Anatomia Patologica
Anatomia Patologica
L’anatomia patologica è quella branca specialistica della medicina che studia le malattie umane sulla base
dalle caratteristiche morfologiche (macroscopiche degli organi o microscopiche dei tessuti e delle cellule)
eventualmente integrate con l’analisi di specifiche caratteristiche molecolari.
➢CAMPI DI AZIONE
• Diagnosi
• Prognosi
• Predittività
• Prevenzione
• Autopsia-> esame esterno ed interno della persona deceduta; esame macroscopico e microscopico
di tutti organi e apparati
• Istopatologia-> esame macroscopico e microscopico di organi e tessuti
• Citopatologia-> esame microscopico di cellule sospese in un liquido in monostrato
• Patologia molecolare-> analisi di molecole presenti nei tessuti o nei fluidi corporei con tecniche di
biologia molecolare.
• Laboratorio di istologia
• Laboratorio di citologia
• Laboratorio di colorazioni speciali
• Laboratorio di immunocitochimica
• Laboratorio di citogenetica
• Laboratorio di biologia molecolare
• Laboratorio di microscopia elettronica
I magazzini contengono:
• Reagenti -> ubicati in camere fredde o in locali condizionati. Vengono conservati reagenti di uso
comune. Problemi di gestione-> scadenze e rischio incendio
• Infiammabili -> le norme di sicurezza prevedono che se possano detenere piccole quantità, pari al
fabbisogno di pochi giorni di lavoro. I liquidi infiammabili devono essere conservati in appositi
armadi.
• Gas tecnici -> Le bombole con i gas devono essere conservate fuori dal laboratorio in un’apposita
costruzione. Le bombole devono essere saldamente fissate alle pareti
• Modulistica
• Pezzi da smaltire-> riserva non campionata. Il materiale che residua da pezzi operatori dopo aver
prelevato i campioni necessari ai fini diagnostici. Conservazione: - Necessità di integrare con
ulteriori campioni quello già campionato, in caso di insufficienza o di inidoneità per la diagnosi.
− La riserva non campionata è ingombrante e deperibile
− I costi per una conservazione possono risultare elevati
− Necessità di locali adatti
− La conservazione del materiale deve essere garantita fino alla formulazione della diagnosi (utilità
diagnostica o medico legale).
− Obbligo di conservazione di almeno 15 giorni dalla data della validazione del referto diagnostico
− La conservazione deve avvenire in ambienti idonei e con sistemi adatti a garantirne la sicurezza, la
tracciabilità e la conservazione idonea per eventuali ulteriori indagini.
− Conservati in vasi contenenti formalina in armadi dotati di dispositivi di aspirazione, raggruppati per
data di accettazione per facilitarne il recupero
− Auspicale la conservazione del materiale con sistemi sottovuoto (a 4°C)
• Diagnosi-> Vi si conservano le copie di tutte le diagnosi con le firme originali o elettroniche del
patologo, registri di accettazione, tabulati di diagnosi, copie di sicurezza degli archivi informatizzati
• Vetrini -> Vengono conservati i vetrini. L’accesso e il prelievo dei vetrini deve essere rigidamente
controllato. Inclusioni/blocchetti-> Vengono conservate le inclusioni in paraffina. Ambiente fresco e
asciutto, per evitare la contaminazione con muffe e l’infestazione da parte di acari e altri parassiti.
L’accesso e il prelievo devono essere rigidamente controllati
FIGURE PROFESSIONALI:
• Coordinatore tecnico
• Tecnici di laboratorio
• Personale amministrativo
• Personale ausiliario
• Medici
• Biologi
• Biotecnologi
• Genetisti
• Bioinformatici
AIPC->
Le strutture di Anatomia Istologia Patologica e Citologia Diagnostica (AIPC) sono strutture specialistiche
riconosciute, con competenza ad effettuare diagnosi isto-citopatologiche su materiale biologico asportato
dai tessuti umani e preparato secondo tecniche specifiche.
Le diagnosi isto-citopatologiche si collocano all’interno dei Percorsi Diagnostico Terapeutici nei quali hanno
la funzione di delineare, condizionare e monitorare i diversi momenti diagnostico-terapeutici, dalla
prevenzione, alla diagnosi di esordio, al follow-up. Le strutture AIPC devono garantire diagnosi isto-
citopatologiche secondo gli standard internazionali e con riferimento alle linee guida approvate dalle
Società Scientifiche accreditate secondo la vigente normativa.
ESAME ISTOPATOLOGICO
L’esame istologico è volto alla definizione della patologia dei tessuti a scopo di diagnosi e cura. L’esecuzione
dell’esame istologico impone dei tempi minimi standard per ottenere il prodotto finale (vetrino istologico)
e può essere necessario ricorrere a tecniche di immunoistochimica o di biologia molecolare per giungere
alla diagnosi definitiva o per integrare la stessa al fine di fornire tutti i parametri necessari per la cura della
patologia.
Il materiale sottoposto ad esame istologico è costituito da frammenti di tessuti (biopsie) o da organi o loro
parti asportati attraverso un intervento chirurgico (resezione). Prelievi per esame istologico eseguiti in
corso di riscontro diagnostico (autopsia).
• Biopsie incisionali nelle quali si asporta una parte della lesione a solo scopo diagnostico
• Biopsie escissionali nelle quali si asporta la totalità di una lesione (ad esempio un tumore cutaneo)
con finalità sia diagnostica che terapeutica.
• Biopsie endoscopiche effettuate su organi cavi (es. bronchi, stomaco, intestino) Criticità
diagnostiche: numerosità, dimensioni (e orientamento)
• Ago-biopsie o core biopsy, effettuate sotto guida strumentale (es. ecografica o radiologica TAC o
RMN) o meno su lesioni a crescita solida o organi solidi (es. fegato, prostata, mammella, tiroide
etc). Criticità diagnostiche: numerosità e le dimensioni dei prelievi. Le resezioni chirurgiche possono
essere distinte in resezioni parziali, totali o allargate a seconda che riguardino una parte o totalità di
un organo o coinvolgano più organi.
ACCETTAZIONE->
CAMPIONAMENTO
Lo scopo del campionamento è quello di ricavare dal pezzo operatorio alcuni frammenti significativi di
dimensioni tali da poter essere processati.
MATERIALE
Esame Istologico Biopsie → deve essere esaminata al microscopio la totalità del materiale prelevato.
Per l'“esame macroscopico” possono essere utilizzati metodi di acquisizione delle immagini che
permettono di documentare in modo più chiaro la morfologia e le caratteristiche del pezzo operatorio e
dove sono stati eseguiti i campionamenti. Tali campionamenti possono variare in numero e tipologia in
dipendenza delle caratteristiche del materiale asportato e dei quesiti clinici connessi
Il campionamento di un pezzo chirurgico deve mettere il patologo nella condizione di effettuare una
corretta diagnosi (secondo precisi protocolli e linee guida) E.g. il campionamento di un pezzo chirurgico
neoplastico deve mettere il patologo nella condizione di effettuare una corretta diagnosi e una precisa
stadiazione del tumore asportato.
Il codice identificativo può essere scritto o inciso. Si può anche apporre un codice a barre.
Vengono descritti:
Qualora non si riesca a reperire un adeguato numero di linfonodi, per trovarli più facilmente si può mettere
il pezzo in particolari miscele (carnoy) per diafanizzarlo e rendere più visibili i linfonodi.
Decalcificazione
Al momento del campionamento può essere ritenuto necessario sottoporre il pezzo operatorio o alcune
parti di esso ad un trattamento decalcificante. Prima di iniziare il processo di decalcificazione è
indispensabile che il materiale sia adeguatamente fissato.
• sostanze acide
• resine a scambio ionico
• sostanze chelanti
Gli acidi più usati sono l’acido nitrico al 5-7.5%, l’acido formico concentrato, l’acido tricloroacetico al 5%.
Sono frequentemente usate le miscele decalcificanti.
Le resine a scambio ionico sono usate assai raramente, perché la loro azione è assai lenta
Le sostanze chelanti il calcio danno una ridotta perdita di sostanze organiche. Si usa in genere l’EDTA al 5%
in tampone fosfato a pH 7.4. L’azione è molto lenta. Dovendo processare un tessuto molto duro,
l’alternativa alla decalcificazione è l’inclusione in resina, tecnica che preserva la morfologia ma che presenta
altri inconvenienti.
Si intendono le procedure che permettono di ottenere le sezioni di tessuto che possono essere colorate
per la visione al microscopio e di mantenere le caratteristiche istologiche, citologiche e biologiche del
tessuto archiviato a lungo termine (anni).
FISSAZIONE e FISSATIVI
La fissazione é una serie complessa di eventi chimici differenti per le varie sostanze che compongono i
tessuti. Lo scopo della fissazione è quello di bloccare i processi autolitici e di attacco da parte dei batteri.
In anatomia patologica la fissazione viene effettuata a priori, ossia prima delle successive lavorazioni che
portano ad avere il materiale nelle condizioni nelle quali sarà osservato. La tecnica utilizzata per la
conservazione del materiale (la fissazione) deve consentire l’uso più ampio del materiale stesso,
teoricamente anche con le tecniche che saranno messe a punto in futuro.
• fissativi fisici -> • Calore è mezzo di fissazione praticamente mai usato in anatomia patologica,
comune in microbiologia. • Basse temperature non è in genere considerato un mezzo di fissazione
ma metodi alternativi a una vera e propria fissazione (vedi esami istologici estemporanei).
• fissativi chimici -> Sono quelli maggiormente usati in anatomia patologica. • fissativi per perfusione
• fissativi per immersione • fissativi per esposizione a vapori.
→ d = profondità di penetrazione
→ k = costante propria della sostanza fissatrice
→ t = tempo la velocità di penetrazione dipende anche da: - Temperatura - Tipo di Tessuto
La temperatura ideale per la fissazione sarebbe quindi quella di 37-40°C a questa temperatura, tuttavia,
aumentano notevolmente i processi trasformativi. La temperatura “ideale” sarebbe quindi quella di 4°C,
alla quale i processi degenerativi sono rallentati e il fissativo mantiene una discreta velocità di
penetrazione.
In pratica, soprattutto per ragioni di comodità, la fissazione avviene usualmente a temperatura ambiente.
La velocità di penetrazione di un fissativo è anche legata alla natura del tessuto da fissare, in particolare alle
dimensioni e alla sua ricchezza d’acqua.
Nella fissazione per immersione è importante il rapporto volumetrico tra fissativo e tessuto che deve essere
pari a circa 10- 20:1. Questo rapporto è importante perché il fissativo tende a diluirsi per la fuoriuscita di
liquidi dal tessuto.
Il fissativo ideale deve avere un certo PH (7.3 – 7.4) e una certa pressione osmotica (0.5 osm) in modo da
non alterare cellule e tessuti (es. pressioni alte possono portare a un raggrinzimento cellulare, pressioni
inferiori ad un rigonfiamento). L’osmolarità si corregge con l’aggiunta di NaCl, saccarosio o destrano, il PH
utilizzando sistemi tampone.
Le proteine si trovano nei tessuti sono circondate da molecole d’acqua. - se si sottrae alle proteine il
mantello di idratazione (ad es. con la disidratazione) le molecole si raggruppano in fiocchi quindi
precipitano (flocculazione) senza subire alterazioni chimiche.
I lipidi vengono fissati solo se l’agente fissativo ne modifica la struttura chimica. La fissazione avviene
mediante il loro indurimento o con la formazione di sali
I glucidi, particolarmente quelli a basso peso molecolare, sono in pratica ben difficilmente fissabili. In
genere sono legati proteine, e quindi diffondono più o meno facilmente nell’acqua (particolarmente se il
fissativo è in soluzione acquosa)
Le aldeidi formano legami crociati tra le proteine, legando inoltre le proteine solubili a quelle strutturali.
Questa reazione porta evidentemente ad un’alterazione della struttura proteica che può essere di scarsa
importanza per l’istologia di routine, mentre per le lavorazioni più complesse (istochimica,
immunoistochimica, microscopia elettronica) deve essere controllata; Formano legami crociati tra le
proteine, legando inoltre le proteine solubili a quelle strutturali. Tutte le aldeidi presentano problemi di
tossicità per gli operatori, e da tempo si cerca un’alternativa al loro impiego come fissativi.
• La formaldeide pura è un gas che si ottiene per ossidazione controllata del metanolo su
catalizzatori metallici. È incolore, irritante, di odore penetrante, solubile in acqua. Viene
commercializzata sotto forma di soluzione acquosa al 40%, chiamata formalina o formolo.
• La formalina sulle proteine si comporta come fissativo non coagulante additivo legando tra loro le
molecole proteiche (ossia mediante reticolazione) creando ponti metilenici. Non ha alcun effetto
sui lipidi. I fosfolipidi tendono a gonfiarsi e possono anche disperdersi in acqua I glucidi vengono
disciolti in formalina, in quanto soluzione acquosa. è il fissativo maggiormente utilizzato; è un
fissativo per immersione ha un potere di penetrazione pari a circa 0.8 mm/h. La soluzione
commercializzata viene ulteriormente diluita in acqua (1 parte di formalina e 9 volumi d’acqua)
→La soluzione usata è al 4%. Pregi: basso costo-maneggevolezza-rapidità di azione. Difetti scioglie il
glicogeno-scioglie l’acido urico-può dar luogo a precipitati-è tossica.
• ALCOOL ETILICO è un liquido limpido, incolore, volatile. in a.p. si usa a 70°, a 96° o anche assoluto. -
sulle proteine agisce come fissativo coagulante non additivo ed esplica la sua azione mediante la
sottrazione del mantello di idratazione. l’alcool è un solvente dei lipidi, che estrae più o meno
completamente dal tessuto. non fissa i glucidi. ha un buon potere di penetrazione difetti ma estrae
i lipidi - coarta i tessuti - altera gli organuli subcellulari - è altamente infiammabile
• ALDEIDE GLUTARICA (GLUTARALDEIDE) - è un liquido oleoso che si trova in commercio sotto forma
di liquido in soluzione al 25-50% - è un fissativo non coagulante additivo - ha un basso potere di
penetrazione. - si deve conservare al buio a 4°c - si usa in concentrazioni tra il 2 e il 6% - ha un costo
elevato.
MISCELE FISSATRICI:
• LIQUIDO DI CARNOY alcool + cloroformio + [Link]
• LIQUIDO DI CLARKEM alcool + ac. acetico
• FORMALINA DI LILLIE alcool + formolo
• LIQUIDO DI BOUIN ac. picrico + formolo + ac. acetico
• LIQUIDO DI ZENKER
• LIQUIDO DI HEIDENHAIN
PROCESSAZIONE E INCLUSIONE
• Il tessuto fissato, per essere osservato al microscopio, deve essere sezionato in fettine tanto sottili
(2-5 um) da consentire il passaggio della luce.
• Per poter preparare sezioni sottili il tessuto deve essere duro e compatto e deve essere quindi
incluso in un mezzo semisolido → INCLUSIONE
• Per procedere all’inclusione si fa in modo che il tessuto stesso venga prima impregnato con
l’identica sostanza che poi sarà usata per l’inclusione → PROCESSAZIONE
• La modalità standard di inclusione praticata nei laboratori di istologia è l'inclusione in paraffina-> •
è ricavata dai residui della distillazione del petrolio. • ha una consistenza plastica che varia in
rapporto al suo punto di fusione. • in commercio paraffine “dure” e paraffine “molli” - paraffine
molli (punto di fusione 45-54°c) - paraffine dure (punto di fusione 58-60°c) • data la sua inattività
chimica, i tessuti inclusi in paraffina si conservano per un tempo virtualmente illimitato, purché
tenuti lontano da fonti di calore, in ambiente asciutto. • è insolubile in acqua • solubile in etere,
cloroformio, xilolo toluolo Per far penetrare la paraffina nel tessuto è necessario prima allontanare
da esso l’acqua (disidratazione) e sostituirla con un solvente della paraffina
PROCESSAZIONE-> Per far penetrare la paraffina nel tessuto è necessario prima allontanare da esso l’acqua
(disidratazione) e sostituirla con un solvente della paraffina
1. Disidratazione= viene effettuata immergendo i tessuti in alcool etilico a concentrazioni crescenti (scala
ascendente degli alcooli) per sottrarre l’acqua dal tessuto con gradualità e evitare la coartazione del
tessuto. • I tempi variano in rapporto allo spessore e al contenuto in acqua del frammento stesso.
2. Diafanizzazione/Passaggio degli intermedi = una volta ottenuto l’allontanamento dell’acqua dal tessuto,
è necessario sostituire l’alcool con un solvente della paraffina (intermedi) cloroformio benzolo toluolo
Xilolo o alterantive meno tossiche.
• tutti questi passaggi vengono effettuati automaticamente dai processatori-> • processatore a vasche
multiple • processatore a vasca singola
i tempi e le modalità di processazione dei campioni sono molto variabili a seconda delle caratteristiche dei
materiali e anche sulla base di esperienze ed usi dei diversi laboratori.
i cicli di lavorazione devono sempre terminare in presenza del personale, che deve rimuovere i campioni
dalla paraffina calda (la programmazione viene in genere fatta impostando il giorno e l’ora della fine della
lavorazione)
Il tessuto fissato, per essere osservato al microscopio, deve essere sezionato in fettine tanto sottili (2-5 um)
da consentire il passaggio della luce.
Per poter preparare sezioni sottili il tessuto deve assumere sufficiente durezza e compattezza e deve essere
quindi incluso in un mezzo semisolido → INCLUSIONE
Per procedere all’inclusione si fa in modo che il tessuto stesso venga prima impregnato con l’identica
sostanza che poi sarà usata per l’inclusione → PROCESSAZIONE
3. sul fondo della formella viene deposto un sottile strato di paraffina (pochi mm)
5. chiusura della formella con una parte dell’istocassetta (con il numero istologico)
TECNICHE DI INCLUSIONE
• CELLOIDINA -> sostanza ottenuta per l’azione dell’acido nitrico diluito sulla cellulosa. La celloidina si
usa per includere pezzi di grandi dimensioni e consente l’inclusione a temperatura ambiente. la
celloidina deve essere sciolta in una miscela di alcool ed etere in parti uguali → soluzione 8%
(CELLOIDINA III) → 4% (CELLOIDINA II) → 2% (CELLOIDINA I). l’inclusione si effettua sui campioni
disidratati
• CELLOIDINA – PARAFFINA
• GELATINA
• CARBOWAX
• RESINA le resine per l’inclusione di campioni istologici sono simili a quelle usate in microscopia
elettronica. componenti: la resina base (monomero di glicolmetacrilato) l’attivatore
(benzoilperossido) l’induritore (derivato dell’acido barbiturico). prima dell’inclusione i frammenti
devono essere disidratati in alcool etilico (70°-96°). l’imbibizione dei frammenti viene effettuata
mediante immersione in una soluzione infiltrante composta da 50 ml di resina base + 0.5 g di
attivatore. i frammenti sono posti in una miscela formata da una parte di soluzione infiltrante e una
di alcool 96° per due ore; quindi, in soluzione infiltrante pura per 12 ore fino a quando i frammenti
si adagiano sul fondo. la preparazione dei blocchetti avviene riempiendo apposite formelle di
plastica con una miscela composta da 15 ml di soluzione infiltrante e 1 ml di induritore. la
polimerizzazione della resina avviene in 40-120 minuti. si possono ottenere sezioni di minor
spessore (semifini). si possono tagliare campioni duri senza decalcificazione. richiede l’allestimento
di una “seconda linea”. può rendere problematico allestire colorazioni speciali e icc.
TAGLIO
MICROTOMI:
• MICROTOMI A SLITTA -> a lama mobile e pezzo fisso - a lama fissa e pezzo mobile
• MICROTOMI ROTATIVI-> completamente motorizzati. sono microtomi con lama fissa e pezzo
mobile; il pezzo viene avvicinato alla lama con un dispositivo a manovella, che può anche essere
motorizzato. sono i microtomi attualmente più diffusi. è possibile ottenere sezioni seriate su nastro
continuo
una volta tagliate, le sezioni in genere restano adese alla lama, si provvede a staccarle aiutandosi con un
pennellino, e si pongono a galleggiare in una vasca con acqua tiepida (circa 40°c). all’acqua vengono spesso
aggiunte sostanze tensioattive e adesive in modo che le sezioni si distendano immediatamente (per effetto
della tensione superficiale e della dilatazione dovuta al calore).
i vetrini con le sezioni vengono a questo punto fatti asciugare in stufa a bassa temperatura, per poi essere
avviati alla colorazione.
IL CRIOSTATO
• il criostato consente la sezione di tessuti non inclusi, in quanto il congelamento rapido dell’acqua
rende il frammento abbastanza duro da essere tagliato in sezioni discretamente sottili
• le sezioni possono contenere artefatti dovuti alla formazione di cristalli di ghiaccio nella sezione
• i frammenti da tagliare, prima di essere congelati, vengono “inclusi” in un apposito gel
• la superficie libera dei pezzi viene raffreddata con l’impiego di gas criogenici.
Esame estemporaneo/intraoperatorio
➢ esame istologico eseguito immediatamente dopo l’arrivo del pezzo operatorio, mentre l’intervento
chirurgico è in atto, in modo da consentire una diagnosi provvisoria utile al chirurgo per decidere il
prosieguo dell’intervento
COLORAZIONE
• Colorazioni istochimiche
• Immunoistochimica
• Tecniche di patologia molecolare
SPARAFFINATURA= Rimuovere la paraffina. La paraffina non è miscibile con i solventi di quasi tutte le
soluzioni coloranti (acqua, alcool). La sparaffinatura viene effettuata mediante l’immersione in xilolo per 2-
5 minuti
REIDRATAZIONE= le sezioni sparaffinate vanno reidratate (portate all’acqua).La maggior parte dei coloranti
per istologia sono soluzioni acquose. La reidratazione si effettua con una scala discendente degli alcooli,
con vari tempi e modalità (es. 1 minuto in alcool 100, 90, 70, quindi acqua distillata e acqua di fonte)
Disidratazione=dopo la colorazione il vetrino deve essere avviato al montaggio. La prima fase di questa
operazione consiste in una disidratazione che viene effettuata con passaggi rapidi in una scala ascendente
(alcool 95 e 100). Questo passaggio è necessario in quanto i montanti non sono idrosolubili
Diafanizzazione in xilolo per 1’(campione reso trasparente per far si che possa passare la radiazione
luminosa)
MONTAGGIO
consiste nel ricoprire le sezioni con un vetrino copri oggetto (o con un nastro di materiale plastico). si
interpone un montante (balsamo/resina montante) per incollare il copri oggetto e precludere il contatto
con l’aria
Un meccanismo provoca l’avanzamento dei cestelli da una vaschetta alla successiva ad intervalli fissi di
tempo.
• La prima fase di questa operazione consiste in una disidratazione che viene effettuata con passaggi
rapidi in una scala ascendente (alcool 95 e 100).Questo passaggio è necessario in quanto i montanti
non sono idrosolubili
• Quando si vogliano colorare componenti solubili in alcool o si usano coloranti in soluzione alcoolica
non si può procedere a disidratazione. Si sostituisce il montante con la glicerina o con altro
montante [Link] fissa il copri oggetto con la tecnica della lutazione.
le sezioni istologiche hanno un contrasto dell’immagine assente o troppo scarso allora il contrasto viene
rafforzato utilizzando le caratteristiche chimico fisiche delle diverse componenti tissutali. Tali
caratteristiche consentono di assumere o meno determinate sostanze coloranti, ovvero di assumerle in
maggiore o minore quantità in relazione alle strutture che le compongono. Le sostanze colorate sono quelle
che, illuminate con luce bianca, assorbono parte dello spettro luminoso visibile. La colorazione che ne
deriva è quella data dalla parte dello spettro luminoso non assorbita.
Le Sostanze Coloranti
➢ Classificazione I
• COLORANTI ACIDI → sostanze anioniche, cariche negativamente che formano sali con le basi con
cui vengono a contatto
• COLORANTI BASICI → con carica positiva
• COLORANTI NEUTRI → unione di un colorante acido con uno basico
➢ Classificazione II
nelle sostanze coloranti è sempre presente un gruppo cromoforo. L’unione di un gruppo cromoforo con un
gruppo aromatico porta alla formazione di un gruppo cromogeno
Colorazione - Fasi
Strumenti
EMATOSSILINA-> l’ematossilina è un colorante vegetale che si estrae da una pianta originaria della regione
messicana del campeche, ora coltivata nelle indie occidentali, l’hematoxylon campechianum. È estratta
dalla corteccia con acqua calda e fatta precipitare con l’aggiunta di urea. proprietà coloranti non è
l’ematossilina, bensì un suo prodotto di ossidazione, l’emateina. l’emateina (proprietà coloranti) prodotto
di ossidazione, dell’ematossilina:
le soluzioni commerciali vengono classificate in base alla natura della sostanza mordenzante che le
differenzia anche per le caratteristiche di impiego
Colorazioni "speciali"
• i tessuti connettivi sono formati da una parte cellulare immersa in una componente non cellulata
• la sostanza intercellulare è a sua volta costituita da una parte amorfa (mucopolisaccaridi solfati e
non solfati) e da elementi formati (fibre reticolari ed elastiche)
• fibre collagene → si possono ritrovare isolate (nel tessuto lasso areolare) o aggregate in fasci più o
meno corposi, come nei tendini ve ne sono quattro tipi principali e diversi tipi minori
• fibre reticolari → sono fibre fini e delicate e formano una trama che sostiene la struttura di molti
organi
• fibre elastiche → sono distribuite ovunque, ma principalmente a livello dei vasi, dell’apparato
respiratorio, dei tegumenti. Sono formate da una componente amorfa, una parte proteica
(elastina) e una parte microfibrillare
1. TRICROMICA DI VAN GIESON (VAN GIESON, 1899) -> Nuclei: viola scuro -Fibre collagene: rosso -
Fibre muscolari: giallo
• sezioni all’acqua ematossilina ferrica di weigert
• differenziazione in acqua di fonte e poi in acqua distillata
• miscela di van gieson (ac. picrico + fucsina acida)
• lavaggio rapido in acqua
• disidratazione, diafanizzazione, montaggio
AZAN MALLORY (MALLORY, 1938) -> nuclei: rosse fibre collagene: azzurro brillante fibre reticolari: azzurro
tenue fibre muscolari ed emazie: rosso-arancio
• sezioni all’acqua
• azocarminio a 56°c per 10 min.
• lavare in acqua
• differenziare in anilina alcoolica 1% e quando i nuclei sono colorati in rosso arrestare la
differenziazione con una miscela alcool-acido acetico
• in acido fosfotungstico per 3-6 ore (per mordenzare il connettivo)
• lavaggio in acqua
• in miscela di azan (blu di metilene+orange g)
• lavaggio in acqua
• disidratazione, diafanizzazione, montaggio
• sezioni all’acqua
• ematossilina ferrica di weigert per 5 min.
• lavare in acqua
• in miscela di masson (ponceau di xilidina – fucsina acida – acido acetico glaciale) 10 min.
• lavare in soluzione acquosa 1% di acido acetico
• in soluzione di acido fosfomolibdico – orange g: l’acido fosfomolibdico provoca la decolorazione del
collagene (controllare!)
• lavare in soluzione acquosa 1% di acido acetico
• in soluzione di verde luce o fast green (5 min.)
• lavare in soluzione acquosa 1% di acido acetico
• disidratazione, diafanizzazione, montaggio
nuclei: blu-nero fibre collagene: verde fibre muscolari e citoplasmi: rosso vivo emazie: giallo arancio
• sezioni all’acqua
• permanganato di potassio 1% per 5 min.
• metabisolfito di potassio 2% per 1 min.
• lavare in acqua per 10 min.
• allume ferrico 2% per 2 min.
• lavare in acqua distillata (più cambi)
• soluzione di gomori (nitrato d’argento e idrossido di potassio) per 1 min.
• formalina 10% per 5 min.
• eventuale controcolorazione
• disidratazione, diafanizzazione, montaggio si può anche differenziare in cloruro d’oro
• GLICOGENO
• MUCINE
Mucine intensamente solforate del tess. connettivo (proteoglicani) reagiscono a basso PH e sono in genere
pas-negative.
Mucine intensamente solforate del tess. epiteliale che si trovano nell’epitelio intestinale e sono pas-
positive.
Le mucine debolmente solforate del tessuto epiteliale sono ampiamente diffuse, particolarmente nel colon
il glicogeno si colora in rosso magenta. Si è certi che si tratta di glicogeno se le sezioni trattate con la
diastasi o la ptialina sono [Link] trattamento con la diastasi si effettua ponendo le sezioni per un’ora in
soluzione di diastasi a 37°c
• I mucopolisaccaridi acidi sono costituiti da una proteina cui sono legate numerose e lunghe catene
eteropolisaccaridiche
• Costituiscono gran parte del metaplasma amorfo dei connettivi e delle secrezioni delle cellule
mucipare
• Il fissativo ideale per queste sostanze è la formalina calcica
• Sono in genere PAS-negativi
Le colorazioni oggi in uso per i mucopolisaccaridi acidi sono basate sulla presenza delle numerose valenze
acide contenute in tali sostanze. Tali gruppi sono rappresentati da:
I coloranti basici si legano a tali gruppi solo se questi sono dissociati: esempio COOH COO- e H+.
Il loro stato di dissociazione dipende dal pH del mezzo in cui sono posti:
METODO ALCIAN-PAS
• LIPIDI POLARI
• sezioni al criostato
• porre le sezioni in alcool isopropilico 60° per 1’
• porre le sezioni per 16’ in soluzione 0.5% di oil red o in alcool isopropilico 98°
• differenziare in alcool isopropilico 60° per circa 30”
• lavare in acqua
• Evidenziare colorazione nucleare con ematossilina
• montare in glicerina e lutare
• Pigmenti endogeni: derivati dal sangue, non derivati dal sangue, minerali endogeni
• Pigmentazioni artefattuali
• Pigmenti e minerali esogeni
• Emosiderina
• Emoglobina
• Pigmenti biliari
• Porfirine
Negli endogeni non derivati dal sangue abbiamo le melanine sono un gruppo di pigmenti i cui colori variano
dal bruno chiaro al nero. Normalmente presenti nella cute, nell’occhio, nella substantia nigra del cervello e
nei follicoli piliferi. In condizioni patologiche le si trovano nei nevi e nei melanomi maligni - le melanine
derivano dalla tirosina per azione di una tirosinasi
Le nucleoproteine sono combinazioni di proteine basiche (protamine e istoni) e acidi nucleici. I due acidi
nucleici sono il DNA, contenuto in massima parte nel nucleo delle cellule e l’RNA, contenuto nei citoplasmi,
in particolare nei ribosomi.
• Sezioni all’acqua. Se il materiale è fissato in formalina trattare con soluzione acquosa ammoniacale
allo 0.5% per 2’. Sciacquare in acqua
• Sezioni per 2 ore a 37°C in soluzione di fucsina basica in alcool etilico assoluto + soluzione acquosa
di fenolo al 5%
• Lavare in acqua
• Differenziare con soluzione di HCl 3% in alcool 70°
• Lavare in acqua
• Colorare con soluzione acquosa di blu di metilene 1%
• Lavare in acqua
• Differenziare in alcool assoluto
• Disidratare, diafanizzare, montare
I bacilli alcool-acido resistenti si colorano in rosso, la restante flora batterica e il resto in blu.
• Sezioni all’acqua
• Ossidazione in acido cromico 5% per 1 ore a 56°C
• Lavare in acqua corrente
• In sodio bisolfito 1% per 2-3’
• Lavare accuratamente in acqua corr.
• Sezioni per 1 ora a 60°C al buio in soluzione tetraborato-acqua-mete-namina argentica
• Lavare in numerosi cambi d’acqua
• Viraggio in cloruro d’oro 1% per 4’
• In tiosolfato di sodio al 3% per 5’
• Lavare in acqua corrente e contrastare delicatamente con verde luce
• Lavare in acqua corrente
• Disidratare, diafanizzare, montare
L’amiloide appare in rosso, con birifrangenza verde mela quando osservata al microscopio polarizzatore.
Il tessuto nervoso richiede una fissazione immediata, poiché molte sue componenti vanno incontro ad
alterazioni autolitiche precoci. Con vari metodi si possono evidenziare:
• Sezioni all’acqua
• Le sezioni vanno poste in una soluzione fresca di nitrato d’argento
• Lavare in più cambi di formalina al 10%
• Lavare in acqua
• Asciugare il vetrino e porlo per 40” in soluzione di argento ammoniacale
• Lavare in più cambi di formalina
• Lavare in acqua e controllare il risultato
• Fissare in tiosolfato di sodio
• Lavare in acqua di fonte
• Disidratare, diafanizzare e montare
• Sezioni all’acqua
• In bicromato acido di potassio a 50°C per 30’ o a temperatura ambiente per 12 ore
• Lavare in acqua di fonte
• In soluzione di Lugol per 10’
• Decolorare completamente in alcool etilico 96° per 15-60’
• Lavare in acqua
• Decolorare con soluzione di acido ossalico
• Lavare in acqua
• In soluzione di ematossilina fosfotungstica
• Differenziare in alcool etilico 96° fin quando la componente blu è ben evidente
• Disidratare, diafanizzare, montare
Neuroglia, nuclei ed eritrociti: blu intenso Mielina: blu chiaro Citoplasmi e fibre: rosso arancio o bruno
pallido
Le guaine mieliniche sono costituite dalla membrana cellulare della cellula di Schwann che avvolge il
neurite ed insieme ad esso costituisce la fibra nervosa. È costituita essenzialmente da lipidi.
• Sparaffinare
• In alcool 95°
• In soluzione di Luxol fast blu a 56-60°C per una notte al buio [24h a 60°]
• Raffreddare la vaschetta
• Sciacquare in alcool 95°
• Sciacquare in acqua
• Differenziare con rapide immersioni in soluzione di carbonato di litio [30”]
• Differenziare in alcool 70° [finché la sost. Grigia sia completamente pulita. Eventualmente ripetere
la differenziazione
• Lavare in acqua
• In soluzione di cresil violetto per 6’ [aggiungere al momento dell’uso 15 gocce di ac. Acetico 10% IN
50 ml di soluzione]
• Differenziare in parecchi cambi di alcool 95° [passaggio veloce]
• Disidratare, diafanizzare, montare
COLORAZIONE GIEMSA
Protozoi e altri microorganismi: blu scuro Nuclei: blu Fondo: rosa o celeste
Il referto isto-patologico:
L’attività diagnostica svolta nel servizio di anatomia patologica si esplica attraverso l’emissione di un referto
che verrà comunicato al richiedente (clinico o paziente) tramite un atto scritto e firmato dal medico
anatomo patologo. Gli elementi su cui si fonda la qualità del referto sono rappresentati dall’accuratezza,
completezza e tempestività.
Il referto, redatto in conformità con le linee-guida nazionali ed internazionali, in modo chiaro, che permetta
di comprendere la diagnosi di patologia e le eventuali valutazioni di colorazioni immunoistochimiche e di
stadiazione, deve contenere obbligatoriamente le seguenti informazioni:
Patologie neoplastiche:
➢ Diagnosi
➢ Grading: definire il grado di somiglianza (o di anaplasia) rispetto alla controparte normale (G1, G2,
G3)
➢ Staging: definire l’estensione locale della malattia, la presenza di metastasi linfonodali e di
metastasi a distanza (TNM)
➢ Fattori prognostici: descrivere le caratteristiche morfologiche e biologiche di significato prognostico
che danno indicazioni sull’andamento clinico di una malattia (es. attività mitotica, ki-67, ER, PGR..)
➢ Fattori predittivi: fattori che predicono la risposta alla terapia (es.HER2)
Laboratory information systems
sistemi di gestione computerizzati che intervengono in tutte le fasi di lavorazione dei materiali,
dall’accettazione alla refertazione danno un importante aiuto anche sotto il profilo amministrativo e
gestionale.
SNOMED -> Sistema di codifica di diagnosi patologiche e cliniche messo a punto dal College of American
Pathologists. E' un sistema di codifica
− multiassiale: le diagnosi sono codificate su più assi (topografia morfologia eziologia malattia
procedure)
− gerarchico: le cifre di ciascun codice indicano dettagli sempre più fini. (T2 = APPARATO
RESPIRATORIO T28 = POLMONI T282 = POLMONE DESTRO T2821 = LOBO SUPERIORE POLM. DX
T28211 = SEGM. APICALE LOBO SUP. P.D.)
MICROSCOPIA
Composto da:
• Basamento-> è fatto da una robusta fusione in ferro che conferisce stabilità allo strumento. vi sono
sistemi di regolazione dell’illuminazione - la lampada (alogena) - uno specchio che devia la luce
verso l’alto - la manopola che regola l’intensità dell’illuminazione. La luce fuoriesce dal basamento
attraverso un foro dotato di un diaframma a iride. Sul foro posto un filtro blu per contrastare la
luce gialla della lampada.
• Condensatore-> concentra il raggio luminoso in una piccola area del vetrino in esame. Ha delle lenti
in cui passa la luce: una lente frontale e un diaframma di contrasto. La lente frontale ha un
movimento basculante e serve per aumentare la concentrazione del fascio luminoso. Il diaframma
di contrasto serve per aumentare il contrasto dell’immagine (chiudendo il diaframma aumenta il
contrasto). Si trovano anche delle viti di centraggio che servono per allineare il condensatore con il
vetrino. Il koheler si effettua chiudendo il diaframma e centrando il punto luminoso agendo sulle
due viti.
• Tavolino porta vetrini-> ha un’apertura per il passaggio della luce e un dispositivo chiamato
traslatore che serve per muovere il vetrino fissato ad una molla. Il traslatore è manovrato da due
ghiere coassiali una sx e una dx che consentono di muovere il vetrino sui due assi + micrometriche-
< servono per mettere a fuoco.
• Obiettivi-> sopra il tavolino vi son obiettivi in numero variabile. Il diametro delle lenti si riduce al
crescere degli ingrandimenti. Abbiamo obiettivi 4X-10X-20X-40X-100X) Le lenti sono caricate su un
supporto chiamato revolver che si può rotare per cambiare ingrandimento. Su ciascun obiettivo vi
sono dei numeri che indicano: ingrandimento e apertura numerica. L'apertura numerica è data
dall’indice di rifrazione data dal mezzo tra la lente e il coprioggetto (A.N.= n x ½ sen α n = indice di
rifrazione del mezzo interposto tra la lente frontale e il coprioggetto (aria, olio) α= angolo di
apertura dell’obiettivo) L'apertura numerica è molto importante perché determina il potere di
risoluzione cioè la capacità di riconoscere 2 punti come distinti. è riportato anche il numero che
indica la lunghezza del percorso ottico e lo spessore del coprioggetto che in genere sono standard.
Alcuni obiettivi sono predisposti per l’uso ad immersione con olio (che fa da mezzo).
➢ RIFRAZIONE
La rifrazione è la deviazione subita da un'onda quando passa da un mezzo ad un altro, nel quale la sua
velocità di propagazione cambia; poiché la frequenza rimane costante cambia la λ
• Gli oculari-> Al di sopra degli obiettivi vi è la ghiera in cui si fissa il tubo ottico con il portaoculari che
contiene prismi e specchi per ridurre l’ingombro del microscopio. la distanza tra gli oculari (in mm)
è regolabile. l’oculare contiene una o più lenti e in genere ingrandisce 10 volte. almeno uno dei due
oculari deve avere il dispositivo di correzione dei difetti visivi dell’osservatore
DIGITAL PATHOLOGY
Conversione di preparati cito-istologici in vetrini digitali (WSI) tramite scanners. Le slides digitali
rappresentano una copia ad alta risoluzione del vetrino originale e possono essere visualizzate attraverso
softwares dedicati (microscopi virtuali).
➢ ANALISI DI IMMAGINE
Estrazione di informazioni dall’immagine (analisi delle caratteristiche dei pixel) attraverso softwares
dedicati. Software che riconoscono pattern particolari in prima e in ultima analisi per distinguere la parte
fisiologica da quella patologica.
IMMUNOFLUORESCENZA
I traccianti sono i fluorocromi e sono legati agli anticorpi mediante coniugazione per via chimica.
• Isotiocianato di fluorescina
• Tetrametilrodamina
• Ficoeritrina
• Cianine
• Rosso texas
La tecnica dell’immunofluorescenza prevede l’utilizzo dimetodi:
• Diretti
• Indiretti
• Del complesso con la proteina a
Nel metodo diretto (o primario), l’etichetta del fluoroforo viene coniugata direttamente all’anticorpo
primario che reagirà con l’epitopo bersaglio. La tecnica di immunofluorescenza diretta è utilizzata
principalmente per la ricerca di un antigene ignoto (ad esempio di un batterio) il quale, dopo essere stato
fissato al vetrino o pozzetto attraverso specifiche metodiche, viene messo a contatto con i presunti
anticorpi specifici. A questo punto lasciamo a contatto, per il tempo necessario, l’antigene con l’anticorpo
in modo tale da avere un’interazione tra le due molecole che porterà alla formazione di un
immunocomplesso. Successivamente, è opportuno lavare accuratamente il vetrino in modo da eliminare gli
eventuali antigeni che non si sono legati.
il metodo diretto risulta il meno specifico soprattutto a causa delle possibili alterazioni indotte sugli
anticorpi dal processo chimico di coniugazione del fluorocromo.
LIMITI DELL’IMMUNOFLUORESCENZA
IMMUNOCITOISTOCHIMICA
Antigene: molecola proteica, lipoproteica o glicoproteica che ha la capacità di essere "legato" al sito di
legame dell'antigene di un anticorpo. Ogni antigene può contenere diversi "siti" (determinanti antigenici o
epitopi) riconosciuti da anticorpi differenti.
Per poter essere identificato in un campione istologico mediante indagini immunocitochimiche deve
possedere alcuni requisiti: - Insolubilità - Accessibilità - Conservabilità
Anticorpo: molecola proteica prodotta dalle plasmacellule in grado di legare in modo specifico un
determinante antigenico
Affinità di un anticorpo • Forza del legame tra un determinante antigenico e l'anticorpo • Dipende dalla
struttura del sito di legame con l'antigene
Avidità di un anticorpo • La somma delle forze di tutti i legami tra antigene e anticorpo.
Applicazioni
• Analisi di marcatori diagnostici → sono di supporto alla diagnosi di una specifica malattia
• Analisi di marcatori prognostici → danno indicazioni sull’andamento clinico di una malattia
• Analisi di marcatori predittivi → predicono la risposta/resistenza della malattia a una specifica
terapia
Passaggi e variabili
➢ Campione
• Tipologia
• Fissativi
• Preparazione Riattivazione antigenica (antigen retrieval) Blocco di enzimi endogeni
• Controlli positivi/negativi
➢ Reazione antigene-anticorpo
• Anticorpi monoclonali/policlonali
• Anticorpi primari/secondari
➢ Metodi
• Diretto
• Indiretto
• Immunofluorescenza
• Immunoenzimatica
• Immunogold
➢ Visualizzazione e analisi
CAMPIONE
Il tempo di ischemia è il tempo che intercorre tra il prelievo del campione e la sua fissazione. Il tempo di
ischemia del campione prima della fissazione può risultare nella degradazione di proteine, DNA e RNA,
nell'attivazione di enzimi autolitici. Variazioni nel tempo di ischemia possono inficiare il risultato di una
reazione immunoistochimica
La fissazione previene l'autolisi dei tessuti e conserva l'antigenicità .Il tipo di fissativo dipende dal tipo di
antigene ricercato e dalla tecnica di rivelazione. Tempi e modi di fissazione possono influenzare la
riproducibilità della reazione immunoistochimica. - es. l'overfissazione può causare mascheramento di
antigeni o perdita di alcuni epitopi portando a risultati falsi negativi nelle reazioni immunoistochimiche.
La conservazione per lunghi periodi (oltre 2 mesi) di sezioni non colorate da blocchi FFPE può portare alla
degradazione di alcuni antigeni e alla conseguente riduzione o perdita dell'immunoreattività con il rischio di
falsi negative . Per le reazioni immunoistochimiche meglio tagliare nuove sezioni
• Sezioni a 3-7 um
• Aderenza delle sezioni di tessuto in paraffina ai vetrini → utilizzare vetrini a carica positiva
• Deparaffinazione e reidratazione
• Preparazione Riattivazione antigenica (antigen retrieval) Blocco di enzimi endogeni
VARIABILI (I) - PH - Soluzioni Tampone - Soluzioni riattivanti - Tempo di incubazione – Temperatura -Tipo di
tessuto - Fissativo - Antigene – Anticorpo
Permeabilizzazione
Blocco di proteine ed enzimi endogeni -> È essenziale per prevenire colorazioni di fondo non specifiche
Dipende dal sistema di rivelazione (immunoenzimatica): - Blocco della perossidasi endogena - Blocco della
fosfatasi alcalina endogena - Blocco della biotina
Blocco di proteine-> Prevenire i legami non specifici degli anticorpi al tessuto o ai recettori delle regioni Fc
degli anticorpi
Anticorpi policlonali ->Anticorpi che legano differenti epitopi di un singolo antigene. Prodotti con
metodiche di ingegneria genetica (tecnica degli ibridomi)
ANTICORPI PRIMARI: Molecola anticorpale (monoclonale, policlonale o ibrida) diretta contro l’antigene
cellulare ricercato mediante immunocitochimica (• concentrazione/diluizione dell'anticorpo • temperatura
• tempo di incubazione)
METODI:
TECNICA IMMUNOENZIMATICA:
METODI
• DIRETTO
• INDIRETTO
• COMPLESSO IMMUNE PROTEINA A
• ENZIMA ANTI-ENZIMA (PONTE)
• PROTEINA A ENZIMA-ANTI-ENZIMA
• SISTEMI (STREPTO)AVIDINA-BIOTINA-ENZIMA
• MISTO ENZIMA-ANTI-ENZIMA COMPLESSO “ABC”
• CONIUGATI ENZIMATICI POLIMERICI
METODO DIRETTO:
METODO INDIRETTO:
• INDIRETTO - AUMENTO DEL NUMERO DELLE REAZIONI - AUMENTO INTENSITA' DEL SEGNALE
ALLESTIMENTO DEL PREPARATO
CONTROCOLORAZIONE Colorazione eseguita per evidenziare le varie componenti cellulari e tissutali del
campione in modo da poter localizzare le cellule immunoreattive
CONTROLLI
Applicazioni
• Analisi di marcatori diagnostici → sono di supporto alla diagnosi di una specifica malattia
IDENTIFICA: GLI ANTIGENI DI - CELLULE NORMALI E PATOLOGICHE - AGENTI INFETTIVI DIRIME:
DIFFERENTI IPOTESI DIAGNOSTICHE CARATTERIZZA: - IL FENOTIPO DI UNA LESIONE - L'ORIGINE DI
UNA METASTASI. ACTINA MICROFILAMENTO DEL CITOSCHELETRO PRESENTE IN TUTTE LE CELLULE.
VE NE SONO DIVERSE FORME, QUELLA PIÙ COMUNEMENTE UTILIZZATA È LA -ACTINA PER
MUSCOLO LISCIO (CLONE 1A4), CHE MARCA CELLULE MUSCOLARI LISCE. VIMENTINA (V9)
FILAMENTO INTERMEDIO CARATTERISTICO DELLE CELLULE MESENCHIMALI. MARKER, ABBASTANZA
ASPECIFICO, DELLE NEOPLASIE DI ORIGINE MESENCHIMALE. HMB-45 E MELAN A MARCATORI DI
NEOPLASIE DELLA SERIE MELANOCITARIA (MELANOMI)
• Analisi di marcatori prognostici → danno indicazioni sull’andamento clinico di una malattia
CITOCHERATINE PROTEINE FILAMENTOSE DEL CITOSCHELETRO. VE NE SONO 20 TIPI DIVERSI
VENGONO UTILIZZATE PER LA DIAGNOSI DIFFERENZIALE DEI TUMORI EPITELIALI. TIPI PIÙ
FREQUENTEMENTE USATI: 7 20 POOL (AE1, AE3) CAM 5.2 (8, 18), 34bE12 (1, 5, 10, 14), PAN (AE1,
AE3, CAM 5.2, 34bE12) Ki 67 (MIB-1) È ATTUALMENTE IL PIÙ UTILIZZATO TRA GLI ANTICORPI PER
VALUTARE IL NUMERO DI CELLULE IN FASE S, E QUINDI LA PROLIFERAZIONE DI UNA NEOPLASIA.
RECETTORI PER GLI ESTROGENI (1D5) ED IL PROGESTERONE (10A9) ed HER2 PER
L'INQUADRAMENTO TERAPEUTICO DELLE NEOPLASIE MAMMARIE PD-L1
• Analisi di marcatori predittivi → predicono la risposta/resistenza della malattia a una specifica
terapia ANTIGENE LEUCOCITARIO COMUNE (LCA) - CD 45 PAN LEUCO (CLONE 2B11-PD7)
MOLECOLA DI SUPERFICIE COMUNE A LINFOCITI, MACROFAGI, ISTIOCITI E GRANULOCITI. CD3
MARCATORE DI LINFOCITI T CD20 (L 26) MARCATORE DI LINFOCITI B