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RIASSUNTO: GEOSTORIA DELL’AFRICA (MANLIO DINUCCI)

1. La civiltà africana

1.1 La culla dell’umanità


Circa 4 milioni di anni fa, esistevano in Africa ominidi a locomozione bipede della specie Australopithecus
anamensis (resti fossili scoperti in Kenia). Essi presentano una forte somiglianza con quelli di una specie più
tarda, Australopithecus afarensis (alla quale appartiene lo scheletro di Lucy ritrovato in Etiopia): posizione
eretta ma, conservavano caratteri ancestrali soprattutto nelle proporzioni degli arti che dovevano permettere
di arrampicarsi e cervello di dimensioni analoghe a quelle di una scimmia antropomorfa.
Risalgono a circa 1,9 milioni di anni fa le prime testimonianze di una specie simile a quella umana attuale:
Homo ergaster (fossili di ominidi ritrovati in Tanzania e in Kenia, associati per lo più a strumenti di pietra e
ossa di mammiferi uccisi). Il fossile più famoso di questa specie è lo scheletro del ragazzo di Turakana 1.6
milioni di anni fa. Gli ominidi appartenenti a questa specie camminavano eretti e avevano il cervello di
dimensioni doppie rispetto alle scimmie antropomorfe. Furono essi, probabilmente, ad emigrare verso l’Asia
per poi spingersi in Europa (in concomitanza con i periodi caldi). Tale specie, dopo essere stata decimata dalle
glaciazioni, ricolonizzò l’Europa dando origine ai Neandertaliani (risultano presenti in Europa da 127000 anni).
Cominciarono ad estinguersi circa 40mila anni fa, con l’ingresso di un nuovo gruppo umano: i Cro-Magnon,
della specie Homo sapiens. I due gruppi coesistettero per 10mila anni ma, con l’irrigidirsi del clima i
Neandertaliani scomparvero e i Cro-Magnon occuparono la quasi totalità delle zone abitabili.

1.2 Dal Sahara alla Valle del Nilo


Il Sahara non è sempre stato un deserto, circa 20-16 mila anni fa, era un ecosistema ottimale per la vita
dell’uomo grazie ad abbondanti risorse idriche e ad una ricca vegetazione.
Caccia e pesca, praticate intensamente, influirono sui modelli d’insediamento che divennero più sedentari e
stimolarono la produzione di strumenti e l’utilizzo di piante selvatiche (miglio e sorgo) per l’alimentazione.
7-6 mila anni fa il clima del Sahara iniziò a deteriorarsi, diventando sempre più arido. Vi fu una riduzione di
pascoli quindi le popolazioni iniziarono a praticare le prime forme di pastoralismo addomesticando gli animali
e incontrando sempre maggiori difficoltà nel trovare piante selvatiche cominciarono le prime forme di
agricoltura. La progressiva desertificazione spinse le popolazioni a spostarsi verso la Valle del Nilo, ad est ( ma
anche ai margini meridionali del Sahel). Furono probabilmente queste popolazioni a trasmettere a quelle
nilotiche (che vivevano di caccia, pesca e raccolta di tuberi) la conoscenza dei ritmi di crescita e maturazione
delle piante ad uso alimentare. Queste conoscenze saranno determinanti poiché alla base dell’organizzazione
statale Egizia.

1.3 La formazione degli Stati


Società complesse si formarono in Africa nei grandi bacini fluviali del Nilo, Niger e Congo, dove esistevano le
condizioni più idonee allo sviluppo delle attività agropastorali e dei traffici commerciali. La civiltà egizia fiorì al
crocevia tra l’area africana e quella mediterranea dove, nel periodo predinastico, si erano formate economie
agropastorali ben organizzate e avevano cominciato a prendere forma sistemi sociali stratificati.
Fra il 3100 e il 331 a.c. le dinastie egizie influenzarono profondamente gli sviluppi socio-economici dell’Africa
nord-orientale (e dell’Asia sud-occidentale).
Ai confini meridionale dell’Egitto, nella Nubia, si formarono diversi Stati, il primo fu quello di Kerma che
prosperò tra il 2500 e il 1500 a.c. ( sulla base di un’economia di pastorizia, commercio di avorio, oro e diorite).
Nel 332 a.c. l’Egitto fu conquistato da Alessandro Magno che, fondata Alessandria, si fece proclamare
incarnazione del faraone. Alla sua morte successe Tolomeo (figlio di Lago) che diede inizio alla dinastia
Tolemaica (restata al potere fino al 30 a.c.). Nel 146 a.c. (distrutta Cartagine) Roma costituì in Nord Africa la
prima delle sue 19 colonie e nel 49 a.c. occupò l’Egitto che, dopo la morte di Cleopatra, passò sotto il suo
controllo diretto e fu trasformato nel granaio di Roma. Dopo la morte di Teodosio (395 d.c.), passò sotto
l’impero bizantino fino alla conquista araba del 642 .
Un altro grande stato si formò nel primo millennio a.c. in Abissinia (Etiopia). Situato in una zona montuosa
ricca di fertili altipiani e in prossimità del Mar Rosso, divenne un importante centro di relazioni commerciali
tra l’Africa e il mondo ellenistico,arabo,persiano e indiano. Divenne allo stesso modo un crogiolo di diverse
culture, che permise al Cristianesimo di diffondersi in quest’area.
Molto più importante fu in Africa l’influenza dell’Islam. L’islamizzazione iniziò nel 640, quando gli arabi
musulmani penetrarono in Egitto. Da qui, l’espansione araba proseguì sia verso ovest (fino al Marocco) ch
verso sud (lungo la costa orientale). Attorno all’ 800 nacquero, in queste zone, numerosi insediamenti (tra cui
Mombasa e Zanzibar) che divennero importantissimi centri di commercio internazionale .
I contatti tra Arabi e popolazioni locali di lingua bantu, rafforzati da matrimoni misti, crearono una nuova
cultura, quella Swahili. Questa civiltà stimolò la nascita di Stati nelle zone interne che intrattenevano intensi
rapporti commerciali con le zone costiere.
Altri Stati con economie prevalentemente commerciali si svilupparono più a sud, nelle zone agropastorali
delle popolazioni bantu (attuale Zimbawe e Botswana settentrionale). Il maggiore fu quello del Grande
Zimbawe (1100) famoso per le grandi costruzioni circolari in pietra. Nello stesso periodo gli arabi aprirono
(dal 750) diverse piste carovaniere attraverso il Sahara collegando l’Africa settentrionale e quella occidentale
sub sahariana, ciò favorì lo sviluppo di grandi regni. Il primo fu quello del Ghana che già prima dell’arrivo degli
arabi aveva raggiunto un alto livello di civiltà e metallurgia.. il commercio transahariano ne favorì lo sviluppo
economico. In cambio di oro, miglio e schiavi, i mercanti del Ghana acquistavano sale, tessili, spade, oggetti in
rame e cavalli. Nel 1076 i berberi almoravidi conquistarono e distrussero la capitale, provocando la
scomparsa di questo regno.
Dopo il declino del Ghana, sorsero nell’Africa subsahariana altri importanti regni tra cui quello del Mali,
governato da sovrani convertiti all’islam. Si estendeva dal deserto alla foresta tropicale e dall’Atlantico alle
terre ad est del Niger. Raggiunse il suo massimo splendore sotto il regno di Mansa Musa I.
Altri importanti regni furono: Songhai (XV sec), Yoruba e Benin.
La formazione degli Stati dimostra come l’Africa fosse tutt’altro che uniforme ma, estremamente variegata e
in continua evoluzione. Molte altre popolazioni non si diedero un’organizzazione statuale ma, crearono
società in cui potere e autorità erano gestiti da sistemi di discendenza ed alleanze territoriali.

1.4 I sistemi economici precoloniali


Nell’africa precoloniale terra, bestiame e lavoro erano distribuite da autorità riconosciute secondo regole
consuetudinarie, che dovevano rispettare le prerogative di ciascun lignaggio e della gerarchia dei lignaggi
all’interno di ciascun clan (insieme di lignaggi). La risorsa fondamentale (la terra) era considerata proprietà
del clan, che la dava in uso e chi ne usufruiva non poteva venderla.
Esisteva una lotta per il possesso della terra che si svolgeva tra i diversi clan (tribù) e tra le diverse etnie
(insieme di tribù) all’interno dello stesso contesto regionale. Il possesso terriero era fluttuante sia per la
libertà dei confini (che variavano con il prevalere di una o l’altra etnia), sia per il nomadismo delle popolazioni
dedite all’allevamento.
Le società di sussistenza erano collegate da complessi sistemi di scambio: barattavano prodotti
dell’agricoltura, dell’allevamento, della pesca,caccia e raccolta. Circolavano nei sistemi di scambi anche il sale
e i prodotti delle attività minerarie. Il ferro serviva a fabbricare strumenti di lavoro e armi; il rame era
impiegato per produrre ornamenti.
Nel commercio a lunga distanza si usavano soprattutto oro, avorio,ambra e pelli di leopardo. Anche gli schiavi
erano utilizzati come merce di scambio.
Sul piano tecnologico l’Africa, specialmente quella interna, rimase però molto indietro rispetto all’Europa e
alle altre regioni ( es. l’aratro, utilizzato in Mesopotamia almeno fin dal 4000 a.c., rimase assente in tutta
l’Africa interna, dove l’agricoltura era itinerante a causa della scarsa fertilità del suolo). La ruota, utilizzata fin
dal V sec. a.c. nei carri che traversavano il Sahara, non entrò mai in uso nell’area subsahariana per la
mancanza di strade praticabili (soprattutto nella stagione delle piogge); la presenza di fiumi navigabili permise
di sostituire il trasporto su strada (grazie alle piroghe). L’assenza della ruota significò anche l’assenza di mulini
ad acqua e di tutti quegli strumenti che costituirono la base tecnologica della rivoluzione industriale in
Europa. L’edilizia rimase arretrata ( nelle zone interne) per l’assenza di argilla per i mattoni e perché l’aridità
del clima non rendeva necessaria la costruzione di edifici in pietra. Ciò determinò anche la mancanza di strade
selciate,ponti, dighe, acquedotti ecc …
La tecnologia marinara rimase anch’essa arretrata per l’assenza di mari facilmente navigabili e per la bassa
densità demografica che non stimolava la ricerca di nuove terre.
Il divario economico e tecnologico rispetto all’Europa era ulteriormente accresciuto per la mancanza di
scrittura, salvo che nelle zone arabe e in Etiopia dove si era affermato l’uso dell’aramaico.
Questo divario permise all’Europa di penetrare in Africa a partire dal XV sec. il primo passo fu compiuto dal
Portogallo: la bassa produttività agricola costringeva il P. ad importare cereali dal Marocco. Allo stesso tempo
i pescatori portoghesi si erano già spinti dal XIV sec lungo le coste nord occidentali dell’Africa.
Lo stimolo economico più forte veniva dal fatto che il Portogallo era divenuto un’ importante base delle
compagnie mercantili genovesi. Era stato un navigatore genovese (Malocello) ad aprire nel 1312 la via alla
conquista delle Canarie (arcipelago dell’Atlantico) ad un centinaio di km dalla costa africana. Il re del
Portogallo nel 1314 dichiarò le Canarie possedimento portoghese e inviò nell’arcipelago una prima spedizione
con il compito di portare gli isolani in Europa come schiavi.
Si crearono così le premesse della penetrazione europea in Africa che, sempre più nei secoli successivi,
scardinò i sistemi sociali e politici africani per imporre lo sfruttamento di risorse umane e materiali del
continente.

2. La penetrazione europea

2.1 Le spedizioni lungo le coste


La conquista di Ceuta da parte del Portogallo nel 1415 venne presentata come una nuova crociata.
Ceuta era allora uno dei principali empori musulmani del Mediterraneo, occupandola, i reali portoghesi,
intendevano assicurarsi una base economica e militare di grande importanza.
Durante la sua permanenza a Ceuta, il principe Enrico venne a conoscenza delle ricchezze dell’Africa
occidentale. Il problema era come raggiungerla. Poiché le vie carovaniere erano controllate dai musulmani,
l’unica strada possibile era quella via mare.
Ottenne le basi materiali per le spedizioni navali da una potente congregazione religiosa di tipo militare :
l’Ordine di Cristo (lo scopo era presentato come religioso : conversione dei pagani al cattolicesimo).
Nelle spedizioni venivano usate le caravelle, più maneggevoli rispetto alle precedenti navi e in grado di
navigare contro vento grazie alle vele latine.
Dopo la colonizzazione delle isole atlantiche di Porto Santo e Madeira, le navi si spinsero a sud fino a Capo
Bojador, sulla costa dell’Africa occidentale. Ci vollero 15 spedizioni e 10 anni perché la prima nave riuscisse a
doppiare Capo Bojador e fare ritorno. Nel 1436 una spedizione capitanata da Alfonso Baldaya, raggiunse un
fiume a sud del Capo (Rio de Oura, fiume d’oro).
Il flusso carovaniero verso Ceuta si era interrotto dalla conquista Portoghese, dirottandosi verso Tangeri (
punto strategico in cui il mediterraneo incontra l’atlantico), Enrico organizzò una spedizione per conquistarla.
La spedizione fallì e i musulmani catturarono Ferdinando, fratello del principe, chiedendo Ceuta come
riscatto. Lo scambio fu rifiutato e Ferdinando morì in prigione 11 anni dopo. Il fallito attacco indusse Enrico
ad intensificare le spedizioni lungo la costa Atlantica per aggirare i territori controllati dagli Arabi e aprire al
Portogallo nuovi commerci fino alle Indie. I primi risultati furono ottenuti nel 1441: una spedizione tornò in P.
con 12 schiavi. I mercanti, inizialmente scettici, chiesero la licenza di organizzare loro stessi dei viaggi a fini
commerciali. La prima fu concessa ad un esattore doganale di Lagos (Lançaro de Freitas) che tornò nel 1444
con 230 schiavi.

2.2 Il commercio di oro e schiavi


Nel 1445 i portoghesi superarono Capo Verde; tre anni dopo costruirono un forte con funzione di stazione
commerciale sull’isola di Arguin nei pressi di Capo Bianco. Le acque atlantiche erano in quel punto molto
pescose: si commerciavano tonni ed altri pesci, si sviluppò contemporaneamente il commercio della pelle e
dell’olio di foca che venivano spediti in Europa. I portoghesi stabilirono relazioni commerciali con mercanti
arabi e gruppi nomadi (Tuareg). Fornivano loro tessuti di lana e cotone, grano e altri prodotti e ricevevano in
cambio zibetti, pelli, cera vergine, gomma arabica. Le merci più ricercate erano però oro e schiavi.
Cominciò a fiorire il commercio degli schiavi, i portoghesi delegarono la “raccolta” agli stessi africani; la merce
più ambita che i capi africani chiedevano in cambio erano i cavalli. Questa pratica era considerata legittima ed
in linea con i principi della Chiesa, che giustificava la schiavitù affermando che le sofferenze cui venivano
sottoposti servivano a salvare la loro anima.
Nel 1454 papa Nicolò riconobbe la sovranità del re portoghese su tutte le terre scoperte sulle coste
occidentali e sulle isole limitrofe. Alla morte di Enrico (1460) il Portogallo aveva raggiunto Capo Palmas (a sud
dell’attuale Liberia). Fu in quel periodo che iniziò la colonizzazione delle isole di Capo Verde dove, furono
create piantagioni di canna da zucchero e cotone. La direzione delle spedizioni e dei commerci passò ad
Alfonso V (nipote di Enrico), che concesse a Gomez, un mercante di Lisbona, i diritti esclusivi di commercio a
patto che avanzasse ogni ano di 100 leghe (500km) lungo le coste Africane. Le spedizioni avanzavano
rapidamente : Golfo di Guinea, Costa del Pepe,Costa d’Avorio. Raggiunse nel 1471 la costa del Ghana (ricca di
miniere d’oro,Costa d’Oro), dove costruirono una stazione commerciale: El Mina. Alla morte di Alfonso V, nel
1481, successe al trono Giovanni II che, per consolidare le presenza portoghese sulla Costa d’Oro, decise di
costruirvi un forte.
I reali portoghesi avevano così realizzato l’obiettivo di aggirare le piste carovaniere transahariane controllate
dai musulmani.

2.3 La via ad est per le indie


Il secondo obiettivo di Giovanni II era quello di circumnavigare l’Africa per raggiungere le Indie e procurarsi le
spezie senza l’intermediazione dei mercanti arabi e veneziani. Nel 1483 vennero inviati a tale scopo due
vascelli che raggiunsero il Congo, successivamente raggiunsero la casta dell’attuale Namibia. Al rientro in
Portogallo, il re affidò una spedizione a Bartolomeo Diaz, che partì da Lisbona nel 1487. Diaz oltrepassò di
circa 250 km la punta più meridionale dell’Africa: Capo Agulhas. Mentre al Portogallo si apriva l’accesso
all’Oceano Indiano, nel 1492 il viaggio di Cristoforo Colombo (scopo:raggiungere le indie da ovest, attraverso
l’Atlantico), apriva alla Spagna l’accesso ad un continente di cui si ignorava l’esistenza; quello che il navigatore
Amerigo Vespucci definì Nuovo Mondo.
Per evitare contese papa Alessandro VI stabilì che tutte le terre scoperte ad Ovest di una linea di
demarcazione immaginaria nord-sud, che attraversa l’Atlantico, appartenevano alla Spagna, quelle ad Est
spettavano invece al Portogallo (nel 1506 papa Giulio II sposterà la linea di demarcazione più ad ovest con il
Trattato di Tordesillas).
A Giovanni II successe Emanuele, che affidò le spedizioni a Vasco da Gama (1497). Doppiato il Capo di Buona
Speranza, la flotta di Gama risalì la costa orientale e arrivò nel 1498 sull’isola di Mozambico. I portoghesi la
bombardarono con i cannoni, saccheggiandola prima di salpare.
Attaccarono successivamente Mombasa ( nell’attuale Kenya) dove vennero a conoscenza di una rappresaglia
da parte degli arabi ma, preavvertiti, sventarono l’attacco.
Raggiunsero nel 1498 la costa orientale dell’India nei pressi del porto di Calicut (principale mercato delle
spezie, perle e pietre preziose). Durante il viaggio di ritorno la flotta fu decimata dallo scorbuto; fece ritorno
in Portogallo nel 1499. Accolto come un eroe e nominato dal re Ammiraglio dell’India, Vasco da Gama ebbe
l’incarico di consolidare la presenza portoghese sulle coste dell’Africa orientale e dell’India occidentale.

2.4 La rete della dominazione


Il fattore decisivo che permise al Portogallo di estendere agli inizi del 1500 il suo dominio militare ed
economico dall’Africa alle Indie, fu il sostegno dei potenti gruppi mercantili e bancari che finanziarono le
spedizioni. I principali investimenti vennero effettuati da un consorzio bancario di Anversa ma,
particolarmente attivi nel sostenere le spedizioni portoghesi furono anche i fiorentini.
La prima spedizione organizzata grazie ai finanziamenti mercantili e bancari salpò da Lisbona nel 1500 sotto il
comando di Cabral. La flotta finì sulle coste del Brasile e ne prese possesso; giunta a Calicut, di fronte al rifiuto
del sovrano di sottoscrivere un trattato favorevole al Portogallo, bombardò la città per due giorni. La stessa
politica di forza fu seguita da altre spedizioni.
Nel 1503 conquistarono Zanzibar, successivamente Mozambico, Kilwa, Mombasa …
Le città conquistate venivano saccheggiate, costrette a sottomettersi e a pagare pesanti tributi annuali alla
corona portoghese. Decisiva per il dominio militare ed economico dell’Oceano Indiano fu la battaglia tra la
flotta portoghese e quella inviata dal sultano d’Egitto (alleato del sovrano di Calicut). Sconfitta la flotta
egiziana, i portoghesi assunsero il controllo del commercio indiano delle spezie.
Conquistarono Goa, Malacca, Hormuz e l’arcipelago Banda (attuale Indonesia).
All’espansione portoghese equivale quella dell’Ordine di Cristo.

2.5 La contesa tra le potenze


L’arrivo in Africa delle altre potenze europee, sulla scia del portogallo, provocò dal 500 al 600 acuti conflitti
per il controllo delle coste e delle rotte verso le Indie, ai quali presero parte anche gli arabi che posero fine
al dominio portoghese nell’oceano indiano. Già nei primi decenni del ‘500 i portoghesi, non disponendo di
sufficienti merci da barattare, cominciarono ad avere difficoltà nel procurarsi l’oro africano. Ad approfittare
della situazione furono principalmente gruppi mercantili e bancari francesi, inglesi e olandesi.
I primi a penetrare in Africa furono i francesi, che cominciarono a scambiare armi da fuoco, di cui la
monarchia portoghese aveva, fino ad allora, vietato il commercio per via di un editto papale (si temeva
finissero nelle mani dei musulmani).
Incalzati dai francesi, i portoghesi furono costretti ad abbandonare il Senegambia. Seguirono gli inglesi che,
verso il1600 presero possesso di alcune zone di questa regione ed espulsero i francesi.
In questo stesso periodo arrivarono sulle coste africane gli olandesi che disponevano di enormi capitali, una
potente flotta e grandi quantità di merci. I portoghesi furono espulsi da tutti i loro possedimenti in Costa
d’Oro (tranne che i forti El Mina ed Axim) da ribellioni della popolazione che intendeva commerciare con gli
olandesi. Quest’ultimi approfittando della debolezza conquistarono i due forti rispettivamente nel 1637 e nel
1642. La contesa si estese alla costa orientale dell’Africa quando, olandesi e inglesi entrarono nell’Oceano
Indiano. Il dominio portoghese sui traffici commerciali orientali subì un primo duro colpo quando, nel 1622, lo
scià di Persia si impadronì (aiutato dagli inglesi) di Hormuz, situato in posizione strategica all’imboccatura del
Golfo Persico.
Ai conflitti tra ‘500 e ‘700 presero parte anche gli Arabi che attaccando Zanzibar, Mombasa, Mozambico ecc …
posero fine al dominio portoghese nell’Oceano Indiano.
Fu in questo periodo che il commercio degli schiavi assunse caratteristiche e dimensioni nuove, incidendo
profondamente nel tessuto politico, economico e sociale dell’intero continente.

3. La tratta degli schiavi

3.1 La trasformazione della schiavitù


La schiavitù, già praticata in Africa, assunse nuove caratteristiche e dimensioni quando, nel 500, i mercanti
europei iniziarono la tratta transatlantica degli schiavi africani verso le colonie americane, dove venivano
usati nel lavoro delle piantagioni e delle miniere. In Africa, la schiavitù esisteva già prima dell’arrivo degli
europei: uomini e donne di altre comunità venivano catturati durante guerre e razzie e costretti a lavorare
per i vincitori. Oltre ai lavori domestici e agricoli, si occupavano spesso di altre mansioni: erano fabbri,
costruttori, mandriani e guardie del corpo dei loro padroni. Alcuni schiavi (es. quelli nell’Ansante), potevano
possedere delle proprietà e persino altri schiavi alle loro dipendenze, prestare giuramento ed essere
riconosciuti come testimoni. Su scala intercontinentale il commercio degli schiavi era praticato (prima degli
europei) dagli arabi. Partiva dalla costa occidentale africana ed era diretto principalmente verso l’Asia. Le
ragazze erano destinate agli harem o ai lavori domestici, i ragazzi invece divenivano soldati negli eserciti
locali.  i + capaci venivano promossi a posti di responsabilità negli apparati amministrativi e militari e, in
certi casi, acquistavano posizioni di potere.
Nel 1468 la monarchia portoghese stabilì il monopolio della corona sul commercio umano a sud del fiume
Senegal, è in questo modo che iniziò a crescere il flusso di schiavi verso l’Europa e successivamente verso il
Nuovo Mondo. Già nel 1501 il re di Castiglia promulgò una legge che regolava l’invio di schiavi ad Hispaniola
(Haiti) e nelle altre isole delle indie occidentali. I primi ad esservi trasportati furono per la maggior arte schiavi
bianchi cristiani (più utili alla conversione dei pagani del Nuovo Mondo), provenienti sia dalla Spagna che dal
Nord Africa. Gli schiavi africani erano visti con sospetto ma, il governatore di Hisaniola dovette presto
ricredersi: la crescente domanda non poteva essere soddisfatta facendo ricorso solo alle popolazioni locali e
all’importazione dall’Europa, occorreva attingere al grande “serbatoio” africano. Sin dall’inizio la tratta
transatlantica accrebbe le entrate della corona di Castiglia; vengono istituite nuove tasse sul commercio
(tassa reale e tassa di esportazione) e conseguentemente nasce il traffico clandestino di schiavi.
La tratta assunse sempre più carattere istituzionale, il numero di schiavi inviati nelle colonie d’oltremare
crebbe rapidamente. Anche le altre potenze europee (soprattutto Portogallo, Olanda, Inghilterra e Francia),
man mano che conquistavano nuove terre in America, iniziarono a partecipare alla Tratta Transatlantica (
1562 Jhon Hwkins porta 300 schiavi neri ad Hisaniola in cambio di merci preziose) . il lavoro degli schiavi
africani divenne sempre più indispensabile per lo sfruttamento delle risorse agricole e minerarie poiché,
soprattutto nell’America Centrale e Meridionale, le popolazioni autoctone venivano sterminate dai
conquistatori europei.

3.2 L’Africa nel commercio triangolare


A partire dal XVI secolo, l’Africa venne ad essere inserita dalle potenze europee nel “Grande Circuito”
commerciale con un preciso ruolo: fornire schiavi per le colonie del Nuovo Mondo.
Il circuito comprendeva 3 tratti: tessili ed altri manufatti venivano inviati dall’Europa all’Africa per essere
scambiati con schiavi, che a loro volta erano trasportati in America e scambiati con metalli e prodotti agricoli,
da inviare in Europa per essere venduti sui mercati nazionali.
Inizialmente le risorse più richieste dagli europei erano oro e argento, provenienti per lo più dalle colonie
spagnole. Zucchero, caffè e rum venivano importati principalmente dal Sud America e dalle Indie Occidentali;
tabacco e cotone dal Nord America. Su questi prodotti costruirono la loro fortuna soprattutto mercanti
Francesi, Inglesi ed Olandesi.
Per accrescere la produzione al ritmo della crescente domanda di prodotti, l’Europa necessitava di un numero
maggiore di schiavi africani, data anche l’alta mortalità nelle piantagioni.
La monarchia francese, per quanto era grande la richiesta di schiavi, dovette abolire il monopolio sulla tratta:
Editto reale 1670-> dava ad ogni francese la possibilità di intraprendere questo commercio. Il numero di
schiavi trasportati dalle navi francesi nelle colonie superò i 3000 annui ma,stava acquisendo dimensioni
nuove in tutta Europa. Il Commercio Triangolare creò, in Europa, le condizioni di una profonda
trasformazione economica e sociale.

3.3 La base della rivoluzione industriale


I prodotti che giungevano dalle Americhe, diedero l’impulso al commercio intereuropeo e alla domanda di
beni di consumo e strumentali. Ciò, a sua volta, stimolò l’introduzione di nuove tecniche che incrementarono
la produttività. Le nuove colture introdotte in Europa (mais, patate,pomodori…), permisero allo stesso tempo
di aumentare la produzione agricola e la crescita demografica (miglior regime alimentare).
Emblematico fu lo sviluppo dell’industria cotoniera inglese (nata nel XVIII). I tessuti inglesi, fabbricati con la
materia prima prodotta in America da schiavi neri, venivano esportati quasi interamente in Africa occ.
(scambiati con schiavi) e nelle colonie americane, dove servivano a vestire la crescente popolazione a lavoro
nelle piantagioni e nelle miniere.
La necessità di fabbricare tessili a basso costo stimolò le innovazioni tecniche (navetta volante, telaio a
vapore). La Tratta e il commercio triangolare dunque, crearono la base economica che rese possibile il
passaggio dal capitalismo mercantile al capitalismo industriale.
Questa struttura economica si mantenne anche dopo la nascita degli Stati Uniti d’America. Negli stati del sud,
il lavoro degli schiavi rese possibile una grandissima produzione cotoniera, che aumentò su base annua,
creando un crescente mercato di generi alimentari e manufatti. Questo diede l’impulso all’industrializzazione
degli stati del nord-est che iniziarono a prevalere (1861 guerra di secessione). Anche in Nord America, come
in Europa, fu quindi la Tratta transatlantica degli schiavi africani a creare la base economica della rivoluzione
industriale.

3.4 L’impatto sulle società africane


In quegli stessi anni, America Latina e Africa assumevano un ruolo di crescente dipendenza dalle potenze
europee, che minava la loro possibilità di sviluppo. L’America Latina era relegata al ruolo di fornitrice di
materie prime, l’Africa (pur fornendo a sua volta materie prime) , a fornitrice di schiavi. Questo comportava
per il continente africano, in particolar modo pel l’Africa sub sahariana, un salasso di popolazione.
Secondo una stima approssimativa, gli abitanti dell’A. sub sahariana trasportati in America tra 1500 e 1800
furono circa 15,5 milioni; a questo si aggiunge un numero imprecisato che perse la vita nella fase di cattura e
nel trasporto via mare. Inoltre gli schiavi erano giovani e per circa 1/3 donne, la tratta dunque, riduceva la
capacità riproduttiva della popolazione nera. La situazione fu ulteriormente aggravata dalle nuove malattie
epidemiche che contribuirono al calo demografico. Tale processo ebbe gravi ripercussioni economiche:
impedì lo sviluppo dell’agricoltura, che rimase a livelli di sussistenza e frenò di conseguenza l’espansione dei
mercati interni (svalutazione Cauri ->erano conchiglie usate come monete). Le merci che gli europei
portavano in Africa, non solo non avevano alcuna utilità per le economie locali, ma le danneggiavano. Si
trattava per lo più di merci di lusso e armi da fuoco destinale alle élites che gestivano il commercio di schiavi.
La tratta provocò inoltre, in numerose società africane, il deterioramento dei sistemi di responsabilità
comunitaria (impersonificati nel ruolo di capi tradizionali), che venivano soppiantati da aristocrazie militari.

3.5 La condizione degli schiavi


La maggior parte veniva catturata da razziatori africani o arabi, altri finivano in schiavitù in seguito a
condanne o debiti, o perché rimasti privi di mezzi di sostentamento. Dai villaggi i prigionieri erano condotti
verso gli empori sulla costa, legati o incatenati in lunghe file e incalzati a colpi di frusta. I più deboli morivano
per la fatica o venivano uccisi sul posto. Nella fase di cattura e in quella di trasporto moriva circa 1/3 dei
prigionieri.
Arrivati sulla costa, i prigionieri erano rinchiusi in un recinto in attesa di essere venduti. Si aprivano dunque le
trattative tra venditore e acquirente, raggiunto l’accordo, gli schiavi erano sottoposti ad un esame medico e,
scartati quelli con più di 35 anni o con qualche difetto fisico, venivano marchiati. Successivamente venivano
imbarcati oppure, in attesa della nave, rinchiusi in una “casa degli schiavi”(->forte o stazione commerciale) o
a bordo di uno scafo commerciale ancorato a breve distanza dalla riva.
La traversata atlantica durava in media 2 o3 mesi, gli sciavi venivano sistemati nella nave con il metodo
dell’imballaggio stipato in modo da imbarcarne il maggior numero possibile. Gli schiavi incatenati venivano
fatti sedere ad incastro l’uno tra le gambe dell’altro, in modo da sfruttare il maggior spazio disponibile. Le
donne, non incatenate, venivano ammassate con i loro bambini; quando il tempo lo permetteva, gli uomini
venivano portati in coperta per il pasto e gli veniva fatto fare un po’ di moto (spesso forzato) per mantenere
in buono stato la “merce”. La povertà della dieta e la scarsità di acqua potabile provocarono epidemie; erano
in molti a morire a causa di malattie (scorbuto, vaiolo, dissenteria), per disidratazione o addirittura per
mancanza di aria.
Prima di essere sbarcati sul suolo americano, i prigionieri venivano “rinfrescati” per poter essere venduti al
più alto prezzo possibile. Giunta al porto la nave negriera,veniva bandita l’asta degli schiavi, che dopo essere
stati venduti, venivano nuovamente marchiati con le iniziali del nuovo padrone.
Agli schiavi era proibito uscire dalla piantagione e- di notte- anche dalle proprie capanne; non potevano
prestare giuramento ed ogni minima infrazione era punita con la fustigazione, l’incatenamento o la
marchiatura a fuoco.

3.6 La ribellione degli schiavi


In Africa, molti di quelli che venivano catturati, cercavano di fuggire durante il trasferimento verso la costa o
al momento dell’imbarco. Frequenti erano le rivolte durante la traversata atlantica, destinate quasi sempre al
fallimento; le punizioni erano tremende.
Anche dopo essere stati venduti, gli schiavi tentavano di riacquisire la libertà. La prima e sanguinosa rivolta
scoppiò ad Hispaniola nel 1522, ne seguirono altre in Brasile, a Panama, Cuba, Perù, Venezuela …
Le amministrazioni coloniali, per mantenere gli schiavi in assoluta inferiorità, impedivano loro di imparare a
leggere e a scrivere.
Nonostante ciò, gli echi della Rivoluzione Francese del 1789 raggiunsero anche le colonie, dando nuovo
impulso alla ribellione. Fu in questo
periodo che avvenne l’unica rivolta conclusasi favorevolmente per gli schiavi. Esplose nel 1791 a San Domingo
(colonia francese), guidata d a Toussaint Bréda (sapeva leggere e scrivere) basò il suo programma sui
principi di libertà e uguaglianza; promulgò nel 1801 una costituzione che aboliva la schiavitù a San Domingo,
ma Napoleone nell’anno successivo, inviò un corpo militare per ristabilire il regime coloniale e schiavistico.
Toussaint fu inviato in Francia e morì di fame e freddo in carcere . Nel 1803 le forze francesi si ritirarono
poiché decimate dalla guerra e dalla febbre gialla. Il 1 gennaio 1804 il paese si rese indipendente e assunse il
nome di Haiti.
Altre ribellioni: in Virginia 1800-> Gabriel Prosser organizza un’insurrezione per conquistare Richmond che fu
però sventata-> le leggi schiaviste vennero inasprite; Luisiana 1811-> Charles Deslandes organizza un piano
per impadronirsi dell’arsenale della piantagione, che era stato però rimosso. In 500 allora, si diressero verso
New Orleans, furono fermati e uccisi; numerose altre rivolte furono spietatamente represse. Questa continua
lotta per la libertà svolse un ruolo di primaria importanza (insieme ad altri fattori che analizzeremo in seguito)
nell’abolizione della schiavitù.

4. La spartizione coloniale

4.1 Dalla tratta al commercio “lecito”


Con il diffondersi dell’illuminismo e dei principi della Riv. Francese e americana, acquisirono forza in Europa e
in Nord America i movimenti contro la Tratta e la schiavitù. Nell’800 furono varate leggi che proibivano la
tratta, ciò aprì la strada dell’abolizione della schiavitù anche negli Stati Uniti.
Il successo degli abolizionisti era dovuto agli interessi economici del nascente capitalismo industriale->
l’economia che era basata principalmente sull’importazione e riesportazione dei prodotti delle colonie,
iniziava a concentrarsi sempre più sull’esportazione di prodotti finiti.
A differenza della vecchia borghesia mercantile- arricchitasi con il commercio triangolare-, la nuova borghesia
industriale non aveva bisogno di schiavi (disponendo in madrepatria di una vasta riserva di manodopera a
basso costo), ma di materie prime e mercati esteri.
Significativamente tra i principali leader del movimento abolizionista figuravano molti banchieri e industriali.
L’abolizione formale del commercio degli schiavi non significò la fine immediata della tratta atlantica, che
proseguì quasi fino al 1870 in modo illecito.
Alcune decine di migliaia di schiavi emancipati vennero inviate in insediamenti appositamente creati da
organizzazioni filantropiche britanniche e statunitensi sulla costa occidentale dell’Africa, a Freetown (in Sierra
Leone) e in Monrovia (creata nel 1821,tutelata direttamente dall’American Colonization Society fino al 1847,
anno in cui fu dichiarata repubblica indipendente con il nome di Liberia).

4.2 Una nuova forma di dipendenza


Da fornitrice di schiavi, nell’800, l’Africa cominciò a fornire all’Europa le materie prime di cui necessitava nella
fase della rivoluzione industriale. Particolarmente richiesti in Europa erano olio di palma, gomma arabica,
spezie, legni tropicali, arachidi, caffè, zucchero e cotone.
L’espansione delle colture commerciali fu resa possibile dal lavoro degli schiavi che, invece di essere
esportati, venivano impiegati nelle piantagioni africane. Così mentre in Europa e negli Stati Uniti veniva
abolita la tratta, le strutture economiche e sociali create in Africa dalla tratta atlantica si adeguavano alle
esigenze del commercio “lecito”, con risultato che la percentuale di schiavi rispetto alla popolazione, invece
di diminuire, aumentò.
L’espansione delle colture commerciali inoltre, sottrasse forza lavoro e terre a quelle alimentari. La
produzione di cibo per le famiglie diveniva mansione quasi esclusiva delle donne (aiutate da vecchi e
bambini). In molti casi però, questa agricoltura di sussistenza non era in grado di assicurare alle popolazioni
l’autosufficienza alimentare.
Le carestie derivanti dal calo della produzione alimentare, la disgregazione dei sistemi comunitari, il
conseguente massiccio spostamento di popolazione, le razzie e i continui conflitti tra i gruppi di potere,
frammentarono ed indebolirono le società africane che non furono in grado di resistere alle potenze europee
(che passarono dalla spartizione commerciale alla spartizione territoriale dell’Africa).

4.3 La politica della sottomissione


Un ruolo chiave nel determinare modalità e spartizione coloniale dell’Africa, fu svolto dalla conquista del
Congo da parte di re Leopoldo II del Belgio. Nel settembre del 1876 egli convocò a Bruxelles una conferenza
geografica, il cui scopo ufficiale era quello dell’esplorazione e civilizzazione dell’Africa Centrale. Al termine
della conferenza venne costituita l’Associazione africana internazionale (associazione di copertura),
presieduta dallo stesso re Leopoldo, con il compito di stabilire nella regione del Congo una serie di basi
scientifiche per lo studio del clima, della flora e della fauna locali. Motivazione reale-> ottenere una fetta del
continente africano.
1879 spedizione in Congo guidata da Stanley,inviato da re Leo. Il primo passo fu quello di costruire una strada
che risaliva il fiume Congo aggirando le rapide. I portatori africani costruirono una stazione commerciale
fortificata a monte delle rapide, cui fu dato il nome di Leopoldville (re Leo creò l’ Associazione internazionale
del Congo). Il riconoscimento decisivo fu ottenuto da re Leopoldo II alla Conferenza che si svolse a Berlino nel
1884-85 -voluta dal cancelliere Bismarck- allo scopo di tracciare le linee della spartizione europea dell’Africa.
Il 29 maggio 1885, Leopoldo proclamò lo Stato indipendente del Congo e ne assunse la sovranità. Ordinò
inoltre la costruzione di una ferrovia che rese più efficiente il sistema di sfruttamento delle risorse umane e
materiali della regione.

4.4 Un modello di sfruttamento


Il Congo fu diviso da re Leo in grandi blocchi, che furono dati in concessione a Compagnie private. In ciascuna
lo Stato –ossia il re- possedeva il 50% delle azioni.
Le Compagnie spremevano dal territorio tutto ciò che poteva essere esportato e venduto sul mercato
europeo: avorio, olio di palma, rame, legno tropicale e gomma naturale. Quest’ultima, in seguito alla
crescente domanda proveniente dall’industria automobilistica, divenne la principale fonte di reddito delle
compagnie.
Nei territori dati in concessione, la raccolta della gomma era organizzata assegnando a ciascun villaggio una
determinata quota-> in genere 4 kg di lattice essiccato per uomo adulto, ogni 2 settimane. Per costringere la
popolazione dei villaggi a raccogliere la gomma, secondo le quote stabilite, Leopoldo istituì un sistema
miliziato. Nerbo del sistema era la Forza Pubblica, costituita da soldati africani agli ordini di ufficiali europei,
affiancata dalle milizie private della Compagnia. Se un villaggio si rifiutava di raccogliere la gomma, la Forza
Pubblica interveniva sparando a vista sugli abitanti e radendo al suolo le loro abitazioni. Per essere sicuri che
ogni cartuccia venisse usata per uccidere una persona (e non per la caccia o per un ammutinamento), gli
ufficiali imponevano ai soldati di portare come prova la mano della persona uccisa. Analoghe rappresaglie
venivano attuate quando un villaggio si rifiutava di fornire gratuitamente vettovaglie alla Forza Pubblica.
Per impedire che i raccoglitori fuggissero nella foresta, gli ufficiali ordinavano ai soldati di prendere i ostaggio
le donne e, nel caso in cui gli uomini non fossero rientrati per tempo, di tagliare loro il naso, una mano o un
occhio. In Europa le prime notizie di ciò che accadeva in Congo giunsero a partire dal 1895, soprattutto grazie
alle testimonianze dei missionari protestanti che –a differenza di quelli cattolici, per lo più belgi e sostenitori
del re- denunciarono sui giornali le atrocità cui avevano assistito.
Sotto la pressione delle organizzazioni umanitarie, re Leopoldo rinunciò al suo regno congolese che, nel 1908
fu annesso ufficialmente allo Stato belga. In cambio lo Stato si addossò i debiti del re e pagò 45 milioni di
franchi per la costruzione di nuove dimore (fondi che furono prelevati dal Congo).
Terminava così la gestione personale del territorio da parte del re, ma non il sistema di sfruttamento tramite
Compagnie concessionarie, che divenne un modello per tutta l’Europa (specialmente Francia-> territori ad
ovest e a nord del fiume Congo; Portogallo->Angola; Germania->Camerun).

4.5 La corsa ai diamanti e all’oro


Il primo insediamento europeo nell’estremo sud del continente era stato costituito nel 1652 dalla Compagnia
olandese delle Indie Orientali.
Inizialmente avevano costituito, sulla costa atlantica della penisola del Capo di Buona Speranza, una piccola
base fortificata, che fungeva da stazione di rifornimento per le navi della Compagnia lungo la rotta delle Indie.
Per produrre cereali, verdure e carni da imbarcare, l’insediamento si era esteso alle terre circostanti, parte
delle quali erano state assegnate a coloni di origine olandese e tedesca->i boeri.
La nascente colonia del Capo era a corto di Manodopera che fu facilmente rimpiazzata da schiavi; raggiunse
in questo modo un notevole sviluppo economico. Ciò era avvenuto a scapito della popolazione locale dei
Khoi-khoi (denominati dagli europei Ottentotti), cui gli olandesi avevano sottratto pascoli e bestiame. Dopo
alcuni tentativi di ribellione falliti, questa comunità aveva cominciato a disgregarsi. Nel 1795 la colonia del
Capo era stata conquistata dagli inglesi che la utilizzavano come punto d’appoggio per le navi dirette in Asia,
dove operava la Compagnia inglese delle Indie Orientali. Restituita all’olanda in seguito ad un trattato nel
1803,fu riconquistata dagli inglesi tre anni dopo. In seguito all’arrivo di altri coloni inglesi e all’emancipazione
degli schiavi, tra il’ 1835-40 circa 5000 boeri avevano lasciato la colonia del Capo per dirigersi a Nord-> grande
esodo boero. Nei loro spostamenti colonizzarono altre terre, togliendole con la forza alla popolazione
autoctona (Zulu-> grande resistenza ma furono sconfitti->battaglia di Blood River). In questi territori i boeri
fondarono il Libero Stato d’Orange (1854) e la Repubblica del Sud Africa (1852). Fu in questo periodo che
vennero scoperti i giacimenti diamantiferi e auriferi. Non appena si diffuse la notizia, decine di migliaia di
cercatori si precipitarono nella regione.
Gli africani, pochi dei quali avevano ricevuto una concessione in zone già sfruttate dagli europei, fornivano il
grosso della manodopera a basso costo nelle miniere a cielo aperto. Il resto della forza lavoro necessaria
veniva attinta da un vasto bacino geografico. Si sviluppa così un’economia di tipo capitalistico che creando
una massa di lavoratori salariati e favorendo l’inurbamento, sconvolgeva le economie rurali tradizionali. Nelle
zone minerarie gli africani erano spesso rinchiusi in aree recintate da cui non potevano uscire e in cui
dovevano restare per tutta la durata del loro contratto.
Su queste basi nasceva nel 1910 l’Unione Sudafricana che riconosceva pari dignità e diritti agli inglesi e ai
boeri, ma discriminava gli africani preparando il terreno alla politica dell’ Apartheid.

4.6 La resistenza degli africani


La spartizione coloniale suscitò in tutte le regioni africane vari tipi di resistenza, spesso armata, sia da parte di
società strutturate in forma statale, sia da parte di gruppi che, fino ad allora divisi, si trovarono riuniti nel
comune obiettivo di opporsi alla conquista europea.
Regni prima del colonialismo europeo: In Africa occidentale il grande regno dell’Asante; nell’Alto Niger il
regno di Wasulu; nel Sud Africa gli Zulu, in Sudan il movimento islamico mahdista ecc…
In Etiopia le forze dell’imperatore Menelik, sbaragliando nella battaglia di Adua il corpo di spedizione italiano,
ottennero nel 1896 la maggiore vittoria mai riportata in Africa sugli invasori europei.
I colonialisti italiani,entrati in corsa per la spartizione dell’Africa appena 8 anni dopo l’unificazione
dell’Italia,erano sbarcati in Africa orientale nel 1869. Avevano occupato Assab e la Messauna (1885).
Successivamente si erano impadroniti di una fascia costiera sul Mar Rosso che nel 1890 diventò la prima
colonia italiana-> Eritrea ed avevano posto sotto il loro protettorato la Somalia.
L’illusione di poter attuare una politica di annessione coloniale ebbe breve durata. Le forze etiopi inflissero
agli italiani una prima sconfitta nel 1895; l’anno successivo un corpo di spedizione guidato dal generale
Baratieri venne portato ad attaccare ad Adua un esercito etiope di oltre 120000 uomini. Oltre 6000 italiani
morirono e 1900 uomini vennero catturati dall’esercito etiope-> furono liberati in cambio di un’indennità di
guerra di 10 milioni di Lire.
In Italia la disfatta di Adua provocò la caduta del governo Crispi, mentre in Africa -la vittoria, costata agli
etiopi dai 6 ai 12 mila morti- non solo permise all’ Etiopia di restare indipendente fino al 1935 (anno in cui fu
invasa dall’Italia che la occupò fino al 1941), ma dimostrò a tutti i popoli del continente che gli invasori
europei potevano essere affrontati e vinti.

5. Il dominio coloniale

5.1 Razzismo e colonialismo


L’antropologia europea dell’800 si propose di classificare scientificamente le popolazioni dei vari continenti
secondo il colore della pelle, le misure antropometriche e altre caratteristiche somatiche per determinare la
“razza”, definizione di cui la moderna genetica ha successivamente dimostrato l’infondatezza scientifica.
Tale definizione fu accompagnata da descrizioni di tipo etnografico, spesso desunte da racconti di esploratori
e mercanti, che attribuivano a ciascuna popolazione determinate caratteristiche comportamentali (per lo più
negative). Si associava così al concetto di razza un giudizio di valore che, ponendo in genere la razza europea
al di sopra delle altre, le attribuiva il diritto naturale di colonizzare i continenti extraeuropei per portarvi la
civiltà.
Il concetto della missione redentrice e civilizzatrice dell’Europa cristiana, che aveva formalmente motivato sin
dal ‘400 la conquista dell’Africa, riceveva in tal modo il supporto “scientifico” dell’antropologia ottocentesca,
a sua volta infarcita di pregiudizi radicatisi in secoli di conquista.
Non fu esente dal concetto dell’inferiorità razziale degli africani neppure un filosofo illuminato come Hume.
Ad avvalorare questa idea erano i racconti degli esploratori come il linguista inglese Burton. Ancora più
sprezzante era il giudizio dei boeri, convinti che gli Africani fossero allo stesso livello -o poco più sopra- degli
animali.
Fu in Gran Bretagna e in Francia che il pregiudizio razziale cominciò ad assumere carattere “scientifico”,
divenendo razzismo. Caposcuola di questa corrente di pensiero fu il medico scozzese Robert Knox che fondò
una scuola di anatomia ad Edimburgo.
Egli affermò che rispetto a quello di un bianco, il tessuto cerebrale era più scuro e fibroso e il sistema nervoso
degli arti quantitativamente minore, da queste osservazioni dedusse che “ vi deve essere una inferiorità fisica
e di conseguenza psicologica nelle razze scure”. Su tale base elaborò una teoria della razza. Le razze scure che
Knox escludeva potessero essere civilizzate erano, per loro stessa natura, destinate all’estinzione.
In Francia, nello stesso periodo, il conte Arthur De Gobineau teorizzava 3 razze fondamentali: gialla=incapace
di esprimere pensieri metafisici-> si realizzava nel commercio; nera=scarsa intelligenza-> sensi sviluppati
all’eccesso; bianca (rappresentata dagli ariani)=spirito di libertà e senso dell’onore-> destinati a dominare.
I seguaci di Knox fondarono la Società Antropologica che, usando la teoria di Darwin sulla selezione naturale,
si caratterizzerà in modo ancora più razzista. Nella 1° conferenza si teorizzò la stretta parentela tra neri e
scimmie.
Alfred Wallace, Francis Galton-> altri scienziati che sostenevano l’inferiorità della razza nera.
La teoria razzista in Germania si diffuse ad opera di Richard Wagner, specialmente le idee di de Gobinau, che
furono riprese da Ratzel . Quest’ultimo, agli inizi del ’900, ideò la teoria dello spazio vitale-> la mancanza di
spazio sulla terra, rende necessario che le vecchie specie scompaiano per far posto alle nuove evolute. Tra gli
uomini devono scomparire quelli di cultura inferiore per lasciare spazio vitale a quelli di cultura superiore.
Ratzel includeva tra i popoli culturalmente inferiori anche gli ebrei, accusati di aver un ruolo dominante nella
vita culturale tedesca-> teorie riprese da Hitler.

5.2 L’occupazione dell’Africa


Tra gli inizi del Novecento e la 1° Guerra Mondiale, quasi tutta l’Africa fu invasa e occupata dalle potenze
europee, compresa l’Italia che era però rimasta in secondo piano rispetto al resto d’Europa. Il suo obiettivo
era l’occupazione della Libia-> interessi finanziari e del settore dell’industria pesante.
1907-> comincia ad operare in Libia il Banco di Roma (finanza vaticana); le autorità turche sono sempre più
ostili.
Dopo aver dichiarato guerra alla Turchia prendendo a pretesto l’uccisione di due italiani in Libia, il governo
Giolitti decise per l’occupazione. Preceduto da un bombardamento navale, il primo contingente del corpo di
spedizione italiano sbarcò a Tripoli il 5 ott. 1911. L’occupazione della Libia fu preparata e accompagnata da
una forte propaganda nazionalistica.
L’invasione della Cirenaica e della Tripolitania (parte orientale e nord occidentale della Libia), suscitò
l’immediata resistenza della popolazione araba-> diversi soldati italiani furono massacrati. La repressione fu
spietata: le truppe ita scatenarono una vera e propria caccia all’arabo.
Iniziava così la lunga storia della resistenza libica, durata circa 20 anni.
Nel 1930 per ordine di Mussolini e dei generali Badoglio e Graziani, allo scopo di isolare i partigiani, vennero
deportati dall’altopiano cirenaico circa 100000 abitanti e rinchiusi in una quindicina di campi di
concentramento lungo la costa. Fu impiegata l’aviazione per sterminare le popolazioni ribelli, bombardandole
e distruggendo i loro raccolti. Furono impiegate anche armi chimiche (gas asfissianti e bombe all’iprite;
proibite dal protocollo di Ginevra del 1925).
I partigiani libici guidati da Omar Al-Mukhtar, si batterono fino all’ultimo. Nel 1931 Al-Mukhtar fu catturato ed
impiccato. Nei mesi successivi gli ultimi gruppi di resistenza vennero sterminati. Il 24 gennaio 1932 Badoglio
annunciò la fine della ribellione in Cirenaica e la completa occupazione di quelle terre.
Nel frattempo, la mappa dell’occupazione coloniale si era ulteriormente modificata in seguito alla sconfitta
della Germania e alla conseguente spartizione delle colonie tedesche. Esse erano state poste dalla Società
delle Nazioni sotto la tutela di Francia, Gran Bretagna, Belgio e Unione Sudafricana (dominio britannico dal
1910).
Fu in questo periodo che avvenne il successivo passo dell’espansionismo italiano -> decisione di Mussolini -
nel 1934- di conquistare l’Etiopia, paese di cui la stessa Italia aveva appoggiato l’ingresso nella Società delle
Nazioni e con il quale aveva stretto nel 1928 un patto ventennale di amicizia.
Per invadere l’Etiopia –governata da Hailè Selassiè- l’Italia allestì il più grande corpo di spedizione coloniale
della storia: circa 500 000 uomini, dotati di moderni armamenti.
Il 3 ott. 1935 le truppe italiane invasero l’Etiopia. La Società delle Nazioni (di cui non facevano parte Germania
e Stati Uniti) impose delle sanzioni economiche all’Italia (atto poco più che formale-> non vietava le
esportazioni di acciaio, petrolio e carbone).
Salvo piccole minoranze antifasciste, la maggior parte degli italiani appoggiava la politica espansionista del
regime, che proprio in questo periodo ottenne il massimo del consenso popolare.
Giunto in Etiopia Badoglio diede ordine all’aviazione e alle forze terrestri di colpire non solo le truppe e gli
accampamenti militari, ma anche popolazione, villaggi e città-> vennero impiegate armi chimiche e bombe
incendiarie. La Società delle Nazioni chiese alla croce rossa internazionale una documentazione ufficiale
sull’uso da parte dell’Italia delle armi chimiche, ma questa rifiutò in quanto, essendo apolitica, non poteva
fornire informazioni utilizzabili sul piano politico. In questo modo il governo italiano non fu mai accusato
ufficialmente.
Le forze etiopi, pur essendo nettamente inferiori come mezzi e come numero, riuscirono a condurre una
buona controffensiva. Infine l’esercito italiano ebbe la meglio. Parteciparono al massacro truppe mercenarie
(ascari-eritrei, arabo-somali) agli ordini di ufficiali italiani.
Il 5 maggio del 1936 venne conquistata Addis Abeba, ma la resistenza etiope non teriminò.
Badoglio, tornato in Italia, lasciò il comando a Graziani che lanciò una grande operazione di “polizia coloniale”
in cui vennero impiegati circa 200 000 uomini dotati di armamenti pesanti.
La spietata repressione del 1937 non riuscì però a soffocare la resistenz,a che proseguì fino al 1941 quando,
durante la 2° Guerra Mondiale, il paese riacquistò la propria indipendenza.

5.3 L’imposizione di Stati artificiali


Con l’occupazione coloniale l’Africa fu divisa in Stati i cui confini non coincidevano con gli spazi (politici,
economici e culturali) formatisi nel corso della storia.
Questi confini artificiali tracciati dalle potenze europee separarono popolazioni omogenee e ne unirono altre
differenti. I criteri con cui vennero ripartite le popolazioni africane furono elaborate da etnologi ed
antropologi giunti dall’Europa che, in pochi anni, suddivisero le società africane in tribù, diedero un nome ed
un territorio ciascuna e stabilirono le norme cui dovevano attenersi.
furono i colonialisti che, codificando le tradizioni esistenti per trasformarle in norme di diritto
consuetudinario, crearono l’immagine di un’Africa ferma nel tempo, ancorata a tradizioni immutabili.
Nacque lo stereotipo del tribalismo, utilizzato per dividere e dominare le popolazioni africane.
Il problema di questa “nuova Africa” era quello di dover controllare territori vastissimi e poco abitati (o al
contrario grandi masse concentrate in determinate regioni). Vennero adottati dunque, sistemi di governo
differenti a seconda delle situazioni:
1. DIRECT RULE (governo diretto)-> adottato nella maggioranza degli stati.
Il potere era esercitato in prima persona da funzionari europei con al vertice un governatore. Gli
africani avevano ruoli secondari.
2. INDIRECT RULE (governo indiretto)-> adottato soprattutto nelle colonie britanniche. Il potere era
esercitato da funzionari europei tramite istituzioni indigene (native administration).
3. ASSIMILAZIONE (sistema francese)-> le popolazioni delle colonie venivano considerate parte della
nazione e istruite all’apprendimento del francese come lingua principale.

Vi erano anche casi in cui si combinavano diversi sistemi di governo. Nei sistemi diretto e indiretto, le autorità
coloniali si servivano delle élites africane, che interagivano a gradi diversi nell’amministrazione coloniale. Fu
proprio questa politica indigena ad alimentare o creare quelli che generalmente vennero definiti “conflitti
tribali” (es. Tutsi vs Hutu). Componente delle élites indigene erano Tutsi e africani
formatisi dai Gesuiti o direttamente in Europa. Essi prendevano i bianchi a modello ed identificavano il
colonialismo con la civiltà ed il progresso; erano contrari alla resistenza anticolonialista considerata sintomo
di arretratezza barbarica. Al contrario, alcuni diventarono i maggiori leader dei movimenti di liberazione.
Attraverso tali sistemi le autorità coloniali riuscirono a coinvolgere minoranze africane nell’esercizio di potere
sulla popolazione. La più solida
garanzia di dominio restava però la forza militare. Le autorità coloniali ricorrevano in modo massiccio al
reclutamento di truppe africane -anche nella prima guerra mondiale- (comandate da ufficiali europei perché
agli africani era proibito accedere alle cariche superiori), arruolate tramite i capi villaggio su base volontaria o
con la costrizione. Il Paese che ne fece più uso fu la Francia, che aveva istituito nelle sue colonie 4 anni di
servizio militare obbligatorio per tutti i giovani dai 20 ai 28 anni. La 1° Guerra Mondiale provocò
un’intensificazione delle politiche imperialistiche da parte delle potenze vincitrici che, al termine del conflitto,
consolidarono e allargarono i loro imperi coloniali ricevendo in “tutela” dalla Società delle Nazioni le colonie
tedesche.

5.4 La colonizzazione economica


La colonizzazione politica dell’Africa fu accompagnata da quella economica (iniziata verso la fine dell’ 800). Le
prime manifestazioni della nuova economia si presentarono agli occhi degli africani sotto forma di strade,
ferrovie e linee telegrafiche-> simboli di modernizzazione che si traducevano però in una maggiore
dipendenza dall’Europa. Servivano infatti ad estendere il dominio dalle coste alle zone interne.
La principale trasformazione avvenne nella proprietà e nell’uso della terra. Nella maggior parte delle colonie,
le popolazioni furono espropriate delle terre più fertili, delle aree forestali economicamente sfruttabili e delle
ricchezze del sottosuolo. Le prime ad essere colpite furono le popolazioni che vivevano di pastorizia (es.
Kenya, Somalia, Libia). Le piantagioni occupavano vasti territori ed erano utilizzate per produrre monocolture
destinate all’esportazione: cotone, caffè, cacao, canna da zucchero, palma da olio, agave, arachidi, agrumi …
Come le miniere, le piantagioni necessitavano di abbondante manodopera a basso costo, fornita da zone
lontane dal centro di produzione. L’imposizione di questo modello economico incise profondamente nel
tessuto sociale delle comunità rurali. Una prima conseguenza fu l’ampliarsi del divario tra le condizioni dei
contadini e quella dei capi, ai quali lo Stato coloniale assicurava una serie di vantaggi: erano esenti dalle tasse,
ricevevano premi produzione in rapporto alla quantità fornita dai contadini ed erano autorizzati a riscuotere
le multe inflitte ai contadini “poco producenti”.
I crescenti divari di reddito dividevano la comunità a vantaggio dello stesso dominio coloniale. Altra
conseguenza di questo tipo di economia si riscontra nella divisione del lavoro tra uomini e donne.
Il sistema di sfruttamento coloniale aggiunse ulteriori carichi di lavoro sulle spalle delle donne: effettuavano
la semina, curavano le piante eliminando erbacce e parassiti, raccoglievano il cotone e portavano i cesti alle
stazioni di raccolta (distanti parecchi km). In oltre dovevano addossarsi interamente il lavoro domestico:
allevamento dei bambini, raccolta di legna ed acqua e preparazione del cibo.
Dovendosi impegnare duramente nella produzione commerciale, i contadini potevano dedicarsi sempre
meno a quella alimentare, alla caccia e alla pesca.
Il regime alimentare si impoverì fino a ridursi, in molte zone, quasi esclusivamente alla manioca provocando
sottoalimentazione e malnutrizione.
Espropriando le popolazioni delle loro risorse e costringendoli a produrre beni che essi con consumavano (e
consumare beni provenienti dall’Europa che essi non producevano), l’economia coloniale determinò un
colossale trasferimento di ricchezza dall’Africa all’Europa.

6. La nuova Africa

6.1 I fattori del cambiamento


Dopo il trauma demografico causato dalla Tratta e dall’occupazione coloniale, il tasso medio di crescita della
popolazione Africana tornò sensibilmente a crescere. Tale incremento fu determinato da diversi fattori:
diffusione del mais e della manioca (originarie dell’America) che compensavano il calo di produzione
alimentare provocato dalle colture commerciali; costruzione di strade ferroviarie che permettevano di far
affluire viveri nelle zone colpite da carestie; introduzione di medicamenti e vaccini contro le malattie tropicali.
In questo modo il tasso di mortalità diminuiva (sebbene la speranza di vita alla nascita restava molto bassa:
negli anni ’30 del ‘900 superava di poco i 30 anni).
Contemporaneamente masse di popolazione affluivano verso i porti, le città minerarie e i centri
amministrativi. Venne così a crearsi una nuova società urbana, formata dalle élites, da un proletariato
impiegato nel settore minerario e da una massa di popolazione povera.
Nella città si concentrava inoltre la popolazione bianca. Negli anni 1929-30 la grande depressione si abbattè
sull’Africa. Salvo che nel settore aurifero (in crescita), le attività minerarie furono duramente colpite dal crollo
dei prezzi internazionali.
Per superare la crisi le società ricorsero a licenziamenti di massa e forti riduzioni di salario. Lo stesso avvenne
nel settore delle colture commerciali. La crisi si diffuse nel continente investendo anche il piccolo commercio.
Crebbe dunque un forte malcontento nei settori popolari più coinvolti nell’economia e nell’amministrazione-
> scioperi spontanei e azioni di boicottaggio.
Tutto fu aggravato nel 1939 con lo scoppio della 2° Guerra Mondiale.
Mentre l’Africa settentrionale ed orientale venivano trasformate in zone di combattimento dalle forze italo-
tedesche e alleate, le amministrazioni coloniali reclutavano truppe africane da impiegare non solo sul
continente, ma anche in Europa e Asia.
Le economie divennero economie di guerra per sostenere lo sforzo bellico (dall’uranio abbondante nel Congo
belga proviene la bomba del 1945).
Gli africani dovettero addossarsi il carico maggiore a sostegno delle rispettive matropoli e furono sempre loro
a subire gli effetti maggiori dell’inflazione (provocata dal rincaro dei prodotti d’importazione).

6.2 Il processo di decolonizzazione


A partire dalla 2° Guerra Mondiale, per l’effetto combinato di vari fattori interni e internazionali, anche
l’Africa fu investita dal processo di decolonizzazione che portò i Paesi del continente a riacquistare
l’indipendenza politica. Anzitutto la sconfitta dell’Italia permise alle sue colonie di rendersi indipendenti; la
prima a liberarsi fu l’Etiopia il 5 Maggio 1941.
Successivamente cominciarono a sgretolarsi anche gli imperi coloniali delle potenze europee uscite vincitrici
dalla guerra. Economicamente indebolite, incontrarono crescenti difficoltà nel governare le proprie colonie
dove invece, acquistavano forza i movimenti indipendentisti.
Di tale difficoltà approfittarono Stati Uniti e Unione Sovietica, interessati a porre fine al dominio europea in
Africa per accedere liberamente alle sue materie prime e ai suoi mercati .
[1941 -> Carta Atlantica, firmata da Roosvelt e Churcill, accesso per tutti gli stati alle materie prime]. Nelle
società africane il vasto malcontento si trasformò in rivendicazioni politiche di libertà e democrazia che,
quando i reduci africani rientrarono nelle colonie, si trasformò in una ribellione.
Molti avevano imparato a leggere e scrivere ed acquisito piena consapevolezza dei propri diritti. Momento
emblematico dei nuovi fermenti fu l’Incidente del Crocevia,avvenuto nel 1948 in Costa D’Oro: 2000 veterani si
diressero pacificamente verso il palazzo del governatore ad Accra con una petizione per la concessione di
pensioni di guerra. Il corteo fu fermato da una squadra di polizia africana al comando di un ispettore
britannico ad un crocevia; vennero utilizzati i lacrimogeni contro i dimostranti che risposero con il lancio di
pietre. L’ispettore aprì il fuoco sulla folla.
L’incidente del crocevia provocò rivolte in numerose città come rappresaglia, il governatore britannico, fece
arrestare sei leader del partito nazionalista creato dai membri della élite africana. Quando i leader -risultati
estranei alla sommossa- furono scarcerati, Nkruma (neo segretario del partito; fra i sei incarcerati) creò nel
1949 il Partito della Convenzione Popolare; pose al centro del suo programma l’ottenimento
dell’indipendenza. Dopo sei anni la Costa D’Oro fu resa indipendente e ribattezzata Ghana (divenne dominio
del Commonwealth britannico nel ’57).
Nel 1960 il Ghana adottò l’ordinamento repubblicano e Nkruma venne eletto capo di Stato. Fu la prima
colonia dell’Africa nera a liberarsi dal dominio coloniale.

Il 1960 fu definito “l’anno dell’Africa”-> 17 paesi riacquistarono l’indipendenza.


Nel Congo belga il processo di decolonizzazione fu più travagliato: in questa colonia, particolarmente ricca di
materie prime, il potere coloniale si reggeva sull’alleanza tra governo, Chiesa cattolica e compagnie
minerarie, che si occupavano rispettivamente di amministrazione, istruzione e sfruttamento economico.
Per favorire la formazione di una affidabile élite indigena, l’amministrazione belga decise nel ’48 di fornire agli
africani che dimostravano di aver ben assimilato la cultura e il modi di vivere degli europei uno speciale
documento – la Carte du Mérite Civique- che attestava il loro status di “evoluti”.
A partire dai circoli degli evoluti si diffuse un crescente malcontento di cui si fece interprete in particolare
Patrice Lumumba (impiegato postale), che fondò nel 1958 il Movimento Nazionale Congolese. L’anno
successivo scoppiò una rivolta a Leopoldville, duramente repressa dalla Forza Pubblica.
In un clima di violenti scontri nel 1960 si tennero le elezioni generali, che diedero la maggioranza relativa al
partito di Lumumba. Egli divenne il primo capo di governo del Congo indipendente.
Libia: occupata nel 1942 dagli inglesi che avevano costretto le truppe italo-tedesche a ritirarsi, aveva ottenuto
nel ’51 l’indipendenza. Due anni dopo però, il governo di re Idris aveva concesso agli inglesi, in cambio di aiuti
economici, l’uso di basi aeree, navali e terrestri in Cirenaica e Tripolitania.
Il governo libico aveva inoltre concluso nel ’56 un accordo con l’Italia che la scagionava da tutti i danni
arrecati alla Libia.
Successivamente i coloni italiani avevano venduto i loro poderi poiché, per conservarli, avrebbero dovuto
prendere la cittadinanza libica. L’Italia ottenne importanti concessioni petrolifere.
Le proteste dei nazionalisti libici contro la politica di re Idris (accusato di svendere il Paese), furono soffocate
dalla polizia. La ribellione sfociò nel 1969 in Colpo di Stato-> il principale artefice fu Muammar Gheddafi.
Sotto la presidenza di Gheddafi, la Repubblica araba-libica costrinse le forze statunitensi e britanniche ad
evacuare le basi militari e decretò la confisca delle proprietà italiane, obbligando i coloni ad andarsene.

Nel processo di decolonizzazione si intrecciarono nel continente due movimenti culturali e politici:

 Panafricanismo-> idea di unione solidale di tutti gli stati e popoli dell’Africa e di tutti gli africani sparsi
nel mondo. Principale assertore: Nkruma.
 Panarabismo-> idea dell’unità della nazione araba. Principale assertore: presidente egiziano Nasser
che trovò nel colonnello Gheddafi un convinto sostenitore.

6.3 Le lotte di liberazione


Lo scontro più sanguinoso avvenne in Algeria, considerata dalla Francia a tutti gli effetti territorio nazionale.
Gli algerini si videro rifiutare i più elementari diritti democratici.
Nel maggio 1945, mentre in Europa si celebrava la fine della guerra, il Partito del Popolo Algerino e altri
movimenti indipendentisti organizzarono dimostrazioni che innescarono una rivolta in cui rimasero uccisi un
centinaio di coloni e funzionari francesi.
La Francia rispose con un vero e proprio massacro. La stretta repressiva si rafforzò quando furono scoperti nel
Sahara algerino, negli anni ’50,ricchi giacimenti di petrolio e gas naturale.
Fu a questo punto che gli indipendentisti decisero di passare alla lotta armata. Venne creato l’Esercito di
Liberazione Nazionale, che iniziò subito azioni di guerriglia. Nel 1955 la resistenza costituì il Fronte di
Liberazione Nazionale; due anni dopo le forze partigiane lanciarono la battaglia di Algeri per rafforzare la loro
presenza nella città. Le truppe francesi risposero con rallestramenti, arresti di massa, torture ed esecuzioni
sommarie. Le forze partigiane riuscirono però a resistere; nel frattempo in Francia si apriva una profonda crisi
politica. Iniziarono anche in Francia una serie di attentati e sparatorie, vennero organizzate anche rivolte che
però fallirono.
Gli oltrazionisti fecero un ultimo tentativo creando l’OAS (organizzazione dell’esercito segreto) che divenne
presto simbolo di terrore sia in Algeria che in Francia.
Per porre fine ad una guerra che stava spaccando la Francia, il governo di De Gaulle concesse agli algerini un
referendum, nel quale essi optarono per l’indipendenza costata circa 1 milione di morti (1962).

In Kenya la ribellione scoppiò nel 1950; i ribelli (denominati dagli inglesi Mau-mau) attaccarono sia i coloni
che gli africani alleati del potere coloniale. Le autorità britanniche proclamarono nel ’52 lo stato d’assedio e
misero fuori legge l’Unione Africana del Kenya. Inizialmente riuscirono a sedare la rivolta ma, il governatore
britannico si convinse che ad una colonia ingovernabile era preferibile un Kenya indipendenti,e collegato però
alla G. Bretagna come dominio del Commonwealth. Nel 1963 il Kenya ottenne l’indipendente.

Molto più lunga e sanguinosa fu la lotta nelle colonie portoghesi (Angola, Mozambico, Guinea-Bissau, Isole di
Capo Verde, Sao Tomé e Principe) poiché il Portogallo, essendo economicamente più debole delle altre
potenze Europee, non era in grado di concedere un’indipendenza politica mantenedo un’assoggettamento
economico delle sue colonie.
Dagli anni ’30 il Portogallo era sotto la dittatura di Oliviera Salazar, al quale successe Caetano. La tenace lotta
degli indipendentisti provocò profonde ripercussioni anche alla nazione europea: 1974 rivoluzione dei
garofani -> caduta della dittatura.
Conquistata l’indipendenza, i nuovi Stati nati dalle lotte di liberazione dal colonialismo portoghese dovettero
affrontare lì aggressione del Sudafrica (sostenuto dagli Stati Uniti), che inviò le proprie truppe. Non avendo
mezzi sufficienti per opporsi, Angola e Mozambico chiesero aiuto a Cuba (sostenuta dall’Unione Sovietica).

Anche il Sudafrica dovette lottare duramente per l’indipendenza. Il Paese, dominato dalla minoranza bianca,
era uscito economicamente rafforzato dalla 2° Guerra Mondiale, in quanto era un importante fornitore per gli
Alleati.
In base ad una legge terriera del 1913, il Native Lands Act, la minoranza bianca si era impadronita dell’ 88%
del territorio nazionale, sul quale i neri avevano perso ogni diritto di proprietà. Era così iniziata la politica
razzista di segregazione degli africani in “riserve per gli indigeni” dette anche zone “nere”. A partire dal 1948
fu introdotto il sistema della Apartheid (governava il partito nazionalista degli Afrikaner): furono proibiti i
matrimoni misti e i neri vennero relegati in Homelands (o Bantustan). Qui nel giro di 20 anni ne furono
trasferiti forzatamente 3-4 milioni, mentre i 7-8 milioni restanti nelle “zone bianche” vennero segregati,
proibendo loro di accedere a scuole, locali pubblici e mezzi di trasporto.
Le organizzazioni africane si mantennero sul terreno della protesta pacifica senza ottenere risultati. I leader
dei movimenti anti-apartheid furono imprigionati e molti assassinati. La durissima repressione non riuscì però
a soffocare la ribellione.
Negli anni ’70 gli studenti diedero vita ad un Movimento Unitario Anti-Apartheid. Nel 1976 una
manifestazione non violenta fu repressa nel sangue; a questo punto la protesta divenne sollevazione di
massa, estendendosi in tutto il Paese.
Il sistema della Apartheid entrò in crisi sul finire degli anni Settanta, quando l’enorme spesa necessaria a
mantenere l’apparato repressivo interno non fu più controbilanciata dalla crescita economica del decennio
precedente.
Sul piano internazionale il Sudafrica (che era uscito dal Commonwealth nel 1961 diventando Repubblica) era
sostenuto dal governo britannico e dall’amministrazione statunitense. Anche nel Commonwealth e negli Stati
Uniti crescevano però le iniziative anti-apartheid: nel 1986, scavalcando il veto del presidente Regan, il
Congresso statunitense stabilì una serie di misure economiche contro il Sudafrica.
Nel febbraio del 1990 De Klerk annunciò in parlamento il rilascio dei prigionieri politici. Quattro anni dopo si
svolsero le prime elezioni su base razziale, che furono vinte dal Congresso Nazionale Africano. Il 10 maggio
1994 Mandela divenne presidente del Sudafrica e formò un governo di Unità Nazionale il cui vice era De
Klerk.

6.4 La crisi del periodo postcoloniale


Dopo aver raggiunto l’indipendenza, l’Africa è stata investita da una profonda crisi sociale ed ambientale alla
cui origine sono le scelte economiche delle élites governative e le politiche neocoloniali, che hanno creato
nuove forme di dipendenza non meno vincolanti delle precedenti. Le élites che assunsero la guida dei nuovi
Stati indipendenti presero come modello di sviluppo quello dei paesi industriali, diedero perciò priorità
assoluta a progetti di industrializzazione ed urbanizzazione. Tale scelta fu influenzata dai consiglieri inviati
presso i governi africani sia dall’Europa occidentale e dagli Stati Uniti, che dall’Unione Sovietica.
Le risorse necessarie a finanziare tali progetti furono ricavate quasi esclusivamente da due fonti: esportazioni
di materi prime e prestiti (ottenuti dalle istituzioni pubbliche e dalle banche commerciali dei Paesi industriali).
Nei Paesi in cui l’industria concorre significativamente alla formazione del prodotto interno lordo, essa è
concentrata nel settore estrattivo petrolifero-> largamente controllato da società transnazionali non africane.
Contemporaneamente l’Africa, in particolare quella subsahariana, è stata penalizzata dall’aumento dei prezzi
dei prodotti importati. Inoltre sui prestiti contratti con le banche dei Paesi industriali, l’Africa ha dovuto
pagare tassi d’interesse 4 volte più alti di quelli praticati negli altri continenti. Il deterioramanto economico si
è ripercosso pesantemente sulle condizioni di vita e di lavoro della stragrande maggioranza della
popolazione.
Per ciò che riguarda l’alimentazione, l’Africa sub sahariana è l’unica regione del mondo ad aver visto calare la
propria disponibilità pro capite; il numero delle popolazioni affette da sottoalimentazione cronica è in
continuo aumento. La causa principale è la povertà: si calcola che il numero di persone che vive sotto la soglia
di povertà abbia quasi raggiunto i 250 milioni, circa il 40% della popolazione totale.
All’origine di questa situazione vi è l’ineguale ripartizione della proprietà della terra e dei mezzi di produzione.
La scelta di dare priorità alle colture commerciali per l’esportazione ha rallentato o impedito lo sviluppo
dell’economia rurale, sacrificando le colture destinate all’alimentazione e al mercato interno. Questo
eccessivo sfruttamento delle risorse naturali contribuisce alla degradazione del suolo e alla desertificazione. A
ciò si aggiunge la scarsa disponibilità idrica a causa di siccità, degradazione del suolo e depauperamento delle
falde acquifere.
La povertà comporta un aumento della prolificità: nell’economia di sussistenza, un maggior numero di figli
equivale ad una maggiore possibilità di sopravvivenza del nucleo familiare. L’Africa costituisce la regione del
mondo in cui, nonostante la mortalità infantile sia la più alta e la speranza di vita la più bassa, la popolazione
cresce più rapidamente.
Nelle zone rurali, la forte crescita demografica aggrava le condizioni della popolazione, aumentando la
pressione sulle scarse risorse naturali a disposizione. Prive di mezzi di sostentamento, le popolazioni
abbandonano le campagne concentrandosi nelle bidonville alle periferie delle grandi città-> aumento della
popolazione urbana.
Per ciò che riguarda l’istruzione l’Africa è il continente con il più alto tasso di analfabetismo (soprattutto tra le
donne).
In campo sanitario la situazione è rimasta stazionaria o addirittura peggiorata , soprattutto nella zona
subsahariana dove imperversano le malattie infettive e parassitarie, dovute alle disastrose condizioni
igieniche e in particolare alla mancanza di acqua potabile. Diffusissime sono malaria e Hiv.

6.5 Le cause politiche della crisi


Nei primi decenni della storia postcoloniale dell’Africa, le caste militari hanno costituito non solo il fulcro del
potere delle élites privilegiate ma, in molti casi, anche la principale leva dell’ingerenza delle grandi potenze
nella vita politica dei nuovi Stati indipendenti.
Emblematica è la storia dell’ex Congo belga. Dopo appena tre giorni dalla proclamazione d’indipendenza, il
primo ministro Lumumba dovette fronteggiare la prima crisi: l’ammutinamento di 25 000 uomini della Forza
Pubblica, che chiedevano l’immediata sostituzione degli ufficiali belgi al comando del corpo militare.
Lumumba accettò la richiesta e nominò Capo di Stato Maggiore il suo segretario Mobutu.
Rimasti senza comando, gli uomini della Forza Pubblica si ammutinarono. Mentre il Congo precipitava nel
caos e nella guerra civile, Lumumba ruppe le relazioni diplomatiche con il Belgio e chiese l’intervento delle
Nazioni Unite che inviarono un contingente internazionale.
Non avendo ottenuto il ritiro delle truppe belghe Lumumba si rivolse all’Unione Sovietica.
A questo punto, nella situazione internazionale dominata dalla Guerra Fredda, il Congo divenne terreno di
scontro diretto .
Lumumba venne destituito dalla carica di primo ministro e Mobutu (affiancato dalla CIA) assunse il potere in
nome dell’esercito e ordinò la chiusura dell’ambasciata sovietica. L’ex primo ministro venne arrestato e
inviato nel Katanga dove venne ucciso nel 1961.
Mobutu assunse il potere assoluto diventando Presidente. Da allora l’ex Congo belga (Zaire) rimase sotto
dittatura per 32 anni (fino al 1997 quando Kabila, capo di un’organizzazione di ribelli, si autoproclamò
presidente della Repubblica Democratica del Congo).
Similare è la storia della Nigeria-> Due anni dopo che il Paese ottenne l’indipendenza dalla G. Bretagnia, la
Compagnia britannica-olandese Royal Dutch/Shell scoprì ricchi giacimenti di petrolio sul delta del Niger e
cominciò a sfruttarli.
Attorno ai proventi petroliferi si scatenò una lotta tra vari gruppi di potere, che culminò con un primo colpo di
stato nel ’66. Successivamente scoppiò una sanguinosa guerra civile nota come “guerra del Biafra”. La politica
economica incentrata sul petrolio danneggiò significativamente l’economia del Paese; una delle conseguenze
più gravi è stata la diminuzione della produzione alimentare in rapporto all’aumento della popolazione. Ciò
ha reso necessario importare crescenti quantità di generi alimentari. A farne le spese fu la maggioranza della
popolazione-> peggioramento generale delle condizioni di vita. Di fronte alla rovina delle risorse naturale e
dell’agricoltura,una delle popolazioni locali, quella degli Ogoni creò negli anni ’80 l’Ogoni People Survival
Movement, promuovendo manifestazioni pacifiche represse duramente dal regime militare nigeriano. Nel
maggio del 1994 il leader del movimento venne arrestato e impiccato l’anno seguente.
Se in Congo e in Nigeria le caste militari svolsero un ruolo dominante nel periodo postcoloniale, ciò non fu
dovuto solo a fattori interni; determinante fu il fatto che esse costituirono la principale leva delle politiche
neocoloniali e furono perciò sostenute dall’estero.
Anche Ruanda ed Algeria subirono una grave crisi nel periodo postcoloniale.
Le politiche economiche e sociali che hanno favorito esigue minoranze, i conflitti interetnici fomentati da
gruppi di potere, il ruolo dominante delle caste militari, le politiche neocoloniali sono i fattori all’origine della
crisi che ha travagliato l’Africa nei primi 40 anni della sua storia postcoloniale.

6.6 La questione della democrazia


La questione decisiva da cui dipende il progresso sociale ed economico dei popoli africani è quella della
democrazia, sia all’interno di ciascuna società, sia nei rapporti tra l’Africa e i Paesi economicamente sviluppati
nella nuova fase storica della globalizzazione.
In Africa sono necessarie forme di reale partecipazione delle popolazioni alle scelte politiche. Tale
consapevolezza sta guadagnando terreno: da più parti si afferma la necessità di un rilancio del Panafricanismo
che, potrebbe portare a forme sempre più avanzate di coordinamento ed unificazione sulla base di comuni
interessi.
C’è però un grande ostacolo alla democratizzazione: se si esaminano le politiche reali che i Paesi
economicamente più sviluppati attuano verso l’Africa, appare evidente che “mentre con una mano le si dà un
sacco di grano, con l’altra si continua a svuotare il suo granaio”.
In un continente le cui strutture economiche sono complessivamente deboli e dipendenti da quelle dei Paesi
sviluppati, la liberazione economica non si traduce in democratizzazione. A trarne vantaggio sono le
oligarchie interne e i gruppi transnazionali.
Anche il passaggio da governi militari a governi civili non equivale necessariamente ad un avanzamento della
democrazia; la stragrande maggioranza della popolazione resta in condizioni di povertà estrema ed
emarginata dai meccanismi decisionali.