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LEGGI LE PRIME PAGINE DEL LIBRO I volti della storia n.

248 Paolo Sidoni - Paolo Zanetov Pentiti


ISBN 9788854153219 maggio 2013 pagine 480 euro 9,90

Dalla Banda della Magliana alle Brigate Rosse Il pi completo archivio sui pentiti italiani Storia segreta dei criminali diventati collaboratori di giustizia Patrizio Peci Felice Maniero Saverio Morabito Angelo Epaminonda Maurizio Abbatino e molti altri Il pentitismo diventato, nel tempo, un vero e proprio fenomeno sociale. In Italia, in particolare, la figura del collaboratore di giustizia ha generato polemiche e controversie. Se da un lato, infatti, i pentiti hanno permesso di smantellare organizzazioni criminali e famiglie mafiose, dallaltro sono stati, spesso, protagonisti di veri e propri depistaggi. Accusati di essere infami, traditori e opportunisti dai loro ex sodali. Esposti alle critiche feroci dellopinione pubblica per via del trattamento di favore ricevuto e per lutilizzo indiscriminato delle loro confessioni. Sono proprio loro, i pentiti, i protagonisti di questo libro: da quelli che hanno contribuito alla dolorosa stagione del terrorismo nero e rosso ai mafiosi redenti. Paolo Sidoni e Paolo Zanetov ci regalano un saggio accuratissimo che, con la potenza narrativa di un grande romanzo contemporaneo, ci mostra una realt poco nota, e i meccanismi giudiziari e psicologici che hanno portato a parlare alcuni dei criminali pi feroci del nostro tempo.

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Paolo Sidoni - Paolo Zanetov

Pentiti
Come si viveva davvero mille anni fa?

Newton Compton editori

Introduzione

Tecnicamente sono chiamati collaboratori di giustizia. Ma i termini pi usati per definire gli appartenenti a un sodalizio criminale che decidono di tradire i propri compagni sono: codardi, opportunisti, infami. Sulla base di questi non certo lusinghieri giudizi sulla loro tempra morale, nellopinione pubblica prevale una sensazione di profonda iniquit, che concede ai pentiti, responsabili di gravi delitti, impunit e condizioni di privilegio. Se tuttavia resta salda nella percezione della morale comune lintollerabilit degli enormi benefici concessi a pluriomicidi pentiti, nella lotta al crimine le forze dellordine non sono in grado di prescindere dal loro apporto, essenziale per scoprire gli autori dei reati pi gravi, impedirne la reiterazione e smantellare le grandi associazioni criminali. Lo Stato dunque consapevole che, per raggiungere questi fini, diventa necessario ottenere informazioni dallinterno del mondo della malvivenza, e che la prova non pu essere fornita da gentiluomini, ma da individui della stessa risma se non peggiori, come gi recitava una sentenza dei primi del Novecento. Il fenomeno quindi non nuovo. Da sempre e ovunque le forze di polizia hanno utilizzato la delazione per risolvere i casi delittuosi sui quali stavano investigando. Al contrario della figura sempre in ombra del confidente, ci che ha invece rappresentato una novit e un vero e proprio mutamento culturale stata lassunzione pubblica delle proprie responsabilit da parte dei collaboratori, spesso di primissimo piano, che lapprovazione di specifiche leggi hanno reso personaggi da prima pagina. A volte con effetti devastanti anche per la credibilit stessa della Giustizia.

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Perch una persona che ha intrapreso la strada dellillegalit decide di collaborare? Il termine pentimento rimanda inevitabilmente ad aspetti religiosi. Tuttavia a parte il caso, probabilmente unico, del mafioso Leonardo Vitale, la decisione del pentimento dettata ovviamente da mere considerazioni di natura utilitaristica: quando si confessano i propri e gli altrui delitti si ottengono protezione per s e la propria famiglia, vantaggi economici e, soprattutto, il riottenimento della libert. Non a caso la decisione di collaborare matura quando si finisce in carcere, quando lunica prospettiva rimasta quella di trascorrere segregati lunghi anni della propria vita. Alla spinta opportunistica si sommano a volte altre dinamiche. A dire il vero poco nobili. Pu essere la vendetta, ma anche una congenita patologia mentale. Per questo ultimo aspetto i casi di Angelo Izzo e Giovanni Pandico sono eloquenti. Inizialmente intendevamo astenerci dallesprimere il nostro parere riguardo leffettiva sincerit dei casi di pentimento passati in rassegna, in modo da lasciare ampia facolt di giudizio al lettore. Tuttavia alcune vicende sono cos anomale e inquietanti che non stato possibile, e riteniamo neanche giusto, trattarle asetticamente. Ci detto appare indispensabile esporre alcune considerazioni di base sul fenomeno o, per meglio dire, sulle ragioni storiche del suo manifestarsi. Applicata per venire a capo del brigantaggio di ottocentesca memoria, la legislazione che concede sconti di pena e indulti ai pentiti rivede la luce nei primi anni Ottanta, in un periodo di profonda crisi della societ italiana, presa contemporaneamente dassalto da chi ne contestava politicamente la legittimit, come nel caso dei terroristi, e da quanti intendevano approfittare della sua debolezza per affermare la legge del pi forte propria della criminalit organizzata. Diverse per ambientazione e personalit dei protagonisti, le vicende narrate appaiono accomunate tra loro in ragione dellemergenza che le rese possibili. Previste in un primo momento per far fronte alla crisi degli anni di piombo, le misure premiali si estesero di l a poco alla criminalit organizzata. A conferma di queste considerazioni non potr certo sfuggire come in molti degli episodi descritti aleggi, quando non risulti determinante per talune dinamiche, linquietante presenza dei servizi segreti.

INTRODUZIONE

Una puntuale entrata in scena che suggerisce inedite possibilit di manovra per inserirsi nei vistosi vuoti di potere tramite inconfessabili alleanze. Ulteriori e inequivocabili segnali della avversa congiuntura italiana dellepoca potranno infine essere colti sia nel retroterra delle insospettabili complicit emerse dalle rivelazioni dei collaboratori, sia dallincredibile dilagare della criminalit organizzata in aree fino a quel momento estranee ad essa come il Nord-Est, Milano e Roma. Un fenomeno completamente nuovo che, in sintonia con il massiccio estendersi del terrorismo dogni colore, offre la misura dellimpreparazione del Paese nel coglierne le avvisaglie per poi contrastarlo validamente. Una significativa dbcle morale e pratica, a stento arginata dallestrema ncora di salvezza del pentitismo, per quanto male se ne possa dire al riguardo.

Pentiti ante litteram

In provincia di Palermo, tra Ficuzza e Corleone, sorge un edificio religioso del xix secolo, il santuario di Maria Santissima del Rosario di Tagliavia. Il 20 marzo del 1940 leremo viene scosso da un drammatico episodio. Come al solito i frati si sono alzati di buonora per assistere alla messa officiata dal cappellano don Felice Giambrone. A uno a uno prendono posto sui banchi del coro. Sembra una mattina come tante altre, ma allimprovviso il questuante fra Giovanni, al secolo Tommaso Carnesi, estrae da sotto la tonaca una doppietta da caccia e inizia a sparare. I pallettoni colpiscono il cuciniere frate Francesco (Filippo Bongiorno), settantaquattro anni, e il vicesuperiore fra Antonino (Carmelo Di Benedetto), settantuno anni. Tutti rimangono di ghiaccio. Lomicida volta le spalle e si d alla fuga nelle campagne circostanti. Ripresi dallo spavento, fra Eugenio e fra Rosario gli corrono dietro. Gli gridano di fermarsi. Per tutta risposta fra Giovanni si volta ed esplode due colpi. Poi si ferma, ricarica il fucile e spara una terza volta. Fortunatamente tutti i colpi vanno a vuoto. Sul pavimento della chiesetta il sangue dei due confratelli ha creato una vistosa pozza. I frati sono inorriditi. Mentre si cerca di prestare soccorso, accorre il superiore Agostino Tantillo, fra Giovan Battista. Si adopera per far trasportare i due feriti allospedale civico di Palermo. Per frate Francesco lemorragia provocata dalla lacerazione dellarteria femorale fatale. Arriva in clinica gi cadavere. Colpito al volto, alla spalla e alla trachea, fra Antonino morir invece il giorno successivo. Fa tuttavia in tempo a rendere una dichiarazione al magistrato: il suo confratello avrebbe agito in un momento di pazzia, sparando a casaccio senza prendere alcuno di mira, perch

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nessun motivo di rancore potea egli avere contro gli altri e specialmente contro di lui1. Fra Giovanni si d alla macchia. La sua latitanza dura poco pi di un mese. Il 24 aprile la polizia lo scova nei pressi di Partinico nascosto in un cascinale. Il monaco pazzo, come stato ribattezzato dalla stampa, si getta dalla finestra nel tentativo di fuggire, ma dopo un movimentato inseguimento viene arrestato. Durante linterrogatorio si dichiara infermo di mente. Poi confessa il reale motivo del crimine che ha commesso. Emerge una sordida storia in cui tutti gli ecclesiastici delleremo il superiore per primo sono coinvolti. Fra Giovanni rivela di aver sottratto dalle offerte settemila lire per curare la tubercolosi che lo affliggeva. Frate Francesco e fra Antonino avevano scoperto il furto. Fra Giovanni si consulta con il superiore che gli d un suggerimento tuttaltro che filantropico: sopprimere i due confratelli, facendo successivamente finta di essere pazzo. Fra Giovan Battista gli avea anche fatto sperare il posto di vicesuperiore2 che la morte di fra Antonino avrebbe reso vacante. Investigatori e inquirenti ricostruiscono i trentaquattro giorni di latitanza di fra Giovanni. Viene a galla la vasta rete di appoggi e connivenze della quale il frate assassino aveva goduto. Il singolare episodio desta lattenzione di tutta la Sicilia. Il contesto che emerge talmente torbido da legittimare gli interrogativi pi inquietanti. Il superiore delleremo, accusato dellistigazione agli omicidi, viene prosciolto in istruttoria. Fra Giovanni gioca nuovamente la carta della pazzia. I giudici non gli credono e lo condannano allergastolo e a un anno di isolamento diurno. Altri imputati minori, accusati di favoreggiamento e falsa testimonianza, vengono condannati a pene dai nove ai dodici mesi di reclusione. Fra Giovanni sar scarcerato dopo quarantanni. Sembra che la detenzione lo abbia aiutato a riscoprire la fede. Pochi giorni dopo aver ottenuto la libert passer a miglior vita. Nel rapporto stilato per la magistratura il 6 maggio del 1940, la polizia descrive un fosco quadro del romitorio siciliano:
LEremo di Tagliavia ad eccezione dei due sacerdoti, era abitato da persone poco amanti del lavoro, che, solo a scopo di lucro, avevano indossato labito monacale. Che, specialmente il superiore Tantillo Agostino era un noto capeg-

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giatore della mafia, gi processato per associazione per delinquere e correit in duplice omicidio, sebbene poi prosciolto per non avere commesso i fatti, data la sua astuzia e le sue facolt di simulazione e dissimulazione.3

I ricordi di alcuni anziani del luogo tracciano ancora pi nel dettaglio lincredibile realt:
Quando giravano nei paesi, quei monaci, pi che questuare, pretendevano [] Un giorno, un frate grande e grosso se la prese col suo mulo stracarico del grano della questua, che non ce la faceva a muoversi. Al culmine dellira, gli sferr un violento pugno in testa, che lasci il povero animale tramortito per terra. La verit che, in quel periodo, la mafia di Corleone e dei paesi vicini, attraverso la presenza dei suoi picciotti, utilizzava il convento di Tagliavia per controllare un vastissimo territorio agricolo, strategico per i suoi affari.4

La protezione assicurata al frate omicida durante la latitanza daltronde non poteva essere fornita che dalla mafia, profondamente radicata nel territorio. Una vicenda sconcertante. Tanto pi che il superiore fra Giovan Battista-Agostino Tantillo venne indicato come uomo donore gi alcuni anni prima, nel 1937. A puntare lindice, il medico palermitano Melchiorre Allegra che alle forze dellordine disse chiaramente: Il padre superiore del convento di Tagliavia un affiliato5.

Un pentito degli anni Trenta


Nel tempo la mafia si modificata, evolvendosi con il mutare della societ. Dai suo albori nel xviii secolo, avvolti da unaurea mitica, Cosa nostra pass a salvaguardare gli interessi dei grandi proprietari latifondisti, costringendoli a scendere a patti. Nel secondo dopoguerra li scalz prendendone il posto e affermandosi infine, grazie al sacco edilizio degli anni Cinquanta-Sessanta e al traffico di droga, come potentato economico e politico. Da fenomeno essenzialmente rurale, la mafia divenne fenomeno urbano. Nonostante le profonde trasformazioni attraverso cui si sviluppata, ha tuttavia conservato lo stesso metodo per cooptare i pi disparati ambienti professionali. La storia di Melchiorre Allegra emblematica. Le dichiarazioni che nel 1937 rese agli investigatori sui riti diniziazione, le leggi dellonore

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e dellomert, le esecuzioni e le spregiudicate manovre economiche, la commistione tra mafia, societ civile e mondo politico, la strutturazione gerarchica, confermavano quanto era gi stato riportato a cavallo del Novecento nel rapporto del questore di Palermo Ermanno Sangiorgi. A volte entrare a far parte della mafia pu dipendere da un avvenimento fortuito. il caso del medico Melchiorre Allegra. Quando nel 1926 prestava servizio al reparto infettivo dellospedale militare di Palermo, cur parecchi soldati che si erano volontariamente procurati delle infezioni in modo da ottenere una licenza, se non il completo esonero dagli obblighi di leva. Quando sotto gli occhi gli capitava un caso di autolesionismo, Allegra se ne rendeva subito conto. A volte ometteva di denunciare i colpevoli per evitargli le pesanti sanzioni previste dal codice militare. Fra i coscritti che copr con il suo silenzio capit anche un parente di Giulio DAgate, mafioso di Villabate. Il ragazzo proveniva
da un reparto di chirurgia, dove era stato operato per ascesso al ginocchio. Era stato trasferito al reparto malattie infettive, perch affetto da una erisipola secondaria, e siccome non era in condizioni gravi, io durante le medicature, mi divertivo ad interrogarlo sulle cause della sua malattia. Egli stesso mi confid che lascesso era stato procurato da uniniezione di olio di trementina e tintura di iodio fattasi praticare da un compagno entro la capsula articolare del ginocchio, sul piroscafo, mentre era di ritorno dallAlbania.6

Allegra minacci di svelare lespediente alla magistratura militare. Fra i parenti che lo andavano a trovare capitava anche lo zio
Giulio DAgate, che io conoscevo come persona di riguardo, cio individuo rispettato e temuto. Questo, saputo dal nipote che io stavo per procedere alla denuncia, cerc di avvicinarmi, e mi rivolse calda preghiera perch desistessi dalla denuncia minacciata, scongiurandomi di non rovinare il nipote che aveva moglie e figli. Cedetti alle preghiere e assicurai il Giulio DAgate che avrei taciuto ogni cosa. Lammalato guar e venne dimesso dallospedale per una licenza di alcuni mesi.7

DAgate si ripresent in ospedale alcuni giorni dopo. Chiese ad Allegra di intervenire a favore di un altro soldato. Il medico accett; cur il malato e gli fece ottenere una licenza. Nel periodo del suo ricovero un giorno Allegra, uscendo dalla clinica, simbatt in DAga-

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te. Luomo donore era in compagnia di due persone che gli vennero presentate per Francesco Motisi e Vincenzo Di Martino. Lo stavano aspettando. Intendevano proporgli qualcosa dalla quale avrebbe sicuramente tratto vantaggio. Ma non era quello il posto adatto per affrontare certi argomenti. Sincamminarono insieme per raggiungere un magazzino di agrumi nei pressi del porto. Una volta allinterno, i tre iniziarono a lusingare il medico. Ne lodarono la bont danimo e la seriet del carattere. Acconsentendo a coprire quei ragazzi presso lospedale militare, dissero, si era inoltre comportato da persona di riguardo. Per questi motivi DAgate, Motisi e Di Martino, volevano concretamente dimostrare la stima che nutrivano nei suoi confronti:
Mi spiegarono che essi appartenevano ad una associazione molto potente, che comprendeva molta gente di tutte le categorie sociali, non escluse le migliori, di cui componenti era chiamati uomini donore. Questa associazione, essi aggiunsero, che era proprio quella che in Sicilia si chiamava mafia da molti conosciuta in maniera, per, assai vaga perch nessuno, tolti quelli che vi appartenevano, potevano con sicurezza, attestarne lesistenza.8

Continuando nella spiegazione, ad Allegra viene illustrata la struttura gerarchica di Cosa nostra. Le famiglie coincidenti in genere con il gruppo di uno specifico paese o, nel caso delle citt pi importanti, di un determinato rione facevano ciascuna riferimento a un proprio capo. Quando la famiglia era particolarmente numerosa venivano istituiti al suo interno gruppi di dieci persone chiamati decine. Il capo decina ne predisponeva le attivit. Le relazioni tra le famiglie delle diverse aree dellisola, indipendenti luna dallaltra, erano mantenute dai capi provincia. Erano per lo pi i membri della famiglia o della decina a designare il proprio leader. A coadiuvarlo, un consigliere. Si trattava di una figura eminente, poich il suo parere era necessario per qualsiasi decisione il capo dovesse prendere e inoltre, in caso di sua assenza, ne assolveva tutte le funzioni. Come una piovra, i tentacoli dellorganizzazione si estendevano anche al di fuori dei confini nazionali. La setta, infatti svel Allegra a loro dire, aveva ramificazioni potenti, oltre che in Sicilia, in Tunisia, nelle Americhe, in qualche centro del continente, in qualche altro di altre nazioni, come per esempio, Marsiglia9. Al medico venne spiegato che Cosa nostra provvedeva inoltre a

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vendicare eventuali offese arrecate ai fratelli da chi non apparteneva alla organizzazione. Le norme erano poche e semplici. La pratica del furto non era ammessa. Lomicidio invece s, ma solo previo il benestare dei capi che dovevano ritenerne validi i motivi. E Cosa nostra avrebbe eventualmente fornito aiuto nella perpetrazione del crimine. Per chi non avesse rispettato le regole, ad attenderlo cera la morte. Terminata la spiegazione, ad Allegra viene chiesto se volesse aderire:
Io capii che ero gi stato messo a parte da troppi segreti, per poter, in caso di rifiuto, uscire vivo da quella riunione, e quindi accettai dichiarandomi addirittura entusiasta della offerta che mi si faceva. Pertanto si diede luogo al rito: il signor Di Martino, dietro invito del signor Motisi con uno spillo o ago che fosse, mi punse il polpastrello del detto medio di una mano, facendo uscire una goccia di sangue con la quale venne intrisa una immagine in carta di una santa. Tale immagine sacra, venne infiammata ed io dovetti tenerla in mano mentre ripetevo una formula di giuramento suggerita dagli altri; dissi presso a poco questo: Giuro di essere fedele a miei fratelli, di non tradirli mai, di aiutarli sempre, e se cos non fosse, io possa bruciare e disperdermi, come si disperde questa immagine che si consuma in cenere. Dopo questo ci fu un abbraccio e un bacio generale e quindi il seguito delle istruzioni.10

Allegra entr cos nellonorata societ, costretto dalle circostanze a non potersi tirare indietro. Era destinato a far parte della famiglia del rione palermitano Pagliarelli, di cui Francesco Motisi era consigliere e al cui vertice sedeva il cugino Ciccio. Ieri come oggi la mafia era apolitica. Solo nel caso si fosse individuato un candidato disposto a pagare profumatamente o capace, una volta salito al potere, di fornire copertura istituzionale agli uomini e agli affari della famiglia, questa si sarebbe mobilitata per favorire la sua elezione. Le raccomandazioni del politico, legato in questo modo a Cosa nostra, spaziavano negli ambienti giudiziari, amministrativi e finanziari, con i quali abitualmente interagiva. Si trattasse di ottenere un passaporto o un porto darmi per un pregiudicato, un proscioglimento giudiziario o una concessione di libert, come anche procurare la cancellazione di inopportuni provvedimenti burocratici o, al contrario, di sollecitarne di necessari, attraverso il politico la mafia era in

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grado di soddisfare ogni esigenza. Evidentemente Allegra confonde la data nella quale entr a far parte dellonorata societ. Afferma di essere stato affiliato nel 26. Successivamente per, facendo luce sullambiguo mondo dei grandi elettori siciliani, racconta agli investigatori del suo coinvolgimento nella politica avvenuto due anni prima, nel 1924, durante le ultime libere elezioni prima dellavvento della dittatura di Mussolini:
Fui avvicinato dal prof. Ambrosini della R. Universit di Palermo, il quale venne a propormi di combinare con lui una lista che avrebbe portato lemblema della bilancia. Mi rifiutai in un primo tempo, ma in una seconda intervista mi riservai di dargliene una conferma. Mi rivolsi frattanto al Motisi, il quale mi fece notare che in proposito aveva un impegno con lavvocato Nicol Maggio, il quale avrebbe diviso suffragi della mafia con lon. Cucco che si presentava in una lista fascista. Mi ero messo nellordine di idee di rinunciare alla candidatura, quando il giorno dopo ricevetti linaspettata visita del signor Maranzano Salvatore, da Castellamare del Golfo, che allora era il capo della provincia di Trapani e che in questa qualit mi era stato presentato da Fontana Francesco, da Gibellina, quello che io conoscevo per mafioso sin dallinfanzia, giusta la fama che correva di lui, e che in seguito conobbi ufficialmente come capo di Gibellina. Il Maranzano venne a dirmi di avere saputo della mia decisione di candidato e che in proposito aveva parlato con Ciccio Fontana e Ciccio Motisi, di accordo coi quali avevano stabilito che io entrassi nella lista a Cavallo in unione con lamico nostro Coc Maggio, allo scopo di evitare frazionamento delle forze elettorali e che in questo senso mi avrebbero fatto officiare.11

Nonostante lappoggio mafioso, Allegra non riesce a conquistare uno scranno al Parlamento. Cosa nostra aveva infatti diviso i consensi sui quali poteva contare tra la lista democratica e quella fascista. Lesperienza politica permise comunque al medico di entrare in contatto con molti uomini di mafia. Lelenco che fornisce alla polizia contiene decine e decine di nomi di autorevoli uomini donore fino allora mai sospettati. E al medico pentito non sfuggiva il rischio di rivelare i segreti di cui era custode:
Io avevo sufficiente esperienza per giudicare di cosa fosse capace la mafia quella che purtroppo io non potevo rinnegare formalmente stante la minaccia delle famose schioppettate che in quellepoca tuonavano spesso e ovunque; del resto, anche ora, sebbene i tempi sono al quanto cambiati, dopo le mie presenti propalazioni, io sono sicuro che la mafia di quelli specialmente che tuttora

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coltivavano lidea dimperio, non lascer nulla dintentato contro di me e della mia famiglia e forse anche controlla la volont di coloro che la lottano.12

Dopo la sconfitta elettorale, Allegra cerc laiuto della mafia per vincere un concorso indetto a Palermo per lassegnazione di quindici posti di medico condotto. Richiese lappoggio direttamente a chi lo avevano affiliato, Francesco Motisi. Il mafioso lo rassicur: uno degli incarichi che desiderava sarebbe andato a lui. Venne invece assegnato a un altro uomo donore, il dottor Filippo Marcian. Dopo la inconcludente esperienza politica, aveva ricevuto unaltra falsa promessa. Allegra era stanco:
Da parecchio tempo, per conto mio, sentivo la nausea di appartenere ad una attivit filantropica e moralissima, nonch cavalleresca, celava, invece, i pi bassi scopi di sfruttamento e di delitto. Perci, quando la misura fu colma io mi ritirai tagliando, per quanto possibile, i rapporti con questa gente e giuro che io non la cercai mai pi, pur aderendo e fare qualche favore che del resto prodigavo anche a quelli che si presentavano solamente come uomini.13

Le giornate del medico trascorrevano in tranquillit tra lo studio, la donna con la quale aveva stretto una relazione e le partite a carte con gli amici. Fra questi cera lavvocato Pietro Pulejo, difensore di parecchi mafiosi. Attraverso lui veniva a sapere quanto accadeva allinterno dellonorata societ. Tra il 1926 e il 1927 si consuma la frattura allinterno della mafia palermitana, originata dal controllo sul lavoro dei portuali di Palermo. Iniziava cos una sanguinosa faida conosciuta come lotta di Piana di Colli. Nei suoi verbali, Allegra riporta le confidenze ricevute da Pulejo, secondo il quale
per comporre il dissidio erano venute dalla America tre commissioni speciali di mafiosi col residenti, senza, per, riuscire a far ritornare la pace. La polizia minacciava, pertanto, nuove retate per cui il signor Lucio Tasca Bordonaro, anche lui un fratello, assunse impegno di fronte al prefetto, di proporre ed ottenere una pacificazione generale. Ci fu in prefettura una riunione generale di rappresentanti, ma che pare non abbia dato nessun risultato dato che la lotta continu ugualmente e che a farla finire valsero solamente la morte di molti e le vaste retate operate dalla polizia.14

Allegra subisce il primo fermo di polizia nel 1928. Durante una

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perquisizione viene rinvenuta nel suo appartamento una lettera estorsiva indirizzata a un collega, minacciato di morte nel caso non avesse versato trentamila lire. La missiva era stata inviata alcuni anni prima. La vittima si era rivolta ad Allegra chiedendone lintercessione per risolvere la vicenda. Grazie alle sue conoscenze mafiose, il medico riusc a scoprire lautore del ricatto. Si trattava di un latitante dellAgrigentino costretto poi dalla mafia, su richiesta di Allegra, ad abbandonare lintento e inviare le proprie scuse al medico ricattato. La lettera era poi stata dimenticata da Allegra in fondo a un cassetto della sua scrivania. Le forze dellordine non vollero sentire giustificazioni e arrestarono il medico con laccusa di favoreggiamento e tentata estorsione. Ottenuta la libert provvisoria, la questura dispose il suo allontanamento da Palermo. Durante listruttoria le accuse vennero ridimensionate, il reato di estorsione cancellato e, successivamente, Allegra venne assolto anche da quello di favoreggiamento. Ma i problemi giudiziari erano soltanto allinizio. La procura gli contest gli aborti illegali procurati su richiesta di due donne. Procedimenti finiti con altrettante assoluzioni. Fu poi la volta di una denuncia per omissione di cure mediche. Due fratelli lo avevano condotto da un altro mafioso che, per una questione sorta a Mondello in seguito ad una scampagnata con relativa ubriacatura15, aveva ricevuto una coltellata. La lesione si era infiammata, il pus fuoriusciva. Ad Allegra venne chiesto di curare il ferito. Rifiut. Disse di portarlo dal medico che gli aveva prestato le prime cure. La vicenda venne a conoscenza dei carabinieri. Altra accusa e altra assoluzione. Nel 33 al medico viene contestato il favoreggiamento nei confronti di Antonino Centonze, buon giovane mio amico, non mafioso, cassiere della Banca sicula e Castelvetrano16, datosi alla fuga dopo aver commesso un reato infamante. Fu in quelloccasione che io avrei voluto presentarmi allispettore generale di ps per fargli una confessione ampia come quella che oggi sto facendo con tanta spontaneit ma me ne astenni17. Le dichiarazioni del medico ai carabinieri di Castelvetrano e ai poliziotti della stazione di Alcamo arriveranno in occasione del suo coinvolgimento in un grave fatto di sangue. Allegra ricostruisce la vicenda: Tempo fa a Castelvetrano successero molti reati gravi e la

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polizia minacciava aspri provvedimenti. Vennero da me alcuni elementi della vecchia mafia per espormi il pericolo18. Ad Allegra la mafia chiese di prestarsi per disporre una trappola nella quale far cadere il malavitoso locale, responsabile di mettere in serio pericolo gli affari dellonorata societ. Il malvivente fin ucciso e, arrestato, di fronte alle pesanti accuse che gli venivano mosse, Allegra decise di raccontare tutto ci che sapeva su Cosa nostra. Le sue dichiarazioni furono raccolte in ventisei fogli dattiloscritti che fecero tremare la Sicilia. Dentro cerano i nomi dei capi delle famiglie e degli uomini di secondo piano, dei baroni, dei politici, dei professionisti in affari con la mafia. Venivano raccontate per la prima volta le leggi e i riti dellassociazione criminale. Da quei lontani anni Trenta dovr trascorrere molto tempo prima che qualcun altro decida di infrangere il muro dellomert.

Sulla via della redenzione


Durante il maxiprocesso contro Cosa nostra del 1986 Giovanni Falcone si augur che, almeno dopo morto, Vitale avesse trovato il credito che meritava. Il magistrato antimafia si riferiva a Leonardo Vitale, affiliato alla cosca di Altarello di Badia nel 1960, allet di diciannove anni. Quando il 30 marzo del 1973 Vitale si present alla squadra mobile di Palermo aveva deciso di pentirsi. Un pentimento, il suo, nel senso pi vero e profondo del termine, mosso da quel sentimento di dolore e contrizione per aver trasgredito una legge morale alla quale, nel profondo, si sentiva strettamente vincolato. Vitale non ha laria del mafioso. inquieto, pieno di tic, fuma una sigaretta dopo laltra. La sua una storia particolare. Probabilmente unica. Quella di un mafioso diventato collaboratore di giustizia in seguito a una crisi mistica. Dal memoriale che ha scritto emerge una profonda afflizione interiore:
Io sono stato preso in giro dalla vita, dal male che mi piovuto addosso sin da bambino. Poi venuta la mafia, con le sue false leggi, con i suoi falsi ideali: combattere i ladri, aiutare i deboli e, per, uccidere; pazzi! I Beati Paoli, Coriolano della Floresta, la massoneria, la Giovane Italia, la camorra napoletana e

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calabrese, Cosa nostra mi hanno aperto gli occhi su un mondo fatto di delitti e di tutto quanto c di peggio perch si vive lontano da Dio e dalle leggi divine [] bisogna essere mafiosi per avere successo. Questo mi hanno insegnato ed io ho obbedito [] La mia colpa di essere nato, di essere vissuto in una famiglia di tradizioni mafiose e di essere vissuto in una societ dove tutti sono mafiosi e per questo rispettati, mentre quelli che non lo sono vengono disprezzati [] il mafioso non ha via di scelta perch mafioso non si nasce, ma ci si diventa, glielo fanno diventare.19

Rimasto orfano di padre a soli dodici anni, Leonardo affidato allo zio Giovan Battista Vitale, capo della cosca di Altarello di Baida. Giovan Battista un mafioso spregiudicato e astuto, capace di uccidere e far uccidere, ma anche di intrattenere delicati rapporti di mediazione. Leonardo invece un ragazzino pensieroso e dallanimo sensibile, pronto a fare qualsiasi cosa lo zio gli chieda. Per il nipote il boss ha in mente una carriera criminale di tutto rispetto. Lo inizia un passo alla volta. Gli mette in mano una pistola ordinandogli di sparare a un cavallo. Leonardo non vuole uccidere, nemmeno un animale. Ma pi di tutto non vuole deludere lo zio verso il quale nutre un sentimento di venerazione. Cos il ragazzo preme il grilletto. Nellagosto del 72 viene rapito in pieno giorno a Palermo lingegnere Luciano Cassina, primogenito di uno dei pi ricchi imprenditori dellisola. Un gruppo di quattro persone lo aveva atteso alluscita del suo ufficio nella centralissima via Principe di Belmonte, a due passi dal porto. Gli saltano addosso. Cassina reagisce. Grida alle persone che si trovano per strada di aiutarlo. Con voce eccitata un malvivente intima ai presenti di andare via, altrimenti li avrebbe ammazzati tutti. Gli attoniti spettatori si allontanano terrorizzati. I banditi fanno fatica a vincere lopposizione dellingegnere che continua a dimenarsi. Riescono a intontirlo con una serie di violente percosse alla testa, lo prendono per le braccia e per i piedi e lo scaraventano sul sedile posteriore dellauto rimasta in attesa. Il sequestrato si riprende e cerca nuovamente di reagire. Ma uno dei rapitori lo tramortisce sferrandogli un colpo al capo con il calcio della pistola, talmente violento da far saltare la linguetta del caricatore. Il veicolo parte sgommando. Dalla portiera rimasta mezza aperta fuoriescono i piedi dellingegnere. Laggressione durata pochi minuti, due o tre, non di pi.

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Le forze dellordine iniziano subito unaffannosa caccia alluomo. Vengono predisposti rastrellamenti ad ampio raggio che si spingono alle aree limitrofe della citt. Del sequestrato non c traccia. Il giorno stesso viene fermato Leonardo Vitale, di trentun anni. Sulla carta risulta un coltivatore diretto, il suo tenore di vita appare tuttavia sproporzionato. Possiede due auto, tra cui una Lancia Fulvia coup vista sfrecciare dietro lauto dei rapitori. Vitale spiega di aver scambiato quel giorno la sua macchina con lauto di un amico, Francesco Scrima, un macellaio di trentanni. Scrima conferma. Precisa per di aver riconsegnato la Fulvia verso luna, mezzora prima del sequestro. Vitale d invece un altro orario: le quattro del pomeriggio. La procura dispone il fermo di Scrima. AllUcciardone lo segue un suo cugino, nella cui villetta vicino Palermo si sospetta che il sequestrato sia stato tenuto per qualche ora. Si tratta di un personaggio che in futuro far molto parlare di s: Giuseppe Cal, detto Pippo, sorvegliato speciale in ottimi rapporti con i pi sinistri nomi del gotha mafioso di Palermo. Nel 68 venne processato insieme ad altri centoventi uomini donore a Catanzaro, sede giudiziaria scelta per motivi di legittima suspicione, con laccusa di associazione a delinquere aggravata, guadagnandosi una condanna a sei anni di reclusione. Scrima e Cal fanno parte del giro del rione Danisinni, uno dei pi popolari di Palermo, dove spadroneggiava fino a qualche anno prima il vecchio capomafia don Tano Filippone, zio dello stesso Cal. Dallanno precedente in Sicilia il fenomeno dei rapimenti, archiviato nel dopoguerra con la fine della banda di Salvatore Giuliano, era tornato in auge. Una successione di episodi che aveva indotto la stampa a parlare
di nuova mafia, per dare unetichetta a imprese diverse da quelle tradizionali. Imprenditori e agrari, un tempo, venivano costretti a dare notevoli somme con ben altri sistemi: la minaccia, lavvertimento, lofferta di protezione. Limpresario edile, come il grossista dei mercati e il ricco commerciante, vivevano tranquilli a patto di versare regolarmente le cifre concordate in segreto.20

Per le ricerche di Cassina vengono impiegati oltre seicento fra carabinieri e poliziotti. Posti di blocco e rastrellamenti si estendono al quadrilatero Monreale-Partinico-San Cipirello-Montelepre. Tut-

1. PENTITI ANTE LITTERAM

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to inutile. Del rapito non c traccia. I giornali iniziano a dubitare dellinutile coreografia messa in piedi dalle forze dellordine: C in giro molto scetticismo; non pu escludersi che, dopo questa prima fase delle indagini, polizia e carabinieri si ritrovino in mano solo un pugno di mosche21, polemizzano i quotidiani. Non hanno torto. Ventitr giorni dopo il sequestro, Pippo Cal viene rilasciato per insussistenza dindizi. A fine settembre toccher a Vitale lasciare lUcciardone. Cassina sar liberato dopo quasi sei mesi trascorsi nelle mani dei banditi, nel febbraio del 73, dietro il pagamento di un riscatto di un miliardo e trecento milioni. Uscito dal carcere, Vitale appare sfibrato. Il suo stato mentale ha risentito dei mesi trascorsi in cella disolamento. Viene sottoposto alla visita di un neuropsichiatra, il professor Vincenzo Bonavita, che diagnostica una sindrome paranoide depressiva e ne suggerisce la cura presso un istituto. Verso la
fine del 1972 viene ricoverato presso una clinica privata per circa un mese; riceve un trattamento psicofarmacologico e gli viene praticato [] per otto giorni lelettroshock [] Subito dopo viene inviato al soggiorno obbligato nellisola dellAsinara. Qui i suoi disturbi si aggravano. Nel mese di dicembre lo ricoverano nella clinica neurologica delluniversit di Sassari, gli viene diagnosticato uno stato dissociativo. Nello stesso mese del 1972 viene dimesso e torna a casa sua a Palermo, ma persistono i sintomi depressivi ed emerge un senso di colpa verso la madre, la quale lo ha seguito in tute le degenze in Sardegna.22

Ma la causa del profondo disagio psicologico di Vitale non dovuta soltanto a unacuta depressione. C di pi. Quando Leonardo torna a Palermo i parenti che si recano a fargli visita per confortare sia la mamma sia la sorella Maria, lo trovavano sempre seduto nel giardino a pregare23. In lui scattata una molla che lo ha portato su un percorso di fede. Prende le distanze dalla vita fino allora trascorsa nelle spirali della mafia. Si presenta al vicequestore Bruno Contrada e racconta tutto. Vitale non un padrino, ma a ogni modo conosce molti segreti. La vendetta trasversale arriva rapida. Pochi giorni dopo le prime dichiarazioni la mafia gli uccide un cugino, Salvatore, con il quale Leonardo si era confidato prima di recarsi alla polizia. Il corpo di Salvatore viene ritrovato riverso su una misera brandina allinterno di un deposito nel terreno allestrema periferia di Palermo, nella