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© Kika Antunes

La generazione
dell’affezione
a Cristo
Appunti dalle meditazioni di Julián Carrón durante il Triduo pasquale 2021
degli universitari di Comunione e Liberazione in video collegamento
maggio 2021

La generazione
dell’affezione a Cristo
Appunti dalle meditazioni di Julián Carrón
durante il Triduo pasquale 2021 degli universitari
di Comunione e Liberazione in video collegamento

Giovedì Santo, 1 aprile 2021 mente opposta dell’esistenza, Ada


2 Negri scrive: «Non v’è momento /
• Al mattino che non gravi su noi con la potenza
• Ballata dell’uomo vecchio / dei secoli; e la vita ha in ogni bat-
tito / la tremenda misura dell’eter-
Ogni mattina riparte il dramma del vivere, come abbiamo appena ascol- no» (A. Negri, «Tempo», in Id., Mia
tato: «Al mattino, Signore, al mattino / la mia anfora è vuota alla fonte» (A. giovinezza, BUR, Milano 2010, p. 75).
Mascagni, «Al mattino», in Canti, Società Cooperativa Editoriale Nuovo Che lo vogliamo o no, l’alternativa
Mondo, Milano 2014, p. 180), cioè tutta “piena” di desiderio, di un deside- tra queste due possibilità si intro-
rio struggente di compimento, come ciascuno di noi oggi. duce nelle nostre giornate quan-
Questo desiderio si scontra con un’esperienza che si impone: «La tristezza do siamo ancora sotto le coperte,
che c’è in me, l’amore che non c’è / hanno mille secoli» (C. Chieffo, «Ballata appena apriamo gli occhi. Essa ri-
dell’uomo vecchio», in Canti, op. cit., p. 218). È quanto hanno testimoniato guarda ognuno di noi. Più o meno
alcuni maturandi con i quali ho dialogato la settimana scorsa. Dicevano: consapevolmente, ogni mattina
«Mi si sta lentamente sbiadendo la vita»; «L’entusiasmo iniziale è scemato tutti prendiamo una decisione, in
da un po’, ormai non ritrovo più in me lo slancio che avevo»; «Sono del un senso o nell’altro: morire come
tutto apatico. Niente mi tocca, niente mi attrae»; «Faccio fatica a godermi cani o vivere secondo la misura
le cose. L’interesse c’è, ma mi accorgo che non prevale sulla fatica». Non dell’eterno. Chi non si accontenta
hanno ancora vent’anni, ma hanno già ingaggiato una lotta senza quar- di morire come un cane fa i conti
tiere col nulla. con le domande che vede esplodere
Quanto vediamo accadere nella esperienza mostra che l’io, il nostro io, è il in sé, come documentavano i ma-
crocevia tra l’essere e il nulla. È una alternativa che i geni letterari hanno turandi che ho appena citato. C’è in
descritto in maniera affascinante. «Il compenso di aver tanto sofferto è loro una urgenza di vita che diven-
che poi si muore come cani» (C. Pavese, Il mestiere di vivere, Einaudi, Torino ta grido: «Che cosa può veramente
1952, p. 54), osserva Pavese. Dall’altra parte, con una percezione diametral- distruggere la noia, l’apatia, e farmi
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ricominciare a vivere?»; «Come fac- ciò, specialmente oggi, gli argomenti logici non muovono né convincono
cio a godermi lo studio e le lezioni più nessuno, così come le esortazioni.
anche quando non prevale l’inte- Quale discorso, per quanto vero, o appello morale, per quanto giusto, ha
resse, ma la fatica o la tristezza?»; la capacità di raggiungere il centro dell’io sconfiggendo quel vuoto di si-
«Come posso avere il cuore aperto gnificato in cui scivoliamo così facilmente – e, tante volte, inconsapevol-
anche nella fatica?». La loro, come mente –?
la nostra, è una lotta per un deside-
rio di vita che niente può cancellare Da duemila anni risuona un annuncio: Dio ha mandato nel mondo suo Fi-
dalle fibre del nostro essere. glio per sfidare il nulla. In che modo? Il genio di Péguy, che da sempre ac-
E allora si capisce che il problema compagna questa nostra Settimana Santa, lo ha espresso in maniera insu-
non è moltiplicare discorsi o pro- perabile: Gesù «non perse i suoi anni a gemere e interpellare la cattiveria
positi, ma vedere se c’è qualcosa dei tempi. Egli taglia corto. In un modo molto semplice. Facendo il cristia-
capace di riscattarci dal nulla che nesimo. Egli non si mise a incriminare, ad accusare qualcuno. Egli salvò.
invade le nostre vite. Che cosa è Non incriminò il mondo. Egli salvò il mondo» (cfr. Ch. Péguy, Dialogo della
in grado di battere l’apatia, il di- storia con l’anima carnale (o Véronique), in Id., Lui è qui. Pagine scelte, Bur, Mi-
sinteresse, la tristezza, lo sbiadirsi lano 2009, p. 110). Come ha salvato? Come ha vinto il nulla? Con la vita. «Io
del vivere, in una parola, la morte? sono venuto perché abbiano vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10).
Pensieri e discorsi sono impotenti. «Chi ha il Figlio, ha la vita; e chi non ha il Figlio di Dio, non ha la vita» (1Gv
Solo la vita può sfidare il nulla che 5,12). Nessuno aveva mai potuto sfidare il nulla con la sovrabbondanza di
si infiltra nelle nostre giornate e una vita; non in astratto, dunque, non con ragionamenti, non con auspici,
la tentazione di abbandonarsi a ma sul terreno concreto dell’esperienza umana. Nel farlo, Cristo ha mo-
esso! Attenzione a non confonder- strato di conoscere meglio di chiunque altro l’attesa sterminata del cuore
si però, perché «la vita» può essere dell’uomo, la sua natura. Lo documentano le Sue parole: «Qual vantaggio
una espressione vuota. Non possia- avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero e poi perderà se stesso? O che
mo pensare di cavarcela ripetendo cosa l’uomo potrà dare in cambio di sé?» (Mt 16,26). 3
delle parole. Cristo conosceva bene la profondità del nostro desiderio e l’abisso della
Proviamo a domandarci: dove nostra debolezza, la nostra facilità a sprofondare nel vuoto, ad andare
abbiamo visto fiorire la vita nella
sua intensità? Quando l’abbiamo
intercettata? Fermiamoci a guar-
dare con attenzione quello che ci è
capitato: che cosa ha risvegliato in
noi la vita? Chi ha introdotto in noi
il seme di una vita diversa, entu-
siasmante? È questo che ciascuno «Che cosa ha risvegliato in noi
è chiamato a identificare: occorre
riconoscere che cosa ha sfidato e la vita? Chi ha introdotto in
sfida il nulla in noi, oggi! Vi invi-
to dunque a pensare, all’inizio di noi il seme di una vita diversa,
questi giorni – è questa la lotta in
cui saremo immersi –, se e quando entusiasmante? È questo
la vita è esplosa ed esplode in noi.
Abbiamo già tutti sufficiente espe-
che ciascuno è chiamato
rienza per sapere che qualunque
sforzo da parte nostra è in ultima
a identificare: occorre
istanza impotente a procurarci riconoscere che cosa ha sfidato
una vita capace di contrastare la
morte. D’altra parte, a conferma di e sfida il nulla in noi, oggi!»
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contro noi stessi, e altrettanto bene sapeva che non hanno sperimentato una corrispondenza senza para-
sarebbero bastate delle parole a sfidare quel vuoto, a gone e si sono attaccati a Lui. È semplice riconoscer-
soddisfare l’urgenza del desiderio. Solo una sovrab- Lo, oggi come all’inizio.
bondanza di vita poteva attrarre l’uomo e convincerlo Da allora la vita ha un nome: Cristo. «È la vita della mia
a non abbandonarsi al nulla. È questa sovrabbon- vita, Cristo. In Lui si assomma tutto quello che io vorrei,
danza che Egli è venuto a portare, il contenuto del- tutto quello che io cerco» (L’uomo e il suo destino. In cam-
la Sua proposta. Pensiamo alla Samaritana al pozzo: mino, Marietti 1820, Genova 1999, p. 57), diceva Giussa-
nessuno come quell’uomo era mai riuscito a cogliere ni. Ma questa vita che Cristo è venuto a portare come ci
la sua sete senza limiti, che i suoi numerosi tentativi raggiunge? Come ha raggiunto e attirato me e te? Attra-
non erano stati in grado di calmare; nessuno si era verso la grazia data a uno, don Giussani, perciò attraver-
mai sognato di affermare tutta la portata del suo de- so il suo «impeto di vita», la sua «febbre di vita»! Questo
siderio, di assicurarne la soddisfazione: «Chi berrà è il carisma, dato a uno per noi oggi: un impeto di vita.
dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete in «Mi sento portatore di un impeto di vita e, quindi, giu-
eterno» (Gv 4,14). stamente, di un carisma. […] Tutto quello che esso susci-
La proposta che Cristo ci rivolge è così impossibi- ta è uno stupore più grande ancora dello stesso inizio»
le da immaginare da parte nostra che Egli stesso ci (L. Giussani, «Laico, cioè cristiano», in Un avvenimento di
ha messo in mano il criterio per verificarne la verità vita, cioè una storia, a cura di C. Di Martino, EDIT-Il Saba-
nella nostra esperienza: «Chi mi segue avrà il centu- to, Roma 1993, pp. 51-52). È questo che mi ha conquistato
plo quaggiù» (cfr. Mt 19,29), cioè potrà vedere la vita incontrando il movimento, come ha conquistato voi.
esplodere cento volte tanto, in modo cento volte più Il movimento è «un Avvenimento […], non una orga-
umano si troverà ad attraversare le prove che si pre- nizzazione […], sei in gioco tu». Siamo in gioco tu e io.
senteranno: il nulla perde tutta la sua forza non ap- Il movimento è per «mobilitare la vita e convertirla»;
pena si affaccia sulla sua vita la «Vita». Riconoscerne perciò si tratta di «immedesimarsi con una esperienza,
la presenza è facile: quando entra nell’orizzonte della con una realtà, con una persona vivente. […] Il resto è
4 nostra esperienza, essa suscita una corrispondenza sentimentalismo e intimismo» (L. Giussani, citato in
al cuore che sembrava impossibile. Come è successo A. Savorana, Vita di don Giussani, Bur, Milano 2014, pp.
a Giovanni e Andrea: appena Lo hanno intercettato, 485-486). Se non cresce una tale esperienza di vita, nes-
suno ci convincerà, e allora appartenere al movimento
diventerà appartenere a un’associazione. Ma che inte-
resse potrà mai avere questo per noi davanti alla sfida
del nulla?

In questi tempi, ci siamo ripetuti spesso che in una so-


cietà come la nostra «non si può creare qualcosa di nuo-
vo se non con la vita: non c’è struttura né organizzazione
o iniziative che tengano. È solo una vita diversa e nuova
«Ma questa vita che può rivoluzionare strutture, iniziative, rapporti, in-

che Cristo è venuto somma, tutto» («Movimento, “regola” di libertà», a cura


di O. Grassi, Litterae communionis-CL, n. 11/1978, p. 44).
a portare come ci Una vita diversa e nuova: quando vi apparteniamo, essa
rinasce in noi e si comunica, come abbiamo ascoltato
raggiunge? Attraverso da due di voi nella nostra Diaconia e poi nella Scuola di
comunità. Nel grande cortile dell’università, un ragazzo
la grazia data a uno, sente parlare due studenti come lui, si incuriosisce, si
ferma, ascolta, poi si avvicina e dice: «Scusate se vi di-
don Giussani, attraverso sturbo, vi interrompo solo perché ho sentito che voi sta-
vate parlando di filosofia. Io sono una matricola di filo-
il suo “impeto di vita”» sofia e non ho mai sentito parlare così di filosofia! In un
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modo così interessante». È solo una


vita ciò che può attirare una persona
«Se l’affezione tra noi non
oggi, anche uno che ci passa accanto
e semplicemente tocca «il lembo del
genera l’affezione a Cristo,
mantello» di un dialogo. Un altro di
voi si sente caldamente invitare dal
vincerà il nulla. Per questo,
suo avversario politico di estrema continuava Giussani,
sinistra a presentarsi alle elezioni.
«Perché vuoi che io mi presenti?». “è venuto il momento in cui
«Per l’amicizia che tu sai generare
con tutti». Una vita! La stessa vita te- il movimento [cioè la vita]
stimoniata da una dottoressa cilena
– che ho intercettato questo fine set- cammina esclusivamente
timana all’incontro dei responsabili
del movimento dell’America Latina
in forza dell’affezione a Cristo
– che riesce a convincere una zinga-
ra a lasciare curare la figlia. Quella
che ognuno di noi ha,
mamma rimane talmente colpita da che ognuno di noi invoca
lei che all’appuntamento successivo
porta con sé tutto il suo gruppo di allo Spirito di avere”»
zingari. Una vita! Neanche gli zin-
gari, che di solito restano chiusi nel
loro gruppo, possono resistere.

Che cosa può indurre la gente ad 5


aprirsi in tal modo? Tutti questi
fatti non sarebbero accaduti, sa- gesse nel presente. Solo perché in cui il movimento [cioè la vita]
rebbe impossibile anche solo im- Cristo ci raggiunge e ci attira ora cammina esclusivamente in forza
maginarli, se non ci fosse un luo- può generare quell’affezione che ci dell’affezione a Cristo che ognuno
go, una compagnia fissata da Dio libera dall’essere sballottati di qui e di noi ha, che ognuno di noi invoca
dove le parole non sono vuote, ma di là. allo Spirito di avere» («Correspon-
piene di una vita e di un entusia- «È venuto un momento», diceva sabilità», Litterae communionis-CL,
smo tali da attrarre noi e gli altri. don Giussani, «in cui l’affezione tra n. 11/1991, p. 32).
La lotta in cui ci immergeremo in noi ha un peso specifico immedia- Chiediamo allora allo Spirito que-
questi giorni, allora, è quella tra il tamente più grande che neanche sta affezione a Cristo, chiediamo-
nulla e Cristo. Ogni mattina deci- una lucidità dogmatica, l’intensità la un istante dopo l’altro, lungo la
diamo o per Cristo, che dà la vita di un pensiero teologico o l’energia mattinata, seguendo il gesto attra-
per noi – «Nessuno ha un amore di una conduzione. L’affezione che verso cui don Giussani ci immette
più grande di questo: dare la sua è necessario portarci tra noi ha un nel dramma della scelta tra Cristo
vita per i propri amici» (Gv 15,13) – solo paragone [una sola urgenza]: e il nulla.
o per il nulla. Ma, attenzione, Cri- la preghiera, l’affezione a Cristo». Non permettere, Cristo, che ci
sto è una presenza ora. Di questo Se l’affezione tra noi non genera stacchiamo da te! «Ascoltami, ri-
facciamo memoria il Giovedì San- l’affezione a Cristo, vincerà il nul- mani ancora qui, / ripeti ancora a
to, di un fatto che rimane presente la; potremo anche stare insieme, me la tua parola. / Ripetimi quella
nella storia, entra nella nostra vita ma saremo sballottati di qua e di parola che / un giorno hai detto a
e la sfida: non è un ricordo del pas- là, saremo come un sasso travolto me / e che mi liberò» (C. Chieffo,
sato, un semplice amarcord; lo sa- dal torrente. Per questo, continua- «Ballata dell’uomo vecchio», in
rebbe, se la «Vita» non ci raggiun- va Giussani, «è venuto il momento Canti, op. cit., p. 218).
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Venerdì Santo, 2 aprile 2021 ancora chiarita» (L. Giussani – S. Alberto – J. Prades,
Generare tracce nella storia del mondo, Bur, Milano 2019,
• Monologo di Giuda p. 100). E questo sarà il travaglio di Pietro. Stando con
• Non son sincera Lui, giorno dopo giorno, Pietro ha visto tutta la sua vita
sfidata da una misura che non era la sua.
«Non fu per i trenta denari, / ma per la speranza che
/ lui, quel giorno, / aveva suscitato in me» (C. Chieffo, Quella Presenza lo superava da tutte le parti, e quando
«Il monologo di Giuda», in Canti, op. cit., p. 231). Questi Pietro si apriva a essa allora la sua ragione era condotta
sono i connotati del dramma in cui ci immergeremo al suo apice. Gesù portava il suo amico Pietro oltre la
questa mattina. Non ci sarebbe stato alcun dramma se sua misura, lo generava cioè a un’altra misura. «Gesù
Cristo non avesse suscitato in Giuda la speranza. Ma è giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai
il dramma che si svolge tra Cristo e ciascuno di noi. In suoi discepoli: “La gente chi dice che sia il Figlio dell’uo-
che cosa consiste? mo?”. Risposero: “Alcuni dicono Giovanni il Battista,
Cristo, abbiamo visto ieri, è venuto per portarci la vita altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti”. Disse
che ci strappa dal nulla, dallo sbiadimento, dalla perdita loro: “Ma voi chi dite che io sia?”. Rispose Pietro: “Tu
dell’interesse, dall’apatia, dalla morte. Oggi assisteremo sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente! [Colui che porta
alla lotta che si svolge in quel crocevia tra l’essere e il nul- la vita]. E Gesù gli disse: “Beato sei tu, Simone, figlio di
la che è il nostro io, la lotta contro Cristo, per strappare Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato,
Cristo dalla terra dei viventi. «Venite, […] strappiamolo ma il Padre mio che è nei cieli. E io ti dico: tu sei Pietro
dalla terra dei viventi!» (Responsori, Eram quasi Agnus, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze
in È possibile vivere come Gesù, Settimana Santa Pasqua degli inferi non prevarranno su di essa”» (Mt 16,13-18).
CLU 2021, p. 50). Il potere laico (Pilato) e quello clericale Questo riconoscimento – che si chiama «fede» – «fiori-
(il sommo sacerdote) di allora si trovarono accomunati sce sull’estremo limite della dinamica razionale come
in questa lotta. La genialità di Péguy sta nell’aver iden- un fiore di grazia, cui l’uomo aderisce con la sua liber-
6 tificato il luogo in cui essa in ultima istanza si svolge: il tà» (L. Giussani - S. Alberto - J. Prades, Generare tracce...,
nostro io, l’io di ogni uomo. op.cit., pp. 45-46).
Entrambi i poteri provano a strapparLo dalla terra dei Ma quando prevaleva la sua misura, Pietro sbagliava
viventi perché Egli, la Sua presenza che salva, mette a
rischio il loro potere. Ma questa lotta che avviene sul
grande schermo della storia riflette un’altra lotta che si
sta svolgendo altrove, cioè nell’io di Pietro e di Giuda.
Non è solo il potere costituito a resistere. Anche noi tan-
te volte – influenzati dalla mentalità dominante – resi-
stiamo, quando Colui che abbiamo riconosciuto come
corrispondente alle attese del cuore entra in contrasto «La lotta
con la nostra misura: non, attenzione, con la ragione
nella sua originalità, come apertura alla totalità della è tra la misura
realtà, che è fiorita in noi per la speranza che Lui ha
suscitato, ma con la ragione intesa come misura, con i di Pietro
nostri schemi. La lotta è tra la misura di Pietro e la mi-
sura senza misura di Colui che ha affascinato la sua vita e la misura
dall’inizio: «Dal primo incontro Egli ingombrò tutto il
suo animo», il suo cuore ne fu tutto riempito. Con la
senza misura
Sua presenza negli occhi, nella continua memoria di
Lui, Pietro «guardava la moglie e i bambini, i compa-
di Colui che ha
gni di lavoro, gli amici e gli estranei, i singoli e le folle, affascinato la sua
e pensava e s’addormentava. Quell’Uomo era diventa-
to per lui come una grande, immensa rivelazione non vita dall’inizio»
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gravemente. Appena dopo aver


pronunciato le parole citate, poiché
«Per staccarsi da Gesù
Gesù comincia a dire loro che deve
andare a Gerusalemme e soffrire
Pietro avrebbe dovuto
molto per opera degli anziani e dei rinnegare se stesso, negare
capi dei sacerdoti, Pietro reagisce:
«Dio non lo voglia!». Ma Gesù, il suo tutto ciò che aveva vissuto»
Amico grande, non arretra neanche
di un millimetro, non asseconda
neanche per un istante la sua misu-
ra: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi
sei di scandalo, perché non pensi
secondo Dio, ma secondo gli uo-
mini!» (Mt 16,21-23). Questa è vera cervello di staccarsi da Lui. Dicen- retromarcia improvvisa, da indurlo
amicizia! Tutto il resto sono chiac- do: «Dove andremo?», Pietro ade- a non far prevalere la sua misura?
chiere! risce non perché capisce tutto, ma Solo l’affezione a Cristo.
per quella corrispondenza unica, Ma il dramma continua. Arrivano
Gesù sfida costantemente la misu- che gli consente di seguirLo anche i soldati a prendere Gesù nell’orto.
ra di Pietro. «Allora i giudei si mise- quando ancora non comprende. «Allora Simon Pietro, che aveva una
ro a discutere aspramente tra loro: Lo abbiamo visto descrivere ieri, spada, la trasse fuori, colpì il servo
“Come può costui darci la sua carne nella lavanda dei piedi: «Gesù sa- del sommo sacerdote e gli tagliò
da mangiare?”. […] Molti dei suoi pendo che il Padre gli aveva dato l’orecchio destro». Era più forte di
discepoli [avendo le parole di Gesù tutto nelle mani e che era venuto lui, la sua affezione lo travolgeva!
superato la loro misura] […] disse- da Dio e a Dio ritornava, si alzò Ma neppure con Pietro Gesù cede a
ro: “Questa parola è dura! Chi può da tavola, depose le vesti, prese un una affezione senza ragioni e sfida 7
ascoltarla?”. […] Da quel momento asciugamano e se lo cinse attorno la sua misura: «Gesù allora disse a
molti dei suoi discepoli tornarono alla vita. Poi versò l’acqua nel cati- Pietro: “Rimetti la spada nel fode-
indietro e non andavano più con no e cominciò a lavare i piedi dei ro: il calice che il Padre mi ha dato,
lui. Disse allora Gesù ai Dodici [non discepoli e ad asciugarli con l’asciu- non dovrò berlo?”» (Gv 18,10-11). A
risparmia loro la sfida]: “Volete gamano di cui si era cinto. Venne pelle, tante cose non tornavano a
andarvene anche voi?”. Gli rispose dunque da Simon Pietro e questi Pietro, ma non gli passava nean-
Simon Pietro: “Signore, da chi an- gli disse: “Signore, tu lavi i piedi a che per l’anticamera del cervello di
dremo? Tu hai parole di vita eterna me?”. Rispose Gesù [questo è il pun- staccarsi da Lui. Pietro non riusciva
e noi abbiamo creduto e conosciuto to]: “Quello che io faccio, tu ora non a rimanere chiuso nella sua misura,
[per la sperimentata corrisponden- lo capisci; lo capirai dopo”». Pietro perché la Presenza che era entrata
za al cuore] che tu sei il Santo di riceve a questo punto la sfida più nella sua vita aveva suscitato in lui
Dio”. Gesù riprese: “Non sono forse grande. All’affermazione rotonda una corrispondenza totale alle esi-
io che ho scelto voi? Eppure uno di di Pietro: «Tu non mi laverai i piedi genze del cuore, aveva introdotto
voi è un diavolo!”. Parlava di Giuda, in eterno!» – Pietro è senza mezze in ogni piega delle sue giornate
figlio di Simone Iscariota: costui in- misure! –, Gesù alza la posta fino al una pienezza talmente inaudita da
fatti stava per tradirlo ed era uno dei limite senza attenuare la sfida: «Se allargare la sua ragione, facendo
Dodici» (Gv 6,52.60.66-71). Diversa- non ti laverò [i piedi] non avrai par- diventare Pietro più se stesso. Per
mente dal traditore, a Pietro, pro- te con me!». Davanti a tale scom- staccarsi da Gesù avrebbe dovuto
prio in forza della corrispondenza messa, Pietro si arrende: «Signore, rinnegare se stesso, negare tutto
sperimentata – anche se, come gli [se la metti in questi termini, allora] ciò che aveva vissuto. Egli accetta
altri, non capisce le parole che Gesù non solo i piedi, ma anche le mani e dunque di lasciare entrare un’altra
aveva detto nella sinagoga –, non il capo» (Gv 13,3-9). Che cosa vince misura, la misura di un Altro. Gesù
passa neanche per l’anticamera del in lui, tanto da fargli compiere una poteva comunicare a Pietro un’altra
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misura perché Lui per primo aveva Signore gli aveva detto: “Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre vol-
attraversato tutto il dramma che te”. E, uscito fuori, pianse amaramente» (Lc 22, 54-62). Quel pianto amaro fa
Pietro avrebbe dovuto attraversare. la differenza tra Pietro e Giuda: entrambi hanno tradito Gesù, ma, mentre
Neanche a Gesù corrisponde imme- Pietro piange per il dolore, Giuda si suicida per la disperazione. Non si dava
diatamente quello che sta per suc- pace, Giuda; non voleva essere un «intruppato» – pensava – come Pietro;
cedere; infatti nell’orto degli ulivi voleva – diremmo – mantenere la sua criticità e la sua autonomia. Invece
dice: «Padre, se possibile allontana Pietro piange amaramente.
da me questo calice; non sia però
ciò che voglio io, ma ciò che vuoi Queste due figure mostrano che il dramma si svolge tutto nell’io, nel cuore
Tu». Dicendo questo, Gesù rinuncia di Pietro e nel cuore di Giuda. Perché il dramma? Per la speranza che Lui
alla Sua ragione o la apre a un di- aveva suscitato in loro: se essa è accolta, la vita avrà un esito positivo; se
segno più grande? «Questa fiducia invece vince la negazione di quella speranza, l’esito sarà la vittoria del pote-
originale nel Padre, non offuscata re. Lo sguardo di Gesù a Pietro, che fa scattare il pianto, mostra fino a che
da diffidenza alcuna, si fonda sulla punto la passione di Gesù per il suo amico non venga meno neanche in quel
comunione dello Spirito Santo con momento, neanche davanti alla sua triplice negazione, quando Pietro è tra-
il Padre e il Figlio: lo Spirito mantie- volto dalla sua fragilità: il Signore si voltò e fissò lo sguardo su Pietro. Per-
ne viva nel Figlio l’imperturbabile ciò neanche il male clamorosamente fatto riesce a strappare Pietro dal suo
fiducia per la quale ogni disposizio- attaccamento a Gesù. Amore e incoerenza a noi sembrano incompatibili,
ne del Padre – fosse anche la trasfor- perché identifichiamo l’amore con la coerenza. Ma nell’esperienza profon-
mazione della separazione persona- da non accade così. Lo documenta Pietro: è sprofondato nella incoerenza
le in abbandono [come ascolteremo più assoluta, ma questa incoerenza non prevale sull’attaccamento a Gesù,
oggi: «Dio mio, Dio mio, perché mi come dimostra il suo pianto. Il segno della sua affezione incrollabile resterà
hai abbandonato?», fosse anche per sempre il suo dolore. Proprio quel dolore è infatti il segno strepitoso,
questo] – sarà sempre scaturen- inequivocabile, del suo amore per Cristo. Solo davanti a una persona amata
8 te dall’amore [del Padre. Capite la si può provare dolore per il proprio male. Il dolore è il segno dell’amore.
natura del dramma?], al quale ora, Ma dopo che si è sprofondati nel dolore, come si riparte? Il dramma di Pie-
poiché il Figlio è divenuto uomo, tro non finisce. Anzi, raggiunge il suo vertice davanti alla domanda più im-
occorrerà rispondere con umana pensabile che avrebbe mai potuto sentirsi fare dopo il suo più clamoroso
obbedienza» (H.U. von Balthasar, Se tradimento, cioè il suo rinnegamento. C’è una sfida più grande di quella
non diventerete come questo bambino, che gli ha rivolto Gesù? «Pietro, mi ami tu?» (Gv 21,16). Nessun’altra doman-
Piemme, Casale Monferrato (AL) da avrebbe potuto sfidare di più la misura di Pietro, cioè la ragione di Pietro
1991, p. 31). ridotta a misura. Gesù non vuole essere seguito da sentimentali intruppa-
ti. Per questo entra nel cuore di Pietro attraverso l’unica porta veramente
È così che Gesù vince, qui sta la ra- umana: la ragione. Egli sfida Pietro con l’amore implicato in quella doman-
dice della vittoria di Cristo sul nulla: da. E investendolo con la Sua affezione irriducibile, unica, Cristo consente
il modo di vivere del Figlio è la vit- alla ragione di Pietro di non diventare razionalistica. Che portata ha questo
toria sul nulla. Anche Pietro dovrà per noi? Se il cuore non allarga la ragione, non c’è niente da fare: la misura
attraversare lo stesso dramma. Nel
suo impeto, così come tira fuori la
spada, allo stesso modo aveva soste-
nuto: «Io non ti abbandonerò mai!»
(cfr. Mc 14,29; Mt 26,33), ma davanti
alla serva che dice: «Anche tu eri con
lui?», risponde: «Non lo conosco»,
per tre volte. «E mentre ancora par-
«Può ricostruire solo
lava, un gallo cantò. Allora il Signore chi è stato ed è continuamente
si voltò e fissò lo sguardo su Pietro,
e Pietro si ricordò della parola che il ricostruito»
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prevale. Ma il cuore è «la condizione S. Alberto – J. Prades, Generare tracce Perciò dal «sì» di Pietro – che sem-
dell’attuarsi sano della ragione», ci nella storia del mondo, op. cit., p. 143). bra nascosto dal dramma che da
ha detto don Giussani. «La condi- Tutto questo non è mai esistito: Egli quel momento si svolge sul grande
zione perché la ragione sia ragione solo è. Lo sanno bene le madri e i schermo della storia – sorge il popo-
è che l’affettività la investa e così padri che «azzerano il ricordo dei lo nuovo. Il «sì» di Pietro è l’origine
muova tutto l’uomo. Ragione e sen- piccoli o grandi torti che i bambini del popolo nuovo di cui siamo parte.
timento, ragione e affezione: questo commettono» (ibidem, pp. 143-144) Don Giussani genialmente mette il
è il cuore dell’uomo» (L. Giussani, ogni giorno. E tutto può riprende- «sì» di Pietro all’origine, e stabilisce
L’uomo e il suo destino. In cammino, op. re, rinascere. A meno che uno rifiuti la connessione tra la vocazione per-
cit., p. 117). Quando si stacca dall’af- questo perdono. Mi raccontavano sonale e il disegno universale di Dio.
fezione, come in Giuda, la ragione di una baby-sitter giapponese che, È a partire dall’esperienza persona-
impazzisce; quando invece non si davanti al perdono che vedeva con- le del perdono accettato che si può
stacca, come in Pietro, perché sfida- cedere costantemente dalla madre partecipare al disegno universale di
ta dalla domanda di Gesù – «Simo- ai suoi bambini, un giorno le dice: Cristo, alla pietà di Cristo. Solo chi
ne, mi ami tu?» –, si riapre la partita. «Non torno più a lavorare qui!». rinasce dal perdono può comuni-
«Perché?», le domanda la signora. care questo avvenimento nuovo e
Con questa domanda: «Mi ami «Perché non posso sopportare che quindi fare risorgere ogni “Pietro”
tu?», Gesù rinnova il dramma che lei perdoni i suoi figli e anche me». che incontra per la strada. Non in
sembrava ormai definitivamente Per lei occorreva cancellare dal vo- forza di un ruolo, ma perché è sta-
concluso con una sconfitta. Se Gesù cabolario quella parola! Il perdono to perdonato. Uno può fare arrivare
non avesse riaperto quel dramma introduce nella vita una novità rivo- all’altro solo lo sguardo di Cristo che
con la sua domanda, non ci sarebbe luzionaria, sfida radicalmente la no- ha fatto rinascere lui. Può ricostrui-
stata storia e tutto il resto sarebbe stra misura. Per quella baby-sitter la re solo chi è stato ed è continuamen-
stato inutile, non sarebbe rimasto sfida era inaccettabile, lo scandalo te ricostruito. È qui il trionfo della
niente, il nulla avrebbe vinto (Pila- era troppo grande. pietà che Cristo ha per l’uomo. 9
to, Erode, il Sinedrio). Ma questo Lasciarsi generare dal perdono non
vale per noi oggi: se Gesù non ria- è immediato, anche se è semplicissi- Non basta un devoto ricordo per
prisse in continuazione il nostro mo. Questa è l’ultima provocazione riaprire la partita. Nemmeno tut-
dramma non si costruirebbe la no- alla nostra libertà e alla nostra ra- to quello che Pietro aveva vissuto
stra vita, vincerebbe il nulla, per- gione, perché quando uno è ferito e sarebbe bastato: occorre Uno pre-
ché da soli noi non siamo in grado cova risentimento – anzitutto verso sente. Chi non si lascia generare
di uscire dalla nostra misura. Ciò se stesso, per l’errore fatto, il male ora, non potrà uscire da solo dalla
diviene possibile solo se io sono in- commesso – è come paralizzato. Un propria misura, che avrà quindi
vestito da un amore come quello di segno inequivocabile del perdono sempre la meglio su di lui. Nessu-
Cristo per Pietro. «Il “sì” di Pietro è accettato è perciò che la persona si no genera se non è generato nel
costruito su questo perdono […]. È sblocca. Ecco, dunque, la condizio- perdono. Il popolo nuovo nasce da
per questo che l’Abate dice a Miguel ne perché fiorisca in noi l’umanità questo perdono.
Mañara che tutto quello che può nuova: accettare di essere perdona- In questo momento chiediamo di
aver fatto nel suo passato è come ti. Non lasciarsi generare dal perdo- entrare in questo dramma, per-
ridotto a zero. Ci vuole [veramente] no di Cristo, questo è il nostro quo- sonale e storico. Non è, dunque,
una potenza infinita per ridurre al tidiano strapparLo dalla terra dei un semplice ricordo del passato
nulla quello che c’è». Infatti, con- viventi: qui a negarLo non è il potere il gesto che stiamo compiendo: si
tinua don Giussani, «il perdono è costituito, ma il potere della nostra tratta infatti di un avvenimento
[…] una riduzione a nulla di tutto il libertà. E quindi, come Giuda, si fa che permane – Cristo è contem-
male che ho fatto. Ma anche di tutto il gioco del potere, laico o clericale poraneo, sta accadendo ora – e che
quello che farò, perché fra un mese, che sia. È il prevalere della propria solleva lo stesso dramma dell’ini-
tra un anno, formalmente dovrei misura sulla Vita che ci genera, sulla zio, lo stesso dramma di Pietro e
dire lo stesso di oggi» (L. Giussani – speranza che Lui ha suscitato in noi. Giuda, qui e ora.