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Benedetto XVI

RoBeRt SaRah
DAL PROFONDO DEL NOSTRO CUORE
Benedetto XVI
Robert Sarah

DAL PROFONDO
DEL NOSTRO CUORE

A cura di
nIcolaS dIat

Traduzione di
daVIde RISeRBato
Titolo originale: Des profondeurs de nos cœurs
by Benoît XVI and Cardinal Robert Sarah
© Librairie Arthème Fayard, 2020

© 2020 Edizioni Cantagalli S.r.l. – Siena

Grafica di copertina: Rinaldo Maria Chiesa

Stampato da Edizioni Cantagalli nel gennaio 2020

ISBN: 978-88-6879-871-0
A tutti i sacerdoti
«Avere una fede chiara, secondo il
Credo della Chiesa, viene spesso
etichettato come fondamentalismo.
Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi
portare “qua e là da qualsiasi vento
di dottrina”, appare come l’unico
atteggiamento all’altezza dei tempi
odierni. Si va costituendo una ditta-
tura del relativismo che non ricono-
sce nulla come definitivo e che lascia
come ultima misura solo il proprio
io e le sue voglie»

J. RatzIngeR, Omelia pronunciata


nella Missa pro eligendo Romano Pon-
tefice, 18 aprile 2005

«Ogni attività deve essere precedu-


ta da un’intensa vita di preghiera, di
contemplazione, di ricerca e di ascol-
to della volontà di Dio»

R. SaRah, La forza del silenzio. Contro


la dittatura del rumore, Cantagalli, Sie-
na 2017, p. 35
Nota del curatore

«Dobbiamo meditare su queste


riflessioni di un uomo che si
avvicina al termine della propria
vita. In questa ora cruciale, non
si decide di intervenire con
leggerezza»
caRdInale RoBeRt SaRah

Dal profondo del nostro cuore è il titolo molto sempli-


ce e commovente che il Papa emerito Benedetto XVI
e il Cardinale Robert Sarah hanno scelto per il libro
che pubblicano insieme.
Le parole di Benedetto XVI sono rare. Nel marzo
2013, il Papa emerito ha deciso di ritirarsi in un mo-
nastero nei Giardini Vaticani. Ha voluto dedicare gli
ultimi anni della propria vita alla preghiera, alla medi-
tazione e allo studio. Il silenzio diventava così lo scri-
gno prezioso di un’esistenza lontana dal frastuono e
dalla violenza del mondo. Assai di rado, finora, Bene-
detto XVI ha accettato di intervenire per esprimere il
proprio pensiero su argomenti importanti per la vita
della Chiesa.

Il testo qui offerto è, dunque, qualcosa di eccezio-


nale. Non si tratta di un articolo o di appunti raccolti

9
nel corso del tempo, ma di una riflessione magistra-
le, insieme lectio e disputatio. La volontà di Benedetto
XVI è chiaramente espressa nella sua Introduzione: «Di
fronte alla persistente crisi che il sacerdozio attraversa
da molti anni, ho ritenuto necessario risalire alle radici
profonde della questione».
I lettori più avvertiti non esiteranno a riconoscere
lo stile, la logica e la straordinaria pedagogia dell’Au-
tore della trilogia dedicata a Gesù di Nazareth. Il det-
tato è ben strutturato, i riferimenti abbondanti e il
procedere argomentativo finemente cesellato.

Per quale ragione il Papa emerito ha desiderato col-


laborare con il Cardinale Sarah? I due sono molto ami-
ci e intrattengono una regolare corrispondenza per
condividere punti di vista, speranze e preoccupazioni.
Nell’ottobre 2019, il Sinodo per l’Amazzonia, un’as-
semblea di vescovi, religiosi e missionari, dedicato al
futuro di questa immensa regione, ha rappresentato
in seno alla Chiesa un’occasione di riflessione, nella
quale è stato variamente messo a tema l’avvenire del
sacerdozio cattolico. Da parte loro, Benedetto XVI e il
Cardinale Sarah avevano iniziato a scambiarsi scritti,
pensieri e proposte già sul finire dell’estate, per incon-
trarsi poi allo scopo di conferire la maggior chiarezza
possibile alle pagine che ora seguiranno.

Personalmente, sono stato il testimone privilegia-


to, incantato, di questo loro dialogo. Li ringrazio in-

10
finitamente per l’onore di essere il curatore di questo
volume.

Il testo di Benedetto XVI s’intitola molto sobria-


mente: Il sacerdozio cattolico. Il Papa emerito precisa
da subito la sua impostazione: «Alle radici della grave
situazione in cui versa oggi il sacerdozio, si trova un
difetto metodologico nell’accoglienza della Scrittura
come Parola di Dio». L’affermazione è severa, inquie-
tante, quasi incredibile.
Benedetto XVI non ha voluto affrontare da solo
una questione così delicata. La collaborazione del
Cardinale Sarah gli è parsa naturale e importante. Il
Papa emerito conosce la profonda spiritualità del Car-
dinale, il suo spirito orante, la sua saggezza. Si fida
di lui. Nella Prefazione a La forza del silenzio, durante
la Settimana Santa 2017, Benedetto XVI scriveva: «Il
Cardinale Sarah è un maestro dello spirito che parla
a partire dal profondo rimanere in silenzio insieme al
Signore, a partire dalla profonda unità con lui, e così
ha veramente qualcosa da dire a ognuno di noi. Dob-
biamo essere grati a Papa Francesco di avere posto un
tale maestro dello spirito alla testa della Congregazio-
ne che è responsabile della celebrazione della Liturgia
nella Chiesa»1.

1
Benedetto XVI, Prefazione a R. SaRah, La forza del silenzio.
Contro la dittatura del rumore, Cantagalli, Siena 2017, p. 11.

11
Da parte sua, il Cardinale Sarah ammira la produ-
zione teologica di Benedetto XVI, la potenza della sua
riflessione, la sua umiltà e la sua carità.
L’intento degli Autori è perfettamente restituito in
questa affermazione tratta dalla comune Introduzio-
ne al volume: «La vicinanza delle nostre preoccupa-
zioni e la convergenza delle nostre conclusioni han-
no fatto sì che prendessimo la decisione di mettere a
disposizione di tutti i fedeli il frutto del nostro lavo-
ro e della nostra amicizia spirituale, sull’esempio di
sant’Agostino».
Il quadro è semplice. Due vescovi hanno voluto
riflettere. Due vescovi hanno voluto rendere pubbli-
co il frutto della loro eminente ricerca. Il testo di Be-
nedetto XVI è di grande finezza teologica. Quello del
Cardinale Sarah possiede un’indubitabile forza cate-
chetica. Gli argomenti si incrociano, le affermazioni
si completano, le intelligenze sono reciprocamente
stimolate.
Al suo scritto il Cardinale Sarah ha assegnato come
titolo: Amare fino alla fine. Sguardo ecclesiologico e pasto-
rale sul celibato sacerdotale. Ritroviamo in esso il corag-
gio, la radicalità e la mistica che rendono incandescen-
ti tutti i suoi libri.

Benedetto XVI e il Cardinale Sarah hanno voluto


aprire e chiudere questo libro con due testi composti
a quattro mani. Nella loro Conclusione scrivono: «È ur-
gente, necessario, che tutti, vescovi, sacerdoti e laici,
non si facciano più impressionare dai cattivi consiglie-

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ri, dalle teatrali messe in scena, dalle diaboliche men-
zogne, dagli errori alla moda che mirano a svalutare il
celibato sacerdotale».
Evidentemente, il Papa emerito e il Cardinale Sa-
rah non hanno affatto voluto nascondere la propria
inquietudine. Conoscono, però, fin troppo bene
sant’Agostino, al quale fanno spesso riferimento, per
non sapere che l’amore ha sempre l’ultima parola.

Il motto episcopale del Cardinale Joseph Ratzinger


era: Ut cooperatores simus veritatis, «Noi dobbiamo per-
ciò accogliere in questo modo, per essere collaborato-
ri della verità» (3Gv 8). In questo saggio, all’età di no-
vantadue anni, ha voluto disporsi ancora una volta al
servizio della verità. Il motto episcopale del Cardinale
Robert Sarah, scelto quando era giovane arcivescovo
di Conakry, capitale della Guinea, recita invece: Suffi-
cit tibi gratia mea, «Ti basta la mia grazia»; ed è tratto
dalla Seconda Lettera ai Corinzi, nella quale l’Apostolo
Paolo descrive i suoi dubbi, teme di non essere in gra-
do di trasmettere efficacemente l’insegnamento del
Vangelo. Dio, però, gli risponde così: «Ti basta la mia
grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente
nella debolezza» (2Cor 12,9).

Vorrei concludere questo pensiero con due cita-


zioni che sento oggi risuonare con forza. La prima
è tratta dall’omelia di Benedetto XVI per la Messa di
Pentecoste del 31 maggio 2009: «Come esiste un in-
quinamento atmosferico, che avvelena l’ambiente e

13
gli esseri viventi, così esiste un inquinamento del cuo-
re e dello spirito, che mortifica ed avvelena l’esistenza
spirituale». La seconda è tratta da Il portico del mistero
della seconda virtù di Charles Péguy: «Quello che mi
stupisce, dice Dio, è la speranza. Non me ne capaci-
to. Questa piccola speranza che ha l’aria di non essere
nulla. Questa bambina speranza»2.
Ricercando nel profondo del loro cuore, Benedet-
to XVI e il Cardinale Robert Sarah hanno voluto al-
lontanare questo inquinamento e aprire le porte alla
speranza.

Nicolas Diat

Roma, 6 dicembre 2019

2
ch. Péguy, Il portico del mistero della seconda virtù, in Id., I
misteri, Jaca Book, Milano 20075, p. 165.

14
PERCHÉ AVETE PAURA?
Introduzione degli Autori
In una celebre lettera indirizzata al vescovo dona-
tista Massimino, sant’Agostino annuncia il proposito
di pubblicare la loro corrispondenza. «Che potrò fare,
fratello – chiede –, se non leggere al popolo cattolico
le nostre lettere […], perché possa essere più istrui-
to?»3. Così, abbiamo deciso di seguire l’esempio del
vescovo di Ippona.

Ci siamo incontrati in questi ultimi mesi, mentre il


mondo rimbombava del frastuono provocato da uno
strano sinodo dei media che aveva preso il sopravven-
to sul Sinodo reale. Ci siamo confidati le nostre idee
e le nostre preoccupazioni. Abbiamo pregato e me-
ditato in silenzio. Ogni nostro incontro ci ha recipro-
camente confortati e pacificati. Sviluppate attraverso
sentieri differenti, le nostre riflessioni ci hanno quindi
portato a scambiarci alcune lettere. La prossimità del-
le nostre preoccupazioni e la convergenza delle nostre
conclusioni hanno fatto sì che, sull’esempio di sant’A-
gostino, prendessimo la decisione di mettere a dispo-
sizione di tutti i fedeli il frutto del nostro lavoro e della
nostra amicizia spirituale.

3
Sant’agoStIno, Epistola 23,6.

17
Anche noi, come lui, possiamo dire: «Silere non
possum! Non posso tacere! […]. So quanto mi sareb-
be pernicioso il silenzio! Non penso, infatti, di passa-
re il tempo nelle cariche ecclesiastiche soddisfacendo
la mia vanità, penso invece che, delle pecore che mi
sono state affidate, renderò conto al principe di tutti
i Pastori»4.
In quanto vescovi, portiamo in noi la sollecitudine
verso tutte le Chiese. Con un grande desiderio di pace
e unità, offriamo dunque a tutti i nostri fratelli vesco-
vi, sacerdoti e fedeli laici di tutto il mondo il frutto dei
nostri colloqui.
Lo facciamo con uno spirito d’amore per l’unità
della Chiesa. Se l’ideologia divide, la verità unisce i
cuori. Interrogare la dottrina della salvezza non può
che unire la Chiesa attorno al proprio divino Maestro.
Lo facciamo con uno spirito di carità. Ci è parso
utile e necessario pubblicare questo lavoro in un mo-
mento in cui gli animi sembrano essersi placati. Cia-
scuno potrà completarlo o criticarlo. La ricerca della
verità non può compiersi se non a cuore aperto.
Presentiamo, quindi, fraternamente queste rifles-
sioni al popolo di Dio e, naturalmente, in atteggia-
mento di filiale obbedienza, a Papa Francesco.

Abbiamo pensato in particolare ai sacerdoti. Il


nostro cuore sacerdotale ha voluto confortarli, inco-
raggiarli. Insieme a tutti i sacerdoti, noi preghiamo:

4
Ibidem, 23,7.

18
Signore, salvaci! Periamo! Il Signore dorme mentre
infuria la tempesta. Sembra abbandonarci ai flutti del
dubbio e dell’errore. Siamo tentati di arrenderci alla
disperazione. I flutti del relativismo sommergono da
ogni lato la barca della Chiesa. Gli Apostoli hanno
avuto paura. La loro fede si è raffreddata. Anche la
Chiesa talvolta sembra vacillare. Nel cuore della tem-
pesta, la fiducia degli Apostoli nella potenza di Gesù
sembra venire meno. Viviamo anche noi questo mi-
stero. Sentiamo, tuttavia, di trovarci in una pace pro-
fonda, perché sappiamo che colui che governa la bar-
ca è Gesù. Siamo consapevoli che essa non potrà mai
affondare, che essa soltanto potrà condurci al porto
della salvezza eterna.
Sappiamo che Gesù è qui, con noi, nella barca. A
lui vogliamo rinnovare la nostra fiducia e la nostra fe-
deltà assoluta, piena, indivisa. A lui vogliamo ripetere
questo grande “sì” che abbiamo pronunciato il gior-
no della nostra ordinazione. È questo “sì” totale che il
nostro celibato sacerdotale ci fa vivere ogni giorno. Il
nostro celibato, infatti, è una proclamazione di fede.
È una testimonianza, perché ci fa entrare in una vita
che non ha senso se non a partire da Dio. Il nostro
celibato è testimonianza, ossia martirio. Il vocabolo
greco esprime entrambe le accezioni. Nella tempesta,
noi sacerdoti, dobbiamo riaffermare di essere pronti
a perdere la vita per Cristo. Questa testimonianza la
offriamo giorno dopo giorno in virtù del celibato per
il quale spendiamo la nostra vita.

19
Gesù nella barca dorme. E se vince l’esitazione, se
abbiamo paura di riporre in lui la nostra fiducia, se il
celibato ci fa arretrare, cerchiamo di ascoltare il suo
ammonimento: «Perché avete paura, uomini di poca
fede?» (Mt 8,26).

Benedetto XVI
Robert Cardinale Sarah

Città del Vaticano, settembre 2019

20
I

Il sacerdozio cattolico
Benedetto XVI
Di fronte alla persistente crisi che il sacerdozio at-
traversa da molti anni, ho ritenuto necessario risalire
alle radici profonde della questione. Avevo intrapreso
un lavoro di riflessione teologica, ma l’età e una certa
stanchezza mi avevano costretto ad abbandonarlo. I
colloqui con il Cardinale Robert Sarah mi hanno dato
la forza di riprenderlo e di portarlo a termine.

Alle radici della grave situazione in cui versa oggi


il sacerdozio, si trova un difetto metodologico nell’ac-
coglienza della Scrittura come Parola di Dio.
L’abbandono dell’interpretazione cristologica
dell’Antico Testamento ha portato molti esegeti con-
temporanei a una teologia senza il culto. Non hanno
compreso che Gesù, al posto di abolire il culto e l’a-
dorazione dovuti a Dio, li ha assunti e portati a com-
pimento nell’atto d’amore del suo sacrificio. Alcuni
sono giunti persino a rifiutare la necessità di un sacer-
dozio autenticamente cultuale nella Nuova Alleanza.

Nella prima parte del mio saggio, ho voluto mette-


re in luce la struttura esegetica fondamentale che con-
sente una corretta teologia del sacerdozio.

23
Nella seconda parte, applicando questa ermeneuti-
ca allo studio di tre testi, ho esplicitato le esigenze del
culto in spirito e verità. L’atto cultuale passa ormai
attraverso un’offerta della totalità della propria vita
nell’amore. Il sacerdozio di Gesù Cristo ci fa entrare
in una vita che consiste nel diventare uno con lui e
nel rinunciare a tutto ciò che appartiene solo a noi.
Per i sacerdoti questo è il fondamento della necessità
del celibato, come anche della preghiera liturgica, del-
la meditazione della Parola di Dio e della rinuncia ai
beni materiali.

Ringrazio il caro Cardinale Sarah per avermi dato


l’opportunità di assaporare nuovamente i testi della
Parola di Dio che hanno guidato i miei passi tutti i
giorni della mia vita.

1. Il formarsi del sacerdozio neotestamentario


nell’esegesi cristologico-pneumatologica
Il movimento che si era formato intorno a Gesù di
Nazaret – perlomeno nel periodo pre-pasquale – era
un movimento di laici. In questo somigliava al movi-
mento dei farisei, motivo per cui i primi contrasti de-
scritti nei Vangeli fanno riferimento essenzialmente al
movimento farisaico. Solo nell’ultima Pèsach [Pasqua]
di Gesù a Gerusalemme l’aristocrazia sacerdotale del
Tempio – i sadducei – si accorge di Gesù e del suo
movimento, fatto questo che conduce al processo,
alla condanna e all’esecuzione di Gesù. Il sacerdozio

24
era ereditario: chi non proveniva da una famiglia di
sacerdoti non poteva neppure diventare sacerdote. Di
conseguenza, neppure i ministeri nella comunità che
andava costituendosi intorno a Gesù potevano appar-
tenere all’ambito del sacerdozio veterotestamentario.

Gettiamo un rapido sguardo sulle strutture mini-


steriali essenziali della prima comunità di Gesù.

Apostolo
Nel mondo greco la parola «apostolo» rappresenta
un terminus technicus del linguaggio politico-istituzio-
nale5. Nel giudaismo precristiano la parola è utilizzata
nel suo collegare funzione profana d’inviato, respon-
sabilità di fronte a Dio e significato religioso. Essa in-
dica in questo contesto anche l’inviato incaricato e
autorizzato da Dio.

Episkopos
Nel greco profano indica funzioni alle quali sono
associati compiti di tipo tecnico e finanziario, ma co-
munque ha anche un contenuto religioso, in quanto
sono perlopiù degli dèi a essere chiamati episkopos,
vale a dire «patrono». «La Septuaginta utilizza il ter-

5
Cfr. g. KIttel, F. geRhaRd (edd.), Theologisches Wörter-
buch zum Neuen Testament, W. Kohlhammer, Stuttgart 1957-
1979 (ristampa anastatica dell’edizione del 1933), I, p. 406.

25
mine episkopos nel medesimo duplice modo in cui è
usato nella grecità pagana, come appellativo di Dio e
nel più generico significato profano di “sorvegliante”
in ambiti di vario tipo»6.

Presbyteros
Mentre tra i cristiani di origine pagana, per indicare
i ministri, prevale il termine episkopos, la parola pre-
sbyteros è caratteristica dell’ambito giudeo-cristiano.
La tradizione ebraica del «più anziano» inteso come
una sorta di organo costituzionale, a Gerusalemme
con tutta evidenza andò presto sviluppandosi in una
prima forma ministeriale cristiana. A partire da qui,
nella Chiesa composta da giudei e pagani, andò svi-
luppandosi quella triplice forma ministeriale di epi-
scopi, presbiteri e diaconi, che alla fine del I secolo si
rinviene – già chiaramente sviluppata – in Ignazio di
Antiochia. Essa sino a oggi esprime validamente, dal
punto di vista linguistico e ontologico, la struttura mi-
nisteriale della Chiesa di Gesù Cristo.

Da quanto sinora detto dobbiamo trarre una prima


conclusione. Il carattere laicale del primo movimento
di Gesù e il carattere dei primi ministeri inteso non in
senso cultuale-sacerdotale non si basa affatto neces-
sariamente su una scelta anti-cultuale e anti-giudaica,
ma è invece conseguenza della particolare situazio-

6
Ibidem, II, p. 610.

26
ne del sacerdozio veterotestamentario, per la quale
il sacerdozio è legato alla tribù di Aronne-Levi. Ne-
gli altri due «movimenti laicali» del tempo di Gesù, il
rapporto con il sacerdozio è concepito diversamente:
i farisei sembrano avere fondamentalmente vissuto in
sintonia con la gerarchia del Tempio – a prescindere
dalla disputa sulla risurrezione del corpo. Presso gli
esseni, il movimento di Qumràn, la situazione è più
complessa. In ogni caso, in una parte del movimen-
to di Qumràn era marcato il contrasto con il Tempio
erodiano e il sacerdozio a esso corrispondente, ma
non per negare il sacerdozio, quanto invece proprio
per ricostituirlo nella sua forma pura e corretta. An-
che nel movimento di Gesù non si tratta affatto di
«desacralizzazione», «de-legalizzazione» e rifiuto di
sacerdozio e gerarchia. Di certo, però, viene ripresa la
critica dei profeti al culto ed è messa in sorprendente
unità con la tradizione del sacerdozio e del culto che
dobbiamo tentare di comprendere. Nel mio libro In-
troduzione allo spirito della liturgia7 ho esposto la linea
critica dei profeti riguardo al culto ripresa da Stefano e
che san Paolo collega con la nuova tradizione cultuale
dell’Ultima cena di Gesù. Gesù stesso aveva ripreso e
approvato la critica dei profeti al culto, soprattutto in
rapporto alla disputa sulla giusta interpretazione dello
Shabbat (cfr. Mt 12,7).

7
J. RatzIngeR, Introduzione allo spirito della liturgia, San
Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 2001.

27
Consideriamo innanzitutto il rapporto di Gesù col
Tempio quale espressione della speciale presenza di
Dio in mezzo al suo popolo eletto e quale luogo di
culto regolato da Mosè. L’episodio di Gesù dodicenne
nel Tempio mostra che la sua famiglia era osservante
e che egli ovviamente ha partecipato alla devozione
della sua famiglia. Le parole dette alla madre «Devo
occuparmi delle cose del Padre mio» (Lc 2,49) sono
espressione della convinzione che il Tempio rappre-
senti in modo speciale il luogo nel quale Dio abita e
dunque il giusto luogo di permanenza per il Figlio.
Anche nel breve periodo della sua vita pubblica, Gesù
partecipa ai pellegrinaggi di Israele al Tempio, e dopo
la sua risurrezione notoriamente la sua comunità si
raduna di regola nel Tempio per l’insegnamento e la
preghiera.

E tuttavia, con la purificazione del Tempio, Gesù


ha posto un accento fondamentalmente nuovo sul
Tempio (Mc 11,15ss; Gv 2,13-22). L’interpretazione,
secondo cui con quel gesto Gesù avrebbe solo com-
battuto gli abusi, dunque confermando il Tempio, è
insufficiente. In Giovanni troviamo delle parole che
interpretano quell’azione di Gesù come prefigurazio-
ne della distruzione della costruzione di pietra al cui
posto comparirà il suo corpo quale nuovo Tempio.
Questa interpretazione di Gesù, nei Sinottici, compa-
re sulla bocca di testimoni mendaci nel racconto del
processo (Mc 14,58). La versione dei testimoni è di-
storta e dunque non utilizzabile ai fini dell’esito del

28
processo. Ma resta il fatto che Gesù ha pronunciato
parole di questo tipo, l’espressione letterale delle quali
peraltro non poté essere determinata in modo suffi-
cientemente sicuro per il processo. La Chiesa nascen-
te ha perciò a ragione assunto come autenticamente
gesuana la versione giovannea. Questo significa che
Gesù considera la distruzione del Tempio come con-
seguenza dell’atteggiamento sbagliato della gerarchia
sacerdotale dominante. Dio però qui – come in ogni
punto di svolta della storia della salvezza – utilizza l’at-
teggiamento sbagliato degli uomini come un modus
del suo amore più grande. A questo livello evidente-
mente Gesù considera in ultima analisi la distruzione
del Tempio esistente come un passo del risanamento
divino e la interpreta come definitiva nuova formazio-
ne e impostazione del culto. In questo senso la purifi-
cazione del Tempio è annuncio di una nuova forma di
adorazione di Dio e perciò riguarda la natura del culto
e del sacerdozio.

Per comprendere quello che con il culto Gesù ha


voluto e quello che non ha voluto è naturalmente de-
cisiva l’Ultima cena, con l’offerta del corpo e del san-
gue di Gesù Cristo. Non è questa la sede per entrare
nella disputa poi sviluppatasi sulla giusta interpreta-
zione di questo avvenimento e delle parole di Gesù.
Importante è che Gesù, da un lato, riprende la tradi-
zione del Sinai e si presenta così come il nuovo Mosè;
dall’altro, però, egli riprende la speranza della Nuova
Alleanza formulata in modo particolare da Geremia,

29
preannunciando così un superamento della tradizione
del Sinai al centro del quale sta egli stesso quale sacri-
ficante e sacrificato a un tempo. È importante consi-
derare che quel Gesù che sta in mezzo ai discepoli è
il medesimo che dona loro se stesso nella sua carne e
nel suo sangue e così anticipa la Croce e la risurrezio-
ne. Senza la risurrezione il tutto non avrebbe senso.
La crocifissione di Gesù in sé non è un atto di culto e
i soldati romani che la eseguono non sono dei sacer-
doti. Essi compiono un’esecuzione, ma non pensano
neanche lontanamente di porre un atto di culto. Il fat-
to che Gesù doni per sempre se stesso come cibo nella
sala dell’Ultima cena significa l’anticipazione della sua
morte e della sua risurrezione e la trasformazione di
un atto di crudeltà umana in un atto di donazione e
di amore. Così Gesù stesso compie il fondamentale
rinnovamento del culto che rimarrà per sempre vali-
do e vincolante: egli trasforma il peccato degli uomini
in un atto di perdono e di amore nel quale i futuri
discepoli possono entrare con la loro partecipazione a
ciò che Gesù ha istituito. In questo modo si compren-
de anche quel che Agostino ha chiamato il passaggio,
nella Chiesa, dalla Cena al sacrificio mattutino. La
Cena è dono di Dio a noi nell’amore che perdona di
Gesù Cristo e permette all’umanità di accogliere a sua
volta il gesto dell’amore di Dio e di restituirlo a Dio.

In tutto questo nulla è detto direttamente sul sacer-


dozio. E tuttavia, comunque, è evidente che l’antico
ordine di Aronne è superato e Gesù stesso si presenta

30
come il Sommo Sacerdote. È importante, inoltre, che
in questo modo si fondono la critica del culto da parte
dei profeti e la tradizione cultuale che parte da Mosè:
l’amore è il sacrificio. Nel mio libro su Gesù8 ho espo-
sto come questa nuova fondazione del culto e, con
esso, del sacerdozio, in Paolo è già interamente com-
piuta. È un’unità basilare, fondata sulla mediazione
costituita dalla morte e risurrezione di Gesù, che era
chiaramente condivisa anche dagli avversari dell’an-
nuncio paolino.

La distruzione delle mura del Tempio causata


dall’uomo è assunta positivamente da Dio: non esi-
stono più muri, Cristo risorto è invece divenuto per
l’uomo lo spazio dell’adorazione di Dio. Così il crollo
del Tempio erodiano significa anche questo: che nul-
la di divisivo si frappone più tra lo spazio linguistico
ed esistenziale della legislazione mosaica, da un lato,
e quello del movimento raccoltosi intorno a Gesù,
dall’altro. I ministeri cristiani (episkopos, presbyteros,
diakonos) e quelli regolati dalla legge mosaica (som-
mi sacerdoti, sacerdoti, leviti) ora stanno apertamente
gli uni accanto agli altri e ora possono dunque, con
una chiarezza nuova, essere anche identificati gli uni
con gli altri. In effetti l’equiparazione terminologica
si compie relativamente presto (episkopos = sommo

8
Cfr. J. RatzIngeR, Gesù di Nazaret. Seconda Parte.
Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, Libreria Editrice
Vaticana, Città del Vaticano 2011, pp. 49-52.

31
sacerdote, presbyteros = sacerdote, diakonos = levita).
La rinveniamo in modo del tutto ovvio nelle catechesi
sul battesimo di sant’Ambrogio, le quali però sicura-
mente si rifanno a modelli e documenti più antichi, di
cui san Clemente Romano è uno dei primi testimoni,
verso il 96, nella sua Prima Lettera ai Corinzi: «Dobbia-
mo fare con ordine tutto ciò che il Sovrano ci ha co-
mandato di adempiere nei tempi stabiliti. Egli ci ha
comandato che le offerte e le liturgie siano effettuate
non a caso e disordinatamente, ma nei tempi e nel-
le ore stabilite […]. Poiché al sommo sacerdote sono
assegnate funzioni liturgiche proprie, e ai sacerdoti è
attribuito un posto proprio; ai leviti spettano servizi
propri e il laico è tenuto ai precetti che lo riguardano»9.

Assistiamo qui all’interpretazione cristologica


dell’Antico Testamento, che può essere chiamata an-
che interpretazione pneumatologica e che rappresen-
ta il modo in cui l’Antico Testamento poté divenire e
rimanere la Bibbia dei cristiani. Se, da un lato, questa
interpretazione cristologico-pneumatologica poté an-
che essere detta «allegorica» da una prospettiva stori-
co-letteraria, dall’altro, risulta comunque evidente la
profonda novità e la chiara motivazione della nuova
interpretazione cristiana dell’Antico Testamento: qui
l’allegoria non rappresenta un espediente letterario
per rendere il testo utilizzabile per nuovi scopi, ma

clemente dI Roma, Lettera ai Corinzi, 40,1-5, a cura di B.


9

Artioli, ESD, Bologna 2010, p. 177.

32
è espressione di un passaggio storico che corrisponde
alla logica interna del testo.

La Croce di Gesù Cristo è l’atto di amore radica-


le nel quale si compie realmente la riconciliazione fra
Dio e il mondo segnato dal peccato. Questa è la ra-
gione per cui questo avvenimento, che di per sé non
è in alcun modo di tipo cultuale, rappresenta invece
la suprema adorazione di Dio. Nella Croce la linea
«catabasica» della discesa di Dio e la linea «anabasica»
dell’offerta dell’umanità a Dio divengono un unico
atto che ha reso possibile il nuovo Tempio del suo
corpo nella risurrezione. Nella celebrazione dell’Eu-
caristia la Chiesa, anzi l’umanità, è sempre di nuovo
attirata e coinvolta in questo processo. Nella Croce di
Cristo la critica del culto da parte dei profeti giunge
definitivamente al suo scopo. Allo stesso tempo però
è istituito il nuovo culto. L’amore di Cristo sempre
presente nell’Eucaristia è il nuovo atto di adorazione.
Di conseguenza i ministeri sacerdotali di Israele sono
«annullati» nel servizio dell’amore, che al contempo
significa sempre adorazione di Dio. Questa nuova
unità di amore e culto, di critica del culto e di glorifi-
cazione di Dio nel servizio dell’amore, è certamente
un compito inaudito affidato alla Chiesa che ogni ge-
nerazione deve nuovamente adempiere.

Il superamento pneumatico della «lettera» veterote-


stamentaria nel servizio alla Nuova Alleanza richiede
così sempre di nuovo un superamento della «lettera»

33
nello Spirito. Nel XVI secolo Lutero, sulla base di una
lettura dell’Antico Testamento di tipo completamente
diverso, non poté più compiere questo passaggio. Per
questo egli interpretò il culto veterotestamentario e
il sacerdozio a esso ordinato ormai solo come espres-
sione della «Legge», che per lui non era parte della via
di grazia di Dio, ma a essa si contrapponeva. Così egli
non poté che vedere un contrasto radicale fra gli uf-
fici ministeriali neotestamentari e il sacerdozio come
tale. Con il Vaticano II tale questione è divenuta as-
solutamente ineludibile anche per la Chiesa cattolica.
L’«allegoria» come passaggio pneumatico dall’Antico
al Nuovo Testamento era divenuta incomprensibile.
E mentre il Decreto sul sacerdozio quasi non tratta
la questione, essa dopo il Concilio ci ha investito con
un’urgenza inaudita e si è trasformata nella perduran-
te crisi del sacerdozio nella Chiesa.

Due annotazioni personali potranno contribuire


a illustrare quanto detto. Mi è rimasto impresso nel-
la memoria come, nella sua conversione da luterano
convinto a convinto cattolico, affrontò questa que-
stione con la sua consueta passione un mio amico, il
grande indologo Paul Hacker. Considerava i «sacerdo-
ti» una realtà superata una volta per tutte nel Nuovo
Testamento, e con appassionata indignazione si op-
poneva innanzitutto al fatto che nella parola tedesca
«Priester», che proviene dal termine greco presbyter, di
fatto comunque continuasse a risuonare il significato

34
di sacerdos. Non so più come alla fine sia riuscito a ri-
solvere la questione.

Io stesso, in una conferenza sul sacerdozio della


Chiesa tenuta subito dopo Concilio, ho creduto di do-
ver presentare il presbitero neotestamentario come
colui che medita la Parola e non come «artigiano del
culto». Ora, la meditazione della Parola di Dio, in ef-
fetti, è un compito grande e fondamentale del sacer-
dote di Dio nella Nuova Alleanza. Ma questa Parola è
divenuta carne e meditarla significa sempre anche far-
si nutrire dalla carne che come pane del Cielo ci è do-
nata nella Santissima Eucaristia. La meditazione della
Parola nella Chiesa della Nuova Alleanza è anche un
sempre nuovo abbandonarsi alla carne di Gesù Cristo
e questo abbandonarsi è al contempo un esporsi alla
trasformazione di noi stessi per mezzo della Croce.

Su questo tornerò ancora in seguito. Fissiamo per il


momento alcuni passaggi nel concreto sviluppo della
storia della Chiesa. Un primo passo si vede nell’isti-
tuzione di un nuovo ministero. Gli Atti degli Apostoli
ci riferiscono del sovraccarico di lavoro degli Apostoli
che, accanto al compito dell’annuncio e della preghie-
ra della Chiesa, dovevano assumere al contempo la
piena responsabilità della cura dei poveri. La conse-
guenza fu che la parte ellenista della Chiesa nascente
si sentì trascurata. Così gli Apostoli decisero di con-
centrarsi completamente sulla preghiera e sul servi-
zio alla Parola. Per i compiti caritativi essi crearono

35
il ministero dei Sette che più tardi si identificò con il
diaconato. L’esempio di santo Stefano mostra come
anche questo ministero, peraltro, non richiedeva sem-
plicemente un puro lavoro pragmatico-caritativo ma
anche Spirito e fede, e dunque capacità di servizio alla
Parola.

Un problema rimasto fino a oggi cruciale scaturì


dal fatto che i nuovi ministeri non poggiavano sulla
discendenza familiare, ma su elezione e vocazione.
Mentre nel caso della gerarchia sacerdotale di Israele
la continuità veniva assicurata da Dio stesso, perché in
ultima analisi era lui a donare i figli ai genitori, i nuo-
vi ministeri non poggiavano al contrario sull’apparte-
nenza familiare ma su una vocazione donata da Dio
e da riconoscere da parte dell’uomo. Per questo nella
comunità neotestamentaria sin dall’inizio si pone il
problema della vocazione: «Pregate dunque il padro-
ne della messe che mandi operai nella sua messe!» (Mt
9,37). C’è sempre, in ogni generazione, la speranza e
la preoccupazione della Chiesa di trovare dei chiama-
ti. Sappiamo sin troppo bene quanto questo proprio
oggi rappresenti la preoccupazione e il compito della
Chiesa.

C’è un’ulteriore questione direttamente legata a


questo problema. Ben presto – non sappiamo esatta-
mente quando, ma in ogni caso molto presto – andò
sviluppandosi come essenziale per la Chiesa la cele-
brazione regolare o addirittura quotidiana dell’Eu-

36
carestia. Il pane «supersostanziale» è al contempo il
pane «quotidiano» della Chiesa. Questo, però, ebbe
una conseguenza importante che proprio oggi assilla
la Chiesa10.

Nella coscienza comune di Israele era evidente che i


sacerdoti avrebbero dovuto attenersi all’astinenza ses-
suale nei periodi in cui esercitavano il culto e dunque
stavano in contatto con il mistero divino. Il rapporto
fra astinenza sessuale e culto divino era assolutamen-
te chiaro nella coscienza comune di Israele. Come
esempio, vorrei solo ricordare l’episodio nel quale
David, in fuga da Saul, prega il sacerdote Achimele-
ch di dargli del pane: «Il sacerdote rispose a Davide:
“Non ho sottomano pani comuni, ho solo pani sacri:
se i tuoi giovani si sono almeno astenuti dalle donne,
potete mangiarne”. Rispose Davide al sacerdote: “Ma
certo! Dalle donne ci siamo astenuti da tre giorni”»
(1Sam 21,5s). Visto che i sacerdoti veterotestamentari
dovevano dedicarsi al culto solo in determinati perio-

10
Sul significato del termine epioúsios (supersubstantialis)
cfr. e. noRdhoFen, Was für ein Brot? [Che tipo di pane?], «Inter-
nationale Katholische Zeitschrift Communio» 46 (2017) 1, pp.
3-22; g. neuhauS, Möglichkeit und Grenzen einer Gottespräsenz im
menschlichen «Fleisch». Anmerkungen zu Eckhard Nordhofens Relek-
türe der vierten Vaterunser-Bitte [Possibilità e limiti di una presen-
za divina nella «carne» dell’uomo. Considerazioni sulla rilettura di
Eckard Nordhofen sulla quarta richiesta del Padre Nostro], ibidem,
pp. 23-32.

37
di, matrimonio e sacerdozio risultavano senz’altro tra
loro conciliabili.

A causa della celebrazione eucaristica regolare, o


in molti casi giornaliera, per i sacerdoti della Chiesa di
Gesù Cristo la situazione era radicalmente cambiata.
Tutta la loro vita è in contatto con il mistero divino
ed esige così un’esclusività per Dio la quale esclude
un altro legame accanto a sé, come il matrimonio, che
abbraccia l’intera vita. Sulla base della celebrazione
giornaliera dell’Eucaristia, e sulla base del servizio per
Dio che essa includeva, scaturì da sé l’impossibilità di
un legame matrimoniale. Si potrebbe dire che l’asti-
nenza funzionale si era trasformata da sé in un’asti-
nenza ontologica. In questo modo la sua motivazione
e il suo senso erano mutati dall’interno e in profon-
dità. Oggi invece si muove subito l’obiezione che si
tratterebbe di un giudizio negativo della corporeità
e della sessualità. L’accusa che alla base del celibato
sacerdotale ci sarebbe un’immagine del mondo ma-
nichea veniva mossa già nel IV secolo, ma fu subito
respinta con decisione dai Padri e allora per qualche
tempo cessò. Una diagnosi di questo tipo è errata già
solo per il fatto che, sin da principio, nella Chiesa il
matrimonio era considerato un dono dato nel para-
diso da Dio. Ma esso assorbiva l’uomo nella sua inte-
rezza e il servizio per il Signore richiedeva parimenti
l’uomo interamente, cosicché ambedue le vocazioni
non sembrarono realizzabili insieme. Così la capacità
di rinunciare al matrimonio per essere totalmente a

38
disposizione del Signore è divenuto un criterio per il
ministero sacerdotale.

Riguardo alla forma concreta di celibato nella


Chiesa antica, va ancora rilevato che i sacerdoti spo-
sati potevano ricevere il sacramento dell’Ordine se
si fossero impegnati all’astinenza sessuale, dunque a
contrarre il cosiddetto «matrimonio di san Giuseppe».
Questo nei primi secoli sembra essere stato assoluta-
mente normale. Evidentemente sussisteva un nume-
ro sufficiente di persone che trovavano ragionevole e
vivibile un simile modo di vivere nel comune donarsi
al Signore11.

Tre testi per chiarire la nozione cristiana di


sacerdozio
A conclusione di queste riflessioni vorrei interpre-
tare tre passi scritturistici nei quali emerge con chia-
rezza il passaggio dalle pietre al corpo, e dunque la
profonda unità fra i due Testamenti, che tuttavia non
rappresenta semplicemente un’unità meccanica ma
un progredire nel quale l’intenzione profonda delle

11
Ampie informazioni sulla storia del celibato nei primi
secoli si trovano in: S. heId, Zölibat in der frühen Kirche. Die
Anfänge einer Enthaltsamkeitspflicht für Kleriker in Ost und West [Il
celibato nella Chiesa primitiva. L’inizio dell’obbligo dell’astinenza per
i membri del clero in Oriente e in Occidente], Ferdinand Schöningh,
Paderborn 1997.

39
parole iniziali si compie proprio attraverso il passag-
gio dalla “lettera” allo Spirito.

Salmo 16,5-6: le parole per l’accettazione nello stato clericale


prima del Concilio
Vorrei in primo luogo interpretare le parole del
Salmo 16,5-6 che prima del Concilio Vaticano II erano
utilizzate per l’accettazione nel clero. Erano recitate
dal vescovo e poi ripetute dal candidato, che così ve-
niva accolto nel clero della Chiesa: «Dominus pars he-
reditatis meae et calicis mei tu es qui restitues hereditatem
meam mihi». «Il Signore è mia parte di eredità e mio
calice: nelle tue mani è la mia vita. Per me la sorte è
caduta su luoghi deliziosi: la mia eredità è stupenda»
(Sal 16,5-6). In effetti il Salmo esprime esattamente,
per l’Antico Testamento, quello che ora vuol dire nel-
la Chiesa: accettazione nella comunità sacerdotale.
Il passo si riferisce al fatto che tutte le tribù d’Israe-
le, ogni singola famiglia, rappresentava l’eredità del-
la promessa di Dio ad Abramo. Questo si esprimeva
concretamente nel fatto che ogni famiglia otteneva in
eredità una porzione della Terra promessa come sua
proprietà. Il possesso di una porzione di Terra san-
ta dava a ogni singolo la certezza di essere partecipe
della promessa e in pratica significava il suo concreto
sostentamento. Ognuno doveva ottenere tanta terra
quanta gliene occorreva per vivere. Quanto impor-
tante fosse per il singolo questa concreta eredità si
evince chiaramente dalla storia di Nabot (1Re 21,1-29)

40
che non è assolutamente disposto a cedere al re Acab
la sua vigna, nonostante che quest’ultimo sia pronto
a risarcirlo pienamente. La vigna, per Nabot, è più di
un prezioso appezzamento di terra: è la sua parteci-
pazione alla promessa di Dio a Israele. Se, da un lato,
ogni israelita disponeva in questo modo del terreno
che gli assicurava il necessario per vivere, dall’altro, la
particolarità della tribù di Levi risiede nel fatto che era
l’unica tribù che non ereditava terreni. Il levita restava
privo di terra e dunque privo di un’immediata base di
sostentamento in termini di terra. Egli vive soltanto
di Dio e per Dio. Concretamente questo significa che
egli può vivere, in un modo regolato con precisione,
delle offerte sacrificali che Israele riserva a Dio.

Questa figura veterotestamentaria si realizza nei


sacerdoti della Chiesa in modo nuovo e più profon-
do: essi devono vivere soltanto di Dio e per lui. Che
cosa questo concretamente significhi è chiaramente
detto soprattutto in Paolo. Egli vive di quello che gli
daranno gli uomini, perché egli dona loro la Parola di
Dio che è il nostro autentico pane, la nostra vera vita.
Di fatto, in questa trasformazione neotestamentaria
dell’essere privi di terra dei leviti, traspare la rinuncia
al matrimonio e alla famiglia che consegue dal radica-
le essere per Dio. La Chiesa ha interpretato la parola
«clero» (comunione ereditaria) in questo senso. Entra-
re a far parte del clero significa rinunciare a un proprio
centro di vita e accettare soltanto Dio come sostegno
e garante della propria vita.

41
Il vero fondamento della vita del sacerdote, il suolo
della sua esistenza, la terra della sua vita, è Dio stes-
so. Il celibato, in vigore per i vescovi in tutta la Chiesa
d’Oriente e d’Occidente e, secondo una tradizione che
risale a un’epoca vicina a quella apostolica, per tutti i sa-
cerdoti nella Chiesa latina, in definitiva non può essere
compreso e vissuto se non su questo fondamento.
Avevo a lungo riflettuto su questa idea in occasione
degli Esercizi che avevo predicato a Giovanni Paolo II
e alla Curia romana all’inizio della Quaresima 1983:
«Per questo non occorre più fare grandi trasposizio-
ni nella nostra propria spiritualità. Parti fondamentali
del sacerdozio sono così qualcosa come l’essere espo-
sto del levita, la mancanza di una terra, l’essere proiet-
tato-in-Dio. Il racconto della vocazione di Luca 5,1-11
[…] si conclude non senza ragione con le parole: “Essi
lasciarono tutto e lo seguirono” (v. 11). Senza un tale
abbandono delle proprie cose non c’è Sacerdozio. La
chiamata alla sequela non è possibile senza questo se-
gno di libertà e di rinuncia di qualsiasi compromesso.
Credo che da questo punto di vista il celibato acquisti
il suo grande significato come abbandono di un futuro
paese terreno e di un proprio ambito di vita familiare,
e che anzi diventi proprio indispensabile affinché pos-
sa rimanere fondamentale il venir consegnato a Dio
e acquistare la sua concretezza. Questo significa ben
s’intende che il celibato impone le sue esigenze riguar-
do a tutte le forme d’impostazione della vita. Non può
raggiungere il suo pieno significato, se noi per il resto
seguiamo le regole della proprietà e del gioco della

42
vita oggi comunemente accettata. Non può soprattut-
to avere stabilità, se noi non facciamo del nostro am-
bientarci presso Dio il centro della nostra vita.
Il Salmo 16, quanto il Salmo 119, è un vigoroso ac-
cenno alla necessità della continua dimestichezza
meditativa con la parola di Dio, che solamente così
può divenire per noi domicilio. L’aspetto comunita-
rio, ad esso necessariamente congiunto, della pietà
liturgica emerge là dove il Salmo 16 parla del Signore
come “mio calice” (v. 5). Secondo il linguaggio abitua-
le dell’Antico Testamento questo accenno si riferisce
al calice festivo che veniva fatto passare di mano in
mano nella cena cultuale, o al calice fatale, al calice
dell’ira o della salvezza. L’orante sacerdotale del Nuo-
vo Testamento vi può trovare indicato in modo par-
ticolare quel calice, mediante il quale il Signore nel
senso più profondo è diventato la nostra terra, il Cali-
ce Eucaristico, nel quale egli partecipa se stesso come
nostra vita. La vita sacerdotale alla presenza di Dio è
così concretizzata nella vita in virtù del mistero euca-
ristico. Nel senso più profondo l’Eucaristia è la terra,
che è diventata nostra porzione e della quale possia-
mo dire: “Per me la sorte è caduta su luoghi deliziosi;
sì, la mia eredità è magnifica!”»12.

È sempre vivo nella mia memoria il ricordo di quan-


do, meditando questo versetto del Salmo 16 alla vigilia

12
J. RatzIngeR, Il cammino pasquale, Àncora, Milano 20064,
pp. 157-158.

43
della mia tonsura, compresi cosa il Signore volesse da
me in quel momento: voleva egli stesso disporre inte-
ramente della mia vita e in questo modo al contempo
affidarsi interamente a me. Così potei considerare le
parole del Salmo interamente come il mio destino: «Il
Signore è mia parte di eredità e mio calice: nelle tue
mani è la mia vita. Per me la sorte è caduta su luoghi
deliziosi: la mia eredità è stupenda» (Sal 16, 5).

Deuteronomio 10,8 e 18,5-8. Le parole assunte nella II


Preghiera eucaristica: il compito della tribù di Levi riletto
cristologicamente e pneumatologicamente per i sacerdoti
della Chiesa
In secondo luogo, vorrei analizzare un passo trat-
to dalla II Preghiera eucaristica della Liturgia romana
successiva alla riforma del Vaticano II. Il testo del-
la II Preghiera eucaristica è generalmente attribuito a
sant’Ippolito († 235 circa); in ogni caso è molto antico.
In essa troviamo le seguenti parole: «Domine, panem
vitae et calicem salutis offerimus, gratias agentes quia nos
dignos habuisti astare coram te et tibi ministrare». Questa
frase non significa, come alcuni liturgisti vollero far-
ci credere, lo stabilire che anche durante la Preghiera
eucaristica i sacerdoti e i fedeli dovevano stare in pie-
di e non inginocchiarsi13. La giusta comprensione di

Mentre la traduzione tedesca ufficiale della II Preghiera


13

eucaristica dice correttamente «vor dir zu stehen und dir zu die-


nen» («a stare davanti a te e a te servire»), la traduzione italiana

44
questa frase si evince dal considerare che essa è tratta
letteralmente da Dt 10,8 (di nuovo in Dt 18,5-8), dove
descrive il compito cultuale essenziale della tribù di
Levi: «In quel tempo il Signore prescelse la tribù di
Levi per portare l’arca dell’alleanza del Signore, per
stare davanti al Signore al suo servizio e per benedi-
re nel nome di lui» (Dt 10,8). «Perché il Signore tuo
Dio l’ha scelto fra tutte le tue tribù, affinché attenda
al servizio del nome del Signore, lui e i suoi figli per
sempre» (Dt 18,5).
Queste parole, che nel Deuteronomio hanno il com-
pito di definire l’essenza del servizio sacerdotale, sono
poi state assunte nella Preghiera eucaristica della
Chiesa di Gesù Cristo, della Nuova Alleanza, espri-
mendo in tal modo la continuità e la novità del sacer-
dozio. Quel che allora veniva detto della tribù di Levi
e che spettava esclusivamente a essa, ora è applicato
ai presbiteri e ai vescovi della Chiesa. Non si tratta –
come forse si sarebbe portati ad affermare sulla base
di una concezione ispirata alla Riforma – di una rica-
duta dalla novità della comunità di Gesù Cristo, in un
sacerdozio cultuale superato e da respingere; si tratta
invece del nuovo passo della Nuova Alleanza, la quale
assume e nel contempo trasforma l’Antico elevando-
lo all’altezza di Gesù Cristo. Il sacerdozio non è più
una faccenda di appartenenza familiare, ma è aperto

semplifica il testo, omettendo l’immagine dello stare davanti a


Dio, e dice: «Ti rendiamo grazie per averci ammessi alla tua pre-
senza a compiere il servizio sacerdotale».

45
alla vastità dell’umanità. Non è più amministrazione
del sacrificio nel Tempio, ma inclusione dell’umanità
nell’amore di Gesù Cristo che abbraccia tutto il mon-
do: culto e critica del culto, sacrificio liturgico e ser-
vizio dell’amore al prossimo sono divenuti una cosa
sola. Perciò questa frase («astare coram te et tibi mini-
strare») non parla di un atteggiamento esteriore; essa,
invece, quale punto più profondo di unità fra Antico
e Nuovo Testamento, descrive la natura stessa del sa-
cerdozio, che a sua volta non si riferisce a una deter-
minata classe di persone, ma in ultima analisi rimanda
al nostro stare tutti davanti a Dio.

Ho cercato di interpretare questo testo in un’o-


melia in San Pietro per il Giovedì Santo del 2008 che
qui riprendo e riporto: «Allo stesso tempo, il Giove-
dì Santo è per noi un’occasione per chiederci sempre
di nuovo: A che cosa abbiamo detto “sì”? Che cosa è
questo “essere sacerdote di Gesù Cristo”? Il Canone II
del nostro Messale, che probabilmente fu redatto già
alla fine del II secolo a Roma, descrive l’essenza del
ministero sacerdotale con le parole con cui, nel Libro
del Deuteronomio (18,5-7), veniva descritta l’essenza del
sacerdozio veterotestamentario: “astare coram te et tibi
ministrare”. Sono quindi due i compiti che definiscono
l’essenza del ministero sacerdotale: in primo luogo lo
“stare davanti al Signore”. Nel Libro del Deuteronomio
ciò va letto nel contesto della disposizione preceden-
te, secondo cui i sacerdoti non ricevevano alcuna por-
zione di terreno nella Terra Santa – essi vivevano di

46
Dio e per Dio. Non attendevano ai soliti lavori neces-
sari per il sostentamento della vita quotidiana. La loro
professione era “stare davanti al Signore” – guardare a
Lui, esserci per Lui. Così, in definitiva, la parola indi-
cava una vita alla presenza di Dio e con ciò anche un
ministero in rappresentanza degli altri. Come gli altri
coltivavano la terra, della quale viveva anche il sacer-
dote, così egli manteneva il mondo aperto verso Dio,
doveva vivere con lo sguardo rivolto a Lui. Se questa
parola ora si trova nel Canone della Messa immediata-
mente dopo la consacrazione dei doni, dopo l’entrata
del Signore nell’assemblea in preghiera, allora ciò in-
dica per noi lo stare davanti al Signore presente, indi-
ca cioè l’Eucaristia come centro della vita sacerdotale.
Ma anche qui la portata va oltre. Nell’inno della Li-
turgia delle Ore che durante la Quaresima introduce
l’Ufficio delle Letture – l’Ufficio che una volta presso
i monaci era recitato durante l’ora della veglia nottur-
na davanti a Dio e per gli uomini – uno dei compiti
della Quaresima è descritto con l’imperativo: “arctius
perstemus in custodia” – stiamo di guardia in modo più
intenso. Nella tradizione del monachesimo siriaco, i
monaci erano qualificati come “coloro che stanno in
piedi”; lo stare in piedi era l’espressione della vigilan-
za. Ciò che qui era considerato compito dei monaci,
possiamo con ragione vederlo anche come espressio-
ne della missione sacerdotale e come giusta interpreta-
zione della parola del Deuteronomio: il sacerdote deve
essere uno che vigila. Deve stare in guardia di fronte
alle potenze incalzanti del male. Deve tener sveglio il

47
mondo per Dio. Deve essere uno che sta in piedi: drit-
to di fronte alle correnti del tempo. Dritto nella verità.
Dritto nell’impegno per il bene. Lo stare davanti al Si-
gnore deve essere sempre, nel più profondo, anche un
farsi carico degli uomini presso il Signore che, a sua
volta, si fa carico di tutti noi presso il Padre. E deve
essere un farsi carico di Lui, di Cristo, della sua parola,
della sua verità, del suo amore. Retto deve essere il sa-
cerdote, impavido e disposto a incassare per il Signore
anche oltraggi, come riferiscono gli Atti degli Apostoli:
essi erano “lieti di essere stati oltraggiati per amore del
nome di Gesù” (5,41).
Passiamo ora alla seconda parola, che il Canone II
riprende dal testo dell’Antico Testamento – “stare da-
vanti a te e a te servire”. Il sacerdote deve essere una
persona retta, vigilante, una persona che sta dritta. A
tutto ciò si aggiunge poi il servire. Nel testo veterote-
stamentario questa parola ha un significato essenzial-
mente rituale: ai sacerdoti spettavano tutte le azioni di
culto previste dalla Legge. Ma questo agire secondo il
rito veniva poi classificato come servizio, come un in-
carico di servizio, e così si spiega in quale spirito quel-
le attività dovevano essere svolte. Con l’assunzione
della parola “servire” nel Canone, questo significato
liturgico del termine viene in un certo modo adottato
– conformemente alla novità del culto cristiano. Ciò
che il sacerdote fa in quel momento, nella celebrazio-
ne dell’Eucaristia, è servire, compiere un servizio a
Dio e un servizio agli uomini. Il culto che Cristo ha
reso al Padre è stato il donarsi sino alla fine per gli

48
uomini. In questo culto, in questo servizio il sacerdote
deve inserirsi. Così la parola “servire” comporta mol-
te dimensioni. Certamente ne fa parte innanzitutto la
retta celebrazione della Liturgia e dei Sacramenti in
genere, compiuta con partecipazione interiore. Dob-
biamo imparare a comprendere sempre di più la sacra
Liturgia in tutta la sua essenza, sviluppare una viva
familiarità con essa, cosicché diventi l’anima della no-
stra vita quotidiana. È allora che celebriamo in modo
giusto, allora emerge da sé l’ars celebrandi, l’arte del
celebrare. In quest’arte non deve esserci niente di ar-
tefatto. Deve diventare una cosa sola con l’arte del
vivere rettamente. Se la Liturgia è un compito centra-
le del sacerdote, ciò significa anche che la preghiera
deve essere una realtà prioritaria da imparare sempre
di nuovo e sempre più profondamente alla scuola di
Cristo e dei santi di tutti i tempi. Poiché la Liturgia cri-
stiana, per sua natura, è sempre anche annuncio, dob-
biamo essere persone che con la Parola di Dio hanno
familiarità, la amano e la vivono: solo allora potremo
spiegarla in modo adeguato. “Servire il Signore” – il
servizio sacerdotale significa proprio anche imparare
a conoscere il Signore nella sua Parola e a farLo cono-
scere a tutti coloro che Egli ci affida.
Fanno parte del servire, infine, ancora due altri
aspetti. Nessuno è così vicino al suo signore come il
servo che ha accesso alla dimensione più privata della
sua vita. In questo senso “servire” significa vicinan-
za, richiede familiarità. Questa familiarità comporta
anche un pericolo: quello che il sacro da noi conti-

49
nuamente incontrato divenga per noi abitudine. Si
spegne così il timore riverenziale. Condizionati da
tutte le abitudini, non percepiamo più il fatto gran-
de, nuovo, sorprendente, che Egli stesso sia presente,
ci parli, si doni a noi. Contro questa assuefazione alla
realtà straordinaria, contro l’indifferenza del cuore
dobbiamo lottare senza tregua, riconoscendo sempre
di nuovo la nostra insufficienza e la grazia che vi è
nel fatto che Egli si consegni così nelle nostre mani.
Servire significa vicinanza, ma significa soprattutto
anche obbedienza. Il servo sta sotto la parola: “Non
sia fatta la mia, ma la tua volontà!” (Lc 22,42). Con
questa parola, Gesù nell’Orto degli ulivi ha risolto la
battaglia decisiva contro il peccato, contro la ribellio-
ne del cuore caduto. Il peccato di Adamo consisteva,
appunto, nel fatto che egli voleva realizzare la sua vo-
lontà e non quella di Dio. La tentazione dell’umanità
è sempre quella di voler essere totalmente autonoma,
di seguire soltanto la propria volontà e di ritenere che
solo così noi saremmo liberi; che solo grazie a una
simile libertà senza limiti l’uomo sarebbe completa-
mente uomo, diventerebbe divino. Ma proprio così
ci poniamo contro la verità. Poiché la verità è che noi
dobbiamo condividere la nostra libertà con gli altri
e possiamo essere liberi soltanto in comunione con
loro. Questa libertà condivisa può essere libertà vera
solo se con essa entriamo in ciò che costituisce la mi-
sura stessa della libertà, se entriamo nella volontà di
Dio. Questa obbedienza fondamentale che fa parte
dell’essere uomini, diventa ancora più concreta nel

50
sacerdote: noi non annunciamo noi stessi, ma Lui e
la sua Parola, che non potevamo ideare da soli. Non
inventiamo la Chiesa così come vorremmo che fos-
se, ma annunciamo la Parola di Cristo in modo giusto
solo nella comunione del suo Corpo. La nostra obbe-
dienza è un credere con la Chiesa, un pensare e parla-
re con la Chiesa, un servire con essa. Rientra in que-
sto sempre anche ciò che Gesù ha predetto a Pietro:
“Sarai portato dove non volevi”. Questo farsi guidare
dove non vogliamo è una dimensione essenziale del
nostro servire, ed è proprio ciò che ci rende liberi. In
un tale essere guidati, che può essere contrario alle
nostre idee e progetti, sperimentiamo la cosa nuova –
la ricchezza dell’amore di Dio.
“Stare davanti a Lui e servirLo”: Gesù Cristo come
il vero Sommo Sacerdote del mondo ha conferito a
queste parole una profondità prima inimmaginabile.
Egli, che come Figlio era ed è il Signore, ha voluto
diventare quel servo di Dio che la visione del Libro
del profeta Isaia aveva previsto. Ha voluto essere il
servo di tutti. Ha raffigurato l’insieme del suo som-
mo sacerdozio nel gesto della lavanda dei piedi. Con
il gesto dell’amore sino alla fine Egli lava i nostri piedi
sporchi, con l’umiltà del suo servire ci purifica dalla
malattia della nostra superbia. Così ci rende capaci di
diventare commensali di Dio. Egli è disceso, e la vera
ascesa dell’uomo si realizza ora nel nostro scendere
con Lui e verso di Lui. La sua elevazione è la Croce.
È la discesa più profonda e, come amore spinto sino
alla fine, è al contempo il culmine dell’ascesa, la vera

51
“elevazione” dell’uomo. “Stare davanti a Lui e servir-
Lo” – ciò significa ora entrare nella sua chiamata di
servo di Dio. L’Eucaristia come presenza della discesa
e dell’ascesa di Cristo rimanda così sempre, al di là
di se stessa, ai molteplici modi del servizio dell’amore
del prossimo. Chiediamo al Signore, in questo giorno,
il dono di poter dire in tal senso nuovamente il nostro
“sì” alla sua chiamata: “Eccomi. Manda me, Signore”
(Is 6,8). Amen»14.

Giovanni 17,17: la preghiera sacerdotale di Gesù,


interpretazione dell’ordinazione sacerdotale
Infine vorrei riflettere ancora un istante su alcune
parole tratte dalla preghiera sacerdotale di Gesù (Gv
17), che alla vigilia della mia ordinazione sacerdotale
si impressero particolarmente nel mio cuore. Mentre
i Sinottici essenzialmente riportano la predicazione di
Gesù in Galilea, Giovanni – che sembra aver avuto
rapporti di parentela con l’aristocrazia del Tempio
– riferisce soprattutto dell’annuncio di Gesù a Geru-
salemme e delle questioni riguardanti il Tempio e il
culto. In questo contesto la preghiera sacerdotale di
Gesù (Gv 17) acquista un rilievo particolare.

Benedetto XVI, Il sacerdote: uomo in piedi, dritto, vigilante,


14

Omelia durante la messa crismale nella Basilica Vaticana di San


Pietro, mattina del Giovedì Santo, 20 marzo 2008. Cfr. anche
Insegnamenti di Benedetto XVI, IV, 1 (gennaio-giugno 2008),
Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2009, pp. 442-446.

52
Non intendo qui ripetere i singoli elementi che ho
analizzato nel secondo tomo del mio libro su Gesù15.
Vorrei solo limitarmi ai versetti 17 e 18 che mi col-
pirono particolarmente alla vigilia della mia ordina-
zione sacerdotale. Recitano così: «Consacrali [santifi-
cali] nella verità. La tua parola è verità. Come tu hai
mandato me nel mondo, anche io ho mandato loro
nel mondo». Il termine «santo» esprime la particola-
re natura di Dio. Lui solo è il Santo. L’uomo diventa
santo nella misura in cui inizia a stare con Dio. Stare
con Dio significa scardinamento del puro io e il suo di-
venire una sola cosa con il tutto della volontà di Dio.
Questa liberazione dall’io può tuttavia risultare molto
dolorosa e non è mai compiuta una volta per tutte.
Con il termine «santifica» può tuttavia essere intesa
molto concretamente anche l’ordinazione sacerdo-
tale che significa appunto la rivendicazione radicale
dell’uomo da parte del Dio vivo per il suo servizio.
Quando il testo dice «Consacrali [santificali] nella veri-
tà», il Signore prega il Padre di includere i Dodici nella
sua missione, di ordinarli sacerdoti.
«Consacrali [santificali] nella verità». Sembra qui
sommessamente indicato anche il rito dell’ordinazio-
ne sacerdotale veterotestamentaria. L’ordinando ve-
niva fisicamente purificato con un lavacro completo
per fargli successivamente indossare le vesti sacre.
Ambedue le cose prese insieme significano che, in
questo modo, l’inviato deve diventare un uomo nuo-

15
Cfr. J. RatzIngeR, Gesù di Nazaret, op. cit., pp. 91-118.

53
vo. Ma quel che nel rituale veterotestamentario è fi-
gura simbolica, nella preghiera di Gesù diventa realtà.
Il solo lavacro che può realmente purificare gli uomi-
ni è la verità, è Cristo stesso. Ed egli è anche la veste
nuova accennata nell’esteriore vestizione cultuale.
«Consacrali [santificali] nella verità». Significa: immer-
gili completamente in Gesù Cristo affinché valga per
loro quel che Paolo ha indicato come l’esperienza fon-
damentale del suo apostolato: «Non sono più io che
vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20).
Così, alla sera di quella vigilia, si è impresso profon-
damente nella mia anima che cosa significa davvero
l’ordinazione sacerdotale al di là di ogni aspetto ce-
rimoniale: significa essere sempre di nuovo purificati
e pervasi da Cristo così che è Lui a parlare e agire in
noi, e sempre meno noi stessi. E mi è divenuto chiaro
che questo processo del divenire una cosa sola con lui
e il superamento di ciò che è solo nostro dura tutta la
vita e racchiude anche sempre dolorose liberazioni e
rinnovamenti.
In questo senso le parole di Gv 17,17 sono state
un’indicazione di cammino in tutta la mia vita.

Benedetto XVI

Città del Vaticano, Monastero “Mater Ecclesiae”,


17 settembre 2019

54
II

AMARE FINO ALLA FINE.


SGUARDO ECCLESIOLOGICO
E PASTORALE SUL CELIBATO
SACERDOTALE
Cardinale Robert Sarah
«Sapendo che era giunta la sua ora di passare da
questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che
erano nel mondo, li amò fino alla fine» (Gv 13,1). Le
parole dell’evangelista Giovanni introducono con so-
lennità il grande «discorso sacerdotale» di Gesù dopo
la Cena del Giovedì Santo. Esse esprimono molto
bene la disposizione d’animo necessaria per ogni ri-
flessione sul mistero del sacerdozio.
Come accostare questo argomento senza tremare?
È importante che dedichiamo del tempo ad aprire l’a-
nima al soffio dello Spirito Santo. Il sacerdozio, per
riprendere le parole del Santo Curato d’Ars, è l’amore
del cuore di Gesù. Non dobbiamo trasformarlo in oc-
casione di polemica, di lotta ideologica o di strategia
politica. Non possiamo nemmeno ridurlo a una que-
stione di pura disciplina o di organizzazione pastorale.
Questi ultimi mesi, in occasione del Sinodo sull’A-
mazzonia, abbiamo assistito a molta frettolosa eccita-
zione. Il mio cuore di vescovo s’inquieta. Ho ricevuto
molti sacerdoti disorientati, turbati e feriti nell’intimo
della loro vita spirituale a causa delle violente conte-
stazioni della dottrina della Chiesa. Oggi, voglio riba-
dire loro: Non abbiate paura!

57
«Il sacerdote – ricordava Benedetto XVI – è un
dono del Cuore di Cristo: un dono per la Chiesa e per
il mondo. Dal Cuore del Figlio di Dio, traboccante di
carità, scaturiscono tutti i beni della Chiesa, e in modo
particolare trae origine la vocazione di quegli uomini
che, conquistati dal Signore Gesù, lasciano tutto per
dedicarsi interamente al servizio del popolo cristiano,
sull’esempio del Buon Pastore»16.
Cari fratelli sacerdoti, voglio parlarvi con il cuore in
mano. Sembrate perduti, scoraggiati, sopraffatti dalla
sofferenza. Una terribile sensazione di abbandono e
solitudine stritola il vostro cuore. In un mondo insi-
diato dall’incredulità e dall’indifferenza è inevitabile
che l’apostolo soffra: il sacerdote che brucia di fede e
di amore apostolico si accorge subito che il mondo in
cui vive è come rovesciato. Tuttavia, il mistero che
abita in voi è ancora in grado di trasmettervi la for-
za per vivere in mezzo al mondo. E ogni volta che
il servo dell’«unico necessario» si sforza di porre Dio
al centro della propria vita, porta un po’ di luce nelle
tenebre.

Nel sacerdozio è in gioco la continuazione sacra-


mentale dell’amore del Buon Pastore. Prendo, dun-
que, la parola perché, da ogni parte nella Chiesa, con
spirito di autentica sinodalità, si apra e si rinnovi una
riflessione serena e orante sulla realtà spirituale del sa-
cramento dell’Ordine. E supplico tutti e ciascuno: non

16
Benedetto XVI, Angelus, 13 giugno 2010.

58
corriamo troppo! Non si possono cambiare le cose in
pochi mesi. Se le nostre decisioni non si radicano in
una continua e prolungata adorazione, non potranno
avere altro futuro se non quello degli slogan e dei di-
scorsi politici che, uno dopo l’altro, cadono nell’oblio.
Il Papa emerito, Benedetto XVI, ci ha fatto dono di
una straordinaria lectio divina, attraverso la quale egli
risale alle sorgenti bibliche del mistero del sacerdozio.
Per quanto mi riguarda, su questo sacramento vorrei
molto umilmente gettare uno sguardo da pastore.
La nostra riflessione pastorale non deve asservirsi
alla sola attualità, né ridursi a un’analisi sociologica. È
urgente nutrirla mediante la contemplazione e strut-
turarla attraverso la teologia. Essa deve però risultare
anche concreta. Ho notato, infatti, quanto spesso ci si
accontenti di richiamare i princìpi teorici senza trarre
da essi le conseguenze pratiche. Così, quando si acco-
sta la teologia del sacerdozio, non è sufficiente richia-
mare il valore del celibato. Occorre rilevarne altresì le
conseguenze ecclesiologiche e pastorali concrete.

Durante il Sinodo sull’Amazzonia, ho avuto occa-


sione di ascoltare esperti e discutere con missionari ve-
terani. Questi colloqui mi hanno confermato nell’idea
che la possibilità di ordinare uomini sposati rappre-
senterebbe una catastrofe pastorale, una confusione
ecclesiologica e un arretramento nella comprensione
del sacerdozio. Attorno a questi tre punti si articola la
riflessione che vado ora a presentarvi.

59
Una catastrofe pastorale
Il sacerdozio: un innesto ontologico nel «sì» di Cristo-
Sacerdote
Si potrebbe riassumere la meditazione del Papa
emerito in questi termini: nella sua persona Gesù ci
rivela la pienezza del sacerdozio. Egli conferisce pie-
no senso a quanto era stato annunciato e prefigurato
nell’Antico Testamento. Il nucleo di questa rivelazio-
ne è semplice: il sacerdote non è soltanto colui che
compie una funzione sacrificale. È invece colui che
per amore offre se stesso in sacrificio sull’esempio di
Cristo. Benedetto XVI ci ha così chiaramente e defi-
nitivamente mostrato che il sacerdozio è uno «stato
di vita»: «Il sacerdote viene sottratto alle connessioni
del mondo e donato a Dio, e proprio così, a partire da
Dio, deve essere disponibile per gli altri, per tutti»17.
Il celibato sacerdotale è l’espressione della volontà di
mettersi a disposizione del Signore e degli uomini.
Papa Benedetto XVI dimostra che il celibato sacer-
dotale non è un auspicabile «supplemento spirituale»
nella vita del prete. Una vita sacerdotale coerente ri-
chiede ontologicamente il celibato.
Nel testo che precede queste righe, Benedetto XVI
mostra che il passaggio dal sacerdozio dell’Antico Te-
stamento a quello del Nuovo Testamento si traduce
con il passaggio da un’«astinenza sessuale funzionale»

17
Id., Omelia nella Santa Messa del Crisma, Giovedì Santo, 9
aprile 2009.

60
a un’«astinenza ontologica». Credo che mai un Papa
abbia espresso con una tale forza la necessità del ce-
libato sacerdotale. Dobbiamo meditare su queste ri-
flessioni di un uomo che si avvicina al termine della
propria vita. In questa ora cruciale, non si decide di
intervenire con leggerezza. Benedetto XVI ci insegna
ancora che il sacerdozio, dal momento che implica
l’offerta del sacrificio della Messa, rende impossibile
un vincolo matrimoniale. Vorrei sottolineare quest’ul-
timo punto. Per il sacerdote la celebrazione dell’Euca-
ristia non consiste soltanto nel compiere dei riti. La
celebrazione della Messa suppone di entrare con tutto
il proprio essere nella grande offerta di Cristo al Padre,
nel grande «sì» di Gesù al Padre suo: «Nelle tue mani
consegno il mio spirito» (Lc 23,46). Ora, il celibato «è
un “sì” definitivo, è un lasciarsi prendere in mano da
Dio, darsi nelle mani del Signore, nel suo “io” […]; è
proprio il “sì” definitivo»18.
Se riduciamo il celibato sacerdotale a una questio-
ne di disciplina, di adattamento ai costumi e alle cultu-
re, isoliamo il sacerdozio dal proprio fondamento. In
questo senso, il celibato sacerdotale è necessario per
la corretta comprensione del sacerdozio. «E di que-
sto poi fa parte anche quel mettersi a disposizione del
Signore veramente nella completezza del proprio es-
sere e trovarsi quindi totalmente a disposizione degli
uomini. Penso che il celibato sia un’espressione fon-

18
Id., Colloquio con i sacerdoti, Veglia in occasione dell’incon-
tro internazionale dei sacerdoti, 10 giugno 2010.

61
damentale di questa totalità»19, diceva Benedetto XVI
al clero della Diocesi di Bolzano-Bressanone.

Urgenza pastorale e missionaria del celibato


sacerdotale
In quanto vescovo, temo che il progetto di ordi-
nare sacerdoti uomini sposati generi una catastrofe
pastorale. Sarebbe una catastrofe per i fedeli presso i
quali verrebbero inviati. Sarebbe una catastrofe per gli
stessi sacerdoti.
Come può una comunità cristiana comprendere il
sacerdote se non è chiaro che egli è qualche cosa «tolta
dalla sfera del comune, data a Lui»20? Come possono i
cristiani comprendere che il sacerdote si dona loro se
non si consegna interamente al Padre? Se non entra
nella kenosi, nell’annientamento, nell’abbassamento
di Gesù, «il quale, pur essendo di natura divina, non
considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con
Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione
di servo» (Fil 2,6-7). Egli si è spogliato di ciò che era
con un atto di libertà e di amore. L’abbassamento di
Cristo fino alla Croce non è un semplice atteggiamen-
to di obbedienza e di umiltà. È un atto di perdita di sé
per amore, nel quale il Figlio si abbandona totalmente
al Padre e all’umanità: questo è il fondamento del sa-

19
Id., Incontro con il clero della Diocesi di Bressanone, mercole-
dì 6 agosto 2008.
20
Ibidem.

62
cerdozio di Cristo. Come può, dunque, un sacerdote
custodire, conservare e rivendicare un diritto al vin-
colo matrimoniale? Come può rifiutare di farsi servo
insieme a Gesù-Sacerdote? Questa totale consegna di
sé in Cristo è la condizione di un dono totale di sé a
tutti gli uomini. Chi non si consegna totalmente a Dio
non si dona perfettamente ai propri fratelli.
Che visione potranno avere del sacerdote popola-
zioni isolate e poco evangelizzate? Si vuole forse im-
pedire loro di scoprire la pienezza del sacerdozio cri-
stiano? All’inizio del 1976, da giovane sacerdote, sono
stato in alcuni remoti villaggi della Guinea. Molti di
essi non ricevevano la visita di un prete da circa dieci
anni, perché i missionari europei erano stati espulsi nel
1967 da Sékou Touré. I cristiani, tuttavia, continuava-
no a insegnare il catechismo ai bambini e a recitare le
preghiere del mattino e il rosario. Manifestavano una
grande devozione alla Vergine Maria, e si riunivano la
domenica per ascoltare la Parola di Dio.
Ho avuto la grazia di incontrare questi uomini e
queste donne che custodivano la fede senza alcun so-
stegno sacramentale per via dell’assenza di sacerdo-
ti. Si nutrivano della Parola di Dio e alimentavano la
vitalità della fede con la preghiera quotidiana. Non
potrò mai dimenticare la loro gioia indicibile quan-
do celebravo la Messa che per così tanto tempo non
avevano potuto conoscere. Mi sia permesso affermare
con certezza e vigore: credo che se in ogni villaggio
fossero stati ordinati uomini sposati, si sarebbe spen-
ta la fame eucaristica dei fedeli. Si sarebbe privato il

63
popolo di questa gioia di ricevere, nel sacerdote, un
altro Cristo. Infatti, grazie al senso della fede, i poveri
sanno che un prete che ha rinunciato al matrimonio fa
loro dono di tutto il suo amore sponsale.
Quante volte, camminando diverse ore per i villag-
gi, con una valigetta per celebrazioni sulla testa, sot-
to il sole a picco, ho personalmente sperimentato la
gioia di donarsi per la Chiesa-Sposa. Attraversando le
paludi su una canoa di fortuna, in mezzo alle lagune
o superando pericolosi torrenti dai quali temevamo
di essere travolti, ho percepito anche nel mio corpo la
gioia di essere interamente donato a Dio, disponibile,
consegnato al suo popolo.
Come vorrei che tutti i miei confratelli spersi per il
mondo possano un giorno fare l’esperienza dell’acco-
glienza di un prete in un villaggio africano che ricono-
sca in lui il Cristo-Sposo: che esplosione di gioia! Che
festa! I canti, le danze, le effusioni, il cibo esprimono la
gratitudine del popolo per questo dono di sé in Cristo.
L’ordinazione di uomini sposati priverebbe le gio-
vani Chiese, in corso di evangelizzazione, di questa
esperienza della presenza e della visita di Cristo, con-
segnato e donato nella persona del sacerdote celibata-
rio. Il dramma pastorale sarebbe immenso. Esso com-
porterebbe un impoverimento dell’evangelizzazione.
Sono convinto che se molti preti e vescovi occi-
dentali sono pronti a relativizzare la grandezza e l’im-
portanza del celibato, è perché non hanno mai fatto
l’esperienza concreta della riconoscenza di una comu-
nità cristiana. Non parlo semplicemente in termini

64
umani. Credo che in questa riconoscenza risieda un’e-
sperienza di fede. I poveri e i semplici sanno discerne-
re con gli occhi della fede la presenza di Cristo-Sposo
della Chiesa nel sacerdote celibatario. Tale esperienza
spirituale è fondamentale nella vita di un prete. Essa
guarisce per sempre da ogni forma di clericalismo. Lo
so, perché l’ho sperimentato persino nella mia carne,
che i cristiani vedono in me Cristo consegnato per
loro, e non la mia limitata persona con le sue qualità e
i suoi numerosi difetti.
Senza questa esperienza, il celibato diventa un far-
dello troppo gravoso da sopportare. Ho l’impressio-
ne che per alcuni vescovi occidentali, o anche del Sud
America, il celibato sia diventato pesante. Vi restano
fedeli, ma non hanno il coraggio di imporlo ai futuri
preti e alle comunità cristiane, perché ne sono insof-
ferenti in prima persona. Li capisco. Chi potrebbe im-
porre un peso agli altri senza amarne il senso profon-
do? Non sarebbe forse questa una forma di farisaismo?
Sono certo, tuttavia, che ci sia qui un errore di pro-
spettiva. Se ben capito, il celibato sacerdotale, benché
talvolta possa essere una prova, rappresenta una libe-
razione. Consente al sacerdote di innestarsi coerente-
mente nella propria identità di sposo della Chiesa.
Il progetto che consiste nel privare le comunità e
i sacerdoti di una tale gioia non è un’opera di miseri-
cordia. Come figlio dell’Africa, non posso in coscienza
sopportare l’idea che i popoli in corso di evangelizza-
zione siano privati di questo incontro con un sacer-
dozio pienamente vissuto. I popoli dell’Amazzonia

65
hanno il diritto a una piena esperienza di Cristo-Spo-
so. Non è possibile proporre loro dei preti di «seconda
classe».
Al contrario, più una Chiesa è giovane, più essa ha
bisogno dell’incontro con la radicalità del Vangelo.
Quando san Paolo esorta le giovani comunità cristia-
ne di Efeso, di Filippi e di Colossi, non li pone di fronte
a un ideale inaccessibile, ma insegna loro tutte le esi-
genze del Vangelo: «Camminate dunque nel Signore
Gesù Cristo, come l’avete ricevuto, ben radicati e fon-
dati in lui, saldi nella fede come vi è stato insegnato,
abbondando nell’azione di grazie. Badate che nessuno
vi inganni con la sua filosofia e con vuoti raggiri ispi-
rati alla tradizione umana, secondo gli elementi del
mondo e non secondo Cristo» (Col 2,6-8). In questo
insegnamento non si trova né rigidità né intolleranza.
La Parola di Dio esige una conversione radicale. Non
sopporta i compromessi e le ambiguità. Essa è «effi-
cace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio» (Eb
4,12). Sull’esempio dell’Apostolo dobbiamo predicare
con chiarezza e dolcezza, senza rigidità polemica, né
molle timidezza.
Permettetemi di fare riferimento ancora una vol-
ta alla mia esperienza personale. Ho trascorso la mia
infanzia in un mondo che stava appena uscendo dal
paganesimo. I miei genitori hanno conosciuto il cri-
stianesimo soltanto da adulti. Mio padre è stato bat-
tezzato due anni prima che nascessi. Mia nonna lo è
stata in punto di morte. Ho dunque conosciuto molto
bene l’animismo e la religione tradizionale. Conosco

66
la difficoltà dell’evangelizzazione, lo strappo doloro-
so e le eroiche rotture che i neofiti devono affrontare
in rapporto ai costumi, allo stile di vita e alle tradi-
zioni pagane. Immagino ciò che sarebbe stata l’evan-
gelizzazione del mio villaggio se fosse stato ordinato
sacerdote un uomo sposato. Mi si spezza il cuore al
solo pensiero. Che tristezza! Di certo oggi non sarei
un sacerdote, perché ciò che mi ha affascinato è stata
la radicalità della vita dei missionari.
Come oseremmo privare i popoli della gioia di un
tale incontro con Cristo? La considero una forma di
disprezzo.
L’opposizione tra «pastorale della visita» e «pasto-
rale della presenza» è stata strumentalizzata ed esaspe-
rata. La visita in una comunità da parte di un prete
missionario proveniente da un paese lontano esprime
la sollecitudine da parte della Chiesa universale. È
l’immagine del Verbo che visita l’umanità. L’ordina-
zione di un uomo sposato all’interno della comuni-
tà esprimerebbe invece il movimento opposto: come
se ciascuna comunità fosse tenuta a trovarsi da sola i
mezzi di salvezza.
Quando san Paolo, questo grande missionario, ci
racconta delle sue visite presso le comunità dell’Asia
Minore da lui stesso fondate, ci dà l’esempio di un
apostolo che visita le comunità cristiane per donare
loro conforto.
La misericordia di Dio si incarna nella visita di Cri-
sto. La riceviamo con gratitudine. Essa ci apre a tutta
la famiglia ecclesiale. Temo che l’ordinazione di uo-

67
mini sposati responsabili di una comunità chiuda que-
sta comunità su se stessa e la escluda dall’universalità
della Chiesa. Come sarà possibile chiedere a un uomo
sposato di cambiare comunità portando con sé moglie
e figli? Come potrà vivere la libertà del servo pronto a
donarsi a ogni uomo?
Il sacerdozio è un dono che si accoglie, come è sta-
ta accolta l’Incarnazione del Verbo. Non è un diritto,
né un obbligo. Una comunità che si radichi nell’idea
di un «diritto all’Eucaristia» non sarebbe più discepola
di Cristo. Come il nome stesso indica, l’Eucaristia è
un’azione di grazia, un dono gratuito e misericordio-
so. La presenza eucaristica si riceve con gioia e stupo-
re come un dono immeritato. Il fedele che la reclama
come qualcosa di dovuto mostra di non essere in gra-
do di comprenderla.
Sono persuaso che le comunità cristiane dell’Amaz-
zonia non entrino in prima persona in tale logica di
rivendicazione eucaristica. Credo piuttosto che questi
temi siano ossessioni la cui fonte è possibile rintrac-
ciare negli ambienti teologici universitari. Abbiamo a
che fare con ideologie sviluppate da alcuni teologi che
vorrebbero utilizzare la difficoltà di popolazioni pove-
re come un laboratorio sperimentale per i propri pro-
getti da apprendisti stregoni. Non posso risolvermi a
lasciarli operare liberamente. Voglio assumere le dife-
se dei poveri, dei piccoli, di questi popoli «senza voce».
Non priviamoli della pienezza del sacerdozio. Non
priviamoli del vero senso dell’Eucaristia. Dobbiamo
evitare «che si tratti la dottrina cattolica del sacerdozio

68
e del celibato alla luce dei bisogni percepiti o presunti
di certe situazioni pastorali estreme. Penso soprattut-
to che la Chiesa latina ignori la sua propria tradizione
del celibato, che risale ai tempi apostolici e che è stata
il segreto e il motore della sua forte espansione mis-
sionaria»21, così rimarcava recentemente il Cardinale
Marc Ouellet. Si tratta di un punto decisivo. Il celibato
sacerdotale è un potente motore di evangelizzazione.
Rende credibile il missionario. Più radicalmente, lo
rende libero, pronto ad andare dovunque e a rischiare
ogni cosa perché non lo trattiene più alcun legame.

Alla luce della Tradizione della Chiesa


Alcuni penseranno che questa mia riflessione sia er-
rata. Altri mi diranno che il celibato sacerdotale è sol-
tanto una disciplina tardivamente imposta dalla Chie-
sa latina ai propri chierici. Ho letto simili affermazioni
su molti giornali. La precisione storica mi obbliga a
dichiarare che esse sono false. Gli storici seri sanno
che, già dal IV secolo, la necessità della continenza per
i preti è affermata dai concili22. Bisogna essere precisi.

21
m. ouellet, Intervista con Jean-Marie Guénois, «Le Figaro»,
28 ottobre 2019.
22
Cfr. su questo tema lo studio storico di c. cochInI, Le ori-
gini apostoliche del celibato sacerdotale, Nova Millenium Romae,
Roma 2011; si veda inoltre a.m. StIcKleR, Il celibato ecclesiastico.
La sua storia e i suoi fondamenti teologici, Libreria Editrice Vatica-
na, Città del Vaticano 1994; S. heId, Zölibat in der frühen Kirche,
op. cit.

69
Nel corso del primo millennio, sono stati sì ordina-
ti sacerdoti molti uomini sposati. Ma a partire dalla
loro ordinazione essi erano tenuti all’astinenza dai
rapporti sessuali con le proprie mogli. Questo punto
viene sistematicamente sottolineato dai concili che si
fondano su una tradizione ricevuta dagli Apostoli. È
pensabile che la Chiesa abbia potuto introdurre bru-
talmente la disciplina della continenza del clero senza
suscitare proteste da parte di coloro ai quali veniva
imposta? Tale novità sarebbe risultata insopportabile.
Ora, gli storici rilevano l’assenza di proteste quando
il Concilio di Elvira, all’inizio del IV secolo, decise
di escludere dallo stato clericale i vescovi, i preti e i
diaconi sospettati di intrattenere rapporti sessuali con
le proprie mogli. Il fatto che una decisione tanto esi-
gente non abbia suscitato opposizioni testimonia che
la legge della continenza per i chierici non fosse una
novità. La Chiesa era da poco uscita dal periodo delle
persecuzioni. Una delle sue prime preoccupazioni fu
quella di richiamare una regola che aveva forse subìto
alcune distorsioni nel subbuglio del periodo dei marti-
ri, ma che era già ben consolidata.
Alcuni danno prova di una terribile disonestà in-
tellettuale. Affermano: ci sono stati sacerdoti sposati.
È vero. Ma essi erano tenuti alla continenza perfet-
ta. Vogliamo ritornare a questa situazione? Il rispetto
che nutriamo verso il sacramento del matrimonio e la
comprensione più approfondita che di esso abbiamo
dal Concilio ce lo impediscono.

70
Il sacerdozio è una risposta a una vocazione perso-
nale. È il frutto di un’intima chiamata di Dio il cui ar-
chetipo è la chiamata che Dio rivolge a Samuele (cfr.
1Sam 3). Non si diventa sacerdoti perché è necessario
colmare un bisogno della comunità e perché è dove-
roso che qualcuno occupi il «posto». Il sacerdozio è
uno stato di vita. È il frutto di un dialogo intimo tra
Dio che chiama e l’anima che risponde: «Eccomi […]
per fare […] la tua volontà» (Eb 10,7). Nessuno può
intromettersi in questo cuore a cuore. Solo la Chiesa
può autentificarne la risposta. Mi domando: che cosa
ne sarà della moglie di un uomo ordinato sacerdote?
Quale ruolo potrà avere? Esiste una vocazione a esse-
re la moglie di un prete? Come abbiamo visto, il sa-
cerdozio implica la consegna della propria vita, tutta
intera, e il dono di se stessi alla sequela di Cristo. Im-
plica un dono assoluto di sé a Dio e un dono totale di
sé ai fratelli. Quale posto, dunque, assegnare al vin-
colo coniugale? Il Concilio Vaticano II ha valorizzato
la dignità del sacramento del matrimonio come via
ordinaria di santità per la vita coniugale. Tale stato di
vita suppone, tuttavia, che gli sposi collochino il le-
game che li unisce al di sopra di ogni altro. Ordinare
sacerdote un uomo sposato significherebbe sminuire
la dignità del matrimonio e ridurre il sacerdozio a una
mera funzione.
Che dire della libertà a cui giustamente possono
aspirare i figli della coppia? Devono anch’essi abbrac-
ciare la vocazione del padre? Come si può imporre
loro uno stile di vita che non hanno scelto? Hanno il

71
diritto di godere di tutte le risorse necessarie alla loro
crescita. I preti sposati dovranno essere stipendiati di
conseguenza in base a queste esigenze?
Si potrebbe obiettare che l’Oriente cristiano cono-
sce da sempre tale situazione e che ciò non solleva
alcun problema. È falso! L’Oriente cristiano ha con-
cesso tardivamente che gli uomini sposati divenuti sa-
cerdoti possano avere rapporti sessuali con le proprie
mogli. Tale disciplina è stata introdotta al Concilio in
Trullo nel 691. La novità è apparsa come conseguenza
di un errore nella trascrizione dei canoni del Conci-
lio che si era svolto nel 390 a Cartagine. Del resto, la
grande innovazione di questo Concilio del VII secolo
non consiste nella scomparsa della continenza sacer-
dotale, ma nella sua limitazione al periodo che prece-
de la celebrazione dei santi Misteri. Il legame ontolo-
gico tra ministero sacerdotale e continenza è ancora
stabilito e avvertito. Vogliamo fare ritorno a questa
pratica? Dobbiamo prestare ascolto alle testimonian-
ze che provengono dalle Chiese cattoliche orientali.
Molti membri di queste Chiese hanno chiaramente
sottolineato come lo stato di vita sacerdotale entrasse
in tensione con quello coniugale. Nel corso dei secoli
passati, la situazione ha potuto perdurare grazie all’e-
sistenza di «famiglie di sacerdoti», nelle quali i bambi-
ni venivano educati a «partecipare» alla vocazione del
padre di famiglia e le figlie sposavano un futuro pre-
te. Una migliore consapevolezza della dignità e della
libertà di ciascun individuo rende ormai impossibile

72
questo modo di agire23. Il clero orientale sposato è in
crisi. Il divorzio dei sacerdoti è diventato un motivo di
tensione ecumenica tra i patriarcati ortodossi.
Nelle Chiese orientali separate, solo la presenza
preponderante dei monaci rende sopportabile al po-
polo di Dio la frequentazione di un clero sposato.
Sono molti i fedeli che non si confesserebbero mai da
un sacerdote sposato. Il sensus fidei fa discernere ai cre-
denti una forma di incompiutezza nel clero che non
vive un celibato consacrato.
Perché la Chiesa cattolica ammette la presenza di
un clero sposato in alcune Chiese orientali unite? Alla
luce delle affermazioni del magistero recente sul le-
game ontologico tra sacerdozio e celibato, penso che
tale accettazione abbia lo scopo di favorire una pro-
gressiva evoluzione verso la pratica del celibato, che
avrebbe luogo non per via disciplinare ma per ragioni
propriamente spirituali e pastorali24.

23
Alcuni anni fa, il presidente di un’associazione sacerdotale
ortodossa osservava che in Grecia il numero di chierici sposati
era in costante declino (tremila su undicimila uomini in tutto).
Ne individuava la causa: sempre meno donne emancipate
accettano di abbracciare la vita impegnativa della moglie di
un prete (cfr. http://www.zenith.org/english/archive/0002/
ZE000228).
24
Cfr. F. FRoSt, Le célibat sacerdotal, signe d’espérance pour
tout le christianisme, in Le Célibat sacerdotal, fondaments, joies,
défis, Colloque à Ars, 24-25-26 janvier 2011, a cura della Société
Jean-Marie Vianney, Sanctuaire d’Ars, Parole et Silence, Paris
2011, pp. 180-181.

73
La confusione ecclesiologica
Alla luce del Concilio Vaticano II
Nel suo discorso di apertura della seconda sessione
del Concilio, san Paolo VI aveva chiesto ai padri conci-
liari di avviare una riflessione teologica sui tre stati di
vita costitutivi della comunione ecclesiale: lo stato di
vita sacerdotale, lo stato di vita coniugale e lo stato del-
la vita religiosa. Paolo VI intendeva così favorire una
presa di coscienza più profonda, da parte della Chiesa,
della propria natura. Questo programma è stato messo
in opera da Papa Giovanni Paolo II nel corso dei tre si-
nodi postconciliari dedicati a questi tre stati di vita.
Riguardo al sacerdozio, il Sinodo dei Vescovi ha
permesso l’elaborazione nel 1992 dell’Esortazione
apostolica Pastores dabo vobis. In essa san Giovanni
Paolo II insegna con vigore che il celibato sacerdota-
le scaturisce da ciò che il Concilio ha indicato come
l’essenza del carattere e della grazia propri del sacra-
mento dell’Ordine: l’abilitazione a rappresentare Cri-
sto-Capo per il Corpo che è la Chiesa. «La volontà del-
la Chiesa trova la sua ultima motivazione nel legame
che il celibato ha con l’Ordinazione sacra, che configura il
sacerdote a Gesù Cristo Capo e Sposo della Chiesa. La
Chiesa, come Sposa di Gesù Cristo, vuole essere ama-
ta dal sacerdote nel modo totale ed esclusivo con cui
Gesù Cristo Capo e Sposo l’ha amata»25. L’affermazio-

25
gIoVannI Paolo II, Esortazione apostolica Pastores dabo
vobis, n. 29.

74
ne di san Giovanni Paolo II è fondamentale. Essa con-
sidera il celibato come una necessità della Chiesa. La
Chiesa ha bisogno che degli uomini la amino dell’a-
more stesso di Cristo-Sposo.
Senza la presenza del sacerdote celibatario, la Chie-
sa non può più prendere coscienza di essere la Sposa
di Cristo. Il celibato sacerdotale, lungi dal ridursi a una
disciplina ascetica, è necessario all’identità della Chie-
sa. Si può affermare che la Chiesa non potrebbe più
comprendere se stessa se essa non fosse più totalmen-
te amata dai sacerdoti celibatari che rappresentano sa-
cramentalmente il Cristo-Sposo.

Sacramento dell’Ordine e sacramento del matrimonio


Questa rinnovata comprensione del celibato è il
frutto del Concilio Vaticano II, che ha permesso di
riscoprire il tema patristico del disegno divino. Fin
dall’origine, l’intenzione del Creatore è stata quella di
instaurare con la propria creatura un dialogo sponsa-
le. Tale vocazione è inscritta nel cuore dell’uomo e
della donna. Con il sacramento del matrimonio, l’a-
more reciproco degli sposi, in tutte le sue dimensioni
corporee, psicologiche e spirituali è innestato all’amo-
re di Cristo per l’umanità.
Amandosi, gli sposi partecipano al mistero dell’a-
more di Cristo. Essi si inseriscono in queste nozze il
cui talamo nuziale è la Croce. «Mariti, amate le vo-
stre mogli come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato
se stesso per lei […]. Per questo l’uomo lascerà suo

75
padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due
formeranno una carne sola. Questo mistero è gran-
de; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!» (Ef
5,25.31-32). Questa vocazione sponsale, inscritta nel
cuore di ogni uomo, comporta un appello al dono to-
tale ed esclusivo sul modello del dono della Croce. Il
celibato è per il sacerdote lo strumento mediante il
quale entrare in un’autentica vocazione di sposo26. Il
suo dono alla Chiesa è assunto e innestato nel dono di
Cristo-Sposo alla Chiesa-Sposa27. C’è una vera analo-
gia tra il sacramento del matrimonio e il sacramento
dell’Ordine, culminanti entrambi in un dono totale.
Ecco perché questi due sacramenti si escludono reci-
procamente. «Il donarsi di Cristo alla Chiesa, frutto
del suo amore, si connota di quella dedizione origi-
nale che è propria dello sposo nei riguardi della sposa
[…]. Gesù è il vero Sposo che offre il vino della salvezza
alla Chiesa. […] La Chiesa è […] la Sposa, che scaturi-
sce come nuova Eva dal costato aperto del Redentore

26
Ibidem: «Nella verginità e nel celibato la castità mantiene il
suo significato originario, quello cioè di una sessualità umana
vissuta come autentica manifestazione e prezioso servizio
all’amore di comunione e di donazione interpersonale. Questo
significato sussiste pienamente nella verginità, che realizza, pur
nella rinuncia al matrimonio, il “significato sponsale” del corpo
mediante una comunione e una donazione personale a Gesù
Cristo e alla sua Chiesa».
27
Su questo tema si può consultare il saggio assai stimolante
di F. dumaS, Prêtre et époux. Lettre ouverte à mon frère prêtre,
Mame, Paris 2018.

76
sulla croce: per questo Cristo sta “davanti” alla Chie-
sa, “la nutre e la cura” con il dono della sua vita per
lei. Il sacerdote è chiamato ad essere immagine viva di
Gesù Cristo Sposo della Chiesa: […] in forza della sua
configurazione a Cristo Capo e Pastore si trova in tale
posizione sponsale di fronte alla comunità»28.
La capacità di amore sponsale del sacerdote è inte-
ramente donata e riservata alla Chiesa29. «È chiamato,
pertanto – prosegue san Giovanni Paolo II –, nella sua
vita spirituale a rivivere l’amore di Cristo sposo nei ri-
guardi della Chiesa sposa. La sua vita dev’essere illumi-
nata e orientata anche da questo tratto sponsale, che gli
chiede di essere testimone dell’amore sponsale di Cri-
sto, di essere quindi capace di amare la gente con cuore
nuovo, grande e puro, con autentico distacco da sé, con
dedizione piena, continua e fedele, e insieme con una
specie di “gelosia” divina (2Cor 11,2), con una tenerez-
za che si riveste persino delle sfumature dell’affetto ma-
terno, capace di farsi carico dei “dolori del parto” finché
“Cristo non sia formato” nei fedeli»30.

28
gIoVannI Paolo II, Esortazione apostolica Pastores dabo
vobis, n. 22.
29
Marianne Schlosser, nella sua bella relazione al Simposio
sulle “Sfide attuali per l’ordine sacro” organizzato dal Ratzinger
Schülerkreise a Roma il 28 settembre 2019, citava un autore
siriano dell’VIII secolo: «Un sacerdote è il padre di tutti i
credenti, cioè degli uomini e delle donne. Quindi, se qualcuno
che prende questa posizione tra i fedeli, si sposa, è simile a
qualcuno che sposa la propria figlia».
30
gIoVannI Paolo II, Esortazione apostolica Pastores dabo
vobis, n. 22.

77
Una Chiesa che non facesse l’esperienza di essere
amata dai sacerdoti celibatari ultimamente non co-
glierebbe più il significato sponsale di ogni santità. Il
celibato sacerdotale e il matrimonio, infatti, procedo-
no di pari passo. Se uno viene contestato, l’altro va-
cilla. I sacerdoti indicano agli sposi il senso del dono
totale. Gli sposi, attraverso la loro vita coniugale, in-
dicano ai sacerdoti il senso del loro celibato. La critica
al celibato compromette anche il senso del matrimo-
nio. Benedetto XVI lo aveva intuito: il celibato «è un
“sì” definitivo, è un lasciarsi prendere in mano da Dio,
darsi nelle mani del Signore, nel suo “io”, e quindi è
un atto di fedeltà e di fiducia, un atto che suppone
anche la fedeltà del matrimonio; […] è proprio il “sì”
definitivo che suppone, conferma il “sì” definitivo del
matrimonio»31. Mettere le mani sul celibato sacerdo-
tale equivale a ferire il matrimonio. Per comprendere
questo mistero, prosegue Ratzinger, «l’aspirante sa-
cerdote deve riconoscere nella sua vita la forza della
fede e deve sapere che solo in essa può vivere il celiba-
to. Allora il celibato può diventare una testimonianza
che dice qualcosa agli uomini e che riesce anche a dar
loro coraggio in relazione al matrimonio. Entrambe
le istituzioni sono strettamente legate l’una all’altra.
Se una fedeltà non è più possibile, anche l’altra non ha
più senso: l’una sostiene l’altra. […] La domanda fon-

Benedetto XVI; Colloquio con i sacerdoti, Veglia in


31

occasione dell’incontro internazionale dei sacerdoti, 10 giugno


2010.

78
damentale è la seguente: può l’uomo prendere una
decisione definitiva per quel che riguarda l’aspetto
centrale della sua vita? Può egli sostenere per sempre
un legame nella decisione circa il modo della sua vita?
Al riguardo mi permetto due osservazioni: lo può so-
lamente se è ancorato saldamente alla fede; secondo:
solo in questo caso egli perviene alla piena dimensio-
ne dell’amore e della maturazione umana. Tutto ciò
che resta al di sotto del matrimonio monogamico è
comunque troppo poco per l’uomo»32. Nei Paesi in via
di evangelizzazione, la scoperta della vocazione degli
sposi alla santità costituisce spesso una sfida. Talvolta
il senso del matrimonio viene deformato e la dignità
della donna calpestata. Credo che risieda qui un pro-
blema grave. Per porvi rimedio è necessario insegnare
a tutti la necessità di vivere il matrimonio come un
dono totale di sé. Ma come può essere credibile un
sacerdote agli occhi degli sposi, se non vive egli stesso
il sacerdozio come un assoluto dono di sé?

Sacramento dell’Ordine e ruolo della donna


L’edificio ecclesiale nel suo insieme è scosso dall’in-
debolimento del celibato. I dibattiti sul celibato, infat-
ti, sollevano naturalmente alcuni interrogativi circa
la possibilità per le donne di essere ordinate sacerdoti

32
J. RatzIngeR, Il sale della terra. Cristianesimo e Chiesa
cattolica nel XXI secolo. Un colloquio con Peter Seewald, San Paolo,
Cinisello Balsamo (Mi) 2005, pp. 225-226.

79
o diaconi. Tuttavia, tale questione è stata definitiva-
mente archiviata da san Giovanni Paolo II nella Let-
tera apostolica Ordinatio sacerdotalis del 22 maggio
1994, nella quale egli proclama che «la Chiesa non ha
in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordi-
nazione sacerdotale e che questa sentenza deve essere
tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chie-
sa». La sua contestazione rivela un misconoscimento
della vera natura della Chiesa.
L’economia della salvezza si innesta, infatti, nel
disegno creatore di complementarità tra l’uomo e la
donna nella relazione sponsale tra Gesù e la Chiesa sua
Sposa. Il sacerdote, in virtù della sua rappresentanza
del Cristo-Sposo, nella quale è pienamente innestata la
sua mascolinità, si trova così in una relazione di com-
plementarità con la donna, che rappresenta icastica-
mente la Chiesa-Sposa. Promuovere l’ordinazione del-
le donne equivale a negarne l’identità e il ruolo di cia-
scuno. Abbiamo bisogno della genialità propria delle
donne. Dobbiamo imparare da loro ciò che la Chiesa
deve essere. Nel cuore di ogni donna, infatti – scriveva
Giovanni Paolo II –, c’è una disposizione fondamenta-
le all’accoglienza dell’amore33. Ora, la Chiesa è essen-
zialmente accoglienza dell’amore virginale di Gesù. È
risposta, mediante la fede, all’amore dello Sposo. Oso
affermare che la Chiesa è fondamentalmente femmini-
le; essa non può fare a meno delle donne.

Cfr. gIoVannI Paolo II, Lettera apostolica Mulieris


33

dignitatem, n. 29.

80
«Per quanto riguarda la Chiesa, il segno della don-
na è più che mai centrale e fecondo. Ciò dipende dalla
identità stessa della Chiesa, che essa riceve da Dio ed
accoglie nella fede. È questa identità “mistica”, pro-
fonda, essenziale, che occorre tenere presente nel-
la riflessione circa i rispettivi ruoli dell’uomo e della
donna nella Chiesa. […] Ben lungi dal conferire alla
Chiesa un’identità fondata su un modello contingente
di femminilità, il riferimento a Maria con le sue dispo-
sizioni di ascolto, di accoglienza, di umiltà, di fedeltà,
di lode e di attesa, colloca la Chiesa nella continuità
della storia spirituale di Israele. […] Pur trattandosi
di atteggiamenti che dovrebbero essere tipici di ogni
battezzato, di fatto è caratteristica della donna viverli
con particolare intensità e naturalezza. In tal modo le
donne svolgono un ruolo di massima importanza nel-
la vita ecclesiale, richiamando tali disposizioni a tutti i
battezzati e contribuendo in modo unico a manifesta-
re il vero volto della Chiesa, sposa di Cristo e madre
dei credenti. […] In questa prospettiva si comprende
anche come il fatto che l’ordinazione sacerdotale sia
esclusivamente riservata agli uomini non impedisca
affatto alle donne di accedere al cuore della vita cri-
stiana. Esse sono chiamate ad essere modelli e testi-
moni insostituibili per tutti i cristiani di come la Sposa
deve rispondere con l’amore all’amore dello Sposo»34.

34
congRegazIone PeR la dottRIna della Fede, Lettera
ai Vescovi della Chiesa Cattolica sulla collaborazione dell’uomo e della
donna nella Chiesa e nel mondo, 31 luglio 2004.

81
Il governo della Chiesa è un servizio d’amore dello
sposo alla sposa. Non può, dunque, essere assunto se
non dagli uomini che, in virtù del carattere sacerdota-
le, si identificano nel Cristo-Sposo e servo. Se ne fac-
ciamo una questione di rivalità tra uomini e donne, lo
riduciamo a una forma di potere politico e mondano.
In tal modo esso perde la propria specificità, che consi-
ste nell’essere una partecipazione all’azione di Cristo.
Ai giorni nostri, campagne mediatiche sapiente-
mente orchestrate reclamano il diaconato femminile.
Che cosa si vuole ottenere? Che cosa si cela dietro a
queste strane orchestrazioni politiche?
È all’opera la logica mondana della parità. Si suscita
una forma di reciproca gelosia tra uomini e donne che
può solo essere sterile.
Ritengo sia necessario da parte nostra approfondire
il ruolo del carisma femminile. Una volta ci si poteva
esprimere più liberamente di oggi e, in particolare, la
parola delle donne aveva un ruolo di primo piano. Il
loro compito consisteva nel richiamare fermamente
tutta l’istituzione alla necessità della santità. È bene
ricordare, a titolo d’esempio, il monito di Caterina da
Siena a Papa Gregorio XI, con cui ella rammenta al
Papa la sua identificazione a Cristo, Sposo della Chie-
sa: «E perché è maggiore il peso vostro, però bisogna
più ardito e viril cuore, e non timoroso per veruna
cosa che avvenire potesse. Ché voi sapete bene, san-
tissimo Padre, che come voi pigliaste per sposa la san-

82
ta Chiesa, così pigliaste a travagliare per lei»35. Quale
vescovo, quale papa si lascerebbe oggi interpellare
con una tale veemenza? Oggigiorno, voci avide di
polemiche qualificherebbero immediatamente Cate-
rina da Siena come nemica del Papa o come capofila
dei suoi oppositori. I secoli antichi possedevano una
libertà ben più grande rispetto alla nostra: ci sono sta-
te donne che hanno assunto funzioni carismatiche. Il
loro ruolo era quello di ricordare con forza a tutta l’i-
stituzione la necessità della santità. «La Chiesa ha un
grande debito di ringraziamento per le donne. […] a
livello carismatico, le donne fanno tanto, oserei dire,
per il governo della Chiesa, cominciando dalle suo-
re, dalle sorelle dei grandi Padri della Chiesa, come
sant’Ambrogio, fino alle grandi donne del medioevo
– santa Ildegarda, santa Caterina da Siena, poi santa
Teresa d’Avila – e fino a Madre Teresa. Direi che que-
sto settore carismatico certamente si distingue dal set-
tore ministeriale nel senso stretto della parola, ma è
una vera e profonda partecipazione al governo della
Chiesa. Come si potrebbe immaginare il governo del-
la Chiesa senza questo contributo, che talvolta diven-
ta molto visibile, come quando santa Ildegarda critica
i Vescovi, o come quando santa Brigida e santa Ca-
terina da Siena ammoniscono e ottengono il ritorno

35
Santa cateRIna da SIena, Lettera n. 252 (Al padre santo
papa Gregorio XI), in Id., Le lettere, a cura di D.U. Meattini,
Paoline, Milano 1993, p. 98.

83
dei Papi a Roma? Sempre è un fattore determinante,
senza il quale la Chiesa non può vivere»36.
La valorizzazione della specificità femminile non
consiste nell’istituzione di «ministeri» femminili, che
altro non sarebbero se non delle creazioni arbitrarie e
artificiose, senza futuro. Sappiamo, per esempio, che
le donne chiamate «diaconesse» non avevano parte al
sacramento dell’Ordine. Le fonti antiche sono unani-
mi nel precludere alle diaconesse qualunque ministe-
ro all’altare durante la liturgia. La loro unica funzio-
ne liturgica parrebbe essere stata quella di compiere
l’unzione pre-battesimale su tutto il corpo delle don-
ne, nell’area geografica siriana. Prima del battesimo
propriamente detto, infatti, subito dopo la rinuncia a
Satana, il neofita veniva unto con l’olio esorcizzato,
quello che noi chiamiamo oggi «olio dei catecumeni».
Possiamo supporre che venissero unti almeno il petto
e le spalle. Nel caso delle donne, quindi, ciò sollevava
un delicato problema di pudore. Così, in certi luoghi,
sembra che per questa parte della celebrazione venis-
sero incaricate delle diaconesse37. È illuminante riflet-

36
Benedetto XVI, Incontro con il clero della Diocesi di Roma,
2 marzo 2006.
37
Cfr. a.g. maRtImoRt, Les Diaconesses. Essai historique,
CLV - Edizioni Liturgiche, Roma 1982, pp. 257-254. La più an-
tica menzione delle loro funzioni si trova nella Didascalia degli
Apostoli, risalente al III secolo, che riflette probabilmente gli usi
della Siria e della Transgiordania. In questa raccolta, si consiglia
al vescovo di designare una donna per il servizio delle catecu-
mene: «Quando le donne si immergono nell’acqua, è richiesto

84
tere su ciò che la storia e il passato ci hanno lasciato. Il
Cardinale John Henry Newman lo sottolineava molto
eloquentemente: «La storia del passato finisce nel pre-
sente, e il presente è il nostro banco di prova; e per
rivolgerci debitamente e religiosamente verso i suoi
fenomeni, dobbiamo capirli; e per capirli, dobbiamo
ricorrere agli eventi passati che riconducono a essi»38.
Ora, si trova chiaramente stabilito che le diacones-
se non venissero ordinate o consacrate, ma soltanto
benedette, come indica con precisione il pontificale
caldaico39.

che siano unte dalle diaconesse con l’olio dell’unzione […]. E


se non c’è una donna, e in particolare non c’è una diaconessa, è
necessario che colui che battezza unga colei che è stata battez-
zata. Ma se c’è una donna e in particolare una diaconessa, non è
opportuno che le donne siano viste dagli uomini, ma [colui che
battezza] con l’imposizione della mano unga solo la testa. […]
Ma che un uomo reciti su di loro l’invocazione dei nomi divi-
ni nell’acqua» (The Didascalia Apostolorum in Syriac, c. 16, ed. A.
Voöbus, CSCO 408, Peeters, Louvain 1979, p. 156).
38
J.h. newman, Reformation of Eleventh Century, in Id.,
Essays Critical and Historical, 2 voll., Longmans, Green & Co.,
London 189010, II, p. 250.
39
J.m. VoSté, Pontificale Syrorum orientalium, id est
Chaldeorum. Versio latina, Typis Poliglottis Vaticanis, Civitas
Vaticana 1937-1938, pp. 82-83. Indicazioni assai precise si possono
trovare nelle Risoluzioni canoniche di Giacomo di Edessa (VII
secolo): «La diaconessa non ha assolutamente alcuna autorità
riguardo all’altare. Questo perché è stata ordinata per il servizio
alla chiesa, non per l’altare. Tale è invece l’autorità che ha: può
spazzare il santuario e accenderne la lampada, e ciò solo quando
il sacerdote, o il diacono, non c’è. […] Essa non deve toccare

85
Nella Tradizione non c’è nulla che giustifichi oggi
la proposta di ordinare delle «diaconesse». Tale desi-
derio è il frutto di una mentalità mossa da un falso
femminismo, nemico dell’intrinseca identità delle
donne. Questa tentazione, che mira a clericalizzare le
donne, è l’ultima personificazione di un clericalismo
di cui Papa Francesco ha giustamente denunciato la
rinascita. Le donne dovrebbero risultare degne di ri-
spetto soltanto in virtù dell’appartenenza al clero? Il
clericato sarebbe, quindi, l’unico modo di esistere e
di avere un proprio spazio nella Chiesa? Dobbiamo
attribuire alle donne tutto lo spazio che spetta loro in
quanto donne, e non invece concedere loro un po’ di
quello degli uomini! Sarebbe una tragica illusione. Si-
gnificherebbe dimenticare il necessario equilibrio ec-
clesiale tra carisma e istituzione.
La critica al celibato è senza alcun dubbio fonte di
confusione quanto al ruolo di ciascuno nella Chiesa:
uomini, donne, marito, sacerdote.

Sacramento dell’Ordine e battesimo


I recenti dibattiti intorno al Sinodo sull’Amazzonia
hanno messo in luce una nuova confusione riguardo
al significato del battesimo e della confermazione.

l’altare. Unge le donne adulte durante il battesimo, visita e si


prende cura di quelle malate. Questa l’unica autorità che hanno
le diaconesse» (The Synodicon in the West Syrian Tradition, ed. A.
Voöbus, CSCO 368, Peeters, Louvain 1976, p. 242).

86
Ho voluto essere presente a tutte le discussioni in
sala durante il Sinodo. Ho ascoltato gli uni e gli altri
sottolineare la necessità del passaggio da una pastora-
le della visita a una pastorale della presenza, e recla-
mare di conseguenza l’ordinazione al presbiterato di
diaconi permanenti sposati. È stato sottolineato come
le comunità dei protestanti evangelici siano pervenu-
te a mettere in atto tale pastorale della presenza, an-
che se, come abbiamo già osservato, le loro comunità
ecclesiali rifiutano il sacerdozio.
Le comunità cristiane amazzoniche hanno un biso-
gno urgente di una «diaconia della fede». Quando ho
udito pronunciare queste parole da un padre sinodale,
mi sono tornati in mente i miei anni da giovane vesco-
vo in una diocesi in cui i sacerdoti erano poco numero-
si. Avevo allora valutato che l’essenziale del mio lavo-
ro missionario dovesse riguardare il consolidamento e
la formazione dei catechisti. Erano loro i veri costrut-
tori delle nostre parrocchie. Mi ricordo dell’immensa
riconoscenza che provavo al vederli camminare mol-
te ore per andare di villaggio in villaggio, e lavorare
con abnegazione per trasmettere la fede. Credo che
siamo portati a dimenticare tutte le virtualità dinami-
che contenute nei sacramenti del battesimo e della
confermazione. Un cristiano battezzato e cresimato
deve diventare, secondo le parole di Papa Francesco,
un «discepolo missionario». Spetta, dunque, anzitut-
to ai battezzati assumere questa presenza della fede.
Perché volere a tutti i costi clericalizzarli? Non si ha
fiducia nella grazia della confermazione che ci rende

87
testimoni di Cristo? La testimonianza e l’annuncio do-
vrebbero essere riservate soltanto ai chierici? Anche
qui andiamo incontro a una confusione ecclesiologi-
ca. Il Vaticano II ci ha invitato a riconoscere il ruolo
dei laici nella missione della Chiesa: «I laici derivano il
dovere e il diritto all’apostolato dalla loro stessa unio-
ne con Cristo capo. Infatti, inseriti nel corpo mistico di
Cristo per mezzo del battesimo, fortificati dalla virtù
dello Spirito Santo per mezzo della cresima, sono de-
putati dal Signore stesso all’apostolato»40.
Se limitiamo la presenza della Chiesa a una presen-
za clericale, perdiamo l’apporto essenziale dell’eccle-
siologia conciliare. Dove è presente un battezzato, la
Chiesa vive. Dove un cresimato diffonde il Vangelo,
è Cristo stesso che lo annuncia. Avremo il coraggio di
uscire dalla nostra mentalità clericale? La storia delle
missioni ci invita a farlo. Vorrei ora soffermarmi un
po’ su questo tema.
La Chiesa del Giappone, fondata da san Francesco
Saverio nel 1549, ha subìto ben presto delle persecu-
zioni. I missionari sono stati martirizzati ed espulsi. I
cristiani hanno vissuto per due secoli senza una pre-
senza sacerdotale. Tuttavia, essi hanno continuato a
trasmettere la fede e il battesimo. In queste comunità
cristiane, i battezzati si erano distribuiti gli incarichi di
capo della comunità e di catechisti. Il battesimo aveva
dato tutti i suoi frutti di dinamismo e apostolato.

concIlIo VatIcano II, Decreto sull’apostolato dei laici


40

Apostolicam actuositatem, n. 3.

88
Ogni generazione di cristiani in Giappone insegna-
va all’altra i tre segni davanti ai quali avrebbero rico-
nosciuto il ritorno tra loro dei sacerdoti: «Essi saranno
celibi, avranno una statua di Maria, obbediranno al
Papa di Roma»41. Intuitivamente, i credenti avevano
identificato il celibato sacerdotale come una «nota» di-
stintiva della natura del sacerdozio e della Chiesa.
In Corea, per fare un altro esempio, la Chiesa è
nata dall’evangelizzazione da parte di laici battezzati,
tra cui Paolo Chong Hasang e Francesco Choi Kyung
Hwan. In Uganda, i martiri Charles Lwanga, Andrew
Kaggwa, Denis Ssebuggwaawo, Pontian Ngondwe,
John Kizito e i loro compagni, erano tutti giovani
cristiani cresciuti senza un sacerdote, ma così forte-
mente attaccati a Cristo da acconsentire a donare la
propria vita.
Vorrei citare ancora la bellissima testimonianza
di un sacerdote presente al Sinodo per l’Amazzonia,
missionario da venticinque anni in Angola: «Una volta
terminata la guerra civile nel 2002, ho potuto visita-
re comunità cristiane che, da 30 anni, non avevano
avuto l’eucaristia, né visto un sacerdote, ma sono ri-
maste salde nella fede ed erano comunità dinamiche,
guidate dal “catechista”, ministero fondamentale in
Africa, e da altri ministri: evangelizzatori, animatori

41
Cfr. S. KawamuRa, Pope Pius IX and Japan. The History of
an Oriental Miracle, Pontifical Gregorian University, Symposium
in the 75th Anniversary of Diplomatic Relations between Japan
and the Holy See, Rome 2017.

89
della preghiera, una pastorale con le donne, il servizio
ai più poveri»42.
Tutti questi esempi sottolineano come il celibato
sacerdotale e il dinamismo battesimale si sostengono
reciprocamente. L’ordinazione di uomini sposati sa-
rebbe un deprecabile segnale di clericalizzazione del
laicato. Provocherebbe un indebolimento dello zelo
missionario dei fedeli laici, e farebbe loro credere che
la missione sia riservata ai sacerdoti.
Da un punto di vista ecclesiologico, l’ordinazione
di uomini sposati produrrebbe, dunque, una vera con-
fusione degli stati di vita. Oscurerebbe il senso del ma-
trimonio e indebolirebbe l’apostolato dei battezzati.
Impedirebbe alla Chiesa di comprendersi come Sposa
amata da Cristo, e comporterebbe una confusione cir-
ca l’autentico ruolo delle donne al suo interno.
Non oso immaginare i gravissimi danni a cui an-
drebbe incontro l’unità della Chiesa universale se toc-
casse a ciascuna conferenza episcopale aprire a una
tale possibilità nel suo territorio.

Una sfida ecclesiologica ancor più grande


Queste confusioni sono segno di un grave errore
ecclesiologico. Abbiamo oggi la tentazione di ragiona-
re in modo puramente funzionale. Certo, la mancan-

Questa testimonianza è stata pubblicata sul sito del


42

Pontificio Istituto per le Missioni Estere (PIME), «Asia News»,


10 e 11 ottobre 2019.

90
za di sacerdoti in alcune regioni è reale. Ma è necessa-
rio per questo fornire una risposta il cui unico criterio
sia quello dell’efficacia umana? Guardiamo alla Chiesa
come a una istituzione sociale o come al Corpo misti-
co di Cristo vivificato dai carismi, cioè dai doni gratu-
iti offerti dallo Spirito Santo?
Il Cardinale Ratzinger, in una riflessione di grande
profondità, si domandava: «Che cosa sono, infatti, gli
elementi istituzionali portanti che improntano la Chie-
sa come stabile ordinamento della sua vita? Certo, ov-
viamente, il ministero sacramentale nei suoi vari gra-
di: episcopato, presbiterato, diaconato. Il sacramento,
che – significativamente – reca il nome di “Ordine”, è
in definitiva l’unica struttura permanente e vincolante
che, diremmo, dà alla Chiesa il suo stabile ordinamen-
to originario e la costituisce come “istituzione”. Ma
solo nel nostro secolo, verosimilmente per ragioni di
convenienza ecumenica, è diventato d’uso comune
designare il sacramento dell’Ordine semplicemente
come “ministero”, onde esso appare dall’unico punto
di vista dell’istituzione, della realtà istituzionale. Se-
nonché questo “ministero” è un “sacramento” e per-
tanto è evidente che viene infranta la comune conce-
zione sociologica di istituzione. Che l’unico elemento
strutturale permanente della Chiesa sia un sacramen-
to significa, al contempo, che esso deve essere conti-
nuamente ricreato da Dio. La Chiesa non ne dispone
autonomamente, non si tratta di qualcosa che esista
semplicemente e da determinare secondo le proprie
decisioni. Solo secondariamente si realizza per una

91
chiamata della Chiesa; primariamente, invece, si attua
per una chiamata di Dio rivolta a quegli uomini, vale
a dire in modo carismatico-pneumatologico. Ne con-
segue che può esser accolto e vissuto, sempre, solo in
forza della novità della vocazione, dell’indisponibili-
tà dello Spirito. Poiché le cose così stanno, poiché la
Chiesa non può istituire essa stessa semplicemente dei
“funzionari”, ma deve attendere la chiamata di Dio,
è per questa stessa ragione – e, in definitiva, solo per
questa – che può aversi penuria di preti. Pertanto fin
dagli esordi è stato chiaro che questo ministero non
può essere prodotto dall’istituzione, ma va impetra-
to da Dio. Fin dagli esordi è vera la parola di Gesù:
“La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate
dunque il padrone della messe che mandi operai nel-
la sua messe!” (Mt 9,37-38). Si capisce altresì, pertan-
to, che la chiamata dei Dodici sia stata frutto di una
notte di preghiera di Gesù (cfr. Lc 6,12-16). La Chiesa
latina ha esplicitamente sottolineato tale carattere ri-
gorosamente carismatico del ministero presbiterale,
e l’ha fatto – coerentemente ad antichissime tradizio-
ni ecclesiali – vincolando la condizione presbiterale
al celibato, che con tutta evidenza può essere inteso
solo come carisma personale, e non semplicemente
come peculiarità di un ufficio. La pretesa di separa-
re l’una dall’altro poggia, in definitiva, sull’idea che il
sacerdozio non debba essere inteso in una prospetti-
va carismatica, ma debba invece essere visto – per la
sicurezza dell’istituzione e delle sue esigenze – come
puro e semplice ministero che spetta all’istituzione

92
medesima conferire. Per chi vuole così assoggettare
il sacerdozio alla gestione amministrativa, con le sue
sicurezze istituzionali, ecco che il vincolo carismatico,
che si trova nella esigenza del celibato, è uno scandalo
da eliminare il più presto possibile. Ma allora anche la
Chiesa nel suo insieme viene intesa come un ordina-
mento puramente umano, e la sicurezza cui si mira in
tal modo alla fine non è più in grado di dare quello che
essa dovrebbe conseguire. Che la Chiesa sia non una
nostra istituzione bensì l’irrompere di qualcos’altro,
onde è per natura sua “iuris divini”, è un fatto dal qua-
le consegue che non possiamo mai crearcela da noi
stessi. Vale a dire che non ci è lecito mai applicarle
un criterio puramente istituzionale; vale a dire che la
Chiesa è interamente se stessa solo laddove sono tra-
scesi i criteri e le modalità delle istituzioni umane»43.
Si può misurare quale possa essere la gravità di
qualunque modifica della legge del celibato. Essa è la
pietra angolare di una sana ecclesiologia. È un baluar-
do che consente alla Chiesa di evitare la trappola che
consiste nel comprendersi come un’istituzione uma-
na le cui leggi sarebbero l’efficacia e la funzionalità.
Il celibato sacerdotale apre la porta alla gratitudine
all’interno del corpo ecclesiale. Protegge l’iniziativa
dello Spirito Santo e ci pone al riparo dal rischio di
ritenerci i maestri e i creatori della Chiesa. Ci fa pren-

43
J. RatzIngeR, I movimenti ecclesiali e la loro collocazione
teologica, in Id., Nuove irruzioni dello spirito. I movimenti nella
Chiesa, San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 2006, pp. 16-18.

93
dere sul serio l’affermazione di san Giovanni Paolo
II: «il celibato sacerdotale non è da considerarsi come
semplice norma giuridica, né come una condizione
del tutto esteriore per essere ammessi all’ordinazione,
bensì come un valore profondamente connesso con
l’ordinazione sacra, che configura a Gesù Cristo buon
Pastore e Sposo della Chiesa»44. Il celibato esprime e
manifesta come la Chiesa sia l’opera del Buon Pastore
prima di essere la nostra. Tuttavia, come osservava
ancora Joseph Ratzinger: «Naturalmente, accanto a
questo ordinamento fondamentale vero e proprio – il
sacramento – nella Chiesa esistono anche istituzioni
di diritto meramente umano, in ordine a molteplici
forme di amministrazione, organizzazione, coordina-
mento, che possono e debbono svilupparsi secondo le
esigenze dei tempi. Va, però, subito detto che la Chie-
sa ha, sì, bisogno di siffatte istituzioni, ma se queste
si fanno troppo numerose e preponderanti mettono
in pericolo l’ordinamento e la vitalità della sua realtà
spirituale»45.
La proposta di creare dei «ministeri» rientra in que-
sto quadro istituzionale «di diritto umano» che può
avere un’utilità, ma che non viene per primo, per
quanto, talvolta, sia necessario ai fini della missione
procedere a tali creazioni.

44
gIoVannI Paolo II, Esortazione apostolica Pastores dabo
vobis, n. 50.
45
J. RatzIngeR, I movimenti ecclesiali e la loro collocazione
teologica, op. cit., p. 18.

94
L’Istruzione Ecclesia de mysterio, pubblicata il 15
agosto 1997 con il titolo Su alcune questioni circa la col-
laborazione dei fedeli laici al ministero dei sacerdoti, ap-
provata da Papa Giovanni Paolo II e firmata da otto
capi di dicastero, rimane in materia l’autorità defini-
tiva che deve guidare la nostra azione. Essa precisa e
completa il Motu proprio, pubblicato nel 1972 da Paolo
VI, Ministeria quaedam, per la soppressione degli ordi-
ni minori. In essa viene sottolineato come l’utilizzo
del vocabolo «ministero» non è esente da ambiguità:
«Da un certo tempo è invalso l’uso di chiamare mi-
nisteri non solo gli officia (uffici) e i munera (funzioni)
esercitati dai Pastori in virtù del sacramento dell’Ordi-
ne, ma anche quelli esercitati dai fedeli non ordinati,
in virtù del sacerdozio battesimale. La questione lessi-
cale diviene ancor più complessa e delicata quando si
riconosce a tutti i fedeli la possibilità di esercitare – in
veste di supplenti, per deputazione ufficiale elargita
dai Pastori – alcune funzioni più proprie dei chierici,
le quali, tuttavia, non esigono il carattere dell’Ordi-
ne. Bisogna riconoscere che il linguaggio si fa incerto,
confuso, e quindi non utile per esprimere la dottrina
della fede, tutte le volte che, in qualsiasi maniera, si
offusca la differenza “di essenza e non solo di grado”
che intercorre tra il sacerdozio battesimale e il sacer-
dozio ordinato»46.

46
Istruzione Ecclesia de mysterio, Disposizioni pratiche,
articolo 1, § 1: Necessità di una terminologia appropriata.

95
Di conseguenza, conviene anche ricordare che
«Gli officia, loro affidati temporaneamente, sono in-
vece esclusivamente frutto di una deputazione della
Chiesa. Solo il costante riferimento all’unico e fontale
“ministero di Cristo” […] permette, in una certa mi-
sura, di applicare anche ai fedeli non ordinati, senza
ambiguità, il termine ministero: senza, cioè, che esso
venga percepito e vissuto come indebita aspirazione
al ministero ordinato, o come progressiva erosione del-
la sua specificità. In questo senso originario, il termine
ministero (servitium) esprime soltanto l’opera con cui
membri della Chiesa prolungano, al suo interno e per
il mondo, la missione e il ministero di Cristo. Quando,
invece, il termine viene differenziato nel rapporto e
nel confronto tra i diversi munera e officia, allora oc-
corre avvertire con chiarezza che solo in forza della
sacra Ordinazione esso ottiene quella pienezza e uni-
vocità di significato che la tradizione gli ha sempre
attribuito»47.
Bisogna essere precisi circa la scelta del vocabo-
lario48. Certe abitudini terminologiche finiscono per

47
Ibidem, articolo 1, § 2.
48
Ibidem, articolo 1, § 3: «Il fedele non ordinato può assumere
la denominazione generica di “ministro straordinario”, solo se
e quando è chiamato dall’Autorità competente a compiere,
unicamente in funzione di supplenza, gli incarichi, di cui al can.
230, § 3, nonché ai cann. 943 e 1112. Naturalmente può essere
utilizzato il termine concreto con cui viene canonicamente
determinata la funzione affidata, ad es. catechista, accolito,
lettore, ecc. La deputazione temporanea nelle azioni liturgiche,

96
creare confusioni dottrinali gravi. Il principio teologi-
co deve essere chiaro: «non è il compito a costituire il
ministero, bensì l’ordinazione sacramentale»49. I mi-
nisteri non ordinati non sono in se stessi frutto di una
vocazione personale, ossia una vocazione a uno stato
di vita. Sono servizi che ciascun battezzato può rende-
re alla Chiesa per un determinato periodo.
Eppure, sottolinea Joseph Ratzinger, «è natural-
mente comprensibile che, qualora le facciano a lungo
difetto le vocazioni sacerdotali, la Chiesa sia tentata di
procurarsi, per così dire, un clero sostitutivo di diritto
puramente umano. […] Ma se in tutto questo si tra-
scurasse la preghiera per le vocazioni al sacramento,
se qua o là la Chiesa cominciasse a bastare in tal modo
a se stessa e diremmo quasi a rendersi autonoma dal
dono di Dio, essa si comporterebbe come Saul, che
nella gran tribolazione filistea aspettò bensì a lungo
Samuele, ma allorché questi non si fece vedere e il po-
polo cominciò a disperdersi, perse la pazienza e offrì
lui stesso l’olocausto. A lui, che aveva pensato di non
poter proprio agire altrimenti in stato d’emergenza
e di potersi, anzi doversi permettere di prendere in
mano egli stesso la causa di Dio, fu detto che proprio
per questo si era giocato tutto: obbedienza io voglio,

di cui al can. 230, § 2, non conferisce alcuna denominazione


speciale al fedele non ordinato».
49
Ibidem, Principi teologici, § 2: Unità e diversificazione dei
compiti ministeriali.

97
non sacrificio (cfr. 1Sam 13,8-14; 15,22)»50. La crea-
zione di «ministeri» laici deve, quindi, essere valutata
con grande circospezione. Dobbiamo guardarci dal
metterci al posto di Dio e dall’organizzare la Chiesa
in modo puramente umano. È necessario ritrovare il
coraggio di persistere nella preghiera per le vocazioni.
È fondamentale riconoscere l’importanza del celi-
bato sacerdotale perché la Chiesa possa comprendere
se stessa. L’efficacia, l’organizzazione, comprese in
modo puramente umano, non possono guidare le no-
stre decisioni. Dobbiamo imparare a fare posto allo
Spirito Santo nel nostro governo e nei nostri progetti
pastorali.

Arretramento nella comprensione del sacerdozio


Vorrei proseguire questo studio sottolineando
come l’ordinazione di uomini sposati possa rappre-
sentare un arretramento nel lavoro compiuto dal-
la Chiesa in vista di una migliore comprensione del
sacerdozio.

Ma che cos’è mai un’eccezione?


Mi si potrebbe obiettare che esistono già delle ec-
cezioni, e che uomini sposati sono stati ordinati sacer-
doti nella Chiesa latina pur continuando a vivere more

50
J. RatzIngeR, I movimenti ecclesiali e la loro collocazione
teologica, op. cit., p. 19.

98
uxorio con le proprie mogli. Si tratta certamente di ec-
cezioni, nel senso che questi casi procedono da una
situazione singolare che non deve essere condotta a
ripetersi. È il caso, per esempio, dell’entrata nella pie-
na comunione di pastori protestanti sposati, destinati
a ricevere l’ordinazione sacerdotale. Un’eccezione è
transitoria per definizione, e costituisce una parentesi
nell’ordine normale e naturale delle cose. Non è però
questo il caso di una remota regione in cui manchino
i sacerdoti. La loro scarsità non rappresenta una situa-
zione eccezionale. Tale stato di cose è comune a tutte
le terre di missione, e anche ai Paesi dell’Occidente se-
colarizzato. Una Chiesa nascente è priva di sacerdoti
per definizione. La Chiesa primitiva si è trovata nella
stessa situazione. Abbiamo però visto che essa non ha
rinunciato al principio della continenza dei chierici.
L’ordinazione di uomini sposati, foss’anche di diaconi
permanenti, non costituisce un’eccezione, bensì uno
strappo, una ferita nella coerenza del sacerdozio. Par-
lare di eccezione sarebbe un abuso linguistico o una
menzogna.
La mancanza di sacerdoti non può giustificare tale
strappo; ancora una volta, infatti, non si tratta di una
situazione eccezionale. Anzi, l’ordinazione di uomini
sposati in seno a giovani comunità cristiane impedi-
rebbe la nascita in esse di vocazioni sacerdotali di preti
celibatari. L’eccezione diventerebbe uno stato di cose
permanente, pregiudiziale per la corretta comprensio-
ne del sacerdozio.

99
Del resto, l’affermazione secondo la quale l’ordi-
nazione di uomini sposati rappresenterebbe una so-
luzione di fronte alla penuria di preti è un’illusione.
Avvertiva già san Paolo VI: «Non si può senza riserve
credere che con l’abolizione del celibato ecclesiastico
crescerebbero per ciò stesso, e in misura considere-
vole, le sacre vocazioni: l’esperienza contemporanea
delle Chiese e delle comunità ecclesiali che consento-
no il matrimonio ai propri ministri sembra deporre al
contrario»51. Il numero dei sacerdoti non aumentereb-
be in maniera degna di nota. Anzi, la retta compren-
sione del sacerdozio e della Chiesa verrebbe perma-
nentemente oscurata.
Nell’ottica dell’ordinazione di uomini sposati, alcu-
ni teologi si sono spinti persino a prendere in conside-
razione la possibilità di adattare il sacerdozio riducen-
dolo alla sola amministrazione dei sacramenti. Tale
proposta, che mira a separare i tria munera (santifica-
zione, insegnamento, governo) è in totale contraddi-
zione con l’insegnamento del Concilio Vaticano II,
che afferma la loro unità sostanziale (Presbyterorum Or-
dinis, nn. 4-6). Tale progetto, teologicamente assurdo,
rivela una concezione funzionalista del sacerdozio.
Insieme a Benedetto XVI ci siamo spesso domandati
come, in questa prospettiva, si possa sperare ancora
nella nascita di vocazioni. Che dire del progetto di giu-
stapposizione di un clero sposato e di un clero celiba-

51
Paolo VI, Lettera enciclica Sacerdotalis caelibatus, 24
giugno 1967, n. 49.

100
tario?52 Si corre il rischio che si insinui nello spirito dei
fedeli l’idea di un alto e di un basso clero53.

Celibato eucaristico
La richiesta di ordinare uomini sposati rivela un
profondo misconoscimento del legame ontologico
tra celibato e sacerdozio. Gli ambienti universita-
ri occidentali hanno talvolta diffuso una concezione
puramente legale e disciplinare del celibato. Si sono
spinti persino ad affermare che il celibato è elemento
proprio della vita religiosa e che dovrebbe esserle ri-
servato. San Giovanni Paolo II aveva invece sottoline-
ato come sia «importante che il sacerdote comprenda
la motivazione teologica della legge ecclesiastica sul
celibato»54.

52
Cfr. F. loBIngeR, Preti per domani. Nuovi modelli per nuovi
tempi, EMI, Bologna 2009.
53
Nel 1873, il vescovo di Bergamo, Mons. Pier Luigi Spe-
ranza, volle passare da una pastorale della visita a una pastorale
della presenza nelle frazioni e nei piccoli villaggi di montagna.
Decise di assegnare a tutti un sacerdote residente proveniente
dalla comunità locale. Nell’arco di una quindicina di anni, fu-
rono ordinati centocinquanta uomini anziani, vedovi o celibi,
dopo una formazione rudimentale all’interno di un apposito se-
minario. Nel 1888 si dovette interrompere l’esperienza, perché
il popolo cristiano disprezzava profondamente questi preti che
nella maggior parte dei casi non confessavano.
54
gIoVannI Paolo II, Esortazione apostolica Pastores dabo
vobis, n. 22.

101
Vorrei ora accostare questo insegnamento teologi-
co per trarne alcune conseguenze pastorali. Il senso
sponsale del celibato che abbiamo già evocato deve
essere precisato. Il celibato sacerdotale, infatti, proce-
de da una necessaria sponsalità eucaristica55.
San Paolo VI lo suggeriva già nel 1967: «Preso da
Cristo Gesù fino all’abbandono totale di tutto se stes-
so a lui, il sacerdote si configura più perfettamente a
Cristo anche nell’amore col quale l’eterno Sacerdote
ha amato la Chiesa, o Corpo, offrendo tutto se stes-
so per lei, al fine di farsene una sposa gloriosa, santa
e immacolata. La verginità consacrata dei sacri mini-
stri manifesta infatti l’amore verginale di Cristo per
la Chiesa e la verginale e soprannaturale fecondità di
questo connubio»56.
Cristo si è offerto sull’altare della Croce. Ogni gior-
no il sacerdote rinnova questa oblazione pronuncian-
do le parole: «Questo è il mio corpo offerto in sacri-
ficio per voi». Tali parole assumono per lui il senso
dell’associarsi all’offerta virginale di Cristo. Ogni volta
che un sacerdote ripete: «Questo è il mio corpo», offre
il proprio corpo sessuato in continuità con il sacrificio
della Croce.
In un’omelia pronunciata in occasione del mio
Giubileo d’oro sacerdotale, il 28 settembre 2019, ri-

55
Cfr. l. touze, Théologie du célibat sacerdotal, «Nova et
vetera» 94 (2019) 2, pp. 138-141.
56
Paolo VI, Lettera enciclica Sacerdotalis caelibatus, 24
giugno 1967, n. 26.

102
cordavo: «Un sacerdote è un uomo che sta al posto di
Dio, un uomo che è rivestito di tutti i poteri di Dio.
Osservate la forza del sacerdote! La sua lingua fa di
un pezzo di pane un Dio»57. Ora, questo miracolo non
potrà realizzarsi se non nella misura in cui accettiamo
di essere crocifissi con Cristo. Ciascuno di noi deve
accettare di ripetere con san Paolo: «Sono stato croci-
fisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo
vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella
fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se
stesso per me» (Gal 2,19-20). Soltanto in virtù della
Croce, al termine di una prodigiosa discesa negli abis-
si dell’umiliazione, il Figlio di Dio dona ai sacerdoti
il divino potere dell’Eucaristia. L’intimo dinamismo
del sacerdote, il pilastro su cui si costruisce la sua esi-
stenza sacerdotale è – come affermava san Josemaría
Escrivá – la Croce di Nostro Signore Gesù Cristo. Egli
lo proclamava nel suo motto: «In laetitia nulla dies sine
cruce: nella gioia, nessun giorno senza la Croce». Ora,
la gioia del sacerdote è pienamente vissuta nella santa
Messa. Questa è la ragion d’essere della sua esistenza
e ciò che dà senso alla sua vita. All’altare il prete sta
davanti all’ostia. Gesù lo guarda ed egli guarda Gesù.
Siamo pienamente consapevoli di che cosa significhi
avere Cristo stesso veramente presente davanti agli
occhi? In ogni Messa, il sacerdote si trova faccia a fac-
cia con Gesù. Solo così il prete è identificato, confi-

57
San gIoVannI maRIa VIanney, citato in B. naudet, Jean-
Marie Vianney, curé d’Ars. Sa pensée, sa cœur, Cerf, Paris 2007.

103
gurato a Gesù Cristo. Non diventa semplicemente un
Alter Christus, un altro Cristo. Egli è veramente Ipse
Christus, è Cristo stesso. Viene investito dalla perso-
na di Cristo, configurato mediante una identificazio-
ne speciale e sacramentale (cfr. Ecclesia de Eucharistia,
n. 29). Diceva ancora Josemaría Escrivá in un’omelia
pronunciata il 13 aprile 1973: «È opportuno ricordare,
con caparbia insistenza, che tutti i sacerdoti – sia noi
peccatori che quelli che sono santi – quando celebra-
no la santa Messa non sono più se stessi. Sono Cristo
che rinnova sull’Altare il suo divino Sacrificio del Cal-
vario»58. Presso l’altare, infatti, non presiedo io la Mes-
sa che ci ha riuniti, ma è Gesù che la presiede in me.
Benché io ne sia indegno, Gesù è veramente presente
nella persona del celebrante. Io sono Cristo: che terri-
bile affermazione! Che tremenda responsabilità! Sono
presso l’altare nel suo nome e al posto suo (cfr. Lumen
gentium, n. 28). Consacro il pane e il vino in persona
Christi, dopo avere consegnato a lui il mio corpo, la
mia voce, il mio povero cuore, ripetutamente insoz-
zato da molti peccati. Prima di ogni celebrazione eu-
caristica, se rimaniamo filialmente rannicchiati tra le
sue braccia, la Vergine Maria ci rende pronti a conse-
gnare corpo e anima a Gesù Cristo, perché si realizzi
il miracolo dell’Eucaristia. La Croce, l’Eucaristia e la
Vergine Maria plasmano, strutturano, nutrono e con-
solidano la nostra vita cristiana e sacerdotale. Capite

58
Cfr. J. eScRIVá, La Chiesa nostra Madre, Ares, Milano 1993,
p. 44.

104
perché ogni cristiano, e, in modo ancor più speciale,
il sacerdote, debba fondare la propria vita interiore su
queste tre realtà: Crux, Hostia et Virgo? La Croce ci fa
nascere alla vita divina. Senza Eucaristia non possia-
mo vivere. La Vergine, come una madre, veglia atten-
tamente sulla nostra crescita spirituale. Ella ci educa
a diventare grandi nella fede. Gesù ci rivela il segreto
di questo celeste nutrimento, nel quale la sua carne
diventa nostro alimento. Così, possiamo vivere della
sua vita, in una inaudita intimità con lui. Il sacerdote è
davvero l’amico di Gesù. Si offre a Dio. Si offre a tutta
la Chiesa e a ciascuno dei fedeli a cui è inviato. Il sacer-
dote impara la logica del suo celibato nell’Eucaristia.
«Agendo in persona di Cristo, il sacerdote si unisce più
intimamente alla offerta, deponendo sull’altare tutta
intera la propria vita, che reca i segni dell’olocausto»59.
Egli impara nel sacrificio eucaristico che cosa signifi-
chi il dono totale di sé.
Il celibato sacerdotale nasce dall’Eucaristia. Esso
conferisce a tutta la vita del sacerdote un significato
sacrificale: «Dall’Eucaristia riceve la grazia e la respon-
sabilità di connotare in senso “sacrificale” la sua intera
esistenza»60. Il legame tra continenza e celebrazione
eucaristica, da sempre percepito dal sensus fidei dei
fedeli, tanto in Occidente quanto in Oriente, non ha

59
Paolo VI, Lettera enciclica Sacerdotalis caelibatus, 24
giugno 1967, n. 29.
60
gIoVannI Paolo II, Esortazione apostolica Pastores dabo
vobis, n. 23.

105
dunque nulla a che vedere con un tabù rituale relati-
vo alla sessualità. Si tratta di una percezione profonda
della «forma eucaristica dell’esistenza cristiana»61.
Il celibato si presenta come il portale d’ingresso
sacerdotale di questa forma eucaristica. Nessuno può
rimanere fedele al celibato senza la celebrazione quo-
tidiana della Messa. Nell’Eucaristia, il sacerdote rice-
ve il celibato come un dono. Si potrebbe riassumere
questo legame tra celebrazione eucaristica e celibato
con le parole del Cardinale Marc Ouellet: il celibato
«corrisponde all’impegno eucaristico del Signore che,
per amore, ha consegnato il proprio corpo una volta
per tutte e sino all’estremo della distribuzione sacra-
mentale, e che reclama da colui che ha chiamato una

61
Benedetto XVI, Esortazione apostolica Sacramentum
caritatis, n. 80. «Oltre al legame con il celibato sacerdotale, il
Mistero eucaristico manifesta un intrinseco rapporto con la
verginità consacrata, in quanto questa è espressione della
dedizione esclusiva della Chiesa a Cristo, che essa accoglie
come suo Sposo con fedeltà radicale e feconda. Nell’Eucaristia
la verginità consacrata trova ispirazione ed alimento per la
sua dedizione totale a Cristo. Dall’Eucaristia inoltre essa trae
conforto e spinta per essere, anche nel nostro tempo, segno
dell’amore gratuito e fecondo che Dio ha verso l’umanità.
Infine, mediante la sua specifica testimonianza, la vita consacrata
diviene oggettivamente richiamo e anticipazione di quelle
“nozze dell’Agnello” (Ap 19,7.9), in cui è posta la meta di tutta
la storia della salvezza. In tal senso essa costituisce un efficace
rimando a quell’orizzonte escatologico di cui ogni uomo ha
bisogno per poter orientare le proprie scelte e decisioni di vita»
(ibidem, n. 81).

106
risposta dello stesso ordine, e cioè totale, irrevocabile
e incondizionata»62. Se Cristo dona se stesso come nu-
trimento, allora anche il sacerdote deve essere a sua
volta «un uomo crocifisso e mangiato», secondo l’e-
spressione del beato Antoine Chevrier. Il celibato ne è
il segno e la realizzazione concreta. Sono intimamen-
te persuaso che il popolo cristiano «riconosca» i suoi
preti grazie a tale segno. Attraverso il senso della fede,
i fedeli di ogni cultura riconoscono immancabilmente
Cristo offerto per tutti nel sacerdote celibatario.

Celibato sacerdotale e inculturazione


Vorrei esprimere di conseguenza la mia assai pro-
fonda indignazione quando sento dire che l’ordinazio-
ne di uomini sposati è una necessità poiché le popo-
lazioni dell’Amazzonia non comprendono il celibato,
o che questa realtà sarà sempre estranea alla loro cul-
tura. In questo genere di argomenti rilevo una men-
talità sprezzante, neocolonialista e paternalista che
mi turba. Tutti i popoli del mondo sono in grado di
comprendere la logica eucaristica del celibato sacer-
dotale. Queste popolazioni sarebbero sprovviste del
senso della fede? È ragionevole pensare che la grazia
di Dio risulti inaccessibile alle popolazioni dell’Amaz-
zonia, e che Dio li privi del dono del celibato sacer-
dotale che da tanti secoli la Chiesa costudisce come

62
m. ouellet, Amici dello Sposo. Per una visione rinnovata del
celibato sacerdotale, Cantagalli, Siena 2019, pp. 71-72.

107
un prezioso gioiello? Non esiste cultura che la grazia
di Dio non possa raggiungere e trasformare. Quando
Dio penetra in una cultura, non la lascia inalterata. La
destabilizza e la purifica. La trasforma e la divinizza.
Per quale motivo, nelle zone più remote dell’Amaz-
zonia, dovrebbero presentarsi maggiori difficoltà nel
comprendere il celibato sacerdotale? Non dobbiamo
temere che il celibato si scontri con le culture locali.
Gesù ci dice: «Non sono venuto a portare pace, ma
una spada» (Mt 10,34). Il contatto tra il Vangelo e una
cultura che non lo conosce è sempre destabilizzante.
Anche i Giudei e i Greci dei primi secoli sono rimasti
sconcertati dal celibato per il Regno. È uno scandalo
per il mondo e lo sarà sempre, perché rende presente
lo scandalo della Croce.
Alcuni missionari occidentali non comprendono il
senso profondo del celibato e proiettano i propri dub-
bi sui popoli Amazzonici. Vorrei evocare l’illuminan-
te testimonianza di un missionario presente al Sinodo
che ben conosce la situazione locale. Padre Martin La-
sarte anima le quarantasette comunità missionarie sa-
lesiane della regione, che contano seicentododicimila
cristiani appartenenti a sessantadue differenti grup-
pi etnici63: «In America Latina non mancano esempi
positivi, come tra i Q’eqchi del Guatemala centrale
(Verapaz), dove, nonostante l’assenza di sacerdoti in
alcune comunità, i ministri laici guidano comunità

Studio del 20 maggio 2019 pubblicato sul sito ufficiale del


63

PIME, «Asia News», 10 e 11 ottobre 2019.

108
vive, ricche di ministeri, liturgie, itinerari catechisti-
ci, missioni, tra le quali i gruppi evangelici hanno po-
tuto penetrare molto poco. Nonostante la scarsità di
sacerdoti per tutte le comunità, è una Chiesa locale
ricca di vocazioni sacerdotali indigene, dove sono sta-
te fondate persino congregazioni religiose femminili
e maschili di origine totalmente locale. Ma in Amaz-
zonia avviene il contrario. La mancanza di vocazioni
al sacerdozio e alla vita religiosa in Amazzonia è una
sfida pastorale o è piuttosto la conseguenza di scelte
teologico-pastorali che non hanno dato i risultati pre-
visti o risultati solo parziali? A mio parere, la proposta
dei viri probati come soluzione all’evangelizzazione è
una proposta illusoria, quasi magica, che non tocca
il vero problema di fondo»64. Padre Lasarte porta an-
che l’esempio di circa cinquemila popoli ed etnie che
vivono lungo il fiume Congo. Qui il cristianesimo è
considerato talvolta come la religione della potenza
coloniale. Tuttavia, la fioritura delle Chiese africane
è promettente. Nel corso degli ultimi dieci anni le
vocazioni sacerdotali sono aumentate del 32%, e la
tendenza si mantiene costante. Così proseguiva Padre
Lasarte: «L’inevitabile domanda che si pone è: come
è possibile che popoli con tante somiglianze antropo-
logico-culturali con i popoli amazzonici, nei loro riti,
miti, il forte senso comunitario, la comunione con il
cosmo, la profonda apertura religiosa… abbiano fat-
to fiorire comunità cristiane e vocazioni sacerdotali,

64
Ibidem.

109
mentre in alcune parti dell’Amazzonia, dopo 200, 400
anni c’è una sterilità ecclesiale e vocazionale? Ci sono
diocesi e congregazioni lì presenti da oltre un secolo
che non hanno una sola vocazione indigena locale»65.
In tutte le regioni del mondo le comunità cristiane
incontrano prove e difficoltà, ma si può osservare che
là dove è presente un’azione evangelizzatrice seria,
autentica e continua, le vocazioni al sacerdozio non
mancano.
In questa linea, Papa Francesco non teme di affer-
mare con lucidità e coraggio: «In molti luoghi scarseg-
giano le vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata.
Spesso questo è dovuto all’assenza nelle comunità di
un fervore apostolico contagioso, per cui esse non en-
tusiasmano e non suscitano attrattiva. Dove c’è vita,
fervore, voglia di portare Cristo agli altri, sorgono
vocazioni genuine. […] è la vita fraterna e fervorosa
della comunità che risveglia il desiderio di consacrarsi
interamente a Dio e all’evangelizzazione, soprattutto
se tale vivace comunità prega insistentemente per le
vocazioni e ha il coraggio di proporre ai suoi giovani
un cammino di speciale consacrazione»66.
Il Papa tocca il punto nevralgico della questione: la
mancanza di fede e di fervore apostolico. Si è rinun-
ciato ad annunciare Cristo. Sono persuaso che se si

65
Ibidem.
66
PaPa FRanceSco, Esortazione apostolica Evangelii gau-
dium, n. 107.

110
proponesse ai giovani di impegnarsi nell’evangelizza-
zione, le vocazioni missionarie aumenterebbero.
Purtroppo, però, con la scusa di una inculturazio-
ne mal compresa, spesso ci si accontenta di difendere
i diritti dei popoli e di adoperarsi in favore del loro
sviluppo economico. Questo non è il cuore della mis-
sione che Gesù ci ha affidato. Egli ci ha detto: «Andate
dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole
nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo,
insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho co-
mandato» (Mt 28,19-20). In questo modo ci prendia-
mo molta cura dei popoli, ma non abbastanza per an-
nunciare il nucleo centrale della nostra fede. Mi costa
riconoscerlo, ma a volte i protestanti evangelici sono
più fedeli di noi a Cristo. Siamo diventati esperti in
campo sociale, politico o ecologico. Tuttavia, come ci
ricordava Benedetto XVI, «Dai sacerdoti i fedeli atten-
dono soltanto una cosa: che siano degli specialisti nel
promuovere l’incontro dell’uomo con Dio»67.
Papa Francesco ha esposto molto chiaramente que-
sto problema nel suo discorso di chiusura del Sinodo.
Ha evocato il necessario rinnovamento dello zelo
missionario. Ha sottolineato in maniera assai lucida
che l’evangelizzazione costituisce il centro della rifles-
sione sinodale: la sfida è rappresentata dall’annuncio
della salvezza in Gesù Cristo. Così, per rispondere al
suo appello, attraverso il celibato sacerdotale «voglia-

67
Benedetto XVI, Discorso in occasione dell’incontro con il
clero polacco, 25 marzo 2006.

111
mo andare avanti e rendere presente questo scandalo
di una fede che pone tutta l’esistenza su Dio»68. In un
nuovo slancio di evangelizzazione, attraverso il ce-
libato, vogliamo rendere presente ciò che il mondo
non vuole vedere: solo Dio basta. Solo Lui può salvar-
ci e renderci pienamente felici.

Verso un sacerdozio radicalmente evangelico


Il sacerdozio sta attraversando una crisi. Orribili
scandali hanno sfigurato il suo volto e sconvolto nel
mondo intero molti sacerdoti. Ora, nella Chiesa le cri-
si sono state sempre superate grazie a un ritorno alla
radicalità del Vangelo, e non mediante l’adozione di
criteri mondani.
Il celibato è uno scandalo per il mondo. E noi sia-
mo tentati di attenuarlo. Al contrario, affermava san
Giovanni Paolo II, è necessario riscoprire che «Lo
Spirito, consacrando il sacerdote e configurandolo
a Gesù Cristo Capo e Pastore, crea un legame che,
situato nell’essere stesso del sacerdote, chiede di es-
sere assimilato e vissuto in maniera personale, cioè
cosciente e libera, mediante una comunione di vita e
di amore sempre più ricca e una condivisione sempre
più ampia e radicale dei sentimenti e degli atteggia-
menti di Gesù Cristo. In questo legame tra il Signore
Gesù e il sacerdote, legame ontologico e psicologico,

68
Id., Colloquio con i sacerdoti, Veglia in occasione dell’incon-
tro internazionale dei sacerdoti, 10 giugno 2010.

112
sacramentale e morale, sta il fondamento e nello stes-
so tempo la forza per quella “vita secondo lo Spirito” e
per quel “radicalismo evangelico” al quale è chiamato
ogni sacerdote»69.
La crisi del sacerdozio non si risolverà indebolendo
il celibato. Al contrario, sono persuaso che il futuro del
sacerdozio risieda nel radicalismo evangelico. I sacer-
doti devono vivere il celibato e una certa povertà. Essi
vi sono chiamati in modo particolare. Il celibato, la
povertà e la fraternità vissuti nell’obbedienza da parte
dei sacerdoti non rappresentano soltanto dei mezzi di
santificazione personale; diventano segni e strumenti
di una vita specificamente sacerdotale: «il sacerdote
è chiamato a viverli secondo quelle modalità, e più
profondamente secondo quelle finalità e quel signifi-
cato originale, che derivano dall’identità propria del
presbitero e la esprimono»70. La logica di spogliazione
indotta dal celibato deve spingersi fino all’obbedienza
e alla rinuncia nella povertà. Lo afferma con forza Be-
nedetto XVI: «Senza un tale abbandono delle proprie
cose non c’è Sacerdozio. La chiamata alla sequela non
è possibile senza questo segno di libertà e di rinunzia
di qualsiasi compromesso»71.

69
gIoVannI Paolo II, Esortazione apostolica Pastores dabo
vobis, n. 72.
70
Ibidem, n. 27.
71
J. RatzIngeR, Il cammino pasquale, Àncora, Milano 20064,
p. 157.

113
Il concetto pieno di sacerdozio include una vita
secondo i consigli evangelici. Ritengo sia giunto il
momento che i vescovi assumano mezzi concreti per
proporre ai propri sacerdoti questa vita «pienamente
sacerdotale», vita comune nella preghiera, nella po-
vertà, nel celibato e nell’obbedienza. Più i sacerdoti
vivranno la radicalità evangelica, più la loro identi-
tà e la loro vita quotidiana risulteranno coerenti. Si
prospetta qui un lavoro di riforma da intraprendere,
cioè di ritorno alle fonti. Non sto confondendo la vita
sacerdotale con quella religiosa72. Affermo solenne-
mente che il sacerdozio è uno stato di vita che implica
un’esistenza donata e consacrata nella verità.
Una vita secondo il mondo in un’anima sacerdotale
può produrre soltanto un sentimento di incoerenza,
di incompiutezza e di frammentarietà. «Nessuno può
servire a due padroni» (Mt 6,24).
Cari confratelli sacerdoti, permettetemi di rivolger-
mi direttamente a voi. Gli scandali sessuali scoppiano
a un ritmo regolare. Vengono largamente amplificati
dai social network. E ci coprono di vergogna, perché
mettono direttamente in dubbio le nostre promesse
di celibato sull’esempio di Cristo. Come possiamo tol-
lerare che alcuni nostri confratelli abbiano profanato

72
Lo stato di vita sacerdotale non esige per sua natura la
professione dei consigli evangelici, ma una vita secondo i con-
sigli. È compito dei religiosi essere stati consacrati, mediante la
professione dei voti, in vista di diventare segni profetici della
radicalità evangelica nella Chiesa (cfr. Lumen gentium, n. 44; PIo
XII, Allocuzione Annus Sacer, 8 dicembre 1950).

114
la sacra innocenza dei bambini? Come potremmo spe-
rare una fecondità missionaria se in segreto vengono
commesse tali atrocità? Ciò accresce la nostra soffe-
renza e la nostra solitudine. Alcuni di voi sono oppres-
si dal lavoro. Altri celebrano dentro a chiese vuote. A
tutti voglio ricordare: l’esperienza della Croce rivela la
verità della nostra vita. Proclamando la verità di Dio,
voi salite sulla Croce. Senza di voi l’umanità sarebbe
meno grande e meno bella. Siete il baluardo vivente
della verità, perché avete accettato di amarla fino alla
Croce. Non siete i difensori di una verità astratta o
di un partito. Avete deciso di soffrire con amore per
Gesù Cristo. Voi tutti, sacerdoti nascosti e dimentica-
ti, che talvolta siete disprezzati dalla società, che siete
fedeli alle promesse della vostra ordinazione, fate tre-
mare le potenze di questo mondo. Rammentate loro
che nulla resiste alla forza del dono della vostra vita
per la verità. La vostra presenza risulta insopportabile
al Principe della menzogna.
Il celibato rivela l’essenza stessa del sacerdozio cri-
stiano. Parlarne come di una realtà secondaria è do-
loroso per tutti i preti del mondo. Sono intimamente
convinto che la relativizzazione del celibato sacerdo-
tale significherebbe ridurre il sacerdozio a una sempli-
ce funzione. Esso, però, non è una funzione, ma uno
stato di vita.

115
La vocazione sacerdotale: una vocazione alla preghiera
Cari confratelli sacerdoti, cari seminaristi che vi
preparate al sacerdozio, sono a conoscenza del fatto
che molti tra voi soffrono terribilmente nel vedere il
celibato criticato e disprezzato. So come vi sentite soli
e abbandonati da coloro da cui vi aspettate un soste-
gno. Non lasciatevi turbare dalle piccole opinioni te-
ologiche, vane e miserabili, del momento. Se arrivate
a dubitare della vostra vocazione o a essere tentati di
fare un passo indietro di fronte alle esigenze del ce-
libato, meditate sulle parole piene di luce e di forza
di Benedetto XVI: Gesù «ci sostiene. Fissiamo sempre
di nuovo il nostro sguardo su di Lui e stendiamo le
mani verso di Lui. Lasciamo che la sua mano ci pren-
da, e allora non affonderemo […]. Una mia preghiera
preferita è la domanda che la liturgia ci mette sulle
labbra prima della Comunione: “… non permettere
che sia mai separato da te”. Chiediamo di non cadere
mai fuori della comunione col suo Corpo, con Cristo
stesso, di non cadere mai fuori del mistero eucaristico.
Chiediamo che Egli non lasci mai la nostra mano… Il
Signore ha posto la sua mano su di noi. Il significato di
tale gesto lo ha espresso nelle parole: “Non vi chiamo
più servi, perché il servo non sa quello che fa il padro-
ne; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho
udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi” (Gv 15,15).
Non vi chiamo più servi, ma amici: in queste parole
si potrebbe addirittura vedere l’istituzione del sacer-
dozio. Il Signore ci rende suoi amici: ci affida tutto; ci
affida se stesso, così che possiamo parlare con il suo Io

116
– in persona Christi capitis. Che fiducia! Egli si è davve-
ro consegnato nelle nostre mani […]. Non vi chiamo
più servi ma amici. È questo il significato profondo
dell’essere sacerdote: diventare amico di Gesù Cristo.
Per questa amicizia dobbiamo impegnarci ogni gior-
no di nuovo. Amicizia significa comunanza nel pen-
sare e nel volere. In questa comunione di pensiero
con Gesù dobbiamo esercitarci, ci dice san Paolo nella
Lettera ai Filippesi (cfr. 2,2-5). E questa comunione di
pensiero non è una cosa solamente intellettuale, ma è
comunanza dei sentimenti e del volere e quindi anche
dell’agire. Ciò significa che dobbiamo conoscere Gesù
in modo sempre più personale, ascoltandolo, vivendo
insieme con Lui, trattenendoci presso di Lui. Ascoltar-
lo nella lectio divina, cioè leggendo la Sacra Scrittura
in un modo non accademico, ma spirituale; così im-
pariamo ad incontrare il Gesù presente che ci parla.
Dobbiamo ragionare e riflettere sulle sue parole e sul
suo agire davanti a Lui e con Lui. La lettura della Sa-
cra Scrittura è preghiera, deve essere preghiera – deve
emergere dalla preghiera e condurre alla preghiera.
Gli evangelisti ci dicono che il Signore ripetutamente
– per notti intere – si ritirava “sul monte” per pregare
da solo. Di questo “monte” abbiamo bisogno anche
noi: è l’altura interiore che dobbiamo scalare, il monte
della preghiera. Solo così si sviluppa l’amicizia. Solo
così possiamo svolgere il nostro servizio sacerdota-
le, solo così possiamo portare Cristo e il suo Vangelo
agli uomini. Il semplice attivismo può essere persino
eroico. Ma l’agire esterno, in fin dei conti, resta senza

117
frutto e perde efficacia, se non nasce dalla profonda
intima comunione con Cristo. Il tempo che impegnia-
mo per questo è davvero tempo di attività pastorale,
di un’attività autenticamente pastorale. Il sacerdo-
te deve essere soprattutto un uomo di preghiera. Il
mondo nel suo attivismo frenetico perde spesso l’o-
rientamento. Il suo agire e le sue capacità diventano
distruttive, se vengono meno le forze della preghie-
ra, dalle quali scaturiscono le acque della vita capaci
di fecondare la terra arida. Non vi chiamo più servi,
ma amici. Il nucleo del sacerdozio è l’essere amici di
Gesù Cristo. Solo così possiamo parlare veramente in
persona Christi, anche se la nostra interiore lontanan-
za da Cristo non può compromettere la validità del
Sacramento. Essere amico di Gesù, essere sacerdote
significa essere uomo di preghiera. Così lo riconoscia-
mo e usciamo dall’ignoranza dei semplici servi. Così
impariamo a vivere, a soffrire e ad agire con Lui e per
Lui. L’amicizia con Gesù è per antonomasia sempre
amicizia con i suoi. Possiamo essere amici di Gesù sol-
tanto nella comunione con il Cristo intero, con il capo
e il corpo; nella vite rigogliosa della Chiesa animata
dal suo Signore. […] Vorrei concludere questa omelia
con una parola di Andrea Santoro, di quel sacerdote
della Diocesi di Roma che è stato assassinato a Tre-
bisonda mentre pregava […]. La parola dice: “Sono
qui per abitare in mezzo a questa gente e permettere
a Gesù di farlo prestandogli la mia carne… Si diven-
ta capaci di salvezza solo offrendo la propria carne. Il
male del mondo va portato e il dolore va condiviso,

118
assorbendolo nella propria carne fino in fondo come
ha fatto Gesù”. Gesù ha assunto la nostra carne. Dia-
mogli noi la nostra, in questo modo Egli può venire
nel mondo e trasformarlo»73.
La Messa è la ragion d’essere del sacerdote. Il me-
moriale del sacrificio del Calvario non è solo l’azio-
ne più importante e più nobile della sua giornata, ma
ciò che le conferisce tutto il suo senso. Con le lacri-
me agli occhi il Santo Curato d’Ars ripeteva spesso:
«Oh! Com’è spaventoso essere prete!». E aggiungeva:
«Come è triste quel prete che celebra la Messa come
qualcosa di ordinario. Quanti errori commette un
prete che non ha una vita interiore»74.
Cari sacerdoti, cari seminaristi, non lasciamoci
prendere dalla fretta, dall’attivismo e dalla superficia-
lità di una vita che dà la precedenza all’impegno socia-
le o ecologico, come se il tempo dedicato a Cristo, nel
silenzio, fosse tempo sprecato. È precisamente nella
preghiera e nell’adorazione davanti al tabernacolo che
troviamo il sostegno indispensabile della nostra vergi-
nità e del nostro celibato sacerdotale.
Non ci scoraggiamo: la preghiera esige impegno.
Essa ingaggia un corpo a corpo, un aspro combatti-
mento con Dio, simile a quello di Giacobbe, che com-
batté tutta la notte fino all’alba (Gen 32,23-33). Abbia-

73
Benedetto XVI, Omelia nella Santa Messa del Crisma, gio-
vedì 13 aprile 2006.
74
B. naudet, Jean-Marie Vianney, curé d’Ars, op. cit., pp.
1014-1018.

119
mo talvolta come la dolorosa impressione che Gesù
taccia, ma egli agisce in gran segreto. Cerchiamo di
essere assidui nella preghiera di adorazione e insegnia-
mola ai fedeli cristiani con l’esempio della nostra vita.
Per incoraggiare i sacerdoti a un’intima relazione con
il Signore, san Carlo Borromeo ripeteva: «Eserciti la
cura d’anime? […] Non trascurare per questo la cura
di te stesso, e non darti agli altri fino al punto che non
rimanga nulla di te a te stesso. Devi avere certo pre-
sente il ricordo delle anime di cui sei pastore, ma non
dimenticarti di te stesso. Comprendete, fratelli, che
niente è così necessario a tutte le persone ecclesiasti-
che quanto la meditazione che precede, accompagna
e segue tutte le nostre azioni: Canterò, dice il profeta,
e mediterò (Sal 100,1). Se amministri i sacramenti, o
fratello, medita ciò che fai. Se celebri la Messa, medita
ciò che offri. Se reciti i salmi in coro, medita a chi e di
che cosa parli. Se guidi le anime, medita da quale san-
gue siano state lavate»75. San Giovanni Paolo II così
commenta i preziosi consigli di san Carlo Borromeo
ai sacerdoti: «La vita di preghiera dev’essere continua-
mente “riformata” nel sacerdote. L’esperienza, infatti,
insegna che nell’orazione non si vive di rendita: ogni
giorno occorre, non solo riconquistare la fedeltà este-
riore ai momenti di preghiera, soprattutto a quelli de-
stinati alla celebrazione della “Liturgia delle Ore” e a

75
San caRlo BoRRomeo, Acta Ecclesiae Mediolanensis, Mi-
lano (1559), p. 1178, citato in gIoVannI Paolo II, Esortazione
apostolica Pastores dabo vobis, n. 72.

120
quelli lasciati alla scelta personale e non sostenuti da
scadenze e orari del servizio liturgico, ma anche e spe-
cialmente rieducare la continua ricerca di un vero in-
contro personale con Gesù, di un fiducioso colloquio
con il Padre, di una profonda esperienza dello Spirito.
Quanto l’apostolo Paolo dice di tutti i credenti, che
devono giungere “a formare l’uomo maturo, al livello
di statura che attua la pienezza del Cristo” (Ef 4,13),
può essere applicato in modo specifico ai sacerdoti
chiamati alla perfezione della carità e quindi alla san-
tità, anche perché il loro stesso ministero pastorale li
vuole modelli viventi per tutti i fedeli»76.
Cari sacerdoti e seminaristi, di fronte a un genera-
lizzato indifferentismo religioso e alla crisi della dot-
trina, se volete che la vostra fede sia forte e vigorosa,
è necessario nutrirla attraverso una vita di preghiera
assidua, umile e fiduciosa. Siate perseveranti e rima-
nete modelli e maestri di preghiera: «Le vostre gior-
nate siano scandite dai tempi dell’orazione, durante
i quali, sul modello di Gesù, vi intrattenete in un col-
loquio rigenerante con il Padre. So che non è facile
mantenersi fedeli a questi quotidiani appuntamenti
con il Signore, soprattutto oggi che il ritmo della vita
si è fatto frenetico e le occupazioni assorbono in misu-
ra sempre maggiore. Dobbiamo tuttavia convincerci:
il momento della preghiera è il più importante nella
vita del sacerdote, quello in cui agisce con più effica-

76
gIoVannI Paolo II, Esortazione apostolica Pastores dabo
vobis, n. 72.

121
cia la grazia divina, dando fecondità al suo ministero.
Pregare è il primo servizio da rendere alla comunità.
E perciò i momenti di preghiera devono avere nella
nostra vita una vera priorità»77.
Costruite la vostra esistenza sulle solide fondamen-
ta di un progetto di vita. Chiedete costantemente al
Signore di dare unità alla vostra vita. Il lavoro e la pre-
ghiera, lungi dal volgersi le spalle, devono appoggiarsi
l’uno all’altra. Se non siamo interiormente in comu-
nione con Dio, non possiamo donare nulla agli altri.
Dobbiamo continuamente riscoprire che è Dio la no-
stra priorità. «Essere ordinati sacerdoti – affermava Be-
nedetto XVI – significa entrare in modo sacramentale
ed esistenziale nella preghiera di Cristo per i “suoi”.
Da qui deriva per noi presbiteri una particolare voca-
zione alla preghiera […]. Il sacerdote che prega molto,
e che prega bene, viene progressivamente espropriato
di sé e sempre più unito a Gesù Buon Pastore e Servo
dei fratelli»78. Senza la fede e la preghiera, il celibato
sacerdotale sarebbe come una casa costruita sulla sab-
bia: quando arriva la tempesta, essa crolla. Senza la
preghiera e una fede viva, come potremmo compren-
dere e vivere con gioia il celibato sacerdotale?
Cari confratelli sacerdoti e vescovi, rileggiamo
queste parole così profonde di Benedetto XVI: «Pao-

77
Benedetto XVI, Discorso in occasione dell’incontro con i sa-
cerdoti nella Cattedrale di Brindisi, 15 giugno 2008.
78
Id., Omelia nella Santa Messa con Ordinazioni presbiterali, 3
maggio 2009.

122
lo chiama Timoteo – e in lui il Vescovo e, in genere,
il sacerdote – “uomo di Dio” (1Tm 6,11). È questo il
compito centrale del sacerdote: portare Dio agli uo-
mini. Certamente può farlo soltanto se egli stesso vie-
ne da Dio, se vive con e da Dio. […] Il vero fondamen-
to della vita del sacerdote, il suolo della sua esistenza,
la terra della sua vita è Dio stesso. La Chiesa […] ha
visto con ragione la spiegazione di ciò che significa la
missione sacerdotale nella sequela degli Apostoli, nel-
la comunione con Gesù stesso. Il sacerdote può e deve
dire anche oggi con il levita: “Dominus pars hereditatis
meae et calicis mei”. Dio stesso è la mia parte di terra,
il fondamento esterno ed interno della mia esistenza.
Questa teocentricità dell’esistenza sacerdotale è ne-
cessaria proprio nel nostro mondo totalmente fun-
zionalistico, nel quale tutto è fondato su prestazioni
calcolabili e verificabili. Il sacerdote deve veramente
conoscere Dio dal di dentro e portarlo così agli uo-
mini: è questo il servizio prioritario di cui l’umanità
di oggi ha bisogno. Se in una vita sacerdotale si perde
questa centralità di Dio, si svuota passo passo anche lo
zelo dell’agire. Nell’eccesso delle cose esterne manca
il centro che dà senso a tutto e lo riconduce all’uni-
tà. Lì manca il fondamento della vita, la “terra”, sulla
quale tutto questo può stare e prosperare»79.

79
Id., Discorso alla Curia Romana in occasione della presenta-
zione degli auguri natalizi, Sala Clementina, venerdì 22 dicembre
2006.

123
Questo insegnamento è il manifesto di ogni rifor-
ma, di ogni rinnovamento del sacerdozio nella Chiesa
cattolica. Chiarisce definitivamente il senso e la ne-
cessità del celibato. Il sacerdote non può e non deve
avere nient’altro che Dio. Con il suo stile di vita deve
testimoniare che Dio è al centro di ogni evangelizza-
zione e di ogni pastorale.
«Il celibato, che vige per i Vescovi in tutta la Chiesa
orientale ed occidentale e, secondo una tradizione che
risale a un’epoca vicina a quella degli Apostoli, per i
sacerdoti in genere nella Chiesa latina, può essere
compreso e vissuto, in definitiva, solo in base a questa
impostazione di fondo. Le ragioni solamente pragma-
tiche, il riferimento alla maggiore disponibilità, non
bastano: una tale maggiore disponibilità di tempo po-
trebbe facilmente diventare anche una forma di egoi-
smo, che si risparmia i sacrifici e le fatiche richieste
dall’accettarsi e dal sopportarsi a vicenda nel matri-
monio; potrebbe così portare ad un impoverimento
spirituale o ad una durezza di cuore. Il vero fonda-
mento del celibato può essere racchiuso solo nella fra-
se: Dominus pars – Tu sei la mia terra. Può essere solo
teocentrico. Non può significare il rimanere privi di
amore, ma deve significare il lasciarsi prendere dalla
passione per Dio, ed imparare poi grazie ad un più
intimo stare con Lui a servire pure gli uomini. Il celi-
bato deve essere una testimonianza di fede: la fede in
Dio diventa concreta in quella forma di vita che solo a
partire da Dio ha un senso. Poggiare la vita su di Lui,
rinunciando al matrimonio ed alla famiglia, significa

124
che io accolgo e sperimento Dio come realtà e perciò
posso portarlo agli uomini. Il nostro mondo diventa-
to totalmente positivistico, in cui Dio entra in gioco
tutt’al più come ipotesi, ma non come realtà concreta,
ha bisogno di questo poggiare su Dio nel modo più
concreto e radicale possibile. Ha bisogno della testi-
monianza per Dio che sta nella decisione di accogliere
Dio come terra su cui si fonda la propria esistenza. Per
questo il celibato è così importante proprio oggi, nel
nostro mondo attuale, anche se il suo adempimento
in questa nostra epoca è continuamente minacciato
e messo in questione. Occorre una preparazione ac-
curata durante il cammino verso questo obiettivo; un
accompagnamento persistente da parte del Vescovo,
di amici sacerdoti e di laici, che sostengano insieme
questa testimonianza sacerdotale. Occorre la preghie-
ra che invoca senza tregua Dio come il Dio vivente
e si appoggia a Lui nelle ore di confusione come nel-
le ore della gioia. In questo modo, contrariamente al
“trend” culturale che cerca di convincerci che non sia-
mo capaci di prendere tali decisioni, questa testimo-
nianza può essere vissuta e così, nel nostro mondo,
può rimettere in gioco Dio come realtà»80.
Il nostro mondo ha più che mai bisogno del celi-
bato sacerdotale. È necessario per i sacerdoti, ma è
anche indispensabile dal punto di vista pastorale. È di
una scottante attualità missionaria.

80
Ibidem.

125
Per concludere, riprendiamo i fondamenti essen-
ziali della nostra proposta. Gesù Cristo è il sacerdote.
Tutto il suo essere è sacerdotale, donato e consegna-
to. Prima di lui i sacerdoti offrivano animali come sa-
crificio a Dio. Egli ci ha insegnato che il vero sacerdo-
te offre se stesso. Per essere preti, ormai, dobbiamo
innestarci in questa grande offerta di Cristo al Padre.
Dobbiamo adottare il sacrificio della Croce come la
forma di tutta la nostra vita.
Questo dono assume la forma del sacrificio del-
lo sposo per la propria sposa. Cristo è realmente lo
Sposo della Chiesa. A sua volta, il sacerdote si dona a
tutta la Chiesa. Il celibato indica tale dono, ne è il se-
gno concreto e vitale. Il celibato è il sigillo della Croce
sulla nostra esistenza di sacerdoti. È un grido dell’ani-
ma sacerdotale che proclama l’amore per il Padre e il
dono di sé alla Chiesa.
Mediante il celibato, il sacerdote rinuncia a eserci-
tare umanamente la propria capacità di essere sposo
e padre secondo la carne. Egli sceglie per amore di
privarsene per vivere esclusivamente da sposo della
Chiesa. La volontà di relativizzare il celibato equivale
a disprezzare questo dono radicale che molti fedeli sa-
cerdoti hanno vissuto dalla propria ordinazione.
Il celibato è il segno e lo strumento del nostro in-
nestarci nell’essere sacerdotale di Gesù. Riveste un va-
lore che potremmo analogicamente qualificare come
sacramentale. In questa prospettiva, non si vede come
l’identità sacerdotale possa essere incoraggiata e cu-
stodita se per qualche ragione si sopprimesse l’esigen-

126
za del celibato voluto da Cristo e gelosamente conser-
vato dalla Chiesa latina.
Come ci ricorda il Concilio Vaticano II, il celiba-
to dei chierici non è una semplice prescrizione della
legge ecclesiastica81, ma un «dono prezioso»82 di Dio.
Per questo Papa Francesco, facendo sue le parole fer-
me e coraggiose di Paolo VI, afferma: «Preferisco dare
la vita prima di cambiare la legge del celibato. Per-
sonalmente penso che il celibato sia un dono per la
Chiesa e non sono d’accordo a permettere il celibato
opzionale»83.
C’è un legame ontologico-sacramentale tra sacer-
dozio e celibato. Qualsiasi indebolimento di questo
legame costituirebbe una rimessa in discussione del
magistero del Concilio e dei Papi Paolo VI, Giovan-
ni Paolo II e Benedetto XVI. Supplico umilmente
Papa Francesco di proteggerci definitivamente da tale
eventualità ponendo il suo veto a ogni indebolimento
della legge del celibato sacerdotale, anche se limitato
a questa o a quella regione.
Per concludere questa riflessione, vorrei rivolger-
mi ancora una volta ai miei cari confratelli sacerdo-
ti. Cristo ci ha affidato una responsabilità tremenda e
magnifica. Noi continuiamo la sua presenza sulla ter-

81
Cfr. gIoVannI Paolo II, Esortazione apostolica Pastores
dabo vobis, n. 50.
82
concIlIo VatIcano II, Presbyterorum ordinis, n. 16.
83
PaPa FRanceSco, Conferenza stampa sul volo di ritorno dalla
Giornata Mondiale della Gioventù a Panama, Agenzia stampa One
Media, 27 gennaio 2019.

127
ra. Come lui, dobbiamo vegliare, pregare e rimanere
saldi nella fede.
Egli ha voluto aver bisogno di noi sacerdoti. Le no-
stre mani consacrate con il sacro crisma non sono più
nostre. Sono le sue, per benedire, perdonare e con-
solare. Sono riservate a lui. Se talvolta il celibato ci
sembra troppo gravoso, contempliamo le mani del
Crocifisso. Le nostre mani, come le sue, devono es-
sere forate per non conservare e non trattenere nulla
con avidità. Il nostro cuore, come il suo, deve essere
squarciato perché tutti possano trovarvi rifugio e ac-
coglienza. Se non riusciamo più a comprendere il no-
stro celibato, allora guardiamo la Croce. Essa è l’unico
libro che potrà restituircene il significato autentico.
Soltanto la Croce ci istruirà a essere sacerdoti. Sol-
tanto la Croce ci insegnerà ad «amare fino alla fine»
(Gv 13,1). In questo cammino, Benedetto XVI è un
mirabile esempio.

Robert Cardinal Sarah


Città del Vaticano, 25 novembre 2019

128
ALL’OMBRA DELLA CROCE
Conclusione degli Autori
Il sacerdozio sta attraversando un periodo buio.
Feriti dalla scoperta di numerosi scandali, disorienta-
ti dalle continue critiche al loro celibato consacrato,
sono molti i sacerdoti tentati dall’idea di rinunciare, di
abbandonare tutto.
Cristo ci domanda: «Volete forse andarvene anche
voi?» (Gv 6,67). Uniti a Pietro e al suo successore, vo-
gliamo rispondergli: «Signore, da chi andremo? Tu hai
parole di vita eterna, e noi abbiamo creduto e cono-
sciuto che tu sei il Santo di Dio» (Gv 6,68-69).
Sì, Signore, tu sei il Santo di Dio. Tu sei il consacra-
to di Dio. Tu sei tutto offerto e tutto donato. Il tuo «sì»
al Padre è incondizionato. Nulla in te gli resiste, nulla
in te gli si sottrae. Noi, sacerdoti, vogliamo seguirti
fino a questo «sì» perfetto. Con te vogliamo dire: ecco
il mio corpo offerto per voi, ecco il mio sangue che
sarà versato per voi e per la moltitudine. Insegnaci a
pregare e a ripetere senza sosta dopo di te «Nelle tue
mani consegno il mio spirito» (Lc 23,46). Tu sei l’uni-
co nostro bene, tu sei la sola nostra eredità.
Con san John Henry Newman ti preghiamo: «Pos-
siedi tutto il mio essere, in misura così perfetta, così
piena, che ogni giorno, ogni azione della mia vita sia
un’irradiazione della tua. Risplendi attraverso di me,

131
e sii in me a tal punto che ogni anima che tocco spe-
rimenti la tua presenza in me. Fa’ che alzino gli occhi
e non vedano più me, Signore, ma solo te! Resta con
me, e allora comincerò a risplendere come tu risplen-
di; così da essere per gli altri una lampada accesa alla
tua luce: nessun raggio sarà mio. Non sarò altro che
un fascio della tua luce che giunge agli altri attraverso
di me. Permettimi di pregarti come vuoi tu, illumi-
nando coloro che incontro. Fa’ che ti annunci senza
predicare, non a parole, ma solo con l’esempio, solo
con la forza che trascina, solo con la pienezza tangibi-
le del mio amore per te».
Gesù Crocifisso, guarda la tua Chiesa come hai
guardato Maria quando eri in cima alla Croce. L’hai
donata come madre all’apostolo Giovanni, sacerdote
casto. Gliel’hai affidata perché diventasse «l’unico suo
bene» (cfr. Gv 19,27). Abbi pietà della tua Chiesa. Do-
nale pace e unità. Abbi pietà dei tuoi sacerdoti. Dona
anche a loro di accogliere Maria. Concedi loro di non
possedere nient’altro che la tua Chiesa.
Gesù Crocifisso, guarda la Chiesa tua Sposa. Rendi-
la bella e degna di te. Sia conforme al tuo cuore. Pos-
sano tutti riconoscere in essa il tuo volto. Che tutti i
popoli possano riconoscere in essa la loro unica casa
comune.
Al termine della nostra riflessione, avvertiamo la
necessità di confessare il nostro amore per la Chiesa.
Abbiamo voluto donarle la nostra vita come Cristo le
ha offerto la propria. Non l’abbandoneremo mai! Sul-

132
la mano destra indossiamo l’anello che ci ricorda che
le siamo legati con un’alleanza definitiva.
Ogni giorno la nostra anima rende grazie e si me-
raviglia per questo dono immeritato che abbiamo ri-
cevuto di servire e amare la Chiesa. Di fronte a que-
sto mistero, insieme a sant’Agostino, esclamiamo:
«Mistero di amore! Simbolo di unità! Vincolo di cari-
tà! Chi vuol vivere, ha dove vivere, ha di che vivere.
S’avvicini, creda, entri a far parte del Corpo, e sarà
vivificato. Non disdegni d’appartenere alla compagine
delle membra»84. Desideriamo tenerci lontani da tutto
ciò che potrebbe ferire l’unità della Chiesa. Le offese
personali, le manovre politiche, i giochi di potere, le
manipolazioni ideologiche e le critiche piene di acre-
dine fanno il gioco del diavolo, colui che divide, il pa-
dre della menzogna.
È unicamente il nostro amore per la Chiesa che ci
ha spinti a impugnare la penna per voi.
Le parole di san Paolo risuonano come un solenne
ammonimento rivolto a tutti i vescovi: «Ti scongiuro
davanti a Dio e a Cristo Gesù che verrà a giudicare i
vivi e i morti […]. annunzia la parola, insisti in ogni
occasione opportuna e non opportuna, ammonisci,
rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina.
Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la
sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli
uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie

84
Sant’agoStIno, In Iohannis Evangelium, 26,13.

133
voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volger-
si alle favole» (2Tm 4,1-5).
Viviamo con tristezza e sofferenza questi tem-
pi difficili e travagliati. Era nostro preciso dovere ri-
chiamare la verità sul sacerdozio cattolico. Con esso,
infatti, si trova messa in discussione tutta la bellezza
della Chiesa. La Chiesa non è soltanto un’istituzione
umana. È un mistero. È la Sposa mistica di Cristo. È
quanto il nostro celibato sacerdotale non cessa di ram-
mentare al mondo.
È urgente, necessario, che tutti, vescovi, sacerdo-
ti e laici, non si facciano più impressionare dai cattivi
consiglieri, dalle teatrali messe in scena, dalle diabo-
liche menzogne, dagli errori alla moda che mirano a
svalutare il celibato sacerdotale.
È urgente, necessario, che tutti, vescovi, sacerdoti
e laici, ritrovino uno sguardo di fede sulla Chiesa e sul
celibato sacerdotale che protegge il suo mistero.
Tale sguardo sarà il miglior baluardo contro lo spi-
rito di divisione, contro lo spirito partitico, ma anche
contro l’indifferenza e il relativismo.

Ascoltiamo san Paolo. Prendiamo con coraggio la


parola per confessare la fede senza temere di manca-
re di carità. In questi tempi difficili l’unico timore che
ciascuno dovrà avere sarà di sentirsi dire un giorno da
Dio «quella dura parola con riprensione […]: “mala-
detto sia tu che tacesti”. Oimè, non più tacere! Gridate
con cento migliaia di lingue. Veggo che, per tacere, il
mondo è guasto, la Sposa di Cristo è impallidita, tolto-

134
gli è il colore, perché gli è succhiato il sangue da dos-
so, cioè […] il sangue di Cristo, che è dato per grazia
[…]. Non dormite più in negligenzia; adoperate nel
tempo presente ciò che si può»85.

Che cosa fare? In primo luogo, dobbiamo ascoltare


nuovamente l’appello di Dio: «Siate santi, perché io,
il Signore, Dio vostro, sono santo» (Lv 19,2). L’ordi-
nazione sacerdotale conduce all’identificazione con
Cristo. Certo, l’efficacia sostanziale del ministero per-
mane indipendentemente dalla santità del ministro,
ma non si può nemmeno ignorare la straordinaria fe-
condità che dipende dalla santità dei sacerdoti.

A nessuno è proibito proclamare la verità della fede


in uno spirito di pace, di unità e di carità. Guai a chi
resterà in silenzio. «Vae mihi si non evangelizavero! Guai
a me se non predicassi il Vangelo!» (1Cor 9,16).

Benedetto XVI
Robert Cardinale Sarah
Città del Vaticano, 3 dicembre 2019

85
Santa cateRIna da SIena, Lettera n. 16 (A uno grande pre-
lato), in Id., Le lettere, op. cit., p. 233.

135
Indice

Nota del Curatore 9

Perché avete paura?


Introduzione degli Autori 15

I – Il sacerdozio cattolico
Benedetto XVI 21

II – Amare fino alla fine


Sguardo ecclesiologico e pastorale sul celibato
sacerdotale
Cardinale Robert Sarah 55

All’ombra della Croce


Conclusione degli Autori 129

137
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