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Giosu Carducci.
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i:i)IZIONK POPOLARK
I I 111 Iti-. V la biografia dciran
Milano
FRATELLI TREVES, EDITORI

Milano
yia PaUtmo,
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: Cor!o Umh. rto 1,174 NAPOLI : VJa i. lUrxo Ikru.)
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T(JUINO: VU S. Teresa, 6. GF.NOVA: Vico SuU, :4 (V.aua i'onUne Mru!*c).
IlUENOS-.\IUi;S: Calle Florida. .U4.
BOLOGNA: presso N. Zamchelli.
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l'ALF.UMO- pr.sso A. I{rl.,r. A
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TUlLSTIi: prcHM)
(Himefi.- Schubart.
IJPSIA ^ UIRUNQ : presso F. A. iirocknaus.
COME SIAMO ENTRATI IK KOMA.
UGO PESCI.
COMK SIAMO
ENTRATI IN
Roma
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Giosu Carducci.
NUOVA EDIZIONE POPOLARE
col ritratto e la biografia dell'autore
MILANO
Fratelli Treves, Editori.
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PROPRIET LETTERARIA.
Riservati tatti i
diritti.
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Tip. FnliUli Trevos
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Nel pubblicare questa nuova, edizione del-
roi>era di Ugo Pesci che fu presentata al inondo
da Oiosue Carducci, crediamo aggiungere qual-
che cenno sull'autore eh"
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precocemente.
Ugo Pesci spir il io dicumbrc l'JU.s mila
sua cara Bologna, che dal 1888 era diventjttii la
sua patria adottiva. Non aveva che 6G anni,
essendo nato a Firenze nel 1842, da famiglia
liberale. Nel 1865 usciva dalla scuola di Mo-
dena ufficiale; e nei granatieri combatt va-
lorosamente ranno dopo a Custoza; pass poi
nei l>ersaglieri
;
ed uscito dal servizio attivo
si diede al giornalismo. Fu uno dei primissi-
mi e pi valenti redattori del Fanfulla, in
Firenze e in Roma, sotto la direzione di Bino
Avanzini. In questo bellissimo volume Come
siamo entrati in Roma egli ha narrato,
in parte, la sua vita operosa e brillante di
giornalista liberale moderato; ma egli non era
solo il cronista simpatico, elegante, signorile.
l'U
g
o del Fanfulla, egli era uno dei legami
fra il giornale ])riosissiino e battagliero e tutto
le classi sociali, indigene^ forastiere, nella con-
quistata capitale d'Italia; e fu visto persino,
in ima garden party al Quirinale, ottenere
l'onore di un giro di valtzer dell'ai lora prin-
cipessa di Piemonte Margheritii di Savoia, poi
prima regina d'Italia. Vittorio Fmanuele gli
faceva cenno d'amicizia con la mano e lo
salutava con la voce sonoi-a- tutte le volte
che lo trovava, anche a distanza. Re Um-
berto lo ebbe in conto di un amico, il cui
lealismo monarchico, sincerissimo e quanto mai
disinteressato, resist a molte e non meritate
disillusioni non che politiche, personali. Aveva
il cuore largo come l'ampia persona: ed ebbe
insieme allo spirito arguto dei toscani ed alla
facilit giornalistica di assimilazione, anche
una larga cultura letteraria, ao-tistica, e pili spe-
cialmente storica; pregi, che oggi nel giorna-
lismo vanno diventando sempre pi rari. St-ette
al F a n f u 1 1 a fin che fu di Avanzini, poi venne
per alcuni anni a Milana iiel Corriere della
Sera, poi nel Caff, ed allora collabor at-
tivamente nella Illustrazione Italiana.
A Milano spos una figlia del pittore Formis,
la signora Gigia, dalla quale ebbe una figlia
amatissima, Vittoria, oni s[>osa in Bologna. Ugo
I>ass poi neir88 a dirigere con vigoria, lar-
ghezza di idee, e grande operosit la Gaz-
zetta dell'Emilia, ed anche in questo
snen'anto lavoro quotidiano mostr tutta la
freschezza di un ingegno validissimo e di un
animo buono, seblxjne il pari>ito costituzionale,
che doveva sorreggere il giornale, non rispar-
miasse al valoroso pubblicista ingnite de-
lusioni.
Cessata temporaneamentt '
a z z e 1 1 a
,
egli rimase a Bologna, il cui ambiente in-
tellettuale

senza uguali altrove in quel tem-
po

lo aveva avvinto. Nell'intimit di Car-
ducci, di Panzacchi. di Pascoli, dei Zanichelji

del cui negozio era un immancabile habi-


tu

apprezzato da quanto v'ha, di pi eletto
in P.oLuriia,
ai era fatto ivi un invidiiibil"
^^'^'-

Ili

tro di vita, e lavorava con Iena per TI 1 1 u-
strazione Italiana, pel Secolo XX,
|.or il Giornale d'Italia, il Messag-
gero, la Perseveranza; ed in Bologna
mor lavorando. Da pi anni il diabete insidia-
ilo, e nel 11)05 aveva dovat<j subire, p;r can-
lenadialR'tica. raniputizionedi un piede. ^ Qui
iKiSSUJio potr pi pestarmi i calli > diceva col
-no inestinguibile umorismo, additando il piede
artificiale. K negli ultind suoi a'ini. nonostante
il male che insidiavalo, diedf allt Iftt'Kitura
storica italiaiui larga messe, non solo di articoli
in giornali e riviste, ma di apprezzati volumi:
popolarissimi divennero questo suo Come
siamo entrati in R o m
a,
di cui diamo ora
la ristampa; Il re martire, vita di re
Umberto; Firenze capitale, i Primi
inni di Roma capitale, i Bolognesi
nelle guerre nazionali; e non ristava
<lal ricercare e raccogliere materiale per gli
studi della storia del risorgimento e contem-
poranea, che. erano sua predilezione.
Iilgli sopravvive nelle sUe belle opere; e la
sua cara, dolce memoria vive nel cuore di
(| nauti lo conobbero, e ne seppero il patriottico
rvore dV italiano, la genialit di uomo di
pirite, la sinceritTi e devota bont di amico,
saldo nei suoi principii, alieno (La ogni intolle-
ijinza, e pronto a tutte le prove di l(\i,lt,;\ e
(li solidariet;i.
Fu una delle fignrr pin c;i.i'aLi/<i i.si lem- jn-i
periodo di consolidament<j doirUnit Nazio-
nale, e nessuna occasione pi propizia, a ricor-
darlo ed onorarlo della ristami>a del volume
dove vibra tanta parte della sua nobil vii.i
INTRODUZIONK
DI
GIOSU
CARDUCCI.
Questo del cav. Ugo Pesci parmi un bello e buon
libro, come ce ne vorrebbe per ogni avvenimento
memorabile. Uno spettatore e testimone fedele,
tutt'altro clie indifferente, ma osservatore arguto,
nota e racconta ci che vide e sent, ci che si
disse si pens e si fece, uon pur di giorno In
giorno, ma d'ora in ora, di luogo in luogo, men-
tre Tavvenimento si svolgeva nella sua solenne
pienezza. Egli non ancora lo storico; ma il con-
temporaneo a qualche distanza ama, leggendo,
di ritrovarsi nelle sue ricordanze ricreate, allar-
gate, corrette; e tanto pi ne sa grado allo scrit-
tore quanto V avvenimento dei singolari in
un'et d'uomo e di quelli che lasciano l'im-
pronta loro nei secoli. 11 suo libro non anche la
storia; ma di quei piccoli fatti, di quei senti-
menti, di quelle impressioni e osservazioni indi-
viduali, di quelle passioni popolari fuggenti, la
INTRODUZIONE
storia, che non pu raccontarle tutte, ha pur bi-
sogno per rifare e rappresentare il momento psi-
cologico del grande fatto. Per ci tutto il libro
del cav. Pesci buono e bello, n abbisogna
delle mie lodi: chi prender a leggerlo, non lo
deporr svogliato; tanta nella semplicit e fa-
migliarit calda e non affettata l'attrattiva della
narrazione. Volendo scriverne qualche cosa dir
brevemente per introduzione, come si fece nei
secoli ci che la mattina del 20 settembre 1870
fu-disfatto in poche ore.
Come in alcune democrazie 11 germe del po-
tere assoluto dalle forme del principato civile,
cosi nel bel mezzo della repubblica cristiana il
papato si svolse dal vescovato, in Roma, la citt
imperiale e accentratrice, adottando a capo sti-
pite San Pietro, l'autore dell'epistola pi conci-
liante e accomodante. Cerc o accett dall'au-
torit imperiale la sanzione della preminenza,
quando Valentiniano III nel 445 sottoponeva tutti
1 vescovi d'occidente alla giurisdizione della santa
sede di Roma. Ruinato l' impero occidentale, il
papato In Roma tra il diluvio barbarico apparve
come il faro della civilt, rest come il porto
della tradizione lathia. Ma esso il papa in Roma,
nfrnrfnzione Vii
anche se Gregorio Magno, anche se ricco di fa-
colt da nutrir la plebe e riparare ai grandi pub-
blici danni, non era che il suddito dell* impera-
tore d^oriente; e avea rivali di maggioranza la
chiesa ravennate e l'ambrosiana. Nella contro-
versia per l'adorazione delle imagini, Gregorio II
scomunic l'esarca e sommosse i romani a non
pagar pi tributo a Costantinopoli: rotti a grado
a grado i rapporti tra quell'impero e il papato
romano, ne segui anche la separazione delle due
chiese. I longobardi intanto prendevano tutto, e
anche stringevano Roma. Il papato allora fiut
una forza nuova che forse avea bisogno d'una
sanzione per affermarsi: e Gregorio III, sire di
nazione, mand legati suoi e del senato e popolo
romano invocando il vincitore degh arabi Carlo
Martello contro Liutprando, e offerendogli, di-
cono, la sovranit della repubblica romana; cio
di quel che restava nella media Italia hnmune
dal dominio dei longobardi. Stefano II avanz il
passo risoluto, quando fu in Francia a Pipino;
e, usurpato un diritto imperiale, Io cre patrizio
di Roma, commettendo cosi la repubblica
e la
chiesa alla protezione di lui. Quindi, Pipino
e
Carlo fecero le note donazioni alla Chicca, al
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Vm IKTRODtJZIOKE
beato Pietro, alla repubblica dei Romani; e
Leone III, coronato e proclamato imperatore
Carlo, gli si prostr a* piedi e gli giur e fece
giurare fedelt dal clero e dal popolo. E il Magno
e suoi discendenti esercitarono in Roma ogni atto
di sovranit.
Coir estinguersi dei Carolingi, Y anarchia, che
spezz il nuovo impero, infuri pi che altrove
mostruosa in Roma attorno la santa sede. Il
vecchio e il nuovo; la classica repubblica e la feu-
dalit longobarda; l'impero bizantino, il regno
italico, l'impero tedesco
;
i consoli baroni, i papi
tribuni; cozzano nel buio di quegli anni: in mezzo
arde e combatte Castel Sant'Angelo, onde scen-
dono cinque o sei papi in sedici mesi, amanti o
figli incestuosi di Teodora e Marozia, portati dal-
l'una fazione, scannati dall'altra. Tali i prossimi
effetti dell'accrescimento politico nel ponteflcato.
L'anarchia romana provoc l'intervento e ferm
l'impero tedesco in Roma. Della religione ap-
parve e fti salvatore il sassone Ottone, depo-
nendo il nefando Giovanni XU. Ma col salva-
tore e suoi successori la chiesa di Pietro, da
Leone vni al sorgere d'Ildebrando, divenne un
organismo mosso e regolato da Cesare, che
Jvt''oduzi(me
designava, eleggeva e investiva
f)api,
vescovi,
abbati.
Col mille principia e tre secoli dura l'et eroica
del papato. Cominciato a parere sacrilego il
sopraffare dell'impero; all'ombra dei chiostri,
albergo allora dell'idea se non proprio della
libert e della coltura; nacque d'ira e di vergo-
gna, si pasco d'odio e d'invidia, crebbe di virt
e di santit, si esalt di idealismo e misticismo,
s'inebri della sua propria potenza, la reazione
spirituale dei papi contro la forza bruta di tutto
isieme il despotismo feudale; proruppe come
Icone, satt come aquila, cadde come toro ferito*
Gregorio VII, Innocenzo III, Bonifazio Vili: tre
grandi uomini, tre momenti, tre simboli. Grego-
rio VII, il trionfatore degli imperatori franconi,
la volont e la santit: Innocenzo HI, il trionfa-
tore degli svevi, l'idealit e la scienza: Bonifa-
zio Vili, il vinto del re di Francia, la forza
e la
politica. Gregorio VII rivendic a s solo il titolo
di papa: Innocenzo III asser al papato la na-
ira e l'ufficio del sole, permettendo all'impero di
rappresentare la luna: Bonifazio Vili cre impe-
ratore s stesso, e mise il triregno. Vero che
lo schiaffo di Sciarra Colonna, glielo abbatt dal
INTRODUZIONB
vecchio capo. Que'papi che deponevano g' im-
peratori, che faceano e disfaceano i re della terra,
in Roma erano come il figlio dell'uomo, non
aveano luogo sicuro dove posare la testa. Roma,
fedele agli esempi di Crescenzio e alle massime
d'Arnaldo, annunzi con la sassata a Lucio III il
suo procedere co' papi: quando non gl'imprigio-
nava, l cacciava, o stava per chi fosse contro
loro. Ma quei tre miravano pi alto che non
fosse la Roma imbastardita del medio evo. Essi
volevano la preminenza della loro idea su l'uni-
verso. Dinanzi a tanto concetto un incidente
la donazione matildca, della quale il pontefcato
in quel sbito o non seppe o non pot o non
cur trarre gran costrutto. Tra Gregorio VII e In-
nocenzo III, un papa mediocre, se bene versar-
tosi tuttavia nella politica, il terzo Alessandro, la-
vorava pi pratico degli altri per l'avvenire,
quando fin) di sottrarre il papato a ogni inge-
renza o influenza popolare e cesarea
fermando
definitamente che soli i cardinali raccolti in con-
clave potranno dare un papa alla Chiesa e un
sovrano a Roma
La cattivit di Avignone, se trasfer il papato
iu soggezione dei re di Francia e dei conti di
hitroduztone
\i
Provenza, non mut di troppo le relazioni di lui
con ritalia. E gi ne' duo secoli anteriori e du-
rante la lotta tra V impero e il sacerdozio i co-
muni e i signori stavano per questo o per quello
secondo i loro interessi e secondo i loro inte-
ressi mutavano da guelfi a ghibellini, volendo e
sapendo in fatto mantenersi indipendenti dal-
l'uno e
dall'altro. Ora il papato transalpino,
men-
tre conctiiudeva le sue vittorie su l'impero otte-
nendo nel 1353 da Carlo IV la rinunzia In fatto a
ogni diritto su i possedimenti della Chiesa, do-
vea vedere questi cosi detti possedimenti im-
punemente smembrarsi in repubbliche e signorie
autonome. Contro le quali mandava a pi riprese
suoi cardinali legati, che erano altrettanti con-
dottieri di ventura, e fatto il guasto tomavan-
sene in vano; mand la ftiria francese di Ber-
trando del Poggetto, che molto attent e nulla
strinse
;
mand la calma spagnola di Egidio d*Al-
bornoz, che segn le vie per l'avvenire;
mand
la ferocia del cardinal di Ginevra, che sparse
Ro-
magna di stragi non dissimiglianti a quelle degli
ultimi due ponteflcati del tempo nostro e che
vide riuniti contro la Cliiesa guelfi e ghibellini,
repubblica e tirannia, Firenze e Milano; di che
INTRODUZIONE
molto fu diminuita l'influenza anche morale dei
papi in Italia.
N crebbe di certo nello scisma occidentale,
quando clero popoli e principi non sapevano e
non volevano pi distinguere tra papi e antipapi
vagabondanti per il mondo, e Roma poco manc
non divenisse, a consolazione di molti in Italia,
un bel regno nelle mani del migliore degli An-
gioini di Napoli. La qual Roma per parte sua
aveva veduto durante la cattivit d'Avignone
un nuovo esperimento di repubblica tentato col
plauso d'Italia e con l'assenso del lontano pon-
tefice da Cola di Rienzo; e ora vedeva, nel primo
apparire della sovranit papale politica, la cen-
sura
di Stefano Porcari.
Perch circa a mezzo il secolo decimoquntc
i papi fermarono in Roma il nuovo governo;
ma per rimaner fermi intesero che bisognava
allargarsi e assodarsi all'intorno. A ci gli aiut
4
la costituzione, gi ordinata da Eugenio III, del
"*
sacro collegio in senato politico, partecipe, depo-
sitario, usufruttuario dell' autorit, della sovra-
nit, della masserizia papale. E, lasciate da parte
le grandiose idee di Gregorio VII e d'Innocenzo III,
pensatilo a fui'si uno stato in Italia. Ma come:?
Introduzione xiii
Il coiistituirsi iutorno alla penisola le naziona-
lit estere in forti despotismi guerreschi, come
fiacc l'energia elastica dell'Italia federale, cosi
imped il papato nelle sue tendenze e lo forz a
contingenze nuove.
Da Sisto IV a Paolo IV ! papi, come i re di
Francia e di Spagna, si diedero a circonvenire,
a
insidiare, a sopprimere con le arti politiche del
quattrocento i signori o tiranni che avevano do-
vuto riconoscere vicari; ma la condizione elet-
tiva imped la continuit ed efficacia dell'azione,
e. alla trasmissione ereditaria mal sopperivano
col nepotismo. Un solo, Alessandro VI, fu a
un
punto di lasciare la santa sede trasformata
in trono; e il Valentino, se non era quel fiasco,
forse
diventava il Cesare di un impero compo-
sito,
teocratico -pagano, con Vaqula di San Gio-
vanni conversa a rapir Ganimede e il bue di
san Luca fatto insegna domestica con la Lu-
crezia, in vece d' Europa, a bisdosso.
Giulio II, sovrano veramente politico, ebbe una
grande idea e un gran momento, quando pens
e grid: l' Italia non avr pi che un padrone,
il papa. Ma non era pi il tempo. Le grosse mo-
narchie premevano oiamai da tutte le parti.
INTRODUZIONE
Leone X, Clemente VII, Paolo III ondeggiano mi-
seramente tra Carlo V e Francesco I, per amore
d fare uno stato, non alla Chiesa, ma ai nepoti.
mentre mezza cristianit scappa loro di mano,
portandosene pi che mezza Tautort e rendita
della Chiesa. Paolo IV, alla disperata, giuoca
r ultima partita con T impero; e la perde. Da
indi in poi il papato fu alla dipendenza di casa
d'Austria, come gi dei Carolingi, dei Sassoni,
dei Valois; e dalla elaborazione penosa d'una ri-
forma interna, mossa da un concilio a malin-
cuore subito, sbucava e a chiuse spire divin-
colandosi s'inalberava sul Vaticano il grande
boa costrittore, il gesuitismo. Ahim! a lato
d'Innocenzo III, nella reazione contro il razio-
nahsmo averroistico dell'impero di Federico II
e la sensualit albigese della baronia meridio-
nale, erano sorti Domenico di Guzman e Fran-
cesco d'Assisi. Quali altri uominil quali altri
ordinil
E pure da Sisto IV a Paolo IV la sovranit
pontifcia, con tutti i suoi peccati pi che seco-
lareschi, anzi foi-se per questi, esercit intorno
a s uu' attrazione, onde senza produrre essa
nulla aspirava e rendeva qualche cosa non dii'O
Introduzione xy
deir anima ma della mente dell' Italia, e del-
l'Italia rifletteva mi' immagine artisticamente
e artifiziosamente e talvolta anche politicamente
foggiata. Dopo il quarto Paolo, dopo il concilio
tridentino, nella depressione massima della patria,
colla riforma cattolica atteggiata a devozione
morosa e a bigottismo feroce, con l'esagera-
zione del potere esecutivo, con l'invasione e
r usurpazione de' feudi e d' ogni funzione [dello
stato, con Pio V e con Sisto V, la sovranit pon-
tiflcia si allarga, si arrotonda, si corregge, ma si
converte in governo clericale, perde ogni sen-
tore d italianit, decade. Governo clericale
j^overno di casta: solo i preti comandano, pen-
sano, agiscono, vivono a spese degli altri esseri
inferiori. E cacciano gli Estensi, seppelliscono i
Della Rovere, fan di Floma una citt cosmopo-
lita. Ma Ferrara per le sue vie gi frequenti del
concorso d' Europa vede crescere l' erba
;
vede
Urbino cadere a pezzi quel che i cardinali le han
lasciato del palazzo di Bramante; per iscam-
pare ai preti, Ravenna protesta volersi dare
ai turchi; Perugia perde popolo e arte e vive
nella fama dei veleni; Bologna, la meglio trat-
tata, lascia il titolo di dotta per quello di grassa;
XVI INTRODUZIONE
Roma cosmopolita non produce un uomo, non
vanta un nome (il Metastasio venuto d'Assisi
di formazione napolitano). In Roma cosmopolita
Luigi XIV manda a farsi chiedere perdono dal
papa, e a ricordo che il papa gli ha obbedito
il re di Francia in Roma cosmopolita rizza ima
colonna o non so che altro monumento. E men-
tre la divozione non ralluma pi la fede di Bo-
naventura, di Tommaso, di Dante, la Riforma
determina da una parte un nuovo principio po-
litico, confla dall'altra un nuovo spirito filoso-
fico. E quindi la chiesa gallicana proclama per
bocca di Bossuet che il concilio generale so-
pra il papa, che il papa non infallibile se non
a capo della Chiesa, che n il papa n il concilio
n la Chiesa non possono nulla sul temporale dei
re, non possono deporre ossi n sciogliere i po-
poli dal giuramento. Quindi il libero esame di-
venta libero reggimento, diventa libero pensiero
in Olanda e in Inghilterra, e por infiltrazione
ge-
nera nella Francia gallicana il filosofismo e l'en-
ciclopedia. E i Borboni cacciano d' ogni parte i
gesuiti, e comandano al papa di sciogliere la
compagnia; e Leopoldo I In Toscana fa dir la
messa In volgare; e Giuseppe li ne' suoi stati
Introduzione xvii
fa il vescovo e il sacrista lui e rimanda con bel
complimenti Pio VI. E scoppia la rivoluzione.
Nelle conseguenze della rivoluzione era che
la chiesa cattolica stata fin allora tutto in Europa
tornasse non pi che una confessione tra le
altre confessioni religiose. Napoleone le rese
onore col concordato, ma non le Provincie pre-
sele a Tolentino; anzi proclam di riprendersi
come successore di Carlo Magno ci che il suo
antecessore avea donato; e riun Romaall'Impero
francese cinque anni dopo che il sacro impero
romano era stato casso anche di nome. Cosi le
due maggiori instituzioni del medio evo, uscite
runa dall'altra e pur sempre in guerra tra loro,
spiravano insieme. E la Francia, la figlia pri-
mogenita della Chiesa, che aveva con Filippo il
Bello scliiaffeggiato Bonifazio Vili, costretto con
Luigi XIV a inginocchiarsele Alessandro
VII,
ora con Napoleone faceva arrestare da un gen-
darme Pio VII reo di reclamare per ci che cre-
deva suo.
Alla restaurazione, se non fossero state le po-
tenze
scismatiche ed ereticlie, l'Austria,
erede
diretta del sacro romano impero, si sarebbe
presa le Legazioni; e le teiiiie di fatto dal 1821
XVIII
INTRODUZIONE
al 1859. I romagnoli invocavano i croati di Fran-
cesco I a scampo dai barbacani di Gregorio XVI;
e
cospirarono, molti, per darsi in governo a
Ferdinando I : incredibile in queir odio d' allora
contro i tedeschi, e pur verol Tanto il governo
di casta era tornato per la paura peggiore, tanto
era
amaro e spiacevole a gente che aveva pro-
vato il governo della legge, gustato l'eguaglianza
civile, trattato l'armi nel nome d'Italia!
E
pure la reazione ideale liberale mossa dal
quindici fece di tutto per la Chiesa. Io non dico
del De Mastre e del Lamennais; ma in Italia il
Gioberti, ponteficante ancora Gregorio, sillogizz
l'ontologa per rimettere il papato a capo della
civilt e il papa a capo dell' Italia. Leopoldo Ga-
leotti, qualche mese prima dell'amnistia di Pio IX,
scrisse un libro con di molti ragionamenti storici
e giuridici a dimostrare la necessit della sovra-
nit pontificia e del riformarne il governo secondo
i suoi principi! i suoi ordini e i tempi nuovi Ma
chet Tutto il guelflsmo italiano, risorto, ahi quanto
diverso dal secolo decimoterzo e decimoquarto!,
risorto in quel fidente romanticismo del 1847
e 48, s'era tolto su il suo morto, e se lo cullava
tra le braccia, e lo riscaldava d entusiasmo e di
Introduzione xix
baci, e gli cantava: Svegliati, Gregorio VII, e
piglia un fulmine! monta su la mula bianca,
Alessandro III I alla breccia, alla breccia, Giulio II
I
Pio IX rispose come doveva, cosi bene, che
in capo a un anno, un pugno d'Italiani, d*ogni
parte della sacra penisola, tenne fronte In Roma
ai pi bravi soldati del mondo, per non voler
saper pi di preti al governo. La Repubblica
romana fu la maggior gloria di Giuseppe Mazzini
;
e dopo ciie per Roma morirono insieme traste-
verini e guardie nazionali de* rioni, romagnoli
piceni e umbri, genovesi e piemontesi e lom-
bardi, e toscani e napolitani, giovani e vecchi,
lavoratori e poeti, popolani e marchesi, mode-
rati e arrabbiati, e fin sacerdoti, e fino una
donna; dopo il 1849, dico, il governo chiericale
fu definitivamente sentenziato, lioma fu virtual-
mente deir Italia una.
Ma

opponeva la diplomazia della vecchia
Europa

Roma cosmopolita : necessario che
il papa sia sovrano temporale per essere pon-
tefice indipendente : necessario che gli italiani la
intendano, e, se sacrifizio
, sacrifichino
parte
di lor gente a servir di soggetto a tale
sovra-
nit. Dcir indipendenza del papa, sovrano
tem-
XX
INTRODUZIONE
porale in Roma
cosmopolita, accennai alcun
che: potrebbesene fare lunghe storie, se io fossi
condannato a s inamabile trattazione. Roma
cosmopolita? Ah sii c' proprio da tenersene!
quanto della Roma siriaca d'Eliogabalo. Eccola!
una folla di protestanti, luterani, calvinisti, angli-
cani che fa ressa alle funzioni della settimana
santa in San Pietro come a teatro; una plebe
di mendicanti che sporge in tre giorni quaran-
tamila suppliche a un despota scismatico tutto
ancora fumante di sangue cattolico; una bor-
ghesia di affittacamere, di coronari, di antiquari,
che vende di tutto, coscienza, santit, erudi-
zione, reliquie false di martiri, false reliquie di
Scipioni, e donne vere
;
un ceto di monsignori e
abati in mantelline e fogge di pi colori, che
anch'esso compra e vende e ride di tutto; un'a-
ristocrazia di guardiaportoni
;
una societ che in
alto e in basso, nel sacro e nel profano, nel tem-
pio e nel tribunale, nella famiglia e nella scuola,
vive in effetto quale tratteggiata nelle satire di
Settano e del Belli, come la pi impudicamente
scettica, la pi squisitamente immorale, la pi
serenamente incredula e insensibile a tutto che
di
sii^i"M.\
di nobile, di vii-tuosu, d'umano pos-
IntroduTxone
m
sano credere, vagheggiare, adorare o sognare le
altre genti; una societ clie per trovarle una tinta
d'eleganza o d'idealizzazione bisogna ricorrere
alla tisi o alla pletora europea dantesi convegno
intorno le ruine de' Cesari a ballare , a tirare
alla volpe, a comperar la dispensa di mangiar
grasso il venerd, a giudicare la musica sacra
dei castrati e portare a spasso i suoi amori, bi-
sogna ricorrere alla sensualit delle elegie e della
ragazza del Goethe, alla sentimentalit fastosa del
Chateaubriand seppelliente nell'ombra dell'urbe
l'adulterio con l'egoismo; a Niebhur, a Gregoro-
vlus, a Mommsen, dotti uomini in vero, e stil-
lanti eloquentemente disprezzo per gl'italiani.
Ah, per questa Roma dunque; per il governo
d'una casta in sottana e roccetto, che aveva per
finanze i debiti montanti di tre secoli e 1 prestiti
ebrei, per legge i capricci saltellanti sotto le zuc-
chette rosse o nere, per armi le prezzolate di
tutta Europa; per questo governo che riscattava
l'omicidio a scudi
;
per questo governo che in una
citt la quale avea tante terme ed ha tant'acqua
fece un popolo sporco; per questo governo che ve-
niva a patti coi briganti, e cedeva il diritto di
grazia a Radetscky nelle Legazioni e l'autorit al
JtJCtl INTRODUZtOl^B
Goinaiido superiore francese nella capitale; per
tale societ, per tale governo, i forti romagnoli
nati alla milizia, i piceni ingegnosissimi nelle
lettere e nel giure, gli umbri devoti all' ideale
dell'arte, dovevano essere taglieggiati, angariati,
scannati in Cesena, in Forl, in Fermo, in Pe-
rugia? dovevano tollerare

tre esempi tra
mille

monsignor Stefano Rossi delegato apo-
stolico in Ravenna, scrivente nel 1851 al gover-
natore di Faenza che per correggere 1 ragazzi
delle scuole indisciplinati s'intendesse con V t e r.
comandante la guarnigione austraca che l fa-
cesse da' soldati austriaci vergheggiare al pan-
cone? tollerare il cardinale Cagiano,
ordinante
nel 1844 tre mesi di carcere a quei genitori che
lasciassero le figliuole fare all'amore? tollerare
un padre Rossi, eccitante nel 1849 la plebe a
vibrare senza piet le armi nel petto ai
profa-
natori della religione, a disperderne i nemici,
non eccettuati t bambini? A tali onte la nobile
nazione italiana doveva sacrificare parte del po-
polo suo? E dove era 11 diritto cristiano, il di-
ritto delle genti, l'umanit?
Napoleone III, il cospiratore del 1831, dov sor-
reggere a malincuore, portando in pace 1 superbi
Introduzione
disdegni di Pio IX, quel clie rimaneva della trista
baracca dal 1860. Dopo Sedan (Mentana dio forse
un
granello di polvere insanguinata a far traboc-
care il secondo Impero), dopo Sedan l fall erari
pieni:
volgarmente, la pera era matura, cadde.
Come cadesse, cio come facilmente e piana-
mente, con l'assenso delle opinioni, si compiesse
un tanto mutamento negli annali d'Italia e del
mondo, lo racconta, ripeto, pienamente, di mo-
inento in momento, dal vero, il cav. Ugo Pesci
in questo libro. Leggendolo a noi parve rivi-
vere nella nostra giovinezza; della quale non
siamo al tutto scontenti, se fummo degnati a
veder tanto. Legga la generazione nuova; e sia
degna dell' avvenire.
Giosu Carducci.
Courmayeur, 20 agosto 1895
COME SIAMO ENTRATI IN ROMA
r.
Da Firenze a Terni.
La questione Romana esposta a gran velocit.
Alla stazione d Firenze.

Un salyacondotto rimasto sul
tavolino d'un ministro.

Il mio compasfno di viaggio.

4Jn
"
omagfifio reso alla rivoluzione ,..

Faites vite!

L'or-
dine del giorno Boncompagni.

Ricasoli e la questione
Romana.

Aspromonte e la convenzione di Settembre.

Il sillabo.

Non pi stranieri in Italia.

I feriti di
Mentana.

Prima e dopo Sedan.

La visita di Costan-
tino Nigra a Giulio Favre.

La lettera di Vittorio Ema-
nuele a Pio IX.
La sera dell' 8 settembre 1870, nella stazione
di Firenze

gi reputata una delle pi brutte
del mondo e che conserva gelosamente da pi
d'un quarto di secolo codesta reputazione

non si pu dire che vi fosse gran folla; ma
all'ora della partenza del treno per Roma e
Napoli v'era pi gente del solito. Dove gente
vi son curiosi; e questi si occupavano con par-
ticolare attenzione d'un gruppo radunato sul
marciapiede, vicino al treno. Lo formavano due
Pesci. Cone siamo entrati in Roma. 1
LA QUESTIONE ROMANA
o tre senatori e cinque o sei deputati, sui quali
predominava per la statura il conte Castellani
Fantoni: v'erano il marchese di Montezemolo,
prefetto di Firenze, il questore Amour, morto
prefetto di Bologna nel 1893, ed alcuni fra i pi
noti emigrati romani. Si affollavano intorno ad
un signore di media statura, vestito severamente;
il conte Gustavo Ponza di San Martino, senatore
del Regno , che re Vittorio aveva incaricato di
portare a Pio IX una sua lettera autografa. Lo
accompagnava nella onorevole ambasceria un
giovine diplomatico, miope ed elegante, il mar-
chese Alessandro Guiccioli di Ravenna, che men-
tre scrivo prefetto di Roma dopo esserne stato
anche sindaco.
Non posso dire se il conte di San Martino spe-
rasse molto nel buon esito della missione afif-
datagli : tanto meno so quanto desiderasse d'ott
tenere dal Papa che le truppe italiane entrassero
negli Stati ancora pontifici col di lui beneplacito.
Poich queste pagine, dove raccolgo senza pre-
tensione i ricordi d'avvenimenti de' quali fui te-
stimone, non aspirano punto ad essere un libro
storico, n politico, n biografico, neanche tocca
a me il dire della antecedente vita pubblica del-
l'inviato del re d'Italia. Gi dal 1852, Camillo Ca-
vour, che poi lo volle seco ministro dell'interno,
gli scriveva fino da Edimburgo, della questione
Romana. Nel 1859 fu commissario Regio a Ge-
nova, quando vi sbarcarono le truppe francesi:
nel 1861 luogotenente generale del Re a Napoli :
Sebastiano Tecchio, facendone l'elogio funebre,
dal seggio presidenziale del Senato, afferm
che se Gustavo Ponza di San Martino s'er
Il conte Ponza di San Martino
inesso a capo, dopo il 18G4, del gruppo di oppo-
sizione piemontese detto
"
della Permanente
,
lo
aveva fatto soltanto per timore che i gover-
nanti,
allettati dalle attiche delizie del soggiorno
a Firenze, dimenticassero di condurre IMtnia a
l'orna.
Nel gennaio 18G7 andato a Roma per lar visita
ad un fratello gesuita

padre Alessandro Ponza
di San Martino

da questi era stato presen-
tato a Pio IX, cui aveva parlato schiettamente
dei pericoli minaccianti la Chiesa, consigliando
il pontefice a chiedere a Vittorio Emanuele l'invio
di milizie italiane a Roma: ed il Papa l'aveva
ascoltato con benevolenza.
Politicamente l'ambasciatore era dunque degno
dell'ambasciata; per dire quale uomo egli fosse
nella vita privata baster un fatto che credo
generalmente dimenticato. Il presidente del con-
siglio, Giovanni Lanza, insieme con le istruzioni
relative alla missione affidatagli, consegnava al
conte di San Martino una credenziale di 50000 lire
sul banco Spada e 10 000 in oro per le spese mi-
nute. La sera dell' 11, di ritorno a Firenze, il
conte di San Martino restitu al Lanza la cre-
denziale ed il resto della somma in oro. Aveva
speso, in totale, 275 lire e centesimi per so e per
quanti lo accompagnavano.
Mentre senatori, deputati, prefetto, si acco-
miatavano dal latore della lettera regia, i non
molti viaggiatori s'erano studiati di accomo-
darsi alla meglio ai loro posti per passare la
notte. Ebbi la fortuna d'avere un solo compagno
di viaggio, e ne fui contento , non soltanto per
4 LA QUESTIONE ROMANA
la possibilit di starmene comodo, ma perch
quanti meno siamo in uno scompartimento d'una
carrozza ferroviaria, tanto meno facilmente ca-
pita l'occasione di dover discorrere senza averne
voglia. In quel momento non ne avevo punta.
Mi dava pensiero l'essermi accinto ad un'im-
presa dalla quale non sapevo se mi sarebbe
riuscito di cavare le gambe onorevolmente. Il
Fanfulla, fondato 11 16 giugno di quell'anno
e divenuto in due mesi e mezzo il giornale pi
ricercato di Firenze, aveva quel giorno stesso,
tre o quattr'ore avanti la mia partenza, pub-
blicata In prima pagina la seguente nota, in ca-
ratteri tipografici di straordinaria grandezza:
In questi straordinari movimenti di truppe, anche Fa^
fula
mobilizza una parte delle sue forze, e spedisce questa
sera alla frontiera il suo collaboratore Ugo^ incaricato di
dare tutti 1 pi grandi ragguagli sui nostri soldati e di
entrare in Eoma con essi.
Queste poche righe

me ne sono accorto
dopo

non figureranno mai fra 1 testi di lin-
gua. Ma lo non ne ho proprio colpa. Allora
pensavo alla sostanza, non alla forma. Si sa-
rebbe entrati davvero a Roma? A Firenze v'era,
da per tutto dove bazzicavano 1 cos detti uo-
mini politici, un'aria di dubbio, di mistero, di
indecisione, che consolava poco. Quella sera
stessa m'avevano detto in un orecchio che il
Lanza s'era dimesso e che il Sella avrebbe fatto
altrettanto.... ed era verissimo.
Se, invece d'essere semplicemente aspirante a
diventare un romano moderno, fossi stato un
romano antico, pi d'un presagio mi avrebbe
Il mio salvacondotto
consigliato a restare a casa. Appartenevo allora
alla numerosa schiera di ufficiali dell'esercito
"
collocati

in aspettativa per riduzione di corpo
dopo la campagna del 1866, ed ero diventato
giornalista per caso, cominciando a scribacchiare
(Ielle "cronache mondane

nella Ga^^etta d'Italia


nella quale scriveva allora anche 11 povero Beppe
Bandi. Le grandi manovre fatte in Italia, per la
prima volta, nel 1809, e precisamente in Mugello,
mi avevano offerta l'occasione di mostrare qual-
che attitudine per il difficile e faticoso mestiere
di "corrispondente al campo
,
attitudine della
(luale mi facevano l'onore di profittare 1 fonda-
tori del Fanfulla, alla cui redazione appartenevo
(Ino dal giugno.
Per essere in regola con le superiori auto-
rit militari, ero andato due giorni prima al
ministero della guerra, dove il maggiore Cor-
vetto

gi direttore degli studi alla Scuola di
Modena, allora capo di gabinetto del ministro,
oggi comandante del II Corpo d'esercito

mi
aveva accolto con grande benevolenza,
dicen-
domi di ripassare da lui, quando fossi risoluto
,1 partire , eh' egli mi avrebbe dato un salva-
condotto, firmato dal ministro, dal quale mi sa-
rebbe reso pi facile il compimento del mio do-
vere di corrispondente. Tornai difatti al mini-
stero, in piazza San Marco, la mattina dell'S, e
vi trovai fino nelle prime anticamere una inso-
lita confusione. Il maggiore Corvetto non v'era
o non poteva ricevere: nessuno dava retta, nean-
che gU uscieri. Mi decisi ad andarmene e seppi
appena fuori che nel generale Govone s'erano
manifestati i primi sintomi della malattia che
LA QUESTIONE ROMANA
doveva tanto immaturamente e tragicamente ra-
pirlo all'Italia....
Si cominciava male.... e il mio salvacondotto
rimaneva non firmato sulla tavola del ministro.
Il treno correva rapidamente per la valle del-
l'Arno che, illuminata da una fulgentissima luna,
appariva al miei ocelli come un paese incantato.
Ma tutto stanca nel mondo , anche la contem-
plazione del bello, ed io seguii l'esempio del mio
compagno di viaggio, addormentato da un pezzo.
Una brusca fermata mi svegli, circa tre ore
dopo, di soprassalto. Il mio compagno, gi desto,
e con una gran voglia di chiacchierare, aveva
avuto tempo di dirmi mentre il treno ansava per
rimettersi in moto, ch'egli era un deputato cala-
brese diretto a Napoli.
La conversazione non tard ad aggirarsi in-
torno all'argomento del giorno. Il deputato ca-
labrese era uno
"
specialista

in materia di
"
questione Romana

e mi sciorin , seduta
stante, un intiero trattato storico politico, pi-
gliando le mosse dalla lettera di Pio IX al car-
dinale Patrizi vescovo d'Albano, in data 15 lu-
glio 1859, nella quale il Papa, rispondendo ad
una lettera di Napoleone III, che lo invitava a
secondarlo perch la pace di Villafranca pro-
ducesse tutte le conseguenze ch'egli se n'aspet-
tava, protestava contro la dottrina della libert
illimitata proclamata da Massimo d'Azeglio nel
suo manifesto alle popolazioni delle Romagne.
Mi citava la prima allocuzione di Pio IX con-
tro la sollevazione di quelle provincie, e quella
del 20 settembre con la quale il Papa respinse
In viaggio per Teini
il consiglio di riforme civili che, se non ritornare
all'ubbidienza le Provincie sollevate, avrebbero
potuto conservargli almeno quelle rimastegli.
Sul principio mi distraevo facilmente, vedendo
fuggire dietro ai cristalli dei finestrini le torri
di Castiglion Fiorentino e di Cortona, e le ville
-randiose, ed i bruni filari di cipressi; ma il
deputato soggiogava pienamente la mia atten-
zione narrandomi, con lo stile caldo ed imagi-
iioso del suo paese, la rottura delle relazioni
diplomatiche fra la Santa Sede e il He di Sar-
degna dopo il plebiscito delle Komagne, la par-
tenza da Roma del conte della Minerva mini-
stro di Vittorio Emanuele, le dimostrazioni alle
(luali quella partenza dette occasione nel lungo
tratto di strada dalla sede della Legazione Sarda
in via Borgognona al di l di ponte Molle, dove
parecchi patrioti romani accompagnarono 11 rap-
presentante dell'
"
usurpatore

il ottobre 1850.
Il deputato sapeva che in risposta all'opu-
scolo Le Pape et le Congrs ne furono scritti,
in cifra tonda, la bellezza di 120. In fin dei conti
queir opuscolo diceva poco, e dopo aver dimo-
strato la incompatibilit del potere spirituale e
del temporale nella persona del Santo Padre,
l)roponeva illogicamente di limitare l'esercizio
del potere temporale alla sola citt di Roma: pure
messe il cauipo a rumore, ed il Giornale di Roma
del 3 gennaio lo chiam ufficialmente
"
un omag-
,i;io reso alla rivoluzione
.
Era proprio vero che
(lucll'on^aggio l'aveva reso Napoleone III con la
pernia del signor de La Gueronnire ? L'Impera-
tore aveva gi mandato al Papa dir.ettamente
un;i lettera, in data del 3 dicembre
'59,
consi-
8 L\ QUESTIONE ROMANA
gliandolo nuovamente a fare un volenteroso sa-
grifizio delle Provincie della Romagna e del-
l'Emilia: il Papa gli aveva risposto con l'enci-
clica del 19 gennaio
'60, dichiarando di non poter
abdicare al possesso di quelle Provincie senza
violare i solenni giuramenti da lui prestati come
Pontefice e come sovrano.

Il dissidio s'inaspr

soggiungeva il mio
facondo compagno

per l'attitudine presa dal-
l'alto clero e dai cattolici in Francia. Il governo
imperiale, non ostante le querimonie de' vescovi,
sopprimeva rf//iicers; il signor Thouvenel man-
dava ai rappresentanti della Francia una circo-
lare nella quale era detto che l'ultima enciclica
del Papa contradiceva ai dati pi positivi della
politica; il ministro Billaut raccomandava ai
prefetti di non permettere agitazioni contrarie
alla politica del governo, ed il guardasigilli Rou-
land esortava i vescovi a sentimenti di mode-
razione, di prudenza e di carit. Veniva intanto
fuori, non si sa come, l'idea di nominare Vittorio
Emanuele vicario delle Legazioni, sulle quali il
Papa avrebbe conservato il diritto d'alta sovra-
nit: ma il conte di Cavour la respingeva; le Le-
gazioni votarono col plebiscito del 12 aprile 18G0
la loro unione alla monarchia costituzionale di
Vittorio Emanuele: il Papa scomunic tutti pro-
testando, ed alle lettere rispettose di Vittorio Ema-
nuele rispose deplorando "l'infelice stato del-
Tanimo del Re

che si trovava
"
ilaqueato nelle
censure ecclesiastiche
.
Gli avvenimenti precipitavano. Il 13 luglio 1860,
quando la Sicilia era gi quasi intieramente li-
bera per opera di Garibaldi e de' Mille, Pio IX
Una
"
disgustosa c&municazione

9
pronunziava un'altra allocuzione in odio al go-
verno italiano, mentre il Farini correva a Genova
e riusciva con le buone ad impedire un'impresa
contro lo Stato Pontificio, che vi preparavano il
Pianciani ed altri; ed il Ricasoli proibiva al Ni-
cotera di prendere la strada della frontiera pon-
tificia con la brif^^ata messa insieme a Castel
Pucci, presso Firenze. Ma non si poteva sempre
impedire; bisognava regolare, prevenire. Il 7 set-
tembre, il conte di Cavour mand una nota al
cardinale Antonelli, per mezzo del conte della
Minerva, dicendogli non potere il governo del
Re
"
rimanere indifferente all' agglomeramento
di milizie mercenarie estere continuato dal go-
verno Romano

ed invitandolo a disarmare
e
sciogliere quei corpi. Prevedendosi la risposta,
Vittorio Emanuele aveva mandato pochi giorni
prima Farini e Cialdini ad ossequiare Napo-
leone III, venuto a visitare la Savoia, e a dimo-
strargli nel tempo stesso la necessit di occu-
pare le Marche e l'Umbria a scanso di pi pe-
ricolosi ed irrimediabili avvenimenti.
Napoleone
rispose col celebre: Faites si vous le croy&j,
mais faites vite.
Poicli Antonelli non aveva lasciato neppure
arrivare a Roma il conte della Minerva dichia-
rando di respingere
"
la disgustosa
comunica-
zione

il governo del Re non si fece ripetere
due volte il consiglio datogli da Napoleone,
e
ni settembre le truppe italiane entravano negli
Stati del Papa. Il cardinale Antonelli, non tro-
vando pi r ubi consisiam per la sua politica
di resistenza, dopo aver protestato nuovamente
il
18 settembre, ciiicdeva spiegazioni al go-
10 LA QUESTIONE ROMANA
verno francese. Il Thouvenel gli rispondeva, un
po' seccato , che la Francia , stando a Roma
a proteggere il Papa, faceva pi dell'obbligo suo:
ma in quello stesso giorno, per dare un colpo al
cerchio e l'altro alla botte, il ministro della guerra
ordinava l'invio d' un' altra divisione a Roma.
Incomodo inutile ! Nel memorandum alle potenze
in data del 12 settembre, il conte di Cavour aveva
solennemente affermato che le truppe italiane
avrebbero scrupolosamente rispettato Roma ed
il territorio che la circonda. A Pio IX, manco a
pensarlo, l'affermazione non bastava e nell'allo-
cuzione del 28 se la prendeva con la "insigne
impudenza ed ipocrisia degli iniquissimi inva-
sori

invocando di veder punita
"
la scellerata
e non mai abbastanza esecrata aggressione.

Dopo la quale e dopo il susseguente plebiscito,


nuove
proteste, e nuove pubblicazioni; fra le quali
La Frarice, Rome e V Italie, un altro opuscolo
del La Gueronnire, confutato da una nota del-
l'Antonelli a monsignor Meglia nunzio a Parigi :
poi, la discussione della questione romana, co-
minciata il 28 febbraio 1861, al Senato francese,
a proposito d'un paragrafo dell' indirizzo in ri-
sposta al discorso della Corona; discussione alla
quale presero parte i cardinali francesi ed il
principe Napoleone

questi manifestando idee
molto liberali

e che termin con un voto fa-
vorevole alla politica del governo imperiale e
con la pubblicazione sull'albo dei comuni di Fran-
cia del discorso anticlericale del princii)e.
Finalmente, dopo un'altra discussione ed un
altro voto al Corpo legislativo francese, dopo
un' altra allocuzione del Papa, eccoci alla fine
Roma
"
capitale acclamata

1
1
del primo atto. Il 25 marzo, alla Camera italiana,
il deputato bolognese Rodolfo Audinot, svolge
d'accordo col conte di Cavour una sua inter-
pellanza sulla questione romana e proclama
che ormai
"
l'Italia ha bisogno di Roma, Roma
dell'Italia,,. Il conte di Cavour gli risponde che
"proclamando Roma capitale d'Italia si pu to-
gliere ogni questione :
il mite Boncompagni
afferma
"
gli interessi della civilt richiedere
che cessi il dominio temporale dei Papi
.
Molti
oratori parlano concordi in tale opinione*, sto-
nano appena il D'Ondes Reggio dall'estrema
destra, Giuseppe Ferrari dall'estrema sinistra.
Il 29 la Camei-a approva alla quasi unanimit
l'ordine del giorno proposto dal IViirompagiii
che dice:
"
La Camera, udite le dichiarazioni del mini-
stero, confidando che, assicurata la indipendenza,
la dignit e il decoro del pontefice e la piena li-
bert della Chiesa, abbia luogo di concerto con
la
Francia l' applicazione del principio del non
intervento e che Roma, capitale acclamata dal-
l'opinione nazionale, sia resa all'Italia, passa al-
l'ordine del giorno.

Il paesaggio s'era andato man mano trasfor-
mando, e dopo aver goduto lo splendore del ple-
nilunio riflesso sul terso specchio dell'acque
del Trasimeno, ammiravo l'ombre misteriose e
severe degli oscuri boschi di querci, il monte di
Perugia, le tre chiese d'Assisi e la cupola della
Madonna degli Angeli; e pi tardi, illuminate
dalla )anca luce dei primi albori, le fonti del
Glituniio, le pendici di Monte Maggiore alle quali
12 LA QUESTIONE ROMANA
si appoggia Trevi, e Montefalco, la terrazza del-
l' Umbria; pi tardi ancora, a giorno chiaro, la
rocca di Spoleto e gli aspri fianchi dell'Appen-
nino, nel massiccio fra la valle della Nera e
quella del Tevere.
Il deputato calabrese, assuefatto da un pezzo
a quello spettacolo, continuava a raccontarmi
la seconda fase nella quale , dopo la morte di
Camillo Cavour, entr la questione Romana.

Poco prima di morire



egU mi diceva

il grand'uomo di Stato era riuscito, col suo ri-
soluto contegno, a persuadere Napoleone III della
opportunit di ritirare le truppe francesi da Roma:
ma la minaccia d' una nuova guerra da parte
dell'Austria fece cambiar parere all'Imperatore.
Il 6 giugno Camillo Cavour moriva, avendo sem-
pre in cuore e sulle labbra, anche negli estremi
vaneggiamenti, la questione di Roma. L'Impe-
ratore, quasi a compensarci della gravissima,
incommensurabile perdita, riconosceva 11 Regno
d'Italia: ma il generale Goyon annunziando l'atto
diplomatico agli ufficiali del corpo d'occupazione
francese a Roma aggiunse che
"
tale ricono-
scimento non cambiava nulla alla situazione

e che
"
l'Imperatore conservava sempre gU stessi
sentimenti riguardo a Roma.

Il barone Ricasoli, succeduto a Cavour nella
presidenza del Consiglio, aveva dichiarato di vo-
ler risolvere la questione romana d'accordo con
la Francia; ma era nota la rigida interezza del-
Tuomo: era noto che il Ricasoli voleva andare
a Roma non soltanto per dare all' Italia la sua
capitale, ma vagheggiando di risolvere problemi
e compiere riforme religiose e inorali delle quali
H barone Ricaaoli 13
si trovano i concetti fondamentali nelle lettere
da lui dirette agli amici intimi e pubblicate dopo
la di lui morte \ A Roma voleva andare subito,
ed in questo suo proponimento era fermo con
ostinazione pi patriotica che diplomatica, mi-
nacciando in lettere officiose di chiamare la ri-
voluzione in proprio sussidio se le potenze d'F.u-
ropa non gli avessero dato mano. I negoziati
indiretti con la Santa Sede, incominciati da Ca-
vour
servendosi del padre Passaglia e del dottor
Diomede Pantaleoni, non potevano certamente
ottenere il risultato immediato che il Ricasoli
desiderava.
Infrattanto Urbano Rattazzi, andato a Parigi,
domandava all'Imperatore quale risposta avrebbe
egli potuto dare al Parlamento sulla questione
romana, nella ipotesi che egli fosse divenuto mi-
nistro
;
e l'Imperatore gli rispondeva dover agire
l'Italia come se Roma non esistesse: la Francia
non potere abbandonare il Papa dopo averne re-
staurata la sovranit temporale; egli non poter
richiamare le sue truppe da Roma per quanta
benevolenza gli ispirasse l'Italia. L'officiosa Pa-
trie pubblic un articolo , nel quale spiegava
la politica di Napoleone III dicendo che quanto
egli aveva fatto a pr' dell' Italia sarebbe stato
snaturato se avesse dovuto avere per conse-
guenza necessaria la caduta del dominio tem-
porale dei Papi.
Il corpo d'occupazione a Roma si aumentava
^
Lettere e documenti del barone Bettino Ricasoli pubbli-
cati per cura di Marco Tabarrini ed Aurelio Gotti. Firenze.
Successori Le Monnier. Vedi particolarmente alcune lettere
dirette a Q. B. Giorgini.
14 LA QUESTIONE ROMANA
fino a 20000 uomiiii a corollario di tali dichia-
razioni, e mentre tutto questo accadeva, il Mo-
niieur des Communes divulgava negli 87 dipar-
timenti di Francia lo scritto del Passaglia contro
il potere temporale.
Riaperto il Parlamento il 20 novembre, il Ri-
casoli present alla Camera i documenti re-
lativi alla questione Romana, compreso uno
schema d' accomodamento con la Santa Sede.
Incominciata subito una discussione intorno a
quei documenti, termin soltanto l'il dicembre
con l'approvazione di un ordine del giorno Con-
forti, col quale la Camera, confermava
"
il voto
del 27 marzo che dichiara Roma capitale e con-
fida che il governo dar opera alacremente a
compiere l'armamento nazionale e l'ordinamento
del Regno.

Tamquam non esset! Il partito radicale profit-
tava intanto della questione romana per man-
tenere l'Italia in un permanente stato di agita-
tazione. Il Ricasoli mandava una circolare ai
prefetti invitandoli ad assicurare le popolazioni
che il governo del Re poneva ogni diligenza ri-
guardo alla questione di Roma, esortandoli nel
tempo stesso ad impedire che si rinnovassero
le manifestazioni gi accadute in qualche citt
delle principali. Il ministero Ricasoli mancava
per ormai di forza, non soltanto perch so-
stenuto da una maggioranza indecisa e tenten-
nante, ma perch fra Vittorio Emanuele e il Ri-
casoli v'era dissenso intorno al programma da
seguire per il compimento dell'unit nazionale.
Il Re voleva prima liberare Venezia; il suo primo
ministro era d'opinione che alla liberazione di
7
"
mezzi morali
Venezia si dovesse premettere quella di Roma.
Vittorio Emanuele non aveva taciuto al Ricasoli
il suo pensiero; uno scambio di lettere, nelle
juali la vivacit era soltanto temperata dal ri-
spetto del ministro per il sovrano e dalla stima
del sovrano per il ministro, determin questo a
l'ilirarsi.
Gli succedette il Rattazzi, e presentandosi alla
Camera, disse egli pure che per il consegui-
mento di Roma occorrevano
"
mezzi morali

e mezzi diplomatici, e che l'Italia non vi sarebbe
potuta andare senza il concorso della Francia.
Doveva e^Vi per ci inevitabilmente trovarsi in-
nanzi le difficolt incontrate dal predecessore; gli
stessi pericoli resi maggiori dall'alleanza, neces-
saria al ministero, con i gruppi parlamentari pi
avanzati, che il Rattazz si lusingava d mode-
rare e dai quali era trascinato.
Il governo imperiale, sempre pi incerto, dimi-
nuiva la forza del corpo d'occupazione dopo
averla aumentata, sostituiva in Roma al de
Goyon il conte di Montebello, faceva sperare al
Rattazz, poi bruscamente toglievagli ogni spe-
ranza. Ed il
"
partito d'azione

sempre pi mi-
naccioso, dopo la riunione di Trescorre ed il
tentativo di Sarnico con il quale accennava alla
Venezia, rivolgeva la propria azione apertamente
contro gli Stati del Papa. Il Rattazz, salvato a
mala pena il 4 giugno 1862 da un ordine del
giorno Mnghetti che
"
confidava d veder man-
tenute illese le prerogative della Corona e del
Parlamento

non sapeva pi far rispettare l'au-
torit del governo: il grido di Roma o morte
echeggi per la prima volta nei boschi della
16 LA QUESTIONE ROMANA
Ficuzza, da dove Garibaldi non impedito pigliava
la strada del continente per rimanere ferito ad
Aspromonte e prigioniero nel forte del Varignano.

Una circolare del generale Giacomo Durando


ministro degli esteri,

continu, appena ripreso


flato, il mio compagno di viaggio,

spiegando
gli ultimi eventi diceva
"
irresistibile il mo-
vimento che trascina verso Roma la nazione
intiera
.
Ma il consenso della Francia, stato di-
chiarato indispensabile, mancava ancora. Napo-
leone escogitava nuove proposte; la Santa Sede
le respingeva in modo assoluto; e l'Imperatore
sempre pi incerto fra la benevolenza per l'Italia
e il bisogno di non disgustare i cattolici di Fran-
cia, licenziava il Thouvenel, il quale aveva scritto
imporre gli interessi della religione che il Pa-
pato si riconciliasse con l'Italia, e lo sostituiva
col Drouyn de Lhuys. Questi cambi subito i
ministri di Francia a Roma e a Torino.
La discussione delle interpellanze sui fatti di
Aspromonte alla Camera italiana, nel novem-
bre
1862, termin con le dimissioni del mini-
stero Rattazzi e la formazione di un ministero
presieduto da L. G. Farini, ministro degli esteri
il conte Giuseppe Pasolini, al quale poco dopo
non pi ministro, si affidarono due missioni in
Francia ed in Inghilterra che furono di grande
giovamento alla nostra causa. Il Pasolini s'era
ritirato il 23 marzo 1863,

quando il Farini do-
vette lasciare il governo per le tristi condizioni
della salute

e gli era succeduto il Visconti
Venosta che, rispondendo alle solite interpellanze
sulla questione romana, dichiarava gli sforzi del
La Conventxone dx Settembre 17
Governo
dover essere particolarmente rivolti
a
far cessare la occupazione francese a Roma. I.a
Camera
approvava tale programma con fortis-
sima
maggioranza; mentre il
"
partito d'azione

contiimava a compromettere imprudentemente


i Romani che in esso confidavano, ed il governo
lontifcio
toglieva V exequaiar al conte Tecco
di Bajo console generale del re di Sardegna
a
Roma,
accusandolo di connivenza con il Comi-
tato Nazionale.
Si succedevano frequenti viaggi a Parigi del
marcliese
Gioacchino Pepoli e del generale Me-
nabrea
ministro dei lavori pubblici, ed il 26 ago-
sto 1864 giungeva In Parigi Umberto principe di
Piemonte, accompagnato dal principe
Napoleone
andato ad incontrarlo; mentre l'Imperatrice par-
tiva per Schwalbach e il nunzio pontificio mon-
signor Cliigi per Baden. Il principe Umberto fu
benissimo accolto da Napoleone III, col quale ri-
mase tre giorni al campo di Chalons, per tor-
nare subito dopo a Parigi e in Italia.
Il 17 settembre V Opinione dava notizia d'una
convenzione firmata da Drouyn de Lhuys per la
Francia, da Nigra nostro ministro a Parigi e dal
marchese Pepoli per l'Italia, con la quale l'Im-
peratore si obbligava a ritirare nel termine di
due anni le sue truppe da Roma. Quel giorno
stesso il Pepoli era giunto da Parigi con la con-
venzione, che fu ratificata il 20 dal Governo ita-
liano. Questo dal canto suo si obbligava a non
attaccare n lasciare attaccare lo Stato pontifi-
cio; consentiva che il Papa potesse avere un
esercito di volontari cattolici anche stranieri; si
impegnava di entrare in trattative per assumere
Pesci. Come siamo entrati in Roma. 2
18
LA QUESTIONE EOMANA
a
proprio
carico una quota del debito pubblico
pontifcio
in proporzione delle Provincie annesse.
Il 19 V
Opinione aveva annunziato altres che
Napoleone
III richiedeva una speciale guaren-
tigia
morale, cio l'impegno di trasferire la ca-
pitale da
Torino in altra citt, e che il Governo
aveva
scelto Firenze.
Le
basi di tale convenzione erano state prepa-
rate fino da quando Napoleone scriveva a Thou-
venel,
il 20 maggio 1862, esprimendo la necessit
di
metter d'accordo il Papa e l'Italia e proponendo
di
esautorare il Pontefice d'ogni potere tem-
porale
proclamando Roma citt libera e neutrale.
Si sa
come fu accolta a Torino la convenzione.
Non
valse che i giornali ufficiosi dichiarassero
non
aver mai inteso il Governo di rinunziare a
Roma

mentre per i giornali ufficiosi fran-
cesi dicevano precisamente il contrario. Vi fu-
rono
tumulti, repressione non accorta e sangui-
nosa.... per la seconda volta sangue italiano fu
versato da mani italiane a causa di Roma.
La
convenzione per esisteva: il ministero La-
marmora, succeduto al ministero Minghetti dopo
le giornate di settembre , la present alla Ca-
mera e la difese : la Camera l'approv il 18 no-
vembre 1864 con 317 voti contro 70. Era un
gran passo verso la soluzione: ma bisognava
che l'Italia fosse forte e sicura di poter tenere a
freno le passioni dei partiti, straordinariamente
eccitate da alcuni atti del Vaticano. La Enciclica
deirs dicembre 1864 e l'unito Sillabo condanna-
vano le idee patriottiche della grande mii.
ranza della nazione "intorno al civile pi
....,-
pato del Romano Pontefice

ed
"
al liberalismo
La missione Vegezzi H>
)dieriio. In Francia il Sillabo fu disapprovato
inche dai giornali ufficiosi, che rimproveravano
il Papa di turbare le coscienze cattoliche: del-
:' Enciclica il Governo imperiale permetteva si
:)ubblicasse una sola parte. Il Governo italiano
3i liberale permise la pubblicazione dell' En-
ciclica e del Sillabo, la quale ebbe per effetto ru-
morose riunioni popolari per invocare la sop-
pressione degli ordini religiosi.
In quel tempo Vittorio Emanuele ricevette da
Pio IX una lettera nella quale, hi nome degli in-
;eressi della religione, si esortava il Re d'Italia a
voler fare in modo che fosse possibile provve-
lere alle molte sedi vescovili vacanti nel regno.
Al quella lettera, che i vaticanisti intransigenti
iisapprovarono, Vittorio Emanuele rispose man-
dando a Roma Saverio Vegezzi e incai-icandolo
ilei negoziati. Ma la buona volont del Papa e
[lei Re s' and ad infrangere contro la passiva
resistenza dei pi retrivi, ed alla fine di giugno
del 18G5, vedendo di non aver concluso nulla in
tre mesi ed avendo oramai acquistato la con-
vinzione di nulla poter concludere, il Vegezzi con
l'avvocato Maurizio che lo accompagnava se ne
partirono da Roma.
Nell'ottobre del
'65
si seppe che sarebbe presto
cominciato lo sgombro delle truppe francesi. Al-
tri avvenimenti maturavano: il 186G fece dimen-
ticare la questione romana per la guerra non
fortunata contro l'Austria. Soltanto dopo il ple-
biscito di Venezia, Pio IX pensando che gli Ita-
liani avrebbero nuovamente rivolto i desideri
alla loro capitale, neh' Enciclica del 29 ottobre
dichiar ancora una volta di respingere qua-
20 LA QUESTIONE ROMANA
luiiquc idea di conciliazione con i
"
nemici della
religione
.
Ormai sembrava per che la sovranit
temporale del Papa fosse abbandonata alle sole
sue forze. La partenza delle truppe francesi era
gi incominciata da qualclie mese : l'il dicembre
partiva da Civitavecchia il
59
reggimento di li-
nea, l'ultimo rimasto: il 17 lasciava Roma il conte
di Montebello comandante il corpo d'occupazione.
Gol 1866 era scomparso dall'Italia ogni soldato
straniero.
*
Il treno aveva a poco a poco rallentato la
corsa e s'era fermato; il nome di Terni risuo-
nava in vari! toni ripetuto pi volte dalle voci
alte e fioche del
"
personale viaggiante

;
lo spor-
tello del carrozzone era gi aperto; io avevo
messo un piede sul predellino per scendere.... e
il buon deputato parlava ancora. Ebbi appena
il tempo di salutarlo in fretta, che il treno si era
gi messo di nuovo in moto. M'avviai verso la
citt col mio modesto bagaglio.... Ma poich, rias-
sumendo il lungo discorso del mio compagno,
ho incominciato a narrare le prime fasi della
questione romana, tanto vale che mi provi ad
esporre succintamente anche le seguenti, in gra-
zia alle quali le nostre truppe erano attendate
lungo il viale che io percorrevo per entrare a
Terni, alle 6 e mezza ant. del 9 settembre 1870J
Pareva a molti nel 1867 che la convenzione dii
settembre accordasse al Papato una tregua in-^
definita e l'Italia fosse soltanto subentrata allaj
Francia nel!' obbligo di tutelarlo. Pareva che lai
Francia non mantenesse i patti, lasciando reclu-^
tare nelle file de' suoi reggimenti la legione d'An-
Aon pi stramcrt in Italia iil
tibo. Si ripetevano per conseguenza le imprudenti
ma
generose impazienze: Garibaldi le fomentava.
Alcuni
anticlii capi del partito moderato erano
divenuti
ardentissimi per Roma: la maggioranza
della Camera si mostrava spesso discorde. Il FU-
casoli, richiamato a reggere il governo nel 1866
quando il Laniarmora assunse l'ufficio di capo
di Stato maggiore deiresercito, aveva sciolto la
vecchia Camera dopo il plebiscito della Venezia:
ma, la nuova non essendosi mostrata diversa
dalla precedente, egli si ritir come nel
1862,
e, come nel 1802
,
gli succedette Rattazzi. Sono
fatti che molti ma non tutti ricordano.
L'avvento
del Rattazzi non scoraggiava punto Garibaldi,
cui un ^'centro d'insurrezione conferiva il ti-
tolo di "Generale romano . And a stabilirsi
a Castelletti presso Firenze, in una villa del Cat-
tani Cavalcanti deputato di sinistra, e di 11 co-
minci a svolgere il suo programma d'azione,
in modo tanto evidente da provocare le rimo-
stranze del barone Malaret ministro di Fran-
cia a Firenze. Nel giugno fu fatto dagli amici di
Garibaldi un primo tentativo di sconfinare, im-
pedito dalle truppe italiane. Ma Garibaldi non si
sgoment: mutando spesso luogo, occup l'e-
state a preparare l'impresa, e i preparativi erano
tanto palesi da obbligare il Governo, il 21 d'ago

sto, a pubblicare un monito nella Ga^seita ujgi-
ciale contro chi si fosse attentato
"
di venir meno
alla lealt de' patti e violare quella frontiera da cui
ci deve allontanare l'onore della nostra parola

minacciando di lasciare
"
ai contravventori la re-
sponsabilit degli atti che avranno provocato
.
Non posso n vorrei riandare qui tutti gli avve-
22
LA QUESTIONE ROMANA
riimenti che precedettero Mentana^; Farresto di
Garibaldi a Siimlunga, la prigionia del generale
nella fortezza d'Alessandria, il ritorno incondi-
zionato a Caprera, lo sconfinamento del Fontana
e la presa d'Acquapendente, quello del Nicotera
con 800 uomini a Vallecorsa, il combattimento
di Menotti Garibaldi a Montelibretti, la fuga del
generale da Caprera, il suo arrivo a Firenze, la
sua parlata al popolo dal terrazzino dell'albergo
Bonciani. Da Firenze, Garibaldi andava a Passo
Corese, ed entrava la mattina del 23 ottobre negli
Stati del Papa: il 25 vinceva a Monte Rotondo.
Truppe
francesi, imbarcate in fretta a Tolone,
facevan rotta per l' Italia, sbarcavano a Civita-
vecchia, giungevano a Roma, e la mattina del
3 novembre, due battaglioni del
1.
di linea fran-
cese furono i primi ad entrare in battaglia ac-
canto ai Pontifici, contro i Garibaldini, a Men-
tana; scambiati da prima con gli Antiboini, rico-
nosciuti poi, quando il combattimento divent mi-
schia a Villa Santucci. E gli Chassepots della divi-
sione DeFailly fecero merveilles nei petti italiani.
Tristi giornate furono quelle per tutti : specie
per i molti giovani ufficiali che le strettezze della
finanza italiana avevano allontanati dal servizio
attivo, e tenevano inoperosi, inutili agli altri ed
a loro stessi. Nella capitale risiedevano in gran
numero: altri ve ne aveva attratti la singolarit
degli eventi. Lottavano fra la scrupolosa osser-
vanza del dovere di non combattere sotto altra
^
Per questo episodio rimando i lettx)r alle briose me-
morie di A. 6. Barrili , che escono contemporaneamente a
questo volume; esse portano per tito'o: Con Garibaldi, alle
porte di Roma.
Mentana 23
bandiera che non fosse quella del Re d'Italia, e
l'ansioso desiderio di prender parte ad un'im-
presa che s'illudevano potesse riescine gloriosa
ed efficace come quella de' Mille. A far crescere
tale illusione e a render pi acuto e tormentoso
il dubbio, contribuiva la persuasione quasi ge-
nerale d'un tacito accordo fra il Governo e Gari-
baldi, persuasione alla quale la fuga del generale
da Caprera, la inattesa e non disturbata appari-
zione di lui a Firenze davano maggior apparenza
di verit. Sicch anche i pi saldi nell'osservanza
del dovere, dopo aver titubato un pezzo, lascia-
vano l'impulso del cuore sopraffare i suggeri-
menti della ragione. Un giovine capitano ci as-
sicurava d'aver ricevuto l'incarico di formare i
quadri d'un battaglione e li aveva formati sce-
gliendo fra noi i comandanti delle sue quattro
compagnie che si sarebbero dovute trovare al
contine, quando sopraggiunsero la formazione
del ministero Menabrea, il proclama di Vittorio
Emanuele agli Italiani in data del 27 ottobre.... ed
un ulciale dei reali carabinieri che tratteneva
gentilmente, con una parolina all'orecchio, quanti
ufficiali in aspettativa si avvicinavano al fine-
strino del bigliettinaio della stazione di Firenze
a chiedere un biglietto per Passo Corese.
Pochi giorni dopo, eravamo afflitti a quella sta-
zione a ricevere, a sollevare, a trasportare con le
nostre braccia parecchi de' nostri compagni, de'
nostri amici, che giacendo feriti di palla erano stati
punzecchiati, cincischiati dalle baionette francesi.

Poveri giovani!

disse Vittorio Emanuele
quando lo seppe, e due lagrime gli rigarono il ma-
schio volto abbronzato. Li ricord forse nel 1870.
24 LA QUESTIONE BOMANA
quando la Francia invocava, troppo tardi, il no-
stro soccorso.
Le condizioni politiche dell'Italia, passata quella
burrasca, furono migliori, non buone. Ormai, se
prima v'erano state esitanze, nessuno dubitava
pi della necessit di andare a Roma e di an-
darvi presto, per togliere qualunque scusa a tur-
bolenze interne, e per avere in conseguenza le
mani libere, nel caso non remoto d'una guerra
all'estero. Nella possibilit d'una conciliazione
col Papa non era pi lecito porre alcuna spe-
ranza: Pio IX l'aveva detto chiaramente anche
a lord Clarendon che, autorizzato, anzi pregato
da Vittorio Emanuele, s'era studiato di mo-
strare al Papa come, ricercando negli interventi
stranieri un appoggio alla sua politica di resi-
stenza ad oltranza, rendeva inevitabile la con-
danna definitiva di quella politica e faceva danno
alla religione.
Nelle trattative corse durante il 1868 e parte
del 1869 per un'alleanza fra l'Austria-Ungheria,
la Francia e l'Italia, il nostro Governo pose come
condizione preliminare e sine qua non il richiamo
delle truppe francesi da Roma, il ritorno alla con-
venzione di Settembre, la consacrazione chiara e
patente del principio di non intervento. Il Go-
verno austro-ungarico riconobbe subito la ragio-
nevolezza delle pretensioni dell'Italia: ma Napo-
leone III, dopo molto esitare, non accett quella
condizione premurosamente consentita dal Go-
verno d Vienna.
La convocazione del Concilio Ecumenico a
Roma per l'inverno del 1869-70 offri nuovamente
Al principio del 1870 25
al Governo italiano l'occasione di far notare agli
altri governi gli inconvenienti derivanti da una
occupazione straniera nello Stato Romano. Nes-
suna opposizione per fu fatta ai vescovi del
Regno desiderosi d'andare al concilio. Il nuovo
ministero Lanza-Sella, presentatosi alla Camera
il 14 dicembre 1869, continuava le tradizioni ca-
\()urane e, riguardo alla questione romana, non
si allontanava dalla strada battuta dai prede-
cessori. A questo ministero era riservata la sod-
disfazione e la gloria di condurre l'Italia a Roma.
Una recente importante pubblicazione del conte
Nigra, allora ministro d'Italia a Parigi
S
ha rive-
lato in tutti i suoi particolari l'ultima fase diplo-
matica della questione romana. Napoleone 111,
che aveva voluto dichiarare guerra alla Prussia,
stringeva i panni addosso al Governo italiano
perdio si mettesse d'accordo con l' Austria per
una azione comune, mentre spngeva l'Austria
ad agire efficacemeiite al pi presto possibile.
L'Austria era convinta

lo scriveva il barone
di Beust al principe di Metternich ambasciatore
austriaco a Parigi

che, quando i Francesi
uscissero dagli Stati Pontifici, gli Italiani doves-
sero entrarvi di pieno diritto e con l'assenso del-
l'Austria e della Francia. 11 duca di Grammont
ci ofifriva soltanto di ritornare alla convenzione
di Settembre; l'offerta aveva anzi avuto un prin-
cipio d' esecuzione, poich le truppe francesi si
allontanavano gi da Roma.
Prevalse, per l'ostinato contegno della Francia,
^
Costantino Niora, Ricordi diplomatici
(1870),
nel fasci-
colo 1.0
marzo 1890 della Nuova Antologia.
26 LA QUESTIONE ROMANA
la politica della neutralit; bench l'inclinazione
personale di Vittorio Emanuele e di parecchi no-
stri uomini politici fosse per aiutare la Francia
e l'Imperatore. Quintino Sella sosteneva nel mi-
nistero la urgenza di una pronta ed energica
azione rispetto a Roma. Un ordine del giorno
di fiducia nella politica del ministero, presentato
dal deputato Carlo Arrivabene, fu votato con
63 voti di maggioranza sopra 228 votanti, dissen-
zienti parecchi di destra. L'Imperatore sperava
ancora nel nostro aiuto: Vittorio Emanuele non
aveva deposto il pensiero di soccorrere i Fran-
cesi e non altro scopo ebbe certamente la mis-
sione del conte Vimercati a Metz dove il Re lo
mand a raggiungere l' Imperatore. Ma questi
non volle cedere riguardo a Roma, non ostante
le premure del principe Napoleone Girolamo. La
neutralit dell' Italia era ormai inevitabile.
Il 19 agosto l'ultimo soldato francese lasciava
Roma, per sempre. Il Governo italiano aveva gi
riconosciuto la necessit di riunire un forte corpo
di truppe sulla frontiera Pontificia, per non la-
sciarsi strappar d mano dagli Impazienti la di-
rezione di un avvenimento ormai ineluttabile. 11
14 agosto le truppe mobilizzate erano riunite
in varie localit prossime alla frontiera e poste
agli ordini del generale Cadorna.
Riconvocata la Camera il
16,
per chiederle un
nuovo credito di 40 milioni e la facolt di requi-
sire cavalli, il 20, dopo una discussione molto
vivace, con 214 voti contro 152 fu approvato
un ordine del giorno col quale la Camera con-
fidava che il ministero si adoperasse a "ri-'
solvere la questione romana secondo le aspira
Ija catastrofe di Sedan
zioni nazionali
.
La sinistra, non soddisfatta da
una formula che le pareva indeterminata, minac-
ciava le dimissioni in massa: la rabbon il Sella
rinnovando solennemente, in una riunione di
quel partito, la promessa d'andare a Roma. La
mattina del 3 settembre giunse a Firenze la no-
tizia della catastrofe di Sedan: in consiglio de' mi-
nistri furono discusse quello stesso giorno le ri-
soluzioni da prendere, e non essendo concordi
i consiglieri della Corona, si stabili, mediante
concessioni scambievoli, che le truppe italiano
avrebbero passato il confine, ma si sarebbero
fermate alle nmra della citt aspettando la coo-
perazione dei cittadini romani
;
e che, affidandola
ad un inviato speciale, si sarebbe intanto man-
data una lettera del He al Papa, per avvertirlo
delle intenzioni del Governo Italiano.
Per questi motivi, come dicono le sentenze de'
tribunali, il cav. Nigra la mattina del 7 era an-
dato da Giulio Favre ministro degli esteri ad an-
nunziargli che le truppe italiane sarebbero en-
trate negli Stati pontifici a mantenervi l' ordine
e s'era sentito rispondere che il Governo fran-
cese consentirebbe l'azione dell'Italia lasciandoli.*
la responsabilit dei fatti imminenti.
Per questi motivi, andando a Terni a raggiun-
gere il quartier generale, avevo passato la notte
in un carrozzone di ferrovia, vicino a quello nel
quale viaggiava per Roma il conte Gustavo Ponza
di San Martino, latore di una lettera di Vittorio
Emanuele a Pio IX, lettera scritta da Gelesthio
Bianch direttore della Nazione,
II.
Prima di passare il confine.
Terni nel 1870.

Un deputato e un sottoprefetto.

Dove
erano le truppe del corpo d' occupazione.

Il generale
de Chevilly.

Il conte Carlo Arrivabene.

Le strade che
conducono a Roma.

Si passa o non si passa?

Ci av-
viciniamo al confine.

In un carro bagagli.

Narui e la
divisione Ferrer.

Alla ricerca di una carrozza in una
citt poco carrozzabile.

Otricoli.

In un mare di neb-
bia.

La sveglia del 12 settembre.

Questa volta si
passa davvero!
Terni, a quell'ora mattutina, aveva l'aspetto
che prendono tutte le nostre piccole citt quando,
per qualsiasi motivo, vi si affolla un gran nu-
mero di soldati. Ormai le grandi manovre hanno
reso quasi consueto lo spettacolo delle tende al-
lineate lungo le viottole de' campi, de' soldati dai
volti allegri ed abbronzati dal sole, delle lunghe
file di cavalli legati per la cavezza alle corde
tese da un albero ad un altro. Tutto codesto
mondo soldatesco, gi desto e alzato da un pezzo,
era in un momento di massima attivit. Un cen-
tinaio di cavalli condotti a mano s'avviavano
fuor di citt, mentre altrettanti d' un' altra bat-
Temi nel 1670 29
teria da campagna andavano in piazza ad abbe-
verarsi ad una fonte ricchissima d'acqua.
Venticinque anni sono, Terni era molto diffe-
rente da quella d'adesso. Lo svolgersi deirindu-
stria metallurgica non le aveva ancor dato quel
colore di modernit nel quale oggi vince molto
altre citt di provincia. L'albergo principale,
pieno zeppo d'ufficiali e nel quale mi riusc per
grazia di avere una modestissima camera, of-
friva aspetto ed agi di locanda campagnola
pi
che cittadina a chi volesse alloggiarvi. Vi si fer-
mavano per poche ore i forestieri, andando
o
venendo dalla cascata delle Marmore. Nel 1867
la citt era stata un quartier generale di Gari-
baldini e la vicinanza alla frontiera pontificia vi
aveva attratto negli ultimi anni un continuo via-
vai di emigrati romani, d'uomini del partito d'a-
zione. V'era una giunta municipale d'idee avan-
zate, ed appesa nell'atrio della residenza del
comune si vedeva In quei giorni una grande
ghirlanda di semprevivi, sulla quale era scritto
Mentana a lettere nere: il deputato di Terni
era il colossale Alceo Massarucci, oggi tran-
quillo e pacifico senatore del Regno, allora fra
i pi irrequieti della sinistra. Reggeva la sotto-
prefettura di Terni il cav. Lucio Fiorentini, poi
prefetto in diverse Provincie, ora sociologo e
polemista, il quale da un pezzo dava vivo e
parlante esempio del come pu essere messa
a dura prova la pazienza di un pubblico ufficiale
obbligato a vigilare, a sorvegliare, a tenere a
freno gli impazient, pur partecipando in fondo
del cuore alle loro impazienze. In quei giorni il
Fiorentini avrebbe dovuto dividersi in quattro
30
PRIMA DI PASSARE IL CONPDTE
per contentar tutti, eppure si pu dire che vi
riuscisse e quanti lo conobbero in quella occa-
sione hanno serbato di lui ricordo gratissimo.
Il generale Raffaele Cadorna, nominato coman-
dante del
"
corpo d' osservazione alla frontiera
pontifcia
,
aveva posto il suo quartiere generale
a Terni, ed abitava in una casa prossima al
Duomo.
Delle tre divisioni poste direttamente
sotto i di lui ordini , la
11^
(Cosenz) con la si-
nistra a Collalto si stendeva lungo il confine
Umbro-Romano, col quartier generale a Rieti:
la
12^
(Maz de la Roche) stava a cavallo della
gran strada Firenze-Roma per Arezzo-Peruga-
Spoleto-Narni, col quartier generale a Terni: la
13*
(Ferrer) a cavallo della strada Firenze-Roma
per
Siena-Viterbo, aveva il quartier generale ad
Orvieto. Furono successivamente formate altre
due divisioni; la
2*
(Bixio) destinata ad operare
al nord fra Radicofani e il mare : la
9*
(Angio-
letti) che aveva per campo d'azione a sud lo
spazio fra il mare e la estrema sinistra della
11*
divisione appoggiata a Collalto.
Ho detto gi come fino dal 17 giugno il Go-
verno avesse ordinato il richiamo delle due classi
1844 e 1845, che dettero in sei giorni all'esercito
un aumento effettivo di circa 65 000 uomini: ne
furono poi richiamati 2136 della classe 1848 stati
congedati in gennaio, ed il 5 settembre fu-
rono richiamate altre tre classi, il 1839. 1810
e 1841, in tutte circa 40000 uomini, e deliberata
nel tempo stesso anche la chiamata della seconda
categoria del 1848.
L' esercito, ridotto una larva dalle economie
contro le quali aveva tanto vivacemente alzato
7/ 40
corpo d'esercito 31
la voce il generale Cialdiiii in Senato, in po-
chi giorni era ritornato alla rispettabile cifra di
340000 uomini. Le truppe non erano sul piede
di guerra, ma sul piede mobile, meno le batterie
campagna portate al piede di guerra. Ave-
vano quel bellissimo aspetto che prendono i corpi
di truppa quando accanto alle classi giovani, ai
soldati poco pi che ventenni, si veggono nelle
file uomini pi fatti, sulla trentina. Le classi ri-
chiamate avevano preso parte alla campagna
1 18GG; pochissimi erano allora gli ufTlciali che
iMii avessero mai visto la guerra.
Oltre l'artiglieria da campagna addetta alla ri-
serva del corpo d'osservazione, e poche truppe
del genio, non v'era in Terni che un battaglione
del G fanteria, ma vi brulicavano tutti gli uffi-
ciali che sono addetti ai quartieri generali d'una
divisione e d'un comando d'esercito; ulYciali
di stato maggiore, intendenti

oggi commis-
sari,

medici, ufficiali di ordinanza. V'era il
"funerale barone Humilly de Ghevilly, savoiardo,
mandante della brigata di cavalleria del corpo
d'osservazione, ed il colonnello Gambini coman-
dante del genio. Il generale de Glievilly era fratello
di un tenente colonnello del
2
granatieri, stato
mio comandante di battaglione nel 18GG dopo la
liorte di Vincenzo Statella; e i due fratehi si somi-
i lavano fra loro come due gocciole d'acqua, an-
clie nella gentilezza squisita. V'erano anche pochi
ufficiali de' lancieri d'Aosta venuti allora dalla
guarnigione di Firenze; sicch, un'ora dopo ar-
rivato, potevo dire d'essere in paese di cono-
scenza e nelle migliori condizioni possibili per
ompiere l'incarico affidatomi. Allora non tutti
32 PRIMA DI PASSARE IL CONPINE
i giornali pensavano a mandare corrispondenti
dietro a un esercito, ed il solo che m'avesse pre-
ceduto a Terni era il conte Carlo Arrivabene,
deputato e corrispondente del Daily Telegraph
e di qualche altro giornale straniero, bell'im-
pasto di gentiluomo e di uomo politico, di gior-
nalista e di soldato. Ufficiale dei dragoni lom-
bardi nel 1848, quando nel 1849 fu sciolta la
divisione lombarda, tent d'imbarcarsi per an-
dare a Roma e sfid gli ufficiali d'una nave fran-
cese che aveva catturato quella sulla quale egli si
trovava. Emigrato in Inghilterra, divenne colla-
boratore e corrispondente di varii giornali in-
glesi, del Daily News fra gli altri, e il conte di
Cavour l'ebbe caro ed apprezz i servigi resi in
Inghilterra dall' Arrivabene alla causa Italiana.
Aveva seguito le truppe alleate nel 1859: nel
1860,
presa dai Borbonici una nave sulla quale era
imbarcato per raggiungere Garibaldi in Sicilia,
fu portato prigioniero a Gaeta e maltrattato; fu
liberato soltanto per intromissione del ministro
inglese. Rappresentava il collegio di Soresina e
lo rappresent fin quando mori, nel 1874.
Quell'egregio uomo, non ostante la differenza
che v'era fra noi due per l' et, per l' autorit
e l'esperienza giornalistica e militare, mi dimo-
str presto grande benevolenza e convenimmo
quasi subito un'alleanza per arrivare insieme
alle porte di Roma e per scambiarci amiche-
volmente le informazioni che all' uno, indipen-
dentemente dall'altro, fosse dato raccogliere. Ma
il raccoglierne era davvero un affare serio, pei'-
ch se il generale Cadorna aveva gi stabi-
Il conk Curiu Arrivabene 33
.
^ .
lito il SUO piano, gli ordini da Firenze venivano
contradditori e risentivano delle indecisioni di
quel momento : li rendeva pi indecisi e incoe-
renti l'improvviso cambiamento avvenuto nella
persona del titolare del ministero della f,uerra.
Fatto sta che in quel primo {j:iorno di perma-
nenza in Terni, l'artiglieria della riserva del
corpo d'osservazione ricevette due volte l'ordine
di partenza e due volte quello di non muoversi.
A Terni v'erano anche parecchi emigrati romani
che pareva aspettassero da un momento all'altro

cosi dicevano

la notizia di qualche insui*-
rezione nella citt eterna, ma le loro speranze
non furono confortate dai fatti, bench ce le
confermassero ripetutamente ed in tutti 1 modi,
pienamente convinti di quanto dicevano.
Da Terni si dirigono verso Roma due strade,
una delle quali, pi vicina alla sponda sinistra
del Tevere, passa sotto Narni, traversa 11 fiume a
Ponte Felice e prosegue per Civita Castellana,
Nepi
e la Storta fino a Ponte Molle e Porta del Popolo;
mentre l'altra, rimanendo sempre sulla sinistra
del Tevere, entra in Roma per Porta Salara.
Per chi ha la fortuna di esser nato da quando
non vi sono pi confini in Italia non sar male
premettere che la prima strada entrava negli
Stati del Papa al Ponte Felice sul Tevere, men-
tre seguendo la seconda si entrava in quelli
Stati a Passo Corese, molto pi vicino a Roma.
La strada ferrata, che segue il corso della Nera,
sulla sponda destra del fiume, sconfinava fra
Narni ed Oi-te, percorrendo un lungo tratto negli
Stati del Papa, per rientrare noi toi'i'it'i'io
del
PF>rT. Cnm^ iamo entrati in Tfoma. :;
34 PRIMA DI PASSARE IL CONFINE
Regno a Ponte Felice ed uscirne di nuovo a
passo Gorese. Una convenzione fra il governo
Pontificio e quello del Re d'Italia aveva stabilito
da un pezzo che, su quei due tratti della ferrovia
compresi dentro i confini pontifici, fosse per-
messo di transitare agli ufficiali italiani in uni-
forme ed armati, come era permesso per il mag-
gior tratto da Passo Corese a Ceprano per quelli
diretti a Napoli. In quei giorni, sul confine Umbro-
romano, non essendo stata ancora intimata al-
cuna dicliiarazione di guerra, n potendosi legal-
mente ritenere il paese in stato di guerra guerreg
giata, avvenivano dei curiosi incidenti. Un tenente
del
35
fanteria ch'era dovuto venire a Terni per
motivi di servizio, da Passo Corese dove si tro-
vava il suo reggimento, per evitare il fastidio
della lunga strada carrozzabile, aveva preso il
suo biglietto alla stazione di Passo Corese ed
era salito in treno senza alcuna molestia. Quando
arriv, tutti volevano sapere come era andato
il fatto, ed il pi meravigliato di tutti era lui....
per la meraviglia degli altri. Ogni mezz' ora
qualcuno ci veniva a confidare con la massima
segretezza che i Pontifici avevano rotto la strada
ferrata; ma i treni continuavano ad arrivare,
non molto regolarmente, da Firenze e da Napoli.
Andavamo alla stazione di tanto in tanto con la
speranza di potervi racimolare qualche notizia.
I viaggiatori che andavano dall'Italia alta verso
la bassa facevano, durante la fermata alla sta-
zione di Terni, una quantit di domande alle
quali non bastava a rispondere l'esperienza d
poche ore. I viaggiatori che venivano da Napoli
raccontavano che, transitando per la stazione
Due strade che vanno a oma
3'.
di
Roma, avevano veduto cannoni ed altri ap-
parecchi
militari : si stavano asserragliando i
tre
archi per i quali la strada ferrata penetra
nella
cinta Aureliana.
Tutto questo non ci illuminava molto riguardo
ai
movimenti del
"
corpo d*osservazone

diven-
tato
appunto quel giorno
^
IV corpo d'esercito
.
Il Cadorna, come egli stesso ha narrato*, insi-
steva neir idea d' andare a sconfinare a Passo
Corese; il ministro Ricotti invece gli ordinava
di far passare il confine dalla
12*
divisione (Maz
de la Roche) a Ponte Felice, incamminandola
su
Civita Castellana; la
11*
doveva seguirla e la
13*
passare ad Orte e muovere su Viterbo:
poi
ripiegare per Ronciglione e ricongiungersi con
le altre due a Monteros, da dove il
4*^
corpo
proseguendo su Roma avrebbe poi dovuto pas-
sare dalla via Cassia alla Salaria.
Il nuovo piano era consigliato dal Ricotti,
"anche per considerazioni di ordine politico e
il dispaccio diceva, parlando dell'ingresso
delle
nostre truppe nel territorio del Papa ....
"
quando
dovesse avvenire.

Tutti particolari questi
che
ho conosciuto molto pi tardi
;
ma in quel primo
giorno se ne vedevano abbastanza chiaramente
dipinte le impressioni nelle facciedei pezzi grossi
dello Stato Maggiore, tanto chiaramente
che si
fini per andare a letto molto incerti dell'indo-
mani e addolorati dal sospetto che la faccenda
si potesse trascinare per le lunghe chi sa per
quanti altri giorni.
Lapfaele CADOB.VA, La liberazione di Roma nelVanno 1S70
lebisciio. Narrazione politico-militare. Torino, L. Roiix e C.
36 PRIMA DI PASSARE IL CONPINE
La mattina del 10 si rianimarono le speranze..
Ero in piedi all'alba. Alle G part da Terni, dove
era accampata lungo la passeggiata amenis-
sima che guarda verso le verdeggianti
alture
di Collescipoli, la brigata da posizione del
9
ar-
tiglieria
comandata dal maggiore Luigi Pelloux,
addetta alla riserva del
4^
corpo. Doveva far tappa
la sera a Narni e proseguire il giorno 11 per Sti-
migliano, a due passi dal confine. Verso Narni
sapevamo gi avviata anche la divisione
del
generale Ferrer. Si cominciava a farsi un'idea
precisa di qualche cosa, a sapere dove erano
dislocate le brigate ed i reggimenti. Si capiva
che ormai s davano ordini esatti, categorici,
senza il costante timore di doverli disdire.
Arriv a Terni il reggimento lancieri
Novara,
comandato dal colonnello Costa Reghini che pa-
reva ancora un giovinotto, e adesso si riposa
da qualche anno a Livorno e a Castiglioncello,
dopo essere arrivato al grado di tenente
gene-
rale ed aver comandata la divisione di Bologna.
Arrivarono anche Edmondo De Amicis, mandato
dall' Italia Militare, Roberto Stuart per il Dailij
News, l'Arbib per la Gas:^eita del Popolo di Fi-
renze e due corrispondenti di giornali d Torino.
Il drappello giornalistico andava aumentando,
ed il conte Arrivabene, pi esperto di tutti, mi
susurrava in un orecchio che bisognava prov-
vedersi di un mezzo di trasporto prima d'es-
sere prevenuti dagli altri. Il cavaliere Fiorentini,
nostra provvidenza, ci insegn recapito e nomi
di vetturini di Narni, Borghetto e Civita Castel-
lana. In Narni dovevamo far capo al signor Vin-
cenzo Massarotti Martelli; in Borghetto, di l
Corrispondenti al campo
CO
a Ponte Felice, ad un tale Aiitoiiiuccio Abboii-
nza; in Civita Castellana ad un tal Dotsetto,
L'Arrivabene che vestiva di velluto rigato nero,
con
cappello alla calabrese, e stivali duri inglesi
on
speroni d'argento, avrebbe preferito andare a
vallo anzich in carrozza
;
ma oltre alla diffi-
colt di trovar cavalli

alla quale i nostri anii<M
ufficiali
s'erano offerti di rimediare, almeno
prov-
visoriamente

v'era quella di portarsi
dietro
il bagaglio. Fu deciso dunque di prendere
una
carrozza a Narni.... trovandola. A Terni non vi
era
assolutamente mezzo d'averla.
Ormai
fiduciosi nell'avvenire della nostra
spe-
dizione,
alla quale mancava fino a quel mo-
mento
soltanto il modo d'andare avanti,
re-
stammo al caffo fino a dopo la mezzanotte.
Mentre
^li altri ciarlavano, Arrivabene empiva di scrtto
una
prodigiosa quantit di foglietti sottilissimi
dei quali imbottiva ogni giorno una gran busta
I-ossa, semicoperta di francobolli, oggetto di me-
raviglia per l'ufficiale postale ternano.
Prima del tocco dopo mezzanotte si seppe che
il generale Cadorna aveva ricevuto
pochissime
ore prima un lungo dispaccio in cifra,
e, dopo
averlo
decifrato col colonnello Primerano,
suo
capo di Stato Maggiore

oggi capo di Stato
Maggiore dell'esercito

aveva dato gli ordini
li partenza per il Quartier generale ed il reggi-
mento Novara. Ci alzammo tutti contenti
per
andare a dormire qualche ora, e poi continuare,
anzi incominciare, la marcia.
Qui cominciarono le dolenti iKjte. Ci eiavamo
rassegnati, la mattina dell'll, ad andare a Narni
38 PRIMA DI PASSARE IL CONFINE
col cavallo di San Francesco, quando il Fioren-
tini ci mand alla stazione ad aspettarvi
un
treno straordinario di provviste per l'esercito,
che doveva passare, ora prima ora dopo, nella
mattinata. Quando arrivammo alla stazione, par-
tiva invece per l'Alta Italia un treno di richiamati
delle classi 39, 40 e 41, mandati ai depositi dei"
loro reggimenti. Erano tutti dei comuni della
parte pi meridionale dell'Umbria: molti ave-
vano moglie e figlioli venuti ad accompagnarli.
Li abbracciavano, li baciavano, e poi ci doman-
davano premurosamente se avrebbero fatto in
tempo essi pure ad entrare a Roma con gli altri.
Sapemmo, discorrendo col capo stazione, che
il conte Ponza di San Martino, ripartito da Roma
la sera del 10, era passato per Terni durante la
notte diretto a Firenze: da questa notizia non
ci fu diffcile dedurre che le trattative per l'oc-
cupazione pacifica di Roma fossero andate a
vuoto, com'era realmente avvenuto.
Alle 11 arriv finalmente il treno lungamente
aspettato. Arrivabene, Arbib ed io salimmo nel
bagagliaio, accolti gentilmente da un ingegnere.
11 treno portava anche delle ruotale nuove: si
ferm a mezza strada per deporne alcune. A mez-
zogiorno eravamo alla stazione di Narni che
in basso, distante non breve tratto di strada ri-
pida dalla citt che sul monte. Mentre sali-
vamo, seguiti da un magro ronzino carico delle
nostre robe, la brigata Abruzzi

57**
e
58*>
(gene-
rale Bcssone)

levava il campo posto dalle due
part della strada. La brigata Cuneo

Tq
8^
ge-
nerale De Fornari

s'era gi avviata, preceduta
da due squadroni di lancieri Milano. L'intiera divi-
A Nauti
39
sione Ferrer s'avanzava verso il Ponte di Orte,
per il quale doveva passare il confine. Quando!
Nessuno lo sapeva o chi lo sapeva non doveva
saperlo. Ma si capiva che sarebbe stato presto,
forse domani, anzi probabilmente domani: lo ca-
pivano anche i soldati che marciavano con vero
entusiasmo.... Pur troppo dopo un quarto di se-
colo questa parola diventata retorica!
Il Quartier generale del
4
corpo, invece di so-
stare a Narni, aveva continuato la strada e non
si sarebbe fermato che a Magliano, a breve di-
stanza da Ponte Felice.
Arriviamo a Narni. La veccliia citt, distrutta
una volta dal Gonnestabile di Borbone, pare ap-
pollaiata sopra una roccia. Ieri era piena d'uf-
ficiali: quando giungiamo a mettervi il piede
deserta : ma le traccie dell' affollamento d' ieri
son tanto manifeste da farci restare in pericolo
di morir di fame. E come si fa ad andar avanti?
hicontriamo il tenente colonnello Giorgio
Pozzo-
lini, capo di stato maggiore del generale Emilio
Ferrer, ora tenente generale a riposo e sindaco
della patria di Leonardo da Vinci. Il Pozzolini,
allora appena quarantenne,
^
biondo era e bello
e di gentile aspetto

e pareva che la fortuna
avesse avuto per lui soltanto sorrisi. Ci fece ac-
coglienza festosa, ascolt le nostre pene, ci pre-
sent al generale e questi ci offr
cortesemente
<li
condurci fino ad Orte in un treno speciale. Ma
poich ci pareva miglior pai'tito seguire il quartier
generale principale, non accettammo la graziosa
offerta e ci mettemmo alla ricerca d'un qualsiasi
veicolo. 11 sindaco, cui c'eravamo rivolti, ci mand
dentro di so a quel paese, non tanto nascosta-
40 PRIMA. DI PASSARE IL CONFINE
mente per che non ci bastasse guardarlo in
viso per avvedercene. Finalmente riuscimmo a
rintracciare il signor Massarotti Martelli

l'a-
mico del cav. Fiorentini

vecchio patriota de'
buoni
j
guida di Garibaldi nel 1848 , e guida no-
stra quella sera per i viottoli pi oscuri e pi
scoscesi di Narni, in fondo ai quali calava di
quando in quando, alle svolte, un raggio di luna
come in fondo ad un pozzo. E come a Dio
piacque la carrozza fu trovata, con un cocchiere
che a suo rischio e pericolo, per con largo
compenso, ci garantiva di portarci fin dentro la
citt Eterna e mantenne fedelmente la promessa,
come vedremo.
Poich la cena, che volle offrirci in casa sua il
signor Massarotti Martelli, ci ebbe compensato
del magro e compendioso desinare

il quale
fu preludio, ahim! di pi crudeli digiuni

alle
undici di sera cominciammo a scendere la china
che dalla citt di Narni porta nella valle fertile
ed ubertosa nella quale scorre la Nera. Illumi-
nato dalla luna, il paesaggio era veramente stu-
pendo: il pccolo fiume pareva un filo d'argento
e risaltava fra il cupo nereggiare dei pini e dei
cespugli che coprono le balze scoscese sulle
quali si scorgevano delineati in una tinta pi
chiara i sentieri tracciati dalle pedate umane.
Le maestose rovine di un ponte romano, che
mi rammentavano una delle opere pi lodate del
paesista Castelli, danno al paesaggio l'impronta
di un grandioso quadro scenografico.
La nostra carrozza, a due posti, era un po' scon-
(juassata ma comoda, e calcolammo subito che,
I
I
9
I
Ci avviamo al
confine 41
tirando su il mantice, ci avrebbe potuto servire
di riparo durante la notte, in mancanza d me-
glio: il conte Arrivabene, pi previdente di me,
aveva seco un arsenale di plaicts e di Mac In-
tosch che bastava a sfidare il fresco e l'umidit.
11 bagaglio era accomodato e legato dietro: il
vetturino non era punto loquace, bench di tanto
in tanto parlasse solo.
Percorso un breve tratto nella valle, la strada
per la quale eravamo avviati si stacca dalla fer-
rovia dirigendosi verso il monte di San Pan-
crazio. Salendo in alto, il panorama si fa sempre
pi bello. La strada era gi completamente sgom-
bra : la campagna silenziosa e deserta. Lo case
scure e basse d' Otricoli

un povero villaggio
in mezzo al quale passa la strada sul dorso pi
alto del monte

erano mute come le tombe
d'una antica necropoli. N una voce u un lume.
Dopo Otricoli la strada discende verso il Tevere
a valle del confluente della Nera. 11 tratto di pia-
nura che s'allarga sulla riva sinistra del fiume
ci appare sommerso in una fittissima nebbia,
sopra la quale, come un promontorio sul mare,
emerge il monte di Maglano Sabino, dove il
generale Cadorna ha passato il pomeriggio e
la notte. Scendendo sempre, ad un risvolto della
strada, a traverso gli umidi vapori della bas-
sura nei (|uali siamo gi immersi, brillano cen-
tinaia e centinaia di grandi fuochi accesi dalle
nostre truppe. Ci fermiamo vicino ad uno di
quei fuochi. Sono le due e mezzo di notte, e pochi
minuti dopo la brezza fresca porta al nostro
orecchio gli accordi vivaci della sveglia suonata
da \\\v.\ fniir.ir.'i di l^ersaglieri.
'ho li^ fniifarc
e le
42
PRIMA DI PASSARE IL CONFINE
musiche degli altri corpi ripetono lontano e a
mano a mano poi sempre pi vicino. Nella nebbia
fitta e nel buio della notte, fantasticamente inter-
rotto ma non diradato dalle fiamme delle fascine
accese e crepitanti, non si vede, ma si sente che
tutti si muovono d'intorno a noi. Su a Magliano,
il cui profilo si stacca nel fondo del cielo sereno,
v' un grande via vai di lumi e molte case hanno
lumi ad ogni finestra.
La
12^
divisione (Maz de la Roche), in mezzo
alla quale siamo, si prepara a passare il Tevere
sul ponte Felice, ancora per un paio d'ore con-
fine fra lo Stato Pontificio ed il Regno d' Italia;
ponte per il quale passa la strada che abbiamo
fatto venendo da Narni, ed li, distante poco
pi d' un chilometro innanzi. La
11*
divisione
(Cosenz) che s' spinta pi avanti fino a Stimi-
gliano, ha l' ordine di tornare indietro e pas-
sare essa pure il ponte Felice dietro la
12% se-
guita alla sua volta dalla riserva del
4
corpo;
mentre la
13*
divisione (Ferrer) pronta per
varcare il confine ad Orte alle 5 antimeridiane.
Andiamo avanti e raggiungiamo l'avanguardia
della
12.*
divisione a mezzo chilometro dal ponte
Felice. agli ordini del maggior generale An-
gelino e la compongono il
40
reggimento fan-
teria, il
35
battaglione bersaglieri (maggior Ca-
stelli) due sezioni del
7
artiglieria, due squadroni
del reggimento Aosta e il
12
battaglione ber-
saglieri (maggior Novellis). Queste truppe sono
schierate nei terreni incolti ai due lati della
strada. Il tenente colonnello Municch, coman-
dante dei lancieri d'Aosta, appiedato, aspetta il
ritorno delle pattuglie mandate al di l del ponte
A Ponte Felice 43
i
in esplorazione, per marciare avanti. Scendiamo
anclie noi dalla carrozza sconquassata, dicendo
al vetturino di tener dietro agli ultimi bersaglieri,
poich vogliamo levarci il gusto di passare il
confine insieme con i primi. Il vetturino, dianzi
cosi taciturno, ci rivolge una quantit di do-
mande dalle quali lecito argomentare ch'egli
provi un vago timore di trovarsi in mezzo a
qualche frangente cruento. Mi riesce di rassicu-
arlo completamente: poi torno al mio posto alla
testa della colonna.
Nessuno parla: v* nell'aria qualche cosa di
solenne, ed un'umidit che arriva Ano alle ossa.
UT.
Passiamo il confine.
Di l dal ponte.

La R. C. A.

Il forte di Civita Ca-
stellana.

Il capitano Aymonino e una caduta pericolosa.

Le paure del parlamentario pontificio.



Casa Trocchi.

Gli zuavi del Papa ed un blagueur messo a posto.



Ga-
sparone e le sue memorie.

Una professione esercitata w-
hilmente.

Come si debbono eseguire gli ordini in tempo
di guerra.

Celestino Corte e il colonnello De Charrette.

Una bella marcia.

I Francesi a Monterosill!
Alle quattro , ritornate le pattuglie che non
hanno visto nessuno, passiamo il ponte, sempre
in silenzio: subito dopo il ponte, la ferrovia che,
come ho gi detto, entrando negli Stati del Papa
d faccia ad Orte ne usciva al di sotto di Stimi-
glano. Neppur l'ombra della resistenza.
Fatti pochi passi s' arriva al casale di Bor-
ghetto , formato da una locanda , dall' ufficio
doganale e dalla rivendita dei generi di priva-
tiva. Sulla dogana e la bottega del tabaccaio
vi lo stemma della
"
Reverenda Camera Apo-
stolica

dalla quale dipendono tutti gli uffici di
finanza. V' ordine di rispettarlo. Consiste in
uno scudo rotondo celeste nel quale dipinto
A lorghetto 45
j da
i
un ombrello giallo semiaperto clie sormonta due
chiavi d'oro e le tre iniziali R. G. A. interpretate
dalla i)lebe
romana d'allora
"
Rubano Come As-
ssini ...
Anche le guardie di lnanza sono scomparse:
li abitanti del contado non si vedono ancora e
il proclama del general Cadorna agli Ualiani delle
Provincie romane non trova, per il momento,
lettori: ma l'oste di Borghetto al suo posto.
L'avanguardia sfila a passo sollecito, e il nostro
vetturino, rassicurato, ci raggiunge con la vet-
tura. Sfilano il
39
e il
40
fanteria

brigata
Bologna.

Il generale Cadorna, disceso solle-
citamente da Magliano col suo quartier gene-
rale, passa per Borghetto con i generali Maz
de la Roche , Angelino

comandante della
brigata Bologna,

Celestino Corte comandante
l'artiglieria, con i rispettivi stali maggiori ed
uno squadrone di lancieri d'Aosta d scorta. Ci
accodiamo alla scorta: intanto ho raccolto delie
notizie importanti. La divisione Ferrer lia pas-
sato felicemente il confine ad Orte, non ostante
il fuoco di quattro gendarmi pontifici che si sono
ritirati dignitosamente: al generale Cosenz ac-
caduto, fino dalla sera precedente, lo spiacevole
caso di essere buttato gi di sella, facendosi
una lussazione piuttosto grave. A queste due
notizie se ne aggiunge subito un'altra ciie, con
la rapidit con la quale la forza misteriosa del-
l' elettricit si propaga come un lampo lungo
il filo conduttore , corre dalla testa alla coda
della colonna: si trover resistenza a Civita-
Castellana.
La nebbia sempre ftta

sono lo e mezza
PASSIAMO IL CONPINE

ci nasconde ancora il paesaggio che abbiamo


davanti. Il maggior generale Angelino si avvia,
col
40^
fanteria, il
35
battaglione bersaglieri, una
batteria del
7.
ed una mezza compagnia di zap-
patori del genio in ricognizione.
Dietro i comandanti del
4
corpo e della
12*
di-
visione, marcia la brigata Modena
41
e
42

maggior generale Garchidio



: poi l'intiera
11*^
divisione, della quale il generale Bottacco ha
preso provvisoriamente il comando. Dopo circa
3 chilometri si fa un ali: il generale Cadorna
scende da cavallo per sgranchirsi le gambe; gli
altri fanno altrettanto e tengono tutti insieme un
piccolo consiglio di guerra in mezzo alla strada.
La resistenza di Civita-Castellana un fatto
po-
sitivo, verificato dalle punte dell' avanguardia.
Non bisogna perder tempo davanti a quella
bicocca. Si danno gli ordini necessari e si marcia
ancora avanti. Dopo una breve salita l'orizzonte
s'allarga; la nebbia s' dileguata ed in fondo ad
una specie di conca con le pareti verdeggianti
e, dalla parte nostra a dolce declivio , appare
Civita-Castellana ed il suo forte del 1500, un
tempo ergastolo di
cond.'inn.'iii
|wiifiri .mUoi-.m
<ii
condannati comuni.
La posizione topografica ronde Civila-(^astol-
lana dinicilmente accessibile, perch citt e forte
sorgono sopra una rupe posta al confluente
del Rio Maggioro nel fiume Treja. 11 Rio Mag-
giore scorre in fondo ad un profondo burrone:
e per entrare in citt necessario passare un
l)oiitc sul Treja, battuto a breve portata dai tiri
della fortezza, nella ciuale v' un presdio di poco
pi di duecento uomini, cio una compagnia di
Oit^ta-CHsUllofM
zuavi bene armati e disposti a difendersi, ed
una compajrnia di disciplina che probabilmente
,^^on far fuoco.
j^B Sono le 9 antimeridiane. 11 grosso della
12
dl-
^^Kisione rimasto a tre chilometri da Civita-Ca-
^Btellana: s'avanzano per aggirare la posizione,
^fcreceduti da una compagnia di bersaglieri, un
^n>attaglione del
30^
ed uno del
40.
I Pontifici ri-
tirano subito gli avamposti collocati sul monte
el Cappuccini, sovrastante la citt a sinistra d
chi vi si dirige da Ponte Felice.
Lo stato maggiore del
4
corpo si ferma a
1500 metri dal forte sopra una bella spianata
erbosa inclinata, a destra della strada. Una bat-
teria da campagna tira contro il forte di fianco;
una seconda lo batte di fronte, normalmente alla
strada di Ponte Felice, con molta precisione.
Nulla apparisce degli orrori della guerra: i colp
secchi delle artiglierie sembrano salve d gioia
ed il loro rimbombo si perde festosamente nelle
forre e negli anfratti lungo i fianchi boscosi del
monte Soratte. Ad ogni colpo vediamo sollevarsi
un nembo di polvere dai merli e dai piombatol
della vecchia cinta, fra i quali tenui colonnine
di fumo, subito disperse dalla brezza mattutina,
indicano di quando in quando iimtil colpi di
Remngton del quali non ci arriva neanche il
rumore. Qualche palla stanca giunge per quasi
fino al nostri artiglieri. Ci non ostante i>ar
d'es-
sere ad una manovra, non alla guerra.
Un solo episodio ci fa batter pi forte il cuore.
Mentre l'avanguardia scambia qualclie fucilata
con i Pontifici dalla strada maestra, all'altezza
del monte dei Cappuccini

prima che il batta-
48 PASSIAMO IL CONFINE
gliene del
39^
avviato per una mulattiera abbia
varcato il burrone del Treja

si vede ad un
tratto comparire sul contrastato ponte un trom-
bettiere dei bersaglieri, dalla parte di Civita-Ca-
stellana. Venendo di corsa ed agitando la tromba
col braccio alzato, fa cenno ai nostri di non spa-
rargli addosso. Il generale Angelino, comandante
dell'avanguardia, sa da quel trombettiere che la
1^
compagnia del
35
battaglione bersaglieri

capitano Viola

riuscita a guadare il Treja
a monte del ponte, ma a valle della via mulattiera
percorsa dal battaglione del
39
fanteria,
e sta
sulla piazza di Civita-Castellana, al coperto dai
tiri nemici, aspettando ordini. Quelle fucilate dalle
quali non comprendevamo chi fosse preso di
mira, sono rivolte invano contro i bersaglieri.
Sopraggiungono intanto, come ho detto, prima
il generale Maz de la Roche comandante la
12^
divisione, poco dopo lo stesso generale
Ca-
dorna. Il capitano di stato maggiore Carlo Ay-
monino

oggi maggior generale comandante
la brigata Ancona

parte di galoppo con l'in-
carico di raggiungere il capitano Viola in Civita-
Castellana e di vedere quale partito si pu trarre
da quella compagnia per molestare pi da vi-
cino e pi eflicacemente i difensori del forte. Ma
il sentiero gi percorso dai bersaglieri im-
praticabile per un cavallo. Il capitano Aymo-
nino, che non vuol perder tempo a cercarne un
altro, si caccia risolutamente al galoppo per il
ponte sul quale s'incrociano i proiettili che Ita-
liani e Pontifici stanno scambiandosi. Migliaia
d'occhi seguono l'audace capitano. A farlo
ai>
P<st;!. il ponto selcintn (v>ii \c \ne\vo
durissime
Ti capitano Aymonino 49
della campagna romana rende malagevole lo
stare in piedi ad un cavallo spnto a quella ve-
loce andatura. Ad un tratto, a circa due terai
del ponte, il cavallo casca di quarto e trascina
il cavaliere nella caduta: migliaia di petti trat-
tengono il fiato: pensiamo tutti che, in quella
zona di fuoco tanto pericolosa, cavallo e cava-
liere sarainio crivellati di palle. Invece , con
grande sorpresa di tutti vediamo il capitano sal-
tare in piedi, ed il cavallo subito dopo; ed il ca-
pitano di corsa, col cavallo a mano, arrivare in
un attimo all'estremit del ponte e sparire fra
1''
prime case di Civita-Castellana.
L dentro, il capitano Aymonino, miracolosa-
mente incolume trova, oltre la compagnia ber-
saglieri, il l>attaglione del
30*^
fanteria, che occu-
pano i fal)brirati verso il forte e
dallo finestre
aprono il fuoco contro le feritoie.
II generale Cadorna, cui preme d'andare avanti,
li non esser fermato per una giornata da pochi
/navi e di risparmiare inutile spargimento di
sangue, fa avanzare un'altra batteria, ma i traini
non sono ancora staccati quando il comandante
del forte, parendogli d'aver fatto abbastanza per
l'onore delle armi, fa sventolare bandiera bianca.
Le trombe suonano cessate il
foc
da per tutto,
mentre dalla parte di Ponte Felice sboccano da
tutte le parti a suon di musica le teste di co-
lonna della
11*
divisione e della riserva del
4
corpo, occupando un vasto spazio tutt'all' in-
torno e formando una specie di semicerchio in-
torno al declivio dove stanno il Cadorna, il Maz
de la Roche e tutti quanti, ad aspettare il par^
lamentarlo mandato dalla forto//..
Pesci. Come siamo entrati in Roma. 4
50
PASSIAMO IL CONPilf
Honneur au courage mallieureux.... ma quello
non era il caso, perch il capitano Rufflni dei
cacciatori, un capitano senza soldati, addetto al
comando della fortezza di Civita-Castellana, non
aveva preso parte attiva alla breve difesa. N
fu certo per malignit, per mancanza di riguardo
ad un vinto, se, quando egli comparve dinanzi
al generale Cadorna, dest un movimento d'ila-
rit, non percettibile perch immediatamente re-
presso. Santo cielo I Egli era accompagnato dal
capitano Aymonino, giunto primo alla porta della
fortezza. Fra l'aspetto marziale, la persona slan-
ciata del nostro alto, giovane, svelto ufficiale,
e
quel vecchio capitano di cinquant' anni con la
testa perfettamente rasa, un lungo pizzo grigio,
dei larghi pantaloni azzurri dentro i quali non
si intravedeva alcun vestigio di gamba, il con-
trasto era troppo vivo e stridente. Il capitano
Rufflni si present levandosi di testa il berretto
di modello prettamente francese, ed incominci
ad esporre balbettando lo scopo della sua ve-
nuta. Il Cadorna gli diceva di coprirsi il capo e
lo rincorava. Accett subito le condizioni della
resa, molto generose, che gli vennero esposte.
N v'era da uscirne altrimenti, poich la ritirata
su Roma era impedita al presidio della fortezza
da due battaglioni di bersaglieri mandati dal Ca-
dorna fino dall'alba al di l di Civita-Castellana
per strade mulattiere e sentieri.
Di tanto in tanto il capitano Rufflni, mentre
gli stavano preparando una copia della capito-
lazione, alzava gli occhi da terra e dava un'oc-
chiata in giro all' apparato militare che lo cir-
condava e che non g' ispirava davvero Tidea
tn parlainentario
della
resistenza ad oltranza. Poi si rivolgeva al
generale
Cadorna e gli diceva sotto voce qual-
che cosa che non giungeva alle nostre orecciiie.
Il
generale
sorrideva; dopo, all' insistenza, nio-
stravasi
inquieto e quasi sdegnato: s' poi sa
puto clie il capitano Ruffnii voleva scritta a tutti
i costi la
condizione.... d'avere salva la vita.
I
inahnente part per il forte con la capitola-
zione e la riport mezz'ora dopo firmata dal co-
mandante, il capitano conte Papi
disilo stato mag-
giore delle piazze.
Si
jpigla la marcia avanii va aiiiM.imo in
citt
prima delle trui>pc. La fortuna ci assiste e
la trovare un buon pranzo all'albergo della
i^)sta e cortese ospitalit nel palazzo dei si-
gnori fratelli Trocchi, uno del quali, il commen-
dator Valerio, poi stato vice-governatore della
Banca Romana, senatore del Regno e questore
del Senato. un vero palazzo, con delle scale
grandiose ed al primo ripiano in una nicchia, a far
riscontro ad un frammento di statua antica, v*
il busto del duca della Grazia. Le nostre finestre
danno sulla via principale, stretta e disagevole
dentro l'abitato, per la quale sfilano otto reggi-
menti di fanteria, otto battaglioni di bersaglieri,
con le batterie ed i carri di due divisioni e della
riserva.
I cavalli, poich la via sale e scende, stentano
a tenersi in piedi sulle pietre levigate e duris-
sime del selciato. Per qualche ora un gridio,
un rumore, che fa perdere addirittura la testa
e impedisce di chiuder occhio anche a chi. rome
noi, non ha dormito la notte.
Da prima la popolazione non esprime alcun
S2
Passiamo il cNFltJE

,

^
sentimento di fraterna accoglienza alle truppe.
Me ne meraviglio e mi si risponde che i pi^
fervidi d'amor patrio sono gi stati scottati^
nel 18G7. Capisco che non si esclude la possilji-
lit di vederci tornare indietro dopo una Men-,
tana qualsiasi; n vale dimostrare che il signor
De Failly occupato altrove, ed anche incon-
trandolo questa volta siamo tanti da potergli far
fronte. Cominciano a persuadersene quando, poca,
fuori di citt, verso Roma, veggono accampati
17 o 18 mila uomini. Il sindaco di Civita-Castel-"
lana, conte Rossi, s' ritirato in un suo pajazzo
a Bologna per non essere obbligato a fare agli,
usurpatori gli onori della citt.
Dei nostri soldati sono stati feriti sette, nelle
prime avvisagUe della mattina: cinque del
39
fan-
teria, due del
35
battaglione bersaglieri: uno solo
gravemente, ad un braccio.
i
Andiamo al forte e possiamo entrare. Nel prima'
androne mi trovo davanti a quelli zuavi ponti-'
fci che hanno fatto tanto parlare di loro. una
bella truppa, alla quale d strano aspetto la va-*
ria et degli uomini che la compongono,
dall'ini-,
herbe diciassettenne all'uomo di cinquant'anni^
nella cui barba prolissa e fluente gi sono alni
bondanti i fili d'argento. L'uniforme grgia,
guar*
nita di nero, tagliata a foggia di quella degli
zuavi francesi, molto elegante; ma spiacciono
all'occhio 1 colli ignudi fin sotto al gorgoz-
zule. La compagnia, che la
4*
del reggimento
lia per capitano il barone Zenone di Resimont^
di nobile famiglia belga, bell'uomo sui 35, di tipo
(inamente aristocratico, biondo, con una lunga
Gli zuavi pontifici 63
barba bionda e pince ne^ d'oro. furiosamente
stizzito contro i suoi colleghi pontifici che, pi
anziani di grado, lo hanno obbligato alla resa.
Avrebbe voluto almeno resistere qualche ora.
perdere qualche uom<.

Non ho neppure un lento I



egli esclama
^^tre soli contusionati da qualche calcinaccio
^^Ko saltare dalle vostre granate!
^^olo ufficiale della compagnia un sottote-
nente sulla quarantina, che porta sul petto la
medaglia di Mentana e tre altre decorazioni a
me sconosciute. Non apre bocca, forse perdio non
parla n il fi'ancese n l'italiano. Domando al ca-
pitano di Resimont se ha con so nessuno di quei
sigiiorl legittimisti francesi, del lusso dei quali
si parla tanto. Egli si stringe nelle spalle e mi
fa un gesto quasi volesse dirmi che costoro pre-
feriscono stare a Roma.
I sott'uffciali della
4*
compagnia sono un ca-
nadese, un brasiliano ed un irlandese: tutti e
tre di ricche famiglie: met dei soldati sono olan-
desi e d'italiano non capiscono un jota; pochi
irlandesi, alcuni francesi, un solo italiano, na-
tivo
di Viterbo, monello per eccellenza e zuavo
r disperazione.
.
Vuol sapere da me se potr entrar subito nei
iiorsaglieri. un po' presto! I Francesi mi s'af-
lollano intorno domandandomi tutti insieme cose
molto diverse. Non sanno nulla ancora di Sedan
n della proclamazione della Repubblica: alcuni
labiliano udendo tali notizie; un giovinotto,
quando sento del Governo provvisorio procla-
mato a Parigi il 4 settembre, batte le mani gri-
dando Vive la rpublique; ci che mi pare
molto
54 TASSIAMO IL CONFINE
buffo ili un soldato del Papa, e iiou mi viene
neppure in mente che possa pi tardi venire il
giorno.... del viceversa.
Come fra que' soldati vi sono i vecchi ed 1
giovani , i ricchi ed i poveri , vi sono anche
i fanatici e gli scettici, i profondamente addolo-
rati della loro sorte, i contenti di quella resa che
li mette al sicuro dallo spiacevole incidente di
ricevere una palla di fucile Garcano in qualche
parte del corpo.
Vi sono anche dei petulanti sfacciati : mi pare
superfluo di aggiungere a quale nazione appar-
tengano: chi legge mi ha prevenuto col pensiero.
Essi tengono un contegno scorretto e provo-
cante che infastidisce visibilmente il generale
Maz de la Roche, bellissimo tipo di soldato e
di gentiluomo, venuto egli pure a visitare il forte
nel pomeriggio. Uno di costoro ha la sfacciatag-
gine di esclamare:

Belle gioire, dix mille conine deux ceni.


Ed il generale pronto, di rimando:
^
A assi n'en sonimes nous nallemeni glorieux.
Lo zuavo resta scorbacchiato : tacciono anche
tutti gli altri.
Tutto l'insieme finisce per .persuadermi che,
se non mancano in quella truppa gli entusiasti
di buona fede che, confondendo con la religione
la questione del potere temporale, credono sin-
ceramente d' andar diritti a godere le gioie del
Paradiso quando loro accada di morire combat-
tendo contro gli Italiani, abbondano per i va-
gabondi ed i mestieranti capaci, per maggior
pecunia, di andare a servire il diavolo
invece
del Papa.
Antonio Gasparoni 65
Non v' nel forte, degna d'una visita, la sola
compagnia degli zuavi.
da diciannove anni ospite di Civita -Ca-
stellana ,
con i suoi seguaci , il famoso ban-
dito Antonio Gasparoni, detto Gasparone, che
nel
1825 il Governo pontifcio non riuscendo a
prendere con la forza, ebbe prigioniero col tra-
dimento, facendogli promettere l'impunit non
che molte altre belle cose dall'arciprete Rappini
di
Sezze. Invece di dargli quanto gli avevano
promesso per indurlo a consegnarsi spontanea-
mente, lo chiusero nel forte di Civitavecchia
dove rimase fino al 1850, visitato spesso dai fo-
restieri come una rarit. Molti scrissero di lui:
il Mery gli dedic un intiero capitolo delle Nuits
italiennes. Da Civitavecchia fu trasportato
a Spo-
leto, e dopo un anno di soggiorno in quella
rocca, a Civita-Castellana.
Poich non era mai stato aperto contro Ga-
sparone alcun regolare procedimento, e quaran-
tacinque anni di reclusione prescrivono
qualun-
que delitto, il governo italiano dovette non
molto
dopo mettere in libert il temuto bandito,
che si
vide girare per Roma, ludibrio della
ragazzaglia.
Fu allora ricoverato ad Abbiategrasso, dove
mori
pi che novantenne.
Allora, nel 1870, aveva settantasci anni ed era
vispo e robusto. Dei suoi compagni, sette dei di-
ciotto arrestati con lui nel 1825
sopravvivevano
in buona salute. Il giovhietto della comitiva,
un
tal Nardone, aveva 66 anni. Il Masi, segretario
e
biografo del capo banda, che mi dette queste
ed
altre notzie, se la fama non mente aveva rice-
vuto da giovane gli ordini sacri, e v'erano cer-
56
PASSIAMO IL CONFINE
tameute a que' tempi parroci e cappellani non
pi colti di lu.
Mentre
parlavo col Masi che, bont sua, con-
siderandomi quasi collega, mi mostrava il ma-
noscritto delle memorie del capo, andato poi
a Unire non si sa dove,

nel forte, dai vicini
accampamenti,
erano sopravvenuti molti uffi-
ciali di tutti i gradi.
Gasparone ed i suoi occupavano due camere
circolari in due torrioni del forte, divise fra loro
dalla sola larghezza d'un corridoio ed esterna-
mente riunite da una specie di strada di ronda.
Le finestre delle due stanze erano strette e basse,
fra i piombatoi, sotto i merli; con inferriate che
servivano al rispetto della tradizione, non cer-
tamente ad impedire una fuga non mai tentata
ea ormai non desiderata: tanto che si permet-
teva ai detenuti d'andare qualche volta in paese.
Due o tre granate erano andate a scoppiare con-
tro le finestrine d'una camera, buttando all'aria
stipiti ed inferriate, ed ingombrando di rottami
il pavimento.
Le due stanze furono presto affollate. Gaspa-
rone raccontava con evidenti segni di vanit ap-
pagata, d'essere stato arrestato a tradimento:
respingeva l'accusa d'alcuni delitti atroci attri-
buitigli dalla pubblica voce e dichiarava d'aver
sempre nobilmente esercitata una professione che
alti'i hanno poi screditata ed era, secondo lui,
rispettabile quanto qualunque altra. Egli conser-
vava il costume della Ciociaria che corrisponde
a quello convenzionale del brigante italiano:
aveva una bella testa, ma l'occhio ed il naso
leggermente aquilino rammentavano nel lorq
Antonio Gatiparoni 67
I
insieme qualche cosa dell' uccello da preda : la
barba aveva lunga, bianchissima e abbastanza
pulita.... il che non si poteva dire di tutto il resto
di quelle stanze.
Gasparone confidava molto nella giustizia del
Governo italiano e ci pregava, tutti in massa,
di raccomandarlo: a chi poi, non sapeva dirlo,
perch non v' da meravigliarsi se le idee di
lui sul funzionamento di un Governo costitu-
'"m1i'
pp.ino
molto confuse.
La sera Civita-Castellana pareva un altro paese.
flciali e soldati vennero a migliaia in citt
dagli accampamenti e la popolazione si decise
ad uscire di casa. In mezz'ora sparirono pane,
sigari, bevande d'ogni genere. AI cafT biso-
gnava contentarsi di un bicchier d'acqua in-
zuccherata: il locandiere della Posta, commosso
dalle nostre invocazioni, ci dette da cena ma
senza pane.
La mattina del 13 ci alzammo dal letto con
la stessa nebbia del giorno prima. Le notizie
della notte furono queste. Era morto il soldato
del ,W fanteria gravemente ferito a un brac-
cio. Si sapeva che il generale Ferrer
,
passato
il Tevere ad Orte , era giunto in prossimit di
Viterbo, da dove il colonnello De Gharrette si
era ritirato verso Vetralla. Il generale De Ghe-
villy partiva con otto squadroni e due sezioni
d'artiglieria per Ronciglione e Sutri per tentare
di tagliargli la strada, se il De Gharrette avesse
avuta l'intenzione di sboccare a Monterosi sulla
via
Cassia.
Che cosa era accaduto intanto al quartier g-
58 PASSIAMO IL CONPIKB
iierale del 4P corpo? Verso il meriggio del 13
vi era giunto un dispaccio cifrato del ministro
della guerra. L'ufficiale di stato maggiore di ser-
vizio

era il capitano Alessandro Buschetti

al quale incombeva di decifrarlo, si affrett a
disimpegnare il suo ufficio e a presentare 11 di-
spaccio al generale Cadorna. Era stato spedito
alle 9 ant. e diceva precisamente cosi :
"
In seguito deliberazione Consiglio de' ministri
prego portare grosso suo corpo a marcia for-
zata sotto Roma, per giungere al pi lardi do-
mattina.
"
Ricotti.

Si trattava di una marcia di circa 60 chilo-


metri per le divisioni Cosenz e Maz de la Roche
e per la riserva, di pi di 80 per la
13*
divisione.
Il giovane capitano

oggi maggior generale
comandante la brigata Bologna

port il tele-
gramma-ordine al generale, aspettandosi forse
di sentirlo fare qualche naturale osservazione
sopra la difficolt di eseguirlo. Il generale Ca-
dorna invece , senza perdersi in vane parole,
senza mandare a male neppure un minuto,
diram immediatamente agli ufficiali del suo
stato maggiore l'ordine d'andare agli accam-
pamenti affinch le truppe della
11*
e
12*
divi-
sione, provvedute di viveri a secco, s mettes-
sero in marcia per Nepi e Monterosi, facendole
seguire dal loro carreggio quando fosse stato
033ibile.
Mezz' ora dopo la una pomeridiana le truppe
erano gi in movimento. Le due divisioni dove-
vano marciare sulla stessa strada per Xoim. Mon-
L'ordine di
far lresto
<
SI
.
mi
i
terosi e Posta della Storta, insieme con i sei batta-
glioni
bersaglieri, il reggimento Novara, e la
brigata
da posizione del
9
artiglieria che forma-
vano la
riserva comandata dal generale Cele^
stino
Corte.
Corte e De Cliarrette si potevano trovare dun-
ue, da un momento all'altro, di fronte. S'erano
trovati
qualche settimana prima in un vagone
sulla
ferrovia da Torino a Bologna. Il Corte, fu-
matore
impenitente, essendo per caso senza fiam-
miferi,
pens di chiederne ad un bel signore
iondo, dai lunghi baflfi, che leggeva in un an-
elo i fogli della giornata. Scambiando poche pa-
le si riconobbero: DeCharrette! Cortei Erano
stati compagni all'Accademia militare di Torino:
si strinsero la mano e, come accade rivedendosi
dopo un pezzo, parlarono prima di molte cose
passate, e il discorso and a finire
naturalmente
in uno scambievole:

Dove vai?

De Char-
rette andava a Roma in fretta, richiamato
al
reggimento degli zuavi pontifici del quale era te-
nente colonnello e comandante in seconda:
Ce-
lestino Corte andava a Firenze, da dove il mini-
stro della guerra lo aveva mandato a chiamare
per affldai'gli il comando dell'artigliera del corpo
d'osservazione. Si erano lasciati alla stazione di
Firenze con un

A rivederci

che voleva dir
molte cose.
Verso sera partimmo da Civita-Castellana
spe-
rando d'arrivar presto a Nepi
;
ma l'uomo pro-
pone e, qualche volta in campagna, il carriaggio
dispone. Andammo a battere il capo nella bri-
gata d' artiglieria da posizione, nel parco dell^
60 rASSIA3I0 IL CONFINE
riserva, nell'equipaggio da ponte comandato da
un ottimo vaiteli inese, il capitano Benedetto Della
Croce,

oggi colonnello della riserva

e nel
grosso ;^carreggio delle due divisioni e della ri-
serva; come chi dicesse in una colonna di carri
di tre chilometri di lunghezza, alla quale ci
fu possibile arrivare in testa soltanto a non
molta distanza dalla antica Nepetam. Il conte
Arrivabene sonnecchiava
;
io mi divertivo a ten-
dere l'orecchio ed ascoltare i dialoghi dei soldati.
Qualche volta, di rado, udivo anche i complimenti
espressivi dei conducenti obbligati a tirarsi da
parte per farci strada. Splendeva la luna e met-
teva in piena evidenza le architettoniche
bellezze
dell'acquedotto romano che passa sopra tre or-
dini d' archi, non molto distante daha citt. In
piazza, dentro la citt, ci dissero che l'edifizio
nel quale risiedeva il municipio

e vi risie-
der ancora

architettato dal Vignola. Non
avevo n tempo n volont di verificare la no-
tizia. Gli stimoli dell'appetito cominciavano ad
essere veramente tremendi ed anche a Nepi due
divisioni e sei battaglioni bersaglieri avevano
fatto tabula rasa. L'avvocato Vergati, uno dei
notabili di Nepi, ci pot offrire un pezzo di pan
duro e del formaggio pecorino.
Abbiamo dormito tre ore, sopra un po' di fieno
disteso sul pianerottolo d'una scala; i cavalli
del nostro vetturino, poich non spinti sulla via
(li Roma da alcuna idealit patriotica, avevano
assoluto bisogno di riposarsi.
Alle quattro eravamo di nuovo in marcia e
giungevamo mezz' ora dopo al punto dove la
sti\i(l:i
di Viterbo, costeggiatoli lago di Vico ed
I
I
>a Kepi a Moxtcrofn
6l
attraversato Ronciglione, sbocca nella via Cassia
a destra di chi va verso Roma. Giungevamo a
tempo per vedere arrivare la divisione del ge-
nerale Ferrer, e per imparare in poche parole la
storia di quanto essa aveva fatto dall'alba del 12
all'alba del 14. Al comparire delle banderuole
azzurre delle prime pattuglie de' lancieri Milano,
i pochi zuavi di presidio a Viterbo, s'erano, come
ho detto, ritirati verso Vetralla. Alle 2 pomeri-
diane del 12 il generale Ferrer entrava in Vi-
terbo fra grande allegria di popolo. La sera v'era
stato grande sfoggio di lumi, di bandiere e d'ev-
viva, e la divisione, accampata intorno alla citt,
s'era riposata della lunga marcia fatta il giorno
precedente da Narni a Viterbo per Orte. La mat-
tina del 13, il Ferrer, ragguagliato dal Cadorna
dell'ordine venuto da Firenze d'affrettare la mar-
cia su Roma, lasciando un battaglione a Viterbo,
s'era avviato speditamente per Ronciglione in
modo da incolonnarsi con le altre duo divisioni
del
4''
corpo.
Questo ci disse il colonnello Pozzolini,
mentre
la
13*
divisione si disponeva a mettere il campo.
Profittai del momento nel quale anche 11 grosso
della
11*
e
12*
divisione s'era fermato prima
d'arrivare allo sbocco della strada Ronciglione-
Viterbo, per andare a mettermi alla testa della
celonna, e mi incamminai a piedi vereo Monte-
rosi insieme con uno squadrone d'Aosta. V'
un'erta abbastanza ripida avanti d'arrivare al
villaggio : anche i cavalli la facevano passo passo,
il che mi dava agio di chiacchierare con gli uf-
ficiali. Ad un tratto vediamo un caporale venir
gi verso di
noi a briglia sciolta,
fermandosi
BS
passiamo il CNPlK
sulle quattro zampe del cavallo davanti al primo
ufficiale incontrato, e dicendogli qualche cosa.
L' ufficiale volta immediatamente il cavallo
e
corre verso il capitano con la faccia atteggiata
in modo da rivelare l'impressione di una grande
sorpresa. Dice una parola sola
;
una parola tal-
mente strana da far rimanere allibito l'uomo pi
imperturbato del mondo. Il capitano si lascia
scappar di bocca una energica e comica escla-
mazione in puro dialetto milanese. Tiriamo fuori
i canocchiali da campagna e guardiamo atten-
tamente in direzione del villaggio, distante an-
cora un buon chilometro, e vediamo fra gli ulivi,
che si disegnano con i loro rami scontorti sul-
l'azzurro del cielo, due, quattro.... dieci uomini,
in uniforme militare, con i pantaloni rossi, i fa-
mosi pantaloni garanceU
Il caporale era venuto di galoppo dicendo :

I francesi!

E l'ufficiale aveva ripetuto al ca-
pitano :

I francesi !

I pantaloni rossi erano
proprio, vale a dire parevano pantaloni francesi....
Erano ritornati dunque, come nel 18G7? E con
i tedeschi sotto Parigi avevano il fresco cuore
di lasciar la Francia per venire a difendere il
Papa ?

E che cosa ci d dunque ad intendere il


tuo Fan/alla,

esclam a bruciapelo il capi-
tano

quando racconta che Giulio Favre usa
un linguaggio amichevole verso l'Italia? Alla
larga da quel linguaggio!
Tutto questo era durato un baleno, un attimo,
n v*era stato neppure tempo a riflettere che
quei
francesi avevano un* attitudine molto
pa-
cifica. N la riflessione pot venirci in
mente
tn
"
qui pr quo

emozionante 63
prima che un lanciere, fra il sorridente e il mor-
tificato, fosse venuto egli pure a briglia sciolta a
aggiungere il caporale e gli avesse detto clie
uei francesi erano.... la banda musicale di Mon-
tcrr)Si.
di
11 quartier generale fa sosta al paese. Arri-
vabene ed io, poicli anche i cavalli ed il vettu-
ino sono del nostro parere, almeno per il mo-
ento, pensiamo di andare avanti. Prima di mez-
zogiorno siamo a Baccanaccio, una meschina
steria da carrettieri dove, avendo preceduto gli
tri, possiamo trovare la solita razione di pan
uro e di pecorino. Siamo a ventcinque chilo-
metri da Roma : la gran citt la, dietro quelle
ondulazioni di terreno che non sono pianura e
non si possono chiamare colline. La campagna
mesta, squallida, deserta, ma pur tanto bella....
tutto sembra parlare all'intorno d'una immensa
grandezza caduta, la quale per solleva l'anima
e fa meditare, come quella che appartiene alla
storia del mondo.
Accanto alla porta dell'osteria giace un bel
capitello antico di bianchissimo marmo fina-
mente scolpito. Sulla porta dell'osteria issata
una piccola bandiera tricolore di carta. Dopo
un'oretta, cominciano a passare a passo svelto,
al suono di allegre fanfare, i sei battaglioni di
bersaglieri della riserva, e vedendo quella ban-
deruola i bersaglieri gridano a squarciagola oioa
l'Italia.
Dirimpetto all'osteria, dall'altro lato della strada,
otto o dieci butteri, uomini barbuti, di comples-
sione ercolina, col cappello alla calabrese, la
64 Cassiamo L confikk
giacchetta celeste, la sottoveste rossa, i mezzi
pantaloni di pelle di capra, sollevandosi dalla
sella arcaica e squassando le poderose destre
armate del pungolo, rispondono gridando con
tutta la forza dei loro poderosi polmoni e l'e-
nergia dell'espressivo dialetto.... Eovioa li ver-
saglieri.
IV.
Al
'
1 \ I- 1 1. i>i l;( >M A.
Posta (Iella Storta.

Si vede lionial

Il tenente Grotti
v'entra, seuza volerlo, prima di tatti.

Un sonetto d'Al-
fieri
e un piatto di sjiairhetti.

La deputazione di quin-
dici comuni.

Al ca.stello d'Isabella Orsini.

Padrou
lt^ppe
Lietta ed uno zuavo malcapitato.

Diplomatici e
parlrtiiR-ntari.

In esjilorazione.

Uno strano trrnppo che-
conversa alla sepoltura di Nerone.

Padron Beipe s' im-
pazienta.

Una siijnora ajjli avamposti.

11 generale
Carcbidio e 1;i
crniM* ajipars^ a (V).stantino.
La localit indicala nelle carte topo^^rafiche
col nome di Posta della Storta, perch vi si cam-
biavano i cavalli l'ultima volta prima d'arrivare
a Roma ai tempi de' vetturini e de' briganti,
formala da quattro case: tre a sinistra della
strada, una a destra in direzione perpendicolare
alla strada stessa, con una specie di piazza trian-
lare davanti. Questo fabbricato pi grande la
fchla posta. Sotto un portico mal selciato sta-
fiio seduti nel pomeriggio del 14 i generali Ca-
dorna,
Bottacco, Lanzavecchia di Buri, Corte, il
colonnello Primeranq ed altri ufficiali di stato
Bigiore,
poich alla Storta s'erano dovuti ag-

fi6
ALLE VISTE DI ROMA
^ruppare i quartieri generali del
4^
corpo e della
11^
divisione. Quello della
12''
era poco pi avanti.
Le truppe accampavano alla sinistra della strada,
sparse in modo da profittare della poca acqua
buona dei fontanili. Ma verso sera comincia-
rono a venire soldati da tutte le parti, a due, a
tre, a quattro, a drappelli intieri, fantaccini, ca-
valieri, artiglieri e s'avviavano come attratti da
una forza invisibile verso un rialzo di terra arida
e scura a destra della strada. Lo ascendevano
per cento sentieri e si spingevano avanti fra
l'erbe brulle e gli spinosi cardi selvatici.... avanti,
avanti fin quando, fatti un centocinquanta passi,
appariva loro sull'orizzonte, circonfuso nei gravi
vapori, il profilo della cupola di San Pietro e una
striscia violacea, senza contorni netti e ben defi-
niti, risaltava sul rosso infuocato del tramonto....
I soldati si affollavano a centinaia, a migliaia. Se-
condo il temperamento d'ognuno, anche magari
secondo l'indole regionale, il sentimento da essi
provato si manifestava in una muta ed intensa
contemplazione, od in una esclamazione -vivace
e allegra. Ma pure, nell'allegria di quel momentd
vi era qualche cosa di composto, di solenne.
H
lazzo plebeo non trovava eco se pure osato: la
facezia volgare moriva sulle labbra di chi s'at
tentava di pronunziarla. Eppure quei soldati, dal
pi al meno
,
ignoravano la storia dell'antica
grandezza di Roma: eppure non potevano nepJ
pure avei'e la intuizione della grandiosit
ma4
terale del capai mundi, perch quanto se n
vedeva era vagamente indefinito; e neanche
quella della maest architettonica dei monu-
menti, perch appena la cupola di San Pietro^
i
io
estolleva sulla massa confusa e iiidetermi-
ta de;;l altri edifci. Che cosa li sorprendeva
nque? Che cosa li esaltava? Per quale ra-
lone tante di quelle bocche mormoravano come
elio della donna adorata il nome di Roma?
nome che tante volte avevano forse ripetuto
n indifterenza, pareva loro grande, immenso,
Icissinio, in quel momento nel quale si trova-
vano alle viste della sospirata meta da quel
I^Hpme
indicata? O i)otenza stranamente incanta-
^^Hace d'un nome! Come ^'li Arabi del medioevo
^^H entusiasmavano nelle loro leggende per la
^^H(tmy che non avevano mai veduta, cosi questi
^^ostri bravi soldati si esaltavano ve<l<Mid'> I'mu-
si)icata
capitale d'Italia.
Oli! Se a Pio IX fosse venuto in quei giorni
lino degli slanci di amor di patria con i quali
iveva incominciato ventiquattro anni prima il
suo pontifunito; se avesse fatto spalancjire
le
porte di Konia ai soldati d'Italia, quei 35,000 gio-
vanotti robusti, pieni d'ardire e di vita, gli si sa-
rebbero andati a prosternare dinanzi, nella mae-
stosa pcn<jinbra della Basilica Vaticana....
e la
(luestione romana sarebbe stata bell'e finita per
sempre.
Invece le poj-te di Roma erano chiuse e bar-
icate : dalla parte della citt non giungeva anima
Iva. 11
2*^
sciuadronc dei lancieri Novara (capi-
Itano Solaro) movendosi la mattina di quel
lorno 14 dall'osteria della Giustiniana per esplo-
ire il terreno verso Monte Mario, passando per
strada del casale della Zucchina, era andato
sboccare sulla via Trionfale a Sant'Onofrio

G8 ALLE VISTE DI ROMA
non quello del Tasso, un altro fuor delle mura

e vi aveva incontrato una compagnia di Zuavi,
la quale s' era ritirata. Ma alcuni di loro,
ai-
postatisi dietro ad un muro, fecero fuoco a
bruciapelo sullo squadrone e ferirono legger-
mente il tenente Rossi, un caporale e un lanciere,
ed uccisero il sergente Bonizza. 11 sottotenente
Grotti non torn indietro con lo squadrone. Fu
ritrovata la sua sciabola
,
poi dopo lunghe ri-
cerche anche il suo cavallo moribondo. Si fecero
le pi strane congetture su quella scomparsa:
si suppose che, cadendo da cavallo, fosse andato
a finire malconcio in fondo a qualche burrone.
La verit non si seppe prima della mattina se-
guente, da un biglietto dello stesso ufTciale, di-
retto al suo capitano. Il cavallo del Grotti, presa
la mano , aveva finito per rovinarsi le gambe,
dopo essere andato molto lontano da Sant'Ono-
frio. Alzatosi da terra, il Grotti era andato alla
casa pi vicina a lavarsi la faccia e le mani
imbrattate di terra e a domandare quale fosse
la strada per tornare alla Giustiniana. Sia che
lo' volessero ingannare, sia che il Grotti non
capisse bene le indicazioni dategli, fatto sta
ciie, dopo aver errato un pezzo intorno a Roma,
fin per imbattersi in una pattuglia di dragoni
del papa che lo fece prigioniero e lo condusse
in citt. Fu alloggiato all'albergo Roma, il ge-
nerale Kanzler lo invit a pranzo, e la mattina
del IG lo foce riaccoinpagnarc ai nostri avam-
posti.
11 14 \i SI d'ano presentati alcuni dragoni ai
quali l'idea delia guerra guerreggiata garbava
poco.
// sotMenente Croiti 69
I
Vittorio Alfieri scrisse alla Storta un suo ce-
bre
sonetto
rlio iiirnniiiiria:
Vuota, insalubre region cho Stato
Osi nomarti e non sei che lesorto..
Compresi in quel pomerij^giu del 14 settembre
utta rindigiiazioiie del fiero Astigiano, pensando
li'egli avr fatto colazione a Montcrosi sperando
desinare alla Storta e vi avr trovato (juello
le noi vi trovammo.... neppure un pezzo di pane.
Il generale Cadorna nel suo libro La libera-
tone
di Roma, a pagina 147, fa una strapaz-
ita ai corrispondenti di giornali che seguivano
quartier generale e li rimprovera di averlo
>rmcntato, non soltanto per avere notzie, ma
in pretensioni di vitto e d'alloggio. Posso dire
non aver rimorsi, perch ho sempre avuto
Tore di chiedere; ma indubitato che il conte
trrivabeneed io, non chiedendo nulla a nessuno,
iremmo morti di fame, senza la cortesa del ge-
jrale Cerroti e senza un altro fortunato evento.
Filippo Cerroti, di Roma, allora maggior ge-
lerale del genio (morto volontariamente nel 1890
lopo aver rappresentato per parecchi anni la
|ua citt nella Camera ed avere poi avuto un
jggio in Senato) era stato mandato a disposi-
lone del quartier generale principale,
potendo
jndere utilissimi servigi nella sua qualit di ro-
tano. Occupava una delle tre case a sinisti'a
iella strada, col colonnello Cambini comandante
lei genio, con altri ufficiali dell'arma e con degli
iffciali medici, se non sbaglio. Avevamo fatto
moscenza col generale: conoscevamo alcuni
ALLE VLSTE DI ROMA
de^J^li altri. Non avevano laute imbandigioni ncp-
pur loro : ma grande abbondanza di spaghetti
conditi
alla meglio. L'Arrivabene considerava
con
filosofica indifi"erenza quel ben di Dio: io,
passando e ripassando davanti alla porta d'una
specie di rimessa dove erano le mense

giac-
ch
cercavo nel passeggiare un mezzo per in-
gannar V appetito

mi sentivo venir Y acquo-
lina in bocca. Quando il generale ci chiam in-
vitandoci a dividere con gli altri quanto offriva
il
convento, ebbi per un momento le traveggole,
come deve averle chi vede esposta sul botte-
ghino del lotto la quaderna giocata. Almeno lo
suppongo; non l'ho mai provato.
Sedetti.... e divorai. Se non che, pochi minuti
dopo, un gran rumore ci fece alzare tutti da ta-
vola e correr fuori. Arrivava il principe Baldas-
sarre
Odescalchi

volgarmente Balduccio

accompagnato da alcuni amici e dai notabili di
Bracciano e de' paesi del lago omonimo, in cin-
que carrozze, scortate da alcune guardie cam-
pestri dell'eccellentissima casa, armate ed a ca-
vallo, e dai capi nmsica dei paesi del lai-"
y^-
stiti a foggia di militari e pure a cavalle.
Il principe Odescalchi, che nel 1807 Pio IX
aveva fatto pregare, poco pi che ventenne, d'an-
darsene da Roma, era stato infelice autore d'una
Imelda dei Lamt)ertac^i, fisciiiata al Niccoliiii
di Firenze, poi addetto alla legazione italiana a
Vienna. Uientrato allora nel suo feudo, diremo
cos, di Bracciano

un antico feudo d casa
Orsini

veniva a presentare al generale Ca-
dorna i voti di quindici comuni che chiedevano
di essere aggregati al regno d'Italia.
Padron Beppe Lietta 71
Credo che il generale Cadorna accettasse il
voto con le dovute riserve: noi non ne facemmo
alcuna quando il principe e' invit gentilmente
a passare la notte nel suo castello. Era un
po' lontano: ma l'idea di dormire forse in una
delle camere d' Isabella Orsini, dopo tre giorni
di vita semi-barbaramente vissuta, di man-
giare una cena servita dal cuoco d'un principe
romano, avreljbe fatta parer breve qualunciue di-
stanza. Le carrozze erano pronte e partimmo.
Incontrammo in varii punti, lungo la strada,
gruppi d' uomini a cavallo clie si mettevano di
scorta alle carrozze gridando "viva l'Italia,, e
facendomi venire in mente, nel buio della notte,
che i centauri dovevano essere molto simili
a loro.
La gita a Bracciano sarebbe una parentesi che
nulla avrebbe da fare con il mio racconto, se con
alcuni dei nostri compagni di quella sera non
" i fossimo trovati pi tardi insieme sotto le mura
di Roma. V'era fra gli altri un oste trasteverino,
Giuscpi)C Lietta, conosciuto col nome di padron
Beppe, che merita quattro parole di storia.
Nel 1S(>7 padron Beppe era proprietario d' una
icria nella Longarctta, in Trastevere, poco lon-
tano dal lanificio Ajani dove gli zuavi pontifici uc-
cisero la Giuditta Tavani. In casa Ajani erano
pronte alcune delle armi per la sommossa, la quale
avrebbe dovuto scoppiare a tempo per aprire le
porte di Roma a (luel
drappello di valorosi che,
lasciato solo a villa Glori, fu sopraffatto dal nu-
mero. Padron Beppe era del complotto. Quando
1 apparire degli zuavi in Trastevere gli fece ca-
pire che tutto era scoperto
e
la sommossa di-
72 ALLE VISTK DI ROMA
ventava impossibile, avrebbe voluto saltar fuori
e andare a combattere, a difendersi coWainidd

com'egli diceva. I suoi di casa lo trattennero



a forza da quell'inutile audacia. Ma uno zuavo,
non si sa perch allontanatosi dai suoi compa-
gni, ebbe la malaugurata idea d' entrare nell'o-
steria di padron Beppe col remington in pugno,
la baionetta inastata, gridando qualche cosa in
francese.... Padron Beppe perdette il lume degli
occhi.... lo zuavo cadde in un lago di sangue, e
cinque minuti dopo
1'
oste trasteverino, bench
non pi giovane, pingue e poco svelto, sgattaio-
lava su per 1 tetti e andava a nascondersi in
luogo sicuro fino a notte fatta, riuscendo
poi a
fuggir da Roma senza intoppi.
Se non che lo zuavo fu presto ii v-uc" c Co-
vato morto. Per maggior sventura del Lietta,
l'ucciso era di gran casata francese, un Laroche-
faucauld, se la memoria mi serve bene: ed in
quel tempo Napoleone III aveva bisogno di non
disgustare le grandi famiglie legittimiste, anzi di
cattivarsele. Per ci il Governo imperiale s'in-
tromise, quando fu chiesta l'estradizione di pa-
dron Beppe dal Governo pontifcio che qualifi-
cava l'uccisione dello zuavo delitto non politico
ma comune. Ci volle del buono e del bello per
indurre il Governo francese a non insistere nella
richiesta, e fu principalmente l' idea della sorte
che sarebbe senza dubbio toccata al Lietta, con-
segnandolo al Governo di Roma, ciucila che trat-
tenne il Governo italiano dal consegnarlo. Pa-
dron Beppe aveva per passato dei l)ruttissimi
quarti d'ora: si professava riconoscente al prin-
cipe Odescalchi d' avergli salvata la pelle,
e si
Xtiui i u, , i,aii
73
i
riavvicinava trepidante e comnrjosso alla citt
natale dalla quale aveva dovuto fu^fxire in cir-
costanze tanto draininaticlie, dopo aver preso
parte, dal 1867 in poi, ad ogni tentativo, ad ogni
ngiura fatta per la liberazione di Roma....
All'alba del 15 partimmo da Bracciano e un paio
'ore dopo avevamo raggiunto il quartiere ge-
nerale, rimasto fermo alla l^osta della Storta. Le
tre divisioni s'erano portate, o per meglio dire
cominciavano allora a portarsi avanti, sempre
sulla via Cassia: TU* fino alla sepoltura di Ne-
rone, stendendosi fra la sinistra delia strada ed il
'Fevcre
;
la
12*
a destra della strada, spiegandosi
al di l dell'acqua Traversa e della via Trionfale:
la
13*
sulla via Cassia all'osteria della Giusti-
I liana. Vicino alla Posta della Storta erano ac-
campati i sei battaglioni di bersaglieri, il reggi-
mento lanciei'i Novara, le batterie da posizione
le altre truppe che completavano la riserva.
Il numero dei ^dilettanti

che venivano ad ag-
.n'cgarsi al seguito del quartiere generale aumen-
tava intanto ogni giorno. Quella mattina arriv
il deputato Francesco Cucchi, scampato nel 1867
lalle grinfe della polizia romana soltanto in
-:i'n/.ia della audacia e del sangue freddo ch'egli
dimostr quante volte in Roma tentarono d'arre-
starlo. Arrivarono da Firenze anche il barone Al-
berto IJlanc ed il marchese Alessandro Guiccioli,
ipportatori di istruzioni diplomatiche per il co-
mandante del
4"
corpo.
11 tenente colonnello Caccialupi and a Roma,
come parlamentario, a rimettere al generale
Kanzler, comandante in capo delle truppe del
74
ALLK Vl.STE DI 1{0>!A
Papa una lettera del generale Cadorna che do-
mandava l'ingresso delle truppe italiane in Roma
a nome di Sua Maest il Re d' Italia. Fermato
agli avamposti di Ponte Molle da un ufficiale dei
dragoni, il Caccialupi fu bendato ed accompa-
gnato in citt, fino alla piazza della Pilotta dove
era il ministero delle armi. Torn alle 9 di sera
con una lettera del Kanzler clie rispondeva d'es-
sere
"
risoluto a fare resistenza

con i mezzi
dei quali poteva disporre
"
come gli imponevano
l'onore e il dovere
.
La giornata era passata come un lampo, oc-
cupata da questi e da parecchi altri incidenti,
compreso un principio d'incendio all'osteria della
Storta, presto domato da pochi soldati del genio
e dalle ordinanze del quartier generale. Verso
sera, con l'onorevole Cucchi che aveva, oltre il
lasciapassare in piena regola, il talismano delle
medaglie da deputato, eravamo andati a fare,
per conto nostro, una ricognizione al di l dei
nostri avamposti. Da un punto alto della strada
si vedeva il Tevere scorrere, poco distiuite da
noi, tortuosamente; di qua del Tevere le osterie
ed il piazzale di Ponte Molle, di faccia la pesante
mole del ponte; e di l dal fiume i Monti Parioli.
Il Cucchi m'indic sul^ito villa Glori, immortalata
dall'impresa de' fratelli Cairoli e dei loro compa-
gni, ma non ancora celebrata da Carducci n
dalla forte e sana poesia romanesca di Cesare
Pascarella, allora monello di otto o dieci anni.
Con i cannocchiali avevamo veduto ire dra-
goni di vedetta nei prati d'Acqua Acetosa, ed
una pattuglia che veniva di trotto dalla strada
di Porta Angelica. In quella grande c^^'^''^'"'"^
'li
A 11' Osteria Xuova
campagna non si scorgeva muovere altra anima
viva: ma in una osteria fino alla quale eravamo
privati e dove il Cucchi fu riconosciuto ed ac-
Ito come un amico, ci dissero che gli zuavi
"avevano apparentemente abbandonata la posi-
zione di Monte Mario.... ma non bisognava fidarsi.
Dalla Storta, seguendo il consiglio del Cucchi
die metteva in pratica la massima del
**
divi-
dersi per mangiare, e riunirsi....

non per com-
battere ma per sapere se v'era almeno speranza
di veder combattere, s'and verso le 10 all'Oste-
ria Nuova, un po' pi indietro della Storta, fuori
I
lolla strada principale, in una localit vicino alla
i|uale non v'erano accampate truppe. Vi si stava
come principi, in una cucina tutta annerita dal
fumo, seduti intorno ad una vecchia tavola, be-
vendo un vinetto bianco pieno di sapore. Un lu-
micino a olio, del modello di quelli di terra cotta
che si rinvengono nelle tombe cti-usche, illumi-
nava la stanza ingombra dei nostri bagagli. Sten-
demmo un alto strato di fieno in un canto, per
passarvi la notte, ma prima d'andare a riposare
uscimmo fuori a dare un'altra occhiata alla cam-
ljigna bellissima. Tutto taceva d'intorno alla ca-
setta nella quale avevamo trovato rifugio
; ma
si vedova lontano una lun^^a, stormiiiata fila di
tUM-lli.
Ci addoiMiifiitanimo con la cciMc/./a che la mat-
tina
seguente sarebbe accaduto qualche cosa di
Non accadde nulla. Si seppe, prestissimo,
che
la
2"
divisione (F^ixio) aveva occupata Civitavec-
iiia.
11 generale Cadorna and a fni'e nna
i'^pc-
76 ALLE VISTE DI ROMA
zione del terreno a sinistra della via Cassia verso
il Tevere: mentre gli equipaggi da ponte dalla
coda delle divisioni passavano alla testa. Era
stata decisa una diversione, per la quale, invece
di attaccare Ponte Molle, dove si sarebbe potuto
incontrare resistenza e combattere in condizioni
non propizie, s'andava a passare il Tevere assai
pi a monte raggiungendo la via Salara, per
entrare in Roma dalla porta dello stesso nome.
S'and avanti fino alla cos detta sepoltura di
Nerone, a cinque chilometri da Roma. V una
casa ed una cliesina, nella quale mi fu possibile
di trovare un cantuccio per scrivere. 11 Cucchi e
l'Arrivabene s'erano fermati fuori a discorrere
con il loro collega alla Camera, Raffaele Son/o-
gno, che raccontava d'esser venuto per pubbli-
care un giornale in Roma appena la citt fossi-
libera. Portava la sacca da notte del Sonzogno un
ometto piccolo, segaligno, mal vestito. Pass un
ciccheltaro, uno dei tanti che seguono le truppe in
marcia. L'Arrivabene mi chiam per offrirmi un
bicchierino d'acquavite, sempre buono a quell'ora
mattutina per chi ha dormito alla peggio, sul
fieno. Uscii dalla chiesina un momento
e bevvi;
bevve anche il Sonzogno e pag un bicchierino
al suo seguace, che a Roma doveva poi guada-
gnare tanti denari e tanta cattiva fama serven-
dosi della stampa, arrivando a parere a
\\\n-
menti l'arbitro dello Stato per finire con un pi-o-
cesso criminale. Mi sorprese udendo costui, che
r apparenza m' aveva fatto credere persona in
umile ufficio, e lo era, interlociuire non inchiesto
ne' discorsi dei tre deputati, e domandai notizia
del petulante all'onorevole Cucchi che me ne fece
Alla sqmltura di Nerone
m
quattro parole la storia.... quella che se ne
IJAeva
fare venticinque anni sono. Un momento
Ipo, si avvicinava al gruppo a salutare il Son-
pno,
Giuseppe Luciani, corrispondente
della
az^eiia del Popolo di Torino, che ora sconta
nel bagno di Santo Stefano la pena alla quale
fu condannato pochi anni dopo dai giurati di
Roma
come mandante dell'assassinio di Raf-
faele Sonzogno....
Uoma, alla quale andavamo a portare i benefizi
e anche i danni della libert, si stendeva davanti
ai nostri ocelli. Castel Sant'Angelo, San F*ietro
ili Molitorio, il Quirinale, ci apparivano sovra-
stanti alle mille e mille <'ase. alle cupole minori
e ai palazzi della citt; l'altura di Monte Mario
< i nascondeva molta parte del Vaticano e met
(libila
cupola di San IMetro.
Intanto la mattinata passava e la speranza di

inalche novit spariva completamente. Padroii


Beppe Lietta diventava impaziente ed invocava
il nome di Cristo con una freciuenza inquietante.
quando seppe che il maggior generale Carchidio
l>;u'tiva per Roma come parlamentario con un'al-
tra lettera per il generale Kanzler, l'impazienza
sua divenne morbosa e da s s<jlo andava ri-
petendo:

Ma per Cr....! o che


fama
f li giochi f
Alla sepoltura di Nerone rivedemmo il gcne-
i;ile Goscnz, venuto a riprendere il comando della
sua divisione, con un braccio al collo ed una
leggiera echimosi alla fronte. Rivedemmo anche
il sottotenente Crotti, ricondotto (luclla mattina
ai nostri avamposti da un ufficiale degli zuavi.
Quando fummo veramente ooi-ti dio ])cv
tutto
78 ALLE VISTE DI ROMA
quel giorno 16 nessuno si sarebbe mosso

la
divisione Cosenz si stendeva dalla via Cassia
fino alla riva sinistra del Tevere, col quartier
generale alla sepoltura di Nerone : la divisione
Maz de la Roche a destra della via Cassia spin-
gendosi fino alle falde di Monte Mario ed a
Sant'Onofrio sulla via Trionfale; la divisione Fer-
rer di riserva tre chilometri indietro: il quar-
tier generale del comando ed i comandanti della
cavalleria e della riserva sempre alla Posta della
Storta

quando, dicevo, fummo certi che nes-
suno
muoverebbe perch si dovevano studiare
e riattare le strade per il cambiamento di fronte,
l'on. Cucchi ed io

ci avevamo preso gusto

andammo
fino a poco pi di mezzo chilometro
da
Ponte Molle. Ma per quanta fatica si facesse,
per
quanto ci si affannasse a pulire le lenti de'
cannocchiali, non arrivammo a scorgere
neppure
un dragone. I dintorni di Roma parevano com-
pletamente deserti. Ad un tratto sulla via Cas-
sia, ad un risvolto, udinuno il rumore di una
vettura e Ci trovammo di fronte ad una wago-
netie nella quale stavano un prete ed una signora
vestita di nero, con la croce di Ginevra al bi'ao-
co sinistro. I41 signora vedendoci fece fermare
la vettura e ci rivolse la parola in francese. Era
una irlandese, sorella d'un prelato, che prestava
insieme con altre la propria opera per curare i
feriti che non v'erano ancora. Si dirigeva al
quartier generale della Storta per aver notizie
del sergente Shea degli zuavi pontifici

figlio
d'un negoziante irlandese di piazza di Spagna

stato fatto prigioniero dai lancieri di Novara


nello scontro di Sant'Onofrio.
I
Fuori degli avamposti 79
Le dicemmo che lo Shea stava benissimo ed
ra gi stato spelito al luogo di deposito dei
prigionieri di guerra: le facemmo inoltre osser-
vare clie, se era facile entrare nella linea degli
vamposti, non le sarebbe stato egualmente fa-
cile uscirne. Questa osserva/ione la persuase
a tornarsene indietro col prete clic non aveva
aperto mai bocca. Il vetturino invece, bench non
interrogato, aveva cominciato a dirci per conto
suo molto cose curiose intorno alla difesa di
Roma. Non si pei^suadeva che rarco di Ponte
Molle dovesse esser chiuso con gabbionate e
sacchi di rena e difeso da due cannoni, sicch
per rientrare in Roma gli occorreva di andare
fnio a porta Angelica, anche quella asserragliata
e difesa ma ancora accessibile.
\(,'i's<> sera, un tale k- ;i\('\a jmiui< uscire
da Roma e oltrepassare la linea degli avamposti
pontifici, venne a confermare c|uanto ci aveva
detto il vetturino della signora Stone riguardo
ai preparativi di difesa, aggiungendo che il par-
tito lil)eralc di Roma era scoraggiato, temendo
ingiustamente nuovi indugi al desiderato ed in-
vocato ingresso delle truppe.
11 generale Carchidio, di ritorno da Roma, ri-
pass dalla sepoltura di Nerone alle 2 ant. del 17
diretto al gran quartier generale alla Storta. Si
sorferm un momento a i)arlare col generale Go-
senz e dalle poche parole che questi si lasci
cavare di bocca fu facile intendere come anche
le nuove proposte di resa fossero state incon-
dizionatamente respinte. Meno uiale!
Quella notte non ci venne neppure in mente
80 ALLE VISTE DI ROMA
di chiudere occhio. Dopo avere aspettato il ri-
torno del generale Carchidio ed esserci ralle-
grati delle notizie da lu portate, dopo aver chiac-
chierato un pezzo e dopo un inutile tentativo di
riposare sdraiati nella carrozza, in mezzo alla
strada, non tardammo a veder biancheggiare
Talba. Le truppe erano gi in movimento. Do-
dici battaglioni bersaglieri, quelli delle tre divi-
sioni e quelli della riserva, s'erano avviati fino
dalla sera prima, a traverso la campagna, per
strade improvvisate, verso la via Flaminia ed il
Tevere clic si doveva passare all'altezza dell'o-
steria di Grotta Rossa, i Saxa rubra presso i
quali Costantino sconfsse Massenzio e vide la
croce. Tre battaglioni erano gi stati trasportati
di l dal fiume in barconi per proteggere la git-
tata d' un ponte militare, spingendosi fin sulla
linea del fiume Aniene o Teverone. Costruito il
ponte in sett'ore, durante le quali, prima la
13*,
poi la
12*
ed ultima la
11*
avevano seguito i
bersaglieri nel cambiamento di direzione a sini-
stra della via Cassia, passarono gli altri nove bat-
taglioni con una batteria irradiandosi tutfairin-
torno, e cominci subito dopo il passaggio del-
l' intiero corpo.
V.
A.v: POH II. hi ! I \
(
\i'i r \i 1 I" li \! I \.
vallo del Piissiuo.

A traverso la caiiip.isfna Romana.

Due diplomatici sulla via Flaminia.



Eutra in scena
il conte d'Arnim.

Il pas-sagjfio d'nn ponte di barche.

Dodici l)attnp;lioni di lprsaj;:lieri.

3Iacedonio Pinelli, (Jola,
Pievio;n:uio e FanfuUa.

In attesa del pane.

La divi-
sione Ani^ioletti e la divisione P.ixio.

Come fu presa Civi-
tavecchia. -
Fra la via h'alara e la Nomentana.

Vigna
Tusti e la vijLTuarola.

La prima cannonata.

Villa ('ar-
cano, l'osteria del Mauj^ani e Saul'Aje:nese.

Il conte d'Ar-
nim si d per vin o.

Una riunione di cluhmen e un ca-
meriere provvidenziale.

I preparativi.

Ci siamo dav-
vero!
Una notte eterna.

La sveglia del 20 settembre.
Poclii tratti della Campagna romana sono so-
leiHiciiicnte, classicamente belli come Pan^rolo
compreso fra la via Cassia e la via Flaminia,
al cui vertice sta Ponte Molle. Il paesaggio
non squallido n riarso come alla Posta della
Storta: la valle intc-secata da corsi d'acqua:
l'erba cresce alta nei pascoli verdeggianti
e
lungo i fossatelli, ed alberi secolari ombreggiano
gli avvallamenti, le rupi e le alture di un ter-
reno molto accidentato. Il nome d Val di Pus-
Pesci Come siamo entrati in Roma.
6
82 ALLE PORTE DELLA CAl'lTALE d'iTALTA
sino, rimasto ad una parte di questa plag:a, dice,
come il Michelaiijrelo del paesaggio venisse, du-.
rantela lunga dimora in Roma, a cercare in que-
sta splendida solitudine la ispirazione per le sue
tele impareggiabili.
Se la campagna coperta di rigogliosa vege-
tazione, non meno ricca di memorie. Poco
d'H
stante dal casale di Grottarossa si veggono le?
traccie dell'antica via Vejentana, che partendo dai;
Saxa rubra si dirigeva a nord-ovest verso l'antica'
Veio. Poco distante dalla via Vejentana scorre-^
il fosso della Valca, V antico fumicello di Cre-
mer, famoso per la strage dei 300 Fabi. Dove'
il fosso della Valclietta e quello dell'Acqua Tra-
versa riuniti vanno a gettarsi nel Tevere, sor-?
geva la Villa di Livia ad gallinas albas: pi a'
monte si trovano i resti dei Sepolcri dei Nasoni,:
dirimpetto al sepolcro di un Vibius Marianusf
dalla fantasia popolare battezzato per." la sepol4
tura di Nerone,,.
;
Di rimpetto, cos per dire. Il tratto di campa-:
gna interposto fra la Cassia e la Flaminia, e pre-:
cisamente fra la sepoltura di Nerone e il (^asale
di Grottarossa, di circa sei chilometri, non'
percorso da alcuna strada, che strada non sij
poteva dire la cosi detta Vacchereccia, bench
riattata alla meglio dagli zappatori del genio;
n quella dell' Inviolata che va a sboccare a
poche centinaia di metri dall'osteria di Grotta-i
rossa.
Per la strada della Vacchereccia s'erano av-,
viat, la sera del 16, come ho detto, la brigata)
del genio con l'equipaggio da ponte ed il
0
bat-
taglione bersaglieri (maggior Mclegari). poi gli
A traverso la campagna 83
altri cinque battaglioni bersaprlieri della riserva,
giunjjendo alla via Flaminia soltanto mezz'ora
prima di mezzanotte per le dilieolt incontrate
Imigo la strada: e v'erano giunti per altri sentieri
quasi nello stesso tempo i sei battaglioni bersa-
glieri delle tre divisioni, con una batteria distac-
cata dalla divisione Gosenz.
La
13*
divisione (Ferrer) pallila dopo niezza-
notte giunse al ponte alle 5 ant.
A noi capitava frattanto un non lieve disa-
stro. Quando airall)a del 17, la nostra sganghe-
rata carrozza fu finalmente pronta per la par-
tenza , le due cosi delle strade erano gi oc-
cupate dalle divisioni in marcia, sicch dojx)
qualche infelice prova e dopo maturo consiglio,
fu deliberato, anche col voto del vetlurino di
Narni , di buttarsi a travei*so alla campagna
scendendo a piedi per non caricare troppo la
vettura, che altrimenti non si sai'ebbe potuta ca-
vare din mali passi, ed inzuppandoci fin sopra i
ginocchi, prima che il sole fosse alto, nell'erba
alta e bagnata dalla rugiada. 11 conte Arrivabene
non era molto soddisfatto di quel mezzo bagno
forzato, ed il vetturino, quando si dovevano va-
licare fossati o superare arginelli, esauriva un
intiero repertorio d'interiezioni umbre che avreb-
bero potuto fare la fortuna di un vocabolarista
dialettale.
Poco pietosi, od almeno pi curiosi che pietosi,
lasciammo il vetlurino a sbrigarsela come po-
teva, dicendogli clie lo avremmo aspettato sulla
via Flaminia, e raggiungemmo le truppe che sfi-
lavano
a traverso la campagna. I soldati erano
allegrissiuii , bench i disagi non fossero p-
84 ALLE PORTE DELLA CAPITALE d'iTALTA
chi, le notti fresclie ed umide, e mancasse da-
per tutto l'acqua da bere. Andavamo scorraz--
zando a destra e a sinistra come scolari in
vacanza e a mezza strada incontrammo l'ono-
revole Cucchi, partito da un punto della via Cas-
sia pi a monte della sepoltura di Nerone. Ci avvi-
cinavamo alla via Flaminia: i reggimenti della
12* :
e della
11^
divisione erano bivaccati ai due lati
della strada, attendendo che venisse la loro volta
per passare il ponte. La
13*
divisione era gi
passata, ma la ripidezza delle rampe d' accesso
le rendeva diffcili al carreggio pesante e faceva
perdere assai tempo per attaccare e staccare le
pariglie di rinforzo. Il sole dardeggiava alto : il
generale Cosenz col suo Stato maggiore venne
a rifugiarsi un momento dentro l'osteria di Grot-
tarossa, dove si soffocava per il fumo, l'odore di
salsiccia e di. vino.
Usciti di l, diretti al ponte tiovamiiio per la
via Flaminia, in mezzo al polverone alto, il ba-
rone Blanc ed il marchese Guiccoli, vestiti cor-
rettamente di scuro come si conveniva al loro
ufficio di diplomatici, ed incipriati di polvere fin
j
sopra agli occhi. La loro cari'ozza pesante s'era,,
arenata in mezzo a una coloima di carri, ed essi
pure dovevano rassegnarsi alla vecchia massima
dell' la guerre coinme la guerre, tentando
di arrivare a piedi al quarticr generale che,
\
appunto allora , dopo aver assistito il Cadorna 1
allo sflamento della divisione Ferrer, era an-
\
dato a mettersi a Villa Spada.... nome pomposo
|
d'un casello ferroviario che sorge lungo la linea
'
Roma-Firenze, presso il luogo
dn\c fu l'antica
Fidene.
Il conte d'Arnim 85
Intanto altri battaj2:ioni, altri re?:j?iinenti pas-
savano per la via. I richiamati dal con^^cdo il-
limitato, che avevano fatto quasi tutti la cam-
pagna del 18GG e trattavano di cappelloni quelli
Ile classi pi giovani, per darsi l'aria di jjcente
Rigata,
motteggiavano scherzosamente, senza
^ncar di rispetto, i borghesi che incontravano
per la strada e ci domandavano quante miglia
mancassero per arrivare a Roma. Miglia poche!
ma pi tardi correvano delle voci tanto singo-
lari! Sul mezzogiorno di quel 17 settembre il
conte d'Arnim, ministro di Prussia a Roma, s'era
presentato al casello ferroviario di Villa Spada
ad esporre al generale Cadorna , come V ele-
mento militai-e estero essendosi imposto al Papa,
fosse ormai inevitabile la resistenza; ed a chie-
dere una dilazione di 24 ore all' attacco con
la speranza che nuove premure potessero in-
durre Pio IX a rinunziare ad un conflitto, l'e-
sito del quale non poteva esser dubbio. Il ge-
nerale gli aveva promesso, si seppe dopo, di
non fare per ventiquattro ore alcuna operazione
decisiva.
Tutto questo era naturale
,
era perfettamente
(orretto: ma si cominciava ad essere infastiditi
da tanti ritardi, perch, in Roma oramai biso-
gnava entrare a qualunque costo, a costo di
fare la guerra con tutto il mondo
;
ma, tutto c^^n-
sidcrato, era anche meglio entrarvi al pi presto
possibile.
Il passaggio di un ponte di barche, una ope-
razione
molto importante, considerandola mili-
tarmente,
ma uon molto divertente per chi vi
86 ALLE PORTE DELLA CAPITALE d'iTALIA
assiste, senza averne gran voglia, sotto la sferza
del sole. Ci tocc questo divertimento

chi vo-
lesse procurarselo oggi con minore incomodo,
non ha che da andare a vedere nella galleria
dell' arte moderna il bel quadro della signora
Sindici nel quale appunto ritratto il passag-
gio del Tevere, 17 settembre 1870

ci tocc,
dicevo, questo divertimento perch qualche pe-
dante si trova sempre e ci capit di trovarne
uno propriamente alla rampa d'accesso di quel
ponte di barche. Si nomina il peccato, non il
peccatore: se anche volessi commettere tale in-
discretezza non lo potrei, perch non lo cono-
scevo. Fatto sta che un ufficiale di guardia al
ponte, presentandogli i nostri 1 ascia-passare in
piena regola, non aveva difficolt n poteva
averla a lasciarci andare all'altra riva, bench
il transito del ponte fosse vietato ai borghesi.
Ma non permetteva il passaggio alla nostra vet-
tura sgangherata, al vetturino di Nariii ed alle
sue brenne: non ammetteva che tutta quella
roba fosse un'appendice di noi. Avr avuto ra-
gione, non lo contesto; ma in quel momento
non eravamo punto disposti a dargliela. Bisogn
andare, venire, parlamentare con le autorit su-
periori ed ottenere finalmente di non essere se-
parati dal nostro auriga, che tocc insieme con
noi
la via Salara verso le 4 pomeridiane, dopo
dodici ore di sti'ane e non sempre liete vicis-
situdini.
Il nostro proponimento era quello d'andare
avanti fino all'Aniene, dove sapevamo accam-
pali alcuni battaglioni di bei-saglieri, e presen-
tarci a cliiedere il baracchino a qualcuno di
Sulle sponde dell'Aniene 87
quei bravi ufficiali amici nostri. Le due brenne
secondarono con impeto giovanile tal vivo de-
siderio, e dopo aver trottato meno di un'ora ci
trovammo a breve distanza dal confluente del-
l'Aniene e del Tevere, in una zona di terreno
pianeggiante, tagliata in senso perpendicolare
il'Aniene e parallelo al Tevere dalla via Salara
dalla strada ferrata.
Gli antichi archi del ponte Salaro erano an-
dati in aria fino dal 1807, e

diciamolo plano

alla nuova Italia, ci vollero poi sette od


otto anni dopo il 1870 per ricostruirli. Il ponte
della ferrovia era stato fatto saltare dai Ponti-
liei la mattina del 15: ne giaceva un pezzo
sul fondo dell'Aniene , le cui acque scorrono
sempre profonde e rapide. Ufficiali e zappatori
del genio avevano restaurato i resti alla meglio,
per potervi passar sopra a piedi : i pontieri ave-
vano gettato un imnte di barche fra il ionte Sa-
l.iro e quello della ferrovia: preparavano il ma-
teriale per gettarne un altro. Due compagnie del
2P bersaglieri avevano gi passato l'Anicne ed
sploravano le collinette che circondano Roma
ri tramontana e la nascondono a chi sta sulla
riva destra del fiume. Mentre i treni che servi-
vano ad approvvigionare il
4
corpo erano ob-
l>llgati a fermarsi al ponte quando non sosta-
vano alla stazione di Monterotondo, una loco-
motiva della quale i nostri si erano imi)adroiiiti

non so come, n chi avesse avuto quella luo-


II issi ma idea

si spingeva fino al Portonaccio
^plorando il tratto compreso fra la via Sulara
la Nomentana, e poi quello fra la via Salara
la Tiburtina.
88 ALLE PORTE DELLA CAPITALE D'ITALTA
Eravamo in paese di conoscenza : que' prati,
confinanti con i cos detti prati Fiscali, antica
propriet del popolo romano, formicolavano di
bersaglieri. V'erano, come ho detto, i battaglioni
delle tre divisioni e i sei battaglioni della riserva
che obbedivano al colossale tenente colonnello
Macedonio Pinelli, un bravo e bel soldato di
Parma, che dopo aver fatto tutte le campagne
per r indipendenza, diventato generale
,
doveva
tanto miseramente rinunziare alla vita in una
camera d' albergo, a Milano. V era il
21
bat-
taglione comandato dal biondo e cortese mag-
giore Gola, anch' egli destinato ad una barbara
e misteriosa fine, poich la polizia rumena non
mai riuscita a sapere se fu assassinato in
qualche vicolo di Bucarest od attraversando il
Danubio. Il
21
veniva da Firenze e conosce-
vamo gli ufficiali ad uno per uno, e fra gli altri
il capitano Boyer detto Fan/alla, col petto pieno
di medaglie e la parola sempre pronta come la
sciabola ricurva a modo di scimitarra : e il te-
nente Mancini, figlio dell' onor. Pasquale Sta-
nislao. V'era, comandante del
36
battaglione, il
maggiore Pievignano, quegli che alla Ccrnnja
non potendo pi reggersi in piedi per le feriti\
si fece portare alla carica sollevato sulle bi'accia
dei suoi bersaglieri;

il maggiore Ulbrich che
comandava il quadrato del
49
fanteria nel 18i'.('.:
il maggior Castelli, il maggic^r Cartacei, e poi
molti subalterni, stati mei compagni alla Scuola
di Modena o nella campagna di quattr'anni prini.i.
Tutti quei bravi ullioiali ci fecero una gran
festa, ci portarono di qua e di l, ci offrirono
un bicchiere di vermulh o di buon cognac a
In attesa del pane 89
scelta
;
ci indicarono altres , caso mai qual-
cuno di noi avesse avuto bisogno di fai*si ra-
dere, un bersagliere che aveva stabilito la sua
l)Ottoga di barbiere proprio in quella torricella
lera nera a destra del ponte della rei'rovia.
Ma,
riguardo a pappatoria, peggio che andar
"di notte. I viveri dovevano arrivare, ma non si
vedevano ancora : doveva arrivare anche il pane,
manco a pensarci; ma invece arrivava a gran
passi la mesta ora crepuscolare.
E
^*
per suo sogno ciascun dubitava

di man-
giare per quella sera. La vivacit giovanile dei
sottotenenti scon)iettava in frasi piccanti, udendo
le quali il bu(n Gola, giovanotto anch' egli, ag-
grottava le ciglia, sorridendo probabilmente den-
tro di so, poich il s>i-!'iloi-e iiitTiK non fn toi'to
alla disciplina.
Ad un tratto una colonna di carri comparvo
fra il polverone della via Salara. Quando i primi
furono pi vicini si vide facilmente che erano
carichi di pane, di belle pagnotte, tonde, larghe,
scure, che fecero balzare in piedi tutto il
21''
bat-
taglione e poi gli altri ancora. E quando ci giun-
sero sotto il naso, ne sentimmo anche la fra-
granza; un buon odore di pane da munizione,
preferibile a quello della violetta di Parma o del
mughetto quando si ha l'appetito che avevamo
noi tutti e che
iutender non lo pu chi uun lo prova.
Ahinil il pane non era per il
21
battaglione
bersagli(3ri, non era per nessuno dei battaglioni
bersaglieri accampati vicino al
21".
Era per la
brigata Como!.... Ce lo grid in tutti i toni un
90
ALLE PORTE DELLA CAI'ITALE D'ITALIA
sotto-commissario di non so quale classe che,
beato lui , maneggiando 11 pane a carri , aveva
potuto
conservare tanto fiato anche da sjjre-
carne
gridando....
Era notte fatta quando la cortesia, pi che la
cortesia la generosit dei nostri amici-bersaglieri
ci pot offrire un po' di biscotto e un po' di for-
maggio. Magra cena davvero ! e, secondo il pro-
verbio, chi non ha cenato bene dorme anche
peggio. Figurarsi poi quando bisogna dormire
malamente rannicchiati dentro una carrozza
,
scarsamente protetti dal mantice tirato su con-
tro 1 malefici effetti della rugiada notturna....
Prima di ritirarci nel nostro appartamento,
avevamo avuto, da un ufficiale di stato mag-
giore, notizie della
2^
e
9*
divisione che opera-
vano contro Roma a mezzogiorno e a ponente.
Il grosso della
9*^
divisione, formatasi a Napoli
sotto il comando del generale Angioletti , s' era
avanzato verso nord per la gran via nazionale,
sconfinando alle 7 antimeridiane del 12 a Ceprano,
andando a mettere il campo a Pofi e facendo pri-
gionieri quarantatre Pontifici alla stazione di
Ceprano per opera di un drappello del
27"*
fan-
teria comandato dal tenente Carini. Il 13 la di-
visione riprese la marcia : la brigata Pavia tra-
vers Prosinone senza incontrare ombra di re-
sistenza : il 14 giungeva sotto Anagni, mentre
il tenente colonnello Delfino con due battaglioni
della brigata Savona occupava Terracina, dove
i nostri soldati erano accolti da una pioggia di
fiori. Il 15 il quarUere generale della divisione
era sotto Valinontone, dove le| truppe si racco!-
m
La
2<*
e la
9**
dirisioie 91
ro il 16 prose{?uendo la marcia ed accampando
a notte fra Civita Lavinia e Vellctri, pronte a
niaiciare contro porta San Giovanni per la via
Casilina e la Tuscolana.
In tutte le citt e le grosse tene del La/n era
stato proclamato il regno di Vittorio Emanuele
s'erano foi'inati governi provvisori, il primo
tto dei quali fu generalmente una sollecita/ione,
una esortazione al governo perdio ordinasse su-
bito il plebiscito. Sulla villa dei duchi Sforza Cosa-
rini a Genzano, sebbene le truppe italiane non vi
fossero ancora arrivate, sventolava la bandiera
ti'colore. Da per tutto era una gran festa, come
per evento lietissimo e lungamente desiderato,
per il quale mostravano compiacenza non mi-
nore de' cittadini i rozzi abitanti d riuella zona
montagnosa che dalit; calzatni'C d(^;:li abitanli
ha preso il nome di Ciociaria.
La
2*
divisione, comandata dai generale Nino
Bixio, passato il confine all'Apparita alle 5 po-
mciidiane del giorno 11, era giunta verso la
mezzanotte a Montefiascone. La mattina del 12
un battaglione del 4G fanteria aveva occupato
Bagnorea facendo dei prigionieri: poi, lasciato
un distaccamento a Montefiascone, la divisione
era andata ad accani pai*si a Marta durante la
notte dal
\'2
al 13, distaccando una colonna vo-
lante, composta di due battaglioni bersaglici-i,
due squadroni di cavalleria ed una sezione ar-
tiglieria, per tagliare la strada ai Pontifici che
si ritiravano da Viterbo.
11 comando di questa colonna volante fu affi-
dato dal generale Bixio al colonnello Crispo, un
valoroso ufficiale dei bersaglieri che, per riuscire
92 ALLE PORTE DELLA CAPITALE d'iTALIA
neiriiitento avrebbe dovuto arrivare prima del
De Gliarette sulla strada che da Viterbo con-
duce a Corneto per Vetralla. Il colpo non riusci,
n era possbile che riuscisse, a meno d' aver
dato r ali ai piedi ai bersaglieri come a Mer-
curio.
Allora il Bixio a non altro pens che ad in-
vestire sollecitamente Civitavecchia, al quale
scopo s'era gi messo d'accordo con l'ammiraglio
Del Carretto, comandante una divisione della
regia squadra, che doveva bloccare contempo-
raneamente Civitavecchia dalla parte di mare.
Cos fu stabilito il 14, e la mattina del 15 il
capitano di stato maggiore Baldassarre Orer

l'attuale comandante della divisione di Roma,


quegli che fece la prima marcia bellissima dal
Mareb a Adua

si i)rcsent come parlamen-
tario al colonnello Serra comandante la piazza,
intimandogli la resa. Il colonnello Serra rispose
all' intimazione chiedendo ventiquattro ore di
tempo a decidersi : il generale Bixio non ne vo-
leva accordare neppur una e chiedeva la
''^<'>
incondizionata.
Alle 11 pomeridiane del
15,
quando il termine
concesso era appena spirato, e le truppe italiane
si preparavano ad assalire la piazza all' alba
del giorno seguente, due parlamentari s'erano
presentati al generale Bixio a nome del colon-
nello Serra, accettando la resa incondizionata,
espiimendo soltanto, a nome del colonnello sud-
detto, il desiderio che la corvetta papalina Ini-
macolctta Concezione, comandata dal capitano
di vascello Cialdi, rimanesse di propriet del
pontefice e a di lui disposizione nel porto. Avendo
li
I
Tji resa di Civitavecchia ir
il generale Bixio consentito a tale condizione, la
mattina del IG la Terribile era entrata in porlo
bandiera spiegata e un'ora dopo, vale a dire
erso le 10, la
2*
divisione faceva il suo in-
resso in citt per le porte di Corneto, Canipa-
rello e Romana. Gli zuavi, che formavano la
guarnigione di Civitavecchia, dopo essere stati
rinchiusi un giorno nel lazzaretto, furono diretti
ad Alessandria, fino a Genova per via di mare.
Tutto quel giorno 17, la
2*
divisione era rimasta
a Civitavecchia, pronta a marciare sollecitamente
su Roma per la via Aurelia.
C<s erano le cose verso la mezzanotte fra
il 17 e il 18, cosi all'alba del
18,
quando le truppe
locero ancora un i)asso verso la cinta Aureliana.
Ma prima di continuare il racconto devo pro-
vanni a descrivere (pianto meglio mi sia possi-
bile il terreno nel
(luale il nucleo principale delle
truppe, cio le divisioni
11%
12*, 13*
e la riserva
del P corpo, era destinato ad operare.
Dall'Ali iene alle mura di Roma la via Salara,
proveniente dalla Sabina, e la Nomentana pro-
veniente da Palonibara, prima divergenti, vanno
I)Oi
parallele per un tratto di circa tre chilometri
in direzione da nord-est a sud-ovest: finalmente,
a breve distanza dalla citt

circa 800 metri

la via Salara piega ad un tratto verso sud


forinando con la via Nomentana un angolo il
cui vertice tagliato dal breve tratto di strada
di circonvallazione esterna che congiunge la
porta Salara alla Porta Pia. 11 tratto compreso
fra le due strade ora trasformato in modo da
non
riconoscerlo. Le societ costruttrici e gli
94 ALLE PORTE DELLA CAPITALE d'iTALIA
appaltatori, supponendo che la popolazione di
Roma dovesse diventare da un anno ad un altro
numerosa come quella di Londra, sono andati
a seppellire dei milioni anche fuori di quelle due
porte, guastando orribilmente una delle pi belle
plaghe dei dintorni di Roma, ricoprendo di case
rimaste incompiute i giardini, i verzieri e le
vigne, sciupando le ville e cambiando addirittura
l'impronta del paesaggio.
Venticinque anni sono, quella specie di terra-
pieno molto accidentato compreso fra le due
strade

largo poco pi di un chilometro

era
tagliato da due sole strade e da parecchi sen-
tieri. Un'altra strada, passando con lungo giro
sulla riva destra del Teverone, univa ed unisce
il ponte Salaro al Ponte Nomentano, strana co-
struzione de' tempi di Narsete, risarcito da Ni-
col V, che gli acquerellisti prediligono come
ricordo locale, essendo coperto e chiuso come
una fortezza e con una torre merlata. Molte ville
occupavano allora quel tratto di campagna. Oltre
la principesca, anzi regale, degli Albani Castel-
barco, poi de'Torlonia a Porta Salara, v'erano
quelle de' Potenziani, dei Carcano, dei Falza-
cappa, dei Della Porta, dei Chigi, oltre quella
de' Torlonia al di l di via Nomentana, e quella
dei Patrizi a Porta Pia; ed oltre a non poche
altre delle (inali non ho mai saputo i nomi o mi
sono sfuggiti dalla memoria; quasi tutte dello
stesso stile un po' borrominesco ; con avanzi
di antichi giardini all' italiana, rimpiccoliti dalle
esigenze industriali del secolo per far posto alle
viti e agli alberi da frutto; con statue mano-
messe e vecchie balaustre di pietra coperta di
4-
Ville, giardini e vigne 95
inuCfe e di fiiissiino musco che le chiazzavano di
ro e di p^iallo; con qualche albero secolare, e
ortclle rasate a misura e siepi di cipressi con-
annati a rimaner nani. Alcune di quelle ville
yevano l'aspetto mesto ed abbandonato delle
che non hanno veduto il padrone da molto
mpo: in nessuna sorrideva l'allej^ria della casa
licitata da liete ed oneste donne, da bei fanciulli,
la famiglie contente. In quella bella campagna,
.1 pochi passi da Roma, in quel periodo dell'anno
nel quale la campagna da per tutto affollata
(li cittadini, tal solitudine ci sorprendeva, poich
non si poteva neanche supporre che quelle case,
lucile ville fossero state abbandonate da pochi
'Aovn per timore di quella guerra. N agli orti,
alle vigne, mancavano i consueti lavoratori, e
Uitt' air intorno si sollevava un acre odore di
tcM'ra grassa, lavorata e concimata, di piante
iull)ose e d'erbe aromaticio. insieme a quello
logli ultimi fiori estivi.
Libero, almeno per noi, il passaggio al di l
del fiume, d(po aver dormito male all'umido per
poche ore, andammo a procurarci un ricovero
in qualcuna delle case di campagna che stavano
iiolle adiacenze di villa Chigi, noh molto distante
la ponte Salaro. Un vignarolo ci offri cortese-
mente ospitalit in uno stanzone a piano terreno
runa gran casa, i padroni della quale erano
issenti e per noi d'ignota dimora. Il vignarolo
<i disse

mettendo in terra tanta paglia quanto
l^oteva servire a dieci persone

che quella era
vigna Tosti. Che Tosti? certamente non Fran-
<xsco Paolo, che studiava allora a Napoli a
San
Pietro in Majella; e neppure l'abate mitrato
96 ALLE PORTE DELLA CAPITALE d'iTALIA
di San Nicola di Bari. Era vigna Tosti.... e basta,
n ci premeva di saper altro. Il vignarolo aveva
moglie , una donna sulla trentina , bellissima,
come se ne vedono nei quadri dell'Albano, con
i capelli neri. a riflessi azzurri come Tala de'corvi,
le guancie vermiglie, gli occhi nerissimi e ben
tagliati e un gran paio di campanelle d'oro alle
orecchie. Mentre il marito almanaccava eviden-
temente dentro di s per quale motivo vi fosse
gente che andava alla guerra per conto proprio,
senza esservi obbligata, la moglie ammirava
con cupida curiosit le boccette e le scatole di
cristallo dai coperchi d'argento che il conte Ar-
rivabene toglieva dalla sua valigia e disponeva
in bell'ordine sopra una tavola, per lavarsi, pet-
tinarsi, rimettersi un poco a sesto, dopo (inolia
brutta nottata.
Si fu presto all'ordine e nuovamente sulla
strada a Ponte Salaro. Appunto allora il gene-
rale Cadorna, lasciato il suo casello di Villa
Spada, accompagnato dal generale Celestino Corte,
dal generale di Clievilly e dal suo Stato mag-
giore, andava a stabilire il quartier generale
principale a Casal de' Pazzi , sulla via Nomcn-
tana, a monte del ponte. Le divisioni, terminato
il passaggio del Tevere, si erano stabilite o an-
davano a stabilirsi :
1' 11*
a cavaliere della via
Salara, col quartiere generale a Ponte Salaro;
la
12*
a cavaliere della via Nomentana con il
(juartier generale vicino al ponte; la
13*
a sini-
sti'a della
12*, fra la via Nomentana e la Tibur-
tina lungo l'acquedotto Vergine, con l'ordine di
trovare e mantenere il contatto con la
9*
divi-
sione. Ognuna delle tre divisioni aveva disposto
La prima cannonata 9
propri avamposti e come posto avanzato si
I
IMO spinti a due ctiilometri appena da Roma
battaglioni di bersaglieri della riserva con
i ('ornando a Sant'Agnese; le altre truppe della
iserva ed i parchi erano a Casal de' Pazzi presso
il (juartier generale dal quale dipendevano di-
fi,
unente.
Mie 8 circa, soldati dei corpi ancora in movi-
mento, che riposavano lungo 1 ciglioni della
;ida fra i due ponti durante un piccolo alt,
il/.ano precipitosamente. Che cosa stato? Un
iiK^rmorio di gioia si solleva da tutti quei gio-
vani e forti petti. Dunque! ci siamo!? un colpo di
limone ha scosso la quiete serena della bella
ittinata autunnale. S'aspetta il secondo, il
lui/o, poi la battaglia. Tutto invece ritorna in
quiete pi'ofonda. S'odono soltanto le campane di
Roma che suonano a messa. domenica: perci

ora me
lo
si>iop:o

la vignarola era tanto
agghiiiduta.
Alle 9 circa si ripete lo scherzo della canno-
nata,
questa volta seguito anche da spari di fu-
cileria. Passiamo il Teverone per andare a veder
meglio da qualche punto elevato. Quando si ar-
riva ogni rumore finito.... ogni- speranza scom-
parsa. D'altronde la risposta del conte d'Arnim
non
ancora arrivata....
Incontriamo di nuovo
1'
onorevole Cucchi. Ci
troviamo
subito d' accordo nell' idea di andare
quanto si potr pi vicino alle mura di Roma,
per veder qualche cosa. Prendiamo la via Salara.
Mano a mano che ci avanziamo, la campagna
prende
un aspetto diverso ed sempre pi se-
minata
di casini e di ville. 11 Cucchi sa che in
Pesci.
Comp xiamo entrati in Roma
7
98 ALLE PORTE DEtLA CAPITALE D^ITALIA
que' pressi deve esistere una villa dei conti Car
cano di Roma, famiglia affine a quella dei Car
cano di Milano. Vi giungiamo dopo avere oltre
passata la linea de' nostri avamposti. proprie
quella. Anche qui ci troviamo in paese di cono-
scenza: il figlio del proprietario della villa, uffl
ciale dei granatieri italiani, fu ferito a Custoze
dove era ufficiale d'ordinanza del generale Goz-
.
Zani di Treville, comandante la brigata Sardegna.
I padroni non sono in villa, ma dentro citt;
ma i vignaroli ci accolgono con ogni cortesia
e si commuovono sapendo ch'io sono amico
del signorino.
Profittiamo della commozione per pregarli
a
darci da mangiare, ed essi premurosamente ci
offrono pane eccellente, ova, cacio pecorino e
vino de vigna: ma ad un giovinotto pare che
la refezione non sia quale si conviene a perso-
naggi del nostro stampo e si mette d corsa per
una viottola a traverso le vigne. Lo vediamo
ricomparire poco dopo di rimpetto a noi su certe
prode sotto la via Nomentana: andato alla
osteria del Mangani distante un chilometro, dalla
quale ritorna con una casseruola piena di squisito
"pollo alla cacciatora,,. Fo cos la prima cono-
scenza con la cucina delle osterie romanesche
e mi compiaccio d'aver mangiato come non m'ora
riuscito da Bracciano in poi.
Usciti da villa Garcano, la curiosit ci spinge
fino al risvolto di via Salara dirimpetto al quale
la porta, distante non pi di 800 metri. I vi-i
gnaroli ci avevano detto che era chiusa e ter-
rapienata internamente. Andando avanti ne scor-
giamo benssimo a occhio nudo la tnta verde
te fx>rte di nm
scura, e col cannocchiale vediamo sulla porta
tre soldati del battaglione cacciatori esteri. Uno
dei tre, mentre siamo fermi in mezzo alla strada,
spara una fucilata per farci paura o per dar l'al-
larme, perch il proiettile non pu arrivar fino
a noi. La nostra curiosit essendo soddisfatta
torniamo indietro, e per delle viottole traverse
ci avviamo verso la chiesa di Sant* Agnese. Al
di l della via Nomentana si sentono a lunghi
intervalli dei colpi di fucile: sono diretti contro
gli avamposti della
13*
divisione che si avvici-
nano a porta San Lorenzo senza rispondere allo
fucilate tirate dalle mura del Castro Pretorio.
Sant'Agnese, come ho detto, vi sono i ber-
lieri del tenente colonnello Pinelli. Ci sconsi-
gliano di andare avanti verso la porta : qualche
ufficiale, gi stato a perlustrare la strada fin
presso la citt, ci racconta che davanti la Porta
Pia, alla quale fa capo la via Nomentana, stata
costruita un'opera di fortificazione di forma qua-
drangolare, gabbionata, armata di cannoni. I
pontifici si divertono a tirare qualche colpo d'in-
filata per la strada deserta ed incassata quasi
continuamente, per un lungo tratto, fra mura
di giardini Una granata andata a cadere poco
prima nel cortile d' una casa dove stava una
gran guardia di bersaglieri, ma non scoppiata.
Torniamo indietro per la via Nomentana, giun-
giamo al ponte e andiamo pochi passi al di l,
dove stabilito il quartier generale della
12*
di-
visione. Il generale Maz de la Roche sta in una
piccola
osteria detta dei cacciatori che ancora
sussiste. Facciamo un altro chilometro di strada
ed arriviamo a Casal de' Pazzi, vasto recinto con
lOO ALLE PORTE DELLA CAPITALE DlTALtA
pi d' un fabbricato , di propriet di casa Gra-
zioli, dove comodamente alloggiato il quarter
generale principale.
Mentre ci tratteniamo ad aspettare qualche
notizia, arriva da Roma al generale Cadorna la
risposta del conte d'Arnim che dice di non es-
sere riuscito nel suo tentativo d'indurre Pio IX
ed i suoi consiglieri a desistere dall'idea della
resistenza.
Appena saputo questo, assediamo di domande
gli ufficiali del quartiere generale. Dunque? Sar
per domattina? Siamo impazienti di saperlo!
Arrivabene e Cucchi ne domandano direttamente,
al generale Cadorna, loro collega alla Camera.
Il generale non dice imlla di positivo; soltanto
promette di farli avvertiti a tempo. Intanto ferve
il lavoro per dare le disposizioni e le istruzioni
per l'attacco; per stabilire esattamente le zone
nelle quali ciascuna divisione dovr operare
mantenendo sempre unit d'azione con lo divi-
sioni vicine.
Non fu difficile comprendere la impossibilit
di un attacco per la mattina del 19. Il generale
Bixio, bench avesse adoperato anche la fer-
rovia per trasportare da Civitavecchia a Palo le
truppe a piedi, era ancora troppo lontano da
Roma per giungervi in poche ore con la divi-
sione pronta a combattere : tanto vero ch'egli
non aveva neppur potuto assistere alla riunione
di generali tenutasi nel pomeriggio del 18 a Casal
de' Pazzi. Ci mettemmo dunque l'animo in pace
e tornammo al ponte Nomentano. Era verso il
tramonto. In un prato vicino al ponte, seduti
sull'erba, trovammo riuniti dieci o dodici
giovani
Al jponte KomenUino 101
;4nori che chlaccliieravano di politica. Il prin-
cipe
Baldassarre Odescalchi era arrivato nuo-
vamente da Bracciano col nnarchese di Castel
Maurigi e padron Beppe Lietta: il duca France-
sco
Sforza Gesarini e suo fratello Bosio conte
di Santa Fiora avevano cavalcato da Genzano
a
traverso la campagna: da Monterotondo, fin
dove erano riusciti ad arrivare con la ferrovia,
una carrozzella aveva portato il conte Antonio
Greppi, milanese, ex ufficiale di Piemonte Reale,
e il signor Mondelli di Como, che aveva dato
saggio del suo valore nel 1860 e nel 1866 mili-
tando nelle guide di Garibaldi. V'erano con loro
altri giovani milanesi ed il crocchio divent sem-
pre pi numeroso, aggiungendovisi parecchi uf-
ficiali di cavalleria e d'altri corpi. Era un suc-
cedersi di grida di meraviglia, di saluti cordiali
fra chi non s'era veduto da qualche anno; uno
scambiarsi di strette di mano, un conversare
fitto fitto che dur fino a notte fatta.
Allora ci parve di poter fare senza scrupolo
gii onori di vigna Tosti, dove ci seguirono il
Greppi, il Mondelli e il Castel Maurigi, per i quali
v'era posto abbondante sulla paglia distesa in
terra dal nostro amico vignarolo, che non fu
turbato punto vedendo aumentare il numero dei
suoi ospiti. Anzi! egli capiva benissimo che, non
aumentando per lui il disturbo, sarebbe aumen-
tata la mancia. Del signor Tosti, sia detto a
lode del vero, nessuno si occupava: gli assenti
hanno sempre torto. Del resto, bisogner con-
fessare anche questo; l'offerta dell'ospitalit
da
parte nostra non si poteva dire intieramente
disinteressata. Il conte Greppi era seguito
da un
102 ALLE PORTB DELLA CAPITALE d'iTALIA
SUO lido iaiiiiliare, uomo prezioso, previdente,
che a Monterotondo, da uno de' seguaci del for-
nitore Accossato, aveva comprato qualclie chilo
di riso portandoselo dietro nel caso di carestia
completa. Sul cammino di vigna Tosti scintill
presto una gran fiammata di sarmenti, ed in
mezzo alla fiamma viva nereggi il paiuolo, den-
tro il quale fu dal cameriere stesso preparato
un risotto che sarebbe stato sufficiente a una
compagnia. La vignarola and a tirar fuori una
grossa tovaglia fragrante di spigo, e poco dopo
sedevamo intorno alla mensa divorando con
appetito pantagruelico il risotto del conte Greppi,
il presciutto ed il cacio del vignarolo. Ed alle 10
eravamo addormentati con la coscienza calma
di chi sa d'avere bene Impiegato la propria gior-
nata, magari senza far nulla....
All'alba del 19 eravamo in piedi per ricomin-
ciare la stessa vita, ma con la speranza che
quello fosse proprio davvero l'ultimo giorno. La
prima visita fu naturalmente a Casal de' Pazzi,
e si seppe che la
9*
divisione era accampata
a Porta Furba, dove la via Tusculana s'incrocia
con la strada ferrata, quattro chilometri fuori
di Porta San Giovanni. La
2^
giunta a Casal
Guido sulla via Aurelia, avrebbe continuato la
marcia, secondo le istruzioni ricevute, in modo
da impedire qualunque tentativo di ritirata dei
pontifici sulla destra del Tevere.
Il generale Cadorna, col generale Celestino
Corte ed il suo stato maggiore, si avanz quella
mattina fino al di l di Sant'Agnese, per ricono-
scere le nostre posizioni e disporre quanto ers^
Siamo alla vigilia
103
necessario per l'attacco. Quella visita fu salutata
da qualche colpo di cannone che non feri nes-
suno, secondo il solito. Qualche altro colpo di
cannone fu tirato da Porta San Lorenzo, non si
seppe veramente a chi, e senza danno.
Il generale Corte, col maggior Pelloux ed il
maggiore Vivanet, ispezionarono lo spazio com-
preso fra le vie Salara e Nomentana per trovarvi
un posto adatto alle batterie da posizione desti-
nate ad aprire la breccia nella cinta Aureliana;
facile compito perch non terrapienata n difesa
da artiglierie. I comandanti delle divisioni, alla
loro volta, esploravano le zone di terreno nelle
quali doveva svolgersi la loro azione, con i loro
capi di stato maggiore ed i comandanti delFar-
tiglieria dipendenti da ciascuno d loro.
Tanto per far qualche cosa anche noi, rifa-
cemmo la via Nomentana fino a Sant* Agnese
ed all'osteria del Mangani. Andammo a vedere
l'affresco del Tojetti, nel quale raffigurato il
pericolo scampato da Pio IX quando rovin il
palco d' una stanza attigua alla chiesa per es-
sersi spezzata una trave: stemmo a curiosare
dove preparavano il posto per collocare le bat-
tere del
7
artiglieria, comandate dai capitani
Buttafava e Faella, addette alla
12*
divisione.
Poi tornammo ancora verso Ponte Nomentano
e Casal de* Pazzi, dove altri corrispondenti d
giornali, accantonatisi a Monterotondo per scan-
sare r inopia de' viveri e il pericolo d dormire
al sereno, erano venuti a domandare notizie.
Come fu interminabile quella giornata ! Le ore
non passavano mai, pur occupandone molte
nello scrivere, nel riordinare gli appunti presi
e
104 ALLE PORTE DELLA CAPITALE d'iTALIA
nel prepararne altri. Ma non v'era caso! il sol
pareva immobile e non accennava a declinare
sull'orizzonte. La divisione Gosenz rimasta al di
l di Ponte Salaro si avanz nel pomeriggio pas-
sando i ponti di barche, ed estese la sua fronte,
a destra della via Salara, spingendosi verso
villa Borghese e la collina del Pincio che si di-
ceva fortemente munita.
Sul tramonto, poich anche quel giorno il sole:
fin col decidersi a tramontare, vi fu il solito
convegno di
"
dilettanti

a ponte Nomentano.
Venne a far conversazione anche il general Masi,
r antico comandante dei cacciatori del Tevere
nel 1860, chiamato dal governo da Palermo per
affidargli il comando della piazza di Roma appena
occupata. Prima di notte giunse da Casal, de'
Pazzi la conferma di quanto tutti dicevano. Que-
sta volta era proprio la buona: il generale Ca-
dorna aveva mantenuta la promessa di avvertire
i suoi collegiii della Camera. Arrivabene mi sus-
surr in un orecchio :

Per le cinque e mezzo
precise.
Rientrammo di buon'ora a vigna Tosti, tanta
era l'ansia che quella notte passasse presto. Rac-
cogliemmo le nostre robe, e andammo a riposare,
vestiti in modo da esser pronti da un momento
all'altro a qualunque evento. A riposare, non
a dormire, perch l'inquieta bramosa non ci
lasciava chiudere occhio. 1 giovinoti! nati dopo
il 1870, se leggeranno questo libro

ma proba
bilmente non lo leggeranno, perch tratta di cose
delle quali si occupano generalmente molto di
rado

non capiranno
U
perch di quell'inson-
nia. Me ne dispiace per loro; i ricordi di quella
Ansiosa aspettativa 105
Inette
che precedette il pi grande avvenimento
del secolo, sono scolpiti nella mia memoria come
cosa d'ieri; e per aver passata li quella notte ed
essere entrato il giorno dopo in Roma per Porta
Pia, mi pare di poter dire che non mi mancata
*^
almeno nella vita una grande soddisfazione.
^,
Ricordo che, dopo essermi girato e rigirato un
^pezzo sulla paglia senza trovar posa, mi decisi ad
1 uscir fuori a fumare. Era verso la mezzanotte.
Una linea di fuochi circondava tutta la parte
della citt che non vedevo, ma indovinavo
nel-
l'oscurit di quell'ora. Altri fuochi ardevano lon-
tani sulle montagne di Tivoli e i colli Tusculani.
Il silenzio era alto e solenne, bench trenta mila
uomini fossero riuniti l intorno, in uno spazio
relativamente ristretto.
Mi buttai di nuovo sulla paglia e m'addor-
mentai. Alle 4 eravamo in piedi tutti, a lavarci
il viso suir aia, facendo secchiello con le mani
air acqua che il vignarolo ci versava da una
brocca di terra. Il conte Arrivabene s'era fatto
spolverare con ogni cura il costume di velluto
da caccia, e pulire gli stivali lucidi con gli sproni
d'argento, e col cappello Lobbia inclinato
a de-
stra pareva pronto ad andare a una festa. Il
conte Greppi tradiva l'impazienza
percorrendo
l'aia a lunghi passi e fregandosi con energia le
mani fra loro
;
il Mondelli era calmo, ma guar-
dava l'orologio ogni mezzo minuto.
Cos aspettammo le 5 e mezzo
antimeridiane
(lei giorno 20 settembre,
VI.
Il 20 SETTEMBRE.

L'ASSALTO.
Come furono annunziate le
5V2
antimeridiane del 20 set-
tembre 1870.

La divisione Maz de la Roche e le bat-
terie da posizione.

Una fila di fantasmi marmorei.

I
primi feriti.

A porta San Pancrazio ed a porta San Gio-
vanni.

Ai tre archi.

S'incomincia a veder la breccia.

Da villa Patrizi a porta Salara.



835 cannonate.

11
segnale per
1'
assalto della breccia.

La brigata Bologna
a Porta Pia.

Bosi e Valenziani.

Il
12<^
battagline
bersaglieri alla breccia.

Chi fu il primo a superarne il
ciglio.

Serra, Ripa, Pagliari.

Il capitano Bogliolo.

La
4*
compagnia del 19
fanteria.

A villa Albani.

Statue greche, uva fresca e palle di Remington.

La ban-
diera bianca.
Il corpo diplomatico a Villa Albani.

L'ra nuova d'Italia.
Gli albori del crepuscolo mattutino comincia-
vano a tingersi del croceo color dell'aurora sul
quale si disegnava gi chiaramente la bruna
massa delle mura di Roma. L*ora si avvicinava.
Istintivamente, per uno di quei fenomeni che il
ragionamento non vale a spiegare, tacevamo,
trattenevamo quasi il flato, per timore che qua-
lunque rumore ci distraesse. A qualciie distanza
da noi sentivamo il rumore sordo delle pedate
di molti cavalli per le viottole erbose, e pi
lon-
L'alba del 20 settembre 107
iaiio ancora quella specie di rombo cupo pro-
dotto dalle artiglierie quando muovono a lento
passo: neppure un suono di voci.
Il distacco fra il color bruno delle mura e quello
del cielo fattosi roseo appariva sempre maggiore:
la nostra trepidazione solenne. Uno, poi due, poi
tre, poi altri orologi di chiese e di campanili bat-
terono il primo tocco delle cinque e mezzo : poi
il secondo, poi il terzo.... Quante voci diverse e
strane hanno le campane degli orologi!... Al terzo
colpo delle cinque rispose un colpo di cannone,
poi un secondo, dalla parte di porta San Lorenzo
e al di l di porta Salara. Oramai cosa fatta
capo ha! Non si torna pi indietro!
L'aria era pura, odorosa; la mattinata bellis-
sima, senza una nuvola in cielo. Moviamoci ! an-
diamo a Roma.
L'ho detto fin da principio. Non ho la pretesa
(li scrivere n un libro tecnico n un libro storico.
Intorno all'azione militare delle nostre truppe
nella giornata del 20 settembre 1870 esistono do-
cumenti ufficiali che ognuno pu leggere e, se
crede, anche imparare a memoria. Se, per dare
alla narrazione un ordine complessivo, e per
non farla monca e spezzata accenner breve-
mente a quanto accadde dove io non ero pre-
sente, sulla fede di relazioni ufficiali o di testi-
moni oculari, racconter pi particolarmente
quanto ho veduto ed ho notato mentre avveniva.
Descrivendo come potr meglio i movimenti
dello truppe, devo necessariamente riportarmi
alla topografia del terreno quale era venticinque
anni sono, differentissima da quella attuale, spe-
cie nella plaga pi prossima alla citt. Por^s^
108 IL 20 SETTEMBRE
-
l'ASSALTO
Salara, eh' era alla destra della nostra princi-
pale fronte d' attacco, dista da porta Pia 260 o
270 metri soltanto. Un tratto di strada assai
larga unisce le due porte esternamente alla cinta.
Al di qua della strada e parallelamente alle mura
esisteva allora un altro muro, adesso scomparso,
come sono scomparsi gli avvallamenti del ter-
reno esistenti nella zona fra la citt e villa
Albani. Non ostante quelli avvallamenti, era fa-
cile il collocare le artiglierie, come erano state
collocate, In posizioni elevate di fronte al livello
della strada di circonvallazione. L'artiglieria di-
visionale aveva l'incarico di controbattere quella
delle opere della piazza: le batterie da posizione
della riserva dovevano aprire la breccia in un
punto qualunque delle mura, nel breve tratto
compreso fra le due porte. L' assalto principale
alla piazza doveva esser dato dalle divisioni Go-
senz a destra del nostro fronte, e Maz de la
Roche a sinistra.
Il generale Maz de la Roche aveva collocato
la brigata Bologna
39
e
40
a sinistra della
via Nomentana: il
39
era nel parco della villa
Massimo: il
40
all'altezza di Sant'Agnese: il
35
battaglione bersaglieri a villa Tor Ionia. La brigata
Modena
41
e
42
fu collocata a destra della
strada dietro un rialzo di terreno sul quale
costruita la vigna Bonesi, che ci dissero allora
appartenere al seminario Irlandese. Con la bri-
gata Modena v'era il
12
battaglione bersaglieri.
Due battei-ie della
13*
divisione stavano a villa
Bonesi: quattro pezzi della terza a villa Diez;
una sezione sulla via Nomentana per contro-
battere il tiro de' pezzi di porta Pia.
Come erano dis-poste le iruppe lOft
Dietro Sant'Agnese furono collocati anche gli
squadroni del reggimento Aosta addetti alla
12*
,
divisione, e poco pi indietro il reggimento lan-
^B^ieri Novara ed i sei battaglioni bersaglieri della
^^iserva, a disposizione del generale Cadorna.
^B La
12*
divisione aveva occupato fino dalle 3 ant.
^Ba villa Borghese con il
35
fanteria e il
21**
bat-
^Kaglione bersaglieri: il
19, che faceva brigata
^B^ol
35, agli ordini del generale Bottacco, stava
dietro villa Albani col
34
bersaglieri. La brigata
Sicilia
61
e
02
era collocata in seconda
linea fra villa Albani e villa Borghese. L'arti-
glieria della divisione era collocata parte a villa
Della Porta a sinistra della via Salara; parte alla
villa del collegio de' Nobili, a 500 metri poco
pi dalla porta.
Due batterie della brigata d'artigliei-ia della ri*
serva comandata dal maggiore Luigi Pelloux fu-
rono collocate sopra un piccolo altipiano dietro
villa Macciolini a 1000 metri dalla cinta: l'altra
batteria a villa Albani, a 400 metri dalla cinta
stessa.
Bisognava trovare modo di abbracciare con
la vista dall'alto quanta maggiore estensione di
terreno fosse possibile. Il belvedere della villa
Belloni, a circa 1200 m. dalle mura, faceva al caso
nostro. Quando vi salimmo parecchi spettatori
ci avevano preceduto: v'era Vincenzo Tittoni,
poi componente della Giunta di Governo ed ora
senatore del Regno, allora esiliato da Roma:
v'era Felice Ferri, altro ricco mercante di cam-
pagna che veniva col Tittoni da Napoli: v'erano
altri emigrati, giunti la sera antecedente o du-
110 IL 20 SETTEMBRE -
l'aSSALT
z i-^Ti
rante la notte per aspettare il momento di rien-
trare in patria.
Una nuvola di denso fumo indicava e nascon-
deva nel tempo stesso lo svolgersi del combat-
timento fra porta Salara e porta Pia, non che a
destra della prima e a sinistra della seconda. Al di
sopra di quella nuvola di fumo, alla nostra si-
nistra, apparivano in alto come lontani fantasmi
le barocche statue colossali disposte in fila sulla
facciata della basilica Lateranense

ecclesia ec-
clesiarum

ed era facile comprendere come
anche porta San Giovanni fosse stata vivamente
attaccata. Tutto invece era In perfetta quiete
dalla parte di porta del Popolo e di Monte Mario.
Con 1 cannocchiali si distingueva benissimo la
precisione di tiro dei nostri pezzi. Vedemmo pre-
sto larghi fori nel muro rossastro a destra ed
a sinistra di porta Pia e nella torre a destra di
chi guarda verso la porta. La sommit di quella
torre era coperta di materassi e da essa, come
dalla sommit merlata del tratto di muro pi vi-
cino alla porta, partivano frequenti colpi di Re-
mington. Le artiglierie dei difensori, collocate
dietro l'opera provvisoria costruita innanzi a
porta Pia, non avevano azione che sullo stradale.
I colpi erano rari e senza efficacia : i nostri sol-
dati li accoglievano con allegre risate. Il maggior
danno che fecero fu di guastare due bellissimi
pilastri barocchi all' ingresso d' un giardino fra
villa Patrizi e villa Torlonia ; due di qua* pilastri a
sagome e scartocci, sormontati da grandi vasi
coperti d'edera e di rampicanti, che offrono sem-
pre un
^
motivo
^
ai pittori di paesaggio, od un
fondo simpatico per i quadretti "di genere^.
Veffetto
delle cannofMie 111
1
n sole, levatosi in tutto il suo splendore, tn-
geva di magnifici colori la campagna romana.
I vignaroli, che da prima avevan pensato a fug-
gire, accortisi che il pericolo non era grande e
non corrispondeva al rumore, erano rimasti nelle
oro vigne, aggruppandosi nei punti pi elevati
o salendo sui tetti per godersi lo spettacolo della
"
battuta
.
Spettatori n'erano usciti fuori da tutte
le parti, precisamente come alle grandi manovre.
Erano emigrati, erano abitanti dei paesi pi vi-
cini della Sabina: fatto sta che aumentavano
sempre di numero e d'audacia, si che fu neces-
sario obbligarli a restare indietro. Dietro le bat-
terie di villa Macciolini passeggiavano, Tuna a
braccetto all'altra, due giovani donne.
Le battere della
12*
divisione vanno a collo-
carsi ancora pi avanti. Seguiamo quel movi-
mento : tutti gli spettatori lo seguono. Pochi mi-
nuti dopo una granata cade a non molta distanza.
Lo sbandamento degli spettatori precipitoso
le due giovani donne gridano come disperate.
Ma, poich nessujio rimasto offeso, la quiete
ritorna, gli spettatori si fanno coraggio e vanno
d nuovo ai loro posti d poco prima. Scorsi al-
tri pochi minuti passa vicino a noi una lettiga
portata da quattro soldati del
41
fantera. Vi
giace un artigliere ferito e lo accompagna un
medico militare. La vista di quel primo ferito
produce anche maggiore impressione di quella
prodotta dalla granata caduta. Gli spettatori si
diradano: le due giovani donne spariscono.
Erano fra le 8 e un quarto e le 8 e mezza anti-
112 IL 20 SETTEMBRE -
L'ASSALtO
meridiane. Che cosa avveniva intanto negli altri
punti nei quali la piazza era stata attaccata ?
Di rimpetto a noi, al di l di Roma, sulla riva
destra del Tevere, il generale Nino Bixio aveva
occupato San Pancrazio e villa Pamphili ed in-
cominciato a tirare alle 6 contro porta San Pan-
crazio e i bastioni laterali. Missione del Bixio
era specialmente impedire che i difensori della
citt, riconosciuta la impossibilit di sostenere
un attacco, tentassero di allontanarsi da Roma
verso il mare: doveva essere una dimostrazione
pi che un assalto. Insofferente d'indugi, il ge-
nerale Bixio colloc subito l'artiglieria a 350 me-
tri dalla piazza, al casino de' Quattro Venti, fa-
cendo tacere prestissimo il fuoco delle artiglierie
poste a difesa della porta. Ma dalle batterie de'
giardini del Vaticano quelle di campagna
del
Bixio erano facilmente colpite di fianco, n si
potevano far tacere, prescrivendo
assolutamente
le istruzioni date dal comandante in capo di non
far fuoco sulla citt Leonina. Nello stato mag-
giore del Bixio v'era chi bisbigliava
consiglian-
dolo a rispondere; ma il generale, per quanto
danno facessero quei tiri di fianco e quasi di
rovescio alle sue truppe, non volle
ascoltare il
consiglio n trasgredire alle istruzioni ricevute.
I papalini molestavano le truppe della
2*
divi-
sione anche con tiri di fucileria a traverso le
feritoie praticate in quel tratto della cinta mu-
rata. Per farli tacere il generale fece spiegare
alcune compagnie del
20
e del
33
battaglione
bersaglieri, che risposero al fuoco, coprendosi
come meglio potevano, meritandosi speciale en-
comio ruffciale della guardia svedese Ivan Key,
Dall'altra parte di Roma 113
aggregato al
20''
bersaglieri del quale vestiva
runiforme; il sergente Domenico Del Fante del
33
ed il bersagliere Rosati del 2(f battaglione.
La
9*
divisione (Angioletti), passata la notte a
porta Furba, aveva mosso alle 4 vei*so porta
San Giovanni, divisa in due colonne. La pi forte,
composta della brigata Savona , con 14 pezzi
scortati da quattro compagnie del
27^
fanteria,
fu destinata ad attaccare poi-ta San Giovanni,
agli ordini del maggior generale De Sauget: la
brigata Pavia, comandata dal colonnello briga-
diere Migliara, distaccati due battaglioni in sus-
sidio all'altra colonna, s'avvi verso porta Latina:
ma non avendo trovato da preiidere posizione
adatta per le due sezioni che l'accompagnavano,
prosegui a sinistra e and a cannoneggiare porta
San Sebastiano.
11 resultato dei tiri delle due sezioni essendo
nicdi'K'i'c, il generale Angioletti mand in loro
rinfoi'zo altri due pezzi, mentre faceva avanzare
al bivio delle strade di Frascati e di Napoli una
delle (lue batterie dal De Sauget precedentemente
collocate a villa Mattei. A quella brevissima di-
stanza i colpi furono straordinariamente efficaci,
e la porta cominci presto a cascare a pezzi. I
difensori avevano ritirati i loro pezzi sul bastione
di San Giovanni in Laterano, ma l'azione di essi
era assolutamente nulla. I nostri artiglieri invece
si facevano onore; primi fra gli altri il tenente
colonnello Moreno, il capitano Silvani, il tenente
Mattirolo del
9
reggimento d'artiglieria.
Anche alla sinistra di Porta Pia e di villa Pa-
U'/ la configurazione del terreno molto cam-
biata
per nuove strade e fabbricati che coprono
Pesci. Come siamo entrati in Roma. 8
114 IL 20 SETTEMBRE -
l'aSSALTO
in pai'tc uno spazio allora intieramente scoperto|
Subito al di l della porta sporge in fuori de|
recinto Aureliano, come un gran bastione qua-
drato, la cinta murata del piazzale del Macao o
Castro Pretorio, dopo la quale le mura della citt
vanno in direzione perpendicolare da tramon-
tana a mezzogiorno, interrotte prima da porta
San Lorenzo
,
poi da un taglio praticato nelle
mura per il passaggio della strada ferrata poco
prima d' arrivare a porta Maggiore ed all' altro
saliente di Santa Croce in Gerusalemme. L' in-
gresso della ferrovia in citt, detto dei tre ardii,
era fortemente difeso da un'opera provvisoi'ia.
e da quella parte si faceva gran vigilanza. Un bat-
taglione del 57, avanzatosi la sera precedente
per la via Prenestina fin quasi sotto le mura
(lolla citt, non aveva pituto stal)ilirsi in avam-
posto senza respingere mia sortita de' Pontifici,
ricacciati alla baionetta cUdla
9*
compagnia di
quel reggimento. La mattina del 20 l'artiglieria
della
13^
divisione fu la prima ad aprire il fuoco:
il capo di stato maggiore Pozzolini in persona
fece puntare un pezzo e sparare quel colpo che
aveva fatto sobbalzare tante migliaia di cuori
dentro e fuori di Roma, un colpo di cannone
davvero memorabile nella storia.
Come altrove, cannoni pontifici, foi'se non
avendo l'abitudine d'essere sparati, neppur qui
fecero male a nessuno. Tirarono pochi colpi mal
diretti, poi tacquero: continu vivo il fuoco della
fucileria, non ostante il quale, la G*^ batteria del
7**
apri il fuoco a 300 metri delle mura, mentre le
colonne d'attacco, formatesi con grande calma,
erano andate a mettersi a meno di cento metri
Ai tre archi Ili
dalla
citt, sulla via Prenestina e la \ i.i Mal.i-
barba clie convergono a porta San Lorenzo.
Il maggiore Pelloux , dopo essere stato un
pezzo a
cavallo, immobile, aveva messo ]>iede
a terra e passeggiava tranquillamente dietro i
pezzi da 9 centimetri e dava di tanto in tanto
una guaiolata col caimoccliiale vei*so le mura,
al punto d' arrivo dei proiettili. Dal polverio di
fiantumi e di calcinacci che s'inalzava ad ogni
c(jlpo, giudicando ben diretti i tiri, ordinava che
si acci-cscesse l'intensit del fuoco ed il rombo
dei 18 pezzi da posizione copriva presto il ru-
more delle batterie divisionali e (|uollo della mo-
sclietteria che crepitava come grandine (tta ca-
dente sopra una tettoia di cristalli. Le macerie
cominciavano a staccarsi dalle mura bersagliate:
relTetto de' proiettili scorgevasi ad occhio imdo.
Quando, durante una breve pausa nel camio-
Tieggianento, l'aria mossa strappava il denso
velo di fimio, si vedeva facilmente che la brec-
cia diventava sempre pi larga. Il muro al di
qua della strada ovn andato in briciole con po-
chi colpi.
Anche Porta Pia mostrava gli effetti dei tiri
delle batterie da campagna della
12*
divisione.
Nelle quattro colonne, nel timpano, nel fregio
sottostante, negli stipiti della porta, nella parie
superiore di essa dove scolpita una lunga iscri-
iie latina, i travertini erano scheggiati e rotti
ualle granate: la statua di Sant'Alessandro era
Iapitata:
due o tre tiri pi alti erano andati
olpire l'imagine colossale della Madonna di-
la a fresco nella parte interna. Nelle nmra
110 IL 20 SETTEMBRE -
l'aSSALTO
rossasti-e i colpi delle granate apparivano come
tante macchie.
Le batterie da campagna seguitavano a finire
a regolari intervalli senza gran fretta.
11 generale Maz de la Roche riconol)l)C la ne-
cessit di occupare villa Patrizi, nella quale il
nemico s'era stabilito. Vi mand il maggior Ca-
stelli col
35
battaglione bersaglieri, per un'aper-
tura praticata dal genio in un muro divisorio fi-a
villa Torlonia e villa Patrizi. 11 nemico sloggiato
a viva forza dall'impeto delle compagnie coman-
date dai capitani Fche, Barlassina, Viola, si ri-
tir sollecito dentro Porta Pia, tornando per a
molestare la sinistra della
12*
divisione da dietro
le mura del Castro Pretorio. 11 generale Maz
mand allora alcuni pezzi sopra un'altura di
villa Torlonia a battere il Castro Pretorio e(n
tiri in arcata: altri pezzi colloc sulla via Xo-
mentana per compiere lo sfacelo delle difese di
Porta Pia. La fanteria seguiva il movimento avan-
zando; ma le fucilate dal Castro Pretorio la mo-
lestavano e giungevano anche a molestare lo,
batterie di posizione del maggiore Pelloux col-
pendole di fianco. Tre caporali di quelle batterie,
Piazzoli, Agostinelli e Corsi, erano caduti morti*
o mortalmente feriti: erano feriti anche tre can-1
nonieri. Bisognava occupare il fabbricato della|
villa e rispondere fucilate alle fucilate. L'occu-t
pazione era tanto pi necessaria, in quanto clie^
sulla torretta di villa Patrizi doveva essere IsJ
sata una bandiera la cui comparsa sarebbe stata-
li segnale di cessare il fuoco delle artiglierie ed
assalire la breccia. Tocc al
2*
battaglione, del
39
fanteria, comandato dal maggiore Tharena
Le hatte'ie da posizione 117
l'incarico d'impadronirsi del fabbricato. La
6*
com-
pagnia, con la bandiera del reggimento, fu la
prima a traversare lo spazio fra il muro di cintii
e la casa del giardiniere, spazio battuto eflca-
remente dai fuochi di moschetteria del Castro
Pretorio. Un caporale e un soldato furono feriti;
subito dopo, il capitano Cesare Bosi cadde col-
pito da una i)alla al braccio sinistro. Alle pre-
uiui-e dei soldati clic gli si affollavano intorno,
rispondeva incitandoli ad andare avanti, a non
occuparsi di lui. Raccolto e trasportato all' am-
bulanza, pi tardi in un ospedale di Roma, do-
\eva quasi un mese dopo lasciarvi pur trop|)o
la vita. Il tenente Sanipieri sostitu il capitano
i'osi nel comando della compagnia , la quale
dalla casa del giardiniere -si inoltr vcreo la
torre, e protetta poi da un boschetto arriv
al
lal^bricato principale: il resto del 'Z"" i)aitaglione
le tenne diotiM. Un plotone occup il piano su-
IK'riorc. un secondo and a rinforzarlo, ed am-
bedue cominciarono un vivo fuoco contro i di-
lensori del Castro Pretorio, alle fucilate de' quali
continuava a rispondere anche il
:'.:"
battaglione
bersaglieri.
Alle U l'artiglieria papalina di Porta Pia era ri-
dotta al silenzio: il trinceramento esterno scon-
(juassato, i difensori ritiratisi per la maggior
parte al Castro Pret(M-io o nella villa del prin-
cipe Carlo Napoleone Bonaparte, il giardino della
<iuale occupa lo spazio compreso fra Porta Pia e
porta Salai'a. Il principe, cugino in sc^condo
grado
di Nai)oleone III e tenente colonnello in un reggi-
mento francese, combatteva valorosamente
in
(luei giorni a Metz con il maresciallo Bazaine,
118 IL 20 SETTEMBRE
- l'aSSALTO
mentre la guerra
gli metteva a soqquadro la
casa in Roma.
Cacciati di qua e di l, ora respinti da qualche
ufficiale che non voleva
"
borghesi

fra i piedi,
ed a cui troppo ci sarebbe voluto e forse non
avrebbe servito a nulla l'esporre l'essere nostro
dall'a alla ::eia; ora accolti da strette di mano
e da sorrisi cordiali di buoni amici
;
ritraver-
sammo un'altra volta lo spazio fra le due strade,
dalla Nomentana verso la via Salara, per andare
a vedere clie cosa v' era di nuovo nella zona
d'azione della divisione Gosenz. Ho detto quali
disposizioni avevano preso all'alba le truppe. \\
rimasero per qualche ora: ma perch difen-
sori della piazza di porta Salara tiravano a breve
distanza contro la batteria da posizione di villa
Albani, il Cosenz mand per sloggiarli i tii*a-
tori scelti del
34^
bersaglieri e del
19
fanteria.
E poich dal Pincio le artiglierie nemiche mo-
lestavano la sua destra, il generale fece mettere
in batteria una sezione a villa Borgliese
per
controbatterle. Questa era la condizione
delle
cose, alle 9 ed un quarto circa, quando, sboccati
sulla via Salara di fronte a villa Potenziani,
dove
erano i cassoni della brigata da 9, ci dirigemmo
correndo verso la villa Albani dove il generale
Cadorna, fino dalla mattina, dopo breve sosta a
vigna Boiicsi, aveva stabilito il suo quartiere
ge-
nerale, in mozzo alle meraviglie dell'arte antica.
Quando vi giungemmo, il Cadorna aveva man-
dato ai generali Cosenz e Maz de la Roche
l'ordine di far avanzare sempre pi vci*so
la
citt le colonne destinate airassalto. Quegli
che
l)ort
tale ordine, di somma importanza e deci-
Le colonne d'attacco
119
sivo, fu il capitano di stato maggiore Bogliolo

oggi maggior generale e sotto segretario di


Stato al ministero della guerra

che per ese-
,
ftui
re l'incarico avuto dovette Iravei^sare,
nel
^ftnento pi pericoloso, tutta la zona pi eflca-
^IRente battuta dai difcnsrri (lolla citt, da via
lara a via Xomentana.
ip stesso generale Maz de la Hoclie accom-
|n da villa Torlonia a villa Patrizi il
1"
e
il
3
battaglione del
39^
che si riunirono al
2<*
bat-
taglione gi entrato dentro la villa. Il
10
se-
guiva il
39"^
come risei-va. Si avvicinarono an-
che il
41*'
ed il 42^ Alla testa del
42*
marciava a
piedi, piccolo di statura , con un moncherino
pendente invece del braccio destro lasciato nolla
sortita (li Mestre, il cooimcllo Fontana, un
>
degli croi di Venezia nel 1819. 11 generale Car-
cliidio

un ex Ijersa.uliei-c

doveva tener pronti
quei due reggimenti della brigata Modena per
lanciarli all'assalto della breccia, mentre la bri-
gata B(3logna sarebbe montata all'assalto di Porta
Pia: il
35
bersaglieri ^ra unito alla brigata Bo-
logna: il 12, comandato dal capitano Leopoldo
Serra in vece del maggiore Novellis di Coai-azze
l'.innalato, doveva precedere la brigata Modena.
Anche le truppe della
11*
divisione si avanza-
no per la via Salara, per gli orti e per i giar-
dini adiacenti, superando vari ostacoli ed aprendo
passaggi nel nuu'i divisori. Il generale Bottacco,
' 1
sottenente Luigi Bono suo aiutante di campo
cosi si chiamava allora rutlciale d'oi-dinanza
il capitano Vinassa di stato maggiore ed il
lente Zanotti de' lancieri d'Aosta, preceduti da
I
drappello del genio, comandato dal tenente
120 IL 20 6ETTE5IBRE
-
l'ASSALTO
Stura, si spinsero fin sotto la breccia, avendo it^
generale avuto l'incarico dal Cadorna di vedere
se fosse realmente praticabile. Erano appiedati
come lo erano ormai quasi tutti gli ufficiali ge-
nerali e superiori.
Ho detto .che il terreno compreso fra le vie
Nomentana e Salara era separato dalla strada :
di circonvallazione esterna da un avvallamento
,
la cui sponda s'alzava scoscesa dalla parte della
strada stessa; pi alta e scoscesa quanto pi vi-
cino a porta Salara ed a villa Albani. La colonna
d' attacco della divisione Cosenz , formata dal
34
battaglione bersaglieri e da alcune compagnie
del
19^
fanteria, alla testa delle quali era il colon-
nello Garin di Cocconato , doveva per conse-^
guenza salire prima dalle vigne e dagli orti sulla
strada, poi dalla strada arrampicarsi sui rottami
delle mura ablmttute fino al terrapieno del parco
di villa Bonaparte. Cosi , ma forse con minore
difficolt, perch la proda era meno scoscesa, la;
colonna d'attacco della divisione Maz de la Ro-/
che, cui marciavano in testa il IS"* bersaglieri e
un battaglione del
41
maggiore Qucirazzii. ;
Alle dicci tutti erano pronti. I pezzi da
pos-f
zione tiravano ancora frequenti colpi ad intoi-'
valli regolari, quasi cadenzati. Ne tirarono iii;^
tutti 835. Al valore storico di quelle cannonate,^
siamo sincori, credo che in quel momento nes-*
suno pensasse. Gli artiglieri, sporchi di fumoi-
di polvere e di sudore, introducendo nella bocca!
dei loro pozzi le cariche e le granate non so-|
gnavano neppure di star lacerando le conces-i
sioni di re Pipino. Ma ormai nell'animo di tutti,
anrlo de' fantaccini pi ignari,
r-'
..,.... ....^
Jl segnale dell'aifKtUo 121
sciuto, radicato il convincimento che la data del
20
settembre 1870, di quel p^iorno nel quale gii\
il sole era alto nel cielo, sarebbe stata una delle
pi celebri date nella storia del mondo: tutti
erano compresi dall'idea che in quel porno stesso,
la citt Eterna, Vurbs caput mundi, l'antica re-
gina del mondo conosciuto, la Roma de' Cesari
e dei Pontefici, la Roma del 1849, sarebbe dive-
nuta italiana, la capitale d'Italia; tutti intui-
vano che, passato quel vecchio muro ormai
squarciato, era compita l'unit della patria.
VA i pezzi da nove tiravano ancora....
Alle dieci il iiia^i^iioit.' lliarona del o'.)'', col te-
nente Fontaiiive aiutante mag:p:iore in
2*
ed il
sottotenente portabandiera Gaetano Lu?;li, s;il-
ii:ono sulla torretta di villa Patrizi e v'inalberano
la bandiera tricolore del reggimento. il segnale
convenuto fra il comando generale ed i coman-
danti delle divisioni e delle artiglierie perch
queste cessino il fuoco, e le colonne gi pronte
marcino all'assalto. Una grandine di palle di Ibe-
rni ngton saluta i colori italiani e i tre valorosi
ufficiali che li hanno inalzati: il fuoco di mo-
sclicttcria diventa pi fitto da Castro Pretorio,
(la Porta Pia, dalla breccia, i difensori delle
quali si riparano e si nascondono dietro gli
alberi di villa Bonaparte. La gran voce del can-
none tace.
Da villa Patrizi, il
39^
si avanza all'assalto di
Porta Pia. Ve un momento d'agitazione, di dub-
bio. Una tromba ha suonato cessate il
foc...;
corsa la voce che al Castro Pi'etorio a Porta
Pia svoutola la >aiirliora iMaiirn. I,c fucilate si
122 IL 20 SETTEMBRE - l'ASSALTO
fanno pi rade, ma ricominciano subito dopo
con maggior lena. Numerosi zuavi appariscono
dietro il riparo esterno della porta: i bersaglieri
del
35"
scambiano con loro delle fucilate a po-
che diecine di metri : il maggior Castelli soddi-
sfatto dei suoi bravi bersaglieri, li esorta, burbero
in viso, con tutte le delicatezze del dialetto ve-
neziano. Il colossale maggiore Tavallino del
7
ar-
tiglieria, comandante la brigata addetta alla
12*
di-
visione, poich la sua parte gi fatta, va a dare
un'occhiata a quello che fainio 1 compagni d'arme,
pronto magari a dar loro una mano.
I colpi del- nemico hanno ferito alcuni soldati
del
39^:
il colonnello Belly osserva tranquilla-
mente che non si pu star li fermi a prender-
sele: bisogna andare avanti o tornare indietro.
Le troml>e danno i segnali deW cwatUi, atienti
per l'attacco: il generale Angelino e il colonnello
Bell3^ sono alla testa del reggimento,
mentre
sfila di corsa nel giardino davanti al generale
Maz de la Roche, che ancora a cavallo, colla
sciabola in pugno, dice parole di esortazione e
di lode. Dal cancello della villa, che sta proprio
dirimpetto alla Porta Pia, i plotoni del
39*^
irrom-
pono all'assalto del trinceramento che la difende:
vi giunge primo il tenente Arrigo col primo plo-
tone della
1^
compagnia e supera la scarpa se-
guito da vicino dal caporale Giordano e da altri
soldati : quasi contemporaneamente arriva
al
ciglio dell'opera il maggior Tharena con
un pugno
di soldati del suo Imttaglione: il secondo.
Alcuni
adono feriti
;
molti fanno fuoco dentro la porta:
altri aiutano i sopravvenienti a superare la prima
scarpa. Salgono sul ciglio il colonnello Belly
ed
La hriijaia Bologna 123
il generale
An^eliiit' : \i sal<^ il generale Mn/.
de la Roche, mentre i primi, suiicrato un fosso
che si sono trovato davanti, superano anche un
rondo riparo e si trovano dentro lo spazio com-
preso fra il corpo esterno e quello interno della
porta, bizzarramente costrutta e decorata dal
r.iionarroti.
Ik\
.W s' unito il \\) laiiicii.i ; iiim (ici pruni
Sciali del reg^^imento che supera la barricata
jerna il tenente Auj^usto Valenziani, romano,
sioso non soltanto di entrare in patria, ma di
rivedere, di riabbracciare la vecchia madre. Una
fucilata lo uccide.... Il tenente colonnello Davide
Giolitti

un ex bersagliere egli pure, bel tipo
di soldato della vecchia scuola

ed il capitano
Giovanni De l'errari sono feriti, ma non lasciano
'1
loro posto. Superate le difese di Porla Pia, non
iiza sagrifzio d'altri feriti, inalzata dai difen-
sori l)andiera l)ianca, la colonna di sinistra della
1 J
'
divisione entra nella piazza, fermandosi su-
bito, per ordine del generale Maz de la Roche,
appena imboccata quella che allora chiamavasi
via di Porta Pia ed ora si chiama via Venti Set-
La colonna di destra della divisione Maz,
<l(*stinata ad assalire la breccia, era composta
come ho gi detto

della brigata Modena,
iierale Cai-cliidio, e del
12^
battaglione bersa-
rliori, capitano Leopoldo Serra. Giova ratmnen-
e che all'assalto della breccia era destinata a
bperare anche una colonna della
11*
divisione
Cosenz,

sicch, dovendo le due colonne agire


mltaneamentc sopra una fronte molto risti'otta,
f
124 IL 20 SETTEMBRE - L'ASSALTO
ne doveva necessariamente conseguire, come
ne consegu , un po' di mescuglio fra le truppe
d'una divisione e dell'altra.
Dalle quattro e mezza della mattina il
12
bat-
taglione bersaglieri era pronto alla cascina Bo-
nesi, appostato di fianco ad una delle batterie
della divisione, anelando all'assalto. Alle dieci,
quando tacque il cannone, il prode generale Car-
chidio, avanzatosi verso la breccia, diceva al ca-
pitano Serra:

Pare accessibile.

Vado a provarla,

rispose il capitano.
E poich l'ordine dell'assalto veniva allora ap-
punto trasmesso al Carchidio dal comandante la
divisione, il
12
bersaglieri rapidamente avanz.
Per la prima volta il nostro esercito si trovava
di fronte ad armi capaci di un fuoco tanto celere
come quello che usciva da quelle mura italiane
agli italiani contese. Bisognava affidarsi allo
slancio de' nostri bersaglieri e far cessare il
fuoco con la bajonetta. Il
12
battaglione, avan-
zando sempre di corsa, attravers la linea oc-,
cupata dal
34
battaglione

della divisione Co-
senz

traendo seco in quell'impeto un plotone

di quel battaglione, agli ordini dell'ardimontoso i
sottotonente Pasquale Carino.
'4
Superato il ciglione fra i campi e la strana
dif
circonvallazione, attraversata la strada tutta in-|
gombra di grossi rottami, il battaglione era giunto
|
ai piedi della breccia, quando, quasi nello stesso'
momento, da colpi di rcmington sparati dall'alto
in basso, furono contemporaneamente feriti alle
gambe il capitano Serra e il capitano Andrea
Ripa. Atterrato sul posto dove ricevette la ferita
n
120 berMglieri 125
m
he (nialclie settimana dopo lo trasse a morte,
erameiite ribelle alla necessit che lo costrin-
va a lasciarsi oltrepassare dai suoi bersa-
lioi'i slanciati all' assalto, il Ripa non permise
d
alcuno, neppure al suo attendente, di fermarsi
soccorrei-lo : ma da terra levando alto il brac-
cio, la sciabola e la voce, eccitava i sopravve-
ienti gridando giocondamente: Avanti! Savoja!
Il Serra, ferito meno gravemente

la palla
va
speziato al Ripa la tibia ed il peroneo

t, a botta calda, salire sulla l)reccia col suo 12,
e dopo pochi secondi l'aveva superata ed era
tto riunito. Primo a giungere al ciglio ed a su-
rarlo fu il sottotenente Federico Gocito

oggi
lonnello comandante il
47
fanteria

il cui
me sar per ci sempre
caro alla patria ed
norato da ogni italiano.
[^
La gloriosa pi'iorit mestala alloi'inala dallo
jsso capitano Serra

oggi maggiore della
iserva

ed d'altronde solennemente dichia-
Lta nel decreto dell'I 1 dicembre 1870 col quale
spunto fu conferita al Cocito la medaglia
d'ar-
gento al valor militare ""per essere stato il pruno
'
a superare il ciglio della breccia,
mostrando
"
sempre esemplare e splendido coraggio ed egre-
''giamente coadiuvando il suo capitano signor
"
Casnedi

che con la sua compagnia s'era lan-
ciato primo all'assalto, e ch'ebbe egli pure la
medaglia d'argento, insieme con il Ripa, ed i te-
nenti Palazzi e Sorgato. Il Serra

poi insignito
(iella croce di cavaliere dell'ordine militare
di
Savoja

bench mal fermo per la ferita
toccata
i pi della breccia, trovatosi a fronte uno zuavo
126 IL 20 SETTEMBRE
- l'ASSALTO
appena fa fra le aiuole fiorite della villa Boiia-
parte , lott corpo a corpo con lui. Caddero
entrambi: i bcrsag^lieri Ferdinando Soprano di
Nocera, Serafino Natali e Giuseppe Galli di Bo-
logna corsero in sua difesa, e il Serra dovette al
oro soccorso di non rimaner soccombente. Per
quanta fosse la forza dell'animo suo, egli fu co-
stretto a lasciarsi trasportare sanguinante e mal-
concio nella villa Bonaparte dove rimase per
due o tre iJ:iorni.
Al momento dell'assalto del
12
coincideva il
doloroso caso della morte del maggiore Pagliari
comandante del
34
bersaglieri. Questo batta-
glione era appostato in posizione molto avan-
zata ma bassa e coperta. Vedendo irrompere il
12
battaglione, il maggior Pagliari, fattosi an-
cora pi innanzi per verificare personalmente
l'accessibilit della breccia e portare il battaglione
all'assalto, fu colpito in pieno petto. Kra ancora
a cavallo. Gli stava vicino, fra gli altri, il capi-
tano Bogliolo che, parendogli di non aver fatto
abbastanza esponendosi al gravissimo rischio di
percorrere la nostra fronte da Porta Salara a
Porta Pia, volle ancora unirsi ad una delle co-
lonne accorrenti all' assalto della breccia sulla
quale fu uno dei primi a salire.
Gli ufficiali e bersaglieri del
34
battaglione,
vedendo cadere il loro maggiore, cui seguivano
ansiosi di cimentarsi col nemico e gareggiare di
valore con i loro com]>agni del l-J"". si jirocihifn-
rono a vendicarlo.
La contemporaneit dell' assalto daio uai i:.'"
bersaglieri e della morte del comandante del
34
fece si clic 1 due fatti furono l per l fusi in-
II maggiore Pagliari 127
sieme e n'usc di primo getto l'errata voce che
il
34^
fosse stato primo a salire. A conformare
l'equivoco contribu l'assenza del ni:i;rjjriore del
1*2
la ferita del capitano che lo comandava. Per

luanto
l'avvenuto fosse esattamente esposto nelle
relazioni offirMali. e chiarito anche da un'inchiesta
^dinata dal ministero, si propag l'equivoco nei
iniali ed anche in scritti di carattere storico.
storia che vorr tenersi a tutta l'esattezza
\\ vero, atti'ibucndo al
34'*
il generoso sagrifzio
suo comandante ed il valoroso concorso al-
izione militare di quella storica giornata, non
itr negare al
12
la fortunata precodonza
di
rer scalata la breccia.
[Contemporaneamente al IJ
t^ ir>.i^nri i r>aliva
breccia la l*^ (compagnia del
19^
fanteria, sc-
iita dalla
3^^
del reggimento' stesso. Erano alla
o tosta il colonnello Garin di Cm'conato. il
tpitano Maccagno comandante la t*. il tenente
Inni, il maggiore Rottini e l'aiutante maggiore
adolla. A questa l** compagnia del
10
si pre-
itava appunto un parlamentario pontificio an-
inziando la resa.
ilo detto che il generale Cadorna aveva sta-
ilito il suo (juartior generale nella villa son-
tuosa nella quale, alla met del secolo scorso, il
cardinale Alessandro Albani raccolse, seguendo
i consigli del Winokolmann, un prodigioso nu-
mero di statue, di l)usti, di bassorilievi, di sar-
Ifaghi,
d'iscrizioni, di colonne; vero tesoro ar-
tict) ed archeologico che i francesi saccheg-
irono allegramente al principio del secolo,
e
e 11 principe Torlonia compr nel 18GG, con la
128 IL 20 SETTEMBRE - l'aSSALTO
villa e i teri'eiii annessi, per circa quattro mi-
lioni. Non si poteva trovare un luogo pi mo-
,
numentale per dirigere le operazioni militari con-
tro l'inclita citt de' monumenti di due civilt.
Gli ufficiali di Stato Maggiore, gli aiutanti di
campo, andavano e venivano per 1 portici, i ve-
stiboli, le gallerie del piano terreno, fra le statue
di Faustina, d'Agrippina, d'Adriano e di Pallade.
V'era qualche cosa di stranamente fantastico in
quel nuovo clamore guerresco che turbava la
lunga quiete di quella muta
popolazione d'ermo
e di statue; ma il fumo e la polvere non pote-
vano davvero offuscare gli splendori di quella
residenza veramente regale.
inutile dire che, non soltanto gli ufficiali ad-
detti al comando del
4
corpo i quali rimasero
nella villa tutto quel giorno, ma anche le truppe
raccolte per parecchie ore nelle vicinanze e ne'
giardini della villa stessa non vi fecero il pi
piccolo danno. Da parte de' pontifici v'era un po'
meno di rispetto per le antichit, e pare che il
timoi-e di sbocconcellare un bassorilievo od una
statua non li trattenesse dal tirare contnua-
mente fucilate contro la villa. Il generale Cadorna
che spesso, col colonnello Primerano o con qual-
che altro ufficiale, saliva sull'osservatorio da dove
vedeva stesa ai suoi piedi, come una carta topo-
grafica, la parte principale del campo d'azione,
fu preso pi volte di mira; le palle dei Remington
fischiarono ripetutamente vicino alle orecchie di
lui e di chi era con lui. Palle di Remington ne
arrivavano da per tutto, anche al primo piano
e nelle sale terrene, specie in quelle meglio bat-
tute dai tiri della Porta Salara. Ne arrivarono
4
.-1 villa Albani 1 _
M. all'ultimo, quando gi si stava trattando per
irmistizio. Il capitano Buschetti stava scrivendo
Il ordine, per incarico avutone dal generale,
'
.pra un tavolino di marmo nella gran sala ovale
el primo piano. Il guardiano della villa, pieno
li spontanee premure per gli
"
usurpatori
,
entr
Il quella sala con un cestino di bellissima uva
ippena colta e Io pos sopra la tavola in mezzo
illa stanza. Il capitano, assetato come eravamo
utti, si alz dal seggiolone dorato e coperto di
lamasco, per andare a prendere lin grappolo
; rinfrescarsi.
J|ra appena alzato, quando una palla forando
I^Ketro
and a conficcarsi nella spalliera del
"8igi
olone....
Fortunatamente nessuno degli ufificiali del quar-
ier generale rimase neppur leggermente ferito:
na a chi capit a Villa All)ani durante la matti-
nata, parve (piasi un miracolo ciucila generale in-
ioluinit.i.
bandiera bianca fu alzata simultaneamente
if quasi tutti i i)unti della cinta assaliti e difesi.
L'ordine fu mandato dal generale Kanzlcr che
stava in Vaticano a disposizione di Pio IX. Si
afferma
che il Papa, il quale aveva ceduto al
consigli
del partito militare estero, contraria-
mente al parere del cardinale Antonelli, ordi-
nando la resistenza tanto per obbligare le truppe
italiane
ad entrare in Roma per forza, sollecitasse
poi
il termine di un inutile spargimento di san-
gue.
Si disse allora altres che il conte d'Arnim
[esse
vivacemente dimostrato al Papa la ne-
it della resa. Sar difTicile stabilire in quale
5Cf. Camp f)iamn rv frati tv Tfnvia.
9
130 IL 20 SETTEMBRE
-
l'ASSLI
misura la volont d Pio IX e quella delle
per-
sone che lo circondavano e consigliavano ab-
biano ciascuna contribuito a far cessare il fuocc
de' difensori. Debbo rammentare per un parti-
colare che potrebbe avere qualche valore sto-
rico. Nelle vetrine di un Frezza venditore d
stampe, che stava sull'angolo di via Condotti
dove ora e da molti anni la bottega dell'orafe
Marchesini, fu esposto alcuni giorni dopo il 20 set
tembre un acquarello di fattura discreta, ne
quale era rappresentata una scena che sarebbe
avvenuta in Vaticano la mattina del 20 settem
bre. Vi si vedeva il Papa con qualche cardinale
tutti seduti, e in mezzo al gruppo vicino al Papi
l'alta persona del conte d'Arnm in atto di par
lar concitato. Quell'acquarello scomparve quas
subito dalla vetrina del Frezza e mi fu asserite
che la contessa d'Arnim

una coltissima dama
d'idee elevate, degna veramente del marito e noi
degna delle sventure toccatele poi

lo avesse
comprato, come un ricordo di famiglia, come
memoria di un fatto cli'essa sola poteva sapen
se fosse stato fedelmente riprodotto dal pittori
il cui nome ho dimenticato.
Comunque sia, la bandiera bianca fu alzate
quasi simultaneamente in ogni punto dove 8
combatteva: alla breccia invece o fu inalzata pii
tardi o non fu veduta subito, e il conflitto coi
I difensori di villa Bonaparte continu qualch
minuto di pi. Un parlamentario fu fermaU
dalla
4*
compagnia del
19
fanteria che, com<
ho detto, aveva con la
3*
salito la breccia quas
contemporaneamente al
12
bersaglieri, e ira
versando la parte del giardino di Villa Bona
Chi ha fatto cessare il fuoco 131
parte
pi vicina a porta Salara, raggiunse poi
rli li la strada fra questa porta e la via di Porta
Pia, oggi via XX settembre. Da questo fatto del-
l' aver
prolungato per alcuni momenti il fuoco,
derivata poi la voce che il maggior Pagliari
mandante del
34
battaglione bersaglieri sia
ito ucciso a tradimento quando era gi stata
inalzata la bandiera bianca. difficile aCfermare
negare solennemente se quella voce fu vera-
mente fondata. Da quanto ho raccontato in que-
sto sto^^so capitolo

in seguito a indagini scru-
jH M-
.1 domande rivolte a testimoni
oculari

mi sembra resultare indubbiamente che la


bandiera bianca non era stata inalzata
quando
il Pagliari fu uccso, ed a riprova di ci basta,
se non m'inganno, ffxr notare come
qualcuno
fosse ferito dopo che il Pagliari era caduto fra
le braccia de' suoi. Non scrivo davvero per far
r apologia dei soldati del Papa, ma poich dal-
l'insieme dei fatti mi appare insussstente un'ac-
cusa tanto grave contro di loro, ritengo
dovere
Inonest
il dichiararlo,
lccompagnat da un ufficiale d stato mag-
are s presentarono, quali parlamentari,
a villa
Albani, il colonnello conte Carpegna direttore al
ministero delle armi, il maggiore Rivalta capo
di stato maggiore del generale Kanzler ed il ca-
pitano de Maistre dello stato maggiore. Il Rivalta
era un giovine ufficiale romano ritenuto, anche
dai liberali, di grandi speranze. Chiese ed ottenne
di
essere ammesso nell'esercito italiano; magli
mancata probabilmente l'occasione d mante-
nere
quello clie prometteva. I tre parlamentari
132
portavano una lettera del Kanzler, che il Ca-
dorna fece invitare al quartier generale di villa
Albani per trattare direttamente con lui della resa;
Bisogn mandarlo a cercare fino al Vaticano;
gli ufficiali incaricati di andarlo a prendere do-
vevano altres fargli noto, da parte del generale
Cadorna, che non si sarebbe trattato definitiva-
mente se le truppe non avessero incominciato
subito, dai punti dove erano concentrate, il mo-
vimento di ritirata sulla citt Leonina.
Le truppe nostre si agglomeravano intanto
presso le mura della citt, con
1'
arme al piede
e lo zaino in spalla, pronte ad entrare da tutte
le parti, qualora ve ne fosse stato bisogno. Il
39
e il
40
erano gi in via porta Pia

oggi via
XX Settembre

i bersaglieri occupavano la
breccia e il giardino di villa Bonaparte. Altri
battaglioni, avanzatisi da Sant' Agnese, erano
schierati fra porta Pia e porta Salara lungo la
strada di circonvallazione esterna, resa per lungo
tratto impraticabile dalle macerie delle mura
stritolate dai colpi de' nostri pezzi da posizione.
Per quella strada vedemmo arrivare, a piedi, il
generale Kanzler con tanto di cappello piumato
e in grande uniforme. Gli furono presentate le
armi con la pi gran correttezza, ma nelle faccia
composte e serie de' bersaglieri pareva di veder
far capolino un sorriso. Passato il generale e
rimesse le armi al piede, bisognava sentire i
commentii Che colpa avevano quei giovanotti
se la tradizione popolare non mai stata lusin-
ghiera per i soldati del Papa!
Il generale Kanzler era gi a villa Albani da
una buona mezz'ora, quando ai bersaglieri ed a
Le trattative di resa 133
noi che eravamo 11 fra le loro file, si present
un altro spettacolo veramente grottesco. Senza
alcuna intenzione di mancare ai riguardi di cor-
tesia internazionale, non saprei davvero trovare
un'altra parola egualmente appropriata.
11 corpo diplomatico accredita^:) presso la Santa
le, veniva a villa Albani col desiderio d'in-
venire nelle trattative di resa; e veniva in
grande uniforme diplomatico, con le carrozze di
gala, come si conveniva a tal solenne e colle-
ile manifestazione dei rappresentanti di tutto
londo civile. Ma, anche per 1 diplomatici, fra
[.detto e il fatto v' un gran tratto, e quei
^presentanti delle potenze si erano messi in
l'impresa difficile non tanto j^er la parte diplo-
itica quanto per quella della locomozione. Le
Tozze di gala

v'erano anche delle an-
le berline dorate, con tre servitori in piedi
mi predellino di dietro, inargentati, dorati e ri-
camati su tutte le cuciture

arenarono appena
mi' .1 porta Pia, dalla quale non potevano
uscire a travei*so la Umetta, n pei' la stretta
apertura laterale. I rappresentanti delle monar-
< liie europee e delle repubbliche del Sud-America,
dovettero rassegnarsi a scendere e fare un bel
tratto di strada a piedi, calpestando grossi sassi,
pezzi di granate scoppiate, passando accanto a
qualche morto od a qualche ferito curato sul
posto che si aspettava di poter trasportare.
Il corpo diplomatico accreditato presso la Santa
Sede sar stato composto, non lo contesto, da
fior di diplomatici consumati nelle cancellerie
iiropee, ma fra loro scarseggiavano gli Antinoi
j gli Adoni, scarseggiavano anche gli uomini
134 IL 20 SETTEMBKE - l'ASSALTO
giovani. 11 conte d'Arninn, che camminava alla
testa dello strano gruppo

come decano de)
corpo diplomatico in assenza del conte di Trauts-
mandorff, ambasciatore di S. M. Apostolica

era
il solo che avesse statura alta, incesso di rap-
presentante d'una nazione di vincitori, parvenza
di fiorente virilit teutona. Dietro lui cammina-
vano a balzelloni, facendosi male ai piedi, dei
vecchi oppressi dal peso dei ricami dorati e delle
numerose decorazioni, impacciati dallo spadino,
soffocati da cappelh fantastici : la loro fisonomia
esprimeva senza sottintesi la poca o punta sod-
disfazione di trovarsi in mezzo a recenti vestigia
di guerra guerreggiata; molti forse credendosi
mal sicuri e non sentendosi tutelati abbastanza
dalla loro qualit d'inviolabili, in mezzo a gente
che aveva tirato contro le mura di Roma con
artiglierie delle quali potevano scorgere a 300 me-
tri le bocche ancora fumanti.
Poi veniva un altro gruppo pi sparpagliato
di quelli che per lo stento del camminare rima-
nevano indietro, e fra un gruppo e l'altro ed
in coda ah' ultimo, staffieri e servitori vestiti
in strane foggie che ricordavano alcuni curiosi
"
esemplari di collezioni ornitologiche, con panciotti
verdi o canarini, gambe color arancione od aua-
ranto.... Ed i bersaglieri di nuo\o a presentat'arniy
ridevano sotto 1 baffi, senza offesa alla pi se-
vera disciplina; ma pure sui loro volti abbron-
zati e gioviali s'effondeva il sorriso. Quanto era
-
grande, bello il contrasto fra quei
giovanotti :
bruni, aitanti, con le tuniche, i cappelli
piumati, ;
i baffi, le ciglia incipriate di polvere, gli zaini
i
pesanti, i fucili dalle canne brunite, e quella lunga
'
%
f
TI corpo diplomatico 136
;i cosmopolita d'uomini vecchi o maturi che,
irante il loro soggiorno a Roma, avevano as-
bito qualche cosa di Vaticano regio in tutto
insieme del loro aspetto!! E come fondo mera-
ii^iioso del quadro, la cinta d'Onorio squarciata,
breccia gi storica fino da quel momento, co-
lata da altri bersaglieri, sporchi, coperti di
ra, alcuni con l' uniforme stracciata, la testa
ciata, o le mani peste e sanguinolenti....
Dove andavano quei rappresentanti delle po-
ize estere? Che cosa cercavano a villa Albani?
juale ragione li aveva spinti ad uscire dai loro
ilazzi, dove erano stati destati la mattina dal
muore delle cannonate! Venivano in sembianza
lile a implorare la clemenza del vincitore, o
l dell'autorit dei governi da loro
rappresen-
i pretendevano di farci la tara sulle
conse-
Mize inevitabili della lotta? In quella
breve
V aiupagna, s'era sentito parlare tanto
spesso
di
negoziati
diplomatici, d'intervento
diplomatico,
di azione collettiva delle potenze per la tutela dei
diritti del Capo della chiesa cattolica, e di tante
altre cose egualmente ostiche per soldati e per
Italiani impazienti, che l'inatteso intervento
di
tutte quelle giubbe ricamate d' oro ci dava pro-
prio fastidio. Eravamo come chi, secondo il
poeta, sogna il proprio danno, e.... sognando,
de-
sidera sognare
"
si che quel ch', come non fosse,
agogna.

Il conte Carlo Arrivabene, il pi diplomatico
e il
pi considerato di tutto il nostro drappello, s'af-
frett a villa Albani per informazioni e ce le port
quando, una mezz'ora dopo, i capi delle missioni
estere accreditate presso la Santa Sede, ci sfila-
I
136 IL 20 SETTEMBRE -
l'aSSALTO
vano davanti per la seconda volta, direni a iioina.
Questa volta, sa detto ad onore del vero,
ave-
vano un po' meno l'aspetto di gente spaventata:
qualcuno sorrideva bonariamente e rispondeva,
levandosi il cappello, al secondo presentai'
arm.
Erano venuti a villa Albani dimostrando il de-
siderio d'intervenire nei negoziati per la resa,
per tutelare ciascuno i diritti de' sudditi del pro-
prio Stato facienti parte del cosmopolita
esercito
pontifcio. Il generale Cadorna li aveva appagati di
buone parole, assicurandoli che a nessuno
sa-
rebbe torto un capello, e i diritti di tutti sareb-
bero stati riconosciuti; ma insistendo
sulla op-
portunit che 1 negoziati per la resa
procedessero
direttamente fra i due comandanti militari,
quello
delle truppe italiane e quello dell'esercito ponti-
flcio. Il generale Cadorna cap subito in quale
vespaio

la parola da lui adoperata

si sa-
rebbe messo volontariamente ed avrebbe
messo
il Governo italiano, se l'atto della capitolazione
di Roma dalle firme di tutti costoro avesse preso
il carattere di un atto internazionale. Se il
ge-
nerale avesse ceduto su quel punto, probabil-
mente si risentirebbero ancora gli effetti del^e^
rore ch'egli poteva connnettere e non commise;
11 conte d' Arnim lo aiut dichiarandosi
subito
soddisfatto a nome di tutti, e i diplomatici se ne
andarono da villa Albani soddisfatti del resul-
tato della loro gita e lusingati dalle accoglienze
ricevute dal generale Cadorna e da quanti ave-
vano veduto ed avvicinato. A furia di sentirlo
dire e forse anche di ripeterlo spesso, quei si-
gnori avevano probabilmente finito con crederci
dei fanatici anticristiani, sitibondi di sangue, e si
i
I
La caj^yiiui.u^une
firmata 137
rallegravano accorgendosi che eravamo invece
la pi tranquilla e buona gente di questo mondo,
rispettosa per tutti.
I diplomatici erano gi arrivati a Porta Pia

non dir in pi spirabil aere, ma senza dubbio


sopra un terreno pi praticabile, sopra una via
meno sparsa di sassi e di calcinacci del basso
Impero

e non veniva alcun ordine di muoversi.


Ora poi eravamo veramente impazienti, insoffe-
renti d'ogni indugio! Quella era davvero pena
degna di Tantalo I Aver Roma l a dieci metri
dalla punta del naso, vederne le mura squar-
ciate e non potervi entrare....
Zitti....! da villa Albani escono 1 generali co-
mandanti le divisioni, escono ufficiali di stato
maggiore. Si danno e si ripetono ordini concitati,
imperiosi, con voci ora stridule, ora baritonali.
Le truppe, ferme da pi d' un' ora, si muovono,
pronte agli ordini, quasi prevedendoli e preve-
nendoli. Avanti, avanti!... Comincia l'ra nuova
d'Italia.... Avanti, avanti.... il gran Re non potr
pi dire oramai che l'Italia
fatta ma non com-
piuta.
VII.
L'entrata in Roma.
Entriamo in Roma.

A Santa Maria della Vittoria.

Dalle
quattro Fontane a piazza di Spagna.

Il re David rivo-
luzionario.

Al Pincio.

I bersaglieri e gli zuavi pri-
gionieri.

Un cannone a spasso.

Il primo generale che
arriva in piazza Colonna.

Gli Zampiiti ed il generale
Cosenz.

Come sono andati a finire?

Il
39^
in Campi-
doglio.

Gli emigrati.

Le donne romane.

Le di-
mostrazioni sul Corso.

Un'altra volta al Campidoglio.

Per i detenuti politici.

Una visita al Colosseo.
Dalla breccia per la quale avremmo voluto
entrare noi pure, ci avevano mandato indietro:
per Porta Pia ci lasciarono entrare intruppati
con i bersaglieri
;
e dopo avere scavalcato le
scarpe dell'opera esterna, pestando i calcinacci
e le scheggie di pietra, ci trovammo di fronte
ad una grande strada deserta.
L'aspetto di quella strada assolutamente
cambiato in venticinque anni. La via di Porta
Pia fino a Termini correva allora fra due muri,
senza una casa: al di l dei muri, orti, vigne,
giardini di monasteri. A destra, appena entrati,
il giardino della villa Bonaparte : dopo un due-
cento metri, sull'angolo della prima strada, una
A San Bernardo alle Terme 139
piccola casa annessa alla villa. Le persiane di
quella casa abbruciavano lentamente, il tetto era
scopercUiato dalle granate. Quasi di rimpetto, la
villa di don Marino Torlonia, ora palazzo dell'am-
basciata inglese, allora residenza del console o di
qualche addetto all'ambasciata di Francia, era
ermeticamente chiusa e un po' danneggiata dalle
j|^ranate. Poi nmri, nmri, muri, a destra, e a sini-
l^^tra.
Neppure un'anima viva. In quei nmri, poco
'*
vari nell'altezza e nel colore, v'erano di tanto in
I^^anto,
nel primo tratto, alcune grandi nicchie. In
^ina s'erano messi

non si pu dire appiattati

due dragoni pontifici che vedendo i berea-


^^lieri fecero segni d' amicizia , anzi d'esultanza.
Hprano forse sinceri : nessuno vi bad o volle ba-
darvi : ripugnavano. S'and sempre avanti fino a
piazza di Termini, al Fontanone. A sinistra, quasi
di rimpetto a Santa Maria della Vittoria, v'era
una chiesa ora scomparsa. In piazza San Ber-
nardo delle Terme trovammo i primi segni di
ita. Una ventina di persone era gi arrivata
n l: v'era anche una signora giovanissima,
redo appena sposa. Fu la prima romana che
idi a Roma e l' ho ricordata sempre, anche
uando, pochi mesi sono, giunse la nuova che
Coatit un suo fratello minore era morto da
valoroso. Godesti Romani contemplavano con
le lagrime agli occhi i bersaglieri che passa-
ano loro davanti di passo svelto, scherzando e
motteggiando: l' annnirazione loro era nmta.
ntensa; tale la faceva essere il tumulto dei
ntimenti che provavano in quell'ora. Ci era-
amo fermati un momento ad un piccolo caff
uU'angolo della ripida strada, allora ripidissima,
140
l'entrata in roma
che scende da piazza San Bernardo a San Nic-
col a Tolentino, tanto per bagnare con quale! le
cosa le gole riarse. Ci vennero a domandare con
premura se eravamo emigrati reduci dall'esilio....
Andammo ancora avanti In direzione del Qui-
rinale fino al quadrivio delle Quattro Fontane. A
destra v'era il muro del giuoco del pallone, a
sinistra un altro monastero che, dopo essere
stato sede del distretto militare, s' trasformato
nel palazzo del ministero della guerra. Al qua-
drivio ci trovammo nell'imbarazzo della scelta:
Arrivabene conosceva Roma , ma per decidersi
si sarebbe dovuto anche sapere, all'ingrosso,
quello che avveniva e stava per avvenire. Ma
poich, lasciando a vigna Tosti il nostro vettu-
rino di Narni, gli avevamo dato per consegna
di venirci a raggiungere all'albergo dell'Europa
in piazza di Spagna, quando lo avessero lasciato
entrare in Roma da qualche parte
,
pigliannno
la via di piazza di Spagna per le Quattro Fon-
tane, piazza Barberini e via del Tritone. La citt
cominciava a riaversi dallo spavento insepara-
bile da cinque ore di cannonate: le finestre si
aprivano timidamente, qualche testa s'affacciava,
qualcuno scendeva nella strada e ci domandava
se
"
gli Italiani

erano entrati. Per di l truppa
non ne era ancora passata. Il Maz de la Roche
aveva tirato diritto verso la piazza del Quirinale;
il Cosenz, traversata piazza Barberini, s'era di-
retto al Pincio per la Trinit de' Monti e villa
Medici.
Una bella vecchia popolana ci ferma e vuol
sapere da noi notizie del suo figliolo emigrato
a Napoli, n facilmente si persuade che non lo
in piazza di Spagna 141
conosciamo iieppur di nome. mai possibile
21011 sapere chi sia il tuo Toto! Andiamo avanti
fretta per via Due Macelli, udendo molto lon-
tano il rumor della folla: arriviamo al palazzo
de Propaganda Fide. Ecco la prima bandiera
icolore! l'hanno appop:giata ad un braccio del
David scolpito dal Tadolini, una delle quat-
to
statue clie stanno a' piedi della colonna del
lonumento dell' Immacolata. Ci dicono che v'
rtata messa da qualche ora, quando i papalini
>rano ancora padroni; ma nessuno ha osato an-
irla a levare. I grandi alberghi di piazza di
Spagna sono tulti ciiiusi. Bussiamo a quello d'Ku-
>pa, al quale il conte Greppi ha preannunziato
la qualclie giorno il suo arrivo: ci aprono, ci
iccolgono gentilmente; ma non momento di
fermarsi e di perder tempo. Per via del Babuino
s'avanza verso piazza di Spagna una fiumana
(li gente che grida
^
Viva l'Italia, vioa Vittorio
Emanuele, vioa Roma libera, vioa i nostri
fra-
telli

e s'affolla intorno ad un veicolo, a qual-
clie cosa preceduta da gente a cavallo.
Che cosa stato? Al giungere del
19
fanteria
che precede la divisione Cosenz, i difensori del
Pincio , un battaglione di zuavi , hanno dovuto
abbassare le armi insistendo per nel volere da
uno de' loro capi l'ordine d'arrendersi. Ma gli ar-
tiglieri intanto, non sofisticando troppo, sono di-
scesi dalla collina, portandosi dietro i cannoni da
campagna con i quali avevano munita la posi
zione, diretti di l dal Tevere, nella citt Leonina,
dove per i patti della resa si devono riunire le
truppe pontificie sparse per la citt. Appena ciie
quei soldati sono entrati nel Corso, dietro di loro
142 l'entratA IN ROMA
sbuca la folla dalle ve laterali, e prima li ingiuria
gridando, poi assale risolutamente l'ultimo can-
none, e se n'Impadronisce come d'un trofeo, cac-
ciando via a scappellotti i cannonieri intontiti.
Paga di quella vittoria incruenta , la folla esa-
mina curiosa quel cannone del quale non sa
che cosa fare, come i bambini esaminano un
nuovo e strano giocattolo: i giovanotti pi ani-
mosi e pi destri inforcano le due pariglie e por-
tano il cannone a spasso per le strade.
Li seguiamo quando infilano per via Condotti
e voltano per il Corso verso piazza Colonna. In
questo mentre le vie si sono riempite di gente;
molte bandiere sono comparse a finestre di pa-
lazzi, di case modeste.... un grido d'entusiasmo
assordante si levato da tutte le part. Le grida
arrivano al cielo quando a piazza San Lorenzo
In Lucina s'incontrano de' reggimenti che vanno
verso Ponte Sant'Angelo. la brigata Abruzzi che
si ferma in piazza Borghese e nelle adiacenze : il
generale Bessone scende da cavallo e, prevedendo
di dovere star l chi sa quanto tempo, s'accomoda
a sedere sopra un muricciolo di pietra. Il principe
don Marcantonio Borghese manda il suo mag-
giordomo ad invitarlo ad entrare in palazzo; e
poich il buon soldato piemontese, modesto e ri-
troso per indole, non si arrende airnvito, il prn-
cipe manda a ripetergli ch'egli non permetter
mai d veder seduto in terra un generale italiano,
quando v' li a due passi un appartamento pronto
a riceverlo. Il generale finisce per accettare,
ed
il comando della brigata Abruzzi si stabilisce
nel palazzo d Paolo V, per desiderio del padrone
di casa, amico del Papa.
Tn piazza Colonna 143
I
Verso il ponte Sant'Angelo non s pu andare
per ora. Per viuzze strette, tortuose, aflbllate,
delle quali ignoriamo 1 nomi, trasportati da on-
date di gente , arriviamo a sboccare in piazza
Colonna per quella strada che separa Monteci-
torio e palazzo Chigi e che i Romani chiamavano
allora via della Guardiola. Lo spettacolo straor-
dinariamente imponente. S dimentica in quel
momento il culto delle memorie antiche e si con-
cede appena uno sguardo alla colonna Antonina
ed alle colonne di Vejo dalle quali sostenuto
il portico dell' edifizio che allora serviva ad uso
di Casino militare ed ora palazzo Wedekind.
Dall'altra parte arrivano i bersaglieri. Una
folla li accompagna: un'altra folla che s accalca
nella piazza li accoglie con grida di entusiasmo
e li abbraccia, li vorrebbe prendere in braccio,
portarli in trionfo. Ma le grida si cambiano in
un ruggito di rabbia quando, in mezzo alle file
de' cappelli piumati, dopo i primi plotoni,
appa-
riscono gli zuavi papalini fatti prigionieri
a villa
Bonaparte , al Pincio ed a Porta Pia. Occorre
non soltanto tutto il prestigio ma altres tutta
la forza muscolare de' bersaglieri perch
non
siano massacrati i prigionieri ai quali sono di
scorta. Quei buoni ragazzi adoperano
tutte le
parole, le frasi pi ingenuamente
persuasive
per
calmare i furori della folla ubriacata
dall'idea di
una tarda ma facile vendetta: esaurite inutil-
mente le arti della persuasione, non rifuggono
dall'appioppare qualche fraterno pugno ai riot-
tosi. Gli urli , i dileggi
,
gli insulti sono tali
da
spaventare chi semplice spettatore di
quella
scena. un doppio odio contenuto da anni che
144 1/ ENTRATA IN ROMA
si sprigiona ad un tratto dai petti d'una plebe
che in quei prigionieri esecra gli stranieri e gli
strumenti di un governo aborrito. V' un mo-
mento nel quale mi par di vedere che i prigio-
nieri, in fondo alla piazza, vicino a Montecitorio,
saranno strappati dalle mani dei bersaglieri so-
praffatti, impossibilitati a muoversi in mezzo a
quella calca tempestosa. Un gruppo d' energu-
meni gi sopra agli zuavi e imprecando
"
alli
mortacci loro

stende le mani pronte a colpire,
getta mozziconi di sigaro, sputa sulle faccie pal-
lide, madide di sudor freddo di quei disgraziati,
alcuni de' quali impallidiscono per vilt, altri per
rabbia dell'impotenza alla quale sono ridotti. Al-
lora, fra gli zuavi e i loro aggressori, ecco in-
terporsi, spinto di corsa In mezzo alla folla, un
cavallo sul quale giganteggia la maschia ed
aitante persona del tenente colonnello Macedonio
Pinelli.

Indietro,

egli grida con quanto fiato con-


tengono gli ampi polmoni,

indietro!
Qualche irosa parola di protesta s'inalza dalla
folla contro il prode soldato che non vuol ve-
dere offesi gli inermi, la vita de' quali affidata
ai suoi bersaglieri.

Dovevate affrontarli quando erano arinnti!

replica il colonnello sdegnosamente.


Rimprovero acerbo ma che produce un indi-
cibile effetto....
Sull'angolo opposto della piazza avviene in-
tanto una scena ben differente. 11 generale Bot-
tacco arriva in una vettura di piazza

la prima
che vediamo

insieme con i suoi aiutanti. La
folla lo leva di peso dalla
"
botte ,
lo solleva
l colonnello J'inelli
14')
'
braccia, gli bacia le mani, gli abiti, ad onta
ll.i vigorosa resistenza del generale,
seccato
i
quella ovazione troppo espansiva. Ognuno
le indovinare il nome di quel generale, il
no arrivato in piazza Colonna, e gli sono at-
Liiti tutti quelli pi noti, che corrono su tutte
3 bocche. Cadorna, Bixio, Cosenz....
, in
gni modo, un generale italiano, e questo basta
erch tutti si spingano contro le porte del caffo
love riuscito ad entrare

un caff suir an-
;olo del palazzo Ferraiuoli, fra piazza Colonna
d il Corso

oggi trasformato in una pastic-
eria

che a quell'ora ha gi avuto il tempo
li ribattezzarsi in "Caffo Cavour . Tutti vogliono
edere come fatto un generale italiano, come
! vestito, come siede, come beve; vorrebbero
iuscire tutti a udirlo y)arlare. L'attenzione di
nolti distratta dal giungere d'un altro gene-
rale.
Questa volta davvero il Cosenz, con la
sonomia imperturbabilmente serena come a
vlilazzo, gli occhiali d'oro e l'inseparabile mag-
gior Mantelliiii suo capo di stato maggiore. Cli
3 gi capitato di dover fare un pezzo di strada,
1 cavallo, venendo dal Pincio, sotto una specie
li
l>aldaccliino portato da un numeroso gruppo di
i'vanl. Gira intorno alla Tontana, essendo tutta
arte centrale della piazza occupata dagli zuavi
-iouier e dai bersaglieri che li proteggono
Il folla ormai
i)i
curiosa che irata, e pare
ito verso via della Colonna. Si appena sof-
iiiato vicino alla chiesina dei Bergamaschi
indo, sopra il confuso strepito della folla, sopra
I
ixWe
grida d'evviva, echeggia il rumore secco di
'l'ie
fucilate. Un'ondata di gente corre nella di-
l'ESCi. Come siamo entrati in Roma.
10
146 l'entrata in roma
rezione dalla quale venuto il rumore. C -r-
rono, gridano, sospingendosi gli uni sugli airi
accalcandosi in modo che ad un drappello di
bersaglieri a baionetta inastata impossi i.i>
aprirsi una strada senza far male a nessniin..,.
Che cosa stato? Girano ancora per Roma pa
recchi Zampitti , specie di volontari arruolati
negli ultimi tempi dal governo pontificio, gente
ribelle ad ogni disciplina e ignara d'ogni regola
che non sia fra quelle del bandito. Pare che due
rimasti appiattati in 'qualche portone nelle vici
nanze di Monte Gitorio e piazza Colonna, vedendc
un generale, gli abbiano tirato quei colpi pei
istinto di brutale malvagit, senza pensare alle
conseguenze della loro sanguinaria follia. Fop-
tunatamente i colpi sono andati a vuoto:
nu
non pare che vada egualmente a vuoto lo scop
pio d'indignazione provocato dal popolo. N X
lora n poi sono mai riuscito, in mezzo a quelk
confusione di persone, di cose, d'impressioni,
d
sensazioni , a farmi un' idea precisa della sorfc
toccata a quei due sciagurati. Ma pochi giorfi
dopo, avendone domandato ad un tale che
$
trovava presente al fatto ed era corso all'ini
guimento, mi rispose co!i l'espressione
d'uor
pienamente soddisfatto :

Stia tranquillo; non


sono arrivati m(
lontano....
A pensarci adesso, dopo tant'anni, pare
imi
sibile che quel giorno a Roma non sia acoadui
non dir una carnilcina. ma neppure un f|ualcl
altro grave disordine. Eppure, perch si la j^i-e
sto a scrivere sulla carta ed a firmare pati
capitolazioni, ma ci vuol del tempo e noi
pattLu
1
IMJf
m
Come finirono due
'^
zampini

? 147
ad effettuarle, per qualche ora le condizioni di
ma equivalsero ad una completa anarchia.
ascuna delle cinciue divisioni aveva mandato
dentro la citt una brigata: ma le distanze da
alcune porte al centro sono fjrandissiuie: e ili-
miti della citt Leonina, dentro la quale, fino al
j2:iorno sepjucnte, dovevano aj^glomerai'si gli otto
mila uomini della guarnigione pontificia, erano
sono segnati in alcuni punti in modo tanto
determinato da render facili contestazioni e
conflitti. Invece nulla o poco di spiacevole av-
venne. L' eccidio dei due campita di via della
Colonna, se pure caddero uccisi, fu provocato da
loro. Verso Castel Sant'Angelo, il ponte e gli
altri ingressi alla citt Leonina, la popolazione
disarm alcuni gendarmi e cacciatori esteri che
si ritiravano alla spicciolata in
ciuel luogo d'asilo:
ma gli aggrediti si lasriarono disarmare senza
resistenza.
L' accanhnento contiu gli zuavi pri-ionKM-i
m
]iazza Colcuna fu un'eccezione della quale sa-
lebbe ingiusto far ricadere la responsabilit mo-
rale su tutta la popolazione romana.
Fatto sta che la capitolazione non pot essere
eseguita da un momento all'altro. Alle 2 passate
il Campidoglio era ancora occupato dai Pontifici,
i soliti :sanipitli dall'alto della torre capitolina
si divertivano a sparare di tanto in tanto delle
fucilate. Non erano per proiettili de' loro fucili,
ma de' fucili di precisione de' cacciatori esteri
(luelliche giunsero fino al palazzo Simonetti sulla
piazzetta di San Marcello.
Qualcuno che passava ne rest scal fitto pi che
ferito; ma il caso bast per mettere in evidenza
148 l'entrata in roma
come non convenisse lasciare simil gente in con-
dizione tale da poter turbare con lutti quel giorno
di festa.

Al Campidoglio, al Campidoglio!

comin-
ciarono a gridare in piazza Colonna; e via, su.
la folla verso piazza Venezia. Due battaglioni
bersaglieri

ne uscivano fuori da per ogni
dove

erano andati avanti. Bastarono poche
fucilate per ridurre al silenzio le postume vel-
leit di combattimento, e il presidio del Campi-
doglio, debitamente scortato, fu mandato fuor
di pericolo. Alle 3 circa, la piazza del Campido-
glio, fra i tre palazzi, fu occupata e presa in
consegna dal
2^
battaglione del
39^
fanteria

maggiore Tharena

col quale erano anche il
colonnello Belly ed il generale Angelino, coman-
dante la brigata Bologna. Mentre i vigili anda-
vano a inalberare una gran bandiera tricolore
in mano alla statua di Fioma in cima alla Torre
Capitolina, la bandiera del SO''

quella stessa
che dalla torretta di villa Patrizi aveva dato poche
ore prima il segnale dell'assalto alla breccia

salutata dalla mai'cia reale, fu appoggiata ad
un braccio della statua equestre d Marco Au-
relio, e la brezza del
'^
ponentino

muovendone
le pieghe metteva in mostra i buclii fattile da
dieci palle sulla barricata di Porta Pia.
Bisogna averla sentita suonare la marna ivae
per la prima volta in Campidoglio, davanti v.
quella bandiera gloriosamente forata; bisogna
aver veduto i popolani di Roma, corsi lass con
le armi portate via ai papalini, brandii'le in alto
entusiasti; e le donne, i ragazzi, 1 vecchi, sven-
tolare i fazzoletti, gridare.
]!'!'i<'^'^''o
ni.bracciare
La manta n-dlc m i\iini>idoyliii 149
i soldati immobili in rango al pres^ntaV arm
,
per poter dire d'aver provato davvero una forte
,c<Mmn<t/ion<^ ]>atriotica!
^
Quando si torn sul Corso, le bandiere svento-
vano da per tutto, i parati adornavano le tne-
re in tutte le strade. Cominciavano ad apparire
alcune hoUi: da Porta Pia, dove alla neglio era
^tato aperto un passaggio , ne arrivavano con
quattro o cinque ufficiali ognuna. Quelli de* corpi
rimasti agli alloggiamenti occupati durante la
n(jtte dal 11) al
20, venivano nel Corso alla spic-
ciolata, accolti dalle pi clamorose dimostrazioni.
Por andare da piazza del Popolo a piazza Colonna,
una botte
piena d' ufficiali non impiegava meno
d'un'ora, ed il bottaro generalmente non era il
meno entusiasta
nel festeggiare i propri clienti.
Uno dei pi commoventi episodi di quella gior-
nata fu il ritorno degli emigrati. Riaperta la (Mtt,
n'erano venuti dentro da tutte le parti. Correvano
a casa, in cerca della famiglia, la quale era
spesso corsa altrove in cerca del reduce. S' in-
contravano, piangevano, rivedendo i bambini ve-
nuti grandi, o pensando a quelli morti durante la
lunga assenza. Poi, quasi insofferenti di quiete,
andavano per le strade seguiti dalle loro famiglie,
con la vecchia manmia a braccetto o con i bam-
bini per mano, e incontrando gli antichi cono-
scenti ed amici si buttavano nelle loro braccia,
s'intenerivano di nuovo e ricevevano commossi
i baci e gli amplessi. I soldati, ii mezzo a quella
lieta
ed universale commozione, si trovavano
gi come in famiglia, davano strette di mano a
tutti, passeggiavano sotto braccio a popolani
ed
150 l'entrata in roma
a cittadini in cappello a cilindro, alle?:ri e con-
tenti, soddisfatti di loro stessi e deti:li efTetti d'una
vittoria ottenuta con poche perdite. E quanto
vino l"u bevuto quel giorno alla salute dei sol-
dati, del Re, dell'Italia, di Roma! Allora la stati-
stica non era ancora in tanto grande onore
com' venuta poi, e nessuno pens a fare il
computo delle /oj(?^^e vuotate, ma scommetto che
dicendo tanto per dire una cifra altissima non
s'andrebbe molto lontani dal vero.
In mezzo a quell'agi tarsi di passioni e di sen-
timenti maschi, le doime romane volevano la
loro parte. Quelle del ceto medio, le popolane,
passeggiavano in mezzo alla folla, un po' tui-
bate
dall'inconsueto fi'astuono, ma sorridenti,
fiduciose, contente.
Alle finestre de' palazzi, delle case, nelle vie
principali, si affollavano teste idealmente mera-
vigliose. Gli occhi brillavano, i seni opulenti pal-
pitavano, ed era facile sorprendere su quelle
bocche
coralline brevi e tronchi gridi di schietto
entusiasmo mal represso dal convenzionalismo
sociale. Mai le donne m'erano sembrate pi belle;
n il convenzionalismo sociale sub mai pi
grandi sconfitte.
Verso sera fu trovato modo di sgombrare
piazza Colonna dai prigionieri, facendo loro oc-
cupare le sale terrene del Casino militare.
La
luce d'una infinita quantit di lanterne di mol-
teplici e svariatissime forme

chi sa mai dove
le avessero tenute fino a quel giorno?

sostitu
quasi intieramente la luce del sole. Chi aveva
provvisoriamente preso il posto del Seiialorc di
La sera del 20 sHembre IJl
ina nell'ufficio di primo magistrato civico,
I a affrettato a far mettere, al posto delle solite
1 lime a gas, i famosi girando ancora in uso.
1 Corso , affollato cos che da piazza Venezia
L
piazza del Popolo s vedeva dall'alto un solo
)iano di teste, dal quale emergevano centinaia
li bandiere e diecine di migliaia di lanterne trl-
!olorate, con le finestre pavesate ed imbandie-
ate, con l'incessante ripetersi di evviva e di ac-
jlamazioni, offriva tale spettacolo che pu capi-
tare una volta sola nella vita d'un uomo, se
pure capita. Pareva, se fosse stato possibile, che
l'entusiasmo crescesse ad ogni momento.
In noi era tanto grande la tensione dell'animo,
la sopreccitazione nervosa che, in piedi da quin-
dici o sedici ore, non soffrivamo alcuna stan-
chezza e avevamo perfino dimenticato
d'esser
digiuni. Una sete ardente ci divorava , ma i l-
monari non avevano disertato i loro posti, e
partecipavano alla comune letizia di dietro al
banco, mescendo contiimamente acqua di Trevi
e spremendo arancie e limoni. Ma ci accadeva
un curioso caso : gli stivali, il cappello, la foggia
dell'abito, qualche cosa nel parlare e nel muo-
versi, e pi d'ogni altra cosa l'essere ancora
coperti di polvere e di terra ci deimnziavano
per gente veimta allora, ofii sa da dove, come,
perch. I pi arditi ce lo domandavano: altri in-
vece tacevano, ma dal limonaro come al caff
tirando fuori i denari, ci sentivamo dire inva-
riabilmente : pagato!!
Un gran busto in gesso di Vittorio
Emanuele

anche (luello chi sa per quanti anni gelosa-


mente nascosto
a rischio d'esilio o di carcere

152
l'entrata in roma
fu portato processionalmente per due o tre volte
da piazza Venezia a Porta del Popolo e vice-
versa, circondato da una selva di bandiere e da
un numero infinito di fiaccole; quelle stesse fatte
preparare dal ministero delle armi per lavorare
durante la notte ai ripari delle porte. Ogni qual
volta r imagine del Re lilDcratore passava da
un punto del Corso vi suscitava una esplosione
di frenesia che le parole non sanno, non pos-
sono descrivere
,
perch il sublime non si de-
scrive. Era un parossismo d'entusiasmo; le donne
del popolo strappavano le penne dai cappelli de'
bersaglieri e se ne adornavano: dalle finestre
piovevano
fiori, coccarde, dolci, e mitragliavano
sguardi e sorrisi. Pareva die quell'intiero
po-
polo, dopo un lungo sonno letargico, dopo una
anestesia
profonda, si risvegliasse in quel mo-
mento,
sentendosi sano e robusto, e cominciasse
appunto allora a gustare la gioia del vivei-e.
Il
popolo ha neir indole sua che tanto faciK
mente si lascia persuadere da chi gli consiglia
il bene,
quanto da chi lo istiga a commettei*e
il male. Non v' da meravigliai*si che vi fosse
in Roma
gi quella sera chi, servendosi de'gene-
rosi sentimenti della popolazione, cercasse di
far nascere un po' di scompiglio. Alle nove
e mo/zo
un migliaio di persone s'avvi al Campidoglio.
Andai con loro. Strada facendo, udivo che lo
scopo di quella gita era di chiedere la libei a-
zione dei detenuti politici. Chiederla a chi t In
Campidoglio non risiedeva alcuna autorit: nm
v'era anzi ancora autorit legalmente costituita
in tutta
Roma, all' iiifuMi-i della milita!'*'.
^^'
'\
1 detenuti politici
163
generale Cadorna era rimasto pn ([uella sera
col suo quartier generale a Villa Albani, fuori
di Porta Salara, ed il generale Masi era coman-
dante della piazza di Roma pi di diritto che
di fatto fino a quell'ora.
Certamente sarebbe stato impossibile se non
inutile spiegare queste cose alla gente che s*af-
frettava per la cordonata del Campidoglio. Lass
non v' era sfoggio di lumi : vi si vedeva
sulla
piazza appena quel tanto che bastava a non
darsi urtoni. Il
2^
battaglione del 39,
che aveva
preso le armi, appariva come una massa nera
e compatta. Le grida erano incomposte; ma si
sentiva l'ipetere : a San Michele! a San Michele;
perch i detenuti politici erano rinchiusi laggi
a Ripa Grande, nelle carceri fatte costruire da
Clemente XII per le donne di mala vita. Nessuno
rispondeva, perch nessuno poteva rispondere;
e allora si udivano voci che dicevano forte in
mezzo alla folla:
"
fuori il tale o il tal altro.... vo-
gliamo Tizio o Sempronio in Campidoglio.

Cominciavo a temere che la faccenda dovesse


non finir liscia, quando Nino Costa, il pittore
romano tanto apprezzato dagli inglesi, rientrato
egli pure quel giorno in Roiiia dopo lunghi anni
d'esilio, si affacci alla balaustrata della scala
esterna, fra quattro fiaccole, facendo segno di
voler parlare. E disse come fosse miglior con-
siglio ritardare ancora di poche ore la libera-
zione de' prigionieri che ormai non avevan imlla
da temere: andando a quell'ora, senza dati si-
curi, a San Michele dove i politici si trovavano
mescolati ai detenuti per delitti comuni, si cor-
reva rischio di commettere irreparabili
errori:
154
l'entrata in roma
d'altronde,
alcuni dei detenuti politici erano rin-
chiusi in Castel Sant'Angelo, ancora in mano dei
papalini, n questi sarebbero potuti esser liberi
prima
dell'indomani....
Persuasi da quelle parole assennate

clii le
aveva dette era uomo d' idee avanzate, ma ga-
lantuomo ed incapace di profittare di quelle ore
di confusione per il trionfo de' propri ideali

i
dimostranti discesero alla spicciolata dal clivo
Capitolino verso il centro della citt, dove an-
cora ferveva il clamoroso entusiasmo.
Clie quella gita al Campidoglio fosse stata sug-
gerita da qualclie arruffapopoli, gi all'opera
senza neppur rispetto alla solennit di quel giorno,
lo dimostr il fatto della distribuzione di mani-
festi rivoluzionari. Ne furono dati anche ai sol-
dati del 39, quelli che avevano scalato l'opera
esterna di porta Pia: il che prova con quanto
accorgimento operi la gente senza cervello.
Affranto, disfatto dalle sensazioni di quella gior-
nata memoranda, m' ero lasciato cader seduto
sopra un divano del nuovo "caff Cavour,, ed
ingurgitavo meccanicamente tutto quello die mi
metteva dinanzi un cameriere premuroso, quando
entr nella sala affollata Edmondo De Amicis,
mio compagno di scuola militare ed amico.
Ci
eravamo veduti due giorni prima a ponte No-
mentano. Kgli
i)ure era entrato in Roma la mat-
tina con la brigata Bologna; egli pure aveva
girato in lungo e in largo le piazze e le vie di
Roma.

Ma non vado a lette mi disse,



so
non ho veduto prima il Colosseo.
Una visita al Colosseo
155
Il Colosseo! chi aveva neppur pensato in tutto
il giorno che il Colosseo fosse in Roma? Dove
si va a trovarlo, a vederlo? FHn^e quel nome,
quel ricordo classico evocato in quel momento, in
f|uel luogo, menti-e il gi-idio della folla entusiasta
andava scemando ma non era ancora cessato,
produsse anche in me l'impressione che non si
Ibtesse
andare a dormire senza aver fatto prima
lesta visita di dovere,
klsciamo fuori. Bisognerebbe trovare una botte,
hi quelle poche che s'erano vedute nel pome-
p:gio sono scompai'se, sono andate forse a ri-
portare gli uHieiali agli accampamenti fuor delle
porto. Andiamo a piedi verso piazza Venezia, e
L^i nello sti-etto della ripresa de' Barberi tro-
\iano un battano disposto a portarci in qua-
iunciuc parte del mondo. Passiamo per il Foro
Ti-ajano, per altre strade ancra liete di lumi,
d'evviva, d canti patriotici. Finalmente, ad una
lisvolta, ci troviamo immersi nel buio. Le co-
lonne del temi)io di Castore e Polluce e quella
(li Foca si drizzano nelle tenebre come fan-
t.ismi. Il boitaro vuol darci per forza delle no-
zioni archeologiche nelle quali la imaginazione
supera la dottrina se non la buona intenzione:
noi stentiamo a capirlo e ci disorienta sentir
parlare di Campo Vaccino invece che di Foro
IJomano. La botte sobbalza sopra le grandi pie-
tre
quadrate che lasti'icano la via Sacra; pas-
siamo sotto l'arco di Tito e vediamo l, in fondo,
una gran massa nera, enorme, i contorni della
(piale si confondono nella oscurit della notte.
11 silenzio profondo e solenne: non si vede u
si
sente anima viva all'intorno. Il De Amicis ha
156 l'entrata in roma
lasciato, con elevate parole, un breve ricordo di
quella visita notturna : sarebbe temerario il vo-
ler aggiungere qualche cosa alla espressione di
un sentimento che abbiamo provato insieme....
Quella visita termina degnamente una giornata
la cui memoria durer quanto il mondo lontana.
Dal Colosseo a piazza di Spagna la strada non
breve davvero: ho la vaga reminiscenza che
il bottaro m' abbia dovuto scuotere forte
,
per
svegliarmi davanti al gran portone verde dell'al-
bergo d'Europa.
vili.
L' INGRESSO DELLE TRUPPE.
mattina del 21 settembre.

L'esercito pontificio in piazza
5an Pietro.

Esercitazitmi di tiro in corpore vili,

Il
trasporto funebre del map:8:iore Pagliari.

Un prelato cbe
sta per dire la verit.

11 diavolo non poi tanto brutto.

La sfilata delle nostre truppe nel Corso.



Il generale Ca-
dorna.

Fuori di i)urta 8an Pancrazio.

11 generale Nino
Bixio.

Uno scatto molto giustificato.

Anele un generalo
]^n esser distratto.

Cbe cosa accadeva nelhi citt Leonina.
Da chi ne fu ricbiesta l'occupazione.

A villa Potenziaui
e a villa Patrizi.

Il generale Cadorna al palazzo Piom-
bino.

l'na dimostrazione affermativa.

Viva Bixio!
La capitolazione di villa Albani, come ho ac-

(Minato, aveva creato una condizione di cose


piena di "pericoli. Non si pu darne colpa ad al-
cuno: sarebbe stato impossibile il provvedere
subito diversamente. Ma, lo ripeto, bisop:na pro-
lu-io ringraziare lo stellone d'Italia il quale im-
ledl che avvenisse nulla del molto che avrebbe
potuto avvenire. Sarebbe bastata un'imprudenza,
non che un pensiero di malvagit per far cor-
rere il sangue per le vie di Roma.
Un incidente toccatomi la mattina del 21 pu
servire a provarlo.
158 L'INGRESSO DELLE TRUPPE
La notte pass tranquillissima. Gustate poche
ore di profondo sonno, ero in piedi di buonis-
sima ora. I miei compagni dormivano. Uscito
solo dall'ai )3ergo e presa una botte dissi al vet-
turino di condurmi a Ponte Sant'Angelo e al Va-
ticano. Fino dalla sera precedente mi s'era fitta
in testa l'idea d'andare a vedere che cosa succe-
deva di l dal Tevere. Non erano ancora le sette;
ma molti andavano gi per le strade n si po-
teva credere che quello fosse il solito movimento
d'una gran citt che si sveglia: si sentiva inco-
'
minciare il giorno successivo ad un grande av-
venimento : l'agitazione s'era sopita non spenta
durante la notte, e la citt si destava sollecita,
preparandosi a nuovi insoliti eventi. V'erano

soldati, ufficiali in moto, e poi tutta quella gente
mattiniera che vien di fuori a provvedere il vitto
,
a una gran citt, e poi anche molta gente gi
'}
mossa dalla curiosit, dal desiderio di nuove
'
commozioni.
Il vetturino, dopo avermi guardalo in faccia
|
quand'el3be saputo la mia intenzione, non aveva
detto parola. S'incammin per via Condotti, pass
^
dinanzi al palazzo Borghese, infil per via del-
l'Orso e sbocc a pie' del ponte di fianco al tea-
tro Apollo, scomparso da parecchi anni. Mi tro-
vai davanti alla mole Adriana ed alla compagnia
del
21
bersaglieri comandata dal capitano Boyer,
posta fin dalla sera precedente a guardia del
ponte, con la consegna di non lasciarlo passare
da soldati nostri. I borghesi avevano piede libero
ed io ero, almeno apparentemente, un borghese
che andavo per i fatti miei.

inutile andare adesso,



mi diceva il n-
La mattina del 21 in Borgo 159
pitaiio FanfaUa.

San Pietro a bougia nen.... A
la citerda a mi! Venta nen andeje,

inutile,

mi ripeteva il tenente Mancini.
Ma poicli non potevano innpedirnii il passo
ed io m'ero ostinato in quella mia idea, mi la-
sciarono andare. All'altra estremit del ponte la
fcuardia
papalina era dentro il cancello che chiu-
deva l'ingrosso a Castel Sant'Angelo: fuori del
cancello stava soltanto la sentinella che non apri
bocca. Il vetturino, insospettito dalle parole degli
ufficiali, si voltava indietro ogni tanto quasi per
interrogarmi, e mi vedeva impassibile. Su per
Borjj:o l' andirivieni era grande e inquieto. Le
hottoghc dei coronari quasi tutte chiuse: s'in-
(^ontravano altre botti col mantice alzato, sotto
il quale pareva cercassero di nascondersi preti
e frati; s'incontravano soldati papalini di tutte le
razze, militi della guardia Palatina e della guar-
dia urbana

chiamati da' romani cacciaiepri o
sigari scelti

dragoni, gendarnn*, un po' d'ogni
cosa. Uno con i pantaloni rossi ed un gran trom-
bone correva non saprei dove. Un'ordinanza gui-
dava un bel cavallo attaccato a una poneij-c/iase.
Avevano tutti l'aria di gente ansiosa di trovatasi
in luogo sicuro. Poi v'erano venditrici di cicoria,
\ (Miditori di latte e di ricotta che annunziavano
gridando la loro merce, tal quale come se non
fosse finito il dominio temporale de' Papi : v'e-
rano bottegai, gente minuta di tutti i generi, servi-
tori gallonati che forse andavano a rinchiudersi
in Vaticano, e nessuno naturahne.ntc badava a
me che passavo. Quando si fu arrivati in piazza
Rusticucci e mi vidi davanti tutta la maest della
piazza e della Baslica Vaticana rimasi sbalor-
160
l'inorksso dellt truppe
dito, come deve rimanere iufallantemeiite ogni
uomo suscettibile di ammirare il jrrande ed il
bello. Ma v'era da guardare qualche altra cosa
oltre quel prodigio dell'arte. Tutt' intorno alla
parte della piazza compresa dentro i porticati
del Bernini, erano schierati dai 6000 ai 7000 uo-
mini di tutte le armi. Una batteria da campagna,
di sei pezzi, stava davanti all' obelisco con la
fronte verso la citt : un' altra batteria e uno
squadrone di dragoni ai piedi della scalinata per
la quale si ascende alla Basilica. Il reggimento
zuavi

ne riconobbi a prima vista l'uniforme
grigia

era davanti al portico a sinistra di chi
guarda la facciata, al di l della fontana. I dra-
goni erano appiedati, con i cavalli sotto la mano:
i pezzi ed i cassoni delle batterie con i cavalli
attaccati : le truppe a piedi avevano fatti i fasci.
Le file non eran rotte per ordine dato: ma ap-
parivano scomposte per la permanenza foi^e gi
lunga e per la scarsa disciplina. Sotto i portici
si vedevano fumare de' fuochi di legna : proba-
bilmente cuocevano il rancio. Riporto tutti i
particolari di ci che potei scorgere con poche
occhiate e notai subito dopo per conservarne
memoria esatta. Non v'era un borghese in tutta
la piazza. Molto innanzi fra l'obelisco e lo spazio
fra i due porticati v'era un numeroso gruppo di
uftcial: altri piccoli grup[)i (lua
e l noi \
"<!-;-
Simo spazio.
11 vetturino, poco tranquillo, rallentava senza
avvedersene il trottarono del suo cavallo: lo
ferm addirittura per domandarmi da quale parte
volevo uscir dalla piazza. La domanda era im-
barazzante per uno ohe vi entrava in (juel mo-
tn piaiza San Pietro i'A
mento per la prima volta. Domandai degli schia-
rimeiiti die per poco non mi costarono cari. Men-
tre discutevo in piedi, dal fondo della piazza, dove
erano gli zuavi, furono sparati tre colpi di fu-
cile uno subito dopo raltro. Non li avranno ti-
rati a me , n al vetturino , n tanto meno al
cavallo: ma mi parvero, lo confesso, pocliis-
siino incoraggianti. Mi venne subito in mente il
venta nen andeje del capitano Boycr e considerai
non senza inquietudine la mia condizione, pi
he altro ridicola. Perch il cacciai^i avanti a
capo ftto e farsi anunazzare come un cinghiale,
in un luogo non sottoposto in quel momento ad
alcuna giurisdizione duratura e legale, sarebbe
stato davvero mi eroismo da scMOcchi : racco-
mandarsi a ([ualcuno o scappare era indeco-
I oso e pericoloso. L'unico espediente possibile mi
parve il far mostra di non essermi neppur ac-
corto di quel saluto. Dissi al vetturino, eviden-
temente impensierito per la conservazione del
proprio essere e del proprio cavallo, di andare
ancora qualche passo avanti, e poi voltare rifa-
cendo la strada gi fatta. Mentre egli eseguiva
l'ordine datogli, con mano abbastanza sicura, ed
io mi davo l'aria di guardare la guglia e le fon-
tane monumentali, vidi un ufficiale distaccarsi
dal gruppo pi numeroso, nel quale erano il co-
lonnello AUet e il De Gharrette, e correre verso il
punto da dove erano partiti i colpi. Poi non vidi
pi nulla, perch il vetturino aveva voltato sol-
lecitando l'andatura della sua bestia, traver-
sando in fretta e furia piazza Rusticucci ed infi-
lando di galoppo per Borgo....
Al di qua del ponte, dalla parte italiana, ini
Pesci. Come siamo entrati in Roma. U
162 l'ingresso delle truppe
presi una amichevole lavata di capo dal capi-
tano Boyer, dopo la quale m'avviai nuovamente
verso piazza di Spagna. L'episodio che ho nar^
rato non ebbe di per se stesso alcuna impor-
tanza: l'ho voluto rammentare soltanto per far
vedere in quali strane condizioni si trov Roma
dalle 10 e mezza ant. del 20 settembre alle prime
ore del pomeriggio del 21, cio fino a quando le
truppe papaline furono definitivamente scom-i
parse, ed anche la citt Leonina fu occupata dai
nostri soldati.
Verso le 9 antimeridiane sfilava per piazza di
Spagna il corteo funebre del maggiore Pagliari.
Aprivano la marcia le quattro compagnie del
suo battaglione, il 31, in tenuta di marcia; poi
la musica del
19
fanteria ed un infinito numero
di sott'ufficiali dei dodici battaglioni bersaglieri
del
4
corpo. Il feretro era portato a spalla da
quattro sergenti del
34:
due capitani del batta-
glione e due maggiori d'artiglieria reggevano i
quattro lembi della coltre funebre, sulla quale
stavano il cappello, la sciarpa, la sciabola le
decorazioni del maggiore. Subito dopo la bara,
l'attendente portava a mano il cavallo del Pa-
gliari, quello stesso che il maggiore montava
(piando fu ucciso davanti alla breccia. Poi ve-
nivano il generale Cosenz ed il generale Cele-
stino Corte, molti ufficiali di tutti i corpi della
\\^
divisione, e dei bersaglieri del
4
corpo, ed
in) infinito numero di cittadini d'ogni condiziono.
La salma del maggior Pagliari fu provvisoria-
mente tumulata a Campo Vcrano, da dove fu
l)oi
trasportata al di lui paese natale, presso Ci*e-
La salma del maggior Pagliari 163
mona, e la tomba di lui ora frequente meta di
patriottiche e pie visite di militari e di cittadini.
I preti, per ordine superiore, ricusarono il loro
ufficio e la tumulazione non fu accompii^nata
(la alcuna pompa religiosa.
Poche sere dopo ebbi occasione di trovarmi in
una casa con un prelato, clfera stato dei primi
a uscir fuori ed a persuadersi che la presenza
delle truppe italiane in Roma era una fjjaranzia
del mantenimento dell'ordine e della libert per
tutti. 11 discorso cadde, non so come, sulla tu-
mulazione del maj7j;ior Pagliari. Come il prelato
si mostrava rajj^ionevole e disinvolto, n io po-
tevo aver ritc^nio ad esprimere rispettosamente
ci che mi pareva indiscutibilmente
giusto, gli
manifestai la mia sorpresa per quanto era av-
venuto a Campo Verano. 11 prelato si strinse
nelle spalle, e poi fece un gesto espressivo come
per dirmi
''
cosi vuoisi col dove si puote
.
Non
sono punto convinto ch'egli, per quanto orto-
dosso, approvasse. Alcune signore liberali, ossia
bianche

come si diceva in quei primi giorni,
per antitesi al nero colore sacerdotale

comin-
ciarono subito dopo ad assalire il prelato,
a ri-
guardo d' un cappuccino che essendo
stato il
giorno precedente ad assistere alcuni feriti, a villa
Potenziani fuori porta Salara, la sera
tornando
al convento se n'era viste sbattere in faccia le
porte. 11 prelato, messo alle strette, si prov
a
difendere il provvedimento ordinato
dall'autorit
ecclesiastica: poi fin col perdere la pazienza
ed
esclamare:

Oh! sapete die ce dico! niid.-iir .-i |.rcii<i<M--


vcla....
col cardinale Antonelli.
164 l'ingresso delle TRlJPPfi
Cos disse, ma a tutti parve che avesse
pen?
sato altrimenti, a un'altra persona. :-
Dal quartier generale principale era stato in-
tanto disposto che le due brigate della
11*
e
12*
di-
visione non entrate in citt il giorno 20

cio
la brigata Sicilia

maggior generale Lanzavec-
chia di Buri

e la brigata Modena

maggior
generale Garchidio

si trovassero incolonnate
alle 10 antimeridiane fuori di porta Pia agli or-
dini del generale conte Maz de la Roche. Il
get-
nerale Cadorna, uscendo da villa Albani, sareblje
andato a mettersi alla loro testa ed avrebbe fatto
l'ingresso solenne in citt, percorrendo il Corso
e arrivando fino a porta San Pancrazio. Uscite
da questa porta le truppe, in una localit anto-
cedentemente cTesignata, avrebbero reso gli onori
di guerra alle truppe pontificie, secondo era sta-
bilito dai patti della resa. Deposte armi e bandiere
le truppe
pontificie sarebbero state iinmediata-
mente dirette a Civitavecchia e da Civitavecchiii
rimpatriati gli stranieri, riuniti in Alessandria gU
indigeni.
Roma si preparava fino dall'alba ad accogliere
degnamente i soldati liberatori. Sgombro ormai
dall'animo ogni timore, non pi incerti del do-
mani, non pi trepidanti per l'esito di un coii-|
flitto che avrebbe potuto esser causa di mag-
giore eccidio, i cittadini s'erano svegliati col
cuore pieno di giubilo, valutando meglio che nel
turbamento delle prime ore tutta Y importanza
di quanto era accaduto sotto i loro occhi. Si pu
asserire in piena coscienza che anche in quanti^
per convinzione, per posizione sociale o por tor*
L'ingresso solenne
165
11 aconto, erano affezionati al governo pontifcio,
Ir paure del giorno antecedente erano quasi
intieramente sconnparse. Avevano veduto, oc-
cliieggiando da dietro le persiane o le porte, i
nostri soldati, tranquilli, docili, disciplinati, aspet-
tare per delle ore e delle ore nelle piazze, per
le strade, accanto al loro zaino e al loro fucile,
non soltanto senza offender nessuno e senza
fare alcun atto di soldatesca molestia, ma guar-
dandosi anche dal procurare ai cittadini i piccoli
fastidi prodotti da un qualsiasi agglomerarsi
di gente. Avevano veduto bersaglieri, lancieri,
artiglieri, appena liberi per una mezz'ora, en-
trare rispettosamente nelle chiese ammirando.
Nei contatti, inevitabili in quei momenti, che ave-
vano dovuto avere con ufficiali e con graduati,
erano stati costretti ad ammirarjie le riguardose
^'1
educate maniere.

!:
poi, bisogna pur dirlo, anche molti neri^pev
quanto neri fossero, si ricordavano involonta-
riamente d'essere italiani, ed i
"
piemontesi

del-
li
sercito parlavano tutti i dialetti pi o meno ar-
luoniosi della penisola, e andavano in visibilio
udendo il maschio e pur dolce dialetto romano. Il
iitimento dell'italianit si faceva strada nel
cuore di tutti, ed in fin dei conti qualunque nero
preferiva di aver da fare con un buon bersa-
gliere umbro o napoletano, umile figliolo di con-
tadini, anzich con un petulante zuavo, padrone
d'un phaeton e d'una pariglia e sempre pronto ad
insolentire i Romani in una qualsiasi lingua
ostrogota.
Alle belle cose, allo stato di pieno compiaci-
166 l'ingresso delle truppe
mento dell' animo si fa subito l'abitudine e a
quante diecine di migliaia di cittadini avevano
veduto con gioia entrare la mattina del 20 gli
Italiani da porta Pia, quasi non pareva vero.
che quel fatto fosse accaduto poche ore prima.
In ogni modo l'ingresso soleime della mattina
del 21 doveva essere la consacrazione soleinie
del grande avvenimento, e nulla pareva troppo;
per festeggiarla. impossibile dire con quanta
ansiosa
aspettativa la popolazione della citt si
fosse andata accalcando lungo le strade per le
quali dovevano passare il generale e le truppe.
Per quanto lungo l'itinerario che dovevano per-
correre traversando la citt da porta Pia a porta
San Pancrazio, non v'era tratto sgombro di gente.
Ma lo spettacolo della folla aspettante era vera-
mente grandioso lungo il Corso. I balconi e le
finestre parate di damaschi: le bandiere tricolori
a migliaia da per tutto, d'ogni stoffa, d'ogni gran-
dezza. Terrazzini, balconi, finestre rigurgitavano
di signore e di signorine: il sole splendeva, l'aria
odorava di fiori e di lauri.
Mi trovai ad un Ijalcone, in quel tratto del Coi^o
che ora ha perduto
1'
antica fisononna in con-
seguenza dell'allargamento e della costruzione
del nuovo palazzo Marignoli, in mezzo ad una
eletta schiera di signore e di giovani romani. Il
nostro sguardo poteva spingersi a destra fino
a piazza San Carlo, a sinistra fino al palazzo Si-
monctti e al palazzo Doria. Domandavo con
cu-
riosit ai miei nuovi amici dove abitavano i neri,
visto e considerato che in tutto il Corso v'erano
tante poche finestre senza parati e senza ban-
(fitMo. Invece di rispondermi le signore ini teiu-
L'aspettativa 167
pestavano di domande ed avi^ebbero voluto sa-
pere da me, per filo e per segno, vita, morte e
miracoli d'ogni generale, d'ogni colonnello che
doveva passare. Ogni minuto un movimento della
folla ci faceva credere che arrivassero: ei'a un
falso allarme, e la folla, sempre bambina,
scoi>
piava in una clamorosa risata, o fischiava ru-
morosamente un cane randagio che non saixjva
trovar modo d'uscire di mezzo alla stradji sulla
quale era stata sparsa la sabbia color d'oro, in-
dizio certo di grandi solennit e, fino al giorno
precedente, del passaggio del Papa in pubblica
foima. Lungo il Corso la lolla non era trattenuta
da soldati, da guardie, da nessuno; ma volen-
terosa, s'andava stringendo contro i muri delle
case, contro le poi-te e le aperture delle botteghe
r
(love avevano improvvisato de* palchi.
l'inalmente un grido enorme lontano, un grande
ed alto grido di festa che appena ad intervalli
lasciava giungere alle nostre orecchie anche i
ioni interrotti e confusi d'una marcia militare,
annunzi l'arrivo desiderato. Erano circa le 11.
Vedevamo lontano l'aria oscurata da nembi di
fiori e un sventolare di fazzoletti, di bandiere, un
i tarsi forsennato di gente. Una massa compatta
sulla cui oscurit scintillavano corruscanti i ri-
cami argentei e lampeggiavano i riflessi del sole
sull'armi nitide e terse, si avanzava lentamente
accompagnata come da un tuono d'applausi, da
un rombo di acclamazioni e d' entusiasmo.
11 generale Cadorna precedeva a cavallo, col
Ito seraficamente sorridente, commosso.
Se
li non avesse profondamente sentita la com-
piacenza di quel trionfo, non concesso dal de-
168 l'ingresso delle truppe
stino ai primi conquistatori del mondo,
sarebbe
stato, e non era certamente, indegno di quel-
l'ora grande e solenne. Entrare in Roma alla te-
sta d'un esercito italiano ed entrarvi acclamato!
Chi non avrebbe dato dieci, venti anni di vita o di
regno per ottenere altrettanto! Nuvole di fiori ca-
devano sul generale : i popolani gli alzavano
da-
vanti bambinetti gi vestiti da bersaglieri
o da
guardia nazionale, perch li vedesse e rivolgesse
loro un sorriso; oppure gli si avvicinavano
per
toccarlo, per potergli baciare un ginocchio, un
lembo dell'uniforme. Perch Raffaele Cadorna
non appariva in quel momento agli occhi di tutti
soltanto il valoroso soldato di San Martino, il
pacificatore di Palermo, l'uomo di senno e d'ar-
dimento che aveva meritata la fiducia del Go-
verno nella alta e delicata missione di occu-
pare Roma : Raffaele Cadorna era la personifi-
cazione dell'Italia liberatrice e trionfante che ve-
niva dopo tanti secoli a metter piede nella sua
capitale predestinata....
Il Cadorna era seguito dai generali Celestino
Corte e de Ghevilly, dal colonnello Primerano,
dal tenente colonnello Caccialupi, da tutti i capi
di servizio e dagli altri numerosi ufficiali addetti
al quartier generale del
4^
corpo: il capitano Fri-
gerio

oggi colonnello del reggimento Aosta

comandava la scorta composta da carabinieri
e
lancieri d'Aosta.
Dopo il quartier generale del
4**
corpo, caval-
cava elegante ed ardito il generale conte Gustavo
Maz de la Roche, accolto egli pure da assor-
danti applausi. Si sapeva gi ch'egli era stato
uno de' pi arditi assalitori della vigilia e colla
Passano le truppe 169
Lksc
E
sciabola in pugno aveva scalato insieme con i
oldati l'opera esterna di porta Pia. Il generale,
entre il cavallo caracollava un
p*
turbato da
quel frastuono, rispondeva con squisita grazia
cavalleresca
ai saluti ed agli evviva delle si-
nore, non presago, ahim! della tragica fine
"che da un altro cavallo gli era serbata ^ Dopo
il
generale Maz ecco il generale Giuseppe Lan-
zavecchia di Buri, un altro bel tipo di gentiluomo
iemontese,
antico maggiore e colonnello dei
ersaglieri, grassotto, con la faccia piena, quasi
ompletamente rasata. Lo seguiva la musica
ci
61^
che suonava la marcia reale a perdifiato
ra le
acclamazioni allegre del pubblico, scosso,
saltato anche pi da quelle note vivaci. Sfilarono
l
61
e il G2

brigata Sicilia

e sopra le lun-
he file de' battaglioni contirmavano a piovere i
petali delle rose sfogliate e le foglie de' lauri e
degli allori. Quando le bandiere de' reggimenti
apparivano, la folla prima quietavasi un mo-
mento, come presa da riverenza, poi gridava pi
furto. Kva un delirio, che oggi pu esser com-
preso
soltanto da chi ne fu testimonio e capisce
benissimo come agli altri possa parerne esage-
rata la narrazione.
Dietro la brigata Sicilia marciava la brigata
Modena
41
e
42
fanteria

comandata
dal
generale Carchidio, ed ebbe, manco a dirlo,
la
stessa accoglienza. Poi comparvero i quattro
squadroni dei lancieri d'Aosta, addetti alla
12^
di-
1
II generale Maz de la Roche, essendo a Torino coman-
dante del I corpo d'esercito, rimase vittima di una caduta
da
cavallo il 20 marzo 1886.
170 l'ingresso delle truppe
visione, alla testa de' quali cavalcava il colon-
nello Municchi. Le acclamazioni continuarono:
la folla si spingeva addosso ai cavalli a rischio
di farsi schiacciare i piedi, perch tutti volevano
veder da vicino, toccare, stringer la mano ai no-
stri lancieri, sulle teste dei quali si agitava com-
mossa la selva d' aste di frassino ornate dalle
l)anderuole azzurre. Quelle banderuole s' erano
gi allontanate, avevano oltrepassato piazza Co-
lonna e le manifestazioni di gioia continuavano
ancora.
Dovetti lasciare il gradito spettacolo e la com-
pagnia lieta per farmi strada alla meglio in mezzo
alla folla e correre poi, per strade sconosciute,
di l dal Tevere fuori di porta San Pancrazio per
assistere ad una sfilata d'un altro genere; quella
delle truppe pontificie. Uscendo armate da porta
Gavalleggeri, la pi vicina a piazza San Pietro
e
percorrendo la strada da quella porta all'altra
di San Pancrazio, prima di giungervi dovevano
passare dinanzi al Cadorna e alle truppe nostre,
che rendevano loro i pattuiti onori di guerra
;
poi deporre armi e bandiere ed avviarsi alla sta-
zione di Ponte Galera a trovare i treni che do-
vevano portarle a Civitaveccjiia.
Una parte delle truppe pontifcie era stata fatta
prigioniera a Civitavecchia: piccoli distaccamenti
in altre localit. I difensori di quel tratto
della
cinta di Roma assalita direttamente dal
4
corpo
erano stati pure in pai'te fatti prigionieri ed av-
viati fin dalla notte procedente alla loro destina-
zione. Dovevano dunque sfilare le truppe com-
prose nella capitolazione, che la mattina avevo
viste schierate in piazza San IMetro. li gene-
i
Fuori di porta San Pancrazio 171
lalc Kaii/ler, comandante dell'esercito pontifcio,
avi'cbbe dovuto essere alla loro testa, ma pre-
ri di non farsi vedere. Lo incontrai, in car-
zza scoperta, col colonnello Calmi ed il ma?:-
-:iore Rivalla suo capo di stato ma^jz:iore, diretto,
ledo, al Vati(;ano, dopo aver dato le disposi-
ioni per la sflata.
Il generale Cadorna stava in uno dei rientranti
Iella cinta bastionata, fra le due porte, circon-
lato dal suo stato inajrf2:iore : a una settantina
li metri a sinistra da lui il generale Maz qualo
mandante le nosti'c truppe che rendevano gli
nori. 11 generale Bixio, die aveva il suo quar-
ere generale poco discosto, a villa Coi'sini

'dove poi al)it il barone Bettino Hi('as(li (piando
stava a Roma durante la sessione parla ncntan^

era venuto egli pure ad assistere alla sfilata,


mettendosi ad una trentina di metri pi a si-
nistra del generale Maz , sicch fi*a il Bixio <;
il Cadorna v'era la distanza d'un centinaio di
Ctrl. Il Bixio era accompagnato dal colonnello
an Marzano e da altri ulciali del quartier
ge-
rale della seconda divisione. Insisto in questi
inuti particolari perch si riferiscono ad un
pisodio del
<
piale si molto parlato e quasi
mpre inesattamente. Aggiungo che agli spetta-
ri borghesi era assolutamente impossibile
av-
icinarsi, essendo chiusi gli accessi alla strada
i circonvallazione esterna dalle due parti, ma
medaglie da deputato del conte Carlo Arri-
abene avevano aperto la strada a lui ed an-
he a me.
Sfilarono primi gli zuavi assai dignitosamente-
d abbastanza bene ordinati. Ho detto dello strano
172 l'ingresso delle truppe
aspetto di quella truppa parlando di Civita-Ca-
stellana. Saranno stati un migliaio: alla testa
del reggimento cavalcavano il tenente colonnello
Gharrette

beli' uomo , che in Francia poco
dopo mostr d'essere anche un valoroso

ed
il capitano aiutante maggiore Ferron. Il grosso
colonnello Allet non aveva forse voluto procu-
rarci lo spettacolo di vederlo in lotta col suo
cavallo.
Alcuni plotoni di zuavi, passando davanti al
generale Cadorna, a fianco del quale stava, ma
a piedi, il generale Zappi, avevano gridato Vive
le Pape, Vive Pie IX: ma nessuno ne aveva
fatto gran caso.
Dopo gli zuavi arriv la legione d'Antibo, un
grosso reggimento vestito alla francese, con i
pantaloni [/arance e le ghette bianche, il berretto
alla francese messo alla sgherra. Qui comincia-
rono davvero le dolenti note. Gli Antiboini, che
non erano mai stati veduti al fuoco, si presen-
tarono in attitudine provocante, contraria a qua-
lunque buona regola di disciplina e di educa-
zione militare. Le loro grida alte e floche ave-
vano un tono d'insolenza assolutamente intolle-
rabile. Gi'idavano Au revoir bientt ed anche
bas la canaille. Gli ufficiali degli stati maggiori
e
quelli sotto le armi, obbligati a salutare tale
gentaglia , fremevano. Fu allora che il Bixio si
avvicin al generale Cadorna dal quale , come
ho detto , si trovava distante un centinaio di
metri e gli fece notare , coii pai-ole vivaci , la
scena disgustosa.
Non ho punto la intenzione di dare a
(lUc^ti
ricordi una intonazione polemica e tanto meno
Uno scatto di Kino Biodo 17
di mettere in dubbio quanto stato asserito nei
suoi scritti dal generale Cadorna. Ma ai molti
presenti a quell'incidente

che fortunatamente
sopravvivono, ed alcuni de' quali ho potuto an-
che interrogare recentemente

non parve punto


che il generale Bixio desse
"
in iscandescenze

come il Cadorna ha narrato. Sicuro I il Bixio non
era uomo da lasciarsi insultare e tanto meno da
lasciare insultare gli altri a quel modo. Quando
si mosse, si vedeva in lui Tuomo concitato da
un forte sdegno : le sue parole saranno state cer-
tamente severe, fors'anche non misurate; certo
per che tutti i presenti gli furono grati d'essersi
mosso. Credo piuttosto che il generale Cadorna
non avesse badato abbastanza al contegno degli
Antiboini, distratto dall'ascoltare il conte d'Arnim
venuto a cercarlo in vettura per un altro Inci-
dente del quale dir fra poco.
La sfilata continu senz'altri episodi notevoli.
Passarono composti i cacciatori esteri
,
quasi
tutti tedeschi del Baden, della Baviera e del Vir-
temberg: sfilarono i resti del reggimento di linea
indgeno, alcune compagnie del quale erano gi
rimaste prigioniere a Civitavecchia
;
passarono i
carabinieri esteri ed i cacciatori indigeni, i dra-
goni, anche quelli tutti italiani, e finalmente l'ar-
tiglieria da campagna. Deposte le armi , i pri-
gionieri furono accompagnati a ponte Galera
da buona scorta e fatti partire in tre riprese,
prima di sera.
Il conte d'Arnim era venuto ad avvisare il ge-
nerale Cadorna che stava accadendo quanto non
era difficile prevedere, ma non si poteva n si
doveva anticipatamente impedire. La sfilata fuori
17 t l'ingresso delle TRUPPK
delle porte dur dalle 12 e mezza a dopo le 3. A\>
pena incominciata, erano state abbassate le ban-
diere pontificie al ponte Sant'Angelo e sull'alto del
Castello, ormai sgombro dai Papalini. Il
21^
batta-
glione bersaglieri era rimasto di guardia alla
destra del ponte e la citt Leonina si trovava com-
pletamente sgombra di truppe. La guardia no-
bile, la palatina, la guardia svizzera, i gendarmi
erano stati lasciati al Papa a guardia del Vati-
cano; la capitolazione di villa Albani, escludendo
che quella parte di citt l'osse consegnata alle
truppe di Sua Maest, dava adito a supporre
che la tutela del buon ordine vi fosse affidata
ai gendarmi pontifici, come dire a quelli che
avrebbero dato occasione o pretesto a far na-
scere confusione e disordine.
Saputo lo sgombero del Castello e della citt
Leonina, il popolo, o, per dir meglio, una parte
])iii irrequieta del popolo pens a tante cose alle
(inali l'entusiasmo non aveva permesso di rivol-
gere il pensiero nelle ultime ventiquattr'ore. L'or-
dine esemplare della citt minacci per un mo-
mento d'esser turbato. Non voglio supporre che
alcuno andasse nella citt Leonina con cattive
intenzioni. Per farle venire per bast incontrare
per Borgo alcuni gendarmi, che vista la mala
])Mrata fecero dietrofront e corsero verso il Va-
ticano. Raggiunti, alcuni furono malmenati, senza
conseguenze gravi: tre o quattro centinaia di
persone, inseguendoli fino alla porta di bronzo
del palazzo, non commisero vere violenze; ma si
udirono in piazza grida di ostilit e di minaccia
((Mitro il Pontefice, mentre un altro gruppo di
gente s'avviava alla caserma Serristori rimasta
Nella citt Leonina 175
vuota. Fu allora clic il conte d'Arniiu, trovandosi
in Vaticano e sapendo che il generale Cadorna
.issisteva fuori di San Pancrazio alla sfilata de'
l)ontifci, lo raggiunse per esprimergli il deside-
rio che anche nella citt Leonina la quiete pub-
blica fosse tutelata e garantita dalle truppe itii-
liane. Appartiene ormai alla storia il risultato
(ielle sollecite trattative: il Cadorna dichiar al-
1 Arniin d'essere pronto ad addossai*si la re-
si)onsabilit della occupiizone della citt Leo-
nina, purch questa gli fosse richiesta hi nome
del Papa. Poco dopo, mentre la sfilata continuava,
il conte d' Arnim ritornava con una lettera del
onerale Kanzler, nella quale questi si diceva iii-
raricato di significare al generale Cadorna il de-
siderio di Sua Santit di veder prese "disposi-
zioni energiche ed efficaci per la tutela del Va-
ticano
.
11
21
bersaglieri, comandato dal maggior Gola
fii subito per Borgo in piazza del Vaticano: lo
sogni un battaglione di fanteria, e quando rion-
Iraninio in citt per porta Cavalleggeri i due bat-
taglioni avevano fatti i fasci d'arme sotto i por-
ticati del Bernini e non v'era pi traccia del
tafferuglio accaduto. Ci fu detto allora che dai
fiondarmi rifugiatisi in Vaticano o da qualche
loro compagno erano state tirate due fucilate
dalle finestre del palazzo. Non posso asserirlo:
.iii/.i credo che non sia vero. Il fatto che pen-
ando quanto poteva accadere, bisogna ricono-
cere un gran buon senso nella popolazione
di
I ionia. Molti altri esempi si potrebbero
citare.
Quel giorno stesso alcuni ufficiali pontifici ro^
mani o abitanti in Roma, avvenuta la consegna
176 L*1NGEESS0 DELLE TfiUPt
delle armi e de' prigionieri

gli ufficiali ave-
vano (Conservato la sciabola

rientrarono nelle
loro case, alcuni soli, altri accompagnati con mi-
litare cortesia da qualche ufficiale nostro, senza
essere molestati.
Ci rest il tempo di correre in botte alle am-
bulanze impiantate provvisoriamente fuori porta
Salara, a villa Potenziani. Io v'andai se non altro
per rivedere la salma del tenente Giulio Cesare
Paoletti prima che fosse trasportata a Firenze.
Il Paoletti , col quale eravamo stati compagni
d'infanzia, era un giovane ventiquattrenne, di
buonissima indole, amato da tutti. Suo fratello,
avvisato telegraficamente la mattina del 20 dal
capitano Righini che Giulio Cesare era rimasto
ferito, venne subito da Firenze ma non giunse
a tempo a raccoglierne l'ultimo respiro. Il po-
vero giovane era desolato: quando lo vidi, pa-
recchi semplici artiglieri della batteria del fratello,
gli stavano d'intorno con le lagrime agli occhi,
quasi a confortarlo ma non osando aprir bocca.
Trovai all' ambulanza anclie il fraticello di
San Francesco, espulso dal convento per essere
stato ad assistere i feriti anche il giorno innanzi.
Non era punto dolente dall'espulsione, ed obbli-
gato a scegliere fra
1'
ubbidienza dell' ordine e
la carit cristiana, si era definitivamente riso-
luto per la carit. Pochi giorni dopo butt via
saio, cappuccio e cordone e divent poi mae-
stro elementare e col tempo, credo, anche ispet-
tore scolastico o qualche cosa di simile.
11 numero de' feriti ancora ricoverati all' am-
bulanza non era grande. Un medico militare
di
Alle ambulanze 177
servizio ci raccont vari curiosi episodi. La mat-
tina era andato a visitare i feriti il signor Ro-
maico, un celebre pittore austriaco domiciliato
da un pezzo a Roma. Voleva lasciare del da-
naro ai medici, che non l'accettarono perch i
feriti non mancavano di nulla. Il Romako do-
mand allora ai feriti che cosa desiderassero:
udendo dalla proimnzia eh* egli era straniero,
quei buoni ragazzi, chi sa perch, diffidavano.
Egli se n'accorse e disse eloquenti parole d'am-
niiiazione per l'Italia ed i soldati italiani: allora
i feriti non ebbero pi alcun sospetto e mostra*
rono desiderio d'aver dei sigari. Un'ora dopo
ne giunsero in abbondanza mandati da lui.
Un carabiniere, entrato nel locale dell' ambu-
lanza, chiese di poter parlare con il medico di
servizio, al quale rispettosamente e con un po'
d'imbarazzo consegn dieci lire per i feriti, scu-
sandosi di non poter dare di pi.... ma quelle
dieci lire erano tutta la sua ricchezza. E quasi
clie tanto nobile generosit fosse poca virt,
.'ppe aumentarne il pregio rifiutandosi di dire
il medico il proprio nome.
Fia i feriti v'erano due soldati della
9*
com-
pagnia del
41
fanteria che avevano slogato il
collo del piede. Il generale Garchidio quella stessa
sera mi raccont il perch di quelle due sloga-
ture. La
9*
compagnia del
41
apparteneva alla
colonna di destra della
12*
divisione

cio a
quella che doveva concorrere all' assalto della
breccia con la colonna di sinistra dell'
11*
divi-
sione

e si trovava sopra un alto ciglione so-
stenuto da un pezzo di muro cadente. Vedendo
avanzare obliquamente un battaglione dell'll* di
Peeci. Come siamo entrati in Roma. IS
1^8 L*INGfeE9S0 DELLE tRUfPfi
visione e temendo d'essere prevenuta all'assai lo,
la
compagnia tutta insieme si butt gi dall'al-
tezza d'un paio di metri e corse alla breccia. Nel
cadere sui sassi quei due soldati si slogarono
e si distorsero ciascuno un piede, e ne furono
grandemente dolenti, ma soltanto perch non po-
terono andar con gli altri all'assalto.
Rivedemmo porta Pia. La devastazione, poich
tutto all'intorno era quieto e calmo, appariva pi
grande. Il suolo era ancora ingombro di fran-
tumi, di pezzi delle nostre granate scoppiate. I
due pezzi d'artiglieria, collocati a difesa del ti*in-
ceramento,
giacevano ancora li per terra smon-
tati. Le macerie della cinta Aureliana, nel luogo
dove era stata aperta la breccia, ingombravano
tutta la strada di circonvallazione esterna: il
giardino di villa Bonaparte appariva completa-
mente devastato; l'opera distruggitrice delle gra-
nate era stata compiuta dal combattimento a
corpo a corpo fra i bersaglieri e i difensori della
breccia.
L'ingresso al giardino Bonaparte rimasto a-
perto da due o tre parti era guardato da nostre
sentinelle.
Incontrammo i feriti della
12*
divisione men-
tre li trasportavano in citt da villa Pati'izi. dove
erano rimasti fino a quell'ora premurosamente
assistiti. Erano una trentina, quasi tutti feriti alle
l)raccia, nessuno gravemente. A villa Patrizi era
stato portato moribondo, appena caduto a porta
Pia, il tenente Valen/iani del l(f, e vi era spirato
subito dopo. La salma di lui fu atxompagnata a
Campo Verano la mattina seguente con gli onori
il corso ilumvaio 179
militari, e con {grande corteo d'ufficiali di tutti i
gradi e di cittadini.
Ritornando verso il centro della citt circa
un'ora dopo il tramonto, trovammo le strade
accalcate di folla festosa ancora pi ftta, pare
impossibile, di quella della sera innanzi. Alla
Ila de' cittadini si mescolava una folla varia
soldati di tutte le armi : i comandi delle bri-
gate e de' corpi accampati ancora fUor di citt
avevano permesso a' loro uomini d'andare dentro
le mura fino all'ora della ritirata; gli ufficiali
del reggimento Savoja cavalleria e de' grana-
tieri Lombardia facevano restare attoniti i buoni
romani per l loro elmi e le loro stature. A buio,
tutto il Corso s' illumin da una estremit al-
l' altra, in un batter d' occhio. Pareva un gran
fiume di luce. A quella dei girando municipali
e dell'infinita miriade di lumi posti sulle fine-
stre , sui balconi , sui terrazzini , s' aggiungeva
un'altra infinita quantit di fiaccole, di torcetti,
di torcie portate in mano dai cittadini che pas-
seggiavano. L'entusiasmo s'era, se lecita la
frase, ordinato e disciplinato. Impedita la circola^,
zione delle vetture, non meno di cinquanta mila
persone andavano e venivano lentamente, quasi
<on solennit, in mezzo a quello splendore ab-
bagliante, da piazza del Popolo a piazza di Ve-
nezia. Gli uomini d'ogni condizione portavano
nel cappello un pezzo di carta con un gran SI
stampato: le donne lo portavano sul petto o ap-
puntato sopra una spalla. Quel s rispondeva al
manifesto pubblicato quel giorno dal Cadorna
nel quale si alludeva ai liberi suffragi de' citta-
dini romani.
180
Il Cadorna da Villa Albani aveva trasferito il
suo quartier generale al palazzo del principe di
Piombino in piazza Colonna, oggi demolito anclie
quello, forse per mettere in mostra le brutture
che nascondeva con la sua mole. L'acclama-
zione lunga insistente di migliaia e migliaia di
persone lo invit ad affacciarsi, e quando com-
parve migliaia e migliaia di bocche gridarono
un S talmente alto e sonoro che devono averlo
udito di l dal Tevere. Pi volte il comandante
del
4**
corpo, investito fin dtil giorno precedente
dal governo del Re anche dei poteri civili , do-
vette farsi vedere e pi volte quel S tuon for-
midabile.
Sotto le finestre dell'albergo di Roma, in piazza
San Carlo, si applaudiva intanto al general Co-
senz che vi aveva posto dimora, e manco a
dirlo, gli ufficiali di tutte le armi e di tutti i
gradi

i soldati all'ora della ritirata erano scom-


parsi

si vedevano circondati, acclamati, ab-
bracciati, baciati e portati in trionfo. Anche
quella sera si fin per andare all'albergo, molto
dopo la mezzanotte, spossati e non potendo dire
in coscienza dieni perdidi. Il conte Arrivabene
ci faceva un po' il broncio ed aveva mille ra-
gioni, perch spensieratamente gli avevamo fatto
un tiro birbone.
In mezzo alla folla, 11 sotto al palazzo Fiano,
a
taluni che guardavano curiosamente il vestito
di velluto, gli stivali lucidi e il cappello alla ca-
labrese del nostro ottimo amico, sussurrammo
all'orecchio discretamente ch'egli era il generale
Bixio. Fu come mettere il fuoco all'estremit
d' una traccia di polvere : dopo un minuto se-
L'entusiasmo popolare 181
condo, il grido di cica Bixio eclieggi fino al
cielo, mentre noi scantonavamo solleciti per via
della Vite, ed il buon conte, sollevato sulle brac-
cia del popolo, come un imperatore su quelle
dei legionari, strepitava proclamando l'equivoco
del quale aveva indovinata l'origine. Ci fece una
lavata di capo, ma la mattina dopo era tornato
del suo solito umore.
IX.
Fino al giorno del plebiscito.
Si toma alla calma.

Il generale Masi ed i suoi manifesti.

La necessit d'un governo.



Un comizio popolare nel
Colosseo.

Un antico triumviro del 1849.

Applausi e
fischi.

Accoglienza fatta ai liberali della seconda gior-
nata.

Come and a finire il Comizio e come fu fatta la
Giunta.

I
"
mercanti de campagna
.

La lettura dei
manifesti.

Giornali, giornalai e giornalisti.

La ricon-
segna delle armi.

L'abbattimento degli stemmi pap'li.

Una folla di soldati nella basilica di San Pietro.

Pio IX
ed il sentimento dell'arte.

La guarnigione Vaticana.

La formula e i preparativi del plebiscito.

Un problema
internazionale basato sopra un equivoco.
Siccome tutto quaggi deve avere una fine, o
venire a noia, la mattiiia del 22 settembre la
citt cominci a riprendere le sue abitudini e
l'apparenza consueta. I negozi, rimasti chiusi il
20,
riaperti il 21 come luogo d ritrovo, si riaprivano
il 22 per i consueti commerci. I negozianti di
via Condotti inaugurarono la vita commerciale
della nuova Roma con un'opera buona. Nel Caffo
del Greco, un caff storico per essere stato sem-
pre frequentato da artisti di tutto il mondo, fu
aperta una sottoscrizione per i nostri feriti ;
i
Occorre un governo
183
promotori andarono poi dagli orafi, dai nego-
zianti di quadri, dai bancliieri, dagli altri bot-
tegai di quella strada e raccolsero in tre quarti
d'ora una somma considerevole: T esempio fu
imitato in altri rioni.
Il bisogno di tornare alle occupazioni consuete
si faceva sentire anclie nelle parti meno cen-
trali e meno fiequentate di Roma. Bench nes-
sun disordine fosse accaduto, nessun abuso fosse
stato commesso, e in due giorni non fosse av-
venuta neppure una delle solite risse, ci voleva
un'autorit forte ed univei'salmente riconosciuta
l)cr
tenere a freno i birbanti

ve ne sono da per
tutto ed in ogni occasione

ed ispirare tran-
quillit ai galantuomini. La citt aveva bisogno
di quiete ed occorreva tener d' occliio parecchi
figuri gi piombati su Roma come corvi sopra
la preda.
Il generale Cadorna cominci col dare delle
disposizioni riguardanti il non pi necessario ag-
glomeramento di molte truppe, causa possibile
di non pochi inconvenienti, specie per l'igiene e
per l'andamento dei servizi amministrativi. Due
dei sei battaglioni di bersaglieri della riserva del
4*^
corpo erano ancora in piazza Colonna dal me-
riggio del 20,
accoccolati durante la notte come
potevano, che in una piazza selciata non si pos-
sono neppure piantar le tende. Fu dato l'ordine
della partenza ad alcuni reggimenti: la
13*
di-
visione (Ferrer) fu destinata ad occupare per-
manentemente la citt rimanendovi anche prov-
visoriamente i sei battaglioni bersaglieri della
riserva, i reggimenti di lancieri Novara, Aosta
e Milano. Presero stabile assetto in Castel S.
Ai|-
184
FINO AL GIORNO DEL PLEBISCITO
gelo e nelle altre caserme disponibili la brigata
Cuneo

generale De Fornari

cio il
7**
e
l'go
reggimento di fanteria
;
la brigata Abruzzi

generale Bessone
57
e
58
fanteria; il
16
e
36
battaglione bersaglieri

maggiori Garrone
e Prevignano.
Fu pubblicata una notificazione con la quale
il Cadorna delegava al generale Masi le facolt
delle quali egli era investito per il governo ci-
vile provvisorio della citt, ed il Masi, antico
segretario del principe di Canino e deputato alla
Costituente romana del
1849, pubblicando un ma-
nifesto ai suoi concittadini romani, fece appello
al loro patriotismo pregandoli a ritornare alla
tranquillit delle consuete occupazioni. Con un
altro manifesto invit chiunque avesse preso o
fosse altrimenti venuto in possesso d'armi o
di munizioni, di andare a consegnarle subito al
comando di piazza. Ed i romani provarono su-
bito come non fosse mal fondata la fiducia nella
loro saviezza.
Roma sollecitamente riprese
1'
aspetto di una
citt che pensa serenamente ai casi suoi, e
quanti bei Remington furono portati al comando
militare stabilito a piazza Colonna!
Urgeva altres creare una qualche forma di
governo civile che reggesse citt e provincia
fino al plebiscito ed alla conseguente promulga-
zione delle leggi italiane, ed al (luale fosse affi-
dato l'incarico di provvedere ai servizi cittadini
fino alla regolare costituzione d'un consiglio e
d'una Giunta municipale.
Questo Governo, a parer di molti, avrebbe do-
vuto essere nominato dal generale Cadorna, ap-
La prima Giunta municipale 185
pena occupata Roma, poich non era possibile
aspettare i preparativi necessari ad una regolare
elezione. Il generale fu di dififerente opinione e
ritard la nomina fino al 23.
Lo stesso giorno dell'ingresso in Roma, ap-
pena occupato il Campidoglio, alcuni dei presenti
non
atterriti dalla sacra maest del luogo, no-
minarono in famiglia una prima Giunta. Poco
dopo ne fu nominata una seconda, d'altro co-
lore

i venuti di fuori parlavano gi di colori

che non prese possesso d* alcun ufficio. Fu


proposta la fusione delle due Giunte autoctone,
ma non si pot metterle d'accordo. Intanto,
della necessit d'un governo e della evidente sua
mancanza profittarono alcuni del partito avan-
zato, invitando il popolo romano ad una adu-
nanza nel Colosseo per eleggere la Giunta prov-
visoria.
L'adunanza popolare era fissata ])( r le tre po-
meridiane del 22. V'andai un'ora prima, anche
per rivedere con agio l' immensa mole
appena
intraveduta nel buio la sera del 20 settembre.
1 tre ordini di portici erano gi gremiti di cu-
riosi, perch se non fu punto giustificato il ti-
more di disordini, forse troppo cliiaramente
di-
mostrato, certo che il concorso de' curiosi fu
immenso. A traverso le arcate de' portici sul puro
ed azzurro sereno del cielo risaltavano i tre co-
lori nazionali in centinaia di bandiere: gli spet-
tatori brulicavano fino sugli avanzi de' pi alti
fastigi dell'anfiteatro e dovunque era possibile
stare in piedi. Gli attori
,
per chiamarli cos

quelli cio ciie venivano ad esercitare in buona
fede un diritto di elettorato, che s'erano conferito
186 FINO AL GIORNO DEL PLEBISCITO
e riconosciuto da loro stessi

riunitisi al Campi-
'doglio, giunsero al Colosseo traversando
il Fora
in processione bene ordinata, preceduti
dalla
banda musicale, dal
"
concerto

dei Vigili,
ciie in
quei giorni aveva fatto il miracolo di pi'ovare spe-
rimentalmente come si possa suonare per dodici
ore di seguito senza perdere il fiato.
L'arena,
che allora era tutta piana, all'altezza del terreno
esterno, e poteva contenere qualche migliaio di
persone nello spazio circoscritto dagli avanzi
del podio, fu presto riempita di gente. Mattia
Montecchi, antico triumviro della Repubblica
romana del 1849, uno dei promotori del Co-
mizio, sal in una specie di gran pergamo co-
perto, dal quale fino alla settimana
precedente
nel giorno di venerd, un prete o pi spesso un
frate spiegava i misteri della via Crucis e pre-
dicava a scarso popolo ed a molti antiboini e
zuavi. Il Montecchi cominci a parlare in uno
stato di commozione intensa che a momenti gli
serrava la gola. Disse poclie parole di saluto
alla patria che rivedeva dopo venti anni d'e-
silio. Poi spieg come si sarebbe fatto per eleg-
gere la Giunta a voti di popolo. Egli avrebbe
letto un elenco di nomi, gi preparato

e que-
sto non piacque a tutti

poi qualcuno avrebbe
parlato per proporre dei cambiamenti se ve ne
fosse bisogno , e dopo esposte le ragioni del
cambiamento proposto si sarebbe messo ai voti
in blocco l'elenco, ma senza discutere nome
per nome. Quest'ultima clausola era suggerita
dalla pi elementare prudenza; ma figurarsi
se parecchie migliaia di italiani riuniti insieme,
pareccliie migliaia d' italiaiii di Roma , da tantj
Un comizio nel Colosseo
187
anni condannati a tener nascoste le proprie opi-
nioni sugli uomini e sulle cose, non volevano
profittare di quella bella occasione per esprimere
apertamente le loro propensioni e le loro av-
versioni I
Quando il Montecchi cominci a leggere si
fece un gran silenzio. Due, tre nomi furono sa-
lutati da applausi
;
un altro da qualcne bisbiglio.
Poi nuovi applausi; poi un nome fu accolto da
fischi, urli, un casa del diavolo addirittura.
Tutta
la massa del popolo, che fino a quel momento
s'era contenuta ascoltando, non ebbe pi freno
e prese parte alle discussioni ed alle deliberazioni
col pi formidabile de* frastuoni. Dopo quel primo
nome sgradito non le andava bene pi nulla.
Oli! quanti nomi di cittadini divenuti poi indi-
spensabili e additati a modello di patriotismo ho
sentito quel giorno accogliere a fischi e salutare
con l'epiteto di caccialepre, nel quale lo spirito
I omanesco sintetizzava allora tutto il dispregio
per i Uberali della seconda giornata I
Il Comizio fin naturalmente come era da pre-
vedersi. Non si pot arrivare a capire quali fos-
sero i nomi approvati ed i nomi respinti. Qualche
oratore si prov ad aprir bocca, ma le grida,
gli applausi ironici, lo scliiamazzo che molti
facevano
"
tanto pe' ffare un po' de cagnai'a

avrebbero fatto stare zitto Demostene. Se si fosse


ritenuto come opinione della maggioranza quella
espressa da chi gridava pi forte

come spesso
pur troppo avviene

si sarebbe dovuto con-
cludere che nel suo complesso la lista non era
piaciuta. Chi lo sa? E come fini il Comizio? Fin
quando la gente, cominciando ad accorgersi che
188 FINO AL GIORNO DEL PLEBISCITO
non
si sarebbe concluso nulla, si precipit gri-
dando,
ridendo, scherzando, per i vomitor
e gli
ambulatori
;
si affoll a tutte le uscite, gridando
"
viva Vittorio Emanuele in Campidoglio

e ada-
gio adagio, lentamente, Tanfteatro di Flavio Ve-
spasiano si and vuotando, con grande sodisfa-
zione dei battaglioni di bersaglieri che, ad ogni
buon fine ed effetto, stavano ad aspettare gli
avvenimenti nel tempio di Venere e Roma e nel
giardino al di l dell'arco di Costantino, verso
la
Domus aurea.
La sera vi fu nel Corso la solita illuminazione,
il solito affollamento di popolani, di borghesi e
di signori; si applaudi fragorosamente la mar-
cia reale quando fu suonata di prima sera in
piazza Colonna
;
ma, in obbedienza al manifesto
del generale Masi, neppure un grido si alz a
disturbare la quiete della imponente dignitosa
dimostrazione di gioia.
Nessuno pensava pi alla Giunta di governo
mezza applaudita e mezza fischiata dal pop(l<
adunato nel Colosseo; se non vi pensavano i
fischiati, probabilmente rimasti a casa. La mat-
tina dopo, allo spuntar del giorno era affsso
alle cantonate un manifesto del generale Cadorna
che conferiva il Governo della citt di Roma ad
una Giunta provvisoria presieduta dal duca di
Sermoneta e composta in gran parte dagli ap-
plauditi del giorno prima. A giorno fatto la po-
polazione romana lesse, approv e domand
per-
ch quel manifesto non era stato pubblicato
prima, evitando di rimettere in discussione fra
?0
o 25 000 persone gli antichi pettegolezzi fra
La Giunta prowisoiia Id
Comitato Nazionale romano e il Comitato d'azione
e le rivalit invidiose di classe contro i
"
mer-
canti de campagna^ vale a dire T astio dei ri-
masti indietro contro quelli arrivati a farsi un
patrimonio e ad essere qualche cosa. Anche
nella Giunta provvisoria nominata dal Cadorna
i "mercanti de campagna,,

cio gli affittuari
delle grandi tenute di propriet de' maiorascati
n
soggette in altro modo alla manomorta

avevano numerosi rappresentanti. Ma bisogna
anclie dire che codesti agricoltori dell'Agro ro-
mano, contro i quali il governo pontificio non
risparmiava le rappresaglie, avevano pur dato
un largo contingente all'emigrazione, e dalle loro
tasciie era uscita la maggior parte del denaro
speso per la causa liberale. Uno dei componenti
la Giunta provvisoria era appunto quel Pietro
De Angelis che servi di modello ad Edmondo
About per darci nella Rome coniemporaine un
f itratto del
"
mercante di campagna

veramente
perfetto, giacch trenta o quarant'ann sono i
francesi scrivevano delle cose d'Italia non sol-
tinto con benevolenza, ma qualche volta anche
n esattezza.
Leggere i manifesti era divenuta in quei giorni
per i Romani una occupazione da non pigliarsi
a gabbo. Le mura delle case cominciarono su*
bito, fin dalla mattina del 21, a esser coperte di
carta stampata. Il generale comandante il corpo
d'occupazione, il comandante di piazza, la Giunta,
anzi le Giunte

perch quella autoctona si ostin


per due o tre giorni a non voler cedere il posto

le associazioni politiche che subito s costi-


9 FINO AL GIORNO EL PLEBISCITO
__^
tuirono, pubblicavano due, tre manifesti ogni
giorno, ed il popolo, nuovo a quella esuberanza
di pubblicit, si affollava subito a leggere. Si
mostr pi diffidente verso i giornali, che spun-
tavano come funghi dopo una pioggia d* au-
tunno. La sera del 21 usci La Capitale di Raf-
faele Sonzogno, e in quelle ore di ingenuo e
schietto entusiasmo chi prendeva in mano quel
foglio e gli dava un'occhiata, restava meravi-
gliato, stupidito, vedendo quello che si poteva
scrivere del governo del Re. Fra il 22 e il 23
uscirono fuori II Tribuno, pubblicato da Achille
De Clemente

qualche cosa d'indefinito fra l'in-


trigante e il mattoide,

Il Colosseo ed II Cam-
pidoglio che durarono poco, pochissimo, tanto
per non mantenere le promesse di eternit con-
tenute nei loro titoli. La sera del 22 fu pubbli-
cata da Edoardo Arbib la Ga^^etta del Popolo,
trasformata poi in Libert e morta parecchi
anni dopo. L*Arbib vi scriveva Tarticolo di poli-
tica interna; l'ora compianto amico Roberto
Stuart, venuto a Roma da Firenze per il Daily
News, procurava nei primi tempi al giornale le
informazioni diplomatiche e si occupava di po-
litica estera; chi scrive s'incaric per i primi
giorni, fin quando non fosse stato possibile di
raccapezzare un cronista indigeno, di mettere
insieme la cronaca d'una citt della quale co-
nosceva soltanto da quarantotto ore la decima
parte. Lavoravamo tutti e tre in un grande stan-
zone terreno di quell'ala di fabbricato basso che
Qhiude la gran corte del palazzo Coloima dalla
parte di piazza S.S. Apostoli, messa a nostra di-
sposizione dalla tipografa Salviucci, nella quale
Primi giornali il
si stainpava il giornale, ed ora occupata con lutto
il resto dal negozio del libraio Paravia.
La Gazzetta incontr e fu, per qualche tempo,
il pi diffuso ed autorevole interprete delle idee
temperate della maggioranza. Ma per la diffu-
sione dei giornali occorre l'abitudine d leggerli,
e il pubblico non l'aveva in quei primi giorni.
D'altra parte se pochi avevano volont di legger
giornali nessuno sapeva venderli. I prinil gior-
nalai pratici del mestiere vennero di fuori, come
erano gi venuti di fuori e vennero poi i gior-
nalisti. Pochissimi giorni dopo entrate le truppe
in Roma, la voce stentorea d'Achille Montignani
rintronava nel ristretto ambiente dell'antico Caff
di Roma; Carlo Pisani bighellonava per il Corso
con G. A. Cesana, mentre Casimiro Teja girava
in bette m cerca di monumenti e schizzava qual-
che tipo per il Pasquino, Ed insieme ai giorna-
listi piombarono su Roma artisti, professionisti,
uomini d'affari, speculatori.... ed altri che ve-
nivano a fiutare la preda, a studiare ed esami-
nare il terreno vergine.
I Romani mostrarono d'avere del buon senso
da vendere accogliendo molto male i farabutti po-
litici, come avevano mostrato il massimo rispetto
al principio d'autorit, consegnando le armi e
tutto quanto aveva appartenuto alle truppe del
Papa, bench rincrescesse loro di dover cedere
quel che veniva considerato come un trofeo di
vittoria. Furon riconsegnate daghe, giberne, buf-
fetterie, e le donne di Borgo riportarono scru-
polosamente le coperte e leniuoli presi nel
parapiglia dai cittadini del 21 alla caserma Ser-
ristori. Si calcolava che fossero stati presi in
l92 FINO At GIORNO DEL PLEBISCITO
Roma ai Papalini circa 60 cavalli : ne furono ri-
consegnati 87 al comando di piazza.
Non sar mai detto abbastanza che la popo-
lazione di Roma era ottima. Se tale non fosse
stata chi sa mai quali disordini, quali complica-
zioni potevano nascere in quei primi giorni! La
invasione di una parte de' locali dove risiedeva,
a Montecitorio, la direzione di polizia, ed il coi-
seguente saccheggio furono evidentemente opera
di gente interessata a far sparire dei documenti....
non politici. Un tentativo simile fu fatto al pa-
lazzo della Consulta, del quale si tentava di sfon-
dare il portone: bast che sopraggiungesse, solo,
un ufficiale superiore e dicesse quattro parole
energiche perch V attruppamento
"
si squa-
gliasse

come dicono a Roma.
Non soltanto sulle porte dei pubblici uffici, ma
sulle facciate delle ambasciate e delle legazioni
estere, sui portoni de' palazzi dei principi ro-
mani e dei teatri, v'erano de' grandi stemmi pon-
tifici e del comune di Roma. Quelli stemmi pon-
tifici urtavano la suscettibilit patriottica del
Romani, che cominciarono a desiderare di ve-
derli abbattuti. In taluni momenti psicologici della
vita delle popolazioni, specie quando manca un
Governo costituito, dal desiderio al fatto il trattq
brevissimo. Per conseguenza, prima che po-
tesse arrivare la truppa mandata a chiamare
non so pi dove, al palazzo Cardelli in via della
Scrofa si abbatteva lo stemma del Papa, e poi
quasi per consenso, perch si sa dove s'inco-
mincia ma non si sa mai dove si finisce, anche
quello del Portogallo. Qualche cosa di simile fu
Gli stemmi pontifici 193
t
:ato al palazzo Colonna dove risiedeva Tam-
t
ciata di Francia, ed alla sede d'altre due o
I
legazioni; ma senza alcun risultato per il
ecito soprag?:i ungere della forza pubblica. Ma
Ulto dai palazzi de' principi e dai pubblici uf-
le arnni pontificie erano abbassate, con il
isenso, dove occorreva, del proprietario del
azzo, consenso dato spontaneamente od in
uito a savio consiglio di chi faceva compren-
e agli interessati come non si potessero spar-
,'liare per Roma dei battiiglioni a guardia de-
stemnii Mastai-Ferretti. Il pubblico si affol-
a ad assistere all'abbattimento, generalmente
te dai vigili , e quando lo stemma abbassato
! cava terra , rinnovava una rumorosa mani-
I
tazione di gioia. Lo stemma del comune di
ma rimaneva quasi dovunque al suo posto,
a lodevole rispetto alla tradizione cittadina
nch con
poco riguardo alla simmoti-ia.
Oramai la citt Leonina era aperta a tutti e
ile stesse condizioni precise, almeno apparente-
onte, del resto della citt. Nel pomeriggio del 22
rte della piazza San Pietro era occupata dal
"
fanteria e un cordone di sentinelle impediva
iccesso alla scalinata della Basilica. Il giorno
'Po
fu tolto anche quell'ostacolo. Fino dalla mat-
lae per tutto il giorno migliaia di soldati di tutti
;orpi poterono ammirare riverenti, anche nel-
nterno, quella sublime creazione dell'arte. Ap-
!na si seppe che vi si poteva andare liberamente,
,'ni soldato quando gli era concesso d'uscire dal
iiartiere
o di lasciare l'accampamento, si diri-
verso San Pietro, non sapendo la strada,
194 FINO AL GIORNO DEL PLEBISCITO
facendo dei giri enormi, avviandosi ad occh^
nella direzione del
"
Cupolone
.
Finalmente rii
solvano a giungervi ansiosi. Ve n'erano di que"
di reggimenti che avevano gi ricevuto l'ordir
di partenza e per tutto l'oro del mondo non &
rebbero voluti tornare alla guarnigione e poi
casa a dire ch'erano stati a Roma e non avevar
veduto San Pietro. Sicuro! molti avrebbero v
duto volentieri anche il Papa
;
ma chi aveva colp
se Egli ci aveva fatto accogliere a fucilata
aveva poi risoluto di non uscire dal Vaticane
S'Egli fosse uscito, se avesse veduto tutti qu<
buoni figliuoli camminare in San Pietro in pun
di piedi, quasi temendo di dar disturbo; se
avesse veduti raccolti, in atto pio, pregando, ev*
cando forse nella loro mente e nel loro cuore
ricordi della loro fanciullezza, quando andavac
la domenica dal parroco ad imparare la dottrin
cristiana; se li avesse veduti toccare con le la
bra e poi leggermente con la fronte il piede deP
statua di San Pietro, consunto dai baci di tani
generazioni di fedeli; forse Pio IX si sareW
commosso.
Avrei voluto avere 1 sensi e la mente capi
di ascoltare e di ritenere i discorsi di quei
vanotti, indovinare i loro pensieri.... Chi sa
qi
Ingenue sorprese in quelle anime semplici,
qi
strani confronti fra la chiesuola del vili
' n
tale, sospesa a qualche balza
dell'Api"
questo tempio glorioso della religione cattoliC;
Quella folla militare variopinta, mobilisslA
era gi di per s stessa l' imagine viva di t
grande avvenimento: i bersaglieri in San Pietr
erano la sntesi pi eloquente de' fatti, l'indt
/ sotdati in San Piriro
pi cliiai'o della fine d'un periodo storico e del
principio di un altro.
Il sentimento dell'arte del resto va innanzi a
molte cose, se non innanzi tutto, nell'animo di
un italiano. Per quanto sdegnato contro gli usur-
patori. Pio IX non poteva permettere e non per-
mise che tanti giovani intelligenti fossero en-
trati in Roma e ne dovessero i-ipartire senza
vedere le meraviglie artistiche del Vaticano. Per
conseguenza, avendolo ordinato direttamente il
Papa al maestro dei Sacri Palazzi Apostolici, la
porta di bronzo si apri per alcune ore del giorno
agli ufficiali in uniforme. Per i non ufficiali l'in-
gresso era pi difficile; pure si poteva entrare
con biglietti rilasciati alla nostra autorit mili-
tare ed intestati al tenente colonnello Mont Heal,
comandante il
57
fanteria.
Con uno di quei biglietti, insieme ad alcuni
ufficiali, penetrai io pure per la prima volta in
Vaticano, fra una doppia ala di guardie svizzere
che presentavano le armi. Una pesante giberna
nera lucida deturpava il carattere pittoresco
del-
l'abito, disegnato, dicono, da Raffaello, e un Re-
mington a canna corta rimpiazzava
malamente
l'antica alabarda. Andando su per la scala Re-
gia, traversando il cortile di San Damaso,
visi-
tando le logge e le camere di Raff*aello, la gal-
leria de' quadri, la cappella Sistina, i musei e
la galleria delle statue, incontrammo
pareccliie
guardie palatine dall' uniforme bieu scura col
berretto amaranto, parecchi gendarmi a cavallo

ben iLiteso appiedati



col berrettone
di pelo
alla granatiera, e potemmo intravedere
qualche
guardia nobile. Subito dopo il 20 settembre
la
196 PINO AL GIORNO BEL PLEBISCITO
popolazione del Vaticano

ora sensibilmente
diminuita

era numerosissima. Le guardie no-
bili e le palatine rimasero l dentro soltanto nei
primi momenti: ma appena rassicurati comple-
tamente sul mantenimento dell'ordine, continua-
rono a prestare il loro servizio per uscir fuori,
quando l'avevano finito, e mescolarsi alla folla
dei concittadini. I gendarmi pontifici invece do-
vettero per forza essere ricoverati nel circuito
degli edifizi Vaticani, dove molti avevano por-
tato nel momento della confusione, anche le loro
famiglie. In questo basso personale lo sbigotti-
mento fu pi grande e dur anche pi lungamente
che nelle alte sfere del Vaticano. I gendarmi molto
conosciuti dal popolino non arrischiavano d'u-
scire dal Vaticano neppure in borghese, per paura
d'essere per lo meno sbeffeggiati dai popolani:
le guardie nobili furono le prime ad uscire ed a
trovarsi a contatto
"
co' questi che so' venuti

per dire come diceva una vecchia signora nera


non volendosi neanche sporcare la bocca a pro-
nunziare la parola
"
italiani
.
Conobbi subito
due o tre di quei giovanotU e mi parvero molto
seccati di dover star dentro in Vaticano

quando
ci stavano

e costretti a darsi l'aria di sostenere


un blocco non mai esistito.
Non ho punto la pretesa di scrivere la croni-
storia precisa di quanto accadde in quei giorni;
l'ho gi dichiarato pi d'una volta.
Non racconter, per conseguenza, con quale ce-
rimonia il Cadorna insedi in Campidoglio, nel
palazzo Senatorio, il 24 alle 2 pom., la Giunta di
governo da lui nominata, n riferir i discorsi
L'ambiente
10'
fatti dell generale e dal presidente della Giunta,
Don Michelangelo Caetan duca di Sennoneta.
Di pari passo con la trasformazione legale ed
ufficiale, della quale sussistono ricordi e monu-
menti, v'era un'altra trasformazione da osser-
vare e da studiare, quella dell'ambiente, in tutte
le sue manifestazioni, sia pubbliche come private.
11 Caff di Roma, luogo di convegno preferito dai
ricclii legittimisti arruolati negli zuavi, era dive-
nuto in tre o quattro giorni il ritrovo dei depu-
tati che affluivano a Roma da ogni parte d'Ita-
lia. A Giovanni Nicotera capitava di pranzare con
il duca di San Donato alla stessa tavola alla
quale una settimana prima aveva pranzato il
De Cliarrette, ed un magro attillato e sdolcinato
cameriere onorava i nuovi commensali degli
stessi sorrisi che era solito elargire agli antichi.
Si riaprivano i teatri di prosa e gli antichi scru-
poli di monsignor governatore di Roma avreb-
bero dovuto sparire, essendo egli pure sparito;
ma per forza d'abitudine una commedia era in-
titolata ancora sul cartellone L* abito non
fa
il
filosofo
invece del monaco. La vita sociale si
pu
dire clie in quei giorni ancora non esistesse, o
fosse per lo meno in via di ricostituzione. Molte
delle famiglie benestanti erano fuori di Roma,
essendo quella la stagione della villeggiatura. Pa-
recchie erano accorse in citt, specie quelle alle
quali piaceva il mutato ordine di cose invo-
cato e desiderato; ma o vi avevano fatto sol-
tanto una breve comparsa o non avevano ri-
preso le abitudini dello stabile soggiorno. Al-
cune famiglie del patriziato liberale dalle loro
ville de' castelli romani venivano a fare ogni
198 FINO AL GIORNO DEL PLEBISCITO
giorno una comparsa in Roma per ripartire po-
clie ore dopo.
I sospetti del Governo non avevano punto fa-
vorito in Roma prima del 20 settembre la for-
mazione di clabs e di altre associazioni anche
non politiche. Il Club della Caccia esisteva allo
stato embrionale in due o tre stanze sopra il
Caff di Roma, allora di rimpetto a San Carlo,
sull'angolo di via delle Carrozze. Un altro pic-
coHssimo club, ritrovo di giovanotti spensierati,
era sull' angolo di via San Silvestro. Ci non
ostante non v'era da mettersi in pensiero per
occupare il tempo e per trovare compagnia. Senza
dire una cosa ovvia, cio che in una citt come
Roma si possono trovare per mesi ed anni ar-
gomenti di osservazione e di studio, facile an-
che il comprendere come in quei giorni vi fosse
ogni
minuto un nuovo oggetto d'attenzione ed
un nuovo argomento di discussione. Soltanto
riguardo alle intenzioni del Papa le notizie cam-
biavano una ventina di volte al giorno, e dalla
mattina alla sera dieci persone
"
bene infor-
mate

assicuravano che sarebbe partito
;
altre
dieci, non meno bene informate, che egli sa-
rebbe rimasto. E poi v'erano da discutere tutti
i
progetti per il trasporto e l'insediamento della
capitale, della Corte, del Parlamento. Si propo-
neva perfino di coprire il Colosseo per mettervi
la Camera dei deputati !
La
Giunta provvisoria di Governo deliber
che il plebiscito di Roma e della provincia av-
venisse la domenica 2 d'ottobre, dodici giorni
dopo r occupazione della citt. Don Emanuele
La formula del plebiscito 199
Luspoli ora sindaco di Roma, e Vincenzo Tit-
3ni da parecchi anni senatore del Regno, an-
iarono a Firenze a trattare col Governo clie vo-
3va fosse usata una formula troppo complicata,
iella quale si esprimeva la certez^ che il Go-
/erno avrebbe assicurata la indipendenza della
lutorit spirituale del Pontefice. Quella espres-
ne d'un voto, introdotta nella formula ple-
-citaria per dare una soddisfazione alle po-
ize cattoliche, pareva ai Romani troppo vaga
e
comproinettente.

Noi non siamo punto contrari a garantire


al Papa l'esercizio della autorit, spirituale,

mi diceva un componente della Giunta provvi-
soria di Governo

anzi desideriamo che que-
sta autorit sia grande e sar maggiore della
presente quando non le faranno torto gli atti del
principato temporale, troppo spesso confusi in
pratica con quelli del capo di una religione di
pace e d'amore. Ma non tocca alla popolazione
romana di profferire quasi questa garanzia al
Papa e di richiederla al Governo del Re....
Mi pare ch'egli avesse pienamente ragione, e
parve anche al ministero, il quale ridusse la for-
mula alla semplice espressione della ferma vo-
lont di unirsi al regno d'Italia sotto il governo
d re Vittorio Emanuele e de' suoi successori.
Fu stabilito che in ognuno dei quattordici rioni
di
Roma una commissione di notabili presie-
desse alla distribuzione delle schede a chiunque
provasse d'essere nativo di Roma e d'et mag-
giore.
La scheda era di piccolo formato; di un
colore differente per ciascun rione e portava in
alto
le storiche iniziali S. P. Q. R. che fecero un
200 FINO AL GIORNO DEL PLEBISCITO
tempo il giro di tutto il mondo conosciuto
sul
insegne delle legioni vincitrici.
Fu stabilito altres che le urne destinate a rac
cogliere i voti fossero dodici, lasciando sospesi
fino all'ultinia ora la questione della citt
Leo
nina, che il Governo riteneva ancora in cond
zioni diverse da quelle degli altri rioni della citt
Senza malignit e senza alcuna intenzione
d
mancar di rispetto ad alcuno degli egregi uo
mni allora al Governo, n alla loro memoria
ho sempre creduto che il dubbio, incomprensi
bile per chi era a Roma, derivasse da una sup
posizione non esatta; quella cio che la citt
Leonina fosse un recinto intieramente chiuso e
suscettibile d' essere chiuso da tutte le parti e
separato dal resto della citt. A Firenze si di-
ceva, e si telegrafava al Cadorna, che le nostre
truppe sarebbero state ritirate dalla citt Leonina,
quando il ritirarle fosse richiesto da chi le aveva
chiamate. Ma in pratica ci non sarebbe state
assolutamente possibile, perch mentre gli ab^
tanti di Borgo si comportavano esemplarmente,
convinti di esser considerati egualmente a tutti
gli altri concittadini, avrebbero messo la cin
a
soqquadro quando si fossero accorti d'
r<-
sere esclusi quasi dalla famiglia italiana; e ^li
altri Romani li avrebbero aiutati con tutto il
cuore....
Del resto il fatto compiuto rese presto inutili
tali disquisizioni teoriche intorno ad una
i[\u'-
stione di diritto basata esclusivamente sopra
un equivoco: l'ho rammentata soltanto perch
perqualche giorno quello fu in Roma l'ar::')-
mento preferito di tutti i discorsi che si face-
Voteranno o non voteranno? 201
vano dalla mattina alla sera. Voteraiuio ? dove e
come voteranno gli abitanti del Rione Borgo?
Questo era il problema; che a tanti pareva in-
solubile e fu risoluto invece con la ferma vo-
lont degli abitanti di
(luel
rione ed il buon
senso di chi fini per considerarli cittadini ro-
mani come tutti gli altri.
X.
Il plebiscito.
L' arrivo degli emigrati.
L' alba del gran giorno.

A.
piazza del Popolo.

Corporazioni d'artisti e d' artieri.

Gli ufficiali romani.

In piazza del Campidoglio.

Le
dodici urne del plebiscito.

La tredicesima e il voto dei
Borghigiani.

Nella citt Leonina.

La proclamazione
del voto.

Don Michelangelo Caetani duca di Sermoneta.

Roma unita all'Italia.



Il luogotenente del Re.
Ogni treno che arrivava in quel pandemonio
di binari fiancheggiato da una indecente tettoia
sostenuta da pilastri di legno

che tale era al-
lora la stazione di Termini

portava centinaia,
migliaia di passeggeri stanchi da lunghi ed in-
comodi viaggi, alle delizie de' quali si aggiun-
geva quella del trasbordo al ponte Salaro. Ma
bench pigiati nei vagoni come le acciughe nel
barile, la maggior parte giungevano lieti e pro-
rompevano in esclamazioni di gioia quando co-
minciavano a scorgere da lontano, le mura ed
i monumenti della citt eterna.
Erano antichi e nuovi emigrati 'clie rivedevano
dopo lunga assenza la patria libera, erano ro-
mani che dimoravano per i loro negozi in
altrQ
Gli emigrati 203
citt del Regno
;
venivano tutti a prender parte
come cittadini romani al plebiscito che doveva
riunire perpetuamente Roma al resto d'Italia.
Venivano con loro gli ufficiali ed i sott' ufficiali
di Roma che da lungo o da breve tempo servi-
vano neir esercito nazionale. Erano moltissimi,
n prima d'averli veduti riuniti insieme si sa-
rebbe creduto clie Roma avesse dato tanti suol
figli a difesa della patria comune. V'erano ge-
nerali

il Cerroti, il Lopez, 11 Borghesi,

co-
lonnelli, ufficiali di tutti i gradi che aggiungevano
la* nota festosa delle loro varie uniformi alla lieta
Intonazione generale della contentezza di un po-
polo che si sentiva alla vigilia di poter libera-
mente disporre dei propri destini. A tale intona-
zione dava maggior risalto la tranquillit, la
tolleranza della quale erano evidenti le prove.
Al Pincio, affollato verso il tramonto di vetture
padronali e di piazza, di ufficiali di tutte le armi
della guarnigione e di fuoi^i, di emigrati che dal-
l'alto dell'ameno colle dal quale Nerone contem-
pi')
l'incendio di Roma venivano a riabbrac-
ire con un'occhiata la loro citt diletta, in
quella passeggiata bellissima, forse unica nel
^"o
genere, s'incontravano brigate di semina-
ti d'ogni nazione e vestiti d'ogni colore, punto
dispiacenti di quell'insolito movimento, e frati e
preti che andavano per i fatti loro senza alcun
tiiiiore
d'essere disturbati.
Gli abitanti d'ogni rione tenevano delle riunioni
I>
r concertarsi riguardo alla solennit che de-
sideravano dare all'atto del voto ed alle feste
con le quali si voleva, in tutta la citt, acco-
glierne il resultato. GU esercenti una stessa arto
204 IL PLEBI8CTT0
od uno stesso mestiere si mettevano d'accordo,
rione per rione
,
per andare insieme a dare
il
loro voto e per riunirsi pi tardi a festeggiai^
la proclamazione del plebiscito. Cartelli affissi in
ogni parte assegnavano luoghi di ritrovo ai cul-
tori della musica o delle belle arti, agli orafi,
d
muratori, ai falegnami, a tutte le corporazioni
Gli ufficiali e sott' ufficiali nativi di Roma, che
non avendovi per domicilio stabile erano stali
iscritti tutti nella sezione elettorale del Campi-
doglio, tennero una riunione al Caff delle Con-
vertite per stabilire di andare tutti insieme essi
pure a mettere la scheda nell'urna.
V'era da per tutto una aspettativa ansiosa,
una specie di febbre per il plebiscito. Merita d'es-
ser ricordato che in quei giorni, bencli il ser-
vizio dei reali carabinieri e del personale di
pubblica sicurezza fosse gi regolarmente im-
piantato e fatto con molta cura, non vi fu da
denunziare nessuno di quei delitti comuni eh
non sono rari in nessuna grande citt nei tempi
normali.
Finalmente spunt l'alba del gran giorno. Credo
che i nove decimi della popolazione romana fos-
sero desti prima di veder lume. Certo che, ap-
pena si cominci a vederci bene, le strade bru-
licavano di gente e la citt era trasformata in
una monumentale formula di affermazione. I si
di tutte le dimensioni coprivano non soltanto i
cappelli, ma le mura, le colonne, le porte delle
case, le vetrine delle botteghe: non v'era spazio
del quale i si non occupassero almeno una parte,
non v'era altezza alla quale non si fossero ar-
ditamente sphiti.
Valha del gran giorno 205
Mentre V Unit cattolica seguitava a dire che
la
liberazione di Roma fu imposta ed applaudita
da
pochi ladri e femmine di mala vita, il popolo
romano
metteva tutto il proprio orgo?:lio nel
dare alla sanzione legale della riunione di Roma
all'Italia una dignitosa impronta di nobilt, con-
sentanea
alle sue nobilissime tradizioni. In tutto
quanto si pu dire di quella grande giornata
storica e che oggi forse parr esagerato, non
vi pu
essere ombra di esagerazione: soltanto
apparisce in questo momento quanto sia inetta
una penna come la mia a dare un' idea delle
grandi
impressioni provate allora e non dimen-
ticate pi mai. Uomini autorevoli e stimabilis-
simi che, dal 1831, avevano assistito ai prin(!ipali
avvenimenti del risorgimento nazionale, affer-
mavano di non aver mai veduto nulla di pi
solenne ed ammiravano tanto ordine unito a
tanto entusiasmo.
Nelle prime ore della mattina si riunirono a
piazza del Popolo i lavoratori di marmo, nume-
rosissimi, i cocchieri, poi l'emigrazione romana
.Illa testa della quale era una bandiera portata da
una signora. S'avviarono per il Corso e noi die-
tro: ma procedendo non sapevamo pi dove ri-
\ (Igere la nostra attenzione. Queste corporazioni
ne incontravano altre e le salutavano con reci-
proclie acclamazioni festose. Ogni arte, ogni me-
stiere sfoggiava una bandiera, un vessillo tri-
colore nuovo fiammante, con qualclie emblema
in cima dell'asta: la societ degli amatori e cul-
tori delle belle arti portava una bandiera fatta
fino dal 1859, nella speranza di una pronta ri-
scossa, e conservata gelosamente per pi di dicci
206 it PLEBISCITO
anni prima di poter esser salutata dai raggi del
caldo sole di Roma. Dietro al vessillo degli orafi,
in Roma numerosissimi, camminavano tutti
i
ricchi proprietari di negozi ed i pi modesti ope-
rai, avendo a capo Augusto Castellani, l'illustre
orafo archeologo rinnovatore di un'arte vera-
mente romana, e membro della Giunta provvi-
soria di Governo.
I componenti delle corporazioni marciavano a
quattro per quattro, militarmente ordinati, salu-
tati dagli applausi della gente schierata lungo
la strada, dallo sventolare de' fazzoletti delle si-
gnore che gremivano tutti i balconi. Nelle piazze,
nei quadrivi pi frequentati, accadeva che due
o pi comitive s' incontrassero o si trovassero
sulla strada d'altre comitive. Allora i primi ar-
rivati si fermavano e facevano fronte dalla parte
per la quale gli altri passavano e 11 nuovi ap-
plausi ed acclamazioni e strette di mano.
Alle 11 e mezza si radunarono in piazza d
Spagna tutti gli ufficiali e sott' ufficiali romani.
Ve n'erano, come ho detto, di tutte le armi, an-
che di marina, anche un ingegnere delle costru-
zioni navali. Alcuni erano giunti quella mattina
stessa da Trapani o da Sondrio ed avevano ot-
tenuto, per ragioni di servizio, un permesso ajv
pena sufficiente per arrivare, votare e tornai-e
indietro. S'incamminarono seriamente, ordinata-
mente quale si conviene a chi veste l'abito mi-
litare, per via Condotti ed il Corso, in mezzo ad
acclamazioni fragorose, entusiastiche. Li prece-
deva una magnifica bandiera accanto alla quale
marciavano il cappuccino di Palestrina cacciato
dal convento per essere stato ad assistere i f-
/ votanti in moto 20T
riti nelle ambulanze, ed Jin prete canuto, in abito
talare, con le calze paonazze ed il volto raggiante
di contentezza. Una banda musicale, seguendo
la bandiera, suonava la marcia reale....
Perch

apro una parentesi

accadde in
quei giorni a Roma questo fenomeno. Uscirono
fuori, non si sa da dove, dieci, dodici, venti bande
musicali,

o come dicono romanamente
"
con-
certi
y,

composte di borghesi che suonavano
perfettamente la marcia reale, l'inno di Gari-
baldi, quello di Mameli, VAddio, mia bella, addio,
e tante altre arie patriottiche, lo studio delle quali
non era certamente favorito e neppur tollerato
sotto il paterno regime di monsignore Randi go-
vernatore di Roma.
Erano in prima fila il generale Cerroti, stato no-
minato pochi giorni prima comandante la piazza
di Civitavecchia, i generali Borghesi e Lopez; i
colonnelli Galletti, Lipari, Gigli, Croce e poi me-
scolati insieme sottotenenti e maggiori, sergenti
e capitani, molti de' quali s'erano riveduti quella
mattina in Piazza di Spagna, magari dopo un-
dici anni, gi amicissimi in patria, poi separati
da lungo esilio. Figurarsi la commozione di tali
incontri in quel giorno!
Sotto
al palazzo Piombino la schiera degli uf-
ficiali
si sofferm a salutare il Cadorna chia-
mato al balcone dal popolo: poi continu la
strada fra gli evviva fino al Campidoglio, e fra
gli evviva deposero tutti la loro scheda nell'urna.
Mi par di vederla ancora la piazza del Campido-
glio qual'era
quella mattina. Dalle finestre del
Museo
Capitolino e del palazzo de' Conservatori
pendevano
ricchi damaschi: i portici erano adorni
208 IL PLEBISCITO
di piante e di splendidi arazzi. La gradinata del
palazzo Senatorio, sul ripiano centrale della quale
sorgeva l'urna, scompariva quasi intieramente
sotto gli arazzi e i damaschi. In mezzo a centi-
naia di bandiere nazionali ancora nuove sven-
tolavano le vecchie bandiere dei quattordici rioni
e dietro all'urna era piantato il gonfalone del mu-
nicipio di Roma. I fedeli del municipio, nel loro
strano ma pittoresco costume di velluto rosso
guarnito d' oro e con una specie di cappello a
cilindro in testa, stavano presso all'urna, la cu-
stodia della quale era affidata a un gruppo di
cittadini scelti fra i pi notevoli e pi stimati,
che portavano al braccio destro un nastro con
rs. P. Q. R. V'era in tutta quella scena una
combinazione fortunata, una fusione perfetta-
mente riescita di ricordi storici e di fatti mo-
derni, di tradizioni municipali e di manifestazioni
dell' idea nazionale.
N meno grandioso era lo spettacolo del voto
negli altri luoghi della citt dove erano state col-
locate le urne. Una era in piazza di Spagna, ai
piedi della maestosa scalinata della Trinit de'
Monti, gremita di folla: un'altra in piazza Na-
vona. Quelle della parte pi alta della citt si
trovavano in piazza Barberini ed in via dei
Serpenti, ed i monliciani s'erano tutti agghin-
dati a festa per fare onore al voto ed avevano
decorato quanto meglio avevano potuto le ca-
sette di que' rioni popolari, allora fuori di mano.
Le urne della parte pi centrale delia citt erano
al palazzo Odescalchi in piazza SS. Apostoli e
in piazza Colonna. Ve n'era una al palazzo Ca-
merale di Ripetta, divenuto poi residenza dell'i-
Le urne per il plenscito 209
stituto di Belle Arti e che tempo fa minacciava
di rovinare. Un'altra era in piazza del Biscione
non lontano da Campo de' Fiori, un'altra al pa-
lazzo Ricci vicino al palazzo Farnese, e un'altra
ancora sulla piazza di Ponte Sant'Angelo sulla
riva sinistra del fiume. Da per tutto avvennero
episodi commovcntissimi. Alla dodicesima urna
collocata in piazza di Santa Maria in Trastevere
gli abitanti di quel rione andarono processio-
nalmentc a portar la scheda accompagnati dalle
madri, dalle mogli, dalle figliuole, e parecchi di
quei popolani tenendo i loro bambini piccoli in
collo si compiacevano, con pensiero patrioti-
camente gentile, di far loro avere una parte al-
1 itto solenne facendo metter nell'urna la scheda
dalle tenere manine innocenti.
Gli abitanti dei sette borghi della citt Leoivina,
riinasti fino all'ultima ora nell'incertezza, perch
dal Governo di Firenze non veniva risposta ri-
1:1 lardo al voto, oppure venivano risposte eva-
sive e punto soddisfacenti, avevano insistito
presso il generale Cadorna, per mezzo di loro de-
legati e di componenti della Giunta provvisoria
di governo, perch il loro diritto di cittadini ro-
mani, non differenti dagli altri, non fosse ulterior-
mente contestato. I borghigiani poco si curavano
'l'elle
parole difficili che si ripetevano in quei
rni a proposito della "extra territorialit
y,
della citt Leonina

della quale non si erano
ancora stabiliti precisamente i confini. 11 loro ra-
>namento, semplice e chiaro, s restringeva a
aire che essi pure erano "Romani de Roma
e
volevano votare come gli altri Romani. Tntta
Pksci.
Come xiamo entriti in Romn. 14
210 IL PLEBISCITO
Roma, manco a dirlo, era della loro opinione e ne
sosteneva le ragioni. Il generale Cadorna n po-
teva, n tanto meno voleva impugnare il loro
diritto; ma doveva in certo qual modo salvare
la forma, che in talune faccende diplomatiche
vale qualche volta pi della sostanza. Fu stabi-
lito che gli abitanti della citt Leonina avreb-
bero votato separatamente per conto loro, e fuori
del territorio sulla cui padronanza si avevano
ancora idee tanto vaghe e indeterminate. Il voto,
in tutti i modi, non avrebbe pregiudicato le ri-
soluzioni delle potenze europee, giacch si aveva
ancora la debolezza di supporre e forse di tolle-
rare che r Europa avesse da ingerirsi d' una
faccenda nostra italiana.
L'urna, di cristallo, fu posta sul ponte Sant'An-
gelo, pochi passi fuori dal territorio della citt
Leonina. Dalle finestre del Vaticano potevano
benissimo levarsi il gusto di vedere tutti 1 capi
famigha, tutti gli uomini d'et maggiore, da
Borgo Angelico, da Borgo Pio, da Borgo San Spi-
rito, da Borgo Nuovo, da Borgo Vecchio, da
Borgo Sant'Angelo, da Borgo Vittorio e dalle vie
trasversali, avviarsi al ponte in beli' ordine, si-
lenziosi, e deporre nell'urna la loro scheda. Nep-
pure un grido, neppure un evviva si alz da quel-
l'affollamento d'uomini decisi a voler essere ita-
liani a qualunque costo, consci dell'importanza
dell'atto che essi compievano.
Quando ebbero deposte tutte le schede nel-
l'urna, vi furono posti i suggelli alla presenza
di un notaio, borghigiano egli pure, che steso
processo verbale della cerimonia, sottoscritto
d.'i notabili del rione. Messa poi queir urna
L'urna della citt Leonina 211
sopra un cuscino verde, sorretto sulle robuste
braccia di un popolano dalla gran barba nera,
fra due grandi bandiere tricolori , la portarono
in Campidoglio dove si doveva procedere allo
scrutinio de' voti. Un immenso stendardo bianco,
sul quale era scritto in rosso Citt Leonina:
SI, apriva la marcia: seguiva l'urna, e dietro
l'urna tutti i votanti, e dietro i votanti quasi
tutti gli abitanti dei borghi, le mogli e le sorelle
formose, i bambini, le madri curve per gli anni.
Traversarono molte vie della citt nel pi per-
fetto silenzio, salutati da acclamazioni mai pi
finite. Quando la processione nobile e digni-
tosa dei borghigiani, nella quale il ceto popo-
lare predominava, apparve in fondo alla rampa
Capitolina e la sali lentamente, sempre in si-
lenzio, non scoppi un applauso ma s'alz dalla
folla che stava nella piazza una esclamazione,
un grido sommesso di commozione e d' ammi-
razione. N la commozione fu minore fra
gli
astanti quando i notabili della citt Leonina
con-
segnarono l'urna alla Giunta di Governo
ed il
cieco duca di Sermoneta vi pose sopra le mani
brancolanti come su di un sacro deposito.
La votazione procedette sollecitamente
e nelle
ore del pomeriggio la citt era nella
massima
quiete. L'ordine pubblico fu affidato per tutta
la
giornata ai vigili ed al loro '^elmo di Scipio

poi che, per rispettare non soltanto la sostanza


ma altres l'apparenza della piena libert di voto,
soldati, carabinieri, guardie di P. S. non si mo-
strarono in nessuna localit frequentata.
Ch'io
Siippi.j. non
succedette alcun incidente, in ]A\\yr.\
212 IL PLEBISCITO
Navona alcuni cittadini sorpresero un borsaiuolo
con le mani nelle tasche d'una signora,
l'arre-
starono e lo consegnarono a tre bersaglieri
che
passavano di ritorno dall'aver portato il rancio
ad una guardia. La gente s'era subito
affollata
intorno al mal capitato e lo seguiva
fischiandolo
e vituperandolo. Un bersagliere si volt indietro
pregando con un gesto di tacere, e tutti tacquero.
Di questo fui testimone : di nuH'altro
d'anormale
mi giunse notizia.
Le urne de' dodici rioni , sigillate , accompa-
gnate dai sotto Comitati, da musiche, da vigili,
da bandiere, da gran numero di cittadini, fu-
rono portate nella sala maggiore del palazzo
Senatorio, dove alla presenza della Giunta prov-
visoria si doveva computare il numero de' voti
e
proclamare il risultato dello scrutinio.
Nel pomeriggio, sul Corso tutto imbandierato e
parato a festa da piazza del Popolo a piazza Ve-
nezia, due file non interrotte di carrozze, in
ognuna delle quali era pi d'una signora elegan-
temente vestita, andavano e venivano lentamente
in mezzo ad una doppia folla allegra, contenta,
sodisfatta di se stessa. Quando fu sera, ed il sole,
scomparso dietro la cupola di San Pietro, tin-
geva ancora di rosso 1 vapori sull'orizzonte, co-
minciarono ad accendersi migliaia e migliaia di
lumi di tutte le forme e di tutti i colori, gli uni
rinchiusi dentro lanterne tricolori, gli altri di-
sposti dietro graziosi trasi>arenti. I preparativi
per la luminaria erano stati moltissimi ed otten-
nero il pi bell'effetto desiderabile. Scomparvero
poi le vetture. Era tanta la gente che. ammesso il
principio fisico della incompenetrabilit dei corpi,
La sera del 2 d'ottobre 213
non si poteva capire dove e come avrebbe tro-
vato posto tutta quella che sopravveniva dalle
vie laterali, immettendosi, come Tacqua de* tor-
rentelli e de' fiumi secondari, dentro la grande
fiumana avviata verso il Campidoglio per essere
presente alla proclamazione del plebiscito, e che
rigurgitava trovando piazza d'Ara-Goeli, l'im-
mensa scalinata della chiesa, la ranpa del Cam-
pidoglio, la piazza compresa fra i tre palazzi,
gi occupate da tante altre migliaia di persone
che
avevano preso posto da tre o quattr'ore per
non
perdere lo spettacolo. Lass, il cavallo di
Marco Aurelio pareva camminasse sopra un
pavimento di teste, ed i ragazzi pendevano
a
grappoli dalle statue di Castore e Polluce, dai loro
cavalli e dai cosi detti trofei di Mario; gi erano
scomparsi sotto la folla anche i due leoni di gra-
nito nero, appi d' uno de' quali la tradizione
vuole che fosse ucciso Cola di Kienzi.
Alle nove i componenti della Giunta
compar-
vero, insieme con il generale Cadorna, alla ba-
laustrata esterna della scala del palazzo Sena-
1 l'io. 11 duca di Sermoneta era in mezzo e la
viva luce di mille e mille lumi rischiarava
pie-
namente la di lui flsononiia che lo sguardo
spento e il labbro cadente attristavano
abitual-
mente, ma che pure in quel momento
bril-
lava di viva gioia. Egli stesso annunzi
al
po-
polo di Roma il numero de' voti deposti in cia-
scuna delle dodici urne, che uno de' notai
gli
andava mano a mano leggendo. I primi
risultati
annunziati furoiio quelli delle urne del Campi-
doglio e del palazzo Odescalchi: neppure un no
in tutte due.
214 IL PLEBISCITO
Un luuj^o applauso s'interpola fra una cifra
e
l'altra. Nell'urna di piazza Colonna v'erano do-
dici no. Si sente levarsi sulla folla come un fre-
mito di sdegno; ma lo reprime un sentimento
di sdegnosa commiserazione e vola per aria
qualche frizzo mordace. Poi si fa nuovamente
silenzio per applaudire ogni nuovo annunzio delle
migliaia e centinaia di s contrapposti a due, a
tre, a nessun no in ogni urna. 11 duca ripete 1
numeri con voce lenta e chiarissima: poi dice
la somma totale dei s e dei no delle 12 sezioni
Ma il popolo sa che quella non la cifra defi-
nitiva, che il vecchio patrizio ha qualche cosa
da aggiungere, ed aspetta ansioso ma fiducioso.
Dopo un altro lungo infinito applauso si fa un si-
lenzio profondo, ed il duca di Sermoneta, avendo
di nuovo tentennato il capo in avanti come usa di
fare, riprende a parlare ed annunzia che nell'urna
della citt Leonina furono trovati 1546 s e nessun
no, sicch sommati tutti insieme i s delle 13 urne
sono 40 785, i no 46. Questa volta le acclamazioni
s'inalzano fino alla volta del cielo e si proja-
gano, per tutte le strade vicine, fino a piazza
Venezia, fino a piazza Colonna. Poi la massa
compatta di popolo si disgrega e, scorrendo len-
tamente per le vie e le viuzze prossime al Cam-
pidoglio, si riversa giuljilante nelle vie prin-
cipali; poi adagio adagio, voltando a destra o
a sinistra, i romani dopo la mezzanotte ritc^r-
nano alle proprie case col ricordo incancellabile
di una delle pi importanti giornate della loro
storia.
Roma era dun(iuc definitivamente e })or vo-
lont propria riunita all'Italia. Per maggior scru*
La proclamazione del plebiscito 215
polo di legalit il voto di Roma e delle Provincie
fu proclamato nuovamente il 6 d'ottobre alle
5 pomeridiane nella sala maggiore del Campi-
I^^glio.
I voti erano ormai conosciuti, e la pro-
H|imazione fu una semplice formalit. Ci non
'ostante la piazza era piena ed ai balconi dei due
palazzi laterali v'erano molte signore. Soliti ap-
plausi alla marcia reale suonata dalla solita
banda de' vigili, al numero dei s animnciato,
comune per comune, dal vice presidente della
Giunta; mormorii espressivi all'annunzio dei
pochi no : nuovi applausi e nuova suonata del-
l'inno alla fine della lettura. Il duca di Sermoneta
(1< uvette affacciarsi due volte al balcone.
La notte fra il 7 e l'S la deputazione che do-
\ ova presentare a Vittorio Emanuele i resultati
del plebiscito di Roma e provincia parti diretta
a Firenze, per la via di Pisa, accompagnata alla
stazione da molti cittadini con fiaccole ed accla-
mata al momento della partenza. Facevano parte
della deputazione il duca di Sermoneta, don Bal-
dassarre Odescalchi, il duca Francesco Sforza
Cesarini, don Emanuele Ruspoli, Vincenzo Tit-
toni, l'avvocato Marchetti, Pietro De Angelis, Au-
gusto Castellani, della Giunta provvisoria di Go-
verno: il principe di Teano, G. Rossi ed Augusto
Silvestrelli della Conmiissione centrale del ple-
biscito di Roma ed i rappresentanti delle prin-
cipali citt dello Stato gi Pontifcio recente-
mente unito al regno d'Italia. La Deputazione fu
ricevuta sul meriggio del 9 a palazzo Pitti, e Vit-
torio Emanuele accett
1'
atto rogato in Roma
dalla Giunta, al (juale pose egli stesso la firma
e tutti i presenti dopo di lui.
216 IL PLEBISCITO
Alle 10 antimeridiane del giorno 11 arrivava
alla cosi detta stazione di Roma il generale Al-
fonso La Marmora nominato
luogotenente del Re
a Roma. Lo accompagnavano il capitano Rinaldo
Taverna

poi deputato, oggi senatore e colon-
nello della riserva

il tenente conte Achille
Arese
Lucini

egli pure pi tardi deputato di
Gasalmaggiore

ed il tenente marchese Lo-
mellini. Lo accolsero i generali Cadorna e Masi,
l'avvocato Tancredi con i componenti della Giunta
rimasti in Roma, molti altri cittadini notabili
od
aspiranti alla notabilit, e moltissima gente
che applaud il generale lungo la strada e sotto
il palazzo della Consulta dove il luogotenente
del Re
stabili la sua residenza.
Pochi minuti dopo l'arrivo del luogotenente
del Re fu affisso un suo proclama ai Romani.
Un altro manifesto, indirizzato ai Romani dal
generale Cadorna, annunziava che, rimettendo
i suoi poteri nelle mani del luogotenente del Re,
il comandante del corpo d'occupazione prendeva
commiato da loro.
Cos terminava la prima fase, la fase epica
della liberazione di Roma.
XI.
[)opo
n, !M Kni^riTO.
Cattive usanze e cattivi odori.

Gli einigr.iti poveri falsi-
ficati.

Preti e cardinali a spasso.

I consiglieri di luo-
gotenenza.

La Giunta Municipale provvisoria.

De-
putati, senatori e uomini d'affari.

Quintino Sella.

Che
cosa occorrerebbe per fare applaudire un ministro delle
finanze.

Ricorrenze e commemorazioni.

Le bersagliere
del Flik e Flok.

L' eccidio di casa Ajani.

I militari
feriti negli ospedali di Roma.

Il capitano Bosi.

I ca-
pitani Ripa e Serra all'ospedale di Santo Spirito.

Morte
e trasporto funebre del capitano Ripa.
Il plebiscito era l' atto solenne e legale
della
unione di Roma
alPItalia, ma non bastava dav-
\ oro perch la citt diventasse da un giorno
all'altro italiana.
V'era molto da fare perch la trasformazione
avvenisse: fu lenta in tante cose nelle quali sa-
rebbe stato bene affrettarla
;
fu precipitata
quando
la logica ed il buon senso consigliavano
d'an-
dare adagio perdio non bastano le leggi a cam-
biare usi e abitudini.
Stendhal aveva scritto, fino dal 1828, nelle
sue
Promenades dans Rome che
"
un prfet de police
"
raisonnable en supprimant les mauvais
usages
218
coro IL PLEBISCITO
"
et les
mauvaises odeurs ferait de Rome un ville
"
parfaite .
Di parfait
in questo basso
mondo
non si pu dire che vi sia nulla, e secondo
il
nostro
ordinamento amministrativo
al
prefet de
police
direttamente responsabile era necessario
sostituire un Sindaco, una Giunta ed un Consi-
glio comunale.
Purtroppo! Ma non ho puntola
intenzione di fare la storia de' guai amministra-
tivi di Roma e neppure di ricercarne ed esporne
le
origini. Certo les mauvais usages non sono
tutti scomparsi od agli antichi ne sono succe-
duti de' nuovi. I mauvaises odeurs sparirono
non
tanto presto, compreso quello di cavolo,
tanto
fastidioso per l'About che non sapeva
spiegar-
sene la causa. Credo che derivasse, e deriva
ancora in alcuni quartieri, dall'uso
abbondante
d'erbe cotte che formavano e formano
gran
parte dell'alimento di famiglie

ormai
non
molte

rimaste fedeli alle antiche abitudini
romanesche del vecchio tempo.
Fatto sta che n 11 prefet de polire uu n sin-
daco comparvero subito e la pulizia della citt
lasci molto a desiderare per un bel pezzo. Si
cominci bens presto ad abbellire qualche
ne-
gozio e si nomin una Commissione
per il rior-
dinamento e l'abbellimento della citt, la quale
Commissione.... nomin un Presidente.
Bench,
secondo alcuni, sotto il cessato Governo si nuo-
tasse nell'oro, i mendicanti di Roma erano le-
gione. Agli antichi di tutte le categorie,
se ne
aggiunse una nuova; quella dei sedicefitl
emi-
girati
politici rientrati in patria, dicevano,
senza
mezzi di sussistenza. Ai veri cmgniti
romani
indigenti fu subito provveduto, risparmiando
loia
I primi giorni di libert 219
nel limiti del possibile
1'
umiliazione di dovere
I^^tendere
la mano. Parecchi, rimasti a gironzare
Hjper i caff, a battere a tutte le porte, non erano
mai stati emigrati; qualcuno non era neanche
^^l'omano.
V^m
I romani hitanto erano affaccendati davvero:
^^la vita di un libero cittadino, specie ne' primi
^^^tempi di libert, molto pi agitata di quella di
^^ftiii cittadino cui siano negati i benefzi e gli inco-
^^^modi del regime costituzionale. Un romano di
buona volont

e come non esserlo almeno in
quei primi giorni?

doveva
fatasi
inscrivere
nelle liste elettorali politiche, in quelle ammini-
strative, e nei ruoli della guardia nazionale; e poi
decidere se voleva servire nella guardia nazio-
nale a cavallo

col cavallo del proprio

o
nel battaglione bersaglieri nazionali

che si
voleva formare sotto il comando di don Ignazio
Bomcompagni principe di Venosa

o come
semplice legionario.
Poi v'erano molte altre cose da fare, secondo
i gusti. Come accade sempre, poich tutto lo
scibile troppo vasto campo alla attivit della
mente umana, ciascuno seguiva con maggiore
attenzione un dato genere di avvenimenti.
Chi
si occupava degli atti del nuovo governo, chi
aveva maggiore propensione a raccogliere le
notizie del Vaticano. Fra vere e bene o mal
trovate, questi novellieri avevano da raccontarne
sempre una filastrocca. Ora narravano che il
Papa aveva saputo in sogno della prossima cac-
ciata degli italiani da Roma alla quale si sareb-
bero adoperati i santi apostoli Pietro e Paolo,
protettori della Chiesa Romana. Un altro giorno
220 DOPO IL PLEBISCITO
andavano a vedere le carrozze di alcune fami-
glie patrizie le quali, Invece di passeggiare al
Pincio od a villa Borghese, in mezzo agli
"
ita-
liani
,
facevano tre o quattro giri in piazza
San Pietro per distrarre Pio IX dalla tristezza
della volontaria prigionia: ed il Papa

dice-
vano

appariva alle sue finestre del secondo
piano, vicino all'angolo prossimo alla Basilica,
e benediceva quei suoi fedeli. Confesso d'essere
andato pi d'una volta per assistere a tale spet-
tacolo, ma non mi fu dato di veder mai nulla
di simile.
Prelati, preti scagnozzi, frati di tutti gli ordini
conosciuti, seminaristi di ogni colore avevano
ricominciato a passeggiare tranquillamente
e
sicuramente per Roma. Nessuno li molestava.
I
cardinali andavano in carrozza vestiti da preti,
e
scendevano a passeggiare fuori di Porta Pia.
Un
brutto fatto avvenne in Trastevere e parve,
l
per li, il preludio del
"
terrore
. Un tal Sordi,
di Zagarolo, sarto di mestiere, fer in una via di
Trastevere un prete Ceccarelli segretario del
cardinale Patrizi, poi un frate, poi un altro prete
di 65 anni, cadente per miseria e per vecchiaia
precoce

giacch, lo noto qui fra parentesi, non
m'era mai capitato, prima d'andare a Roma, di
conoscere la specie del prete indigente e men-
dicante. Il Sordi non era stato provocato n ec-
citato; neppure pareva alterato quando
l'arre-
starono e dimostrava la convinzione di essersi
reso benemerito. Interrogato rispose che,
se
l'avessero lasciato fare, in un'oretta si sentiva
capace di spacciare un centinaio di preti.
Era
semplicemente un maniaco; l'impressione pr-
7 conHglieri di luogotenenza 221
dotta dal delitto da lui commesso fu presto
.svanita.
V'era da badare a tante altre coseJ Intorno
'al generale La Marmer s'andava formando una
^specie di Governo. Prima di lui erano arrivati
id erano stati messi ad latere del Cadorna,
per
'diventare poi consiglieri di luogotenenza,
due
deputati : l'austero Giuseppe Giacomelli
udinese,
Lmico del Sella, oggi direttore del risanamento
a Napoli, si occupava di cercare il bandolo del-
l' arruiTata matassa delle finanze pontificie; il
compianto Gerra ebbe la direzione degli affari
interni. Poi venne il professor Brioschi per la
istruzione pubblica, ed all'avvocato Piacentini,
giureconsulto liberale romano, fu dato l'incarico
di riordinare l'amministrazione della giustizia
fin quando non fossero promulgati i codici e le
leggi italiane. Il barone Gusa fu mandato alcuni
giorni dopo per occuparsi esclusivamente delle
faccende amministrative. Il generale De Pomari
fu incaricato di prendere in consegna il mini-
stero delle armi. La luogotenenza pot cos di-
rigere con regolarit ogni faccenda di Governo,
e far cessare le condizioni provvisorie che non
giovano mai ad un paese. Anche le truppe delle
cinque divisioni arrivate a Roma il 20 settembre
si erano uian mano allontanate: la divisione
militare di Roma divenne una divisione come
tutte le altre, e il generale Gosenz n'ebbe il co-
mando, mentre gli altri divisionari tornavano
alle loro sedi.
La Giunta provvisoria di Governo aveva inca-
ricato delle funzioni provvisorie di Sindaco il
conte Guido di Carpegna, uno dei pi colti ed
^22 DOPO IL PLEBISCITO
intelligenti patrizi di parte liberale, signore mu-
nifico, gentile poeta, che s'era messo d'impegno
ad esercitare il suo uffizio con gli scarsi mezzi
de' quali poteva disporre. Il generale La Mar-
mora nomin una specie di Giunta Municipale
provvisoria nelle persone del principe Pallavicini,
conte Guido di Carpegna, don Augusto Ruspoli,
avvocato Lunati, Pietro De Angelis, Vincenzo
Tittoni e principe del Drago. Quest'ultimo, marito
di una figlia di Maria Cristina, non rinunzi la
carica offertagli; come don Filippo Orsini prin-
cipe di Gravina, assistente al Soglio pontificio,
accett la nomina a Presidente effettivo della
Societ per la caccia alla volpe, della quale era
nominato contemporaneamente presidente ono-
rario il principe di Piemonte. Cominciavano gi
alcuni sintomi d dignitosa rassegnazione al fatto
compiuto.
Da ogni parte d'Italia, senatori e deputati in
gran numero, erano gi venuti a fare una vi-
sita a Roma. Ed erano venuti i capi delle grandi
amministrazioni per sollecitare la pi
completa
fusione di Roma col resto d' Italia. Il colossale
comm. Balduino presidente del Consiglio d'am-
ministrazione della Regia dei tabacchi, s'era fatto
vedere pi volte in carrozza al Pinolo con il
piccolo e smilzo marchese Ferrajoli, cui Torlonia
aveva ceduto da parecchi anni la Regfa ponti-
ficia ed il segreto di arricchire senza attossicare
i fumatori di sigari. Venne il commendatore
Bom-
brini, direttore della Banca Nazionale,
ed ho
motivo di credere che quel fior di
galantuomo
fiutasse fino da. que' giorni che nelle faccende
Qtiintino Sella 253
della Banca Romana, ancora nelle mani d'un
Antonelli, v'era del marcio. Venne il conte di
Castellengo,
grande scudiere di Vittorio Ema-
nuele, e,
perch and a visitare la villa Albani,
fu detto che il Re volesse acquistarla per non
risiedere
in alcun palazzo gi appartenuto al
Pontefice.
Arriv il 18 d'ottobre il ministro Sella e prese
alloggio al palazzo di Firenze in piazza Firenze,
antica residenza dei ministri toscani presso la
Santa Sede, che per essere di propriet dema-
niale toscana era venuto legittimamente in pos-
sesso del Regno d'Italia per il trattato di pace
del 18GG, ed ora la residenza del ministero d
grazia e giustizia. Appena si seppe del di lui ar-
rivo, molti cittadini andarono a fargli una cla-
morosa ovazione, ma non trovarono che il De
Giuli, allora usciere di confidenza di tutti i ministri
delle finanze. Chi ha conosciuto Quintino Sella e
la di lui repugnanza a mettersi in mostra sup-
porr facilmente ch'egli avesse trovato il modo
di evitare la dimostrazione in suo onore. Il giorno
seguente ricevette una Commissione di cittadini
incaricati di esprimere i voti e i desideri di Roma
al primo fra i componenti del Governo venuto
nella ormai nostra capitale del Regno. Fra i de-
legati della cittadinanza Romana v'erano il conte
Luigi Pianciani e Giulio Ajani, gi
detenuto
po-
litico per i fatti del 1867. Rispondendo alla
Com-
missione, il Sella fu il primo a dichiarare
che
non si doveva pi parlare di citt Leonina

se n'era parlato anche troppo!

perch l'idea
della separazione politica di quel rione dal resto
di Roma, era stata respinta dagli abitanti
e dallo
224 DOPO IL PLEBISCITO
stesso Pontefice che aveva autorizzato a richie-
dervi l'intervento delle truppe italiane per il man-
tenimento dell'ordine.
La sera stessa del 19 fu offerto al Sella, in
una sala dello Spillmann, il trattore alla moda
in via Condotti, da una cinquantina de' pi no-
tabili cittadini, un banchetto al quale assiste-
vano anche il generale La Marmora, il duca di
Sermoneta, seduto fra il Lamarmora e il Sella,
il Brioschi ed il Giacomelli, il conte di Castel-
lengo, il Gerra, il Piacentini, i generali Masi e
Gerroti, il marchese Alessandro Guiccioli, molti
dei componenti la Giunta provvisoria di Governo
e del Municipio. Vi fu abbondanza di brindisi
ed il Sella fece uno dei suoi pi efficaci e briosi
discorsi , dicendo fra le altre cose che se il
ministro delle finanze potesse parlare a tutti i
contribuenti, dopo un buon pranzo, almeno una
volta la settimana, non vi sarebbero arretrati
n denunzie reticenti di redditi per la ricchezza
mobile.
Molta gente s'era radunata in via Condotti col
proposito d accompagnare il Sella fino alla sta-
zione, ma riusc al ministro d'uscire con due o tre
convitati da una porta clie dava sopra una via
laterale, senza essere riconosciuto. Non pot per
sfuggire ai molti che l'aspettavano alla stazione,
con il
"
concerto

dei vigili, e che, scavalcati i
rozzi banchi dell'ufficio bagagli, invasero il ru-
dimentale marciapiede coperto da una bassa e
lunga tettoia di legno, assalirono il carrozzone
nel quale era entrato il Sella sperando di pas-
sare inosservato, e lo assordarono di grida di
viva Sella, viva il Re, vogliamo vedere il nostro
Quando vei-r il Re? 225
Re a Roma, agitando i cappelli, fazzoletti, le
fiaccole che rischiaravano codeste espansioni
d'entusiasmo per il ministro delle finanze. E le
S'dic
durarono fatica a persuadere la gente
ostarsi dal treno quando si mosse,
land sarebbe venuto il Re a Roma?

era
la domanda, il quesito di tutti i giorni. Ne aveva
parlato alla sfuggita il Sella coji il generale La-
marmora, ed a questi ne scrivevano in quei
giorni il Sella ed il Lanza. Dai Romani liberali
quella venuta era vivamente desiderata: pareva
clic soltanto con essa si sarebbe risoluto defi-
nitivamente il problema della "questione Ro-
mana
.
Ma quest'ultima parte del problema non
era davvero la meno complicata, come il ge-
li rale Lamarmora faceva rilevare rispondendo
ai ministri del Re. Non si poteva dubitare del-
l'accoglienza entusiastica che Vittorio l^manuele
avrebbe trovato a Roma: si voleva per avei*
riguardo, nello scegliere l'occasione ed il mo-
mento della venuta, a molte suscettibilit le quali
non parevano e non erano punto disposte a que-
tarsi. Un doloroso avvenimento, come tutti sanno
Je
come diro fra poco, ruppe gli indugi.
J
I Romani profittavano intanto d'ogni occasione,
Id'ogni ricorrenza, per confermare i loro senti-
Imenti italiani, orgogliosi di sapere che il Sella li
nvossc giudicati "gi maturi per la libert,,.
Si festeggi il compimento d'un mese dopo la
lii)crazione di Roma, il 20 d'ottobre, con bande,
bandiere, illuminazioni e con una gran dimo-
strazione al teatro Argentina, riapertosi poche
1
dopo il 20 settembre. 11 sor Vincenzo Jaco-
N
K'ci, l'impresario classico de' teatri di Roma.
Pesci. Come siamo entrati in Roina^ lo
226 DOPO IL PLEBISCITO
conoscendo il suo pubblico, fin dalle prime rajh
presentazioni del ballo Bianca di Neoers vi aveva
incastrato in fondo la galoppe dei bersaglieri del
Flik e Flok che, senza iperbole, suscitava ogv
sera un delirio. Una buona signora, che vive ora
quietamente a Milano occupata soltanto della
sua famiglia, e che allora era fra le pi repu-
tate giovani artiste danzanti, non pu avere
dimenticato n dimenticher mai quali grida fe-
stose la salutavano ogni sera quando usciva a
passo di corsa di fra le quinte, col cappello piu-
mato, le spalline da capitano, la sciarpa azzurra,
impugnando con graziosa energa la sciabola,
alla testa della sua compagnia di bersagliere.
Le evoluzioni del gaietto sciame femminile bersa-
glieresco erano accompagnate costantemente da
uno scrosciante rumore d'applausi.... e fra i pi
affannati ad applaudire erano i frequentatori di
una barcaccia chiamata il bagno di Susanna
perch popolata di vecchi commendatori di Malta
e
patrizi romani, alcuni de' quali non avevano
rotte completamente le loro relazioni col Vati-
cano. Ma gli applausi son contagiosi!
La sera del 20 ottobre, mentre le bersagliere
apparivano dalle quinte, il teatro parve dovesse
saltare in aria per una esplosione d'entusiasmo.
Uscirono fuori bandiere da tutti i palchi, sven-
tolarono tremila fazzoletti agitati da altrettante
mani di tutti i sessi e di tutte le dimensioni; un
largo nastro tricolore interminabile, sbucato da
tre punti differenti, serpeggi salendo dai pal-
chi fino al loggione, scendendo nella platea e
venendo a finire nelle poltrone.... che allora non
esistevano, n facile imaginare quanto fosse
ommemoraztoni patriottiche
incomodo lo star seduti sulle strette panche di
legno de' teatri di Roma....
Il 22 ottobre Roma fu imbandierata per il terzo
anniversario del disgraziato tentativo di rivolu-
zione del 1867 : il 23, circa quattromila persone
andarono a villa Glori a visitare lo storico olivo
sotto il quale Giovanni ed Enrico Gairoli com-
pirono l'atto d'eroismo eternato da Ercole Rosa
nel bronzo e da Cesare Pascarella nei suoi so-
netti dialettali. Il 25 la popolazione di Roma an-
dava per la prima volta in pellegrinaggio al nu-
mero 97 di via della Longaretta, dove era il la-
nifcio di Giulio Ajani, a visitare la strettissima
scala e la soffitta, per dove, sopraffatti dalla forza
del numero, s'erano avviati sperando di trovar
scampo i popolani sorpresi dagli zuavi; e dove
cadde assassinata Giuditta Tavani , che aveva
visto cadere il marito Francesco Arquati e por-
tava in braccio il piccolo Antonio settenne; e fu-
rono uccisi Giuseppe Gioaccliini, Paolo Gioacchni,
Giovanni Gioacchni, Cesare Bettarelli, Angelo Ma-
rinelli, Giovanni Rizzo, Angelo Domenicali, Enrico
Ferroli, Rodolfo Donnaggio e Francesco Mauro;
uomini semplici, di buona fede, incapaci di calco-
lare quanto avrebbe potuto fruttar loro un giorno
l'essere stati pronti al sagriflzio della vita
per
r idea della patria. La loro memoria, mi affretto
adirlo, era in quei giorni onorata da gente d'ogni
partito. Soltanto pi tardi

sntomo manifesto
di decadenzai

s' scoperto che v' un patrio-


tismo per i progressisti ed i radicali ed un altro
per quelli d'idee pi temperate e conservatrici.
I Romani di tutti i ceti dimostrarono fino dal
228 Doto IL PLEBISCITO
20 settembre una affettuosa e gentile premura
per i nostri feriti. Era naturale che volendo bene
a tutto l'esercito, rivolgessero particolarmente il
loro pensiero e le loro cure a chi soffriva. Mi pare
d'aver gi detto che quando i feriti furono tras-
portati dalle ambulanze divisionah negli ospedali
di Roma, sui carri d'ambulanza si buttavano
fiori dalle finestre. Alcuni giovani di agiate fa-
mighe chiesero subito ed ottennero di poter ve-'
gliare per turno al capezzale dei pi aggravati.
Alcune signore, nascondendo i loro bei volti
sotto un ftto velo, andavano a confortarli. Sotto
le finestre dell'ospedale della Consolazione, alte
quali si affacciavano quelli che incominciavano
ad alzarsi da letto, v'era sempre ferma la gente.
Alla fine d'ottobre, 42 feriti nostri ed alcuni pon-
tifici si trovavano ancora all'ospedale di San Gio
vanni in Laterano. La stessa disgrazia acco-
muna sensazioni e pensieri, e se
"
oltra il rog<|^
non vive ira nemica,,, fra un letto ed un altro
d'ospedale non pu esistere inimicizia. Andavo
spesso laggi e ricordo che stavano, l' uno ac-
canto all'altro, un bersagliere delle provincie me-
ridionali cui era stato amputato un piede, e uno
svizzero di Bellinzona, che aveva servito nel
cacciatori esteri pontifici ed aveva dovuto sut
bire il taglio della coscia destra. Erano divei^
tati amicissimi. Un soldato del
30^
fanteria f
rito non so dove, credo ad una gamba,
non
abbandonava mai il sergente Gio. Batta Burriirf
del suo reggimento, ferito da tre palle nel braccio
destro, e quando questi mangiava o riposava gli
agitava dolcemente Intorno alla testa alcuni
ari
l)0srclli frondosi perch le mosche non lo mani
I nostri feriti 229
isser vivo. Come erano implacabili le mo-
>'
lie degli ospedali di Roma in quelle ancora
t
jtide giornate autunnali!
All'ospedale della Consolazione, in quelli stessi
giorni, restavano poco pi di 30 feriti. Sei v'e-
rano morti: parecchi erano stati mandati in con-
valescenza a Terni ed altrove. Un granatiere,
di Treviso, gi soldato di leva in Austria, che
s'era buscato una palla di fucile ad ago nella
gamba destra, a Sadowa, pareva tutto contento
di esser venuto a j^igliarsi una palla di Hcmin-
gton nel braccio sinistro a porta San Puncrazio.
Un bersagliere, dopo aver passato venti giorni
fra morte e vita per un'orribile ferita che gli
aveva sfiuarciato il ventre, cominciava a star
meglio e ad essere fuor di pericolo: gli garan-
tivano la vita purch continuasse a restare im-
mobile, poich egli era scampato in grazia della
costante immc^bilit.
Alla Consolazione come ii San diuvanni, i gio-
vani medici romani gareggiavano in zelo ed in
amorevolezza, ed in quei due ospedali i feriti tro-
varono buon vitto, molta assistenza , comodit
grande e pulizia.
Sette ufficiali erano stati trasportati da villa
Patrizi, dove ricevettero le prime cure subito dopo
il combattimento, all'ospedale dei Fatebenefra-
telli, nell'isola Tiberina, presso la chiesa di
San Bartolomeo, e precisamente in una sala ca-
pace di venti letti, molto bella e decente, che fu
costruita nel 1865 dall'architetto Azzurri, per la-
scito di Francesco Amici romano. Quella sala
nella punta dell'isola che guarda il circo Mas-
simo e
il Palatino: la vista spaziava di 11 sulle
230
DOPO IL PLEBISCITO
sponde allora verdi e fiorite del Tevere, sicch
entrando in quella sala rincresceva quasi di non
esser stato ferito, tanto il luogo appariva ameno
e pulito, senza alcuna impronta di quella mestizia
che sempre negli ospedali rattrista. Gli ufficiali
trasportati ai Fatebenefratelli furono il capitano
Cesare Bosi del
39
fanteria; il tenente colonnello
Giolitti e il capitano De Ferrari del 40; il tenente
Ramanini , i sottotenenti Lodolo e Strada del
bersaglieri, e il sottotenente Viale del
19
fan-
teria. Il Bosi era ferito gravemente al braccio
sinistro: cos anche il Giolitti cui una palla aveva
colpito il collo, ed il Ramanini.
Gli altri, feriti pi leggermente, uscirono pre-
sto: Vittorio Lodolo, cli'era un bel giovinotto, d
buon sangue ligure-piemontese, al teatro e nello
conversazioni era poi preso di mira dalle oc-
chiate delle signore quando compariva col brac-
cio fei'ito, tenuto sospeso da una benda di seta
nera.
Il 15 ottobre mor per febbre d'assorbimento
il capitano Bosi, di Bologna, sinceramente com-
pianto. I suoi compagni di reggimento lo fecer*

trasportare a Campo Verano dove ebbe onore
vole sepoltura e dove gli fu eretto dai commi-
litoni un piccolo monumento. Ma della morte del
Bosi corse notizia per Roma soltanto quand
la di lui salma era gi tumulata, e la popola-
zione non pot dimostrare in modo solenne il
proprio compianto. Alla fine del mese, anche il
Giolitti ed il Ramanini erano in via di guari-
gione. Durante la loro permanenza all'ospedale
ricevettero molte visite, oltre quelle dei loro com-
pagni d'ani'v
'^
"^^ili presenti di fiori, di limoni.
Bosi, Serra e Ripa 231
di dolci e di quant'altro pu essere adatto a un
convalescente.
Il capitano Leopoldo Serra, dopo essere stato
due o tre giorni in villa Bonaparte, fu portato
all'ospedale di Santo Spinto, il pi ?:rande di
Roma, che conteneva allora circa 1500 letti. Il
capitano Alarico Ripa, ferito quasi contempora-
neamente sulla breccia, e tutti e due alle gambe
come ho nari*ato, era stato trasportato a San Spi-
rito il giorno prima. I due capitani, bench dif-
ferenti d'et ed anche d' indole, erano legati da
vincoli di grande amicizia. Nel Ripa, di Ver-
rucchio su quel di Rimini, non ancora trentenne,
apparivano tutte le buone qualit dell'indole ro-
magnola, la schiettezza, la propensione ad es-
sere pi allegro che malinconico, la generosit
e la bont grande dell'animo, che si rispecchiava
nella espressione sorridente e lieta del bel volto
pieno e del labbro ombreggiato da due soli pic-
eli baffi neri. Il Serra, vicino alla quarantina,
magro, asciutto, austero con tutti a cominciar
da s stesso, con lungo pizzo all'imperiale, na-
scondeva sotto r apparenza del burbero la pi
nobile gentilezza dell'animo. Furono felici d'es-
sere insieme. Ma subito vennero da Verrucchio
il padre e la madre del Ripa per assistere il loro
figlio adorato, spasimante per la violenta rot-
tura della tibia e del peroneo spezzati da proiet-
tile sparato a breve distanza. Il buon Serra ce-
dette allora il posto agli affetti della famiglia
e
si fece portare in un altro letto, nella stessa sala,
ma pi lontano. Non abbandonava cos l'amico e
non impediva alla tenerezza materna di espan-
DOPO IL PLEBISCITO
dersi senza riguardo. Poclii giorni dopo, il Serra,
bencli non fosse ancora guarito, usc dall'ospe-
dale dove si sentiva oppresso da qualche cosa
d' indefinibile ma indubbiamente mefitico e de-
leterio. Il Ripa era stato gi dichiarato fuor di
pericolo. L'amico andava tutti i giorni a fargli
visita , a sollevarlo , a sollecitarlo che facesse
presto a guarire. Invece della guarigione so-,
pravvenne in lui la febbre d'assorbimfjnto e la
cancrena d'ospedale. Una mattina di buon'ora il
capitano Serra fu avvertito dal medico che al Ripa
rimaneva poco da vivere. Allora egli , dimenti-
cando s stesso per l'amico, rientr allo spedale
per assisterlo e per confortare i genitori del com-
pagno nel momento solenne e terribile. Tocc al
Serra di animnziare alla signora Ripa che ogni
speranza ormai era perduta, dopo una nottata du-
rante la quale il di lei figlio aveva vomitato san-
gue pi volte. Il Ripa soffr per tre giorni una
penosa, straziante agonia fra le braccia del pa-
dre, della madre e del fido amico. Spir ad
un'ora pom. del 29 ottobi-e, accarezzando il capo
della madre ed invocando l'Italia.
Roma fu commossa da quella morte, ormai
inaspettata: e quando Roma si commuove diiv-
vero, spontaneamente, sa far vedere quali sono
i suoi sentimenti. Ho avuto pi tardi molte o<
-
casioni di confermare nell'animo un tale con-
vincimento. Alle 3 pomeridiane del 30 ottobre,
tutto Borgo San Spirito, dall'Ospedale fino a
ponte Sant'Angelo, era una selva interminabile
di bandiere. La salma del capitano Ripa fu de-
posta da tre bersaglieri del
1*2^
battaglione e dai-
V nttoiKoute dei capitniK in una sontuos;
'v-n--
La morte del capitano Ripa 233
rozza funebre del 1700, la stessa con la quale
erano stati trasportati pochi mesi prima ^Vi
avanzi di Leopoldo II, jrranduca di Toscana.
^OncWattendente usciva all'aria aperta dopo qua-
I^Kinta
giorni, durante i quali non aveva voluto
abbandonare il capitano per un momento solo.
^Ai ciuattro canti della coltre camminavano quat-
I^Kro
capitani dei bersap:lieri, uno era il Serra: ai
^^Hati della carrozza funebre le bandiere dei rioni di
l{onia,
dell'Universit, delle Associazioni e dei
ircoli della citt, portate da cittadini reputatis-
>;inii; Marcantonio Colonna duca di Marino por-
tava quella del club di San Carlo, poi Circolo
delle caccie. Sej^uiva il flore dell'aristocrazia li-
berale, della bor^rliesia, dej^li artisti commisto
ad ufficiali di tutti i gradi e di tutte le armi:
il duca di Sermoneta, appoggiato al braccio ora
dell'uno ora dell'altro dei suoi amici, non s stan-
cava dall' interrogare perch la descrizione lo
(onipcnsasse almeno in parte della impossibilit
di vedere, e spesso alle risposte fattegli non sa-
peva trattenere le lacrime. Due signori
porta-
vano sopra un cuscino di velluto nero una co-
rona di quercia, la corona civica degli
antichi,
intrecciata con un nastro nero sul quale era
scritto a lettere d'oro: Andrea Ripa

20 set-
tembre 1870.
Il corteo, che occupava pi d'un
chilometro
.11 strada, travers gran parte della citt, in
mezzo
;id un perfetto, religioso silenzio. Dalle
finestre
cadevano lievi, crisantemi e petali di rose: il
popolo s'aHbllava dovunque muto, e nelle
piazze,
in tutti i luoghi dove era possibile, erano
ferme
le carrozze delle signore che avevano
lasciato
234 DOPO IL PLEBISCITO
la passeggiata del Pincio per venire a dare T ul-
timo saluto a quel giovine, morto a 29 anni
per
la loro Roma. Non dimenticher mai la scena
semplice e grandiosa, illuminata dalla luce do-
rata a riflessi rossastri porporini , che par-
ticolare de' tramonti autunnali di Roma. Sono
stato presente, dopo, a molti altri funerali di
grandi uomini, di principi, di reggitori di popoli:
a nessun altro

tranne al funerale solenne di
Vittorio Emanuele, al quale concorse non sol-
tanto r Italia ma l' intiera Europa

a nessun
altro, come a quello del capitano Ripa, mi parve
di scorgere tanto consenso unanime di com-
pianto. Roma, con quelle solenni onoranze

solenni pi nella sincerit del dolore che nella
forma

sintetizzava ancora una volta la sua .
riconoscenza verso l'esercito.
S'arriv al cimitero di San Lorenzo alle sei e
tre quarti e l fu deposta la salma accanto a
quella del Rosi. Un prete la benedisse. Gli do-
mandai se altri preti si sarebbero rifiutati a pren-
der parte alla cerimonia. Si strinse nelle spalle
in atto di chi dolente di dovere affermare quel
che gli richiesto. A chi gli ofl'rivaun compenso
rispose rifiutando e dicendo che si compiaceva :
d'aver reso gli ultimi uffici ad un soldato italiano
\
vittima gloriosa del dovere e dell'amore di patria ;
^
si sarebbe tenuto onorato se l'autorit ecclesia-
stica lo avesse perseguitato per aver compiuto
un atto del suo ministero ecclesiastico. Ricopio
le parole precise, trascritte in un libretto d'ap-
punti che ancora conservo, mentre il buon sa- ,
cerdote le pronunziava. Non fu molestato; ma \
un
giornale temporalista

n'erano gi
risusci-
i
Un funerale commovente
235
i.
Ili
tati e nati di nuovo

senza alcun rispetto
per
la religione pi rispettabile e rispettata anciie dai
sclvapjgi

la religione della morte

infani-
niato da zelo di vaticanisino intransigente chia-
ava, la mattina dopo, una pagliacciata la im-
ponente
manifestazione di Roma.
Dagli amici mi guardi Iddio! Non v' istitu-
zione
alla quale lo zelo eccessivo degli amici
abljia fatto
tanto male quanto no ha fatto al
Papato.
XII.
I PRIMORDI DELLA VITA ITALIANA.
Le istituzioni municipali,

Elezioni amministrative e
i)0-
litiche.

I cinque rappresentanti di Roma.

Guardia
nazionale a piedi e a cavallo.

I
"
pizzardoni
.

Aspet-
tando il Re.

L' occupazione del Quirinale.

Le scuole
di Roma.

La cittadella D. C. D. G. ed il liceo ginnasio
Ennio Quirino Visconti.

AH' Univers't.

Le riforme
giudiziario.

Progotti edilizi.
I
Romani erano avvezzi da secoli, non soltanto
a non avere aleuna parte nel governo della cosa
pubblica, ma a considerare il governo come un
nemico o, per lo meno, come un ente la di cui
azione non li riguardava ne punto n poco. Pa-
gavano, non troppo: non si occupavano del come
i denari andassero spesi, poich l'occuparsi di
pubblica amministrazione, di beneficenza e di
cose simili

non parliamo di politica!

sa-
rebbe parso al Governo qualche cosa peggio di
un crimenlese. 11 breve periodo della Repul)-
blica Romana del 1849, susseguito all'altro del
Papato costituzionale, fu agitato troppo dalle vi-
cende dell'assedio e dal dottrinarismo di uomini
poco pratici per essere una scuola profittevole
Il municipio di Roma S37
tanto per quelli che sedettero neir Assemblea
politica, come per coloro che la fiducia d' una
parte
dei concittadini volle preposta allo pul)-
bliche
amministrazioni.
Il
Municipio di Roma si mostr degno, nel 18
49,
del
grande momento storico e n'ebbe lode non
soltanto
dall'Assemblea Costituente, prima della
*
caduta della Repubblica, ma dagli stessi scrittori
di parte avversaria. Ma, caduta la Repubblica,
ed
entrati i francesi in Roma, disparve nuova-
mente qualunque parvenza di autonomia ammi-
nistrativa nmnicipalc. 11 Maguire, cattolico, de-
putato alla Camera de' Comuni , che nel libro
Roma, il suo sovrano e le sue istituzioni^ pub-
blicato nel 1857, si propose il difficile assunto di
mostrare come gli Stati della Chiesa non aves-
sero nulla da invidiare ai pi moderni
e civili
Stati d'Europa, pot parlare di molte cose, pot
dire che tutto andava per il meglio nella Roma
pontificia, ma non seppe comprendere il Muni-
cipio fra le istituzioni da lui enumerate. E l'About
scriveva nel 1801 :
"
Le maire pori le nom de
snateur Rome et Bologne, de
gonfalonier
dans les villes de moindre imporiance..,.
Mais
snateur ou gonfalonier , il n'est qu' un instru-
meni passi/ entre les mans de l'autorite eccle-
siastique
.
La magistratura municipale era nominata dal
Papa senza alcuna apparenza elettiva, come l'ave-
vano anche le capitan d'alcuni Stati d'Europa
prima della instaurazione di un regime costituzio-
nale; come l'hanno i comuni dell'Impero russo
soggetto al regime autocratico. Quelle di Senatore
e di Conservatori di Roma erano cariclie auliclio.
23 I PRIMORDI DELLA VITA ITALIANA
che generalmente, negli ultimi tempi, sia per
avversione mal dissimulata contro il Governo,
sia per indolenza, i patrizi delle grandi famiglie
disdegnavano d'esercitare. Anche nelle faccende
municipali, il Vaticano, o per meglio dire, le varie
cricche imperanti facevano e disfacevano, la-
sciando ai magistrati municipali il vano onore
di abbondare in iscrizioni lapidarie per dire che
il tal sasso fu levato da un luogo e messo in
un altro essendo senatore di Roma il principe
Tizio e conservatori Sempronio e compagni, ad
decorem urbis et incrementum.
Questa condizione di cose avrebbe scusato, se
non giustificato, una tal quale inettitudine da
parte del nuovo corpo elettorale amministrativo
e politico, non che da parte degli eletti. Nessuno
ebbe bisogno di tali scuse. Non voglio dire che
1 Romani siano peggiorati pi tardi, trasforman-
dosi, e che la popolazione nel suo complesso
abbia perduto alcune delle molte buone qualit
assimilando la folla dei
"
nuovi venuti

giunti
dopo il trasporto della capitale : fuor di dubbio
per che alla fine del 1870 non si sarebbero
veduti, neppure col suffragio allargato, 1 feno-
meni elettorali manifestatisi parecchi anni dopo.
I Romani del 1870

parlo dei Romani ben
disposti verso 11 nuovo ordine di cose, o che
ormai s'erano rassegnati al fatto compiuto

dettero prova di molto buon senso. E l'aver
data una tal prova fu per loro assai meritorio
anche perdio, non avendo la pratica della vita
pubblica, ne avevano per gi acquistato un
grosso difetto, quello del parteggiare. Non posso
n vorrei far qui la lunga storia dello rlispute
e
m
li buon senso dei Romani 3i^
delle rivalit fra il Comitato nazionale Romano
ed il Comitato d'azione, i quali rappresentavano
due diverse tendenze, seguivano due diverse
politiclie ed erano riusciti a dividere in due campi
la paite di popolazione desiderosa di veder Roma
riunita all'Italia. Le cannonate del 20 settembre
vevano latto tacere per un momento i dissensi,
tanto
i)i
facilmente in quanto che la parte di
tendenze radicali non era autorevole n nume-
osa; ma i dissensi dovevano rinascere nel pe-
riodo elettorale ed avrebbero potuto esser ca-
gione di un brutto esordio.
Fortunatamente ci non avvemie, e pensando
a quanto vediamo da un pezzo a Roma ed al-
trove, viene in mente di supporr che il senno
svanisca mano a mano che i popoli dovrebbero
divont;u*e, per pratica acquistata, pi assennati
e ])iii accorti.
Il movimento elettorale amministrativo, per
dii-c come si dice, procedette con perfetta rego-
larit dopo i primi inevitabili intoppi. Le note
dei candidati furono discusse e compilate con
la massima cura. Tranne ciualclie incorreggibile,
educat(j politicamente fuori di Roma e tornatovi
dopo aperta la breccia, tutti dettero esempio di
concordia: i partiti

oggi par fino impossi-
bile!

si resero scambievole omaggio met-
tendo, ciascuno nella propria lista, qualche per-
sona meritevole della pubblica fiducia bench
non fosse del suo colore.
Da (quella del 1849, la Roma del 1870 aveva
ereditata la mania de' circoli. Ne pullulavano da
tutte le parti. Se ogni circolo avesse fatta una
lista di candidati per le elezioni amministrative
4 1 TRIMORDI BELLA VITX ITALIANA
vi sarebbero stati 600 candidati per 60 posti. Fu
invece deliberato che ogni circolo eleggesse tre
delegati e gli eletti si radunassero subito per
compilare una lista unica. Nella prima riunione,
presieduta dal duca Mario Massimo

gi pro-
ministro delle armi nel 1848 e che dopo il 20 set-
tembre i clericali volevano far credere rimasto
fedelissimo al Papa,

46 nomi ottennero subito
la maggioranza de' voti ed acquistarono la cer-
tezza dell'esito, il quale fu difatti corrispondente
all'aspettativa con il completo trionfo della parte
liberale pi temperata e dei nomi da essa accet-
tati. Si cominciava bene, in barba ai supersti-
ziosi che si dolsero perch le elezioni furono
fatte in un brutto giorno, il 13 di novembre.
Poi vennero subito dopo le elezioni politiche.
I "circoli,, avevano appena finito di lavorare
quando furono costretti a ricominciare. Anzi
non vi fu, si pu dire, alcuna interruzione di
lavoro , n a quei tempi gli elettori manca-
vano ad alcuna delle adunanze alle quali erano
invitati. Se ne tenevano in ciascuno dei quattor-
dici rioni, compreso Borgo. Le discussioni erano
appassionate, ma non iraconde. S discuteva
poi da per tutto : il romano aborigeno ha la pa-
rola facile e pronta; anche quando parla a ca-
saccio, lo si ascolta volentieri se non altro per
il melodioso ritmo della pronunzia. E quando
incomincia a discutere chi pi capace a te-
nerlo? Dalla elezione del deputato alla guerra
franco-prussiana, dalla guerra alle supposte note
dirette dalle potenze al Governo italiano sulle
cose di Roma, dalle note all'elezione del duca
Elezioni politiche
^41
d'Aosta a re di Spagna, avvenuta in quei giorni,
i!li argomenti non mancavano.
[.e elezioni politiche si fecero in tutta Italia il
20 novembre. Le pareti delle case di Roma bian-
cheggiarono allora per la prima volta di mani-
festi elettorali. Dico biancheggiarono, ma potrei
dire egualmente che rosseggiarono, azzurreggia-
rono e verdeggiarono. Pi che altro verdeggia-
rono, essendo quel colore preferito forse ad in-
dizio della speranza dei candidati. Fra gli episodi
di quelle elezioni a Roma, ricordo questo: un ma-
nifesto che raccomandava di raccogliere i suffragi
d'uno dei cinque collegi su Quintino Sella, censu-
1.1 lido il ministero del quale egli faceva parte.
Si era parlato di dimissioni del ministro delle
liiianze, e molti Romani sapendo quanto egli
avesse fatto per decidere i suoi colleghi a dar
l'ordine di passare il confine, credettero doveroso
di dargli una pubblica e solenne testimonianza
di
gratitudine. Smentite le voci di dimissione, il
passo era ormai fatto ed i promotori credettero
iiopportuno tirare indietro la gamba. Ma il par-
lilo del buon senso, respingendo il significato poli-
tico di protesta dato alla candidatura del Sella,
non accett quella candidatura ed alcuni sedi-
iiti padroni della opinione pubblica rimasero
' mh un pugno di mosche in mano.
l'\i eletto nel
2^
collegio a primo scrutinio Fi-
li
l)po
Cerroti, romano, maggior generale del ge-
nio con 699 voti, contro 147 dati al conte Luigi
Pianciani. gi deputato per Spoleto, emigrato

1m1 1849 e rappreseiitante di idee avanzale. Nella


'
')ta/lone di ballottaggio, i) 27 novembre furono
M tu : dal
1^
collegio Vincenzo litton. rappre
T'ESCI Come ftiamo eniraii iv Roma
18
242 t PUlMORDl DELLA VITA ITALIANA
1
sentante della borghesia intelligente ed attiva
e
della grande industria agricola, che, come ho
detto, aveva dovuto allontanarsi alcuni anni prima
da Roma per sottrarsi alle persecuzioni della po-
lizia; dal
3
collegio, l'avvocato Raffaele Mar-
chetti, oriundo delle Marche, fratello dell'autore
del Ray-Blas, avvocato reputatissimo, stato pre-
scelto come difensore da vari imputati di reati
politici ed egli stesso esiliato: dal
4
collegio,
don Emanuele de' principi Ruspoli, emigrato fino
dal 1859 ed ex capitano d'artiglieria dell'esercito
italiano: dal
5^
collegio (Trastevere) don Miche-
langelo Gaetani duca di Sermoneta, il venerando
capo della Giunta provvisoria di governo e della
Commissione che port a Vittorio Emanuele il
plebiscito di Roma.
Alla fine di novembre, Roma aveva dunque
una rappresentanza municipale regolarmente co-
stituita; aveva cinque deputati al Parlamento:
ed aveva avuto anche una crisi municipale prima
d'avere il sindaco, perch la prima giunta eletta
non volle accettare il mandato conferitole dal
consiglio. Un sindaco, nella persona del senatore
principe Francesco Pallavicini, fu in^minato sol-
tanto con il nuovo anno.
Aveva uno squadrone di guardia nazionale a
cavallo, elegantemente vestito d'una divisa verde
scura con bande rosse e alamari neri, molto si-
mile a quella di alcuni reggimenti d' artiglieria
inglese: in "piccola teimta,, i militi portavano
un piccolo berretto circolare, senza visiera, in-
clinato suir orecchio destro, come quello delle
Morse'Quards. Comandava lo S(|uadrone don Bo-
sio Sforza colite di Santa Fiora, figlio del duca

Tm guardia nazionale 243


Lorenzo Sforza Ccsariiii emferato da Roma e
nominato senatore del Regno dal conte di Ca-
vour fino dal 18G1, e fratello del duca Francesco
Sforza Cesari ni. Il duca Lorenzo aveva fatto edu-
^^^e i figliuoli nelle scuole militari del Piemonte :
^^mcesco, oggi senatore del Regno, jiel 1866
^era capitano di cavalleria ed ufficiale d'ordi-
sjianza di Vittorio Lmanuele: Bosio, sottotenente
jHpie Guide.
^^^ra i militi dello squadrone, clic montavano
civalli sceltissimi, figuravano giovani ed uo-
|ni fatti delle famiglie patrizie non vaticaniste
della pi scelta e ricca borghesia: l addestr
alle anni ed alle evoluzioni Augusto Sindici, egli
pure ex uftciale delle Guide, poi non sfortu-
nato scrittore di commedie. Gli ufficiali dei due
reggimenti di lancieri Aosta e Milano, rimasti
di
guarnigione a Roma, offrirono allo squadrone
un pranzo sontuoso, che 1^ guardia nazionale
a (^avallo restitu agli ufficiali, e mi ricordo di
avere
assistito poche volte a riunioni tanto lie-
tamente cordiali.
Si andavano formando quattro legioni di guar-
dia
nazionale a piedi, delle quali era stato of-
ferto il comando supremo al maggior
generale
lito Lopez

vecchio soldato romano del
1848,
divenuto colonnello nell'esercito italiano, segna-
latosi per varie imprese contro i briganti

ed
i Romani, bench malcontenti di non veder ri-
messo in onore l'elmo di Scipio del 1848. si af-
frettavano a inscriversi nei ruoli delle legioni,
a
(^gliere il panno grigio per il cappotto ed i
pantaloni, quando non volevano o non potevano
aspirare alle spalline d' argento dell' ufficiale di
244 I PRIMORDI DELLA VITA ITALIANA
compagnia od allo spennacchio bianco dell'uffi-
clale di stato maggiore
;
e passeggiavano per le
vie di Roma e frequentavano il teatro e le con-
versazioni nelle pi o meno brillanti divise di
milite e d'ufficiale.
Insomiyia non mancava nulla a Roma di quanto
concorre a costituire, almeno superficialmente,
l'ordine civile d'una gran citt. Il municipio aveva
gi contratto un mezzo milione di debito: erano
state arruolate delle guardie municipali, coman-
date da molti ufficiali, dorati su tutte le cuciture,
ed alle guardie, dalla forma del cappello a due
punte, il popolo aveva messo il nome di pi^^ar-
doni, che quello d'un uccello acquatico.
Non
erano vedute di buon occhio, specie sulle prime,
perch dovendo far cessare abusi inveterati da
secoli, erano costrette a indovinare un regola-
mento di pulizia municipale non ancora com-
pilato. Avversari nati delle guardie erano i bot^^
tari, vale a dire i cocchieri delle vetture dl>
piazza l^o^^e),
molti de' quali venuti, come vengono
'
adesso, dall'Abruzzo aquilano o teramano. Non
avvezzi prima ad alcuna disciplina, respingevano
come prepotenza qualunque imposizione di re-
gola, e sui primi tempi i tafferugli fra guardie e
o^tori erano frequenti: poi, a mano a mano, glil
uni e gli altri, essendo pronti al risentimento ma^
non cattivi n riottosi per indole, i tafferugli ces-
:
sarono.
Non ostante tutto ci, Roma sentiva che la con*
sacrazione di capitale le poteva venir data soltanto
da una visita di Vittorio Emanuele. Quali diflcolt
si opponessero a tale visita l'ho gi detto: ma^
4
Aspettando il Re
245
allora dal pubblico non erano conosciute: ed a
Koma si parlava tutti i giorni dell'arrivo del Re
come di cosa imminente, ed ogni giorno si fa-
cevano e si disfacevano itinerari e programmi.
L'idea classica di far traversare a Vittorio Ema-
nuele il Foro Romano facendolo salire al Cam-
pidoglio per la via Sacra, fu abbandonata per
difficolt pratiche insormontabili. Un resto di
spirito classico fece progettare un ingresso per
la via Appia: poi dal classico passando allo spi-
rito pratico della modernit si pens di far coin-
cidere con l'arrivo del Re l'inaugurazione della
nuova stazione a piazza di Termini, appena in-
cominciata.
r^u nominata una giunta d'architetti, ingegneri
ed uomini di buon gusto per le feste e l'appa-
rato della citt; il conte di Carpegna ed il signor
Augusto Silvestrelli radunarono nelle loro case
i cittadini pi notevoli per concertare T acco-
glienza da farsi al Re, oltre le feste ufficiali. Ma
Mi^nii tanto, sul pi bello, era annunziata una
nuova proroga. A met di novembre, fu detto
clie Vittorio Emanuele non si sarebbe mosso da
Firenze prima del 2G di dicembre, e che, per ra-
gioni di etichetta, il principe e la principessa di
Piemonte, non meno desiderati, sarebbero ve-
imti dopo di lui. A met dicembre la visita fu
annunziata offlcialmente per il giorno 8 gennaio,
e
s'incominci a costruire una fontana provviso-
ria a piazza Venezia e a disfare un orribile palco
reale gi fatto nel teatro Apollo, volgarmente
letto di Tordnona.
Verso il 20 dicembre il cav. Ottino, l'illumina-
tore di tutti i fausti eventi del risorgimento ita-
246 I PRIMORDI DELLA VITA ITALIANA
liano, prese possesso del Corso con un esercito
d'operai, per cominciare altri preparativi di fe-
ste: ed i preparativi continuarono con alacre
sollecitudine, per parecchi giorni, sotto una piog-
gia dirotta che doveva renderli inutili....
Venendo a Roma, Vittorio Emanuele sarebbe
andato , come and
, ad abitare nel palazzo del
Quirinale, residenza estiva dei pontefici, nel quale
il generale MiolUs fece prigioniero Pio VII e dal
quale Pio IX fuggi per Gaeta nella carrozza della
contessa Spaur.
Il palazzo del Quirinale, propriet dello Stato,
era rimasto provvisoriamente nelle mani di un
custode dipendente dalla Corte pontificia. Il 7 no-
vembre il generale La Marmora, luogotenente
del Re, scriveva al cardinale Giacomo Antonelli,
Segretario di Stato e prefetto dei Sacri palazzi
apostolici, annunziandogli che il governo del Re
aveva preso la definitiva risoluzione di occupare
il Quirinale, domandandogli le chiavi del pa-
lazzo. Come era prevedibile e preveduto, non
vennero dal Vaticano n risposta, n chiavi.
Alle dodici e un quarto pomeridiane dell'S no-
vembre, il cav. Luigi Berti questore di Roma,
l'avvocato Emanueli rappresentante del demanio
italiano , il signor Pietro De Angelis
membro
della Giunta provvisoria municipale,
giunsero
al Quirinale accompagnati da due notai, da tre
architetti e da un fabbro ferraio. Come testimoni
cortesemente autorizzati ad assistere alla presa
di possesso v'erano Edoardo Arbib, allora di-
rettore della Ga:^^etta del Popolo, e lo scrittore
di questo libro. Il cav. Berti fece chiamare an-
Uoccupazione del QuiHndle 247
che r ufficialo di guardia al palazzo della Con-
sulta

sottotenente Raimondo De Quesada de'
marchesi di San Saturnino del
36"
bersaglieri

dal quale dipendevano la sentinella posta alla
(prta principale del palazzo ed altre due o tre
be in altri punti lo guardavano esternamente,
[il custode, alloggiato dove sta adesso il guar-
la portone della Real Casa, era gi scomparso;
[
cortile deserto. Salite le due branche dello
calone, ci fermammo davanti alla porta della
lan sala, allora detta degli Svizzeri

oggi dei
( < )ruzzieri

i due battenti della quale erano chiusi


;i chiave e riuniti da una striscia di carta te-
nuta ferma da quattro bolli di ceralacca, im-
prontati da un sigillo con stemma sconosciuto.
*Ntaccata la striscia di carta, il fabbro ferraio
.ovanni Capanna

sul cui capo innocente
gli zelanti invocarono poi con zelo sempre cre-
scente le collere del Signore

apr la porta
con un grimaldello e potemmo entrare nella
x.istissima sala completamente spogliata d'o-
gni mobile, eccetto alcune cassapanche enormi
con gli stemmi papali ed un Papa Pius IX, P. M,
scritto in lettere bianche. Incominciarono subito
le operazioni d'inventario e presa di possesso
le quali durarono parecchi giorni, essendosi do-
vute aprire nello stesso modo, una dopo l'altra,
le centinaia e centinaia di porte di tutto il pa-
lazzo vastissimo.
Molte stanze erano vuote, altre disadorne, ma
contenevano ancora preziosi oggetti d'arte, che
Vittorio Emanuele fece restituire a Pio IX. Un
mese dopo, il Quirinale era trasformato. La gran
sala degli Svizzeri, dal magnifico soffitto di stuc-
248
I PRIMORDI DELLA VITA ITALIANA
chi dorati carico di stemmi di casa Borghese,
era divenuta l'anticamera dell'appartamento
d
cerimonia. La sala nella quale, dopo 1 conclavi
tenuti in Quirinale , i nuovi papi
,
per esempio
Pio IX, ricevettero l'adorazione dei cardinali,
s'era
trasformata in sala da pranzo. Molte belle stoffe,
molte tappezzerie di damasco erano sparite, ma
ricche com'erano di triregni e di altri attributi
religiosi e pontificali non si poteva conveniente-
mente lasciarle ad ornamento d'un salotto della
principessa di Piemonte o della camera d' un
aiutante di- campo.
V'erano scuderie per soli cinquanta cavalli
nei giardini del Quirinale; si cominci subito a
costruirne delle nuove bellissime con disegno
dell'architetto Cipolla, mentre nei sotterranei si
disponevano convenientemente le cucine, le di-
spense e quanto pu essere necessario ad una
corte numerosa; poich il Quirinale doveva, ol-
tre Vittorio Emanuele, ospitare anche i principi
di Piemonte.
Il generale Gugia, primo aiutante di campo
del principe Umberto, era stato prima a vedere
il palazzo della Consulta ma non lo aveva tro-
vato adatto a residenza particolare dei principi:
s'era parlato altres del palazzo Del Drago, gi
Albani, alle Quattro Fontane; ma il proprietario
non era punto disposto a cederlo; fu per ci
ritenuto miglior consiglio che il Quirinale acco-
gliesse tutta la
famiiili.i reale.
Perdio Roma connnciasse ad acquistare ve-
ramente l'indole d'italianit occorreva principal-
mente di trasformare la scuola. Sarebbe ingiusto
Le scuole a Roma
249
dire che scuole mancassero: v'erano in Tras-
tevere ed in altri rioni scuole popolari fondate
da
Giuseppe Galasanzio fino dal 1597; v'erano
scuole regionarie, scuole parrocchiali, scuole
private in gran numero, tutte sotto la sorve-
<;lianza del cardinal Vicario: ve n'erano pa-
recchie unite a monasteri o tenute dai fratelli
(lolle Scuole Cristiane, e scuole notturne per i gio-
\ ani artigiani, oltre le numerose scuole ecclesia-
sticlic, semenzaio di sacerdoti per tutte le na-
zioni del mondo.
In tutte queste scuole per l'istruzione era in
mano dei preti; scarsa, anzi nulla addirittura,
Tcducazione civile. La compagnia di Ges, sta-
i.iiitasi nel centro di Roma, in quella specie di
fortezza disegnata dall'Ammanato che conserva
tuttora il nome di Collegio Romano; si era resa
l'arbitra suprema della istruzione secondaria,
S(mmlnistrata ai giovani con non scarsa dot-
trina per molti rami dello scibile, ma con inten-
dimenti molto diversi da quelli della educazione
moderna; dalla Universit di Roma il governo
;iveva cacciato i migliori insegnanti sospetti di
Hberalismo e vi aveva imperato in nome del
cardinale Altieri, fino al 20 settembre, un mon-
signore arcigno ed intransigente per il quale la
semplice e spesso mendace apparenza di pra-
tiche religiose esteriori teneva posto di dottrina
e di studio.
Il prof. Francesco Brioschi, consigliere della
luogotenenza, si occup subito, con molto zelo
(li trasformare le scuole di Roma. Il municipio
provvisorio si mostr dispostissimo a coadiu-
varlo. Per mezzo appunto del Brioschi, il muui-
250 I PRIMORDI DELLA VITA ITALIANA
cipio chiese al luogotenente del Re il grandioso
fabbricato del Collegio Romano per stabilirvi
le
scuole comunali. Il generale La Marmora
con-
sent la cessione, ma credette opportuno di la-
sciare alla compagnia di Ges una parte del
fabbricato, oltre l'osservatorio diretto dal padre
Angelo Secchi, al quale il generale
Cadorna ap-
pena in Roma era stato a far visita
rendendo
meritato omaggio alla dottrina ed alla scienza,
le quali non hanno colore politico.
Ma i Gesuiti, non contenti di occupare in si-
lenzio gli ampi locali loro concessi dalla longa-
nimit del luogotenente del Re, si prepararono
a
riaprire le loro scuole contemporaneamente
a
quelle municipali. La Giunta present allora al
La Marmora un indirizzo, rilevando gli inconve-
nienti che avrebbero potuto conseguire dalla con-
temporanea esistenza delle due scuole,
mentre
Aristide GabelH, mandato a Roma con Tufiflcio d
provveditore agli studi, avvisava i giovani
e le
famiglie che non si sarebbero tenuti validi gli
studi fatti nelle scuole della Compagnia di Ges
dopo l'apertura di quelle municipali.
Il 5 novembre le scuole dei Gesuiti furono ria-
perte. Il fatto produsse molta agitazione nella
citt: si parl di immediate dimissioni della
Giunta. 11 7 fu proibito ai Gesuiti l'insegnamento,
dopo una dimostrazione sotto il palazzo della
Consulta avvenuta la sera prima, e la bandiera
tricolore sventol sulT ultimo trinceramento ri-
masto in Roma- ai padri D. C. D. G.
Il 12 la martellina degli scalpellini spezzava,
senza tanto rumore, i due grandi medaglioni
sulle porte principali del Collegio Romano,
nel
Al Collegio Romano
251
quali erano scolpite le tradizionali
I. H. S. sor-
montate dalla croce e contornate da raggi. La
Mite che traversava la piazza si soffermava
a
guardare. Forse l'ossa di Clemente XIV

papa
Ganganelli

esultarono dentro la loro tomba,
nella non lontana chiesa del SS. Apostoli, dove
la statua di quel Pontefice, scolpita dal Canova,
stendendo la destra pi in atto di comando che
(li benedizione, sembra decretare ancora lo scio-
11 mento dell'ordine fondato da Ignazio di Loyola.
Il 3 dicembre, al Collegio Romano, dove an-
( ora i padri D. C. D. G. rimanevano in alcuni
locali ma senza scuole, alla presenza del luo-
gotenente del U, e di tutte le autorit civili e
militari, il professore Domenico Gnoli lesse,
nella grandissima sala del primo plano, un di-
scorso col quale s'inaugurava il nuovo liceo-
^;innasio, intitolato ad Ennio Quirino Visconti

l'illustre archeologo ed epigrafista nato a Roma


nel 1737 e morto a Parigi nel 1818

e del quale
\\\ nominato preside Nicomede Bianchi, lo sto-
rico della diplomazia piemontese. Le mamme e
le sorelle romane accorsero a frotte a varcare
(
incile soglie prima loro vietate dalla clausura;
(lue grandi bandiere tricolori sventolavano sulla
tacciata dell' cdifizio, e una banda militare suo-
nava nel cortile la marcia reale, mentre i gio-
vanetti e i giovani iscritti alle classi ginnasiali
applaudivano 11 generale Alfonso La Marmora
on tutto l'entusiasmo della loro et e di quei
tempi.
L'Universit fu riaperta, con nuovi ordina-
menti, il 21 novembre. Parecchi degli antichi pr-
262 I PRIMORDI DELLA VITA ITALIANA
fessori erano scomparsi; il venerando prof. Carlo
Maggiorani, che aveva rinunziato alla cattedra d;
medicina legale fino dal febbraio 1860 per essergli
stato espulso un figlio dagli studi, ed aveva poi
dovuto esulare quando altri due suoi figliuoli tra-
sportarono a Firenze e pubblicarono nella Na-
zione l'incartamento del processo Fausti Venanzi,
trafugato dalle carceri dal secondino Settimio
Pretonari, fu reintegrato dopo dieci anni nel suo
insegnamento, che aveva continuato durante
quel tempo all'Universit di Palermo. Nuovi pro-
fessori vennero da altre universit del Regno;
la facolt giuridica fu quasi rinnovata di sana
pianta: Giuseppe Saredo lesse una scienza in-
tierameifte nuova per le aule borrominesche
della Sapienza

il diritto costituzionale: il Pa-
cifici Mazzoni vi dett le norme della procedura
civile.
Parecchi giovani, desiderosi di novit, ven-
nero da altre citt del Regno per studiare nella
Universit di quella Roma dove la nuova Ca-
mera dei deputati diceva di voler trasportare
cfiettivamente ipso facto,
dentro tre mesi, la
capitale del Regno. Vi portarono parecchi molta
volont ed alcuni fra loro sono passati pi tardi
dalla Sapienza a Montecitorio. Ma pur troppo
vi portarono anche, come era naturale, le cat-
tive abitudini che neppur venticinque anni fa
erano ignote dalla scolaresca italiana, compresa
fra le altre la smania per la politica.
Fino da quel tempo

probabihnente
da che
mondo mondo

le minoranze avevano il
torto d volersi prendere la ragione per forza,
gridando; e le maggioranze il torto anche mag-
Alla Sapienza
253
4:
gioredi lasciarsi soprafTare dalle grida, pr bono
acis. Per conseguenza accaddero subito dei di-
rdini, si tennero delle riunioni tumultuose e
olti giovani si distrassero dagli studii dimen-
ticando che a far le cose brutte e noiose, come
il parteggiare, meglio decidersi quanto pi
tardi possibile.
L'amministrazione della giustzia reclamava
una sollecita e completa riforma e fino dal 9
novembre era stata decretata la costituzione di
una corte d'appello e di un tribunale civile e
correzionale, con la nomina de' magistrati chia-
mati a comporre la corte ed il tribunale.
Fra gli avvocati romani ve n'erano degli ec-
cellenti per la profondit degli studi e la par-
ticolare cognizione del diritto romano e del diritto
canonico, ma avevano abitudini ed usanze tali
da doversi rimodernare. Gli avvocati diffcil-
mente parlavano, presentando sempre delle me-
morie in difesa del loro cliente: quando parla-
vano dovevano usare il latino! 11 pubblico non
capiva nulla: ma non importava, la pubblicit
(lei dibattimenti non esistendo n di fatto n di
dii'itto.
Ai primi di novembre, Roma aveva gi dello
associazioni operaie ed una societ per il tiro
a segno: alla fine del mese il comm. Gerra
aveva insediato il nuovo consiglio provinciale
e fatto nominare la deputazione. E si pensava a
stabilire le localit pi adatte per il Parlamento
ed i ministeri, molte delle quali gi erano state
definitivamente indicate : si pensava ad aiimcn-
24 I PRIMORDI DELLA VITA ITALIANA
tare il numero delle abitazioni sebbene non
s'immaginassero ^ancora le follie edilizie com-
messe poi, dopo dieci o dodici anni. L'idea
principale, disgraziatamente abbandonata per
quella dei quartieri alti, era allora di edifi-
care un quartiere nella zona fra San Pietro e il
Tevere, dirimpetto al porto di Ripetta, zona allora
completamente deserta, bench piana e non lon-
tana dal centro della citt
;
di prolungare il Corso
fino al Campidoglio, allargandolo in vari tratti;
di proseguire via Condotti fino al Tevere costeg-
giandolo fino al ponte Sant'Angelo; di costruire
i lungo Tevere e di edificare un quartiere di
case operaie al Monte Testacelo.
Molte delle quali cose sono poi state fatte
tardi e anche male, dopo averne pensate e fatte
anche altre peggiori.
XIII.
I Romani del 1870.
L _
romana.

Vaticanisti e liberali.

La spada offerta a
Napoleone IH.

Tanti fratelli, tanti cervelli.

La bor-
lieaia ricca.

Sentimenti conciliativi.

"
Generone

e
i,^eneretto
.

Clubi e caccie.

I primi ricevimenti.

Le colonie estere.

Eiempi d' intransigenza.

I chiassi
deir8 dicembre.

Esagerazioni dei giornalisti.

I popo-
lani e le popolane di Roma.
Perch una citt s'iininedesimi in un re?:no e
senta la coscienza di doverne dividere la pro-
spera come l'avversa fortuna, essendone la ca-
pitale, non basta comunanza di orij^ine e di
lingua, n lungo ed ansioso scambievole desi-
derio di unione vaticinata, n recente acquisto
(logli stessi ordinamenti civili : ma occorre una
spontanea fusione di sentimenti, di costumi,
d'abitudini materiali e morali. L'ambiente di
Koma prima del settembre 1870 era senza dub-
l)io molto differente da quello di Firenze, di
Torino, di Napoli, per cento ragioni facili a com-
prendersi e che sarebbe troppo lungo l'enume-
rare. Da lunghi secoli Roma era soggetta ad un
governo dissimile da qualunque altro: da lunghi
256 T ROMANI DEL 187
secoli i Romani suggevano col latte il pregiu-
dizio storico di una loro grandezza derivante
dall'antica, della quale rimaneva ormai la tra-
dizione, non la ragione.
Nelle orecchie d'ogni friggitore, d'ogni abbac-
chiaro, d'ogni minuto bracciante risuonava, se
non le parole, il concetto del
Tu regere imperio populos, Komane, memento.
Senza essere una ampollosit retorica, come
poi diventato da quando meno sentito, il
romanesimo era un po' nel sangue di tutti;
senza escludere, ben inteso, il sentimento na-
zionale
;
senza neppure attenuarlo, come lo atte-
nuano qualclie volta alcune tendenze rcgi(na-
liste. Noi eravamo per loro "gli Italiani.,
td
essi erano
"
li Romani de Roma

ma non si
sentivano per questo meno italiani di noi quandi)
il sentimento della nazionalit doveva necessa-
riamente intervenire nel loro pensiero.
"
Romani
de Roma,, di fronte a noi; Italiani e di tutto
cuore di fronte agli altri.
Parlo particolarmente di chi aveva dL^innaiM
l'unione di Roma all'Italia o vi s'era rassegnato
di buon animo, vale a dire della grande mag-
gioranza della popolazione romana: non dei
rimasti fedeli al Vaticaio regio, per convinzione,
per pregiudizio, o per tornaconto. Chi scriver
la storia di Roma capitale non potr per tra-
scurare la esistenza, dir cosi, d'uno strato inter-
medio fra i liberali e i vaticanisti
;
composto di
persone le quali, pur non avendo mai provato
alcun bisogno di cambiamenti ix>litic, e pur con-
I
"
Bomani de Roma

257
siderando gli Italiani come intrusi, si adattarono
presto, se non teoricamente almeno in pratica
al fatto compiuto.
Ho conosciuto una signora che, dici anni
d< po il 20 settembre, continuava sempre a chia-
marci
"
questi

senz' altro appellativo, e an-
dava di quando in quando ai ricevimenti
del
Vaticano: ma pianse sincere lagrime quando
mor Vittorio Emanuele e ne avrebbe sparse chi
sa mai quante se
"
questi

avessero lasciato
Roma.
Le divisioni fra le diverse classi sociali, fra i
varii ceti, erano, venticinque anni fa, molto
pi evidenti, molto pi nettamente determinate
clie non lo siano adesso. Esistevano fra un ceto
e l'altro delle linee di confine che raramente
alcuni uomini varcavano; pi raramente, le
donne. Tali confuii esistevano in alcune circo-
stanze anclie fra le suddivisioni d'uno stesso
o: nella Tolla, l'About ci ha narrato una vera
a l)ietosa storia d'amore della quale fu motivo ed
origine il differente grado di nobilt esistente
fra due famif;lie ciie pure erano inscritte egual-
mente nel libro d'oro Capitolino. Eppure la no-
bilt romana non si pu dire clie fosse spagno-
lescamente altezzosa, n che facesse compren-
dere nella vita di tutti i giorni di sentirsi molto
al disopra degli altri ceti.
Essa nobilt, quale esisteva nel 1870, poteva
distinguersi in tre classi ; quella avente origine
feudale o storica; quella d'origine pontifcia o
prelatizia; e quella di origine pi recente per a
quale il titolo nobiliare rappresentava la meta
Pesci. Come siamo entrati in Roma. 17
258 I ROMANI DEL 1870
ambita e raggiunta

qualche volta
comprata

da famiglie di nuovi ricchi.


Fu detto e scritto nel 1870 che la nobilt
Ro-
mana era rimasta, per la massima parte,
fedele
al Vaticano Regio: fu scritto anche nelle fittis-
sime colonne dei giornali inglesi da un
patrizia
romano. Mi pare che egli s'ingannasse nel com-
puto, e forse egli deve averlo pi tardi rifatto
dentro di s, persuadendosi d'avere sbagliato.
Molte famiglie di nobilt antica erano spente
nel
1870, oppure i loro discendenti collaterali,
conservando il casato, avevano perduto ric-
chezze e lustro.
Dei Massimo

che a ragione od a torto
vantano la loro origine da Fabio Massimo

il
ramo primogenito era rimasto fedele al Vati-
cano, bench imparentato con casa Savoja

la madre del principe d'Arsoli era sorella del
principe Eugenio di Savoja Carignano

mentre
il duca Mario Massimo capo del ramo cadetto,
ex ministro di Pio IX nel 1848, aveva accettato
Ja carica di assessore municipale.
I Colonna e gli Orsini, che fino quasi alla
met del XVI secolo mantennero il privilegio
di firmare i trattati di pace e d'alleanza conclusi
fra i vari Stati, come i sovrani d'allora, conser-
varono l'ufficio di principi assistenti al soglio
dato loro dai pontefici in ricordo e in compenso
della divisa e contrastata signoria feudale di
Roma. Ma don Giovanni Andrea Colonna prin-
cipe di Fallano viveva gi da qualche tempo a
Napoli : i suoi figli pi grandi, don Marcantonio
duca di Marino e don Fabrizio, erano l'uno ser-
gente della guardia nazionale a cavallo, l'altro
Colonna ed Orsini 259
ufficiale nei lancieri Milano. Don Filippo Orsini,
principe di Roccagorga, rimase, come suol dirsi,
a
cavallo al fosso, mentre il veccliio principe
continuava nell'ufficio presso il pontefice.
Don Maffeo Colonna di Sciarra, bencli sua
madre avesse parteggiato per il Borbone di
Napoli e per la reazione fino al punto di dover
comparire sul banco degli accusati davanti alla
Corte d*Assise di Napoli nel 1862; bench la sua
casa fosse stata frequentata da zuavi e legitti-
misti fino alla sera del 19 settembre
;
senti egli
pure d'essere italiano e s'inscrisse fra primi
nella
guardia nazionale a cavallo.
Un duca Bonelli Crescenzi, gi guardia nobile
uv;l Papa, emigrato nel 1859, era morto poco
prima del 1870 dopo essere stato maggiore di
cavalleria ed ufficiale d'ordinanza di Vittorio
Emanuele. Degli Sforza e del duca Lorenzo, loro
padre, ho gi detto : il vecchio duca Laute della
Rovere di Montefeltro, uno dei difensori di Roma
nel 1848,
si era trovato con Garibaldi a Mentana.
I
Caetani, padre e figlio, non avevano aspet-
tato il 1870 per diventare liberali e il loro pa-
lazzo
in via delle Botteghe Oscure era un luogo
di
ritrovo per quanti italiani e stranieri amanti
deiritalia
visitavano Roma. 11 principe Filippo
Boria
Pamphilj fece parte della prima ammini-
strazione
comunale di Roma: funzion per po-
chi
giorni da sindaco e fu poi per breve tempo
anche
prefetto di palazzo di Sua Maest. Un
Cenci
Bolognetti creato dal papa principe di Vi-
covaro fu nominato pi tardi maestro di ceri-
monie di Corte.
Rimasero vaticanisti i Barberini, i Chigi, i
200 I ROMANI DEL 1870
Borghese

ma senza esagerazione n ostenta-
zione,

gli Aldobrandini, i Lancellotti, i Salviati,


i Patrizi, i Tlieodoli , i Ricci-Paracciani, i Sac-
chetti, i Serlupi, i Rospigliosi

bench il prin-
cipe don Clemente si fosse rifiutato nel 1860 a
firmare un indirizzo d' inalterata devozione
a
Pio IX. Invece Francesco Pallavicini Rospigliosi,
poi senatore del Regno, fu il primo sindaco di
Roma e mise il suo primogenito nell'esercito: i
due figli del principe Livio Odescalchi, completa-
mente ritirato a vita privatissima

Baldassare
e Ladislao

avevano gi da qualche anno repu-


tazione di buoni Italiani. Il principe di Piombino
era senatore del regno d'Italia da qualche anno:
era vaticanista il duca di Sora suo primogenito,
mentre don Ignazio principe di Venosa aveva
egli pure combattuto col vecchio duca Laute a
Mentana, dovendo poi rinunziare a tornare a
Roma fin quando non pot andarvi qual com-
ponente della Giunta provvisoria di governo.
Don Marco Ottoboni Buoncompagni Ludovisl
duca di Fiano, il marchese Francesco Vitelle-
schi, oggi colleglli del principe di Venosa in Se-
nato, erano amici nostri; il Vitelleschi, uomo
di
profonda e vasta cultura, col pseudonimo
di
Pomponio Leto stava allora terminando la
storia
dell'ultimo Concilio Vaticano, libro scritto
con
moderazione ma con tale esattezza da farlo
essere
sgraditissimo agli zelanti e condannare
dalla
Congregazione dell'Indice.
Don Orazio Falconieri andava di perftiiv <iv^-
cordo con suo figlio, il conte Guido di Carpe-^'
gna, uno dei migliori e pi attivi fra i giovani
patrizi che affrettarono la italianit di Roma:
Liberali e Vaikaniati 261
un suo figlio secondogenito serviva nella no-
stra cavalleria.
Fra i Ruspoli del ramo inincii-aiu erano tem-
poralisti il vecchio principe ed il suo primoge-
nito: il secondo aveva fatta la campagna del 1866
nel nostro reggimento Guide come volontario;
e fu promosso sottotenente. Don Emanuele,
don Augusto con 1 figliuoli, don Enrico, don Ip-
polito erano liberali: quest'ultimo era stato a Pa-
rigi a presentare a Napoleone III la spada of-
fertagli dai Romani dopo la campagna del 1859,
insieme con il principe Gabrielli e con il marchese
Angelo Gavotti Verospi.
L'altra spada, offerta dai Romani a Vittorio
Emanuele, gli fu consegnata dai signori Ma-
stricola, Santangeli e Luigi Slvestrelli, gi esi-
liati per altri motivi politici; altrimenti, per lo
meno l'esilio non sarebbe loro mancato. Ai tre
sunnominati Gabrielli, Gavotti e Ruspoli, non fu
fatto nulla, probabilmente perch il principe Ga-
brielli aveva per moglie una Bonaparte, e donna
Elisabetta Ruspoli nata Pepoli era figlia di una
Murat e lontana parente essa pure di Napo-
leone III che le passava un assegno sulla sua
cassetta privata, anche quando teneva le truppe
a Roma a proteggere il Papa.
Nelle famiglie numerose era frequente il caso
di fratelli di opinioni diverse: in casa Pianciani
il conte Luigi era deputato della Sinistra avan-
zata ed il conte Adolfo esente delle guardie no-
bili pontificie; il marchese Del Gallo profes-
sava egli pure idee radicali, ed il fratello prin-
cipe di Roccagiovine, marito di una Buonaparte,
come il vecchio conte Primoli, marito di un'al-
262 I ROMANI DEL 1870
tra Buonaparte, si mantenevano neutrali. V'erano
liberali, neutri, e temporalisti nella famiglia
de'
marchesi Capranica.
Dei Torlonia

per dire della nobilt pi re-
cente

il principe Alessandro rimase affezio-
nato al papa, a suo modo : il duca Giulio al-
lora vivente non si mostr punto contrario al
nuovo ordine di cose e i suoi figli furono edu-
cati poi dalla madre

una Chigi

a senti-
menti italiani: il primogenito Leopoldo, allora
diciassettenne, stato poi sindaco e deputato di
Roma. I figli del duca Grazioli si manifestarono
italiani, come il marchese Galabrini, il conte
Troili, il conte Malatesta, il marchese Tiberi. Il
duca Romualdo Braschi rinunzi volontaria-
mente al posto di guardia nobile di S. S. prima
del 20 settembre e fu capitano
del];i .-nMi-riia
na-
zionale.
Era tutta o quasi tutta affezionala all'Italia la
nobilt residente in Roma, ma oriunda d'altre
parti del Regno; cominciando da don Marino
Caracciolo principe di Ginnetti, capo delle nume-
rosa prosapia napoletana dei Caracciolo
;
erano
"
bianchi

il marchese Santasilia di Napoli, uno
dei conti Brazz di Udine, il conte Andi'eozzi di
Foligno , due conti Catucci di Narni , il conte
Bruschi di Corneto, un conte Vinci delle Mar-
che; parteggiarono pi o meno caldamente per
il Vaticano i Macchi, i Folicald, 1 Barbiellini-Ame-
dei, i Falzacappa, 1 Bourbon del Monte, i Mare-
foschi, i Naselli.
La ricca borghesia si conformava al nuovo
stato di cose che aveva volenterosamente con-
corso a stabilire in
Pomn.
Erano con noi i Ma-
Nobilt e borghesia
263
rignoli

oggi marcliesi,

i Tommaslni, i Guer-
rini, grossi banchieri soci in affari con Filippo
Berardi,

i Del Grande, De Angelis, Castellani,


Polverosi, Alibrandi, Narducci, Giorgi, Silvestrelli,
Piacentini, Jacobini, Serraggi, Serventi, Gor Maz-
zoleni, Lunati, Trojani, Brenda, Gualdo, molti
de' quali arricchiti esercitando l' industria agri-
cola, e parecchi in mala vista del governo
pontifcio. Uno dei Silvestrelli , Luigi, emigrato
dal 18G0, era stato per tre legislature deputato
di Terni al Parlamento Italiano. Angelo
, Ro-
molo e Vincenzo fratelli Tittoni non avevano
lasciato passare occasione per essere utili alla
patria: quest'ultimo

che ho gi avuto occa-
sione di nominare pi volte

era stato, con
il principe di Piombino e l'architetto Campo-
vesi a Parigi, nel 1861, a portare a Napoleone III
un indirizzo firmato da 10000 Romani che in-
cavano d'essere sottratti alla signoria tempo-
rale del papa.
Non bisogna certamente
supporre che quanti
non consentivano nelle opinioni
politiche della
maggioranza tenessero un contegno
provocante
ed urtante. Vi fu qualche
famiglia patrizia che
per lunghi mesi non mand fuori di casa i fi-
gliuoli, perch non corressero il rischio d'incon-
trar soldati
"
piemontesi
,
e quei poveri ragazzi,
oggi uomini fatti, dovettero
contentarsi di cor-
rere sulle terrazze,
fortunatamente vastissime,
dei loro palazzi. Vi fu qualche altra famiglia, la
quale rest per molti mesi in campagna. Ma,
generalmente, la tolleranze fu js:rande
dr*
una
parte, quanto franca la disinvoltura dall'altra.
264 I ROMANI DEL 1870
Fin dai primi giorni dopo V ingresso
delle
truppe, fino dal giorno stesso, nei contatti inevi-
tabili fra gli abitanti di una citt ed un esercito
che la occupa, sia pure anachevolmente , non
avvenne alcun disgustoso incidente. Ho accen-
nato della cortesia veramente principesca usata
dal principe Marcantonio Borghese verso il ge-
nerale Bessone : so d' altri ufficiali che, allog-
giati provvisoriamente in casa di famiglie noto-
riamente vaticaniste, vi furono trattati con de-
licati riguardi. Ad un ufficiale fu assegnato, in una
casa principesca, un appartamentino provveduto
di quanto pu occorrere ad una persona d'abitu-
dini pi squisitamente raffinate, e gli fu detto che
vi sarebbe potuto rimanere quanto gli fosse pia-
ciuto poich quelle stanze erano abitate da uno
de' fgU del padrone di casa, in quel momento
assente. Il 21 settembre, nel pomeriggio, ecco
che il figlio assente torna a casa, va diretta-
mente alle sue stanze, le trova occupate.... e
l'ufficiale italiano che scliiacciava un sonnellino
si vede aprir le finestre da un sotto-ufficiale
pontificio, il quale alla sua volta rimane di stucco
trovando nella propria camera un ufficiale ita-
liano. L'equivoco si spiega subito: la famiglia
credeva che il sotto-ufficiale prigioniero fosse
mandato chi sa dove e chi sa per quanto, ed
invece la bOi;t del generale Cadorna aveva
avuto si grandi braccia, direbbe il poeta, da la-
sciaro andare subito a casa gli ufficiali e sotto-uf-
ficiali romani. Non
vi fu modo I il sopravvenuto
volle che Fcspite nmanesso dov'era, ve lo trafc-
tenne per parecchi giorni e sono sempre rima-
sti amici.
I primi affiatamenti 265
La comunanza di opinioni politiche fu un gran
coefficiente per determinare una fusione pi com-
pleta fra le classi sociali, necessaria, indispen-
sabile in una citt dove anche fra la borghesia
esistevano, per cosi dire, distinzioni gerarchiche.
Una delle tante satire che comparvero a Roma
fra il 1849 e il 1870 quando, non potendosi criticare
il governo, la mordacit dello spirito si doveva
sfogare con questo e con quello

enumerando
le signore della borghesia

fu nel 18G7 o
nel 1868

le divideva in signore del generane
e del fjeneretto, ed i vocaboli erano rimasti ad
indicare una sfumatura di divario che mala-
mente si potrebbe definire a parole.
Non furono dapprima frequenti le occasioni
per far sparire le diseguaglanze ed arroton-
dare gli spigoli. In ottobre, molte signore ve-
nute a Roma dalla campagna subito dopo il
20 settembre, erano tornate in villeggiatura. Le
sole manifestazioni di vita pubbhca erano la
passeggiata quotidiana nel Corso, a villa Bor-
ghese, al Pincio, dve allora pi che adesso le
signore maggiormente in vista si fermavano
con le carrozze sulla terrazza dalla quale si
gode una incantevole veduta di Roma. La sera
al teatro si facevano delle visite nei palchi, ma
quasi nessuna signora riceveva in casa e man-
cavano le occasioni di conoscenze nuove fra
le famiglie romane ed i nuovi venuti.
Prima a ricevere in casa, al secondo piano
del
palazzo Ruspoli, fu donna Elisabetta Ruspoli Pe-
poli, gi rammentata di sopra, nelle cui sale da bi-
gliardo e da conversazione si trovarono mescolate
ed in buonissima armonia tutte le classi e tutte le
I ROMANI DEL 1870
opinioni; delle signore, de' nobili liberali, qualche
guardia nobile, qualche artista, qualche ufficiale
italiano. Nel salotto di donna Elisabetta fu, su-
bito dopo il 20 settembre, proposto da lei di re-
galare una bandiera alla corazzata Roma e creato
un comitato che consegn la bandiera qualche
anno dopo, a Civitavecchia.
Altri comitati, per concerti a benefzio deae-
riti o per simili scopi patriotici, servirono ad
affiatare megho le signore della aristocrazia li-
berale con quelle della borghesia. Per gli uo-
mini le occasioni erano pi frequenti: il Circolo
della Caccia dovette subito allargarsi, avendo
accolto come soci parecchi de' nuovi venuti, e da
piazza San Carlo sopra l' antico caff di Roma,
and a stabilirsi vicino a piazza Venezia, fra il
palazzo Bonaparte e il palazzo Doria. Fu aperto
il circolo detto Bernini, dal nome del palazzo di
residenza; e si costitu il Circolo artistico inter-
nazionale. Gli sportsmen e gli ufficiali di caval-
leria trovarono presto un terreno neutro nelle
caccie alla volpe , alle quah non nnunziarono
neanche gli appassionati neri, pi deboli delle
loro signore che seppero resistere pi lunga-
mente al desiderio di farsi vedere in teatro. Al
primo meet della stagione 1870-71, che fu a Tor-
renuova, sulla fine di novembre, con una nuova
muta venuta dall'Inghilterra, il master parti se-
guito da un centinaio di cavalieri di tutti i co-
lori, tanto d'abito che d'opinioni.
Gli uomini che rappresentavano il governo
non erano tali da diventare centro di una nuova
La nuova vita mondana
267
vita sociale. La contessa La Marmora raggiunse
a Roma il generale, ma abit con una sua sorella
e non entr mai alla Consulta. Dei consiglieri di
luogotenenza, il solo Brioschi aveva seco la fa-
miglia ed a Roma si ricorda ancora
l'ammirata
leggiadria di sua figlia allora giovinetta. Era il
solo che ricevesse qualcuno: gli altri o non
avevano seco signore o vivevano ritiratissimi.
Il principe e la principessa Pallavicini dettero
un pranzo in onore del generale La Marmora:
il principe don Filippo Doria Pamphilj fu il
]>rinio ad aprire le sale del suo palazzo, il 5 di-
embre, ad un ricevimento con ballo, ripetuto
nei quattro luned dell'Avvento a prefazione ad
altre feste pi splendide promesse per il carne-
vale. Faceva gli onori d casa la bellissima figlia
primogenita del principe, duchessa Teresa Mas-
simo di Rignano, e vi fu invitata l'aristocrazia,
ma pochissimi neri si fecero vedere. Le signore
borghesi si potevano contare sulle dita di una
mano sola.
Il banchiere Giuseppe Baldini invit ogni ve-
nerd in casa sua, al primo piano del palazzo
Simoncttl a San Marcello , ora dei principi di
Venosa, aristocrazia, borghesia di vari gradi e
nuovi venuti. Vi andavano tutti, gli uomini in
specie. Il Baldini, finito poi miseramente, gettan-
dosi nel Tevere in conseguenza di grosse perdite
fatte giocando alla Borsa, era in fin de' conti un
buonissimo uomo. Somigliava talmente a Verdi
che una sera alla Pergola di Firenze gli comin-
ciarono a fare una ovazione. Molti che andavano
sempre per casa sua, dove era corte bandita,
lo calunniavano. Egli lo sapeva e figurava di
268 I ROMANI DEL 1870
non accorgersene. Meritava certamente sorte
migliore e la sua famiglia, piena di cuore e di
cortesia, meno disgrazie di quelle avute. Casa
Baldini fu per qualche anno la prima tappa che
molti dei nuovi arrivati fecero iniziandosi alla
vita romana.
Le colonie estere solite a formarsi l'inverno
a Roma, nel 1870 non erano numerose per molte
ragioni. Turbava ancora
1'
Europa una gran
guerra che tratteneva non soltanto francesi e
tedeschi, ma altres gli inglesi ed i ricchi d'al-
tre nazioni dal viaggiare per diporto. Fore-
stieri ne vennero pochi e molto tardi. Quelli per
che erano a Roma e vi passavano sempre l'in-
verno

americani del Nord ed inglesi quasi
tutti

esercitarono una influenza conciliatrice
fra bianchi e neri, che in casa loro si trovavano
volentieri insieme in terreno neutro.
Che, d'altronde, tolleranza maggiore non si
sarebbe potuta desiderare. La tolleranza niente
pi d'un dovere per una popolazione civile, ma
giusto riconoscere che i Romani lo adempi-
rono scrupolosamente. Preti, frati, seminaristi
poterono liberamente farsi vedere nelle strade
il 21 settembre. Si cominci poco dopo a rive-
dere anche i cardinali, non pi con la porpora,
bens in abito talare con filettatura rossa e bot-
toncini rossi, nessun segno di dignit ecclesia-
stica intorno al cappello, e nei primi tempi con
le calze nere da semplice prete. Le calze rosse
lei cardinale Glarelli furono ritenute un primo
simbolo di intenzioni conciliative e dettero mo-
tivo di conversazione per pi di ventiquattr'ore.
Tolleranza esemplare 269
I
cardinali
smessero la porpora non tanto
per
propria
risoluzione quanto per ordini supe-
riori;
che lo smetterla non sarebbe bastato a
non
farli
conoscere. Si riconoscevano
a cento
passi
distante,
quandp andavano al Vaticano,
o
fuori di porta Pia dove scendevano a passeg-
giare a
piedi', per la forma barocca delle loro
berline e per le pariglie di cavalli di razze spe-
ciali, sempre morelli, dal collo grosso e carnoso
e
dalla piccola testa.
Morto il cardinale Matte nella prima decade
<l'ottobre, fu proibito dal Vaticano di fargli
qua-
lunque pompa di funerale e lo portarono al cam-
posanto in carrozza, solo, come un morto di
malattia contagiosa.
Si disse che il Papa avesse dato ordine di
chiudere le chiese, quando Vittorio Emanuele
fosse giunto in Roma; ma non V ho mai creduto,
bench Pio IX facesse troppo spesso quello che
gli facevano fare. Il cardinal vicario proib bens
la messa di notte la vigilia di Natale, bench
permessa in tutto il mondo cattolico; ma
quando
Vittorio
Emanuele giunse inaspettato a Roma
le chiese rimasero aperte.
Da parte de' nuovi venuti e de' romani
liberali
nessuno pensava del resto a fare offesa alla re-
ligione ed ai sentimenti religiosi della popola-
zione. Le funzioni ecclesiastiche
continuarono
ad essere celebrate con la usata pompa in tutte
le chiese, cominciando dalla Basilica di San Pie-
tro, dove ne' giorni di festa era sempre
"un
pieno di soldati

non impalati come quelli ve-
duti dal Giusti nella chiesa di Sant'Ambrogio
a
Milano, ma rispettosi e compunti.
270 I ROMANI DEL 1870
Il 7 e r 8 di dicembre furono celebrate in
San Pietro solenni funzioni per la festa della
Concezione: la sera del
7, secondo la
consuetu-
dine romana, introdotta dopo la proclamazione
del dogma dell'Immacolata, furono illuminate
molte case di Roma, compresi i palazzi di alcuni
patrizi dichiaratisi liberali. I lumi non
avrebbero
dato fastidio a nessuno, se da qualche tempo gli
zelanti non avessero messo in giro la voce che
la Madonna, nel giorno della sua festa,
avrebbe
fatto il miracolo di mandar via gli
"
invasori

che in gergo clericale si chiamavano


buzzurri.
Non ostante il tempo pessimo, il giorno
8, come
il precedente, la Basilica era affollata, e perch
si capisca che l dentro v' qualcheduno
occor-
rono non meno di dieci o quindici mila
persone.
Molte gi se n'erano andate per i fatti loro,
quando avvenne un tumulto in piazza.
I bor-
ghigiani, non avendo molta fede nel promesso
miracolo, stavano vigilando per scoprire
se, in
mancanza dell'intervento soprannaturale, non si
tentasse invece qualche umana birichinata.
Fu detto allora che, apertasi la porta di bronzo
del palazzo Vaticano, ne uscisse fuori un drap-
pello di gendarmi travestiti gridando Viva il
Papa Re: al quale grido i borghigiani avreb-
bero risposto con quello di Viva Vittorio Ema-
nuele, susseguendone un vivace scambio di ba-
stonate ed ombrellate. Non posso dir nulla d
positivo, solito ad affermare soltanto quanto ho
veduto: mi pare poco probabile che quindici o
venti persone fossero mandate o venissero vo-
lontariamente a sfidare una folla che sapevano
imponente ed ostile.
I disordini dell 8 dicembre 271
Il tumulto ebbe poi altre spiacevoli conse-
guenze, perch da piazza Rusticucci part un
gruppo di dimostranti e s'avvi verso il centro,
ingrossato dai curiosi, fischiando sotto le case
illuminate. La sera dopo, quando non v'erano pi
lumi ed il miracolo della cacciata dei buzzurri
era stato definitivamente rimandato a tempi pi
adatti

mai pi venuti

Tex-colonnello ponti-
ficio Azzanesi, al quale si era attribuita l'idea
della sortita papalina dal Vaticano, fu fischiato
solennemente nel Corso e dovette ai reali ca-
rabinieri se pot mettersi in salvo senza altri
danni.
Quello dell' 8 dicembre fu il primo e di per
s stesso non grave incidente di tal genere
avvenuto dopo l'entrata degli Italiani a Roma.
Fu motivato certamente dal fermento nato nel
volgo In conseguenza delle voci messe in giro
dai temporalisti intransigenti, ai quali premeva
di far nascere disordini, perch ancora spe-
ranzosi in qualche intromissione diplomatica
straniera. Quanto avvenne per non fu preve-
nuto n represso come sarebbe stato conve-
niente. Si doveva sapere che in animi rozzi, in
menti non educate, covavano risentimenti ed
odii giustificati da atti impolitici del governo
papale. Si poteva impedirne quel primo scoppio,
o far vedere per lo meno che il governo italiano
era risoluto a far rispettare la libert per tutti.
Dopo venticinque anni si pu dire francamente
che, repressi con energia
maggiore, i disordini
dell' 8 dicembre 1870,
non
sarebbero
avvenuti
quelli deplorevolissimi del 1881 per il trasporto
della salma di Pio IX.
272 I ROMANI DEL 1870
La popolazione romana presa in complesso
dimostr per molto buon senso. Si voleva dare
una lezione al direttore di un giornalettaccio
clericale La Frusta, che profittava della libert
tanto disprezzata per dirne di tutti i colori; ma
bastarono poche righe nei giornali liberali, poche
parole di qualche autorevole cittadino perch lo
sciagurato pennaiuolo potesse continuare tran-
quillamente il suo brutto mestiere. Del resto i
giornali, di Roma e di fuori, tanto per non per-
dere il vizio, ne dissero allora di quelle da pren-
dersi con le molle: fu affermato fra le altre cose
che erano stati rotti dalle sassate i cristalli de*
fnestroni della cupola di Michelangelo e delle
finestre del secondo piano del Vaticano, dove
sono le stanze del Papa.
Neppure se l'Ercole Farnese si fosse scomodato
a venire dal Museo di Napoli in piazza San
Pietro, ed a scagliare sassi con tutta la forza
della quale potrebbe essere capace la sua mar-
morea musculatura quando fosse animata, i
sassi sarebbero arrivati ad un terzo della strada
fatta loro percorrere dalla fervida fantasia de'
cronisti! Basta dire che i fnestroni sono all'al-
tezza di pi di GO metri e vi sono 150 metri
soltanto dal centro della cupola alla porta prin-
cipale della basilica.
Ho accennato alla cordialit delle relazioni fra
i nuovi arrivati a Roma e le varie classi supe-
riori della popolazione romana. Non potrei ter-
minare questo capitolo senza dire tutto il bene
possibile delle classi inferiori, che a Roma, come
li) tutte le grandi citt del mondo, ed anche
I popolani di Roma 273
nelle piccole, formano la grande maggioranza
degli abitanti.
Parlo sempre del periodo di tempo al quale
si limitano questi ricordi : cio dal 20 settembre
alla fine del 1870.
Se, come e perch siano avvenuti in un quarto
M secolo radicali cambiamenti nell'indole d'una
^ran parte de' Romani, lo dir un'altra volta,
se mi basteranno le forze per fare la cronistoria
aneddotica d'un quarto di secolo, come ho ten-
tato di far quella di cento giorni. Fatto sta che
(luante volte mi son trovato allora a contatto
ron
veri popolani

n mi son mai trattenuto
li capitare in tale occasione, anzi spessissimo
l'ho cercata

ne sono stato contentissimo.
Non esiste l'uomo perfetto, n dico che fosse
perfetto il popolano di Roma; ma la sua indole
mi parve un impasto armonico di buone qua-
lit e di difetti, compensati gli uni dalle altre,
he ispiravano propensione e schietta benevo-
lenza. Facili a commuoversi, difficiH a persua-
dersi, i popolani di Roma erano molto pi do-
minabili col sentimento che con il raziocinio;
')bri per abitudine, sregolati all'eccesso specie
luando nell'esserlo facevano consistere la loro
vanit; docilissimi nelle condizioni normali,
])ericolosi neh' ubbriachezza, ma sempre pronti
ad assalire di faccia, non per tradimento.
Quando li ho conosciuti, ho subito capito
quanto poco gusto avrebbe provato quel malac-
<'orto che si fosse messo ad ostentare di trattarli
dall'alto in basso,
disprezzandoli, o dimostrando
loro qualche benevolenza con aria di gran de-
^'iiazione.
Pesci. Come sinmo entrati in Roma. 1>
274 I ROMANI DEL 1870
Trattati invece come si devono trattare i
fja-
lantuomini , sapevano stare benissimo al loro
posto, senza l'ombra della umiliazione come
senza l'ombra di quella insolenza che, poco o
tanto, infiora oramai 11 sorriso de' molti i quali
si credono padroni del mondo appunto perch la
loro sorte li ha messi in condizione inferiore.
L'ine*2^uaglianza delle condizioni non aveva
mai ispirato fino allora ad un romano, per
quanto povero e disgraziato, un sentimento di
livore e d'invidia per gli abbienti ed i fortunati.
Non parlo di quelli che per sodisfare al desiderio
comune di lavorare il meno possibile, s'erano
adattati per antica tradizione ad essere clienti
di qualche patrizio o nuovo ricco: parlo di
uomini liberi, convinti d'avere ereditato le virt
dei romani antichi, avendone ereditato anrh(^ i
mancamenti.
Lavoratori portentosamente solleciti e valenti
quando avevano bisogno del pane; irreperibili
quando era rimasto loro uno scudo in tasca ;
economi fino al giorno nel quale si presentava
loro l'occasione di buttar via il guadagno d'un
mese: incapaci di mettere insieme tan-to da fare
una piccola spesa necessaria alla loro casa, ma
irremovibili nel proposito di risparmiare un pan-
letto per settimana per andare in carrozza alla
festa del Divino Amore ed alle Ottobrate; li
ricordo sempre con affettuoso i*ammarico quei
buoni
"
compari

che ho conosciuto allora e
che mi stendevano con
"
tanto de core

le loro
larghe e callose mani; e quelle formose ed attic-
ciate
^*
commari
5^
dal capelli corvini, che ho
tante volte viste apparire in un bellissimo lan-
Le popolane
275
clau su piazzali esterni delle osterie suburbane,
nei poinerifrgi splendidi dei gioved di quel primo
ottobre passato a Roma, con le pesanti e volu-
minose
^
scioccajje

alle orecchie e le catene
d'oro ballonzolanti sul protuberantissimo
seno,
ravvolto nel tradizionale finissimo sciallo di
crespo bianco di seta, con la frangia a lunghis-
simi pneri : ricordo quando, fiutato il nuovo
venuto, e cliiamando qualcuno di noi, senza
alcuna malizia, "core mio bello

gli domanda-
vano con orgoglio:
Chi ppopolo p sse, e echi sovrano,
Che cciabbi a casa sua 'na ciippoletta
Coni' or noitro San Piotr'in Vaticano?
XIV.
Vittorio Emanuele a Roma.
Il biondo Tevere.

Un teatro incomodo.

Il principio
dell' inondazione

Il Corso sott' acqua.

ta i^iornata
del 28 dicembre.

Pontieri e zattere.

La guardia nsr
zionale al palazzo Doria.

A Montecitorio.

L' acqu4
comincia a decrescere.

Danni terribili.

Incertezze e rim-
pianti.

Viene il Re!

Dalla stazione di Termini al
Quirinale.

Da dove Vittorio Emanuele apparve la prima
volta ai Romani.

La visita alla citt e la part<;nza.

I destini d'Italia sono compiuti!
Piovve molto a Roma nell' autunno del 1870.
Nel dicembre, dopo tre o quattro splendide j^ioi^
nate al principio della seconda met, ricomincift
a piovere quasi sempre a dirotto. Il 26 cadde!
un vero diluvio sulla citt e la campagna cii
costante ed il Tevere, pi biondo del solito, ei
straordinariamente gonfio. Ci non ostante
pubblico numerosissimo assisteva la sera ali
prima rappresentazione della stagione di carm
vale al teatro Apollo con la Jone di Petrella eJ
11 ballo II
figliuol prodigo,
|
Sul finire del ballo arriv la notizia che la
piazza davanti al teatro. Hnlla parte di ponte
Un teatro incomodo
277
Sant'Angelo

la piazza dove fu decapitata
Beatrice Cenci

cominciava ad allagarsi.
La
notizia fu accolta con molta indifferenza, perch
non nuova per i Romani. Il principale teatro di
Roma, oggi scomparso ed allora propriet del
principe Alessandro Torlonia, aveva fra gli altri
pregi quello d'essere in uno dei punti pi bassi
della citt, sicch, appena il Tevere dava fuori
o le fogne rigurgitavano, si correva riscliio di
rimanervi chiusi.
Terminata l'opera, il pubblico fu invitato ad
iis(Mre da una porta laterale, e le signore, pas-
sando sopra un ponte di legno improvvisato,
l)()tcrono raggiungere a piedi quasi asciutti le
loro carroz/e, nella piazzetta di San Salvatore
ili Lauro, pi alta un paio di metri di via Tor
di Nona.
Tutto questo mi pareva assai strano; jii
strana ancora l'indifferenza del pubblico. Ma
<>^'nuno, anche i giovani, si ricordavano d'aver
Ncduto qualche cosa di simile.
11 27 si mostr il sole ed, essendo festa, una
iimncnsa (juantit di persone state costrette
dalla pioggia costante a rimanere in casa per
parecchi giorni, uscirono a frotte. Un tratto di
via Ripetta, davanti al porto, dove ora il ponte,
era allagato: l'acqua che copriva la strada ba-
stava al transito delle barche fra il palazzo Bor-
ghese e il palazzo Valdambrini. Le barche ser-
\ ivano di spettacolo: non allarmavano alcuno.
Un dispaccio affsso alla Posta annunziava la
rottui-a della ferrovia ad Orte, ed in conseguenza
non giunsero le corrispondenze dall'Alta Italia.
Mancava allora un servizio regolare d'informa-
278 VITTORIO EMANUELE A ROMA
zioii! che facesse sapere le condizioni del fiume
e de' suoi affluenti a qualche distanza dalla citt.
La giornata del 27 termin senza alcun al-
larme. Circa due ore dopo la mezzanotte tor-
navo a casa, insieme con un amico che abitava
come me all'estremit del Corso, vicino a piazza
del Popolo. Percorrendo la via principale di Roma
vedemmo che una parte delle vie fra questa-
e Ripetta cominciava ad essere inondata. I ri-
flessi della fiamma rossastra delle torcie a vento
dei vigili guizzavano sinistramente nell'acqua
che pareva nera come l'inchiostro. Volli andare
a vedere : i vigili ci dissero che l'acqua era
lentamente ma costantemente in aumento.
L'amico mi assicur che l'acqua inondava
spesso quelle piccole strade ed altre parti pi
basse della citt: ma non v'erano da temere
pericoli.... tanto vero che il padre del mio in-'
terlocutore, attivo e coscenzioso assessore mu-
nicipale, era andato tranquillamente a letto alla
solita ora. Le acque come straripavano pron-
tamente, cos prontamente si ritiravano: la
mattina seguente, tanto pi essendo cessato di
piovere, non ve ne sarebbe stato pi traccia.
Gli abitanti delle strade inondate riposavano
tranquillamente. Perch non avrei io pure fatto
altrettanto ?
Alle 7 antinun'idiane ilei :J<S, moijlie doi'juivo
ancora, mi vennero ad avvertire che l'acfjna,
entrando per le strade fra via di Ripetta ed il
Corso, inondava quest'ultima strada. Non vo-
lendo farmi chiudere in casa dall' inondazione,
mi vestii ed uscii quanto pi presto mi fu pos-
sibile, usando dell'unico mezzo che
mi lim.i-
Il prinrpio dell' inotidazione 279
iieva, cio salendo sull'alto della casa dove abi-
t.ivo, passando da un tetto e da un terrazzo a
quella vicina, l'ultima del Corso, dalla quale s
[toteva scendere sopra una lista di terra non
incora sonnnersa.
L'ac(iua
cresceva a vista d'occhio*, il Corso,
(la piazza San Carlo allo sbocco in piazza del
Popolo, era alla^^ato completamente. La piazza,
t'sscndo fatta un po'a conca, era sommersa nel
mezzo
;
adagio adagio sparivano uno dopo l'altro
i gradini defila base dell'obelisco, ma tutt' all'in-
torno rimaneva una zona asciutta per la quale
si poteva comodamente arrivare all'ingresso del
l'inrio.
11 tempo era bellissimo, primaverile: dalle case,
(lai palazzi del Corso una moltitudine di teste
appariva alle numerose finestre: le donne, sve-
gliate improvvisamente, tutte spettinate e scom-
|)oste, guardavano l'acqua avanzarsi: ma nes-
suno temeva danni gravi; i volti esprimevano
sorpresa ed ilarit per il nuovo spettacolo pi
clic desolazione o spavento.
Salii la collina del Pincio per vedere dall'alto
maggiore estensione della citt e della circo-
stante campagna. Di lass lo spettacolo era ter-
libilmcntc grandioso. Le campagne fuori di porta
l(3l Popolo a destra ed a sinistra del fiume, 1
pi-ati della Farnesina, il tratto allora deserto fra
il Tevci-e e il Vaticano di fi-onte a Ripetta,
ai>-
parivano intieramente coperti dalle acque
:
il
(Nrso del fiume era indicato in quella massa li-
piida dalla quantit d'alberi e di masserizie
trascinate dalla impetuosa corrente.
Krano stati condotti al Pincio, per tenerli lon-
280 VITTORIO EMANUELE A ROMA
tani da qualunque pericolo, centinaia di cavalli
dalle parti inondate della citt: bestie di tutte le
razze e di tutti i prezzi. Rotta la cavezza,
al-
cuni scorrazzavano allegramente per i viali
e le
aiuole fiorite. Vetture signorili erano trascinate
lass a braccia d'uomo, e vi accorreva
gran
numero di curiosi. Ma tanto poco si prevedevano
i disastri poi sopravvenuti, che i militi d'un bat-
taglione di guardia nazionale, invitati al Pincio
dalle 8 alle 9 e mezza per l'istruzione, vi erano
andati come se nulla fosse avvenuto e si erano
messi ad eseguire con tutta calma il maneggio
dell'arme.
Sceso dal Pincio per villa Medici e la Trinit
de' Monti corsi con una botte a Montecitorio,
dove allora era la Questura di Roma. Vi trovai
pessime notizie: in via Tordi Nona ed in Ghetto
l'acqua aveva raggiunto l'altezza d'un uomo:
nel Ghetto il pericolo era grave ed imminente
per la meschina struttura delle casupole nelle
quali si stipavano tanti e tanti miserabili. A Ri-
petta l'acqua era ormai giunta a tale altezza che
le grosse barche dei pontieri vi potevano mano-
vrare come in un fiume. Erano le sole bardita
che fossero in Roma

non si potevano certa-
mente adoperare i navicelli ancorati a Ripa
grande

e fu una gran fortuna per tutti che
si trovassero nella citt gli intrepidi e bravi pon-
tieri, ai quali ogni elogio sarebbe inferiore al vero.
Alla questura si era stabilito il centro per la
distribuzione de' soccorsi: l accorrevano i vo-
lenterosi che avevano la buona intenzione d
prestare in qualche modo l'opera loro. Il questore
cav. Berti si centuplicava.
I primi soccorsi
281
A mezzoj^orno i rioni pi bassi di Roma erano
intieramente inondati: sul Corso l'acqua arri-
vava al palazzo Glii{?i. Da per tutto aumentava
sempre : nelle vie pi basse s'erano formate pe-
l'icolose correnti. Al Campidoglio si comincia-
vano a prendere disposizioni per approvvigio-
nare gli abitanti delle strade inondate. Il prin-
cipe Doria, fif. di Sindaco, aveva subito ottenuto
lai generale Cosenz tutti i mezzi disponibili:
love poteva penetrare un cavallo robusto, le
carrette di battaglione, le prolong/ie di cavalle-
lia furono adoperate a vettovagliare le case.
Ricominci a piovere. La via di Ripetta pa-
I va 1111 impetuoso torrente, nel quale i pontieri
siidavaiio l'immenso pericolo di essere trasci-
nati dalla corrente", lo sfidava con loro il te-
nente colonnello cav. Garavaglia.
Alle tre l'acqua era arrivata in piazza Colonna,
lino alla base della colonna Antonina. Si era
intrapresa, 11 in piazza, la costruzione di zattere
s(tto la direzione di Augusto Silvestrelli asses-
sore municipale, perdio n le 16 barche dei
pontieri, n i carri della truppa potevano sup-
plire a tutti i bisogni urgenti. I cittadini volente-
rosi lavoravano alacremente a quelle costru-
zioni; mentre altri, sotto la direzione d'impiegati
(Iella questura e del municipio, curavano la di-
sti'ibuzione del pane. Si vedevano patrizi atten-
dere ai pi faticosi lavori insieme con popolani:
il principe Orsini s'era imbarcato sopra una fra-
gilissima zattera: il principe Odescalchi andava
incettando pane ne' luoghi pi distanti da quelli
inondati.
Il principe Doria ff. di sindaco chiam a raccolta
282 VITTORIO EMANUELE A RO>IA
la guardia nazionale: ufficiali e militi, sebbene
non ancora tutti vestiti in uniforme, si presenta-
rono in gran numero, gareggiando con gli ufficiali
e i soldati della guarnigione che, comandati o no,
erano tutti occupati a benefizio de'pericolanti. Il
generale Cosenz, tutti i comandanti dei corpi della
guarnigione, il colonnello Ghersi ff. di coman-
dante la piazza, si moltiplicavano. Ed i nostri
soldati si mostrarono osservanti del dovere fino
all'eroismo. Un caporale ed otto soldati del
58
fan-
teria erano di guardia ai macelli pubblici. Non
si mossero dal posto clie avevano in consegna.
Nessuno, in quel trambusto, pensava pi a loro;
vi pens il colonnello Garavaglia e andato con
due barche a salvarli, li trov con lo zaino in
spalla, il fucile in mano, in -piedi sopra i tavo-
lacci, appoggiati al muro e con Tacqua fino alle
spalle!!
In via dell'Orso in Ghetto, in altri luoghi, molte
persone dovettero la vita al nobile ardimento
dei nostri soldati. I pontieri, esponendosi ad un
pericolo quasi sicuro, traversarono due volte la
corrente del fiume per andare a salvare delle
persone rimaste in una casupola isolata ne' Prati
di Castello. Quattro o sei barconi de' pontieri
stavano in pennanenza in Ripetta, dove nel tratto
fra il i)ort(^ e i)iazza del Popolo l'acqua era tanto
alta da coprire i fanali del gas che i barconi
spezzavano con la chiglia.
Si parlava di vittime umane

che fortuna-
tamente non vi furono:

si prevedevano gli
immensi danni fatti dall'acqua, se non altro nei
negozi di via Condotti e del Corso, divenuto un
gran canale d'acqua torbidissima sulla quale
I
La gio-nata del 28
283
p:alle?:f?iavano oggetti minuti d'ogni sorta e lar-
ghissime cliiaz/.e d'olio.
La notte venne i)restissinio, ed accadde quanto
ra stato facilmente preveduto: il gas appena
acceso si spense percli i condotti erano pieni
d'acqua.
Il livello della inondazione, rimasto staziona-
rio dalle
rj alle
5, cresceva nuovamente: la piog-
gia cadeva di nuovo abbondante. Il triste silenzio
della desolazione era presto succeduto al cin-
guettio della sorpresa e della curiosit: in piazza
(Colonna, dove Vaccina rifletteva il funereo cliia-
roi'c (li una quantit di torcie, il silenzio era
rott( soltanto dal picchiare dei martelli e dalle
l)oche e concitate parole dei volontari fabbri-
canti di zattere.
A Montecitorio ^>i lavorava alacremente alla
distribuzione del pane. I comitati di soccorso
formatisi nei vari rioni corrispondevano diret-
tamente col cav. Berti. Oltre i carri militari
si erano requisiti quanti carri privati si pote-
vano adoperare: a sera inoltrata chi aveva
avuto bisogno di pane non ne mancava.
Il generale Lopez, comandante la guardia na-
zionale, stabili il suo (inai'tier generale al pian
terreno del palazzo Doria. I militi della guardia
vi si riunirono armati di pessimi fucili e di
molta buona volont. La guardia nazionale a
cavallo dava l'esempio dello zelo. Divisa in drap-
pelli di sei od otto cavalieri
,
perlustrava la
])arte pi alta della citt, dove non l'acqua, ma
la malvagit de' cattivi faceva paura. Anche nei
quartieri bassi, mettendo i cavalli nell'acqua fino
284 VITTORIO EMANUELE A ROMA
al petto, quei giovani volenterosi rendevano pre-
ziosi servigi. I militi a piedi scortavano i con-
vogli di pane, vigilavano i forni dove si lavo-
rava continuamente, pattugliavano per l'ordine
pubblico nelle strade immerse nelle tenebre. La-
sciata da canto per un momento l' ambizione
del grado, gli ufficiali facevano la sentinella dove
occorreva; e con grande sodisfazione e com-
mozione di molti, persone conosciute per opi-
nioni retrive, messo un berretto da guardia
nazionale ed impugnato un fucile, anche senza
essere iscritti nei ruoli, s univano agli altri,
accolti da mute ma eloquenti strette di mano.
La cavallerizza del palazzo Doria, quartiere
provvisorio della guardia nazionale , era piena
di persone vestite in tutte le foggie, armate, in-
zuppate dall'acqua, riunite in numerosi gruppi.
Mentre alcuni si asciugavano ad un gran fuoco
improvvisato come in un bivacco, un gruppo di
novizi si esercitava nel
flanco
clestr sotto la di-
rezione di qualche provetto.
In un angolo una ventina di cavalli nitrivano.
V'erano tamburini e colonnelli: principi romani
e guatteri di carfc!
A
mezzanotte arriva l'ordine precipitoso di
andare al Campidoglio. L'acqua incalza; ha gi
inondato le cantine del palazzo Doria; il co-
mando generale obbligato a lasciare la sua
residenza; si conducono in salvo anche i ca-
valli del principe. L' acqua sboccata dalle chia-
viche del Pantheon arriva per piazza di Pietra
fino a piazza Sciarra, unendosi a quella che viene
da piazza Colonna. Montecitorio , elevato sul
monticello formato dalle ruiiie d'un anfiteatro,
q
Al palazzo Doria 285
divenuto un'isola. A porta San Paolo, alla Bocca
della Verit, al tempio di Vesta, l'inondazione
aumenta. Un uomo disperato si raccomanda alla
questura perch gli salvino la moglie e quattro
figli che si sono ridotti sul tetto della loro me-
schina casa fuori porta San Paolo. Come s fa
ad avventurarsi in mezzo a quelle tenebre senza
una barca Pure cinque o sei partono con quel
pover'uomo e si propongono di salvargli la fa-
miglia in qualunque modo.
11 servizio di soccorso e di vettovagliamento
non cessa. Verso le due dopo mezzanotte un
po' di quiete s spande per tutto: triste quiete
Ma tutti hanno bisogno d'un po' di riposo.
L'jilbci del 29 ci sorprende in quattro o cinque
addormentati a sedere sui gradini dello scalone
di Montecitorio: il cav. Berti seduto vicino a noi,
digiuno da ventiquattr'ore, sbocconcella un pez-
zetto di pane da munizione.
11 cortile del palazzo, quello che poi ricoperto
divenuto l'aula della Camera dei deputati, s'af-
folla di carri pieni d pane "da munizione,, co-
perti alla meglio da incerati, da cappotti, da co-
perte di truppa. Soldati e guardie nazionali ri-
cominciano il lavoro del giorno precedente. Il
conte Guido di Carpegna,
presidente del Comitato
d soccorso del rione Camptelli, manda ad an-
niuziare che alcune casupole del Ghetto minac-
ciano rovina: bisogna sgombrarle subito a qua-
lun(iue costo per evitare disgrazie.
Viene fuori il sole ad illuminare un luttuoso
quadro. L'acqua stazionaria ma ricopre gran
parte della citt. Nel Corso arriva fino a San
286 VITTORIO EMANUELE A HOltA
Marcello, per via Condotti giunge a pochi passi
dalla fontana di piazza di Spagna. Nelle vie
strette e tortuose vicine al Tevere , in alcuni
punti l'acqua arriva fino ai primi piani delle case
basse. Portare il pane agli affamati, le medicine
agli ammalati, in codeste viuzze veramente
ardua impresa. Eppure bisogna accompagnarvi
anche una levatrice e da un carro militare, ti-
rato da un robusto mulo, issarla fino ad un se-
condo piano mediante una scala, non ostante la
pi che giunonica abbondanza delle di lei forme.
La gaia spensieratezza del carattere romano
non si smentisce. Quando passano carri o zat-
tere, quando si distribuisce il pane, le finestre
si gremiscono di teste e volano per l'aria motti
pungenti all'indirizzo di questo e di quello, ma-
gari de' soccorritori. Vi sono gl'indiscreti che
non nascondono il loro malcontento ricevendo
del pane solo.

Ve seroeno paro li tartufi f



domanda
qualche vicino; e la domanda accolta da una
grande risata.
Sul mezzogiorno l'acqua accenna a decrescere.
Dall'alta valle del Tevere sono arrivate l)Uone
notizie: le piene degli afiluenti sono passate. Gli
spiriti si sollevano: ma, ahim! se un maggior
pericolo ormai scomparso, appare tutta l'en-
tit del danno.
Il non aver creduto fino all'ultima ora alla im-
minenza del disastro aveva fatto trascurare qua-
lunque precauzione preventiva, e quando i pro-
prietari di magazzini, di negozi vollero tentare di
mettere in salvo almeno le merci, gli oggetti di
L'inondazione
267
inair^ior valore, non arrivarono in tempo. Per
i'onseguenza, T acqua penetrando da ]^ov
tutto
^^uast quanto non pot asportare.
L'impeto delle acque straripate, e di quelle
(Ielle fogne rigurgitanti aveva avuto in vari
luoghi la forza di schiantare serrature, spalan-
rare od atterrare porle robuste, rovesciare scan-
sie, scaffali pn<=;anti o f. .itcnente
fissati alle pa-
reti.
Quando si pensa clic il Goi'so, lungo circa
1S(J(J metri, fiancheggiato quasi contiimamente
(la negozi di lusso, e in va Condotti vi erano
.'
vi son( [)i d'una quarantina fra orefici e ne-
L;(zianti di (piadri: ([uando si pensa che quelle
(luestrade non rappresentavano neppure la vente-
sima parte della superficie inondata, sar: facile
persuadersi che non si esagerava punto giudi-
cando, cos ad occhio e croce, che i danni ascen-
dessero ad una ventina di milioni soltanto in
citt.
L'evidenza dei danni appariva maggiore mano
a mano che le acque lentamente si ritiravano,
^
li mettevano allo scoperto. Lo scoramento au-
mentava quando pareva dovesse dimiimire. L'im-
pressione prodotta dalle notizie dei danni, era
sconfortante, profonda. All' indiflerenza, in gra-
zia della quale tutti s'erano lasciati cogliere
alla sprovvista dallo straripamento del fiume,
alla filosofica rassegnazione con la quale mol-
tissimi erano stati a contemplarne gli effetti
come uno spettacolo, erano subentrati gli alti
lamenti della disperazione.
La giornata del 29 pass fra le incertezze
e
VITTOBIO EMANUELE A ROMA
i rimpianti. Verso sera l'acqua cominci a ri-
tirarsi con pi visibile sollecitudine. Poterono
tornare a casa molti di quelli che, usciti la mat-
tina del 27, non avevano ancora potuto rientrarvi.
Il decrescere della piena continu tutta la notte:
la mattina del 30 molte strade erano gi sgombre
dall'acqua. Andai a Montecitorio verso le dieci.
Il cay. Berti era in cortile e dava degli ordini.
Quando mi vide mi fece un cenno di avvicinarmi
a lui.

Viene il Re

mi disse in un orecchio: e
nrii mostr un telegramma che gli annunziava
la partenza gi avvenuta d'un treno speciale
con le carrozze, i cavalli e i bagagli di Sua
Maest.
Corsi alla Consulta dove mi fu confermato
quanto avevo saputo dal questore: nulla di
pi, nulla di meno. Vittorio Emanuele non era
ancora partito, n si sapeva quando partirebljc
n per quale strada: perch la ferrovia per
Arezzo e Foligno era rotta a Orte, e quella per
Pisa-Civitavecchia era rotta fra Civitavecchia e
Orbetello.
Al Campidoglio, dove la notizia era stata
trasmessa dal luogotenente del Re, quale egli
l'aveva ricevuta, discutevano se si dovesse an-
nunziarla al pubblico. Prevalse pedantescamente
l'opinione di aspettare che fosse nota l'ora pre-
cisa dell'arrivo, e poich questa si seppe soltanto
tardi, la citt non fu informata d'un fatto che
pur doveva alleviare moralmente tanti dolori.
A sera comparve la terza edizione della Li-
bert

la Cassetta del Popolo delI'Arbib, che
fondendosi con un altro giornale ne aveva preso
Viene il ile!
2S<i
anche il titolo

con un dispaccio da Firenze
fhe annunziava la partenza del He per Roma
ille 5 pomeridiane per la via di Civitavecchia
ed il probabile arrivo alle tre e un quarto anti-
meridiane del 31. Ma la pioggia dirotta impe-
diva una gran vendita di giornali, e se ormai
l'acciua era scomparsa da tutte le strade, que-
ste erano egualmente impraticabili perch co-
l)erte da un palmo di fango denso e vischioso,
sul quale era impossibile camminare.
Non ostante, la notizia dell' arrivo del Re si
spai*se presto per opera di chi V aveva saputa
in un modo o in un altro, e perch dal comando
superiore della guardia nazionale erano stati
>rdinati di servizio due battaglioni in tenuta di
parata*, anche lo squadrone della guardia a ca-
vallo

gi in servizio da qualche ora e che
Lveva passato a cavallo la notte precedente

aveva ricevuto T ordine di trovatasi riunito al
tocco dopo la mezzanotte in grande tenuta.
Molti per, sapendo delle strade ferrate rotte,
flubitavano che il Re sarebbe arrivato. Non v'
li peggio del dubbio quando riguarda qualche
cosa vivamente desiderata. Alle dieci, alle un-
<lici di sera s'incontrava della gente che pareva
avesse la febbre addosso. Chi era supposto per-
sona bene informata non poteva fare un passo
senza essere fermato ed interrogato da persone
mai viste n conosciute.
Era certo che il Re era partito alle cinque
ed
era passato da Pisa circa alle sette. Al tocco
lopo mezzanotte i due battaglioni e lo squa-
drone della guardia nazionale erano gi radu-
nati, quando ricevettero l'ordine di sciogliersi.
ri'.s I. Come siamo eitrati in Roma.
19
290
VITTORIO EMANUEI-E A ROMA

Non viene pi I

fu detto, con una escla-
mazione
generale, unanime di dolore.
Si seppe invece subito che il Re, da una sta-
zione lungo la strada, aveva fatto telegrafare
che, desiderando di arrivare senza alcuna pompa
in un momento di tanto dolore, dispensava la
guardia nazionale da qualunque parata. Fu man-
data una compagnia di guardia al Quirinale e
il rimanente de' militi fu licenziato.
Alle due arriv un dispaccio che annunziava
avvenuta
alla una e trentacinque la partenza
del treno reale da Civitavecchia. Molti gruppi di
gente
s'incamminarono con fiaccole accese verso
la stazione di Termini. Alle tre vi saranno state
sul piazzale
pi di tremila persone: parecchie
vetture ;
molte donne d'ogni condizione. Un altro
migliaio di persone era dentro la stazione. La
pioggia era cessata: il gas illuminava
molto
languidamente la piazza vastissima, nella
quale
risplendevano vari gruppi di torcie a vento.
Due
squadroni di lancieri Milano erano schierati
di fronte all'ingresso, molto distanti, nel buio.
Alle tre e pochi minuti vennero dal Quirinale
le carrozze reali, giunte poche ore prima per la
via di Civitavecchia. Erano tre landau attaccati
a quattro, alla postigliona, preceduti da un bat-
tistrada.
Alle tre e quaranta, si ud il fischio della lo-
comotiva. Di fuori gli rispose un grande urlo
della gente che avrebbe voluto pi-ccipitarsi xlen-
tro, peneti-are da qualche parte sul marciapiede
dove erano il gei)erale I.a Marmora con Tonorc-
vole Gerra, la Giunta municipale, gli onorevoli
L'arrivo del Re 291
Vincenzo Trttoni ed Emanuele Ruspoi deputati
di Roma. Il Re, appena giunto il treno nella sta-
zione, s'affacci allo sportello, lo apri, salt gi,
dette la mano al La Marmora e, senza neppure
aspettare le presentazioni d' uso , domand ai
deputati ed agli assessori che gi conosceva
per essere stati a Firenze a portargli il plebiscito
(li Roma, quale fosse veramente la entit dei
danni' Scesero dopo Vittorio Emaimele, ilLanza,
il Sella, il Visconti Venosta, i colonnelli Angelo
I
i.iUetti e il marchese Spinola, il marchese di La-
Jatico ed il capitano marchese Giuseppe Della
Rovere.
Nella profonda oscurit della notte risuon,
in fondo alla piazza, la fanfara reale suonata
<lalle trombe della cavalleria, e la piazza si illu-
min della luce rossa dei fuochi di Bengala che
(lava un aspetto strano e meravigliosamente
iniponente ai resti delle terme Docleziane. Tutto
il vasto spazio, oggi occupato dal giardino, dalla
lontana e da grandiosi edifzi , sembrava in
lianime, ed in quell'ambiente infiammato si agi-
tavano cento e cento fiaccole, si muovevano e

orrevano migliaia di persone.


La pioggia era cessata: i mantici delle car-
rozze furono abbassati. Il Re prese posto nella
-oconda con il generale La Marinoi-a e il prin-
ipe Boria: nella prima erano gli aiutanti di
campo, nella terza i ministri. Appena mossi, i
cavalli si misero al trotto e tutti quanti gridando
Viva 11 nostro Re ,. cominciarono a correre
lietro le carrozze reali, seguite da molte car-
l'ozze private.
Cos Vittoricf Emanuei6, al suo primo ingress'.
292 VITTORIO EMANUELE A ROMA
in Roma, fu accompagnato da Termini al Qui-
rinale; ed il marchese di Lajatico, oggi grande
scudiero di re Umberto, non ha certamente
di-
menticato ch'egli pure, in quel trambusto rima-
sto a piedi, venne correndo dalla stazione
alla
reggia. Ricordo altres che dove adesso
un
giardino con alte ed ombrose piante, allora
ne
erano state appena tracciate le linee
principali
con dei fili di ferro raccomandati a picchetti
alti appena un trenta centimetri da terra,
e che,
nella foga del correre, un gran numero dei pi
entusiasti inciamparono ne' fili e caddero lunghi
e distesi, rialzandosi imbrodolati di fango.
Ma
non era momento da pensare a tali incidenti.
In
piazza del Quirinale s'era radunata molta
altra gente. Entrate le carrozze reali nel cortile.
il popolo continu gli evviva e gli applausi. Tutte
gli sguardi erano rivolti al gran balcone
sulla
porta principale del palazzo. Invece, a destra
della porta, lungo la gradinata fatta nel 1866 dal
Vespignani per ordine di Pio IX, per la quale
si scende dalla piazza e via della Dataria, v'
un
fabbricato secondario, detto allora la Peni-
tenzieria, che ha nella facciata cinque o sei pic-
cole finestre non molto distanti per altezza dai
ripiani della gradinata.
Ad una d quelle liiu;>tic, i.t ui/a dopo il
torrione nel quale i pompieri avevano il loro
corpo di guardia, comparve dopo pochi momenti
Vittorio Emanuele. La folla si precipit come un
Hutto gi per la gradinata. Al lume di cento fiac-
cole, la fisonomia del Re, che si trovava a i)re-
vlssima distanza da quelli che avevano potuto
cacciarsi fin sotto, appariva straordinariamente
Al Quirinale
293
commsosa. I.a finestra, tanto piccola ch'egli solo
poteva affacciarvisi, incorniciava la met del suo
busto come un ritratto.
Era vestito come sempre di nero, con un
goletto bianco a f^randi risvolti, e una cravatta
annodata senza pretesa.
Ringrazi pi volte agitando il cappello a cen-
cio e sorridendo benevolmente con un sorriso
nel quale pareva di scorgere una lagrima d
tenerezza. Se campassi miU'annl non potrei di-
menticare quella apparizione che consacrava
l'effettuarsi d'un sogno di tanti secoli. N dimenti-
cher la commozione grande, sincera del popolo.
Nessuno applaudiva, nessuno gridava pi
"*
ev-
viva il Re :
chi piangeva come un bambino,
chi strillava agitando cappello o fazzoletto senza
articolare parola; gli uni abbracciavano e bacia-
vano gli altri, senza averli mai visti prima. O
indimenticabili e santi entusiasmi!
Salutato il popolo con un ultimo gesto della
mano, Vittorio lnanuele chiuse da so stesso la
finestra e si ritir per riposare qualche ora.
1 iia voce disse*.
"
al Corso

e tutti scesero in
massa verso il centro della citt. Mezz'ora dopo
la maggior parte di Roma, la quale ignorava
ancora quanto era accaduto, sapeva dell'arrivo
del Re, ed al grido di
"
fuori i lumi

s'improv-
visava una luminaria.
Alle e mezzo del 31 Vittorio Emanuele, sceso
dal modesto appartamento ch'egli aveva pre-
scelto, sal in carrozza per visitare la citt.
Quando si accorse che, per un erroneo riguardo,
1
portavano a
spasso nei quartieri alti, a Santa
294
VlTTOKlp EMANUELE A ROMA
Maria Maggiorerai Colosseo ed a San Giovanili
in Laterano, manifest la ferma volont di vedere
i quartieri pi danneggiati. Allora fu condotto
nel
Corso. La via principale di Roma present in
quel momento un contrasto che soltanto
la
penna di un grande scrittore potrebbe
descrivere.
Masserizie d'ogni
-
genere, mobili rotti,
ricche
stoffe avariate gettate in grande quantit
ed
alla rinfusa in mezzo alla melma della strada
per pulire le botteghe dal fango, dicevano
chia-
ramente, col muto linguaggio de' fatti, la grande
iattura, la desolazione di tutti. Ma ogni desola-
zione, ogni rovina era dimenticata per applaudire
l'amato Re. La strada era ancora coperta di
fango, le mura tappezzate di drappi, le finestre
imbandierate. Si asciugava ogni lacrima nel
conforto di quell'ora.
Il Re s'era affidato completamente
all'amore
del suo popolo. N un carabiniere, n un soldato
n una guardia si scorgevano per le strade.
Agli sportelli della carrozza reale cavalcavano
il conte Boso di Santa Fiora e don Marino Ca-
racciolo di Ginnetti principe d'Avellino,
capitano
l'uno, tenente l'altro della guardia nazionale a ca-
vallo: seguiva in bell'ordine lo intiero squadrono.
Prima di scendere al Corso, Vittorio
Emanuele
era stato a visita.re la residenza municipale in
Campidoglio e s'era fermato alcuni ipinuti nella
gran sala del palazzo senatorio, mettendo
due-
centomila lire a disposizione del comune di Roma
per soccorrere i dainieggiati pi poveri. Pi tardi,
al Quirinale, ricevette la Giunta comunale, l'uf-
fcialit supcriore dcH'osercito e della
guardia
nazionale.
Vittorio Kmanuee in Campidoglio
i2^'>
Alle 5 e un quarto usc dal palazzo e and
alla stazione accompagnato da una gran folla
clic giidava: '^ Tornate pi*esto! tornate presto,
Maest!

N pi afTettuoso saluto poteva ispirare la
gratitudine per il gran Re, clie nelle sventure
della patria non aveva nnai perduto la fede
nell'avvenire, ed era stato sempre primo ad ac-
correre dove si combatteva per l'indipendenza
love si lottava contro la sventura.
La mattina del
!.
gennaio 1871, Vittorio Ema-
nuele, giinito poche ore prima da Roma, rice-
vondo a palazzo Pitti gli omaggi del Parlamento
lei grandi corpi dello Stato, pot con secura
cuscMcnza dire ai presidenti delle due Camere
che ormai i destini d'Italia erano compiuti, e
iitire ch'egli era davvero il primo Re d'IUilia
\ lUcinato.
Fine.
NOTE E DOGUMKNTI.
Pesci.
Come siamo entrati in Roma.
20
^
Le truppe che occuparono Roma.
Con H.
Determinazione del 14 aj?osto 1870 si
((
)Stituiva il
^'
corpo d'esercito di osservazione nel-
ntalia Centrale

formato delle 11%
12*,
e
13*
divisioni attive, alle quali furono il 7 settembre
Ingiunte la
2*
e la
9*
divisioni attive.
Il corpo d'esercito d'osservazione, che prese
poi la denominazione pi semplice di
4*^
corpo
d'esercito, aveva il seguente
QUARTIER GENERALE PRINCIPALE.
mandante generale: Tenente generale ca?. Raffaele Ca-
dorna.
Capo di Stato maggiore: Primerano cav. Domenico tenente
colonnello di stato maggiore.
Addetti allo Stato maggiore del corpo: Tenente colonnello
Caccialuppi cav. Gaetano; maggiore Bigotti cav. Lorenzo
del
18
fanteria; capitani, Buschetti cav. Alessandro, Pere-
grini Gio. Enrico; tenente Gene Enrico.
mandante il quartier generale: Cattaneo cav. Eugenio,
maggiore del 32; Pinedo Emesto capitano del
52
fanteria,
ufficiale d'amministrazione.
^' mandante l'artiglieria: Corte cav. Celestino, maggior ge-
nerale.
mandante la cavalleiia: D' Hurailly de Chevilly barone
('arlo Gerolamo, maggior generale.
^mandante il genio: Gambini cav. Ernesto; capitano De
Jienedictis cav. Biagio e tenente Percival Giovanni, addetti
al comando.
Comandante dei bersaglieri: tenente colonnello Pinelli cav.
Macedonio; tenente Lucaugeli Antonio, addetto.
300 NOTE E DOCUMENTI
Ca2)0 (lei servizi amministrativi: Sani cav. Giacomo, inten-
dente militare di
2^
classe.
Medico capo: Giacometti cav. Lorenzo.
Avvocato fiscale
militare: Pacini avv. cav. Luigi.
Comandante i RR. carahinie-i: maggiore Appiotti: coman-
dante lo squadrone guide, capitano Frigerio Ernesto del
reggimento Aosta.
A disposizione del comandante del
4
corpo: Cerreti cav.
Filippo, maggior generale del gonio.
2^
DIVISIONE.
Coman^^a/tfe (re/terrtZe/Luogotenente GeneraleBixiocav.Xino.
Capo di Stato maggiore: Colonnello Asinari di S. Marzano
cav. Alessandro.

Addetti: Capitani, Orer cav. Baldas-
sare; Gandolfi nob. Antonio; Busetto Gerolamo.
Camandante Vartigliera : Maggiore Rossi.
Intendente militare: Commissario di Guerra Bosio cav. Luigi.
Amhidanza divisionale: Medico Dirett. Zavattaro cav. Angelo.
Comandante il quartier generale: Chiesi Carlo, capitano
2
granatieri.
Truppe.
Brigata granatieri di Lombardia: (Maggior generale barone
Cavalchini Garofoli).
3^
Reggimento granatieri (colonnello Magnone).
4

(colonnello Martini).
Brigata Reggio (Maggior generale De Vecchi cav. Ezio).
45^
Reggimento fanteria (colonnello Vacca).
46

(colonnello Rossi).
Bersaglien.
20^ Battaglione (maggiore Pagani).
29

(maggiore Di Aichelburg).
33

(maggiore Quadrio di Peranda).


Artiglieria (magg. Rossi).
P
2"^
e
11*
Batteria dell'S^ Reggimento e
3 Batteria del
7.
Le truppe che occuparono Roma 301
Genio.
10*
Compagnia zappatori del Genio.
-
Cavalleria.
Reggimento Cavalleggeri di Lodi (colonnello Martin di
Mont).
9
DIVISIONE.
Comandante generale: Luogotenente generale Angioletti
cav. Diego.
Capo di Stato maggiore: Colonnello Majo cay. Emerico.

Addetti: capitani, Rotondo Eugenio, Peretti Edoardo,
tenente, Venanzi cav. Lorenzo.
Comandante Vartiglieria: Luogotenente colonnello 3Ioreno
cav. Rodolfo.
Intendente militare: Commissario di guerra D^Ambrosio.
Ambulanza divisionale: 3Iedico direttore d'Aime.
Comandante il quartier geierale : Bosi Alberto capita no del er)**.
Truppe.
Brigata Savoia (Maggior generale De Sauget).
15
Reggimento fanteria (colonnello Grossardi).
16

(colonnello Csudafy).
Brigata Pavia (colonnello brigadiere Migliara).
27
Reggimento fanteria (colonnello Casuccini Bonci).
28

(colonnello Milani).
Bersaglieri.
2G Battaglione (maggiore Arborio Mella di S. Elia).
44

(maggiore Colombini).
Artiglieria (tenente colonnello Moreno).
4'
V
e 12^
Batteria del
9
Reggimento.
Cavalleria.
Reggimonto Savoia cavalleria (colonnello Ristori di Ca-
saleggio).
Genio.
2^
Compagnia zappatori del Genio.
302 NOTE E DOCUMENTI
n^ DIVISIONE.
Comandante Generale: Luogotenente gen. Cosenz cav. Enrico.
Capo di Stato Maggiore: Maggiore Mantellini cav. Cesare.

Addetti: Capitani, Vinassa Alfonso, Di Serego Alighieri


conte Cortesie, tenente IJbaudi.
Comandante Vartiglieria: Maggiore Boido.
Intendente militare: Commissario di guerra Piolti cav. Luigi.
Ambulanza divisionale : Medico dirett. Plaisant cav. Giuseppe.
Truppe.
Brigata mista (Maggior generale Bottacco).
19^
Reggimento fanteria (colonnello Garin di Cocconato).
35''

(colonnello Borghesi).
Brigata Sicilia (Maggior generale Lanzavecchia
di Buri cav. Giuseppe).
61
Reggimento fanteria (colonnello Pittaluga).
62

(colonnello Calcagnini).
Bersaglieri.
21
Battaglione (maggiore Gola).
34

(maggiore Pagliari).
Artiglieria (maggiore Boido).
10*
11-
e
12*
Batteria del
7
Reggimento.
Cavalleria.
2
e
3
Squadrone Lancieri Milano (tenente colonnello
Galli della Loggia).
12*
DIVISIONE.
Comandante Generale: 3Iaggiore generale .>!
' ' '
i lun h,
conte Gustavo.
Corpo di Sfato maggiore: Maggiore D'Ayala nob. Alessan-
dro.

Addetti: Capitani, Rasini di Mortigliengo cav.
(Ca-
listo, promosso maggioro e sostituto da Aymonino cav. Carlo,
Manacorda Ernesto, tenente Bollati Emilio.
Conandunte Vartiglieria: Maggiore Tavallino.
Le truppe che occuparono Roma 303
tendente militare. Commissario di guerra Bonome cava-
liere Evasio.
danza divisionale : ileco direttore Guidetti cav. Carlo.
Truppe.
Brigata Bologna (maggiore generale Angelino).
\9^ Reggimento fanteria (colonnello Belly).

(colonnello S. Martino).
Brigata Modena (maggiore generale Carchidio).
41
Reggimento fanteria (colonnello Cattaneo).
42

(colonnello Fontana).
Bersaglieri,
12
Battaglione (maggiore Novellis d Coarazze).
35

(maggiore Castelli).
Artiglieria (maggiore Tavallino).
la 2*
e
8*
Batteria del T Reggimento.
Cavalleria.
IO
Qo
f)*^
e
6^
Squadrone lancieri d'Aosta (tenente colon-
nello Municchi).
13
DIVISIONE.
>mandante generale: Maggiore generale Ferrer cav. Emilio.
Capo di Stato maggiore: Luogotenente colonnello Pozzolini
cav. Giorgio.

Addetti: Capitani, Amey Settimio. Flores
d'Arcais Fortunato, tenente Moreno cav. Ferdinando.
Comandante l'artiglieria: Maggiore Novellini.
Intendente militare: Commissario di guerra Novelli cav.Enrico.
Ambulanza divisionale: 3Iedico direttore Colombini cav. Fla-
minio.
Comandante il quartiere generale: Gariazzo cav. Vincenzo
capitano
3
granatieri.
Truppe.
Brigata Cuneo (maggiore generale marchese De Fornari).
7
Reggimento fanteria (colonnello Spinola).
8

(colonnello Giusiana).
304 NOTE E DOCUMENTI
Brigata Abruzzi (maggiore generale Bessone cav. Giuseppe),
57 Reggimento fanteria (tenente colonnello Mont-Real).
58

(colonnello Bracco).
Bersaglieri.
16
Battaglione (maggiore Garrone).
36

(maggiore Prevignano).
Artiglieria (maggiore Novellini).
4a 5a
g
ga
Batteria del
7
Reggimento.
Cavalleria.
1
e
4
Squadrone lancieri Milano (maggiore Porcara
Bellingeri).
RISERVA.
Artiglieria.
5* 6*
e
8^
Batteria da posizione del
9
Reggimento (mag-
giore Pelloux cav. Luigi).
Parco d'artiglieria (maggiore Vivanet).
Equipaggio da ponte (capitano Della Croce cav. Benedetto).
Genio.
Brigata zappatori del Genio (maggiore Scala).
Bersaglieri.
6
Battaglione (maggiore Melogari).
10

(maggiore Pallavicini).
17

(maggiore Della Chiesa).


19

(maggiore Ulbrich).
28

(maggiore Mattioli).
40

(maggiore Cartacei).
Cavalleria.
Reggimento Lancieri Novara (colonnello
Costa Righini
cav. Alberto).
II.
I MORTI E I FERITI.
Elenco degli ufficiali, sotto-ufficiali ed uomini
di truppa, morti sul campo od in seguito a ferite
riportate nelle operazioni di guerra per l'occu-
pazione dello Stato Pontificio e della citt di
Roma, o feriti durante le operazioni stesse.
MORTI.
Pagliari cav. Giacomo, di Cremona, maggiore comandante il
34
battaglione bersaglieri, ucciso sotto la breccia alla testa
del suo battaglione.
Paohitti Giulio Cesare, di Firenze, tenente del
9
artiglieria,
ferito durante il combattimento e morto poche ore dopo a
Villa Potenziani.
Valenziani Augusto, di Roma, tenente nel
40
fanteria, ferito
all'assalto dell'opera esterna di Porta Pia e morto subito
dopo a villa Patrizi.
Bosi Cesare, di Bologna, capitano nel
39
fanteria,
ferito
nel giardino di Villa Patrizi, e morto allo spedale Fate-
bene-fratelli, in Roma, il 15 ottobre 1870, in seguito alle
riportate ferite.
30G NOTE E DOCUMENTI
Ripa Alarico, di Eavenna, capitano nel
12
bersaglieri, fe-
rito all'assalto della breccia, morto all'ospedale di San Spi-
rito, in Roma, in conseguenza delle riportate ferite.
Sangiorgi Paolo, Mattesini Ferdinando e Parillo Biagio,
soldati del
3
granatieri, morti a Porta San Pancrazio.
Bosio Antonio, soldato del
39
fanteria, morto in conseguenza
di ferite ricevute nell'assalto dell'opera esterna di Porta Pia.
Giainiti Luigi, sergente; Campagnolo Domenico, caporale;
Gamhini Angelo e Zobolo Gaetano, soldati del
40
fanteria.
Maddalena Domenico, soldato del
41.
Matricciani Achille, caporale del
45.
Spagmiolo Giuseppe e Cascardla Emanuele, soldati del
57.
Canal Luigi, soldato nel
61.
Morava Serafin(>, soldato nel
62:
Tumino Giovanni Antonio, caporale; Peretta Pietro e San-
tunioie Tommaso, bersaglieri del
12
battaglione.
Rissato Domenico e Martini Domenico, bersaglieri del
16
battaglione.
Leoni Andrea, furiere maggiore del
21
battaglione bersaglieri.
Therisod Luigi, De Francisci Francesco, caporali
;
Jzzi Paolo,
Ramhaldi Domenico, Calcaterra Antonio, bersaglieri del
33
battaglione.
Jaccarino Luigi, caporale, Cardillo Beniamino e Bertuccio
Domenico, bersaglieri del
34
battaglione.
Mazzocchi Domenico e Gioia Guglielmo, bersaglieri del
35
battaglione.
Bonezzi Tommaso, dei lancieri Novara, ucciso a Sant'Onofrio
il 14 settembre.
Aloisio Valentino, cavalleggero del reggimento Lodi, ucciso
a Porta San Pancrazio.
Turnia Carlo, Zanardi Pietro, Cavalli Lorenzo, cannonieri
del
7
artiglieria.
Romagnoli Giuseppe, sergente; Xharra Luiy:i, Jiianchetd
Martino e Renzi Antonio, cannonieri dell*
8
artiglieria.
Corsi Carlo e Plazzoli Michele, caporali; Agostinelli Pietro
cannoniere del
9
artiglieria.
I morii e i feriti
307
FERITI.
Eosso Roberto, tenente nei lancieri Novara, ferito di bajo-
netta a Sant'Onofrio il 14 settembre.
Giolitti cav. Davide, tenente colonnello del
40
fanteria, e
De Ferrari Giovanni capitano nel detto reggimento, feriti
ambulile all'assalto dell'opera esterna di Porta Pia,
Serra Leopoldo, capitano del
12
battaglione bersaglieri, fe-
rito sulla breccia.
Ramanini Alessandro, tenente^ del
34 battaglione, ferito
sulla breccia.
Viale. Michelo, sottotenente drl 1U^
fanteria, ferito davanti
alla broccia.
Lodalo Vittorio, sottotenente nel
21
battaglione bersaglieri,
ferito davanti a Porta Salara.
Strada Giulio, sottotenente del
3
battaglione bersaglieri,
ferito a Porta Pia, mentre col suo plotone controbatteva
il fuoco del Castro Pretorio.
Kei/ Ivan, tenente nel
1
reggimento della Guardia Svedese,
che prestava servizio per sua istruzione nel
20
battaglione
bersaglieri, ferito a Porta San Pancrazio.
3
REGGIMENTO GRANATIERI: Colottibo Pictro, Caporale; Moro
Vincenzo, Giacomini Giuseppe, Tubaro Luigi, Zironi
En-
rico, Ferrari Giovanni Battista, granatieri
7
fanteria: Vellone Luigi, soldato.
8
fanteria: Costi Giacomo, soldato.
15 fanteria: Cocco Pasquale, caporale.
16 fanteria: Bazzano Alessandro, Scarrone Francesco, Ber-
tani Gaetano, soldati.
19 fanteria: Mnlas Antonio, soldato.
33 fanteria : Gian Franceschi Domenico, Bordignoni Seba-
stiano, soldati.
39 fanteria: Burrini Giovanni Battista, sergente; Meglioli
Vincenzo, Gallorini Giorgio, caporali
;
Mengali Francesco,
Oliva Gabriele, Mattcucci Gaspare, La Viola Tommaso,
Parhingo France.sco, Tofanin Napoleone, Favaro Natale.
Roasio Luigi, soldati
308 NOTE E DOCUMENTI
40
fanteria: Squcrso Agostino, Bascolla Giuseppe, Maa-
guzzi Valerio, sergenti; Ferrer Domenico, Petrini Sante,
Catelani Ettore, caporali
;
Comisso Giovanni Battista, Zezza
Michele, Taggiasco Antonio, Ghetti Francesco, Desimone
Paolo, Jacquin Ambrogio, Bosi Luigi, Re Pasquale, Grassi
Giovanni, Alberti Sebastiano,
Dolfi
Giovanni, Delhoni
Enrico, Mandola Sabato, Bordi Pietro, soldati.
41
fanteria: Bartolini kMonsOj Cara?/e^/o Giuseppe, capo-
rali; Amarotta Crescenzio, Negri Pietro, Violo Angelo,
Bedin Giacomo, Capucd Luigi, La Monica Antonio, Bri-
gnone Felice, soldati.
57
FANTERIA : Roniauo Gabriele, sergente; Di Lauro Pa-
squale, soldato.
61
fanteria: Ciesca Domenico, sergente; Carjnneto Giu-
seppe, Fogliarti Pompeo, Migliore Filippo, Lamo Pellegrino,
soldati.
12 BATTAGLIONE BERSAGLIERI: Fortc Sauto, caporalc; Ga-
butto Vincenzo, Maroncelli Vincenzo, Luminari Costantino,
Rebuffo
Antonio, Bessony Antonio, Chiappini Giovanni
Battista, Locatelli Carlo, Pstato Giuseppe, PizzuUo Luigi,
Di Bartolomeo Carmine, Emiliani Vincenzo, De Marinis
Michele, Comba Giacomo, Ameglini Silvestro, Barassi
Raffaele, bersaglieri.
16 BATTAGLIONE BERSAGLIERI! Bassi Luigj, bersagliere.
20 BATTAGLIONE BERSAGLIERI: Rosuti Alcriano, bersagliere.
21 BATTAGLIONE BERSAGLIERI: Rilucente Guspm^f' r.inoralo;
Merani Domenico, bersagliere.
29 BATTAGLIONE BERSAGLIERI: Zonini Adriano, oaporal fu-
riere; Giuffrida Domenico, Largura Giovanni, bersaglieri.
:]:j BATTAGLIONE BERSAGLIERI: Del Fontc Domonico, sor-
gente; Nenni Francesco, Nasfdsi Pietro. Femia Pas.iualt'.
Ceparo Vincenzo, bersaglici
34 BATTAGLIONE BERSAGLIERI: i'c'M" i.illi; I, ca|M.ialf. trr/i-
iili Pellegrino, Pret^ Orazio, Zaccari Filippo, Tassane
Vincenzo, bersaglieri.
3')
BATTAGLIONE BERSAGLIERI: DEustochio Salvatore, ser-
gente; Ciciliani Domenico, Chillo FraDcesco, Simonclli
/ morti e i feriti 309
Giorgio, Nicolosi Agostino, Colonna Giovanni, Antignano
Raffaele, Grimaudo Bernardo, Pieralisi Luigi, bersaglieri.
7
REGGIMENTO ARTIGLIERIA! PelHccia GuIo, Caporale;
Maf-
fei
Michele, Tarini Mariano, Zotti Giovanni, cannonieri.
8^
REGGIMENTO ARTIGLIERIA : De Stefano Francesco, sergente
;
Piccian Giuseppe, Crea Domenico, Oiacohhi Giovanni,
Bemo Giuseppe, Trancheae Giovanni, Benivcgna Ignazio,
Digiuno Michele, Creppi Giovanni, cannonieri.
9^
REGGIMENTO ARTIGLIERIA: VaUevga Simone, Mazzoni
Antonio, sergenti; Moretti Giovanni, caporale; Ubaldo
Gennaro, Ingenito Giuseppe, Cosenza Giovanni, Caviola
Lorenzo, Turri Alessandro, Cue Giacomo, Castagno Car-
melo, cannonieri.
ZAi'PATORi DEL GENIO: Maxnardx Giovanni, Qrtti Amedeo,
Andrioli Giuseppe, zappatori.
LANCIERI NOVARA: Minoggio Giovanni, caporale.
III.
Le ricompense al valore.
Elenco delle ricompense concesse a favore di
militari e funzionari che maggiormente si distin-
sero nelle operazioni militari per l'occupazione
del territorio Pontificio.
Con R. Decreto 23 ottobre 1870:

Cadorna cav. Raf-
faele, luogotenente generale gi comandante il
4^
corpo
d'esercito

nominato gran croce dell'ordine militare di
Savoja per i segnalati servigi resi quale comandante del
corpo d'esercito che, merc l'occupazione di Roma, port a
compimento i voti della Nazione.
Con R. Decreto 8 ottobre:

Nino cav. Bioro, luogote-
nente generale gi comandante la
2*
divisione attiva

promosso gran croce nell'ordine dei SS. l^Iaurizio e Lazzaro.


Angioletti cav. Diego, luogotenente generale gi comandante
la
9*
divisione attiva

promosso gran cordone dell' or-
dine della Corona d'Italia.
Cosenz cav. Enrico, gi comandante la
11*
divisione attiva

promosso gran cordone dell'ordine della Corona d'Italia.


Maz de la Roche conte Gustavo, gi comandante la
12*
divisione attiva

promosso grand' ufficiale nell' ordine
della Corona d'Italia.
Ferrer cav. Emilio, maggior generale gi comandante la
13*
divisione attiva

promosso a grande ufficiale del-
l'ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro
Ze ricompense al valore
oli
Con H. Decreti in data 11 dicembre 187U, e con
Determinazione Ministeriale, approvata da
S. M.
Stto la stessa data, furono concesse le ricom-
pense contenute nel seguente elenco.
QUARTIERE GENERALE PRINCIPALE.
Corte cav. Celestino, maggiore generale d'artiglieria, Croce
di cav. dell'Ordine Militare di Savoia.
Primerano cav. Domenico, luogotenente colonnello di Stato
maggiore, idem.
Cacciai upi cav. Gaetano, liiogotenonte colonnello di Stato
maggiore. Croce di Uffiziale dell'Ordine Mauriziano.
Pinelli cav. 3Iacedonio, luogotenente colonnello del
5^
Reg-
gimento bersaglieri. Menzione onorevole al valor militare.
Bigotti cav. Lorenzo, maggiore del
63^*
Reggimento fanteria,
Croce di Uffiziale dellOrdine 3Iauriziano.
Buschetti cav. Alessandro, capitano di Stato maggiore, Croce
di cavaliere dell'Ordine della Corona d'Italia.
Peregrini Enrico, capitano di Stato maggiore, idem.
Verani-Masin di Castelnuovo barone Onorato, capitano del
P Reggimento bersaglieri, idem.
Bugliolo Giacomo , capitano di Stato maggiore , Medaglia
d'argento al valor militare.
Giacometti cav. Lorenzo, medico capo del Corpo sanitario
militare, Croce di Uffiziale della Corona d'Italia.
Sani cav. Giacomo, intendente militare di
2'*
classe, Men-
zione onorevole al valor militare.
Godi cav. Giuseppe, commissario di guerra di
2^
classe del-
l'Intendenza militare, idem.
Salvatori cav. Fedele , ispettore telegrafico , Croce di Uffi-
ziale dell'Ordine Mauriziauo.
Morosini cav. Luigi, direttore delle poste. Croce di Uffiziale
dell'Ordine della Corona d'Italia,
2^
DIVISIONE ATTIVA.
Asinari di S. Marzano cav. Alessandro, colonnello di Stato
maggiore. Croce di Uffiziale dellOrdine Mauriziano.
312 KOTE E DOCUMENTI
Cavalchini Garofoli barone Francesco, maggiore generale
comandante della Brigata granatieri Lombardia, Menzione
onorevole al valor militare.
Magnone cav. Eduardo, luogotenente colonnello (Ifl r,^ Reg-
gimento granatieri, idem.
Billi Giuseppe, Soldato scelto del
3^
^egg. graiKiii'ii, idem.
Martini cav. Vittorio, colonnello del4^Regg. granatieri, idem
De Vecchi nob. Ezio, magg. generale della Brigata Reggio, id.
Vacca cav. Pietro, colonnello del
45
Regg. fanteria, idem.
^Matricciani Giuseppe, caporale del 4B Reggimento fanteria,
Medaglia d'argento al valor militare.
Capucci Luigi, falegname del
45"
Reggimento fanteria, idem.
Rossi cav. Federico, colonnello del
46
Reggimento fanteria,
Menzione onorevole al valor militare.
Candiani Natale, furiere del
46^
Reggimento fanteria, idem.
Brandini Romeo, soldato del
46*^
Reggimento fanteria, idem.
Ivar-Key, luogotenente svedese aggregato al
20
Battaglione
bersaglieri, Medaglia d'argento al valor militare.
Rosati Aleriano, soldato del
20
Battaglione bersaglieri, idem.
Del Fante Domenico, sergente del
33
Batt. bersaglieri, idem.
Crea Domenico, cannoniere di
1*
classe, idem.
Pittaluga Giuseppe, furiere d'artiglieria, Menzione onore-
vole al valor militare.
De Cillis Vincenzo, furiere d'artiglieria, idem.
Mainardi Giovanni, zappatore della Brigata del genio, Me-
daglia d'argento al valor militare.
Bosio cav. Luigi, Commissario di guerra di
1*
classe, del-
l'Intendenza militare, Menzione onorevole al valor miitare.
9
DIVISIONE ATTIVA.
Majo cav. Emerico, colonnello di Stato maggiore, Croce di
Uffiziale dell'Ordine della Corona.
Foretti Eduardo, capitano di Stato maggiore, Menzione ono-
revole al valor militare.
De Sauget cav. Guglielmo, maggiore generale della Brigata
Savona, Croce di comm. dell'Ordine della Corona d'Italia.
Le ricompense al valore 313
liuva Galileo, capitano del
28**
Regginxnto fanteria, Men-
zione onorevole al valor militare.
Moreno cav. Rodolfo, tennnte colonnello del
9**
Reggimento
artiglieria, Medaglia d'argento al valor militare.
Silvani Rodolfo, capitano del
9^
Regg. artiglieria, idem.
Mattirolo Eugenio, luogoten. del
9**
Regg. art'glieria, idem.
Mazzoni Antonio, sergente del
9
Regg. art'glieria, idem.
Vallerigo Simone, sergente del
9
Regg. art'glieria, idem.
Bimbotti Alessandro, furiere del
9
Reggimento art'glieria,
Menzione onorevole al valor militare.
Cairoli Giuseppe, furiere del
9**
Regg. artiglieria, idem.
Bavaglio Camillo, furiere del
9"
Regg. artiglieria, idem.
Pielli Giovanni, furiere del
9^
Regg. artiglieria, idem.
Manzi Alfonso, caporale del
9
Regg. artiglieria, idem.
Gianni Domenico, caporale del
9**
Regg. aitiglieria, idem..
Ubaldo Gennaro, cannoniere del
9^
Regg. artiglieria, idem.
Incognito Giuseppe, cannoniere conducente del
9^
Reggi-
mento artiglieria, idem.
Lahalle Francesco, capitano dell'Arma del genio, idem.
11
DIVISIONE ATTIVA.
Hantellini cav. Cesare, maggiore di Stato maggiore, Men>
zione onorevole al valor militare.
Vi nassa Alfonso, capitano di Stato maggiore, idem.
l'.uttacco cav. Carlo, maggiore generale della Brigata mista,
Ooce di G. Uffiziale dell'Ordine della Corona d'Italia.
I.
uin di Cocconato cav. Alberto, colonnello del
19*^
Reggi-
inento fanteria, Croce di commendatore dell'Ordine mili-
tare di Savoja.
Viano Michele, sottotenente del
19" Reggimento fanteria,
Medaglia d'argento al valor militare.
Longhi Nicola, furiere maggiore del W^ Regg. fanteria, idem.
Mulas Antonio, soldato del
19*^
Regg'mento fanteria, idem.
Rottini cav. Alberto, maggiore del
19"
Reggimento fanteria,
Menzione onorevole al valor militare.
Predella Agide, capitano aiutante maggiore in \\e\
19"
Reg-
gimento fanteria, idem.
Pesci. Come siamo entrati in Roma. 21
314 NOTE E DOCUMENTI
Maccagno Francesco, capitano del
19
Regg. fanteria, idem.
Bruni Ambrogio, luogotenente del
19
Regg. fanteria, idem.
Pironetti Carlo, sergente del 19
Regg. fanteria, idem.
GianlVancescbi Domenico, soldato del 35
Reggimento fan-
teria, Medaglia d'argento al valor militare.
Antongina Antonio, luogotenente del
3.")
Regg. fanteria,
Menzione onorevole al valor militare.
Bono Luigi, Sottotenente aiutante di campo del comandante
la brigata, del
35
Reggimento fanteria, idem.
Botta Giovanni, furiere maggiore del
35
Regg. fanteria,
idem.
Vanelli Alberto, sergente del
35
Regg. fanteria, idem.
Lodolo Vittorio, sottotenente del
21
Battaglione bersaglieri,
Medaglia d'argento al valor militare.
Leoni Andrea, furiere maggiore del 21Batt. bersaglieri, idem.
Rilucenti Giuseppe, caporale del
21
Batt. bersaglieri, idem.
Merani Domenico, soldato del
21
Batt. bersaglieri, idem
Gola cav. Giuseppe, maggiore comandante il
21
Battaglione
bersaglieri. Menzione onorevole al valor militare.
Martinotti Luigi, capitano del
21
Batt. bersaglieri, idem.
Marinoni Ercole, luogotenente aiutante maggiore del
21
Bat-
taglione bersaglieri, idem.
Teodorani Nicola, sergente del 21
Batt. bersaglieri, idem.
Pagliari cav. Giacomo, maggiore del
34
Battaglione bersa-
saglieri. Medaglia d'oro al valor militare.
Pagani Guglielmo, capitano del
34
Battigliene bersaglieri,
Medaglia d'argento al valor militare.
Ramanini Alessandro, luogotenente del
34
Battaglione ber-
saglieri, idem.
Gay Carlo Alberto , sottotenente del
34
B<^ttaglione ber-
saglieri, idem
Barderi Giuseppe, sottotenente del
34
Batt. b3rsaglieri, idem.
Garino Pasquale, sottotenente del
34
Batt. bersaglieri, idem.
Valera Domenico, sottotenente del
34.
Batt. bersaglieri, idem.
Cagliari Carlo, sottotenente del
84
Batt. bersaglieri, idem.
Meucci Egisto, sergente trombettiere del
34
Battaglione
bersaglieri, idem
Merlin! Enrico, sergente del
34
Batt. bersaglieri, idem.
Le ricompense al valore 315
Lischi Gaetano, cap. tromba del
34**
Batt. bersaglieri, idem.
Tassoni Vincenzo, soldato del
34^
Batt. bersaglieri, idem.
Zaccari Filippo, soldato del
34'^
Batt. bersaglieri, idem,
urna Demetrio, soldato del
34**
Batt. bersaglieri, idem,
rrero Giuseppe, furiere maggiore del
34**
Battaglione ber-
saglieri, Menzione onorevole al valor militare.
Trinche Pietro, furiere del
34^
Batt. bors glieri, idem.
Favre Giovanni, furiere del
34**
Batt. bersaglieri, idem.
Geromini Angolo, caporale del
34**
Batt. bersaglitri, idem.
Doido cav. Giovanni, maggiore del
7**
Reggimento artiglieria,
Medaglia d'argento al valor mili'are.
Grifoni Michele, capitano del
7**
Regg. artiglieria, idem.
Zotti Giovanni, cannoniere del
7**
R^gg. artiglieria, idem.
K urina Carlo, cannoniere del
7**
Regg. artiglieria, idem.
/anardi Pietro, cannoniere del
7**
Regg. artiglieria, idem.
Zibellini Eugenio, capitano del
7**
Reggimento artiglieria,
Menzione onorevole al valor militare.
Malaspina Ladislao, capitano del
7**
Regg. artiglieria, idem.
'orio Tullio, luogotenente del
7
Regg. artiglieria, idem,
aatellano Matteo, furiere del
7**
Regg. artiglieria, idem.
Brignola Giovanni, sergente del
7**
Regg. artiglieria, idem.
Decossio Pasquale, sergente del
7**
Regg. artiglieria, idem.
Marchetto Gaetano, sergente del
7**
Regg. artiglieria, idem.
Pitzalis Biagio, sergente del
7**
Regg. artiglieria, idem.
Ziezzi Giuseppe, caporale del
7**
Regg. artiglieria, idem.
Bottone Tobia, caporale del
7**
Regg. artiglieria, idem.
Cavazzuti Gennaro, caporale del
7**
Regg. artiglieria, idem.
1)' Amore Giuseppe, cannoniere del
7**
Regg. artiglieria, idem.
t
inaschi Luigi, cannoniere del
7**
Regg. artiglieria, idem.
tura Roberto, luogotenente del Genio, Medaglia d'argento
al valor militare.
)mmaruga Giuseppe, sottotenente del genio, idem.
Macchi, caporale del genio, idem.
Morchie, zappatore del genio, idem.
I Molti cav. Luigi, commissario di guerra di
1''*
classe del-
l'Intendenza militare, Menzione onorevole al valor mi-
litare.
316 KOTE E DOCUMENTI
12^
DIVISIONE ATTIVA.
D'Ayala nobile Alessandro, maggiore capo di Stato maggiore,
Croce di Uifciale dell'Ordine Mauriziano.
Manacorda Ernesto, capitano di Stato maggiore, Medaglia
d'argento al valor militare.
Ayraonino Carlo, capitano di Stato maggiore, idem.
Angelino cav. Giuseppe, maggiore generale comandante la
Brig. Bologna, Croce di G. Uffiziale dell'Ordine Mauriziano.
Belly cav. Giovanni, colonnello comandante il
39^
Bfggi-
mento fanteria, Medaglia d'argento al valor militare.
Tharena cav. Giorgio, maggiore del
39
Regg. fanteria,
idem.
Bosi cav. Cesare, capitano del S9
^^gg- fanteria, idem.
Fontanive Riccardo, luogotenente del 39^Regg. fanteiia,
idem.
Peper Alfonso, luogotenente aiutante di campo del coman-
dante la Brigata, del
39
Reggimento fanteria, idem.
Arrigo Lodovico, luogotenente del
39*^
Regg. fanteria, idem.
Lugli Gaetano, sottotenente porta bandiera del S9" Reggi-
mento fanteria, idem.
Gallerini Giorgio, caporale del
39
Regg. fanteria, idem.
Giordano Salvatore, caporale del
39
Regg. fanteria, idem.
Revero Giuseppe, caporale del
39
Regg. fanteria, idem.
Oliva Gabriele, soldato del
39
Reggimento fanteria, idem.
Gavioli Domenico, sorato del
39
Regg. fanteria, idem.
Ottavio Gerardo, soldato del
39
Reggimento fanteria, idem.
Corsi Mauro, soldato del
39
Reggimento fiinteria, idem.
Dimarco Francesco, soldato del
39
Regg. fanteria, idem.
Vitale cav. Michele, maggiore del
39 Regirimenfo fanteiia.
Menzione onorevole al valor militare.
Sampieri Francesco, luogotenente del
39
Regg. lauiena, mem.
Albertini Giuseppe, furiere del
39
Regg. fanteria, idem.
Savini ^lassimiliano, funere del
39
Regg. fanteria, idem.
Vecchi Giuseppe, furiere del
39"
Reggimento fanteria, idem.
Rossi Silvio, sergente del
39
Reggimento fanteria, idem.
Ferrer Francesco, caporale del
89
Regg. fanteria, idem.
Bonini Giovanni, soldato del
39
Reggimento fanteria, idem.
Gioii tti cav. Davide, luogotenente colonnello del
40
Reggi-
mento fanteria, Medaglia d'argeuto al valor militare.
Le ricompense al valore 817
De Ferrari Giovanni, capitano del
40
Regg. fanteria, idem.
Valenziani Augusto, luogotenente del 40^ Regg. fanteria, idem.
Vianelli Giuseppe, sottotenente del
40
Regg. fanteria, idem.
Barcella Giuseppe, caporale del
40
Regg. fanteria, idem.
Bosi Luigi, soldato del
40
Reggimento fanteria, idem.
Bordi Pietro, soldato del
40
Reggimento fanteria, idem.
l'unza di S. Blartino cav. Filippo, luogotenente colonnello
del
40
Regg. fanteria, Menzione onorevole al valor militare.
Sivelli Luciano, maggiore del
40
Regg. fanteria, idem.
Politi Pietro, capitano del
40
Reggimento fanteria, idem.
liiiidi Giuseppe, luogotenente del
40
Regg. fanteria, idem.
Pellacani Tommaso, luogotenente aiutante maggiore in
2*
del
40 Reggimento fanteria, idem.
Viiillermin Augusto, luogotenente del
40
Regg. fant., idem.
Piccoli Michele, sergente del
40
Rgjf.
fanteria, idem.
Carchidio cav. Orlando, maggioro generale
com.indante la
Brigata Modena, Croce di comm. dell'Ordine della Corona.
Lavizzari Giulio, luogotenente aiutante raagg. del
41
Reg-
gimento fanteria. Medaglia d'argento al valor militare.
Forattini Tulio, sottotenente del
41
Regg. fanteria,
idem.
Bertolini Antonio, caporale del
41
Re^g. fanteria, idem.
Negri
Stefano, soldato del
41
Reggimento fanteria, idem.
Amarotta Carlo, soldato del
41
Reggimento fanteria,
idem.
Maddalena Domenico, soldati del
41
Regg. fanteria,
idem.
Cattaneo cav. Giovanni, luogotenente colonnello del
41
Reg-
gimento fanteria, Menzione onorevole al valor
militare.
Queirazza Federico, maggiore del
41
Regg. fanteria,
idem.
liberti Antonio, Capitano ff. da aiutante maggiore
in
1*
del
41"
Reggimento fanteria, iilem.
j;onora Michele, capitano del 41
Reggimento
fanteria, idem.
Rinaldi Luigi, capitano del 41
Reggimento fanteria,
idem.
r.ipanelli Matteo, sottotenente aiutante maggiore in
2^
del
41 Reggimento fanteria, idem.
Lucchesi Adolfo, sottotenente aiutante di campo del
42
Reg-
gimento fanterii, idem.
rra Leopoldo, capitano del 12
Battaglione
bersaglieri,
Ci'ot'r di cavaliere dell'ordine militare di Savoja.
318 NOTE E DOCUMENTI
Casnedi Palmede, capitano del
12<*
Battaglione bersaglieri.
Medaglia d'argento al valor militare.
Ripa nob. Andrea, capitano del
12
Batt. bersaglieri, idem.
Palazzi Gio Batt., luogotenente del 120Batt. bersaglieri, idem.
Sorgato Giuseppe, luogotenente del
12
Batt. bersaglieri, idem.
Cocito Federico, sottotenente del
12^
Batt. bersaglieri, idem.
Bessone Antonio, soldato del
12<^
Batt. bersaglieri, idem.
Chiapponi Gio. Batt., soldato del
12
Batt. bersaglieri, id.
.Malvisi Agesilao, sottotenente del 12^ Batt. bersaglieri,
Menzione onorevole al valor militare.
Majochi Tancredi, sottotenente del
12
Batt. bersaglieri, id.
Strazza Enrico, sottotente del
12'^
Batt. bersaglieri, idem.
Trivioli Giacomo, sottotenente del
12
Batt. bersaglieri, id.
Armando Vincenzo, furiere del
12
Batt. bersaglieri, idem.
'Cerutti Carlo, sergente del
12
Batt. bersaglieri, idem.
Natali Serafino, caporale trombettiere,
12
Battaglione ber-
saglieri, idem.
Rovati Francesco, caporale del
12
Batt. bersaglieri, idem.
Soprano Ferdinando, soldato del
12
Batt. bersaglieri, idem.
Legittimo Giovanni, soldato del
12
Batt. bersaglieri, idem.
Castelli cav. Girolamo, maggiore del
12
Battaglione ber-
saglieri, Medaglia d'argento al valor militare.
Feche cav. Giuseppe, capitano del
35
Batt. bersaglieri, idem.
Barlassina Giulio, capitano del 35 Batt. bersaglieri, idem.
Strada Giulio, sottotenente del
35
Batt. bersaglieri, idem.
D'Eustacchio Salvatore, sergente del
35
Battaglione ber-
saglieri, idem.
Simonelli Giorgio, sergente del
35
Regg. bersaglieri, idem.
Ciciliani Domenico, soldato del
35
Batt. bersaglieri, idem.
Antignano EaflFaele, soldato d^l
35
Batt. bersaglieri, idem.
Pieralisio Luigi, soldato del
35
Regg. bersaglieri, idem.
Viola cav. Ippolito, capitano del
35 Battaglione ber.s.ijliVri
Menzione onorevole al valor militare.
Jelmini Angelo, sottotenente aiutante maggiore dv jo-
Battaglione bersaglieri, idem.
Mazzocchi Domenico, soldato del 35
Batt. bersaglieri, idem.
Gioia Guglielmo, soldato del
35
Batt bersaglieri, idem.
Le ricompense al valore 319
Tavallino cav. Giovanni, maggioro del
7
Reggimento arti-
glieria, Croce di Ufficiale dell'Ordine militare di Savoja.
Vercellone Vincenzo, capitano del
7
Reggimento artiglieria,
Medaglia d'argento al valor militare.
Tarino Mariano, cannoniere del
7
Regg. artiglieria, idem.
Buttafava Enrico, capitano del
7**
Reggimento artiglieria,
Menziono onorevole al valor militare.
Faella conte Alessandro, capitmo dd
7
Re^rgimonto arti-
glieria, idem.
Garibaldi Luigi, luogotenente <lyl
7^
Rcgg. artiglieria, id.
Ghiri Giuseppe, sottotenente del
7^
Regg. artiglieria, idem.
Pietra Pio, furiere del
7^
Rt'gg. artiglieria, idem.
Merio Carlo, furiere del
7*^
Regg. artiglieria, idem.
Valisene Oderico, furiere del
7^
Bagg. artiglieria, idem.
Montalbo Orazio, sergente del
7**
Regg. artiglieria, idem.
Vignali V^nanzio, sergente nel
7**
Regg. artiglieria, idem.
Ricchetti Icilio, sergente del
7*^
Regg. artiglieria, idem.
Noto Francesco, sergente del
7**
Regg. artiglieria, idem.
Mucchetti Giuseppe, sergente del
7
Regg. artiglieria, id.
Tedesco Vincenzo, sorgente del
7"
Regg. artiglieria, idem.
Priolo Giacomo, caporale del
7"
Regg. artiglieria, idem.
Bonino Dionigi, caporale del
7**
Regg. artiglieria, idem.
Ceccherini Luigi, cannoniere del
7
Regg. artiglieria, idem.
Foligno Leonardo, cannoniere del
7
Regg. artiglieria, id.
Sante Luigi, caporale dell'Arma del Gnio, idem.
Guidetti cay. Carlo, medico divisionale del Corpo Sanitario
militare. Medaglia d'argento al valor militare.
Boari Severino, Medico di Reggimento del Corpo Sanitario
militare. Menzione onorevole al valor militare.
13^
DIVISIONE ATTIVA.
Pozzolini cav. Giorgio, luogotenente colonnello di Stato mag-
giore, Menzione onorevole al valor militare.
Vellone Luigi, soldato del
7
Reggimento fanteria, Medaglia
d'argento al valor militare.
Costi Luigi, soldato dell'S^ Reggimento fanteria. Idem.
Romano Gabriele, sergente del
67^
Regg. fanteria, idem.
320 NOTE E DOCUMENTI
___
I
Di Lauro Pasquale, soldato del bl^ Regg. fanteria, idem.
Giunti cav. Errico, luogotenente colonnello del
57*^
Reggi-
mento fanteria, Menzione onorevole al valor militare.
Azara Giulio, luogotenente del
57
^^gg-
fanteria, idem.
Zava Carlo, furiere del
67
Regg. fanteria, idem.
Marchetti Pietro, soldato del
57
Regg. fanteria, idem.
Risato Domenico, soldato del
16
Battaglione bersaglieri,
Medaglia d'argento al valor militare.
Bassi Luigi, soldato del
16
Battaglione bersaglieri, idem.
Novellini cav. Egidio, maggiore del
7
Regg. artiglieria, id.
Villa Pietro, capitano del
7
Regg. artiglieria, idem.
Pelliccia Giulio, caporale. del
7
Regg. artiglieria, idem.
Serra Don Giacomo, capitano del
7
Reggimento artifU"'
i^
Menzione onorevole al valor militare.
Gonella nob. Andrea, capitano dui
7
Rgg. artiglieria, id.
Jlonteverdi Ambrogio, sergente del
7
Regg. artiglieria, id.
Aglietta Pietrd, caporale dell'Arma del Genio, idem.
Peregallo, zappatore dell'Arma del Genio, idem.
Novelli cav. Errico, commissario di guerra dell'Intendenza
militare, idem.
RISERVA GENERALE.
Pelloux cav. Luigi, maggiore del
9
Reggimento artieri Ta.
Croce di cavaliere dell'Ordine militare di Savoja.
Segre Giacomo, capitano del
9
R'^ggimento artiglieria,
Medaglia d'argento al valor militare.
Rogier Luigi, capitano del
9
Regg. artiglieria, idem.
Paoletti Giulio, luogotenente del
9 Rf^gg.
artiglieria, id.
Solofra Achille, furiere del
9
Reggimento artiglieria, Pro-
mozione^ a sortotenente nell'arma d'artiglieria
Castagno Carraolo.. cannoniere del
9
Reggimento artiglie-
ria, Medaglia d'argento al valor militare.
Castagnola Luigi capitano el
9
Reggimento artitrlieria.
Menz.-on;* onorevole a! vaio'' militare.
Canera di falasco cav. Vittorio, lucer'
t'^-'^-*
iP?cto arligliori^a, idem
Bancal Biagio. sottotenftTit 'icgg. artiglieria, itlrro.
Le ricompense al valore 821
Semeria Giuseppe, sergente del
9
Regg. artiglieria, idem.
Andreoli Bartolomeo, sergente del
9^
Regg. artiglieria, id.
Coccia Pietro, sergente del
9
Regg. artiglieria, idem.
Ceriano Lorenzo, caporale del
9
Regg. artiglieria, idem.
Rossi Pio, cannoniere del
9^
Regg. artiglieria, idem.
De Giosa Pietro, cannoniere del
9*^
Regg. artiglieria, idem.
Radaelli Angelo, cannoniere del
9
Regg. artiglieria, idem.
Verone Giuseppe, cannoniere del
9
Regg. artiglieria, idem.
Scala cav. Gaspare, maggiore dell'Arma del Genio, idem.
Russo Roberto, luogotenente del Reggimento Lancieri No-
vara, Medaglia d'argento al valor militare.
Bonesi, Sergente del Reggimento Lancieri Novara, idem.
Broglia, sergente d>l Reggimento Lancieri Novara, idem.
Minoggio Gio Antonio, caporale del Regg. Lancieri Novara, id.
Farlocbetti Pietro, soldato del Regg. Lancieri Novara, id.
Montecchi Giuseppe, soldato del Reggimento Lin^'ieri No-
vara, Menzione onorevole al valor militare.
Norberto Gabriele, soldato del Regg. Lancieri Novara, id.
Calestani Pio, Trombettiere di
1*
classe del Reggimento
Lancieri Novara, idem.
IV.
Lettera di Vittorio Emanuele a Pio IX
iwrtata dal conte Ponza di San Martino il 9 settembre.
Beatissimo Padre!
Con affetto di figlio, con fede di cattolico, con animo di
italiano, mi indirizzo, come altre volte, al cuore di Vostra
Santit.
Un turbine di pericoli minaccia l'Europa; giovandosi della
guerra che desola il centro del Continente, il partito della
rivoluzione cosmopolita cresce di baldanza e di audacia, e
prepara, specialmente in Italia e nelle provincie governate
da Vostra Santit, le ultime offese alla monarchia e al papato.
So che la grandezza dell' animo vostro non sarebbe mai
minore della grandezza degli avvenimenti; ma essendo io re
cattolico e re italiano, e come tale custode garante per di-
sposizione della Provvidenza e per la volont nazionale, dei
destini di tutti gli italiani, sento il dovere di prendere in
faccia all'Europa ed alla cattolicit la responsabilit di man-
tenere l'ordine della Penisola, e la sicurezza della Santa Sede.
Ora, Beatissimo Padre, le condizioni d'animo delle popo-
lazioni romane, e la presenza fra loro di truppe straniere
venute con diversi intendimenti da luoghi diversi, sono fo-
mite di agitazioni e di pericoli evidenti. In caso di efferve-
scenza, le passioni possono condurre alla violenza e alla
effusione di un sangue che mio. Il vostro dovere di evitare
ci, di impedirlo.
Veggo l'indeclinabile necessit pf^r la sicurezza leilltalia
e della Santa Sede, che le mie truppe gi posto a guardia
del confine, inoltrinsi per occupare le posizioni indispensa-
bili, per la sicurezza di Vostra Santit e per il mautjuimento
dell'ordine.
Lettera di Vittorio Emanitele a Pio IX 323
La Santit Vostra non vorr vedere, in qnesto provvedi-
mento di precauzione, un atto ostile. Il mio Governo e le
mie forze si restringeranno assolutamente ad un'azione con-
servatrice e a tutelare i diritti, facilmente conciliabili delle
popolazioni romane, colT inviolabilit del Sommo Pontefice,-
e la sua spirituale autorit, coll'indipendenza della Santa Sede.
Se Vostra Santit, come non ne dubito, come il sacro
carattere e la benignit dell' animo mi danno il diritto a
sperare, ispirasi a un desiderio eguale al mio di evitare un
conflitto, e sfuggir al pericolo della violenza, potr pren-
der col conte San Martino, latore di questo monito, gli
opportuni concerti col mio Governo, concernenti l'intento
desiderato.
Mi permetta la Santit Vostra di sperare ancora che il
momento attuale sia solenne per l'Italia e per la Chiesa. Il
papato aggiunga l'efficacia allo spirito di benevolenza ine-
stinguibile dell'animo vostro, verso questa terra che pure
vostra patria, e ai sentimenti di conciliazione che mi studiai
sempre con incrollabile perseveranza di tradurre in atto,
percb, soddisfacendo alle ispirazioni nazionali, il capo della
cattolicit, circondato dalla devoziohe delle popolazioni ita-
liane, conservasse, sulle sponde del Tevere, una Sede gloriosa
ed indipendente da ogni umana sovranit.
La Santit Vostra, liberando Roma dalle truppe straniere,
togliendola al pericolo continuo d'essere il campo di battaglia
dei partiti sovversivi, avr dato compimento ad un'opera me-
ravigliosa, restituita la pace alla Chiesa, mostrato all'Europa
spaventata dagli orrori della guerra, come si possano vin-
cere grandi battaglie ed ottenere vittorie immortali con un
atto di giustizia, con una sola parola di affetto.
Prego Vostra Beatitudine di volermi impartire la Sua
Apostolica Benedizione, e riprotesto alla Santit Vostra i
sentimenti del mio profondo rispetto.
Firenze, 8 settembre 1670.
Di Vostra Santit
Umilissimo, obbedientissimo e devotissimo
Vittorio Emanuele.
324 NOTE E DOCUMENTI
Istruzioni
dell'on. Lanza al conte Ponza di San Martino.
Signor Conte,
Firenze, 8 settembre 1870.
Ella incaricata di recarsi a Roma latore di una lettera
di S. M. il Re al Sommo Pontefic3 Pio IX, nel momento
solenne in cui il Governo del Re chiamato, dagli interessi
dell'Italia e della Santa Sede, a prendere i provvedimenti
necessari alla sicurezza del territorio nazionale.
S. M. il Re, custode e garante dei destini italiani, ed al-
tamente interessato, come cattolico, a non abbandonare la
sorte della Santa Sede e quella dell'Italia a pericoli che il
coraggio del Sauto Padre sarebbe troppo disposto ad affron-
tare, sente il dovere di prendere, in faccia all'Europa ed
alla Cattolicit, la responsabilit del ramtenimento dell'or-
dine nella Penisola, e della sicurezza della Sinta Sede.
Il Governo del Re mancherebbe al proprio compito, se
aspettasse a prendere le risoluzioni pi confacenti a questo
scopo, che l'agitazione conducesse a gravi disordini ed alla
effusione del sangue.
Ci riserviamo dunque di far entrare le nostre truppe nel
territorio romano, quando le circostanze ce lo dimostrino
necessario, lasciando alle popolazioni la cura di nr.n-vpilere
alla propria amministrazion.
Il Governo del Re, e le sue torzu si rcsinnj^^ono ivisolu-
tamente ad un'azione conservatrice ed a tutelare i diritti
imprescrittibili dei Romani, e degli interessi che ha il mondo
cattolico alla intera indipend-nza dello Sommo Pontefice.
Lasciando non pregiudicata ogni questione politica che possa
essere sollevata dalle manifestazioni libere e pacifiche del
popolo romano, il Governo del Re fermo nello assicurare
le garansie necessarie alla ludipendenEa spirituale della
Relazione del conte Ponza di San Martino 326
Santa Sede, e farne anche argomento di fature trattative
fra l'Italia e le Potenze interessate.
Sar cnra di V. 8. di far intendere al Santo Padre, quanto
solenne sia il momento attuale per l'avvenire della Chiesa
e del Papato.
Il capo della cattolicit trover nelle popolazioni italiane
una profonda devozione, e conserver sulle sponde del Tevere
una sede onorata e indipendente da ogni umana sovranit.
Sua Maest si dirige al Pontefice coll'affetto di figlio,
colla fede di cattolico, con animo di Re e di italiano. Sua
Santit non respinger, in questi tempi minacciosi alle pi
venerate istituzioni ed alla pace dei popoli, la mano che
lealmente gli si stende in nome della religione e dell'Italia.
Gradisca, ecc.
0. Lamza.
VI.
Relazione del conte Ponza di San Martino
AL GOVERNO DEL UE.
Eccellenza,
Roma, 10 settembre 1870.
Ho veduto ieri sera il cardinale Antonelli, e mentre aspetto
l'udienza del Sommo Pmtefice che mi fissata per le ore
10 e mezza di questa mattina, comincio la presente col ren-
derle conto di quanto ho gi veduto.
Malgrado che, con la notizia del mio arrivo, sia or cono-
sciuto nella citt che le nostre truppe stanno per entrare,
l'aspetto della popolazione piuttosto di curiosit che di
vera animazione.
Ma fortunatamente a me pare che lo spirito d' attivit e
gli indizi di qualche forte risoluzione non si trovino n nel
Governo, n nelle truppe, n in nessuno di coloro che essendo
interessati alla conservazione dell' attuale ordine di cose,
potrebbero consigliar resistenza.
326 NOTE E DOCUMENTI
Lungo la strada e pel grande spazio cui si e:itende la
vista in queste campagne deserte d'alberi, non ci fu dato n
di vedere soldati, ed opere di difesa, ne d'accorgerci d'en-
trare in un paese che si voglia difendere da un'invasione.
Solo dopo di essere penetrati col convoglio nelle mura di
Roma, abbiam veduto alcuni cannoni ed un posto di soldati
presso ad essi. Gli impiegati di polizia e di dogana alla
frontiera, quelli di servizio allo scalo, tennero verso di me
un contegno rispettoso pienamente, come di chi cercasse dare
un'impressione favorevole di se.
Non trovando il mio fratello ad aspettarmi all' albergo,
scrissi al cardinale Antonelli, il quale per lo stesso mio servo
immediatamente mi rispose, che mi riceverebbe la sera alle
7 e mi saprebbe dire l'ora del ricevimento del Papa. Quindi
andai da Padre Beck per lamentarmi di non aver trovato
mio fratello. Dopo di aver attribuito la mancanza alle im-
perfezioni del servizio postale, il Padre Beck mi domand se
fosse vero che io avessi dichiarato di non volermi indiriz-
zare al cardinale Antonelli, e di volere direttamente trattare
col Papa. Disingannatolo, ed entrato a parlare delle attuali
condizioni, cercai di mettergli bene in capo che ormai gli
avvenimenti avevan risolto la questione di Roma, e che il
Governo aveva e mezzo e volont di salvare l'indipendenza
del Papa e le istituzioni cattoliche di Roma, ma che l'esempio
dei belligeranti attuali doveva farlo persuaso, che i nostri
sforzi potrebbero essere paralizzati da una resistenza san-
guinosa, e di volo toccammo tutte le questioni, senza che io
lo richiedessi di alcuna cooperazione, bastandomi che sapesse
che io non ero mandato a cospirare, od a farla da precursore
di persecuzioni.
La sera vidi il cardinale Antonelli e gli rimisi in kiura
di V. E. La conversazione dur due ore e pi. Dissi al car-
dinale che aveva il triste incarico di prevenirlo, che gi era
dato alle nostre truppe l'ordine di entrare nel territorio
pontifcio, e ne sarebbe ben tosto cominciata l'esecuzione,
come unico me^zo di evitare una rivoluzione, che poteva
trascinare essi e noi nell'estrema rovina,- che io compreo-
Relazione del conte Ponza di San Martino 897
deva nel dargli quest' annunzio, che esso risgnarderebbe il
mio Governo ed il suo rappresentante come spogliatori, ma
che se avesse la bont di ascoltarmi redrebbe essere noi
spogliatori d'un genere affatto nuovo, mentre la prima e la
pi forte delle nostre preoccupazioni in questo momento, era
quella di mettere il Papa in condizione di rimanere in Roma
con tutte le sue istituzioni, libero e sicuro: e che nella
scelta della mia persona, conosciuto quale era da Sua Emi-
nenza per non essermi mai prestato a persecuzioni, ed anzi
per averle molte volte impedite, Ella poteva essere sicura
della volont del Governo, di superare ogni difficolt, di
prestarsi ad ogni atto per conciliare il compimento delle sorti
italiane, con la pi ampia sicurezza del Sommo Pontefice e
di tutte le istituzioni che lo circondano. Il cardinale stette
fermo nel dire che la Santa Sede non pu rinunziare a nes-
suno dei suoi diritti, che si tratta di vera violenza, non
giustificata neppure dal pericolo di una rivoluzione, perch
Roma in tali condizioni di tranquillit da escludere questa
supposizione, e che il Papa non ]>otrehbe consacrare una
violenza.
Ma l'idea d'una difesa non mi pire di vederla, e la que-
stione mi sembr che si riiolva con tanto meno imbarazzo,
quanto il nostro modo di azione sar pi attivo e pronto, e
tale da non lasciarli un momento in dubbio suU'irremovibi-
lit del nostro proposito.
Questa mattina venne mio fratello, ed in sostanza ho
veduto che le difficolt ad accettare, dopo poca resistenza,
le decisioni del nostro Governo, procedon dal dubbio che i
patti formulati siano rispettati poi dii Ministeri nuovi e
diversi d.iU' attuale. Insistetti, spiegando come la garanzia
possa essere creduta vera, ed ora stanno a considerare come
abbiano a regolarsi.
Finalmente ripiglio il rapporto per dirle che sono stato
dal Santo Padre, che gli ho consegnato la lettera di S. M.
e la nota rimessami da V. E. dei capi di provvedimenti formu-
lati in articoli. Il Papa era profondamente addolorato, ma
non mi parve disconoscere che gli ultimi avvenimenti ren-
828 NOTE E DOCUMENTI
dono inevitabile per l'Italia l'azione su Roma che intraprende.
Esso non la riconoscer legittima, protester in faccia al
mondo, ma espresse troppo raccapriccio per le carneficine
francesi e prussiane, per non darmi a sperare che non siano
i modelli che vuol prendere.
Io studiai di essere molto mite nella forma, e durante
un'ora fui ascoltato con benevolenza, ma fni fermo nel dirgli
che l'Italia trova il suo proposito di avere Roma, buono e
morale, e che inutile di sperare che ceda. Il Papa mi disse,
leggendo la lettera, che erano inutili tante parole, che avrebbe
amato meglio gli si dicesse addirittura che il Governo era
costretto di entrare nel suo Stato.
Intanto quel che era di forma fatto; il Governo ponti-
ficio fu ufizialmente prevenuto che le nostre truppe entrano.
Se vorr battersi, spero sar battuto.
Ed avremo fatto ogni sforzo per evitare questa lotta.
Ho ricevuto il telegramma che mi dice di partire. Se V. E.
ricevendo la mia risposta lo conferma, partir secondo i suoi
ordini.
Pare che le truppe saranno, al loro arrivo, acclamate da
un'immensa moltitudine, che ora non osa mostrarsi, ed alla
quale io stesso ho consigliato non esporsi a pericoli, con
dimostrazioni in questo momento.
Alcuni patrioti che tengono relazione con le truppe pon-
tificie, mi dicono che queste preparano una seria resistenza,
che i zuavi specialmente si batteranno, anche malgrado che
ricevessero ordini in contrario. Ma non si ha a temere, come
dissi, che la popolazione li secondi.
Ho l'onore di profferirmi con ossequi
Devotissimo suo
Ponza di San Uartino.
Primo rapporto del generale Cadorna
Primo rapporto del generale Cadorna
AL Ministro della guerra, prima del passaggio
DEL confine da PARTE DELLE TRUPPE ITALIANE.
Temi, 8 settembre J870.
Come debito d'uffizio, credo opportuno riferire a V. E.
tutto quanto ha tratto alla missione di cui fui onorato dal
Governo del Re.
Il corpo d'osservazione, di cui m' stato affidato il comando,
ebbe assegnate nella sua formazione le localit di Orvieto,
Terni e Rieti, dove pervennero man mano le truppe desti-
nate a comporlo.
In dette localit si avviavano successivamente tutti i ma-
teriali occorrenti ed i quadrupedi che facevano difetto, e ci
procedeva senza fretta per parte di codesto Ministero, parendo,
che non occorresse soverchia sollecitudine a porlo in pieno
assetto, che si incontrassero difficolt a farlo in breve tempo.
In tale condizione rimasto circa 15 giorni, ricevei subito
dopo l'ordine di fare ogni sforzo per portare almeno due
delle tre divisioni componenti il corpo dell'esercito, in pros-
simit della frontiera pontificia verso Passo Corese, pronto
a valicarla al primo cenno.
Stante la dislocazione lontana, la mancanza di mezzi di
trasporto e la d fficolt delle comunicazioni, ci non pot
farsi senza superare varie difficolt, tanto in rapporto alle
marcie lunghe e faticose, quanto in riguardo al carreggio
ancora di gran lunga inferiore ai bisogni. Tuttavia in due
giorni ril* divisione si trovava sulla destra del Corese, la
12*
sulla destra del Farfa e la
13*
a Narni, pronte le prime
due a valicare il confine al primo cenno.
Precedentemente erasi convenuto di effettuare questo pas-
saggio per la sinistra del Tevere, e tutto era disposto se-
condo questo concetto: per la notte del 5 al 6 un telegramma
Pesci. Come siamo enit'ati in Roma.
'/2
830 NOTE E DOCUMENTI
del Ministero della guerra manifestava il pensiero di passare
sull'altra sponda del fiume, facendo ritirare tutte le divisioni
ad Orvieto, d'onde secondo quel pensiero, avrebbesi dovuto
procedere per Nepi, Civita Castellana, ed oltre. Risposi ch'ero
pronto ad ubbidire, per feci qualche rimostranza circa il
ritardo che ci avrebbe cagionato all'operazione che si aveva
in mira di compiere, e sull'effetto che un movimento retro-
grado di pi giorni, avrebbe prodotto nelle truppe e nelle
popolazioni. Soggiunsi poi che al postutto, pure volendo
agire per la riva destra del Tevere, pareami pi indicato il
passo per Ponte Felice. Non ebbi di ci risposta, fino a che
l'. V. col suo telegramma del 7 corrente, n. 1852, mi ma-
nifest le idee del Governo, le quali saranno compiutamente
attuate, come ho avuto l'onore di significare stamane a V. E.
col telegramma n. 89.
Aggiungo a compimento della parte militare, che la bri-
gata Reggio stanziata a Radicofani, pure sotto i miei ordini,
era destinata a cooperare nelle successive operazioni che il
Governo avesse ordinate, che vi fu in seguito aggiunta un'altra
brigata formando una divisione agli ordini del general Bixio.
Chiesi allora, unicamente per mia norma, se detta divisione
avesse dovuto dipendere da me od agire indipendentemente:
mi venne risposto che sarebbe stata indipendente finch si
trovasse sotto Roma, tanto pi che io agiva dalla riva sini-
stra del Tevere; quindi che presi commiato dalla brigata
Reggio gi sotto i miei ordini.
Spetta a cotesto Ministero a decidere ora, nel nuovo ordine
di idee, se non siano soggetti ad inconvenienti, due comandi
indipendenti operanti dallo stesso lato del Tevere, e pi
ravvicinati perci o dovendo cooperare allo stesso scopo.
Fui chiamato a Firenze, ed ebbi una conferenza non solo
col Ministro della guerra general Govone, ma altres col
Ministro degli affari esteri, e col Presidente del Consiglio,
e fu stabilito che all'evenienza si sarebbe cercato di impa-
dronirsi della citt di Roma, ma lasciando la Citt Leonina,
che il Governo avrebbe fatto precedere questa occupazione
da una dichiarazione diplomatica, e che io prima di pawarc
Primo rapporto del gerurae Cadorna 831
il confine avrei fatto un proclama, dl quale la parte politica
a mia richiesta, mi sarebbe stata tracciata dal Governo, non
volendo per nulla scostarmi dalie viste del Ministero. Mi si
disse tutta la deferenza che all'occasione avrei dovuto usare
al Papa e che avessi cercato di sconsigliarlo ad abbandonar
Roma, senza per ostacolarlo in caso di decisa volont, nella
quale eventualit sarebbe stato trattato con tutti gli onori.
Pure a mia richiesta mi si promisero istruzioni per iscritto
a fine di averle sempre presenti, per uniformarvi intera-
mente la mia condotta, ma tali istni2oni non mi sono per*
anco pervenute
Aggiungo inoltre che rappresentai ai sopradetti ministri,
come le truppe pontificie essendo composte parte d'indigeni
e parte di stranieri parevami opportuno far sentire preven-
tivamente che sarebbero state trattate in modo diverso; e
ci per agevolare la riuscita della popolazione, promettendo
alle indigene nel caso che si pronunciassero nel senso na-
zionale, di applicare loro le noitro leggi, o quelle pontificie
per diritti di pensione; e per le altre invece approntare
mezzi di trasporto per liberarne
subito il nostro suolo, an-
che concedendo loro una certa indennit. In questo divisa-
mente parvemi che i ministri si accordassero.
Ci quanto m'interessa di far noto all'.
V. per di lei
norma, porgendole questo quadro riepilogativo della situa-
zione presente alquanto incerta, per quelle disposizioni
che
creder del caso, onde io tenga una via ben definita,
nel
disimpegno di tale delicato incarico.
332 iTOTE E DOCUMENTI
Vili.
Proclama del generale Cadorna
AGLI Italiani delle Provincie Romane.
Italiani delle Provincie Romane!
Il Re d'Italia m'ha affidata un' alta missione, della qnale
voi dovete essere i pi efficaci cooperatori.
L'esercito, simbolo e prova della concordia e dell'unit
nazionale, viene tra voi con affetto fraterno, per tutelare la
sicurezza d'Italia e le vostre libert. Voi saprete provare
all'Europa come l'esercizio di tutti i vostri diritti possa
congiungersi col rispetto alla dignit ed all' autorit spiri-
tuale del Sommo Pontefice. La indipendenza della Santa
Sede rimarr inviolabile in mezzo alle libert cittadine, me-
glio che non sia mai stata sotto la protezione degli interventi
stranieri.
Noi non veniamo a portare la guerra, ma la pace e l'ordine
vero. Io non devo intervenire nel Governo e nelle Ammini-
strazioni, a cui provvederete voi stessi. Il mio compito si
limita a mantenere l'ordine pubblico, ed a difendere l'invio-
labilit del suolo della nostra Patria comune.
Terni, 11 settembre 1870.
U luogoienenU generale
Comandante il
4^
corpo delCaercito
R. Cadorna.
Rapporto del generale Cadorna 833
IX.
Rapporto del generale Cadorna
sul combattimento di civita castellana.
Al Minisiero della Gwrya.
Lettera dtl J8 settembre.
Come gi informava TE. V. con mio telegramma, giun-
gendo questa mattina sotto Civita Castellana colli
1*
e
12*
Divisione e colla riserva del Corpo d^armata, incontrai re-
sistenza per parte di una compagnia di disciplina
(82 nomini)
e di un corpo di zuavi (95 uomini) che incominciarono primi
il fuoco dal convento dei Cappuccini, poi si rinchiusero nel
castello donde continuarono a far fuoco di fucileria.
Ad onta di questo per la citt fu suhito occupata da nn
battaglione di bersaglieri, mentre altri due battaglioni con
un movimento girante precludeva loro le vie di Nepi e Ri-
gnano.
Nel tempo stesso feci aprire il fuoco contro il castello da
una batteria di artiglieria.
Il fuoco durava circa da un'ora e dal castello si continuava
a far la fucilata.
Allora feci avanzare due altre batterie.
Questo movimento persuase il presdio a cessare dalla re-
sistenza e sventol bandiera bianca.
Cess allora il fuoco dalle* due parti.
Un capitano indigeno venne allora come parlamentario,
al quale imposi la capitol?izione che qui acchiudo in copia
e che fu senza difficolt accettata. Per attenermi alle istru-
zioni dell'E. V. ho abbondato nel far loro condizioni van-
taggiose, mentre essi chiedevano solo salva la vita.
Faccio partire per Spoleto i capitolati ed ho disposto per-
ch non soffrano sfregi dalla popolazione, essendo questo
anche il desiderio manifestatomi dal capitano parlamentario.
Ho scritto al Comandante generale della Divisione di
834 NOTE B DOCUMEim
Perugia che tenga gli indigeni riuniti come deposito e gli
esteri come prigionieri di guerra in attesa delle determina-
zioni di codesto Ministero.
Dalla nostra parte vi furono sei o sette leggermente feriti,
eccettuato un bersagliere che ebbe oifeso un braccio piuttosto
gravemente. I Pontifici ebbero tre feriti.
Mi sono tosto adoperato per assicurare le comunicazioni
telegrafiche le quali attualmente funzionano fra Civita Ca-
stellana e Firenze, tanto per la linea di Narni quanto per
quella ferroviaria per Borgbetto.
Sono pure in comunicazione telegrafica con Viterbo, ma
per la via di Firenze.
Dalla Brigata Mista che TE. V. mi annunzi avere inviata
a Perugia per fornire i presidi in queste provincie, per ora
non mi abbisognerebbe che un battaglione, che dovrebbe
essere spedito ad Orte e da Orte progredirebbe a Viterbo
per tenervi presidio, ed un altro battaglione qui a Civita
Castellana, il quale distaccherebbe una compagnia a Corese
per guardare il ponte e la stazione telegrafica.
Pregherei per questo V. E. di volere impartire gli ordini
opportuni, e con qualche sollecitudine per potere disporre
di tutte le forze della divisione Ferrer.
A
seconda poi di quanto le notificai ieri con mio telegramma,
la
13* divisione ha occupato ieri verso le 6 di sera la citt
di Viterbo, i Pontifici avevano evacuato la citt poco prima
dello arrivo dell'avanguardia della divisione, cio verso le
2 pom. Furono fatti prigionieri 14 zuavi e 9 gendarmi.
I Pontifici si ritirarono nella direzione di Vetralla.
Con questa occasione chiedo schiarimenti a V. E. sul
trattamento delle truppe pontificie, se le larghe concessioni
loro fatte, sono applicabili solo a quelli che non facciano
resistenza, oppure a tutti, parendomi, s^tto l'aspetto militare
esclusivamente, anche forse possa non essere nelle viste di
codesto Ministero, di trattare meglio quelli che non si bat-
tono degli altri che facessero opposizione.
Con questa occasione Le soggiungo che domani mi reco
col quartiere generale ed i bersaglieri a Monterosi, che l'il*
Ordine del ministero 336
e
12* divisione accamperanno poco pi innanzi, precedute di
una tappa dalla cavalleria, e che la
13*
si recher a far
tappa
prima della congiunzione delle due strade di Rouci-
gliene e di Nepi. Il parco d'artiglieria domani sar traspor-
tato a Civita Castellana.
Cadorna.
Ordine del ministero
di affrettare la m
m.rja m\
sotto roma.
Al Generale Cadorna^
Telegramma dvi yo . nr mure, urr u
p.
Nulla
modiiicato nello insieme dello disposizioni di mas-
sima date. Soltanto Governo del Re ha motivi per desiderare
si acceleri,
quanto possibile, marcia su Roma. Se olla non
pu arrivare in vista domattina, cio ad alcuni chilometri da
Roma, procuri almeno fare ci nella giornata di domani.
Rimane sempre inteso che ella pu effettuare
passaggio di
tutta parte sua truppa sulla sinistra Tevere.
Ricotti.
Al Generale Cadorna,
Lettera del 18 settembre.
Come gi le feci conoscere con telegramma di questa mane,
intenzione del Governo che la S. V. acceleri il suo mo-
vimento su Roma, e colle forze di cui si compone il suo
corpo d'esercito si accinga ad un pronto attacco passando il
Tevere se e dove meglio creda con tutte o parte delle sue
truppe.
La prego a darmi avviso delle sue disposizioni ed espormi
il suo progetto d'attacco.
336 NOTE E DOCUMENTI
Ritenga per altro, che prese le sue disposizioni, non dovr
attaccare senza ordine esplicito di qnesto Ministero. Ci non
toglie che quando si presentasse l'opportunit di potersi
impadronire, per sorpresa o stratagemma col favore di moti
interni della popolazione. Ella dovr coglierne l'occasione.
Sarebbe desiderio del Governo che il passaggio sulla sinistra
del Tevere, di tutte o parte delle sue truppe, non fosse dif-
ferito obre la sera del giorno 15 corrente, sempre quando
non abbia l'opportunit d'impadronirsi prima d'allora della
citt di Roma, operando dalla riva destra.
Ricotti.
XI,
Capitolazione di Civitavecchia,
Art. 1.

La guarnigione di Civitavecchia, vedendo la
piazza minacciata dalla flotta corazzata, non che investita
dalla parte di terra, ed occupate le alture che la dominano,
considerando che non sarebbe possibile la difesa, e che la
citt verrebbe ad essere immensamente danneggiata, si decido
di accettare una capitolazione con i seguenti patti.
Art. 2.

Tutte le truppe indistintamente componenti
la
guarnigione di Civitavecchia, a qualunque nazionalit
appartengano, saranno considerate come truppe regolari del
Santo Padre.
Gli uficiali conserveranno le loro spade, bagagli, cavalli
e gli altri oggetti di loro propriet; questa disposizione con-
cerner pure la bassa forza meno quanto riguarda le armi
Art. 3.

Agli ufficiali di ogni grado ed agli individui
di bassa forza indigeni, sono riconosciuti il loro grado e sti-
pendio, ed in genere si terr conto dei diritti acquisiti a
tutto oggi, a senso dei regolamenti pontifici.
Art. 4.

Agli ufficiali e soldati stranieri al servizio del
Santo Padre sar concesso il rimpatrio, con tutti i diritti
Capitolazione di Civitavecchia
stipulati dal regolamento col Governo pontificio; ed il loro
rimpatrio sar a carico del (Governo italiano, il quale li
provvedere di assegno sino a destinazione.
Art. 6.

Finch durer il Governo pontificio, nessun
ufficiale potr essere obbligato a prendere servizio nell'eser-
cito italiano. Ad ogni ufficiale od individuo di bassa forza
di qualunque grado, continuer ad essere corrisposto giornal-
mente il suo soldo, e ci finch non sar loro provveduto
definitivamente.
Art. 6.

L'intiera piazza forte, armamento, munizio-
ne, ecc., saranno consegnate alla truppa italiana dai capi di
servizio.
Art. 7.

Le truppe italiane garantiranno le persone ed
i diritti di tutti gV individui della truppa pontificia, impe-
dendo che sieno in alcun modo e da chiunque molestate.
Abt. 8.

Questa mane alle ore sette, una nave della
flotta italiana entrer nel porto di Civitavecchia, e .scambier
i saluti dTuso, come onore militare da rendersi reciprocamente.
Le Regie truppe entreranno nella piazza alle ore 10 ant.
d'oggi.
Abt. 9.

Il materiale e personale di marina esistente
noi porto di Civitavecchia soggetto alle condizioni della
presente capitolazione. Si fa solo eccezione per il Bucintoro
papale "Immacolata Concezione

,
il quale rimarr a disposi-
zione dol Santo Padre col suo attuale equipaggio, quale
consta dal Ruolo che presenter il signor capitano di vascello
Cialdi, comandante il medesimo. Qualora Sua Santit rinun-
ciasse a detto possesso, il bastimento verr consegnato al
Governo italiano, ed il personale sar compreso nelle condi-
zioni degli altri capitolati militari indigeni, essendo riservato
fino ad oggi ogni qualunque diritto accordato al corpo della
marina dalle Leggi pontificie sulle pensioni.
Art. 10.

Le disposizioni del precedente articolo, non
essendo contemplate nelle istruzioni ricevute dal generale
comandante le truppe italiane, il medesimo non sar vale-
vole che dopo di essere stato approvato dal Governo del Re
d'Italia, approvazione che il generale s'impegna di ottenere.
Pesci. Come siamo entrati in Roma.
7S^
338 NOTE E DOCUMENTI
Aet. 11.

La presente capitolazione sar valevole appena


scambiate le ratifiche.
Fatto il giorno 16 settembre 1870 alle ore 5 e mezza an-
timeridiane, airuf&cio del Comando di piazza di Civitavecchia.
n colonnello comand. superiore della piazza di Civitavecchia
Comm. Sebba.
Il colonnello capo di stato maggiore della
2^
divisione attiva
San Maezano.
n luogotenente generale
comandante la
2^
divisione attiva delTesercito italiano
Nino Bixio.
xn.
Lettere di Cadorna e Kanzler.
A
5. B. il Comandante Generale delle truppe
pontificie,

Roma,
Eccellenzaf
Posta della Storta, 16 settembre 1S70.
Ho l'onore d'annunziare all'. V. che la piazza di Civita-
vecchia si resa stamane alle Regie truppe.
Dopo questo fatto, vieppi compreso come sono deirinatilit
di ulteriore spargimento di sangue, specialmente considerando
le imponenti forze dell'attacco rispetto a quelle della difesa,
compreso dai sensi di umanit a cui l'. V. tanto meno
estranea, vicina qual' alla Santit del Sommo Pontefice,
non stimo inutile rinnovarle la domanda di non voler opporre
resistenza alla occupazione militare di Roma.
Questi sentimenti, che sono quelli di S. M. il He, del
Governo, degli Italiani tutti, comprese le Provincie gi oc-
cupate dalle Regie truppe, che al primo loro apparire esul-
tano al pensiero di fondersi nella patria comune, questi sen-
timenti, che credo generali in Europa, non voglio dubiCare
Lettere di Cadorna e Kanzer
che non trovino un'eco nell'animo dell'E. V. e che faranno
tacere quello di esagerata fierezza militare, che mentre am-
miro ed apprezzo, mi pare nondimeno superfluo in contin-
genze tanto palesi ed evidenti come le attuali.
Spero che l'. V., convinta come la mia proposta non pu
muovere da ragioni militari, vorr riflettere a tutta la re-
sponsabilit che accompagnerebbe un rifiuto alla medesima,
sebbene io la rivolga iu nome della umanit e della ragione.
Con questa occasione mi creda
DeirE. V.
Il Generale Cadorna
A S. E. il Generale Cadorna, comandante il
4"
corpo d*esercito.
Eccellenza^
Moma, U M settembre 1870.
La presa di Civitavecchia non cambia sostanzialmente la no-
stra situazione, e non pu in conseguenza modificare la risposta
che ebbi gi l'onore di dirigere all'. V. nella giornata di ieri.
Ella fa appello ai sentimenti di umanit, che certamente
a niuno stan pi a cuore che a coloro i quali hanno la feli-
cit di servire la Santa Sede, ma non siamo noi che abbiamo
in
qualche modo provocato il sacrilego attacco di cui siamo
vittime. A lei quindi spetta il mostrarsi animato da tali
sentimenti
umanitari, desistendo dall' ingiusta
aggressione.
In
quanto alle aspirazioni delle nostre Provincie,
credo
che
hanno dato indubitate prove di attaccamento al Governo
Pontificio, e non temo punto il giudizio dell'Europa, cio di
quella parte che ha conservato un sentimento di giustizia.
Io pure spero che V. E. rifletter, quale immensa respon-
sabilit
incontri innanzi a Dio ed al Tribunale della Storia,
spingendo fino all'ultirao la gi troppo inoltrata violenza.
Ali creda con la pi distinta considerazione
Il Generale comntulante le truppe
pontifcie
340 KOTE E DOCtlMBNTl
XIII.
La resa di Roma
Comando Gieneralb
DEL 4.0 Corpo d'eseectto.
Villa Albani, SO settembre 1670.
CapUola:sione per la resa della piojsza di Roma,
stipulata
fra
il comandante generale delle
truppe di S, M. il Re d*Italia ed il coman-
dante generale delle truppe poniijlcie, rispeir
Uoamente rappresentati dai sotioscritiL
L

La citt di Berna, tranne la parte che limitata al
sud dai bastioni Santo Spirito, e che comprende il Monte
Vaticano e Castel Sant'Angelo costituenti la Citt Leonina, il
suo
armamento completo, bandiere, armi, magazzini da pol-
vere,
tutti gli oggetti di spettanza governativa, saranno con-
segnati alle truppe di S. M. il Re dltalia.
n.
Tutta la guarnigione della piazza escir cogli onori
della guerra, con bandiere in armi e bagaglio.
Resi gli onori militari, deporr le bandiere e le armi, ad
eccezione
degli uffiziali, i quali conserveranno la loro spada,
i cavalli e tutto ci che loro appartiene.
Esciranno prima le truppe straniere, e le altre in segnito,
secondo il loro ordine di battaglia, colla sinistra in testa.
L'uscita della guarnigione avr luogo domattina alle sette.
HI.

Tutte le truppe straniere saranno sciolte, e subito
rimpatriate
per cura del Governo italiano, mandandole fino
da
domani per ferrovia al confine del loro paese. in fa-
colt del Governo di prendere in considerazione i dritti d
pensione, che potrebbero avere regolarmente stipulati col
Governo
pontifito.
lY.

Le truppe indigene saranno costituite in deposito
n Plebiscito 841
senza armi, colle competenze che attualmente hanno, mentre
riservato al Groverno del Re di determinare sulla loro posi-
zione futura.
V.

Nella giornata di domani saranno inviate a Civita-
vecchia.
VI.

Sar nominata da amho le parti una Commissione,
composta d' uu ufficiale d' artiglieria, uno del genio ed nn
funzionario d'intendenza, per la cai consegna di cui all'art. I.
Per la piazza di Roma: Il capo di stato maggiore
RlVALTA.
Per l'esercito italiano: Il capo di staio maggiore
D. Primbrano.
Il luogotenente generale comandante il
4^
corpo d'esercito
Cadorna.
Visto, ratificato ed approvato:
Il generale conandante le armi a Roma: Kanzlbb.
Il Plebiscito.
Atto notarile con il quale
fu
rogato il plebiscito di Roma.
In nome di Dio
Regnando 8. M. Vittorio Emanuele II, Re d'Italia.
L'anno milleottocento settanta (1870). 11 giorno di dome-
nica due ottobre alle ore nove pomeridiane.
Per ordine della Giunta provvisoria governativa di Roma
e Provincia
NOI
Camillo Vitti, notare maggiore presso il Senato
Romano,
di studio in via Aracceli, N.
70;
342 NOTE E DOCUMENTI
Egidio Serafini, notare, di studio in piazza dei Santi XII
Apostoli, N. 232;
Filippi Delfni, notaro, di studio in piazza dei Caprettari,
numeri 66 e
67;
Francesco Guidi, notaro, di studio via dei Giubbonari,
N. 30;

ci siamo recati nelle diverse Sezioni a Noi rispet-
tivamente assegnate per lo scrutinio della votazione del
Plebiscito di Roma, affine di apporre i suggelli alle urne ove
erano rinchiusi i voti; e dopo di avere apposto le biffe a
ciascuna di esse, ora che trovansi trasportate nella sala
maggiore del Campidoglio per riconoscerne il risultato, ab-
biamo riconosciute integre e non viziate nei suggelli in
parte alcuna le urne; opper abbiamo riconosciuto e di-
chiarato regolare in tutto e per tutto il trasporto dai
diversi uffici di votazione al luogo ove pubblicamente si
trovano.
E quindi ad istanza e vista della Giunta stessa, presente
Sua Eccellenza il signor Generale Cadorna, abbiamo proce-
duto all'operazione delle urne, presenti ancora tutti i Depu-
tati, Commissioni e popolo Romano, liberamente acceduto,
e sonosi rinvenuti i voti nel modo seguente;
Urna del Campidoglio : "Voti S, numero seimilaoitocenioi'
tanta. Voti NO, nessuno.
Uena DEL Palazzo Odescalchi: Voti S, numero duemila-
ottocentotrentacinque. Voti NO, nessuno.
Uena in Piazza Colonna: Voti S, numero cinquemila-
ireceitocinquantacinque. Voti NO, numero dodici.
Urna in Piazza di Santa Maria in Trastevere; Voti S,
numero quattromilaventinove. Voti NO, numero uno. Nulli
numero due.
Urna alla Piazza del Biscione: Voti S, numero due-
milanoveceniotrentatre. Voti NO, numero due.
Urna al Palazzo Camerale a Ripktta: Voti S, numero
duemilacentottantacinque. Voti NO, nessuno.
Urna in Piazza di Ponte Sant'Angelo: Vuii ;5l, mi mero
duemilanovecentodiecisette. Voti NO, numero due. Nulli, nu-
mero tre.
n Flebiscito 843
Ubna in Piazza Ricci: Voti St, numero milUquattrocento-
sessantaseiie. Voti NO, numero due.
Ubna in Piazza Navona: Voti St, numero iremilaqtMt-
trocentocitiquantacinque. Voti NO, numero dieci. Nulli nu-
mero uno.
Urna alla Via dei Sebpenti: Voti St, numero tremila'
centotiantaquattro. Voti NO, numero due.
Urna di Piazza Babbeeina; Voti St, numero milletre'
centosei. Voti NO, numero dieci.
Ubna di Piazza Spagna; Voti St, numero tremiladuecento-
novantadue. Voti NO, numero dieci.
Il totale pertanto della votazione affermativa pel St,
risultato in numero di trentanovemiaduecentotrentanove,
e
per il NO, numero quarantasei e voti nulli numero sette.
Quindi, essendosi presentata un'urna degli abitanti la Citt
Leonina, apertasi la medesima urna coH'assistenza del notaro
signor Accindino Buratti, residente in detta citt, risul-
tata una votazione di numero millecitquecentoquarantasei
voti per il st e per il NO nessuno, che unita questa cifra
alla precedente, si ha un totale di voti per il St di quaranta-
milaseitecentottantacinque (numero 40785).
Dopo ci il signor presidente duca Caetani ha pubblicato
uu tale risultato, e si sciolta l'adunanza con immensi
applausi di evviva al Re Vittorio Emanuele, all'Italia, a Roma,
Sopra le quali cose, ecc.
Atto fatto in Campidoglio, ove siamo presenti noi quattro
notari che assieme alla Giunta ci siamo firmati.
Michelangelo Caetani, Vincenzo avv. Tancredi, Augusto
Castellani, Carlo Maggiorani, Francesco Pallavicini, Biagio
Placidi, Ignazio Boncompagni dei Principi di Piombino,
Pietro De-Angelis, Achille Q. Mazzoleni, Alessatulro Del
Grande-Felici , Vincenzo Tittoni,
Raffaele avv. Marchetti,
Francesco Sforza-Cesarini, B. Odescalchi, Emanuele Ruspali.
Francesco Oiiidi, notaio pubblico, rogato, Camillo Vitti,
notaro maggiore presso il Senato Romano, Egidio
Serafini,
notaro, Filippo dott. Delfini, notaio pubblico, rogato.
11 preposto signor Pierotli registrer l'Atto presente ia
344 KOTE E DOCUMENTI
carta semplice come si trova, senza multa di bollo e senza
tassa di registro, e ricever la copia d'Archivio in carta
semplice e cos dicasi delle copie autentiche.
Similmente sono esenti del bollo e multa li tre originali
conformi di questo Atto, dei notari signori
Delfini, Serafini
e Guidi.
Registrato a Roma, li quattro ottobre milleottocentosettanta,
in
quattro pagine senza postille, volume 421, atti pubblici
foglio 421, casello 8 gratis, a forma d'ordine come sopra e
ricevuta copia d'Archivio.
Q.
PlEBOTTI.
INDICE.
Introduzione
diOloiu Carducci.
Cone i fece nei secoli ci che la mattina del 20 set-
tembre
fu
disfatto in poclie ore
pag, v a xxi?
I.

Da Firenze a Tbrni.
La gi'ESTiONR Romana esposta a gran velocit.
Alla stazione di Firenze. Un salvacondotto rimasto sai
tavolino d'un ministro. Il mio compagino di viaggio. Un
**
omaggio reso alla rivoluzione . Faites vi7e.' L'ordine
del giorno Boncompagni. Ricasoli e la questione Romana.
Aspromonte e la convenzione di Settembre. Il sillabo.
Non pi stranieri in Italia. I feriti di lentana- Prima
e dopo Sedan. La visita di Costantino Nigra a Giulio
Favre. La lettera di Vittorio Emanuele a Pio IX. Pag. 1
IL

Prima di passare il conpine.
Terni nel 1870. Un deputato e un sottoprefetto. Dove
erano le truppe del corpo d'occupazione. Il generale de
Chevilly. Il conte Carlo Arrivatene. Le strade che con-
ducono a Roma. Si passa o non si passa? Ci avviciniamo
al confine. In un carro bagagli. Narni e la divisione Fer-
rer. Alla ricerca di una carrozza in una citt poco
carrozzabile. Otricoli. In un mare di nebbia. La sveglia
del 12 settembre. Questa volta si passa davvero! . . 28
III.

Passiamo il confine.
Di l dal ponte. La R. C. A. Il forte di Civita Castel-
lana. Il capitano Aymonino e una caduta pericolosa. Le
paure del parlamentario pontificio. Casa Trocchi. Gli
zuavi del Papa ed un blagueur messo a posto. Gaspa-
rone e le sue memorie. Una professione esercitata wbil-
meite. Come si debbono eseguire gli ordini in tempo di
guerra. Celestino Corte e il colonnello De Charrette.
Una bella marcia. I Francesi a Monterosi!!! .... 44
IV.

Alle viste di Roma.
^a Posta della Storta. Si vede Roma! Il tenente Cretti
T'entra, senza volerlo, prima di tutti. Un sonetto d'Alfieri
i un piatto di spaghetti. La deputazione di quindici co*
346
INDICE
muni. Al castello d'Isabella Orsini. Padron Beppe Lietta
ed uno zuavo malcapitato. Diplomatici e parlamentari.
In esplorazione. Uno strano gruppo che conversa alla
sepoltura di Nerone. Padron Beppe s' impazienta. Una
signora agli avamposti. Il generale Carchidio e la croce
apparsa a Costantino Pag. C5
V.

Alle porte della capitale d'Italia.
La valle del Pussino. A traverso la campagna Romana.
Due diplomatici sulla via Flaminia. Entra in scena il
conte d'Arnim. Il passaggio d'un ponte di barche. Dodici
battaglioni di bersaglieri. Macedonio Pinelli, Gola, Pre-
vignano e Fanfulla. In attesa del pane. La divisione
Angioletti e la divisione Bixio. Come fu presa Civita-
vecchia. Fra la via Salara e la Nomentana. Vigna Tosti
e la vignarola. La prima cannonata. Villa Carcano,
l'osteria del Mangani e Sant'Agnese. Il conte d'Arnim si
d per vinto. Una riunione di clubmen e un cameriere
provvidenziale. I preparativi. Ci siamo davvero! Una
notte eterna. La sveglia del 20 settembre 81
VI. Il 20 SETTEMBBE.

L'assalto.
Come furono annunziate le
SVg
antimeridiane del 20
settembre 1870. La divisione Maz de la Roche e le
batterie da posizione. Una fila di fantasmi marmorei. I
primi feriti. A porta San Pancrazio ed a porta San Gio-
vanni. Ai tre archi. S'incomincia a veder la breccia. Da
villa Patrizi a porta Salara. 835 cannonate. Il segnale
per l'assalto della breccia. La brigata Bologna a Porta
Pia. Bosi e Valenziani. Il 12
battaglione bersaglieri
alla breccia. Chi fu il primo a superarne il ciglio. Serra,
Ripa, Pagliari. Il capitano Bogliolo. La
4*
compagnia
del l'^ fanteria. A villa Albani. Statue greche, uva fresca
e palle di Remington. La bandiera bianca. Il corpo di-
plomatico a Villa Albani. L'ra nuova d'Italia . . . inn
VII.

L'entrata in Roma.
Entriamo in Roma. A Santa Maria della Vittoria. Dalle
quattro Fontane a piazza di Spagna. Il David rivolueio-
nario. Al Pincio. I bersaglieri e gli zuavi prigionieri.
Un cannono a spasso. Il primo generale che arriva in
piazza Colonna. Gli Zampitti ed il generale Cosenz.
Come sono andati a finire? Il
39
in Campidoglio.
Gli emigrati. Le donne Romane. Le dimostrazioni sul
Corso. Un'altra volta al Campidoglio. Per i detenuti
politici. Una visita al Colosseo 138
htdice 847
Vili. L'ingresso delle truppe.
La mattina del 21 settembre. L* esercito pontificio in
piazza San Pietro. Esercitazioni di tiro in corpore vili. Il
trasporto funebre del maggiore Pagliari. Un prelato che
sta per dire la verit. Il diavolo non poi tanto brutto.
La sfilata delle nostre truppe nel Corso. Il generale Ca-
dorna. Fuori di Porta San Pancrazio. Il generale Nino
Bixio. Uno scatto molto giustificato. Anche un generale
pu essere distratto. Che cosa accadeva nella citt Leonina.
Da chi ne fu richiesta l'occupazione. A villa Potenziani e
a villa Patrizi. Il generale Cadorna al palazzo Piom-
bino. Una dimostrazione affermativa. Viva Bixio. Pag. I7
IX.

Fino al giorno del plebiscito.
Si toma alla calma. Il generale Masi ed i suoi manifesti.
La necessit d'un governo. Un comizio popolare nel Co-
losseo. Un antico triumviro del 1849. Applausi e fischi.
Accoglienza fatta ai liberali della seconda giornata. Come
and a finire il Comizio e come fu fatta la Giunta. I
"
mercanti de campagna
.
La lettura dei manifesti.
(riornali, giornalai e giornalisti. La riconsegna delle
armi. L'abb.ittimento degli stemmi impili. Una folla di
soldati nella basilica di San Pietro. Pio IX ed il sen-
timento dell' arte. La guarnigione Vaticana. La for-
mula e i preparativi del plebiscito. Un problema inter-
nazionale basato sopra un equivoco 182
X.

Il plebis
L'arrivo degli emigrati. L'alba del gran giorno. A jiiazza
del Popolo. Corporazioni d'artisti e d'artierL Gli ufl^ciali
romani. In piazza del Campidoglio. Le dodici urne del
plebiscito. La tredicesima e il voto dei Borghigiani.
Nella citt Leonina. La proclamazione del voto. Don Mi-
chelangelo Caetani duca di Sermoneta. Roma nnita al-
l'Italia. Il luogotenente del Re 202
XI.

Dopo il plebiscito.
Cattive usanze e cattivi odori. Gli emigrati poveri fal-
sificati. Preti e cardinali a spasso. I consiglieri di luo-
'
gotenenza. La Giunta Municipale provvisoria. Deputati,
senatori e uomini d'affari. Quintino Sella. Che cosa oc-
correrebbe per fare applaudire un ministro delle finanze.
Ricorrenze e commemorazioni. Le bersagliere del Flik
e Flok. L'eccidio di casa Ajana. I militari feriti negli
ospedali di Roma. Il capitano Bosi. I capitani Ripa
e Serra all'ospedale di Santo Spirito. Morte e trasporto
funebre del capitane Ripa.
217
348 INDICE
XII. I PRIMORDI DELLA VITA ITALIANA.
Le istituzioni municipali. Elezioni amministrative e
politiche. I cinque rappresentanti di Roma. Guardia
nazionale a piedi e a cavallo. I
"
pizzardoni
.
Aspettando
il Re. L'occupazione del Quirinale. Le scuole di Roma.
La cittadella D. C. D. G. ed il liceo ginnasio Enrico
Quirino Visconti. All'Universit. Le riforme giudiziarie.
Progetti edilizi Pag. 236
XIII.

I Romani del 1870.
Il romanesimo. Le diverse classi sociali. La nobilt ro-
mana. Vaticanisti e liberali. La spada offerta a Napo-
leone III. Tanti fratelli, tanti cervelli. La borghesia ricca.
Sentimenti conciliativi.
"
Generone

e
"
generetto
y..
Clubs e caccie. I primi ricevimenti. Le colonie estere.
Esempi d'intransigenza. I chiassi dell'S dicembre. Esage-
razioni dei giornalisti. I popolani e le popolane di Roma. 255
XIV.

Vittorio Emanuele a Roma.
Il biondo Tevere. Un teatro incomodo. Il principio del-
l'inondazione. Pontieri e zattere. La guardia nazionale
al palazzo Doria. A Montecitorio. L' acqua comincia a
decrescere. Danni terribili. Incertezze e rimpianti. Viene
il Re! Dalla stazione di Termini al Quirinale. Da dove
Vittorio Emanuele apparve la prima volta ai Romani.
La visita alla citt e la partenza. I destini d'Italia
sono compiuti!
276
Note e documenti.
I. Le truppe che occuparono Roma
299
IL Elenco dei morti e feriti
305
III. Elenco delle ricompense al valore ...... 310
IV. Lettera di Vittorio Emanuele a Pio IX. . . . 322
V. Istruzioni di Lanza al conte Ponza di S. Martino. 324
VI. Relazione del conte di San Martino
325
VII. Primo rapporto Cadorna avanti di passare il confine. 329
Vili. Proclama Cadorna agli Italiani delle Provincie
Romano
332
IX. Rapporto del generalo Cadorna sul combattimento
di Civita Castellana
333
X. Ordine del Ministero di affrettare la marcia fin
sotto Roma :>3:)
XI. Capitolazione di Civitavecchia ;;;vi
XIT. Lettere fra Cadorna e Kanzler :;>s
XIII. La resa di Roma 340
XIV. Il Plebiscito (atto notarile col quale fu rogato). 341
Milano

Fratelli TREVES, Editoi i

Milano
Dn fascicolo la settUnana
Le Esposizioni del
1911
ROH-TORIIID-FIliEHZE
Ogni fascicolo di 16 pag. in-folio a 8 col. riccamente illustrato^
con copertina.
Roma e Torino celebrano con grande solennit il cinqnan*
te; ario del Regno d'Italia con due importantissime mostre
internazionali, che si svolgono contemporaneamente nelle dua
capitali.
La casa Treves, che dal 1873 fino all'ultima grande mostra
d ]\Iilano del 1906. ha seguito con splendide pubblicazioni
illustrate le grandi esiwsizioni italiane ed estere che si ^ono
susseguite in oltre un trentennio, non pu in simile occasione
mancare alle sue tradizioni.
\hbiamo quindi il giacere di annunziare d'aver iniziato la
pubblicazione di un giornale illustrato intitolato
LE
ESPOSIZIONI DEL 1911.
In esso, oltre che quelle di Ruma e Torino, trovano posto
altre mostre indette per quest'anno, tra cui ha speciale im-
portanza la lilostra del Ritratto Italiano a Firenze.
Questo giornale, che corrisponde a un desiderio del pubblico,
affezionato ormai alle pubblicazioni della nostra Casa, delle
quali apprezza la seriet e l'eleganza, libero da ogni impegno
ufficiale e conserva quel carattere d'indipendenza e d'obbiet-
tivit delle pubblicazioni dello stesso tipo che lo precedettero
e che tanta fortuna trovarono presso il pubblico.
Centesimi 50 il fascicolo.
(Estero, Cent. G3).
Associazione a 40 fascicoli con frontispizio e coperta:
VENTI LIBE (Estero, Fr. S30).
Dirigere commissioni e \r^]n ai Fratelli Treves, editori, ^lilano.
Milano
Fratelli TREVES, Editori

Milano
w Anno :X.XLXLVIII -
111
lIllustrazione

^^*
ITALIANA
ESCE OGNI DOMENICA
24
pagine In-folio a 3 colonne e copertina.
X'Illusteazioke Italiana, diretta da fornii io e GJ-nido
Treves, la sola rivista del nostro paese che tenga al
corrente della storia del giorno in tutti i suoi molteplici
aspetti: la sola dose tutto sa originale ed inedito, e tutto porti
unHmpronia prettamente nazionale. Non v^ fatto
contempo^
raneo, non personaggio illustre, non scoperta importante, non
novit letteraria o scientifica od artistica, che non sia regi'-
strata in queste pagine colla parola e col pennello.
Fuori testo, dei QUADRI A. COX-ORI
Abbiamo il piacere di annunziare che col 1911
FERDINANDO MARTINI
ha ripreso la serie delle sue
CONFESSIONI E RICORDI
Anno, L. 35
-
Semestre, L. i8
-
Trimestre, L. 9
(Estero, Franchi 48 l'anno).
Centesimi 75 11 numero.
I 52 fascicoli stampati in carta di lasso formano in fine d'anno die
magnifici volami di oltre milleduecento pagine, illostratl da oltre
600 incisioni; ogni volarne ha la coperta, il frontiepizio e l' indice.
Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treycs, editori, Milano
Milano

Frat^u^li IKr.Vta, -.ditori

Miljlno
L'Illustrazione Popolare
Anno XLII
CON ANNESSO L
CiDtlOiliu.
ALBUM F0T0GRAFI60
diretto da RAFFAELLO BARBIERA. il giornale lette-
rario pi antico e pi brillante d'Italia. raccomandabi-
lissimo alle famiglie, come quello che illustra e alimenta
gl'ideali di famiglia e di patria.
Nel 1911 rillustrazione Popolare ha subito una
IBIPOBTANTE TRASFORMAZIONE
Il numero sottiinanale composto di
SEDICI PAGINE di solo testo nel formato solito in-4 a
tre colonne (la prima pagina illustrata); pi
OTTO PAGINE in-8 di sole incisioni d'attualit ed arte,
tirate a parte, in carta di lusso, e con numerazione speciale.
Inoltre gli associati annui e diretti ricevono ogni mese
16 pagine
di
ROMANZO ILLDSTRATO.
A questo modo gli associati avranno nel corso dell'anno
Un volarne di amena lettura di 832 pag. in-4 a 8 colonne;
Un altro volume di illustrazioni che former un magnifico
ALBUM FOTOGRAFICO
di 416 pigine in-8;
Uno due volumi di romanti illustrati,
Ciascun volume avr una numerazione separata.
Prezzo d'associazioDo:
Li.
5f50
^li^anno
(Estero, Fr. S,50).
Il prezzo dol numero
(16
pagine di testo, 8 di illn-
strazioni),

di
D I E C I CENTESIMI,
ma il romanzo mensile riservato soltanto agli associati
annui e diretti.
Coll'ultimo numero d'ogni mese si d una copertina perch gli
associati e i lettori possano avvolgere i numeri del mese.
Nella copertina sono intercalati i Buoni da 20 oenteiiml,
per acquistare a un prezzo mitissimo, eccezionale, molti bel-
lissimi volumi di letteratura amena, di storia di viaggi, di
poesia, editi dalla Casa Treves.
/ numeri d'ogni mese deiriLLUSTRAZIONE POPOLARE, raccolti
nella relativa copertina color di rosa, formano un bel fascicolo
mensile. In questa forma, il fascicolo mensile pure messo
in vendita al prezzo di centesimi 50.
Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves, editori, Sfilano.
]\riLANO

Fratelli TREVES, Editori

Milaj^o
NOVIT DEL 1911
(EDIZIONI TREVES).
Romanzi e Novelle
/ Divoratori, romanzo diAnnieVivanti . . . 5

La citt del giglio, romanzo di
Dora Melegari
.
5

Nel deserto, romanzo di
Grazia Deledda . . . 4

Duello d'anime, to manzo
diNeera. . . . . 4

Donne e Fanciulle, di
Luciano Zccoli. ... 3 50
La Guerra lontana, romanzo di Enrico CorradinJ. 3 50
Storie dell'Amore sacro e dell'Amore
profano,
dol conto
Tommaso Gallarati Scotti . . . 4

La messa di nozze, romanzo di
F. De Roberto. 3 50
L'albero della Scienza, novelle di
F. De Roberto. 3

Le
fiabe
della virt, di
Alfredo Fanzini ... 3 50
La volutt di creare, di
Luigi Capuana. ... 3 50
Adolescenti, romanzo di
Luigi Materi .... 1

L'ultimo sogno, romanzo di
Flavia Steno ... 1

Teatro e Poesia
Il Martirio di San Sebastiano, mistero composto
in ritmo francese da Gabriele d'Annunzio,
volto in prosa italiana da Ettore Janni , . 3 50
Il Mantellaccio, poema dramm. di
Sem Beneli.
3

lignola, commedia di
Sem Benelli
3

/ Colloqui, jiricle di
Guido Gozzano . . . . 4

I sentieri e le nuvole, poesie di
Guelfo Civinlni.
4

Canzoni al vento, di
A. G. Barrili
(opera postuma).
5

Sempre cos, dramma di
E. A. Butti. . . . 4

Nel paese della fortuna, dramma di
E. A. Butti.
3

L'amante ignoto, poema tragico di
Amalia Gu-
glielminetti. ............ 4

L'amore die passa
-
I
fiori
-
/ Galeoti
-
La pena,
commedie di
S.
e
G. Alvarez Quintero . . 3

Teatro di Guglielmo SHAKESPEARE
tradotto da DIEGO ANGELL
Volume l. La Tempesta ?

Volume II:
Giulio Cesare (in preparazioni.
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pagine 900, con una Carta Politica (a colori) dell'Italia al
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Edizione di gran lusso in-folio . . , . 40

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La vita e il regno di Vitt Emanuele li,
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volumi col ritratto di Vittorio Emanuele. IQ."* edizione
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Edizione di lusso in-folio di 649 pagine, riccamente illustrata da
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a colori e
296 incisioni In nero, di E. e F. Matania
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In corso dt sianipa t4n\diztOic popolare illustrata.
Vittorio Emanuele il Re Liberatore.
numeTo^'se^JncLon^^^^^
n;)rih;)lrii P i mini tpmni
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UctllUdlUI e
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dUUI ICIIIIJI,
iUustrato da Edoardo Matai^a.
Nuot
edizione popolare in-4, di 400 pagine con 82 composizioni
storiche, 56 ritratt
11 autografi, 8 carte e piante
6-i-
Vita popolare di Garibaldi,
U'<rD?.J^.,:^'"*''^>'^:
Garibaldi, la sua vita narrala ai giovani,
oSVoc'ot
col ritratto di Garibaldi
2-
Edizione in-S, illustrata da
J2
cowposizioni di E. MATAIflA,
e dall,
riproduzione di
2j monumenti innalzali a Garibaldi
.... 4
_
I MIIp
""*o Mpecialc dedicato al Cinquantenario
del Mille. In-foIL
ifiiiic,
con i ritratti dei Mille, 3 tavole a colori e numerose inci
sioni da documenti e quadri del tempo
1 5
Con Garibaldi alle porte di
K(m2iTT.'^</f%\^^^"txU"
pubblicate per il giubileo di Roma capitale
(1895). Edizione bijou . . 4
-
Da San Martino a Mentana.
!JiT,t.t."N>:o;nu!',^pw'''
Patriotti Italiani,
[^'Tli'-o t"""'.":'*'.".'''*"^'^
*'/""'-:
Bettino Ricasoli, Luigi Settembrini,
(iiu.stpp.Martinengo, Daniele Manin. I ;
rio. Costanza d'Azeglio, (Goffredo Manu li, Ugo Bassi, Nino Bixio, I C.i ul;
II IftRQ
^'*" l'Ionihiroji a Vlllnfrnncn), storia namU da AL-
II \Js3sJ
iril1-i><>
l'AISZirvi
3
5'
Per il
Cinquantenario del
1859,
r;i'r'd,"E"'4l"'nt
undici splendide incisioni a colori, 100 ritratti, ecc 1 50
Federico
Gonfalonieri,
o"a^S*on'a! 2?*
^i^^f
^^.'^'.^"?
DIUKJBRK
COMMISSIONI E VAGLIA Al FRATELLI TKEVKS, EDITORI.
BlNDmG_^r.APR3
1988
DG
Pesci,
Ugo
559
Come siamo entrati in
P4.7 Roma
Nuova ed.
1911
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