Sei sulla pagina 1di 3

Federico II.

Un imperatore medievale
di David Abulafia (Frederick II. A medieval emperor, 1988)

La lettura che David Abulafia traccia dellImpero e del Regno svevo in Sicilia controcorrente rispetto alla caratterizzazione pi diffusa della figura di Federico II. In esplicita contrapposizione a Kantorowicz e a tutta la storiografia che ha accolto unimmagine dellImperatore quale despota illuminato e anticipatore dello Stato moderno, Abulafia descrive Federico come un uomo del suo tempo (pag. 364), molto meno spregiudicato dal punto di vista ideologico, meno tollerante con le fedi non cristiane, meno energico nella lotta contro i papi. I provvedimenti giuridici dellImperatore a partire dalle Costituzioni di Melfi (1231) sarebbero stati in linea con la tradizione normanna o puntarono a riconoscere dei diritti consuetudinari gi acquisiti. Anche nel campo culturale e ideologico lazione di Federico fu secondo Abulafia meno incisiva di quanto si ritenga, a causa delle forti spese di guerra, e poco innovatrice nella sostanza, a parte la passione ornitologica e naturalistica e il decisivo contributo alla creazione della lirica italiana.

Particolare attenzione viene posta alla distanza fra le ambizioni proclamate nelle dichiarazioni e nei testi della Cancelleria imperiale e le effettive realizzazioni, certo pi modeste e inclini al compromesso. La burocrazia meridionale viveva di corruzione e privilegi, comuni a ogni ufficio medioevale (e non solo); la coesistenza fra cristiani, musulmani ed ebrei fu pi effettiva in Castiglia che nel Regnum Siciliae tanto che il regno di Federico II segna la fine, non la rinascita, della convivencia (367); la stessa rivendicazione dellidentit universale dellImpero il risultato della confluenza di tradizioni sveve e normanne. Ecco la parola chiave: tradizione. Abulafia identifica le cose migliori del governo di Federico in ci che esso seppe assimilare dalla tradizione, in particolare normanna. Precisamente, furono eredit degli Altavilla il fiscalismo e la concezione del re come erede del princeps romano (34). Abulafia sintetizza il senso della politica di Federico nellaggettivo dinastica (365): lorgoglio del potere pervenuto tramite i nonni Barbarossa e Ruggero II e la preoccupazione di trasmetterlo intatto e accresciuto agli eredi Hohenstaufen. Unintenzione, come si vede, coerentemente medioevale. Al centro del libro vi , naturalmente, il rapporto di Federico con i papi. Moderazione, compromesso, collaborazione -per quanto guardinga e diffidente- caratterizzarono lintesa fra lImperatore e Onorio III. Lobiettivo di entrambi, e quello di Federico in particolare finch non venne attaccato con grande violenza, fu una concordia interdipendente tra le due massime autorit terrene: collaborazione nel nome della pace (243). Dopo la morte di Onorio, i rapporti con Gregorio IX e Innocenzo IV furono sempre pi conflittuali fino al clamore della deposizione di Federico da ogni titolo, carica e possesso, pronunciata a Lione nel 1245 da Innocenzo IV. Se lAutore ridimensiona la figura dellImperatore moderno e libero pensatore, limmagine dei Papi ne esce in ogni caso molto male. Gli intenti teocratici e la violenza dei metodi sono descritti con efficacia. Innocenzo III non aveva dubbi che la funzione correttiva del papato potesse estrinsecarsi attraverso atti autorizzati di violenza (81); con lascesa al soglio di Gregorio IX la cooperazione tra papa e imperatore cedette il

passo allidea della subordinazione dellimperatore al papa (137); i canonisti guelfi e curiali teorizzarono la necessit della violenza contro chiunque non accettasse lautorit della Chiesa; i pontefici del XIII secolo gratificarono gli Hohenstaufen di un linguaggio di violenza estrema (264) e, in generale, nella guerra contro Federico sovversione e menzogna furono i metodi adottati dal Vicario di Cristo (164). Notevole merito di questa ampia e appassionata disamina il mostrare evidenti le differenze fra la concezione e la pratica del potere nel Medioevo e quella dei secoli successivi. Rispetto a qualunque sovrano nazionale e territoriale dellEuropa moderna e contemporanea, rispetto al potere di controllo degli esecutivi repubblicani e democratici, lautorit di un Imperatore pur ricchissimo di carisma -quale Federico fu- si riduce a ben poca cosa. Essa infatti formalmente vastissima, di fatto limitata, esautorata, annullata da una miriade di poteri locali a volte collaboranti in vista di esenzioni e privilegi, pi spesso operanti al fine di ottenere la pi ampia autonomia amministrativa e indipendenza politica. Dove il libro invece risulta pi debole nellanalisi economica, limitata perlopi alla descrizione dei rapporti di Federico con i grandi finanziatori delle sue imprese e alla analisi delle conseguenze che un sistema fiscale esoso e oppressivo apport nei suoi territori e in particolare nellisola. Certo, rimane difficile sottrarsi al fascino e allammirazione per una figura forse unica e per il confluire in essa di tante aspirazioni e tradizioni. Per i contemporanei Federico a volte costitu lAnticristo, altre fu il il flagello di un corpo ecclesiastico empio e peccaminoso (359), per moltissimi rappresent in ogni caso lo Stupor mundi. Non facile sfuggire a tanta suggestione ma forse doveroso e lopera di Abulafia d un importante contributo alla comprensione del mito di un Imperatore quale non vi stato n vi sar (361) per cogliere la realt storica di un regno sottoposto a fortissime tensioni e condizionamenti -fino a soccombernee di un uomo che non fu un siciliano, n un romano, n un tedesco, n un mlange di teutonico e latino, ancor meno un quasi-musulmano: fu un Hohenstaufen e un Altavilla (367).