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Corso di Alchimia - Lezione 5

Scritto da Viviana Vivarelli


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Categoria: Alchimia
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Autore: Viviana Vivarelli

PRINCIPI ALCHEMICI- CORRISPONDENZE – IL SOGGETTO CRESCE CON L’OGGETTO- STORIA


DELL’ALCHIMIA

PRINCIPI ALCHEMICI
“Non sono io, che sono, a conoscere queste cose, ma Dio le conosce in me”
(Apologia, Tilken)

Ognuno di noi è responsabile del mondo.

Le leggi dell’Alchimia sono: “Tutto è in tutto”, “Il mondo materiale corrisponde a quello spirituale”, “Il mondo è
frequenziale e ogni cosa corrisponde ad altre a frequenza simile”, “Il microcosmo corrisponde al macrocosmo e
viceversa”. “E’ possibile evolvere passando da una frequenza inferiore ad una superiore”.

L’Alchimia è un’arte misteriosa su cui si favoleggia fin dai tempi più antichi, la ritroviamo nell’antica Cina,
nell’Egitto dei faraoni, nell’Europa del 1500. Si diceva che i suoi scopi fossero: scoprire la segreta pietra filosofale
che permetteva di trasformare il piombo in oro o trovare l’elisir di lunga vita o la panacea che curava tutti i mali. Gli
alchimisti erano immaginati in oscuri antri mentre rimestavano strane sostanze nei loro calderoni, o fondevano
metalli nei forni di cottura, o pestavano le piante per estrarne le essenze, borbottando enigmatiche formule, intenti in
un’opera che stava tra la magia, la metallurgia e l’erboristeria.

Ma Jung non studia l’Alchimia per ripetere oscure ricette o scoprire segreti della materia, egli è prima di tutto uno
studioso dei simboli e lo interessano quelli applicabili ad una crescita spirituale, come parole eterne dell’inconscio
collettivo, che si esprime nei sogno come nei miti come nel linguaggio alchemico.
Nella sua ricerca non si imbatte in testi scritti, ma in una messe ricchissima di figure, di immagini simboliche, di
segni scolpiti sulla pietra, spesso indecifrabili. E per trent’anni li studia, con una interpretazione psicoanalitica, molto
originale, in quanto considera il processo alchemico come metafora di una crescita d’anima.

Dunque egli arricchisce la sua simbolica con i simboli alchemici e li usa da una parte per trattare i suoi pazienti in
analisi, e, dall’altra, per approfondire la sua filosofia spiritualista.
Anche noi possiamo trovare nell’Alchimia delle regole incredibilmente attuali che possono valere per le scienze
sociali come per una nuova fisica, per nuovi tipi di terapia o per una visione diversa della natura.

Alchimia vuol dire trasmutazione. Ed essa è l’arte delle trasmutazioni.


Si valuta ogni ente per la sua vibrazione, che lo dispone su una scala di frequenze. Trasmutazione sarà passare da una
frequenza a una superiore, cioè da un gradino dell’essere a un altro.
L’Alchimia non è una scienza né può esserlo, è piuttosto un’arte, simile alla magia, potremmo chiamarla ‘una fisica
con l’anima’. Le operazioni materiali si uniscono a quelle simboliche, spirito e natura operano insieme, elementi noti
e ignoti si incontrano.
Come l’arte, l’Alchimia è interamente basata sulle correlazioni, sul PENSIERO ANALOGICO, che mette gli enti in
comunione fra loro seguendo somiglianze simboliche o parallelismi funzionali.
L’alchimista studia la vita in fieri, i flussi del vivere, mentre la scienza studia le cose morte. L’Alchimia non isola
ogni oggetto ma cerca le relazioni tra gli enti cercando di entrare nel progetto che sta prima delle cose. Pensiamo allo
schema di un architetto rispetto a una casa in costruzione; il progetto è il disegno preesistente, la sua idea, la casa è il
suo prodotto visibile. In Natura il progetto è la potenzialità che contiene ciò che si attuerà come cosa. Dunque è come
se l’alchimista tentasse di penetrare i piani di Dio, e di riprodurli.

Il primo principio è quello di UNIVERSO GLOBALE. Dio non ha creato cose singole, separate le une dalle altre,
ma un cosmos , un progetto unitario di ordine e bellezza, dove ogni cosa esiste in quanto si rapporta a tutte le altre, in
un quadro globale, organico. Dio ha creato una famiglia di enti, dunque un ordine, in cui le cose sono apparentate.
Leggere ogni cosa come separata vuol dire snaturare la vita che consiste proprio in queste relazioni.
L’Alchimia guarda l’universo come una famiglia, un organismo, una rete di rapporti in cui ogni cosa esiste in quanto
esistono le altre, e, se cambia una, cambiano tutte. Questo è un concetto molto interessante che passa per es.
all’ecologia, che studia gli ecosistemi, o equilibri societari dove ogni elemento si lega a tutti e ne è responsabile. Ma
questo concetto passa anche ai moderni sistemi sociologici o economici, che guardano sempre agli eventi in modo
coeso e relazionato, senza frammentazioni, in una linea di corresponsabilità che è sempre totale. Le moderne teorie
sociali e ambientali si situano sempre su questa linea di globalità. L’ambiente, la salute, la pace, i diritti umani, il
lavoro, il clima, la sicurezza, il mercato .. oggi non possono più essere letti in un’ottica unilaterale ma devono
rispondere a criteri di ‘sostenibilità globale’, possono essere considerati solo nelle interrelazioni e negli effetti
reciproci. I vecchi schemi statici non riusciranno mai a far fronte alla complessità delle interrelazioni viventi.
L’Alchimia abitua a un linguaggio di connessione partendo dall’osservazione della natura e pone il concetto
fondamentale che l’uomo non è mai scisso dal mondo ma, qualunque cosa faccia, è sempre coinvolto nel mondo.

La filosofia naturalista dell’Umanesimo aveva riproposto questa globalità ed era stata combattuta dalla Chiesa, che ha
una visione piramidale.
Nel 1400 l’architetto e filosofo LEON BATTISTA ALBERTI diceva che l’universo è una ‘unità plurima’ e che, in
natura come in Dio, gli opposti coesistono. Jung è perfettamente centrato su questa visione dove l’uomo è un
microcosmo connesso al macrocosmo, una parte che rispecchia l’intero, come il frammento di un ologramma che
contiene in sé tutto l’ologramma. Bisognerebbe capire, alla luce dell’ologramma, quanto il frammento possa
influenzare il total4e.
Questa globalità è presente in molte culture antiche.
Nel Taoismo il corpo umano è collegato all’universo. Nella tradizione Vedanta l’uomo è la miniatura del mondo,
“geroglifico dell’universo”, come diceva Steiner.
Steiner era contemporaneo di Jung, prima metà del 1900, e scrisse: “L’antroposofia è una via della conoscenza che
riporta lo spirituale che è nell’uomo allo spirituale che è nell’universo”.
Nel Vedanta la realtà manifesta è in continua trasformazione, e si pone su tre livelli: grossolano, sottile e causale, che
sono modi di essere o stati a diversa vibrazione; il livello grossolano è quello materiale, il livello sottile è
l’intelligenza che si auto-organizza, il livello causale è il seme o matrice da cui tutto nasce.

L’Alchimia vuole oltrepassare l’aspetto grossolano delle cose per arrivare al livello più sottile, dove gli enti non sono
separati ma coesistono in una rete connessa che può essere intuita con la mente analogica. Essa permette di
sintonizzarsi sulle frequenze costitutive degli oggetti, che dispongono gli enti in modo seriale, senza separare ciò che
chiamiamo vivente da ciò che non lo è.
Questa concezione ha sempre dominato i mondi magici e le antiche civiltà e ha formato i sistemi religiosi da sempre.
L‘Alchimia si sposta dunque dal piano visibile a quello invisibile, studia i rapporti tra le FREQUENZE e cerca di
capire come i mutamenti del reale si sviluppino in relazione reciproca.
Nel mondo vivente, che sempre si trasforma, l’uomo è una energia pari alle altre, che modifica il risultato totale.
Ogni ente ha la propria frequenza e irradia campi di onde corrispondenti, tutte le onde possono essere disposte su
fasce frequenziali, mettendo insieme gli enti a vibrazione simile. La realtà può essere conosciuta attraverso questi
livelli, in ognuno dei quali stanno oggetti formalmente diversi ma simili per energia: il pianeta Marte, come il ferro,
la guerra, o l’aggressività, o il fegato…

Se rimaniamo sul piano grossolano gli enti sembrano diversi, se passiamo al piano simbolico, si legano con legami
invisibili che l’inconscio sa conoscere.
La legge di conoscenza diventa legge di realtà. L’elemto cognitivo diventa ontologico.

Jung aveva legato in serie i simboli, ora, seguendo il principio analogico, può contemplare il mondo come una musica
formata da note diverse, ognuna delle quali può scaturire da strumenti formalmente distinti. È una VISIONE
SIMBOLICA dell’universo.
Abbiamo da una parte i numeri, dall’altra le figure. I numeri sono il prodotto dell’emisfero logico, le figure
dell’emisfero intuitivo. Le funzioni appartengono al mondo dei numeri, i simboli a quelli delle figure.
UNA DESCRIZIONE MATEMATICA DEL MONDO, UNA DESCRIZIONE SIMBOLICA.
La scienza pone un mondo QUANTITATIVO, ridotto a numero e a misura, nell’Alchimia le cose sono riportate a
qualità e a simboli, e anche il numero è un indicatore di qualità e ha un valore simbolico.
La matematica nasce con Pitagora che aveva espresso i valori musicali in misure (un flauto di Pan è formato da canne
che danno un suono diverso a seconda della lunghezza). Lo stesso fece Lao Tzu con i 12 suoni della pernice. Da
allora si cercò di capire il mondo misurandolo, dimenticando che Lao Tzu e Pitagora avevano usato il numero come
simbolo. Per tre secoli la scienza si è staticizzata su numeri, misure e funzioni, facendo derivare l’universo da
algoritmi. Abbiamo avuto la l’eccesso della fisica matematica. Oggi la fisica del caos torna a una visione qualitativa
del mondo, traducendo eventi in figure e disegnando le qualità come forme (per es, la schizofrenia) , gli attrattori
strani (l’attore di tutti i cervelli schizofrenici).
La conoscenza antica era tutta QUALITATIVA. Il recente rigetto della scienza QUANTITATIVA trae origine da uno
strapotere che dimentica il fluire della vita.
Un ‘Do’ è un suono grave che può essere visto come figura: un’onda lunga e bassa; un ‘Si’ è un suono acuto, che
può essere visto come figura: un’onda alta e frequente.
Una modalità cerebrale può essere descritta con dati numerici ma anche disegnata come diagramma.
Dal 1600, da quando Cartesio collegò, inventando la geometria analitica, le figure ai numeri, il mondo può essere
letto come algoritmo o come icona. Con la fisica del caos tutto questo ritorna e le leggi dei fenomeni simili possono
essere disegnate come figure simili.

La realtà non è logica, come vuole la vecchia fisica, ma è PARADOSSALE. Ed ecco che la fisica qui cervelli
schizofrenici non sono riducibili a formule matematiche e tuttavia sono attratti da una stessa forma. Nella teoria del
caos si scoprono vere e proprie figure danzanti, sistemi di energia in movimento, gli ‘attrattori strani’, forme di
tendenza, puri disegni dello spazio-tempo che manifestano la vita in cammino.
Tutti i maremoti si somigliano e tendono a una forma bellissima molto precisa; lo stesso i movimenti di Borsa o le
variazioni meteorologiche. Dietro al mondo materiale, solido e visibile, appare una concatenazione di puri disegni, la
coreografia della vita. L’universo sembra essere un enorme pensiero danzante, dove le differenze tra materia
cosciente e inconscia sono minori di quel che crediamo. Giustamente gli indù chiamano Shiva, creatore del mondo, il
‘danzatore cosmico’. La danza di Shiva è la danza dell’energia, l’incredibile movimento armonico di tutto ciò che è.

Jung aveva parlato della differenza tra mente logica e analogica, e, nella sua ricerca, aveva portato a postulare
l’esistenza di una mente superiore, o meta-mente, la mente simbolica, che supera entrambe per una visione diretta del
reale. E aveva ipotizzato l’immaginazione attiva, come un canale aperto alle metafore, ai simboli e alle immagini,
dell’inconscio collettivo in cui si traducevano visibilmente le essenze del mondo o archetipi, le forme della vita.
Gli archetipi sono le note dell’universo, ognuno può essere indicato da una messe di simboli.
Una filosofia solamente logica è semplificante e riduttiva, comprensibile ma inquietante perché scarta più di quanto
comprenda. Il mondo è molto più vivo e straordinario di quello che uno schema matematico riesca a spiegare. Il
mondo è dinamico.
Nella visione logica del mondo, l’analisi separa ogni cosa, focalizzando il dettaglio e perdendo di vista l’insieme, in
ciò rischia di perdere anche il senso di rispetto per la vita come costante fluire.
Un’impostazione troppo rigida può produrre conseguenze eticamente negative, perché dimentica che il mondo è un
organismo. Se io studio e curo un polmone, ignorando che questo polmone è parte integrante di tutto il mio corpo,
rischio di mettere in pericolo tutto l’organismo, proprio in quanto esso è un intero le cui parti interagiscono tra loro.
Lo stesso pericolo si ha quando lo scienziato studia solo una parte del mondo isolandola dal resto e ignorando le
relazioni o le conseguenze, nella pretesa che l’effetto resti isolato. Per esempio costruisce una diga o abbatte parte
della foresta o inquina un oceano, senza preoccuparsi di cosa accadrà all’organismo Terra. Così, procedendo come
presbiti, ognuno focalizzato sul proprio circoscritto obiettivo, rischiamo di mandare all’aria il creato.
Il concetto antico era quello della globalità, per cui nessun ente è isolato ma tutti si relazionano, nessun effetto è
circoscritto ma ognuno si globalizza.
Il passaggio dalla concezione analitica a quella globale è un passaggio etico, perché implica responsabilità.
Se voglio costruire una centrale nucleare e mi curo solo dell’energia che ci posso ricavare o del guadagno,
trascurando i danni all’ambiente e le conseguenze future della pericolosità o delle scorie, non mi prendo alcuna
responsabilità del contesto. In altro modo mi è chiarissimo che devo guardare oltre, devo valutare i danni, i pericoli, i
rischi, le concatenazioni…
Una visione alchemica del mondo ha effetti etici perché ci introduce in un flusso temporale e spaziale più ampio,
nella complessità dell’insieme.
Chi pensa per particolari contingenti autorizza azioni di depredazione, chi pensa per insiemi vede la famiglia umana
nella sua interezza o il pianeta e ne partecipa, considera la natura nella sua globalità e ne intuisce gli scambi, e ha
maggiore responsabilità globale.
La concezione analitica è per forza di cose angusta e egocentrica, chiude l’uomo in un raggio ristretto e lo priva
dell’appartenenza a una totalità e della responsabilità conseguente.
Nella visione analogica il mondo ha un ordine globale e le cose hanno un senso reciproco, un reciproca
responsabilità.
Il mondo non è, come lo vedeva Aristotele, gerarchizzato in classificazioni piramidali (per specie, classi, generi ecc.,
come fa la botanica o la zoologia), ma é legato in fasce vibrazionali connesse.

Oggi la fisica ha nuovi vocaboli per indicare le intuizioni alchemiche, sappiamo che l’elettrone è una carica elettrica
che produce un campo elettromagnetico, parliamo di campi di energia attorno ad ogni particella e di campi di onde
che interferiscono tra loro, pensiamo che l’Universo sia un oceano globale di frequenze che interagiscono, in cui ogni
esistente è origini di un campo, ma già gli Gnostici dicevano che Dio è il faro massimo dalla cui emanazione irradia
tutto l’universo.
Gli alchimisti non conoscevano i termini della nostra fisica, usavano metafore, parlavano in modo figurato, avevano
visioni, non teorie.
Oggi abbiamo strumentazioni per vedere che all’onda prodotta dal colore rosso corrisponde l’onda prodotta dal suono
‘do’ e possiamo stabilire concordanze. Ma un alchimista queste analogie le intuiva. Costruiva categorie qualitative,
trasversali, unendo esistenti apparentemente diversi in piani comuni .
Noi abbiamo la tecnologia, gli alchimisti avevano solo il cuore intuitivo, la piccola stella interiore, che legge il mondo
come un insieme, apparentando le cose in famiglie. Usavano ‘l’immaginazione attiva ’ e si mettevano in contatto
diretto con le essenze e i mutamenti; nessuna meraviglia se leggevano le regole della natura attraverso metafore e
simboli simili a quelli del sogno. Jung lo chiamava il linguaggio dell’inconscio collettivo.
Il suo predecessore Paracelso aveva negato il lavoro dell’intelletto come nemico dello spirito, richiamando
l’intuizione o ‘stella interiore’, con cui l’inconscio dell’uomo contattava l’inconscio della natura.
Questi livelli frequenziali erano proiettati in cielo con l’ASTROLOGIA, nelle orbite dei pianeti; quelli più lenti e
pesanti, di vibrazione bassa, percorrevano le orbite più lontane dal Sole, quelli più veloci e di vibrazione alta
percorrevano orbite più centrali. L’orbita più lenta e lunga era quella di Saturno, collegato al Piombo, ultimo nella
scala dei metalli. Il Sole al centro era la vibrazione massima corrispondente all’Oro. Passare dal Piombo all’Oro era
la metafora perfetta per l’uomo caduto nel livello infimo della materia che poteva, spiritualizzandosi, avvicinarsi a
Dio. La trasmutazione, come avanzamento nella scala delle energie, avviene in natura come nell’anima.
Gli alchimisti si ponevano mete ambiziose. Oggi la trasformazione da piombo in oro è stata realizzata,
nell’acceleratore lineare di particelle di Darmstadt si può portare un nucleo di stagno di numero atomico uguale a 50 a
una velocità pari a un decimo di quella della luce, ottenendo un nucleo con 70 protoni, cioè oro.
E l’omunculus o uomo in provetta è stato prodotto come frutto possibile della clonazione, la pecora Dolly o la
moltiplicazione delle cellule di un dato organo…
Non abbiamo scoperto l’elisir di lunga vita ma la vita umana si è triplicata dal tempo di Paracelso.
Ma la differenza tra uno scienziato e un alchimista sta nella visione, nella partecipazione. Il percorso dell’alchimista è
come quello del mistico; come lui, operando, si trasforma e, trasformandosi, tende a un balzo spirituale.

Da trecento anni l’uomo occidentale usa l’intelletto, strumento nobilissimo ma arido, prevaricante, teso più
all’imperio e alla rapina che al rispetto e alla comunicazione, ma Paracelso diceva: “Chi vive secondo la ragione, vive
contro lo Spirito” ed elogiava l’apprensione diretta delle forme universali.
L’alchimista seguiva l’inconscio, canale che spesso giova anche alla fisica, visto che lo stesso BOHR disegnò il
modello dell’atomo ricevendolo da un sogno e che EINSTEINproduceva le sue teorie dopo aver avuto improvvise
visioni mentali.
La conoscenza viaggia per molte vie. Nel mondo orientale si sono predilette vie analogiche, in quello occidentale vie
logiche, ed esse dovrebbero integrarsi, se non fosse che le loro finalità sono spesso divergenti; alla via analogica
corrisponde un’etica globale di mutuo rispetto e collaborazione mentre la via logica può portare a depredazione e
distruzione.
Verso il 1930, con Einstein e i fisici quantistici, dalla fisica delle particelle si staccò la nuova fisica delle onde, o
fisica sottile. Il passaggio aprì una nuova era che, attraverso la teoria del caos, portava a rilevare le connessioni tra le
parti dell’organismo universo, inteso come oceano di campi di energia interconnessi e connesso a sua volta con i
campi gravitazionali del cielo. Individuata, misurata o intuita la qualità dell’onda, si possono trovare fasce di onde
simili, che riguardano sostanze apparentemente diverse, per esempio la frequenza di una pianta può corrispondere a
quella di un metallo o di un pianeta. L’universo diventa un immenso spartito dove l’energia degli esistenti si sviluppa
in risonanze multiple.

In agricoltura si è sempre saputo che la semina e il raccolto di ogni pianta sono relazionati ai tempi dell’anno, al moto
del sole, alle fasi lunari, alle qualità dei terreni, ai fiumi, alle montagne… credenze simili sono utilizzate per
l’allevamento degli animali o la distillazione di liquori. Troviamo regole alchemiche in erboristeria, la cura attraverso
le proprietà delle piante cercate per analogie è antichissima e precede nella storia dell’uomo la scoperta della
metallurgia.
Nell’agricoltura biodinamica di STEINER, per esempio, si mettono le 4 parti della pianta in corrispondenza con le 4
energie astrologiche: Radice – Terra; Foglia – Acqua; Fiore – Aria; Frutto – Fuoco. Quando la luna transita nei
segni di fuoco seminiamo piante di cui vogliamo un buon sviluppo fruttifero. Quando la luna transita nei segni
d’acqua seminiamo piante di cui vogliamo usare le foglie. Quando la luna transita nei segni di terra seminiamo
piante di cui raccoglieremo radici e tuberi. Quando, infine, la luna transita nei segni d’aria semineremo piante di cui
vogliamo i fiori.

Anche l’omeopatia nasce da precetti alchemici ed è proprio l’alchimista Paracelso a intuire i principi
omeopatici. Uno spettroscopio mostra i colori emanati dai minerali, i fiori che usano quei minerali ripetono i loro
colori e magicamente gli insetti vedono le frequenze di ciò che li interessa. Le api vedono gli ultravioletti e il polline
sopra i fiori li attira come degli indicatori scuri. Curioso poi che le piante somiglino agli organi del corpo,
l’anemone al fegato, la noce al cervello, la polmonaria ai polmoni, e curano dunque gli stessi organi. La forma è
indicativa dell’essenza.

Nel mio sogno volavo come una freccia in rettilineo nel letto secco di un fiume (tunnel nel vivente) e vedevo ai lati le
cose con visione modificata, come delle masse nebulose ondeggianti, in cui si distingueva un nucleo più denso
circondato da aureole via via più tenui. I colori andavano dall’azzurro al violetto, Ma queste masse ondeggianti
entravano ognuna in quella a fianco, costituendo un oceano comune di onde integrate.

Se vediamo il mondo come campi fluttuanti di onde collegate, l’esperimento consisterà nel mettere vicini enti
diversi, nei tempi e modi giusti, provocando un risultato totale, con effetti variabili nel tempo. L’alchimista è
convinto che, in tali combinazioni, lui stesso costituisce un elemento del processo col proprio campo energetico,
intuizione non dissimile dalla fisica quantistica quando scopre che l’osservatore non sta fuori del campo osservato ma
vi è immerso alla stregua dell’oggetto e lo influenza, come fa chi osserva le papere immerso in uno stagno e col suo
movimento modifica lo stagno: l’atto dell’osservazione modifica la natura osservata. Gli studi di microfisica
dimostrano che c’è un legame dinamico tra soggetto e oggetto. Non esiste una percezione soggettiva distinta e
separata da un dato di fatto oggettivo, ma soggetto e oggetto danzano insieme, come direbbe il Tao. Se uno scienziato
studia un quarzo, le onde emesse dal quarzo cambiano e si modificano a seconda dei suoi pensieri, come avviene tra
comunicanti. Il mondo si muove insieme. Ma se il mondo è un’unica danza, se è un rapporto di relazioni, non si può
ridurlo solo a numero e funzione, e potrebbe aver ragione Whitehead quando dice: ”L’esattezza è impostura”.
Il problema sarà scoprire ogni frequenza, come varia nel tempo, come si combina con le altre, e l’alchimista dovrà
considerare tutto: il luogo, il tempo, le emissioni telluriche e quelle siderali, le costellazioni, l’operatore col suo
campo frequenziale. Alchimia sarà la giusta combinazione tra tutti questi fattori energetici, nessuno ininfluente ma
ognuno nel flusso degli altri. E l’esperienza di vetta sarà il momento alchemico, dove cielo e terra, uomo e non uomo
si uniscono per raggiungere la perfezione.
Più semplicemente ogni viticoltore sa che raggiungere un vino eccezionale dipende da un insieme di fattori che si
combinano raramente ed eccezionalmente. Ogni farmacista sa che due medicine simili possono dare risultati diversi.
Ogni cuoca sa che il suo dolce preferito non viene mai allo stesso modo. Ogni artista ha un suo momento di vetta…
La differenza fondamentale tra ricerca scientifica e Alchimia è che la ricerca pretende di avere risultati meccanici e
ripetibili, l’Alchimia sa che il risultato dipende da tanti e tali fattori da essere estremamente fortuito. La pretesa del
ricercatore moderno è di asservire tutte le cause nei modi teorici previsti; a questa pretesa la natura ogni volta si
ribella.
L’alchimista è parte in causa, fattore tra fattori, elemento in trasformazione che fa parte del processo e non lo domina.
Su questo punto lo scienziato moderno dovrebbe riflettere, perché la sua convinzione di piegare la natura
meccanicamente è cieca e presuntuosa, soprattutto quando il profitto dà ai potenti la possibilità di eludere i processi
naturali forzandoli oltre ogni limite sostenibile.
Gli alchimisti non avevano strumenti matematici, non avevano schemi fisici, non possedevano strumenti di
misurazione, non godevano dei nostri strumenti tecnologici, avevano solo la pazienza e l’intuizione e possedevano
qualcosa che ai nostri scienziati spesso manca: rispetto della natura e partecipazione mistica.
Il loro linguaggio immaginativo si serviva di metafore e simboli, come il codice dei sogni o dell’arte.

Jung legge l’Alchimia in continuità con l’inconscio, anzi essa è per lui proprio il modo con cui l’Inconscio
Collettivo si esprime come Natura. La Natura che sogna, la Natura sognata.
Avvicinare simboli e metafore alchemiche dà a Jung la chiave per capire meglio l’inconscio dei suoi pazienti. Le
centinaia di tavole sono per lui una rivelazione del codice dell’inconscio, dei suoi simboli, dei suoi modi di rivelare e
trasformare. I principi alchemici gli sono utili per approfondire la conoscenza dell’uomo-anima.
Se l’Alchimia è trasformazione, a Jung interessa quella che porta l’uomo all’essenza di se stesso.
Abbiamo una scala di ascesi, come scala di affinamento interiore, in cui la trasmutazione è sempre un andare verso
l’alto.
Jung è il guru che aiuta una crescita d’anima, e studia una scala di elevazione spirituale. Come Paracelso studia le
trasformazioni della natura visibile, Jung quelle della natura invisibile. Paracelso sublima la materia, Jung la psiche.
Uno vuole trasmutare una sostanza in una superiore, l’altro vuole aprire l’uomo a una possibilità spirituale più alta.
Vie d’anima e vie di natura si conciliano, perché sempre il dentro e il fuori si toccano. L’alchimista è coinvolto
nell’estrazione dell’essenza esattamente come l’analista nell’estrazione dell’anima ed entrambi procedono sul
cammino della grande Opera.
Non importa quale sia il nostro cammino, sia che agiamo nel mondo delle cose o in quello della psiche, se siamo sul
giusto cammino, sempre e comunque otterremo il miracolo della trasformazione.
Natura fuori e natura dentro non sono separabili ma camminano insieme e si aiutano a vicenda.
Compiendo al meglio il lavoro visibile, procediamo su un cammino più grande, invisibilmente.
Il compito dell’uomo non è solo guarire dal dolore, ma andare più in alto, passando dal rettile, al mammifero
all’angelo, come nell’Arcano dei Tarocchi. E Jung non opera come un medico ma come un guru.
IL SOGGETTO CRESCE CON L’OGGETTO

“Ci apprestiamo noi stessi a continuare a sognare, assieme all’inconscio, il sogno secolare dell’Alchimia”
(Jung)

Alchimia vuol dire metamorfosi, così come magia vuol dire potenza, o sciamanesimo vuol dire viaggio di
conoscenza. Alchimia, magia o sciamanesimo non appartengono a un popolo più che a un altro, e non si sviluppano
in tempi e luoghi preferenziali, ma sono categorie eterne dello spirito, forme cognitive, modalità antropologiche,
eterne nell’animo umano, che manifestano una particolare identità di natura e anima, inalterata nei secoli.
L’Alchimia esprime una intuizione profonda che riguarda la totalità dello spirito. È su questa prospettiva che Jung
analizza e studia le figure alchemiche, leggendole come le parole dette dal grande canale dell’inconscio collettivo,
l’energia della specie che esprime le forze primarie della vita, ovvero gli archetipi.
Considerando l’Alchimia come una categoria dello spirito, ritroviamo l’approccio alchemico nelle discipline più
varie. Essa può esistere come atteggiamento nella medicina, nella psicoanalisi, nell’arte, nell’insegnamento,
nell’agricoltura, in ogni scienza o pratica che unifichi io e l’altro nella convinzione che essi abbiano la stessa
natura, siano frutto di una stessa intelligenza, possano comunicare tra loro ed evolvere insieme.
Si ha dunque un’opera alchemica quando si facilitano trasformazioni, producendo un grado superiore di evoluzione.
Poli diversi si uniscono crescendo insieme, nella metamorfosi di entrambi. Colui che trasforma è trasformato. Colui
che guarisce è guarito.. secondo una risonanza.
Se un medico tratta il paziente come un oggetto e ciò che ne trae è semplicemente un guadagno finanziario o di
carriera, questa non è trasformazione alchemica. Ma se Madre Teresa assiste i suoi malati terminali, compie invece
un cammino spirituale e lo promuove nei suoi pazienti, i quali non ricevono solo assistenza e medicine ma sono
nutriti di rispetto, amore e spiritualità, ed è questo che li trasforma interiormente al di là della guarigione.
Un insegnante che si limita a travasare nozioni o tecniche nell’allievo è meno di un insegnante che sviluppa
consapevolezza e idealità crescendo egli stesso insieme ai suoi allievi.
Un genitore cresce bene un figlio, se tramite lui diventa una persona migliore.
Dice S. Agostino “Quando uno parla e l’altro ascolta ma entrambi seguono un maestro interiore che li fa evolvere
ed è nella loro anima”. Nel rapporto si realizza un terzo,tertium datur, una energia più sottile che conduce entrambi.
Possiamo chiamarlo come vogliamo, energia divina, magia, intelligenza superiore, natura, spirito, vita, forza,
amore… Gli alchimisti lo chiamavano PIETRA FILOSOFALE, intendendo che era lo spirito insito in ogni parte del
rapporto, l’alchimista, il metallo, la pianta, il crogiolo, la fiamma, le procedure, il tempo, il luogo, la parola, il segno
magico, le stelle, l’inizio e la fine… Ma se la pietra filosofale non si realizzava, tutto il resto era niente. La pietra
filosofale era lo spirito della vita evocato dall’unione di tanti fattori che tutti insieme creavano un evento
straordinario.
I più materialisti pensarono che la Pietra fosse un qualche elemento o procedura, ma i più saggi capirono che era
l’insieme di tanti fattori diversi e il primo era proprio l’atteggiamento spirituale, la sintonia tra io e altro, una energia
che realizzava il miracolo della trasformazione ma stava oltre il soggetto e l’oggetto. Sri Aurobindo, che è stato forse
il più grande mistico indiano, diceva: “Ciò che sta dentro di voi e cerca di conoscere e progredire, non è la mente
ordinaria, ma qualcosa che sta dietro di essa e ne fa uso”.
Dunque, nel processo anche l’operatore è in gioco, per facoltà che trascendono sensi e intelletto, e l’esito del cercare
dipende da qualcosa che sta oltre il visibile e oltre il conosciuto. Non conta ciò che si fa ma ciò che accade quando è
presente un quid indecifrabile, che traspone tutto più in alto, nella rivelazione rapida e improvvisa dell’energia della
vita.
L’Alchimia riguarda la crescita interiore e quell’elemento indefinibile che chiamiamo anima.
Nella Grande Opera soggetto e soggetto si incontrano e diventano una sola cosa; in questa unione balena l’intuizione
di una energia che sta dietro le cose, e che, nel loro incontro, si manifesta.

I campi di applicazione possono essere i più vari: un erborista che pesta una pianta per cercarne l’essenza, un
agricoltore che rispetta i cicli ecologici di un terreno, un analista che porta alla luce le parti inconsce di un paziente,
un genitore che porta un figlio alla consapevolezza… ma sempre avremo un lavoro globale, che nobilita l’intento,
considera la totalità degli eventi e impegna la totalità della persona. Proprio grazie a questo coinvolgimento globale,
può realizzarsi l’unione tra chi elabora e chi è elaborato, sempre tenendo fermo che entrambi sono ugualmente attivi o
passivi, così da realizzare il miracolo di una evoluzione, di un salto di qualità.
Nella mistica l’operatore cresce in quanto vede. Nella santità in quanto prega. Nel lavoro concettuale in quanto
elabora. Le distinzioni tradizionali tra Io e Non Io, tra interno ed esterno, soggettivo e oggettivo, materiale e
spirituale… si dissolvono.

Le condizioni per cui un’opera può dirsi alchemica sono:


-credere che il mondo sia dotato di anima e di intelligenza in ogni sua parte;
-credere che uno stesso Spirito circoli ovunque e che non vi siano parti meno importanti di altre, ma solo parti
inconsce con cui si cerca di comunicare meglio o che possono essere risvegliate;
-amare quello che si fa e vedervi bellezza. Il fisico Prigogine diceva: “Al posto della descrizione classica del mondo
come automa o meccanismo, sarebbe meglio vedere il mondo come opera d’arte“;
-credere che tutto ciò che si fa è importante e totale, non riguarda questo o quello ma si volge ad una crescita intera;
sentire che siamo impegnati globalmente in qualcosa che riguarda l’altro globalmente, quindi entrare in una visione
olistica non solo soggettiva ma oggettiva;
-vivere le relazioni e le comunicazioni con tutte le cose e di tutte le cose tra loro,
perché, come dicono i canti degli indiani Lakota, “Tutto è legato insieme”;
-capire che si è coinvolti in un duplice processo in cui siamo personalmente in gioco, in cui si cresce mentre si fa, ci
si trasforma mentre si trasforma, si diventa più chiari mentre si fa chiarezza, si è aiutati mentre si aiuta, si comprende
mentre si insegna, si guarisce mentre si sana.

I Cinesi chiamano la fisica WU LI, intendendo che la natura è fatta da ‘schemi di energia
organica’. L’ORGANISMO è un altro concetto fondatale dell’alchimia, e vuol dire che il tutto è un sistema
intelligente e vivo. La natura “è una danza in cui io stesso danzo”. Questo concetto è molto diffuso in Oriente dove il
ricercatore cerca di comunicare empaticamente con l’energia del Tutto e non separa medicina da filosofia, astronomia
da astrologia, psicologia da fisiologia, ma pone ogni sapere all’interno di una stessa intera sapienza del mondo, una
conoscenza unitiva e sistemica, che non congela il vivente sul tavolo della dissezione ma respira con lui; intuire che
la natura dentro di noi e la natura fuori di noi sono una cosa sola e che le nostre distinzioni tra interno ed esterno sono
ingannevoli.
In un processo alchemico l’erborista è la pianta, il metallurgico è il metallo, il medico è il paziente, l’insegnante è
l’allievo, il padre è il figlio. Senza questa immedesimazione, il rapporto è unilaterale; solo con questa comunione
profonda si può avere rispetto e conoscenza. Dentro questa identità si esce dal luogo del potere e della predazione per
entrare nel rapporto dell’amore e dell’unione. Questo ci fa capire anche perché nella storia dell’Alchimia non
troviamo soltanto scienziati ma anche poeti, santi e mistici.
Nel giusto lavoro alchemico cade la superbia dell’io e la sua alienazione dalla realtà, cade la protervia dell’operatore
che crede di dominare la natura standone fuori, la considera estranea a se stesso e la oggettiva, usandola in modo
basso. L’alchimista non considera inanimato nessun oggetto, nemmeno il piombo. Il piombo, come qualunque altra
cosa, è un essere, ha una sua intelligenza, una vita, un linguaggio, non è inanimato e morto, è conoscibile e
raggiungibile, se si impara il suo codice, se si comunica con la sua energia, esattamente come si comunica con una
pianta o un animale.
Ma questa intuizione non è arcaica, interessa anche operatori scientifici del mondo moderno. Quando Marcel Vogel,
che ha lavorato 27 anni all’IBM, studiava i cristalli liquidi e le loro emissioni, in particolare studiava il silicio che è
la memoria dei chip , comunicava con i cristalli mediante elettrodi come se fossero cervelli e constatava che essi
rispondevano alle sue onde mentali, cioè ai suoi pensieri. Un pensiero umano pensa, il pensiero del quarzo gli
risponde. Questa è Alchimia.
Anche l’intuizione del fisico quantistico che il mondo è un immenso pensiero e che l’osservatore è immerso nel
campo osservato come un anatroccolo nello stagno è una osservazione alchemica. Possiamo dire che Einstein fu il
grande alchimista dell’era moderna e che la teoria del caos sconvolse gran parte della fisica meccanicistica.

Il precetto fondamentale dell’Alchimia è che l’energia del mondo è unica e che nell’immenso oceano di energia
totale avvengono comunicazioni, l’anima dell’uomo comunica con l’anima del mondo, soggetto e oggetto non sono
separati ma evolvono in un cammino connesso.
Anche l’ecologia e l’ambientalismo sono modi nuovi per parlare di rapporti antichi dell’uomo con la natura, una
natura madre coinvolta nelle nostre vicende e scelte, che evolve o regredisce insieme alla nostra evoluzione o
regressione, e in cui sorgono doveri immediati come il rispetto e l’amore, in luogo della prevaricazione e della
depredazione.
Alchimia vuol dire rispetto della vita e intuizione che la natura non è sotto di noi o fuori di noi ma è noi, è il nostro
corpo più grande. Curando lei, curiamo la nostra vita.
E vuol dire credere che soggetto e oggetto non sono due diversi, ma hanno la stessa natura intelligente e devono e
possono comunicare alla pari, ciò fa cadere l’ipotesi che lo spirito sia distinto dalla materia e che l’uomo sia signore
dell’universo, padrone di tutto ciò che c’è, a rischio di distruggerlo.
Il mondo antico non conosceva questa distinzione tra materia e spirito, che è emersa in Occidente, prima in ambito
cristiano col discredito della materia, poi in ambito scientifico, col discredito dello spirito, fino al nostro tempo che ha
abolito lo spirito riducendo tutto a materia.
L’Alchimia è monista ma in quanto riduce tutto a energia, una energia che può esprimersi in forme visibili o no, con
aspetti materiali e aspetti spirituali. In alchimia non esiste uno spirito che sta di qua e una materia che sta di là,
l’alchimista crede che tutto sia intelligenza e con tutto si possa avere comunicazione. Il simile parla col simile, perché
il mondo è uno.

STORIA DELL’ALCHIMIA

“Sognavano e sognando scoprirono molte cose”


M.L. von Franz)
La derivazione egizia del termine ‘Alchimia’ è el kemeja, scienza della terra nera, della sostanza madre, dunque
scienza dell’Egitto perché l’Egitto è la terra nera o terra madre per eccellenza; in siriaco la radice è kimiya; in
copto chama, nero, oscuro, nascosto, legato alle energie profonde della terra; in greco chymeia, mescolanza di liquidi
o essenze.

Una scienza alchemica è sempre esistita, con risvolti nella ierobotanica che è la scienza delle piante sacre, nella
farmacopea e nella metallurgia. Sappiamo di alchimie assiro-babilonesi, egizie, cinesi… e l’alchimia indiana risale a
3000 anni prima di Cristo; cenni a trasmutazione di metalli appaiono in testi antichissimi in tutto il mondo. In Cina si
parla di Alchimia dal 5° secolo a. C., e sicuramente alchemico è il pensiero taoista col gioco delle due energie.
In Occidente l’Alchimia appare nelle conoscenze sacre degli auguri etruschi e, prima ancora, dei druidi celti, ma
lascia tracce scritte solo dal 2° secolo a. C., in Grecia, con lo pseudo-Democrito (Bolos di Mendez) che ci dice che ci
sono piante con cui si può parlare agli dei, piante psicotrope, e conosciamo l’uso sacro dell’oppio nei tempi greco
dove si cercavano le mantiche.
Una scuola alchemica, detta ‘ermetica’, nasce ad Alessandria d’Egitto nel IV° secolo (con Zosimo Panapolita) e poi
si sposta a Bisanzio.
L’Alchimia classica si occupò di farmaci, distillati, profumi, essenze, composizioni chimiche, processi metallurgici…
Quella occidentale fu principalmente metallica, detta VIA SECCA, perché si basava sull’uso del fuoco, mentre
quella araba fu l’Alchimia degli elixir o delle quintessenze, o VIA UMIDA, perché usava l’acqua e i liquidi distillati
con alambicchi, con cui si cercava lo spirito vitale. Dall’uva e dalla frutta gli alchimisti arabi trassero distillati con
poteri terapeutici o disinfettanti, per esempio l’alcool deve il suo nome alla parola araba al-ghul, che vuol dire
spirito del demonio, o spirito bruciante. Altri termini arabi furono,elisir, alambicco, nafta, sciroppo, canfora,
zirconio… Il Corano vieta gli alcolici ma ne permette gli usi medicinali, per cui gli Arabi finirono per inventare molti
liquori.

Il loro apporto all’Alchimia fu grandissimo, l’Alchimia araba fiorì soprattutto nel momento di massimo splendore
dell’impero islamico e si allargò dalla Persia alla Spagna in tutto l’arco dell’Africa settentrionale. Fiorì soprattutto nel
900 e comparve nella setta dei sufi finché i Sunniti non dichiararono eretiche le loro opere e le bruciarono. I sufi
erano dei mistici che cercavano il diretto contatto col divino.
Il famoso scienziato arabo Giabin ibn Hayyan, detto RE GEBER, scoprì l’acido nitrico, l’acqua regia, i preparati di
potassa con calce, il sale ammoniaco, l’alcool… Gli Arabi trovarono acidi e alcali, sali e liquori medicamentosi e
inventarono molti dei nostri termini scientifici, cercavano anche l’elisir di lunga vita, o medicina universale, che
doveva essere la panacea di tutti i mali.
Sui distillati arabi gli alchimisti lavorarono per più di mille anni, dal secondo al tredicesimo secolo, studiando i
processi di distillazione e scoprendo il brandy, l’aqua ardens o acqua di fuoco o acquavite, liquido infiammabile che
veniva usato contro gli svenimenti o per conservare parti organiche. La tecnica di distillazione araba arrivò in Europa,
l’alcool veniva distillato dal vino condensandone i vapori in una serpentina di vetro immersa in acqua fredda. La
prima distillazione dava un alcool a 60° detto Aqua Ardens, la seconda dava un alcool più forte, detto Aqua Vitae.
Tra le scoperte citiamo il sapone, la liscivia, il solfato di sodio, l’acido benzoico, il monossido di stagno…
Importante fu anche la fabbricazione della carta con tecniche che derivavano dall’alchimia cinese, la lavorazione dei
metalli (come le lame di acciaio di Toledo), i profumi, i cosmetici, i coloranti (l’indaco), gli smalti colorati, le vetrate
istoriate, le gemme artificiali, la raffinazione dello zucchero, la lavorazione del cuoio… che ancora è presente
nell’artigianato spagnolo o dell’Africa settentrionale.

La civiltà araba ebbe una grandissima cultura e insegnò molto all’Occidente ma dovette scontrarsi con l’ostilità della
Chiesa, così molti laboratori dovettero nascondersi e molti alchimisti furono perseguitati e condannati
dall’Inquisizione. Tuttavia si occuparono di Alchimia personaggi potenti e famosi della stessa Chiesa, come il
domenicano Alberto Magno, Ruggero Bacone, Tommaso d’Aquino, Raimondo Lullo, citiamo anche Nicola
Flambel, Basilio Valentino, Paracelso…
Alla fine del Medioevo la Chiesa controllò un po’ meno la ricerca e questo fece rinascere l’interesse scientifico e gli
scritti arabi poterono essere tradotti e conosciuti più liberamente, destando forte interesse.
In Europa l’Alchimia si diffuse negli ambienti colti soprattutto verso il 1100, ebbe la sua punta massima nel
Rinascimento, poi fu messa in crisi dal razionalismo seicentesco e dalle nuove scienze materialiste a partire dal 1700.
Una figura importante dell’Umanesimo fiorentino (1400) fu Marsilio Ficino, personaggio centrale dell’Accademia
platonica, che, per incarico di Cosimo de Medici, tradusse una raccolta di 14 trattati gnostici del primo
cristianesimo: il CORPUS HERMETICUM, attribuito a ERMETE TRISMEGISTO, che vuol dire Ermete tre
volte grande, figura leggendaria e semidivina che univa il dio egizio Thot col greco Ermes, dio del passaggio o della
trasmutazione.
Questi trattati del Corpo Ermetico erano antichissimi e l’Umanesimo cercò di conciliarli col Cristianesimo, e, anche
se solo pochi li conobbero veramente, molti ne parlarono.
Molti alchimisti furono donne, come Cleopatra o Maria l’ebrea.
Nel Rinascimento, Firenze fu un importante centro di studi alchemici, grazie ai Medici. E le scoperte ebbero delle
applicazioni interessanti nel settore dei tessuti, la lavorazione delle pietre preziose, la fusione dei metalli, la
farmacopea… I Medici furono tanto illuminati da capire la visione globale dell’Alchimia, sia filosofica che nei suoi
risvolti pratici.
Citiamo naturalmente LEONARDO DA VINCI, con le sue ardite ricerche, ma tutti gli artisti e gli artigiani del
Rinascimento portarono avanti la lavorazione dei metalli, i procedimenti per fissare i colori, la fabbricazione del
vetro, i materiali per gli arazzi o gli affreschi… L’Alchimia aiutò la chimica, l’erboristeria, l’omeopatia, la medicina
minerale, la farmacopea… Di Leonardo possiamo dire che si considerava un artigiano e non un letterato e che aveva
interessi eminentemente pratici, per cui, pur possedendo alcuni testi alchemici, che a quel tempo, era costosissimi,
non era interessato all’Alchimia e nemmeno all’astrologia che ne fa parte.
Dopo la prima metà del 1700 l’Alchimia decadde, soppiantata dalla chimica, che le sottrasse le procedure di
laboratorio, i materiali e le tecniche, quantizzando i processi ed eliminando la partecipazione spirituale dell’operatore
e il carattere animista delle operazioni, mentre si perdeva la visione globale dell’universo.
Nel passaggio dall’Alchimia alla chimica, la ricerca divenne materialistica, settoriale e chiusa.

(Newton)

Tra la fine del 1600 e gli inizi del 1700 due grandi scienziati, Robert BOYLE e Isaac NEWTON annoverarono
conoscenze alchemiche. Newton, che è uno dei massimi fisici moderni, e ha studiato le leggi gravitazionali dei
pianeti e lo spettro della luce, scrisse moltissimi testi di Alchimia anche se le sue ricerche non sono mai state
pubblicate.
Le esperienze dunque furono moltissime e grandissimi i frutti. Le sostanze furono ordinate con criteri qualitativi,
secondo il grado di alterazione, la resistenza al fuoco o all’umido, il modo di decomporsi o reagire ecc. Gli
esperimenti furono ripetuti più e più volte ed esaminati sotto diversi aspetti.
L’Illuminismo cancellò ogni elemento irrazionale, ma già da un secolo molti alchimisti avevano abbandonato la
ricerca pratica, con alambicchi e crogioli, per praticare filosofie ermetiche, mentre la chimica e la metallurgia
diventavano scienze a sé stanti.
Tra tutti gli alchimisti abbiamo citato PARACELSO, perché Jung ritiene di essere una sua incarnazione,
proseguendo il suo compito karmico.
Era un medico nato a Zurigo nel 1493, l’anno dopo la scoperta dell’America, su di lui Jung scrisse tre saggi.
Paracelso era una personalità eclettica, figlio di un medico anche lui alchimista che gli trasmise la passione per la
ricerca, allievo di un altro alchimista, Fugger, che era proprietario di miniere e fonderie, che gli insegnò le tecniche
per trasformare i metalli, poi seguì anche l’abate Tritemius, uomo sapientissimo che conosceva il neoplatonismo e la
kabbalah. Di lui Paracelso dice: “Aveva forse appreso da qualcuno di quei cavalieri che alle opere e alla
contemplazione di Dio dedicavano la loro vita, il segreto della divinazione e quello ancora più alto di potere con
strani e misteriosi procedimenti avvicinarsi alle potenze superiori e comunicare con esse, preparare il proprio
organismo psichico e disporlo alla ricezione della verità, apprendere in tal modo le virtù delle piante e della vita
animale nelle sue forme primigenie e sviluppare dentro di sé le potenze che comunicano con i mondo superiori, ove
hanno origine i principi della vita ”.
Paracelso divenne molto famoso ed ebbe molti discepoli che continuarono la sua opera, tra essi il celebre
occultista Cornelius Agrippa. L’opera di Paracelso è sterminata e riguarda farmaci vegetali e minerali, concetti
mistici, elementi cabalistici o astrologici, principi filosofici… un’enorme mole di intuizioni che ispirò molti
ricercatori successivi:Wiegel, lo stesso Böhme, i Rosacroce, i teosofi… La sua scienza era promiscua, una miscellanea
che spaziava da nozioni contadine e gitane alla medicina ufficiale, fino alla stregoneria.
Non era un uomo simpatico, era un violento, dissacratore, litigioso e arrogante, che non rispettava le autorità, era
spesso ubriaco, parlava male dei medici che lo ricambiarono di da un odio corrispondente. Ma fu anche un medico
intelligentissimo e geniale che seppe curare malattie difficili o inguaribili e guadagnarsi una fama europea. Viaggiò
molto e raccolse dai suoi viaggi molte conoscenze che presentò alle Università. A Basilea gli offrirono la carica di
professore universitario e quella di medico della città, ma lui insultò i tre totem della medicina: Galeno, Avicenna e
Aristotele, e lo cacciarono.
Paracelso creò una vera e propria scuola dove lui e i suoi allevi scrissero sulle scienze più varie: astrologia, medicina,
magia, fisica, chimica… Da solo produsse 70 opere e fu uno degli alchimisti più attivi del Rinascimento. Inventò
la iatro-chimica, cioè la preparazione di farmaci ricavati da minerali, a cui applicava astronomia e astrologia,
persuaso che le energie dei pianeti influissero sulle preparazioni. Pensava che ogni pianeta e ogni metallo
contenessero un ARCANO, o quintessenza (o vibrazione). Gli alchimisti cercavano di isolarla, nella convinzione
che, disponendo di tutte le quintessenze, avrebbero ricreato i poteri dell’universo; esse erano le note dell’Universo, le
frequenze fondamentali. Come nel Cielo c’è un ordine e un equilibrio tra quintessenze, così si può riprodurre questo
ordine e equilibrio nel corpo, che è un cosmo in miniatura, un microcosmo. La chimica entrava in rapporto con la
biochimica, il metallo con la vita.

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Raffigurazione di un arcano)

Nessuna sostanza era negativa in assoluto; da un veleno, si poteva, riducendone le dosi, ricavare l’antidoto o il
vaccino. Le sue ricerche anticipano la grande stagione dei vaccini, da Pasteur a Sabin, che usano virus attenuati.
Mentre Galeno curava ogni male col suo opposto, Paracelso lo curava col suo simile, anticipando
l’omeopatia. Diluendo fortemente un prodotto si poteva arrivare a dosaggi così bassi da rovesciare il risultato, il
dosaggio era fondamentale; per esempio per combattere un avvelenamento da belladonna si può usare la stessa
belladonna in soluzione omeopatica. Paracelso scopre che, diminuendo la dose si amplifica l’effetto, superando il
campo materiale ed entrando nella parte sottile a livelli che non toccano più la materia ma sono energia pura.

Paracelso concepiva un universo basato su tre principi: Zolfo, Sale e Mercurio, Triade Prima, intendendoli come
elementi immateriali.
Lo Zolfo è l’elemento maschile, capace di solidificare, elemento plasmatore, antagonista al dinamico Mercurio, che è
invece lo spirito fuggitivo e dinamico. Il Sale fa cristallizzare e corrisponde al corpo, è un arcano, o fuoco centrale del
mondo… Zolfo, Sale e Mercurio non sono propriamente sostanze chimiche ma elementi simbolici, inseriti in un
eterno mutamento.
Tutta la visione della natura di Paracelso è fortemente esoterica.
Egli crede che l’Uomo e l’Universo siano una cosa sola, distinta per principi qualitativi, ed essi sono gli stessi
dell’astrologia: Aria, Acqua, Terra e Fuoco.
L’uomo ha un corpo fisico dominato da Acqua e Terra e un corpo astrale dominato da Aria e Fuoco. Questo corpo
astrale è in contatto con le correnti vibrazionali che vengono dai corpi celesti, così l’uomo è influenzato dai pianeti e
dai luminari, Sole e Luna.
Paracelso studiò le malattie dei minatori, perché come abbiamo detto, il suo maestro Fugger possedeva della miniere,
e creò la MEDICINA SPAGIRICA che precorreva l’omeopatia e la medicina olistica. Spagiria viene da due termini,
spao e agheiro, che vogliono dire ‘separare’ e ‘riunire’, e indica una applicazione dell’arte alchemica finalizzata a una
preparazione di tinture, vegetali e minerali. La materia viene elaborata, isolando l’energia dalla scoria grossolana,
mediante procedimenti segreti al fine di trarne le essenze che sono poi di nuovo riunite e esaltate. L’arte spagirica
insegna l’estrazione delle quintessenze. Mentre di solito per fare una tintura si fa macerare una pianta medicinale in
soluzione alcolica a 60°, nella medicina spagirica si apre la pianta e si separano i componenti primari, Mercurio,
Zolfo e Sale, che poi si riuniscono seguendo le corrispondenze astrologiche. Paracelso dice: “Dato che la medicina
non produrrà effetto senza la partecipazione del cielo, ciò dovrebbe essere fatto sotto la sua influenza”.
Le essenze che venivano estratte non erano atte solo a curare il corpo ma producevano mutamenti sottili o psichici.
Paracelso scoprì l’etere solforico, isolò l’idrogeno, curò il ‘ballo di san Vito, ebbe giuste intuizioni psichiatriche...
Come gli Gnostici, pensava a una “luce della natura”, che pervade ogni livello dell’essere, visibile o invisibile;
nell’uomo la scintilla divina è imprigionata nella materia e la illumina dal centro e molti dei mali moderni nascono
dall’essersi separati da questa scintilla e dall’aver diviso il corpo dall’anima.

C’era nell’alchimia una PICCOLA OPERA che consisteva nell’operare trasformazioni nella natura visibile e
una GRANDE OPERA che consisteva nell’operare trasformazioni nelle forze invisibili.
Ne ‘Il mattino dei maghi ’ Bergier narra l’incontro con un alchimista moderno che lo mette in guardia contro il
pericolo nucleare: “Il segreto dell’Alchimia è questo: c’è un modo di manipolare la materia e l’energia così da
produrre un campo di forze e questo campo mette l’osservatore faccia a faccia con l’Universo. Da questa posizione
egli ha accesso alle realtà che normalmente ci vengono nascoste dalle dimensioni del tempo e dello spazio, della
materia e dell’energia. Questo è ciò che viene chiamato ‘La Grande Opera’’.“
Oggi la teoria dei quanti mostra che, scomponendo la materia, non si trovano altri mattoncini fisici ma che a un certo
punto la materia si dissolve e resta l’energia, animata da una rete di relazioni. L’osservatore entra in queste relazioni e
si collega allo spirito del mondo.
Le teorie della vecchia fisica determinista si basavano su una materia concepita come inerte e soggetta a leggi
meccaniche, l’Alchimia pone invece una natura intelligente e animata con cui si può comunicare.

Oggi i nuovi operatori aprono rinnovate speranze, abbandonando la visione algoritmica o predatoria per accedere a
illuminazioni globali. Nei corsi e ricorsi della storia, dopo i quattro secoli del materialismo meccanicistico che ha
portato il pianeta sull’orlo dell’estinzione, possiamo solo sperare che una nuova alchimia umana riporti l’uomo a
comunicare con la parte migliore di se stesso e con le energie migliori dell’universo.
..
(Quinta lezione della parte finale del corso di psicoanalisi su Jung, tenuto a Bologna dalla prof. Viviana Vivarelli,
dal suo libro “Lo specchio più chiaro” su Carl Gustav Jung ”, pubblicato su internet )