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BAROCCO

Con la fine del Cinquecento si chiuse la vicenda dell’architettura rinascimentale, per dar luogo ad
una svolta stilistica notevole. Con l’inizio del Seicento, l’architettura divenne «barocca». Con tale
termine venne in seguito definita l’arte del Seicento e della prima metà del Settecento che vedeva
un decorativismo eccessivo, infatti, il barocco si connotò per un’immagine eccessivamente ricca di
decorazioni. La differenza tra rinascimento e barocco, in architettura, si basava su questa diversa
concezione dell’edificio. L’architetto rinascimentale cercava la bellezza nella giusta proporzionalità
delle parti dell’edificio, che quindi risultava gradevole all’occhio per il senso di armonia che
suscitava. E abbiamo visto che, per far ciò, l’architetto rinascimentale, usava, come strumento
progettuale, gli ordini architettonici, affidando ad essi anche la decorazione dell’edificio.
L’architetto barocco, invece cercava di stupire, di suscitare una reazione forte di meraviglia. E per
far ciò ricorreva alla decorazione eccessiva e fantasiosa, che creasse così un effetto di ricchezza e
preziosità. L’edificio rinascimentale aveva un principio di regolarità geometrica che doveva imporsi
sugli spazi circostanti, che dovevano loro adattarsi all’edificio, e non viceversa. Gli architetti
barocchi, piuttosto che modificare gli spazi urbani in funzione dell’edificio che andavano a
progettare, preferirono adattare quest’ultimo al contesto, inserendolo senza forzature eccessive. Un
dato stilistico fondamentale del barocco fu la linea curva. In questo periodo, infatti, nulla era
concepito e realizzato secondo linee rette, ma sempre secondo linee sinuose. Il rinascimento aveva
idealmente adottato come propria cifra stilistica il cerchio, che appariva la figura geometrica più
perfetta ed armoniosa. Il barocco, invece, preferiva curvature più complesse, quali ellissi, parabole,
iperboli, spirali e così via.

BERNINI
Come Michelangelo, egli considerava la scultura la sua vocazione, e fu allo stesso tempo, architetto,
pittore e poeta, al contrario di Michelangelo, però fu un uomo dotato di grande fascino. Fu
nominato architetto di San Pietro e lavorò alla fabbrica fino alla morte. La sua architettura non si
allontanò mai completamente dalla strada del classicismo, era possibile progettare nuovi edifici
senza rinunciare ad un linguaggio conosciuto (quello classico in questo caso) questo avrebbe reso
più facile la comprensione della sua arte e quindi dei suoi messaggi. Se l’arte era stata utilizzata nel
600 come portatrice di messaggi e strumento di persuasione, senza dubbio l’architettura si prestò a
questo scopo.

Iniziò la sua carriera di architetto con il Baldacchino di San Pietro. Eretto sul luogo della tomba di
San Pietro, il Baldacchino è una monumentale struttura bronzea sorretta da colonne tortili. Partendo
da una struttura facile da realizzare crea un complesso architettonico che avrebbe dovuto
rappresentare un baldacchino permanente sopra l’altare di San Pietro. Ispirandosi ad una colonna
del tempio di Salomone, che è una colonna tortile, forma che suggerisce un’idea di moto rotatorio e
quindi di un’espansione, e realizza 4 colonne che sostengono una struttura sommitale che è una
sorta di finta trabeazione, il tutto utilizza il bronzo come materiale. L’utilizzo delle colonne tortili di
bronzo esprimono simbolicamente il cambiamento dalla semplicità dei primi cristiani allo splendore
della chiesa della controriforma. Le colonne terminano con quattro grossi angeli dietro le quali si
ergono enormi volute.

Le sue opere di architettura più importanti sono fondamentalmente tra chiese: la chiesa di San
Tommaso di Villanova, la chiesa di Santa Maria dell’Assunzione e la chiesa di Sant’Andrea al
Quirinale.
Nella prima Bernini si ispira alla cultura rinascimentale, la pianta della chiesa è infatti centrica, a
croce greca, un impianto quadrangolare con 4 cappelle rettangolari, il tutto stravolto secondo i
canoni barocchi. Per realizzare il prospetto, ispirandosi alle opere di Brunelleschi, utilizza l’ordine
architettonico sovrapposto, da qui cogliamo quella che è la sua base rinascimentale.

In Santa Maria dell’Assunzione ad Ariccia, Bernini si misura con un’altra forma classica, quindi la
sua architettura ha dei fondamenti classici. Partendo dall’idea del pianto centrico del Pantheon
realizza un edificio con le stesse caratteristiche, quindi un impianto centrico a cui aggiunge il
pronao, l’abside incastonato nell’edificio, e la sacrestia che controbilancia gli spazi sporgendo dal
circolo. Quindi Bernini interpretò l’esterno del Pantheon come l’unione di due forme base di un
cilindro con volta e di un portico, e questa combinazione egli la applicò nella chiesa di Ariccia.
L’interno è definito da tre cappelle laterali di eguali dimensioni mentre l’altare e l’ingresso hanno
dimensioni più larghe che segnano la direzione assiale dello spazio; ma prevale l’impressione di 8
nicchie consecutive separate da alti pilastri corinzi che reggono il cerchio ininterrotto della
trabeazione.
La chiesa di Sant’Andrea al Quirinale servirà a Bernini stesso come spunto per altre opere per
l’utilizzo della forma ellittica che diventa il simbolo dell’architettura barocca così come per il
rinascimento lo era stata la forma centrica, la circonferenza. Con l’utilizzo dell’ellisse si raccoglie lo
spazio senza centrarlo al contrario delle chiese rinascimentali. La forma ovale, con l’asse trasversale
più lungo dell’asse principale fra l’entrata e l’altare fu dettata dalla situazione particolare del sito.
La particolarità della pianta è data dalla presenza dei pilastri alle due estremità dell’asse trasversale.
L’ovale è chiuso nei punti estremi e in tal modo rimanda l’attenzione verso la centralina
dell’edificio. La chiesa ha due centri spirituali: lo spazio ovale per la Congregazione e l’altare,
accuratamente separato, inaccessibile ai laici. Pilastri corinzi incorniciano un portico semicircolare
sostenuto da colonne ioniche. Il portico è sormontato dallo stemma dei Pamphili, che si erge isolato
fra due volute.

Bernini è anche autore del Palazzo Montecitorio, il cui prospetto è il più grande di Roma. Si tratta di
un edificio di grandi dimensioni dall’andamento concavo che lo aiuta a smorzare l’andamento del
prospetto che altrimenti sarebbe risultato troppo lineare. Egli lo scompone quindi in 5 parti: la parte
centrale si compone di 7 bucature, poi realizza due ali con 6 finestre e infine accanto un’altra unità
con 3 finestre. Ogni unità è delimitata da giganteschi pilastri che comprendono i due piani
principale. Il pianerottolo è definito da formazioni di rocce naturalistiche sotto i pilastri e i
davanzali delle finestre. Il palazzo, pur manifestando tentativi di articolazione spaziale, è
essenzialmente legato alla tradizione romana del Palazzo Farnese.

Affianca al Palazzo Montecitorio Palazzo Chigi, meno grande del primo. Anch’esso nel prospetto
presenta 7 bucature, qui per smontarne la severità gioca sulle altezze, quindi la parte centrale è più
alta e utilizza l’ordine gigante, per poi usare accanto all’unità centrale un’altezza minore. Per
smorzare l’uniformità realizza un bugnato che gli serve per allungare il prospetto. Struttura un
robusto cornicione con mensole disposte secondo un ritmo che avrebbe dovuto sostenere delle
statue. Oppone alla parte centrale altamente organizzata le ali non definite. Impone un ingresso con
colonne toscane isolate, balcone e finestra sovrastante.

Nel 600 i prospetti dei palazzi cambiano e cambia anche il prospetto principale solitamente definito
da un elemento aggettante, nascono in questo periodo i balconi. A Parigi, per realizzare il prospetto
per il Louvre, Bernini mette in atto quella che è la dinamicità dei prospetti, realizzandone più
versioni.
Nel corso degli anni il cantiere per San Pietro andava avanti fino ad arrivare al punto in cui
bisognava sistemare l’esterno. La Basilica richiedeva un accesso di vastissime proporzioni e inoltre
occorrevano passaggi coperti per le processioni e come protezioni contro il sole e la pioggia; inoltre
la piazza doveva contenere un numero enorme di persone. Innanzitutto bisognava essere rispettato il
prospetto della chiesa ed era necessario che il balcone delle benedizioni potesse essere visibile nel
maggior numero di persone e bisognava tenere conto della benedizione che il papa impartisce dal
suo appartamento privato situato nel lato nord della piazza. Bernini compone il tutto attraverso due
spazi: uno trapezoidale definito da due braccia non parallele ma che andavano a stringere, così da
far risaltare il prospetto principale, mentre per la piazza vera a propria scelse la forma ellittica
circoscritta da portici colonnati. In questo modo creò uno spazio fortemente simbolico in cui
accogliere, come fra due grandi braccia, tutti i fedeli e allo stesso tempo realizzò dei passaggi
coperti per le processioni e le cerimonie. Utilizza l’ordine doriche adatto alla figura di San Pietro in
quanto ordine eroico e possente, con una trabeazione ionica.

BERNINI E BORROMINI
Le profonde differenze fra l’arte di Bernini e quella di Borromini non dipendono solo dalla diversità
di temperamento o dalla differente formazione culturale dei due artisti ma sono legate a concezioni
assolutamente contrastanti sia in campo spirituale sia in campo artistico. Bernini esaltò il valore
fondamentale dell’idea. Tutte le sue opere sono infatti caratterizzate da una sola idea-guida, che
contiene il significato essenziale del soggetto. Non a caso l’artista produsse di sua mano solo schizzi
architettonici, rapide trascrizioni, lasciandone la traduzione in disegni di progetto ai suoi
collaboratori. Borromini invece lavorò ai suoi progetti in modo quasi maniacale, cercando schemi,
rapporti geometrici, forme complesse. Bernini fu un tecnico ineguagliabile ma non fu
completamente coinvolto nel processo del cantiere, al contrario di Borromini che assicurò sempre la
sua presenza, l’arte secondo lui non si raggiungeva attraverso una semplice attuazione dell’idea
classica ma con l’azione personale. Inoltre a differenza di Bernini che amava i materiali preziosi e
giocava con i loro colori e le loro qualità tattili e visive, Borromini sceglieva generalmente materiali
umili e artificiali come il mattone, l’intonaco, lo stucco, il tutto però realizzato con eleganza.

BORROMINI
Coetaneo di Bernini lavorò come intagliatore di pietra a San Pietro per diventare poi architetto. Le
chiese più famose da lui realizzate sono quella di San Carlo alle quattro fontane e di Sant’Ivo alla
Sapienza, chiese dalle piccole dimensioni e forme diversificate nelle quali Borromini riesce a
mettere in atto quella idea di forme che si stravolgono dall’architettura rinascimentale
all’architettura barocca (l’architettura barocca è l’architettura della linea curva).

Per quanto riguarda il complesso monastico di San Carlo alle quattro fontane viene concesso a
Borromini un lotto di terreno, che affaccia su due strade, che egli razionalizza, e costruisce la chiesa
il cui prospetto principale affaccia proprio sulla strada. La chiesa ed il complesso conventuale sono
infatti caratterizzati dalle dimensioni sorprendentemente piccole e la semplicità dei materiali,
conformemente anche con la regola e la spiritualità dei frati dell'ordine dei Trinitari, all'epoca
appena insediati a Roma, ma anche con le convinzioni del Borromini che ai materiali pregiati
preferiva materie umili come l'intonaco e lo stucco, da fare risaltare con la tecnica. Ciò che rende
l’opera interessante è la pianta della chiesa che è mistilinea, Borromini parte dalla geometria del
triangolo isoscele e fa in modo da affiancare due triangoli disegnando un rombo di cui smussa gli
angoli; per collegare gli angoli smussati adotta un andamento concavo-convesso dello spazio. Il
movimento ondulatorio dei muri e il ritmico alternarsi a forme sporgenti e rientranti danno luogo a
un palpitante organismo plastico, la cui forma viene sottolineata dall'assenza di sontuose
decorazioni. L’elemento che fa sì che questa chiesa diventi unica nel suo genere sta nel fatto che la
struttura è costituita da diversi livelli ognuno dei quali ha una forma diversa dall’altra. Se nella parte
basamentale, ovvero quella concavo convessa con la presenza delle colonne, Borromini definisce
questo spazio attraverso l’ordine architettonico classico, quando deve elevarsi in altezza definisce
nelle zone concave 4 archi che verranno legati da 4 lunette così da creare una pianta ondulata e
variegata. Usa poi la forma ellittica, quindi perfettamente geometrica, per creare la base della
cupola ellittica e decorata da cassettoni di forma ottagonale, esagonale e a croce, sopra la quale
posizionerà la lanterna a vetri così da potere illuminare lo spazio. Egli gioca con la concavità e la
convessità delle pareti creando una facciata dinamica e piena di movimento.
Anche nella realizzazione del chiostro di pianta quasi rettangolare Borromini riesce a definire gli
ambienti, che si suddividono su due ordini di loggiati e riesce ad eliminare gli angoli trasformandoli
in corpi convessi tramite una posizione accurata delle colonne. In questo modo, con grande
raffinatezza nelle linee, Borromini riesce a dare un senso di accoglienza, togliendo la sensazione di
oppressione che deriverebbe dalle esigue dimensioni dell'ambiente.

La chiesa di Sant’Ivo alla sapienza per i suoi valori artistici, tecnici e simbolici è considerata come
uno dei capolavori del Barocco. Edificio già stato costruito da un allievo di Michelangelo con forme
che ricordano un convento, al suo interno si doveva far costruire una cappella. Borromini,
condizionato dalla preesistenza del palazzo e del cortile che avevano lasciato uno spazio
grossolanamente quadrato, per la realizzazione della sua opera parte da un disegno geometrico puro,
due triangoli equilateri sovrapposti così da creare una stella. La caratteristica sta nel fatto che
mentre la chiesa di San Carlo alle 4 fontane man mano che si eleva in altezza cambia forma, la
chiesa di Sant’Ivo giunge fino alla sommità con la stessa forma che ha alla base. Il risultato è
ottenuto con estrema purezza ed apparente semplicità: la pianta centralizzata, mistilinea, disegna
una sorta di stella a sei punte, e le mura ne ricalcano il perimetro. La parete è divisa da una serie
di lesene scanalate, delle sottilissime cornici orizzontali, che sottolineano gli spigoli interni concavi
e convessi della chiesa. La cupola copre il corpo della chiesa senza un elemento strutturale di
transizione, con sottili costolature che convergono verso la lanterna. Consiste di 4 parti diverse: un
alto tamburo esagonale, una piramide a gradini divisa da costoloni simili a contrafforti, la piramide
è coronata da una lanterna con doppie colonne e rientranze concave tra una e l’altra colonna, una
spirale monolitica che continua il movimento esterno.

Tra le opere che realizza a Roma vediamo il rinnovamento della basilica di San Giovanni in
Laterano, la prima basilica ad essere stata costruita dopo l’editto di Costantino ma prima della
basilica di San Pietro. Nel suo primitivo aspetto l’edificio aveva le tipiche caratteristiche
paleocristiane: la facciata rivolta a oriente, cioè verso l'alba, e l'abside con l'altare rivolti
a occidente, cioè verso il tramonto. Aveva una forma oblunga e disponeva di
cinque navate fortemente digradanti in altezza, divise da colonne: la navata centrale era la più larga
e più alta.  In fondo alle navate esisteva una navatella trasversale, il primitivo transetto, nella quale
prendevano posto durante la celebrazione il vescovo, tra le navate e il transetto vi erano poi due
possenti colonne sostenevano un grande arco detto arco trionfale. Borromini modifica
completamente l’interno della chiesa, racchiuse le colonne dell'antica navata centrale in nuovi
pilastri, alternati ad archi e caratterizzati da un ordine di paraste. Sui pilastri collocò delle nicchie,
riutilizzando parte delle splendide colonne in marmo verde antico che sostenevano le volte delle
navate laterali.

A Roma Borromini riprende anche i lavori della chiesa di Sant’Agnese in Agone, progettata dai
fratelli Reinaldi, cambia in parte il progetto originale, principalmente i suoi interventi furono due:
lascia la stessa forma della chiesa ma colloca delle colonne di marmo di colore diverso in modo da
far risaltare gli spigoli dello spazio per poi agganciare alle colonne il tamburo e la cupola; mentre
sul prospetto arretra l’elemento concavo del prospetto quasi a voler invitare il fedele. All'interno la
chiesa presenta una pianta a croce greca; i quattro corti bracci della navata, dell'abside e
dei transetti, riccamente decorati con stucchi dorati nelle volte si incontrano nell'ottagono centrale,
in cui si trovano quattro altari. La facciata della chiesa, caratterizzata dal suo arretramento nella
parte centrale e dalle parti laterali curve, è in mezzo ai due campanili, entrambi culminanti con una
copertura conica recante delle croci.

Borromini venne anche incaricato di realizzare la facciata dell’oratorio di San Filippo Neri
adiacente alla chiesa di Santa Maria in Vallicella il cui prospetto è prettamente rinascimentale. La
facciata riassume le novità dello stile austero e tecnicamente rigoroso del Borromini. Il corpo
principale è suddiviso in cinque settori da paraste disposte su pianta concava; vivace risulta il gioco
dialettico fra la parte centrale del primo ordine, curva verso l'esterno, e la profondità della nicchia
con catino a finti cassetti dell'ordine superiore. La forma del timpano, realizzata per la prima volta
con una sagoma mistilinea, genera un movimento curvilineo e angolare che accentua le curve e il
movimento angolare dell’’edificio. La facciata si ispira al corpo umano con le braccia aperte, quasi
ad abbracciare i fedeli. A coronamento della facciata Borromini sistemò un frontone mistilineo. Il
modo di trattare i dettagli ha aumentato ulteriormente le complessità della sistemazione generale.

PIETRO DA CORTONA
Fu architetto, pittore, decoratore e disegnatore. Studiò la pittura di Raffaello e lavorò per il cardinale
Barberini realizzando l’affresco che decora il suo salone dandone un effetto dinamico.

Realizzò pochi edifici, uno fra i primi è la Villa del Pigneto non più esistente. Si trattava di un
complesso articolato con logge, ninfei, statue e giochi d’acqua, di forte impatto scenografico
Consiste in un edificio semplice, dall’aspetto rustico, sovrastato da una torre e protetto da sporgenze
agli angoli come una fortezza.

Rimase integra invece la chiesa dei Santi Luca e Martina. La chiesa è a pianta centrale, cioè è affine
a una croce greca con quattro absidi, ma i bracci del transetto sono più corti di quello longitudinale,
e la curvatura è più schiacciata. La sua caratteristica sta nel fatto che Pietro da Cortona incastona e
allo stesso tempo tira fuori le colonne, facendo si che queste diventino elemento fondamentale.
Cortona rifiuta l’utilizzo del colore, la chiesa è infatti interamente bianca e trasmette un senso di
neutralità che sembra essenziale per ottenere l’effetto della disposizione di un muro sovraccarico di
pilatri e colonne che danno plasticità. La facciata rappresenta un’altra rottura con la tradizione: il
corpo principale è incurvato mentre i piloni che sono in aggetto, fronteggiati da doppi pilastri,
sembrano avere schiacciato il muro in mezzo. La particolarità sta non solo nella curvatura ma anche
nel fatto che gli ordini non hanno funzione di struttura e non dividono il muro incurvato in settori
definiti. Dunque l’artista riesce ad ottenere un effetto dinamico.

A Pietro da Cortona fu chiesto anche il restauro della chiesa di Santa Maria della Pace, in
particolare di migliorarne la posizione e il prospetto. Pietro da Cortona per realizzare il progetto
decide di attuare un intervento di demolizione e risistemazione, sostenendo che affinché il prospetto
abbia una visione completa da ogni parte, si debba risistemare anche la piazza, in modo da dare
dignità alla chiesa. La piazza viene risistemata come una scena teatrale, un esterno concepito e
realizzato come uno spazio interno. Realizza un portico aggettante, quasi a voler simulare un
palcoscenico teatrale, facendo in modo che la chiesa, preceduta da un pronao semi-circolare
sostenuto da colonne tuscaniche, si spinga in avanti riempiendo quasi completamente lo spazio della
piccola piazza che la precede.

Pietro da Cortona realizza anche la facciata barocca della chiesa di Santa Maria in Via Lata, con due
ordini corinzi che si aprono nel portico e nella sovrastante loggia. La facciata consiste in due piani
completi (viene quindi invertito il sistema di Santi Martina e Luca per spalancare la porzione
centrale e affiancarla da pilastri rientrati invece che sporgenti). La parte centrale è unita da un
frontone triangolare come in Santa Maria della Pace
In generale tra le chiese barocche rientra la chiesa di Santa Maria della Salute che è il trionfo
dell’idea del barocco. Il corpo centrale è a forma ottagonale su cui poggia una
grande cupola emisferica, circondato poi da sei cappelle minori. Le raffinate volute a spirale
stabilizzate da statue fungono da contrafforti per la cupola, sulla cui lanterna si innalza la statua
della Vergine.  All’esterno colpisce immediatamente la grande cupola centrale, perfettamente in
linea con la tradizione veneziana, impostata su un tamburo ottagonale raccordato al corpo della
chiesa da coppie di contrafforti a voluta. Oltre a svolgere una funzione statica, contribuendo a
scaricare il peso della volta, essi imprimono all’insieme uno spiccato movimento rotatorio.
Il presbiterio è coperto da una cupola di minori dimensioni, affiancata da due campanili

A Firenze uno dei più importanti esempi dello stile barocco è la chiesa di San Gaetano. La facciata
rappresenta uno stile nuovo rispetto agli schemi che i fiorentini erano abituati a vedere nelle facciate
delle chiese di Firenze. Essa fu abbellita da sculture in marmo bianco, che risaltano sullo sfondo
color avana opaco. Venne progettata su due ordini divisi da uno sporgente cornicione, attraversata
verticalmente da due coppie di paraste scanalate con capitelli compositi, che si ripetono anche alle
estremità nella parte inferiore. Nella parte inferiore si aprono tre portali con timpani triangolari che
fanno pensare a una tripartizione interna in navate che non esiste.

GUARINI
Fu ispirato da mondi e tradizioni assai distinti: dalla tradizione classica, dall’architettura
tardoimperiale, dal mondo gotico e dall’architettura arabospagnola. Così il suo sperimentalismo
geometrico si risolse, in pianta, nella combinazione e integrazione di spazi elementari, mentre le sue
cupole sono molto suggestive. Tutti gli studi di Guarini furono in qualche modo segnati dall’istanza
di coniugare fede e ragione. Se il mondo era la manifestazione della meraviglia divina e della
potenza del creatore, la nuova scienza, conciliata con la tradizione geometrica, confortava la fede, in
quanto mostrava e dimostrava lo splendore del mondo ed era un nuovo strumento per apprezzare la
perfezione del creato. Esaltando la componente matematica e geometrica della scienza, l’architetto
sperimentò quasi ossessivamente le possibilità di combinazione ed aggregazione degli elementi
secondo schemi geometrici chiari.
Sono le cupole a conquistare il posto d’onore nel sistema architettonico di Guarini. Ogni cupola
barocca, anche quella articolata da Borromini in Sant’Ivo alla Sapienza, si basa su prototipi classici
e presenta superfici compatte. Quelle di Guarini invece rompono una secolare tradizione e si
presentano come strutture ricche di suggestioni. Nel progettarle egli prese spunti, schemi geometrici
e strutturali, dalla tradizione classica, dal mondo gotico, creando un linguaggio personale e
soprattutto originale.
Uno di questi esempi è la cupola della Cappella della Sacra Sindone, formata da sei livelli di archi,
ognuno dei quali impostato su quelli inferiori. Guarini introdusse sopra il cilindro di base una zona
con pennachi e congiunse i vani a 2 a 2 con 3 grandi archi alternati. I tre pennacchi si aprono in
grandi finestre circolari uguali a quelle dei grandi tre cerchi. La zona sopra i pennacchi consiste di
un alto tamburo in cui 6 aperture ad arco sono alternate a pilastri massicci. A questo punto costoloni
massicci segmentati sono tesi da un centro all’altro da 6 archi in modo da formare un esagono. Alla
sommità della cupola si apre una stella a 12 punte illuminata da 12 finestre ovali dalle lanterne. Ne
risulta una curiosa cupola a sesto che vista dal basso appare molto più alta di quanto sia in realtà.
Questa impressione è volutamente accentuata dall’uso del colore e dalla luce suggestiva.
All’esterno le 6 finestre del tamburo sono unite da un cornicione ondulato, sopra questo un labirinto
di gradini a zig-zag- i costoloni segmentati della cupola.

La cupola della Chiesa di San Lorenzo invece, è formata dall’intreccio di 8 arconi, i quali formano
un motivo stellare a 8 punte e al centro un ottagono regolare che fa da base alla lanterna. La pianta è
un ottagono con gli otto lati ricurvi verso lo spazio principale, ciascun composto da un motivo
palladiano. La forma ottagonale è sottolineata da un robusto cornicione continuo sopra gli archi. Al
di sopra, pennacchi posti negli assi diagonali, trasformano l’ottagono in una croce greca. Ancora
sopra, una galleria con finestre ovali alternate a pilastri è la base da cui partono i costoloni della
volta. All’esterno la cupola ha l’aspetto di un tamburo il quale è coronato da un secondo tamburo e
da una cupola.

Palazzo Carignano è il più grande e imponente edificio barocco di Torino. La sua facciata,
inquadrata da due ordini di paraste è mossa da un corpo centrale convesso che si riflette ai lati,
realizzando un andamento mosso. Il grande atrio ovale al pianerottolo, cui corrisponde il salone al
primo piano, crea un volume sporgente nel prospetto posteriore, con una sorta di grande abside.

La figura di Guarini è stata spesso associata a quella di Borromini. Come quest’ultimo, Guarini
intese soprattutto sperimentare nuove vie per l’architettura. ma se l’architettura chimerica di
Borromini fu trasgressiva, con Guarini la trasgressione fu riassorbita nella teologia, con un rigore
aggressivo. Nel Borromini la forma architettonica era ancora in contrasto aperto con la natura, come
un fatto spirituale che deve liberarsi dal vincolo della materia che la opprime; nel Guarini la forma
architettonica è ormai libera da ogni determinazione naturalistica, è puro fatto mentale, come lo
spazio, la matematica, la geometria, il primo che considera la forma a determinare lo spazio e non lo
spazio a determinarne la forma.

JUVARRA
Elaborò un’architettura serena e disinvolta, estremamente chiara, semplice. Juvarra non fu
classicista ma allo stesso tempo non su barocco, i suoi meccanismi di costituzione del tema
spaziale, fondato sui principi di centralità e di unicità, sembrano ignorare le complesse
intersecazioni guariniane.

La basilica di Superga è considerato il suo capolavoro. Il suo impianto architettonico è del tutto
classico: un corpo circolare coperto a cupola e preceduto da un pronao, secondo il modello antico
del Pantheon. Diversamente da esso, il pronao della Basilica di Superga presenta un numero
inferiore di colonne, sol 4, realizzando una struttura più leggera. La cupola si innalza direttamente
dal corpo cilindrico poggiando il suo tamburo sopra l’anello ininterrotto della trabeazione interna,
eliminando in questo modo l’elemento dei pennacchi. All’esterno la cupola è affiancata da due torri,
tema che deriva dal modello della chiesa di Sant’Agnese in Agone di Borromini. Rispetto al
Pantheon, Juvarra esagera tutte le proporzioni, la cupola è molto più alta, il pronao più profondo. Si
può affermare che questo edificio rappresenta il culmine di una lunga evoluzione architettonica i cui
temi principali, la pianta centrale, la facciata a doppia torre, il portico e la cupola erano stati di volta
in volta affrontati dalle precedenti generazioni di artisti

Nel campo dell’architettura civile sono da ricordare i suoi interventi a Palazzo Madama dove
realizzò l’atrio, lo scalone e soprattutto il prospetto occidentale, articolandolo con un solo ordine
gigante. L’edificio è formato da parti diverse, di epoche e caratteri differenti. Lo compongono le
due torri romane dell’antica porta decumana e altri edifici. Secondo il suo progetto, la facciata
attuale doveva avere, oltre alla fronte centrale due lati più arretrati terminanti da padiglioni arretrati.
L’odierno prospetto comprende anche l’atrio e lo scalone, ricchissimi di effetti scenografici. La
facciata è largamente aperta da ampie finestre sormontate da finestrelle rettangolari; un ordine unico
di pilastri sporgenti su un basamento bugnato le divide nei due lati e regge un cornicione su cui
poggia la balaustra ornata di vasi. Nella parte centrale invece i pilastri troviamo colonne staccate
dalle pareti, così da far aggettare sensibilmente il mezzo dell’edificio, dando moto e vita al
prospetto. Le colonne sorgono su pilastri ornati con bassorilievi di trofei e fregi militari, i quali
sostengono una logga che corre davanti alle tre arcate centrali. Il predominio dei vuoti, la balaustra
con le statue le conferiscono leggerezza e carattere pittoresco. Tutte le pareti di questo sontuoso
vestibolo sono decorate con consueta vivacità ed esuberanza che conferisce eleganza ed animazione
a tutto l’ambiente, fastoso, ma addolcito dalla grazia settecentesca.

Per quando riguarda la Palazzina di caccia costituì il vertice della sua attività. È una complessa
articolazione di corpi edilizi che trovano il loro nucleo principale nel grande salone ellittico da cui si
dipartono 4 bracci diagonali che ospitano gli appartamenti reali e quelli per gli ospiti. Nell’interno
del salone centrale l’effetto muta continuamente e l’occhio trova continuamente punti di vista
nuovi; il predominio assoluto della curva è causa di sempre svariati aspetti dell’ambiente
sontuosamente decorato.

Nella Chiesa di San Filippo Neri Juvarra la ricostruì e preparò un progetto nel quale incorporò il
progetto del Guarini, rettangolare e coperto a cupola. La chiesa è di una sola navata, con sei
cappelle laterali ellittiche in comunicazione tra loro; ampie finestre aperte alla base della volta,
stucchi adoperati a profusione conferiscono movimento ed eleganza all’interno. La facciata fu
aggiunta nell’Ottocento, ma sembra, sempre seguendo i disegni di Juvarra, compresi colonnato e
frontone.

La chiesa di S. Maria del Carmine è a pianta rettangolare, è a navata unica con pianta rettangolare
coperta da una volta a botte con cappelle laterali. Coppie di pilastri, delle quali quelle poste alle
testate aggettanti fortemente, dividono la navata in tre campate; su questi pilastri sorge un secondo
ordine di pilastrini che regge la volta producendo un vivo effetto ascensionale. Le cappelle laterali
sono formate da nicchie a pianta ellittica, sormontati da un cupolino, che si apre alle pareti. Archi
con timpani curvilinei dimezzano verso la navata l’altezza delle nicchie e costituiscono l’elemento
decorativo più caratteristico della chiesa. La pianta ellittica ritorna nel presbiterio coperto da una
semicupola ad adorno delle solite ricche tribune, motivo preferito dall’architetto.