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RINASCIMENTO

Il termine Rinascimento, fu utilizzato per definire quella nuova visione culturale sorta nel 1400, che
maturerà nel secolo successivo attraverso più complete elaborazioni. Rinascimento significa
recupero di valori appartenenti al passato che vengono assunti come modello, si tratta quindi di una
rinascita. In un periodo storico che vede l’Italia frammentata, il punto di riferimento a cui guardano
gli artisti è di nuovo l’architettura romana, per cui l’architettura rinascimentale prende come
riferimento l’architettura romana, quella classica, infatti gli artisti del tempo rilevando gli edifici più
importanti di Roma, come il Pantheon, imparano due cose fondamentali: la tecnica costruttiva e il
linguaggio architettonico legato a quel sistema dell’ordine architettonico tramandato dai greci e
rielaborato e riutilizzato dai romani. Questo diventa il punto di partenza della cultura rinascimentale
che porteranno maestranze e artisti diversi ad un nuovo modo di fare arte, per cui oltre
all’architettura che diventa fondamentale come riferimento della tecnica costruttiva e dell’utilizzo
dell’ordine architettonico, l’altro elemento che gli artisti coltivano è la rappresentazione della natura
in una forma bi o tridimensionale, nel senso che durante il rinascimento si concretizza una tecnica
di rappresentazione fondamentale per la nostra cultura ovvero la prospettiva. Resta comunque
fondamentale il rapporto proporzionale: l’uomo attraverso le sue esatte proporzioni diventa
organizzatore del suo spazio, è in grado di rappresentare la realtà, assume una consapevolezza tale
da diventare una figura protagonista. Leonardo da Vinci disegna infatti l’uomo vitruviano, ovvero il
perfetto rapporto tra la figura umana e la percezione che questo ha relazionata al disegno
geometrico, che fa sì da scaturire dei precisi rapporti proporzionali per ogni cosa.
In generale si può affermare che alla base di tutto vi fu una rivalutazione dell'uomo in quanto
individuo dotato di potere creativo e intellettivo. Tutto questo scaturirà dalla corrente
dell'Umanesimo, che aveva portato a riconsiderare il ruolo stesso dell'individuo nell'universo e
rinnovò anche i ruoli e le funzioni che un architetto aveva rispetto alla società in cui operava.
Cambia quindi il modo di pensare riguardo la figura dell'artista che viene, in questo periodo
rivalutato nel suo ruolo creativo individuale. Nel medioevo infatti, l'architetto era considerato una
sorta di capo-cantiere, che sovrintendeva alla costruzione delle opere. Non si considerava per niente
il progetto che precedeva la messa in opera o almeno non lo si distingueva dalla fase esecutiva.
L'arte, come l'architettura, adesso non sarà più vista come attività di tipo “manuale” ma come
prodotto derivato da una riflessione di tipo “intellettuale”, e l'opera d'arte sia essa pittorica,
scultorea o architettonica, acquisterà nuovo significato. Per questo motivo, architettura, pittura e
scultura divengono all'inizio di questo periodo, completamente autonome e si esprimeranno in una
costante ricerca di armonia ed equilibrio fra i vari elementi che preluderà al successivo passo verso
il Rinascimento.
Il ruolo del disegno, in architettura, che prima era considerato alla stregua di un semplice appunto
da lavoro comincerà ad assumere importanza, ed attraverso di esso gli architetti rinascimentali
riscopriranno valori come la proporzione, l'equilibrio, la simmetria e la geometria; in poche parole il
linguaggio classico dell'architettura. Si farà pertanto un esplicito riferimento ai modelli
architettonici dell'antichità romana, e si aprirà una nuova concezione dello spazio in chiave
prospettica. La visione prospettica si concretizzerà in una ricerca di prospettive visive e nel rigore
geometrico con il quale lo spazio può essere strutturato in rapporto ad un determinato punto di vista.

È con le formelle del concorso del 1401 per il Battistero di Firenze che ha avvio il rinascimento, che
fa capire come l’artista sia perfettamente adeguato allo spazio e al tempo in cui vive. Nelle due
formelle viene raffigurato il sacrificio di Isacco, i protagonisti principali sono Abramo, Isacco e
l’angelo, coprotagonisti sono due servitori e un mulo. Nella formella di Ghilberti egli disegna tutto
in prospettiva scomponendo l’immagine in due parti: sulla sinistra i personaggi secondari e
l’ambientazione geografica, l’asse centrale scompone le due parti e nella seconda parte ci sono i
personaggi principali con Abramo intento a sacrificare il figlio e l’angelo che ferma l’atto. Nella
formella di Brunelleschi rimette insieme gli stessi protagonisti ma in maniera diversa, struttura la
rappresentazione per piani prospettici: in primo piano i coprotagonisti che fungono da “base”, nel
secondo piano fa emergere i personaggi principali e utilizza come punto di figa della prospettiva il
punto in cui sono raffigurate le teste di Abramo e Isacco e il braccio dell’angelo (non si tratta di una
dimensione statica ma dinamica, rappresenta la scena come se fosse un’immagine fotografica) nel
terzo e ultimo piano viene invece raffigurata l’ambientazione geografica, cioè il monte.
Brunelleschi è probabilmente anche autore della costruzione architettonica prospettica presente
nell’affresco de La Trinità di Masaccio, che si suppone sia stata disegnata appunto da Brunelleschi.
Si tratta di un’architettura classica, quattro colonne che sostengono una volta cassettonata e tutto è
definito da una doppia struttura fatta da due lesene corinzie e da una trabeazione sopra, per cui
un’ambientazione architettonica perfettamente ripresa dalla cultura classica in cui viene calata una
rappresentazione di tipo sacro. Anche nel Banchetto di Erode di Donatello è evidente l’utilizzo della
prospettiva con la presenza di una successione di piani, anche qui è l’architettura che è
perfettamente calata all’interno di un episodio sacro. Altrettanto accade nell’Annunciazione di
Beato Angelico, una classica rappresentazione sacra in cui le due figura protagoniste sono
raffigurate all’interno di una struttura rinascimentale: colonne corinzie che sostengono archi acuti,
tutto strutturato secondo una prospettiva centrale.

BRUNELLESCHI
La sua opera più famosa è la cupola di Santa mia del Fiore. Il progetto dell’edificio era abbastanza
ambizioso, il transetto polilobato con tre absidi che coronavano uno spazio ottagono largo 42 metri
(come il Pantheon) era difficile da coprire. Si trattava di un’impresa innanzitutto di tipo economico
perché bisognava superare una notevole altezza, di conseguenza c’era bisogno di una grande
quantità di legname per realizzarne la carpenteria; bisognava poi realizzare un progetto che potesse
sorreggere tale struttura. Brunelleschi immagina allora di fare una carpenteria sospesa, ovvero che
non partisse da terra ma dalla fine del tamburo, in modo tale da non gravare sulla parte sottostante.
La vera svolta fu invece la costruzione della cupola vera e propria che doveva mediare tra la cultura
gotica e quella romana e che doveva scaricare il peso proprio negli otto punti dell’ottagono. Allora
invece di imitare la cultura romana con le cupole a tutto sesto, utilizza l’arco acuto, in questo modo
gli archi appoggiano direttamente sugli spigoli dell’ottagono e scaricano la forza sugli otto pilastri
della cupola senza gravare sulle murature del tamburo. Dopodiché una volta strutturato questo
scheletro realizza una doppia cupola, quella esterna formata da otto costoloni e quella interna si
compone invece di 16 costoloni che alleggeriscono la muratura. Tra le due cupole realizza una scala
per giungere fino alla lanterna e anche per creare una sorta di collegamento tra la parte interna e
quella esterna. Un altro elemento fondamentale è l’utilizzo della muratura a spina di pesce ripresa
dai romani, è una struttura autoportante per cui man mano che la costruzione andava avanti la
carpenteria poteva alzarsi di livello.

Altra sua costruzione è l’ospedale degli Innocenti, la parte più famosa è il prospetto principale, si
tratta di un edificio quadrangolare con un portico che riprende l’idea del foro romano e in più
diventa un elemento di rapporto tra lo spazio esterno e l’edificio vero e proprio, come una sorta di
filtro tra i due ambienti. Il portico ha caratteristiche precise, si tratta di un modulo di 9 quadrati
definite dalle campate in modo tale che nel prospetto principale risultino 9 arcate continue a tutto
sesto. Gli elementi architettonici che utilizza sono: la colonna corinzia (quella usata dei romani)
sovrastata da archi a tutto sesto. Ai lati due elementi che chiudono e le finestre collocate in perfetta
simmetria e centrate rispetto agli archi. Quello che ne risulta è un rapporto di simmetria e ordine;
nulla è affidato al caso, ma ogni cosa è inserita al punto giusto, così che l’edificio appaia armonioso
nella sua forma.

Brunelleschi realizza anche due basiliche, quella di San Lorenzo e la Basilica di Santo Spirito.
Per quanto riguarda la prima Brunelleschi realizza l’impianto della basilica e la sacrestia vecchia,
nell’arco di 100 anni Michelangelo realizzerà accanto la sacrestia nuova. È composta da una navata
principale e due laterali e una serie di cappelle a girare che circondano la pianta del transetto. La
particolarità sta nel fatto che la basilica è costruita attraverso una geometria che è quella prospettica,
infatti entrando dall’entrata principale il punto di fuga risulta essere il crocifisso di fronte l’altare,
così come dall’abside il punto di fuga è proprio l’entrata principale.
L’abbazia di Santo Spirito presenta invece una pianta quadi identica a quella di S. Lorenzo, con una
navata centrale e delle navate laterali che girano attorno alla basilica, e invece di nicchie quadrate
utilizza nicchie semicircolari, il tutto progettato attraverso un criterio proporzionale. L’interno è
identico alla basilica di S.Lorenzo, con un tetto cassettonato. L'innovazione qui sta nell'avere
realizzato nicchie laterali al posto delle cappelle. Inoltre emerge il caratteristico “dado
brunelleschiano”, cioè il pulvino a forma di dado, con modanature classiche. Una soluzione
sperimentata da Brunelleschi per innalzare gli archi a tutto sesto e accentuare la verticalità senza per
questo alterare le proporzioni, classiche, delle colonne. 
L’ultima opera è la Cappella Pazzi progettata da Brunelleschi; l’impianto è molto simile a quello
della sacrestia vecchia, una dimensione dello spazio che si evolve e che si allarga e non più forme
rigide della prospettiva centrale. È preceduta da un atrio, anch’esso con uno spazio centrale
sormontato da una cupoletta emisferica. L’interno si articola secondo uno schema lineare.

La tipologia di edificio diffusa nel 400 a Firenze è quella dei Palazzi, commissionati dalle famiglie
più importanti dell’epoca per far sì di vivere in una dimensione non più asociale ma ben integrata
nella città. Il palazzo quattrocentesco è solitamente strutturato su tre livelli, innanzitutto l’esterno è
rivestito di pietra per imitare il palazzo comunale, nella parte sottostante richiama in un certo senso
una struttura fortificata, mentre la parte superiore è più leggera con finestre più ampie (solitamente
bifore). Il piano terra con il chiostro, era dedicato agli ambienti di servizio e per la servitù; il primo
piano si chiama piano nobile, destinato all’appartamento della famiglia, con ambienti privati,
camere da letto e saloni; infine l’ultimo livello era uno spazio destinato alle cucine, alla servitù, e
anche agli appartamenti dei figli.

L.B. ALBERTI
Alberti non nasce praticante di bottega come Brunelleschi ma è uno studioso, un’umanista, studia le
scienze umane e si applica anche nell’architettura. Dotato di una delle menti più elevate di tutta
l’età rinascimentale, era intenzionato a lasciare la sua impronta sulla cultura del tempo e, per questo
motivo, si cimenta nello studiare i resti dell’architettura romana antica, come aveva fatto
Brunelleschi, allo scopo di fornire una solida base per la progettazione moderna. Mentre
Brunelleschi si era concentrato sui metodi costruttivi dell’architettura romana, senza preoccuparsi di
stabilire una distinzione tra i vari ordini, Alberti era più interessato a reperirne i principi della
progettazione e i modelli che questi offrivano per l’utilizzo dei diversi ordini nella decorazione
degli edifici. Scrive anche delle opere, e moltissimi trattati, prendendo anche spunto da Vitruvio, e
ricompone una nuova opera, sempre scritta in latino, dove non considera l’architettura come fondata
sulla pratica, ma come una disciplina intellettuale rivolta alla società dotta e agli amatori che fossero
uomini istruiti e di gusto, poiché per esercitare tale arte erano indispensabili la pittura e la
matematica. Trovò il testo di Vitruvio molto confuso e, fece in modo che il suo fosse più ordinato.
Benché il trattato fosse incentrato sull’affermazione di Vitruvio che, la buona architettura consiste
di 3 fattori (Utilitas, Firmitas e Venustas) lui aggiunge che la bellezza di un edificio individuale
dipende dalla combinazione di 3 qualità, Numerus (il numero) Finitio (proporzione, ispirandosi alla
dottrina di Vitruvio del rapporto tra le varie parti del corpo umano con il tutto) e Collocatio
(disposizione, collocazione). Non pensava che vi fossero delle regole per la bellezza, ma rifacendosi
a Socrate, la definiva “armonia tra tutte le membra”. La bellezza, per la sua piena realizzazione, ha
bisogno di un ornamento e, in architettura, l’ornamento fondamentale, è la colonna.
Le sue opere sono dislocate in varie città.
A Rimini Alberti viene chiamato da Sigismondo Malatesta per realizzare il Tempio Malatestiano
che resta incompiuto, una sorta di Pantheon che doveva conservare il sarcofago suo e della
compagna. Si tratta di una riprogettazione di un edificio già esistente (originariamente la chiesa era
medievale e dedicata a San Francesco). Egli ideò un involucro marmoreo che lasciasse intatto
l'edificio preesistente. L'opera, incompiuta, prevedeva nella parte bassa della facciata una
tripartizione con archi inquadrati da semicolonne con capitello composito, mentre nella parte
superiore era previsto una specie di frontone con arco al centro affiancato da paraste. Punto focale
era il portale centrale, con timpano triangolare al centro di un fornice riccamente ornato da lastre
marmoree policrome di spoglio. La medaglia di Matteo de' Pasti del 1450 mostra l'aspetto
originario che il tempio avrebbe dovuto avere, con una grande rotonda coperta da cupola emisferica
simile a quella del Pantheon. Se completato, la navata avrebbe allora assunto un ruolo di semplice
accesso al maestoso edificio circolare, e sarebbe stata molto più evidente la funzione celebrativa
dell'edificio. Gli studiosi fanno notare il riferimento in maniera specifica all’architettura classica,
romana. Questo infatti, è il primo caso in cui nel prospetto principale, viene applicato alla facciata
d’ingresso di una chiesa cristiana l’arco di trionfo, al centro, e i due archi laterali (murati). Un attico
separa il primo livello dal secondo; infatti anche nell’arco di trionfo, si finisce con un attico
rettilineo, qui però non può utilizzare l’elemento rettilineo, perché deve far diventare l’elemento
superiore il prospetto di una chiesa. Quindi innalza questa struttura con un’edicola e poi le due
falde, fanno si da raccordare la parte superiore con quella sottostante. Questo significa che Alberti
prende a modello l’arte romana, un modello antico, che viene trasformato in una precisa identità per
realizzare il prospetto della chiesa. L’applicazione della geometria fa sì da poter calibrare ogni
singola parte, il prospetto lo possiamo definire attraverso due grandi quadrati sovrapposti e due
mezzi quadrati. Per quanto riguarda il prospetto laterale sceglie un andamento sistematico con
pilastri che sorreggono archi a tutto sesto, il tutto governato dalla geometria. Nel suo trattato,
parlando del tempio, Alberti dice che questo deve essere sempre sollevato dal terreno, da qui la
scelta di realizzare un basamento attorno alla chiesa, come se volesse realizzare un tempio
innalzato. Per quanto riguarda i prospetti laterali Alberti fa riferimento alla tipologia
dell’acquedotto romano, sempre riferimento all’antichità che viene usata per realizzare le esigenze
dell’artista. L’interno è rimasto, malgrado qualche inserimento di decorazioni, come quello di una
chiesa medievale, poiché mantiene i caratteri pre 400 dell’edificio, ovvero una navata unica con una
serie di cappelle che si susseguono, e poi l’arco che separa la navata unica dall’abside
semicircolare; il tetto è rimasto ligneo.

A Firenze gli viene commissionato di realizzare il prospetto della chiesa francescana di Santa Maria
Novella. Elabora un disegno che, rispettando quello preesistente, possa ridefinire l’edificio. Anche
in questo caso si tratta di un intervento su un edificio già costruito. Alberti riesce a gestire lo spazio
dividendolo in modo proporzionale e struttura il disegno secondo tre quadrati, due inferiori in cui
incastonare la navata principale e le due laterali, e un quadrato superiore. La parte inferiore venne
lasciata pressoché intatta nel suo assetto medievale, aggiungendo solo il portale ispirato a quello
del Pantheon, incorniciato dal motivo colonna-pilastro che ricorre anche alle estremità sui lati. Oltre
una trabeazione si trova un'ampia fascia decorata ispirata agli attici dell'architettura antica, che
separa e raccorda la zona inferiore e quella superiore. La parte superiore venne influenzata dalla
preesistenza del grande oculo, attorno al quale Alberti installò, in posizione sfasata, un grande
rettangolo tripartito, legato da rapporti geometrici di multipli e sottomultipli con il resto degli
elementi della facciata. Esso è sormontato da un timpano . Le due volute capovolte ai lati hanno
funzione di raccordo con la parte inferiore e mascherano il dislivello tra la navata centrale e quelle
laterali.

In questo periodo, nasce l’idea del palazzo, prendendo spunto dal palazzo comunale. Ha un
impianto quadrangolare, al centro di ogni palazzo vi è sempre un cortile, che viene fuori dal
chiostro dei conventi, ma serve fondamentalmente per far prendere aria alle case, e si divide in 3
livelli: piano terra – magazzini, studi del proprietario, garage delle carrozze; primo piano- piano
nobile, piano che ha l’altezza più alta, le finestre più grandi, ha la scala d’onore per accedervi;
ultimo piano- della servitù, delle cucine, e dei figli che stanno soli.
Alberti realizza anche Palazzo Rucellai, la facciata è stata realizzata attraverso la tecnica del
bugnato, ed è organizzata come una griglia, scandita da elementi orizzontali (le cornici marcapiano)
e verticali (le paraste), entro la quale si inseriscono le aperture. Al pianterreno le lesene di ordine
tuscanico dividono la superficie in spazi dove si aprono i due portali. Il palazzo e diviso in tre
livelli: il piano terreno, il piano nobile e l’ultimo piano. La caratteristica di questo prospetto sta nel
fatto che Alberti utilizza il sistema dell’ordine architettonico. Nel tempo malatestiano aveva preso
come ispirazione l’arco trionfale e l’acquedotto romano, in Santa Maria Novella utilizza le forme
dell’ordine architettonico composto nei vari modi. Il piano terra ha i capitelli decorati da una
reinterpretazione dell'ordine dorico e due portali rettangolari classicheggianti. Al primo piano
(piano nobile) le paraste sono di tipo composito e vi si aprono delle ampie bifore a tutto sesto, con
cornice bugnata, colonnina e oculo al centro. All'ultimo piano si hanno paraste di tipo corinzio,
alternate a bifore dello stesso tipo. Al piano nobile si trovano anche altri numerosi elementi classici
fusi sapientemente con elementi della tradizione medievale locale, quali il bugnato e le bifore.

A Mantova costruisce due chiese, quella di S. Sebastiano e di S. Andrea. Secondo Alberti la pianta
centrica è quella ideale, per cui la chiesa rinascimentale in virtù della forma perfetta doveva avere
una pianta centrica e riesce a concretizzare questo suo pensiero nella chiesa di S. Sebastiano, mentre
in quella di S. Andrea dovrà mantenere la croce latina. La facciata è concepita sullo schema di un
arco trionfale romano a un solo fornice tra setti murari, ispirato a modelli antichi come l'arco di
Traiano e ancora alla facciata del Tempio Malatestiano. L'ampio arco centrale è inquadrato
da paraste corinzie che si estendono per tutta l'altezza della facciata. La facciata è inscrivibile in un
quadrato e tutte le misure della navata, sia in pianta che in alzato, si conformano ad un preciso
modulo metrico. L'interno è a croce latina, con navata unica coperta a botte con lacunari, e con
cappelle laterali a base rettangolare.

L’ultima sua opera è la chiesa di San Sebastiano. Alberti progettò un edificio austero e solenne. La
chiesa è divisa su due piani, con quello inferiore seminterrato, che ricorda un podio classico. Si
accede al piano superiore oggi dalle due rampe di scale laterali, mentre originariamente esisteva una
scala laterale a sinistra. Anche le cinque aperture del portico in facciata sono frutto del restauro. La
parte superiore della facciata è originale e ricorda un'elaborazione del tempio classico. All'interno
l'impianto è centrico, a croce greca, articolato su un vano centrale, pressoché cubico e coperto
da volta a crociera, da cui si dipartono tre corti bracci absidati di uguale misura. La chiesa è
suddivisa su due piani, quello inferiore è costituito da tre aperture, incorniciate da archi a tutto sesto
alternate da lesene, mentre il piano superiore, al quale si accede attraverso le scale è caratterizzato
da due porte laterali delimitate da archi a tutto sesto e tre aperture centrali.

BRAMANTE
Se Brunelleschi nasce come praticante sculture e poi diventa architetto, Leon Battista Alberti è un
umanista interessato all’architettura, Bramante viene definito il pittore architetto, diversamente da
Michelangelo che verrà invece definito lo scultore architetto. Bramante parte da una cultura
pittorica per passare poi all’architettura.

A Milano realizza la chiesa di Santa Maria presso San Satiro a pianta a croce latina, con una navata
centrale ed un transetto su cui fa girare delle navate laterali. La parte particolare sta nel falso
prospettico, ovvero la realizzazione di rilievi e modanature successivamente dipinti a formare una
fuga prospettica. Bramante partendo dal punto di arrivo di Brunelleschi, ovvero all’uso della
prospettiva, giunge a rappresentare non più la realtà ma l’inganno, in questo caso rappresenta un
vero e proprio spazio illusorio. Il finto coro presenta uno spartito decorativo con volta a
botte a cassettoni composta da tre arcate e termina nell'illusione prospettica in una controfacciata
nelle cui parti laterali sono presenti due nicchie. Il tutto è reso possibile dalla luce e il colore, dalle
rifiniture degli elementi e dalla decorazione che intervengono nel dare efficacia alla
rappresentazione prospettica.

La prima opera che fa a Roma è il chiostro di Santa Maria della Pace che si avvale di una facile
struttura ma la parte decorativa al suo interno serve a darne la peculiarità. La pianta quadrata è
ottenuta attraverso la ripetizione di un modulo pari alla larghezza del portico. Lo spazio centrale è
circondato da 16 pilastri che formano un portico continuo di volte a crociera. Sono presenti quattro
ordini architettonici, due nella parte inferiore e due nella parte superiore. Il primo livello al piano
terreno presenta un ordine ionico, ma anche l’ordine tuscanico, corinzio e composito che si trovano
al livello superiore. La tematica che guida Bramante nella realizzazione del chiostro è scandita da
tre momenti: il proprorzionamento, la costruzione di un vuoto architettonico, e l’utilizzo di una
sintassi architettonica. Il proporzionamento è lo spazio di risulta tra la chiesa e la strada che in
questo caso è un quadrato che Bramante divide in quattro parti creando un vero e proprio modulo.
Per quanto riguarda la costruzione del vuoto architettonico si tratta della ricerca di uno spazio vuoto
attraverso i capisaldi del disegno geometrico, in particolare del quadrato e della diagonale del
sottomodulo. Quindi l’ingresso posto ad angolo, il portico come elemento di mediazione tra
l’interno e l’esterno, lo stemma poso nell’asse mediano ecc. Infine il linguaggio architettonico: nel
chiostro abbiamo visto la compresenza di 4 ordini in due soli livelli. Utilizza l’ordine ionico ma
colloca la colonna su in piedistallo in modo che questo funga da elemento mediatore tra il
pavimento e la colonna, e inoltre al piano terra fa in modo che vi siano archi a tutto sesto sorretti da
capitelli di ordine tuscanico così da far convivere due ordini nello stesso pilastro.

Nel Tempietto di San Pietro in Montorio, nel chiostro che era già stato realizzato, Bramante realizza
un tempio in stile Tholos rinnovandone la forma: ha un corpo cilindrico, che costituisce la cella del
tempio, la cui muratura è scavata da nicchie insolitamente profonde. La costruzione è circondata da
un colonnato tuscanico sopraelevato su gradini. Lo spazio è coperto con una cupola e posta su di un
tamburo ornato da lesene. È considerato il manifesto del rinascimento romano e l’esperimento di un
nuovo metodo progettuale. Innanzitutto ha un aspetto simbolico perché sorge nel luogo dove fu
crocifisso San Pietro, rappresenta la fondazione della chiesa cattolica ad opera di San Pietro ed ha
una pianta centrale che richiama la tholos. Il tempio si scompone inoltre in tre parti: la cripta che
identifica l’aspetto della natura e del suolo, la cella ovvero la celebrazione della figura di Pietro
apostolo e infine il tamburo con la cupola che simboleggia il cielo, la fede e il sacrificio di Cristo.
Per quanto riguarda l’aspetto compositivo Bramante immagina una concentricità di cerchi e utilizza
l’ordine dorico sormontato da una trabeazione per simboleggiare il martirio e il potere religioso di
San Pietro. Infine decide di slanciare il corpo dell’edificio attraverso l’uso di un tamburo.

Bramante fu anche incaricato della realizzazione del cosiddetto Cortile del Belvedere che egli
sviluppa con una sorta di terrazzamenti, di tre livelli ognuna con una destinazione diversa collegati
tra loro tramite delle scalinate. Un livello destinato allo spazio pubblico, un livello intermedio, ed
un ultimo livello in cui posizionare l’antiquarium, ovvero un giardino privato per il papa dove
quest’ultimo avrebbe potuto posizionare le sue statue greco-romane, dando una perfetta visione
prospettica.

SAN PIETRO
La ricerca di proporzionalità si applicò anche alle piante. La tipologia che più interessava era quella
della pianta centrale. Questa, infatti, appariva più regolare: poteva essere inscritta in un cerchio, che
era considerata forma geometrica pura ed esteticamente più valida. Le chiese quindi vennero
concepite con pianta a croce greca e non più latina, ma anche i palazzi o i loro cortili interni,
tendevano sempre più alla forma quadrata. Anche il nuovo San Pietro fu concepito dal Bramante
come tempio a pianta centrale. Agli inizi del Cinquecento, la basilica di San Pietro in Vaticano,
costruita ai tempi dell’imperatore Costantino, si presentava vecchia e fatiscente, e di dimensioni
inferiori a quelle adeguate all’importanza di essere la principale chiesa della cristianità. Per volere
di papa Giulio II, la vecchia basilica fu demolita, così che al suo posto poteva nascere una chiesa
dalle proporzioni maggiori e dall’aspetto più imponente. Intorno al 400 Rossellino aveva studiato
l’ingrandimento della basilica mantenendo il corpo centrale a cinque navate, ma ampliando la parte
absidale e in particolare il transetto e il coro. Questa configurazione forse influì in qualche modo sul
successivo progetto di Bramante per un rinnovamento totale dell'edificio. Il progetto di Bravante
prevedeva un impianto non più a croce latina ma a croce greca, un impianto centrico, così come era
nell’ideale del tempo in cui la pianta centrale era quella ideale. Ci sarebbe poi stata una cupola più
grande di quella di Santa Maria del Fiore, per poterla realizzare parte da 4 piloni che avrebbero
dovuto sorreggere la cupola e che sarebbero stati collegati tra loro tramite 4 archi. Bramante riuscì a
realizzare ben poco di questa costruzione, e alla sua morte, i successori si trovarono con lavori
appena abbozzati e con un progetto non del tutto definito. Ciò aprì la possibilità a ché nuove
soluzioni fossero prospettate, cosa che avvenne con gli architetti che dopo Bramante rivestirono la
carica di architetto della fabbrica di San Pietro. Tra questi vi fu anche Raffaello il cui progetto
somigliava molto al progetto di Bramante nella parte superiore ma realizza una navata più lunga
così da mantenere la pianta a croce latina. Neanche questo progetto andrà in porto, progetto che
viene ripreso da Perruzzi che mantenne la pianta centrale e poi sa Sangallo. Questi elaborò un
progetto che voleva essere una soluzione di compromesso tra un edificio a pianta centrale ed uno a
pianta longitudinale. Rispetto all’iniziale pianta bramantesca, aggiunse davanti all’ingresso un
corpo anteriore stretto ai due lati da due alte torri. Egli però sprecò tutte le sue energie per mettere a
punto solo il progetto, che prese la forma di un grandioso e splendido modello ligneo. Con
Michelangelo si arriva finalmente ad un progetto definitivo. Innanzitutto rafforza tutta la muratura
esterna in modo tale che sia forte sia a livello strutturale sia per renderla una vera e propria scultura,
semplificò la pianta bramantesca dandogli l’aspetto di due quadrati sovrapposti e ruotati. Egli
affrontò inoltre il problema della cupola. Fece ingrandire e rinforzare i quattro piloni che avrebbero
dovuto sostenere la cupola e per essa elaborò un progetto che si discostava alquanto da quello di
Bramante, prevedendo invece una cupola più simile a quella del Brunelleschi per Santa Maria del
Fiore.

MICHELANGELO
Tra le sue prime opere come architetto ricordiamo la sagrestia nuova in San Lorenzo. Venne
pensato un ambiente indipendente, simmetrico e analogo nelle proporzioni alla sagrestia
brunelleschiana. Le due cappelle sono identiche in pianta, un vano quadrato e una scarsella, ma
presentano differenze fra gli alzati. Nella sacrestia nuova è infatti presente un attico fra le paraste e
la zona dei pennacchi, sopraeleva dunque la struttura. In ciascuna edicola si apre un doppio
riquadro, la cui linea superiore sfiora il timpano, creando un vivace gioco di linee. Il tutto culmina
nella cupola cassettonata, emisferica rispetto a quella brunelleschiana, è la prima cupola
rinascimentale a riprodurre il motivo dei lacunari del Pantheon.

Realizza anche la Biblioteca Laurenziana che combina parti eseguita da Michelangelo e altre
seguite con una interpretazione più o meno corretta delle sue istruzioni. La biblioteca occupa due
spazi all’interno del complesso di San Lorenzo, un quadrato che è il vestibolo della biblioteca e poi
la sala di lettura. La planimetria molto semplice, data da un lunghissimo vano rettangolare
caratterizzato da un alto basamento su cui poggia un ordine architettonico gigante che all'interno
racchiude due ordini diversi di aperture (una finestra vera e propria e delle finestre a cartella cieche,
che danno comunque un inquadramento architettonico allo spazio).

A Roma progetta Piazza del Campidoglio completata poi dai discepoli di Michelangelo, al centro
della piazza è collocata la statua di Marco Aurelio su un piedistallo, mentre il progetto è concluso
dalla cordonata di una rampa con gradini che collegano la piazza alla base del colle. Inizialmente i
palazzi presenti in piazza erano due, collocati più o meno ad 80 gradi l’uno dall’altro; Michelangelo
allora per mantenere l’ordine e la proporzione, realizza Palazzo Nuovo che ha la stessa inclinazione
di quello di fronte, così da formare uno spazio trapezoidale e realizzando la piazza vera e propria.
All’interno della piazza colloca la statua e disegna una forma ellittica per raccordare le pareti dei
palazzi non perfettamente ortogonali tra di loro. I prospetti dei tre palazzi che circondano la piazza
si caratterizzano per l’utilizzo dell’ordine gigante.

Michelangelo interviene anche sulla facciata di Palazzo Farnese di cui definisce le bucature.
L’elemento caratteristico è che non è più presente un ordine architettonico che è presente solo nelle
finestre. Il bugnato è presente solo nel portico di ingresso e negli spigoli che si chiamano cantonali e
che diventano elemento di chiusura del prospetto. Michelangelo rafforza quindi il prospetto
principale realizzando un grande cornicione di coronamento e il disegno della finestra centrale del
piano nobile, interviene anche nel cortile centrale definendo la cornice sommitale della facciata e
realizzando il piano superiore.

PALLADIO
Nel Cinquecento si completa e si perfeziona quel percorso, iniziato nel 1400, che prese il nome di
Rinascimento, e che coinvolse numerosi aspetti della vita culturale del tempo. Sotto il punto di vista
architettonico si definiscono quei presupposti di recupero del repertorio classico, avviati nel secolo
precedente, che vengono adesso arricchiti attraverso le rielaborazioni personali dei grandi
protagonisti dell'epoca. La corretta applicazione degli ordini architettonici era stata premura
costante di tutti gli architetti rinascimentali. Essi, al pari di quanto avevano fatto gli antichi romani,
riconoscevano negli ordini un principio di proporzionalità di garantita efficacia. E alla metà del
Cinquecento, quando la nuova architettura era oramai universalmente applicata, numerosi furono i
trattati scritti per meglio conoscere ed applicare gli ordini architettonici. Tra questi trattatisti vi fu
Andrea Palladio. I quattro libri dell’architettura sono un trattato diverso da quello dell’Alberti,
anche perché all’interno vi sono i disegni (facilita il compito di chi legge i volumi, e di chi non sa
leggere, ma osservando le immagini riesce a leggere l’architettura). Disegna sia le architetture
classiche (Pantheon, Colosseo, i Templi romani, tutto ciò che lui vede a Roma), che i suoi progetti.
In questi 4 libri, parla degli ordini architettonici con un dettaglio preciso e spiegando ogni parte, in
modo tale che chiunque volesse imitarli, sapesse come fare; parla poi degli edifici domestici, le
case, degli edifici pubblici, e poi nel 4 libro, parla dell’architettura religiosa, ovvero i templi, le
chiese. Mette insieme, ad esempio le immagini delle case romane, con le ville da lui disegnate
(mette insieme ciò che era l’architettura passata, con ciò che è adesso l’architettura). Realizza tutte
le sue opere all’interno del suo territorio, e possiamo dividerle in 3 categorie; una delle tipologie
architettoniche che realizza e di cui riproduce moltissimi edifici, è l’architettura civile, fatti di
palazzi che servono all’ amministrazione comunale, e moltissimi palazzi privati. Ma, le opere per
cui è famosissimo, sono le ville realizzate nella campagna vicentina, ville (suburbane). Egli realizzò
numerose costruzioni, soprattutto a Vicenza e a Venezia. Nei suoi edifici l’applicazione degli ordini
architettonici era più rigorosa che in qualsiasi altro architetto rinascimentale, nonostante ciò, il
risultato che otteneva era di un’assoluta originalità. Il suo segreto era soprattutto nei prospetti. Le
varie parti che componevano l’esterno di un edificio, sia che giacevano sullo stesso piano, sia che
giacevano su piani diversi, venivano trattate con assoluta chiarezza, dando ad esse
un’«impaginazione» da designer. Ciò che quindi creò l’originalità di Palladio fu la sua capacità di
compositore. Le sue erano creazioni in cui i singoli elementi perdevano la loro individualità, per dar
luogo ad una nuova unità: la composizione.
Per la realizzazione dei prospetti Palladio applica le regole vitruviane della dispositio (congruità tra
tutte le parti), della symmetria (rapporto matematico fisso delle parti tra loro e fra le parti e il tutto)
e del modulus (unità di base è il diametro delle piccole colonne)
Realizzò la facciata della chiesa di San Francesco della Vigna. Le regole, per l’architettura di
Palladio sono degli elementi fondamentali, e infatti, ne definisce una che valga per tutti i prospetti
delle chiese. Parte da una struttura semplice per arrivare a definire un suo prospetto che abbia una
legge più articolata; utilizza quindi le forme del tempio classico (alto basamento, colonna,
trabeazione e timpano triangolare). Questa parte dell’edificio, copre la zona della navata principale;
per creare le due ali laterali, le due navate laterali; è come se sovrapponesse due prospetti di tempio
classico, uno più grande (quello centrale in cui si vede tutto il prospetto) e uno più piccolo
(retrostante, in cui si vedono solo i due bracci laterali). Hanno lo stesso basamento, solo che le
colonne hanno dimensioni e altezze minori e sorreggono una trabeazione che fa sì da diventare un
elemento che si vede solo nelle due parti laterali.

Anche nella basilica di San Giorgio Maggiore abbiamo la presenza del tempio maggiore e del
tempio minore. Questa chiesa, è costituita da una pianta longitudinale a 3 navate, quella principale è
coperta da una colta a botte con lunette mentre le navate laterali sono coperte da volte a crociera. In
questo edificio Andrea Palladio fonde insieme lo schema longitudinale con il sistema centrale e
nello stesso tempo riesce ad armonizzare perfettamente la forma della basilica cristiana con quella
del tempio antico. La pianta di San Giorgio maggiore è composta da un ampio e corto rettangolo,
che costituisce il corpo della chiesa e comprende tre spaziose navate. Dal corpo sporgono
lateralmente, in corrispondenza al transetto, due grandi absidi, semicircolari all'esterno, che
all'interno si rivelano come due esedre, per via delle paraste che le arricchiscono. Il presbiterio è una
forma perfettamente quadrata che eccede in profondità dalla pianta e si spinge ancora più indietro
con un coro molto profondo, accentuando lo sviluppo longitudinale della costruzione. All'incrocio
tra la navata maggiore e il transetto sorge la cupola, di forma rialzata, simile a quelle
della Basilica di San Marco, impostata su tamburo cilindrico, e conclusa con una lanterna.
Particolarmente raffinato è l'effetto spaziale che Palladio è riuscito a realizzare all'interno. Lo
spettatore che percorrendo la navata maggiore si porti verso l'incrocio tra il transetto e il corpo della
chiesa, ha l'impressione di essere in un ambiente centralizzato. Ciò è dovuto ad alcuni accorgimenti
proporzionali. Le campate larghe e corte fanno risaltare di più lo sviluppo in larghezza del transetto,
anche perché la zona del coro viene nascosta e separata dal presbiterio per mezzo di un portico con
colonne binate. Quindi sembra di trovarsi in una chiesa a croce greca. L'effetto di dilatazione
spaziale è aumentato dalla presenza dei giganteschi archi di navata, sorretti da pilastri su cui si
inseriscono semicolonne e paraste binate articolate su un ordine minore e un ordine gigante.
La luce, proveniente da numerose e ampie finestre (ispirate a quelle delle antiche terme romane),
sistemate sui muri esterni, intorno al coro e sul tamburo della cupola, invade tutto lo spazio interno,
esaltata dai colori chiari e dalle superfici curve delle volte, degli archi e delle colonne. La facciata a
salienti è caratterizzata da aggetti e rientranze che arricchiscono e dinamizzano le superfici.
Giocando sul tema del pronao classico, Palladio realizzata questa facciata intrecciando due
prospetti che sono leggermente sfalsati in profondità e con proporzioni differenti.  Il primo
prospetto più largo e basso è caratterizzato da paraste corinzie binate e alternate a edicole con statue
ed è più arretrato. In posizione leggermente più avanzata, il secondo prospetto è più alto, sostenuto
con semicolonne composite di ordine gigante e rialzate su alte basi. I due prospetti si legano e si
concludono con due timpani triangolari e statue in funzione di acroteri. I due diversi piani di
profondità sono compressi e compenetrati, mettendo in risalto gli aggetti, specie le colonne, che
raccolgono ed esaltano l'effetto della luce. L'accordo tra la massima luminosità e le forme
geometriche perfette assume un significato simbolico, e rinvia all'assoluta razionalità divina.

La chiesa del Redentore è invece molto più compatta nella sua dimensione esterna, ed è molto più
simile al Pantheon, ma sempre con la stessa regola che governa i prospetti delle chiese. Nel
momento in cui deve realizzare la pianta, elimina le navate e mette solo le cappelle affiancate,
facendola diventare una navata unica (come ad esempio la chiesa del Sant’Andrea) e, anche l’area
absidale diventa un’area centrica; abside con ai fianchi elementi semicircolari, il 3 elemento
semicircolare è fatto da colonne e divide sempre l’abside dal coro, dallo sfondamento prospettico
che sta dietro l’abside e, in questo caso, utilizza le colonne per dividere i due ambienti. Il prospetto,
impostato con la stessa regola di San Giorgio, l’ordine maggiore è trattato come un tempio in antis.
Il timpano principale corrisponde alla sommità della volta, al di sopra si alza un alto attico e il tetto
della navata principale, mentre sui semitimpani si trovano i contrafforti.

Palladio si cimentò anche nella realizzazione di palazzi, uno fra questi è il palazzo della Ragione,
detta Basilica a Vicenza. Si tratta di un edificio trecentesco, medievale, fondamentalmente un
blocco rettangolare, su cui bisogna fare un rivestimento si sostegno poiché le mura si stavano
degradando. Palladio realizza quindi un doppio involucro che circonda tutto l’edificio e blocca e
sostiene l’edificio interno ispirandosi all’idea del foro romano, cioè il portico a due livelli. Il doppio
portico si compone dell’utilizzo dell’ordine architettonico, che diventa l’elemento principale di
questa caratterizzazione; strutturandolo in questo modo, applica le regole insegnate da Vitruvio e
poi da Alberti, ovvero la sovrapposizione dell’ordine, nella parte sottostante è dorico, nella parte
superiore è ionico. A questo sistema principale dell’ordine architettonico che segna il passo di
queste campate, Palladio incastona un secondo sistema che è fatto dall’inserimento di colonnine
doppie che sostengono una parte di trabeazione e poi l’arco a tutto sesto. Quello interno, (sistema
secondario) è invece un sistema composto da due parti di trabeazione e da un arco a tutto sesto,
disegnato in seguito dall’architetto Sebastiano Serri e definito dai critici dell’architettura una
serliana (vuol dire mettere insieme due pezzi di trabeazione e un arco a tutto sesto, ma
fondamentalmente è l’applicazione delle regole dell’ordine architettonico composte in modo tale da
formare questo “disegno”).

Per la costruzione del palazzo Porto Palladio si ispira alla casa romana (si componeva da 4 parti e
poi 4 impluvi, in cui vi era dentro il cortile con il peristilio di colonne) ; concepisce quindi questo
palazzo come un blocco in cui un lato prospetta sulla strada (prospetto principale) in cui riprende la
cultura rinascimentale di Bramante, Alberti, Brunelleschi, dove infatti la parte basamentale è fatta in
bugnato e, la parte sovrastante fatta con l’ordine architettonico, che serve a definire le finestre) , un
peristilio con un cortile che fa si da diventare il luogo dove prende la luce la parte retrostante
dell’edificio e poi la seconda parte dell’edificio posto dietro.

Palazzo Thiene viene ristrutturato da Palladio, si tratta di una facciata bramantesta mentre la pianta
mostra uno sviluppo del tutto nuovo ripresa dallo studio delle piante romane e delle terme romane e
da Villa Tivoli

Per la realizzazione di palazzo Chiericati (che presentava un problema particolare in quanto doveva
essere costruito su un lato di una grande piazza e non in una strada) invece di realizzare un
prospetto chiuso, Palladio ne conseguì uno aperto concepito come un il foro romano; fa infatti un
primo livello traforato, attraverso le colonne che si aprono verso la piazza, di ordine dorico con le
metope, e poi fa un secondo livello, di ordine ionico (sovrapposizione anche qui degli ordini
architettonici che legge dai trattati di Vitruvio e di Alberti) poi sopra gli mette la sua trabeazione di
ordine ionico, le statue e i pennacchi che servono a definire il prospetto. Ma, per far capire che si
tratta di un palazzo e non di un portico, porta un pezzo di prospetto in avanti, in modo tale che si
evinca che è un palazzo (punto di riferimento sempre all’architettura classica- foro romano con il
doppio ordine di colonne- ma con l’inserimento di un pezzo di prospetto, un pezzo di palazzo).

Per il palazzo del Capitano Palladio ricorre all’ordine gigante, riprendendo appieno l’architettura
possente di Michelangelo; al posto però di mettere delle lesene come aveva fatto Michelangelo,
utilizza le semicolonne corinzie e, questo prospetto, già possente di suo, su 3 campate, doveva
essere realizzato su 5 o 7 campate, ma in realtà venne realizzato solo un pezzo.
A Firenze realizza il Teatro olimpico, il primo e più antico teatro stabile coperto dell’epoca
moderna. Si ispira all’architettura romana dei teatri, ma lo inserisce all’interno di un edificio chiuso,
da fuori infatti non si capisce in quanto è costituito da un prospetto semplice ed un giardinetto dal
quale si accede. È costituito da una piccola cavea, un palcoscenico e lo sfondo. La scena, venne
realizzata attraverso l’uso della prospettiva (lo sfondamento prospettico). Guardando invece dal
palcoscenico verso l’esterno, realizza la summa cavea (la parte superiore della cavea) costruita
anche dai romani per racchiudere meglio l’audio (a differenza dei greci, che creavano il teatro in un
posto naturale, dove la voce veniva diffusa in maniera naturale, i romani invece lo costruivano il
teatro così come dovevano costruire l’apparato sonoro) e sopra veniva dipinto il cielo.

Per la realizzazione delle ville Palladio ha delle idee precise: mentre nei palazzi si adegua alle zone,
agli appezzamenti di terreno ecc, nella costruzione delle ville, si trova libero di decidere. Secondo
lui infatti, le ville devono stare in una zona sopraelevata, per avere un maggiore ricambio d’aria,
generalmente devono essere simmetriche, generalmente dovrebbe essere costituita da due prospetti
(non in questo caso però) uno per il pubblico e, uno retrostante, un prospetto questa volta comodo,
dotato di bucature, di finestre più grandi per far entrare più luce, prospetto dove vi è lo spazio
esterno per la famiglia. Secondo palladio inoltre, ogni villa deve avere un portico, che fa sì da
diventare un luogo piacevole dove stare quando c’è il sole o la pioggia, ed è la manifestazione
massima di rappresentazione di questi edifici.

Per la villa Almerigo Capra, detta la Rotonda, egli realizza una pianta quadrata e quattro prospetti
identici, poiché è posto su una collinetta e quindi si vede nella sua interezza, lo si coglie in tutti e 4 i
suoi lati. Riprende anche qui nei quattro prospetti il tempio classico, il tempio romano, attraverso
l’uso del pronao; 6 colonne di tipo, in questo caso, ionico (scelte in base alla tipologia della villa),
che si aggettano rispetto all’edificio, la scalinata che gli serve per sopraelevare la villa dal terreno,
così come nel tempio (tipologia di prospetto che viene ripetuta per tutti e 4 i lati).

La prima opera certa di Palladio (ne dichiara la paternità nel suo trattato) è la villa Godi Porto che
segna la tappa iniziale del tentativo di costruire una nuova tipologia di residenza in campagna, dove
è evidente la volontà di intrecciare temi derivanti dalla tradizione costruttiva locale con le nuove
conoscenze che Palladio stava via via acquisendo. L'esito è quello di un edificio severo, in cui è
bandito ogni preziosismo decorativo tipico della tradizione quattrocentesca. Anche qui viene ripresa
l’idea del tempio, della simmetria e della razionalità. Il portico è incastonato dentro il prospetto e si
sviluppa dietro con degli ambienti secondari più bassi, che servono per i contadini o per le attività
agricole.

Anche nella villa Badoer si nota il prospetto di un edificio classico, è la prima villa in cui l'architetto
vicentino utilizzò pienamente un pronao con frontone in facciata, nonché l'unica realizzata
in territorio polesano. Eretta nel luogo dove originariamente si trovava un antico castello  ne
mantiene l'orientamento con la facciata che guarda a levante, quasi a indicare il rispetto e l'interesse
dell'architetto per la storia del luogo ove costruisce. Il corpo della villa sorge su un alto basamento,
ciò rende necessaria una scalinata a più rampe, una principale e due laterali