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RIASSUNTO BREVE STORIA DELL’AFRICA

CAPITOLO 1

L’Africa così designata risale alla circumnavigazione del continente compiuta dai portoghesi a fine 400, quando
fu doppiato capo di Buona Speranza. Dal 500 i testi prodotti dagli europei la descrissero e la formarono secondo
il loro punto di vista: mercanti, missionari, esploratori e trafficanti di schiavi elaborarono la loro idea di Africa.

La tratta degli schiavi, intensificata dagli europei nel 700, seguì altre tratte molto più antiche, dirette verso il
mediterraneo e l’Oceano Indiano.
L’originalità della Tratta Atlantica fu di stabilire il colore degli schiavi: dal 600 e soprattutto nel 700 uno schiavo
atlantico era necessariamente nero. Così, paradossalmente, fu durante il secolo dei Lumi che si affermò
un’immagine negativa dell’Africa.
I filosofi settecenteschi erano ostili alla schiavitù ma sostenevano l’inferiorità mentale e intellettiva dei neri.
Nell’800 fu elaborato il razzialismo, diverso dal razzismo nella misura in cui si fondava su quelle che erano
ritenute prove scientifiche. Si distinguevano 3 razze: bianca, nera e gialla. Ciò accadeva in corrispondenza della
scoperta dell’interno del continente. Si sosteneva quindi una disuguaglianza tra le razze: la razza bianca
superiore e le altre razze inferiori, tra cui quella nera. Ciò era “scientificizzato” da medici, biologi e antropologi
di fine 800.
In questi anni la Tratta Atlantica era quasi del tutto scomparsa, ma la convinzione della disuguaglianza razziale e
dell’incapacità dei neri di gestire il loro stesso sviluppo era ben radicata nelle coscienze occidentali.
La colonizzazione stabilì una differenza legale tra cittadino (assimilati) e la massa di “indigeni” (natives) sotto
un sistema giuridico speciale. Questo tipo di regolamento inegualitario esisteva in tutti i regimi coloniali.

Le ricerche sull’Africa sono state quindi condizionate da secoli di pregiudizi trasmessi dall’epoca coloniale fino
ad oggi.
L’Africa è composta da 54 stati, non è un’identità omogenea e nemmeno uno stato o un paese. Vi sono tutti i
climi e tutti i modi di vita, da deserto alla foresta equatoriale.
La fase di espansione bantu nell’Africa centrale e orientale (I millennio a.C.) è diventata il campo privilegiato
dell’archeologia e della linguistica. L’arrivo dei musulmani nell’VIII secolo vide il sorgere dei testi scritti in
lingua araba, redatti da viaggiatori stranieri ed eruditi locali.
Le fonti scritte più note hanno contribuito a plasmare la nostra interpretazione della storia africana, ricca di
fenomeni drammatici come:
• le tratte di schiavi, che iniziarono ben prima della Tratta Atlantica, ma che si diffusero tra il 500 e l’800;
• La colonizzazione europea, che investì l’intero continente.

La situazione attuale africana resta piuttosto tragica per vari fattori, interni ed esterni.
Interni: condizioni ecologiche, lunghissime carestie, malattie mai debellate come la malaria.
Esterni: tratte di schiavi, e frequenti colonizzazioni come l’imperialismo coloniale europeo, le colonizzazioni
arabe e le grandi guerre sante (jihad).

CAPITOLO 3

L’Africa è prevalentemente costituita da grandi altipiani ad est, di cui la sola Etiopia ne copre quasi la totalità.
All’interno vi è un susseguirsi di ampi bacini idrografici, come il fiume Congo. I movimenti di popolazioni
hanno caratterizzato la storia del continente. Essi furono incoraggiati dalle diverse risorse: il sale e l’oro ad
esempio hanno favorito scambi transahariani o diretti verso l’Oceano Indiano.

L’Africa viene a volte definito un continente insalubre a causa delle malattie tropicali, alle quali si sono aggiunte
quelle provenienti da Asia ed Europa. Gravi malattie, come la malattia del sonno e la malaria, in assenza di
vaccino, sono tutt’oggi la prima causa di mortalità. Inoltre, vi sono animali pericolosi come serpenti velenosi.
Gli spostamenti delle popolazioni hanno avuto come risultato il flagello delle epidemie, come il caso della
malattia del sonno trasmessa dalla mosca tsè tsè, che si diffuse con il trasferimento di lavoratori all’inizio del
900. Anche la febbre gialla è trasmessa da una zanzara e causa oggi la morte. Altre malattie furono portate da
arabi ed europei come il vaiolo, che provocò epidemie devastanti, il morbillo e le malattie veneree con il dramma
dell’aids.

Riguardo al clima e alla vegetazione, l’equatore divide il continente in 2 metà. A nord, sud e sulle coste regna il
clima mediterraneo. Più ci si avvicina ai tropici e più si estende il deserto, molto vasto a nord (Sahara). La
stagione delle piogge si estende progressivamente a sud del deserto. Ai margini del Sahara il clima si fa sempre
più umido ed è caratterizzato dall’alternanza tra 2 stagioni delle piogge e 2 secche. Questa zona di savana fu per
secoli una zona ricca privilegiata dai coltivatori sedentari. Più si scende verso l’equatore e più la stagione delle
piogge si allunga. Ad est invece, dove sono gli altipiani, la piovosità è minima e la savana domina.
La vegetazione e le differenze climatiche hanno influenzato i modi di vita: nel deserto i nomadi praticano la
transumanza, nella savana si privilegia la coltivazione di cerali. Successivamente le piante americane importate
dai portoghesi (mais, manioca, fagioli) si sono diffuse in tutto il continente, sconvolgendo completante il
paesaggio agrario.
Per millenni i contadini hanno saputo trarre il massimo profitto dal terreno, adottando varie soluzioni e
privilegiando cereali, tuberi e legumi. Poi però i coloni requisirono le terre più fertili e richiusero gli africani in
riserve inospitali, imposero il pagamento di imposte, coltivazioni obbligatorie di rendita e reclutamenti forzati.
L’agricoltura all’Europea rese sterili molti terreni causando catastrofi ecologiche: gli agricoltori africani
sapevano coltivare le loro terre meglio di esperti stranieri.

La popolazione africana si è mantenuta a lungo stabile, per poi decuplicare in mezzo secolo, arrivando al 18%
della popolazione mondiale. Tra le cause della stabilità vi erano: commercio di schiavi, guerre interne incessanti,
massicci spostamenti di popolazioni, grandi siccità, sciami di cavallette che distruggevano raccolti e bestiame,
epidemie. La conquista europea portò in Congo belga alla morte di circa metà della popolazione. La popolazione
sarebbe precipitata un pò ovunque tra il 1880 e 1920 a causa della combinazione guerra-malattia-fame. Oggi il
deserto avanza e il lago Ciad è in via di prosciugamento. Nonostante tutto questo gli africani hanno dimostrato
grande resistenza alle difficoltà e alle conquiste.

Riguardo alle etnie, la maggior parte delle lingue africane appartiene alla famiglia delle lingue bantu: un termine
linguistico e si tratta di un sottogruppo della famiglia delle lingue Congo-kordofaniane. I loro locutori si
dispersero verso l’Africa occidentale e furono la prima colonizzazione interna del continente. Oggi esistono
diverse centinaia di lingue bantu, i cui locutori parlano lingue completamente diverse tra loro.
Prima della colonizzazione in Africa esistevano numerose formazioni politiche, da quelle piccole dei capitanti a
quelle più grandi degli imperi. Queste società, come gli Yoruba erano degli stati o perfino degli stati-nazione.
Gli europei li chiamarono “tribù” mentre oggi si definiscono etnie. I governi coloniali tracciarono sulle carte
delle linee di frontiera all’interno delle quali vennero create delle suddivisioni, si obbligarono le diverse etnie a
risiedervi e le si ripartì in tribù. Ad esempio, il termine Yoruba che prima indicava solo gli abitanti della regione
dell’Oyo fu imposto dai britannici per indicare un’area molto più vasta.
Il fenomeno del tribalismo fu poi sfruttato politicamente per influenze guerre interne, come nel caso del
genocidio in Ruanda.

CAPITOLO 4

In Africa il concetto di proprietà privata della terra non esisteva. La terra era un dono del cielo che assicurava la
sopravvivenza grazie ai suoi prodotti: coltivazione, allevamento, caccia e raccolto. Ne disponevano e potevano
trasmetterne l’usufrutto i membri della collettività che si ritenevano discendenti dei primi occupanti. Non si
poteva vendere. La società Ashanti era matrilineare.
Alla testa di ogni gruppo vi era un discendente dell’antenato comune e ciò stabiliva dei legami tra i villaggi.
Queste famiglie, vicine alla terra, erano abituate a produrre e gli scambi commerciali erano limitati. I mercati
però erano fitti e frequentati. Gli scambi erano di ogni tipo: soprattutto sociale, poiché ad esempio si discuteva
delle unioni matrimoniali. La vita contadina era più un modo di esistenza che di produzione, a differenza del
mondo mercantilista occidentale dove ha un valore di scambio. Nel sistema rurale invece non è il valore
commerciale, ma l’apprendimento del valore d’uso che occupa tutta la vita sociale: un’oggetto vale solo per
l’uso che se ne fa.
Nella zona equatoriale si commerciava la manioca, nel Sudan il miglio, in Senegal l’arachide, in Nigeria l’olio di
palma, ecc. Questo schema restò a lungo lo stesso e i mezzi tecnologici erano spesso rudimentali.
L’autoregolamentazione sociale era fondamentale: il sistema impediva l’accumulazione di terre e beni in mano a
pochi privilegiati. La prima garanzia era l’assenza della proprietà privata; i diritti suolo e proprietà collettiva
erano garantiti dalle istituzioni. Il ciclo alimentare produceva scarsa eccedenza che assicurava una sopravvivenza
minima. La fragilità delle campagne spiega la gravità delle rotture degli equilibri provocate dalla colonizzazione:
le comunità persero l’usufrutto di parte del loro territorio a causa delle grandi concessioni volute dagli europei,
come avvenne nel Congo belga. I reclutamenti forzati poi provocarono un massiccio esodo rurale dei lavoratori
più sani, lasciando vecchi, donne e bambini incapaci di assicurare la sopravvivenza. Infine, uno sviluppo
sproporzionato delle colture commerciali di esportazione ha distolto dalla produzione alimentare la parte
eccedente della forza lavoro.

Gli appartenenti alla casta erano al servizio delle persone libere e non potevano affrancarsi dalla loro condizione;
la casta implicava infatti l’endogamia (niente matrimoni al di fuori di essa).
Riguardo agli schiavi si distinguevano i prigionieri locali, che avevano una vita familiare accettabile, e schiavi di
tratta, condannati alla vendita. Le guerre sono state le principali fonti di prigionieri incorporati in qualità di
schiavi alle società vincitrici. Erano i più poveri, i cui parenti non erano in grado di riscattare la libertà. Si era
schiavi per nascita o lo si diventava, e non tutti gli stranieri erano necessariamente schiavi. La condizione servile
era soprattutto femminile. Le antiche disuguaglianze sociali, accentuate nelle società aristocratiche, furono
sfruttate dai colonizzatori, come in Ruanda, dove l’amministrazione belga decise di registrare come Tutsi tutti i
proprietari con più di 10 capi di bestiame e ciò faceva coincidere nobiltà e appartenenza Tutsi.
Anche nelle società africane, prima della colonizzazione, esistevano distinzioni rigorose di status, differenziate
forme di razzismo non necessariamente basate sul colore della pelle, ma su alcuni pregiudizi che distinguevano i
civilizzati (capi, eruditi, musulmani) dai selvaggi (stranieri, esclusi, inferiori).
Questi pregiudizi, ricordi storici relative ad es. a razzie schiaviste subite dagli antenati di un gruppo, hanno
portato in alcuni casi a veri genocidi. Non si vuole comunque negare il ruolo della colonizzazione che spesso ha
fatto da catalizzatore.

Il ruolo delle donne era centrale. Vi era una divisone sessuale del lavoro: agli uomini spettavano i lavori pesanti,
la guerra, la costruzione della casa, caccia, pesca e politica; le donne si occupavano invece della sussistenza,
dalla semina fino al trasporto nei granai, dell’educazione dei bambini. Le donne avevano una certa autonomia
poiché, con i bambini, vivevano in un mondo separato da quello degli uomini.
La madre del marito comandava le mogli, la prima delle quali aveva il predominio sulle più giovani. La
differenza era che gli uomini decidevano per l’intero gruppo mentre le donne solo per loro stesse. Le società
matrilineari erano in origine le più comuni e anche i nipoti appartenevano alla madre del marito. In questo caso
la trasmissione avveniva dallo zio al figlio della sorella: l’eredità passava attraverso le donne. Ciò conferiva alla
donna non il potere, ma la capacità di trasmetterlo ai maschi della sua famiglia. A volte si avevano complessi
problemi di eredità che portavano a conflitti locali. Avere una figlia costituiva una ricchezza: per la famiglia era
una promessa di lavoro e la garanzia di avere dei bambini. Avere più donne significava avere più terre e più
bambini, quindi una stirpe più forte. La compensazione matrimoniale era versata perché la famiglia della sposa
avrebbe perso una figlia. La poligamia era limitata e praticata soprattutto dai capi: le anziane controllavano il
lavoro delle più giovani e delle serve. La madre del marito e in subordine la prima sposa esercitavano il loro
potere sulle nuore, sulle mogli più giovani e sulle schiave. Questi rapporti non egualitari si ripetevano a tutti i
livelli, dal nucleo familiare allo sfruttamento di stato. Molte donne poi si occupavano del lavoro nei campi, le
contadine, mente la pastorizia era riservata agli uomini.
CAPITOLO 5

L’Africa sembra trovarsi all’incrocio tra tre mondi diversi: mondo mediterraneo afroasiatico, quello dell’Oceano
Indiano e quello Atlantico. I suoi visitatori erano indiani, arabi, portoghesi, europei e americani. Tutti ne hanno
tratto profitto. Da questi incontri sono scaturiti nuovi attori e correnti innovatrici. L’Africa ha una storia interna,
è stata la visione eurocentrica a farne una “periferia”.

Importante fu il ruolo svolto dall’oro. Esso era fonte di prosperità finanziaria, in Europa e nell’Oceano Indiano.
Inizialmente esso veniva dal Sudan e dalla Gold Coast. Qui gli antichi imperi come quello del Ghana avevano
fondato il loro potere sul commercio internazionale dell’oro. Gli africani erano soliti scambiare l’oro con il sale
del deserto, scambio antichissimo. L’oro quindi aveva un diffuso uso monetario ed economico fino in Europa.
Gli arabi servirono da tramite con il mondo occidentale, il quale aveva una grande necessità di oro per
organizzare le spedizioni verso l’Asia, attraversando India e Cina in cerca di spezie e pietre preziose. I
portoghesi quindi si stanziarono lungo le coste inizialmente non per il solo commercio di schiavi ma per il
rastrellamento dell’oro che avveniva attraverso fortezze costiere rifornitrici. È stato l’oro africano ad assicurare
l’avviamento dell’economia di piantagione del commercio atlantico. L’Africa ha dunque fornito al mondo uno
strumento monetario basilare: l’oro.

La Tratta Atlantica ha inizio nel 600 con le piantagioni di canna da zucchero in Brasile. Gli schiavi africani
furono trasportati in tutto il mondo: mediterraneo, Oceano Indiano, Oceano Atlantico. Anche le tratte interne al
continente africano furono numerose. L’Africa diventò il principale fornitore di manodopera delle piantagioni,
ruolo mantenuto anche durante la prima rivoluzione industriale, e del mondo intero, fornendo un rilevate
strumento produttivo: il sistema di piantagione schiavista.

La rivoluzione industriale inglese necessitava molte materie prime per la produzione: cotone, coltivato dagli
schiavi in America, prodotti oleosi tropicali per oliare le macchine, sapone di Marsiglia, olio di palma, di cocco e
di arachidi, chiodi di garofano prodotti a Zanzibar, la gomma delle foreste equatoriali e l’oro del Ghana e del
Sudafrica. L’Africa svolse quindi un ruolo essenziale, essendo la principale fornitrice di materie prime
indispensabili all’industria europea. I sistemi sociali e politici africani si dovettero adattare ai nuovi mercati, che
favorivano lo sviluppo di nuovi poteri locali come i capi militari.
Nella Conferenza di Berlino 1884-5 le potenze europee fissarono le regole del gioco che avrebbero permesso di
completare la colonizzazione dell’Africa. L’Africa ebbe quindi un ruolo fondamentale come centro produttivo
(di materie prime) e come riserva di manodopera (ieri di schiavi oggi di lavoratori migranti).

CAPITOLO 6

La storia dell’Africa comincia con l’antico Egitto. L’eredità egiziana si diffuse verso sud nell’antica Nubia, dove
sono stati trovati resti di piramidi. Il Corno d’Africa subì le invasioni persiane dal V secolo e con l’avvento
dell’islam conobbe un rinnovamento grazie alla nascita della cultura swahili. Nel XV secolo ci fu l’avvento
dell’Impero Ottomano e gli arabi poi conquistarono l’Africa settentrionale. A est il deserto era unito al massiccio
montagnoso etiope che serviva da rifugio ai popoli ostili alla conquista araba, ebrei e cristiani copti. Vi era poi
l’egemonia del Ghana, che non coincideva con l’attuale Ghana, reso ricco grazie al suo oro che però non seppe
resistere all’offensiva dei berberi e l’Islam si estese nel Ghana nell’XI secolo. Le città del Sahel divennero
importanti centri di cultura musulmana e l’slam si diffuse anche lungo la costa orientale del continente.
A partire dal 500 l’Islam e la lingua araba si erano diffusi a sufficienza per far si che anche gli africani
iniziassero a mettere per iscritto la loro storia locale, fino ad allora trasmessa solo oralmente.
L’espansione araba intensificò gli scambi. I marinai persiani, indiani e arabi si stabilirono nei porti della costa
dove fondarono diverse comunità. Così dal XII secolo emerse una lingua di comunicazione che sarebbe
diventata lo swahili, e le cui prime tracce scritte, in caratteri arabi, risalgono al 500. Insieme alla lingua si
sviluppò nel 700 una cultura specifica, fondata sull’attività portuale degli scali commerciali.
La tratta atlantica poi prese definitivamente il sopravvento su tutte le altre forme di attività.
CAPITOLO 7

Le tratte africane si svilupparono in 3 direzioni: verso l’Oceano Indiano e l’Asia, verso il Mediterraneo
attraverso il Sahara e verso le Americhe attraverso l’Oceano Atlantico.
Questa Tratta Atlantica venne proibita solo all’inizio dell’800. Rilevante fu il divieto britannico del 1807 e
quello delle altre potenze europee dopo il 1815. La tratta di contrabbando continuò fino all’abolizione della
schiavitù, votata nel 1833 ma applicata dal 1834 nelle colonie. Abolita nel 1865 negli USA e nel 1888 nel
Brasile. La tratta atlantica cessò quando furono soppressi i mercati degli schiavi.
Lo schiavo era considerato un oggetto che poteva essere acquistato e venduto. Era lontano dalla sua famiglia e
dal luogo di origine. La schiavitù è teoricamente sparita dalla faccia della terra solo all’inizio del 900 anche se ci
sono ancora alcuni casi. Nell’antichità lo schiavo non era definito dal colore: i greci e romani schiavizzavano
altri greci e tedeschi, soprattutto bianchi. Anche tra gli arabi ogni pagano(non musulmano)poteva essere schiavo.
Dal X o XI secolo milioni di neri furono deportati verso il mondo Mediterraneo e l’Oceano Indiano. I musulmani
consideravano i neri pagani e di una razza inferiore. La pelle nera era associata a caratteristiche negative: aspetto
selvaggio, sessualità sfrenata, ecc.
Gli schiavi neri erano impiegati nel lavoro della terra o in miniera o come soldati. Le donne diventavano
concubine o serve.
Nel 500 iniziò la Tratta Atlantica ad opera dei portoghesi. Essa si sviluppò in 2 forme. Nell’atlantico il
commercio triangolare, praticato da britannici e francesi: dall’Europa salpavano navi dirette alle coste africane
cariche di tessuti, animi e alcol, merci che venivano scambiate con schiavi. Questi venivano portati nelle
Americhe, dove erano venduti. Le navi tornavano poi in Europa cariche di melassa ricavata dalla canna da
zucchero e destinata ad essere trasformata in zucchero e alcol in Europa.
Dal 500 alla metà dell’800 quasi la metà degli schiavi furono presi dai portoghesi direttamente dalle coste di
Angola e Mozambico verso il Brasile: era la tratta “diretta”, vietata dal Brasile solo nel 1850.

Riguardo alle piantagioni schiaviste, molto importante era la canna da zucchero, portata dai portoghesi e piantata
nelle isole, soprattutto a São Tomé, dove arrivarono subito schiavi provenienti dal Congo. In seguito, grazie al
grande successo, i portoghesi portarono la canna da zucchero in Brasile, Giamaica, Santo Domingo e Cuba, dove
si ebbe il maggior numero di piantagioni schiaviste. In America invece i britannici iniziarono piantagioni di
tabacco e cotone.

La schiavitù atlantica fu esclusivamente nera. Il matrimonio misto era bandito e il concubinato tra bianchi e
neri, o tra affrancati e schiavi, era punito. I figli degli schiavi erano schiavi e appartenevano al padrone della
madre. Gli schiavi non avevano il diritto di possedere niente, potevano spostarsi solo se autorizzati e non
potevano testimoniare. Il padrone doveva nutrirli, dargli 2 vestiti l’anno e assistere vecchi e malati. Lo schiavo
era un bene e poteva essere incatenato, frustato, ecc.
La proibizione della tratta da parte britannica nel 1807 fu dovuta ad un insieme di fattori come la crescita del
movimento filantropico e il lavoro salariato. È però nell’800 che si sviluppa il razzismo biologico che
considerava i neri una razza inferiore, idea rimasta fino al 900. La fine della Tratta Atlantica però non pose fine
al traffico.

Le conseguenze sul continente africano furono enormi: circa 11 milioni di persone furono deportate in America e
nei Caraibi in meno di 2 secoli, e il periodo di tratta più intenso fu tra 1760 e 1840 perchè la proibizione non
ebbe alcun effetto sul contrabbando.
In dieci secoli tra i 5 e i 10 milioni di persone avrebbero attraversato il Sahara verso il Mediterraneo. Per le tratte
dell’Oceano Indiano si pensa a 5-6 milioni. Infine, si ipotizza che ci siano stati un totale di 50 milioni di morti.
Le schiave erano più ricercate sul mercato arabo-musulmano mentre era l’opposto nel traffico atlantico. La
tratta inoltre squilibrò il rapporto tra generi e generazioni perchè privilegiava i giovani maschi adulti. La caccia
agli schiavi portò a guerre interne e all’economia di rapina e delle armi. Si creano zone sovrappopolate, poiché di
rifugio (es. Ruanda) e zone spopolate perchè oggetto di tratte continue.
Le potenze conquistatrici usarono gli schiavi per rafforzare gli eserciti e tutto ciò portò a quasi la metà degli
africani sotto schiavitù. Da qui il paradosso: a fine 800 i colonizzatori giustificarono la conquista con la lotta
contro la schiavitù interna al continente che loro stessi avevano prodotto.
La lunga storia della schiavitù e del razzismo ha lasciato tracce profonde in Africa.

CAPITOLO 8

L’800 fu un secolo di grandi sconvolgimenti per l’Africa occidentale. Portoghesi e olandesi crearono lungo le
coste numerose fortezze che francesi e britannici imitarono.
Lo stato Ashanti era nato da una confederazione di popoli di lingua Akan. Questa formazione militare, politica e
mercantile traeva la sua originalità dagli scambi con l’entroterra. La sua prosperità era garantita dall’oro che,
sotto forma di polvere, era la base monetaria dello stato, e la cui esportazione compensò il declino della tratta
degli schiavi. Verso la fine del 700 l’Asanthene, titolare del trono d’oro simbolo della sua autorità, consolidò il
potere. All’inizio dell’800 la capitale Kumasi contava tra 25-30mila abitanti e vi si recavano europei provenienti
da sud e mercanti musulmani. Anche lì l’annessione britannica del 1896 fu male accolta: scoppiò una rivolta
guidata dalla regina madre che durò vari anni. Gli Ashanti accettarono la sovranità britannica solo quando, nel
1928, gli inglesi restituirono il trono d’oro dell’Asanthene, simbolo di coesione nazionale.

L’entroterra Sahelo-sudanese conobbe un’esplosione di conversioni all’islam, in seguito alle Jihad che si
moltiplicarono alla fine del 700. Dal 600 si manifestarono i conflitti tra religiosi (marabutti) e poteri tradizionali
pagani precedenti. Le conversioni all’islam si moltiplicarono tra i Fulani, suscitando Jihad guidate da grandi capi
religiosi e militari. Si trattava di movimenti conservatori che volevano il ritorno alla fede pura.
La prima rivolta Fulani ci fu in Guinea e questo popolo di pastori sempre più legato all’islam ebbe la meglio sui
coltivatori locali. Verso il 1770 i Fulani crearono una confederazione che controllava le piste commerciali.
Ebbero una prosperità fondata su un sistema gerarchizzato e schiavista. La supremazia musulmana favorì la
nascita di un notevole cultura poetica, trascritta dalla lingua Fulani in caratteri arabi. Ci fu un’intensa attività
intellettuale.
Durante tutto l’800 ci furono numerose jihad e i sultanati che ne uscivano riconoscevano il potere del califfato
centrale di Sokoto.
Con il calo della tratta degli schiavi i regni della costa seppero sfruttare le nuove condizioni del mercato: francesi
e inglesi si erano trasformati in consumatori di materie prime: legni di tintura, noci di cola, prodotti oleosi
tropicali per lubrificare le macchine, per l’illuminazione e per il sapone. Il regno Ashanti coltivò la noce di cola.
I popoli dell’interno invece non furono capaci di far fronte alla nuova situazione.
Con le jihad, i popoli conquistati diventavano schiavi, non più usati come merce di tratta, ma come manodopera
agraria e come soldati.
Vi furono poi dei movimenti mahdisti, diffusi dalla Libia fino al Ciad e nel Sudan a fine 800, con lo scopo di
restaurare l’Islam delle origini.

L’economia schiavista ebbe un ruolo centrale. Un sistema coloniale a tutti gli effetti si creò nei paesi
dell’Oceano Indiano già a fine 700. Il traffico intenso tra Zanzibar, Arabia meridionale e Bombay favorì la
crescita di città costiere swahili eredi del meticciato culturale tra commercianti persiani, arabi e africani di lingua
bantu che vivevano nell’immediato entroterra.
Zanzibar ebbe una grande piantagione schiavista con un elevato numero di schiavi: delle piantagioni, domestici e
alcuni autorizzati all’artigianato o a organizzare spedizioni carovaniere. Zanzibar accelerò la diffusione di una
lingua comune e una cultura. Lo swahili è oggi infatti la lingua più parlata e scritta a sud del Sahara.

CAPITOLO 9

La colonizzazione Europea iniziò molto prima dell’800 ma in maniera discreta e strisciante, tranne che in
Sudafrica dove fu subito brutale. I pochi esploratori e commerciati che sbarcavano nel continente non avevano
interesse nel provocare la popolazione locale, anzi cercavano di negoziare con i loro capi per stabilire dei
commerci. Alcuni agenti e soldati restavano sul posto per proteggere le merci. L’insediamento aveva il compito
di affermare la presenza di una nazione di fronte alle compagnie straniere concorrenti: nei paesi più redditizi,
come il Ghana, sorsero una serie di fortezze edificate dalle varie nazioni europee.
Solo i portoghesi avevano avuto dal Papa il diritto di evangelizzare l’Africa ma furono ostacolati da alcune
compagnie olandesi e danesi e poi da britannici e francesi.

Riguardo al Sudafrica, l’occupazione del Capo è avvenuta come uno scalo della compagnia olandese delle indie
orientali. Quel luogo serviva come rifornimento di acqua e viveri. A metà del 600 gli olandesi vi sbarcarono
alcuni coloni, questi coltivatori “boeri” (di cui gli Afrikaner sono i discendenti) si insediarono scacciando a
fucilate gli africani nomadi, erano degli schiavisti. Alla fine del 700 sbarcarono gli inglesi che colonizzarono il
territorio. Siccome l’accesso ai nativi era vietato, il Capo restò una colonia bianca fino a fine 800. Le sue
frontiere non cessarono però di espandersi in seguito a guerre incessanti contro gli africani, ricacciati sempre più
ad est. Lì, lungo le coste dell’Oceano Indiano, gli inglesi crearono la colonia del Natal, a spese del popolo zulu,
relegato in una riserva. Questo inarrestabile spostamento verso nord garantì ai bianchi il controllo del territorio.
Tuttavia, non riuscirono mai a sradicare del tutto gli africani neri e si creò una numerosa popolazione meticcia.
La decisione degli inglesi di proibire nel 1835 la schiavitù nelle colonie determinò lo spostamento a nord dei
boeri, chiamato grande trek. Respingendo sempre più i neri essi crearono 2 stati bianchi all’interno: Orange e
Transvaal. La scoperta di diamanti e di oro portò alla violenta guerra anglo-boera nel 1899. Alla fine, fu creata
l’Unione Sudafricana bianca, membro del Commonwealth.
L’economia del Sudafrica si sviluppò notevolmente e le miniere attirarono lavoratori dalle altre parti dell’Africa.
Essi potevano circolare solo se muniti di un permesso ufficiale e vivevano senza famiglie nei campi minerari
(compounds).
All’inizio del 900 si svilupparono partito comunista e sindacalismo africano, anche se vietati dal regime.
Scoppiarono scioperi e violenti disordini nelle miniere. I bianchi, allora, instaurarono una politica razziale
segregazionista che portò nel 1947 all’introduzione dell’apartheid. Interi quartieri furono rasi al suolo e gli
abitanti sfrattati. Solo l’uscita di prigione di Nelson Mandela nel 1990 avrebbe posto fine a quel regime.

Nell’800, i contatti con gli europei diedero vita a centri attivi di meticciato culturale, come Freetown e Cape
Coast. Nel frattempo, si erano diffuse le missioni cristiane, soprattutto protestanti. Nel 1842 David Livingstone,
uno dei missionari più attivi, iniziò ad evangelizzare l’Africa centrale partendo dall’Oceano Indiano.
Appassionato di geografia, egli voleva lottare contro la schiavitù: acquistava schiavi per liberarli ed
evangelizzarli, in cambio di lavoro. Dopo che non si ebbero più sue notizie, il New York Times organizzò una
spedizione per cercarlo e fu ritrovato dal celebre reporter Stanley.
La religione cristiana diventava una garanzia di promozione sociale e culturale.

I britannici si insediarono in Costa d’Oro e instaurarono un protettorato nel 1874. Lo stesso fecero a Lagos 10
anni dopo per combattere la tratta schiavista di contrabbando.
La conquista francese vera e propria iniziò nel 1854 in Senegal.

Con la Conferenza di Berlino 1884-5 si invitarono tutti gli stati europei interessati all’Africa, senza
rappresentanze africane. Si fissarono le regole del gioco per evitare guerre di rivalità. Fu decisa la spartizione
delle zone d’influenza, con 3 condizioni: libertà di commercio sui grandi fiumi del Niger e del Congo, avere
installazioni militari, amministrative o commerciali per il riconoscimento del possesso di un territorio e la terza
fu un’iniziativa del re belga Leopoldo II. Egli si fece riconoscere il diritto di creare lo Stato libero del Congo: un
bene personale di cui assunse la carica di monarca assoluto. Qui la raccolta del caucciù era diventata redditizia
grazie agli pneumatici ma ciò si basò su di un regime di sfruttamento sempre più crudele che nel 1905 fece
scoppiare lo scandalo internazionale del caucciù “rosso”: il regime di Leopoldo fu denunciato dalla stampa
europea e si venne a sapere della sua inaudita brutalità. Lo scandalo costrinse il re a cedere il suo stato al Belgio,
facendo nel 1907 del Congo una colonia belga.
La competizione scatenata dalla conferenza accentuò lo scramble dell’Africa in cui ognuno voleva la sua fetta di
torta. Nel 1900 la spartizione era compiuta, ad eccezione della Liberia e dell’impero dell’Etiopia di Menelik che
resistette all’invasione della provincia dell’Eritrea. La battaglia di Adua del 1896 fu celebrata per molti anni
dalla pittura popolare nazionale.
Si distinguono 2 fasi coloniali:
I Fase: la grande depressione degli anni 30 segnò una rottura e dimostrò il fallimento dell’economia di rapina e
la necessità di investire in infrastrutture diverse da ferrovie e porti, politica rimandata. Fino alla WWI non si
sentiva la necessità di misure sociali e sanitarie, ogni colonia aveva il suo budget, alimentato dall’imposta diretta
pro capite e tasse doganali. Questo ammontare doveva coprire tutte le spese e i salari dei coloni. Il risultato fu
uno sfruttamento brutale e di rapina, attraverso 2 forme:
• Economia mineraria: oro in Sudafrica, rame nel Congo belga, ecc. dove i minatori erano reclutati con la forza
nelle colonie vicine.
• Economia di tratta dei prodotti agricoli : soprattutto nell’Africa occidentale, si basava sullo scambio di beni
manifatturieri importati in cambio di beni agricoli di esportazione di prima necessità. Le ditte europee si
ingrandirono sempre di più, come l’unilever. Le grosse società e compagnie si specializzavano nei prodotti di
raccolta (avorio e caucciù) con un metodo brutale che provocò ovunque abusi di autorità, atrocità e bagni di
sangue. Tali pratiche provocarono un pò ovunque rivolte, concluse con sanguinose carneficine. L’imposta di
capitazione era particolarmente sofferta, così gli africani erano costretti a lavorare per il colono, così come il
lavoro forzato, legale nel Congo belga e nelle colonie portoghesi e sfruttato anche in quelle francesi. A tutto
ciò si aggiunse l’espropriazione delle terre mediante la pratica delle riserve.
Ciò ebbe conseguenze negative sulle coltivazioni di prodotti alimentari, portando a gravi carestie e rivolte.
Con la depressione, l’aumento dei prezzi e delle imposte portò ad un peggioramento delle condizioni degli
africani e ad una miseria profonda. Soltanto il Ghana sfuggì in parte al ristagno generale grazie alle sue
ricchezze.
II Fase: nel 1950 i prodotti tropicali raggiunsero il loro culmine. Dal 1952 avvenne un rovesciamento di
tendenza dello sfruttamento coloniale, che diventò stagnante: la colonizzazione stava diventando cara. I
prenditori iniziarono allora una forma di sfruttamento neocoloniale. Dopo la II GM i movimenti sindacali e
politici portarono infine alle indipendenze.

Fu il crollo economico degli anni 30 che costrinse i governi a rivedere i loro modelli di colonizzazione: nacquero
dei Fondi di Sviluppo coloniale, di cui quelli francesi fallirono, si passò a pratiche sanitarie curative e di
prevenzione (vaccini). Dagli anni 50 crebbe la scolarizzazione elementare e la povertà del sistema universitario
spingeva gli studenti a recarsi all’estero (Nkrumah negli USA, Senghor e Diop in Francia). La classe media
iniziò ad avere un potere di mobilitazione sociale, nonostante le resistenze delle amministrazioni coloniali. Pian
piano si costituirono sindacati e partiti politici. Questa élite moderna fu alla base dei movimenti di resistenza:
boicottaggio del mercato occidentale nell’agricoltura di tratta o nel commercio con scioperi dei piantatori, nelle
miniere e nelle ferrovie.
La WWII segnò una svolta fondamentale ed ebbe un importante effetto di apertura mettendo gli africani a
contatto con le idee di altri popoli che si diffusero rapidamente. Tra queste il principio della libertà dei popoli a
disporre di se stessi sancito dalla Carta Atlantica nel 1941 e da quella delle Nazioni Unite nel 1945. Alla viglia
della guerra si diffusero i movimenti panafricani che spinsero giovani intellettuali come Senghor a coniare il
concetto di negritudine. Nacquero i partiti, come il Convention People Party del Ghana che si opponevano allo
sfruttamento coloniale. Nel 1947 il dado era tratto: i britannici accordarono l’indipendenza all’India e nel 1957
l’indipendenza del Ghana, sotto la guida del panafricano Nkrumah.
Gli africani nati nel 60 vivono in un contesto completamente diverso da quelli dei loro genitori per via degli
enormi cambiamenti portati dalla colonizzazione. Es. è la politica sanitaria, divenuta effettiva solo con la II GM
quando si adottarono le vaccinazioni obbligatorie, riducendo enormemente il tasso di mortalità infantile.

CAPITOLO 10

Gli attuali stati africani non sono sorti con le indipendenze degli anni 60, essi erano già stati tracciati con la
conferenza di Berlino nel 1885, quando furono riconosciute le linee di frontiera dei territori coloniali. I tentativi
di secessione (Biafra in Nigeria, Katanga in Congo) sono falliti, tranne quello dell’Eritrea, venduta agli italiani
nel 1890 da parte dell’imperatore etiopico Menelik. Dal 1941 al 1953 fu occupata dagli inglesi che portarono una
modernizzazione economica e l’annessione all’Etiopia nel 1960 fu vista come una regressione statale ed
economica.

Le élite sorte con le guerre mondiali rivendicarono il diritto di partecipazione all’esercizio del potere. Malgrado
la repressione violenta, l’anticolonialismo si è espresso soprattutto nei centri urbani, rivendicando autonomia e
indipendenza come erano state definite proprio dagli europei.
La WWI fece scoprire il mondo ai soldati reclutati in Africa e la WWII, con l’affermazione del diritto dei popoli
a disporre di se stessi, costituì una svolta fondamentale che portò alle indipendenze degli Stati africani dal 1957
concesse dai britannici.
L’Africa diventò un centro strategico e diplomatico della guerra fredda e la sua fine non cessò il commercio
delle armi che ha reso l’Africa uno dei principali mercati di consumo di armamenti prodotti dalle potenze
internazionali. L’Africa ha inoltre il ruolo di grande produttore mondiale di petrolio, oltre a molti minerali.

La volontà politica di liberazione nazionale, stimolata dal panafricanismo di Nkrumah, si era manifestata
ovunque a partire dagli anni 60. In molti stati la lotta armata per l’indipendenza fu violenta e sanguinosa,
soprattutto nelle colonie portoghesi contro la dittatura di Salazar che rifiutava la decolonizzazione.
In Sudafrica la volontà di abbattere l’apartheid negli anni 60 fu incarnata da Mandela, arrestato nel 1962 e
liberato nel 1990 ed infine eletto presidente della Repubblica nel 1994.

Nei 50 anni d’indipendenza si possono distinguere 3 fasi principali:


1. Periodo neocoloniale. In nome dello stato da difendere i popoli si gettarono tra le braccia di dittatori che
rappresentavano il contrario della democrazia, importata dall’occidente. Diventati capi di stato essi
accelerarono la nascita della nazione: da qui il partito unico e il sindacato unico. I vecchi militanti politici
furono deposti; i putsch accelerarono il passaggio alla dittatura e risultò chiaro il distacco tra stato e nazione.
Questo periodo fu quindi una regressione che causò dittature militari e marxiste-leniniste. Dietro ciò si
celavano accordi con le vecchie potenze europee che incoraggiavano o soffocavano i colpi di stato.
2. Gli anni 1968-80. In questo periodo si precisarono le esigenze dei crescenti giovani africani che reclamavano
in particolare l’africanizzazione dei quadri. Le rivendicazioni furono inizialmente respinte con dure
repressioni contro gli studenti universitari. In realtà soprattutto la Francia aveva un’effettiva continuità con il
periodo coloniale. Malgrado la dura repressione dei regimi dittatoriali, la democratizzazione della società
civile aumentava.
3. Dopo il 1989. La svolta si ebbe con la caduta del muro di Berlino che inaugurò la fine della guerra fredda e
un periodo di trasformazioni incessabili che hanno portato alla nascita di una società civile e politica.
Oggi la popolazione urbana supera quella rurale ma le condizioni imposte da FMI e BM con i Pas hanno
avuto conseguenze sociali disastrose: scuole, ospedali e università sono in condizioni disastrose e la
democratizzazione resta ancora fallimentare in alcuni paesi (es. Kenya). La situazione resta compressa dallo
stretto intreccio di interessi tra i dittatori e le multinazionali petrolifere e minerarie, ma l’opposizione
aumenta, la stampa si libera, internet e cellulari rivoluzionano la società e sempre più ragazze frequentano la
scuola.

La maggioranza delle donne africane oggi, spesso ancora analfabete, si dedica alla sussistenza. Il lavoro
informale è svolto dalle market women che gestiscono i mercati urbani e assicurano la sopravvivenza. Le donne
sono ormai più numerose degli uomini nella maggior parte delle città. Oggi ci sono anche donne diplomate e
responsabili d’impresa, imprenditrici nel campo della moda, del giornalismo e dell’amministrazione.
Nel 1999 l’associazione panafricana delle donne d’affari ha tenuto il primo convengo ad Accra, dove le donne
comandano da tempo. In Liberia per la prima volta una donna è stata eletta capo di stato. Le donne che cercano
di emanciparsi sono sempre di più e molte l’hanno già raggiunta.

CONCLUSIONI
La volontà di democratizzazione si è sempre più affermata dagli anni 90 con la fine della guerra fredda e le
conferenze internazionali. Le classi medie sono in aumento, sempre meno disposte a sopportare le dittature.
L’esplosione di internet rende gli intellettuali africani sempre più attenti.
Resta da trasformare l’Africa nel suo insieme in quel gruppo politico di pressione internazionale sognato da
Nkrumah, come l’unione Africana. Ma gli ostacoli sono numerosi, come la megalomania di alcuni capi stato
(Gheddafi), il regionalismo resta forte e il problema principale è lo scarto tra le aspirazioni della popolazione e la
diffusa corruzione che ha diffuso un clientelismo sfacciato.