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Codice Corso: MASTER24CFU

“Metodologie Didattiche, Psicologiche, Antropologiche e Teoria dei metodi di progettazione”


A.A.2019/2020

Insegnamento di Antropologia Culturale


UNITA’ DIDATTICA 3

Apartheid: un grave caso di discriminazione razziale in Sud-Africa. Breve storia.

Corsista: Pier Paolo Soro

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L’apartheid sud-africano
In questo saggio si vuole esporre in breve la storia di uno dei fenomeni di razzismo che
maggiormente ha scosso il XX secolo e che ancora presenta ripercussioni a livello socio-
antropologico di coloro che hanno subito tale discriminazione come particolare manifestazione del
razzismo: l’apartheid, una politica di segregazione razziale formalmente adottata in Sudafrica fino
al 1994. Nella lingua afrikaans il termine apartheid significa “separazione” e indica la rigida
divisione razziale che regolava le relazioni tra la minoranza bianca e la maggioranza non bianca
della popolazione.
Il principio di questo fenomeno ha origini durante il periodo del “Mercantilismo” del XVII secolo,
nel quale la maggior parte delle grandi potenze europee ha esteso i propri possedimenti in altre aree
geografiche del pianeta; tra queste l’Olanda – durante il dominio della Compagnia olandese delle
Indie orientali, che nell’occupazione dei territori utilizzò un sistema particolarmente duro. Grazie
alla presa di possesso di J. Van Riebeeck nel 1652 del capo meridionale dell’Africa, ebbe inizio una
serie di trasferimenti di residenti “bianchi” nel territorio, in particolar modo di religione calvinista,
che nell’immediato ebbero seri problemi di convivenza con la popolazione autoctona “nera”.
Solo ai principi del XVIII secolo una comunità di coltivatori olandesi, i cosiddetti Boeri,
s’insediarono nel Capo dando origine alla Nazione africkaaner, di religione protestante, con la
funzione iniziale di rifornire le navi della Compagnia olandese delle Indie orientali di carburante e
di provviste. Essi si insediarono, e successivamente si espansero, a discapito dei nativi africani neri
che erano organizzati in società a stampo patriarcale, dedite alla caccia e alla pastorizia, note oggi
come khoikhoi e san o complessivamente come khoisan, che, a partire dal 1000 a.C. circa,
abitavano il territorio occidentale e quello nordoccidentale dell’Africa meridionale. Il successo dei
coloni boeri sui nativi, in particolar modo sugli Zulu, si spiega con una combinazione di fattori:
l’abilità a sfruttare le divisioni all’interno delle società africane e la (disomogenea) cooperazione tra
i bianchi; la superiorità tecnologica data dalle armi da fuoco e la capacità di preservare i beni e la
ricchezza con un sistema economico più sofisticato di quello degli africani; e infine la capacità di
sfruttare un’imprevista e importante trasformazione interna alle società africane.
Nell’arco di pochi anni, a questi iniziali protagonisti della vicenda storica del Sudafrica, si
aggiunsero anche i coloni imperialisti britannici, impregnati dei nuovi ideali della rivoluzione
francese e del pensiero evangelico contro la schiavitù. Lo scontro politico ideologico e commerciale
con la nuova corrente di immigrati inglesi, che aveva assunto il controllo diretto del Capo nel 1795
per prevenire l’occupazione francese, lese fortemente gli interessi economici e politici della
popolazione boera e il controllo sulla manodopera locale. Ai boeri - trekkers - non restò di fatto che
lo spostamento verso l’oriente del territorio sud-africano, al fine di creare uno stato protestante

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distinto su base fideistico – utilitaristica, ma a discapito, ancora una volta, dalle società africane che
vi risiedevano.
Nel 1839 i boeri istituirono la loro prima unità amministrativa col nome di Repubblica di Natal e
nel 1852 la Repubblica del Transvaal con capitale Pretoria (fig. 1), fu riconosciuta dal governo
inglese, nonostante negli atti costituzionali fossero presenti i proclami di una esplicita volontà di
separazione razziale: “il popolo non permetterà alcuna uguaglianza tra persone di colore e abitanti
bianchi, né nella Chiesa, né nello Stato”.
A giustificazione di tali presupposti, l’ideologia razzista si camuffava di nobili argomentazioni,
quali la diversità dei popoli; la missione di assistenza affidata alla razza bianca; addirittura il
compito di tutela esercitato dai bianchi nei confronti dei neri, proprio perché di razza superiore.
Nonostante l’indipendenza, i boeri non riuscirono mai a emanciparsi dalla povertà e dalla
vulnerabilità, né ad assumere un vero controllo del territorio sul quale rivendicavano il diritto di
governare.

Attorno al 1870, i boeri avevano in ogni caso stabilito una discreta presenza in vaste aree dei
territori interni dell’Africa meridionale, ma sempre in competizione con la potenza imperiale,
britannica più sviluppata sulla costa, e con i regni dei nativi neri. Tutti i relativamente piccoli quasi
Stati del Sudafrica erano multietnici e multilinguistici.

Una delle vere motivazioni di questi conflitti fu di interesse economico, dopo la scoperta dei
diamanti e dell’oro intorno al 1870, con cui cambia la moderna vicenda sudafricana. Questo
nuovo assetto provocò una maggiore attenzione della potenza britannica - sopratutto verso le
miniere d’oro - e si tradusse in quattro sviluppi massicci che caratterizzeranno la trasformazione del
Sudafrica in quel periodo: la guerra, l’unificazione, lo sviluppo economico e l’emergere di una
classe lavoratrice migrante. Nel 1871 le miniere di diamanti impiegavano già 75 mila lavoratori di
colore e lo sviluppo non solo nelle miniere, ma anche nelle fattorie, nelle nuove industrie, nelle
ferrovie e nei lavori pubblici, produsse una carenza di manodopera.
Il bisogno di stabilità e la necessità di manodopera spinsero la potenza imperiale a spezzare con la
forza la resistenza delle società africane. E successivamente, a caro prezzo, Londra impiegò le armi
anche contro gli afrikaner: fu la guerra del Sudafrica, detta anche guerra boera, che infuriò tra il
1899 al 1902. Obiettivo: l’unificazione del Sudafrica.

Lungi dal rappresentare solo uno strumento legale o costituzionale, l’unità rispondeva alla volontà
di creare uno Stato che consentisse alla potenza britannica di imporre i contratti, garantire i
collegamenti per il trasporto delle merci, stabilire un insieme di norme che regolassero il lavoro e le
attività e, infine, garantire la sicurezza strategica all’insieme del territorio che oggi corrisponde al

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Sudafrica. Così l’impero si sarebbe assicurato lo sfruttamento delle ricchezze minerarie della
regione.

Johannesburg, la capitale, nel 1911 contava già 240 mila abitanti, ed era un crogiuolo di diversità,
dai minatori più poveri agli immigrati ben pagati, passando per una pletora di razze e di classi ed
era un forte attrattore, così come anche le altre città, della “manodopera migrante”: giovani
lavoratori africani maschi fisicamente prestanti, impiegati sopratutto nel settore agricolo e
minerario, gestiti dai bianchi.

La politica di segregazione vera e propria iniziò ai principi del ‘900, subito dopo l’unificazione del
Sudafrica, fino ad allora diviso fra colonie britanniche e olandesi. Nel 1910, l’Act of Union (legge
per l’Unione) formalizzò l’esistenza del nuovo Stato, cementandone le strutture politiche. Grazie
all’apparato politico d’impronta razziale, le nuove istituzioni consolidarono i privilegi dei bianchi, i
quali si garantirono il monopolio del potere riservando a se stessi il diritto di voto. In questa fase si
posero le fondamenta economiche, politiche e istituzionali della segregazione e dell’apartheid.
In questi anni i neri furono emarginati dai centri urbani, non potevano svolgere lavori qualificati ed
erano obbligati a vivere solo in alcune aree delle città. Nel 1912 i residenti neri fondarono l’ANC
(African National Congress) con lo scopo preciso di contrastare la segregazione razziale.
Nel 1913 il Native Land’s Act (legge sulla terra dei nativi) destina l’87% della terra ai bianchi ed è
la base per il divieto di acquisto di terra e di altre proprietà non legate al lavoro salariato da parte dei
nativi.
Nel 1922, la rivolta del Rand, quando afrikaner e bianchi di lingua inglese si ribellano contro i
capitalisti ma anche contro i neri, viene soffocata solo con la forza.
Nel 1923 l’Urban Areas Act (legge sulle aree urbane), crea infine gli strumenti legali per radicare
sempre più le pratiche della segregazione e del controllo dei flussi in ingresso.
La fine degli anni Trenta segna la fase estrema della segregazione. Nel 1936 è approvata una
legislazione che fissa le riserve per i nativi e cancella il diritto di voto agli africani detentori di
proprietà nel Capo, che fino a quel momento avevano goduto di tale eccezionale privilegio. È il
momento che segna anche il punto più basso della resistenza nera. L’African National Congress
(Anc), elitario, lontano dai lavoratori e dalla protesta radicale fin dalla sua fondazione, continua a
procedere sulla sua sterile strada, ma con flebili azioni e orientamenti più che altro dissimulatori. I
movimenti politici indiani e dei coloureds riescono a organizzarsi soltanto attorno a questioni
specifiche o locali. La resistenza politica si esprime più che altro all’interno delle Chiese e
attraverso una diffusa non osservanza della legge.

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Nel 1948, un anno significativo nella storia moderna del Sudafrica, il National Party dei boeri vinse
le elezioni con lo slogan dell’apartheid: da questo momento fino ai primi anni ’90 entrano in vigore
le Nuove leggi dell’apartheid, che stabilivano per ogni gruppo etnico i tipi di lavori che si potevano
esercitare, i luoghi dove vivere, le scuole da frequentare e i mezzi di trasporto da prendere. Da quel
momento, il primo ministro Daniel François Malan cominciò a costruire la “patria degli afrikaners”,
l’Afrikanerdom, in quella terra predestinata da Dio al popolo eletto che essi incarnavano. Si
trattava, quindi, per i boeri, di edificare la propria patria tenendo conto: della “naturale”
sottomissione dei neri all’innata “superiorità” dei bianchi, anche dal punto di vista biologico; della
necessaria sottomissione ai boeri di tutti coloro che “arbitrariamente” occupavano la terra
sudafricana; dell’obbligo storico di opporsi all’usurpatore britannico.
Ebbe in questo modo ufficialmente inizio il regime segregazionista dell'apartheid e si avviò un
processo legislativo appositamente strutturato. Gli afrikaners avevano plasmato un modello
nazionale di stato teocratico, codificando in un coerente corpus legislativo la più meticolosa
attuazione dell’ideologia razzista da parte di uno Stato, dopo la genocida esperienza razziale del
Terzo Reich. Scrive Ruggero: “Si trattava di un complesso di provvedimenti che segregava in modo
totale e assoluto, per l’appunto a norma di legge, quindi legalmente, tutti coloro che per via della
loro pelle scura non risultavano facenti parte della “razza superiore” bianca, escludendoli da
qualsiasi diritto civile, sociale e politico, in pratica trasformando i quattro quinti della popolazione
sudafricana in reietti, unicamente destinati al più brutale asservimento alla minoranza bianca al
potere”1. Nel 1950, con il Population Registration Act, gli abitanti del Sud-Africa furono
ufficialmente suddivisi in quattro gruppi etnici: Whites: i bianchi, composti da coloni di origine
inglese e olandese, i cosiddetti afrikaaners, che rappresentavano la maggioranza tra i bianchi;
Natives: sud africani di pelle nera, detti anche black o bantu; Coloured: meticci, detti browns;
Indians: di origine asiatica, prevalentemente indiani e pakistani. Queste ultime etnie non bianche
rappresentavano l’80% della popolazione, ma era il restante 20% di bianchi che governava il paese.
Sempre nello stesso anno, con l’Immorality Amendement Act e il Prohibition of Mixed Marriage
Act furono proibiti i rapporti sessuali e i matrimoni tra neri e bianchi. I controlli erano serrati e
polizia faceva irruzione nelle case private per fare verifiche. Con il Group Areas Act si rinforza la
segregazione residenziale precedentemente costituita, dividendo le città in aree per bianchi e per
neri e costringendo questi ultimi a spostarsi nelle periferie: le township. Nel 1953, con il
Reservation of Separate Amenities Act, bianchi e neri non potevano condividere gli stessi luoghi,
accessi e mezzi di trasporto per cui fu stabilita una netta separazione dei luoghi pubblici: autobus,
ingressi ai negozi, spiagge, bagni, parchi e con il Bantu Education Act si diversificarono anche i

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Cfr. RUGGIERO L., Lager Sudafrica, Kaos, Milano 1983.

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sistemi scolastici: gratuita e di alto livello la scuola per i bianchi; a pagamento, con servizi minimi e
programmi didattici finalizzati al riconoscimento della differenziazione razziale quelle per neri.
Sempre in ambito scolastico, nel 1976 furono imposte come lingue di istruzione l’inglese e
l’afrikaans, a discapito delle lingue delle etnie locali, e questo diede luogo ad una delle prime
rivolte, quella di Soweto, la tawnship dove nacque Nelson Mandela. Inoltre, già nei primi anni ’50,
con il Bantu Authorities, vennero creati i cosiddetti bantustan, dei territori sparsi tra il Sudafrica e il
Namibia che venivano assegnati ai neri in base all’etnia con l’obiettivo di creare delle riserve dove
far stabilire i neri che con questa legge venivano definitivamente privati del diritto di cittadinanza
sudafricana, divenendo cittadini solamente del bantustan assegnato. Furono circa tre milioni le
persone interessate da questa politica demografica.
Non mancarono in questi anni manifestazioni di dissenso da parte dei neri, sottoforma di scioperi
che in alcuni casi furono violente, come ad esempio il massacro di Sharpeville nel marzo 1960 in
seguito al quale il governo mise al bando tutte le organizzazioni politiche nere compreso l’ANC che
fu messo al bando per 30 anni, ma non riuscì a frenare le manifestazioni, gli scontri e i boicottaggi
che si susseguirono sempre più frequenti negli anni ’60 e ’70 e costrinsero il governo ad allentare le
restrizioni, ad esempio quelle sul contatto quotidiano tra le varie componenti etniche (petty
apartheid).
Nel 1976, furono esaminati dall’Assemblea delle Nazioni Unite i presupposti che portarono a
riconoscere nel governo del Sudafrica un’azione violenta contro l’uomo e denunciare un’esplicita
politica razziale che portò il Consiglio a dichiarare con una convenzione l’apartheid crimine
internazionale, ma nonostante ciò molte delle leggi restarono in vigore fino agli anni ’90 del secolo
scorso. Questo portò, successivamente, ad un ulteriore ammorbidimento e durante gli anni ’80
furono fatte una serie di riforme che permisero rappresentanze sindacali nere e una limitata attività
politica.
Nel 1983 fu formato l’United Democratic Front (Udf): vi confluì, su una piattaforma comune di
lotta contro l’apartheid, un ampio spettro di organismi civili, religiosi, studenteschi e di lavoratori.
La Costituzione del 1984 estese la rappresentanza dei parlamentari agli asiatici e ai colorured ma
non ai neri (75% della popolazione) e si inasprirono i conflitti fino a che nel 1990 il presidente
Frederick de Klerk revocò la messa al bando dell’ANC e liberò, dopo 27 anni di carcere per motivi
politici, il suo leader Nelson Mandela, premio Nobel per la pace nel 1993, con il quale diede avvio a
nuove politiche governative verso la democrazia. Nel 1994 Mandela venne eletto come primo
presidente nero della Repubblica Sudafricana, a capo di una coalizione che comprendeva anche il
Partito Nazionale. Questo decretò, almeno istituzionalmente, la fine del razzismo e l’inizio di una
nuova era. Il processo di integrazione è ancor oggi faticoso ed è inevitabile l’esistenza di elementi

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di carattere discriminatorio quali mezzi di trasporto e quartieri diversi, ma rispetto al passato,
nonostante sia ancora necessario del tempo per un totale cambiamento, sono garantite a tutte le etnie
le medesime possibilità nel rispetto dei diritti umani.
Nonostante tutto, in questi ultimi decenni vi sono ancora tensioni razziali, ma si ha addirittura
un’inversione di tendenza: questa volta le vittime sono i bianchi, più precisamente i boeri, che non
hanno più potere politico, ai quali sono distrutte le fattorie. Questi fenomeni evidenziano che
l’eredità della segregazione e dell’apartheid, assieme alle differenze inconciliabili nell’interpretarne
il significato, ostacola tuttora lo sforzo di creare un’identità nazionale consolidata e un ordine
sociale coerente e inclusivo.

Bibliografia:
 BONNER P. ET AL. (a cura di), Apartheid’s Genesis 1935-1962, Johannesburg,
Witwatersrand University Press, 1993.
 CAMPANELLA D., Nelson Mandela. L'uomo, lo statista, il leader, Paoline Editoriale Libri,
2018.
 LIMP W., Anatomie de l'apartheiid, Tournai: Casterman, 1972.
 MANDELA N., Un mondo senza apartheid, Gruppo editoriale L'Espresso - 2011.
 POTESTÀ G.L. (a cura di), Storie di giustizia riparativa. Il Sudafrica dall'apartheid alla
riconciliazione, Ed. Il Mulino, Collana: Percorsi, 2017.
 RUGGIERO L., Lager Sudafrica, Kaos, Milano 1983.
 THOMPSON L., Il mito politico dell'apartheid: Societa editrice internazionale, 1989.
 THOMPSON, A History of South Africa, London, Yale University Press, 1990.
 Apartheid, in Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2010.
 Apartheid, in Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
 https://it.wikipedia.org/wiki/Apartheid.
 https://www.limesonline.com/cartaceo/storia-e-geopolitica-sudafricana, pubblicato in: il
Sudafrica in nero e bianco - n°3 - 2010.

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Figura 1: Unificazione del Sudafrica tra il 1899 e il 1910. Carta di Laura Canali in: il Sudafrica in nero e bianco - n°3 - 2010.