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ROSSO UN FIORE

IN PETTO C’È FIORITO


Dieci anni di pensieri e parole con il cuore a sinistra
negli articoli del nostro Luciano De Majo

Nel decennale della sua scomparsa


e nel centenario della nascita del Partito comunista

20 febbraio 2021
a cura di Mauro Zucchelli
Dieci per dieci uguale cento

È questo il decimo anno che manca a tutti noi e a tutti voi


Luciano De Majo, il nostro collega cronista che se n’è andato per
sempre il 20 febbraio 2011. Manca a tutti noi che abbiamo diviso
con lui i taccuini, una bella fetta di quotidianità e un buon
tratto di strada. Manca a tutti voi che non potete più
ascoltarlo raccontare il mondo sul giornale ma anche via radio,
on-line o sui social con quella curiosità che non era la ricerca
del numero da circo, del fenomeno da baraccone, della solita
polemichetta di cortile. Era la voglia di capire quella matassa
da sbrogliare che è il mondo, e magari provare a argomentarne
le sfaccettature sotto gli occhi dei lettori: mostrarle, illustrarle,
illuminarle. Con una sana dose d’ironia perché relativizzare
aiuta a non sentirsi sotto assedio. Avendo ben presente
che devi metterci tutto te stesso e, parimenti, l’indomani
con la tua pagina ci incarteranno le lische.
Tutti gli anni, nel giorno dell’anniversario della scomparsa
a quarant’anni, riproponiamo ai lettori sul sito del Tirreno
(www.iltirreno.it) un e-book su un argomento fra i mille di cui
Luciano si è occupato. Stavolta, per una persona come lui che
si è impegnata a sinistra nelle istituzioni di base
(la circoscrizione 4) in anni lontani, fissiamo lo sguardo sul
centenario di una storia che il nostro Luciano conosceva bene
e di cui si sentiva figlio. A cent’anni dalla nascita del Pci, non
potevamo che metterci ad ascoltare il modo con cui Luciano
De Majo per dieci anni filati ci ha raccontato i mille volti della
sinistra. Nel decennale di quella domenica in cui se n’è
andato sull’altra sponda del fiume. (m.z.)
La Fabbrica nel cuore della Città

Luciano De Majo
Il Tirreno, 3 febbraio 2011

Di indissolubile c'era il rapporto fra la fabbrica e la città, la gente comune. Anche perché bastava la parola:
Cantiere. Improvvisamente si percepiva che non c'era famiglia livornese che non avesse incrociato la sua
storia con quella dello stabilimento-simbolo della città.
Dagli Orlando, siciliani garibaldini, che di fatto dettero il via all'industria cittadina col loro sbarco a Livorno,
agli anni del fascismo nei quali i sovversivi erano controllati ma pur sempre tollerati in fabbrica, per
garantire la presenza di operai qualificati, in grado di costruire navi efficienti, al dopoguerra denso di
battaglie per l'occupazione, fino all'esperienza cooperativa durata cinque anni dopo la decisione dello Stato
di ritirarsi da Livorno. La storia del Cantiere Orlando è tante storie insieme, è un intrecciarsi di fatti, di
luoghi, di persone e di idee.
L'aspetto più suggestivo, quello che ancora oggi è capace di colpire la fantasia e l'immaginazione, si tocca
forse nei modelli delle navi realizzate agli inizi del '900. C'era di tutto: ferry-boat come il "Villa", che
imbarcava il treno per collegare Sicilia e Calabria, oppure yacht di super-lusso come il "Flying Cloud"
costruito per il duca di Westminster, una dimora galleggiante sontuosa per gli anni '20. Ma attenzione alle
produzioni militari, che se da un lato rappresentarono il nerbo dell'attività del Cantiere Orlando all'inizio
della sua avventura proprio per dotare il neonato Stato unitario di una flotta adeguata, tornarono in auge
nel periodo fra le due guerre. Ne aveva un disperato bisogno l'Italia fascista smaniosa di conquistarsi un
posto al sole, eppure nessuno ha mai dimenticato l'epopea del "Tashkent", incrociatore veloce che il
Cantiere realizzò per la Marina militare sovietica. La leggenda narra che gli operai livornesi ci misero l'anima
nel costruirlo. E in effetti l'unità arrivò alla velocità di 44 nodi in prova.
Il muro che divideva la fabbrica dalla piazza Mazzini, in realtà, era solo immaginario. Perché dopo le
distruzioni belliche, i livornesi promossero addirittura una sottoscrizione perché lo scalo Morosini, lo scivolo
gigante su cui prendevano corpo le grandi navi, fosse ricostruito non dopo, ma insieme alle loro case.
«Cemento per lo scalo Morosini», scrissero i giornali dell'epoca. E fu festa grande quando, alla fine, la
decisione presa fu proprio quella: il "Morosini" rinacque per essere poi abbandonato negli anni '60, quando
la proprietà della fabbrica, ormai ampiamente nelle mani delle partecipazioni statali, ne decise un drastico
ridimensionamento della capacità produttiva. L'accordo raggiunto a Roma - era il 1962 - portò alla
creazione della Cmf di Guasticce, dove venne dirottata parte della manodopera del Cantiere.
Non è azzardato dire che il resto è storia di oggi, o quasi: la decisione di Fincantieri di disfarsi della fabbrica
a metà degli anni '90, la nascita di una cooperativa che non aveva precedenti nel settore delle produzioni e
delle riparazioni navali, la cui avventura è terminata con una grave crisi sulla cui genesi e responsabilità la
città non si è mai interrogata in modo approfondito. Oggi, dove una volta sorgeva il Cantiere di San Rocco,
campeggia l'insegna di Azimut Benetti. Non più gasiere o traghetti, ma yacht di lusso. I tanti "Flying Cloud"
del terzo millennio.
Quello che resta di un partito che ha fatto la storia

Luciano De Majo
Il Tirreno, 21 gennaio 2011

Li hanno amati e odiati, temuti e rispettati. Di loro, dei comunisti, colpiva e faceva paura, fra gli avversari, la
grande organizzazione, la capacità di mobilitare migliaia di persone. Oggi ricorre il novantesimo
anniversario della nascita del Partito comunista, avvenuta proprio in città, al teatro San Marco, dove si riunì
il manipolo che promosse la scissione dal Partito socialista che stava tenendo il suo congresso al teatro
Goldoni. E oggi quali tracce restano della presenza del Pci in una Livorno che ha dato ai comunisti
percentuali di consenso altissime nel corso degli anni?

L'archivio. Le carte che ripercorrono la storia del Pci livornese sono, sostanzialmente, in salvo. Ed è l'Istituto
storico della Resistenza e della società contemporanea che le sta mettendo in ordine. Ha ottenuto, a questo
scopo, anche un finanziamento della Fondazione Monte dei Paschi di Siena per portare avanti l'opera di
catalogazione dei documenti, degli atti, del materiale filmato raccolto. Un patrimonio di valore assoluto,
che presto sarà sistemato.

Luoghi e oggetti. Qua e là, qualche insegna del vecchio Pci in città campeggia ancora. Prendete Borgo
Cappuccini: sulla facciata della sede di Rifondazione comunista la scritta è la solita degli anni passati, "Pci
Borgo". Perfino Virzì, nel suo ultimo film, ha voluto rendere omaggio al vecchio Partito comunista,
piazzando una sezione proprio sotto la casa della famiglia protagonista, a dimostrazione di quanto sia stata
radicata la presenza comunista fra i livornesi. Da Borgo Cappuccini a Shangai: il circolo del Pd qui custodisce
gelosamente ancora il busto in gesso di Palmiro Togliatti. E poco distante, a Fiorentina, ecco comparire sul
muro, sempre nella sede del Pd, un ritratto di Oberdan Chiesa, il giovane partigiano ucciso sulla spiaggia di
Rosignano, vera icona della storia comunista livornese.

Guttuso addio. Non c'è più, invece, il quadro di Renato Guttuso che raffigurava le Acciaierie di Piombino.
Ne è rimasta una copia fotografica nella sede Pd di via Donnini. L'originale, infatti, ha preso il volo nel 1993,
quando il neonato Pds, alle prese con problemi economici, decise di venderlo, pur a malincuore. «Ci
ricavammo 35 milioni di lire dell'epoca - racconta Marco Susini, segretario del Pds di quegli anni - che
servirono per coprire un po' di debiti. Ci pensammo a lungo, poi insieme al tesoriere Emanuele Cocchella
facemmo la scelta di venderlo, insieme ad un altro quadro».

Le foto in casa. Dove la memoria del Pci è ancora viva e vegeta sono le case dei vecchi militanti, o quelle dei
loro figli. Numerose sono le abitazioni nelle quali si trovano, appese al muro o appoggiate su uno scaffale,
fotografie di Enrico Berlinguer, l'ultimo dei grandi leader comunisti. Questione di affetto verso un
personaggio politico capace di destare ammirazione anche fra gli avversari, ma anche la volontà di
rimarcare, come diceva Gaber, «il senso di appartenenza a una razza che voleva veramente cambiare la
vita».

E così, accanto alle foto di Berlinguer, ecco che non di rado spuntano anche vecchi puntali delle bandiere:
falce e martello che venivano messe in cima alle aste in occasione delle manifestazioni ufficiali. Materiale
buono, anche questo, per chi non vuole dimenticare.
Lo storico strappo

Luciano De Majo
Il Tirreno, 20 gennaio 2011

Nato al canto dell'Internazionale in un teatro fra i canali e i ponti del quartiere Venezia di Livorno, disciolto
settant'anni dopo in un capannone della fiera di Rimini sotto le note de "La storia" di De Gregori. La
parabola del Partito comunista ha appassionato e coinvolto migliaia di militanti e milioni di elettori nella
storia grande e terribile del '900 italiano, ha giocato un ruolo determinante nella lotta al fascismo e per la
riconquista della libertà, ha contribuito a cambiare il nostro paese.

La scissione. Novant'anni fa - era il 21 gennaio del 1921 - proprio a Livorno i comunisti decisero di rompere
con i socialisti e di formare un loro partito, pronto ad abbracciare i destini rivoluzionari della Russia
sovietica.

Abbandonarono il teatro Goldoni dove era in corso il congresso del Partito socialista e, in corteo sotto la
pioggia cantando le note dell'Internazionale, andarono al teatro San Marco, dove nacque il Partito
comunista d'Italia. Non era il Pci che fu poi protagonista della storia del paese divenendo un architrave
della nostra democrazia: la nascita del "partito nuovo" guidato da Togliatti, che poi si presenterà alle
elezioni per la Costituente come Partito comunista italiano, è del 1944.

Bordiga e gli altri. Quello che nasce a Livorno è il partito dei "rivoluzionari di professione", il cui segretario è
Amadeo Bordiga, chiamato appunto l'Ingegnere della rivoluzione.

E' lui a capitanare la frazione comunista, della quale fanno parte, al congresso socialista, tanti altri delegati
importanti, fra cui l'allora giovanissimo Umberto Terracini, che sarà primo firmatario della Costituzione, e
soprattutto Antonio Gramsci, destinato a morire nelle carceri fasciste, la cui elaborazione intellettuale
costituisce ancora oggi un patrimonio studiato in tutto il mondo. E sul fronte dei riformisti che non vollero
seguire la via della scissione non rinunciando alla loro definizione di socialisti, ci sono personaggi del calibro
di Turati e di Pertini. Da lì, insomma, passa davvero la storia.

I luoghi. Del teatro San Marco, alle cui spalle è stato costruito un asilo, resta, oggi, soltanto la traccia della
facciata, balzata di recente agli onori delle cronache nazionali perché sopra all'edificio ci sventolano due
bandiere rosse che ricordano l'avvenimento storico e la cosa ha scandalizzato qualche esponente del
centrodestra.

Tornato al suo splendore da sei anni, invece, è il teatro Goldoni. E ancora oggi è emozionante ricordare le
parole di Carla Voltolina, senatrice socialista e moglie di Sandro Pertini, il più amato dei presidenti della
Repubblica. Quando venne a Livorno per ascoltare un dibattito sulla sinistra che si svolgeva proprio al
Goldoni appena restaurato, Carla Voltolina rivelò che «entrando qui, in questa sala, mi è sembrato di
riascoltare i racconti del mio Sandro, di risentire le sue parole». «Furono giorni di grande partecipazione -
disse - di interventi pieni di passione da una parte e dall'altra. Sandro me lo ha detto tante volte,
emozionato».

La sinistra. Riflettere sul significato di quegli avvenimenti, e soprattutto della conclusione traumatica di quel
congresso dei socialisti, è un esercizio cui gli storici si sono dedicati a ogni anniversario che facesse segnare
una cifra tonda. Di certo, quella rottura la sinistra italiana, per lunghi anni ossessionata dall'idea di "tornare
a Livorno" (espressione cara a Giuliano Amato) per un processo di riunificazione non l'ha mai più
riassorbita, complice il fatto che il Pci seppe diventare il partito comunista più forte dell'occidente e che
negli anni i destini dei due principali partiti della sinistra si sono separati, con l'apice dello scontro fra il Pci
di Berlinguer e il Psi di Craxi, divisi da valori troppo distanti, negli anni '80.

Né è facile ipotizzare uno scenario unitario per la sinistra di oggi, che anzi in questi anni ha conosciuto altri
momenti di divisioni, di scissioni e di mini-scissioni che l'hanno resa ancora più frantumata. Qualcuno la
chiama maledizione e forse non ha torto. Dimenticare Livorno è un'impresa impossibile.
Si fa avanti la fondazione Ds: salviamo il San Marco

Luciano De Majo
Il Tirreno, 20 ottobre 2010

Ugo Sposetti, marchigiano di nascita e viterbese d'adozione, è stato tesoriere dei Ds fino al loro
scioglimento. E adesso, da deputato del Partito democratico, segue la fondazione che detiene il patrimonio
immobiliare dei Ds. «Il teatro San Marco? E' un luogo da tutelare, e noi siamo pronti a fare la nostra parte, a
contribuire», dice. «Mica da soli - precisa Sposetti - ma io di questa storia ho già parlato col sindaco. È
chiaro che molto dipende dall'amministrazione e dalle scelte che farà, ma l'idea di preservare quello che
resta del teatro sta a cuore anche a noi». Il "come" è, naturalmente, un terreno ancora tutto da esplorare.
Ma intanto il fatto che gli ex Ds siano in campo a livello nazionale è una notizia tutt'altro che irrilevante,
anche perché la facciata del vecchio teatro non è che se la passi così bene, come dimostrano le transenne
che ormai da tempo sono lì sotto, sul marciapiede della via San Marco. «Io credo che su questo sia giusto
ricercare anche un rapporto col governo - dice ancora Sposetti - e col ministro Bondi, dal momento che qui
non si tratta di salvaguardare la memoria dei comunisti, ma di fare qualcosa perché da quelle mura è
passata la storia del nostro paese, quella con la s maiuscola. Le bandiere? No, di quelle non parlo. Bandiere
e simboli li rispetto tutti, anche quelli che non sono i miei, perché dietro a ogni simbolo c'è una storia e ci
sono tante persone».

Intanto l'idea di far sventolare sui resti del muro del "San Marco" la bandiera storica del Pci viene sostenuta
anche dal consigliere comunale del Pd Adriano Tramonti, che ha presentato una mozione nella quale
sostiene che quello sia «un monumento storico di interesse nazionale». Tramonti chiede di riqualificare la
facciata dell'ex teatro San Marco e di valorizzare «un monumento che ricorda un passaggio importante
della vita democratica di questo Paese» e insiste con l'esposizione della bandiera storica.
Le bandiere non ci disturbano

Luciano De Majo
Il Tirreno, 19 ottobre 2010

«Lo sai che ieri ho visto il mio asilo in tv? C'era lo scivolo...». Gli occhietti furbi di Sara fanno capolino
dall'abbraccio nel quale stringe il padre che l'ha appena prelevata dall'asilo. «Eh, sì - conferma Flavio, il
babbo - quelle riprese l'hanno davvero colpita. Le bandiere? Guardate, non so chi le abbia mai notate. A dir
la verità, il fatto che questo sia un luogo storico andrebbe valorizzato un po' di più. Non perdiamo tempo
con polemiche strane».

E' un coro. Il leit motiv della giornata. Tanto alle 8,30 del mattino, quando i genitori arrivano, depongono in
fretta e furia i piccoli al nido e alla scuola d'infanzia e poi fuggono al lavoro, quanto alle 3 del pomeriggio,
quando tornano con un po' di tempo in più e allora si concedono per qualche secondo. Quelle bandiere,
almeno a sentir loro, non hanno mai dato fastidio a nessuno.

Giornata lunga, quella di ieri. La giornata dell'arrivo dell'ispettore del ministero, la giornata di fotografi e
cameramen appostati nei dintorni del vecchio teatro, pronti a carpire storie, aneddoti, coriandoli di
livornesità verace espressa da un popolo che con quei simboli appesi a garrire alle folate del greco-levante
di ieri ha avuto un rapporto tutto particolare. Vincenzo Pastore, presidente della Pubblica assistenza, che
abita lì a pochi passi dall'asilo, ci fa una grassa risata: «Ma davvero vogliono togliere quelle bandiere? Qua
siamo al di là del bene e del male, non credo valga neppure la pena di rispondere».

Le bandiere sono bersagli strategici per gli obiettivi di chi passa: macchine fotografiche e telefonini si
scatenano. «Sai com'è, se le tolgono un ricordo voglio che mi resti», sorride un giovane. Mentre un altro
signore, che si chiama Bruno e dichiara fiero i suoi 82 anni, ricorda quando «là dentro c'erano le baracche».
«Io abitavo proprio qui, con le finestre che si affacciano sulla via dei Floridi - prosegue - e ora che c'è un
asilo quale problema ci sarà mai per queste bandiere? Dopotutto, i bambini entrano dalla parte opposta, mi
sembra proprio un caso che non sta né in cielo e né in terra».

Ecco un altro livornese che sfreccia sullo scooter e che si sofferma un attimo. Giusto il tempo per gridare ai
cronisti: «Siete tutti di Berlusconi, eh?», mentre a bordo di un "apino" carico di cianfrusaglie si presenta
Fabrizio Trinca, ex pugile e da sempre militante comunista. «Lo sapete di chi è la prima firma sulla
Costituzione italiana? Di Umberto Terracini - grida - e di che partito era? Della Lega?». Poi è il turno delle
bici. Gabriele, pensionato dell'Eni, ha fatto il geologo in tutto il mondo. «Sono venuto a vedere dov'è questo
scempio - dice - e tutto questo mi fa ridere. C'è anche una bandiera della pace sopra il vecchio teatro:
quando vivevo a Pavia e ne misi una sul mio balcone, un vicino commentò che in quella casa doveva
abitarci un comunista. Ma perché: solo i comunisti tengono alla pace?». Altro ciclista, ma di tutt'altro stile,
un uomo con felpa a strisce orizzontali bianche e blu. Procede lento. «Aspettate, aspettate, che gli ispettori
arrivano», dice senza cambiare il ritmo della pedalata.

In effetti ha ragione: gli ispettori, anzi l'ispettore, arriva davvero. Se ne sta dentro un'oretta, poi esce e dice
quello che dice: poco, pochissimo. Tocca ai genitori esprimersi, al momento dell'uscita dei bambini, quando
il personale dell'asilo tiene i giornalisti accuratamente fuori dal giardino della scuola. «Io sono indignato che
si faccia una polemica su questa vicenda - dice Selvaggio Casella - perché si vuole per forza creare un altro
caso Adro, ma qui è tutto diverso. E non è giusto che i nostri figli siano assediati dalle telecamere».

Tre giovani madri, Valeria Canaccini, Federica Cornaglia e Chiara Mori Ubaldini, non scherzano affatto
quando dicono che «se è venuto un ispettore siamo contente: speriamo abbia visto i vetri rotti, questi sono
i problemi». «Non c'entra la politica, c'entra la storia - dice invece Doriano Cassarri, pronto a uscire
dall'asilo con la nipotina - perché queste bandiere ricordano un fatto di 89 anni fa. Io l'avevo detto in
famiglia: faranno di tutto per trovare qualcosa di simile a Adro. Ecco, l'hanno fatto». Fra quelli impegnati nel
mestiere di nonno, c'è anche l'avvocato Beppe Batini: «È una polemica senza senso. Pensino piuttosto alle
scritte sui muri, al degrado, alla Fortezza Nuova così malmessa».
Le bandiere rosse all'asilo: arriva l'ispettrice ma non parla

Luciano De Majo
Il Tirreno, 19 ottobre 2010

Un'ora di colloquio. Il giro dell'intero edificio scolastico, a braccetto con l'assessore alle attività educative
del Comune. Poi un'uscita all'insegna del profilo basso, bassissimo. Fino a mantenere un sostanziale
silenzio, perché «è ancora prematuro parlare».

Paola Biagioni, ispettore del Ministero dell'istruzione, viene fuori dal cancello del Centro infanzia "Alveare",
costruito alle spalle della facciata del vecchio teatro San Marco, dove il 21 gennaio del 1921 fu fondato il
Partito comunista d'Italia, ma si guarda bene dall'esprimere valutazioni sulle bandiere rosse - di
Rifondazione comunista - che campeggiano sulle vestigia del teatro rimaste in piedi, scampate alle bombe
della seconda guerra mondiale. Eppure è quella la ragione per la quale lei è lì, mandata dal ministro Gelmini
dopo la polemica avviata dal Giornale.

L'ispettore dice poche parole: «Non posso esprimere valutazioni, prima di tutto perché la mia relazione
deve essere trasmessa prima all'amministrazione, che eventualmente deciderà se comunicare qualcosa e
poi perché è prematuro». Non è chiaro se ci saranno altri sopralluoghi nello stesso edificio. «Questa è la
mia prima visita - ha detto ancora Paola Biagioni - e siccome sono un ispettore, ho cercato di verificare il
funzionamento della scuola. Successivamente, potranno essere fatte altre valutazioni». Ma non ci sono
elementi, ha concluso l'ispettore, per affermare se siamo davanti a un altro caso Adro oppure no.

Intanto, in città la polemica politica continua a divampare. Il consigliere comunale del Pdl Bruno Tamburini
ha presentato una mozione con la quale chiede la rimozione delle bandiere e vuole anche che accanto alla
lapide che ricorda la fondazione del Pci (messa lì nel 1949) ne venga aggiunta una che condanna la figura di
Stalin. Ma il segretario di Rifondazione comunista Lorenzo Cosimi è pronto alle barricate: «Togliere quelle
bandiere? Non ci pensino neppure. Sono pronto a incatenarmi io sulla facciata del teatro San Marco. E' la
nostra storia e ne andiamo orgogliosi, noi comunisti italiani non abbiamo niente di cui pentirci».
«È un caso assurdo: quello è un luogo di valore storico»

Luciano De Majo
Il Tirreno, 18 ottobre 2010

«Non regge il paragone con Adro, non regge proprio». Il sindaco Alessandro Cosimi ha passato la giornata di
ieri a districarsi al telefono coi giornalisti di tutta Italia. E mai si sarebbe aspettato di dover dare conto del
perché sul muro del vecchio teatro San Marco sventola una bandiera con la falce e martello. «Mah - sospira
- forse qualcuno si è accorto solo oggi che il Partito comunista d'Italia è nato a Livorno nel 1921».

«Devono esser chiari due aspetti - dice Cosimi - il primo è che la facciata storica del teatro non è anche
l'ingresso dell'asilo, che avviene invece da un altro lato dell'edificio. Il secondo è che l'asilo non è stato
costruito per celebrare la storia dei comunisti d'Italia. Anche se ci fosse stato realizzato un condominio di
abitazioni oppure un bar, la facciata sarebbe rimasta in piedi, con tanto di lapide. Insomma, non ci vuole
molto per capire che in quel luogo nel 1921 accadde un fatto che ha influenzato fortemente la storia del
Novecento italiano».

Sull'ispezione ordinata dal ministro Gelmini, Cosimi afferma che «meglio farebbe a mandare i soldi per le
scuole dell'infanzia, anziché gli ispettori» e poi confessa che «ciò che mi delude è il tentativo del
centrodestra di rendere Livorno una macchietta». E adesso, che succederà? Le bandiere saranno tolte? «La
verità è che questa polemica rischia di fare di quelle bandiere dei simboli assoluti, una trincea», risponde il
sindaco, che aggiunge: «Non so quante persone avessero fatto caso, in passato, alla presenza di quelle
bandiere. Credo siano ormai entrate nell'immaginario della città, proprio per il valore storico di quel luogo».

E dalla sponda di Rifondazione comunista, il segretario provinciale Lorenzo Cosimi, tuona: «E' una squallida
contropartita politica per la questione di Adro. Comunque stiano tranquilli: noi saremo lì con le nostre
bandiere ogni 21 gennaio, perché in quel luogo è nato un partito che ha contribuito a restituire libertà e
dignità all'Italia, a farla progredire culturalmente e economicamente». Anche il Centro politico 1921
afferma di avere le proprie bandiere «al fianco della lapide commemorativa». «Si cercano pretesti per
coprire le infondate istanze leghiste e per infangare la storia dei comunisti - conclude - ma Livorno e i
livornesi sapranno rispondere anche a questo attacco».
Tre spine nella maggioranza

Luciano De Majo
Il Tirreno, 15 agosto 2010

L'acquazzone ferragostano avrà pure spento le velleità dei livornesi del tuffo di mezzanotte, ma gli spiriti
della politica restano bollenti, fra scelte sempre rimandate, scadenze da brivido e regolamenti di conti
all'orizzonte.

Cosimi, grane da sindaco. Il referendum sull'ospedale è sicuramente una delle gatte da pelare più
imbarazzanti per il sindaco Alessandro Cosimi. Ora che i referendari hanno ottenuto il sì ufficiale del collegio
di garanzia, tocca a lui prima di tutto indicare la data della consultazione e poi gestire una campagna
referendaria che vedrà l'amministrazione schierata a difesa della delibera che sancisce la scelta di
Banditella sud. Ma ad angustiare Cosimi nelle sue (per la verità brevi) vacanze è anche la questione
dell'assetto di giunta. L'assessore al sociale manca ormai da mesi, lui ha provato e riprovato a nominarlo,
ma ha ricevuto diversi "no", a cominciare da quello dell'ex presidente della Circoscrizione 4 Marco Cavicchi,
per proseguire poi col presidente del consiglio comunale Enrico Bianchi e con l'assessore Carla Roncaglia
(che ha voluto mantenere la delega alla scuola). È circolata anche l'ipotesi di Anna Aiello, della Comunità di
Sant'Egidio: niente da fare anche in questo caso. Ma il vero sogno di Cosimi, e non da oggi, era riuscire a
imbarcare in giunta Marida Bolognesi, troppo impegnata sul fronte della battaglia interna al partito,
principale sostenitrice di Franceschini all'epoca delle primarie. Forse, finito il congresso del Pd a ottobre, se
lei diventasse disponibile la quadratura del cerchio si avvicinerebbe: Bolognesi al sociale e Massimo Gulì ai
quartieri nord, magari con un occhio alla politica abitativa.

Pd, transizione eterna. E a proposito di congresso del Pd, un altro che si trova al centro di diversi attacchi è
Marco Ruggeri. E' ancora segretario dei democratici malgrado siano passati cinque mesi dalla sua partenza
per la Regione (e per la segreteria regionale del partito), il che non gli consente ancora di osservare la realtà
livornese con distacco. La festa che il Pd aprirà alla Rotonda giovedì prossimo non sarà solo un'occasione
per mangiare zuppa e salsicce guardando il mare, ma anche per avvicinarsi a un congresso che si pone un
obiettivo senza precedenti, per una forza che si è sempre divisa sulle mozioni: l'unità, almeno sul
documento politico d'indirizzo. E se il candidato alla segreteria sarà il solo Filippo Di Rocca, pronto a
cominciare ufficialmente la propria corsa davanti alla direzione, il rischio è che la partecipazione alle
assemblee dei democratici si abbassi sensibilmente.

Gianfranco il buonista. Questo Gianfranco non è Fini, ma Lamberti. Da acerrimo nemico del Pd, al punto da
candidarsi a sindaco contro l'alleanza guidata dai democratici, oggi è in fase buonista, come dice lui stesso.
Lo senti sostenere a spada tratta Roberto Piccini per la conferma all'Authority, talvolta più del partito cui
Piccini appartiene, lo vedi portare avanti la battaglia per la nomina di Solimano garante dei detenuti, in
modo da ricondurre a più miti consigli anche i "malpancisti" dell'Italia dei valori, capisci insomma che un
anno dopo la campagna elettorale le cose sono cambiate. Sulla vicenda del basket, Lamberti non molla
d'una virgola e chiede a gran voce chiarezza. Ma il "mai dire mai" su un possibile riavvicinamento al partito
che del resto aveva contribuito a fondare è un elemento importantissimo: non è un caso che parlerà alla
festa democratica della Rotonda, presentando un libro.

Pdl, guerra infinita. Più che una sede politica, quella del Pdl sembra una questura: un commissario
(Massimo Parisi) e un commissario vicario (Riccardo Migliori) saranno gli uomini incaricati di rimettere
insieme i cocci. Zingoni, l'ex coordinatore entrato nel novero dei vice coordinatori regionali, ha lasciato un
partito percorso da divisioni interne terribili, da lacerazioni difficilmente sanabili. Se il gruppo guidato da
Marcella Amadio guarda con favore al lavoro che potranno fare i commissari, quello avversario (Taradash-
Tamburini) non esita a chiedere l'espulsione dei dissidenti. E per il nome del nuovo coordinatore
provinciale, dopo il congresso che forse sarà svolto a primavera 2011, ecco spuntare il cecinese Paolo
Barabino, gradito a Matteoli, l'uomo che un anno fa ha costretto al ballottaggio il Pd a Cecina.

La sinistra che non c'è. Frattanto a sinistra del Pd i dolori sono sempre più vivi. Appena quattro anni fa,
Rifondazione e comunisti italiani mettevano insieme il 16 per cento dei voti alla Camera e addirittura il 21 al
Senato. Nelle regionali dello scorso marzo hanno ottenuto il 7,5. Lorenzo Cosimi e Michele Mazzola, leader
dei due partiti che ormai marciano verso una sostanziale unificazione, sono attesi davvero da un compito
impegnativo.
Oriano Niccolai, gli ottant'anni del creativo rosso

Luciano De Majo
Il Tirreno, 15 luglio 2010

Una volta l'inconfondibile eleganza del suo scrivere prese forma in un cartello che affisse al muro, dietro la
sua scrivania. «In questa stanza si prega di non rompere con il "quant'altro" di moda». Era la fine degli
anni'80 e l'espressione «quant'altro» riempiva i documenti politici con frequenza eccessiva per il suo
spirito, sempre saggiamente critico e mai adagiato sulle tendenze in atto e sulle maggioranze che si
componevano e si scomponevano alla velocità della luce. E' un personaggio straordinario, Oriano Niccolai.
Domani compie ottant'anni e lui la prende con la filosofia che gli è propria. «Sì - dice - sono sessant'anni che
ho vent'anni», e sorride. Farà festa assieme alla sua Marna, moglie e compagna di una vita, ai figli Gianni e
Gianna e ai cinque nipoti che questi gli hanno dato.

Non solo grafico. Oriano Niccolai è stato una colonna della sinistra, non solo livornese. Dirigente del Pci e
della sua organizzazione giovanile fin dagli anni '50, definirlo semplicemente "grafico" è forse la più grande
delle ingiustizie che gli si possa fare. Perché è vero che dalla sua mano e dal suo ingegno sono nate le parole
d'ordine del vecchio Partito comunista e, successivamente, dei partiti che hanno preso corpo dalla sua
trasformazione, ma a ben vedere il suo impegno politico si è accompagnato a una professionalità
indiscussa. Niccolai, nella sua lunga vita lavorativa, è stato, sì, anche grafico, ma ha fatto il giornalista mai
iscritto all'Ordine («Non ho nessuna patente, neanche quella di guida», ironizza lui), il comunicatore. E'
stato, per la federazione livornese del Pci quello che oggi si definirebbe "il creativo". Ciò che nella
comunicazione politica di oggi si chiama "headline" a quell'epoca veniva chiamata "parola d'ordine", ma la
sostanza è la stessa. La sola differenza si ritrova, casomai, nei super-ingaggi che gli esperti delle agenzie di
comunicazione oggi chiedono, rispetto allo stipendio di funzionario di partito che nel Pci veniva calcolato
sulla base di quello dei metalmeccanici di quinto livello.

«Una scuola di vita». Gli ottant'anni di Oriano Niccolai sono, così, l'occasione per raccontare alcuni degli
episodi da lui vissuti, che si intrecciano anche con la storia politica del paese. Originario della Maremma,
l'infanzia trascorsa ad ascoltare le storie del bandito Righini per il quale qualcuno della sua famiglia aveva
fatto il tifo, Niccolai studiò a Livorno dai Salesiani prima di incontrare il Pci. Ed è qui che cominciano i
racconti del "Nido delle aquile", il bugigattolo dove aveva sede la Federazione giovanile comunista guidata
da Nelusco Giachini. «Non era soltanto una scuola di politica - racconta Oriano - ma anche di cultura. Con
Nelusco e con Bino Raugi si discuteva di tutto: non c'era possibilità che non avessero letto Proust e che si
fossero lasciati sfuggire le critiche cinematografiche degli ultimi film. Ma questa era la grandezza del Pci:
essere il partito delle masse lavoratrici e dei più grandi intellettuali».

Amico degli intellettuali. E tanti sono stati gli intellettuali con cui Oriano Niccolai ha avuto modo di
collaborare, o che almeno ha conosciuto. Gente del calibro di Nanni Loy e di Renato Guttuso, oppure uno
scrittore come Gianni Rodari che si dice gli abbia dedicato una delle sue storie per ragazzi, disegnando a sua
immagine e somiglianza il personaggio di Giovannino Perdigiorno. Lui, Oriano, ricorda e sorride. E sorride
ancora di più quando pensa alle isole. Sì, perché alla fine degli anni'60 il Pci lo manda in Sardegna e all'inizio
dei '70 in Sicilia.

«In Sardegna girai gran parte dell'isola a dorso di mulo - racconta - con una cinepresa, realizzando un
documentario sull'isola per conto del partito. E' lì che iniziò anche il mio rapporto con Enrico Berlinguer.
Una volta, dopo una riunione al Comitato regionale sardo, terminata in piena notte, mi disse che non aveva
sonno e mi invitò a fare due passi con lui. Percorremmo due o tre volte la via Roma, la strada più bella di
Cagliari, coi portici a due passi dal mare. Io parlavo e avevo l'impressione che lui pensasse ad altro. Arrivai a
chiedergli se lo annoiavo o no e lui mi chiese di andare avanti. L'indomani, nella riunione successiva che
facemmo, ebbi la conferma che aveva seguito tutto e che, senza prendere appunti, ricordava
perfettamente ciò che gli avevo detto».

Più intensa, e anche più difficile, l'avventura in Sicilia. Dove le federazioni del Pci di Livorno e Pisa erano
gemellate con quella di Caltanisetta. A Palermo, dove a guidare il Pci siciliano c'è il giovane Achille Occhetto,
Oriano Niccolai conosce personaggi come Emanuele Macaluso e come Pio La Torre. «Conoscevo anche
Rosario Di Salvo, l'autista che fu ucciso insieme a Pio. Per molto tempo - ricorda Niccolai - portò in giro
anche me per la Sicilia. Era una persona straordinaria».

L'attività di Oriano Niccolai si ricorda anche per l'allestimento delle grandi feste de «l'Unità». Sia a Livorno,
sia in altre città. Ha curato la propaganda per iniziative nazionali: il Festival nazionale che si svolse
all'ippodromo "Caprilli" nel 1969, con la presenza dell'allora segretario del partito Luigi Longo, e la Festa
nazionale di Tirrenia, datata 1982, realizzata in collaborazione con i "cugini" pisani.

I manifesti in mostra. Accanto alle feste, la produzione di Oriano Niccolai si trova nei manifesti realizzati
per la federazione del Pci. Un patrimonio che adesso è stato passato all'Istituto storico della Resistenza che
lo sta catalogando e che sta pensando ad allestire una mostra con questi materiali. «Sono contento che
questa roba sia stata salvata», dice Niccolai, che dopo tanti anni la passione per la politica non l'ha ancora
persa. Quando rivendica di aver passato una vita nel Pci, cita una frase di Alessandro Natta: «In una
riunione sulla campagna referendaria sull'aborto, disse che dovevamo guardarsi dalla vischiosità delle
ideologie».

Il Pd? Una speranza. Pur con tutti i mal di pancia del caso, oggi Oriano Niccolai ha deciso di stare col Partito
democratico. «Stenta a nascere - dice - ma vedo che ci sono alcuni giovani che possono fare qualcosa di
buono. E' uno strumento da adeguare, ma senza un partito vero non ci sarà possibilità di creare alternative
alla destra che governa e al berlusconismo».
Nel Pd e in una loggia, si può? Lo Statuto lo vieta, però...

Luciano De Majo
Il Tirreno, 3 giugno 2010

A volte ritornano. Ritornano le tempeste di quasi estate sui rapporti fra massoneria e sinistra, in questo
caso col Partito democratico. Dopo le polemiche sulle espulsioni di due assessori Pd, uno di Scarlino
(Grosseto) e uno di Ancona, anche dalle nostre parti il dibattito prende quota: è possibile essere nel Pd e, al
tempo stesso, in una loggia?

Il primo a rispondere è il segretario democratico Marco Ruggeri, che parte dallo Statuto del partito («Si
parla di incompatibilità, per cui c'è poco da dire di più: le regole si rispettano»), ma si concede anche una
riflessione più ampia. «Io non dimentico - spiega - che ad esempio il Grande oriente d'Italia in questi anni ha
fatto un percorso culturale non banale, compiendo uno sforzo di trasparenza importante. Mi è difficile
considerarlo un'associazione segreta. Tanto per fare un esempio, mi sembra più grave non rendicontare le
spese elettorali che essere affiliati alla massoneria».

Giorgio Kutufà, presidente della Provincia, ammette che il tema «è assai delicato». E auspica che «possa
esserci un dibattito trasparente, alla luce del sole, che può risolvere tante incomprensioni». «Lo Statuto del
Pd parla chiaro - conclude Kutufà - se prevale il vincolo di segretezza, un massone non può essere iscritto.
Anche se è il caso di evitare ipocrisie: perfino nella vecchia Dc c'erano massoni». «Mai pensato che un
massone sia una persona poco pulita per il fatto di essere affiliato a una loggia - dice invece il sindaco
Alessandro Cosimi - però ritengo personalmente inopportuna la doppia appartenenza alla massoneria e al
Pd. C'è da dire che alcune associazioni, come il Grande oriente, pagano il fatto che non ci sia in Italia una
legge sulle associazioni, che consente a un gruppo di persone che si trovano e che sostengono di fondare
una nuova obbedienza di usare il termine massoneria, magari senza aver niente a che fare con la storia di
questa associazione». «In ogni caso - conclude il sindaco - sono convinto che un massone debba dichiarare
la sua appartenenza al momento di assumere incarichi pubblici».

Massimo Bianchi, per lunghi anni vicesindaco e oggi Gran maestro aggiunto del Grande oriente d'Italia,
sostiene che i massoni non vanno discriminati. E in questi giorni ha sostenuto anche una decisa polemica
col leader dell'Italia dei valori Antonio Di Pietro su questo argomento. «I massoni - ha spiegato Bianchi -
sono leali cittadini della Repubblica, che hanno giurato sulla Costituzione, osservano le leggi, pagano le
tasse e pretendono di fruire dei diritti riconosciuti agli altri cittadini. O si pensa, invece, che i "liberi
muratori" debbano girare con sulla giacca cuciti squadra e compasso, il che richiamerebbe alla memoria
quella stella di David che i nazisti volevano applicata sugli abiti degli ebrei?».

Il senatore Marco Filippi, che ha seguito da vicino il dibattito sviluppatosi a livello nazionale, ribadisce che
«ci sono regole da rispettare». E siccome «lo statuto parla di incompatibilità, anche in riferimento alla
doppia appartenenza con altre organizzazioni che non siano soltanto la massoneria, la questione è chiusa».

Ma al Pd livornese sono iscritti anche alcuni massoni o no? «Che io sappia no», risponde sicuro il segretario
Ruggeri. E in effetti, almeno a giudicare da coloro che ricoprono gli incarichi più importanti, non sembrano
essercene. Mentre Giovanni Battocchi, presidente della Circoscrizione 3 e iscritto al Partito democratico,
alla massoneria è stato affiliato in gioventù, per poi uscirne diversi anni fa. Impossibile, però, avere un suo
commento sul tema.
«E il prete cantò l'Internazionale»

Luciano De Majo
Il Tirreno, 1 maggio 2010

«Con il cuore sono là, a Portella della Ginestra. Dove si trovano dieci giovani livornesi, insieme al sindaco di
Rosignano che porta anche il gonfalone del Comune». E' il Primo maggio. E per uno come Mauro Nocchi, 76
anni da compiere per Santa Brigida il 23 luglio, militante della sinistra livornese fin dalla gioventù e
dirigente per lunghi anni, non è un giorno qualsiasi. Una vita nel Pci, il consiglio d'amministrazione dell'Eca,
poi la presidenza dell'Arci. E adesso un impegno non meno appassionato nell'Anpi, insieme al ruolo che
riveste da una quarantina d'anni, quello di speaker ufficiale della Coppa Barontini. Nocchi incarna i valori
dell'antifascismo e lo stile sobrio del vecchio comunista, mai rinnegato. Eppure quando ricorda il Primo
maggio d'una volta, l'aspetto politico passa quasi in secondo piano.

«A quell'epoca, e parlo degli anni immediatamente successivi alla Liberazione - racconta - per i livornesi
questo giorno significava la scampagnata al Cisternino. Era quello il luogo simbolo. Perfino Giorgio
Fontanelli, scrittore livornese di grande valore, ricorda in qualche sua opera il "Primo maggio agli archi",
riferendosi proprio alle arcate dell'acquedotto, lungo la via delle Sorgenti».

E quelle del Cisternino erano manifestazioni di carattere politico?

«C'era prima di tutto la voglia di stare insieme. Per festeggiare la ritrovata libertà. Capirete, dopo vent'anni
nei quali certe iniziative erano proibite, ci fu un'esplosione. E poi, dopo aver mangiato qualcosa, spuntava
una chitarra e ci si metteva a cantare».

Che cosa cantavate?

«Di tutto. Certo, Bandiera rossa non mancava mai. Che Primo maggio sarebbe stato? Ma ciò che oggi
sembra quasi incredibile è il modo con cui la gente arrivava al Cisternino».

In che senso?

«Vedevi arrivare carovane di persone a bordo di barrocci trainati da cavalli, mentre i più giovani erano
anche disposti a farsi una bella camminata e giungere al Cisternino a piedi. Succedeva anche che i barrocci
passavano dalla via delle Sorgenti e si fermavano a caricare le persone che si erano incamminate. Come se
fossero stati autobus. Auto ce ne erano davvero poche, questo non c'è bisogno di dirlo».

Sembra di capire che fossero riunioni spontanee ma partecipate.

«Certo. Ed è stato così almeno fino agli anni '60. Poi la diffusione delle automobili ha cambiato anche i
luoghi dove festeggiare il Primo maggio. E, in qualche modo, ha anche aiutato la dispersione. Ma il Primo
maggio rappesentava anche il cambio della stagione: quello era il giorno in cui si mettevano da parte le
giacche e si poteva anche uscire di casa in camicia».

Ha ricordi di qualche corteo particolarmente riuscito?

«Quando sono stati organizzati cortei, sia di carattere sindacale sia di carattere politico, quasi sempre è
stato per il giorno precedente il Primo maggio. Perché i livornesi hanno sempre avuto voglia di festeggiare.
E a mio avviso giustamente. Io per esempio ho apprezzato molto la scelta della Unicoop Tirreno di tenere i
negozi chiusi. E' un segno di rispetto. Non riesco a capire, invece, che cosa abbia spinto il sindaco di Firenze
Matteo Renzi a definire "scelta ideologica" la volontà di far festa il Primo maggio».
E qualche altro ricordo di un Primo maggio particolare?

«Il Primo maggio che io ricordo meglio risale a quando avevo otto anni. Era il 1942, in piena guerra e in
pieno fascismo. Lo trascorsi a casa di un prete, il parroco di Santa Giulia. Andai lì insieme a mio padre. Non
a tutta la famiglia, perché mio padre era un sorvegliato speciale dalla polizia del regime e non era possibile
fare certe cose in libertà. E ricordo benissimo, chiusi in quella casa proprio sopra la chiesa di Santa Giulia, di
aver cantato l'Internazionale».

Tutti meno il prete, naturalmente.

«No, anche lui cantò insieme a noi. E la cosa sorprendente per me fu proprio quella. Io fino a quell'età
vedevo nei preti quei personaggi un po' inquietanti, vestiti di nero e col cappuccio, che precedevano i
funerali. Lì scoprii una persona. Quel parroco era parente di Sirio Cavallini, un nome che non dirà molto, un
carrettiere livornese che non era comunista, ma sinceramente antifascista. Come antifascista era anche
quel prete».

Potrà sembrare una domanda retorica: ha ancora senso festeggiare il Primo maggio?

«Eccome se ce l'ha. Anzi, credo che sia una giornata da rivalutare fortemente. Lo stesso presidente di
Confindustria, Montezemolo, ha riaffermato nei giorni scorsi l'importanza di dedicare una riflessione seria
sul lavoro, sul suo valore, in un momento in cui la precarietà sembra essere diventata la regola ed
emergono nuove forme di sfruttamento, per non parlare poi della questione della sicurezza, anch'essa di
stringente attualità».

Deluso dal fatto che in città non ci sono grandi iniziative per il Primo maggio?

«Mah, qualcosa c'è. Vedo che i giovani antagonisti hanno occupato la Fortezza per fare la loro
manifestazione. Io nutro un po' di perplessità su questi metodi e spero che tutto non finisca nella solita
diatriba con l'amministrazione comunale, non è di questo che c'è bisogno».

Però a Portella della Ginestra sarebbe andato molto volentieri.

«Di sicuro. Non solo perché mi ricordo della strage del 1947, di tutte le manovre che si muovevano attorno
alla Sicilia, del ruolo della mafia in quella vicenda. Ma a Portella ci saranno anche diversi livornesi. Alcuni
giovani che hanno fondato l'associazione "Stella tricolore" per la rievocazione della lotta partigiana, e che
aderiscono all'Anpi, sono lì a rappresentare un pezzo della città di Livorno. Con il cuore mi sento davvero di
stare insieme a loro».
«Italo aveva la tessera di Livorno»

Luciano De Majo
Il Tirreno, 23 marzo 2010

«Bastava che mi dicesse: "Vai Cucco, siamo d'accordo" e non c'era bisogno di altro. Senza di lui non sarà
facile», quasi singhiozza Enzo Raugei. Oggi il capo dei portuali è lui. Ed è la commozione di tutta una
Comunità, avvolta nella bandiera della Compagnia proprio come il feretro di Italo Piccini, che si sprigiona
nelle sue parole. «Ricordiamocelo tutti - dice Raugei nell'aprire la serie degli interventi della
commemorazione - che lui non viveva solo di porto. La sua dimensione andava oltre le banchine, con
l'ottimismo e la freschezza tipici dei giovani, che non ha mai abbandonato». Del vecchio console, Raugei
ricorda la durezza nel confronto, «difficile ma sempre leale, senza rancori anche quando le posizioni erano
differenti».

Anche Paolo Bassano, avvocato, da sempre vicino alla Compagnia portuale, rende omaggio a Italo citando il
suo straordinario senso dell'appartenenza: «Non si poteva dubitare da che parte stesse e da che parte
remasse: il bene del porto e dei lavoratori erano per lui qualcosa di non scindibile». I ricordi scorrono dal
terribile 1989, quando davanti al commissariamento lui provò a sdrammatizzare: «Tranquilli, sarà più facile
che chiudano la Prefettura che la Compagnia», fino alla decisione di dare vita a una vera e propria holding,
un gruppo attivo e moderno. Bassano insiste sul valore della dignità del lavoro. «Chi lavora non deve essere
umiliato né sentirsi sotto ricatto. Deve ottenere il rispetto della sua dignità, deve essere premiato il merito
senza costruire organizzazioni di meritocrazia, parola che coniuga il valore del merito con un concetto di
dominio che col merito poco ha a che fare», dice, evocando fatti molto vicini a quelli vissuti in Darsena
Toscana in questi giorni.

Monsignor Paolo Razzauti e il vescovo emerito Alberto Ablondi non mancano di sottolineare la generosità
dell'uomo Piccini. «Spesso - dice Razzauti - quando qualcuno chiedeva aiuto, era lui a dare di persona. "Se
c'è un Dio, lotterò anche con lui", diceva, nella speranza di costruire una città attenta ai tempi di tutti. Italo
aveva una sola tessera: quella di Livorno. Prendiamola tutti». E Ablondi ribadisce: «Questa celebrazione non
è un funerale, ma un omaggio alla vita».

Poi tocca al sindaco chiudere (un'ampia sintesi del suo intervento è pubblicata in questa stessa pagina, ndr).
E anche lui fatica a ricacciare giù il groppo in gola. «Se ho sofferto tanto per l'addio a Badaloni e Raugi -
confida - in questo caso non c'è dimensione del dolore». Rapporti personali e grandi scelte politico-
economiche vanno di pari passo. Cosimi ricorda le serate passate a discutere con Italo Piccini di poesia, ma
anche il sottile piacere che il console provava quando lo coglieva impreparato sulla citazione di qualche
economista. Cosimi evidenzia le grandi vittorie e anche la sconfitte del condottiero dei portuali. Senza
dimenticare quella epocale del 1989, quando però «ebbe una grande intuizione, fece un passo indietro per
diventare lui, nella sua autorevolezza, il punto che abbassa il livello del conflitto». Per concludere col
riferimento, contenuto in una delle ultime conversazioni con lui, alle «maniglie» alle quali tenersi ben
stretti. «Servono per avere equilibrio - chiude la citazione Cosimi - per avere un punto di riferimento e
capire soprattutto da dove veniamo e parecchie volte ci aiutano a sapere dove andiamo».
Console della Compagnia per 26 anni, passerà alla storia
per l’intuizione del container che ha cambiato il porto

Luciano De Majo
Il Tirreno, 20 marzo 2010

Ventisei anni interi passati al comando della Compagnia portuali, i migliori. Gli anni del rilancio, del boom,
dell'affermazione più forte. Italo Piccini è stato il leader indiscusso di una famiglia, di un'impresa, di un clan.
E' stato tutto questo e altro ancora. E' stato un leader economico e politico, un condottiero capace di creare
consenso e di gestirlo.

L'uomo della Venezia. Era un uomo del popolo, Italo Piccini. Nato il 4 novembre, anniversario della vittoria
della Grande guerra, nel 1927. Vissuto e cresciuto nella Venezia povera e solidale fra le due guerre. Ed è
quello il mondo dal quale diceva di aver tratto gli insegnamenti più importanti. E' quello l'ambiente nel
quale sono maturati gli aneddoti della sua giovinezza, che ha raccontato più e più volte durante la sua vita
di politico, di organizzatore, di imprenditore.

Allievo di Jacoponi. E' stato un allievo di Vasco Jacoponi. Ed è a lui che è subentrato, nel 1963, alla guida
della Compagnia lavoratori portuali. Dell'azienda di via San Giovanni ha tenuto il timone per un quarto di
secolo, fino a quel 1989, grande e terribile, che per la vecchia gloriosa Clp significò l'irruzione traumatica dei
decreti Prandini e il commissariamento. Anche dopo quel periodo, però, Italo Piccini ha saputo continuare a
rimanere ai vertici della "sua" compagnia che nel frattempo ha conosciuto le trasformazioni alla quale è
andata incontro. A lui, al suo intuito, alla sua voglia di misurarsi con le innovazioni che l'evoluzione del
lavoro e delle regole sulle banchine imponevano, si deve la nascita della Cilp, la prima vera e propria
"cooperativa impresa", come fu chiamata al momento della sua nascita, dei portuali, che divenne il braccio
attraverso il quale la Compagnia partecipava ai vari terminal privati del porto.

Dialogo coi nemici. Piccini in porto ha avuto amici e nemici. Tanti amici, quelli con cui ha lavorato, quelli
con i quali ha costruito alleanze, e anche tanti nemici. Eppure chi ha conosciuto da vicino il console sostiene
che la sua grandezza è stata proprio quella di non aver mai sancito inimicizie "per sempre". Italo Piccini si è
scontrato, a più riprese, con tanti personaggi, anche molto importanti, senza mai rompere personalmente
con gli interlocutori con cui aveva a che fare. Anche nei momenti in cui i conflitti si facevano più intensi -
conflitti di carattere economico ma anche politico - la capacità di lasciare uno spiraglio al confronto, al
dialogo, all'accordo in extremis era fra le sue doti maggiori. Di lui, e degli altri grandi del porto, si diceva che
fossero soliti sancire le intese più importanti con una stretta di mano. Bastava quella per suggellare alleanze
in grado di portare lavoro e sviluppo al porto di Livorno.

La politica. Italo Piccini era anche un condottiero politico. Non solo perché seppe dirigere un'azienda tutta
particolare come la Compagnia portuali, ma perché la sua attività di uomo d'impresa si è sempre intrecciata
con l'appartenenza politica al vecchio Partito comunista e, successivamente, alle forza politiche che sono
nate dalle trasformazioni del Pci, per finire con l'attuale Partito democratico. Nelle file del Pci Italo entra in
consiglio comunale con le elezioni del 22 novembre 1964. E' console della Compagnia da un annetto, lui
ottiene 1.718 preferenze, superato soltanto dal sindaco Badaloni, dal segretario del partito e i più alti
dirigenti, in un'epoca nella quale la battaglia personale per le preferenze era gravemente proibita,
all'interno del Pci. Sui banchi del consiglio comunale Italo Piccini rimarrà fino al 1980, ottenendo per due
volte la riconferma. Ma non è solo quella la sede nella quale porta avanti le sue battaglie politiche, sempre
pronto a discutere prima di tutto nelle stanze del suo partito, scontrandosi talvolta con le posizioni di chi, in
qualche modo, teme che la Compagnia possa diventare un potere perfino troppo forte in città.

Container e cultura. Ma sono gli anni nei quali la Clp fa segnare i progressi più vorticosi, gli anni in cui il
console mette a frutto i risultati di quella che, probabilmente, è la sua intuizione più importante, quella del
container. Grazie a questa, il porto di Livorno diventa fra i più significativi dell'intero bacino del
Mediterraneo. Lo dicono le statistiche storiche: se nel 1966, all'inizio della gestione Piccini, i "teus"
movimentati dal porto sono 12mila, nel 1979 sono 300mila. E nel 1986, il nostro scalo fa segnare il record
nel Mediterraneo, con 580mila teus, entrando nel gotha dei porti, superando di slancio Marsiglia e facendo
concorrenza ai giganti del nord di Rotterdam e Amburgo. Appena tre anni dopo, le cose per la Compagnia
portuali sarebbero cambiate traumaticamente, con l'approvazione dei decreti Prandini e l'arrivo del
commissario. Anche in quell'occasione Italo Piccini e il suo gruppo dirigente non mancano di dare vita a una
prova di forza straordinaria, con i portuali che sfilano per le vie della città come un mare interminabile di
folla. Ma è comunque un'era che si chiude. L'era della vecchia Compagnia, quella che sulle banchine
muoveva merci e lavoratori e che sapeva costruire anche cultura. E' del 1967, infatti, l'apertura della
biblioteca dei portuali. Al palazzo di via San Giovanni, l'inaugurazione avviene alla presenza del senatore
Franco Antonicelli, al quale poi i portuali intitoleranno una fondazione. La biblioteca diviene un punto di
riferimento per i giovani di tutta la città. Un luogo di aggregazione oltre che di consultazione, la vera
biblioteca nella quale i ragazzi di Livorno vanno a studiare e a trascorrere i loro pomeriggi.

Da un Piccini all'altro. Nel 1989 dei decreti Prandini Italo Piccini si fa da parte e lascia la poltrona di grande
timoniere della Compagnia, ma il suo consenso fra i lavoratori resta sempre alto, tanto da guadagnarsi
sempre la conferma nel consiglio d'amministrazione. Al suo posto, alla guida della Clp, poi diventata Cpl, si
insedia suo figlio Roberto, con il quale il confronto delle idee sarà sempre vivo e reale, mai scontato. Fino
all'ultima grande scelta, quella sul socio per la Darsena Toscana, il più grande terminal del nostro porto.
Roberto Piccini sosteneva gli spagnoli di Dragados, Italo puntava sul gruppo Contship. E' lui a vincere la
contesa, alla maniera solita dei portuali. Assemblee affollatissime nella "mitica" sala Montecitorio del
palazzo del portuale, confronti, scontri. Poi la decisione. E la stretta di mano finale che chiude la porta a
ogni strascico polemico: c'è da guardare avanti, la Compagnia portuale prima di tutto. Italo lo sta pensando
anche adesso.
Pd, Ruggeri sorpassato da Tortolini

Luciano De Majo e Mauro Zucchelli


Il Tirreno, 14 dicembre 2009

Le primarie del Pd premiano Matteo Tortolini. Ancora una volta, come cinque e come dieci anni fa
(all'epoca c'erano i Ds), il candidato piombinese supera quello livornese, nella competizione interna al
partito. Stavolta lo scarto è minore: 349 voti appena separano i due contendenti. Contendenti molto
particolari, visto che queste primarie, almeno per ciò che riguarda il Partito democratico, erano dipinte
come un derby fra segretari. Ruggeri da una parte e Tortolini dall'altra.

La sostanza delle cose cambia poco: Tortolini sarà capolista e Ruggeri numero due. E tutti e due, a fine
marzo, avranno il loro bel seggio in Consiglio regionale rappresentando in tandem gli elettori del Pd della
provincia di Livorno. Ma i numeri dicono che il segretario della federazione di Piombino, nelle dodici ore in
cui i seggi sono stati aperti nella giornata di ieri, ha preso 3439 voti e quello di Livorno 3090. Staccatissimi -
nel pieno rispetto delle previsioni della vigilia - tutti gli altri candidati, chiamati sostanzialmente a fare da
comprimari nella sfida fra i duebig. Chiara Di Cesare, di Castiglioncello, ha avuto 384 voti, a Donatella
Becattini (livornese, portacolori della mozione Marino durante la battaglia congressuale) ne sono andati 92.
74 preferenze per Giovanna Meini, 53 per Maura Barachini e 28 per Alessandro Diari.

Partecipazione ko. Ma emergono anche altre cifre, da queste primarie del Pd. Su tutti, il dato della
partecipazione. I livornesi che hanno deciso di dire la loro sui candidati democratici per le regionali sono
stati (dato provinciale) 7.160. I voti validi per i candidati alla segreteria nazionale del Pd il 25 ottobre sono
stati 27.618. Ciò significa che, nell'arco di poco più di un mese, si sono dissolti i tre quarti del cosiddetto
"popolo delle primarie". Un calo netto e diffuso ovunque in tutti i centri della provincia, tranne San
Vincenzo di cui parliamo a parte. La città di Livorno ha dato alla lista del Pd 2.075 voti validi, contro i 12.927
del 25 ottobre. Il decremento, in questo caso, è dell'83,6 per cento.

Poche sorprese. Non ci sono stati particolari travasi di voti fra una zona e l'altra. Ruggeri ha avuto il
controllo del territorio della federazione livornese (da Collesalvetti a Castagneto Carducci, isola di Capraia
compresa), Tortolini invece ha trovato il suo consueto serbatoio di voti nella Val di Cornia e all'isola d'Elba,
con l'eccezione di Capoliveri, dove Ruggeri ha preso 19 voti su 20. Nella città di Livorno Ruggeri ha avuto
1.931 voti sui 2.075 espressi (il 93 per cento), ma il suo massimo l'ha toccato a Collesalvetti, dove è nato e
cresciuto anche politicamente. I 409 voti che ha ottenuto sono il 98 per cento del totale. Collesalvetti, fra
l'altro, coi suoi 415 voti, ha fatto segnare un calo di partecipazione minore rispetto a Livorno: -71,9 per
cento rapportato ai 1.479 voti della sfida Bersani-Franceschini-Marino.

Lo strano caso di San Vincenzo. Quale sarà stata la roccaforte di Matteo Tortolini, fresco vincitore delle
primarie del Pd? La sua Piombino? Errore: è San Vincenzo il centro che gli ha regalato la vittoria. Prima di
tutto perché lì ha preso 1.043 voti sui 1.072 espressi, il 97 per cento, mentre a Piombino ha avuto il 94
(1.547 su 1.632). E poi perché San Vincenzo ha rappresentato, in queste primarie per le regionali un caso
unico, in tutta la provincia. E' il solo Comune che ha fatto registrare, anziché un forte decremento, una bella
impennata di votanti.

Basta dare un'occhiata, neanche così approfondita, alla partecipazione al voto per il Pd, Comune per
Comune. E paragonarla con quella che c'è stata il 25 ottobre, in occasione della scelta per il segretario
nazionale. Il dato provinciale parla di un calo della partecipazione, nella provincia di Livorno, pari al 74 per
cento. E' un andamento non perfettamente uniforme, ma comunque piuttosto omogeneo. Il calo minimo è
quello fatto registrare dall'isola di Capraia, dove il -54% significa che i voti validi da 37 sono scesi a 17. Poi i
Comuni che hanno “tenuto” meglio rispetto al 25 ottobre sono quello di Sassetta (-57,7 per cento, da 124 a
42 voti) e Piombino, dove il calo è stato del 59% e i 3.983 voti validi sono diventati 1.632.

Per il resto, ecco che all'Elba ci sono diminuzioni di voti che sfiorano il 90 per cento (-88,5 a Campo, -85,2 a
Capoliveri, -85,3 a Marciana, -87,9 a Portoferraio, -82 a Porto Azzurro). E in continente ecco che il
fenomeno si ripresenta a Cecina (-86 per cento, con 245 voti espressi rispetto ai 1.762 di un mese e mezzo
fa) e a Castagneto Carducci (-85,6%). San Vincenzo, invece, a fronte degli 887 militanti del Pd che hanno
partecipato alle primarie vinte da Bersani, stavolta ha portato a votare 1.072 persone che hanno scelto la
lista del Pd. E di queste, 1.043 hanno decretati il successo di Matteo Tortolini. Se a Livorno, Cecina e
Rosignano il popolo delle primarie è stato sonnacchioso, a San Vincenzo si è rivelato più vispo che mai.

Sinistra e libertà. Mario Lupi, consigliere regionale uscente (eletto nel 2005 nelle liste dei Verdi) ha faticato
non poco per spuntarla nelle primarie di Sinistra, ecologia e libertà. Lupi ha preso 308 voti contro i 249 di
Maria Grazia Mazzei, elbana e direttrice amministrativa della scuola di Marciana, e contro i 123 di Carla
Bezzini, infermiera all'ospedale di Piombino. Una vittoria allo sprint, per l'esponente ecologista. In totale, i
voti raccolti da Sinistra, ecologia e libertà in queste primarie, che segnavano il debutto di questa formazione
politica che farà parte dell'alleanza a sostegno di Enrico Rossi alla presidenza della Regione, sono stati 818.
I 42 giorni che sconvolsero il Cantiere

Luciano De Majo
Il Tirreno, 13 dicembre 2009

Quando rientrarono in fabbrica, dopo 42 giorni di sciopero, lo fecero cantando a squarciagola Bandiera
rossa. Non perché la bandiera rossa avesse davvero trionfato, come recita il vecchio inno comunista, ma
perché la prova di forza cui avevano dato vita i lavoratori del Cantiere Orlando (all'epoca si chiamava
Ansaldo) aveva mostrato una capacità di tenuta incredibile: dei 1175 che avevano scioperato il primo
giorno, il 17 marzo del 1956, 1135 avevano resistito nell'astenersi dal lavoro fino al 27 aprile, ultimo giorno
di lotta.

Il diario. Esiste un diario, dello sciopero più lungo che la storia della città ricordi. Un diario diventato un
libro, "I 42 giorni del Cantiere", scritto da Mario Pagliai, che di quegli avvenimenti fu diretto protagonista.
Assunto dal Cantiere nel 1937 come fuochista del reparto montaggio, vi lavorò fino al 1974. E nel 1981
realizzò il sogno di veder pubblicato il libro che raccontava la lotta di 25 anni prima. Oggi di questo libro,
andato ormai esaurito, è stata effettuata una ristampa a cura della Erasmo edizioni, che comprende oltre
alla prefazione originale di Nelusco Giachini, una presentazione curata dal presidente dell'Anpi Vittorio
Cioni e una riflessione "fuorisacco" sul ruolo del Cantiere in città di Mauro Nocchi, storico dirigente del Pci e
dell'Arci.

Lo sciopero. L'anno degli avvenimenti è il 1956. Un anno indimenticabile, per la storia del mondo:
l'invasione sovietica in Ungheria, il ventesimo congresso del Pcus con la denuncia delle purghe staliniane da
parte di Kruscev, ma anche, in Italia, una sostanziale limitazione delle libertà democratiche sancite dalla
Costituzione. A scatenare lo sciopero nella primavera del 1956 è una serie di provvedimenti disciplinari
presi dalla direzione del Cantiere Ansaldo, che sospende l'intera Commissione interna (compresi coloro che
quel giorno non erano al lavoro) e licenzia un operaio, Paolo Sarti, figlio di Urano Sarti detto Pappa, poeta
operaio e direttore del Martello, giornale di fabbrica del Cantiere. Qualche giorno dopo, i licenziati
diventeranno due: oltre a Sarti, anche Augusto Baldacci. Colpevoli entrambi, secondo i vertici dello
stabilimento, di aver protestato durante un'agitazione indetta per l'eccidio di Barletta: il 14 marzo la polizia
aveva sparato su un corteo di lavoratori e disoccupati, uccidendo due braccianti e ferendone sette.

La fortezza rossa. In quegli anni, il Cantiere navale ha oltre 1500 dipendenti ed è la fabbrica simbolo della
città. Lo scalo Morosini è stato appena ricostruito dopo le distruzioni della guerra grazie anche a una
sottoscrizione popolare, la produzione di grandi navi è ricominciata. Alle elezioni per la Commissione
interna del 1955, la Cgil ottiene l'84 per cento fra gli operai. E fra gli impiegati Cisl e Uil devono costituire
una lista unica per ottenere il 54 per cento in due.

42 giorni. Nel libro appena ristampato (operazione di valore storico e culturale indiscutibile, non avrebbe
guastato una migliore cura nella correzione degli errori di battitura) c'è la cronaca puntuale di ciò che
avvenne in quei tumultuosi 42 giorni. C'è il racconto delle cariche della polizia che disperdono i cortei
spontanei dei lavoratori e dei loro familiari, c'è il resoconto minuzioso delle iniziative cui quegli operai
sanno dare vita per creare un circuito di solidarietà incredibile. Ed è questo l'aspetto davvero straordinario
che emerge dalla lettura del diario di Mario Pagliai. Perché se il giudizio politico su quello sciopero,
proclamato a tamburo battente con l'obiettivo di far ritirare i due licenziamenti, e sui suoi risultati, non è
mai stato così tenero neppure da parte dei rappresentanti delle forze della sinistra (Sarti e Baldacci furono,
sì, assunti, ma da un'impresa privata e non dal Cantiere, e solo grazie all'intervento di monsignor Andrea
Pangrazio, all'epoca vescovo coadiutore), non vi sono dubbi sulla capacità mostrata da quei lavoratori e dai
loro gruppi dirigenti di coinvolgere in quella lotta tutta la città e gran parte dei lavoratori della Toscana.
Lascia o raddoppia? Ogni giorno si registrano assemblee di quartiere e riunioni di "caseggiato" alle quali
partecipano delegati dalla Commissione interna del Cantiere. Il giovedì sera, poi, le assemblee per
sensibilizzare la popolazione diventano ancora più numerose: gli operai vanno a presiederle nei bar, nei
circoli, negli spazi comuni dove la gente si riunisce per assistere allo spettacolo televisivo "Lascia o
raddoppia?" condotto da Mike Bongiorno. Durante l'arco dello sciopero, una sottoscrizione popolare frutta
una raccolta di circa 8 milioni di lire, che vengono distribuiti alle famiglie degli scioperanti insieme a 180
quintali di derrate alimentari anch'esse donate dai livornesi e non solo. Tantissime sono, infatti, anche le
iniziative che vengono svolte fuori città. I lavoratori del Cantiere vanno a parlare della loro lotta a Siena,
Poggibonsi, Arezzo, Cortona, Montevarchi, Grosseto, Ribolla, Pisa, Pontedera e in tantissimi altri centri
toscani. Si spingono fino nel napoletano, al Cantiere navale di Castellammare di Stabia e all'Ilva di Bagnoli.

Da Togliatti. Una delegazione di operai motociclisti l'11 aprile 1956 arriva a Roma dopo una serie di soste
per ricevere solidarietà e carburante lungo il tragitto. Il giorno seguente l'incontro con il sottosegretario al
lavoro Delle Fave e quello con il segretario del Pci Palmiro Togliatti, il quale dice ai lavoratori che potranno
vincere la loro battaglia solo rimanendo uniti, avendo piena consapevolezza della loro lotta e col sostegno
dell'opinione pubblica. Vittoria piena, per la verità, come detto, non c'è stata. Ma la nuova edizione del libro
sullo sciopero, la presenza in quelle pagine di decine di nomi di operai, impiegati e sindacalisti che
condussero quello scontro così aspro per quasi due mesi, sostenendo un braccio di ferro oggi impensabile,
è un fatto di assoluto rilievo per la salvaguardia della memoria degli avvenimenti che hanno caratterizzato
la città dal dopoguerra a oggi.
Il Pd alla sfida delle primarie

Luciano De Majo
Il Tirreno, 24 ottobre 2009

Pierluigi, l'uomo di governo dell'Emilia riformista oppure Dario, il segretario ferrarese cresciuto in
parrocchia, o ancora Ignazio, il chirurgo eroe della laicità approdato sui banchi del Senato? Per chi batterà il
cuore dei democratici livornesi?

Domani è il grande giorno, per il Pd. In tutta Italia. Da Aosta a Trapani si aprono i seggi per le elezioni
primarie. E la sfida per la segreteria nazionale fra Bersani, Franceschini e Marino ne contiene tantissime
altre, una per ogni regione. Qui, in Toscana, i contendenti per la leadership regionale del partito sono
Andrea Manciulli, segretario in carica bersaniano, Agostino Fragai, assessore regionale che sostiene
Franceschini, e Simone Siliani, un passato da assessore regionale e al Comune di Firenze, che si è schierato
con Marino.

Nell'ottobre del 2007, quando ci furono le primarie che incoronarono Walter Veltroni, in città votarono
poco più di 14mila persone. E l'obiettivo del Pd non può che essere quello di ripetere l'exploit. Situazione
diversa: allora c'era più entusiasmo, il centrosinistra era al governo nonostante tutti i "se" e tutti i "ma"
possibili, ma le primarie di domani sono sicuramente più vere. La lotta fra Bersani e Franceschini, i due
candidati più forti, è assai più equilibrata di quella fra Veltroni e Letta, che vedeva l'ex sindaco di Roma
nettamente favorito.

In città il Partito democratico apre 31 seggi, distribuiti in tutte e cinque le circoscrizioni. Altre 7 sezioni
saranno attive a Collesalvetti, in tutte le frazioni. Poi, rimanendo nel territorio della federazione livornese, 8
seggi a Rosignano Marittimo, 5 a Cecina, 2 a Bibbona e altrettanti a Castagneto Carducci, 1 sull'isola di
Capraia. L'orario di apertura dei seggi è dalle 7 alle 20. Sono previsti, durante la giornata, rilevamenti sulla
partecipazione al voto, che saranno trasmessi con un complesso sistema di sms al centro di elaborazione
dati nazionale. Poi, dopo le 20, inizierà lo scrutinio delle schede votate, a cominciare da quelle per l'elezione
del segretario nazionale e dell'assemblea nazionale.

Per votare è sufficiente presentarsi al proprio seggio di appartenenza con un documento di identità valido e
con la tessera elettorale. E' previsto un contributo minimo di 2 euro: gli organizzatori delle primarie
gradiscono, ovviamente, offerte superiori. Hanno diritto di voto non solo i maggiorenni, ma anche i giovani
che abbiano compiuto almeno 16 anni. Loro al seggio dovranno portare un documento di identità. Non ci
saranno, a differenza delle primarie del 2007, seggi speciali destinati agli stranieri. Coloro che hanno diritto
di voto - ovvero permesso di soggiorno oppure richiesta per il rinnovo del permesso - possono andare,
anch'essi, al seggio di appartenenza, secondo la loro residenza.

Il Pd si è attrezzato anche per evitare possibili "infiltrazioni" di avversari politici alle primarie. Il registro degli
elettori, ovvero la raccolta delle dichiarazioni di coloro che prima di votare firmeranno l'impegno a
sostenere il Pd nelle future campagne elettorali, sarà pubblico e consultabile. Un avvertimento chiaro e
preciso a chi, da schieramenti avversari al Pd, volesse divertirsi cercando di influenzare l'andamento del
voto delle primarie.
Quanti big alla finestra

Luciano De Majo
Il Tirreno, 17 ottobre 2009

Si alzano i veli sulle liste per le primarie del Partito democratico, in programma domenica 25 ottobre. E
sono tanti i nomi dei personaggi di spicco che rimangono fuori dalla contesa. A differenza di quanto
accadde per le primarie del 2007, quelle che incoronarono Walter Veltroni, non sono in lizza né il segretario
della federazione livornese Marco Ruggeri, né il senatore Marco Filippi, che pure hanno fatto vita attiva di
mozione sotto le insegne di Bersani (Filippi è stato addirittura il coordinatore della mozione). Fra le assenze,
dalle candidature, spiccano anche quelle del presidente della Provincia Giorgio Kutufà (anche lui bersaniano
convinto) e del sindaco Alessandro Cosimi, che si è tenuto costantemente ai margini del dibattito
congressuale, firmando il documento dei non allineati e poi votando nel congresso del suo circolo ma senza
dire apertamente per chi.

Succede, dunque, che a guidare le liste di Bersani c'è, per l'assemblea nazionale, l'assessore regionale
Gianfranco Simoncini. E le due liste per l'assemblea regionale vedono al vertice il segretario della
federazione di Piombino Matteo Tortolini e il coordinatore della segreteria di Livorno, Alessio Ciampini.
Quasi tutti i sindaci della provincia sono schierati con Bersani: nella lista per l'assemblea regionale c'è il
primo cittadino di Piombino Gianni Anselmi. Per l'assemblea regionale corrono invece Stefano Benedetti
(Cecina), Alessandro Franchi (Rosignano), Michele Biagi (San Vincenzo), Fabio Tinti (Castagneto Carducci),

Anche con Franceschini c'è un sindaco: è Roberto Peria, di Portoferraio, che guida una delle due liste per
l'assemblea regionale, davanti a Sarah Barbieri, esponente del volontariato cattolico.

La mozione Marino si affida alla sua coordinatrice Donatella Becattini per l'assemblea regionale, mentre per
quella nazionale il capolista sarà Alessandro Baldi.
Rifondazione sull'orlo della scissione

Luciano De Majo
Il Tirreno, 23 ottobre 2008

E' un cammino lungo, quello del possibile allargamento delle maggioranze dei nostri enti locali verso
sinistra, ma più passa il tempo e più sembra avvicinarsi il momento di una rottura traumatica dentro
Rifondazione comunista. Dopo il congresso che ha incoronato segretario Paolo Ferrero, l'area che fa
riferimento al principale sconfitto, il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola, è ormai pronta alla resa
dei conti, a livello nazionale ma anche in periferia.

Ciò che si profila è, insomma, il decollo della «Costituente della sinistra» lanciata dalla Sinistra democratica.
Potrebbero approdarvi i «vendoliani» in uscita da Rifondazione e la minoranza del Pdci che seguirebbe
l'area guidata da Katia Bellillo: a Livorno, forse, questo potrebbe essere il destino dei fuoriusciti dai
comunisti italiani al momento del commissariamento del partito deciso dai vertici regionali.

Di annunci ufficiali, ovviamente, non si parla. Ma il dibattito organizzato ieri dall'associazione «Ziggurat»,
costituita proprio dagli ex Pdci con l'obiettivo di tener vivo il dibattito a sinistra, ha visto la partecipazione di
Marco Guercio, leader locale dell'area «Rifondazione per la sinistra». Alcuni dei passaggi dei suoi interventi
hanno, in effetti, confermato l'impegno a «fare di tutto perché Rifondazione possa riprendere una
elaborazione innovativa, come quella che abbiamo condiviso tutti». E se ciò non accadesse? Guercio non ha
fatto mistero che, a quel punto, «si porrebbe la necessità di fare scelte importanti», verificando «l'esistenza
di spazi politici» all'interno dello stesso partito. Più che un messaggio cifrato, insomma, è la certificazione
dell'apertura di una fase che potrebbe portare Rifondazione comunista alla spaccatura finale: da una parte
quelli pronti ad abbracciare il progetto di «costituente comunista» voluto anche da Oliviero Diliberto,
dall'altra quelli che intendono lavorare per quello che definiscono «un orizzonte più ampio».

D'altra parte, al di là dell'occasione pubblica di ieri, sono giorni che gli osservatori della politica, in questa
fase di avvicinamento alla campagna elettorale più attenti che in altri momenti, raccontano di incontri che
hanno visto la partecipazione di molti soggetti che si muovono nell'area che sta alla sinistra del Partito
democratico. E la novità che questa situazione è in procinto di portare sarebbe un allargamento
dell'alleanza verso sinistra. «Noi tenteremo di tenere vivo il dialogo con tutti - ha detto anche ieri Andrea
Ghilarducci, coordinatore della Sinistra democratica - per creare una sinistra che abbia un profilo chiaro e
una cultura di governo».

La prossima tappa potrebbe essere la presentazione di un candidato di quest'area alle primarie di


coalizione: a quel punto, la presenza di un altro pezzetto di sinistra nell'alleanza che attualmente governa
Comune e Provincia sarebbe praticamente sicura.
Bernini, un partigiano internazionale

Luciano De Majo
Il Tirreno, 18 luglio 2008

La «Livornina d'oro» gliela consegnerà domani il sindaco Alessandro Cosimi alla soglia dei novant'anni.
Bruno Bernini, classe 1919, partigiano che partecipò alla Liberazione di Livorno, poi dirigente politico,
segretario della federazione del Pci e parlamentare, non è certo un livornese qualsiasi. E qualsiasi non sarà
neppure l'occasione del conferimento dell'onorificenza, perché la ricorrenza che si festeggia domani è
proprio quella della Liberazione della città.

Livorno libera. «Quel giorno del 1944 i livornesi lo stavano aspettando - ricorda oggi Bernini - e quando
entrammo in città ci furono scene di giubilo e di allegria. Parlerò anche del giorno della Liberazione in
Comune, quando riceverò la Livornina d'oro. Ma se vi aspettate che vi anticipi il mio discorso, vi sbagliate:
venite in Comune e lo ascolterete».

La politica oggi. Bernini sorride, nel salottino della sua casa di Coteto, a ridosso della ferrovia. La notizia del
conferimento della Livornina d'oro, naturalmente, l'ha reso felice. «Certo, mi ha fatto piacere che il sindaco
abbia deciso di darmi la Livornina», dice. Se gli si chiede della situazione politica di oggi, la sua idea è che
«stiamo attraversando una fase di transizione molto lunga, forse anche troppo». E' fiducioso che il Partito
democratico, del quale fa parte, possa radicarsi e diventare una comunità forte. «Ma per farlo - puntualizza
- deve essere presente, di più e meglio rispetto a quanto non sia oggi. Anche nella nostra città, che per
questo partito rappresenta qualcosa di importante a livello nazionale: abbiamo preso o no più del 50 per
cento alle ultime elezioni?». Legge i giornali e ascolta le notizie politiche con qualche difficoltà, dovuta
anche ad alcuni acciacchi. Ma l'intuito, e soprattutto la passione per le vicende dei partiti, non lo hanno
abbandonato di certo. «Si ha l'impressione che ci sia un po' di confusione di troppo nella politica di oggi, in
Italia più che altrove», commenta.

La storia. Troppo facile definire Bruno Bernini un pezzo di storia. E' molto di più: è un livornese la cui
vicenda personale e politica è tutta da conoscere, da studiare, da raccontare. Basta guardare gli scaffali
della sua libreria per stropicciarsi gli occhi, per rimanere a bocca aperta. «Ecco, quegli elefantini lì me li ha
regalati Ho Chi Min», dice indicando una fila di soprammobili con la naturalezza di chi vanta un'amicizia con
un qualsiasi politico di terz'ordine. «E quelli là - continua indicando un paio di quadri - sono i saluti di Mao
Tse Tung». Già, fu proprio il leader cinese a informarlo che la famiglia di Bernini era salva, nel caos
dell'insurrezione ungherese del 1956, quando Bruno viveva proprio a Budapest, alla guida della Federazione
della gioventù democratica, che riuniva le organizzazioni giovanili dei partiti comunisti di tutto il mondo. Ne
fu presidente, succedendo a Enrico Berlinguer. Ricoprendo quell'incarico, prestigioso e delicatissimo, ebbe
modo di conoscere tutte le personalità del blocco sovietico, a cominciare da colui che poi avrebbe guidato
l'Urss denunciando i crimini dell'era staliniana, ovvero Nikita Kruscev, e dal cancelliere della Germania Est
Eric Honecker. Ma intrecciò rapporti con esponenti dei paesi non allineati, da Nasser a Tito ed ebbe modo
di avere contatti con rappresentanti, allora giovani, della socialdemocrazia come Willy Brandt e Olof Palme,
e anche con leader di altri paesi, come Indira Gandhi.

Il riformista. Nel Pci, dove ha militato fino allo scioglimento per poi abbracciare il Pds, Bruno Bernini ha
sempre fatto parte dell'area riformista, quella guidata da Giorgio Napolitano, oggi presidente della
Repubblica. E' un altro dei grandi esponenti politici con i quali ha costruito una grande collaborazione. «Con
Napolitano ho avuto ottimi rapporti - conferma Bernini - e ritengo che sia il miglior Capo dello Stato che
questo paese potesse avere. Come Ciampi, del resto: sono due grandi presidenti. Questa è una fase politica
difficile, ma Napolitano ha le caratteristiche per gestirla al meglio: idee chiare e grande equilibrio».
Il Pd non è ancora nato ma cerca già casa

Luciano De Majo
Il Tirreno, 24 gennaio 2008

Quale sarà la casa livornese del Partito democratico? Non quella dei Ds di via Fagiuoli: la sede sarà venduta
per tamponare la situazione debitoria (che si aggira, migliaio più migliaio meno, attorno al milione di euro)
ed evitare che la fondazione cui è destinato il patrimonio immobiliare della Quercia parta con le spalle
appesantite da un notevole fardello finanziario. I vertici del Pd, dunque, sono già a caccia di una nuova sede
da prendere in affitto che abbia una superficie sufficiente ma non eccessiva.

Cambiano i tempi: passata l'epoca dei funzionari a tempo pieno e anche quella delle decine di migliaia di
tessere, servono strutture corrispondenti alla mole dei partiti. Snelle, poco pesanti, capaci di coniugare
l'esigenza di una presenza politica a quella di spese ridotte all'osso.

I Ds, nel frattempo, sono ormai pronti a parcheggiare il proprio patrimonio nel portafoglio di una
fondazione. A questa impresa stanno lavorando il responsabile dell'organizzazione Pierluigi Bosco e il
tesoriere Alfredo Barsaglini. E' recente la riunione della direzione diessina che ha approvato all'unanimità la
bozza di statuto della fondazione, che un notaio sta revisionando. Il nome è da decidere. Ma nel gruppo
dirigente dei Ds c'è chi pensa a intitolarla a un personaggio storico della sinistra livornese. Il più gettonato
sembra essere Ilio Barontini, ma anche Nicola Badaloni e Nelusco Giachini sarebbero scelte assai
apprezzate dai militanti.

Anche perché alla fondazione, oltre al patrimonio immobiliare andrà la parte di archivio storico del Pci-Pds-
Ds che non fa parte della porzione già custodita dall'Istituto Gramsci, la biblioteca della federazione e altri
oggetti, fra cui la bandiera del Pci livornese del 1921, fra i pochissimi cimeli dell'epoca sopravvissuti, a livello
nazionale. Il consiglio d'indirizzo della fondazione avrà otto componenti nominati a vita. Toccherà a loro
nominare il consiglio d'amministrazione, che sarà chiamato a gestire un soggetto nuovo per la scena politica
livornese, il cui obiettivo non è solo quello di conservare il patrimonio, ma anche di garantire l'accesso ai
documenti a fini culturali e scientifici.
«La sinistra siamo noi, ora uniamoci»

Luciano De Majo
Il Tirreno, 13 dicembre 2007

«Con l'assemblea di Roma si è modellata la creta, ora bisogna metterci il respiro dentro». Sarà anche come
dice lui, Alessandro Trotta, e cioè che la citazione biblica non gli appartiene. Eppure è questo il più efficace
dei passaggi con cui il segretario di Rifondazione comunista valuta l'avvio del soggetto unitario che si
muoverà a sinistra del Pd: La sinistra, l'Arcobaleno. Non è da solo, Trotta. Insieme a lui, ci sono i numeri uno
di Pdci (Letizia Costa), Verdi (Angiolo Naldi) e Sd (Vittorio Vittori).

Tutti pronti a sostenere questo percorso che parte per arrivare a un approdo ancora non meglio definito.
Nessuno, per ora, parla di partito unico. Lo stesso Trotta ci tiene a ribadire che l'ipotesi federativa è quella
più adeguata, per una forza che muove i primi passi in mezzo a mille difficoltà. «La differenza col Pd - dice -
sta tutta qui: niente di predeterminato, non una sommatoria di partiti, ma un processo di apertura e di
ascolto reale. Poi assemblee cittadine, in tutta Italia, nelle quali capire a che punto siamo».

«Certo che i problemi ci sono - dice Letizia Costa, segretaria del Pdci - e neanche ce li nascondiamo. Ma non
possono diventare un alibi: il fatto vero, e nuovo, è che la sinistra era abituata frantumarsi, mentre ora si
ricompone. E lo fa partendo da una serie di argomenti concreti e importanti sui quali c'è una visione
comune: il lavoro, la pace, l'ambiente, i diritti». Angiolo Naldi, rappresentante dei Verdi, dice che «con
questi compagni di viaggio si sta bene: c'è disponibilità al dialogo e al confronto». «Ma per favore - precisa -
non chiamateci "cosa rossa", perché sarebbe limitativo delle tante sensibilità che ci sono. La sostenibilità
dello sviluppo è uno dei cardini di questo soggetto che nasce». Secondo Vittorio Vittori (Sd) «questo
percorso è reso possibile da due elementi: il primo è che, per la prima volta dopo 60 anni, tutta la sinistra è
al governo; il secondo è che le identità del '900 sono profondamente mutate, si sono intrecciate fra loro».

Ma a Livorno come la mettiamo con Rifondazione che è all'opposizione quasi in tutti gli enti locali e i Verdi
ne condividono spesso i destini? «Certo, lo sappiamo che quella livornese è un'anomalia», ammette Vittori.
«Specificità», lo corregge Trotta. Ma anche questo è un problema ritenuto secondario. «Perché - e su
questo tutti e quattro i soggetti federati nell'Arcobaleno sono d'accordo - la forza che nasce deve trovare
sostanza e legittimazione prima di tutto nella società». «Fosse il problema di un posto in più in questo o
quel consiglio comunale - conclude Vittori - un impegno del genere avrebbe poco senso».
Addio Alì, sindaco galantuomo

Luciano De Majo
Il Tirreno, 25 novembre 2007

Se n'è andato in punta di piedi, come ha sempre vissuto. Schivo, lontano dai riflettori e dalla ribalta.
Impresa difficile per un sindaco, ma Alì Nannipieri, che è stato al timone della città dal 1975 al 1985, ha
sempre fatto della riservatezza un valore assoluto. Nannipieri si è spento ieri sera, in una stanza
dell'ospedale di Livorno, dove era ricoverato ormai da diversi giorni. Ha dovuto conquistarsi anche la morte,
degno finale della parabola di una vita nient'affatto scontata ma comunque intensa, caratterizzata dalla
costante necessità di battersi per qualcosa.

Alì Nannipieri era nato a San Giuliano, nel giorno di San Lorenzo del 1925, il 10 agosto. A 19 anni si iscrisse
al Pci, del quale divenne funzionario. L'ingresso nelle istituzioni è datato 1956, in Provincia, da assessore.
Della Provincia fu vicepresidente nel 1970 e poi, due anni dopo, presidente. Nel 1975 raccolse il testimone
di Bino Raugi, divenendo sindaco di Livorno, incarico mantenuto per due mandati. Erano gli anni nei quali il
Partito comunista otteneva grandi consensi: proprio nel 1975 il massimo storico alle amministrative, la
maggioranza assoluta dei voti e dei consiglieri comunali, ripetuta anche nel 1980 e nel 1985.

In quei dieci anni Nannipieri dedicò tutto se stesso all'amministrazione della città, lasciando un'impronta
indelebile. I suoi collaboratori dell'epoca lo ricordano come un uomo capace di dare lezioni a chiunque, in
termini amministrativi, a cominciare dai capi della tecnostruttura. Non è azzardato affermare che la
battaglia per la quale è passato davvero alla storia fu quella per la sopravvivenza del nostro giornale.
Trent'anni fa, nel febbraio del 1977, quando l'editore del Telegrafo Attilio Monti ne decretò la chiusura, fu
lui, il sindaco Alì Nannipieri, a requisire il giornale, che poi avrebbe mutato il suo nome chiamandosi
nuovamente Tirreno, consegnandolo a giornalisti e poligrafici che avevano formato una cooperativa. Un
atto dirompente, non solo perché metteva in discussione la proprietà privata dei mezzi di produzione, ma
anche per il fatto di considerare l'informazione un bene pubblico, e per questo assolutamente prezioso, e
non una merce qualsiasi.

Era lui, Nannipieri, il sindaco che organizzò le celebrazioni per il centenario dell'Accademia Navale. Era il
1981 e, in quella occasione, consegnò a Sandro Pertini, Presidente della Repubblica, la Livornina d'oro.
Meno di un anno dopo, era il marzo del 1982, accolse papa Wojtyla insieme a una città da sempre rossa e
mangiapreti tutta riunita nell'abbraccio di una piazza della Repubblica gremita.

Poi, nel 1985, venne il momento dell'addio al Comune. Nannipieri fu eletto in Consiglio regionale. A Firenze
venne nominato assessore agli affari generali e al personale nella giunta guidata da Gianfranco Bartolini.
Uscì dalla giunta nel 1988, rimanendo in consiglio fino al 1990. Rinunciò alla seconda legislatura,
allontanandosi da una politica che forse non apprezzava più.
A una fondazione il patrimonio dei Ds

Luciano De Majo
Il Tirreno, 29 luglio 2007

Il nome dovrà essere ancora deciso, ma solo quello. Per il resto, la linea è già tracciata: prima dello
scioglimento del partito e del tuffo nelle nuove acque del Partito democratico, il patrimonio dei Ds finirà in
una fondazione che sarà costituita in tempi brevi, non più di un paio di mesi. Non è un particolare di poco
conto, perché la Quercia può contare sulle sue numerose sedi e su tutto ciò che possiede d'altro, a
cominciare dagli archivi e dalle biblioteche.

L'operazione dovrebbe essere definita, nei particolari, entro le primarie di metà ottobre che porteranno
all'elezione del segretario del nuovo partito. Ma il tempo stringe assai meno di quanto sembra, visto che
comunque i livelli locali dei singoli partiti (Ds e Margherita) il cui matrimonio produrrà il Partito democratico
sopravviveranno a tutti gli effetti fino alla fine del 2007.

La Margherita. In casa della Margherita, la questione del patrimonio è sentita in maniera molto meno
assillante. Nel nostro territorio provinciale, infatti, la Margherita non ha un patrimonio vero e proprio.
Tanto la sede della direzione di via del Giglio quanto i vari circoli distribuiti nei principali centri della
provincia sono in affitto.

I Ds. Il discorso cambia, eccome se cambia, per i Ds. Che fra l'altro, com'è noto, ha due federazioni sul
territorio provinciale. Quella livornese possiede i beni del partito da Collesalvetti fino a Castagneto
Carducci, passando per la città capoluogo, Rosignano, Cecina e Bibbona (e anche l'isola di Capraia).
Attualmente, il maggior partito della città sta effettuando un censimento del proprio patrimonio, con
l'obiettivo di presentarsi all'appuntamento con la costituzione della fondazione al riparo da ogni possibile
sorpresa. Il segretario Marco Ruggeri sta seguendo la questione in prima persona, con la collaborazione del
tesoriere della federazione Alfredo Barsaglini.

La fondazione. La nascitura fondazione avrà nel proprio portafoglio un patrimonio il cui valore si aggira sui
9 milioni di euro. A gestirlo saranno gli organi della fondazione stessa, un consiglio d'amministrazione i cui
componenti, di fatto, agiranno da garanti di una serie di immobili che, con il passare degli anni, sono
diminuiti di gran lunga, ma che rimangono comunque piuttosto consistenti. Prima il passaggio da Pci a Pds e
la gestione della scissione della frangia che ha aderito a Rifondazione comunista, poi la cessione di diverse
sedi per porre rimedio a una situazione finanziaria non così florida hanno costruito la situazione attuale. Ma
anche gli archivi storici (che raccolgono tutta la storia del Pci livornese dal dopoguerra a oggi), le tante
biblioteche di sezione fino alla bandiera della fondazione saranno parte del patrimonio della fondazione.
Una parte meno importante per le banche, ma che per i militanti ha indubbiamente un grandissimo valore
affettivo.
Frida Misul nel cuore dei livornesi

Luciano De Majo
Il Tirreno, 8 febbraio 2007

Lui, Roberto Rugiadi, basta guardarlo in volto per capire che è il figlio di Frida Misul, l'ebrea livornese
deportata ad Auschwitz e tornata miracolosamente viva da quell'inferno. «A mia madre - dice - hanno
intitolato un giardino con 135 alberi, in Israele. Io però non ci sono mai andato. Voglio vederlo, certo. Lo
farò quando all'ombra di quegli alberi potranno stare, in pace, un israeliano ebreo e un palestinese
musulmano, perché questo è ciò che mi ha insegnato mia madre Frida: la pace prima di tutto».

La mostra itinerante «Ricordando Frida Misul», voluta dai Ds e da un'altra pluralità di soggetti (Comunità
ebraica, Arci, Comunità straniere) a quindici anni dalla morte di questa straordinaria donna, ha fatto il giro
della città toccando cantine del Palio Marinaro, sedi politiche, associazioni e fabbriche. Ha colto nel segno:
«Sì, siamo soddisfatti, davvero soddisfatti - dice il segretario della Quercia Marco Ruggeri - soprattutto per
l'interesse con cui questa iniziativa è stata accolta». Ha suscitato emozioni autentiche e profonde, questo
mix di pannelli e oggetti, perché non è facile rimanere insensibili a quel libricino nero che si chiama «Diario
di Frida Misul» e che è esposto lì, in quella bacheca proprio accanto al fazzoletto a strisce bianche e azzurre,
sul quale qualche volenteroso carnefice di Hitler aveva attaccato la stella a sei punte che
contraddistingueva gli ebrei in attesa della «soluzione finale».

Della shoah hanno parlato gli immigrati, ma anche gli operai e gli ex operai del Cantiere, che hanno
ricordato proprio l'altra sera gli anni del fascismo. Bruno e Luciano Lelli sono stati protagonisti di una serata
indimenticabile. Uno ha ricordato Angiolino Nassi, operaio degli anni '30: «Lo presero e lo portarono in
questura perché gli trovarono l'Unità in tasca. Qualche ora più tardi dissero a suo fratello di andare a
prendere il corpo, perché si era impiccato, ma era evidente che l'avevano fatto fuori». L'altro, invece, ha
raccontato di quando una squadra della milizia lo trovò senza documenti: «Ma come, sergente, non mi
riconosce? Ma se lavoriamo insieme? Niente, non ne volle sapere: mi disse che non conosceva nessuno. A
quel punto, eravamo arrivati: a non conoscersi più».

Il fascismo, le leggi razziali, la guerra. Un filo rosso che anche il sindaco Alessandro Cosimi cerca di
riannodare: «Non facciamoci ingannare, non crediamo a chi ci dice che il nazismo era il vero mostro e che il
fascismo, in fondo, era un fenomeno quasi pittoresco. Perché erano i fascisti italiani che indicavano, casa
per casa, dove si nascondevano gli ebrei». In fondo, è anche la storia di Frida Misul, arrestata per la
delazione della sua maestra di canto fervente sostenitrice del Partito fascista repubblicano da poco
fondato. Dietro a ogni arresto, a ogni deportazione, quasi sempre c'era l'ombra di una spia al servizio dei
nazifascisti.

«Mia madre - è ancora Roberto Rugiadi a ricordare - aveva tutto di sbagliato: era ebrea, antifascista e
comunista. Quando, da Livorno, arrivò al campo di smistamento di Fossoli, avevano deciso di fucilarla, ma
l'intervento di un prete la salvò. Fu allora che decisero di mandarla ad Auschwitz, convinti che da quel
campo non sarebbe mai tornata indietro. Invece si salvò cantando con la sua voce da soprano e facendo i
lavori peggiori». «Mio padre invece era cattolico - continua il racconto di Rugiadi - ma anche lui era
comunista. Faceva la guardia giurata proprio qui, in Cantiere. Ma nel 1960 fu licenziato perché, anche lui,
iscritto al Pci. E' questa contaminazione fra culture, appartenenze e religioni diverse che mi ha fatto
crescere, e che ha sempre caratterizzato Livorno. Ed è questo il messaggio che mia madre mi ha insegnato a
diffondere».
La chiamano Unione, ma è divisa su tutto

Luciano De Majo
Il Tirreno, 2 novembre 2006

Ma quest'Unione in salsa livornese s'ha da fare o no? Da Firenze piovono accuse piuttosto chiare: se gli
accordi fra centrosinistra e Rifondazione decollano con difficoltà, Livorno ha la sua buona parte di
responsabilità. Dei comuni con più di 15 mila abitanti del territorio livornese, solo Collesalvetti vede
Rifondazione partecipare attivamente al governo: il sindaco Nista ha scelto come sua vice Paola Turio,
portabandiera del partito guidato da Franco Giordano. Per il resto, Rifondazione è all'opposizione ovunque.

A cominciare dalla città capoluogo, dove ogni piccolo abbozzo di dialogo costa fatiche enormi. In due anni e
mezzo di mandato, il consiglio comunale di Livorno ha visto il centrosinistra unirsi solo su due questioni di
interesse locale: il commissariamento del porto e, giusto qualche settimana fa, un documento sul recupero
della ex caserma Lamarmora.

Fuori anche i Verdi. C'è da dire che per la costituzione dell'Unione a livello cittadino, ci sarebbe un altro
scoglio da superare: quello dei Verdi, che siedono sui banchi della minoranza di Palazzo Civico dopo essere
stati in giunta per sette-otto anni. E' un centrosinistra assai ristretto, insomma, quello guidato dal sindaco
Alessandro Cosimi, che nelle amministrative del 2004 ottenne il 54 per cento dei voti al primo turno pur
avendo contro i candidati di Rifondazione, dei Verdi e della lista civica d'ispirazione progressista «Città
diversa». In tutto, la cosiddetta «sinistra alternativa» conta in città su quasi il 20 per cento dei voti.

L'urbanistica divide. A rendere così difficile il cammino di questa possibile nuova alleanza per governare
Livorno sono proprio le diversità di valutazione sulle grandi scelte strategiche per il futuro della città.
L'urbanistica, per esempio, è un fattore di divisione costante fra il centrosinistra che governa e le minoranze
di sinistra: Salviano 2 è stato approvato coi voti contrari di Verdi e Rifondazione, i contratti di quartiere per
Shangai hanno sollevato lunghe polemiche, sulla Porta a mare pende addirittura un ricorso al Tar.

Energia e servizi. Per non parlare delle questioni che riguardano acqua, rifiuti ed energia. E' stata netta
l'opposizione di Rifondazione all'ingresso dei genovesi di Amga nel capitale sociale di Asa, considerato come
un cavallo di Troia per privatizzare la gestione di acqua e gas. Quanto all'energia, la protesta che non
accenna a scemare sulla realizzazione dell'impianto di rigassificazione off shore al largo della nostra costa è
un altro cuneo che allontana ancora di più giunta e opposizione.

Approfondimento. Guarda caso, proprio urbanistica, servizi pubblici, energia e mobilità saranno le
questioni al centro degli approfondimenti tematici cui Rifondazione ha dato il via in questi giorni, al termine
della riunione del proprio attivo cittadino. Non è esattamente un segnale di apertura di credito nei
confronti dei (possibili) futuri alleati, quanto la riaffermazione della volontà di discutere nel merito ogni
questione, senza deleghe in bianco per nessuno.
Due curve unite dal Che: sarà un derby a sinistra

Luciano De Majo
Il Tirreno, 19 novembre 2005

Nel calcio di oggi è il massimo che si possa raggiungere, soprattutto quando si parla di ultrà. Gemellaggio
ormai è una parola scomparsa dalle curve. Anche perché è un atto formale quanto si vuole, che genera
magari aspettative e illusioni e più d'una volta, negli anni andati, è finita che fra tifoserie gemellate se le
siano date di santa ragione.

Fra i tifosi del Livorno e quelli dell'Empoli, però, non c'è odio. C'è rispetto. Rispetto, ecco il massimo
raggiungibile. Parola importante, che assume un valore tutto particolare per le popolazioni delle due curve.
Rispetto significa non belligeranza, significa assenza di ostilità, significa impegno morale ad avere un
comportamento ben preciso, quando la tua squadra ne incontra una la cui tifoseria è degna di rispetto.
Domani fra Livorno ed Empoli dovrebbe essere un derby gentile. Connotato, cioè, da due tifoserie che
hanno sotterrato l'ascia di guerra e che non hanno alcuna intenzione di misurarsi usando le maniere spicce.
D'altra parte, ci sono fatti di oggi e di ieri che mettono i sostenitori labronici e quelli empolesi sulla stessa
lunghezza d'onda.

L'omaggio più sentito fu la partecipazione di una delegazione delle Bal, le Brigate autonome livornesi, ai
funerali di Emiliano Del Rosso, giovane tifoso empolese scomparso tragicamente. Lo ricorda Valerio
Barbetti, che fa parte del gruppo dei «Desperados». «Abbiamo apprezzato la loro presenza al funerale di
Emi. Le Bal depositarono sul feretro la loro sciarpa e la maglia amaranto».

Non è colpa dei tifosi dell'Empoli, insomma, se la maglia della loro squadra è azzurra come il colore scelto
da Silvio Berlusconi per fare da sfondo ad ogni iniziativa di Forza Italia. Loro nell'azzurro degli striscioni
hanno incastonato come un gioiello l'effigie di Che Guevara, la stessa che campeggia su molti drappi dei
sostenitori amaranto. La presenza di un orientamento politico comune è un fatto importante, quando si
parla di curve.

Gli stessi «Rangers», il gruppo più rappresentativo degli ultrà di Empoli, lo ribadiscono: «La pensiamo allo
stesso modo, per cui i rapporti sono buoni - racconta Graziano Mori, leader dei Rangers - inoltre sono
diversi anni che non affrontiamo il Livorno in campionato. Anche per questo è un derby meno sentito
rispetto a quello con Siena e Fiorentina».

Ancora più disteso si annuncia il clima fra il tifo organizzato, tradizionalmente meno acceso di quello degli
ultrà. Il presidente del Centro di coordinamento dei club amaranto Curzio Galatolo ha contattato il
presidente dell'Unione club azzurri Athos Bagnoli per suggellare una domenica all'insegna del pesce.

«Sì - ammette Bagnoli - a Livorno mangeremo dell'ottimo cacciucco e durante la partita ci scalderemo con
un buon bicchiere di ponce alla livornese. Quello dei tifosi livornesi è un bel gesto inatteso e molto
apprezzato». La conferma di un clima disteso che apre il cuore.
«Noi giovani nel Nido delle Aquile»

Luciano De Majo
Il Tirreno, 21 gennaio 2005

«Cos'era il Nido delle Aquile? Era l'ultimo piano della federazione Pci, a quell'epoca in Corso Amedeo. Dove
i giovani discutevano di politica, di storia, di cultura. Lui fu un animatore instancabile di quel gruppo». Il
"lui" di cui parla Oriano Niccolai, storico dirigente Pci, è Nicola Badaloni. Il "Nido delle Aquile" anni '50 l'ha
conosciuto da vicino anche se, dice fra il serio e il faceto, «ero il più bimbo di tutti e non è che ne facessi
parte a tutti gli effetti: però mi piaceva annusare, qua e là, il clima che lì si respirava».

«Non importa ricordare i nomi di chi lo frequentava: c'erano diversi compagni, molti dei quali ebbero anche
una carriera giornalistica importante», prosegue Niccolai. Si sa, però, che fra gli abituali ospiti di
quell'ultimo piano c'erano, ad esempio, Nelusco Giachini e Mario Lenzi ed altri militanti e dirigenti di allora.
Badaloni non era ancora sindaco, ma contribuì a creare questo gruppo di persone che, è ancora Niccolai a
riferire, «traduceva dal francese i testi di storia del Movimento operaio».

In quel ritrovo tutto particolare si parlava di politica, ma anche di spettacolo, di letteratura: «C'erano
appassionati di cinema che poi avrebbero fatto parte del Circolo del cinema di Silvano Filippelli, una delle
mie prime tessere».

Del "Nido delle Aquile" ha parlato anche Marco Ruggeri, il trentenne segretario della federazione diessina
di oggi. Lo ha fatto in una lettera, rimasta fin qui inedita, che ha inviato a Badaloni il 21 dicembre scorso,
per i suoi 80 anni. Un modo originale per fare gli auguri ad un personaggio così importante. Originale ma
anche pieno d'affetto, come testimoniano le parole contenute nel breve messaggio: «I più anziani - scriveva
Ruggeri - ci parlano di quel "Nido delle Aquile" nel quale voi giovani vi formavate nella conoscenza e nel
confronto su quanto animava i tempi nuovi portati dall'antifascismo, dalla Resistenza, dall'impegno nella
ricostruzione».

«Vorremo avere anche noi un nostro Nido delle Aquile dove crescere con l'aiuto di chi ci ha preceduti.
Abbiamo bisogno di compagni e di maestri come te - scriveva rivolgendosi a Badaloni - e speriamo che
vorrai esserci d'aiuto».
Quella curva “comunista” al Meazza

Luciano De Majo
L’Unità, 12 settembre 2004

Una falce e un martello disegnati sulla tela bianca di uno striscione, seguiti da poche parole: «Ti dà noia,
eh?». Eccola qui la sintesi della missione a San Siro dei tifosi livornesi al loro ritorno in serie A dopo oltre
mezzo secolo. L’ultima apparizione del Livorno nella massima divisione, ironia della sorte, era stata proprio
al cospetto del Milan, nella primavera del 1949, poche settimane dopo la tragedia di Superga. Solo che a
quell’epoca il proprietario del Milan non era anche il Presidente del Consiglio, figuriamoci se possedeva reti
televisive e gruppi editoriali.

Da Livorno sono partiti almeno in diecimila, forse anche qualcuno in più. L’occasione era davvero troppo
ghiotta. C’erano gli ottanta pullman annunciati alla vigilia, ma c’erano soprattutto centinaia e centinaia di
auto che hanno riempito, minuto dopo minuto, i piazzali di San Siro. Sono scesi dalle vetture e si sono
preparati ai vari “cortei” scortati dalle forze dell’ordine. Come? Coprendosi il capo con la bandana, of
course. Era una promessa fatta in settimana e l’hanno mantenuta in pieno. Un pezzo, anzi migliaia di pezzi
di stoffa, bianchi e amaranto, con l’immancabile scritta: “Silvio, stiamo arrivando”.

Lo stupore aumentava, man mano che il fischio d’avvio di Milan-Livorno si faceva più vicino. «Cavolo, ma
questi non finiscono mai?», ci si chiedeva mentre l’ennesimo drappello di livornesi scortati si avvicinava
all'ingresso del settore ospiti del “Meazza”. Qualcuno che non faceva parte dei tifosi organizzati si attaccava
al cellulare: «Sì, sono qui davanti a San Siro, ma non ci credo ancora». Poi sono arrivate le fatidiche 18,30.
Come nelle previsioni, due ore prima della partita è scattata l’apertura dei cancelli. Non è passato più d’un
quarto d’ora che dal primo anello dello stadio, quello riservato agli sportivi vestiti d’amaranto, è partito il
coro per il quale gli ultrà del Livorno sono diventati famosi: “Berlusconi pezzo di …”. Dalla curva del Milan
sono arrivati i comprensibili fischi, ma solo la prima volta. Ai cori successivi perfino il settore sud occupato
dalla Fossa dei leoni non ha fatto una piega.

Striscioni? Tanti, tantissimi. Ma Silvio non era il solo nel mirino. Ce n’è stato anche per il suo braccio destro
nonché presidente di Lega: “Galliani fatti i capelli”, è stato il consiglio dei livornesi allo “zio Fester” del
pallone di casa nostra. “Un saluto all’ottavo nano”, era un’altra scritta che campeggiava sulla balaustra del
settore nord. Inutile specificare chi fosse il nano, al quale la curva amaranto ha voluto inviare anche una
domanda: “’Un sarai mia pisano?”.

Insieme ai drappi amaranto e a quelli con la faccia del Che, sono spuntate anche alcune bandiere della
pace, una delle quali è stata stesa su uno spicchio di curva ricevendo l’applauso di molti tifosi, livornesi e
non solo. L'applauso più forte quando le due squadre sono entrate in campo. Maldini e Protti, i due
capitani-bandiera, fianco a fianco. Il recordman delle presenze e l’unico giocatore che ha saputo vincere la
classifica dei marcatori in A, B e C. Due monumenti del calcio.

Cristiano Lucarelli è entrato in campo e ha salutato la curva alzando il pugno chiuso. L’emozione, in
compenso, è durata pochissimo perché Clarence Seedorf ha subito fatto conoscere al Livorno quant’è dura
l’avventura al piano di sopra. Pochi minuti dopo il primo gol toscano della stagione, firmato proprio da lui,
da quel Lucarelli che dopo aver battuto Abbiati dal dischetto è tornato sotto i propri tifosi ad esibire
orgoglioso il pugno. Se solo il Cavaliere se ne accorgesse, potrebbe perfino decretare che l’attaccante in
questione non vestirà mai la maglia del Milan. Ma Lucarelli lo sa e non se ne preoccupa: per lui che ha
rinunciato a un miliardo pur di continuare a giocare nella squadra della sua città per la quale faceva il tifo da
piccolo, un gol a San Siro val bene un pugno alzato. Lorsignori si mettano l’animo in pace.
La Quercia candida le donne ma poi ne elegge solo cinque

Luciano De Majo
Il Tirreno, 16 giugno 2004

L'operazione Ds in rosa si ferma alla composizione della lista: su venti candidate, ne entrano appena cinque
in consiglio, una in più di quante la pattuglia appostata sotto la Quercia ne aveva nel mandato appena
chiuso. Non cambia il numero dei seggi: 18, come nel quinquennio precedente. Il gentil sesso è
rappresentato da Silvia Fugi, che si piazza quarta, da Gabriella Aquilini proveniente dalla sezione Shangai,
da Elena Uccelli, avvocato come il padre Alberto, da Susanna Mainardi della sezione Corea e da Francesca
Luschi.

Il segretario dell'Unione comunale Marco Filippi recita fino in fondo il suo ruolo di capolista e guida la fila di
coloro che hanno staccato il pass per Palazzo Civico. Lo segue Vittorio Vittori, capogruppo in pectore,
mentre il podio delle preferenze viene completato da Vezio Benetti, reduce da otto anni da assessore allo
sport. Era in lista al numero 17, ma il suo sprint personale gli ha garantito un piazzamento di rilievo, pur non
all'altezza del '95, quando si permise di superare addirittura il segretario-capolista Marco Susini.

I Ds avevano optato per una testa di lista di dieci candidati. La metà di questo drappello entra in consiglio:
oltre a Filippi, Vittori e Fugi anche il medico dermatologo Massimo Ceccarini e l'ostacolista Fabrizio Mori, sia
pure al diciassettesimo posto. Cinque, dunque, le esclusioni eccellenti: si va dal presidente della Camera
penale Marco Talini, ventunesimo, alla coordinatrice delle donne dell'Ulivo Daniela Bartalucci,
ventitreesima, che precede Laura Cini. Niente da fare anche per Paola Ciardi, figlia di Giotto, medaglia d'oro
della Resistenza, ventiseiesima, e per Maria Gabriella Lapi, imprenditrice di casa Cna, addirittura
trentatreesima.

Torna in consiglio Amerigo Poggiolini, (ex Psdi e Psi, oggi diessino di area laburista), così come Fabio Altini
(sezione Salviano) e Marco Solimano (presidente dell'Arci). Ottima la performance di Matteo Ampola, sesto,
appena sei preferenze in più di Claudio Ritorni, presidente del Basket Livorno. New entry sono anche
Stefano Becagli (sezione Centro), Claudio Cecchi (sezione Borgo-San Jacopo) e Gabriele Cantù, pacifista
storico.

Non ce l'ha fatta l'unico operaio in lista: Mirko Carovano è il primo dei non eletti. Urne amare anche per
Sergio Casarosa, segretario della sezione porto. Per la prima volta dal 1960, nessun rappresentante della
Compagnia portuali siede nel gruppo consiliare del maggior partito della città: l'eredità di Vasco Jacoponi e
di Italo e Roberto Piccini è raccolta da Enzo Raugei, ma nelle file del Pdci.
Con le suore le donne di Rifondazione

Luciano De Majo
Il Tirreno, 2 marzo 2004

Sedute a pochi metri l'una dall'altra, ci sono le militanti di Rifondazione comunista e le suore del quartiere.
Nelle prime file, gli inossidabili animatori della sezione Ds respirano aria di festa. Impellicciata e pronta a
scambiare due battute col sindaco, non è voluta mancare neppure Tina Andrey.

E' gremita, la sala della Coop 8 marzo. Il battesimo del libro «Shangay», scritto dal deputato Marco Susini, è
un avvenimento capace di attirare davvero il pubblico delle grandi occasioni. Impegni familiari hanno
trattenuto a Roma Laura Diaz, mentre don Biondi è in ospedale per un piccolo intervento. Per il resto, non
manca davvero nessuno: il secondo volume uscito dalla penna dell'onorevole ex segretario della sezione
comunista del rione è l'occasione per una iniziativa politica che ha tutta l'aria di precedere non per caso di
poche settimane l'apertura della campagna elettorale.

«Da Shangai ho ricevuto molto, moltissimo», dice emozionato Susini introducendo l'iniziativa. E aggiunge:
«L'esperienza in questo territorio mi ha insegnato davvero tanto. Ad esempio che è impossibile fare politica
a tavolino, se non si sta fra la gente. Da quegli anni, dall'ormai lontano 1986, ho tratto una spinta morale ed
una tensione ideale che ancora mi accompagna, nella mia attività di tutti i giorni».

Ricorda, l'onorevole decollato dalla periferia nord, proprio come ha fatto nel suo libro, storie e persone.
Alcune di queste non ci sono più: come Sergio Caioni, al cui nome la sala esplode in un applauso spontaneo,
come Vincenzo Magrini e Gigi Norfini, i cui familiari commossi sono in platea e riceveranno, come tutti i
personaggi citati nel libro, la copia del volume con dedica dell'autore. «Shangay» però non vuole essere
soltanto una celebrazione del Pci del quartiere, né solo della politica. Susini quando augura a don Teodoro
Biondi di rimettersi in salute al più presto si lascia andare ad una esclamazione: «Altro che Bossi, noi ai preti
vogliamo bene!», ed è una battuta ma solo fino a un certo punto.

Gli argomenti di discussione diventano il presente e il futuro del quartiere, l'esigenza di non interrompere il
processo di risanamento in corso ormai da anni. «Nessuno prima di Susini - dice il professor Giuseppe
Nicolosi aprendo la giornata - aveva descritto il quartiere, la sua vita ed i suoi abitanti in questo modo». Ed
è proprio questo che solletica l'interesse di tanti cittadini comuni che riempiono la sala ascoltando fino
all'ultima parola: il sindaco Gianfranco Lamberti, il presidente della sezione Ds di Shangay Vinicio Chiocchi
ed il segretario Claudio Ceroni, prima delle conclusioni del segretario della federazione diessina Alessandro
Cosimi.

Susini riceve decine di abbracci. E' attorniato da quelli che nella seconda metà degli anni '80 furono suoi
compagni di viaggio nella sezione di Shangai del Pci, a cominciare dal suo successore Wladimiro Del Corona,
oggi presidente della Circoscrizione 1. «E' un libro interessante - dice - e per niente banale. Contiene storie
vere, che la nostra gente conosce e apprezza». Gente che non vuol saperne di andare a casa senza il libro
sotto il braccio: tutto è finito in meno di due ore, ma d'ora in avanti una folta schiera di normalissimi
cittadini livornesi trova il proprio nome nelle pagine di un libro. Dedicato addirittura al rione che qualcuno,
appena pochi anni fa, chiamava Bronx. Ma neppure allora questo spicchio di umanità così particolare aveva
perso l'orgoglio di appartenenza al quartiere.
I miei cinquant'anni nel Pci

Luciano De Majo
Il Tirreno, 26 febbraio 2004

Mezzo secolo nel Pci, una militanza non comune quella di Emanuele Macaluso: dalle lotte contadine della
Sicilia alle stanze di Botteghe Oscure, dai banchi di Camera e Senato alla direzione dell'Unità. Tutto questo
ora è un libro: "50 anni nel Pci", edito da Rubbettino e presentato ieri al Lem per iniziativa della Libreria
Belforte e di un pool di soggetti politici che comprende l'associazione Libertà eguale, i circoli riformisti
Pertini e Modigliani e il Movimento 2000. Insieme all'autore, c'erano anche l'ex ministro socialista Lelio
Lagorio, il sindaco Gianfranco Lamberti e il direttore del "Tirreno" Bruno Manfellotto.

Proprio partendo dall'amicizia che lo lega a Macaluso, Manfellotto non si è limitato a ripercorrere il libro,
cercando di porre interrogativi sulle questioni fondamentali che ne emergono. Questioni e uomini (in
questo senso centrali sono le figure di Palmiro Togliatti ed Enrico Berlinguer), idee e passioni, occasioni
colte e perse da un partito così fortemente radicato nella società italiana.

Prima di Macaluso, è toccato a Lagorio rievocare vecchi episodi ed esprimere giudizi sui rapporti a sinistra.
L'ex presidente della Regione ha distribuito al Pci lusinghieri elogi e forti critiche: se da una parte i
comunisti "raccolsero l'ansia di riscatto del proletariato italiano", dall'altra furono animati" dal culto della
diversità antisocialista, da una diffidenza costante nei confronti della socialdemocrazia e preoccupati solo
dal rapporto con il mondo cattolico".

Lagorio ha individuato almeno due occasioni perdute dal Pci per cambiare profondamente la propria
connotazione. La prima nel '56, quando "non bastò neppure la destalinizzazione" e negli anni'70, al
momento in cui Berlinguer "disse chiaramente no a una presidenza socialista di un possibile governo con
Dc, Pci e Psi".

Macaluso ha concordato con alcune delle osservazioni di Lagorio. Ma non ha mancato di ricordare,
innanzitutto, come il Pci sia stato spesso presentato "come un'escrescenza della società italiana, una sorta
di agenzia di Mosca". Il libro scritto dall'ottantenne ex deputato siciliano parte dunque da un assillo, quale
"la perdita di memoria, nel paese e nella sinistra". Macaluso si è soffermato su Togliatti e Berlinguer. Del
"Migliore" ha ricordato il grande contributo alla costruzione della democrazia in Italia: "Rientrato nel '44,
disse subito che non avremmo fatto come la Russia e scelse la via parlamentare".

Di Berlinguer ha riaffermato il grande prestigio e indicato un limite: "Negli anni '70 - ha detto - capì come
tutti noi la situazione dell'Urss. Avremmo dovuto, tutti insieme, osare di più e scegliere con chiarezza la via
socialdemocratica. Ma Berlinguer, come e più di noi, era fortemente terzomondista e animato dalla cultura
dell'anticapitalismo". L'autore del volume attribuisce al Pci un merito essenziale, quello di "aver contribuito
in maniera determinante all'alfabetizzazione politica di grandi masse, soprattutto del Mezzogiorno".

E non risparmia critiche neppure a Achille Occhetto, padre del Pds scaturito dalla Bolognina: "Al 18º
congresso ribadì la validità del comunismo con il ‘Nuovo Pci', tanto che pensò di cancellare dal vertice l'ala
riformista. E anche la svolta, di cui pure intuì la necessità, non ebbe quei netti contenuti socialdemocratici
che erano necessari: il nome del nuovo partito neppure conteneva la parola socialista".
Lista unica dell'Ulivo? I Ds: alla Provincia per ora no

Luciano De Majo
Il Tirreno, 2 dicembre 2003

Lista unica ulivista? Sì, ma solo alle europee, almeno per ora. I Ds apprezzano la volontà unitaria della
Margherita, il cui nuovo segretario Scatena nell'assemblea congressuale si espresse a favore di questa
opzione, ma vogliono evitare le proverbiali "fughe in avanti". Elezioni diverse, comportamenti diversi: è
questo il messaggio che giunge dalla federazione di Via Fagiuoli, dove però si annuncia che lunedì 15 sarà il
responsabile nazionale dell'organizzazione della Quercia, Maurizio Migliavacca, ad aprire anche in città il
percorso di costruzione del "listone" per le europee. Appuntamento al circolo Arci Colline per un attivo-
simbolo, da cui i Ds si incammineranno verso l'abbraccio con Margherita e Sdi.

Tocca al ventinovenne Marco Ruggeri, coordinatore dell'esecutivo federale diessino, per molti possibile
delfino del segretario Cosimi dopo le amministrative, illustrare la posizione del partito: "La proposta della
Margherita ci conforta, è la conferma che la coalizione è unita e non ci sono frizioni. Altro che dualismi fra
noi e loro...". Già, ma allora perché ognuno col proprio simbolo alle provinciali? "Il rischio - precisa Ruggeri -
è che si ragioni per automatismi. Sarebbe sbagliato: attribuire la stessa valenza alle elezioni europee ed a
quelle provinciali è improprio. Di diverso c'è subito il sistema con cui si vota: da una parte il proporzionale,
dall'altro uninominale con premio di maggioranza. Rischieremmo di metterci tutti quanti su una strada che
non aiuta molto, né noi né la Margherita". Un messaggio chiaro, insomma. Rafforzato dal fatto che l'idea di
lista unica alle provinciali la Margherita, in Toscana, l'avrebbe pensata solo per Pisa e per Livorno e non per
le altre realtà che saranno chiamate alle urne.

I Ds però lo dicono in tutte le salse che non è un rifiuto sdegnato."No, ci mancherebbe - sottolinea anche
Marcello Canovaro, capogruppo in consiglio provinciale - un rapporto sempre più stretto sta nelle cose. Ma
senza praticare azioni che darebbero il senso di una forzatura". "Anche perché - fa notare Roberto Posarelli,
responsabile dell'organizzazione dei Ds - le tre forze che finora hanno detto sì alla lista unitaria con i
pronunciamenti delle assemblee congressuali, nella nostra idea sono solo l'inizio: l'obiettivo è allargare, il
più possibile".

Da qui alle elezioni la strada è lunga. E Ruggeri prende spunto dall'assemblea di Toscana democratica
andata in scena ad Arezzo per citare uno degli impegni più suggestivi: «La creazione dell'albo degli elettori
dell'Ulivo. Ci lavoreremo perché potrà rivelarsi uno strumento importante».
I portuali: non scaricheremo materiale destinato alla
guerra

Luciano De Majo
L’Unità, 25 febbraio 2003

I portuali confermano: non scaricheremo materiale destinato alla guerra. Continuano a dirlo anche dopo
l’annuncio proveniente da Camp Darby, il cui comandante italiano, il colonnello Ilio Venuti, ha escluso che i
mezzi vengano movimentati attraverso il Canale dei Navicelli. «Riteniamo - ha spiegato il colonnello - che
per attività di questo tipo la sede nazionale sia il porto, così come è sempre stato». Quanto alla prevedibile
protesta dei portuali, Venuti ha aggiunto che «nessuno ci ha ancora ufficialmente informato che i portuali
di Livorno hanno deciso di incrociare le braccia e di unirsi alla protesta. Quando ce lo diranno, valuteremo
come muoverci».

I convogli ferroviari, intanto, continuano ad arrivare. Ma, fa notare il comandante della base, non saranno
ancora molti: «Ormai siamo agli sgoccioli. I treni sono giunti a destinazione anche se con dei ritardi.
Trasportano - ha continuato il comandante – principalmente materiale logistico e mezzi ruotati. Noi
restiamo sereni ed abbiamo il massimo rispetto per tutte le dimostrazioni pacifiche», ha detto pur
auspicando che il materiale possa arrivare al più presto alla base. Ma una smentita arriva da Roberto
Martelli, segretario della Filt-Cgil Toscana. «Di treni militari ne erano stati previsti ventisei - dice Martelli - e
fino ad ora ne sono arrivati al massimo otto».

È chiaro, insomma, che esauriti gli arrivi a Camp Darby l’attenzione si sposterà sul fronte delle partenze, una
volta che all'interno della base saranno terminate le operazioni di preparazione all’imbarco. E quindi, come
si ricava dalle parole del colonnello Venuti, sulle banchine del porto. Già domenica i pacifisti pisani avevano
proposto di incontrare una delegazione di portuali livornesi, qualcuno ha ipotizzato addirittura
un’assemblea aperta a tutti i lavoratori del porto. E ieri sera anche un gruppo di associazioni e partiti di
Livorno ha deciso di prendere contatto con gli stessi portuali.

Intanto, dopodomani a Livorno arriva il leader della Cgil Guglielmo Epifani. Che parlerà proprio nel cuore
del porto, cioè nel salone del terminal passeggeri della Stazione marittima, a due passi dai moli che vedono
partire e arrivare traghetti e navi da crociera. È la prosecuzione dell' iniziativa della Cgil della Toscana, il cui
segretario Luciano Silvestri anche ieri ha confermato che il sindacato «ha l’obiettivo di far comprendere a
tutti che il lavoro non deve servire alla guerra, a questa guerra di Bush, che consideriamo, in quanto
preventiva, illegittima e non legittimabile». Giovedì pomeriggio, a Livorno arriveranno dunque Epifani e
Guido Abbadessa, segretario della Filt, la categoria della quale fanno parte anche i portuali.

È una storia lunga, quella che lega il porto di Livorno ed i suoi lavoratori alle operazioni di carico e scarico di
materiale bellico sulle navi americane. In questi giorni, in molti ricordano l'episodio del settembre 1969,
quando un gruppo di portuali issò, nel giro di pochi giorni, per ben due volte, la bandiera del Vietnam su
altrettante navi americane. Successe un putiferio, con i lavoratori che furono bloccati dagli ufficiali e dalle
truppe di Camp Darby e che solo dopo lunghe trattative vennero rilasciati. Nei mesi successivi, una
delegazione vietnamita in visita alla Festa nazionale dell’Unità che si svolgeva a Livorno volle decorare i
protagonisti del gesto: appuntando sul loro petto una medaglia forgiata col metallo di un aereo Usa
abbattuto durante i bombardamenti ordinati da Nixon sul Vietnam del nord. Ricordi che tornano alla mente
proprio mentre i venti di guerra tornano a soffiare. Anche i fatti come quello di trentaquattro anni fa,
entrati ormai nella storia e nella leggenda della vita sulle banchine livornesi, contribuiscono probabilmente
a mantenere ferma la posizione dei portuali. Dei loro sindacati, e anche del loro presidente, Roberto Piccini,
consigliere comunale Ds, che non dimentica, oltre al suo ruolo di guida di un’impresa, di essere «un
cittadino e un lavoratore». «Non possiamo essere convinti - dice - che preparare la guerra significhi
preparare la pace. Questo lo penserà Berlusconi, non certo noi».
«Sono addolorato, con lui se ne va una persona unica»
Pietro Ingrao ricorda don Alfredo Nesi

Luciano De Majo
Il Tirreno, 15 febbraio 2003

«Davvero don Nesi è morto? Mi date una notizia che mi addolora moltissimo». La voce ferma, la memoria
lucida, i ricordi ben presenti. Pietro Ingrao, storico leader comunista e indimenticato Presidente della
Camera, non nasconde il proprio dispiacere quando rievoca gli incontri a Corea, promossi da don Alfredo.
«Ricordo le visite al Villaggio Scolastico - dice Ingrao - e gli incontri, i dibattiti. Alcuni in particolare, con Tina
Anselmi, con Ciriaco De Mita...».

Altri tempi...

«Sì, davvero altri tempi. Allora, in Italia, era molto forte la divisione fra il mondo democristiano, non quello
cattolico, e il mondo comunista. Erano aspramente divisi, con lotte difficli. Lui, don Nesi, ha lavorato molto
per avvicinare, per accostare, per far dialogare. Anche per far conoscere a noi comunisti quella parte di
mondo cattolico fiorentino che rimanda che era aperto a una politica che tenesse conto dei poveri, e
soprattutto al grande tema della pace».

Insomma, don Nesi era un uomo di dialogo.

«Ecco, la grande volontà e l'apertura al dibattito e al dialogo sono le cose che di lui ricordo con maggiore
intensità. Ma credetemi, sono molto addolorato».

Ha parlato di pace. Oggi sembra essere il giorno giusto...

«Vede, lui e padre Ernesto Balducci sono stati per me due sacerdoti importantissimi, proprio perché aperti
all'ascolto di persone come me e di altri non credenti. Hanno operato per costruire un ponte, un
avvicinamento che permettesse di affrontare grandi problemi del secolo».

Ma lei quando ha conosciuto don Nesi?

«Credo nei primi anni '60. E' grazie a lui che ho conosciuto meglio la sinistra democristiana di Firenze, che
aveva come leader Nicola Pistelli. Don Nesi ha rappresentato per me una delle vie per conoscere meglio
Giorgio La Pira, per quanto i loro due mondi avevano delle differenze».

Aveva avuto sue notizie ultimamente?

«Sì, da un altro sacerdote, don Renzo Rossi, che l'aveva incontrato in Sudamerica. Mi aveva detto che era
ammalato».

Perdoni la domanda diretta: secondo lei don Nesi oggi avrebbe sfilato contro la guerra?

«E' difficile interpretare il pensiero delle persone, specialmente quando non ci sono più. Ma io oso dire di sì.
Credo che ci sarebbe stato. Con lui abbiamo molto discusso di pace, anche insieme a mio cognato, Lucio
Lombardo Radice, che l'ha conosciuto meglio di me». E conclude: «Mi dispiace che don Nesi ci abbia
lasciati, mi dispiace davvero. Con lui ho un debito».
Il patrimonio dei «Militanti»

Luciano De Majo
Il Tirreno, 15 febbraio 2003

Eccoli uno accanto all'altro, i "militanti". Militanti particolari, certo, quelli immortalati da Marco Susini nelle
pagine di un libro edito dalla casa pontederese Bandecchi & Vivaldi. E' tutta per loro la gloria di uno scorcio
di serata che evoca fragranze e sapori antichi. Li vedi riempire i banchi di una gremitissima sala della
Provincia solitamente riservati ai consiglieri, ascoltare in religioso silenzio gli interventi di presentazione del
volume, parlottare fra loro e ricordare gli anni andati, alzarsi e andare a ritirare dalle mani dell'autore, non
senza un po' di commozione, una copia con dedica del libro.

Per molti di loro, lo scrittore non ha niente dell'austerità di un parlamentare della Repubblica. Susini è,
piuttosto, un giovanotto (diceva uno di loro: "Guardalo lì, è un bimbo, non arriva a 48 anni...") che dalle
sezioni del Pci ha fatto strada, diventando segretario provinciale (del Pds) prima e, come dicono gli eroi
scolpiti nelle pagine del libro, "compagno onorevole" poi.

A Susini questo ruolo non dispiace affatto. Visibilmente contento per il successo di pubblico della
presentazione della sua prima fatica editoriale (i cui utili saranno devoluti alla sezione Ds del quartiere di
Shangai, dove è stato segretario per lunghi anni), stringe decine di mani e abbraccia tutti i suoi compagni
dei quali ha tracciato la biografia. In sala ci sono presenze prestigiose, dal coordinatore della segreteria
nazionale Ds Vannino Chiti, al segretario della federazione Alessandro Cosimi all'onorevole Marida
Bolognesi. C'è anche l'intervento appassionato di uno studioso come Paolo Castignoli, già direttore
dell'Archivio di Stato, che più volte richiama la necessità di custodire e salvaguardare la memoria orale di
molte persone comuni, che hanno deciso di dedicare la loro vita alla politica, correndo rischi e facendo
sacrifici, senza mai chiedere nulla per sé: "I vostri avversari vi hanno chiamato politicanti per disprezzarvi e
delegittimarvi - ha detto - ma in realtà con il vostro impegno siete stati preziosi per la democrazia nel nostro
paese".

E' la storia di un pezzo d'umanità livornese, quella che ha militato nel Partito comunista italiano.
Opponendosi al regime di Mussolini, dando vita a quell'antifascismo strisciante che ha pervaso di sé grossa
parte della città, combattendo nella Resistenza, diffondendo la stampa comunista negli anni '50 dello
scelbismo. "Mi piace pensarli non come eroi, ma come persone normali - ha detto di loro il segretario della
federazione Ds Alessandro Cosimi - compagni che hanno scelto di stare in un luogo straordinario,
caratterizzato da un grande rispetto verso tutti coloro che ne facevano parte". Cosimi ha anche annunciato
che i Ds costituiranno un archivio storico dei loro atti, intitolato a Nelusko Giachini, «di cui - ha detto -
ricordo con affetto l'ironia che utilizzava per attenuare i toni degli scontri che talvolta si producevano nelle
discussioni interne al partito».

Tutti i militanti (diciannove per l'esattezza) raccontati da Susini hanno una particolarità: sciolto il Pci dopo
aver fatto la battaglia alcuni per il "sì" e altri sul fronte opposto, hanno aderito al Pds e, ora, continuano ad
essere militanti della Quercia. Forse per avere uno sguardo più completo sui protagonisti della base Pci,
bisogna tener presenti anche coloro che dopo la svolta di Occhetto hanno scelto Rifondazione comunista, e
anche quelli (e non sono stati pochi) che dopo l'addio al Pci hanno deciso di non entrare più in alcun partito.
Chissà che non sia l'occasione per un "Militanti atto secondo". Sentita l'ipotesi, Susini, "il deputato-
scrittore", ci pensa un po' su, poi fa capire che l'idea non gli dispiace affatto: "Perché no?".
La carica dei seimila al Cgil-day Roma
Mai così tanti livornesi a una manifestazione nazionale

Luciano De Majo
Il Tirreno, 24 febbraio 2002

Che cos'è più massacrante? Iniziare un viaggio in pullman nel cuore della notte (partenza alle 2), oppure
farsi tre orette abbondanti di treno seduti (quando va bene) su uno di quegli strapuntini nei corridoi delle
carrozze? Fate voi, perché c'è davvero l'imbarazzo della scelta. Sì, c'è anche chi ha deciso di arrivare in auto
nella capitale per partecipare al Cgil-day. Vettura lasciata all'Eur, magari, e poi via in metrò verso il Circo
Massimo. Ecco perché i livornesi – forse 6 mila, mai così tanti a una manifestazione nazionale - sono giunti
da tante parti, nel catino che meno di un anno fa fu il teatro della grande festa per il terzo scudetto della
Roma.

Arrivano dal Colosseo, dalla Piramide del Cestio, ma anche dal Foro Italico, dove si sono fermati i torpedoni.
Il grande raduno era previsto per le 10,30, ma il Circo Massimo comincia ad affollarsi da prima delle 9. Ci
sono maxi-schermi che proiettano "La vita è bella", il capolavoro-Oscar di Benigni, con l'audio che ogni
tanto viene sopraffatto da quello dello speaker del corteo, pronto a dare istruzioni e a ricordare la
piattaforma della manifestazione. L'assessore al lavoro Alessandra Atturio e il segretario provinciale dei
Comunisti italiani Simone Bartoli entrano nel piazzale del "Massimo" quando sono da poco passatele 9,30 e
si scambiano occhiate soddisfatte.

Ma è al centro del circo che si intravedono altri livornesi. Il presidente della circoscrizione 2, Maurizio
Paolini, è sdraiato sul prato, accompagnato dalla moglie. Nell'attesa, ancora lunga, che lo separa dal
momento degli interventi, si gode lo splendido sole che scalda la mattinata romana baciando in fronte i
manifestanti. «Siamo tanti, eh? - dice visibilmente contento - ma non è ancora niente, perché devono
arrivare ancora quelli dei treni. Andate più in là, che ne trovate altri di livornesi».

Già, quelli dei treni. Alcuni hanno provato a prendere il convoglio delle 6, ma niente da fare. E' arrivato da
Pisa strapieno di persone. Neppure quelli che avevano il posto prenotato ce l'hanno fatta a salire a bordo.
Ritorno a casa? Macché. Piuttosto, un'altra ora di attesa sul marciapiede vicino al binario, per prendere
d'assalto il treno di un'ora dopo. Fermata a Roma Ostiense e corteo fino al punto fatidico di ritrovo. Bruno
Picchi ora è assessore comunale alle infrastrutture, ma il suo passato di leader della Cgil livornese non se lo
dimentica. «Ne ho fatti tanti di cortei, da quello di Reggio Calabria a quello del 1984, e anche la protesta
contro il primo governo Berlusconi del '94. Questa - dice - è una cosa grandiosa. E contiene una grande
carica di unità, anche se è una giornata della sola Cgil. E' una manifestazione bellissima».

Il segretario della Camera del lavoro di adesso, Piero Nocchi, guarda verso il centro del Circo Massimo che si
va riempiendo. Si alza un vento che tende le migliaia di bandiere rosse e solleva polvere. «Eh, ma questo
vento gliele fa girare ancora di più, a Berlusconi...», dice abbozzando una risata. Poi ricorda l'impegno del
sindacato livornese: «Non c'è stata nessuna assenza dell'ultim'ora, chi si era prenotato è venuto dando
prova di grande serietà. Sono orgoglioso di appartenere alla famiglia della Cgil, queste sono giornate che
danno soddisfazione». Cercare persone note fra la folla è un'impresa. Anche perché i cellulari sono ormai
completamente in tilt. All'orizzonte si avvicina però un tandem consolidato, quello formato da Alfio Baldi,
assessore al sociale del Comune, e dal presidente dell'Arci Marco Solimano, anche loro insieme alle
consorti. Baldi è in vena di ironia, in linea con la giornata: «Quanti saremo? Che dici, ci arriviamo a
sessantamila?». E Solimano aggiunge: «Mah, io dico 65mila. Battute a parte, è troppo importante esserci».
Proprio al centro del grande catino, lo sguardo rivolto verso uno dei maxischermi, c'è Enrico Pedini, un altro
del vertice della Camera del lavoro di corso Mazzini: «Peccato che abbiamo dovuto rimandare indietro
almeno 700 persone, nei giorni scorsi - dice - ma non c'erano mezzi a disposizione. Magari saranno venuti lo
stesso, in macchina. Chissà».

L'ora degli interventi si avvicina. E Pedini si lascia andare: «Ci vorrebbe un'ovazione per accogliere
Cofferati». Ovazione che arriva, puntuale, proprio al momento in cui il "cinese" sale sul palco all'una meno
dieci, un secondo dopo l'annuncio: «Siamo tre milioni». Per lui, per il leader della Cgil, si spellano le mani
tutti: livornesi, piemontesi, siciliani, lombardi e umbri. Poi il ritorno verso i punti di partenza. Dice Piero
Nocchi parlando dal cellulare finalmente di nuovo in sesto: «I manifestanti livornesi sono ripartiti tutti».

Mancano pochi minuti alle sei del pomeriggio e la grande fatica volge al termine. E Nocchi chiude: «E' stata
una manifestazione all'insegna della fermezza e della civiltà. Senza un incidente che sia uno. La Cgil ha
compiuto uno sforzo organizzativo enorme, senza precedenti. Scrivetelo, tutti devono saperlo».
La sferzata di Moretti: Nanni ha ragione ma...
Centrosinistra allo specchio, cercasi sprint

Luciano De Majo
Il Tirreno, 6 febbraio 2002

Nanni Moretti: traditore, ingrato o semplicemente stanco dell'aria stagna che si respira nel centrosinistra?
Quali reazioni ha avuto in città l'esternazione del popolare regista, la seconda dopo pochi mesi da quella
con la quale definì Bertinotti "il miglior alleato di Berlusconi" all'indomani delle elezioni politiche che
lanciarono l'uomo di Arcore sullo scranno di presidente del Consiglio? A girare la domanda negli ambienti
politici cittadini si ottengono, com'è ovvio, risposte assai variegate. Marco Filippi, segretario dell'Unione
comunale dei Ds impegnato nella preparazione dell'ormai prossimo congresso, parla di «monito
necessario». «Devo aggiungere – prosegue Filippi - che ho apprezzato molto anche la risposta di Fassino».

Ma, fuori dai denti, Moretti è nel giusto o sbaglia? «Come si fa a dire che ha sbagliato - afferma - uno che
lancia un grido di dolore come il suo? Certo, quando le ho sentite, quelle parole mi hanno fatto male,
perché non mi sento estraneo ai Ds e all'Ulivo». Restando sotto la Quercia, il consigliere regionale Virgilio
Simonti non sembra troppo sorpreso dalle affermazioni del regista: «Chi come me ha vissuto la campagna
congressuale ha percepito fra i militanti uno stato di disagio. Moretti l'ha espresso così. E d'altra parte non
è la prima volta che tocca a un intellettuale il ruolo di battistrada di certe idee. Casomai dovremmo
chiederci: detto questo, come ci muoviamo per ricostruire un progetto? Non è un compito di Moretti, è
vero, ma io credo che siano da valutare anche le parole di Paolo Villaggio, che ha detto che di questi tempi
la sinistra non deve essere offesa, ma difesa».

Il segretario della federazione livornese del Partito dei comunisti italiani Simone Bartoli non usa mezzi
termini: «Quando ho sentito Moretti ho pensato che una sparata del genere non aiuta. E' un'altra cosa da
dire che abbia torto nel merito, ma sicuramente non aiuta». Insomma, il centrosinistra e i suoi dirigenti,
responsabilità ne hanno o no? «Errori ne avremo pure commessi tutti quanti - è il giudizio di Bartoli - ma le
cose in politica sono più complesse. Lasciarsi andare a queste affermazioni credo sia fin troppo facile. E fra i
nostri elettori uno stato diffuso di malcontento c'è. Ma dire che non siamo capaci serve a qualcosa? Non
credo».

E a proposito di elettori, ecco il giudizio di un paio di loro. Dario Menichetti, architetto, è stato anche fra gli
animatori del comitato Rutelli a Livorno. E appare un "morettiano" di ferro: «Mi pare che si sia tolto
qualche sassolino dalle scarpe, in fondo credo abbia fatto bene. Diciamo la verità: chi fra di noi non pensa
quelle cose? Nanni Moretti ha avuto il coraggio che è mancato ad altri». Menichetti ci vede anche una sorta
di continuità con il suo lavoro di regista: «E' quasi un seguito dei suoi film. Prima "Palombella rossa", poi
"Caro diario", quindi "Aprile". Non si può certo dire che non abbia seguito passo dopo passo lo scivolare
della sinistra». Anche Maurizio Giacobbe ora è un militante del centrosinistra. Ambientalista convinto, è
stato anche portavoce dei Verdi in passato. «Quelle parole mi hanno un po' meravigliato - dice - perché non
molto tempo prima Moretti aveva pesantemente criticato Bertinotti, quindi le sue affermazioni secondo me
acquistano anche maggior valore».

Ma la valutazione com'è: il trionfatore di Cannes ha ragione o no? «Penso che abbia fatto bene, anche
perché gli sviluppi successivi della situazione non dipendono da lui. Se una situazione di crisi c'è,
un'accelerazione non può che far bene. Sarà meno difficoltoso anche far maturare le risposte necessarie».
Ds, berlingueriani all'attacco
Sotto tiro le privatizzazioni e il caso Ater-Spil

Luciano De Majo
Il Tirreno, 9 dicembre 2001

Stare dentro un partito, i Ds, consapevoli di essere, almeno per ora, minoranza. Considerare l'unità dello
stesso partito patrimonio prezioso, ma senza rinunciare ad esprimere idee e critiche, anche di un certo
peso, a chi guida i Ds o alle scelte compiute dalle amministrazioni del territorio. Non è stata una riunione
«di maniera» l'assemblea dei delegati ai congressi di federazione e Unioni comunali livornesi della mozione
Berlinguer, presente il vicepresidente della Camera Fabio Mussi. Un'assise apparsa simile auna seduta
psicanalitica: una relazione, svolta da Vittorio Vittori, che non ha avuto pudore di toccare tasti delicati
esprimendo valutazioni chiare e precise, provocando una sorta di reazione a catena, con numerosi
interventi che hanno tenuto inchiodato alla presidenza anche il segretario della federazione Alessandro
Cosimi, puntuale nel ribattere al alcune critiche.

Molte le stoccate di Vittori. A livello nazionale («La nuova segreteria è stato il primo segno di un serrato
confronto fra fassiniani e dalemiani, poi eravamo quelli delle correnti...»), e a livello locale. Prima fra tutte,
la sollecitazione a formare i nuovi organismi dirigenti della federazione, che verrà ripresa anche nelle
conclusioni dell'assemblea di Gino Niccolai, tese ad annunciare la costituzione di gruppi di lavoro sui
problemi del territorio, chiamati ad elaborare proposte specifiche all'interno della Quercia. «Il segretario lo
abbiamo votato anche noi, ora si assuma le proprie responsabilità - ha detto Vittori - e noi ci assumeremo le
nostre».

Alcune delle proposte sostenute dai berlingueriani erano già note prima del congresso della federazione.
Vittori le ha ribadite, rafforzandole, in vista dei congressi delle unioni comunali: «Superiamo l'unione
comunale di Livorno. Mantenerla puntellerebbe solo la cultura isolazionista e autosufficiente del
capoluogo. E uniamola federazione a quella di Piombino costituendone una provinciale». Ma altri spunti
critici sono arrivati, stavolta rivolti agli enti locali. Sulla privatizzazione delle municipalizzate: «Non abbiamo
neppure partecipato alla discussione sulle scelte che hanno portato alla decisione di tentare l'operazione di
privatizzazione in tandem di Asa e Aamps. E sull'Atl, qual è la ratio di lanciare allarmismi che fanno solo
eccitare i risentimenti dei lavoratori contro di noi?». Ancora più deciso sulla nuova gestione delle case
popolari: «Che ci azzecca Ater con le finalità di Spil? Non sarà che gestire il patrimonio di case popolari
potrebbe servire a Spil visto che sembra manifestare qualche sofferenza?».

Una puntatina anche sull'impegno per l'area vasta della toscana occidentale: «Il sindaco di Livorno non ha
partecipato all'incontro al Lem con Claudio Martini, speriamo non per ragioni politiche». Cosimi ha
ascoltato Vittori e coloro che lo hanno seguito (Canaccini, Alberto Girolami, Ennio Suggi, Giovanni Monti,
Vincenzo Loffredo, Vittorio Cioni). Talvolta ha scosso la testa manifestando disaccordo, in un caso ha
interrotto Monti che stava denunciando lo spostamento del congresso dell'unione comunale di Rosignano
«deciso - ha detto Monti – in una riunione della mozione Fassino che ha prevaricato decisioni della
direzione in carica». Poi è toccato al segretario replicare. Pronto a valutare come «una relazione da
congresso della federazione» l'introduzione di Vittori. E decisissimo sulla Spil: «Non è in nessuna difficoltà. Il
rapporto con Ater sarà consegnato alla discussione anche nel partito». Gestione unitaria del partito?
Alessandro Cosimi un'apertura la fa intravedere: «Siamo in una fase in cui ritengo opportuno un rapporto
comune con la minoranza, e la drammaticità rappresentata da alcuni dei vostri interventi determina la
necessità del massimo di iniziativa politica del partito».
«Io e questa città che cambia». Paolo Castignoli,
un padano da 30 anni sotto i Quattro Mori

Luciano De Majo
Il Tirreno, 24 giugno 2001

Ultimo verbale firmato, ultime pratiche di consegna sistemate, e Paolo Castignoli lascia la direzione
dell'Archivio di Stato di Livorno. Lo attende una pensione meritata e rilassante. Piacentino di 65 anni,
laureato in giurisprudenza a Modena, Paolo Castignoli è ormai da quasi trent'anni una presenza simbolo per
il mondo culturale livornese. Parlando con lui non è poi così difficile individuare i tratti che lo distinguono:
eleganza e signorilità innate, unite ad una straordinaria fermezza nello spiegare e nel sostenere le proprie
convinzioni. Davvero un bel mix per questo padano dal cuore livornese, arrivato all'ombra dei Quattro Mori
nel 1973.

«Eravamo in un momento di avvicendamento dei direttori degli Archivi di Stato – ricorda Castignoli – e io da
Modena feci capire ai miei referenti romani che, se mi fosse stata offerta, avrei accettato volentieri la
direzione di Livorno».

Come nasce il suo rapporto con Livorno?

«Ovviamente dai libri. Mi è piaciuta molto la storia di questa città fondata e costruita, non solo dal punto di
vista urbanistico ma anche demografico, tutta dal '500 in avanti. Quindi, la mia è stata una scelta culturale».

Da direttore come ha orientato il proprio lavoro?

«Il primo obiettivo è stato togliere l'Archivio di Stato dall'isolamento, inserito com'è nel tempio della
burocrazia, il Palazzo del Governo, con Prefettura e Questura. Istituzioni importanti, indubbiamente, ma un
istituto culturale non vive molto bene una situazione del genere. Come era possibile uscire da
quest'isolamento? Innanzitutto collegandoci meglio ai dipartimenti di ricerca storica delle Università
toscane e raccordandoci con le istituzioni e con le istituzioni e con le associazioni di ricerca storica, presenti
a Livorno in maniera vivace. Credo che ciò sia riuscito, perché sono venute moltiplicandosi occasioni di
convegni, mostre, presentazioni di volumi. Negli ultimi 25 anni questi appuntamenti hanno segnato l'attività
dell'Archivio senza essere un elemento di narcisismo, ma un richiamo forte al mondo degli studiosi, perché
certi filoni di ricerca un po’ trascurati andavano approfonditi».

Quali?

«Ad esempio la storia delle comunità mercantili, le cosidette Nazioni, ma anche lo sviluppo urbanistico e
quello demografico della città sono stati oggetto di momenti di studio molto intensi».

Quale altra priorità si è data nel suo lavoro alla direzione dell'Archivio di Stato?

«La realizzazione di una nuova sede, autonoma. E il perché è presto detto: mancava, e manca tuttora,
quell'elemento di chiara identificabilità nella città dell'istituto Archivio di Stato, che la gente possa
individuare in un edificio a sé stante in cui si conserva l'insieme della memoria storica della città. È un
obiettivo che non ho colto, e me ne dispiace molto».

Dottor Castignoli, lei lascia l'Archivio di Stato con quali dotazioni documentali?

«C'è una vasta disponibilità di depositi. Abbiamo 5000 metri lineari di scaffali, per 45mila fra faldoni, filze,
registri e buste. E altri 40-45 mila disegni su lucidi, in particolare del Cantiere Navale Orlando».
A proposito di Cantiere Navale Orlando, è vero che contestò alla vecchia proprietà Fincantieri di aver
distrutto il vecchio archivio del personale?

«Le cose stanno così. Nel 1980 facemmo un blitz, per conto della Soprintendenza archivistica toscana,
responsabile della sorveglianza degli archivi non statali. Vidi che migliaia di disegni stavano partendo per il
macero. Di questi, un gran cumulo giaceva nell'ex salone dei disegnatori: in pochi mesi recuperammo
ventimila di questi disegni davvero come Mosè dalle acque. Una decina d'anni dopo, feci rilevare che era
stato inopinatamente disperso l'archivio del personale, il che non mi ha guadagnato un segnale di
particolare affetto dall'allora direttore del Cantiere. Anzi, il contrario. Con la nuova proprietà è stato
diverso: all'inizio di quest'anno ci sono stati affidati altri ventimila disegni, a testimonianza di una forte
attenzione verso il loro patrimonio, lasciato con fiducia alle cure dell'Archivio di Stato».

Ogni studente conosce senza dubbio la biblioteca e magari se ne serve per fare ricerche. Pochi,
pochissimi, sanno che cos'è l'Archivio di Stato. Non è anche da qui che nasce l'isolamento di cui parlava?

«È così. Ed è per superare questo gap che abbiamo cercato contatti con il mondo della scuola. Io ho sempre
cercato di caratterizzare le modalità e le potenzialità dell'Archivio di Stato rispetto alla biblioteca, dove si
trovano pubblicazioni che magari sono anche altrove. L'Archivio di Stato è invece un insieme di documenti
per la gran parte originali e irripetibili che sono il prodotto dell'attività di istituzioni, enti pubblici e organi
periferici dello Stato. Riuniti in un unico luogo, sono un insieme ricco e vario di documentazione cui si può
accedere per capire quale è stata la storia del territorio. E in effetti alcune scuole hanno cominciato a
frequentare i nostri locali».

Com'è cambiata la città in oltre un quarto di secolo?

«Per un non livornese, osservarne le evoluzioni magari è meno difficile... È cambiata molto. Trent'anni fa o
giù di lì vedevo dei comportamenti che reputavo incredibili. Subito dopo il Palio Marinaro, ad esempio,
vedevo che da certe macchine che passavano un momento prima del corteo del rione vincitore venivano
buttati per terra vetri, bottiglie e chiodi».

Immaginate le urla di coloro che ci andavano sopra con le ruote delle loro auto...

«Cose che non capitano più, così come lo sbarazzarsi di vecchi mobili nella notte di Capodanno. Sono
segnali molto banali, ma comunque di miglioramento dei comportamenti. È positiva anche la crescita di
partecipazione alle cose della città di parte del mondo accademico, come pure la straordinaria articolazione
del mondo del volontariato».

Segnali di peggioramento non ne ha visti?

«No, ci sono anche quelli. Posso fare l'esempio di un parco di mezzi a motore in continua espansione, dalle
auto ai motorini. Credo che la vivibilità della città, intesa come aria da respirare e come facilità di
movimenti, sia diminuita, nonostante eroici sforzi dell'amministrazione comunale di ritagliare spazi ed
ingentilire certi percorsi. Ci vuole forse un pizzico di brutalità in più nei confronti degli automobilisti. Pur
ben protetti dall'Aci, debbono rendersi conto che così non può andare avanti».

Ha parlato degli sforzi dell'amministrazione comunale. La passione della politica non le è estranea. Lei è
stato consigliere comunale e poi assessore. Cominciamo dagli inizi. Prima consigliere indipendente nelle
liste del Pci, nel 1990...

«No, non ero indipendente. Io ero iscritto al Pci dal 1982. Lo dico con molta chiarezza: la mia resta l'anima
di un comunista, pur avendo accettato la nuova collocazione del partito nell'ambito della sinistra europea.
Ma senza pentimenti o vergogne».

Poi l'assessorato all'urbanistica, per un anno e mezzo, con un nuovo piano regolatore alle porte.
«È stato un compito che ho vissuto con grande intensità e con buona volontà, grazie alla collaborazione
degli uffici tecnici e dello studio professionale incaricato dal piano».

Ma lo sa che si dice che è alla sua decisione che si deve una buona correzione del piano strutturale, reso
meno immaginifico e più legato alla realtà della città?

«Beh, in qualche parte è vero. Forse con qualche scozzo di troppo... Mi ricordo che ce n'è stato uno epico
con l'architetto Cagnardi, il quale immaginava di poter eliminare nella “Porta a terra”, tutta una serie di
abitazioni lungo la via dei Condotti vecchi. Ecco, io ho un'idea diversa dei nuovi insediamenti. Preferisco non
fare come Attila che distrugge tutto per poi ricostruire ex novo: il nuovo deve poter coinvivere con i segni
della storia che meritano di essere valorizzati. E poi la gente non si può trasportare da una parte all'altra
con grande facilità».

Ci sono valori della storia di Livorno che ancora oggi possono essere considerati attuali?

«Ci sono, ma a patto che non ci si adagi sugli allori. Mi spiego. Si può dire che Livorno è stata città della
convivenza fra le varie comunità estere, che ha avuto un '700 e un '800 di grande rilievo nella storia, ma
tutto questo non è moneta utilizzabile ancora oggi se non la si fa rivivere. Allora, i percorsi delle comunità
estere e della città che fu, vanno fatti riemergere e non cancellati. Gli arricchimenti culturali, che Livorno ha
avuto grazie alla sua intesa comunicazione con altre parti d'Europa, vanno resi ancora attuali. Ridursi al
proclama che Livorno è città tollerante perché lo è stata nella storia non basta. Tutto ciò va tradotto in
termini moderni. Questo qualcosa di buono che c'è nel sangue o, come si usa dire oggi, nel dna dei
livornesi, deve diventare più consapevole».

E secondo lei questo elemento può incidere fortemente nella cultura vissuta della città?

«Sì. Giorni fa in un dibattito con le attuali comunità religiose che in città ci sono, e che naturalmente non
collimano con le antiche Nazioni, monsignor Ablondi diceva che “bisogna passare dalla tolleranza al far
posto, all'accogliere in casa”. Tollerare è un po’ poco, la convivenza è altra cosa. Mi piace concludere
citando questa frase, detta da questa straordinaria persona,che ho avuto modo di conoscere e per la quale
ho una profonda ammirazione».