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DOTTRINA CRISTIANA
sPIEGATA IN QUATTRO LIBRI
D aI PAD R e
D. GABRIELLO SAVONAROLA
C H I E R I C O R E G O L A R E
DOTTRINA CRISTIANA
SPI E GATA IN QUATTRO LIBRI
D A L P A D R E

D. GABRIELLO SAVONAROLA
C H I E R I C O R E G O L A R E

Seconda Edizione riveduta ed ampliata

L IBRO T E R ZO.

IN P A D o v A MD cc Lxv III. ,
N E L L A S T A M P E R 1 A C o N z A T T I.

Con Licenza de' Superiori e Privilegio.

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p. A R NA L D o S P E R O N I

BENEDETTINO CASSINENSE

PER LA GRAZIA DI DIO E DELLA SANTA SEDE


APPOSTOLICA VESCOVO D'ADRIA, PRELATO
DOMESTICO, ED ASSISTENTE AL
SOGLIO PONTIFICIO.

NA delle maſſime più opportune al buon regola


mento e riforma del Coſtumi d'una Dioceſi ben
ordinata non può negarſi ſi è l'uniformità delle Dot
trine, colle quali viene il Popolo iſtruito o da Parro
chi colle Prediche all'Altare, e coi Catechiſmi nelle
Scuole della Dottrina Criſtiana, o da Confeſſori ne'
Tribunali di Penitenza, purchè il paſcolo di cui viene
aſciuta la greggia del Signore, ſia ſano, e purgato
dalle erbe venefiche di Dottrine o troppo rilaſſate, o
troppo rigide. Quindi S. Paolo ſcrivendo a quei d' Efe
cap. 4- 3.
ſo bramava che ſiccome erano un ſol corpo in GESU'
Criſto; così aveſſero ancora un medeſimo ſpirito: unum
corpus, d unus ſpiritus : ſolliciti ſervare unitatem
ſpiritus in vinculo pacis. Deſiderando però Noi d'in
trodurre in tutta la noſtra Dioceſi queſta unità di ſpi
rito, la quale non può aver la ſua origine ſe non ſe
dalla uniformità delle Dottrine, delle quali lo ſpirito
de' Fedeli viene imbevuto dai Paſtori inferiori della
i" del Signore principalmente alla noſtra cura e
ollecitudine Paſtorale affidata, e potendo in parte ſer
vire di mezzo a queſto fine la lettura del Libro inti
tolato = Dottrina Criſtiana ſpiegata in quattro Libri
dal Padre D. Gabriello Savonarola Chierico Regolare -
che ſta di già ſotto il torchio del Conzatti di Padova
per la ſeconda Edizione, come quello che omeſſe le
ſpinoſe non neceſſarie Quiſtioni, che tendono ſolo a
- N di
diſtrarre e diſunire gli ſpiriti abbraccia con chiarezza
d'ordine, facilità di ſtile, Erudizione di Sacra Scrittu
ra, Santi Padri, Concilj, e dei più ſaggi Teologi le
principali maſſime della Criſtiana Morale Teologia,
perciò raccomandiamo a tutti i Parrochi, e Confeſſori
di queſta noſtra Dioceſi di provederſi d'un Opera che
può riuſcire di profitto e d' edificazione alle sanime
al noſtro zelo affidate. Noi non intendiamo con ciò di
preferirla al Catechiſmo Romano, Libro veramente
utiliſſimo e che merita tutta la venerazione, perchè
pubblicato per ordine del Sacro Concilio di Trento , il
quale anzi deſideriamo del continuo fra le mani de'noſtri
Parrochi e Confeſſori. Ma eſortiamo ch accoppiando
queſto a quella eſibiſcano con più facilità un paſcolo più
ubertoſo e adattato alla capacità dei noſtri dilettiſſimi
popoli. Inteſa queſta Opera da Parrochi e Confeſſori
a dovere, ed a noſtri amatiſſimi popoli con prudenza
ſpiegata ſecondo il vero ſenſo delle Autorità e Sen
tenze del Padri, Concilj, e Teologi &c. in eſſa raccolte,
può render più agevole la coltura delle piante tenerelle
de Fanciulli, che creſcono nella Vigna del Signore,
e ſervire a dirozzare gli alberi adulti che foſſero in
ſelvatichiti per l'ignoranza delle coſe di Dio. Abbiano
eſſi per tanto ſempre in cuore nei loro Catechiſmi l'
* 2. ep. 16. avvertimento del Principe dei Paſtori S. Pietro Appo
ſtolo; e ſe per avventura ſunt quadam difficilia intel
lectu, qua indotti & inſtabiles depravant, ſicut & cateras
Scripturas ad ſuam ipſorum perditionem, ſi guardino con
- Ibi 1 . 17. ogni cautela, ne errore tradutti excidant a propria fir
mitate, rendendoſi meritevoli di taccia sì abbominevo
le ; e cerchino con chiarezza di frangere il pane del
Verbo di Dio, e della Dottrina Criſtiana ſecondo lo
ſpirito della Chieſa, che fu ſempre dolce e ſoave, e
pieno di diſcrizione, alieni dalle quiſtioni, e lontani
dal
dal decidere in materie Morali ciò, che non fu mai
deciſo dal Supremo Tribunale della Chieſa. Al qual
fine raccomandiamo, come abbiamo già detto di ſo
pra, la lettura di queſto Libro ad iſtruzione d'ognu
no, ed ordiniamo che le preſenti noſtre fieno traſ
meſſe per tutta la noſtra Dioceſi a comune profit
to e vantaggio.

Data in Rovigo dal Palazzo noſtro il dì 11.


Maggio 1768.

( D. ARNALDO Veſcovo d' Adria.

l
Iſidoro Can. Campanari Dott. Cancell. Veſc.
I N D I C E
D E C A P I T O L I.
P A R T E P R I M A,
Delle Virtù. Pag. 2. l
Cap. I. Delle Virtù Teologali. 4°
º Art. I. Della Fede. 7.
Art. II. Della Speranza. 2 I
Art. III. Della Carità. 3 I-
S I. Della Carità verſo Dio. 33
S II. Della Carità verſo il Proſſimo. 41 -
Cap. II. Delle Virtù Cardinali. . I 35
Art. I. Della Prudenza. I 36.
Art. II. Della Giuſtizia. I46.
Art. III. Della Fortezza . I 57.
Art. IV. Della Temperanza. I 64.
P A R T E S E C O N D A.
De Peccati. - 18 I.
Cap. I. De Peccati Attuali. 186,
Art. I. Della Superbia. 2 I 5.
Art. II. Dell'Avarizia. 2 24
Art. III. Della Luſſuria. 233
Art. IV. Dell'Invidia. - 234
Art. V. Della Gola. 239.
Art. VI. Dell'Ira. 244
Art. VII. Dell'Accidia. 248.
Cap. II. Delle Regole per diſcernere i peccati gravi
e leggieri. 252
P A R T E T E R Z A.
Della Grazia, e della Predeſtinazione. 267.
Cap. I. Della Grazia. 269,
Cap. II. Della Predeſtinazione. 294.
-

IL I B R O T E R Z O,
Delle Virtù Teologali e delle Cardinali, de Vizj,
della Grazia e della Predeſtinazione .
SOn può giammai eſſervi vera Virtù, ſe non
A ſia dalla Fede accompagnata, e non può in
alcuno conſervarſi la vera Fede, ſe non ſia
con le Virtù collegata. Fra queſte però la
Obbedienza che ſi deve rendere a Dio, è in Act. 5. 29.
certa maniera nelle ragionevoli creature la
madre e la cuſtode di tutte le altre ( 1 ):
poichè chi obbediſce ai Precetti, dei qua
li abbiamo già ragionato nel Libro precedente, si eſercita
ſempre nella pratica delle Virtù, e in cotal modo oſſervandos. Aug.ser.
la Divina ſantiſſima Legge cammina ſul retto ſentiero, ed ad Frat. in
acquiſta la vera Sapienza, per cui viene a riconoſcere il ſu- Erem.
premo Autore dell'univerſo. Chi non ſa infatti ch'ogni Di
vino comandamento è una luce ch'illumina le noſtre menti, Pſal.18.8.8.
e ci ſtimola a fedelmente obbedire ai Divini Precetti, ſe con- ſeqq.
ſeguire vogliamo quella Vita eterna, che nell'ultimo Articolo V. Lib. pri.
del Simbolo, dalla Chieſa Romana coſtantemente ſempre cu- pag. 158.
ſtodito, s'è inſegnato doverſi credere con fermezza ( 2 ) ?
Tale inſomma è la Legge che Dio preſcriſſe al primo noſtro
Padre Adamo fin da quando lo formò, che s'egli aſſoggettan
doſi al ſuo Creatore come a ſuo vero Sovrano aveſſe con pia
raſſegnazione e obbidienza oſſervato il ſuo comando, ſarebbe
felicemente paſſato ſenza morire al conſorzio degli Angeli, e
al

(1) Obedientia virtus in creatura per cuſtodit, & ſervat, diximus eſ.
rationali mater quodammodo eſt ſe credendum. S. Ambr. epiſt. ad
omnium, cuſtoſque virtutum. S.Aug. Sir. Pap.
lib. 14. de Civ. Dei cap. 12. Ita Adamum primum homi
( 2 ) Ex obſervantia mandatorum nem condidit Deus, ut ſi Creatori
ſperare poſſumus Vitam aternam, ſuo, tanquam vero Domino ſubdi
ºn ultimo Symboli articulo, quod tus, preceptum eius pia obedientia
Bccheſia Romana intemeratum ſem cuſtodiret , in conſortium tranſire
Lib. Ter. A An
2, ID E L L E V I R T U .

al poſſeſſo della beata immortalità da neſſun termine circon


ſcritta; ſe poi con oſtinata protervia e diſubbidienza offeſo a
veſſe il ſuo Dio, ſoggiacendo alla morte e menando una vita
brutale, reſo ſchiavo delle ſue paſſioni , condannato ſarebbe
dopo morte agli eterni ſupplicj (1).
Siccome però per conſeguire la Vita eterna biſogna neceſ
ſariamente praticare le virtù, ed eſtirpare dal cuore i vizi
oppoſti col mezzo della grazia che ci tiene preparata il no
Rom.8.29. ſtro buon Redentore ad oggetto di renderci a ſe conformi;
così è ragionevole che eſſendoſi già fatta nel Libro antece
dente la ſpiegazione dei Precetti del Decalogo e della Chieſa
entriamo ora in diſcorſo delle Virtù e de' Peccati; e dopo a
ver tal materia, come meglio da noi ſi potrà, riſchiarata,
non ſarà fuor di propoſito aggiungere qualche notizia riguar
do alla Grazia ed alla Predeſtinazione. E per procedere con
buon ordine divideremo tutto queſto argomento in tre Parti,
nella prima delle quali ragioneremo delle Virtù, nella ſecon
da dei Peccati, nella terza della Grazia e della Predeſtina
2ione. -

P A R T E P R I MI A.

Delle Virtù.

S. Aug. lib. “ La virtù un abito dell'animo non diſ orde dalla natura e
83.qq. d.31. dalla ragione. Anzi dagli Antichi la Virtù fu definita
Id. lib. 4 de la ſteſſa vera arte di bene e rettamente vivere. Ond'è ch'a ra
Civ. Dei gione una buona qualità della mente ſi denomina, per cui retta
º ss. mente ſi vie, e di cui innº Iſiniſtramente fa uſo, come con
art. 4 Santo Agoſtino inſegna l'Angelico.
Ma non ſarà mai che vera Virtù ſi ritrovi in uomo che
non ſia giuſto; nè uomo mai ſarà veramente giuſto, ſe non
abbia egli nel ſuo cuore la Fede; dappoichè il giuſto vive
Rom - 17 della Fede (2). Quindi è che la giuſtizia veramente non
ſog
( 1 ).Angelicum ſine morte media natus. S. Aug. lib. 12. de Civ. Dei
beatam immortalitatem ſine ullo ter cap. 2 I.
mino conſecutus. Sin autem Domi (2) Abſit, ut ſit in aliquo vera Vir
num Deum fuum libera volunta tus, niſi fuerit juſtus - Abſit au
te ſuperbe, atque inobedienter uſus tem, ut ſit juſtus vere, niſi vivat
offenderet, morti addictus beſtiali ex Fide; juſtus enim ex Fid e vi
ter viveret, C libidinis ſervus, eter vit. S. Aug. lib. 2. de Civ. Dei
moque poſt mortem ſupplicio deſti cap. 2 I
D E L L E V I R T Uº. 3
ſoggiorna che in quella felice Reppubblica che ha per fonda
core e governatore Gesù Criſto; e quegli opera la vera giu- S. Aug. ep.
ſtizia che colle buone operazioni ſi merita la Vita eterna. In 107.
altro poi non conſiſte la Vita eterna, ſe non nel conoſcere il Joan. 17.3-
vero Dio, e Gesù Criſto da Dio medeſimo mandato in terra.
La Fede adunque è la prima a cattivare l'anima a Dio;
appreſſo vengono i Precetti ſpettanti al regolamento del no
fro vivere, colla oſſervanza de'quali la noſtra Speranza ſi
rafferma, la Carità s'alimenta, e in cotal modo comincia a
trapelare, e riſplendere ciò che per l'innanzi ſoltanto ſi crede
Va ( 1 -

º ſe li tutti per un naturale iſtinto aſpiriamo alla im


mortalità, e deſideriamo d'eſſere beati, biſogna pur ſoſtenere
che poſſiamo noi tali divenire. Ma egli è certo che queſto
eccellentiſſimo Dono non ci può da altri eſſere conceduto che
da Criſto, da Criſto crocifiſſo, dalla cui morte vinta rimane
la ſteſſa morte, e dalle cui ferite la debolezza noſtra ſi fana;
e perciò con ragione ſi deduce che il giuſto vive della Fede
di Gesù Criſto. Concioſiacchè col mezzo della Fede prudente
mente, fortemente, temperatamente, e giuſtamente vive l'
uomo; e quindi di tutte queſte vere Virtù arricchito con ſa
pienza e rettitudine vive chiunque vive con la Fede (2) .
Perch'egli è certo che le iſteſſe Virtù, per cui una vita fi
mena prudente, forte, temperante, e giuſta, alla medeſima
Fede ſi deggiono rapportare (3). -

Ricavaſi quindi che altre delle Virtù hanno come loro pro
prio ed immediato oggetto Iddio, ed altre ſoltanto riſguar
dano

(1) Fides eſt prima, que ſubfugat mors vincitur, cujus vulneribus na
animam Deo, deinde Precepta vi tura noſtra ſanatur, ideoque juſtus
vendi , quibus cuſtoditis Spes no ex Fide Chriſti vivit. Ex hac enime
ſtra firmatur, C nutritur Chari Fide prudenter, fortiter, tempe
tas, & lucere incipit, quod antea ranter, C juſle, ac per hoc his
tantammodo credebatur. S. Aug. de omnibus veris Virtutibus rette ſa
Agon-Chr- cap. 13. pienterque vivit, qui fideliter vi
(2) Neque omnes homines naturali vit. SAug. lib. 4. cont. Jul. cap. 3
inſtinctu immortales & beati eſſe (3) Virtutes ipſe, quibus pruden
vellemus, niſi eſſe poſſemus . Sed ter, fortiter, temperanter, juſteque
hoc ſummum bonum preſtari homi vivitur, omnes ad eamdem referun
nibus non poteſt niſi per Chriſtum, tur Fidem. S. Aug. lib. 14 de Trin
hune, crucifixum, cujus morte cap. 2o.
Lib. Ter. A 2.
4 DELLE VIRTU' TEo Lo G.ALI.
. dano le coſe naturali. Quelle Teologali s'addimandano, e ſo
no tre, Fede, Speranza, e Carità. Queſte Cardinali s'appella
no, perchè ſono quaſi cardini delle altre Virtù; e ſono quat
tro, Giuſtizia, Prudenza, Temperanza, e Fortezza. Di tutte
anderemo diſtintamente ragionando, -

C A P I T O L O P R I M O.

Delle Virtù Teologali.

Hiunque perta il nome di Criſtiano, ed è iſtruito de'


Divini Miſteri, deve ſapere qual fia della Criſtiana Re
ligione il fondamento, e le verità della Fede; di quella Fede
Sal 5 º cioè che, come inſegna l'Appoſtolo, opera per mezzo della di
lezione, conforta e corrobora i Fedeli nella preſente vita, e dol
cemente li conduce alla contemplazione di Dio nella futura
Sendochè tre coſe appunto propoſe come neceſſarie alla ſalvez
za dell'anima moſtra il ſanto ed egregio Dottore delle Genti
1 Cor 13 dicendo: per ora queſte tre coſe vi ſono, la Fede, la speranza,
e la Carità, e la maggiore di eſſe ſi è la Carità. E intanto
della Fede e della Speranza affermò l'Appoſtolo rammemorato
eſſere maggiore la Carità, perche rimoſſe un giorno quelle
rimarrà queſta ſola (1).
E parimente manifeſto che quelle ed altre fimili Virtù a
proſeguire queſto periglioſo pellegrinaggio neceſſarie non più
faranno di meſtieri nella Vita eterna, dopo che l'avremo
coll'ajuto loro conſeguita (2). Difatti non avrà luogo nella
etera

( 1 ) Quicumque Chriſtianum no Charitas, tria ha crmajor autem


men tenet , quicumque Sacra eorum eſt Charitas.... Hac autem
mentis Divinis eſt imbutus, ne major Fide, 69 Spe ab Apoſtolo
ceſſe eſt , ut Religionis Chriſtiane eſſe narratur, quia eateris receden
rationem ſciat, C Fidei veritatem tibus ipſa ſola permanebit. S. Aug.
agnoſeat; eius quoque Fidei, quae, Ser. 53. de Temp.
ut Apoſtolus ait , per dilectionem (2) Ille, 3 bujuſmodi Virtutes,
operatur, qua in preſenti confor qua nune propter tranſigendam iſtanº
tat ac roborat credentes, & in fu peregrinationem valde neceſſarie
turo perducit ad Dei contemplatio ſunt, non erunt in Vita eterna ,
nem. Nam tria quadam propoſuit propter quam adipiſcendam ſunt
anime noſtre neceſſaria Beatus & neceſſaria. S. Aug. lib. 12. de Gen
egregius gentium Doctor dicens . ad Litt. cap. 31
nunc autem manet Fides, Spes,
a
DEL L E VIRT V TEOLOG A L I. 5
eterna Beatitudine la Fede, con cui ora crediamo ciò che
non ci è per anche permeſſo di vedere, perchè vedremo allo
ra Iddio qual'è in ſe ſteſſo ; non la Speranza, perchè non v'1 Joan 3 º
è ſperanza di coſa che ſi poſſegga, nè mai ſpera alcuno ciò che
gli ſta ſotto gli occhi; non la Prudenza, onde diſcernere dal ººº 8.24.
bene il male che non vi ſarà; non la Fortezza, onde tol
lerare le coſe avverſe, perchè non altro ivi ſarà ſe non quan
to ha da amarſi, non che da tollerarſi; non la Temperanza,
onde tenere in freno i deſideri, perchè non ne ſentiremo gli
ſtimoli; nè finalmente la Giuſtizia, perchè non avremo a ſov
venire i mendici, dove non ſono nè poveri, nè biſognoſi. Una
ſola Virtù colà ritroveraſſi, e queſta nel medeſimo tempo ſarà
Virtù e premio della Virtù . E qual'ella ſia, diſſelo ne' ſuoi
piiſſimi colloqui quell'uomo, che veramente l'amò : bella e Pſal.72.28.
dolce coſa è per me lo ſtare unito a Dio. E queſta è la vita de'
Beati ; cioè un accoſtarſi al ſommo ed eterno Bene, al quale
congiungendoſi eglino per tutta la eternità ottengono compiu
tamente il fine del loro bene ( 1 ) . Una ſola è adunque la
Virtù, che regna nel Cielo, vale a dire la Carità, che conſiſte
nell'amare ciò che vi ſi vede ( 2 ) ; perchè non poſſono i
ſanti in quel perenne imperſcrutabile godimento avere coſa del
perfetto amore di Dio più grata e più cara (3).
Tengaſi nondimeno per incontraſtabile ch'ogni Virtù è un
dono di Dio. E qual coſa ha mai l'uomo che da lui ricevuta
non abbia ? E però noi dobbiamo iſtantemente a lui doman- 1. Cor. 4. 7.
darle, perocchè ſta ſcritto: domandate, e riceverete . Ma in Joan. 16.24.
particolare ci vengono da Dio la Fede, la Speranza, e la Ca- Trid. Seſſ.6.
Irle -

(1) Nec prudenter diſcernentura auten adhaerere Deo bonum eſt .


bonis mala, qua non erunt ; nec Hec Vita beata ; perventio quippe
fortiter tolerantur adverſa, quia eſt ad aternum ac ſummum bonum,
non ibi erit , niſi quod amemus , cui adherere in eternum eſt finis
mon etiam quod toleremus, nec tem noſtri boni. S. Aug. Ep. 52.
peranter libido frenatur, ubi nul (2) Una ibi & tota Virtus eſt Cha
la eius incitamenta ſentiemus; nec ritas amare, quod videas. S. Aug.
fuſte ſubvenietur ope indigentibus, lib. 12. de Gen. ad Litt. cap. 26.
ubi inopem, aut indigenum non ha (3 ) In perenni gaudio nihil gra
bebimus. Una ibi Virtus erit, 6' tius, nihil dulcius habent Sancti
idipſum erit Virtus, premiumque perfetto amore Dei. S. Aug. Ser. 53
Virtutis, quod dicit in ſantiis elo de Temp. -

quiis homo, qui hoc amat : mihi


6 p EL L E VIRTU' TEO L O G A L I.
cap, 7a rità: e perciò Virtù infuſe ſi chiamano. Se queſte Virtù adun
que che ricevemmo , riconoſcendo il loro autore, pieni di
oſſequio e d'umiliazione le convertiremo al culto dello ſteſ.
ſo Dio anche in queſte pompe del Secolo; ſe a lui coll'eſem
pio di noſtra religioſa vita guidando coloro che da noi dipen
dono, gli eſorteremo con ogni noſtra autorità, co conſigli,
co premj, colle minacce a riſpettarlo, allora sì che quelle
faranno vere Virtù, e coll'aiuto di chi beneficamente ce le
donò, a tal ſegno creſceranno, e ſi faranno perfette che ſenza
dubbio alcuno ad una vita veramente beata ed eterna ei con
durranno (1).
Tutte le Virtù in genere ſi dividono in abituali ed attuali,
e le abituali ſi ſuddividono in acquiſtate dalla multiplicazione
degli atti, ed in infuſe immediatamente da Dio, come appun
to per ſua ſingolare munificenza le tre Teologali a Battezzati
DD... com.. egli comunica ed infonde. -

L'una e l'altra ſpecie delle dette Virtù, cioè le abituali e


le infuſe, in vive e morte ſi diſtinguono. Le vive ſi trovano
in chi è ornato della grazia " ; le morte in coloro
che ſono della medeſima grazia ſpogliati; e ſe in queſti tali -

ſi rinviene qualche ſorta di Carità, eſſa non è che imperfet


DD. c000a ta. Tutte le accennate coſe diffuſamente trattate ſono dai Teologi,
a quali può ricorrere chi brama vederle meglio dichiarate.
Io intanto riferirò quì una Propoſizione a queſto propoſito
da Aleſſandro VII condannata, affinchè ognuno anche quindi
comprenda quanto ſia obbligato a coltivare ſpecialmente le
predette Virtù Teologali. Ecco la Propoſizione. L'uomo non
è mai tenuto nel corſo di ſua Vita a far un atto di Fede, di
Speranza, e di Carità in vigore dei Divini Precetti, che riguar
dano cotai Virtù (2). Scomunicò il detto Pontefice così enor
ne

(1) Si Virtutes, quas accepiſti, a largitate donata ſunt, na creſcent,


quo acceperis ſentiens , eique gra & perficientur, ut te ad Vitam ve
tias agens, eas ad ipſius Dei cul re beatam, que nonniſi eterna eſt,
tum etiam in tuis iſtis ſecularibus: ſine ulla dubitatione perducent. S.
bonoribus conferas, tuegue poteſta Aug. ep. 52. -

ti ſubditos homines ad eum colen (2) Homo nullo unguam vite ſue
dum exemplo tua religioſe vite, tempore tenetur elicere actum Fidei,
& pº ſtudio conſulendi, ſeu fo Spei, & Charitatis ex vi Prace
vendo, ſeu terrendo erigas, 69 ad ptorum Divinorum ad eas Virtutesi
ducas .... & vera ille: Virtutes. pertinentium. Prop. damn. ab Al
erunt, C illius opitulatione, cuius. lex. VII.
B E LL E VIRTU TEO LO G.A LI. 7
me empietà per inſegnare che ſenza gli atti replicati di Fede,
Speranza, e Carità, ſulle quali ſi fonda unicamente la noſtra
Religione, la pietà e la ſommiſſione a Dio dovuta, neſsuno
può ſalvarſi. Quindi è, che la Santa Chieſa nelle ſue pre
ghiere va ripetendo: Deb per pietà o Signore benignamente do- Dom.13 poi
anaci l'aumento della Fede, della Speranza, e della Carità - Pent.

A R T I C O L O I.

iDella Fede.

A Fede è il fondamento delle coſe, che devono ſperarſi, ed Hebr. 1 -1-


una piena perſuaſione di ciò, che non ſi vede; ovvero è un
dono di Dio, è una Virtù infuſa da Dio, dal cui lume la uma
ma mente illuſtrata fermamente acconſente a tutto ciò che Dio ha
rivelato, e per mezzo della Chieſa ci ha propoſto a credere, o ſi
trovi, o non ſi trovi nelle Sacre Carte regiſtrato. Si può a tal pro- DD. com.
poſito conſultare Santo Agoſtino che così s'eſprime: io per me
non preſterei credenza al Vangelo, ſe dall'autorità della Chieſa
Cattolica non vi foſſi indotto (1)-
Non deve tuttavia in maniera alcuna confonderſi la Fede
colla Fiducia della ſingolare Miſericordia di Dio, per cui noi
ci moviamo a ſperare la Vita eterna. Anzichè ſe mai alcuno
affermaſſe che la Fede giuſtificante non foſſe altro che la ſud
detta Fiducia della Divina Miſericordia, la quale in virtù
dei meriti di Gesù Criſto rimette agli uomini i peccati, o voleſ
ſe che non foſſe che la ſola Fiducia, per cui noi ſiamo giuſti
ficati, tengaſi per iſcomunicato (2); e tale ancora deve ri
putarſi chiunque ſoſteneſſe che l'uomo rinato alla grazia e
giuſtificato foſſe obbligato a credere di Fede d'eſſere ſtato an
noverato fra i Predeſtinati (3). Molto meno ha da confon
der

[1) Ego Evangelio non rrederem, vel eam Fiduciam Jolam eſe, qua
niſi me Catholice Eccleſie commo .juſtificamur, anathema ſit . Trid.
teret autoritas. S. Aug. cont. ep. Seſſ. 6. Can. XII.
fund. cap. 5. (3) Si quis dixerit hominem re
(2) Si quis dixerit Fidem juſtifi “matum, cº juſtificatum teneri ee
eantem nihil aliud eſſe quam Fi Fide ad credendum ſe certo eſſe in
duciam Divina Miſericordie pec numero Pradeſtinatorum, anatheme
cata remittentis propter Chriſtums ſit. Id. ibi. Can. XV
l
8 D E L L A F E D E.
derſi la Fede colla oppinione, o colla Scienza, come di ſua na
tura ſi rende manifeſto. -

Colui adunque che s'accoſta a Dio, uopo è che creda qual


mente havvi di fatto Dio, e ch'egli è giuſto Rimuneratore
Hebr.it. 6 di chi lo ricerca. E queſto appunto è il primo notabiliſſimo
- obbietro della Fede, Iddio Uno e Trino, Creatore, Reden
tore, Santificatore, e Rimuneratore di tutti; nè alcuno ſen
za queſta Fede che in Gesù Criſto ha il fondamento, potè o
S. Aue. in prima, o dopo la di lui mirabile Incarnazione riconciliarſi
Pſal. ro4 con Dio, ſendo chiaramente e con tutta verità definito dall'
1.Tim. 2.5. Appoſtolo che un ſolo è Dio, e un ſolo il Mediatore di Dio e
degli Uomini l'Uomo Gesù Criſto. Nè il Miſterio ineffabile del
S. Tho. 2. 2. la Incarnazione eſplicitamente può crederſi ſenza la Fede del
q. I 1. art. 8. la Trinità.
Quindi ricavaſi che non deve giammai accordarſi dal Sacer
dote l'Aſſoluzione a chi eſplicitamente non riconoſceſſe un
Dio Rimuneratore, oppur anche malizioſamente ignoraſſe gl'
incomprenſibili Miſteri della Trinità e della Incarnazione, o
aveſſe nel decorſo della ſua vita traſcurato per una vizioſa,
dappocaggine di frequentarne gli atti, eſſendo ſtate perciò a
giuſta ragione da Innocenzio XI riprovate le tre ſeguenti
ſcandaloſiſſime Propoſizioni: la ſola Fede d'un ſolo Dio ſembra
eſſere neceſſaria di neceſſità di mezzo, ma non la Fede eſplicita
d'un Dio rimuneratore, ecco la prima: è capace d'aſſoluzione
colui che non foſſe iſtruito dei Miſteri della Fede, quando ancora
per ſua colpevole negligenza nè meno ſapeſſe il Miſterio della San
tiſſima Trinità, e della Incarnazione del noſtro Signore Gesù Cri-.
ſto, ecco la ſeconda: baſta avere una ſola volta in tempo di
vita creduti i Miſteri della Trinità, e della Incarnazione, ecco
la terza (1).
Sono pure da notarſi tre Propoſizioni, la prima delle quali
da Gregorio XI come Eretica fu condannata, ed è la ſeguen
te:

(1) Non niſi Fides unius Dei ne- gligentiam culpabilem neſciat My
ceſſaria videtur neceſſitate medii, ſterium Sanctiſſime Trinitatis, Cº'
non autem explicita Remunerato- Incarnationis Domini noſtri Jeſu
ris. - Chriſti.
Abſolutionis capax eſt homo , Sufficit Myſteria Trinitatis, 65'
uantumvis laboret ignorantia My- Incarnationis ſemel credidiſſe. Prop
teriorum Fidei, C etiamſi per me- damn. ab Innoc. XI. º
D E L L A F E D E, 9
te: un laico non è obbligato a credere eſpreſſamente alcun Arti
colo di Fede, ma baſta queſta concluſione in generale, ch' egli
crede tutto ciò, che crede la Santa Madre Chieſa di Dio (1).
ILe altre due da Innocenzio XI furono proſcritte, delle quali
una diceva: non ha da giudicarſi che cada la Fede ſotto un
'Precetto ſpeciale e diſtinto dagli altri in ſe ſteſſo, diceva l'altra:
baſta ch' una volta in tempo di ſua vita formi l'uomo un atto
di Fede (2).
Da queſte, e da altre ancora che s'addurranno appreſſo,
quando tratteremo della Carità, quaſi ad evidenza ſi deduce
che ſono tenuti ſotto pena di peccato mortale i Fedeli a for Nat. Alex.
mare l'atto di Fede almeno una volta all'anno, e ſpecial Theol. mor.
mente quando loro ſovraſta il pericolo della morte, o qual- lib, 4. cap.3-
che grave tentazione li moleſta. Pare altresì che ſieno obbli- art. 7.
gati almeno implicitamente a rinnovarlo, "
aſcoltano la
Santa Meſſa, col credere fermamente che in eſſa ſi conſacri in
virtù delle parole del Sacerdote, e ſi offeriſca all'eterno Padre
l'Unigenito ſuo Figliuolo Gesù Criſto; così quando ſi preſenta
no al Tribunale della Penitenza col perſuaderſi che il Signo
re per via dell' Aſſoluzione perdona interamente le colpe ai
peccatori contriti, e li rimette in ſua grazia ; e quando s'
accoſtano a ricevere il Pane Eucariſtico col tenere per fermo
che Gesù Criſto, Dio e uomo, realmente ivi ſi naſconda ſot
to l'apparenza delle ſpecie Sacramentali per cibare ſpiritual
mente coloro, che ſi preſentano a riceverlo colle dovute diſpo
ſizioni. Stantechè niuno può bene operare ſe la Fede non
precede alle opere (3). Ed è fuori di dubbio che il primo
Precetto, e il fondamentale principio di noſtra ſanta Religione
ſi è l'avere il cuore radicato e fermo nella Fede (4). La
sCle

“C1) Laicus non tenetur ad aliquem vita elicere. Prop. damn. ab In


i Fidei Articulum expreſſe creden noc. XI
dum, ſed ſufficit iſta concluſio in (3) Nemo bene operatur, niſi Fi
genere, quod credat omne illud , des praeceſlerit , S. Aug. Ser. 7.
quod credit Santta Mater Eccleſia cap. Io a

Dei. Dire&t. Inquiſ. p. 2. q. 1o. (4) Hoc eſt" praceptum, hoc


(2) Fides non cenſetur cadere ſub eſt initium Religionis & vita no
preceptum ſpeciale, 69 ſecundum ſe. fire fixum habere cor in Fide. Se
Satis eſt actum Fidei ſemel in Aug. Ser. 245 - - -

Lib. Te, . B
Io D E L L a F E D E.
Eph. 3. 17. che volle ſignificare l'Appoſtolo dicendo: fate ch'abiti Criſto
ne' voſtri cuori per mezzo della Fede. Perciò ſoggiunge Santo
Agoſtino che ſe la Fede ſarà in noi, Criſto parimente ſarà in
noi ( 1 ). Quindi chiedevano fervoroſi gli Appoſtoli al Signo
Luc. 17. 5. re ch'ei accreſceſſe la loro Fede. -

Rom, 1o. 17. E poi la Fede per via dell'udito a noi tramandata; giac
S. Aug. de chè quanto da noi ſi crede, lo dobbiamo all'autorità di Dio
º º che del rivela, e della Chieſa che cel propone, ſicchè coloro
º “ che ſi uniformano nella loro ſcienza a Dio, hanno un fortiſ.
ſimo argomento della incontraſtabile ſua Onnipotenza in tut
te quelle coſe, che ſembrano incredibili agli uomini; dappoi
chè ſanno ch'egli non può, nè ha potuto giammai mentire, e
che può ben fare ciò ch'all'Infedele pare impoſſibile ( 2 ) .
Rom. 3. 4. Lo che non ammette contraddizione alcuna, perchè Dio è la
ibi. 1o. 17- ſteſſa verità, ed ogni uomo all'incontro alla bugia ed all'er
S.Iren:lº 3 rore è ſoggetto. E quì è da notarſi che l'udito, per cui s'
º º nella
cap. 4°
acquiſta la Fede, della parola di Criſto ſi riempie,
Scrittura, e nelle Tradizioni ſta ripoſta.
la quale

Ma non ſi ha già da immaginare l'uomo che i Santi Ora


coli della Scrittura ſieno ſoggetti a qualunque particolare e
capriccioſa inrerpretazione. Atteſochè le Profezie e le Sante
Scritture non per umana volontà furono regiſtrate, ma per un
impulſo dello Spirito Santo dai Fedeli ſervi di Dio furono
2.Pet. 1. 21. proferite. Laonde non ſenza una giuſta e ſalutare Provviden
S. Aug. de za fu ſtabilito che l'autorità della Chieſa abbia ad eſſere quel
mor. Eccl. la che dalla caligine delle tenebre, o vogliamo dire, de'pec
cap. 1 - cati, alla luce della verità le dubbioſe umane menti conduca.
Imperocchè quelle tali coſe che non all'eſperimento del noſtri
corporali ſentimenti, nè alla fiacca perſpicacia del noſtro in
telletto ſono ſottopoſte, hanno ſenza eſitanza a crederſi a que”
teſtimoni, che la Scrittura meritamente Divina appellata com
po
\
(1) Si Fides in nobis, Chriſtus in re, quod impoſſibile eſt Infideli .
nobis. S. Aug tract. 49. in Joan. S. Aug. lib. 2o. de Civ. Dei cap. 3o.
. (2) Qui ſecundum Deum ſapiunt, Que non corporeo ſenſu experti
omnium, que incredibilia videntur ſumus, nec mente aſſequi valemus,
hominibus, maximum argumentum eis ſine ulla dubitatione credenda
tenent veracem Dei Omnipotentiam, ſunt teſtibus, a quibus ea , qua
quem certum habent nullo modo in Divina vocari jam meruit, Scriptu
sis potuiſſe mentiri, c poſe face ra confecta eſt, qui ea ſive per cor
pur,
D E L L A F E D E, I

poſero, e che o corporalmente, o ſpiritualmente da Dio ſolle


vati videro, o previdero quanto hanno ſcritto (1). -

Che ſe vogliamo cogli empi negare la Divina Provviden


za , che il tutto dirige e governa , è inutile ogni cura
in fatto di Religione. Ma ſe l'iſteſſo aſpetto delle coſe crea
se, che da qualche perenne fonte di bellezza deve neceſſaria
mente derivare; e ſe per un certo intimo ſenſo le anime di
miglior tempra vengono paleſemente per dir così, e ſegreta
mente ſtimolate e ſpinte a cercar Dio, ed a ſervirlo, convien
pur perſuaderſi ch'abbia Iddio ſteſſo una qualche autorità co
ſtituita, per la quale come per ſicura ſcala ſalendo poſſiamo
a lui francamente ſollevarci ( 2 ) - -

Non pertanto s'eſclude dalla Fede la ragione, quaſichè


queſta a quella ripugni. Anzi quantunque la Fede della San
ta Chieſa non dalle ragioni degli umani quiſtionamenti, ma
dalla pietà d' una ſoda credenza si apprenda, ed ogni ragione
debba eſſere poſpoſta alla Fede, nè fieno Criſtiani coloro, che fa. Ep. 122.
non vogliono credere, ſe loro non ſe ne adduce la ragione, Id. de util.
nulladimeno ſe un Fedele la ragione richieda per intendere cred.cap. 1o
quello che crede, ſi dovrà avere riguardo alla di lui capacità,
e adattarſi ad eſſa, acciocchè la ſua Fede egli corobori per
via di ragioni, e in cotal modo della verità ſi perſuada (3).
Per queſto ci avverte l'Appoſtolo Pietro ad eſſere ſempre pron- 1.Pet. 3. 15.
ti a chiunque ci faceſſe dimanda ſulla Fede, e Speranza noſtra.
E San Paolo vuole che ſia ragionevole l'oſſequio che noi ren- Rom. 12. 1.
diamo a Dio. Sono poi così gagliardi e forti i motivi di no
ſtra
-

( 1 ) pus, five per animum Divini- privatimque hortatura non eſt deſpe
tus adjuti vel videre, vel etiam randum ab eodem ipſo Deo auctori
previdere potuerunt. S. Aug. En tatem aliquam conſtitutam, qua
chir.cap. 4 veluti gradu certo innitentes attol
(2) Si Dei Providentia non preſi lamur in Deum . S. Aug. lib. de
det rebus humanis, nihil eſt de Re util. cred. cap. 16
ligione ſatagendum . Sin vere & (3) Si fam Fidelis rationem poſ
ſ" rerum omnium, quan profe cat, ut quod credit, intelligat, ca
o ex aliquo pulchritudinis fonte pacitas ejus intuenda eſt, ut ſe
manare credendum eſt ; & interio cundum eam ratione reddita ſumat
rineſcio qua conſcientia Deum que Fidei ſue intelligentiam. S. Aug,
rendum a Deoque ſerviendum, melio Ep. 122.
º quaſgue animos quaſi publice,
Lib. Ter 2, )
I2 D E L L A F E D Ea

Pſal. 92. 5. ſtra credenza che fu coſtretto ad affermare il Salmiſta, eſſerſi


pur troppo rendute credibili le chiare teſtimonianze del Signore,
Quando adunque ricerchi un Fedele delle ragioni riſguardo
alla Fede per rettificare la ſua intelligenza, può trovarle, ma
non già per dare aſſenſo alla ſteſſa Fede. Mercechè l'aſſen
fo della Fede deve naſcere ſoltanto dall'autorità di Dio rive
S. Aug. var lante, il quale è la ſteſſa Verità, che non può nè inganna
re, nè eſſere ingannato. Ed ecco perchè da Innocenzio XI le
ſeguenti Propofizioni ſi condannarono; cioè che la volontà
non può far tanto che l'aſſenſo della Fede ſia più ſtabile e fere
mo di quello che meritino le ragioni inducenti l'aſſenſo; ch' uno
uò prudentemente rinunciare l'aſſenſo ſoprannaturale, che dava
alla Fede; che l'aſſenſo ſoprannaturale della Fede ancorchè utile
alla ſalute ſta appoggiato ſoltanto ad una mera notizia probabile
della rivelazione, ed è anneſſo al timore che Dio non abbia ver
ramente rivelato quello che ſi crede; che la Fede largamente par
lando nella teſtimonianza delle creature, o in altro ſimile motivo
fondata è baſtante per ſalvarci, e che finalmente ſarà ſcuſato
della ſua infedeltà un Infedele, il quale non preſtò credenza alla
noſtra Fede laſciatoſi tirare da una opinione meno probabile della
noſtra (I). Queſti ſono tanti manifeſti errori, perchè col cuore
Rom.Io. 1o. ſi ha da credere, acciocchè ſiamo giuſtificati; lo che ſi conſe
guiſce col mezzo della Divina grazia, la quale ci riſveglia, e
ci conforta, e talmente opera in noi che per via dell'udito ac
cogliendo noi la Fede liberamente ci portiamo verſo Dio cre
dendo fermamente eſſere vere quelle coſe, che divinamente ci ſo
no ſtate rivelate e promeſſe (2 ) -

(1) Voluntas non poteſt efficere creaturarum, ſimilive motivo ad iu


ai fiſi Fiat in pſ"ſia. ſtificationem ſufficit. -

gis firmus, quan mereatur pondus Ab Infidelitate excuſabitur Infi


nationum ad aſſenſum impellentium. delis non credens ductus opinione
Poteſt quis prudenter repudiare minus probabili. Prop. damm. ab
aſſenſum, quem habebat ſupernatu Innocentio XI.
ralem. (2) Eccitati a Divina gratia &
Aſſenſus Fidei ſupernaturalis, 69' adjuti Fidem ex auditu concipien
utilis ad ſalutem ſtat cum notitia tes libere movemur in Deum crer
folum probabili revelationis ; imo dentes vera eſſe, que divinitus re
cum formidine, qua quis formidet, velata & promiſſa ſunt. Trid. Saſs
ne non ſit locutus Deus. 6. cap. 6. º -

Fides late dicta ex teſtimonio


a --- -
D E L L A - F E D E- I3

Nè per queſto dirà taluno che vengano i Criſtiani contro


lor voglia tratti, perchè dovrà dire ancora che l'animo ſia S.Aug.trati.
tirato come per forza dall'amore. Infatti a formare un atto 26. in Joan
interno di Fede una pia diſpoſizione di volontà ſi ricerca;
ch'è quanto a dire, deve eſſere l'atto di Fede ſulla Carità
fondato. La diverſità poi, che ne'Credenti s'oſſerva, fa chia
ramente vedere la libertà del noſtro cuore nell'aderire alla
Fede. Così noi ſapiamo che credono anche i Demoni, ma
tremano , mentre credono. Jac. z. 19.
Molto diffuſamente fu queſto argomento da Santo Agoſtino
trattato, il quale oſſerva che la noſtra Fede da quella de'
Demonj haſſi a diſtinguere. Atteſochè la noſtra purifica il
cuore, li coſtituiſce rei la loro. Eglino ancora dicono: tu ſei V.S. Luc. 4.
Criſto Figliuolo di Dio. Ciò dice Pietro, e n'è lodato, ciò & Matt. 16
dice il Demonio, e n'è condannato. Donde naſce tale diffe
renza, ſe non perchè è uniforme bensì la voce, ma difforme
il cuore? Dobbiamo adunque procurare di diſtinguere la no- :
ſtra Fede; nè contentarci ſemplicemente di credere, perchè
queſta non ſarebbe quella Fede che purifica il cuore. Con
quella Fede credete, ſta ſcritto, che monda i cuori. E qual'è A&t. 15. 9.
queſta Fede ſe non quella dal Santo Appoſtolo definita così : Gal. 5- 6.
la Fede che opera per via della Dilezione. Queſta ſi è quella
Fede che dalla Fede de Demoni, e da quella degli uomini
malvagi e di perduti coſtumi ſi diſtingue. Qual' è, torno a
ripetere, queſta Fede? Quella ch'opera per via della Dile
zione; quella che quanto promette Iddio, ſpera di conſeguire.
Non poteva darſi della Fede una più propria e perfetta defi
nizione. Tre coſe adunque vi ſi rinchiudono. Uopo è che
que
Diſcernenda eſt Fides moſtra a quali Fide, miſi quam definit A.
Fide Demonum. Fides enim noſtra poſtolus Paulus, ubi ait : Fides,
mundat cor , Fides autem illorum qua per Dilectionem operatur? Iſta
reos facit. Inquiunt illi; tu es Chri Fides diſcernit a Fide Demonum,
ſtus Filius Dei. Dieit hoc Petrus, diſcernit ab hominum flagitioſis ac
& laudatur ; dicit hoc Demon , perditis moribus. Fides, inquit ,
& damnatur. Unde hoc, niſi quia qua Fides º qua per Dilectionem
vox par, cor imparº Diſcernamus operatur, ſperat, quod Deus pol:
ergo Fidem ", mec credere licetur. Nihil iſta definitione pro
Jufficiat. Non eſt talis Fides, que penſius, nihil perfectius. Ergo tria
ºundat cor. Fide, inquit, mun ſunt ifta. Neceſſe eſt , ut in quo
dans cor eorum . Sed qua Fide, eſt Fides, que per Dilectionem oper
ratur,
i4 D E L L A F E D E,

quegli chi ha la Fede operante per via della Dilezione, ſperi


quanto Iddio promette; ſicchè colla Fede vanno congiunte la
Speranza e la Carità (i).
Noi dobbiamo intanto tenere per indubitato che la Fede
ſenza la Carità è inutile e vana. Concioſiachè molti vi ſono
che dicono: io credo, ma la Fede ſenza le opere non condu
Jac. 2. 14. ce a falvamento (2). Ond'è, che l'Appoſtolo San Giacomo
ſcriveva: a che gioverà mai o fratelli ch' alcuno dica d'avere la
Fede, eppoi non lo dimoſtri colle opere? Forſe che potrà ſalvarlo
la Fede? Per mezzo delle opere ottenne la gloria del giuſti Abra
mo, allorchè animoſo offerſe ſopra l'altare il proprio figliuolo. Si
vede chiaramente che in lui la Fede andava dalle opere accom
pagnata, e colle opere rendevaſi perfetta. E non v'ha dubbio
che ſiccome ſenza lo ſpirito è morto il corpo, così ſenza le opere
è morta la Fede. Non vale adunque la Fede ſenza le opere;
nè può altresì andare dalla Carità diſgiunta; perchè quand'an
Cor. 13.2. cora io m'aveſi, dichiarava l'Appoſtolo, in tutta la pienezza
la Fede a talchè traſportaſſi da un luogo all'altro i monti , e
non aveſſi la Carità, a nulla mi varrebbe. -i

Può ciò non oſtante avvenire che la Carità ſi perda, e non


la Fede. Per qualunque peccato mortale ſi perde la Carità,
pel ſolo peccato d'Infedeltà ſi perde la Fede. Difatti ſe alcu
no mai aſſerire voleſſe non eſſervi altro peccato mortale ſe
non ſe quello della Infedeltà, o non poterſi per altro ecceſſo,
ancorchè grave ed enorme, che per quello della Infedeltà
perdere la grazia una volta acquiſtata, ſarebbe ſcomunicato (3).
E tale avrebbe ancora da tenerſi chiunque ſoſteneſſe ch'ogni
qualvolta ſi viene a perdere col peccato la grazia, la Fede
ancora ſempre ſi perde; o che la Fede, la quale allora rima
ne, non è vera Fede, quantunque non fia Fede viva; o che
fi

(1) ratur, ſperet quod Deus pol aut nullo alio, quantumvis gravi
licetur.Comes eſt ergo Fidei Spes,6 & enormi, preterquam Infidelita
Charitas. S.Aug. Ser. in Feſt. o tis peccato, ſemel acceptam gra
mn. San&t. tiam amitti, anathema ſit. Trid.
( 2 ) Sine Dilectione Fides inanis Seſſ 6. Can. XXVI. .
eſt. Multi enim dicunt : credo ; Si quis dixerit amiſa per pec
ſed Fides ſine operibus non ſalvat. satum gratia ſimul & Fidem ſem
S. Aug tract. 1o. in Joan. per amitti, aut Fidem , qua per
( 3 ) Si quis dixerit nullum eſſe manet, non eſſe veram Fidem, li
mortale peccatum niſi Infidelitatis, cet non ſit viva , aut eam:i"
f

;
D E L L A F E D E, 15
finalmente non ſia Criſtiano colui ch'ha la Fede ſenza la Cas
rità (1). Dalle quali ſaviſſime determinazioni del Concilio
Tridentino vengono implicitamente condannate molte Propo
ſizioni di ei Queſnellio. Del reſto non perderà la Fedes. Aus. lib.
ſe non chi l'avrà diſprezzata, benchè ogni peccato oppoſto 1o. de Civ.
alla Carità dovuta a Dio ſepari l'uomo da Dio, e lo faccia Dei cap. 22.
ſuddito del Demonio.
Ma ſiccome chi crede e non ama, non fa opera che ſia ri
goroſamente meritoria, perchè, come ſi è di già notato,
ſenza la Dilezione è inutile la Fede; così a nulla giovano Ia. ser. 14.
ad un empio infedele per conſeguire la eterna ſalute tutte le
buone opere, ſenza le quali è difficile ch'uomo tanto malva
gio ſi ritrovi (2); perch'è impoſſibile di piacere a Dio ſen
za la Fede. Per queſto diſſe l'Appoſtolo: noi giudichiamo che Hebr. 11. 6.
l'uomo per mezzo della Fede, e non delle opere della Legge, ri
manga giuſtificato. Imperciocchè la Fede è la prima grazia, Rom. 3. 26.
per via della quale tutte le altre coſe che propriamente ſi
chiamano opere ſalutari, e da cui dipende il vivere rettamen
te, ſi poſſono da Dio ottenere (3); eſſendo la Fede della u
mana ſalute il principio, il fondamento, e la radice ( 4 ) ;
nè vi può eſſere più giuſto e vero principio per un Criſtiano
che il credere in Criſto (5). Stantechè il Tempio di Dio
col credere ſi fonda, collo ſperare s'innalza, e coll'amare ſi
perfeziona (6). Conſulti chi vuole ſu tale ſoggetto Santo Ago- a

ſtino della Grazia e del libero Arbitrio cap. 7. e della Fede e


delle Opere cap. 14. & c.
Non ha però quindi a dedurſi che tutte le opere º" Ine
ede

( 1 ) Fidem ſine Charitate ha. cap. 7.


bet, non eſſe Chriſtianum, ana i; Fides eſt humanae ſalutis inì
thema fit . Id. ibi. Can. XXVIII. tium, fundamentum, C radix om
(2) Ad ſalutem eternam nihil pro nis juſtificationis - Trid. Seſſ. 6.
funt impio infideli aliqua bona ope cap. 8.
ra, ſine quibus difficillime vita cu (5) Quod eſt initium verius Chri
juslibet peſſimi hominis invenitur. ſiiano, quam credere in Chriſtum ?
S. Aug. de Sp. Litt. cap. 28. S. Aug. de Don. Perſev. cap. 2o.
. (3) Fides prima datur, ex qua (6) Domus Dei credendo fundatir,
ºmpetrentur catera, qua proprie ope ſperando erigitur, diligendo perfici
ra muncupantur, in quibus juſte vi tur. S. Aug Ser. 15.de verb. Apoſt.
vitur - S. Aug lib. de Prad. SS. cap. 1. -
15 D E L L A F E D E.
fedeli ſieno peccati, e che neceſſariamente in ogni operazione
fua pecchi un Infedele (1); o che veramente pecchi colui ch'odia
foltanto il peccato per la ſua deformità e diſconvenienza colla ra
gione naturale ſenza riſpetto alcuno a Dio che s'offende ( 2 ) ;
- o che finalmente tutto ciò, che dalla Fede ſoprannaturale Cri.
-- ſtiana operante per via della Dilezione non naſce, ſia peccato (3).
Sono coteſte tante Propoſizioni falſe, e però ragionevolmente
condannate da Sommi Pontefici Pio V, Gregorio XIII, ed
Aleſſandro VIII, giacchè non v'ha dubbio che di quegli em
pj, i quali nè ſincero, nè retto Culto rendono al vero Dio,
certi fatti ſi leggono, ſi ſanno, s'aſcoltano, che ſecondo le
le regole della giuſtizia in ſe ſteſſa conſiderata anzichè con
dannarli meritamente e giuſtamente ſi lodano. Sebbene diſa
minati rapporto al fine che ſi propongono nel praticarli, ap
ena ſene rinvengono alcuni, ai quali con ragione convenga
quella lode, o difeſa che ſi merita la giuſtizia (4). Quando
però ſuccede, che facciano eglino tali opere degne di com
imendazione, ciò deriva perchè eſſendo privi della vera Legge
ſono dalla natura portati a mettere in pratica quanto è confor
me alla Legge; e nel tempo che manca loro queſta Legge,
eglino ſteſſi ſervono di Legge a ſe medeſimi, e danno a dive
Rom. 2. 14. dere che ne' loro cuori ſta ſcolpita l'opera della Legge.
ibi. 14. 23. Che ſe alcuno opponeſſe quel dell'Appoſtolo: tutto ciò, che
dalla Fede non procede, è peccato, ſapia ch'ha da intenderſi
Conc. Later, della coſcienza. Quaſichè dir voleſſe: tutto ciò, che con mala
ſub In. III. fede ſi pratica, è peccato, vale a dire, è contrario alla retta co
Can. XLI. ſcienza. Oppure ſignifica che quanto ſenza la retta Fede, cioè
ſenza

( 1 ) Neceſſe eſt Infidelem in omni “(4) Impierum Deum verum negue


Apere peccare. Prop. damn. a Pio V. veraciter, negue juſte colentium qua
(2) Revera peccat, qui odio habet dam fatta legimus, vel novimus,
peccatum mere ob eius turpitudi vel audimus, que ſecundum juſti
nem, 69 diſconvenientiam cum na ti e regulas non ſolum vituperare
tura rationali ſine ullo ad Deum non poſſumus, verum etiam merito,
vffenſum reſpectu . Prop. damn. a retegue laudamus. Quamguan, ſi
Greg. XIII. - diſcutiantur quo fine fant, via in
(3 ) Omne, quod non eſt ex Fide veniuntur , que juſtitia debitam
Chriſtiana ſupernaturali, que per laudem, defenſionemve mereantur -
º" operatur, peccatum eſt. S. Aug de Sp. & Litt. cap. 27
rop. damn. ab Alex. VIII. , - - -
1) E L L A F E D E. r7
ſenza la retta intenzione s'opera, è peccato, come deve in- V. L'Herme
tenderſi Santo Agoſtino in più luoghi delle egregie ſue Ope- de srat.
re, e particolarmente in quella ch'egli ſcriſſe contro Giulia
no, ove al Capitolo terzo aſſeriſce che per quanto riſguarda
al detto dell'Appoſtolo: ciò che dalla Fede non procede è pec
cato, non ha da inferirſi ch'un'azione per ſe ſteſſa, quale ſa
rebbe il veſtire un ignudo, ſia peccato, ma ſoltanto ch'il
gloriarſi di tale azione fuori ch'in Dio ſia peccato, lo che
dal ſolo empio può eſſere negato (1). Reſti adunque con
tutta ragione ſcomunicato chiunque diceſſe che tutte le ope
re non precedute dalla giuſtificazione per qualſivoglia motivo
fatte fieno veramente peccati, o che ſi meritino l'odio di
Dio (2).
Il ſopra lodato Sante Agoſtino ſu tal ſoggetto riflette ch'Lib. 5. de
Iddio volle concedere a Romani tant'ampiezza e maeſtà d' Civ. Dei
Impero, perchè delle Virtù morali andavano naturalmente a-ºP 5
dorni; ancorchè altrove oſſerva che tali Virtù, perchè all'e- Epiſt. 13o.
terna Gloria non poſſono condurre, impropriamente chiaman
ſi Virtù.
Ma avendo di già eſpoſto qual debba eſſere la noſtra Fede,
oſſerviamo ora come faccia d'uopo il dimoſtrarla, perchè te
ſtificandola colla bocca s'acquiſta la eterna ſalvezza. A che Rom.10.1o.
ioverebbe il credere nel cuore ciò ch'è più giuſto a crederſi,
e dubiraſſe profferire la bocca quanto ſi foſſe concepito nel
cuore ? E' vero che vede Iddio anche per entro al cuore la - *

Fede, ma ciò non baſta (3). La iſteſſa Fede da noi ricerca


d'eſſere e col cuore, e colla lingua teſtificata (4). Quindi il
Pa

( 1 ) Prorſus in quantum non eſt ex reri. ... anathemaſit. Trid. Seſſ. 6.


Fide , peccatum eſt; non quia per Can. VII.
fe ipſum factum , quod eſt nudum
operire, peccatum eſt ; fed de tali
(3) Quid prodeſt corde º".
ad fuſtitiam , ſi os dubitat profer- -
-

opere non in Domino gloriari ſolus re, quod corde conceptum eſt ? In
impius negat eſſe peccatum. S. Aug. tus Fidem Deus videt, ſed pa
lib. 4. cont, Julian, sap. 3. rum eſt. S. Aug. Ser. 24.
(2) Si quis dixerit opera omnia, (4) Fides " a nobis exigit
que ante juſtificationem funt , & cordis, & linguae. S. Aug. de
7uaeumque ratione fatta ſint, ve- Fid. & Symb. cap. 1.
re eſſe peccata, vel odium Deime
Lib. Ter. C
I3 D E I, IL A , E D E.

Papa Innocenzio XI ſi moſſe a condannare la ſeguente Pre


poſizione. Se mai veniſſe alcuno dalla Poteſtà pubblica interro
gato ſopra la Fede, ei farebbe coſa glorioſa a Dio ed alla Fede
la ingenuamente confeſſarla, ma non commetterebbe peccato a pn
ramente tacerla (1). Vedaſi a tal propoſito S. Tommaſo 2. 2.
II I, 2, 2,

Da ciò deduceſi chiaramente che non potrebbe ſcuſarſi da


colpa mortale chi ſimulaſſe la falſa Religione colle veſti, col
le opere, cogli atti; come ſarebbe a dire, ſe alcuno aſſiſteſſe
a Sermoni degli Eretici, o mangiaſſe carne ne giorni dalla
Chieſa Romana vietati ſenza che coſtaſſe l'evidente motivo
DD. com.
della diſpenſa. Ed ecco la ragione perchè nel ſecondo Secolo
furono dalla Chieſa condannati gli Eretici Elceſciti da Elſeo,
o Elci, e da Jeſſeo fratelli, e Capi di detta Setta così nomi
nati, i quali tra gli altri errori, in cui s'erano intrigati,
pretendevano di ei che il fingere nella profeſſione della
Fede non era vietato, e che non v'era alcun male a venera
re eſternamente gl'Idoli ſenza il concorſo della volontà, e l'
S. Epiph. avanzare ancora qualche Propoſizione contra la Fede, purchè
H.cr. 19.
eſſa partiſſe ſoltanto dalla bocca, e non dal cuore. Eresìa pur
troppo anche a tempi noſtri foſtenuta e praticata da certi
Pſeudoapoſtoli tra i Pagani Malabarici e Cineſi ad onta di
replicati anatemi Pontifici.
(a) Apolog. Riſchiaraſi queſto punto da Tertulliano (a), e da San Cipriano(b),
cap. 27. ove parlaſi de'Libellatici, vale a dire di quei Criſtiani che
(b)Tratt. de per timore della morte mediante lo sborſo di certa ſomma
lapſ. avevano ottenuto Libelli, o ſia Mandati, ne' quali o s'eſenta
vano dall'obbligo di comparire in giudizio a cagione della
loro Fede, o facevaſi teſtimonianza ch'avevano adorati gl'I-
doli. Ma queſto delitto veniva quaſi ugualmente dalla Chie
ſa punito che la ſteſſa Idolatrìa. Noi abbiamo a queſto pro
poſito un illuſtre eſempio del pio e generoſo vecchio Eleazaro,
2. Machab. che con eroica coſtanza piuttoſto che fingere di violare la
6. ſantità della ſua Religione volle intrepidamente morire.
Va

. ( 1 ) Si a Poteſtate pubblica quis conſulo ; tacere ut peccaminoſum


interrogetur, Fidem ingenue conf- per ſe non damno. Prop. damn. ab
teri ut Deo, C Fidei glorioſum Innoc. XI.
D E L L A F E D E, 19
Va ancora tantº oltre la delicatezza che deve avere un Cri
ſtiano in queſto genere, che peccherebbe gravemente, quando S.Thom.q 9.
per iſcoprire gli Eretici ei ſi fimulaſſe nel ſuo diſcorſo pari- art. 14
mente Eretico, dappoichè è meno male che reſti occulta la
eretica pravità di quello che una Cattolica bocca ſi profani.
Ed è meno male ancora che nei loro covili ſtieno naſcoſte
le volpi di quello che affine di prenderle precipitino i cac
ciatori nella foſſa della iniquità, e della beſtemmia. Concio
ſiachè ſe vogliamo ſoſtenere che non tutte le bugie, ma ben
sì quelle di beſtemmia ſono giuſte, perchè fi profferiſcono con
intenzione di ſcoprire gli Eretici occulti, potranno ancora
eſſere caſti gli adulteri collo ſteſſo animo commeſſi, come per
eſempio, ſe una femmina Eretica a Giuſeppe Cattolico fa
ceſſe invito, e gli prometteſſe di ſvelargli i loro ſegreti,
quandoch' egli s'accomodaſſe ad appagare i di lei diſoneſti ap
petiti. E' certo che in tutto vale molto la cenſiderazione del
la cauſa, del fine, della intenzione, per cui tale e tal'altra
coſa ſi faccia. Ma ciò che di ſua natura è peccaminoſo, non
deve intraprenderſi fotto qualunque preteſto, fine, ed inten
zione ancorchè in apparenza lodevoli (1). Lo che ftando così
non può ch' effere deteſtabile la inſana condotta di coloro ch”
agl' Idoli piegando le ginocchia tengono la mente e la inten
zione diretta al vero Dio. Si può vedere ſopra di ciò quanto DD. com.
inſegna Bancello nella ſua Morale di San Tommaſo alla parola
Idolatrìa. -

Colpa grave pure commetterebbe chi non ben fermo nella S.Thom.2.2.
Fede ſi metteſſe a ragionarne cogl'Infedeli ; e ſe foſſe queſti 7 to art-7-

( 1 ) Tolerabilias Haretica impie famina Heretica invitet Catholicum


tas occultaretur, quan lingua Ca Joſeph, eique promittat prodituram
tholica precipitaretur. Tolerabilius ſe latebras eorum, ſi ab illo impe
in ſuis foveis deliteſcerent vulpes, traverit ſtuprum . Intereſt quidem
quam propter illas capiendas in plurimum qua cauſa, quo fine ,
blaſphemi e foveam caderent vena qua intentione quid fiat, ſed ea ,
tores. . .. Nam ſi propterea juſta que conſtat eſſe peccata, nullo bo
ſunt non qualiacumque, ſed blaſphe ne cauſe obtentu, nullo quaſi bona
ma mendacia, quia hos animo fiunt, fine, nulla veluti bona intentione
ºi occulti Heretici detegantur, po facienda ſunt. S. Aug. lib. cont
terunt ſto modo, ſi eodem animo Mend. cap. 7.
fiant, eaſta eſſe adulteria, ſcilicet ſi
Lib. Ter. C 2
20 D E L L A F E D E .
Cap. qui- un laico, ſarebbe ſottopoſto all'anatema ; cioè ſe foſſe un i
cumque de gnorante nelle Controverſie di Fede (a); giacchè tale era la
". ſignificazione della voce laico al tempo d'Aleſſandro IV, il
pi, cºn quale fece queſto Decreto (b). -

Gloſ. Si guardino poi taluni che ſono o troppo ſemplici, o trop


(b) V Oder. po deboli nella Fede, di ſorta che vi ſia da temere della
Pital liº. 3- ſovverſione loro, dal comunicare cogl'Infedeli, e ſopra tutto
dall'avere con eſſo loro troppo familiarità, e dal trattarli an
cora ſenza d'un preciſo biſogno ( 1 ), memori di ciò, che
2. Joan. 1o. ſta ſcritto : ſe alcuno viene da voi, e non v'arreca ſalutare
I I, Dottrina , non l'accogliete in caſa voſtra, e nè meno ſtate a
ſalutarlo, perchè chi lo ſaluta, comunica colle di lui opere ma
ligne. Ma quandochè non vi ſia da temere ch uno reſti ſov
S.Thom-2.2 vertito, perch'ei ſia ſtabile e fermo nella Fede, non ſarà ob
º º º 9 bligato a tenerſi lontano dalla pratica degli Eretici. In ordi
ne a che ſarà ben d'avvertire che per Eretico s'intende colui
che dopo avere abbracciata la Fede di Gesù Criſto in qual
Clem. de che errore viene a cadere alla ſteſſa Fede manifeſtamente ri
Sum. Trin.
pugnante. Ricorraſi, quando ſi voglia, ſu queſto particolare a
Santo Agoſtino lib. 6. de Bapt. cap. 16, e altrove.
E quì vogliamo oſſervare che non devono i Principi Cat
tolici nel loro Stati tollerare i Riti degli Eretici, e tolleran
doli peccherebbono mortalmente, quando poteſſero proibirli,
ed eſtirparli ſenza pericolo d'un male maggiore (2). Atteſo
chè i Re come può dirſi che ſervano a Dio con timore, ſe
eglino per ſervirlo non intraprendono ciò che non ad altri è
dato il poter fare che agli ſteſſi Re ( 3 ).
Chiunque poi ſenza ſpeciale licenza della Sede Appoſtolica
i li

(1) Siſint ſimplices, & infirmi in abſque lethali peccato, cum ipſos
Fide , de quorum ſubverſione pro prohibere, 69 extirpare poſſunt ſine
babiliter timeri poſit , prohibendi periculo gravioris cujuſpiam mali -
ſunt ab Infidelium communione, Id. ibi. q. 1 1. art. 1 1. -

precipue ne magnam familiari ( 3 ) Quomodo Reges Domino ſer


tatem cum eis habeant, vel abſque viunt in timore.... niſi cum ea fa
neceſſitate cum eis communicent. S. ciant ad ſerviendum illi, qua non
Tho. 2. 2. q. 1o. art. 9. poſſunt facere niſi Reges º S. Aug
(2) Ritus H.creticorum a Princi Epift. 5o.
pibus Catholicistolerari non poſſant
1D E L L A F E D E. 2. I

i libri degli Eretici trattanti di Religione, o diretti a ſoſtene


re qualche falſo Dogma leggeſſe, commetterebbe grave colpa, e Trid. Seſ.
incorrerebbe la Scomunica. Anzi è da notarſi intorno a queſto 25.
punto che fu da Aleſſandro VII condannata la ſeguente Propo
ſizione, cioè che ſi poſſono ritenere i libri degli Eretici fintanto
che ſieno eſpurgati, e colla debita diligenza corretti (1).
Nè ciò dinota ſoverchio rigore; mercechè noi ſapiamo che
fino dal tempo degli Appoſtoli molti di coloro, che s'erano
laſciati traſportare dalla curioſità di poco ſana Dottrina, por
tarono avanti a tutti in pubblico i loro libri, e li bruciarono: Aa. 19. 19.
Vedaſi a tal propoſito la Piſtola 93. del Pontefice San Leone il
Grande. Non vi può eſſere giammai cautela ch'in queſto ge
nere abbia da chiamarſi ſoverchia, e chiunque aveſſe notizia che
alcuno foſſe Eretico, ſarebbe obbligato a denunziarlo, come
appariſce dalla ſeguente Propoſizione dal rammemorato Aleſſan
dro VII pur condannata: benchè ti conſti evidentemente che Pie- (a) S.Thom.
tro è un Eretico, non ſei tenuto a denunziarlo, qualora non lo 2. 2. q. 1o.
puoi dimoſtrare (2). Concludaſi ora che la Infedeltà è il maſſi- aft 3:
mo del delitti (a); perchè ella è un peccato che tutti gli altri iº Aug.
in ſe ſteſſa rinchiude (b). - i IO, 122

A R T I C O L O S E C ON D O

Della Speranza.
la Speranza una virtù infuſa in noi dall'alto, onde con S. Aug. de.
ſtabile fiducia aſpettiamo da Dio la Vita eterna e come una verb. Dom.
grazia a chi divenne figliuolo di Dio per mezzo di Gesù Criſto Ser. 29. c. 4.
benignamente promeſſa, e come una mercede quaſi dovuta in vi. -

gore della promeſſa di Dio alle buone opere e meriti d'ogni cri. Trid. Seſſ.6.
ſtiano. Ciaſcuno però che ha la Fede procuri di concepire cap. 16.
quella ferma Speranza che alle coſe inviſibili indirizza gli ani
mi noſtri, e i penſieri noſtri traſporta alle celeſti ed eterne,
e

“( 1 ) Libri prohibiti, donee expur- Petrum eſſe Hereticum, non tene


se tur, poſſunt retineri, uſaue dum ris denunciare, ſi probare non poſ
adhibita diligentia corrigantur . ſis. Prop. damn. ab Alex. VIi.
Prop. damn. ab Alex. VII. Poſt Fiden Spem firmam habere
(*) 2ºvis evidenter tibi conſtet diſcite,que animum noſtrum ad invi
22, D E L L A S P E R A N Z A ,
e quaſi con indiſſolubile vincolo ad eſſe gli uniſce, nè mai c'
inganna; anzi alla eterna Beatitudine conduce chiunque fedel
mente obbediſce. Niuno pertanto ancorchè carico da grave
peſo di colpe diſperi giammai della Benignità della Divina
Clemenza; ma cerchi piuttoſto da bella ſperanza tratto d'una
ſicura Miſericordia d'impetrare col pianto continuo quel per
dono che noi tutti poſſiamo ſperare, ſe dalla pratica delle ope
re cattive ci aſterremo. Noi non dobbiamo adunque proſe
guire a peccare per la ſperanza del perdono; nè diſperare il
so

perdono, perchè con tutto il rigore di ſua Giuſtiza puniſce Id


dio i peccati. Ma l'uno e l'altro pericolo ſchivando allonta
niamoci dal male, e ſperiamo il perdono dalla pietà del Si
gnore. Di più ancora in ogni anguſtia e tribolazione moſtra
dobbiamo ricorrere per conforto alla medeſima ſperanza della.
Divina Clemenza , perchè in Dio ſolamente è fondata ogni
Pſal. 61. 8. ſperanza, ed ogni ſalute giuſta quel del Profeta: in Dio è la

mia ſalvezza, e la mia gloria. Dio è quegli che mi conforta, e


m'ajuta, e in lui ho ripoſta la mia speranza (I).
Ma per avere una perfetta cognizione della Speranza credo,
non eſſere fuori di propoſito l'andare minutamente eſaminan
do la ſopraddetta definizione. Diceſi adunque eſſere una Virtù,
un Dono di Dio, perchè da Dio ci viene la Speranza; onde il
Pſal.1 18.49. Profeta diceva: tu ſei che mi deſti la ſperanza.
Aggiungefi con ſtabile fiducia, perchè Iddio che non può
mentire, con due coſe immancabili e ferme, vale a dire, colla
promeſſa e col giuramento, rendè ſtabile e ſicuro il noſtro
Con

( 1 ) ſibilia tra hit, º intentio- feveranter peccare debemus ; neque


nem noſtram in caleſtia&'aeterna inſe quia Deus juſie peccata punit ,
rit, & quodam modo nexibus inſolu- veniam deſperare debemus; ſedutro
bilibus ligat, que non decipit; ſed fi que periculo evitato 69 a malo de
clinemus, & de pietate Dei veniamº
deliter obſequentes ad eternam Bea
titudinem perducit - Nemo igitur ſperemus. Similiter & in omniun s
quamvis ingenti peccatorum ponde tribulationum anguſtia ſpein ſola
se prematur, de Bonitate Divin e tium ſuperne pietatis currendum
pietatis deſperare debet , ſed ſpe eſt; quia in illo ſolo omnis ſpes, C
certa Miſericordi e illius indulgen falus ſine dubio conſiſtit , dicente
tiam ſibi quotidianis deprecari la Propheta: in Deo ſalutare meum,
spymis, quam rette ſperare poſſunt, & gloria mea. Deus auxilii mei,
ſi ab actione pravi operis ceſ abunt. & ipes in Deo eſt. S. Aug. Ser
Idea non propter ſpem ven ta per 53. de temp.
D E L L A s P E R A N z A. 23
conforto; ſicchè noi poſſiamo francamente affidarci della propo
ſta Speranza, ch'è per noi e per l'anima noſtra come un an-Hebr. 6. 18.
cora validiſſima che ci libera dal timore. Imperciocchè ſicco- 19.
me l'ancora tiene ferma in mare la nave, così la Speranza
rafferma l'anima in Dio, finchè noi ſiamo in queſto mondo,
ch'è quaſi un mare. E ſiccome d'una nave ch'è ſull'ancora, Pſal. 1o3.25.
ſi dice, che già è a terra, ancorchè ſtia fluttuando, perchè
ſta ſalda come in terra contro i venti e le tempeſte; così la
noſtra Speranza nella Città di Dio fondata fra le molte e
violente tentazioni di queſto noſtro pellegrinaggio ci mantiene
ſaldi, acciochè non andiamo a perderci negli ſcogli ( 1 ).
Havvi poi queſta differenza tra la Speranza e la Fiducia,
che quantunque non tenda la Speranza a coſe impoſſibili, ha
tuttavia ſeco talora congiunto il timore; e allora propria
mente appellaſi Speranza. Talvolta ancora è la Speranza fer
na e ſenza timore , e allora propriamente addimandaſi Fia
ducia ( 2 ).
«Aſpettiamo la Vita eterna. La noſtra Speranza non deve
riſguardare il tempo preſente, nè queſto mondo, nè quelle feli
cità, da cui ſi laſciano accecare gli ſtolti che mettono in di
menticanza Iddio. La prima cognizione propria d'un Criſtia
“no ſi è, che noi non ſiamo fatti per queſti beni temporali;
ma per un non sò che di più, e di meglio che Dio già pro
miſe, e l'uomo non comprende. Queſto è quel bene, che fu
COe

(1) Quemadmodum de navi, qua Spes quandoque eſt firma & ſine
in anchoris eſt, recte dicimus, quod timore, C tunc proprie dicitur Fi
fam in terra ſit, adhuc tamen flu ducia. S. Tho. in Epiſt. ad Heb.
ctuat, ſed in terra quodammodo le&t. 2.
educta eſt contra ventos, & contra Spes noſtra non deiſto tempore,
tempeſtates, ſic contra tentationes neque de hoc mundo eſt, negue in
hufus peregrinationis noſtra Spes no ea felicitate , qua exca cantur ho
ſtra fundata in illa Civitate Hie mines, qui obliviſeuntur Deum .
ruſalem facit nos abripi in ſaxa. S. Hoc moſſe primitus, & Chriſtiano
Aug. in Pſal. 64. corde tenere debemus, non ad pre
(2) Spes differt a Fiducia, quia ſentis temporis bona nos fattos eſſe
etſi Spes non ſit de impoſſibili, taChriſtianos, ſed ad neſcio quid
men habet timorem conjunctum quan aliud, quod Deus jam promittit, 6
doque, 6 tune proprie dicitur Spes. bomo nondum capit . De hoc enim
bene
24 b. E L L A S P E R A N Z A.
così circonſcritto : nè occhio mai vide, nè orecchio inteſe, nè
º

1.Cor. 2. 9. cuore umano giunſe a comprendere ciò, che Dio ha preparato, e


diſpoſto a chi lo ama. Dunque giacchè non v' è uomo che ſia
ſtato capace d'intendere qual ſia coteſto bene così grande ed
ineffabile , dovremo noi ripoſare nella Divina promiſſione .
Difatti perchè gli uomini deſiderano di vivere in queſta ter
ra, fu loro da Dio promeſſa la vita; e perchè molto temono
di morire, loro ne fu promeſſa una eterna (1).
Giacchè adunque ci conforta la Speranza a diſpregiare le
coſe preſenti e ad aſpettare le future, ciò ch'ha da reſtare in
dietro dimenticando aſpiriamo ſoltanto coll'Appoſtolo a ciò,
Philip.3.13. ch'ha da venire. Una ſola coſa, egli diceva, è quella che di
I4
mentico di ciò ch'indietro rimane, e inteſo a ciò ch'ha da venire,
con tutto lo ſpirito io cerco d'acquiſtare, e queſta è la palma del
la ſuperna vocazione di Dio in Gesù Criſto. Coſa non v'ha per
conſeguenza tante della Speranza nemica quanto il guardare
indietro; cioè il collocare la ſua ſperanza in quelle coſe che
ſono tranſitorie e caduche; poichè riporla dobbiamo in quelle
che non ſono per anche date, ma hannoſi una volta a dare,
e ſaranno durevoli e permanenti. Ciò che ſi vede, è tempo.
rale; ciò che non ſi vede, è eterno. Dobbiamo noi pertanto
a quel, che non ſi vede, eſtendere le noſtre ſperanze; que
ſto ſoltanto aſpettare; a queſto aſpirare (2). Ora perchè ciò
- - - - che
- ,

( 1 ) bono dictum eſt: quod ocu autem, quae retro oblitus, in ea,
lus non vidit , nec auris audivit , uae ante ſunt, extentus , ſecun
nec in cor hominis aſcendit, quae um intentionem ſequor ad pal
praparavit Deus diligentibusſe. Er mam ſuperna vocationis Dei in
go quia hoc bonum tam magnum, tam Chriſto Jeſu. Nihil ergo tam ini
ineffabile non invenit hominem per micum Spei, quam retro reſpicere;
ceptorem , tenebit Deum promiſſo ideſt, in eis rebus, que preterla
rem . Quia amant homines vivere buntur, 69 tranſeunt, ſpem ponere;
in hac terra, promiſſa eſt illis vi ſed in his, que nondum date ſunt,
ta; & quia multum timent mori, fed dand e quandoque , qua nun
promiſſa eſt illis eterna . S. Aug. quam tranſibunt. Que enim viden
Ser. 64. de verb. Dom. tur, temporalia ſunt, que autem non
( 2 ) Spes ad hoc nos hortatur, ut videntur, eterna . In illa ergo ,
preſentia contemnamus, futura ex que non videntur, extende ſpem ,
pettemus ; ea, que retro ſunt, obli expecta, ſuſtine. S. Aug Ser. 29
viſcentes cum Apoſtolo in anteriora de verb. Dom. -
extendamur. Sic enim dicit: unum
D E L L A S P E R A N Z A. 25
che non ſi vede abbiamo a ſperare, ſiamo aſtretti ad aſpettar
lo pazientemente, e perciò il Salmiſta ci avverte ad eſſere co-Pſal. 26. 14.
Atanti in attendere il Signore, ad operare virilmente per eſſere un
di conſolati, e ad aſpettarlo con alacrità. Stantechè le promeſſe
del mondo falliſcono ſempre, non mai quelle di Dio (1). .
E poi la ſteſſa Speranza in un lungo pellegrinaggio neceſ
ſaria, poichè eſſa è che conforta nel cammino il viandante ,
il quale non per altro ſoffre la fatica del viaggio, ſe non
perchè ſpera di pervenire al termine. Se gli ſi tolga la ſpe
ranza di giungere al fine, toſto gli ſi abbattono le forze , e
gli rincreſce il cammino. Quindi è che la Speranza, di cui
parliamo, a reggere e ad alleviare il noſtro pellegrinaggio in
terra è indirizzata; e però il Santo Appoſtolo proteſtava di ſe Rom.16.23.
medeſimo, che ſentivaſi internamente travagliato ſull'aſpettativa
della eterna adozione. E perchè? Perchè la Speranza è quella
che ci fa ſalvi, e quella Speranza che ſi vede, non è Speranza.
Dappoichè qual coſa ſpera chi vede ? Se adunque ciò, che non ve
diamo, ſperiamo, colla tolleranza l'aſpettiamo, e con queſta tol-ibi. 24- 25,
leranza appunto i Santi Martiri ottennero la palma deſidera
ta ( 2 ) ,
i. però qual deve eſſere la Speranza noſtra. Dobbiamo
ſperare in Dio; perocchè ſe taluno ſpera nelle ricchezze, ſe
negli onori, o in qualche ſublime Dignità, ha di mira ſem
pre la vanità. Chiunque inſomma nelle baſſe terrene coſe col
loca

(1) Quia, quod non videmus, ſpe eſt, ad iuſtitiam pertinet peregri
ramus, per patientiam expectamus, nationis noſtra , Ipſum Apoſtolum
merito nobis in Pſalmo dicitur: audi: adoptionem, inquit, expe
fuſtine Dominum, viriliter age , &tantes in nobiſmetipſis i
& confortetur cor tuum , & ſu mus adhuc. Quare? Spe enim ſal
ſtine Dominum. Mundi enim pro vi facti ſumus. Spes enim , quae
miſ)a ſemper fallunt, Dei autem videtur, non eſt Spes . Si enfai
promiſſa nunquam fallunt. S. Aug. videt quis, quid ſperati? Si autem,
Ser. 23. de verb. Apoſt. quae non videmus, ſperamus, per
(2) Spes peregrinationis neceſſaria patientiam expeºtamus. In hac er
eſt, ipſaºf, qua conſolatur in via. gopatientia Martyres coronabantur.
iator enim , quando laborat am Id. Ser. 16. de verb. Apoſt.
bulando, ideo laborem tolerat, quia Si ſperas in pecunia, obſervas vani
Jperat pervenire. Tolle illi ſpemper tatem, ſperas in honore, C ſubli
ºentendi, continuo franguntur vires mitate aliqua Poteſtatis humanae,
ambulandi. Ergo & Spes, que hic obſervas vanitatem. In his omnibus,
Lib. Ter. D ct4103
26 D E L L A S P E R A N Z A.
1oca la ſua ſperanza, o venendo a morire è coſtretto a la
ſciarle in queſta terra, o forſe ancora vivendo gli falliſcono i
ſuoi diſegni, e reſta deluſo della ſua ſperanza. Quegli all'in
contro ſarà felice che non ad imitazione di coſtoro ſpera nel
le vanità, ed alle vanità ſi affeziona, ma ſpera unicamente
nel Signore in cui non è vanità (1). Perchè quando gli uo
mini ſi diſtaccano dallo ſperare nelle ricchezze, e nelle altre
vane luſinghe di queſto mondo, toſto reſtande l'anima libera
da ogni profano penſiero in cui riporre la ſua ſperanza, alla
cognizione dell'adorabile Nome di Dio ſi rivolge (2 ).
Ripongaſi adunque tutta la Speranza moſtra in Dio, e di
noi ſteſſi e delle noſtre forze nulla preſumiamo, acciocchè
non aveſſimo anche a perdere quel poco ch'abbiamo col vo
lere attribuire a noi ciò, che da lui ci viene (3). In Dio ſi
collochi tutta la noſtra ſperanza; in Dio che ci da ancora le
forze; perchè, ſe noi talora vinciamo, col di lui aiuto vin
ciamo, e non con la ſtolta preſunzione noſtra (4).
A Dio rivolganfi tutti i deſideri noſtri, ed a Gesù Criſto
di lui Figliuolo. Il Capo della Chieſa è Criſto, e le membra
di lui tutta la Chieſa. Ove preceſſe il Capo, anderà pure il
corpo. E queſta è la noſtra Speranza. Queſto noi crediamo;
per queſto ſiamo perſeveranti e forti fra le anguſtie e le ca
lamità di queſto Secolo, confortandoci la Speranza finº che
d

(1) cum ſperas, aut tu expiras, ſtris viribus prayumanus, ne no


cy ea hic dimittis, aut, cum vivis, ſtrum facientes, quod ab illo eſt,
omnia pereunt,69 in ſpe tua aleficis: & quod habemus, amittamus. S.
Ego autem non quomodo illi, qui Aug in Pſal. 7o.
ſperant in vanitates , º f" ob- (4) Totam Spem in illo ponamas,
ervant vanitates , ſed in omino in quo ſunt vires moſtra ; ex ad
rovi, qui non eſi vanitas. S. jutorio enim eius vincimus, non ex
Aug. in Pſal. 3o. noſtra preſumptione. S. Aug in
(2) Cum dierin homines ſpera Pſal. 9o.
re in divitiis, & in aliis hujus Caput Eccleſiae Chriſtus eſt ,
Sacculi blandimentis, querente ani membra Chriſti Eccleſia. Quod pra
ma ubi figat ſpem, opportune ex ceſſit in Capite, ſequetur in cor
ripit cognitionem Nominis Dei. S. p ore. Hec eſt Spes noſtra; ad hoc
Aug. in Pſal. 11. credimus; ad hoc duramus, & per
(3) Tota Spes moſtra in Deo ſit, ſeveramus in tanta malignitat e hu
mibilque de nobis tamquam de no rus Seculi conſolante nos Spe an
te
D E IL L A S P E R A N Z A. 27
la Speranza abbia il ſuo effetto; perocchè allora avrà il ſuo
effetto, quando noi ſaremo riſorti, e cinti della ſtola immor
tale uguali ſaremo divenuti agli Angeli. E chi oſerebbe
ſperare queſto, ſe la Verità ſteſſa non cel prometteſſe ? Ella
è che diſſe: io ſono la Via, la Verità, e la Vita. Quaſichè Joan- 14- 6
voleſſe ſignificare: ove vuoi incamminarti, io ſono la Via.
Dove intendi arrivare, io ſono la Verità. Dove brami ſog
giornare, io ſono la Vita (1). Se dunque Criſto s'è fatto la S. Aug. Ser.
noſtra via, la guida noſtra, vorremo noi diſperare di giunge- 171. de verb
re al bramato fine ? Apoſt.
E quì per meglio comprendere quanto abbia ad eſſere gran
de una tale Speranza, s'oſſervi ch'Aleſſandro VIII condannò
la ſeguente Propoſizione, in cui ſoſtenevaſi che chiunque anco
ra a Dio ſerviſſe colla mira della eterna mercede, ſe privo foſſe
della Carità, non anderebbe eſente da colpa ogni qualunque volta
egli operaſſe ſolo ad oggetto della Beatitudine da conſeguirſi (2).
Quindi è che il Regio Profeta di ſe ſteſſo parlando confeſſava; Pſal. 118.
per l'ampia mercede, che m'hai promeſſa o Dio, io mi ſono indotto 12.
ad eſeguire la tua ſanta Legge, e altrove ancora lo ſteſſo prote- Plal. 15. 5.
ftava, ch'il Signore era la parte della ſua eredità. Come ſe dir
voleſſe: Io non ti chiedo Dio mio eredità terrene. Qualunque coſa
tu voleſſi darmi quaggiù, m'è abbietta e vile. Tu ſolo hai ad
eſſere la mia eredità. Te ſolo io amo con tutto me ſteſſo, con tutto
il cuore, con tutta l'anima, con tutta la mente mia. Qualunque
bene mi veniſſe da te fuori di te a che mi gioverebbe? Queſto è un ve
so amar Dio ſenza intereſſe; queſto uno ſperare Dio da Dio, e
un

(1) tequam Spes fiat res. Res cedis intuitu Deo famulatur, Cha
enim erit, cum& nos reſurrexerimus, ritate ſi caruerit, vitio non caret,
& in caleſtem habitum commuta quoties intuitu licet Beetitudinis
ti equales Angelis facti erimus . operatur. Prop. damn. ab Alex.
2uis hoc ſperare auderet, niſi Veri VIII.
tas promitteretº Ego ſum, inquit, Quidquid mihi dederis , vile
Via, Veritas, & Vita; tanguam eſt . Tu eſto hareditas mea ;
diceret: quo vis ire, ego ſum Via; amo te; totus amo te; toto cor
quo vis ire, ego ſum Veritas; ubi de, tota anima, totamente amo te -
ºts permanere , ego ſum Vita . S. Quid erit mihi, quidquid dederis
Ang Ser. 143. de verb. Dom. praeter te ? Hoc eſt Deum gratis
(2) Quiſquis etiam eterna mer amare, de Deo Deum ſperare, de
Lib. Ter 2, Deo
28 D E L L A S P E R A N Z A.
un agognare di riempirſi e ſaziarſi di Dio; poichè egli ſolo
ſenza ogni altra coſa ci baſta; e neſſun'altra ci baſta ſenza
di lui ( 1 ).
Proponiamoci adunque ad imitazione di Davide per unico
fine delle noſtre mire la Vita eterna; per queſta dobbiamo
adoperarci, e non anderanno per alcun modo fallite le noſtre
fperanze (2). Che fealcuno pertanto affermaſſe che non han
no i giuſti per le buone opere loro ſecondo Dio fatte da aſ
pettarſi e da feerare la eterna retribuzione dalla Miſericordia
e da meriti di Gesù Criſto, quandochè abbiano nel ben ope
rare, e nella ofſervanza de'Divini Precetti fino al termine di
Ior vita perſeverato, ſi tenga per iſcomunicato (3); non al
tramente che chiunque afferiſſe ch uno ornato della grazia
fantificante pecca, ſe ad oggetto della eterna mercede ei vi
ve oneſtamente (4).
Biſogna tuttavia riflettere che ugualmente è pericoloſa, ed
è da temerſi nel peccati la Speranza, e la Diſperazione. Ci
occorrerà di ſentire talora uno che diſpera, e colla ſua Dif
perazione prende argomento d' accreſcere le proprie colpe;
come altro il quale ſpera, e dalla ſua Speranza trae motivo
d' aumentare i ſuoi peccati; nel che entrambi offendono la
Provvidenza e la Miſericordia di Dio. Colui che diſpera, di
rà: io già ſono dannato, e perchè dunque non foguel che vo
glio ? Colui che ſpera, dirà: la Miſericordia Divina è grande:
ogna

(1) Deo properare impleri, de ip ſit. Trid. Seſs. 6. Can. XXVI.


ſo ſatiari ri "i i", (4)Si quis dixeritjuſtificatum pec
preter illum nihil ſufficit tibi. S. care, dum intuitu aterna mercedis
Aug Ser. 48. de Sanct. -
operatur, anathema ſit -'Id. ibi
(2) Noli facere opus bonum niſi Can. XXXI.
propter Vitam eternam ; ideofac, Et Spes, 9 Deſperatio timen
& ſecurus facies. S. Aug. in Pſal. da eſt in peccatis. Videte vocem deſ
I 2O, perantis ad augenda peccata; & vi
(3 ) Si quis dixerit juſtos non de dete vocem ſperantis ad augenda pec
bere pro bonis operibus, que in Deo cata, 69 quomodo utrique voci occur
fuerint facta , expectare & ſperare rit Providentia,69 Miſericordia Dei.
aeternam retributionem a Deo per Audi vocem deſperantis: jam dam
ejus Miſericordiam, 69 Jeſu Chri nandus ſum ; quare non facio quid
fi meritum, ſi bene agendo 69 Di. quid volo? Audi & vocem ſperan
vina mandata cuſtodiendo uſque in tis: Miſericordia Domini magna
finem perſeveravorint , anathema eſt, quando me convertero, di
mit
D E IL L A S P E R A N Z A. 29

ogni qualvolta io mi riſolverò di convertirmi otterrò il perdono


di tutti i miei misfatti, e perchè adunque io non fo quel che
mi piace ? Quegli diſpera per peccare, e per peccare ſpera
queſt'altro. E l'uno e l'altro partito ugualmente è pernicio
ſo e da tenerſi in errore. Guardiſi ognuno dalla Diſperazione;
guardiſi dalla Speranza. Ma come all'uno e all' altro perico
loſo ſtato, all'uno e all'altro male pone riparo la Divina
Miſericordia? Aſcolti chi diſpera: io non voglio, dice Dio, Ezech.33.9.
che l'empio muoia, ma che piuttoſto ei ſi converta e viva. Af
colti chi più ſperando più pecca: non tardare a rivolgerti a Eccli. 5. 9.
Dio, nè differire la tua emenda di giorno in giorno, perchè vie
me all'improvviſo il di lui ſdegno, e quando ei ſi riſolva a fare
di te giuſta vendetta, non uſerà pietà con te . E' vero che Dio
promiſe un benigno perdono a chi ſi pente; ma alla dilazione
della emenda non promiſe il dì ſeguente (1) Anzichè con
ſaggio ammirabile sonſiglio a quelli che pericolano nella Diſ
perazione, moſtrò aperto ſempre il porto della ſua indulgenza;
e a quelli ch'abuſano della Speranza, e pazzamente differiſ
cono il loro ravvedimento, intimò ch'è ſempre incerto il
giorno della morte (2). Più diffuſamente ſu tale ſoggetto ra
giona Santo Agoſtino nel Vangelo di San Giovanni al Sermone
6o. e altrove.
Haſſi dunque in tal maniera a temere Dio che ſi ſperi nel- S. Aug. in
la ſua Miſericordia. Non v'ha dubbio che noi ſiamo vili ed Pſal. 46.
abbietti mortali; che ſiamo fango e polvere; ma chi ha im
pegnata la ſua parola, è Onnipotente. Non potrà forſe con
vera

(1) mittet mihi omnia ; quare lius, & in tempore vindictae diſ
non facio quidquid volo? Deſperat ut perdet te. Deus converſioni tua in
peccet, ſperat ut peccet. Utrumque dulgentiam promiſit , ſed dilationi
metuendum eſt, utrumque periculo tua diem craſtinum non promiſit .
ſum. Ve a Deſperatione; ve a per S. Aug. in Pſal. 144.
verſa Spe. Utrique huie periculo , (2) Propter illos, qui Deſpera
& utrique malo quomodo occurrit tione periclitantur, propoſuit in
Miſericordia Dei? Andi tu, qui deſi dulgentie portum ; propter illos, N
peras, Scripturam: nolo mortem qui Spe periclitantur, 69 dilatis
impii, ſed ut convertatur, & vi nibus illuduntur , fecit diem mor
vat. Audi tu, qui ſge magispec tis incertum. S. Aug. Tract. 33. in
cas: ne tardes converti ad Domi Joan.
num , neque differas de die in Sumus mortales, projecti, abje
diem, ſubito enim veniet ira il ci, terra, C crimis; ſed qui pro
- mat
3o ID E L L A S P E R A N Z A.

vertire in Angelo l'uomo chi potè dal nulla trarre l'uo


mo? O forſe avremo la temerità di ſoſtenere che Dio nulla
eſtimi l'uomo, per cui volle egli morire? Ha donato agli
empi, la ſua morte, e coſa avrà mai riſerbato ai giuſti ſe
non la ſua vita (1)?
Procuri intanto chiunque ſpera il Regno Celeſte d'accom
pagnar colla Speranza le buone opere. Spera nel Signore, dicea
Davide, ed opera bene, quaſi diceſſe: ſe riporrai nel tuo Dio
ogni ſperanza, ſpererai anco bene; nè potrai rettamente ſpe
rar in Dio vivendo male, poichè l'operar bene fa che bene
ſi ſperi, come il bene ſperare è argomento del ben operare.
Si ſoſtentano l'una l'altra la probità e la ſperanza, nè vanno
mai tra loro diſgiunte. E quando Iddio Signore per il noſtro
ben operare c'impartiſce il celeſte ſublimiſſimo Dono della
Speranza, non ci curiamo più allora di coſe terrene; al Cie
lo unicamente aſpiriamo; nè v'è giogo, peſo, o travaglio
che dolce non ci ſembri, leggiero, e ſoave. Le perſecuzioni
iſteſſe, gl'improperi, e le ingiurie cariſſime ci rieſcono, e cor
riamo con feſta e giubilo ad incontrarle affidati ſulla infalli
bile parola del noſtro Divin Redentore che ragionando a ſuoi
Diſcepoli a noi pure dir volle: Beati voi ſe per la giuſtizia,
ſe per me ſoffrirete volontieri le maldicenze, le onte, gli oltrag
Matt. 5. ro. gi, ed ogni ſtrazio, poichè v'è apparecchiata in Cielo una lar
º ſeqq ga mercede.
Dov'è da notare che Gesù Criſto promette il Regno de'
Cieli a quei ſoli, che ſono perſeguitati per eſſer giuſti, non a
quei che ſono perſeguitati per eſſer malvagi. Soffrendo i giu
ſti volontieri le perſecuzioni deono ſperare la promeſſa eterna
mercede ; i malvagi all'incontro, per quanto volontieri le
ſoffrano, non poſſono mai ſperarla, ſe pentiti veramente e
contriti non divengano prima giuſti.
Atteſo adunque il notabile conforto, che ſuole arrecare la
ſoprannaturale Speranza, dobbiamo rinnovarla con atti eſpreſ
ſi ogni qualvolta o ci accoſtiamo a prendere i Sacramenti, o
ci ſovraſta il pericolo della morte, o ci troviamo aggravati
ed

- - - --

(1) miſit, Omnipotens eſt. Non propter quem mori voluit º .... De .
eſt facturus.Angelum ex homine, qui navit impiis mortem ſuam , quid
fecit hominem ex nihilo º Aut ve ſervat juſtis niſi vitam ſuam º S
ro, pro nihilo, habet Deus hominem, Aug. in Pſal. 148.
D E L L A S P E R A N z A. 31
ed oppreſſi da qualche gagliarda tentazione. Aggiungerò di DD. com
più che in mezzo a queſte coſe temporali e caduche dobbia
mo ſempre a Dio ſoltanto tenere rivolte le noſtre ſperanze
per non incorrere nella Divina indignazione, che per bocca
d' un ſuo Profeta eſclamò : maledetto chiunque ripone le ſue Jer. 17.5.
ſperanze negli uomini. Siaci a cuore pertanto di ricorrere in
ogni occaſione a Dio co' più vivi ſenſi dell'animo noſtro.
Quindi non ſarà fuori di propoſito di qui ſoggiugnere alcuni
ſentimenti tratti dalla Sacra Scrittura, de quali ciaſcuno a
ſuo talento potrà ſervirſi per formare un atto di Speranza.
In te ſempre ho ſperato o mio Signore, e mio Dio. Tu ſei che Pſal. 7. 2.
ſalvi chiunque in te ſpera. Tu ſei il Protettore di tutti coloro Pſal. 16. 7.
ch'in te confidano. In te ſperarono i noſtri Maggiori, e perchè ſpe
rarono in te li liberaſti. Ho dunque giuſto motivo anch'io di Pſal. 17.31.
credere che ſperando in te non verranno meno le mie ſperanze. Pſal. 25. 1.
Stantechè niuno di coloro ch'in te ripoſarono, reſtò giammai de
luſo. Io per me certo non voglio in altri ſperare che nel mio Pſal.36.33.
Dio; nè temo coſa che mi poſſa venir fatta contro dagli uomini. Pſal. 55. 5.
Ob quanto è meglio ſperare nel Signore del mondo che ne Princi
pi della terra ! Sperino pur dunque tutti ſempre con me nel ſolo Pſal. 1 I7. 9.
Dio, giacchè la ſola Celeſte Provvidenza è quella che tutti ci Ofee. 12.4.
governa e ci ricompenſa. Sap. Io, 14

A RT 1 C o L o T E R Z O,
Della Carità -

Rima d'ogn'altra coſa deve ſaperſi che di tutti i Precetti


Divini il più grande, ed il più nobile sì è la Carità, ſen
za la quale non poſſono le noſtre operazioni eſſer a Dio gra
dite, come atteſta l' Appoſtolo Paolo chiaramente dicendo 1. Cor. 13.
che nè il martirio, nè il diſtaccamento dal Secolo, nè la eroga
zione delle limoſine ſenza l' officio della Carità può eſſerci d'
alcun giovamento. E a chi non è noto ch'interrogato da un
Cera

Oportet vos ſcire , quia in martyrium, nec Seculi contemptum,


omnibus Praeceptis Dei Charitas ob nee eleemoſynarum largitionem fine
tinet principatum, fine cuius per Charitatis officio quicquam profice
Iſettiane Deo nihil placere poſſe Pau re poſe oſtendit. Unde & ipſe Do
lus Apoſtolus i" , quia mec minus a quodam Scriba interroga
tus,
32 D E L L A C A R I T A".

Matt. 22. certo Scriba il noſtro Signor Gesù Criſto qual foſſe della ſua
37 Legge il principale Precetto, riſpoſe: amerai il Signore tuo Dio
con tutto il cuore, con tutta l'anima tua, con tutta la tua mente,
Eppoi ſoggiunſe: il ſecondo è ſimile al primo. Amerai il tuo
Ibi. 49. Proſſimo come te ſteſſo. Da queſti due Gomandamenti dipendono
tutta la Legge e i Profeti . E per quello che ſpetta alle pa
role: con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutta la mente,
volle ſignificare che con tutta la forza ed intenſione dell'in
telletto, della volontà, e della memoria ſi deve amare
Dio ( 1 ).
Da Gesù Criſto adunque ci viene preſcritto d' amare Dio
1.Joan.4.21.º inſieme il Proſſimo , del quale ſe alcuno a ſorte chiedeſſe
ebi egli ſia, ha da ſapere ch'in primo luogo ogni Criſtiano
è veramente Proſſimo, perchè noi tutti per via del ſanto
Batteſimo divenghiamo figliuoli di Dio, acciocchè indi foſſi
mo ancor tutti in una perfetta Carità con iſpirituale fratel
lanza inſieme uniti (2). Ma qualſiſia uomo ancora ad ogni
uomo è Proſſimo, nè ſi ha a mettere diverſità di genere, ove
la natura è comune (3). Quegli pertanto ch'ama il Proſſimo,
preſo in queſto ſenſo, avrà ſenza dubbio la Carità in ſe.
ſteſſo (4). -

Ma prima di paſſare più avanti ſtabiliamo che la Carità


è un interno movimento dell'animo che ci porta ad amare Dio
per lui medeſimo, e ad amare inoltre ſe ſteſſo ed il Proſſimo ad
oggetto di Dio (5): Ovvero è un Dono, una Virtù infuſa da
Dio,
( 1 ) tus, quod eſſet mandatum omnes in Baptiſmo Filii Dei ſan
maximum ? reſpondit: diliges Do 6tificamur, ut fratres ſimus ſpirita
minum Deum tuum ex toto corde liter in Charitate perfetta . Id.ibi.
tuo, & ex tota anima tua, 8. (3) Omnis homo eſt omni ho
ex tota mente tua. Addidit quo mini Proximus, nec ulla cogitan
que: ſecundum eſt ſimile huic . da eſt longinguitas generis, ubi eſt
Diliges Proximum tuum ſicut teip natura communis. s" in Pſal.
ſum. In his duobus mandatis uni I 18.
verfa Lex pendet, & Propheta - (4) Qui taliter intelligens Pro
Quod vero ait: ex toto corde, S& ximum diligit , ſine dubie Chari
tora mente, 8 tota anima, ideſi, tatem veram in ſemetipſo tenebit.
toto intellectu, tota voluntate, S. Aug. Ser. 53. de Temp.
ex omni memoria Deum eſſe dili (5) Charitas eſt motus animi
gendum. S. Aug Ser. 13. de Temp. ad fruendum Deo propter ipfum ,
(2) Si forte quislibet quaerat, quis & ſe, & Proximum propter Deum.
ſit Proximus ? ſciat omnem Chri S. Aug. lib. 3. de Doct. Chriſt,
ſtianum rette Proximum dici, quia cap. Io. -

-
D E L L A C A R I T A". 33
Dio, per eui Dio per ſe ſteſſo, e ſopra ogni altra coſa è amate
da noi, e il Proſſimo è amato per riſpetto a Dio. Quanto però DD. com.
a queſto argomento s'aſpetta, lo ſuddivideremo in due Para
grafi, in uno dei quali della Carità verſo Dio, nell'altro
della Carità verſo il Proſſimo ragioneremo.
S. I. -

Della Carità verſo Dio.


- Oltiſſime ſono le coſe ch'intorno la Fede ci ſono ſtate
comandate, moltiſſime intorno la Speranza, d'alcune
delle quali s'è di già ragionato; ma chi potrebbe mai tut
te raccoglierle e annoverarle ? Ora vediamo ciò che ſtabi
liſce l'Appoſtolo: la pienezza e il compimento della Legge, ei Rom. 13.1o.
dice, è la Carità. Cerchiamo adunque di cuſtodire fedelmente -

queſto Precetto del Signore: amerai il Signore Dio tuo con Matt.22.37,
tutto il tuo cuore, con tutta l'anima, con tutta la mente (1).
Un così eſpreſſo e preciſo comando non eſclude parte alcuna
della noſtra vita che poſſa per dir così ſtar ozioſa, e dar luo
go ad altri affetti; ma qualunque oggetto d'amore ci ſorga
in mente, là ſi debba unicamente rivolgere, donde la ſorgen
te dell'amore deriva (2).
Che però deve ogni Criſtiano cominciar a praticare gli atti
d' amore Divino fin da quando incomincia a far uſo della
ragione ad oggetto d'offerire al Divin Creatore le primizie
della ſua vita ragionevole con rivolgerſi cordialmente a lui
COa

( 1 ) De Fide nobis quammulta noſtra partem reliquit, que vacare


mandata ſunt, quammulta de Spe; debeat, 69 quaſi locum dare , ut
quis poteſt cuncia colligere , quis alia re velit frui; ſed quidquid
enumerando ſufficere ? Sed intuea aliud diligendum venerit in ani
mur quid ait Apoſtolus : plenitu mum, illucrapiatur, quo totus di
do Legis Charitas. Hoc ergo Pre lectionis impetus. venit - S. Aug
ceptum Domini teneamus : diliges lib. 2. de Doct. Chriſt, cap. 22.
Dominum Deum tuum ex toto Tenetur homo Divini amoris a
corde tuo, ex tota anima, ex to ctum exercere, cum primum incipit
ta mente tua. S. Aug. Tra&t. 83. ratione uti, vitaque rationalis pri
in Joan. mitias offerre Creatori ad ipſum ſe
( 2 ) Cum hoc ait, nullam vitae convertendo, ut ad finem ultimum
ALib. Ter. E omnis
34 D E L L A C A R I T A”
come ad ultimo noſtro fine per conſeguire la promeſſa ch'ei
Zach. 1. 3. ci fa dicendoci: rivolgetevi a me, ed io rivolgerommi a voi (1).
Che ſe per amare Dio è neceſſario che lo conoſciamo, forza
è che dopo averlo conoſciuto ci accendiamo toſto d'amore
verſo di lui. E qual coſa mai ſtimeremo noi degna d'amore,
ſe laſcieremo d'amare l'iſteſſo amore (2)?
Dovraſſi inoltre formare atti d'amore, quando ſi riceve da
Dio qualche grande beneficio, perchè ſe noi ci dimenticheremo
delle grazie ch'opera Iddio in noi, con tutta ragione egli ſi
Oſ. 1. 6. dimenticherà parimente di noi. Lo ſteſſo dobbiamo praticare
quando da qualche grave tentazione ſiamo aſſaliti, perchè tro
vandoci nella Carità fondati e radicati potremo con più forza
Eph. 3. 17. far reſiſtenza alle Diaboliche ſuggeſtioni. Dobbiamo altresì ac
cenderci in faccia al mondo di queſto ſanto fuoco, allorchè
Pſal. I 18. veggiamo oltraggiarſi dai peccatori con qualche enorme misfat
I39- to la Divina bontà. Così appunto faceva Davide infervoran
s Aug. ibi doſi nel ridurre a Dio, ch'amava ardentemente, i di lui nemi
ci. Sopra tutto finalmente han da rinnovarſi cotali arti d'
amore, quando ſovraſta il pericolo di morte per renderci degni
d'eſalar l'anima tra le braccia amoroſe del Signore. Ogni
1. Cor. 16. noſtra azione in fatti ſi conformi alla Carità. O ſi mangi, o
I 4. ſi beva, o s'intraprenda qualſivoglia altra coſa, ſempre a
º º fin
3 I-
Dio ch'imparaſſimo
come all'oggettoa ben
del noſtro
amare amore s'indirizzi,
noi ſteſſi, mentre af
ci fu queſt'unico
ſcopo da Dio prefiſſo, a cui doveſſimo per eſſer beati colli
mare ogni noſtra mira (3).
Tacciano però quegli empi che oſarono profferire le ſeguen
ti Propoſizioni dai Pontefici Alleſſandro VII. Innocenzio XI.
e Aleſſandro VIII. condannate. Non è l'uomo tenuto nel corſo
di ſua vita a formare alcun atto di Fede, di Speranza, e di
Ca

(1) omnis appetitionis ſua juxta S. Aug. in Pſal. 118.


illud: convertimini ad me, & ego (3) Ut homoſeſe diligere neſſet,
convertar ad vos. S. Thom. 1.2. conſtitutus eſt ei finis , quo refer
q. 89. art. 6. - ret omnia, qua ageret, ut beatus
(2)Si, ut diligamus Deum, ne eſſet. S. Aug. lib. 1o. de Civ. Dei
ceſſe eſt, ut eum ſciamus, cum no- cap. 3.
verimus Deum, conſequens eſt, ut Homo nullo unguam vita ſua tem
diligamus. Quid diligendum diligi- pore tenetur elicere attus Fidei,
tur, ſi ipſa Dilectio non diligitur ? Spei, C. Charitatis ex vi Precepte
rumº
P E R S O D I O. 35
Carità in vigore de Divini Precetti, ch'alle tre ſuddette Virtù s'
appartengono (1). Non oſerei condannare come reo di grave col.
a chi formaſſe una ſola volta in tempo di ſua vita l'atto d'amo
re di Dio. E probabile che neppure di cinque in cinque anni uno
ſia obbligato ad eſeguire il Precetto della Carità verſo Dio. Il
Precetto della Carità allora ſoltanto ci obbliga, quando ſiamo te
nuti a deteſtare le proprie colpe, e a rimetterci in grazia di Dio,
e non abbiamo altro mezzo di riacquiſtare la Divina grazia che
queſto ( 2 ). La bontà obbiettiva conſiſte nella convenienza dell'
obbietto colla ragionevole creatura, la formale poi nella conformi
tà dell'atto colla regola de coſtumi. Baſta per queſto che l'atto
morale tenda interpretativamente all'ultimo fine, e l'uomo non è
tenuto ad amare queſto ultimo fine nè ſul principio, nè nel de
corſo della ſua vita (3 ). Queſte ed altre fimili perverſe Pro
poſizioni giuſtamente furono proſcritte; dappoichè il ſolo Dio
è il fonte della Beatitudine noſtra; egli è il fine d'ogni no
ſtro deſiderio; nè v'ha altro bene per noi che l'accoſtarci,
più che poſſibile fia, a lui. Queſto è il vero Culto che poſ
ſiamo preſtare a Dio; queſta è la vera Religione; queſta è la
retta Pietà; queſta è la Servitù meramente dovuta a Dio (4);
nè ſi può riſpettar Dio ſenz'amarlo (5).
Ben

( 1 ) rum Divinorum ad eas virtu tate attus cum regula morum. Ad


tes pertinentium . Prop. damm. ab hoc ſufficit, ut moralis atlus tendat
Alex. VII. in finem ultimum interpretative.
( 2 ) Ani peccet mortaliter , qui Hunc homo non tenetur amare ne'
attum Dilectionis Dei ſemel tan que in principio, negue in decurſu
tum in vita eliceret, condemnare non vite ſu e mortalis. Prop. damn. ab
audemus. Alex. VIII.
Probabile eſt ne ſingulis quidem (4) Ipſe Deus fons eſt noſtra Bea
rigoroſe quinqueniis per ſe obligare titudinis; ipſe omnis appetitionis eſt
Preceptum Charitatis erga Deum. finis... Bonum noſtrum nullum eſt
Tune ſolum obligat, quando te aliud quam illi adh crere.... Hic
nemur juſtificari, C non habemus eſt Dei Cultus, hec vera Religio,
aliam viam, qua juſtificari poſſi hec retta Pietas , hac tantum Deo
mus . Prop. damn. ab Innoc. debita Servitus. S. Aug. lib. 1o. de
XI. Civ. Dei cap. 3.
(3) Bonitas objectiva conſiſtit in (5) Deus non colitur niſi aman
sonvenientia objecticum creatura ra do. S. Aug Enchir.
rionali, formalis vero in conformi
Lib. Ter. E 2,
36 D E L L A C A R I T A'
Benchè però non ſempre ſiamo tenuti ad offerire attual
mente a Dio ogni noſtra operazione affinchè ſia meritoria, ci
corre però l'obbligo d'indrizzargliela almeno virtualmente,
(a)in Ep.ad. º inſegnano l'Eſtio (a) il Silvio (b) il Godeau (e) il
Cor. cap, Contenſon (d) ed altri moltiſſimi gravi Teologi. Se in fatti,
(b), 28 quanto Dio ci comanda si eſeguiſſe ſoltanto materialmente
(c)Inſi. Paſt. ſenz'accompagnarlo con gl'interni ſentimenti del cuore, ſa
(d) Theol. rebbe una pazzia il perſuaderſi d'adempire i Divini Precet
º
Cor. º ti (1).
no bensìCosì appunto icoſtumavano
d'oſſervare comandi dii Dio,
Giudei,
ma che ſi sforzava
nulla faceano,
perchè l'amore non li portava a far il Divino volere, ma a
procacciarſi ſoltanto una vile e terrena mercede ( 2 ) . Tutto
ciò, che ci fu da Dio preſcritto, ſu la baſe ſi fonda della
Carità; nè può mai alcun ramo d'opera buona verdeggiare,
ſe fitte non abbia nella Carità le ſue radici (3 ). Lo che
dee ſempre intenderſi, acciocchè un atto buono ſia della eter
na vita meritorio, come di ſopra ſi è detto circa la Fede e
la Speranza.
Nè prenda quindi taluno argomento d'inferire che non fia
lecito il formare degli atti buoni anche per motivo di timo
Seſ. 14 c. 4 re, avendo di già definito il Tridentino che la Contrizione
Vid. lib. 2. imperfetta, o ſia l'Attrizione, è veramente un dono del Signo
Pºs º re, e un impulſo dello Spirito Santo. Vero è tuttavia che
tale timore non deve fermarſi ſoltanto nella conſiderazionè
della pena, ma ha da eſſere accompagnato dall'amore della
giuſtizia; altramente farebbe ſervile, e non liberale (4), co
me or ora ſi è accennato ch'era quello de' Giudei. Avvegna
chè quantunque ſembri che i Divini Precetti alcuna volta da
chi

( 1 ) Si forinſecus ea, que Deus Charitate ſolidatur ; neque habet


fubet, manibus fiant, 69 in corde aliquid viriditatis ramus boni ope
non fiant, nemo eſt tam inſulſus, ris, ſi non manet in radice Charita
qui Precepta arbitretur impleri. S. tis. S. Greg. Pap. Hom. 27. in E
Aug q. 54 in Deuter. vang.
(2) Propter mercedem terrenam (4) Mandatum, ſi ſit timere pa
atque carnalem Dei mandata cona- ne, non amore juſtitia, ſerviliter
bantur ſervare Judaei. Neque fa- fit , non liberaliter . S. Aug. de
ciehant, quia non ipſa, ſed aliud Spir. & Litt. cap. 14.
diligebant. S. Aug. in Pſal. 1o8. Etf Dei Mandatum videtur a
(3) Quidquid precipitur, in ſola liquando a non diligentibus, ſed a
tf
V E R S O D I O. 37

chi teme, e non da chi ama s'eſeguiſcano, nulla dimeno ove


non è l'amore, non può veramente reputarſi buona un'opera,
nè rettamente chiamarſi tale (1).
Il Precetto della Carità é così ſtringente che mai non am
mette alcuna interpretazione. Vuole egli che ſi ami Dio con
tutto il cuore, coſicchè tutto ſi rapporti a Dio. E tal Pre
certo non adempirà in verun modo colui ch'a Dio non indi
rizzi il tutto . Così per eſempio chi onora il padre e la ma
dre è tenuto in virtù della Carità ad onorarli, non in vigore
del Precerto onora il padre e la madre, ma bensì dell'altro Deut. 5. 16.
amerai Dio con tutto il cuore (2). Matt.22.37.
Ecco adunque come tutti i Precetti ſi riferiſcono alla Ca
rità . Laonde ebbe a dire l'Appoſtolo: il fine d'ogni Precento 1. Tim.1. 5.
è poi la Carità procedente da un cuore puro, da una buona co
ſcienza, da una Fede non ſimulata. In ſomma allora perfetta
mente s'eſeguiſcono i Divini Precetti, quando a queſt'unico
oggetto ſi riferiſcono tutti d'amare Dio, e il Proſſimo per lo S. Aus. En
ſteſſo Dio . - ch, cap. 12 r.
Chiunque nelle opere oſſerva così lodevole pratica, può
veramente dirſi che in ſe ſteſſo abbracci quanto nella Divina
Legge ſi contiene, perchè alla Carità conforma i ſuoi coſtu
mi. Difatti la Scrittura Santa non altro comanda che la Ca
rità; non altro condanna ch'i vani deſideri, e in tal maniera
le umane operazioni a giuſto fine indirizza (3). Imperciocchè
non dalla cognizione di ciò che ſi fa, ma dall'amore con cui
ſi fa, ſi miſurano i noſtri coſtumi; e dal buono, o cattivo
amore appunto i buoni, o rei coſtumi derivano (4); e quin
- di
(1) timentibus fieri, tamen ubi non liges Dominum Deum tuum ex
eſi dilectio, nullum bonum opus impu toto corde tuo. S. Thom. 1. 2. q.
tatur, nec rette bonum opus voca I co. art. 1 o. -

tur. S.Aug. de Grat. Chriſt. cap.26. (3 ) Ille tenet & quod patet, CS”
( 2 ) Sub Precepto Charitatis con quod latet in Divinis Sermonibus,
tinetur, ut diligatur Deus ex toto qui Charitatem tenet in moribus ;
corde, ad quod pertinet, ut omnia quia Scriptura non precipit niſi
referantur ad Deum. Ei ideo Pre Charitatem, non damnat niſi cupi
ceptum Charitatis implere homo non ditatem, C9 ita informat mores ho
poteſi, niſi etiam omnia referantur minum. S. Aug. Ser. 39. de Temp.
ad Deum . Sic ergo, qui honorat (4) Mores moſtri non ex eo, quod
Parentes verbi gratia , tenetur ex quiſque novit, ſed ex eo , quod
Charitate honorare, non ex vi hujus diligit , 'dijudicari ſolent. Nec fa
Precepti, quod eſt : honora paren ciunt bonos vel malos mores niſi bo
tes; ſed ex vi hujus Precepti: di ni vel mali amores. S. Aug.Ep. 52.
38 D E L L a c a R 1 T a
di traggono parimente origine le due diverſiſſime Città Bab
Id. Tragi. 6. bilonia e Geruſalemme. Di queſta ſono Cittadini i figliuoli
in Ep. Joan. di Dio, di quella i figliuoli del Demonio. -

l
Ora ſe tal'è la neceſſità d'un operante amore, non v'ha
dubbio ch'un errore grandiſſimo, anzi una Ereſia, ed una peſ
ſima illuſione del Demonio ſarebbe il perſuaderſi non avere bi
ſogno chi puramente ama Dio, e mena una vita, come la
chiamano i Miſtici, unitiva, d' eſattamente oſſervare i Co
mandamenti di Dio e della Chieſa, di frequentare i Sacra
menti, di combattere le tentazioni, di fare le orazioni o
vocali o mentali, di praticare i digiuni e le altre mortifica
zioni della carne, e che in conſeguenza poſſa aſtenerſi dall'
eſercizio delle altre Virtù chiunque ama Iddio ( 1 ). Qual
follìa ſarebbe mai queſta? Quale ſarebbe mai queſto amore,
Joan. 14.6. ſe Criſto medeſimo ch'è la Verità e la Vita, ebbe a dichia
Ibi. 15. rarci: chiunque m'ama, i miei Precetti oſſervi? E poco appreſ
Ibi. 21, ſo ſoggiunſe ancora: chi la mia Legge appreſe, e la cuſtodiſce,
può dirſi che veramente m'ami. Poichè ſiccome l'amor di Dio
non è mai ozioſo, così opera ſempre gran coſe dovunque egli è:
e dove ceſſa la operazione è ſegno evidente che non v'è amore
(2). Attivo, dicea pure il grande Agoſtino, di ſua natura è l'
amore, nè può mai ſtar ſenz'agire nel cuor d'un amante: è forza
che continuamente lo ſproni ; e dov'altro ha da ſpronarlo
che ad amar Dio? ( 3 ). Diffuſamente ſi ritrovano eſpoſti preſe
ſo Santo Agoſtino in vari luoghi i motivi d'amare Iddio, la ec
cellenza della Carità, e i di lei effetti, con tutto quello che riſ
guarda queſto argomento, e ſpecialmente nel Salmo 118. ſi po
tranno da ognuno rinvenire molti fervoroſi atti d'un filiale e
ſin

(1) Erroreſi, imo Hereſs, & il bus ceſſare debeat, qui Deum amat -
luſio peſſima Demonis perſuaſum Bull. Innoc.XI. cont. Molin.
habere, quod amor Dei puriſſimus, (2) Nunquam eſt amor Dei otie
c Vite, quan Teologi Myſtici us; operatur enim magna, ſi eſi;
unitivam vocant, proprius curare ſi vero operari renuit , amor non
non debeat obſervantiam Mandato eſt. S. Greg. Pap. Hom. 3o. in
rum Dei & Eccleſie, Sacramento Evang.
rum frequentationem, pugnam con (3) Haber amor vim ſuam, nes
tra tentationes, orationem ſeu vo poteſt vacare amor in anima aman
calem, ſeu mentalem, jejunia, ce ris. Neceſſe eſt, ut ducat, ſed quo
teraſque carnis mortificationes, C ducet ? Ad Deum . S. Aug in
quod a ceterarum Virtutum operi Pfal. 12 r.
V E R 3 O D IO. 39
fincero amore. E a chi piaceſſe conſultare ancora S. Bernardo
nella Cantica avrebbe molto di che appagarſi. Io di tutto queſto
non altro rapportar voglio al mio propoſito che un belliſſimo ſen
timento dello ſteſſo San Bernardo, il quale così s'eſprime il prin
cipale motivo, per cui volle l'inviſibile Iddio ſorto umana
ſpoglia comparire, e qual uomo fra gli uomini converſare,
io mi figuro che foſſe di tirare all'amore della ſua ſantiſſima
carne tutti gli affetti delle carnali creature, le quali non po
tevano ſe non carnalmente amare, per indi quaſi gradatamen
te condurle ad un amore affatto ſpirituale (1 ).
Per quanto però ciaſcun di noi s'induſtri, non potremo
giammai compiere perfettamente queſto Precetto di giuſtizia
che ad amare Iddio ci coſtringe, ſe non in quella fortunata
vita, ove vedraſſi Iddio di faccia a faccia; ma per queſto ap
punto ci viene ora impoſto così rigoroſo giuſtiſſimo Precet
to, acciocchè ſapeſſimo coſa s'abbia da noi colla Fede a di
mandare, dove eſtendere la noſtra Speranza, e a quali coſe
avvenire tenere fiſſo lo ſguardo, ponendo affatto in obblio quel
le ch'addietro reſtano (2 ).
Giacchè dunque non poſſiamo ora vedere Iddio, dobbiamo
tutti occuparci nel deſiderarlo, non eſſendo veramente la vita
d'un buon Criſtiano che un continuato ſanto deſiderio ( 3 );
e queſto ſteſſo deſiderio non s'accende che con l'aſſidua ora- S. Aug. in
zione. Per queſto noi dobbiamo dalle altre cure terrene, che Pſal. 37. -

un tale ſanto deſiderio intiepidiſcono, richiamare all'affare im


por

( 1 ) Ego hanc arbitror precipuam etiam nunc preceptum eſt, ut ad


inviſibili Deo fuiſſe cauſam, quod moneremur quid Fide expoſcere, que
voluit in carne videri, 6 cum ho Spem praemittere, C obliviſcendo,
ninibus homo converſari, ut carna que retro ſunt, in qua anteriora
lium videlicet , qui niſi carnaliter mos extendere debeamus. S. Aug.
amare non poterant, cuntlas primo de Sp. & Litt. cap. 6.
ad ſua carnis amorem affectiones (3) Quia modovidere non poteſtis,
retraheret, atque ita gradatim ad officium veſtrum in deſiderio ſit .
amorem perduceret ſpiritualem . S. Tota vita Chriſtiani boni ſanctum
Bern. in Cant. Ser. 2o. deſiderium eſt. S. Aug Tract. 4
. (2) Hoc Preceptum juſtitia, quo in Epiſt. Joan.
fabemur Deum diligere, in illavi Ideo ab aliis curis, atque nego
º implebimus, cum videbimus fa tiis, quibus ipſum deſiderium quo
ºfe ad faciem ; ſed ideo nobis hoc dam modo tepeſcit, certis horis ad
me
4e D E L L A C A R I T A”
portante della orazione la mente noſtra, e noi medeſimi ſo
vente ammonire di tendere ſempre a ciò che bramiamo, per
chè onninamente non ſi raffreddi ciò, che s'era intiepidito, ed
affatto non s'eſtingua, ſe frequentemente non s'attizzi, e s'in
fiammi ( I ). -

Rivogliamoci dunque ſovente a Dio, e pieni d'oſſequio ſup


plichiamolo così . Inſpiraci o Signore un perpetuo timore , ed
amore del tuo ſanto Nome, tu che della tua Celeſte aſſiſtenza
non manchi giammai a coloro che nella fermezza del tuo amore
hai ſtabiliti (2). Anzi opera che in noi la Fede, la Speranza,
e la Carità di giorno in giorno s' aumentino, ed acciocchè diven
gbiamo meritevoli di quanto prometti, fa che amiamo ciò, che ne
comandi (3). O Signore mio Dio, Signore di tutti i viventi, noi
non poſſiamo a te venire, ſe tu non ci rendi ſolo di te ſteſſo bea
ti. Noi non vogliamo eſſer felici nè per oro, nè per argento, nè
per ricche poſſeſſioni, nè per alcuna di queſte vaniſſime e tranſi
torie coſe del mondo. Di tutte coteſte vanità nè pur ſi parli.
Rendici di te ſteſſo beati, perchè non avremo timore di perderti
giammai, ſe giungiamo ad ottenerti, e ſe te non perdiamo, ſa
remo ſalvi. Rendici, replichiamo, ſolo di te ſteſſo beati, perchè
veramente è felice quel popolo, che può chiamare tutto ſuo il
ſuo Signore (4 ).
S. II.

(1) negotium orandi mentem revo tis, fac nos amare , quod praeci
camus, verbis orationis nos ipſos ad pis. Orat. Eccl.
monentes in'id, quod deſideramus, (4) O Domine Deus meus, o Do
intendere, ne, quod tepeſcere cape mine Deus noſter, ut veniamus ad
rat, omnino frigeſcat , & penitus te, fac nos beatos de te. Nolumus
extinguatur, niſi crebrius inflam de auro, negue de argento, nec
metur. S. Aug. Epiſt. 122. de fundis, nolumus de terrenis iftis,
(2) Sancti Nominis tui, Domine, & vaniſſimis, & caduca vite tran
timorem pariter, 69 amorem fac nos ſitoriis. Non loquatur os noſtrum
habere perpetuum , quia nunquam vanitatem ; fac nos beatos de te ,
tua gubernatione iſti, quos in quia non perdemus te, cum tenue
ſoliditate tua dilectionis inſtituis . rimus te: mec te perdemus, nec mos
Qrat. Eccl. peribimus. Fac nos beatos de te ,
(3) Da nobis Domine Fidei,Spei, quia beatus populus, cujus eſt Do
& Charitatis augmentum , & ut minus Deus ipſius. S. Aug. Ser. 35.
mereamur aſſequi , quod promit de verb. Dom.
4i

S I I.
Della Carità verſo il Proſſimo,

Sº alcuno mi dimandaſſe per qual motivo due volte fu da


to agli Appoſtoli lo Spirito Santo, poichè lor fu dato
prima dell'Aſcenſione quando Gesù Criſto diſſe : ricevete lo Joan. 2o.22.
Spirito Santo, e dopo l'Aſcenſione ancora, come narrano gli Cap. 2. 4.
Atti degli Appoſtoli, laſcierei ch' altri penſaſſe a ſuo talento
ſapendo che molti molte coſe dicono, e ognuno dal ſuo parere
è guidato. Ma veramente io non per altro credo che per due
volte lor foſſe lo Spirito Santo conceduto, ſe nen perchè ve
niſſero in tal maniera loro raccomandati i due Precetti della
Carità. Imperciocchè due ſono i Precetti, ed una ſola è la
Carità; ne v'è altra Carità per amare il Proſſimo che quella
ſteſſa la quale ama Dio. Così è : colla ſteſſa Carità colla
quale amiamo il Proſſimo, amiamo ancora Dio (1).
In vigore tuttavia di Precetto va ſempre avanti l'amore di
Dio; riſguardo all'atto precede l'amore del Proſſimo. E per
queſto chi la Carità ci comandò in due Precetti diſtinti non
prima ci volle raccomandare il Proſſimo, e appreſſo Iddio; ma
prima Dio, e poſcia il Proſſimo. Ora però ſiccome non per an
che veggiamo Dio, amando il Proſſimo ci abilitiamo a vedere
lo ſteſſo Dio. Amando, io dico, il Proſſimo ci purghiamo la
viſta

(1) Querat a me aliquis quare bis ritate Proximum, ipſa Charitate


datus Spiritus Sanctus Apoſtolis ? diligimus & Deum. S. Aug. Ser.
Dedit ante Aſcenſionem : accipite 6. ex edit. Pariſ.
Spiritum SanStum. Dedit poſt A Dei dilectio prior eſt ordine pre
ſcenſionem, ut memorant Acta Apo cipiendi ; Proximi autem dilectio
ſtolorum. Mutti multa dixerunt , prior eſt ordine faciendi - Neque
C ſicut homines queſiverunt.... enim , qui tibi praciperet dilectio
Ego arbitror, ideo bis datum eſſe nem iſtam in duobus Praeceptis, prius
Spiritum Sanctum , ut commenda tibi commendaret Proximum ,
rentur duo Precepta Charitatis . poſtea Deum ; ſed prius Deum,
Duo ſunt enim Precepta, & una poſtea Proximum. Tu autem, quia
eſt Charitas... quia non alia Cha Deum nondum vides, diligendo
ritas diligit Proximum , quam il Proximum promereris, quem videas.
la, qua diligi Deum. Qua Cha Diligendo Proximum purgas ocu
Lib. Ter. F lum
42 d E L L A c A R 1 T A
viſta per potere a ſuo tempo vedere Dio. E queſto manifeſta
1.Joan.4.2o. mente inteſe di ſignificare San Giovanni dicendo: ſe tu non ami
il fratello che vedi, come potrai amare chi non vedi ? Non v'ha
dubbio che a noi fu impoſto d'amare Dio. Laonde ſe mai
alcuno mi chiedeſſe che gli faceſſi vedere chi ha egli da ama
re, non altro io gli potrei riſpondere ſe non quanto lo ſteſſo
Cap. 1. 18. San Giovanni ebbe a dire, che a niuno toccò giammai la ſorte
di vedere Dio. Ma acciocchè egli non creda d'eſſere onninamen
te incapace di vedere Dio, dee rammentarſi che Dio è la ſteſ
ſa Carità, e chi nella Carità ſi reſta, in Dio ſi reſta, e Dio
1.Joan 4.16. in lui. Amiamo dunque il Proſſimo, ed oſſervando in noi
ſteſſi come amiamo il Proſſimo, ivi vedremo inſieme, come
ſi potrà meglio, Iddio. Incominciamo pertanto ad amare il
Proſſimo (1).
Potrei ancora in altra maniera altrui dimoſtrare come ab
bia a regolarſi per vedere ciò ch'egli non può con l'occhio
mortale giungere a vedere. Ora qual coſa ama egli in lui?
L'ama gratis ſenz'alcun intereſſe. Supponghiamo ora che que
ſto ſuo amico ſiaſi un vecchio, poichè può ben eſſere ch al
cuno abbia per amico un vecchio. E qual coſa amerà queſto
tale in un vecchio? Forſe il ſuo curvo e cadente corpo, il
ſuo bianco capo, le rughe della fronte, le grinze delle guan
ce? Nò certamente. Eppure qualche coſa egli ama, quan
tunque non ami quel corpo, che vede, per eſſer deforme. Per
chè

( 1 ) lum ad videndum Deum, e poteris, Deum. Incipe ergo diligere


videnter Joanne dicente: ſi fratrem , Proximum. S. Aug. Tract. 17 in
quem vides, non diligis, quem non Joan.
vides, quomodo diligere poteris? Oſtendo , unde coneris videre
Ecce dicitur tibi dilige Deum. Si quod iſtis oculis non potes videre.
aicas mihi, oſtende mihi, quem di Ecce amas amicum . Quid in illo
ligam, quid reſpondebo, niſi quod amas ? Gratis eum amas. Sedfor
ait ipſe Joannes : Deum nemo vi te amicus iſte tuus , ut alia omis
dit unquam ? Et ne te alienum om tam, ſenex homo eſt, fieri enim po
mino a Deo videndo eſſe arbitreris, teſt, ut habeas amicum ſenem. Quid
Deus, inquit, Charitas eſt, 8 qui amas in ſene ? Incurvum corpus ,
manet in Charitate, in Deo ma album caput, rugas in fronte, con
net, & Deus in eo. Dilige ergo trattam maxillam ? Et tamen ali
Proximum, C intuere in te, unde quid amas ; & corpus, quod vi
diligis Proximum, ibi videbis, ut des, non amas, quia deforme eſt.
9ua
l
V E R S O I L P R O S S I M O. 43
chè dunque l'ama? Ei riſponderà probabilmente, perchè il
ſuo amico è un uomo fedele. Dunque egli ama in lui la fe
de; e però ſe ama la fede, nella ſteſſa maniera ch'ei vede
la fede dell' amico , ha da perſuaderſi di vedere Dio. Inco
minciamo adunque ad amare Dio, ed ameremo inſieme l'uo
mo per Dio ( 1 ). Amiamo Dio come Dio, ed il Proſſimo
come noi medeſimi. E così biſogna che ſia; perchè non poſe
ſiamo noi certamente trovare uno uguale a Dio a tal che ci
ſi poteſſe dire : ama Dio come ami quell'altro. Dovecchè riſ
guardo al Proſſimo abbiamo una giuſta regola a cui confor
marci , eſſendo ognuno di noi allo ſteſſo Proſſimo uguale (2).
Nè quì deve punto imbarazzarci la richieſta d'alcuno che
bramaſſe da noi ſapere quale Carità biſogna avere verſo Dio,
e quale verſo il Proſſimo. Stantechè incomparabilmente mag
giore ha ad eſſere quella verſo Dio che verſo noi; e col
Proſſimo s'ha da praticare la ſteſſa Carità che con noi mede
ºmi uſiamo, e nulla più. E noi ſteſſi tanto maggiormente
amiamo, quanto più amiamo Dio. Con la ſteſſa Carità adun
que amiamo Dio, e il Proſſimo. Ma s'ami Dio per Dio,
ed amiamo noi ſteſſi ed il Proſſimo per lo ſteſſo Dio ( 3 ).
Atteſochè allora un uomo è veramente buono, quando tutta
la ſua vita terrena alla celeſte indirizza , e con tutto l'affet
to s'ingegna di poſſederla. Se noi dunque noi ſteſſi non per
n01

(1) Quare igitur amas? Reſpon quantum fratri Charitatis debeamus


ſurus es mihi: homo fidelis eſt. Er impendere, quantum Deo? Incompa
go fidem amas. Si fidem amas, rabiliter pluſquam nobis Deo, fra
quibus oculis videtur fides , ipſis tri autem quantum nobis ipſis. Nos
oculis videtur Deus - Incipe ergo autem ipſos tanto magis diligimus,
Deum amare, º amabis hominem quanto magis diligimus Deum. Ex
propter Deum . S. Aug. Hom. 38. una igitur eadem que CharitateDeum,
(2) Dilige Deum tanquam Deum, Proximumque diligimus. Sed Deum
Proximum ſicut teipſumo. Non enim propter Deum, nos autem & Proxi
invenis parem Deo, ut poſit tibi mum propter Deum. S. Aug. lib. 8.
dici : dilige Deum , ſicut diligis de Trinit. cap. 8.
illum. De Proximo inventa eſt ti Tunc eſt optimus homo, cum
bi regula , quia inventus es Pro tota ſua vita pergit in incommuta
simo tuo par tu ipſe S. Aug. de bilem vitam, 69 toto affettu inha
Diſc." cap. pº 8
ret illi.... Si ergo te ipſum non
( 3 ) Nec jam illa quaſtio moveat, propter te debes diligere, ſed prº
Lib, Ter. F
2, pter
44 D E L L A C A R I T Mº

noi dobbiamo amare, ma bensì per quello ch'è il giuſto ret


tiſſimo fine della dilezione noſtra, non ha ragione altri di
lagnarſi ſe noi ſoltanto per Dio l'amiamo (1).
Piacemi di riſchiarare ancora meglio queſta materia per oſ.
ſervare che non deve alcuno avere un amico ed amarlo, ac
ciocchè gliene provenga qualche vantaggio. Perchè ſe l'ama
ad oggetto che gli ſomminiſtri danaro, od altra comodità tem
porale, non può ſoſtenerſi ch'ami l'amico, ma bensì quel
tanto che da lui rieava (2). Anzi quando egli l'amaſſe non
come ſe ſteſſo, ma come s'amerebbe un giumento, un bagno,
un uccelletto o dipinto, o vivo, cioè per quel piacere, o pro
fitto che gliene viene, in tale caſo non ſolo ei non corriſ
ponde all'amico, ma di più diviene reo di quel vergognoſo
e deteſtabile vizio, in cui cadono tutti coloro che non ama
no l'uomo, come conviene amarlo (3 ).
Ciò ſuppoſto io dico che l'ordine dell'amore ci preſcrive
due coſe; primo che non ſi rechi offeſa ad alcuno; ſecondo
che ſi giovi altrui, ove ſi poſſa farlo (4), come vederemo
in appreſſo. Mi torna intanto in acconcio di premettere per
comune inſegnamento due Propoſizioni da Innocenzio XI
condannate, delle quali diceva l'una: non ſiamo tenuti ad a
mare il Proſſimo con atto interno, e formale, diceva l'altra: noi
poſſiamo ſoddisfare al Precetto d'amare il Proſſimo cogli atti eſter
ºf

(1) pter illum, ubi dilettionis tue rulam, ideſt ut ex eo aliquid tem
- -

restiſſimus finis eſt, non ſuccenſeat poralis voluptatis, aut commodi ca


alius homo, ſi etiam ipſum propter piat, ſerviat, neceſſe eſt, non ho
Deum diligis. S. Aug. lib.de Doct. mini, ſed quod eſt turpius, tam
Chriſt. cap. 22. faedo & deteſtabili vitio, quo non
(2) Non f" debes habere amat hominem , ſicut homo aman
amicum, vel amare, ut aliquid ti dus eſt . S. Aug. de ver. Relig.
bi preſtet. Si propterea illum amas, cap. 46.
ut praſtet tibi vel pecuniam , vel (4) Dilectionis hic ordo eſt; pri
aliquod commodum temporale, non mum ut nulli noceat ; deinde ut
illum amas, ſed illud, quod pre etiam proſit, cui poterit . S. Aug.
ſtat. S. Aug Hom. 38. lib. 19. de Civ. Dei cap. 14.
(3) Si vel ipſum hominem ho Non tenemur Proximum diligere
mo dilexerit non tanquam ſe ipſum, actu interno, 6 formali.
ſed tanquam jumentum , aut bal Precepto Proximum diligendi ſa
neas, aut aviculam pittam, velgar tisfacere poſſumus per ſolos actus ex
ter
- - - - - -- -

V E R S O I L P R O S S I M o. 45

ni ſoltanto ( 1 ). Lo ſtudio pertanto principale di chi ama il


Proſsimo deve eſſer queſto ch'egli pure ami Dio con tutto
il cuore, con tutta l'anima, con tutta la mente (2). Eſſen
dochè pur troppo è dolce e bella coſa lo ſtare unito a Dio;
ed a godere di queſto unico ſingolariſsimo bene ci ha da con
durre chi ci ama, e reciprocamente v'hanno ad eſſere da noi
condotti coloro, che ſono da noi amati. Il noſtro fine è lo
ſtare uniti a Dio; coſicchè quando uno sà come abbia ad a
mare ſe ſteſſo, ove gli venga impoſto d'amare il Proſsimo
come ſe ſteſſo, di già comprende beniſsimo che non altro gli
s'impone ſe non d'amarlo in maniera che gli raccomandi d'
amare ſopra ogn' altra coſa Dio (3).
Che ſe taluno ancora non appreſe la vera maniera d'ama
re ſe ſteſſo, come potrà egli mai preſumere d'amare con ve
rità il Proſſimo? Vi ſono alcuni che giudicano di rettamente
amare ſe ſteſſi, quando le coſe altrui rapiſcono, quando s'ab
bandonano alla intemperanza ed alla libidine, quando per via
di diverſe inique calunnie ingiuſti guadagni ſi procacciano.
Coſtoro non hanno ch'ad aprire le orecchie alla Scrittura che
dice : chi ama la iniquità, ha in odio la ſua anima. Se dun Pſal. 1o. 6.
que con l'amare la iniquità, dice Santo Agoſtino, non ami te
ſteſſo, ma ti odj piuttoſto, come potrai amare Iddio e il
Proſſimo (4 ) ? Se tu ami la iniquità, come vuoi che ti s'
aſſi

( 1 ) termos. Prop. damn. ab In Dei cap. 4.


noc. XI. (4) Si te ipſum non noſti amare,
( 2 ) Quiſquis recte Proximum di quomodo Proximum poteris in ve
ligit, hoc cum eo debet agere, ut ritate diligere º Putant enim non
etiam ipſe toto corde, tota anima, nulli homines legitimo ordine ſe
tota mente diligat Deum. S. Aug. amare, quando res alienas rapiunt,
de Dott. Chriſt. cap. 22. quando ſe inebriant, quando libi
( 3 ) Bonum noſtrum adherere dini ſerviunt, quando per diverſas
Deo. Ad hoc bonum debemus, & a calumnias iſ, lucra conquirunt.
quibus diligimur, duci, 69 quos di Ifti tales audiant Scripturam di
igimus, ducere. Finis noſler adhere centem : qui diligit iniquitatem ,
re Deo. Jam igitur ſcienti diligere ſe odit animam ſuam. Si ergo aman
ipſum, cum mandatur de Proxi do iniquitatem te ipſum non dili
mo diligendo ſicut ſe ipſum, quid gis, ſed etiam odio habes, quomo
aliud mandatur, niſi utei, quan do aut Deum, aut Proximum dili
tam poteſt, commendet diligendum gere poteris º S. Aug. Hom. 37.
Peum º S. Aug. lib. 1c. de Civ. Jam ergo, qui diligis iniquita
temi
46 D E L L A C A R I T A”
affidi il Proſſimo per eſſere amato da te come te ſteſſo? Non
ſei tu che cerchi la tua rovina? Or ſe tu ami te ſteſſo in
maniera di procurarti la propria rovina , ſenza dubbio tu
condurrai ancora alla rovina colui che da te ſia amato co
me ami te ſteſſo. In cotal modo laſcia pur d'amare alcuno;
e contentati della tua ſola dannazione. Riſolviti però o di
emendare il tuo amore, o di rinunziare alla umana ſocie
tà ( 1 ). So bene che tu t'ingegnerai di perſuadermi ch”
ami veramente il Proſſimo al pari di te ſteſſo. T'intendo be
niſſimo. Vuoi darti alla intemperanza in compagnia di quello
ch'ami al par di te, poichè gli vai dicendo: cerchiamo in og
gi di ſtare allegramente, beviamo quanto più ſi può. E queſto
è amore? Non comprendi ch'in cotal modo amando te ſteſſo
tel tiri dietro, e ad amare quello che tu ami l'inviti? Egli
è pur forza, che quegli ch'è da te amato, a ciò, che tu
ami, venga da te ſtraſcinato (2). -

Ora ſe tu vorrai te ſteſſo ſalutarmente amare, allora il fa


rai, ſe più di te amerai Dio. Ciò che dunque pratiche
rai riſpetto a te, il dovrai pur praticare riſpetto al Proſſi
mo; cioè dovrai far sì ch'egli ancora con un perfetto amo
re ami Dio (3). Lo che ſi ſuole eſeguire in due maniere,
cioè coll'incutere il timore, e coll'inſtillare l'amore. Regola
è queſta nè due Teſtamenti da Dio ſignificataci; perchè pre
vale nel vecchio il timore, come prevale nel nuovo l'amo
IC e

( 1 ) tem, quomodo tibi volebas hodie; quantum poſſumus, biba


committi Proximum , ut diligeres mus - Vide, quia ſic te diligis »
eum tanquam te? Homo quid per & illum ad tetrahis, & ad quod
dis te ? Si enim tu ipſe ſi te di amas, vocas. Neceſſe eſt, ut, quem
ligis , ut perdas te, ſic profetto diligis tanquam te ipſum, illuc il
perditurus es & eum , quem dili lum trahas, ad quod & tu te
sis ſicut te ipſum - Nolo orgo quem amas. Id. ibi. cap. 5.
piam diligas, vel ſolus peri. Aut (3) Te ipſum ſalubriter diligis,
corrige difectionem , aut reſpue ſo ſi iſti te diligis Deum. Quod
cietatem. S. Aug. de Diſcip. Chr ergo agis tecum, id agendum cum
cap. 4 e -
Proximo tuo eſt ; hoc eſt , ut ip
(2) Dicturus es mihi: diligo Pro ſe etiam perfetto amore diligat
ximum tanquam me ipſum. Audio Deum. S. Aug. de mor. Eccl-cap
plane, audio. Inebriari vis cum il 26.
lo, quem diligis tanquam te ipſum. Hec preſtatis Coercitione, º
Ais enim : bene nobis faciamus Inſtructione. Coercitio timore, In
rug
V E R S O I L P R O S S I M O. 47

re. Laonde chi ama il Proſſimo procura, per quanto è in


lui, ch'ei goda la ſanità dell'anima e del corpo; ma la cu
ra di queſto ha da eſſere relativa alla ſalvezza di quella; e
per ciò ch'all'anima s'aſpetta, deve egli gradatamente diſ
porla prima a temere, poſcia ad amare Dio (1), Guardiſi
pertanto ciaſcheduno di condurre il ſuo Proſſimo alla iniqui
tà. Queſto ſuo ſcellerato amore ſarebbe un laccio per chi amaſſe
(2). Sarebbe un amore diabolico che ſpingerebbe il Proſſimo
nell'abiſſo; non gli preſterebbe le ali onde ſollevarſi al Cielo
(3). Quegli infatti veramente ama il ſuo amico che ama Dio
nell'amico, o perchè in lui ei ſi ritrova, o perchè brama che
vi ſi ritrovi (4) - Se piaceſſe ad alcuno ancora ſapere la ragione,
per cui ſi dica che s'ama il Proſſimo, ſe Dio ſi ritrova nell'ami
co, potrà rinvenirla in Santo Agoſtino de Doct.Chriſt. cap. 29.
e nel dib. de ver. Relig. cap. 47, e ne luoghi ſopraccitati.
Ma di già ſpiegato avendo baſtantemente qual debba eſſere
l'amore verſo il Proſſimo, ha da ſaperſi che prima di qua
lunque coſa ſiamo tenuti a dimoſtrarlo ſpecialmente con quel
li che più dappreſſo ci appartengono. Stantechè e per ordine
di natura, e per ragione d'umana ſocietà ci porge più facile
e più comodo l'acceſſo per ſoccorrerli col noſtro conſiglio.
Per queſto aſſerì l'Appoſtolo, che chi non ha cura de' ſuoi, e 1. Tim.5.8.
maſſimamente dei domeſtici, ha rinnegata la Fede, ed è peggiore
d'un Infedele. Quindi è che la moglie, i figliuoli, i dome
ſtici, ed ogni altro che poſſa, deve eſortare ad amare Dio
chiunque ha l'obbligo d'amare il Proſſimo come ſe ſteſ
ſo (5 ). Al

(1)ſtruttio vero amore perficitur, eſt in illo, aut ut ſit in illo . S.


Qui erge diligit Proximum, agit, Aug.Ser. 256. de Temp.
quantum poteſt, utſanus corpore, ſa ( 5 ) Primitus ineſt ei ſuorum cu
nuſque animo ſit ; fed cura corporis ra. - d eos quippe. habet opportu
ad ſanitatem animi referenda eſt. A niorem faciliorengue aditum conſu
git ergo his gradibus, quod ad ani lendi vel natura ordine, velipſius
mum pertinet, ut primo timeat, de iſocietatis humanae. Unde Apoſtolus
inde diligat Deum. Id. ibi. cap. 28. dicit: ſi quis ſuorum maxime do
(2) Si ducis Proximum ad iniqui meſticorum curam non habet ,
tatem, dilectio tua la queus eſt di Fidem negavit, & eſt Infideli de
letti. S. Aug. in Pſal. 14o. terior. Sic uxori, ſic filiis, ſic
(3) Amoriſte tartareus eſt ; viſcum domeſticis, ſic ceteris , quibus po
habet, quodejiciat in profundum;non tuerit hominibus , ad diligendum
Pennas,quibus levet in Calum. Id.ibi. Deum conſulat, quos jubetur ſicut ſe
(4) Ille veraciter amat amicum, ipſum diligere. S. Aug. lib. 19. de
qui Deum amat in amico, aut quia Civ. Dei cap. 14. -
48 D E L L A C A R I T A' l
Allora però potrà veramente alcuno affermare d'avere amo
re per i ſuoi figliuoli, quando avrà l'avvertenza di preferire
loro Dio. Pretenderà egli forſe d'amarli col ſeconda le vane
loro cupidigie? Egli ſente che beſtemmiano, e ancorchè Criſtia
no ſi tace, e ſoffre ciò ch'il barbaro Re Nabuccodonoſore non
Dan. 3. ſeppe tollerare? Vede ch'eſſi frequentano gli ſpettacoli, e non
li riprende? Vede che ſi danno in preda alle diſſolutezze, e
non li percuote ? Nè avrà coraggio di moſtrarſi loro padre
capace di diſeredarli ſe ſieno indiſciplinati, e di non ricono
ſcerli per figli, quandochè all'incontro dovrebbe eſſere pron
Gen. 22. to come Abramo anche a ſacrificarli? Imperciocchè quegli,
a cui rieſce di recidere i malnati deſideri dei figliuoli, offe
riſce a Dio un ſacrificio conſimile a quello d'Abramo. Ma
giacchè queſto non ſi pratica, e ne malvagi coſtumi s'alleva
no ſempre coloro ch'hanno a reſtare nel mondo, quindi ave
viene che il mondo medeſimo decade, e peggiora; ſicchè non
ſenza ragione ebbe a dire il Profeta, che andò in rovina la
Iſa. 24. 4. terra e con eſſo lei i ſuoi abitanti. Non rifinano gli uomini di
dolerſi lodando i paſſati tempi, e accuſando i preſenti del Cri
ſtianeſimo. Che bei tempi, vanno ſclamando, erano quelli de noſtri
Padri! Di che fortunata età godettero i Padri noſtri ! Ma oſſerviſi
un poco ciò ch'operarono i neſtri antichi Padri Finee, Mosè,
Gefte, Sanſone, e Daniello. Amarono eſſi pure da dovero il Proſſi
º
7730e

Vere filios tuos diligeres, ſi crificium tale, quale Abraham ,


Chriſtum filiis preferres.... An offert Deo. Sed dum iſta non funt,
ideo eos videris diligere, quia eo- & his moribus depravatis male nu
rum voluptatibus faves ? Audis triuntur, qui ſto mundo utuntur,
blaſphemantes , & patiente- fers labefit mundus, nec immerito ait
Chriſtiane, quod Rex Nabuchodo Profeta: defluxit terra, 8 omnes
noſor alienigena non potuit ſuſtine inhabitantes in ea. Non p"
re? Vides frequentare ſpectacula , uſque nunc murmurare homines ,
C9 non revocas? Vides luxuriantes, laudare tempora preterita, accuſa
C9 non verberas? Nec poteste ta re tempora Chriſtiana. Magna erant
lem exhibere patrem , qui paratus tempora Patrum noſtrorum , di
ſis indiſciplinatos filios vel exha cunt ! O quam bona tempora ha
redare, vel abiicere, cum paratus buerunt Patres noſtri! Sed videte
eſſe debueras ſicut Abraham etiam quid fecerunt Patres noſtri Phi
filium immolare? Omnis enim, qui nees... Moyſes... Jephte....Sam
filiorum trucidat voluptates, ſa ſon.... Daniel.... Quid tale faci
mus,

i
P E R S O I L P R O S S I M o. 49

mo. E noi qual coſa di ſimile a loro facciamo, anzi quale


non ne facciamo affatto contraria e malvagia ? Ah ! non vi
ſia mai chi ami ne' figliuoli, negli amici, ne ſervi, ne cono
ſcenti le iniquità ; ma procuri ſollecitamente ciaſcuno di di
moſtrare il timore, o l'amore che ha verſo Dio ( 1 ).
Vi ſarà un avaro che dirà: Figlio mio, mio Fratello, mio Padre
ci torna pur conto finchè viviamo a viver agiatamente- Quanto
avrai, tanto ſarai, laſcia penſar agli Strolaghi, e bada a far
roba. Dirà un traditore : vieni meco, tendiamo agguati, ten
diamo inſidie a cotai ricconi, inghiottiamoli vivi come l'inferno,
andiamo, che preſſo loro troveremo di prezioſe ſoſtanze ogni ragio
ne, le faremo noſtre, ne riempiremo le noſtre caſe vieni, vieni
meco, e comune ſarà il guadagno. A tai perverſi conſigli dob
biamo chiuder le orecchie, anzi aſſieparle di ſpine, affinchè
colui che voleſſe penetrarvi reſti non ſolo reſpinto , ma com
punto ancora. Scacciamlo lungi da noi, e francamente dicia
mogli : tu ſei Criſtiano, io pure lo ſono. Non è queſto quel ch'
abbiamo appreſo ſotto quella diſciplina e in quella Scuola, dove
gratuitamente ſiamo entrati, non ſono queſti i documenti di quel
Maeſtro ch' ha la Cattedra in Cielo. O non mi parlar di tai co
ſe, o ſcoſtati da me (2). Queſto è aſſiepare di ſpine le orec
chie e ſchermirſi dagl'inſidioſi ſeduttori, a quali ſe diamo ret
ta, ſiam già caduti nei teſi lacci, e i loro peccati diventano
I10

(1) mus, imo e contrario que mala Sepi, é ſpinis ſepi, ut ille, qui
non facimus ?.... Nolite diligere vitia importune intrare auſus fuerit, non
in filiis, in amicis, in ſervis, in ſolum repellatur, ſed etiam com
omnibus notis .... Exhibeamus ti pungatur. Repelle illum a te. Dic:
morem, C amorem Deo. S. Aug. Chriſtianus es, Chriſtianus ſum -
de temp. Barb. cap. 3. Non hoc accepimus in domo Di
(2) Quid illi in aure inſuſſurrabis ſciplina ; non hoc didicimus in
homo avare, niſi fili, aut frater, aut illa Schola, quam gratis intravi
bonum eſt nobis, ut, cum mus; non hoc didicimus ſub il
i"ater,
vivimus, bene ſit nobis. Quan lo Magiſtro, cuius Cathedra in
tum habebis, tantum eris. Fran Coelo eſt. Noli mihi iſta dicere,
ge lunam, fac fortunam.... O qui aut noli ad me accedere. Hoc eſt
accipis verbum ſanum in domo di enim i aures tuas ſpinis . S.
ſcipline, ſepi aures tuas ſpinis . Aug. de Diſcip. Chriſt. cap. 9.
Corrumpunt bonos mores colloquia Plane ſi conſentias, jam tua pec
prava -. Sepi aures tuas ſpinis. cata te premunt, non alterius.Quiſ
Lib. Ter. quis
5o D E L L A C A R I T A”

noſtri. Poichè chiunque acconſente alle altrui peccaminoſe


ſuggeſtioni aggrava l'anima non degli altrui, ma dei propri
delitti (1).
Guai però a coloro che diſtendono le iniquità come funi
Iſa. 5. 18. per formarne poi lacci, vale a dire che con maligne luſinghe
ſtudiano di tirare altri nel peccato. Queſt' è ciò ch'inteſe di
Pſal. 139.6. ſignificare il Salmiſta allorchè diſſe: diſteſero le funi a guiſa di
laccio, cioè tentarono colle loro inſidie la mia rovina. E do
Ibi.
ve tramarongli le inſidie? Lo dice egli ſteſſo colle ſeguenti
parole : preſſo il ſentiero mi poſero lo Scandalo. Non nel ſentie
ro, ma preſſo. Dov'è da notare ch'il ſentiero del Criſtiano è
la Divina Legge: ſicchè avendo coſtoro teſi gli Scandali fuori
di tal ſentiero non v' inciamperemo mai, ſe ſtaremo fermi
dentro il ſentiero medeſimo (2). Ma guai torno a dire, guai
a chi ſeduce altrui co ſuoi Scandali; poichè s'inganna lo ſcan
daloſo ſe crede di peccare ſoltanto contro l'uomo; che anzi
pecca direttamente contro Dio: mentre peccando contro l'uo
mo pecca contro la Carità; e che altro è la Carità ſe non Dio
medeſimo (3) ?
Ma perchè meglio ſi comprenda la gravità di queſto delit
to, gioverà preſentemente ragionarne un poco a lungo. Ciò
che con greco vocabolo Scandalo s' appella, noi potremo chia
S. Hier. mare inciampo. Eſſendochè avviene talora che quando qualche
oſtacolo è frappoſto nella via, colui che vi s'imbatte, ſta
per cadere, e quell'intoppo ſi dimanda Scandalo; e così ap
punto nella via ſpirituale ſuccede ch'alcuno ſia preſſo a cade
re ſolo per detto, o fatto d'altri, in quanto ch'agli avviſi, ai
“conſi

(1) quis enim conſenſerit peccato in dilectionem peccas? Deus dilectio


ri, non alienis, ſed ſuis gravatur eſt. S. Aug Tract 7. in Ep. Joan.
peccatis. S. Aug. in Pſal. 129. Contingit, quod quandoque ali º
(2)Semite tua. Precepta Dei ſunt. quis obex ponitur alicui in via
Illi Scandala juxta ſemitas poſue corporali, cui impingens diſponitur
runt ; tu noli recedere a ſemitis , ad ruinam ., & talis obex dicitur
& non irrues in Scandala. S. Aug. Scandalum ; & ſimiliter in proceſ
in Pſal. 139. ſu via ſpiritualis contingit aliquem ſ
(3) Nemo dicat in hominem pec diſponi ad ruinam ſpiritualem per
eo, quando non diligofratrem . Quo dictum , vel factum alterius , in
modo non peccas in Deum, quando quantum ſcilicet aliquis ſua admo
- mattto
V E R S O I L P R O S S I M O. 5I

conſigli, ed agli eſempi di taluno cedendo ſi laſcia condurre


al peccato; e queſto propriamente diceſi eſſere lo scanda
lo ( I ) -
i lie, oppure il fatto d'altri può in doppia maniera porge
re altrui motivo di peccare; o per ſe ſteſſo, o per accidente.
Per ſe ſteſſo ſi è, quando alcuno colle cattive opere, o colle
parole ſi ſtudia d'indurre un altro a peccare; o quando anco
ra ciò eſpreſſamente non intende fare, ma l'opera ſua è tale
che di ſua natura è induttiva al peccato, come per eſempio
ſe alcuno pubblicamente commetteſſe un peccato, o praticaſſe
coſa che a peccato aveſſe raſſomiglianza; ed in queſto caſo
chiunque tal atto faceſſe, propriamente porgerebbe occaſione
altrui di rovina; e queſto Scandalo attivo ſi domanda. Per ac
cidente poi ſi è , quando un detto, o un fatto è cauſa di pecca
re ad altri fuori d'ogni diſegno dell'operante, e fuori della
condizione dell'opera, ma ſolo perchè taluno al male incli
nato viene indotto da quella tale operazione a peccare; co
me per eſempio chi invidia i beni altrui; in queſto caſo que
gli che poſsiede i beni per la ſua parte non porge a chi l'in
vidia verun motivo di peccare, ma l'invidioſo ſteſſo trattane
indi la occaſione è quegli, che malizioſamente la prende; e Rom. 7. 8.
ſiccome quì non ſi dà, ma ſi piglia occaſione di peccare, per
ciò

(1) nitione, vel induétione, aut cum aliquis publice facit peccatum,
exemplo alterum trahit ad peccan vel quod habet ſimilitudinem pec
dum , C hoc proprie dicitur Scanda cati; & tunc ille, qui hujuſmodi
lum... Et ideo convenienter dicitur, actum facit, proprie dat occaſionem
quod dictum, vel factum minus re ruina , unde vocatur Scandalum
ctum prebens occaſionem ruina ſit activum. Per accidens autem ali
Scandalum. S. Tho. 2. 2.q.43.art.1. quod verbum, vel factum unius eſt
DiStum , vel factum alterius alteri cauſa peccandi, quando etiam
poteſt eſſe dupliciter alteri cauſa preter intentionen operantis, C'
peccandi; uno modo per ſe , alio preter conditionem operis aliquis
modo per accidens. Per ſe quidem, male diſpoſitus ex hujuſmodi opere
quando aliquis ſuo malo verbo, vel inducitur ad peccandum, puta cum
fatto intendit alium ad peccandum aliquis invidet bonis aliorum ; C9'
inducere, vel etiam , ſi ipſe hoc non tunc ille, qui facit hujuſmcdi actum
intendat , ipſum factum eſt tale , rectum, non dat occaſionenº, quan
quod de ſui ratione habet, quod ſit tum eſt in ſe, ſed alius ſumit oc
indugiiuum ad peccandum ; puta caſionem ſecundum illud , occaſio
Lib. Ter. G 2 ne
52 D E L L A C A R I T A"
ciò queſto ſi chiama Scandalo paſſivo ſenza l'attivo, perchè
quegli che, per quanto è in lui, opera rettarmente, non è
cauſa della rovina ch'altri ſoffre. Talvolta però lo Scandalo
è attivo, e paſſivo inſieme; come ſe uno ad inſinuazione d'al
tri pecchi; e tal'altra è attivo, e non paſſivo, come ſe uno
perſuade un altro a peccare, e queſti non v'acconſente. Lo
Scandalo all'oppoſte paſſivo, e non attivo è quello che di ſopra
s'è ſpiegato (1).
Può ben eſſere che talora ſia ſoltanto peccato veniale lo
Scandalo paſſivo, come ſe alcuno da un ſemplice detto, o fatto
d'altri venialmente pecchi; e ſarà all'incontro peccato morta
le, ſe per un ſemplice detto, o fatto d'altri ſimilmente s'avan
zerà alcuno fino a peccato mortale. Lo Scandalo accidentalmente
attivo ancora può eſſere talvolta peccato veniale; come ſe al
cuno con leggiera indiſcretezza commette un atto che di ſua
natura non è peccato mortale, ma porta tuttavia qualche ap
parenza di male. Sarà poi peccato mortale, quando tal atto
ſi commetta che non è ſcuſabile da grave colpa, o quando
la ſalute del Proſſimo non ſi prezzi; come ſe alcuno non vo
glia un ſuo capriccio poſporre alla conſervazione dello ſteſſo
Proſſimo. Ma lo Scandalo per ſe ſteſſo attivo, come quando
uno intende indurre un altro a peccare mortalmente, è pec
CatO

(1) ne autem accepta; & ideo inordinato dicto, vel faéto alterius
hoc eſt Scandalum paſſivum ſine a procedit uſque ad peccatum morta
&tivo; quia ille, qui rette agit, quan le . Scandalum autem activum, ſi
tum eſt de ſe, non dat ", ſit per accidens, poteſt eſſe quan
ruina, quam alter patitur. Quan doque quidem peccatum veniale ;
doque activum ſimul eſt cum paſſivo; ut cum aliauis vel attum venialis
ut cum ad inductionem unius alter peccati, " actum, qui non eſt ſe
peccat . Quandoque activum ſine cundum ſe f" , ſed aliquam
paſſivo; ut cum aliquois ſuadet al ſpeciem mali cum aliqua levi in
teri peccatum , nec ille conſentit . diſcretione committit . Quandoque
Quandoque paſſivum ſine activo , vero eſt peccatum mortale , ſive
ut dictum eſt. Id. ibi. quia committit aftum peccati mor
Scandalum paſſivum poteſt eſ talis, ſive quia contemnit ſalutem
ſe peccatum veniale ; ut cum ali Proximi ; ut ſi pro ea conſervan
quis ex inordinato disto, uel facto da non pretermittat aliquis face
alterius commovetur motu venialis re, quod ſibi libuerit. Si vero Scan
peccati . Quandoque vero eſt pec dalum activum ſit per ſe ; puta ,
catum mortale, ut cum aliquis ex cum intendit inducere alium ad pec
da V2

-
V E R s o I L P R o S S I M o. 53
cato mortale; e fimilmente ſe aveſſe in animo d'indurre ſol
tanto a peccato veniale con atto mortale. Ma ſe intendeſſe
indurre il Proſsimo a peccare venialmente col mezzo d'un
atto veniale, ſarebbe ſolamente veniale il peccato dello Scan
dalo (1), il quale può eſſere ancora mortale, quando cioè
per qualche probabile circoſtanza giudicare ſi poteſſe che al
cuno de'circoſtanti foſſe per debolezza in iſtato di peccare
mortalmente (2).
F quì ha luogo più che mai il rimprovero: guai a colui
ch'è cauſa che ne naſca lo Scandalo. Stantechè la forte eſpreſ Matt. 18. 7.
ſione di guai la eterna dannazione importa; ed appoſtatamen
te ſi ſoggiunge: che ne naſca lo Scandalo, perchè con ciò ma
nifeſtamente ſi dichiara che quantunque non aveſſe in idea S. Anton.
di ſcandalizzare, nulla dimeno la di lui opera è tale che ne par. 2. tº 2.
naſce lo Scandalo. Infatti lo Scandalo atteſe le peſſime con cap. 4
ſeguenze, a cui porge occaſione, è un delitto in ſe ſteſſo che
Iddio ſempre puniſce più ſeveramente di tanti altri anche
maggiori, quando ſi commettono di naſcoſto (3).
E pure oh quanto mai è frequente nel mondo queſto miº
ſerabile peccato! E non oſtante ſembra che niun caſo ne fac
ciano gli uomini. Quanto danno arreca il troppo vano orna
mento delle donne? Il ballo, il canto coſa ſono mai ſe non
un grande Scandalo, e un laccio inſidioſo per le anime? Ecco,
eſclamava il Saggio, come di meretricia veſte cammina ornata Prov. 7. 1o.
quella donna per fare preda delle anime, come ſe voleſſe ſigni
fica.

(1) candum mortaliter, eſt pec nem ſcandalizet , minorem dabit


catum mortale; & ſimiliter ſi in panam, quam qui leviter peccavit,
tendat inducere ad peccandum venia idque impudenter, C cum multo
liter per actum peccati mortalis. Si rum ſcandalo. S. Joan. Chryſ. Ser.
vero intendat inducere Proximum ad cont. concub.
peccandum venialiter per attum pec Oh quam hoc miſerabile pecca
cati venialis, eſt peccatum venia tum in mundo abundat, & nul
le. Id. ibi. art. 4. lam ſibi videntur homines facere con
(2 ) Peccaret mortaliter, cum ex ſcientiam ! Ornatus mulierum tam
aliquibus circumſtantiis exiſtimari vanus, tripudiatus , cantus quid
probabiliter poſſet, quod infirmi aſpi eſi miſi magnum Scandalum , &
cientes peccarent mortaliter. Id. in laqueus animarum ? Ecce mulier
4. Diſt. 38. q. 2. art. 2. q 3. in habitu ornata meretricio ad
(3 ) Etiamſi graviter quis peccet, capiendas animas ; quaſi dicat :
atque clam hoc faciat , 69 nemi operatur ille ornatus ad ſcandali
24 V2

ºs
N.
i
54 D E L L A C A R I T A”

ficare ch'il vano femminile ornamento non può tendere ad


altro ch'a ſcandalizzare le anime, ed a tirarle nella rovina col
peccato della luſſuria. E coſa producono le laſcive parole, i
geſti ſconci e immodeſti, che fra loro praticano di continuo i
giovinaſtri per ozio, per loquacità, per ſollazzo? Non ſono
eglino motivo d'un grande Scandalo per loro, e per chi li
vede, e per chi gli aſcolta? Imperocchè pur troppo è vero
1. Cor. 15. ch'i perverſi ragionamenti corrompono i buoni coſtumi. E le ca
33- lunnie, le detrazioni, le deriſioni, le mormorazioni, le con
teſe, le riſſe non fomminiſtrano tutte grandi occaſioni di
Cap-23-8. Scandalo agli altri? Celo avvisò l'Eccleſiaſtico dicendo che il
ſuperbo ed il maledico ſcandalizzerebbono molti, e cel'additò an
Pſal. 49.24. cora il Salmiſta mentre oſſervò che taluno a bella poſta ſpar
lando contro ſuo fratello poneva indi Scandali contro il Figlio di
ſua madre. Le beſtemmie, gli ſpergiuri, le maledizioni, le
frodi, le diſattenzioni in aſſiſtere alla Meſſa, ed in frequenta
re i Sacramenti, e tutti que mancamenti che veggono i figli
me lor genitori, ( e i ſervi ne reſpettivi padroni ) ſono pure
grandiſsimi Scandali che loro ſi danno, quaſi perchè eglino ap
rendano a fare lo ſteſſo. E la mala vita del Rettori, e de'
Prelati della Chieſa, la loro ambizione, l'avarizia, la ſimo
nia, la pompa delle veſti, i fontuoſi banchetti con tutti gli
altri diverſi generi di luſſo non ſono eglino tanti gravi Scan
dali che da loro ſi porgono al popolo Criſtiano? Perciò ebbe
Malac. 2.8. ad affermare il Signore di eſsi che moltiſſimi da loro erano ſta
- ºg

zandum, cº sapiendum animas pec lium matris tua ponebas Scanda


cato luxurie. Verba, 9 geſtus la lum. Blaſphemie , perjuria, ma
ſciviis plena, qua dicunt quotidie ledictiones, fraudes, non audire Di
juvenes invicem ex loquacitate, vel vina, & non ſumere Sacramenta,
ſolatio, quid ſunt niſi magnum Scan que vident filii in parentibus ſuis,
dalum ſibi, & aliis audientibus ? quid ſunt niſi magna Scandala
Corrumpuntenim bonos niores col eis , ut ſimilia diſcant operari ?
loquia mala. Contumelie, detra Mala vita manifeſta Retorum ,
ctiones, deriſiones, ſuſurrationes, & Prelatorum Eccleſie, ambitio ,
contentiones, & perturbationes ge avaritia, ſimonia, pompa veſtium,
nerant utique magnum Scandalum exquiſita epule, ſpecies varie lu
aliis. Superbus, & maledicus ſcan scuri e nonne ſunt magnum Scan
dalizabit multos. Sed adverſus fra dalum totius populi Chriſtiani ?
trem loquebaris ; & adverſus fi Unde Dominus ait : ſcandalizatis
plu
: V E R s o I L P R o ss 1 M o. 35
si ſcandalizzati nella Legge, vale a dire per mezzo de'cattivi
eſempi di loro vita mal coſtumata (1 ). Ognuno in ſomma
che per via del comando, delle perſuaſioni, del conſiglio, del
le preghiere, della cooperazione, e del conſenſo, o in i"
- ſivoglia maniera muove un altro a praticare ciò, che cn 2a
peccato non è lecito farſi, è reo di Scandalo. E ſiccome il DD. com.
Furto è uno ſpeciale peccato per lo ſpeciale nocumento ch'
arreca al Proſsimo, così lo Scandalo è uno ſpeciale peccato
contro la Carità verſo lo ſteſſo Proſsimo da ſpecificarſi nella s. Tho. 2.2.
Confeſsione. Oh noſtra vergogna ! Siccome Dio ha i ſuoi mi-2.43. art.4.
niſtri, così trova il Demonio fra gli uomini i ſuoi agenti.
Delle buone perſone come di tanti ſuoi miniſtri ſi ſerve Id
dio per fare tutto quello ch'è buono a farſi; e il Demonio
delle malvagie e ree come di tanti ſatelliti ſi vale ad operare
tutto quello ch'è diſdicente a praticarſi (2).
Una ſpecie di Scandalo può ancora chiamarſi l'Adulazione,
come nel caſo ch' uno lodi l'altrui peccato, o tragga motivo
di godere dall'avere mal operato, e in coſe peſsime eſulti e
rripudj. Atteſochè ciò manifeſtamente s'oppone all'amore di Prov. 2. 14.
Dio, contro la cui giuſtizia allora parla l'uomo, ed alla Ca
rità del Proſsimo ancora s'oppone, da che lo conferma nel S.Thom.2.2.
peccato. Perchè ti fai gloria della tua malizia, ripeterò a co- q.116. art.2.
ſtui, che non hai altro vanto che d'eſſere malvagio ? E fino a Pſal. 51. 3.
quando hanno dunque a gloriarſi i peccatori? Queſto loro per- Pſal. 93. 3.
verſo modo d'operare è cagione di Scandalo ad altri. Il pie
toſiſsimo Iddio però ſia quegli che ci defenda da uomini co. Pſal. 48. 14.
sì iniqui, eſſendo noi giunti a tempi così deplorabili ch'il Pſal. 14o. 9.
peccatore ſi vanta di ſue ree malvagità, e ſi da lode all'em- Pſal. 1o. 3.
pio; ond'è ch'egli prende argomento di perſeverare nella ſua S.Aug.lib. 1.
malizia, e di paſſare da una ad altra ſcelleratezza. Concioſia-Confºcap.16.
chè compiaceſi l'uomo a fare ciò di che non ſolo non ri
porta biaſimo, ma ancora è commendato (3): e così più ſi
cOra

( 1 ) plurimos in Lege; ſcilicet homines malos velut per ſatellites


propter exempla mala vita veſtre. ſuos exercet omne , quod malum
S. Anton. par. 2. tit. 7. cap. 4. eſt. S. Aug Ser. 85. de Temp..
( 2 ) Habet Deus miniſtros ſuos; ( 3 ) Delectat facere, in quibus
habet & Diabolus adjutoresſuos. non ſolum non metuitur reprehen
Deus enim per homines bonos tan ſor, ſed etiam laudator auditur -
quam per miniſtros ſuos agit omne, S. Aug. in Pſal. 9.
quod bonum eſt, Diabolus vero per
56 D E L L A C A R I T A'
corrobora la iniquità, e con maggior confidenza s' aggiunge
Id. ibi. peccato a peccato. -

Il maſſimo poi della perfidia ſarebbe, quando uno ſi vantaſ


ſe d'avere fatto qualche male che non fece, per dimoſtrarſi
-
uguale nel peccato agli empi compagni, e non apparire da
meno degli altri, ſe foſſe diſcoperto di più innocente coſtu
DD. com.
me. In queſto ſtato fu Santo Agoſtino che dappoi pianſe a
S.Aug.lib.1 calde lagrime la cecità di ſua mente; e a tal propoſito mol
s

Confcap.16 to bene ſcriſſe nella ſpiegazione de Salmi ſopraccitati.


Hanno dunque ad evitarſi ſtudioſamente coloro che con ap
parenti adulazioni e finte lodi nelle orecchie e negli animi
altrui procurano d'inſinuarſi, perchè grazia, onore, e danaro ſi
lufingano di ricavarne; e però appellano il bene male, e il
ſai. 5. 2o. male bene. Di tenerli quindi da noi lontani e rimuoverli inte
ramente dalla conſuetudine noſtra ci reſe preventivamenre av
Pſal. 14o. 5.viſati Davide colle ſeguenti parole : mi ſarà dolce che mi ri
prenda, e caritatevolmente mi ſgridi il giuſto; ma non vorrei mai
che l'olio del peccatore m'impinguaſſe la teſta . Concioſiachè
quantunque non ſieno rei coſtoro, perchè parlano male del
Proſſimo, tuttavia molto gli nuocono, perchè col lodare le
di lui prave operazioni gli porgono occaſione di perſeverare
nel male (1). -

Ma coſa ſtabiliremo noi di quelle donne che ſono di rovi


na a chi le tratta e le guarda ? Certo che ſe alcuna da qual
che ſegno s'accorgeſſe ch altri ch il ſuo legittimo ſpoſo con
cepiſſe per lei qualche penſiero di concupiſcenza, e con tutto
- quee

- , (1) Peccant in hanc partem blan caput meum. Quamquam enim iſti
di homines, 69 aſſentatores, qui minime maledicant Proximo, tamen
blanditiis, C ſimulatis lauaibus in ei maxime nocent , qui laudando
fluunt in aures, C in animos eo ejus peccata adferunt cauſam in
rum, quorum gratiam, pecuniam , iis perſeverandi. Catech. Rom. in
& honores aucupantur, dicentes 8. Praec. Decal. -

malum bonum, & bonum malum, Si mulier perpendens , vel


quos ut arceamus , 9 pellamus a aſtimans in ſignis aliquem trahi
º conſuetudine noſtra, monuit nos ad concupiſcentiam ſui extra ma
David: corripiet me juſtus in mi trimonium offerat ſe indifferenter
ſericordia, & increpabit; oleum aſpettui illius, non intendens il
autem peccatoris non impinguet lum inducere ad concupiſcentiam
ſuam,
v e R s o 1 L PR o ss 1 M o. 57
queſto indifferente e ſenza riſerva s'offeriſſe ai di lui ſguar
di, ancorchè non intendeſſe inſtillargli un turpe affetto, ma
non ſe ne curaſſe poi, ſe ciò interveniſſe, tutta dedita a ſe
condare il ſuo capriccio e la ſua leggierezza, ora ſtando alla
porta, ora affacciandoſi alle fineſtre della caſa a motivo di
curioſità, o per ſola vanità d'eſſere lodata e riputata bella,
commetterebbe colpa mortale. Lo che non ſarebbe quando el
la dell'altrui danno non s'avvedeſſe, o non poteſſe diſpenſarſi
dal comparire; come ſe foſſe in obbligo di portarſi alla Chie
ſa, o in altro luogo, e doveſſe talora intertenerſi colle vicine
nella ſtrada per non divenire alle altre moleſta, e non riuſcire
tedioſa a ſe ſteſſa. Similmente ſe alcuno aveſſe una troppo
ſtretta famigliarità con perſona ſoſpetta, e comprendeſſe trar
ne la gente motivo di ſcandalo in maniera che di loro o
male giudicaſſe, o male parlaſſe, e tuttavia non voleſſe da
eſſa allontanarſi, non dandoſi pena ſe ne prendano ſcandalo gli
altri, ancorchè non aveſſe in mente di fare coſa cattiva, e non
penſaſſe a fcandalizzare gli uomini, quando non ſiavi una
cauſa neceſſaria ch'a tale famigliarità lo coſtringa, pecchereb
be mortalmente porgendo altrui occaſione di tanto detri
mento ( 1 ). - -

guando pecchi gravemente una donna col vano ornato del ſuo
corpo, lo che pur troppo ſuccede , chiaramente il dimoſtra San
Carlo nelle ſue prudenti Iſtruzioni, ed io qualche coſa ne accen
nerò, ove più ſotto mi farò a ragionare della Superbia. Non v'
ha però coſa forſe più bella, nè che più ſia degna d'eſſere letta
a queſto propoſito de Libri che Tertulliano ſcriſſe degli ornamenti
delle donne. Ma

( 1 ) ſuam , ſed nec etiam de re diſplicentiam habeat . Similiter


hoc curans, ſed volens ſatisfacere cum quis habet nimiam familiari
voluntati ſue, ſeu levitati, in diſ tatem cum perſona ſuſpecta, 6'
currendo per loca, vel morando ad ſentit homines ſcandalizari , nefa
oſtium domus, velfeneſtras ex qua ria de eis judicando , 6 loquen
dam curioſitate, vel vanitate, ut do, nec vult dimittere , non cu
laudetur de pulchritudine, mortale rans, quod alii ſcandalizentur,
eſſet. Secus autem, ſi hoc non eſti quamvis non intendat aliquod ne
maret, vel non bene poſſet illa di farium, nec illos ſcandalizare, cum
mittere, ut quia oportet ire ad Ec non ſubſit cauſa neceſſaria illius
eſeſiam, vel alia loca, 6 aliquan familiaritatis, peccat mortaliter
º cum vicinis morari in via , ne dando occaſionem talis ruine . S.
reddat ſe aliis oneroſam, & de ea Anton. par. 2. tit. 7. cap. 4
Lib. Ter. H
58 D E L L A C A R I T A'
Ma ſe ſi regola malamente una femmina ad abbigliarſi con
troppo ſtudio e con ſoverchia vanità, molto peggio farebbe
un uomo che dedito agli amori ed alle diſſolutezze, dive
nuto affatto effeminato, ſi coltivaſſe la chioma, ſi ſtrappaſſe
i peli, ſi liſciaſſe la faccia, s'ornaſſe allo ſpecchio, perchè
ueſta è una paſſione, o piuttoſto una pazzia tutta propria
delle donne (1).
Di grave Scandalo ſono parimente rei gl'Iſtrioni, e tutti i
perſonaggi da teatro, che con geſti, e parole illecite cercano muo
vere il riſo de' circoſtanti, o s'eſercitano nella pericoloſa loro
arte in luoghi, ed in tempi diſdicenti e diſadatti. Sopra di
che biſogna avvertire che per parole illecite non s'intendono
ſoltanto le apertamente oſcene, buffoneſche, e turpi, ma quel
le ancora ch'all'eccitamento dell'amore profano, e de malnati
DD. com. deſideri ſono indirizzate . Legga chi vuole a tal propoſito l'
Epitome de'Canoni del Cardinale Laurea, Tertulliano de Spect.
San Cipriano ep. 61. Quali Comedie poi ſieno quelle ch'in certi
tempi non offendono la pietà , il potrà ricavare da San Tomma
ſo 2. 2. q I 68. art. 2. & 3.
Non minor male ſovente proviene dal gioco; ond'è che di
tanti peccati ſi rende partecipe colui che tiene aperta la ſua
caſa all'altrui piacere, quanti ivi ſe ne commettono. Chi
ſomminiſtra pertanto tavola a dadi, od a carte al giocatore,
tante volte pecca quante gliene ſomminiſtra; e niun Confeſ
ſore il potrà aſſolvere, fintanto che non rimuova dalla ſua
caſa tale pernicioſiſſimo coſtume di giocare; nè egli potrà
certamente ſalvarſi, ſe queſt' arte maladetta non abbando
ni ( 2 ).
Ciò tuttavia ſpecialmente ſi deve intendere di quella ſorta
S. Car. In- di giochi,
g donde le riſſe e i furti , le imprecazioni e le
ſtru. Prad. beſt
emmie con altri mali ed inganni derivano. Ma che ſarà
na1

(1) Gravius homo peccat, C peri quot ibi fiunt. Dans tabulam, 69'
bit, qui in famineo languore mol preſtans taxillos, toties peccat mor
litus comam nutrit, vellit pilos, taliter, quoties preſtat - Nullus
cutem polit , & ad ſpeculum co Confeſſor poterit eum abſolvere ,
mitur, que proprie paſſio, C in donec removerit domum a tali peſ
ſania faeminarum f. S. Hier. in ſimo uſu ludendi. Impoſſibile eſt
cap. 1. Sophon. illum ſalvari , niſi relinquat illas
(2) Dans domum , ut intus lu ſuas artes maledicias. S. Bern. Sen.
datur, fit particeps tot peccatorum, Ser. 33. -
v E R s o I L PR o s S I M o. 59
mai di quei malavveduti Criſtiani ch'ad uomini perduti nel
vizio, a donne ſenza vergogna, ed a certi mezzani d'ini
quità affittano e concedono le caſe loro? Chi li potrà ſcuſare
di graviſſima colpa? E chi non condannerà nella ſteſſa manie
ra i Pittori d'oſcene figure, e gli Autori di libri diſoneſti e
di turpi canzonette? Ricavi quindi ognuno come ſi deve giu- DD. com.
dicare di tutti coloro che in qualunque maniera cooperano
all'altrui rovina. E quì pure ſi può rapportare la Propoſizio
ne da Innocenzio XI condannata toccante il ſervo ch'agevola
al padrone la eſecuzione di coſa cattiva; del che s'è ragio
nato nel libro antecedente al quarto Precetto del Decalogo. V. pag. 63.
Amiſi adunque di cuore Iddio, e la di lui ſantiſſima Legge,
giacchè coloro che l'amano daddovero godono in ſe ſteſſi d'
una profonda pace, e non inciampano così facilmente negli Pſal. I 18.
Scandali. Imperciocchè mentre ſono occupati in amar Dio ed 16;.
eſeguire la di lui Legge, ſono diſtolti dall'oſſervare ch'altri S. Aug. ibi.
traſcurano di praticarla, e perciò può veramente dirſi che non
ſono in alcun modo ſoggetti a patire Scandalo que timorati
Criſtiani ch'amano Dio, e ſi trattengono in adempire i di S. Tho. 2.2.
lui Comandamenti. q. 43. art. 5
Oltre ciò opportuno rimedio ſi è contro gli Scandali l'a- S. Aug. in
ver ſempre buona oppinione del Proſſimo; non in maniera Pſal. 3o.
però che, ſe è evidente il peccato, non s'abbia a dolerſene;
perchè, ſe allora non ſene doleſſimo, daremmo a conoſcere
chiaramente ch'in noi non ſi trova la Carità di Criſto. Id. Ep. 137.
Quivi poi ſarà bene d'avvertire che gli Scandali ſono l'
inciampo conſueto de più traſcurati ad oſſervare la Divina
Legge. Ma noi appunto ſiamo in obbligo di guardarci di non
recare Scandalo ai deboli nella Fede, perchè non tutti poſſo
no eſſere perfetti. Anzi per eſſi, e non per altri, noi ſiamo
tenuti ad aſtenerci non ſolo dall'atto in ſe ſteſſo cattivo, ma
ancora dal riputato indifferente, quando eſſo poſſa recare Scan
dalo, ed i più fiacchi lo ſoffrano ( 1 ).
Per tale motivo perſuadeva caldamente San Paolo ad aſte. 1.Cor. S. 13.
1nel'-

( 1 ) Propter eos, ne Scandalum aftu putato indifferenti , apto ta


Patiantur, abſtinere debemus nedum men ad ſcandalizandum puſilios .
º asta in ſe malo, ſed etiam ab S. Tho. 2. 2. qu.43. art. 5.
Lib. Ter. H 2,
6o - D E L L A C A R I T Mº
nerſi dal cibo ancorchè lecito, ove naſceſſe pericolo di Scan
dalo al poco forte Criſtiano. Se col mangiare pertanto carne
noi recaſsimo Scandalo al Proſsimo, non dovremmo giammai
mangiarne per non iſcandalizzarlo ; e qualunque altra coſa
dobbiamo rimuovere che poteſſe offenderlo; perchè ſe ancor
col cibo, e con qualſivoglia altra azione da per ſe ſteſſa indife
ferente noi conturbaſsimo il noſtro Proſsimo, non più ſarem
mo nel diritto ſentiero della Carità Criſtiana. Noi ſiamo in
fatti tenuti a guardarci in ogni modo di non porgere nocu
mento a colui, per cui morì Gesù Criſto. Ciò che la pace
adunque può ſtabilire nel Proſsimo, ſtudioſamente pratichiamo
Rom. 14.13. aficare,
gara, non
e procuriamo vicendevolmente ciò ch'è utile ad edi
a diſtruggere. Y
& ſeqq.
Tutto quello che noi intendiamo fare, ſarà forſe lecito;
ma non torna bene che noi lo facciamo. Tutto, io dico, ſa
rà lecito, ma non tutto alla edificazione del Proſsimo con
duce. Perciò non intraprenderemo coſa ch'alcuno meno illu
minato e forte poſſa giudicare peccaminoſa, conformandoci al
ſentimento ed alla coſcienza di lui, non alla noſtra. Laonde
i Cor 1o. raccomandava l'Appoſtolo ai Corinti ch'a ſua imitazione egli
22. & ſeqq. no ſi dimoſtraſſero tali a Giudei, a Gentili, ed alla Chieſa di
Dio che niuno poteſſe reſtar offeſo de loro andamenti; lo
che avrebbono felicemente eſeguito, ſe non aveſſero cercato
ciò che foſſe utile a cadauno di loro, ma quello che poteva
eſſere proficuo a molti, perchè ſi ſalvaſſero. E in ſomigliante
1. Theſſ. 5. maniera pure s'eſpreſſe con quei di Salonicchi ammonendoli a
22 fare lungo ſcrutinio di tutto, ed a mettere ſoltanto in prati
/ ca il retto ed il buono con aſtenerſi da quanto poteſſe anche
avere un'apparenza meno che oneſta. E queſta appunto è la
1.Cor. 9.13. ragione, per cui lo ſteſſo Appoſtolo altrove ſi dichiara che per
non recare Scandalo ai novelli Criſtiani non ancora baſtante
mente nella Fede radicati ſi ſarebbe aſtenuto per ſempre dal man
giar quelle carni, che dopo eſſere ſtate nella Ebraica Legge vie
tate furono da Gesù Criſto permeſſe.
Nè ci giova il dire ch'Iddio vede il noſtro cuore, quando
è d'uopo che lo veda ancora il noſtro Proſsimo. Se noi ſiamo
- lin

Novit, inquis, Deus cor meum; ſed frater tuus non novit cor tuum.
Si
- -- - - - - -
-
-
- - - - - - --- e re -
- - -
- -

V E R S O I L P R O SI S I M O. 61
infermi, abbiamo da guardarci dal sontrarre una infermità
maggiore; e ſe noi ſiamo ſani e robuſti, ha da eſſerci a cuo
re la infermità del Proſſimo. Non vogliamo eſſer in ciò traſ
curati per quanto ci preme di non eſſere dal libro della eter
ma Vita cancellati . Sapia chi non cura come coſa di poco
conto queſto geloſo contegno che pecca contro Criſto; e però
prima di diſprezzare il noſtro Proſsimo conſideriamo attenta
mente il di lui pregio, e mettiamo in confronto tutto il
mondo coll'ineſtimabile valore della morte di Criſto ( 1 ) .
Gli ſteſſi nobiliſſimi ſentimenti di Santo Agoſtino ſi ritrovano con
energia ripetuti anche nel ſecondo libro de Mor. Manich. cap.
14, e nel libro cont. Adim. cap. 14. -

E' facile ora il comprendere qual fede meritino coloro, i


quali pretendono che ſia a ciaſcuno lecito il fare quanto egli
non giudica eſſere peccato ſenza avere alcun riguardo, ſe gl'
ignoranti ed i ſemplici ne patiſcano Scandalo. E qual coſa
volle il Signore evitare, allorchè impoſe a Pietro di pagare Matt.17.26.
eſattamente il tributo, ſe non lo Scandalo ch'altri ne potea
riportare? Quando adunque v'è pericolo di tale Scandalo paſ
ſivo, biſognerà che l'uomo ſoſpenda alcuna volta d'eſeguire
il ſuo diſegno, o lo faccia di naſcoſto; ma non ſarà tenuto a
deporlo affatto, perch'egli deve ſempre nelle coſe ſpirituali
avere maggiore premura di ſe ſteſſo che del Proſſimo ( 2 ) ,
e così egli differirà, fintanto ch'abbia renduta ragione del ſuo
operare, perchè lo Scandalo ſi tolga. Che ſe dopo averne ren
duta

-
-
v

( 1 ) Si infirmus es., cave majo vis indotti & ſimplices Scandalum


rem egritudinem, ſi firmus es, cura patiantur . Hoc Scandalum puſil
infirmitatem fratris.... Nolite con lorum voluit cavere Dominus, cum
temnere, ſi non vultis deleri de li juſſit Petro ſolvere tributum , ur
bro Vita.... Quicumque voluerint iſta non ſcandalizaret eos . Unde pre
contemnere, in Chriſtum peccant ; pter tale Scandalum paſſivum con
videant quid agant.... Quem vis ſilia ſunt ad tempus intermitten
contemnere, pretium ipſius attende, da, vel occulte agenda, non au
& cum morte Chriſti totum mun tem omnino dimittenda , quia ho
dum appende . S. Aug Ser. 6. de mo plus ſibi , quam Proximo in
verb. Dom. ſpiritualibus providere debet . S.
-

(2) Non attendendi ſunt, qui Tho. in 4. diſt. 38. qu. 1 1. art. 4. -
docent licere cuiquam agere, quod Si poſt redditam rationem hu
Pºtanº non eſſe peccatum , quam fuſmodi Scandalum duret, jam vi:
, detur
62 D E L L A C A R I T A'
duta ragione lo Scandalo non ceſsi, pare allora che ciò pro
venga dall'altrui malizia; e per conſeguenza non farà egli
più tenuto ad uſare alcun riguardo per quella ſorta di bene
ſpirituale ch'ha intenzione di praticare, nè più dovrà omer
terlo, differirlo, ed occultarlo ( I ).
Solo è da ponderarſi, ſe lo Scandalo oltrepaſsi la quantità
del bene, o il bene la quantità dello Scandalo, e giuſta tal
proporzione od ometterà egli il ſuo giudizio per evitare lo
Scandalo del ſemplici, o non curerà lo Scandalo per mettere
in pratica il ſuo conſiglio (2).
Ma avendo di già baſtantemente additato come abbiano a re
golarſi i Criſtiani nel convivere per non eſſere d'inciampo
all' altrui ſalute, accenneremo ora come debbano contenerſi
nell'uſo dei beni temporali, che può eſſer talora ſcandaloſo.
Imperciocchè o eſſi ſono noſtri, oppure a noi ſono ſtati dati
ſoltanto per conſervarli, come i beni della Chieſa a Prelati,
ed i beni pubblici a Governatori del pubblico ſi conſegnano.
In queſto ſecondo caſo corre di neceſſità l'obbligo a coſtoro
di cuſtodirli non meno che gli altrui depoſiti; ed in conſe
guenza non devono alienarli da loro, onde altri ne prenda
motivo di Scandalo (3).
Lo ſteſſo è da ſtabilirſi di chi non poteſſe dare quello, che
tiene in ſua mano, ſenza peccato, o perchè conoſceſſe ch'
in mal uſo altri lo convertirebbe, o perchè non poteſſe dare
una coſa temporale ad uno ſenza detrimento d'un altro; co
me

(1) detur ex malitia eſſe. Etſie ſtra, aat ſunt nobis ad conſervan
opter ipſum non ſunt hujuſmodi dum pro aliis commiſſa ; ſicut bo
f" bona dimittenda, diffe na Eccleſiae committumtur Prelatis,
renda, vel occultanda - Id. 2- 2 & bona communia quibuſcumque
qu. 47. art. 7. - Reipublice Rettoribus; & talium
(2)Attendenda eſt quantitas Scan conſervatio, ſicut & depoſitorum ,
dali, Cº boni , quod contingit ex imminet his, quibus ſunt commiſ -
conſilio ſervato ; C9 ſecundum hoc ſa ex neceſſitate; C9 ideo non ſunt
aliquando conſilia ſunt pretermit propter Scandalum dimittenda. Id.
tenda propter Scandalum puſillo 2. 7, c. 47. art. 7.
rum, vel Scandalum contemnendum ai i poteſi dare ſi
propter conſilia - Id. 38. qu. I 1 ne peccato, vel quia ſeit illum ,
art- 4 cui dat, uſurum re data in malos
(3) Circa temporalia bona diſtin uſus, vel quia non poteſt dare ren
guendum eſt . Aut enim ſunt no temporalem uniſine prajudicio al
te
v E r s o r L PR o ss 1 M o. 63
me ſe quelli che d'una Comunità hanno il governo, deſſero
coſa, dalla cui mancanza deterioraſſe la condizione della Co
munità medeſima. Negli allegati caſi non ſi deve curare lo
Scandalo, perchè si opererebbe contro la verità della giuſti
zia, o della vita ( 1 ).
Ma diſcorrendo dei particolari ſiamo talora obbligati, e tal'
altra nò a diſpogliarci dei beni temporali, di cui noi ſiamo
i padroni, col darli altrui ſe ſono in noſtro potere, o col ri
peterli ſe ſono in mano d'altri, ovecchè poſſa naſcere lo Scan
dalo. Perchè ſe diaſi luogo allo Scandalo per ignoranza, o de
bolezza d'alcuno, quale ſarebbe lo Scandalo del pupilli, o ſi
dovranno allora da ſe rimuovere i beni temporali, o in altra
maniera dovraſi togliere lo Scandalo, cioè per via dell'am
monizione (2).
Quindi oſſerviſi avere detto Gesù Criſto che non ad ognuno
che chiede, ſi deve dare tutto, ma ciò ch'oneſtamente e giuſta
mente può darſi. Infatti dovrebbeſi forſe condiſcendere alle
altrui richieſte, ſe taluno dimandaſſe danaro per opprimere un
innocente? O ſe tal altro s'avanzaſſe a pretendere diſoneſta
azione da una vergine? Ma per non iſtare qui ad annoverare
ad una ad una tutte quelle coſe che non ſono da concederſi, e
ſono innumerabili, ſtabilirò in generale che ciò s'ha da dare
che nè a noi, nè ad altri reca nocumento, per quanto poſſia
mo noi giudicare, e ſapere; e ben potremo manifeſtare la cau
- ſa

( 1 ) terius; ſicut ſi illi, qui ge ex hoc oriatur propter ignorantiam


runt alieujus Communitatis curam, vel infirmitatem aliorum, quod eſi
dent aliqua , ex quorum ſubtra Scandalum puſillorum, tunc vel
Stione fiat peor conditio illius Com totaliter dimittenda ſunt tempora
munitatis. Et tunc non debet da lia, vel aliter Scandalum eſt ſe
re temporalem rem propter Scanda dandum, ſcilicet per admonitionem.
lum vitandum , quia hoc eſſet fa Id. ibi.
cere contra veritatem juſtitiae, aut “Omni petenti , inquit Chri
vita - Id. in 4 diſt. 38. qu. 11. ſtus, non omnia petenti da , ut
art. 4s -
id des, quod dare honeſte & ju
(2) Temporalia bona, quorum nos ſte potes. Quid ſi enim pecuniam
ſumus domini, dimittere ea tri petat, qua innocentem conetur op
buendo, ſi penes nos ea habeamus, primere? Quid ſi spoſtremo ſtuprum
vel non repetendo, ſi apud alios petatº Sed ne multa perſequar ,
ſint, propter Scandalum, quando qua ſunt innumerabilia, id profe
que quidem debemus , quandoque Sto dandum eſt, quod nec tibi ,
autem mon . Si enim Scandalum nec alteri noceat, quantum ſciri »
dt4f
64 D E L L A C A R I T A
fa, per cui ci moviamo a negare la coſa a noi richieſta, ac
ciocchè di noi non rimanga mal ſoddisfatto chi ce l'addiman
da. In queſta maniera ci moſtreremo diſpoſti a fare coſa gra
ta ad ognuno che ci prega, quantunque non ſempre gli con
cederemo ciò di che ci prega. Anzichè talora miglior coſa
noi daremo , ſe correggeremo amorevolmente chi ci ricer
oaſſe alcuna coſa ingiuſta ( 1 ). Tutto queſto è ſano diſcorſo di
Santo Agoſtino, che giova mirabilmente a confutare gli erronei
ſentimenti di molti.
- Riflettaſi intanto ch' alcuna volta dall'altrui malizia naſce
lo Scandalo, qual'è quello de Fariſei; e riguardo a queſti
che a lor talento ſi ſcandalizzano, non ſono da alienarſi i
propri beni temporali. Imperciocchè ciò recherebbe danno al
pubblico bene, da che ſi porgerebbe occaſione ai malvagi di
tere rubare, e nocerebbe anche a quelli ch'aveſſero rapito
le altrui ſoſtanze, perchè quindi piglierebbono anſa di ritener
ſele, e non reſtituendole rimarrebbono in peccato (2).
e Or quando naſce lo Scandalo dalla malizia di colui che ca
de in peccato, Fariſaico Scandalo ſi chiama, e di queſto non
dobbiamo prenderci briga. Poichè ſi peccherebbe anzi contro
la carità del Proſſimo, ſe per impedire un ſimile Scandalo ſi
tralaſciaſſe d' avvertirlo di ciò che può eſſergli pernicioſo. Si
- ſa per modo d'eſempio che quella donna è sfacciatamente di
mal affare, non dobbiamo aſtenerci dal paleſarlo a chi potreb
be eſſere da lei ſedotto per timor che ſe ne ſcandalizzi; ma
dobbiamo anzi informarlo, acciocchè non v'inciampi. Si ſa
che quel tale è ſenza alcun roſſore e ribrezzo un inſidiatore, un
ladro, un aſſaſſino, dobbiam farlo paleſe, perchè ſe ne guardi
chi
-

( 1 ) aut credi ab homine poteſt; qui ſic Scandala concitant , non


& cui juſte negaveris, quod petit, ſunt temporalia dimittenda ; quia
indicanda eſt ipſa juſtitia, ut non hoc & noceret bono communi ; da
eum inanem dimittas. Ita omni pe retur enim malis rapiendi occaſio ,
tenti te dabis, quamvis non ſemper & neceret rapientibus , qui reti
id, quod petit, dabis, cum peten mendo aliena in peccato remanerent.
tem injuſta correreris. S. Aug. lib. S. Tho. in 4 diſt. 38. qu. I 1. art. 4.
1, de Ser. Dom. in Mont. cap. 2o. Quando Scandalum oritur ex
(2) Aliquando Scandalum naſci malitia illius, qui in peccatum im
tur ex malitia, quod eſi Scanda pingit , Phariſaicum dicitur ; &
lum Phariſeorum ; & proptereos, illud contemnendum eſt; & idea Do
- noſ
V E R S O I L P R O S S I M O, 65
chi nol conoſce. Si ſa di certo che quegli è un maeſtro di
falſe dottrine, d'erronec ſentenze, di maſſime perverſe, dob
biam ſenza ritegno e francamente per tale dichiararlo ; e ſe
i di lui ſeguaci o per ignoranza, o per malizia, o per oſti
nazione ſe ne ſcandalezzano, tal ſia di loro; lo Scandalo è
Fariſaico, peccano eſſi, e non chi gli ammoniſce. Così prati
carono i più zelanti Dottori della Chieſa; così i Santi Ap
spoſtoli; così in fine l'iſteſſo noſtro Divin Maeſtro, il quale
ſenza far conto ch'i Fariſei ſe ne ſcandalezzaſſero, inſegnava
pubblicamente la eterna verità da eſſi odiata, e rimproverava
apertamente la loro bugiarda ipocriſia ; e però a ſuoi Diſcepo
li che l'avvertirono dello Scandalo de'Fariſei, così riſpoſe: -
laſciate pur dire a coloro, nè ve ne caglia, che ſono tanti ciechi,
e guide de ciechi (1). Matt.15.14.
Quanto è dunque neceſſario per ſalvarſi non ſi deve mai
intralaſciare per impedire l'altrui Scandalo. E giacchè nella ve
rità della vita, della dottrina, e della giuſtizia ſi comprende
non ſolo ciò ch'è neceſſario alla ſalute , ma ciò ancora per
cui meglio s'acquiſta la ſteſſa ſalute, quindi neppure ſi do
vranno omettere i propri e particolari conſigli per iſcanſare lo
Scandalo Fariſaico, da che corre la ſteſſa ragione in queſto ca- Vs Thomia
ſo ch'in ogn'altra congiuntura, ove s'abbia riguardo alla ne. 4. diſi 38,
ceſſità della ſalute. Perciò non è giammai permeſſo il peccare i 1. art. 4.
venialmente per impedire l'altrui peccato ancorchè mortale (2),
ſendo fiſſo e ſtabile quell'aſſioma che non s ha da fare un
male, perchè ne naſca un bene. Quantunque noi ſiamo debitori Rom. 3. 3.
al mondo ed agli uomini, e quel ch'è più, non ſolo a ſag
81

(1) minus, non obſtante offenſione pter Scandalum vitandum......


Phariſeorum, publice veritatem do- In veritate vite, dottrina, C ju
cebat, quam illi oderant, C eorum ſtitiae non ſolum comprehenditur id,
vitia arguebat ; & ideo dicitur, quod eſt de neceſſitate ſalutis, ſed
quod Diſcipulis Domino dicenti- etiam id , per quod perfectius per
bus : ſcis , quod Phariſei audito veniturad ſalutem.... Eadem enim
verbo hoc ſcandalizati ſuntº reſ- eſt ratio de hujuſmodi, ſicut de
pondit : ſinite illos ; carci ſunt , aliis, que ſunt de neceſſitate ſa
& ducesca corum; Id. 2.2. qu. 43. lutis. Ita neque venialiter peccare
art. 7. / licet, ut alterius etiam grave pec
(2) Ea, que ſunt de neceſſitate catum impediatur. Id. ibi,
Jalutis pretermitti non debent pro
Lib. Ter.
66 D E L L A C A R I T M'
Ibi. 1. 14. gi, ma pur anche agli ſtolti, dobbiamo nondimeno vivere
Act. 5. 29. fempre più obbedienti a Dio ch'agli uomini. Tanto più ch'
il loro danno deriva dalla loro malizia; e però giuſta i vale
voli eſempi degli Appoſtoli, e degli altri Santi non ſi devono
S. Aºs ep. curare, quantunque ſi voglia ſempre uſare della debita pru
199.
denza; coſa che viene ancora nel Libro quinto delle Decreta
li cap. cum ex injuntto inſegnata.
A tal propoſito oſſerveremo ch'interrogati ſopra alcuna que
ſtione, in cui torna ſpediente di fare parola, dobbiamo pale
fare il vero, e dalla ingenua confeſſione noſtra vengane bene
a chi può. Imperciocchè non è ragionevole ch'a motivo di
coloro che non intenderanno per il ſuo verſo la mente noſtra,
abbiano non ſolo a reſtare defraudati della verità, ma di più
ingannati quegli altri che il vero potrebbono comprendere (1).
ºi tuttavia accuratamente dall'altro canto di non in
ferire lo Scandalo attivo coloro che ſono in viſta del mondo;
perchè ſe mai ciò faceſſero, per quanto è in loro, uccidono
ſpiritualmente quelli che gli oſſervano. Nè dee perciò luſin
garſi verbi grazia un Prelato, perchè vede ch'il ſuddito, al
ſuo cattivo eſempio non ſi muore. Vive il ſuddito, ma il
Prelato non oſtante è omicida. In quella maniera appunto che
ſe un uomo concepiſce diſoneſte voglie per una donna, que
ſta ſarà caſta, ed egli adultero; così ognuno ch'alla preſenza
di coloro, a quali preſiede, opera male, e mena una vita ſcan
daloſa, per quanto è in lui, uccide i ſuoi dipendenti. E quin
di per legittima conſeguenza ſi può inferire che ſe noi imite
remo il noſtro cattivo Superiore, noi moriremo, e ſe non l'
imiteremo, noi viveremo; ſebbene per quello ch' appartiene
al

( 1 ) Dicatur verum , maxime eſt, eum , a quo attenduntur, oc


ubi aliqua quaſtio, ut dicatur, im cidunt. Non ſibi blandiatur, quia
pellit, 6 capiant, qui peſunt, ille non eſt mortuus . Et iſte vi
ne forte, cum taceretur proptereos, vit, & ille homicida eſt. Quomo
qui capere non poſſunt, non ſolum do cum laſcivus homo intendit in
veritate fraudentur, verum etiam mulierem ad concupiſcendum eam ,
falſitate capiantur, qui verum ca ecce illa caſta eſi, & moechus eſt
pere, quo caveatur }i. iſte ; ſic omnis, qui male vivit in
S. Aug. de Don. Perſev. cap. 16. conſpectu eorum, quibus prapoſitus
Scandalum activum potiſſimum eſt, quantum in ipſo eſt, occidit -
caveant ii , qui in conſpectu po 9ui ergo imitatur Prepeſitum ma
puli ſunt, quia, quantum in eis lum, moritur , qui non imitatur ,
TUf
p E R s o I L P R o s s I M o. 67
allo ſteſſo malvagio Superiore, e chi lo imita, e chi non l'
imita, egli uccide (1).
Perfetto è dunque colui che non dà motivo di Scandalo.
Poichè donde avviene che tanto c'infervoriamo all'udire, o
leggere quei ſentimenti: ecco giunto il tempo ſoſpirato , ecco i
giorni di ſalute: guardiamoci di non ſcandalizzare neſſuno, di
portiamoci da veri miniſtri di Dio eſercitandoci nella pazienza,
nei travagli, nelle fatiche, nelle veglie, nei digiuni, nella caſti- 2. Cor. 6.2.
tà, nella dottrina, e nella ſincera carità. Donde, diſſi, avviene & ſeqq.
ch'a tali accenti s'accendiamo tanto d'amore verſo il Santo
Appoſtolo Paolo, ſe non perchè crediamo ch'ei ſia così viſſu
to? Che poi così viver debbano i Miniſtri di Dio, nol cre
diamo già per averlo da altri inteſo, ma dentro di noi me
deſimi, o per dir meglio ſopra di noi nel fonte iſteſſo della
eterna verità ſenſibilmente lo veggiamo (2).
Non c' inganniamo dunque, nè viviamo ſoltanto a noi ſteſ
ſi. Quanti noi con una vita eſemplare edificheremo, con tan
ti, e per altrettanti ſaremo ricompenſati nella Vita beata: co
me all'incontro dovremo rendere ſtrettiſſimo conto a Dio per
tutti quelli, che ſcandalizzati avremo col noſtro cattivo eſem
pio, benchè non l'abbiano eſſi ſeguito (3).
- Non

( 1 ) vivit ; tamen quantum ad niſi quod eredimus eum ita viriſ


illum pertinet, ambos occidit . S. ſe? Vivendum tamen ſie eſſe Dei
Aug.lib. de Paſtor. cap. 4. Miniſtris, non de aliquibus audi
(2) In quo Scandalum non eſt , tum credimus, ſed intus apud nos,
utique perfectus eſt.... Quid enim vel potius ſupra nos in ipſa veri
eſt quaſo quod erardeſcimus, cum tate conſpicimus. S. Aug. lib.8. de
audimus, CS legimus : ecce nunc Trin. cap. 9.
tempus acceptabile ; ecce nunc (3) Nemo ſe circumveniat, nnl
flies ſalutis; nullam in quemquam lus homo ſibi ſolummodo vivat ; &
dantes offenſionem , ut non vitu quantoſeunque aliquis exemplo ſan
peretur miniſterium noſtrum, ſed ctae vitae cdificaverit, cum tantis, &
in omnibus commendantes noſme pro tantis mercedem beat e Vita
tipſos ut Dei Miniſtros, in mul retributionem accipiet; & quantifi
ta i" in tribulationibus.... cunque exemplum male converſatio
in laboribus, in vigiliis, in jeju nis, etiamſi non eum illi ſequantur,
niis, in caſtitate, in fcientia.... prebuerit, pro tantis ſe malis ra
in Charitate non fi8ta ? Quid eſt tionem moverit redditurum. S. Aug
pº accendimur in dilectionem Pau- Ser. 163. de temp. o
i Apoſtoli , cum ſta legimus ,
Lib. Ter. I 2
63 D E L L A C A R I T A'
S. Aug.lib. 1. Non baſta però che noi non offendiamo il Proſſimo per
de Ser. Dom. dirſi ch'abbiamo affetto per eſſo, ſe non lo benefichiamo an
in Mont.cap. cora per quanto poſſiamo. Queſto Precetto di recare giova
2.0, -

Gal. 6. 2. mento al Proſſimo in San Paolo ſi trova eſpreſſo, ovechè ci


avverte di ſcambievolmente aiutarci a portare il peſo l'uno
dell'altro per meglio adempire la Legge di Gesù Criſto. E
veramente non havvi maggior ripruova dell'affetto d'un ami
co, che quando egli ſi reca in collo una parte dell'altrui pe.
ſo. Queſto è il carattere dell'amicizia il portare a vicenda il
carico dell'altro (1).
Ora ſiccome un ſolo è il corpo comechè compoſto di molte
membra; e ſiccome tutte le membra ancorchè molte formano
un ſolo corpo; così è Criſto riſguardo a noi. Concioſiachè
noi tutti ſiamo per mezzo d'un ſolo ſpirito in un ſolo corpo
battezzati, o Giudei, o Gentili, o ſervi, o liberi che ſiamo;
e tutti ancora da un ſolo ſpirito ſiamo alimentati a cagione
1. Cor. 12. appunto che non naſca alcuna diviſione nel corpo, ed i mem
12. & ſeqq. bri ſieno vicendevolmente gli uni ſolleciti ſempre degli altri.
Qual'è frattanto la maniera d'aſſumere il peſo del Proſſi
mo perchè ci ſia agevole il portarlo ? Ciò primieramente ſi
fa col pregare l'Altiſſimo per tutti gli uomini; poichè piace
molto una tal coſa al Salvatore del genere umano, il quale
1. Tim.2.4. deſidera che tutti gli uomini ſi ſalvino, e tutti pervengano al
la cognizione della verità. Non è l'amicizia da anguſti ter
mini circonfcritta; dappoichè ella s'eſtende a tutti coloro, a
cui l'amore e la carità non ſi può negare, avvegnachè in al
tri più largamente ſi diffonda, ed in altri cammini più a ri
lento (2).
Noi dobbiamo adunque pregare pei Sacerdoti e Prelati di
A&t. 12. Chieſa Santa in particolare. Così da primitivi Criſtiani fi
Coloſs. 4. pregò per San Pietro; ſi pregò per San Paolo ; ed i Prelati
che godono d'eſſere nella Famiglia di Criſto, incomparabilmen
S. Aug. Ep. te più ch'i ſuddetti Santi Appoſtoli abbiſognano delle altrui

(1) Nihil ſic probat amicum terminanda eſt; omnes enim , qui
quam oneris, amici portatio. Hoc bus amor & dilectio debetur, am
eſt dilectionis officium invicem one- plettitur, quamvis in alios propen
ra portare. S. Aug.lib. 33. qq. q. 71. ſius, in alios ſuſpenſius inclinetur -
(2) Amicitia non anguſtisfinibus S. Aug. Ep. 121.
v
v E R s o I L PR o ss 1 M o. 69
caritatevoli preghiere. Hafſi ancora a pregare Dio pei noſtri
Sovrani, e per tutti quelli ch'in alta Dignità ſono collocati,
acciocchè una vita placida e tranquilla peſano condurre a gio
1.Tim. 2.2.
vamento del Pubblico. Pregheremo altresì per gl'increduli,
affinchè degniſi Iddio d'illuminarli e ridurli ad abbracciare la
ſanta Fede. Pregheremo pei Catecumeni ad oggetto ch'Iddio
loro inſpiri un vivo deſiderio d'eſpiare l'originale peccato .
Pregheremo infine per tutti i Fedeli, acciocchè perſeverino
coſtantemente in quell'uffizio che laudevolmente hanno in- is Er.
trapreſo.
È giuſta e doveroſa coſa ancora il pregare Iddio che ci li
beri dalle mani dei noſtri nemici. Ma ſono da diſtinguerſi i
nemici, per cui s'ha da pregare, e quelli contra i quali s'
ha pure da pregare. Quali ch'eglino ſiano gli uomini noſtri
nemiei, non s'hanno mai da odiare, perchè ſe noi portiamo
odio ad un malvagio che ci rieſce moleſto, due ſaremo in tal
caſo i malvagi. Un uomo da bene ha da portare amore anco
ra a chi gli è faſtidioſo, acciocchè almeno uno ſolo, e non
due ſieno i perverſi. I nemici poi, contro i quali ſi deve
pregare, ſono il Demonio e i di lui ribelli compagni ( 1 ).
Conchiudeſi adunque ch ancora chi ci perſeguita, dobbiamo
tenerlo a Dio raccomandato. Matt. 5.44.
Molto più ci corre l'obbligo d'intereſſarci pei puſillanimi
e groſſolani; per quelli che più la carne che la ragione aſcol
tano, perchè ſono tuttavia fratelli noſtri, e degli ſteſſi Sacra
menti pattecipi, e ſe non concordano in tutto con noi, la
iſteſſa volontà però con noi dimoſtrano l'iſteſſo amen riſpon
dendo ; e quando ancora l'amen iſteſſo con noi non riſpon
deſſero, noi dovremmo non pertanto col più vivo fervore
- dell'

( 1 ) Bonum eſt,69'orare debemus, ſunt , contra quos orandum eſt ,


ut nos Deus eruat de manibus ini Diabolus & Angeli eius. S. Aug.
micorum noſtrorum. Sed intelligen in Pfal. 3o.
di ſunt inimici, pro quibus oran Pro infirmis , pro carnaliter
dam ſit, 69 contra quos orandum ſapientibus, pro animalibus & car
ſit. Inimici homines, qualeſcumque nalibus, tamen pro fratribus noſtris
fuerint, non ſunt odio habendi, ne eadem Sacramenta celebrantibus; &
cum odit malus , quem patitur , ſi non nobiſcum eadem, tamen unum
malum, ſint duo mali. Diligat bo amen reſpondentibus, 69 ſi non no
º º quem patitur malum , ut biſcum unum amen, hortamur me
vel unus ſit malus. Illi inimici dullas charitatis iſire fundatis ad
Deum
7o D E L L A C A R I T A'
dell' anima noſtra da ſalutare carità ſtimolati porgere aſſidue
preghiere avanti a Dio per la loro ſalvezza ( 1 )-
Più oltre ancora una tal Carità ſi deve eſtendere. Imper
ciocchè dobbiamo parimente pregare per le Anime de' Defon--
ti; maſſimamente che la Chieſa s'è preſa il carico di racco--
mandare vivamente all' Altiſſimo con ſolenne e generale
rammemoranza tutti coloro che da queſta noſtra Criſtiana e
Cattolica Società ſono trapaſſati, volendoli tutti compreſi non
eſprimendo il nome d'alcuno in particolare, acciocchè quelli
che non hanno o parenti, o figliuoli, o amici, da quali
non poſſano attendere queſti ſalutari ſuffragi , dalla pietoſa,
comune Madre li ricevano (2). E ſanto veramente e aſſai
lodevole conſiglio ſi è quello di pregare pei Defonti , accioc
2. Mach.12. chè eglino vengano da loro peccati per Divina indulgenza
46. diſciolti. -

Se il primo aiuto che porgeſi da un Criſtiano al ſuo Proſ.


ſimo ſono le preghiere, i ſalutari conſigli, ove lo richieda:
il biſogno, ſaranno il ſecondo. Di qual neceſſità fieno i pru
Eccli.32.24. denti avviſi, lo diede chiaramente a conoſcere il Saggio, il
quale tanto ne raccomandò di non intraprendere coſa che non
foſſe ſcorta da prudente configlio. Atteſochè ſono affatto vani
Prov. 15.22. gli umani penſieri, ove il conſiglio non li ſoſtenti, ed ivi è
Ibi. I 1. 14. ſalute, ove abbonda il conſiglio e la prudenza. Se pertanto
altri è ſcarſo e tu ſei carico di configlio, quegli è povero d'
A accorgimento e tu ne ſei ricco, ecco che ſenza verun inco
modo e ſenza tuo danno puoi dargli conſiglio, e così con ab
bondante limoſina avrai ſovvenuto ai di lui biſogni ( 3 );
S. Aug. in giacchè per lo ſolito non ſi reca verun configlio ſe non nelle
Pſal. 125. avverſità e ne travagli.
Il

(1) Deum preces pro eis. Id.ibi. amici, ab una eis exhibeantur Ma
(2) Non ſunt pretermittende ſup tre communi. S. Aug de cur. pro
plicationes pro ſpiritibus mortuo mort. ger. cap. 4.
rum, quas faciendas pro omnibus (3) Conſilio indiget quis, tu ple
in Chriſtiana & Catholica Societa nus es conſilio? In conſilio ille pau
te defuntis, etiam tacitis nomini per, tu dives es? Ecce nee laboras,
bus quorumcumque ſub generali com nec aliquid perdis ; das conſilium,
memoratione ſuſcepit Eccleſia, ut, e 9- i; eleemoſynam. S. Aug
quibus ad iſta deſunt parentes, aut in Pſal. 125.
filii, aut quicumque cognati, vel
V E R S O I L P R O S S I M 0. 71
Il terzo ajuto che s'arreca al Proſſimo col portare parte del
di lui peſo, è il conſolarlo quando è afflitto, perch'è veramen
te ingiuſta coſa che noi vogliamo godere con chi gode, e di
piangere ci rincreſca con chi piange. Non ricuſiamo adunque Rom 14.15.
di preſtare pazientemente orecchio a chi cerca uno sfogo fra
le molte amarezze ed anguſtie che lo tormentano. Mercechè
io non ſo donde avvenga che ſi rende più mite il dolore che
'ſofire un membro, quando ne divengono gli altri membri 1. Cor. 12.
partecipi. Eppure non ſi mitiga il male, perchè tu ne cu- 26.
munichi parte, ma perché v'apporti un caritatevole ſollievo;
se queſto fa che, mentre alcuno ſoffre e tu il compatiſci, di
viene ad entrambi comune quell'afflizione, ſendochè una e
comune in noi tutti è la condizione, la ſperanza, l'amore,
e lo ſpirito (1). Tengaſi quindi per certo che non andrà im
punito chiunque godeſſe dell'altrui rovina. Veda chi vuole Prov. 17.5.
l'Omilia 15. delle 5o. di Santo Agoſtino, a cui però ſembra,
che malamente venga attribuita.
Un'altra maniera di giovare al Proſſimo sì è quella di tol
lerare il di lui ſdegno ſenza che celo rechiamo ad offeſa, e
concepiamo odio contra di eſſo, acciocchè poi quando noi re
ciprocamente ſaremo da rabbia agitati, con placidezza e tran
quillità d'animo ei ci ſopporti. Su ciò è fondata quell'opera
di miſericordia ſpirituale che ci raccomanda di pazientemente
tollerare le ingiurie. In queſti caſi biſogna addoſſarci alquan
to dell'altrui infermità, ſe veramente deſideriamo liberarne il
noſtto Proſſimo . Ma talmente abbiamo da addoſſarcela che
noi gli preſtiamo ſoltanto valevole aiuto ſenza ſoccombere
ad

(1) Abſit, ut recuſemus audire batio , ſpes, dilectio , ſpirituſque


etiam que amara & triſtia ſunt communis eſt. S. Aug Epiſt. 133.
erga chariſſimos noſtros. Neſcio quo Iram fratris tui tunc porta
enim modo minus fit, quod pati bis, cum tu adverſus eum non iraſ
tºr unum membrum, ſi compatiun ceris, ut rurſus eo tempore, quote
tur alla membra. Nec ipſa mali re ira preoccupaverit , ille telenitate
levatio fit per communionem cladis, & tranquillitate ſua ſupportet ........
ſed perſolatium charitatis, ut, quam & in hujuſmodi affectionibus ſuſci
vis alii ferendo patiuntur, alii co pienda eſt aliquantulum ipſa agri
gºſcendo compatiuntur, communis tudo, de qua vis alium per te libe
fit tamen tribulatio, quibus pro rari, C ſic ſuſcipienda, ut ad au
xilium
72 D E L L A C A R I T A'
ad ugual miſeria, nella guiſa che fa quegli che ſi piega per
porgere la mano ad alcuno che giace in terra. Non s'abban
dona egli tutto, perchè abbiano entrambi a cadere, ma tan
to s'incurva quanto fa d' uopo per ſollevarlo . Dobbiamo pe.
rò riflettere che noi pure abbiamo potuto, o poſſiamo avere
quelle medeſime imperfezioni d' anima e di corpo ch' in al
tri s'oſſervano. E per queſto ci diporteremo con uno che noi
vorremo aiutare , nella ſteſſa maniera appunto come noi de
ſidereremmo ch'ei ſi diportaſſe con noi, qualora da ſimili in
fermità noi foſſimo aggravati, ed egli ne foſſe libero. (1).
Gioverà molto a queſto propoſito il conſiderare non darſi
uomo, che qualche bene non abbia ancorchè naſcoſto, di cui
noi ſiamo privi, e per cui fa di meſtieri che noi gli cediamo,
e ce gli dichiariamo inferiori. Tale penſiero vale aſſai ad ab
battere e rintuzzare la noſtra ſuperbia, acciocchè noi non ab
biamo ad immaginarci che per queſto che i noſtri beni ſpic
cano, e ſono eſpoſti alla veduta d' ognuno, altri non poſſa
averne alcuni naſcoſti che forſe ſiano più pregievoli del noſtri,
Queſti ſalutari rifleſſi che il vano orgoglio deprimono, e riſ
vegliano la carità, ſono molto adatti a diſporre gli uomini,
perchè fraternamente a vicenda portino i peſi gli uni degli
altri con animo non ſolo moderato, ma di più volonteroſo e
tranquillo (2).
Mol

( 1 ) xilium non ad equalitatem lum eſſe hominem , qui non poſit


miſerie valeat, quemadmodum ſe in habere aliquod bonum , quod tu
clinat, qui manum facenti porrigit. nondum habes, etiamſi lateat, in
Non enim ſe projicit,ut ambo jaceant, quo ſine dubio poſit te eſſe ſupe
ſed incurvat tantum, ut jacentem rior. Que cogitatio ad contunden
erigat..... Et conſiderare debemus, dam edomandamque ſuperbiam va
quod agritudinem ſive anime, ſve let, ne arbitreris, quoniam tua bo
corporis, quam in alio homine vi ma quidem eminent & apparent ,
demus, etiam nos habere potuimus, ideo alterum nulla habere, qua la
aut poſſumus. Hoc ergo exhibeamus teant, & fortaſſis majoris ponderis
illi, cufus infirmitatem portare vo bona, quibus te ſuperet neſcien
lumus, quod ab illo nobis vellemus tem.... Iſta cogitationes deprimen
exhiberi, ſi forte nos in ea eſemus, tes ſuperbiam, O acuentes charita
C ipſe non eſſet. S. Aug. lib. 83. tem faciunt onera fraterna invicem
q. 7 I. non ſolum fi animo, ſed etiam
(2) Etiam illud sogitandum, nul libentiſſime ſuſtinere.
M
Id. ibi.
v E R S o 1 L PR o ss 1 M o. 73
Molto meglio ciò eſeguiremo ſe in quello che ci rincreſce
amare per qualche difetto ch'abbia, prenderemo a conſiderare
chi per lui morì; perchè in tal caſo chi non amaſſe Criſto
non ſarebbe da chiamarſi infermo, ma piuttoſto da riputarſi
morto. Laonde con ogni ſollecitudine ſempre implorando la
Divina miſericordia abbiamo da uſar avvertenza di non diſ
prezzare nell'infermo Criſto, mentre amare noi dobbiamo l' ;
infermo per Criſto ( 1 ). -

Ecco adunque come s'ami il Proſſimo per Dio. Amaſi col


tirarlo a venerare Iddio, per quanto è in noi, cogli avviſi, -

colle conſolazioni, co' conſigli, come fin quì s'è ſpiegato.


Amaſi inoltre con iſtruirlo nella ſana Dottrina, e col tratte
nerlo nella regolata diſciplina, come ora anderemo diviſando.
L' inſegnare, il correggere è primieramente officio proprio
de Veſcovi, e de Parrochi, a quali comandò l'Appoſtolo che at- 1. Tim. 4.
tendeſſero a ſe ſteſſi ed all'acquiſto della Dottrina, acciocchè 16.
eglino poteſſero confortare i"altri con ſodi inſegnamenti, e
riprendere ognuno che vole e contraddirli. A queſto propoſito Ibi. 1. 9.
ſono da conſultarſi i Decreti del Concilio Tridentino Seſſ. 5. cap.
2. Seſſ. 6. cap. 3. Seſſ 13. cap. 1. Seſſ 24 cap. 4. ne Decreti
della Riforma. È ſotto il nome di Veſcovi e Parrochi s'in
tendono compreſi ancora tutti coloro, che Miniſtri di Dio ſi
chiamano, e quelli de'quali diſſe Criſto: dove ſon io, ivi pu Joan. 12.26.
re è il mio Miniſtro. Per lo che non hanno a credere gli uo
mini che le allegate Divine parole fieno indirizzate ai ſoli
Veſcovi e agli Eccleſiaſtici. Stantechè ciaſcuno per la parte ſua è
miniſtro di Criſto, e può colla oneſta vita, coll'eſercizio del
le opere buone, e delle limoſine predicare agli altri il di lui
Nome e la di lui Dottrina di modo che ogni Padre di "i
glia

( 1 ) Si illum infirmum propter vi- pter Chriſtum. Id. ibi.


rium, quo infirmus eſt, minus di Cum auditis Dominum ſta di
ligimus, illum in eo conſideremus, centem , nolite tantummodo bonos
qui mortuus eſt propter illum. Chri Epiſcopos, & Clericos cogitare E
fium autem non diligere non infir tiam vos pro modo veſtro miniſtrate
mitas, ſed mors eſt. Quapropter in Chriſto, bene vivendo, eleemoſynas
senti cura & implorata Dei miſe faciendo, nomen dottrinamgue eius,
ricordia cogitandum eſt , ne Chri quibus poteritis, predicando , º
ſtum negligamus propter infirmum, unuſquiſque etiam Paterfamilias hoc
cum infirmum debeamus diligere pro nomine agnoſcat paternum affectum
Lib. Ter. ſue
74 D E L L A C A R I T A'
glia così reſta avvertito d'uſare un paterno Criſtiano affetto
verſo la ſua famiglia. E però egli parimente tratto da bel de
ſiderio di ſervire a Dio e d'acquiſtare la eterna ſalute inceſ
ſantemente ammoniſca, informi, eſorti, riprenda i ſuoi di
pendenti, con eſſo loro eſerciti ogni atto d'amore, e loro in
culchi la immacolata Diſciplina; e con tal mezzo ei verrà
quaſi ad adempiere nella ſua caſa le parti Veſcovili, e ſarà
vero Miniſtro di Criſto da meritarſi di ſtarſene un giorno
eternamente con Criſto ( 1 ).
Qui biſogna tuttavia diſtinguere diverſe ſpecie d'iſtruzione;
erchè altra è converſiva, cioè diretta a convertire le genti
Lib. 2. Eccl. alla Fede; e queſta viene da San Dionigi al Veſcovo attri
buita, benchè poſſa ancora competere ad ogni Predicatore, o
a qualſivoglia altro Fedele. La ſeconda iſtruzione ſi è quella,
per cui i primi elementi di noſtra ſanta Fede s'inſegnano, e
ſi dimoſtra la maniera da tenerſi nel ricevere i Sacramenti; e
queſta ſecondariamente a Miniſtri della Chieſa s'aſpetta, ma
principalmente è tutta propria de' Sacerdoti. La terza riſguar
da la conſuetudine del vivere Criſtiano; e queſta a Padrini
appartiene. La quarta concerne i profondi Miſteri della Fede
e la perfezione della vita Criſtiana; e queſta è pertinenza to
tale del Veſcovi (2).
Neppure alle donne ſi nega la facoltà di famigliarmente
ragionare in privato ad uno, o a pochi di ciò che la noſtra
Re

(1) ſua familia debere. Pro Chri & qualiter ſe debeat habere in ſu
ſto, 9 pro Vita aterna ſuos omnes ad ſceptione Sacramentorum ; & hoc
moneat, doceat, bortetur, corripiat,pertinet ſecundario quidem ad Mi
impendat benevolentiam , exerceat niſtros, principaliter autem ad Sa
diſciplinam; ita in domo ſua Ec cerdotes. Tertia eſt inſtructio de con
cleſiaſticum, 9 quodammodo Epiſ ſervatione Chriſtiane vita ; 69 hac
copale implebit officium miniſtrans pertinet ad Patrinos . Quarta eſt
Chriſto, ut in eternum ſit cum ipſo. inſtructio de profundis myſteriis Fi
S. Aug. Tra&t. 5 t. in Joan. dei, 69 perfectione Chriſtiane vi
( 2 ) Multiplex diſtingui poteſt in te; & hec ex officio pertinet ad
ſtructio: una converſiva ad Fiden, Epiſcopos. S. Tho. 3. par. qu. 71.
quam Sanctus Dionyſius tribuit E art. 4.
piſcopo, C poteſt competere cuilibet Privatim ad unum , vel pau
Pradicatori, vel etiam cuilibet Fi ces familiariter colloquendo gratia
deli. Secunda eſt inſtructio, qua ſermonis poteſt competere etiam mu
quis eruditur de Fidei rudimentis, lieribus. Publice alloquendo totam
Ec
V E R 3 O I L P R O S S I M o. 75
Religione comporta. Ma non ſi permette ad eſſe di diſcorrer
ne in obbligazione
Della pubblico, e ch'hanno
a tutta una interad'erudire
i padri radunanza di Fedeli
i propri (1). ci
figliuoli "iag
V.li

altrove s'è parlato. Qual debba eſſere la cura de Padrini lo di- i ip.
remo più ſotto. Si rechino intanto a memoria tutti gli altri 2.
quello dell'Eccleſiaſtico: a tutti impoſe Dio d'avere premura Cap. 17.12.
del ſuo Proſſimo. Sopra che ſaggiamente fu oſſervato che chiun
l que ſi ritira dal giovare al Proſſimo colla predicazione, quan
do verrà ſeveramente giudicato, ſarà ſenz'altro per tanti ri
putato reo quanti ſaranno coloro ch'avrebbono dal ſuo ragio
nare potuto ricavare qualche giovamento (2).
E pur anche un'opera di ſpirituale miſericordia l'inſegnare
agl'ignoranti. Ma uno non è all'altrui erudimento per debi
to officio tenuto ſe non in quello che riſguarda neceſſariamen
te la eterna ſalute, e quando altri non vi foſſe ch'inſtruiſſe
il ſuo Proſſimo, o quando noi vedeſſimo ch'ei deviaſſe dal
diritto ſentiero, ed altri, cui ne correſſe l'obbligazione, di
rimetterſi in cammino non l'ammoniſſe (3).
Non rade volte però interviene che ſiamo di neceſſità aſſo
luta obbligati ad oſſervare i conſigli, e ad eſercitare le opere
di miſericordia. Lo che non ſi può negare riſguardo a coloro
ch'hanno fatto voto d'obbligarſi a ciò che ſia di conſiglio, e
riſguardo a quegli altri che hanno ingiunto il carico di ſov
venire agli altrui difetti sì nel temporale come con l'alimen
rare i mendici, e sì nello ſpirituale come con l'inſtruire gl'
ignoranti , da qualunque parte e ragione naſcano queſti offi
z)

(1) Eccleſiam mulieri non con do aliquis alium errantem videret,


eeditur. Id. 2. 2. qu. 177. art. 2. niſi eſſet alius, qui ex officio id fa
(2) Qui prodeſſe utilitati Proxi cere teneretur. S. Tho. in 4. diſt. 15.
morum predicatione refugiunt , ſi qu- 2- art. 3
diſtricte judicentur , ex tantis pro 9uandoque obſervatio conſilio
culdubio rei ſunt , quantis venien rum , C3 impletio operum miſe
tes ad publicum prodeſſe potuerunt. ricordiae ſunt de neceſſitate ſalutis.
S. Greg. in Paſtor. Quod patet in his , qui voverunt
(3) Docere ignorantes eſt opus mi conſilia, & in his, quibus ex de
fericordia ſpiritualis. Ad doctrinam bito imminet defettibus aliorum ſub
alterius non obligatur homo propter venire, vel in temporalibus , puta
debitum officium niſi in his, quae paſcendo eſurientem , vel ſpiritua
ſuns de neceſſitate ſalutis, & quan libus, puta docendo ignorantem, ſi
do non eſſet, qui inſtrueret, vel guan ve hujuſmodi fant debita propter
Lib. Ter. 2, in
76 D E L L A C A R I T A
zj e doveri o per ingiunto peſo, come ſuccede ne' Prelati, o
per mera neceſſità del biſognoſi, come in tutti i Criſtiani (1):
Che la Carità ci obblighi ſtrettamente a queſto, ſi racco
glie dal vedere ch'un ignorante della Divina Legge pecca i
norantemente più ſpeſſo di quello che la ſa; perchè l'uomo
ſenza maeſtro è qual cieco ſenza guida ch'il retto cammino
non può tenere (2). E perciò chi gl'ignoranti, quando poſ
ſa, non ammaeſtra in ciò ch'è neceſſario a ſaperſi per la eter
na ſalute, ſi coſtituiſce reo di grave colpa giuſta il ſentimen
2.2. qu. 33. to di San Tommaſo, ed in più luoghi il ſignifica Santo A
De Dogi. goſtino; perchè in vigore del Precetto della Carità noi dob
Chrili. cap. biamo volere che tutti con noi amino Dio. Mercechè, come
29. più volte s'è notato, altro non è amare il Proſſimo ſe non l'
avere una ſcambievole premura d'eccitarci l'uno l'altro ad a
mare lo ſteſſo Dio (3). - -

Sopra queſto debbono fpecialmente vegghiare i Confeſſori,


ſe mai s'accorgano eſſere i loro penitenti da ignoranza tenuti
ancorchè incolpevole in genere di coſtume, perchè in genere
di Fede non v'ha chi ne dubiti. Anzichè ſono obbligati ad
ammonirlo, quando anche non appariſſe eſſervi ſperanza d'
emenda; primo perchè il Gonfeſſore è maeſtro, e per queſto
DD. com. è obbligato ad inſegnare la Divina Legge; ſecondo perchè ſe
non è diſpoſto il penitente ad emendarſi, e ad aſtenerſi da
qualche prava azione ch'ei non credeva eſſere peccato, ed ora
ſa ch è peccato, non ſembra ben diſpoſto a ricevere la Sacra
mentale Aſſoluzione, giacchè non forma quel deliberato pro
poſito e quel dolore, per cui ha da eſſere riſoluto di perdere
piuttoſto la vita che d' offendere Iddio ; terzo perchè ſe non
foſſe così ch'il peccatore ignorante ſi doveſſe illuminare, a
vrebbe all'incontro a conſigliarſi a fuggire da ogni ſacra adu
nanza, da ogni iſtruzione, e catechiſmo, perchè non cono
ſceſſe ch'è peccato quel che non credeva eſſere tale, e in co
- tal

( 1 ) injunctum officium, ut patet homo ſine DoStore rectam viam vis


in Prelatis, ſive propter neceſſita- graditur. S. Ang.Ser. I 12. de Temp.
tem indigentis. Id. 2. 2. qu. 43. (3) Hoc eſt Proximum diligere,
art. 7. ut, quantum poſſumus, invicem ad
( 2 ) Ignorans Legem Dei ſepius habendum in nobis Deum cura di
ignoranter peccat, quam ille, qui lectionis attrahamus. S. Aug Tract.
ſi Sicut cacus ſine ductore, ſie 65. in Joan. - - -
p E R S O I L P R O S S I M O. 77
tal modo s'eſporrebbe a peccare formalmente, dove ſolo mate
rialmente peccava. Or chi non comprende quanto ciò ſia aſ
ſurdo? Non ſapiamo noi che ſono beati coloro che le Divine
teſtimonianze ſi ſtudiano d'inveſtigare, e con tutto il cuore il
signore loro ricercano ? E non è lo ſteſſo Dio che c'impoſe
di cuſtodire i ſuoi Comandamenti con la ultima eſattezza?
Come può un giovinetto correggere la cattiva ſua inclinazio
ne al male ſe non con la oſſervanza del Divini inſegnamenti ?
E non dobbiamo noi pregare Iddio che n additi il ſentiero
della ſua giuſtizia? Non v'ha dubbio adunque che deve in Pſal. I 18. 2,
ogni maniera il Confeſſore iſtruire il penitente, e a lui ap & ſeqq.
punto fu diretto quel ſalutare avviſo: non ti ſtancare giammai, 2.Tim. 2.4-
preſſalo opportunamente e importunamente, riprendi, prega, rim
provera, non riſparmiando nè ſofferenza, nè dottrina. Preſſalo a
tempo opportuno; e ſe ciò non giovi, tornalo a preſſare an
che, ove ſembri importuno, acciocchè tu non laſci per il tuo
canto alcuna opportunità; giacchè non altro ſenſo deeſi dare
alle parole preſſare importunamente, ſe non che queſto ; cioè
che tu ſembri eſſere importuno a colui, che non aſcolta vo
lentieri ciò che contro di lui ſi dice, dovendo tu dall'altra
parte eſſere perſuaſo che non importuno, ma ben opportuno te
gli rendi avendo cura della di lui ſalute, e caritatevolmente
ammonendolo con animo manſueto, modeſto e fraterno. Difatti
ſono ben molti coloro, i quali riflettendo poſcia a quello ch'
hanno inteſo, e conſiderando quanto giuſtamente ſono ſtati am
moniti, fanno a ſe ſteſſi più ſevero ed amaro rimprovero; e
quantunque ſembraſſe che partiſſero dal Medico alquanto tur
bati, dall'aſprezza delle riprenſioni ſi ſono poi trovati guariti.
Lo che non averrebbe, ſe voleſſimo aſpettare a por riparo alle
putride membra degl'infermi, quando ſoltanto loro piaceſſe di
ſottoporſi al taglio, o al fuoco. (1).
( 1 ) Inſta opportune; quod ſi hoc poſtea cogitantes, que audierint ,
modo non proficis, importune 5 ita ipſi ſe gravius, 9 ſeverius argue
ut tu oppºrtunitatem omnino non runt ; & quamvis perturbatiores a
deſeras, º ſie accipias, quod di- Medico videantur abſcedere, pau
ctum eſt importune, utilli videa- latim verbi rigore in medullas pe
ris importunus , qui non libenter netrante ſanati ſunt. Quod non fie
audit , que dicuntur. in eum ; tu ret, ſi ſemper expectaremus pericli
tamen ſeias, hoc illi eſſe opportu- tantem putreſcentibus membris ,
num, º dilectionem, curamque ſa- quando eum liberet, aut uri, aut
mitatis, jus animo teneas manſue- ſecari. S. Aug in Ep. 2. ad Tim
io, modeſto, º fraterno. Multienim
78 D E L L A C A R I T A"
Pſal 5o. 15. Cerchiamo adunque di ridurre nella via del Signore i mal -
(a) , Aºs vagi, perchè a Dio ſi convertano gli empi; a Dio che ha la
º º sº- ſuprema
prena poteſtà
p di piegare
pie ii cuori degli uomini
cuori degli ini (a);
( a ) - e nelle -

º" si 1 cui mani ſiamo noi, e i noſtri diſegni ( b). Egli è che ci
16. mette in iſtato di volere e di perfezionare le coſe con buona
Philip.2.13. volontà. Del reſto per quanto l'uomo all'altrui giovamento
cooperi, non altro farà mai che dare un ſalutare conſiglio,
Lib. 4. de perchè quegli ch'inſegna è Gesù Criſto, come apertamente il
Dott. Chriſt. dimoſtra Santo Agoſtino. Nè quegli che pianta, ovvero inaf
cap. 15. fia, può aſſerirſi che ſia qualche coſa, ma Dio che da forma
1. Cor 3-7 e incremento all'arbore, è il tutto. Le umane iſtruzioni ſo
s Aue no certi eſterni aiuti, certi opportuni avviſi; ma quegli, che
ragi in veramente informa i cuori ed erudiſce, ha la ſua Cattedra
Ep. Joan. piantata nel Cielo. Sicchè il Confeſſore non è che un puro
iſtrumento, e non è capace di giudicare; anzi farebbe molto
male a credere ch'il fuo penitente foſſe per abuſarſi dei di
lui avviſi, poichè lo verrebbe quaſi a dichiarare come ſe egli
foſſe abbandonato da Dio, (lo che non voglia la Divina Cle
menza) oppure moſtrerebbe di preſumere ch'il buon uſo de'ſuoi
conſigli dipendeſſe dalla forza delle ſue parole; lo che è fal
ſiſſimo . -

A quanto fin quì s'è addotto, ſogliono alcuni ignoranti, o


malizioſi Moraliſti opporre le parole di Santo Agoſtino: ſe io
ſapeſſi a nulla giovarti il mio conſiglio, non ti farei avviſato, nè
ti metterei in timore. Ma ciò non vale a diſtruggere quanto s'
è provato dell'obbligo che ci corre di ſempre avvertire il Proſ
ſimo; perchè l'allegato teſto è ſtato appoſtatamente mutilato.
Chi ama perſuaderſene non ha che a leggere la Omilia 41 e
la 5o dello ſteſſo Santo, la quale a Santo Ambrogio viene pu
re attribuita, e riſcontrarne il teſto continuato. Imperciocchè
ivi della Penitenza differita alla morte nella ſeguente maniera
ſi ragiona, ſe fai penitenza, mentre ſei ſano, tu ſei in ſicuro, per
chè ti riſolveſti a far penitenza quando ancora potevi peccare.
Ma ſe allora vorrai farla, quando non potrai più peccare, guai
a te, perchè i peccati in tal caſo laſcieranno te, e non tu laſcie
grat.

Si agis veram poenitentiam , & peccare potuiſti. Si autem tunc


dum fanus es, ſecurus es., quia e- vis agere poenitentiamº ipſam ,
giſti poenitentiam eo tempore, quo quando iam peccare non potes ,
pec
V E R s o I L PR o ss 1 M o. 79
rai i peccati. Ma donde ſai tu, mi domanderai, che forſe non
voglia perdonarmeli Dio? Tu diſcorri bene. Qual ſia il motivo, io
mol ſo. Quello io ſo, e queſto non ſo. Anzichè io per tal ragione
ai do la penitenza, perchè non ſo ſe Dio ti aſſolva dalla colpa.
Imperciocchè ſe io ſapeſſi di nulla giovarti, non te la darei, e ſe
all'incontro ſapeſſi che ti può giovare la penitenza alla morte,
non ti farei avviſato, nè ti metterei in timore ( 1 ), acciocchè
ti riſolvi a pentirti in vita per timore che tu non muoia
nel tuo peccato. Ecco qual è il ſenſo genuino del teſto di
Santo Agoſtino malamente da taluno interpretato; non altra
mente che furono pure da taluno mal rilevate le parole potrai
diſſimulare ex cap. Quia circa de Conſang. & Affin. come a Lib. 4. De
lungo dimoſtra Proſpero Fagnano ne' ſuoi Commentari Cano- cret. tit. 14.
nici; ancorchè io confeſſi ch ove ſi tratti di Matrimonio, de-loc. cit.
ve certamente uſare molta prudenza il Confeſſore, perchè non
faceſſe a ſorte peggio coll'avviſare che col diſſimulare un occulto
errore. Sopra di che potrà ciaſcuno portarſi a conſultare Santo
Antonino,San Tommaſo, Melchior Cano, ed altri, memore per
rò ſempre che non doveſſe un giorno rimproverare ſe ſteſſo :
guai a me perchè io tacqui. Iſa. 6. 5.
Per quello poi che riſguarda la Correzione che biſogna uſa
re col Proſſimo, ha da oſſervarſi ch'è di due ſorte. Altra è
un mero atto di Carità che ſpecialmente s'indirizza all'em
menda del fratello delinquente col ſervirſi d'una ſemplice am
monizione ; e tale genere di Correzione ad ognuno ch'abbia
carità, s' appartiene, o ſia ſuddito, o ſia Prelato. Havvi poi un'
altra Correzione ch'è un atto di giuſtizia, e il bene comune
riſguarda, al quale non ſolo coll'ammonire, ma col caſtigare
san Coe

(1) peccata te dimiſerunt, non Correctio duplex eſt. Una qui


tu illa. Sed unde ſcis, inquis, ne dem, qua eſt actus Charitatis, que
forte Deus dimittat mihi? Verum ſpecialiter tendit ad emendationem
dicis: unde? Neſcio. Illud ſcio, hoc ſ" delinquentis per ſimplicem
neſcio. Nam ideo dotibi poeniten admonitionem ; & talis Correctio
tiam, quia neſcio. Nam ſi ſcirem pertinet ad quemlibet charitatem
tibi nihil prodeſſe, non tibi da habentem , ſive ſit ſubditus, five
rem . Item ſi ſcirem tibi prodeſ Prelatus. Eſt autem alia Corre
fe, non te admonerem, non te ter ctio, qua eſt actus juſtitiae , per
rerem. S. Aug. loc. cit. quam intenditur bonum commune,
quod
8o D E L L A C A R I T A
ancora alcuna volta il Proſſimo ſi provvede, acciocchè gli altri
meſſi in timore s'aſtengano dal commettere peccati; e queſta
Correzione è propria de'ſoli Prelati, ai quali l'ammonire e
il correggere anche con pene s'aſpetta ( 1 ). A tal propoſito
ſi può vedere coſa abbia ſtabilito il Concilio di Trento Seſſ.
-
6. de Reformat. cap. 3. il quale altrove determina che niun
Chierico ha da crederſi eſente in vigore di qualſivoglia privilegio
dal poter eſſere giuſta le Canoniche determinazioni viſitato, puni
to, e corretto (2); ed altri Canoni conſimili a queſto rappore
ta nella ſua Epitome il Cardinale di Laurea.
Atteſa la detta obbligazione ch'hanno i Prelati, giuſtamen
te da cattivi Paſtori Iddio chiederà ſtrettiſſimo conto delle ſue
agnelle, e da loro vorrà ſoddisfazione della morte di eſſe.
Quindi ſi ricavi quanto ſia pericoloſo il tacere, ove tacere
non iſtia bene. Morirà quel tale, e meritamente morirà nell'
impietà in cui viſſe, morirà nel ſuo peccato, perche la pro
pria negligenza l' uccide. Ma ſe la negligenza ſarà ſtata di
chi non per altro fu alla di lui cura e vigilanza da Dio pre
ſcelto ſe non perchè l'ammoniſſe, allora muore il peccatore
giuſtamente nel ſuo peccato, ma giuſtamente altresì muore
dannato il Superiore (3). -

All'incontro quando egli aveſſe già dato opportuno avviſo


all'empio, ed eſſo non ſi foſſe ravveduto della ſua empietà, nè
dal reo ſentiero allontanato, in tal caſo morrà l'empio nella
Ezech.3.19. ſua ſcelleratezza involto, e il correttore avrà aſſicurata la ſua
ſa

( 1 ) quod non ſolum procuratur cap. 4- . . . . .. . .


per admonitionem fratris, ſed etiam (3) A malis Paſtoribus inquiret
interdum per punitionem , ut alii Deus oves ſuas, & de manibus eo
a peccato timentes deſiſtant. Ettalis rum inquiret mortem earum ... ...
Correctio pertinet ad ſolos Prala Videtis quam ſit periculoſum tace
tos, qui non ſolum habent admo re. Moritur ille, C rette moritur
nere, ſed etiam corrigere puniendo. in impietate ſua, 69 peccato ſuo
S. Thom. 2. 2. qu. 33. art. 3. moritur, negligentia enim eius oc
( 2 ) Nullus Clericus per hujus cidit eum.... Sed cum fuerit negli
Sanctae Synodi Statuta cujuſvis pri gens, non admonente illo, qui ad
vilegi pretextu tutus cenſetur, hoc eſt prepoſitus, & ſpeculator ,
quominus juxta Canonicas Sanclio ut admoneat, 69'ille fuſte moritur,
es viſitari, puniri, 69 corrigi poſi C9 iſie juſte damnatur . S. Aug
it . Trid. Seſſ. 14. de Reform. Serm. 165 de Temp.
V E R S O I L P R O S S I M O. 8I

ſalate. Sapiano dunque i Superiori Eccleſiaſtici che una grave


na è loro riſerbata ſe non riprenderanno con rigore chi da
eſſi dipende; perchè il caritatevolmente correggere e punire
in tutto a loro s'appartiene ( 1 ). Adoprino però la caritatevo
le Correzione; e quando queſta non è baſtante a mettere i
malvagi in timore, paſſino al caſtigo, come fu ſtabilito ne'
Canoni ipſa pietas, quid faciat; ea vindicia, e in altri teſſuti
colle parole di Santo Agoſtino, e con quelle del Tridentino
Seſſ. 13. cap. 1. de Reform. -

Del rimanente anche i Sacerdoti e gli altri Fedeli hanno da


prenderſi ſollecitudine di coloro che cooperano alla propria dan
nazione affine d'obbligarli a ravvederſi dalle loro colpe; e ca
ſo che mai foſſero contumaci, ſi diſmembrino dalla Società del
la Chieſa (2). Mercechè colui che non ſi prende a cuore di cor
reggere chi pecca, entra a parte del di lui peccato, (3), da
che tanto è reo chi vede peccare il ſuo Proſſimo e ſi tace,
quanto chi da mano ad uno che commette qualche empietà(4).
Puoſſi tuttavia alcuna volta ommettere prudentemente la
Correzione fraterna; quando cioè la Carità lo richiegga, per
chè diceva Santo Agoſtino, ſe alcuno s'aſtiene dal riprendere
il ſuo Proſſimo, o perchè aſpetta il tempo opportuno, od ha fon
dato motivo di temere che non divenga per tale ammonizione peg
giore, o ſi mette a pericolo di diſtorto dal giovare ad altri in
modo che anche li ſolleciti a qualche grave peccato, allora ſe tra
laſci d'ammonirlo, non riputeraſſi un vano capriccio, ma piuttoſto
un ſano conſiglio di Carità (5). Ma
(1) Longe graviorem habent pa - verb. Dom.
mam Eccleſiarum Prepoſiti, qui in (4) Ita peccat , qui videns fra
Eccleſiis conſtituti ſunt, ut non par- trem ſuum peccaſſe tacet , ſicut ſi
cant objurgando peccata , quia ad peccanti indulget. Gloſ. in cap. 18.
eos pertinet non folum charitativa Matt.
Correctio, ſed etiam punitiva. S. (5) Si propterea quiſque objur
Aug. lib. de verb. Dom. gandis parcit, quia opportunum
(2 ) Tam Sacerdotes quam reliqui tempus inquiritur , vel eiſdem
Fideles omnes ſummam debent habere ipſis metuit, ne deteriores ex hoc
curam de his, qui pereunt quatenus efficiantur , vel ad bonam vitam
eorum redargutione aut corrigantur a & piam erudiendos impediant alios
peccatis, aut ſi incorrigibiles appa infirmos, & premant atque aver
rent, ab Eccleſia ſeparentur. Cauſ. tant a Fide, non videtur eſſe cu
14- qu. 3. Can. 14. piditatis occaſio , ſed conſilium
(3 ) Si neglexeris corrigere, peror Charitatis. S. Aug. lib. 1. de Civ
º , qui peccavit . S. Aug. lib. de Dei cap. 9.
Lib. Ter.
82, 1D E L L A C A R I T e A"

Ma generalmente parlando cade ſempre la Correzione fra


terna ſotto Precetto, in quanto ch'è neceſſaria all'ammenda
del Proſſimo; non però in maniera che s'abbia a fare in o
gni luogo, e in ogni tempo. Non potremo adunque ometter
la ſenza caricarci di colpa grave, quando noi, come dice lo
ſteſſo Santo Agoſtino, ſe ne aſteneſſimo , perchè ci prendeſſe
timore o delle dicerie del volgo, o d'eſſere maltrattati, o
anche ucciſi; ſpecialmente ſe noi poteſſimo probabilmente fi
gurarci ch'il delinquente dal noſtro avviſo illuminato deteſte
rebbe la colpa, e noi per timore, o altro umano intereſſe non
curaſſimo la di lui ſalute (1).
E qui non ometterò di notare che quando ſegretamente
peccò il noſtro Proſſimo, ſegretamente ne l'abbiamo a ripren
dere; perchè ſe noi ſoli ſapeſſimo ch'egli peccò, e nel voleſ
ſimo riprendere davanti a tutti, noi non ſaremmo riputati
ſaggi cenſori, ma traditori imprudenti. Quella colpa all'in
contro che fu in pubblico commeſſa, pubblicamente ſi dovrà
1. Tim. 5. correggere (2); perchè allora il pubblico peccatore alla pre
ſenza di tutti venendo ripreſo gli altri ſi mettano in timore.
Se a tanto adunque ci aſtringe la Carità, non creda alcuno
d'amare il ſuo ſervo perchè nol batte , o il ſuo figliuolo
perchè non lo rende diſciplinato, o il ſuo vicino perchè nol
corregge. Queſta non è Carità, è biaſimevole pigrizia. La
Cari

( 1 ) Ipſa cadit ſub Precepto ſe S. Tho. 2. 2. qu.33. art. 2.


cundum quod eſt neceſſaria ad fra (2) Si ſecretum ſuit, quod in te
tris emendationem, non quidem ita peccavit, ſecretum quaere, cum cor
quod quolibet loco, vel tempore fra rigis, quod peccavit. Nam ſi ſolus
ter delinquens corrigatur, ſed quod noſti, quia peccavit in te, C eum
non omittatur ſub paena peccati mor vis coram omnibus arguere, non es
talis, quando ſcilicet formidatur , correptor, ſed proditor. Ipſa corri
a inquit idem Auguſtinus, judi pienda ſunt coram omnibus , qua
cium vulgi, & carnis excruciatio, peccantur coram omnibus. S. Aug.
vel peremptio; ſi hec ita dominan Ser. 16. de verb. Dom.
tur in animo, quod fraterne cha Non putes tunc te amare ſer
ritati praponantur; & hoc videtur vum tuum, quando eum non cadis,
contingere, quando aliquis preſu aut tunc te amare filium tuum ,
mit de aliquo delinquente probabi quando ei non das diſciplinam, aut
liter, quod poſſet eum a peccato tunc te amare vtctnum tuum , quan
retrahere, 69 tamen propter timo do eum non corripis . Non eſi iſta
rem, vel cupiditatem pretermittitur. Charitas, ſed languor. Ferveat Cha
eft
v e R s o I L PR o ss 1 M o. 83
Carità ha da eſſere piena di fervore ove che faccia uopo cor
reggere ed emendare. Se buoni ſaranno gli altrui coſtumi, e
tu godine e abbine piacere; ſe ſono cattivi, e tu riprendili
e li correggi. Non devi amare nell'uomo l'errore, ma l'uo
mo; perchè l'uomo è fatto da Dio, e l'errore dall'uomo.
Ama ciò che fu fatto da Dio; non ciò che fu fatto dall'uo
mo. Amando quello diſtruggi queſto ; in quello riponendo
il tuo affetto correggi queſt'altro ; e così operi da Criſtia
no ( 1 ).
v, poi tanto avanti l' obbligo della Correzione fraterna
che gli ſteſſi Prelati hanno alcuna volta a correggerſi dai loro s. The 2.2
ſubordinati. Ma ciò ſi faccia coll'opportuno riguardo giuſta g arr. 2.
l'avvertimento dell'Appoſtolo: non riprenderai il tuo Superiore, i.Tim. 5.1.
ma il pregherai, come ſe ti foſſe Padre. Quando però vi foſſe S. Thom. 2
pericolo per la noſtra Santa Fede, dovrebbono anche pubbli . i,
camente eſſere corretti i Prelati . Quindi è che San Paolo a 2.
San Pietro francamente s'oppoſe e fece gagliarda reſiſtenza,
perchè induceva i Gentili col ſuo cattivo eſempio a giudaiz vs.Aueep.
Zare e ad S. Hier.
Qui tuttavia ſarà ben avvertire che niuno ſpinto da falſo
zelo di correggere gli altrui delitti deve farſi lecito d'intro
durſi per fino nelle caſe di chi vive eſemplarmente, per eſa
minare ſe vi s'alligni la iniquità. Stantechè il noſtro Signo
re c'impoſe bensì di non traſcurare le vicendevoli noſtre col
pe non già col ricercare ciò ch'abbiamo a riprendere, ma
col non chiudere gli occhi ſu quel che vediamo degnº di
correzione (2). Quando però ſia alcuno incaricato dell'altrui
cura, non v'ha dubbio ch'allora egli è tenuto ad uſare ogni
attenzione riguardo ad eſſo affin di correggerlo d'ogni ſuo man
camento (3). Nè

( 1 ) ritas ad corrigendum, ad e Joan.


mendandum ; ſed ſi ſunt boni mo ( 2 ) Admonet nos Dominus noſter
res, delettent; ſi ſunt mali, emen non negligere invicem noſtra pecca
dentur,corrigantur. Noli in homine sa non querendo quid reprehendas,
amare errorem , ſed hominem; ho ſed videndo quid corrigas. S. Aug.
minem enim Deus fecit , errorem ipſe Ser. 16. de verb. Dom.
home fecit. Ama illud, quod Deus ( 3 ) Qui habet ſpecialiter curam
fecit, noli amare, quod ipſe homo alicujus, ille debet eum quaerere ad
fecit. Cum illud amas, illud tol hoc, quod eum corrigat de pecca
lis i cum illud diligis, illudemen to. S. Tho. 2. 2. qu.33. art. 2.
ºas. S. Aug Tract.7 in Epiſt. 1.
Lib. Ter. L 2,
84 D E L L A C A R I T A'

Nè vale punto ad eſimerci dall'obbligo di fare la Correzio


ne fraterna l'altrui oſtinazione. Imperciocchè non ſapendo
noi chi a riempiere il numero de Predeſtinati ſia ſtato preſcel
to, e chi nò, dobbiamo avere deſiderio per la parte noſtra
che tutti ſi ſalvino; e perciò con tutti abbiamo da uſare la
medicina della riprenſione o perchè non periſcano, o perchè
non inducano a perire gli altri ( 1 ). -

Avvegnachè pertanto Iddio ſia quegli che può rendere gio


vevoli le noſtre riprenſioni riguardo a coloro che furono da
lui innanzi conoſciuti e predeſtinati ad eſſere conformi alla
immagine del ſuo Figliuolo, noi tuttavia ſe alcuna volta non
riprendiamo il Proſſimo, affinchè ciò non gli ſia di rovina,
perchè non avremo allora a riprenderlo, quando vi è timore
che più facilmente ei periſca per non eſſer corretto ( 2 ) ? E'
da vederſi ſu queſto Articolo tutto il Libro da Santo Agoſtino
compoſto, e di più la epiſtola 87, perchè meglio ſi comprenda
coſa abbia a praticarſi. -

Che ſe per mala ſorte la noſtra diligenza in applicare detta


ſalutare medicina non arrecaſſe alcun giovamento, ella ſarà
tale almeno che noi potremo ſempre diſcolparci con averla
uſata. Siccome un maligno conſigliere del peccato, ancorchè
non l'abbia perſuaſo, meritevolmente incorre la pena ch'ad
un ingannatore s'aſpetta; così il fedele difenſore della retti
tudine e della giuſtizia, quantunque dagli uomini ſi rigetti,
non ha da comparire giammai davanti a Dio mancante del
ſuo proprio dovere per non eſſere defraudato della ſua ricom
pen

( 1 ) Neſcientes quis pertineat ad cur non etiam timore corripimus, ne


predeſtinatorum numerum, quis non aliquis inde plus pereat ? Id. ibi.
pertineat, ſic affici debemus chari cap. 16.
tatis affectu, ut omnes velimus ſal Quamvis etiam , ſi cui dili
vos fieri....... ae proinde omni gentia medicinae hujus impenſa non
bus, ne pereant, vel ne alios per predeſt, ſufficit ad rationem red
dant, adhibenda eſt a nobis me dendam, quod non ceſſavit impen
dicinaliter ſevera correptio. S. Aug. di . Sicui enim malignus ſuaſor
lib. de Corrept. & Grat. cap. 15. peccati , etiamſ non perſuaſerit ,
(2) Dei e/t illis eam facere uti merito panam deceptoris incurrit ;
lem, quos ipſe preſcivit , & pra ita fidelis juſtitia predicator, etianº
deſtinavit conformes imaginis Filii ſi ab hominibus reſpuatur , abſit ,
ſui. Si enim aliquando timore non ut apud Deum ſui officii mercede
corripimus, ne aliquis indepereat, fraudetur. Res enim certa fit ad
gºa
V E R S O I L P R O S S I M 69. 85
penſa. Tanto più che una coſa certa all'incerto evento ſi
commette . Imperciocchè noi ſiamo dubbioſi ſe quegli a cui
predichiamo la verità, vorrà acconſentirvi; ma egli è certo
dall'altro canto che la verità s'ha da predicare, e che chi
fedelmente la propala, ne riceve la giuſta mercede, ſia che
ne venga aſcoltato, o diſprezzato, o abbia anche a ſoffrire
qualche ſiniſtro temporale ſvantaggio (1). Utile e degno d'eſ
ſere letto è quanto ſoggiunge Santo Agoſtino al Capitolo 6, e 8
del medeſimo Libro riſguardo a queſto punto. Lo che vale inſieme
a comprovare ciò che di ſopra s'è notato del Confeſſore, che deve
inſegnare la legge di Dio agl'ignoranti, benchè non ne ſperi la
emendazione.
Sempre però la Correzione fraterna vuol farſi con animo
manſueto, modeſto, e fraterno ( 2 ) giuſta il detto: riprende-pſal. 14o.5
rammi il giuſto, ma con miſericordia , farammi rimprovero, ma V 5. Mug.
con pietà . Se coglieſſe pertanto anche ſul fatto un delin- ibi.
quente, deve chi è veramente ſpirituale, con iſpirito di dol
cezza riprendermelo, perchè non veniſſe in pena a cadere ancor
egli nella tentazione. Non abbiamo da prendere carico di Gal. 6. 1.
ſgridare ſulle altrui mancanze, ſe non quando dopo avere fat
to rigoroſo eſame della noſtra coſcienza, e uditene le riſpoſte
potremo francamente rendere ragione a Dio di farlo per mera
carità, acciocchè a caſo non ſecondaſſimo qualche noſtro car
nale movimento, e anzichè giovare noceſſime, e diveniſſe la
noſtra lingua malvagia miniſtra del peccato col contraccambia
re male per bene, o ingiuria per ingiuria. Che ſe, come ta
lora

(1) incertum . Incertum eſt enim Grat. cap. 15.


nobis utrum aſſenſurus ſit , cui ve Nunquam alieni peccati objur
ritas predicaturiſed certum eſt etiam gandi ſuſcipiendum eſt negotium ,
talibus veritatem predicare oporte miſi cum internis interrogationibus
re, & certum eſt fideliter eam pre examinantes noſtram conſcientiam li
dicantes dignam retributionem ma quido nobis coram Deo reſponderi
nere, ſive ſuſcipiantur , ſive ſper mus, dilectione nos facere.... ; ne
mantur, ſive etiam propterea qua forte carnalibus motibus ad nocen
libet temporalia adverſa pariantur. dum conſentias, & exhibeas lin
S. Aug. lib. 1. cont. º" cap. 5. guam tuam arma iniquitatis pec
(2) Fraterna Correctiofacienda eſt cato , ad reddendum malum pro
animo manſuetudo, modeſto , bono, aut maledictum pro maledi
fraterno. S. Aug. lib. de Corrept. & cio.... Quod ſi forte, ut plerumque
ad Cg
86 D E L L A C A R I T A'
lora accade, ſentendoci da amore e da interna carità ſpinti
ci metteſſimo a correggere il noſtro fratello, e poſcia nell'at
to interveniſſe coſa che facendo egli reſiſtenza ce ne diſtoglieſ
fe e c'irritaſſe contro di lui, tornerà a vantaggio il far rifleſ
ſione che non dobbiamo giammai montare in ſuperbia a ri
guardo degli altrui peccati ( 1 ).
E queſto è un altro grandiſſimo male da sfuggirſi di non
inſuperbire, quando ſi corregge, o riprende alcuno; e però bi
1- Cor- io ſogna rammemorarſi l'avviſo dell'Appoſtolo: guardiſi di cade -

re chi ſi crede di ſtare in piedi. Moſtriamoci pure al di fuori


ſeveri nel correggere, ma conſerviamo al di dentro la dolcez
za, e la carità. Non avvenga mai dunque ch acconſentiamo
a malvagi in maniera che gli approviamo; nè che ſiamo ral
mente negligenti che non li rimproveriamo; nè così ſuperbi
che li riprendiamo con inſolenza (2).
E qui mi pare che cada in acconcio d'avvertire i Sacri
Oratori a guardarſi di mai non nominare, o di tacitamente
additare alcuno, contro cui ſcagliano le loro invettive; che
non mai ſe la prendano particolarmente contro qual ſi ſia
ſtato, od ordine di perſone dalla Chieſa approvati, e parlino
ſolo in generale di che è delinquente; e molto meno ardiſcano
di farſi a riprendere i Veſcovi, gli altri Prelati, e i civili
Magiſtrati in maniera che ne rimangano gli uditori ſcandolez
zati; ma procurino d'ammonirli con dolcezza, come abbiamo
di

(1) accidit, ditectione quidem ta qui ſe putat ſtare, videat, ne ca


lem ſuſcipis actionem, C ad eam dat. Foris terribiliter perſonet in
corde dile:tionis accedis, ſed inter crepatio , intus lenitatis teneatur
agendum ſubrepſerit aliquid, dum dilectio....neque ergo conſentientes
tibi reſiſtitur, quod te auſerat ab. ſitis malis, ut approbetis ; neque
hominis vitio percutiendo, 69 ipſi negligentes, ut non arguatis ; ne
homini faciat infeſtum.... multo que ſuperbientes, ut inſultanter ar
falubrius meminiſſe oportebit, quam guatis. S. Aug Ser. 18. de verb.
non debeamus ſuper aliorum ſuper Dom. cap. 18. - (
bire peccata. S. Aug. in Epiſt. ad Ne quem quam nominatim, aut
Gal. -

tacite illum deſignantes inſectentur,


(2) In ipſa Correctione, vel Coerci me in ordinem, ullum ſtatum, aut
tione aliorum peccatorum cavendum vite genus ab Eccleſia receptum
eſt , ne ſe extollat, qui, alterum invehantur; ne Epiſcopos, alioſgue
Prelatos, neve civiles Magiſtratus
corripit , (9 Apoſtolica illa cogi
tanda ſententia eſt : quapropter cum auditorum offenſione aſperius
- obfur
s
r e Rs o I z e R o ss 1 M o. 87
di già accennato, e inſegnino inſieme al popolo di moſtrarſi
ſempre obbediente ai ſuoi Superiori, quand'anche foſſero per
Ver I l e

" per evitare ogn'abuſo in queſto genere ſi ſuole in vir


tù di Santa Obbedienza e ſotto pena della eterna dannazione
ai Religioſi intimare che non dettraggano nei loro Sermoni alla Clem. I. de
ripurazione de Prelati. Inſomma i Sacri Cratori, allora quando Priv.
s'avanzano a riprendere i vizi, ſono tenuti a manifeſtare che
ſono moſſi ſoltanto dall'odio del peccato, e non delle perſone,
e che la ſola Carità loro ſuggeriſce e detta le parole . Così
non hanno come ſe foſſero furibondi da ſcagliarſi giammai con
tro d'alcuno, e ſono obbligati ad evitare le ingiurie e le villa
nie, ed omettere molto più di riſpondere dal pulpito alle ca
lunnie, alle mormorazioni, alle lamentanze, che foſſero ſtate
fatte in loro diſavvantaggio (2). -

Guardiamoci poi di correggere gli altri di coſe che non ſa


piamo con qual animo ſieno ſtate fatte ; perchè con buona e
con cattiva intenzione tal coſa può farſi; laonde ſarebbe peri
coloſa e temeraria impreſa il volerne toſto dar giudizio, e
maſſimamente per condannarla (3).
Chiuda il fin quì detto il ſegnalato avviſo di San Bernar
do, il quale richiede che nel cenſore delle azioni altrui tre ser. 1. in
coſe ſi ritrovino, cioè la Compaſſione, lo Zelo, e la Diſcrezio-P,
ne giuſta quel del Salmiſta, nella Bontà, nella Diſciplina, nel- Pſal. 118.
la Scienza fammi eſperto o Signore, perchè ral eſſendo ei poſ- 66.
ſa dimoſtrarſi modeſto nel riprendere, eloquente nell'eſortare,
efficace nel perſuadere. Vedaſi ancora Santo Agoſtino al lib. 2.
de fer. Dom. in Mont. cap. 19.
Se noi ſapremo uſando gli accennati riguardi convertire il
Moe

( 1 ) objurgent, ſed piepotius ad- fa. Neve obtrectationibus, qaa ali


moneant, populumque doceant Pre quando fiunt, C querimoniis de
poſitis ſuis etiam diſcolis obedire. S. Iſuggeſtu reſpondeat. Id. ibi.
Car. Inſt. Conc. -

(3) Neve reprehendamusea, que


(2) Ne cum reprehenderit Concio neſcimus quo animofant...... quia
nator, id hominum , ſed peccato & bono, 3 malo fieri poſſunt, de
rum odio, immo pietatis & cha quibus temerarium eſt judicare ,
ritatis officio ductus faciat. Nevi maxime ut condamnemus. S. Aug.
ºiis exagitandis quaſi furenter ira lib. 2. de Serm. Dom, in Mont.
ºs excandeſcat nimis. Ne injurio cap. 18.
ſe verba proferat, neve ignominio
88 p e 1 L a c aR 1T a
S. Aug.ser. noſtro Proſſimo, ce lo renderemo debitore della vita , da che
16. de verb. condurrà
egli era morto, ſe noi non l'aveſſimo campato. Chiunque ri
Dom. nel diritto ſentiero colui che ſe n' era allontanato ,
Iac. 5. 19. tenga per certo che ſalva da morte la di lui anima, e ricuo
Matt 18, pre colla ſua Carità una moltitudine del peccati. Ma ſe il pec
16. catore non ci aſcolta; cioè, ſe vorrà ſoſtenere come ben fat
to il ſuo delitto, uniamoci a riprendernelo con due , o con
tre, perchè non può eſſere ſmentita una coſa, che da due, o
tre teſtimonj è comprovata. E ſe nè meno a queſti vorrà pre
ſtar fede, e noi dianne parte alla Chieſa ; e ſe ancor alla
Chieſa chiuderà l'orecchio, abbiamolo per un Gentile, e un
Pubblicano. Non lo riputeremo più nel numero de noſtri Fra
telli; ma non per queſto avremo da traſcurare la di lui ſalu
te. Eſſendochè nè men li Gentili, nè i Pagani hannoſi nel nu
mero di noſtri fratelli, eppure aver dobbiamo parimente ſolleci
tudine della loro ſalute (1).
Dal teſtè detto deduceſi chiaramente la obbligazione di ciaſ
cheduno di denunziare ai Prelati i pubblici peccatori, quali
ſarebbono gli Eretici, i Sollecitatori nella Confeſſione , gli
Stregoni & c. ſenz'anche far precedere la fraterna Correzione,
come nelle Bolle di Pio V. e di Gregorio XIII ſi preſcrive.
Lo che ſi ha parimente da praticare in tutto ciò che s'appartie
ne alla Sacra Inquiſizione. Intorno alla Correzione ſi può vedere
l' Angelico San Tommaſo in 4. Sent. diſt. 19. art. 3 , e q. 3. de
Virtutibus, come ancora Santo Agoſtino ne'luoghi citati, e altrove,
come è facile il ritrovare nell'Indice alla parola Correctio.
Per quello poi che ſpetta alla Dinunzia, alcuni Canoni rap
porta nella ſua Raccolta il Cardinale Laurea, e ſi può ricor
rere a San Tommaſo preſſo il Bancello nella Teologia Mora
le alla parola Denuntiatio. Io quì intanto riferirò nuovamente
tre Propoſizioni da Aleſſandro VII condannate, acciocehè co
me per contrappoſizione qual ſia il noſtro dovere ſi compren
da.

(1) Id eſt, peccatum ſuum quaſi in numero fratrum tuorum ; nee


juſtitiam defenderit, adhibe tecum ideo tamen ſalus ejus negligenda
duos, veltres, quia in ore duorum, eſt. Nam & ipſos Ethnicos, ideſt
vel trium teſtium ſtat omne verbum. Gentiles, C Paganos in numero qui
Si nec ipſos audierit, refer ad Ec dem fratrum non reputamus , ſed
eleſiam ; ſi nec Eccleſiam audierit, tamen eorum ſalutem ſemper inqui
ſit tibi ſicut Ethnicus, & Publi rimus. S. Aug. Ser. 166. de verb.
eanus. Noli illum deputare jam Dom.
v E R s o I L P R o ss 1 M o. 89
da. Ancorchè ti conſti ad evidenza che Pietro ſia Eretico , ſe tu
non puoi provarlo, non ſei tenuto a farne la denunzia : queſta è
la prima . Se un Confeſſore conſegni nella Sacramentale Confeſſio
ne al Penitente una lettera, o altro foglio amoroſo, affinchè il Pe
nitente dopo ſel legga, non ſi deve credere che lo ſolleciti , e per
conſeguenza non corre debito di denunziarlo e queſta è la ſecon
da . Il modo d'evitare il carico di denunziare il Sollecitatore ſi è
il ſeguente, ſi confeſſi il sollecitato col sollecitante, e queſti po
trà aſſolverlo ſenza obbligarlo alla Denunzia ( 1 ): queſta final
mente è la terza.
In tutti gli addotti Caſi all' oppoſto deveſi denunziare il
delinquente, e con tal rigore ſi vuol procedere che, come po
co fa ſi è accennato, in ogni cauſa ſpettante alla Fede s' ha
da ricorrere a chi n'è incaricato di cuſtodirla ſenz'alcun pre
vio avviſo e ſenza precedente correzione, quantunque ſi ſa
peſſe ſotto ſigillo naturale e con giuramento di non manife
ſtarla; e quando ancora vi foſſe ſperanza d'emenda, anzi ſeb
bene compariſse veramente emendato il reo, e ſovraſtaſſe al
Denunziante un quaſi ſicuro pericolo di perdere la roba, o la
vita. E ciò inoltre ciaſcuno è tenuto a praticare ſebben ſi
trattaſſe della totale ruina della Moglie, del Padre, della Ma
dre, dei propri Figliuoli, e Fratelli in conformità dell'antica
preſcrizione, ſe un tuo Fratello, un tuo Figlio, o la tua Fi Deut. 13.6.
gliuola, o la tua Moglie, ch'è una ſteſſa coſa con te, o un tuo
Amico, che tu ſtimi quanto te ſteſſo, di naſcoſto ti dica: andia
mo e preſtiamo adorazione a Dei ſtranieri, non gli dar fede, non
l'aſcoltare, nè voler uſare con eſſo lui pietà, coſicchè gli perdo
mi, o lo tenghi occulto, ma ſubito l'uccidi, e tu ſarai il primo
a ſcagliargli il colpo, e poi a tua imitazione tutto il popolo vol
gerà le mani contro di eſſo. - -

- - - I de

(1) Quamvis evidenter tibi conſtet de non eſt denunciandus.


Petrum eſſe ha reticum, non teneris Modus evitandi obbligationem de
denuntiare, ſi probare non poſſis . nuntianda Sollicitationis eſt, ſi Sol
Confeſſarius, qui in Sacramen licitatus confiteatur cum Sollicitan
tali Confeſſione tribuit Paenitenti te. Hic poteſt ipſum abſolvere abſ
“hartam poſtea legendam, in qua que onere denuntiandi. Prop. damn.
ad Venerem incitat, non cenſetur ab Alex. VII.
ſollicitare in Confeſſione, ac proin
Lib. Ter.
9o p E L L A c A R I T a'
I delitti frattanto da denunziarſi ſono l'Apoſtasìa dalla
Fede, la Beſtemmia ereticale, ancorchè per iſdegno, o ſotto
condizione proferita, come ſarebbe: io rinego Dio, ſe queſto
ſuccede, il Sortilegio, il Maleficio, l'Aſtrologia giudiciaria, l'
abuſo del Sacramenti, o delle coſe Sacre in male, i Sacerdoti
non conſacranti, quelli che rivelano la Confeſſione, quelli s
ch'alla Scomunica, come ſe foſſero ſordi, non ſi riſcuotono
pel decorſo d' un anno, quelli che ſenza ragione mangiano
carne ne' giorni vietati, quelli che ricuſano di ricevere la
Paſqua, quelli ch'accolgono e favoriſcono gli Eretici, e pa
recchi altri, che ſono diſtintamente ſpecificati preſſo i più
ſani Teologi Moraliſti, ai uali rimetto il Lettore, a cui
ſuggeriſco di leggere in i
o propoſito Felice Poteſtà che
a lungo ne ragiona.
Quantunque però, come s'è ſin ad ora diviſato, varie ſie
no le maniere, colle quali può darſi teſtimonianza di vera
Carità verſo del Proſſimo, la più ſegnalata di tutte ſi è quel
la, per cui taluno s' induce ad eſporre la propria vita pei
ſuoi amici; Carità di sì diſtinto carattere che non altri ha
potuto darne a noi eſempio che l'eterno Signore, a cui piac
que ſacrificare la ſua prezioſiſſima vita per noſtro vantaggio.
Sicchè noi parimente dobbiamo animarci a ſacrificare a di lui
1. Joan. 3. imitazione la noſtra ſteſſa vita pei noſtri fratelli. E qual Cri
16. ſtiano ſtarà in forſe di far gitto della vita temporale per gua
dagnare la eterna del Proſſim o, quando egli ha davanti gli
occhi il memorabile eſempio di Gesù Criſto che morì per
noi? Nè poſſo credere che ſiavi alcuno cotanto ſtolto il qua
le non ſi perſuada, e non confeſſi che Gesù Criſto o pratican
do quanto ha inſegnato, o inſegnando quanto ha praticato,
non abbia avuto ſempre in mira la noſtra eterna ſalute. ( 1 ).
Allora tuttavia ſoltanto noi ſpargeremo il noſtro ſangue pel
noſtro

(1) Temporalem plane vitam pro aliud, quam ſaluti ſempiterna ho


eterna vita Proximi non dubitabit minum Dominum conſuluiſſe, vel
Chriſtianus amittere ; hoc enim pre faciendo, quod precepit , vel pre
ceſſit exemplum, ut pro nobis Do cipiendo, quod fecit. S. Aug. lib. de
minus ipſe moreretur.... Non enim Mend. cap. 6.
quiſque eſt ita deſipiens, ut dicat Hoc intellige, ſi aliter ſaluti a terna
Pro

-
V e R s o I L P R o s s I M o. 91
noſtro Proſſimo, quando non ſi poſſa altronde procacciare la
di lui ſalute, e vi ſia fondata ſperanza che ſarà per giovargli
la noſtra morte ( 1 ). Queſto è un obbligo che più d'ogni
altro a Prelati, e a Veſcovi incombe. Sendochè buon paſtore
ſi chiama quegli che pone la propria vita per la ſalute delle
ſue pecorelle, ed all'oppoſto il mercenario che non è proprio
paſtore, ſe vedrà venire il Lupo, laſcierà le pecore, e daraſſi
alla fuga. Può chi voglia leggere ſu queſto particolare Santo A- Id. 1o. 11.
goſtino alla piſtola 18o , e Sant' Atanaſio nell'Apologia della 12.
ſua fuga.
Ora ſe niuno del ſuddetti modi ſarà baſtante a ſalvare il no
ſtro Proſsimo, non ci rimane che darci a dividere uno ſpec
chio dell'oneſto operare, e dimoſtrarci irreprenſibili nel diſ-Tit. 2.7.
corſo, nella converſazione, nella Carità, nella Fede, nella il. 1. Tim. 4.
libatezza del coſtume. Perciò ci fu ordinato che tale luce ha 12.
da partirſi da noi che riſplenda in faccia a tutte le perſone, accioc
chè veggendo eſſe le buone noſtre operazioni glorifichino il Padre Matt. 5.16.
noſtro che ſta ne' Cieli. Difatti ſe niuno vedrà le noſtre buone
azioni, niuno ſi ſentirà eccitato ad imitarle. Per la parte no
ſtra reſteranno nella lor ignoranza e pervicacia i malvagi; pe
rocchè potranno credere che niuno eſeguiſca quanto comandò
Iddio, ſe mai gli altri uomini non laſciaſſero altrui vedere le
buone loro operazioni, quandochè atto di maggiore commiſe
razione s'eſercita con quello, a cui un buon eſempio da imi
tare ſi propone, che quando ſi porge ad uno biſognoſo l'op
portuno alimento (2).
Chi teme adunque d'eſſere veduto non ſarà imitato. Ognu
no ha da procurare d'eſſere veduto; ma non deve già operare
bene per eſſere veduto (3). Queſto ſarebbe un atto di Vana
- glo

. ( 1 ) Proximi ſubveniri non poſ opera eorum, cum major miſericor


fit, C ſpes affulgeat, quod ex mor dia in eum fiat, cui proponitur bo:
te juvetur. S. Tho. 2. 2. qu. 36. ne imitationis exemplum, quam et
-art. 5. / porrigitur reficiendi corporis ali
(2) Nemo videt facta eius bona ? mentum. S. Aug. Ser. 36. de Div.
Nemo invitatur ad imitandum. E (3 ) Si times ſpettatores, non ha
runt ceteri ſteriles, quantum in ipſo bebis imitatores. Debes ergo vide
eſt , dun putant a nemine fieri , ri; ſed non ad hoc debes g", y

quod precipit Deus , ſi hoc homi ut videaris. S. Aug Tract. 8. in


mes agant , ut non videantur bona Ep. Joan.
Lib. Ter. M 2,

A
92 D E L L A C A R I T A”
gloria, come più ſotto diremo, ove della Superbia ci occor
rerà di ragionare. Le noſtre opere non hanno da eſſer buone
perchè gli altri le veggiano; cioè perchè chi le oſſerva, a
noi, e in noi ſi rivolga, non eſſendo noi per noi ſteſſi altro
che un nulla; ma bensì acciocchè dia laude e gloria al Cele
ſte Padre, e a lui, e in lui per mezzo noſtro rivolto diventi
quello che noi ſiamo ( 1 ). E allora ſaranno veramente rette
le opere noſtre quando a queſto unico fine s' indirizzeranno ;
giacchè il fine d'ogni Precetto è la Carità che parte da un
Prov.21.32. cuore puro, da una buona coſcienza, da una fede non finta
( 2 ), e così altri apprenderanno dal noſtro eſempio la vera
diſciplina. -

Come ſi giovi alla ſalute dell' anima riſguardo al Proſſimo


S. Aug. de abbaſtanza s'è già dimoſtrato. Ma la Carità richiede inoltre
Mo. È cl che gli ſi giovi ancora nel corpo; perchè e nell'anima e nel
Cathol. cap. corpo ſi ſtudia ognuno d'aiutare colui ch'egli ama. Ora in
-
2.7. -

due maniere ſi pecca in queſto. Prima ſe nel corpo iſteſſo s'


offenda il Proſſimo; e poi ſe non gli s'arrechi, quando ſe n'abbia
ibi. cap. 25. il modo, alcun giovamento. E tanto appunto viene a ſignifica
re la maſſima della Carità ama il Proſſimo cone te ſteſſo; cioè
procura che avvenga ad altri quel bene che per te vorreſti;
Id. de ver. e quel male che da te brami lontano, non arrecare giammai
Rel.cap. 46. ad altri. -

-
In primo luogo adunque non faremo danno al Proſſimo.
Guardiſi quindi ognuno dal commettere adulteri , omicidi,
furti, e dal giurare il falſo; guardiſi dal ſecondare i malnati
appetiti; guardifi inſomma da tutto ciò che può recare offe
ſa; perchè ſe altro comandamento oltre i detti ſi ritrova, ſi
comprende in queſte parole: amerai il tuo Proſſimo al pari di
te ſteſſo. Egl'è certo che l'amore del Proſſimo non induce a
far

(1) Non ut videamini ab eis; ideſt enim precepti Charitas eſt de cor
hac intentione, ut eos ad vos con de puro, é conſcientia bona , º
verti velitis, quia non per vos ali fide non fitta. S. Aug. in Pſal. 89
quid eſtis; ſed ut glorificent Pa Non adulterabis, non occides,
trem veſtrum , qui in Calis eſt , non furaberis, non falſun teſtimo
ad quem i ſi fiant, quod eſtis. nium dices, non concupiſces, C ſi
S. Aug. lib. 5. de Civ. Dei cap. 14. quod eſt aliud mandatum, in hoc
(2) Tunc recta ſunt opera, cum ad verbo inſtauratur : diliges Proxi
hunc unum finem diriguntur; finis mum tuum ſicut teipſum - Dile
ctio

N
v E R s o I L P R o s S I M o. 93
far male; dunque l'amore è la pienezza della Legge, perchè Rom. 13.16.
preſi eſſendo da tale amore non uſeremo alcuna frode, alcun
inganno contro perſona veruna. (1). Molto bene ſopra ciò ra
giona Santo Agoſtino nel Libro de Diſcip. Chriſt. cap. 5 , e 6,
che potrà ciaſcuno a ſuo talento riſcontrare.
Io voglio quì intanto avviſare che da Innocenzio XI
quella Propoſizione fu condannata, la quale diceva che la de
bita moderazione uſando può taluno dell'altrui vita attriſtarſi, e
della di lui morte godere, e ancora con un tal quale affetto do
mandarla e deſiderarla, non per odio che porti alla perſona, ma
per qualche temporale vantaggio che gliene venga ( 2 ). Altre
Propoſizioni oltre a queſta vi ſono dallo ſteſſo Pontefice In
nocenzio XI proſcritte, come ancora da Aleſſandro VII, al
trove da me rapportate in ragionando del Quarto, Quinto, e
Settimo Precetto del Decalogo.
Oſſerviſi intanto che ſiccome la Carità non ſolo non indu
ce ad operare del male, ma neppure lo penſa, così biſogna
ch'ognuno ſi rammenti il Divino Precetto: non vogliate giudi- i Cor 13-5-
care ſecondo l'apparenza, ma bensì giuſtamente giudicate. Un ma- Joan 7-24
le aperto e manifeſto ſenz'alcun riſpetto ha da giudicarſi e
riprenderſi. Ma ciò che non ſapiamo, ſe ſia fatto con buon
animo, o cattivo, non dobbiamo toſto ſiniſtramente, anzi in
niuna maniera giudicare. Se per eſempio tu vedi uno che
ſpeſſo digiuna, godine tra te ſteſſo, ma non ne lo loderai
troppo, perchè potrebbe ben eſſere ch'ei ciò per vanagloria
praticaſſe. Ma dall'altro canto non gliene darai biaſimo, per
N.
chè

( 1 ) 6tio Proximi malum non o lumentum. Prop. damn. ab Innoc.


peratur, plenitudo ergo Legis eſt di XI.
lectio, ut nulla malitia, nullo dolo Aperte nala & judicari , Cr
malo adverſus hominem utamur. S. argui debent. Illa vero, qua igno
Aug.lib. de Mor. Eccl.Cath.cap.26. ramus, & utrum bono, an malo
( 2 ) Si cun debita moderatione fa animo fiant, ſcire non poſſumus ,
cias, potes abſque peccato mortali judicare penitus non debemus. Ver
de vita alicujus triſtari, 6 de il bi gratia, vides hominem frequen
lius morte naturali gaudere, illam tius jejunantem, congaude, C2 no
inefficaci affectu petere & deſidera li nimis laudare , quia poteſt hoc
re; non quidem ex diſplicentia Per & pro humana gloria fieri. Sed (9'
Jona, ſed ob aliquod temporale emo noli vituperare, quia poteſt & pre
Dee
94 D E L L A C A R I T A”
chè può accadere che veramente digiuni per preſtare oſſequio
a Dio, e ſalvare l'anima ſua. Di contrario forſe t'abbatterai
in uno ch'in un pubblico digiuno vorrà mangiare, e tu cari
tatevolmente ne lo ammonirai. Se ti riſponderà che la debo
lezza del ſuo ſtomaco non gli permette di digiunare , e tu
preſtagli fede, e non iſtare a giudicare ; perchè l'una e l'al
tra coſa può eſſere, e che voglia mangiare per gola, o per luſ
fo, e che per debolezza non poſſa digiunare . Se a forte ve
drai ch'uno è ſevero nel caſtigare i ſudditi, e malvolentieri
ſembra egli piegare alla dolcezza, non lo giudicherai toſto
crudele . Ei potrebbe effettivamente così regolarſi ſpinto non
Pſal. 68. Io. dalla iracondia , ma dallo zelo della diſciplina e della giuſti
zia acceſo a tenore di quel del Profeta : lo zelo dell'onor tuo
internamente mi divora. Avverrà talora ch'un tuo vicino, od
amico dal penſiero delle ſue faccende diſtratto o ti ſaluterà
più freddamente, o ti farà meno grata accoglienza del ſolito,
vorrai tu per queſto ſubito giudicarlo un ſuperbo, un mali
gno? Credi più toſto che ciò abbia praticato per dimentican
za, o per traſcuraggine, che per ſuperbia, o per diſprezzo. In
dette e in altri ſimili circoſtanze adunque, ove non poſſiamo
ſapere ſe uno operi con animo retto, o pravo, fia molto me
glio il prendere le coſe in buona parte, perchè la º"
ri
-, Chlca

a
-

Deo, & pro anima remedio jejuna te aliquis vicinus, aut amicus tuns,
re . Vidiſti alium indicio publico dum animum ſuum habet in rebus
fejunio velle prandere, cum dile ſatisſibi neceſſariis occupatum, tar
ciione admone . Si dixerit pro ſio dius te ſalutaverit, aut tardius oc
machi la ſitudine ſe jejunare non currerit, quam debuit , noli eum
poſſe, erede, 9 noli judicare, quia ſuperbum judicare, noli malignum
utrumque poteſt fieri, ut per gu credere, ſed magis hoc aut per
lam, vel luxuriam prandere velit , oblivionem, aut per negligentiam ,
& pre infirmitate jejunare non poſ quam per deſpectum, vel ſuperbiam
ſit . Vidiſti alterum ſubditis ſuis factum erede.... In iſtis ergo, 3 in
cum ſeveritate diſciplinam impone his ſimilibus, qua utrum bono, 'n
re, & indulgentiam tardius dare , malo animo fant, ſcire non poſſu
noli judicare crudelem, quia forſi mus, melius eſt, ut ad partem der
tan non hoc facit morbo iracundie, teram noſtrum animum declinemus,
ſed zelo diſcipline, 69 amore juſti quia tolerabilius eſt nos in hoc pre
tie propter illud, quod ſcriptum eſt: finiri, ut eos, qui mali ſunt, bo
zelus domus tua comedit me. For nos eſſe credamus, quam ex conſue

V E R S O I L P R O S S I M 0. 95

chiede che noi crediamo piuttoſto buoni i malvagi, che per


una inconſiderata conſuetudine di giudicare ſoſpettiamo ne'
buoni il male. Guardiamoci pertanto dal formar giudizio di
quel che ſolo è noto a Dio, e aſcoſo a noi, come di coſa
molto pernicioſa, e piena di pericolo. Sendochè Gesù Criſto
medeſimo a tal propoſito ci rende avviſati dicendo non voglia. Matt 7. 1.
te giudicare per non eſſere giudicati (I).
Ma in quanto al male pubblico, e a tutti di già paleſe, o
gn'uno potrà e dovrà giudicarne, e riprendernelo con tale ca
rità però, e tal amore che ſi conoſca, come s'è detto, odiarſi
non gli uomini, ma il peccato; non il delinquente, ma il
vizio; la infermità piuttoſto che l'infermo. Perchè ſe il pub
blico adultero, il ladro, l'ubbriaco, il traditore, il ſuperbo,
ed altri ſimili uomini ſcellerati non ſaranno da noi giudicati
e gaſtigati opportunamente, ricaderà ſopra di noi ciò, ch'il
Beariſſimo Martire San Cipriano diſſe, che colui, il quale con
parole luſinghevoli adula il peccatore, agevola e fomenta il pec
cato. Se quanto s'è finora notato vorremo noi diligentemente
conſiderare, e dalla Divina grazia aſſiſtiti maturamente ponde
rare, da una graviſſima colpa ci ritroveremo eſenti. Impere
ciocchè molti ſono coloro che con indiſcreto giudizio ſono
ſempre pronti a riprendere gli altri, mentre che mal ſoffrono
intanto che giudichino gli altri di loro, come ad eſſi piace
di giudicare gli altri (2).
In

( 1 ) tudine judicandi etiam de perbus, ſi gudicati & caſtigati non


bonis, quod malum eſt, ſuſpicemur. fuerint, implebitur in eis illud ,
Deiſtis ergo, qua ſunt Deo nota, quod Beatiſſimus Martyr Cypria
C9 nobis incognita, periculoſe noſtros mus de talibus dixit: qui peccan
Proximos judicamus. De ipſis enim tem verbis adulantibus palpat ,
Dominus dixit : nolite judicare , peccati fomitem ſubminiſtrat.....
ut non judicemini . S. Aug. Ser. Hec igitur ſi diligenter, ſicut cre
1o2. de Temp. dimus, conſiderare, C cum gran
(2) Deillis, quae aperta ſunt & di ſollicitudine Deo donante obſer
publica mala, fudicare & redargue vare volumus , non de parve pec
re, cum charitate tamen & amore, cato cum Dei adjutorio liberamur.
& poſſumus & debemus odio ha Maxima enim pars generis huma
bentes non homines, ſed peccatum; mi indiſcreto judicio ad reprehenden
non vitieſum, ſed vitium ; dete dum prompta & parata eſſe pro
antes potius morbum quam agro batur, cum tamen non ita ſe velit
tum , Nam publicus adulter, ra ab aliis judicari , quomodo vult
ptor, aſſidue ebrioſus, proditor, ſu alios judicare. Id. ibi.
-–- -

96 D E L L A C A R I T A'
In due maniere ſi può cadere nel Giudizio temerario, dal
formare il quale ciaſcuno è tenuto a guardarſi. Primieramen
te quando è incerto con qual animo una coſa ſia ſtata fatta,
come poco innanzi s'è ſpiegato; e poi quando è incerto qual
abbia da eſſere quegli ch'ora compariſce buono, o cattivo .
Se però dolendoſi alcuno per eſempio del ſuo ſtomaco aveſſe
omeſſo di digiunare, e tu ciò non credendo imputaſſi a vizio
di gola quello ch'egli attribuiſce a debolezza, temerario ſare
ſti nel tuo giudizio. E ſe tu aveſſi in lui ſcoperto evidente
mente il vizio della gola e della ubbriachezza, e così ne lo
riprendeſſi, come ſe egli non poſſa nè correggerſi, nè mutarſi,
temerariamente anche allora giudichereſti. Non vogliamo ri
prendere quello che noi non ſapiamo con qual animo ſi faccia,
nè quello che manifeſtamente è cattivo, ſi riprenda in maniera
come ſe non vi foſſe ſperanza di ammenda; e in cotal modo
eviteremo il ſopraccitato ſevero giudizio: non vogliate giudicare
per non eſſere ancor voi giudicati. E ciò maſſimamente dobbiamo
fare, perchè per ordinario il temerario Giudizio nulla offende
colui, di cui temerariamente ſi giudica, dovechè la iſteſſa te
merità del giudicare certamente è nociva a chi per tal manie
ra è uſo a giudicare (1).
Non è quindi da metterſi in dubbio che ſe il tuo Giudi
zio verſerà ſopra coſe importanti , e quantunque appoggiato
ſopra leggiere congetture, tuttavia ſarà pienamente esito
CO11 -

( 1 ) Duo ſunt, in quibus teme damus ea, que neſcimus quo ani
rarium Judicium cavere debemus . mo fiant ; neque ita reprehenda
Cum incertum eſt, quo animo quid mus, quae manifeſta ſunt, ut deſ
que factum ſit ; vel cum incertum peremus ſanitatem ; & vitabimus
eſt, qualis futurus ſit , qui nunc fudicium, de quo dicitur : nolite
vel bonus, vel malus apparet. Si judicare, ne judicetur de vobis....
ergo quiſpiam v. g. conqueſtus de Temerarium judicium , de quo di
ſtomaco jejunare noluit , & tu id
non credens edacitatis id vitio tri
citur, plerumque nihil nocet ei, de
quo temere fudicatur ; ei autem , l
bueris, temere judicabis. Item ſi qui temere judicat, ipſa temeritas
manifeſtam edacitatem, ebrioſitatem neceſſe eſt, ut noceat. S. Aug. lib. 2.
que cognoveris, & ita reprehende de Ser. Dom. in Mont. cap. 18.
ris, quaſi nunquam ille poſſit cor Quamquam & in his rerum
rigi, atque mutari, nihilominuste tenebris humanarum ſuſpiciones in
mere judicabis. Non ergo reprehen telligere non poſſamus, quia homines
- a
V E R S O I L ' P R O S S I M O. 97

coſichè poſſa chiamarſi un atto di giudizio perfetto, tu pec


cherai mortalmente. Imperciocchè ſebbene in queſto bujo del- DD. com.
le coſe terrene che c'involve, non poſſiamo degli altrui ſoſ
petti francamente ſentenziare, perchè ſiamo tutti uomini, dob
biamo ciò non oſtante aſtenerci dal dare un determinato giu
dizio, e dal formare un ſentimento chiaro e definito degli al
tri non giudicando prima del tempo, finchè venga il Signore
ad illuminare i tenebroſi e i più ripoſti naſcondigli, ed a ſve
lare gli occulti umani penſieri, e allora ognuno che ſarà de
gno di lode riceveralla da Dio (1).
Ciò tuttavia ſi vuole intendere del giudizio delle perſone,
riſguardo al quale per mancanza d'alcuna delle neceſſarie con
dizioni ſi può commettere peccato veniale. Ma il giudizio
circa le coſe è ſempre mortale; come il dire che ſia male il ..
dare limoſine (2). Ond'è che Santo Agoſtino opportunamen- º deser.
te ci ammoniſce
erriamo
-
almeno nelche ſe erriamo
giudizio
-
delle nel
- - -
coſe.giudizio delle perſone, non I 8"
072t. cap.

Noi dobbiamo pur anche guardarci dal formare dei cattivi ,


Soſpetti che l'Appoſtolo mette nel numero de peccati morta-º Tim.64.
li. La maggior parte de mali entra nel mondo a cagione de
falſi Soſpetti. Tu ſtimerai che il tale abbiati in odio, da cui
ſarai amato, e per queſto falſo Soſpetto diverrai del tuo amico
fiero nemico (3). Ricordiamoci ch'il noſtro comune Avverſario
va a guiſa di Leone che rugge cercando in giro chi poſſa di
vorare; e ſe trova che non ſia taluno atto per la ſua empietà I.Petr. 5. 8.
ad eſſere divorato, s'ingegna di macchiare la di lui fama, per
chè

(1) ſumus, judiciatamen, hos eſt veniale. Sedjudicium de rebus ſem


definitas, firmaſque ſententias con per eſt mortale ; puta dicere quod
tinere debemus , nec ante tempus dare eleemoſynam ſit malum . S.
uicquam judicare , donec veniat Tho. quodlib. 12. art. 4.
minus, & illuminet abſcondita ( 3 ) Pleraque mala generis huma
tenebrarum , 69 manifeſtet cogita ni non aliunde oriuntur niſi de Suſ
tiones cordis, cº tunc laus erit uni picionibus falſis . Credis de homi
euique a Deo. S. Aug Tract. 9o. ne quod oderit te, qui forte amat
in Joan. te; & per pravam Suſpicionem fit
( 2 ) Haec dicta intelligantur de iiiiii amiciſſimo. S. Aug
Zºdicio perſonarum, in duo ex de Ser. 1 12. de Div.
ºfº alieujus conditionis ex recen Quem non poteſt devorare ſeductum
ſiris judicium eſſe poteſt peccatum ad nequitiam, famam ipſius inquina
Lib. Ter. N re
98 D E L L A C A R I T A'
chè dalle maldicenze e dagli obbrobri delle perſone malediche
avvilito vacilli e cada, e così divenga preda del ſuo ingordo
palato. E ſe non gli rieſce di macchiare la fama dell'innocen
te, lo prende per altra ſtrada e cerca d'indurlo a formare con
iſtrani Soſpetti cattivi giudizi del Proſſimo, finchè dalle mol
te inſidie preſo inciampi, e in bocca gli cada (1). Ciò più fa
cile gli ſi rende da queſto che tutti, o preſſo che tutti gli uo
mini amano di chiamare, o tenere per certi argomenti i vani
loro Soſpetti, quando da qualche credibile indizio ſi muovo
no ad opinare; dove che delle coſe credibili ſovente alcune
ſono falſe, ceme appunto delle incredibili avviene che ſieno
alcune vere (2).
Il Soſpetto non può veramente chiamarſi un perfetto giu
dizio, e però non è che un imperfetto movimento dell'ani
mo noſtro che di ſua natura non è peccato mortale; ancorchè
ſe noi ci moviamo per odio, o malevoglienza a ſuſpicare ma
le del Proſſimo, commetteremo talvolta colpa mortale (3).
Deriva la mala conſuetudine di ſoſpettare da tre principi.
Primieramente perchè taluno eſſendo in ſe medeſimo perverſo
dalla ſua propria malizia ſi muove ad opinare ſiniſtramente
in ogni occorrenza degli altri in conformità di quel detto:
Eccli. 1o. 3. ovunque s'incammini lo ſtolto, perchè ſe ſteſſo vede privo d'accor
gimento e di conſiglio, tutti gli altri giudica ſtolti; e per tal
fine rivolto Davide al ſuo Signore umilmente pregollo che
lo

( 1 ) re conatur, ut, ſi fieri po nulla ſunt vera. S. Aug. Ep. 54.


teſt, opprobriis hominum , 69 ma (3) Suſpicio eſt quid imperfectum
larum linguarum detrattione defi in genere judicii, 69 ideo eſt imper
ciat , 69 ſic in fauces ruat . Si fectus motus, & ideo non eſt mor
autem nec famam innocentis macu tale ex genere, quamvis ſi fiat ex
lare potuerit, hoc ei perſuadere ten odio , erit aliquando mortale . S.
tat, ut per malevolas Suſpiciones Tho. quodl. 12. art. 4.
de fratre ſuo judicet , & ſic ab Contingit ex tribus. Uno mo
illo implicatus abſorbeatur. S. Aug. do ex hoc, quod aliquis ex ſe ipſo
Epiſt. 137. malus eſt , C9 ex ſi ipſo quaſi
(2) Omnes, aut pene omnes ho conſcius ſua maliti e faciliter de
mines amamus noſtras Suſpiciones aliis malum opinatur ſecundum il
vel vocare, vel exiſtimare cognitio lud, in via ſtultus ambulans, cum
nes, quando credibilius rerum ſignis ipſe ſit inſipiens , omnes ſtultos
movemur; cum credibilia nonnulla aeſtimat . Quamobrem etiam Da
ſint falſa, ſicut incredibilia non vid ait: amputa opprobrium meum,
quod
V E R s o I L PR o ss 1 M o. 99
lo ſpogliaſſe del ſuo obbrobrio nel ſoſpettare d'altri contratto, Pſal. I 18.
chiamando ſuo l'obbrobrio del ſuo Soſpetto in altri derivato, 39.

appunto perchè temeva ciò ch'ancor l'Appoſtolo diſſe: s'in- 2. Cor. 1o.
12.
gannano coloro che ſe con ſe, e tutti miſurano. Stantechè ognuno
- è molto proclive a ſoſpettare d'altri quel che ſente in ſe
ſteſſo; e quindi ricercava che da lui ſi rimoveſſe l'obbrobrio,
che prima in ſe ſteſſo avea ſentito, e poſcia avea ſoſpettato
d'altri , per non renderſi ſomiglievole al Demonio che degli
occulti ſentimenti del Santo Giobbe ſoſpettò fra ſe ch'eſſo Job. 1.
non veneraſſe con ſincerità d'animo Dio; e perciò richieſe
che gli foſſe la facoltà conceduta di tentarlo, perſuadendoſi
ch' ei trovato l'avrebbe reo di quel delitto di cui lo riputa
va colpevole ( 1 ).
Naſce altresì la prava Soſpizione del Proſſimo dal cattivo
animo ch'uno ha talora verſo un altro; perchè quando alcuno
diſprezza, ovvero odia un altro, ha rabbia, oppure invidia contra
di eſſo, facilmente s'induce a formare di lui un ſiniſtro concet
to. Quindi deriva che ſovente di ciò ch'è incerto, giudica
no e ſi dolgono coloro ch'amano piuttoſto di vituperare e
condannare che d'emendare e correggere; lo che o da Super
bia, o da Invidia certamente proviene (2). Concioſiachè chi
è moſſo da invidia contro un altro, ſoltanto va ſoſpettando
malamente di lui, e come non può riprendere le opere buone
di per ſe ſteſſe manifeſte, cerca trovare che dire nelle occul
- te;
( 1 ) quod ſuſpicatus ſum; &ideo quis male afficitur ad alterum ;
ſuum dixit opprobrium,quod de aliis cum enim aliquis contemnit , vel
eſt ſuſpicatus, quia & hoc quod A odit aliquem , aut iraſcitur, vel
poſtolus ait: comparantes ſemetip invidet ei, ex levibus ſignis opina
ſos ſibimetipſis, non intelligunt . tur mala de ipſo . Hinc maxime
Hoc enim proclivius homo ſuſpica fudicant de certis, & facile repre
tur in alio, quod ſentit in ſe ipſo. hendunt, qui magis amant vitupe
Hoc itaque opprobrium ſuum pe rare & damnare, quam emenda
tebat auferri, qued in ſe ſenſerat, re atque corrigere ; quod vitium
& in aliis fuerat ſuſpicatus, ut Superbia eſt , vel Invidentie . Id.
non eſſet Diabolo ſimilis, qui de ibi.
occultis Sancti Job ſuſpicatus eſt , Libenter alterius opprobrium non
quod non eratis Deum coleret, quemniſi emulatio ſuſpicatur, dum ho
popoſcit tentandum , ut crimen , num opus reprehendi non poteſi,
quod objecerat, inveniret. Id. 2. 2.
quia ſe exerit, quod apertum eſt ;
qu. 6o. art. 3. quo fine fiat, reprehenditur, quia
(2) Alio modo ex hoc, quod ali non ſe exerit, quod occultum eſt -
Lib. Ter. N 2, Con
I CO D E L L A c A R IT A
te; perchè non appare con quale fine eſſe ſi facciano. Il pron
1.Cor. 13.4 to rimedio per queſto vizio è quella Carità, che non emula
e che va eſente da invidia, quale ci raccomandò che foſſe
Gesù Criſto ( 1 ), come di ſopra s'è notato.
Proviene il Soſpetto finalmente dalla lunga ſperienza che
dovremmo fare, e non facciamo delle coſe. Se muoveſi alcuno
pertanto a dubitare della bontà d' un altro tratto da leggieri
indizj, commetterà peccato veniale; giacchè è inſeparabile
dalla umana noſtra natura l'andare quaſi tentone, ed è raro
che non ſi prenda abbaglio. Ma ſe da deboli indizi moſſo
alcuno malamente giudichi in coſa grave d'un altro, commet
terà peccato mortale; come ſe un Miniſtro condanni un reo
da fiacche ragioni indotto, perchè gravemente diſprezza e ag
grava il Proſſimo. Molto peggio poi farebbe chi non conten
to di malamente ſuſpicare e tenerariamente giudicare, altrui
di ſcopriſſe i ſuoi ſiniſtri, penſamenti; perchè egli ſarebbe di
più tenuto alla reſtituzione della fama tolta (2).
Ora qual coſa c'inſinua la pace, o ſia la Carità nella oſcu
rità di queſto terreno ſoggiorno, nelle tenebre di queſto no
ſtro mortale pellegrinaggio, ove niuno è all'altro paleſe, ove
niuno s'interna a vedere nel cuore dell'altro? Ella c'inſegna
a non giudicare dell'incerto, a non affermare ciò che ci è
naſcoſto. Ella è più proclive riſguardo agli uomini a creder
ne bene che a fuſpicarne male. Poco ſi duole d'aver errato,
ſe ancor del male pensò bene. Aſſai ſi lagna ſe mai del bene
- glu

(1) Contra loc malum.... Chari nit, & infuriatur Proximo.... Pe


tas habenda eſt, que non emulatur, jus eſt, ſi banc ſuſpicionem, vel ju
guam Dominus praecipue commendat. dicium temerarium alteri patefece
S. Aug. in Pſal. I 18. rit ; teneretur enim quoque ad re
- (2) Tertio modo provenit ex longa ſtitutionem fame. S. Tho. 2. 2. qu.
experientia.... Si homo ex levibus 6o. art. 3. -

indiciis de bonitate alicujus dubi Quid agit pax in hujus adhue


tare incipiat , leve peccatum eſt ; regionis incertis, in ſta peregrina
pertinet enim ad tentationem hu tione mortalitatis noſtre, cum ad
manam, ſine qua vita iſta, non du huc nemo eſt alteri conſpicuus, ne
citur. Si vero pro certo malitiam mo videt cor alterius ? Quid agit
eſtimat, C'ex levibus indici is, & pax ? De incertis non fudicat, in
in re gravi, mortale peccatum eſt. cognita non confirmat. Proclivior
Similiter de Judice hominem con eſt ad bene credendum de homine,
demnante, quia graviter contem quam ad male ſuſpicandum . Non
ſe
-

P E R S O I L P R O S S I M O. IO I

giudicò male ſenza fondamento ſtabile di ſua credenza. E che


i perde a credere bene degli altri ? E ſenza dubbio molto lo
devole l'andar cauto nella incertezza, perchè potrebbe eſſere
vero il male del Proſſimo; ma non biſogna correre ſubito a
condannarlo, come ſe foſſe vero. Ecco ciò che ci comanda
la Carità e la pace; e ognuno deve ſtudioſamente ricercare
la pace e ſeguitarla ( 1 ). -

Quando tuttavia biſogna applicare il rimedio a qualche ma


le, o noſtro, o d'altri, tornerà a vantaggio, affinchè il rime
dio operi più ſicuramente, che ſi ſupponga il peggio; perchè
quel rimedio ch'a ſanare un male maggiore ſarebbe efficace,
più facilmente ne guarirà un minore; e chi così praticaſſe, non
peccherebbe. Ma quando ſi tratta di definire, o deliberare d'
alcuna coſa, s'ha da giudicare e interpretare conforme è in
ſe ſteſſa; e ſe il giudizio noſtro caderà ſopra le perſone, ha
da interpretarſi ſempre favorevolmente (2), come s'è di ſo
pra ſpiegato. -

Gioverà ora intanto l'inculcar nuovamente che biſogna be


neficare il Proſſimo. Stantechè la Carità domanda che qualo
ra non potrà l'uomo recare ad altrui beneficio, abbia almeno
l'animo ſempre diſpoſto a farlo ogni qual volta le circoſtan
ze gliene porgeranno la occaſione (3). Noi non abbiamo ad
amare gli uomini, come un ghiotto dichiara d'amare i tordi.
At

(1) ſe multum dolet errare, cum eſt deterius ; quia remedium quod
bene credit etiam de malo. Pernicioſe eſt efficaz contra majus malum ,
autem, cum male ſenſerit forte de multo magis eſt efficax contra mi
bono, neſciens qualis ſit. Quid per mus. Definiendo & determinando,
do, ſi credo, quia bonus eſt ? Si fi judicium ſit de rebus, debet ali
incertum eſt, licet, ut caveas, ne quis niti, ut interpretetur quodli
forte verum ſit ; non tamen damnes, let, ſecundum quod eſt ; in judi
tanquam verum ſit . Hoc pax ju cio perſonarum, ut interpretetur in
bet . Quare pacem , C ſequere melius. S. Tho. 2. 2. qu. 6o. art. 3.
eam. S. Aug. in Pſal. 147. (3) Charitas requirit , ut ho
(2) Interpretari aliquid in dete mo, etiamſì non actu aliquibus be
riorem partem per quamdam ſup nefaciat, habeat tamen hoc in ani
poſitionem, veluti cum debemus i mi ſui preparatione, ut benefaciat
quibus malis adhibere remedium , cuicumque, ſi tempus adeſſet. Id.
ſive noſtris, ſive alienis, expedit ibi. qu. 31. art. 2.
ad hoc , ut ſecurius remedium ap on ſic amare debemus homines,
ponatur, quod ſupponatur id, quod quomodo audivimus guloſos diceres
a 1000
1 O2 D E L L A C A R I T A'
Atteſochè queſti è tratto ad amarli per ucciderli e diſtrug
gerli; e qualunque coſa ſia da noi amata per cibarſene, s'
ama ſoltanto per conſumarla, e convertirla in noſtro alimento.
Ora dovremo noi talmente amare gli uomini, come ſe li do
veſſimo conſumare per noſtro profitto? Non già. Anzi all'
oppoſto deve eſſere il noſtro amore animato dallo ſpirito d'
una efficace amicizia, la quale ci ſtimola a far bene a ſuo
tempo a coloro ch'amiamo. Sicchè ſe noi non potremo pre
ſtare così doveroſo uffizio al Proſſimo, baſta ch'in noi ſi ri
trovi la buona volontà a di lui riguardo. Concioſiachè noi
non dobbiamo deſiderare che vi ſieno de' biſognoſi e de'miſe
rabili per avere occaſione d'eſercitare le opere di miſericordia.
E' vero che ſe non vi foſſero de' biſognoſi, non più vi ſareb
bono le opere di miſericordia. Ma forſe perchè ceſſeranno le
opere della miſericordia, s'eſtinguerà ne noſtri cuori il fuoco
della Carità? Nò certamente. Anzichè più ſincero ſarà l'a-
more ch'ad un uomo felice porteremo, a cui non abbiamo
coſa dare, nè coſa poter fare. Sarà coteſto un amore tutto pu
ro, e veramente fraterno ( 1 ). Ma dove può mai ſuccedere
ciò ſe non nel Cielo, in cui non ſi rinviene veruna miſeria?
º, ſºs º In queſta terra, in cui la miſeria ha la ſua ſtanza, pur trop
º 5° po è ſempre aperto l'adito alla miſericordia. Nè altronde
Id- de Mor, trae il ſuo nome la miſericordia medeſima, che dall'afflizio
feel- Cath ne, e dal difeiacere che uno ſperimenta in ſe ſteſſo alla conſi
º */ derazione delle altrui ſciagure. Sendochè però in queſto mon
Id.Ser. R4.d do è comune la miſeria, poichè chi più, chi meno, è certa
i" i mente mi fero, guardiſ, ognuno per la ſua parte che non ſia
- ancor comune la malizia; perocchè allora farebbe quaſi da'
noſtri petti sbandita la miſericordia. E pure non abbiamo
mag

(1) amo turdos. Quaris quare? Non enim optare debemus eſſe mi -
Ut occidat, º conſumet.... Et feros , ut poſimus exercere opus
quidquid ad cibandum amamus , miſericordie..... Tolle miſeros, ceſ
ad hoc amamus”, ut illud conſu- ſabunt opera miſericordie . Opera
matur, C nos reficiamur. Nun- miſericordi e ceſſabunt, nunquid ar
quid ſie amandi ſunt homines tan- dor Charitatis extinguetur ? Ger
quam conſumendi ? Sed amicitia manius amabis felicem hominem ,
quadam beneficenti e, ut aliquan- cui non habes, quod praffes ; pu
do preſtemus eis, quos amamus - riorille amor erit, multoque ſince
Quid ſi non ſit, quod praſfemus ? rior - S. Aug Tract. 8. in Epiſt.
Sola benevolentia ſufficit amanti. Joan.
v E Rso I L PR o ss 1 M o. 1o3
maggiore obbligazione di quella d'eſſere miſericordioſi, ove ſi
poſſa, col Proſſimo, e d'ajutarlo fin dove s'eſtendono le no-Id. ser. 1o3.
ſtre forze. - de Temp.
Delle opere della Miſericordia altre ſi chiamano Spirituali,
ed altre Corporali. Le Spirituali ſono: inſegnare agli ignoranti;
conſigliare i dubbioſi, conſolare gli afflitti, ammonire i peccato
ri, perdonare a nemici, ſopportare le perſone moleſte, e pregare S.Thom.2.2
Iddio per i vivi e per i morti. Di tutte queſte abbiamo fin au.32.art.
quì ragionato dimoſtrando ch'in eſſe la finezza della Carità
ſi contiene. Le Corporali poi ſono le ſeguenti: dar da mangia
re agli affamati, dar da bere agli aſſetati, veſtire gl'ignudi,
alloggiare i pellegrini, viſitare gl'infermi e i carcerati, riſcatta
re gli ſchiavi, e ſeppellire i morti. Molti ſono i luoghi della Id. ibi.
Scrittura che queſti commendevoli eſercizi di pietà ci racco
mandano. Vaglia per tutti l'amaro rimprovero che nell'uni
verſale Giudizio farà il Signore rivolto a coloro che ſaranno
a ſiniſtra: partite da me o maladetti, e andatevene nel fuoco
eterno, che fu per il Diavolo e pe ſuoi ſeguaci preparato, giac
chè io ebbi fame, e non mi deſte da mangiare, io ebbi ſete, e non -

mi porgeſte da bere, era oſpite e pellegrino, e non m'alloggiaſte,


era nudo, e non mi copriſte, era infermo, e chiuſo in prigione, e Matt. 25.
non mi viſitaſte. In queſto graviſſimo teſto s'abbracciano preſ. 41. & ſeqq.
ſo che tutte le opere della Miſericordia. Quella però di ſep
pellire i morti ci viene ſpecialmente accennata la dove l'Ar
cangelo Raffaello diſſe a Tobia: mentre tu ſtavi intento a pre cap. 12. 12.
gare colle lagrime ſugli occhi , e davi ſepoltura a morti, io mi
preſi cura d'offerire al Signore la tua orazione.
Un atto è ancora di ſomma liberalità il redimere gli ſchia
vi; ed è parimente degno di lode il procurare di ſottrarre
dalla vergogna le donne, dalla morre gli uomini, il reſtitui
re a genitori i figliuoli, a figliuoli i genitori, alla Patria i
cittadini ; e particolarmente ſe procuri alcuno di liberarli dal
la ſchiavitudine di qualche barbaro nemico che non abbia al
cun ſenſo d'umanità, e non ſi pieghi alla miſericordia ſe non
quan

Summa liberalitas captivos rentes liberis , cives Patrie reſti


redimere .... C maxime faminas tuere..... & maxime ab hoſte bar
turpitudini ſubtrahere , neci homi- baro, qui nihil deferat humanita
nes, reddere parentibus liberos, pa- tis ad miſericordiam , miſi quod
atR -
1o4 D E L L A C A R I T A'
quando abbia ſoddisfatto alla ſua avarizia. Opera di miſericor
dia altresì ſi potrà appellare l'addoſſarſi i debiti d'un altro, ſe
il debitore foſſe impotente a pagare, e veniſſe aſtretto al paga
mento, a cui foſſe tenuto per giuſtizia, e per difetto non po
teſſe ſoddisfare; come ancora l'alimentare gli abbandonati fan,
ciulli, e il proteggere i pupilli. Vi ſono ſtati anche taluni
che la loro pietà hanno dimoſtrata col maritare povere don
zelle per mettere in ſicuro la loro oneſtà, e non ſolo le han
no aſſiſtite col loro favore, ma col danaro ancora (1).
Lett. Brev. San Paolino Veſcovo di Nola ſe ſteſſo diede in oſtaggio
Aom.
Gen.
22. per
Fin liberare
dove poiil s'eſtenda
figliuolo lad'una
caritàvedova dallegenere,
in queſto mani del nemici.
ricavaſi da
ciò che per redimere gli ſchiavi, e per ſollevare in una eſtre
ma neceſſità i biſognoſi ſi poſſono anche rompere, ſquagliare,
e vendere i Sacri Vaſi coll'autòrità e permiſſione del Veſcovi.
S. Amb. lib. Lo che coll'eſempio degli antichi Criſtiani ſi conferma. Tut
2.de off cap. te le addotte coſe ſono lodevoliſſime opere di Miſericordia,
I 5. delle quali poichè la principale ſi è la Limoſina, ſarà bene
di quì ragionarne diſtintamente.
Sia per tanto ogni Criſtiano preparato al ſollievo del ſuo
Proſſimo, e ſi ricordi, che ſiccome non mancheranno mai po
- veri nel luogo di ſua dimora, gli è ſtato comandato da Dio
d'allargare la mano in favore del biſognoſi e mendici che abi
Deut.17.11. tano nella ſteſſa terra. E quegli veramente può chiamarſi bea
to che non è ſordo a lamenti del poveri, perchè il Signore
Pſal. 4o. 2. nel ttemendo giorno avrà pietà di lui. Non vogliamo perciò
dire al noſtro amico: va e ritorna, domani io ti ſomminiſtrerò
quello che tu mi chiedi, quando noi glielo poteſſimo dare allo
Prov. 3. 28. ra; perchè fa bene all'anima ſua chi è miſericordioſo cogli
Ibi. I 1. 17. altri; e in un certo modo chi ſente pietà del povero, da ad
iuſura allo ſteſſo Signore che gli renderà ampio frutto e larga
Ibi. 19. 17. mercede. Ed è certo che non ſarà mai in iſtato di calamità
chi è liberale col povero; dovecchè ſoffrirà penuria e ſtento
chi

- (1) avaritia reſervaverit. A salie- ri. Sunt etiam , qui virgines or


num ſubire, ſi debitor ſolvendo non batas parentibus tuenda pudicitie
ſit, atque arctetur ad ſolutionem , gratia connubio locent , nec ſolume
sque ſit jure debita, 6 inopia deſti- ſtudio, ſed etiam ſumptu adjuvent.
tuta, enutrire parvulos, pupillos tue- S. Ambr. lib. 2. de Offic.cap. 15.
v E R s o I L P R o s s I M o. 1es
chi non ſi piegherà ad aſcoltare le altrui preghiere. Se vuoi
dunque eſſere felice, onora il Signore con eſſere liberale del
le tue ſoſtanze. Porgi pietoſo la mano al povero, acciocchè Ibi. 3. 9.
piovano ſopra di te le grazie celeſti e le benedizioni. Tanto Eccl.7. 36.
iù che ficcome l'acqua ammorza il fuoco, così la limoſina
reſiſte al peccato: Uſa della tua liberalità col giuſto, e ne Ibi. 3. 33.
riporterai ſe non da lui, certamente dal Signore ampia mer
cede. Accogli benignamente il povero, perochè ſei tenuto a Ibi. 12. 2.
farlo, e riflettendo alle ſue indigenze non lo rimandare così
conſunto e meſchino, come venne. Sia la tua miſericordia Ibi. 29. 12.
corriſpondente alle tue forze. Se molto avrai, darai molto,
ſe poco, volonteroſo ti moſtrerai ad accordare il poco. Baſta Tob. 4. 9.
che delle tue ſoſtanze parte ne impieghi in limoſine, e non
volti faccia in vedere il povero qualunque ſia; e così avver
rà che nè pure Iddio ti volterà faccia per non vederti. Per
chè da ogni peccato, e fin dalla morte libera la limoſina , e
non permette che ſi dannino le anime. Eſſa medeſima purga
i peccati, ci fa trovare preſſo Dio pietà, e n'aſſicura della
Vita eterna: ſicchè hanno giuſto motivo di ſperare dal cle
mentiſſimo Dio Signore perdono coloro che praticano la li
moſina. Si ſtudj pertanto ognuno di ſcontare le ſue colpe col-Ibi. 4. 12.
le limoſine, e di ſcancellare le proprie iniquità coll'eſſere mi
ſericordioſo co'poveri. Ma quando farai la limoſina, non vole- Dan. 4- 24.
re ſonare la tromba, anzi falla in maniera che non ſapia la
ſiniſtra quello ch'opera la tua deſtra, acciocchè ſecreta e oc
culta ſia la tua limoſina; ed il tuo Padre Celeſte, che diſcuo- -

re le coſe ſecrete e occulte, te ne renderà la dovuta merce- Matt. 6. 2.


de. Ed oh che bell'acquiſto ſi fà coll'erogare le limoſine ! A & ſeqq.
noi fu detto: date limoſine, e in tal maniera preparatevi un ſac- Luc. 12.33.
co, che non invecchi, e un teſoro che non mai finiſca nel Cielo,
dove non è ladro che l'altrui s'uſurpi, nè tarma, che quanto ſi
-
conſerva, guaſti e corrompa. Che ſe mai in veggendo alcuno º

ignudo e biſognoſo del vitto quotidiano gli diceſſimo: andate


in pace, ricopritevi, e ſatollatevi ſenza ſomminiſtrargli ciò che Epiſt.Jac.2.
gli abbiſogna, qual giovamento gli arrecheremo ? Nò non 15- 16
dobbiamo così operare. Quanto abbiamo di ſuperfluo ha da
diſtribuirſi in limoſine, e cosi tutto il reſto ſarà ben fatto.
Accordiſi ad ognuno che di manda quanto ſi può, e così fa- Luc. I 1.41.
-
remo un buon uſo delle noſtre ſoſtanze. ibi. 6.3o.
Molte coſe ſi poſſono dalle addotte autorità della Sacra
Lib. Ter. - O Scrit
Io6 D E L L A C A R I T A'

Scrittura dedurre da chi voglia riflettervi ſopra. E prima d'


ogn' altra coſa piacemi d' oſſervare che giuſtamente fu da In
nocenzio XI condannata la ſeguente Propoſizione: appena ſi
può trovare ne' ſecolari, ancora ne' Monarchi, coſa ſuperflua al
loro ſtato, coſicchè raro ſarà quegli che ſia tenuto ad erogare li
moſine, quando gli corre ſoltanto l'obbligo di dare il ſuperfluo al
proprio ſtato (1). Un diſcorſo è queſto del tutto falſo, da
che ſta appoggiato ſulla inveriſimiglianza che non abbiano gli
uomini quantunque ricchi coſa ſuperflua. E chi può negare
mai queſto? Ora ciò ch'hanno di ſuperfluo i ricchi è neceſ
ſario a poveri, e chi poſſiede il ſuperfluo poſſiede ciò ch'ad
altri s'appartiene. E non v'ha dubbio che molte ſono le co
ſe ſuperflue negli uomini, qualora ſi contentino delle ſole ne.
ceſſarie. Perchè ſe le inutili vogliano cercare, non vi ſarà
ſenza fallo coſa che baſti. Ma non ſia mai ch'alcuno così
pratichi. Cerchiamo quanto baſti all'opera di Dio, e non
quanto baſti a noſtri deſiderj. I noſtri deſideri non ſono certa
mente opera di Dio. La noſtra figura, il noſtro corpo, l'a-
nima noſtra ſono opera di Dio. Procuriamo adunque quanto
a queſta baſti, e vedremo quanto poche coſe ci ſaranno ne
ceſſarie. E ſe poco è quello che ne baſta, non è nè pure
molto quello che Dio da noi ricerca. Baſtarono due picciole
monete ad una vedova per dimoſtrare la ſua pietà, e con eſ.
Mar. I 2.42. ſe potè ella comprarſi l'eterno Regno (2).
Ceſſi Iddio frattanto ch' alcuno ſotto colore di pietà at
tene

( 1 ) Vix in ſecularibus invenies, quod ſufficit cupiditati veſtre. Capi


etiam in Regibus, ſuperfluum ſta- ditasveſtra non eſt opus Dei. Forma
tui; & ita viz aliquis tenetur ad veſtra, corpus veſtrum, anima ve
eleemoſynam, quando tenetur tan- ſtra hoc totum opus Dei. Quere que
tum ex ſuperfluo ſtatui. Prop. damn. ſufficiunt, 69 videbis quam pauca
ab Innoc. XI. ſint.... Non ſolum pauca ſunt
( 2 ) Superflua divitum neceſſaria que vobis ſufficiunt, ſed nec ipſe
ſunt pauperum, res aliena poſſiden Deus multa a vobis quaerit.... Vi
tur, cum ſuperflua poſſidentur . due ſuffecerunt duo nummi ad fa
Multa autem ſuperflua habemus, ciendam miſericordiam, ſuffecerunt
ſi nonniſi neceſſaria teneamus. Nam duo nummi ad emendum Regnum
ſi inania queramus, nihil ſufficit. Dei. S. Aug. in Pſal. 147.
9uarite, quod ſufficit operiDei, non Noli ſub imagine pietatis au
Age
v E R s o I L PR o ss 1 M o. 1o7
tendeſſe a cumulare danaro. Vi ſarà taluno che ſi vanterà di
riſparmiare pei fuoi figliuoli. Queſta ſembra in apparenza una
ragionevole ſcuſa , la quale per altro è affatto inſuſſiſtente .
Ed eccone la ragione. Tuo padre conſerva il danaro per te ,
tu pei tuoi figliuoli, e queſti pei loro, e così ſucceſſivamente,
Ma ſe ciò aveſſe luogo , come potrai poi eſeguire i Divini
Comandamenti? Perchè non erogherai piuttoſto il tuo per co
lui che ti traſſe dal nulla? Quegli che ti ſoſtenta e paſce è
quegli appunto che ti diede l'eſſere, e inſieme ti provvide di
ſoſtanze per mantenere i tuoi figliuoli. Sicchè non puoi me
glio procurare il vantaggio di eſſi che col raccomandare il
tuo patrimonio al tuo Creatore. E non mentiſcono chiara
mente gli uomini, quando come cattiva condannano l'avari
zia, e non perciò divengono migliori? Cercano ſempre di pal
liare i propri vizi col preteſto della pietà ; preſumono di dar
ad intendere che per giuſti titoli cuſtodiſcono ciò che per me
ra avarizia tengono rinchiuſo. Baſta infatti l'oſſervare, come
ſovente accade, ſpargerſi da certuni ch'intanto s'aſtengono dal
fare limoſine, perchè ſi conoſcono in debito di conſervare il
danaro pei loro figliuoli. Accaderà intanto alcuna fiata che
ne perdano uno. Perchè in tal caſo non eroga il Padre la
porzione, che già era deſtinata al mantenimento del defon
to figliuolo, giacchè egli pei ſuoi figliuoli i ſuoi beni con
ſervava? Ei deve dargli quel che gli ſpetta; cicè quel tanto
che come ſpettante a lui conſervavagli; e queſta porzione di
proprietà del figliuolo è dovuta a poveri. Eſſendochè in mano
di

gere pecuniam. Filiis, inquis, meis nes. Mala eſt, inquiunt , avari
ſervo. Sed excuſatio filiis meis ſer- tia. Palliare ſe volunt nomine pie
vo. Videamus . Servat tibi pater tatis, & dealbare, ut quaſi videan
tuus, ſervas tu filiis tuis, filii tui tur ſervare homines , quod propter
filiis ſuis, & ſie per omnes , 69 avaritiam ſervant . Nam ut nove
mºllus facturus eſt. Precepta Dei º ritis, quia ſic plerumque contin
2uare non illipotius impendis om- git, dicitur de quodam è quare non
nia , qui te fecit ex nihilo ? Qui facit eleemoſynam? Quia ſervat fi
te feet, ipſe te paſcit . Ex his, liis ſuis . Contingit , ut amittat
que fecit, ipſe paſcit & filios tuos. unum. Si propter filies ſervabat ,
eque enim melius committis filiis mittat poſt illum partem ſuam....
Pºrtºnium tuum quam Creatori Redde illi, quod ſuum eſt, redde,
º E 'nentiuntur quidem homi- quod illi ſervabas.... pars ipſius
Lib. Ter. O 2, de
I c8 D E L L A C A R I T A'
di quello deve traſportarſi, a cui pervenne lo ſteſſo figliuolo.
Matt.25.4o. Dunque a Criſto s'appartiene, il quale ci laſciò detto che
uanto ad uno de più meſchini faremo, lo riputerà come fatto a
ſe ſteſſo. Nè per queſto daraſſi vinto l'avaro, ſtantechè egli
toſto riſponderà che pei fratelli del defonto conſerva quello
ch'era deſtinato al defonto. Ma come? Se queſti ancor viveſ
ſe, non participerebbe egualmente che gli altri fratelli delle
ſoſtanze paterne? Checchè però ſia coſtui per replicare, è ſem
pre vero ch'al deſonto figliuolo s'aſpetta ciò ch'il Padre gli
ſerbava quando era vivo. E con qual fronte anderà quindi a
ritrovare il figliuolo che lo precorſe ſenza avergli preventiva
mente mandata in Cielo la di lui porzione ? Forſe che non
ſi può tenere commercio col Cielo? Si può beniſſimo; e lo
ibi. 6. 2o. ſteſſo Signore Iddio ce lo inſinua colle parole: accumulate il
voſtro teſoro nel Cielo. Quale ſciocchezza adunque ſarebbe quel
la di chi voleſſe quaggiù trattenerſi il ſuo teſoro, ov'è ſem
pre ſoggetto a mancare, anzi che trasferirlo nel Cielo, ove
n'è il cuſtode Gesù Criſto ( I )?
Qualunque però ſieno le vane oppinioni degli uomini, e
gli è ſempre certo che ſiccome ci è comandata la Carità del
Proſſimo, così non poſſiamo diſpenſarci dall'eſeguire tutte quel
le coſe, ſenza le quali la Carità del Proſſimo non ſi conſerva.
1.Joa.3. 18. Per queſto appunto ci viene preſcritto di non amare ſolo colle
parole e colla lingua, ma colle opere e colla realtà de'fatti. Lo
che ſi eſeguiſce col ſovvenire alle altrui neceſſità per via del
le

(1) debetur pauperibus. Illi de vobis theſauros in Coelo. Si ergo


betur, ad quem pertinet. Chriſto de iſte theſaurus melius eſt cuſtoditus
betur, ad ipſum enim perrexit ; & in Calo.... tenebitur hic, ubi pe:
ille dixit - quod uni ex minimis teſi perire, non mittitur illuc, ubi
iſtis feciſtis, mihi feciſtis. Sed quid Chriſtus eſt cuſtos? S. Aug. de io.
dicis? Servo fratribus ipſius. Si vi Chor. cap. 12.
veret ille, non erat cum ſuis fratri Cum dilectio Proximi ſit in pra
bus diviſurus ? ..... Quidquid di cepto, neceſſe eſt omnia illa cº
cas, mortuo debes, quod vivo ſer dere ſub precepto, ſine quibus di:
vabas.... Qua fronte venturus es lectio Proximi non conſervatur. Ad
ad filium, qui preceſſit, cui prece hoc pertinet, ut non diligamus ver
denti non mittis partem ſuam in bo, neque lingua, ſed opere &
Calum ? Poteſi prorſus. Audi ipſum veritate; & ad hoc requiritur, ut
Dominum dicentem : theſaurizate ejus neceſſitati ſubveniamus, quod
fit
V E R s o I L PR o s s I M o. Io9
le limoſine; e in conſeguenza per doppio motivo ſiamo ob
bligati a fare limoſine, e per parte di chi da, e per parte di
chi riceve; cioè corre obbligo ad ognuno di fare limoſina del
ſuperfluo che poſſiede; ed ognuno ch'in eſtrema neceſſità ſi
ritrova, ha giuſto diritto di riceverla. Detratti i detti due ca
ſi il dare la limoſina è conſiglio, come ogni coſa buona in
fatti ſi ſuole conſigliando raccomandare ( 1 ).
Chi adunque vedeſſe da un canto il ſuo Proſſimo ridotto
alla eſtrema neceſſità ſenza che ſi ritrovaſſe chi foſſe diſpoſto
a ſoccorrerlo, e aveſſe dall'altro del ſuperfluo da dare, ch'at
teſo il ſuo ſtato preſente non foſſe veriſimilmente a lui neceſ
ſario, e nol deſſe, peccherebbe mortalmente. Nè deve egli trat
tenerſi dall'eſercitare tal atto doveroſo di pietà ſul rifleſſo del
biſogno che potrebbe avere in appreſſo; perchè queſto ſarebbe
un penſare al domani che ci fu dal Signore vietato. Anzi de- Matt. 6.34.
ve ſtimare ſuperflue a ſe ſteſſo, e neceſſarie agli altri le ſue ſo
ſtanze, quando n appariſce in eſſi il biſogno (2), avvegna
chè non ſembrino i medeſimi ridotti ad un eſtrema neceſſità
che non deve aſſolutamente aſpettarſi, perchè forſe non po
trebbe più riuſcire giovevole al loro ſollievo il noſtro ſoccor
ſo. Sicchè baſta che da probabili ſegni ſi tema la imminente
eſtrema neceſſità nel Proſſimo, ſe noi non ci moveſſimo a ſov
venirlo (3).

( 1 ) fit per eleemoſynarum largi habet ſuperflua, qua ſecundum ſta


tionem, 69'ideo eleemoſynarum largi tum preſentem non ſunt ſibi neceſ
tio eſt in precepto.... ex parte dar ſaria, prout probabiliter a ſtimari
tis.....C ex parte recipientis.... ſci poteſt. Nec oportet , quod conſi
licet dare eleemoſynam de ſuperfluo deret omnes caſus, qui poſſunt con
eſt in precepto, & dare eleemoſynam tingere in futurum; hoc enim eſſet
ei, qui eſt in extrema neceſſitate . de craſtino cogitare , quod Domi
Alias autem eleemoſynas dare eſt nus prohibet ; ſed debet di judicari
in conſilio , ſicut & de quolibet ſuperfluum , & neceſſarium ſecun
meliori bono dantur conſilia . S. dum ea, que probabiliter , C ut
Tho. 2. 2. qu.32. art. 5. in pluribus occurrunt. Id. ibi.
(2) Homo peccat mortaliter, ſi ( 3 ) Neque expectanda eſt ulti
eleemoſynam dare omittat, ex parte ma neceſſitas, quia tunc forte non
quidem recipientis, cum apparet poteſt juvari natura.... Sufficiunt
evidens, C urgens neceſſitas, nec ſigna probabilia extrema neceſſita
4PParet in promptu, qui ei ſubve tis future, miſi ei ſubveniatur. Id.
retat ; ex parte vero dantis, cum in 4 diſt. 15. qu. 2. art. 1.
I IO D E L L A C A R I T A'
Nè queſta carità ſi dee ad alcuno in particolare reſtringe
re, ma tutti gli uomini in genere ſiamo tenuti a ſoccorrere
ed amare. Se pertanto non potremo a tutti giovare , ci mo
ſtreremo ſpecialmente ſolleciti di coloro che ſecondo la oppor
tunità de'luoghi, e de'tempi, o di qualſivoglia altra coſa avran
no per avventura maggiore ſtrettezza con eſſo noi . Qualora
però doveſſimo dare alcuna coſa ſuperflua a chi ne foſſe biſo
gnoſo, e non poteſſimo darla a due, (ove che due ei ſi faceſ
fero davanti, ſenza che l' uno ſuperaſſe l'altro o nella indi
genza riguardo al compagno, o nell'amicizia riguardo a noi )
la più ſavia condotta ſarebbe di laſciar decidere alla ſorte a
chi abbia a toccare ciò che non può eſſere di due. Così in
tutti i caſi, ne' quali è impoſſibile di provvedere a biſogni
di tutti, ſi dovrà reputare che ſia quaſi ſtata la forte quella
eh in favore del noſtro più ſtretto congiunto abbia deciſo (1).
Prima tuttavia di qualſivoglia altro dobbiamo aver cura
de noſtri genitori ; eſſerdochè ſiccome non v' ha beneficio
che poſſa ſuperare quello che da eſsi riconoſciamo, così i me
deſimi a qualunque altro faranno da noi preferiti nella diſpen
ſazione del benefici, ſe pure una maggiore neceſsità non pre
ponderaſſe a queſto obbligo, od altra più rigoroſa condizione,
qual ſarebbe la utilità comune della Chieſa, o della Repubbli
ca. Negli altri accidenti ſi deggiono riſguardare i gradi della
congiunzione, e la qualità de'benefici ricevuti, intorno a che
nOn

(z)Omnes homines acque diligendi in hominibus, quibus omnibus con


ſunt ; ſed ct m cmnibus predeſſe ſelere megueas, pro ſorte habendum
non poſſis , his potiſſimum com/u- eſi , prout quique titi collie atius
lendum eſt , qui pro locorum , C” adharere potuerit. S. Aug. lib. I.
temporum , vel quarumlibet rerum de Dc&t. Chriſt. cap. 28.
opportunitatibus conſtrictius tibi qua
Nullius benefattoris beneficium
i quadam forte junguntur. Sicut eſi tantum ſicut parentum ; & i
enim ſi tibi abundaret aliquid , deo parentes in recompenſandis be
quod dari cporteret ei, qui non haneficiis ſunt omnibus aliis prefe
beret, nee duobus dari poſſes, ſi rendi, niſi neceſſitas ex alia parte
tibi occurrerent duo, quorum neu praponderaret, vel alia conditio 3
trum alium vel indigentia, vel er puta communis utilitas Eccleſie ,
ga te aliqua neceſſitudine ſupera vel Reipublica. In aliis autem eſi
ret, nihil juſtius faceres, quam ut aſlimatio habenda & conjunctionis,
ſorte eligeres, cui dandum eſſet , & beneficii ſuſcepti, que ſimiliter
quod dari utrique non poſſet. Sic non poteſt communi regula determi
- 72a
V E R S O I L P R O S S I M o. 111
non ſi può aſſegnare una regola determinata. In caſo d' ugua
le eſtrema neceſsità hanno da poſporſi i figliuoli a genitori .
E quando quegli che ſi trova in miſeria, foſſe un uomo dab
bene ed utile al pubblico, dovrebbe eſſere preferito ad altra
perſona a noi congiunta ; particolarmente ſe queſta non abbia
uno ſtretto legame di parentela con eſſo noi, nè appartenga a
noi l'averne una cura ſpeciale, nè in tale neceſsità ſi ritrovi
che non poſſa procacciarſi in altro modo il vitto ( 1 ).
La Carità adunque ch'il ſollievo del Proſſimo riſguarda ,
da due riſpetti è neceſſario che ſia regolata. Primieramente
per rifleſſo a coloro che ſi ſoccorrono; di ſorta che ognuno de
ve prima eſſere caritatevole con ſe ſteſſo, poſcia co' ſuoi con
giunti, in appreſſo cogli eſtranei. In ſecondo luogo per rap
porto alla neceſſità hafſi talmente ognuno da regolare che pri
ma all'aſſoluta neceſſità rechi ſoccorſo che alla condizionata ;
qual ſarebbe quella quando ad alcuno mancaſſe quanto è ne.
ceſſario alla conſervazione del ſuo ſtato. Noi dovremo pertan
to ſovvenire piuttoſto all' aſſoluta neceſſità d'un eſtraneo che
alla condizionata di noi medeſimi, o di qualche noſtro paren
te (2).
Nè alcuno può diſpenſarſi dalle accennate rigoroſiſſime leg
gi concernenti il ſollievo del Proſſimo , perchè chiunque in
queſto mondo poſſiede copioſe ſoſtanze, e in vedendo il ſuo
fratello ridotto in neceſſità chiude le viſcere d'una giuſta com
paſſione verſo di eſſo, come potrà poi dire ch' in ſe ſteſſo ſi 1. Joan. 3.
ritrovi la Carità verſo Dio? Queſto ſarà pertanto il principio 17.
della

( 1 ) nari.... In neceſſitatis ex parte eorum, quibus ſubvenitur,


trema articulo magis licet deſerere ut primo ſibi, poſtea ſibi confunctis
filios quam parentes ....... Multo ſubveniat , deinde extraneis. Se
ſanctiori, magis indigentiam patien cundo ex parte neceſſitatis talis de
ti, & magis utili ad commune bo bet eſſe ratio, ut prius abſoluta
num eſt magis eleemoſyna danda, neceſſitati ſubveniatur , quam ne
quam perſona propinquiori ; maxi ceſſitati conditionate, qua eſi, cum
me ſi non ſit multum cunjuncta , quis indiget aliquo ad ſui ſtatus
cuius cura ſpecialis nobis non im decentem conſervationem - Hinc ne
mineat , C9 ſi magnam neceſſita ceſſitati extraneorum abſoluta prima
tem non patiatur. S. Thom. in 4. ſubveniendum, quam neceſſitati pro
diſt. 55 qu. 31. & 32. pria, vel propinquorum conditiona
( 2 ) Ordo ſubventionis talis debet te. Id. ibi. diſt. 15. qu. 2. art. 1.
attendi quantum ad duo . Primo ex Ecce unde incipit Charitas. Si
Morº
I I2 D E L L A C A R I T v4"
della Carità. Se tu non ſei capace d' eſporti a morire per il
tuo Proſſimo, almeno ſoccorrilo colle tue facoltà . Muoviti a
pietà di lui, nè per vanagloria gli recherai conforto e ſuſſi
dio, ma per vera ed interna compaſſione che ti prende della
ſua miſeria. Imperocchè ſe tu non ti fai sforzare di ſoccorrere
il Proſsimo con quello che ti rimane di ſuperfluo, come po
trai tu eſporre la tua vita per il medeſimo ? E in tuo domi
nio il danaro che ti poſſono rubare i ladri, o che dovrai , ſe
i ladri non te lo carpiſcono, abbandonare in morte, ancorchè
non l'abbi perduto in vita. E che farai allora? Ecco che ora
patiſce fame il tuo Proſsimo, ſi trova in anguſtie, forſe è per
ſeguitato dalla giuſtizia, preſſato da creditori, egli non ha con
che ſoddisfarli, tu potreſti comodamente giovarlo. Egli è alla
perfine tuo fratello;2 voi foſte entrambi nello ſteſſo tempo com
- - -

perati; un ſolo fu il prezzo per voi due sborſaro ; ambedue


foſte col prezioſo Sangue di Gesù Criſto redenti. Ma forſe tu
dirai: a me s'appartiene queſto? Dovrò io dare il mio danaro ,
acciocchè ei non ſia moleſtato? Se mai foſſe il cuore che ti ſug
geriſſe tal riſpoſta, ſapi che tu ſei privo della Carità del Pa
dre, e ſe non hai la Carità del Padre, nè meno godi l'onore l
d'eſſere di lui figliuolo. E come ti glori adunque d'eſſere Cri
ſtiano? Nè porti il nome, ma ti mancano i fatti. E che gio
va averne il nome, ſe l'opera non corriſponde ? (1).
Do

(1) nondum es idoneus mori profra anguſtiatur ; non habet ipſe, ha


tre, jam idoneus eſto dare de tuis bes tu. Frater tuus eſt, ſimul em
facultatibus fratri. Jam percutiat pti eſtis; unum eſt pretium veſirum ;
viſcera tua Charitas , C non de ambo Sanguine Chriſti redempti
fattantia facias, ſed de intimo adi eſtis.... Quid ad me pertinet, for
pe miſericordie, ut conſideres illum te dicis ? Ego daturus ſum pecu
in egeſtate poſitum . Si enim ſu niam meam, ne ille moleſtiam pa
perflua non potes dare fratri tuo, tiatur? Si hoc tibi reſponderit cor
animam tuam potes ponere profra tuum, Dilectio Patris non in te
tre º Jacet pecunia in ſinu tuo , manet. Si Dilectio Patris non in
quam tibi fures poſſunt auferre, C' te manet , non es natus ex Deo .
ſi illam non auferent fures , mo Quomodo te gloriaris eſſe Chriſtia
riendo illam deſeres, etiam ſi te il mum ? Nomen habes, & facta non
la viventem non deſerat ; quid habes. Quid tibi prodeſt nomen ,
inde facturus es ? Eſurit frater ubi res non invenitur ? S. Aug. in
tuus , in neceſſitate poſitus eſt ; 1. Joan. cap. 3.
fortaſſis ſuſpenditur ; a creditore
V E R S O I L P R O S S I M o. I I3
Dovrebbono pure queſti tali una volta comprendere ciò che
diſſe il Signore col mezzo d'Aggeo: mio è l'oro, e mio è l'ar. cap. 2. 9.
gento, lo che fu da Dio fatto intendere, perchè coloro ancora
che ricuſano di far parte agli altri di quello che poſſedono ,
fieno informati che quando s' intima il Precetto di ſovvenire
i biſognoſi, non comanda Iddio che ſi dia di quello che talu
no ſcioccamente crede di poſſedere a nome proprio, ma bensì
di quello ch è di ragione di lui . Hanno quindi a compren
dere ancora coloro che ſollevano i poveri , che nulla danno
del proprio , perchè in luogo di veramente confermarſi nel
la pietà non ſi laſcino eglino inconſideratamente traſportare
dal vento della Superbia. Ecco infatti come ragiona il Si
agnore: mio è l'argento. Dunque perchè vi moſtrate renitenti
a dare del mio? O perchè v'inſuperbite, quando non date del
voſtro? (I). -

E queſta renitenza tanto più ſi rende inſoffribile, quanto


più è mite il Precetto che a dare il ſuperfluo ci eſorta; poi
chè di ſopra abbiamo di già notato che molte ſono le coſe ch'
hanno il più degli uomini ſuperflue. Quantunque biſogna inol
tre oſſervare che tali ancora hanno da riputarſi quelle coſe che
forſe ſaranno neceſſarie alla decenza del noſtro ſtato , quando
che ſi poſſa facilmente per altro mezzo recarvi riparo, perchè s. Tho.ina.
dall'altrui indigenza non ne naſceſſe un maggiore inconve diſi. 15. qu.
n1ente e 2. art. I,

Non ſi deve nè meno negare la Limoſina ai poveri che ſo


no malvagi, purchè non ſi concorra alla conſumazione della
loro malvagità. Noi ſiamo tenuti di far bene a tutti. Quan- Gal. 6. 1e.
do adunque ti ſi preſenta alcuno che patiſce la fame , chiun
que

( 1 ) Quid non miſeri intelligunt, ſua jubere donari ; & ille, qui
quod apud Aggaum loquens Domi aliquid porrigit pauperi, non ſe ar
nus propterea dixerit : meum eſt bitretur de ſuo f" , ne forte non
aurum, 8 meum eſt argentum , tam confirmetur miſericordiae nomi
ut & ille, qui non vuli cum in ne, quam infletur ſuperbia vani
digentibus communicare, quod ha tate. Meum eſt argentum . Quid
bet, cum audit precepta facienda ergo dubitatis pauperi dare de meo,
miſericordiae, intelligat Deum non aut quid extollimini, cum datis de
de re illius, cui jubet, ſed de re meo? S. Aug Ser. 15. de Div.
Lib. Ter. Cum
1 I4 D E L L A c A R IT A
que faſi, ſe hai che dargli, glielo ſomminiſtrerai; ſe conoſci
che ſei in iſtato di poter ſovvenirlo , non baderai ad altro.
Non ti ritirerai dal fare miſericordia, perchè conoſci che chi ti
chiede limoſina è un uomo peccatore. Imperocche quando io
m'avanzo a dire è un uomo peccatore, due coſe io dico che me
ritano d'eſſere diſtintamente conſiderate; dico uomo, e dico pec
catore. Come uomo è opera di Dio, come peccatore è opera
dell'uomo. Or tu ſei in debito di riguardare l'opera di Dio,
e devi abborrire l'opera dell'uomo. E come, tu mi riſponde
rai, mi ſi vieta adunque di porgere aiuto all'opera dell'uomo ?
Sai coſa ſignifica preſtare aiuto all'opera dell'uomo? Non al
tro che concorrere al di lui peccato, e agevolarlo a ricader
vi ( I ) .
Ma non così facilmente devono ancora darſi limoſine a cer
tuni ben compleſſi e gagliardi; a certi ozioſi e vagabondi, i
quali per mera pigrizia vanno intorno mendicando. La giuſta
mercede d'un ſervo infedele e maligno ſono la tortura e i
Eccli. 33. ceppi, e il farlo continuamente faticare, acciocchè nen abban
28. 29. doniſi all'ozio ch'induce gli uomini a commettere ogni gene
re di peccati. Ed ecco come bene a queſto propoſito ſcriſſe l'
2. Theſſ. 3. Appoſtolo a que” di Salonichi: io più fiate trovandomi coſtì v'
l Ce ho avvertiti che ſe alcuno ricuſa di lavorare, è giuſto ancora che
non mangi. Imperocchè opera più giovevolmente ehi condanna
alcuno a patire la fame, perchè eſſendo queſti ſicuro d'avere
come ſaziarſi non cammina ſulla ſtrada della giuſtizia, di quel
lo farebbe un altro che porgeſſe il pane ad un affamato, per
chè dalla carità mitigato ſofferentemente tolleraſſe la ingiu
ſtizia ( 2 ) .
Ac

(1) Cum eſurierit neſcio quis, ſi nis eſt. Da operi Dei , noli operi
habes unde des, da 5 ſi vides dan hominis . Et quomodo, inquis,
dum eſſe ad ſubveniendum , da . me prohibes dare operi hominis ?
Ne pigreſcant in hoc viſcera mi Quid eſt dare operi hominis ? Pec
ſericordiae, quia tibi peccator occur catori dare propter peccatum, pla
rit. Tibi enim homo peccator oc centi tibi propter peccatum. S. Aug.
currit. Cum dico: occurrettibi ho in Pſal. Io2.
mo peccator, duo nomina dixi . (2) Utilius eſurienti panis tolli
Hec duo nomina, non ſuperflua tur, ſi de cibo ſecurus juſtitiam ne
ſunt . Aliud quod homo , aliud gligat, quam eſurienti panis fran
quod peccator. Quod homo, opus gitur, ut injuſtitiae ſeductus acquieſ
eſt Dei; quod peccator opus homi cat. S. Aug Epiſt. 48.
v E Rs o 1 L PR o ss 1 M o. 115
Accaderà poi talvolta ch'avendo accordato in tua caſa il
ricetto ad un povero dubiterai lungo tratto, ſe egli ſia ve
ramente un uomo dabbene, oppure ſia un finto, un bugiardo,
un ipocrita, e perciò anderai a rilento ad eſercitare verſo lo
ſteſſo gli atti di miſericordia, perchè non ſei ancora giunto a
diſcoprirgli l'interno. Ma tu devi eſſere pietoſo anche col mal
vagio per aſſicurarti d'eſſerlo ſempre col buono. Quegli che
teme che non venga a cadere la ſua ſemenza in mezzo alla
ſtrada, o tra le ſpine, o ſopra le pietre, differirà a ſeminare
laſciando ſcorrere l'inverno, quando giungerà la ſtate, e allo
ra non ne avrà più il comodo (1).
Beato adunque quegli ch'apre le orecchie alle querele del
povero e del mendico, e previene ancora le di lui richieſte,
perchè abbiamo inoltre ad eſſere curioſi di ſpiare le altrui in
digenze, non che di ſollevarle. Alcuno ti ſi preſenta per di
mandare; tal altro deve da te eſſere prevenuto, acciocchè non
abbia occaſione di dimandare . Concioſiachè ſiccome di quel
lo che viene a chiederti fu detto: dà ad ognuno che chiede, Luc. 6. 3o.
così dell'altro, di cui devi ricercare tu ſteſſo, ſta ſcritto: ab
bi ſempre la limoſina alla mano, finchè ritrovi il giuſto a cui
darla. Così è. Devi eſſere curioſo di ſapere chi ſia dalla pe.
nuria anguſtiato; nè queſta tua curioſità ſarà giammai condan
mabile. Anzi io raccomanderei a ciaſcheduno di moſtrarſi in
queſto genere curioſo, perchè gli ſarà facile di ſcoprire molti
uomini dabbene oppreſſi dalla calamità, quando veramente ab
bia premura di ricercarli (2). Qui
-

( 1 ) Forte de illo paupere, quem egenum & pauperem. Alius ad te


ſuſcepiſti in domum tuam , dubi venit, ut petat ; alium preveni ,
tat aliquantulum & heſitat ani ne petat. Sicut enim de illo, qui
mus tuus, utrum verax homo ſit , te querit, dictum eſt : omnipeten
an forte fallax, ſimulator, hypocri ti da ; ſic de illo, quem tu debes
ta; titubat animus in facienda mi querere, dictum eſt : ſudet elee
ſericordia , quoniam cor inſpicere moſyna in manu tua, donec inve
non potes. Fac & cum malo , ut nias juſtum, cui eam tradas.....
pervenias & ad bonum . Qui ti Curioſus eſto, & intellige ſuper
met, ne bona ſua ſemina in vias, egenum & pauperem .... Non re
in ſpinas, in lapides caderent, pi prehendetur ſta curioſitas tua. ...
get ſeminare hyeme, ſeminavit 2i Curioſi eſtote ad iſta, & invenie
te. S. Aug. Ser. 11. ex edit. a Sir tis multorum Dei ſervorum indigen
1 mon, -

tiam, tantum ut velitis invenire -


(2) Beatus qui intelligit ſuper S. Aug. in Pſal. Io3.
Lib. Ter. P 2,
I 16 D E L L A C A R I T A
Qui intanto gioverà ſoprattutto riflettere che biſogna fare
la limoſina ſoltanto col danaro acquiſtato per via di giuſte
fatiche e d'oneſto guadagno. Imperciocchè " dobbiamo luſin
garci di corrompere il noſtro Giudice Gesù Criſto, che non ag
gradirà ſicuramente le noſtre offerte, ſe ſieno tratte dalle op- v

preſſioni del Proſſimo (1). Anzi neppure ha da riputarſi li


moſiniero colui che a poveri diſpenſa ciò che ricava da illeci
ti maneggi. Le vittime degli empi ſono ſempre abbominabi
li, perchè dalla iniquità naſce la offerta; e tuttociò che s'
offre a Dio in ſacrificio che dalla iniquità derivi, vale ad ir
ritare, non che a placare lo ſdegno dell'onnipotente Signo
re ( 2 ) .
Non º piuttoſto quel d'altri, e avremo dato quan
to ſerve. E' vero che gode quegli che viene da noi ſoccorſo;
ma l'altro, a cui ſi ſarà tolto quel che ſi dona, frattanto
piange. Chi di queſti due vorrà eſaudire il Signore? Sai coſa
dirà ? io ti comandai o ſtolto di dare, ma non di quel d'altri.
Se tu bai, va bene, dona pure del tuo. Ma ſe non hai che
dare del tuo, è meglio che tu non dia ad alcuno, piuttoſto che
ſpogliare gli altri per giovare ad un terzo (3).
Chiunque frattanto ſotto l'altrui poteſtà ſi trova coſtituito
S.Tho. in 4 dal ſuo Superiore deve prendere regola e miſura, nè può fare -
diſi. 15. qu, altra limoſina fuori di quella che gli è permeſſa dal medeſimo
2. art. 1. ſuo Superiore. Cosi ha da regolarſi il Religioſo relativamente
ai beni del Monaſtero; così la moglie riſguardo ai beni del
Id.ibi.art.5. marito; così finalmente i figliuoli di famiglia per rapporto ai
º 2 º 4-32 beni dei loro padri, e i ſervi a quelli dei loro padroni.
Ma

(1) De juftis laboribus facite elee cundiam, ſed irritat. Ex S. Greg


moſynas. Non enim corrupturi eſtis Pap. Cauſ. 1. qu. 1. Cauſ. 27.
Judicem Chriſtum, ut non vos au Cauf 14 qu. 4. cap. 7. - -

diat cum pauperibus, quibus tolli (3) Tollere noli, 6 dediſti, Cni
tis. S. Aug Ser. 35. cap.2. de verb. dederis, gaudet ; sui abſtuleris ,
Dom.
plorat. Quem duorum ſtorum exau
(2) Non eſt putanda eleemoſyna, diturus eſt Dominus ? .... Dicetti
ſi pauperibus diſpenſetur, quod ex bi Deus : ſtulte, juſſi, ut dares, i
illicitis rebus accipitur.... Hoſtie ſed non de alieno. Si habes, da
impiorum abominabiles, que effe de tuo. Si non habes, quod des
runtur ex ſcelere. Quidquid enim in de tuo, melius nulli dabis, quan
Dei ſacrificio offertur ex ſcelere , alteros ſpoliabis. S. Aug Ser. 19
omnipotentis Dei non placat ira de verb. Apoſt.
V E R S O I L P R O S S I M o. i 17.
Ma coſa diremo noi di coloro che menano una vita ſcoſtu
mata, e non curanti d'emendare il loro malvagio coſtume
non laſciano tuttavia fra le loro iniquità e ſcelleraggini di pra
ticare la limoſina? Indarno s'ingegnano di renderſi in tal ma
niera amico Iddio, quantunque abbia egli dichiarato: date la Luc. 11.41.
limoſina, e tutte le coſe voſtre ſaranno monde, perchè danno a
divedere di non comprendere il giuſto ſignificato dell'accenna
ta ſentenza. Chiunque vuole regolatamente fare la limoſina,
a preferenza d' ogn'altro da ſe medeſimo deve incominciare.
Sendochè la limoſina è un'opera della miſericordia, e però
con ragione ſta ſcritto: abbi miſericordia dell'anima tua, ſe Eccli.3o.24.
vuoi piacere a Dio. E noi appunto per piacere a Dio tornia
mo per mezzo del ſanto lavacro del Batteſimo a rinaſcere,
perchè troppo gli diſpiace quella reità che con eſſo noi por
tiamo fin dalla culla; e queſta è la prima limoſina ch'ognu
no di noi ha fatto a ſe ſteſſo. Se dunque la prima e vera li
moſina nel correggere le proprie colpe conſiſte, ſi guardino di
non maggiormente irritare Dio coloro, che per mezzo di li
moſine quantunque liberali, tratte dalle loro ſoſtanze e da'
loro averi, ſperano d'acquiſtare la impunità di francamente
perſiſtere nel peccato e nella infamia de'lor delitti; da che
eglino non ſolo commettono tali iniquità, ma di più vi s'
attaccano in guiſa che vorrebbono, ſe foſſe in loro potere,
mai ſempre impunemente praticarle, nè mai ſpogliarſene . E
chi è che non ſapia che chiunque ama la iniquità odia l'ani
ma

9ui ſceleratiſſime vivunt , nec Propter hoc renaſcimur, ut Deo


curant talem vitam moreſque cor placeamus, cui merito diſplicet,
rigere, C inter ipſa facinora & quod naſcendo contraximus . Hee
flagitia ſua eleemoſynas frequenta eſt prima eleemoſyna, quam nobis
re non ceſſant, fi, ſibi ideo dedimus.... Non ergo ſe fallant ,
blandiuntur, quoniam Dominus ait: qui per eleemoſynas quaslibet lar
date eleemoſynam, & ecce omnia giſſimas fructuum ſuorum, vel cujuſ
munda ſunt vobis. Hoc enim quam cumque pecunia impunitatem ſe eme
late pateat , non intelligunt .... re exiſtimant in facinorum ſuorum
Qui autem vult eleemoſynam or immanitate , ac flagitigrum neqai
dinate dare, a ſe ipſo debet inci tia permanendi , non ſolum enim
pere, 3 eam ſibi primum dare . hac faciunt, ſed ita diligunt , ut
Eſt enim eleemoſyna opus miſeri in eis ſemper optent , tantum, ſi
cordie , veriſſime que dictum eſt : peſint, impune verſari. Qui autem
miſerere anima tua placens Deo. diligit iniquitatem, odit animam
ſuam
I18 D E L L A C A R I T A"
Pſal. 1o. 6. ma ſua ? e che chi odia l'anima ſua, non è colla medeſima
miſericordioſo, ma crudele? (1) Sicchè noi dobbiamo fare le
limoſine affinchè, quando chiediamo perdono delle colpe paſſa
te, noi ſiamo eſauditi, e non perchè preſumiamo quaſi per
mezzo di eſſe di confermarci nel male e nella vita licenzio
ſa ( 2 ) .
Vuol eſſere ancora data la limoſina con animo allegro. Haſ
ſi da porgere il pane al mendico con ilarità e buona diſpoſi
-zione di cuore. Accade frequentemenre farſi la limoſina con
mala grazia e con diſpetto da taluni più per levarſi d'attorno
il povero che gl' importuna, che per ſollevare i di lui biſo
2. Cor. 4.7. gni. Iddio ama chi dà di buon animo . Se tu dai il pane, od
altro di mala voglia, tu hai ſubito il pane e il merito per
S. Aug. in duto. Dunque riſolviamoci a ſoccorrere i biſognoſi per vera
Pſal. 42. compaſſione e per ſincera cordialità del noſtro Profſimo.
Ma guardici Iddio che noi mai foſſimo renitenti ad uſare
pietà con certuni, perchè facendo profeſſione di mendicare,
ſembra che non poſſano eſſere d'alcun reciproco giovamento
a noi, quandochè in verità ancor eglino hanno coſa dare a
noi in ricompenſa. Non gli ha, come noi giudichiamo, ſi
fattamente abbandonati Iddio che non abbiano pur eſſi ma
niera di fare qualche ſorta di limoſina. Vi ſarà alcuno che potrà
camminare, ed egli in tal caſo impreſterà i ſuoi piedi al zoppo;
altri ſervirà di guida al cieco; il giovane ed il ſano aiuterà
colle ſue forze il vecchio e l'infermo. Così è fatto il mon
do, ch'altri ſia ricco ed altri povero. Ma fovente addiviene
ch'il ricco in certe circoſtanze è povero, e qualche ſoccorſo
are

(1 "i & qui odit animam bent petendi in aerumna , & ipſi
ſuam, non eſt in eam miſericors, ſed habent, quod preſtent invicem .
crudelis. S. Aug Enchir. cap. 75. Non illos deſervit Deus, unde pro
& ſeqq. bentur, quia faciunt eleemoſynas -
(2) Propter hoc eleemoſyna facien Iſtei ſi ambulare, pedes ſuos
da ſunt, ut, cum de preteritispec accommodat claudo. Qui videt, ocu
catis deprecamur, exandiamur, non los ſuos accommodat caco; & qui
nt in eis perſeverantes licentiamo juvenis eſt, 69 ſanns, vires ſuas
malefaciendinos per eleemoſynas com accommodat vel ſeni , vel agroto ,
parare credamus. S. Aug. lib. 21. & portat illum. Ille indiget, ille
de Civ. Dei cap. 27. dives eſt. Aliquando & dives in
Mendici, qui profeſſionem ha venitur pauper, C a paupere pra
al
p E R s o I L P R o s S I M o. 119
arreca queſti a quello . Ed ecco che non biſogna giudicare
povero ſoltanto quello che non ha danaro. La povertà è riſ
pettiva, e in ciò di che uno è povero, s ha da conſiderare;
e così vedremo che forſe noi ſaremo ricchi in ciò di che al
tri è povero, e noi avremo di che ſovvenirlo. Forſe altro
non potrà che offerire il ſervigio delle ſue mani e del ſuo cor
po, e queſti farà più che ſe deſſe in tale circoſtanza del da
naro (1), Chi aveſſe ora piacere d'eſaminare vari Caſi di co
ſcienza a tal materia appartenenti, potrà ricorrere alla Teologia
Morale di San Tommaſo preſſo il Bancello.
Or ſarà egli baſtante il praticare quanto fin quì s'è divi
ſato per adempiere perfettamente il Precetto della Carità ver
ſo il Proſſimo? Nò certamente; giacchè la perfezione conſiſte
principalmente nel rimettere e perdonare di cuore le offeſe
che ci ſono ſtate fatte, perchè è molto più facile coſa l'eſ
ſere benevoli e compaſſionevoli con chi nulla ci ha recato di
male; ed è molto più malagevole coſa e piena d'una eroica
generoſità l'amare il nemico, e chi ci vuole male, e quando
può ci danneggia. Ma noi abbiamo ſempre da volergli e
fargli bene, quando ſia in noſtro potere, memori dell'illuſtre
eſempio che ci laſciò Gesù Criſto, allorchè pendendo dalla Cro
ce pregò pei ſuoi perſecutori. Ond'è ch'a ſuoi laſciò per ave
viſo d'amare i loro nemici, fare bene a chi gli odia, e pregare
pe loro oltraggiatori (2). Matt. 5. 44
E qual ſarà mai la mercede che da ciò riporteremo ? Rica
vaſi

(1) ſtatur illi aliquid.... Ergo fecerit . Illud molto grandius &
molite tantum eos putare pauperes, magnificentiſſima bonitatis eſt, ut
qui non habent pecuniam. In quo quiſ tuum quoque inimicum diligas, &
que pauper f, ibi illum vide, ei , qui tibi malum vult , C9 ſi
quia forte tu in eo dives es , in poteſt, facit. Tu bonum ſemper ve
quo ille pauper eſt, C habes, un lis, faciaſque, cum poſſis, illius n e
e accommodes. Forte membra tua mor exempli, qui in Cruce pendens
accommodas, & plus eſt, quam pro ſuis exorat perſecutoribus, ſuoſ
ſi pecuniam accommodares. S. Aug. que admonuit dicens: diligite ini
in Pſal. 125. micos veſtros; benefacite eis, qui
( 2 ) Ea nihil eſt majus, qua ex vos oderunt ; & orate pro eis ,
corde dimittimus, quod in nosquiſi qui vos perſequuntur. S. Aug En
a e peccavit. Minus enim magnum chir. cap. 23.
eſi ersa eum eſſe benevolum , ſive Si quaras quam mercedem ac
stiamº beneficum, qui tibi mali nihil cipies, audi, quod ſequitur: ut ſi
t1S
-

12,O D E L L A C A R I T Mº

vaſi chiaramente da ciò, che ſiegue: acciocchè ſiate riputati ve


Ibi. 45. ri figliuoli del noſtro Padre. Qualora pertanto noi non amiamo
i noſtri nemici, non poſſiamo eſſere veri figliuoli di Dio. E
con qual fronte, ſe è così, diciamo nella Orazione Domini
Ibi. 6. 9. cale: Padre moſtro che ſei ne Cieli, ſia ſantificato il tuo Nome ?
O con qual coſcienza ſoggiungiamo nella medeſima: aſſolvici
dalle noſtre colpe, come ancor noi aſſolviamo chi ci ha recata in
Ibi. 12.
giuria ? Qui forſe ripiglierà taluno: io mi regolo colla Scrit
tura che dice: io amo chi m'ama. Dunque tu ami i figliuoli,
e i genitori, perchè queſti ti amano è vicenda. Ma anche il
ladro, anche il ſerpente, anche i lupi, anche gli orſi conſer
vano pe' ſuoi un ſomiglievole amore. E ſe mai non amaſſimo
chi ci ama, ſe diſprezzaſſimo i figliuoli e i noſtri genitori,
ſaremmo peggiori de'leoni e delle beſtie. Così di fatti ebbe
Ibi.5.46.47. a dire il Signore: Se amate chi v'ama, qual mercede potete
ſperarne? Forſe che ciò non praticano anche i Pubblicani? E ſe
voi ſaluterete ſoltanto i voſtri fratelli, in che vi diſtinguete dagli
altri ? Forſe che non tengono la ſteſſa condotta anche i Gentili?
Così è. Coloro ch'amano i ſoli amici, s'aſſomigliano ai Pub
blicani, ai Gentili, alle beſtie. Se vogliamo però dai Gentili º
e dalle beſtie diſtinguerci, biſogna che di buon cuore amiamo
ancora i noſtri nemici e i noſtri avverſari, temendo ch'a noi
non ſia ordinato quello che ſta ſcritto nel Vangelo: empio e
ingiuſto ſervo io t'aſſolvei da ogni tuo debito, poichè mene pre
gaſti,
tis filii Patris veſtri . Advertite , videmur. Sic & ipſe Dominus di
quod, ſi inimicos non diligimus , cit: Si enim diligitis eos, qui vos
filii Dei eſſe non poſſumus. Et qua diligunt, quam mercedem habebi
fronte dicimus in Oratione : Pater tis? Nonne & Publicani hoc fa
noſter, qui es in Coelis , ſantifi ciunt ? Et ſi ſalutaveritis fratres
cetur Nomen tuum ? Aut qua con veſtros tantum , quid amplius fa
ſcientia dicere poterimus : dimitte citis? Nonne & Ethnici hoc fa
nobis debita noſtra , ſicut & nos ciunt? Qui ergo ſolos amicos dili
dimittimus? Sed dicit aliquis: ego gunt, ſicut & ipſi videtis, adhuc
audiam Scripturam dicentem: amat C in hac parte Publicanis, &
anima mea amantem ſe . Amas Gentibus, 3 beſtiis ſimiles ſunt -
amantes te filios, C parentes. A Ut ergo ſuperiores ſimus & Genti
mat & latro, amat & draco, amant bus, & beſtiis, etiam inimicos &
& lupi, amant & urſi . Si enim adverſarios diligamus. Et timeamus
amantes non diligamus, ſi filios, vel illud, qued Dominus in Evange
parentes deſpicimus , peiores leoni lio dicit : ſerve male , omne de
bus, & ſupradictis beſtiis exiſtere bitum dimiſi tibi, quoniam º
-
V E R S o I L P R o S S I M o. 121
gaſti, or non dovevi tu ancora avere miſericordia del tuo conſer
vo, ſiccome io l'ebbi di te ? Eppoi ſi narra ch'il Padrone diede Ibi.18.32.8.
il medeſimo ſervo in potere della giuſtizia, finchè egli ſcontaſſe ſeqq.
-
tutto il ſuo debito. Così appunto, ſoggiunge il Signore, prati
-
cherà con eſſo voi il Padre mio Celeſte, ſe non vorrà ciaſcuno di
buon animo perdonare al ſuo Proſſimo. E altrove a tal propoſi
to deduſſe il Signore: da ciò potranno tutti ricavare che voi Joan. 13.33.
ſiete miei Diſcepoli, ſe ſcambievolmente v'amate. In altro luogo
poi così ſi legge: chi puntualmente adempì tutta la Legge, e in º º º
appreſſo manca in una coſa, diviene reo di tutto. E qual è que
ſta ſola coſa, ſe non quella che noi abbiamo di ſopra eſpoſta?
Io vi do un nuovo Comandamento di reciprocamente amarvi. Qual' Joan. 13.34.
è dico, queſta ſola coſa ſe non quella dell'Appoſtolo nella ſe
guente maniera ſignificata: tutta la Legge in un ſentimento re. Gal. 5. 14.
ſtringeſi: ama il tuo Proſſimo come te ſteſſo ? Ma perchè non
aveſſe taluno a credere che non così deve intenderſi l' addotto
teſto, aſcoltiamo il medeſimo Appoſtolo che del detto Precet 1.Cor. 13-3.
to parlando altamente ſclama: ancorchè io laſciaſſi che s'ardeſ.
ſe il mio corpo, qualora io foſſi privo della Carità, a nulla ciò
mi gioverebbe. Quella ſi è dunque una vera e fraterna Carità
che non ſolo agli amici, ma fino a'nemici s'eſtende; quaſi ad
imitazione dell'Onnipotente Dio che per ſomma ſua degna
zione fa ſopra i buoni non meno che ſopra i rei diſcendere la
piog
ſti me; nonme oportuit & te mi unum, niſi illud, quod 4"
dicit: Omnis Lex in uno ſermone
ſereri conſervo tuo, ſicut & ego
tui miſertus ſum ? Et quid poſtea ? completur: diliges Proximum tuum
Tradidit eum tortoribus , donec ſicut te ipſum ? Sed ne forte ali
redderet univerſum debitum. Sic, quis dicat locum hunc non ſic de
i" Dominus, Pater meus Coe bere intelligi, audiat de hoc man
leftis faciet vobis; ſi non dimiſeri dato iterum Apoſtolum ſublimi vo
tis unuſquiſque fratri ſuo de cor ce clamantem: & ſi tradidero cor
dibus veſtris. Et iterum ipſe Do pus meum, ut ardeat, Charitatem
minus ait: in hoc cognoſcent om autem non habeam , nihil mihi
nes, quia mei diſcipuli eſtis , ſi prodeſt. Ipſa eſt vera & germana
vos in vicem diligatis. Et iterum: Charitas, qua non ſolum uſque ad
qui univerſam Legem complevit, amicos, ſed etiam uſque ad ipſos
offendat autem in uno, factus eſt pervenit inimicos . Sicut Dominus
omnium reus. Quid eſt hoc unum, noſter tantam circa genus humanum
niſi quod ſupra diximus : manda cognoſcitur habere Charitatem, ut
tum novum do vobis, ut vos invi non ſolum ſupra bonos , ſed etiam
cem diligatis? Quid, inquam, eſt hoc ſupra malos pluviam, & Solem ſuum
Lib. Ter. quo
I 22 D E L L A C A R I T A'
pioggia, e riſplendere cotidianamente il Sole. E perchè più ci
animiamo a ciò fare, con ſomma riverenza e timore ci re
cheremo a memoria quanto proferì il Signore nel ſuo Vange
Matth º lo: ſe voi rimetterete le offeſe che vi hanno fatte gli uomini, an
14 15. che il Padre voſtro Celeſte a voi rimetterà le voſtre colpe. Ma ſe non
vorrete rimettere agli altri le offeſe, neppure il Padre Celeſte vor
rà eſentarvi dai debiti con eſſo lui contratti. Dipende da noi co
me vogliamo eſſere giudicati nel giorno del tremende Giudi
zio. Come, con qual ardire preſumerà d ottenere il perdono
de' ſuoi peccati avanti al Tribunale di Criſto colui che ſordo
al comando di Dio non perdona a ſuoi nemici? Alla Evange
lica Dottrina mirabilmente conſuonano le parole dell'Appoſto -
Romrº-17 lo: guardatevi dal rendere male per male, anzi parlate bene di
chi vi perſeguita. Sì parlatene ſempre bene, e non mai male. E
1. Petr. 3.9. altrove: non riſpondete con ingiurie alle ingiurie, ma dite piut
toſto bene di chi vi dice male. Così pure San Giovanni che
nella Cena riposò ſul petto del Signore, nella ſua Piſtola ci
1.Joan-3-15 ammoniſce che chiunque odia il ſuo fratello è un omicida, e ben
ſa ognuno che l'omicida non ha diritto alla Vita eterna. E altro
1. Petr. 2. ve ſta ſcritto: chi aſſeriſce d'eſſer nella vera luce, e porta odio al
I 1- ſuo fratello, ſi trova in mezzo alle tenebre, e fra le tenebre cam
mina, nè ſa dove vada , perchè le tenebre gli hanno offuſcata la
viſta (1).
Intore

(1) quotidie oriri concedat. Etian malo reddentes; benedicite perſe


illud ante omnia cum grandi reve- quentibus vos; benedicite, º no
rentia & timore recolere & re- lite maledicere. Et iterum : red
tinere debemus, quod Dominus in dentes maledictum pro maledicto,
Evangelio dixit: ſi dimiſeritis, ſed e contrario benedicentes. Bea
inqui, hominibus peccata eorum, tus quoque Evangeliſta Joannes ,
dimittet & vobis Pater veſter Coe- qui ſupra pectus Domini in Cana
leſtis peccata veſtra. Si non di- recubuit, in Epiſtola ſia ſta mos
miſeritis, nec Pater veſter Coele- admonet dicens : qui odit fratrem
ſtis dimittet debita veſtra. In po- ſuum, homicida eſt . Et ſcitis,
teſtate noſtra poſitum eſt, qualiter quia omnis homicida non habet
in die Judiciijudicemur. Unde ne in ſe Vitam aeternam. Et iterum ,
ſcio qua fronte indulgentiam pec-
catorum ſuorum ante Tribunal Chri-
º" fratrem
dicit ſe in lumine manere ,
ſuum odit, in tenebris
ſti obtinere poterit, qui Deo pra- ambulat , & neſcit quo vadat ,
eipiente inimicis ſuis veniam dare quia tenebrae obca caverunt oculos
non acquieſcit. Apoſtolus etiam pre- eius. S. Aug Serm. 61. de Temp.
dicat dicens : nemini malum pro -

-- -- -
v E R s o I L PR o ss 1 M o. 123
Intorno a che tornerà bene d'avvertire che qui per fratello
"deve intenderſi qualſiſia uomo ; cioè il Proſſimo. Lo ſteſſo
ſentimento fu dal ſuddetto San Giovanni confermato nelle ſe- 1. Joan. 4.
guente maniera: ſe alcuno dirà: io amo Iddio, e intanto ha in 2o.
odio il ſuo fratello, è un bugiardo, poſciachè quegli che non ama
il ſuo fratello ch'ei vede, come potrà amare Dio ch'ei non vede?
Baſtano omai le autorità fin qui apportate, quantunque in
numerabili ſarebbono le teſtimonianze del vecchio non meno
che del nuovo Teſtamento valevoli a confermare la ſteſſa im
portantiſſima verità. Tenendo adunque per fermo che tutta
la Legge in un ſolo Precetto contienſi, cioè ama il tuo Proſe
ſimo come te medeſimo, ci corre il debito rigoroſo d'amare non
ſolo gli amici, ma pur anche i nemici; perchè chi ciò non
adempie perde le altre ſue buone operazioni. Perdoniamo a
dunque di buon animo a tutti i noſtri nemici per potere
quindi con franchezza di coſcienza dire nella Orazione: per- -

donaci o Padre le offeſe che ti facemmo, ſiccome noi perdoniamo


quelle che furono fatte a noi ( 1 ).
Noi ſiamo adunque obbligati ad amare i noſtri nemici. Ma
biſogna riflettere che in tre modi ſi può queſta dilezione de'
nemici conſiderare. Primo riguardo ai nemici, in quanto ſono
nemici; e queſto ſarebbe coſa cattiva, e alla Carità medeſima
ripugnante; perchè queſto ſarebbe un amare il male d'altri.
1Donde Santo Agoſtino preſe motivo di ſtabilire per regola
che
- e

( 1 ) Hoe loce fratrem omnem ho ſed etiam inimicos diligite ; quia


Aminem debemus accipere. Dicitenim uicumque hoc implere nolunt, re
ipſe Beatus Joannes : ſi quis di f" illis opera bona prodeſe non
xerit: diligo Deum , & fratrem poterunt. Et ideo ita omnibus ini
fuum odit, mendax eſt. Qui enim micis veſtris dimittite, ut cum ſe
non diligit fratrem ſuum, quem vi cura conſcientia poſitis in Oratione
det, Deum, quem non videt, quo dicere: dimitte nobis debita noſtra,
modo poteſt diligere ? Sed etiam, ſi ſicut & nos dimittimus debitori
fubetis, ſufficiunt ifta. Sunt enim in bus noſtris. Id. ibi.
numerabilia tam in novo, quan in Dilectio inimicorum tripliciter
veteri Teſtamento, que cauſam, de poteſt conſiderari. Uno quidem mo
qua loquimur, validiſſimis teſtimo do, ut inimici diligantur, in quan
niis confirmare longum eſt.... Vos au tum ſunt inimici; & hoc eſt per
sem conſiderantes, quia omnis Lex verſum, Charitati repugnans, quia
uno ſermone impletur in nobis ; hoc eſt diligere malum alterius. Un
ideſt, diliges Proximum tuum ſi de Sanftus Auguſtinus, hac regu
cat te ipſum, non ſolum amicos, la eſt, inquit , qua & oderimus
Lib. Ter 2, ini
l 24 D E L L A C A R I T A -
Lib. 19.cont. ehe dobbiamo odiare il nemico per quel ch'egli ha di male in fe
Fauſt. cap. ſteſſo, cioè la iniquità, e dobbiamo amare il nemico per quel che
24 v'è di buono in lui, cioè per la di lui feciabile e ragionevole
natura. Secondo riſpetto alla natura, vale a dire in genere;
ed in tal caſo la dilezione de'nemici viene neceſſariamente
preſcritta dalla Carità; in quanto che uno ch'ama Dio ed il
Proſſimo, non deve da quella generalità d'amore, ch'abbrac
cia tutti gli uomini, eſcludere i ſuoi nemici. Terzo ſi può
riſguardare la dilezione del nemici in iſpecie; come ſe alcuno
in iſpecie ſi fenta ſpinto con iſtraordinario movimento ad a
mare il nemico; e ciò non è d'una neceſſità aſſoluta per la
Carità. Stantechè la Carità nè meno ci obbliga ad avere que
ſti ſpeciali impulſi d'amore per alcun uomo in particolare, non
che per il nemico. Ma dobbiamo bensì trovarci ſempre in ta
le diſpoſizione d'animo che quando ſi preſenti la neceſſità,
nen abbiamo ripugnanza veruna d'amare il noſtro nemico.
Che ſe taluno ſenza eſſervi alcuna neceſſità ſapeſſe, o voleſſe
attualmente ſempre amare il nemico per rapporto a Dio, non
v'ha dubbio che ſarebbe giunto alla perfezione della Carità (1).
Vi ſono tuttavia certi ſegni e chiari indizi d'amore, che ſi
danno in comune al Proſſimo; come quando alcuno prega per
tutti i Fedeli, o per tutto un popolo, o quando siasi fa un
ence

(1) inimicum propter id, quod lectionis in ſpeciali ad quoslibet ho


in eo malum eſt, ideſtiniquitatem ; mines ſingulariter eſt de neceſſitate
& diligamus inimicum propter ii, Charitatis.... Et tamen de neceſſi
quod in eo bonum eſt, ideſt ſo tate Charitatis ſecundum prepara
cialem rationalemque naturam - tionem animi, ut ſcilicet homo ha
Alio modo poteſt accipi dilectio ini beat animum paratum ad hoc, quod
micorum quantum ad naturam, ſci in ſingulari inimicum diligeret, ſi
licet in univerſali; & ſic dilettio neceſſitas occurreret. Sed quod abſque
inimicorum eſt de neceſſitate Cha articulo neceſſitatis homo etiam actu
ritatis, ut ſcilicet aliquis diligens impleat, ut inimicum diligat pro
Deum & Proximum ab illa ge pter Deum, hoc pertinet ad perfe
neralitate dilectionis Proximi ini ctionem Charitatis. S. Thom. 2.2.
micos ſuos non excludat . Tertie qu. 25. art. 8.
modo poteſt conſiderari dilettio ini Sunt aliqua ſigna, vel benefi
micorum in ſpeciali, ut ſcilicet ali cia dilectionis, que exhibentur Prº
teis in ſpeciali moveatur motu di ximis in communi, puta cum ali
i", ad inimicum, 6 iſtud non quis orat pro omnibus Fidelibus,
eſi de neceſſitate Charitatis abſolu vel pro toto populo, aut cum ali
te, quia nec etiam moveri motu di quod heneficium impendit aliquiº
to
v E R s o I L P R o ss 1 M o. 125
benefizio a tutta una Comunità; nel qual caſo non poſſono,
nè deono eſcluderſi ſenza traſgredire il precetto della Carità
i noſtri nemici (1). Inſomma guardiſi ognuno dall'odiare nel
ſuo interno il Proſſimo; non cerchi di vendicarſi d'alcuna of Lev r9. 17
feſa, nè ſi ricordi delle ingiurie da lui ricevute; perchè chi
deſidera di vendicarſi impegnerà anche il Signore a prenderſi
la giuſta vendetta contro di lui; e chi è memore delle offe
ſe fatte a ſe ſteſſo farà sì che non ſi dimentichi Iddio di quel
le ch'egli ad eſſo ha fatte . Non ſia alcuno il quale dica: Eccli. 28. 1.
io per ora voglio rendere male a chi fa male a me, perchè ha
da aſpettare che gli uſi giuſtizia il ſuo Signore, il quale lo
ſaprà ben diſimpegnare. Egli ſteſſo s'è proteſtato che tocca a Prov.1c.22.
lui a far vendetta, e dare la ſua giuſta mercede ad ognuno. Non Rom. 12.
vogliamo noi dunque penſare a rendere male per male. Ma 19.
ſopportiamo piuttoſto gli affronti che ci verranno fatti, e ſe 1. Theſſ. 5.
abbiamo qualche rancore con qualſivoglia perſona, perdonia- 15.
mole di cuore, praticando cogli altri ciò che Dio s'è degna
to operare con noi medeſimi. Imperocchè non v'ha coſa che Coloſſ. 3.
più renda un Criſtiano in queſto mondo commendabile, quan- 13.
to il perdonare a nemici. Anzi egli è un vero fegno e ficu
ro d'una ſplendidiſſima Carità l'amare il nemico, e volere e
fare ſempre bene, quando ſi può, a chi ci vuol male, e ci ar
reca delle moleſtie (2).
Sebbene pertanto ſovente ſuole accadere ch'alcuno ſtretto
dalla miſeria poſſa dire a tutta ragione: io non ho con che ſoc
correre il biſognoſo , niuno tuttavia giammai ſi rinviene che
poſſa dire egualmente di non avere libero in fuoproprio ar
bitrio l'eſercizio della Carità, la quale è un tal bene in ſe
ſteſſo che quanto più ſi diſpenſa ſempre maggiormente s'au
menta. Quando adunque ſuccede che noi non abbiamo nè oro,
nè argento, nè veſti, nè grano, nè vino, nè olio da diſpenſare
al

(1) toti Communitati; C talia S. Aug Enchir. cap. 73.


beneficia, vel dilectionis ſigna inimi Potes mihi dicere: non habeo,
cis exhibere eſt de neceſſitate prace quod retribuam indigenti.... Nun
pti. Id. ibi. art. 9. quid potes mihi dicere Charitatem
(2) Hoc magnificentiſſima Chari te habere non poſſe? Ipſa eſt, cujus
ratis eſt ſignum, ut tuum quoque poſſeſſio tanto plus augetur, quan
inimicum diligas, & ei, qui tibi to amplius erogatur.... Aurum, ar
malum vult , 69 facit , tu bona gentum , veſtem, frumentum, vi
ſemper velis, faciaſque cum poſis. num, & oleum poteſt fieri, ut ali
que
1 26 D E L L A C A R I T A”
ai nemici, non avremo per queſto ſcuſa veruna che ci eſima
dal fare agli altri quel che vorremmo che foſſe fatto a noi
ſteſſi, e dal perdonare ai nemici, perchè dal teſoro del noſtro
cuore dobbiamo trarre tutto ciò che fa d'uopo per eſeguir l
queſto offizio. Se baſta pertanto che gli uomini abbiano nel
loro interno la buona volontà di perdonare al nemico, eſſen
do certo che ſempre è maggiore la limoſina del cuore che
quella della mano, chi potrà preſumere d'eſentarſene ſotto
qualſivoglia colore e preteſto (1)?
Guardiſi quindi ogni Criſtiano che ſoffre qualche grave tor
to, dal concepir odio contro colui che gliel'ha fatto, ed oſti
narſi in procurar la vendetta; ma ricorra piuttoſto alla ora
zione per non perdere la Carità. Nè ſi dia a credere d'avere
molto a temere da parte del ſuo nemico. Imperocchè qual
coſa mai potrà ei praticare in ſuo pregiudizio? Forſe ſcagliar
gli addoſſo delle ingiurie, delle villanie, delle maldicenze?
Matt. 5. 12. Ma dovrà egli per queſto pigliarſene pena? Gioite, ſta ſcritto,
ed eſultate nel fondo del voſtro cuore, perchè la voſtra grande
mercede è ripoſta nel Cielo. Il tuo nemico non ceſſa quì in
terra di caricarti d'obbrobri, e tu raddoppi il guadagno nel
Cielo. Ma quando ancora ti moleſtaſſe di più, e poteſſe farti
Ibi. 1o. 25. di peggio, ch'hai tu da temere, ſe a noi fu detto: non vo
gliate temere coloro, che poſſono uccidere il corpo, e non già l'ani
ma? Di che adunque devi veramente temere, quando il tuo
nea

(1)quoties non habeas, undefau- velle ventum vincere, ſed converte


peribus tribuas ; ut autem omnes re ſe ad Orationem, ne amittat di
homines diligas, 69 hoc aliis, quod le tionem. Neque enim timendum,
tibi ipſe velis, & ut inimicis tuis eſt, ne aliquid faciat homo inimi
indulgeas, nunquam te poteris ex cus. Quid enim facturus eſt ? Mul
euſare, quia.... de theſauro cordis ta mala dicturus, opprobria jacu
tui potes proferre , quod tribuas . laturus, in conviciis ſeviturus. Sed
Et cum omnibus hominibus, etiam ſi quid tibi? Gaudete, inquit, & exul
ſola bona voluntas ſit, ſufficiat , tate, quoniam merces veſtra ma
C9 eleemoſyna cordis multo major gna eſt in Coelis. Ille in terra ge
fit quam eleemoſyna corporis, quis minat convicia, tu in Carlo lucra -
eſt, qui vel umbram excuſationis Sed ſeviat amplius, poſit & ali
poi pretendere? S. Aug Hom. 6. quid amplius. Quid te ſecurius ,
eX 5O. cui dictum eſt : nolite timere eos,
Cum aliquid mali patitur Chri qui corpus occidunt, animam au
ſtianus, non debet facile velut e tem non poſſunt occidere ? Quid
dio in eum ire, a quo patitur, 69' eſt ergo timendum, quando pateris
troſ
v E R 3 o I L PR o ss 1 M o. 127
nemico t'inſulta, purchè non manchi e vacilli la carità, che
devi portare al medeſimo? Concioſiachè il tuo nemico compo
ſto di carne e di ſangue cerca d'offendere quello ch in te ap
pariſce di fuori, mentre un altro nemico occulto, fomentato
re di queſte tenebre, che la carne e il ſangue ti confondono,
va in cerca d'altra coſa ch'in te ſta celata e naſcoſta, ſtudian
doſi egli di dare il ſacco, e di depredare gl'interni teſori del
la tua anima. Per la qual coſa penſa di grazia ch'hai due
nemici davanti, uno manifeſto, occulto l'altro. Il manifeſto
è l'uomo; l'occulto è il Demonio. L'uomo che ti moleſta,
ſecondo la umana natura è la ſteſſa coſa che tu ſei; ſecondo
la fede e l'amore non è quello che tu ſei, ma può ben di
venirlo. Eſſendo intanto due in tal caſo i tuoi nemici, uno
ru ne dei pietoſamente ſempre riſguardare, e invigilare accor
tamente ſopra dell'altro; hai da amare quello, hai da guardar
ti da queſto. Stantechè il nemico che tu vedi, cioè l'uomo,
vuole abbaſſarti in quel tanto, in cui da te è ſuperato. Per
eſempio ſe egli è vinto dalle tue ricchezze, ei cerca renderti
povero; ſe dagli onori, vuole umiliarti; ſe dalle forze, s'in
gegna indebolirti; coſicchè egli è chiaro che mette ogni ſua
mira o ad opprimerti , oppure a toglierti ciò in che reſta da
te ſuperato. Similmente l'altro nemico occulto, vale a dire il
Demonio, cerca levarti ciò in cui lo ſuperi. Ma che? Tu co
me uomo potrai ſuperare un altro uomo nelle umane felicità,
ma non puoi vincere il Demonio ſe non colla dilezione del tuo
ne -

inimicum ? Ne conturbetur in tedi tu, ſed poteriteſſe quod tu. Cum


lettio, qua diligis inimicum. Ete ergo ſint duo, unum vide, alterum
nim inimicus ille homo, caro C ſan intellige ; unum dilige, alterum
guis, quod videt in te, appetit - cave. Namque & inimicus ille,
Alius autem inimicus occultus, re uem vides, hoc in te vult humi
ctor harum tenebrarum , quas tu f" unde vincitur. Verbi gratia,
pateris in carne e 9 ſanguine, alte ſi divitiis tuis vincitur, pauperem
rum occultum tuum petit, theſauros te vult facere; ſi honore tuo vinci
taos interiores depredari & vaſtare tur, humilem te vult facere ; ſe
molitur. Duos ergo inimicos con viribus tuis vincitur, debilem te
ſtitue tibi ante oculos: unum aper vult facere. Ea ergo attendit in te
tum, & alterum occultum. Aper vel deficere, vel auferre, quibus
tum hominem, occultum Diabolum. vincitur; C ille occultus inimicus
Home ille hoc eſt, quod tu ſecundum illud tibi vult tollere, unde vinci
naturam humanam, ſecundum fidem tur. Homo enim hominem vincis
antem & dilettionem, nondum quod humana felicitate, Diabolum au
teºs
I 28 D E L L A C A R I T A"
nemico. Nella ſteſſa maniera adunque che procura toglierti l'
uomo quella felicità ond'è vinto; parimente il Demonio s'
adopera a vincere l'uomo in quello ond'egli è vinto. Procu
ra tu intanto di conſervare nel tuo cuore l'amore al tuo ne
mico, e ti riderai del Demonio, poichè in queſto lo vinci.
Faccia quanto ſa l'inimico; s'impegni a togliere e a diſtrug
gere in noi quanto può; che ſe coſtanti ſaremo ad amare chi
apertamente c inſulta, rimarrà ſenza dubbio chi occultamen
te ci batte, ſuperato e vinto (1).
Egli è quindi certiſſimo che noi ſiamo tenuti a ſalutare, a
parlare, ed a pregare pei noſtri nemici, particolarmente quan
do o l'odio noſtro s'andaſſe confermando per iſradicarlo, o
altri ne prendeſſe ſcandalo per evitarlo; altramente pecche
DD. cºm. renmo mortalmente. Anzi dobbiamo procurare di riconci
liarci il nemico affine di ricondurlo alla carità del Proſſimo,
ed all'anore di Dio. Noi ſapiamo quanto foſſero ſtringenti i
Precetti del vecchio Teſtamento ſu tal propoſito. Se t' imbat
Ex. 23.4.5. terai, ſi legge, in un bove, o in un aſino che vada errando, e
il riconoſci per quello del tuo nemico , glielo ricondurrai; e ſe
edrai un aſino, che per ſoverchio peſo ſiaſi gettato a terra, non
perchè t'è noto eſſere d'uno che t'ha in odio, tirerai avanti il
tuo cammino, ma l'ajuterai ad alzarſi. Coſa ſtabiliremo noi
adunque della Carità che biſogna uſare più ſtrettamente coi
nemici? Guardiſi però ogni Criſtiano di trarre motivo di pia
cere, o di godimento, ſe mai vedeſſe cadere il ſuo nemico,
Prov.24.17.
18.
quaſichè gli foſſe grata la ſua caduta, acciocchè ſdegnato il
Signore non prenda da ciò motivo di caſtigarlo:
Potrà bensì taluno ſalva ancora la Carità deſiderare un ma
le temporale ad alcuno, e goderne ſe queſto ſuccede; non per
chè ne viene eſſo danneggiato; ma perchè quel male può eſ
ſere un impedimeuto del male d'un altro, cui gli corre mag
- - - - - - gior
(1) tem vincis dilectione. Quomo teſt ; ſi diligitur aperte ſeviens ,
do ergo homo ambit auferre tibi & victus eſt occulte ſeviens. S. Aug.
detruncare, aut avertere felicitatem, in Pſal. 54.
qua vincitur, ſi & Diabolus ho Poteſt aliquis ſalva Charita
minem vult vincere auferendo, un te optare malum temporale alieni,
de vincitur. Sed cura in corde ſer & gaudere, ſi contingit ; non in
vare inimici dilectionem, qua Dia quantum eſt malum illius, ſed in
bolum vincis. Seviat homo, quan quantum eſt impedimentum malo
tum poteſt; anferat, quidquid po rum alterius , quem plus ir f
-

V E R s o I L PR o s s I M o. 129
gior obbligazione d'amare, oppure della Comunità, o della
Chieſa. Parimente non ſarà illecito il compiacerſi del danno
d'uno che ſoffre un male temporale, quandochè il male di pe.
ma ſi riconoſca potere indurre impedimento al male di colpa .
Ma per quello che concerne i beni di grazia, non v'è alcun
caſo, in cui ſi poſſa ſalva la Carità deſiderarne a chi ſi ſia il
detrimento, o prenderne piacere, ſe non in quanto nel male di
colpa, o della dannazione d'alcuno ſpicca ſempre il bene della
Divina Giuſtizia, il qual bene è da amarſi più di qualunque
uomo. Queſto tuttavia non è propriamente avere compiaci
mento del male, ma piuttoſto del bene che va conneſſo col
male ( 1 ). - -

Vediamo ora coſa ci abbia comandato il noſtro Signore Ge


sù Criſto, allorchè ci diede per avviſo di non rendere ad alcuno Matt. 5.39.
male per male, di preſentare l'altra guancia a chi ci deſſe una º ººº
ceffata, di dare il mantello a chi ci voleſſe rubare la veſte , e
di tenere per doppio ſpazio di cammino compagnia a colui che ci
voleſſe ingiuriare. E che mai s'inferiſce da tutto ciò , ſe non
t
ſe l'eſtremo orrore che dobbiamo portare alla vendetta; e che
dobbiamo piuttoſto perdonare che rifarci delle ſofferte ingiu
rie; e che non v'è coſa più bella quanto il dimenticarſi d'un
torto che s'abbia ricevuto? Sendochè quindi naſce che l'uo
mo dabbene ſupera il malvagio; anzi di più che nell' uomo
cattivo ſi toglie col bene il male , e così rimane libero dal
i riſta

(1) diligere, vel Communitatis, Videamus quale eſt illud, quod


aut Eccleſie. Similiter de malo etiam Chriſtus precipit , ut nulli ma
ejus, qui in malum temporale in lum pro malo reddere debea
cidit , ſecundum quod per malum mus; & percutienti aliam praebe
paene impeditur frequenter malum re maxillam; & pallium dare ei,
culpa illius..... Quantum vero ad qui tunicam auferre perſtiterit ;
bona grati e, nullus ſalva Chari & cum eo, qui nos angariare vo
tate poteſt malum alteri optare , luerit, ire debere ſpatio itineris
vel de malo gaudere, miſi in quan duplicato.... Quid eſt hoc autem
tum in malo culpae, vel damnatio " abhorrere ab ulciſcendi libidi
mis alicujus relacet bonum Divinae ne? Quid eſt accepta injuria igno
Juſtitia, quod plus tenetur dilige ſcere malle quam perſequi ,
re, quam aliquem hominem . Sed nihil niſi injurias obliviſci? ....
hoc non eſt per ſe de malo gaude Hoc quippe fit, ut vincatur ho
re, ſed de bono, quod adjunctum mo malus ; immo in homine malo
eſt malo - S. Tho in 3. diſt. 3o. vincatur bono malum, C homo li
art. I, beretur a malo , non exteriore cr
-

Lib. Ter. R alie.

- -

- - --
13o p E L L A c A R I T Ar
male non eſtrinſeco e alieno, ma intimo e ſuo proprio, da cui
egli è al di dentro più che da qualunque eſterna forza di ne
mico barbaramente ſtraziato. E in cotal modo viene l'ingiu
riante da quello ſteſſo, a cui recò ingiuria, a ricavare qual
conto abbia a farſi di quelle coſe ch' ad eſſere ingiurioſo lo
ſtimolarono; ſicchè ravveduto ſi ſtringe in appreſſo con eſſo
lui in amicizia e concordia, del che non v' ha cofa piu van
taggioſa ad una Città, non perchè ſia rimaſto oppreſſo dalla
potenza del ſuo avverſario, ma perchè ſi ſenta dalla di lui
benevola ſofferenza allettato ( I ). - -

E non v' ha dubbio che così s'ha da diportare l' offeſo ,


qualunque ſia per eſſerne l'evento; ancorchè non voleſſe cor
reggerſi il di lui nemico, nè ſeco rappattumarſi. Anzi aggiun
gerò di più ch'i ſuddetti rigoroſi Precetti riſpuardo all' ini
mico ſono piuttoſto indiritti a volere una buona diſpoſizione
interna dell'animo che l'atto eſterno, il quale è un ſemplice
indizio della interna ſofferenza e buona volontà , ove conſiſte
la virtù. Dobbiamo però manifeſtamente dimoſtrare la noſtra
benevolenza a coloro che ſiamo tenuti ad amare con tutte
quelle coſe, che giudichiamo poter eſſere ad eſſi giovevoli -
Mi reſtringo adunque, e ſtabiliſco che l'animo ha ſempre da
eſſere internamente diſpoſto a fopportare le ingiurie, e la vo.
lontà ſempre aliena dal rendere male per male, anzi ſempre
pronta a far del bene ad ognuno (2).
Ma come tornerà uno in grazia di chi l'ha offeſo? Entre
rà taluno di mezzo che faccia ravvedere il tuo nemico, e l'
- 10

( 1 ) alieno, ſed intimo ac ſuo, gis ad preparationem cordis, qua


guo gravius & pernicioſius , quam intus eſt, pertinere, quam adopus,
sujuſvis hoſtis extrinſecus immanita- quod in aperto fit, ut teneatur in
te vaſtatur......Ae ſi injurioſus ab ſecreto animi patientia cum bene
ee ipſo, cui fecit injuriam, diſcat qua- volentia, in manifeſto autem id
lia ſint, propter que fecit inju- fiat, quod eis videtur prodeſſe poſe
riam, atque in concordiam , qua ſe, quibus bene velle debemus....
nihil eſt utilius Civitati, panitens Sunt ergo iſta Praecepta patientiae
acquiratur, victus non ſevientis vi- ſemper in cordis preparatione reti
zibus, ſed benevolentia patientis . menda ; ipſaque benevolentia , ne
S. A" 95. . - reddatur malum pro malo, ſemper
( 2 ) Hoc certe animo faciendum in voluntate complenda eſt. Id. ibi.
eſt, etiamſ alius exitus conſequa- Debent inter vos eſſe alii pa
tur, nec corrigi velit atque paca- cifici, qui illum objurgent, ut a
zi.... Denique iſta Pracepta ma- te prius veniam petat, tu tantum
- - - pa
v E R S o I L PR o s s 1 M o. 131
induca a chiederti perdono; e tu frattanto hai da eſſere pron
to a perdonargli, ma con prontezza d'animo ſincero. Se vera
mente ſarai diſpoſto a rimettergli la colpa, già fin d' allora
potrai affermare d'avergliela rimeſſa. Farai ancora di più con
occuparti a pregare per lui. Sì prega Dio, perchè venga a
chiederti perdono, giacchè t'è noto che grave danno a lui
ne verrebbe ſe non telo addimandaſſe (1). l

Nè giova il dire che più volte lo chiamaſti, lo pregaſti, nel


lo richiedeſti, ma non poteſti ottenere di riacquiſtare la di lui gra
zia. Non ceſſerai fintanto che non ti ſarai con eſſo lui ricon
ciliato. Stantechè non baſta che tu non offenda il tuo nemi
co e che non gli voglia male, ma devi di più procurare ch
egli ſia veramente con eſſo teco rappacificato. Quanti vi ſo
no che dicono: io non ſono adirato, io non ſento alcun ramma
rico contro di lui, e ſoltanto mi tengo da lui lontano. Ma non
è già queſto che Iddio ci ha comandato. Perdona, dice egli, a Matt. 5- 24
tuo fratello l'offeſa che ti ha recata, ma prima va a ritrovarlo,
e ſeco lui riconciliati, onde ſe mai qualche rancore ei tutta
via conſerva contro la tua perſona, non partirai prima ch'
egli non ſiaſi teco in una ſtabile concordia rimeſſo (2).
Quanto pochi però ſono coloro che corriſpondono perfetta
mente a un tal dovere ? La ragione di sì grave mancanza de
riva maſſimamente, perchè altri di eſſi ſono negligenti e ſi
dimenticano di terminare le inimicizie; altri ſono pertinaci
e ricuſano d'accordare il perdono a chi ne li ricerca. Altri
- 1 Il

( 1 )paratus eſto ignoſcere, prorſus gnum animum adverſus eum geris;


paratus eſto ex corde dimittere. Si ſed enitendum eſt, ut ipſe quoque
paratus es dimittere, jam dimiſiſti. adverſus nos benevolum animum in
fiabes adhuc, quod ores . Ora pro duat . Multos enim audio dicen
illo, ut petai a te veniam , quia tes, ego nihil infenſus ſum , ni
ſcis ei nocere, ſi non petat ; ora hil doleo, neque quicquam co
pro illo, ut petat. S. Aug. Hom. mune cum illo habee. Versom non
4O. id a Deo preceptum eſt.... Re
( 2 ) Ne mihi dicas : compellavi, mitte fratri tuo, quod adverſus
ſepe rogavi, ſupplicavi, ſed re eum habes, ſed vade, ut cum eo
conciliationem impetrare non po prius reconcilieris ; & ſi ille ali
tui. Ne prius abſiſtas quam recon quid habet adverſum te, ne prius
cilieris.... Non enim ſufficit, quod incaptum omittas, quam membrum
non ledis, quod nulla injuria af. illud concordia junctum coaleſcat .
ficis inimicum, cº quod non mali S. Chryſoſt. Hom. 22.
ILib. Ter. R 2 Ne
I3 a D E L L A C A R I T A
in fine ſono così ſuperbi che per una ſciocca verecondia non
ſi piegano a dimandare perdono all'offeſo. Per queſti tre vi
zj principalmente vivono e s'alimentano le inimicizie che dan
no morte alle anime, nelle quali ſi mantengono vigoroſe.
Vegli adunque ſempre e s'opponga alla negligenza la memo
ria, alla pertinacia la miſericordia, alla ſuperba verecondia
la modeſta prudenza ( 1 ). Ed acciocchè ſi venga facilmente a
fine delle diſcordie, chiegga perdono l'offenſere, l'accordi di
buon animo l'offeſo; altramente goderà della noſtra pervica
cia il Demonio che delle diſſenſioni fra Criſtiani trionfa e fe
ſteggia (2). -

Anzi ſebben per ſette volte in un ſolo giorno ti recaſſe


ingiuria il tuo fratello, e per altrettante pure in un ſolo
Luc. 17. 4. giorno pentito e a te rivolto diceſſe: io me ne dolgo, hai tu
da eſſere pronto a perdonargli. Per queſto appunto vai tante
volte ripetendo nella Orazione Dominicale: rilaſcia a noi o Si
gnore i noſtri debiti, come noi rilaſciamo i loro ai noſtri debitori.
Non può avere una tal dichiarazione il ſuo compimento, ſe
non quando alcuno, benchè non ſia ancora giunto a sì fatto
ſegno di perfezione che ami ſpontaneamente il ſuo nemico,
tuttavia ove che dall'offenſore gli ſia richieſto il perdono, fa
cilmente gliel' accorda, giacchè vuole ch'ancora a lui ſia per
donato, mentre dice nella ſua preghiera: come ancor noi per
doniamo, cioè piacciati o Padre Celeſte di rilaſciare a noi, che
tene

( 1 ) Negligens inimicitias finire tio Chriſtianorum. Id. ibi. Ser. 74


obliviſcitur ; pertinax veniam non Etſi ſepties in die peccaverie
vult concedere , cum rogatur ; ſu in te, 69 ſepties in die converſus
perbe verecundus veniam petere de fuerit ad te dicens: poenitet me,
dignatur. His tribus vitiis inimi dimitte illi. Ideo dicis in Oratio
citi e vivunt, ſed animas, in qui ne: dimitte nobis debita noſtra ,
bus non moriuntur, occidunt . Vi ſicut & nos dimittimus debitori
gilet contra negligentiam memoria, bus noſtris . Procul dubio verba
contra pertinaciam miſericordia , ſponſionis hujus implentur , ſi ho
contra ſuperbam verecundiam ſub mo, qui nondum ita profecit , ut
miſa prudentia. S. Aug Ser.73. fam diligat inimicum, tamen quan
de diver. -

do regatur ab homine , qui pecca


(2) Petat veniam, qui fecit in vit in eum, ut ei dimittat, di
furiam ; det veniam , qui accipit mittit ex corde, qui etiam ſibiro
infuriam, ut non poſſideamur a Sa ganti utique vuli dimitti, cum
thana, cujus triumphus eſt diſſen orat, 6 dicit : ſicut & nos dimit
ti
v E R s o I L PR o ss 1 M o. 133
cene preghiamo, i noſtri debiti, ſiccome noi parimente li ri
laſciamo ai noſtri debitori che cene pregano (I).
M'interrogherà forſe taluno: che ſarebbe egli mai ſe io foſ.
ſi in obbligo di caſtigare colui che m'addimanda perdono? In tal
caſo fa quel che ti piace; perchè m'immagino che tu ami
il tuo figliuolo nell'atto ſteſſo che lo batti. Benchè non ti
prenda pena del ſuo pianto, vero è tuttavia che gli ſerbi la
eredità e la ſucceſſione ne'tuoi averi. Io non ſoggiungo altro
a te ed a qualunque Criſtiano ſe non che dobbiamo eſſere ſol
leciti a deporre l'odio, quando il nemico n addimanda il
perdono (2). Queſta è la concluſione del diſcorſo. Chi bramaſſe
in queſto propoſito d'eſſere più diffuſamente iſtruito, potrà ſoddis
farſi col ricorrere al Tomo 8 e 1o di S. Agoſtino, ove egli ne ra
giona al ſuo ſolito con molta Dottrina. M'occorrerà di ſoggiungere
alcuna coſa, quando parlerò del peccato della Ira, oltre a quello
ch ho rimarcato nella eſpoſizione del Quinto Precetto del Decalogo,
che nel Catechiſmo Romano è ſtato ancora più accuratamente diſteſo.
Mi pareva che qui poteſſero acconciamente cadere alcune
oſſervazioni ſulle amicizie di qualche parricolare; ma ſiccome
Giulio Negroni ha formato un'opera molto erudita ſu queſto
ſoggetto, così ſtimo ſuperfluo d'addurre quello ch'ivi potran
no trovare i Lettori molto meglio ch'io non ſaprei fare, e
ſaminato e diſcuſſo. Io rapporterò ſoltanto per chi bramaſſe
avere una breve idea della vera amicizia il ſentimento di San
Baſilio, il quale raccomanda ch'abbiano fra di loro vicendevol
mente gli uomini la Carità, non in maniera però che due, o tre
ſoli fra loro s'uniſcano, e ſi diſgiungano dagli altri, dappoicchè
queſta non ſarebbe Carità, ma piuttoſto una diviſione, un ammu
tinamento, e un chiaro indizio della malvagità di coloro ch'in tal
modo ſi foſſero uniti (3). Imperciocchè, ſoggiunge San Loren
ZO

( 1 ) timus; ideſt ſic dimitte de a te veniam petit inimicus. S. Aug.


bita moſtra rogantibus nobis, ſicut & Ser. 47. de div.
mos dimittimus rogantibus debitori ( 3 ) Charitatem habere in ter ſe
bus noſtris. S. Aug. cap.33. Enchir. mutuam fratres debent , non ita
(2) Quod ſi ille, qui veniampe tamen ut duo, treſve ſeorſum a ca
tit, caſtigandus eſt a me? Fac, quod teris ſodalitatem inter ſe coeant -
vis, puto enim, quod filium tuum Quando quidem hoc non Charitas
diligis, & quando cadis. Lacrymas eſt, ſed ſeditio, e diviſio, º eo
vapulantis non curas, quia ei ha rum, qui ſic coeunt, improbitatis
reditatem ſervas. Ego hoc dico, ut indicium . S. Baſil. Conſt. Mon.
de corde dimittas odium, quando cap. 3o.
134 D E L L A c A R I T A
zo Giuſtiniani, nelle famigliari e conſuete private converſazioni,
ſe non vengano eſſe regolate dalla prudenza, ſi paſſa ſovente agl'
immodeſti e vani diſcorſi, a motteggiamenti, alle maldicenze, al
le incontinenti e ſmoderate riſate ( 1 ). Nello ſteſſo ſentimento
San Gian Criſoſtomo concorrendo ſoſtiene, che quando due, o
tre ſi collegano inſieme, e ſi diſmembrano affatto dagli altri, dal
la Carità piuttoſto è da dirſi che ſi dipartano, invece che s'uniſ.
cano alla medeſima. A che giova veramente l'amare oltre ogni
termine e miſura un altro? Queſto è un amore affatto umano. Che
ſe tu aſſeriſci d'amarlo non alla maniera che ſogliono amare gli uo
mini, ma l'ami per rapporto a Dio, perchè dunque non ami tut
ti nella ſteſſa conformità ? T ha pure comandato Iddio d'amare
fin anche i nemici (2)?
S.Tho.inEp. Difatti egli è fuor di dubbio che paſſionato parziale ſi di
ad Rom.cap. moſtra chiunque la Carità che a tutti è dovuta, ad uno
12. Lect 2. piuttoſto ch'ad altro particolarmente reſtringe. V'è motivo
uindi di credere che non ſia retto un tale amore. Imper
S. Aug. lib. ciocchè ſe alcuno in te amaſſe altro che te ſteſſo, non t'a-
1o. Conf merebbe rettamente, appunto perchè non ama te per te me
cap. 29. deſimo. Oſſerviſi adunque che vi ſono tre ſorte d'affetto e d'
amore; altro naſce dalla carne; altro è regolato dalla ragio
ne; altro in fine è ſoſtenuto dalla ſapienza. Il primo è dol
ce, ma vergognoſo; il ſecondo è ſterile, ma forte; il terzo è ab
bondante e ſoave (3)- Eſſendochè però la maggior parte de
gli uomini ſoltanto al primo tenore d'amare s'appiglia, quin
di proviene ch'eſſi non conſeguiſcono i rari premi all'amore
del Proſſimo promeſſi, da che il loro amore non è ſpiritua
le ,
( 1 )Solent in converſationibus fa pter Deum illum diligis , dilige
miliaribus, nimiumque aſſiduis , omnes. Nam Deus ita precipit ,
niſi caute agantur, intermiſceri va ut & inimicos diligamus. S. Chry
niloquia , ſcurrilitates , detrattio ſoſt. Serm. 2. in Epiſt. ad Theſſ.
nes, & effrenati riſus . S. Laur. (3) Eſt affectio, quam caro gi.
Juſt. cap. 22. de Diſc & perv. Con gnit; & eſt quam ratio regit ; &
verſ. Monaſt. eſt , quam condidit ſapientia....
( 2 ) Quando bini, vel terni con Prima dulcis, ſed turpis, ſecunda
juneimur, a reliquis vero nos ipſos ſicca, ſed fortis, ultima pinguis &
avellimus..... illud Charitatis eſt ſuavis eſt . S. Bern. 5o. in Cant.
diviſio, non Charitas . Quid pre Aliqui Proximum diligunt, &
derit , quod aliquem vehementer tamen illa ſublimia dilectionis
amas? Humana eſt iſta dilettio . premia non aſſequuntur, quia amo
Si vero non eſt humana, ſed pro rem ſuum non ſpiritualiter, º
malſ
ear
v E Rs o r L PR o ss 1 M o. 135
le, ma affatto terreno ( 1 ) . Chi non è di tutto ciò ſoddisfatte
può ne ſopraccitati Autori, e ſpecialmente in San Lorenzo Giuſti
miani ritrovare molte coſe comprovanti il noſtro argomento, pa
rendoci omai d'eſſerci forſe anche oltre il dovere intertenuti a ra
gionare delle tre Virtù Teologali, Fede, Speranza, e Carità.
cA P 1To L o s E C o N D o.
Delle Virtù Cardinali.

Iova molto di qui ripetere quel detto: in queſti due Pre-Matt.22.4e


cetti tutta la Legge ſi raggira, e ſopra del medeſimi inſi
ſtono i Profeti e cioè la Criſtiana Religione conſiſte nell'amare
Dio con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutta l'a-
nima, e nell'amare il Proſſimo come ſe ſteſſo. Ora chi ſa
veramente con ſobria e diſcreta temperanza ciò praticare, è
prudente. Chi per niuna avverſità ſe n'allontana e non ſi ſtan
ca, è forte, chi non ne viene da altro piacere diſtratto, è tem
perante, chi non è per vento di ſuperbia diſtornato, è giuſto,
E quando col mezzo di queſte ſingolariſſime Virtù a noi con
cedute per grazia del noſtro Mediatore Gesù Criſto, Dio col
Padre, ed Uomo con noi, in iſpirito di Carità riconciliati
dopo le nimicizie per la iniquità contratte con Dio intra
prendiamo quaggiù una vita lodevole e oneſta, ne riportere
mo in ricompenſa la Vita beata, che non può eſſere ſe non
durevole ed eterna (2). Con giuſta ragione adunque ci ven
gono da Dio caldamente raccomandate la Sobrietà, vale a dire S.Aug.lib.1.
da Temperanza, e la Prudenza, e la Giuſtizia, e la Virtù, o Retr, cap. 7
fia la Fortezza, perciocchè non poſſono avere gli Uomini co-º º
fa

( 1 ) maliter impendunt. Ugo de Virtutibus divinitus impartitis per


S. Viét. in Reg. S. Aug. cap. 1o. gratiam Mediatoris Dei cum Pa
(2) In his duobus Praeceptis tota tre, & nobiſcum Hominis Jefu
Lex pendet, 8. Propheta; ideſt, Chriſti, per quem poſt inimicitias
in dile:tione Dei ex toto corde , iniquitatis reconciliamur Deo in ſpi
& tota anima , C tota mente , ritu Charitatis, his, inquam, Vir
e 9 Proximitanquam ſui ipſius.... tutibus divinitus impartitis, &
Hoc qui ſobria diſcretione eligit , bona vita nunc agitur, 69 poſtea
prudens eſi; qui nulla hinc affli premium eius, quae niſi aterna eſe
ètione avertitur, fortis eſt; qui nulſe non poteſt, beata Vita perſolvi
la alia delestatione, temperans eſt; tur. S. Aug- Epiſt. 52
qui nulla electione, juſtus eſt. His
a

i;3 p E L LE VIRTt c.4 R D IN.ALI.


fa più utile delle accennate Virtù. Di ciaſcheduna di eſſe paſ
fiamo ora a ragionare ſuccintamente.

A R T IcoL o P R 1 M o.
Della Prudenza. -
Id. lib. 83. 'La Prudenza una cognizione delle coſe o da ricercarſi, o da
fuggirſi, è una interna mozione d'animo, per cui ſagace
Ies de Mor mente l'uomo diſtingue ciò, che gli giova, da ciò che gli reca no
ºl-Cathol cumento, è una Virtù, per cui il bene dal male ſi conoſce, è
Id. in Pſal. finalmente una retta ragione d'operare. Biſogna adunque che
quello ſia il principale atto di Prudenza, ch' è il principale
atto di ragione nell'operare. Ora è da oſſervarſi che tre poſ
fono eſſere gli atti di ſimile natura. Il primo è il conſigliarſi
che riſguarda la invenzione; perchè ove ſi tratta di conſiglio,
ſi cerca coſa che ſembri buona a farci riſolvere ad operare.
Il ſecondo atto è il giudicare di ciò che è ritrovato, e queſto
è il proprio officio della ragione ſpeculativa. Ma la ragio
ne pratica , da che ha per iſcopo la operazione, va più
oltre, e queſto è il terzo atto, cioè il comandare, il quale
conſiſte nell'applicare all'opera ciò che fu l'oggetto de noſtri
configli e del noſtri giudizi. E perchè queſto atto è il più
propinquo al fine della ragione pratica, quindi il medeſimo è
ancora l'atto principale della ragione pratica, e per giuſto con
ſeguente della Prudenza ( 1 ). -

Pongaſi intanto mente ch'altra è la Prudenza della carne,


ed altra quella dello ſpirito. La Prudenza della carne conduce
alla morte, la Prudenza dello ſpirito mena alla vita e alla pa
Ce e

(1) Eſtretta ratio agibilium; un qua ordinatur ad opus, procedit ul


oportet, quod illeſit precipuus ierius ; & eſt tertius actus ejus
astus Prudentia, qui eſt praccipuus praecipere, qui quidem aius con
attus rationis agibilium. Cujus qui ſiſtit in applicatione conſiliatorum,
dem funr tres actus, quorum pri & judicatorum ad operandum. Et
mus eſt conſiliari, quod pertinet quia iſte actus eſt propinquior fini
ad inventionem ; nam conſiliari eſt rationis pratica, inde eſt, quod i
quarere. Secundus actus eſt judi eſt principalis attus rationis prati
care de inventis, 69 hoc facit ſpe ca, & per conſequens Prudentia -
culativa ratio. Sed prattica ratio, S. Tho. 2. 2. qu.47. art. 8.

- -- - -- - -
D E L L A P R U D E N z A. 137
ce. La Prudenza carnale è praticata da chi con ſoverchio appetito DD. com.
i beni temporali deſidera; e tale Prudenza è a Dio nemica.
Perciocchè ſtando l'anima a così diſordinato appetito ſogget
ta non può alla Legge di Dio moſtrarſi obbediente, cioè non
può adempire quanto comanda la Legge. Ma ſe a ſorte ſi ri
volgerà l'anima a bramare i beni ſpirituali, e ſarà da terreni
diſtaccata, terminerà d'eſſere Prudenza carnale, e non farà pun
to allo ſpirito reſiſtenza. Concioſiachè ſiccome quando l'ani
ma le coſe di quaggiù va cercando , ſi dice tirata dalla Pru
denza della carne, così quando aſpira alle Celeſti, dalla Pru
denza dello ſpirito ſi chiama condotta; non perchè la Prudenza
della carne ſia una ſoſtanza, di cui l'anima ſi veſta, o ſi ſpo
gli; ma perchè piuttoſto è un'affezione dell'anima medeſima
che affatto ceſſa d'eſſere, quando tutta s'abbandona nella con- -

templazione delle coſe celeſti (1).


Tal' eſſendo la natura di queſte due ſorte di Prudenza egli
è chiaro che la prima ſoltanto può ritrovarſi ne' peccatori, e
non la ſeconda. Havvi tuttavia una certa Prudenza imperfet
ta, qual'è quella di chi rinviene i mezzi opportuni o di
mercantare, o di navigare; onde uno è chiamato prudente mer
catante, o piloto, e queſta è comune a buoni ed a cattivi,
toltone il caſo che foſſe imperfetta per mancanza dell'atto
principale; come ſe alcuno rettamente ſi conſultaſſe, e bene
giudicaſſe in tutto quello che la ſua vita riſguarda, ma non
così efficacemente poſcia ne comandaſſe a ſe ſteſſo la eſecuzio
ne;
(1) Prudentia carnis dicitur, cum qua omnino eſſe deſinet, cum ſe to
anima pro magnis bonis temporalia tam ad ſuperna converterit. S. Aug
bona concupiſcit , & hac inimica lib. 83. qq. q 66.
eſt Deo. Quamdiu enim appetitus Prima eſt in ſolis peccato
talis ineſt anima, Legi Dei ſubje ribus. Secunda in peccatoribus eſſe
cta eſſe non poteſt; ideſt non poteſt non poteſt . Prudentia autem im
implere, qua Lex juhet. Sed cum perfetta, puta, cum aliquis adin
ſ" bona deſiderare caperit, venit vias aceommodatas ad nego
temporalia contemnere, deſinet tian dum , vel navigandum ; unde
eſſe Prudentia carnis, & ſpiritui dicitur prudens negotiator, vel nau
non reſiſtet . Eadem namque ani ta, eſt communis bonis & malis;
ma, cum inferiora appetit , Pru niſi ſit imperfetta propter defectum
dentiam carnis habere dicitur. Non principalis actus ; puta cum ali
qui a Prudentia carnis ſubſtantia quis rette conſiliatur, C bene ju
eſt, qua induitur anima, vel exui dicat etiam de his, quae pertinent
tur, ſed ipſius anima affectio eſt, ad totam vitam, ſed non efficaciter
Lib. Ter. pre
-
-

138 D E L L A P R U D E N 2 Ar.
ne; e queſta Prudenza ancora ſolo ne'rei può ritrovarſi (1).
Le parti della vera e ſana Prudenza ſono la Memoria, l'
Intelletto, la Previdenza, l'Accortezza, la Docilità, la Ragione,
la Circoſpezione, la Cautela, e la Sollecitudine.
s.Aug.l. 83. Per mezzo della Memoria ſi rammenta l'anima di quel ch'
qq. g. 31, è ſtato; e ciò molto giova, perchè la Prudenza le coſe con
tingenti riſguarda , e l'uomo non può regolarviſi altramente
che colla ponderazione di ciò, ch'è ſolito ad avvenire, di
maniera che ne faccia eſperimento. Ma l' eſperimento non
può farſi ſenza che molte coſe s'abbiano a memoria; e in
conſeguenza la Memoria di molte coſe ſarà per la Prudenza
neceſſaria (2).
Coll'Intelletto ſi diſcuopre quali in ſe ſteſſe ſono le coſe;
Id. ibi, ſi diſtingue beniſſimo ciò ch'a Dio piace, e ciò che può diſ
piacergli, onde queſto ſi sfugga, e quello s' abbracci; nell'
altrui mente e penſiero ſi penetra affine di trarne una giuſta
regola per la propria condotta. Quantunque i conſigli degli
uomini ſono nell'animo loro come coſa che giaccia nel fondo
- di quantità prodigioſa di acque, ciò non oſtante il Saggio gli
Prov. 2o. 5. attinge e li trae fuori all'aperto.
s.Ausl.ss. Colla Previdenza ciò ch ha da eſſere avanti che ſucceda s'
17- 7. 3 I. º eſplora. L'imprudente infatti è quegli che non prevede quel
lo che gli poſſa avvenire; all'incontro è prudente chi prende
le ſue miſure. Ma queſta Previdenza del futuro ha da eſſere
relativa alle coſe celeſti . In queſto l'uomo ſi deve moſtrare
Prov. 6. 6. prudente coll'imitare la formica che, come dice la Scrittura,
naſconde nella ſtate per non patire fame nell'inverno (3). Oh
quanti vi ſono uomini affatto privi d'accorgimento e di pre
videnza ! Voleſſe Iddio che tutti aveſſero ſenno e conoſcenza,
Deut.32.29. e prevedeſſero ciò ch'alla fine ha da eſſere di loro. Quegli può
chiamarſi prudente che meditando d'ergere una torre, prima
fra
(1)precipit,69 hec etiam non eſt niſi requiritur plurium memoriam ha
- ia malis. S. Tho. 2. 2.q. 47.art. 13. bere. Id. ibi. art. 1.
(2) Prudentia eſt circa contingen- (3) Eſto prudens, 69 proſpice ti
tia operabilia ; in his autem diri- bi in poſterum in Calo. Eſto ergo
situr homo per ea, qua ſolent ac- prudens, 69 imitare formicam, ſi
sidere, unde oportet experimentum cut dicit Scriptura: reconde a ſta
conſiderare. Experimentum autem te, ne eſurias in hyeme. S. Aug.
eſi ex pluribus memoriis; unde con- in Pſal. 48.
ſequens eſt, quod ad Prudentiam
D E L L A P R U D E N z A. I 39
fra ſe ſteſſo ſedendo fa il conto della ſpeſa neceſſaria a farſi,
e va conſiderando ſe può tirare a fine la ſua impreſa; per
chè ſe a ſorte gettaſſe i fondamenti, e poi non aveſſe come
perfezionare la fabbrica, non aveſſero tutti quelli che paſſano
a beffeggiarlo dicendo: ob queſti incominciò ad edificare, e non Luc. 1 4- 28.
potè proſeguire. Non deve all'incontro addimandarſi prudente & ſeqq.
colui che piantò la ſua caſa ſull'arena, perchè venne in ap
preſſo la pioggia, ſtraboccarono i fiumi, ſoffiarono i venti, A

preſero in mezzo quella caſa, e la roveſciarono a terra con Matt.7.26.


farne una grande rovina. 27
Coll'Accortezza l'uomo ſi rende facile e pronto a congettu
rare gli opportuni conſigli; ſendechè non rade volte ſuccede
che coſa all'improvviſo accada biſognoſa di conſiglio; e per que
ſto l'Accortezza una parte della Prudenza viene riputata (1).
Per mezzo della Docilità s'acquiſta una diſpoſizione a riceve
re gli altrui buoni conſigli. E ſiccome la Prudenza in certe
particolari azioni conſiſte, nelle quali perchè ſono a mille va
riazioni ſoggette , non può l'uomo ben ponderare il tutto ,
così è giuſto e neceſſario che chi ama d'aſſicurarſi d' operare
prudentemente, procuri d'eſſere dagli altri ammaeſtrato, e pare
ticolarmente da vecchi, che il fine delle azioni umane ſiano
avvezzi a rettamente giudicare. Ond'è che noi venghiamo
ammoniti con due ſaggi avviſi: non t'affidare alla tua Pruden-Prov. 3. 5.
za. Sta ſempre fra le adunanze de vecchi prudenti, e ſeconda Eccli. 6.36.
coll'interno la loro ſapienza, e ſe t'incontri con alcuno veramen
te ſenſato, moſtrati ſempre vegghiante e deſto appreſo lui. Ma
come può eſſere uno capace della buona diſciplina º,
non è
OCle

( 1 ) Solertia eſt facilis & prom Prudentiam pertinent, maxime in


pta confetturatio ad conſiliandum; diget homo ab alio erudiri, C pra
quandoque ſcilicet ex improviſo oc cipue ex ſenibus, qui ſanum intel
currit aliquid agendum , 9 ideo lectum adepti ſunt circa fines ope
Solertia convenienter pars Pruden rabilium. Unde dicitur : ne inni
tia ponitur. S. Tho. 2. q 49. art. 4. taris Prudentiae tua . In multitu
Docilitas eſt diſpoſitio ad alio dine Presbyterorum prudentium
rum accipienda conſilia. Prudentia ſta, & ſapientiae illorum ex cor
conſiſtit circa particularia operabi de conjungere .... Et ſi videris
lia, in quibus, cum ſint quaſi in ſenſatum, evigila ad eunm . Hoc au
finita diverſitates, non poſſunt ab tem pertinet ad Docilitatem , ut
aliquis ſit bone diſciplina ſuſcepti
- uno homine ſufficienter omnia con
ſiderari.... unde in his, que ad vus , C9 ideo convenienter Docili
Lib. Ter. S 2. tus
- I 4o D E L L A P R U D E N Z A.
docile? Ecco adunque per qual ragione ſi vuole che la Doci
lità ſia parte della Prudenza (1).
La Ragionevolezza, o ſia l'uſo retto di raziocinare, opera
in modo che dalla cognizione d'altre coſe quello ch'abbia in
- una congiuntura da ſperarſi ſi deſume. E queſto è veramente
Prov. 18.15 il più importante della Prudenza; e però fu detto, ch'una
mente ſaggia e prudente entrerà in poſſeſſo della ſcienza.
La Circoſpezione poi è una diligente ed accurata pondera
zione del luogo, del tempo, delle perſone, delle diverſe con
tingenze, perchè ſempre ci appigliamo al bene, ed evitiamo
Philip. 1. 9. il male. Perciò diceva l'Appoſtolo: vorrei che la voſtra Cari
tà andaſſe di giorno in giorno, e ſempre più aumentandoſi nella
1. Theſſ. 5. ſcienza, acciocchè voi poſſiate attenervi al meglio. Eſaminate e
2I provate il tutto, eppoi ritenete ſoltanto il buono.
Colla Cautela ſtiamo in riſerva a conſiderare que mali, e
" eſtremi impedimenti ch'al conſeguimento di qualche
ne s'oppongono, per evitarli, o per rimuoverli. Per queſto
Eph.5.15.& abbiamo ricevuto i ſeguenti avvertimenti. Vedete o fratelli di
teqq- camminare cautamente, non vi diportate da ſtolti, ma da ſaggi,
mettendo a guadagno il tempo, e ſapendo profittare, perchè pur trop
po il Secolo è corrotto. Non operate adunque da imprudenti, ma a
Jer. 9. 4. prite gli occhi della mente per comprendere qual ſia la volontà di
- Dio. Guardiſi ognuno dal ſuo compagno, e non s'affidi intieramen
- te a tutti , perchè anche il Proſſimo talora l'inſidierà, e chi gli fa
1. Joan-4-5. l'amico macchinerà contro di lui delle frodi. Non ſiamo così pronti
.
a credere ad ogni ſpirito, ma proviamo prima gli ſpiriti ſe ſono
conformi al volere di Dio, e poi ſecondiamoli francamente. Una
º parte della Cautela è il ſapere diſſimulare; nè puoſſi la Diſſi
mulazione condannare, quando ſalva la verità, la gloria di
Dio, e la Carità del Proſſimo, ſenza recare ad alcuno nocu
mento tenghiamo i noſtri penſieri e le operazioni noſtre altrui
occulte. Così praticò lo ſteſſo Gesù Criſto, che non s'affida
Joan.2. 24. va a tutti, perchè conoſceva tutti.
La Sollecitudine è una certa prontezza d'animo perſpicace
ed accorto, che ci rende abili a proſeguire ciò che ſi deve os
1.Petr 4.7. perare. A tal fine ne fu dato l' avviſo: ſiate prudenti e veg
ghiate ſempre nelle orazioni. Imperciocchè la Orazione è la
s. Ass. de miglior maniera di ſtare in guardia, e di vegghiare con dili
- - gen
( 1 ) tas peniturpars Prudentia. Id. ibi. qu. 44. art. 4.
D E L L A P R U D E N z A. 141
genza, acciocchè non rimanghiamo per qualche tacito cattivo Mor. Eccl.
conſiglio, per qualche maligna ſuggeſtione incautamente ingan-Cat. cap.24.
nati. Perciò ſovente n'intuona alle orecchie il Signore: ſiate Joan º 35.
vegghianti, ed attendete a far cammino, finchè avete lume, per
chè non vi ſorprendano all'improvviſo le tenebre. Ecco adunque
quanto è neceſſaria la Sollecitudine, perchè ſia perfetta la Pru
denza, la quale ſarebbe ſempre difettoſa, ſe d'alcuna delle
ſuddette parti mancaſſe.
I Vizj alla Prudenza oppoſti ſono la Imprudenza, la Preci
pitanza, la Inconſideratezza, la Negligenza, la Prudenza della
Carme, l' Aſtuzia, l'Inganno, la Frode, e lo ſnoderato affetto
alle coſe temporali.
La Imprudenza ſi può, doppiamente conſiderare; o come pri
vativa, o come contraria della Prudenza. Non ſi potrebbe
propriamente chiamare la Imprudenza una coſa negativa, qua
fichè voglia ſignificare la ſola mancanza della Prudenza: lo
che può avvenire ſenza peccato. Diceſi bensì la Imprudenza
privativa in quanto che uno non avrà quella Prudenza, che
ogn'uomo deve avere; e in "
caſo la Imprudenza è pec
cato per quella negligenza, ch'uno mette in non fare acquiſto
della debita e neceſſaria Prudenza. Conſideraſi ancora la Im
prudenza come contraria alla Prudenza medeſima. Ora quando
ciò addiveniſſe per avverſione che s'aveſſe ai Divini Coman
damenti, ſarebbe peccato mortale; come ſe alcuno non dan
do orecchio, e diſpreggiando i Divini inſegnamenti operaſſe a
ſeconda dei ſuoi appetiti. Ma ſe egli ſenz'accorgimento ope
raſſe, e non intendeſſe diſprezzare, e non recaſſe detrimento a ſe
medeſimo in quelle coſe che ſono neceſſarie alla ſalute, com
metterebbe ſoltanto peccato veniale (1). La

(1) Imprudentia dupliciter accipiContrarie vero accipitur Impruden


poteſt ; uno modo privative, alio tia, ſecundum quod ratio contrario
modo contrarie . Negative autem modo movetur, vel agit Pruden
non proprie dicitur, ita ſcilicet , tia.... Undeſi hoc contingat per
quod proprie importet ſolam caren averſionem a regulis Divinis, eſt
tiam Prudentia, qua poteſt eſſe ſi peccatum mortale ; puta cum quis
me peccato. Privative quidem Im quaſi contemnens, & repudians Di.
prudentia dicitur, in quantum ali vina documenta precipitanter agit.
quis caret Prudentia , quam quis Si vero preter eas agat abſque con
debet habere; & ſecundum hoc Im temptu, & abſque detrimento eo
prudentia eſt peccatum ratione me rum, que ſunt de neceſſitate ſalu
gligenti e , qua quis non adhibet tis, ſi peccatum veniale. Id. ibi.
ſtudium ad Prudentiam habendam. Qu. 53. arte I.
I 42 D E L L A P R U D E N Z A.
La Precipitanza nelle azioni ſpirituali è metaforicamente
preſa da violenti movimenti del corpo. Quindi diciamo che
precipita un corpo, il quale poſto in moto o per la propria
gravità, o per eſterna forza di chi gli diede l'impulſo, im
petuoſamente, e non ordinatamente per gradi dall'alto diſcen
de a baſſo. Ora l'alto dell'anima è la Ragione, e il baſſo è
quella tale azione che viene eſercitata dal corpo; i gradi poi
di mezzo, per cui fa d'uopo ordinatamente diſcendere, ſono
la memoria delle coſe paſſate, l'attenzione alle preſenti, l'
accorgimento delle future, il retto ragionare, per cui una co
ſa coll'altra ſi combina e ſi confronta, la docilità finalmente
che ſi fa ripoſare ſulla fede de vecchi e de ſaggi. Per mez
zo di queſti gradi ordinatamente ſi diſcende, e lodevoli rifolu
zioni ſi prendono nelle umane ccntingenze. Chi pertanto non
curaſſe paſſare per detti gradi, e nelle opere ſue ſi laſciaſſe
da un impeto di volontà, o di paſſione traſportare, ſi direbbe
che con Precipitanza operaſſe. Non potendoſi adunque negare
che gli inordinati conſigli naſcono dalla Imprudenza, egli è
manifeſto che il vizio della Precipitanza ſotto quello della
Imprudenza è contenuto ( 1 ).
La Inconſideratezza è una mancanza di conſiderazione, o di
giudizio, in quanto che alcuno non rettamente giudica dife
prezzando, o non curando quelle rifleſſioni dalle quali il retto
giu
( 1 ) Praecipitatio in attibus ani cit ſententiis Majorum, per quos
me metaphorice dicitur ſecundum quidem gradus aliquis ordinate de
ſimilitudinem a corporali motu ac ſcendit rette conſiliando . Si quis
ceptam. Dicitur autem precipitari autem feratur ad agendum per im
ſecundum corporalem motum, quod petum voluntatis , vel paſſionis,
a ſuperiori in ima pervenit ſecun impertranſitis hujuſmodi gradibus,
dum impetum quemdam proprii mo erit Praecipitatio - Cam ergo inor
tus, vel alieufus impellentis, non dinatio conſilii ad Imprudentiam
ordinate deſcendendo per gradus - pertineat, manifeſtum eſt , quod
Summum autem anima eſt ipſa vitium Praecipitationis ſub Impru
Ratio ; imum autem eſt operatio dentia continetur. Id. ibi- qu. 59
per corpus exercita ; gradus autem art. 4.
medii, per quos oportet ordinate de Inconſideratio eſt defeftus conſi
ſcendere, ſunt memoria preteritorum, derationis, ſeu judici, prout ſci
intelligenti a preſentium, ſolertia in licet aliquis in rette judicando de
conſiderandis futuris eventibus, ra ficit ex hoc, quod contemnit, vel
riotinatio conferens unum alteri negligit attendere ea, ex quibus re
decilitas, per quan aliquis arguirſi ctum judicium procedit. Unde ma
nife
deI L a P R v D E Nz a. 143
giudizio potrebbe derivare. Sarà dunque la Inconſideratezza
peccato (1); non altramente che della Imprudenza poco avan
ti s'è avvertito ; e perciò procuri ognuno d'eſattamente oſſer
vare cogli occhi quello ch'è retto; e la di lui viſta preceda
ſempre ad eſplorare i propri paſſi per non cadere. Prov. 4. 25.
La Incoſtanza è un tal quale allontanamento dal buon pro
oſito ch'uno s'era prefiſſo . Queſto allontanamento tuttavia
non ſarà conſumato nella malizia, ſe non quando per difetto
di ragione che s'inganna, ciò ch' avanti rettamente aveva
ſtabilito, vergognoſamente ripudia e rigetta ; e però la Inco
ſtanza ſecondo la propria malizia, più, o meno alla Impruden
za s'accoſta; e ſiccome la Precipitanza naſce da difetto di
conſiglio, e da mancanza di giudizio la Inconſideratezza, così
la Incoſtanza deriva dal mancamento negli atti di Precetto.
Concioſiachè intanto viene taluno chiamato incoſtante, in
quanto che la Ragione manca di comandare ciò che fu retta
mente conſigliato, e giudicato (2). Guardiamoci adunque da
queſto vizio, perchè la Incoſtanza del deſideri fa prevaricare i
noſtri giudizi; e dove ſta in competenza lo zelo, o lo ſpirito Sap. 4. 12.
di contraddizione, ivi regna la Incoſtanza, ed ogni opera cat
tiva. Ma ſoprattutto attendiamo a regolarci con ſemplicità Jac. 3. 16.
di cuore, perchè l'uomo doppio è ſempre incoſtante. ibi. 1. 3.
La Negligenza è direttamente oppoſta alla Sollecitudine, e
ſiccome la Sollecitudine alla Ragione appartiene, ed il buon
uſo della Sollecitudine alla Prudenza s'aſpetta; così per l'op
poſto alla Imprudenza ha da rapportarſi la Negligenza, la qua
le da una tardità, e da un rilaſſamento di volontà deriva; in
vigore di che la Ragione non è ſollecitata e ſpinta a i".
- are

( 1 ) nifeſtum eſt, quod Inconſi ita Inconſtantia circa attum fa -

deratio eſt peccatum. Id. ibi. cepti. Ex hoc enim dicituraliquis


(2) Inconſtantia importat receſ eſſe inconſtans, quod Ratio deficit
ſum quemdam a bono propoſito de. in precipiendo ea, que ſunt conſi
finito.... Sed iſte i 770m2 dopo liata, 6 judicata. Id. ibi. art. 5.
ſumatur niſi per defectum rationis, Negligentia dirette opponitur
que fallitur in hoc, quod repudiatid, Sollicitudini . Sollicitudo autem
quod bene acceptaverat Et pertinet ad Rationem, 3 rettitudo
ideo Inconſtantia ſecundum ſui con Sollicitudinis ad Prudentiam, un
fumationem ad Imprudentiam per de per oppoſitum Negligentia perti
tinet; & ſicut Praecipitatio eſt ex met ad Imprudentiam... Provenit
defectu circa attum conſilii, 69 In autem ex quadam remiſſione volun
conſideratio circa attum judicii ; tatis , per quan contingit , quod
v -
I 44 D E L L A P R U D E N z A.
dare ciò che dovrebbe, e come dovrebbe. Può quindi avveni
re che per due capi ſia la Negligenza peccato mortale. Primo
riſguardo a ciò che per Negligenza s' omette di fare ; perchè
ſe ſarà coſa di neceſſità di ſalite,
ſiaſi atto, oppure mera cir
coſtanza, importerà ſempre peccato mortale. Secondo riſpetto
alla cauſa; perchè ſe talmente ſarà variabile la volontà in quel
lo, ch' a Dio s'appartiene, che totalmente dalla Carità mo
ſtriſi aliena, una tal Negligenza è ſenza dubbio graviſſima col
pa. E ciò in particolare maniera ſi vuole intendere ; quando
la Negligenza naſce da diſprezzo. Che ſe la Negligenza nell'
omiſſione conſiſta di qualche atto, o circoſtanza, in coſa non
neceſſaria alla ſalute, e ciò non ſia praticato per diſprezzo ,
ma per mancamento di quel fervore che dovrebbe avere un
Criſtiano, e viene talora impedito da qualche peccato venia
le, allora la Negligenza ſarà peccato veniale ( 1 ). Egli è pe
Eccl.7. 19. rò certo che chi teme Dio, non è mai negligente; perchè il
S.Thom.2.2.
timore di Dio opera che si eviti ogni ſorta di peccato ; ed è
Tit.54. art. 3.
un forte preſervativo per iſtare lungi da ogni male. Guardia
Prov. 15.27. moci adunque dal non dimenticarci mai del noſtro Signore Id
Deut. 8. I 1. dio, onde poi aveſſimo a traſgredire per Negligenza i di lui
Heb. 2.3. Precetti . E come potremo noi ſottrarci dal ſuo tremendo
ibi. I 2. 5. Giudizio, ſe ci moſtraſſimo non curanti della noſtra ſalute ?
1. Tim. 4. Non traſcuriamo la retta diſciplina; non mettiamo in non ca
14 le la Divina grazia; perchè, ſe non abbiamo premura di cam
Prov. 19.16. minare nella retta ſtrada, ſaremo condannati alla morte. Se
noi frattanto abbiamo peccato ancorchè leggiermente di Negli
genza, domandiamone perdono, ed eſpiamone con divote of
Eccli. 7. 34. ferte la colpa, perchè una picciola offerta con umiltà di cuo
Ire

( 1 ) Ratio non ſollicitatur, ut talis Negligentia fit peccatum mor


precipiatea, qua debet, vel eo mo tale. Et hoc precipue contingit ,
do quo debet. Poteſt ergo dupliciter quando Negligentia ſequitur ex con
contingere quod Negligentia ſit pec temptu . Alioquin f Negligentia
catum mortale. Uno modo ex parte conſiſtat in pretermiſſione alicujus
ejus, quod practermittitur per Negli actus, vel circumſtanti e, qua non
gentiam , quod quidem , ſi ſit de ſit de neceſſitate ſalutis, nec hoc fiat
neceſſitate ſalutis,ſive ſit actus, ſive ex contemptu , ſed ex aliquo defe
tircumſtantia , erit peccatum mor ctu fervoris , qui impeditur inter
tale. Alio modo ex parte cauſe , dum per aliquod veniale peccatum,
ſi enim voluntas in tantum ſit re tu ner Si, eſi veniale pecca
miſſa circa ea, que ſunt Dei, ut tum. Id. ibi. qu. 54. art. 2. S& 3
totaliter a Dei Charitate deficiat ,
D E L L A P R U D E N z Ar. 145 º

re e con purità d'affetto fatta è valevole a purgare le colpe s.Thom.2.2.


non che veniali, ma ancora mortali. 1- 54- art. 3,
La Prudenza della Carne, come ſopra s'è notato, è lo ſteſ. V S. Aug.
ſo che morte, cioè peccato grave, quando è di Dio nimica , diſ. 2. con.
e alla di lui Legge non ſi ſottomette ; altramente è ſoltanto Fort.
veniale. Relativamente a queſta Prudenza ne fece avviſati l'
Appoſtolo dicendo : non vogliate eſſere prudenti per voi ſteſſi , Rom.12.16.
ma ſiatelo in Criſto. Imperciocchè ſta ſcritto: io la Sapienza de 1. Cor.4-1o.
Sapienti confonderò, e la Prudenza de'Prudenti rigetterò. Biſogna ibi. 1. 19.
dunque oſſervare in che ſia la Prudenza collocata; e tenere Baruch. 3
per certo che non v'è Sapienza, nè Prudenza, la quale s'op. 14.
ponga alla volontà del Signore. Prov.21.3o.
L'Aſtuzia ancora può eſſere vizioſa, e contribuire alla Im
prudenza. Dappoichè di quell' Aſtuzia quì ſi parla che comu
nemente per malizia ſi prende, e non di quella che ſovente
la Scrittura uſurpa in buon ſignificato, e deſidera che ſia co
municata a giovanetti (I). E intanto quì diciamo ch'ella è ibi. 1. 4.
un vizio alla Prudenza oppoſto, in quanto che al fine s'inge
gna di pervenire per vie indirette. E poi peccato veniale, o
mortale, ſecondo ch'è mortalmente, o venialmente cattivo il
fine; e ſarà veniale ſoltanto, quando uno a buon fine la in
dirizzi (2). Non camminiame adunque con aſtuzia, perchè 1. Cor. 4. 2.
temo molto che ſiccome il ſerpente valſe colla ſua aſtuzia a
ſedurre Eva; così poſſano i ſentimenti noſtri corromperſi e
guaſtarſi in modo che dalla bella ſemplicità di Criſto s'allon
tanino. Leggaſi San Gregorio Papa al lib. 1o. cap. 16. de'Mo. ibi. 11. 3e
rali.
La Frode e l'Inganno ſono quaſi i miniſtri, onde in fatti,
ed in parole s'eſeguiſcono i perverſi conſigli. Qui ometto di
ragionarne, perchè più opportunamente, e più a lungo ne farò pa
rola, quando tratterò dell'Avarizia.
Lo ſmoderato affetto alle coſe temporali è un vizio oppoſto
alla
(1) Nunc eam dico Aſtutiam, qua tum, quod ſimulatis viis ad finem
uſitatius in malitioſis intelligi, Cr tendat . Et eſt peccatum grave ,
vocari ſolet, non ſicut noſtra loqui vel leve, prout finis ipſe malus e/
Scriptura conſuevit, que ſepe aſtu mortaliter, aut venialiter . Erit
tiam in bono ponit ; unde illud : quoque veniale peccatum, ſi ea quis
ut detur parvulis aſtutia. S. Aug. utatur ad bonum finem. S. Thoms
Epiſt. 29. 2-2, qu. 54- art. 3
(2) Eſt vitium Prudentia oppoſi- T
Lib. Ter.
146 D E L L A P R U D E N Z A,
alla Prudenza, per cui o i beni temporali come un fine ſi ap
petiſcono, o il ſuperfluo oltre ciò che la neceſſità di i.
miſera vita ha biſogno, ſi ricerca, o in vani deſideri più del
debito tempo s'impiega . Ed ecco perchè Gesù Criſto medeſi
Matt 6-3r mo ci dice: non tormentate il voſtro ſpirito per trovare che man
-,
giare, e di che vivere, e come ricuoprire il voſtro corpo. Non vi
mettete in ſollecitudine di penſare al domani. Siccome però ſi
Bedº hie - legge ch'anche il Signore noſtro Gesù Criſto ebbe la ſua bi
- ſaccia, ove le offerte de Fedeli conſervava, e donde ſovveni
va alla neceſſità de' ſuoi e degli altri biſognoſi, è forza d'in
ferire che non voglia egli aſſolutamente riprovare la condotta
s.- Aug.
Aue. lib.
ltb. di
, coloro che provvedono il neceſſario all'uſo umano; ma ben
- - o - -

2. de er sì intenda di condannare quelli che s'affannano in maniera


Dom. in nella ricerca delle coſe terrene che danno chiaramente a di
Mont. cap. vedere ch'hanno per principale mira nelle loro operazioni di
18. procacciarſi i beni del mondo, quando egli per altro efficace
Matt. 6.33. mente ci ha raccomandato di cercare prima il Regno di Dio,
giacchè tutto il reſto ci ſarà facilmente conceduto.
A R T I C O L O S E C O N D O.

- Della Giuſtzia.

S. Ang. lib. 'falſo ciò che ſoſtengono alcuni di poco ſenno dotati,
19. de Civ. quello eſſere giuſto, che a chi può più, utile rieſce. Se foſſe
Peifap. 21. così, coſa ſarebbono i Regni, ſe non grandi ladronecci; giac
ºi liba chè gli ſteſſi ladronecci non ſono che piccioli Regni? La Giu
"i lib ſtizia
io. i. " è un
è una Virtà, la quale ad ognuno dona ciò che gli ſpetta,
abito dell'animo che ſalva la comune utilità ad ognuno
Id. ibi. cap. accorda quel che al ſuo ſtato conviene. La origine della Giuſtizia
22, nella natura è ſituata; poſcia la conſuetudine per l'utile co
mune alcune coſe ha introdotte: e ciò che la natura e la con
ſuetudine approvarono, fu dal timore delle Leggi e dalla Reli
gione ſtabilmente decretato . La natura poi è un diritto che
non

Eſt habitus animi communi ratione venerunt ; poſtea res & a


utilitate conſervata ſuam cuique natura profettas, & conſuetudine pro
tribuens dignitatem. Ejus initium batas f". metus , 9 Religio
eſt a natura profectum, deinde qua- ſanxeruni. Natura jus eſt, quod
dam in conſuetudinem ex utilitatis non opinio genuit, ſed quadam in
72a -
D E L L A G I U S T I 2 I MA . 147
non dalla oppinione nacque degli uomini, ma da una innata for
za fu negli animi noſtri inſerito (1). La vera Giuſtizia in
tanto conſiſte in far sì che a Dio ſottomettendoſi l'uomo co
manda l'animo al corpo, e la ragione a vizi repugnanti, o col Id. ibi. cap.
domarli, o col reprimerli. 27. -

Deduceſi da queſto ch'altra è la Giuſtizia univerſale, per


cui l'uomo declina dal male e s'eſercita nel bene; e in que
ſto ſenſo giuſti ſono chiamati coloro che cuſtodiſcono la Di
vina Legge ; perchè quegli che la Giuſtizia eſeguiſce, deve eſ Pſal. 36.27.
ſere giuſto mettendo in pratica ciò ch'il Dio della giuſtizia 1.Joan. 3.7.
comanda. La Giuſtizia adunque tutte abbraccia in ſe ſteſſa
le altre Virtù.
Altra è poi la Giuſtizia particolare, una Virtù cioè da tut
te le altre diſtinta, della quale fu detto: è meglio il poco con Prov.16. 3.
giuſtizia ch'un frutto abbondante per mezzi illeciti acquiſtato.
Al che non è punto diſſimile l'altro ſentimento: rendete ad Rom. 13.7.
ognuno quel che ſi deve, a chi ſpetta il tributo paghiſi il tri
buto, a chi s' appartiene riſcuotere il dazio diaſi il dazio, a
chi ſi conviene portar timore portiſi timore, e a chi l'onore, l'
onore. Noi non dobbiamo eſſere debitori a veruno d'altra coſa che ibi. 8.
del reciproco amore fraterno. Ceſſi Iddio pertanto che faceſſimo ingiu 2.Cor.6. 3.
ria , o moleſtia ad alcuno. s
Della Giuſtizia particolare il Jus, o vogliamo dire il Giuſto r

è l'oggetto; ed altro è naturale a tutte le Nazioni comune,


perchè in ogni luogo, e parte dall'iſtinto della natura, e non
da qualche particolare volontà d'uomo fu ſtabilito; quali ſo
no i maritaggi, la ſucceſſione, e la educazione ii,
il poſſeſſo di tutte le coſe in comune, e la comune libertà,
l'acquiſto di ciò ch'in Cielo, e in terra, e in mare ſi prende;
come ancora la reſtituzione di coſa che foſſe ſtata conſegnata,
o meſſa in depoſito, ed il ribattere colla forza la forza (2).
Inſomma il Jus della natura ſi è quello, per cui uno è obbli
A gato
( 1 ) nata vis inſeruit. S. Aug. functio, liberorum ſucceſſio & edu
lib. 83. qq. qu.31. catio, communis omnium poſſeſſio,
(2) Juſtitiae particularis objećtum & omnium una libertas, acquiſitio
eſt Jus, ſive Juſtum, quod aliud eorum, que Calo, terra, marique
eſt naturale, commune omnium Na capiuntur; item depoſite rei , vel
tionum, eo quod ubique inſtinctu commendate reſtitutio, violentia per
nature, non conſtitutione aliqua vim repulſio. Decret. par. 1. diſt. 1.
habetur ; ut viri C5 famina con cap. 7.
Lib. Ter. 2,
143 D E L L a o 1 vs T 1 z 1 a.
gato a fare all'altro ciò che a ſe ſteſſo vorrebbe fatto, e vie
ne altresì impedito di recare a veruno quel torto, ovvero dan
Matt. 7. no che non vorrebbe gli foſſe da chi ſi ſia recato.
Altro è poi il Jus Poſitivo, cioè quel Jus, che dall'autori
tà d'un particolare fu ſtabilito. E queſto o è Divino, o è uma
no. Il Divino nella Sacra Scrittura è contenuto. L'umano o
è Vus delle genti, o Civile, o Canonico. Il Jus delle genti con
ſiſte nella poteſtà d'occupare un ſito , d'edificare e di muni
re un luogo, di muovere guerra, di tenere ſchiavi e ſervi,
di ritornare in patria, di fare patti, tregua e pace, come an
cora nell'attenzione di non violare gli Araldi, e nel non i
ſtringere parentado con genti ſtraniere. E per queſto Jus delle
genti viene chiamato, perchè quaſi tutte le genti in eſſo con
vengono, e ſe ne prevalgono (1). Il Jus Civile è quello, ch'
Decr. p.:.
diſt.1.cap. 3 ogni popelo e Città ſi prefigge, sì toccante le umane, come
S. Thom. 2. le Divine coſe. E queſto nelle Leggi, negli Editti de Prin
2. qts. 95. cipi, nelle Conſuetudini, e ne Statuti municipali conſiſte. Il
art. 4 Jus canonico da Canoni, vale a dire da certe Regole e Statu
ti de'Concilj, e de' Sommi Pontefici, da Decreti della Chieſa
DD. com. approvati, e ricevuti deriva.
La Conſuetudine ancora ha forza di Legge; e v'ha queſta
Diſi. 1. cap. differenza tra la Conſuetudine ed il Coſtume, che il Coſtume è
I.
una Conſuetudine inveterata, ed una Legge non iſcritta; la
Conſuetudine all'incontro è un tal quale diritto dal coſtume
introdotto, perchè ſi prende per Legge quando manca la Leg
ge. Nè importa ſe trovifi ſcritto, o ſolo s'appoggi alla ra
gione; perchè anche la Legge dalla ragione prende il ſuo vi
gore. E ſe dalla ragione ha la Legge il ſuo vigore, Legge
ſarà tutto quello che conſuona alla ragione, purchè alla Re
ligione convenga, colla diſciplina s'accordi, alla ſalute is
s a - cnl
( 1 ) Jus gentium eſt fedium eccu- Conſuetudo eſt Jus quoddam
patio, edificatio, munitio, bella, moribus inſtitutum, quod pro Lege
captivitates, ſervitutes , poſtlimi- ſuſcipitur, cum deficit Lex . Nec
mia , fadera , paces , induti e , differt, an ſcriptura , an ratione
Legatorum non violandorum religio, conſiſtat, quando & Legem ratio
connubia inter alienigenas prohibi commendat . Porro ſi ratione Lex
ta. Hoc ideo Jus gentium appel conſiſtat, Lex erit omne jam, quod.
latur, quia eo jure omnes fere gen ratione conſtiterit, dumtaxat quod
tes utuntur . Decr. pa. 1. diſt. 1. Religioni conveniat, quod diſcipli
cap. 9. ma congruat, quod ji profictat -
Voca
pE E La G 1 vs T I z 1 a. 149
chi giovamento. Diceſi però Conſuetudine, perchè univerſal
mente s'uſa (1). Chi bramaſſe oltre i meri nomi ſapere diſtin
tamente ciò che importano le Leggi e la Conſuetudine, ricorra ai
Canoniſti.
La Giuſtizia particolare intanto una qualche particolare per
ſona riſguarda, perchè rapporto ad una Comunità è come la
parte al tutto. Ma in una parte due ordini diverſi ſi poſſono
conſiderare; il primo ſi è della parte ad altra parte; come
ſarebbe d'una perſona privata ad altra pure privata; e queſt'
ordine Giuſtizia commutativa ſi chiama; e in quelle coſe che
vicendevolmente fra due perſone ſi fanno, conſiſte. L'altr'or
dine è del tutto alla parte, ed è come una Comunità riſguar
do ad ogni perſona in particolare; e queſt'ordine dalla Giu
ſtizia diſtributiva è regolato; perchè le coſe comuni ad ognu
no proporzionatamente diſpenſa. Due ſi vuole adunque che
ſieno le ſpecie della Giuſtizia, cioè la Diſtributiva e la Com
mutativa (2). s

Riſguardo alla Giuſtizia Commutativa mi piace d' accennare


uali ſieno le commutazioni ſolite a farſi fra due perſone ,
nelle quali ſempre ſi ricerca la uguaglianza. Sono adunque la
Compera e la Vendita, che non hanno biſogno d'alcuna ſpiega
zione; il Cambio, cioè il baratto d'una coſa con altra; come
ſarebbe di vino con olio, o di danaro con danaro d'altra ſpe
cie; l'Uſufrutto, cioè la conceſſione fatta ad alcuno di ſervirſi
ſino ad un certo tempo d'una coſa fruttuoſa con obbligo do
po quel determinato tempo di reſtituirla; l' Enfiteuſi, cioè il
paſſaggio, per cui uno diviene in vece d' un altro uſufruttua
rio ſotto condizione di pagare un annua penſione o per ſem
pre, o per tanti anni; il Mutuo, cioè un contratto, per "
l .

(1) Vocatur autem Conſuetudo,


- - ſtitia , que conſiſtit in his , que
quod in commui eſt uſu. Diſt. 1. ſi
mutuo fiunt inter duas perſonas ad
cap 5. invicem. Alius ordo attenditur to
( 2 ) Juſtitia particularis ordina tius ad partes, C huic ordini aſ
tur ad aliquam privatam perſonam, ſimilatur ordo eius , quod eſt com
qua comparatur ad Communitatem mune ad ſingulas perſonas, quem
ſicut pars ad totum . Poteſt autem quidem ordinem dirigit Juſtitia Di
ad aliquam partem duplex ordo at ſtributiva communium ſecundum pro
tendi; unus quidem partis ad par portionalitatem ; & ideo due ſunt
tem, cui ſimilis eſt ordo unius pri Juſtitiae ſpecies, ſcilicet Diſtributi
vate perſone ad aliam ; cy hunc va , C Commutativa . S. Tho.
ordinem dirigit Commutativa Ju 2-2. qu. 61. art. 1.
15 o D E L L A G I U S T I Z E A.
di cui ſi concede gratis ad alcuno l'uſo di coſa infruttifera ,
e che coll'uſo ſi conſuma, coll' obbligo di rendere l' equiva
lente; come appunto ſi da il pane, il vino, il grano, l'olio,
il danaro &c. il Preſtito, cioè un contratto, per cui gratis ſi
concede l'uſo di coſa non fruttifera con patto di reſtituire la
medeſima, come ſi preſtano le veſti, i vaſi, i libri & c., che coll'
uſo o non ſi conſumano, o non patiſcono un notabile detri
mento; l'Affitto, cioè un contratto, per cui taluno accorda ad
altro l'uſo d'una ſua coſa a prezzo ſtabilito; ed all'Affitto la
Pigione corriſponde, ch'è la penſione, ovvero il prezzo che ſi
paga per uſo di ciò, che ſi prende in affitto. S appigionano,
e s'affittano le caſe, i terreni, i cavalli, le opere &c., il Pe
gno, cioè la conſegna d'una qualche coſa per ficurtà, che ci
obblighiamo a ſoddisfarne un'altra; la Pieggieria, o fa Sicurtà,
per cui uno s'impegna di ſoddisfare per un altro ; il Depoſito,
per cui uno preſſo un terzo depone coſa ch'è ſua, e alla di
lui fede la raccomanda, perchè la cuſtodiſca e la confervi ſenz'
alcun difpendio. Intorno a tutti gli addotti diverſi generi di Con
tratti ſi potrà leggere San Tommaſo 2.2. 4.61.art. 3, e i Canoniſti,
come ancora i Teologi Moraliſti, ma di queſti ultimi ſi ſcelgano
ſempre i più dotti e prudenti.
Alla Giuſtizia Diſtributiva s'oppone l'Accettazione, o parzia
lità delle perſone, lo che ſuccede, quando uno prende per re
gola di qualche negozio una condizione, che non v'ha alcun
rapporto; come ſe tu deſſi ad alcuno un Benefizio, perchè è
nobile, o bello. Stantechè la nobiltà e la bellezza non devono far
sì che tu gli conferifca il Benefizio . Ma ſe tu glielo dai ,
perch'è buono, e fervirà alla Chieſa accuratamente ; perch' è
letterato e oneſto, non ſarai accettatore di perſone ( r ). Sicco
me però il Giudizio è un atto di giuſtizia, in quanto che il
Giudice ad uguaglianza di giuſtizia riduce ciò che vi potreb
be
( 1 ) Juſtitiae Diſtributiva opponi Si do, quia bonus eſt, 69 bene de
tur acceptio perſonarum , cum in ferviet Eccleſia; quia bene littera
aliquo negotio attenditur quaſi re tus, & honeſtus eſt, non ſum ac
gala ipſius negotii conditio perſone ceptor perſonarum. S. Tho.in Ep
nihil faciens ad negotium ; puta ad Gal. Lect. 2. cap. 2.
eum ideo do Beneficium alieui, quia Cum Judicium ſit aftus Ju
eſt nobilis, ſive pulcher; ii ſtitia, prout Judex ad aqualitatene
enim , ſive pulchritudo nihil facit Juſtitia reducit ea , qua inaguali
ad hoc, quod habeat Beneficium. tatem oppoſitam facere i º
per
D E L L A G I U S T I Z I A. I 51
be eſſere di diſcordante fra due parti ; e l'accettazione delle
perſone all'incontro ha una tal quale diſuguaglianza, in quan
to che per eſſe viene uno a concedere ad altro qualche coſa
fuori di proporzione, ed oltre quello che gli ſpetta , nel che
conſiſte la uguaglianza della giuſtizia, ne ſegue evidentemente
che coll'accettazione delle perſone la rettezza del giudizio ſi cor
rompe (1). Guardiſi quindi ogni Criſtiano dall' eſſere accetta
tore di perſone , perchè chiunque uſerà parzialità con alcuno Jac.2. 1. 6.
spererà male, e ſarà qual traſgreſſore ripreſo dalla Legge. Non ſeqq.
abbia alcun riguardo nè alla condizione del povero , nè alla
maeſtà del grande. In queſto peccano certi Confeſſori che più Lev. 19. 15.
volentieri danno orecchio a ricchi ed a nobili, e più umani
sì dimoſtrano coi medeſimi che co' poveri e co plebei, come
ancora i Predicatori che più di buona voglia ſi mettono a ſpar
gere la ſemenza della Divina parola a potenti che ai puſillani
mi e vili. Nò noi non abbiamo da porre alcuna differenza
fra perſona e perſona. Deveſi ſentire egualmente il povero
quanto il ricco; non s'ha da uſare riguardo alla qualità del- Deut.1. 17.
le perſone, perchè il Giudice è Dio. Troppo male faremmo,
ſe ci laſciaſſimo mai ſedurre dalla preſenza e dalla maeſtà d'
uno più che d'un altro. Sarebbe però bene che , ove ſi trat- 1.Reg.16.7.
ta di Giudizio, non ſi conoſceſſero le parti, perchè allora noi Prov.24.25.
con ſanto e retto timore guideremmo i noſtri giudici dietro -
la ſcorta del Divino Maeſtro, che ſenz'accettazione di perſone
giudica ſecondo il merito d' ognuno. 1.Petr. 1.17.
Alla Giuſtizia s'oppone la Ingiuſtizia che ſuole eſſere pec
cato grave, ſe non venga dalla parvità della materia eſcuſa
ta. Eſſendo ogni danno, che s'inferiſce ad altro ſempre ripu- DD. com.
gnante alla Carità, e non eſſendo in ſe ſteſſa la Ingiuſtizia ſe
non un danno recato ad altri, egli è manifeſto ch' il fare co- S. Tho. 2.2.
ſa ingiuſta è di ſua natura peccato grave. Si commette perciò q. 54.art. 4.
la Ingiuſtizia col Furto, colla Rapina, coll'Omicidio fatto ſenza
giuſto motivo, e con qualſivoglia altro grave danno che s'arre
ca al Proſſimo o nel corpo, o nelle ti, come altrove s'
è detto. Pecca pur anche d'Ingiuſtizia quegli ch al Proſſimo
InOn

( 1 ) perſonarum vero acceptio in- in qua conſiſtit equalitas Juſtitia,


ºlitatem quamdam habeat, in ideo manifeſtum eſi, quod per acce
7ºtum tribuitur alicui perſona ptionem perſonarum Judicium cor
aliasid prater proportionem ſuam, rumpitur, Id. 2. 2. q 63. art. 4.
152 D E I L A G I U S T I Z 1 A'.
non ſa quel bene che gli ſi deve per determinazione delle uma.
Id. ibi. ne, o delle Divine Leggi.
Per conoſcere tuttavia meglio la natura della Giuſtizia tor
nerà bene che ſi conſiderino le di lei parti , le quali ſono la
Religione, la Pietà, la Grazia, la Vendetta, il Riſpetto, la Ve
rità, la Obbedienza, la Liberalità, e l' Affabilità. -

“a La Religione primieramente è neceſſaria , come quella che


S.Aug.l.83. ci ſpinge ad avere una giuſta cura, e un debito onore d'una
77- 4- 31. certa ſuperiore Natura, che Divina ſi chiama. A queſto propoſi
to ſi può vedere quanto si è notato nella ſpiegazione del primo
Precetto del Decalogo.
Ne viene appreſſo la Pietà, per cui a congiunti, ed a citta
Id. ibi. dini ſi preſta un grato officio ed un amoroſo culto . Ma la
S. Amb.l. 1. Pietà che richiede la Giuſtizia, è dovuta a Dio , la ſeconda
deOffica.27. alla Patria, la terza a parenti, e così ſucceſſivamente. Anche
di queſta in più luoghi s'è parlato.
La Grazia, o come ſi ſuole dire, la Gratitudine, ſi è quell'
atto, per cui ſi dimoſtra memoria degli altrui benefici e delle
S. Aug.l.83. altrui amicizie, e una pronta volontà ſi conſerva di ricom
qq. q. 31. penſare i favori ricevuti. Riſguardo a queſta oſſerverò ch' in
due maniere può taluno chiamarſi ingrato. Primieramente per
mera omiſſione; come ſe taluno non riconoſce, non loda, o
non contraccambia il beneficio ricevuto; e in queſto caſo non
ſempre ſi commette peccato mortale , perchè il debito di gra
titudine vuole che talora uno liberamente dia coſa, che non ſa
rebbe tenuto a dare; e però ſe egli tralaſcia di darla, non
peccherà mortalmente. Farà bensì peccato veniale, perchè ciò
da una certa negligenza proviene, e da una tal quale indiſ
poſizione alla Virtù. Può tuttavia ſuccedere che queſta ingra
titudine ſia peccato mortale, o perchè naſca da interno diſprez
zo, o per rapporto a ciò che non ſi da, e ſi dovrebbe neceſ
ſaria
Ingratus dicitur aliquis du illud pretermittit, non peccat mer
pliciter. Uno modo per ſolam omiſ taliter . Eſt tamen peccatum ve
ſionem, puta quia non recognoſcit, miale, quia hoc provenit ex negli
vel non laudat, vel non retribuit gentia quadam, aut ex aliqua in
vices pro beneficio; & hoc non ſem diſpoſitione hominis ad virtutem .
per eſt peccatum mortale, quia de Poteſt tamen contingere, quod etiam
bitum gratitudinis eſt , ut homo talis ingratitudo ſit mortale perca
tum vel propter interiorem contem
etiam aliquid liberaliter tribuat ,
ad quod non tenetur , & ideo ſi ptum , vel etiam propter conditio
- e nerº
D E L L A G I by S T I Z I A . I 53

ſariamente dare in ricompenſa del beneficio o ſemplicemen


te, o in qualche caſo di neceſſità. Secondariamente uno può
eſſere ingrato non ſolo perchè omette d' adempiere il debito
di gratitudine, ma fa inoltre il contrario; e ciò pure ſecondo
la qualità di quello che ſi tratta, può eſſere peccato o mor
tale, o veniale ( 1 ).
La iſteſſa Ingratitudine è talora un peccato particolare, quan
do cioè il peccatore ad onta di Dio e del beneficio ricevuto
commette un peccato. Ma ſe per eſempio commette un omi
cidio, non perchè ſi faccia un poſitivo diſprezzo a Dio, la
Ingratitudine non ſarà uno ſpeciale peccato, ma piuttoſto ſarà
da conſiderarſi come una ſpecie di quel peccato. Per queſto
diſſe Santo Agoſtino che non ogni peccato naſce da diſprezzo , Lib. de nat.
eppure in ogni peccato vien diſprezzato Iddio ne' ſuoi Precetti (2). 6 grat.
Ora due coſe ſono da ponderarſi circa l' ingrato . Primiera
mente di qual pena egli ſia degno; ed è certo ch'egli ſi merita che
gli ſia tolto il beneficio da lui non riconoſciuto. Secondariamente
biſogna vedere qual coſa ha da praticare il benefattore riſguardo
allo ſteſſo ingrato. Ei non deve in primo luogo eſſere così
facile a dichiarare la ingratitudine nel Proſſimo ; perchè ſpeſ
ſe fiate accade che taluno non corriſponde, e tuttavia non
laſcia d'eſſere grato. Stantechè ciò provviene tal volta, per
chè gliene manca il potere, oppure la opportuna occaſione. In
ſe

( 1 )nem eius, quod ſubtrahitur, tudo non erit ſpeciale peccatum ,


quod ex neceſſitate debetur beneficio ſed trahetur ad ſpeciem illius pecca
ſive ſimp iciter, Aive in aliquo neceſſi ti ſicut circumſtantia. Hinc aitAu
tatis caſu. Alio modo dicitur ali guſtinus : non omne peccatum eſt
qu is ingratus, quia non ſolum pre ex contemptu ; & tamen in omni
termittit implere gratitudinis debi peccato Deus contemnitur in Prae
tum, ſed etiam contrarium agit ; ceptis ſuis. Id. 3. par. qu.88. art. 4
C hoc etiam ſecundum conditionem Circa ingratum duo conſide
ejus, quod agirur, quandoque eſt randa ſunt. Primo quid eſt, quod
peccatum mortale, quandoque ve ipſe dignus ſit pati. Ci ſic certum
miale. S. Thom. 2. 2. qu. io7. art. 5. eſt, quod meretur beneficii ſubtra
(2) Ingratitudo ipſa quandoque ciationem. Alio modo conſideran
eſt ſpeciale peccatum, cum ſcalicet dum eſt quid oporteat beneficum
peccator in contemptum Dei , & facere. Primo namque non debet
ſuſcepti benefici aliquod peccatum eſſe facilis ad iudicandum ingra
committit. Si vero committatv. gr. titudinem, quia frequenter aliquis,
homicidium, non ideo quia perti qui non reddidit, gratus eſt, quia
net ad contemptum Dei, Ingrati non occurrit ei facultas, aut debi
Lib. Ter. tas
154 D e L L a o 1 vs T 1 2 1 a.
ſecondo luogo deve mettere ogni ſuo ſtudio, perchè d'ingra
to ei divenga grato. Poichè ſe non potè quegli corriſpondere
al primo beneficio, forſe corriſponderà al ſecondo. Ma ſe poi
anche dopo i replicati benefici s' aumentaſſe in lui la ingrati
tudine, allora il benefattore ceſſerà di beneficarlo (1). Ciò
conſuona appunto con quel che ſta ſcritto al Cap propter Ex
tra.. de Donationibus. E con ragione così ſi determina, perchè
Dio è quegli ch'oſſerva chi è portato a beneficare, e di eſſo
ſi ricorderà nell' avvenire, e quando ei veniſſe a cadere in
miſeria e calamità, lo ſteſſo Dio prenderà cura di lui, e non
Eccli. 3. 34 permetterà che reſti oppreſſo.
Dopo la Gratitudine viene la Vendetta, per cui uſando o
della offeſa, oppure della difeſa, da noi, o da altri fi tiene
lontano e ſi ribatte un torto, una ingiuria, e tutto ciò che
S. Aug. de può recare nocumento. Diſcorreremo a queſto propoſito quando ſi
nat. C grat. tratterà più abbaſſo della ira.
La Oſſervanza, o il Riſpetto, è quel tale culto ed onore ch'
alle perſone per dignità, o per altro titolo diſtinte ſi ſuole
Id. ibi. preſtare; e ſiccome nella Religione, per cui il giuſto Culto a
Dio ſi rende, in una qualche maniera ſi contiene la Pietà che
ad onorare i genitori ci aſtringe; così nella Pietà quella oſſer
vanza pur ſi ritrova, con cui le perſone in dignità collocate
onoriamo e riſpettiamo. Detto culto ed oſſequio è dovuto per
V.Lib.2.pag. Legge, come ſi è dimoſtrato nell'eſpoſizione del quarto Precetto
58. e ſeqq. del Decalogo, quando queſte perſone hanno ſopra di noi ſupe
riorità. Ma ſe non hanno taluni poteſtà ſopra di noi , e ſono
tuttavia per titoli e Dignità ragguardevoli, ſarà loro dovuto il
riſpetto moralmente; cioè per una certa oneſtà, ancorchè noi
loro non ſiamo ſottopoſti (2). Noi inſomma dobbiamo eſſere
In

( 1 ) ta opportunias reddendi. Se modo invenitur Pietas, per quan


cundo debet tendere ad hoc, quod de coluntur parentes; ita ſub Pietate
ingrato gratum faciat . Quod ſi non invenitur Obſervantia , per quan
poteſt primo beneficio ſatisfacere , cultus & honor exhibetur perſonis
forte faciet ſecundo . Si vero ex be in dignitate conſtitutis.... Et hic
neficiis multiplicatis ingratitudinem quidem cultus eſt debitus ex Lege,
augeat , & peior fiat, debet a be ſi pralationem homines illi ſupra
ficiorum exhibitione ceſſare . Id. 2. mos habeant. Alias eſt debitus mo
2, qu. Io7. art. 4. - raliter, ſcilicet ex quadam honeſta
( 2 ) Sicut ſub Religione , per te, etiamſ non ſimus ei ſubjecti .
quam Cultus tribuitur Deo, quodam Id. ibi. q Io2. art. 2.
a -
D E L L A G I U S T I Z I A. I 55

in ogni maniera ſolleciti di preſtare oſſequio e venerazione a'


Maggiori. - Rom. 12. 1o.
La Verità ſi è, quando ſenza la minima alterazione quello S. Aug. de
che fu, è, o pure ſarà, liberamente ſi dice. E riſguardo a que-ºt º srºt.
ſto s'aſtenga ognuno dal dire bugia col ſuo compagno; ma parli
ſempre con iſchiettezza e ſemplicità, perchè noi ſiamo tanti
membri l'uno con l'altro uniti. Sarebbe però coſa vizioſa e Epheſ.4.25.
cattiva, fealcuno ſenza giuſto motivo lodaſſe ſe ſteſſo, ancor
chè raccontaſſe il vero. Vizioſa coſa pure farebbe colui, che
pubblicaſſe i ſuoi peccati, quaſichè ſe ne lodaſſe; o quando
ancora inutilmente li manifeſtaſſe ſenza giuſta ragione ( 1 ).
La Obbedienza
pellarſi poi per
la principale è una talecreatura
ogni Virtà, che può con che
ragionevole verità
da Dio "
sp èi 1 tr.

dipende. Ella è certamente nelle ragionevoli creature quaſi la I, i rade


madre e la cuſtode di tutte le altre Virtù. A lungo ne favella Civ. capi.
San Tommaſo 2. 2. q Io4. art. 1.
La Liberalità è pure una pertinenza della Religione; e nel
Vangelo con molti eſempi la giuſta Liberalità ne viene com
mendata; ma nel Vangelo ſoltanto s'inculca quel ch'alla Vir-S.Thom.2.2.
tù s'aſpetta; biſogna dunque aſſerire che la Liberalità ſia una q. Io7. a. 1.
Virtù. E certamente non può dirſi che fia minor Prudenza
lo ſpendere utilmente il danaro ch'il conſervarlo utilmente.
Anzi io la credo maggiore, e però alla Prudenza dovrà rap
portarſi la Liberalità. Non ſi può tuttavia negare che più ri Id.ibi.art.4.
goroſamente appartenga alla Giuſtizia; perchè quando alcuno
uſa miſericordia con altro, o gli diſpenſa benefizj, ciò procede
dall' eſſere in qualche maniera obbligato a quello cui da il
beneficio; e in queſto caſo il ſuo dono è relativo alla Carità,
o ſia all'Amicizia. Ma la vera Liberalità naſce da queſto che
quegli il quale da, nè deſidera, nè ama il danaro, onde non
ſolo dona agli amici, ma ancora a chi non conoſce, quando
fa
( 1 ) Vitioſum eſt, quod aliquisſi ſericordie procedit ex eo, quod ho
me debita cauſa laudet ſe ipſum mo eſt aliqualiter affectus circa eum,
etiam de vero. Vitioſum eſt etiam, cui dat; & ideo talis datio perti
quod aliquis peccatum ſuum pu net ad charitatem , ſive ad ami
blicet, quaſi ſe de hoc laudando, citiam. Sed datio Liberalitatis pro
vel qualitercumque inutiliter mani venit ex eo, quod dans non concu
feſtando. Id. ibi q. Io9. art. 1. piſcit, neque amat pecuniam, un
Magis pertinet ad Juſtitiam , de non ſolum amicis, ſed etiam igno
ee quod datio beneficientia, o mi tis dat, quando oportet; undeper
Lib. Ter. V 2, tre
156 D E L L A G I U S T I Z I A.
fa- di meſtieri; e in queſto ſenſo ognuno vede che la Liberali
tà riſguarda piuttoſto la Giuſtizia, la quale alle coſe eſterne ſi
reſtringe (1). Molto bene ſopra ciò ragiona Santo Ambrogio al lib.
2. de Officiis, al quale rimetto il Leggitore. A queſta Virtù ſono
contrarie l'Avarizia e la Prodigalità, delle quali avremo a par
lare in appreſſo.
L'Affabilità è altresì una nobile Virtù, e ſiccome la Vir
tù è ſempre ordinata al bene, così biſogna dire che dove una
ſpeciale ragione di bene ſi trova, ivi ſia parimente una ſpe
ciale ragione di Virtù. Il bene intanto nel ordine conſiſte.
E'neceſſario adunque che l'uomo nella comune conſuetudine
convenientemente agli altri uomini s'adatti, e s'uniformi così
nelle opere come nelle parole; in maniera cioè che riſguardo
all'altro così ſi diporti come la convenienza e la proprietà
dell'ordine richiede; ſicchè fa di meſtieri che una ſpeciale
Virtù ſi dia, che tale convenienza d'ordine conſervi ; e que
ſta Amicizia, ed Affabilità potraſſi nominare (2).
Difatti non v'ha dubbio che l'uomo eſſendo un animale
ſociabile è tenuto per un naturale debito d'oneſtà a lieta
S.Thom.2.2. mente convivere cogl'altri, quando per qualche giuſto moti
q. I 14 art.2. vo non ſia neceſſitato di recare utilmente ad eſſi triſtezza e
1.Cor 7.8.9. dolore. Perciò ſcriveva l'Appoſtolo: io non mi dolgo punto d'
avervi colla mia Lettera attriſtati, anzi io ne godo, non perchè
voi vi ſiate attriſtati, ma a cagione che la voſtra triſtezza vi
porterà alla penitenza. Ricavaſi quindi che non dobbiamo di
moſtrarci ilari e giulivi avanti a coloro, che ſono propenſi a
peccare, per compiacerli, acciocchè non ſembri ch' acconſen
tiamo alla malvagia loro conſuetudine, e in certa maniera li
rendiamo più coraggioſi a peccare (3). Del rimanente ogni
ll O

(1)tinet ad Juſtitiam,qua eſt circa tet eſſe quamdam ſpecialem Virtu


res exteriores. Id ibi. q. I 17. a. 5. tem, qua hanc convenientiam ordi
( 2 ) Cum Virtus ordinetur ad bo nis obſervet ; & hee vocatur A
num, ubi occurris ſpecialis ratio bo micitia, ſeu Affabilitas. Id. ibi
ni, ibi oportet eſſe ſpecialem ratio Q- I I 4. art. I.
nem Virtutis. Bonum autem in or (3 ) His, qui proni ſunt ad peº
dine conſiſtit ; oportet autem homi candum, non debemus hilarem vul
nem convenienter ad alios homines tum oſtendere ad ecs delectandum,
ordinari in communi converſatione ne videamur eorum peccato conſen
tam in factis, quam in dictis, ut tire, & quodam modo peccandi au
ſcilicet ad unumquemque ſe habeat, daciam miniſtrare. Id. ibi. q . I 14
ſecundum quod decet; & ideo opor art. 2,
p E L L A G 1 vs rr z I.A. 157
uomo è naturalmente per un generale amore ad ogni uomo
amico; e queſto amore con certi eſterni ſegni d'amicizia s'ap
paleſa, co'fatti cioè, e colle parole, non meno co'congiunti ed
amici, che cogli eſtranei ed ignoti a noi (1). Ognuno adun
ue cerchi di piacere al ſuo Proſſimo in quel che all'oneſto Rom. 15.12.
conduce. Poſciachè tutti dobbiamo eſſere unanimi, compagni
nelle afflizioni, uniti con fraterno amore, reciprocamente mi
ſericordioſi, umili, e modeſti, diffuſamente dell'Affabilità parla 1.Petr. 3. 8.
il ſopra lodato Santo Ambrogio nel lib. 2. e 3. de Officiis, e in
molti luoghi ancora Santo Agoſtino.
All'Affabilità è oppoſta l'Adulazione che, come altrove s'è
detto, è grave peccato. Affatto contraria è poi all'Affabilità V. pag. 55.
medeſima la Ruſticità e Schifiltà nel tratto, che debbono in
particolare maniera evitarſi da chi tiene cura delle anime col
metterſi ognuno di eſſi in mente che colla manſuetudine e
colla dolcezza potè San Franceſco di Sales ridurre alla creden
za della Fede Cattolica ſettantadue mila Eretici. Ed è pur
troppo vero che non v'ha coſa tanto utile quanto l'eſſere a
mato, nè alcuna ve n'ha meno utile che il contrario, perchè -

il meritarſi l'avverſione, o l'odio altrui deve riputarſi il mag-S. Amb. lib.


gior male che poſſa a noi mortali avvenire. Ricorra chi vuo- 2.de off. ca.
le a conſultare Santo Agoſtino in queſto propoſito al lib. 83. qq. 7.
q. 71. L'Appoſtolo però diede chiaramente a divedere qual
eſſer debba un Criſtiano, allorchè di ſe ſteſſo affermava ch' 1. Cor. 1a.
egli metteva ogni ſuo ſtudio di compiacere a tutti in tutto , e 33.
che però era divenuto tutto a tutti. ibi. 9. 22.

A R T I C O L O T E R Z O.

Della Fortezza.
Lº Fortezza è un amore che n'induce a facilmente tollerare tutto S. Aug. lib.
per ciò che s'ama, è una tale Virtù, per cui tutto ciò che 1. de Mor.
rieſce a noi moleſto, ſi ſopporta, ovvero è un incontrare con av. Manº 15
vedutezza i pericoli, e un ſoffrire con pazienza i travagli. La Id.in Pſ.83.
-
For

( 1 ) Omnis homo naturaliter omni ſigna amicitiae, qua quis exterius


homini eſt amicus quodam generali oſtendit in verbis, vel fattisetiam
amore; & hunc amorem repreſentant extraneis, vel ignotis. Id. ibi.
158 D E L L A F o R T E 2 2 A.
Id. lib. 83. Fortezza adunque importa una fermezza d'animo in tollerare
qq. q. 31. e in reſiſtere in quelle circoſtanze, ov'è più malagevole l'ave
re ſofferenza; vale a dire in certi gravi pericoli. Quindi è
che la Fortezza una ſpeciale Virtù vien riputata, come quel
la che ad una determinata materia ſi reſtringe (1).
V'è non pertanto un'altra Fortezza, ove l'animo degli
uomini dallo Spirito Santo è moſſo per arrivare al fine d'ogni
opera incominciata, e per evitare qualunque imminente peri
colo, che le forze ſuperaſſe della natura umana. Imperciocchè
talora avviene che non ſia in potere degli uomini il conſegui
re il fine della ſua opera, e l'evitare i mali, od i pericoli,
l
-
dai quali talvolta reſta oppreſſo al punto della morte. Lo
Spirito Santo è quegli ch'opera allora, e l'uomo da queſta
paſſeggiera vita alla eterna conduce, la quale è il fine di tut
te le opere buone, e la liberazione da qualſivoglia pericolo
In queſto ſenſo la Fortezza è un Dono dallo Spirito Santo (2).
Ma la Fortezza, della quale ſi parla preſentemente, è una
Virtù alla umana facoltà ſottopoſta, nè a tutti i pericoli, e a
tutte le difficoltà s'eſtende, ma ad alcune ſoltanto che fra le
umane ſono le maggiori. Dovecchè il Dono della Fortezza ab
braccia tutte le difficoltà che poſſono nella umana condizione
avvenire, ancorchè ſorpaſſino la umana facoltà. Perciò l'Ap
Philip.4.13. poſtolo dichiarava: coſa non v'ba ch'io far non poſſa in vigor
di colui che mi conforta (3). Si parlerà intanto della Virtù,
e

( 1 )) Importat firmitatem animi in morte. Sed hoc operatur Spiritus


in fuſtinendis, & repellendis his, Sanctus in homine, cum perducit eum
in quibus maxime difficile eſt fir ad Vitam eternam , que eſt finis
mitatem habere, ſcilicet in aliqui omnium bonorum operum, C evaſio
bus perieulis gravibus .... Et ſie omnium periculorum.... Et ſecun
Fortitudo ponitur ſpecialis Virtus, dum hoc Fortitudo ponitur Donum
utpote materiam determinatam ha Spiritus Sancti: Id.ibi qu.139.art. 1
bens. Id. ibi.q. 123. art. 2. ( 3 ) Fortitudinis Virtus facultatº
(2) ASpiritu Sancto moveturani human e innititur, nee eſt reſpectu
mus hominis ad hoc , quod perve omnium difficultatum, ſed reſpectu
miat ad finem cujuslibet operis in aliquarum, qua ſunt maxima in ge
cboati, C evadat quaecumque pe nere humanarum....Donum vero For
ricula imminentia , quod quidem titudinis ſe extendit ad omnes diffi
excedit naturam humanam. Quan cultates, que in humanis rebus poſ
doque enim non ſubeſt poteſtati ho ſunt accidere etiam ſupra facultatema
minis, ut conſequatur finem ſui ope humanam. Unde dicebat Apoſtolus:
ris, vel evadat mala, ſeu pericula, omnia poſſum in eo, qui me con
cum quandoque opprimatur ab eis fortat. Id. 3. diſt. 34. q 3.
pELL a F o R T e zz a. 159
e poi s'entrerà a diſcorrere altrove del Dono della Fortezza.
La Fortezza come virtù conſiderata ſotto due riſpetti ſi può
riſguardare, cioè negli affari di guerra, e nelle faccende dome
ſtiche, in quanto che può eſſere utile molto nelle coſe Civi- S. Tho. 2. 2,
li, Militari, e Domeſtiche. Nella Fortezza Militare aſſai ſi di- 7.123.ar.12.
ſtinſero Gedeone, Sanſone, Baracco, Gefte, Davide, Samuele,
ed altri illuſtri e ſanti Eroi, i quali per mezzo della loro co
ſtanza e fede vinſero il Regno de'Cieli; contro gli attacchi
valoroſamente ſi difeſero ; aumentarono ſempre le loro forze;
divennero più robuſti ne'cimenti, e miſero in fuga vergogno Hebr.21.32.
& ſeqq.
ſa le ſchiere nemiche. Della Domeſtica Fortezza furono adorni
coloro che dopo avere con alacrità ſofferti gli ſcherni e le
percoſſe, le prigioni, e le ritorte furono in diverſe maniere
tormentati, e ſpirarono l'anima o fra le pietre e gli ſtrazi più
crudeli, o ſotto le mannaje e le ſpade; e il mondo che non
era degno di godere del loro conſorzio, li vide andar vagan
do coperti di pelli caprine, abbietti, meſchini, oppreſsi, de
relitti, ſopra i monti, nelle ſpelonche, e nelle caverne della
terra. Quantunque biſogna confeſſare che queſti tali furono ibi.
ancora forniti del Dono della Fortezza.
Gli atti principali della Fortezza ſono due; cioè il reſiſtere
e l'affrontare; e però ſi dice eſſere officio della Fortezza l'intra
prendere e ſoſtenere i pericoli. Il ſoſtenerli ſembra tuttavia eſſere
coſa più malagevole che l'intraprenderli; perchè il ſoſtenere è
proprio di chi viene da altro più forte di lui attaccato; e l'
aſſaltare è proprio di chi ſi crede più dell'altro robuſto e for
te. Tanto più che quegli che reſiſte, ha già imminente il
pericolo; e quegli ch'affronta, non l'ha preſente, ma lo ve
de in lontananza. Or egli è ſempre più facile che perturbi il
timore del preſente che del futuro. Aggiungeſi ancora ch'il
ſoſtenere importa lunghezza di tempo; doveochè uno può in
un iſtante aſſaltare ( 1 ).
Quin
(1)Actus Fortitudinis ſunt ſuſti ſtinet, jam ſentit pericula immi
nere & aggredi , hine dicitur pe nentia; ille, qui aggreditur , ha
riculorum i, , & laborum bet ea ut futura . Difficilius au
Perpeſſio. Suſtinere autem videtur tem eſt non moveri a preſentibus,
", quam aggredi ; quia nere quam a futuris. Tertio quia ſuſti
importat diuturnitatem tem
uſtinere videtur aliquis ab aliquo
fortiore invadente, qui autem ag poris, ſed aliquis poteſt aggredi
greditur, invadit per modum for ex ſubito motu Id. 2. 2. qu. 123
eioris. Secundo, quia ille, qui ſu art. 6.
16o D E L L A F O R T E Z 2 A.
Quindi io ne deduco che forti fuori di ragione ſi chiama.
no coloro, i quali da per ſe ſteſsi s'uccidono per non ſoffri
S. Aug. lib. re qualche diſgrazia. E' vero ch'il forte deve pazientemente
19. de Civ. tollerare anche la morte; ma quella morte che da altra parte
Dei eap. 4. che dalle ſue mani gli venga data. Difatti qual maggior at
to di Fortezza ſi può ideare che il ſoffrire la morte per amor
di Gesù Criſto? A queſto propoſito ſi potrà leggere Santo Agoſtino
al lib. 1. de Mor. Eccl. Cathol. cap. 22. e 23. Ciò non oſtante io
credo ch'a quello veramente il nome di forte ſi convenga, il
quale eſſendo privo di quelle coſe che non iſta a noi l'ottenere
ed acquiſtare, con animo placido e tranquillo ſel ſoffre e ſel
comporta, quantunque ei ſia coſtretto a farlo per neceſſità (1).
Le parti della Fortezza ſono la Magnificenza, la Riſolutez
za, la Pazienza, la Perſeveranza, e la Magnanimità.
La Magnificenza è un penſare ed un regolarſi con idee no
Id. lib. 33. bili e grandi a ſeconda d' un animo che coſe magnifiche e
4 7. 7. 3 I.. ſplendide rivolge in ſe ſteſſo. Ma perchè nelle azioni umane
non vi può eſſere alcun fine così grande quanto l' onore di
Dio, perciò la Magnificenza principalmente ſpicca in quello che
concerne l'onore ſteſſo di Dio (2). Ed ecco che la Magnifi
cenza alla Santità s'accoppia ; e però diceva il Profeta : la
Fſal. 95. 6. Santità e la Magnificenza ſono i coſtitutivi di ſua rettiſſima lo
devole vita. La Magnificenza ha inoltre di proprio il fare grandi
ſpeſe per gli uſi Civili e Politici; come ancora per l'aumen
to , per la conſervazione, e pel decoro della Reppublica.
Poſciachè il vero magnifico e generoſo non fa conſiſtere la ſua
grandezza in iſpendere largamente per quello ch'alla ſua perſo
ma appartiene; non già perchè non cerchi il ſuo comodo e il
ſuo vantaggio, ma perchè queſto non è penſare da grande .
Quan
(1) Fortem vere appellare poſſum norem Dei. S. Tho. 2. 2. q. 134.
eum, qui rebus illis , quas neque art. 2.
ut adiſpiſcamur, neque ut obtinea Magnificentiae eſt magnos ſum
mus, in nobis ſitum eſt, equo & ptus facere ad uſus Politicos ,
tranquillo animo caret, quod nunc Reipublicae ſcilicet augenda, conſer
" facere compertum eſt . S. vanda , vel con decoranda cauſa .
Aug. lib. 1. delib. arb. cap. 13. Magnificus non principaliter inten
( 2 ) Nullus finis humanorum ope dit ſumptus facere in his, quae per
rum eſt adeo magnus ſicut honor tinent ad perſonam propriam ; non
Dei ; ideo Magnificentia precipue quia bonum ſuum non quarat, ſed
magnum opus " in ordine ad ho quia non eſt magnum. Si quid ta
mgen
D E IL L v4 F O R T E Z Z v1. 161
Quando però anche le coſe a lui ſpettanti oſtentino gran
dezza, allora l'uomo ſplendido ſi fa conoſcere magnifico in
quelle, come accade in certe occorrenze ch'una ſola volta in
tempo di ſua vita avverranno; quali ſono le nozze, o altre
conſimili coſe; e certe coſe ancora permanenti giuſtamente con
iſplendidezza procura; perchè ben iſta per eſempio che un
uomo magnifico ed onorato ſi procacci una conveniente abita
zione (1 ).
Alla Magnificenza s'oppone l'«Avarizia, come ognuno da
per ſe ſteſſo può comprendere. Ora chi vuole eſſere veramente
magnifico cerchi prima la Santità. Quando ſarà ſanto, ſen
za dubbio ſarà ancora magnifico. Ma ſe al roveſcio prima eſſe
re voleſſe magnifico che ſanto, ei caderebbe innanzi d'eſſerſi
alzato ( 2 ). E queſta ſua caduta ſarebbe neceſſaria, perchè
cercherebbe alzarſi ſoltanto per ſuperbia. -

La Riſolutezza ſi è quella franca confidenza, per cui uno


moſſo a fare coſe oneſte e belle concepiſce in ſe ſteſſo una s. Aug. lib.
certa ſperanza di conſeguirle. Si può vedere quello che di ſopra 83.gq.q. 31.
dicemmo della Speranza. V. pag. 21.
La Pazienza è una volontaria e lunga tolleranza nelle coſe S. Aug. lib.
ardue e malagevoli a cauſa dell'utile, o dell'oneſto. Quantun-83.qq. q.31.
que ella ſia una Virtù dell'animo, ciò non oſtante di eſſa l'
animo ſi ſerve parte in ſe ſteſſo, parte nel proprio corpo. Si
ſerve della Pazienza l'animo in ſe ſteſſo, quando ſenza ch'
in nulla venga offeſo il corpo, ſopporta coſtantemente qualun
que avverſità, qualunque torto e villania, e qualſivoglia altro
male, purchè non acconſenta a fare, o a dire coſa ch' oneſta
c

. (1) men in his, qua ad ipſum per eſſe volueris magnificus, ante ca
timent , magnitudinem habeat, hoc dis , quam ſurgas. S. Aug in
etiam magnifice magnificus proſe Pſal. 95.
quatur ,i" ea, que ſemel fiunt; guamvis Patientia Virtus ſit
un nuptiae, vel aliquid aliud hujuſanimi, partim tamen ea utitur ani
modi, vel etiam ea , que perma mus in ſe ipſo, partim vero in cor
nentia ſunt ; ſicut ad magnificum pore ſuo. In ſe ipſo utitur Patien
pertinet preparare convenientem ha tia, quando illeſo & intatto cor
bitationem. Id. ibi. art. 1. pore aliquid, quod non expediat ,
(2) Tu jam querebas Magnifi vel non deceat facere, aut dicere,
centiam, prius dilige Sanctitatem. quibuslibet adverſitatibus, aut fa
Cum ſanctificatus fueris, eris & ditatibus rerum, ſeu verborum ſti
magnificus. Nam ſi prepsire prius mulis incitatur, 6 patienter mala
v Lib. Ter. omnia
162 D E L L A F O R T E Z Z A.
e conveniente non ſia, e non commetta alcun peccato nè col
le opere, nè colle parole. Queſta è quella Pazienza ch'a tol
lerare la dilazione della noſtra Beatitudine, ancorchè ci ritro
Rom 8.25 viamo ſani di corpo, ci conforta; onde l'Appoſtolo diſſe : ſe
ciò che non veggiamo, ſperiamo, con ſanta Pazienza il dobbiamo
aſpettare. Un'altra ſorta di Pazienza v'è ſpettante al corpo ,
cioè quando l'animo placidamente tollera e comporta le coſe
al corpo moleſte e gravi, non come gli ſtolti e maligni per l'
acquiſto di qualche terrena inutile coſa, o per l'attentato di
Matth.5.1o. qualche delitto, ma com'è ſtato da Criſto definito, per il ſolo
conſeguimento della Giuſtizia. Nell'una e nell'altra maniera
pazienti ſi dimoſtrarono ne' glorioſi loro combattimenti i San
ti Martiri, i quali a noi laſciarono ſegnalati eſempi della lo
to coſtanza. Se tanti vi ſono che per un vano piacere, per
qualche malvagità, per la conſervazione di queſta vita tem.
porale mirabilmente ſoffrono i più ſtrani patimenti, noi dob
biamo molto più animarci a tollerare qualunque incommodo
per l'acquiſto delle Virtù Criſtiane, acciocchè poi queſta
noſtra terrena vita divenga eterna, e ſenz' alcun termine di
tempo, e ſenza verun detrimento ſia per ſempre felice e ſi
cura. Se tanto ſoffre l'anima noſtra per giungere a conſegui
re ciò che le cagiona rovina, quanto dovrà ſoffrire perchè
tale rovina non le avvenga (1)? Tolga il Cielo che noi aveſ
ſimo un giorno a dire : noi errammo lungi dalla via della
verità, noi ci ſiamo ſtancati a battere la ſtrada della malizia e
della perdizione, ed abbiamo ſempre camminato per vie diſaſtroſe
- d

( 1 ) omnia tolerat, ne ipſe mali pter Juſtitiam . Utroque modo San


aliquid opere, vel ore committat: Per cii Martyres certaverunt...... Ve
hanc Patientiam ſuſtinemus etiam, rumtamen cum pro libidinibus, vel
cum corpore ſani ſumus, quod inter etiam ſceleribus , cum denique pro
hujus Seculi ſcandala Beatitudo no temporali vita ac ſalute multa ho
ſtra differtur; inde dictum: ſi quod mines horrenda mirabiliter ſuffe
non videamus, ſperamus, per Pa runt, ſatis nos admonent quanta
tientiam expectamus.... Alius eſt ſufferenda ſint pro vita bona , ut
autem Patientiae modus, quo idem etiam poſtea poſit eſſe eterna , C'
ipſe animus quecumque moleſta & ſine ullo temporis termino, ſine uti
gravia in ſui corporis paſſionibus litatis ullius detrimento vera feli
perfert, non ſicut ſtulti, vel mali citate ſecura. Si ergo tanta ſuffert.
gni homines propter adipiſcenda va anima, ut poſideat, unde pereat,
na, vel ſcelera perpetranda, ſed ſi quanta debet ſufferre, ne pereat ?
cut a Domino i eſt , pre S. Aug. lib. de Pat. cap. 7.
-- --- --- =-------- =

D E L L A F o R T E z z A. 163
ºse difficili. Ma a che ci è mai queſto giovato ? Dove ci ha con
dotto la ſuperbia noſtra ? o che prò ci fece la noſtra opulenza, e
da vanagloria delle noſtre ricchezze ? Tutto paſsò come un'ombra, Sap. 5. 6. &
come un fumo. Somiglievole linguaggio appunto tengono colo- ſeqq.
ro che pei loro peccati ſi ritrovano nell'Inferno. Giova adun
que molto l'eſſere nelle avverſità ſofferenti; perchè coloro ch'
a buon uſo rivolgono i patimenti, riportano non ſolo lode
della lora Pazienza, ma ne vengono ancora premiati (1). E
tali ſono pur anche quelli che venendo pei loro delitti ca
iſtigati, tutte le ſciagure che ſovra loro ſi roveſciano, tollera
no con interno dolore, e con umiltà di cuore le diſſimulano S. Aug. de
dicendo fra ſe ſteſſi: ben ci ſtà, e queſti mali giuſtamente por- Pat.cap. 14.
tiano, perchè arrogantemente peccammo contro il noſtro Dio, e
coſe facemmo da provocare lo ſdegno del Cielo. Si può vedere Gen.42. 21.
San Tommaſo 2. 2. q. 134 , e Santo Agoſtino ne' luoghi ſo
praccitati. Asciocchè intanto la Pazienza ſia perfetta, è neceſſario S.Tom.2. 2.
| che ſia accompagnata dall'Animoſità, e dalla Coſtanza. q. I 34.art.2.
- La Perſeveranza è una ſtabile e perpetua volontà in un ſen-S.Aug.l.33.
timento, che giuſtamente ſiaſi conſiderato. Noi però diciamo qa. q. 31.
che la Perſeveranza è un Dono di Dio, non altramente che
delle ſuddette Virtù s' è ragionato. E queſta è quella tale
Virtù, che ci rende coſtanti ſino al fine nella Fede di Gesù
“Criſto; fino al fine cioè, dove termina la noſtra vita, e do
ve ſoltanto vi ſarebbe da temere che non ſi cadeſſe in ingan
no. Egli è frattanto incerto, ſe mentre viviamo, queſto Do
mo, abbiamo ricevuto. Certo è tuttavia che ſe alcuno prima
di morire cada, non può foſtenerſi ch'abbia egli perſeverato.
“Quindi per la neceſsità che noi abbiamo di queſta Perſeveran
za, avviene che nella Orazione Domenicale niun'altra coſa da
noi quaſi s'addimanda che la ſteſſa Perſeveranza (2 ). Difatti
la
( 1 ) Qui paſſione rette utuntur, hoc munus acceperit, quandiu hane
ſhi Patientiae veritate laudantur ; vitam ducit, incertum eſt. Si enim,
ſhi Patientiae munere coronantur . priuſquam moriatur , cadat , non
Id. ibi. cap. 6. perſeveraſſe utique dicitur, C ve
(2) ins Donum Dei eſſe riſſime dicitur ... Ipſa Oratione,
Perſeverantiam , qua uſque in fi qua Dominica nancupatur , nihil
nem perſeveratur in Chriſto; finem pene aliud quam Perſeverantia poſei
autem dico, quo vita ſta finitur, intelligitur. S. Aug de Don. Per
in qua tantummodo periculum eſt, ſev. cap. 1.
ne cadatur. Itaque utrum quiſque
Lib. Ter. 2,
I 64 D E L L A F O R T E Z Z A.
la ſola Perſeveranza agli uomini forti fa conſeguire la gloria,
e corona le Virtù; ſenza d'eſſa nè chi combatte giunge ad
ottenere la vittoria, nè il vincitore riporta la palma. Ella è
ſorella della Pazienza, figlia della Coſtanza, e della Santità
fermiſsimo propugnacolo. Se togli dall'uomo la Perſeveranza,
nè l'Oſſequio ha la ſua mercede, nè il Beneficio la ſua gra
Matt. 1o. zia, nè la Fortezza la ſua lode (1 ). Egli è già deciſo che
I 2» quegli ſarà ſalvo, ch'avrà lodevolmente fino al fine perſeverato.
La Magnanimità collo ſteſſo nome dichiara d'eſſere una
propenſione d'animo a coſe grandi; e queſta fpecialmente nel
le Cariche ſi fa conoſcere e negli Onori; allora quando cioè
uno s'ingegna d'operare ciò, che degno giuſtamente ei ſtima
di fare; nè per queſto delle Dignità ſi gonfia, perchè non le
giudica maggiori di ſe ſteſſo, ma piuttoſto le diſprezza, parti
colarmente ſe ſono di poco momento. Un'altra ſorta di Ma
gnanimità ſi è, uando ſi diſprezzano gli altri, perche non
corriſpondono a Doni ch'ad eſsi Dio ha compartiti (2). A
queſta Virtù s'oppongono il Faſto e la Preſunzione. Chi vo
leſſe trovare diffuſamente eſpoſta queſta materia , ricorra a San
Tommaſo al 3. Sent. diſi. 33. q. 3, e al Bancello.
A R T I C O L O Q U A R T O.

Della Temperanza .
S. Aug l. r. A Temperanza è un affezione dell'animo che raffrena e trat
de lib. Arb. tiene l'appetito di quelle coſe, che poco onorevolmente s'ap
pe

( 1 ) Perſeverantia ſola meretur ( 2 ) Magnanimitaser ſuo nomine


viris gloriam, coronam Virtutibus. importat quamdam extenſionem ani
Prorſus abſque Perſeverantia nec mi ad magna.... Ipſa verſatur cir
qui pugnat, vittoriam, nec palmam ca honores , ut ſtudeat facere ea ,
victor conſequitur. Vigor virium eſt qua ſunt honore digna ; & ideo
Virtutum conſummatio, nutrix ad non extollitur ex magnis honoribus,
meritum, mediatrix ad premium - quia non reputat eos ſupra ſe, ſed
Soror eſt Patienti e , Conſtantie fi magis eos contemnit, C9 multo ma
lia, propugnaculum Sanctitatis.... gis moderatos & paucos.... Simi
Tolle Perſeverantiam , nec Obſe liter etiam Magnanimitas contem
quium mercedem habet , nec Bene nit alios, ſecundum quod deficiunt
fieium gratiam, nec laudem Forti a Donis Dei. S. Tho. 2. 2. q. 129.
tudo. S. Bern. Epiſt. 129. art. I.

-
- ---

D E L L A T E M P E R A N 2 A. 165
tiſcono, ovvero è un ſodo e moderato dominio della ragione cap. 13.
ſopra la libidine e gli altri traſporti non regolati dell'animo no Id. lib. 83.
ſtro . E' queſta una Virtù che la integrità e la perfezione qq. 7- 31 -
di quell'amore, ch'a Dio ci lega, ne promette, perchè, come
atteſta l'Appoſtolo, la radice di tutti i mali è la cupidigia, 1. Tim. 6.
dalla quale chi ſi laſciò ſedurre venne a naufragare dalla Fede, e IO,
in una infinità di dolori e d'affanni s'immerſe. Nè per altro fi
ne lo ſteſſo Appoſtolo ci ammoniſce che dell'uomo vecchio ci Coloſſ.
I C,
3. 9.
diſpogliamo, e ci riveſtiamo del nuovo, volendo pel vecchio in
tendere Adamo, il quale peccò; e pel nuovo Gesù Criſto, che
venne a liberarci dal peccato . Così è , tutti gli offici della
Temperanza fi riducono a queſto di ſpogliarſi dell'uomo vec
chio, e di rinnovarſi in Dio; vale a dire nel vilipendere tutti
i terreni piaceri e la lode popolare, e nel rivolgere tutto l'
amore alle coſe inviſibili e Divine. I piaceri terreni e cor
porali ſono in quelle coſe locati, ch'al ſenſo del corpo ſono
ſottopoſte, e da taluno ſenſibili vengono chiamati. Ed ec
co come nel nuovo Teſtamento ci viene dato avviſo d' aſte 2.Cor.4 18.
nercene: non ponete le voſtre mire ſulle coſe che ſi veggono,
ma ſu quelle che non ſi veggono, perchè le prime ſono tempora
li, e le ſeconde eterne. Non altro adunque dobbiamo amare che
Dio , e tutte le coſe ſenſibili hanno da vilipenderſi, e ce ne
dobbiamo ſoltanto ſervire per gli uſi neceſſari di noſtra vita.
Mi

Ea nobis amoris illius, quo re omnes corporeas illecebras , lau


innectimur Deo, integritatem quam demgue popularem, totumque amo
dam, 69 incorruptionem pollicetur.... rem ad inviſibilia & Divina con
Namque, ut ait Apoſtolus, radix ferre .... Illecebre autem corporis
omnium malorum cupiditas, quam iſta ſunt in his omnibus, que cor
quidam ſequentes naufragaverunt poreus ſenſus attingit , qua a non
a fide, & inſeruerunt ſe dolori nullis etiam ſenſibilia nominantur...-
bus multis . Monet Paulus , ut Itaque in novo Teſtamento ſic ab
exuamus nos veterem hominem , iſtorum amore prohibemur: non re
& induamus novum . Vult autem ſpicientes, inquit, ea, qua videntur,
intelligi Adam, qui peccavit, ve ſed qua non videntur. Quae enim
terem hominem ; illum autem , videntur, temporalia ſunt; qua enim
quem ſuſcepit in Sacramento Dei non videntur, aeterna..... Aman
Filius ad nos liberandos, novum.... dus igitur ſolus Deus eſt ; omnis
vero # mundus, ideſt, omnia ſen
Omne igitur officium Temperan
tite eſt exuere veterem hominem, ſibilia contemnenda ; utendum au
in Deo removari ; ideſt contemne tem his ad hujus vite rein. 9
I 66 D E L L A T E M P E R A N Z A.
Mirabilmente ancora nel nuovo Teſtamento ſi rimoſtra quan
to ſia da riputarſi di ſpregevole ogni gloria mondana dichiaran
Gal. 1. Io do l'Appoſtolo che ſe mai egli piaceſſe agli uomini, non ſareb
be degno d'eſſere chiamato ſervo di Criſto. V'è da notare però
che talora l'anima s'inganna con certe immagini che da cor
pi in ſe ſteſſa s'imprimono, e queſto è ciò che lo ſteſſo Ap
poſtolo di manda ſcienza delle coſe, che talora è nociva. E per
queſto ci viene proibito giuſtamente d'eſſere curioſi; lo che
pure appartiene alla Temperanza, e ſopra ciò è appoggiato
Coloſſ. 2. 8. quel detto: guardate ch'alcuno non vi ſeduca per mezzo della
Filoſofia. E perchè ſotto il nome di Filoſofia, ſe ben ſi con
fidera, viene una coſa grande e degna d' eſſere deſiderata, da
che eſſa deneta amore e affetto della Sapienza, quindi è che l'
ibi. Appoſtolo con ſommo accorgimento, acciocchè non pareſſe che
dall'amore della Sapienza ei ci voleſſe allontanare, ſoggiunſe per
mezzo della Filoſofia, e della Dottrina di queſto mondo. Concioſia
chè vi ſono molti, i quali laſciata da parte la vera Virtù, e
nulla curando ſapere coſa ſia Dio , e quale la Maeſtà dell'
immutabile ſua natura, credono d'aver fatta una gran coſa,
ſe tutti ſi danno con una ecceſsiva attenzione e curioſità ad
indagare queſta vaſta corporea mole, che mondo s'appella, quan
Eccl. 1. 2. dochè di eſſo con giuſta ragione fu detto: vanità delle vani
tà, e tutto è vanità. Ora ſe tutti gli accennati graviſsimi
ſentimenti dell'Appoſtolo ci faremo ad eſaminare, e conſide
rere

Gloria vero popularis ſic in nove loſophia eſt amor ſtudiumque Sa


Teſtamento al jicitur , atque con pientiae) cautiſſime Apoſtolus , ne
temnitur : ſi hominibus , inquit ab amore Sapientiae deterrere vide
Apoſtolus, placere vellem, Chriſti retur, ſubjecit: & elementa hujus
ſervus non eſſerm. Eſt item aliud, mundi. Sunt enim , qui deſertis
quod de corporibus per imagines Virtutibus, & neſcientes quid ſit
quaſdam concipit anima , 69 eam Deus, C quanta Majeſtas, ſemper
vocat rerum Scientiam . Quamo eodem i manentis natura, ma
brem recte etiam curioſi eſſe prohi gnum aliquid ſe agere putant , ſi
bemur, quod magnum Temperan univerſam ſtam corporis nolem ,
tiae munus eſt. Hine illud eſt : quam mundum numcupamur , cn
cavete, ne quis vos ſeducat per rioſiſſime intentiſſime que perquirant
Philoſophiam. Et quia ipſum no .... Unde etiam dicitur : vanitas
men Philoſophiae, ſi conſideretur, vanitatum, & omnia vanitas. Hac
rema magnan , totoque animo ap
omnia verba ſi attendantur, ſi per
petendam ſignificat (ſiquidem Phi pendantur, ſi diſcutiantur, multa

D E L L A T E M P E R A N z A. 167
reremo attentamente , molte coſe troveremo eſſere neceſſarie
a coloro che bramano di fuggire dal mondo, e di raccoglierſi in
Dio. L'Uomo temperante adunque ha una regola dall'uno e
dall'altro Teſtamento confermata ſulla maniera ch'ei deve
tenere in queſte coſe caduche e tranſitorie; cioè di non prez
zarne e di non deſiderarne alcuna; ma di convertire quel tan
to che ne prende, all'uſo ed officio neceſſario di queſta vita
con la moderazione d'uno che ama ſervirſene, non con l'affet
to di chi vuole ſtoltamente ſtimandole abuſarſene ( 1 ).
Alla Temperanza appartengono la Verecondia, e la Oneſtà. S.Thom.2.2.
La Verecondia non è altro ch'un tal qual genere di diſpiacen- 4.144 art. 1.
za. A propriamente parlare non è Virtù, ma cuſtode delle S.Aug.epiſt.
Virtù; perchè non è in ſe ſteſſa ch'un puro ribrezzo di coſa 52.
vergognoſa e turpe a commetterſi; dovechè uno ch'ha la per
fezione della Virtù, non teme una coſa turpe e vergognoſa a
farſi, come ſe foſſe difficile molto l'aſtenerſene; nè acconſen
te giammai ad alcuna azione donde gliene venga vergogna e
danno . Comunemente però ſi chiama Virtù tutto quello, che
negli atti, e nelle paſsioni umane è lodevole e buono; e in
queſto ſenſo la Verecondia ancora può eſſere Virtù, perch'ella
è ſenza dubbio delle umane paſſioni la più commendabile (2).
Ma biſogna tuttavia riflettere che gli obbrobrj, i quali poſ
ſono per una virtuoſa azione in noi ridondare, non ſi curano
dall'uomo veramente virtuoſo, perchè ingiuſtamente gli av
Vene

(1)inveniuntur perneceſſaria eis , ille enim, qui eſt perfecius ſecun


qui hunc mundum fugere, & refu dum habitum Virtutis, non appre
gere in Deum deſiderant.... Habet hendit aliquid exprobabile, C tur
igitur vir temperans in hujuſcemo pe ad faciendum ut poſſibile & ar
di rebus mortalibus, C fluentibus duum, ideſt, difficile advitandum ;
vita regulam utroque Teſtamento meque etiam actu facit aliquid tur
firmatam, ut eorum nihil diligat , pe, unde opprobrium timeat. Com
nihil per ſe appetendum putet ; ſed muniter vero Virtus dicitur omne,
ad vita bufus atque officiorum ne quod eſt bonum , C laudabile in
ceſſitatem, quantum ſatis eſt, uſur humanis actibus, vel paſſionibus ;
pet, utentis modeſtia , non aman & ſecundum hoc quandoque Vere
tis affettu. S. Aug. lib. 1. de Mor. cundia dicitur Virtus, cum ſit quae
Manich. cap. 19. & ſeqq. dam laudabilis paſſio. S. Tho. 2.
(2) Proprie loquendo non eſt Vir 2- q- I 44. art. I.
tus, deficit enim a perfectione Vir Opprobria, que conferunturali
ºttº, quatenus eſt timor alicujus cui propter Virtutem , virtuoſus
turpis, quod ſcilicet eſt probabile, quidem contemnet, quia indigne
ſibi
I 68 D E L L A T E M P E R A N Z A.
vengono; è però opera egli come gli Appoſtoli , i quali par
tivano allegri dalla preſenza del Parlamento, da cui venivano ri
Act 5 41 putati degni di ſoffrire villanie e ſcorni pel Nome di Gesù Criſto.
Anzi da imperfezione di Virtù naſce talora ch' alcuno ſi ver
gogna degli opprobri per cagione di Virtù inferitigli , perchè
quanto più uno è virtuoſo, tanto più diſprezza le coſe eſterne,
o buone, o cattive ch'elleno poſſano eſſere. Può non per tan
to accadere che per accidente uno abbia Verecondia di tali opere
virtuoſe, o perchè vengono nella oppinione degli uomini ri
putate vizioſe , o perchè egli teme nelle opere virtuoſe d'eſe
ſere tacciato o di proſontuoſo, o d' ipocrita ( 1 ). Lodevole
S. Tho: lett. maſſimamente è la Verecondia ne' giovani e nelle donne , che
3. in 1.Tim.
sfuggono con accurata attenzione gli atti turpi e diſoneſti ;
Eccli. 26. onde fu detto, che grazia aggiunge a grazia la donna ch'è ſan
I 9. ta e vereconda.
. Mancano di queſta Verecondia per diverſo motivo gli uomi
ni buoni ed i cattivi. Manca il malvagio, perchè l' empio,
quando nel male s'è ingolfato, non è trattenuto da alcun riſ
Prov. 18. 3. petto. Egli è divenuto sfacciato a guiſa di meretrice ; c non
Jer. 3. 3. può in lui capire vergogna. Manca il buono , perchè fa ſua
Eccli. 1. 11. gloria il temere Dio; da che tutto il vanto ed il pregio del
Pſal.88. 18. la ſua virtù è la lode del Signore ; ond' è che non ſi vergo
Rom. 1. 16. gna di profeſſare pubblicamente la verità del Vangelo . Del
rimanente la Verecondia ſi trova per lo più in coloro che me
S. Thom. diocremente ſeno nelle Virtù confermati , ed hanno qualche
lect. 3. in 1. forte propenſione ad amare il bene, ma non ſono affatto im
Tim. muni dal male. Molto bene della Verecondia ragiona Santo An
brogio al lib. 1. de off., e ne tratta ancora il Bancello nella ſua
Teologia Morale di San Tommaſo alla parola Verecundia.
Mancano parimente di Verecondia certuni che nel camminare
imi

(1) ſibi irrogantur: ibant Apoſto la.... Contingit etiam per accidens,
li gaudentes a conſpestu Concilii, quod aliquis de his verecundetur,
quoniam digni habiti ſunt pro No vel in quantum habentur ut vitioſe
mine Jeſu contumeliam pati. Ex ſecundum hominum opinionem, vel
imperfectione autem Virtutis contin in quantum homo refugit in ope
git, quod aliquis verecundetur de ribus Virtutis notam de preſumptio
opprobriis, que fibi inferuntur pro ne, aut etiam de ſimulatione. Id.
pter Virtutem; quia quanto eſt ali ibi. E iº
quis magis virtuoſus, tanto magis Ad Inverecundiam pertinet ſen
contemnit exteriera bona , vel ma ſim ambulando imitari hiſtrionicos
gra
D E L L A T E M P E R A N z A. 169
imitando gl'iſtrioni ſembra che muovano i loro paſſi con giuſta
e regolata cadenza. Inverecondi ſono pur anche coloro che
quaſi correndo camminano, ſe non quando ciò facciano per
evitare qualche pericolo, o per altra giuſta neceſſità. V' ha
un certo portamento verecondo con una ſpecie di ſuperiorità,
di contegno, e di gravità; quando però non dimoſtri affetta
zione, ma ſia ſemplice e diſinvolta; poichè niuna coſa che ab
bia dell' affettato, può piacere. Ma ſe il camminare può eſſe
re ſoggetto a vituperio , molto più uno deve ſtare cautelato
nel diſcorſo. Quale inverecondia ed immodeſtia non è mai quel
la di laſciarſi uſcire di bocca delle parole laide e diſoneſte ?
Queſto è veramente ciò che l'uomo contamina; perchè la pro
Pria contaminazione non viene dal cibo che ſi mangia , ma
dalle ingiuſte detrazioni che ſi fanno , e dalla oſcenità delle
parole che ſi profferiſcono, le quali comunemente ſono di ver
gogna a tutti; e ſpecialmente per gli Eccleſiaſtici ſono oltre
ogni termine diſdicenti e vituperevoli. Ogni parola che ſapia
d'inoneſto deve eccitare in loro la Verecondia , e però non ſo
lo non deggiono profferir parola che non ſia affatto oneſta, ma
neppure hanno a ſtarſene ad aſcoltarla; a ſomiglianza appun
to dell' innocente Giuſeppe , il quale per non ſentire ciò ch'
offendere poteva la ſua verecondia, laſciando in altrui potere
la veſte ſe ne fuggì. La ragione ſi è, perchè colui che moſtra Gen.39. 12.
piacere nell'aſcoltare gl'immodeſti diſcorſi, provoca gli altri
a tenerli ed a continuarli (1). Molte altre ſono le circoſtan
26

(1) gradus..... ut quotieſeumque nem. Non enim cibus coinquinat,


gradum transferunt, modulos quoſ ſed injuſta obtrettatio , vel verbo
dam ſervare videantur. Inverecun- rum obſcenitas . Hac etiam vulgo
dum pariter eſt curſim ambulare ,
miſi cum cauſa exigit alicujus pe
pudori ſunt . In noſtro verogi
nullum verbum, quod inhoneſte ca
riculi , vel juſta neceſſitas - Eſt dat, non incutiat Verecundiam .
greſſus probabilis, in quo ſit ſpe- Et non ſolum nihil ipſi indecorum
cies auctoritatis, gravitatiſque pon- loqui, ſed ne aurem quidem de
dus, tranquillitatis veſtigium, ita bemus hujuſmodi prabere dictis ,
tamen ut ſtudium deſit, atque af- ſicut Joſeph, ne incongrua ſue au
fettatio , ſed motus ſit purus ac diret verecundie, veſte fugit reli
ſimplex , nihil enim fucatum pla- éta, quoniam , que deleftat audi
cet . . . . . . Multo magis caven- re, alterum loqui provocat. S. Ambr.
dum eſt, ne quid turpe ore exeat, lib. 1. de Off cap. 13.
hoc enim graviter coinquinat homi- Alia ſunt mala, que portare non
Lib. Ter, Y po
17o D E L L A T E M P E R a N 2 A.
ze alle quali non può reſiſtere un uomo verecondo; e per que
ſto ognuno che tiene a cuore la Carità di Criſto , deve ſtare
accorto e guardarſi dagl' impuri ſeduttori, e da certe oſcene
Eph. 5. 12 compagnie, delle quali ebbe a dire l'Appoſtolo : ciò ch' eſſe
praticano in occulto, ſarebbe diſdicevole anche il rammemorare (1).
S. Aug. lib. La Oneſtà, che alla Temperanza non meno della Verecondia
Dei cap. 3o. appartiene, è un uſo delle coſe moderato, ſobrio, temperante
e pio. Perciò fa di meſtieri ch in ogni atto ſi conſideri quel
lo che alle perſone, a tempi, all'età, ed alla natura di ciaſ
cheduno conviene, e opportunamente s'adatta; perchè ſovente
ciò che ſta bene ad uno, ad altro ſta male. Altro è proprio
d'un giovine, ed altro d'un vecchio; altro ſi ricerca nelle
coſe avverſe, ed altro nelle ſeconde e propizie (2). Il tutto
i Cor 14 faccia.
adunque uopo è che colla oneſtà ſi regoli e ordinatamente ſi
Le parti principali della Temperanza ſono la Continenza, la
Clemenza, la Modeſtia, la Manſuetudine, la Umiltà, la Tacitur
nità, lo Studio, la Eutrapelia, o Moderatezza , che vogliamo
chiamarla.
S. Aug. lib. La Continenza è un ſapere accortamente governare e tenere
33.44.4.31 in freno i propri appetiti. Non v'ha dubbio che per regola
re i noſtri capricci e raffrenare i vani deſideri, onde lo ſpiri
to noſtro rimane ſedotto e pervertito, fa di meſtieri della Con
tinenza, atteſochè con queſta ſoltanto poſſiamo diffidare della
felicità terrena, e quindi a quella ſempre aſpirare che non ha
mai termine (3). E quì mi piace d' oſſervare ch' altra è la
Continenza de malnati appetiti, altra della bocca , ed altra del
Ct10 -

(1)poteſi qualiſcumque pudor hu cet, alterum non decet. Aliud ju


manus.... Ouare momeo vos in Cha veni i" aliud ſeni ; aliud in
ritate Chriſti, ut ſeduttores cavea periculis, aliud in rebus ſecundis.
tis impuros, & obſcaena turpitudi S. Ambr. lib. 1. de Off cap. 43.
nis S eclas , de quibus ait Apoſto. (3) In franandis libidinibus, 9'coer
lus: quse occulte fiurt ab iſtis , cendis voluptatibus ne ſeducat, quod
turpe & dicere. S. Aug. tra&t. 96. male blanditur, C enervet, quod
in Joan. proſperum dicitur. Continentia no
(2) Quarendum in omniactu quid bis opus eſt, non credere felicitati
perſonis , quid temporibus conve. terrena , C uſque ad finem que
niat, atque etatibus; quid etiam rere felicitatem, qua non habet fi
ſingulorum ingeniis ſit accommo nem . S. Aug. Ser. 245. de Temp.
dum. Sepe enim quod alterum de Continentia & Sobrietas non in
ſo
D E L L A T E M P E R A N z A. 171
cuore. A queſto propoſito potrà chi vuole ricorrere a Santo Ago
ſtino, e tutto ripaſſare ſotto l'occhio il Libro che fa egli della
Continenza. Egli è frattanto certo che la Continenza e Sobrie
tà non ſolo conſiſte nel dominare le vili paſſioni, ma nel ve
ſtito ancora, negli ornamenti del corpo, nella vita, e in tut
ti gli umani coſtumi ( 1 ). Sopra tutto la Continenza ſi ricer
ca nell'uſo moderato delle coſe. Imperciocchè molti più fa
cilmente s'aſtengono dal ſervirſene di quello che ſapiano rego
larſi in farne l'uſo dovuto. Eppure niuno può ſaggiamente ſer
virſene, ſe non ſapia inſieme per forza di Continenza aſtener
ſene (2).
La Clemenza è un dolce ritegno che all' animo ſi pone ,
quando ad odiare qualcuno ſi ſente fortemente ſtimolato. Hav- Id. ibi.
vi ancora una Clemenza diminutiva delle pene, non già in or
dine a ciò che s' adatta alla retta ragione, ma per quello
che riſguarda la Legge comune ch' appartiene alla Giuſtizia
legale. Sendochè atteſe alcune particolari circoſtanze ſi dimi
nuiſcono talvolta le pene ad un reo , e quaſi ſi determina
ch'egli non debba eſſere più ſeveramente punito (3). Leggan
ſi, quando torni a grado, le Piſtole 54, e 159. di Santo Ago
ſtimo.
La Modeſtia è quell'autorevole contegno che per mezzo d'
una oneſta erubeſcenza s'acquiſta . Nè per Erubeſcenza quì s'Id. ibi.
intende la paſſione della Vergogna, ma quell'eſterno ſuſſiego ed
aggiuſtato portamento, che dalla Erubeſcenza appunto ha la S. Tho. in 3.
ſua origine. Ella è adunque una Virtù, per cui in tutti gli diſt.33, q.3.
umani accidenti un tal quale modo ſi mantiene, perchè chi
ci riguarda, non reſti offeſo del noſtro contegno; e però ne
Vene

(1) ſola integritate carnis conſiſtit, quod eſt ſecundum rationem rettam,
ſed etiam in cultu & ornatu, vi ſed in reſpectu ad id, quod eſtſe
ta pariter & moribus. S. Aug. Ser. cundum Legem communem, quan
248. de Temp. reſpicit Juſtitia legalis. Sed propter
(2) Multi facilius ſe abſtinent, ut aliqua particularia conſiderata Cle
non utantur, quam temperent , ut mentia diminuit panas, quaſi de
bene utantur. Nemo tamen eis po cernens hominem non eſſe magis pu
teſt ſapienter uti, miſi qui poteſt niendum. S. Thom. 2. 2. q. 157.
art. I,
& continenter non uti. S. Aug. de -

bon. Conjug. cap. 22. Eſt Virtus, per quam aliquis in


(3) Clementia diminutiva pana omnibus exterioribus modum tenet,
rum non quidem in reſpektu adid, ut non offendat cujuſquam aſpectum:
Lib. Ter. Y 2, Mo
172 D E L L A T E M P E R A N z A.
Philip. 4. 5. venne raccomandato: la voſtra Modeſtia fi renda a tutti paleſe.
Quanto più alcuno è negl'interni affetti impetuoſo, tanto più
gli rieſce malagevole il raffrenare con modeſtia gli eſterni mo
vimenti ( 1 ); perochè il vero officio della Modeſtia ſi è di re
golare lo ſguardo, perchè non miri bieco, o con ſopracciglio
veruno; di trattenere la lingua perchè non ſaccia ingiuria; di
moderare infine il geſto perchè atti indecenti non formi ; co
ſicchè non ſia ſconveniente il tratto, ſcompoſto il paſſo , per
tulante la voce; ma la eſterna apparenza del corpo rappreſen
ti una immagine della mente, e una figura della interna pro
bità (2). - -

La Manſuetudine non è lo ſteſſo che la Clemenza, perchè la


Clemenza raffrena l'uomo dalla eſecuzione della vendetta dopo a
verla minacciata, dovecchè la Manſuetudine raffrena il di lui a
nimo anche dal concepire lo ſdegno, non che il deſiderio della
vendetta (3). Quindi è che differiſce ancora il mite dal miſeri
cordioſo, perchè il mite è quegli che da pietà animato non s'op
pone giammai alle Divine ſentenze che contro i ſuoi difetti ſo
no profferite, nè a quelle celeſti verità mai reſiſte ch'ancor non
eomprende, ma non preſta intanto alcun beneficio a colui, al
quale nè ſi oppone, nè reſiſte; quandochè il miſericordioſo in tan
to non reſiſte, in quanto che riſguarda il vantaggio di colui che
renderebbe col reſiſtere peggiore (4). Egli è pertanto neceſſa rlo

( 1 ) Modeſtia veſtra nota fit refranat ab executione vindiete etiame


omnibus hominibus . Quanto au poſt comminationem . Manſuetudo
tem quis eſt impetuoſier in interio vero refrenata concitatione, ut ſci
ribus affectibus , tanto refranatur licet quis per iram non incitetur -
difficilius etiam in exterioribus . S. S. Tho. in 3. diſt. 33. q. 3. art. 2.
Tho. le&t. 1. in cap. 3. Epiſt. ad (4) Differt mitis, è i. 9
Philip. quia mitiseſi, qui pietate non con
(2) Agit ha c Virtus, ut nihil iradicit Divinis ſententiis, quae in
torvum, nihil elatum ſit in oculis, ſua peccata proferuntur , neque il
nihil in verbis procax , nihil in lis Dei ſermonibus , quos nondum
attu inverecundum ; non geſtus fra intelligit , ſed nullum beneficium
ctior, non inceſſus ſolutior, non vox praſtat ei , cui nec contradicit ,
petulantior, ut ipſa corporis ſpe nec reſiſtit . Miſericors autem ita
cies ſimulacrum ſit mentis, figura non reſiſtit, ut propter eius corre
probitatis. S. Ambr. lib. 2. de Vir ptionem id faciat , quod redderet
gin. reſiſtendo per orem. S. Aug. lib. 1. de
(3) Manſuetudo non eſt idem, Serm. Dom. in Mont. cap. 18.
quod Clementia, quia Clementia
D E E L A T e M P e R a Nz A. 173
rio l'avere queſta mite e pietoſa indole di non contraddire
alla Divina Scrittura, o ſia che s'intenda, allorchè i noſtri vi
zj riprende, o che non s'intenda, quaſi che noi voleſſimo, o
poteſſimo meglio ſapere, e meglio inſegnare (1).
Molto commendevoli poi ſono taluni d'animo così mite ch'
alle malvage operazioni cedono facilmente, e agli uomini per
verfi non reſiſtono, ma col bene ſoltanto cercano di ſuperare
il male, ed è proprio d'un indocile temperamento il contra
ſtare e combattere per queſte coſe terrene e temporali. Ma
quanto ſono felici gl'indulgenti e miti , i quali ſenza dubbio
giungeranno a poſſedere quella terra, da cui non potranno eſ
ſere diſcacciati (2). Ed ecco la vera ragione, perchè in tan
te maniere la Dolcezza, o ſia la Manſuetudine ci viene racco
mandata, e ad ognuno di noi fu detto: figlio mantieni ſempre Eccli.Io.31.
manſueto l'animo tuo, onora la Manſuetudne, come ſi conviene. ...
Fa che tutte le azioni tue ſieno dalla Manſuetudine regolate, e ſa-ibi. 3. 19.
rai da tutti lodato e amato. Con Manſuetudine aſcolta ed eſegui-Jac. 1. 21.
ſci la naturale e Divina Legge, ſtantechè a Dio piace la Man- Eccli, 1.35.
fuetudine e la Fede. E Gesù Criſto iſteſſo ci ha ammoniti di Matt. 11.
prendere eſempio da lui ch'è mite. Queſti ed altri paſſi della 29
Sacra Scrittura ſono a lungo ſpiegati dai Santi Agoſtino e
Tommaſo. Noi avremo luogo di ritoccarli, e d' aggiungerne
altri, quando parleremo della Ira.
La Umiltà è di due ſerte; altra è di chi ſe ſteſſo umilia
confeſſando le ſue colpe, e non arrogandoſi alcuna ſorta di
perfezione; ed altra di chi viene da qualche tribolazione, o
miſeria umiliato ed affitto a cagione di ſua Superbia (3). E'
fra le Virtù Criſtiane la Umiltà la prima, è pure la ſeconda
la

( 1 ) Opus eſt miteſcere pietate, Beati autem mites, quoniam ipſi


neque contradicere Divina Scriptu hereditate poſſidebunt terram , de
re, ſive intelletta, ſi aliqua vitia qua pelli non poſſunt. S. Aug. lib. 1.
noſtra percutit, ſive non intelletta, de Ser. Dom. in Mont. cap. 2.
quaſi nos melius ſapere, meliuſque ( 3 ) Humilitas duplex eſt; alia,
precipere poſimus. S. Aug. lib. 2. qua ſe quiſque humiliat confitendo
de Doct. Chriſt. cap.7. peccata, nec ſibi arrogando juſti
(2) Mites ſunt, qui cedunt impro tiam. Alia, qua quiſque humilia
bitatibus, 2 non reſiſtunt malo , tur aliqua tribulatione, vel deje
Jed vineunt in bono malum . Ri ctione, quam meruit eius Superbia.
xentur ergo immites, & dimicent S. Aug. in Pſal. 1 18.
pro terrenis & temporalibus rebus. Prima Virtus Chriſtianorum fi 1
174 D E L L A T E M P E R A N z A.
la Umiltà, ed è ancor la terza; e ſe alcuno inoltre proſeguiſ
ſe a domandarmi qual ſia la quarta, e la quinta, e così in ap
preſſo, ſempre riſponderei nella ſteſſa maniera; non perchè
non vi ſieno altri Precetti neceſſari alla ſalute; ma ſe tutte
le noſtre buone opere non ſaranno dalla Umiltà prevenute ,
accompagnate, e ſeguitate; e ſe noi non l'avremo ſempre da
vanti agli occhi, non le ſtaremo ſempre uniti, nè ci ſervirà
ſempre di un ritegno, certo che tutto il frutto di qualche
noſtra buona operazione che ci muova a compiacercene, ſel
porterà la Superbia, e noi rimarremo colle mani vuote (1).
Pſal, 17.33. Il Signore si è dichiarato che le genti umili e dimeſſe farà
Pſal. 137.6. ſalve, e abbaſſerà le ardite pupille de ſuperbi, perochè egli è
Eccli. 3. 2o. ſublime ed eccelſo, ma gode in rimirare gli umili. Più che tu
Prov. 15.33. ſei adunque grande, hai da procurare d' umiliarti in tutto.
Stantechè la gloria della Umiltà viene innalzata; e tu devi
Matt. 11. apprendere dal tuo Signore Gesù Criſto, il quale è umile di
29. cuore. Dimoſtrati pertanto umile co vecchi; a grandi china la
teſta; con tutti ſenti baſſamente di te ſteſſo. Innumerabili ſono
quaſi i teſti della Scrittura, e de Santi Padri, ove la Umiltà ſi
trova raccomandata, e chi ne bramaſſe un più lungo ragionamen
to, lo troverà preſſo i Santi Agoſtino, Tommaſo, Bernardo, ri
ſerbandomi qualche coſa a dirne per contrappoſto, quando ſi trat
terà della Superbia.
La Taciturnità è una Virtù moderatrice del diſcorſo. Non
v'ha dubbio che l'uomo deve eſſere anche di queſta Virtù
Prov.1o. 19. ſtudioſo, memore di quella Sentenza che, dove molto ſi parla,
non manca il peccato. Sa è bene che perciò egli rivolgaſi a
Pſal. 14o.4. Dio, e gli dica oſſequioſo: cuſtodiſci o Signore la mia bocca,
Jac. 1. 19. e rendi circoſpette e cautelate le mie labbra, acciocchè il mio cuo
re non prorompa per mezzo loro in malizioſe parole, in oſceni diſ
corſi. Sarà dunque regola d'uomo prudente l'eſſere veloce ad
aſcoltare, e tardo a parlare. Se tu vedi un uomo che ſubito
s'impegna a parlare, chiamalo uno ſtolto da cui non potrai
ſpe
( 1)litas, ſecunda Virtus Humi- & propoſita , qua intueamur , C'
litas, tertia Humilitas, 9 quoties appoſita, cui adhereamus, C im
interrogares, hoc dicerem, non quod poſita, qua reprimamur, jam ne
alia non ſint Precepta, que dican- bis de aliquo bono facto gaudenti
tur, ſed niſi Humilitas omnia qua- bus totum extorquet de manu Su
eumque benefacimus, & preceſſerit, perbia. S-Aug-Epiſt. 56.
& comitetur, C conſecuta fuerit,
D E L L A T E M P E R A N z A. 175
ſperare ravvedimento: Acciocchè pertanto giammai non iſcorra Prov.29.2o.
la tua lingua in qualche ſciocco diſcorſo, parla poco. Oh quanti Eccl. 5. 1.
vantaggi ſi ricavano dal tenere in freno la lingua l In primo
luogo la vita noſtra ſi perfeziona; perchè colui che non com
mette alcun mancamento di parole, è un uomo perfetto. In ſecon- Jac. 3. 2.
do luogo più facilmente s'innalza la mente a Dio , perchè l'
uomo ſtandoſene ſolitario e tacito ſi ſolleva col penſiero ſopra ſe Thren. 3.
ſteſſo. In ultimo luogo ſi ſpiana la ſtrada ad acquiſtare la Vi- 3º.
ta eterna: perchè ſta ſcritto: colui che vuole godere la Vita, Pfal. 33. 13.
raffreni dal male la ſua lingua. Se v'ha chi deſideri ſapere 14
quali altri comodi ſi ritraggano dalla ſaggia moderatezza del
parlare, legga Santo Ambrogio lib. 1. de Offic, cap. 2. Donde
ho ſtimato proprio il trarre fuori il ſeguente belliſſimo ſenti
Nmento. Io ho conoſciuto molti, i quali per parlare ſono caduti in
peccato, per tacere quaſi niuno. Egli è dunque più difficile il ſa
per tacere che il parlare ( 1 ).
Lo Studio, od Attenzione alla Temperanza appartiene; per
chè l'uomo per la ſua ragionevole natura è portato a deſide
rare la cognizione delle coſe, ed è neceſſario, che lodevol
mente un tale appetito raffreni, acciocchè non attenda, più
che giuſto non è, a tale cognizione di coſe. E lo Studio, o
Diligenza, di cui ragioniamo, appunto in queſto conſiſte ;
cioè nel ſaperſi raffrenare, e per tale motivo ſi dice eſſere
parte della Temperanza (2). Difatti l'Appoſtolo ci ammonì Rom. 12. 3.
che non ſi deve ſapere più di quel che ſtia bene a ſaperſi, ma i Tim. 6.
quel tanto ſolamente ha da ſaperſi ch'una moderata ſobrietà ri-º7'
cerca , e altrove ne diede avviſo che gli altrui inſegnamenti
non rendeſſero ad una ſuperba, ma ad una moderata ſcienza.
guanto utile ſia, anzi neceſſario ad ogni Criſtiano, lo Studio del- -

la Sacra Scrittura, de Sagri Canoni , e de Santi Padri, l'ac


cenneremo appreſſo. -

Nè per queſto meno utile ſarà la cognizione delle Lingue,


e la perizia delle Lettere umane, come Santo Agoſtino di
mOe

( 1 ) Plures vidiloquendo in pecca rerum deſideret, oportet, ut lauda


tum incidiſſe , vin quemquam ta biliter homo hujuſmodi appetitum
cendo; ideoque tacere " , quam refranet, ne immoderate rerum co
loqui difficilius eſt. S. Ambr. loc. gnitioni intendat. Studioſitas in hac
Clto -
refranatione conſiſtit, & ſecundum
s ( 2 ) Quia ex parte anime inclina hoc ponitur pars Temperantiae. Se
tur homo ad hoc, quad cognitionem Tho. 2. 2. q 166. art. 2.
176 D E L L A T E M P E R A N z A.
moſtra nel Lib. 2. de Doft. Chriſt. Dappoichè non dobbiamo
aſtenerci dall'apprendere le Lettere profane, perchè corre Op
pinione che ne ſia ſtato l'inventore Mercurio. Anzi il buono
e vero Criſtiano, dovunque trova la verità, la prende, e la
tiene con ragione come originata e procedente da Dio (1).
La Dialettica è d'un uſo grandiſſimo per ognuno. Un ſolo
riguardo biſogna avere nello ſtudio di eſſa; cioè di non la
ſciarſi traſportare dal prurito d'altercare, e dalla puerile va
nità d'ingannare l'avverſario (2). Del rimanente quanto v'
ha di buono e di vero nella Dottrina de'Gentili, ha da procu
S. Aug. de ºrº di far ſuo il Criſtiano, e tutto traſportare in uſo proprio,
Deci. lib. 2. colla mira di promulgare, e meglio far comprendere il Van
cap. 4o. gelo. Lo che ſtando così mi ſembra che molto giovevole co
ſa ſia l'ammonire gli ſtudioſi e diligenti giovanetti, ch'han
no il timore di Dio ne'loro petti, e il vero deſiderio d'ac
quiſtare la Vita eterna, che a quelle Scienze e Dottrine, le
quali all'uſo della Chieſa di Dio non appartengono, non vo
gliano così facilmente applicarſi, ma prima con tutta dili
genza e ſobrietà le eſaminino, e colla norma del ſano giudizio
le comprovino (3). Chi poi in queſta guiſa le Dottrine pro
fane coltiva, e le Sacre Scritture ſpecialmente rilegge, abbia
1. Cor. 8. 1. ſempre in mente quel dell'Appoſtolo che la Scienza fa gon
fiare, e la Carità riempie d'uno ſpirito dolce e modeſto, e verrà
quindi a capire, che quantunque uſciſſe ricco dall'Egitto, non
potrà tuttavia eſſere ſalvo, ſe non mangia la Paſqua (4).
Piaceſſe a Dio che di così bei ſentimenti , de quali ſono
pie
(1) Neque Litteras diſcere non de rentibus ſalubriter precipi, ut nul
buimus, quia earum repertorem di las Doctrinas, qua preter Eccleſiam
dttrat eſſe Mercurium..... Imo vero Chriſti exercentur, tanquam ad bea
quiſquis bonus, veruſque Chriſtia tam Vitam capeſcendan ſecure ſe
nus eſt, Domini ſui "intelligat, qui audeant, ſed eas ſobrie dili
ubicumque invenerit veritatem. S. genterque diiudicent. Id. ibi. cap.39.
Aug. lib. 2. de Dočt. Chriſt. cap. 18. (2) Divinarum Scripturarum ſtu
( 2 ) Dialettica plurimum valet. dioſus, cum ad eas perſcrutandas
Tantum ibi cavenda eſt libido ri accedere caperit, illud Apoſtolicum
xandi, C puerilis quedam oſtenta cogitare non ceſſet: Scientia inflat,
tio decipiendi adverſarium. Id. ibi. Charitas aedificat ; ita enim ſen
cap. 3 I. - tiet, quamvis de AEgypto dives exeat,
(3) Videtur mihi ſtudioſis & in tamen niſi Paſcha egerit , ſalvum,
genioſis adoleſcentibus, CS timenti ſe eſſe non poſſe. Id. ibi. cap. 41.
pus Deum, beatamque Vitam qua
d E L L A T E M P E R A N z A. 177
pieni alcuni Libri di Santo Agoſtino, taluni s'imbeveſſero ,
che non hanno altro in bocca che certe formole vane del cor
rotto Peripato. Leggono infiniti Scrittori, ma non per anche
ben appreſero l'ordine, il Modo, e il Fine di ſtudiare; non l'
Ordine, perchè dobbiamo imparare quel che più preſto alla
ſalute ne guida; non il Modo, perchè ſiamo tenuti a ricerca
re con ardenza ciò che più efficacemente alla carità ne con
duce; non il Fine, perchè non la vanagloria, non la inutile
curioſità ci deve tirare, ma bensì la noſtra e l' altrui edifica
zione (1). A tal propoſito è degno d'eſſere letto con attenzione
il Padre Mabillon degli Studi Monaſtici. -

Allo Studio regolato s'oppone la Curioſità, la quale è un ta


le vizio, per cui ſi ſovverte il debito ordine di conoſcere la S. Tho. 2.2.
verità; lo che in quattro maniere addiviene. Primo perchè gli 1.147.ar. 1.
uomini per uno Studio meno utile da altro, che loro neceſ
ſariamente incombe, ſi ritraggono. Per la qual coſa San Gi- . .
rolamo ſi lamenta maravigliato, ch'i sacerdoti, da parte laſcia- Epiſt. 166.
ti i Vangeli e i Profeti, leggono le Comedie, e cantano verſi amo
roſi e paſtorali. Fanno appunto come ſe un Giudice per deſi-sTto in 3
derio d' apprendere la Geometria non attendeſſe a ſpedire le dif., 2.
Cauſe. Secondo perchè cercano d' apprendere da coloro , da' art. 3.
quali non iſta bene. Ond'è che Santo Agoſtino dice: io non Lib. de ver.
ſo veramente, ſe i Filoſofi non veniſſero impediti dalla cognizio- Relis cap.4.
ne della Fede a cagione del ſolo vizio di curioſità, ond'erano tut
ti intenti a ſcrutinare la ſtolta ſagacità de' Demonj . Terzo per
chè l'uomo brama di conoſcere la verità circa le coſe create,
e non ne fa rapporto al debito fine, cioè alla cognizione di
Dio. Noi non dobbiamo giuſta l'inſegnamento del lodato San-ibi. cap. 29e
to Agoſtino trattenerci con vana ed inutile curioſità nella conſi
derazione delle coſe create, ma da queſte ci biſogna paſſare alla
ponderazione delle coſe immortali e permanenti. Quarto perchè
alcuna fiata tentano gli uomini di conoſcere la verità ſopra
le forze e facoltà del loro ingegno , onde facilmente cadono v

in errore. Perciò non cercheremo di ſapere quel ch' è ſopra di


noi,
( 1 ) Legunt infinitos Scriptores, dentius, quod vehementius ad amo
ſed nondum Ordinem , Modum , rem; Finem , ut non ad inanem
Finem ſtudendi didicerunt ; Crdi gloriam, aut curioſitatem , ſed ad
nem, ut id prius, quod maturius aedificationem attendant . S. Bern.
ad ſalutem ; Modum , ut id ar- Serm. 36. in Cant.
Lib. Ter.
-
-

178 D E L L A T E M P E R A N Z A,
noi, nè anderemo le coſe ſuperiori alla noſtra intelligenza inveſti
ando, e nelle molte e diverſe opere Divine non ſaremo troppo
Eccli. 3. 22. curioſi. E dunque molto nociva la Curioſità, ch' allora ſoltan
S. Aug. Ser. to può eſſere lodevole, quando ne guidi alla cognizione della
46. de verb. Divina Legge, coſicchè operiamo bene con tutti, e ſpecialmen
Dom.
te co fedeli domeſtici; ſiamo ſempre pronti a dar conto ad
Gal. 6. 1o.
ognuno, che ce ne faccia inchieſta, di quella lodevole Speran
1.Petr.3.15. za ch'abbiamo : ed eſortiamo ognuno a credere e tenere fer
ma la ſoda e ſana Dottrina, e riprendiamo coloro che oſano
Tit. 1. 9. o corromperla, o contraddirla. La giuſta regola adunque da
S. Aug. de praticarſi ſi è ch' ognuno ripudiando, e dando perpetuo bando
ver. Relig. alle inezie, e vanità de'Teatri, e de'Poeti ſi dia tutto a paſce
cap. 5 I. re la mente colla lettura e ponderazione delle Divine Scritture.
Non voglio ora omettere d'oſſervare ch oltre la Curioſità
dell' intelletto ve n'ha un'altra che riſguarda i corporei ſenti
1. Joan. 2. menti, che dalla Scrittura deſiderio degli occhi viene denomi
16. nata. Ed oh quanto mai s'eſtende queſta pernicioſa Curioſità!
Eſſa ha luogo nè teatri, negli ſpettacoli, ne giochi (1), e
non può eſſere che vizioſa e nemica di Dio. E chi non ſa
2. Reg. 11. qual triſto effetto abbia prodotto la curioſità a Davide, men
tre paſſeggiava ſulla ſua loggia; e quale nocumento arrecaſſe
Gen. 34. a Dina, la quale era uſcita a vedere le foggie delle donne
ſtraniere? Molto ci potremmo diffondere ſu queſto particolare, ma
laſciamo che chi è moſſo da giuſta curioſità di ſaperne di vantag
gio, ricorra a Santo Agoſtino al lib. io. delle Confeſſioni cap. 35.
L'Eutrapelia è quella Virrù ch'induce nell'uomo una tale
moderazione, onde dalla ſoverchia ſregolatezza ne giochi e di
vertimenti ſi temperi e ſi raffreni. L'Uomo è vero ha biſo
gno di refocillare il corpo colla quiete; poichè egli non può
continuamente faticare, perchè la ſua virtù è limitata, e a
certe determinate fatiche ſi può ſoltanto eſtendere; e ciò ſi
verifica ancora riſguardo all'anima ch'è d'una virtù finita (2).
Egli
( 1 ).Alia eſt Curioſitas ſenſuum, moderantia ludorum, Homo indiget
quam deſiderium oculorum vocat corporali quiete ad corporis refocil
Scriptura . Jam quam late patet lationem , quia non poteſt continue
Curioſitas iſta? In ludis, in ſpe laborare propter hoc, quod habet fi
Staculis, in theatris. S. Aug tract. nitam virtutem , que determinatis
2. in Epiſt. Joan. laboribus proportionatur; ita etiam
( 2 ) Eutrapelia eſt Virtus circa ex parte anima, cujus etiam eſt vir
ludos, qua homo refrenatur ab im tus finita. S.Thom. 2.2.q. 168.art.2.

l
D E L L A T E M P E R A N z A. 179
Egli è adunque neceſſario che tu abbi qualche riſpetto a te S. Aug. lib.
ſteſſo; poſciachè ſta bene che talora ſi ſollevi dalle ſue occu-2. de Muſic.
pazioni il Saggio. Ma devono intanto tre coſe guardarſi. La cºp ºli.
prima e principale, che non ſi cerchi il divertimento e il riſto
ro dalle applicazioni in opere, o in parole oſcene e cattive;
al qual propoſito inſegnava Tullio che v'ha una ſorta di gio- Lib. 1. de
co e di ſcherzo affatto improprio, petulante, vizioſo, ed impuro. Oific.
La Seconda, che non venga totalmente a divertirſi e diva
garſi la gravità dello ſpirito; onde ci ammoniſce Santo Am- ...
brogio di guardarci che, mentre s'attende ad alleviare co'geniali ibi cap. 2o.
divertimenti l'animo, non ſi diſſipi, e ſi guaſti quell'armonia
cb ha da formare la grata conſonanza delle opere buone. La ter
za, che nel gioco e ne paſſatempi s'abbia riguardo come in
tutte le altre operazioni umane alle perſone, al luogo, al a

tempo, ed alle altre circoſtanze; a tal che tutto ſia bene or


dinato, e il divertimento ſia degno del tempo e delle perſone,
come anche notò Tullio il quale ſoggiunſe : ſta bene che tu Loc. cit.
al gioco ed a paſſatempi t” appigli, ma dei ſervirtene come del
ſonno, quando hai abbaſtanza accudito alle cure ed a negozi, ad -

bai ſoddisfatto alle tue obbligazioni (1).


Ecco adunque che fino gli ſteſſi Gentili ci moſtrano la manie
ra di rettamente vivere. E non v' ha dubbio che chi procu
ra alleviare nel ſuddetto modo il ſuo corpo e il ſuo ſpirito,
opera ſaggiamente, purchè ſi ritrovi in lui la Carità, che lo
determini a cercare ſempre Dio come ultimo fine della ſua
- Vl

( 1 ) Tria cavenda ſunt. Primum eſt, ſicut & in omnibus aliis hu


& principale eſt, quod predicta de manis actionibus, ut congruat per
lectatio non quaratur in aliquibus ſone, 69 tempori, C loco, 69 ſe
operationibus, vel verbis turpibus, cundum alias circumſtantias debite
vel nocivis ; unde Tullius dicit , ordinetur, ut ſcilicet ſit & tempo
quod unum genus jocandi eſt il re & homine dignus, ut Tullius
liberale, petulans, fagitioſum, ob docet ibidem, qui ſubdit: ludo &
ſcoenum . Aliud autem attenden joco uti quidem licet, ſed ſicut
dum eſt, ne totaliter gravitas ani ſomno & quietibus caeteris, tuma
me reſolvatur, unde Sanctus Am cum gravibus ſeriiſque rebus ſa
broſius : caveamus, ne, dum re tisfecerimus. Id. ibi.
laxare animum volumus, ſolva Ludere ad recreationem, ſerva
mus omnem harmoniam quaſi con to iſto modo, erit meritorium in
centum quemdam bonorum ope eo, qui Charitatem habet, qua
rum - Tertio autem attendendum Deum ultimum finem vitae ſue con
Lib. Ter. Z 2, ſti
18o D E L L A T E M P E R A N Z A.
vita (1). Ma ſe mai non uſaſſe dell'accennata moderatezza,
potrebbe ben eſſere che talvolta ei peccaſſe mortalmente per
un ſoverchio amore al gioco anteponendolo all'amore di Dio;
e particolarmente ſe non s'aſteneſſe da certi giochi proibiti
da Dio e dalla Chieſa. Altra volta poi potrebbe farſi pecca
to veniale; come ſe alcuno non aveſſe tal' affezione al gioco
che voleſſe per condiſcendere al ſuo genio in veruna maniera
offendere Iddio (2). Egli è tuttavia giuſto l'avvertire che le
oſcenità, le ſciocchezze, gli ſcherzi indecenti neppure hanno
da nominarſi, perchè un Criſtiano deve ſempre parlare come ſi
EPh. 5. 3. conviene ad un Santo. Tanto più che queſti ſpropoſitati ed
inſulſi modi nel converſare ſono ſovente peccati mortali, per
S. Thom. in chè al peccato mortale ſono indirizzati; e qualunque coſa che
Ep. ad Eph. buona in genere compariſce, ſe al peccato mortale è ordina
leSt. 2. ta, diviene ſenza dubbio pur eſſa colpa mortale.
Potremmo eſtenderſi molto a propoſito de giochi dei dadi,
delle carte, e ſimili; ma qual concetto abbia a farſene, ſi può
deſumere da S. Antonino, il quale così ragiona: non deve
- chiamarſi Criſtiano colui, il quale eſſendo intento al gioco fa vil
lania a Gesù Criſto . Il giocare per deſiderio di vincere una ſom
ma conſiderabile di danaro è peccato mortale, ma il giocare pic
cola ſomma per mero divertimento e con moderazione non ſembra
peccato grave. Quelli che ſtanno a veder a giocare, non ſono im
muni da molti peccati di curioſità, e di vanità. I parenti poi, i
quali non caſtigano i figliuoli dediti al gioco, peccano gravemente
(3). E ſe ciò deve intenderſi per qualſivoglia Criſtiano, quanto
più
( 1 ) ſtituit. S.Tho. in 2. diſt.4o. (3) Non elebet dici Chriſtianus,
q. I. qui deditus eſt ludo, cum vitupe
(2) Modo autem non ſervato quan ret Nomen Chriſti. Ludere ob de
doque poteſt eſſe peccatum mortale ſiderium acquirendi pecunia ſum
propter vehementiam affectus ad lu mam notabilem eſt mortale. Lude
dum, cujus delectationem preponit re quid modicum, vel ob recreatio
aliquis dilectioni Dei, ita quod contra nem, & moderate, non videtur mor
Praceptum Dei, vel Eccleſiae talibus tale. Qui ludentes aſpiciunt , non
ludis uti, non refugiat. Quandoque ſunt immunes a peccatis multis
autem eſt peccatum veniale, puta, curioſitatis, 6 vanitatis. Sed &
fi aliquis non tantum afficitur ad parentes , qui non caſtigant filios,
ludum, quod propter hoc velit ali ludentes , graviter peccant. S.An
quid contra Deum committere. Id. ton. 2. p. Sum, tit. I. cap. 23.
2. 2. q. 168. art. 3.
D E L L A T E M P E R A N Z Ar. 181
più rigoroſamente dovrà intenderſi riſpuardo ai Chierici? Cer
tamente ſe eglino leggeſſero il Concilio di Trento Seſſ 22. cap.
1. de Reform. e il Concilio Primo di Milano tenuto ſotto S.
Carlo, e molti altri Canoni e Statuti, ſarebbono molto cau
telati e guardinghi in queſto propoſito.
Ma tanto già baſti della Temperanza, e delle altre Virtù, del
le quali forſe potrà ſembrare ad alcuno che troppo in breve ſiaſi s. Aug. de
ragionato, quando la grandezza del ſoggetto ſi conſideri, ma ſe Mor. Eccleſ.
all'idea che ci ſiamo propoſta ſi riſguardi, forſe altri ſarà d'op- Cath. cap.
pinione, che più di quello che volo foſſe, ci ſiamo dilatati. 2I» .

P A R T E s E C o N D A. -

De' Peccati,

Uanto più manca in alcuno di Virtù più s' accreſce di


vizio; e vi ſono ancora certi vizi di falſa apparenza
molto conſimili alle Virtù, da quali biſogna guardarſi ( 1 );
e però fa di meſtieri che ſi dia la giuſta notizia de' Peccati
e de Vizi, perchè ſecondo la cognizione che n'avrà acquiſta. Id. lib. 9.de
ta poſſa ognuno diſcernere la falſa apparenza, e la mancanza Trin. cap.
della Virtù. Sarà dunque bene che giuſta il noſtro iſtituto Io.
alquanto ci trattenghiamo ſu tale argomento.
Primieramente adunque altro è fra peccati l' Originale, ed
altro l'Attivo, od Attuale. L'originale è quello ch'in Adamo
contraemmo, ed in vigore del quale divenimmo naturalmente
figliuoli dell'ira. L'Attivo, od Attuale è quello , che noi
colle proprie ſcelleratezze ed iniquità, non facendo reſiſtenza
ai carnali appetiti, la vile concupiſcenza ſeguendo, ed a'mel- -

nati deſideri vergognoſamente ſervendo, all'Originale aggiun- -

giamo (2).
E quì cade in acconcio quella Queſtione ſolita farſi da al
-
cuni,

( 1 ) Quanto minus ineſt Virtus, ſunt. Activum, quod ipſi non re


tanto magis eſt vitium .... Sed ſiſtendo carnali concupiſcentia, ſed
vitia quedam ſunt ſpecie fallaci etiam ſequendo, eigue.ſerviendo,
Virtuti ſimilia. S. Aug. Ep. 29. in flagitiis, C facinoribus addidi
(2) Originale peccatum ex Adam mus. S. Aug.Ser. 6o. de verb.Dom.
traximus , in quo emnes peccave Hic occurrit illa Quaſtio , quami
runt, C filii ira naturaliter fatti inter ſe murmurantes tºnini; fo
ae
-
182 D E' P E C C A T I.

cuni, i quali borbottando tra denti tutt'altro ſono pronti ad


intraprendere ch' a dichiararſi per vinti delle loro iniquità;
poichè li ſentiremo a dire: ſe Adamo ed Eva peccarono, che
parte v'abbiamo noi infelici, onde noi doveſſimo naſcere involti
fra le tenebre della ignoranza, e circondati da mille ambaſce ci
trovaſſimo ſoggetti ad errare prima di ſapere coſa aveſſimo da o
perare, di poi quando s'incominciaſſe ad avere qualche lume dei
Divini giuſtiſſimi Precetti, e noi voleſſimo mandarli ad eſecuzione,
per non sò qual forza, o neceſſità della carnale concupiſcenza al
noſtro volere contraria ne veniſſimo diſtornati, e non poteſſimo in
alcuna maniera eſeguirli ? A queſte loro lamentanze però breve
mente ſi riſponde, e ſi chiude loro la bocca, perchè ceſſino
dal mormorare con ſomma imprudenza contro Dio. Imper
ciocchè forſe con qualche fondamento eglino ſi dorrebbono,
ſe non vi foſſe mai ſtato fra gli uomini alcuno, che foſſe
giunto a ſuperare, e vincere l'errore, e la cupidigia. Ma tro:
vandoſi in ogni parte molti, che ſignoreggiando con poteſtà
di legittimo impero ſul viliſſimo corpo in diverſe maniere
vagliono a richiamare nel giuſto ſentiero chi ne deviò , ad
iſtruire chi crede -, a confortare chi ſpera, a perſuadere chi
ama, ad aiutare chi ſi sforza, ad eſaudire chi prega, non ti
viene imputato a colpa ciò, che non ignori volontariamente;
ma ſoltanto t'è aſcritto a delitto, perchè traſcuri d'indagare
ciò ch'igneri; nè può ridondare in tuo danno, ſe non riſa
ni le membra impiagate , ma bensi ſe difprezzi chi vuol cu
rata

dere conſueverunt , qui uodlibet murmurare deſiſtant . Re&te enim


aliud in peccando quan accuſa fortaſſe quererentur, ſi erroris, & li
reparati ſunt - Dicunt enim : ſi bidinis nullus hominum victor exi
Adam & Eva peccaverunt, quid ſteret. Cum vero ubique ſit preſens, l
nos miſeri fecimus, ut cum igno qui multis modis per creaturam ſi
rantiae caccitate , & difficultatis bi Domine ſervientem averſum vo
cruciatibus maſceremur, & primo cet , doceat credentem , conſoletur
erraremus , neſcientes quid nobis ſperantem, diligentem exhortetur ,
eſſet faciendum ; deinde ubi nobis conantem adjuvet, exaudiat depre
inciperent aperiri Praecepta Juſti cantem, non tibi deputatur ad cul
tiae, vellemus ea facere, & reni pam , quod invitus ignoras , ſed
tente carnalis concupiſcentiae ne quod negligis quarere, quod igno
ſcio qua neceſſitate non valere ras, negue illud, quod vulnerata
mus? Quibus breviter " 5 membra non colligis, ſed quod vo
at quieſcant, C adverſus Deum lentem ſanare contemnis. Iſta tua
pro
D E P E c C A T I. 183
rarle. Queſto ſarebbe un tuo proprio peccato. Stantechè per
quel che riſguarda al principio, che ſpinge ognuno di noi a
far male ſenza ſaperlo, e volendo far bene non può, intanto
prende il nome di peccato, in quanto che tira la origine ſua
dal primo peccato che fu ſpontaneamente commeſſo ; da che
un così vizioſo antecedente doveva avere tali peſſime conſe
guenze. Ed ecco come ſi può queſta coſa rozzamente ſpiega
re. Nella guiſa che lingua s'appella non ſolo quel membro
che ſi muove in bocca quando ſi parla, ma ciò, che dal mo
vimento d'eſſo membro riſulta, chiamaſi ancora lingua, vale a
dire quella forma e quel tenore di parole, ond'altra addi
mandaſi lingua Greca, ed altra Latina, così non ſi chiama to
lamente peccato quello che di libera e aſſoluta volontà ſi com
mette, ma quello ancora che neceſſariamente deriva per ſup
plizio del primo. Giacchè poi da quella prima coppia d'uo
mini, e dal loro maritaggio tutti noi ſiamo nati coll'avere
per compagni la ignoranza, le afflizioni, la morte, perchè i
noſtri primi Padri avendo peccato caddero vergognoſamente
nell'errore, negli affanni, e nella corruttibilità, piacque giu
ſtiſſimamente a Dio ſommo regolatore delle coſe tutte, che
nella prima naſcita dell'uomo originalmente appariſſe la Giuſti
zia d'un Dio punitore, e nell'avvenire ſpicaſſe la Miſericordia d'
un Dio liberatore. Sendochè al primo Uomo, quando fu con
dannato, non venne talmente tolta la Beatitudine, che foſſe
alla

propria peccata ſunt..... Nam il proprie vocatur peccatum ; libera


lud, quod ignorans quiſque non re enim voluntate, 3 ab ſciente com
&te facit, & quod recte volens fa mittitur, ſed etiam illud, quod
cere non poteſt, ideo dicuntur pec jam de hujus ſupplicio conſequatur
cata, quia de peccato illo libere neceſſe eſt .... Ut autem de primo
voluntatis originem ducunt ; illud illo coniugio & cum ignorantia ,
enim precedens meruit iſta ſequen & cum difficultate, 6 cum mor
tia. Nam ſicut linguam dicimus talitate naſcamur, quoniam illi ,
non ſolum membrum , quod move cum peccaviſſent , in errorem ,
mus in ore, dum loquimur , ſed & in arummam, 6 in mortem pre
etiam illud, quod huius membri cipitati ſunt , rerum Moderatori
motum conſequitur, ideſt , formam Summo Deo juſtiſſime placuit , ut
tenorem que verborum , ſecundum in ortu hominis originaliter ap
quem modum dicitur alia lingua pareret Juſtitia punientis , C in
Graeca, alia Latina ; ſic non ſo provectu Miſericordia liberantis. - -
tum peccatum illud dicimus, quod Nom enim damnato primo ti ge
184 D E' P E C C va T I,
ancora privato della fecondità, avuto riguardo che dalla di
lui prole, quantunque carnale ed a morte ſoggetta, poteva
nel ſuo genere provenire qualche ornamento e decoro nel mon
do. Ma non era mai giuſto, nè naturale che lo ſteſſo primo
uomo procreaſſe del figliuoli, che foſſero di lui migliori; era
però all'incontro neceſſario ch'ognuno dei di lui diſcendenti
col rivolgerſi a Dio procuraſſe di ſuperare e vincere quel gaſti
go che nella ſua origine coll'allontanarſi da Dio medeſimo s'era
meritato; e che non ſolo non s'opponeſſe a chi voleva liberar
lo, ma ch'anzi vi s'adoperaſſe, per quanto foſſe in ſuo potere.
In cotal modo operando ci diede a conoſcere chiaramente il ſu
premo Creatore quanto di leggieri avrebbe potuto, ſe aveſſe
voluto, il primo uomo ritenere lo ſtato in cui fu creato, men
tre i di lui figliuoli poſſono ancora ſuperare la triſta condizione
in cui ſono nati (1).
. Pelagio fu il primo a negare audacemente il peccato Ori
S.Aug. Her. ginale affine di poter meglio abbattere la grazia di Gesù Cri
ſto, e ſoſtenere la integrità della natura. Dopo che però dalla
Santa Romana Sede e dai Concilj Generali fu condannato il
Id.Ep. 1o5 di lui errore, la cauſa è terminata. Per la qual coſa chiun
que aſſeriſſe che la prevaricazione d'Adamo abbia recato no
cumento a lui ſolo, e non alla di lui diſcendenza, e che la
perdita della ſantità, di cui l'aveva Iddio arricchito, e della
giuſtizia, di cui è reſtato privo, ſiaſi riſtretta ſoltanto in
lui ſenza comunicarſi a noi ; oppur anche diceſſe ch'eſſendoſi
egli macchiato del peccato di diſubbidienza abbia ſolamente
trasfuſa in tutto il genere umano la morte colle altre pene
del

(1)ſic adempta eſt Beatitudo, ut cilitate potuiſſet homo, ſi voluiſſet,


etiam faeeunditas adimeretur. Poterat retinere, quod factus eſt, cum pro
enim & de prole eius, quamvis car les ejus potuit etiam ſuperare, quod
nali & mortali, aliquod in ſuo genere nata eſt. S. Aug. lib. 3. de Lib. Arb.
fieri decus, ornamentumque terrarum. cap. 19. -

Jam vero ut meliores gigneret, quam Si quis Ad e prevaricationem ſibi


ipſe eſſet, non erat equitatis; ſed ſoli, 9 non eſus propagini aſ
ex converſione ad Deum, ut vin ſerit nocuiſſe, 69 acceptam a Deo
ceret quiſque ſupplicium, quod ori ſanctitatem & juſtitiam, quam per
go eius ex averſione meruerat, non didit, ſibi ſoli, C non etiam no
ſolum volentem non prohiberi, ſed bis perdidiſſe; aut inquinatum il
etiam adjuvari oportebat. Sic enim, lum per inobedienti e peccatum mor
rerum Creator oſtendit , quanta fa tem, & panas corporis tantum in
-
Gr22nte
D E' P E C C A T I. 185
del corpo ſenza trasfondere in eſſo anche lo ſteſſo ſuo pecca
to, ch'è la morte dell'anima, tengaſi per iſcomunicato (1).
E ſcomunicato ſia quegli ancora che nega doverſi battezzare
i fanciulli di freſco uſciti dall'utero delle madri, quantunque
foſſero ſtati già battezzati i loro genitori; oppure afferma ch'
eglino vengono bensì battezzati nella remiſſione del peccati, ma
che nulla hanno contratto dell'Originale reato d'Adamo; laon
de non è neceſſario che per eſſere capaci di conſeguire la Vi
ta eterna fieno effi purgati col lavacro della rigenerazione (2).
Eccettuatone adunque Gesù Criſto, che atteſa la ſua Divini
tà fu impeccabile per natura, e la Santiſſima Vergine la cui
anima, come dalla maggior parte de' Fedeli piamente ſi crede,
e ſembra inſinuarlo con ſolennizzare per ogni dove il giorno
del di lei concepimento la Chieſa, per ſingolar privilegio fi
no dal primo iſtante del ſuo eſſere prevenuta dalla Grazia San
tificante rimaſe eſente dalla macchia Originale, tutti gli uo
mini partecipano del Peccato commeſſo dal loro primo Padre
nel Paradiſo terreſtre; il qual peccato è certamente molto
maggiore che noi non ſapremmo ſpiegare, e non ſi rimette
giammai che per via del Batteſimo (3 ). Quindi appariſce
che noi tutti ſiamo naturalmente figliuoli dell'ira, perchè nel
lo ſteſſo momento, in cui per via della generazione abbiamo
partecipata la umana natura, cominciò ad eſſere in noi il det
to peccato (4). Di queſto peccato tratta diffuſamente in vari V. ind. ver.
luoghi Santo Agoſtino, al quale rimettendo il curioſo Lettore paſ. Pecc. orig.
ſerò ora a diſcorrere del peccato Attuale, e dopo averlo ſecondo il
mio metodo brevemente ſpiegato accennerò le Regole generali, che
ſervono per diſcernere i peccati. CA

(1) omne genus humanum transfu ſit. ibi. Can. IV. -

diſſe, non autem & peccatum, quod (3) Peccatum, quod hominem in
eſt mors anima, anathemaſit. Trid. Paradiſo in pejus mutavit , quia
Seſs. 5. Can. II. multo eſt grandius, quam nos ju
( 2 ) Si quis parvulos recentes ab dicare i , ab omni naſcente
uteris matrum baptizandos negat , trahitur, nec niſi in renaſcente dimit
etiamſ fuerint a baptizatis paren titur. S. Aug. lib. 2. de Nup.& Con
tibus orti; aut dicit in remiſſionem cup. cap.34.
quidem peccatorum eos baptizari, (4) Sumus natura filii ira, quia
ſed nihil ex Adam trahere Origi eo ipſo momento, quo communem na
nalis peccati , quod Regenerationis turam generatione accepimus , pec
lavacro neceſſe ſit expiare ad Vitam catum illud incipit eſſe in nobis .
aternam conſequendam ... anathema S. Aug. de pecc. mer. cap. 1o.
Lib. Ter. A a
186

C A P I T O L O P R I M O.

Dei Peccati Attuali.

L Peccato è una volontà di ritenere, e conſeguire ciò, che la


giuſtizia proibiſce, e da cui è la medeſima in libertà d'aſte
merſi (1 ). Oppure, come ſi definiſce comunemente, è un atto
deliberato, il quale fa , o dice, o deſidera alcuna coſa contraria
DD. com. alla Legge eterna. Sotto il nome poi di Legge eterna s'inten
S. Aug. lib. de la volontà Divina, la quale comanda di conſervare l'or
1. Ret.cap.5. dine naturale, e vieta di perturbarlo.
Euſeb.lib,5. Vi fu circa l'anno 188 un certo uomo chiamato Fiorino,
cap. 15. il quale oltre le molte ſue ſcelleratezze, per cui fu degradato
Baron. ann. dal Sacerdozio, ebbe la temerità d'affermare ch'Iddio era l'
I 53o. autore del peccato. Rinnovò lo ſteſſo errore anche Calvino.
Noi però deteſtando coſtantemente così eſecrabile beſtemmia
non ſolo non crediamo eſſervi alcuno dalla Divina poteſtà
predeſtinato alla colpa, ma riguardiamo ancora con ſommo
orrore, e lo riputiamo ſcomunicato, chiunque ardiſſe di cre
dere così fatta empietà ( 2 ). Imperciocchè quantunque da
Joan. 1. 3. Dio furono fatte tutte le coſe, e ſenza di eſſo niente fu fat
to, tuttavia eſſendo manifeſto ch'il peccato è un niente, e
un niente diventano gli uomini, allorchè lo commettono ,
certamente il peccato non fu fatto da Dio (3).
S. Aug. lib. Il peccato adunque, giacchè è volontario, altronde non na
2 de Lib. ſce che dalla poteſtà degli uomini; la qual poteſtà non v'ha
Arb.cap.2e dubbio che viene da Dio. Concioſiachè ſiccome è egli il Crea
tore di tutte le coſe, così è egli ancora il datore di tutte le
poteſtà ; ma non per queſto egli è inſieme di tutte le volon
tà .

( 1 ) Peccatum eſt voluntas reti- anathema dicimus . Syn. Arauſ.


mendi, vel conſequendi, quod juſti- Can. XXV.
tia vetat, C unde liberum eſt ab (3) Peccatum quidem non per
ſtinere. S. Aug. lib. de duab. anim. ipſum factum eſt ; & manifeſtum
cont. Manich. cap. I 1. eſt, quia peccatum nihil eſt, 6 ni
( 2 ) Aliquos ad malum Divina hil fiunt homines, cum peccant .
Poteſiate pradeſtinatos eſſe non ſo S. Aug Tract. 1. in Joan,
lum non credimus, ſed etiam , ſi Sicut omnium naturarum Crea
ſunt , qui tantum malum credere tor eſt, ita omnium poteſtatum da
velint, cum omni deteſtatione illis tor, non voluntatum. Male quippe
vo
-

D E' PECCATI A T TU A L I. 187


tà. Difatti le cattive volontà da lui non derivano, poichè
ſono contro l'ordine della natura da lui ſtabilito (1). Quin
di è che giammai non ſi legge nella Sacra Scrittura non eſſer- -

vi volontà ſe non da Dio, e meritamente non ſi legge, dap


poichè non è vero; altrimenti del peccati ancora ſarebbe Id
dio l'autore, quando ogni noſtra volontà da lui proveniſſe;
maſſimamente che talvolta la ſola mala volontà ſenza l'ope
ra, o vogliamo dire la pura omiſſione, è peccato (2). Per la
qual coſa a ragione fu definito che ſia ſcomunicato colui che
oſaſſe affermare non eſſere in potere dell'uomo il porſi ſulla via
del peccato, ma concorrere Iddio alle opere cattive come alle buo
ne, non ſolo col permetterle, ma propriamente, e da per ſe ſteſſo,
a talchè non meno ſia opera di lui il tradimento di Giuda che
la converſione di San Paolo (3).
Fra i peccati altri ſono gravi, ed altri leggieri. Verità co-S. Aug. En
sì chiara fu arditamente impugnata dai ſoli Stoici che ſoſte- ch. cap. 76.
nevano contro il ſentimento comune degli uomini la egua
glianza nei peccati. Della vanità di queſta loro Oppinione
reſtò convinto da San Girolamo con evidenti argomenti trat
ti dalle Sacre Lettere il perfido Gioviniano, ch'in ciò era
uno Stoico, benchè foſſe nel procacciare e difendere ogni ſor.
ta di piaceri un ſordido Epicureo. Nella ſua ſoaviſſima ed
eccellentiſſima Diſputa diede aſſai manifeſtamente a divedere
il Santo Dottore, che non giudicarono giammai i noſtri anti
chi
(1) voluntates ab illo non ſunt, etiam proprie, º per ſe, adeo ut
uoniam contra naturam ſunt, que ſit proprium eius opus non minus
ab illo eſt. S.Aug.lib.5.de Civ. Dei proditio Judae, quam vocatio Pauli,
cap. 9. anathema ſit . Trid. Seſſ. 6. Can.
(2) Non eſt voluntas niſi a Deo ; VI. -

rette non ſcriptum eſt, quiave Hoc de parilitate peccatorum ſo


rum non eſi. Aliequin etiam pecca li Stoici auſi ſunt diſputare con
torum auttor eſt Deus , ſi non eſt tra omnem ſenſum generis humani;
voluntas niſi ab illo; quoniam ma quam eorum vanitatem in Jovinia
la voluntas jam ſola peccatum eſt, no illo, qui in hac ſententia Stoi
etiamſ deſit defectus, ideſt, ſi non cus erat , in aucupandis autem
habeat poteſtatem. S. Aug. lib. de C9 defendendis voluptatibus Epicu
Spir. & Litt. cap. 31. reus, de Scripturis Sanctis diluci
(3) Si quis dixerit non eſſe in pote diſſime convicit Sanctus Hierony
ate hominis vias ſuas malas face mus; in qua ſuaviſſima & praccla
re, ſed mala opera, ita ut bona, Deum riſſima Diſputatione ſatis evidenter
operari non permiſſive ſolum , ſed apparuit non placuiſſe Auctoribus
Lib. Ter. A a 2, pro
188 D E' P E C C A T I
chi Padri, o per dir meglio la ſteſſa Verità, la quale per
lº fier, 82 bocca loro parlava, che tutti i peccati foſſero eguali (1).
Id Her. 88. Oltre Gioviniano propalò lo ſteſſo errore Pelagio, indi Lu
tero e Calvino, ai quali s'aggiunſe Michel Bajo, il quale
tra le altre Propoſizioni da lui divulgate audacemente aſſeriva
che non v'ha alcun peccato di ſua natura veniale, ma che qual
ſi ſia peccato merita la pena eterna (2). Queſta Propoſizione fu
giuſtamente condannata dai Sommi Pontefici Pio V, e Gre
gorio XIII, e dappoi anche da Urbano VIII. Imperciocchè
in queſta vita mortale, quantunque gli uomini ſanti e giuſti
cadano talvolta e cotidianamente in peccati leggieri, che ve
niali s'appellano; non però laſciano d'eſſere giuſti (3). V'è
Joan 5. adunque il peccato che arreca la morte , e v' è il pecca
1 6. to che non l'arreca. Havvi il peccato paragonato ad una tra
º º 4 ve, e il peccato ch'alla feſtuca ſi raſſomiglia. Laonde ſebbe
ne il Demonio ſia l'autore e il principe di tutti i peccati, non
però tutti i peccati conſtituiſcono gli uomini figliuoli del De
monio; dappoichè peccano ancora i figliuoli di Dio, i quali ſe
mai ſi vantaſſero di non avere commeſſo peccato alcuno, fe
1. Joan. 1.8. medeſimi inganerebbono, e ſarebbono menzogneri - Per queſta
2. Reg. 12. ragione ſogliono i giuſti pregare Iddio d' accordar il perdono ai
I 3. lor delitti, e ripeteva ſovente Davide: peccai contro il Signore.
Pſal 5o. 3. o Dio muoviti a pietà di me ſesondo la tua grande Miſericordia.
Ed acciocchè intenda ciaſcuno la notabiliſſima differenza che
paſſa tra il peccato Mortale e il Veniale, ſarà ora bene d' oſ
ſervare ch' il peccato Mortale eſclude la Carità, allontana l'
uomo da Dio, e merita la pena eterna, o ſia la privazione del
Regno Celeſte ; il peccato Veniale all' incontro non eſclude fa
Carità, nè allontana da Dio, nè merita la pena eterna, o ſia
S. Aug. var la privazione del Regno Celeſte. Potrebbe ancora aggiungerſi
loc. ch' il peccato Mortale offende la Legge, che comanda qualche
coſa come neceſſaria; e il peccato Veniale offende la Legge,
che

( 1 ) noſtris, vel ipſius potius, damn. Mich. Baii. . . -

que per eos locuta eſt, Veritati, o- (3) Licet in hac mortali vita, quan:
mnia paria eſſe peccata. S. Aug. tumvis ſancti C juſti in levia ſal
- 29. tem, 69 quotidiana, que etiam ve
(2) Nullum eſt peccatum ex natu- nialia dicuntur, peccata quando
ra ſua veniale, ſed omne pecca- que cadant, non propterea deſin unº -

tum mereturpanam eternam. Prop. eſſe juſti. Trid. Seſſ. 6. cap. 1 1.


«A T T & A L I . 189
che pure comanda qualche coſa, ma ſoltanto come utile. De S. Thon. ap.
duceſi da tutto queſto che falſamente pretendono gli Eretici do Banc, V.
verſi prendere la differenza del peccati dall'uomo che li com- Pece.
mette, predeſtinato o preſcito, oppur anche da Dio che vuole
perdonarli, o punirli.
Affine di comprendere vie meglio la malizia dei detti due
peccati ſi hanno a conſiderare altresì le peſſime conſeguenze che
naſcono a danno di chi li commette. Per quello adunque che
ſpetta al peccato Veniale, eſſo macchia in primo luogo e rende
deforme l'anima avanti agli occhi di Dio. Secondariamente ſeb
bene non tolga alla medeſima la grazia ſantificante, le impediſce
tuttavia la comunicazione delle grazie attuali, che ſono certi
fervori, certe compunzioni, certi lumi più vivi per conoſcere
il bene, ed altri conſimili ajuti ch alla medeſima il Signore
concederebbe, ſe ſgombra la rimiraſſe da tale colpa, pratican
do egli con queſta ſorta d'anime in quella guiſa, con cui un
padre diſguſtato di portaſi con un ſuo figliuolo, che non priva
nò del ſuo amore, ma bensì di certe particolari carezze, col
le quali prima lo diſtingueva.
Il peggior danno però e l' effetto aſſai più funeſto del pec
cato Veniale ſi è ch'eſſo diſpone l' anima quaſi inſenſibilmente
al mortale ; e ciò in due maniere ſuole ordinariamente avve
nire. In primo luogo indirettamente, perchè ſoſpendendole Id
dio la partecipazione delle grazie attuali ſi va ella indebolen
do, onde facilmente ſenz' appoggio cade, e cade a morte ; il
che viene a noi eſpreſſo aſſai chiaramente in quel fatal vomi
to intimato nell'Apocaliſſe di S. Giovanni al Veſcovo di Lao Capgi. 16.
dicea: piaceſſe a Dio che tu foſſi o tutto freddo, o tutto caldo :
ma perchè ſei tepido, io incomincerò a vomitarti dalla mia bocca.
In ſecondo luogo direttamente; atteſochè chi diſprezza le coſe
picciole a poco a poco s'avanza a cadere nelle maggiori; e Eccli. 19. 1.
chi ama il pericolo verrà in eſſo a perire. ibi. 3. 27.
-

Molto più rilevanti e pernicioſi ſono gli effetti del peccato


Mortale, ſiccome infinitamente maggiore è la di lui malizia e
deformità. Nè io ſaprei a quale di eſſi dare nell'ordine il pri
mo luogo, tanto arrecano tutti egualmente di ſpavento e d'
orrore. Macchia dunque il peccato Mortale primieramente l'ani
ma privandola di quella bellezza ch' a lei proviene dal lume
naturale della ragione, e dal ſoprannaturale della grazia. Par- DD. com.
lano frequentemente le Sacre Carte di così terribile effetto,
-.
ſpe
I 9o D E' P E C C A T 1

Joſ 22. 17. ſpecialmente ove dicono : ſembra forſe a voi poco ch avete pec
cato in Beelfegore, e che di tale ſcelleraggine ſerbate in voi ſteſſi
Ier. 2. 22. ſino al dì a oggi la macchia ? Ti ſei macchiata nella tua iniqui
Tit. 1. 15. tà dinanzi a me, diſſe il Signore. Lordate ſono la loro mente e
Oſ 9. 1o. la coſcienza, e fatti ſono abbominevoli come le coſe che amarono.
Queſte ed altre teſtimonianze, che ſi potrebbono addurre, di
moſtrano ad evidenza con quanta ragione fu condannata fra le
altre molte da Pio V, e Gregorio XIII in Michel Bajo la ſe
guente Propoſizione: nel peccato vi ſono due coſe, l' atto ed il
reato, quando è paſſato l'atto , nulla rimane ſe non il reato, o
ſia la obbligazione alla pena ( 1 ).
In ſecondo luogo uccide l'anima, la rende a Dio nemica,
e la fa ſchiava del Demonio. Ciò appunto volle ſignificare I
Cap. 59. 2. ſaia, allorchè diſſe ; le voſtre iniquità poſero diviſione tra voi e
il voſtro Dio, e i peccati voſtri furono quelli ch'a voi naſcoſero la
di lui faccia. Per queſto ancora ſta ſcritto, che l'anima che
Ezech.18.4- commetterà il peccato, ſoggiacerà alla morte; e che veramente lo
Job. 5. 2. ſdegno leva allo ſtolto la vita, e la invidia uccide l'uom da poco.
Eph. 5. 2. Difatti in Gesù Criſto ridonò Iddio a noi la vita, allorchè
eravamo già morti al peccato; mercechè il peccato, quando è
Jac. 1- 15- conſumato, arreca la morte; e pur troppo è vero che muoio
no tutti coloro, i quali acconſentono ad eſſo. Tutti però temo
no la morte del corpo, mentre che pochi all'incontro paventano
la morte dell'anima (2), poichè non ſi curano di riflettere, che
Pſal. 72.26. chiunque o Signore da voi si allontana, corre alla perdizione.
è In terzo luogo mette a facco le ricchezze ſpirituali dell'ani
ma in quanto che i di lei meriti, e le di lei opere buone ſo
Jer- 17. 3- no da Dio riputate quaſi fe foſſero nulla, e reſtano per parla
reco Teologi mortificate, e non le tornano a profitto, ſe non
allora che veniſſe a lei fatto di rimetterſi in grazia . Spiegò
Geremia ne' ſuoi Treni così lagrimevol effetto raffigurando nel
la deſolazione di Geruſalemme il miſerabile ſtato d' un anima
peccatrice: fu ſpogliata, egli diceva, la figlivola di Sionne di tut
ti i ſuoi ormamenti. Geruſalemme è caduta in peccato, ed ecco ſuc
ceduta in lei cotal mutazione. Rimaſero lordate le di lei piante ,
e s' è ella dimenticata del ſuo fine. Tutte ha depredate l' inimico
le ſoſtanze a lei più care. In

( 1 ) In peccato duo ſunt, actus & ( 2 ) Omnis, qui peccat, moritur,


reatus; tranſeunte autem aiu nihil ſed mortem carnis omnis homo ti
renanet niſi reatus,ſive obbligatio ad met, mortem anima pauci. S. Aug
panam - Prop. damn. Mich. Baii - Tract. 49. in Joan.
vA T T U A L I. I 91 a
In quarto luogo dona la ſpinta ad altri pcccati. Concioſia
chè dopo il peccato ſi ſminuiſce per una parte il numero dei
foccorſi ſoprannaturali della grazia, e s'aumenta dall' altra la S.Thom. 1.2.
forza della concupiſcenza e delle tentazioni. Un abiſſo ne chia- q.87. art. 2.
ma un altro; e giù per eſſi vanno tuttora precipitando i pec-Pſal. 41. 8.
catori, quando ſono abbandonati da Dio in potere dei loro af, Rom. 1. 24.
fetti. Egli che potrebbe illuminarli, li laſcia nella loro ceci
-

tà, la quale non ſolo è un peccato che gl'impediſce di crede


re in Dio, ma una pena eziandio giuſtamente dovuta alla loro
ſuperbia, e la cauſa inſieme che gli ſprona a cadere in nuovi
peccati (1). - -

Finalmente procaccia all'anima la eterna dannazione. Queſto


è il reato che ſi ſerba nelle imperſcrutabili Leggi di Dio ſcrit
te in certo modo nelle menti degli Angeli , acciocchè non vi
ſia iniquità che paſſi impunita, detrattene quelle che ſaranno
dal Sangue del Divino Mediatore eſpiate ( 2 ) Quindi è che
molti conſumano tra i piaceri i loro giorni, e poi in un pun
to piombano nell'Inferno ; e in queſto pericolo ſi trovano i Tob.21.13.
peccatori, e tutti coloro che ſi dimenticano di Dio, il quale Pſal. 9. 18.
pronunzierà contro di eſſi la formidabile ſentenza: andate o ma- Matt.25.41.
ledetti nel fuoco eterno, che fu preparato al Demonio e agli An
geli di lui ſeguaci. E quando colà ſaranno giunti , vi ſoffriran
no una ſempiterna miſeria, la quale è chiamata pur anche una
ſeconda morte : dappoichè ivi non può dirſi che viva l'anima
ch'è ſeparata dalla vita di Dio, nè il corpo che dovrà ad eter
ni tormenti ſoggiacere. Poichè ivi regnerà ſempre il dolore
per tormentare, e durerà ſempre la natura per ſentirlo ; giac
chè nè il dolore, nè la natura finiranno giammai, acciocchè
giammai non finiſca la pena (3).
Egli
( 1 ) Cacitas cordis, quam ſolus punita , niſi quam Sanguis Me
removet illuminator Deus, & pec diatoris expia verit. Id. ibi. lib. 6.
catum eſt, quo in Deum non credi cap. 19.
tur, & poena peccati, cum cor ſu (3) Ibi erit miſeria ſempiterna ,
perbum digna animadverſione pu qua etiam ſecunda mors dicitur ;
nitur, C cauſa peccati, cum ali quia nec anima ibi vivere dicenda
quod malum ceci cordis errore com eſt, qua a vita Dei alienata erit ,
mittitur. S. Aug. lib. 1. cont. Ju nec corpus, quod eternis doloribus
lian. cap. 3. ſubjacebit.... Ibi & dolor perma
(2) Hic eſt reatus, qui manet in net, ut affligat; & natura perdu
ºccultis Legibus Dei, que ſeripte rat, ut ſentiat; quia utrumque ideo
ſunt quodammodo in mentibus An non deficit , ne pana deficiat . S.
4 elorum, ut nulla ſit iniquitas im Aug. lib. 19. de Civ. Dei cap. 23.
19ì D E' P E C C A T I
Egli è dunque certo e Dogma incontraſtabile di noſtra San
ta Fede, come fu definito nel Concilio Fiorentino, che le ani
me di coloro, i quali muoiono o coll' attuale peccato mortale, op
pur anche col ſolo Originale, precipitano nell'Inferno, ove con
pene però diſeguali ſaranno eternamente puniti ( 1 ).
Pare che da ciò poſſa con molta ragione ora incidentemen
Vind. Aug. te inferirſi col dottiſſimo Cardinale Noris contro all' oppinio
in , 2. Sent. ne di molti Scolaſtici, alcuni dei quali appoggiati per altro al
q. 1. de Mal. parere dell'Angelico San Tommaſo avanzano con franchezza
inſieme col Bellarmino, come ſe foſſe una verità che non poſſa,
nè debba metterſi in dubbio, nelle loro ſpiegazioni della Dot
trina Criſtiana, che i fanciulli morti ſenza Batteſimo ſoffrono
in un terzo luogo, vale a dire nel Limbo, la ſola pena del dan
no; pare, diſſi, che debba inferirſi che anche i detti fanciul
li patiſcano nell'Inferno inſieme colla pena del danno quella
ancora del ſenſo. Imperciocchè per diſcorrerla con Santo Ago
ſtino non v'ha per alcuno un luogo di mezzo, ove poſſa ſta
re ſenza eſſere col Demonio chi non è con Criſto. Laonde
lo ſteſſo Signore volendo togliere dagli altrui cuori queſto non
ſo qual luogo di mezzo, ch'alcuni ſi sforzano d' aſſegnare ai
fanciulli non battezzati, acciocchè avuto come riguardo alla
loro innocenza godano d' una Vita eterna nel tempo che per
non eſſere ſtati battezzati non ſono in grado di regnare con
Gesù Criſto, affine di chiudere loro la bocca proferì la ſeguen
Matt.12.3o. ra definitiva Sentenza : chi non è meco è mio contrario ( 2 ) E
Id. 25. 34 altrove: andate o maledetti nel fuoco eterno, venite o benedetti,
poſſedete il Regno a voi preparato. Ed ecco che non rimane un
luogo di mezzo , ove collocare i fanciulli. Concioſiachè dei
vivi

( 1 ) Dogma Fidei eſt illorum ani uidam parvulis non baptizatis tri
mas, qui in attuali mortali pecca ſ" , ut quaſi merito innocenti e
to , vel ſolo Originali decedunt , ſint in Vita eterna , ſed quia non
mox in Infernum deſcendere, panis ſunt baptizati, non ſint cum Chri
tamen diſparibus puniendas. Flor. ſto in Regno eius, definitivam pro
Seſs. ult. tulit ad hec ora obſtruenda Sen
(2) Non eſi ulli ullus medius locus, tentiam, ubi ait: qui non eſt me
nt poſit eſſe niſi cum Diabolo, qui cum, contra me eſt. S. Aug. lib. 1.
non eſt cum Chriſto. Hinc & ipſe de Pecc. mer. & remiſ. cap. 28.
Dominus volens auferre de cordi Nullus relićtus eſt medius lo
bus male credentium iſtam neſcio cus, ubi pomere queas infantes. De
quam medietatem, quam conantur vivis & mortuis judicabitur ; alii
arrant
«A T T U v4 L I. 193
vivi e dei morti che ſaranno giudicati, altri paſſeranno alla
deſtra, ed altri alla ſiniſtra . Quelli che paſſeranno alla de
ſtra, conſeguiranno il Regno del Cieli, e ad eſſi ſarà detto :
poſſedete il Regno. Gli altri tutti che da colà ſaranno eſcluſi,
paſſeranno alla ſiniſtra. Ma coſa ivi udiranno? Andate nel fuoco
eterno ( 1 ). Giacchè pertanto chi non ſarà nella deſtra , ſen
za dubbio ſarà nella ſiniſtra, chi ancora non goderà l'eterno
Regno, ſenza dubbio arderà nel fuoco eterno. O altezza de' Rom. 11.33.
Divini arcani ! Il fanciullo non battezzato va in dannazione.
Chiunque è ſoltanto generato, è dannato; e niuno è libera
to, quando non ſia rigenerato (2).
Vero è tuttavia che meno grave aſſai delle altre tutte ſa
rà la pena di coloro che all'Originale non aggiunſero altro
peccato; e così riguardo a quelli che ne commiſero di mano
in mano, ſaranno tanto meno gravi i tormenti, quanto ſaran
no meno gravi le loro colpe (3) ſecondo quel detto - quanto Apoc. 18.7.
fu quegli immerſo nella vanagloria e ne piaceri, tanto dategli di
tormento e di pianto.
Suppoſta una tal gradazione, non dico già che i fanciulli
morti ſenza Batteſimo ſaranno puniti con tal rigore che tor
nerebbe meglio per eſſi, ſe mai non foſſero nati, perchè fu di
chiarato queſto dal Signore non di tutti i peccatori, ma dei
più ſcellerati ed empi. Imperciocchè ſe quanto pronunziò e
gli
(1) erunt ad deteram, alii ad ſini Originale traxerunt , nullum inſu
ſtram..... Ecce in dextera Regnum per addiderunt ; & in cateris, qui
Caelorum eſt, percipite Regnum . addiderunt , tanto quiſque tollera
9ui ibi non i , in ſiniſtra erit : biliorem ibi habebit damnationom,
Quid erit in ſiniſtra? Ite in ignem quanto hic minorem habuit iniqui
aeternum. S. Aug Ser. 14. de verb. tatem juxta illud : quantum glo
Apoſt. rificat ſe, & in deliciis ſuit, tan
(2)Qui non in dextera, procul dubio tum date illi tormentum & lu
in ſiniſtra, ergo qui non in Regno, ctum - S. Aug cont. Jul. cap. 11o.
procul dubio in ignem eternum.... Ego autem non dico parvulos
O altitudo Divitiarum ! Parvulus fine Chriſti Baptiſmate morientes
non baptizatus pergit in damnatio tanta paema eſſe plettendos , ut eis
nem.... Omnis generatus, damna non naſci potius expediret, cum hoe
tus, nemo liberatus, niſi regenera Dominus non de quibuslibet pecca
tus; Id. ibi. toribus, ſed de ſceleſtiſſimis & im
(3) Mitiſſima omnium pana erit piiſſimis dixerit. Si enim quod de
eorum, qui prater peccatum, quod Sodomis ait, & utique non de ſo
Lib. Ter. B b lis
I 94 D E' P P e C A T I

Matt.ro.15. gli rapporto ai Sodomiti, non ha certamente voluto che ſi


reſtringeſſe ſoltanto a loro, e però eſſendo irrefragabile che nel
giorno del Giudizio ſarà l'uno più lievemente dell'altro pu
nito, chi può mettere in dubbio ch'i fanciulli non battezza
ti, i quali detratto il Peccato Originale non ſono rei d'alcun
perſonale delitto, ſoffriranno nella loro dannazione una pena
meno delle altre gravoſa? Queſta pena non eſſendo io atto a
definire quanto ſarà gagliarda, non ardiſco d' affermare, che
ſarebbe pei rammemorati fanciulli più vantaggioſo il ritorna
re nel loro nulla che l'eſſere coſtretti a ſoffrirla (1). Dello
ſteſſo ſentimento furono tutti i Padri della Chieſa Affricana, fra
i quali ſtimo ben d'additare San Fulgentio lib. de Fid. ad Pete
cap. 27. ſenza fare menzione di tanto numero d'altri Scrittori,
che ſono diffuſamente riferiti dal Gavardo nel Tomo ſecondo della
ſua Teologia, e dal Cardinale Noris nelle ſue difeſe ſopra S. A
goſtino.
Oltre la pena del Danno e del Senſo proveranno pur nel
Inferno i Dannati un'altra pena più di qualunque altra tor
S. Aug. Ep. mentoſa, e queſta ſi è il rimordimento della ſteſſa loro co
259. ſcienza, dappoichè fra tutte le tribolazioni d'un'anima ſcel
lerata niuna è così acerba che poſſa paragonarſi alla rea co
ſcienza de commeſſi delitti (2). Eſſa affligge grandemente il
peccatore in queſta vita, e aſſai più affliggerallo nell'altra (3),
Mar. 9.45. dove non morrà giammai il verme che preſentemente lo rode.
Ma di già dimoſtrata la natura e la malizia nei loro peſſi
mi effetti d'ambedue i peccati, Veniale, e Mortale, che ſono
le due ſpecie dell'attuale peccato, prima di recare le varie
diviſioni che ſi fanno di eſſi nelle Scuole, non ometterò d'
avvertire che noi non dobbiamo tralaſciare di rendere umili
grazie al miſericordioſo Signore per aver egli determinato che
nulla
(1)lis intelligi voluit, alius alio ſent, potius expediret. Id. ibi.
tolerabilius in die iudicii punietur, (2) Inter omnes tribulationes hu
quis dubitaverit parvulos non ba manie anima nulla eſt major tribu
ptizatos, qui ſolum habent Origi latis, quam conſcientia delictorum
male peccatum, nec ullis propriis ag S. Aug. in Pſal. 45.
- gravantur, in damnatione omnium (3) Hac paena torquet peccatorem
ieviſſima futurosº Que qualis, & in hac vita, ſed magis torquebit in
quanta erit, quamvis definire non alia, in Inferno? Chryſ.Conc. 1. de
peſſim, non tamen audeo dicere quod Lazar. -

sis, ut nulli eſſent, quam ut ibi eſ


A T T U A L I. I 95

nulla ci venga aſcritto a peccato, ſe non dove ſia concorſo il


noſtro libero arbitrio. Stantechè ad ogni peccato deve prece
dere ſempre la indifferenza, che viene tolta ſoltanto dalla ele
zione libera della volontà noſtra, la quale in quella maniera
che v'acconſente, può laſciare d'acconſentirvi. Queſta appun DD. com.
to è la ragione, per cui fu meritamente condannata dalla
Chieſa la ſeguente Propoſizione imputata a Gianſenio: per me
ritare e demeritare nello ſtato della natura caduta non ſi ricerca
nell'uomo la libertà dalla neceſſità, o ſia l'indifferenza; ma ba
ſta la libertà dalla coazione ( 1 ), o vogliamo dire dall'eſſere
coll'eſteriore violenza sforzato.
La falſità dell'addotta Propoſizione e d'altre conſimili, che
pure furono condannate dai Sommi Pontefici, vieppiù ſi con
ferma dall'eſperienza, che tiene ciaſcuno di ſe medeſimo, di
pendendo unicamente dalla propria ſua volontà o l' eleggere il
bene, e in cotal guiſa raſſomigliare ad un buon arbore, o l'
eleggere il male, e divenire ſimile ad un arbore cattivo (2).
Benchè ſia vero pertanto ch'a cagione dell'Originale pecca
to contrae l'anima nella ſua naſcita in un colla ignoranza la
difficoltà del ben operare, non è tuttavia dalla neceſſità oppreſ
ſa in maniera che in quello ſtato in cui nacque, ſia coſtretta a
reſtare (3). Altramente non s'additerebbe giammai alcun uo
mo beato, che abbia potuto traſgredire i Divini Comanda
menti, e non gli abbia traſgrediti; fare il male, e ſiaſi aſte
nuto dal farlo. Iddio formò l'uomo fin dal principio delle Eccli.31.1o.
coſe, e laſciollo in mano del ſuo conſiglio; gl'impoſe de'
Precetti, i quali lo conſerveranno, quando a lui piaccia d'oſ
ſervarli. Il ſoſtenere adunque ch'alcuno ſia reo, perchè egli ibi. 15. 15.
abbia omeſſo di fare ciò che aſſolutamente fare non poteva, -

è una ſomma empietà e ſtolidezza (4). Leggaſi a queſto pro


poſito San Tommaſo q. 6. de Malo. Ed
(1) Ad merendum, 6 demerendum (3) Eſt quidem nata anima in igno
in ſtatu nature lapſe non requiri rantia, 69 difficultate ; nulla ta
tur in homine libertas a neceſſita men neceſſitate comprimitur ad per
te, ſed ſuificit libertas a coactio manendum in eo , quod nata eſt .
ne. Prop. damn. Sanſ. S. Aug. lib. 3. delib. Arb. cap. 3.
(2 ) Habet unuſquiſque in volume (4) Dicere reum teneri quempiam,
tate ſua aut eligere, qua bona ſunt, quia non fecit, quod facere non potuit,
º eſſe arbor bona, aut eligere, que ſumma eſt iniquitatis & inſani e.
mala ſunt, 6 eſſe arbor mala. S. S. Aug. lib.2.de duab. anim. cap. 12.
Aug. lib.2. de A&. cum Fel. cap. 4.
Lib. Ter. B b 2,
196 D E' P E C C A T I
Ed acciocchè dal teſtè detto circa alla libertà dell'uomo
non prenda alcuno qualche graviſſimo abbaglio per quanto
ſpetta alla libertà di Gesù Criſto umanato, accennerò qui di
paſſaggio con tutti i Dottori Cattolici, che queſta ritrovava
ſi in lui in un grado incomparabilmente più eccellente e per
fetto di quello che poſſa eſſere negli altri uomini. Egli non
poteva a cagione della ſua Divinità certamente peccare, e pu
re era libero, e tanto più libero quanto che appunto non po
teva in verun modo peccare. Nella ſteſſa maniera è libero
Iddio, avvegnachè ſia egli eſſenzialmente incapace di volere il
male; e tutti i Beati parimente ſono liberi , quantunque e
glino amino Iddio ſenza potere laſciare d'amarlo. Come ciò
poſſa avverarſi, chi brama d'eſſere informato, ricorra a que Teolo
gi ch hanno per iſtituto di farne diſtinto ragionamento.
Allorchè poi la volontà noſtra perde la indifferenza ch'Id
dio ci ha donata, e acconſente al peccato, tre coſe concorro
no a formarlo; e queſte ſono la Suggeſtione, la Compiacenza, e
il Conſentimento. Naſce la Suggeſtione o dalla memoria delle co
ſe paſſate, o da qualche ſentimento del corpo colla occaſione,
che vediamo, od aſcoltiamo, od odoriamo, o guſtiamo, o toc
chiamo alcuna coſa. A ciò ſe ſuccede, che ci ſentiamo noi
ſtimolati a compiacerſene, tutte le volte che la compiacenza
foſſe illecita, biſogna frenarla. A cagione d'eſempio, quando
digiuniamo, ſe ci accade di portar l' occhio ſopra qualche vi
vanda ſaporoſa, ſubito ſi riſveglia nel palato l'appetito per il
diletto che ci arreccherebbe guſtandola. Poſſiamo tuttavia a
queſto diletto non acconſentire, e moderarlo colla ragione ch'
in noi predomina. Ma ſe mai v acconſentiamo, commettia
mo noi toſto un peccato deliberato innanzi a Dio, il quale
lo ravviſa chiaramente ne' noſtri cuori, quantunque gli uomini
per mancanza dell'operazione non arrivino a penetrarlo. Che ſe
poi
Tria ſunt, quibus impletur pec mus, & viſis cibis palati appeti
catum, Suggeſtione, Delectatio tus aſſurgit, non fit niſi Delecta
ne , Conſenſione. Suggeſtio ſive tione. Sed huic tamen non conſen
per memoriam fit, ſive per corpo timus, & eam dominantis rationis
ris.ſenſus, cum aliquid videmus, fure cohibemus. Si autem Conſen
vel audimus, vel olfamus, velgu ſio fatta fuerit , plenum peccatum
ſtamus, vel tangimus. Quo ſi frui erit, notum Deo in corde noſtro,
dele taverit, Dele&tatie illicita re etiamſi fatto non innoteſcat homi
frenanda eſt. Velut cum jejuna nibus.... Si autem in factum pro
ceſ
a T T U A L 1. 197
oi di là ci avanziamo ancora ai fatti, viene come a ſaziarſi
e ad eſtinguerſi la cupidigia. Da ciò ne ſiegue che qualora ſi rin
nova la Suggeſtione, s'accende un diletto più gagliardo, il qua
le per altro è molto minore di quello, da cui è ſtimolato chi
con aſſidui atti è caduto in una rea conſuetudine ; eſſendochè
queſta difficiliſſimamente ſi vince. Siccome adunque tre ſono i
gradi che conducono al peccato, la suggeſtione, la Compiacen
za e il Conſentimento ; così tre ſono le differenze dello ſteſſo
peccato; dappoichè altro è nel cuore, altro nella operazione,
ed altro nella conſuetudine; le quali differenze potrebbono qua
ſi raſſomigliarſi a tre diverſe ſpecie di morte, delle quali una
ſembra fermarſi in caſa ; cioè quando ſoltanto nel cuore ſuo
acconſente l' uomo alla cupidigia. La ſeconda è come eſpoſta
fuori della porta; ed è allora ch'il di lui conſentimento paſ
ſa all'atto. La terza ſi è quella, quando dalla forza della peſ
ſima conſuetudine, come ſe aveſſe ſopra di ſe una peſante maſ
ſa terrena, è oppreſſo così fattamente il di lui animo che può
raſſomigliarſi ad un cadavero infracidito dentro il ſepolcro .
Chiunque legge il Vangelo, viene in cognizione che da Gesù
Criſto furono riſuſcitati tre morti, nè quali ſono molto bene
ſimboleggiate le ſopraddette tre morti ſpirituali, e ſi ſente for
ſe eccitato a conſiderare qual ſia ſtata la differenza delle paro
le adoperate dal medeſimo Gesù Criſto nel punto di richiamar
li a nuova vita. Imperciocchè una volta egli diſſe placidamen- Matt. 9.25.
re: ſorgi o fanciulla; un altra a te dico o giovane ſorgi; un Luc. 7. 14.
altra in fine: fremette prima nello ſpirito, dippoi pianſe, indi Joan. 1 I. 13.
gridò ad alta voce: Lazaro eſci fuori (1) -

At
(1) ceſſerit, videtur ſatiari, 69 ex quaſi extra portam, cum in fattum
" cupiditas.Sed poſtea cum Sug
e
procedit aſſenſio ; tertia cum vi con
io repetitur,major accenditur De ſuetudinis male tanquan mole ter
ectatio, que tamen adhuc multe rena premitur animus quaſi in ſe
minor eſt quam illa, qua aſſiduis pulcro jam putens . Qua tria ge
fattis in conſuetudinem vertit. Hanc nera mortuorum Dominum reſuſci
enim vincere difficillimum eſt.... taſſe quiſque Evangelium legit ,
Si ergo tribus gradibus ad pecca aſpicit, C fortaſſe conſiderat, quas
tum pervenitur Suggeſtione, Dele differentias habeat ipſa vox reſuſci
&tatione , Conſenſione , ita ipſius tantis, cum alibi dicit : puella ,
peccati tres ſunt differenti e, in cor ſurge; alibi: juvenis, tibi dico ,
de, in facto , in conſuetudine , ſurge ; alibi : infremuit ſpiritu ,
tanquam tres mortes; una quaſi in & flevit, & voce magna clama
slomo, ideſt, cum in corde conſen vit : Lazare veni foraſ. S. Aug.
titur libidini ; altera jam prolata lib. 1. de Ser.Dom. in Mont.cap. 12.
198 D E' P E C C A T I

Atteſi tre altri gradi, a cui ſi può avanzare il peccato nel


S. Hier. in la medeſima ſpecie, eſſo divideſi primieramente in peccato di
cp. 43. Eze- penſieri,
ch.
di parole,
mincia ogni peccatoe ;d'e operazioni
dal cuore. Imperciocchè
appunto eſce dal
ciò cuore
, checo
ſi
profferiſce, e imbratta l'anima. Eſcono dal cuore i cattivi pen
ſieri, gli omicidi, gli adulteri, gli atti diſoneſti, i furti , le
Matt. 15. falſe teſtimonianze, le beſtemmie, tutte le quali coſe macchia
13. I. no l'uomo. Il ſecondo grado del peccato è nella lingua, al
lorchè l'uomo colle parole viene a manifeſtare l'interno ſuo con
cepimento. Il terzo grado in fine è nell' operazione, allorchè
dalle parole ſi paſſa ai fatti. Così per eſempio talvolta l' ira
condo, ſe ſia traſportato dal deſiderio della vendetta, è pertur
bato primieramente nel cuore, ſcaglia in appreſſo delle parole
oltraggioſe contro il ſuo avverſario, e poſcia s'avanza a mal
trattarlo colle operazioni. Queſti tre gradi a cui può ſalire il
Pſal.23.3.4. peccato, ſi vedono chiaramente eſpreſſi dal Salmiſta nelle ſe
guenti parole: chi aſcenderà al monte del Signore? Oppure chi go
derà la ſorte d'abitare con lui nel luogo ſanto? L' innocente nel
le mani, e di cuor mondo, che non ha invano ricevuta la ſua ani
ma, e non ba giurato in pregiudicio del ſuo Proſſimo.
Potendo in oltre in due maniere cadere alcuno in peccato ;
S. Aug En- cioè coll'operare il male, e coll'omettere il bene, divideſi ſecon
chir. ºººº- dariamente il peccato in peccato di Commiſſione e d'omiſſione. Il
rimo è un'azione cattiva, colla quale fa l'uomo alcuna coſa ch'
è proibita dalla Legge; tali ſono l' omicidio, la Menzogna & c.
Il ſecondo la pretermiſſione di qualche bene, ch' è comandato
dalla Legge ; tali ſono il non intervenire alla Meſſa ne' giorni
feſtivi, il non reſtituire l'altrui roba &c. Quello è contrario ai
Precetti negativi, i quali come parlano i Teologi, obbligano
ſempre, e continuamente: queſto ai Precetti affermativi, i quali
obbligano ſempre, ma non continuamente.
Per ragione dell'oggetto, a cui tende , e da cui riceve la
ſua diverſità, divideſi in terzo luogo il peccato in Carnale e
Spirituale. E' fondata queſta diviſione ſopra le parole di San
2. Cor. 7. 1. Paolo: mondiamoci da ogni lordura della carne e dello ſpirito af
fine di perfezionare la noſtra ſantificazione nel timore di Dio. L'
uno ſi conſuma nella dilettazione carnale, nella dilettazione
ſpirituale l' altro. I peccati di Luſſuria e di Gola ſono Car
Lib.51.Mor. nali, gli altri tutti Spirituali, come inſegna il Pontefice San
cap. 17. Gregorio .
Eſ
«A T T U A L I. I 99
Eſſendochè ancora noi ſiamo avvertiti dallo ſteſſo San Paolo Tit. 2. 12.
di vivere ſobriamente, giuſtamente, e piamente , e come ſpiega In cap. 19.
San Bernardo, la Sobrietà ſi riferiſce a noi medeſimi, al Proſ- Matt.
ſimo la Giuſtizia, e la Pietà a Dio, quindi è che per rappor
to all' ordine divideſi in quarto luogo il peccato in peccato
contro Dio, contro il Proſſimo, e contro noi ſteſſi. Quantunque
generalmente tutti i peccati fieno contro Dio, eſſendo ogni pec
cato una traſgreſſione della Legge eterna , quello tuttavia s'
appella propriamente peccato contro Dio, ch'è una poſitiva pre
varicazione della Divina Legge in ciò, che direttamente e im
mediatamente è ordinato al medeſimo Dio. A queſto genere ſi
riducono la Idolatrìa, la Eresìa, la Diſperazione, la Preſunzione
nella Divina Miſericordia, l'Odio di Dio, la Beſtemmia, il Sa
crilegio, la Impenitenza, e ogni altro genere di peccati, che s'
oppongono alle Virtù Teologali, alla Religione , e alla Pe
nitenza . Il peccato contro il Proſſimo è una violazione della
Legge Divina in ciò, che la medeſima proibiſce di recare al
cuna ingiuria agli altri uomini, e comanda di fare ad eſſi quel
bene che noi poſſiamo ; di tal ſorta ſono a cagione d'eſempio
il Furto, e il negare la limoſina ai poverelli. Il peccato infine
contro noi ſteſſi è una traſgreſſione della Legge Divina in ciò,
che deve praticare ciaſcuno riguardo a ſe medeſimo ; tali ſono
la Intemperanza, la Prodigalità &c.
Divideſi inoltre il peccato per riſpetto alle cauſe interne in
peccato d' Ignoranza, di Cupidigia, o ſia d' Infermità, e di Ma
lizia. La Ignoranza è contraria alla Sapienza, la Infermità alla S. Aug. lib.
Virtù, la Malizia alla Bontà. La prima è cauſa del peccato 83.qq.g. 26.
per la mancanza della cognizione, la ſeconda per la ribellio
ne dell' appetito ſenſitivo, la terza per un perverſo capriccio
della volontà . Sopra queſte tre ſpecie di peccati, per non
traſcorrere alcuna di quelle coſe che ſono neceſſarie a ſaperſi,
biſogna ch' ora alquanto ci trattenghiamo.
Per cominciare adunque dai peccati d' Ignoranza, benchè
queſto nome d'Ignoranza preſo generalmente importi ogni man
canza di cognizione , per quanto però appartiene al noſtro pro
poſito, ſi reſtringe a ſignificare ſoltanto la mancanza di cogni
zione di quelle coſe che ſiamo in obbligo di ſapere; quale ſa
rebbe per eſempio dei Sacramenti in un Criſtiano. Si diſtingue
l'una dall' altra col chiamarſi la prima Ignoranza negativa, e
privativa la ſeconda, la quale ſe ſia congiunta con qualche er
- TOa
2oo D E' P E C C A T I

rore , ſi dice eſſere deſſa di prava diſpoſizione, o ſia d' abito


cattivo e

Detta Ignoranza, poichè ſi può conſiderare ſotto tre diffe


renti riſpetti, cioè relativamente al ſoggetto in cui ſi ritrova,
alle coſe che s'ignorano, alle operazioni in fine che da eſſa
procedono, porge occaſione ai Teologi nelle Scuole di divi
derla in vari modi. Imperciocchè riſguardo al ſoggetto in cui
ſi ritrova, altra ſi chiama invincibile ed altra vincibile. La in
vincibile è quella che non ſi può togliere con alcuna induſtria
e fatica, e perciò ſi dice eſſer involontaria. Di tal ſorta è la
Ignoranza de miſteri di noſtra ſanta Fede rapporto a coloro,
che negativamente infedeli s'addimandano dagli Scolaſtici, e
che non hanno avuto giammai alcun barlume della verità del
Vangelo ; poichè come crederanno ad eſſo, ſe non ne hanno
avuto notizia? E come acquiſteranno queſta notizia, ſe man
Rom.Io. 14. chi chi gliela manifeſti ? Quindi è che ragionando di coſtoro
Joan.15-22. diceva Gesù Criſto: ſe io non foſſi venuto, e non aveſſi parlato
a loro, ſarebbeno eſenti dal peccato, dal peccato cioè d' Infedel
tà, come eſpone Santo Agoſtino - La Ignoranza all'incontro
vincibile è quella, che ſi può togliere con qualche induſtria e
fatica, ed è per conſeguenza anche volontaria. Tale ſarebbe la
Ignoranza di quelle coſe che l'uomo non cura di ſapere, ben
chè fieno a lui neceſſarie o per conſeguire la Vita eterna, o
per ben eſercitare il ſuo officio ſecondo la condizione del pro
prio ſtato. Queſta ſteſſa Ignoranza vincibile, qualora alcuno vi
ſi trattiene con animo deliberato affine di peccare più libera
DD. com. mente, ſi chiama affettata, altramente ſi dice craſſa e ſupina.
La Ignoranza riſguardo alle coſe che s' ignorano, è pure di
due ſorte, cioè della Legge o ſia del Precetto ; come ſe alcu
no non ſapeſſe eſſere invalido il Matrimonio con una conſan
guinea, ovvero affine; e Ignoranza del fatto ; come ſarebbe ,
ſe ſapendo alcuno eſſere invalido il Matrimonio coll' affine,
non ſapeſſe poi che quella con cui l'ha contratto, è una ſua
affine. La Ignoranza della Legge, atteſa la diverſità delle Leg
gi è ancora diverſa; e però altra è del Gius naturale, ed altra
DD. som. del Gius poſitivo, Divino o Umano, Eccleſiaſtico o Secolare.
La Ignoranza infine riſguardo alle operazioni ſi divide in
Antecedente, Concomitante , e Conſeguente. L' Antecedente è
quella, che quantunque non ſia in verun modo voluta, fa tut
tavia volere alcuna coſa ch' altramente non ſi vorrebbe da co
- lui
D E P E C C A T I. 2OI

lui che opera con detta ignoranza . Di tal ſorta fu la igno


ranza di Giacobbe,
invece diallorchè
Racheles'accoſtò Lia, che gli
in moglie . Queſtaa ignoranza è lafu ſteſſa
data Gen.29. 23 • -a -

che la invincibile. La Concomitante è quella, ch' accompagna


in maniera la determinazione della volontà riſguardo a qual
che azione ch' eſſa egualmente ſi determinarebbe alla medeſi
ma azione, quand'anche non aveſſe detta ignoranza. Di tal
ſorta è la ignoranza di colui ch è portato in guiſa dall'odio
contro del ſuo nemico che ſarebbe pronto ad ucciderlo, mentre
egli realmente l' uccide nell'atto, in cui ſi credeva d'uccide
re una fiera. Queſta ignoranza non rende l'atto involontario, da
che s'uniſce alla volontà ch'è di già diſpoſta a praticarlo.
La Conſeguente infine punto non ſi differenzia dalla vincibile,
ed è perciò o affettata, o craſſa e ſupina, ſecondo che diret
tamente, o indirettamente è voluta dalla volontà. DD. com.
Premeſſe le ſuddette notizie, poichè è indubitato che non
ci viene giammai aſcritto a delitto ciò che contro noſtra vo
glia ignoriamo, ma quello ſoltanto in cui ha avuto parte la
noſtra negligenza, egli è certiſſimo che la ignoranza invinci
bile, o ſia antecedente, da che è onninamente involontaria, ſcu- S. Tho. 1. 2.
ſa ſempre dal peccato. Quindi è che nè Noè commiſe pecca- q.86. art.3.
to quando ubbriacoſſi col ſugo della vite, nè Giacobbe nel prati- Gen. 9. 21.
care con Lia; poſciachè l'uno non potea avere cognizione della
forza del vino, non avea l'altro alcun ragionevole fondamen
to di ſoſpettare della frode di Labano. Ed ecco la ragione ,
per cui fu condannata da Aleſſandro VIII la ſeguente Propo
ſizione: avvegnachè diaſi ignoranza invincibile della Legge del
la natura , queſta nello ſtato della natura caduta non iſcuſa chi
opera in virtù della medeſima, dal peccato formale (1) . Queſta
Propoſizione ſembra derivata da un' altra di Michel Bajo, il
quale avea già propalato, che la Infedeltà puramente negativa
in quelli, ai quali non fu annunziato il vero Dio, è peccato (2).
Ma giacchè ancora è ſicuriſſimo che con tutta la ignoranza S. Aug. lib.
vengono da Dio certe azioni degli uomini riprovate e giudi-3. de Lib.
Ca -

( 1 ) Tametſi detur ignorantia in- (2 ) Infidelitas pure negativa in


vincibilis juris natura, hac in ſtatu iis, in quibus Deus non eſt pradi
ºature lapſe operantem ex ipſa non catus, peccatum eſt . Prop. damn.
ereºſat a peccato formali. Prop. Mich. Baii.
damn. Alex VIII.
Lib. Ter. G c
2 O2, A T T U A L I.
Arb.cap. 18. cate degne di pena, come ſi raccoglie chiaramente dalle Sacre
Pſal. 4- 7. Lettere, e ne fa piena teſtimonianza Davide che ſupplicava
umilmente il ſuo Signore di non ricordarſi delle ſue ignoranze,
d'uopo è affermare che ſieno peccaminoſe le noſtre azioni,
quando derivano da una ignoranza vincibile e volontaria, e ſe
condo che queſta è più, o meno malizioſa, quelle ancora ſo
no in ſe ſteſſe più, o meno gravi. Se alcuno pertanto affetta
a bella poſta ignoranza, acciocchè la ſua cognizione non gli
ponga ritegno al peccare, tant'è lontano che tale ignoranza
ſcuſi o in tutto, o in parte il di lui peccato, ch'anzi maggior
mente l'aggrava, dappoichè viene egli in cotal guiſa a dimo
ſtrare ch'egli porta un perverſo affetto al peccato, da che pe
re ch'il motivo, per cui ei ama di reſtare privo di ſcienza,
ſia il ſolo fine di peccare più liberamente ( 1 ). Sicchè ſi può
coſtui giuſtamente calcolare tra quelli, che non vogliono in
Pfal. 35. 4. tendere affine d'eſſere eſenti dal bene operare. La ignoranza
all' incontro che non è eſpreſſamente con malizia ricercata,
ſminuiſce ſenza dubbio in qualche modo il peccato, perchè
1.2.q.76. ar come inſegna San Tommaſo, rende l'atto meno volontario.
4- Non è però che colui, che lo commette, non abbia ad eſſer
ne punito. Il ſarà ancor egli benchè meno ſeveramente. Un
ſervo a cui fu nota la volontà del ſuo padrone, ed ha traſcu
rato d'eſeguirla, ſarà battuto acerbamente; e quegli che ne
Luc. 12.47. fu ignaro, ed ha operato coſe degne di punizione, ſarà caſti
48. gato con minore aſprezza.
Non mancherò di qui riferire un'altra Propoſizione, che
pure fu riprovata dal ſoprallegato Aleſſandro VIII, la quale
diceva: il peccato Filoſofico, o ſia morale, è un atto umano diſ
conveniente alla natura ragionevole ed alla retta ragione, il Teo
logico poi, o mortale è una libera traſgreſſione della Legge Divi
na. Il Filoſofico quantunque grave in un uomo, il quale non ſa
nul

(i) Cum aliquis directe vult igno- libere peccato inhareat. S. Tho. q. 3.
rare , ut a peccato per ſcientiam de Mal. art. 8.
non retrahatur, talis ignorantia non Peccatum Philoſophicum, ſeu mo
excuſat peccatum nec in toto , nec rale, eſt actus humanus diſcon
in parte , ſed magis auget - Ex veniens natura rationali & retta
magno enim amore f" videtur rationi; Theologicum vero, 6 mor
contingere , quod aliquis detrimen- tale eſt tranſgreſſio libera Divine
tum ſcientiepati velit ad hoc , quod Legis. Philoſophicum, quantumvis
gra
D E' P E C C A T I. 2e3.
nulla di Dio, o a Dio attualmente non penſa, è peccato grave,
ma non è offeſa di Dio, nè peccato mortale che diſciolga la di
lui amicizia, e meriti la eterna pena (I). Queſta Propoſizione
è chiaramente contraria alla Cattolica Fede che profeſſiamo ;
e però io eſorto ogni Fedele, e lo ſcongiuro nel Signore di
non calcare le pedate di coloro, i quali ſono traſportati dal
la vanità de loro penſieri, ed hanno l'intelletto nelle tenebre
immerſo, e ſono privi della grazia Divina per la ignoranza Philip.4; 17.
in cui ſi trovano a cagione della cecità dei loro cuori. 18.
La ignoranza che ſi chiama di fatto, cioè quando mancaſ
ſimo al dover noſtro per non ſapere invincibilmente un
qualche fatto, ci ſcuſa; e ci ſcuſa pur anche la ignoranza del
la Legge, quando ch'eſſa non foſſe ſtata promulgata nella do
vuta maniera, o la di lei promulgazione non poteſſe eſſere a
noi pervenuta; giacchè in detti caſi la ignoranza ſi dee giudi
care invincibile, e per conſeguenza involontaria. Nella ſteſſa ma- DD. com.
niera, quando taluno ſuccede nell'altrui diritto, la cauſa della Reg. Fur.
di lui ignoranza è giuſta. Ma ſe la di lui coſcienza non potè 14 in 6.
eſſere macchiata, quando egli nulla ne ſapeva, allora comincia
a macchiarſi, quando comincia a ſaperlo; e però s'egli per
eſempio adoperaſſe una veſte, che foſſe ſtata rubata, allora ſol
tanto comincia ad eſſere colpevole, quando dopo eſſere ſtato S. Aug. l. 2.
informato del furto ſeguitaſſe a portarla, e traſcuraſſe di re- contr. Creſc.
ſtituirla al ſuo padrone. E tanto già baſti per una ſuccinta co. cap. 26
gnizione dei peccati d'Ignoranza. -

In quanto ai peccati di Cupidigia eſſi derivano dalla ribel


lione della carne contro lo ſpirito, che ſente ciaſcuno in ſe
ſteſſo, e muove la volontà ad appagare l'appetito ſenſitivo Gal. 5. 17.
ſenz'avere riguardo d'acconſentire ad una coſa affatto contra
ria alla ragione e ai Divini comandamenti. Queſti peccati ſi
chiamano ancora peccati d'Infermità, eſſendo veramente la per
turbazione dell'animo, o ſia la Cupidigia, una ſpirituale malat- .
ria dell'anima. Quindi è che Davide pregava caldamente il Pſal 6-3-
ſuo Signore d'uſargli miſericordia, perchè era egli un infermo,
che la chiedeva. Di tal ſorta furono i peccati dello ſteſſo
- Da

(1) grave in illo, qui Deum vel tale diſſolvens amicitiam Dei, negue
ignorat, vel de Deo actu non cogi- eterna pana dignum. Pop. Damn
tat, eſt grave peccatum, ſed non eſt ab Alex.VIII.
enſa Dei, negue peccatum nor
Lib. Ter. C c 2.
204 .A T T U A L I.

Davide laſciatoſi traſportare da diſoneſto amore verſo di Ber


2. Reg. 11. ſabea, e dell'Appoſtolo Pietro, quando negò nell'atrio il Di
Matt. 26. vino Maeſtro. Tali ſono ancora univerſalmente tutti i pecca
ti che provengono dal timore, dall'ira, dalla carnale concu
piſcenza, dalla violenza, e da qualſivoglia diſordinato commo
vimento dell'animo .
Relativamente a queſto genere di peccati, benchè io n'ab
bia di già trattato nella ſpoſizione del Nono e Decimo Pre
cetto del Decalogo, non devo omettere d'avvertire che la Cu
pidigia accreſce per una parte il peccato, perchè con quanto
maggior propenſione la coſa proibita ſi deſidera, tanto più
grave è il peccato; ma per l'altra lo ſminuiſce, perchè ac
cieca l'intelletto che ſeguita ne' ſuoi giudici i pravi affetti
DD. Coº2,
della volontà. Da ciò s'inferiſce che la paſſione in quanto
precede l'atto del peccato, è neceſſario che ſminuiſca la ma
lizia dello ſteſſo peccato; poichè un'azione, come s'è di già
notato, intanto è peccaminoſa, in quanto è volontaria, ed in
noi eſiſtente. Alcuna coſa poi ſi dice eſſere in noi eſiſtente per
la ragione, e per la volontà; ſicchè quanto più la ragione e
la volontà operano da per ſe ſteſſe ſenza l'impulſo della paſ
ſione, tanto più la operazione è volontaria ed in noi eſiſtente;
e in queſto aſpetto la paſſione ſminuiſce il peccato, in quanto
ſminuiſce il volontario. La paſſione però conſeguente lungi
dallo ſminuire il peccato maggiormente l'accreſce, o piuttoſto
è un argomento della grandezza di eſſo, in quanto che dimo
ſtra la forte propenſione della volontà al peccato medeſimo;
e in queſto ſecondo aſpetto conviene affermare che con quan
to maggior ardore e concupiſcenza alcuno pecca, tanto più
gravemente pecca ( 1 ). Qui
( 1 ) Paſſio, ſecundum quod pre catum, in quantum minuit volun
cedit actum peccati, neceſſe eſt , tarium. Paſſio autem conſequens
quod diminuat peccatum; actus au non diminuit peecatum, ſed magis
tem in tantum eſt peccatum , in auget, vel potius eſt ſignum ma
quantum eſt voluntarius, C in no gnitudinis eius , in quantum de
bis exiſtens. Eſſe autem aliquid in monſtrat intenſionem voluntatis ad
nobis dicitur per rationem, 9 vo actum peccati ; & ſic verum eſt ,
luntatem ; unde quanto ratio & quod quanto aliquis majori libidi
voluntas, ex ſe aliquid agunt, non me, vel concupiſcentia peccat , tan
ex impulſu paſſionis, magis eſt vo to magis peccat. S. Tho. 1. 2. q.77.
luntarium , 9 in nobis exiſtens ; art. 6. -

C ſecundum hoc paſſio minuit pec


D E' P E C C A T I 2c5
Qui però biſogna riflettere che per quanto ſia gagliarda la
perturbazione antecedente dell'animo, non può mai in cotal
guiſa ſminuire
mortale, il veniale.
divenga peccato, Nel
ſicchèchequello chedevono
tuttavia di ſua eccettuarſi
natura è S.1.77'
Tho,art.i 8..
i moti ſubitanei, i quali quando ch'offuſcano intieramente l'
uſo della ragione, non ſono nè meno peccati veniali. Quindi
è che furono giuſtamente condannate le due ſeguenti Propofi
zioni di Michel Bajo, delle quali l'una diceva: i pravi deſi
derj, ai quali la ragione non acconſente, e che l'uomo ſoffre con
tro ſua voglia , ſono proibiti dal Precetto di non deſiderare. Di
ceva l'altra : la Concupiſcenza, o ſia la Legge delle membra, e
i pravi deſideri, che lor malgrado ſentono gli uomini, ſono una
vera diſubbidienza della Legge (1). La falſità di queſte e con
ſimili altre Propoſizioni vieppiù ſi manifeſta coll'autorità di
vari teſti della Scrittura e de Santi Padri, che ſi poſſono leg
gere raccolti preſſo i più eſatti Moraliſti.
Qualora pertanto è cosi veemente la paſſione che leva in
tieramente l'uſo della ragione, come chiaramente ſi manifeſta
in coloro che per un traſporto d'amore ecceſſivo, o della col
lera danno in pazzie, allora nella ſuppoſizione che detta paſ
fione ſia ſtata volontaria nel ſuo principio , l'azione è giu
dicata peccaminoſa; giacchè eſſa è volontaria nella ſua cauſa.
Ma ſe all'incontro non fu la cauſa volontaria, ma naturale;
per eſempio quando alcuno per cagione d'infermità, o d'altro
ſomiglievole accidente, è preſo in guiſa della paſſione che per
de onninamente il diſcernimento, l'atto che ne deriva, divie
ne affatto involontario, e ſcuſa per conſeguenza ancora dal
peccato. Talvolta poi la paſſione non è così gagliarda che
tol

( 1 ) Prava deſideria, quibus ra amorem, vel iram inſaniunt: & tunc


tio non conſentit, C qua homo in ſi talis paſſio a principio fuerit vo
vitus patitur, ſunt prohibita Pra luntaria, imputatur actus ad pec
cepto: non concupiſces. catum, quia eſt voluntarius in ſua
Concupiſcentia, ſive Lex mem cauſa. Si vero cauſa non fuerit vo
brorum, C prava eius deſideria , luntaria, ſed naturalis; puta cum
qua inviti ſentiunt homines, ſunt aliquis ex egritudine, vel aliqua
vera Legis inobedientia. Prop. damn. hujuſmodi cauſa, incidit in paſ
Mich. Baii. ſionem, que totaliter aufert uſum
Paſſio quandoque eſt tanta , rationis, actus omnino redditur in
quod totaliter aufert uſum ratio voluntarius, & per conſequens to
mis, ſicut patet in his, qui propter taliter a peccato excuſatur. Quan
do
2o6 «A T T U A L I,

tolga del tutto l'uſo della ragione, la quale perciò è valevo


le a diſcacciare la paſſione con divagare in altri penſieri, o
con impedire ch'eſſa ottenga il ſuo effetto ; come accade,
quando biſogna far uſo dei membri, i quali non paſſano all'
operazione ſenza il previo conſentimento della volontà ; ed
º1 ).
tal caſo la paſſione non ſcuſa totalmente dal peccato
- -

Nella medeſima conformità ſi deve ragionare per rapporto al


timore, il quale ſe mai foſſe così grave e violento che traeſſe
l'uomo fuori di ſe ſteſſo, non v' ha dubbio che lo ſcuſerebbe
onninamente dal peccato, da che lo priverebbe della libertà
DD. com. dell'arbitrio. In ſomma qualunque ſia la cauſa che neceſſita la
volontà , tutte le volte che la medeſima non ſi trova in iſtato
di potere reſiſtere, non commette alcun peccato. E come mai
S. Agº l: 3 ſi dovrà dire che ſia alcun atto peccaminoſo, ſe manchino i
de Liè. Arb mezzi di poterlo evitare? Ma ſe all'incontro taluno per iſchi
º º vare i mali ch'in ſe ſteſſi foſſero meno gravi, acconſentiſſe ad
altri mali ch' in ſe ſteſſi foſſero più gravi, non potrebbe coſtui
ſcuſarſi totalmente dal peccato; atteſochè tale ſuo timore ſa
rebbe diſordinato. Egli è certo però che ſi devono maggior
mente temere i mali dell'anima che i mali del corpo, e più
i mali del corpo che dalle coſe eſteriori. Quindi ſe alcuno eleg
geſſe i mali dell'anima, cioè acconſentiſſe al peccato per iſ
chivare o i mali del corpo, quali ſarebbono le battiture e la
morte, o i mali eſterni per eſempio la perdita del danaro ,
oppur anche ſoſteneſſe i mali del corpo per non perdere il da
naro, non ſarebbe ſcuſato totalmente dal peccato ( 2 ). Ho
det.

(1)doque vero paſſio non eſi tan fugienda, non poſſet totaliter a pec
ta, quod totaliter intercipiat uſum ra cato excuſari, quia timor talis inor
tionis, 69 tunc ratio poteſt paſſio dinatus eſſet. Sunt autem magisti
nem excludere, divertendo ad alias menda mala anima, quam ma la cor
cogitationes, vel impedire, ne ſuum poris, corporis autem magis, quam
conſequatur effectum ; quia membra mala exteriorum rerum. Et ideo ſi
non applicantur operi niſi per con quis incurrat mala anima, ideſi pec
ſenſum rationis ; unde talis paſſio, cata, fugiens ma la corporis , l"
non totaliter excuſat a peccato. S. flagella, vel mortem, aut mala ex
Thom. 1.2: q. 77. art. 4. teriorum rerum, puta damnum pe
(2) Si aliquis per timorem fugiens: cunia; aut ſi 'hi mala corpo
mala, qua ſecundum rationem ſunt ris, ut vitet damnum pecunia, non
minus fugienda , incurrat mala , excuſatur totalitera peccato. Id.2.z.
que ſecundum rationem ſunt magis q: I 25. art. 4.
D E' P E C C A T I 1 o7
detto totalmente, perchè in qualche maniera ſi diminuiſce il
di lui peccato, eſſendo meno volontario ciò che s'opera per l'
imminente timore, il quale mette l'uomo in una ſpecie di
neceſſità d'intraprendere alcuna coſa ( 1 ).
Ma giacchè quello che si opera in detto modo per timore,
come ben dimoſtra San Tommaſo, aſſolutamente è volontario, AI.2.7.6.a. 6.
e non toglie per conſeguenza la libertà d'operare, concordano
tutti i Teologi collo ſteſſo Santo Dottore, che ſe alcuno trat
to dal timore di ſchivare il pericolo della morte, o di qual
ſiſia altro male temporale, foſſe pronto o ad intraprendere alcu
na coſa proibita dalle Legge Divina, o ad intralaſciarne alcu
ma dalla medeſima comandata, peccherebbe mortalmente ( 2 ).
Difatti ancora ai timidi ſono minacciate nelle Sacre Carte le
pene infernali, come ſi può leggere nell'Apocaliſſe, dove ſta Cap. ai s.
ſcritto : i timidi, gl'increduli & c. ſaranno ſepolti dentro uno
ſtagno di fuoco ardente, e di zolfo. -

Viene ora ciaſcuno a comprendere facilmente con quanta ra


gione furono riprovate dal Sommo Pontefice Innocenzio XI
fra le altre le ſeguenti due Propoſizioni, la prima delle quali
diceva : il grave urgente timore è una giuſta cauſa di ſimulare l'
amminiſtrazione dei Sacramenti, la ſeconda e un ſervo che ſcien
temente porge l'aiuto delle ſue ſpalle per facilitare il ſuo padro
ne, acciocchè entri per le fineſtre a commettere ſtupro con una ver
gine, e ſpeſſo ſerve al medeſimo con portare la ſcala, aprire la por
ta, e prendere parte in conſimili coſe, non pecca mortalmente,
qualora vi º induca per timore di qualche notabile danno, quali
ſarebbono di non eſſere da lui maltrattato, di non eſſere guardato
Iſiniſtramente, di non eſſere licenziato dal di lui ſervigio ( 3 ). A
que
( 1 ) Diminuitur ſecundum ali (3 ) Urgens metus gravis eſt cau
quid eius peccatum , quia minus ſa juſta Sacramentorum adminiſtra
voluntarium eſt , quod ex timore tionem ſimulandi. -

agitur. Imponitur enim homini que Famulus, qui ſubmiſſis humeris


dam neceſſitas aliquid faciendi pro ſcienter adjuvat herum ſuum aſcen
pter timorem imminentem. Id. ibi. dere per feneſtras ad ſtuprandam
(2 ) Si aliquis propter timorem, virginem; & multoties eidem ſub
quo refugit periculum mortis, vel ſervit deferendo ſcalam, aperiendo
quodcunque aliud temporale malum, fanuam, aut quid ſimile cooperan
ſie diſpoſitus eſt, ut faciat aliquid do, non peccat mortaliter, ſi id fa
prohibitum , vel pretermittat ali ciat metu notabilis detrimenti, pu
guid, quod eſt preceptum in Lege ta ne a domino male trattetur, ne
Divina, talis timor eſt peccatum torvis oculis aſpiciatur, ne domo ex
mortale. Id. ibi. art. 3. pellatur. Prop. damn. ab Innoc.XI.
2o8 A , T U A L I .
queſte due Propoſizioni ſi può aggiungere la terza antecedente.
mente condannata da Aleſſandro VII, eſpoſta nella ſeguente
maniera : un Cavaliere chiamato a duello può accettarlo per iſ
chivare appreſſo gli altri la taccia di codardo ( 1 ). -

Sarà ancora utile di ſapere che in quelle coſe, le quali non


ſono da ſe medeſime e intrinſecamente cattive , ma ſono ſol
tante cattive perche proibite, il più delle volte un grave timo
re ſcuſa onninamente dal peccato. Imperciocchè i Precetti po
ſitivi della Legge Divina e umana non obbligano ſempre col
diſpendio della vita, o col pericolo di qualche conſiderabile
detrimento. Per queſta ragione i contratti, e i giuramenti non
aſtringono all' oſſervanza , ſe v'abbia avuto parte un tal ti
DD. com. more ch'è valevole a coſternare un uom coſtante.
Avvertentemente però ho detto: il più delle volte, perchè ſi
danno alcuni caſi, ne quali obbligano le Leggi poſitive anche
col pericolo della vita. Per eſempio non può eſentarſi il Veſ.
covo dal reſtare nella ſua Dioceſi, nè il Parroco nella ſua
Parrocchia, e omettere d'eſercitare il loro officio in tempo di
perſecuzione, di peſte, o d'aſſedio; giacchè ſe abbandonaſſero
mai in tali circoſtanze calamitoſe il loro gregge, ſarebbono e
glino ſimili non al buon Paſtore, il quale eſpone la propria
Joan. 1o.11. vita per la ſalute delle ſue pecore , ma al vile mercenario,
I2» il quale vedendo venire il lupo ſcioperatamente le laſcia in di
lui preda, e ſi dà vergognoſamente alla fuga, perchè non tie
ne cura di eſſe.
Ma coſa diremo noi ora della violenza? Queſta non può
mai rendere un azione della volontà noſtra involontaria; ſia
eſſa azione, come parlano le Scuole, elicita, o comandata. Può
DD. com. non pertanto rendere involontarie le operazioni tutte delle po
S. Aug.it. tenze eſteriori. Stantechè ſe noi vogliamo una coſa, ella è ſi
5. de Civ. curamente ſecondo la noſtra volontà; e laſcia d'eſſerlo, ſe
Dei cap. Io non la vogliamo; e per conſeguenza non può giammai eſſere
sforzata la volontà a peccare. Ma tuttociò ch'a ſuo diſpetto
S. Thc. 1.2. ſoffre un uomo per volontà d' altri uomini è ſempre involon
q. 6. art. 5. tario; nè può eſſere perciò giammai peccato. Per queſta ra
s. Aus. Ep. gione la violenza non leva la pudicizia, ſe la mente non v'
18o. acconſente. Nè meno colui che contraſtando, e aſſolutamente
non volendo è per eſempio sforzato a bruciare incenſo agl'I-
doli,
( 1 ) Vir e uſtri ad duellum pro- timiditatis notam apud alios incur
v0tatus i illud acceptare, ne rat. Prop. damn. ab Alex. VII.
v4 T T U A L I . 2o9

doli, diviene reo d' Idolatria, purchè ſempre e coll'interno


della volontà ſua, e colla eſterna operazione, per quanto da S. Tho. 1. 2.
lui dipende, egli reſiſta . q. 6. art. 5.
I peccati, che ſi chiamano di malizia, ſono quelli che ſi
commettono dalla perverſa volontà anche ſenz'avere alcuno ſti
molo o ſeducente, o incitante ( 1 ); ch'è quanto a dire, ſenza
che v'abbia avuto alcuna parte la Ignoranza, o la Cupidigia, o
ſia la perturbazione dell'animo. Così d'un ſuo furto piangen
do Santo Agoſtino non ſa allegare altra cauſa che la propria Lib. 2. Con
malizia. Così peccano ancora tutti coloro, che quaſi appoſta-feſ cap. 4.
tamente s'allontanano da Dio, e ricuſano di conoſcere le di
lui dirette ſtrade. Così chi abbandona il retto ſentiero, e per Job. 34. 27.
oſcure vie s'incammina ; chi ſi rallegra del ſuo mal operare, Prov. 2. 13.
ed eſulta nelle coſe peſſime. Queſti peccati ſono appunto più 14.
gravi, perchè procedono dalla ſola malizia; e tanto più gra- S. Tho. 1. 2.
vi, quanto la malizia è più veemente. q-78. art. 4.
Di tal forta ſono ancora i peccati, che per mal abito, e per
conſuetudine ſi commettono; poichè non può eſſere che non
pecchi per mera malizia chi pecca per abito vizioſo. Ed oh Id. ibi.
quanto ſono coſtoro mai miſerabili! Sono eglino oppreſſi così
fattamente dalla malvagia conſuetudine che ſembrano come
ſeppelliti nel peccato ; e ſeppelliti in guiſa che ſi potrebbe
replicare d'ognuno di loro ciò che fu detto del defonto Laza
ro quattriduano : è di già puzzolente il di lui cadavero . La Joan. 11.39.
mole ſovrappoſta al ſepolcro è la ſteſſa forza della perverſa
conſuetudine, che opprime l'anima, a cui non permette nè di
riſorgere , nè di reſpirare. Fu d'uopo pertanto che veniſſe il
Signore, a cui certamente tutto era facile, eppure moſtrò quivi
qualche difficoltà. Fremè nello ſpirito, e coll'alzare la voce
fece conoſcere chiaramente che biſogna uſare la riprenſione ver
ſo coloro che ſono nella conſuetudine indurati. Ma alla perfi
ne

( 1 ). Cum voluntas mala eſt ſine pulcro ipſa eſt vis dura conſuetu
aliquo ſpiritu vel ſeducente, vel dimis, qua premitur anima, nec ſur
incitante, peccatum malitiae com gere, nec reſpirare permittitur....
mittere dicitur. S. Aug. lib. de Pat. Venit ergo Dominus, cui utique fa
CaP. 24. - cilia erant omnia, Cy difficultatem
quamdam oſtendit ibi. Infremuit ſpi
Conſuetudine maligna preſſi tan
quam ſepulti ſunt ; & ita ſepul ritu, oſtendit multo clamore objur
ti, ut de Lazaro dictum eſt : gationis opus eſſe ad ecs, qui con
jam putet. Moles illa impoſita ſe ſuetudine duruerunt. Tamen advo
Lib. Ter. d grado
2 Io D E' P E C C A T I

ne la forza della neceſſità cedette all'imperio del Signore, il


ibi. 45. quale rivolto a ſuoi Diſcepoli diſſe loro: ſcioglietelo, e laſciatelo
andare. Intorno a che ſarà ben di riflettere che diede egli tal
Matt. 18. incarico appunto ai ſuoi Diſcepoli, ai quali pure diſſe: tutto
18. ciò che voi ſcioglierete in terra, ſarà ſciolto ancora in Cielo (1).
Nè arrecchi ad alcuno ora ſtupore ch'io abbia adoperato in
queſto luogo la parola di neceſſità. Pur troppo ſuccede ſpeſſo
che dalla perverſa volontà naſce la malvagia inclinazione, a
ſoddisfare la quale mentre ſi condiſcende, ſi genera la rea con
ſuetudine, a cui qualora non ſi reſiſte, ſuccede una certa ne
ceſſità che ſtringe e lega anche contro ſua voglia l'altrui ani
mo in caſtigo d'avervi di buon grado previamente acconſenti
to (2). Merita d'eſſere letto nel preſente propoſito S. Bernardo
nel lib. primo delle ſue Conſiderazioni cap. 1o.
Nel numero de peccati di malizia entrano pur anche que”
peccati, che ſi dicono eſſere contro lo Spirito Santo. Concio
ſiachè appropriandoſi al Padre Eterno la Potenza, al Figliuo
lo la Sapienza, la Bontà allo Spirito Santo , quegli ſi dice
peccare contro il Padre che pecca per infermità, quegli con
tro il Figliuolo che per ignoranza, e quegli contro lo Spirito
Santo che per malizia (3).
Avvegnachè però generalmente parlando tutti i peccati di
malizia fieno contro lo Spirito Santo, quegli tuttavia pecca
- propriamente contro di lui, che s'abuſa in particolare manie
S. Tho. 2. 2. ra della Divina Bontà, e fa un poſitivo diſprezzo dei ſubli
q. 14. art. 1. miſſimi Doni allo Spirito Santo attribuiti. Quindi è che co
munemente a ſei ſi riducono i peccati contro lo Spirito San
to; e queſti ſono la Preſunzione della Divina Miſericordia, o
ſia

(1) cem clamantis Domini rupta netur etiam invitus animus eo me


ſunt vincula neceſſitatis.... Tum ad rito, quo in eam volens illabitur.
Diſcipulos ait : ſolvite eum , & S. Aug. lib. 8. Confeſ. cap. 5.
finite abire. Hoc officium Diſcipu (3) Patri AEterno appropriatur
lis dedit, quibus ait : qua ſolve Potentia, Filio Sapientia, Spiritui
ritis in terra, ſoluta ſunt & in Coe Sancto Bonitas. Ille ergo in Patrem
lo. S. Aug. Ser. 44. de verb. Dom. dicitur peccare, qui ex infirmitate
( 2 ) Quippe ex voluntate perverſa peccat, ille in Filium, qui ex igno
faéta eſt libido 3 & dum ſervitur rantia; ille in Spiritum Santium,
libidini, fatta eſt conſuetudo; & dum qui ex malitia. S. Thom. in cap.
conſuetudini non reſiſtitur, fatta eſt 12. Matt. -

neceſſitas.... qua trahitur, C te


A T T U A L T. 2 I l

fia dell'Impunità del peccato, la Diſperazione, la Impugnazione


della verità conoſciuta, la Invidia della Carità fraterna, la Oſti
nazione, e la Impenitenza.
Peccano adunque in primo luogo di Preſunzione contro lo
Spirito Santo tutti coloro, che ſprezzano sfrontatamente le
dovizie della Bontà, e della Pazienza, e della Longanimità di
Dio ſenza nulla conſiderare ch'appunto la Benignità di Dio
li ſollecita alla penitenza. Cadono nello ſteſſo delitto quelli Rom. 2. 4.
ancora che non ſi fanno alcun rimorſo di ſoddisfare alle loro
fregolare paſſioni ſulla ſperanza della Confeſſione dicendo, ſe
non colla lingua, almeno col cuore: la Miſericordia del Signo
se è grande, avrà egli compaſſione de miei peccati. Tali ſono Eccli. 5. 6.
ordinariamente parlando i conſuetudinari, e i recidivi.
Peccano in ſecondo luogo di Diſperazione contro lo Spirito
Santo coloro che diffidando onninamente di conſeguire il per
dono dei lor peccati, e la eterna ſalute, vanno ripetendo a
ſomiglianza dello ſventurato Caino: ſono così gravi le mie ini- Gen. 4. 5.
quità che non v'ha ſperanza di meritare alcun perdono. Da così
ſcellerato penſiero vinto l'animo di Giuda traditore troncò lo
ſciagurato a ſe ſteſſo con un capeſtro la vita. Matt, 27.5-
Peccano in terzo luogo contro lo Spirito Santo colla Im
pugnazione della verità conoſciuta quelli che non per ignoranza,
ma per un'affettata malizia impugnano la verità della Catto
lica Religione, e ſono maeſtri di menzogna; ch'introducono
Sette di perdizione, uomini di mente corrotta, reprobi in
materia di Fede, imbevuti ſoltanto di ſpiriti d'errore, e di 1.Tim. 4.1.
Diaboliche Dottrine, falſi ipocriti venditori di bugie. Simil-2-
mente ſono rei dello ſteſſo delitto coloro che contra i Sacri
Canoni ſenza eſſere aſtretti dalla neceſſità, ma di ſpontanea
elezione o intraprendono alcuna ſcelleratezza, o hanno la te
merità di parlare, o volentieri acconſentono alle altrui per
verſe intenzioni. E ben è manifeſto ch'in virtù di queſta
lor preſunzione eſſi ſono un genere di beſtemmiatori dello
Spirito Santo, giacchè ſela prendono contro di lui, il quale
coll'

ºi contra Sacros Canones non lentibus ſponte conſentiunt. Talis


neceſſitate compulſi , ſed libenter enim preſumptio manifeſte unum
aliquid aut proterve agunt, aut genus eſt blaſphemantium Spiritum
loqui preſumunt, aut facere ve- Sanctum, quia contra eum agit ,
Lib. Ter, D. d 2. Csg
112 D E' P E C C A T I
coll'aſſiſtenza della ſua grazia è concorſo a formare i Sacri
Canoni ( 1 ). -

Peccano in quarto luogo contro lo Spirito Santo per Invi.


dia della Carità fraterna coloro che provano un interno diſ
piacimento dei beni ſpirituali del loro Proſſimo, e ſi rodono
di rabbia quando altri abbonda di virtù, e di Doni ſopran
naturali della grazia. Queſto peccato è chiamato dalle Scrit
ture peccato a morte, perchè trae infallibilmente alla perdi
1.Joan.5.16. zione, nè merita chi lo commette ch'alcuno s'intereſſi a por
gere preghiere per lui.
Peccano in quinto luogo d'oſtinazione contro lo Spirito San
to coloro che perſeverano con animo deliberato nei lor pec
cati, e non fanno alcun caſo nè degli avviſi, nè dei conſigli,
nè delle eſortazioni, nè dei rimproveri, nè dei Divini gaſti
ghi. Di tal delitto fu reo Faraone, il quale ebbe il cuore
talmente indurato che non volle giammai permettere al popo
lo di Dio d'uſcire dal ſuo Regno, quantunque ſpeſſe fiate
anche col terrore di peſanti flagelli ne foſſe ſtato da Mosè
V., Exod. ammonito. Così furono ancora i Giudei, ai quali rivolto di
Act 7-5 ceva rimproverandoli Santo Stefano: voi duri di cervice e di
cuore incirconciſo fate ſempre reſiſtenza allo Spirito Santo. Sono
pure imputati della ſteſſa colpa quel malvagi, i quali a Dio
che amoroſamente li chiama, riſpondono temerari nel loro
cuori: vatene lungi da noi, noi non ci curiamo di conoſcere i
mezzi che a te ci guidano. Chi è queſto Onnipotente ſicchè abbia
Job. 21. 14. mo a ſervirlo? E qual profitto ne trarremo noi mai col rivolgere
I 5. a lui le noſtre preghiere?
Peccano finalmente d'Impenitenza contro lo Spirito Santo,
coloro, che contriſtando appunto lo ſteſſo Spirito Santo, da
cui furono contraſſegnati per godere della Redenzione del
Eph. 4. 3o. Signore, indurati nel peccato vanno col fatti, ſe non colle
parole, dichiarando d'avere ſtretto alleanza colla morte, e pat
Iſai. 28. 15. teggiato coll'Inferno. Di eſſi ragionando il Signore ci rende
avvertiti che ſempre vivono nell'errore. Hanno difprezzato
gl'infelici d'obbedire ai di lui Comandamenti, e con ciò
provocato avendolo a fdegno l'induſſero a proteſtarſi che non
Pfal.94. 11. entrerebbono nell'eterno ripoſo. Difatti la Impenitenza è pro
pria
( 1 ) cujus nutu & gratia Sacri tores. Cauf. 25. q. 1.
Canones conditi ſunt. Can. Viola- l
f
A T T U A L I.213
priamente quella beſtemmia, e quella parola contro lo Spirito
Santo, della quale ſi dice: chi parlerà contro lo Spirito Santo, Matt. 12.
non ne otterrà la remiſſione nè in queſta vita, nè nell'altra. 32.
E per verità la Impenitenza non ha nè in queſta vita, nè
nell'altra remiſſione alcuna; atteſochè colla ſola penitenza ſi S. Aug.Ser.
può conſeguire in queſta vita la remiſſione, ch'è poi di gio- i t. de verb.
vamento nell'altra; e chi rimanendo oſtinato nel male finiſce Dom.
i ſuoi giorni, ſi rende reo di quell'irremiſſibile peccato con
tro lo Spirito Santo, in virtù di cui perdona Gesù Criſto i Id. Enchir.
peccati. Queſto tuttavia è un peccato, del quale non ſi può cap. 83.
dare aſſolutamente, mentre il peccatore rimane in vita, un
definitivo giudizio. Dappoichè di niuno ſi dee diſperare, fin
chè la Divina Pazienza l'invita a pentimento; nè toglie la
vita all'empio chi non vuole la di lui morte, ma lo ſolleci- Ezech. 33.
ra ardentemente, acciocchè ei ſi converta e viva. Oggi ſarà alcu- i 1.
no un Eretico; ma queſti può dimani riſolverſi d'abbracciare la
Cattolica Religione. Perciò ſerva di regola l'avviſo dell'Ap
poſtolo: non vogliate mai giudicare avanti tempo di nulla. Im 1. Cor. 4. 5.
perciocchè queſta beſtemmia contro lo Spirito Santo, ch'ad
dimandaſi irremiſſibile, non ſi può in alcuno, come s'è di già
notato, mentre ch'ei vive, chiaramente conoſcere (1).
Nella ſteſſa maniera anche gli altri peccati contro lo Spiri
to Santo ſi chiamano irremiſſibili, perchè non hanno nulla in
ſe ſteſſi che meriti remiſſione, da che in ciò che ſi commet
te con deliberata malizia non ha luogo alcuna ſcuſa, a diffe
renza dei peccati i quali procedono da ignoranza, o da infer
mità. Nondimeno Iddio riguardo alla infinita ſua Miſericog
- dia
( 1 ) Iſla Impanitentia, quandiu la remiſſio.... non poteſt in quo
quiſque in hac carne vivit, non po quam , ut diximus, dum in hac
teſt judicari . De nullo enim deſ adhuc vita eſt, deprehendi. S. Aug
perandum eſt , quandiu Patientia Ser. I 1. de verb. Dom. cap. 13.
Dei ad panitentiam adducit ; nec Caetera peccata in Spiritum
de hac vita rapit impium, qui non Sanctum dicuntur irremiſſibilia ,
mortem vult impii, quantum ut re quia non habent in ſe , unde re
vertatur. & vivat.... Hereticus mittantur. Quod ex certa malitia
eſt hodie ; quid ſi cras ſequatur committitur , nullam in ſe habet
Catholicam Fidem ? .... Proinde excuſationis cauſam, quemadmodum
etiam ad hoc vos admoneat, quod videntur habere peccata ex igno
ait Apoſtolus: nolite ante tempus rantia, & infirmitate ai 3
quidquam judicare. Hec blaſphe licet- quandoque Deus illud ex ſua
mia Spiritus, cui nunquam eſt ul Bonitate remittat; ſicut quandoque

2 14 D E' P E C C A T I

dia talora li rimette, appunto come tal'ora in virtù della ſua


Onnipotenza guariſce alcuna malattia ch'è incurabile di ſua
natura (1). - -

Havvi ancora un altro genere di peccatori, della ſalute de


quali ſi deve molto temere, e ſono quegl'infelici, di cui così
Hebr. 6. 6. ragiona l'Appoſtolo: è coſa impoſſibile, ch'è quanto a dire
Op. 1. cont. difficiliſſima, come ſpiega San Tommaſo, che quelli, i quali l
err Grec. una volta furono illuminati, e che di più guſtarono i Doni Cele
ſti, e furono fatti partecipi dello Spirito Santo, dopo che ricaddero
nel peccato, tornino a rinnovarſi colla penitenza. Imperciocchè
ſe, dopo eſſere reſtati ſciolti dai perverſi legami del mondo
per la cognizione ch'hanno acquiſtata del Signore, e Salvatore
Gesù Criſto, ſi laſciano dai medeſimi legar nuovamente, ſi
ritrovano in uno ſtato più deplorabile del primo; ſicchè me
glio era per loro ſe non aveſſero giammai conoſciuta la via
della Giuſtizia, di quello che avendola di già conoſciuta ri
volgerſi addietro, e mettere in non cale i Divini Comanda
menti. Riſguardo a coſtoro cade molto in acconcio il Prover
2 Pet.2.21-bio del cane che ritorna al vomito, e della troja che dopo
22». eſſerſi lavata ſi rivolta di nuovo nel pantano. Per la qual co
ſa ſi guardi ciaſcuno di non abuſarſi della grazia Divina col
ricadere in quel peccati, dai quali ebbe la ſorte di potere mon
dare la ſua coſcienza. Gli ſervirà di freno ad aſtenerſene il
tenere preſente alla memoria il caſo funeſto della ſventurata
moglie di Lot. Girò coſtei gli occhi verſo di Sodoma, da cui
fu liberata, e colà rimaſe ove ſi rivolſe. Reſtò ella in quello
Gen. 19.26. ſteſſo luogo trasformata in una ſtatua di ſale, acciocchè con
diſſe la inſipidezza de paſſeggieri, inſegnando loro che quando
alcuno è liberato da Sodoma per via del pentimento de' ſuoi
peccati, non deve rivolgerſi addietro col ripigliarli, per evi
s. Aus. in tare il pericolo che non gli manchino i mezzi di convertirſi,
Pſal. 83. eſſendo già manifeſto donare Iddio le ſue grazie fino ad un
certo numero determinato, come appariſce chiaramente dalla
proteſta che fece egli ſteſſo rapporto agli abitatori della Cit
Amoſ 1. 3. tà di Damaſco, ai quali diſſe: tre peccati perdonerò a Damaſco,
ma non perdonerogli il quarto.
La ultima e più ſtrepitoſa diviſione del peccato mortale è
nei ſette Vizi Capitali, così chiamati perchè ſono come i ca
- pi
(1) en ſua virtute curat morbum, Le&t. 1. in ep. ad Rom. 2.
qui eſt de ſe incurabilis. S. Thom.
«A T T U A L I, 2 15
pi e le fonti, d'onde deriva quella grande moltitudine de' Vs. Tho. .
peccati ch'inonda tutta la terra. Queſti ſono la Superbia, o la 2.q.84 ar.5.
Vanagloria, l'Avarizia, la Luſſuria, la Invidia, la Gola, l'Ira,
la Triſtezza, o ſia l'«Accidia. Per darne una compendioſa no
tizia ne parleremo ora ſeparatamente.
A R T I C O L O P R I MI O,

Della Superbia.

A Superbia è una ſoverchia ſtima del proprio merito, o


ſia un irragionevole appetito d'una perverſa grandezza .
E poi perverſa la grandezza , quando abbandonato quel ſom
mo principio, a cui deve ſtare ſempre unito l'animo dell'uo
mo, viene egli come a formare e coſtituire ſe ſteſſo il prin
cipio di ſe medeſimo; e ciò accade qualora ei troppo ſi pa
voneggia ( 1 ). Chiunque però intraprenderà qualche coſa per
superbia, ſtantechè in cotal modo diviene ribelle a Dio, ſarà Num. 15.
ſcancellato
mettere in dal numero
dubbio degli
che la Eletti.è un
Superbia E certamente non ſio può
grave peccato, per ?iºſi trº -

dir meglio, il capo e la ſorgente di tutti i peccati, da che ſta ſai 18.
ſcritto: il principio di tutti i peccati è la Superbia. Quindi af Eccli io.
fine di togliere ogni preteſto di diſpreggiarla, quaſi ſe foſſe º
una coſa leggiera, ſi legge nel medeſimo luogo: il principio ibi 14
della Superbia dell' uomo è apoſtatare da Dio. Da ciò ancora
naſce che ricuſano i ſuperbi, tenendoli oppreſſi il grave gio
go del peccato, di ſottomettere il collo al ſoave giogo di Ge- , Aus, in
sù Criſto; ed è in oltre la Superbia un male così tenace che Pſal. 18.
laddove è il primo ad occupar l'anima quando eſſa da Dio s'
allontana, è l'ultimo a laſciarla quando a lui ſe ne ritorna. Id. ibi.
Quattro ſono le ſpecie di queſto vizio, che gonfia gli ani
mi degli arroganti . La prima è di coloro che attribuiſcono
a ſe medeſimi il bene ch'hanno. La ſeconda di coloro che
quan

( 1 ) Superbia eſt excellenti e pre principium. Hoc fit, cum ſibi ni


pria inordinatus amor, ſeu perver mis placet. S. Aug. lib. 14 de Civ.
ſe celſitudinis appetitus. Perverſa Dei cap. 13.
autem celſitudo eſt, deſerto eo, cui Quatuor ſunt ſpecies , quibus
debet animus inharere, principio , omnis tumor arrogantium demonſtra
ſibi quodammodo fieri , atque eſſe tur. Cum bonum aut a ſemetipſis
habe
2 I6 D E L L A S U P E R E I M.

quantunque credano ch'ogni lor bene venga da Dio, vivono


nell'inganno d'averlo ricevuto in debita ricompenſa dei loro
meriti. La terza è di quelli che ſi vantano d'avere quel be
ne che non hanno. L'ultima di quelli che ſdegnando tutti
gli altri bramano di moſtrarſi ſingolari nel poſſedere quel be
ne che poſſedono (1). La ſeconda e terza ſpecie, ſe non ſieno
Id. lib. 1o. accompagnate da una grave irriverenza verſo Dio, o da un no
Conf. cap. tabile diſprezzo del Proſſimo, per lo più ſono colpe ſoltanto
veniali.
Alla Superbia s'oppone la Umiltà, la quale è come il com
pendio di tutti i Precetti della Religione Criſtiana; non già
che fuori di eſſa non ci aſtringano altri Comandamenti , ma
perchè ſe la Umiltà non precede, non accompagna, e non ſegui
ta tutte le noſtre opere buone , nel tempo in cui ci compia
ceremo di qualche noſtra lodevole operazione, la Superbia ci
a ſtrapperà miſeramente tutto il merito della medeſima . E quì
S. Tho. 2. 2. non omettaſi d'oſſervare ch'il principal effetto della vera U
miltà è la ſoggezione, di cui ſiamo noi a Dio debitori. Veg
Tratt. de gaſi San Bernardo, il quale tratta molto eccellentemente dei gra
grad Hum di della Umiltà.
Vicina alla Superbia è la Vanagloria, che vana ſi dice in pri
mo luogo per riſguardo alla coſa, di cui taluno pretende glo
ria; come quando uno ſi vanta d'un bene che non ha, o di
qualche bene che non è degno di gloria. In ſecondo luogo
per riſguardo di quella perſona dalla quale alcuno ſi procac
cia gloria; come ſarebbe ſe l'eſigeſſe da un uomo il cui giu
dicio non foſſe accertato. In terzo luogo per riſguardo alla
perſona ſteſſa che appetiſce gloria, e non l'indirizza al dovu
to fine; vale a dire all'onore di Dio, o al giovamento del
Proſſimo (2)- I detti atti ſono talvolta peccati gravi ; cioè
allo

( 1 ) habere ſe exiſtimant ; aut ſe vel de eo, quod non eſt gloria di


ſibi datum deſuper credunt, ſed pro gnum. Alio modo ex parte eius ,
ſuis ſe hoc accepiſſe meritis putant; a quo quis gloriam quaerit ; puta
aut certe cum factant ſe habere, quod hominis, cujus judicium non iſ" l
non habent ; aut deſpectis cateris tum. Tertio modo ex parte ipſius,
ſingulariter videri appetunt habere, qui gloriam appetit, C appetitum
quod habent. S. Greg. lib. 22. Mor. gloria ſua non refert in debitum fi
cap. 4 mem ; puta ad honorem Dei , vel
(2) Ex parte rei, de qua quisglo Proximi ſalutem. S. Tho. 2. 2. qu.
riam querit; puta, cum quis elo 132, art. 1. -

riam quarit de eo, quod non eſt ,


D E L L A S U P E R B I A . 217

allora che s'oppongono gravemente alla Carità o per rappor


to alla coſa di cui alcuno ſi gloria, o per rapporto alla in
tenzione di chi va in traccia di gloria. Del reſto non ſono
che peccati veniali. Vero è tuttavia che ſervono di diſpoſi
zione ai peccati mortali, da che rendono l'uomo proſontuoſo, S.Tho. 2. 2.
e troppo di ſe medeſimo confidente. 4'. I22, art. I
Figlie della Superbia e della Vanagloria ſono la Inobbedienza,
la Giattanza, la Ipocrisia, la Conteſa, la Pertinacia, la Diſcor
dia, e l'Affettazione di coſe nuove. Tutte poſſono eſſere pec
cati mortali, come s'è accennato, quando offendono gave
mente la Carità dovuta a Dio e al Proſſimo.
La Inobbedienza è un peccato col quale ſi traſgrediſce qual- Id. ibi. q.
che precetto del proprio Superiore per diſprezzo. Allora che io5. art. 1.
queſto diſprezzo è perfetto, cioè quando taluno non vuole ob
bedire in nulla al ſuo Superiore che gli comanda, appunto
perchè il Superiore ſteſſo gli comanda, per quanto ſia piccio
la la traſgreſſione, è ſempre peccato mortale. Sarà poi tanto Id. ibi.
più grave il peccato, quanto ſarà maggiore il Superiore che
comanda. Perciò non v'ha dubbio ch'è più grave peccato il
traſgredire i Comandamenti di Dio che quelli degli uomini,
perchè più ſi deve obbedire a Dio ch agli uomini. A&t. 5. 29.
La Giattanza è un peccato col quale alcuno s'innalza a
forza di parole ſopra quello ch'egli merita, o ſopra la opi- S. Tho. 2.2.
nione che communemente haſſi di lui. Ella è però una eſtre- q. 112. ar 1.
ma pazzia ſenza evidente neceſſità il fare pompa delle pro- S. Chryſ.
prie prerogative, e sfacciatamente adulare ſe medeſimo. L' Hom. 5.
uomo prudente è lodato dagli altri, e non da ſe ſteſſo; dagli
ſtranieri, e non dalla ſua lingua. Prov. 27. *.
Alla Giattanza s'oppone un altro vizio, ed è la Ironìa, o
ſia la Diſſimulazione, colla quale taluno malizioſamente s'umi-, .
lia, ed ha il cuore pieno d'inganni; ch'è quanto a dire, parla ºli 19.23.
baſſamente di ſe , quando ne tiene un alto concetto; o nega
d'eſſere un uomo da qualche coſa, quando egli per altro tale
ſi ſtima internamente. Per evitare l'arroganza non deveſi S. Aug .
giammai far torto alla verità; ed è una coſa aſſai deteſtabile º 43 iº
di voler comparire umile col mezzo della menzogna. Jean.
La Ipocrisia ſi pratica da colui che ſimulandoſi quella per
ſona che non è, rappreſenta agli occhi degli uomini una cer
ta immagine di ſantità coll'occultare que vizj de quali è
pieno, o col fingere quelle Virtù di cui è privo; poichè
Lib. Ter. E e que
2I8 D E L L A S U P E R B I Aſ,

S.Iſid. l. 1o. quegli ſi chiama un vero ipocrita ch'eſſendo malvagio in ſe


Orig.it. 1 I. ſteſſo porta aſpetto di buono. Queſto vizio è lagrimevole,
perchè ſi poſſono bensì ingannare gli uomini, ma non già
SaP 1. 5. Dio, che ſi dichiara inimico d'ogni perverſa ſimulazione. ipo
criti intanto ſono tutti coloro, che ſpecialmente nelle opere di
ietà vanno ſoltanto in traccia di piacere agli uomini, d'ac
quiſtare la loro grazia, e le loro lodi. Stantechè chiunque nel
le buone opere che di lor natura appartengono al Divin Cul
to, non uſa ſtudio d'incontrare il Divino compiacimento, ma
S. Tho. 2.2. ſi contenta di quello degli uomini, finge eſteriormente una buo
q. I 1 1. ar. 2. na intenzione che internamente gli manca -
La Conteſa è una impugnazione della verità per via di
ſchiamazzi e di ſtrida. Nel ſuo genere è peccato mortale, e
Gal 5 ºr l'Appoſtolo la numera tra le opere della carne, che privano
S.Tho. Lect. coloro che le fanno, del Regno di Dio. In queſto peccato
3; º ºp. 3 cadono frequentemente i Litiganti, gli Avvocati, i Procura
Ep ad Tim tori che con inganni, con ſuſurri, ſchiamazzi, e tergiverſa
I. zioni s'affaticano di ſtrappare qualche ingiuſta Sentenza. Del
lo ſteſſo peccato ſono rei parimente tutti coloro che nelle
controverſie e nelle Diſpute ſi maltrattano vicendevolmente
con parole ingiurioſe, colle quali gravemente s'offende la Ca
Id. ibi. rità del Proſſimo, e alla di lui fama ſi muoce.
La Pertinacia è un vizio col quale taluno rigettando il
migliore e più ſano conſiglio non ſi vuole dal ſuo falſo ed
s. Hyeron. ingiuſto in verun modo rimuovere. Queſto è il vizio proprio
Dial cont. degli Eretici, i quali più facilmente ſi poſſono vincere che per
Lucif. ſuadere. Buona coſa però che non tutti hanno l'animo così
S. Aug. lib. perverſo; perchè altramente ſe ſi voleſſe con pertinacia ogni
3. de An. & coſa difendere, ſi multiplicherebbono le Eresie a proporzione
ej.or.cap. 15 delle diverſe oppinioni degli uomini. Quindi quantunque ſia
lodevole il non laſciarſi mai ſmuovere dalle vere ſentenze,
tuttavia è ſempre vituperoſo il perſiſtere nelle falſe , riſguar
do alle quali ſiccome il non mai tenerle per vere ſi può chia
id Cont. mare la prima lode; così l'abbandonarle dopo averle cono
Creſ cap. 3. ſciute per falſe è la ſeconda.
Al vizio della Pertinacia s'oppone la virtù della Perſeveran
za, poſciachè laddove quella perſiſte in una ſentenza più del
S. Tho. 2.2. dovere, queſta all'incontro vi ſi trattiene ſoltanto quanto il
q. 138.art.2. dovere richiede.
La Diſcordia è una diſunione e diſcrepanza di volontà cir
Ca
D E L L A S U P E R B I A. 219

ca il bene di Dio, o del Proſſimo, nel quale tutti gli uomi


mi devono accordarſi atteſo il Precetto d'amare Iddio e il
Proſſimo. Si chiama in primo luogo diſunione di volontà, per
chè ſalva la Carità e il vincolo della pace, quando che non
ſia in materia di Religione, o ſopra la diſciplina della Cri
ſtiana Morale, poſſono gli uomini abbracciare diverſe oppinio ?
ni, ed eſſere l'uno all'altro contrari. Diceſi in ſecondo luo
go circa il bene, perchè il diſconvenire nel male è coſa lode
vole e meritoria. Si mette in terzo luogo di Dio, o del Proſ
ſimo, perchè la Diſcordia si oppone alla Carità, la quale ci
comanda l'uno e l'altro bene. S'aggiunge per ultimo nel qua
le tutti gli uomini devono accordarſi, perchè non è tenuto ciaſ
cuno ad operare ogni ſorta di bene, ma quello ſoltanto ch'è
neceſſario per conſeguire la eterna ſalute; laonde ſe alcuno
per eſempio non ſi quietaſſe al ſentimento dell'altro che lo
ſollecitaſſe ad abbracciare lo ſtato Eccleſiaſtico, non caderebbe
per queſto nel peccato della Diſcordia. Quantunque poi i pri
mi moti che naſcono dalla Diſcordia, per difetto del pieno
conſentimento non fieno che peccati veniali, i di lei atti tut
tavia per eſſere molto contrari alla Carità ſono ordinariamen- V.S. Tho. 2.
te peccati mortali - 2-7.37. ar- I -
L'Affettazione di coſe nuove è quel vizio, nel quale cadono
coloro che per acquiſtar fama e farſi credito preſſo gli uomi
mi vanno ſempre inventando delle novità. Quanto ſia tal'Af
fettazione pernicioſa lo dimoſtrano chiaramente le Sentenze
erronee contro la Cattolica Religione, e contro i buoni coſtu
mi, che da eſſa ſono derivate; le innumerabili ſuperſtizioni
ed arti pericoloſe, i balli, le danze ordinate ad eccitar la li r

bidine; i nuovi giochi introdotti in pregiudicio dell'anima e


del corpo, ch'impoveriſcono le famiglie; le delicate maniere
d'appreſtare i cibi per ſoddisfare alla gola & c.
Alla ſteſſa Affettazione di novità ſi deve pure attribuire la
pompa ſoverchia ne veſtiti. Sopra di che ſtimo neceſſario d'
avvertire che non ſi devono aſſolvere coloro, che mortal
mente peccano nella ſplendidezza degli abiti, o per ſuperfluo
ornamento del corpo. E poichè le pompe e le vanità del no
ſtro Secolo ſono omai giunte all'ecceſſo, ſpecialmente per
col
Illi, non ſunt abſolvendi, qui corporis ornatu mortaliter peccant -
in veſtium ſplendore, aut ſuperfluo Et quia hodie Sacculi pompe &
Lib. Ter- E c 2, - ºa
22o D E L L A S U P E R B I v4 .

colpa e negligenza de'Cenfeſſori, che troppo inconſiderata


mente aſſolvono da queſto peccato i loro penitenti, e forſe
ancora non fanno loro intorno queſto argomento ſcrupolo al
cuno, acciocchè ſapiano in avvenire come conviene regolarſi
circa l'accordare loro l'aſſoluzione, io mi ſono determinato
di quì notare alcuni Caſi, ne'quali pecca mortalmente chi ec
cede nel luſſo. Chiunque adunque veſte pompoſo per allettare
gli altri a commettere peccato mortale, certo è che pecca
mortalmente. Così pure ſe per occaſione del ſuo luſſo o vio
laſſe egli ſteſſo, o foſſe ſtimolo e cagione che violaſſero altri
i Precetti di Dio, o della Chieſa; come ſarebbe, ſe in gior
no di Feſta o lavoraſſe egli medeſimo, o sforzaſſe altri a la
vorare, o non aſcoltaſſe la Meſſa, o impediſſe che l'aſcoltaſſe
ro altri. Se qualche femmina a ſtringeſſe il marito, o qualſi
voglia altro , ch'aveſſe cura dei beni della famiglia, a fare
delle ſpeſe ecceſſive dalle quali ſapeſſe di certo, o poteſſe
probabilmente ſoſpettare che naſcerebbono degli odj e del
le diſcordie domeſtiche ; ch' obbligherebbe con ciò lo ſteſſo
ſuo marito, od altri a ſciogliere la lingua in beſtemmie, a
fare turpi ed illeciti guadagni e contratti, a riſecare le limo
ſine che per altro egli è tenuto a diſpenſare, ad omettere i
pii Legati ch'egli ha obbligazione di ſoddisfare, a defraudare
i creditori di quello ch'a loro appartiene, a trattenere, o
differire la dovuta mercede agli operari, ad aggravarſi di nuo
VE

vanitates ad ſummum creverunt , Feſlo die laboraret , vel alios labo


potiſſimum ex culpa & negligentia rare compellat, vel Saero non inter
Confeſſariorum, qui ab hoc peccato fit, alioſve, ne interſint, impediat.
poenitentes ſuos inconſideratius ab Si qua uxor maritum, vel quemli
ſolvunt, & nullum fortaſſis ea de bet alium, cui rei familiaris cura
re ſcrupulum ipſis movent, aliquos commiſſa ſit , ad nimios ſumptus
bie, Caſus deſignare placuit , in cogat, quos ſciat, aut probabiliter
quibus mortaliter peccat, cui cordi ſuſpicetur, odia diſſentioneſque dome
eſt nimius ille luxus , ut juxta ſticas parere maritum, vel alios com
preſcriptas regulas ſe gerant in il pellere ad blaſphema verba, ad tur
lorum abſolutione. Quiſquis igitur pes , C illicitos quaeſtus, vel con
utitur hac pompa, ut alios ad pec tractus, ad recuſandas eleemoſynas,
catum mortale pelliciat , reus ipſe quas alioquin erogare tenetur, ad
fit mortalis peccati ; aut ſi ex il omittenda, que ex aliorum piis Le
lius occaſione violat ipſe, vel aliis gatisfacienda in ſe receperat; frau
auéter eſt, 69 cauſa , cur violent dandos ere ſuo creditores ; retinen
Dei, vel Eccleſiae Praecepta ; at ſi dam, aut differendam operariorum
nger
D E L L A S U P E R B I A. 22,1

vi debiti, che poi non potrà allo ſtabilito tempo pagare (il
che giammai non ſuccede ſenza notabile detrimento del Proſ
ſimo ); ſe con ciò venga ad impedire che le figliuole già nu
bili poſſano maritarſi, il che ſuole ſpeſſe fiate recare delle
peſſime conſeguenze; finalmente ſe abbia il marito giuſto mo
tivo di temere che tali pompe poſſano ſervire di fomento a
nuovi peccati. In tutti gli addotti caſi l'uſo delle pompe e
- de ſuperflui ornamenti è peccato mortale. E giacchè è aſſai
difficile, che quegli che così va ſpendendo ſopra le proprie
forze o non ſapia, o non poſſa, o non debba ſapere che le
ſpeſe ecceſſive ſono cauſa degli accennati peccati, ſi può quin
di generalmente giudicare che ral ſorta di perſone ſia in iſta
to di peccato mortale, quandochè dopo aver eſaminato con
diligenza il Penitente del contrario per certe particolari ra
gioni non conſtaſſe al Confeſſore ( 1 ).
La maniera ancora dell'ormarſi può eſſere peccato mortale ,
quantunque la medeſima non eccedeſſe lo ſtato e la facoltà di
chi s'orna; e ciò quando o per ſe ſteſſa, o ſecondo la comu
ne oppinione degli uomini foſſe laſciva ; o quando anche ſi co
noſceſſe, o ſi aveſſe ragionevole fondamento di dubitare che
qualche moda per non eſſere in uſo preſſo gli uomini, o le
donne d'un'egual condizione, poteſſe cagionare, o nodrire ne
gli altrui cuori qualche amore impudico; e con tutto ciò ſen
Za

(1) mercedem ; ad novum as a- modi homines eſſe in ſtatu peccati


lienum contrahendum,cui ſolvendoſta mortalis, niſi habito diligenti cum
to tempore par eſſe non poſit ( quod Paenitente examine, Confeſſario con
muſquam contingit ſine gravi Proximi ſtet de contrario ob particulares quaſi
detrimento) ; ſi impediat, ne filia dam rationes . S. Carol, Inſtruct.
jam nubiles collocentur, quod eas Confeſs.
in caſus infauſtos ſape inducit; de Reum etiam peccati mortalis fa
nique ſi marito timendum eſt, ne ex cit modus ſe ornandi, etiamſi non
pompis hujuſmodi alia peccata naſ excedat ſtatun & facultates perſo
cantur. In his omnibus Caſibus ſu mae, nempe ſi laſciviam inſpiret vel
perflui ornatus, pomparumque uſus ex ſe, vel ſecundum communem ho
mortale peccatum eſt . Et quoniam minum opinionem ; vel ſi videat, du
vix fieri poteſt, ut, cuius expenſe bitetve probabiliter ex occaſione il
proprias facultates excedunt, aut ne lius (quod inter honeſtos conditionis
ſciat, aut non poſit , vel non de ſua viros, ac mulieres nondum ſit
beat ſcire nimios hos ſumptus ſimi uſitatus) non defuturos, qui amorem
libus peccatis locum dare , genera impudicum concipiant, aut in ani
tim hoc judicium fieri poteſt hujuſ mo ſuo nutriant ; & tamen gri a
222, D E L L A S U P E R B I A.
za prenderſi ſollecitudine della ſpirituale rovina del Proſſimo
non ſi voleſſe cotal moda laſciare. Parimente ſe la veſte foſſe
formata in guiſa ch'eſprimeſſe oſceni affetti, o diſoneſti amori,
e nella varietà de'colori, o in altro modo ne portaſſe gl' in
dicj (1).
Si riferiſce per ultimo alla Superbia ancora l' Ambizione, la
quale è un diſordinato appetito d'onore, un ſottil male, un
ſegreto veleno, una peſte occulta, artefice d'inganni, madre
deila Ipocriſia, parente della Invidia, origine de vizi, fomite
del peccato, ruggine delle Virtù, tarlo della Santità, acceca
trice de cuori, che forma dai rimedj malattie, e che genera
dalla ſteſſa medicina infermità (2). Niuno deve pertanto mo
ſtrarſi avido in queſta vita dell'onore e della grandezza; dap
Eccli. 1. 14. poichè non v' ha altro ſotto del Sole che vanità. Le opera
zioni bensì che nell'onore e nella grandezza ſi poſſono eſer
citare, hanno a tenerſi in pregio, quando ch'eſſe ſi facciano
con giuſtizia e con utilità del Proſſimo, e rechino allo ſteſſo
- quel giovamento che piace a Dio. Perciò dice l' Appoſtolo :
i Tim. 3.1. chi deſidera il Veſcovato deſidera un'opera buona, le quali pa
role ſono ordinate a ſignificare ch'il Veſcovato è un nome di
fatica, e non d'onore. A dignità però così eminente a cui va
anneſſo il regolamento del popolo, quantunque s'aveſſe in pen
ſiero d'occuparla e amminiſtrarla , come richiede il dovere ,
non ſi può tentare di giungere con mezzi indecenti (3). Lo
ſteſſo diremo con più forte ragione di coloro ch' ambiſcono
Di
(1)facit ſalutem Proximi, quem (3) In astione non amandus eſt ho
ex hoc ornatu ruiturum videt, eumque mor in hac vita, ſive potentia, quo
non abjicit, aut ſi veſtis inſtituta miam omnia vana ſub Sole, ſed opus
fit ad obſcanos affettus, aut motus a ipſum, quod per eumdem honorem
moris in honeſti exprimendos, aut ad vel potentia fit, ſi recte atque uti
illorum etiam indicia prebenda ſe va liter fit, ideſt, ut valeat ad eam
riis, coloribus, aut quolibet alio mo ſalutem ſubditorum, que ſecundum.
do ornet. Id. ibi. Deum eſt. Propter quod ait Apo
( 2 ) Subtile malum, ſecretum vi ſtolus: qui Epiſcopatum deſiderat,
rus, peſtis occulta, doli artifex, ma bonum opus deſiderat. Exponere
ter hypocriſis, livoris parens, vitio voluit , quid ſit Epiſcopus, quia
rum origo, criminis fomes , Virtu 720mmeno i operis, non honoris....
tum arugo, tinea Santitatis , ex Locus ſuperiori, ſine quo regi po
cacatrix cordium, ex remediis mor pulus non poteſt, etſi ita teneatur,
bos creans, generans ex medicina atque adminiſtretur, ut decet, ta
languorem..S. Bern. Ser. 6. in Pſal. men indecenter appetitur. S. Aug.
9o. cap. 4. lib. 19. de Civ. Dei cap. 19.
-

D E L L A s UP E R B 1 Ar. 223
Dignità e Offici Civili, o Eccleſiaſtici per qualche mal fine,
o con detrimento del Proſſimo, o col violare la Carità dovu
ta a Dio, o ſenz'avere le qualità neceſſarie.
Gioverà molto per raffrenare la ſtolta loro ambizione il
conſiderare ch'il Demonio moſtrò a Gesù Criſto tutti i Regni
del mondo in un ſolo momento di tempo; e ſicuramente in Matt. 4. 8. -

un momento di tempo tutte le umane grandezze ſi moſtrano,


e con ciò noi venghiamo inſieme a concepire nella celerità
dell'aſpetto la breve durazione delle medeſime, giacchè paſſa
no tutte in un momento, e l'onore del Secolo fugge talvol
ta prima ancora che ſiaſi conſeguito. E per verità qual caſa
dèl Secolo può mai eſſere lungamente durevole , ſe non ſono
nè meno durevoli gli ſteſſi Secoli ? Quindi ancora noi ſiamo
ammaeſtrati a diſprezzare il fumo della umana ambizione ,
dacchè ogni umana Dignità è ſoggetta al dominio del Demo
nio. Da Dio dipende la ordinazione delle Poteſtà , e dal De
monio è ſuſcitata l' ambizione di renderſene poſſeſſori. Per
queſto tanto più è pernicioſa l' Ambizione, quanto che la
medeſima è una luſinghiera conciliatrice delle Dignità; e ſpeſ
ſe fiate accade che coloro i quali non s'abbandonano ad altri
vizj, e non furono giammai ſuperati dalla luſſuria e dalla a
varizia, fieno dall'ambizione poſti nel numero de più miſera
bili peccatori (1).
La Carità in ſomma non è giammai ambizioſa; e noi dob- 1.Cor. 13.5.
biamo guardarci dal chiedere al Signore principati e poſti d'Eccli. 7. 4.
onore. Stantechè voi ben ſapete, diceva Gesù Criſto ai ſuoi Di Matt. 2o.
ſcepoli, qual ſia il Dominio de'Principi della terra, e come ſo- 25. & ſeqq.
pra i minori s'eſtenda la poteſtà de maggiori. Così però non do
vrà tra voi praticarſi , anzi chi deſidererà tra voi di divenire
- mag
(1) Meminerintiſti ambientes Dia- Docemur hic inanis Ambitionis fla
bolum Chriſto omnia Regna mundi bra deſpicere, quod omnis Dignitas
monſtraſſe in momento temporis; & ſecularis Diabolica ſubjacent pote
bene in momento temporis ſecularia ſtati.... A Deo ordinatio Poteſtatis,
& terrena monſtrantur. Non enim a Diabolo ambitio Poteſtatis....
tam conſpectus celeritas indicatur, Atque hoc ipſo pernicioſior Ambitio,
quod blanda quadam eſt conciliatri
quam eaduce fragilitas poteſtatis ex
primitur, in momento enim cuncta cula Dignitatum; & ſepe quos vi
illa pratereunt, & ſepe honor Secu tia nulla delettant, quos nulla mo
li abit , anteguam venerit . Quid vere potuit luxuria, nulla avari
enim Saculi poteſt eſſe diurnum , tia ſubvertere, facit Ambitio crimi
sum ipſa diurna non ſint Saecula º noſos. S. Amb. lib. 4. in Luc
224 D E L L AI S U P E R B I M.
maggiore, quegli ſarà voſtro miniſtro, e chi tra voi agognerà d'
eſſere il principale, quegli ſarà voſtro ſervo ad imitazione del Fi
gliuolo dell'uomo, che non venne nel mondo, acciocchè gli altri ſi
doveſſero in di lui vantaggio impiegare, ma per impiegare ſe ſteſ
ſo a vantaggio degli altri, e donar la ſua vita per redimere una
gran parte de mortali. Chi bramaſſe d'avere una eſatta notizia
delle pene e delle Cenſure, che furono fulminate contro gli
ambienti , legga l'epitome dei Canoni del Cardinale Laurea;
e per riſolvere i Caſi Morali ſu queſto argomento gli ſarà
molto utile di conſultare la Teologia Morale di San Tommas
ſo divulgata dal P. Bancello.
Vari ſono i mezzi molto opportuni per reprimere la Super
bia, ed introdurre ne'noſtri cuori una ſincera Umiltà. Queſti
ſono principalmente la conſiderazione della noſtra origine e
delle gravi miſerie, cui ſiamo tuttora ſoggetti nel breve cor
ſo di noſtra vita ; la memoria dei Noviſſimi, e ſpecialmente
del tremendo Giudicio che ſovraſta a peccatori; il rifleſſo in
DD. com. fine della vita umile e abbietta menata da Gesù Criſto ch è
venuto nel mondo veſtito della fragile umanità affine di met
terci avanti gli occhi un memorabile eſempio, che ci porga
1. Pet. 2.2. eccitamento a calcare intrepidi le di lui veſtigia. In ordine a
queſto non laſcierò qui di conſigliare a leggere S. Gregorio Papa
nel Lib. 22. de' ſuoi Morali cap. 5.

A R T I c o L o s E e o N D o.
Dell' Avarizia.
L" è un appetito di raccogliere danari. Nulla v'ha
Eccli. 1o. 9. di così ſcellerato quanto l'avaro; da che la Cupidigia è
la radice di tutti i mali; e molti ſeguendola apoſtatarono dal
1. Tim. 6. la Fede e s'immerſero in grandiſſimi guai. Chi però ſi pre
io º gia d'eſſere uomo di Dio dee fuggirla, e pregare inceſſante
- mente il Signore di tenergli il cuore lontano dall' Avarizia,
la quale è ſempre mortale peccato ſe offende la Giuſtizia; ſe
deriva da qualche altro grave peccato; ſe con troppa avidità
accumula danaro; ſe giunge ad accieccare per tal modo la
mente che voglia più toſto offendere Dio che perdere il da
DD. com. naro già congregato. Intorno le dette coſe legganſi i Santi Pa
dri lodati da Natale Aleſſandro nella ſua Teologia Morale lib. 3.
de Pecc. cap. 6. - Naſ
D E L L' A V A R I Z I A. 225
Naſcono dall'Avarizia il Tradimento, la Frode, l' Inganno, lo
Spergiuro, la Inquietudine, la Violenza, e l' Induramento contro
la Miſericordia. Sene comprenderà la diverſità dalle definizioni
che ora n'arrecheremo. -

Il Tradimento è una illecita rivelazione di qualche coſa, o


perſona a detrimento del Proſſimo contro la fede a lui do
vuta per ſaziare la propria avarizia . Queſto ſuccede in quat
rro maniere. Primo riſpetto alle perſone ; così fu tradito da (a)Matt.26
Giuda Gesù Criſto (a); così da Dalila Sanſone (b). Secondo riſpetto 15,
ai luoghi, cioè Caſtella, Città & c. come ſarebbe , ſe chi è (b)Jud. 16.5.
poſto alla difeſa di qualche Città la conſegnaſſe in potere de'
nemici. Terzo riſpetto alle coſe mobili; per eſempio ſe alcu
no paleſaſſe ad un ladro, dove ſi trova naſcoſto l'altrui dana
ro. Quarto riſpetto agli altrui arcani ; come ſarebbe , ſe al
cuno apriſſe ſenz'averne la facoltà le altrui lettere &c.
La Frode è un peccato, col quale alcuno ſi ſerve di mezzi
aſtutamente penſati per ingannare il Proſſimo , e ſecondar l'
avarizia. Queſta principalmente ha luogo ne' contratti di com
prare e di vendere ; ed allora è peccato mortale, e ſempre
importa l'obbligo della reſtituzione, quando grave è il danno
che ne riceve il Proſſimo. -

L'Inganno, o ſia Fallacia, è una bugia di parole, oppure


un fraudolente uſo d'equivoci, di reſtrizioni mentali , di di
rezioni d'intenzione, e d'altri malizioſi ſuperfugi inventati
dall'arte diabolica, e ſuggeriti da gran numero di peſſimi Mo
raliſti per inorpellare le menzogne, le Idolatrie , e gli ſper
giuri, e così tirare alla eterna perdizione le anime malcaute
de' Fedeli.
La Inquietudine è un'ardente ſollecitudine d' animo, o ſia
un'affannoſa occupazione nel procurare i ſuſſidi per la propria
ſuſſiſtenza, acciocchè giammai non manchino. Quando è uni
ta con qualche errore circa la Provvidenza Divina, o abbia
anneſſa qualche diffidenza della Benignità di Dio, o porti ſe- v.s Thom
co una ſoverchia confidenza nelle terrene ricchezze, è certa- g de Pec.
mente peccato mortale. Io eſorterò quindi i ricchi a non for- art. 2.
marſi idee altiere, e a non porre la loro ſperanza ſulla incer
tezza delle ricchezze; ma a rivolgerſi a Dio vivo , il quale
largamente ci concede tutto il neceſſario alla tranquillità del
la vita; e però mettano il loro ſtudio nel ben operare, nel
cumular meriti, nell'eſſere portati a far piacere, nel diſpen
Lib. Ter. F f ſare
226 D E L L' A V A R I Z I A.
I. Tim. 6. ſare ſaggiamente il danaro, nel cercare in ſomma d'aſſicurarſi
17. & ſeqq. la Vita eterna.
La Violenza è un peccato, col quale i ricchi ei potenti af
fine di ſoddisfare alla inſana lor cupidigia rapiſcono le altrui
ſoſtanze. Sono rei di queſto delitto tutti coloro che s' abuſa
no della loro autorità per opprimere gli altri, e li maltratta
no con rapine, con ingiurie, con percoſſe, con ingiuſte impo
ſizioni &c. Ma la ricompenſa ch'avaanno coſtoro da Dio ſa
rà che ſe i loro figliuoli ſi moltiplicheranno, tutti a violen
ta morte ſaranno ſoggetti , e i nipoti loro non avranno di
che sfamarſi. Quanti rimarranno di loro, tutti ſaranno ſenza
credito ſeppelliti, e mireranno le loro vedove donne ad oc
chi aſciuti la loro morte. Se ammaſſeranno l' argento come
terra, e ſe accumuleranno arredi come fango, toccherà non
ad eſſi, ma all'uomo giuſto a valerſene, e all'innocente a di
videre i loro teſori. Eſſi come tarle ſi ſono fabbricata la ca
ſa, e come cuſtodi ſi ſono ricovrati ſotto il fraſcato. Ma non
ne ricaveranno alcun giovamento; perchè il ricco, allorche s'
addormenterà ad un perpetuo ſonno, nulla porterà ſeco; apri
rà gli occhi e più non troverà alcuna coſa; anderà nuotando
Job. 27. 13. nella miſeria come nell'acqua, e nella più buja notte reſterà
& ſeqq. oppreſſo dalla tempeſta. Rifletta dunque ognuno d'eſſere uſci
to ignudo dal ventre della ſua madre, e che nudo ritornerà
ibi. 1. 21. d'ond'è venuto.
L' Induramento contro alla Miſericordia è un pravo affetto
dell'animo, per cui il ricco è così tenace delle ſue ſoſtanze
che niuna miſeria del Proſſimo è atta a intenerire il di lui
cuore, e a muoverlo a porgere ad eſſo alcun ſoccorſo. Quanto
ſia grave queſto peccato deduceſi facilmente da ciò che nella
prima parte di queſto Libro s'è addotto circa la obbligazio
ne ch'ha ogni Criſtiano di diſtribuire ciò che gli ſopravvanza
V. pag. 1o4. ſecondo la condizione del proprio ſtato a chi n' è biſognoſo .
e ſeq. Guai pertanto ai ricchi che dormono in ſontuoſi letti intar
ſati d'avorio, e luſſureggiano fotto molli coperte; ch'imban
diſcono le menſe coi più ſcelti agnelli della greggia, e coi vi
telli più graſſi dell'armento; che conſumano i giorni tra ſuo
ni e canti; che tracannano le piene tazze di prezioſi liquori;
Amoſ. 6. 4. che s'ungono di prezioſi unguenti, ſenza che ſi prendano mai
& ſeqq. penſiero delle altrui miſerie. Vi dichiaro in verità, diceva Ge
Matt. 19. sù Criſto ai ſuoi Diſcepoli ragionando di coſtoro, che difficil
ºgenze
D E L L' A V A R I Z I A'. 227
mente un ricco entrerà nel Regno de'Cieli, e di nuovo vi prote- 23.24.
ſto che più facilmente paſſerà un cammello per la cruna d'un ago,
di quello ch'un ricco ſia per avere luogo nel Paradiſo. Qualora
adunque abbondano le ricchezze, ſi guardi ciaſcuno di porta
re ad eſſe una ſmoderata affezione; ami quanto gli è neceſſa- Pſal. 61. 11.
rio; il ſuperfluo lo diſpenſi ai poveri. Luc. 1 I. 41.
Tutto oppoſto all'Avarizia è il vizio della Prodigalità, tra
quali ſta poſta in mezzo quella Virtù, che conſiſte nel retto
uſo delle ricchezze ; e Liberalità ſi dimanda . Differiſcono l'
Avarizia e la Prodigalità ſecondo la ſoprabbondanza e il difet
to in diverſa maniera. Imperciocchè nell'amore delle ricchez
ze l'avaro ſoprabbonda amandole più del dovere; e il prodigo
manca prendendone minore ſollecitudine di quello che ſi ri
chiede. Quanto poi agli atti eſterni appartiene alla Prodigali
tà l'eccedere nel dare, e il mancare nel ritenere e acquiſtare;
all'incontro dell'Avarizia è proprio il mancare nel dare, e ſo
prabbondare nel ricevere e ritenere (1).
La Prodigalità è ſempre peccato mortale, quando ſi faccia
profuſione del propri beni o con grave danno , o con iſcanda
lo altrui. Peccano altresì mortalmente i Tutori e i Procura
tori, che gettano le facoltà de'pupilli; i Diſpenſatori, gli E
conomi, gl'Amminiſtratori che rovinano i beni raccomandati
alla loro fede ; i Nobili, i Mercatanti, e chiunque altro non
ſi vergogna di ſcialacquare le ſoſtanze del lor creditori; i Pa
dri di Famiglia, i quali con diſſipare le loro rendite nuoco
no gravemente alla moglie ed ai figliuoli, laſciando mancar lo
ro il neceſſario; così pure coloro che nei giochi, o in altre
vane coſe, nelle caccie, nelle ricreazioni profondono ſoverchia
mente, maſſime ſe le rendite ſono Eccleſiaſtiche; le femmine
ancora, (lo ſteſſo affermeremo degli uomini) che ne donneſchi
abbigliamenti, e nel ſuperfluo ornato delle veſti fanno ſpeſe
ſen

(1) Differunt Avaritia & Prodi tatem pertinet excedere quidem in


galitas ſecundum ſuperabundantiam, dando, deficere autem in retinen
& defectum diverſimode. Nam in do, & aquirendo . Ad Avaritiam
affectione divitiarum avarus ſupe autem pertinet e contrario deficere
rabundat plus debito eas diligens ; quidem in dando, ſuperabundare au
Prodigus autem deficit, minus de tem in accipiendo, 6 retinendo . S.
bito earum ſollecitudinem gerens . Tho. 2. 2. q. 119. art. 1.
Circa exteriora vero ad Prodigali
Lib. Ter. F f 2
228 D E L L' A V A R I Z I A.
DD. com. ſenza miſura. Vi ſono certuni che ſi danno a credere non eſ
ſere peccato il troppo culto di delicate e prezioſe veſti . Ma
ſe non foſſe peccato, non inculcherebbe con tanta ſollecitudi
ne la Sacra Scrittura, ch'il Ricco tormentato nell'Inferno ſo
leva veſtire di biſſo e di porpora, e che ſplendidamente per
Luc. 1c. 19. ciaſcun giorno banchettava ; nè s' avrebbe dovuto pentire il
- figliuolo Prodigo d'avere diſſipate le ſue facoltà vivendo con
ibi. 15. 13. luffo ecceſſivo (1).
Ma tornando col diſcorſo all'Avarizia è un obbrobrioſo ef
fetto della medeſima la Simonia, la quale è un ardente deſi
S. Tho. 2.2. derio di comprare, o di vendere alcuna coſa ſpirituale, oppus
º too art. 1. re anneſſa allo ſpirituale. Coſa ſpirituale ſemplicemente ſono
in primo luogo per eſſenza la Grazia, le Virtù, la Giuriſdizio
ne Eccleſiaſtica, in ſecondo luogo per ragione degli effetti i
Sacramenti, i quali conferiſcono la grazia, o una podeſtà ſpi
rituale; finalmente per ragione di cauſa l'amminiſtrazione dei
Sacramenti, la quale ſuppone una Poteſtà ſpirituale, le Conſe
crazioni delle perſone, de luoghi, de'vaſi, o di qualvoglia altra
coſa, l'uſo della Giuriſdizione Eccleſiaſtica , o delle grazie gra
tuitamente donate, quali ſono la Predicazione della Divina pa
rola, le lodi Divine, la Profeſſione Religioſa &c. Coſa poi an
neſa allo ſpirituale ſi chiama qualunque coſa deſtinata all'uſo
de Sacramenti, o del Miniſtri della Chieſa; e queſta o antece
dentemente, o conſeguentemente. L'anneſſa antecedentemente ſi è
quel

(1) Sunt nonnulli, qui cultum ſub ſicut Sacramenta, qua gratiam ,
rilium pretioſarumque veſtium non vel ſpiritualem Poteſtatem conferunt;
putant eſſe peccatum. Quod ſi cul tertio ratione cauſe, ut adminiſtra
pa non eſſet, neguaquam ſermo Dei tio Sacramentorum , quie a ſpiri
tam vigilanter exprimeret, quod Di tuali Poteſtate, Conſecrationes per
ves, qui torquebatur apud Inferos, ſonarum, locorum, vaſorum, aut
3. o, & purpura indutus fuiſſet ; aliarum quarumeumque rerum, Ec
quod epulahatur quotidie ſplen cleſiaſtica Juriſdićtionis uſus, aut
dide, nec panituiſſet filium Prodi f" gratis datarum , v. gr.
gum, quod diſſipaſſet bona ſua vi ivini verbi Praedicatio , laudes
vendo luxurioſe. S. Greg Pap. Hom. Divinae, Profeſſio Religioſa & c.
4o. in Evang. Spiritualibus annexa dicuntur, que
Dicitur aliquid ſpirituale ſim ad uſum Sacramentorum, aut fi
piciter, primo per eſſentiam, ut Gra niſtrorum Eccleſi e deputata ſunt .
tia , Virtutes , Jurifdi&tio Eccle Ea vero vel antecedenter, vel con
ſiaſtica; ſecundo ratione effettus, fequenter. Annexum antecedenter
eſt,
D E L L' A V A R I 2 I A. 229
quella, ch'eſſendo per ſua natura materiale precede una coſa
ſpirituale, alla quale ha relazione; tali ſono i Calici, gli Al
tari, le Sacre Veſti & c., e ancora il Giuſpatronato, che prece
de la nominazione, o ſia la preſentazione ai Benefici . Conſe
guentemente anneſſa ſi è quella che ſuccede a qualche coſa ſpi
rituale da cui dipende, di queſta ſorta ſono i Benefici Eccle
ſiaſtici, che non ſi poſſono conferire ſe non a chi è già ag
gregato allo ſtato Chericale (1).
La Simonia è di tre ſpecie, cioè Mentale, di Convenzione ,
e Reale. La Mentale è quella, che ſi fa col ſolo interno con
ſentimento dell'animo ſenza veruna convenzione eſpreſſa , o
racita. Di Convenzione è quella colla quale eſpreſſamente, o
tacitamente ſi ſtringe un contratto di coſa ſpirituale da ven
derſi, o da comprarſi; ma il contratto non è eſeguito da am
bedue le parti. La Reale infine è quella in cui attualmente
intervengono le rammemorate tre coſe, vale a dire il patto
tacito, o eſpreſſo, il pagamenro del prezzo, e il ricevimento del
la coſa ſpirituale, quantunque non s aveſſe il tutto pagato ,
nè il tutto conferito.
Dividono altri la Simonia in Simonia di Diritto Divino, e
di Diritto Eccleſiaſtico. A parlar propriamente non v'è altra
Simonia ſe non quella, ch'è proibita per Diritto Divino, cioè
dove interviene il contratto di coſe ſpirituali per altre coſe,
che ſi poſſono valutare con danaro: ti do ſe mi dai, oppure
ti do acciocchè tu mi dia. Con tutto ciò a qualche contratto,
che non è rigoroſamente Simoniaco s'infligge la pena della
Simonia, dunque biſogna affermare, che qualche contratto ſi
poſſa chiamare Simoniaco, perchè proibito dalla Legge umana,
1n

( 1 ) eſt, quod, cum natura ſua 2. 2. q 1oo. art. 4.


materiale ſit, precedit rem ſacram, Plane nulla eſt proprie Simo
ad quam refertur; hujus generis nia, miſi quia prohibita Jure Di
ſunt Calices, Altaria, ſacra Veſti vino, ubi ſcilicet convenit contra
menta & c., & etiam Juſpatronatus ctus iſte rerum ſpiritualium pro re
quod nominationem , ſeu preſenta commenſurabili numiſmate: do, ſi
zionem ad Beneficia antecedit. Spi des; vel do, ut des. Nihilominus
ritualibus conſequenterannexum eſt, apponitur in aliquibus contrattibus
quod rem ſpiritualem ſequitur, 69' non de ſe Simoniaeis pana Simo
ab ea dependet , ſicut Eccleſiaſtica nia ; ubi verum eſt, quod ideodi
Beneficia, que non competunt niſi citur Simeniacum , quia Lege hu
habenti officium Clericale. S. Tho. mana prohibitum, ſicut aliquis pu
72 -
23 o D E L L' «A V A R : Z I A.

in quella guiſa che ſi puniſce talvolta come Eretico a cagio


ne della Legge poſitiva, o di qualche ſua operazione chi real
mente è Cattolico ( 1 ).
Più celebre è la diviſione dei doni dati per coſe ſpiritua
li. Imperciocchè altro è il dono di ſemplice oſſequio, altro il
Can ſunt dono di mani, ed altro il dono di lingua. Il dono d'oſſequio è l
una ſommiſſione fatta indebitamente; dono di mani è il dana
Cauſ I. q I. ro; dono infine di lingua è il favore, o ſia la protezione.
Chiunque pertanto nel conferire, o nel ricevere Dignità Ec
cleſiaſtiche è attaccato da alcuna delle dette peſti, ſi deve
giudicare infetto del delitto dell'Ereſia Simoniaca. Alcuni
tuttavia ſi vantano, e di là traggono motivo di fare pompa
di loro innocenza, perchè non pattuirono di sborſare alcun
danaro per eſſere elevati in Dignità. Ma non ſi pregino di
grazia di loro innocenza, e laſcino di gloriarſi d'eſſere mondi
dalle macchie dell' Ereſia Simoniaca coloro, che quantunque
non danno prezzo di riſplendenti metalli, contribuiſcono non
dimeno invece di eſſi per conſeguire gli onori il prezzo di
ſoggezione, o d'oſſequio (2).
Oltre delle teſtè dette evvi ancora un'altra ſpecie di Simo
mia cioè la confidenza, o ſia la fiduciaria convenzione tacita, o
eſpreſſa, che chi riceve il Beneficio ſia obbligato a trasferirlo
in una determinata perſona, o a laſciare che altri ne raccol
gano o in tutto, o in parte i frutti. Queſta confidenza Bene
ficiale, ch in vari luoghi è un peccato riſerbato al Sommo
Ponteſice, hanno cercato di ſopprimere con due loro partico º

lari Coſtituzioni Pio IV e Pio V.


In quanto alle pene contro i Simoniaci eſſe ſono la scomu
nica di Sentenza già data, da cui quando che ſia per cauſa di
Benefici Eccleſiaſtici, non può per uſo già introdotto aſſolve
re

(1)nitur tanquam Hereticus pre lenti ſummam pro ſuſcipiendis ho


ſumptione Juris poſitivi, vel operis noribus ſe pepigere daturos... Sed
qui veracitereſt Catholicus. Gerſon. nequaquam ſibi innocentiam ſpon
de Simon. deant, C a Simoniaca Haereſeos
(2) Quiſquis in dandis, accipien maculis ſe mundos eſſe confidant ,
diſque Dignitatibus Eccleſiaſticis qui licer metalla vibrantia non ap
una dumtaxat earum, que pradicta pemdunt, pretium tamen pro ſi
funt, " corrnmpitur, Simoniaca piendis honoribus ſubjectionis, 6 ob
Haereſeos teneri crimine judicatur.... ſequii quadam quaſi talenta perſol
Peruntamen iattant ſe, & eo glo unmt - S. Petr. Dam. lib. 2. Ep. 2.
riantur innoxios, quia nullan ta
D E I L' A V A R I Z I A. 23 I
re ch'il Sommo Pontefice; la invalidità del conferito Beneficio,
coſicchè il Simoniaco non può goderne i proventi; la incapa
cità di ricevere nuovi Benefici, finalmente la reſtituzione del
prezzo, il quale deve impiegarſi o in profitto della Chieſa,
o in ſovvenimento dei poveri. Sopra di ciò ſarà bene di con
ſultare San Tommaſo, il Tridentino, e l' Epitome de'Canoni ci
tati dal Cardinale Laurea, e ſimilmente per le riſoluzioni de'
Caſi che poſſono occorrere in queſta materia, non ſi devono perdere
di viſta Gerſone, Rebuffo, ed altri celebri Canoniſti.
E qui non laſcierò di notare circa la Simonia tre Propoſi
zioni, che furono giuſtamente riprovate dai Sommi Pontefici,
Aleſſandro VII e Innocenzio XI, il primo de' quali condan
nò la ſeguente: non è contro la giuſtizia il non conferire gra
tuitamente i Benefici Eccleſiaſtici , perchè il Collatore che confe
riſce que Benefici Eccleſiaſtici coll'intervento del danaro, non eſi
ge queſto per ragione del Beneficio che conferiſce, ma per l'emo
tumento temporale ch'egli non era obbligato a darti (1). Il ſe
condo condannò le altre due, delle quali l'una diceva: dare
il temporale per lo ſpirituale non è Simonia, quando il tempora
le non ſi da come prezzo, ma ſoltanto come motivo di conferire, -
o di fare qualche coſa ſpirituale, ovvero quando il temporale ſia
ſolamente una gratuita compenſazione per lo ſpirituale, oppure il
contrario, diceva l'altra, che è come una continuazione dell'
antecedente: e ciò pure ha luogo, quantunque il temporale ſia
il principale motivo di dare lo ſpirituale, anzi quantunque anco
ra foſſe il fine della medeſima coſa ſpirituale, in maniera che più
quello s'apprezzaſſe che la coſa ſpirituale (2).
Chi poi voleſſe conoſcere quanto grave peccato ſia la Simo- -

nia, baſta che rifletta alla ſevera punizione di Gezi; alle pa. 4 Reg.5.27.
ir Oe

(1) Non eſt contra juſtitiam Bene ſed dumtaxat tanquam motivum con
ficia Eccleſiaſtica non conferre gra ferendi , vel efficiendi ſpirituale ,
ris, quia Collator conferens illa Be vel etiam quando temporale ſit ſo
neficia Eccleſiaſtica pecunia interve lum gratuita compenſatio pro ſpiri
niente non exigit illam pro colla tuali, aut e contra.
rione Beneficii, ſed veluti pro emo ( 2 ) Et id quoque locum habet,
umento temporali, quod tibi confer p"
etiamſi temporale ſit 3000
º, non tenebatur. Prop. damn. ab tivum dandi ſpirituale; imo etiam ſi
Alex. VII. ſit finis ipſius rei ſpiritualis , ſic
Dare temporale pro ſpirituali ut illud pluris eſtimetur , quam
non eſt Simonia , quando tempo res ſpiritualis . Prop. damn. ab
rale non datur tanquam pretium , Innoc. XI.
232 D E L L' A V A i? I Z I A .
A&t. 8. 2o. role che l'Appoſtolo San Pietro diſſe a Simon Mago, dal
quale queſto abbominevole peccato traſſe il nome, a ciò che
2. 2. q. 1oo. ne ſcriſſe San Tommaſo; e al chiamarſi frequentemente ne'
Art. I.
Sacri Canoni queſto delitto Ereſia. Imperciocchè ſiccome la
Religione conſiſte in una certa proteſtazione di Fede, che tut
tavia talvolta alcuno può non avere nel cuore; così ancora i
vizi oppoſti alla Religione hanno la loro proteſtazione d'In
fedeltà, quantunque alcuna volta tale Infedeltà non ſia nella
mente. In queſto ſenſo la Simonia prende il nome d'Ereſia
ſecondo l'eſteriore proteſtazione; atteſochè chiunque vende
nell'accennata maniera i Doni dello Spirito Santo, pare che
ſi proteſti d'eſſere il Padrone dei detti Doni ſpirituali; il
che è da Eretico (1). Noi dunque dobbiamo porci nella ſti
ma degli uomini come miniſtri di Criſto, e diſpenſatori de'
1. Cor. 4 1. Miſteri di Dio; e ciò che gratuitamente abbiamo ricevuto,
Matt. 1o. 8. gratuitamente dobbiamo parteciparlo agli altri; ſopra di che
ſe mai mancaſſimo, non ſi può mai dare parvità di materia
DD. com. ch'alleggeriſca il peccato.
Ad oggetto poi di ſradicare totalmente del cuore il dete
ſtabile vizio dell'Avarizia, e tenerne lontani gli altri che de
rivano dalla medeſima, gioverà molto primieramente il riflet
Heb. 1o.37. tere ch'in punto di morte, la quale non tarderà troppo a ve
nire, ſono aſtretti gli uomini tutti ad abbandonare quanto
hanno raccolto, e laſciarlo talvolta ad eredi ingrati, e diſſipa
tori, che ne faranno un uſo malvagio. Secondariamente che
gli avari non ſono giammai contenti, e ſempre ſono anſioſi di
cumulare nuove ricchezze; laonde meritamente ſogliono raſ
ſomigliarſi ad un idropico, che per quanto beve, non mai
giunge a ſoddisfare l'ardente ſua ſete. Terzo che gli avari
fono odiati ed abborriti da tutti; da poveri dei quali ſuc
chiano ingordamente il ſangue, e rapiſcono le ſoſtanze; dai
figliuoli ai quali manca ſpeſſe fiate il neceſſario; dagli opera
rj che ſono defraudati delle loro mercedi; dai domeſtici ai
qua

( 1 ) Sicut Religio conſiſtit in qua go Simonia Haereſis dicitur ſecun


dam Fidei proteſtatione, quam ta dum exteriorem proteſtationem, quia
men aliquis interdum non habet in in hoc, quod aliquis vendit Donum
corde; ita etiam vitia oppoſita Re Spiritus Sancti , quodammodo pro
ligioni habent proteſtationem Infide teſtatur ſe eſſe Dominum ſpiritualis
litatis, licet quandoque non fit In Doni, quod eſt ha reticum. S. Tho.
fidelitas in mente. Secundam hoc er 2. 2. q Ioo. art. 1 -

- -
v

D E L L' A V A R I Z I A'. 233


quali ſotto cavilloſi preteſti negano o in parte, o in tutto il
dovuto ſtipendio. Quarto ch'è aſſai malagevole a chi abbonda
di ricchezze l'acquiſto della eterna Beatitudine, come poco fa
s'è accennato. Quinto ch'è ſolenne ſtoltezza il teſoreggiare
quì in terra, dove la ruggine e la tignuola guaſtano il tutto,
e non teſoreggiare all'incontro nel Cielo, dove non poſſono
i ladri aver luogo . Finalmente l'eroico eſempio imitato da Matt. 6.2c.
tanti egregi Criſtiani di Gesù Criſto, il quale benchè foſſe 1. Cor. 8. 9.
immenſamente ricco, per noſtra cagione s' è fatto povero, ed
è comparſo nel mondo come un mendico.
A R T I C O L O T E R Z O-

Della Luſſuria.

I A Luſſuria è un peccato, col quale ſi deſidera, o ſi prende


1 – qualche ſmoderato piacere venereo proibito dalla legge na- S. Aug. lib.
turale e Divina. Quanto ſia grave queſta colpa ch'infetta e de 1o. Chor.
rovina preſſo che tutto il genere umano, puoſſi dedurre da s.Tho 15
ciò ch'il luſſurioſo pecca contro Dio e contro il Proſſimo. "
Inoltre qualunque ſia il peccato in cui cade l'uomo, il com
mette ſempre fuori del ſuo corpo; ma chi pecca di Luſſuria
pecca dentro il ſuo corpo . Ma non ſapiamo noi forſe che i
corpi noſtri ſono membra di Gesù Criſto, e che noi toglien- 1.Cor. 6.18.
do ad eſſe membra la dignità d'eſſere membra di Gesù Criſto
le facciamo divenire membra di meretrice? Non ci è forſe no. ibi. 15.
to che ſiamo Templi di Dio, e che il di lui Spirito abita
dentro di noi? Chiunque però violerà il Tempio di Dio ſarà
da Dio caſtigato ſeveramente. Nel ſecondo Libro bo io ragionato 2.Cor. 3. 17.
dei rimedi di queſta peſſima infermità. Per altro tornerà aſſai V. pag. 84 e
meglio ch'i Fedeli prendano lume dai loro Parrochi e dai Confeſſo- ſegg.
ri piuttoſto che dai Libri . Ai Parrochi poi e ai Confeſſori non
mancano pii, dotti, e approvati Autori per eſſere ben inſtruiti di
ananto è neceſſario a ſaperſi in queſto argomento.

Lib. Ter. - G 8 A R
234

A R T I C O L O Q U A R T O.
Della Invidia.

A" taluno le ſue proprie qualità porta Invidia o ai


S.Aug. l. 1 1. ſuoi pari perchè l'eguagliano, o a ſuoi inferiori per ri
de Gen. ad more che non l'eguaglino, o a ſuoi ſuperiori perchè non può
ºp-14 eguagliarli. Non è altro adunque la Invidia ch'una triſtezza,
o ſia un diſpiacimento del bene altrui, come ſe foſſe un ma
S Tho. 2. 2. le noſtro, in quanto crediamo che quel bene ci ſminuiſca la
q. 36. art. 1. propria gloria ed eccellenza. Di ſua natura è peccato mortale,
ma può eſſere ancora peccato ſoltanto veniale a riguardo della
imperfezione dei di lei atti, o perchè ſono ſubitanei, e perciò non
procedono da un animo deliberato, o perchè alcuno ſi duole
del bene altrui, il quale è di così poca conſiderazione ch'ap
pena gli compete il nome di bene; come ſarebbe ſe alcuno
invidiaſſe alcun altro, perch'è fortunato nel gioco, veloce
DD. com- nel corſo &c. Caſo che poi taluno invidiaſſe il i" ſpiritua
le del Proſſimo, non già perchè deſideri ch'eſſo non poſſeda
un tale bene, ma perchè gli diſpiace d'eſſerne privo, non è
queſta propriamente una Invidia, ma piuttoſto un zelo molto
lodevole. -

Dalla Invidia naſcono l'odio, la Suſurrazione, la Detrazione,


il Godimento dell'altrui male, e l'Afflizione del bene. Dell'O.
dio qui non accade parlare, avendone di già trattato baſtante
V pag- 119- mente nella prima parte di queſto Libro.
e ſegg. Suſurroni chiamanſi coloro che con malizioſi artifici diſuniſ
cono gli uomini, e gli azzuffano inſieme, e grandemente ſi
dilettano di ſeminare diſcordie ad oggetto di rompere con
finte chiacchiere le più ferme unioni e ſocietà, riducendo ad
odiarſi a morte, ed a venire alle mani quelli che prima godeva
no d'una ſtrettiſſima amicizia ( 1 ). Queſta ſorta di gente è
Luc. 19. 16. altamente biaſimata dal Signore, il quale ci comanda di non
eſſe
( 1 ) Suſurrones ſunt, qui ſuis ar- fictis ſermonibus dirimentes amiciſ
tificiis diſtrahunt homines, C. inter ſimos viros ad immortales inimici
ſe committunt , magnopereque ſe- tias, & ad arma compellant. Ca
rendis diſcordiis delectantur, ut tech. Rom. de 8. Praec. Decal.
fummas conjunctiones ac ſocietates
D E L L A I N V I D I vA'. 235
eſſere mormoratori, nè ſu ſurroni tra il popolo, e noi ſiamo anco
ra informati dalle Sacre Carte che ſei ſono le coſe, le quali
tiene in odio il Signore, e che v'ha la ſettima la quale è
dalla di lui anima molto abborrita; vale a dire occhi ſuperbi,
lingua menzognera, mani che ſpargono il ſangue innocente, cuore
macchinatore di peſſimi penſieri, piedi veloci a correre nel male, -

chi profferiſce menzogne, falſo teſtimonio, e colui il quale ſparge Prov. 6. 16.
diſcordie tra i fratelli. Noi dobbiamo dunque guardarci di 8 ſeqq.
non acquiſtare il nome di Suſurroni, poichè queſti tali ſi de
vono aſpettare d'avere a ſoffrire una confuſione peggiore di
quella dei ladri, e d'eſſere il berſaglio dell'odio, delle inimi
cizie, e degli affronti univerſali. Qualora pertanto c'incontria- Eccli. 5. 17.
mo ad aſcoltare qualche parola offenſiva del noſtro Proſſimo,
ſoffochiamola dentro di noi medeſimi anche per non offendere
gravemente noi ſteſſi col paleſarla, come appunto era ſolita a ibi. 19. 1o.
praticare la Santa Madre del grande Agoſtino; maſſimamente S.Aug.lib.9.
che ſovente tale vizio è un peccato graviſſimo, e i Suſurroni Conf. cap. 9.
ſono tenuti a riſarcire quel male che colle malvagie lor arti
hanno in altri cauſato. DD. com.
Deteſtabile è non meno la Detrazione , eſſendo incredibile
quanti, e quanto gravi incomodi e danni ella produca. Queſto
vizio di mormorare è deteſtato in mille luoghi della Sacra Scrit
tura, da cui ſiamo avviſati ch'i detrattori ſono in odio a Dio, e
degni di morte; che nè i maledici, nè i rapaci giungeranno al Rom. 1. 3o.
poſſeſſo del Regno di Dio, che i denti loro ſono armi e ſaette, e la 1. Cor.6.1o.
loro lingua è una ſpada acutiſſima. Anzi minor è il male che ſi Pſal. 56. 5.
commette con una ſpada tagliente, di quello che con una lingua S.Aug.trati.
inſidioſa . E la occulta Detrazione non è diſſimile dal veleno- 5. in Joan.
ſo morſo d'un naſcoſto ſerpente. Quindi è ch'il Detrattore di Eccle. 1o.
viene l'abbominazione degli uomini; e però dee ciaſcuno uſa- i 1.
re ogni ſtudio di non framiſchiarſi coi detrattori, i quali in Prov. 24.9.
contreranno repentinamente la loro perdizione. ibi. 22.
Ma per meglio conoſcere la forza di queſto vizio della De
trazione biſogna oſſervare che non s'offende ſolamente colla
calunnia la eſtimazione degli uomini, ma ancora coll'accreſ
cere ed amplificare gli altrui delitti. E ſe alcuno commetteſ
ſe

Ut peccati hujus vis, quo de hibenda calumnia offendi hominum


altero detrahitur, omnino perſpicia- exiſtimationem , ſed & augendis
tur, ſciendum eſt, non tantum ad- amplificandiſque criminibus. Et ſi
Lib. Ter. G g 2 quid
236 D E L L v4 I N V I D I A .
ſe qualche occulta mancanza , ch' eſſendo fatta paleſe recaſſe
una grave vergogna alla di lui farma, quegli che la manife
ſtaſſe, dove, quando, e a chi non è neceſſario, meritamente
ſi dimanderebbe detrattore, e maledico. Coloro poi ch'hanno la
temerità di detrarre alla Fede Cattolica proteggendo, appro
vando, ed eſaltando con lodi i Maeſtri delle falſe ed erronee
Dottrine, hanno a chiamarſi non pur ſacrileghi Detrattori, ma
formali Eretici. Dal numero, e dalla colpa del detrattori non
vanno nè meno eſenti coloro, ch'eſſendo portati a porgere orec
chio ai maledici non ſolo non li riprendono , ma volontieri
preſtano ad eſſi il loro aſſenſo . Stantechè , come ſcrivono i
Santi Girolamo e Bernardo, è difficile il giudicare quale del
le due coſe ſia più condannabile, ſe il detrarre, ovvero l'aſcol
tare il Detrattore, atteſochè ceſſerebbono i Detrattori di ragio
nare, allorch'eglino non trovaſſero chi deſſe retta alle loro pa
role ( 1 ).
Ella è poi una coſa molto ridicola di certi Detrattori che
paleſando qualche altrui difetto occulto pregano chi gli aſcol
ta, e lo ſcongiurano di non comunicarlo a verun altro, men
tre con ciò vengono a dichiarare d' aver eſſi medeſimi com
meſſa una mancanza degna di riprenſione. Se tu fai, dice S.
Gioanni Criſoſtomo, premuroſa iſtanza ad un altro di non propa
larlo, molto più conveniva che tu prima ne cuſtodiſſi geloſa
mente il ſegreto. Tu ti prendi cura di ſalvare un altro dopo
che l'hai malizioſamente tradito. Se è coſa adunque che non
debba dirſi, non è lecito comunicarla (2). Quan
(1) quid occultius ab aliquo com- traherent, ſi non adeſſent, qui de
miſum ſit, quod ubi reſcitum fuerit, trahentes audirent. Catech. Rom.
grave, aut turpe ſit ad famam, eam de o&t. Praecep. Decal.
rem qui ubi, quando, quibus non (2) Hoc ridiculum magis eſt, quod
neceſſe ſit, pervulgavit , is obtre talem habentes vitam, 3 resſuas
&tator, 6 maledicus jure dicitur... negligentes, cum aliquid arcanum
Nec vero ab horum hominum nu dixerint, rogant audientem, 69 ad
mero & culpa ſe unguntur, qui de jurant, ne cuiquam amplius alteri
trahentibus, 69 maledicentibus ho dicat, hinc declarantes, quod rem
minibus patefacientes aures non re reprehenſione dignam commiſerunt -
prehendunt obtrettatores , ſed il Si enim illum , ut nemini dicat ,
lis libenter aſſentiuntur. Detrahere rogas, multo magiste priorem huic
enim,vei detrahentem audire,ſcribunt dicere non oportebat...... Poſtguan
Sancti Hieronymus & Bernardus , ipſum prodidiſti, tunc ſalutem ipſius
strum damnabilius ſit , non facile curas. Si non vis efferri, neque al
conſtat. Non enim eſſent, qui de teri ipſe dicas. S. Chryſoſt, Hom.3.
li
-
D E L L A I N V I D I Af, 137
Quandochè però alcuno manifeſtaſſe qualche ſegreto per al
cun bene neceſſario, come ſarebbe affine di procurarne la emen
dazione; per evitare un maggior male &c. in tale caſo non S. Tho. 2.2.
è peccato, nè può chiamarſi Detrazione. 4.73 Arte 2e
-

Di queſto ſteſſo delitto ſono rei gli Autori de libelli infa


matorj; chi li divulga, e chi li fa leggere; gli Storici an
cora ch'inſeriſcono ne' loro libri i vizi occulti, e chiunque in
qualſivoglia modo offende la fama de morti. Non vi ſia però DP
chi ſi luſinghi di poter ottenere il perdono delle calunnie e
maldicenze, ſe prima a quello non ſoddisfaccia, alla cui ripu
tazione o pubblicamente, o in privato, e nelle famigliari con
verſazioni abbia detratto; e tutte le volte che col pregiudi. Catec. Rog.
care all'altrui fama gli aveſſe recato qualche danno tempo
rale; per eſempio ſe foſſe ſtato occaſione ch' alcuno non con
ſeguiſſe qualche Dignità, è ancora tenuto a dargli un'adegua
ta compenſazione per il danno ſeguito ; e in caſo ch'il De
trattore foſſe morto, ſono in obbligo di riſarcire il medeſimo
danno, quando ne foſſero informati, i di lui eredi (1).
Non è nè meno lecito di diffamare ſe ſteſſi coll' altrui de
trimento, come dimoſtra diffuſamente Santo Agoſtino nel li
bro del Bene della Vedovanza al cap. 22. Chiunque ancora
non prende cura di cuſtodire la ſua buona fama, è ſempre, co- Ser. 49. de
me dichiara lo ſteſſo Santo Agoſtino, un uomo ſoverchiamen- Div.
re crudele riguardo di ſe medeſimo; maſſime ſe ſia egli poſto
in tal officio, ove gli corre la obbligazione, ſecondo che dice
l'Appoſtolo, di porgere in tutto eſempio agli altri di buone Tit. 2- 7.
opere -

A queſto propoſito, acciocchè non reſti alcuno ingannato


circa la maniera come deve contenerſi, allorchè ſi trova eſpo
ſto a pericolo di ricevere pregiudizio nel ſuo buon credito,
tornerà a vantaggio il ſapere che fu condannata da Aleſſan
dro VII la ſeguente Propoſizione: è lecito al Religioſo, o Chie
rico d'occidere il calunniatore, che lo minaccia di ſpargere di lui,
o della ſua Religione gravi delitti, quando altro mezzo non ab
bia

(1) Si Detra&tor famam alterius tenentur haredes, ſi ſciant. S. Tho.


ladendo cauſa fuit etiam tempora 2. 2. q 73. art. 2 .
lis damni, v. gr. ne Dignitatem ob # licitum Religioſo, vel Cle
tineret, tenetur etiam ad eſus dam rico calumniatorem gravia crimina
mi reſtitutionem ; & ipſo defunto, de ſe, vel de ſua Religione ſpar
- ge
233 ID E L L A I N V I D I A.
bia egli in pronto per difenderſi, come pare che non l'abbia, ſe
il calunniatore, qualora non è tolto dal mondo, ſia riſoluto d'in
colpare pubblicamente, e alla preſenza d'uomini autorevoli o eſſo
Religioſo, o la di lui Religione di gravi delitti (1). A detta
Propoſizione ſe ne aggiungono altre due, che furono riprovate s
da Innocenzio XI, la prima delle quali diceva: che peccato ſa.
rà ſe non veniale l'eludere l'autorità del Dettrattore, che ci of.
fende, coll'imputare allo ſteſſo qualche grave delitto? Diceva la
ſeconda: è probabile che non pecchi mortalmente chi per difen
dere le ſue giuſte ragioni, e il proprio onore, attribuiſce ad alcu
no un falſo delitto, e quando ciò non ſia probabile, appena ſi
troverà qualche Oppinione probabile nella Teologia (2).
Il piacere finalmente , che prova alcuno delle diſgrazie del
Proſſimo, e il diſpiacere dei di lui vantaggi ſono ſempre pec
cati mortali, quando provengono dalla Invidia, o dall'odio,
ed è grave il male del Proſſimo, e ne ſieno i moti piena
DD. com. mente deliberati. Io voglio ora pertanto ammonire caritate
volmente gli invidioſi di fare ſerioſa rifleſſione in quanta ce
cità ſi ritrovino, allorch'eglino ſi dolgono a cagione degli al l
trui vantaggi, e ſommamente ſi rattriſtano degli altrui avan
zamenti. Oh quanto ſono mai miſerabili coloro che s' attri
ſtano nel riguardare le felicità del Proſſimo, e che mentre
pervengono a loro notizia gli altrui proſperi eventi, ſi ſentono
rodere il cuore, e ſcoppiano di livore ! Qual coſa può imma
ginarſi più di loro infelice, che nel tempo in cui ſtanno oſ
ſervando le altrui felicità ſoffrono nell'interno una pena, che
li rende tuttora più ſcellerati (3)? Affi
(1) gere minantem occidere, quan babilis in Theologia. Prop. damn.
do alius modus defendendi non ſup ab Innoc. XI.
petit; uti ſuppetere non videtur , (3) Admonendi ſunt invidi, ut
i calumniator ſit paratus vel ipſi perpendant quanta cacitatis ſunt ,
Religioſo, vel ejus Religioni publi qui alieno profettu deficiunt, aliena
ce, C9 coram graviſſimis viris pre exaltatione contabeſcunt . Quante
dićta impingere, niſi occidatur. Prop. infelicitatis ſunt , qui melioratione
damn. ab Alex. VII. Proximi deteriores funt , dunque
guid nonniſi veniale ſit Detra augmenta aliena proſperitatis aſpi
hentis auctoritatem magnam ſibi ciunt, apud " anxie affli
nexiam falſo crimine elidere ? Sti cordis ſui peſte moriuntur. Quid
( 2 ) Probabile eſt non peccare mor iſtis infelicius, quos dum conſpectu
taliter, qui imponit falſum crimen felicitas afficit, pana nequiores red
alicui, ut ſuam juſtitiam, 69 ho ditº S. Greg. Pap. in Paſt. part. 3.
norem defendat; & ſi hoc non ſit admonit. I 1.
probabile, via alla erit Opinio pro
- –- – - - - -- - -i

e --- -
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- -
- - -
- - - - --

D E L L A I N V I D I A. z39
Affine però che non entri giammai a contaminare il noſtro
cuore la Invidia, dobbiamo primieramente mettere ogni ſtu
dio d'allontanare da noi la concupiſcenza della carne, la con- r. Joan. 2.
cupiſcenza degli occhi, e la ſuperbia della vita; dappoichè, 16.
come riflette ſaggiamente San Baſilio, chi non è ſuperbo, e Hom. 11. de
non ſi prende ſollecita cura delle coſe caduche, degli onori, Invid.
delle Dignità, di ciò inſomma ch'eſalta preſſo gli uomini il
proprio nome, non può eſſere predominato dalla Invidia.
Conſideriamo in ſeconde luogo ſerioſamente che non v'ha vi
zio, che ci renda coranto ſimili al Demonio, la ſola Invidia
del quale introduſſe infelicemente nel mondo la morte, e che Sap. 1 r. 24
pertanto coloro che vengono ad imitarlo, ſi dichiarano di lui
ſeguaci. Fiſſiamoci in terzo luogo nella mente che la Invi
dia non arreca detrimento ch'al ſolo invidioſo, il quale ſenza
riceverne alcun vantaggio s'affligge inutilmente dell'altrui be
ne. Per ultimo riduciamoci alla memoria che noi ſiamo tut
ti fratelli per natura e per grazia; e che ci biſogna avere
per conſeguenza un ſolo cuore, e un'anima ſola, la quale ci
muova a compaſſione delle altrui diſgrazie, e ci ricolmi di
gioia delle altrui felicità.
A R T I C O L O Q U I N T O.
Della Gola.

A Gola è uno ſnoderato piacere nel cibo, e nella bevanda,


dal qual piacere qualora ſi laſcia traſportare ia così fat
ta guiſa l'uomo che l'abbia per ſuo fine, e ſia pronto per fe
condarlo ad offendere Iddio, pecca gravemente; ma fuori di S. Tho.z.z.
detti Caſi commette ſoltanto peccato veniale. Coloro infatti q.148.art-z-
che s'abbandonano intieramente alle gozzoviglie, non ſervo- Rom. 16.
no al Signore noſtro Gesù Criſto, ma al loro ventre. Pur 18.
troppo però vi ſono molti nel mondo, de quali diſſe pian
gendo San Paolo che ſono inimici della Croce, il fine de quali Philip. 3.
è la morte, e il ventre il loro Dio. Ma oh quanto ſono egli- 19.
no da deplorarſi! Iddio diſtruggerà egualmente e i cibi che
fervono per il ventre, e il ventre che ſi riempie di cibi. Di 1.Cor.6.13.
più ancora chi ha ſoverchia paſſione pel banchettare, parirà
fempre diſagio; e chi ama ſoltanto il vino e le ſaporoſe vi- -

vande non acquiſta mai copia di ricchezze. Ceffi ciaſcuno per- Prov.21.17.
2 Ea M3
24G, D E L L A G O L A.
tanto d'eſſere avido di ſontuoſi conviti, e s'aſtenga dal gita
tarſi ingordamente ſopra ogni cibo anche a riguardo di non
cadere infermo; e già è noto che molti per la crapola s'affret
Eccli. sz. tarono la morte, quando altri all'incontro colla temperan
32. 34. za ſi ſono prolungata la vita.
Sarà ora bene d'avvertire che fu condannata da Innocenzio
XI la ſeguente Propoſizione: il mangiare e il bere ſino alla ſa
zietà per ſolo piacere non è peccato, purchè non rechi detrimento
alla ſalute, perchè l'appetito naturale può lecitamente godere de'
ſuoi atti (1). A queſto propoſito tornerà a vantaggio il ſa
pere che quando la natura in certa maniera richiede il ſup
plemento di ciò che va ad eſſa mancando, tal' eſigenza non
ſi chiama una sfrenata cupidigia, ma fame, o ſete. Allorchè
poi dopo avere ſoddisfatto alla neceſſità ſi conſerva il deſide
rio di proſeguire a mangiare, tal deſiderio è già una sfrenata
cupidia, ed un male a cui non biſogna mai cedere, ma con
viene ſempre reſiſtere (2 ). Quindi per aſſicurarſi di non of
fendere Iddio la più bella coſa, che può eleggere un Criſtia
no ſi è ch'egli cerchi di ſtabilire nel ſuo cuore la grazia Di
vina ſenza prenderſi una ſollecita cura dei cibi corporali che
Heb. 13. 9. nulla giovano a chi in eſſi ſi perde ; e che perciò tutte le
1. Cor. 1o. volte in cui è preſſato dalla neceſſità a mangiare o bere, or
3 I. dini ambedue le dette operazioni alla gloria di Dio.
In cinque maniere ci può tentare il vizio della Gola . La
prima col prevenire il tempo del mangiare ; la ſeconda con
andare ſolleciti in traccia dei cibi più delicati ; la terza con
mettere una troppo accurata attenzione nel preparare le vi
vande; la quarta con eccedere nella quantità che oltrepaſſi
la miſura d'una moderata refezione; la quinta ed ultima con
ap

( 1 ) Comedere & bibere uſ pue ad do eſt, jam malum eſt, cui ceden
ſatietatem ob ſolam voluptatem non dum non eſt , ſed reſiſtendum - S
eſt peccatum, modo non obſit vale Aug. lib. 4. cont. Julian. cap. 14.
tudini, quia licite poteſt appetitus Quinque nos modis Gula vi
naturalis ſuis attibus frui . Prop. tium tentat. Aliquando namque in
damn. ab Innoc. XI. digenti e tempora prevenit ; aliquan
(2) Cum natura quodammodo po do vero cibos lautiores quaerit ; ali
ſeit ſupplementa, que deſunt, non quando quelibet, qua ſumenda ſunt,
vocatur libido, ſed fames, aut ſitis. preparari accuratius expetit ; ali
Cum vero ſuppleta neceſſitate amor quando in ipſa quantitate ſumendi
edendi animum ſollicitat, jam libi menſuram moderate refectionis ex
. - cedit
D E L L A G O L Aſ. 24 i
appetire i cibi anche più vili, ma in maniera che l'appetito
fia così ardente ch'induca a commettere un più grave pecca
to. Infatti Gionata fu condannato alla morte per decreto del
Padre, perchè guſtò il mele prima che foſſe giunta l'ora de- Reg. 14.
ſtinata al mangiare, e il popolo uſcito dall'Egitto finì miſe- 44
ramente i ſuoi giorni entro il deſerto, perchè diſprezzando la
manna deſiderò la carne ch'a lui ſembrava una vivanda più
ſaporoſa. E la prima colpa di cui ſi coſtituirono rei i figliuoli Nº 9.
d'Eli, ella ſi fu che comandarono al miniſtro del gran Sa
cerdote di non prendere dal Sacrificio, com'era l' antica pra
tica, le carni già cotte, ma di procurarle crude, e cuocerle -

con maggior diligenza . E allorchè fu detto a Geruſalemme : : Reg. 2.


queſta fu la iniquità di Sodoma tua ſorella la Superbia, la ſa- Ezech. t6.
zietà del pane, e l'abbondanza, ſi viene a comprendere chia- º
ramente ch'intanto andò ella in perdizione, perchè oltre il
vizio della Superbia ebbe quello ancora di traſcorrere ne' con
viti i limiti d' una moderata lautezza . E perdette Eſaù il l

vantaggio della Primogenitura, perchè agognò con iſmoderato


deſiderio un vile legume, cioè la lenticchia, per avere la
quale contentofſi di vendere la ſua ſteſſa Primogenitura, dan
do con ciò a divedere quanto ei ingordamente la bramaſſe; lo Gen. 25.
che è vizioſo non per la qualità del cibo, ma per l'avidità
d' ottenerlo. Sicchè talvolta ſenza commettere peccato noi
poſſiamo ſatollarci di delicate vivande, tal'altra diverremo
col

redit ; nonnunquam vero & abje ruſalem dicitur: hac fuit iniquitas
ctius eſt, quod deſiderat; & ta Sodomae ſoreris tua Superbia ,
men ipſo eſtu immenſi deſiderii ſaturitas panis, & abundantia ,
deterius peccat. Mortis quippe ſen aperte oſtenditur, quod ideirco ſa
tentiam Patris ore Jonathas me lutem perdidit, quia cum Superbie
rui