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Capitale sociale: Putnam e i suoi critici
di Clementina Della Pepa e Lucio Iaccarino

Si tratta di due articoli scientifici pubblicati separatamente su due numeri della


rivista Il tetto nel 2006 e che in questa versione compaiono come un testo
elaborato a quattro mani. I due autori provano a sciogliere i nodi teorici legati al
paradigma del capitale sociale guardando all’interpretazione di Robert D. Putnam
e alle numerose critiche che il politologo statunitense ha riscosso nelle scienze
sociali. Per comprendere la vastità della versione putnamiana di capitale sociale
i due autori partono dalla biografia di Putnam e arrivano a spiegare la portata
della sua poderosa ricerca con le “fortunate” congiunture politiche sulle quali
si è dipanata la sua opera intellettuale.

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1. Il capitale sociale di Putnam: paradigma o categoria residuale?

Negli ultimi anni si è diffusa nelle scienze sociali un’idea apparentemente


molto semplice: le relazioni sociali contano per il nostro benessere1. In altri
termini, si è fatta strada la convinzione che la propensione e la capacità a
cooperare, espressa dai membri di una data società, possano influenzare in modo
significativo i caratteri dello sviluppo sociale, economico e politico e che, in
generale, la crescita non sia determinata esclusivamente da fattori di carattere
economico (quali il capitale umano, fisico, naturale), ma anche dal tessuto sociale
e istituzionale. La possibilità di disporre di un nuovo strumento analitico ha
rapidamente attratto l’attenzione di economisti, politologi, sociologi, antropologi,
che hanno dedicato un ampio numero di studi a quella che è stata catalogata come
una nuova forma di capitale: il capitale sociale.
L’autore che è stato l’ispiratore fondamentale di questo ampio dibattito è, senza
dubbio, Robert Putnam. Non è azzardato definire il professore di Harvard il
“padre spirituale” del capitale sociale. In seguito alla formulazione della sua
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teoria, esposta nei suoi due lavori più importanti, Making Democracy Work e
Bowling Alone, si è assistito, infatti, ad un vero e proprio boom: sempre più
numerosi sono stati gli autori che se ne sono occupati e hanno scritto
sull’argomento, dando vita a tante interpretazioni, a volte anche estremamente
diverse tra di loro. Questo, se da una parte ha allargato il campo semantico,
dall’altra, non ha consentito di definire in maniera univoca il capitale sociale: allo
stato attuale non esiste in letteratura una definizione rigorosa e generalmente
accettata dalla comunità scientifica.

2. Piccoli politologi crescono

Robert D. Putnam nasce a Rochester, nello stato di New York, il 9 gennaio


1941. Trascorre la sua infanzia a Port Clinton, con circa 5000 abitanti. Sua madre
era un’insegnante, suo padre un imprenditore edile, ferito durante la Seconda
Guerra Mondiale che, ancora in via di guarigione, decise di trasferirsi con la sua
famiglia nella piccola cittadina dell’Ohio. Robert ha una sorella più giovane. I
suoi genitori erano repubblicani moderati e di fede Metodista2, ma nonostante la
loro influenza, gli impegni politici e religiosi del figlio non sarebbero stati gli
stessi. Port Clinton era, ed è, un posto molto tranquillo, e soprattutto un buon
ambiente in cui crescere, come ha più volte sostenuto lo stesso Putnam. «Era
molto meno cosmopolita di Harvard o della Costa Orientale in genere, ma sono
stato davvero fortunato a crescere in un luogo con una grande dotazione di
capitale sociale…»3
Ben presto, come molti adolescenti provinciali, cominciò a lamentare la
mancanza di stimoli, di interessi e a ritenere soffocanti alcuni aspetti della vita a
Port Clinton. Fu per questi motivi che decise di trasferirsi in Pennsylvania per
proseguire i suoi studi. Putnam frequentò lo ‘Swarthmore college’, un istituto
privato situato nell’omonima città, in Pennsylvania, a circa venti chilometri da
1
Questa ricerca rientra in un programma di studio coordinato dall’Osservatorio Campano sulle
politiche pubbliche www.capitalesociale.org, interessato sia ad analizzare le diverse accezioni
teoriche che le diverse modalità per rendere operativo il concetto di capitale sociale.
2
La Chiesa Metodista con i suoi quasi 70 milioni di fedeli è oggi la chiesa protestante più diffusa
in tutti i continenti e si caratterizza ovunque per la sua profonda spiritualità, per il suo dinamismo
evangelico e per la sua marcata sensibilità ai problemi etici, sociali e politici.
3
Putnam R., dall’Intervista di L. Brian, dicembre 2000, http://www.booknotes.org, dalla ricerca in
Internet dell’8 aprile 2005 (trad. mia).

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Philadelphia. La sua scuola fu fondata nel 1864 durante il raduno annuale dei
Quakers (Quaccheri). Putnam racconta come i membri della setta furono
perseguitati dalla Chiesa Anglicana, molti Quaccheri dovettero rifugiarsi in
Olanda. Altri invece andarono in America, dove s’insediarono nel Rhode Island,
nel Massachusetts e soprattutto in Pennsylvania. Per queste ragioni, il numero dei
Quakers nel mondo è piuttosto ridotto ma a Philadelphia, la loro presenza è
particolarmente ragguardevole. Il college di Swarthmore divenne ufficialmente
‘non settario’ all’inizio del XX secolo, anche se l’influenza dei suoi fondatori si
fece sentire sullo stesso Putnam che, negli anni trascorsi a Swarthmore, conobbe il
teorico politico Roland Pennock e Chuck Gilbert. Erano pensatori pratici, rigorosi
e seri, dai quali Putnam attinse l’idea di poter applicare parte del rigore delle
scienze alla politica.

3. I grandi cambiamenti temprano

Gli anni a Swarthmore furono decisivi per l’orientamento politico e religioso di


Putnam. L’inizio del suo secondo anno d’università coincise www.capitalesociale.org
con la campagna
presidenziale Kennedy-Nixon del 1960, che rappresentò uno spartiacque tra gli
anni cinquanta e gli anni sessanta. Durante i primi anni sessanta conobbe
Rosemary, poi diventata sua moglie, che segnò profondamente la sua vita,
condizionando la sua politica e soprattutto la sua religione. Lei, infatti, al primo
appuntamento, lo portò ad un comizio di Kennedy e, quando quest’ultimo vinse le
elezioni presidenziali, si recarono insieme a Washington per assistere al suo
insediamento. «I primi anni sessanta furono un periodo insolito per l’America. Ci
fu una gran quantità di discussioni e attivismo politici. Era il tempo dei diritti
civili (e tutti eravamo coinvolti in riunioni e proteste di vario grado) e
dell’elezione di Kennedy alla Casa Bianca, che ebbe un impatto
sorprendentemente forte sui giovani del tempo. Ricordo che viaggiammo di notte,
su un treno – io e la ragazza con la quale uscivo, ora mia moglie – per
Washington, e stemmo dietro alla folla, sul retro per assistere all’insediamento in
carica di Kennedy. Le sue parole : “Non chiedetevi cosa possa fare il vostro paese
per voi, ma cosa potete fare voi per il vostro paese!” ebbero un forte impatto
personale»4.
Rosemary gli fece conoscere la sua l’ebraismo. Putnam decise di convertirsi,
attratto in modo particolare da quel forte senso di comunità che trovò tra gli ebrei.
Dal matrimonio con Rosemary sono nati due figli, Lara e Jonathan. Attualmente
entrambi sono sposati e hanno rispettivamente tre e due figli. Il professor Putnam
vive con sua moglie tra Lexington, un quartiere periferico di Boston, in
Massachusetts e Jaffrey, una cittadina del New Hampshire.

4. La carriera intellettuale

Il 1963 fu un anno importante per Robert. Conseguì la laurea in Lettere con il


massimo dei voti e, poco dopo, vinse la borsa di studio ‘Fulbright’5 per studiare
all’Università di Oxford, precisamente al Balliol College. Ad Oxford conobbe

4
Ibidem.
5
Il programma ‘Fulbright’ è un piano di sussidi didattici sponsorizzato dal Bureau of Educational
and Cultural Affaire del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti. Il programma fornisce fondi per
studenti, studiosi e professionisti, per intraprendere studi di specializzazione, ricerche avanzate,
insegnamento universitario e nelle scuole elementari e secondarie all’estero. Prende il nome dal
senatore che lo ha promosso nel 1946, J. William Fulbright.

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David Butler e Donald Stokes. I due professori nel 1963 avevano iniziato uno
studio di ricerca sulle elezioni in Gran Bretagna, con lo scopo di indagare sul
cambiamento politico nel Paese. Putnam ebbe modo di confrontarsi a lungo con i
suoi colleghi, proprio negli anni in cui questi iniziavano a scrivere la prima parte
del loro lavoro, pubblicato poi nel 1974 con il titolo: Political Change in Britain.
Da Oxford si trasferì all’Università di Yale dove conseguì un Master e un
Dottorato, rispettivamente nel 1965 e nel 1970. Contemporaneamente, nel 1968,
iniziava la sua carriera accademica, presso l’Università del Michigan, come
professore incaricato di Scienza Politica. Nel giro di un paio d’anni assunse la
carica di professore assistente, per poi diventare professore associato nel 1972.
Nel 1973 fu pubblicato il suo primo lavoro: The Beliefs of Politicians.
Ideology, Conflict and Democracy in Britain and in Italy. La sua idea era quella di
comparare la Gran Bretagna con un altro Paese. Alla fine scelse l’Italia, in parte
influenzato dall’entusiasmo trasmessogli da Joe La Palombara, noto politologo,
saggista e professore di Scienza Politica all’Università di Yale. La prima
pubblicazione di Putnam fu molto apprezzata, anche se rimase un lavoro
circoscritto all’ambiente accademico. La reputazione di Putnamwww.capitalesociale.org
nel suo campo fu
ulteriormente rafforzata dal suo secondo lavoro: The Comparative Study of
Political Elites (1976).
Nel 1975 diventò professore di ruolo di Scienza Politica presso l’Università del
Michigan e conservò questa carica per quattro anni. Nel 1979, infatti, si trasferì ad
Harvard come professore di Governo e in seguito, dal 1984 al 1988, prestò
servizio come preside del Dipartimento. Nel 1974 fu professore ospite di Scienza
Politica presso l’Università di Stoccolma, e qualche anno più tardi, nel 1977,
ricoprì la stessa carica presso l’Università di Catania in Italia. Nel 1989 fu
nominato preside di facoltà della Kennedy School of Government6 e professore di
Politica. Dal 2000 è professore emerito di Politica Pubblica all’Università di
Harvard e insegna corsi universitari e di specializzazione in Politica Americana,
Relazioni Internazionali, Politica Comparata e Politiche Pubbliche. Così Robert
Putnam è stato anche presidente dell’American Political Science Association. È
membro della National Academy of Sciences e della British Academy dal 2001.
Dal 1981 è membro del Council on Foreign Relations, mentre dal 1986 è membro
dell’International Institute of Strategic Studies.

5. Verso l’Italia

Quando Putnam decise di intraprendere il primo lavoro di ricerca, già


insegnava all’Università in Michigan. Nell’aprile del 1970, arrivò in Italia per
condurre una serie d’interviste ai membri del Parlamento italiano, con lo scopo di
analizzare alcune questioni di politica italiana necessarie per la realizzazione del
suo lavoro di comparazione tra la politica del nostro Paese e quella della Gran
Bretagna. Inaspettatamente il governo italiano decise di mettere in atto il dettato
costituzionale, a lungo ignorato, che prevedeva l’istituzione di governi regionali.
«Avevo appena finito il mio dottorato ed ero a Roma con i miei figli di tre e un
anno, nel tentativo di avviare delle interviste con i parlamentari italiani per uno
studio che volevo fare. Il governo stava crollando. I politici avevano lasciato la
città e non ebbi modo di combinare le interviste. Nel mezzo di tutta questa

6
La John F. Kennedy School of Goverment è una facoltà dell’Università di Harvard che offre
lauree di specializzazione in Politiche Pubbliche e in Pubblica Amministrazione e consente di
portare avanti ricerche condotte in varie materie relative alla politica e al governo.

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confusione, il governo decise di andare avanti con una riforma…»7. Putnam colse
in ciò che stava accadendo un elemento particolare: la nascita di un’istituzione
importante a cui si attribuivano grandi potenzialità di sviluppo. Si trattava di una
sorta d’esperimento, unico nel suo genere, che offriva la possibilità di iniziare uno
studio sistematico per valutare l’impatto della riforma regionale e analizzare la
nascita, l’evoluzione e l’adattamento delle nuove istituzioni al loro ambiente
sociale. Si trattava, in sostanza, di valutare quali cambiamenti le nuove istituzioni
avrebbero portato nel modo di fare politica e nel modo di governare. «Mi sembrò
come essere in grado di iniziare uno studio del Congresso nel 1789…essere capaci
di capire come mise le radici, quali circostanze sociali condizionarono il modo in
cui si evolse. E così iniziai con alcuni colleghi questo studio…»8
Putnam condivise la sua intuizione con il professor Alberto Spreafico, allora
docente di Scienza Politica presso la facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri”
di Firenze. Il suo collega italiano lo guidò in giro per l’Italia, facendogli conoscere
tutta la penisola. Fu proprio grazie all’incoraggiamento del professore Spreafico,
che decise di portare avanti questo progetto di ricerca sulle regioni italiane.
Nell’autunno del 1970, con il supporto finanziario della www.capitalesociale.org
National Science
9
Foundation e dell’Università del Michigan, diresse un primo sondaggio su di un
campione di neo-consiglieri di diverse regioni. Di ritorno dall’Italia, Putnam
iniziò ad analizzare le numerose interviste effettuate con l’aiuto di due giovani
collaboratori: Raffaella Y. Nanetti e Robert Leonardi10.
Nel 1972, quando si creò il gruppo di ricerca, tutti e tre si trovavano
all’Università del Michigan. Le interviste dirette da Putnam nel 1970, oggetto di
studio del gruppo nella prima fase della ricerca, si concentrarono in cinque regioni
base: Lombardia, Emilia-Romagna, Lazio, Puglia e Basilicata. Nel 1975 ci furono
nuove elezioni regionali, e nel gennaio del 1976 la National Science Foundation
approvò una seconda proposta di finanziamento della ricerca. Fu deciso, allora, di
programmare un secondo ciclo d’interviste. Putnam, Nanetti e Leonardi
organizzarono un gruppo d’intervistatori, conducendo una settimana di seminari
di addestramento a Roma. L’elezioni si tennero il 20 giugno 1975. Qualche giorno
dopo l’equipe si disperse nelle sei regioni (fu aggiunto il Veneto) per condurre le
interviste a consiglieri e osservatori, mentre loro cominciarono a studiare da
vicino le istituzioni e il rendimento. Il gruppo tornò a più riprese nelle regioni: nel
1978, nel 1979 e poi ancora nel 1981-82 con un terzo gruppo di intervistatori e nel
1983 e 1985. Inoltre, mentre in Italia si andava diffondendo la conoscenza dello
studio, altre amministrazioni regionali invitarono i professori a condurre studi
paralleli sul loro rendimento.

7
Putnam R. in Edgerton R., «Bowling alone: an interview with Robert Putnam about America’s
collapsing civic life», AAHE Bulletin, 1995 (trad. mia).
8
Ibidem.
9
La National Science Foundation è un ente indipendente creato dal Congresso nel 1950 per
promuovere il progresso della scienza, favorire la salute nazionale, la prosperità e l’assistenza
sociale, per assicurare la difesa nazionale. Costituisce la fonte di finanziamento di circa il 20% di
tutta la ricerca sovvenzionata, condotta dai colleges e dalle università in America.
10
La Nanetti si era laureata in Scienze Politiche all’Università Cattolica di Milano nel 1967 e
aveva conseguito un diploma in Studi Internazionali al Jonhs Hopkins Schoool Bologna Center nel
1968. Nei primi anni settanta si trovava all’Università del Michigan come ricercatrice, presso
l’Istituto delle Ricerche Sociali. Più tardi, nel 1977, vi avrebbe conseguito un dottorato in
Programmazione Urbana e Regionale. Anche Leonardi aveva concluso gli studi nel 1967,
laureandosi in Scienze Politiche a Berkley, all’Università della California. Iniziò la sua carriera
accademica nel 1974, come ricercatore al Centro per gli Studi Internazionali Comparati presso
l’Università dell’Illinois, dove, nello stesso anno, conseguì un dottorato in Scienze Politiche.

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La tre domande generali, a cui la ricerca intendeva rispondere, erano: «che cosa
sono le regioni?», «quanto hanno fatto?», «come lo hanno fatto?»11. È innegabile
che con l’istituzione delle regioni prenda corpo un “nuovo modo di fare
politica”12. I colloqui con i consiglieri e con gli esponenti locali tra il 1970 e il
1989 avevano mostrato un cambiamento radicale nell’evoluzione della cultura
politica della classe dirigente. Negli anni, infatti, si era affermata una classe
politica sempre più qualificata, non solo perché altamente istruita13, il più delle
volte con una lunga esperienza nell’amministrazione comunale e in attività di
partito, ma anche e soprattutto perché c’era la tendenza a vedere la carica come un
impiego a tempo pieno. A questo va aggiunto che i vertici politici regionali
avevano subito gradualmente una depolarizzazione ideologica a cui si
accompagnava una concezione più pragmatica della gestione pubblica14. In altre
parole, le distanze ideologiche si erano accorciate (attraverso una forte
convergenza verso centro-destra su questioni che presumiblimente sarebbero state
oggetto di controversie) e ne scaturiva una maggiore tolleranza fra i partiti, i cui
rapporti nel tempo furono orientati al rispetto reciproco e alla collaborazione.
Questo cambiamento nella cultura della classe politica era www.capitalesociale.org
da attribuire alla
15
conversione dei nuovi eletti , ovvero alla socializzazione istituzionale
(praticamente più si operava in regione, più si subiva il suo effetto). Tuttavia, le
grandi aspettative iniziali con il tempo spinsero i consiglieri (ma anche i cittadini)
a giudizi critici. Il divario tra le aspettative e i risultati piuttosto scarsi, causarono
un senso di malessere (dalle interviste, infatti, emergeva che agli ideali e alle
promesse non seguissero fatti concreti).
Diverso è il caso dell’elettorato, il cui giudizio era stato a lungo condizionato
dall’ignoranza. Ancora a metà degli anni settanta, nel sud del Paese, le regioni
godevano di una scarsa notorietà. Alla fine degli anni ottanta, due terzi dei votanti
meridionali e tre quarti dei votanti settentrionali avevano almeno sentito parlare
della loro regione. Dai sondaggi emergeva l’insoddisfazione degli italiani riguardo
alle amministrazioni regionali, ma il dato rilevante era che nel confronto Stato-
Regione, si era molto più critici nei confronti dello Stato e nonostante le forti
riserve, tutti erano d’accordo sull’istituzione di regioni più autonome e con
maggiori poteri legislativi. Va rilevato, però, un dato caratteristico: nel Nord della
penisola c’era una profonda insoddisfazione nei confronti del governo centrale,
ma i cittadini erano relativamente soddisfatti dei governi comunali e regionali,
mentre nelle regioni del Sud, le critiche si estendevano tanto al governo comunale
e regionale quanto a quello centrale.
In questo quadro, Putnam proponeva una sorta di bilancio per soppesare i
cambiamenti politici e amministrativi: tra le voci positive vi furono i rapporti
stretti con la popolazione, come se si trattasse di una sorta di sperimentazione
politica che aveva condotto alla nascita di un nuovo modo di fare politica; tra le
voci negative bisognava considerare la mancanza di efficienza e, cosa più
importante, che la riforma regionale aveva esasperato le differenze storiche tra il
Nord e il Sud16.
Negli anni Putnam, Nanetti e Leonardi passarono centinaia di ore insieme, nel
tentativo di dare una sistemazione all’enorme quantità di interviste realizzate. Il
11
Leonardi R., Nanetti R., Putnam R., La pianta e radici. Il radicamento dell’istituto regionale nel
sistema politico italiano, Bologna, il Mulino, 1985, pag. 16.
12
Idem, p. 32.
13
Il 77% dei consiglieri nel 1989 aveva compiuto studi universitari.
14
Putnam R., Leonardi R., Nanetti R., op. cit., p. 34.
15
Idem, p. 45.
16
Idem, p. 71.

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gruppo continuò a lavorare anche quando, nei primi anni ottanta, Putnam
insegnava all’Università di Harvard, Leonardi alla DePaul e Nanetti all’Università
dell’Illinois. Probabilmente Putnam non immaginava che il progetto di ricerca
sarebbe durato quasi un quarto di secolo e che avrebbe coinvolto tutte le regioni
italiane, i loro rappresentanti e i loro abitanti. I primi risultati della ricerca furono
pubblicati nel 1985 in un testo intitolato La pianta e le radici. Il radicamento
dell’istituto regionale nel sistema politico italiano.
A partire da quell’anno le pubblicazioni collegate al progetto di ricerca sono
state numerosissime. Alcune sono state firmate come opere collettive, la prima
delle quali fu Il caso della Basilicata: l’effetto regione dal 1970 al 1986
pubblicata nel 1987; altre sono state scritte indipendentemente dai tre autori,
facendo comunque riferimento ai risultati ottenuti, lavorando in gruppo, a partire
dai primi anni settanta. Il primo bilancio, a metà anni ottanta, dello studio
condotto in Italia, testimoniò che i livelli di rendimento variano notevolmente da
regione a regione. Gli enti regionali avevano reso di più, dove è più avanzato il
livello di sviluppo socio-economico, maggiore la stabilità sociale, e soprattutto
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dove le tradizioni politiche e la cultura politica accentuano la solidarietà civica, la
partecipazione politica, e valori laici invece che confessionali. Nonostante i primi
risultati e le diverse pubblicazioni, la ricerca empirica continuò costantemente fino
ai primi anni novanta.
Il punto d’arrivo di questo progetto ventennale è rappresentato dal testo scritto
da Robert Putnam e pubblicato nel 1993 con il titolo Making Democracy Work:
Civic Traditions in Modern Italy e tradotto in italiano in La tradizione civica nelle
regioni italiane17. Rispetto ai precedenti scritti quest’ultimo superava la questione
del funzionamento delle regioni per misurarsi con un problema molto più
complesso: cercare di capire perché alcune regioni rendevano di più rispetto ad
altre.
Il volume di Putnam costituiva uno dei rari casi in cui una ricerca scientifica
otteneva una vasta risonanza sulla stampa d’informazione. The Economist la
definì Making Democracy Work come «un grande lavoro di scienza sociale degno
di stare accanto a quelli di Tocqueville, Pareto e Weber»18.
Making Democracy Work è un lavoro di fondamentale importanza e non solo
perché è il frutto di ricerche meticolose durate venti anni, o perché ha contribuito
ad accrescere la reputazione di Putnam nel suo campo. In realtà, nonostante
avanzasse una tesi interessante e per certi versi provocatoria, per i primi anni
rimase un testo tipicamente accademico. Fu ben accolto dagli scienziati sociali,
ma non rappresentò, non subito almeno, la spinta verso la notorietà. Lo studio
sulle regioni italiane convinse Putnam che il capitale sociale era proprio ciò che fa
funzionare le istituzioni democratiche, in Italia, ma anche in qualunque altro Paese
del mondo. «Quando stavo per finire il mio libro sull’Italia, mi accorsi che ciò che
stavo scoprendo come studioso della politica italiana era associato a ciò che mi
preoccupava in quanto cittadino americano, vale a dire la sensazione che il nostro
esperimento di auto governo stava vacillando. Così cominciai ad indagare sugli
andamenti dell’impegno civico in America. Rimasi davvero sorpreso»19.

17
Il testo fu scritto in collaborazione con Robert Leonardi e Raffaella Y. Nanetti.
18
Dalla recensione del 6 febbraio 1993.
19
Putnam R., in Edgerton R., «Bowling alone», cit. (trad. mia).

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6. Misurare il successo istituzionale

Lo studio sull’esperimento regionale italiano si proponeva di documentare con


prove empiriche due assunti fondamentali: le istituzioni forgiano la politica e a
loro volta sono forgiate dalla storia. Ma la novità, rispetto a tanti altri studi sullo
stesso argomento, è che Putnam prendeva in considerazione un’ipotesi ulteriore,
ovvero: «il rendimento reale delle istituzioni è modellato dal contesto sociale
all’interno del quale esse operano»20. Putnam mantenne costante il modello
costituzionale: le regioni, infatti, avevano una struttura organizzativa uguale ed
erano state tutte introdotte contemporaneamente. Furono considerati anche fattori
ambientali, quali il contesto socio-economico e la cultura politica. Rilevare le
eventuali differenze nel rendimento delle istituzioni regionali, richiedeva
l’adozione di un approccio globale (la capacità di analizzare problemi diversi e la
loro trasformazione nel tempo), capace di approfondire analiticamente temi,
ragioni e periodi particolari della riforma. L’approccio si era concretizzato in una
serie di studi che avevano utilizzato i metodi più moderni e consolidati di raccolta
e analisi dei dati, propri delle scienze sociali, e che si www.capitalesociale.org
erano concentrate
inizialmente solo su alcune regioni, selezionate in modo da rappresentare le
profonde diversità politiche e socio-economiche. In un secondo momento, lo
studio fu esteso a tutte le altre regioni21.
Per ciascuna ci si proponeva di valutare: la gestione politica e amministrativa,
le dichiarazioni programmatiche (la legislazione) e l’attuazione delle politiche
istituzionali, che costituivano, secondo l’autore, tre dimensioni fondamentali del
loro funzionamento. Per misurale, Putnam scelse dodici indicatori diversi: la
stabilità della giunta, la puntualità nella presentazione del bilancio, i servizi di
informazione e statistica, le riforme legislative, gli aspetti innovativi della
legislazione regionale, la presenza di asili nido e di consultori familiari, gli
strumenti di politica industriale, capacità di spesa nel settore agricolo, le spese
delle unità socio-sanitarie locali, l’edilizia e lo sviluppo urbanistico e, infine, la
disponibilità degli apparati burocratici22. Ovviamente ogni singolo indicatore,
preso da solo, non potrebbe fornire una classificazione adeguata, ma «usati
insieme, invece, questi indicatori possono dare una valutazione su larga scala dei
successi o degli insuccessi istituzionali»23. I vari indicatori poi furono combinati
in un unico indice generale del rendimento istituzionale24. Emergeva una cesura
20
Idem, p. 9.
21
L’indagine comprende: interviste ai consiglieri regionali, sondaggi tra gli esponenti locali,
sondaggi a livello nazionale, sondaggi di massa, sondaggi Eurobarometro, due sondaggi nazionali
dell’elettorato italiano diretti dal professor Samuel H. Barnes e dal professor Giacomo Sani
(condotti rispettivamente nel 1968 e nel 1972), studi di casi politici/istituzionali, studi dei casi di
programmazione regionale e lo studio dei rapporti tra i cittadini e le regioni.
22
Questo è forse l’aspetto più innovativo della ricerca. Si tratta di un esperimento, condotto dai
collaboratori di Putnam, che si è rivelato molto istruttivo. Ci si è chiesti in che modo il cittadino
potesse mettersi in contatto con l’ente regione e sono state prese in considerazione tre alternative
possibili: una lettera, una telefonata, presentarsi di persona agli uffici regionali. Sulla base di
questo, nel 1983 furono scelti tre assessorati, quelli dell’agricoltura, sanità e formazione
professionale, ai quali i “cittadini” (in realtà 23 ricercatori sparsi in tutte le venti regioni)
presentavano richieste di delucidazioni a proposito di informazioni, sussidi o servizi. Le richieste
furono inoltrate per lettera il 7 gennaio 1983 ai tre assessorati con tre settimane di tempo per la
risposta. Le richieste non soddisfatte entro quel periodo furono ripresentate telefonicamente e
quindi, in caso di mancata risposta, ci si recò all’assessorato di persona. Fu valutata la speditezza,
ma anche la qualità della risposta, in base alla sua chiarezza ed esaustività.
23
Putnam R., Leonardi R., Nanetti R., op.cit., p. 78.
24
L’indice sintetizza insieme le informazioni provenienti dai differenti indicatori. La
combinazione di diversi indicatori in un indice è in genere affidata ad una formula logica e/o

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fondamentale: le regioni del Centro-Nord presentavano un alto rendimento


istituzionale, al contrario le regioni del Sud si caratterizzavano per un rendimento
piuttosto scarso. La cosa più interessante era che i risultati rilevati nell’indice
erano coerenti con il giudizio espresso dai cittadini25. In altre parole quelle regioni
il cui rendimento istituzionale era relativamente alto ottenevano anche
l’approvazione dei cittadini, cosa che invece non succedeva laddove il governo
regionale registrava un basso rendimento.
Ma c’era un altro aspetto, ancora più interessante: l’indice sintetico del
rendimento delle regioni era coerente anche con il giudizio del campione
d’esponenti locali26. Nonostante le piccole dimensioni del campione (quindici casi
per ciascuna regione), era chiara la correlazione tra i due risultati. E questo, per
dirla con Putnam, sfatava quel luogo comune secondo cui «il governo è pigro,
inefficiente e corrotto perché alla gente va bene così»27.

7. Alto e basso rendimento

Da cosa dipendeva il differenziale di rendimento? Putnam siwww.capitalesociale.org


concentrò su due
possibili spiegazioni: la modernità socio-economica e la comunità civica29. Da
28

un lato c’erano le regioni ad alto rendimento istituzionale ed economicamente più


avanzate (quelle settentrionali), dall’altro quelle a scarso rendimento e basso
sviluppo economico (le meridionali). Il punto è che non era possibile, attraverso
l’indice della modernità economica, spiegare nulla all’interno dei sottogruppi di
regioni. Ed è qui che entrava in gioco la civicness, ovvero la comunità civica30.
La comunità civica era basata su «rapporti orizzontali di reciprocità e
cooperazione»31 che erano guidati dall’eguaglianza politica e che tendevano a
promuovere la fiducia, l’impegno civile, la tolleranza e la solidarietà. Nel
tentativo di misurare la civicness e il suo effetto sulla performance regionale
assemblò quattro indicatori in un unico indice32. Ancora una volta, il risultato fu
di ottenere due tendenze divergenti: da un lato regioni, come l’Emilia Romagna,
la Toscana, il Trentino Alto Adige, con cittadini che militavano in varie

matematica (Isernia P., Introduzione alla ricerca politica e sociale, Bologna, il Mulino, 2001, p.
95).
25
Tra il gennaio 1977 e il dicembre 1988 fu chiesto ad un campione di cittadini per sei volte, ogni
due anni, in che misura fossero soddisfatti del governo della propria regione. Data la stabilità delle
rilevazioni fu possibile unire i dati in un’unica valutazione del tasso di soddisfazione dei cittadini
per ogni regione.
26
Anche in questo caso, una volta raccolti i giudizi degli esponenti locali sull’operato della propria
regione, si sono unite le diverse valutazioni in un indice unico, per avere un’ulteriore indicazione
del livello di efficienza dei governi regionali.
27
Putnam R., Leonardi R., Nanetti R., op. cit., p. 95.
28
La modernità economica è, in questo caso, data da un indice basato su una serie di fattori:
reddito pro capite, prodotto regionale lordo, aliquota della forza lavoro nell’industria e
nell’agricoltura, aliquota di valore aggiunto agricola e industriale, in tutto il periodo 1970-1977.
29
Putnam R., Leonardi R., Nanetti R., op. cit., p. 97.
30
L’idea di valutare la buona riuscita di un governo democratico sulla base dell’ambiente in cui
opera (della comunità civica) è stata utilizzata per la prima volta da Gabriel Almond e Sidney
Verba. Il loro lavoro The Civic Culture: Political Attitudes and Democracy in Five Nations
pubblicato nel 1963 è considerato da Putnam una pietra miliare sull’argomento.
31
Putnam R., Leonardi R., Nanetti R., op. cit., p. 104.
32
Gli indicatori considerati sono: la presenza di associazioni sportive e culturali; la lettura dei
giornali (chi legge di più è meglio preparato a partecipare alla vita civica, perché più informato);
l’affluenza alle urne per i referendum (in questo tipo di consultazione l’attenzione è focalizzata su
questioni di interesse pubblico, quindi difficilmente i votanti potevano subire pressioni
clientelistiche o da parte del partito); la percentuale del voto di preferenza (indicativo
dell’arretratezza della comunità civica perché segnale di personalismi, faziosità e clientelismo).

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organizzazioni, impegnati politicamente e interessati alle vicende


dell’amministrazione locale (seguite attraverso i giornali), dall’altro regioni come
la Calabria, la Campania, dove il livello di civismo era bassissimo. Qui i cittadini
erano scarsamente coinvolti nella vita associativa e politica della propria regione,
leggevano poco (del resto non era neanche particolarmente sviluppata la stampa
locale) e quando votavano lo facevano per motivi tutt’altro che civici! Se ne
deduce che «più una regione ha un forte senso civico, meglio è governata»33.
Stando ai sondaggi, la vita politica e sociale di una comunità civica si
caratterizzava per la partecipazione attiva dei suoi cittadini alla vita pubblica,
comprovata dall’elevato numero di iscritti ai sindacati e dal significato che
assumevano l’iscrizione ai partiti e il coinvolgimento politico. I partiti politici
italiani, infatti, si erano adattati ai diversi ambienti in cui si travavno ad operare,
con il risultato che nelle regioni meno civiche erano diventati veicoli di
clientelismo34, basati su rapporti verticali di dipendenza, piuttosto che su legami
orizzontali di reciprocità e cooperazione35.

8. Indietro nel tempo www.capitalesociale.org


Una volta appurato che esistevano regioni che rendono più di altre, Putnam si
pose il problema di «ritrovare le radici della comunità civica»36, vale a dire
ripercorrere le vicende storiche delle regioni italiane nel tentativo di scovare le
cause dei diversi rendimenti istituzionali. Iniziava, così, un excursus storico che
parte dal Medioevo. La tesi dell’autore era che le differenti tradizioni civiche si
erano formate a partire dalle condizioni che esistevano nelle diverse regioni già
nel 1100, quando la nostra penisola era divisa in due regimi politici consolidati: la
monarchia dei normanni al Sud e i comuni al Centro-Nord. Il regno normanno,
pur caratterizzandosi nelle sue strutture socio-politiche in base a principi
autocratici e per la sua organizzazione gerarchica, si distingueva per la diffusa
tolleranza religiosa e per la straordinaria rivalutazione in campo letterario e
architettonico della cultura greca, araba, ebrea, latina e italiana. I comuni
dell’Italia centro-settentrionale, invece, si presentavano come la maggiore
alternativa al feudalesimo, per vari motivi: perché guidati dai principi del
repubblicanesimo; perché sorretti da forme di collaborazione orizzontale; per la
struttura delle autorità libera ed egualitaria. L’evolversi della vita dei comuni
favorì, nei secoli, una crescente partecipazione dei cittadini alla vita politica,
attraverso la creazione di corporazioni d’artigiani e commercianti (le famose
gilde), nate per assicurare l’assistenza reciproca e altre finalità sociali e
occupazionali. A queste si aggiunsero numerose altre organizzazioni locali:
vicinanze (associazioni tra vicini di casa), populus (organizzazioni parrocchiali),
confraternite (società religiose), consorterie (associazioni create per salvaguardare
la sicurezza reciproca).
Quando nel Seicento i comuni crollarono a causa del dominio straniero, dei
saccheggi, conflitti e pestilenze, gli ideali della comunità civica non furono
intaccati laddove le tradizioni repubblicane erano più radicate. Insomma, quelle
differenze regionali nella cultura e nelle strutture sociali apparse nel Medioevo,

33
Putnam R., Leonardi R., Nanetti R., op. cit., p. 115.
34
Idem, p. 128.
35
Di fronte a questa condizione, emerge la frustrazione, la diffidenza, il forte senso di impotenza e
di insoddisfazione dei cittadini delle regioni meno civiche, un malessere che è più forte soprattutto
tra i meno istruiti.
36
Putnam R., Leonardi R., Nanetti R., op. cit., p. 141.

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continuarono a persistere nei secoli, condizionando addirittura le risposte delle


regioni alle sfide lanciate nella seconda metà dell’Ottocento al momento
dell’unificazione italiana. Subito dopo, infatti, cominciarono a diffondersi
rapidamente organizzazioni volontarie come le società di mutuo soccorso e le
prime cooperative di produttori e consumatori. Alla base di queste società vi era la
solidarietà e la voglia di cooperare reciprocamente con l’obiettivo di superare le
situazioni più difficili in una società in rapida evoluzione. Le associazioni
volontarie non erano uniformemente distribuite lungo la penisola. Al contrario,
erano concentrate in quelle zone dove cinque secoli prima i comuni erano durati
più a lungo. Al Sud, invece, mancava ogni tipo d’organizzazione perché, di fatto,
la solidarietà e i legami orizzontali erano particolarmente deboli. La strategia di
sopravvivenza nelle regioni meridionali rimaneva la dipendenza verticale, lo
sfruttamento e l’assoggettamento, pur riconoscendone in alcuni casi i limiti. Ne
derivava una forte sfiducia verso il prossimo che impediva lo sviluppo della
solidarietà orizzontale e favoriva i rapporti clientelari alla base della criminalità37.
Putnam, inoltre, confutava ogni determinismo economico: le regioni che
presentavano un alto tasso di civismo erano anche quellewww.capitalesociale.org
economicamente
sviluppate, benestanti (anche se tale concomitanza non esisteva un secolo fa). In
realtà, sostiene sono state le «condizioni economiche ad adeguarsi alla comunità
civica»38 e non il contrario.

9. Da studioso a consulente

Nel gennaio 1995 pubblicò un articolo sul Journal of Democracy dal titolo
Bowling Alone: America’s declining social capital. L’articolo era allarmante: la
vitalità della comunità civica in America era notevolmente diminuita nel corso
degli ultimi decenni39, il capitale sociale in America stava diminuendo. Putnam
continuò ad affermare fermamente la sua tesi anche in un secondo articolo
comparso in The American Prospect intitolato The Strange Disappearance of
Civic America. Inaspettatamente l’articolo catturò l’attenzione di moltissima
gente. Le parole di Putnam ebbero un impatto che andò ben oltre quello che
succedeva normalmente per gli scritti di un accademico, tanto che di lì a breve,
l’allora presidente Bill Clinton lo invitò a Camp David.
Per mesi i quotidiani americani (e non solo) furono pieni di riflessioni sulle
parole di Putnam da parte di commentatori, politici, moralisti. Making Democracy
Work, che fino a quel momento era rimasto in ombra, almeno quanto il suo autore,
fu recensito dal New York Times e nel giro di qualche anno fu tradotto in quasi
tutte le lingue: spagnolo, svedese, polacco, portoghese, russo, coreano, rumeno,
giapponese, cinese, lituano, persiano, croato.
Senza neanche rendersene conto, Putnam si ritrovò ad essere una celebrità. Il
People Magazine volle fotografarlo con la moglie e dedicargli un profilo (per
intenderci People è quella rivista americana che dedica i suoi numeri agli attori e
ai cantanti più in vista). Per la stampa divenne l’intellettuale pubblico. Inoltre, da
quel momento cominciò ad essere invitato a discutere della sua teoria nei talk
show più seguiti dalle emittenti televisive americane. La notorietà improvvisa fu
37
Putnam sottolinea anche come non sempre i meridionali hanno accettato passivamente il proprio
destino. Nel tardo Ottocento scoppiarono violenti movimenti di protesta (compreso il
brigantaggio) ma, dal punto di vista associativo, non portarono a nessuna organizzazione
permanente e a nessuna forma di solidarietà collettiva.
38
Putnam R., Leonardi R., Nanetti R., op. cit., p. 178.
39
Putnam R., «Bowling alone: America’s declining social capital» in Journal of Democracy, vol.
6, n. 2, 1995, pag. 65 (trad. mia).

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inspiegabile per lo stesso Putnam: «Fino al gennaio del 1995 ero un accademico
in ombra. Sebbene avessi pubblicato numerosi libri e pubblicazioni nei precedenti
trenta anni, molti dei quali ritengo di maggiore eleganza erudita, nessuno aveva
attratto la più scarsa attenzione pubblica. Adesso venivo invitato a Camp David,
trattato come una celebrità dai padroni di casa dei talk show e ritratto con mia
moglie Rosemary sulle pagine di People…»40. Col tempo iniziò a credere che, se
le sue ricerche e le relative conclusioni avevano avuto una tale risonanza, era stato
perché aveva toccato un problema politicamente centrale, percepito e vissuto
direttamente dagli americani.
Quando Clinton arrivò alla Casa Bianca, nel 1993, tra le sue innumerevoli
proposte, c’era l’ambizione di rianimare lo spirito volontario: l’America aveva
bisogno di una generazione più aperta, meno individualista. E Clinton non era il
solo a pensarlo. Erano, infatti, gli anni in cui il “comunitarismo” di Amitai
Etzioni41 si andava affermando con forza e molti andavano in cerca di modi per
ricostruire le comunità che erano state rovinate dalla disoccupazione, dal crimine
e da tutte le molteplici fonti di decadimento sociale. Le preoccupazioni del
professor Putnam sulla salute della comunità civica in America www.capitalesociale.org
collimavano
proprio con le ansie del presidente Clinton (così come coincidevano con le ansie
dei teorici politici e sociali europei). Questa coincidenza fortuita ha inciso
notevolmente nel definire il suo successo: è un po’ come se avesse scritto le cose
giuste al momento giusto. Il presidente Clinton convocò Putnam e un cospicuo
numero d’accademici a Camp David nel gennaio del 1995. Evidentemente, stava
pensando a ciò che avrebbe detto nel messaggio sullo Stato dell’Unione di
quell’anno. «L’incontro a Camp David fu proprio come un seminario a
Swarthmore o ad Harvard, un dibattito intelligente, in cui venivano proposti
argomenti validi e ci si ascoltava l’un l’altro»42.
Le sue idee influenzarono pesantemente due discorsi di Clinton sullo Stato
dell’Unione e furono in parte responsabili dell’incontro, che ebbe luogo nel
maggio del 1995 a Philadelphia, sul futuro dell’America. L’incontro a Camp
David fu decisivo anche per i successivi sviluppi teorici di Putnam. In quella sede,
infatti, iniziò a chiedersi come potesse essere risolto il fenomeno bowling alone.
A partire dalla convocazione di Clinton, le sue idee hanno rapidamente attratto
l’attenzione della classe politica internazionale. Putnam è diventato l’ospite
d’onore d’incontri organizzati dal Primo Ministro Britannico Tony Blair a
Downing Street. Le sue idee saltarono fuori nei discorsi di William Hague, leader
del partito conservatore britannico. Fu consultato anche dal Primo Ministro
irlandese Bertie Ahern e dai Leaders nazionali di Germania, Nuova Zelanda e
Finlandia. Più di recente è stato persino convocato dallo staff di George Bush per
la stesura del discorso inaugurale. Non a caso, il testo era punteggiato di termini
come civility (cortesia, educazione), responsabilità, comunità. Infine, ma non
meno importante, nel 2004 è stato insignito dal Presidente della Repubblica
Ciampi del titolo di Commendatore dell’Ordine della Stella della Solidarietà
Italiana.

40
Putnam R., in Ryan A., «My way», agosto 2000, http://www.nybook.com, dalla ricerca in
Internet del 10 aprile 2005 (trad. mia).
41
Per un maggiore approfondimento si veda: Etzioni A., Nuovi comunitari. Persone, virtù e bene
comune, Bologna, Arianna Editrice, 1998.
42
Putnam R., in Zengerle J., «Investing social capital», cit. (trad. mia).

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10. Il capitale sociale come un cactus: the Saguaro Seminars

Il grande interesse suscitato dalla teoria sul capitale sociale e la preoccupazione


per il futuro della comunità civica americana, spinsero Robert ad approfondire la
sua ricerca. Nella seconda metà degli anni novanta, infatti, fondò The Saguaro
Seminars: civic engagement in America. Si trattava di un progetto di ricerca
condotto alla John F. Kennedy School of Government presso l’Università di
Harvard. Il progetto nacque con l’obiettivo fondamentale di estendere la
conoscenza dei livelli di fiducia e di partecipazione civica tra gli americani,
elaborando delle strategie per accrescere lo stock di capitale sociale in America. Il
suo punto di partenza era che le reti sociali avevano molta importanza. Qui,
quando si parla di capitale sociale non ci si riferisce soltanto ai sentimenti
affettivi, ma ad un’ampia varietà di benefici che derivano dalla fiducia, dalla
reciprocità, dall’informazione e cooperazione, associate alle reti civiche. Il
capitale sociale crea utilità per le persone che sono connesse (e a volte anche per
gli spettatori). È, quindi, estremamente importante determinare quali istituzioni,
meccanismi, incentivi, e approcci possono costruire legami di fiduciawww.capitalesociale.org
civica tra gli
americani e le loro comunità.
Il Saguaro Seminar partiva dal presupposto che rispetto a un secolo fa sono
cambiate molte cose: la società e i rapporti sociali erano diversi; le cause del
declino del capitale sociale erano, di conseguenza, dissimili. A tal riguardo si
resero necessarie soluzioni adeguate alle nuove circostanze e ai nuovi bisogni.
L’obiettivo era quello di pubblicizzare alcuni approcci, reti, organizzazioni, o
strategie che già operavano ma che avevano bisogno di essere sfruttate
intensamente per costruire fiducia e reciprocità sia nei vicinati sia livello
nazionale43.
Il nome del progetto non era stato scelto a caso. Il saguaro, infatti, è un cactus
che cresce nelle zone desertiche degli Stati Uniti, nella parte sud occidentale della
California e a sud dell’Arizona. Ci sono molte analogie tra i saguaro e il capitale
sociale (o impegno civico). Per molto tempo queste piante furono sottovalutate,
spesso addirittura distrutte dalla società americana moderna. Eppure i saguaro
sono caratterizzati da un invisibile sistema di radici che supera notevolmente
l’altezza della parte visibile della pianta e questo li rende degli importanti
indicatori della salute degli ecosistemi. Come la maggior parte del capitale
sociale, i saguaro crescono lentamente, sono robusti e sopravvivono a lungo.
Il Saguaro Seminar si servì di 33 partecipanti utilizzati come catalizzatori per
determinare i tipi di cambiamenti necessari e le strategie messe in atto per
connettere gli americani con le loro comunità oltre che con le istituzioni. Molti dei
partecipanti provenivano da diverse parti, dalle cittadine della periferia
statunitense o dalle grandi città, e avevano percorsi di vita molto diversi, con
profili professionali spesso distanti: dai funzionari statali ai leaders religiosi, dagli
attivisti dei sindacati ai dirigenti d’affari, dai funzionari eletti ai lavoratori di
strada. Erano tutti individui fermamente convinti che per costruire capitale sociale
fosse essenziale attivarsi nella partecipazione civica.
Il primo incontro del Saguaro Seminar (17 aprile del 199) fu un seminario
introduttivo della durata di due giorni, in cui si discusse del capitale sociale e della
crisi connessa al suo declino. Nel dicembre del 2000 fu pubblicato il rapporto
finale del Saguaro Seminar, intitolato Better together.44 Dopo anni d’intensa

43
Dal sito ufficiale del Saguaro Seminar: http://www.ksg.harvard.edu/saguaro.
44
Il testo fu stampato due volte: la prima nel 2000 e, la seconda dopo l’attentato alle Torri Gemelle
dell’11 settembre del 2001 con una nuova introduzione.

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ricerca, fu pubblicato anche Bowling alone. The collapse and revival of american
community, in cui Putnam rielaborava il contenuto dell’omonimo saggio
pubblicato cinque anni prima.

11. Bowling Alone. The collapse and revival of American community


Lavorando a Making Democracy Work, Putnam si accorse che quanto aveva
scoperto in Italia lo riguardava in quanto cittadino americano, e decise di
approfondire la sua teoria mediante una ricerca sul suo paese d’origine. Dal punto
di vista empirico, la nuova ricerca sugli USA era molto ricca. Fin troppo. Putnam
è riuscito ad accumulare una mole molto cospicua di dati45, che talvolta rischiano
di essere un’arma a doppio taglio, soprattutto quando si lavora con variabili la cui
natura ontologica non è sempre omogenea. Il risultato fu allarmante: la vitalità
della comunità civica nordamericana era in crisi, il capitale sociale si stava
inesorabilmente corrodendo. Come reagire? Quali le possibili cause? E le relative
conseguenze? Come rimediare? Con quale terapia?
L’ultima fatica del politologo americano mostrava quanto gliwww.capitalesociale.org
americani fossero
poco fiduciosi nelle proprie istituzioni, meno partecipi alla vita politica e sociale:
non votavano, disattenti agli affari pubblici, sempre meno coinvolti a livello
comunitario, con uno scarso senso d’appartenenza ai partiti per i quali votavano. E
non è tutto: non si rcavano in chiesa; non praticavano più il volontariato; sul
lavoro erano sempre più chiusi, sempre meno inclini alla rappresentanza
sindacale. Ma se le relazioni formali sono in crisi, quelle informali non lo sono da
meno! Di anno in anno gli americani sono sempre meno in relazione tra loro: non
hanno più legami con i propri vicini o con gli amici, non pranzano (da soli o in
compagnia) fuori casa, non organizzano picnic e, cosa ancora più grave, non
cenano insieme in famiglia. In verità, al di là dei pasti, negli ultimi trenta anni «è
diventato meno frequente tutto ciò che la famiglia faceva insieme»46. La maggior
parte degli americani si dedica ad attività sportive (come il pattinaggio in linea, lo
snowboard, le passeggiate salutari) che di sicuro non si contraddistinguono per la
loro natura sociale. Putnam si è soffermato soprattutto su due attività considerate,
da tempo, lo svago preferito nel Paese: il gioco delle carte e il bowling. Tra il
1980 e il 1993, il numero dei giocatori è aumentato del 10%. Eppure il numero
degli iscritti alle leghe di bowling, nello stesso periodo, è calato del 40%. Ciò
significa che gli americani preferiscono giocare da soli47.
Di fronte al declino generale del capitale sociale, Putnam si sofferma su alcune
controtendenze: come i piccoli gruppi di preghiera, o le classi di catechismo, i
circoli di lettura, i gruppi di supporto e di auto-aiuto (come gli Alcolisti anonimi e
le associazioni contro ogni tipo di dipendenza), i gruppi per le vittime di malattie
ecc. Di altra natura è l’incidenza dei movimenti sociali, quando, coinvolgendo la
comunità, inglobano e allo stesso tempo producono capitale sociale. Allo stesso
modo, la crescita delle organizzazioni ambientaliste è avvenuta proprio quando
tante altre associazioni civiche si stavano indebolendo. Greenpeace, ad esempio, è
passata da 800 mila aderenti nel 1985 a 2 milioni e 350 mila nel 1990. Non si
45
Putnam si serve dei sondaggi e delle indagini condotte da diverse associazioni di ricerca,
precisamente della serie Life style della Ddb Needham dei sondaggi Gallup, dei Social and
Political Trends della Roper, dei National Election Studies e della General Social Survey. Inoltre,
nella valutazione delle tendenze del capitale sociale, il politologo si serve di alcuni studi condotti
da ricercatori dell’Università del Michigan.
46
Putnam R. D., Capitale sociale individualismo. Crisi e rinascita della cultura civica in America,
il Mulino, Bologna, 2004, p. 128.
47
Da questa condizione deriva il titolo, in lingua originale, del testo di Putnam.

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tratta, però, di una crescita dettata dalla coscienza civica, quanto piuttosto dalle
spedizioni postali. I soci reclutati con questo sistema tendono a ritirarsi più
facilmente, non come nelle vecchie organizzazioni articolate in sedi periferiche,
dove gli aderenti erano uniti non solo da legami simbolici, ma anche dal capitale
sociale. Sul fronte opposto si registra, invece, un aumento significativo delle
attività delle organizzazioni evangeliche conservatrici. La terza controtendenza è
rappresentata da nuovi media, in particolare Putnam si sofferma sul contributo del
telefonino e di Internet. Da una parte riducono la solitudine, dall’altra
comprimono la socializzazione diretta. In linea di massima, comunque, si può dire
che il telefono è utilizzato per «mantenere relazioni personali separate da una
distanza»48, non per crearne di nuove. E che dire del capitale sociale virtuale?
Putnam ritiene che bisognerebbe superare almeno cinque sfide: garantire l’accesso
allo spazio cibernetico a tutti; sconfiggere la depersonalizzazione49 attraverso la
costruzione della fiducia anche nello spazio cibernetico; superare la
balcanizzazione cibernetica50 (non limitare la nostra comunicazione alle sole
persone che condividono esattamente i nostri interessi); cercare di capire se
Internet è uno strumento di comunicazione sociale o «un mezzo
51
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di divertimento
passivo e privato» . Queste sfide sono la chiara dimostrazione che la
comunicazione telematica sarà «complementare, non alternativa alle comunità
reali»52. Emerge così la distanza generazionale di Putnam rispetto all’avvento
delle nuove tecnologie.

12. L’erosione del capitale sociale

I legami sociali e l’impegno civico in America si sono caratterizzati per il loro


fervore durante i primi due terzi del XX secolo, poi misteriosamente, la
partecipazione degli americani nella vita della comunità è diminuita. Ma quali
sono le cause del declino del capitale sociale in America? Putnam individua
quattro possibili ragioni di creazione e distruzione di capitale sociale. Una
valutazione approssimativa suggerisce che alle pressioni del tempo e del denaro
sia imputabile all’incirca il 10% del declino complessivo, alla mobilità e
all’espansione dei sobborghi un ulteriore 10%53. L’effetto della televisione può
spiegare non più del 25% del declino54. Più televisione significa più tempo al
chiuso, meno contatti con vicini, amici, ma anche e soprattutto apatia e passività
(anche se, come suggerisce lo stesso autore, non sempre la televisione è
antisociale). Ma il fattore determinante è senza dubbio il cambiamento
generazionale, che ha inciso sul declino totale del capitale sociale. In linea di
massima, l’impegno civico cresce dall’inizio dell’età adulta, si stabilizza durante
l’età di mezzo, poi declina gradualmente. Se questo ciclo spiegasse pienamente il
diverso impegno civico in base all’età, gli americani anziani dovrebbero essere

48
Idem, p. 210.
49
Idem, p. 218.
50
Idem, p. 220
51
Idem, p. 221.
52
Idem, p. 222.
53
Putnam ritiene che l’espansione dei sobborghi sia stata, ed è nociva per tre ragioni: aumenta il
tempo trascorso da soli in automobile per spostarsi “da casa al lavoro, ai negozi, a casa”; riduce il
capitale sociale che apre (le periferie disordinate si associano sempre più ad una sorta di
isolamento sociale); distrugge i confini della comunità (il pendolarismo è un male collettivo che
incide sulla vita dell’intera comunità e riduce il coinvolgimento civico anche tra i non pendolari).
54
Ogni famiglia dispone di più di un apparecchio televisivo, mediamente si guardano quasi quattro
ore al giorno di televisione e la visione si svolge sempre più in completa solitudine.

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meno impegnati di quelli di mezza età. A partire dagli anni ’90 non è stato proprio
così. In ogni tipo d’attività, infatti, il disimpegno risulta concentrato nelle coorti
più giovani (ed è meno consistente tra i nati prima della Seconda guerra
mondiale). Un’analisi più approfondita dell’andamento, descrive una lunga
generazione civica, nata tra il 1910 e il 1940, che si contrappone alle generazioni
che hanno raggiunto l’età adulta dagli anni ’50 in poi e che si sono impegnate
molto meno rispetto ai loro predecessori. La generazione del baby boom (i nati tra
il 1946 e il 1964) costituisce più di un terzo della popolazione adulta e nonostante
l’elevata istruzione è meno informata di politica rispetto ai genitori e cerca di
eludere i doveri civici. La generazione X (i nati tra il 1965 e il 1980) ha accelerato
le tendenze individualiste dei suoi predecessori: «l’azione collettiva – e in
particolare la politica – è estranea alla generazione X persino più che ai
boomers»55. Negli ultimi dieci anni, però, si è registrata una notevole crescita del
volontariato da parte dei giovani e questo testimonia che il fattore generazionale
non ha inciso in egual misura sulle varie forme di disimpegno civico e sociale.

13. L’importanza del capitale sociale www.capitalesociale.org


Il capitale sociale è di fondamentale importanza per diverse ragioni: permette
ai cittadini di risolvere più facilmente i problemi collettivi; garantisce l’istruzione
e il benessere dei bambini; rende i quartieri più sicuri (livelli elevati di capitale
sociale si traducono in livelli bassi di criminalità); può influenzare la produttività
di un’economia e il rendimento delle istituzioni; «lubrifica gli ingranaggi che
permettono alle comunità di progredire senza intoppi»56; serve a far confluire le
informazioni utili per raggiungere i nostri scopi; ci garantisce una maggiore
consapevolezza dell’altro e dei nostri destini incrociati. Il capitale sociale opera
anche «attraverso processi psicologici e biologici per migliorare la vita degli
individui»57: chi ha maggiore capitale sociale reagisce meglio di fronte ai traumi
psico-fisici. È per questi suoi effetti benefici che è necessario intervenire
sull’erosione di questa importante struttura. Anche nel caso nord-americano, come
nello studio delle regioni italiane, Putnam volge lo sguardo alla storia e ai suoi
insegnamenti, in particolare a quelli dell’Età dell’oro (grosso modo il periodo
compreso tra il 1870 e il 1900) e dell’Età progressista (compresa tra il 1900 e il
1915). I decenni tra la Guerra civile e la Prima guerra mondiale, sono stati
un’epoca contraddistinta da un grande cambiamento tecnologico (nell’industria,
nei trasporti, nelle città), da un rapido incremento demografico, da una
progressiva urbanizzazione e dalla crescita economica (anche se gli sviluppi non
furono uniformi nel tempo e tra le classi sociali). Gli americani furono catapultati
nel giro di pochi anni in un nuovo modus vivendi. L’ideologia collettiva
dominante nell’Età dell’oro fu il darwinismo sociale, secondo cui al progresso
sociale sopravvivevano solo i più forti, i più adatti. Tuttavia, alla fine del XIX
secolo, i pensatori progressisti valutando la forte erosione dei legami forti in
America, cominciarono ad addebitare le malattie della società a cause sociali ed
economiche, piuttosto che a debolezze morali individuali.
Quella progressista, dice Putnam, fu un’epoca molto simile alla nostra. In
quell’occasione, per rivitalizzare la vita civica americana esplosero le
confraternite, i club filantropici, le associazioni professionali, i centri di servizio
della comunità (per il sostegno degli immigrati). A questo si aggiunse la maggiore

55
Putnam R. D., Capitale sociale e…, op. cit., p. 315.
56
Idem, p. 346.
57
Idem, p. 347.

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forza acquisita dai sindacati, il rinnovamento dell’amministrazione locale e


l’importante ruolo svolto dalla religione. «Le specifiche riforme dell’Epoca
progressista non sono più adatte alla nostra epoca, ma l’idealismo fattivo ed
entusiastico di allora – con i suoi successi – dovrebbero ispirarci»58.
La sfida attuale, afferma Putnam, è quella di «ricostruire la comunità
americana nel XXI secolo grazie ad azioni collettive e individuali»59. Nel
tentativo di perseguire questo obiettivo, Putnam lancia delle vere e proprie sfide
da vincere entro il 2010, senza risparmiare praticamente nessuno. A suo giudizio è
necessario accrescere l’impegno civico dei giovani, facendo affidamento sulla
sensibilità e le capacità della generazione X e dei suoi discendenti e puntando su
una migliore educazione civica a scuola, sui programmi d’assistenza comunitaria,
sulla partecipazione ad attività extrascolastiche e su scuole più piccole. A suo
giudizio bisogna tentare di promuovere nuove forme di svago e di
telecomunicazioni capaci di irrobustire l’impegno nella comunità e non inibirlo.
Gli sforzi per accrescere la partecipazione sociale devono estendersi anche al
mondo del lavoro, ai progettisti, agli operatori immobiliari, ai pianificatori di
comunità, al clero americano, ai leaders laici, ai teologi e ai www.capitalesociale.org
comuni fedeli, ai
funzionari del governo, ai consulenti politici, ma soprattutto agli americani.
Magari, suggerisce l’autore, si può iniziare a conoscere i nomi dei propri vicini.
Il messaggio di Putnam è chiaro: Americani (e non solo, aggiungerei), le
relazioni sociali contano per il nostro benessere, ed è per il nostro bene che
dobbiamo alimentarle! Attraverso Bowling Alone, Putnam ha mostrato la
crescente tendenza all’individualismo. In America il capitale sociale è cresciuto
dal 1945 al 1965: anni ancora tormentati dal ricordo della Seconda Guerra
Mondiale, ma volti alla ricostruzione materiale e morale. Poi le cose sono
cambiate: con la contestazione, la crescita dell’individualismo, “l’erosione del
capitale sociale”60. Non è certo augurabile, ma è proprio nei momenti difficili,
come le guerre e i disastri, che la solidarietà nazionale risorge. Ed è quello che è
accaduto dopo la strage dell’11 settembre, quando il popolo americano si è sentito
unito e ha donato generosamente denaro e sangue.
Putnam resta il primo ad aver costituito un’ammirevole analisi comparata delle
regioni dell’Italia contemporanea (durata ben venti anni), ad aver riproposto con
forza alcuni problemi storici inerenti all’associazionismo civico, utilizzando lo
stesso impianto per analizzare gli USA, ad aver utilizzato il concetto di capitale
sociale per «fornire al senso civico di una comunità, un fondamento in una
particolare configurazione delle relazioni sociali»61. A dispetto delle forti critiche,
sono convinta che la notorietà di un’idea non sia data dalla sua infallibilità o “in-
contaminazione” da ogni tipo d’interferenza. Una buona teoria dipende anche da
quanto sia in grado di attirare l’attenzione, stimolare la curiosità, innescare
dibattiti, confronti e critiche che possano arricchire la conoscenza, soprattutto
quando oltrepassa la ristretta cerchia degli addetti ai lavori.

14. Un capitale inestimabile: alla riscoperta delle relazioni sociali

La dissoluzione delle fedeltà familiari e claniche rischia di travolgere i tratti


strutturali dell’agire, rimettendo esclusivamente alla responsabilità individuale
l’arduo compito di orientarsi nel mondo. In risposta a questa incertezza, una

58
Idem, p. 466.
59
Idem, p. 469.
60
Idem, p. 225.
61
Mutti A., Capitale sociale e sviluppo. La fiducia come risorsa, il Mulino, Bologna, 1998.

17

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grande enfasi è stata riposta sulla permanenza dei legami comunitari all’interno
delle società complesse, mostrando quanto la reciprocità sia una condizione di
partenza indispensabile tanto all’agire politico quanto all’impresa economica. Il
tema del cambiamento sociale assume allora una centralità assoluta per
comprendere dove si nascondono le permanenze della tradizione ed interrogarsi
eventualmente sul come valorizzarle.
Nella sociologia weberiana è il processo di razionalizzazione ad affermare le
strutture moderne del capitalismo e dello stato. Non si tratta di un’evoluzione
scevra da incertezze, poiché l’ordine burocratico può a sua volta minacciare la
forza dei legami sociali, costringendo le relazioni umane entro i vincoli delle
prescrizioni amministrative. All’opposto, la comunità è intesa come insieme
ideal-tipico di relazioni animate affettivamente, dotata di valenza valoriale,
contrapposta ai freddi rapporti associativi. Non giova, quindi, esagerare la portata
della dicotomia comunità/società, dato che nella realtà è difficile riscontrare forme
pure sia dell’una che dell’altra62.
Al contrario, il cambiamento sociale, per essere compreso, non può ridursi
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arbitrariamente all’innovazione o all’adozione di sistemi di prevedibilità, ma deve
contemplare comportamenti devianti, esiti inattesi, vuoti organizzativi e paradossi
istituzionali63. Puntando l’osservazione sulla razionalità e sulla prevedibilità, si
rischia, quindi, di etichettare i contesti tradizionali in termini di modernità
interrotta, riproducendo in ambito analitico un determinismo difficile da
debellare, che occulta le dinamiche profonde dell’agire sociale.
Mentre il premoderno si presentava continuamente minacciato dai pericoli del
mondo fisico e dallo scarso controllo del potere politico, nella modernità i vincoli
sociali sono affidati sia a rapporti impersonali sia alle decisioni individuali di
compiere investimenti cognitivi in termini di fiducia. Cresce, infatti, l’importanza
delle interazioni anonime, fondate sulla stabilità di sistemi astratti (il denaro, la
tecnica, l’informazione), e gli esperti si legittimano socialmente quando riescono a
tradurre le loro elaborazioni numeriche in prescrizioni apprezzabili nella vita
quotidiana. Il passaggio dal premoderno al moderno e poi alla tarda modernità si
compie nell’indebolimento delle strutture parentali, della comunità locale, delle
cosmologie religiose e della tradizione. E nel postmoderno si esauriscono anche le
capacità di sintesi delle grandi narrazioni, della storia universale o degli approcci
comportamentisti che tendono a presentare la realtà nei termini di un prodotto
misurabile. Tuttavia, quanto più si stringe la lente su fenomeni micro tanto più si
riscontra una coesione sociale che continua ad affidarsi a strutture profonde e
primordiali64.

62
Weber Max, Economia e Società. Vol. I: Teoria delle categorie sociologiche, Comunità, Torino,
1999, pp. 38-40.
63
Il vecchio istituzionalismo condivide con il nuovo un certo scetticismo nei confronti dell’attore
razionale e della regolazione statuale, enfatizzando il rapporto tra organizzazioni e ambiente e
mitigandone gli aspetti formali. Sul cambiamento istituzionale cfr. March e Olsen [1992].
64
Una considerazione che, peraltro, trova eco in elaborazioni macro: quando all’organicità e alla
complessità si sovrappongono segmenti di solidarietà meccanica, che riproducono appartenenze
tradizionali o quando la storia è pensata come regno delle permanenze piuttosto che come
processo lineare e cumulativo [Macry, Paolo, La società contemporanea. Una introduzione
storica, il Mulino, Bologna, 1992]. I debiti delle scienze sociali nei confronti della gemeinschaft
non si fermano alla sociologia weberiana ma sono molto ricorrenti, come in Durkheim, dove la
solidarietà meccanica delle società semplici è contrapposta all’organicità delle società complesse.
Il passaggio tra le due solidarietà comporta l’indebolimento dell’integrazione comunitaria a favore
del consenso e si compie in nome della divisione sociale del lavoro, funzionale allo sviluppo della
società stessa [Durkheim Emile, La divisione sociale del lavoro, Comunità, Torino, 1996, pp. 73-
91].

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Più di recente Anthony Giddens si è soffermato sul nesso che lega la fiducia
alla modernità. Quest’ultima, oltre a coincidere con l’ascesa del capitalismo e
dello stato-nazione, si manifesta attraverso la distanziazione spazio temporale, in
base alla quale, la vita sociale degli individui è sempre meno determinata dai
vincoli spaziali poiché si affida a soluzioni tecnologiche che riducono
drasticamente i vincoli temporali. «Nell’epoca moderna il livello di distanziazione
spazio temporale è molto più elevato che in qualsiasi altro periodo precedente e le
relazioni tra forme ed eventi sociali locali e distanti subiscono di conseguenza uno
stiramento»65. Nella tarda modernità, quindi, alla fede incondizionata nel
progresso scientifico e nella sicurezza nazionale si sono presto sostituite numerose
incertezze legate all’inasprirsi di problematiche tradizionali (conflitti geo-politici,
instabilità dei mercati, guerre, terrorismo), oltre che all’emergere di questioni più
recenti (cambiamenti climatici, nuove ed incontrollabili epidemie, crisi del
welfare, esaurimento delle risorse naturali, processi di recentrage territoriali).
L’assunzione del rischio, tra le variabili decisionali, ha generato un disincanto
diffuso e ha accresciuto l’importanza della fiducia e della sua promozione a livello
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sociale.66 Sintomo della tarda modernità è anche la crisi delle autorità di governo,
messe sempre più in discussione dai cittadini che rifiutano di assecondare la
completa autonomia del personale politico, richiedendo programmi elettorali
sempre più dettagliati, vincolando il loro mandato, ritirando la delega
incondizionata sulla quale si basa l’idea stessa di democrazia rappresentativa.

15. Il dibattito intorno al tradizionalismo civico

Ad oltre dieci anni dalla pubblicazione di Making democracy work in italiano,


il dibattito scientifico sul capitale sociale ha acquisito un volume incredibilmente
ampio. L’indagine di Robert D. Putnam se da un lato si pone come pietra miliare
del nuovo paradigma, dall’altro ha suscitato una moltitudine di reazioni in ambito
scientifico, sia per le conclusioni a cui essa giunge sia per la scelta degli indicatori
di rendimento democratico67. L'originalità delle variabili putnamiane riproposta in
un successivo lavoro sulla socialità negli USA è stata talvolta oggetto di forti
critiche metodologiche68. Sidney Tarrow, ad esempio, guarda con interesse
all’utilizzo combinato di dati quantitativi e qualitativi ma sottolinea come la
ricostruzione del passato in Putnam si affidi esclusivamente alla qualità oltre che a

65
Giddens A., Le conseguenze della modernità. Fiducia e rischio, sicurezza e pericolo, Bologna,
Il Mulino, 1990, pp. 70-71.
66
«Per la modernità è fondamentale che i rischi si possano valutare in linea di principio nei termini
di una conoscenza generalizzabile dei pericoli che comportano: una visione in cui l’idea di fortuna
sopravvive per lo più entro forme marginali di superstizione. Quando si sa che il rischio è un
rischio, lo si vive in maniera diversa rispetto alle circostanze in cui prevalgono le nozioni di
fortuna. Il fatto di riconoscere l’esistenza di un rischio o di una serie di rischi significa non solo
accettare la possibilità che le cose possano andare storte, ma che questa possibilità non si può
eliminare» [Giddens, 1990, p. 112]. Sulle diverse dimensioni in cui articolare lo studio della
fiducia cfr. Luhmann [2002].
67
Robert D. Putnam, Robert Leonardi, Raffaella Y. Nanetti, Making democracy work. Civic
Tradidion in Modern Italy, Princeton University Press, 1993. Trad. it. La Tradizione civica nelle
regioni italiane, Mondadori, Milano 1993.
68
Il riferimento qui è alla più recente opera di Robert D. Putnam, Bowling Alone. The Collapse of
American Community, Simon & Shuster, New York, 2000. È opportuno ricordare che la notevole
mole di critiche mosse a Making Democracy Work riguardavano aspetti tanto statistico
metodologici quanto a storico-politici. Putnam, per molti versi, nella stesura di Bowling Alone ha
tenuto conto del dibattito esploso a seguito della sua prima opera pur mantenendo la peculiare
tensione a ricercare numerose e originali variabili.

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deduzioni di tipo valutativo69. Ad essere contestato è il determinismo delle


conclusioni de La tradizione civica nelle regioni italiane che rasenta la mera
tautologia. Il basso rendimento delle regioni meridionali per Putnam è ascrivibile
alla carenza di risorse di capitale sociale difficilmente riproducibili in assenza di
un passato privo di comunità civiche. Tarrow evidenzia come sia lo stesso
modello di social capital adoperato a mal conciliarsi con uno sguardo di lungo
periodo. La domanda paradossale che si pone Putnam è quali sono i tratti distintivi
del Sud Italia e come questi possano essere correlati alle deficienze rilevate nel
rendimento delle istituzioni regionali. La spiegazione dipende dalla presenza o
dall’assenza di comunità civiche. Queste ultime sono l’emblema della tradizione
d’età comunale radicatasi nelle regioni del Centro-Nord. Il civico Nord è ricco di
capitale ereditato dal passato, rivenibile nella presenza di solidarietà, fiducia,
tolleranza, e cooperazione. Insomma, come si evince dalla lettura di Tarrow, è un
ragionamento pensato unicamente per dimostrare se stesso. Proprio sul versante
previsionale i lavoro di Putnam mostra la sua reale portata: come interpretare la
tensione secessionista che ha lungamente animato l’elettorato del Nord? (Forse
come la faccia nascosta del senso civico!). Come considerare l’exploitwww.capitalesociale.org
associativo
riscontrato da Diamanti, Ramella e Trigilia nel Mezzogiorno a partire dagli anni
ottanta?70 La presenza delle città-stato, che Putnam fa coincidere con un ideale
società orizzontale e democratica, in realtà, sottolinea Tarrow, dopo una breve
parentesi iniziale, non generarono altro che oligarchie urbane chiuse, poco
tolleranti e per nulla solidali con i ceti meno abbienti. L’impianto teorico di
Putnam sottovaluta la struttura stessa della civiltà comunale, le differenze tra le
singole entità territoriali, rispetto alla longevità delle stesse e al permanere al loro
interno del modello feudale. Come poter anche minimamente comparare la
struttura associativa d’età comunale a quella moderna dei secoli diciannovesimo e
ventesimo? Come non prestare la stessa attenzione a fasi storiche altrettanto
rilevanti, come l’età liberale o il fascismo, oltretutto più prossime nel tempo
all’adozione dell’istituto regionale71? La comunità scientifica, in sostanza,
invitava l’autore a focalizzare meglio le peculiarità e le anomalie del processo di
modernizzazione che attraversa tanto il civico Settentrione quanto il meno civico
Meridione. Il successo in Italia dell’opera è dovuto, tuttavia, alla contemporanea
ascesa dell’elettorato leghista che in proprio in quel periodo dava prova di
un’eccezionale forza nelle regioni del Nord72. Quel successo elettorale poteva

69
Sidney Tarrow , «Making Social Science Work Across and Time: A Critical Reflection on
Robert Putnam’s Making Democracy Work», American Political Science Review, vol. 90, n. 2,
June 1996, pp. 389-397.
70
Diamanti I., Ramella F., Trigilia C., Cultura e Sviluppo. L'associazionismo nel Mezzogiorno,
Meridiana Libri, Catanzaro 1995. Nello stesso filone di studi sull’associazionismo meridionale mi
sia consentito rinviare anche a Iaccarino L., La Rigenerazione. Bagnoli: politiche pubbliche e
società civile nella Napoli post-indistriale, l’ancora del mediterraneo, Napoli, 2005.
71
Le prime reazione all'opera di Putnam sembrano alquanto scettiche sulla portata esplicativa
dell'opera: David D. Laitin, «The Civic Culture at Thirty», in American Political Science Review,
n. 89, Marzo 1995; Joseph La Palombara «Review of Making Democracy Work» in Political
Science Quarterly, n. 108, 1993; Arnaldo Bagnasco, «Regioni, tradizione civica, modernizzazione
italiana: un commento alla ricerca di Putnam » in Stato e Mercato, n. 40, Aprile 1994; Samuel K.
Cohn, «La storia secondo Robert Putnam» in Polis, n. 8, Agosto 1994; Paolo Feltrin, «Review of
La tradizione civica delle regioni italiane» in Rivista italiana di scienza politica, n. 24, Aprile
1994; Gianfranco Pasquino, «La politica eclissata dalla tradizione civica» in Polis, n. 8, Agosto
1994; Francesco Ramella «Mezzogiorno e società civile: ancora l'epoca del familismo?» in Il
Mulino, n. 44 Maggio-Giugno 1995.
72
Ilvo Diamanti colloca l’affermazione della Lega Nord nel biennio 1990-1992 dove da fenomeno
privo di reali possibilità d’ingresso nella comunità della politica diviene espressione di una parte

20

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trovare un riscontro scientifico proprio nell’opera del politologo americano.


Stando alle considerazioni di Tarrow, La tradizione civica nelle regioni italiane si
presenta, allora, come un interessante studio sulla cultura politica, osservata
attraverso dati raccolti nel presente, sebbene venga poi fatta coincidere con
elementi tradizionali reperiti attraverso il vaglio sommario di fonti secondarie su
epoche di gran lunga precedenti73. La sottovalutazione del processo storico che
sottende la costruzione della comunità civica è, quindi, il limite principale
dell’opera. Il processo d’unificazione nazionale condotto ad opera dello stato
sabaudo, che impose il proprio impianto fiscale, militare oltre alla propria
organizzazione territoriale, contrattato con l’élite latifondiste meridionali, non
incontra larga eco nell'impianto putmaniano. La ragioni di una tale
sottovalutazione risiedono nella concezione stessa di capitale sociale che propone
l’autore di Making Democracy Work, dove le virtù e le capacità civiche sono un
tratto quasi naturale sul quale, poi e soltanto poi, si sviluppano la struttura politica
e amministrativa dello stato.
Tuttavia, le ricerche di Putnam, nostante l’ingente mole di critiche che hanno
suscitato, pongono sul campo l’interessante prospettiva di studiarewww.capitalesociale.org
il capitale
sociale in relazione al rendimento democratico. Le risorse relazionali presenti a
livello comunitario sono interpretate come fonte potenziale di consenso verso le
istituzioni politiche, sebbene a livello periferico (regionale). Il punto è, quindi,
quello di comprendere a quale concezione democratica l’autore di Making
Democracy Work fa riferimento, quando si richiama alla centralità del tessuto
associativo civile. Putnam non considera l’effetto di produzione di capitale sociale
che i processi di state-building hanno rispetto alle comunità preesistenti74.
L’assenza dello stato e la centralità della comunità civica presuppongono una
concezione della democrazia di tipo corporativo, la cui origine ideologica è il
pluralismo liberal-democratico di stampo tocquevilliano. Alla base di questa
concezione c’è la centralità e l’assoluta dell’individuo la cui libertà deve essere
tutelata contro i rischi della democrazia egualitaria.
Il Pluralismo, piuttosto che come un’idea compiuta di democrazia, si presenta
come una reazione allo stesso funzionamento democratico, in grado di declinarsi
o a favore dei singoli individui o favore dei gruppi che compongono la società
civile. L’idea di fondo è che: lo stesso funzionamento democratico necessiti di
freni e contrappesi che permettano ai cittadini di tutelarsi dinanzi agli usi distorti
del potere politico, attraverso il riconoscimento legittimo di tutte le parti in
gioco75. Non c’è dubbio che l’ipotesi di accettare la legittimità delle pressioni

crescente della popolazione settentrionale. (Ilvo Diamanti, La Lega. Geografia, storia e sociologia
di un soggetto politico, Donzelli, Roma 1993, p.92).
73
Tarrow prova a sintetizzare così i tratti salienti dell'opera, sottolineando come effettivamente
Making Democracy Work mostri: a) come le innovazioni istituzionali siano tradotte nella pratica;
b) che le perfomances istituzionali non dipendano tanto dalla politica pubblica considerata ma si
presentano in forma coerente a seconda del settore di policy e si mantengano stabili nel tempo; c)
come gli stessi semi delle innovazioni istituzionali generino diverse piante a seconda del luogo in
cui vengono coltivate (Sidney Tarrow , «Making Social Science Work Across… » op. cit. pp. 389-
390.
74
La mancanza delle strategie statuali, l'assenza dell'intervento dal centro, sono, quindi, la carenza
più eclatante della sua opera. «For him, as for Banfield, the charcter of the state is external to the
model, suffering the results of the region's associational incapacity but with no responsibility for
producing it». (ibidem. p. 395);
75
«È nel quadro del nascente stato liberale che si pongono le condizioni per il riconoscimento
delle differenze come differenze legittime; così come è la tolleranza delle minoranze e il
riconoscimento dei loro diritti che definisce uno Stato come liberale» [Graziano L., Lobbying ,
pluralismo…, op. cit. p. 149].

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attivabili da differenti gruppi, quand’anche si svolga nella più assoluta


trasparenza, avalla una prassi democratica distante anni luce dalla volontà
generale. Ad essere messi in crisi sono i pilastri dell’universalismo democratico,
con la sovranità popolare e la rappresentanza parlamentare indeboliti dall’azione
di lobbying. Il modello nord-americano punta sulla rappresentanza funzionale
degli interessi che, se a livello centrale si combina con quella elettorale, in
periferia tende ad affievolire questo nesso. Si tratta di un processo decisionale a
somma positiva, dove gli esclusi possono in ogni momento riposizionarsi rispetto
agli interessi in gioco, per ritornare in una condizione di equilibrio civico.
A questo punto, sorgono due ordini di problemi: il primo concerne il processo
di state-building degli USA che ha seguito un percorso inverso a quello dei regimi
parlamentari europei. Le comunità originarie, i primi insediamenti del New
England, hanno progressivamente rinunciato alla propria indipendenza in favore
della costituzione del centro istituzionale. Questa circostanza spinge a considerare
la proposta di Putnam e di Tocqueville più adatta al contesto nel quale è maturata
mentre presenta molte debolezze se applicata al vecchio continente; in secondo
luogo, sulla scia degli stessi studi ulteriori di Robert Putnam, siwww.capitalesociale.org
deve registrare il
netto prevalere delle ragioni strumentali su quelle espressive della partecipazione,
a dimostrazione di un sociale organizzato che tende a perseguire finalità
particolaristiche. Le associazioni, tanto invocate come fattore di emancipazione
culturale e civile, sono lentamente ridotte a meri corridoi di accesso alle arene
decisionali, svilendo inevitabilmente il portato solidaristico che le aveva connotate
sin dall’origine. La presenza di un collaudato tessuto associativo negli Usa non
riesce più a garantire la produzione di capitale sociale tanto che dagli anni
sessanta in poi fino ai nostri giorni le relazioni civiche conoscono una caduta
vertiginosa. Putnam chiama il suo libro sul capitale sociale negli Usa, Bowling
alone, traducibile in italiano con un Andare alla partita da soli, che sottolinea il
venir meno dei luoghi di aggregazione più tradizionali delle comunità statunitensi.
Lo ha mostrato molto bene Joel Cohen nella pellicola Il Grande Lebosky,
mostrando come attorno al bowling s’intreccino rapporti comunitari e associativi
molto intensi.
Tra le variabili prese in analisi per misurare il capitale sociale negli USA ci
sono: la partecipazione politica, associativa, religiosa, le relazioni lavorative, i
legami informali, l’altruismo, il volontariato e la filantropia, la fiducia, la
reciprocità l’onestà. La ricchezza degli spunti e la sperimentazione sono ben
documentate, così al fianco di fonti statistiche ufficiali e d’indagini scientifiche
appropriate, l’autore ricorre ad interessanti e nuove soluzioni e per misurare il
livello di socialità informale uno degli indicatori è la vendita di mazzi di carte da
gioco. I luoghi e le attività di socialità sono messi in crisi dalla quantità di tempo
libero che gli statunitensi destinano alla TV, riducendo i rapporti faccia a faccia,
tratto eminente del capitale sociale76.

16. Capitale e sociale e fiducia

Si delinea, quindi, un primo approccio considerato come elemento culturale


ereditabile soltanto dal passato. È una visione che rimanda alla modernizzazione
come processo che distrugge progressivamente i legami comunitari, fragile
bagaglio di un universo pre-moderno. Questo approccio potrebbe essere

76
Robert D. Putnam, Bowling alone. The collapse and revival of American community, New
York, Touchston – Simon& Schuster, 2000, trad. it. Capitale sociale e individualismo. Crisi e
rinascita della cultura civica in America, il Mulino, Bologna, 2004.

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considerato neo-conservatore, poiché incentrato sull’idea di preservare le relazioni


comunitarie dal potenziale attacco della sfera politica e giuridica77. La natura
culturale delle virtù comunitarie che si manifestano come eredità della tradizione
locale, scarsamente producibili dalla prassi istituzionale, rendono l’approccio
quanto mai deterministico. È un giudizio che si rinnova nell’idea di
tradizionalismo civico di Robert D. Putnam e si estende all’etica comunitaria di
Francis Fukuyama, per il quale la gran parte del differenziale di successo
economico tra territori differenti dipende dalla diversa capacità delle rispettive
comunità di tenere insieme gli individui in reti stabili di relazioni78. La fiducia si
presenta qui come un’aspettativa di reciproca avvertita a livello comunitario,
come onestà, come un sentimento diffuso tra i suoi membri, basato su norme e su
valori comuni. La condivisione d’orizzonti etici, realizzata su base comunitaria,
facilita lo scambio economico e riduce i costi di transazione. Società high - trust
possono incorporare network economici, relazioni e scambi di natura familiare o
parentale, facilitando la costruzione di istituzioni economiche su più larga scala
come mercati, distretti, sistemi produttivi locali.79 In questo modo Fukuyama
spiegherebbe perché paesi con una fiducia generalizzata come www.capitalesociale.org
il Giappone, la
Germania e gli USA siano stati vincenti in economia mentre altre realtà a bassa
fiducia e con strutture parentali estese come la Corea, la Cina o il Sud d’Italia non
hanno registrato uno sviluppo più lento a venire. La differenza può altresì essere
compresa guardando all’ammontare di capitale sociale sul quale l’economia
capitalistica si regge. Tanto la democrazia che il capitalismo si basano sulle
riserve di social capital uniche garanzie per performance più alte. Fukuyama,
inoltre, condivide con Putnam una visione pessimistica rispetto agli USA, dove
riscontra un processo di degenerazione e corruzione del capitale sociale. Le cause,
questa volta, sono da attribuire ad una sfiducia generata dall’individualismo
sfrenato che rischia di travolgere e atomizzare i membri del tessuto associativo
statunitense. La concezione di Fukuyama è certamente una struttura pre-moderna
e, sebbene sia una variabile importante, esclude che si tratti dell’unica fonte
esistente di capitale sociale, anche se l’unica a non essere creata o prodotta
artificialmente. Il termine fiducia in Fukuyama coincide con quelli di familiarità e
confidenza, incentrati sulle conoscenze stratificate nel tempo comunitario, tra
individui disposti a scommettere sull’immutabilità di siffatte relazioni. Si tratta di
contesti territoriali dove manca il rischio, che è invece il termine fondamentale per
spostare l’attenzione al funzionamento delle società complesse.

17. Capitale sociale come prodotto dell’azione

L’apporto di James S. Coleman alla teoria del capitale sociale è per molti versi più
utile rispetto a quello di Putnam. In questa teoria si evidenzia la natura complessa
del concetto che può consistere sia nelle caratteristiche specifiche di una certa
struttura sociale e sia nelle strategie tese al raggiungimento di fini specifici da
parte dei singoli. L’elemento strutturale concerne l’individuo, i suoi scopi, il
rapporto interpersonale ed eventuali relazioni interorganizzative. L’azione non è
mai solo individualista ma si giustifica in base alle diverse appartenenze sociali in
cui essa si manifesta. Ogni individuo è inserito in una molteplicità cerchie sociali,
costruite all’interno di tessuti relazionali tendenzialmente chiusi e che spingono

77
M. E. Warren (eds.), Democracy and Trust, Cambridge University Press, 1999.
78
Fukuyama F., Trust. The Social Virtues and Creation of Prosperity, Hamish Hamilton, London,
1995.
79
Warren Mark E., (a cura di), Democracy…, op. cit. pp. 318-319.

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verso il loro mantenimento nel tempo. Si tratta di un luogo comune della


sociologia, basta ripercorrere la riflessione di Gorge Simmel, per concentrarsi sia
«sulle interazioni e sugli effetti di reciprocità che legano i diversi individui e i
diversi fenomeni» sia sulla capacità simmeliana «di cogliere l’ambivalenza di
ciascun elemento della realtà sociale»80. Nelle cerchie sociali descritte da
Coleman, la sfera strumentale si accompagna alle forme del riconoscimento
interpersonale e apre concrete possibilità di cooperazione. «La rete di relazioni
può essere attivata da un attore, e in questo senso costituisce una risorsa per la sua
azione, ma al tempo stesso questa possibilità è basata su una proprietà specifica
della rete, in quanto contesto di interazione»81. Coleman contribuisce a definire un
capitale sociale dal carattere utilitaristico e strumentale e attraverso le risorse
presenti, l’individuo pone in essere strategie volte all’utilizzo di profitti materiali e
simbolici. Gli attori, nel tentativo di perseguire i propri scopi individuali, possono
attivare determinate risorse sulla base di precisi vincoli normativi: «credit-slip,
vale a dire crediti basati su obbligazioni a restituire, come per esempio nel caso
del prestito a rotazione descritto dagli antropologi, attivato da gruppi di conoscenti
che versano ogni mese e a turno possono disporre della sommawww.capitalesociale.org
complessiva; ciò
richiede un alto livello di trustworthiness [affidabilità] e può indicare diverse
configurazioni dell’estensione dei credit-slip»82. A questa dotazione primordiale,
destinata ad indebolirsi con l’avvento della modernità, si affiancano altre strutture
relazionali più idonee a collocare l’azione individuale all’interno di relazioni
anonime e più favorevoli allo sviluppo capitalistico: «canali informativi, che si
possono stabilire per diminuire i costi dell’informazione utilizzando reti di
relazione presenti per altre ragioni; norme e sanzioni efficaci, in particolare come
quelle relative alle forme di controllo sociale che richiedono di uniformare
l’interesse personale a quello della collettività, fermo restando che, allo stesso
modo in cui le norme ostacolano la devianza, possono anche ostacolare
l’innovazione; relazioni di autorità, che trasferiscono diritti di controllo; anche
l’investitura di un leader carismatico, per esempio, è una forma di creazione di
capitale sociale; organizzazione sociale appropriabile, espressione con cui si
intende la possibilità di orientare un tessuto di relazioni nel suo insieme a nuovi
scopi rispetto a quelli per cui si è formato; questa possibilità è connessa in molti
casi al carattere molteplice delle relazioni (la multiplexity degli antropologi): per
esempio relazioni tra persone legate in più di un contesto, famigliare, di lavoro,
religioso, ecc».83 Ma il capitale sociale non coincide tout court con le strutture
d’interazione e può essere creato ex-novo attraverso un’azione mirata come quella
rinvenibile nelle organizzazioni intenzionali, costruite attraverso un investimento
personale o particolaristico come nel caso delle imprese: «Creando
un’organizzazione, un imprenditore o un capitalista trasforma il capitale
finanziario in capitale fisico, nella forma di immobili e mezzi di produzione, in
capitale sociale nella forma dei diversi ruoli organizzativi e capitale umano nella
forma delle persone che occupano i vari ruoli. Come altre forme di capitale anche
quello sociale necessita di un investimento teso a progettare una struttura di
obbligazioni e aspettative, responsabilità e autorità, norme e sanzioni, che rendano

80
Jedlowski P., Il mondo in questione. Introduzione alla storia del pensiero sociologico, Carocci,
Roma, 2003, p. 117.
81
A. Bagnasco, Società fuori squadra. Come cambia l’organizzazione sociale, il Mulino, Bologna,
2003, p. 24.
82
Bagnasco A., «Teoria del Capitale sociale e political economy comparata», in Stato e Mercato,
n. 57, dicembre 1999, p. 354.
83
Ibidem.

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effettivamente funzionate l’organizzazione».84 È un capitale sociale che può


riguardare la produzione di risorse relazionali dal carattere collettivo ed
estendibile a quote crescenti della società in cui viene osservato, come nel caso
delle associazioni di volontariato. L’apporto della teoria di Coleman risiede nella
sua tensione a valorizzare gli elementi del cambiamento sociale inteso come
ricostruzione razionale della società. È un passaggio effettuato sulla base di un
progetto istituzionale, in grado di contemplare sia le relazioni primordiali sia
quelle razionali tipiche dell’organizzazione formale o insite nell’ordinamento
giuridico. Si tratta di sfere che tendono a permanere entrambe, spesso destinate a
confondersi in un gioco complesso, dove l’organizzazione sociale è il frutto di una
mediazione costante tra elementi della tradizione e spinte all’innovazione. «Si
tratta dell’attenzione ai possibili incentivi informali generati dalla stessa
organizzazione formale, un’organizzazione che stabilisca tessuti di relazione in
cui gli individui si riconoscono fra loro e connettono le rispettive strategie
riproducendo sul più lungo periodo condizioni di collaborazione, anche su piani
nuovi e diversi».85
Coleman rispetto a Putnam alimenta un maggiore possibilismo, www.capitalesociale.org
volto non più
soltanto a preservare ma anche a creare capitale sociale. Soltanto all’interno delle
organizzazioni intenzionali è però possibile creare relazioni stabili, dato che i
canali attivati tendono a sopravvivere agli individui che concretamente vi
partecipano. Il capitale, così delineato è negli innumerevoli esempi proposti da
Coleman, ha un carattere situato, che risente delle strutture sociali e della storia
dei contesti in cui viene osservato.

18. Le vie del dibattito teorico

L’importanza dell’accezione di Putnam è da ricondursi alla centralità attribuita


alle reti associative, alla presenza di norme condivise e alla fiducia interpersonale
che definiscono il concetto come bene dalla natura eminentemente pubblica. Esso,
pertanto, è inalienabile, non divisibile, difficilmente convertibile. È un insieme di
risorse che inibisce l’esclusiva fruibilità da parte di singoli individui. Questi ultimi
utilizzano e beneficiano della presenza di capitale sociale disponendo di un
orizzonte di moralità, a prescindere dagli scopi che animano le proprie azioni86.
Putnam è interessato a quelle risorse che migliorano il rendimento delle istituzioni
politiche. In definitiva occorre dimostrare come questa prospettiva teorica si
allontani dalla razionalità strumentale più prossima all’azione economica.
È insomma possibile riconoscere le due anime del dibattito. La prima è ben
rappresentata da Putnam e Fukuyama che definiscono il fenomeno come un
insieme coeso di risorse comunitarie, comunque collettive, basate su una
concezione olista, dove l’intero è maggiore della somma delle parti. È una visione
che si concentra sulle continuità, conformità, rigidità di un determinato contesto,
ed è poco incline a spiegare il cambiamento. La seconda, riconducibile a Pierre
Bourdieu e a Mark Granovetter, è una prospettiva che privilegia il singolo

84
Coleman J. S., Foundations of Social Theory, Harvard University Press, Cambridge, Mass.,
1990, p. 313, (mia la traduzione). Il testo è stato tradotto recentemente in italiano J. S. Coleman,
Capitale sociale e individualismo. Crisi e rinascita della cultura civia in America, il Mulino,
Bologna, 2004.
85
Bagnasco A., Società fuori squadra… op. cit. p. 24.
86
Cartocci, Diventare grandi in tempi di cnismo, il Mulino, Bologna, 2002. L’autore ripercorre i
riferimenti teorici di Putnam richiamandosi a A. O. Hirschman, Contro la parsimonia: tre modi
facili di complicare alcune categorie del discorso economico in L. Meldolesi, (a cura di),
L’economia politica come scienza morale e sociale, Liguori, Napoli, 1987.

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individuo, i suoi scopi personali ed il successo economico della sua azione.


Bourdieu sottolinea come la rete dei rapporti interpersonali permetta all’uomo di
utilizzare al meglio altre forme di capitale, quali quello economico e quello
culturale87. Per Granovetter sono i legami deboli che permettono all’individuo di
accedere ad informazioni e risorse distanti dalle persone con cui interagisce
regolarmente. Si tratta di relazioni informali e saltuarie che si presentano come un
ponte indispensabile per l'accesso a posizioni distanti dalle frequentazioni più
assidue88.
Con Coleman è possibile approntare una mediazione tra prospettiva atomista e
olista. La maggiore neutralità della teoria di colemaniana è intimamente connessa
alla funzione che essa assegna al capitale sociale a livello sistemico. La neutralità
della categoria adoperata si evince da un’originale concezione della modernità.
Egli non è interessato alla sopravvivenza di strutture relazionali premoderne
all’interno delle società differenziate, sebbene le consideri positivamente.
Coleman guarda più alla produzione che alla riproduzione di capitale sociale, ma
il suo sguardo si rivolge ad ambienti micro che si aprono progressivamente alla
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società nel suo complesso, razionalizzata e differenziata. In questo senso, la sua
opera si affianca a quella dei padri fondatori della disciplina sociologica, laddove
la sua preoccupazione principale diventa l’integrazione sociale. Spostandosi dal
micro al macro, egli prova così a comprendere gli effetti che questi due ambiti
esercitano l’uno sull’altro, per tornare nuovamente all’individuo.
Il conflitto delle prospettive monista e olista permane ed è irrimediabile e i
tentativi per risolvere e superare questa dicotomia non generano soluzioni teoriche
di rilievo. Si tratta di una distanza insita nella duplice motivazione che guida
l’azione umana, di volta in volta orientata verso uno scopo o verso un valore.
Esiste una razionalità strumentale che anima la condotta degli individui al fianco
di una tensione valoriale che permette loro di vivere in comunità. L’unica
soluzione praticabile è quella di pensare ad un ricercatore che è chiamato a
compiere una scelta e manifestarla in tutta la sua portata esplicativa.
Poco fruttuosa appare anche la divaricazione dell’utilizzo del concetto che,
quando usato dalla scienza politica, dà maggiore enfasi all’organizzazione sociale

87
«Il capitale sociale è l'insieme delle risorse attuali o potenziali che sono legate al possesso di una
rete durevole di relazioni più o meno istituzionalizzate di inter - conoscenza e di inter -
riconoscimento o, in altri termini, all'appartenenza a un gruppo, inteso come insieme di agenti che
non sono soltanto dotati di proprietà comuni (suscettibili di essere percepite all'osservatore, da gli
altri o dal loro stessi) ma sono anche uniti da legami permanenti e utili…Il volume di capitale
sociale posseduto da un particolare agente dipende dunque dall'ampiezza dei legami che egli può
efficacemente mobilitare e dal volume di capitale (economico, culturale e simbolico) detenuto da
ciascuno di coloro cui egli è legato» (Pierre Bourdieu, Le capital social. Notes provisoire in
«Actes de la recherche en sciences sociales», n. 31, 1980, p. 2, cit. in Cartocci, Diventare
grandi…op. cit. p. 38)..
88
«Se dal punto di vista del singolo individuo i legami deboli costituiscono un’importante risorsa
per la mobilità volontaria, da un punto di vista più macroscopico risultano svolgere un’importante
funzione di coesione sociale. Quando un individuo cambia lavoro, non si sposta soltanto da un
reticolo di legami ad un altro, ma stabilisce anche un collegamento tra questi reticoli, che è spesso
dello stesso tipo di quello che ha facilitato il suo spostamento. Soprattutto nel caso di
specializzazioni professionali e tecniche ben delimitate, e con relativamente pochi membri, la
mobilità interaziendale porta all’istituzione di elaborate strutture di legami deboli, che fanno da
ponte tra i più coesi aggregati di relazioni che si sviluppano nell’ambito delle specifiche situazioni
lavorative. In tal modo le informazioni e le idee fluiscono più facilmente all’interno della
particolare professione (speciality), ispirando tra i suoi membri un certo “spirito di comunità” che
viene attivato in occasione di riunioni e conventions. È facile infatti ipotizzare che la conseguenza
più importante di questi incontri è proprio la preservazione dei legami deboli» (Granovetter M., La
forza dei legami deboli, Liguori, Napoli, 1998, p. 134).

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ed alle finalità collettive dell’azione, viceversa, se usato dalla sociologia tende a


privilegiare il punto di vista del singolo, i suoi scopi individuali, le sue relazioni
personali per raggiungere fini più o meno espliciti. Per uscire da quest’ulteriore
divaricazione occorre, allora, concentrarsi sulle diverse esperienze cognitive
vissute dagli individui per conferire senso al mondo in cui vivono. L’esperienza
simbolica è alla base delle credenze condivise, spesso la si ritrova nel rituale
religioso o in quello politico, alla base dei contrasti ideologici ma anche durante
un concerto rock o nel tifo, durante una partita di calcio. È in questa comune
partecipazione emotiva che si costruiscono relazioni di reciprocità, non
assimilabili a quelle utilitaristiche, al calcolo razionale mezzi fini. Quella del
capitale sociale è allora una teoria che spiega qualcosa se incentrata sull’azione
collettiva, dove l’individuo mette da parte i propri interessi particolari a favore di
quelli più generali, traendo maggiore beneficio dal sentirsi parte di una comunità.
In questo senso l’ottica atomista non può coglierne il significato profondo poiché
l’esperienza simbolica è la sua base cognitiva e, come tale, non la si può
ricondurre al calcolo razionale.
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