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Le dimore Filosofali

Sintesi a cura dell'Associazione Ouroboros

Molti alchimisti avrebbero tramandato i segreti della loro arte utilizzando una sorta di
singolare codice non scritto che poteva nascondersi dietro l'arredamento, la decorazione o la
pianta delle loro case, definite dallo studioso A.H.S. Fulcanelli le dimore filosofali e
disseminate un po’ in tutta Europa. La lingua degli uccelli o cabala ermetica o gaia scienza o
gaio sapere o lingua diplomatica è stata riportata alla luce proprio da A.H.S. Fulcanelli. Egli
ne dà ampie indicazioni nel primo volume delle Dimore Filosofali. Di probabile derivazione
dal compagnonaggio francese, il linguaggio degli uccelli si basa sul greco arcaico e sulle
assonanze fonetiche che ne possono derivare anche in altre lingue al fine di trasmettere i
segreti iniziatici solo a coloro che sanno ascoltare. Più propriamente si tratta dell’ornitogala o
latte degli uccelli, che presso i Greci era termine proverbiale per cosa straordinaria e che in
ermetismo si considera sinonimo del loro lac virginis, il mercurio. Luca (VIII,18) così scrive:
“Fate attenzione dunque a come ascoltate; perché a chi ha sarà dato, ma a chi non ha sarà
tolto anche ciò che crede di avere”. Il canto degli uccelli va considerato come un linguaggio
non articolato ma rispondente a situazioni che si verificano nella propria sfera biotica e che
ne rendono possibile la decodificazione. Tali situazioni riguardano stati di pericolo, disagio,
aggressività, richiesta di cibo, corteggiamento ecc. e possono essere paragonate a quelle che
provocano il pianto del bambino. Nella Qabbalah, nella magia del Rinascimento e
nell'alchimia, il linguaggio degli uccelli era considerato un linguaggio perfetto e segreto. Era
la chiave per raggiungere la conoscenza perfetta ed era a volte chiamata la langue verte (la
lingua verde).

È in Francia che si trova la massima concentrazione di dimore filosofali. Il Castello du


Plessis-Bourré, un vecchio maniero dell’Anjou costruito attorno al XV secolo, annovera tra i
suoi ambienti la ville des gardes, il cui straordinario soffitto è impreziosito da un gran numero
di temi e figure ermetiche: sirene, tartarughe con la testa di uccello, asini che cantano la
messa, unicorni, uomini-leone, tritoni, fenici e altri simboli alchemici, pronti a essere
“tradotti” dai conoscitori di quest’arte e applicati ai termini pratici nel complesso di
trasmutazione. Il Maniero della salamandra a Lisieux, in Normandia, malgrado il suo
maestoso appellativo, è una casa piuttosto modesta. Lo è solo in apparenza, poiché con uno
sguardo più attento si notano curiose decorazioni che testimoniano come essa nel XVI secolo
sia appartenuta a uno studioso di alchimia. Sulla facciata campeggia, insieme a molte altre
figure, quella sinistra del Baphomet, straordinario simbolo delle tradizioni segrete dell'Ordine
dei Templari.

BAPHOMET

L’ultimo Adepto che ha trasmesso la corretta interpretazione del Baphomet è stato A.H.S.
Fulcanelli. Egli è un autore di grande capacità ed esperto del linguaggio ermetico ed
alchemico in uso tra gli antichi iniziati, noto soprattutto per aver redatto “Le Dimore
Filosofali” , trattato di simbolismo ermetico nei suoi rapporti con l’arte sacra delle cattedrali e
l’esoterismo della Grande Opera. Il Baphomet è dunque una raffigurazione antropomorfa che
rivela una formula, i cui elementi alchemici, come si evince dalla lettura del Sigillo sono: lo
Spirito Universale Creatore, l’Opera Solis et Lunae, l’Acqua ed il Fuoco e l’elemento Zolfo
associato al Mercurio (elemento plastico, la Psiche). Questi elementi disposti
geometricamente e nel giusto ordine di precedenza, portano alla comprensione dell’Archetipo
della Chiesa Universale a cui aspiravano i Templari.

OUROBOROS

Un altro simbolo ricorrente nelle dimore filosofali è il serpente circolare, inteso come drago
originario che si morde la coda, l’ouroboros (ourà = coda, boròs = divorante). E’ un simbolo
molto antico. Ancestrale potenzialità, il drago circonda l'intero cosmo con le sue spire, come
nelle raffigurazioni degli antichi geografi. Non di rado lo si rinviene, appunto, in forma di
enorme serpente circolare.

Nella tradizione ermetica, la figura dell’ouroboros simboleggia l’unione del fisso con il
volatile, del corpo con lo spirito. Inoltre, nella sua circolarità, rappresenta l’infinito, l’eternità,
ed anche l’unità, poiché tutti i punti della circonferenza sono equidistanti dal centro ed in
stretto contatto gli uni con gli altri. Esso è la sostanza delle sostanze, ovvero il vuoto, animato
pur se tenebroso e di essenza caotica. Questo primordiale inizio, il disco nero, da cui tutto è
scaturito, questo sonno senza sogni di cui non possiamo né potremo mai avere coscienza,
sfugge a qualsiasi rappresentazione, contiene tutto ciò che non si esprime. Non può essere
conosciuto né compreso. Il tentativo dis-umano di colmare questo vuoto della mente
riconduce ogni suono verbale all’originario sapienziale silenzio.

Il simbolo del drago, nella sua polivalenza semantica, può esserci d’aiuto nel momento
terribile in cui lo sguardo s’inabissa nella visione del nulla, nella percezione di uno spazio
senza orizzonti, di un tempo privo di limiti. D’altronde, per il pensiero tradizionale cinese il
Drago e il Serpente incarnano i simboli del flusso e del riflusso esistenziale. L’ouroboros è
per la coscienza mitica il grande simbolo del ciclo temporale. Figura femminile e maschile,
datrice di vita e custode di morte, il serpente che si morde la coda non è un semplice anello di
carne, è la dialettica materiale della vita e della morte, la morte che esce dalla vita e la vita
che esce dalla morte, non come i contrari della logica platonica, ma come una inversione
senza fine della materia di morte o della materia di vita. Il cerchio è farmaco, cioè
contemporaneamente veleno e medicina, potenza di attrazione e di dissolvimento, principio
dominante e principio dominato, maschile e femminile. Ouroboros è principio ermafrodito di
fecondità, il serpente sarà infine avvalorato come custode della perennità ancestrale e
soprattutto come temibile custode del mistero ultimo del tempo: la morte. È il t’ai chi cinese
che contiene in sé nero e bianco, giorno e notte, cielo e terra. È il grande ermafrodito,
l’elemento creatore iniziale, perfetto nella sua autosufficienza.

Gli antichi alchimisti consideravano l’unità della materia (serpente che si morde la coda)
come la base da cui partire per avviare la serie delle trasmutazioni. Presupposto fondamentale
per la riuscita dell’opus doveva essere la corrispondenza, nelle diverse fasi, dei processi
interni con quelli esterni. Il processo di trasmutazione dei metalli vili, riconoscibile nella
successione all'interno del vas alchemicum dei tre colori principali: nero, bianco e rosso
(rispettivamente la fase della putrefazione-nigredo, della dissoluzione-albedo, della
liberazione-resurrezione- rubedo riguardante la materia). Doveva coincidere con il processo
di trasmutazione interiore dell'alchimista che, passando da una fase iniziale di sofferenza (un
vero e proprio descensus ad inferos, durante il quale nascita e morte si compenetrano)
perveniva ad una rinascita integrale.

Uno degli ultimi alchimisti, l’enigmatico A.H.S. Fulcanelli, trattando del Castello di
Dampierre-sur-Boutonne nel secondo volume di Le Dimore Filosofali, descrive in particolare
il soffitto della Galleria alta decorato da immagini bizzarre. Nel terzo cassettone della
seconda serie “sul capitello di una elegante colonna si drizza l'immagine del serpente
Ouroboros. Questo strano bassorilievo è segnato dall'assioma: nosce te ipsum. Traduzione
latina dell'iscrizione greca che compariva sul frontone del celebre tempio di Delfi: gnothi
seayton, conosci te stesso. “Voi che volete conoscere la pietra, conoscete voi stessi e la
conoscerete”. Questa è l’affermazione della legge analogica che dà, in effetti, la chiave del
mistero”. Ancora nella stessa opera A.H.S. Fulcanelli, a proposito dell’ouroboros, dichiara:
“Data l’impostazione di questo emblema, esso è, insieme con il Sigillo di Salomone, il segno
distintivo della Grande Opera. Il suo significato resta suscettibile di interpretazioni differenti:
è geroglifico dell’unione assoluta, dell’indissolubilità dei quattro elementi e dei due principi
ricondotti all’unità nella pietra filosofale. Questa universalità ne permette l’uso e
l’attribuzione alle diverse fasi dell’Opera, poiché tutte mirano allo stesso scopo e sono
orientate verso l’unione, l'omogeneità delle nature prime, il cambiamento della loro nativa
antipatia in solida e stabile amicizia”. Gli gnostici, mescolandosi fra i cristiani, che
consideravano il serpente come diabolos, e gli egiziani, i greci e i persiani che ne esaltavano i
tratti ctoni positivi, vollero conciliare le due contrastanti concezioni individuando
nell’ouroboros l’esistenza di una bipolarità divaricante, funzionale alla loro dottrina, capace
di esprimere da una parte il caos tenebroso, dall’altra il Tempo infinito. E’ in ogni caso una
visione che rimanda al limite circolare del mondo umano.

FENICE E AQUILA

La Fenice ha anche essa attinenza col fuoco, perché ha il potere di rinascere dalle proprie
ceneri. In alchimia essa è “uccello colorato con tutti i colori della Grande Opera”, come dice
A.H.S. Fulcanelli in Le Dimore Filosofali, sui quali predomina il rosso porpora, in greco
phoinix. E’ il simbolo della rigenerazione e dell’eterno ritorno. Anche l’Aquila ha un
significato importante. Per questo riporto alcuni passi da A.H.S. Fulcanelli : “Far volare
l’aquila, secondo l’espressione ermetica, significa far brillare la luce togliendola dal suo scuro
rivestimento e portandola alla superficie. Filalete afferma che la quinta aquila discioglie la
luna, ma che se ne devono necessariamente usare da sette a nove per raggiungere lo splendore
caratteristico del Sole. Le tre soluzioni successive danno vita al Solve et Coagula, che aprirà
la strada alla realizzazione della Pietra Filosofale. Angelus Silesius aggiunge: “L’aquila
guarda bene in faccia il Sole senza timore e tu puoi guardare la luce eterna, se il tuo cuore è
puro”. Nei Salmi essa viene considerata simbolo di rigenerazione al pari della Fenice”.

COLOMBA

E’ l’emblema dello spirito divino che aleggia sulle acque della sostanza primordiale
indifferenziata. Rappresenta anche la purezza, il bianco e le sublimazioni.

BASILISCO

E’ un rettile leggendario che uccide con l’alito pestilenziale e lo sguardo infuocato. In


alchimia descrive il fuoco devastatore che prelude alla trasformazione dei metalli, mentre da
un punto di vista spirituale rappresenta il bagliore della falce della morte che si abbatte
improvvisa sul predestinato. In questo caso l’adepto deve prepararsi con coscienza e lucidità
all’incontro con la morte.

LIOCORNO

E’ un simbolo alchemico che descrive la possibilità di trascendere la sessualità. In epoca


medievale rappresentava l’incarnazione del Verbo nel seno della Vergine.
ROSA ERMETICA

Sempre secondo A.H.S. Fulcanelli : “Il fiore di giglio araldico corrisponde alla rosa ermetica.
Unito alla croce, esso serve, proprio come la rosa, da insegna e da blasone al cavaliere
praticante che, per grazia di Dio, ha realizzato la pietra filosofale”.

FARFALLA

Al pari della Fenice, la Farfalla è simbolo di trasformazione. Rappresenta l’anima che, uscita
dal corpo, raggiunge un grado superiore di perfezione. In questo caso la crisalide rappresenta
il corpo umano che contiene le potenzialità dell’essere e la farfalla che esce è un simbolo di
resurrezione, di uscita dalla tomba: “Quella che il bruco chiama la fine del mondo, il maestro
la chiama farfalla”(Richard Bach).

TRIANGOLO

Parlando del Crocifisso, notiamo che la sua immagine grafica è costituita da una croce che
sovrasta un triangolo (il monte Calvario). Secondo la Tradizione il triangolo col vertice
rivolto verso l’alto rappresenta il fuoco. Cristo infatti è venuto a mettere il fuoco nelle cose:
“Io sono venuto a mettere il fuoco nella terra, e che voglio se non che si accenda?” ( Luca,
XII, 49).

STELLA

Nel linguaggio ermetico, sempre secondo Fulcanelli, “stella” significa “fissazione del sole” e
si può dedurre da questo inno cristiano:

Latet sol in sidere,


Oriens in vespere,
Artifex in opere;
Per gratiam
Redditur et traditur
Ad patriam.
Il sole è nascosto sotto la stella
L'Oriente nel tramonto,
L'artigiano è nascosto nell'opera;
Con l'aiuto della sua grazia,
È reso e riportato
Alla sua patria.
 

LIBRO

E’ il simbolo della scienza e della saggezza. “L’Universo è un immenso Libro” scrisse Ibn’
Arabi. In alchimia un libro chiuso significa la materia vergine, invece aperto la materia
fecondata.

PIANETI
Gli elementi cosmici avevano grande importanza non solo per la loro influenza sui processi
alchemici, ma anche per il parallelismo che li legava agli elementi naturali, in base alla
convinzione che “ciò che sta in basso è come ciò che sta in alto”. Tradizionalmente, ognuno
dei sette pianeti del sistema solare conosciuti dagli antichi era associato a un determinato
metallo . La lista del dominio dei pianeti sui metalli è la seguente:

% Il Sole governa l'Oro


% La Luna è connessa con l'Argento
% Mercurio con il mercurio
% Venere con il rame
% Marte con il ferro
% Giove con lo stagno
% Saturno con il piombo

LABIRINTO E CATTEDRALI

E' fuor di dubbio che i labirinti più intriganti siano quelli dei pavimenti delle cattedrali
gotiche (o quelli incisi su colonne o su pareti come quelli della cattedrale San Martino di
Lucca, di Cremona e di Osimo).

Ma cosa rappresentò il Medioevo nella Storia dell’uomo? Il Medioevo è stato variamente


valutato nel corso della storia. Il Rinascimento lo liquidò come un’epoca di decadenza e di
barbarie, dominio dell’ irrazionale puro . Ed il Neoclassicismo del primo '800 si incamminò
per lo stesso sentiero. La rivalutazione del Medioevo iniziò con il movimento Romantico che
ne intravide le spinte innovative. Oggi possiamo parlare di un revisionismo assoluto nella
storiografia contemporanea. Il Medioevo non fu solo quella barbarie indubbiamente seguita
alla caduta dell'impero romano d’Occidente. Oggi vi sono storici che affermano che il
Medioevo sia stato la prosecuzione di una tradizione che affondava le sue radici nel passato
più lontano.Pur essendo la comprensione dell’antico Egizio di là da venire, gli uomini del
Medioevo scoprirono che dietro ogni cosa materiale si nascondeva un corrispondente
spirituale come dietro ad una lettera o un numero c’era sempre un significato geroglifico. E,
per mezzo del simbolo, individuo ed estetica si sposavano sul piano dell’universalismo.

E’ proprio in questo contesto che si inserisce, non certo a caso, il simbolo del labirinto.
Infatti, ricuperando quel segno, il Medioevo si riteneva capace di reinterpretare il vecchio
simbolo alla luce della una nuova spiritualità . Fino a quel momento il labirinto era stato un
simbolo pagano per eccellenza. Con l’avvento del Medioevo quel simbolo divenne una specie
di ossessione e di esso è intrisa l’intera vita dell’uomo medievale. Si è trasformato
nell’allegoria del percorso tortuoso che deve portare alla salvezza dell’anima . In questo tipo
di lettura, la letteratura medievale ci dà una grossa mano attraverso le sue proprie allegorie.
Essa trabocca di castelli dagli innumerevoli corridoi e sale ogivali, trasuda trabocchetti. In
una parola è pregna di riferimenti al labirinto . Se pensiamo a tutto ciò, ci rendiamo anche
conto che tutto il vagabondare alla ricerca del Paradiso perduto (la ricerca del Santo Graal ne
è l'espressione più autentica) non poteva che approdare alle cattedrali, dove disegni labirintici
occupano il posto d’onore, in genere all’incrocio tra navata e transetto o lungo il corso della
navata.

I critici (e gli storici dell’arte) hanno tentato varie strade per renderne il senso e in genere
tutte le spiegazioni sono rapportate allo slancio di cristianità che caratterizzava l’epoca.
Qualcuno afferma che i labirinti rappresentavano il cammino difficile verso la salvezza. Altri
parlano di un percorso alternativo al pellegrinaggio in Terra Santa (anch’esso percorso
salvifico). Altri ancora fanno riferimento ad un percorso di penitenza (da effettuare
naturalmente sulle ginocchia). Comunque fosse inteso, va notato che il pellegrinaggio
all’interno della cattedrale si svolgeva lungo un percorso spiraliforme e tortuoso per ritrovare
al centro la Gerusalemme celeste, il santuario personale del fedele.A.H.S. Fulcanelli (sempre
lui) ci fa osservare che accanto ai labirinti compaiono difficilmente altri simboli cristiani (ad
esempio la croce), mentre nelle cripte ne compaiono altri come le Vergini nere. Il vero è che,
qui come altrove, ci stiamo muovendo in un ambiente sui generis, vale a dire nell’ambito del
mistero esoterico dove nulla viene rivelato e per il quale non possiamo dire di più di ciò che
la ragione individuale è in grado di dirci. Non vi sono quindi certezze oggettivamente valide
circa l’uso ed il significato dei labirinti. L’unica cosa che possiamo lecitamente ritenere
plausibile è che i labirinti non servissero solo ad uso decorativo oppure che rispondessero a
richieste ed esigenze meramente cristiane.

Personalmente ritengo che, come normalmente accade per tutti i simboli, questi possedessero
una duplice chiave di lettura: una di dominio generalizzato da parte dei fedeli e l’altra
occulta, di carattere iniziatico. D’altra parte, questa seconda valutazione non deve
assolutamente meravigliare perché nelle cattedrali ogni particolare possedeva entrambi i
risvolti, pubblico e segreto, spesso magico. Non a caso A.H.S. Fulcanelli ci ha condotti per
mano attraverso la selva di simboli esoterici della Cattedrale di Notre-Dame e ci ha portati
dinanzi al mistero della Vergine Nera. Se queste considerazioni sono corrette (come ritengo
che siano) ne consegue che i labirinti delle cattedrali gotiche abbiano ben poco da spartire
con l’ortodossia cristiana. Del resto, nel labirinto delle cattedrali qualsiasi simbolo e qualsiasi
concetto sembra capovolto ad eccezione del senso di marcia perché i Piccoli Misteri
dell’esoterismo classico volevano che fosse centripeto e destrorso (perché apotropaico). Se
seguiamo, come credo che sia giusto fare, quest’ordine di ragionamento, comprendiamo
facilmente che solo gli eletti siano in grado di capirne il significato, perché all'interno del
labirinto è custodito il Graal (o, se si preferisce, la pietra dell'Alchimista, l’oro filosofale). E
non mi sembra affatto un caso che il labirinto fosse l’emblema della corporazione dei
muratori e dei massoni del Medioevo.

Ne consegue che il labirinto possa essere (e certamente è) un’espressione allegorica dei poteri
dell’artista, in grado di padroneggiare tempo e spazio (ragione per cui gli architetti delle
cattedrali gotiche ne fecero il loro emblema). Ma non solo questo. Infatti, a partire dal
Medioevo, il labirinto fu simbolo degli alchimisti. Ne compare infatti uno in un manoscritto
medico-alchemico dell’XI secolo (è chiamato il Labirinto di Salomone ed il nome è di per sé
sintomatico). Qualunque cosa quel simbolo potesse significare, il labirinto si dimostrò in
grado di unire fede e mondanità riuscendo a sopravvivere all’attacco accanito che gli fu
diretto contro. Sta di fatto che in nessuna epoca sarà possibile eguagliare la spiritualità che
solo il Medioevo seppe creare.

Molti dei labirinti delle cattedrali furono distrutti perché considerati sopravvivenze pagane o
perché ritenuti capaci di perpetuare i segreti dei costruttori. All’opera devastatrice
dell’anticultura seguì l’opera altrettanto nefanda dei ladri, attratti dall’oro e dall’argento di cui
i labirinti erano fatti o istoriati.

Ma il labirinto restò nel microcosmo a rispecchiare il macrocosmo dell'universo.

ALCUNE DIMORE FILOSOFALI


Con il termine dimore filosofali non si intende parlare solo di cattedrali gotiche o comunque
di chiese, anche se queste sono quelle più evidenti a causa della loro monumentalità e della
loro collocazione al centro di grandi città.Secondo A.H.S. Fulcanelli, per dimora filosofale si
intende ogni supporto simbolico della verità ermetica, qualunque sia la sua natura e la sua
importanza. Una dimora filosofale può essere benissimo una villa, una casa anche modesta,
un giardino, un oggetto o un libro. La dimora filosofale è insomma un mezzo per comunicarci
un messaggio esoterico, se siamo pronti a comprenderlo. Per esempio, potrebbe essere un
reperto archeologico conservato in vetrina, un pezzo iconografico, un semplice foglio di carta
o un quadro, un monumento architettonico, una abitazione, un castello, una chiesa. Una
dimora filosofale può essere considerata la cattedrale di Cluny, centro della riforma religiosa
benedettina, la biblioteca dell'Abbazia del romanzo “Il nome della rosa”, il tempio del sole di
Stonehenge presso Salisbury, la caverna di Betlemme, nello stesso tempo umilissima e
opulentissima , la villa di Careggi sede dell'Accademia platonica voluta da Cosimo il Vecchio
avo di Lorenzo, la laurenziana “Scuola del giardino di San Marco”.Qui di seguito ho voluto
parlare di alcune dimore filosofali scelte a caso.

MONASTERO DI SAN MICHELE A MONTESCAGLIOSO

Il monastero di Montescaglioso (MT) era “un luogo di sapienza” fortemente legato alle
attività di Montecassino come si può facilmente notare dallo stemma presente in una delle
sale al piano terra e rappresentante i “tre colli”. Appena si entra nella stanza si possono notare
figure di grandi pensatori, tra cui il Pitagora nell’atto dell’insegnamento di nozioni
matematiche e filosofiche che ben si sposano con questa camera “filosofale”. Tutto è decorato
da figure di elfi danzanti o che suonano strani strumenti, serpenti, animali e inusuali uccelli.
Spesso è presente la figura di Re Mida con le sue orecchie d’asino, che nella simbologia
ermetica indica “una verità che non può essere svelata”. Diversi sarebbero gli affreschi e le
pitture sui quali soffermarsi, noi ne esamineremo solo alcuni.

Proprio sulla porta d’ingresso troviamo la vergine che allatta, la virgo et mater, trasposizione
cristiana di Iside con il figlio Horus, insomma una classica vergine nera, facilmente
distinguibile dalla posizione del Santo Bambino. Immediatamente vicino ecco l’affresco del
toro, l’animale totemico della dea e, dal punto di vista dell’opera alchemica, sacro al Sole e
rappresentazione dello Zolfo, il principio maschile, contrapposto al Mercurio, l’elemento
femminile che si ritrova quasi di fronte nell’affresco rappresentante appunto San Michele, per
molti trasposizione cristiana di Hermes o Mercurio.

Altro simbolo fondamentale dell’Opera è il corvo nero. Esso rappresenta la cottura e il color
nero. E’ il primo segno della decomposizione, conseguenza della perfetta miscela delle
materie e quindi fortemente anelata dall’alchimista. Tale uccello (e quindi la decomposizione)
deve apparire più volte nella realizzazione dell’Opera, per alcuni anche 4, infatti è attraverso
questa decomposizione della materia che si separerebbe il puro dall’impuro. Il segno di una
buona putrefazione avvenuta sarebbe proprio, come dice Batsdorff “una nerezza assai nera et
molto profonda, un odore fetido chiamato dai filosofi toxicum et venenum”.

Ma i messaggi alchemici non terminano qui. Così, continuando a vagare per le pitture,
l’attenzione si sofferma su una strana raffigurazione. E’ “la zampa del leone” che regge il
vaso alchemico, espressione del segno dell’oro, il fuoco segreto. Del resto il primo agente che
serve a preparare il mistico solvente viene chiamato “leone verde”. Esso è lo stato embrionale
che però possiede in sé l’energia reale, è l’imperfezione da cui poi deriverà il nostro elixir.

E’ la Cabala che ci indica così la via, è nella lettera il segreto dell’Opera, così ecco che appare
una “S”, o meglio una Triplice “S”, lo Zolfo filosofale. Ma essa non è presente nella sua
“unità”, essa è Trina nell’Affresco. L’indicazione è che si deve ripetere per ben tre volte la
calcinazione del corpo per realizzare le tre opere filosofiche come secondo le teorie di Geber.
La prima operazione ci dà appunto lo zolfo filosofale, la seconda l’elixir, mentre la terza ci dà
la Pietra filosofale, medicina che incorpora in sé tutte le qualità e le virtù.

DUOMO DI SPOLETO

Appena si entra nello splendido Duomo della cittadina, troviamo immediatamente sulla destra
una cappella privata spesso visitata a causa della presenza di un affresco del Pinturicchio. Ma
ecco che all’occhio del curioso si presenta un’altra camera, che gli parla silenziosamente. Si
ha subito l’impressione di entrare in una “stanza filosofale”. Molte delle decorazioni sono
simili a quelle ritrovate a Montescaglioso, così ritroviamo elfi che danzano e suonano,
lanterne e strane creature. In alto si può notare il “satiro che insegna”, elemento fortemente
pagano e che non si pensa di ritrovare in un ambiente cristiano. Anche qui è poi presente
l’Arcangelo Michele con la bilancia e la spada, classici attributi di Thot , il dio egizio da cui
proverrebbero gli insegnamenti alchemici, l’arte della terra di Khem. Vicino all’affresco
dell’Arcangelo si può scorgere “l’ariete bianco”, importante simbolo alchemico. “Gli adepti
dichiarano d’estrarre il loro acciaio dal Ventre dell’Ariete e chiamano calamita anche questo
acciaio”.

Ma forse la più chiara ed esplicita indicazione della ricerca alchemica tenuta in quei luoghi è
data proprio dall’affresco centrale. Al centro è rappresentato il Cristo e sul lato sinistro San
Paolo con la spada e su quello destro San Pietro con la chiave. Sembrerebbe la classica
iconografia ma ecco che all’osservatore attento l’affresco sembra suggerire altro. Ecco così
che appare come la spada e la chiave fossero messe in notevole risalto, messe in primo piano
rispetto ai santi. E’ l’analoga rappresentazione che troviamo nel “Le Livre Des figures
Hieroglyphiques” di Nicolas Flamel. Ebbene, in entrambi i disegni, sia a Spoleto che appunto
nell’opera dell’alchimista, una strana prerogativa è la posizione dei santi, in entrambi San
Paolo si trova a Destra, ove di solito si trova san Pietro oltre all’oggetto posto in evidenza.
Strani simboli e strane dimore che sicuramente testimoniano una profonda simbologia
alchemica che regnava in quei tempi proprio all’interno degli ambienti cristiani della curia
papale.

LA DIMORA DI LULLO

A.H.S. Fulcanelli racconta della casa di Montpellier che appartenne al maestro Arnaldo da
Villanova. Questi aveva, tra le altre cose, due bassorilievi sulla porta: un leone ruggente e un
drago che si morde la coda, i due simboli che indicano il raggiungimento della Grande Opera.
Il suo più importante discepolo, Raimondo Lullo, si trasferì a Milano nel 1296 per continuare
da solo i suoi studi alchemici. Con ogni probabilità anche il Lullo arrivò alla Grande Opera e
fece edificare in città una dimora su cui fece scolpire il procedimento per raggiungerla. Nel
XVIII secolo la casa era ancora presente, come testimonia, oltre a Fulcanelli, anche un
trattato di Olaus Borrichius, Origine e progresso della chimica, in cui descrive l’abitazione
con un ingresso completamente decorato di figure geroglifiche riferite alla Grande Opera.
Purtroppo oggi la casa è scomparsa e con lei le indicazioni per conseguire la Pietra Filosofale.

SANTA MARIA DI SOVERETO

Un particolare omphalos è presente a Sovereto, piccola frazione del comune di Terlizzi, in


provincia di Bari, dove si uniscono magie templari, ricordi di antichi culti di Madonne Nere e
allineamenti megalitici. Il suo nome sembra avere il significato di “eretto sopra ”, etimologia
che fa pensare ad un qualcosa sotto la contrada. La leggenda vuole che nell’anno 1000 un
contadino trovasse in una grotta una icona della Madonna e una lampada accesa. Nacque così
la chiesa di S. Maria di Sovereto. L’icona trovata era quella di una Madonna Nera, la vergine
bruna. Però il mistero del luogo si infittisce. Infatti la chiesa di Sovereto ha evidenti
simbologie templari. Una croce “patente” spunta sotto l’intonaco dell’ospedale eretto dai
cavalieri di San Giovanni. Sui lastroni di due tombe presenti nella chiesa sono rappresentati
cavalieri con le tipiche insegne templari come la croce a coda di rondine sul mantello e
sempre la croce templare è presente nell’acquasantiera di destra della chiesa. Misteriosamente
una gettata di cemento ha livellato i gradini di ingresso alla chiesa e gli stessi edifici adiacenti
non sono visitabili. In aggiunta a questo altri due simboli misteriosi complicano il quadro
generale. Infatti ecco visibile su un lastrone, oggi usato come panca, il simbolo della Triplice
Cinta. Esso dunque sembrerebbe espressamente indicare la “centralità” e la sacralità del
luogo. L’idea di “coniunctio” tra mondi diversi la troviamo all’interno della chiesa stessa.

Proprio vicino alla cripta è rappresentato un albero, simbolo cosmico. E’ il tramite tra cielo (i
rami) e terra (le radici). Insomma, il tutto ci fa pensare di trovarci di fronte a quella che
A.H.S. Fulcanelli definirebbe una Dimora Filosofale il che non è neanche troppo strano dato
che in questo luogo hanno messo il loro zampino gli stessi cavalieri del tempio. La chiesa
sembra sorgere dunque su di un nodo geomantico, cosa non difficile da credere soprattutto
per i numerosi menhir presenti nella zona. E’ infatti ancora visibile un allineamento di ben 4
elementi megalitici, un piccolo leys, sicuramente molto più fitto in passato, ma che pian
piano l’ignoranza popolare ha distrutto. Nel ‘500 il bosco dove verosimilmente sorgevano tali
menhir veniva denominato bosco delle vergini, nome che ci ricorda lontani riti orfici legati
appunto alla terra. Infine sempre legato all’omphalos e al pozzo vi è la leggenda dell’acqua
taumaturgica. Si narra che sotto la chiesa scorra un fiume e molti testimoni dicono che
l’acqua del pozzo vicino alla chiesa ha fatto numerosi miracoli. Questo tema lo ritroviamo
sulla parte esterna della chiesa dove è visibile una lunetta nella quale oltre ad essere
rappresentata la Madonna vi è anche un uomo che sale i gradini di una scala appoggiata nelle
acque. Simbologie templari, centri di energia, acque taumaturgiche, strani menhir: nuovi
interrogativi che rendono questa chiesa molto intrigante.

LA PORTA DEI CIELI

Un noto alchimista milanese, Francesco Giuseppe Borri, ha lasciato indicazioni visibili a


tutti. E’ sufficiente andare a Roma, nei giardini pubblici di Piazza Vittorio Emanuele II e
guardare la Porta dei Cieli. Si tratta di una porta in pietra, fittamente coperta di simboli e
iscrizioni. La porta è stata voluta dal marchese Massimiliano di Palombara intorno al 1680.
Le indicazioni per realizzarla gli sarebbero state fornite dal Borri, che per anni aveva operato
a Roma in un laboratorio messogli a disposizione dal Marchese. Sembra che proprio in quel
laboratorio Borri abbia conseguito la Grande Opera. La porta sembra un enigma insolubile,
ricca di scritte latine che tradotte suonano come: il drago custodisce l'ingresso dell'orto
magico delle Esperidi e Giasone non avrebbe gustato le delizie della Colchide senza Ercole.
Il tutto è accompagnato da simboli planetari e chimici. Il senso di tutto questo forse lo si trova
sul gradino ai piedi della porta dove, accanto al complesso simbolo che gli iniziati chiamano
vetriolo, c’è scritto: “E’ opera occulta del vero saggio aprire la terra affinché generi salvezza
per il popolo”. Accanto c'è una scritta in latino che dice: “SI SEDES NON IS” che tradotto
suona come: “se siedi, non vai”. La stessa scritta, letta al contrario, significa invece: “se non
siedi, vai”. Inutile dire altro. Gli iniziati avranno capito.
DUOMO DI MILANO

Il Duomo di Milano sorge in un luogo di “nodo energetico” molto potente di magia positiva.
La costruzione di questo edificio pare abbia visto l’applicazione di quelle che erano le
conoscenze di segreti costruttivi e semiologici anche da parte delle popolazioni orientali,
venute a contatto con la conoscenza locale durante il periodo delle crociate.Anche le svettanti
guglie sarebbero funzionali non soltanto per l’elevazione dell’anima del fedele verso il
divino, ma anche alla regolazione dei movimenti tellurici anche impercettibili all’essere
umano e provenienti dal centro della terra. Nel Medioevo questo genere di conoscenze non
erano aperte alla conoscenza di tutti e venivano trasmesse in modo per lo più occulto ed a
carattere esoterico. Il privilegio della conoscenza era concesso soltanto dopo lunghi anni di
apprendistato presso i Maestri, che poi tramandavano il loro sapere e le loro tecniche. Queste
conoscenze non erano soltanto di carattere statico come il dare stabilità alle volte e la maniera
migliore di scolpire il marmo, ma davano soprattutto il significato di ogni simbolo nella sua
posizione o nel suo allineamento con altri.La Fabbrica del Duomo ha visto l’alternarsi di
numerosi Maestri italiani e stranieri. Ciascuno di essi ha lasciato nella cattedrale il proprio
sapere, trasformandola in un crogiolo di conoscenze.Secondo la tradizione il Duomo di
Milano altro non sarebbe che un immenso trattato alchemico, la rappresentazione della
metamorfosi del cambiamento da animale a Uomo dell’essere umano. Fra i suoi simboli, fra i
suoi ermetici fronzoli pare sia celato il mistero della trasmutazione. Il che per una cattedrale è
una simbologia potentissima, anche per la fede cattolica che vede la trasmutazione dell’essere
umano in qualcosa di molto più simile al divino come scopo dell’esistenza: l’anima nella sua
celebrazione.

CA’DARIO E CA’ MOCENIGO DI VENEZIA

Interessanti sono le tradizioni legate ai palazzi stregati come Ca’ Dario e Ca’
MocenigoVecchia.La fama del primo è sinistramente conosciuta da tutta la città. Esso fu
costruito dal mercante Giovanni Dario e dedicato al genio della città, come testimonia
l’iscrizione “Genio urbis Joannes Dario”, scritta che, secondo alcuni studiosi, nasconderebbe,
anagrammata, enigmatici quanto orribili segreti: “SUB RUINA INSIDIOSA GENERO” e
cioè: colui che abiterà sotto questa casa andrà in rovina. Per alcuni la costruzione sorgerebbe
su un nodo di energie negative che si trasferirebbero all’intera dimora, quella che
A.H.S.Fulcanelli definirebbe una vera e propria dimora filosofale. In realtà l’intera città
sorgerebbe su una rete di correnti telluriche, positive e negative, che caratterizzerebbero così
la sua urbanizzazione. Lo stesso Canal Grande sarebbe la rappresentazione del temibile
serpente, simbolo delle enigmatiche forze che in alcuni punti diventerebbero fortemente
palesi. Del resto nel passato era normale che ci fossero luoghi benefici e malefici. In oriente
si pratica il feng shui, cioè una disciplina che permette di costruire una casa recependo le
onde benefiche del “grande drago” che dorme nel sottosuolo. Sarà proprio il drago a
caratterizzare la città. Infatti, se esaminiamo una qualunque cartina di Venezia, vediamo il
Canal Grande snodarsi come un serpente o un dragone, tagliando esattamente in due parti la
città. Abbiamo così la testa, “caput draconis”, ed una coda “cauda draconis”. Alla fine di
quest’ultima troviamo l’isola di san Giorgio, con l’omonima chiesa, scelta non casuale se
pensiamo che nella tradizione cristiana san Giorgio è il santo che uccide il drago, e quindi che
esorcizza il serpente veneziano, mentre dalla parte opposta vi è la Basilica di San Marco,
quasi un modo per esorcizzare queste energie.E proprio posizionato nella “cauda” troviamo
Ca’ Dario, il misterioso palazzo la cui maledizione colpisce tutti i proprietari che sono morti
suicidi o comunque di morte violenta, tra i quali ultimamente Raul Gardini e il tenore Mario
del Monaco.
Per quanto riguarda invece la seconda costruzione, è silente testimone della visita del filosofo
Giordano Bruno in città, ospite proprio della famiglia di Mocenigo che, dopo aver cercato di
carpire le sue conoscenze alchemiche, lo denunciò come stregone alle autorità veneziane
costringendolo a riparare a Roma ove poi sarà giustiziato. Tradizione vuole che in quell’
edificio si manifesti ancora il fantasma dell’eretico in cerca di giustizia.

DUOMO DI CREMA

Il Duomo di Crema è in stile gotico - lombardo e fu costruito tra il 1248 e il 1341. E’ un


edifico imponente, eretto su uno precedente del XII secolo, di cui resta il portale. Ha una
bella facciata “a vento” in cui si aprono bifore e un grande rosone marmoreo. Su ciascuno dei
lati presenta, tra le bifore, un tondo in cui spicca un pentacolo contornato da cinque cerchi.

Nel lato sinistro la facciata presenta due rosoncini che di sera, per effetto dell’illuminazione
artificiale (ma il fenomeno si riproduce anche con la luce solare, solo meno visibile per la
mancanza di contrasto), si riproducono specularmente sulla parte laterale dell’edificio,
creando uno stupefacente effetto. Uno dei segreti dei costruttori? Perché due rosoni
praticamente “gemelli”? Dettaglio: disegnano un fiore a otto petali.

Sul lato destro rispetto all’ingresso principale, in alto, a destra della bifora superiore, è
visibile una scacchiera, 8 x 8 caselle. Essa è ancora molto ben conservata, con nitidi colori, il
bianco e il nero(ed ha quindi 64 caselle).La scacchiera riporta al concetto di dualismo nel
mondo della materia: positivo e negativo, maschile e femminile, luce e tenebre, alto e basso,
intelletto e devozione, bene e male, fortuna e sfortuna, che si incrociano nello schema della
vita di ogni essere umano.

Gli scacchi hanno inoltre un simbolismo interessante che riconduce a quanto appena
descritto: un grande gioco universale in cui i poteri della luce e dell’oscurità si contendono il
dominio del mondo, facendo sì che il campo in cui ognuno di noi si trovi ad operare sia
pervaso da forze contrastanti. I vari pezzi degli scacchi rappresentano ruoli e modalità. Il
simbolismo del gioco, che è originario dell'India, si ricollega a quello della strategia di guerra
in cui il combattimento si svolge tra pezzi bianchi e neri , fra luce e ombra, fra i Titani e gli
Dei, e potremmo trovarvi un collegamento con la mitologia indù. Comunque sia, la posta in
gioco è la supremazia del mondo, la vittoria anche su sé stessi, l’uscita da un conflitto tra la
ragione e l’istinto, dell’ordine contro il caos, di una combinazione contro un’altra, delle
diverse potenzialità del destino.

il Re (SOLE) ha mosse limitate dalla manifestazione, è legge e ordinela Regina (LUNA)


rappresenta la Grande Madre Universale, il principio femminile le cui mosse si irradiano
ovunquela Torre (SATURNO), la sua mossa è il quadrato, rappresenta il potere temporale
l'Alfiere (GIOVE) è il potere spirituale, la cui mossa è il triangoloil Cavallo (MARTE) è
l'iniziato, la sua mossa è il salto intuitivoil Pedone (VENERE e MERCURIO) è l’uomo
comune, che cerca di percorrere con i suoi piccoli passi la scacchiera per ritrovare la propria
Grandezza, che gli arriverà se mai giungerà sull’ultimo quadretto dalla parte opposta dalla
quale era partito (percorso iniziatico) e avrà superato le prove che ad ogni passo si paventano
a minacciarne i movimenti.

La scacchiera è un insieme di figure geometriche (quadrati, losanghe, mandorle, ecc.) che è


usato per vari giochi (dama, scacchi, oca,ecc.). Nella sua forma elementare, essa è il mandala
quaternario semplice, simbolo di Shiva trasformatore (lo Yin e Yang cinese). La scacchiera
normale ha 64 quadrati (64 è il numero della realizzazione dell’unità cosmica per gli
Orientali) che serve da schema alla costruzione dei templi, alla fissazione dei ritmi universali,
alla cristallizzazione dei cicli cosmici. Essa è il campo d’azione delle potenze cosmiche e
corrisponde alla terra (quadrata) limitata ai suoi quattro orienti.

Nel mondo Celtico, il gioco degli scacchi rappresentava la parte intellettuale dell’attività
regale: non si giocava mai contro un avversario umile ma contro principi, alti dignitari e la
posta in gioco era sempre di grande valore.

Letteralmente la parola significa intelligenza del legno in tutte le lingue celtiche


(irlandese=idchell; gallese= gwyddwyll; bretone= gwezboell) e il re giocava a scacchi per due
terzi della sua giornata, secondo alcuni testi. L’arte del giocatore partecipava all’intelligenza
universale, poiché il gioco stesso metteva in azione l’intelligenza e il rigore.

Tante e tali simbologie ci portano a conoscere la scacchiera, emblema dei Templari, che
spesso la facevano riprodurre nei loro monumenti religiosi, spesso inserita nei pavimenti o
nelle facciate delle chiese. I Templari avevano uno stendardo di battaglia bianco e nero, detto
Beauceant, che esprime il concetto della dualità, lo stesso che in Oriente è chiamato Yin e
Yang. La parte bianca sopra quella nera indica la capacità attiva dell’essere su quella passiva,
che poi torna a sovrastarla. L’eterno contrasto tra le forze cosmiche che si contrappongono
ma sono complementari, in un continuo processo dinamico che è alla base del mondo.

L’interno del duomo di Crema, a tre navate e a croce latina con breve transetto, appare
maestoso per la presenza di poderosi pilastri a fascio su uno dei quali si trova una croce
patente (templare). La chiesa possiede anche una cripta attualmente chiusa. Il crocifisso nella
cappella vicina all’altare (transetto sinistro) ha una particolarità: i piedi del Cristo sono
staccati e nessuno riesce a rimetterli nella loro sede originaria. La leggenda narra che un
tempo, quando la città si trovava occupata dallo straniero, il crocifisso fu buttato sul fuoco
come legna da ardere. In quel momento,si sentì un botto e i presenti videro le gambe del
personaggio scolpito staccarsi violentemente con il chiodo dal legno che non bruciava. Da
allora il manufatto, annerito ma intatto, venne ritenuto miracoloso e venerato ancora oggi.

CHIESA DI SAN SAVINO – PIACENZA

Questa chiesa può essere considerata formata da due chiese, la superiore e la inferiore, che è
la cripta, legate da un elemento artistico in comune: un mosaico pavimentale a tessere
bianche e nere.

Vediamo cosa illustra il mosaico della cripta, cercando di leggerlo dal punto di vista
simbolico, ermetico, andando oltre la sua valenza letterale. Vi troviamo infatti numerosi
soggetti esoterici che raccontano l’evoluzione della Vita umana, paragonata ad una Grande
Opera Alchemica, i cui insegnamenti si sono via via ammantati di allegorie e metafore in base
al contesto culturale, celandosi dietro un vero e proprio linguaggio incomprensibile ai
profani. Un tempo questo pavimento musivo doveva avere un labirinto, oggi perduto.
Sarebbe interessante conoscere almeno dove esso si trovava. Risaliva al XII secolo e ad esso
era legato un motto dal valore oscuro, che per taluni è negativo. Metteva in guardia i fedeli,
che dovevano vedervi il mondo: largo per chi entra ma stretto per chi tenta di uscirne
liberandosi dai vizi. E’ un itinerario comunque iniziatico. La frase latina era:

HUNC MUNDUM TIPICE LABERINTHUS DENOTAT ISTEINTRANTI LARGUS,


REDEUNTI SET NIMIS ARTUSSIC MUNDO CAPTUS, VICIORUM MOLE GRAVATUS
VIX VALET AD VITE DOCTRINAM QUISQUE REDIRE
La presenza di un labirinto su questa direttrice della via Francigena avvalora più che mai
l’ipotesi di un percorso preciso in cui questi supporti filosofico - ermetici venivano collocati.
Forse erano molti di più di quanti ne siano pervenuti fino ad oggi. Se questo mosaico
pavimentale esclude la sua appartenenza al mondo dei pellegrinaggi medievali, fa riflettere
sul fatto che nel mondo romano il labirinto era molto diffuso, mutuato dalla mitologia greca.
Nel medioevo venne recuperato nel suo valore simbolico e trasposto in chiave cristiana come
supporto iconografico di espiazione dei peccati e redenzione. Sappiamo che il labirinto
assume un significato iniziatico.

L’alchimista A.H.S. Fulcanelli insegna che “l’immagine del labirinto ci si offre come
emblema dell’intero lavoro dell’Opera, con le sue due maggiori difficoltà: quella della strada
da seguire per raggiungere il centro, nel quale si scatena il duro duello delle due nature, e
l’altra, quella della strada che l’artista deve seguire per uscirne”.La cripta è un ambiente
altamente suggestivo e intriso di un misticismo particolarissimo. La volta è retta da sottili
colonne aventi capitelli istoriati, alcuni di arcaica fattura. Vi si notano intrecci e Nodi di
Salomone, in cui su un lato dello stesso capitello ne spicca uno e sull’altro lato due. Su un
terzo lato infine vi è un simbolo strano, che pare fondere due nodi insieme.

I mesi sono ritratti entro clipei circolari e l’intero sfondo è un fondale marino a onde,
popolato di pesci che alludono ai cristiani che costituiscono la Chiesa di Cristo. Ci sono
anche un Tritone (metà uomo e metà pesce) e una Sirena. Entrambi hanno una valenza
ermetica, oltre che letterale.

Infatti A.H.S. Fulcanelli insegna che “la sirena, mostro favoloso e simbolo ermetico,
risultante dall’unione d’una donna e d’un pesce, serve a caratterizzare l’unione dello zolfo
nascente, che è il nostro pesce, con il mercurio comune, chiamato vergine, nel mercurio
filosofico o sale di saggezza. Il nome seirèn, termine contratto di Seír, Sole, e di Méne, Luna,
indica anche la materia mercuriale lunare combinata con la sostanza solforosa solare”. E’ la
prima madre che genera il pesce. Questa iconografia è tipica della nostra Era , ma
originariamente era rappresentata in aspetto di donna giovane e bella nella parte superiore del
corpo e di uccello nella parte inferiore.

Ricordo che nel cristianesimo primitivo il pesce (in Greco ICTHYS) era riferito a Gesù. Le
iniziali formano l’acrostico : I Iesous/ C Cristos / TH theou/ Dio Yos /Figlio Soter
/Salvatore=Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore. In questo mosaico tutto è “acqua” in cui i
pesci sguazzano: letteralmente è la Comunità di fedeli che vive nella Santa Assemblea. Ma
esotericamente è il compost che evolve verso la Perfezione, l’incorruttibilità, attraverso una
serie di prove/operazioni o fasi. I pesci assumono dunque il duplice significato del doppio
mercurio dei saggi. A.H.S.Fulcanelli insegna che “il pesce è il geroglifico della pietra dei
filosofi al suo primo stato, perché la pietra, come il pesce, nasce dall’acqua e vive
nell’acqua. Facciamo notare che in alcune basiliche bizantine, il Cristo, talvolta, era
rappresentato come le sirene con una coda di pesce”.