Storia Dell Arte
Storia Dell Arte
Contents
1 Barocco 2
1.1 Caratteri . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 2
1.2 Caravaggio (1571-1610) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 4
1.2.1 Vita . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 4
1.2.2 Bacco . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 5
1.2.3 Cena in Emmaus . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 6
1.2.4 Vocazione di San Matteo . . . . . . . . . . . . . . . . . . 8
1.2.5 San Matteo e l’angelo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 10
1.2.6 Martirio di San Matteo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 11
1.2.7 Canestra di frutta . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 14
1.2.8 Crocifissione di San Pietro . . . . . . . . . . . . . . . . . . 15
1.2.9 Morte della Vergine . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 17
1.2.10 David con la testa di Golia . . . . . . . . . . . . . . . . . 19
1.3 Gian Lorenzo Bernini (1598-1680) . . . . . . . . . . . . . . . . . 20
1.3.1 Vita . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 20
1.3.2 Fontana dei Fiumi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 21
1.3.3 Apollo e Dafne . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 22
1.3.4 Ratto di Proserpina . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 23
1.3.5 L’estasi di Santa Teresa . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 24
1.3.6 Baldacchino di San Pietro . . . . . . . . . . . . . . . . . . 26
1.3.7 Colonnato di piazza San Pietro . . . . . . . . . . . . . . . 28
1.4 Francesco Borromini (1599-1667) . . . . . . . . . . . . . . . . . . 29
1.4.1 Vita . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 29
1.4.2 L’oratorio dei Filippini . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 31
1.4.3 San Carlo alle Quattro Fontane . . . . . . . . . . . . . . . 32
1.4.4 Chiesa di Sant’Ivo alla Sapienza . . . . . . . . . . . . . . 34
1.4.5 Basilica di San Giovanni in Laterano . . . . . . . . . . . . 35
1.4.6 Chiesa di Sant’Agnese in Agone . . . . . . . . . . . . . . . 36
1.4.7 Facciata del Collegio di Propaganda Fide . . . . . . . . . 37
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1 Barocco
1.1 Caratteri
Come il Cinquecento è stato il secolo della Riforma luterana, il Seicento, al
contrario, è stato il secolo della Controriforma cattolica o, più precisamente,
della sua piena e capillare applicazione. Alla profonda crisi di valori e al grande
disorientamento morale che avevano caratterizzato gran parte del Cinquecento,
infatti, il Seicento contrappone le forti e rinnovate certezze spirituali di una
Chiesa che, nel tentativo di contrastare efficacemente il protestantesimo, finisce
di fatto per irrigidirsi sui propri dogmi, troncando definitivamente ogni possi-
bilità di ricomporre lo scisma in modo pacifico e condiviso
2
Chiesa di Roma), la volta a botte (in analogia con la grandiosità dell’architettura
imperiale dei primi secoli). Negli interni e nelle facciate il richiamo all’Antico
diventa spesso un cólto pretesto per sperimentare inedite e spettacolari soluzioni
spaziali. Ai motivi architettonici si sovrappongono spesso anche quelli pittorici
(soprattutto per quello che attiene alle decorazioni prospettiche di soffitti, volte
e cupole) e scultorei. La presenza ornamentale di statue, fregi, cornici, false
finestre e altri elementi puramente decorativi arriva talvolta a essere più impor-
tante della stessa struttura architettonica, cosicché la forma (cioè l’ornamento)
ha il sopravvento sulla funzione (cioè la struttura).
Questo, nato come espressione monumentale già nel corso del tardo Rinasci-
mento e del Manierismo, trova ora il suo massimo e più significativo sviluppo
quale luogo privilegiato di delizia e di evasione. La sua realizzazione, infatti, non
coinvolge più solo la scultura (singole statue o gruppi) e l’architettura (grotte
artificiali, padiglioni, casìni) ma anche la botanica (selezione di piante sempre
più particolari e resistenti), l’idraulica (fontane e giochi d’acqua) e addirittura
la meccanica (autòmi e altri congegni semoventi).
Con il termine di Baròcco, quindi, non si intende individuare uno stile o una
precisa corrente artistica quanto, più complessivamente, lo spirito dominante del
Seicento (che in realtà si spingerà anche fino ai primi decenni del Settecento) e
le sue principali modalità di espressione artistica.
La parola, del resto, ha origini incerte. Deriva forse dallo spagnolo barrueco
e dal portoghese barrôco e – letteralmente – sta a indicare un raro tipo di
perla (detta scaramàzza) di forma irregolare e non perfettamente sferica, dunque
già di per sé particolare e preziosa. Già nel Cinquecento, comunque, baròco
registra il significato metaforico di «strano, tortuoso», riferito per lo più a quei
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discorsi e a quelle teorie filosofiche che dietro un’apparenza di grande complessità
nascondevano la propria intrinseca debolezza e inconsistenza. A partire dal
XVIII secolo, infine, la definizione viene applicata anche al campo artistico e
assume un significato spesso marcatamente dispregiativo.
Ecco perché più che di un generico “Barocco” sarebbe criticamente più corretto
parlare di “Barocchi”, al plurale, e perché – conseguentemente – una definizione
univoca del termine rimane comunque sempre parziale e insoddisfacente.
Uomo violento e irrequieto, fin dal 1592 si trasferisce a Roma, dove entra in
contatto, fra gli altri, con il Cavalier d’Arpino (1568-1640), presso la cui bottega
lavora per qualche tempo distinguendosi subito per la straordinaria bravura nel
dipingere «nature morte», vale a dire composizioni con soggetti inanimati (gen-
eralmente fiori e frutta) e «scene di genere». Nel 1595, infine, la vita dell’artista
sembra assestarsi. Grazie al suo straordinario talento, infatti, egli entra nelle
grazie del cardinale Francesco Maria Del Monte (1549-1626/1627), ambasciatore
del granduca di Toscana a Roma, uomo di vasta cultura e raffinato collezionista
d’arte.
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A causa del suo carattere fiero e ribelle, però, egli è continuamente coinvolto
in risse e loschi affari, tanto che nel 1606, al termine d’un litigio più violento
degli altri, arriva addirittura a uccidere uno degli avversari, rimanendone a sua
volta ferito. Da allora, dopo la condanna a morte in contumacia, inizia la sua
avventurosa e tragica fuga da Roma che inizialmente lo porta a Napoli (1606-
1607) e poi subito a Malta (1607), dove lavora per i Cavalieri dell’Ordine e da
dove nuovamente fugge, l’anno successivo, nascondendosi a Siracusa e in varie
altre città della Sicilia. Nel 1609 è ancora a Napoli, ove è ferito in un ulteriore
agguato, e infine a Porto Ercole, nella Maremma grossetana, dove nel 1610
muore, solo e disperato, stroncato dalla malaria e dagli strapazzi.
1.2.2 Bacco
Il dipinto risale, con ogni probabilità, agli anni intorno al 1596/1597, al ter-
mine di una fase nella quale l’artista aveva già realizzato vari altri ritratti di
adolescenti abbigliati all’antica con l’aggiunta di suggestive nature morte, come
nel caso del cosiddetto Bacchino malato, del Ragazzo con canestra di frutta o
del Ragazzo morso da un ramarro, tutti dipinti fra il 1593 e il 1595.
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Il giovinetto, adagiato su una sorta di improvvisato triclinio realizzato con
un semplice materasso arrotolato, è parzialmente avvolto in un lenzuolo, a im-
itazione – forse anche ironica – di un’antica veste romana. Il travestimento
comprende anche una ghirlanda di tralci di vite che cingono a mo’ di corona
la testa dai neri capelli ricciuti. Il volto, ruotato di tre quarti e lievemente in-
clinato in avanti, è percorso da un leggero rossore, che ne rende l’espressione
ancora più enigmatica e trasognata. Tra l’indice e il pollice sinistri il giovane
Bacco – probabilmente un garzone di bottega – regge con delicatezza un’esile
coppa di vetro, colma quasi fino all’orlo del vino rosso versato dalla panciuta
bottiglia appoggiata sul tavolo. La natura morta in primo piano anticipa i modi
e i temi della Canestra di frutta, ivi compresi i frutti marci e le foglie secche,
simbolo ricorrente del tempo che tutto corrompe e dissolve.
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La tela, che illustra l’episodio narrato nel Vangelo di Luca, è stata ormai con
certezza identificata con il quadro dipinto da Caravaggio per Ciriaco Mattei.
Questi, insieme ai suoi due fratelli Asdrubale e il cardinal Gerolamo, era tra i più
affezionati committenti del pittore, al punto da offrirgli ospitalità nel palazzo di
famiglia, come sappiamo dalle informazioni contenute nel contratto per la Morte
della Madonna, stipulato il 14 giugno 1601 nel palazzo Mattei, dove Caravaggio
dichiara di risiedere.
La scena in cui Cristo si rivela ai due discepoli che, ignari della sua resur-
rezione, avevano accompagnato lo sconosciuto viandante in una locanda per
rifocillarsi, ha una solida tradizione iconografica. È il momento in cui la di-
vinità del figlio di Dio si mostra in tutto il suo splendore, ma è anche l’occasione
per rivivere insieme il mistero eucaristico, già celebrato durante l’Ultima cena.
Anche in questo caso la scelta di Caravaggio è rivoluzionaria. Eliminato ogni
particolare decorativo, isolati i personaggi su un fondo neutro, l’azione è colta
nel momento cruciale, quando un Cristo imberbe, dal volto assai poco idealiz-
zato, allunga la mano per benedire il pane che giace, spezzato, davanti a lui sulla
tavola imbandita. Lo spettatore è partecipe e coinvolto. Il discepolo di spalle,
colto nell’atto di alzarsi, ci proietta dentro il quadro, spingendoci a seguirlo
nello stupore. Allo stesso modo la fruttiera, in equilibrio al limite del tavolo,
sembra segnare il limite tra lo spazio dipinto e quello reale. Le braccia aperte
del discepolo di destra determinano invece la profondità dello spazio.
Il naturalismo caravaggesco trova qui uno dei suoi esempi più alti, nella cura
con cui sono descritte le portate del pasto approntato dall’incredulo oste - un
pollo arrosto, del pane, una caraffa di vino, un’ampolla d’acqua, un cesto di
frutta e nell’umanità umile e sofferta dei personaggi. In quest’opera Caravaggio
dimostra uno straordinario virtuosismo nella resa degli scorci prospettici. Nello
spazio spoglio della bettola, la profondità è "misurata" dal gesto dell’apostolo,
che allarga le braccia in un moto di sorpresa; allusione evidente al mistero della
croce. L’abilità del pittore arriva a "sfondare" il primo piano con la spalliera
della seggiola scostata con violenza dal discepolo, che allunga, ingobbito e in-
credulo, il collo verso Gesù. Particolare interessante, la conchiglia appuntata
sul petto di uno degli apostoli indica con precisione la condizione di pellegrini
dei due discepoli, e nasce da una tradizione consolidata nei secoli. Era infatti
consuetudine che i fedeli di ritorno dal pellegrinaggio al santuario spagnolo di
Santiago di Compostela, si appuntassero sulle vesti o sulla falda del cappello
una conchiglia raccolta in quei luoghi come una sorta di insegna devozionale, a
differenza di quelli che andavano a Gerusalemme e a Roma i cui simboli erano
la palma e la chiave.
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Nuovo Testamento; il vino che rimanda al sangue di Cristo; l’acqua, trasparente
nella bottiglia di vetro, rappresenta l’anima immacolata del Maestro, il suo
insegnamento è come acqua per l’assetato. Infine il pane, che ha il significato
eucaristico del corpo di Cristo e rimanda al racconto della cena in cui Cristo
rivelò la sua vera identità con la benedizione del pane e del vino come nell’Ultima
Cena.
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di sguardi. Il vecchio in piedi con gli occhiali, e l’altro giovane a capotavola,
invece, sono troppo intenti a contare i propri denari per rendersi conto di ciò che
sta succedendo. La simbologia caravaggesca appare chiarissima: la chiamata di
Dio è sempre rivolta a tutti gli uomini di tutti i tempi, ma ciascuno è libero,
secondo la propria coscienza, di aderirvi o di respingerla decidendo quindi anche
della propria salvezza o della propria dannazione.
Nello stesso tempo, però, quella luce assume anche una funzione simbolica,
in quanto si irradia dalle spalle di Cristo che con il suo braccio teso sembra
indirizzarla sugli altri personaggi, che a loro volta ne risultano rischiarati e
quasi accesi. Si tratta quindi di una luce ideale, la luce della grazia divina che,
come in un lampo, congela la posizione e le espressioni di ciascuno, collocandole
in uno spazio astratto e senza tempo.
Il realismo del Caravaggio è qui evidente non solo nella definizione dei vari
caratteri, ma anche nelle posture e negli abiti dei personaggi, trattati sempre con
meticolosa verosimiglianza. La rappresentazione, nel suo complesso, non pre-
senta alcun esplicito riferimento sacro. Essa, infatti, ha più le caratteristiche di
una scena di genere, piuttosto che quelle di un evento religioso. Anche l’aureola
sospesa sul capo di Cristo, unico indizio della sua natura divina, è appena per-
cepibile ed è stata dipinta successivamente, per compiacere una committenza
insoddisfatta dal carattere troppo “laico” del dipinto. Ma l’incontro con la di-
vinità, secondo Caravaggio, può evidentemente avvenire anche nei cuori di coloro
che, allo sguardo superficiale degli uomini, ne apparirebbero meno degni.
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1.2.5 San Matteo e l’angelo
Nel 1602 viene richiesto a Caravaggio, ormai già ritenuto da tutti «egregius
in Urbe pictor» (eccellente pittore a Roma), di ultimare la decorazione della
Cappella Contarelli completando l’illustrazione della vita dell’evangelista Mat-
teo con la realizzazione della pala d’altare raffigurante San Matteo e l’angelo.
L’attuale tela fu però preceduta da un altro dipinto, che i chierici di San Luigi
dei Francesi rifiutarono in quanto il santo, essendo stato raffigurato con i piedi
sporchi e le gambe scoperte e accavallate, «non aveva decoro né aspetto di
Santo». Quest’opera, nella quale l’anziano Matteo veniva aiutato nello scrivere
il suo Vangelo da un angelo con fattezze di fanciullo che sembrava guidargli
fisicamente la mano, è andata perduta in occasione dei bombardamenti alleati
di Berlino nel 1945.
La prospettiva sghemba del tavolo, così come la rotazione del libro, che in
parte fuoriesce dal piano, e la precaria posizione dello sgabello, quasi in bilico,
sul quale il santo poggia il ginocchio sinistro, animano il dipinto di una vitalità
intensa e palpitante, come se l’azione potesse fuoriuscire dallo spazio pittorico
per proiettarsi in avanti e verso il basso, in quello reale dell’osservatore.
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La sfera divina, però, questa volta resta distinta da quella umana e il candido
panneggio della veste angelica sottolinea con tangibile vigore questa diversità.
L’intenso gioco di sguardi, infine, riconduce la narrazione al suo significato sim-
bolico, rimandando nel contempo a una sorta di grandiosa rappresentazione
teatrale, sul buio sfondo di un palcoscenico vuoto, che il taglio dal sotto in su
ulteriormente sottolinea e valorizza.
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inviato dal re di Etiopia, il quale precedentemente era stato ammonito dal santo
poiché aveva oltraggiato Dio in precedenza.
Nel dipinto si può notare, nonostante l’oscurità, una profondità creata dagli
scalini e dall’altare che si possono individuare sullo sfondo. L’illuminazione
serve a far risaltare il volume dell’intero corpo, ma più spesso ne evidenzia
solo una parte significativa, come la potenza di un gesto o l’espressione di un
volto. Caravaggio applica a questa scena violenta il suo modo di costruire le
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ambientazioni nello studio, illuminandone le diverse parti con luci artificiali e
lasciando indefinito l’ambiente, in modo da attirare l’attenzione sui personaggi.
Un significato nascosto del dipinto può essere individuato nella presenza dello
stesso Caravaggio nella scena in mezzo alle altre comparse, quasi come se fosse
un testimone del martirio del santo. Il pittore vuole presumibilmente alludere
alle stragi per motivi religiosi che sono state compiute e delle quali Caravaggio
è stato anche testimone, insieme alla violenza tipica del suo tempo, e proprio
per questo nel dipinto è presente anche un autoritratto. Nel dipinto inoltre
si potrebbe anche riconoscere una valenza allegorica, cioè la conversione del re
francese Enrico IV, avvenuta solo per motivi strategici (famosa è la frase: “Parigi
val bene una messa”) nel 1593. E’ stata ravvisata infatti una certa somiglianza
tra Re Enrico IV di Francia ed il Matteo (vittima) di Caravaggio.
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1.2.7 Canestra di frutta
Fra i molti dipinti che il cardinal Del Monte commissiona a Caravaggio par-
ticolare rilievo assume anche la Canestra di frutta, oggi alla Pinacoteca Am-
brosiana di Milano. Si tratta di un olio su tela di piccole dimensioni realizzato
intorno al 1595/1596 e acquistato dal cardinale di Milano Federico Borromeo,
nella cui collezione privata è inventariato fin dal 1607. Il soggetto, una natura
morta con una semplice canestra di frutta in vimini intrecciato, non rappre-
senta che un pretesto mediante il quale Caravaggio si pone in condizione di
osservare minuziosamente la realtà, indagandone «dal naturale» ogni aspetto
con attenzione e meticolosità straordinarie.
Tale scelta, tutt’altro che casuale, avrebbe messo in crisi qualsiasi pittore, in
quanto rendeva assai più difficile la rappresentazione della profondità prospet-
tica. Caravaggio, invece, risolve il problema in modo semplice e raffinatissimo.
Per prima cosa, infatti, fa sporgere leggermente la base della canestra al di qua
del piano sul quale è appoggiata – e sul cui bordo proietta la propria ombra –
quasi per avvicinarla di più all’osservatore. In secondo luogo, poi, egli allontana
la percezione dello sfondo, di colore neutro, inondandolo di una luce calda e
diffusa, quasi si trattasse a sua volta di un fondale dipinto sul quale far risaltare
i toni freddi delle foglie e di parte della frutta in primo piano.
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Particolare attenzione, infine, viene riservata ai vari elementi che costituiscono
la natura morta. Alcune foglie di vite appaiono accartocciate: indizio evidente
della loro non perfetta freschezza. Le foglie della pesca sono a loro volta forate
e sbocconcellate: segno che la grandine o qualche parassita le hanno preceden-
temente rovinate. Anche la mela al centro della composizione appare intaccata,
mentre le foglie della cotógna sono maculate e nei grappoli d’uva alcuni acini
risultano schiacciati o mancanti. Questo preciso desiderio di rappresentare una
realtà oggettiva, priva di qualsiasi correzione e abbellimento artificiali, costitu-
isce una delle caratteristiche più originali dell’arte caravaggesca, anche perché
diventa la metafora del suo modo di osservare la realtà umana, sempre dom-
inata dalla bruttura e dall’incombere della morte. E forse è proprio questo
suo atteggiamento sobrio e disincantato ad aver tanto affascinato il cardinal
Borromeo, che pure esprimeva un giudizio assai severo sul Merisi, annotando
che «era [Link] sozzi costumi, et andava In ogni [Link] mai
co’ panni stracciati, e Incredibilmente [Link] a maraviglia». Rispetto ai
grandi maestri fiorentini del Quattrocento, che avevano sempre cercato di rapp-
resentare la natura in modo mimetico, al fine di comprenderne a fondo le leggi
che ne regolavano il funzionamento, Caravaggio si accosta a essa più per contem-
plarla che per indagarla, essendo per formazione e temperamento più attratto
dalla spontaneità delle emozioni che dalla razionalità delle riflessioni. A chi gli
rimproverava lo scarso studio dei classici, del resto, egli rispondeva sprezzante,
«accennando ad una moltitudine di huomini, [. . . ] che la natura l’[Link]
a sufficienza [Link] di maestri», volendo con ciò esprimere la pro-
pria assoluta adesione al ritratto dal vero e la propria insofferenza per qualsiasi
regola accademica.
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La Crocifissione rappresenta il drammatico momento in cui, dopo che – sec-
ondo la tradizione – San Pietro ebbe dichiarato di non sentirsi degno di essere
condannato allo stesso supplizio di Gesù, venne egualmente crocifisso, ma a testa
in giù. Caravaggio, sicuramente memore dell’affresco michelangiolesco di anal-
ogo soggetto nella Cappella Paolina del Palazzo Apostolico, ambienta la scena
in un’atmosfera cupa e drammatica, cogliendo il momento in cui i tre carnefici
stanno lavorando per innalzare la croce.
Il secondo aguzzino, visto frontalmente, con la testa ruotata di tre quarti verso
il santo martire, sorregge a sua volta il fusto verticale della croce cingendolo con
entrambe le braccia. Il terzo personaggio, infine, prospetticamente più arretrato,
tira con forza la fune, orientata anch’essa in direzione pressoché parallela alla
diagonale della tela, al fine di incrementare ulteriormente la sensazione dello
sforzo compiuto.
La figura grandiosa del vecchio Pietro, l’unica in piena luce, tenta drammati-
camente di raddrizzarsi, per contrastare il rovesciamento, secondo un istinto
che Caravaggio ha sicuramente studiato dal vero, facendo posare in quella sco-
moda posizione qualche suo garzone di bottega. Il possente torso, di fattura
michelangiolesca, è significativamente inclinato in direzione opposta a quella dei
carnefici, creando in tal modo una discontinuità compositiva immediatamente
percepibile dall’osservatore. Questo, infatti, rimane impressionato dalla forte
espressività del volto di Pietro, che riflette tutta la grandiosità del personaggio
e degli ideali da cui è animato.
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1.2.9 Morte della Vergine
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realtà è morta in età assai più tarda – sta forse a rappresentare la volontà di
rinnovamento espressa dai settori più avanzati del clero [Link] di
fuori di qualsiasi simbologia, comunque, la solenne e dolorosa figura di Maria
colloca il dramma della sua morte in una dimensione quotidiana e umanissima.
La giovane Maddalena, che singhiozza in primo piano su una sedia, così come
gli apostoli, ciascuno dei quali è colto nell’espressione più genuina del proprio
dolore, non hanno nulla di diverso da coloro che, uomini e donne, sono ogni
giorno provati dalla morte di una persona cara. In questa visione del dolore
Caravaggio, nonostante tutte le sregolatezze della propria vita, dimostra una
profondissima religiosità. Egli, infatti, non ha la presunzione di elevare l’uomo
a Dio ma, piuttosto, cerca di portare Dio fra gli uomini, secondo la lezione evan-
gelica per la quale «gli ultimi saranno i primi e coloro che si umiliano saranno
innalzati».
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1.2.10 David con la testa di Golia
Figure 2: Vienna
Figure 1: Roma
Sempre al tema della morte si rifà anche il David con la testa di Golia, uno
fra i dipinti più drammatici di Caravaggio, che l’artista realizza per il potente
cardinale Scipione Borghese, forse per rinnovare la richiesta della propria grazia.
Dal buio dello sfondo, appena attraversato da un drappo verde, in alto a sinistra,
emerge con crudo risalto la figura adolescenziale di David, con il torace parzial-
mente coperto da una leggera camicia bianca, che regge per i capelli la macabra
testa mozzata di Golia, osservandola con pietoso distacco. L’espressione del
gigante sconfitto, invece, i cui lineamenti, contratti dalla morte, alludono con
impressionante realismo a un probabile – anche se non documentato – autori-
tratto, è angosciosa e inquietante. Gli occhi sbarrati, infatti, guardano senza
vedere, mentre la bocca, semiaperta in una smorfia di doloroso stupore, sembra
aver appena voluto pronunciare l’ultimo grido.
Come già Michelangelo con le sue Pietà, anche Caravaggio torna in vari mo-
menti della propria tormentata esistenza al tema della decapitazione di Go-
lia, probabilmente sempre intesa in chiave controriformistica come il trionfo di
Cristo (il giovane David, appunto) sul Male (il tracotante Golia). È il caso del
David e Golia oggi al Prado, nel quale più evidente appare la ferita procurata
sulla fronte del filisteo dal sasso lanciato con la fionda; così come del David con
la testa di Golia del Kunsthistorisches Museum di Vienna, in cui David assume
uno sguardo più deciso e trionfante.
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1.3 Gian Lorenzo Bernini (1598-1680)
1.3.1 Vita
Mentre Caravaggio vive costantemente ai margini della società del suo tempo,
sperimentandone in prima persona le contraddizioni, la violenza e le umiliazioni,
Gian Lorenzo Bernini riesce a viverne orgogliosamente al centro, ricevendone
fama, onori e ricchezza, fino a meritarsi l’appellativo di «gran Michelangelo
del suo tempo». Figlio di Pietro Bernini (1562-1629), un modesto scultore di
Sesto Fiorentino, presso Firenze, Gian Lorenzo nasce a Napoli nel 1598, dove
il padre si era recato in cerca di fortuna. La sua formazione artistica avviene
principalmente a Roma, dove si trasferisce con la famiglia fin dal 1605 e dove,
salvo un breve soggiorno a Parigi (1665) su invito di re Luigi XIV, rimarrà fino
alla morte, sopraggiunta nel 1680.
La sua brillante carriera artistica si svolge per intero all’interno della corte
papale, della quale – soprattutto sotto il pontificato di Urbano VIII Barberini
(1623-1644) – finisce per diventare il principale rappresentante artistico e, in
un certo senso, anche il portavoce ideologico. L’adesione dell’arte berniniana
alle teorie controriformiste della Chiesa di Roma è infatti così totale da formare
con esse un tutt’uno omogeneo, come di rado si era in precedenza riscontrato
nella storia dell’arte italiana. Bernini, infatti, porta alla massima fioritura il
linguaggio barocco dando anche concreta attuazione ai grandi piani urbanistici
con i quali i pontefici romani avevano intenzione di incrementare il rilancio della
grandiosità e della potenza della Chiesa.
«Grazie al Bernini abbiamo visto le tre grandi arti nel pieno possesso della loro
antica dignità», scriveva nel 1681 lo storico dell’arte fiorentino Filippo Baldinucci
(1624-1697), volendo in questo modo sottolineare come l’artista avesse saputo far
rivivere – forse per l’ultima volta – quella geniale e insuperata multidisciplinarità
propria dei grandi personaggi del Rinascimento. Bernini, infatti, non è solo
scultore, sulla scia del padre Pietro, ma anche architetto, disegnatore, pittore,
commediografo e scenografo «da far stupire tutto l’universo».
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1.3.2 Fontana dei Fiumi
Ciò è più che mai evidente nella spettacolare Fontana dei Fiumi di piazza
Navona, realizzata – con il concorso di molti aiuti – tra il 1648 e il 1651 Bernini
ottenne l’incarico dopo aver sbaragliato la concorrenza presentando un modello
di legno colorato e dorato. Papa Innocenzo X Pamphilj (1644-1655), che fino ad
allora si era dimostrato molto sospettoso nei confronti dell’artista, fu costretto
a ricredersi, ammettendo ironicamente che «se non si vuole che i suoi progetti
vengano realizzati, non si deve nemmeno vederli».
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pone in secondo piano l’arditezza delle soluzioni costruttive, per le quali Bernini
dimostra anche non comuni doti ingegneristiche e idrauliche, tanto che – non a
caso – veniva chiamato «signore delle acque».
Anche in questo gruppo Bernini riesce a conferire alle due figure un senso di
concitazione e movimento prima di allora sconosciuto alla tradizione scultorea.
La gamba sinistra di Apollo, infatti, appare sollevata dal suolo, mentre il braccio
destro spinto all’indietro equilibra lo slancio della corsa, utilizzando in entrambi
i casi il marmo ai limiti estremi delle sue caratteristiche tecniche di resistenza.
Il corpo nudo di Dafne, invece, per sfuggire all’indesiderato abbraccio si inarca
in avanti, con uno scatto di reni, in un ultimo anelito di libertà. La sfortunata
ninfa urla disperata, come si vede dalla bocca dischiusa e, mentre Apollo sta già
ghermendola con la mano sinistra, i capelli e le mani di lei iniziano a trasformarsi
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in rami di alloro, le dita dei piedi diventano radici che le bloccano la corsa e la
liscia pelle della parte sinistra del corpo si è già fatta ruvida corteccia.
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e nipote del defunto papa Paolo V. In esso il Bernini sperimenta uno straordi-
nario moto ascensionale che, partendo dalla possente figura di Plutone, il quale
incede poggiando tutto il peso sulla gamba sinistra, prosegue avvitandosi verso
l’alto tramite la torsione dell’esile ma ribelle corpo di Proserpina. Alla massiccia
compostezza virile del potente dio dell’oltretomba, le cui membra sono trattate
mettendo anatomicamente in evidenza i muscoli e i tendini tesi per lo sforzo,
fa riscontro la leggerezza scomposta con la quale la fanciulla tenta di sottrarsi
alla ferrea presa di Plutone. Il corpo di Proserpina, infatti, è scolpito con tale
morbidezza e verosimiglianza che, laddove le forti mani del suo impietoso rapi-
tore lo ghermiscono, cede teneramente, subendo la violenza senza possibilità di
difesa.
A Proserpina non può restare altro che piangere le sue lacrime di marmo, che
Bernini raffigura con grande meticolosità.
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La continua e fantasiosa ricerca di forme espressive sempre nuove e più coin-
volgenti è una costante di tutta la lunga e fortunata attività del Bernini scul-
tore. Nel gruppo raffigurante L’estasi di Santa Teresa (1645-1652) all’interno
della Cappella Cornàro, nella Chiesa di Santa Maria della Vittoria, a Roma,
l’artista esprime ancora una volta la propria volontà di strabiliare committenza
e pubblico.
La scena di quella che, già all’epoca, veniva definita la sua «men cattiva
opera», dunque la migliore delle sue realizzazioni, rappresenta Santa Teresa
d’Ávila in estasi mistica, nell’atto cioè di essere sopraffatta dalla soprannaturale
visione di Dio (la cosiddetta transverberazione). «L’anima mia si riempiva tutta
d’una gran luce», scriveva al riguardo la religiosa, «mentre un angelo sorridente
mi feriva con pungente strale d’amore». Il Bernini scolpisce dunque l’intero
gruppo in un unico blocco di marmo di Carrara immaginando la santa mistica
quasi levitare in aria, semidistesa su una coltre di nuvole. Proprio su di esse,
trattate da Bernini con una rifinitura più ruvida, in modo da farle apparire quasi
di un’altra materia, si è concentrato il recente restauro (2015) che, ripulendole
da antiche e arbitrarie incrostazioni pittoriche, ha loro restituito la consistenza
volumetrica originaria. L’angelo sorridente che sta per trafiggere il cuore della
santa con un simbolico dardo dorato è colto nell’atto di ruotare leggermente
verso destra, come per prendere lo slancio. Esso, in realtà più simile al Cupido
della mitologia classica che a un’entità spirituale cristiana, è panneggiato virtu-
osisticamente, intagliando il marmo in modo tanto sottile e delicato da renderlo
quasi traslucido. Dietro al gruppo una cascata diseguale di raggi dorati, illumi-
nati da un apposito oculo vetrato, nascosto in alto, illumina artificialmente la
scena, alludendo assai scenograficamente alla presenza divina.
La collocazione e gli atteggiamenti dei due personaggi, del resto, sono estrema-
mente studiati e accentuati, come se si trattasse di attori su un palcoscenico.
Questo aspetto è ancor più enfatizzato dalla significativa presenza, alle pareti
laterali della cappella, anche di due finti balconcini in marmo nero e giallo dai
quali, come da un palchetto teatrale, le sculture ad altorilievo raffiguranti vari
membri della famiglia Cornaro, committente dell’opera, assistono all’estasi di
Santa Teresa commentandola con stupore e devozione.
Il confine tra realtà e finzione si fa dunque sempre più incerto. Come nel
teatro la vita diventa sogno, così nell’arte barocca il marmo può farsi addirittura
carne. Sotto il magistrale scalpello di Bernini, infatti, l’estasi mistica assume il
ritmo convulso e sottilmente erotico del piacere terreno. L’intensa espressione
del volto (con gli occhi socchiusi, la bocca semiaperta e il capo abbandonato
all’indietro), la liscia nudità dei piedi e lo scomposto e quasi turbolento agitarsi
delle vesti rimandano ancora una volta alle parole della santa mistica, quando
ricorda che «Dio fa scaturire abbondantemente il latte delle celesti consolazioni,
che infonde nuova vita, non soltanto nelle potenze dell’anima, ma anche nei
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sensi del corpo». Ed è proprio al corpo, infatti, che l’artista dedica la massima
attenzione, indagandone le emozioni e sottolineandone la sensualità.
Costruito fra il 1624 e il 1633 per volere di papa Urbano VIII Barberini, il
Baldacchino doveva avere proporzioni e caratteristiche tali da potersi inserire
in modo armonico e proporzionato sopra l’altare maggiore, nell’immenso spazio
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vuoto sottostante alla cupola di Michelangelo. Volendo evitare una struttura
in muratura, che sarebbe forse apparsa troppo massiccia, l’artista è costretto
a inventare una tipologia nuova e complessa che riunisca in sé anche la sug-
gestione di un baldacchino in legno e tessuto. Per la realizzazione Bernini non
pone alcun limite alla propria fantasia e ciò che ne risulta è una costruzione
assolutamente diversa, sia nella forma sia nei materiali, rispetto a qualsiasi al-
[Link] quattro giganteschi piedistalli rivestiti di marmi policromi e ornati con
stemmi pontifici a rilievo, si ergono altrettante colonne tortili in bronzo dorato
(in ricordo di quelle dell’antico presbiterio della basilica costantiniana, salvatesi
dalla distruzione e da Bernini stesso collocate nelle nicchie dei quattro piloni
che sostengono la cupola vaticana). Ciascuna di esse, alta circa undici metri e
riempita di calcestruzzo per aumentarne la robustezza, è costituita da tre rocchi
incastrati e sovrapposti, decorati in successione con scanalature tortili, fronde
di alloro (simbolo di gloria), lucertole (simbolo di resurrezione) e api (richiamo
araldico allo stemma della famiglia Barberini e metaforica allusione al «profumo
di santità» del luogo). Alla sommità sono coronate da imponenti capitelli com-
positi, sui quali si impostano a loro volta quattro alti segmenti di trabeazione che
creano un effetto ottico di maggior slanciatezza. Anche la fascia superiore della
cornice prosegue concava verso l’interno, fra un segmento e l’altro, apparendo
leggera e preziosa, e, pur essendo anch’essa in fusione di bronzo dorato, termina
inferiormente imitando i pendóni (cioè le falde pendenti) di un baldacchino in
tessuto mosso dal vento.
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dola in un certo senso il perno attorno al quale si organizza idealmente l’intero
spazio sottostante all’enorme cupola.I pendoni, imitando la morbidezza di una
stoffa preziosa, e le volute della “copertura-non copertura” accentuano ancora
di più la sensazione di leggerezza e di armonia dell’insieme, come se si trattasse
veramente di una struttura mobile, posta solo momentaneamente a copertura
dell’[Link] Baldacchino di San Pietro costituisce dunque uno degli esempi più
significativi di come l’arte barocca riesca a far interagire armonicamente fra
di loro i diversi linguaggi della scultura e dell’architettura utilizzando forme,
materiali e proporzioni che falsano volutamente la percezione della realtà.
Bernini architetto non pone limiti alla varietà e alle dimensioni dei propri
interventi. Si va infatti dal Baldacchino che, nonostante la grandezza, è pur
sempre un “arredo”, fino all’immenso Colonnato di piazza San Pietro, che si
presenta come un vero e proprio intervento urbanistico a scala cittadina.
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prospetticamente più lontana, quasi distaccata dal grande invaso della piazza.
Grazie all’artificio delle due ali laterali divergenti, invece, il Bernini – come già
Michelangelo nella piazza del Campidoglio – capovolge l’effetto prospettico. In
questo modo la percezione delle distanze si attenua e la facciata sembra più
vicina, quasi direttamente affacciata sulla piazza.
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mente, di Gian Lorenzo Bernini al quale fu sempre ostile per il diverso modo di
concepire l’architettura. Nella città dei papi fu colpito in modo particolare dalle
architetture di Michelangelo e studiò anche le decorazioni e gli edifici antichi,
interessandosi ai nuovi scavi che proprio in quel periodo si stavano compiendo.
A partire dal 1634 divenne architetto indipendente, ma sin dal 1632 Bernini
aveva fatto sì che il collega-rivale ottenesse la carica di architetto della Sapienza,
l’antica Università di Roma, non certo per magnanimità, ma per poter accelerare
la rottura della loro collaborazione, già intaccata per la convinzione di Francesco
che Gian Lorenzo non solo si attribuisse meriti che non erano suoi, ma anche
che lo raggirasse su questioni di danaro.
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1.4.2 L’oratorio dei Filippini
L’oratorio, che differisce notevolmente dalle semplici linee del convento, è uno
dei capolavori dell’arte barocca. La facciata concava e con numerose sporgenze
e rientranze in mattoni si ispira da un corpo umano a braccia aperte, e sembra
abbracciare i fedeli. La superficie curva è divisa in due ordini, separati da
pilastri con capitelli corinzi. Nel primo, la parte centrale è convessa; la porta è
sormontata da un timpano, mentre ai lati vi sono nicchie. Borromini spiega: la
convessità centrale rappresenterebbe il petto, mentre le ali rappresenterebbero
le braccia che si aprono a raccogliere la scena. Il secondo ordine ha una parte
centrale concava in cui si apre una finestra con balcone, sormontata da una volta
a botte, al centro della quale si trova la colomba dello Spirito Santo. La facciata
è coronata da un frontone mistilingue.
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La percezione della facciata cambia al variare della luce, se da un lato i pilas-
tri sembrano appiattirsi, dall’altro lato vengono marcati molto dalla presenza
dell’ombra. Ciò che appare chiaro da un verso viene negato dall’altro verso, il
che è in linea con la poetica borrominiana in cui uno dei tratti fondamentali è
quello del dubitare di tutte le cose.
Figure 3: Chiostro
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tuscaniche, hanno l’abaco prolungato fino a costituire un architrave che sostiene
alternativamente un muro pieno e un arco; quelle superiori, invece, sono tra-
beate. Gli angoli del rettangolo di base, smussati secondo archi di cerchio,
ospitano coppie di colonne sulle quali insistono porzioni di muro convesse. La
pianta si trasforma dunque in un ottagono con quattro lati curvi e di dimen-
sione ridotta rispetto ai rimanenti; inoltre la disposizione delle coppie di colonne
angolari è tale che la loro proiezione sulle retrostanti pareti lunghe dia luogo a
coppie di paraste la cui distanza reciproca è la stessa di quelle derivanti dalla
proiezione delle coppie di colonne dei lati maggiori sulle stesse pareti.
Queste sostengono una trabeazione che, al pari della struttura muraria – pur
forata da finestre ovali, nicchie e portale –, si modella sulla sinusoide. L’ordine
superiore, infine, presenta tre concavità (quella centrale con un’aggiunta con-
vessa), un coronamento a balaustra e un grande medaglione centrale sorretto da
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angeli. L’effetto complessivo è pertanto quello di una sorta di plastica membrana
che scorre come un’onda lungo l’attuale via del Quirinale.
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cui struttura ripete gli stessi spigoli e le medesime rientranze e sporgenze pre-
senti nella pianta. Questo complesso andamento mistilineo si annulla soltanto
nell’anello del serraglio della lanterna, le cui facce sono tutte convesse.
Alle dimensioni della fabbrica Borromini prestò particolare cura. Egli, infatti,
partì da proporzioni ideali e aumentò progressivamente le misure reali in modo
tale che, dalla posizione privilegiata di chi sostasse sotto l’arco di ingresso al
cortile della Sapienza, il complesso della cupola, stanti le riduzioni prospettiche,
potesse apparire perfettamente corrispondente alle proporzioni ideali.
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Bernini era momentaneamente in declino) in concomitanza con i preparativi
per il Giubileo del 1650.
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L’impianto a croce greca, nato sul luogo del martirio dell’omonima santa,
che l’agiografia vuole miracolosamente ricoperta dai propri capelli dopo essere
stata esposta nuda alla gogna, nasconde negli attuali sotterranei un oratorio
medioevale ed alcune rovine dell’antico Stadio di Domiziano.
Nel breve periodo in cui fu chiamato a sostituire Carlo Rainaldi alla di-
rezione dei lavori, Francesco Borromini progettò l’eliminazione del vestibolo e la
costruzione ai lati della facciata di due bassi campanili tali da non ostacolare la
vista della cupola, sostenuta da un alto tamburo, culminante con una lanterna
contornata da sedici colonne. Alla morte del Pontefice (7 gennaio 1655), il suo
successore Alessandro VII costituì una commissione che indagasse sugli eventu-
ali errori del Borromini. I rapporti tra il Borromini e la committenza divennero
sempre più difficili fino all’abbandono dei lavori da parte dell’architetto. Al
momento era già stata probabilmente portata a termine la zona centrale della
facciata assieme alla trabeazione, mentre mancava il frontone centrale con la
lunetta e il lanternino della cupola. Le torri campanarie erano state impostate
fino all’altezza dello zoccolo.
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Il Palazzo di Propaganda Fide fu la prima sede del Pontificio Collegio Urbano
per l’istruzione dei missionari cattolici e sin dall’inizio servì anche come sede
della Sacra Congregazione per la Propagazione della Fede (Propaganda Fide),
fondata nel 1622 con la Bolla di Papa Gregorio XV. Il primo architetto incaricato
dei lavori fu Gian Lorenzo Bernini, che fu sostituito nel 1644 da Francesco
Borromini, perché il suo stile era preferito dal committente, papa Innocenzo X.
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