.
L’applicazione di questa scoperta genera la conclusione che ogni presunta verità è
relativa al soggetto che la formula e non può avere validità se non per lui!
2) La formulazione della crisi epistemologica di Karl Popper, filosofo austriaco il quale ha
negato a priori che una scienza possa pervenire a risultati inoppugnabili: a nesusna
scienza è dato spingersi al di là della semplice congettura ed ogni congettura è
destinata ad essere confutata. In questo senso la sua è anche stata definita “teoria
della falsificazione”.!
3) La psicanalisi inventata da Sigmund Freud; egli elaborò una teoria complessiva delle
nevrosi e dei disturbi della psiche in genere. La fondazione della psicanalisi si fa risalire
al 1900 con la pubblicazione de “L?‘interpretazione dei sogni”. La sua teoria,
organicamente esposta ne “introduzione alla psicanalisi” (1915-17) postula che il primo
movente dell’agire umano sia il principio del piacere, ogni individuo infatti è portato per
natura a soddisfare la propria libido. Il principio del piacere deve scontrarsi però con il
principio di realtà, argomento di “Al di là del principio del piacere” (1920), il principio di
realtà viene interiorizzato sotto forma di norme che devono essere rispettate, pena
l’insorgere del senso di colpa, componente repressiva che chiama Super-io. Poichè la
soddisfazione della libido è contraria al principio di realtà, essa subisce a opera del
Super-io una serie di impedimenti, detti inibizioni. La dimensione del desiderio viene
quindi rimossa dall’inconscio, l’Es. Il principio del piacere continua a reclamare i propri
diritti, le sua pulsioni riescono ad aggirare la censura del Super-io manifestandosi nei
sogni notturni, in tutta l’attività fantastica, e nei sintomi, come i lapsus o i tic nervosi. La
coscienza si trova al centro di un campo di forze contrastanti: il suo compito è appunto
quello di cercare di armonizzare le spinte dell’Es con le proibizioni del Super-io. Se l’Io
riesce nell’intento l’individuo è psichicamente normale, altrimenti insorgono patologie.
La sessualità assume dunque un rilievo senza precedenti, l’uomo appare mosso dalla
libido. La guarigione, per la psicanalisi, consiste nel prendere atto della causa remota
del problema ed accettarsi per quello che si è. La scienza freudiana ha spinto l’indagine
degli scrittori nella direzione delle spere più intime e morbose della psicologia umana.
Dalla psicanalisi inoltre la letteratura ha imparato il linguaggio dell’inconscio.!
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I RIFLESSI LETTERARI DELLA CRISI!
Nel romanzo del Novecento scompare la macchina tradizionale dell’intreccio, il prodursi di
fatti non appare più regolato da una legge deterministica di causa-effetto, ma soggetto alle
bizzarrie del caso, viene reintrodotta una certa dose di caos.Tutto è diventato possibile e
quindi credibile. Il romanzo del Novecento mostra disposizione a calarsi nelle zone
d’ombra dell’essere umano, ritraendone le nevrosi. le frustrazioni e il malessere
esistenziale. Ne esce un’immagine dell’uomo diminuita, malata, alla deriva: i personaggi
sono privi di carattere, sono antieroi; non c’è posto per gli eroi data anche la funzione che
assume il tema del suicidio, divenuto un cliché già nel 800, nel 900 è emblema
dell’impotenza e della mancanza di volontà del protagonista. Se ancora troviamo qualche
eroe letterario è sempre perchè tale è diventato senza volerlo, è un eroe per caso. Se
dalle opere scompaiono gli eroi è anche perchè essi non possono esistere in un tempo in
cui non succede niente. I maggiori autori iscrivono tutti i loro personaggi sotto la
dominante della malattia; nell’universo sconvolto dalla crisi moderna e casi diventano
infiniti e i singoli individui non sono più visti come cosmi in miniatura, ogni individuo fa
storia a sé.Se il romanzo ha sempre preteso di restituire un’immagine speculare del
mondo qui la liquefazione della forma riflette una percezione del mondo enigmatica
sfuggente e priva di scopo, si è consumata la perdita di una visione unificante. Cade il
modello ottocentesco del grande ciclo narrativo, a vantaggio del romanzo enciclopedico,
che supplisce alla mancanza di una visione esaustiva della realtà con un’ostinata
accumulazione di dati; si instaura un regime di promiscuità, un eccezionale assortimento
di temi. Gli scrittori del 900 hanno rimesso tutto in discussione, anche la separazione tra
tragico e comico, è il secolo del riso amaro, sigla ossimorica che ben sintetizza la
mescolanza di generi opposti. Anche la frontiera che teneva il tragico distinto dal
quotidiano è stata abbattuta, il 900 ne segna la fusione. La violenza è piuttosto frequente
nella letteratura nel 900, le sue manifestazioni più caratteristiche erompono da una
crudeltà o da una follia generalmente gratuite. La violenza che si scatena senza motivo
porta allo scoperto un’umanità brutale che mostra il più totale disprezzo per la vita. Ci
troviamo spesso in un mondo dai tratti infernali, la Stagione dell’inferno (1873) di Arthur
Rimbaud e prima di Baudelaire, ha conosciuto nel 900 un’infinità di repliche. Se quella dei
peoti maledetti però aveva il profilo di un’avventura, gli autori contemporanei la sentono
come una condanna a priori, una condizione di partenza dalla quale vorrebbero uscire.
L’esperienza di cui Rimbaud aveva circoscritto la durata ad una stagione rischia di
tramutarsi in un supplizio senza fine. La crisi che ha investito la civiltà contemporanea
costituisce la base di partenza per la ricerca di un fondamento al mistero della vita. Il
Novecento è stato più il secolo della ricerca che non del possesso, si parla di nomadismo
intellettuale, sotto l’impulso di un’inquietudine ansiosa, indica la vitalità del 900 letterario,
le sue doti di resistenza e di reazione. La letteratura del 900 ha tratto vantaggio dalla
divulgazione delle scoperte scientifiche, le circostanze biografiche degli autori poi
cambiano, essi infatti non avevano più una formazione necessariamente umanistica, ma
affiancano alla letteratura un’altra professione, lavorando nei cantieri, nelle ferrovie, nei
tribunali o in banca. La letteratura si è dunque aperta agli apporti delle più svariate
discipline, inseguendo l’obiettivo di fornire una mappa dettagliata ed organica del mondo,
lo scrittore ha sentito la necessità di inglobare nella sua opera la molteplicità dei sapere e
degli strumenti della cultura contemporanea. In questo consiste La sfida al labirinto, Italo
Calvino, in cui è condensato tutto il dramma della ricerca novecentesca; Calvino non si fa
illusioni sulla possibilità di uscire dal labirinto della “complessità del reale”, ma egli non è
nemmeno per la resa incondizionata. La letteratura del 900 pullula di sconti tra padri e figli,
ancora più frequente è la rappresentazione della morte del padre o della sua fuga, sfilano
nei testi orfani, trovatelli o figli illegittimi abbandonati. La letteratura contemporanea sconta
il complesso dell’orfano, avendo assistito allo spegnersi della tradizione; il sentimento di
orfanezza pesa, ci si scopre soli con tutto il peso dell’esistenza sulle spalle. La letteratura
del 900 non è mai spontanea e improvvisata, ma al contrario satura di cultura, la memoria
del classici ha continuato ad aleggiare. Durante il 900 si è verificata una rivoluzione
copernicana nel modo stesso di concepire la tradizione: il rapporto con la classicità non ha
più nulla di dogmatico, la tradizione può essere conquistata. Ma se la scelta di un classico
risponde a criteri di elezione, la sua scoperta si deve all’arbitrio della curiosità, ogni
autore costruisce la sua biblioteca ideale. Occorre suddividere il Novecento in quattro
grandi stagioni, ciascuna dominata da caratteristiche proprie (Pima guerra mondiale -
caduta del fascismo -stagione terroristica degli anni di piombo). !
Primo Novecento: 1900 - 1918!
Secondo Novecento: 1919 - 1943!
Terzo Novecento: 1944 - 1978!
Quarto Novecento: 1978 - alla fine del secolo!
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IL SECOLO DELLE RIVISTE!
il Novecento letterario potrebbe essere definito il “secolo delle riviste”, esse hanno saputo
catalizzare l’intera vita letteraria di molte opere del 900; numerosi scrittori dalle riviste
hanno attinto linfa e ragioni. Le riviste hanno influito la genesi delle opere che a certe
particolari forme letterarie è stato assegnato il nome della testata all’interno della quale
sono maturate: si parla di frammentismo vociano (dalla “Voce), prose rondesche (dalla
“Ronda”) oppure romanzo solariano (da “Solaria”). Le riviste diventarono il canale
privilegiato di un’azione culturale tendente a recuperare alla “classe dei colti” un ruolo
egemone nel processo di sviluppo, emblematico il caso della “Voce” di Giuseppe
Prezzolini che si attribuì il computo ambizioso di formare una nuova classe dirigente. Le
riviste avevano un’indole antidogmatica, mostravano una singolare attitudine critica. La
misura breve e il tenore antologico- frammentario o saggistico-divulgativo dei testi letterari
e degli articoli ospitati denunciano lo stato di mobilitazione permanente. Le riviste
incarnano l’atteggiamento sperimentale di un secolo votato alla ricerca di punti di vista
inconsueti e di inedite soluzioni espressive. !
Primo novecento (1903-1923): è il tempo eroico delle fondazioni; atteggiandosi a guide e
maestri per partito preso essi si collogano all’avanguardia di ogni moto, i principi supremi
erano sincerità ed intransigenza. Es: Voce, Ronda, Il Leonardo, Lacerba di Ardengo
Soffici, Poesia di Filippo Tommaso Marinetti, Lirica, La brigata!
Secondo Novecento (1924-1943): coincise con la dittatura fascista, entriamo nel periodo
della cultura subalterna con la fine della libertà di parola e dell’indipendenza di pensiero.
L’ultimo tentativo di promuovere un fronte liberale contro le violenza squadriste si deve a
Piero Gobetti che, all’indomani del delitto Matteotti, capo dell’opposizione parlamentare,
dette via al “Baretti” nel segno della ragione illuministica e della civiltà europea. Egli però
pagoò con la vita.Tutte le pubblicazioni periodiche vennero sottoposte a censura, chi non
voleva prestarsi a celebrare i trionfi della rivoluzione fascista si vedeva costretto ad
allontanarsi. Es: Solaria (voleva sottolineare il bisogno di costruire un orizzonte alternativo
alla pesantezza plumbea delle camicie nere), Letteratura, Campo di Marte. Sul versante
fascista abbiamo Il selvaggio, 900, Strapaese e Stracittà. Dopo la firma dei Patti
lateranensi nacquero molto riviste confessionali come Il frontespizio.!
Terzo Novecento (1944-1966): nel 1943 chiusero tutte le riviste o quanto meno dovettero
interrompere le pubblicazioni. Questi terzo periodo è contraddistinto dalle insegne
utopiche dell’impegno, il ripristino della democrazia immise una ventata di entusiasmo e di
fede ritrovata nelle responsabilità civili dell’intellettuale. Gli uomini di cultura maturarono
un’idiosincrasia nei confronti di ogni sistema di potere; quando è venuto meno lo spirito
fervido dell’immediato dopoguerra, le riviste sentirono il bisogno di denunciare lo
stravolgimento dei valori. L’euforia dei primi tempi cedette il posto alla delusione e
all’amarezza. L’impegno si esplicò nelle forme della critica stringente. !
Quarto Novecento (1967): anno di fondazione di “Quindici”, qui le riviste hanno difficoltà a
farsi largo a causa delle comunicazioni di massa e del new media. Quindici di Alfredo
Giuliani è un luogo di raccolta della Neo-avanguardia, potè puntare subito il dito contro la
congiura del silenzio che aveva colpito la cultura. Vittime di questa congiura le riviste
sopravvissero ma senza più voce in capitolo,sono rimaste però prodotti di nicchia. !
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LINGUA E LETTERATURA: IL TRIONFO DELL'ITALIANO!
Il Novecento è il secolo in cui è giunto a compimento il processo di unificazione linguistica
della penisola, l’italiano diventa la lingua della comunicazione quotidiana grazie alla
scuola, all’emigrazione internazionale, ai mezzi di comunicazione di massa e alla
diffusione in età fascista della radio. Dopo la Seconda guerra mondiale i tre fattori
principali di accelerazione del processo d’italianizzazione furono:!
1. la conversione economica dell’Italia da paese agricolo-marinaro a paese industriale, che
comportò un ingente flusso migratorio dalle campagne verso le città dove erano sorte le
fabbriche (Milano, Torino), secondo la direttrice sud-nord e in parte est-ovest!
2. la scolarizzazione di massa che cominciò negli anni 60, vi fu una crescita del livello di
acculturazione anche sulla spinta dell’innalzamento a 14 anni d’obbligo scolastico, molti
prendevano la licenza media, il diploma o anche la laurea!
3. l’ingresso nella vita domestica della televisione, massima responsabile del livellamento
culturale degli italiani.!
L’impiego del dialetto si è venuto ridimensionando, si è instaurata infatti una censura
culturale, il dialetto era segno di rozzezza e ritardo culturale. L’italiano si afferma sul
territorio però assorbendo parole, costruzioni sintattiche e modi di dire del dialetto, facendo
nascere tanti italiani regionali. Si svilupparono anche gerghi e linguaggi settoriali, a causa
della risemantizzazione delle parole. I gerghi furono una risorsa della malavita e anche dei
gruppi giovanili. Per quanto riguardo l'ingresso di termini stranieri nella lingua italiana, a
partire dal secondo dopoguerra ci fu una massiccia invasione di anglismi, a causa del
ruolo egemone esercitato dagli Stati Uniti come grande potenza mondiale, evidenziando lo
strapotere angloamericano. I letterati all’indomani dell’Unità d’Italia si trovarono dunque
davanti ad un bivio: assecondare il processo, facendo proprio l’uso dell’italiano o
resistergli, continuando ad attingere al serbatoio della tradizione illustre. A seconda delle
poetiche e delle stagioni è prevalsa l’una o l’altra scelta, accentuando però la nettissima
divaricazione tra le due strade.!
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LO SMANTELLAMENTO DELLA TRADIZIONE E LA POESIA CREPUSCOLARE!
Nel primo periodo del Novecento si consumò un simbolico parricidio: si rifiutò in blocco
un’intera tradizione, celebrando i funerali degli ultimi “scudieri dei classici” come Carducci
o Pascoli. L’Ottocento romantico di Manzoni e Verga aveva avviato una riforma dei codici
narrativi, rinunciando alla lingua morte della tradizione illustre in favore della lingua viva,
parlata, della comunicazione. Invece la lirica di Pascoli e di Leopardi invece continuò ad
essere invasa di magniloquenza. Liberare la poesia dalla retorica diventò la parola
d’ordine della prima generazione novecentesca seguace di Paul Verlaine. Questa
liberazione avvenne anche con l’introduzione nel genere lirico di contenuti e parole
estranei al canone petrarchesco, da essere avvertiti come stridenti, inopportuni ed
irriverenti. Eugenio Montale la definì “poesia inclusiva” perché hanno trasportato
nell’ambito del verso tutti i contenuti che erano stati esclusi da qualche secolo. Entra
perciò in poesia il brutto in tutte le accezioni, il vecchio, il povero, il grottesco, il
provinciale, il quotidiano ecc. Sperimentarono anche forme ibride a metà strada tra il verso
e la prosa che condussero all’introduzione del “verso libero”, sciolto cioè dalla rima e da
ogni vincolo isosillabico. La prima pattuglia di poeti è quella dei crepuscolari. Essi non
diedero mai vita ad una scuola poetica, non sottoscrissero manifesti nè riviste; questo a
causa della loro dispersione geografica in diversi cenacoli disseminati lungo la penisola. I
due filoni più folti furono quello torinese (Guido Gozzano, Carlo Chiaves, Giulio Gianelli,
Nino Oxilia, Carlo Vallini); e quello romano (Sergio Corazzini, Tito Marrone, Fausto Maria
Martini. Più isolato il gruppo romagnolo di Marino Moretti che strinse a Firenze un sodalizio
giovanile con Aldo Palazzeschi. A battezzare cos’ i poeti crepuscolari fu Giuseppe Antonio
Borghese che definì appunto crepuscolare la loro poesia infantile e malinconica. I
crepuscolari ebbero il coraggio di scrollarsi di dosso quei maestri estremamente
ingombranti, spianando la strada ad una concezione totalmente inedita della poesia. Di
D’Annunzio essi salvarono solo il Poema paradisiaco (1893), con l’esteta e il superuomo
era guerra aperta. Da Pascoli impararono l’amore per le piccole cose ma senza
implicazioni visionarie. I modelli dipartono dal grande tronco simbolista di area fiamminga,
la loro poesia si nutre di noia e di malinconia, sullo sfondo di tristi canali e nebbiose
cittadine di provincia, di austeri colleghi e lugubri ospedali. I crepuscolari erano anime
solitarie rassegnate all’infelicità: orfani, vecchie, zitelle, moribondi, sentono queste figure
congeniali al proprio destino incompiuto, insediato dalla malattia che li condanna ai
margini della vita. Ci sono poi interni domestici, un vero catalogo di oggetti kitsch (uccelli
impagliati, orologi cucù, lampadari vetusti). Il mondo dei crepuscolari è quello della
provincia, è una dimensione dell’anima, il luogo ideale dove la vita giunge ovattata, dove il
tempo non passa mai in una sorta di clausura o di morte anticipata. A questo mondo si
addice un linguaggio smorzato, dimesso, senza colore poetico. L’abbassamento di tono e
la pronuncia flebile si evince anche da certi titoli come Poesie scritte col lapis (1910) di
marino Moretti, Armonia in grigio et silenzio (1903) di Corrado Govoni. Siamo sulla linea
delle Myricae pascoliane con la differenze che Pascoli aveva dato un titolo latino alla sua
opera, mentre i crepuscolari si spinsero oltre il processo di desublimazione. La lirica non
rivestiva più alcun pubblico ufficio, dedicarvisi serviva solo a procurare qualche modesta
ed intima consolazione all’anima. Continuare a scrivere versi era un anacronismo, un vizio
privato, una debolezza disonorevole vissuta con imbarazzo. (es.Piccolo libro inutile di
Sergio Corazzini). I crepuscolari provavano vergogna della propria vocazione poetica,
perfino a negare per sè l’etichetta dei poeti. Appaiono una sorta di reincarnazione
dell’Heautontimoroumenos, il “punitore di se stesso” del commediografo latino Terenzio. !
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BRANI!
Desolazione del povero poeta sentimentale: di Sergio Corazzini, da Piccolo libro inutile
(=1906, Corazzini diede vita ad una piccola collana di poesie intitolata Biblioteca dei
piccoli libri inutili. A inaugurarla fu proprio questo libro che raccoglie 8 liriche dell’autore e
altre poesie di Tarchiani. Il poeta educa il suo spirito al distacco dalle cose terrene per
andare incontro all’appuntamento con la morte vista come passaggio verso un’esistenza
ulteriore. Presenta perciò un carattere eminentemente ascetico di solitudine, silenzio,
raccoglimento e preghiera, in un clima di fervido misticismo. Sono liriche intime e
meditative). Nel brano ci sono le enunciazioni più limpide della poetica crepuscolare. Il
brano muove da un’istanza polemica: è in questione infatti l’idea stessa di poesia.
Corazzini con la parola poeta allude a D’Annunzio, egli infatti intende la poesia in modo
diametralmente opposto per questo Corazzini preferisce incarnare un piccolo fanciullo che
piange (Pascoli), piuttosto che un poeta. Questa lirica è il più completo ribaltamento degli
attributi dannunziani (silenzio vs celebrazione della parola, tristezza vs gioia dionisiaca,
morte vs slancio vitale). Dietro questa dichiarazione di resa al destino si cela una capacità
di distacco dal mondo che rivela l’uomo superiore, il velo saggio. Corazzini indica la via
della rassegnazione, all’origine della sua sapienza di vita sta l’esperienza-limite della
malattia, l’avvicinarsi della morte non provoca una visione distorta della realtà ma una
visione più lucida ed oggettiva. Il poeta, incapace di uscire dalla sua persistente
malinconia, insegue la via ascetica del ripiegamento interiore, ama isolarsi, ama il silenzio,
l’oblio, l’ombra e la marginalità. Egli attinge alla sfera religiosa, allude ala recitazione del
rosario e alla Madonna, s’identifica con Gesù, rivivendone le tribolazioni. Tutti questi
riferimenti ascrivibili al campo della pietà e della dottrina cristiana, serve a connotare in
senso mistico il costume ascetico di vita adottato dal poeta, simile ad un moderno laico
eremita. Linguaggio intriso di morte, termini dalla grafia arcaica, impiego delle figure di
ripetizione per conferire enfasi emotiva al discorso, assimilazione della poesia alla
comunicazione orale. Monologo ad alta voce rivolto ad un interlocutore immaginario.!
A Cesena: Marino Moretti, da Il giardino dei frutti (=Questa raccolta è segnata da alcuni
topoi caratteristici della poesia crepuscolari: domeniche uggiose, suore, collegi.. Moretti si
muove nella direzione di un realismo basso, fatto di cose minime e di persone semplici, in
funzione antilirica. Motivo che attraversa la raccolta è quello del destino mancato. I punti di
forza della raccolta si possono ravvisare in due sezioni: le autobiografiche Poesie
scolastiche, costruite sul filo di una memoria legata ad episodi di solitudine; e i Canti della
cucina, celebrazione della madre casalinga, con un abbassamento di tono). Il brano
racconta di una giornata di pioggia in cui il poeta fa visita alla sorella che dopo il
matrimonio è andata a vivere a Cesena. Il poeta la osserva nelle sue nuove vesti
trovandola trasformata. Egli nota i contrasti con la suocera e la cognata. Al centro della
scena si accampa la sorella, con il suo fiume inesauribile di parole. Il poeta tace, ascolta
triste e frastornato la metamorfosi della sorella, egli finisce quasi per scomparire.La sorella
diventa l’emblema dell’ipocrisia del mondo borghese, l’esistenza si è trasformata in una
pesante visione quotidiana. Tutta assorbita nei suoi pensieri la tristezza diventa la parola
chiave, ella fa di tutto per far vedere invece che la sua vita “è bella”; questo autoinganno
conduce all’alienazione. Anche la pioggia è simbolica, rappresenta il doppio: della donna
che fa piovere sul fratello un diluvio di parole ma indica anche un clima psicologico di
disagio e tristezza. Il colore dominante è il grigio, simbolo di una vita spenta ed amare, la
provincia moltiplica il grigiore della dimensione borghese della vita; pioggia come
condizione stessa dell’esistenza. Assistiamo ad un grado zero della prosa, tutto semplice e
neutro.!
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GLI ANARCHICI E I FUTURISTI!
Accanto alla corrente moderata dei crepuscolari si fece strada una linea più trasgressiva,
che assunse un atteggiamento di sfida, provocatorio, nei confronti dei modelli ereditati. I
principale esponenti furono Gian Pietro Lucini, Corrado Govoni e Aldo Pazzeschi. Essi
furono attratti nell’orbita futurista, salvo distaccarsene molto presto per “indisciplina”,
esplosero nel 1909 con il rifiuto a priori di ogni regola.Possiamo parlare di anarchia, per
questa rivendicazione di una libertà assoluta come condizione imprescindibile di
autenticità poetica. In tutti gli eserciti c’è un reparto specializzato nel sabotaggio delle
difese, delle vie di comunicazione e delle infrastrutture nemiche: è il “genio guastatori”.
Palazzeschi, Govoni e Lucini si arruolarono in questo reparto, facendo saltare in aria la
tradizione lirica. (Es: Revolverate - Lucini, L’incendiario, Palazzeschi). Per i tre l’impoetico
non esiste, si spinsero al limite dell’antipoesia, estetica del brutto, del turpe, del deforme,
del cacofonico. In linguaggio è diretto, assolutamente privo di filtri e di pudori, per il “poeta
guastatore” gli oggetti, le persone, la natura e il mondo gli sembrano pieni di aborti. Anche
i vocaboli sono estranei alla tradizione lirica italiana, è l’anarchia fatta a poesia, senza più
gerarchie nè distinzioni di classe, razza o funzione. I vocaboli sono lunghi, il ritmo si perde,
il testo è stridente. Fu Filippo Tommaso Marinetti il fondatore dell’avanguardia futurista, a
lancia un’inchiesta sul verso libero. Esso non deve più seguire alcuna regola, l’anarchia
applicata alla metrica. Il verso libero resta fondamentalmente prosaico, privando il
componimento del tempo musicale, delle battute e della melodia. Il movimento futurista
attuò un assalto alla tradizione letteraria in piena regola, a colpi di manifesti e provocazioni
clamorose. Il Futurismo fu una vera e propria avanguardia, volle tradurre la sua visione
del mondo in un programma di intervento articolato e globale. Fondatore del Futurismo fu
Filippo Tommaso Marinetti, che nel 1905 fondò la rivista internazionale “Poesia” e su di
essa nel 1909 pubblicò Fondazione e Manifesto del Futurismo che segnò l’atto ufficiale
di nascita del movimento. Le linee guida furono l’esaltazione di tutti i simboli della
modernizzazione, dell’automobile, delle grandi industrie e delle folle cittadine; la
celebrazione fanatica della guerra come “sola igiene del mondo”, il disprezzo della donna.
I Futuristi si scagliarono contro il classicismo e contro il sentimentalismo romantico, non a
caso il secondo manifesto fu intitolato “Uccidiamo il chiaro di luna!” a cui seguirono “Contro
l’amore e il parlamentarismo” e “Abbasso il tango e Parsifal”. La donna è vista come
ostacolo alla nascita di un nuovo prototipo umano, l’ideale umano è quello del “Centauro”
cioè l’uomo macchina, l’artista si concentra sul mondo degli oggetti, emblema della civiltà
moderna. L’altro cardine è la velocità, il dinamismo. La rivoluzione del linguaggio
espressivo egli la propose nel “Manifesto tecnico della letteratura futurista” (1912) e ribadì
in “Distruzione della sintassi Immaginazione senza fili Parole in libertà”. I verbi sono
all’infinito, la punteggiatura sparisce e si sostituisce con segno matematici o musicali, il
testo si riduce a una sequenza frenetica di immagini. Il Marinetti futurista inaugurò la
stagione delle “parole in libertà” che trasmettono un flusso di sensazioni e soprattutto
l’immaginazione senza fili del creatore. Essi ricorrono alla tipografia: fanno comporre le
parole a fine espressivo, in formati, corpi e serie variabili di caratteri. Questo patchwork
tipografico finiva per conferire alla pagina un valore anche figurativo, Marinetti e saguaci
arrivarono a concepire i calligrammi, testi in cui le parole vengono disposte in modo tale
da formare un disegno; le cosiddette “tavole parolibere”, poesie visive dove linguaggio
verbale e iconico si confondono; esse hanno permesso un’osmosi tra le arti, i poeti
inseguivano la simultaneità mentre i pittori introducevano nei loro quadri tempo e
movimento applicando il procedimento del cinematografo. !
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BRANI!
E lasciatemi divertire!: di Alzo palazzeschi, da L’incendiario (=1910, si nota l’estrema
carica eversiva di questa raccolta, l’urto con i benpensanti lo ribadisce con gusto
provocatorio rovesciando addosso agli uomini seri una cascata di suono senza senso,
insolenti. L’arma del poeta è il rovesciamento carnevalesco della vuota serietà del mondo,
una risata beffarda, sopra tutti i culti, i valori, i sacri principi della società bigotta e
borghese. Il poeta si atteggia a buffone, prendendosi gioco della gente). Il brano è
un’enunciazione provocatoria della poetica anarchica palazzeschiana. Sono sequenze
sonore prive di senso, in modo da suscitare le reazioni scandalizzate dei lettori. Notiamo
da una parte i vocalizzi, dall’altra il commento polifonico che ne segue, una sorta di
contraddittorio dialogico tra l’autore e alcuni interlocutori, Palazzeschi scredita a tal punto
la lirica da ridurla a un’insensata glossolalia. Vediamo la consapevolezza maturata
dall’autore dell’ostracismo dato alla poesia dal mondo contemporaneo, essa ha perso ogni
funzione civile, è stata esautorata. Non ha più senso coltivare una poesia solenne se nel
mondo borghese la poesia è diventata un’occupazione vana e oziosa, tanto vale adattarsi;
la poesia diventa una rivolta anarchica, profanazione del mondo e di se stessa. Si parla di
poeta saltimbanco che assume le sembianze del fool shakespeariano, insieme pazzo e
buffone di corte, l’unico cui sia concesso di prendersi gioco dei potenti e dire le verità più
scomode. La poesia è riuscita a sfondare il muro del disinteresse borghese, essa rinuncia
non solo ad eleganza e piacevolezza formale, ma anche ad ogni semanticità, si consegna
al “nulla da dire”. Nella memoria della poesia si riflette però quella dell’umanità.!
La passeggiata: di Aldo Palazzeschi, da L’incendiario (=1913, non è la seconda edizione
della raccolta poetica pubblicata tre ani prima, è un’antologia della sua produzione
poetica). Nel brano due persone non identificate vanno a fare una passeggiata in un
centro cittadini. Un occhio vigile registra le insegne dei negozi, le targhe delle vie e i
numeri civici. Palazzeschi tornò più volte su questa poesia con integrazioni e varianti. La
poesia è una scrupolosa e apparentemente asettica registrazione delle scritte di ogni tipo
in cui s’imbattono le due persone a passeggio. Gran parte dei nomi e delle réclame che il
poeta ci propone sono palesemente inventati in funzione ironica, è un paesaggio urbano
tanto verosimile quando inventato, uscito dalla mente del poeta saltimbanco. Siamo alla
totale scomparsa del soggetto, la trascrizione delle insegne è un atto meccanico, i due
minidialoghi sono asettici. Nella città moderna la foresta di simboli di baudelaire si è
trasformata in una foresta di messaggi. La città appare il luogo della comunicazione
pubblicitaria, ci muoviamo all’interno della società dei consumi. Il mondo per palazzeschi
appare privo di logica, confuso, ma da un lato è anche terribilmente buffo. Il lato ridicolo
del mondo emerge dalla disposizione dei messaggi, la malizia nell’avvicinare tra loro realtà
stridenti. Questo legame è rafforzato dalla rima che svolge una funzione demistificatrice.
Tutte queste cifre concorrono alla desublimazione della poesia, alla sua riduzione a puro
divertimento.!
Fondazione e Manifesto del Futurismo: di Filippo Tommaso Marinetti, da I manifesti del
Futurismo. Questo è il primo manifesto dell’avanguardia futurista, quello che ne rievoca la
nascita e ne delinea il programma. Marinetti lo diramò, in francese, dalle colonne del
“figaro” il 20 febbraio 1909, la versione italiana venne pubblicata sulla sua rivista “Poesia”.
Lo scritto è suddiviso in due parti: l’atto di fondazione dell’avanguardia futurista, raccontato
in termini epico-avventurosi, e il manifesto programmatico, che enuncia i principi fondanti
del movimento. Marinetti si fa portavoce di un orientamento collettivo, tanto che può
parlare in prima persona plurale, le parole d’ordine sono condivise da tutti. Punto di
partenza è la consapevolezza di essere giunti ad una svolta epocale, indotta dallo
sviluppo tecnologico e dalla modernizzazione della vita, di tale portata da richiedere una
rivoluzione culturale. E’ il tempo dell’istinto e dello slancio vitale. I futuristi sposano a priori
la nuova estetica della velocità, velocità e macchina diventano il binomio della
“modernolatria” futurista, tra l’uomo e la macchina Marinetti vorrebbe che si generasse una
decisiva osmosi, qui riassunta nel prototipo del Centauro: l’uomo che cede alla macchina
la propria vita animata, mentre la macchina rende le reazioni dell’uomo più meccaniche,
spegnendone il sentimento. Questo programma, che contiene una visione del mondo e un
ideale antropologico, è espresso dunque in forma schematica e lapidaria per punti in
rapida successione. Il manifesto mira a conquistare i lettori, a sedurli, è dunque un
linguaggio impiegato più per colpire, per abbagliare. Si afferma così una nuova modalità di
comunicazione, adatta per la società di massa!
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I VOCIANI!
Essi presero il nome dalla rivista che li ospitò, “La voce” fu in effetti una delle più importanti
riviste dei secolo scorso. Fondata da Giuseppe Prezzolini nel 1908 dapprima fu un foglio
settimanale di impegno civile e cultura militante, fino al 1912 non pubblicò testi creativi, poi
quando la direzione artistica della testata passò d Giuseppe De Robertis si trasformò in
rivista letteraria. I vociani non furono un’avanguardia né in collisione con il passato, essi
concorsero al rinnovamento del linguaggio letterario andando nella direzione della lirica e
dell’autobiografia. I vociani furono inclini all’esame di coscienze, ai bilanci esistenziali, al
riconoscimento dei maestri e alle assunzioni di impegno. Rappresentante per eccellenza
fu Renato Serra, allievo di Carducci, il suo testamento fu Esame di coscienza di un
letterato (1915), è l’espressione più suggestiva della crisi che colpi gli intellettuali di primo
900, egli nell’imminente guerra si sente investito da una drammatica lacerazione. Questa
inclinazione agli esami di coscienza generò una spinti alla scrittura autobiografica
nonostante la giovane età degli autori: Jahier 35, Slataper 24. Le loro autobiografie però
non nacquero con il bisogno di lasciare una testimonianza dell’opera svolta a piuttosto per
fare il punto della situazione, chiarirsi le idee, stabilendo un programma d’azione
intellettuale. La vita che viene rievocata è quella dell’intelletto, dei doveri morali e dello
spirito, anche le decisioni sono tutte proiettate in avanti. L’impressione è quella di trovarsi
davanti a scrittura provvisorie, secondo l’ispirazione e lo stato d’animo del momento; è
intenzionalmente antiletterario. Alla base della loro poetica non sta alcun movimento
polemico, ma piuttosto la ricerca di una dizione pure che fosse l’espressione autentica del
vissuto; attuano un lavoro di ripulitura dell’espressione da ogni magniloquenza. La ricerca
di purezza fu influenzata dall’Estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale
(1902) e dall’Intuizione pure e il carattere lirico dell’arte (1908) di Benedetto Croce. Egli
seppe esercitare un’egemonia sulla cultura italiana come letterario filosofo e storico. Nel
sistema crociano l’arte rappresenta il momento in cui la conoscenza avviene in forma
intuitiva, per il tramite del sentimento La liricità è espressione del sentimento. L’originalità
diventa caposaldo dell’estetica crociana, da questo deriva lo smantellamento di tutte le
classificazioni tese ad irregimentare le espressioni artistiche, Croce fa piazza pulita dei
generi, sei registri stilistici e delle categorie scolastiche. Altro gruppo di peoti fu quello di
Arturo Onofri, Riccardo Bacchelli e Vincenzo Cardarelli riuniti intorno alla rivista romana
“Lirica”. Essi concepivano la creazione poetica come un’effusione del mondo interiore
dell’autore, la scrittura poetica diventava un monologo, la contemplazione dei moti più
intimi e nascosti dell’animo. La poesia diventava biografia interiore. I suoi redattori
andarono poi ad ingrossare le file della “Voce” che già contava poeti di Clemente Rebora,
Camilla Sbarbaro e Giovanni Boine. Uso del verso libero, alternanza di prosa e verso, si
realizzò una perfetta osmosi tra prosa e poesia. Un’altra caratteristica comune alle opere
dei vociani è il “frammentismo” (es: Frammenti lirici di Rebora e Frantumi di Boine). La
frammentazione indica una diversa visione del mondo, non più totalizzante, esaustiva, ma
frammentaria e puntiforme, la loro fu la poetica dell’attimo fuggente. Alla poesia breve si
sarebbe giunti con le prime liriche di Giuseppe Ungaretti (Porto sepolto - 1916 - e Allegria
di naufragi -1919). Il frammento qui divenne anche breve, addirittura laconico perchè,
aboliti o ridotti al minimo i passaggi logico-concettuali e i nessi sintattico discorsivi, nella
singola parola si vollero condensare tutte le verità; il messaggio diventa quindi evocativo,
analogico ed oscuro. Parallelamente all’esperienza vociana si sviluppò la lirica di Umberto
Saba il quale volle ispirarsi all’ideale di una “poesia onesta”, concepita fin dal 1911
nell’articolo Quello che resta da fare ai poeti. Autobiografismo, espansione sentimentale,
metrica conservativa, ingenuità e limpidezza furono gli ingredienti principali della sua
poesia. !
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BRANI!
Adolescente: di Vincenzo Cardarelli, da Prologhi (=il primo libro di Cardarelli, 30
componimenti di cui 14 in versi e 16 in prosa.Qui vediamo l'esempio di frammentismo
vociano, vociani si rivelano anche per il taglio diaristico, da "fatto personale" e per il taglio
meditativo, per lo sforzo di astrazione. Quello che differenzia Cardarelli dai vociani è lo
stile nitido e misurato, lontano tanto dalla tensione espressionistica quanto da emblemi
simbolisti). Nel brano Cardarelli delinea la figura della vergine adolescente; si nota il
processo astrattivo dell'iconografia femminile, gli attributi che conferisce alla ragazza
mirano al ritratto ideale. Egli vuole fissare nei suoi versi la forma universale della
femminilità allo stadio dell'adolescenza, si stende un alone di mistero che avvolge questa
creatura, figura di una donna in potenza che la rende adorabile. La perdita della verginità
le toglierà la fanciullezza lasciandogliene soltanto la nostalgia. Il topos è di ascendenza
stilnovistica per l'adozione del genere della loda. I principali risvolti sono due: l'elevazione
della vergine adolescente ad un rango superiore, regale e quasi sacrale; e l'estatica
adorazione del poeta che non innesca alcun atteggiamento. La deflorazione, tema della
seconda strofa, potrà essere compiuta solamente da un uomo insensibile che come un
bruto approfitterà di lei senza rimorsi. L'amara considerazione finale è che gli incoscienti
hanno sempre il sopravvento. Nella terza strofa ritorna alla protagonista!
la cui iniziazione ai rapporti carnali determina la fine della fanciullezza. Cardarelli pone in
evidenza il movente e l'errore. L'errore è esso stesso frutto di innocenza, di ingenuità: il
non sapere. Concedersi equivarrà a perdersi. Il vero tema è perciò il valore simbolico della
verginità, che Cardelli considera il pregio supremo di una donna. Perduta l'innocenza
infatti, non esercità più alcuna attrattiva. Il suo proposito è quello di svolgere, intono al
tema dell'adolescenza e della perdita della verginità, una riflessione di ordine ontologico,
la poesia si contraddistingue per la tendenza a formulare frasi assiomatiche o aforistiche,
che mostrano il moralismo dell'autore.!
O carro vuoto sul binario morto: di Clemente Rebora, da Frammenti lirici (=72 testi privi
di titolo e contrassegnati da un numero ordinale progressivo. Rebora appartiene alla
categoria dei "poeti filosofi", la sua è una poesia tramata di pensiero, che nasce dal
contrasto tra le idee e le cose. C'è in lui una forte componente volontaristica, un'ansia di
azione a vantaggio di tutti, per costruire una città dell'uomo più ordinata al bene e felice.
Rebora sente l'esistenza moderna e urbana che si è allontanata dai tempi ciclici e dal
riposo della natura, desiderosa di sollievo e liberazione. I Frammenti lirici sono attraversati
da una tensione continua, si è parlato di espressionismo erboriamo per alludere alla
violenza delle parole e dei contrasti stilistici della poesia impura. Non c'è narcisismo nella
sue opere ma un bruciante desiderio di relazione e di solidarietà). La poesia descrive, dal
punto di vista di un vagone, il carico, la composizione e la corsa sui binari di un treno
merci, assunto come allegoria della vita in quanto giogo e oppressione. Nei vagoni egli
vede rispecchiata la condizione dell’uomo contemporaneo, l’esistenza gli appare come
qualcosa di brutale. Ciascun uomo viene inserito in un ingranaggio, a tutti tocca la
medesima sorte: muore la persone e nasce l’uomo massa. L’alienazione, la solitudine, la
nevrosi, sono gli scompensi provocati da questo sistema, l’esistenza è delusa, umiliata,
che non appaga. Si note anche un Rebora religioso, mostra una debole fede ancora. Si
può parlare di espressionismo di Rebora, esso attraversa tutta l’opera in una visione
dolorosa del mondo, fonte di angoscia e terrore: esso appare come qualcosa che opprime,
irregimenta e soggioga. La deformazione dell’oggetto avviene in chiave zoomorfica,
generando immagini da incubo. Tipicamente espressionista, usa un linguaggio irritante e
sovraccaricato.!
Sempre assorto in me stesso e nel mio mondo: di Camillo Sbarbaro, da Pianissimo
(=1914, opera fondamentale e riassuntiva. Il titolo, prima Sottovoce, vuole suggerire il tono
sommesso di un monologo. La materia autobiografica e il taglio meditativa sono da esame
di coscienza. La lingua, elegiaca e confidenziale è di un livello medio e comune.
Pianissimo presenta un andamento compatto e coerente, disegnando un percorso
interiore nel quale il poeta cera di vincere l’aridità sentimentale e l’assenza di volontà. In
mezzo a tanta gente si sente solo, nel tentativo di scuotersi egli fa leva: sugli affetti
familiari, cercando nella città notturna dei bassifondi un contatto violento con i miserabili
andando incontro alla sua personale “stagione dell’inferno”, e tuffandosi nel grembo della
natura. Ma ogni sforzo è vano, solo un sollievo momentaneo). Nel brano il poeta,
infastidito da tutti i contatti umani (miserie, necessità e consuetudini), si chiude nel suo
guscio, creandosi un mondo tutto suo. Egli preferirebbe non essere mai nato. Il suo rifiuto
di piegarsi alle leggi sociali discende dalla sua totale estraneità. Il poeta detesta tutti quelli
che interrompono il suo assorto raccoglimento, vuole essere lasciato in pace, è un vero
misantropo, il contatto con gli uomini è assimilato ad un urto, uno scontro.L’esistenza gli
appare priva di attrattive e di opportunità e comporta una serie di obblighi che la
trasformano in una prigione. Egli taglia i ponti con il mondo, sprofonda in un mondo
parallelo inaccessibile. Due metafore centrali: quella del sonnambulo e della lumaca.
Siamo quasi ad un grado zero della prosa, sintassi molto semplice e il ritmo precipita e si
perde.!
Taci, anima mia: di Camillo Sbarbaro, da Pianissimo. Il titolo era inizialmente L’attesa.
Sentendosi privo di volontà il poeta cerca all’esterno la via d’uscita alla propria inerzia ma
teme che nulla valga a scuoterlo, sicchè oscilla tra l’attesa e la disperazione. Sbarbaro
descrive una situazione psicologica in parte nuova: il poeta, per uscire dal suo stato,
cambia strategia. Se all’inizio era chiuso in sé stesso e misantropo, ora ha compreso che il
suo male è radicato nell’anima. La diagnosi è diventata di segno tutto psicologico: la sua
inerzia proviene da mancanza di volontà. Se dunque all’origine del malessere sta la
mancanza di volontà, l’eventualità di una guarigione non può venire che dall’esterno. Egli
è un caso disperato, ma decide ugualmente di tentare, di aprirsi al mondo andando
incontro agli altri e mescolandosi alla folla. Il contatto è però solo virtuale egli è senza
volontà. Non compie alcuna azione, ma si limita a guardare la vita che gli scorre intorno.
Venuta la sera però egli cade di nuovo in catalessi, come morto, ma intanto ha provato
pietà, ha dato segni di vita. A questo seguiranno altri esperimenti, notiamo l’inclinazione ad
avvicinare la poesia alla prosa, adottando uno stile confidenziale, schietto e antiletterario,
semplice e piano. !
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GUIDO GOZZANO!
VITA!
Nacque a Torino nel 1883, i suoi genitori erano originari di Agliè, nel basso Canavese,
visse quindi in una cornice campagnola. Nel 1904 si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza
senza mai conseguire la laurea. La vocazione poetica fu consacrata nel 1903 con la
pubblicazione delle prima liriche sul “Venerdì della contessa”. Sedotto da D’Annunzio, si
atteggiò per qualche tempo ad esteta dilettante, frequentando gli ambienti mondani e,
accompagnato da questa fama da dandy, cominciò ad introdursi anche nei ritrovi letterari
della sua città; qui strinse amicizia con Carlo Vallini, Giulio Gianelli e Carlo Chiaves e
diede vita insieme a loro al cenacolo dei crepuscolari. La sua infatuazione dannunziana fu
di breve durata, il poeta tardosimbolista Francis Jammes e i fiamminghi Maurice
Maeterlinck, Georges Rodenbach ed Emile Verhaeren, lo convertirono a ideale di vita più
defilati, di un esausto romanticismo pieno di autoironia. Assunse perciò il profilo del
borghese di provincia, chiuso nel suo “piccolo mondo antico”, rispettoso delle buone
abitudini, pago delle cose semplici e un po’ fuori moda. Molte sue liriche apparvero su
giornali e testate periodiche, egli scrisse anche fiabe per il “Corriere dei piccoli”, poi
raccolte in volume nel 1914 per Arnoldo Mondadori con il titolo di I tre talismani, e alcune
scenegiature e didascalie per il cinema. Nel 1907 l’editore Streglio di Torino pubblicò la
sua prima raccolta di versi, La via del rifugio. Il secondo libro, I colloqui, uscì nel 1911 a
Milano presso Treves. Tra il 1907 e il 1908 intrecciò una breve e travagliata storia d’amore
con la poetessa torinese Amalia Guglielminetti ma non volle legarsi a lei, complice, forse,
la tisi che gli venne diagnosticata. La Guglielminetti ne soffrì molto ma dovette adattarsi e
accettare il rapporto su un piano di amicizia ed intesa letteraria. Nel 1907 al poeta venne
diagnosticata una lesione polmonare all’apice destro, primo focolaio di tubercolosi. Egli si
trovò quindi escluso dalla vita, costretto a guardarla dall’esterno. Cominciarono i soggiorni
in località marine e in montagna, nel 1912 intraprese un viaggio in India, i luoghi esotici gli
ispirarono una serie di prose in forma epistolare, in parte anticipate sulla “Stampa” e poi
pubblicate nel 1917 con il titolo Verso la cuna del mondo. Morì nel 1916 a Torino.!
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LE COSTANTI LETTERARIE!
Gozzano non era né idolatra del moderno né difensore a oltranza della tradizione, se da
un lato rifiutava il mondo frenetico, agitato e chiassoso della metropoli futurista, operaia e
borghese, dall’altro non si nascondeva che i ritmi della vecchia società ottocentesca erano
diventata inattuali. Il passato era per lui finto, lontano dalla vita. Nelle sue opere vediamo
una raccolta di “buone cose di pessimo gusto”, oggetti démodées e kitsch di cui si fa
collezionista. Il decadentismo di Gozzano però non si sposa mai con l’estetismo, la sua
chincaglieria infatti è fatta di cose brutte e di poco conto, reliquie di un “piccolo mondo
antico” che non esiste più. E’ stato il poeta dell’obsolescenza, che ha trasmesso,
mediante l’allestimento di ambienti affollati di oggetti desueti, la fine di un mondo, travolto
dalla modernizzazione e dall società di massa. Gozzano si straniava dal mondo e
imboccava “la via del rifugio”, chiudendosi in un esilio volontario. Sapersi avviato ad una
morte precoce lo poneva nelle condizioni più adatte a guardare con distacco alle lotte
quotidiane, da questa condizione deriva una speciale sensibilità e l’adozione di uno
sguardo fatalmente disincantato. Intorno alla malattia si forma il bozzolo protettivo di una
corazza psicologica. Ciò che salva Gozzano dalla possibile disperazione è l’ironia. Il
poeta non si ribella al proprio destino ma si piega ai decreti ostili della natura come la
ginestra leopardiana. Prende congedo dalle cose terrene, effimere, ha imparato da
Nietzsche a screditare tutti i valori e i luoghi comuni, gli idoli della belle époque (velocità,
macchina, patria, denaro, gloria,amore) poichè tutto “dilegua, passa, non dura”. Aver
capito ciò gli dona la serenità dell’uomo che ha raggiunto la sapienza della vita, ed è qui
che scatta l’ironia: una facoltà di sguardo bonario e smagato, commiserando quasi con
pudore, la vanità degli sforzi e la meschinità delle illusioni. Egli è stato il più grande
ironista. L’autore rifugge nel pathos, seda i sentimenti, priva i suoi versi di afflato
romantico, smorzando i toni, per sottrarre importanza ai suoi oggetti e ai suoi temi.
Notiamo dunque un abbassamento stilistico, abbondano le parti dialogate e frammenti di
conversazioni dimesse e quotidiane. Dotato di una tecnica raffinatissima, i suoi versi sono
ricchi di citazioni di autori canonici e riprese dei maestri della poesia simbolista e
fiamminga. Gozzano si spinse talvolta a costruire dei testi quasi interamente con materiali
altrui, in una sorta di collage; egli ottenne risultati estremamente originali, con effetti
parodistici nei confronti delle opere citate. Innovativo nella scelta delle rime, talvolta facili
e sciatte, talvolta stridenti o tra due lingue diverse.!
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LA VIA DEL RIFUGIO!
Opera d’esordio, uscita presso l’editore Streglio di Torino nel 1907. Si contano 30 titoli
frutto di una rigorosa selezione, l’autore preferì escludere le prove più acerbe. In cerca di
una sua cifra originale, si era già staccato da periodo dannunziano e per meglio
emanciparsi da quell’idolo ingombrante si ispirò a Arturo Graf, maestro della gioventù
letteraria torinese, e Francis Jammes, punto di riferimento per tutti i crepuscolari. Di
entrambi assimila il rifiuto dello stile sublime, in favore di una tendenza al linguaggio
prosaico. Da Graf apprende anche l’arte di esporre in versi piani e lievi un pensiero
filosofico. Questo è un libro filosofico , emulo dell’Amleto di Shakespeare, in cui s’interroga
sul senso della vita e della morte. Egli si professa non credente e aderisce alla concezione
materialistica del cosmo secondo la quale gli esseri viventi sono soggetti alla morte, ma
dalla composizione dei loro corpi scaturiscono altre vite. L’uomo, come Leopardi, non è
che un incidente di percorso e il mondo esiste per caso. Quello di Gozzano è un
materialismo dionisiaco, di sapore nietzschiano, con la teoria dell’eterno ritorno egli
assimila l’idea dell’amor fati, dell’accettazione gioiosa del proprio e del comune destino.
Da qui il bisogno di evadere e di imboccare “la via del rifugio” che conduce lontano dagli
altri, gli uomini si urtano tra loro e tutti gli fanno una gran pena. Il poeta si conduce una
tregua in campagna, in un ambiente non esuberante di vita. Egli ha bisogno di
raccoglimento e tesse l’elogio della vita eremitica e defilata e la villa lo pone a contatto
direto con la natura. Qui il poeta si abbandona alla fantasia, il piacere regressivo di risalire
il corso del tempo, ritrovando nei ricordi del proprio passato lo slancio vitale e l’incanto
perduto della fanciullezza (L’amica di nonna Speranza). Alla pratica versificatoria egli
riconosce una funzione salutare, la via del rifugio per lui è proprio la poesia, nella quale
Gozzano stempera la malinconia. L’adozione di forme chiuse, di schemi metrici regolari,
come il sonetti, obbedisce a questo intento rasserenante. !
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I COLLOQUI!
Capolavoro del poeta, pubblicato a Milano dai fratelli Treves nel 1911, si compone di 24
liriche, comprese Le due strade e L’amica di nonna Speranza, già inserite nella Via del
rifugio. Il titolo si impose su quello iniziale di Canti dell’attesa, che indicano il registro
intimo e dimesso dei versi, assimilabile a quello di una conversazione tra amici. I colloqui
presentano una struttura unitaria: i testi sono raggruppati in tre sezioni tematicamente
omogenee, Il giovenile errore (9 liriche), Alle soglie (7 liriche) e Il reduce (8 liriche), che
disegnano una parabola biografica e psicologica: dall’inseguimento dell’amore, poi
rivelatosi vano per una congenita aridità sentimentale del poeta, al pensiero della morte,
che si affaccia dopo che i medici gli hanno diagnosticato la tisi, fino alla conquista di una
serenità interiore fatta di appartato distacco, ironia e rassegnazione. L’attribuzione poi del
titolo I colloqui ai due componimenti estremi del libro è un sapiente sistema di rimandi
interni che conferiscono organicità al poema. Nella prima sezione dell’opera, passando in
rassegna le relazioni furtive e passeggere avute con le donne, il poeta ammette di non
essere mai stato veramente innamorato. Di conseguenza il grande amore romantico
vagheggiato da Gozzano non aveva mai visitato il suo cuore, si era rivelato un inganno
letterario. Il tema romantico dell’amore congiunto alla morte torna anche nella seconda
sezione, in particolare in due componimenti: Paolo e Virginia e L’amica di nonna
Speranza, all’origine dei quali stanno due celebri tragiche storie d’amore, Paolo e Virginia
di Bernardin de Saint-Pierre e I dolori del giovane Werther di Johann Wolfgang Goethe.
Gozzano, in queste due storie infelici, ne sottolinea l’inverosimiglianza, tutto sa di
messinscena. La morte che però i dottori decretano a Gozzano è assolutamente priva di
fascino, avanza ogni giorno e non ha nulla di eroico nella visione dell’autore, rientra nel
naturale ciclo della vita. Gozzano consta dunque l’impraticabilità dell’ideale romantico,
proteso verso un amore sublime e una morte eroica, dichiara inoltre la propria perplessità
davanti a tutte le fedi nutrite dall’uomo respingendo quelli che vivono in nome di un
qualche alto ideale. La via del rifugio è vivere senza farsi più illusioni, calando una
visiera di disincanto davanti a tutto. E’ questo programma “residuale” di vita che il poeta
sviluppa nella terza e ultima sezione del libro, intitolata Il reduce. Gozzano invoca il suo
fratello muto, assistiamo ad uno sdoppiamento tra l’autore e la sua controfigura
esistenziale che è sempre una proiezione dell’autore. Gozzano tiene a distinguere la vita,
che è azione, lotta, conquista, dalla letteratura, che è invece contemplazione, inerzia e
sogno: due dimensioni inconciliabili. Il poeta ama mettersi numerose maschere: abbiamo
quella del borghese onesto o il tipo romantico dell’eroe sublime (Signorina Felicita). Tra
tutti i ritratti, il più fortunato e riassuntivo è quello dell’esteta gelido, del sofista. Questa
proiezione culmina in Totò Merùmeni, lirica ad apertura del reduce. Egli resta il più
accreditato alter ego del poeta, figura di poeta inaridito, la cui malattia ha
progressivamente seccato “le fonti prima del sentimento”. Come si legge in Totò Merùmeni
la poesia è quel che resta dell’animo giovanile di Gozzano, un germe romantico che
neppure l’analisi e il sofisma sono riusciti a distruggere. Ma come si concilia questo con il
germe del disincanto? La meditazione sfocia nella poesia, i versi traggono la loro linfa
vitale dal pensiero. Tutto si fonda sullo splendore rasserenante della forma, il cui riso
amaro del filosofo si scioglie in accettazione del proprio destino. L’autore si riconferna
metricista abile e rigoroso, lavorando esclusivamente sulle forme chiuse (terzina dantesca,
sonetto...).!
!
OPERE INCOMPIUTE E POSTUMI!
Alla sua morte Gozzano lasciò un corpus di poesie inedite indicate come Poesie sparse,
si tratta anche di componimenti come L’ipotesi o L’esperimento. In una lettera del 1908,
Gozzano confidava ad Amalia Guglielmetti l’intenzione di comporre un poema didascalico
sulle farfalle, scelse l’endecasillabo sciolto e la forma epistolare. Gozzano qui è
vagamente arcaizzante, il lessico è tecnico-scientifico,ma l’opera rimase incompiuta. Il
viaggio in India e a Ceylon diedero origine ad una serie di corrispondenze epistolari
pubblicate sulla “stampa” di Torino, le corrispondenze furono in realtà scritte dopo il suo
ritorno in Italia da fonti letterarie intermedie. Il libro uscì postumo intitolato Verso la cuna
del mondo (“culla” della specie umana). Si tratta di un viaggio palingenetico, di rinascita,
dove l’Oriente incarna la naturalezza e la salute, mentre l’Occidente la decadenza e la
malattia. Dopo la produzione giornalistica l’autore salvò soltanto le fiabe: I tre talismani
(1914) e La principessa si sposa (1917). Altri volumi furono messi insieme dopo la sua
morte dal fratello: L’altare del passato (1918) e Ultima traccia (1919). !
!
CRITICA!
fu considerato il leader dei crepiscolari. La sua poesia è stata ricollocata in un contesto
aggiornatissimo discendente dal tronco simbolista; egli mise in atto una consapevole ed
astuta strategia di promozione della propria immagine e dell’intero gruppo dei crepuscolari.
La sua componente ironica, precocemente segnalata da Montale, ha potuto inserirsi nella
“scuola dell’ironia”.!
!
BRANI!
L’amica di nonna Speranza: da La via del rifugio; Nel brano il poeta è attirato da una
fotografia un po’ sbiadita che ritrae la nonna, ancora ragazza, con una compagna di
scuola. Gozzano si proietta indietro nel tempo e immagina conversazioni, passatempi e
sogni delle due giovani. Viaggiare nel tempo per l’autore significa sconfinare dai limiti
angusti della vita “a breve termine” che gli è toccata in sorte (verbo rinasco). L’idea che
accarezza Gozzano è la possibilità di eludere la morte rinascendo dalla magia evocatrice
della fotografia; troppo lucido per abbandonarsi a questo vano sogno, se ne distacca con
un lieve sorriso, mettendo in atto un meccanismo di difesa cioè coprire il passato di una
sottile e bonaria ironia. I soprammobili che affollano il salotto sono un’accozzaglia
disordinata di oggetti, frutto di una sedimentazione progressiva. L’impressione
complessiva è quella di trovarsi in un ambiente saturo di tempo, l’autore suggerisce
l’invecchiamento degli oggetti soprattutto mediante l’aggettivazione. Le cose invecchiano
non meno rapidamente degli essere viventi, e la patina di vecchio è la stessa che si è
depositata nella coscienza di Gozzano. Gli oggetti sono enumerati ed elencati,
moltiplicando l’impressione di sovraffollamento dello spazio. Il catalogo è sospeso dai
puntini: si tratta dunque di una lista aperta. !
Alle soglie: da I colloqui. Composta a ridosso della diagnosi di tisi, l’opera cerca di
esorcizzare la paura della morte, mettendo in ridicolo una scienza impotente ad arginare i
guasti irreparabili della malattia e rilanciando l’idea materialistica della rinascita continua
della vita in seno alla natura. Torna il tema della Via dei rifugio, nella prima strofa vengono
descritti le visite mediche e la formulazione della diagnosi; nella seconda il paziente è
sottoposto ad esame radioscopico; nella terza, preso atto che deve morire, si consola
pensando al ciclo inesauribile della materia in perenne trasformazione. Gozzano lega
tematicamente le tre parti con la ripresa letterale di un intero distico della prima strofa e
con l’apostrofe al proprio cuore, a cui si rivolge l’autore insistentemente, immaginando lo
spavento che esso deve provare di fronte al picchiare dei dottori, lo tranquillizza e lo
prepara. Il poeta si vendica mettendo alla berlina i dottori e la scienza, incapaci di curarlo,
attraverso un’ironia con gesti e parole enigmatici. Gozzano ricorre poi anche alla tecnica
dello straniamento, che avvolge il mondo della medicina in un alone di mistero. Due
metafore riconducibili alla tisi: tarli e profilo d’un bosco con intrichi e rami.Il destino del
poeta è segnato, egli fa leva sulla dottrina epicurea cercando di persuadersi con la ragione
che non ha nulla da temere perché: 1. il trapasso non ha nulla di drammatico, avviene
senza dolori provando perfino un senso di benessere. 2. la morte non segna la fine di
tutto, perchè in seno alla natura, la materia non si crea e non si distrugge, ma si trasforma,
per cui ogni soggetto entra nel circolo perenne della vita universale.!
La signorina Felicita ovvero La Felicità: da I colloqui. Componimento più esteso dei
Colloqui, il poeta ci trasporta nel Canavese, dove si è recato in villeggiatura. E’ settembre,
presentato quale promettente avvocato dal farmacista del luogo, viene accolto a Villa
Amarena, dimora estiva di antichi marchesi, finita nelle mani di un commerciante agricolo,
che vi abita insieme alla figlia nubile, contadina e poco attraente. Tra i due sboccia un
tenero amore, con tanto di richiesta di matrimonio, impedita dalla malattia mortale
contratta dal poeta. La descrizione di Felicità è quanto di più lontano si possa immaginare
dal canone della nostra tradizione lirica: è bionda, con occhi azzurri e labbra vermiglie ma
ella appare priva di lusinghe, con occhi fermi e bocca larga, quasi brutta, e sgraziata.
Anche lei desidera piacere all’avvocato ma è totalmente ignara delle arti della seduzione,
rappresenta il rovesciamento intenzionale del modello di donna fatale, ella non conosce le
raffinatezze delle cittadine intellettuali ed è tanto ignorante che non sa neanche cosa siano
le inquietudini dello spirito e le crisi esistenziali: è una donna di casa. Felicità fa parte del
mondo incontaminato della campagna in cui il poeta cerca la salute e la serenità, sposarla
significherebbe dare una svolta radicale al profilo di Gozzano, rinnegare la propria
vocazione. la poesia era anche caduta in un irreparabile crisi di ruolo all’inizio del 900 (“Ed
io non voglio più essere io!”). Gozzano accarezza l’idea di mollare l’arte del verso per
dedicarsi ad un tenore di vita provinciale e piccolo borghese; la malattia però l’ha privato di
ogni opportunità di vivere, e l’ha costretto a confermare il suo servizio alla religione delle
lettere in cui non crede più, perché ne ha constatato la natura fittizia e ingannevole, sconta
la sua crisi di poeta apostata. Anche i luoghi prescelti dal poeta sono privi di lusinga,
ambienta il suo idillio amorosi in luoghi marginali e impresentabili, trovandoli piacevoli.
Notiamo un’espansione del vocabolario di termini “impuri”, un’abbassamento del livello
stilistico con il prevalere di periodi semplici o della coordinazione sulla subordinazione. Il
poemetto ha perciò un andamento assai più diaristico e descrittivo che lirico.!
Totò Merùmeni: da I colloqui. é il più celebre doppio di Gozzano ,un autoritratto stilizzato
in chiave di poeta meditativo che vive lontano dai tumulti nella villa di famiglia, ccupando il
tempo nello studio e in opere di bene. Deluso dall’amore che non ha mai provato e in
attesa della morte, introduce il motivo del sopravvissuto.Totò Merùmeni è la proiezione del
poeta, conduce una vita quasi eremitica come fosse quella di un monaco, aspettando di
morire. La morte costituisce l’ultimo orizzonte, l’approdo che dà senso alle scelte del
personaggio, egli vive nella prospettiva del trapasso. Uniche distrazione solo il piccolo zoo
domestico e le visite notturne della cuoca diciottenne, per il resto si trova con la madre
inferma, la prozia canuta e lo zio demente, conferendo all’ambiente un’aria ancora più
decadente e malata. è il ritratto morale del suo doppi, l’incarnazione dell’esteta gelido e
snob, ma la sua decisione di chiudersi nell’esilio volontario della villa non appartiene al
tipo di dominatore che incanta le folle, non è un esibizionista, si riconosce nell’inetto
nietzschiano, l’esilio volontario si rivela espressione di saggezza. Il costume di vita
contemplativo e il carattere introspettivo sono dovuti all’avvicinarsi della morte, il suo è lo
stato d’animo del reduce, del sopravvissuto. L’unico sollievo, il farmaco di Gozzano è la
poesia che assolve una funzione lenitiva. Totò Merùmeni richiama il titolo del “punitore di
se stesso” in senso ironico, rispetto ad un modello di protagonismo letterario che
considerava inetto chiunque si escludesse dai trionfi mondani, Totò Merùmeni è il nome
che i vanitosi e lottatori hanno dato a Gozzano. Numerose citazioni (Nietzsche, Petrarca,
Dante, Ariosto, Francis Jammes, altri scritti di Gozzano). Nella poesia egli tenta di
accreditare un profilo ideale di se stesso, che lascia in ombra l’impegno profuso dall’autore
per promuovere la propria fama.!
L’ipotesi: da Poesie sparse; Questo brano fa paio con La signorina Felicita, al cui tenero
idillio dà invece immaginario compimento. Supponendo di essere sfuggito alla morte,
Gozzano, si proietta molto avanti nel tempo, cercando di indovinare quale potrebbe essere
la sua vita accanto a Felicita, divenuta sua moglie, e quali piaceri potrebbe ancora
assaporare un uomo prossimo alla vecchiaia.!
!
UMBERTO SABA!
VITA!
La sua vita fu segnata da una grave malessere esistenziale che lo afflisse fino alla morte e
andò soggetto a crisi nervose e depressive. Fu vittima di discriminazione razziali poichè
figlio di madre ebrea e n difficoltà economiche, all’origine delle angosce stanno dei traumi
infantili radicati nel rapporto con i genitori. Nacque a Triste il 9 Marzo 1883, non conobbe
suo padre se non già adulto. Egli aveva combinato un matrimonio d’interesse con una
donna ebrea Felicita Rachel Coen per far fronte al proprio dissesto economico, consumata
la dote lasciò il tetto coniugale prima che Saba venisse alla luce. Umberto crebbe con
l’idea che quell’uomo fosse un “assassino”. Appena nato la madre lo affidò ad una balia,
Peppa, poichè le ricordava il marito furfante e fedifrago, fu cos’ allevato dalla nutrice.
L’infanzia trascorsa in casa di Peppa fu un periodo felice, il vero strappo si ebbe quando la
madre decise dopo 3 anni di riprenderselo con sé; la separazione dalla balia e l’ingresso
nell’ambiente cupo e austero della madre produsse nel bambino un trauma lacerante. Non
portò a termine gli studi regolari, nel 1905 si recò a Firenze per compiere il proprio
apprendistato letterario senza riuscire a farsi accettare nei cenacoli del tempo. Nel 1911
vide respinto dalla “Voce” un suo articolo. Nel 1907 fu chiamato alle armi in Toscana poi in
Campania dove nacquero i Versi militari (1908). Nel 1909 sposò Carolina Wolfer, ebbe una
figlia ed aprì un negozio di articoli elettrici. A seguito di una grave crisi coniugale (Nuovi
versi alla Lina) si trasferì prima a Bologna, poi a Milano dove diresse un caffè concerto, la
Taverna Rossa, mostrando ottime doti di amministratore. Tornato a Trieste acquistò una
libreria antiquaria che gli diede stabilità economica. Pubblicò nel 1921 Il canzoniere,
riepilogo di tutta la sua produzione poetica. Fondamentale per il definitivo riconoscimento
del valore della sua poesia fu l’incontro con Giacomo Debenedetti, il quale riservò al poeta
spazio nella sua rivista torinese “Primo tempo”. Nel 1928 fu “Solaria” a dedicargli un
numero unico e pubblicargli in volume le poesie di Preludio e fughe. Nel 1929 ricorse alla
psicanalisi presso un allievo di Freud ma la cura fu interrotta dopo 2 anni; la psicanalisi
non gli diede guarigione, ma alleviò almeno all’inizio i disturbi e gli fornì una teoria di cui si
sarebbero visti i frutti nell’autobiografico infantile Piccolo Berto. Nel 1938 quando furono
varate le leggi razziali in Italia Saba ne fu vittima e dovette cedere la libreria al suo
commesso. Dopo l’armistizio del 1943 fu costretto a fuggire da Trieste con la famiglia e
andò a Firenze. Nel 1945 si diresse a Roma ed uscirono sulla “Nuova Europa” diverse sue
Scorciatoie, brevi prose anaforistiche, condensato della sua esperienza di vita mentre
presso Einaudi uscì la nuova edizione del Canzoniere. Andò poi a Milano e pubblicò
raccontini autobiografici sul “Corriere della sera” e visse collaborazioni editoriali. Nel 1945
tornò a Trieste ripiombando nello sconforto, nell’angoscia e nella nevrosi. Nel 1948 uscì la
terza edizione del Canzoniere per Einaudi, mentre da Mondadorì usci Storia e cronistoria
del Canzoniere, autocommento in terza persona in forma di tesi di laurea. Saba visse la
sconfitta del Fronte popolare alle elezioni del 1948 come una catastrofe, ricorse all’oppio
per non soccombere e dovette intraprendere le necessarie terapie di disintossicazione.
Meditò a lungo il suicidio e morì in clinica il 25 agosto nel 1957.!
!
LE COSTANTI LETTERARIE!
Il suo è un modo di fare poesia semplice; non uscendo mai dal quotidiano, dall’ordinario
ma partendo da se stesso, dalle esperienze vissute in prima persona, accettando anche di
ripetersi pur di essere comunque sincero, e usando le parole di tutti. Egli attinge ad un
lessico di pubblico dominio, divenuto accessibile proprio in forza dell’uso. Egli mescola il
vocabolario della tradizione lirica con quello dell’oralità, il plurilinguismo in lui non risponde
ad alcuna intenzione ironica, la sua poesia si colloca idealmente al di qua della crisi
novecentesca della parola. Il risultato è un impasto di poetico e impoetico, al confine tra
poesia e prosa, effusione lirica e racconto. Egli è piuttosto selettivo, preferisce le forme
proprie della poesia lirica e della melica sette.ottocentesca, l’opera poetica di Saba non
presenta una grande varietà di schemi metrici. Abbondano i sonetti che occupano tre
intere sezioni del Canzoniere: Versi militari (1908), Autobiografia e I prigioni (1924).
Ancora più diffuse le canzoni e le canzonette, non mancano terze rime e distici a rima
baciata. La quartina a rima incrociata è molto frequente (ABBA), es: Fanciulle (1925).
Fece spesso uso di versi brevi come il quinario e il trisillabo specie in Cuor morituro,
L’uomo e Preludio e Fughe. Nel canzoniere racconta la propria vita; lo sguardo del poeta
si posa anche su persone e ambienti ma sempre in rapporto ai propri vissuti e alle
circostanze della sua esistenza. La componente autobiografica acquista centralità, al di là
della sezione esplicitamente intitolata Autobiografia, Saba mette in versi a caldo le proprie
esperienze, gli episodi significativi e le vicende traumatiche della sua vita con tutto lo
slancio dell’emozione ancora fresca (es. Nuovi versi alla Lina). Lo sforzo si risalire indietro
nel tempo, fino all’infanzia, alla ricerca delle origini remote del suo male di vivere si verifica
in Il piccolo Berto. !
!
LE OPERE!
Nel 1911 Saba inviò al redattore della “Voce” un articolo programmatico intitolato Quello
che resta da fare ai poeti. L’articolo non fu accettato ma fu reso noto postumo. Saba
introduce una preoccupazione etica nel campo dell’estetica; scrivere versi diventa un atto
morale che deve obbedire ad un principio di onestà. Per Saba essere poeti onesti vuol
dire rispecchiare nei versi il proprio mondo interiore, ammira Manzoni e detesta
D’Annunzio poichè trova che l’artificio in poesia sia del tutto immorale. Egli sottolinea il
compito conoscitivo della poesia, l’incontro con la psicanalisi avrebbe fornito una
stimolante cornice teorica. Nel suo articolo Poesia, filosofia e psicanalisi, attribuisce alla
poesia il merito di aver portato alla luce un intero continente, quello dell’inconscio. La
poesia è strettamente legata all’inconscio, di cui costituisce una manifestazione né più nè
meno del sogno. Dall’inconscio provengono l’impulso artistico e il contenuto profondo
dell’opera. Guarire dal disturbo psichico che sta all’origine della poesia avrebbe come
conseguenza la perdita dello stimolo alla scrittura. La poesia, per chi ha il dono di
esprimersi, diventa un surrogato della terapia psicanalitica. !
!
IL CANZONIERE!
La genesi e la struttura!
è il libro di una vita in cui confluiscono tutte le raccolte che Saba andò via via pubblicano in
un’opera unitaria. Fin dal 1913 vi accenna alcune lettere e già nel 1921 diede vita ad una
prima edizione composta da 200 liriche distribuite in 10 sezioni. Il progetto fu ripreso
all’indomani della Seconda Guerra mondiale, l’edizione definitiva uscì postuma per
Einaudi nel 1961. Egli ha voluto lasciare un libro unitario, fatto di tanti momenti e frutto di
una sedimentazione lentissima . Il titolo stesso è ricalcato sul modello petrarchesco, si
distingue dalla “raccolta” di versi proprio in ragione dell’impianto strutturale: mentre in una
raccolta i singoli componimenti restano autonomi, indipendenti l’un l’altro, in un canzoniere
diventano parte di un tutto, entrando in relazione con gli altri. Ciò spiega l’estenuante
lavoro di selezione e di sistemazione dei testi, oltre che di lima. Egli fu anche molto attento
nello studio dei trapassi da una sezione all‘altra, allo scopo di legarle fra loro.
Nell’impaginazione Saba rispetta l’ordine di stesura, dalle più antiche alle più recenti
composizioni. Si hanno le Poesie dell’adolescenza e giovanili (1900-1907); i versi militari
(1908), casa e campagna (1909-1910) fino alle Sei poesie della vecchiaia. Unica deroga
all’adozione del criterio cronologico sono i testi inclusi nella sezione Cuor morituro. Egli
evidenzia il carattere intenzionale di attenersi alle tappe della propria ispirazione,
segnalando nell’indice gli estremi cronologici; fanno eccezione Poesie scritte durante la
guerra e 1944 poichè l’indicazione risulterebbe pleonastica; ed anche Tre poesie fuori
luogo e Varie, che indicano il disorientamento. L’indice del libro suggerisce tre ordini di
considerazioni, utili a chiarire la volontà del poeta. Solo una parte dei titoli delle sezioni
rinvia esplicitamente a una determinata vicenda biografica, mentre altri titoli, come
Fanciulle Parole o Uccelli, risultano vaghi. Ciò significa che a Saba non premeva più di
tanto enfatizzare l’aspetto autobiografico del libro; c’è almeno una sezione il cui titolo
appare del tutto anacronistico, Ultime cose. Essa raccoglie liriche tra il 1935-1043 ma non
chiude il libro, è seguita da altre 7 sezioni; l’autore decise però di non modificarlo poichè
gli evocava il pensiero dominante di quegli anni, sempre più bui, caratterizzati dalla guerra
e dalle persecuzioni razziali. Infine, se la propria intenzione fosse stata quella di costruire
un’autobiografia in versi, Saba avrebbe dovuto dislocare le tre sezioni Autobiografia, Il
piccolo Berto ed Epigrafe alle estremità del libro, mentre esse, occupano l’ordine
cronologico. A Saba preme documentare i moti interiori, gli stati d’animo, le ferite, la vita
parallela che si svolge nell’intimo della coscienza e dell’inconscio. Non si tratta tanto di
un’autobiografia come la si intende comunemente, quanto la storia di un’anima specchio
di un malessere esistenziale, studio delle sue cause remote e registro delle verità scoperte
sul proprio conto. In quanto tale, può permettersi alcune licenze non consentite alle altre
autobiografie, come sovrapporre il reale e l’immaginario, o scorrere avanti e indietro nello
spazio; essa ricade nel tempo circolare, tornando sui traumi che stanno all’origine del
complesso di Saba.Egli presta attenzione ai vissuti più profondi e allo scavo introspettivo.
Il canzoniere è suddiviso in tre volumi anepigrafi cioè privi di titolo: Volume primo
(1900-1920), Volume secondo (1921-1932) e Volume terzo (1933-1954). Il primo (125
liriche, distribuite in 9 sezioni) coincide con la prima edizione del 1921, omaggio alla storia
del poeta e l’amore per chiaretta. Il secondo (105 testi in 8 sezioni) più breve, termina con
le poesie d’ispirazione psicanalitica segnate dalla scoperta dei due traumi infantili; il terzo
(165 liriche in 9 sezioni) si chiude con le Sei poesie della vecchiaia. !
I temi!
evitando di dare un titolo ai tre volumi è come se avesse voluto sottolineare la varietà della
materia presente in ciascuno di essi, mutevole. Nel primo volume si narra il tempo
dell’esperienza, in cui Saba si tuffa nella vita, è il tipico romanzo di formazione, in cui il
giovane cerca il proprio posto nella società, impara a conoscere il mondo. Ci sono Versi
militari, che si riferiscono alla vita di caserma e al cameratismo e Casa e campagna,
Trieste e una donna, Cose leggere ecc dove campeggiano la moglie Lina e due giovani
commesse della libreria di cui si invaghisce, Paolina e Chiaretta. Amori e armi si fondono
in un’unica esperienza. In Nuovi versi alla Lina poi parla della crisi coniugale sfociata con
la separazione dalla moglie. Nel secondo volume il poeta, dopo aver vissuto
impulsivamente, vuole ripercorrere la propria esistenza, allo scopo di capirne il segreto. E’
dunque il tempo della conoscenza, per comprendere le cause del proprio malessere e le
leggi universali che regolano la vita umana. Cerca di far luce sul dolore del mondo, come
punto di partenza è l’ascolto delle voci che egli sente in se stesso, le voci discorsi
appartengono ai suoi stessi genitori. Egli si raccoglie in se stesso, sottoponendo la propria
vita ad un rigoroso esame introspettivo, risultano dunque centrali le sezioni Autobiografia,
Cuor morituro e Il piccolo Berto in cui prova a risalire ai traumi infantili che hanno generato
in lui i sintomi angosciosi del complesso dell’orfano. Si tratta di romanzo familiare, vale a
dire il nodo delle relazioni affettive primarie, lo sguardo dell’autore si allarga fino ad
abbracciare l’umanità intera passando in rassegna i caratteri universali come in Prigioni, Il
lussurioso, Il violento ecc. Il volume secondo si chiude con Il piccolo Berto, ossia con
l’acquisizione della verità profonda che Saba aveva inseguito interrogando il proprio
passato, è il tempo della raggiunta sapienza quello del volume terzo, la materia
autobiografica viene sostituita con il patrimonio di storie e di figure leggendarie mitologiche
e letterarie. Saba diventa filosofo, il dolore è universale, una condanna a cui non scampa
nessuno, tutti mostrano un destino comune. Anche la visione di Saba è dominata dal
disincanto, i testi hanno leggerezza grazia, Saba assume un’aria quasi pedagogica e
sentenziosa. Il canzoniere rispecchia la molteplicità del momenti ma anche l’eterogeneità
delle forme.!
SABA PROSATORE!
Egli arrivò a farsi critico di se stesso, scrivendo una Storia e cronistoria del Canzoniere
che ripercorre l’intero svolgimento della sua opera poetica. In questo autocommento, che
lo stesso Saba amava paragonare a una tesi di laurea, l’autore parla di sé in terza
persona, assumendo le sembianze di un tale Giuseppe Carimandrei. Egli si scaglia contro
l’ottusità di alcuni critici, e cerca di imporre un’interpretazione ufficiale della propria opera.
Scorciatoie e raccontini, pubblicato nel 1946 da Mondadori. Suddivise in cinque serie,
prose molto previ anche fulminanti, di carattere aforistico, alla maniera di molti scritti di
Nietzsche; qui vediamo il Saba civile, impegnato a denunciare gli orrori dell’olocausto visto
come la manifestazione del male assoluto. Non mancano la polemica letteraria e la critica
del costume, I Raccontini che sono 13 in tutto, sono preceduti da una paginette Al lettore,
e svolgono i medesimi temi in chiave aneddotica. !
Fin dal 1910 aveva concepito di scrivere un libro sugli ebrei triestini, accumulano storielle,
aneddoti e ritratti emblematici. Lasciato cadere il progetto, dopo le deportazioni nei campi
di sterminio si riaffacciarono alla memoria. Prevalse la volontà di testimoniare quegli scritti
giovanili sotto il titolo di Gli ebrei, uscirono per Mondadori nel 1956 come prima sezione di
un volume di Ricordo-Racconti, che comprende inoltre Sette novelle e Tre ricordi del
mondo meraviglioso. Su tutti i personaggi che popolano questo libro cala la fraterna pietà
dell’autore, solidale con la povera gente e con l’uomo che soffre in genere. Il lato più bello
evocato da Saba è proprio quello della bontà.Ernesto, romanzo incompiuto. pubblicato
postumo nel 1975, prende il nome dal protagonista. L’autore vi lavorò con foga per alcuni
mesi nel 1953, è un romanzo di formazione, un adolescente triestino viene abbandonato
del padre e respinto da una madre arcigna, è un’evidente proiezione dell’autore. Saba
rievoca un’inconfessabile iniziazione sessuale; l’autore compie l’ultimo tratto della propria
anamnesi. Per le implicazioni autobiografiche del romanzo reputate dall’autore stesso
scandalose, non avrebbe voluto che fosse dato alle stampe.!
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CRITICA!
Giacomo Debenedetti dedicò a Saba un ampio studio,si nota il legame fortissimo tra
poesia e materia esistenziale, risolta in un idillio al fondo del quale si avverte però la nota
elegiaca. In un primo momento fu accostato a Ungaretti e Montale per l’idea di poesia
pura,poi fu definito precursore della poesia antilirca e antinovecentista, realista e popolare.
Pasolini, Bertolucci ed altri riconobbero in lui la statura di maestro. !
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BRANI!
A mia moglie: da Il canzoniere, sezione Casa e campagna. Il testo fu composto a
Montebello (Trieste), dove egli era andato ad abitare con la moglie. Filo conduttore della
lirica è il paragone della moglie Lina con le femmine di alcuni animali comuni, tipici delle
campagne. In questo luogo idilliaco le somiglianze individuate acquistano naturalezza.
Qualcosa di simile alla fattoria di Saba si potrebbe cercare nel Verga verista es: Diodata
assimilata ad una cagna affezionata al padrone. Il carattere è decisamente
anticonvenzionale, le similitudini esulano dalla tradizione della lauda. Saba però riconduce
questa poesia ad una visione infantile del mondo,lo sguardo infantile ed innocente innalza
le similitudini fino alla soglia del misticismo; questa voleva essere infatti una poesia
“religiosa”. Da essa possiamo ricavare il profilo psicologico della personalità di Lina:
bianca pollastra per il portamento impettito e l’abbandono ai lamenti indice di debolezza e
fragilità; gravida giovenca per l’idea di maternità; lunga cagna sia per l’amore che prova
per il marito, spinto all’adorazione, che per la gelosia possessiva; pavida coniglia sempre
per l’idea della maternità. Ne esce il ritratto di una donna che si consacra alla famiglia,
dipinta come amorevole custode del focolare domestico. A coronamento del ritratto di Lina
nei panni della perfetta donna di casa si aggiungono i ritratti della formica e della pecchia,
laboriosi e previdenti. La similitudine è l’elemento strutturale portante del testo, conferma il
moderatismo letterario di Saba la cui poesia non è sperimentale. La poesia risulta costruita
su una serie di parallelismi, altra costante è la nota malinconica su cui si chiudono le
strofe, con l’aggettivo triste o il verbo soffrire. Il linguaggio aulico e arcaico fanno parte di
una retorica di nobilitazione della materia umile. !
La capra: da Il canzoniere, sezione Casa e campagna. Nel belato insistente di una capra,
legata su un prato e lasciata sotto la pioggia, il poeta coglie il lamento di tutti gli esseri
viventi: diventa l’emblema del dolore universale. Il poeta risponde al belato con sentimento
fraterno di pietà, leggendo nel suo gemito il dolore universale. Il tema è l’universalità e
l’ineluttabilità del dolore, la capra non è l’espressione di un mondo serenamente ozioso e
beato ma diventa l’emblema stesso della sofferenza. Nella poesia di Saba patiscono tutti
gli esseri senza eccezioni, il dolore si abbatte indistintamente su tutti, finendo per
coincidere con l’essenza stessa della vita. Il trovarci tutti sotto la sfera del dolore ci rende
gli uni simili agli altri, dietro questo quadretto non si stenta a vedere i traumi infantili
dell’esistenza di Saba: l’abbandono e Peppa. La capra, con cui il poeta si identifica, soffre
perchè non ha chi la protegga o chi la liberi, si trova in una situazione paradossale di
abbandono e di impotenza. Benchè egli sostenne che fu scritta senza implicazioni razziali
si può notare una rassomiglianza, infatti compose questi versi nel 1910, anni in cui
concepì il libro sugli ebrei. Inoltre nel dramma della diaspora egli vedeva riflessa e
moltiplicata all’infinito la propria vicenda personale. Nella capra Saba proietta la sua
componente materna. Gioco di ripetizione funzionale alla scoperta dell’identità dei due
dolori, della capra e del poeta, l’uno il doppio dell’altro. !
Città vecchia: da Il canzoniere, sezione Trieste e una donna. Il poeta dipinge il quartiere
malfamato del porto, affollato di gente ma segnato da un dolore che la rende tragica,
richiamando su di sé uno sguardo di pietà e di redenzione. Saba ci appare spesso in
cammino, qui è diretto a casa al termine di una giornata lavorativa ed attraversa Città
vecchia, quartiere triestino labirinto di vicoli e vicoletti. La via è oscura con pozzanghere
ma molto affollata, non da gente di élite, ma bensì dalla feccia. A colpire il poeta sono le
figure con una forte connotazione di squallore, egli dispensa a tutti uno sguardo pietoso,
risalendo alle tragedie che stanno all’origine della brutalità. Il dolore si conferma l’essenza
della vita e la folle degli uomini ne è talmente soverchiata che Saba vi ritrova l’infinito.
Essa è una visione riassuntiva del dolore universale, si sente sofferente tra i sofferenti. La
sua solidarietà assume i connotati della pietas religiosa, tanto che arriva a cogliere in essi
la presenza del Signore, unito a loro nella tribolazione. L’avverbio “qui” enfatizza
l’importanza del contesto ambientale. !
Mio padre è stato per me “l’assassino”: da Il canzoniere, sezione Autobiografia.
Autobiografia è costituita da 15 sonetti, qui Saba rievoca la figura del padre, conosciuto di
persona solo a 20 anni. Il poeta ritrova in sé alcuni tratti caratteriali del padre e si sente
frutto di un difficile incrocio tra “due razze in antica tenzone”, quella ariana e quella
ebraica. Il padre veniva dipinto a Saba come l’antimodello, quindi egli non doveva
somigliare a lui; la conoscenza diretta invece corregge i termini del ritratto fissatosi nella
sua coscienza infantile e finisce per assolverlo da ogni colpa. Egli era infatti l’incarnazione
stessa della gioia di vivere e della spensieratezza; a questo contesto infantile il poeta si
rende conto di aver ereditato dal padre il candore e la fragilità dell’eterno fanciullo e il lato
gaio e leggero del suo carattere. Saba decifra le ragioni genetiche della sua personalità
complessa e ambivalente; è il frutto di un incrocio di due razze portatrici di visioni del
mondo opposte ed inconciliabili. Il contrasto si ripercuote sul piano linguistico e sintattico
ma anche grammaticale, morfologico e lessicale.!
Un grido: da Il canzoniere, sezione Il piccolo Berto. Questa lirica rievoca il trauma
dell’allontanamento del bimbo dalla sua nutrice; benché da allora siano passati anni, il
poeta si reca spesso a trovare Peppa, dalla quale non si vorrebbe mai separare, tanto che
dev’essere lei a ricordargli che si è fatto tardi e la moglie lo aspetta. Veniamo subito
investiti dal grido disperato di un bimbo, seguito dal pianto. Saba ci trasporta subito nel
vivo della scena, privo di contesto, l’episodio si presenta ridotto all’essenziale emotivo.
Saba non sente il bisogno di predisporre la scena, se la porta dentro come una ferita mai
rimarginata. L’allontanamento da Peppa segnerà per sempre il suo destino; Saba non
rievoca l’episodio al passato ma lo rappresenta come un evento che accade ora, è un
presente che ha tutta l’immediatezza del dramma. Questa è quella che in psicanalisi
chiamano la “scena primaria”, che continua a ripetersi all’infinito nel soggetto disturbato.
Essa separa nettamene in due la vita di Saba, a monte di essa sta il tempo felice ormai
irraggiungibile. Con l’aiuto della psicanalisi cerca di liberarsi dall’ossessione che lo
perseguita, verbalizzando il trauma, egli non è guarito. Per tenere a distanza l‘evento
traumatico Saba lo allontana e oggettiva, usando la terza persona. Assistiamo ad uno
sdoppiamento sull’asse temporale, poiché avviene una disgiunzione tra il piccolo Berto e
Sab,a consentendo al poeta di recuperare quel passato remoto che non aveva saputo
trovare nella troppo cocente rappresentazione del distacco da Peppa; e anche uno
sdoppiamento grammaticale nel proiettare la storia al di fuori di sé in un personaggio che
si può descrivere come se fosse un altro. Il tema della separazione si ripercuote anche a
livello formale con la frantumazione del verso in unità sintattiche minori che simboleggiano
la lacerazione interiore. Le visite a Peppa hanno un carattere regressivo, ci troviamo in
una situazione edipica in cui il piccolo Berto, divenuto grande, ha preso il posto del marito
di Peppa; l’attaccamento reciproco non conosce più ostacoli; la casa di Peppa
rappresenta il nido delle origini, il luogo di un tempo felice, tocca alla balia restituire il
bimbo 40enne al tempo reale e ai suoi doveri.!
Goal: da Il canzoniere, sezione Parole. Saba qui registra le forti emozioni provocate dalla
rete decisiva per la vittoria di una squadra. Notiamo qui un Saba celebrativo, che si
ricollega alla tradizione dei giochi funebri narrati nei poemi epici e quella degli epinici scritti
in onore degli atleti vincitori delle olimpiadi o di altre gare sportive. L’autore del goal
diventa l’eroe, il lessico s’innalza e diventa solenne, insegue l’epopea.Saba però non
rievoca l’azione, accenna appena al tentativo di parata del portiere, ad attirarlo sono le sue
ripercussioni sulla psicologia dei giocatori e degli spettatori. Il goal suscita emozioni forti
ed irrefrenabili, notiamo l’assunzione a soggetto grammaticale della frase il sentimento
stesso. Goal si apre e si chiude con un primo piano sui portiere. Saba colloca la
descrizione dell’uno e dell’altro alle estremità del testo; la poesia acquista così un
carattere iconico, rispecchiando la figura di un campo di calcio. Nella poesia di Saba
assistiamo al pianto inconsolabile di un portiere e alla pietosa solidarietà del compagno
che si piega a rincuorarlo.!
Amai: da Il canzoniere, sezione Mediterranee. In questa lirica Saba sintetizza i cardini
della sua poetica con l’uso di parole della quotidianità.