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→Il dialogo De vero falsoque bono (Del vero e del falso bene) si occupa della felicità dell’uomo.

Gli interlocutori del dibattito sono quattro umanisti lombardi: Catone Sacco, Maffeo Vegio,
Antonio da Rho e Guarino da Verona, nelle vesti di moderatore. Nel dialogo si contrappongono la
tesi di Catone Sacco e di Maffeo Vegio. Il primo sostiene le posizioni dello stoicismo e propugna la
rinuncia al piacere in nome della ricerca della virtù (honestas). Il secondo, orientato
all’epicureismo, considera lecito il piacere (voluptas), anche quello del corpo perché legato alle
caratteristiche e alle necessità della natura umana. È il terzo interlocutore, Antonio da Rho, a tentare
una sintesi delle due posizioni in chiave cristiana: bisogna moderare gli eccessi di stoicismo ed
epicureismo e preferire il vero piacere, che consiste nel godimento delle realtà spirituali.
In questo brano Vegio mostra come l’atteggiamento dell’Umanesimo sia completamente opposto
rispetto a quello del Medioevo per quanto riguarda le realtà mondane.

Il mio Epicuro vuole che dopo la dissoluzione dell’essere animato non resti
alcunché1; e chiama animato tanto l’uomo quanto il leone, il lupo, il cane e gli altri
esseri che respirano. Pure io la penso così. Quelle bestie mangiano, e noi pure
mangiamo; bevono, e noi pure beviamo; dormono, e noi altrettanto; in modo non
5diverso dal nostro generano, concepiscono, partoriscono, nutriscono; esse hanno una
parte di ragione e di memoria, le une più delle altre e noi qualcosa più di esse: quasi
in tutto siamo simili ad esse2. Infine, esse muoiono e noi pure moriamo,
completamente esse e noi. Ma questo sapremo quando saremo usciti di vita, o
Lorenzo Valla, La felicità dell’uomo
piuttosto non lo sapremo3. Ora, intanto, facciamo ciò che sappiamo essere il solo bene
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10umano, serviamo il piacere. E anche se ci promettono i campi Elisi4, stimo cosa


stoltissima lasciare le cose certe per le incerte, specialmente quando sono di questa
specie; e poiché affermano che i beni del corpo non ci sono per i defunti, perché
dobbiamo ascoltarli? Essi ci escludono dai piaceri del corpo, mentre proprio
attraverso questo piacere corporeo si passa a quelle, se dobbiamo credere ai poeti,
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15future voluttà dell’Elisio. Non lasciamo dunque perdere questi beni del corpo, che
sono indubitati, che non possono mai essere ricuperati in un’altra vita; finché si può,
e almeno si potesse più a lungo! E per quanto possiamo, e possiamo molto,
accontentiamo con la massima benignità gli occhi, le orecchie, il palato, le narici, le
mani, i piedi e le altre membra, cosa che fareste, spero, anche senza la mia
20esortazione. […]

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Non resti alcunché: secondo il filosofo greco Epicuro (342-270 a.C.), tanto il corpo quanto l’anima sono composte di
particelle di materia dette atomi. Con la morte, ogni organismo – uomo o animale – formato di corpo e anima si
disgrega e i suoi atomi tornano a formare nuovi organismi. Per i viventi, quindi, non esiste sopravvivenza individuale e
5di conseguenza una vita ultraterrena, nemmeno beata (le «future voluttà dell’Elisio»).
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Quasi…esse: Epicuro introduce nella filosofia antica l’idea di una comune natura tra uomo e animali; tanto il primo
quanto i secondi sono esseri senzienti. All’essere umano Epicuro conferisce un primato in termini di consapevolezza,
ma invita a rispettare gli animali. Pur non vietando espressamente di cibarsi di carne, Epicuro praticava personalmente
il vegetarianismo.
103 Non lo sapremo: in quanto con la morte l’anima non sopravvive e cessa ogni consapevolezza individuale.
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I campi Elisi: secondo il mito è il luogo riservato alle anime beate amate dagli dei.
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Voluttà: piacere intenso, legato alla soddisfazione di un desiderio o di un bisogno.
Non solo le leggi, delle quali ho disputato prima, sono state escogitate per l’utilità che
genera piacere, ma pure le città e gli stati, nei quali, perciò che si riferisce alla
magistratura, nessun principe, amministratore, re fu scelto senza che da lui gli uomini
attendessero una grande utilità. Ricorderò tante, innumerevoli, arti, oltre a quelle che
25dicono liberali, sia attinenti alla necessità sia riguardanti l’eleganza e l’ornamento
della vita, come l’agricoltura […], come l’architettura, la tessitura, la pittura, l’arte
navale, la statuaria, la tintura? Ha mai sognato dell’onestà, qualcuna di queste? E le
stesse arti liberali? 6Forse che i numeri, la misura o il canto informano le virtù
dell’onestà? E la medicina? Coloro che vi si dedicano non cercano altro che la salute
30degli altri e il proprio guadagno, anche se siano i medici di sé stessi. Aggiungi pure la
dignità, ricercata in maniera simile anche dai giuristi. Quanto ai poeti, essi, come dice
Orazio, vogliono giovare o dilettare gli altri, e a sé procurare gloria. Simili a questi
sono gli storici, anche se talvolta agli uni e agli altri tocchi qualche emolumento.
L’arte oratoria, che detta la regina delle cose, ha tre generi di discorsi, due dei quali
35hanno l’ufficio di insegnare e di commuovere, e sapete a che si riferiscono; il terzo,
che ha il fine di dilettare, è spiegato dal suo stesso nome […].
Del resto il matrimonio stesso e l’unione tra il maschio e la femmina appaiono essere
nati dalla matrice del piacere medesimo. Così se consigliamo di agire piamente e
Lorenzo Valla, La felicità dell’uomo
benevolmente in vantaggio dei genitori, dei figli, dei parenti e degli altri uomini, non
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40accampiamo l’onestà, come pensano alcuni, ma tentiamo di muovere l’affetto, in


modo cioè che la cosa sia gioconda a coloro che la fanno, o indichiamo ad essi ciò
che sembravano ricordare meno, sentire di meno, comprendere di meno. E non è
lecito neppure tacere di voi, o dèi immortali! Mi appello alla vostra leale
testimonianza, se mai qualcuno vi pregò di concedergli l’onestà, se mai per
45conseguirla formulò voti, anzi vi si impegnò, per speranza di essa visitò i vostri
templi, li adornò, li costruì: per conto mio sicuro di non aver mai implorato una cosa
simile.
(trad. di G. Radetti)

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Arti liberali: a partire dall’età antica erano considerate “arti liberali” le discipline che non richiedevano lavoro fisico e
15perciò, nella concezione antica, degne dell’uomo “libero”. Il canone delle arti liberali fu definito nel corso del
Medioevo e ne prevedeva sette: la grammatica, la retorica (e quindi lo studio delle lettere), la dialettica (cioè la
filosofia), l’aritmetica, la geometria, l’astronomia e la musica. Le prime tre comprendevano il cosiddetto “trivio”, le
successive quattro il “quadrivio”.
→Analisi del testo
Struttura
L’argomentazione di Maffeo Vegio Punto di forza dell’argomentazione di Maffeo Vegio è la
constatazione che è «cosa stoltissima lasciare le cose certe per le incerte» (r.10); se dunque quello
che possiamo vedere, udire, gustare, odorare e toccare a questo mondo lo abbiamo davanti a noi,
mentre la beatitudine della vita oltremondana ci è sconosciuta, perché dovremmo scegliere la
seconda (rr. 11-12)? Nella seconda parte («Non solo le leggi», rr. 19-34) si mostra come il bene
seguito non sia tanto l’onesto, come pensano gli stoici, quanto l’utile, che si ottiene tenendo come
principio guida appunto la ricerca del piacere. Persino le più nobili attività umane, le arti e le
scienze, l’arte oratoria e la poesia, dipendono in qualche modo dal piacere. Nella terza e ultima
parte («Del resto il matrimonio stesso», rr. 35-40) si mostra come nello stesso sacramento del
matrimonio sia il piacere che genera la vita, permettendo all’umanità di non estinguersi, e tiene
unita la coppia (altrove però Vegio pronuncerà un alto elogio dell’adulterio). Il finale del discorso
(rr. 40-44) riprende la tipica ironia socratica: chi mai si rivolge agli dèi, si chiede Vegio, per
ottenere in premio l’onestà? Mentre possiamo supporre che si chieda ben più frequentemente
qualcosa che riguardi il piacere e l’utile. Valla qui rielabora e rinnova, in modo provocatorio, una
discussione molto frequente nelle opere degli autori classici (in particolare Cicerone), che avevano
già parlato della potenziale conflittualità tra “onesto” e “utile”, assegnando tuttavia la priorità al
primo.

Lorenzo Valla, La felicità dell’uomo


Temi
L’“edonismo cristiano” di Valla La posizione di Vegio non è quella di Valla. L’originalità di
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quest’ultima, espressa per bocca di Antonio da Rho, consiste nel tentativo di conciliare la verità del
cristianesimo con l’edonismo. A conclusione del dialogo, infatti, si sottolinea come per l’uomo i
piaceri supremi siano la ricerca spirituale e la fede in Dio. La stessa beatitudine cristiana è una
voluptas che coinvolge tanto l’anima quanto i corpi. Antonio da Rho, dunque, disegna una visione
che riconcilia il bene spirituale con il benessere della vita materiale, attraverso un rifiuto della
separazione fra corpo e spirito: nella sua concezione, infatti, la natura e la divinità sono in
un’armonia perfetta e complementare. Avviene così un radicale rovesciamento da una prospettiva
teologica a una antropologica, che sfocia nel rifiuto della verginità a favore del matrimonio e dove
la natura si manifesta come una santa manifestazione del volere divino.

→Officina
Comprendere
1. Qual è la posizione del personaggio di Vegio nei confronti del piacere?
2. Quali principi guidano l’uomo secondo Vegio? Quali esempi adduce come argomentazione?
Analizzare
3. Ritieni che nelle seguenti citazioni le parole sottolineate siano sinonimo di “voluttà”? Motiva la
tua risposta, poi scegli una delle citazioni e fanne la parafrasi, usando il sinonimo adeguato al posto
della parola sottolineata.
a. «Amor, ch’a nullo amato amar perdona, mi prese del costui piacer sì forte, che, come vedi, ancor
non m’abbandona» (D. Alighieri, Inferno V).
b. «Ma, perché tu non mi creda libero ormai da tutti gli umani errori, sappi che ancora mi possiede
una insaziabile brama, che fino ad oggi non ho potuto davvero né voluto frenare: infatti mi scuso
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entro di me col dirmi che la brama di cose degne non è da ritenersi indegna. Aspetti che io ti dica di
che genere di malattie si tratta? Ecco: non riesco a saziarmi di libri» (F. Petrarca, Lettere a G.
Anchiseo).
c. «Ben provide Natura al nostro stato, / quando de l’Alpi schermo / pose fra noi et la tedesca
rabbia; ma ‘l desir cieco, e ‘ncontra ‘l suo ben fermo, / s’è poi tanto ingegnato, / ch’al corpo sano à
procurato scabbia» (F. Petrarca, Italia mia, benché ‘l parlar sia indamo).
4. La prima parte del testo (rr. 1-12) è basata sull’enumerazione (per es. «il leone, il lupo, il cane e
gli altri esseri che respirano»). Sapresti individuarne altri esempi?
Interpretare
5. La visione di Vegio sul piacere e sull’utile appare per certi versi “moderna”. Ripercorri le
posizioni di Dante e Petrarca su questo tema: pensi che questi due autori potrebbero condividere la
posizione di Vegio? Perché? Usa a sostegno della tua risposta i testi studiati.
Percorso di scrittura
Riassunto e argomentazione: Schematizza i vari punti del discorso di Vegio, seguendo le sue
argomentazioni, quindi scrivi il riassunto del testo in massimo 15 righe, aiutandoti con la scaletta
che hai elaborato.

Lorenzo Valla, La felicità dell’uomo 4