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Riassunto - libro "Principi di microbiologia medica" di M. La


Placa - Microbiologia
Microbiologia (Università di Bologna)

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BerniBalz ---

Manuale di Microbiologia Clinico

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PREFAZIONE

Questo compendio nasce dal desiderio di due studenti di integrare il famoso (“famigerato”?) testo “La
Placa”, storica pietra miliare dello studio della microbiologia, sulla quale gli inermi neofiti di questa
materia effettuavano uno studio “matto e disperatissimo” a causa della notevole e dispersiva mole di
informazioni.
Ciò appurato, i due autori decisero di sfoltire il lavoro, realizzando, non senza immani fatiche, un volume
snello in cui integrare lezioni frontali, trattati di microbiologia, competenze personali e anche
informazioni raccolte dalla rete, sapientemente verificate.
Il risultato è il seguente manuale, voluto e realizzato nella sua forma originaria da Alessio Balzani e poi
curato e revisionato da Davide Bernucci, prodotto senza scopo di lucro all’unico fine di semplificare la
comprensione e l’apprendimento di una materia ostica, ma comunque essenziale nella pratica medica
quotidiana.
Senza frapporre ulteriori indugi, vi auguriamo una “felice” lettura e un sereno esame, guidandovi subito
al vivo della materia…

I vostri autori,

Balz
Berni

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BATTERI

MICROBIOLOGIA GENERALE

Microbiologia
È la scienza che si occupa dello studio dei microrganismi; la microbiologia medica è quella parte di
microbiologia che si occupa di studiare i microrganismi agenti eziologici delle malattie infettive. Nella
microbiologia vengono descritte le caratteristiche di batteri, miceti, protozoi, elminti e virus; nella
microbiologia speciale il microrganismo patogeno viene classificato in base a delle caratteristiche
generali, come patogenesi (meccanismi per indurre la patologia), vie di trasmissione, epidemiologia
(meccanismi di diffusione), patologie correlate, diagnosi di infezione (diagnosi di laboratorio utili per
verificarne la presenza), terapia e profilassi.

Albero della vita


In base alla sequenza nucleotidica (della sequenza) di rRNA della sub unità ribosomiale piccola, l’albero
filogenetico considera tre grandi ramificazioni: Eucarya, Bacteria e Archaea; quest’ultima non contiene
agenti patogeni.
Proprietà differenziali:
-
Bacteria: unicellulari, non presentano membrana nucleare o altri organelli circondati da
membrana (mitocondri, apparato di Golgi, lisosomi); il cromosoma, circolare, è rilasciato nel
citoplasma, dove l’informazione genetica viene integrata da plasmidi, sequenze genomiche
circolari acquisibili che codificano per particolari prodotti. Non ci sono proteine associate al DNA
e la parete cellulare presenta peptidoglicani. La traduzione nei ribosomi inizia con formil-
metionina.
-
Archaea: unicellulari, assenza di nucleo(membrana nucleare) e altri organelli delimitati da
membrana, hanno un cromosoma circolare integrato da plasmidi, il DNA presenta proteine
strutturali (istoni), nella parete sono assenti i peptidoglicani e la traduzione comincia con la
metionina.
-
Eukarya: unicellulari (protozoi e miceti) e pluricellulari, hanno un nucleo delimitato da
membrana, un corredo di organelli citoplasmatici (mitocondri, apparato di Golgi, lisosomi,
reticolo endoplasmatico, ecc…), non presentano plasmidi e il DNA ha proteine associate (istoni).

Microrganismi presenti nell’uomo


In alcune cavità non si trovano mai patogeni, perché vengono controllati e distrutti dal sistema
immunitario; il sistema digerente, essendo un tubo, è esposto all’ambiente esterno e ospita
microrganismi simbiotici che possono diventare patogeni (elementi patogeni silenti) in base alle
condizioni dell’individuo.
-
Infezione: indica la presenza (di una popolazione ) di microrganismi in un individuo o una
popolazione.
Infezione e malattia sono diverse: un individuo può essere infetto ma non malato; per giungere
alla malattia occorre presentare i sintomi, che per estrinsecarsi necessitano di caratteristiche
precise.
-
Malattia da infezione: sintomatologia clinica sostenuta da batteri, miceti, protozoi e elminti

Postulati di Kock
Microbiologo che scoprì gli agenti eziologici di colera e tubercolosi; sono le regole principali per
riconoscere la responsabilità di un microrganismo circa un certo quadro patologico. Attualmente sono
inadeguati alla luce delle nuove scoperte, ma mantengono un concetto di fondo valido:
-
Il microrganismo deve essere presente in tutti i casi della malattia (talvolta le concentrazioni di
patogeno sono talmente basse da impedirne la rilevazione)
-
Il microrganismo deve essere isolato dal malato e deve crescere in coltura (alcuni batteri non
riescono a crescere in vitro)

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-
La malattia deve essere riprodotta in un ospite-animale sano suscettibile attraverso
l’inoculazione della coltura pura (alcuni patogeni sono specie-specifici e quindi non
aggrediscono specie diverse)
-
Il microrganismo deve essere di nuovo isolato in una forma pura dall’ospite sperimentalmente
infettato
Tipi di infezione
Possono essere endogene, cioè derivanti dalla flora batterica (a seguito di abnorme espansione delle
colonie oppure per trasferimento di microrganismi da un sito anatomico ad un altro non adeguato ad
accoglierlo ossia ectopiche), o esogene, con ingresso nell’organismo di microrganismi non tipici della
flora batterica endogena.
Un esempio di infezione endogena è la cistite da Escherichia coli che, pur numerosa e innocua
nell’apparato intestinale, può causare cistite se raggiunge vescica o ureteri; nel caso di lesioni cutanee i
batteri epidermici, innocui sulla cute, divengono patogeni se raggiungono i tessuti profondi,
sommandosi alla eventuale infezione esogena.
L’infezione esogena proviene da sorgenti esterne, come materiali inanimati (alimenti contaminati, terra,
ecc..), animali infetti (zoonosi, come la rabbia) o altri esseri umani infetti. In caso di assunzione di acqua
contaminata dal batterio della dissenteria, la probabilità di ammalarsi è del 90%; per avere il tifo è
necessario entrare in contatto con 100.000 salmonelle, mentre il Vibrio cholerae necessita di essere
presente in milioni di unità per avviare la patologia.

Modalità di trasmissione delle infezioni esogene


-
Ingestione di alimenti o bevande contaminate: tipica circuitazione oro-fecale, appannaggio
delle comunità povere(promiscuità), con localizzazione dell’agente eziologico a livello intestinale
-
Via aerogena: trasmissione uomo-uomo tramite le goccioline di saliva(aerosolizzate) contenenti
il patogeno, sia per inalazione diretta, sia per contaminazione di alimenti
-
Contagio sessuale: indice della debolezza dell’agente eziologico, perché necessita di ambienti
accoglienti per poter sopravvivere; tramite questa circuitazione è spesso possibile
trasmettere(veicolare) anche malattie non veneree in senso stretto ma che utilizzano lo scambio
di fluidi come vettori per il contagio
-
Trasmissione verticale e perinatale: passaggio del patogeno dalla madre al feto tramite la
placenta(prenatale) oppure trasmissione per contatto dovuto al transito del neonato in un
canale del parto infetto(perinatale).
-
Per inoculazione diretta nei tessuti o nel sangue circolante: morso di animale infetto o
puntura di artropode (zoonosi)
-
Per penetrazione traumatica: ingresso nei tessuti profondi dell’organismo di materiali
contaminati provenienti dall’ambiente

Vie di trasmissione delle infezioni esogene


-
Via aerogena: trasmissione interumana dovuta all’inspirazione di goccioline di saliva
contaminate dal patogeno o ingestione di cibi contaminati (tifo)
-
Via oro-fecale: i patogeni, riscontrabili nelle feci dei soggetti malati, tramite la contaminazione
fecale di acque e alimenti, possono raggiungere l’intestino di un individuo sano
-
Via venerea: trasmissione sessuale (sifilide, gonorrea)
-
Artropode-vettore: il patogeno viene inoculato nei soggetti da un artropode che lo custodisce al
suo interno fornendogli un ambiente dove proliferare (malaria)
-
Reservoir vertebrato: trasmissione tramite morso di animali infetti limitatamente ai
mammiferi (cane, volpe, gatto, pipistrello) (come avviene nella rabbia)
-
Vettore atropode-reservoir vertebrato: il reservoir solitamente funge da bacino di infezione
(ma può anche diffondere il contagio) mentre la trasmissione è principalmente delegata a un
artropode-vettore (peste)

Trasmissione orizzontale( definito come“Nella trasmissibilità interumana delle malattie infettive, il


passaggio del patogeno (e dell'infezione) tra individui diversi e tra loro indipendenti a seguito di contiguità
spaziale (trasmissione per via aerea, alimentare) o per l'instaurarsi di rapporti interpersonali diretti (contatti

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sessuali) o mediati da artropodi “) e verticale(“Nella trasmissibilità interumana delle malattie


infettive, il passaggio di una infezione dalla madre al feto per via placentare (infezione
congenita) o al neonato durante il passaggio nel canale del parto infetto (infezione perinatale), o
ancora attraverso l'allattamento (infezione postnatale”)
Le tipologie di trasmissioni verticale riguardano:
-
Prenatale: tramite la placenta (rosolia, CMV, HIV, sifilide, Toxoplasma gondii)
-
Perinatale: tramite canale del parto infetto (HSV-2, Neisseria gonhorreae, Chlamydia)
-
Postnatale: tramite il latte contaminato(della madre) o contatto diretto (HBV, CMV, HIV)
-
Linea germinale: sequenze retro virali presenti nel genoma umano (“trasmissione non genetica
di un virus che si è inserito nella via germinale la quale lo trasferà ai figli come provirus)”
La possibilità di trasmissione di infezione è fondamentale nel caso di partorienti. Nel caso di HIV, la
profilassi antiretrovirale cala il rischio di trasmissione verticale dal 40% allo 0,1%, così come è efficace
la profilassi per evitare la contrazione dell’HIV se somministrata entro le prime 48 dal contagio. Al
trattamento anti-trasmissione placentale, si aggiungono parto cesareo (per evitare scambi ematici fra
madre e figlio) e proibizione dell’allattamento.
Ai bambini appena nati si somministrato gocce di nitrato di argento o di collirio antibatterico per evitare
congiuntiviti da Chlamydia o Neisseria gonhorreae.

Fasi dell’infezione da microrganismo patogeni


1. Ingresso nell’organismo e creazione della prima nicchia di infezione, dove si devono accumulare
sufficienti patogeni per scatenare la sintomatologia
2. Superamento delle difese locali e diffusione sistemica
3. Moltiplicazione
4. Evasione della risposta difensiva, passando da infezione a malattia
5. Diffusione del patogeno dall’individuo infetto a nuovi individui sani
6. Danni nell’ospite
La virulenza è una caratteristica negativa per i virus, poichè eliminando velocemente l'ospite vengono a
essere a loro volta eliminati; virus letali, come l’ebola, non sono adattati a una sola specie ma hanno un
ampio bacino di ospiti. (meglio per gli herpes poichè contagiano tanti soggetti e a lungo senza provocare
gravi danni)

Frequenza di infezioni specifiche che determinano malattia


-
Pneumocistite carinii: 0 %
-
Poliomelite (bambino): 0.1 – 1 %
-
EBV (tra 1 e 5 anni): 1 %
-
Rosolia: 50 %
-
Influenza (adolescenti): 60 %
-
Pertosse: >90 %
-
Malaria: >90 %
-
Antrace: >90 %
-
Gonorrea: 99 %
-
Morbillo: 99 %
-
Rabbia, HIV: 100 %
In sostanza non tutte i patogeni che danno infezione possono dare malattia; alcuni infettano in maniera
asintomatica, altri causano sempre patologia quando presenti mentre la maggior parte ha effetti
dipendenti dal soggetto, dalle condizioni ambientali e dalla immunocompetenza dell’ospite.

PROCARIOTI
I batteri sono procarioti, con dimensioni comprese tra frazioni di micron e pochi micron, classificabili
rispetto alla forma:
-
Cocchi(significa chicco): forma rotonda, in base alla disposizione nella colonia possono essere
streptococchi (formano lunghe catene), stafilococchi (grappoli) o diplococchi (coppia durante la
mitosi)
-
Bacilli: hanno forma allungata

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-
Spirilli o vibrioni: bacilli che presentano una (vibrioni) o più curvature (spirilli)

Colorazione in batteriologia
Le colorazioni semplici fanno uso di un unico colorante con lo scopo di agevolare le rilevazioni
morfologiche eseguite tramite microscopio, con coloranti come il blu di metilene, la fucsina basica o il
cristalvioletto. Le colorazioni differenziali impiegano più coloranti in tempi successivi dopo cicli di
lavaggio con l’obiettivo di evidenziare differenti affinità tintoriali tra specie batteriche diverse; la più
importante ed utilizzata è la colorazione Gram.

Colorazione di Gram
Il primo passo consiste nel colorare il preparato batterico con il cristalvioletto e effettuare
mordenzatura(“tecnica di applicazione di un colorante” ossia fissione) con iodio e ioduro di potassio; si
fa poi una decolorazione con alcol e una successiva colorazione con fucsina. L’esame del preparato
permette di classificare il batterio come Gram+ (violetto) o Gram- (fucsia). La positività o negatività
viene riferita all’affinità al colorante cristalvioletto infatti se il primo colorante si lega in maniera efficace
il lavaggio in alcol non riuscirà ad eliminarlo, quindi il viola nasconderà la colorazione successiva con
fucsina. Se invece il batterio è Gram- il colore non riesce a legarsi stabilmente e sarà lavato dall’alcol,
quindi al termine della procedura sarà visibile la fucsina della seconda colorazione.
La colorazione, oltre che differenziare i batteri per le caratteristiche della parete batterica, permette di
osservarne più definitamente la forma, effettuando classificazioni su base morfologica: cocchi, bacilli,
cocco-bacillo (ovale), bacillo fusiforme, vibrione, spirillo e spirochete.
Le caratteristiche di membrana sono utili per l’approccio terapeutico; per esempio la penicillina
funziona bene nei Gram+, mentre ha scarsi effetti sui Gram-.

Struttura batterica
L’architettura della cellula procariote prevede il materiale cromosomico libero nel citoplasma, il quale è
racchiuso da una membrana citoplasmatica; a questa segue una parete cellulare che la copre e, nei
Gram-, una ulteriore copertura formata dalla membrana esterna. Alcuni batteri, ancora più
esternamente, presentano anche una capsula con funzione antifagocitaria. I batteri parassiti obbligati
sono quelli che, non avendo gli enzimi necessari a sviluppare metabolismo autonomo, devono utilizzare
quello delle cellule invase, parassitando ATP all’ospite.

Cromosoma batterico
Contenuto nel citoplasma, è circolare (solo le Borrelie hanno un cromosoma lineare) e può essere diviso
in più cromosomi (tendenzialmente è uno). Non possiede istoni (proteine che realizzano la struttura
portante del nucleosoma) e possono essere presenti plasmidi come unità genetiche accessorie. La
complessità del genoma viene definita in base alla lunghezza del DNA stesso. Alcuni batteri, come
vibrioni e helicobatteri, hanno geni tossici localizzati in cluster genomici, mentre altri hanno i geni
patogeni localizzati su plasmidi. La Yersinia pestis esprime geni diversi in base all’organismo che la
ospita, eseguendo la conversione in base alla temperatura. I plasmidi possono produrre proteine per la
farmaco-resistenza o la produzione di tossine, ma seguono la legge della compatibilità, per cui non
possono associarsi a tutti i batteri, ma necessitano di corredi genetici specifici che li coadiuvino.

Citoplasma batterico
Non presenta reticolo endoplasmatico, apparato di Golgi o mitocondri; occasionalmente ha inclusioni
citoplasmatiche che fungono da accumuli di materiale di riserva (glicogeno) oltre a presentare ribosomi
differenti dall’eucariote (subunità 50s e 30s “che in tutto hanno coefficiente di sedimentazione 70s”
mentre gli eucarioti hanno sub maggiore pari a 60 s e minore pari a 40 s di cui in tutto v di
sedimentazione è 80 s”). la subunità 50 s è formata da proteine più RNA 23s+ 5s; la 30 s da proteine e
RNA16s; la subunità eucariotica 60s da RNA da 28s +5,8s+5s mentre la 40s solo da RNA18s

Membrana citoplasmatica
Riprende lo schema della membrana eucariote; formata dal 40% di lipidi e dal 60% di proteine (> 200
proteine differenti). Diversamente dall’eucariote, non sono presenti steroli (tranne nei Mycoplasmi) e
sono rari gli acidi grassi polinsaturi, mentre sono comuni gli acidi grassi ramificati; le proteine sono in

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genere glicosilate (al contrario di quelle eucariote). Ha uno spessore di 80 Å e nella sua struttura
avvengono processi biosintetici con produzione di energia (fosforilazione ossidativa). Le funzioni della
membrana sono diverse: barriera osmotica tramite permeabilità selettiva e trasporto (consente il
passaggio vincolato solo a certe molecole, potendo realizzare concentrazioni diverse sui due lati),
escrezione di enzimi idrolitici e esotossine, sede di enzimi per la sintesi della parete batterica, interviene
nella divisione batterica, è sede di proteine coinvolte nel signaling e nella chemiotassi (trasduzione del
segnale) ed esegue il trasporto di elettroni e la fosforilazione ossidativa nelle specie aerobie per la
produzione di ATP.

Traslocazione di gruppo(“La traslocazione di gruppo è un processo nel corso del quale una sostanza è
contemporaneamente trasportata e modificata chimicamente, in genere mediante fosforilazione, La
trastocazione di gruppo: non si ha produzione di un vero e proprio gradiente di concentrazione, poiché il
prodotto che compare all’interno della cellula è chimicamente diverso da quello presente all’esterno”)
Sistema di fosfotransferasi per il trasporto degli zuccheri: HPr( “il Sugar phopshotransferase transport
system. Il PTS è un è un processo di traslocazione di gruppo ad alta affinità che utilizza il 2-
PEP(fosfoenolpiruvato) come risorsa energetica e consiste nel trasporto e fosforilazione del carboidrato sulla
superficie della cellula. Il PTS è un sistema enzimatico che permette l’ingresso del glucosio dentro la cellula,
ma richiede energia. L’energia per il trasporto attivo del glucosio, in questo sistema, viene ad essere fornito
dalla rottura di un legame altamente energetico tra l’istidina e il gruppo fosforico di una (HPR). Il gruppo
fosforico viene legato al glucosio (diventa glucosio-6-P) e questo entra dentro la cellula. Il gruppo fosforico
dell’HPr proviene, attraverso un complesso sistema enzimatico, dal 2-PEP del ciclo gli colitico.
Il gruppo fosforico, proveniente dal PEP, alla fine arriverà al glucosio.In particolare, il 2-PEP si trasforma in
piruvato e permetta la fosforilazione di una proteina enzimatica solubile, non zucchero-specifica, EI. L’EI-P,
trasferisce il gruppo fosfato ad una HPr (proteina sensibile al calore, hot shock protein questa HPr trasferisce
il gruppo fosfato direttamente ad una proteina zucchero-specifica legata alla membrana, l’EII che permette
l’ingresso di Glucosio “, Enz-I, Enz-IIa, Enz-IIb, Enz-IIc(“Phosphate moves from phosphoenolpyruvate
(PEP) to enzyme I (EnzI) to HPr to EnzIIA to EnzIIB to sugar. EnzIIC forms a sugar-specific pore “).
“Un altro modo per captare sostanze dall'esterno è tramite Il trasporto attivo che avviene grazie ad una
pompa energia-dipendente”.

Sistemi di secrezione
Le proteine batteriche sono complessi multi-proteici associati a chaperon e hanno funzioni escretrici
(sempre verso l’esterno); Tat e SecD sono sistemi che trasportano le proteine sintetizzate ai sistemi di
secrezione e sono diverse in base alla struttura della membrana: di Tipo I e IV su Gram+ e Tipo II, III, V e
VI sui Gram-. I sistemi di secrezione di Tipo III, IV e VI secernono solo in caso di contatto con un’altra
membrana cellulare, fungendo da siringhe per inoculare proteine batteriche direttamente nel
citoplasma delle cellule infettate; rimangono tipiche di batteri evoluti.

Parete cellulare
La parete cellulare ha il compito di racchiudere la cellula, determinandone la forma e fungendo da
agente limitante all’aumento di dimensione; è presente anche in cellule vegetali (cellulosa) e nei miceti
(chitina), nonostante siano molto più elementari della parete batterica. Ha profonde differenze fra
Gram+ e Gram-. La porzione periferica di un batterio mostra la membrana citoplasmatica circondata da
un grosso strato (200-800 Å) elettrondenso, mentre nei Gram-(“qui c'è spazio periplasmatico poichè
tra membrana citoplasmatica e parete”) gli involucri esterni sono formati da tre diversi starti,
costituiti dalla membrana citoplasmatica, da uno strato di materiale elettrondenso più sottile che
nei Gram+ (20-30 Å) e un’ulteriore struttura che avvolge l’esterno della cellula batterica. In entrambi
i gruppi di batteri, di norma si ritrova uno strato di materiale mucoso di spessore variabile che prende il
nome di capsula.
Il componente fondamentale della parete cellulare è il peptidoglicano, un polimero formato dalla
ripetizione di un’unità strutturale peculiare della cellula procariote; l’unità strutturale è formata da un
disaccaride, di cui l’uno è la N-acetilglucosammina e l’altro è l’acido muramico, specifico della parete
batterica. Al gruppo carbossilico dell’acido muramico è legato un tetrapeptide. La porzione peptidica ha

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una peculiare fisionomia sia per la presenza di amminoacidi D(“In biochimica il termine amminoacidi si
riferisce più spesso agli L-α-amminoacidi, di formula generica NH2CHRCOOH, cioè quelli il cui gruppo
amminico ed il cui gruppo carbossilico sono legati allo stesso atomo di carbonio (chiamato appunto
carbonio α) in configurazione L” ), sia perché contiene amminoacidi che non si trovano in altre strutture
biologiche. Nel polimero, l’acido muramico è unito alla N-acetilglucosammina successiva tramite un
legame β-1,4, formando lunghe macromolecole lineari; il lisozima è in grado di scindere questo legame,
lisando la parete batterica, motivo per cui è presente nei liquidi biologici come antibatterico). I polimeri
lineari sono collegati fra di loro trasversalmente mediante legami peptidici che si costituiscono fra
gruppi amminoacidici, formando una struttura rigida che avvolge la cellula. La composizione del
peptidoglicano può presentare variabilità fra specie batteriche diverse.
Chlamydie e Micoplasmi sono casi particolari: le prime non hanno l’acido muramico nella propria parete,
i secondi deficitano proprio della parete cellulare, non essendone forniti.
-
Gram+: la parete cellulare è molto spessa (200-800 Å), formata da numerosi strati di
peptidoglicano con intersecate minori quantità di altri polimeri, chiamati acidi teicoici (polimeri
piccoli costituiti da alcol polivalenti esterificati con acido fosforico cui possono legarsi numerosi
monosaccaridi e amminoacidi). Gli acidi teicoici sono altamente antigenici è presentano notevole
diversità di composizione nelle diverse specie batteriche, contribuendo alla specificità
antigenica. Alcuni acidi teicoici sono legati a lipidi (acidi lipoteicoici) e hanno il compito di
ancorare la parete cellulare alla membrana citoplasmatica sottostante. La spessa parete cellulare
è polare, opponendosi al passaggio di molte molecole idrofobiche, in grado di danneggiare la
struttura della membrana citoplasmatica (es. sali biliari), mentre risulta permeabile a molecole
idrofiliche come zuccheri e amminoacidi. Le proprietà della parete di fissare notevoli quantità di
cationi permette ai Gram+ di tollerare concentrazioni saline ambientali molto elevate. La
struttura rigida della parete consente ai batteri di sopravvivere in ambiente ipotonico
impedendo l’assunzione di acqua oltre il limite di distensione della parete stessa, non
consentendo la lisi osmotica cellulare.
La presenza della parete idrofobica (idrofila) è alla base della Gram positività; il cristalvioletto
riesce a penetrare nella cellula grazie alla propria idrofilia, mentre i complessi che si
formano all’interno della cellula assume caratteristiche idrofobiche, che gli impediscono
di riattraversare la membrana per uscire.
-
Gram-: la parete cellulare è composta esclusivamente da peptidoglicano nella quale
mancano gli acidi teicoici, più sottile che sui Gram+ (20-30 Å). La parete, a causa delle ridotte
dimensioni, non è sufficientemente in grado di contrastare il transito di molecole idrofobiche; la
soluzione è rappresentata dalla presenza della membrana esterna , una seconda membrana che
avvolge esternamente la cellula, la quale possiede notevole capacità di resistere a sostanze
dannose, grazie alla sua composizione inusuale. Mentre il foglietto interno è formato da
fosfolipidi, il foglietto esterno è composto da molecole complesse, peculiari, rappresentate dal
LPS o lipopolisaccaride, che ha precisa nell’azione patogena come componente endotossina (si
lega a lpb e questo al cd14/tlr4 dei macrofagi inducendo produzione di citochine proflogistiche,
appunti patologia). Le varie catene polisaccardiche sono molecole polari in grado di strutturare
ponti fra le diverse catene, fornendo compattezza alla membrana esterna. L’insieme delle catene
carboidratiche è efficace nell’escludere i composti idrofobici. La membrana esterna introduce
però un problema perché oltre a escludere i composti idrofobici, essa non consente il passaggio
alle molecole idrofili che, perché il foglietto interno è lipidico; di conseguenza non permette lo
scambio selettivo fra citoplasma e ambiente esterno. La questione è risolta grazie alla presenza
nella membrana esterna di canali, detti porine, che la attraversano permettendo la diffusione
passiva di molecole idrofiliche come zuccheri, amminoacidi e ioni. I batteri Gram- sono
insensibili ai farmaci che colpiscono la sintesi del peptidoglicano perché la molecola non
è in grado di superare la membrana esterna raggiungendo la parete batterica, tuttavia la
membrana esterna consente l’infezione da parte di batteriofagi ed è un bersaglio per l’azione del
complemento anticorpo-mediata, che riconoscono molto bene gli antigeni di membrana.
La membrana esterna è collegata alla parete batterica sottostante attraverso lipoproteine, un terzo delle
quali sono legate covalentemente allo strato peptidoglicanico. Anche le porine, transmembrana,
contribuiscono all’ancoraggio, benché con legami non covalenti.

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Il doppio sistema di membrane realizza la costituzione di uno spazio periplasmatico(“(lo spazio


compreso fra la membrana esterna e quella interna”), che contiene un gel di proteine a varia funzione
enzimatica: legano zuccheri e amminoacidi per abbassarne la concentrazione e favorirne l’ingresso
dall’esterno, degradano macromolecole per renderle assorbibili, detossificanti; la delimitazione di
questo compartimento permette il mantenimento di proteine che garantiscono funzioni fisiologiche del
batterio

Struttura del peptidoglicano e sua sintesi


La sintesi origina nel citoplasma, dove viene sintetizzato l’acido muramico e gli viene aggiunto il
pentapeptide, per poi passare nella membrana, dove si ha l’unione con N-acetilglucosammina e la
creazione di legami crociati fra catene limitrofe. Infine il polimero prodotto viene inserito nella
parte interna della parete cellulare. Le fasi terminali, consistenti nella formazione dei legami
crociati fra peptidi e nell’ inserimento nella membrana, sono catalizzate da enzimi che legano
covalentemente i β-lattamici (come la penicillina e le cefalosporine), e sono chiamati PBP (penicillin
binding protein); hanno anche il compito di mantenere integra la membrana, sostituendo i PG alterati o
danneggiati. L’azione battericida dei farmaci che bloccano la sintesi del peptidoglicano non è diretta, ma
dipende dall’attivazione di enzimi autolitici che hanno la funzione di rimuovere i peptidoglicani alterati
dalla parete per consentire la neosintesi corretta; in presenza del farmaco che blocca la sintesi, il solo
risultato è la lisi della parete, a cui consegue la lisi osmotica del batterio.
-
Citoplasma: una molecola di N-acetil-glucosammina viene caricata con una molecola di fosfo-
enolpiruvato (reazione inibita dalla fosfomicina); la riduzione del piruvato ad acido lattico porta
alla formazione di una molecola di acido acetilmuramico (NAM)(“ NAM è un monosaccaride che
deriva formalmente dall'acido lattico e dalla N-acetilglucosamina uniti da un legame etereo. È un
componente fondamentale del peptidoglicano in quanto forma con l'N-acetilglucosamina l'unità
disaccaridica ripetuta alla base della struttura di questo polimero biologico “), a cui vengono
aggiunti alcuni peptidi (azione inibita dalla cicloserina)
-
Membrana citoplasmatica: il NAM-peptide lascia il citosol legandosi a un vettore lipidico insito
nella membrana, rappresentato da una molecola di undecaprenil-fosfato. Al NAM-peptide,
ancora legato al vettore lipidico, viene legata una molecola di N-acetilglucosammina
formando una unità basale completa (dimero), che viene polimerizzata assieme ad altre sia
verticalmente che trasversalmente, formando catene unite da legami trasversi; questo
compito dipende da PBP, che eseguono entrambe le reazioni (transglicosilanti e
transpeptidanti). I corti polimeri lineari di peptidoglicano sono liberati dal vettore lipidico
(inibito da vancomicina) e trasferiti all’esterno della membrana cellulare
-
Parete cellulare: alcune PBP inseriscono questi polimeri di peptidoglicano nella parete.
L’undecaprenil-fosfato, capace di ruotare dall’interno all’esterno della membrana plasmatica e
viceversa, viene riciclato per il trasporto di altre molecole di peptidoglicano
Nei Gram+ la sintesi serve a mantenere lo spessore della parete, che si assottiglia per desquamazione
degli strati sottoposti all’ambiente esterno.

Lipopolisaccaride (LPS)
Questo complesso si costituisce di tre porzioni:
1. Una porzione lipidica denominata lipide A che rappresenta l’endotossina vera e propria, formata da
un glicolipide disaccaridico esterificato con acidi grassi saturi, il quale forma lo strato lipidico che
interagisce con il foglietto interno; al lipide A è ancorata la porzione polisaccaridica che risulta composta
da due parti :
2. Una catena di zuccheri che forma il core centrale della porzione saccaridica caratterizzata dalla
presenza di acido chetodeossioctonico (KDO) ed etanolammina
3. Una lunga catena polisaccaridica con spiccate proprietà antigeniche formata dalla ripetizione di
zuccheri diversi, che varia tra le diverse specie di batterio e costituisce l’antigene O, con tossicità
diversa in base alla composizione.

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Il sistema immunitario produce anticorpi contro l’antigene O, mentre è difficile realizzare anticorpi per
il lipide A, vero dominio tossico del LPS(“Il lipide A ha natura glicolipidica che gli permette di
ancorarsi nella membrana esterna dei batteri, mentre la porzione polisaccaridica dell'LPS sporge
all'esterno della membrana “). La presenza nel sangue di un Gram- può causare shock settico(dato da
liberazione massiva di tnf,patologia), con alterazioni ematiche dovute alla risposta immunitaria intensa,
come la CID (coagulazione intravasale disseminata).

Strato cristallino
Un gran numero di batteri, sia Gram+ che Gram-, presenta lo strato cristallino che è costituito da
subunità proteiche disposte con configurazione cristallina a formare un involucro multistrato posto più
esternamente alle altre membrane che interviene nei fenomeni di adesione alle superfici mucose.

Capsula batterica
Numerosi batteri, infine, hanno un ulteriore involucro mucoso, amorfo, chiamato capsula, risultato delle
secrezioni polisaccaridiche che rimangono adese alla superficie esterna conferendo capacità adesive
peculiari, oltre a una essenziale attività antifagocitaria (tipica di molti batteri che devono utilizzare il
torrente circolatorio); la difficoltà deriva dalla resistenza che incontrano i macrofagi alla sua
disgregazione, che per essere effettuata bene necessita dell’attivazione macrofagica. In caso di strati
abbondanti, può accumulare alcuni antibiotici, impedendone l’arrivo all’interno del batterio.
Tipicamente polisaccaridica, nel Bacillus antracis ha natura peptidica.
La capsula e le adesine presenti sulla superficie conferiscono preferenzialità al batterio sul sito cui
aderire; la struttura capsulare è avvolta da uno strato di pochi micron di polisaccaridi liberi, che
complicano la fagocitosi e contrastano l’interazione delle molecole antibatteriche (lisozima, defensine) e
di farmaci, riducendo l’efficacia di entrambi, perché diminuisce la concentrazione che riesce a
raggiungere il target batterico.

Struttura esterna dei micobatteri


Come nei Gram+, la cellula micobatterica presenta all’esterno della membrana uno strato di
peptidoglicano, a sua volta ricoperto da una complessa struttura ricca di carboidrati e di lipidi formata
da arabino-galattani che legano al peptidoglicano una serie di particolari acidi grassi (acidi micolici)
a cui sono ulteriormente legate una serie di molecole di glicolipidi fenolici. La struttura è inoltre
attraversata da altre molecole glicolipidiche (fosfoinositido-mannani e lipo-arabino-mannani)
ancorate alla membrana cellulare. Questa struttura periferica barrica la cellula contro numerose
sostanze dannose, da cui dipende l’acido-resistenza, proprietà tintoriale dei micobatteri che consiste
nel fatto che tali microrganismi sono difficilmente penetrati dai coloranti ma, una volta tinti, resistono a
decolorazioni eseguite anche con acidi minerali forti(“hanno la capacità di trattenere la colorazione della
fucsina basica di Ziehl anche quando trattati con decoloranti come l'alcool o gli acidi minerali. “). La
contropartita è il rallentamento negli scambi selettivi di nutrienti e il lungo periodo necessario alla
duplicazione cellulare.

Appendici strutturali dei batteri


Sono pili (fimbrie), corte appendici proteiche per aderire alle superfici cellulari e trasmettere materiale
genetico da un batterio all’altro, e flagelli, più lunghi e utilizzati per il movimento.
-
Flagelli: sono organi di propulsione, formati da un lungo filamento proteico elicoidale. In base
alla disposizione possono essere flagelli polari (ad una o entrambe le estremità) o apolari
(peritrichi) quando sono rilevabili in tutta la periferia cellulare. Il movimento è condizionato
dalla loro rotazione in corrispondenza della struttura basale (nessun movimento ondulatorio).
Un singolo flagello è composto da tre parti:
o Filamento: elicoidale, formato dalla ripetizione di subunità proteiche (flagellino) dotate
di spiccate proprietà antigeniche (antigeni H), specifiche per le diverse specie batteriche.
Per evitare il riconoscimento immunitario, alcune specie hanno flagelli interni
(endoflagelli), che funzionano rimanendo all’interno della cellula batterica
o Gancio: struttura proteica

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o Corpo basale: aggregato di varie subunità che formano il bastoncello (parte più
prossimale del flagello) e gli anelli (4 nei Gram-, 2 nei Gram+) che si inseriscono nella
membrana esterna, nella parete cellulare e due per la membrana plasmatica. Gli anelli
hanno funzione di ancorare il flagello e fungere da motore. L’energia che provoca la
rotazione del corpo basale dipende dalla fosforilazione ossidativa attraverso la
membrana oppure, negli anaerobi, per idrolisi dell’ATP.
La rotazione flagellare è condizionata da recettori chemiotattici, che rispondono in funzione dei
rispettivi gradienti di contrazione attivando o bloccando il flagello
-
Fimbrie (pili): dai 100-300 i questi organelli, sono formate da ripetizione di subunità di piline
specifiche per le varie specie batteriche. Alcune proteine (adesine), sono presenti all’estremità
libera delle fimbrie conferendo una specifica capacità di adesione per peculiari substrati. Le
fimbrie sono organi di ancoraggio per le membrane cellulari,. La classe di pili F (pili sessuali)
risultano utili nella coniugazione batterica, consentendo lo scambio di materiale genetico tra
batteri

Metabolismo batterico
Il metabolismo è l’insieme delle reazioni biochimiche necessarie per la produzione di energia e il suo
utilizzo nella sintesi di materiali a partire da precursori ottenuti da fonti alimentari. Lo scopo finale del
metabolismo unicellulare è la duplicazione, necessaria per la moltiplicazione della colonia batterica.
-
Batteri anaerobi obbligati: viene eseguita la fermentazione omolattica, che non necessita di
ossigeno e prevede la degradazione dei composti glucidici a piruvato(è questo che fuge da
accettore di elettroni), che viene ridotto ad acido lattico. La reazione produce in totale 4 molecole
di ATP. È chiamata anche via di Embdem-Meyerhof-Parnas e viene utilizzata dagli anaerobi
perché non richiede ossigeno come accettore di elettroni
-
Batteri aerobi-anaerobi facoltativi(usano O2 come accettore finale oppure fanno
respirazione anaerobia ossia l'accettore finale es da nitrato viene ridotto a nitriti; oppure
fanno fermentazione lattica): utilizzano fermentazione omolattica e shunt dei pentosi (la
degradazione porta a un pentoso, il ribosio, che viene poi convertito in piruvato)
-
Batteri aerobi obbligati(vivono dove c'è aria perchè l'O2 è l'unico possibile accettore di
idrogeno): utilizzano la via di Entner-Doudoroff, dove la degradazione glucidica porta a una
molecola di “fosfo”gliceraldeide (che entra nella via della fermentazione omolattica) e a una di
piruvato che procede nel ciclo di krebs
La conoscenza del metabolismo batterico permette di sviluppare terapie, come la camera iperbarica per
bloccare sviluppi di cancrena; siccome la gangrena è promossa dall’infezione di batteri anaerobi
(clostridi) l’ossigenazione della sede necrotica ne compromette la sopravvivenza, bloccando dunque il
processo.

Sintesi di componenti macromolecolari


-
DNA
-
RNA
-
Proteine
-
Peptidoglicano

Caratteristiche del genoma batterico


È assente il corredo diploide (esiste una sola copia per ogni cromosoma, che spesso è unico), non ci sono
istoni associati al DNA con lo scopo di impacchettarlo, sono rilevabili molte unità trascrizionali multi-
introniche(multicistroniche) (diversi geni sono in fila indiana con un unico promotore, per cui la
trascrizione della sequenza porta alla produzione di diversi mRNA per la sintesi proteica), assenza di
DNA ridondante (non ci sono copie multiple del medesimo gene), assenza di introni (i geni sono
trascritti senza che ci sia necessita di eseguire splicing, perché non ci sono sequenze non pertinenti al
prodotto genico da realizzare) e sono presenti plasmidi (molecole di DNA circolare non essenziali alla
sopravvivenza del batterio ma che possono codificare per tossine o proteine che conferiscono resistenza
ai farmaci).

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Scissione binaria
Finché c’è disponibilità di sostanze nutritive, la colonia batterica continua a moltiplicarsi in maniera
esponenziale, rallentando la propria crescita solo quando aumenta la concentrazione dei prodotti del
catabolismo batterico, potente inibitore della crescita. Quando i nutrienti cominciano a scarseggiare, in
parallelo si avvia la morte di parti della colonia. Questo comportamento è osservabile in vitro mentre in
vivo la crescita non è mai esponenziale, perché la risposta immunitaria e la presenza discontinua di
nutrienti e di condizioni favorevoli comporta un andamento altalenante della colonia (???).

Produzione delle spore


I batteri sporigeni sono tipicamente il Bacillus antraci (carbonchio), il Bacillus cereus (patologie
intestinali) e alcuni Clostridi (botulinum, tetani, ecc…).
La sporogenesi è una risposta ai segnali di fame dovuti alla mancanza di nutrienti; la spora consiste in
una evoluzione strutturale e metabolica del batterio, che viene rivisitato. Il metabolismo scende molto
vicino a zero (scarsissima necessità di nutrienti o di processi metabolici, con sintesi macromolecolare
nulla) e aumenta la resistenza all’ambiente, grazie anche alla disidratazione che la rende più resistente a
essiccamento, radiazioni e calore (fino a 100°C). gli spessi strati che la ricoprono la rendono anche
insensibile alle sostanze dannose, che non riescono a raggiungere il nucleo. L’architettura prevede una
serie di mantelli, che avvolgono strato su strato il batterio letargico. Gli antigeni sono identici a quelli
della vita vegetativa, oltre ad alcuni tipici della spora.
In questa forma la spora è in grado di sopravvivere decine di anni, fino al risveglio o alla sua
disgregazione dovuta alla senescenza.

Struttura della spora


All’interno della spora si trova il citoplasma, circondato dalla membrana plasmatica della cellula, che
custodisce al proprio interno il materiale genetico condensato, mentre all’esterno presenta una parete
cellulare rudimentale peptidoglicani. Attorno a questo nucleo si depositano a strati successivi i diversi
mantelli della spora con, dall’interno all’esterno:
-
Corteccia (cortex): strato composto da peptidoglicani, come la parete cellulare, che contiene
anche residui citoplasmatici della cellula originaria
-
Coats: due rivestimenti, uno interno e uno esterno, composti da proteine ricche di cisteina,
stabilizzati da un ricco numero di ponti disulfidrici
-
Esosporio: composizione fosfolipoproteica (come la membrana cellulare) con acidi teicoici e
acido dipicolinico, che ha il compito di stabilizzare la struttura

Processo di sporificazione
È un processo di divisione cellulare asimmetrico, nel quale si producono due cellule di dimensioni
differenti, dove la più grande ha il solo compito di fornire alla cellula più piccola le strutture
necessarie alla trasformazione in spora. Non è quindi un processo mitotico, siccome da una cellula si
produce una sola spora.
Il primo evento della sporificazione consiste nella duplicazione del materiale genetico e la separazione
dei due cromosomi, dei quali uno migra all’estremità della cellula e viene racchiuso in una porzione di
citoplasma separata dal resto da un setto di membrana. Intorno a questa formazione inizia la
deposizione delle varie membrane, mentre il materiale genetico si accolla alla faccia interna della
membrana plasmatica. La spora, ricoperta dall’esosporio, si libera quindi nell’ambiente per
disintegrazione del residuo cellulare che la avvolgeva (sporangio).
Il processo di sporificazione è lungo (6-10 ore) mentre la germinazione (ritorno alla cellula vegetativa)
si attesta sulle 1-2 ore.

Germinazione della spora


La riattivazione avviene quando le condizioni ambientali divengono ottimali per la moltiplicazione
batterica. È necessaria un' attivazione della spora, che consiste in un danneggiamento degli strati che la
avvolgono a causa della senescenza, che quindi divengono sempre più permeabili alle sostanze nell’
ambiente, permettendo scambi metabolici. Il primo evento visibile è la riorganizzazione del materiale
nucleare in forma vegetativa, seguita dal ristabilimento della parete cellulare completa. Infine si ha la
fuoriuscita della cellula vegetativa dagli involucri sporali.

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DEFINIZIONE DELLA PROFILASSI


Profilassi indica una procedura medica o di sanità pubblica il cui scopo è prevenire l’instaurarsi delle
malattia nell’individuo o nella popolazione. La profilassi prevede l’utilizzo di vaccini, sieroprofilassi
(siero contenete anticorpi contro l’antigene di interesse) e chemioprofilassi (trattamenti con farmaci per
terapia, durante la malattia, o prevenzione, prima che la malattia insorga).

Vaccinazione
Procedimento basato sulla somministrazione di vaccini (microrganismi, virus o tossine resi apatogeni
per l’organismo ma idonei a stimolare una risposta immunitaria tramite stimoli antigenici) in modo
indurre una risposta immunitaria attiva(siero è passiva infatti quando questo termina poichè sostituito
dal ricambio del sangue non si ha più immunizzazione a differenza del vaccino) analoga a quella che si
verifica durante l’infezione naturale, senza esporre l’individuo ai rischi di quest’ultima.
Sono un efficace metodo di profilassi e, in alcuni casi, anche di terapia per batteri farmaco-resistenti
(vaccinazione post-esposizione come per rabbia e tetano, per promuovere la risposta immunitaria
contro questi agenti eziologici).
Nel caso della rabbia, il vaccino è curativo perché questa è lenta nel risalire, dai gangli nervosi infettati al
cervello, potendoci mettere mesi, quindi il corpo ha tempo sufficiente per adeguare la propria risposta
immunitaria al batterio; proprio per questo principio, la vaccinazione fallisce se viene eseguita dopo
molto tempo dall’esposizione, per cui l’organismo non ha sufficiente tempo per preparare un apparato
immunitario antirabbico. Si tenga presente che il tempo richiesto al batterio per raggiungere il cervello è
direttamente proporzionale alla distanza della lesione dal SNC.
L’obiettivo della vaccinazione è ridurre l’incidenza dell’infezione nella popolazione, possibilmente
eradicandola bloccando la trasmissione dell’agente patogeno per la mancanza di individui recettivi all’
infezione; in caso di tossine, la vaccinazione mira a proteggere l’organismo dagli effetti nocivi di una
assunzione accidentale.
L’eliminazione di un patogeno da una popolazione porta seco un rischio: la mancata esposizione causa
individui non immunocompetenti per lo specifico patogeno e che quindi richiedono necessariamente un
trattamento vaccinale completo e duraturo per evitare recrudescenze di patologia che, in una
popolazione non protetta, avrebbe ricadute tragiche(tbc ritorna anche per questo, app).

Caratteristiche di un vaccino funzionale


-
Determinazione di una buona risposta immunitaria, corretta per lo specifico agente patogeno
(per esempio il micobatterio tubercolare viene ucciso dalla risposta cellulo-mediata(th1 tramite
INFgamma che attivano macrofagi; anche ctl), che quindi è quella che deve essere stimolata e
potenziata per indurre una reale resistenza)
-
Indurre una protezione la più duratura possibile (i vaccini anti-colerici hanno una durata molto
limitata, per cui non è possibile ottenere una immunità permanente)
-
Deve essere sicuro per l’individuo, senza effetti nocivi legati all’attività batterica residua o ad
effetti allergici; per lo stesso motivo, un vaccino allestito con microrganismi attenuati deve
essere stabile (non devono avvenire retromutazioni che ripristinino la virulenza)
-
Necessità dell’economicità ,visto l’uso diffuso che se ne richiede

Classificazione dei vaccini


-
Preparati con microrganismi uccisi o inattivati
-
Allestiti con microrganismi vivi attenuati
-
Prodotti con tossine inattivate (tossoidi, che consentono una risposta indirizzata verso la
tossina, vera causa eziologica dei sintomi patologici)
-
Preparati con antigeni estratti o subunità batteriche (epatite B); al sistema immunitario si
presenta direttamente l’antigene tipico del microrganismo , così che sviluppi immunità contro
quello
-
Metodi molecolari
Alcuni ceppi batterici e virali, posti in coltura, si adattano alla vita in vitro, perdendo la virulenza che era
necessaria in vivo per procurarsi nutrienti e proliferare, di conseguenza, quando vengono reinseriti in
vivo, possono replicare ma non hanno più i caratteri patogenetici.(n.b. Secondo app patologia i

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microorganismi hanno varie caratteristiche tra cui 1)infettività:capacità di contagiare e replicarsi


all'interno dell'ospite,2)patogenicità=n°malati su gli infetti: che dipende da invasività e capacità di
produrre tossine e 3) virulenza ossia capacità di dare malattie gravi/morti su numero dei malati.)
-
Vaccini allestiti con microrganismi uccisi o inattivati: sono costituiti dall’intero batterio o
virus dai quali è stata eliminata completamente la virulenza mediante inattivazione fisica
(calore, radiazioni) o chimica (formalina, β-propriolattone) mantenendo inalterata la capacità
immunogena. Il vantaggio di questi vaccini è la tendenziale bassa tossicità, tuttavia la quantità di
antigene limitata induce una risposta immunitaria più debole, rendendo necessari dei richiami
per radicare l’immunità nell’individuo. Possibili effetti collaterali sono dovuti alla mancata
inattivazione del microrganismo, ottenendo un vaccino con batteri al massimo della loro
virulenza; inoltre la necessità di coltivazione in vitro obbliga alla purificazione della piastrina,
per eliminare la contaminazione da parte di altri agenti patogeni. Rabbia, influenza,
poliomielite (Salk), colera, peste, salmonella, HAV sono tutte sottoposte alla vaccinazione con
questo metodo
-
Vaccini attenuati: costituiti con virus o batteri completi resi apatogeni; una volta inoculati
inducono una infezione contenuta stimolando il sistema immunitario, senza però poter
progredire nella loro funzione patogena. Per esempio, la poliomielite replica nell’intestino dando
enteriti, ma nel 10% dei casi raggiunge il sangue, che la veicola al SNC dove distrugge i neuroni
motori spinali, inducendo paralisi flaccida e infiammazione spinale. Sabin coltivò dei ceppi di
poliomielite fino a isolarne uno che aveva perduto per mutazione il recettore che permetteva il
riconoscimento del SNC; la loro assunzione causa solo enterite, risparmiando le complicanze
nervose ma inducendo l’acquisizione della immunità. Il rischio, remoto ma reale, è la
retromutazione del ceppo batterico o virale, che lo riporti alla originaria virulenza. Per il
processo di attenuazione si possono impiegare ripetuti passaggi in vitro, basse temperature,
ecc…
-
Vaccini con tossine inattivate: utilizzate nel caso di tetano, pertosse, difterite, cioè tutte
quelle malattie causate non dalla presenza fisica del batterio ma dalla sua produzione di tossine,
capaci di interferire con il metabolismo
-
Vaccini allestiti con antigeni estratti o con frazioni subcellulari purificate: applicate nel
caso di pneumococco, Haemophilus influenzae, meningococco, HBV. In questi preparati non è
presente l’intero corpo batterico o virale, bensì solo una parte, un mix di antigeni purificati tipici
del ceppo, contro i quali il sistema immunitario risponde irrobustendo le difese. La scarsa
responsività è uno dei maggiori problemi di questi preparati, che altrimenti non hanno problemi
sul piano della sicurezza (salvo risposte allergiche agli antigeni).

Anatossine possono essere utilizzate come carrier per apteni o antigeni


L’aggiunta di carrier migliora la risposta immunitaria contro antigeni poco immunogeni; le anatossine
risultano vantaggiose in questo ruolo perché inducono esse stesse l’insorgenza di una risposta immune
oltre ad una efficace captazione dell’antigene (attivazione dei macrofagi).
Adiuvanti: sono molecole che aumentano la risposta immunitaria indotta dai vaccini, come sali di
Al(alluminio), liposomi, Al fosfato, calcio fosfato; queste sostanze danno irritazione chimica, la quale
aumenta l’effetto antigenico dl vaccino. Attualmente uno degli adiuvanti più utilizzati è lo squalene MF-
59.

Confronto fra vaccini “attenuati” e “inattivati”


-
Attenutati: mantenendo parte della carica virale, possono essere somministrati in soluzione
unica, senza necessità di richiami e in dosi limitate; per lo stesso motivo non necessitano di
adiuvanti, ma esiste il rischio di un ritorno alla forma patogena, oltre ai comuni effetti
collaterali da ipersensibilità. Essendo un microrganismo vivo richiede particolari accorgimenti
per il suo mantenimento, ma il costo risulta basso (procedure semplici e diffuse). La durata
della immunità copre solitamente diversi anni e il tipo di risposta comprende IgG, IgA e quella
cellulo-mediata (app pat:o linfociti th1 o ctl)
-
Morti o inattivati: necessarie dosi multiple e richiami per rinforzare l’immunità, solitamente
con aggiunta di adiuvanti per aumentare la risposta indotta. Gli effetti collaterali sono quelli
legati alla ipersensibilità ai componenti del vaccino, mentre la natura del preparato non richiede

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particolari precauzioni. Il costo è alto e la durata della protezione dipende dal vaccino, potendo
variare da diversi anni a qualche decina di mesi. Il tipo di risposta evocata è quella delle IgG e
cellulo-mediata
-
Vaccini a DNA: tentativo di indurre reazioni immunologiche contro il materiale genetico virale
ma è ancora in fase di sperimentazione, avendo dato risultati deludenti su HIV e HCV, a causa
dell’elevato tasso di mutazione di questi virus

Un esempio della maneggevolezza ambientale sono i due vaccini anti-polio, il Salk (inattivato) e il Sabin
(attenuato); il Salk, può essere anche liofilizzato, non necessitando di cure particolari, mentre il Sabin
deve sempre essere conservato a basse temperature, senza interrompere la catena del freddo.
Per quanto riguarda gli effetti collaterali della vaccinazione, la febbre vaccinale è di scarso livello e
spesso non si presenta neppure, mentre risulta gravissima la risposta allergica, con shock anafilattico
entro 2 ore dalla somministrazione. Altre complicazioni, legate alla natura del patogeno, comprendono
artrite (rosolia), meningite (parotite), encefalite (morbillo), convulsioni, tutte reazioni che virus e batteri
possono causare anche durante un primo contatto naturale.

Controindicazioni alla vaccinazione


-
I vaccini attenuati non vanno somministrati a pazienti immunodeficienti, con leucemie, linfomi o
immunosoppressioni patologiche o farmacologiche, per il rischio di infezione massiccia dovuta a
mancata risposta immunitaria. Per lo stesso motivo sono sconsigliati durante terapie radianti o
antitumorali (il vaccino Sabin non viene somministrato agli immunodepressi)
-
I vaccini con tossoidi o polisaccaridi sono preferibili negli immunocompromessi
-
Il vaccino trivalente (difterite, tetano, pertosse), a somministrazioni multiple, è controindicato
nei casi di encefalopatia apparsa entro 7 giorni dalla precedente inoculazione
-
I vaccini allestiti in colture, per errori nella coltivazione o ignoranza dei fattori di rischio,
possono veicolare altri elementi patogeni non attenuati capaci di imbastire un attacco patogeno
completo
-
Vaccinazioni contro la rosolia sono da evitare nelle donne in gravidanza, perché questa può dare
lesioni nel feto; meglio attuare la procedura vaccinale prima

Caratteristiche del genoma batterico


Il corredo è aploide (uno sola copia di cromosoma(spesso unico) e questo come il plasmide è a doppio
filamento) senza istoni che regolano la superstruttura del materiale genetico. Le unità trascrizionali
sono muticistroniche(geni per proteine strutturali (cistroni ossia sinonimo di geni) ) generando mRNA
che traducono lunghi polipeptidi, tagliati proteoliticamente nelle loro proteine costituenti. Il DNA non è
mai ridondante (non si rilevano geni ripetuti che codificano per lo stesso prodotto) e mancano quasi
completamente gli introni, mentre sono spesso evidenti plasmidi, piccoli DNA circolari non integrati nel
genoma principale che aggiungono informazioni al corredo batterico.

Meccanismi genetici nei batteri


-
Plasmidi(sono a doppio filamento per lo più) : struttura circolare e dimensioni variabili, da
1 a 200 Mbp; hanno scarsa omologia con il DNA cromosomico, possono essere presenti in copie
multiple perché sono in grado di replicarsi autonomamente. I plasmidi contengono geni per la
produzione di tossine, pili, fattore R(plasmi de R che dà resistenza a farmaci come ampicillina e
tetraciclina), adesine, batteriocine(“sostanze che eliminano altri batteri”); i plasmidi
coniugativi presentano un set di geni che codificano prodotti che consentono la coniugazione. A
volte possono integrarsi nel genoma cromosomico. Un esempio sono le β-lattamasi, enzimi che
tagliano le penicilline, diminuendone l’efficacia nei batteri che possiedono il plasmide con questo
gene.
-
Elementi trasponibili:
o Sequenze di inserzione (0,8-2 Mbp): Il meccanismo di trasposizione delle sequenze di
inserzione è simile a quello dei trasposoni, con la peculiarità che quando una IS traspone
rimane sempre una copia nella posizione originaria mentre una nuova copia si inserisce
in una nuova posizione del genoma; in altre parole, la trasposizione è sempre replicativa.
Possono interrompere la continuità del genoma, avendo la capacità di inserirsi

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all’interno di geni. La sequenza di inserzione, replicando da una copia già integrata nel
DNA, dopo un taglio asimmetrico della doppia-catena, si insinua fra i nucleotidi per poi
saldarsi nella nuova posizione. All’interno di queste sequenze si trovano solo i geni che
hanno il compito della trasposizione posti alle estremità. Gli effetti indotti dipendono
unicamente da dove si inseriscono e quale gene interrompono (e dove lo interrompono),
aumentandone o diminuendone la funzione
o Trasposoni (>2 MbP): I trasposoni presentano delle sequenze terminali invertite
(palindromiche) e si inseriscono in siti non omologhi, causando la formazione ai due lati
di sequenze dirette ripetute, attraverso un taglio ineguale,I trasposoni complessi sono
costituiti da una parte centrale, che contiene i geni, e da due parti laterali costituite da
sequenze di inserzione che presentano sequenze ripetute ed invertite di coppie di basi
alle estremità,I trasposoni semplici differiscono dai precedenti per il fatto di essere essi
stessi una singola sequenza di inserzione (elemento IS) senza geni aggiuntivi da
trasportare; esistono due modelli di trasposizione: il modello replicativo Secondo questo
modello, la porzione di cromosoma che contiene il trasposone si fonde per breve tempo
con la porzione di cromosoma accettrice. A questo punto il trasposone si duplica, e una
delle copie si posiziona nel dna del cromosoma (o nella porzione di cromosoma)
accettore, mentre l'altra rimane nella porzione donatrice;nella trasposizione non
replicativa, avviene la trasposizione del trasposone da una posizione all'altra di un
cromosoma senza che questo si replichi. Ciò significa che il trasposone si sposta
fisicamente.
Presente sia in procarioti che eucarioti, il trasposone è una evoluzione delle sequenze di
inserzione; queste sequenze geniche contengono sia i geni necessari alla propria
trasposizione(che codificano per enzimi che tagliano e cuciono), posti alle estremità, sia
geni con funzione diversa, custoditi nella parte centrale. Gli effetti di una traslocazione
non dipendono quindi solo da dove si ha la nuova inserzione ma anche dai geni che si
porta dietro e dai promotori che incontra. I geni conferenti resistenza a certi farmaci
tendono a essere presenti in molteplice copia
o Elementi invertibili: alcune salmonelle in coltura passano da un flagello H1 a un
modello H2; questo switch dipende dal fatto che, essendo antigenici per la ricca presenza
di proteine, i flagelli attivano prepotentemente la risposta immunitaria(la flagellina si
lega a tlr5, app pat). La presenza di più modelli di flagello permette di rallentare il lavoro
dei leucociti, che devono riuscire a riconoscere diversi antigeni flagellari. Il medesimo
promotore regola la sintesi sia di H1 che di H2, ma in maniera singolare: ritrovandosi
invertito rispetto alla sequenza di H2, quando viene ruotato(da una invertasi,si stacca e
riattacca in maniera invertita) e attivato, questo promuove sia la sintesi di H2 che la
produzione di un repressore di H1 (m1); il gene hin, legato al promotore di H2, è una
DNA-invertasi, che permette di invertire la sequenza promotoriale di H2 (pH2),
attivando la sintesi di H2 e la repressione di H1. La salmonella mantiene però la sintesi
oscillante, passando da H1 ad H2 e viceversa
<pH2 – hin – H2 – m1  (invertasi) hin – pH2> – H2 – m1
-
Mutazioni genetiche:
o Puntiformi: il trattamento con antibiotici mette sotto pressione selettiva la colonia
batterica, favorendo l’emergenza di ceppi resistenti. Inoltre, trattamenti sottodose non
uccidono batteri solo parzialmente resistenti, che altrimenti verrebbero debellati(“ecco
perchè bisogna segure le dosi indicate e non smettere prima del dovuto la terapia”),
promuovendo l’evoluzione alla completa resistenza al farmaco
o Delezioni/inserzioni:
o Duplicazioni:
-
Trasferimento intercellulare di materiale genetico:
o Trasformazione: molecole di DNA provenienti da cellule lisate vengono acquisite dai
batteri direttamente dall'ambiente extracellulare
o Trasduzione: batteriofago dopo essere entrato in contatto con un batterio può
trasportare parti di tale batterio in un altro e 1)inserirne parti del vecchio batterio nel

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nuovo poichè tali parti sono rimaste integrate al capside o 2) inserire parti del vecchio
batterio più geni del batteriofago stesso poichè si integra nel DNA del nuovo batterio
Nel ciclo litico il genoma virale prende il controllo della cellula ospite inducendola a
sintetizzare nuovo acido nucleico virale e proteine che, una volta assemblate con il
genoma, andranno a costituire nuovi virioni, i quali usciranno dalla cellula uccidendola in
una fase detta lisi o verranno da essa secreti. Nel ciclo lisogeno il genoma virale, invece, si
inserisce nel DNA della cellula ospite, prendendo il nome di provirus (nei batteriofagi
profago) e mantenendo molti dei suoi geni disattivati. Una volta che la cellula si duplica
viene trasmesso anche il DNA virale alle cellule figlie formando così in un breve periodo
una vasta colonia di genomi virali senza che avvenga la lisi. Il genoma del provirus
reprime la maggior parte dei suoi geni, che vengono riattivati in caso di danni alla cellula
ospite, dando il via ad un ciclo litico. mediata da batteriofagi (virus che infettano i
batteri); possono fungere da vettori di frammenti genomici. Il fago esegue un ciclo litico
(infezione, replicazione, lisi cellulare e liberazione dei virioni), dal quale il batterio si
difende tramite enzimi litici (enzimi di restrizione), capaci di tagliare il DNA virale. I fagi
temperati, dopo aver invaso un batterio, possono integrare il loro DNA a quello
batterico(non avviano subito il ciclo litico), secondo due vie diverse: se il batterio non
riesce ad eliminare il fago, questo si deintegra dal genoma e avvia il ciclo litico; nella
conversione lisogenica, il fago modifica il genoma batterico variandone la produzione
proteica. Talvolta il fago può tagliare il cromosoma batterico, liberando frammenti che
vengono incapsulati all’interno dei capsidi virali; questi fagi infetteranno altri batteri
trasmettendo frammenti di DNA del batterio lisato, eseguendo una trasduzione di
materiale genico (trasduzione generalizzata).
Il fenomeno della trasduzione specializzata è caratterizzata dalla formazione di fagi con
DNA composto da sequenza virale originale e dalla sequenza antisenso del batterio nel
quale si è integrata; questo fago trasporta frammenti genici che poi integrerà nel
successivo batterio infettato
o Coniugazione batterica: passaggio di DNA tra due batteri, uno donatore e uno
accettore; questo avviene grazie a pili che effettuano il passaggio di materiale genetico
tramite contatto fisico. Nella coniugazione sono necessarie plasmidi F e pili F, proteine
solubili e trasposoni coniugativi. Il plasmide F ha una struttura standard: 13 geni
specifici per la coniugazione del pilo F, che effettua il trasferimento fisico; è necessario
perché un batterio possa essere il donatore (senza plasmide F non ci può essere dono di
materiale genetico, ma solo accettazione). Tra i due batteri si formano ponti instabili e in
base alla durata del contatto differisce la quantità di DNA trasferito. Non avviene mai il
passaggio di un DNA intero, ma la massimo del 3-4%. Lo scambio può essere del solo
plasmide F oppure del plasmide F e di altri frammenti genetici.
Negli enterococchi (Enterococcus fecalis) si ha la produzione di proteine solubili
specifiche prodotte da batteri plasmide-, che liberate nell’extracellulare, inducono la
sostanza aggregante nei batteri plasmide+, i quali rintracciano il batterio plasmide- e gli
passano plasmide coniugativo e altri frammenti di DNA.
I trasposoni coniugativi nei cromosomi batterici codificano proteine per la
trasferibilità coniugativa, inducendo passaggio di materiale genetico; mentre gli altri
casi di trasferimento di materiale genetico avvengono durante la replicazione del DNA,
questo si ha solo quando il trasposone si replica, andandosi poi ad integrare nel DNA di
un altro batterio

Caratteristiche comuni dei meccanismi di trasferimento genico


Il trasferimento interessa solo una parte del genoma batterico e i plasmidi, essendo un passaggio
unilaterale, senza determinare mai uno zigote ma un merozigote (cellula che presenta un aumento del
materiale genetico per un processo di trasferimenti di DNA, senza però avere una diploidia completa).

Esperimento di Griffith (dimostrazione della trasformazione)


Griffith utilizzò dei pneumococchi acapsulati vivi (è la capsula ad avere l’effetto patogeno) e pneumo-
cocchi capsulati morti, mescolandoli e iniettandoli in un topolino, il quale sviluppò setticemia a causa di

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pneumococchi capsulati. Singolarmente, i due ceppi sono apatogeni; di conseguenza era necessario che
ci fosse un passaggio di DNA, capace di rendere dotati della capsula batterica i pneumococchi acapsulati
vivi. Questo meccanismo avviene principalmente in pneumococchi, stafilococchi e ???
Fattore di competenza: proteina con funzione paracrina che determina la produzione di proteine
specifiche quando lega i propri recettori, cioè autolisina, nucleasi e proteine DNA-binding. Le proteine
DNA-binding sono specifiche e captano strutture di DNA che hanno omologie con il proprio,
impendendo l’ingresso ad altre sequenze genomiche; una volta captato la catena di DNA adeguato il
complesso lisa la parete batterica introducendo all’interno del batterio catene di alcuni kbp. Se questa
catena non si integra al cromosoma circolare, allora viene degradata, altrimenti l’integrazione permette
di acquisire i geni introdotti. Gli effetti dipendono sia dal punto di inserzione che dai geni addizionati.

Meccanismo patogeno dei batteri


Un batterio si dice patogeno quando è capace di invadere i tessuti di un organismo e moltiplicandosi
danneggiare con vari gradi(livelli) di gravità il normale funzionamento dell’ospite con la produzione di
una o più sostanze tossiche specifiche. Le architravi della patogenicità sono la invasività
(moltiplicazione in vivo) e la tossigenicità. Il danno è portato dalla produzione di molecole, le quali
inducono alterazione strutturale e funzionale al tessuto invaso.
Anche la capacità di evadere la risposta immunitaria è indice della patogenicità del microrganismo, che
può anche indurre una risposta immune scoordinata, che aggrava gli effetti del patogeno sul organismo
ospite.

Moltiplicazione in vivo
Avviene 1)negli spazi intercellulari, 2)all’interno delle cellule in maniera preferenziale (Brucelle,
Listerie), 3)a livello intracellulare transitorio (Shigelle, Salmonelle) o 4) in maniera intracellulare
obbligata (Clamidie, Rickettsie). Anche la compressione dovuta all’aumento di microrganismi porta un
danno.
I patogeni intracellulari preferenziali si moltiplicano a livello intracellulare perché scatenano forti
reazioni fagocitarie e si sviluppano all’interno dei macrofagi.
La replicazione intracellulare obbligata avviene perché il patogeno non riesce ad esprimere un
metabolismo completo, necessitando quindi della struttura metabolica delle cellule infettate.

Colonizzazione delle mucose


Solitamente è il primo passo per l’invasione dell’organismo, salvo ferite o inoculazioni.
Proteasi delle IgA difendono i batteri dalle Ig secrete nei fluidi, permettendo una più agevole
contaminazione delle mucose e cavità naturali.
Le adesine hanno una importante funzione, perché permettono l’adesione del batterio alla superficie e
possono anche causare homing, perché specifiche adesine si legano meglio a determinati tessuti.
Batteri con la capsula polisaccaridica producono un biofilm che gelifica sulla capsula stessa, fornendole
capacità adesive.
La produzione di sostanze ciliostatiche inattiva il movimento delle ciglia, favorendo l’invasione delle vie
aeree.

MECCANISMI INVASIVI DEI BATTERI NEI TESSUTI PROFONDI DELL’OSPITE


I batteri, producendo esoenzimi e tossine, inducono un danno tissutale che ne permette la diffusione.
Alcune tossine sono dannose perché stimolano una risposta immunitaria non regolata oppure perché,
entrando in percorsi metabolici cellulari, vengono convertite in prodotti tossici.
Tossine batteriche:
-
Esotossine: tossine batteriche proteiche che vengono eliminate all’esterno della cellula batterica
e sono dotate di azione tossica spesso di natura enzimatica
-
Endotossine: componente tossica legata a strutture batteriche e, precisamente, la porzione
lipidica del LPS (lipopolisaccaride)

Lipopolisaccaride (LPS)(termostabili,non hanno azione enzimatica quindi agiscono su vari


livelli,non si può produrre tossoide,componenti di membrana quindi si liberano solo con lisi
della cellula, attivano sempre la febbre,appunti pat)

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Presente solo nei Gram-, determina una strutturazione particolare della membrana, rendendola
difficilmente attraversabile da soluti sia lipo- che idrosolubili.
È composto da un lipide A, associato ad un core zuccherino (etanolammina, KDO, eptosi e altri glucidi)
che lo unisce a una catena polisaccaridica specifica (antigene O).
Meccanismi patogeni del LPS: molti danni sono legati alla risposta esacerbata dell’immunità innata,
che avverte il LPS come un grave pericolo. Questa risposta dipende sia dalla struttura dell’LPS (natura
chimica), sia dalla sua quantità in circolo. La morte dei batteri determina rilascio di LPS, che viene legato
a LPS-binding protein, il tutto viene rilevato dai toll-like receptor4(unito a cd14) dei macrofagi, i
quali producono in risposta IL-1, IL-6, IL-8, TNF-α e PAF. Una risposta tanto veemente e rapida ha
ripercussioni patogene sul tessuto coinvolto.
L’LPS attiva i polimorfonucleati, la via alternativa del complemento(quella di autolisi di c3 il quale
trovando in questo caso una superficie microbica non viene degradato), la coagulazione e le piastrine
(le ultime due promuovono la trombosi), il rilascio di IgE (mastcellule), endoteliali, macrofagi, i quali
rilasciano in circolo IL-1 e TNF-α; queste due citochine inducono febbre(pirogeni) e attivano i linfociti
T, i quali a loro volta sintetizzano IFN-γ, l’attivatore del macrofago.
Viene anche diminuito il ferro, necessario ai batteri per il proprio metabolismo.
L’aumentata permeabilità vascolare(prodotte prostacicline e NO ma anche istamina e chinine causano
vasodilatazione, app pat) causa ipotensione e shock, a cui partecipa anche l’attivazione del
complemento.
Questa risposta, se non degenera, è molto efficace nell’eliminare i Gram-, mentre in caso di setticemia la
risposta immunitaria non si può regolare, per cui diviene parossistica, potendo causare la morte del
paziente.

Esotossine batteriche
Le esotossine, di natura batterica, sono termolabili, ad eccezione delle enterotossine stafilococciche.
Risultano sensibili ai succhi gastrici (tranne enterotossine stafilococciche e tossina botulinica) e
molte di queste possono venire inattivate con blandi trattamenti di denaturazione chimica per ottenere i
tossoidi o anatossine, tossine senza più attività lesiva ma con le proprietà antigeniche conservate. In
caso di batteri che svolgono l’azione patogena tramite tossine, il vaccino viene rivolto contro queste
ultime, che risultano come l’agente eziologico delle lesioni.
La patogenicità della tossina può portare a casi di malattie anche in assenza del batterio, come nel caso
del botulismo, dovuti ad intossicazione degli alimenti, che però presentano solo la tossina, mentre il
batterio non è rintracciabile.

Classificazione delle esotossine: posso agire sulla membrana, a livello citoplasmatico oppure con
azione neurotossica (neurotossine):
1) Tossine di membrana: sono ad azione serino-proteasica, oppure creano pori tramite azione
fosfolipasica
2) Tossine citoplasmatiche: possono agire inibendo sintesi proteica grazie ad ADP-ribosilazione
di EF2(difterite), attività n-glicosidasica (shiga like, che deadenilando la prima adenina della
sequenza GAGA in cima al dominio loop del ribosoma non permette il legame con EF) o creano
danni andando a ADP-ribosilare il citoscheletro o mantenendo alto AMPc(grazie a costante
attivazione di adenilato ciclasi) il quale diminuisce ingresso di Cl -, Na+ e K+ dai villi,
aumentandone l’escrezione dalle cripte (diarrea colerica)
3) Neurotossine: botulino e tetano
Le esotossine possono agire in diversi modi, in base al proprio bersaglio: ne esistono capaci di agire a
livello della superficie cellulare (t. epidermolitica stafilococcica, t. emolitica stafilococcica e
pneumococcica), che alterano il cAMP a livello intracellulare (t. colerica, t. pertossica), che inibiscono
la sintesi proteica (t. difterica; il batterio rimane localizzato nell’anello del Waldayer, dal quale rilascia
la tossina nel sangue), che agiscono a livello del citoscheletro (t. iota del Clostridium perfrigens che
induce apoptosi), che interferiscono con il rilascio di neurotrasmettitori (t. tetanica e botulinica), che
operano come superantigeni (t. dello shock tossico dello Stafilococcus aureus, che porta a
iperattivazione del sistema immunitario) oppure entrare nella categoria della tossina carbonchiosa.

Esotossine agenti a livello superficiale

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Categoria più numerosa, sono esoenzimi: t. epidermiolitica A e B (Stafilococcus aureus), t. emolitiche


(emolisine), t. citolitiche, t. delta [δ] (S. aureus), t. alfa [α] (C. perfrigens).
Queste tossine agiscono sulla membrana operando sulle proteine delle giunzioni intercellulari e
scindendo i legami reciproci, separando fra di loro i componenti degli epiteli; possono anche produrre
pori direttamente nel plasmalemma oppure alterare i lipidi di membrana. Le tossine che lisano la
membrana tramite pori portano a necrosi se presenti in elevate concentrazioni (numerosi pori a cui la
cellula non riesce a porre rimedio), mentre in quantità minori inducono apoptosi (la cellula muore
perché i danni riportati sono eccessivi). Oltre alla realizzazione di pori attraverso il plasmalemma, questi
enzimi possono causare lisi cellulare grazie a fosfolipasi, che aprono attivamente un pertugio digerendo
i fosfolipidi.
Tossine epidermolitiche: tossine tipiche dello S. aureus; tipico patogeno della tonsillite, può causare
numerose altre patologie. La famiglia presenta un grande ventaglio di tossine e ogni genotipo che ha più
di una, anche se mai tutte. La t. epidermolitica si diffonde tramite il sangue, raggiungendo le cellule
dello strato granuloso dell’epidermide dove, tramite azione enzimatica serin-proteasica, scinde la
dermogleina-1, causando lo scollamento dei piani cutanei superficiali. La disgiunzione espone lo strato
sottostante dell’epidermide, favorendo una sovrainfezione(a volte si presenta come un semplice
eritema); questi ceppi risultano più attivi nell’età neonatale, perché nell’età adulta la risposta
immunitaria è sufficiente ad eliminarli.
Tossine che producono pori: emolisine, streptolisina, listeriolisina, pneumolisina, t. δ e emolisina α
(S. aureus), tossine emolitiche/citolitiche. Emolisine e citolisine, monomeriche, si legano alla superficie
cellulare dove polimerizzano in eptameri formando pori, i quali portano a apoptosi o, in quantità
elevate, a necrosi.
Lo S. aureus produce la t. citolitica α, la quale si inserisce nelle membrane portando alla fuoriuscita di K +
e nutrienti, azzerando il potenziale elettrolitico. L’azione principale viene esercitata a livello delle cellule
epidermiche, eliminandole. La t. δ, sempre dello S. aureus, forma pori esamerici invece che eptamerici.
Tossine che agiscono su lipidi superficiali: le due esponenti icastiche sono la t. α (C. perfrigens), che
tramite la fosfolipasi C scinde la fosforilcolina di diversi stipiti cellulari, e la emolisina β (S. aureus),
che separa sfingomielina e lisofosfatidilcolina, principalmente della membrana eritrocitaria.

Esotossine che alterano il contenuto intracellulare di cAMP


Sono enzimi con attività ADP-ribosilante, capace di alterare le proteine G che promuovono l’enzima
adenilato ciclasi, oppure tossine con funzione adenilato-ciclasica intrinseca. Il risultato netto è
sempre un aumento della [cAMP].
Queste tossine agiscono come dimeri, avendo una struttura divisa nei domini A e B, interconnesse da
ponti disolfuro presenti nel batterio in forma inattivata. Per attivarsi, la porzione B (binding) si lega a
recettori cellulari, mentre la componente A, dominio catalitico, penetra nella cellula, dove il dimero
viene scisso(sono legate da ponti disolfuro e sono scissi proprio da enzimi cellulari come disolfuro
ossidoreduttasi e tiosolfuro reduttasi, app pat) e si sviluppa l’attività tossica. La reazione tipica è di ADP-
ribosilazione, tramite la quale la componente enzimatica aggiunge sulla proteina bersaglio un ribosil-
ADP.
Tossina con attività ADP-ribosilante: meccanismo della t. colerica, formata da più subunità, con 5
domini B (binding) e 2 A (A1, A2), che vengono liberate sequenzialmente nella cellula dopo il legame di
B con il recettore che permette l’endocitosi. La componente A1 ha attività ADP-ribosilante, sulla
subunità Gα, promotrice della adenilato ciclasi, la quale aumenta [cAMP] e causa la perdita di liquidi
per deflusso(e perchè non vengono riassorbiti) di ioni (Na +, K+, Cl-, HCO3-)per attivazione dei rispettivi
canali cAMP-dipendenti, con morte che sopraggiunge per disidratazione.
Tossina con attività adenilato-ciclasica: emolisina della Bordetella pertossi; formata da due domini
funzionali, uno emolitico e uno con funzione adenilato-ciclasica. Il primo produce pori nella cellula, il
secondo viene traslocato nel citoplasma dove svolge la sua attività enzimatica, aumentando [cAMP].

Esotossine che agiscono inibendo la sintesi proteica

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Esempi classici sono la t. difterica, la tossina A di Pseudomonas aeruginosa, la tossina di Shiga delle
Shigelle. La t. difterica (in grado di catalizzare la sintesi tra il fattore di allungamento 2 [EF-2 che
interviene nella traslocazione del tRNA] e il ribosio adenosindifosfato [ADPR]. Il prodotto di tale sintesi,
ADPR-EF2, è inattivo e non più utile alla sintesi proteica) blocca la sintesi proteica inibendo i ribosomi;
introdotta a livello ematico, la tossina agisce con affinità differente nei vari tessuti, colpendo soprattutto
i cardiomiociti e portandoli a necrosi.

Esotossine citotossiche per azione sul citoscheletro


Tossine binarie, composte da subunità separate che si riuniscono solo sulla superficie del bersaglio.
Hanno attività catalitica ADP-ribosil-transferasica e il loro obiettivo è l’actina. L’esempio classico è la
tossina C2 di alcuni ceppi di C. botulinum, che agisce sull’actina monometrica e sulla actina F non
polimerizzata, ma esistono anche le tossine monomeriche A e B di C. difficile, la tossina iota [Ι] e la
tossina dermo-necrotica.
Tossina C2: il C. botulinum produce C2a e C2b; la C2b, legata al recettore, subisce una proteolisi, che ne
consente l’unione con la subunità C2a; il dimero viene quindi endocitato e si dissocia a livello
citoplasmatico nelle due subunità: il C2a, enzima ADP-ribosilante, aggredisce l’actina monomerica e
l’actina F non polimerizzata, alterandone il metabolismo.

Esotossine ad azione nervosa


Tossina botulinica: impedisce il rilascio di acetilcolina, bloccando la stimolazione nella giunzione
neuromuscolare(taglia sintaxina,sinaptobrevina e quindi nn si libera ach nello spazio sinaptico) con
conseguente paralisi flaccida. Non tutte le placche neuromuscolari rispondono allo stesso modo: per
primi si paralizzano i muscoli facciali (muscoli con il metabolismo più attivo), poi seguono via via quelli
più grossi (e quindi con metabolismo più lento) fino a quelli respiratori, che sono gli ultimi a cedere al
veleno, grazie all’alta dose necessaria a inibirli.
Tossina tetanica: nel tetano si taglia su sinaptobrevina e quindi non si libera GABA da interneurone
inibitorio e quindi durante un movimento si attiva agonista e antagonista contemporaneamente: paralisi
spastica, colpito per primo il massetere, con trisma detto anche riso sardonico caratteristico del tetano

Esotossine che agiscono come superantigeni


Diversi esponenti della categoria: enterotossine stafilococciche, tossina dello shock tossico (TSST-1),
tossine pirogene streptococciche, superantigene streptococcico.
Il superantigene si lega al TCR(T cell receptor) dei T e alle MHC-II delle APC, determinando
l’attivazione dei linfociti T, con produzione di interleuchine e risposta infiammatoria violenta.

Tossina carbonchiosa
È formata da tre subunità: il fattore I (EF, attività adenilatociclasica, I perchè il primo ad essere scoperto
ma non interviene per primo), fattore II (PA, binding protein) e fattore III (LF, metalloproteasi che
interferisce con la MAP-chinasi). PA si lega al recettore, subendo un taglio proteolitico da parte di una
proteasi di membrana e divenendo in grado di legare il complesso EF/LF, portando all’endocitosi
dell’intero trimero. Il fattore I, adenilato ciclasi, induce squilibrio ionico e perdita d’acqua con edema
tissutale; il fattore III è una metalloproteasi che attiva la cascata delle MAP-chinasi, attivando in
maniera esacerbata una via che promuove la sopravvivenza cellulare, ottenendo un effetto paradosso
che porta all’apoptosi.

FARMACI ANTIBATTERICI
I farmaci antibatterici possono essere chemioterapici prodotti per sintesi oppure antibiotici; i primi
sono molecole chimiche sintetizzate in laboratorio che presentano attività antibatterica, i secondi sono
molecole naturali, prodotte solitamente da miceti con lo scopo di inibire i batteri per avere un vantaggio
a livello ambientale. Attualmente la maggior parte degli antibiotici sono di sintesi, in modo da ottenere
quantità maggiori di prodotti a più alta efficacia.
I farmaci agiscono inibendo una via metabolica essenziale per il batterio, con l’unica eccezione
delle polimixine(queste alterano le strutture cellulari,alterando le proprietà osmotiche e facendo
quindi uscire metaboliti dalla cellula e per ciò sono efficaci anche su batteri non
metabolicamente attivi), essendo attivi quindi solo nei confronti di batteri con metabolismo attivo. I

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farmaci antibatterici possono essere divisi in batteriostatici (non uccidono i batteri, ma ne impediscono
la replicazione) e battericidi (sono in grado di eliminare la colonia batterica); i batteriostatici
(sulfamidici, inibiscono il ciclo dell’acido folico) hanno una azione reversibile legata alla presenza del
farmaco stesso.
I bersagli tipici sono la membrana o il materiale genetico.
Tra gli antibiotici batteriostatici vi sono:
 Tetracicline
 Sulfamidici
 Spectinomicina
 Trimetoprim
 Cloramfenicolo
 Macrolidi
 Lincosamidi
Chemioterapici prodotti per sintesi
Sono sostanzialmente rappresentati da 4 categorie che raggruppano i farmaci in base al meccanismo
d’azione: sulfamidici, isoniazide (e altri anti-micobatterici), nitrofurani e nitroimidazoli, chinoloni
-
Sulfamidici e 2,4 diamminopirimidine: alla base di tutti i sulfamidici si trova la sultani-
ammide(“sulfanilamide”), un anello fenolico con due sostituenti, azoto (N) e zolfo (S). Il
capostipite delle 2,4 diamminopirimidine è il trimethoprim, che presenta uno scheletro di due
anelli fenolici ed ha azione simile ai sulfamidici.
I sulfamidici sono strutturalmente simili all’acido paramminobenzoico, utilizzato per la
sintesi dell’acido folico(i sulfamidici Sostituendosi al PABA nell'enzima, bloccano la sintesi
dell'acido tetraidrofolico, in particolare non diventa diidropteroico. essenziale per la sintesi e la
replicazione degli acidi nucleici. La specificità dei sulfamidici verso i batteri deriva dal fatto che
l'essere umano non è di per sé in grado di sintetizzare l'acido folico, ma lo assimila già
preformato attraverso la dieta. ) ; l’attività batteriostatica dipende dall’inibizione della sintesi
del folato che il batterio deve sintetizzare (solo gli enterococchi possono assumerlo
dall’esterno) per la costruzione di purine, amminoacidi e tRNA. Le 2,4 diamminopirimidine
inibiscono invece la trasformazione ad acido tretraidrofolico dei folati assunti (l’effetto si ha
anche sugli enzimi delle cellule umane, con un’affinità 5000 volte inferiore).
Questa categoria di composti viene assunta per os (via orale), venendo assorbiti nell’intestino
tenue; essendo insolubili, richiedono il legame a proteine plasmatiche, le quali veicolano
queste molecole diffondendole ai vari organi e consentendo anche la via transplacentare
(passaggio madre-feto); l’escrezione avviene a livello renale, dove avviene la concentrazione
del farmaco per filtrazione. Ovviamente, non si può utilizzare come via di escrezione di un
farmaco un organo malato, perché si rischiano accumuli che possono rivelarsi tossici(ecco
perchè è importante conoscere l'anamnesi del paziente prima di somministrare farmaci,poichè
anche se il farmaco è magari elettivo può essere che la persona non possa comunque assumerlo).
La via parentelare è disponibile solo utilizzando sulfamidici in forma sodica.
I sulfamidici possono superare diverse barriere, come la barriera ematoencefalica (“È
composta dunque da cellule endoteliali che, in particolare, danno origine ad un endotelio
continuo, non fenestrato, ossia senza spazi tra una cellula endoteliale e l'altra.” In caso di febbre
alta e prolungata, la permeabilità di questa aumenta) e la placenta.
Essendo una molecola semplice, mantiene l’effetto terapeutico anche durante l’escrezione,
per cui viene spesso utilizzata per trattamenti dell’apparato urinario, che ne beneficia durante
l’accumulo dell’urina e la sua escrezione (trattamento di cistiti e uretriti).
In associazione con il trimethoprim i sulfamidici vengono utilizzati per le infezioni alle vie
urinarie e contro Clamidia trachomatis, nocardie, neisserie e alcuni protozoi, mentre
risultano insensibili meningococchi, pneumococchi, streptococchi e stafilococchi
-
Chemioterapici anti-micobatterici: isoniazide, pirazinamide, acido para-ammino-salicilico
(PAS), etanbutolo, etionammide, clofazimina; sono farmaci che hanno uno spettro molto
limitato di funzionamento (micobatteri).

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o Isoniazide: il trattamento del Micobatterio tubercolosis è complesso perché richiede


diversi farmaci per lunghi periodi; inoltre i nuovi ceppi risultano resistenti a questi
farmaci, utilizzati in maniera preponderante per questo specifico microrganismo. La
specificità dipende dalla struttura esterna del micobatterio, composta da acidi micolici,
arabino-galattani, glicolipidi fenolici e lipo-arabino mannani, che rendono
difficoltosa fagocitosi e killing. L’isoniazide deriva dalla nicotinammide, andando a
competere come analogo del NAD in funzioni vitali del micobatterio. Assunta per os,
deve essere attivata, venendo modificata all’interno del mico-batterio dagli enzimi
catalasi-perossidasi micobatterica e enol-reduttasi, che la rendono capace di inibire
la sintesi degli acidi micolici e ostacolare la sintesi di NAD, e inibisce enzimi che
richiedono il piridossal-fosfato(“è la forma attiva della Vitamina B6 ed un cofattore di
enzimi transferasi come le transaminasi.“) come cofattore (attacca quindi su parete
esterna ma anche vie metaboliche come sintesi acidi nucleici).
La resistenza all’isoniazide dipende da mutazioni del gene katG (che codifica per la
catalasi-perossidasi micobatterica e quindi attivazione del farmaco) o dei geni inhA,
ahpC, kasA (atti alla sintesi degli enzimi per acidi micolici), calando l’attivazione
necessaria per rendere efficace il farmaco e rendendo meno affini gli enzimi e quindi
meno sensibili all’analogo strutturale
o Pirazinamide(non sempre conosciamo l'esatta azione dei farmaci ma se
funzionano,li usiamo): viene attivata tramite una pirazinamidasi ad acido pirazoico
(forma attiva), che però agisce solo in presenza del pH acido del fagolisosoma,
interferendo con la sintesi e l’utilizzo del NAD. Assunta per via orale, viaggia per vari
organi(snc) e poi viene escreta per via renale
o Etanbutolo: somministrabile per os, anche in cocktail di farmaci che richiedono la
medesima via, inibisce l’arabinosil-transferasi e quindi l’aggiunta di acidi micolici
nella parete.escreto via renale
o Dapsone: permette il trattamento del micobatterio della lebbra; analogo strutturale del
para-ammino-benzoato (para-ammino-salicilico), interferisce con la diidrofolato-
reduttasi, inibendo la conversione del diidrofolato in tetraidrofolato
-
Chemioterapici nitroenterociclici: chemioterapici attivi contro numerosi microrganismi
patogeni come batteri, miceti e protozoi(per lo più questi ultimi due), nitrofurani e nitro
imidazoli hanno ampio spettro di funzionamento.
o Nitrofurani: sono convertiti in nitrofurantoina (è la molecola utilizzata e va attivata
dalla nitroreduttasi, in ambiente con o senza o2, in forma ridotta) dalla nitro-reduttasi
batterica; se il microbo non presenta questo enzima, la molecola rimane inattiva.
Interferisce con la sintesi di DNA e RNA batterici, degradando il genoma microbico in
maniera indiretta (vengono inibiti gli enzimi deputati al mantenimento della
stabilità genomica) e inibendo gli enzimi coinvolti nella degradazione del piruvato.
Impiegati nelle infezioni delle vie urinarie, perché hanno scarsa funzionalità in
circolo (basse concentrazioni) mentre a livello urinario di accumula in forma attivata,
ottenendo buoni risultati sia sui Gram+ che sui Gram-
o Nitroimidazoli: convertiti in metronidazolo(la forma ridotta è quella attiva) dalla
nitro reduttasi solo in ambiente anaerobio, problema poichè(funzionano solo su)
batteri anaerobi e aerobi che in quel momento non usano 02. Interferisce con la
sintesi di DNA e RNA, degrada il DNA batterico e svolge altre funzioni con gli stessi
meccanismi del nitrofurano. Sono efficaci solo in ambiente anerobio, per cui devono
essere impiegati contro anaerobi obbligati (clostridi, Bacillus subtilis)
-
Chinoloni: l’acido nalidixico(capostipite) ha ampio spettro e funzionalità(duttili e usati
tanto); il meccanismo d’azione inibisce le topoisomerasi II e IV(Tali enzimi svolgono un ruolo
fondamentale nell'impacchettamento e nella replicazione del DNA,sono in grado di
introdurre una rottura del singolo o del doppio filamento di DNA in modo temporaneo)
batteriche, interferendo con la gestione della spiralizzazione del DNA e quindi con la neosintesi
del DNA stesso. Agiscono a livello di specifiche subunità (GyrA, GyrB della II, ParC e ParE della
IV), con affinità alta per le strutture batteriche rispetto alle topoisomerasi umane.

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(variazioni di chinoloni es aggiungendo fluoro,obiettivi diminuire tossicità e dosi e aumentare


spettro d'azione variandone la struttura; il problema spesso però salendo di complessità si
rischia di perdere in efficacia rispetto alle prime generazioni)
La prima generazione (I) di chinoloni era utilizzata per trattare infezioni urinarie non
complicate; nella seconda generazione (II) aumentò l’attività contro Gram- e micobatteri,
migliorando la sua fruibilità a livello sistemico. La terza generazione (III) divenne funzionale
contro i Gram+, Clamidia pneumoniae, S. pneumoniae penicillo-resistente e Micoplasma
(pneumonie), tutti batteri difficili da trattare. La quarta generazione (IV) è in grado di aggredire
anche i batteri anaerobi. Le successive generazioni indicano variazioni nella molecola tali da
indurre variazioni nello spettro o nella funzionalità del farmaco

Antibiotici
Sostanze naturali (o loro derivati di sintesi) prodotti da microrganismi, a basso peso molecolare,
caratterizzate dal fatto di possedere, già a basse concentrazioni, tossicità batterica e di esplicare la
loro funzione interferendo nei processi di crescita e moltiplicazione dei microrganismi; l’attività può
essere quindi battericida o batteriostatica. Gli antibiotici sono sintetizzati da funghi come Penicillium
e Chephalosporium, oltre a batteri appartenenti agli actinomiceti, detti così perchè si pensava
fossero miceti, invece sono batteri (Streptomices in particolare). Lo stesso antibiotico può essere
prodotto da più classi di microrganismi diversi.

+ Polimixine: agiscono sui fosfolipidi della membrana esterna dei Gram-, mentre l’effetto è scarso
sui Gram+, i quali risultano protetti; essendo in grado di danneggiare anche le cellule eucariotiche,
viene utilizzato solo per via topica (cutanea)

+ Antibiotici che1) agiscono sulla sintesi del peptidoglicano: categoria molto ampia di sostanze che
include penicilline, cefalosporine, bacitracina, vancomicina, ristocetina, cicloserina, fosfomicina;
penicilline(non funzionano su gram- a causa della scarsa permeabilità di membrana) e
cefalosporine sono largamente utilizzate, mentre le altre hanno uso più limitato.
Siccome il peptidoglicano ha tre diversi passaggi sintetici (uno citosolico, uno di membrana e uno
all’esterno della parete cellulare), esistono diversi punti dove si può agire per interdirne la produzione.
Cicloserina(inibisce aggiunta di peptidi al NAM) e fosfomicina(impedisce legame tra NAG e
fosfoenolpiruvato dai quali si dovrebbe formare NAM) bloccano la prima fase,
vancomicina(impedisce distacco del vettore lipidico “undecaprenilfosfato”) e ristomicina
impediscono la dissociazione dal vettore lipidico, mentre la bacitracina (principio del cicatrene),
tossica a livello sistemico, impedisce il ciclo del vettore lipidico, sequestrandolo; i β-lattamici
(penicilline e cefalosporine) inibiscono la strutturazione finale del peptidoglicano a livello della
parete cellulare, inducendo lisi batterica, perché impediscono alla peptidoglicano-binding protein
(PBP) di sostituire i peptidoglicani degradati e ricostituire la integrità della parete. L’anello β-
lattamico è fondamentale perché permette di riconoscere le PBP; viene aperto da β-lattamasi, che lo
inattivano(alla penicillina che quindi risulta inutile) perché ne inibiscono la funzione di riconoscimento.
-
Penicilline: ampia categoria di farmaci, che comprende amminopenicilline, meticillina,
penicillina G, carbossi-penicilline, sulfossi-penicilline. Il meccanismo di azione è il
medesimo per tutte e consiste nel legame con le PBP, il quale impedisce all’enzima di eseguire il
suo lavoro; attivano anche mureino-idrolasi, capaci di ledere la parete batterica per idrolisi
dei peptidoglicani. Possono essere somministrate per via orale o parentelare, venendo
escrete per via renale dopo la localizzazione nei tessuti (livelli minori nel SNC a causa della
barriera ematonecefalica). La resistenza che si sviluppa nei loro confronti dipende dalla
produzione di β-lattamasi, mancata permeabilità di membrana alle penicilline(“es gram
-”), alterazione delle PBP oppure alla mancanza di parete, come nei micoplasmi
-
Cefalosporine(scoperta da un italiano nel 1945 l'ha svenduta alla Glaxo,casa farmaceutica
londinese che ne ha fatto profitti)(più resistente a Betalattamasi e può sviluppare
strutture complesse senza problemi): la copertura dei Gram+ cala, mentre aumenta quella
fornita sui Gram- con l’andare delle generazioni; il dosaggio giornaliero assunto rimane
costante in tutte le generazioni, mentre è la frequenza delle dosi a diminuire man mano

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che avanza l’evoluzione della molecola. Cefalosporine di I generazione risultano più funzionali
sui Gram+, contro i quali è bene continuare ad utilizzarle.
o I generazione: cocchi Gram+, scarso effetto sui cocchi Gram- e anaerobi
o II generazione: aumentata copertura sui Gram-
o III generazione: ulteriore aumento sui Gram-, riduzione dell’attività contro i Gram+;
capacità di raggiungere il SNC
o IV generazione: aumento della copertura da enterobacter e citrobacter
L’evoluzione porta ad aumentare lo spettro anche a al costo di perdere parte della
intensità contro gli specifici microrganismi, mentre i farmaci di vecchia generazione sono
a spettro ristretto, ma più efficaci sul microrganismo identificato
-
Carbapenemi: inibiscono la PBP 1, 1a, 2 e 3; resistenti alle β-lattamasi, vengono utilizzati per
via parentelare (imìpenem,meronepem)

+ Antibiotici che agiscono2) sulla sintesi di DNA, RNA e proteine:


-
Inibitori della sintesi di DNA: la novobiocina(soppiantata da chinolone poichè soffre molto
resistenza) si lega all’unità GyrB della topo-isomerasi II; utilizzabile al posto dei chinoloni,
con i quali risulta sinergica (impedisce la resistenza crociata, che è Tipo di resistenza che un
microorganismo acquisisce per una sostanza diventando insensibile ad un'altra sostanza simile
ma non identica, perché hanno siti di legame diversi), efficace contro stafilococchi. Assunta per
via endovenosa o orale, è escreta a livello renale. Attiva sui Gram+, non riesce a raggiungere il
SNC
-
Inibitori della sintesi di RNA: tipica la rifampicina ( del gruppo delle rifamicine), la quale si
lega alla unità β della RNA-polimerasi batterica; assunta per via topica o parentelare, viene
utilizzata nella terapia di Gram+, Gram- e Micobatterio tuberculosis, sul quale risulta di
notevole efficacia. Utilizzati sempre in concomitanza con altri farmaci
-
Inibitori della sintesi proteica: sono inibitori della subunità 30S, 50S oppure degli enzimi
extraribosomiali collegati alla sintesi proteica.
o Inibitori dell’unità 50S:
 Macrolidi (eritromicina): utilizzata per le patologie polmonari di breve
durata con trattamenti ad alte dosi per pochi giorni; spiramicina, azitromicina,
claritromicina e roxitrocina sono farmaci che rientrano in questa categoria. La
eritromicina si lega a un RNA ribosomiale (23S), inibendo la traslocazione del
amminoacil-tRNA e bloccando la sintesi proteica; è efficace contro Gram+,
brucelle, emofili e batteri endocellulari (clamidie), perché è in grado di
entrare nelle cellule eucariotiche agendo anche sui batteri intracellulari o
fagocitati non digeriti. Somministrata per os o endovenosa, viene escreta
tramite la bile. I macrolidi sono anche utilizzati come sostituti della penicillina
nei casi di allergia al farmaco. La resistenza all’eritromicina insorge per
metilazione del rRNA 23S, che ne impedisce il legame(poichè farmaco è molto
specifico su sub 50s in particolare adenina A2058). Per rispondere a questo
adattamento si sono sviluppati chetolidi (telitromicina) che non si legano a una
sola adenosina dell’rRNA ma a due(anche a A752), rendendosi quindi
necessarie due metilazioni per la totale inefficacia (resistenza)
 Cloramfenicolo(resistenza se viene acetilato da CAT): inibisce la formazione
del legame peptidico catalizzato dalla peptidil-transferasi a livello della
subunità 50S. Valida efficacia contro Gram+, Gram- (Salmonella typhi) e
anaerobi. Il farmaco è efficace contro la S. typhi perché è eliminato per via
biliare, localizzandosi negli stessi tessuti del microbo (cistifellea e dotti biliari).
Effetti collaterali sono la mielotossicità(“Questo tipo di tossicità, caratteristica
di determinati farmaci, colpisce soprattutto il midollo osseo, con
conseguente riduzione di produzione di globuli rossi e bianchi “), anemia e
tossicità neonatale (non essendo ancora pienamente funzionante, il fegato non
riesce a coniugare la molecola con acido glucuronico, per cui questo si accumula

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dando sindrome grigia riconoscibile per il vomito, paralisi flaccida, ipotermia,


colorito grigio e shock tossico)
 Lincosamidi: lincosamina, clindamicina
 Oxazolidioni
o Tetracicline(SUBUNITà 30 S)(tetraciclina,doxyciclina,micociclina)(non arriva a
SNC quindi va iniettato,se bisogno, lì direttamente): impediscono il legame
dell’amminoacil-tRNA al sito accettore a livello della subunità 30S, agendo su Gram+,
Gram-, micoplasmi, ricketsie e clamidie. L’insorgenza di resistenza dipende dalla
sintesi di proteine-canale, codificate tramite trasposoni, che espellono dal batterio il
farmaco. Utilizzato nel trattamento delle malattie sessuali, è assumibile sia oralmente
che endovenosa, localizzandosi in diversi organi ma non nel liquido cefalorachidiano,
venendo escreto sia a livello renale che biliare.
o Amminoglicosidi: utilizzo per via topica a causa dell’alta tossicità; impediscono il
legame della formil-metionil-tRNA alla subunità 30S in modo irreversibile, causando
la lettura errata dell’mRNA per interferenza sterica. Può insorgere resistenza a
seguito di impermeabilità al farmaco della membrana batterica, o dalla sua
distruzione enzimatica; può mutare la sede di legame su 30S, impedendo il legame
covalente. Tutte queste alterazioni inducono però solo resistenza parziale, per cui alte
dosi riescono comunque a debellare il batterio; basse concentrazioni invece agirebbero
da pressione selettiva per l’evoluzione di ceppi completamente resistenti(esistono vari
gradi di resistenza, es assoluta se qualunque dose del farmaco non migliora la situazione
o parziale dove meglio usare alte dosi per eliminare possibili batteri farmaco-resistenti).
Utilizzati per via venosa si localizzano nei vari organi senza però superare la barriera
emato-encefalica e senza penetrare nel tessuto osseo; l’escrezione avviene tramite le
urine. Funzionano contro i Gram+, sepsi, endocarditi da Gram-, TBC (streptomicina),
mentre risultano inefficaci sugli anaerobi; la tossicità da sovradosaggio si esprime su
rene e orecchio. È utilizzata molto in caso di emergenza per infezione aggressiva e
diffusa. Della categoria fanno parte la streptomicina (usata contro i micobatteri), la
amikamicina, la kanamicina, la gentamicina e la neomicina.

+ Nuovi antibatterici
-
Streptogramine: si legano alla subunità 23S dei ribosomi batterici
-
Ossazolidinoni: inibiscono la sintesi proteica
-
Daptomicina: aggredisce la membrana citoplasmatica
o Per studiare un farmaco prima si andava a livello teorico in base alla struttura, oggi si
possono costruire molecole nuove grazie al 3D. Importanti anche molecole naturali non
ancora conosciute come la storia del nero africano che fa centinaia di km con la
polmonite grazie a un'erba datagli dallo stregone del villaggio.

LABORATORIO DI MICROBIOLOGIA
Il clinico può richiedere analisi su campioni prelevati da pazienti malati,convalescenti o sani: nel primo
caso ha interesse a determinare l’eziologia di una infezione clinicamente accertata per orientare la
terapia, nel secondo caso ha lo scopo di accertare la completa guarigione (il microrganismo potrebbe
permanere a dispetto della scomparsa dei sintomi clinici) e nel terzo caso si propone di individuare la
presenza di persone che fungono da portatori sani che potrebbero essere fonte di contagio.

Diagnosi di infezione
Dopo la selezione del campione di materiale idoneo all’analisi si ricorre alla ricerca diretta o indiretta
dell’agente patogeno.

Metodi di ricerca diretta


-
Esame microscopico: l’osservazione può essere eseguita a fresco oppure previa colorazione con
il sistema di Gram, tranne i micobatteri che necessitano della colorazione Ziehl-Neelsen a causa
della differente struttura esterna. Questo esame è inutile in caso di virus, troppo piccoli per

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essere efficacemente discriminati con la microscopia ottica, limitata a batteri, protozoi, miceti ed
elminti; solo il poxvirus (vaiolo e patologie cutanee) si colloca al limite fra il potere risolutivo
dell’ottico e dell’elettronico. Questo esame risulta probatorio(dà prove certe) quando il patogeno
si localizza in distretti solitamente sterili (peritoneo, CSF) o non usuali, perché le superfici
corporee sono solitamente colonizzate da numerosi ceppi microrganici
-
Coltivazione su substrati: coltivazione su substrati adeguati, resi selettivi in maniera da isolare
solo il patogeno di interesse, eliminando gli ulteriori ceppi che contaminano il vetrino. All’esame
colturale si possono poi applicare numerosi altri test (microscopio, test biochimici, ecc…)
-
Test biochimici: prevedono la verifica delle caratteristiche metaboliche ed enzimatiche dei
microrganismi trattati. Per testarne il metabolismo si utilizza l’enterotubo, un dispositivo nel
quale sono disposti diversi substrati energetici (carboidrati e amminoacidi) con lo scopo di
verificare le risorse metaboliche del patogeno. L’antibiogramma utile in due modi:1) verifica
diverse colture con principi differenti; l’efficacia dei farmaci viene dimostrata dall’alone che
circonda le colonie batteriche morte.2) Un altro sistema per relazionare i patogeni agli antibiotici
efficaci è il MIC(concentrazione minima inibente): il batterio viene inserito in una soluzione
liquida per diluirlo; all’interno di questi campioni vengono posti quantità scalari di antibiotico,
per valutare la concentrazione minima sufficiente a eliminare il batterio (test di efficacia). In
caso di parassiti cellulari obbligati o di virus è necessario ricorrere a una coltura su cellule
-
Ricerca di antigeni specifici: ricerca di proteine specifiche del microrganismo all’interno delle
cellule tramite immunofluorescenza (utilizzo di Ab(anti-body) contro lo specifico Ag); si può
fare immunofluorescenza diretta (l’Ab è legato a fluoresceina) o indiretta (si utilizzano due
Ab, il primo non marcato che riconosce l’Ag, il secondo, coniugato con fluoresceina, riconosce
solo la Fc del primo Ab)
-
Ricerca di sequenze genomiche: può essere applicata secondo diversi modelli
o Ibridazione acidi nucleici: “uno dei metodi per individuare ed isolare i segmenti
specifici di DNA e si basa sulla proprietà di appaiarsi tipica delle basi azotate d egli acidi
nucleici. Processo di ibridazione:
1. si mescolano molecole di DNA di diversa provenienza;

2. si scalda il tutto provocando così la scissione dei ponti a idrogeno;

3. lasciando raffreddare, i ponti a idrogeno tendono a ristabilirsi e i filamenti


possono riappaiarsi con altri filamenti dalla sequenza genetica quasi
complementare;

4. una volta che si sono riformati i ponti a idrogeno abbiamo ottenuto delle
doppie eliche ibride.

Per individuare i segmenti ibridi specifici si ricorre all’uso di sonde (mRNA o sequenze di DNA) che
cerchino segmenti di DNA o RNA con una sequenza complementare. Si possono utilizzare:sonde
radioattive o fluorescenti” (da internet)
o Amplificazione genica: PCR (reazione a catena della polimerasi, realizza numerose
copie dei frammenti genici forniti, permettendo di sottoporre a numerosi test poche
copie di DNA), RT-PCR (utilizzando retrotrascrittasi l’analisi può partire anche da RNA
per realizzare il DNA originario senza introni), real-time PCR(“denominata anche PCR
quantitativa, è un metodo di amplificazione e quantificazione simultanee del DNA.
I metodi comuni di quantificazione includono l'uso delle colorazioni fluorescenti
che intercalano con il DNA doppio-filamento (ds) e gli oligonucleotidi modificati del
DNA (denominati sonde) che sono fluorescenti una volta ibridati con un DNA” da
internet) . La sensibilità è molto bassa, per cui ogni esame deve essere incrociato con
altri test per ottenere un risultato finale attendibile e preciso.
o Amplificazione del segnale: ???

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Metodi di ricerca indiretta


Reazioni sierologiche secondo:
-
Metodi classici:
o Precipitazione: si basa sulla reazione Ab-Ag, con la formazione di un reticolo che
precipita di antigeni singolarmente solubili, ma aggregati da ponti formati da numerosi
anticorpi che riconoscono più copie di antigene contemporaneamente. Per differenze di
concentrazione notevoli fra Ab e Ag, non si avrà alcuna reazione, o perché gli Ab non
rintracceranno sufficienti antigeni per realizzare il precipitato oppure perché saranno
insufficienti e legare tutti gli Ag. Per evitare questo problema si utilizza la precipitazione
in gel, la quale si svolge su agar, dove vengono realizzati due pozzetti, uno con Ag e l’altro
con Ab; la diffusione permette di avere la stessa concentrazione di antigene e anticorpo
che si incontrano (P.M. simile)
o Agglutinazione: reazione immunologica in cui un siero (contenente Ab) viene cimentato
con un antigene e la formazione dell’immunocomplesso porta a un ammasso voluminoso.
Per quantificare l’avidità per l’antigene si determina il titolo anticorpale, diluendo in
maniera scalare la soluzione con l’anticorpo a cui verrà aggiunto l’antigene; maggiore è la
diluizione che permette reazioni di agglutinazione, maggiore è l’affinità dell’anticorpo
per l’antigene, indicando da quanto tempo il paziente ha subito il contatto con l’Ag (bassa
avidità indica l’assenza di contatto)
o Emoagglutinazione passiva su vetrino.(Si tratta di un’agglutinazione di globuli rossi
sensibilizzati(gli si aggiunge l'antigene che vogliamo studiare) che avviene in
presenza di anticorpi specifici eventualmente presenti nel siero in esame)
internet
o Fissazione del complemento: il siero prelevato subisce un processo di inattivazione del
complemento (30 min a 56°C), per eliminare la variabilità legata alla differente
concentrazione che il complemento può avere nel campione; viene poi diluito in modo
scalare e a ogni diluizione viene aggiunta una dose di antigene noto e una quantità di
siero di cavia con attività complementare nota. Se sono presenti Ab specifici per Ag il
complemento si fisserà grazie all’attivazione della via classica (Ab-mediata). Si aggiunge
quindi una miscela di emazie di pecora con rispettivo antisiero (contenente Ab contro gli
eritrociti ovini); se le emazie vengono lisate significa che il complemento è ancora
disponibile(cioè non consumato nella prima parte dell'esperimento) e quindi non
c’erano Ab per attivarlo contro il primo Ag (reazione negativa), viceversa se i globuli
rossi ovini rimangono intatti è perché il complemento si è esaurito nella reazione contro
il primo Ag riconosciuto dagli anticorpi del siero del paziente (reazione positiva).
o Neutralizzazione: reazione sierologica in cui un siero immune viene cimentato con un
antigene dotato di attività biologica(e se positivo l'azione biologica del microrganismo
viene persa).
o Immobilizzazione(L'immobilizzazione sierologica è l'interruzione delle mobilità
batterica dimostrabile con il trattamento del campione con un antisiero specifico )
internet
o Inibizione della emoagglutinazione:(è una prova sierologica utilizzata in campo
medico per identificare alcuni virus in grado di provocare il fenomeno della
emoagglutinazione.
Questi virus hanno sulla superficie le cosiddette emoagglutinine, recettori in grado di legarsi alla
superficie dei globuli rossi (i quali sono cellule sensibili ma non permissive; sensibile, cioè deve
possedere recettori su cui il virus possa adsorbirsi, permissiva, cioè capace di compiere tutte le fasi
replicative dirette dal genoma virale ). La prova si basa sull’uso di anticorpi in grado di legarsi alle
emoagglutinine del virus e impedire al virus di legarsi ai globuli rossi. Verifica:Se il virus si lega agli
anticorpi specifici(quindi positivo verso quel virus), non potrà legarsi ai globuli rossi e non ci
sarà emogglutinazione. Nella provetta si avrà quindi sedimento di globuli rossi. Se virus e
anticorpo non si legano( TEST NEGATIVO) si avrà invece emoagglutinazione con presenza di un "bottone

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rosso" dai margini sfocati sul fondo della provetta, costituito da globuli rossi che hanno formato una
reticolo )
-
Metodi con traccianti:
o Immunofluorescenza: diretta (contro gli antigeni) o indiretta (contro gli anticorpi)
o ELISA: reazione immunoenzimatica diretta o indiretta verso gli antigeni del patogeno.
Nel pozzetto si pongono gli antigeni batterici fissandoli alla base in maniera che
risultino inamovibili e poi si aggiunge il siero campione, che potrebbe contenere Ab
contro quell’antigene; se presenti gli anticorpi si legano all’Ag fissato. Un secondo Ab,
diretto contro il Fc delle Ig umane e marcato con enzimi, viene aggiunto al pozzetto; se
sono presenti Ab umani ci si fissa. Il lavaggio del pozzetto elimina tutto ciò che non
risulta fissato, poi si aggiunge il substrato dell’enzima, che in caso di presenza di
quest’ultimo viene tagliato proteoliticamente divenendo colorato(molto simile
all'immunofluorescenza ma ELISA non necessita di utilizzare gli ultravioletti per
evidenziare la fluorescenza).
o Western-Blot: (Il western blot o immunofissazione o immunoblot è una tecnica
biochimica che permette di identificare una determinata proteina in una miscela di
proteine, mediante il riconoscimento da parte di anticorpi specifici.Per facilitare il
riconoscimento, la miscela di proteine viene prima separata in base alle loro
dimensioni utilizzando un gel di poliacrilammide )
o RIA: metodi radioimmunologici (usati es per misurare tracce di sostanze come
droga, gli antigeni e gli ormoni; si mette un antigene radioattivo e l'anticorpo
specifico e poi una quantià di antigene sconosciuto, a fine lavoro si guarda quanti
antigeni radioattivi sono ancora disponibili,se sono tanti allora significa che Ab si è
legato ad antigene sconosciuto. App internet) (non si usano perchè rischiosi, app
micro)

La sierologia permette verifiche anche in caso di infezioni apatogene; per esempio, le donne in stato
interessante devono essere controllate per rosolia e citomegalovirus, verificando sia le IgM che le IgG,
sia perché le IgM possono dare falsi-positivi, sia perché il rapporto IgM/IgG indica il periodo della
infezione: se entrambe sono elevate, l’infezione è acuta e primaria, se solo le IgG sono rilevabili indica
che c’è stato un precedente contatto, ma l’infezione è stata contrastata. IgM indicano infezione recente.
lgM sono anticorpi che, se presenti, indicano non solo che la persona ha contratto l'infezione, ma anche
che è ancora in corso, cioè si trova nella fase acuta, o comunque è relativamente recente (una volta
avvenuta la guarigione, infatti, via via scompaiono). Se, quindi, gli anticorpi IgM non sono presenti, ma
gli IgG sì, significa che l'infezione è stata contratta, ma ormai è passata. IgM se presenti e IgG no allora
l'infezione è recente e primaria tanto che non si sono ancora formate le IgG

MICROBIOLOGIA SPECIALE

 STAFILOCOCCHI
Gli stafilococchi sono cocchi (sferoidali) che assumono composizione a grappolo, risultando Gram+ e
capaci di resistere ad alte dosi di NaCl (7,5%), che invece inibiscono molti altri batteri. Risultano non
mobili e asporigeni, con diametri sul micron. Divisi in 32 specie, il principale patogeno per l’uomo è lo
Stafilococcus aureus, mentre altri ceppi stafilococcici sono patogeni negli individui ospedalizzati come
batteri opportunisti.

Caratteristiche colturali
Lo S. aureus è coagulasi-positivo e cresce nei normali terreni di coltura; il metabolismo è aerobio-
anaerobio facoltativo e fermentazione di zuccheri (glucosio, mannosio), con la produzione di acido
lattico (effetto sul pH) ma non gas. È alofilo, e ciò gli permette di crescere anche in soluzioni del 7,5% di
NaCl.

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Lo S. aureus è coagulasi-positivo ed emolitico (produce emolisine), mentre lo S. epidermis e altri


stafilococchi opportunisti( hominis e xylosus) sono coagulasi-negativi, permettendo una
discriminazione in coltura.
Gli stafilococchi sono comunemente presenti su epidermide e mucose, dove risultano in competizione
con gli altri microrganismi, per cui non sono patogeni; per svolgere il suo ruolo infettivo necessita di
ferite o vettori che lo conducano nel sottocute, dove riesce a evocare una risposta patogena.
L’osservazione di cocchi Gram+(e disposizione a grappolo) è un indizio della presenza di
stafilococchi, ma per discriminarli dagli streptococchi, morfologicamente simili, occorre il test della
catalasi, a cui gli streptococchi risultano negativi; se invece si ottiene positività, occorre differenziare gli
stafilococchi apatogeni dal ceppo aureus. Per fare ciò si sottopone la colonia al test della coagulasi,
prodotta esclusivamente da aureus.
-
Staphylococcus aureus -
Ceppo patogeno della famiglia, risulta catalasi-positivo e coagulasi-positivo.

Strutture superficiali e antigeniche


La membrana cellulare è ricoperta dalla parete cellulare, che a sua volta è avviluppata dalla capsula
esterna, che determina resistenza alla fagocitosi, oltre a funzione adesiva, che permette di aderire a cute
e mucose (epiteli); presenta anche tropismo per le ossa, potendo portare a infezioni localizzate con
osteomieliti.

Strutture patogene
-
Antigene A: proteina A piantata nella membrana, è capace di legare il Fc(ossia al posto dove
solitamente si legano i fagociti e questo diminuisce possibilità di risposta umorale) delle
IgG e, a minore affinità, anche IgM e IgA; la ricopertura da parte di anticorpi self(li gira al
contrario) permette all’aureus di non essere riconosciuto dalle Ig circolanti
-
Capsula polisaccaridica: possiede attività antifagocitaria, dovuta alla struttura polimerica di
acidi uronici, capace di aumentare la patogenicità dei ceppi (soprattutto 5 e 8)
-
Clumping factor: proteine capaci di interagire con il fibrinogeno, facendolo precipitare sulla
superficie del batterio e nascondendolo alla risposta immunitaria;
-
Adesine: (si attacca a mucose)

Enzimi e tossine dello S. aureus


-
Catalasi:trasforma H2O2 in 02 + H20
-
Coagulasi: non agisce autonomamente, ma per attivarsi come enzima deve interagire con un
fattore sierico (CFR, coagulation reacting factor); una volta attiva, permette la conversione del
fibrinogeno in fibrina by-passando il meccanismo fisiologico, che prevede il Ca 2+
-
Emolisine/citolisine: α, β, γ e δ; capaci di danneggiare la membrana, hanno azione soprattutto
sui globuli rossi(da cui il nome emolisine), ma anche sulle altre cellule. Le emolisine α
formano pori nella membrana, portando a perdita di nutrienti e azzeramento del potenziale di
membrana; questo meccanismo permette al batterio di acquisire i nutrienti derivanti dalla lisi
cellulare. Le β sono fosfolipasi che degradano sfingomielina e lisofosfatidilcolina, soprattutto
eritrocitarie (le lipasi permettono una buona digestione dei grassi per utilizzarli a scopo
energetico, tanto che lo S. aureus può trovarsi in alimenti grassi mal conservati ricchi di lipidi
come crema e panna). La emolisina γ(prodotto da quasi tutti gli stipiti) è un complesso
triproteico che lisa emazie e leucociti, oltre a indurre la sintesi di citochine nei leucociti; infine
la emolisina δ si inserisce nella membrana (anfipatica con effetto detergente) formando pori
-
Leucocidina: complesso dimerico, sintetizzato solo dal 2-3% degli S. aureus. Porta a lisi dei
leucociti tramite pori nella membrana e attivando la fosfolipasi A2, oltre a indurre citochine con
risposta infiammatoria esacerbata; la presenza di questo fattore aumenta l’aggressività del
batterio, che può produrre una forte flogosi locale
-
Stafilochinasi: trasforma il plasminogeno in plasmina, agendo da enzima fibrinolitico; ha il
compito di disgregare la maschera di fibrina, impedendo che l’aureus rimanga rinchiuso nella
capsula che si costruisce per evadere alla risposta immunitaria

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-
Enzimi idrolitici: servono alla digestione locale per l’approvvigionamento nutrizionale; lipasi,
nucleasi, ureasi, ialuronidasi, serino-proteasi
-
Tossine epidermiolitiche: tipo A e B, si attivano nello strato granuloso dell’epidermide, come
proteasi dei peptidi di giunzione, soprattutto la desmogleina-1, permettendo lo scollamento dei
piani cutanei che causa la necrolisi epidermica acuta (o sindrome da ustione cutanea da
stafilococco); la tossina raggiunge la cute diffondendo per via ematica, portando a scollamento
della cute al minimo insulto meccanico (simile all’impetigine bollosa o al pemfigo)
-
Enterotossine: hanno un meccanismo simile a TSST-1(ossia come superantigeni attivando
tante risposte differenti ma le enterotossine a causa della loro localizzazione hanno
effetto più blando) ma con sintomi meno gravi, causando una flogosi acuta a livello intestinale;
resistenti ai succhi gastrici, portano a gastroenteriti, soprattutto da intossicazione alimentare.
Si accompagnano nausea, vomito, diarrea, febbre (rilascio di citochine pirogene, soprattutto IL-
1). Nel MALT(tessuto linfoide associato a mucose) intestinale stimolano l’attivazione
policlonale dei linfociti T e la risposta immunitaria
-
TSST-1: superantigene, è una tossina che attiva la risposta immunitaria in maniera violenta,
causando shock anafilattico. I sintomi tipici sono febbre, vomito, diarrea, mialgia, ipotensione
arteriosa, fino a insufficienza renale e cardiaca nei casi più gravi. Prodotto ampiamente nelle
ustioni, è una delle complicazioni che possono sopraggiungere nei grandi ustionati

Genoma dello S. aureus


1)Fra i differenti ceppi di stafilococchi esiste una alta omologia nei genomi; 2)risultano presenti isole di
patogenicità uniche, che rappresentano elementi genetici mobili che possono codificare cluster di
geni codificanti enterotossine, esotossine e fattori di resistenza.
3)È possibile l’accettazione di materiale genetico da parte di batteri che non appartengono al suo stesso
ceppo.
Quorum sensing: i segnali provenienti dall’ambiente (concentrazione nutrienti, cataboliti, ossigeno) o
da altri batteri possono modificare il comportamento del batterio, portandolo a modificare la sintesi
proteica e la secrezione di enzimi, proteine, segnali paracrini, oltre a indurre suicidi della colonia in caso
di situazione sfavorevole alla replicazione (viene diminuito il numero di batteri perché l’ambiente non
può provvedere a colonie troppo numerose)
-
Accessory gene regulation (AGR): prodotte in fase post-esponenziale, dipendono dall’analisi
delle concentrazioni di cataboliti rilevabili nell’ambiente, che consente di regolare l’equilibrio fra
proliferazione e morte della colonia
-
Staphylococcus gene regulator (SGR): proteine secrete in fase post-esponenziale
AGR E SGR permettono sintesi di enzimi e adesine ultili alla colonizzazione
Meccanismo dell’azione patogena
Tendenzialmente lo Staphylococcus porta a lesioni cutanee mucose, a causa della diffusione tissutale
nello strato granuloso; la sua presenza sulle superfici epiteliali è normale e apatogena (tranne che negli
individui immunocompromessi), mentre ferite e abrasioni(permettono anche superinfezioni ossia
infezioni di microorganismi differenti nello stesso tempo) consentono la colonizzazione tramite adesine
(MSCRAMMs), come la collagen binding protein e il clumping factor(adesina che si lega al
fibrinogeno facendolo precipitare,il termine deriva dalla precipitazione del fibrinogeno sulle
cellule batteriche che risultano come ammassi:clump), degli strati epidermici profondi, dove riesce a
causare la patologia. Dopo l’invasione mediata da proteine capaci di legarsi al connettivo, segue la
produzione di enzimi e tossine, utili alla colonizzazione massiccia dell’area interessata, unita alla
capacità di defilarsi rispetto alla risposta immunitaria.
Immune escape di S. aureus: l’aureus utilizza diversi metodi per evadere le risposte immuni, come la
capsula ad azione antifagocitaria, la proteina A (neutralizza gli anticorpi e maschera gli antigeni),
l’inibizione della chemiotassi dei granulociti tramite liberazione della proteina batterica CHIPS e la
capacità di sopravvivere all’interno di polimorfonucleati e macrofagi.

In base al ceppo considerato, lo S. aureus può determinare diverse dimostrazioni patologiche:


-
Cute: foruncoli, ascessi, infezione delle ferite, infezione delle ustioni, necrolisi epidermica
acuta (se prodotta la tossina che scinde la desmogleina-1)

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-
Polmoni: agente eziologico più importante della polmonite parenchimatosa(o alveolare
“detta malattia dei tre giorni perchè se si sopravvive oltre questi si vivrà”), con danni agli
spazi alveolari per la liberazione di tossine infiammatorie; è una delle più importanti infezioni
nosocomiali
-
Osso: osteomielite, a causa della localizzazione ossea del batterio, che promuove evoluzioni
purulente dell’infezione; l’impossibilità del drenaggio del pus peggiora le condizioni
-
Intestino: per produzione di enterotossine, si sviluppano gastroenteriti, che possono anche
sopraggiungere in seguito a intossicazione alimentare (alimenti ricchi di lipidi, metabolizzati
efficacemente dal batterio, conservati non adeguatamente)
-
Ascessi cerebrali, meningite: sopraggiungono in caso di traumi cranici che consentono al
batterio di raggiungere il SNC, oppure a seguito di infezioni dell’orecchio medio.
-
Infezioni urinarie: oltre all’infezione delle vie urinarie, il batterio può risalire gli ureteri, fino a
causare ascesso renale (detta via ascendente poichè proveniente da basse vie urinarie)
-
Sindrome da shock tossico: dovuto alla produzione di TSST-1, che agendo da superantigene
causa una risposta immunitaria sesquipedale(ossia sproporzionato,esageratamente grande, dal
latino dove indicava la misura di un piede e mezzo), tale da danneggiare l’organismo
-
Batteriemia: il batterio nel sangue porta a forte risposta immunitaria (???)

Foruncolosi diffusa e necrolisi epidermica


Infezione cutanea disseminata di tipo purulento (foruncolosi); gli ascessi tendono a svilupparsi verso
l’esterno, per la presenza delle strutture connettivali che ne impediscono la crescita verso l’interno. I
tessuti vicini si infiammano, richiamando granulociti. In rari casi, lo sviluppo può superare lo strato
connettivale e proseguire verso i tessuti molli, diffondendo l’infezione nelle zone profonde.
Lesioni cutanee e tempeste ormonali (età puberale,forse perchè aumentano sproporzionalmente gli
ormini sessuali che sono anche degli immunosoppressori) favoriscono l’infezione, portando a infezioni
di ferite, giradito(“l’infezione della piega della pelle che circonda l’unghia “), foruncolosi giovanile;
l’infezione nei pazienti diabetici, soliti all’ulcerazione, può essere problematica come complicazione.
Anche nel campo chirurgico è una delle complicazioni peggiori: la possibilità di raggiungere la
profondità dei tessuti ne permette la colonizzazione ossea, tessuto poco vascolarizzato nella quale
produce subito cavità ascessuali (osteomielite); al trattamento antibatterico occorre anche associare
una terapia chirurgica mirata a rimuovere il materiale purulento che promuove l’infezione e protegge le
colonie del batterio.
La necrosi epidermiolitica risulta confinata ai primi anni di età, perché il batterio che la produce,
colonizzatore abituale della cute, viene rapidamente riconosciuto e schermato da una immunità
duratura, mancante nei neonati(detta di ritter nei neonati e lyall negli infanti). Solitamente rintracciabile
nelle tonsille, rilascia la sua tossina a livello sistemico da questa sede.

Polmonite parenchimatosa
Tipica lesione a livello alveolare, che produce nelle radiografie opacità diffuse o localizzate a livello
lobare, dovute al danno infiammatorio che porta a liberazione di liquido essudativo purulento a
livello alveolare. Può causare morte perché l’edema essudativo riempie gli alveoli, diminuendo la
superficie respiratoria a disposizione; può insorgere come complicazione nosocomiale(infezione che si
può contrarre in ambito ospedaliero), risultando letale in pazienti anziani con pregressi problemi
cardiovascolari o respiratori. L’aumento di densità dovuta all’ essudato potrebbe nascondere eventuali
masse carcinomatose, ecco perchè è consigliato fare lastre dopo che si è risolta la polmonite.
Si muore praticamente affogati nel proprio essudato che non permette scambi nè di 02 nè di CO2, se
fosse edema trasudatizio da insufficienza cardiaca ci sarebbe essudato molto più diffuso nel polmone.

La polmonite è un infiammazione del polmone, con febbre (circa 39 °C ma scarsa negli anziani per
depresso sistema immunitario), dispnea (fatica nella respirazione, tachipnea e respiro superficiale),
tosse, tachicardia (compensa lo scarso scambio respiratorio); possono aggiungersi anche cefalea,
atralgia (dolore alle articolazioni) e mialgia (dolore muscolare), tipici sintomi accessori delle patologie
infiammatorie respiratorie.
La polmonite parenchimatosa non è dovuta unicamente a S. aureus, ma riconducibile anche ad altri
patogeni, come lo Pneumococco,streptococco pyogene, Klebsiella pneumoniae, Haemophilus influenzae,

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Bacillus antracis. Si differenzia radio graficamente dalla polmonite interstiziale perché quest’ultima,
dando edema dei setti interalveolari, li gonfia, rendendoli più marcati alla visita radiologica.

Gastroenteriti
Dovuti alla produzione di enterotossine, che infiammano l’intestino agendo come superantigeni
(promozione della moltiplicazione monoclonale dei linfociti T e attivazione dei macrofagi) e favorendo il
rilascio di molecole pirogene. Le enterotossine possono raggiungere il tubo gastroenterico anche
tramite cibi contaminati, resistendo ai succhi gastrici e avendo una incubazione breve (1-6 h), entro le
quali insorgono con vomito, diarrea e febbre (sintomi tipici delle gastroenteriti).
Le enterotossine attraversano gli enterociti puntando alle cellule linfoidi della mucosa
intestinale, dove svolgono la loro attività promuovendo lo sviluppo leucocitario e la risposta
immune.
Lo stimolo del vomito, classico sintomo di gastrite, dipende da una risposta nervosa mediata da recettori
gastrici che stimolano il vago, che trasmette il segnale a centri sottocorticali responsabili del
vomito(riflesso). vomito può sottendere localizzazione gastrica ecco perchè si parla di
gastroenteriti(anche se è enterite vero e propria)

Batteriemia (mortalità ampia)


Situazione critica, a causa della difficoltà di eliminare S. aureus dal sangue; può portare a
endocardite (l’aggressione delle valvole cardiache porta a scompensi gravi) e a localizzazione renale,
polmonare e ossea, causando ascessi in tutti questi siti (batterio piogeno, che porta alla produzione di
quantità notevoli di pus per la sua capacità di evadere la risposta immunitaria).sepsi quindi febbre e
ipotensione.

Osteomielite
Infezione ossea, promossa da traumi (fratture o da arma da fuoco), ferite profonde (chirurgiche) o
ustioni gravi, che consentono al batterio di raggiungere l’osso. La localizzazione è principalmente
epifisaria, causando morte degli osteoclasti in seguito all’infiammazione, con cavità scissurali che
possono raggiungere l’esterno diffondendo l’infezione, oltre a portare a retrazione dell’osso. La crescita
del batterio è lenta a causa della scarsa vascolarizzazione,si localizza nel periostio e a causa della
morte di osteoblasti c'è riassorbimento osseo; tuttavia sono necessari reiterati interventi per la
pulizia del tessuto dal materiale purulento, con indebolimento dell’osso. Nelle ultime fasi il pus
fuoriesce dall’osso tramite fistolizzazioni, diffondendo l’infezione anche nelle zone limitrofe.
Effetti ossei si hanno anche a carico di streptoccocchi o micobatterio tubercolare, che destruttura l’osso
(carie ossea)(pulcinella è tubercolotico poichè ha la gobba; necrosi dell'osso e frattura).

Shock tossico da TSST-1


Ha capacità mitogeniche verso le cellule T, promuovendone la proliferazione estesa. Porta a febbre,
eritemi, ipotensione arteriosa e coinvolgimento sistemico da tossina, fino a portare a insufficienza
renale e cardiaca nello shock anafilattico.Si è visto nelle donne con uso di tamponi vaginali
contaminati.Anche negli uomini es a causa di ustioni estese.

Ceppi di S. aureus MRSA resistenti


Il gene mecA permette la sintesi di una nuova PBP-2A, impedendo l’effetto delle penicilline semi-
sintetiche (meticillina) e delle cefalosporine, farmaci utilizzati nei ceppi di aureus resi insensibili alla
penicillina dalle β-lattamasi; il genere Staphylococcus sta diventando sempre più resistente ai farmaci
e il MRSA (meticillin-resistent S. aureus) sta diventando un problema sempre più complesso da
risolvere, infatti la presenza di β-lattamasi ha già reso gli stafilococchi resistenti alla penicillina e il
MRSA sta eliminando l’altra grande categoria di farmaci utilizzati nella sua terapia, le penicilline
lattamasi- resistenti.

Diagnosi di infezione
-
Esame colturale: il campione clinico presenta non solo il batterio patogeno, ma anche ceppi non
patogeni presenti fisiologicamente sugli epiteli; coltivato in agar-sangue, si aggiunge il 7,5% di
NaCl per selezionare solo il genere Staphylococcus(poichè pigmentazione giallo oro:aureus),

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eliminando i contaminanti. Attorno alle colture batteriche si crea un alone di emolisi, dovuto
alle emolisine batteriche.
Disposizione a grappolo e sfericità permette di individuarli come stafilococchi e la loro
presenza in compartimenti sterili (peritoneo, CSF) è già un indizio dell’eziologia.
Diagnosi rapida: PRIMA PERò ISOLO COLONIE SU AGAR-SALE E agar-mannite
-
Test della catalasi: l’aggiunta alle colonie di H2O2 porta alla formazione di bolle per rilascio di
O2, in presenza di catalasi(essendo un cocco gram positivo avere catalasi positive dimostra
che è stafilococco e non streptococco,se poi è coagulasi positivo è un S. Aureus e non uno
stafilococco opportunista)
-
Test della coagulasi:(sfruttando clumping factor) se si formano coaguli è positivo. la
coagulazione lo riconosce come S. aureus
-
Ricerca delle tossine nelle colture: utilizzata ELISA (immunofluorescenza)
-
Reazioni sierologiche: le ricerche anticorpali non vengono utilizzate perché il contatto
prolungato a cui tutti sono sottoposti porta alla formazione di anticorpi anche in soggetti sani
-
Tipizzazione fagica: utile solo a fini epidemiologici, vengono aggiunti alla coltura diversi fagi
per poi verificare quale ceppo è riuscito a infettare il batterio; siccome ogni ceppo ha un fago
dedicato specie-specifico, ciò consente un riconoscimento
-
Ricerca con agglutinazione: non più utilizzato a fini diagnostici

Metodi di immunizzazione
Esistono vaccini addizionati con preparazioni anatossiche (prive di potere patogeno) di emolisina α,
ma sono poco utilizzati perché possono indurre risposte allergiche importanti.
Vaccini sperimentali come polisaccaride capsulato purificato.
(acido ialuronico si differenzia in 11 tipi diversi quindi vaccini vanno usati e si usano.. 5-8)

Terapia
Il trattamento necessita dell’antibiogramma per orientare nella maniera più specifica possibile l’uso
dei farmaci; durante l’attesa si deve trattare il paziente con antibiotici generici(evitando così
complicazioni), prelevando però i campioni da esaminare prima di iniziare qualunque trattamento
poichè si potrebbero danneggiare e non essere più riconoscobili ad esame di laboratorio.
Il principale farmaco efficace contro gli stafilococchi è la vancomicina.

 STREPTOCOCCHI
Batteri sferici Gram+ (cocchi) di 1,5 micron di diametro, che in coltura si dispongono a catenella.
Risultano capsulati, immobili, asporigeni. Il metabolismo energetico è unicamente fermentativo, per
cui risultano insensibili alla presenza di O 2 (aerobi-anaerobi facoltativi); crescono in terreni di coltura
agar-sangue ma non sono alofili e sono negativi ai test per ossidasi(“un batterio può o meno avere
un citocromo C,e questo fa si che sia o meno ossidasi positivo o negativo.Non c'entra niente se un
batterio è aerobio o anaerobio. “) e catalasi. Sono comuni commensali della faringe (nel cavo orale
portano alla carie dentale), del tubo gastroenterico e della vagina, capaci di dare occasionalmente
patologie opportunistiche in seguito a penetrazione accidentale, mentre lo Streptococcus pyogenes è
l’unico ceppo patogeno.

La classificazione può avvenire mediante il tipo di emolisi riscontrata nella piastra agar-sangue
(completa, parziale o assente ed è quella storica usata dai clinici) o tramite i caratteri antigenici
dell’antigene C (Lancefield), utilizzata quest'ultima nel campo della batteriologia di laboratorio.
Se per Emolisi: gli streptococchi si dividono in α-emolitici (viridanti,”si intendono quelle specie di
streptococchi che non presentano di caratteri biochimici e colturali uniformi,e mancano del carboidrato
gruppo specifico a, b oppure d”), che realizzano un ristretto alone di emolisi parziale, β-emolitici, con
ampio alone di emolisi completo, e γ-emolitici, i quali non presentano aloni di emolisi perché non
producono emolisine. (ecco che ci sono tre gruppi di batteri con differenze funzionali)
Se suddivisi per Antigene C: caratteristiche antigeniche di alcuni carboidrati di superficie(in base a Ab)
che permette la divisione in una 20na di categorie identificate con lettere dell’alfabeto; lo S. pyogenes
appartiene al gruppo A, lo S. agalactiae(vaginiti e infezioni feto perinatali) alla categoria B, mentre gli

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streptococchi viridanti appartengono agli altri gruppi. Per essere analizzato l’antigene C viene
precipitato tramite sieri specifici.
Altri streptococchi sono lo S. pneumoniae (Pneumococco o diplococco pneumoniae) e gli S. faecalis
(Enterococchi).
-
Streptococcus pyogenes(betaemolitico di gruppo A) -
Il 10% del genoma è costituito da genomi fagici integrati e c'è basso contenuto di guanina-citosina. La
capsula che protegge la parete batterica contribuisce ad aumentare la patogenicità del batterio,
presentando l’antigene C e la proteina M(c'è anche antigene T e R ma funzione non compresa)
legata all’acido lipoteicoico di membrana.

Meccanismi patogenetici legati alla membrana


-
Proteina M: è una struttura che aumenta l’adesività; inoltre ha potere antifagocitario e
inibisce la via alternativa del complemento, in maniera più o meno marcata in base al
sierotipo (100). Presenta due domini importanti: quello carbossi-terminale, dominio molto
conservato che permane all’ interno del citoplasma, e quello ammino-terminale, che protrude
all’esterno ed è altamente variabile perché viene codificato da un gene hot spot (tratto genico
ad elevato livello di mutazione). Inibisce il complemento congiuntamente alla C5a-peptidasi
(taglia C5a impedendone la funzione chemiotattica verso i granulociti) e alla proteina SIC. Si
riconoscono due classi: la classe I, associata a infezioni suppurative, glomerulonefriti e casi di
febbre reumatica, e la classe II, che porta a infezioni suppurative e glomerulonefriti. Parte
dell’azione patogena dipende dalle omologie che presenta nei confronti di miosina, cheratina e
tropomiosina-α, potendo indurre risposte anticorpali autoimmuni (malattia cardiaca
reumatica, con lesioni a valvole e miocardio dovute alla reazione flogistica subacuta) in pazienti
predisposti. Gli unici anticorpi protettivi verso la patologia sono rivolti a questo antigene
che però, essendo variabile in base al ceppo, non permette di assumere una immunità
totale
-
Proteina F (adesina): gli acidi lipoteicoici della capsula permetto una prima adesione alle
cellule della mucosa orale, a cui si aggiungono legami dovuti alla proteina M e alla proteina F,
capace di aderire alla fibronectina
-
Capsula: permette l’interazione con CD44, consentendo un legame forte all’epitelio della oro-
faringe, portando a tonsilliti. Lo S. pyogenes può portare a patologie secondarie pericolose, come
glomerulonefriti e artriti, oltre a patologie cardiache (malattia cardiaca reumatica), tutte
dovute all’innesco di reazioni autoimmuni. La capsula è composta da acido ialuronico ed ha
funzioni antifagocitarie, risultando scarsamente immunogena per l’omologia che mantiene con
lo ialuronato umano; i ceppi che presentano la capsula risultano anche come più virulenti(visto
nelle percentuali, i capsulati comparivano spesso nelle infezioni complicate)
-
Proteina SIC (streptococcal inhibitory of complement): integra l’attività inibitrice della
proteina M sul complemento, utilizzando un meccanismo simile che permette sinergia.

Tossine
-
Esoenzimi: produzione di diversi enzimi litici con significato invasivo; una NADasi permette di
danneggiare i leucociti che la fagocitano (elimina il NAD necessario al metabolismo), un C5a-
peptidasi (elimina l’anafilotossina chemiotattica del complemento), una neuroamminidasi
(depolimerizza le secrezioni mucose epiteliali delle vie aeree, favorendo la colonizzazione
della faringe), oltre ad altri enzimi come la ialuronidasi per degradare la matrice del connettivo
e avanzare nell’invasione
-
Streptochinasi: fibrinolisina, attiva il plasminogeno in plasmina, favorendo la dissoluzione dei
coaguli di fibrina; la sua estrema efficacia la rende un trattamento(ospedaliero) nei casi di
emergenza di infarto miocardico per degradare eventuali trombi che occludono le coronarie
-
Streptolisine O ed S: la streptolisina O simile in tutti i ceppi, è una citolisina tiol-dipendente
(-SH) e O2-labile, che causa pori nelle membrane uccidendo la cellula. Possiede notevole potere
immunogeno, agendo soprattutto su cheratinociti (innesca la risposta infiammatoria nella cute)
e leucociti (che li elimina consentendo l’evasione alla risposta immunitaria).

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La streptolisina S è un peptide scarsamente immunogeno, che invece rimane associato alla


superficie del batterio e risulta O2-stabile, essendo responsabile dell’alone di emolisi
completa che si crea attorno alle colonie di S. pyogenes (tropismo elevato per gli eritrociti).
Agisce realizzando pori (omodimero)nelle membrane e risulta ad elevata citotossicità, anche
perché non innesca nessuna risposta immune (immunità nulla)
-
Superantigene streptococcico: effetto simile al TSST-1 stafilococcico, viene prodotto solo da
alcuni ceppi
-
Tossine pirogene SPE-A, SPE-B SPE-C, SPE-F:
o SPE-A: tossina eritrogenica,codificato da fago temperato, ha una potente azione pirogena
ed è la responsabile dell’ eritema caratteristico della scarlattina, per liberazione di
citochine che agiscono sugli endoteli dei capillari cutanei.
o SPE-B: prodotta da tutti gli stipiti di pyogenes, possiede caratteristiche pirogene e
super-antigeniche; inoltre è una cistein-proteasi capace di degradare proteine della
matrice extracellulare (fibronectina che collega collagene a integrine cellulari) e tagliare
il precursore di IL-1, attivandolo per proteolisi e contribuendo allo shock. Svolge un
ruolo importante nelle lesioni più gravi da S. pyogenes, come la fascite necrotizzante
o SPE-C: struttura ed effetti simili a SPE-A
o SPE-F: causa di insufficienza respiratoria acuta e edema polmonare emorragico che
sopraggiungono nello shock tossico, per l’azione lesiva sugli endoteli dei vasi polmonari,
che ne aumenta la permeabilità

Patogenesi e clinica
Gli streptoccocchi possono indurre un ampio ventaglio di patologie, che vanno dalle prime insorgenze
suppurative alle cronicizzazioni che portano a danni autoimmuni. Nelle forme piogeniche acute è la
causa più frequente di lesioni infiammatorie cutanee (impetigine, fascite necrotizzante), mentre nelle
prime vie aeree causa l’angina streptococcica(“un'infezione contagiosa della faringe,è
un'infiammazione, per cui causa mal di gola, di cui sono responsabili gli streptococchi β-emolitici
del gruppo A . Nei bambini che non hanno sviluppato l'immunità contro la tossina eritrogenica,
prodotta dal germe, alla faringite o alla faringotonsillite si accompagna una caratteristica
eruzione della pelle, in questo caso allora si parla di scarlattina “), la quale può evolvere con
complicanze come ascesso peritonsillare, otite media, endocardite ulcerativa, polmoniti o
meningiti.
Nelle sequele non-suppurative si riscontrano malattie di causa autoimmune, indotte dall’infezione da
S. pyogenes, come la febbre reumatica acuta (che può portare a malattia cardiaca reumatica), casi di
glomerulonefriti e di eritemi nodosi.
Per batteri dotati di SPE-A(streptocco pirogen esotoxin), in caso di recidiva si può sviluppare la
scarlattina, dovuta alla risposta immunitaria contro gli antigeni del microrganismo.
La produzione del superantigene streptococcico porta gli individui predisposti a subire uno shock
tossico, mentre l’infezione post-parto dell’endometrio causava febbre puerperale, oggi debellata dagli
standard di igiene nei quali si opera.

Ascessi peritonsillari, otite media, angina streptococcica (faringo-tonsillite)


Questo complesso di patologie colpisce soprattutto i bambini; gli ascessi tonsillari una volta veniva
trattato con tonsillectomia, oggi si propende per salvaguardarle, siccome le tonsille sono un importante
centro di protezione dalle patologie delle prime vie aeree. L’otite media può avere complicanze gravi, se
la infezione riesce a raggiungere il SNC tramite l’acquedotto della coclea, dando meningite. L’angina è
riconducibile alla faringo-tonsillite

La tonsillite batterica vede una tumefazione importante che può ridurre lo spazio orofaringeo; lesioni
biancastre testimoniano l’eziologia batterica (unica eccezione è la scarlattina, che arrossa tonsille e
palato tramite l’enantema). Anche la tonsillite virale presenta tumefazione, tuttavia meno consistente di
quella batterica. All’esame obiettivo, è possibile rimuovere il materiale biancastro facilmente con un
tampone, perché consiste di colonie batteriche adese in maniera lassa alla mucosa; (ossia non scollabili
facilmente) può indicare difterite.

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Fascite necrotizzante(distrugge muscoli, grasso e tessuto cutaneo ecco perchè viene definito batterio
mangia carne)
Interessa le fasce connettivali che ricoprono i muscoli, lungo le quali si diffonde dopo aver superato lo
strato sottocutaneo. Porta a lesioni necrotiche che possono portare a morte, se non viene intrapresa
tempestivamente una terapia antibiotica seguita da terapia chirurgica per asportare gli ammassi
purulenti e il muscolo necrotico. I ceppi che possono causare questa patologia devono produrre grandi
quantità di SPE (tossine pirogene) e presentare abbondante materiale capsulare (proteina M).

Scarlattina
Comune malattia esantematica, prevede appunto la comparsa di esantema, ossia una serie di lesioni a
livello dei capillari della cute (enantema nel caso delle mucose); l’origine della patologia è tonsillare,
dove si localizza il batterio che rilascia la sua tossina in circolo. Non si manifesta mai durante una
infezione primaria ma solo in casi di recidiva, essendo il risultato di un danno endoteliale mediato
da ipersensibilità ritardata(“Reazione immunitaria cellula mediata o ipersensibilità mediata da
linfociti T attivati. Si manifesta, in un individuo già sensibilizzato, dopo 24-48 ore dalla stimolazione
antigenica con test cutaneo, con la comparsa di infiltrato cellulare ed edema. È di tipo ritardato la
ipersensibilità di tipo IV (o cellulo-mediata), come si verifica nelle dermatiti allergiche, nella lebbra e
nella sifilide terziaria. In sigla: DTH “) ad alcune componenti del batterio, soprattutto la SPE-A, ma anche
la B e la C; perché insorga questa malattia è dunque necessario che il ceppo batterico produca le tossine
pirogene. La localizzazione tonsillare porta a tonsillite eritematosa, mentre la cute assume un colorito
rossastro.
Un forte arrossamento delle tonsille è di solito riconducibile a un’infezione virale, in quanto i batteri in
replicazione appaiono bianchi; nel caso dello S. pyogenes invece abbiamo arrossamento delle tonsille,
con tipica pigmentazione rossastra del palato dovuta all’enantema. Dopo questo sintomo precoce
seguono febbre, cefalea e disfagia dolorosa (tonsillite eritematosa) a cui segue l’esantema, che parte
dalla radice degli arti per poi estendersi a tronco e volto, escludendo naso, mento labbro sup e inf ossia
regione circumorale(maschera di Filatov)

<><> DEFINIZIONI <><>


Definizioni nella patologia cutanea
-
Esantema: eruzione cutanea diffusa o localizzata, che si manifesta in patologie infettive o
allergiche(“L'esantema è un'eruzione cutanea di pustole, vescicole e bolle, tipica – anche se non
esclusiva – di alcune malattie dei bambini, come il morbillo, la rosolia, la varicella, note appunto
come malattie esantematiche “) (è un rash)
-
Enantema: eruzioni mucose diffuse o localizzate, che si manifestano in patologie infettive o
allergiche (“è il termine che definisce un rash localizzato alle mucose “)

Lesioni cutanee nel corso delle malattie esantematiche


-
Macula: iperemia da vasodilatazione, con dolore cutaneo nella zona interessata (circoscritta)
-
Papula: iperemia con infiltrazione cellulare del derma, causando rilevatezza cutanea
circoscritta(non contengono pus a differenza delle pustole)
-
Petecchia: danno capillare che causa emorragia puntiforme a livello dermico(“in ordine
crescente ci sono petecchia,porpora ed ecchimosi(livido) per la cute, mentre si definisce
ematoma per i tessuti profondi”)
-
Vescicola: degenerazione vacuolare/reticolare con possibile necrosi cellulare
(acantolisi:”L'acantolisi è un fenomeno che si riscontra nel rigonfiamento cutaneo, che consiste
nella distruzione dei ponti intercellulari che collegano le cellule dello strato dell'epidermide. Tali
cellule vanno incontro a degenerazione e tendono a staccarsi, creando ammassi nelle cavità
formate dall'edema “) e edema intra ed intercellulare; si forma una piccola raccolta di liquido
chiaro
-
Pustola: vescicola con accumulo di leucociti, formando una piccola raccolta purulenta
-
Crosta: residui epiteliali cementati da siero, sangue e talvolta pus essiccato (escara)
-
Squama: paracheratosi e discheratosi degli strati superficiali dell’epidermide, con lamelle di
vario spessore ed estensione

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<><><><><><><><><><>

Sequele non suppurative


Gli eventi successivi alla prima manifestazione dell’infezione, di tipo purulento, sono scatenati tramite
meccanismi autoimmuni, capaci di causare glomerulonefrite post-streptococcicca, febbre reumatica
acuta (a cui può accompagnarsi malattia cardiaca reumatica) o eritema nodoso.
L’eziologia dipende dalle correlazioni antigeniche fra la proteina M e alcune strutture endogene:
ceppi che portano a angina streptococcica e scarlattina possono causare la malattia reumatica acuta,
mentre la glomerulonefrite insorge per accumulo di immunocomplessi nel filtro renale, avviando
un processo flogogeno cronico tale da danneggiare i reni, fino all’insufficienza.
-
Glomerulonefrite post-streptococcica: alcuni ceppi portano a risposta anticorpale abnorme,
tale da rendere solubile i complessi antigene-anticorpo, i quali si accumulano nel filtro renale,
attivando il complemento (che a sua volta promuove la risposta immunitaria) e determinando
la lesione per flogosi cronica
-
Malattia reumatica acuta: insorge in seguito a una correlazione antigenica fra epitopi della
proteina M e antigeni self con il tessuto connettivale e miocardico; l’azione anticorpale
contro questi tessuti porta a danneggiamento delle valvole cardiache, dando insufficienza
per degenerazione fibrinoide dei tessuti con infiltrato leucocitario
-
Eritema nodoso: la deposizione di immunocomplessi nei capillari sottocutanei innesca una
reazione infiammatoria (vasculite) che si traduce nella comparsa di noduli eritematosi ed
edematosi

La malattia reumatica acuta colpisce tra i 5 e 14 anni di età, per infezione da Streptococcus pyogenes
nelle vie respiratorie. Per mostrare questa sintomatologia occorrono condizioni predisponenti, cioè
difetti a livello immunitario che permettano la correlazione antigenica e la risposta autoimmune.
I sintomi principali sono cardite, poliartrite (reazione autoimmune per deposito di complessi nelle
articolazioni), corea (deposizione di immunocomplessi nel SNC), eritema marginato e noduli sotto-
cutanei; sintomi secondari possono essere atralgie(“termine a cui si riferisce qualunque dolore che
colpisce un'articolazione e il tessuto ad essa circostante”), febbre, alterazioni elettrocardiografiche
o salita di VES ( velocità elettrosedimentazione)e PCR(prot c reattiva). La malattia reumatica acuta si
diagnostica quando questi sintomi seguono una faringite streptococcica o un caso di scarlattina.
La cardite (infiammazione cardiaca) richiede l’intervento chirurgico, al fine di ricostruire le valvole
alterate dalla malattia, a cui seguiranno terapie con anticoagulanti per tutta la vita; al fine di evitare
l’avvento di questa complicazione è quindi necessario stroncare immediatamente le tonsilliti, non
lasciando tempo al batterio di proliferare e causare danni irreparabili.

Diagnosi
-
Esame colturale: per rintracciare lo streptococco la colonia si fa crescere su agar-sangue, dove
assume un aspetto mucoso, circondata da alone di emolisi. Per determinare la presenza
dell’antigene C si utilizza la agglutinazione, ricercando in particolare il gruppo A (S. pyogenes),
di maggiore patogenicità; in soggetti immunodepressi anche ceppi diversi possono causare delle
manifestazioni patologiche. Sulla colonia si possono anche utilizzare metodi ad immuno-
fluorescenza per determinare la presenza di antigeni streptococcicci.
-
Esame anticorpale specifico: anticorpi anti-streptolisina O; viene utilizzato il metodo
dell’agglutinazione, che prevede la precipitazione degli immunocomplessi antigene-anticorpo.
È possibile eseguire un test quantitativo tramite il titolo anticorpale anti-streptolisina-O
(TAS): il siero viene diluito scalarmente e addizionato con quantità note di streptolisina-O; a
questa soluzione viene aggiunto sangue di coniglio. Siccome la streptolisina-O lede i lipidi, se si
avrà emolisi significa che la tossina è attiva, mentre se questo non avviene la tossina è stata
inattivata dal legame con gli anticorpi specifici e quindi non c'è emolisi(positivo in questo caso al
test); maggiore è il titolo a cui la prova è positiva, più alta è la quantità di Ab nel siero. Questo
metodo permette di verificare la permanenza di Ab nel sangue del paziente, fattore di rischio per
l’insorgenza delle complicanze non suppurative

Trattamento clinico

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È necessario l’antibiogramma, per poter meglio orientare la terapia; il farmaco di elezione rimangono le
penicilline, a cui il batterio risulta molto sensibile. In caso di fenomeni allergici, si possono impiegare
macrolidi (eritromicina) oppure sulfamidici (batteriostatici). Molti ceppi sono resistenti alle
tetracicline. La profilassi con penicillina, oltre a al trattamento della malattia, può essere usata per
evitare fenomeni di febbre reumatica acuta.
-
Streptococcus agalactiae (gamma-emolitico di gruppo B) -
Occasionali infezioni umane e complicanze post-parto, oltre a importante fonte eziologica di
meningiti neonatali. Comune commensale presente nelle vie urinarie, può infettare il neonato al
momento del parto, causando sindrome polmonare acuta, sepsi e meningite bifasica, la prima
contraddistinta da meningite ad alta mortalità (50%) seguita da meningite purulenta tardiva, non
letale ma con importanti reliquati neurologici.
S. agalactiae possiede l’antigene polisaccaridico di gruppo B ed è non-emolitico; per identificarlo si
ricerca l’antigene proprio del gruppo B.
-
Streptococchi viridanti -
Gruppi di streptococchi appartenenti a diverse categorie genotipiche, dotate di attività α-emolitica e
frequentemente rintracciabili nel cavo orale. Aderiscono alla superficie dentale e possono essere causa
di ascessi paradontali.

 PNEUMOCOCCHI(alfa-emolitico con 02 beta-emolitico in anaerobiosi)


Chiamato comunemente Pneumococco pneumoniae o Diplococco, ha numerosi caratteri in comune con
gli Streptococchi(classificato ancora all'interno di questi anche se lo si tratta come specie a sè).
Sono cocchi Gram+, generalmente appaiati a due a due (legame durante la mitosi, quindi in realtà è
“1”) o in corte catenelle. Causano la maggior parte delle polmoniti alveolari, oltre a poter dare
infezioni dei seni paranasali o dell’orecchio medio (al quale arriva tramite la faringe dove risiede nel
70% della popolazione in maniera silente) o meningiti, tramite l’acquedotto della coclea (???). Divisi in
oltre 90 sierotipi, non hanno motilità, presentano capsula(utilizzati nell'esperimento di griffith) e
non formano spore. Come gli Streptococchi sono aerobi-anaerobi facoltativi utilizzando un
metabolismo fermentativo (con produzione di acido lattico); possono svolgere reazioni ossidative in
presenza di ossigeno, ma non possiedono l’enzima catalasi, al contrario degli Stafilococchi, quindi
producono H2O.

Caratteristiche colturali
Crescono in piastre di agar-sangue, ma necessitano di alcuni accorgimenti colturali, come il trapianto
frequente a causa del pH basso causato dalla produzione di acido lattico (nocivo per batteri tanto
delicati). Attorno alla coltura si ottiene un alone α-emolitico in presenza di ossigeno, mentre l’alone
diviene β-emolitico (di maggior diametro) in anaerobiosi, perché si ha la produzione di pneumolisina,
un enzima ossigenolabile. La mancanza di catalasi permette di differenziarli dagli Stafilococchi, che
invece ne sono forniti.

Struttura esterna
La membrana cellulare è schermata da una parete cellulare formata da acidi teicoici e peptidoglicani,
come quella di tutti i Gram+; gli acidi teicoici in buona parte contengono fosforilcolina e sono legati
covalentemente all’acido N-Acetil-muramico dei peptidoglicani, formando l’antigene C
pneumococcico(“formato da acido teicoico colina e galattosamina 6-P,”) (diverso da quello
secernibile presente sugli Streptococchi). L’antigene C reagisce con una proteina della fase
infiammatoria acuta, la proteina C-reattiva; gli acidi teicoici contenenti fosforilcolina, componenti
dell’antigene C, condizionano invece la digestione della parete cellulare ad opera dell’autolisina
pneumococcica (deamminasi). Nelle cellule in attiva divisione l’enzima è inattivo perché legato
all’antigene di Forssmann, formato dallo stesso antigene C pneumococcico legato covalentemente ad
un lipide che lo ancora alla membrana cellulare. Nelle situazioni in cui la moltiplicazione batterica si
arresta, l’autolisina pneumococcia si libera dal legame con l’antigene di Forssmann e taglia i legami
ammidici tra amminoacidi e carboidrati dei peptidoglicani, iniziando la lisi della cellula batterica.
Questo meccanismo ha il compito di danneggiare ulteriormente i tessuti: nella colonia, una

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diminuzione dell’ossigeno (e. tessuto necrotico) causa stasi della replicazione; di conseguenza, alcuni
batteri attivano questa procedura, la quale permette, grazie alla lisi del batterio, di rilasciare
nell’interstizio pneumolisina, un enzima citosolico scarsamente secreto. Massimamente funzionante
in condizioni di scarsa pO2, la pneumolisina lisa le cellule limitrofe tramite pori, aumentando lo
spazio a disposizione della colonia batterica e rendendo disponibili i nutrienti delle cellule lisate,
consentendo una ripresa dell’espansione(causano anche gravi danni nei nostri tessuti, ottenendo spazio
e metaboliti).
La struttura superficiale più importante è la capsula polisaccaridica, la quale ha come principale
funzione quella antifagocitaria, essendo un fattore di resistenza al sistema immunitario.

Meccanismi patogenetici
La capsula è condizione necessaria per la patogenicità(premessa dell'esperimento di griffith) per la sua
funzione antifagocitaria; la sopravvivenza sulle mucose dove questo batterio si deposita è favorita dalla
produzione di una IgA-proteasi che distrugge appunto le Ig secernibili.
L’azione patogena dipende dalla produzione di diverse sostanze tossiche: tutti i ceppi di S. pneumoniae
producono la pneumolisina (citolisina O2-dipendente), una neuroamminidasi (enzima che attacca
glicolipidi e glicoproteine della membrana cellulare delle cellule vicine, potenziando l’azione citotossica)
e una ialuronidasi(attacca strutture di sostegno) che serve a favorire l’invasione del tessuto.
Il meccanismo di lisi tramite autolisina, oltre a liberare massicce quantità di enzimi nell’interstizio,
rilascia anche frammenti della membrana capaci di attivare il complemento (via alternativa) e
stimolare la risposta infiammatoria, anche grazie alla presenza dell’antigene C sulla membrana, che
interagisce con la proteina antigene C-reattiva(opsonina del tipo delle pentrassine che si lega a
cellule morte o superfici batteriche).
Si rileva inoltre una C3-proteasi, per scindere questo componente del complemento.
Lo pneumococco è predisposto per le mucose respiratorie, nelle quali staziona, grazie all’adesione
tramite cholin binding protein A(attaccandosi all'epitelio respiratorio); tramite l’epitelio l’rino-
orofaringeo può, se insorgono le condizioni favorevoli, raggiungere l’epitelio polmonare grazie al legame
con il PAF-receptor delle cellule polmonari, dove causa il danno tissutale. Lo Pneumococco tende a
creare infezione sempre come complicazione a seguito a precedenti patologie dovute ad
anzianità, immunosoppressione, diabete o esposizione ad agenti chimici che hanno causato lesioni
dell’apparato respiratorio.

Patologie da Pneumococco
Normalmente localizzato nelle prime vie respiratorie(dal 30 fino al 70% della popolazione), tende a
sviluppare patologie diverse in funzione dell’età del soggetto: nei bambini sotto gli 8-10 anni causa otiti
dell’orecchio medio che possono evolvere in meningite(“potendo i microrganismi propagarsi allo
spazio subaracnoideo attraverso l'acquedotto cocleare “, attraverso la rocca petrosa). Nell’adulto
causano polmonite, con possibile batteriemia (tramite le lesioni create nel parenchima polmonare, che
lo conducono ai capillari polmonari, oppure seguendo la via linfatica fino al dotto toracico), che induce
localizzazione dell’infezione nell’endocardio, nelle cavità articolari ma soprattutto nelle meningi,
causando meningite.
Può anche causare sinusiti, delle quali è l’agente eziologico più importante; la difficoltà di trattamento
in questi casi è dovuto al raggiungere i seni paranasali con concentrazioni adeguate di antibiotici.

Epidemiologia
In Italia si contano 30.000 ricoveri(sottostimato) all’anno dovuti a polmoniti da Pneumococco, con un
10% di mortalità; colpisce specialmente i bambini, gli anziani (> 65 anni), gli immunodepressi, i
diabetici(diabete diminuisce chemiotassi e fagocitosi neutrofili a causa della glicosilazione sulla
membrana,app pat), persone con insufficienza cardiaca o con patologie polmonari croniche
(enfisema, asma).
Causa anche il 36% delle meningiti, con mortalità attorno al 13%; l’alta mortalità della meningite
dipende dal fatto che questo batterio tendenzialmente colpisce pazienti con quadri patologici già
complessi, oppure bambini con sistema immunitario ancora in formazione (< 2 anni).

Metodi di diagnosi di infezione(si fa per lo più su polmonite/meningite)

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In caso di patologie associabili allo Pneumococco, i controlli di laboratorio sono i seguenti, da applicare
su espettorato, materiale purulento o liquor, in base alla patologia:
-
Analisi microscopica: verificare la forma diplococcica del microrganismo
-
Esame colturale: coltivazione in agar-sangue, in terreno al 5% di CO 2 (il 10% dei ceppi non si
moltiplica a CO2 ambientale) e addizionato con acido nalidixico (chinolone di I generazione, a cui
il batterio è insensibile); questo perché è necessario dividere lo Pneumococco dagli altri batteri
presenti nei campioni biologici.
-
Test dell’optochina: lo Pneumococco è discriminabile dagli Streptococchi viridati (di forma
simile e con medesimo alone di α-emolisi) grazie al test dell’optochina, che inoculata nel terreno
inibisce il ceppo di Diplococco impedendo l’emolisi
-
Test Omniserum(tantissimi Ig) (agglutinazione): prevede l’agglutinazione dei cocchi tramite
siero anti-pneumococcico
-
Sensibilità ai sali biliari: in presenza di sali biliari gli Pneumococchi si lisano rapidamente,
perché i sali biliari, fungendo da detergenti, attivano l’autolisina staccandola dall’antigene di
Forssmann (antigene C + lipide di membrana)
-
Reazione di Neufeld (tipizzazione del sierotipo): si mescolano insieme sospensione
batterica, siero anti-pneumococcico e blu di metilene; per reazioni positive la capsula si
mostra ingrossata a causa della precipitazione del materiale capsulare(normalmente è
bianca perchè non si lega a coloranti). Usando anti-sieri tipo-specifici si può risalire al ceppo del
batterio patogeno

Sensibilità a antibiotici e chemioterapici


Risulta resistente ad alcune penicilline, a causa della mutazione delle PBP (penicilline binding protein).
Sono ancora funzionali Amoxicillina (penicillina sintetica) e chinoloni di ultima generazione per otiti e
polmoniti; per le meningiti sono preferite le cefalosporine di III generazione(poichè superano
ematoencefalica), ad ampio spettro. Va ricordato che l’utilizzo di antibiotici causa la lisi degli
Pneumococchi, con rilascio di frammenti di membrana fortemente antigenici , aggravando
notevolmente le lesioni tissutali indotte dal processo flogistico; di conseguenza è consigliato integrare
la profilassi antibiotica con antiinfiammatori per diminuire i danni da infiammazione.

Vaccini(o deve evitare comparsa della malattia o,se avviene, essere comunque più blanda e
fugace)
Una versione del vaccino contiene polisaccaridi capsulari di 23 sierotipi, i quali causano il 90% delle
patologie; tuttavia è efficace solo nel 60% dei casi e di scarsa utilità nei bambini sotto i 2 anni e nei
pazienti immunodepressi.
Un’altra formula prevede polisaccaridi strutturali di solo 13 sierotipi, associati ad un carrier
(derivato atossico della tossina difterica) che funge da adiuvante; l’efficacia supera il 90% e inoltre
riduce la gravità di otiti e polmoniti in un numero elevato di casi; efficace anche nei bambini < 2
anni, previene meningiti e sepsi da parte dei sierotipi presenti nel vaccino. L’utilizzo di adiuvanti
aumenta l’antigenicità delle proteine batteriche, favorendo la risposta immunitaria dell’organismo.

 CORYNEBACTERIUM DYPHTERIAE
La denominazione Corynebacterium comprende un gruppo di specie batteriche che hanno alcuni punti in
comune con micobatteri e actinomiceti. Il principale corinebatterio in campo medico è il
Corynebacterium diphteriae.

Caratteristiche morfologiche
Sono bacilli di lunghezza variabile (1-5 micron) con dilatazione ad una o tutte e due le estremità;
Gram+, sono sprovvisti di capsula, asporigeni e immobili. Nei movimenti post-fissione questi bacilli,
curvati a L o a V, si mantengono uniti in raggruppamenti caratteristici, che sovrapponendosi con altri
batteri in replicazione assomigliano a ideogrammi cinesi. Aerobi-anaerobi facoltativi, crescono
bene in terreni con liquidi organici (siero). Producono catalasi e in presenza di Tellurito di Potassio
(tossico per la maggior parte dei batteri) lo riducono a tellurio metallico; questa proprietà permette di
allestire terreni selettivi per il loro isolamento.

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Struttura esterna del Corynebacterium diphteriae


Nella parete cellulare di C. diphteriae, collegata alla porzione peptidoglicanica, si ritrovano notevoli
quantità di polisaccaridi con porzione esterna peptidica. La porzione polisaccaridica esterificata
agli acidi grassi forma l’antigene O, comune a molti corinebatteri e con reazioni crociate con antigeni
polisaccaridici di micobatteri e nocardie. La porzione proteica rappresenta l’antigene K, tipo-
specifico, che consente di dividere i corinebatteri difterici in numerosi tipi sierologici.

Patogenesi
È correlata alla presenza della tossina difterica, prodotta dal genoma di un fago integrato nel
cromosoma batterico. La tossina difterica(non tutti i C. difteriae la producono) penetra nell’organismo
attraverso le lesioni dell’epitelio mucoso nel luogo di impianto del corinebatterio, legandosi in
corrispondenza di recettori superficiali alla superficie di quasi tutti gli elementi cellulari, ma con un
tropismo accentuato per il miocardio. L’espressione del gene Tox è sotto il controllo di un repressore,
funzionale solo in presenza di ione Fe; DtxR inibisce la sintesi del gene finché è presente ferro, mentre
in caso di carenza l’inibitore di stacca dal DNA consentendo la trascrizione. Il corinebatterio è poco
invasivo, tuttavia attecchendo alla superficie di una mucosa inizia un processo infiammatorio, grazie alle
proprietà allergizzanti dei fattori superficiali (antigene K), risultando come la prima fase
dell’infezione. I bacilli difterici non tossigeni (con tossina mutata o inattivata) possono quindi causare
comunque infiammazioni a livello cutaneo o delle mucose, presentando i caratteri locali dell’infezione
difterica, tramite questo meccanismo.

Tossina difterica(è un'unica proteina con 1 sequenza che lega le cellule,cd9 è recettore)
L’infezione difterica si localizza nella faringe e il batterio non diffonde, anche se localmente la reazione
distruttiva delle cellule mucose e conseguente reazione essudativo-infiammatoria può essere molto
intensa, arrivando ad ostacolare la respirazione(ipossia ipossica).
La tossina è trascritta, in condizioni di stress da carenza di Fe, come un unico peptide, il cui estremo
carbossi-terminale forma il componente B, mentre quello ammino-terminale forma il componente
A. La tossina diffonde nell’organismo e si lega con il componente B a recettori glicoproteici, per poi
essere scissa da proteasi di membrana nei due componenti. La tossina viene introdotta nella cellula per
endocitosi recettore-mediata, così il componente A può svolgere la sua funzione enzimatica di catalisi
ADP-ribosilante, simile a quella della tossina colerica. Il bersaglio dell’attività ADP-ribosilante è il
fattore di allungamento 2 (EF-2), che interviene nella sintesi proteica per traslocare il mRNA sul
ribosoma. Il complesso EF-2-ADP-ribosio che ne risulta è inattivo(EF non scinde GTP), bloccando la
sintesi proteica e uccidendo la cellula.

Epidemiologia
Patologia rara in Italia, si riscontra in individui non vaccinati o se non fanno richiamo da tanti anni. Il
circuito più comune è quello interumano, grazie a portatori sani a livello oro-faringeo che diffondono il
batterio. Le forme più comuni sono quelle laringo-tracheali e faringo-tonsillari, mentre nei paesi
poveri è comune anche la forma cutanea. La malattia, silente, insorge quando ci sono situazioni di
deficienza immunitaria, nelle quali il bacillo esprime la sua patogenicità. Le due forme faringo-
tonsillari(aspetto proconsolare o taurino dato da edema della regione cervicale) e laringo-
tracheali possono insorgere contemporaneamente, a causa di un trasferimento di batteri dalla faringe
alla laringe.

Sintomatologia(3-4 gg di incubazione)(a livello tonsillare dà placche grigiastre difficilmente


staccabili e ove questo avvenga segue spesso emorragia a volte copiosa,sono vere lesioni, a
differenza di stafiloccocco la cui placca è facilmente staccabile e bianca)”(La tossina difterica è una
esotossina che blocca la sintesi proteica inibendo la incorporazione degli aminoacidi attivati sui
ribosomi.
È responsabile di
 lesioni necrotiche locali che determinano la formazione delle pseudomembrane rappresentate
da un coagulo denso formato da fibrina, leucociti e cellule necrotiche
 fenomeni tossici sistemici: miocardite, demielinizzazione, NTA “)

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Il C. diphteriae infetta solo la specie umana, tramite l’infiammazione locale di una mucosa, il cui epitelio
va incontro a necrosi e viene inglobato in un essudato ricco di leucociti e fibrina, formando una
pseudomembrana grigiastra che aderisce tenacemente al connettivo sottostante.
Normalmente l’infezione difterica si localizza nel naso-faringe, nelle tonsille, il palato molle e
occasionalmente può interessare l’orecchio medio oppure la cute nei climi tropicali.
I bacilli difterici rimangono localizzati nel focolaio infiammatorio senza tendenza a dare
batteriemia, mentre la tossina da loro prodotta diffonde in tutto l’organismo provocando gravi
lesioni degenerative, evidenti a carico del miocardio, del fegato, dei reni, delle surrenali e
danneggiando numerosi nervi cranici e periferici con paralisi del palato molle e dei muscoli
oculari.
Lo stato di portatori sani o di malati difterici erano, in epoca pre-vaccinale, appannaggio dell’età
infantile; l’immunità conseguita dopo il primo contatto, rinverdita da periodiche reinfezioni subcliniche,
faceva sì che il numero di soggetti immuni crescesse con l’aumentare dell’età, diminuendo le possibilità
di attecchimento della malattia. Attualmente, il miglioramento delle condizioni igieniche ha spostato a
età maggiori il contatto con il bacillo e la vaccinazione antidifterica ha ridotto drasticamente i casi
infantili, invertendo quest’andamento; il C. diphteriae tende quindi ad aggredire individui adulti, che
hanno esaurito l’immunità vaccinale senza poter reperire stimoli immunogeni adeguati per il
mantenimento dell’immunità.
Sintomi tipici da infezione difterica sono angina difterica(“angina difterica (faringite)
È presente febbre moderata, malessere generale e astenia.
La faringe si presenta arrossato, edematoso, coperto da essudato che tende a formare le
pseudomembrane di colorito grigiastro, maleodoranti, che non si sciolgono in soluzione,
debordano dalle logge tonsillari ed invadono palato molle, ugola, retrofaringe.
Sono molto tenaci ed aderenti ai piani sottostanti e si asportano con difficoltà lasciando la base
di impianto abrasa e sanguinante.
È presente linfoadenopatia laterocervicale e angolomandibolare (adenopatia satellite). “),
febbre, disfagia (problemi a deglutire”per danno a nervi del palato molle”, dolore)(“angina significa
stringere”), tachicardia?, insufficienza surrenalica, insufficienza cardiocircolatoria da miocardite e
complicanze neurologiche. Gli effetti locali sono dovuti alla tossina e alla presenza stessa del batterio,
mentre gli effetti sistemici, siccome questo bacillo non dà batteriemia, sono dovuti all’intossicazione da
tossina difterica rilasciata nel sangue.
Solitamente la febbre causa tachicardia, ma alcuni batteri possono causare il contrario, inducendo
bradicardia(es tifo, influenza e difterite); la frequenza cardiaca in caso di febbre potrebbe rimanere
bassa anche per l’uso di β-bloccanti, utilizzati da persone con insufficienze cardiache.
Il cuore è un sito di aggressione preferenziale, bloccandone la sintesi proteica e causando la morte dei
cardiomiociti, la cui funzione contrattile permanente richiede una continua sintesi proteica. Anche il
tessuto di conduzione del cuore risulta intossicato dalla tossina difterica.
Altro organo colpito è il fegato, sintetizzatore proteico per eccellenza(albumina,fattori di coagulazione
ma anche apoproteine quindi rischio steatosi).
Ovviamente, gli effetti sistemici sono dose-dipendenti, peggiorando con l’aumento della
concentrazione di tossina in circolo.
Faringite difterica: lesioni a livello faringeo, su tonsille, palato molle e pareti della faringe stessa; a
causa della intossicazione, si formano placche grigiastre, dovute alle membrane necrotiche per la
tossina. La placca difterica, a differenza di quelle da Stafilococco e Streptococco, dovute a batteri
depositati sulla mucose, è difficile da staccare, perché è composta da essudato misto a membrane
necrotiche delle cellule intossicate; raschiature energetiche possono causare sanguinamento, a causa
della rimozione della parte superficiale della mucosa, ormai morta, con lesioni ai vasi sottostanti.
Laringite difterica: disfonia (cambio volume e timbro della voce), dispnea (difficoltà respiratorie
dovute alla restrizione della laringe infiammata), fino allo stadio asfittico. Può presentarsi in
associazione alla faringite difterica. Il batterio non raggiunge mai le vie aeree profonde, perché le
proteine di adesione esposte da questi tessuti non sono compatibili con quelle difteriche.
Lesione cutanea difterica: ceppi Tox-negativi(producono tossina minima ma utili a determinare
lesione) inducono dermatosi con ulcerazioni necrotizzanti e pseudomembrane difteriche.

Metodi di identificazione

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-
Microscopia a fluorescenza: utilizzare anticorpi fluorescenti per individuare la tossina
permette di verificare la presenza di C. diphteriae tossici nella coltura, siccome l’Ig si lega alla
tossina, la quale in parte rimane sulla superficie del batterio.
-
Esame colturale: coltura in agar-sangue tellurato di Potassio o in terreno di Loeffler (siero
di vitello coagulato); sono terreni selettivi, per consentire la crescita del solo bacillo della
difterite eliminando gli altri contaminanti biologici dei campioni organici raccolti.
-
Ricerca della tossina difterica: per discriminare i ceppi tossigeni da quelli non tossigeni
raccolti dal liquido biologico, occorre eseguire la precipitazione in agar secondo il test di
Elek(“Il test viene eseguito nel modo seguente:
 si depone una striscia imbevuta di antitossina sul fondo di una piastra
 si aggiunge alla piastra dell'agar-siero, che viene lasciato gelificare
 si seminano i batteri sulla piastra di agar-siero in modo perpendicolare alla striscia imbevuta di
antitossina.
Se i batteri seminati producono tossine, si formerà un precipitato lungo il fronte di incontro fra le tossine
e le antitossine
-
“): si pongono in un vetrino una striscia imbevuta di antitossina, si copre di agar nel quale si
coltiva il batterio selezionato; l’antitossina e l’eventuale tossina prodotta dal batterio diffondono
formando evidente precipitato.
-
PCR: sequenziare il gene Tox; metodo poco usato perché costoso, è il più preciso, perché la
presenza del gene Tox funzionante identifica il bacillo come un C. diphteriae tossigeno.

Sensibilità a antibiotici e chemioterapici


Ottima efficacia hanno penicilline, cefalosporine, eritromicina e tetracicline. Oltre all’eliminazione
del batterio, è però necessario anche contrastare gli effetti della tossina in circolo; a questo scopo si
utilizza siero ottenuto da animali o umani immunizzati, contenete quindi anticorpi anti-tossina (siero
antidifterico).

Vaccini
La profilassi attiva prevede l’utilizzo di vaccini con anatossina (tossina difterica non attiva),
immunizzando l’individuo contro la causa diretta della sintomatologia difterica.
L’immunizzazione passiva, eseguita nel corso della malattia per migliorare la risposta dell’organismo
contro la tossina, prevede siero antidifterico, ottenuto da animali immunizzati o preparazioni di γ-
globuline umane iperimmuni.

 LISTERIA MONOCYTOGENES
Provoca infezioni caratterizzate da un peculiare aumento di monociti nel sangue circolante. Sono bacilli
pleomorfi, Gram+, che si dispongono spesso a V; aerobi-anaerobi facoltativi, sono sprovvisti di
capsula, asporigeni e mobili per la presenza di flagelli, producono catalasi.

L’infezione da Listeria è comune fra gli animali; buona parte delle infezioni umane derivano dal
consumo di carni fresche, insaccati o latticini prodotti con materiale proveniente da animali infetti.
Le forme cliniche più frequenti sono meningiti purulente, meningo-encefaliti e setticemie. Se viene
contratta da una donna in gravidanza, l’elevato tropismo per il feto porta a aborto.

L. monocitogenes è un parassita endocellulare la cui patogenicità dipende dalla capacità di invadere


quasi qualsiasi tipo di cellula e potervisi moltiplicare dentro. La penetrazione batterica avviene grazie
a internaline, recettori che permettono la endocitosi; la membrana del vacuolo(endosoma) viene
lisata da una emolisina tiol-dipendente (listeriolisina O) e da una fosfolipasi C, entrambe batteriche.
Libero nel citoplasma il batterio si replica, producendo, per infettare una nuova cellula, la proteina
ActA, che innesca la polimerizzazione dell’actina, la quale forma una coda il cui accrescimento spinge il
batterio verso la membrana della cellula parassitata. La spinta della coda permette di formare uno
pseudopodio che si spinge nella membrana di una cellula contigua, forzandone l’introflessione e

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formando una vescicola a doppia membrana, dalla quale il batterio si libera trasferendosi nella nuova
cellula.

Il riconoscimento della listeria è possibile solo tramite isolamento colturale con pre-incubazione
a basse temperature(non si è scoperto perchè ciò aiuti la listeria). La ricerca colturale è eseguita su
piastre di agar-sangue(prime 24 ore danno aloni torbidi di emolisi mentre successivamente
diventano aloni completi) o agar-siero(danno color verdastro). Per differenziarli dai corinebatteri si
osserva la mobilità, presente solo nelle listerie mentre per differenziarli dagli streptococchi(in
particolare con enterococchi potendo idrolizzare entrambi l'esculina) si vede la catalasi(positiva nelle
listerie)
indagini sierologiche inutili perchè presenta antigeni simili a stafilococchi..

 ERYSIPELOTHRIX RHUSIOPATHIAE
Bacillo polimorfo Gram+, immobile, sprovvisto di capsula, asporigeno, ha un metabolismo aerobio-
anaerobio facoltativo. Non produce catalasi. Responsabile dell'ersipela nei suini. Cresce bene in agar
sangue formando alone di emolisi completo
Si trasmette accidentalmente all’uomo attraverso soluzioni di continuità della cute provocando lesioni
localizzate edematose ed eritematose. (ersipela:Sulla pelle si evidenzia una chiazza arrossata,
leggermente rilevata con margini netti. La superficie cutanea nella zona colpita appare liscia, lucida, tesa
e calda al tatto. Talvolta si possono manifestare anche vescicole, bolle o lesioni purpuriche )
Diagnosi mediante dimostrazione del batterio in biopsie della zona infiammata mantenendolo
prima in brodo a temperature basse.

 GARDNERELLA VAGINALIS(dal nome gardner lo scopritore che inizialmente la chiamò


Hemophilus vaginalis e poi corinebacterium vaginale) comprende vari biotipi e oltre 7
gruppi antigeni.è collegata alla vaginite ma ancora non si conosce la patogenesi.
Bacilli Gram-variabili(diventa gram+ in fase esponenziale), anaerobi(o aerobi?), immobili e
asporigeni, che causano perdite vaginali grigiastre, a pH acido (4,5) e con odore sgradevole, dovute a
vaginiti aspecifiche. L’odore dipende da ammine prodotte da batteri(anaerobi com il mobinculus) che
coinfettano il sito, e non da attività metaboliche della Gardnerella. Sensibile al trattamento con
metronidazolo(molto attivo su anaerobi dimostra quindi la presenza di altri batteri
concomitanti).insensibili a sulfamidici e acido nalidixico, meglio il trimethoprim. Cresce in coltura
arrichita con siero e sangue ma non richiede a differenza degli emofili fattori v e x
In agar-sangue, le colonie sono circondate da un alone di β-emolisi, ma risultano negativi ai test per
ossidasi, catalasi, ureasi e riduzione dei nitrati.

 NEISSERIE
Cocchi Gram-, con cellule disposte in coppie (Diplococchi) a forma di chicco di caffè. Sono batteri
aerobi-anaerobi facoltativi, immobili, asporigeni, spesso capsulati; hanno dimensioni di circa 0.8
micron. Tutte le neisserie producono catalasi e ossidasi. Per la maggior parte innocui commensali delle
prime vie aeree (N. subflava, N. sicca, N. flavescens), due specie sono altamente patogene per l’uomo, la
Neisseria meningiditis e la Neisseria gonorrhoeae, agenti patologici di meningite cerebrospinale
epidemica e gonorrea (blenorragia).

Caratteristiche colturali
Crescono preferibilmente in aerobiosi e fermentano gli zuccheri con produzione di acidi, non di prodotti
gassosi.

Neisseria Meningitidis (Meningococco)


Caratteri antigenici
La capsula ha composizione polisaccaridica e la componente polisaccaridica del LPS (cardine della
funzione patogena) permette la classificazione di 13 sierogruppi, di cui i ceppi A, B, C, Y e W135 sono
i più virulenti e frequenti. Gli antigeni capsulari dei Meningococchi possono essere correlati ad antigeni
di specie batteriche diverse, come l’Escherichia coli isolata da casi di meningite della prima infanzia, che
presenta un antigene saccaridico (K1)simile all’antigene capsulare dei meningococchi di classe B.

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Meccanismo dell’azione patogena


La capsula presenta l’endotossina LPS (lipopolisaccaride) in una versione differente rispetto a quella
canonica (LOS). Si evidenziano inoltre pili con capacità adesive e porine (PorA e PorB) che funzionano
come canali ionici sulla membrana cellulare, portando a lisi la cellula; sono inoltre implicate nella
traslocazione citoplasmatica dei batteri infettanti, rilevabili spesso all’interno di fagociti del liquor, che
non riescono a digerirli; solo pochi ceppi hanno però questa capacità, mentre tutti beneficiano del
potere antifagocitario della capsula.
Lipopolisaccaride (LPS): a causa di alcune differenze rispetto alla versione più diffusa viene chiamato
LOS (lipo-oligosaccaride); nella componente denominata antigene O manca di un numero variabile di
zuccheri, secondo l’evidenza che strutture più lunghe si accompagnano a maggior potere patogeno.
Possiede inoltre residui di acido sialico e attribuisce resistenza al complemento e alla fagocitosi. Le
neisserie sono le uniche Gram- sensibili alla penicillina proprio a causa del LOS, che rende la membrana
permeabile a questo farmaco. È il principale stimolo immunogeno per il sistema immunitario
dell’ospite, portando a esteso danno vascolare a causa delle violente reazioni infiammatorie
localizzate.

Epidemiologia
Causa la meningite cerebrospinale epidemica, che colpisce preferenzialmente bambini nella prima
infanzia e adulti oltre i 45 anni , periodi nei quali il sistema immunitario è meno immunocompetente.
Principale agente eziologico della meningite, non è determinabile a livello clinico, perché i sintomi
sono i medesimi delle meningiti che hanno diversa origine eziologica. In Italia si contano dai 1000-
2000 casi all’anno, specialmente in inverno e primavera, periodo di scuola e nel quale le persone si
ritrovano in ambienti chiusi. Nei portatori sani il 70% delle neisserie non hanno capsula e possiedono
un LOS corto, mentre negli individui affetti da meningite il 97% dei ceppi hanno capsula e
presentano LOS a catena più lunga. In casi di meningite epidemica è necessario non solo curare il
malato, ma anche bonificare i contatti, che rischiano di essere portatori sani e quindi diffusori del
morbo.
Il contagio è quindi interumano tramite le vie aerogene: la colonizzazione naso-faringea è il primo
passo della contaminazione; se il batterio è eliminato dal sistema immunitario o si localizza in maniera
apatogena non si avranno manifestazioni cliniche. Se invece il ceppo è patogeno, proseguirà
all’invasione locale, per poi dare batteriemia una volta raggiunto il sangue, causando lesione agli
endoteli per la risposta infiammatoria che innesca e le proteine che secerne, localizzandola soprattutto
a livello degli endoteli encefalici e delle meningi. Queste lesioni vascolari causano aumento della
permeabilità della barriera emato-encefalica e invasione delle meningi, con infiammazione degli spazi
subaracnoidei. L’infezione sub aracnoidea porta a aumentata resistenza al flusso del liquido
cefalorachidiano, cui segue idrocefalo ed edema interstiziale, con aumento della pressione
intracranica; inoltre si ha una vasculite cerebrale, con infarto cerebrale e quindi diminuito flusso
ematico, peggiorato dall’aumento della pressione intracranica.
L’incubazione è di pochi giorni; i sintomi classici derivati dalla sepsi comprendono esantemi
(comparsa di pustole a livello cutaneo), petecchie (manifestazione cutanea emorragica), shock,
sindrome di Waterhouse-Friderichsen (setticemia, ipotensione che può portare a shock, coagulazione
intravascolare con formazione di porpora diffusa e insufficienza surrenalica dovuta a emorragia
bilaterale), mentre la meningite porta a febbre elevata, cefalea violenta, vomito a getto (presente
anche in caso di emorragia cerebrale), rigidità nucale, segni di Kernig e Brudzinski, a cui può seguire
il coma. Il vomito a getto è detto così perchè non segue a senso di nausea dato che non dipende da
una distensione gastrica; avviene invece in maniera riflessa a causa dell’irritazione dei centri del
vomito(vomitano praticamente senza accorgersene,senza provare nausea). La rigidità nucale è un
sintomo tipico della meningite, perché i movimenti del capo peggiorano la cefalea, quindi il soggetto
tende a contrarre i muscoli nucali, già tetanici, per evitare oscillazioni della testa. Il batterio in circolo si
localizza anche negli organi di origine ectodermica, come il surrene, dove causa gravi danni agli epiteli a
cui seguono profuse emorragie.
Segni di ipertensione intracranica sono cefalea, vomito a getto (senza nausea) e alterazioni del fondo
oculare, che compaiono anche in caso di ictus o emorragia cerebrale. Segno di irritazione delle
radici spinali sono le flogosi sierose periradicali che, provocando irritazione delle radici spinali,

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portano a rigidità nucale (collo in iperestensione), posizione a “cane di fucile” e ai segni di Kenig e di
Brudzinski
Posizione a “canna di fucile”: decubito laterale, gambe flesse sulle cosce e cosce flesse sul bacino(“con
gambe ravvicinate e contratte in flessione “).
Segno di Brudzinski: con il paziente steso supino, si cerca di sollevargli la testa, avvertendo la rigidità
nucale; come riflesso, questi fletterà le gambe piegando le ginocchia
Segno di Kenig: sollevare la gamba estesa del paziente, che tenderà a chiudere il ginocchio fare
resistenza, a causa del dolore prodotto dalla manovra
Altri sintomi sono segni di iperestesia (aumentata sensibilità a stimoli normali) della sfera sensitiva
e vegetativa (fotofobia, iperalgesia, ipersensibilità ai rumori) e disturbi della sfera psichica (confusione
mentale, affettiva e della cronologia passato-presente).
Segni di sofferenza cortico-sottocorticali e troncoencefalici indicano l’interessamento del tronco
encefalico, che solitamente avviene nella fase finale della meningite.
Il danneggiamento vascolare porta a edema, con petecchie diffuse.

Metodi di identificazione:
Campioni clinici come liquido cefalorachidiano e sangue sono prelevati nel malato, mentre i
tamponi naso-faringei vengono eseguiti ai contatti del malato, per verificare se sono portatori sani.
-
Esame microscopico: analisi su vetrino sia del campione fresco che colorato; la visione di
cocchi Gram- è indicativa tuttavia, per evitare di confondersi con meningiti gonococciche (rare
ma possibili) o causate da bacilli simili alle neisserie, è preferibile verificarne la natura tramite
reazione di immunofluorescenza con antisieri marcati
-
Esame colturale: la coltura viene eseguita su piastre di agar-cioccolato (sangue cotto a 60°) al
5% di Co2. Per discriminare se la coltura è di neisserie patogene o apatogene (neisserie
apatogene risiedono come commensali nella prime vie aeree del 70% della popolazione) si
usano i caratteri delle colonie (i ceppi patogeni generano colonie traslucide dall’aspetto
mucoso, mentre i ceppi apatogeni sviluppano colonie secche pigmentate di giallo) e il
terreno di coltura utilizzato (le neisserie apatogene crescono sui normali terreni di coltura)
-
Test dell’ossidasi: le neisserie possono essere identificate tramite l’aggiunta di composti
aromatici incolori; in presenza di ossigeno, l’enzima ossidasi ossiderà questi composti,
rendendoli colorati; ciò permette di distinguerle dal altri batteri di morfologia simile
-
Ricerca della Neisseria meningitidis con antisieri: permette di scoprire il sierotipo del
batterio tramite l’antigene riconosciuto

Valori normali del liquor


-
Pressione in decubito laterale: 8-14 cm H2O
-
Pressione in posizione seduta: 15-30 cm H 2O (in caso di ipertensione intracranica l’uscita del
liquor sarà a fiotto, spinto dalla pressione stessa)
-
Proteinorrachia: 20-30 mg/100 ml proteine nel CFR
-
Glicorrachia: 40-70 mg/100 ml (60% dei valori glicemici individuali) glucosio nel cfr
-
Cellule: 3-5 mm3 (dovute all’azione traumatica del prelievo )

Alterazioni del liquor(“"liquor limpido" (spesso virale) che hanno un normale contenuto di glucosio e
quelle a "liquor torbido" (batteriche) che contengono proteine, molto spesso globuli bianchi in gran
numero e un abbassamento del glucosio, che viene consumato dai batteri ivi presenti. “)
-
Meningiti a liquor torbido: il liquor risulta torbido a causa dell’aumentato numero di cellule
(polimorfonucleati e Neisserie meningitidis), glicorrachia diminuita fino a non poter essere
determinata (carboidrati consumati da batteri e leucociti), proteinorrachia aumentata
(produzione proteica delle cellule). Possono essere causate da batteri Gram+ e Gram-; si possono
escludere il micobatterio tubercolare, la salmonella, le Listerie, le Leptospire e il Treponema
pallidum. Anche miceti del genere Candida e protozoi (Naegleria e Acanthamoeba) possono
indurre patologie simili
-
Meningiti a liquor limpido e glicorrachia diminuita: liquor limpido, glicorrachia diminuita,
proteinorrachia aumentata, numero di cellule aumentato, in prevalenza linfociti. Data da mico
batterio tubercolare, Brucelle, salmonelle, Listerie e Treponema pallidum, oltre ad alcuni miceti

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-
Meningiti a liquor limpido e glicorrachia normale: liquor limpido, glicorrachia normale.
Dovute a virus o elminti (Filarie)
In attesa del risultato dei test di laboratorio si deve porre il paziente sotto antibiotici ad ampio spettro,
come le cefalosporine, per cercare di contenere l’infezione.

Periodi vitali e meningiti correlate


-
Meningiti neonatali: dovute a Escherichia coli, Klebsiella, Streptococco agalactiae (a livello
vaginale, può infettare il bambino durante il parto), Listeria monocytogenes, Stafilococchi o
Pneumococco
-
Meningiti del bambino (1-15 anni): Haemophilus influentiae (45%), Streptococco agalactiae,
Neisseria meningitidis (30%), Pneumococco (20%), Stafiloccocchi
-
Meningiti dell’adulto: Haemophilus influentiae (3%), Streptococchi e Stafilococchi (10%),
Pneumococco (50%), Neisseria meningitidis (30%), Enterobatteri (10%) e Listerie (5%)
Le meningiti batteriche rappresentano il 90% delle meningiti; inoltre quelle virali raramente portano a
morte o inducono danni gravi.

Sensibilità ad antibatterici e chemioterapici


Penicilline e sulfamidici (capaci di raggiungere elevate concentrazioni liquorali; utilizzati sia per il
malato che per trattamento profilattico su portatori sani o persone a rischio di sviluppare la meningite.)
ottengono ottimi risultati, anche se si sono registrati casi di resistenza a questi antibiotici; una valida
alternativa sono rifampicina e cefalosporine di III generazione(perchè arrivano al SNC).

Profilassi
Il vaccino contiene i polisaccaridi specifici dei ceppi A, C, Y e W135 coniugati con adiuvanti (derivato
della tossina difterica); mancano vaccini per il ceppo B, che risulta poco immunogeno. Questi
polisaccaridi capsulari specifici son inoculati per via sottocutanea solamente in gruppi di pazienti a
rischio di contrarre infezione, a causa della lentezza (efficace solo dopo 2-3 settimane dalla prima
somministrazione) e della scarsa durata (3-4 anni, per cui sono necessari numerosi richiami).

Neisseria gonorrhoeae (Gonococco)


A causa della fragilità all’esterno dell’organismo è un patogeno a trasmissione sessuale, parassita
esclusivo della specie umana, che si localizza nell’apparato genitale.
Caratteri antigenici
Presenta il LPS sulla parete batterica, secerne IgA proteasi (batterio che risiede sulle mucose) e
produce altre proteine, come:
-
Pili (Pil): proteine di aderenza all’epitelio colonnare tramite interazione con CD66, poste sulla
sommità dei pili
-
OpA e OpC: legano CD66 e recettori dell’eparansolfato, i quali consentono l’ingresso nelle cellule
umane
-
LOS (lipo-oligosaccaride): lega il recettore per l’asialoglicoproteina(ASGP-R)
(asialoglicoproteina:”Glicoproteina da cui sono stati rimossi i residui di acido sialico per azione
delle sialilasi. Le asialoglicoproteine plasmatiche hanno il significato di proteine “invecchiate” e
vengono rimosse dal circolo ad opera degli epatociti “), per l’entrata nelle cellule umane
-
Por IA e IB (porine): inibiscono la fusione del fagosoma con i lisosomi, facilitano l’endocitosi
del batterio nella cellula e si inseriscono nella membrana cellulare eucariota danneggiandola

Trasmissione della gonorrea


-
Via sessuale: per un singolo rapporto, si ha un 80% di rischio per il passaggio maschio-
femmina e un 20% nel percorso inverso femmina-maschio, a causa di una maggiore affinità
per gli epiteli sessuali femminili
-
Via indiretta: tramite indumenti contaminati, causando vulvovaginite, anche se improbabile
-
Madre-neonato: durante il passaggio nel canale del parto infetto, l’infante può contrarre oftalmo-
blenorrea per la contaminazione da neisseria. Per evitarlo si utilizzano nitrato d’argento
(efficace contro Neisseria e Clamidia) oppure colliri antibatterici

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Nell’uomo la localizzazione è nell’epitelio colonnare dell’uretra e nel connettivo subepiteliale, mentre


nella donna infesta le ghiandole della cervice uterina, le ghiandole di Bartolini, le ghiandole di Skene , la
vagina e l’uretra.
Infezione gonococcica:
-
Uomo: dai 2 ai 5 giorni di incubazione; dà prurito uretrale, bruciori durante la minzione ed
essudato purulento (dovuto alla grande quantità di leucociti neutrofili richiamati per combattere
l’infezione, che poi si scaricano nel lume uretrale); se non trattata può risolversi autonomamente
in 20-40 giorni oppure, nel 10% dei casi, cronicizzarsi, con setticemia (che causa artrite per le
infiammazioni a livello articolare) e lesioni cutanee a causa della diffusione del batterio.
-
Donna: vulvite, vaginite, bartolinite e secrezione abbondante (le sedi di elezione dell’infezione
sono le ghiandole della cervice uterina, le ghiandole di Bartolini e le ghiandole di Skene); una
cronicizzazione aggiunge ai sintomi soliti (setticemia, artrite, lesioni cutanee) anche
endometrite, con il rischio di sterilità (salpingo-ooforite)(salpingi sono le tube di falloppio o
ovidotti) nel 20% dei casi.

Può avere anche localizzazione extragenitale, inducendo proctite gonococcica (regredisce


spontaneamente), faringite gonococcica o sepsi con conseguente artrite gonococcica. Alla diffusione
possono seguire orchite, endocarditi o meningiti.

Diagnosi di infezione
Tampone uretrale (nel maschio) o vaginale (nella femmina), per seminarne il risultato su piastre di
agar-cioccolato (sangue cotto a 60°) al 5% di CO 2. Nel maschio il prelievo deve essere eseguito la
mattina prima della minzione, perché questa pulisce il canale uretrale dilavando(diluendo) il prodotto
purulento. L’apparato genito-urinario, non possedendo le neisserie nella propria popolazione batterica
residente, permette la diagnosi per la sola presenza di diplococchi a “chicco di caffè” Gram- nell’essudato
purulento.

Terapia
Originariamente trattata con penicilline e sulfamidici iniettabili, sono sorti ceppi resistenti, per cui si
è passato alla cura con chinoloni e cefalosporine iniettabili.

I principali agenti di infezione a trasmissione sessuale sono:


-
Papilloma virus
-
Clamidia trachomatis
-
Neisseria gonorrhoeae
-
Candida albicans
-
HIV
-
HBV
-
Treponema pallidum
-
HSV
-
Trichomonas vaginalis

Occorre fare attenzione alla diagnosi differenziale fra gonorrea e clamidia, che presentano sintomi simili:
una differenza evidenziabile è la differenza nel tipo di essudato, infiammatorio nella clamidia, purulento
nella gonorrea; può capitare anche la contemporanea presenza di entrambi i patogeni, i quali effetti
dell’una coprono l’altra. Siccome i farmaci per la gonorrea non sono efficaci con la clamidia, è necessario
richiedere sempre l’esame laboratoristico per entrambi, in maniera da scartare in maniera sicura il
doppio contagio.

 MICOBACTERIUM
Bacilli lunghi 2-4 micron, sottili e caratterizzati dalla capsula esterna. Non sono mobili e risultano
asporigeni; a causa della particolare capsulatura, non è applicabile il metodo di Gram, per cui si ricorre
alla classificazione mediante il mantenimento del colore in presenza di acidi forti, tramite la
definizione acido-resistenti. Il principale esponente di questa categoria è il Mycobacter tubercolosis,
insieme al Mycobacter leprae e ad altri ceppi di micobatteri non causanti la tubercolosi (MOTT).

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Caratteristiche colturali
Aerobio obbligato, per il suo metabolismo necessita della presenza di ossigeno(es il M. Tubercolosis si
localizza nell'apice polmonare per maggior rapporto ventilazione su perfusione); rilevabile in molti
organi, quello di elezione è il polmone, per la grande disponibilità di O 2. I micobatteri crescono in terreni
specifici ma, a causa della loro struttura esterna peculiare, sono necessari metodi di colorazione specifici
(Ziehl-Neelsen) e l’attesa di diverse settimane per ottenere una colonia sufficiente, a causa della lentezza
nella replicazione (18 ore di ciclo replicativo).
Il metodo Ziehl-Neelsen è utilizzato per i micobatteri di tubercolosi e lebbra; come colorante si utilizza
una soluzione di fucsina e acido fenico, applicata con riscaldamento del vetrino. Difficilmente
colorabili con i trattamenti normali a causa della difficile penetrabilità di questi nel batterio, i
micobatteri risultano però estremamente tenaci nel mantenere la colorazione una volta assunta, anche a
fronte di solventi tenaci come l’acido cloridrico al 3% in alcol etilico; è proprio questa caratteristica a
classificarli come bacilli acido-resistenti. La decolorazione così eseguita porta all’eliminazione del colore
da tutti i tessuti del vetrino, tranne dai micobatteri; infine si attua una colorazione di contrasto con
blu di metilene, che colora tutti i tessuti tranne le strutture micobatteriche, che nel sottofondo blu
di contrasto, risultano rosse per la fucsina. Ciò avviene perché la fucsina forma, con gli acidi micolici
della capsula batterica, aryl-metano-micolati(legame formatosi tra fucsina e acidi micolici), un legame
covalente che trattiene saldamente il colorante.

Struttura esterna dei micobatteri


Come nei Gram+, la cellula presenta uno strato esterno di peptidoglicani, a sua volta però ricoperti da
una struttura ricca di carboidrati e di lipidi, formata da arabino-galattani che legano ai carboidrati
particolari acidi grassi (acidi micolici) a cui sono ulteriormente legate molecole di glicolipidi fenolici.
Inoltre si rilevano lipo-arabino-mannani e fosfoinositido-mannani ancorati alla membrana; questa
complessa struttura di copertura rende la cellula impervia a molte sostanze dannose, oltre a rallentare,
per contro, lo scambio di nutrienti e aumentare la durata del ciclo di replicazione necessario alla
moltiplicazione del batterio.
La struttura fenolica funge da strato anti-fagocitario, che risulta di difficile superamento per il macrofago
della risposta innata, mentre il macrofago attivato della risposta adattativa sembra meno inibito da
questa architettura. Anche la risposta umorale risulta scarsa su questo batterio.

Micobatteri patogeni
Mentre alcune specie di micobatteri sono saprofiti o commensali, alcuni risultano fortemente patogeni:
-
Mycobacterium tubercolosis: agente eziologico della tubercolosi
-
Mycobacterium africanum: patogeno della tubercolosi diffuso in africa (variante)
-
Mycobacterium bovis: agente della tubercolosi bovina, dovuta a zoonosi o contaminazione
alimentare (carne o latte non pastorizzato proveniente da animali infetti)
-
Mycobacterium non tubercolari (MOTT): contaminanti ambientali o parassiti di animali; hanno
rilevanza clinica perché intervengono come complicanze nei pazienti affetti da AIDS
-
Mycobacterium leprae: agente eziologico della lebbra
-
Mycobacterium ulcerans
-
Mycobacter tubercolosis complex (bacillo di Kock) -
In realtà sotto questa definizione si ritrovano tre micobatteri diversi (Mycobacterium tubercolosis
simplex, africanum e bovis) che però risultano varianti dello stesso patogeno, inducendo pressoché lo
stesso tipo di malattia(alcuni assogettano il M. Tubercolosis al complex altri lo chiamano simplex
facendolo rientrare come ssp(sottospecie) nell'insieme con gli altri M.).

Caratteri antigenici
Acidi micolici legati a glicolipidi fenolici hanno potente azione adiuvante, aumentando l’effetto degli
antigeni polisaccaridici e proteici della capsula e favorendo il reclutamento di cellule
immunocompetenti. La risposta cellulo-mediata è fondamentale sia nel contenimento dell’infezione
che nella patogenesi delle lesioni, mentre l’immunità umorale riveste scarsa importanza.

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Epidemiologia
È un batterio tipico della povertà, perché la trasmissione aerogena viene favorita in caso di
permanenza in ambienti sovraffollati di persone sotto scarso controllo sanitario; è ancora molto
presente in Africa e in Estremo Oriente. In Italia, originariamente debellato, sta tornando in auge a causa
dei flussi migratori, che hanno portato a un' epidemiologia di 7-8 casi /100.000 persone; nel mondo si
sviluppano 8 milioni di nuovi casi all’anno con 2 milioni di decessi.
Le vie di trasmissione possono essere varie:
-
Via aerogena(preponderante): tramite le goccioline di saliva (droplet) espulse durante la
fonazione, la starnutazione o la tosse. Mediamente 3 bacilli per droplet(gocciolina), se ne
producono fino a 3000 di droplet in 5 minuti di conversazione. Ovviamente frequentazioni
durature e a breve distanza con persone infette, come avviene nei paesi poveri, favoriscono la
diffusione del contagio.
-
Via alimentare: il Mycobacterium bovis può indurre malattia se contratto tramite latte non
pastorizzato o carne da animale infetto; l’originaria localizzazione intestinale rende difficile la
sua diagnosi, fino all’arrivo ai polmoni.
-
Via transcutanea(oggi rarissima): tipica via di anatomo-patologi e chirurghi del passato, che
ferendosi durante autopsie e interventi assumevano il patogeno.

Meccanismo dell’azione patogena


In caso di contaminazione aerogena, i batteri tramite le vie aeree raggiungono gli alveoli dove vengono
depositati; in molti casi i batteri sono morti o troppo pochi per dare luogo a una infezione, tuttavia
contatti prolungati favoriscono l’instaurarsi della malattia. Se giungono in numero sufficiente, i
micobatteri scatenano una reazione immunitaria innata, mediata dai macrofagi; questi fagocitano i
batteri, ma una parte di essi riescono a sopravvivere all’interno del leucocita, inibendo l’unione del
fagosoma con i lisosomi(i macrofagi non sono attivati poichè il M. Tubercolosis entra nei fagociti tramite
recettori non usuali tipo CR1-2 o quello per il mannosio, non utilizzando il recettore per “FC” ecco che i
macrofagi non si attivano e nn hanno forte attività citotossica;sarà potenziata solo dopo tramite
INFgamma,app pat)(endosoma non si acidifica correttamente in più manca la fusione fagosoma-
lisosoma). La sopravvivenza di una batterio replicante all’interno di un macrofago ne determina la
morte, anche a causa di proteine come ESAT-6 e CFP-10, che realizzano pori nelle membrane
vacuolari, riversando nel citoplasma macrofagico il contenuto lisosomiale (queste proteine sono
codificate dalla regione RD1, che promuove la citotossicità per i macrofagi del micobatterio). A questo
punto l’azione patogena è promossa dai linfociti T: i CD4+ (Helper), riconosciuti gli antigeni dei batteri
digeriti dai macrofagi sani, producono IFN-γ per attivare i monociti, mentre i CD8+ (citotossici),
riconoscendo i macrofagi infettati, contribuiscono a lisarli e distribuire frammenti batterici antigenici
che promuovono ulteriormente la reazione immunitaria. Tutto ciò porta a una attivazione dei T e dei
macrofagi, che si supportano vicendevolmente aggravando la risposta immunitaria all’agente patogeno.
(dopo infezione primaria può guarire o rimanere silente o divenire tubercolosi primaria progressiva e
nei casi peggiori,se sono assenti i fattori d'immunità, fino a tbc miliare; la infezione primaria può
divenire silente e riattivarsi a causa di immunosoppressione anche momentanea e da qui divenire
secondaria che può divenire progressiva con tanta necrosi e sclerosi e nei casi peggiori miliare; alnche la
tbc primaria progressiva può riattivarsi es a causa di reinfezione sempre con M. che presenta es antigeni
diversi e divenire secondaria e così via,app pat)
Dopo l’infezione, esistono tre esiti possibili:1) guarigione completa, ottenuta quando il sistema
immunitario ha degradato completamente il patogeno,2) malattia conclamata, quando i danni indotti dal
micobatterio divengono rilevanti, oppure 3) situazione di equilibrio fra batterio proliferante e sistema
immunitario, che lo mantiene controllato senza però riuscire ad eliminarlo ( rimane silente es causa
calcificazione di necrosi caseosa; è situazione pericolosa può riattivarsi come negli immunodepressi,
siccome è la principale causa di morte nei pazienti immunodepressi, come gli affetti da HIV).
In caso di malattia conclamata, si ha la formazione del tubercolo(“è detto anche tubercol-oma = ascesso
tubercolare “) a livello polmonare con conseguente necrosi caseosa e determinazione di una lesione
granulomatosa(necrosi caseosa al centro,attorno ci sono cellule epiteliodi, ancora più perifericamente ci
sono linfociti e sclerosi,app pat); la diffusione tramite sangue e linfatici, con interessamento delle cavità
bronchiali, porta alla diffusione prima all’intero polmone e poi sistemica dell’infezione (tubercolosi
miliare: formazione di tubercoli simili a quelli polmonari nei vari organi raggiunti dal batterio, ma più

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piccoli( come il miglio) e in questo caso ci sono aspetti sia di angio che istoflogosi, ossia c'è una risposta
concomitante aspecifica(angio) e una specifica(isto) di cui quest'ultima è veramente poco espressa:
niente sclerosi nè necrosi, poche cellule giganti e linfociti,app pat).
La necrosi dipende dalla reazione immunitaria che attiva un processo infiammatorio di tipo
granulomatoso con denso infiltrato di leucociti che circonda un addensato di macrofagi attivati. La
lesione, definita appunto tubercolo, viene circoscritta da una reazione connettivale (fibrosi) che porta
alla necrosi (necrosi caseosa). Nel soggetto resistente questa reazione rimane contenuta, mentre nel
sensibile si espande a tutto il parenchima polmonare. In molti casi, il complesso primario(granuloma nel
tessuto d'ingresso + granuloma nel linfonodo drenante il tessuto) viene contenuto, ma non sterilizzato,
per cui si mantiene un infezione cronica con la persistenza di micobatteri e della reazione infiammatoria
che causa il danno fibrotico.

Granuloma tubercolare
L’evoluzione comincia dall’esposizione al batterio, che nella maggior parte dei casi è incapace di
cominciare una infezione (70-90% dei casi); nel restante 10-30% l’infezione comincia ma non ha
evoluzione immediata (nel 90% di casi il contenimento immunologico la mantiene a livello della lesione
primaria, rendendola apatogena); il 10% presenterà invece una infezione attiva, che si paleserà. Del 10%
che svilupperanno l’infezione patogena, un 5% avrà un decorso della tubercolosi completo in 2 anni, il
restante 5% invece richiederà diversi anni per sviluppare l’effetto patogeno del micobatterio. Se non
trattati, la percentuale di persone che la sviluppa in 2 anni ha un percentuale di mortalità del 50%, con
diffusione dell’infezione e tubercoli a livello del SNC, cuore, stomaco,(anche tube, anche se è possibile la
fecondazione in vitro visto che l'aspetto ormonale è perfetto, anche gobba nei bambini affetti da tbc)
ecc…
Il tubercolotico ha una riduzione delle strutture alveolari, progressivamente distrutte dalla aggressività
della reazione immunitaria; si scavano quindi caverne tubercolari, caratterizzate da diminuita
superficie di scambio per O2 e CO2 e pareti alveolari ispessite dal collagene a causa della fibrosi.
Inoltre, la respirazione porta allo stiramento di queste delicate strutture, che causano lacerazioni con
perdite ematiche(anche perchè la necrosi espandendosi più ledere dei vasi di cui il polmone a causa
della doppia circolazione ne è ricco, e se si trova un punto in cui svuotare il materiale es un bronco si dà
origine all'emottisi) facilitando la diffusione del batterio tramite versamenti di sangue. Ai raggi X è
possibile rilevare queste lesioni diffuse nel polmone, mentre le lesioni tipiche delle polmoniti
streptococciche sono concentrate a livello lobare.
Sintomi tipici sono febbre bassa e altalenante, emottisi (presenza di sangue in saliva e tosse, a causa dei
versamenti ematici nelle caverne tubercolari) e stanchezza continua (consunzione, tisi).
La necrosi caseosa è una necrosi colliquativa, con tracce bianche e caveole tubercolotiche.

Diagnosi di infezione
Campioni clinici per la diagnosi sono molteplici, da trattare diversamente in base al tipo di prelievo:
Espettorato:
-
Ricerca microscopica: la presenza di bacilli acido-resistenti rende legittimo pensare a
tubercolosi
-
Ricerca colturale: a causa del numero di microrganismi presenti in questo campione, spesso più
veloci nel replicarsi del micobatterio, occorre eseguire una decontaminazione tramite N-acetil-
cisteina e NaOH al 3%. Questo impedirà ad altri batteri di proliferare e quindi di togliere
nutrienti al micobatterio o nasconderlo con colonie numerose. I terreni di coltura possono
essere a base di verde di malachite e tuorlo d’uovo (sorgente di lipidi) oppure terreni solidi a
composizione definita solidi o liquidi (acido oleico, albumina, destrosio, ecc…), in base alla
solidificazione o meno con agar. Qualunque tipo di coltura scelta, sono comunque necessari 30-
40 giorni per la crescita della colonia.
-
Analisi molecolare: recupero degli acidi nucleici dall’espettorato e ricerca dei tratti genetici tipici
del Mycobacterium tubercolosis tramite PCR
-
Prova biologica: verifica su cavia, inoculando la colonia ottenuta e osservando il decorso della
eventuale infezione
Altri campioni biologici sono sangue, liquido pleurico, gastrica, biopsie, liquido cefalorachidiano o urina.

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Reazione Mantoux
Viene sfruttata la reazione a inoculazione di tubercolina (estratto di antigeni della tubercolosi): se non
sopraggiunge nessuna reazione, significa che l’organismo non ha avuto contatti precedenti con il
micobatterio tubercolare(ossia nè contatto con batterio nè vaccino), altrimenti lo sviluppo di una papula
eritematosa(si forma un granulomino in 48-72 ore) indica la positività per precedenti contatti. Eventuali
falsi-positivi possono derivare da reazione allergica alla tubercolina. In caso di positività conclamata, è
poi necessaria una radiografia al torace per determinare se la malattia è in corso oppure se si tratta di
una precedente esposizione.

Attualmente però si sta facendo strada un nuovo procedimento, più efficace e sicuro, il quantiferon: si
effettua un prelievo di sangue al paziente e lo si mette in contatto con antigeni CFP-10 e ESAT-6, tipici
antigeni tubercolari. Se il siero del paziente avvia una reazione immunitaria, significa che i linfociti
hanno cominciato a secernere IFN-γ in risposta all’antigene patogeno, dimostrando il contatto
precedente(usato soprattutto nei neonati). Misurando la quantità di interferone(grazie a
immunoenzimtica) secreto è inoltre possibile valutare l’entità della protezione, se valida oppure
reminescenza di immunizzazioni vetuste.

Sensibilità ad antibiotici e chemioterapici


Si divide in due parti: la prima consiste nella somministrazione di alte dosi di isoniazide, rifampicina,
pirazinamide e etanbutolo in un cocktail farmacologico, ogni giorno per 60 giorni. La seconda parte
prevede un calo delle dosi e il mantenimento di solo isoniazide e rifampicina tre volte a settimana per
ulteriori 4 mesi.
In ogni caso, le lesioni tubercolari sono degenerative, per cui non si ha un recupero della funzione, ma si
evita solo il progredire del danno.
Sono stati rilevati ceppi resistenti a diversi farmaci: il ceppo MDR-TB è resistente a isoniazide e
rifampicina, rendendo inutile la terapia classica, che si basa proprio sulla forza di questi due composti; il
ceppo XDR-TB, oltre a isoniazide e rifampicina, è insensibile anche a fluorochinoloni, kanamicina,
amikacina e capreomicina, alternative terapeutiche alle classiche molecole antitubercolari.

Vaccini
Attualmente l’unico disponibile è il bacillo di Calmette-Guerin, che prevede una iniezione intradermica
di 0.1 ml di vaccino con 200.000-1.000.000 di batteri attenuati; l’effetto collaterale è una papula rossa
eritematosa che compare dopo 2-3 settimane e che dopo ulcerazione esita in cicatrice per 6 mesi.
Essendo un vaccino attenuato, non può essere utilizzato negli immunodepressi.
-
Mycobacterium leprae -
Agente eziologico della lebbra, patologia che presenta ancora mezzo milione di nuovi casi l’anno. La
lebbra è una malattia cronica a lungo decorso con un lunghissimo periodo di incubazione (fino ad alcuni
anni) clinicamente caratterizzata da lesioni granulomatose cutanee e mucose (noduli leprosi o
lepromi) che vanno incontro ad ulcerazione, provocando mutilazioni deformanti, e da lesioni che
coinvolgono varie terminazioni nervose periferiche con comparsa di aree di anestesia cutanea. Il
tropismo per la cute dipende dalla minore temperatura, ma lesioni leprose sono rintracciabili anche nei
parenchimi profondi.
Dopo un periodo di incubazione lungo, che si accompagna a sintomi generali (febbre, malessere) la
lebbra si può presentare con sintomatologia riconducibile a due tipologie essenziali, a seconda della
risposta immunitaria dell’ospite.
La lebbra lepromatosa è la più contagiosa, a causa della scarsa risposta immunitaria al batterio ed è
caratterizzata dalla comparsa su faccia e arti di molte macchie eritematose/pigmentate che si
trasformano in lepromi (noduli) isolati, che confluiscono per poi ulcerarsi con estese distruzioni di
tessuti, mutilazioni, riassorbimento di falangi.
Nella lebbra tubercoloide o nervosa, caratterizzata da efficace risposta immunitaria che ne riduce la
contagiosità, alle chiazze eritematose seguono formazioni granulomatose, localizzate lungo i tronchi
nervosi con disturbi della sensibilità termica, dolorifica e tattile; qualche volta i granulomi si trovano
anche in polmoni, intestino, fegato, milza, testicoli e articolazioni.

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L’uomo infetto è il reservoir dell’infezione, anche se M. leprae può sopravvivere alcuni giorni nell’
ambiente causando fonte accidentale di infezione. La malattia si trasmette soprattutto per contagio
interumano per via aerogena(goccioline di plufge), più rilevante rispetto a soluzioni di continuo
della cute. M. leprae si trova nel citoplasma dei macrofagi, all’interno dei quali si moltiplica.
La diagnosi è clinica, confermata dal reperto microscopico di bacilli acido-resistenti nei macrofagi
presenti in materiale proveniente dai granulomi cutanei.
La terapia è multipla, con somministrazione giornaliera di clofazimina e dapsone insieme a dosi
mensili di rifampicina per almeno due anni. Il regime terapeutico è in grado di eliminare rapidamente i
bacilli leprosi dalle lesioni cutanee, annullando l’infettività del paziente, portando all’eradicazione in
15-20 mesi.

 ENTEROBATTERI
Grande numero di batteri a prevalente habitat intestinale, correlati antigenicamente con possibilità di
relazioni antigeniche crociate. Sono bacilli Gram-, asporigeni, immobili o mobili per flagelli,
costantemente provvisti di pili; diversi ceppi presentano un capsula. Aerobi-anaerobi facoltativi, tutti
(tranne Yersinia) possono ridurre i nitrati a nitriti (utilizzandoli nella respirazione anaerobia) e
crescono bene nei comuni terreni di coltura. Coltivati in aerobiosi producono citocromi e ricavano
energia dall’acido piruvico tramite il ciclo di Krebs, sempre negativi al test della ossidasi poichè non
possiedono il citocromo C. In anaerobiosi possono tutti utilizzare glucosio per via fermentativa con
produzione di acidi o di gas. “Questa proprietà e la mancanza di Citocromo-C costituiscono due
caratteristiche di rilievo nella differenziazione degli enterobatteri dagli altri batteri Gram-negativi, i
quali utilizzano il glucosio solo attraverso un processo ossidativo e sono ossidasi positivi “. Sono tutti
produttori di catalasi, tranne la Shigella dysenteriae.
Di questo variegato gruppo fanno parte:
-
Salmonelle
-
Shigelle
-
Escherichia coli
-
Klebsielle: possono dare polmoniti e infezioni alle vie urinarie
-
Yersinie: attualmente classificate come specie a sè
-
Citrobacter: infezioni urinarie
-
Enterobacter: componenti della flora batterica, possono dare uretriti
-
Hafnia: commensali intestinali
-
Serratia:
-
Proteus: infezioni urinarie dovute all’attività ureasica, che danneggia l’epitelio renale e
promuove la formazione di calcoli per la deposizione di Ca2+ e Mg2+
-
Providencia:
-
Morganella
-
Erwinia

Caratteri biochimici
Gli enterobatteri possono essere classificati in base a diverse caratteristiche biochimiche, le quali
combinazioni permettono una divisione in gruppi:
-
Capacità di utilizzare particolari substrati come fonte di carbonio: possibilità di utilizzare
acetato, citrato o malonato come fonte energetica con produzione di composti basici
(bicarbonati, carbonati, ecc…)
-
Presenza di enzimi particolari: ureasi, lisina-decarbossilasi, ornitina-decarbossilasi, arginina-
diidrolasi, fenilalanina-deaminasi e β-galattosidasi.
-
Produzione di specifici metaboliti: produzione di acido solfidrico (H2S), indolo, acetonio e di
notevoli quantità di acidi per la fermentazione del glucosio
-
Capacità di fermentare particolari zuccheri:

Struttura esterna degli enterobatteri


-
Antigene O (LPS): la superficie enterobatterica è caratterizzata da numerose molecole di LPS;
questa componente lipopolisaccaridica è responsabile sia delle proprietà tossiche dei batteri,

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dovute alla sua porzione lipidica , sia della composizione antigenica della superficie del
soma batterico, l’antigene O, la cui specificità dipende dalla composizione del LPS. La
composizione dell’antigene O enterobatterico è complessa: la porzione più profonda,
conservata, risulta come scheletro comune a tutti gli appartenenti della classe , a cui sono
attaccate specifiche catene saccaridiche che rappresentano i determinanti antigenici
specifici. Di queste catene specifiche che si legano alla porzione basale dell’antigene O possono
esisterne di vario tipo sulle stesso batterio, così come più batteri possono presentare la
medesima configurazione polisaccaridica.
-
Antigene K (antigene capsulare): più superficialmente rispetto all’antigene O, è presente
un involucro di polisaccaridi, assumendo la struttura di una capsula (Klebsiella-
Enterobacter-Serratia); esso è chiamato antigene K, tranne nelle salmonelle, dove viene
indicato come antigene Vi perché rappresenta un determinante di virulenza. Questo antigene
rende i batteri inagglutinabili,sia perché l’antigene K nasconde l’antigene O, sia perché
impedisce l’avvicinamento dei batteri, necessario perché la stessa molecola anticorpale
possa legarsi agli antigeni di batteri diversi. Negli Escherichia gli antigeni K comprendono sia
strutture polisaccaridiche che proteiche, presenti nei pili per l’adesione del batterio alle mucose;
nelle Salmonelle l’antigene Vi è presente occasionalmente; Citrobacter, Edwardsiella e Proteus
non possiedono sufficiente antigene K per essere inagglutinabili, mentre i Providencia hanno
antigeni K a notevole variabilità.
-
Antigene H (antigene flagellare): negli enterobatteri mobili è presente una categoria di antigeni
detti H, rappresentati dalle proteine del flagello.

Azione patogena
Diverse manifestazioni morbose umane:
-
Infezioni sistemiche: rappresentati dalle febbri enteriche (tifo e paratifo) in cui
l’interessamento intestinale accompagna o è conseguente a una diffusione sistemica
-
Infezioni intestinali: varie forme di enteriti, causate da batteri dei generi Salmonella, Shigella e
Escherichia; le enteriti fanno parte di sindromi morbose caratterizzate da sintomi diarroici
(anormale e frequente emissione di materiale fecale liquido) e/o dissenterici (processo
infiammatorio della mucosa colica, accompagnata da tenesmo(“Particolare sensazione
avvertibile a livello della vescica o dell’intestino retto in numerose affezioni che colpiscono
questi organi. Il t. è caratterizzato da un senso di pienezza accompagnato al bisogno di defecare o
di urinare (senza che si abbia tuttavia l’emissione di alcun materiale) e da un vivo dolore
quest’ultimo è dovuto a uno stato di contrazione involontaria dello sfintere anale o vescicale “)
-spasmo doloroso dell’ano- dolori addominali ed emissione di muco e sangue con le feci). In base
al meccanismo dell’azione patogena gli enterobatteri si distinguono in invasivi e non invasivi:
o Invasivi: rappresentati da Shigelle, Salmonelle e alcuni Escherichia coli. Inoculano nelle
cellule eucariote proteine batteriche che portano all’inglobamento intracellulare del
batterio e alla sua diffusione alle cellule mucose vicine. Si localizzano nella porzione
distale dell’intestino tenue e nel colon penetrando nella mucosa dove producono
alterazioni istologiche evidenti. Nelle enteriti causate da batteri invasivi, i sintomi sono di
tipo dissenterico per le alterazioni infiammatorie della mucosa con diarrea variabile a
causa dell’aumentata secrezione digiunale che si sovrappone alla diminuita capacità di
assorbimento della porzione distale. Gli enterobatteri invasivi non producono tossine.
o Non invasivi: alcuni stipiti di Escherichia coli che si localizzano nell’intestino tenue
(ileo) ed elaborano enterotossine che stimolano l’attività secretoria della mucosa senza
provocarvi lesioni. I difetti di trasporto sono limitati al tenue e la sintomatologia è di
tipo diarroico, conseguenza del superamento delle capacità di assorbimento del colon.
Gli enterobatteri non invasivi ripetono il modello patogenetico del colera con il
quale hanno in comune il meccanismo d’azione dell’enterotossina.
-
Infezioni a localizzazione extraintestinale: infezioni urinarie sostenute da Escherichia coli,
a cui si aggiungono infezioni opportunistiche come quelle nosocomiali, rappresentate da varie
infezioni respiratorie, infezioni di ferite, infezioni susseguenti a endoscopia strumentale dove
giocano un ruolo fondamentale enterobatteri non enteropatogeni.

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Le infezioni da enterobatteri intestinali o sistemiche sono solitamente infezioni esogene dovute a


ingestione di cibi contaminati. Le infezioni enterobatteriche extraintestinali sono invece endogene
dovute alla diffusione in sedi inadeguate altrimenti innocui commensali o all’invasione delle mucose
respiratorie ad opera di enterobatteri in seguito a immunodeficienza.
-
Escherichia coli -
Il genere Escherichia comprende solo la specie E. coli, ospite normale dell’organismo umano in cui
rappresenta la specie predominante della flora batterica aerobia-anaerobia facoltativa residente
nell’intestino crasso; è usualmente capace di fermentare(“è un processo ossidativo anaerobico svolto
da numerosi organismi a carico di carboidrati (o raramente di amminoacidi) per la produzione di
energia necessaria alla loro sopravvivenza “) il lattoso.
Sierologicamente sono classificabili numerosi sierotipi sulla base degli antigeni O e ogni sierotipo è
ulteriormente suddiviso sulla base degli antigeni K e H.

Clinica e patogenesi
Un primo gruppo di E. coli patogeni è composto dagli uropatogeni, che rappresentano l’agente
eziologico più importante di infezioni endogene delle vie urinarie. Producono solitamente emolisine
e CNF-1, che contribuiscono decisamente al meccanismo patogeno, a cui si aggiungono le adesine che
permettono l’adesività agli epiteli urinari.
Un’altra categoria è rappresentata dagli enteritogeni, che causano gravi enteriti nei bambini a causa di
infezioni esogene dovute a ingestione di alimenti contaminati. Alcuni stipiti invadono la mucosa
intestinale provocandovi lesioni infiammatorie accompagnate da sintomi dissenterici, altri sono
patogeni per la capacità di produrre enterotossine che agiscono sulla mucosa provocando sintomi
diarroici.
A seconda del meccanismo patogeno si riscontrano 5 gruppi di enteritogeni:
-
E. coli enteropatogeni (EPEC): diarrea infantile con molto muco e poco sangue; accompagnata
da vomito, febbre e malessere
-
E. coli enterotossigeni (ETEC): diarrea infantile acquosa con nausea, crampi addominali e
febbre
-
E. coli enteroinvasivi (EIEC): febbre, addominalgie, diarrea muco-sanguinolenta
-
E. coli enteroemorragici (EHEC)
-
E. coli enteroaggreganti (EAEC)
Gli stipiti enteropatogeni ed enteroinvasivi non producono tossine e la loro azione patogena è legata
al danneggiamento diretto o indiretto (fenomeni infiammatori) della mucosa intestinale; nell’azione
patogena degli stipiti enterotossigeni ed enteroemorragici gioca un ruolo essenziale la produzione di
tossine, denominate rispettivamente enterotossine e tossine Shiga-like. Le enterotossine degli
enterotossigeni sono due, distinte in tossina termolabile (LT, simile alla tossina colerica) e tossina
termostabile (ST, meccanismo diverso dalla LT ma effetto finale simile); gli stipiti enteroemorragici
producono a loro volta due tossine con azione simile alla tossina di Shiga(della shigella dissenteriae),
chiamate Shiga-like toxin(dei E. coli) o SLT-1 e SLT-2. I fattori di patogenicità sono codificati spesso da
fattori plasmidici.
Il gruppo formato dagli E. coli enteroaggregativi sono responsabili di manifestazioni diarroiche
persistenti nella prima infanzia, con un meccanismo simile a quello degli ETEC, per la produzione di una
tossina termostabile (EAST) e di una emolisina.

Tossine di E. coli
-
Fattore citotossico necrotizzante (CNF): prodotta dagli stipiti uropatogeni, agisce sulla
proteina Rho, una GTPasi che controlla l’attività di proteine G che intervengono nel signaling del
citoscheletro, impedendogli di idrolizzare il GTP e quindi alterando il riciclo delle subunità
delle proteine G interessate, con comparsa di alterazioni citoscheletriche che portano a
morte la cellula
-
Tossina termolabile (LT): prodotta dagli stipiti enterotossigeni, entra nella cellula grazie al
ganglioside GM1 (lo stesso della tossina colerica)(“ganglioside:Composto chimico, presente
nelle cellule gangliari del sistema nervoso,indispensabili per il trasferimento dei messaggi
chimici e ormonali nell'interno delle cellule la cui attività metabolica è modulata dall'AMP-ciclico

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e dall'attivazione della adenilciclasi.”); tossina A-B, comporta una attivazione della adenilato-
ciclasi per inibizione della sua attività GTPasica intrinseca. L’aumento di [cAMP] porta a
diarrea profusa per aumentata permeabilità della membrana(più ioni espulsi tramite le cripte
intestinali come na+ k+ cl- che si portano dietro H20 e meno riassorbimento dai villi).
-
Tossina termostabile (ST): tipica degli stipiti enterotossigeni, è un peptide che si lega al
recettore della guanilato-ciclasi causando un aumento di [cGMP], con perdita di acqua e ioni
nel lume intestinale
-
Tossine Shiga-like (SLT): ha attività catalitica N-glicosidasica, che le permette di staccare una
adenina del rRNA(la prima della sequenza GAGA posta in cima a un dominio loop del
ribosoma, è in questo punto che si dovrebbe legare EF), impedendo il legame di EF
(elongation factor) e bloccando la sintesi proteica
Infine E. coli è responsabile di un notevole numero di meningiti neonatali; ciò è possibile quando lo
stipite in questione sintetizza l’antigene K1(simile a quello del meningococco), un polimero
dell’acido sialico che costituisce un capsula capace di contrastare sia l’azione del complemento che la
fagocitosi.
-
Shigelle -

Sono separate in quattro gruppi principali, divisi in base a caratteristiche biochimiche e antigeniche:
-
S. dysenteriae (gruppo A)
-
S. flexneri (gruppo B)
-
S. boydii (gruppo C)
-
S. sonnei (gruppo D)
Non possiedono flagelli (immobili); esiste una omologia del genoma del 93% all’interno del ceppo
batterico e con l’Escherichia coli K12. Bacilli Gram-, si diffondono con un circuito interumano oro-
fecale, trovandosi in acqua e cibi contaminati. Per determinare patologia sono sufficienti un numero di
10-100 Shigelle.

Epidemiologia
165 milioni di casi l’anno, di cui il 65% riguarda bambini sotto i 5 anni; la mortalità è di 500.000-
1.000.000 pazienti. La shigellosi può risolversi spontaneamente, tuttavia un grosso rischio è la
sovrapposizione di più infezioni oppure la malnutrizione del soggetto, che causa
immunoinsufficienza.

Patogenesi
La resistenza ai pH bassi(acidi) le consente di resistere nello stomaco per anche 30 minuti, superando la
barriera gastrica, soprattutto quando ingerita con liquidi. Presentano un plasmide di 200 kbp, che
permette di produrre le proteine necessarie all’invasione, le quali possono indurre apoptosi nei
macrofagi.

Ciclo delle Shigelle


Le Shigelle che hanno superato la barriera gastrica vanno a localizzarsi nella mucosa del colon, dove
esercitano la loro azione patogena grazie alla capacità di penetrare l’epitelio mucoso integro per
raggiungere la lamina propria dove si moltiplicano con accumulo di prodotti metabolici e liberazione
di endotossina in seguito alla lisi dei corpi bacillari. L’induzione alla endocitosi del batterio
tramite l’inoculazione di tossine batteriche consente alla Shigella non solo di invadere e superare le
cellule della barriera epiteliale mucosa, ma anche di diffondersi da cellula a cellula, sfuggendo alla
risposta immunitaria. Può inoltre indurre apoptosi nei macrofagi non attivati oppure, dopo fagocitosi,
replicarsi all’interno di essi.
Le shigelle non mostrano tendenza a muoversi dalla localizzazione intestinale nè a dare batteriemia;
nelle forme dissenteriche sostenute dalla Shigella dyssenteriae, che produce la tossina di Shiga, sono
possibili alcune complicanze, come cefalea, stato soporoso(“Stato di ridotta vigilanza e iporeattività
agli stimoli ambientali, intermedio tra la sonnolenza e l’addormentamento.In condizioni patologiche lo
stato soporoso sta a contrassegnare una condizione in cui il soggetto, pur conservando la possibilità di
recuperare un soddisfacente livello di coscienza se stimolato, tende tuttavia a riaddormentarsi se

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lasciato a se stesso), colite emorragica (dovuta alla capacità di invasione della mucosa) e sindrome
uremico-emolitica(“caratterizzata dalla comparsa di tre sintomi tipici: anemia emolitica
microangiopatica, piastrinopenia e insufficienza renale acuta a causa della quale molto spesso è
necessario ricorrere alla dialisi “). Le altre Shigelle non producono tossine e la loro azione è
riconducibile esclusivamente al LPS della parete cellulare, che promuove infiammazione.

Antigeni
Oltre al LPS, la Shigella produce tossine citotossiche, come la Shigella enterotoxin 1 e 2 e la tossina di
Shiga (prodotta principalmente dalla S. dyssenteriae). Questa tossina non funziona in tutte le cellule;
alcuni istotipi la degradano nei lisosomi, altri la assumono, la processano a livello del Golgi e la
preparano per la sua funzione a livello ribosomiale.
Tossina AB5: si lega a un globoside Gb3 di membrana(“globotriaosilceramide o Gb3.
Il legame con questo recettore promuove l'internalizzazione della subunità A nell'enterocita; questa
è in grado di legarsi al frammento di RNA ribosomiale 28s, bloccando la sintesi proteica. La
distruzione degli enterociti, accompagnata da una diminuzione della capacità di assorbimento,
comporta la presenza di una diarrea molto liquida e sanguinolenta.” ), venendo introdotta per
endocitosi recettore mediata. L’endocitosi porta a processazione nell’apparato di Golgi, con il clivaggio
della porzione attiva A1 della sub unità A (la B serve per il legame al Gb3). Il frammento A1 ha attività
catalitica N-glicosidasica che stacca una adenina all’rRNA 28S, la cui depurinazione impedisce il
legame con EF1, necessario per associare l’ammino-acil-tRNA al sito ribosomiale A, da ciò deriva il
blocco della sintesi proteica con morte cellulare perché gli enterociti, che per minimizzare i danni
causati da contaminanti che passano nell’intestino, hanno un ricambio veloce e quindi necessitano di
una sintesi proteica adeguata.

Sintomatologia
L’incubazione (periodo fra contaminazione e presentazione dei sintomi) è di 1-3 giorni; sintomi tipici
sono febbre modica, dolore addominale, diarrea, dissenteria (perdita di sangue e materiale
purulento dovuta alla lesione epiteliale , che favorisce l’invasione da parte di altri batteri) e notevole
perdita di liquidi. Se non adeguatamente rifusa, la disidratazione è notevole; enterorragie (perdite di
sangue dall’ epitelio colico, che causano anemia emorragica) e perforazione (rara, ma favorita in caso di
colon danneggiati da patologie pregresse) possono insorgere come complicanze. Effetti secondari
dell’infezione sono congiuntiviti, iriti (infiammazione dell’iride) e artriti, fenomeni infiammatori
promossi dalla risposta immunitaria e dalla produzione di citochine.
La patologia si risolve solitamente in 5-10 giorni nel 50% dei casi; l’altra metà presenta
cronicizzazione con riacutizzazione nella cronicizzazione, complicanze come emorragie e perforazione
divengono importanti.
Prima dell’insorgenza dei sintomi tipici, nella prima fase della malattia si evidenziano sintomi generici,
dovuti alla produzione di citochine (sintomi prodromici, che precedono i sintomi caratterizzanti della
patologia in esame).

Diagnosi di infezione
La coprocoltura permette un esame colturale tramite terreno di S-S MacConkey(“è un terreno di coltura
solido differenziale selettivo per i batteri Gram negativi. In questo terreno, infatti, sono presenti sia il
cristalvioletto che i sali biliari i quali sono in grado di inibire la crescita dei batteri Gram positivi (ed
anche quella dei Gram negativi più esigenti dal punto di vista nutrizionale).
L'agar MacConkey contiene, inoltre, il lattosio come unica fonte di carboidrati ed il rosso neutro (un
colorante che vira al rosso allorché il pH del mezzo scende al di sotto di 6,8). I batteri che fermentano il
lattosio si presentano sotto forma di colonie con varie sfumature di rosso in quanto producono acidi
misti che fanno scendere il pH. I batteri che non fermentano il lattosio, invece, formano colonie
trasparenti od incolori. A seconda dell'intensità della fermentazione si possono distinguere vari gruppi
di batteri:
 batteri fortemente fermentanti il lattosio che producono colonie rosse con un'area circostante di
precipitazione dei sali biliari (ad esempio Escherichia),

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 batteri fermentanti il lattosio seguendo la via 2,3-butilenglicole producono colonie rosse senza la
precipitazione dei sali biliari (ad esempio Enterobacter, Klebsiella)
 batteri debolmente fermentanti il lattosio che formano colonie che possono apparire, dopo 24
ore, incolore per poi diventare lievemente rosate tra le 24 e le 48 ore (ad esempio Citrobacter,
Providencia, Hafnia e Serratia).
Batteri dei generi Proteus, Edwardsiella, Shigella e Salmonella danno colonie incolori o trasparenti
(anche se raramente può non essere così”).
un ottimo metodo di riconoscimento è la verifica delle caratteristiche biochimiche che ne permettono la
classificazione; le shigelle non fermentano lattosio ma altri zuccheri, inoltre non producono acido
solfidrico come prodotto finale. Un esame veloce delle caratteristiche metaboliche è permesso
dall’enterotubo, una sequenza di diversi substrati sui quali sono insemenzati i batteri e che permette di
controllare in quali terreni di coltura crescono meglio, esprimendo le proprie peculiarità
metaboliche(“es fermentazione di lattosio,sorbitolo,glucosio, decarbossilazione di lisina ecc”).

Profilassi
Per decretare il termine della infezione è necessario eseguire tre coprocolture, una ogni 24 ore; se
risultano tutte negative, è quasi certo il debellamento del batterio.

Trattamento farmacologico
Cefalosporine di II e III generazione, ampicillina e cotrimossazolo sono tutti farmaci efficaci, tuttavia
al trattamento del batterio è necessario associare anche una reidratazione sistematica, orale o
parentelare, per reintegrare i liquidi persi a causa dei deflussi diarroici.
-
Salmonelle -

La classificazione principale delle salmonelle le separa in enteriche e bongorii; mentre le enteriche si


annidano negli animali omeotermi, le bongorii hanno come portatori animali a sangue freddo, oltre
a trovarsi nell’ambiente. Salmonelle patogene per l’uomo sono la Salmonella typhi, la S. paratyphi A, la
S. paratyphi B, la S. paratyphi C e la S. typhimurium. Questi gruppi sono classificabili in base ai
diversi caratteri antigenici somatici O, capsulari (Vi che sarebbe l'antigene K) e flagellari (H).
I serovar (serological variation) adattati all’uomo, dando patologie sistemiche, causano il tifo; i seroval
ubiquitari invece si limitano a condurre delle gastroenteriti (salmonellosi minori).

Patogenesi
All’interno dei macrofagi, le salmonelle attivano il sistema PhoP/PhoQ, che determina l’espressione di
proteine e la modifica del LPS per aumentare la resistenza alla degradazione macrofagica.
Soggetti malati o portatori sani producono feci e urine contaminate dal batterio, che possono a loro
volta intossicare verdura, frutta, latte e sorgenti acquifere. La struttura della salmonella le permette di
resistere al succo gastrico per quasi mezz’ora, soprattutto in caso di ingestione di contaminanti liquidi.
Dopo 12 ore la Salmonella typhi ha raggiunto gli enterociti, ma deve essere in numero di 10 5 per poter
iniziare una infezione. Si replica quindi nella lamina propria dell’epitelio intestinale e nei macrofagi
che la inglobano. Penetrando nei vasi chiliferi, tramite il dotto toracico raggiunge la circolazione
sanguigna, dando batteriemia e diffondendo a fegato, milza, linfonodi e midollo osseo (gli organi più
colpiti sono quelli con molti macrofagi, che fagocitandoli permettono la replicazione intracellulare del
batterio). Nel fegato, la salmonella si replica, dando due effetti: tende a concentrarsi nella bile e le
aumentate popolazioni batteriche si riversano nel sangue dando batteriemia secondaria, causata da
popolazioni di salmonelle che prendono il torrente ematico a periodi regolari; ciò determina diffusione a
livello renale, cutaneo, ecc… Seguendo il percorso della bile, alcune salmonelle tornano nell’intestino,
localizzandosi soprattutto nelle placche di Peyer, dove la risposta immunitaria adattativa, che ha avuto il
tempo di formarsi dalla primitiva contaminazione, attua una risposta violentissima; le salmonelle che
non si rilocalizzano a livello intestinale vengono espulse con le feci, permettendo la diffusione del
contagio. L’infezione delle placche di Peyer può causare ulcerazione, con sangue e pus nelle feci,
oltre ad un aumentato rischio di perforazione intestinale.

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La cronicizzazione della lesione, portando a depositi successivi di connettivo nei tessuti danneggiati,
porta a fibrosi intestinale che, essendo un danno degenerativo, permane anche quando l’organismo
viene bonificato dalla Salmonella typhi.
Nel portatore sano, in cui il sistema immunitario riesce a contenere l’infezione, ma non può averne
ragione, la salmonella si localizza nella colecisti, sopravvivendo e replicandosi; sarà quindi rilevabile
anche nelle feci, rendendo l’individuo in grado di contagio.

Sintomi del tifo (tifo addominale, febbre tifoidea)


L’insorgenza della malattia può essere suddivisa in settimane, che presentano sintomi e stati di infezione
diversi, in concomitanza con l’evolversi dell’evoluzione sistemica del tifo:
-
I settenario: febbre con andamento a dente di sega (curva di Wunderlich, temperatura serale
maggiore di quella mattutina), bradicardia, dolori addominali, nausea, anoressia; si palesano
nella seconda metà della settimana e l’emocoltura risulta positiva, a causa della batteriemia
primaria
-
II settenario: febbre continua, astenia (riduzione della forza muscolare e movimenti lenti),
roseole (esantemi pruriginosi dovuti a immunocomplessi) che si presentano su addome e torso
a causa delle lesioni degli endoteli cutanei dovute alla batteriemia; l’emocoltura è sempre
positiva (batteriemia secondaria), la coprocoltura lo è spesso (salmonella nella bile);
positività al test di Widal (agglutinazione per anticorpi anti-salmonelle tifose) e leucopenia
(riduzione dei macrofagi sia per l’apoptosi indotta dalla salmonella sia per l’infezione del midollo
osseo, che influenza l’emopoiesi)
-
III settenario: la febbre diviene altalenante, aumenta il rischio di perforazione intestinale a
causa del massiccio interessamento delle placche di Peyer; l’emocoltura raramente risulta
positiva, perché le salmonelle si sono localizzate nella cistifellea, rendendo frequentemente
positiva la coprocoltura; il test di Widal rimane positivo e permane la leucopenia
-
IV settenario: lenta risoluzione della sintomatologia; la coprocoltura rimane positiva,
come il test di Widal, mentre l’emocoltura risulta negativa (il batterio non circola più nel
sangue ma rimane della colecisti, dove si concentra)

Lesioni anatomo-patologiche
La Salmonella typhi si localizza nell’ultima parte dell’ileo, a volte raggiunge anche il colon. La risposta
infiammatoria violenta dovuta alle salmonelle nella bile causa iperplasia delle placche di Peyer, con
lesione cutanea, necrosi e formazione dell’escara (crosta coagulata). L’ulcerazione della parete
intestinale può essere chiusa dall’escara e cicatrizzare oppure, se la crosta si distacca prima della
completa chiusura della ferita, si rischia il peggioramento ulceroso, con conseguente perforazione della
parete intestinale, con conseguente peritonite (passaggio di batteri nella cavità peritoneale e
interessamento del peritoneo). La cicatrizzazione porta a sostituzione delle placche linfatiche con
tessuto fibroso.

Diagnosi di infezione
-
Terreno colturale: sviluppare una coprocoltura nel terreno agar S-S(salmonella-shigella:L'agar
Salmonella-Shigella (SS) è un terreno di coltura altamente selettivo, utilizzato in batteriologia,
per l'isolamento selettivo di Shigelle e Salmonelle da campioni ambientali e patologici, anche
abbondantemente contaminati. È in grado, infatti, d'inibire la crescita della maggior parte dei
batteri coliformi nonché di molti altri batteri Gram positivi e Gram negativi a causa dell'elevata
concentrazione di sali biliari e di citrato di sodio.
L’agar SS contiene lattosio come unica fonte di carboidrati e, come colorante, il rosso neutro.
Quest’ultimo è un colorante che vira al rosso quando il pH della soluzione scende al di sotto di
6.8. Ciò fa sì che le colonie fermentanti il lattosio appaiano, nella piastra di coltura, colorate di
rosso.
Come fonte di zolfo, è presente il tiosolfato di sodio. Ciò permette l’evidenziazione di batteri
producenti acido solfidrico (H2S) in quanto tale composto reagisce con il citrato ferrico
producendo un composto nerastro (solfuro ferroso).
L’agar SS risulta essere particolarmente valido nell’isolamento delle Salmonelle in quanto, com’è
noto, esse crescono assai bene in presenza di sali biliari, ed in effetti si possono isolare dalla

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cistifellea di soggetti portatori. Esistono, al contrario, alcuni ceppi di Shigelle particolarmente


esigenti che possono essere completamente inibiti o crescere male in tale terreno. Per tale
motivo, è da prestare attenzione qualora si decida d’utilizzare tale terreno nella routine
giornaliera.
Tipicamente le Salmonelle sono batteri non fermentanti il lattosio per cui, su tale terreno
danno colonie incolori. È da prestare attenzione, comunque, al fatto che vi sono rari ceppi di
Salmonella che possono essere lattosio fermentanti e, per tale motivo, possono generare colonie
simili a quelle generate da Escherichia coli.
Le salmonelle, inoltre, sono produttrici di H2S per cui le colonie generantesi su agar SS
presentano il centro di colore nerastro.
Le shigelle in grado di crescere su agar SS danno origine a colonie incolori poichè non
producono H2S, pertanto prive d’un centro nerastro.
È anche possibile la crescita d’alcuni ceppi mobili di Proteus i quali, però, non sono in grado di
sciamare. ), nei terreni al solfito di bismuto o in terreni al verde brillante; campioni di sangue
permettono di realizzare emocolture.
-
Ricerca di anticorpi:(unico caso degli enterobatteri in cui usare questo tipo di ricerca in
quanto solitamente(es e.coli o shigelle) hanno un breve periodo di incubazione seguito da
breve affezione; al contrario, nel caso di tifo e paratifo, il lungo periodo di incubazione(7-
14 gg) permette di avere un buon livello di Ig già nei primi giorni di picco febbrile.
-
Reazione di Widal (agglutinazione): consiste nella agglutinazione di Salmonelle tramite
anticorpi anti-salmonella; viene eseguito aggiungendo anticorpi antisalmonella a dosi
sieriche(del paziente) in quantità scalare, raggiungendo diluizioni di 1:50; se a questo livello
permane l’effetto di agglutinazione, significa che la quantità di salmonelle nel siero è tale da
giustificare una infezione in atto. Il grado del titolo può essere un indicatore della gravità
dell’infezione (se permane la reazione anche a 1:2000 significa che questa è altamente diffusa)

Sensibilità ai farmaci
Nonostante il cloramfenicolo si dimostri efficace, le sue controindicazioni (in caso di sovraddosaggio
induce lesioni al midollo osseo, danneggiando i percorsi emopoietici di piastrine, emazie e linfociti
CD4+) lo rendono più adeguato per utilizzo oculare; ampicillina e cefalosporine, invece, possono
essere armi efficaci contro questo patogeno.

Vaccini
Vengono imposti a diversi gruppi di lavoratori (ospedalieri, impiegati nella catena di preparazione
alimentare, ristoranti, ecc…); i vaccini antitifici consistono in sospensione di batteri del ceppo Ty-2 della
Salmonella typhi 1)uccisi con acetone, assumibili per via orale (poco efficace)(sono vivi attenuati), 2)in
polisaccaridi capsulari Vi inoculati per via intramuscolare e 3)in preparati con batteri vivi
attenuati dello stipite Ty-21 sempre di S. typhi, somministrabile per via orale. Il vantaggio della
somministrazione per via orale è che in questo modo l’antigene viene esposto, oltre che nel sangue dopo
l’assunzione a livello enterico, anche all’epitelio intestinale, favorendo la produzione di IgA,
fondamentali per la protezione delle mucose verso questo patogeno.
Batteri Ty-21: attenuati, vengono inoculati in numero di 10 9 per dare una reazione immunitaria
sufficiente; il vantaggio di questo ceppo batterico ingegnerizzato è che sono deficitari della
UDPgalattoso-epimerasi, con assenza della sua funzione chinasica e transferasica. Ciò porta a sintesi
inadeguata di LPS e accumulo di galattoso-1-fosfato e UDP-galattoso nel citoplasma, condizioni che
portano alla morte del batterio. Finché questi nitrobatteri si trovano nei terreni di coltura, gli viene
fornito questo enzima, non più reperibile una volta assunti da un paziente. Di conseguenza
l’enterobatterio è condannato alla lisi, impedendone la replicazione, non senza aver prima stimolato una
risposta immunitaria efficace tramite i propri antigeni.

Ciclo di infezione delle salmonelle minori


Dopo un periodo di incubazione di 16-24 ore si sviluppa una tipica enterite, con febbre, diarrea,
nausea e dolore addominale, tendenzialmente risolvibile in 3 giorni.

Batteri food poisoning

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Le incubazioni più corte sono dello Stafilococco aureus e del Bacillus cereus (1-6 ore); Clostridium
perfrigens e Bacillus cereus (in base al tipo di tossina prodotta) sviluppano patologia in 8-16 ore, mentre
gli altri patogeni che danno enteriti necessitano di oltre 16 ore per causare i sintomi; di conseguenza
dalla natura del batterio si può risalire a quanto tempo prima è avvenuto il contatto intossicante e
quindi dedurre tempo e luogo dove si è stati infettati.

 VIBRIONI
Sono bacilli Gram-, con una curvatura lungo l’asse maggiore, assumendo la forma di una virgola; lunghi
2-4 micron, sono non capsulati e dotati di un flagello (mobili), ma non possono formare spore.
Sono aerobi-anaerobi facoltativi e il loro metabolismo gli consente di fermentare alcuni zuccheri con
produzione di acidi (non di gas) e di sintetizzare indolo(“A temperatura ambiente si presenta come
un solido incolore dall'odore caratteristico. È un composto nocivo.L'indolo è un sottoprodotto della
digestione del triptofano, uno degli amminoacidi essenziali, ed è uno dei composti che conferisce alle
feci il caratteristico odore (insieme allo scatolo e altre sostanze)“). Positivi sia alla catalasi che alla
ossidasi, preferiscono terreni a pH alcalino.Per la maggior parte sono saprofiti del suolo o
commensali apatogeni di animali, mentre il Vibrio cholerae risulta patogeno per l’uomo tramite
contaminazione oro-fecale; altri vibrioni possono occasionalmente essere morbosi: il Vibrio
parahaemolyticus può causare diarrea in seguito ad ingestione di molluschi crudi , mentre il Vibrio
vulnificus e alginolyticus possono infettare ferite di pazienti immunodepressi.
-
Vibrio cholerae -
Più importante vibrione patogeno umano, infetta tramite il circuito oro-fecale, basato su cibi e liquidi
contaminati da feci di malati. Fuori dall’organismo può resistere 3 settimane in acque contaminate e
per 1 mese in cibi intossicati (latte, cozze dette anche mitili, ecc…), mentre negli escrementi dura dai 2
ai 7 giorni in base alla temperatura ambientale (la sopravvivenza all’esterno cala all’aumentare della T°).
Perché un individuo contragga la patologia occorre che assuma 109 batteri, numero che cala in caso di
acloremia (ridotta secrezione di HCl), siccome la barriera gastrica è un importante impedimento per
questo vibrione.

Classificazione del Vibrio cholerae


Il genere Vibrio, scoperto da Kock, si divide nel gruppo cholerae e in un gruppo che raccoglie tutti gli altri
genere di vibrioni (V. parahaemolyticus, vulnificus e alginolitycus).
Il Vibrio cholerae è poi diviso in sierogruppi in base all’antigenicità dell’antigene O; infatti tutti gli stipiti
producono enterotossina, ma le manifestazioni epidemiche sono appannaggio solo di due siero
gruppi, quelli contrassegnati come O1 e O139. Il sierogruppo O1 a sua volta è stato diviso in tre tipi
sierologici grazie ad alcuni antigeni proteici, che lo classifica nei sierotipi “Inaba”, “Ogawa” e
“Hikojima”. In base ai caratteri biologici, il sierotipo O1 può anche essere rubricato in biotipo
“classico” e in biotipo “El Tor” (varianti biotipiche dello stesso siero gruppo O1). Il sierogruppo O139
invece non è correlato antigenicamente al sierogruppo O1 ed è stato classificato separatamente.
Biotipo classico: emolisina -, emoagglutinazione -, sensibilità a fago IV, sensibilità a polimixina
Biotipo El Tor: emolisina +, emoagglutinazione +, sensibilità al fago V, insensibile a polimixina

Meccanismo dell’azione patogena


I vibrioni, superato lo stomaco, raggiungono l’intestino tenue, dove si moltiplicano sulla superficie della
mucosa, aderendo agli enterociti senza penetrarvi. I vibrioni colerigenici eliminano nell’ambiente
alcuni enzimi come ZOT e ACE (zona occludens toxin e accessory cholera enterotoxin - distruggono
le giunzioni tra le cellule intestinali aumentando la superficie mucosale predisposta alla perdita di
liquidi permettendo di raggiungere i nuovi enterociti, staccandosi dai vecchi che vengono rilasciati nel
lume enterico) e la proteina toxin coregulated pili (regolata assieme alla produzione di pili, vi si
localizza per aumentare l’adesività alla mucosa); i biotipi El Tor rilasciano anche una emolisina, non
secreta dal ceppo O1. La patogenesi è però esclusivamente riconducibile alla tossina colerica, una
enterotossina con attività ADP-ribosilante.
Il Vibrio cholerae non è invasivo, infatti non si rintraccia mai nel sangue, ma rimane sempre localizzato
a livello intestinale, sulle superfici mucose a produrre le proprie componenti tossiche.

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Tossina colerica
Le tossine, che presentano una struttura multimerica, possiedono 5 domini B, che hanno il compito di
interagire con il ganglioside GM1 delle cellule enteriche, e da un dominio A, che si scompone nelle
unità A1 e A2, unite da ponti disolfuro.
Il contatto con GM1 permette la endocitosi recettore-mediata della componente A della tossina, che
scindendosi nei componenti A2 e A1 attiva quest’ultima, che è l’unità ADP-ribosilante. Il suo substrato
è la subunità α di una proteina G che promuove l’enzima adenilato-ciclasi, aumentando la
concentrazione di cAMP. Fisiologicamente, l’unità α si attiva quando un GTP sostituisce il GDP nel sito
attivatore, per poi autodisinserirsi tramite attività GTPasica intrinseca; l’ADP-ribosilazione non
consente questo, mantenendo la subunità α perennemente attivata e causando iperattivazione della
adenilato ciclasi, con conseguente aumento del cAMP intracellulare. Il cAMP negli enterociti disregola
il controllo dei canali ionici, aumentando la perdita di elettroliti verso il lume, seguiti da notevole
quantità d’acqua che, superando le possibilità di riassorbimento del colon, causano diarrea profusa.

Manifestazioni cliniche del colera


Contamina per circuito oro-fecale, essendo presente nelle feci di pazienti fino a un mese dopo la
guarigione clinica; l’incubazione si aggira sui 2-3 giorni e i sintomi principali sono diarrea profusa
con perdita di acqua ed elettroliti (che aumenta il grado di diluizione con il peggiorare dell’infezione,
fino a 10 litri di acqua persi al giorno), una modica febbre e dolori addominali. La causa principale di
morte è da ricercare proprio nella disidratazione massiccia, che induce acidosi, emoconcentrazione,
squilibrio elettrolitico, con successivo shock emodinamico e morte nel giro di pochi giorni.

Diagnosi di infezione
-
Ricerca colturale: il materiale deve essere incubato per 10-18 ore in una soluzione di
peptone(“Prodotto della demolizione naturale di sostanze proteiche, usato per preparare brodi
di colture o come alimento facilmente digeribile da aggiungere a latte o brodo” ) e pH alcalino,
per poi coltivarlo su piastre di agar (terreno di Monsur) composte da taurocolato sodico
(inibisce Gram+), bicarbonato e tellurito di potassio (inibisce Gram-), per eliminare gli altri
ceppi batterici presenti nelle feci. Si prosegue poi con analisi microscopica (forma a virgola) e
biochimica (catalasi +, ossidasi+, produzione di indolo, riduzione di nitrati, fermentazione di
mannite e saccaroso con produzione di acidi). Infine l’analisi con sieri specifici permette di
identificare il sierotipo, fondamentale per approntare una linea terapeutica
-
Analisi differenziale dei biotipi: l’analisi permette di rilevare il biotipo e il sierotipo del
vibrione, per motivi farmacologici (ceppi diversi rispondono a farmaci diversi) e di statistica
epidemiologica (per monitorare l’andamento dei vari sierotipi nelle diverse zone geografiche)
-
Test di agglutinazione su vetrino con anticorpi anti-antigene O1:
Reazioni sierologiche non permettono diagnosi di colera, perché il periodo di incubazione è breve e
l’infezione si localizza sulle mucose senza diffondere, quindi il sistema immunitario reagisce in minima
parte, solo con la componente IgA.

Sensibilità a farmaci e chemioterapici


Tetracicline, sulfamidici, streptomicina e cloramfenicolo (ultima risorsa, a causa della
mielotossicità) sono efficaci come trattamento farmacologico, a cui è necessario associare una adeguata
reidratazione con soluzioni di acqua, elettroliti e glucosio, per equilibrare gli effetti lesivi dei sintomi
che derivano principalmente dalla perdita massiccia di liquidi.

Metodi di immunizzazione
Vaccini con sierotipi Inaba e Ogawa, in entrambi i biotipi (classico e El Tor), uccisi e somministrati per
via sottocutanea hanno una protezione inferiore al 50%, della durata di 6 mesi; la scarsa efficacia la
rende una soluzione poco utilizzata.
Migliori sono vaccini che contengono sempre sierotipi Inaba e Ogawa uccisi, di entrambi i biotipi, ma
a cui è stata aggiunta la sub unità B della tossina: assunta per via orale, produce immunità nell’80%
dei casi, con durata fino a 2 anni e possibilità di rinverdire tramite successive somministrazioni. La
reazione immunitaria viene quindi indirizzata alla subunità che consente l’invasione cellulare alla

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tossina, in maniera da evitare l’effetto lesivo impedendone l’ingresso nelle cellule enteriche; la via orale
permette di sviluppare l’idiotipo IgA, immunoglobuline secrete per la protezione delle mucose.

 ELICOBACTER
Patogeno specifico della specie umana (pylori) capace di colonizzare cronicamente mucosa gastrica
e duodenale, correlato all’insorgenza di gastrite antrale(fondo dello stomaco è la parte più in alto,
al di sotto si trova il corpo, mentre l'antro è a contatto con la valvola pilorica), seguita da ulcera
gastrica e duodenale e, in una percentuale significativa di casi, da adenocarcinoma gastrico o
linfoma dei tessuti linfoidi della mucosa gastrica.
Altri ceppi, non patogeni per l’uomo o scarsamente importanti dal punto di vista clinico (proctite:
l'infiammazione del retto ), sono rilevabili nello stomaco di animali, nelle acque infettate o nel contenuto
dell’intestino retto.
-
Helicobacter pylori -
Bacillo di 2 micron, Gram-, aerobio-anaerobio facoltativo, positivo per ossidasi, catalasi e
(prerogativa di questo bacillo) ureasi, è flagellato (5-6 flagelli) e asporigeno. L’habitat di questo
patogeno è la mucosa gastrica umana; se non trattata, l’infezione cronicizza, risolvendosi
spontaneamente in meno dell’1% dei soggetti colpiti.

Meccanismo dell’azione patogena


Il LPS è scarsamente pirogeno (poco antigenico) a causa della composizione del lipide A, mentre la
porzione glucidica ha sequenze omologhe agli antigeni self Lewis X e Lewis Y, distribuiti sulla
mucosa gastrica; ciò induce una risposta anticorpale autoimmune che contribuisce al danno
tissutale.
Nel primo stadio dell’infezione la produzione di ureasi, la motilità batterica e alcune tipologie di
adesine presenti sulla superficie batterica permettono la colonizzazione della mucosa gastrica;
l’Helicobacter pylori si difende dalla acidità gastrica grazie appunto all’ureasi che, idrolizzando l’urea
(NH2-CO- NH2) presente nello stomaco, produce ammonio (2NH3+) e bicarbonato (HCO3-), che espulsi
all’esterno neutralizzano il pH. Il batterio può quindi penetrare nello strato di muco protettivo che
ricopre la mucosa e di aderire alla membrana delle cellule attraverso le adesine batteriche,
raggiungendo un ambiente più protetto rispetto alla forma libera nel succo gastrico.
Tossina vacuolizzante (VacA): proteina internalizzata dalle cellule mucose gastriche che produce pori
capaci che causano un anormale flusso anionico, sbilanciando osmoticamente vari compartimenti a
contenuto acido, portando alla vacuolizzazione del citoplasma; inoltre provoca la morte dell’epitelio
gastrico inducendo l’apoptosi. Il danno epiteliale favorisce l’Helicobacter nella colonizzazione dello
strato sottoepiteliale. Come ulteriore effetto si lega ai linfociti T, inibendone l’attivazione in risposta a
stimoli antigenici.
Tossina citotossica (CagA): inibisce la tirosin-fosfochinasi SHP-2, un enzima del signalling la cui
alterazione genera segnali proapototici; attiva anche NF-κB (fattore di trascrizione che risponde a
danni cellulari) e Fas, tipici promotori pro-apoptotici, ma al contempo stimola anche promotori anti-
apoptotici, promuovendo quindi la proliferazione delle cellule per chiudere la lesione della
mucosa; questa interferenza nel signalling cellulare ha importanza nella eventuale evoluzione ad
adenocarcinoma gastrico dell’ulcera. Associato al gene cagA si riscontra una isola di patogenicità
(sequenza di DNA che contiene geni per prodotti che influenzano l’attività lesiva del patogeno), che
codifica per un sistema di secrezione della tossina vacuolante, che altrimenti non verrebbe espulsa dal
citoplasma batterico, rendendolo inoffensivo.
In base alla presenza o meno di questi geni (vacA e cagA) è possibile dividere gli Helicobacter in due
classi, quelli di tipo I, che li hanno entrambi e sono i più patogeni, e quelli di tipo II, che non avendone
nessuno risultano innocui.
(“VacA provoca la fusione fra endosomi e lisosomi a livello delle cellule epiteliali gastriche. CagA è
invece una proteina che stimola la secrezione di IL-8 da parte delle cellule della mucosa gastrica;
l'interleuchina 8 è un importante fattore chemotattico in grado di convogliare granulociti, linfociti e
monociti, e come tale ricopre un ruolo di primo piano nell'induzione del processo infiammatorio “)

Patogenesi dell’ulcera peptica da Helicobacter

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L’adesione alla parete gastrica è il primo passo che porta alla sintomatologia; il batterio comincia a
secernere tossina vacuolizzante e induce le cellule gastriche a secernere IL-8 (fattore chemiotattico),
per promuovere una reazione infiammatoria. La produzione di catalasi(da H202 a 02 + H20) e
superossido-dismutasi(da ossigeno singoletto detto anche radicale o anione superossido a H202)
permette al microrganismo di resistere al killing cellulare quando viene fagocitato, mentre la tossina
vacuolante colpisce i fagociti. I fenomeni lesivi della mucosa portano a un alterata secrezione gastrica
che si traduce in un aumento di gastrina ed acido cloridrico prodotti. L’aumentata acidità può indurre
la metaplasia (cambiamento reversibile dell’architettura tissutale) delle cellule della mucosa
duodenale, che per resistere alla aumentata acidità si converte in epitelio gastrico, consentendo
l’impianto del batterio migrato dalla cavità gastrica.
La cronicizzazione dell’infezione e l’impossibilità dell’organismo di distruggere i batteri portano alla
perdita di porzioni di mucosa, con impossibilità di eventi riparativi adeguati e formazione della lesione
ulcerosa, sia gastrica (gastrite  ulcera gastrica) che duodenale (duodenite  ulcera duodenale).
A queste lesioni, a causa dei fattori proliferanti prodotti dall’Helicobacter pylori e della massiccia
infiammazione, può seguire un carcinoma gastrico o un linfoma del MALT della parete dello
stomaco.
Ulcera: la struttura della mucosa gastrica prevede mucosa, sottomucosa e muscularis mucosae; se si
danneggia l’epitelio mucoso si ha erosione, lesione perfettamente recuperabile dalla
rigenerazione delle cellule epiteliali. Se invece viene lesa tutta la mucosa fino allo strato sottomucoso,
la rigenerazione è impossibile a causa del danneggiamento del connettivo e l’unica soluzione è una
riparazione con tessuto fibroso (collagene), con formazione di una cicatrice (perdita funzionale);
inoltre la lesione ulcerosa causa perdita di sangue, mentre la cicatrizzazione è resa difficile dal pH basso
dell’ambiente. Stress, alcol, diete squilibrate con troppe spezie, sigarette, l’aspirina, sono tutti
fattori che possono favorire e mantenere l’ulcera gastrica.
Tumore gastrico: il carcinoma gastrico è favorito nell’insorgenza sia dalla produzione di fattori
proliferativi dell’Helicobacter, sia dalla infiammazione cronica . È aggravato in base a quanto
penetra nella mucosa gastrica: solitamente ai bordi delle ulcere esiste sempre un po’ di tessuto
iperproliferativo, che però si localizza a livello mucoso superficiale, senza dare fenomenologie gravi,
mentre se la massa neoplasica si infiltra fino alla muscularis mucosae diviene una complicanza
estremamente severa.

Diagnosi di infezione
-
Test del respiro: si somministra al soggetto urea che contiene carbonio 14 (C14) per os; se il
batterio è presente nello stomaco si troverà ureasi, che la scinderà in CO 2 e NH3. La CO2 verrà
assorbita nel sangue e arriverà nei polmoni, per poi essere espulsa in espirazione. In caso
contrario, l’urea passerà indenne lo stomaco, sarà assorbita nell’intestino e verrà secreta dal
rene con le urine. Dopo mezz’ora dall’assunzione si esegue un test sul respiro del paziente, se è
positivo al carbonio marcato, la diagnosi d’infezione è positiva
-
Ricerca anticorpi mediante ELISA e Western Blot: la ricerca mediante ELISA indica solo
positività al genere Helicobacter, anche ceppi non patogeni, contro cui il soggetto ha anticorpi nel
siero. Il metodo Western Blot invece ricerca nello specifico antigeni unicamente del ceppo
batterico patogeno
-
Esame microscopico mucosa:
-
Isolamento colturale: campioni prelevati dalla mucosa gastrica vengono insemenzati su
terreno di Skirrow (vancomicina, polimixina B e trimetropina per eliminare gli altri batteri che
colonizzano la mucosa gastrica in maniera apatogena); su questa colonia viene poi eseguito il
test dell’ureasi, indicatore univoco dell’Helicobacter pylori
-
Sequenziamento genomico con PCR:

Trattamento
Penicilline e tetracicline possono eradicare l’infezione, ma devono essere coadiuvati da inibitori
della pompa protonica, come i sali di bismuto, per diminuire l’eccessiva acidità che peggiora la
situazione ulcerosa e impedisce la cicatrizzazione.

Vaccinazione

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Attualmente non esistono vaccini per la prevenzione dell’infezione da Helicobacter pylori.

 YERSINIE
Il genere Yersinia presenta tre specie di interesse medico, la Y. pestis, la Y. pseudotubercolosis e la Y.
enterocolitica. Batteri patogeni per varie specie animali, possono occasionalmente trasmettersi
all’uomo per zoonosi.
Cocco-bacillo (bacillo che può presentarsi anche in forme cocciche), Gram- e capsulato, risulta
ossidasi e ureasi negativo, mentre si colora secondo la colorazione bipolare (le estremità si
colorano più intensamente del centro); aerobio-anaerobio facoltativo, è asporigeno.
-
Yersinia pestis -
Deriva dalla Yersinia pseudotubercolosis, della quale risulta profondamente più aggressiva e virulenta.
Ratti:topo di Campagna(mus musculus, rattus rattus, rattus norvegicus quest'ultimo(denominato
comunemente pantegana) è apparso nella seconda metà del 700' divorandosi il rattus rattus e
eliminando buona parte delle infezioni di peste così(pulce è più affine al rattus rattus).
Epidemiologia
Esistono tre grandi biotipi di Yersinia pestis, con diversa localizzazione geografica e responsabili delle
tre grandi pandemie di peste della storia: l’Antiqua è localizzata in Africa, Asia e Russia e diede luogo
alla pandemia dell’era Giustiniana (540-590 d.c.), il biotipo Medievalis, attualmente riscontrabile nel
Mar Caspio(mongoli attaccano villaggio di genovesi e dopo aver vinto muoiono di peste), ha
imperversato come Peste Nera fra 1346-1361 e il biotipo Orientalis, colpevole della peste di Londra
(1665-1670), è endemico in Asia e America.
Nel mondo se ne contano circa 40.000 casi (dichiarati) con mortalità attorno all’8%.
La diffusione della peste può avvenire sia per zoonosi che per via aerogena uomo-uomo; nel primo
caso la pulce vettore infetto (Xenopsilla cheopis detta anche pulce del ratto orientale,preferisce la
specie rattus) parassita il roditore, che si contagia, fungendo da reservoir. Quando una pulce sana si
nutre del sangue del roditore infetto, si contagia a sua volta; questo è il ciclo naturale della Yersinia
pestis. Se però la pulce o il roditore mordono l’uomo lo infettano, trasmettendogli la yersinia nel sangue.
Se nell’uomo il batterio riesce a raggiungere la localizzazione polmonare prima di avere ucciso l’ospite,
questo funge da elemento di contagio, potendo trasmettere ai sui simili la yersinia tramite le goccioline
di saliva contaminate. Il topo tipico reservoir della peste in Europa era il topo nero (Rattus rattus), ormai
scomparso, inducendo anche il declino di questa malattia, di cui si contano pochi casi, solitamente
viaggiatori.

Attività antigenica
La Yersinia pestis utilizza diversi antigeni per espletare l’azione patogena: tipici sono la Frazione 1, gli
antigeni V e W, l’LPS (tipico dei Gram-) e i fattori proteici Yops, Ysc e attivatore del plasminogeno. La
tossina murina (Ymt), importante per la patogenicità nel topo, nell’uomo non ha effetto.
La produzione dei fattori patogenetici è a carico di tre plasmidi: pYV (pCD1), pFra (pMT1) e pPst
(pPCP1).
-
Plasmide pYV:
o Antigene V (LcrV): sulla membrana regola l’organizzazione delle Yop e la loro
secrezione, mentre, nella sua forma solubile, viene secreto determinando inibizione
della risposta fagocitaria riducendo anche la secrezione di citochine (IFN, TNF- α)
o Yop: esistono Yop traslocator che si occupano di realizzare pori nella membrana della
cellula eucariota, tramite i quali gli Yop effector possono raggiungere il citoplasma e
danneggiare l’actina citoscheletrica, inducendo apoptosi
o Ysc protein: sistema secretorio di tipo III
-
Plasmide pFra:
o Frazione 1: componente della capsula che svolge azione antifagocitaria; ha alto
potere immunogeno, tanto che i primi anticorpi prodotti dall’organismo sono
indirizzati verso questo componente
o Tossina murina (Ymt): fosfolipasi attiva nel vettore e nel topo, nei quali risulta letale, è
invece ininfluente nell’uomo

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-
Plasmide pPst:
o Attivatore del plasminogeno: questo enzima ha una doppia attività; sotto i 25°C ha
attività coagulasica, a 37°C assume una funzione fibrinolitica, forse con significato di
scindere i coaguli di fibrina per facilitare l’invasione del batterio
L’antigene W, una lipoproteina batterica superficiale, considerato un fattore che favorisce la diffusione
dell’infezione, non sembra avere alcun ruolo chiave nell’insorgenza della malattia. L’LPS media i classici
sintomi da endotossina stimolando la risposta immunitaria.

Meccanismo patogenetico
Durante il pasto ematico, la pulce inocula il batterio nel torrente sanguigno dell’ospite. Le Xenopsilla
cheopis divengono particolarmente aggressive perché l’attivatore del plasminogeno, a 25°C (T° corporea
della pulce) ha attività procoagulativa, con coaguli all’interno dell’intestino del vettore che
impediscono il corretto assorbimento del sangue; ciò comporta una continua fame della pulce,
che dopo aver punto diversi ospiti, spandendo il contagio, muore di fame.
Nella pulce la Yersinia pestis non presenta i tipici caratteri virulenti, essendo sprovvista della capsula,
della Frazione 1, e degli antigeni V e W.
Una volta trasmessa all’uomo, l’escursione termica a 37°C porta all’esposizione dei caratteri antigenici
responsabili degli effetti patogeni. Entrata nell’organismo, il batterio viene subito fagocitato da
granulociti, che la digeriscono, e da monociti (macrofagi non attivati) che invece non riescono ad
ucciderla, a causa del fenomeno di resistenza al killing cellulare; fungono però da sede per la
replicazione intracellulare della yersinia, che, protetta all’interno del fagocita, effettua un
rimaneggiamento degli antigeni superficiali esprimendo Frazione 1 e antigeni V e W,
metamorfosi che la rende resistente anche ai granulociti.
La diffusione avviene quindi per via linfatica grazie ai monociti, per raggiungere i linfonodi regionali
dove avvengono fenomeni infiammatori intensi (linfadenite acuta), con gonfiore (bubboni) e
colliquazione purulenta; la localizzazione è negli organi a funzione linfatica o con alta presenza di
macrofagi, come il midollo osseo, il fegato, la milza e i linfonodi . Dai linfonodi la diffusione nel
circolo ematico permette di raggiungere anche i polmoni e talvolta le meningi , con lesioni
parenchimatose necrotico-emorragiche. La colonizzazione del polmone è una complicanza non
solo per gli effetti sull’individuo, che mostrerà difficoltà respiratorie simile a quelle dello pneumococco
(a diffusione più veloce), ma anche per la popolazione umana limitrofa, siccome il malato potrà fungere
da focolaio di infezione diffondendo la yersinia per via aerogena; la trasmissione uomo-uomo aumenta
la mortalità, perché in questo caso il batterio invasore, quando giunge nel nuovo ospite, risulta già
attivato con funzione immunodepressiva e antifagocitaria.

Sintomatologia
L’incubazione è di 2-6 giorni e solitamente minore è il tempo di incubazione, peggiore sarà l’esito della
malattia. I sintomi principali sono febbre alta (40°), cefalea, atralgia (infiammazione di una
articolazione e del tessuto circostante), mialgia (dolore muscolare), formazione di bubboni (dovuti alla
tumefazione linfatica con necrosi emorragica dovuta alla linfadenite acuta) e leucocitosi neutrofila
(aumento dei globuli bianchi nel sangue). Il morso della pulce, zona di inoculo, si ulcererà.
Successivamente alla disseminazione negli organi, presenta sintomatologia d’organo, con coagulazione
intravasale disseminata (CID), ipotensione, insufficienza renale e cardiovascolare , localizzazione
polmonare e shock. Il danneggiamento degli endoteli dovuti all’attività della yersinia comporterà il CID
con annerimento delle estremità come naso e dita (i microcircoli assumeranno colorazione scura a
causa della coagulazione diffusa). L’aggressività polmonare è simile a quella pneumococcica, ma a
diffusione più veloce.

Diagnosi di infezione
-
Isolamento colturale: il campione può essere ago aspirato dai bubboni, un reperto ematico o
tracce di espettorato, la colonia isolata verrà poi esaminata al microscopio dopo colorazione
Giemsa(“La colorazione di Giemsa si basa sulla differenziazione dei costituenti cellulari che
hanno reazione basica, i quali fissano l'eosina (acida) colorandosi in rosso-arancio. Gli altri
componenti cellulari aventi reazione acida si colorano in blu, con i prodotti di ossidazione del blu

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di metilene azzurri (basici). La colorazione di Giemsa è un sistema che viene utilizzato anche in
parassitologia al fine di individuare parassiti “), che evidenzierà la tipica colorazione bipolare
-
Immunofluorescenza e profili biochimici: utilizzo di Ig anti-Frazione 1 oppure verifica
biochimica per ossidasi e ureasi, entrambe negative
-
Ricerca sierologica: efficace dopo almeno una settimana dall’instaurarsi della patologia
(necessario il tempo per la sintesi degli idonei Ig da parte dei linfociti B), tramite
emoagglutinazione (aggiunta di Y. Pestis uccise al calore al siero del paziente; se queste
agglutinano, significa che sono state legate dagli anticorpi specifici) o metodo ELISA
-
Ricerca di antigeni tramite PCR: ricerca di sequenze geniche tipiche del genere Yersinia pestis

Trattamento farmacologico
Sensibile a numerosi antibatterici, la terapia deve essere applicata il prima possibile, con tetracicline,
streptomicina(aminoglicoside), chinoloni o cloramfenicolo (sempre come ultima spiaggia).

Profilassi
Un vaccino, costituito di batteri uccisi in formaldeide e addizionati con fenolo e utilizzato per impieghi
mirati ma non per uso diffuso. Un vaccino sperimentale, allestito mediante proteine Frazione1 e LcrV,
sta dando risultati promettenti. Il trattamento con siero immune ad elevato contenuto di Ig anti-
Frazione1 è ormai desueto.
-
Yersinia pseudotubercolosis(adenite mesenterica e appendicite) e Yersinia
enterocolitica(come pseudotubercolosis ma anche enteriti) (uso di streptomicina) -
Queste due specie sono mobili per flagelli presenti soltanto nelle colture sotto i 30°C, scomparendo
oltre questa soglia.
-
Yersinia pseudotubercolosis: agente eziologico di infezioni con lesioni granulomatose
ascessuali diffuso in varie specie animali. Presenta attività ureasica, ma presenta antigeni V e
W identici a quelli della specie Yersinia pestis. Occasionalmente trasmissibile all’uomo, può
causare infezioni setticemiche generalizzate in soggetti immunodepressi oppure,
nell’individuo immunocompetente, un’adenite mesenterica (infiammazione acuta dei
linfonodi mesenterici), che porta ad appendicite, seguita da eritema nodoso (eruzione di
nodosità dermo-ipodermiche dolenti a livello delle estremità). L’infezione si contrae per
contatto diretto con animali infetti o per ingestione di alimenti infettati dalle feci. La
streptomicina debella rapidamente il morbo. L’adenite mesenterica solitamente richiede
appendicectomia, poiché proprio l’appendice è la sede d’elezione dell’infiammazione
-
Yersinia enterocolitica: commensale di varie specie animali, nell’uomo dà manifestazioni
identiche all’infezione da Y. Pseudotubercolosis, con in più enteriti con sintomatologia
dissenterica e poliartrite. L’infezione dipende solitamente dall’ingestione di cibi contaminati

 BRUCELLA
Cocco-bacillo Gram-, è immobile, aerobio e positivo sia alla catalasi che all’ossidasi. In vitro
crescono lentamente nei normali terreni di coltura, prediligendo vetrini addizionati con liquidi organici.
Non in grado di formare spore, si replica nei macrofagi perché viene fagocitato immediatamente
all’ingresso nell’organismo. La Brucella melitensis presenta solitamente due cromosomi,
rispettivamente di 1 e 2 Mbp, mentre la Brucella suis ha un unico cromosoma di 3 Mbp.
Gli stipiti patogeni per l’uomo sono tre, la B. melitensis, diffusa nel bacino mediterraneo, Asia e America
Latina, la B. abortus, a localizzazione ubiquitaria, e la B. suis, riscontrabile in America Latina, USA e Sud-
Est asiatico. I reservoir animali tipici sono gli ovini per la melitensis, camelidi e bovini per la
abortus e camelidi e suini per la suis.
Nell’animale gravido il ceppo di B. abortus causa aborto, perché il batterio si localizza nella placenta,
ricca di eritrolo, che viene utilizzato per il metabolismo batterico; nell’uomo ciò non si verifica, perché
la placenta umana non contiene eritrolo.

Trasmissione della brucellosi


Dipende principalmente dal consumo di latte non pastorizzato proveniente da animali infetti e da
ferite cutanee in individui a stretto contatto con gli animali (allevatori, veterinari), possono capitare

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casi di infezione aerogena a seguito di placenta lasciate a essiccarsi in luogo chiuso; le brucelle
mantengono la loro vitalità, potendosi spargere nell’aria e venire inalate dall’ospite. La brucellosi
comunque è una malattia tipica dell’animale, nel quale il batterio ha tutto il suo ciclo vitale;
l’uomo viene infettato in maniera casuale, senza essere un bersaglio tipico della brucella.

Caratteri antigenici
Gli antigeni sono l’A e l’M, entrambi presenti nelle brucelle patogene, ma in misura diversa; l’antigene M
è espresso molto nella B. melitensis e poco diffuso negli altri due ceppi, mentre l’antigene A è comune
nelle B. abortus e suis e poco rappresentato nella melitensis.

Meccanismo dell’azione patogena


Le caratteristiche patogene derivano dall’LPS, dalla produzione di emolisine e dalla resistenza alla
fagocitosi, oltre alle proprietà allergizzanti di alcuni componenti della cellula batterica.

Patogenesi
La brucella invade la mucosa intestinale o congiuntivale, penetrandovi; quando viene raggiunta dai
monociti, è subito fagocitata e solo il 20-30% delle brucelle sopravvivono al fagolisosoma. I batteri che
hanno evitato il killing cellulare si replicano nel reticolo endoplasmatico, per poi indurre necrosi
da emolisine, lisando il monocita per fuoriuscire.

Disseminazione della brucella


La brucella utilizza la via linfatica per infettare prima i linfonodi e poi gli organi che hanno alta
componente linfatica e presenza di numerosi monociti, come il midollo osseo, il fegato, la milza.
Tramite il circolo linfatico possono poi raggiungere il circolo ematico, che consente la diffusione a
livello tissutale di altri organi.

Clinica
Le brucellosi possono essere subcliniche, fasi apatogene che però possono evolvere in quelle croniche
in caso di immunodepressione.
La forma più comune è la brucellosi acuta, che dopo l’incubazione si palesa subito con il suo effetto
patogeno e che, non trattata, può evolvere a cronica. Tendenzialmente la forma acuta viene eliminata
dai leucociti durante la risposta immunitaria (i monociti non riescono ad eliminare tutte le brucelle,
mentre il macrofago attivato è più aggressivo ed efficace).
La brucellosi cronica, rara, può dare effetti anche gravi.
-
Brucellosi acuta: dopo 15-20 giorni di incubazione (tempo necessario a contaminare l’intestino
e moltiplicarsi nei monociti) si presentano febbre ondulante (dipendente dalla liberazione di
brucelle nel sangue dovuta alla lisi dei monociti, non ha periodicità), astenia (debolezza
muscolare), sudorazione (il sudore odora di formaggio andato a male) ed
epatosplenomegalia dovuta alla colonizzazione batterica di questi organi. La forma acuta
solitamente viene contenuta ed bonificata dal sistema immunitario; nel caso ciò non avvenga
può evolvere a brucellosi cronica
-
Brucellosi cronica: febbre bassa, astenia e localizzazione d’organo ( SNC, fegato, milza,
cuore, rene, polmone, articolazioni e ossa); la diffusione causa un deperimento dell’individuo
con patologie d’organo anche importanti, fino alla morte del paziente a causa di granulomi
epatici, cerebrali e di altri organi dovute alla reazione immunitaria continuata che scatena. È
una patologia che si manifesta negli anni (spesso decenni)

Diagnosi di infezione
-
Analisi colturale: il campione può essere ematico (meglio durante un accesso febbrile)
oppure, in caso di bassa batteriemia (come può avvenire nella fase acuta ?) un puntato sternale
(“Atto diagnostico che consiste nel pungere lo sterno con un grosso ago per prelevare una piccola
quantità di midollo osseo emopoietico e poterlo così esaminare al microscopio “)per rilevare le
brucelle presenti nel midollo; il materiale viene insemenzato in terreni liquidi incubati al
10% di CO2, per poi essere traslato in terreni solidi. Le brucelle sono identificabili per i
caratteri morfologici

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Analisi sierologica: test di agglutinazione, significativo anche perché il genere Brucella
non è un commensale dell’uomo, per cui ogni sua presenza indica infezione. Si esegue il test di
Wright, consistente nel cimentare il siero del paziente a varie diluizioni con brucelle
uccise; il titolo del siero è in grado di dare un’indicazione quantitativa, infatti maggiore è la
titolazione (diluizione) a cui avviene l’agglutinazione, maggiore è il livello di infezione,
perché c’è un numero elevato di anticorpi nel siero del paziente. Siccome i sintomi sono simili
a quelli della salmonellosi, a questo test si associa sempre quello di Widal , con lo scopo di
eliminare l’ipotesi di una contaminazione dal Salmonelle. Anche il test ELISA per la ricerca di
IgM e IgG specifiche per gli antigeni A e M hanno valenza diagnostica , permettendo di
rilevare la presenza di questo batterio; la quantità relativa di Ig legati all’uno o all’altro antigene
indicano anche di quale ceppo si tratta

Profilassi
Il vaccino più utilizzato contiene brucelle uccise ed è somministrato a persone a rischio (veterinari,
allevatori); il test della brucellina (estratto di antigeni delle brucelle) per via intradermica permette
di evidenziare l’infezione in atto o il contatto con il genere brucella in base alla presenza o meno di
reazione immunitaria.

Terapia
Tetracicline, rifampicina e streptomicina risultano efficaci; per eventuali resistenze si può ricorrere al
cloramfenicolo. Occorre ricordare che i batteri che crescono all’interno dei macrofagi e di altre
cellule (parassiti endocellulari) sono molto sensibili a farmaci che colpiscono i ribosomi
batterici, perché entrano bene nelle cellule umane potendo raggiungere il proprio bersaglio.

 SPIROCHETE
Batteri dalla forma allungata con corpo spiraliforme; la parete cellulare è simile ai Gram-, flessibile e
con numerose curvature, mentre la motilità è permessa da un endoflagello. La divisione cellulare
avviene per scissione semplice ma la replicazione è lenta (30 ore per il Treponema pallidum, 7-20
ore per le Borrelie). Le spirochete si dividono in due gruppi principali, le Spirochetaceae e le
Leptospiraceae; al primo gruppo appartengono Spirochete, Treponema, Borrelia, Cristispira e
Brachyspira. Delle Leptospiraceae fanno parte le Leptospire, parassiti patogeni per l’uomo.

I Treponemi sono lunghi e sottili (0,1 micron) per cui risultano difficili da distinguere al microscopio
ottico, per cui necessitano di colorazioni che ne aumentino artificialmente il diametro. Patogeni
per l’uomo sono il Treponema pallidum ssp. pallidum (agente eziologico della sifilide), il Treponema
pallidum ssp. endemicum (che causa la sifilide endemica nei paesi tropicali), il Treponema pallidum
ssp. pertenue (induce forma di sifilide attenuata con localizzazione cutanea, lesioni moriformi(a forma
di mora ossia irregolari) ulcerose, presente nei paesi tropicali e trasmessa per contatto diretto) e il
Treponema carateum (causa la Pinta, malattia cutanea con discromie caratteristiche presente in aree
tropicali).
Tutti i treponemi patogeni non si coltivano in vitro.

Le Borrelie sono parassiti di artropodi(ematofagi che vanno poi a pungere l'uomo) occasionalmente
trasmesse all’uomo causando infezioni acute con 1)febbri ricorrenti o infezioni subacute con tendenza
a evolvere in forma cronica in assenza di cure, causando la 2)malattia di Lyme (macchie cutanee,
dolori articolari, disturbi neurologici e cardiaci e infine artrite reumatoide dovuta
all’infiammazione indotta). Non si moltiplicano in vitro se non a bassa concentrazione di
O2(microaerofili).
La febbre ricorrente(da B. recurrentis) è trasmessa da pidocchi e zecche mentre la malattia di
lyme(borelliosi) è trasmessa da zecche ixodes. Febbre ricorrente poichè dopo 10 giorni di
incubazione ci sono accesi febbrili per 7-8 giorni seguiti da remissioni; la febbre ricorre a causa
della capacità della Borrelia di modificare i propri antigeni di superficie e quindi viene vista dal S.I.
Sempre come una nuova infezione.

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La Borelliosi(causata da B. Burgdorferi) ha tre stadi clinici:coinvolgimento cutaneo,interessamento


cardiaco-articolare es blocco atrioventricolaree coinvolgimento nervoso-articolare come polineuropatie
e poliatralgie
DIAGNOSI:
dimostrazione delle spirochete nel sangue periferico durante accessi febbrili
mediante terreno modificato di Kelly(tipico per le borrelie)
inoculazione in topo
PCR ELISA
Terapia:sensibili ai Betalattamici e tetracicline (male macrolidi)

Le Leptospire sono gli agenti eziologici della leptospirosi.


Coltivabili in vitro aerobie obbligate, i principali componenti antigenici sono polisaccaridi del LPS.
La leptospirosi è una zoonosi(malattia di animali e uomo è solo accidentale). Per lungo tempo si
distinguevano clinicamente es morbo di weil, malattia dei 7 giorni,malattia dei porcai in base al tipo di
leptospire. Oggi si accomunano nelle leptospirosi (le leptospire rientrano tutte nella divisione di L.
Interrogans); ciò nonostante una sua spp che è la L. Ichterohaemorragiae(malattia di weil) è la più
diffusa.
Le infezioni possono essere subcliniche, dare aspetti catarrali o possono arrivare a ittero e
complicanze epatiche e meningee. L'uomo entra in contatto con acqua contaminata da urine di
animali infetti. Fasi: I è detta leptospiremica e dura una settimana dopo leptospire si può
rintracciare nel sangue(milza,fegato,reni,meningi) la II si ritrova anche nelle urine.Meccanismo
d'azione sconosciuto.
DIAGNOSI:ricerca colturale nel sangue nella I settimana o nelle urine dalla II settimana
Ig antisieotipi di L.(fissazione del complemento o prove di agglutinazione con risultati letti in M. a
campo oscuro)
TERAPIA:penicillina,cloramfenicolo,tetracicline
VACCINO:con sospensione di L.intterogans sierotipi Icterohaemorrhagiae.
-
Treponema pallidum ssp. pallidum -
Agente eziologico della sifilide, più importante treponema patogeno per l’uomo. Risultando vitale per
almeno 24 h alla temperatura di 4°C (T° di conservazione delle sacche di sangue), è una fonte di rischio
per le trasfusioni. Ha una replicazione lenta (30 h). Microaerofilo (cresce a basse concentrazioni di
O2), non si riproduce in coltura ma solo nell’animale da esperimento; non sintetizza enzimi come il
superossido-dismutasi, la catalasi e le perossidasi.

Capacità antigenica
Ha 22 lipoproteine di membrana, che però sono poco rappresentate sulla superficie (concentrazione
di antigeni 100 volte inferiore ad altri agenti eziologici), fungendo principalmente da porine e
adesine.
Produce ialuronidasi, che agisce a livello dei vasi e dei tessuti causando danno tissutale, non presenta
l’LPS e le proteine flagellari hanno omologie con altri batteri.

Epidemiologia
Il sistema di trasmissione principale è il contagio per via sessuale, ma il treponema è in grado di
attraversare la placenta, dando contagio verticale. Le trasfusioni di sangue infetto sono un fattore
di rischio, nonostante questa via sia ormai sicura grazie allo screening delle sacche ematiche.
Trasmissione non sessuale è possibile in caso di contatto di ferite con materiale infetto. Si consideri
che la sifilide conti 18 milioni di contagiati nel mondo.

Meccanismi patogenetici
Il Treponema pallidum basa la sua patogenicità sulla capacità di determinare una inefficace
risposta immunitaria (basso numero di antigeni sulla superficie), con reazione infiammatoria
limitata agendo in chiave inibitoria sia sul sistema di attivazione che sul complemento. Le proteine
superficiali più numerose sono le TROMP (Treponema rare outer protein), presenti comunque in
numero esiguo. Lo sviluppo della patologia si evolve lungo i vasi causando infiammazione e conseguente

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danno vasale. I danni anatomici sono dovuti alla reazione infiammatoria dell’ospite, abilmente evasa
dal treponema.

Patogenesi
Il treponema può attraversare autonomamente le mucose (tipicamente quelle genitali) o attraversare
l’epidermide grazie a lesioni, moltiplicandosi poi nella zona di invasione. Il rischi di contrarre infezione
è dovuto al numero di batteri che riescono a giungere nell’ospite: 2 treponemi danno un rischio del
47%, 20 del 71 mentre 200.000 danno la certezza del contagio. In 10-20 giorni (il tempo di
incubazione è proporzionale al numero di treponemi inoculati) compare una papula che si trasforma
in un ulcera dal fondo duro, indolore con essudato che presenta numerosi treponemi, accompagnata
da linfoadenite (gonfiore per infiammazione) dei linfonodi satelliti.

Evoluzione clinica della sifilide


In questa patologia, dopo il contagio si assiste allo stadio primario, seguito dallo stadio secondario;
si ha poi una fase di latenza (precoce o tardiva in base al periodo di insorgenza) a cui può seguire, in
1/3 dei casi, lo stadio terziario; nei restanti 2/3 la patologia si esaurisce, contenuta dal sistema
immunitario. Il decorso della malattia è lungo, potendo durare 25-30 anni.
-
Primo stadio: trasmissione solitamente da contagio sessuale; dopo 20-30 giorni si forma una
papula (sifiloma, dai 0,3-3 cm) come lesione singola su pene, glande o solco prepuziale nel
maschio, vulva, vagina o cervice uterina nella femmina (siccome queste lesioni sono indolori,
la femmina può non accorgersene quando sono nel canale vaginale). Dopo la papula si evolve
una ulcera a fondo duro, non dolorosa, nel cui essudato si rilevano numerosi treponemi, a
cui seguono linfadenite (gonfiore linfonodale a causa della diffusione linfatica del batterio) e
poi cicatrizzazione della lesione. Il sifiloma primario può presentarsi anche in zone diverse (cavo
orale, faccia, mento) in base alle pratiche che hanno portato al contatto con il treponema
-
Secondo stadio: si sviluppa dopo 2-4 mesi dallo stadio primario; a causa dell’infiammazione
indotta, si hanno endoartriti e periartriti diffuse con numerose plasmacellule infiltranti. Nel
30% dei casi persiste la papula ulcerosa (infezioni ad alte dosi causano uno sviluppo più rapido).
Vengono sviluppate lesioni mucose genitali, con condilomi(“Escrescenza puntiforme della
cute e delle mucose simile a verruca “) (piatti e ulceranti(anche haemophilus ducrueyi” che si
evolvono da papule, mentre quelli del papilloma sono duri e rialzati), papule, macule e
spesso ulcerazione di queste. L’eruzione cutanea di macchie e papule non dà prurito.
L’interessamento tissutale diffuso porta a febbre modesta e linfoadenopatia. I condilomi piani
sono noduli o papule che evolvono verso placche di consistenza molle, piatti, di colore rosso
pallido.
La placca deriva da un confluenza di papule, mentre i noduli sono lesioni palpabili rotonde che
possono interessare epidermide, derma e ipoderma. Questo tipo di eruzioni è confondibile con
situazioni allergiche o intolleranze alimentari. Tutte le lesioni sono comunque ricche di treponemi,
consentendo una grande opera di diffusione della malattia
-
Fase di latenza: il periodo di latenza inizia dopo la risoluzione spontanea della fase secondaria
dell’infezione e si conclude prima dell’inizio della fase terziaria, se questa è presente, o fino
all’inizio della terapia. Può essere precoce (inizio nei primi 2 anni dopo la fase secondaria) o
tardiva (oltre i 2 anni); nel periodo di latenza precoce è possibile notare il ripresentarsi di
recrudescenze dello stadio secondario, attenuati dalla diminuzione del treponema in circolo.
Entro 4 anni dalla fine dello stadio secondario si osserva la ripresentazione della sintomatologia
tipica, causando una nuova fase ad alta trasmissibilità del batterio
-
Terzo stadio: si presenta nel 30% dei casi non trattati è ha un’incubazione che che varia da1 3-
30 anni e determina lesioni a carico del sistema cardiovascolare, del sistema nervoso
centrale e periferico e della cute: sifilide cardiovascolare con aneurisma disseccante
dell’aorta (il danno ai vasa vasorum dell’arteria porta a necrosi aortica con scollamento
dell’intima, danno alla parete, rottura ed emorragia interna); neurosifilide con meningite
(degenerazione cerebrale, con problemi mentali, confusione, incapacità a ragionare e parlare),
interessamento dei nervi cranici, paralisi, tabe dorsale (lesione dei nervi sensitivi delle radici
dorsali), demenza, atassia, perdita della propriocezione, segno di Argyll-Robertson
(interruzione del riflesso fotomotore, ma inalterati i riflessi di accomodazione-convergenza a

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causa di lesioni nei nuclei pretettali), neuropatie periferiche con ulcerazioni; lesioni cutanee
(noduli o ulcere) con lenta ma progressiva presentazione di ulcere deturpanti, periostiti. Tutti i
sintomi precedenti sono imputabili alla necrosi colliquativa che riesce a indurre la sifilide
grazie alla risposta immunitaria che evoca. La sintomatologia a questo livello conduce a morte.

Sifilide congenita
La trasmissione verticale avviene con frequenze diverse in base allo stadio della sifilide in cui la madre
viene fecondata: nella sifilide primaria e secondaria l’infezione è sicura a causa delle gettate
ematiche del batterio, si riduce al 40% nella latenza precoce e diminuisce al 10% nella fase
tardiva, a causa del numero sempre più esiguo di batteri nel sangue (la malattia che si autoconclude
vede un lento ma continuo declinare dei treponemi in circolo).
La trasmissione verticale avviene dopo le prime 16 settimane dal concepimento, quando la placenta
diventa suscettibile all’infezione. Le manifestazioni sono varie, da quelle fetali (aborto), alle
manifestazioni postnatali precoci (< ai 2 anni, vescicole palmo-plantari, bolle multiple, rinite cronica
iperplastica, distacchi epifisari (pseudoparalisi di Parrot) e idrocefalo) o postnatali tardive (> ai 2 anni;
interessamento di vari parenchimi, alterazioni ossee con naso a sella, palato ogivale e faccia schiacciata).

Diagnosi di laboratorio
-
Ricerca microscopica a campo scuro del T. pallidum(“Campo chiaro: nella microscopia in
campo chiaro a luce riflessa, la luce colpisce i particolari piatti nel campione (perpendicolari
all’asse ottico) e viene riflessa nell’obbiettivo dove appare chiara nell’immagine; l’illuminazione in
campo scuro produce l’inverso del contrasto di immagine che si ottiene dall’analisi in campo
chiaro. La luce che viene deviata viene raccolta ed appare chiara nell’immagine, mentre la luce che
si riflette direttamente non dà alcun contributo nella formazione dell’immagine. Tuttavia per
superfici che presentano inclinazioni locali, si può ottenere una riflessione che contribuisce
all’immagine e produce macchie brillanti. Questa tecnica è perciò molto sensibile a irregolarità
della superficie e particolari quali bordi di grano e geminati, linee di scorrimento, graffi,
etc. Inoltre questa tecnica permette in alcuni casi di distinguere gli effetti di colore della
microstruttura, che spesso non possono essere apprezzati nell’analisi in campo chiaro.
L’illuminazione per la riflessione in campo scuro è ottenuta usando uno specchio a forma di
anello che circonda il percorso del raggio luminoso e rimpiazza lo specchio semiriflettente”)
:
-
Immunofluorescenza diretta: utilizzare anticorpi legati a fluorocromo per attuare DFA-
TP(direct fluorescent antibody test for treponema pallidum) direttamente sulla coltura batterica
(se gli anticorpi si legano agli antigeni sifilitici emettono luce, segnalando il batterio)
-
Indagini sierologiche: il metodo più usato consiste in immunofluorescenze dirette per la
ricerca di Ig anti-treponemici; i metodi più utilizzati sono due:
o Metodi sierologici non-treponemici: l’infezione sifilitica induce produzione di
auto-anticorpi perché il treponema si ricopre di antigeni cellulari endogeni. Si
effettua perciò la ricerca di Ig anti-cardiolipina, un lipide presente nei mitocondri .
Non è decisivo per la diagnosi perché indica solo l’autoreattività, presenta anche in
pazienti con malattie autoimmuni, ma indica a quali pazienti effettuare un esame più
accurato; in caso di esito negativo la sifilide è sicuramente esclusa, l’esito positivo
induce ad ulteriori analisi con test treponemici specifici (funzione di screening)
o Metodi sierologici treponemici: diversi metodi che utilizzano la immunofluorescenza
indiretta per la ricerca di Ig anti-treponema; vengono impiegati test TPHA(treponema
pallidum Hemoagglutinatio assay) di emoagglutinazione (antigeni antitreponemici
sono aggiunti al siero del paziente e agglutinano il sangue in presenza di Ig
specifici), test FTA-Abs(Fluorescent Treponemal Antibody-Absorption ) (dei treponemi
uccisi sono fissati su vetrino e viene aggiunto il siero del paziente; dopo lavaggio si
aggiungono anticorpi fluorescenti anti Ig umane che si illuminano se si legano alle Ig
associate agli antigeni treponemici) e test TPI(T.P. immobilization)
-
Ricerca molecolare: utilizzo di ELISA (per la verifica della bontà delle sacche di sangue e la
diagnosi della sifilide congenita tramite ricerche anti-IgM; il neonato non può avere le IgG, ma se

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ha IgM responsive significa che ha già incontrato il patogeno nel ventre materno), metodo
Western-Blot o PCR

Trattamento
È sensibile alle penicilline di I generazione (β-lattamici).

Profilassi
Per questo patogeno non esiste un vaccino efficace.

 CHLAMYDIE
Batteri Gram-, colorabili con Giemsa o Macchiavello(“Tecnica di colorazione inizialmente utilizzata per
evidenziare le rickettsie. La tecnica colora in rosso le rickettsie impiegando come colorante una
soluzione allo 0,25% di fucsina basica e come colorante di contrasto blu di metilene. Tale metodo,
peraltro poco praticabile, è stato ampiamente modificato e successivamente rimpiazzato dalla
colorazione di Gimenez. La colorazione di Macchiavello modificata si è rivelata altresì utile per
evidenziare Chlamydia spp. La colorazione consiste nel trattamento del preparato con fucsina basica,
seguito dalla decolorazione con acido citrico e dall'aggiunta di blu di metilene diluito in acqua quale
colorante di contrasto. In questo modo i corpi elementari di Chlamydia spp si tinteggiano in rosso
intenso “), che agiscono come parassiti endocellulari obbligati perché non sono in grado di
produrre ATP; hanno un ciclo dimorfico(“La clamidia ha un ciclo vitale dimorfico: corpo elementare
(CE) e corpo reticolare (CR). Il primo è piccolo (200-300 nm), rotondo, con citoplasma denso e compatto
e rappresenta la forma infettante. Il corpo reticolare è più grande (600-1000 nm), il citosol meno denso,
è metabolicamente attivo, si moltiplica per scissione binaria e rappresenta la forma non infettante.
Benché non sia presente la parete cellulare, il corpo elementare riesce a sopravvivere nell'ambiente
grazie alla presenza di molteplici legami disolfuro tra le proteine della membrana. “)(“Non sono dotati di
parete cellulare formata da peptidoglicano ma l'involucro esterno è costituito da una membrana interna,
da una parete con proteine ricche in cisteina e una membrana esterna. Questa particolare struttura
impedisce la fusione del lisosoma con il fagosoma in cui la clamidia è inglobata. Inoltre presentano una
scarsa o nulla sensibilità agli antibiotici β-lattamici “), all’interno delle inclusioni cellulari dove si
replicano. Tendono a replicarsi sugli epiteli, non dando batteriemia.

Organizzazione degli involucri esterni


Oltre la membrana citoplasmatica si ritrova uno strato proteico rivestito da una membrana
esterna. Strato proteico, costituito da proteine ricche di cisteina (CRP grande), e membrana esterna
sono associati da proteine CRP piccole (cystein rich protein) e MOMP (major outer membrane proteine)
che fungono sia da porine che da principali antigeni del batterio. All’esterno presenta il LPS. La capsula
batterica è stabilizzata da notevoli ponti disolfuro.

Classificazione
Le Chlamydie sono rubricabili in 4 specie: C. trachomatis e C. pneumoniae (parassiti esclusivi della
specie umana nella quale causa patologia per trasmissione interumana), C. psittaci (parassita di uccelli
trasmissibile per zoonosi) e C. pecorum (esclusiva di bovini e ovini). C. trachomatis è ulteriormente
classificabile in 15 serovar, C. pneumoniae presenta un unico serovar mentre la C. psittaci altalena fra il
singolo e 3 serovar(Sierotipo poichè dal latino serum + variante ).

Ciclo delle Chlamydie patogene


Il dimorfismo si enuclea nella presenza di due forme, una replicativa e una di infezione. La forma
infettante è il corpo elementare, inerte dal punto di vista metabolico e capace di vivere a livello
extracellulare; i corpi elementari si legano alla superficie delle cellule mucose tramite le MOMP e
vengono introdotti nella cellula per endocitosi. La progressiva idratazione porta alla conversione in
corpo reticolare che ha organizzazione procariote; è metabolicamente attivo e và incontro a
moltiplicazione per scissione binaria. La moltiplicazione è seguita da addensamento e
disidratazione dei corpi reticolari che divengono corpi elementari, liberati all’esterno per
esocitosi (con conseguente apoptosi della cellula parassitata a causa dei danni cellulari e della
deplezione di ATP) nel caso di C. trachomatis e C. pneumoniae, o per lisi cellulare nel caso di C.

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psittaci, che non effettuando il meccanismo di reverse (rilascio esocitotico dell’endosoma) deve
degradare la membranan cellulare per liberarsi. Il vacuolo fagosomico che contiene le Chlamydie in
replicazione è definito inclusione.
Nella patogenesi delle lesioni da Chlamydia giocano un ruolo determinante i fenomeni infiammatori
locali e la risposta cellulo-mediata, sostenute dalle citochine pro-infiammatorie secrete dalle cellule
infette, mentre l’effetto citotossico del batterio è modesto. Mentre nella fasi iniziali si ha un notevole
infiltrato di linfociti, nelle fasi tardive prevalgono gli effetti fibrotici che causano le lesioni
tracomatose(“Nel tracoma:Affezione cronica e fortemente contagiosa della cornea e della congiuntiva ,
tipiche inclusioni intracellulari citoplasmatiche presenti nelle cellule epiteliali congiuntivali. Sono
costituiti dai corpi elementari di Chlamydia trachomatis che, all'indagine diagnostica, vengono
individuati con l'immunofluorescenza diretta e l'impiego di anticorpi monoclonali “) promossi
dall’infiltrato di cellule fagocitarie. Il sistema immunitario necessita di diverso tempo per avere
ragione dell’infezione (quando ci riesce) al prezzo di una notevole compromissione dei tessuti con
conseguenze cliniche diverse a seconda della sede di flogosi.
-
Chlamydia trachomatis -
I differenti serovar sono associati a patologie diverse: i ceppi A, B e C causano tracoma
endemico(endemia: termine indicante la presenza costante di una malattia o di un certo microrganismo
in una data area geografica ) con lesioni oculari, i ceppi D, E, F, G, H, I, J e K infezioni genitali e
congiuntivite(neonato o adulto) da inclusi(“abbondante secrezione mucosa dell'occhio, da una
congiuntiva infiammata e gonfia e dalla presenza di grossi corpi inclusi “) (paratracoma) e gli stipiti L1,
L2 e L3 linfogranuloma venereo(“Qualsiasi malattia del tessuto linfoide caratterizzata da ingrossamento
linfonodale e da una proliferazione di tipo granulomatoso (granuloma) nei linfonodi “). Il tracoma è la
seconda causa di cecità indotta la mondo dopo la cataratta, sono patologie diffuse soprattutto in
Asia, Africa e America Latina, ma evidenziabili anche in Europa.
-
Tracoma endemico: il contagio avviene per contatto interumano; dopo l’incubazione di 1
settimana si ha edema palpebrale dovuto a iperemia e secrezione mucosa con conseguente
congiuntivite follicolare(“così definite perché oltre al rossore congiuntivale, sono presenti
follicoli o noduli linfatici “); la cicatrizzazione con retrazione della palpebra superiore
seguente all’infiammazione da Chlamydia porta alla trichiasi(“Anomalia di posizione delle
ciglia, che si presentano dirette verso il bulbo oculare“) del tracoma, ovvero l’opacizzazione
della cornea dovuta alla risposta connettivale innescata dall’infiammazione promossa dalle
ciglia che strisciano sulla cornea stessa. Nei primi stadi gli effetti sono trattabili con guarigione
completa, mentre nell’ultimo stadio è necessario il trapianto della cornea
-
Infezioni genitali: per trasmissione sessuale, presenta sintomi diverse in donne e uomini:
o Uomo: uretrite, a causa della localizzazione nell’epitelio uretrale, con tendenza alla
cronicizzazione e congiuntivite ad inclusi. Il sintomo tipico è la presenza di scarso
essudato infiammatorio. Il secreto su glande e uretra è ricco di clamidie che possono
infettare le mani del paziente e da questo essere trasportate negli occhi, causando
congiuntivite senza tracoma (paratracoma). Non dà reliquati in entrambi i casi
Nell’infezione da clamidia l’essudato scarso produce la tipica goccia nell’uretra,
mentre l’uretrite gonococcica causa uretrite con pus abbondante che fuoriesce,
potendo nascondere l’infezione da clamidia, più contenuta nella produzione di essudato
o Donna: cervicite che può evolvere a endometrite, con interessamento delle tube di
Falloppio (chiuse dalla reazione infiammatoria fibrosa) e sterilità. L’infiammazione può
interessare l’intera pelvi con PID (pelvic infiammatori disease, con febbre, dolore e
leucorrea:la fuoriuscita di abbondanti secrezioni vaginali, più o meno vischiose, di
colore biancastro-trasparente, è fisiologico ma nelle vaginiti è naturalmente frutto della
patologia)“, ulteriormente complicabile da una epatite nel caso l’infezione raggiunga
l’ambito addominale tramite le ovaie. Le fasi iniziali possono essere asintomatiche, con
difficoltà nella sua diagnosi
-
Linfogranuloma venereo: trasmesso per contagio sessuale, causa papule e ulcere a livello
genitale, con infiammazione granulomatosa e linfonodi regionali dolenti e ingrossati per
la linfoadenite (manifestazioni simili alla sifilide, ma distinguibile perché quest’ultima è
indolore) mentre la diffusione perineale produce fistole e retrazione cicatriziale,

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compromettendo la funzionalità di retto e uretra; i linfonodi possono presentare


fistolizzazioni verso l’esterno che scaricano il pus. Le fistole permettono lo scambio di batteri fra
compartimenti anatomici diversi, promuovendo l’insorgenza di infezioni che si
sovrappongono.
-
Infezioni neonatali: l’infezione deriva dal passaggio dal canale del parto infetto, con rischio di
congiuntivite da inclusioni e polmonite interstiziale, non esibita negli adulti per la maturità
del sistema immunitario. Anche la Neisseria gonhorreae può causare congiuntivite nel
neonato.

Diagnosi di infezione
-
Esame colturale: coltura cellulare (le clamidie sono parassiti endocellulari obbligati) a cui
segue la ricerca di antigeni specifici tramite metodi di immunofluorescenza diretta
-
Ricerca diretta su campioni: immunofluorescenza diretta su campioni clinici
-
Analisi molecolari: sonde molecolari e PCR
-
Sierologia: si utilizza per diagnosticare la polmonite nel neonato ricercando gli anticorpi anti-
IgM, mentre nella popolazione è inutilizzata perché gli Ab specifici sono molto diffusi.

Terapia
Tetracicline, eritromicina, sulfamidici sono tutti funzionali per debellare l’infezione.
-
Chlamydia psittaci -
Tipica infezione ornitologica (pappagalli, colombi, anatre, tacchini), ha un’incubazione di 1-3 settimane,
con trasmissione per inalazione dei patogeni. Può svilupparsi in una forma inapparente (la risposta
immunitaria è in grado di circoscrivere ed eliminare l’infezione), forma seminfluenzale (ardua da
riconoscere perché ha il medesimo decorso dell’influenza) o forma polmonare (severa).
L’interessamento delle vie aeree superiori permetta sia l’invasione delle vie respiratorie profonde, con
lesioni interstiziali alveolari, sia l’invasione ematica, con localizzazione in fegato, milza e cellule
reticolo-endoteliali(“Il sistema reticoloendoteliale è un sistema funzionale dell'organismo, privo di
una propria sede anatomica che lo contraddistingua all'interno dell'organismo; fa parte del sistema
immunitario.
Tale sistema è caratterizzato da cellule di tre tipi:
 reticolari: collocate nei polmoni, nella milza, nel midollo osseo e nei linfonodi;
 macrofagi;
 cellule di Kupffer: situate nel fegato.
Il compito del sistema reticolo-endoteliale è quello di eliminare sostanze estranee all'organismo e che
potrebbero dunque essere dannose. Le principali disfunzioni che lo coinvolgono sono spesso dovute allo
stato di shock dell'individuo o alle radiazioni.“). Radio graficamente si può rilevare una trama
polmonare accentuata evidenziata dalla fibrosi interstiziale.
-
Psittaci polmonare: febbre elevata e persistente, tosse secca con dispnea (problemi
respiratori), ipotensione, tachicardia, alterazioni elettrocardiografiche; l’esame obiettivo rivela
modesti rumori con aree di ipofonesi alla percussione e assenza di gorgoglii. La radiografia
polmonare evidenzia danni interstiziali. Nel 5% dei casi trattati succedono coma e morte a causa
di insufficienza polmonare, che sale al 30% nei casi non trattati

Diagnosi da infezione
-
Esame colturale: evidenziamento per ricerca di antigeni con metodi immunoenzimatici diretti
-
PCR:
-
Ricerca di IgM per immunofluorescenza:

Trattamento
Efficaci le tetracicline, soprattutto se somministrate nelle prime fasi dell’infezione.

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-
Chlamydia pneumonie -
Contagio per asse aerogeno interumano; può dare forme asintomatiche (contenimento
immunitario), polmoniti (non gravi) o forme croniche, che danno febbricole, deperimento lento e
risultano di difficile risoluzione (resistente a numerose terapie). Possono essere causa di molte
sintomatologie influenzali di lunga durata.

Diagnosi
Medesime procedure attuate per gli altri stipiti.

 MICOPLASMI sono tutti raggruppati nella classe mollicutes


Non hanno la parete cellulare,(formati) da una membrana cellulare ricca di steroli; aerobi-anaerobi
facoltativi, pur crescendo meglio in condizioni aerobie, si moltiplicano in terreni abiotici con siero
(per la sintesi di steroli) e lievito. Batteri ubiquitari(utilizzano come mezzo di sostentamento
glicosio,arginina e gli ureaplasma l'urea), sono i più piccoli organismi dotati di vita autonoma, con
genomi di 750 kbp e dimensioni attorno a 0,2-0,4 micron.

Meccanismi di patogenicità
Tramite il meccanismo del superantigene sono in grado di eseguire attivazione policlonale dei
linfociti B, a indurre produzione di autoanticorpi (a causa di strutture batteriche omologhe di alcune
strutture cellulari umane) e di produrre emolisina (tossina citolitica).

Classificazione micoplasmi patogeni


La grande famiglia delle Mycoplasmataceae contiene due generi, Mycoplasma e Ureaplasma; del primo
genere diversi esponenti sono stati repertati nelle vie respiratorie e genitali, mentre delle seconde si
conosce un’unica specie, l’Ureaplasma urealyticus, che colonizza il tratto genitale causando uretriti. I
micoplasmi si replicano sulle mucose senza penetrare all’interno delle cellule ; l’unica specie
patogena è il Mycoplasma pneumoniae.
-
Mycoplasma pneumoniae(dà la polmonite atipica primaria ossia causata da microrganismi
meno frequentemente associati a questa patologia. Incide soprattutto nei giovani) -
Dà contaminazione per via aerogena, tramite adesione alle mucose respiratorie grazie a adesine
superficiali e alla produzione di emolisina, che causa danni epiteliali. Le lesioni indotte a livello
mucoso polmonare inducono risposta flogistica sino alla sottomucosa, con presenza di linfocellule.
La produzione di autoanticorpi anti-emazie determina un anemia emolitica , particolarmente
rilevante nei confronti di individui già anemici. L’affezione respiratoria può causare un ventaglio di
sintomatologie in base alla immuncompetenza dell’individuo, andando dalla tosse alla polmonite.

Sintomatologia
L’incubazione è dai 7-21 giorni, con rinofaringite e tracheobronchite; nel 90% dei casi si ha
risoluzione spontanea (deplezione del batterio da parte delle difese immunitarie), anche se non breve,
visto che può durare giorni o settimane. Nel 10% dei casi il quadro clinico peggiora con polmonite
interstiziale, febbre alta, cefalea e tosse secca.
La causa fondamentale degli effetti patogeni è proprio l’attivazione flogistica che è in grado di dare,
rispetto all’azione patogena intrinseca piuttosto scarsa.
-
Ureaplasma urealyticus e hominis -
Trasmissione per contatto sessuale, causando uretriti. Sono generalmente infezioni subcliniche
risolvibili autonomamente. Intensa attività ureasica, per il catabolismo dell’urea a scopo energetico.

Diagnosi di infezione
-
Coltura(fastidiosa perchè vanno posti in terreni abiotici e richiede precursori di acidi
nucleici, grazie a estratti di lievito, e siero animale come sorgente di steroli a loro
indispensabili) del campione clinico: lavaggio bronchiale (M. pneumoniae), a causa
dell’assenza di catarro nella tosse, oppure tampone urinario (M. urealyticus). Nei campioni si

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esegue poi la ricerca diretta di antigeni micoplasmici tramite ELISA. Sovente le colonie dei
Mycoplasmi nella parte centrale si approfondano(poichè sono piccole e passano le maglie
dell'agar) dando l'aspetto tipico di Uovo fritto.ciò non avviene nel M. Pneumoniae
-
PCR: ricerca molecolare tramite amplificazione genica
-
Ricerca sierologica con fissazione del complemento: emoagglutinazione nei confronti di
idonei antigeni batterici

Terapia
A causa della assenza della parete cellulare, è insensibile ai farmaci che colpiscono la sintesi o
deposizione di peptidoglicano (penicillina); i farmaci di elezione sono le tetracicline e i chinoloni.
Nei pazienti affetti da HIV si sono visti nuovi stipiti come M. Penetrans e M. pirum
 CLOSTRIDI
Bacilli Gram+, sono anaerobi obbligati, capaci di formare spore; risultano catalasi e citocromi
negativi. Male sopportano la presenza di ossigeno e risultano i gran parte mobili grazie a flagelli.
Saprofiti del suolo e colonizzatori tipici dell’intestino animale (anche umano), fermentano
amminoacidi, zuccheri e cellulosa, differenziandosi nelle varie classi soprattutto per gli antigeni
flagellari. L’effetto patogeno è dovuto, quando presente, a enzimi e tossine. Le infezioni umane sono
dovute a introduzione accidentale di clostridi patogeni o loro spore nei tessuti profondi a seguito di
ferite e traumi oppure tramite alimenti contaminati da tossine. I clostridi patogeni per l’uomo sono
il Clostridium tetani, il C. botulinum, il C. perfrigens e il C. difficile.
-
Clostridium tetani -
Insorge per contaminazione dei tessuti tramite spore nelle ferite (soprattutto lacero-contusioni, il cui
basso tenore di ossigeno della zona necrotica risulta ideale per il batterio,”la ferita non deve molto
sanguinare altrimenti c'è ricco apporto di O2”,app pat) localizzandosi nel luogo di penetrazione
senza diffondere; la mancata diffusione dipende dalla scarsa tollerabilità all’O 2 presente
massicciamente nel sangue, per cui risulta rilevabile solo nel luogo della lesione primaria. Gli effetti
patogeni dipendono dalla tossina tetanica, prodotta dal clostridio e rilasciata in circolo, con effetti
neurotossici. La tossina tetanica viene assorbita nelle placche motrici adiacenti alla lesione di
ingresso mentre il passaggio nel circolo ematico consente l’assorbimento da parte della altre placche
motrici dell’organismo, a cui segue diffusione centripeta fino alle corna anteriori; qui giunta, la
tossina inibisce il rilascio di vescicole contenenti GABA (acido γ-ammino-butirrico), uno dei
principali mediatori dei neuroni inibitori, causando spasmi violenti dei muscoli scheletrici e paralisi
spastica (non si ha più inibizione dei muscoli antagonisti).

Tossina tetanica
È formata da due subunità unite da un ponte disolfuro; la componente H si lega ai gangliosidi delle
cellule nervose, che fungendo da recettori permettono l’endocitosi di tutta la molecola, mentre la
componente L è la porzione con funzione zincopeptidasica che, attivata dalla scissione dal resto della
tossina, si lega alla sinaptobrevina(dell'interneurone inibitorio che dovrebbe inibire il neurone
del muscolo antagonista a quello in movimento) , inibendo la liberazione di GABA e glicina a livello
delle sinapsi inibitorie con conseguente impossibilità di inviare stimoli inibitori ai muscoli. La
conseguenza è una paralisi spastica dovuta alla mancanza di inibizione dei muscoli antagonisti.
Sintetizzata a partire da un gene presente su un plasmide, viene prodotta come propeptide e
successivamente clivata.
La sinaptobrevina è una proteina funzionale del sistema neuroesocitotico neuronale responsabile della
secrezione dei granuli dei neurotrasmettitori GABA e glicina.

Sintomatologia del tetano


Le tossine hanno un effetto legato alla quantità di tossina per kg del paziente, per cui a uguali
quantità agiscono più velocemente su persone di massa esigua, come i bambini. L’incubazione è di 7-15
giorni per poi presentare febbre elevata (41°C), contratture toniche con trisma (contrattura dei
muscoli masticatori,es massetere, causando problemi nella masticazione), opistotono (curvatura
innaturale della schiena per contrazione dei muscoli del dorso), rigidità nucale, addome a barca, riso

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sardonico (contrazione spastica dei muscoli faciali). A causa degli effetti sul sistema autonomo, si
accompagnano ,ai sintomi succitati, blocco della deglutizione, tachicardia, ipertensione, crisi
asfittiche sino all’exitus, quando i muscoli respiratori, ultimi a cedere, vanno in contrazione
tetanica permanente.

Diagnosi
Di tipo clinico grazie alle caratteristiche peculiari e ai sintomi tipici; per verifiche legali è possibile
eseguire raccolta di campioni in anaerobiosi per poi studiarli in laboratorio.

Terapia
L’eradicazione del batterio richiede penicilline o tetracicline nella maniera più precoce possibile; per
evitare gli effetti lesivi è però necessario ricorrere massicciamente alla sieroterapia con inoculazione di
anticorpi anti-tossina tetanica, che legandola ne impediscono l’azione sui recettori neuronali. Per
controllare gli effetti spastici è consigliabile la sedazione del paziente mediante barbiturici e
miorilassanti; per casi gravi è possibile ricorrere al trattamento con tubocurarina (derivato del
curaro) a cui deve essere affiancato il sostegno artificiale alla respirazione (la tubocurarina può portare
a blocco flaccido dei muscoli respiratori).

Profilassi
Vaccinazione con tossina tetanica inattivata. La sieroterapia può essere usata sia a scopo terapico di
persone già affette per impedire gli effetti della tossina, sia come profilassi preventiva in caso di
ferite a rischio di tetano. Solitamente nel trattamento la prima inoculazione è un richiamo del vaccino
antitetanico(penso tossoide e quindi immunità attiva), la seconda è di anticorpi anti-tossina
tetanica(immunità passiva).
-
Clostridium botulinum -
Diffuso ubiquitariamente, le spore sono reperibili negli strati superficiali del suolo, con possibile
contaminazione di alimenti come frutta e verdura non lavate. Esistono 7 ceppi di botulino (A, B, C, D, E,
F, G), di cui alcuni sierotipi che possono trovarsi nell’intestino di animali infettati da foraggio infettato
dalle spore. Nell’uomo causa un' intossicazione, perché spesso gli effetti patogeni non dipendono dal
clostridio, non presente negli alimenti, ma dalla tossina con cui questo li ha contaminati. La tossina
botulinica infatti è resistente agli acidi gastrici, nonostante risulti termolabile (la cottura elimina il
rischio); sono sufficienti 0,8-1,2 microgrammi per uccidere una persona di 70 kg di peso.

Trasmissione
La tossina può ritrovarsi in carni conservate non cotte, conserve caserecce male sterilizzate, vegetali non
disinfettati.

Tossina botulinica
Ogni ceppo di Clostridium botulinum ha una tossina caratteristica che mantengono però gli stessi effetti
sull’organismo: i ceppi A, B, E ed F hanno una tossina nociva per l’uomo che si mantiene nei cibi, nella
carne e nel pesce, il ceppo C ha una tossina letale per gli uccelli mentre il ceppo G è rintracciabile nel
suolo.
La tossina botulinica, dopo aver passato indenne la barriera chimica costituita dalla acidità gastrica, si
lega agli enterociti passando nel circolo ematico; legandosi a recettori delle membrane
presinaptiche di neuroni motori e dei nervi cranici, inibisce il rilascio di acetilcolina impedendo
la trasmissione dell’ impulso.
È costituita da due componenti uniti da un ponte disolfuro; la subunità H si lega a gangliosidi
neuronali che fungono da recettori, mentre la subunità L , con attività zincopeptidasica, opera
sulla SNAP25 (synaptosomal associated protein) o sulla sinaptoproteina II, in base al ceppo (la
prima è il bersaglio delle tossine dei ceppi A e E, mentre la seconda è il target del ceppo B). Entrambe le
proteine, comunque, sono coinvolte nel processo di esocitosi delle vescicole di neurotrasmettitore e un
loro malfunzionamento impedisce il rilascio di acetilcolina. La mancanza di acetilcolina, impedendo la
trasmissione dell’impulso, impedisce la contrazione dei muscoli scheletrici, causando paralisi flaccida.

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Clinica del botulismo


L’incubazione è breve, da 10-36 ore dopo l’ingestione. I sintomi sono paralisi neuromuscolare in
senso cranio-caudale, con esordio a carico dei nervi della muscolatura dell’occhio e della faccia,
con ptosi palpebrale(palpebre più abbassate del normale) e strabismo (essendo in continua attività
trasmissiva, sono i nervi che per primi risentono di una mancanza di acetilcolina). Avvengono poi
paralisi secretorie e, in caso della tossina E, può insorgere un quadro gastro-enterico con vomito a
getto dovuto a stimolo riflesso. Infine insorgono le difficoltà respiratorie per inflaccidimento dei
muscoli respiratori, che porta a morte a 10-12 ore dall’esordio della sintomatologia.

Altre infezioni da C. botulinum


Il C. botulinum può anche infettare ferite superficiali dando botulismo, ma è un caso raro, perché il
batterio deve passare da un ambiente anaerobio ad un altro e le spore germinano difficilmente nei
tessuti umani. Nei bambini, può causare la sindrome di morte improvvisa nella prima infanzia, a
causa della moltiplicazione intestinale del batterio che, producendo tossina dal sito enterico, porta
alla morte velocemente anche grazie alla massa modesta del soggetto.

Diagnosi di laboratorio
-
Ricerca della tossina nell’alimento o nel siero del paziente: reperto sufficiente a provare una
intossicazione da botulino; la ricerca è eseguita mediante tecniche immunoenzimatiche
-
Prova su topi: poco utilizzata, prevede la divisione dei topi in due gruppi; il primo viene trattato
con anti-tossina, il secondo no(perchè se anche muoiono dobbiamo essere sicuri che sia da
botulino e non altro). Gli si somministra quindi un estratto del siero del paziente o dell’alimento
incriminato; se solo i topi non trattati muoiono è considerato dimostrato il botulismo

Profilassi e terapia
Non esiste un vaccino contro il botulino, piuttosto un corretto trattamento degli alimenti in modo
da eliminare la possibilità di contaminazione con la tossina. In caso di contrazione del botulismo la
prassi prevede inoculazione massiccia di siero antitossico contro la tossina dei ceppi A, B ed E per
evitarne gli effetti tossici sul tessuto nervoso.

Botulino nella pratica chirurgica estetica


Le tossine utilizzate sono quelle dei ceppi A (Botox) e B (Neurobloc); la grande diluizione permette di
avere paresi flaccide che tendono la pelle eliminando le rughe, i risultati si palesano a 2-5 giorni dal
trattamento, che raggiunge il massimo risultato a 30 giorni dalla somministrazione, permanendo, in calo
graduale ma continuo, per circa 6 mesi. I rischi sono correlati a errate inoculazioni, che possono portare
a paralisi flaccida dell’elevatore della palpebra, con ptosi, o a interessamento dei muscoli oculari,
con diplopia(visione doppia) o strabismo.
-
Clostridium perfrigens -
Può produrre una dozzina di esotossine (ogni stipite ne produce solo alcune), di cui le 4 principali sono
α (alfa), β (beta), ε (epsilon) e ι (iota), impiegate per classificare i perfrigens in 5 tipi tossigenici. Tutti
gli stipiti producono la tossina α (fosfolipasi C ossia taglia tra glicerolo e gruppo fosforico), mentre le
tossine β e ε sono abbastanza comuni (formano pori nella membrana). Solo gli stipiti A (maggior
produttore di tossina α), C e D causano patologia umana.

Alcuni stipiti producono anche una enterotossina, essendo causa di intossicazioni alimentari con
diarrea, crampi addominali, febbre e vomito, a guarigione spontanea in pochi giorni. L’enterotossina
si accumula nella cellula in fase di sporificazione per poi essere rilasciata con la liberazione della forma
vegetativa; si lega a recettori della mucosa intestinale, aumentando [cAMP], con diarrea. La diagnosi
viene effettuata ricercando il batterio nel materiale fecale.

C. perfrigens di tipo C, produttore di tossina β, è l’agente eziologico della enterite necrotizzante, una
patologia caratterizzata da febbre, ipotensione, dolori addominali, vomito e diarrea sanguinolenta,
a causa delle estese aree di necrosi ischemica nell’intestino tenue, a elevata letalità. La tossina β, se
raggiunge l’intestino, realizza pori nelle membrane degli enterociti, permettendone la lisi osmotica.

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Siccome la tossina β è distrutta dalle proteasi pancreatiche, l’enterite necrotizzante si sviluppa solo
in soggetti denutriti che consumano carne poco cotta (tossina termolabile).
Lo stesso ceppo può causare anche l’enterocolite necrotizzante, che colpisce i neonati prematuri
con esito spesso fatale. (il C. perfrigens è causa anche di sovrainfezioni su necrosi ischemica dando
gangrena gassosa)
La tossina alfa è prodotta da tutti i ceppi di Clostridium perfringens ed è una fosfolipasi C ( lecitinasi) che
lisa eritrociti, leucociti, cellule endoteliali.Ciò provoca aumento della permeabilità vascolare,
emolisi,sanguinamento e distruzione dei tessuti ( come avviene nella mionecrosi)tossicità
epatica e disfunzioni cardiache ( bradicardia, ipotensione)
La tossina beta è reesponsabile di lesioni necrotiche (enteriti
necrotizzanti).
La tossina epsilon è una protossina attivata dalla tripsina e provoca
aumento della permeabilità vascolare della parete gastroenterica.
La tossina iota è responsabile di attività necrotica ed aumenta la permeabilità vascolare .

-
Clostridium difficile -
Agente eziologico della diarrea da antibiotici e della colite pseudo membranosa(“La colite
pseudomembranosa, detta anche colite associata ad antibiotici è una colite acuta caratterizzata
dalla formazione di una pseudomembrana, ossia uno strato aderente di cellule infiammatorie e
detriti sulla mucosa danneggiata. Essa rappresenta il quadro clinico più grave e relativamente
raro di una più diffusa patologia causata dall'uso di antibiotici: CDAD (Clostridium Desease
Associtaed Disease). È causata dalle tossine prodotte dal clostridium difficile, uno dei batteri che fa
normalmente parte della flora intestinale. Il batterio produce varie tossine, di cui le principali
sono la tossina A e la B (responsabili della modulazione delle vie di segnalazione intracellulari),
che inducono l'apoptosi delle cellule dell'ospite inducendo la produzione di citochine.
Generalmente vengono colpiti soggetti sottoposti ad una terapia antibiotica ad ampio spettro, in
quanto avviene un'alterazione della normale flora intestinale che risulta favorevole al C. difficile
“) che si sviluppa solo in soggetti predisposti, con estese lesioni necrotico-emorragiche della mucosa e
talora exitus. La patogenesi dipende dal numero consistente di unità che il C. difficile può
raggiungere nel colon in caso di alterazioni della flora batterica, indotta da trattamenti
antibatterici prolungati. Molto comune nei neonati (50%), la sua presenza cala con l’aumentare
dell’età.
Oltre a un fattore che inibisce la motilità intestinale, il difficile produce le tossine A e B che hanno
azione enzimatica di monoglucosil-transferasi, che glicosilano alcune proteine G bloccandone la
funzione, cruciale nella trasduzione di segnali per la regolazione del citoscheletro, del ciclo cellulare e
della apoptosi.
La tossina A agisce come enterotossina aumentando la permeabilità della mucosa intestinale, con
accumulo di liquidi nel lume, mentre la tossina B ha una azione citotossica con necrosi dell’epitelio
mucoso.

La diagnosi si avvale di tecniche immunologiche per la ricerca delle tossine A e B nel materiale fecale,
mentre la terapia si basa su metronidazolo o vancomicina.
-
Clostridi istotossici -
Sono clostridi, soprattutto C. perfrigens, che infettano una preesistente lesione traumatica, a partire dalla
quale i batteri provocano zone di necrosi tissutale, lesionando il tessuto risparmiato dal trauma
tramite esotossine citotossiche. La zona circostante il focolaio infetto appare edematosa, con
accumulo di gas nel sottocutaneo dovuto alla fermentazione attuata dai clostridi.
Tutte le ferite sono teoricamente esposte al rischio di infezione, soprattutto le lacero-contusioni
estese, in cui si trovino frammenti di abiti o metallo; per la proliferazione dei clostridi sono necessarie
alcune condizioni per la proliferazione delle spore.
L’infezione può rimanere limitata ai tessuti inizialmente necrosanti senza diffondere a quelli limitrofi
(cellulite anaerobica), oppure le lesioni necrotiche possono estendersi velocemente al tessuto sano con

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grave compromissione generale (tossiemia) e mionecrosi anaerobica, che richiede l’asporto


chirurgico.
Questo è possibile a causa dell’elevato numero di tossine prodotte dai clostridi, soprattutto la tossina α,
la cui azione tossica si esplica su tutte le cellule, dipendente dalla idrolisi della fosfatidilcolina, presente
in tutte le membrane cellulari eucariotiche.
La terapia medica consiste nell’associazione di un trattamento antibiotico (sulfamidici e antibiotici)
con la somministrazione di antisiero polivalente per bloccare l’effetto delle tossine.

 BACILLUS
Sono bacilli aerobi-anaerobi facoltativi, capaci di produrre spore; diffusi saprofiti del suolo, solo due
interessano la medicina, il Bacillus anthracis (carbonchio) e il Bacillus cereus, che causa intossicazioni
alimentari.
-
Bacillus anthracis -
Bacillo di notevoli dimensioni (10 μm) con tendenza a disporsi in catenelle a “canna di bambù ”. Gram+,
immobile, sporigeno, provvisto di capsula, aerobio-anaerobio facoltativo, cresce meglio in presenza
di ossigeno.

Caratteri antigenici
La capsula è di natura polipeptidica, formata da un polimero dell’acido D-glutammico, uguale in tutti
gli stipiti batterici. Nella parete cellulare sono stati identificati un antigene polisaccaridico e uno
proteico, sempre comuni a tutti gli stipiti di B. anthracis.

Meccanismo dell’azione patogena


Nell’infezione transcutanea, le spore germinano a forme vegetative, resistenti alla fagocitosi grazie
alla presenza della capsula (principale fattore di virulenza del bacillo).
Nelle infezioni inalatorie le spore sono captate dai macrofagi alveolari nei cui fagosomi esse
sopravvivono dando luogo alle forme vegetative, trasferite attraverso la barriera alveolare dagli stessi
macrofagi , dai quali i bacilli si liberano per raggiungere il sangue in seguito alla lisi dei fagociti
causata dalla tossina carbonchiosa.
B. anthracis elimina nell’ambiente una serie di esoenzimi (fosfolipasi C, proteasi) che contribuiscono
alla patogenesi del danno, il quale è da fare risalire essenzialmente alla tossina carbonchiosa.

Trasmissione e clinica
Il carbonchio, o antrace, è una affezione setticemica comune negli animali domestici che si
alimentano con foraggio contaminato da spore.
Scomparso il rischio di intossicazione gastrointestinale per ingestione di carni infette, oggi il
carbonchio può occasionalmente trasmettersi all’uomo per la penetrazione di spore attraverso ferite o
per via inalatoria.
Nel primo caso si ha formazione di una pustola con eritema e notevole edema circostante; giungono
poi febbre, malessere e adenopatia satellite, con tendenza alla guarigione spontanea.
All’infezione inalatoria, l’iniziale localizzazione polmonare è accompagnata da una modesta affezione
respiratoria, a cui fa seguito la diffusione linfatica, con prosecuzione a livello ematico (setticemia) e
diffusione a tutto il resto dell’organismo, con febbre elevata, dispnea e collasso cardiocircolatorio ad
elevatissima mortalità.

Tossina carbonchiosa
Formata da tre componenti, nessuno dei quali è, preso singolarmente , tossico; sono stati denominati
fattore I (fattore di edema, EF), fattore II (antigene protettivo, PA) e fattore III (fattore letale, LF). I
fattori attivamente responsabili della tossicità sono i fattori I (EF) e III (LF), mentre il fattore II (PA) è
l’elemento della tossina che rende possibile l’ancoraggio alla membrana e la penetrazione, tanto che gli
anticorpi attivi nei suoi confronti sono capaci di neutralizzare l’azione tossica.
-
Fattore II (PA): ancoratosi alla superficie cellulare viene clivato da proteasi di membrana
che ne staccano un frammento, scoprendo il sito in grado di legare il fattore I e/o il fattore
III, per poi essere endocitata

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-
Fattore I (EF): enzima adenilato-ciclasi batterico che si attiva in presenza di calmodulina
provocando un aumento di [cAMP] intracellulare, ad azione ed edematogena per l’accumulo di
liquidi nello spazio intercellulare
-
Fattore III (LF): è una metallo-proteasi capace di attaccare le MAP-chinasi che intervengono
nelle cascate del segnale
La tossina carbonchiosa ha il suo bersaglio preferenziale nei macrofagi che, sottoposti a piccole dosi
di LF, producono numerose citochine coinvolte nello shock (TNF-α, IL-1), portando a massiccia
attivazione macrofagica e sovraproduzione di ROS e citochine pro-flogistiche, a cui si devono gli effetti
letali della tossina.
La tossina carbonchiosa, assieme alla capsula, è il maggiore fattore di virulenza del Bacillus
anthracis, entrambi codificati da plasmidi.

Metodi di identificazione
-
Esame microscopico: su campioni biologici, permette di riconoscere la disposizione a “canna
di bambù”; per differenziarlo dagli altri batteri del genere Bacillus occorre tenere presente che
B. anthracis è immobile, mentre gli altri sono mobili per flagelli. L’unico bacillo che può, talora,
essere sprovvisto di flagelli è il B. cereus, che presenta anche caratteristiche chimiche in
comune; per la diagnosi differenziale occorre ricordare che B. cereus è emolitico e penicillino-
resistente (al contrario di B. Anthracis che è non emolitico)
-
Isolamento colturale: il problema principale è evitare la contaminazione da parte di altri bacilli,
comuni in Natura
-
Dimostrazione di patogenicità: inoculazione in cavia con morte per setticemia
-
Reazioni sierologiche: non è possibile far ricorso a reazioni sierologiche per la diagnosi di
infezione per la presenza di antigeni comuni a tutto il genere Bacillus. Per verifiche post-
mortem, la reazione di Ascoli(“Reazione di precipitazione. Utilizza un estratto tissutale e
un antisiero anti-carbonchio. “) è una reazione di precipitazione tesa a svelare la presenza di
antigeni carbonchiosi in tessuti, resa possibile dalla notevole concentrazione che i bacilli del
carbonchio raggiungono negli organismi infetti

Sensibilità ad antibiotici e chemioterapici


B. anthracis è di norma sensibile a penicilline e tetracicline. Il siero anti-carbonchioso ha un utilizzo
terapeutico essenziale per la guarigione delle forme sistemiche, nei cui confronti la sola terapia
antibiotica è inefficace.

Metodi di immunizzazione
La prevenzione dell’infezione negli animali è il sistema più utilizzato, tramite vaccinazione dei
capi di bestiame. Per uso umano sono disponibili vaccini acellulari (precipitato delle proteine totali
del ceppo), che possono talvolta causare edemi ed arrossamenti nella zona di inoculazione
sottocutanea.
È disponibile un anticorpo monoclonale specifico per l’antigene protettivo(quello che si lega alle
cellule) per la profilassi.
-
Bacillus cereus -
Bacillo Gram+, sporigeno, aerobio-anaerobio facoltativo, ampiamente diffuso nel suolo; produce
diverse esotossine, tra le quali una emolisina(a differenza del B. anthracis) e alcune proteasi.
È responsabile di intossicazioni alimentari per ingestione di cibi nei quali il batterio abbia potuto
moltiplicarsi. Se ne conoscono due forme cliniche:1) l’affezione classica è una diarrea acuta con vomito
e addominalgie, dopo incubazione di 10-15 ore conseguenti a ingestione di alimenti pesantemente
contaminati dal bacillo. La seconda sindrome è 2) una gastrite o gastroenterite, caratterizzata da
nausea e vomito. La sintomatologia morbosa è riconducibile alle numerose esotossine prodotte.

 ACTINOMICETI
Gli actinomiceti sono un gruppo di batteri che si trovano abitualmente come commensali dell’uomo o
come saprofiti del suolo, caratterizzati da un morfologia e un meccanismo di riproduzione che ha
molte analogie coi miceti filamentosi. Batteri Gram+, immobili, che si moltiplicano con un ritmo

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piuttosto lento. La riproduzione degli actinomiceti avviene per frammentazione dei filamenti in
elementi coccoidi o bacillari, da ognuno dei quali prende origine un nuovo micelio(“Il micelio è
l'apparato vegetativo dei Funghi, ed è formato da un intreccio di filamenti detti ife “); in alcuni casi
si ha la produzione di spore simili ai conidi dei miceti, unicamente come forma replicativa (non di
resistenza), dalle quali originano forme vegetative che danno luogo a nuovi miceli.
Gli actinomiceti vengono considerati batteri per la struttura cellulare di tipo procariotico (i miceti
sono eucarioti) e per una parete cellulare formata essenzialmente da peptidoglicani (nei miceti la
parete è di chitina).
Gli actinomiceti di interesse medico vengono divisi in:
-
Actinomyces: batteri anaerobi obbligati, producono un micelio ramificato e si riproducono
per frammentazione
-
Nocardia: batteri acido-resistenti aerobi, producono un micelio(“aereo è la parte del
micelio che si sviluppa al di sopra del piano di crescita mentre quello vegetativo affonda
nel terreno di crescita atto a funzione nutritiva mentre l'aereo dà l'immagine granuloso a
occhio nudo”) vegetativo e uno aereo, si riproducono per frammentazione dei filamenti del
micelio
-
Streptomyces: batteri aerobi, producono un micelio vegetativo per la produzione di spore
simili ai conidi. Saprofiti aerobi, acido-resistenti. Produttori di antibiotici, solo
occasionalmente danno infezioni e queste si esplicano in modo granulomatoso.
-
Actinomyces israelii -
Actinomicete anaerobio più importante per l’infezione umana, commensale abituale del cavo orale
che occasionalmente può interessare i tessuti profondi (actinomicosi). Anaerobio obbligato, per la
coltura in vitro richiede terreni ricchi e elevati livelli CO2. Nelle colture si formano lunghi filamenti
ramificati Gram+, che rapidamente si frammentano in elementi bacillari.
Presenta antigeni (in comune con Micobatteri e Corinebatteri) debolmente immunogeni che non
stimolano la formazione di evidenti livelli di anticorpi durante le infezioni.
L’actinomicosi è una malattia endogena causata dall’indebolimento immunitario (opportunista),
che consiste in infiammazione granulomatosa ad andamento torbido, clinicamente simile ai
granulomi micotici, caratterizzata dalla formazione di numerosi ascessi che raggiungono la cute
attraverso seni di drenaggio, che scaricano all’esterno materiale purulento. Le localizzazioni principali
sono quella cervico-facciale, quella polmonare e quella addominale. Nel pus sono riscontrabili
granuli gialli nei quali si rileva una microcolonia di actinomiceti, derivanti dalla secrezione di un
materiale mucoso che circonda il batterio promuovendone l’aderenza con i suoi simili.
La diagnosi di laboratorio si basa sul reperto dei granuli nelle lesioni o sull’isolamento colturale
dell’actinomicete dal materiale purulento.
La terapia fa ricorso a penicillina, tetracicline e sulfamidici, con drenaggio chirurgico degli ascessi.
-
Nocardie -
Le nocardie sono actinomiceti aerobi, saprofiti del suolo(quindi crescono,a differenza degli
actinomiceti, in terreni semplici). Hanno numerosi antigeni in comune con i Micobatteri (arabino-
galattani nella parete cellulare) e i Corinebatteri. Alcune specie possono, talora, infettare l’uomo per via
inalatoria o attraverso soluzioni di continuo della cute(quindi a differenza degli actinomiceti,le
nocardie sono infezioni esogene).
Nel primo caso si ha nocardiosi polmonare, con lesioni suppurative circondate da tessuto di
granulazione, dalle quali le nocardie possono diffondere per via ematica ad altri organi (meningi); per
il tipo di lesione e l’acido-resistenza, occorre diagnosi differenziale rispetto alla tubercolosi.
Per infezione di ferite, sopraggiungono ascessi sottocutanei fistolizzati, che diffondono alle ossa .
Nel pus delle lesioni si osservano granuli gialli formati da colonie di Nocardie(es N. brasilensis).
Per la diagnosi si ricorre all’esame microscopico e all’isolamento colturale.
Le nocardie sono sensibili a penicilline e sulfamidici, tuttavia la mortalità da nocardiosi è elevata,
probabilmente a causa del fatto che la malattia insorge solo in individui predisposti; la presenza nell’
ambiente delle nocardie è elevato, come il rischio di infezione, per cui il fatto che la malattia sia poco
diffusa indica che richiede condizioni rare per conclamarsi.

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 EMOFILI
Per gli emofili la presenza del sangue è necessaria per il rifornimento di due fattori che questo gruppo
di batteri non è in grado di sintetizzare, il gruppo EME (fattore X) e il NAD (fattore V), accettore di
protoni.
-
Haemophilus influenzae(si pensava desse influenza poi si scoprì che è invece provocata da
virus) - forma colonie di aspetto liscio(colonie S)
Cocco-bacilli gram- provvisti di capsula; antigenicamente la struttura più importante è rappresentata
proprio dalla capsula, costituita da polisaccaridi che si ritrovano nei campioni biologici degli infettati
da H. influenzae. Il polisaccaride capsulare (S.S.S. :sostanza specifica solubile) divide la specie in 6
sierotipi, più uno non tipizzabile (NT). Tutti i tipi hanno almeno due antigeni proteici in comune
(antigeni M e P), localizzati sulla parete cellulare.
Il potere patogeno è legato alla capacità antifagocitaria della capsula, all’azione dell’endotossina e
alla azione tossica della proteina M.
Causa meningiti nella prima infanzia, laringiti (talvolta complicate da edema glottideo) o affezioni delle
vie aeree profonde (bronchioliti, polmoniti).
La diagnosi si attua mediante isolamento colturale, ricerca dell’antigene SSS nei campioni biologici
(liquor per le meningiti) tramite test immunoenzimatici o prove di precipitazione nei confronti del
materiale capsulare.
La terapia prevede ampicillina per via parenterale; la vaccinazione è consigliata nella prima
infanzia tramite vaccino costituito con polisaccaride capsulare purificato e arricchito con un
adiuvante (gli anticorpi contro la capsula sono quelli più protettivi).
-
Haemophilus ducreyi -
Agente eziologico dell’ulcera molle (si distingue dall’ulcera dura del sifiloma primario) o ulcera
venerea, caratterizzata da una infiammazione accompagnata da adenite(o linfoadenite) satellite
suppurativa, localizzata sulla mucosa dei genitali esterni.
La diagnosi avviene mediante dimostrazione colturale del batterio nel prodotto morboso.
L’infezione viene trattata con sulfamidici.
-
Haemophilus aegyptius -
Agente eziologico di congiuntiviti purulente e della febbre purpurinica brasiliana (febbre alta,
vomito, addominalgie e porpora emorragica in soggetti pediatrici), ad elevata mortalità.

 BORDETELLE
Cocco-bacilli Gram- con evidente colorazione bipolare; aerobi obbligati, producono catalasi e usano
gli zuccheri con metabolismo ossidativo. Presenta una capsula comune a tutti i 4 genotipi, che hanno
anche un antigene proteico in comune.; dei 4 genotipi, la più importante è la Bordetella pertussis,
agente eziologico della pertosse, mentre gli altri tre sono occasionalmente implicati in affezioni
respiratorie.
-
Bordetella pertussis (gram-negativi ) -
La pertosse è un’affezione tipica della prima infanzia e dell’età scolare, che esordisce con sintomi
modesti (infiammazione naso-faringea) seguiti dopo 1-2 settimane dall’interessamento delle vie
aeree inferiori, con tosse in accessi parossistici e broncospasmi che causano difficoltà inspiratorie.
Nei soggetti nei primi mesi di vita possono aggiungersi complicanze encefalopatiche causate dalle
crisi ipossiche dovute alle difficoltà respiratorie; sono un elemento prognostico negativo, perché
anche in caso di guarigione permangono deficit funzionali.
La B. pertussis è a circolazione esclusivamente interumana e viene disseminata per via aerogena dai
soggetti nelle prime fasi, con sintomi modesti.

Il batterio è molto fragile all’esterno dell’organismo ospite e si localizza nell’epitelio ciliato di


trachea e bronchi per mezzo di adesine, non ritrovandosi mai nel sangue perché non supera
l’epitelio.

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Nella patogenesi intervengono numerosi fattori, oltre all’azione antifagocitaria della capsula poli-
saccaridica e all’azione tossica del LPS (tossina termostabile). Il principale strumento patogeno è la
tossina pertossica, un enzima pantropo(tropismo per tutto) che agisce come una ADP-ribosil-
transferasi. A questa si aggiungono:
-
Tossina dermonecrotica: agisce attraverso una vasocostrizione mediata da una inibizione
delle ATPasi Na+ e K+ dipendenti
-
Adenilato-ciclasi batterica: enzima batterico che aumenta la [cAMP] nella cellula
-
Citotossina tracheale: inibisce la sintesi del DNA specificamente nelle cellule tracheali
-
Emoagglutinina filamentosa: agglutina le emazie
-
Emolisina lipidica
I prodotti tossici sopra descritti portano a infiammazione e necrosi della mucosa tracheale e a un
accumulo di secrezioni dovuto a attività ciliostatica, con broncopneumopatia atelettasica (la
presenza di secrezioni comprime gli alveoli impedendone l’espansione per richiamare aria fresca). Tutto
questo contribuisce alla tosse parossistica(“Tosse che si presenta in modo episodico e
intermittente. “), che porta a dispnea, con casi di ipossia i quali si ripercuotono pesantemente sul
sistema nervoso, portando alle complicanze encefalopatiche.

Tossina pertossica
Strumento principale dell’azione patogena, è una tossina A-B, con una unità catalitica A e 5 subunità di
legame B. L’enzima A, ad attività ADP-ribosil-trasferasica, aggiunge un ADP-ribosio alla subunità αi
della proteina G (funzione inibitoria sull’adenilato-ciclasi), impedendone la funzione e permettendo un
aumento della [cAMP] cellulare. La diffusione della tossina dall’epitelio bronchiale all’organismo porta
all’interessamento di diversi stipiti cellulari: inibisce l’attività fagocitaria, porta a leucocitosi
(aumento del numero di leucociti nel sangue periferico) ed è mitogena per i linfociti B, aumenta la
sensibilità all’istamina (vasodilatazione con ipotensione e aumento della permeabilità), aumenta la
produzione di insulina (ipoglicemia).

Diagnosi e trattamenti terapeutici


La diagnosi si pone in base al quadro clinico peculiare; nei casi dubbi si isola colturalmente il germe
dalle secrezioni bronchiali, oppure si attuano sui campioni test di immunofluorescenza diretta.
Il trattamento farmacologico è di scarsa efficacia nel controllare il decorso della malattia; sono da
preferire preparazioni di γ-globuline, unito a un programma efficace di vaccinazione per prevenire la
infezione. I vaccini impiegati attualmente sono acellulari, allestiti con tossina pertossica inattivata
(tossoide), contenendo diversi antigeni batterici; all’ottima efficacia immunizzate si associa l’assenza di
effetti collaterali.

 PSEUDOMONAS AERUGINOSA
Saprofiti ambientali che comprendono specie che occasionalmente (infezioni opportuniste) possono
infettare la specie umana. Bacilli Gram-, mobili per la presenza di un flagello, capaci di metabolizzare i
carboidrati solo tramite vie ossidative (batteri non-fermentanti), aerobi-anaerobi facoltativi (in
anaerobiosi richiedono nitrati come accettori di elettroni), ossidasi-positivi.
Causa una tipica pigmentazione verde delle colture, dovuta alla produzione di due pigmenti batterici, la
piocianina (blu) e la fluoresceina (gialla). P. aeruginosa è un batterio ubiquitario resistente ai
tensioattivi(“I tensioattivi o surfactanti[1] (talvolta chiamati anche surfattanti)[2] sono sostanze
che hanno la proprietà di abbassare la tensione superficiale di un liquido, agevolando la bagnabilità
delle superfici o la miscibilità tra liquidi diversi “) a base di ammonio quaternario (gli consente di
crescere in disinfettanti derivati da ammonio quaternario, fonte di possibili infezioni nosocomiali).
(“tensioattivi cationici:Sono sali di cui è importante la parte positiva, costituita da lunghe catene di atomi
di carbonio terminanti con un gruppo ammonico quaternario es è il BAC: benzalconio cloruro”)

Azione patogena
Normalmente non patogeno, riesce a evocare infezioni solo in caso di fattori predisponenti locali
(ustioni, traumi, impianti protesici) o sistemici (immunodepressione).
Frequente e temibile complicanza delle ustioni, delle ferite cutanee con ampia asportazione di cute e di
impianti protesici profondi.

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Infezioni articolari o ossee possono derivare da interventi chirurgici o come conseguenza della
diffusione ematogena del batterio tra eroinomani.
Le infezioni oculari secondarie a interventi operatori portano a cheratiti ulcerose e endoftalmie
(infezione del bulbo oculare).
Le infezioni auricolari esordiscono come otiti esterne, che resistono al trattamento topico con
antibatterici e si aggravano, provocando estese lesioni necrotiche che coinvolgono i nervi cranici e
portano ad elevata mortalità.
La patologia più frequente sostenuta da P. aeruginosa è rappresentata da una infezione delle basse vie
respiratorie per cause locali (intubati in terapia intensiva) o generali (immunosoppressione,
trapiantati, leucemici, portatori di insufficienze respiratorie), portando a polmoniti ad alta
mortalità.
Ha inoltre soppiantato lo S. aureus nei pazienti affetti da fibrosi cistica, nei quali la colonizzazione
polmonare e le complicanze infettive risultano spesso letali.

Meccanismi della patogenicità


Numerosi stipiti di P. aeruginosa producono la esotossina A, di struttura analoga a quella difterica e
con identico meccanismo di azione (blocco della sintesi proteica per ADP-ribosilazione dell’EF-2) e
un'altra tossina ADP-ribosilante, detta tossina S, che agisce su proteine citoscheletriche; vengono
inoltre prodotte due emolisine (una fosfolipasi C e un tensioattivo), una citotossina (leucocidina, che
porta ad aumento della [Ca2+] e liberazione nel citosol del contenuto dei lisosomi) e diverse proteasi
con funzioni litiche. Anche la piocianina ha funzione invasiva per la capacità ciliostatica.
Il LPS è relativamente poco tossico, mentre numerose adesine aumentano la capacità invasiva e la
produzione di ingenti quantità di polisaccaridi extracellulari (stipiti mucoidi) che condensano sulla
capsula permette di aderire a materiali inerti (protesi), formando un biofilm che lo protegge dagli
effettori della risposta umorale e dagli antibiotici, che non riescono a penetrarlo.

Diagnosi di infezione
La diagnosi si basa sull’isolamento colturale o sulla ricerca degli Ab contro gli antigeni (tossine) di P.
aeruginosa tramite metodiche immunoenzimatiche.

Sensibilità ad antibiotici e chemioterapici


Resistente alla maggior parte dei comuni antibiotici e chemioterapici, grazie alla scarsa permeabilità
dell’involucro esterno, alla sintesi di numerose β-lattamasi e aminoglicosidasi, alle mutazioni nei
bersagli specifici di diverse categorie farmacologiche e alla presenza di efficaci meccanismi di
espulsione dei farmaci dal citoplasma batterico.
Attualmente si propende per regimi terapeutici misti.

 LEGIONELLE(è stato così denominato nel 1976, dopo che un’epidemia si era diffusa tra i
partecipanti al raduno della Legione Americana a philadelphia,i quali contrassero questa forma
di polmonite precedentemente non conosciuta )
Nonostante siano diversi i genotipi capaci di dare patologia nell’uomo, l’80% dei casi sono riferibili alla
Legionella pneumophila, che causa la malattia del legionario.
-
Legionella pneumophila -
Bacillo Gram-, mobile per un singolo flagello; incapace di metabolizzare i carboidrati, utilizza diversi
amminoacidi come sorgente di carbonio e base energetica. Capace di replicarsi all’interno di amebe a
vita libera nelle acque dolci, che ne costituiscono il reservoir naturale (non si ha trasmissione
interumana).
L’inalazione di aerosol contaminati (acqua contaminata nebulizzata) da parte di soggetti sensibili
consente al batterio di infettare i macrofagi alveolari al cui interno si moltiplica, provocando una grave
forma di polmonite interstiziale (malattia del legionario). In taluni soggetti, la sintomatologia può
presentare caratteri clinici gravi ed essere complicata da lesioni renali ed epatiche.
Alternativamente, l’infezione evolve in una modesta patologia respiratoria simil-influenzale, che tende
alla guarigione spontanea in 2-3 giorni (febbre di Pontiac).

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Le condizioni immunologiche dell’ospite al momento dell’infezione giocano un ruolo essenziale nel


condizionare l’evoluzione della patologia.

Per L. pneumophila l’ambiente intracellulare è indispensabile alla replicazione (parassita obbligato


endocellulare). Liberato per distruzione dell’ospite, il batterio sopravvive per lunghi periodi nelle
acque dolci finché non riesce ad infettare una nuova cellula protozoaria.
Questi patogeni, dopo la moltiplicazione intracellulare, si differenziano in forme metabolicamente
inattive, ma altamente infettanti ed estremamente resistenti; l’accesso all’ambiente intracellulare di
un nuovo ospite comporta una differenziazione in una forma capace di intensa attività metabolica e
replicativa, molto fragile, che chiude il ciclo. In L. pneumophila si alternano due forme, una forma
matura, provvista di flagello, metabolicamente poco attiva, altamente infettante e resistente, ed una
forma replicativa, senza flagello, metabolicamente attiva e capace di moltiplicarsi all’interno della
cellula ospite, incapace di vivere nell’ambiente extracellulare.

Penetrata in un ospite tramite un vacuolo endocitotico, provoca la formazione di un compartimento


intracellulare specializzato (vacuolo replicativo) che si associa a numerose vescicole cellulari ma non
con i lisosomi; successivamente questo vacuolo si fonde col reticolo endoplasmatico, per poi iniziare
con la moltiplicazione batterica. Il complesso si espande in coincidenza con l’aumento del numero dei
batteri in esso contenuti e matura in una vescicola dalla quale le forme mature si liberano nell’area
extracellulare in seguito alla lisi della cellula ospite. La legionella produce una citotossina e alcuni
enzimi (fosfolipasi C, metallo-proteasi) che contribuiscono al danno cellulare.

La diagnosi si pone con la ricerca della legionella nel materiale patologico(secrezione bronchiale),
con indagini microscopiche di preparati allestiti con metodi di immunofluorescenza diretta o
indiretta. Anche la ricerca del genoma tramite PCR è efficace, così come la ricerca nelle urine
(tecniche immunoenzimatiche) di un antigene solubile eliminato con l’emuntorio renale in caso di
infezione.

La terapia sfrutta macrolidi (eritromicina), rifampicina e chinoloni; occorre ricordare che il sito
intracellulare protegge il batterio da tutti i farmaci che non sono in grado di penetrare nelle
cellule eucariotiche.

 BARTONELLE (angiogenesi patologica)


Sono parassiti endocellulari, bacilli Gram- aerobi; immobili, con l’eccezione della B. bacilliformis,
mobile per un ciuffo di flagelli.
Il meccanismo dell’azione patogena è correlato alla lesione delle cellule parassitate (emazie,
endoteli) e alla produzione di fattori capaci di stimolare angiogenesi patologica.
-
Bartonella bacilliformis -
Causa una forma morbosa bifasica, con due distinte manifestazioni cliniche, la febbre di Oroya seguita
dalla comparsa della verruca peruviana; è una patologia limitata al Sud America.
B. bacilliformis è un parassita endocellulare di cellule endoteliali, emazie e macrofagi. La trasmissione
è interumana, ad opera di un flebotomo (pappatacio detto anche serapica ).
La prima infezione, che in individui resistenti rimane in maniera subclinca, dopo incubazione di 2-3
settimane evolve nella malattia conclamata febbre di Oroya, che nella forma acuta causa una grave
anemia emolitica febbrile, ad elevata letalità per l’estesa parassitosi con massiccia distruzione di
emazie. Dopo la prima fase, nei soggetti sopravvissuti e in quelli resistenti, la malattia si mantiene
subclinica per lunghi periodi, per esitare nella comparsa di angiomi a livello cutaneo (verruca
peruviana detta anche malattia di Carriòn), ad andamento autolimitante con ondate recidivanti.
La patogenesi delle lesioni angiomatose cutanee risiede in una angiogenesi patologica stimolata
direttamente dal batterio, per promozione della proliferazione endoteliale, e indirettamente tramite
macrofagi infetti che rilasciano fattori angiogenetici.

La diagnosi si basa sull’isolamento colturale e nella ricerca degli anticorpi mediante sierologia.

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Penicillina ed altri antibiotici β-lattamici possono dominare la febbre di Oroya (che dura comunque a
lungo, senza essere letale), mentre per la verruca peruviana è necessario l’intervento chirurgico . Si
usa cloramfenicolo e doxaciclina
-
Bartonella henselae -
Ha come reservoir principale i gatti, dai quali è trasmessa tramite i graffi (inoculazione transcutanea); è
l’agente eziologico della malattia da graffio di gatto (linfoadenopatia granulomatosa cronica), che
inizia con la formazione di una papula nel punto di inoculazione che insorge dopo pochi giorni dal
trauma. La papula quindi evolve a pustola, accompagnata da adenopatia regionale e febbre. La
malattia si risolve spontaneamente in tempi lunghi (2 mesi). Manifestazione più comune nell’ospite
immunocompetente.
La malattia può evolver anche in forme cliniche atipiche, come la sindrome oculo-ganglionare di
Parinaud (congiuntivite unilaterale con adenopatia satellite), risultato di una autoinoculazione, la
polmonite granulomatosa con adenopatia ilare o encefalopatia associata ad arterite (flogosi dei vasi
arteriosi).
Nei soggetti sieropositivi, la B. Henselae causa patologie con gravi alterazioni vascolari caratterizzate
da angiogenesi patologica rappresentate dalla angiomatosi bacillare(proliferazione vascolare
cutanea) e dalla peliosi epatica(cavità multiple ripiene di sangue distribuite casualmente in tutto
il fegato ).
L’angiomatosi bacillare si manifesta nelle fasi tardive dell’HIV, con noduli vascolari sottocutanei a
causa della proliferazione localizzata dei piccoli vasi, simili alle manifestazioni del sarcoma di Kaposi.
La peliosi epato-splenica consiste nella formazione di laghi venosi nel parenchima; B. henselae è un
parassita degli endoteli e dei macrofagi e la patogenesi delle lesioni peliosiche risiede nella
proliferazione delle endoteliali.

La diagnosi prevede l’isolamento colturale da sangue o materiale bioptico. La terapia si può avvalere di
numerosi antibiotici e chemioterapici, capaci di dominare la sintomatologia del paziente HIV+. Nella
sindrome da graffio di gatto la malattia è autolimitante e il trattamento farmacologico è inefficace.
-
Bartonella -
Agente eziologico della febbre delle trincee (febbre quintana), trasmessa dai pidocchi. La malattia è
caratterizzata da episodi febbrili ricorrenti che durano 4-5 giorni, recidivando per mesi. Si usano
doxiciclina e gentamicina

 RICKETTSIE
Gruppo di batteri Gram-, parassiti endocellulari obbligati, labili nell’ambiente esterno. Oltre alla
membrana esterna con il LPS le rickettsie sono rivestite dallo strato cristallino, formato da due
proteine multimeriche con caratteri antigenici specie-specifici. Non sono in grado di produrre ATP,
che assumono dalla cellula parassitata tramite adeguati sistemi di trasporto (parassiti energetici). Il
reservoir animale è costituito da piccoli roditori, mentre il vettore sono artropodi ematofagi.
Vengono parassitate le cellule endoteliali dei capillari, che vengono danneggiate dai sistemi attivi come
gli enzimi fosfolipasici che danneggiano la membrana. introdotte in un endosoma, diffondono nel
citoplasma prima dell’unione dei lisosomi, dove si moltiplicano attivamente.
La lesione cellulare iniziale consiste nella distruzione delle membrane intracellulari (RE), con necrosi
delle endoteliali e formazione di trombi ialini, che si manifestano con esantemi petecchiali o maculo-
papulari, per lesioni vascolari a livello cutaneo. La vasculite (infiammazione vascolare con
danneggiamento per flogosi dei tessuti) riguarda numerosi organi, con interessamento di SNC, reni,
cuore, polmoni.
Le manifestazioni patologiche variano in base al biogruppo considerato, diviso in quattro categorie sulla
base proprio dei quadri clinici indotti.
-
Gruppo del dermotifo -
Comprende il tifo esantematico epidemico e il tifo murino. Il tifo esantematico è la rickettsiosi
umana più grave e con elevata mortalità. Si trasmette da infetto a sano tramite i pidocchi e comporta
manifestazioni esantematose petecchiali, febbre alta e cefalee.

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La malattia di Brill-Zinsser si manifesta in seguito a recrudescenza di una infezione guarita solo


clinicamente, con quadro paucisintomatico del tifo esantematico e andamento autolimitante.
Il tifo murino è endemico nei ratti, dai quali può raggiungere l’uomo tramite le pulci, causando
affezioni febbrili.
-
Gruppo della febbre maculosa (la più grave è detta delle montagne rocciose, poi c'è quella da
Febbre bottonosa e rickettsiosi vescicolare) -
Forme morbose simili, tutte con quadri clinici di febbre, cefalea, mialgie diffuse ed esantema maculo-
papulare. Il vettore è costituito dalle zecche.
-
Gruppo della febbre fluviale del Giappone -
Sostenuta da R. Tsutsugamushi, trasmessa da acari che infettano roditori. La malattia presenta febbre e
malessere generale, con guarigione spontanea; sintomatologia di entità molto lieve.
-
Gruppo della febbre Q (“La deonominazione Q sta per query (termine inglese per domanda) ad
indicare l'assoluta indeterminazione del fattore patogeno della malattia “) -
Coxiella burnetii,sempre delle Richettsie, è l’agente eziologico della febbre Q, ubiquitaria, caratterizzata
da febbre elevata e vario ventaglio di sintomi possibili (atralgie, mialgie, cefalea, vomito, diarrea,
polmonite interstiziale, esantemi).causata da Bacillo Gram-, parassita endocellulare obbligato.
Risiede all’interno della cellula ospite dentro un vacuolo parassito foro con pH acido (5) essenziale per
il metabolismo e la replicazione del batterio. Presenta un ciclo bifasico, in cui si alternano forme
intracellulari replicative e extracellulari inerti e resistenti.
Gli animali infetti (ovini, caprini, bovini, uccelli) possono eliminare per lunghi periodi il batterio con feci,
urine, latte e carne, che rimane vitale per lunghi periodi (1 mese); nel pulviscolo essiccato può durare
anche 1 anno.
L’uomo si infetta per inalazione di aerosol e polveri contaminate e i soggetti esposti sono i lavoratori
che operano a contatto con animali.
L’infezione clinica colpisce il 50% dei contagiati e si manifesta dopo 1 settimana di incubazione; i
sintomi durano per 2 settimane, per poi tendere spontaneamente alla guarigione. Cronicizzazioni
possono comportare endocarditi o epatiti, con conseguenze gravi e di difficile risoluzione.

Diagnosi di infezione
Le rickettsie non crescono in terreni di coltura abiotici, per cui l’isolamento colturale avviene in colture
di cellule endoteliali o nella cavia. La ricerca di antigeni specifici in materiali patologici ha una
modesta sensibilità, per la scarsa presenza dei batteri; la tecnica migliore consiste nella ricerca del DNA
batterico tramite PCR. Possibile la ricerca di anticorpi specifici nel siero del paziente tramite diverse
metodiche (immunofluorescenza, immunoenzimatiche).

Terapia
Tetracicline, cloramfenicolo e eritromicina; anche chinoloni.

PROTOZOI

PROTOZOI GENERALE

Sono organismi eucarioti monocellulari, oppure strutture pluricellulari di cellule indipendenti; sono
dotati di movimento almeno in una fase della loro vita (pseudopodi, cicli o flagelli), essendo a volte
in grado di endocitare la struttura di movimento (tasca flagellare).
Si possono localizzare nelle acque, nel suolo oppure nelle superfici interne e ed esterne di animali e
vegetali. Oltre 20.000 specie conosciute, sono in competizione coi batteri.
Sono in grado di eseguire attività di pinocitosi o fagocitosi (citoscheletro), presentando aperture
specializzate (citostoma:”l citostoma è un organulo, costituito da quella porzione della cellula
specializzata nella fagocitosi; generalmente è in forma di solco o imbuto appoggiato a un microtubulo. Il
cibo è incanalato nel citostoma per essere racchiuso nei vacuoli “ e citopige:”Apertura che mette in

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comunicazione l'apparato digerente di alcuni Protozoi con l'esterno “) per l’assunzione di alimenti e la
escrezione di cataboliti.
Si moltiplicano asessuatamente per divisione binaria, multipla (schizogonia) o endoduogenia
(formazione di due cellule all’interno della cellula protozoaria, poi si lisa rilasciando le due cellule figlie);
alcuni alternano la riproduzione sessuata e asessuata.
Alcuni sono in grado di formare cisti o spore, con il significato di stadi di resistenza.
Molte specie sono saprofiti o commensali, mentre alcune sono parassiti obbligati o facoltativi dell’uomo.

Struttura del protozoo flagellato


Essendo eucarioti, presentano un nucleo che contiene il genoma e una serie di organelli delimitati da
membrana (mitocondri, apparato di Golgi, reticolo endoteliale). Il flagello è sostenuto da una struttura di
microtubuli, che formano anche il citoscheletro della cellula. Il genoma dei protozoi è complesso,
potendo arrivare a 90 Mbp( contro le 3 miliardi l'intero genoma umano), con variabile numero di
cromosomi (5-40).
Per la produzione di energia utilizzano metabolismi ossidativi o fermentativi, essendo aerobi-anaerobi
facoltativi; alcuni patogeni per l’uomo sono sprovvisti di mitocondri, risultando anaerobi. L’assunzione
di sostanze esterne può avvenire per pinocitosi e fagocitosi, mentre il movimento avviene mediante
pseudopodi, ciglia o flagelli. Nei ciliati si ritrovano aperture specializzate per l’introduzione di nutrienti
(citostoma) e l’escrezione di scorie (citopige).

Meccanismo dell’azione patogena


Alcuni protozoi sono parassiti che sopravvivono sulle superfici mucose, pur potendo talvolta distruggere
l’epitelio e invadere i tessuti profondi; altri sono parassiti endocellulari. I meccanismi alla base del
danno possono essere classificati come segue:
- Infezione inapparente: l’infezione non provoca segni di malattia
- Azione meccanica: malassorbimento intestinale a causa della colonia protozoaria che copre le
mucose,o in caso di malaria cerebrale (intasamento dei capillari cerebrali da parte di globuli
rossi infetti) o patologia polmonare indotta da Pneumocystis carinii (ostacolo meccanico alla
diffusione legato alla moltiplicazione de batterio )
- Azione tossica: liberazione di citochine pirogene (TNF, IL-1 e 6) conseguenti all’azione emolitica
della malaria
- Necrosi litica: gli enzimi prodotti dai protozoi gli consentono di degradare metaboliti, entrare
nelle cellule ospiti distruggendole e di attraversare barriere anatomiche, diffondendo
- Induzione reazione tissutale: costante di ogni infezione da protozoo, può essere una risposta
locale (granuloma amebico) o sistemica, come l’eritropoiesi aumentata in risposta alla maggior
parte dei protozoi

- Modificazione degli antigeni superficiali: alta mutabilità genica (sistemi ricombinanti) che
permette la modifica continua degli antigeni superficiali oppure l’impiego di cicli vitali a stadi,
con differenti antigeni per poter evitare le azioni cellulo-mediate e il riconoscimento da parte di
Ig

- Resistenza al killing cellulare: capacità dei protozoi più virulenti di replicarsi all’interno dei
macrofagi, interferendo con l’azione di killing

- Soppressione immunitaria: secrezione di antigeni solubili

Diagnosi di infezione protozoaria


Sia metodi diretti (messa in evidenza del protozoo nel materiale biologico) che indiretti (prove
sierologiche e controlli molecolari):
- Ricerca microscopica a fresco: permette di apprezzare il movimento protozoario
- Ricerca microscopica con colorazione: per una migliore definizione del protozoo
- Prova biologica: inoculazione in animale da laboratorio
- Prova colturale: coltivazione in vitro
- Sonde molecolari o amplificazione genica: ricerca del materiale genetico del protozoo,

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- Ricerca di antigeni specifici: tecniche immunoenzimatiche monoclonali permettono la ricerca


di antigeni protozoari specifici
- Indagini sierologiche: dimostrazione della risposta anticorpale specifica nei confronti del
protozoo. La presenza di IgM specifiche indica infezione precoce, mentre le IgG permangono per
tutta la vita; scarsa significatività del test

Classificazione
Divisione in base alla localizzazione preferenziale:
- Sarcomastigophora: flagellati a localizzazione intestinale o genito-urinaria (Giardia
intestinalis, Triconomas vaginalis), capaci di invadere sangue e tessuti profondi (emoflagellati,
che hanno nel sangue il momento cruciale del loro ciclo, come Leshmanie e Tripanosomi) e
microrganismi ameboidi parassiti del sistema intestinale o del sistema meningo-
encefalico (Entamoeba, Acanthamoeba e Naegleria)
- Apicomplexa: sporozoea, caratterizzati dall’alternanza di forme di riproduzione sessuata e
asessuata; movimento solo nei micro gameti (maschili). Questa classe comprende Plasmodi e
Toxoplasmi, capaci di invadere sangue e tessuti profondi
- Ciliophora: protozoi dotati di numerose ciglia per la locomozione, citostoma e citopige evidenti
e due nuclei a diversa funzione (genetica e trofica). Balantidium coli è l’unico tipo di protozoo di
questa categoria capace di infettare l’uomo, con localizzazione intestinale
- Microspora: microrganismi sporigeni che iniettano lo sporoplasma nelle cellule ospiti.
Nella cellula avviene un primo processo di divisione schizogonia (merogonia) a cui segue la fase
di sporogonia; non presenta fasi sessuate. Le spore endocellulari si liberano con lisi della cellula.
Sono agenti eziologici opportunisti.

PROTOZOI SPECIALE

 FLAGELLATI A LOCALIZZAZIONE INTESTINALE E GENITO-URINARIA(metronidazolo)


Essenzialmente due, la Giardia intestinalis e il Trichomonas vaginalis.

- Giardia intestinalis -
Del genere Giardia solo la Giardia intestinalis è patogena per l’uomo
La giardiasi rappresenta una infezione a trasmissione oro-fecale.

Ciclo vitale
Il ciclo biologico presenta due fasi di sviluppo, una vegetativa (trofozoite) e una di resistenza (cisti).
- Il trofozoite si localizza nell’intestino tenue, dove aderisce alla mucosa duodeno-digiunale
tramite un disco ventrale (meccanismo a ventosa). Dietro al disco si evidenziano 2 nuclei ovali e
8 flagelli, che sono disposti a raggiera, conferendo motilità al protozoo. Il trofozoite si
moltiplica per scissione binaria; può essere messo in evidenza nel lume intestinale adeso alla
parete o nelle feci diarroiche (esame a fresco) quando l’accelerato transito intestinale
impedisca l’incistamento
- La cisti è responsabile della trasmissione oro-fecale, costituendosi per incistamento nel colon.
Per prima cosa vengono ritratti i flagelli, poi il citoplasma condensa e si forma la parete cistica.
Tipicamente tetranucleata, è evidenziabile nell’esame diretto delle feci, raggiungendo l’ospite
ricettivo per contaminazione alimentare.

Patogenesi e forme cliniche


A seguito del processo di escistamento promosso dall’ambiente acido gastrico, si liberano 2 trofozoiti
che si localizzano nel tenue, moltiplicandosi sulla superficie mucosa senza attraversarla.
L’infezione è asintomatica nell’80% dei casi, ma nei soggetti predisposti la moltiplicazione incontrollata
porta al tappezzamento della mucosa intestinale, provocando una infiammazione modesta con
manifestazioni diarroiche e malassorbimento; anche dotti biliari e colecisti possono essere
interessati, dando modesti segni di colangite o colecistite.

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Diagnosi e terapia
- Ricerca microscopica: a fresco delle cisti emesse con le feci e dei trofozoiti nella diarrea; anche
verifiche del succo duodenale o di biopsie duodenali sono illuminanti, ma invasive
- Ricerca indiretta: identificazione di antigeni parassitari presenti nelle feci del paziente con
ELISA
Il farmaco di elezione è il metronidazolo, ma risulta efficace anche il tinidazolo.

- Trichomonas vaginalis (non ha forma cistica) -


Solo il Trichomonas vaginalis risulta patogeno per l’uomo, risultando come parassita ubiquitario.
Il T. vaginalis non ha la capacità di produrre forme di resistenza (cisti) ed è molto fragile all’esterno
dell’organismo umano; il trofozoite è un flagellato con 2 coppie di flagelli.
Il ciclo vitale prevede il passaggio diretto dall’apparato uro-genitale maschile a quello femminile e
viceversa. La replicazione avviene per fissione binaria.

Patogenesi e forme cliniche


Provoca una infezione localizzata nelle mucose dell’apparato genitale senza attraversare l’epitelio. Le
manifestazioni cliniche sono spesso assenti nell’uomo, meno nella donna; il danneggiamento
cellulare dell’epitelio vaginale comporta formazione di microerosioni ulcerative. Pochi giorni
successivi l’infezione si assiste a una desquamazione dell’epitelio vaginale, con vaginite e leucorrea
profusa(Secrezione vaginale sierosa o sieromucosa di aspetto biancastro e viscido in cui sono presenti
leucociti, cellule di desquamazione della mucosa vaginale e/o uterina e microrganismi ),prurito ed
edema della mucosa (dispareunia, dolore durante il rapporto sessuale). Nel maschio la infezione
sintomatica consiste in uretrite purulenta, con edema del meato uretrale e dolore a minzione ed
erezione.

Diagnosi e terapia
Evidenziazione del parassita negli essudati vaginali e nelle urine; la ricerca diretta può avvenire a
fresco per apprezzare la mobilità del T. vaginalis, mediante strisci colorati o coltura in vitro.
Il farmaco per contrastare la tricomoniasi è il metronidazolo, da fornire a entrambi i partner per
evitare infezioni a ping-pong.

 AMEBE
Le patogene più importanti nell’uomo sono l’Entamoeba histolytica, a localizzazione intestinale,
Naegleria fowleri (meningoencefalite a liquor torbido) e Acanthomoeba, a localizzazione
meningo-encefalica.

- Entomoeba histolytica (forma che fagocita emazie) (metronidazolo) -


Patogeno a localizzazione intestinale e trasmissione oro-fecale. Il suo ciclo vitale prevede la forma
vegetativa (trofozoite, presente all’interno dell’organismo) e quella di resistenza (cisti), tetra
nucleata e responsabile della trasmissione della malattia, che si converte quando entra nell’ospite.
- Trofozoite: può essere nella forma minuta (forma vegetativa commensale) o nella forma
magna (forma invasiva patogena a diffusione ematica). Il citoplasma esterno risulta più chiaro
di quello interno, dove sono localizzati i vacuoli digestivi e il nucleo; sempre nel citoplasma è
possibile rilevare residui eritrocitari , che attestano la patogenicità del ceppo (i commensali
non fagocitano gli eritrociti). È la forma che risiede nell’organismo, all’esterno si ritrova nelle feci
solo quando la diarrea ha reso il transito intestinale troppo veloce, impedendo la conclusione
dell’incistamento. La fuoriuscita dalla metacisti multi nucleata dall’involucro cistico è
promossa dall’incontro coi succhi digestivi alcalini dell’intestino; dopo la divisione del
citoplasma fra i 4 trofozoiti, avviene la colonizzazione intestinale del segmento cecale con
adesione alla mucosa. Colon discendente e cieco sono la localizzazione della replicazione dei
trofozoiti, prima dell’incistamento. Il processo di incistamento avviene nella parte terminale
del colon: condensazione del citoplasma (precisti) e rivestimento con parete cistica (cisti
immatura); la cisti matura si ha quando diviene tetranucleata. Emessa con le feci, è
responsabile della infezione quando ingerita.

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- Cisti: presenta 4 corpi cromatodi, che risultano essere 4 nuclei condensati. Responsabili della
infezione da ameba, possono sopravvivere 2 settimane nell’ambiente e per alcune ore sulle mani
contaminate; anche alcuni insetti possono essere vettori di cisti.

Epidemiologia
500 milioni di persone nel mondo sono portatori o parassitati da Entomoeaba histolytica, ma solo il
10% degli individui manifestano la patologia collegata. Il circuito di infezione è oro-fecale, a seguito
di ingestione di alimenti e liquidi contaminati dalla forma cistica. Facilitate queste forme nei
comportamenti psichiatrici, come geofagia e coprofagia. Alla diffusione contribuiscono anche gli insetti
vettori e le cattive condizioni igieniche.

Patogenesi e forme cliniche


La Entomoeba può causare disturbi intestinali, intervallando momenti di diarrea a momenti di stipsi,
dovuti alla bassa concentrazione di histolytica nel sangue.
Aderisce alle cellule della mucosa intestinale per mezzo di adesine , per poi provocare la lisi
cellulare tramite secrezione di enzimi proteolitici. Approfonditosi nella sottomucosa, il
microrganismo può raggiungere il parenchima epatico tramite il sistema portale, causando ascesso. È
capace, una volta raggiunto il sangue, di fagocitare le emazie, usando le riserve di glicogeno e le
strutture eritrocitarie (membrana, emoglobina, organelli, ecc…) per la produzione di energia (ciò motiva
la presenza di residui eritrocitari nei trofozoiti patogeni).
Durante l’infezione amebica si osserva la produzione di anticorpi sia sierici che mucosali (IgA) che
persistono per una decina di anni riducendo, insieme alla risposta cellulo-mediata, la sensibilità a
future infezioni. Si possono distinguere forme intestinali e extraintestinali, oltre allo stato di portatore
asintomatico, con colonizzazione silente del colon.
- Amebiasi intestinale: dopo una incubazione di 10-20 giorni appaiono dissenteria,
tenesmo(Contrazione spasmodica e dolorosa dello sfintere anale o vescicale associata a
continua necessità di evacuare. Il materiale fecale e le urine sono emesse in modica quantità o
non sono emesse ), dolori addominali, mentre manca il vomito e spesso la febbre. Le scariche
diarroiche (5-15 nelle 24 ore) diventano di tipo mucoso o muco-ematico, a causa delle ulcere
che si formano nel cieco e nel colon; limitate a livello superficiale, si estendono nella
sottomucosa (ulcere a fiasco), sviluppandosi parallelamente all’epitelio luminale. Dopo la forma
acuta, se non si risolve in 2-3 settimane (90% dei casi), tende a cronicizzare con
riacutizzazione, favorendo le complicazioni come l’enterorragia (perdita di sangue dalla parete
intestinale), la perforazione (che può causare peritonite) e la forma a localizzazione
extraintestinale. La forma cronica induce fenomeni scleroinfiammatori per la cicatrizzazione
delle ulcere, con dolore addominale, meteorismo e diarrea moderata.
- Amebiasi extraintestinale: l’ameba attraversa la parete intestinale raggiungendo il sangue, con
un percorso simile alle metastasi del carcinoma del colon (sistema portale). Si localizza
quindi a livello epatico, causando ascesso nel parenchima, il quale contiene trofozoiti (mai
cisti, che maturano solo nel retto) in moltiplicazione e materiale parenchimatoso necrotico.
Per via transdiaframmatica può raggiungere il polmone destro, con raccolta ascessuale che si
svuota nei bronchi, e, per diffusione ematica successiva, l’encefalo. I sintomi presentano
febbre irregolare, epatomegalia, dolore in sede ipocondriaca destra e compromissione
grave dello stato generale. L’interessamento cutaneo è perianale in corso di dissenteria
amebica acuta.
- Portatore asintomatico: nella maggioranza dei casi l’infezione risulta asintomatica, senza
invasione della mucosa intestinale. È il più importante serbatoio di infezione.

Diagnosi di infezione
- Ricerca microscopica: nelle forme intestinali si ritrovano cisti e trofozoiti nelle feci, nelle
quali è possibile riconoscere residui eritrocitari,residui che non si trovano nella Entomoeba
dispar che colonizza l’intestino ma risulta apatogena per l’uomo
- Ricerca anticorpale con ELISA: ricerca di anticorpi specifici nel siero; è efficace solo dopo
un lungo periodo di incubazione (necessario tempo per sviluppare immunità adattativa)
- Sonde molecolari e PCR:

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- Analisi strumentali: per ascessi polmonari, epatici o cerebrali


L’ascesso epatico causa dolori epatici per compressione; radiologicamente è confondibile con un
epatocarcinoma, per cui si rende necessaria la biopsia del parenchima per isolare i trofozoiti e
escludere l’ipotesi neoplastica.

Trattamento dell’infezione da Entomoeba histolytica


La paromicina funge da antiamebico luminale, perché non venendo assorbita dalla mucosa
permane lungo tutto il tragitto del canale alimentare, riuscendo a raggiungere il cieco. A questa, in
caso di amebiasi extraintestinale, si associa il trattamento con metronidazolo, che è un antiamebico
tissutale, con eventuale sviluppo chirurgico.

- Acanthamoeba(infetta tramite tratto respiratorio inferiore,lesioni ulcerative e soluzioni di


contatto;cisti è mononucleata e patologia è la GAE e cheratite) (pentamidina e ketoconazolo)
-
Diverse specie, di cui molte hanno potere patogeno nei confronti dell’uomo; possono infettare tramite il
tratto respiratorio inferiore, lesioni ulcerative cutanee o soluzioni di continuo delle mucose.

Ciclo vitale
Tutte le specie del genere prevedono due fasi nel ciclo vitale, la forma vegetativa (trofozoite) e la forma
di resistenza (cisti).
Il trofozoite è capace di movimento per emissione di pseudopodi; in condizioni ambientali non
appropriate, la forma vegetativa produce una cisti mononucleata con parete bilaminare (esocisti ed
endocisti). La divisione cellulare avviene per mitosi nei trofozoiti, i quali sono responsabili della
trasmissione dell’infezione, penetrando nell’organismo tramite il tratto respiratorio inferiore, ulcere
cutanee o soluzioni di continuo delle mucose. La colonizzazione del SNC avviene in seguito per via
ematogena.

Patogenesi e forme cliniche


Inducono l’encefalite granulomatosa amebica (GAE) e una forma di cheratite(infiammazione della
cornea). La GAE, dopo un periodo di incubazione variabile, presenta i primi sintomi, che sono nausea,
cefalea e vomito, a cui si aggiungono letargia, confusione mentale e coma con il progredire
dell’infezione. La morte avviene per complicanze come broncopolmonite o insufficienza renale ed
epatica. Le zone di encefalo colpite presentano una reazione granulomatosa.

Diagnosi e terapia
Il riscontro di Acanthamoeba nel liquor è sufficiente alla diagnosi eziologica; anche la biopsia cerebrale
è impiegata con successo nella diagnosi di GAE, perché nei granulomi amebici sono visibili sia forme
vegetative che cistiche.
La terapia si avvale di pentamidina e ketoconazolo, somministrate tempestivamente.

- Naegleria fowleri (presenta terza forma e questa è flagellata uso di amfotericina B-


endovenosa)) -
Rintracciabile in acque termali, laghi, stagni e piscine non disinfettate.

Ciclo vitale
Esistono due forme, una trofozoaria e una cistica, a cui si aggiunge un terzo stadio, flagellato, che
deriva direttamente dal trofozoite, importante nella trasmissione dell’infezione.
Il trofozoite di Naegleria è dotato di movimenti ameboidi per emissione di pseudopodi e garantisce la
replicazione tramite mitosi.
La cisti è rivestita da una parete bilamellare.
La forma flagellata deriva direttamente dalla forma vegetativa in condizioni di ipotonia e possiede
notevole mobilità.
La trasmissione prevede il passaggio diretto del trofozoite o della forma flagellata (più infettante) al
SNC per via trans nasale tramite la lamina cribrosa(etmoide).

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Patogenesi e forme cliniche


La N. fowleri causa una grave encefalite acuta (meningoencefalite acuta primaria, PAM) che inizia
bruscamente con cefalea, febbre, nausea, vomito e segni di meningite; si distingue da quella causata
da Acanthamoeba per la maggiore acuzie(intensità). Il quadro istopatologico evidenzia uno stato
infiammatorio acuto necrotizzante, con presenza di trofozoiti nelle lesioni.

Diagnosi e terapia
Il riscontro del trofozoite nel liquor e nella biopsia cerebrale è patognomonico; le indagini
sierologiche non hanno significato a causa dell’acuzie.
La terapia, spesso deludente, si avvale dell’amphotericina-B endovenosa.

 EMOFLAGELLATI(vanno tutti nei macrofagi)


Comprendono protozoi flagellati con localizzazione nel sangue e nei tessuti profondi. Unico flagello,
possono presentare morfologia diversa nella stessa specie in base allo stadio di sviluppo raggiunto,
differenziati per la posizione del nucleo per il punto di emissione del flagello:
- Amastigote: forma ovalare, intracellulare, flagello racchiuso nella tasca flagellare
- Promastigote : allungato , maggiori dimensioni , con un lungo flagello
- Epimastigote: allungato, riscontrabile nelle ghiandole salivari dei vettori
- Trypomastigote: forma circolante nel sangue, grandi dimensioni
Di questa categoria fanno parte Leishmanie e Tripanosomi.

- Leishmania (antimoniato di N-metilglucammina o amfotericina B endovenosa) -


Il genere Leishmania comprende tre ceppi patogeni: il complesso Leishmania donovani
(manifestazione viscerale su milza, fegato, linfonodi e midollo osseo), il complesso Leishmania tropica
e il complesso Leishmania mexicana/braziliensis (cutanea o muco-cutanea, senza diffusione tissutale).

Ciclo della Leishmania


Il ciclo vitale di tutte le specie di Leishmania prevede le forme amastigote (nell’ospite vertebrato) e
promastigote (nelle ghiandole salivari del vettore e in coltura).
In Europa, Africa e Asia le leishmanie sono veicolate da insetti ematofagi del genere Phlebotomus,
mentre in America dal genere Lutzomyia, che assumono la forma amastigote durante un pasto ematico
e lo trasmettono sotto forma promastigote.
Le Leishmanie donovani, complesso ubiquitario, diffondono velocemente dal punto di
inoculazione, invadendo le cellule reticolo-endoteliali(“reticolo endoteliali sono cellule che Dal
sangue migrano nei tessuti e maturando si trasformano in macrofagi. Quindi i monociti e i macrofagi
tissutali rappresentano due stadi di uno stesso stipite cellulare spesso denominato sistema dei fagociti
mononucleati; questo sistema era indicato in passato con il termine ormai abbandonato di sistema
reticolo-endoteliale “) e parenchimali di milza, fegato, linfonodi e midollo osseo.
Le Leishmanie tropica (Medio oriente e Africa) e braziliensis (America Latina), inoculate sotto forma
promastigote, vengono fagocitate localmente da elementi del sistema reticolo-endoplasmatico, nei quali
si moltiplicano per scissione binaria sotto forma amastigote, provocando lisi cellulare e diffusione della
forma infettiva. La Leishmania braziliensis può dare diffusione linfatica.
In Italia i vettori principali sono la zanzara Phlebotomus e il cane infetto, che funge da reservoir di
parassiti.
Quando il promastigote entra nel sangue umano si converte nella forma amastigote (rotonda)
riassumendo il flagello per eliminare una fonte di antigeni. Il passaggio promastigote/amastigote
avviene nei macrofagi, non in forma libera; una quota di amastigoti fagocitati viene distrutta (non
riescono a impedire il killing cellulare), mentre una percentuale riesce a sopravvivere, moltiplicandosi e
causando la parassitosi.
Quando il sangue infetto viene succhiato da un insetto, le leishmanie attuano una ulteriore metamorfosi
nell’intestino della zanzara, divenendo promastigoti che si vanno a localizzare nella proboscide della
zanzara.

Patogenesi e forme cliniche

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- Leishmaniosi viscerale(detta febbre nera): dovuto al complesso Leishmania donovani, che


dal reservoir (canide) viene trasferita tramite il vettore Phlebotomus all’uomo, per poi
localizzarsi nei macrofagi del sistema reticolo-endoteliale. Dopo una incubazione di 2-4 mesi; in
questo tempo la leishmania riesce a interferire con la fagocitosi producendo proteine che
alterano la risposta dei T Helper, inducendone l’evoluzione a Th2 (attivanti i B) rispetto a Th1
(attivanti CTL e macrofagi). Dopo i sintomi prodromici, si ha febbre alta, epatosplenomegalia,
linfoadenomegalia e compromissione delle filiere evolutive del midollo osseo, ricco di
macrofagi bersagli del parassita (anemia, piastrinopenia e linfopenia). Nel midollo le
leishmanie alterano le CD34+, precursore delle cellule ematolinfopoietiche,
compromettendole grazie a prodotti che riducono la secrezione di fattori emopoietici. La
successiva evoluzione presenta emorragia (piastrinopenia) e cachessia (dovuta alla liberazione
di citochine, come il TNF (chiamata citochina cachetizzante), che porta ad astenia per la continua
infiammazione), oltre alla depressione del sistema immunitario (disordini nel midollo osseo). Le
piastrine sono particolarmente deplete perché tutto il loro sviluppo è interamente midollare.
Normalmente ha un decorso di diversi mesi
- Leishmaniosi cutanea del vecchio mondo: scatenata dal complesso Leishmania tropica, che
tramite i reservoir (roditori) viene trasferita all’uomo dai vettori Phlebotomus; l’incubazione
dura 1-2 mesi, con lisi dei macrofagi cutanei e diffusione per continuità epidermica. La
lesione comincia nel punto di inoculazione della leshmania con un aspetto papulo-nodulare che
si ulcera, aumentando progressivamente di dimensione . Diversi microrganismi possono poi
sovrapporsi, causando una sovrainfezione suppurativa che complica ulteriormente il decorso
terapeutico.
- Leishmaniosi cutanea del nuovo mondo e mucocutanea: promossa dal complesso
Leishmania mexicana e brazilensis; i reservoir sono bradipi, formichieri, opossum ed altri
animali della jungla, punti da Lutzomyia che poi la trasferisce nell’uomo. Anche in questa forma
si ha lisi dei macrofagi cutanei con diffusione per continuità epidermica; l’inizio è papulo-
nodulare, con evoluzione ulcerosa e interessamento delle mucose . La diffusione può anche
essere metastatica seguendo il circolo linfatico , ma le localizzazioni patologiche sono cute e
mucose. La lesione si apre sia verticalmente che orizzontalmente, allargandosi e
approfondendosi, mentre ai bordi si ha una reazione fibrotica immediata. Raggiungendo l’osso
può causare osteite, sia per l’osso che per la cartilagine. Lesioni metastatiche al nasofaringe e
alla laringe.

Diagnosi
- Leishmania donovani (leishmaniosi viscerale): i campioni clinici possono essere sangue,
puntato sternale o biopsie epatiche, anche se rare:
o Analisi microscopica con colorazione: rilevati amastigoti nei macrofagi
o Analisi colturale in NNN(Novy-MCNeal-Nicolle ):(“is a culture medium used to grow
Leishmania. It consists of 0.6% sodium chloride (NaCl) added to a simple blood agar
slope.[1] NNN can also be used to grow Trypanosoma cruzi. “)
o Analisi sierologiche: ELISA e IFA(immunofluorescenza indiretta)(utilizzate per
evidenziare il contatto prolungato con leishmanie (l’immunità adattativa richiede tempo
per sviluppare la specificità, per cui tutte le infezioni che hanno lunga incubazione sono
evidenziabili in questo modo)
o Metodi molecolari:
o anche cellulo-mediata (intradermoreazione)
- Leishmania tropica (leishmaniosi cutanea del vecchio mondo): la localizzazione epidermica
indica la necessità di un campione di biopsia cutanea o di essudato purulento; non si
effettuano ricerche sierologiche perché essendo superficiale nella lesione si possono
ritrovare tutti i microrganismi che si localizzano normalmente sulla cute.
o Analisi microscopica con colorazione: amastigoti nei macrofagi
o Analisi colturale in NNN: utile quando il protozoo non è direttamente evidenziabile
o Metodi molecolari:

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- Leishmania mexicana e brasiliensis (leishmaniosi cutanea del nuovo mondo): sia campioni
dell’ulcera (biopsia cutanea, essudato ulceroso) che prelievi di sangue (siccome diffonde per via
linfatica, nel sangue non si rileva ma ci sono gli anticorpi anti-leishmania):
o Analisi microscopica con colorazione:
o Analisi colturale con NNN:
o Analisi sierologiche: ELISA per evidenziare gli anticorpi; utile in caso di campioni
bioptici negativi dall’ulcera, che possono essere stati prelevati male in zone cicatriziali
senza patogeno
o Metodi molecolari:
Nel caso di Leishmanie diversi test possono dare esito negativo a causa di minime concentrazioni di
patogeno nei campioni, per cui è consigliabile eseguire sempre più generi di esami e incrociare i risultati.

Trattamento
Antimoniato di N-metilglucammina è il farmaco di elezione, che però può dare fenomeni di tossicità
che ne impongono la sospensione, sostituiti da stibogluconato di sodio, amfotericina B e miltefosina.
Le terapie sono lunghe (1 mese) soprattutto nelle leishmaniosi viscerali occorre bonificare tutti i tessuti
fino a depurare i macrofagi per evitare recidive. Dopo la guarigione, l’immunità cellulo-mediata si
mantiene per diversi anni.

- Tripanosomi -
I ceppi patogeni per l’uomo si dividono in Tripanosma cruzi, che dà la tripanosomiasi americana, e
Tripanosoma brucei, il quale è il ceppo comune di due successive evoluzioni (rhodesiense e
gambiense) che danno la tripanosomiasi africana. Il limitato numero di tripanosomi patogeni dipende
dal fatto che la maggior parte degli appartenenti a questa categoria vengono distrutti dalle apoproteine
del siero umano. Il T. cruzi prevede nel proprio ciclo vitale tutte le forme protozoarie, mentre il T. brucei
presenta solo trypomastigote e epimastigote. Entrambi si dividono per scissione binaria.

Tripanosoma cruzi(benzidazolo e nifurtimux)


Diffuso in America Latina e Centrale, perché le Triatomine (cimice) vivono negli anfratti delle case di
fango. Nell’insetto vettore si evidenzia lo stadio epimastigote, mentre nell’organismo infettato
appaiono come trypomastigoti o amasti goti (flagello internalizzato).

Ciclo del Tripanosoma cruzi


Trova dei reservoir negli animali della jungla, come armadilli e opossum, per poi essere assimilato
dalle cimici che ne bevono il sangue. Può inoltre passare vicendevolmente dall’uomo al cane.
La trasmissione all’uomo non avviene per inoculazione nel rigurgito salivare, ma a causa delle feci
della cimice che penetrano dalle lesioni causate quando si gratta il becco pruriginoso dell’artropode.
Anche trapianti d’organo, trasfusioni e rapporto madre-feto possono permettere la contaminazione.
I tripanosomi metaciclici che entrano dalla lesione infettano i macrofagi, dove si convertono in
amastigoti, che dopo la replicazione binaria fuoriescono lisando la cellula e trasformandosi in
epimastigoti e poi in trypomastigoti. L’incubazione intracellulare, che permette al T. cruzi di evitare il
contatto con gli anticorpi, rende non necessaria la variabilità antigenica tipica del T. brucei, che invece
non ha forme amasti goti intracellulari. I trypomastigoti a questo punto diffondono per via sanguigna
nella fase ematica, andando a colonizzare il sistema reticolo-macrofagico, le cellule muscolari
striate e lisce e i gangli del SNP, ponendo le basi per le manifestazioni patologiche (dilatazione
cardiaca, megacolon, megaesofago). Nelle cellule infettate dai trypomastigoti circolanti si
rileveranno quindi forme amastigote, che si riprodurranno e fuoriusciranno per lisi cellulare,
metamorfizzandosi in nuovi trypomastigoti pronti per infettare altre cellule.
Gli emitteri(insetti) si contaminano all’atto del pasto mediante l’ingestione dei tripanosomi circolanti
che, nell’intestino della cimice, si devolvono in epimastigoti e poi in nelle forme metacicliche infettanti.
L’amastigote è quindi la forma replicativa intracellulare, mentre il trypomastigote è la forma
circolante che può infettare le cellule, per poi ridiventare amastigote e moltiplicarsi.
Il trypomastigote, nell’intestino della cimice, si converte in epimastigote, si divide e poi ritorna alla
forma di trypomastigote, che diviene tripanosoma metaciclico infettante ed espulso con le feci
dall’animale.

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Patogenesi e forme cliniche


La forma amastigote produce l’enzima trans-sialidasi che destruttura le membrane lisosomiali.
Questa poi si replica nel citosol fino a 500 unità, ma non tutte diventeranno trypomastigoti. Infine i
trypomastigoti maturi lisano la cellula e fuoriescono nel circolo ematico per diffondere ulteriormente
l’infezione.
- Epimastigote: si trova nell’intestino medio della cimice, dove si replica per poi passare nel
retto e diventare trypomastigoti metaciclici, non proliferanti, che rappresentano la forma
infettante per il mammifero
- Amastigote: il trypomastigote si trasforma in questa forma solo all’interno dei macrofagi e
delle cellule dei diversi tessuti nella forma cronica; sono le unità proliferanti del
Trypanosma cruzi
- Trypomastigote: forma infettante presente nel sangue del mammifero, appare falciforme e
non si replica. Dopo essere penetrato nelle cellule bersaglio si trasforma in amastigote, il quale
replica; ritorna trypomastigote prima di lisare la cellula ed entrare nel circolo
La manifestazione patologica è la tripanosomiasi americana (malattia di Chagas), che ha incubazione
di 4-12 giorni. A livello di ingresso si ha lesione nodulare eritematosa (chagoma), mentre in caso di
puntura a livello paraoculare si ha edema bipalpebrale monolaterale (segno di Romaňa). La fase
ematica (diffusione nel circolo, patologia acuta) si risolve in 1-2 mesi, con febbre, epatosplenomegalia
e linfoadenomegalia. Dopo 2-4 mesi nel 20-30% dei pazienti si sviluppa la fase cronica, mentre nel
restante 70-80% il sistema immunitario elimina la parassitosi; la fase cronica è caratterizzata da
lesioni a colon, esofago e cuore a causa della degenerazione dell’innervazione autonoma, che
porta alla dilatazione di questi organi e miocardiopatia dilatante, megacolon e megaesofago
(scompare l’innervazione autonoma che promuove il tono di questi muscoli, per cui si avrà atonia e
a seguire dilatazione).
La dilatazione colica ed esofagea viene affrontata con il trattamento chirurgico, mentre la dilatazione
cardiaca necessita di un trapianto.

Diagnosi di infezione da Tripanosoma cruzi


- Microscopia a fresco: permette di identificare i parassiti mobili
- Microscopia con colorazione di strisci di sangue:
- Indagine colturale di campioni ematici su terreno NNN:
- Inoculazione in topi:
- Xerodiagnosi: contatto del paziente con cimici sane, a cui può trasmettere l’eventuale parassita
- PCR:
- Ricerca sierologica: ricerca tramite ELISA di IgM e IgG specifiche; la IFA può soffrire di falsi
positivi a causa di cross-reazione con anticorpi anti-leishmania

Trattamento
Gli unici due farmaci efficaci sono il benzidazolo e il nifurtimox, tossici, da assumere per periodi di 4
mesi.

Trypanosoma brucei(forma snella proliferante e tozza infettante del tripomastigote più


epimastigote nel vettore)(suramina sodica e melarsoprolo)
Il trypanosoma brucei brucei, antenato comune del rhodesiense e del gambiense, è eliminato dal
contatto con l’apolipoproteina delle HDL, mentre le evoluzioni sono patogene. I vettori sono glossine
(“un genere di insetti ditteri della famiglia dei Muscidi “ è la mosche tze-tze), xerofile(ossia nelle zone
aride come savana) per il rhodesiense (savana) e igrofile per il gambiense (fiumi). Si hanno 300.000
nuovi casi all’anno con una mortalità di 70.000 individui. All’interno della tripanosomiasi africana
(malattia del sonno) si riconoscono quindi due differenti entità nosologiche(scienza che si occupa
della classificazione sistemica delle malattie), la cui differenza principale consiste nella prognosi : T.
rhodesiense, che ha il serbatoio naturale nelle antilopi, sviluppa infezioni acute che possono portare
rapidamente a morte il soggetto, mentre T. gambiense, parassita dell’uomo , presenta un
andamento cronico che si prolunga per anni.

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Ciclo del Tripanosoma brucei


Identico nelle due forme, comporta l’inoculazione del protozoo da parte delle glossine durante il
pasto, sotto forma meta ciclica infettante, che raggiunge il circolo ematico dopo essere andata
incontro ad una prima moltiplicazione nel sottocute del sito di inoculo con reazione locale. Il
trypomastigote circolante colonizza il sistema linfatico e nervoso centrale, rendendosi responsabile
degli effetti clinici della malattia.
Le forme metacicliche infettanti divengono subito trypomastigoti, replicandosi nel sangue(a
differenza del T. Cruzi che è obbligato a replicarsi nei macrofagi) senza timore della risposta
immunitaria. Assunto dalla zanzara, raggiunge l’intestino poi si localizza nelle ghiandole salivari,
dove diviene epimastigote e si replica prima di acquisire la forma di trypomastigote metaciclico
infettante.
La possibilità di replicarsi liberamente nel sangue deriva dalla variabilità antigenica conferitagli da VSG
(variable surface glicoprotein), infatti le VSG hanno proprietà antifagocitarie e l’alta variabilità
(ricombinazione del gene che le codifica) gli permette di esporre antigeni diversi, che il sistema
immunitario fatica a riconoscere; il gene SRA (serum responsive antigen) determina invece resistenza
ai fattori sierici nel T. brucei rhodesiense.
I trypomastigoti nella forma metaciclica vengono inoculati, per poi diventare nel sangue trypomastigoti
nella forma “snella” (capacità replicativa e variabilità antigenica), per poi evolvere a trypomastigoti
con forma “tozza” (unica forma infettante per il vettore, ha acquisito stabilità antigenica e capacità
antifagocitarie).
- Epimastigote: si trova nelle ghiandole salivari della glossina, dove si replica, per poi passare
allo stadio di trypomastigote metaciclico infettante, che si trasmette con il pasto ematico
- Trypomastigote: metaciclici, sono la forma infettante; una volta inoculati divengono
trypomastigoti snelli, i quali evolvono a trypomastigoti tozzi, unica forma di resistenza
che, assunti dal vettore, possono diventare epimastigoti moltiplicarsi

Patogenesi e forme cliniche


Nel punto di inoculazione si sviluppa una papula o un esantema maculo-papulare; l’incubazione può
variare da 1 mese ad anche 1 anno. Nello stadio emolinfatico si ha interessamento delle
linfoghiandole e accesso al sangue; i sintomi sono febbre, linfomegalia (segno di Winterbottom:
gonfiore del linfonodo mastoideo), epatosplenomegalia ed eruzioni cutanee di carattere
esantematico (immunocomplessi o tripanosoma a livello cutaneo, che inducono reazioni
infiammatorie). Dopo l’interessamento meningoencefalico compaiono cefalea, apatia, disordini del
sonno, labilità emotiva (paure immotivate, ansie continue), narcolessia; giunti alla fase cerebrale non è
più possibile curare il soggetto.
L’evoluzione della sintomatologia cerebrale prevede encefaliti, demielinizzazione, linfocitosi e
monocitosi e aumento delle IgM (segno patognomico se >10% del totale); a queste seguono coma e
morte del paziente.
La rhodesiense ha un excursus di 12-18 mesi, mentre la gambiense può continuare per oltre 2 anni.

Diagnosi di infezione
- Esame microscopico a fresco: eseguibile nel sangue (fase emolinfatica e cerebrale) o nel liquor
(fase cerebrale)
- Esame microscopico con colorazione: di May-Grunwald-Gimsa(si realizza a mezzo di due
miscele di coloranti: quella di May-Grunwald, costituita da una soluzione di blu di metilene e di
eosina in alcool metilico, il quale funge da fissatore; e quella di Giemsa, corrispondente ad una
soluzione in glicerina ed alcool metilico di eosina e di blu di metilene o Azur II.
La miscela di May-Grunwald colora soprattutto le strutture acidofile(citoplasma) e le
granulazioni neutrofile dei leucociti, mentre la miscela di Giemsa colora i nuclei e le strutture
azzurrofile. ) e goccia spessa
- Risposta anticorpale: lunga incubazione, presenti antigeni circolanti(anche se difficili da
reperire in buona quantità)

Trattamento

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Suramina sodica durante lo stadio emolinfatico (non attraversa la barriera ematoencefalica) e


melarsoprolo per la fase cerebrale (è meno efficiente, ma riesce a superare la barriera
ematocencefalica, agendo anche sulla diffusione a livello del SNC). Se la terapia viene approntata durante
la fase emolinfatica si avrà restitutio ad integrum ,mentre le lesioni procurate dal protozoo durante la
fase cerebrale sono permanenti. In rari casi, il melarsoprolo ha indotto encefalopatie arsenicali letali.

 APICOMPLEXA (SPOROZOI)
Categoria che comprende Plasmodium, Toxoplasma, Cryptosporidium, Isospora, Sarcocystis e Babesia,
oltre al tassonomicamente discusso Pneumocystis carinii.

- Plasmodi -
In questa categoria, solo quattro sono patogeni per l’uomo: P. vivax, P. ovale, P. falciparum e P.
malariae. Il vettore è la zanzara Anopheles femmina durante il pasto ematico. Questi plasmodi causano
la malaria.

Epidemiologia
Prima causa di mortalità morbosa al mondo, con il 42% della popolazione mondiale a rischio.
L’incidenza è di 300-500 milioni di casi all’anno e 1 milione di decessi. Le regioni malariche sono quelle
intertropicali; in Italia questa malattia è considerata eradicata perché è stata eliminata l’insetto-vettore,
tuttavia resistono ancora casi di importazione (immigrati, turisti, ecc…). Il ceppo vivax è la più diffusa
(74%, in Asia, Africa e America Latina), seguita da falciparum (19%, forma più pericolosa diffusa in
Africa, Asia e America Latina), malariae (5%, in Africa e Asia) e ovale (2%, in Africa e America Latina).

Vie di trasmissione
La principale è la puntura di Anophele, ma è possibile contaminazione per trasfusioni di sangue, uso
comune di siringhe e per relazione madre-feto.
Nei viaggiatori italiani, l’incidenza è del 0,14% in quelli che tornano dall’Africa, 0,01% in quelli che sono
andati in Asia e dello 0,004% in quelli che rientrano dall’America Latina.
Negli ultimi 15 anni sono avvenuti solo 21 casi autoctoni (8 per trasfusione di sangue, 3 per siringhe
condivise, 9 punti da Anophele presente nella cabina dell’aereo o nella stiva, 1 criptico ossia misterioso).

Ciclo vitale del Plasmodio


Lo sporozoite, posto nelle ghiandole salivari della zanzara, entra nel sangue durante il pasto e può
legare specifiche strutture cellulari, che sono recettori a livello degli epatociti.
- Ciclo esoeritrocitario (epatico): lo sporozoite raggiunge il fegato, entra negli epatociti e svolge
il suo ciclo divenendo prima trofozoite e poi schizonte (elemento multi nucleato da cui
originano i merozoiti); questo non può rientrare nelle cellule epatiche, ma solo infettare i globuli
rossi riconvertendosi a trofozoite
- Ciclo endoeritrocitario: il trofozoite diventa uno schizonte all’interno degli eritrociti per poi
fuoriuscire nel circolo come merozoite
Il ciclo è molto preciso, tanto che nel malato dopo il primo periodo gli accessi febbrili divengono
periodici, aumentando quando i merozoiti escono in massa dai globuli rossi infettati, lisandoli e
facendo rilasciare molecole pirogene infiammatorie.
Nei globuli rossi si ha anche la produzione di gametociti (forma sessuale maschile o femminile del
plasmodio), infatti i plasmodi hanno capacità di riproduzione sia asessuata che sessuata. I due gameti
non possono formare lo zigote nell’uomo, ma solo all’interno dell’intestino dell’Anophele,
producendo degli sporozoiti, che vanno a localizzarsi nelle ghiandole salivari della zanzara. Nel sangue
periferico è possibile osservare tutti gli stadi di maturazione del plasmodio.

Ciclo esoeritrocitario (5-15 giorni)


Gli sporozoiti, grazie alla proteina circumsporozoitica possono interagire con i recettori epatocitari,
costituiti da eparansolfati; all’interno si convertono in trofozoiti, che si replicano per
schizogonia(Modalità di riproduzione asessuale che si attua mediante una scissione multipla cioè un
organismo si divide in più parti destinate a dare altrettanti individui ), formando gli schizozoiti(secondo
internet questi si chiamano anche merozoiti). Questi maturano a merozoiti, che si liberano nel sangue

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lisando l’epatocita (le forme vivax e ovali formano anche ipnozoiti, plasmodi latenti che permangono nel
fegato per poi riattivarsi in caso di segnali chimici favorevoli; possono dare recrudescenze anche anni
dopo l’infezione primaria).
Alcuni tratti genetici rendono immuni dalla malaria: l’assenza dei recettori Duffy(“Un esempio molto
interessante è quello dell'evoluzione dell'antigene eritrocitario Duffy, il recettore attraverso il quale i
merozoiti di P. vivax penetrano il globulo rosso. Gli eritrociti che non hanno questo antigene (Duffy
negativi) sono refrattari all’infezione da parte di quel plasmodio “) impediscono allo sporozoita di
riconoscere l’epatocita, mentre alterazioni della G6PD (talassemia, anemia falciforme) non consentono
l’ingresso negli eritrociti(in più gli eritrociti vivono di meno quindi l'infezione attechisce in modo
minore).

Ciclo endoeritrocitario
I merozoiti riescono ad entrare negli eritrociti convertendosi poi in trofozoiti per poi divenire schizonte;
dividendosi in 4-20 merozoiti, questi lisano il globulo rosso e fuoriescono, pronti a infettare altre
emazie. Dopo alcune generazioni alcuni merozoiti si differenziano nelle forme sessuate
(gametofiti) all’interno dei globuli rossi. Il macrogametocita (femminile) e il microgametocita
(maschile) si liberano dal globulo rosso solo nello stomaco dell’insetto vettore.
Quando le forme sessuate sono ingerite insieme da un insetto vettore, il microgametocita si
frammenta in 4-8 microgameti mononucleati, mentre il macrogametocita matura a
macrogamete. La fecondazione avviene nello stomaco della Anophele e porta alla formazione di un
oocinete(“Zigote mobile, di forma allungata, caratteristico di certi Sporozoi come per esempio i
plasmodi della malaria. “), che perfora la parete intestinale e vi aderisce come oocisti , e lì rimane,
incapsula dalla reazione dell’ospite. Quando si schiude, libera fino a 10.000 sporozoiti, che raggiungono
le ghiandole salivari della zanzara, per poi venire rigurgitati durante un pasto ematico.

- Trofozoite: cellula mononucleata, forma ad anello con castone, metabolismo sostenuto


tramite glucosio ed emoglobina delle emazie, per trasformarsi in schizonte.
- Merozoite: mononucleate, possiedono un complesso pellicolare (membrana esterna ed
interna) sostenuto da un citoscheletro di microtubuli. Si origina sia dallo schizonte epatico
che da quello eritrocitario; negli eritrociti i merozoiti originano in numero di 12-20 per emazia,
ma possono anche evolversi a gameti (microgametocita o macrogametocita)
- Sporozoite: agenti infettivi liberati nel sangue dal morso della zanzara; vanno a localizzarsi nel
fegato (mobili con specificità per gli epatociti). È sufficiente che uno solo raggiunga il fegato per
scatenare infezione, perché poi potrà riprodursi instaurando una colonia; è però necessario che
raggiunga degli epatociti in poche ore dalla schiusa della oocisti, altrimenti muore. Quando il
trofozoite è maturo si attuano molteplici replicazioni nucleari, portando a questa cellula multi
nucleata.

Ciclo sessuale e sporogonio(“La moltiplicazione del parassita nella zanzara “) nel vettore
Microgametociti e macrogametociti escono dal globulo rosso nello stomaco dell’Anophele; qui maturano
a macrogamete (divisione in cellule mononucleate) e microgamete, in un tempo di circa 2 ore. La loro
unione forma uno zigote, che nella forma di oocinete si inserisce nella lamina basale dell’epitelio
intestinale, formando la oocisti, la quale quando si romperà rilascerà gli sporozoiti nel sangue,
liberi di raggiungere le ghiandole salivari. L’intero processo dura 2 giorni.
Il microgamete effettua chemiotassi attiva verso il macrogamete, che rilascia chemochine.

Clinica
I generi P. vivax e ovale causano la terzana benigna, il P. falciparum la terzana maligna e il P. maleriae la
quartana. La denominazione delle forme morbose derivano dalla caratteristica della malaria di dare
eccessi febbrili che si perpetuano in maniera periodica, a causa della sincronia fra i merozoiti che si
liberano dalle emazie che li hanno ospitati, causando lisi cellulare e rilascio in circolo di citochine
pirogene che segnalano il danno cellulare. Questa sincronia avviene però solo dopo alcuni cicli di
riproduzione endoeritrocitaria.
- Terzana benigna: il sistema immunitario è in grado di eliminare l’infezione, ma c'è il rischio di
recidive per gli ipnozoiti immagazzinati negli epatociti(per P. vivax e P. ovale)

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- Terzana maligna: attacco pernicioso, che consiste, oltre nei sintomi sopraccitati, coma,
emorragie cerebrali puntiformi e rischio di morte
- Quartana: può seguire un quadro di remissione o di cronicizzazione, è raro che porti a morte o
causi recidive una volta guarita. Molte volte cronicizza come forma asintomatica, con livelli
minimi di plasmodio nel sangue
Il sintomo principe è la febbre ad intervalli regolari; nella terzana benigna il periodo è di 48 ore; anche
nella maligna è di 48 ore, ma è più violente. La quartana si ripresenta ogni 72 ore.
Le caratteristiche dell’accesso febbrile sono le fasi che attraversa: la prima è la fase fredda che dura 1-
2 ore con brividi e pallore (inizio della lisi dei globuli rossi), con un freddo incoercibile; segue la fase
calda, che dura 4-8 ore è può arrivare a 41°, dando delirio (lisi contemporanea dei globuli rossi e
rilascio di merozoiti in circolo). Infine avviene la fase di remissione, con caduta della temperatura e
sudorazione, senso di caldo pronunciato (inizio colonizzazione di nuovi eritrociti da parte dei nuovi
merozoiti).
Infezione primaria: l’incubazione è di 10-40 giorni, con esordio improvviso di febbre, che per la
prima settimana non risulta periodica , cefalea e astenia (il plasmodio è in numero limitato, quindi è
minore il numero di emazie lisate e quindi di pirogeni rilasciati, con picchi di temperatura limitati). La
seconda settimana, la febbre raggiunge picchi di 40-41° ogni 48 o 72 ore, in base al patogeno. Si
pronunciano quindi anemia e splenomegalia.(è il continuo salire e scendere della temperatura che
snerva l'ospite inducendo astenia)
L’evoluzione della infezione primaria può essere la completa risoluzione (guarigione), una forma
ricorrente (cronicizzazione) oppure può vedere l’insorgenza di una forma perniciosa(più grave).

Caratteristiche del ciclo biologico dei quattro plasmodi


Il P. falciparum è pernicioso (alta mortalità) perché la parassitemia può raggiungere le 2.000.000
(milioni) di unità per μL, con altissima probabilità di parassitare globuli rossi; gli altri ceppi vanno da
6.000-50.000, causando un effetto molto minore.
I quattro plasmodi malarici inducono quindi anemia e ipossia tissutale (a causa della distruzione dei
globuli rossi e della ridotta irrorazione del microcircolo, dovuta all’indurimento della struttura
eritrocitaria), citoaderenza (rimaneggiamento delle proteine eritrocitarie superficiali con adesività
dell’emazia all’ endotelio), sequestro nel microcircolo delle emazie parassitate (a causa della ridotta
elasticità, i globuli rossi tendono a incastrarsi nei capillari , causando accumuli di eritrociti nei
microcircoli) e ridotta deformabilità delle emazie infettate (rimaneggiamento citoscheletrico con
difficoltà al transito in capillari). L’adesività e la scarsa deformabilità che sequestrano i globuli rossi nel
microcircolo causano un rischio di trombosi (grumo di sangue coagulato che occlude il vaso).
Citoaderenza: gli eritrociti parassitati esprimono HPR-1 e PfEMP-1 e -2, che legano la
trombospondina(coinvolta nel fenomeno dell’aggregazione piastrinica, legandosi al fibrinogeno e
favorendo l'aggregazione stessa ), il CD36 e le ICAM-1 dell’endotelio. L’accumularsi di globuli rossi adesi
nei vasi causa trombi e ostruzioni, che nell’accezione della malaria cerebrale avviene nei capillari
cerebrali, delicati, portando a ictus o infarti (citoaderenza massima per l’endotelio dei capillari
cerebrali); si accumulano anche nel cuore, nel fegato e, in misura minore, nel rene e nell’intestino.
Queste alterazioni favoriscono il CID (coagulazione intravasale disseminata), con deposizione di
immunocomplessi e conseguente edema cerebrale; la malaria cerebrale è la fase finale della malattia,
che può condurre a morte.

Diagnosi di infezione
- Diagnosi microscopica: consiste nell’osservazione di preparati di striscio sottile e di
goccia spessa; il prelievo di sangue deve essere eseguito durante un accesso di febbre (maggior
numero di merozoiti in circolo), nei polpastrelli o in altre zone con diffuso microcircolo
(sequestro nel microcircolo delle emazie infettate).
o Striscio sottile: striscio di una goccia di sangue su vetrino; la preparazione dello striscio
consiste nello spalmare una goccia di sangue su un vetrino, fissarlo con alcol metilico
(solidalizza il campione con il vetrino) e colorarlo con il metodo Giemsa(l'eosina
(acida)e blu di metilene(basici)) . Sarà possibile osservare i globuli rossi parassitati dai
trypomastigoti(penso sia trofozoita), che si sono replicati al loro interno(“porre una
goccia di sangue ad un'estremità d'un vetrino,Si utilizza, poi, un secondo vetrino che

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viene strisciato sul primo in maniera tale che tutti i globuli rossi si dispongano a formare
un singolo strato.si fa asciugare ecc”)
o Goccia spessa: preparazione della goccia su vetrino, spargendola per defibrinarla; poi si
asciuga all’aria e si colora con metodo Giemsa. Il colorante lisa i globuli rossi che
rilasceranno i trypomastigoti(“permette d'esaminare una quantità di sangue molto
maggiore rispetto allo striscio sottile determinando, così, un aumento della sensibilità
soprattutto in caso di parassitemia bassa Per preparare una goccia spessa si
depongono su un vetrino 2 o 3 gocce di sangue, prelevate con le stesse modalità dello
striscio sottile. Con un oggetto appuntito come un aghetto o l'angolo d'un altro vetrino si
eseguono movimenti circolari che miscelano le gocce e le spianano su un'area di circa
2 cm di diametro. Tale operazione risulta necessaria al fine d'eliminare i frustoletti di
fibrina.Successivamente il vetrino viene lasciato all'aria per circa 12 ore e dopo di ciò si
procede direttamente alla colorazione. Il vetrino non va asciugato al calore né fissato. Ciò
è dovuto al fatto che i globuli rossi durante la fase di colorazione si lisano ed un
precedente fissaggio impedisce che tale fenomeno si verifichi “)
- Metodi immunocromatografici: ricerca della glicoproteina di tipo II ricca di istidina (PfHRP-II)
o della LDH del P. falciparum oppure dell’aldolasi del P. vivax
- Metodi molecolari: PCR e Nested-PCR(consiste in una doppia amplificazione basata sull’uso di
due distinte coppie di primer. ), la quale consente una doppia amplificazione, risultando
maggiormente sensibile. Come segno di discriminazione, si amplifica la frazione del gene che
codifica per una subunità ribosomiale
- Metodi immunologici (sierologici): immunofluorescenza diretta, ELISA; poco utilizzanti in
campo clinico perché l’immunità risulta stadio-specifica e ceppo-specifica, oltre che di
breve durata (1 anno). Questi sistemi sono più utilizzati per il controllo dei donatori di
sangue e per le indagini sieroepidemiologiche

Trattamento
Sono previsti diversi farmaci con bersagli patogenetici differenti:
- Schizonticidi tissutali: primachina, deve eliminare gli schizonti che riescono a localizzarsi
nel fegato
- Schizonticidi ematici: chinina, chinidina, clorochina, hanno come obiettivo gli schizonti
localizzati nelle cellule ematiche
- Gametocidi: primachina, artemisia, clorochina, si prefiggono di distruggere i gameti del
plasmodio che si trovano nei globuli rossi, con l’intenzione di bloccare almeno la diffusione
(sono queste le forme che assunte dalle zanzare permettono il contagio)
- Sporontocidi: pirimetammina, proguanile, per eliminare gli sporozoi

Chemioprofilassi e terapia
Ottimi risultati sono mantenuti dal chinino, mentre prodotti come la clorochina hanno cominciato a
subire resistenza. Altre possibili scelte ricadono su farmaci come il proguanile, l’artemisia, la doxiciclina
e la meflochina. Questi farmaci comunque funzionano solo come terapia e non come profilassi
antimalarica, perché il loro effetto si mantiene solo finché rimangono in circolo e non possono
essere somministrati in via continuativa perché hanno effetti tossici. Risultano adeguati per il
trattamento di turisti, ai quali vengono somministrati per due settimane prima e dopo il soggiorno
vacanziero, oltre a richiami durante la permanenza nella zona endemica.

Vaccini
Attualmente non esistono vaccini efficaci per il controllo della malaria. I due rami di ricerca sono su
vaccini durante la fase pre-eritrocitaria e durante la fase eritrocitaria; nel primo caso si sta
sperimentando per l’uso della proteina CSP circumsporozoite come antigene anti-sporozoiti, che
però non avrebbe più effetto dopo la fase epatica, a causa della variazione degli antigeni da uno stadio
all’altro. I vaccini per gli stadi ematici si focalizzano sui merozoiti (proteina MSP) e sui gametofiti.

- Toxoplasma -

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Solo il Toxoplasma gondii è una parassita endocellulare umano. Oltre alle forme acquisite e alle
recidive dovute immunosoppressione,si ha rischio di passaggio nelle forme congenite (trasmissione
verticale).

Toxoplasma gondii
L’ospite di elezione del T. gondii è il gatto; il ciclo prevede l’emissione di feci contaminate da cisti da
parte di felini infetti, le quali passano il contagio a roditori ed uccelli, nei quali causano cisti tissutali.
Mangiandoli, il nuovo gatto assume anche le cisti, che si schiuderanno rilasciando sporozoiti. Nel gatto
effettua sia la replicazione sessuata che asessuata, mentre nell’uomo realizza solo quella
asessuata.

Ciclo del T. gondii nel gatto


L’assunzione di sporocisti porta alla formazione di oocisti maturi nell’intestino del gatto, i quali
rilasciano sporozoiti che parassitano l’intestino tenue; avviene quindi la replicazione sessuata, con
produzione delle forme sessuate microgametocita e macrogametocitia. I gameti maturano a
macrogamete e microgamete, unendosi e dando uno zigote, il quale realizza una cisti non matura che si
ritrova nelle feci del gatto, dove poi avviene la successiva maturazione a sporocisti (necessaria per
essere infettante).
Nel gatto il ciclo del Toxoplasma gondii quindi si completa interamente nelle cellule intestinali.

Ciclo del T. gondii nell’uomo(disposizione a rosetta tipica di questi protozoi)


La sporocisti si localizza nell’intestino tenue, dove rilascia sporozoiti che parassitano le cellule
intestinali; la replicazione avviene con formazione di merozoiti a cui segue parassitemia (passaggio
del parassita nel sangue, mentre nel gatto la localizzazione è unicamente intestinale ). La
localizzazione extra-intestinale è costituita dagli organi del sistema reticolo-endoteliale (leucociti),
dove avviene l’evoluzione in tachizoiti e la loro replicazione all’interno di vacuoli parassitofori
endocellulari; moltiplicati, danno una seconda diffusione raggiungendo i muscoli scheletrici, il SNC
e l’occhio; in questi tessuti vengono contenuti dalla risposta immunitaria che si è scatenata, perciò si
riproducono più lentamente, divenendo bradizoiti, localizzati in cisti intracellulari.
La parassitosi può rimanere asintomatica per tutta la vita oppure scatenarsi in caso di
immunodepressione, quando, mancando il contenimento immunitario, i bradizoiti ritornano
tachizoiti in replicazione veloce, con la formazione di molteplici foci necrotici alla base degli ascessi
cerebrali e della corioretinite. Nella maggior parte dei casi, questa parassitosi viene risolta dal sistema
immunitario, che elimina tutte le forme del microrganismo.
Tachizoite: forma a semiluna, presenta un citoscheletro di microtubuli; la struttura spiraliforme
conoide ha un ruolo nella funzione di invasione endocellulare, mentre micronemi e rhoptries sono
corpuscoli a funzione lisosomiale. Quando infetta le cellule (prima i leucociti e poi le cellule di
altri di tessuti in caso di recidiva) si replica all’interno di un vacuolo parassitoforo interno alla
cellula ospite durante la fase acuta
Bradizoite: circa 10 per cisti tissutale, si replicano lentamente e sono localizzati in vacuoli
intracellulari (cisti appunto). Se si trovano all’interno di carne ingerita come alimento sono vettore di
infezione. Nell’uomo sia tachizoite che bradizoite hanno lo stesso obiettivo (enterocita)

Epidemiologia
Diffusione cosmopolita, analisi sierologiche dimostrano che ha avuto contatti con il Toxoplasma
gondii tra il 40-80% della popolazione italiana , anche se la maggior parte ha poi eliminato il
parassita senza neanche mantenere le cisti.

Trasmissione dell’infezione
Un sistema di trasmissione tipico per le toxoplasmosi acquisite è l’ingestione di oocisti contenute
nelle feci di gatto, tramite il contatto con il gatto stesso o l’ingestione di alimenti o liquidi
contaminati. Anche trasfusioni possono trasmettere il parassita o ingestioni di carne poco cotta che
sono colonizzate dalle cisti. La toxoplasmosi congenita si trasmette per via verticale dalla madre al feto
attraverso la placenta.
Il Toxoplasma gondii può dare diverse manifestazioni patologiche in base al tipo di contaminazione:

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- Toxoplasmosi acquisita: asintomatica nel 90% dei casi (rimane a livello linfoghiandolare,
venendo poi eliminato dal sistema immunitario), nel restante 10% dei casi può indurre
sintomatologia che comprende linfoadenopatia toxoplasmatica (catene linfonodali gonfie a
causa della risposta immunitaria scatenata dal contatto con il toxoplasma), febbre, astenia e
corioretinite (coroide e retina infiammate)
- Toxoplasmosi riattivata: tipica di chi ha contratto l’infezione e ha mantenuto delle cisti silenti,
controllate dal sistema immunitario. In caso di immunosoppressione risorge, con i bradizoiti che
divengono tachizoiti e ricominciano a replicarsi velocemente, dando meningoencefalite
(localizzazione nervosa) e corioretinite (localizzazione oculare). Ha latenza clinica (durante la
fase silente non si riscontrano i sintomi) ma non virale (anche nella fase apatogena il
parassita continua replicarsi).
- Toxoplasmosi congenita: la trasmissione al feto avviene unicamente durante la fase
parassite mica della prima infezione, perché nei successivi casi i toxoplasmi circolanti
vengono prontamente eliminati dal sistema immunitario (solo la prima gravidanza può
essere a rischio di toxoplasmosi). Il passaggio è statisticamente più frequente negli ultimi
mesi di gravidanza rispetto al primo trimestre mentre le lesioni divengono più evidenti se la
parassitosi è contratta nel primo trimestre rispetto agli altri due, perché interferisce con le
fasi fondamentali dell’organogenesi). L’80% delle trasmissioni madre-feto avvengono nel terzo
trimestre. La toxoplasmosi connatale può causare diversi effetti in base a quando viene
contratta: dall’aborto, alle forme evolutive gravi (alterazioni di grande interesse nel
differenziamento) alle forme tardive (infezione nell’ultimo trimestre, senza ripercussioni gravi o
malformazioni dell’organogenesi).
La manifestazione patologica più comune è la meningoencefalite congenita che si accompagna alla
“tetrade di Sabin”: convulsioni, corioretinite, calcificazioni endocraniche e idrocefalia. Altre
manifestazioni sono microcefalia, meningoencefalite e forme viscerali con interessamento epatico
polmonare, osseo, cutaneo tipiche delle infezioni tardive, le quali portano a ritardo psicomotorio,
corioretinite e crisi convulsive, tutti sintomi che possono insorgere tardivamente fino al V anno di età
(impossibile diagnosticarle in anticipo).

Diagnosi di infezione
- Ricerca microscopica a fresco o con colorazione: scarsi risultati a causa del basso numero di
toxoplasmi circolanti nei tessuti e nel sangue
- Ricerca microscopica con immunofluorescenza: migliora di poco la categoria precedente
- Sonde genetiche e PCR: il sistema migliore per verificare la presenza del toxoplasma
- Prova biologica su topo: lenta ed antiquata; sono necessarie 5-6 settimane per la presentazione
delle cisti cerebrali sintomo dell’infezione e almeno 1 settimana in caso di ascite (forma acuta)
- Diagnosi sierologica di infezione: sistemi fondamentali per la diagnosi di infezione; ricerca di
IgM, IgG e IgA tramite ELISA o IFA, emoagglutinazione, fissazione del complemento. In caso
di donne in gravidanza con esami sierologici criptici si ricorre al test della avidità anticorpale,
che può indicare se il test sierologico è un falso positivo (avidità nulla dimostra che non è entrato
in contatto con toxoplasma gondii), ha rilevato infezione acuta (IgM ???) oppure si tratta di un
caso di cronicizzazione o contatto passato con l’antigene (IgM, IgG, IgA ???).
Le IgM si esprimono in 8-10 giorni, rappresentando da sole la prova dell’infezione acuta in atto
(le IgM ci sono ma l’infezione si è instaurata da troppo poco tempo per produrre anche le IgG;è
quindi in questo caso acuta e primaria); le IgG sopravvengono in 2 settimane e dopo l’infezione
declinano lentamente ma permangono per tutta la vita. Le IgA compaiono a 3 mesi dall’infezione e si
mantengono per circa un anno.

Dye test (test di Sabin-Feldman)


Una colonia di toxoplasmi è incubata con siero del paziente, strutture del complemento e colorante.
In caso di positività al contatto pregresso con questo parassita le Ig del siero attiveranno il
complemento lisando i toxoplasmi, che quindi non potranno colorarsi(esame positivo). In caso di
esame negativo i parassiti rimarranno integri, potendo colorarsi.

Diagnosi di toxoplasmosi connatale

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- Ricerca di T. gondii con PCR nel liquido amniotico


- Prova biologica tramite allestimento di coltura cellulare su liquido amniotico
- Ricerca di IgM nel sangue funicolare
- Ricerca di IgM alla nascita

Terapia
Pirimetammina associata a sulfamidici in 2-3 cicli da 2 settimane; la durata della terapia rispecchia il
tentativo di bonificare tutto l’organismo dalle cisti. In caso di donne gravide, un farmaco che non ha
controindicazioni è la spiramicina.

- Pneumocystis carinii -
Infezione ubiquitaria e frequente (3/4 dei bambini a 4 anni hanno già gli anticorpi); la polmonite da P.
carinii nel soggetto immunodepresso sembra dovuta a una riattivazione di una passata infezione.
È un microrganismo opportunista a patogenicità condizionata.

Ciclo vitale
Una volta inalato, il trofozoite può riprodursi trasformandosi in pre-cisti e poi in cisti, al cui interno si
individuano 8 trofozoiti, che fuoriescono dall’involucro cistico.

Patogenesi e forme cliniche


Nell’immunocompetente, P. cariniii viene fagocitato dai macrofagi alveolari e distrutto.
Nell’ospite immunocompromesso, la mancata eliminazione del parassita da parte del sistema innato
porta all’estensione dell’infezione, con alveolite desquamativa che riempie gli alveoli di macrofagi e P.
carinii. La risposta infiammatoria interessa i setti interalveolari, che appaiono fibrosi ed ispessiti.
La conseguente diminuita possibilità di scambio gassoso tra sangue e aria porta a ipossiemia (scarsa
[O2] nel sangue), tachipnea (respirazione superficiale), e cianosi(calda poichè data da mancato
apporto di 02 a livello polmonare e non da esaltata estrazione periferica). In assenza di terapia,
risulta letale nel 50% dei casi.

Diagnosi e terapia
La diagnosi di P. carinii in corso di pneumopatia si ottiene con la ricerca microscopica del protozoo nel
tessuto polmonare o nel liquido del lavaggio bronco-alveolare. L’immunofluorescenza indiretta
può essere applicata a biopsie polmonari; la ricerca di antigeni protozoari nel siero e nel lavaggio
bronco-alveolare è un’altra tecnica efficace. La ricerca di anticorpi specifici non è diagnostica, in
quanto la maggior parte della popolazione sana li possiede.
La terapia si basa sull’impiego precoce trimethoprim-sulfametossazolo o della pentamidina.

 CILIATI
Sono protozoi muniti di ciglia durante almeno una delle fasi del proprio ciclo vitale; alcuni le perdono
nell’ospite definitivo; presentano due nuclei , uno con funzione trofica (scissione) e uno con funzione
genetica (mitosi). Solo il Balantidium coli in questa categoria è patogeno per l’uomo.

- Balantidium coli -
Parassita frequentissimo dell’apparato intestinale di molti animali da allevamento.

Ciclo vitale
Prevede una forma trofozoaria e una cistica; l’uomo si contagia mediante ingestione delle cisti
eliminate con le feci dai suini; l’escistazione nel tenue ne permette l’evoluzione a trofozoite, che
invade la mucosa del colon provocando ulcerazioni di varia dimensione, che si arrestano alla
muscularis mucosae. Raramente il B. coli si incista nell’intestino umano e(quindi,di norma) viene espulso
sotto forma di trofozoite, scarsamente sopravvivente all’esterno, per cui l’infezione interumana è
improbabile. La cisti, uninucleata, è rivestita da spessa membrana cistica.

Patogenesi e forme cliniche

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L’infezione è solitamente asintomatica, sebbene possa anche causare forme diarroiche. L’ulcerazione
della mucosa colica è alla base della sintomatologia clinica (diarrea muco-sanguinolenta).

Diagnosi e terapia
I trofozoiti mobili sono presenti nelle feci diarroiche(poco tempo per incistarsi), mentre le cisti si
rilevano solo nelle feci normali.
La terapia si avvale delle tetracicline o del metronidazolo.

ELMINTI (METAZOI)

Sono parassiti obbligati pluricellulari, che vivono a spese di altri organismi. I parassiti pluricellulari
che interessano la medicina comprendono i gruppi Cestodi e Trematodi (appartenenti alla famiglia dei
Platelminti) e quello dei Nematodi (famiglia dei Nematelminti), capaci di infestare sia le mucose che i
tessuti profondi, come muscoli e organi interni. Buona parte di questi elminti sono parassiti eteroxeni,
ossia presentano un ciclo vitale che comprende diversi stadi, i quali devono necessariamente
svolgersi in ospiti diversi. L’ospite definitivo è quello nella quale si svolge la fase riproduttiva, l’ ospite
intermedio è un ospite obbligato nel quale si realizza una fase del ciclo in cui si maturano forme
infestanti, l’ospite di trasporto subisce la parassitosi accidentalmente , senza essere strettamente legato
al ciclo vitale dell’elminta, ma contribuendo alla sua replicazione e diffusione, e l’ospite terminale è un
organismo nel quale il parassita non può né replicarsi né diffondersi.

 PLATELMINTI
Da platus (piatto) e elminthos (verme), comprendono Cestodi e Trematodi, vermi piatti.

CESTODI(poichè a forma di Nastro)(larva esacanta e cisticercosi/idatidosi tranne diphillobotrium


latum che ha coracidio-pro e plerocercoide)
Nella classe Cestoda tutti gli appartenenti sono endoparassiti, con il corpo piatto diviso in scolice
(testa, che presenta le strutture utili alla fissazione nell’intestino), collo (giunzione fra scolice e
proglottide) e proglottidi (essendo ermafrodita, contengono gli organi genitali maschili e femminili); i
proglottidi più caudali sono quelli più maturi, pieni di uova e pronti a staccarsi per essere rilasciati
nell’ambiente. Mancano di un vero apparato vascolare e digerente, ma si nutrono tramite via
cuticolare attraverso un tegumento dotato di microvilli . Posseggono un apparato escretore e un
sistema nervoso con un plesso cefalico da cui partono due cordoni nervosi principali che
percorrono lo strobilo (intero corpo, formato da scolice, collo e proglottidi) lungo i due margini
laterali.

Patologie umane da Cestodi


- Infestazioni intestinali: patologie riconducibili alla localizzazione unicamente intestinale
del parassita adulto, detti anche teniasi
o Taenia solium
o Taenia saginata
o Hymenolepis nana
o Diphyllobotrium latum
- Infestazioni di tessuti profondi: promosse da forme larvali che, dando parassitemia grazie
alla capacità di oltrepassare la mucosa intestinale, raggiungono i muscoli striati e i parenchimi,
infettandoli
o Cisticercosi (Taenia solium)
o Cenurosi (Taenia multiceps)
o Spargarosi (Diphyllobotrium mansoni)
o Idatidosi (Echinococcus granulosus)

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- Taenia saginata -
Ha come ospite definitivo l’uomo, mentre l’intermedio tipico è il bovino, del quale infesta le carni.

Epidemiologia
Molto diffusa nelle popolazioni che consumano carni bovine crude o sottoposte a scarso controllo
igienico, come quelle dell’America Meridionale, ma riscontrabile in tutto il mondo. In Italia 60 casi all’
anno circa, oltre a focolai in Piemonte e Lazio. Nonostante gli accurati controlli nei macelli, si ritiene che
la stima degli animali parassitati sia deficitaria a causa delle infezioni sostenute da basso numero di
elminti, non riscontrabili con i normali test.

Ciclo della Taenia saginata


Il bovino, a causa di foraggio contaminato o tramite altre vie, assume oncosfere (forma infettiva
degli elminti che possono passare nel torrente ematico, detta anche larva esacanta), che passano la
mucosa intestinale del bovino e raggiungono il sangue, diffondendo nei muscoli striati e nei
parenchimi; in queste sedi attua la formazione del cisticerco (forma larvale adatta per la parassitosi
umana), che termina in 10 settimane e che rimane vitale e quiescente per 2-3 anni. In questo modo
l’elminta ha utilizzato l’ospite intermedio (bovino) per sviluppare la sua forma infestante.

L’uomo, nutrendosi di carni contaminate dai cisticerchi, li assume; questi vengono attivati dai
succhi gastrici che promuovono la fuoriuscita della larva che, una volta passata nell’intestino, si
localizza nel tenue, utilizzando lo scolice per fissarsi alla parete enterica e cominciare la
maturazione, che completerà in 12-14 settimane. La forma adulta sviluppa i proglottidi, fino 500
all’anno, raggiungendo in certi casi lunghezze di 4-12 metri. Il proglottide rilasciato nel lume
intestinale, contenente 80.000-100.000 uova, una volta uscito dall’organismo con le feci, si
degrada rilasciando le uova, nelle quali sono contenute le oncosfere che possono diffondere
l’infezione ai vettori bovini (anche 50 milioni di uova all’anno). La T. saginata può vivere fino a 25 anni,
anche se generalmente si attesta sui 4-5. La forma adulta della T. saginata non è mai invasiva, così
come la forma larvale, che non penetra l’epitelio intestinale.

Clinica dell’infestazione
Nella maggior parte dei casi risulta asintomatica, tuttavia può causare una spiacevole sensazione la
fuoriuscita delle proglottidi dallo sfintere anale, rintracciabili nella biancheria intima, siccome non
vengono sempre eliminate con le feci. Può anche determinare alterazioni dell’appetito (anoressia o
bulimia) e dolore epigastrico, disturbi intestinali vaghi, nausea, vomito e sintomatologia nervosa
(stato dell’umore variabile) a causa di metaboliti rilasciati dall’elminte. Il sistema immunitario
non riesce ad eliminarli perché risultano troppo grandi.

Diagnosi, trattamento e prevenzione


La diagnosi si effettua ricercando le uova (per rottura accidentale delle proglottidi) e le proglottidi
nelle feci (oppure rintracciabili nella biancheria).
Il trattamento consiste in una somministrazione unica di praziquantel o niclosamide in quantità di
5-10 mg/kg di peso del paziente; l’uso di purgante salino dopo il trattamento è consigliato per
meglio espellere l’elminta. I farmaci funzionano inibendo la trasmissione neuromuscolare
dell’elminta, in modo da inibire la muscolatura dei rostri permettendone il distacco dalla parete
intestinale.
La profilassi non presenta vaccini o sieroterapie, limitandosi all’ispezione delle carni, al loro
congelamento a -10°C per 48 ore (sufficiente a uccidere il cestode) e alla cottura del cibo.

- Taenia solium -
Chiamato anche verme solitario (a causa della concorrenza messa in atto per cui un individuo viene
infestato da uno solo di questi elminti), viene trasmesso dall’ingestione di carne cruda e il suo ospite
intermedio è costituito dai suini. Può raggiungere i 2-3 metri di lunghezza e vivere fino a 25 anni, anche
se la media è 4-5. Oltre all’infestazione, può dare cisticercosi, in seguito all’assunzione diretta delle
uova.

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Epidemiologia
Presente molto in America Meridionale e soprattutto Centrale (Messico) dove infetta il 6-7% della
popolazione. In Italia si viaggia sui 60 casi all’anno.

Ciclo infettivo
I suini ingeriscono le uova, che si schiudono nello stomaco rilasciando le oncosfere (larva
esacanta), che superano la mucosa intestinale per raggiungere il sangue. La parassitemia permette
localizzazione nei tessuti profondi, soprattutto nei muscoli scheletrici e nel SNC, dove le larve
esacante realizzano cisticerchi nel giro di 10 settimane.

L’uomo può ingerire i cisticerchi nella carne suina oppure può assumere direttamente le uova,
con esiti molto diversi:
1)Se l’uomo ingerisce i cisticerchi dalla carne suina infestata, questo raggiunge lo stomaco dove si
schiude, rilasciando una larva che si associa alla mucosa e matura alla forma adulta in 14
settimane, cominciando a produrre proglottidi che finiranno nelle feci , dove libereranno le uova.
Contaminati da queste uova, i suini produrranno cisticerchi per chiuderanno il ciclo.
2)Se l’uomo mangia le uova, invece, queste si schiuderanno nello stomaco, ma le oncosfere che ne
escono hanno capacità invasiva, oltrepassando la mucosa enterica per diffondere tramite il
sangue. Diffusione ematica permette la localizzazione in diversi tessuti, soprattutto muscolo striato e
SNC, ma anche cuore, occhio, cute, con formazione dei cisticerchi nei tessuti profondi.

Clinica
La tenia può essere asintomatica, nella maggior parte dei casi, oppure dare sintomi prodromici
identici a quelli indotti da Taenia saginata, mentre le larve esacante portano a cisticercosi.
Cisticercosi: infestazione umana provocata da larva esacanta di T. solium. La trasmissione avviene
tramite ingestione di uova embrionali presenti in alimenti contaminati o per autoinfestazione (le
uova provengono dal parassita che contestualmente infesta il paziente). La sintomatologia dipende dagli
organi colpiti: la localizzazione nervosa è grave, con epilessia, encefaliti, ipertensione endocranica
da compressione, deficit motori e idrocefalo; la localizzazione oculare induce corioretinite,
congiuntivite, esoftalmo(protrusione del bulbo oculare oltre la rima palpebrale) e strabismo. In
caso di interessamento nervoso la mortalità è del 50%, mentre nelle forme extracraniche è normale
un pieno ritorno in salute dopo adeguato trattamento.

Analisi di infezione
L’infestazione da tenia si riconosce tramite esame microscopico delle feci in cerca dei proglottidi ; i
casi di cisticercosi richiedono invece esami strumentali come radiografia, TAC, esame oftalmologico
diretto oppure la ricerca sierologica, per rilevare Ig anti-cisticerco.

Terapia
Praziquantel in dose di 50 mg/kg di peso per un mese, con supporto chirurgico per eliminare i
cisticerchi morti dai tessuti.

- Echinococcus granulosus -
Ha come ospite definitivo il cane, mentre l’uomo, gli ovini, i bovini e altri mammiferi sono solo
ospiti intermedi, infettati per ingestione delle uova, che causano echinococcosi. Scolice con 4
ventose, presenta solo tre proglottidi, nelle diverse fasi di maturazione: immatura, matura e gravida.
Lungo sul centimetro (0,8-1), rimane vitale anche per 18-24 mesi esposto a temperature fra -25°C e
+25°C, mentre male sopporta temperature oltre i 30°C.

Epidemiologia
Infezione ubiquitaria nelle zone rurali, è indotto sia da E. granulosus che da E. multilocaris, vageli e
aloghrthrus in base alla zona. In Italia Sicilia e Sardegna presentano 3 casi ogni 100.000 abitanti.

Ciclo vitale

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L’erbivoro si contamina mangiando foraggio infettato da uova presenti nelle feci del cane; le uova si
schiudono nello stomaco e le larve esacanti tramite il tenue giungono al sangue, diffondendo nei
muscoli e in fegato e polmone, grazie alla loro funzione di filtro ematico. Nei tessuti le oncosfere
formano cisti idatidee, che contengono al loro interno strutture larvali.
Il cane ingerisce le cisti idatidee nelle carni degli erbivori, che si schiudono nello stomaco, così
che le larve possono assicurarsi all’intestino tenue con i protoscolici . Dopo maturazione,
cominciano a liberare un proglottide a settimana , che si ritrova nelle feci, potendo contaminare il cibo
degli ospiti intermedi come l’uomo.

Clinica
I sintomi della idatidosi sono aspecifici come addominalgie e calo dell’appetito; quando colpito il
fegato si manifesta epatomegalia. I sintomi sono da compressione a causa delle cisti idatidee che
possono raggiungere Φ di 5-10 cm in pochi mesi. Queste vengono anche avvolte da una reazione
fibrotica che tenta di isolarle, senza però fermarne la crescita. La massa che si espande va quindi a
comprimere il parenchima con effetti diversi in base all’organo dove proliferano. Siccome il liquido
contenuto nella cisti può fungere da superantigene (liberazione improvvisa di molti antigeni),
inducendo forti reazioni allergiche, una rottura della cisti idatidea per cause traumatiche porta a
shock anafilattico.
Nel fegato le cisti causano dolore nell’ipocondrio destro; nel polmone risultano asintomatiche per
lunghi periodi di tempo, salvo poi causare broncopolmoniti con febbre, tosse, emottisi e vomica
(espulsione improvvisa tramite le vie aeree di una raccolta liquida purulenta); le masse cerebrali danno
segni precocemente; la localizzazione osteo-muscolare è responsabile di dolore e difficoltà nella
motricità fino all’impotenza funzionale.

Diagnosi e trattamento
Il riscontro diagnostico si può ottenere tramite metodi sierologici grazie alla diffusione ematica
delle larve esacanti, con ELISA (ricerca sierologica di anticorpi anti-echinococco) o
emoagglutinazione. Altro metodo consiste nell’analisi microscopica del liquido idatideo, poco
utilizzato per la difficoltà nella raccolta del reperto. La diagnosi radiologica, ecografica, tramite
risonanza magnetica permettono la individuazione delle cisti, che possono a prima vista essere
confuse con un tumore; se ne differenziano, pur avendo quasi la stessa densità, perché le cisti hanno
confini ben definiti e profilo rotondo, mentre i tumori sono sfrangiati e irregolari .

Il trattamento prevede albendazolo in dose di 15-20 mg/kg di peso per un mese e intervento
chirurgico per eliminare le cisti.

- Hymenolepis nana -(“ cisticerco:Forma larvale cistica di alcuni Cestodi, consistente in una
vescicola ripiena di liquido, dalla cui parete interna (membrana germinativa), per invaginazione,
si forma il futuro scolice del verme adulto. La cisticercoide è una forma larvale analoga al c., ma
più piccola e con peduncolo caudale sviluppato. “)
Lunga circa 4 cm, presenta 10 proglottidi con 200 uova ciascuna. Cestode bianco, ha 4 ventose
uncinate nello scolice, le uova vengono rilasciate nell’ambiente già mature e richiedono 2
settimane per la maturazione completa a elminta adulto.

Ciclo vitale
Il ciclo avviene interamente all’interno dell’uomo dopo l’ingestione di cisticerchi. Le uova possono
essere presenti nella farina a causa di piccoli artropodi che, infettati, la contaminano vivendoci
dentro.
Le uova mature vengono rilasciate nell’ambiente con le feci da un individuo infetto ; la
contaminazione alimentare favorisce l’ingestione da parte umana, con la larva esacanta che si libera
dall’uovo e penetra in mezzo ai villi , per poi trasformarsi in cisticerco a livello luminale e
abbandonare i villi raggiungendo il 1/3 inferiore del tenue. Raggiunta la maturità, vengono
prodotte proglottidi, che si schiudono rilasciando uova adulte nello spazio luminale, che
contamineranno le feci.

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Epidemiologia
Colpisce soprattutto i bambini, è tipica della specie umana e risulta ubiquitaria; prevalente in Sud
Italia, nel mondo si stima ne siano affetti 100 milioni di persone.

Sintomatologia
Anche se nella maggior parte dei casi è asintomatica, cariche parassitarie consistenti possono causare
parziale distruzione dei villi, diarrea, anoressia, cefalea e crisi epilettiformi dovute all’immissione
nel circolo di sostanze tossiche da parte del parassita.

Diagnosi
Esame copro-parassitologico alla ricerca delle uova (le proglottidi si disintegrano nell’intestino).

Terapia
Praziquantel in dose unica di 25 mg/kg di peso corporeo del paziente

- Diphyllobothrium latum -
Può arrivare a 3000-4000 proglotidi, arrivando a 12 metri di lunghezza; infesta le creature di acqua
dolce, fissandosi all’intestino non tramite un rostro ma allo scolice foggiato a spatola con due
fessure a funzione adesiva. Le uova maturano in acqua dolce liberando il coracidio (forma larvale
dotata di movimento) che viene ingerito da un crostaceo, primo ospite intermedio del ciclo.

Ciclo vitale
Il coracidio viene assunto da un crostaceo, il granchio Cyclops, nel quale si trasforma in larva
procercoide; quando il granchio viene mangiato da un pesce, la larva evolve a plerocercoide
andando a situarsi nei tessuti dell’animale. Quando l’uomo (o l’orso) mangia pesce crudo infestato
dai plerocercoidi assume l’infestazione.

Epidemiologia
Localizzata nelle regioni lacustri, come Nord America, Russia e Scandinavia ; in Italia è presente
nelle zone dei laghi (Garda, Bracciano, ecc…).

Patogenesi e sintomatologia
Nel 5% delle infestazioni, il parassita, assorbendo vitamina B12, può causare una carenza
vitaminica dando anemia perniciosa; nella maggior parte dei casi risulta apatogeno. Se non risulta
subclinica, gli effetti sono una anemia megaloblastica(“Il midollo risulta ricchissimo di eritroblasti, ma
questi non riescono a raggiungere la maturazione. “), con anemia, macrocitosi e megaloblastosi
midollare.

Diagnosi
Copro-parassitologia microscopica per verificare la presenza di uova.

Terapia
Praziquantel o niclosamide.

TREMATODI(vermi a forma di foglia)(miracidio-sporocisti-redia-cercaria)


I trematodi sono vermi dal corpo appiattito non segmentato, dotati di due ventose, una cefalica, che
funge anche da apertura buccale, e una ventrale con sole funzioni di adesione. Il rivestimento
cuticolare presenta numerose spine, inoltre il verme presenta un apparato digerente primitivo e un
apparato secretore. Il ciclo biologico è legato a diversi ospiti e all’ambiente idrico, dove avvengono
le prime fasi di maturazione. Ermafroditi, tranne lo Schistosoma, hanno dimensioni che variano da 1-
8 cm. In questa categoria sono diverse le specie parassite dell’uomo, in grado di indurre varie forme
patologiche.
Nell’uomo possono dare:

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- Schistosomiasi(localizzazione plesso mesenterico-vescicale): dovuta a Schistosoma mansoni,


S. japonicum, S. makongi, S. intercalatum, S. haematobium (causa di carcinoma vescicale per
l’infiammazione cronica che causa nella zona del plesso perivescicale)
- Clonorchiasi, opistochiasi(BILIARI): indotte da Clonorchis sinensis, Opistorchis felineus e O.
viverrini, che pur essendo patogeni differenti realizzano quadri clinici simili
- Fascioliasi(BILIARE-EPATICA PER LA F. HEPATICA(crescione) DUODENALE PER BUSKI):
dovuta alle due specie Fasciola hepatica e F. buski
- Paragonimiasi(POLMONARE): nonostante siano diverse le specie patogene, la più importante e
diffusa è il Paragonimus westermani

- Schistosomi -
Presenta diverse specie, tutte patogene per l’uomo e con caratteristiche riconducibili alle descrizioni di
Schistosoma haematobium e S. mansoni, che sono le uniche ad avere come unico ospite definitivo
l’uomo.

Ciclo vitale (cercaria-schistosomulo-verme-uova-miracidio-sporocisti-cercaria)


La schistosomiasi si stabilisce quando la cercaria penetra nella cute (tramite enzimi litici e in modo
indolore), divenendo schistosomulo in grado di raggiungere fegato e polmoni tramite le vie
ematiche, localizzazioni nelle quali si compie la maturazione a vermi adulti in circa 1 mese. Gli adulti
maturi discendono la porta (protetti dal sistema immunitario perché si ricoprono di antigeni umani),
raggiungendo le vene del plesso mesenterici e portale (S. mansoni, S. japonicum, S. intercalatum)
oppure del plesso vescicale (S. haematobium) dove avviene l’accoppiamento. Lunghi dai 7 ai 20 mm,
il maschio possiede una doccia(“una depressione “) nella quale si adagia la femmina. Le uova vengono
spinte attivamente nei capillari della sottomucosa dove restano compresse e, grazie alle spine,
determinano lesioni del tessuto fino a creare ulcerazioni nella parete intestinale o vescicale, dalle
quali fuoriescono nell’ambiente esterno tramite feci o urine. La produzione di 400 uova al giorno
porta a numerosi lesioni nelle pareti degli organi sia per il rostro dell’uovo sia per la secrezione di
enzimi litici, i quali sono la causa diretta dei sintomi patologici.
Se le uova raggiungono una fonte di acqua dolce, fra i 25-30°C, si schiudono liberando il miracidio,
larva mobile che raggiunge l’ospite intermedio, una chiocciola gasteropode, seguendo chemio-
tatticamente il muco del mollusco; nei sui tessuti si trasforma in sporocisti, dalla cui moltiplicazione
(200-400) avranno origine migliaia di larve che, a loro volta maturate in cercaria, forma mobile (coda
bifida per il nuoto), lasciano il mollusco nuotando nell’acqua dolce. Siccome le cercarie non si
nutrono hanno vita breve (48 h), durante la quale necessitano di penetrare in un ospite definitivo per
completare il proprio ciclo vitale; lo fanno seguendo i prodotti rilasciati in acqua dall’ospite.

Epidemiologia
Molto diffusi nelle zone dove le condizioni igieniche sono precarie ed esiste alta fecalità ambientale.

Forme cliniche
La fase di invasione larvale (penetrazione dello schistosomulo nei tessuti profondi) può determinare una
sindrome conosciuta come “febbre di Katayama”, dovuta alla risposta immunitaria scatenata verso le
larve del parassita; i sintomi sono febbre, asma, poliartralgia, diarrea, linfoadenomegalia e eritema,
con esiti anche infausti in caso di massiccia reazione allergica alle uova (aumento esosinofilia). In
base poi al tipo di schistosoma e quindi alla sua localizzazione, possono esserci due varianti morbose:
- Schistosomiasi intestinale(S. mansoni, S. japonicum, S. intercalatum): correlata alla
formazione di lesioni granulomatose nei plessi venosi, nella parete intestinale e vescicale
dove sono state depositate le uova; la risposta del tessuto di granulazione porta alla formazione
di polipi che rendono il colon irritabile . Se le uova invece che fuoriuscire raggiungono
tramite circolo ematico il fegato possono dare epatomegalia e ipertensione portale, con
cirrosi dovuta alla reazione immunitaria cronica che evocano, con formazione di granulomi
epatici
- Schistosomiasi urinaria(S. haematobium) ematuria e possibile chiusura degli sbocchi
ureterali, con reflusso ureterale, idrouretere e idronefrosi(in scala dal basso verso l'alto),

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che possono evolvere a insufficienza renale. La situazione flebitica che si instaura promuove il
cancro della vescica

Metodi di diagnosi
- Ricerca microscopica: uova nelle feci o nelle urine eseguita dopo concentrazione, in base alla
specie di schistosoma; in caso di scarsa produzione di uova, si ricorre a biopsia della mucosa
intestinale.
- Diagnosi sierologica: poco sensibile, perché dopo la prima eventuale fase di reazione (risposta
allergica alle larve), lo schistosoma adulto non viene più rilevato dal sistema immunitario
perché si copre di antigeni umani.

Terapia
Prazinquantel in dose unica di 60 mg/kg di peso è sufficiente in caso di parassitosi promossa da un
numero limitato di elminti; per alto numero di parassiti, il trattamento deve essere ripetuto.

- Fasciola -
Le specie patogene sono due, la Fasciola hepatica e la F. buski.

Epidemiologia
La F. hepatica è ubiquitaria e dà la tipica localizzazione epatica, mentre la F. buski, che induce la
patologia intestinale, più grave, è ristretta all’Estremo Oriente.

Ciclo vitale (uova-biliare-feci-acqua-miracidio-gasteropode-sporocisti-redia-cercaria-crescione-


metacercaria-ingestione-vie biliari)
La F. hepatica prima è un parassita di ovini e bovini, che vive nelle vie biliari dell’ospite definitivo,
con dimensioni di 2-3 cm. Le uova vengono trasportate dal succo biliare nel canale alimentare per
essere escrete con le feci; se raggiungono un ambiente acquoso, l’uovo si schiude liberando un
embrione ciliato (miracidio) che raggiunge attivamente l’ospite intermedio, un gasteropode nel
quale avviene lo sviluppo, tramite le fasi successive di sporocisti, redia e cercaria. Questa, lasciata la
chiocciola, si annida fra erbe acquatiche (crescione ), dove persiste in qualità di metacercaria.
L’ospite definitivo si infetta mangiando il crescione crudo; le metacercarie, dalla mucosa
intestinale raggiungono la cavità addominale e la capsula epatica , penetrandola per raggiungere le
vie biliari nelle quali maturano alla forma adulta.
Per la F. buski il ciclo vitale è simile, ma l’uomo è l’ospite definitivo più importante, maturando nel
duodeno invece che nelle vie biliari. Le uova si ritrovano numerose nelle feci.

Clinica
Per la F. hepatica, l’eventuale effetto patogeno durante l’invasione larvale dipende dalla risposta
allergica agli antigeni delle larve. Nella fase di infezione epatica la fascioliasi epatica è responsabile
di episodi di febbre, ittero, vomito ed epatalgia con epatomegalia. Se lo stato infiammatorio
cronicizza può portare a fibrosi con insufficienza epatica. La localizzazione biliare porta a flogosi
con restrizione del dotto e segni simil-calcolo, con coliche biliari e rischio di sovrapposizioni
batteriche.
La F. buski causa invece la fascioliasi intestinale, esclusiva dell’Asia Orientale. L’azione patogena è
mediata dall’azione lesiva sul duodeno dovuto all’incistamento dell’elminta adulto.

Diagnosi di infezione
- Ricerca microscopica: uova nelle feci o nel succo duodenale o biliare
- Ricerca anticorpale: ELISA (ricerca degli anticorpi nel siero, che degradano dopo 6 mesi dalla
terapia) o Western-Blot (ricerca di proteine delle fasciole)

Trattamento
Bitionolo o prazinquantel (in certi casi farmaco-resistenza verso quest’ultimo).

- Clonorchis -

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La specie patogena è il Clonorchis sinensis, che parassita le vie biliari dell’uomo; oltre alla specie
umana può avere come ospite definitivo anche cani, gatti, ratti , mentre gli ospiti intermedi sono
gasteropodi e ciprinidi (carpe, tinche). Va dai 10-25 mm di lunghezza. La vita di un clonorchis può
raggiungere i 10 anni.

Epidemiologia
Rintracciabile in Asia, Vietnam, Cina, Corea, mentre in Europa si rilevano casi più che altro a causa
dell’importazione di pesce contaminato. Può ostruire i dotti biliari e pancreatici, causando colangiti
e colangiosarcomi dovuti all’infiammazione. Sintomi tipici sono il dolore addominale, nausea,
vomito, diarrea, oltre a una notevole eosinofilia(eosinofili) ematica.

Ciclo vitale(uova-bile-feci-miracidio-gasteropode-sporocisti-redia-cercaria-acqua-ingestione di
pesci-intestino)
Le uova vengono trasportate dalla bile e espulse con le feci; giunte in acqua dolce vengono ingerite
dall’ospite intermedio (gasteropode), sviluppandosi prima in miracidio e poi in sporocisti, redia e
cercaria. Dopo la maturazione della redia in una singola cercaria (no moltiplicazione), questa,
attivamente mobile, perfora la cute della chiocciola e si disperde nell’ambiente acquatico, cercando
un ulteriore ospite intermedio (pesci di vari generi) nelle cui carni incistarsi. L’ingestione di carne
ittica poco cotta contaminata da cercarie, queste si liberano dalla cisti, raggiungendo il duodeno
per poi proseguire a coledoco e vie biliari. Nelle vie biliari viene completata la maturazione in
forma adulta, con produzione di uova che vengono espulse con le feci.

Patogenesi e forme cliniche


Solitamente asintomatica, in alcuni casi questo trematode può dare la clonorchiasi, diffusa in Estremo
Oriente e dipende dalla azione dei parassiti su dotto biliare e dotto pancreatico, che tendono alla
stenosi a causa della reazione fibrotica successiva all’infiammazione cronica del tessuto. Colangite
ricorrente si palesa con attacchi di febbre, con brividi, epatomegalia e dolore nell’ipocondrio
destro. Aumento del rischio di epatocarcinoma a causa dell’infiammazione permanente.

Diagnosi di laboratorio
Ricerca delle uova nelle feci o, ancora meglio nel succo duodenale, più ricco di prodotti parassitari.

Trattamento
Albendazolo e praziquantel.

- Opistorchis -
Presenti due specie patogene, Opistorchis viverrini e O. felineus, trematodi di 1 cm di lunghezza che
parassitano vie biliari e pancreatiche di gatto, cane e uomo.
Epidemiologia
Anche questo patogeno è diffuso in Estremo Oriente, in Cambogia, Laos, Thailandia ; il O. felineus è
rintracciabile anche in Europa e Asia.

Ciclo vitale
Identico a quello di Clonorchis ssp.

Patogenesi e forme cliniche


Le medesime del Clonorchis ssp.

Diagnosi e terapia
La diagnosi dipende dal ritrovamento delle uova nelle feci, mentre la terapia consiste in
praziquantel.

- Paragonimus westermani -

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Può raggiungere gli 1,6 cm, nonostante non sia l’unica specie patogena è sicuramente la più importante
per patologia e diffusione. Le forme adulte vivono nel distretto polmonare, potendo proliferare
anche per 20 anni.

Epidemiologia
Diffusa in Asia, America e Africa, interessa cani, gatti, suini e uomo.

Ciclo vitale (alveoli-uova-feci o tosse-acqua dolce-miracidi-ospite intermedio-sporocisti-cercaria-


secondo ospite intermedio-metacercaria-ingestione-diaframma-pleura-polmoni)
Le uova vengono deposte negli alveoli polmonari e raggiungono l’ambiente esterno attraverso le vie
aeree (tosse) o tramite le feci (inglobamento nel muco e inghiottimento, con passaggio per il canale
alimentare). Le uova maturano in ambiente esterno in acqua dolce; da queste nascono i miracidi che
infestano il primo ospite intermedio, molluschi dove maturano a sporocisti e poi a cercaria. Questa
abbandona attivamente la chiocciola raggiungendo il secondo ospite intermedio, rappresentati da
granchi e altri crostacei, dove diviene metacercaria incistandosi nei tessuti. L’ospite definitivo si
infetta ingerendo i crostacei crudi. Nello stomaco la parete cistica viene digerita, liberando la
metacercaria che può quindi passare la parete intestinale digiunale, raggiungendo la cavità
addominale; da questa supera il diaframma, la pleura raggiunge il polmone dove avvengono la
maturazione finale a verme adulto e l’oviposizione.
Possono anche esserci sedi extrapolmonari, come i muscoli o il SNC, tuttavia la mancanza di
ossigeno porta al blocco della oviposizione, entrando nel cosiddetto “ciclo spurio ” (il trematode si
mantiene vitale ma non può diffondere l’infestazione ). Nel ciclo spurio la lesione dipende quindi solo
dalla presenza del paragonimus nel tessuto, promuovendo l’infiammazione.

Patogenesi e forme cliniche


La paragonimiasi prevede diverse fasi, in base alla localizzazione del trematode, essendo dovuta la
patogenesi sia alla presenza del verme che alle uova. Il verme adulto porta alla formazione di ascessi,
costituiti da materiale necrotico in zone flogistiche, avvolto da tessuto di granulazione con numeroso
infiltrato. Le uova danno granuloma (simil-granuloma tubercolare), con l’uovo circondato da
leucociti abbondanti.
- Fase peritoneale: sintomi prodromici, come febbre, diarrea e addominalgie
- Fase polmonare: processo broncopneumonico cronico con tosse produttiva(secca), dolore
toracico ed emottisi
- Fase extrapolmonare: eventuale, nelle localizzazioni in muscoli o SNC il verme adulto causa
ascessi

Diagnosi
- Esame microscopico: ricerca delle uova nelle feci o nell’espettorato
- Ricerca sierologica: ricerca anticorpi anti-paragonimus in virtù della localizzazione a livello
polmonare ed eventuale batteriemia (localizzazioni extrapolmonari)

 NEMATODI
Vermi cilindrici a sessi separati con riproduzione sessuata esclusivamente nella forma adulta. I
nematodi intestinali non prevedono ospiti intermedi, mentre i nematodi tissutali sono trasmessi
tramite ospiti intermedi (insetti o crostacei).
- Nematodi tissutali: utilizzano vettori e possono avere localizzazioni linfatiche, oculari
oppure a livello cutaneo; vengono dette filariasi, perché gli agenti patogeni appartengono alla
famiglia delle Filarie ssp(SSP=SOTTOSPECIE). Agenti tipici sono Wuchereria bancrofti, Brugia
malaya, Brugia timori, Loa loa, Onchocerca volvulus, Dracunculus medinensis, Mansonella ozzardi
- Nematodi intestinali: dette anche geoelmintiasi(poichè uova rintracciabili spesso nel
terreno soprattutto in ambienti poco igienici), non hanno ospiti intermedi. Ascaris
lumbricoides, Necator americanus, Ancylostoma duodenalis, Toxocara canis, Toxocara cati,
Trichuris trichiura, Enterobius vermicularis, Strongyloides stercoralis, Trichinella spiralis,
Gnathostoma spinigerum, Thelazia callipaeda, Anisakis simplex

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Si usa ivermectina-albendazolo,tranne nel dracunculus medinensis si predilige metronidazolo

Filariasi
Possono essere linfatiche, a causa del tipo di diffusione tipico per esempio di Wuchereria bancrofti,
Brugia malaya, Brugia timori, oculo-cutanee per la localizzazione peculiare di elminti come Loa loa e
Ochocerca volvulus, oppure cutanee, sempre per la localizzazione finale di parassiti come Dracunculus
medinensis e Mansonella ozzardi.

o Filariasi linfatiche
- Wuchereria bancrofti -
Ha larga diffusione nelle zone tropicali e subtropicali, con stimati 90 milioni di soggetti parassitati; i
vettori sono unicamente zanzare, di specie diverse (Culex, Aedes, Anopheles). In zone come il Sud-Est
asiatico possono essere infettate il 30% delle zanzare, fungendo da vettore, tuttavia la carica
infestante della zanzara si esaurisce dopo circa un mese dal contatto con la larva del parassita.

Struttura
Le filarie maschi raggiungono i 4 cm, mentre le femmine possono arrivare ai 7 cm; entrambi possono
vivere fino a 10 anni. Le femmine producono microfilarie (forme larvali) in numero di 10.000 al
giorno per ogni femmina, le quali hanno periodismo notturno (si ritrovano nel sangue in
concentrazione maggiore nelle ore buie) e hanno vita dai 3-12 mesi, risultando attivamente mobili.
L’uomo risulta l’unico ospite finale di Wuchereria bancrofti, mentre gli ospiti intermedi sono diverse
specie di zanzare. Brugia timori e Brugia malayi hanno le stesse caratteristiche di Wuchereria
bancrofti, limitandosi ad avere microfilarie (larve) più piccole. Il periodismo notturno è dovuto al fatto
che le zanzare sono portate a pungere maggiormente durante la notte, per cui la microfilaria, che nel
sangue umano vive circa 6 mesi, aumenta la propria presenza in circolo quando ha un migliore numero
di probabilità di venire succhiato dalla zanzara.

Ciclo vitale(microfilarie-pasto ematico-zanzara-L1-L2-L3-proboscide-pasto ematico-linfatico-


ulteriore muta-forma adulta-microfilarie)
La trasmissione della parassitosi ha inizio con il pasto ematico della zanzara vettore in un uomo infettato
da Wuchereria bancrofti o Brugia, assumendo quindi le microfilarie assieme al sangue. All’ interno
dell’artropode le microfilarie subiscono una serie di evoluzioni, attraverso le forme larvali L1, L2 e
L3, per giungere infine alla forma adulta, che le porta dall’apparato digerente alla proboscide della
zanzara (l’intero ciclo dura circa 14 giorni). Quando questa effettua un pasto ematico su un individuo
sano, la larva ormai matura (L3) fuoriesce dalla cute della zanzara e penetra nel soggetto tramite la
lesione determinata dal pasto ematico, raggiungendo il circolo linfatico, che utilizza per diffondere
nell’organismo; nel passaggio dalla zanzara all’uomo, la differenza di temperatura porta a un'
ulteriore muta; dopo un periodo di circa un anno la larva ha raggiunto la forma elmintica matura,
potendo accoppiarsi (sessi separati) per cominciare a deporre microfilarie.

Patogenesi e clinica
Nella filariasi (tipica di W. bancrofti, B. malayi e B. timori) La patogenesi è riconducibile alla
reazione infiammatoria e all’ostruzione meccanica dei linfatici, causata dall’alto numero di
microfilarie che vengono deposte. Mentre la prima determina dolore nel luogo di residenza delle filarie,
la seconda, tipica della fase avanzata della parassitosi, causa edema e varici linfatiche, con elefantiasi
a livello inguinale, genitale e degli arti inferiori. In caso di rottura di varici linfatiche nella vescica o negli
ureteri, appaiono fenomeni di chiluria, cioè emissione di urine lattescenti per la contaminazione con
liquido linfatico, mentre i fenomeni infiammatori portano, nei casi più gravi, a infezioni addominali e
peritoneali.

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In caso di localizzazione polmonare dovuta alla diffusione delle microfilarie, si presenta


eosinofilia(eosinofili) tropicale polmonare, con asma e tosse.
L’infezione, nel primo periodo asintomatica, evolve quindi tramite linfedema, dolori infiammatori,
parassitosi polmonare e, nelle fasi tardive, anche con elefantiasi; mentre le prime manifestazioni
patologiche sono reversibili seguendo una corretta terapia, l’elefantiasi risulta permanente.

Diagnosi e trattamento
- Esame microscopico: rintraccio delle microfilarie nel sangue mediante osservazione
microscopica secondo il metodo della goccia spessa. Il campione di sangue deve essere
recuperato seguendo la periodicità del parassita, quindi è consigliabile eseguire il prelievo la
sera
- Centrifugazione: possono essere applicate tecniche di centrifugazione per aumentare la
sensibilità del test della goccia spessa
- Esami sierologici: validi, sono disponibili in pochi centri specializzati, visto il costo e la
complessità di questi ultimi
Il trattamento prevede ivermectina o albendazolo, che hanno effetti solo sulle microfilarie,
interrompendone il ciclo infestante, mentre le macrofilarie risultano insensibili e devono essere
asportate chirurgicamente. Mentre i sintomi principali regrediscono con l’eliminazione della
infestazione, l’elefantiasi (che può essere determinata anche da un tumore che comprime le vie
linfatiche interrompendo il ritorno) non è reversibile.

o Filariasi oculo-cutanee
- Loa loa -
I maschi misurano 3 cm, mentre le femmine raggiungono il doppio (6 cm), potendo entrambi vivere
fino a 15 anni, si localizzano nel sottocutaneo e nel globo oculare. Il periodismo è diurno, perché i
moscerini ematofagi Chrysops, vettori specifici del parassita, effettuano i pasti ematici di giorno.
Attirate dalla luce, le forme adulte raggiungono l’occhio, dove risultano facilmente rilevabili previa
illuminazione tramite una pila. Gli ospiti sono uomini e primati.

Epidemiologia
Rintracciabile nelle regioni della foresta pluviale di Africa centrale e occidentale.

Ciclo vitale (pasto ematico-larva-sottocute-riproduzione-microfilarie-sangue-pasto ematico-


apparato digerente artropode-L1-L2-L3-proboscide)
Il pasto ematico di un moscerino infetto consente l’ingresso della larva, che fuoriuscita dalla cute
del vettore, penetra attivamente nel sottocute dell’ospite umano, dove si accresce maturando. Dopo la
fecondazione (sessi separati), la femmina depone microfilarie, che diffondono tramite i liquidi
biologici, diventando rintracciabili nel sangue, nelle urine e, in fasi avanzate, persino nel liquido
cefalorachidiano. Un pasto ematico di un moscerino lo infetta, con la localizzazione di microfilarie nel
digerente dell’artropode; da questa localizzazione, tramite diversi step maturativi (L1, L2, L3), si
depositano nella cute della proboscide.

Patogenesi e clinica
Causa la loiasi; la sintomatologia è riconducibile alla migrazione delle macrofilarie che porta a una
reazione infiammatoria e alla liberazione di molecole elmintiche che possono determinare delle
reazioni allergiche. Tipici sono gli edemi di Calabar, edemi pruriginosi dovuti alla migrazione del Loa
loa che, alla velocità di 1cm/min, raggiunge zone riscaldate dalla luce solare (cute, occhio) dove
determina versamento di sangue per il danno capillare. Mentre la localizzazione oculare determina
corioretiniti, se le microfilarie si localizzano nei capillari del SNC possono portare a meningo-
encefaliti per ostruzione e infiammazione degli stessi.
Ulteriori problemi possono derivare dalla forte reazione immunitaria locale innescata dalla morte del
Loa loa, per la diffusione dei molteplici antigeni elmintici, capace di portare a necrosi localizzata.

Diagnosi e trattamento

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- Diagnosi microscopica: ricerca nel campione ematico delle microfilarie, tramite goccia spessa
dopo concentrazione con centrifugazione
- Analisi diretta: riconoscimento delle forme adulte che migrano nel sottocute
Il trattamento si avvantaggia della ivermectina.

- Onchocerca volvulus (noduli fibrosi del sottocutaneo) -


I maschi rientrano entro i 3 cm, mentre le femmine possono raggiungere i 70 cm; tramite movimenti
attivi, si localizzano in noduli fibrosi nel sottocutaneo . Le microfilarie, dotate di movimenti attivi,
non presentano periodismo, ma risultano localizzate nel sottocutaneo dove vivono anche 30 mesi.

Epidemiologia
Diffuso nelle zone endemiche dell’Africa sub-sahariana e nell’America Centrale , con 500.000 casi di
disturbi visivi in Africa, mentre 270.000 casi evolvono a cecità completa; si stima che ne siano
parassitate 20 milioni di persone nel mondo, di cui la maggior parte asintomatica. I vettori sono
moscerini del genere Simulium, mentre gli ospiti definitivi possono essere sia gli uomini che i gorilla
(possibile circuito di trasmissione uomo-scimmia).

Ciclo vitale(sottocute-microfilarie-moscerini-L1-L2-L3-proboscide)
La deposizione degli embrioni avviene all’interno di noduli sottocutanei , dovuti alla risposta
immunitaria dell’organismo, dai quali migrano grazie ai movimenti attivi, risultando rintracciabili
anche nei linfonodi e, più raramente, nel circolo ematico, nelle urine e nella saliva. I moscerini
vengono contagiati dalle microfilarie del sottocutaneo durante un pasto ematico, per poi fungere da
incubatori, dove le microfilarie si sviluppano a livello dei muscoli del torace passando attraverso le fasi
L1, L2 e L3. Le larve emergono per perforazione della cute della proboscide e caduta sulla cute del
nuovo ospite, per poi raggiungere il circolo linfatico sottocutaneo; la maturazione e il
differenziamento sessuale avvengono all’interno di noduli fibrosi nel sottocutaneo, con
deposizione dei primi embrioni a 18-20 mesi dall’infezione primaria, proseguendo per tutta la vita
del verme, che può raggiungere i 15 anni.
Onchocerca è in endosimbiosi con la famiglia batterica Wolbachia(Wolbachia gram-negativi, non
sporigeni, parassiti intracellulari obbligati ), trasportandola al proprio interno, la quale favorisce la
prolificità del verme grazie alla flogosi indotta che impedisce un’azione immunitaria diretta
esclusivamente contro l’ elminta; anche gli effetti patogeni risentono di questo evento, perché ogni
stimolo flogogeno aggiunto contribuisce a compromettere ulteriormente i tessuti (danni oculari).

Patologia
Porta alla oncocercosi; le microfilarie migranti determinano noduli sottocutanei con conseguente
dermatite pruriginosa. Un ulteriore effetto è la dermatite oncocercotica dovuta alla morte delle
microfilarie per la consistente risposta infiammatoria, con edema ed infiltrazione di numerose cellule
linfocitarie e macrofagiche, determinando l’evoluzione di granulomi. Lesioni oculari dipendono dalla
presenza di microfilarie a livello di coroide e nervo ottico, la quale flogosi porta a distruzione di
questi tessuti, e congiuntiviti, opacizzazione della cornea, corioretiniti, atrofia ottica e in ultima
analisi cecità irreversibile (non solo i tessuti di rifrazione dell’occhio vengono danneggiati, ma anche
nervo ottico e retina subiscono lesioni consistenti, tali da impedire permanentemente la visione). La
diagnosi differenziale con la Chlamydia trachomatis consiste nel fatto che quest’ultima determina
infiammazione cronica della cornea, con cheratomalacia(rammollimento) e opacizzazione, tuttavia
le strutture nervose responsabili della visione rimangono intatte, permettendo di risolvere la
patologia con un trapianto di cornea. A queste si aggiungo gli eventuali fenomeni allergici legati alla
risposta infiammatoria esacerbata verso antigeni elmintici.

Diagnosi e trattamento
- Ricerca microscopica: verifica di microfilarie nel derma del malato con colorazione al
microscopio; i noduli allergici granulomatosi si formano come risposta dell’organismo alla
presenza del verme. È raro riuscire a evidenziare le microfilarie nel sangue o nelle urine, a causa
della loro bassa concentrazione
- Diagnosi sierologica: ottimi risultati, ma eseguita in pochi centri specializzati

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Il trattamento prevede la somministrazione di ivermectina.

o Filariasi cutanee
- Dracunculus medinensis(non ha vettori,trasmessa per oro-fecale,maturazione L1-L2-L3 nel
cyclops) (simbolo della medicina poichè avvolto attorno al bastone di esculapio) -
I maschi si attestano sui 3 cm, mentre la femmina può superare il metro (120 cm); dopo la copula,
che avviene nei tessuti retroperitoneali, il maschio muore. La femmina migra dunque nel
sottocutaneo, soprattutto degli arti inferiori. Non utilizza insetti-vettori, ma si contrae per
ingestione e passaggio dall’apparato digerente al retroperitoneale; è diffusa in Africa, India,
America Latina e nella Penisola Arabica. Tramite enzimi litici, la femmina rilascia all’esterno le larve
liberandole solo quando la cute viene in contatto con acqua, avvertendone la presenza grazie al
cambiamento di temperatura.

Ciclo vitale
La femmina, dopo la copula nei tessuti retroperitoneali (dove si formano granulomi per il persistere dei
residui dei maschi) risiede nel sottocutaneo senza dare sintomatologie particolari, fino al momento del
parto degli embrioni, per eseguire il quale la femmina emerge dalla cute tramite una vescicola negli arti
inferiori dovuta al rilascio di sostanze tossiche elmintiche, che si schiude al momento del contatto con
acqua formando un’ulcera; gli embrioni (3 milioni) vengono rilasciati quindi in raccolte di acqua
fluente o stagnante, dove vengono ingeriti da crostacei Cyclops, che fungendo da ospite intermedio
viene gravemente danneggiato dalle larve, che si nutrono dei suoi tessuti perforando la cavità gastrica.
Le larve, durante il ciclo maturativo che affronta le fasi L1, L2 e L3, possono permanere nel crostaceo per
4 mesi. L’ingestione del Cyclops da parte dell’uomo porta alla sua digestione nello stomaco con la
fuoriuscita di larve vitali mature, la cui migrazione dal digerente al sottocutaneo avviene tramite i
linfatici. Le forme adulte del verme, sessualmente differenziate, maturano dopo un anno dall’infezione,
raggiungendo il retro peritoneale dove avviene la copula e la morte dei maschi.

Epidemiologia
Rilevabile in circa 25.000 casi all’anno, diffusa in Africa e in India, persistendo in Sudan e Yemen.

Clinica e trattamento
La sintomatologia è dovuta all’azione della femmina che emerge dalla cute ulcerandola per
deporre gli embrioni. Alle lesioni cutanee si accompagnano nausea, vomito, diarrea, orticaria e asma
dovuta a sostanze esotossiche rilasciate dalla femmina. La morte della femmina in sede sottocutanea
dopo la deposizione porta a reazioni allergiche con reazioni settiche del derma e possibile diffusione
nelle zone contigue (sinovite, artrite) .

Diagnosi e terapia
La diagnosi è clinica, basata sull’emersione dalla cute della coda della femmina durante la
deposizione(per eliminarli si fa immergere il piede,se localizzata qui, in acqua e dopo pochi minuti
emergerà la coda la quale viene captata a fatta arrotolare attorno a un bastoncino facendo attenzione a
non spezzare l'animale che porterebbe gravi danni nell'organismo).
Il trattamento prevede l’utilizzo di metronidazolo, mentre per evitare le conseguenze settiche della
morte dell’elminta occorre estrarre la femmina arrotolandola su un bastoncino, grazie alla coda che
estrude dall’ulcera; metodo utilizzato dai tempi dei Greci, l’elminta è stato sostituito dal serpente sul
bastone di Esculapio (Asclepio per i Romani), simbolo dell’arte medica.

- Mansonella ozzardi (vive nelle cavità adipose,vettore simulium) -


Unica specie patogena del genere Mansonella, è diffusa nei Caraibi e nell’America Latina. Il maschio è
lungo 3 cm, la femmina raggiunge i 7 cm. La forma adulta vive nelle cavità adipose dell’organismo,
mentre le microfilarie si distribuiscono nel sottocutaneo e nel torrente ematico. L’infezione viene
trasmessa da moscerini ematofagi, che rilasciano sulla pelle dell’ospite le microfilarie che fuoriescono
dalla cute della proboscide del Simulium, dando dolore articolare, cefalea e orticaria nei soggetti ad
alta concentrazione di microfilarie.

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Geoelmintiasi
Dovute a diversi elminti:
- LISTA…

- Ascaris lumbricoides ( nell’Ascaris le metamorfosi avvengono all’interno


dell’uovo,ytrasmissione oro fecale senza vettore;invade polmone e poi di nuovo intestino) -
Il verme adulto raggiunge i 35 cm di lunghezza, con il maschio una decina di cm di meno della
femmina la quale può deporre 200.000 uova fecondate al giorno, mentre si limita a 50.000 se non è
avvenuta la fecondazione. La trasmissione avviene per circuito oro-fecale senza un vettore con ospite
definitivo l’uomo solamente, con una sopravvivenza media di 12 mesi.

Epidemiologia
Diffusione pandemica, riscontrabile ubiquitariamente in ogni parte del globo.

Ciclo vitale(uovo-feci-acqua-L1-L2-ingestione-torrente ematico-alveoli-L3-prime vie aeree-


intestino-maturazione completa-uova)
Non ha vettori ma si basa sul circuito oro-fecale; l’uovo emesso con le feci contiene una forma
embrionale immatura, che compie nell’ambiente esterno un ciclo maturativo in terreno acquoso,
con la prima fase (L1) che consiste nella larva rabditoide e la seconda (L2) dove evolve a larva
strongiloide, che risulta la forma infestante. L’uovo può permanere quiescente nell’ambiente per
oltre 10 anni in attesa del contatto con ospiti opportuni (uomo). Ingerito, i succhi gastrici fanno
attivare la larva, che emerge nell’intestino tenue; il ciclo di Ascaris lumbricoides richiede una fase
invasiva iniziale, durante la quale supera la mucosa enterica per raggiungere il torrente ematico, che
lo veicola ai capillari polmonari, dove si arresta per impedimento sterico nei vasi alveolari. La
larva rabditoide, ulteriormente mutata (L3???) fuoriesce nell’alveolo, risale le prime vie aeree e
reinvade il distretto enterico per deglutizione entro 14 giorni dalla prima infestazione. Quest’ultima
localizzazione nel duodeno permetterà la maturazione completa a individui adulti, con emissione di
uova 2 mesi dopo la prima infestazione che saranno rilevabili nelle feci.

Clinica e patologia
Gli effetti patogenetici della ascaridiasi si sviluppano a seguito di diverse influenze delle larve
sull’organismo e anche in base al periodo del ciclo nel quale si trova la popolazione elmintica:
- Sindrome da invasione larvale: dovuta alla reazione allergica agli stadi invasivi, presenta
febbre elevata, malessere generalizzato e disturbi respiratori come dispnea (a causa della
presenza delle larve nelle vie aeree superiori) e polipnea (respiro superficiale tachipnoico e a
bassi volumi) in seguito alla polmonite eosinofila determinata dai danni a capillari e alveoli
- Sindrome da localizzazione intestinale: la presenza di forme adulte nel distretto duodenale
determina una sintomatologia locale proporzionale al numero di parassiti presenti, con dolore
(dilatazione del viscere per la compressione attuata sulle pareti), malnutrizione per perdita di
proteine e vit. A e C (gli elminti, se in numero sufficiente, entrano in competizione per il cibo) e
turbe dispeptiche
- Sindrome da occlusione: gli ascaridi adulti possono occludere vari distretti dell’apparato
gastrointestinale a causa delle loro dimensioni, come le vie biliari o pancreatiche, essendo in
grado di dare coliche e pancreatite acuta (letale, in alcuni casi)
Gli effetti sono direttamente proporzionali al numero di ascari che infestano l’organismo, che possono
essere molte decine; per forte affinità delle IgE agli antigeni elmintici, si determinano fenomeni
infiammatori violenti con preponderante fenomenologia allergica.
Siccome molo spesso queste infestazioni sono sequenziali, capita di poter osservare quadri
patologici dovuti alla sovrapposizione di popolazioni larvali a diverso stadio di sviluppo.

Diagnosi e trattamento
- Analisi microscopica: ricerca delle uova nei campioni fecali o rintraccio di larve nel residuo
dell’espettorato
Il trattamento prevede albendazolo, che risulta efficace contro la forma adulta, mentre le forme larvali
sono immuni agli attuali farmaci.

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- Ancylostoma duodenalis -
- Necator americanus -
Il maschio di Ancylostoma è lungo 10 cm, la femmina 14 cm ed entrambi presentano una capsula
buccale con 4 denti che secernono sostanze anticoagulanti grazie a ghiandole buccali. Infesta il
duodeno e il digiuno, dove possono vivere concomitantemente fino a 1000 adulti anche per 7 anni.
La femmina depone circa 300.000 uova al giorno, che maturano nell’ambiente esterno. Può esserci
trasmissione sia percutanea che oro-fecale (la larva, ingerita, penetra attraverso la mucosa enterica).
Il Necator è sovrapponibile, salvo la penetrazione, che avviene solo tramite la cute e non le
mucose, e il completamento della maturazione delle larve, che avviene nel distretto alveolare ,
prima del ritono all’intestino tenue.

Epidemiologia
Stimati 1.300.000 casi all’anno, di cui 65.000 proseguono verso l’exitus (morte).

Ciclo vitale
Mentre nell’Ascaris le metamorfosi avvengono all’interno dell’uovo, nell’Ancylostoma le mute sono
successive alla schiusa, quindi la larva è mobile, potendo attraversare attivamente la cute oppure,
nel caso di ingestione di alimenti contaminati, la mucosa.
Le uova si sviluppano in ambienti umidi e ossigenati a 25°C; in queste condizioni dopo 24 h esce
dall’uovo la larva rabditoide (L1) che si nutre di detriti organici e, dopo 72 h, evolve a L2 (seconda
forma rabditoide). Dopo una settimana avviene la metamorfosi a larva strongiloide che non è in grado
di nutrirsi nell’ambiente esterno e rimane infestante per 2 settimane, durante le quali deve trovare
un ospite, tramite infestazione percutanea. La penetrazione nella cute può risultare dolorosa, ma
permette alla larva di raggiungere il torrente ematico, che la trasporta negli alveoli polmonari; da
qui la migrazione nei bronchioli, nella faringe e nel retrobocca determina la sua deglutizione con
localizzazione nel tenue dopo un ulteriore muta consente la fissazione a duodeno e digiuno
dell’elminta maturo che diventa adulto con lo sviluppo del sistema buccale (nel circuito oro-fecale la
larva penetra la mucosa enterica per raggiungere il circolo ematico e giungere ai polmoni); la ovo
posizione determina la comparsa di uova nelle feci.

Patogenesi e forme cliniche


L’anchilostomiasi porta a anemia per la continua perdita di sangue dovuta alle ulcere causate dal
parassita nel duodeno, a scopo trofico. L’anemia è microcitica (sideropenica) con perdita di emazie
e ferro. Per pochi ancylostomi l’emorragia è minima, mentre se sono presenti in quantità divengono
rilevabili tracce ematiche nelle feci. Per elevato numero di elminti nel duodeno, possono avvenire
dispepsia, addominalgia e nausea (dilatazione meccanica del viscere cavo).

Diagnosi e trattamento
- Analisi microscopica: ricerca di uova nelle feci (esame copro-parassitologico), valida sia per
l’Ancylostoma che per il Necator
Il trattamento prevede l’uso di albendazolo, 400 mg al giorno per 3 giorni, oppure di mebendazolo.

- Enterobius vermicularis -
Determina ossiuriasi(parassitosi intestinale); maschio e femmina rimangono sotto i 10 mm di
lunghezza e quest’ultima può deporre fino a 10.000 uova in una sola occasione, al termine del suo ciclo
maturativo. La trasmissione è oro-fecale, con frequenti eventi di autoinfezione.

Epidemiologia
Infestazione ubiquitaria che colpisce soprattutto i bambini, 500 milioni di persone infette nel mondo.

Ciclo vitale
Uova emesse tramite le feci contaminano alimenti o le mani, venendo ingerite. La schiusa nel
duodeno rilascia larve che si insinuano nelle cripte ghiandolari dell’intestino cieco, incistandovisi e
facendola degenerare senza scatenare reazioni infiammatorie; dal duodeno al cieco avvengono

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altre due mute. Da 1-3 mesi, le femmine gravide raggiungono l’orifizio anale, dove depone le uova
nelle pliche anali. In caso di migrazione aberrante può esserci oviposizione in vulva, vagina o utero,
determinando in questi siti granulomi per reazione infiammatoria. La deposizione è unica, di circa
10.000, poi la femmina muore. Questa migrazione dal cieco al retto avviene tipicamente di notte e
le uova deposte necessitano di 6 ore per diventare infettanti, durante le quali la larva effettua i passaggi
L1, L2 e L3.

Patogenesi e forme cliniche


L’ossiuriasi è tipica dell’età infantile per le modalità di autoinfestazione che permettono al
parassita di permanere con cicli nel medesimo ospite. La migrazione della femmina causa un
prurito anale notturno molto intenso, tipico di questa infestazione; questo rende insonni, irritabili e
può dare casi di enuresi (urinazione nel letto) o inappetenza. Migrazioni aberranti conducono il
parassita nella zona vulvare, contribuendo a dare vulvite e prurito vulvare, oltre a contribuire a eventuali
infezioni (prurito continuato porta a grattamento che può ledere la cute causando infezioni). La
continua erosione della cute porta a impetiginizzazione (processo per cui malattie cutanee di
diversa natura assumono i caratteri dell’impetigine, in seguito al sovrapporsi di infezioni, con comparsa
di piccole vescicole purulente che evolvono subito a crosta su cute arrossata).

Diagnosi e trattamento
- Scotch test: a causa dello scarso numero di uova nelle feci, si utilizza lo scotch test, che
utilizzando del nastro adesivo, prevede il tamponamento della zona perianale e anale, per
raccogliere le uova; siccome l’oviposizione non avviene tutti i giorni, deve essere eseguito tre
volte in tre giorni consecutivi.
Il trattamento consigliato consiste in dose unica di albendazolo di 100 mg.

- Anisakis simplex -
Larva lunga 2 cm, causa anisakidosi.

Epidemiologia
Cosmopolita, presente nei paesi scandinavi, Giappone e lungo le coste del Pacifico dovuto al
consumo di pesce crudo; aumento del bacino geografico in conseguenza della diffusione del consumo
di sushi, con casi in Europa (Italia, Olanda, Spagna, Germania). 20.000 casi all’anno.

Ciclo vitale
La vita dell’Anisaki si svolge completamente nell’ambito marittimo, mentre l’uomo è un ospite di
tipo occasionale; le forme adulte parassitano la mucosa gastrica di vari mammiferi marini
(delfini, trichechi e foche) ed emettono le uova al’esterno con le feci. La forma L1 si differenzia in
forma L2 che si liberano dall’uovo come forme natanti, cibo di diversi crostacei marini dentro i
quali raggiungono la forma L3, capace di infettare pesci e molluschi cefalopodi. Quando questi vengono
ingeriti da mammiferi marini, le larve si insediano nella mucosa gastrica dove si differenziano
nelle forme adulte. L’uomo contrae la parassitosi ingerendo pesci o molluschi infetti poco cotti;
per disinfestare la carne è sufficiente la cottura (60°C per 10 minuti) o il congelamento (-35°c per
15 ore o -20°C per 1 settimana) mentre altri metodi non garantiscono la disinfezione.

Patogenesi e forme cliniche


Le larve L3 si insediano nella mucosa gastrica causando vomito, nausea e violenti dolori addominali
già poche ore dopo l’ingestione, con danneggiamento della mucosa sia dello stomaco che
dell’intestino. L’infestazione enterica comporta granulomatosi intestinale eosinofila con
evoluzione fibrotica che mima il morbo di Crohn (lesioni e granulomi nella parete intestinale).

Diagnosi
- Repertazione delle larve: gastroscopia per rilevare le lesioni a stomaco e intestino e
ricerca delle larve; sfruttabile anche biopsia del tessuto gastroenterico
La terapia prevede l’escissione chirurgica delle larve, mentre la prevenzione consiste nel trattamento
della carne di animali marini secondo opportuni dettami igienici.

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MICETI

MICETI GENERALE

I miceti o funghi sono organismi eucarioti eterotrofi unicellulari (lieviti) o pluricellulari (muffe), che
possiedono una parete cellulare rigida costituita da chitina e si riproducono mediante spore
(sessuata) e conoidi (asessuata); alcune specie raggiungono dimensioni notevoli, venendo denominati
macromiceti. La classificazione tipica è di lieviti (unicellulari), muffe (funghi filamentosi) e miceti
dimorfi (possono passare da una forma all'altra in base alla temperatura).
Possono essere saprofiti del suolo o commensali di varie specie animali, uomo incluso, inoltre alcune
specie possono causare malattie (micosi) tramite la produzione di micotossine (ingerite tramite
derrate alimentari contaminate, come le aflatossine, potenti cancerogeni dell’Aspergillus che si legano al
DNA e impediscono la sintesi macromolecolare) determinando micotossicosi. Effetti allucinogeni sono
prodotti dall’LSD (acido lisergico) che risulta il nucleo fondamentale di alcaloidi presenti in funghi
parassiti della segale(cereale), causa dell’ergotismo( dato da Claviceps purpurea e i sintomi:intensa
vasocostrizione periferica può portare alla gangrena. L'intossicazione acuta si manifesta con
diarrea, vomito, coliche, cefalea, vertigini, tremori e convulsioni. L'intossicazione cronica produce
claudicatio intermittens, dolori muscolari, freddezza, pallore e fenomeno di Raynaud alle dita). Il
termine micetismo dipende da ingestione diretta di funghi tossici come l’ Amanita phalloides, la cui
tossina, l’α-amanitina, blocca la sintesi di RNA inibendo un RNA-polimerasi e dando danni epatici
(organo a elevato grado di sintesi proteica e prima stazione del sangue intestinale).
Sono tipici patogeni opportunisti, che si riscontrano in pazienti immunodepressi, essendo una terribile
complicanza dei trapianti (trattamenti immunosoppressivi). L’essere eucarioti inoltre rende difficile la
scoperta di nuovi farmaci selettivi, che non aggrediscano anche le cellule dell’organismo ospite.
Nonostante sia rara, la micetemia (presenza di funghi nel sangue) può portare a morte, a causa della
difficoltà di trattamento sia da parte del sistema immunitario che a livello nosocomiale.

Struttura della cellula fungina


La struttura cellulare è eucaristica, tuttavia possiede, all’esterno della membrana plasmatica, una
parete cellulare rigida, attorno alla quale alcuni ceppi di lieviti (20% dei miceti) possono formare una
capsula mucoide di natura polisaccaridica.
La parete cellulare è costituita da più strati di un intreccio di fibrille di chitina (polimero della N-
acetilglucosammina) associata a quote variabili di D-glucoso e D-mannoso, lipidi e proteine, le
ultime quali contribuiscono alla compattezza della struttura grazie a ponti disolfuro tra residui cisteinici.
La parete cellulare, oltre a mantenere forma e rigidità della cellula fungina, controlla gli scambi
metabolici fra citoplasma e ambiente esterno. La parete cellulare è costituita da diversi strati,
caratterizzati, dall’interno all’esterno, da mannoproteine, glucani-chitina, glucani(polisaccaridi
molto espressi nella crusca), un ulteriore strato di mannoproteine e uno strato fibrillare esterno
che, in presenza di capsula, ci si infigge nella faccia interna.

Morfologia del tallo


Il tallo è la denominazione del soma cellulare dei miceti, che può risultare costituito da filamenti
tubulari (ife, tipiche delle muffe) o essere lievitiforme (cellule rotondeggianti, tipiche dei lieviti):
- Ife: strutture ramificate costituite da cellule fungine che dopo la replicazione effettuano la
divisione cellulare ma rimangono congiunte, con spesse volte comunicazione fra i citoplasmi
tramite pori delimitati da setti intercellulari formati da tralci della parete micotica. Un insieme di
ife è denominato micelio, una colonia fungina, nella quale si distingue una parte immersa nel
terreno, con funzioni trofiche (micelio vegetativo, con funzioni di assorbimento) e una che si
sviluppa sopra il substrato, a contatto con l’aria (micelio aereo). Nei macromiceti (funghi) le
varie parti del tallo risultano uniformemente costituite dalle ife del micelio aereo fittamente

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stipate e cementate per formare uno pseudotessuto. I miceti con tallo filamentoso sono definiti
muffe
- Lievitiforme: tallo unicellulare, dopo la replicazione i miceti rimangono adesi senza però avere
una continuità strutturale; la scarsa coerenza determina colonie di consistenza cremosa. La
riproduzione dei lieviti configura aspetti morfologici di gemmazione (blastogonia), le cellule dei
lieviti (blastocellule) sono denominate blastospore (sessuata) o blastoconidi (asessuata) in
base alla modalità di riproduzione. Blastocellule rimaste giunte dopo processi replicativi
successivi imperfetti formano pseudoife, costituite da catene di cellule allungate che
mantengono la propria individualità. Una colonia di pseudoife viene chiamata pseudo micelio.

Il differenziamento fra ife e pseudoife è reso possibile da diverse caratteristiche morfologiche:


- Le pseudoife hanno marcati restringimenti a livello delle giunzioni intercellulari, mentre le ife
non hanno soluzione di continuità
- Nelle pseudoife la gemmazione di blastoconidi avviene nei punti di contatto fra le cellule, con
formazione di grappoli caratteristici, assenti nelle ife
- Le ife non producono gemmazioni unicamente dagli apici della cellula, come le pseudoife, ma
sono in grado di ramificarsi da qualunque punto del proprio soma
- Nelle ife le cellule terminali possono essere più lunghe delle precendenti, mentre nelle
pseudoife sono più corte

Alcune specie sono caratterizzate da una reversibile espressione morfologica, lievitiforme e ifale, in
rapporto a variazioni della temperatura alla quale si trovano; sono i cosiddetti funghi dimorfi, agenti
eziologici di micosi sottocutanee o profonde. Nell’ambiente naturale (25°C) i funghi dimorfi presentano
aspetto filamentoso di muffa, mentre hanno aspetto lievitiforme nella fase parassitaria tissutale (37°C).

Metabolismo fungino
Organismi aerobi-anaerobi facoltativi, non se ne conoscono di anaerobi obbligati; sono chemiotrofi
eterotrofi, ossia necessitano di molecole organiche da prelevare dall’ambiente esterno, come
nitrati e carboidrati, che non sono in grado di sintetizzare a partire da precursori . Infine dipendono da
vitamine e assumono zolfo e fosforo inorganici.

Azione patogena dei miceti


La patologia umana è un evento accidentale nel ciclo vitale dei miceti. Nelle micosi esogene, l’agente
infettante è rappresentato da conidi e spore fungine; nelle micosi superficiali il contatto di questi con
cute, peli ed unghie è sufficiente per contrarre infezione. Nelle micosi sottocutanee l’infezione è
mediata da ferite penetranti che innestano il fungo sotto l’epidermide, come quelle dovute a spine
contaminate. Le micosi viscerali entrano preferenzialmente per via aerogena, mentre la via
digestiva è meno frequente, perché è necessaria stasi gastrointestinale per consentire al micete di
perforare la mucosa. Nelle micosi endogene, l’agente infettante è un micete commensale delle
prime vie respiratorie, della cute o delle mucose e la colonizzazione di queste sedi dipende da
fenomeni di adesione specifica, con aumento delle colonie fisiologiche in risposta a
immunosoppressione oppure a immunodeficienza, agendo da patogeni opportunisti.
Dal primo focolaio infiammatorio l’infezione può diffondersi ad altri organi e tessuti per via ematica o
linfatica, con una pluralità di possibili sedi. A volte è riscontrabile un certo tropismo di tessuto, come nei
dermatofiti, che prediligono come sede di impianto aree della cute prive di ghiandole sebacee che
secernano acidi grasso antimicotici, come i solchi interdigitali dei piedi.

Meccanismo dell’azione patogena


I fattori di virulenza sono diversi:
- Adesività: capacità di aderire in maniera specifica o aspecifica a diversi tessuti, formandovi
colonie
- Enzimi e tossine: enzimi extracellulari fungini ad attività idrolitica (proteinasi, fosfolipasi) sono
in grado di danneggiare le membrane cellulari dell’ospite e i tessuti connettivali; in caso di
intossicazioni alimentari da funghi velenosi (micotossicosi), le tossine di questi ultimi
interferiscono con il metabolismo delle cellule dell’organismo

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- Melanina: pigmento fungino, si ritrova nella parte cellulare di lieviti e muffe. Trattandosi di
polimeri fenolici strutturalmente correlati con la lignina, l’addensamento negli interstizi dei
componenti fibrillari della parete ne accentua l’impermeabilità, difendendo il fungo dalla
disidratazione, oltre a proteggere dall’eccessiva irradiazione ultravioletta. Dal punto di
vista della virulenza, proteggono i lieviti in vivo dagli agenti ossidanti nel processo di fagocitosi
- Dimensioni del tallo: alcuni talli fungini di muffe filamentose risultano più voluminosi dei
fagociti, mentre in altri casi dopo la fagocitosi l’energia meccanica del conidio in germinazione
riesce a dilaniare la membrana del leucocita liberando il fungo. L’accumulo di cellule fagocitarie
non può quindi distruggere la colonia fungina e neanche circoscriverla durevolmente
- Capsula e attività antifagocitaria: questa impedisce la fagocitosi oppure permetta al micete di
sopravvivere all’interno dei fagolisosomi; alcuni miceti, capaci di replicarsi all’interno dei
fagociti, possono interferire con le attività dell’esplosione respiratoria
- Ipersensibilità ritardata: lesioni granulomatose per la risposta immunitaria massiccia e,
spesso, insufficiente a controllare l’infezione.
Spesso le micosi dipendono da fenomeni di opportunismo, in seguito a immunoincompetenza o a altre
infezioni che debilitano l’ospite. La frequenza delle micosi è in aumento a causa della maggior attività
iatrogena di immunosoppressione, per trapianti e radioterapie anticancro, ed anche per la maggior
diffusione di malattie immunosoppressive (HIV), grazie alle quali lieviti come Candida e Cryptococcus
sono diventati pericolose complicanze dell’AIDS.
Nelle micosi primitive non sono necessari fattori predisponenti, come nelle micosi provocate da funghi
dimorfi, particolarmente adattati alla vita parassitaria tissutale; sembra comunque che difetti selettivi
nell’immunità cellulo-mediata contribuiscano all’insorgenza di queste patologie.

I miceti sono classificabili come geofili (saprofiti del suolo), zoofili (commensali o parassiti degli
animali) e antropofili (commensali o parassiti dell’uomo). Le micosi sono malattie ubiquitarie, come
eventi accidentali nel ciclo vitale del micete. A causa del tipo di infezione, i trattamenti richiedono
sempre tempi prolungati e costanza per l’eradicazione del fungo.

Metodi di diagnosi
In base al tipo di micosi, sono richiesti campioni biologici differenti:
- Micosi superficiali e cutanee: squame cutanee, peli, frammenti di unghie, tamponi cutanei
- Micosi sottocutanee: materiale ascessuale aspirato, pus, prelievi bioptici
- Micosi profonde: prelievo di sangue, liquor, broncoaspirato, prelievi bioptici, materiale
ascessuale
A questi campioni è poi possibile applicare un ventaglio di test in base a tipo di campione e tipo di
micete che si ricerca:
- Ricerca microscopica diretta nei materiali patologici: esame a fresco o previa colorazione,
immunofluorescenza o a contrasto (utilizzo di inchiostro di china nel liquor)
- Ricerca microscopica istologica: ricerca nella biopsia del tessuto
- Esame colturale: buona crescita nei terreni Sabourad, fra i 25-37°C in condizioni di aerobiosi.
Sulla coltura è poi possibile eseguire test biochimici capaci di caratterizzare il micete in base a
metaboliti ed enzimi prodotti
- Metodi molecolari: PCR, alla ricerca di marker genetici fungini
- Metodi sierologici: ELISA, IFI, fissazione del complemento sono alcune delle tecniche più
utilizzate. La ricerca di anticorpi specifici ha importanza relativa, perché sono frequenti le cross-
reazioni fra miceti patogeni e commensali, per le strette correlazioni antigeniche. La
sierodiagnosi è importante quando, per infezioni opportunistiche, sono commensali che
causano patologia, di conseguenza la loro presenza di per sé non costituisce prova
diagnostica visto che sono fisiologicamente presenti; ritrovare anticorpi contro queste
colonie invece li classifica come fonte di infezione endogena. Anche reazioni sierologiche a
titoli inferiori alla norma hanno funzionalità diagnostiche (maggiore è l’avidità delle Ig per
l’antigene micotico, maggiore è forte l’infezione)

Farmaci antifungini

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- Griseofulvina: siccome si localizza nei tessuti ricchi di cheratina, come epidermide e unghie,
è ideale per le micosi superficiali. Ha attività pleiotropica, perché oltre a inibire la sintesi
degli acidi nucleici blocca la polimerizzazione dei microtubuli, fondamentali per il
metabolismo micotico e la divisione cellulare, e anche la sintesi di chitina , promuovendo la
lisi della parete cellulare. Somministrata per via orale, può risultare tossica in grandi quantità,
per cui è da utilizzare con attenzione
- Antibiotici polienici: piramicina, nistatina e amfotericina B; soprattutto per le micosi
profonde, si legano agli steroli della parete micotica, formando pori nella membrana che
portano a lisi la cellula. Tutti gli esponenti di questa categoria hanno effetti tossici anche
sull’organismo. La nistatina viene somministrata per via orale per il trattamento di infezioni
gastrointestinali, perché non essendo assorbibile dalle mucose agisce a livello locale senza
essere assorbita. L’amfotericina B è inoculata per il trattamento di micosi parenchimali a
livello sistemico, nonostante gli effetti collaterali sul sistema renale
- 5-fluoricitosina: introdotta nelle cellule fungine grazie a una citosina-permeasi, viene prima
deamminata a 5-fluorouracile e poi convertita in acido 5-gluorodeossiuridilico, che inibisce
la sintesi del DNA competendo con le pirimidine. Assunta per via orale è bene assorbibile a
livello intestinale. Non viene mai somministrata come monoterapia ma sempre in associazione
sinergica con altri farmaci (polienici), a causa della frequente tendenza dei funghi di dare
velocemente resistenza a questo prodotto, mentre in cooperazione risulta molto efficace
- Composti azolici e allilamine: entrambi bloccano la sintesi di steroli della membrana fungina,
agendo su enzimi diversi (lanosterolo-demetilasi i primi, squalene-epossidasi le seconde)
della stessa via sintetica. La terbinafina (allilammine) è elettiva per le dermatofizie, perché si
accumula in maniera elettiva nell’epidermide. Riguardo ai composti azolici, il clotrimazolo è
usato per via topica, mentre il chetoconazolo è impiegato per micosi sistemiche tramite
assunzione per via orale
- Echinocandine: inibiscono la sintesi dei glucani (componente della parete cellulare), inibendo
la 1,3-β-glucano-sintetasi; preminenti nel trattamento di Candida albincas e Aspergillus

MICETI SPECIALE

 MICETI LIEVITIFORMI
Sono i miceti con tallo blastocellulare, a tipica morfologia di lievito. A questo gruppo appartengono
diverse specie patogene per l’uomo:
- Malassezia furfur: lesioni superficiali; causa la pitiriasi versicolor,micosi molto lieve e danno
esclusivamente estetico

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- Trichosporon beigelii: lesioni superficiali,considerato agente eziologico della piedra


blanca(micosi del sud America con granuli bianchi lungo il fusto di peli es barba). Cresce in
terreno di saboaraud.sviluppa ife vere in modo precoce e costante
- Candida ssp: lesioni cutanee e, prevalentemente, delle mucose
- Cryptococcus neoformans: lesioni viscerali

- Candida albincans -
Abituale commensale della mucosa delle cavità naturali dell’uomo, inducendo patologie di
stampo opportunistico a seguito di immunosoppressione o trattamenti antibiotici prolungati
(l’eliminazione della flora batterica fisiologica, con la quale i miceti sono continuamente in
competizione, permette la espansione della colonia fungina). Le lesioni sono tipicamente a carico delle
mucose, dando vulvo-vaginiti o mughetto(stomatite da Candida albicans, cioè una micosi a carico della
mucosa orale ) (lesione faringea con colonie lievitiformi a livello orale, tipica degli stadi terminali di
HIV), ma possono anche essere sulla cute oppure riguardare le unghie (onicomicosi), con ispessimento
e brunitura dell’unghia (può dare dolore durante la deambulazione, a causa della pressione della
calzatura sull’unghia e quindi sul tessuto sottostante infiammato). In caso di diffusione sistemica si può
assistere pielonefriti(Processo infiammatorio dell'interstizio renale, che coinvolge la pelvi e il
parenchima renale in modo mono- o bilaterale ed è secondario a infezioni batteriche sintomatiche o
asintomatiche delle basse vie urinarie ) (infezione del rene per risalita dell’agente patogeno dagli
ureteri e dalla vescica), pneumopatie o forme disseminate. Aumentano di gravità in base al livello di
immuno-deficienza del sistema immunitario dell’ospite, con diffusione prevalente in pazienti leucemici,
sotto trattamento anti-tumorale (radioterapia) oppure sieropositivi. In questi quadri clinici la candida
può causare anche danni a livello del colletto dentale, portando a piorrea e perdita dei denti , o
agli angoli della bocca e sulla lingua. I solchi interdigitali e la lunula delle unghie sono aree preferenziali
per la candidosi cutanea, che causa lesioni desquamative (???). Se la micosi, distruggendo l’unghia,
raggiunge la zona della matrice, se ne ha la perdita per degenerazione della zona germinativa ungueale.
Il contatto tra le mucose genitali permette la diffusione sessuale della candidosi.
RIGUARDA L’ESPOSIZIONE, NON MI CONVINCE

Diagnosi e trattamento
- Analisi microscopica: frammenti cutanei e ungueali vengono analizzati mediante microscopia a
fresco senza colorazione; le lesioni mucose richiedono tamponi
- Analisi colturale(tendenza a fare grossi pseudomiceli):colonie cremose di colore bianco e
pertanto l'analisi si presta per lo più alla biochimica
- Analisi biochimica: essenziale per la diagnosi di specie, analizza gli zuccheri metabolizzati e
enzimi e metaboliti prodotti
- Metodi sierologici: ELISA
- Metodi molecolari: PCR
- Ricerca diretta: ricerca dei funghi nelle lesioni cutanee o mucose
Il trattamento prevede l’utilizzo di derivati polienici(es piramicina,si legano agli steroli della parete
micotica, formando pori nella membrana che portano a lisi la cellula) e antibiotici azolici ; il
recupero è lento nelle lesioni superficiali e nelle onicomicosi, necessitando di terapie lunghe,
mentre per le mucose genitali la scomparsa delle lesioni è veloce. Per candidosi diffusa ai tessuti
profondi è necessario un trattamento parente lare con anfotericina B, possibili complicazioni in caso
di trapianto di midollo, trattamenti per il cancro e immunodeficienze HIV, leucemie, ecc..).

- Cryptococcus neoformans -
Unica specie patogena per l’uomo, è un lievito che vive soprattutto in habitat aviari, grazie al
guano(escrementi di uccelli marini) che contiene numerosi metaboliti necessari al micete.
L’infezione si diffonde per via aerogena a causa delle feci secche che formano un aerosol nell’aria,
di conseguenza la localizzazione primaria è quella polmonare con iniziale tosse secca . La
complicanza più frequente è la disseminazione ematica, con localizzazione nel SNC, per il quale il
micete ha un particolare tropismo, mentre risultano rare le localizzazioni ossee e cutanee. L’infezione
polmonare e la meningo-encefalite sono comuni in pazienti che soffrono di AIDS.

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Diagnosi e trattamento
- Esame colturale: formazione di colonie biancastre sulla piastra
- Analisi microscopica: colorazione del campione con china per contrasto negativo (la
capsula non assume il colore rimanendo bianca su sfondo nero)
- Analisi biochimica: produzione di melanine e utilizzo di inositolo come fonte di carbonio
- Analisi sierologica: agglutinazione o immunoenzimatica
La cura si avvale di amfotericina B(Mentre le cellule umane utilizzano il colesterolo come sterolo
principale nella costituzione delle membrane citoplasmatiche, i miceti presentano l'ergosterolo come
costituente steroideo fondamentale. L'amfotericina si dispone nel doppio strato lipidico delle
membrane, legandosi con la propria sezione idrofoba ad una molecola di ergosterolo mentre con la parte
idrofila interagisce con la sezione, sempre idrofila, di una seconda molecola di amfotericina, legata ad
un'altra molecola di ergosterolo.Si forma perciò tra le due molecole di amfotericina B una sorta di poro,
un canale idrofilo che consente la fuoriuscita di potassio e di altri soluti cellulari dal micete), 5-
fluorocitosina e composti azolici(I farmaci azolici bloccano la sintesi dell'ergosterolo, componente
indispensabile delle membrane dei funghi, per azione selettiva su un Citocromo P450 fungino. ); per
contrastare gli effetti, potenzialmente letali, della micosi diffusa, occorre effettuare una terapia estrema,
utilizzando gli anti-micotici più potenti.

 MICETI FILAMENTOSI
Specie fungine che presentano tallo filamentoso, tipico delle muffe. Le principali specie patogene
sono:
- Dermatofiti:
- Aspergilli:
- Zigomiceti: per lo più a livello tropicale,inizia respiratoria con effetti sistemici.su terreni solidi
formano colonie lanose
- Agenti eziologici di micetomi:muffe tipiche del suolo entrano per via transcutanea.
localizzazioni cutanee e sottocutanee con tumefazione infiammatoria prevalentemente
localizzata al piede(piede di madura) con grani e pus.regioni tropicali.

- Dermatofiti -
Sono divisi in tre generi diversi, Microsporium, Trichophyton e Epidermophyton, comprendendo un
gruppo eterogeneo di muffe che causano affezioni della cute, dei capelli, dei peli e delle unghie,
denominate dermatofizie o tigne, con lesioni eritemato-desquamative. Si localizzano principalmente in
tessuti ricchi di cheratina mentre i siti profondi sono eccezionali. Inducono micosi ubiquitarie molto
comuni anche nei paesi industrializzati.

Manifestazioni cliniche
- Tinea corporis: lesioni papulo-squamose ad anelli interessano tronco, braccia e gambe,
colpendo follicoli piliferi e, nelle forme gravi, presentando forma a verruca
- Tinea cruris: tipica delle pieghe cutanee come ascelle e inguine
- Tinea pedis: “piede d’atleta”, con effetti desquamanti ed esfolianti nei solchi interdigitali, con
macerazione e ipercheratosi
- Tinea capitis: alopecia(simil calvizia) a livello del cuoio capelluto, con possibile evoluzione
infiammatoria
- Tinea unguium: alterazioni distrofiche delle unghie di mani e piedi

Diagnosi e trattamento
I campioni clinici sono squame cutanee o frammenti di unghie; la localizzazione tipica del micete è fra il
letto ungueale e l’unghia, per cui per aumentare la probabilità di riscontro diagnostico occorre
raccogliere il campione dalla parte inferiore dell’unghia malata.
- Analisi microscopica: analisi diretta in cerca delle ife; per la bassa sensibilità del test o errata
raccolta dei campioni può fornire falsi-negativi, per cui è consigliabile attendere sempre l’esame
colturale

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- Esame colturale: su terreno Sabouroud( terreno ampiamente utilizzato che grazie al basso
pH e all'alta concentrazione di glucosio risulta parzialmente selettivo per i funghi ) richiede
due settimane, a causa della crescita lenta dei dermatofiti in vitro
Il trattamento viene eseguito con composti azolici, griseofulvina o alliammine, tutti antimicotici che
si localizzano preferenzialmente nelle strutture ricche di cheratina (pelle, unghie, capelli, peli).
La terbinafina (allilammine) è elettiva per le dermatofizie, perché si accumula in maniera elettiva
nell’epidermide

- Aspergilli -
Saprofiti diffusi in ogni ambiente, in particolare in presenza di materiale organico in
decomposizione; sono i più comuni contaminati delle coltivazioni. Tipico opportunista, causa elevato
rischio di morte in leucemici e immunosoppressi iatrogeni per trapianto, mentre è meno comune
nei sieropositivi. Sono distinguibili numerose specie: Aspergillus fumigatus, A. niger, A. nidulans, A.
flavus, A. terreus.

Patogenesi e sintomi clinici


Numerose, dipendono dalla localizzazione e dallo stato immunitario nell’ospite, risultando apatogeni
per gli ospiti immunocompetenti.
- Aspergilloma polmonare: lesione polmonare focale (granuloma ???)
- Aspergillosi sistemica: dovuta all’ingresso ematico solitamente a livello polmonare, può
portare a localizzazione encefalica
- Aspergillosi broncopolmonare allergica: la nebulizzazione dell’aspergillo porta alla sua
inalazione; se l’ospite è reattivo, verrà indotta una reazione allergica contro gli antigeni di
questo fungo
- Otomicosi: colonizzazione dell’orecchio con desquamazione e eritema
- Micosi della cornea: in caso di contatto diretto fra cornea e aspergillo (contatto con mani
sporche, ecc…)

Diagnosi e trattamento
- Analisi microscopica: campioni di espettorato, broncoaspirato o cutanei
- Esame colturale: analisi biochimica dei metaboliti
- Ricerca sierologica:
- Metodi molecolari: PCR, Nested-PCR e Real-Time PCR
La cura prevede amfotericina B o derivati azolici.

 MICETI DIMORFI
Sono miceti che presentano duplice morfologia in funzione della temperatura; nell’ambiente (25°C) si
rintracciano come muffe, mentre nei tessuti parassitati (37°C) divengono lieviti nell’arco di alcune
ore. Mentre la forma a muffa cresce nei normali terreni di coltura , per ottenere quella lievitiforme è
necessario arricchire il vetrino con derivati organici (sangue, infuso cuore-cervello). In questa
categoria sono rintracciabili diverse specie:
- Sporothrix schenckii: dà la sporotricosi, che causa granulomi sottocutanei ad evoluzione
suppurativa
- Blastomyces dermatitidis: granulomi cutanei e linfoghiandolari, oltre a pneumopatia, detta
blastomicosi
- Paracoccidioides brasiliensis: granulomi mucosi e cutanei e possibile pneumopatia; chiamata
paracoccidioidomicosi
- Histoplasma capsulatum: pneumopatie o forme sistemiche, conosciute come istoplasmosi
- Coccidioides immitis: pneumopatie o forme sistemiche; coccidioidomicosi
Il più comune è l’Histoplasma capsulatum.

- Histoplasma capsulatum -
Isolato in feci di uccelli e pipistrelli, che costituiscono il reservoir animale del micete. È un saprofita
del suolo, trasmissibile per via aerogena (inalazione di feci aerosolizzate), ma non è mai stata

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osservata trasmissione diretta uomo-uomo. La localizzazione principale è polmonare , ma può dare


una pletora di quadri clinici:
- Istoplasmosi benigna endemica: può essere asintomatica (individui immunocompetenti)
oppure paucisintomatica (non produce sintomi di rilievo, ma solo febbre, tosse e inappetenza);
la presenza di Ig in una fetta numerosa della popolazione sembra suggerire la ampia
diffusione di questa micosi, risolta autonomamente dall’ospite
- Istoplasmosi epidemica: in forma acuta a cronica, con localizzazioni polmonari multifocali;
la capsula svolge funzione antifagocitaria impedendo il killing (rintracciabile nei fagociti)
- Istoplasmosi disseminata: negli individui immunocompromessi si può avere la diffusione
sistemica

Diagnosi e trattamento
- Analisi microscopica: il micete è riscontrabile nei preparati istologici anche all’interno di
macrofagi; evidenziabile tramite immunofluorescenza diretta
- Esame colturale
- Ricerca sierologica: fissazione del complemento, immunofluorescenza, ELISA
- PCR
Il trattamento si avvale della amfotericina-B e di derivati azolici; le patologie a livello polmonare
mostrano ottimi recuperi, mentre la micetemia è una complicanza di notevole gravità e difficile da
trattare.

VIRUS

VIROLOGIA GENERALE

I virus sono parassiti endocellulari obbligati rappresentati da una organizzazione biologica di livello
subcellulare formata da una o poche molecole genomiche di DNA o RNA che risultano racchiuse in un
contenitore proteico definito capside, che protegge il genoma e ne permette l’ingresso nelle cellule
ospiti. In ambiente extracellulare i virioni risultano metabolicamente inerti. Il capside contiene
proteine, chiamati antirecettori, che riconoscono recettori cellulari specifici, ai quali si legano,
permettendo l’infezione della cellula e, di conseguenza, indicando anche la specificità del virus per
determinati tessuti provvisti del recettore adeguato.
Ogni forma di vita presenta virus capaci di parassitarla, batteri (batteriofagi), miceti, protozoi, eucarioti
vegetali e animali.
La capacità di integrarsi nel genoma cellulare pare essere presente da molto tempo , tanto che sembra ci
siano sequenze negli eucarioti, come Jun, un gene senza introni, che hanno omologie strutturali con geni
virali, unitisi al genoma eucariota in periodi ancestrali.

Struttura virale

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All’interno del virus si rileva solamente il genoma, composto da una o poche molecole di DNA o RNA,
avvolte da un capside proteico che, in certe specie, viene ulteriormente rivestito da un pericapside
glicoproteico, derivante da membrane cellulari arricchite di proteine virali. Il genoma, stabilizzato dal
legame a proteine, può presentare diverse configurazioni, sia a singola che a doppia catena, mentre le
molecole multiple sono presenti solo nei virus a RNA. Tendenzialmente nei deossiribovirus il
cromosoma è lineare bicatenario, tranne nel Papavavirus dove risulta circolare e nel Parvovirus,
con molecola di DNA monocatenaria. Nei ribovirus l’RNA è monocatenario, tranne nei Reovirus,
che sono bicatenari.
I rivestimenti esterni hanno la duplice funzione di proteggere il materiale genetico dall’ambiente esterno
evitandone la degradazione ed esprimere l’antirecettore permettendo la penetrazione delle cellule
suscettibili. Il capside viene eliminato al momento dell’ingresso, così che solo il materiale genetico
penetri nella cellula ospite.

Definizioni strutturali
- Virione: particella virale singola, matura (con capacità infettante) e situata nell’extracellulare
- Genoma: genoma virale, a DNA o RNA, singola o doppia catena, continui o segmentati
- Capside: involucro proteico virale
- Nucleo-capside: insieme di genoma e contenitore proteico, a volte indica tutto il virus
- Pericapside (peplos): struttura esterna al capside che lo avvolge, formata da residui della
membrana cellulare rimaneggiata con proteine virali; presente solo in alcun virus
- Tegumento o matrice: struttura proteica virale presente fra capside e pericapside

Proteine e glicoproteine della struttura virale


- Proteine e glicoproteine virali del pericapside (ove presente)
- Proteine e glicoproteine cellulari del pericapside: della cellula che ha fornito la membrana
- Proteine virali della matrice
- Proteine virali del nucleo-capside: proteine associate al cromosoma o formanti il capside
- Enzimi associati alle particelle virali: lisozima nei batteriofagi, neuroamminidasi negli
Orthomyxovirus e nei Paramyxovirus, DNA-polimerasi nei virus a RNA- e retrotrascrittasi nei
retrovirus

Tipologie strutturali dei virus


- Struttura elicoidale: le proteine sono strutturate ad elica attorno al genoma
- Struttura icosaedrica: solido a 20 facce e 12 vertici, con simmetria rotazionale
- Struttura complessa: tipica della famiglia dei Poxoviridae (quella del vaiolo); non è
riconducibile a strutture spaziali definibili da una equazione matematica
- Strutture dei batteriofagi: struttura complessa, che prevede una capsula icosaedrica e una
coda proteica che ha il compito di associarsi alla membrana batterica e permettere l’ingresso del
genoma virale
Sia le strutture icosaedriche che elicoidali possono presentarsi con o senza il pericapside, tuttavia
mentre i virus umani con capside elicoidale hanno sempre il peplos , negli isometrici solo alcuni lo
presentano; la struttura complessa non ha” mai” il pericapside.

Assemblamento della struttura virale


Le particelle virali si formano spontaneamente senza bisogno di nessuna altra informazione oltre a
quelle presenti nel genoma virale, grazie al fatto che, trovandosi la particella ripiegata nello stato di
minima energia, è termodinamicamente favorita rispetto alla forma dispiegata, presentando grande
stabilità. Le forze che guidano l’assemblaggio dei capsidi virali includono le interazioni idrofobiche ed
elettrostatiche (forze deboli). Raramente si formano legami covalenti fra le subunità proteiche ripetute
della capsula.

Dimensioni dei virus


Dipende se si tratta di deossiribovirus (20-450 nm) o ribovirus (30-300 nm), in ogni caso risultano
troppo piccoli per il microscopio ottico, rimanendone sotto la soglia di sensibilità, quindi risulta
necessario il microscopio elettronico.

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Sensibilità ad agenti chimici e fisici


- Calore: i virus, in ambiente extracellulare, risultano altamente termosensibili, tanto che
risultano sufficienti 30 minuti di esposizione a 60°C per denaturare le proteine del capside,
modificandole irreversibilmente e quindi impedendo l’azione patogena
- Disinfettanti: inattivano i virus perché ne denaturano le proteine
- Tensioattivi e detergenti: efficaci solo su virus provvisti di peplos, ne scompaginano la
struttura del pericapside impedendo l’interazione del virus con la superficie cellulare
- Radiazioni ionizzanti : sensibili in maniera direttamente proporzionale alla lunghezza del
genoma
Classificazione dei virus
I virus sono classificati in base a diverse caratteristiche, utilizzate secondo le necessità di chi le utilizza
(comodità, precisione, semplicità); esistono rubricazioni sulla base di morfologia, sierologia (la più
rigorosa e anche la più vasta) e genomica (più utilizzata).
Classificazione Baltimore:
- Classe I: virus a DNA in configurazione bicatenaria
o Poxiviridae: struttura complessa, pericapside (vaiolo)
o Herpesviridae: struttura icosaedrica, no peplos (varicella zoster)
o Adenoviridae: struttura icosaedrica, no peplos
o Papovaviridae: struttura icosaedrica, no peplos (Papilloma virus)
- Classe II: virus a DNA in configurazione monocatenaria
o Parvoviridae: struttura icosaedrica, no peplos
- Classe III: virus a RNA bicatenario
o Reoviride: struttura icosaedrica, genoma segmentato
- Classe IV: virus a RNA+ monocatenario
o Coronaviridae: struttura elicoidale, pericapside (SARS)
o Flaviviridae:struttura icosaedrica, pericapside
o Togaviridae: struttura icosaedrica, pericapside
o Picornaviridae: struttura icosaedrica, no peplos (epatite A, poliomielite)
o Caliciviridae: struttura icosaedrica, no peplos (epatite E)
o Astroviridae: struttura icosaedrica, non peplos
- Classe V: virus a RNA- monocatenario
o Paramyxoviridae: struttura elicoidale, pericapside
o Rhabdoviridae: struttura elicoidale, pericapside (rabbia)
o Filoviridae: struttura elicoidale, pericapside
o Orthomyxoviridae: struttura elicoidale, pericapside
o Arenaviridae: struttura elicoidale, pericapside
o Bunyaviridae: struttura elicoidale, pericapside
- Classe VI: retrovirus, che possiedono un genoma a RNA che, durante l’infezione, viene trascritto
in DNA, dal quale poi verranno prodotti i necessari mRNA. Struttura icosaedrica e provvisti di
capsula, ogni virus ha due copie di RNA genomico (diploidia), strutturate come cromosomi
monocatenari lineari
- Classe VII: virus a DNA bicatenario che però non presenta due catene complete, ma una intera e
l’altra parziale che viene completata durante l’infezione. Ne fa parte solo l’Hepadnaviridae, con
struttura icosaedrica e pericapside (epatite B)
I virus a DNA risultano più stabili ma ricoprono solo 1/3 dei virus umani; i virus a RNA, più piccoli e
semplici, constano dei 2/3 dei virus umani, potendo presentare un genoma bicatenario, monocatena o bi
catenario segmentato.

RNA+: l’RNA che compone queste molecole può essere direttamente convertito in proteine
RNA-: l’RNA è lo stampo dell’mRNA che deve essere tradotto, quindi è necessario una RNA-polimerasi
RNA-dipendente per produrre l’intermedio di RNA+

Ciclo di replicazione dei virus

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Essendo parassiti endocellulari obbligati, non possedendo un apparato metabolico proprio, i virus per
potersi replicare devono penetrare in una cellula ospite dentro al quale, utilizzando il suo complesso
metabolico per svolgere la replicazione e produrre virioni infettanti. Per l’ingresso una tappa
fondamentale è l’adesione alla membrana cellulare, tramite recettori che permettono il legame di anti-
recettori virali specifici.
Riguardo all’infezione occorre discriminare fra cellula suscettibile (presenta recettori che il virus può
riconoscere e legare) e cellula permissiva (il virus riesce a prendere possesso dell’apparato metabolico
cellulare e utilizzarlo per replicarsi); in caso di cellula suscettibile non permissiva, il virus riuscirà ad
entrare, ma siccome non potrà completare il ciclo di moltiplicazione darà origine a un ciclo abortivo
(ciclo replicativo non completo).
Il ciclo viene diviso in quattro fasi:
- Attacco del virione alla cellula sensibile tramite recettori riconoscibili dall’antirecettore; se la
cellula non possiede codesti recettori risulta non suscettibile all’infezione
- Penetrazione del virus all’interno del citoplasma cellulare ed esposizione dell’acido nucleico
virale con rilascio del capside all’esterno
- Sintesi delle macromolecole virus-specifiche (replicazione di genoma e capside)
- Assemblaggio dei virioni neoprodotti e liberazione della progenie virale

L’adesione del virus alla cellula è mediato dal legame fra antirecettore virale e recettore cellulare; questa
interazione spiega il tropismo cellulare specifico dei virus. I soli recettori cellulari possono però essere
non sufficienti per il riconoscimento della cellula da parte del virus, necessitando quindi di corecettori
per rendere completamente suscettibile la cellula all’infezione (senza corecettore la cellula pur
presentando i recettori adeguati risulterebbe insensibile). Virus diversi possono riconoscere il
medesimo recettore tramite antirecettori simili, causando patologie con lo stesso tropismo d’organo.

Tipologie di meccanismi di adesione


- Recettori proteici: prevedono strutture proteiche in grado di essere riconosciute dai virus
o Recettori per chemochine: rec. come CXCR4, CCR5, CCR3, CCR8 sono utilizzati da
diversi virus come quello dell’HIV
o Protein immunoglobulin-related: PVR, CAR, CD4, ICAM-1 sono punti di attacco per
Poliovirus, Adenovirus, Rinovirus e HIV (gli antirecettori solubili GP120 dell’HIV rilasciati
nel plasma possono indurre apoptosi nella cellula con CD4 senza attuare infezione
virale)
o Recettori per LDL: utilizzati dal Rhinovirus (il recettore è riconoscibile a 36°C, mentre
oltre tende a diventare difficilmente legabile, complicando l’infezione della cellula da
parte del virus, per cui la febbre inibisce la replicazione virale)
o Integrine: vibronectin binding protein (VBP) e collagen binding protein (CBP) sono
punti di attacco per Adenovirus e Echovirus
o Altre: CD46, CD55, α-distroglicano, amminopeptidasi N sono riconosciute da morbillo,
Echovirus, Lassavirus, Coronavirus
- Carboidrati
o Eparan-solfato: HSV, CMV
o Oligosaccaridi con acido sialico: influenza A, Reovirus 3
o Acido acetilsialico: influenza C
o Galattosio-ceramide: HIV
- Antibody-dependent anhancement viral entry: il virus, complessato con quantità sub-
neutralizzanti di anticorpo, riesce a legarsi a cellule ospiti ed eseguire l’ingresso; influenza A,
West-Nile virus, HIV, Dengue virus

Molecole anticorpali, occupando gli antirecettori, possono inibire il legame alla cellula impedendo
l’ingresso del virus, tuttavia mentre i siti antirecettoriali sono stabili i domini vicini alla tasca risultano
ad alta mutabilità in modo da diventare difficilmente riconoscibili dal sistema immunitario (il cambio
frequente di sequenza aa permette a questi antigeni di risultare complessi da riconoscere).

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Recettore-corecettore dell’HIV
Il virus riconosce il CD4 tramite l’antirecettore GP120, ma ciò non è sufficiente per l’infezione; serve il
recettore CXCR4, riconosciuto dalle chemochine, che deve necessariamente essere stericamente
limitrofo al CD4, permettendo lo scambio conformazionale del GP120 (???) necessario per la totale
penetrazione nella cellula linfoide. In sua assenza, il CD4 risulta insufficiente.

Inibitori dell’entry virale


Per impedire l’ingresso del virus, un ottimo sistema è quello di neutralizzare gli antirecettori, potendo
utilizzare anticorpi, recettori solubili, inibitori peptidici (come il T-20 utilizzato contro l’HIV), inibitori
competitivi (RANTES, MIP-1), inibitori farmacologici (amantadina).

Penetrazione del virus nella cellula


- Traslocazione: l’intero virione viene trasferito all’interno della membrana cellulare (virus senza
pericapside)
- Endocitosi: il virus penetra tramite un vacuolo endocitotico (virus con envelope e virus
capsidici)
- Fusione: il pericapside si unisce con la membrana cellulare; richiede la presenza di proteine di
fusione virali

Uncoating
Processo mediante il quale il virus si libera completamente o parzialmente dalla struttura proteica con
liberazione del genoma nel citoplasma. Questo processo avviene fra citoplasma e nucleo per i virus che
si replicano nel nucleo e nel citoplasma per i virus che si moltiplicano nel citoplasma. In genere è
mediato da molecole cellulari.

 CLASSE I: virus a DNA a doppia catena


I virus appartenenti a questa classe attuano la replicazione seguendo tre step che permettono di
compiere il ciclo replicativo (es. Herpesvirus):
- α-geni: geni virali attivati da VP16, non sono proteine strutturali ma enzimi e fattori di
trascrizione, che hanno una regolazione positiva (fattori di trascrizione che promuovono anche
la propria trascrizione). VP16, fattore trascrizionale e proteina strutturale virale, svolge la sua
funzione complessandosi con Oct-1 e Hcf-1, a loro volta fattori di trascrizione cellulari
- β-geni: attivati dagli α-geni, producono le β-proteine, fondamentali per la replicazione del virus ,
siccome attivano il terzo step
- γ-geni: inibiscono la trascrizione di α e β, sono le proteine strutturali che formeranno le
strutture proteiche del virus; nella fase finale, per il feed-back negativo, vengono prodotti
unicamente questi peptidi

 CLASSE II: virus a DNA a singola catena


Esempio tipico è il Parvovirus, icosaedrico, senza peplos, con DNA monocatenario linare di 5 kbp. Si
replica nelle cellule della linea eritroide, specificamente nella fase S del ciclo cellulare.

Il genoma a singola catena alle proprie estremità presenta regioni con conformazione a forcina
bicatenaria, per proteggerle dalla degradazione. Per replicarsi necessitano della DNA-polimerasi
cellulare (piccola dimensione e basso numero di geni, per cui non ne hanno una propria), che viene
utilizzata per costruirla seconda catena partendo dalle forcine che realizzano l’innesco per la
replicazione; la catena neoformata viene escissa da un enzima che taglia la forcina a livello della catena
originale, in modo che questa rimanga con la nuova catena. La catena originale vedrà l’estremità
ricostituita da un enzima che ripristinerà la forcina. Queste due catene di DNA possono servire come
stampo per ulteriori copie o essere inserite all’interno del capside virale.
L’attività di sintesi proteica viene eseguita dalla RNA-polimerasi DNA-dipendente cellulare solo quando
il DNA è in forma bicatenaria, prima della divisione dovuta a elicasi, producendo mRNA per la sintesi di
proteine virali.

 CLASSE III: virus a RNA a doppia catena

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L’esempio scelto è quello del Reovirus, struttura icosaedrica a doppio capside ma senza pericapside, con
RNA a doppia elica segmentato, di 27 kbp di dimensione.

L’RNA a doppia elica viene processato da una RNA-polimerasi RNA-dipendente (RPRD) producendo
RNA sub-genomici (mRNA, che servono alla sintesi delle proteine del capside) e RNA+ genomici, che
servono a formare il genoma dei virioni). L’RNA+ viene inserito nel capside virale, dove la RPRD
sintetizza l’RNA- genomico (la catena che serve per avere un RNA a doppia catena) e mRNA per la
chiusura del capside proteico, producendo la progenie virale definitiva.

 CLASSE IV: virus a RNA monocatenario a polarità positiva (RNA+)


Contiene diversi esponenti virali (Coronaviridae, Flaviviridae, Togaviridae, Picornaviridae, Coliciviridae,
Astroviridae); prenderemo in esame il Poliovirus (Picornaviridae).

L’RNA+ serve sia alla produzione di materiale genetico (tramite la produzione di RNA- stampo che ha il
compito di fungere da matrice per la sintesi di RNA+ da parte di RNA-polimerasi RNA-dipendenti) sia
alla sintesi delle proteine virali, perché l’RNA+ ha la possibilità di raggiungere il ribosoma ed essere
trascritto in proteine strutturali e non strutturali necessarie al ciclo virale. Dal genoma ad RNA si ottiene
una unica poliproteina, che poi si frammenta nei peptidi costituenti.

 CLASSE V: virus a RNA monocatenario a polarità negativa (RNA-)


Comprende Paramyxoviridae, Rhabdoviridae (contiene il virus della rabbia, che verrà preso ad esempio
come tipologia di replicazione virale) , Filoviridae, Orthomyxoviridae, Arenaviridae e Bunyaviridae. Il
virus della rabbia ha un genoma di 12 kbp e necessita della RPRD cellulare, siccome un RNA- non è in
grado di codificare nulla prima di essere stato trascritto a RNA+, l’mRNA che può andare al ribosoma.

L’RNA- verrà trascritto a RNA+ da RPRD, che servirà alla sintesi delle proteine virali, strutturali e non. Il
RNA+ servirà anche da stampo per produrre RNA-, che costituirà il materiale genomico dei nuovi virioni.

 CLASSE VI: virus a RNA monocatenario con intermedio a DNA (retrovirus)


L’esempio tipico è l’HIV, appartenente al gruppo dei Retroviridae, che ha due catene di RNA singole e
uguali (diploidia).

Il virus contiene due molecole lineari monocatenarie di RNA e diversi enzimi necessari al ciclo virale,
come la retrotrascrittasi, che dall’RNA codifica DNA a doppia elica, e l’integrasi, che inserisce il DNA
virale all’interno del DNA dell’ospite. Il DNA intermedio ha poi il compito di fungere da stampo per la
sintesi gli mRNA delle proteine virali.
Dal genoma a RNA+ del virus si forma un intermedio ibrido RNA/DNA per l’intervento di una DNA-
polimerasi RNA-dipendente, che grazie all’attività della retrotrascrittasi diventa una catena di DNA a
doppia elica. Questa sequenza viene integrata nel nucleo e diviene la base per la sintesi del RNA+
genomico e degli mRNA necessari alle proteine virali (RNA+ subgenomici).

 CLASSE VII: virus a DNA con intermedio a RNA


A questa categoria appartengono solo gli Hepadnaviridae (Epatite B), che possiedono un genoma di 6,5
kbp e risultano pericapsulati.

Il genoma viene portato a livello del nucleo dove sfrutta gli enzimi cellulari per completare il secondo
filamento, sintetizzato solo in parte (doppio filamento incompleto che diviene doppia catena completa).
Il virus non possiede una DNA-polimerasi propria perché presenta solo 4 geni, in grado di sintetizzare 7
proteine. Nel nucleo RNA-polimerasi cellulari realizzeranno gli mRNA per le proteine virali. Alcuni RNA
pre-genomici, che contengono tutta la sequenza genica del virus, serviranno come template (stampo)
per la replicazione del genoma virale tramite DNA-polimerasi RNA-dipendente (trascrittasi inversa).
Dall’ibrido DNA/RNA si staccherà poi il template ribonucleico, consentendo la parziale sintesi dell’altra
catena.

Assemblaggio e maturazione di virus con capside isometrico senza peplos

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La formazione del capside virale avviene tramite meccanismi autoassemblanti guidati dalla termo-
dinamica. Dopo la formazione del capside vi viene inserito all’interno il genoma e chiuso. L’accumulo di
virioni neoformati ha effetto citotossico, sia perché il metabolismo virale, entrando in competizione con
quello cellulare, parassita metaboliti all’ospite impedendone il metabolismo, sia per riempimento sterico
del citoplasma, portandolo a morte per lisi della membrana e liberazione dei virioni.

Assemblaggio e maturazione di virus con capside isometrico con peplos


Formazione del capside e complessazione con il genoma risultano i medesimi dei virus senza
pericapside. Una volta formato il nucleo-capside, questo viene invaginato in una porzione di membrana
che presenta proteine virali prodotte e infisse durante l’infezione; la membrana adeguata con il
contributo virale avvolge quindi il capside, staccandosi dal resto del plasmalemma. Questa procedura
non uccide la cellula per lisi o accumulo, perché vengono continuamente rilasciate per gemmazione (no
lisi). La morte della cellula sopravviene per apoptosi a causa dei danni metabolici inflitti dal parassita. La
gemmazione ha il vantaggio di consentire la trasmissione direttamente da cellula a cellula.
Le membrane del pericapside, in base al tipo di virus considerato, possono provenire da diversi punti
della cellula, dal plasmalemma, dall’apparato di Golgi, dal reticolo endoplasmatico o anche dal nucleo.

Mutazioni dei virus


I virus a DNA (classe I-II-VII) risultano con un genoma più stabile, mentre quelli a RNA (classe III-VI), a
causa dell’instabilità delle molecole di acido ribonucleico, sono più portati ad acquisire mutazioni.
Mentre singolarmente l’instabilità è uno svantaggio (maggior probabilità di contrarre errori che portano
il virus a morte), sul grande numero è un indiscutibile vantaggio, perché permette al ceppo virale di
presentarsi sempre con antigeni diversi, complicando notevolmente il riconoscimento da parte del
sistema immunitario; per esempio, i virus di Epatite C, influenza e HIV hanno tutti e tre alta percentuale
mutazionale, con conseguente elevata velocità di ricambio degli antigeni superficiali, usati dal sistema
immunitario per riconoscere l’invasore e scatenare la risposta leucocitaria. Variabilità anti-genica
permette di rifuggere il riconoscimento e rallentare le risposte immunitarie dell’organismo.

Interazioni genetiche
Possono consistere in:
- Ricombinazione: scambio di segmenti di acidi nucleici tra dei virus attivi appartenenti alla
stessa specie
- Riassortimento: scambio di segmenti di genoma tra virus segmentati (es. virus influenzale)
Il riassortimento può consentire il passaggio di un virus da una specie ad un'altra cambiando la
specificità di specie; il virus dell’aviaria è difficilmente trasmissibile all’uomo, perché questi non ha
recettori di acido ossialico in numero sufficiente per permette l’aggressione da parte del virus, mentre i
volatili ne hanno in quantità. Ovviamente il contatto prolungato con focolai di infezione (come gli
allevamenti avicoli) favoriscono la contrazione della malattia tramite l’esposizione prolungata al virus,
tuttavia questo virus non è mai diventato specifico per l’uomo.
In caso di riassortimento, come è avvenuto per l’influenza suina, il virus può diventare infettante per
l’uomo perché comincia a riconoscerne i recettori, consentendo la trasmissione uomo-uomo.

Interazioni non genetiche


Sono possibili anche interazioni che non prevedono la commistione di genomi diversi:
- Mescolamento fenotipico: scambio di capside tra due virus attivi appartenenti alla stessa
specie durante la concomitante infezione della medesima cellula (nella stessa cellula durante
l’assemblaggio del virione il genoma di un ceppo finisce nel capside dell’altro e viceversa)
- Interferenza: inibizione di superinfezione; quando un virus infetta una cellula impedisce
l’ingresso a virus di specie diversa che stresserebbero ulteriormente il sistema metabolico della
cellula ospite, rendendolo insufficiente per il ciclo di entrambi i virus. Non è sempre verificato
- Complementazione: infezione contemporanea con due virus di cui uno permette la replicazione
del secondo (detto virus difettivo). Per esempio, il virus dell’Epatite D ha un genoma piccolo che
codifica per due sole proteine, insufficienti a garantirgli l’autonomia del ciclo replicativo; di
conseguenza coinfetta solo cellule colonizzate dal virus dell’Epatite B su cui si appoggia per
replicarsi (avendo lo stesso capside, può utilizzare quelli sintetizzati dal HBV). Il vantaggio è che

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il trattamento del virus principale estingue anche quello accessorio (vaccino contro HBV
protegge anche contro HDV).

Tipi di infezione cellulare


- Infezione produttiva: la cellula deve essere suscettibile (possedere i recettori adeguati) ma
anche permissiva (consentire al virus di assumere il controllo dell’apparato metabolico)
- Infezione restrittiva: è un caso specifico di infezione produttiva, tipica di alcuni virus, come il
Parvovirus P19, che infetta specificatamente i progenitori eritroidi del sangue. in questo tipo di
infezione la replicazione necessita di uno stato differenziativo particolare (fase del ciclo di
differenziamento specifico, con permissibilità condizionata), durante il quale possono essere
prodotte le proteine virali
- Infezione latente: il genoma virale può rimanere episomiale (libero nel citoplasma) oppure
integrarsi nel genoma cellulare, permanendo nelle cellule infettate. Nelle fasi silenti, la sintesi di
prodotti virali è pressoché nulla, mentre in caso di condizioni idonee si ha riattivazione e
moltiplicazione dei virioni. Un esempio è l’Herpes simplex, che ha la prima replicazione a livello
della mucosa oro-buccale, poi infetta i neuroni sensitivi, che risultano sensibili al virus ma non
permissivi. In caso di calo immunitario, il virus si riattiva esprimendo il proprio ciclo completo.
Anche l’HIV ha una fase di infezione latente, nella quale i CD4+ vengono penetrati, ma prima di
avere l’espressione virale occorre attendere l’attivazione dei Th
- Infezione abortiva: la cellula non permette il completo ciclo di moltiplicazione virale, ma solo le
prime fase, con la produzione di proteine virali precoci (fattori di trascrizione). Il ciclo
incompleto non permette la moltiplicazione della progenie virale ma causa comunque danni al
tessuto in virtù delle conseguenti trasformazione cellulare e necrosi. La cellula è sensibile ma
non permissiva

Infezioni virali
Molte infezioni virali risultano subcliniche, perché vengono controllate dal sistema immunitario. Diversi
virus patogeni, agendo sugli stessi tessuti, possono causare sintomatologia comune, ma allo stesso
tempo un medesimo virus può causare diverse espressioni patologiche in base alle interazioni tra ospite
e virus (un virus può presentare tropismo per più tessuti avendo gli adeguanti antirecettori). Per quanto
riguarda le relazioni ospite/virus, risposte improprie dell’ospite possono contribuire ad aggravare gli
effetti patogeni, come nell’epatite virale fulminante, nella quale reazioni immunitarie esacerbate al virus
(effetto allergico) sono la causa principale degli ingenti danni epatici

Le fasi dell’infezione
Le fasi dell’infezione
Tipi di trasmissione all’ospite; tabella La Placa.
Vie di trasmissione – AGGIUNGI

Tipologia delle infezioni


- Infezioni inapparenti o subcliniche
- Infezioni acute: presenza virale massiccia con sviluppo della patologia, a cui risponde il sistema
immunitario con l’eradicazione completa del patogeno. Alcune infezioni acute possono non
risolversi, dando complicanze letali a causa della incapacità della risposta immunitaria di
eliminare l’invasione virale (es. HBV, che nel 15% dei casi non si risolve e cronicizza). Se il
sistema leucocitario non riesce ad eliminare l’infezione nel primo periodo, tende ad accettare la
cronicizzazione, come compromesso per evitare danni autoimmuni all’organismo
- Infezioni persistenti: possono essere croniche (iniziale fase acuta che viene controlla dalla
risposta immunitaria; l’equilibrio raggiunto porta alla cronicizzazione dell’infezione) o lente
(all’iniziale acuzie segue una fase cronica, che termina quando si sviluppa una nuova fase acuta
la quale porta a morte il paziente). Tipico il caso di infezione lenta da HIV, nella quale sia ha la
fase acuta iniziale con sintomi simil-influenzali, poi comincia la cronicizzazione durante la quale
il sistema immunitario elimina parte della popolazione virale impedendo ulteriori
manifestazioni; tuttavia in questa fase si ha una lenta ma costante diminuzione dei CD4+ e,

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quando vengono raggiunte le 200 cellule/μl, si ha una nuova fase acuta con comparsa di morbi
opportunistici e aumento della popolazione virale, non più controllata dagli esigui leucociti
- Infezione latente: periodi di acuzie intervallati da fasi asintomatiche, in base al favore che
incontra la replicazione virale
In gergo microbiologico un’infezione persistente indica una infezione che non si risolve prima dei 6
mesi, risultando una fase di acuzie prolungata; l’infezione cronica invece deve perdurare oltre i 6 mesi.

FARMACI
Per controllare la diffusione virale si colpiscono diversi bersagli sia virali che cellulari (enzimi che, gestiti
dal virus, vengono impiegati nella sintesi di nuovi virioni):
- Farmaci che agiscono nelle fasi precoci delle interazioni virus/cellula
- Farmaci che agiscono sulla traduzione degli mRNA virali
- Farmaci che agiscono sulla trascrizione e la replicazione degli acidi nucleici virali
- Farmaci che agiscono inibendo la trascrittasi inversa
- Farmaci che agiscono su proteasi virus-specifiche
- Farmaci che agiscono sull’assemblaggio della progenie virale
- Farmaci che agiscono su proteine virali

Stato episomiale: il genoma virale si ritrova in forma libera nel citoplasma, senza essersi integrato con
il genoma nucleare

Terapia antivirale
La selettività è la caratteristica essenziale di un farmaco antivirale; il problema nasce da fatto che il virus
non ha un metabolismo proprio, per cui oltre alle proteine del capside si devono colpire le funzioni
metaboliche mutuate dal virus alla cellula, senza però inficiare i medesimi percorsi enzimatici nelle altre
cellule sane. È necessario che risulti solubile in acqua, chimicamente stabile e facilmente assorbibile.
Ovviamente, non deve risultare tossico, cancerogeno, allergenico, mutageno o teratogeno.
Un altro parametro da considerare è l’indice terapeutico, determinato dal rapporto fra la dose
minima tossica per la cellula e la minima dose tossica per il virus, dovendo ricadere fra 100-1000.

Farmaci antivirali
Farmaci antivirali
Schema La Placa
- Vidarabina:
- Acyclovir
- Gancyclovir
- Inibitori retrotrascrittasi
- Inibitori proteasi
- Ribavarina
- Amantidina/rimantadina
- Relenza/tamil

- Inibitore del legame antirecettore/recettore


Composti come il pleconaril o il Pro542 legano il recettore cellulare mascherandolo al virus. A causa
della specificità, agiscono occultando solo determinati recettori cellulari dai virus che li utilizzano come
punto di aggancio. Per esempio il T-20 inibisce la fusione fra cellula e virus dell’HIV, così come la
amantadina e la rimantadina fanno con il virus influenzale. La loro efficacia è contenuta alle prime
fasi dell’infezione mentre nelle successive scadono perché ormai è già avvenuta in ingresso massiccio di
virus nelle cellule. GP41???(“gp41 is a subunit of the envelope protein complex of retroviruses, including
Human immunodeficiency virus (HIV) and Simian-Human immunodeficiency virus (SHIV). This
glycoprotein subunit remains non-covalently-bound to gp120, and provides the second step by which
HIV enters the cell.[1] It is originally buried within the viral envelope, but, when gp120 binds to a CD4,
gp120 changes its conformation, causing gp41 to become exposed, where it can assist in fusion with the
host cell. “)

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- Farmaci che interferiscono nell’uncoating virale


L’arildone lega proteine del capside, formando legami crociati che ne impediscono la dissoluzione e non
consentendo il rilascio del genoma virale nella cellula ospite; ha buona efficacia sugli enterovirus.
La sua funzione si svolge in due momenti dell’infezione, sia durante l’uncoating che durante la
neoformazione del capside

- Farmaci che agiscono sulla traduzione degli mRNA virali


Tiosemicarbazoni come il metisazone, che però risultano poco efficaci su Herpes virus e Poxvirus.

- Farmaci che agiscono su trascrizione e replicazione degli acidi nucleici virali


Sono analoghi strutturali di nucleosidi(formata da zucchero più base azotata es adenosina) oppure
inibitori non nucleosidici, come il foscarnet, l’acido fosfacetico e i derivati del benzimidazolo. Sono
utilizzati contro l’HIV (contro cui vengono impiegate terapie farmacologiche multiple con combinazioni
di farmaci antiretrovirali; terapie con una sola molecola vengono evitate perché inducono velocemente
resistenza) e l’Herpes virus.
La attuale terapia anti-HIV utilizza un cocktail con farmaci omologhi nucleosidici, inibitori delle
integrasi e inibitori delle proteasi per massimizzare l’efficacia. Tuttavia, una volta che il virus si è
integrato nel genoma dell’ospite non può più essere debellato, quindi questa terapia, oltre le 48h (dal
contatto.)(entro le quali è possibile evitare l’infezione da parte del virus), è solo contenitiva.

- Analoghi strutturali dei nucleosidi (“aciclovir,ribavirina”)


Devono venire attivati per fosforilazione all’interno della cellula. Inibiscono l’allungamento degli
acidi nucleici grazie a –NH3 posta in sostituzione di –OH, impedendo il legame che porta a
polimerizzazione la catena di DNA (solo per virus a DNA, non efficace sui virus a RNA). Un esempio è il
5-iodio-2-deossiuridina, utilizzato per uso topico contro le lesioni da Herpes virus, mentre
l’impiego per via parente lare porta a tossicità. Un altro composto è l’Ara-C che, fosforilato nelle cellule,
inibisce la DNA-polimerasi virale; la minore efficacia dipende dalla possibilità di venire inattivato per
deamminazione a uracil-arabinoside, determinandone una emivita breve.

- Foscarnet
Analogo inorganico del fosfato, inibisce la retrotrascrittasi (RT) e alcune DNA-polimerasi virali,
avendo buona efficacia contro l’Herpes.

- Farmaci che agiscono sull’assemblaggio della progenie virale


Rifampicina(utilizzata anche come antibatterico inibendo RNA POLIMERASI), D-glucosammina, 2-
deossi-D-glucoso, agiscono inibendo le glicosilazioni terminali dei virioni neoformati, impedendone la
completa maturazione. Vengono poco utilizzati a per la scarsa efficacia, trovando impiego solo in
laboratorio.

- Farmaci per bersagli virali specifici


Inibitori della neuromamminidasi, la quale rimuove i residui di acido sialico sulla superficie cellulare
facilitando il legame della emoagglutinina (antirecettore che lega il recettore della cellula e permette
l’invasione virale); la presenza della neuroamminidasi quindi, facilitando il legame dell’antirecettore,
favorisce l’infezione. Farmaci come zanamivir e oseltamivir si legano alla neuroamminidasi andando a
eliminare questo effetto facilitatorio; la massima efficacia si ha nelle prime fasi, quando il virus non ha
ancora avuto modo di penetrare la cellula.

- Inibitori della integrasi


L’integrasi ha il compito di inserire il genoma virale (HIV) nel DNA cellulare, rendendo impossibile
la estirpazione della malattia. Raltegravir e MK2048 ne inibiscono l’attività.

- Inibitori delle proteasi

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Le proteasi virali e cellulari servono alla maturazione del virione, realizzando il capside e
completando i necessari passaggi enzimatici. Saquinivar, opnavi, amprenavir, darunovir,
atazanavir hanno tutti la funzione di inibire queste proteasi fondamentali.

Sistema Interferon e interferenza da RNA


Oltre alle barriere meccaniche degli epiteli, del muco, del pH acido, l’organismo umano possiede difese
antivirali non immunitarie.
La prima reazione a infezione virale è la febbre, giacché la maggioranza dei virus si replica entro un
range ristretto di temperatura, spesso inferiore a 37°C; oltre i 39°C molti virus patogeni umani sono
praticamente tutti interdetti alla replicazione.
Due sistemi antivirali efficaci e specifici , allertati dalla presenza intracellulare di RNA-bicatenario,
sono il sistema Interferon e la RNAi con funzione distruttrice nei confronti degli mRNA.
- Interferon: l’IFN è costituito da una famiglia di molecole divise in IFN-α (prodotto soprattutto
da linfociti e monociti), IFN-β (fibroblasti ed epiteliali) e IFN-γ (linfociti TH CD4+ attivati). IFN-
γ è un induttore di resistenza virale modesto, potenziatore di reazioni cellulo-mediate indotto
dall’attivazione linfocitaria per contatto con antigene nella MHC-II. IFN-α e IFN-β interferiscono
con la replicazione virale, perché inducono nelle cellule stimolate la produzione di proteine
effettrici antivirali; sono indotte da infezioni da ribovirus (dsRNA). La loro sintesi porta
all’attivazione di ribonucleasi che tagliano indiscriminatamente gli mRNA impedendo la
replicazione del virus.
- Interferenza da RNA: vengono prodotte catene di RNA con sequenza complementare a
quella virale, capaci di inattivare, per legame a doppia catena, solo le sequenze
riconosciute, lasciando inalterati gli altri mRNA

VIROLOGIA SPECIALE

DEOSSIRIB
OVIRUS
DNA Struttura Tassonomia
+/- Struttura Dim. Simmetria P Φ [nm] Famiglia
BC/lineare 250 kb Complessa + 450 Poxviridae
BC/lineare 235 kb + 200 Herpes
BC/lineare 38 kb - 90 Adeno
BC/circolare 8,4 kb - 55 Papilloma
D Icosaedro
N BC/circolare 5,4 kb - 40 Polyoma
A MC/lineare 5 kb - 26 Parvo
BC/circolare parziale 6,6 kb ? + 42 Hepadna
RIBOVIRUS
+ BC/segmentata 24 kb Icosaedro - 80 Reo
+ MC/non segmentata 30 kb Elicoidale + 100 Corona
+ MC/non segmentata 10 kb ? + 50 Flavi
+ MC/non segmentata 11 kb + 70 Toga

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+ MC/non segmentata 8 kb - 30 Astro


+ MC/non segmentata 7,5 kb Icosaedro - 40 Calici
+ MC/non segmentata 8,4 kb - 30 Picorna
+ MC/diploide 11 kb + 130 Retro
- MC/segmentata 13 kb + 120 Orthomyxo
- MC/non segmentata 19 kb
Elicoidale + 80 Filo
- MC/non segmentata 20 kb + 300 Paramyxo
R - MC/non segmentata 14 kb + 250 Rhabdo
N
- MC/circolare segmentata 7,6 kb 2 elicoidali + 200 Arena
A
- MC/circolare segmentata 19 kb 3 elicoidali + 120 Bunya
La virologia speciale si occupa dello studio dei singoli virus, raggruppati tassonomicamente in famiglie,
sottofamiglie, generi e specie. Il virus più piccolo è il Poliovirus con θ 30 nm, che causa la poliomielite,
mentre il più grande è il virus dell’ebola, che raggiunge i 970 nm.

Virus a DNA
Considera le famiglie Pox, Herpes, Adeno, Papova, Parvo ed Hepadna; hanno tutti in comune un DNA
bicatenario a doppia elica, tranne la famiglia Parvo, con DNA monocatenario. A parte la famiglia Pox, a
struttura complessa, presentano tutti simmetria icosaedrica. L’envelope è presente su Pox, Herpes e
Hepadna, mentre le famiglie Adeno, Papova e Parvo no.

Virus a RNA+
Contiene le famiglie Corona, Toga, Flavi, Picorna, Calici e Retro; la famiglia Corona è l’unica ad avere
geometria elicoidale del capside, mentre tutte le altre hanno struttura complessa. Tutti a singolo
filamento, solo l’HIV fa eccezione, possedendo due coppie uguali del medesimo filamento singolo di
RNA). L’envelope è presente nelle famiglie nelle famiglie Corona, Toga, Flavi, Retro, mentre risulta
assente su Picorna e Calici.

Virus a RNA-
Famiglie Paramyxo, Rhabdo, Filo, Orthomyxo, Arena, Bunya e Reo; risultano tutti elicoidali e con il
pericapside, tranne la famiglia Reo.
Orthomyxo, Arena, Bunya e Reo hanno il genoma a RNA in singola catena segmentata.

Per la caratterizzazione dei virus è necessario sapere:


- Caratteristiche virali biologiche e replicative
- Generi e specie di interesse medico
- Come si trasmettono
- Fattori di patogenicità
- Quali patologie causano
- Diagnosi di laboratorio
- Epidemiologia, prevenzione e terapia

 POXVIRIDAE
Sono i virus più grandi; causano vescicole (pox) tipiche del virus del vaiolo (Vaccinia virus:è una specie
di virus a DNA della famiglia dei Poxviridae, sottofamiglia Chordopoxvirinae, genere Orthopoxvirus ;Virus
del genere Orthopoxvirus che è stato impiegato nel vaccino vivo contro il vaiolo ). Delle due sottofamiglie,
solo una è patogena per l’uomo (Chordopoxviridae, con i virus che tendono a disporsi in catenelle),
mentre l’altra causa patologia solo negli animali.
(Chordopoxviridae) Comprende Orthopoxvirus (Vaccinia virus), Parapoxvirus e Molluscipoxvirus.

- Vaccinia virus -
La struttura del capside è complessa, ovale, con Φ di 200-400 nm; i virioni presentano oltre 100
proteine nel capside. Matrice proteica fra peplos e capsìde.
Il genoma è dsDNA di 300 kbp ad estremità legate (sequenze ripetute nei due strand che si associano fra
di loro); i geni sono 250, localizzati perlopiù al centro del genoma.

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Il recettore principale, e meglio caratterizzato, è l’EGF-R (recettore dell’Epidermal Growth Factor) ,


che ne determina il particolare tropismo per le cellule epidermiche. Tuttavia, l’ingresso in cellule
senza EGF-R suggerisce la presenza di altri antirecettori.
La penetrazione prevede l’introduzione nella cellula sensibile tramite endocitosi; nella vescicola il virus
perde solo il pericapside, mentre si mantiene integro il capside, quindi il virione raggiunge ancora
integro il citoplasma. Qui il virus, tramite una RNA-polimerasi DNA-dipendente virus specifica, avvia una
prima trascrizione con sintesi di mRNA per proteine che hanno il compito di disgregare il capside e
liberare il genoma virale.

Trascrizione genica e replicazione


La trascrizione prevede una prima sintesi di proteine tramite una RPDD virale che permette la sintesi
di proteine che dissolvono il capside proteico (geni precoci). Dopo l’esposizione del DNA, si ha la
duplicazione dello stesso e quindi una seconda fase di sintesi proteica (geni tardivi), nella quale
vengono realizzati i peptidi enzimatici e strutturali necessari all’assemblaggio dei nuovi virioni.
La replicazione è citoplasmatica perché, essendo il virus dotato di una DNA-polimerasi propria, non
necessita di contributi cellulari e quindi non ha ragione di penetrare nel nucleo; la presenza nucleare è
però fondamentale per la completa maturazione del virione(anche se non se ne conosce il
motivo), che non avviene in cellule anucleate. La fuoriuscita del virus può avvenire per gemmazione o
per lisi cellulare.

- Virus del vaiolo -


Causa una infezione specifica per la specie umana, viene trasmesso per contatto diretto tramite cute o
per via aerogena fra esseri umani.

Patogenesi e clinica
Il virus prima replica nel sito di penetrazione (cute o polmoni) e poi invade i linfonodi satelliti,
tramite i quali raggiunge il circolo (viremia breve). Durante la prima diffusione ematica viene captato
da macrofagi e cellule reticolo/endoteliali, localizzandosi in milza e fegato dove continua la propria
replicazione. Da queste sedi attua poi la seconda diffusione ematica (viremia massiccia) che lo porta a
moltiplicarsi nell’endotelio dei capillari per poi raggiungere la cute, dove causa vescicole e pustole.
L’incubazione è di 1-2 settimane, mentre i sintomi comprendono febbre, cefalea, mal di schiena,
eruzione cutanea dopo 2-4 giorni dall’infezione con croste che cadono nel giro di 3-4 settimane. La
mortalità raggiunge il 30% perché le lesioni sono riprodotte anche negli organi interni.

Diagnosi
- Clinica: sintomatologia univoca
- Esame colturale: replica in colture cellulari umane dove forma i corpi del
Guarneri(“Inclusioni citoplasmatiche di 1-10 μm, rotonde o ovoidali, eosinofile (colorabili
con il metodo di Giemsa), costituite da particelle virali immature di virus vaiolosi. Sono
provocate dal virus del vaiolo nelle cellule epiteliali o nella mucosa del coniglio infettata
per scarificazione. “)
- Sierologia: emoagglutinina, ricerca anticorpi ???

Vaccinazione
Il vaccino, con virus vivi attenuati (virus vaccinico), prevede la scarificazione cutanea, con
formazione di papula, vescicola ombelicata e reazione linfoghiandolare a cui succede la crosta, al cui
distacco rimane un cicatrice permanente.
Il vaiolo è stato eradicato per diversi motivi:
- Mancanza di reservoir animali (infetta solo gli esseri umani, per cui una campagna vaccinale
adeguata ne elimina i bersagli)
- Modalità di infezione che prevede una acuzie a cui poi segue morte o completa guarigione, senza
fenomeni di latenza o cronicizzazione
- Forte effetto immunogeno (immunità permanente)

- Vaiolo delle scimmie -

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Diffuso in Africa Centrale e Occidentale, è un caso di zoonosi, con oltre 1000 casi su cui si è avuta una
mortalità del 10% ma senza diffusione interumana, perché questo virus non ha passato la barriera di
specie (il virus riconosce recettori raramente rappresentati negli esseri umani). Casi negli USA per
animali di importazione infetti.

- Mollusco contagioso -
Patogeno esclusivo per la specie umana, causa noduli epidermici multipli in tutto il corpo, tranne
palma delle mani e piante dei piedi, prediligendo le pieghe anatomiche come le ascelle,
l’anterocubitale e la crurale(triangolo di scarpa). Nel bambino viso, tronco e arti, nell’adulto addome,
cosce e pube. In alcuni casi sono rintracciabili noduli su labbra, lingua, bocca e congiuntiva. La
patogenesi è imputabile all’iperplasia delle cellule dello strato basale dell’epidermide che
raddoppiano la propria velocità di replicazione; le lesioni, cupoliformi, dure ombelicate, non
invadono mai il derma, risultando come piccoli tumori benigni.

Trasmissione
Attraverso lesioni epidermiche o contagio interumano diretto o indiretto (piscine, palestre); anche
il contatto sessuale può dare espressioni a livello della zona genitale.

Diagnosi e terapia
Il virus non cresce in coltura e non esistono esami sierologici, giacché, non perforando il derma, il
virus non incontra leucociti (nessuna risposta immune). Si basa quindi sulla clinica delle lesioni e su
analisi PCR.
La terapia consiste nella rimozione chirurgica dei noduli, mentre l’infezione termina
autonomamente dopo mesi o anni.

 ADENOVIRIDAE(legame con CAR o CD46)


Hanno struttura icosaedrica e assenza di peplos. Diametro di 80 nm, la struttura è molto complessa,
con proiezioni che spuntano dagli angoli, ma anche compatta e resistente, permanendo infettante anche
in condizioni estreme. Il nome di Adenovirus deriva dall’originale isolamento da adenoidi (tonsille
faringee); infetta alcune specie avicole (Aviadenorius) e l’uomo (Mastadenovirus). Divisibile in 49 generi,
questi sono raggruppati in macrogruppi in base agli effetti patogeni:
- Gruppo A: rischio oncogeno
- Gruppo B1: sintomatologia respiratoria
- Gruppo B2: localizzazione renale
- Gruppo C: patologia respiratoria
- Gruppo D: localizzazione oculare (8, 19, 37 danno cheratocongiuntivite)
- Gruppo E: tipologia respiratoria
- Gruppo F: effetti intestinali (40, 41 presentano diarrea)
La localizzazione tissutale dipende dal recettore utilizzato, se CAR (rec. glicoproteico) o CD46; è
supposto l’impiego di rec. sconosciuti. Il tropismo principale rimane comunque per le prime vie
aeree.

Nel virione maturo le proteine del capside risultano 240 per gli esoni (facce dell’icosaedro), 12 per i
pentoni (vertici delle facce) e 12 per le fibre (prolungamento estroflesso all’esterno del pentone che
hanno la funzione dell’interazione con la cellula sensibile), che presentano antigeni tipo-specifici. Le
proteine del core sono le TP (terminal protein, che si attaccano covalentemente agli estremi 5’ del
genoma) e proteine basiche legate al DNA (fungono da istoni, generando una sostanza simile alla
cromatina). Il genoma è a doppia-elica con cromosoma lineare di 38 kbp.

Trascrizione genica e replicazione


Il nucleo-capside viene trasportato dal citoscheletro fino al nucleo , dove penetra tramite un poro.
Qui il DNA viene trascritto negli mRNA necessari in proteine precoci (mRNA da genoma virale
originale, che codificano per enzimi e fattori di trascrizione utili alla replicazione) e proteine
tardive (da mRNA neo-formato, proteine strutturali per il capside). Gli adenovirus codificano per una

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DNA-polimerasi virus specifica, tuttavia la sua azione è dipendente da fattori cellulari e quindi è
forzata la scelta di penetrare nel nucleo.

Effetti trasformanti
Gli adenovirus sono trasformanti (oncogeni) tramite due geni precoci, E1a e E1b, che interferiscono con
p53 (E1b) e RB (E1a). p53 avverte danni al genoma cellulare e avvia riparazione o apoptosi, per cui il
legame di E1b con p53, inibendone la funzione, consente l’accumulo di danni genomici. RB invece è un
inibitore del ciclo cellulare e una sua inattivazione porta replicazione incontrollata. Il gruppo A
contiene i virus a più alto rischio oncogeno, a causa dell’elevato numero di copie prodotte di questi due
geni cruciali.

Citopatogenicità
La fibra virale, che si prolunga dai vertici dei pentoni, è dotata di potere citotossico, mentre le
proteine dei pentoni sono in grado di distruggere la membrana del vacuolo endocitotico con
liberazione citoplasmatica del virus.

Trasmissione
Interumana, può essere respiratoria, oro-fecale, mano-mano, oppure autoinfezione con contatto
mano-occhio. Si può avere diffusione nelle piscine non disinfettate.

Patogenesi e clinica
L’infezione è sistemica, con ingresso tramite tratto respiratorio o gastrointestinale; la viremia
susseguente permette il raggiungimento della cute, dei linfonodi e di altri organi interni. I sintomi
iniziali riguardano l’apparato respiratorio, mentre l’evoluzione può portare a esordi
gastrointestinali.
La contagiosità dell’individuo persiste per tutto il periodo in cui il virus è rilevabile nelle secrezioni
respiratorie e nelle feci, per un periodo di anche 3 settimane. La 1° settimana è di incubazione, la 2°
presenta l’esordio dei sintomi che durano 7 giorni, la 3° settimana, di riabilitazione non palesa sintomi
ma permane la capacità contagiosa. I virus sono rilevabili in tutte le secrezioni corporee, secrezioni
respiratorie e feci in primis, ma anche urina e saliva.

La sintomatologia è delle più varie in base ai ceppi considerati; possono scatenarsi faringite febbrile
acuta, malattia respiratoria acuta, laringiti, bronchioliti, congiuntiviti, raffreddori, gastroenteriti
(con principio polmonare), febbre faringo-congiuntivale acuta, diarrea fino a infezione sistemica (tipica
negli immunodepressi e nei neonati). Molto presenti nella popolazione pediatrica, queste infezioni
nell’individuo sano tendono a essere autolimitanti, con risposta specifica verso il tipo contratto e
immunità tipo-specifica che perdura per tutta la vita. Tuttavia, l’alto numero di tipi e la grande
variabilità genetica presentano sempre nuovi ceppi contro i quali non si ha nessuna protezione.

Diagnosi
La clinica non è di grande aiuto, a causa dell’estensione e della variabilità dei sintomi.
- Esame colturale: l’isolamento in coltura presenta cellule con inclusioni nucleari basofile
- Esame sierologico: emoagglutinazione, IF
- Metodi molecolari: PCR

Terapia e profilassi
Nessuna terapia efficace; la profilassi prevede l’immunizzazione con vaccino di virus inattivato.
Molto utilizzato nel ramo militare, per la tutela di persone costrette alla condivisione di spazi chiusi
(caserme).

 HERPESVIRIDAE(legame tra glicoproteine virali e eparansolfato)


Simmetria icosaedrica del capside e presenza del peplos; fra capside e pericapside si trova la
matrice, molto ampia per la lassità dell’envelope, che può arrivare ai 200nm di diametro. Il pericapside
li rende sensibili ai detergenti, che sciolgono il peplos lipidico eliminando la virulenza (dovuta alle
proteine virali pericapsidiche). Il DNA è a doppio filamento. Sono tipici virus a latenza, perché dopo

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aver infettato un organismo non lo abbandonano, ma permangono in fasi apatogene (latenza) tornando
a replicare (non sempre dando sintomatologia) in caso di stress, malnutrizione e , in generale, in tutti
i casi ci sia immunodepressione. Il ritorno dell’infezione acuta è detta recidiva, e può essere patogena
o apatogena. La grande famiglia degli Herpesviridae è scomposta in tre sottogruppi:
- α-Herpesviridae: Herpes simplex, varicella; latenza nei gangli nervosi sensitivi
- β-Herpesviridae: Citomegalovirus; latenza in epiteli, endoteli e cellule linfoidi
- β-Herpesviridae: virus di Epsten-Barr (mononucleosi infettiva), HVV-8 (oncogeno); latenza in
cellule linfoidi

Il genoma è un dsDNA lineare che circolarizza nel nucleo, della dimensione di 150 kbp. Le zone
geniche sono due sequenze uniche fiancheggiate da sequenze ripetute invertite.

Attacco e penetrazione
I legame avviene tra glicoproteine virali dell'envelope(chiamata tegumento ha origine cellulare) es
gB,gD,gH e proteglicani cellulari (eparansolfato) che consente un primo avvicinamento, che porta al
riconoscimento del recettore da parte dell’antirecettore; l’envelope si fonde con la membrana e il
capside entra nel citoplasma raggiungendo il nucleo tramite citoscheletro.
L’espressione genica è suddivisibile in tre fasi: quella dei geni precocissimi, che codificano per fattori
trascrizionali (α-proteine), geni precoci, che sintetizzano enzimi per la replicazione del DNA virale (β-
proteine) e geni tardivi per le strutture proteiche di capside ed envelope (γ-proteine).
In ogni fase i prodotti proteici regolano sia le proteine precedenti che successive: i geni α promuovono la
sintesi delle proteine β, che a loro volta permettono la trascrizione delle γ. Alcune proteine γ del capside
batterico mantengono attività trascrizionale, tale da attivare i geni α durante una nuova fase di
infezione. Al contempo, ogni proteina successiva ha un effetto inibitorio su quella precedente quando se
ne raggiungono sufficienti concentrazioni cellulari.

http://www.dbc.uci.edu/~faculty/wagner/movieindex.html

Tipologie di rapporto con l’ospite


La latenza tipica di questa famiglia virale comporta la possibilità di dividere l’interazione virus/ospite in
determinati periodi specifici: al primo contatto con il virus, avviene l’infezione primaria con una
determinata espressione sintomatologica; la fase latente prevede l’ingresso del virus in cellule
sensibili ma non permissive oppure il controllo da parte del sistema immunitario, con
conseguente blocco della replicazione virale. In seguito, fenomeni favorevoli, come immunosoppressioni
dovute a denutrizione, stress, trattamenti farmacologici, portano alla riespressione del virus
(riattivazione), che in molti casi risulta asintomatica, ma può anche dare specifici segni patologici.

A questi si possono aggiungere il fenomeno della cronicizzazione, reinfezione (un soggetto è immune
solo verso il ceppo che lo ha infettato e che risiede latente nell’organismo; l’infezione da parte di virus
dello stesso gruppo ma ceppo diverso determina una nuova risposta sintomatologica da infezione
primaria, con latenza di questo nuovo ceppo virale) e infezione trasformante con effetti oncogeni
conclamati (HVV-8), solo in determinate situazioni immunologiche (Epsten-Barr) oppure solo a livello
potenziale senza riscontri empirici.

Diffusione
Percentuali della popolazione nella quale sono stati ritrovati anticorpi verso:
- Herpes simplex 1: herpes semplice, positivo nel 50% della popolazione
- Herpes simplex 2: herpes genitale, meno del 10% (sottostimato)
- Varicella: 90%
- Citomegalovirus: 60%
- Herpes-6/Herpes-7: 80-90%
- Herpes-8: 5%

α-herpesviridae
Comprende gli Herpes simplex 1 e 2 (HSV-1 e HSV-2) e la varicella.

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- Herpes simplex 1 -
Peculiarità del tipo 1 è la produzione di un grosso numero di glicoproteine che si localizzano sul
peplos (in numero di 11, sono nominate gA, gB, gC, ecc…) con diverse funzioni, fra le quali l’evasione
dalla risposta immune. Per es. gC, che si trova sia sui virus che sulle cellule infettate, lega con alta
affinità C3 del complemento, impedendone la dissociazione(proteolisi) e l’attivazione della cascata
del complemento; gE e gI legano le IgG tramite il Fc (frammento cristallizzabile), ricoprendo il virus di
IgG (esponendole al sangue dalla parte dello epitopo) e mascherandolo al sistema immune.

Fra HSV-1 e HSV-2 esiste una omologia del 50%; l’antigene più diverso è la gG (utilizzata per il
discrimine sierologico), mentre la trasmissione è la medesima, per contatto diretto con saliva (HSV-1) o
secrezioni genitali (HSV-2). Il tipo 1 causa lesioni mucocutanee, dette vescicole, localizzate a livello
del volto, mentre il tipo 2 si espone a livello dei genitali esterni.

Sintomi da infezione acuta primaria


- HSV-1: l’infezione acuta può causare encefalite, congiuntivite e persino herpes genitale; la
lesione più comune (è più caratteristica) tuttavia è la gengivostomatite erpetica e l’herpes
labiale
- HSV-2: herpes genitale e perianale, anche se possono esserci espressioni cutanee

Infezione da HSV
Infezioni orofaringee: il 60% delle lesioni causate da questo virus, sono gengivostomatiti nella
infezione primaria ed herpes labiali durante le recidive
- Infezioni oculari: 20%, durante l’infezione primaria porta a congiuntivite, mentre le recidive
sono contrassegnate da cheratite erpetica8uso di IUDR come trattamento), che può portare a
cecità una volta raggiunto il panno corneale
- Infezioni viscerali: restante 20%, si presenta con encefaliti

L’infezione erpetica, dopo l’aggressione iniziale ai tessuti epiteliali, risale le terminazioni nervose del
trigemino, fino al ganglio di Gasser; la proliferazione non è però permessa nei neuroni dove
l’infezione è controllata dal sistema immunitario (?), per cui il virus non si replica ma rimane vitale. In
caso di condizioni favorevoli (stress, malattia, denutrizione, immunosoppressione) però il virus può
attivarsi e riemergere, dando infezione a livello labiale (nel ganglio si attuano la condizione per la
trascrizione virale e i virioni neoformati scendono il trigemino contaminando le zone innervate)

In soggetti immunocompromessi l’infezione può disseminare in sedi atipiche, risultando aggressiva.

- Herpes simplex 2 -
Rappresenta il 7% delle MST (malattie sessualmente trasmissibili) e nella popolazione ha incidenza del
5%. In caso di infezione (primaria o recidivante) durante il parto, si rischia la trasmissione dell’
herpes neonatale per passaggio nel canale del parto infetto.
Ovviamente la probabilità di contrarre questa infezione aumenta all’aumentare del numero dei partner.

http://pathmicro.med.sc.edu/virol/herpes.htm

Oncogenicità di HSV-2
Il genoma virale presenta due regioni trasformanti (oncogèni) che anche se inserite autonomamente
nel DNA cellulare (senza il restante genoma virale) possono dare reazioni trasformanti con
evoluzione neoplastica. Questa funzione non sembra autonomamente capace di tumore, tuttavia è
riconosciuto come elemento facilitante l’attività del Papilloma virus, cancerogeno conclamato.

Diagnosi infezioni cutanee


- Coltura cellulare(da vescicole,saliva,cfr se ci sono meningoencefaliti,o da raschiamento
corneale nelle ulcere corneali): buona coltivabilità, in un giorno si può osservare l’effetto
citopatico sulle cellule

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- Ricerca antigeni: eseguito sulla coltura per verificare la presenza di proteine (gG) che
permettono la discriminazione degli Herpes tramite tecniche di IF tramite Ig monoclonali per
HSV1 e 2(visto che anche se HSV1 è cutanea mentre la HSV2 è genitale non è detto che non
possa essere l'opposto)
- Sierologia: ricerca anticorpale, è solo in grado di indicare la presenza dell’infezione (molti
antigeni riconosciuti dalle Ig sono omologhi nei due sottotipi).inutile poichè si trovano anche
negli asintomatici.
- PCR: ricerca del genoma virale, precisa e specifica
- Vaccini:uso di virioni inattivati,inutile.ora si prova con glicoproteinaD(sarebbero utili solo post
natali poichè dopo si entra spessissimo in contatto con il virus)

Diagnosi di HSV2 in rapporto allo stato gravidico ???

Trattamento
Viene impiegato l’aciclovir, un composto con acilguanosina(varia dalla guanosina nella catena
laterale aciclica); è capace di inattivare la DNA-polimerasi legandovisi grazie alla sua omologia ai
nucleotidi. Entra nella cellula come ACG, dove viene fosforilata da una tirosin-chinasi virale. A
questa molecola monofosforilata vengono poi aggiunti ulteriori 2 fosfati da enzimi cellulari, che la
trasformano in ACG-trifosfata, impiegato per la sintesi del DNA virale, bloccandola (quando la DNA-
polimerasi riconosce l’ACG si stacca dal filamento). Questa molecola è selettiva perché nelle cellule
non infette non si ritrova la tirosin-chinasi virale, unico enzima in grado di attuare il primo
passaggio fondamentale per il raggiungimento della molecola attivata; in sua assenza l’ACG rimane
inerte. Ovviamente nelle cellule infettate viene bloccata anche l’eventuale replicazione cellulare,
tuttavia si tratta di una cellula già irrecuperabile.

- Virus della varicella(causata dallo stesso virus di herpes zoster ossia VZV)
Induce una malattia esantematica a trasmissione respiratoria; lo sviluppo del virus avviene nelle
mucose respiratorie superiori, per poi proseguire con la disseminazione linfatica che conduce al
circolo ematico dando la viremia primaria. Il virione si localizza nelle cellule del sistema reticolo-
endoteliale, dove attua una seconda, massiccia replicazione e viremia secondaria, che lo localizza nel
endotelio dei capillari. Il raggiungimento della cute provoca esantema, per poi risalire i nervi
sensitivi della zona interessata per localizzarsi nei gangli dove dà latenza.

L’infezione primaria acuta causa la varicella, mentre le recidive compaiono come zoster (fuoco di
San Antonio), con vescicole cutanee nella zona di cute innervata dal nervo sensitivo infettato; la
recidiva è patogena solo in caso di scompensi immunitari, che altrimenti contengono l’infezione
senza dare sintomi. In caso di infezione primaria l’incubazione dura 2 settimane, con la comparsa di
papule cutanee, vescicole, pustole e croste, che richiedono altre 2 settimane per la guarigione (l’ intera
malattia richiede circa un mese per completare il proprio ciclo).

La varicella è una malattia comune nei bambini sotto i 10 anni con la tipica evoluzione esantematica,
ma in soggetti immunodepressi può arrivare a generare rush emorragico diffuso con complicazioni
polmonari (polmonite). Negli anziani, a causa dell’immunodecremento senile, è possibile la comparsa
di varicella zoster durante la recidiva, anche a causa del ciclo replicativo del virus: ogni volta che il
sistema immunitario lo consente, il virus replica aumentando il proprio numero, mentre il contenimento
successivo non riesce ad eliminarlo; di conseguenza ogni nuova riattivazione, oltre a affinare la
risposta leucocitaria aumenta anche il numero di virioni da combattere , favorendone l’insorgenza in
età avanzata (dopo innumerevoli replicazioni).

Diagnosi
- Coltura: coltura di fibroblasti umani con effetto citopatico dopo alcuni giorni, aspetto tipico di
lesioni locali poichè virus non si libera dalla cellula ma passa nella cellula contigua
- Ricerca indiretta: metodi sierologici, come ELISA e IF; risultano efficaci perché il decorso
patologico è lungo, quindi l’organismo ha il tempo di produrre le Ig necessarie
- Metodi molecolari: PCR

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- Clinica: per lo più. Se si hanno dubbi si ricercano gli antigeni specifici.


Varicella non richiede trattamento mentre H. Zoster uso di aciclovir.
Esiste vaccino per la varicella zoster con virus inattivato(OKA).il vaccino antivaricella non trova
concordi tutti gli studiosi anche se fondamentale negli immunodepressi e per diminuire recidive di
zoster

β-herpesviridae
Comprende l’Herpes-5 (Citomegalovirus) e l’Herpes-6 e l’Herpes-7, entrambi appartenenti alla
categoria dei Roseolovirus degli Herpesvirinae.

- Citomegalovirus(chiamato così perchè le cellule infettate in vivo si dimostrano più grandi


causa di inclusioni di ammassi di virus replicati sia nel nucleo che citoplasma) (Herpes-5)
Il Citomegalovirus effettua l’ingresso tramite fusione dell’envelope tramite il recettore dell’EGF; è
specie-specifico, infettando in maniera univoca solamente la specie della quale riconosce il recettore. I n
vivo tende a localizzarsi nell’epitelio duttale delle ghiandole salivari, nei tubuli renali, nella
cervice uterina, nei testicoli; presente nella saliva per periodi prolungati.

Epidemiologia
Tipico della prima infanzia, mediato da contatto della saliva, dando infezione cronica con il virus
presente in misura abbondante nelle secrezioni salivari. L’infezione primaria risulta asintomatica o
con una leggera febbricola inspiegata nell’immunocompetente, mentre nel soppresso può portare a
epatiti, polmoniti, coliti, febbre alta protratta oltre alla malattia di Menetrier (iperplasia della
mucosa gastrica). Può esserci viruria (virus nelle urine) se infetta i tubuli renali; il 60% dei bambini
risulta positivo prima dei 14 anni. Durante l’infezione, generalmente tutti i liquidi organici
contengono virus (colonizza i dotti di molte ghiandole), rintracciandosi nell’urina, nella saliva, nel
sangue, nello sperma, nel liquido lacrimale e nel latte materno.

La sede di latenza del virus sono le cellule T, le endoteliali, i macrofagi e le cellule indifferenziate .
La riattivazione spesso è anch’essa asintomatica, perché il sistema immunitario e il Citomegalovirus
sono in equilibrio; se le difese calano, avviene la riattivazione sintomatica(pomonite
interstiziale,corioretinite) (es. durante la gravidanza).

Infezioni virali verticali e orizzontali


La contrazione della infezione primaria in gravidanza ne causa la trasmissione al feto , per via
transplacentare, che causa nel neonato epatosplenomegalia, ittero, porpora trombocitopenia,
sordità, difetti oculari, microcefalia e calcificazioni cerebrali, con aborto o complicazioni
neurologiche nel neonato. La trasmissione madre-figlio può avvenire anche a livello perineale (durante il
parto) o per allattamento (virus nel latte), tuttavia le conseguenze sono molto meno gravi della
trasmissione trans-placentale. Nel caso di recidive il rischio è minore, perché gli anticorpi materni
eliminano il virus circolante, diminuendo la probabilità che possa passare la placenta.
Le trasfusioni di sangue infetto portano alla contrazione della mononucleosi e inducono la
sindrome post-perfusionale, osservabile dopo intervento con circolazione extracorporea.

Diagnosi e prevenzione (da saliva,urine,leucociti) indagine colturale difficile e lungo quindi


inutile.utile PCR per genoma o mRNA virali. Per gli immunodepressi si può controllare la
quantità di antigeni nel sangue(antigenemia ossia leucociti che reagiscono positivamente
atttraverso immunofluorescenza o immunoenzimatica con antisiero specifico per fosfoprot
virale) o quantità di dna virale nel sangue
- Metodi diretti: presenza di virus nel sangue durante la viremia massiccia o ricerca di antigeni
virali(utilizzo di Ig monoclonali per gli antigeni precoci.)
- Metodi indiretti: ricerca di IgM(meglio queste per sapere se acuta) e IgG; entrambe durano a
lungo dopo l’infezione, per cui la loro presenza indica solo che c’è stato contatto con il virus , ma
non spiegano se l’infezione è contestuale o precedente. Per indicazioni di questo genere
occorre eseguire un test dell’avidità.
Non esistono vaccini, per quanto riguarda i trapianti e le trasfusioni occorre monitorare i donatori.

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Trattamento
Farmaco d’elezione è il ganciclovir, somministrato a soggetti immunocompromessi (HIV, trapiantati)
anche a titolo profilattico, per evitare l’insorgere dell’infezione. L’aciclovir non risulta efficace perché
la tirosin-chinasi del CMV non riconosce l’ACG come substrato, annullando la necessaria attivazione.
Il ganciclovir causa l’attacco di una base errata alla DNA- e RNA-polimerasi, portando a numerosi
errori nella replicazione e trascrizione. Meno efficace dell’aciclovir, perché non blocca la
replicazione, cerca di produrre abbastanza danni da impedire la funzione del virus, portando alla sintesi
di proteine sbagliate.

Anche l’acido fosfonacetico è in grado di inibire la DNA-polimerasi virale, legandosi però con scarsa
efficacia anche a quella cellulare, determinando scarsa specificità della terapia.

- Herpesvirus-6 -
Si moltiplica nei linfociti attivati e infetta i bambini fra i 6 mesi e i 2 anni di età. Il 90% dei neonati
ha anticorpi di derivazione materna, che però calano dopo il turn-over; tuttavia non arrivano a 0, segno
che i bambini hanno sviluppato una immunità propria dopo aver contratto l’infezione.
La comparsa della malattia spesso risulta apatogena, a volte può causare roseola infantum
(exantema subitum o sesta malattia, che può durare anche una sola notte) o addirittura portare, in un
numero ristretto di casi, a febbre e diarrea.

L’HHV-6(human herpesvirus) è presente in due sottotipi, A e B. Il sottotipo B causa la roseola


infantum(morbilli-rubeoliforme (fini macule-papule) che interessa prima il tronco ed il collo e
successivamente si diffonde al viso e alle estremità ), mentre il sottotipo A è associato a polmonite
nei trapiantati di midollo osseo, sindrome di Rosai-Dorfman (linfoadenopatia tracheale bilaterale) e
cronic fatigue syndrom (stanchezza debilitante e sintomi prodromici come cefalea, mialgie e
osteoalgie, disturbi del sonno). È anche ritenuta responsabile di epatiti sinciziali a cellule giganti in
pazienti trapiantati di fegato.

Il genoma di HHV-6 è rintracciabile nel 90% dei tessuti di pazienti morti per AIDS, suggerendo la
sinergia fra questo virus e l’HIV; il gene p42 attiva la trascrizione del genoma dell’HIV e HHV-6 fa
aumentare i rec. CD4 nei linfociti, facilitando l’ingresso al virione dell’AIDS. Per contro, l’HIV
favorisce l’invasione a HHV-6 eliminando la risposta immunitaria.

Infezioni ricorrenti
Questo virus è ricorrente nei casi di immunosoppressione successivi a trapianti di fegato, midollo
osseo e rene, causando patologie come polmonite interstiziale e encefalite.
Altre manifestazioni comprendono:
- Sindrome mononucleosica: forme lievi e linfocitosi non marcata con modesto numero di
linfociti atipici
- Epatite
- Encefalite
Le sindromi mononucleosiche sono dovute, in ordine decrescente di gravità, ai seguenti patogeni:
virus di Epsten-Barr, CMV e HHV-6.

Nell’infezione attiva il virus si trova nel sangue replicandosi all’interno di linfociti,


polimorfonucleati, monociti e altre specie cellulari che hanno il recettore CD46. Durante le fase
latente è difficilmente rintracciabile nel torrente ematico perché la mancanza di stimoli
immunogeni riduce il numero di cellule immunitarie in circolo, entro le quali si situa; in
immunodepressi, anche nella latenza causa viremia, perché nessuna risposta immunitaria lo controlla.

Diagnosi
- Diagnosi indiretta: ELISA per dosare le IgG (può cross-reagire con IgG per HHV-7) o IgM
- Diagnosi diretta: coltura cellulare, identificazione di antigeni nei tessuti, PCR

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Diagnosi: Si basa sull'osservazione clinica ed entra in diagnosi differenziale con la rosolia per l'aspetto
dell'esantema e per il coinvolgimento dei linfonodi cervicali e retro-auricolari.Una diagnosi di
certezza si stabilisce attraverso l'isolamento dei virus nella saliva o nel sangue oppure attraverso la PCR.
A causa della natura benigna della malattia queste costose metodiche non vengono utilizzate.
- Herpesvirus-7 -
Simile a HHV-6, nel 30% dei casi dà sieroconversione (cross-reazione delle IgG:”Produzione di un livello
dimostrabile di anticorpi sierici verso un antigene (per esempio un microrganismo), come si verifica nel
corso di un'infezione o a seguito di immunizzazione. “). Secondo la diffusione degli Ab colpisce il 90%
della popolazione, venendo acquisito fra 1° e 2° anno di vita . Si ritrova nella saliva del 75% della
popolazione, con latenza nelle CD4+, perché utilizza lo stesso recettore dell’HIV (CD4).

Manifestazioni cliniche
Febbri alte nei bambini, a volte convulsioni. Negli adulti (10-35 anni) pitiriasi rosea (di Gilbert) con
macchie cutanee (dermatosi), raramente sintomi neurologici (emiplegia, convulsioni, epilessia,
encefaliti).
Pitiriasi rosea (di Gilbert): malattia esantematica comune, dermatite che si manifesta con esantema e
chiazze rotondeggianti.

Diagnosi
- Metodi molecolari: PCR
- Metodi sierologici: ricerca di IgG, possibile reazione crociata con IgG di HHV-6

γ-herpesviridae
Comprende il virus di Epsten-Barr e l’HHV-8.

- Virus di Epsten-Barr
Può dare diversi effetti patologici, come:
- Mononucleosi infettiva: tipica degli adolescenti
- Linfoma di Burkitt: nei bambini dai 4-12 anni in Africa Centrale
- Carcinoma nasofaringeo: frequente negli adulti cinesi
- Linfoma (A) a linfociti B: sia bambini che adulti in alcune immunodeficienze

Epidemiologia
Presenti 2 pattern epidemiologici: nei paesi sviluppati si riscontrano due picchi di infezione, uno da
1 a 6 anni, in cui contraggono il virus il 50% dei bambini, e l’altro dai 14-20, nel quale il 90%
degli adulti risultano positivi. Nei paesi in via di sviluppo si rileva un solo picco fra 1-2 anni, con il
100% degli adulti positivi al contatto con il virus. Il virus è trasmesso con la saliva.

Mononucleosi infettiva(mononucleosi perchè si arriva fino ad un 80% di cellule di tipo T causate


dall'attivazione costante dei B)
Nel 60% dei casi risulta asintomatica o causa una modesta faringite.
La trasmissione orale porta a replicazione nell’epitelio dell’orofaringe, che prosegue nei dotti
salivari. L’infezione poi si localizza nei linfociti B, rimanendovi latente . La proliferazione linfocitaria è
autolimitante (dura 2-3 settimane) a seguito della diffusione nel circolo sanguigno.
La linfoproliferazione è indotta dalla infezione, perché il virus porta i linfociti a tornare blasti con
capacità proliferative, con sintomi simil-leucemici; la differenza è che questa proliferazione indotta
è autolimitante; per l’alto numero di linfociti B, durante l’infezione si avrà iper-γ-globulinemia. La
riattivazione tipicamente avviene per stress, denutrizione o altre cause che riducono la risposta
immunitaria, risultando spesso asintomatica in soggetti immunocompetenti, ma con presenza
massiccia di virus nella saliva (capacità infettante) per migrazione del virus dopo la viremia.
I sintomi sono epatosplenomegalia e linfoadenopatia (dovuti alla proliferazione dei cloni linfocitari T
per eliminare i B infettati) e faringite, a causa del tropismo del virus per l’epitelio faringeo, febbre,
malessere, tonsillite con essudato bianco.
L’infezione risulta patogena soprattutto nei paesi dove l’infezione colpisce poco nell’età infantile,
non lasciando un comparto anticorpale adeguato nell’adulto(ossia nei paesi sviluppati), che

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quindi conclama la malattia, mentre nei paesi ad alta infettività infantile la mononucleosi è poco
presente.

EBV nei linfociti B


L’infezione si localizza nei linfociti B (semipermissivi, perché quando sono inattivati non consentono
la replicazione virale) e nelle cellule epiteliali della faringe (completamente permissive). A seguito
dell’infezione nei linfociti B il virus esprime solo alcune proteine precocissime, le EBNA (Ebsten-
Barr nuclear antigen), mentre nelle cellule della zona orofaringea il ciclo viene concluso con
espressione di MA precoci (membrane antigen), VCA (viral capside antigen) e MA tardivi, a cui segue
la fuoriuscita dei virioni neoformati che infettano i linfociti B che circolano nell’anello del Waldayer.

Diagnosi di EBV(antigene eterofilo:Un antigene eterofilo è capace di stimolare la produzione di


anticorpi eterofili che reagiscono sia con l'antigene omologo che con antigeni derivanti da specie
diverse. Ciò è dovuto alla presenza di uno stesso aptene nei diversi antigeni eterofili. Ne è un esempio
l'antigene di Forssman ) gli anticorpi eterofili sono quelli che legano antigeni eterofili.
Basata sulla ricerca di anticorpi eterofili IgM (capaci di agglutinare globuli rossi di animali, ossia
questi Ig sanno agglutinare i g.r. Quindi vediamo se i g.r. si agglutinano secondo precise reazioni per
sapere della presenza di Ig) tramite la reazione di Paul-Bunnel, che consiste nella agglutinazione di
emazie di pecora dopo adsorbimento del siero con rene di cavia; questo perché il rene di cavia non
presenta antigeni riconoscibili dalle IgM, che quindi, non legandosi a nulla, rimangono funzionali per
associarsi agli eritrociti ovini. L’aggiunta di eritrociti di bue invece causa reazione di legame, quindi
il medesimo siero non sarà più in grado di agglutinare le emazie di pecora, perché non ci saranno
più IgM disponibili (legate ai globuli rossi di bue). Il rene di cavia solitamente elimina le IgM
eterofile presenti fisiologicamente negli individui, mentre non reagisce con quelli prodotti in fase
di mononucleosi(ecco perchè si usa rene di cavia per EBV il quale con rene di cavia le Ig
rimarranno disponibili mentre con siero di bue non più), mentre in caso di malattia da siero(è
una reazione avversa a un antisiero il cui meccanismo patogenetico consiste in una ipesensibilità
mediata da immunocomplessi. ), ambedue i trattamenti (rene di cavia e eritrociti bovini) eliminano
le IgM annullando le reazioni sulle emazie di pecora.

“se EBV:emoagglutinazione di emazie di pecora con rene di cavia ma non con eritrociti bovino
se malattia da siero: non si agglutinano nè con rene di cavia nè eritrociti bovini”

Evoluzione degli anticorpi durante la Mononucleosi Infettiva


Nel 30% dei casi la Paul-Bunnel non funziona, perché non si ritrovano anticorpi IgM eterofili, per cui si
ricorre alla ricerca di IgM contro VCA, che aumentano durante l’incubazione, hanno il picco nella
acuzie(piena intensità) e calano durante la convalescenza fino a zero, così come è l’andamento degli
anticorpi IgM eterofili, quando ci sono. Le IgG anti-VCA invece, dopo essere aumentati per la acuzie,
calano, ma rimanendo rintracciabili nel sangue in quantità apprezzabili. Gli anticorpi anti-EBNA
salgono lentamente, risultando presenti massicciamente solo alla fine della convalescenza, ma
rimangono a livelli elevati per tutta la vita.
La presenza di anti-EBNA indica che si tratta di una risposta per infezione contratta in passato,
mentre la loro assenza, assieme a livelli di IgM e IgG contro VCA indicano l’acuzie . Se questi
anticorpi mancano, il soggetto non è mai stato sottoposto a contatto con il virus.

Linfoma di Burkitt
Neoplasia maligna, può essere fatale in 1 mese. I linfociti B subiscono una traslocazione reciproca fra
il cromosoma 8 e i cromosomi 2, 14 o 22, quindi l’oncogene c-myc viene trasferito nelle regioni dei
promotori delle γ-globuline.
L’area di endemia del linfoma di Burkitt si sovrappone all’area di endemia malarica, malattia che
attua un ruolo immunosoppressivo nell’ospite, diminuendo quindi le difese anti-neoplastiche.
Curare la malaria permette la scomparsa dell’insorgenza del linfoma di Burkitt, infatti ogni
recidiva malarica porta il virus di Epsten-Barr alla possibilità di replicare, il che, integrandosi il
genoma virale (non sempre, spesso rimase episomico) vicino a c-myc, lo rende una zona debole in
cui è favorita la rottura e la traslocazione in altri cromosomi.

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EBV ha quindi potere oncogeno ma non autonomo; per funzionare richiede la presenza
concomitante della malaria o di altri elementi immunosoppressori.

Carcinoma naso-faringeo
Tumore maligno dell’epitelio squamoso del naso-faringe, frequente in Cina ma molto raro altrove. Il
genoma di EBV si trova integrato in quello delle cellule tumorali, ma l’attività oncogena è coadiuvata
da fattori ambientali (nitrosammine usati come conservanti) e genetici (aplotipi particolari). In
Cina risultano più comuni nell’uomo del carcinoma polmonare.

Nei soggetti immunodepressi


In caso di immunodepressione si può avere riattivazione dalla latenza del virus, mentre nei trapiantati
può causare disordini linfoproliferativi e linfoma (PTLD, post-trasplant linfoproliferativ disorder).

Il blocco della proliferazione dei B infettati avviene per mezzo di cellule T citotossiche e per
fenomeni di autolimitazione, che non fa degenerare l’infezione in linfoma. Se però si ha
concomitante immuno-soppressione, manca il controllo dei T citotossici, importante risorsa
contro la proliferazione policlonale dei B, che arriverebbe a livelli superiori(linfoma a cellule B).

Diagnosi
Ricerca tramite PCR del genoma di EBV nei tessuti oppure ricerca di IgA anti-VCA di EBV per
eseguire screening precoci del carcinoma naso-faringeo. Fino a 1000 copie di EBV per c.c.(= a 1 ml) di
sangue non danno particolari rischi, mentre a livelli superiori, possibili negli immunosoppressi, si
diminuisce l’impiego di farmaci per stimolare il sistema immunitario ad abbassare la presenza virale nel
sangue.

- Herpesvirus-8 -
Ritrovato nel sarcoma di Kaposi, presente con sequenza genomica simile al EBV. Il DNA è
rintracciabile nel 70% dei sarcomi di Kaposi legati a sieropositività e nel 100% dei sarcomi di
Kaposi non dovuti a HIV. La frequenza è sostenuta in Africa, Italia, Grecia, mentre risulta poco
presente in USA, Inghilterra e India. Diverse proteine di HHV-8 hanno omologia con proteine
cellulari, come ORF-4 (omologo a proteina che lega il complemento), ORF-K2 (simil-IL-6), ORF-16
(simil-BCL2) o ORF-72 (ciclina tipo D).

Malattie causate da HHV-8


- Sarcoma di Kaposi (in pazienti sia con HIV che sani)
- Linfoma cavitario (in pazienti con HIV)
- Mieloma multiplo (forse)
- PTLD(is the name given to a B-cell proliferation due to therapeutic immunosuppression after
organ transplantation. These patients may develop infectious mononucleosis-like lesions or
polyclonal polymorphic B-cell hyperplasia ) (forse)

Trasmissione
Tramite rapporti sessuali (massimo rischio per rapporti orali e anali), per contatto diretto (tramite
saliva, il metodo più diffuso in Africa), per via parenterale (scambio di siringhe) o tramite via verticale e
perinatale (poco frequente, avviene solo in zone di endemia).

Sarcoma di Kaposi
Forma di cancro, rilevabile nei soggetti affetti da HIV (maggior parte) o negli anziani, che presenta
proliferazione vascolare multicentrica, caratterizzata dallo sviluppo di papule che successivamente
evolvono in placche e poi in noduli blu/rosso che colpiscono la cute, più frequentemente nelle
estremità inferiori, o le mucose e i visceri

Linfoma primitivo delle cavità sierose


Versamento maligno nelle cavità sierose, senza una massa neoplastica identificabile, rapidamente
fatale. È una neoplasia delle cellule B che colpisce pazienti affetti da HIV. SINTOMI ???

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Diagnosi
Genoma virale rintracciabile nel sangue tramite PCR.

 PAPOVAVIRIDAE(PA-PAPILLOMA PO-POLYOMA VA-VACUOLANTE)


Comprende al suo interno i Papillomaviridae, i Polyomaviridae (unici virus con un DNA bicatenario
circolare) e il virus vacuolizzante (Simian virus 40 o SV40).

- Papillomavirus -
Genoma dsDNA, circolare, con 8000 kbp. A simmetria icosaedrica, hanno diametro di 50 nm. Specie-
specifici, hanno tropismo accentuato per le cellule epiteliali e caratteristiche oncogene.

Caratteristiche del capside


È costituito da 72 capsomeri, formati da solo 2 proteine strutturali:
- L1: proteina maggiormente rappresentata, pesa 55 kD e costituisce l’80% del capside
- L2: proteina meno presente, pesa 70 kD e costituisce il 20% rimanente del capside

Recettori cellulari che legano L1


L1 lega l’eparansolfato, glicosamminoglicano presente su diversi istotipi cellulari (epiteliali, endoteliali
ecc…). a causa della grande diffusione di questa molecola di superficie, si pensa che esista un secondo
recettore, che conferisce la specificità al virus, consentendo un ingresso per endocitosi grazie al
legame con protrusioni ricche di actina.

Organizzazione del genoma


Genoma bicatenario circolare e superspiralizzato, grazie al legame con proteine. I segmenti genetici L1
e L2 codificano per le proteine strutturali (tardive), mentre la maggior parte del genoma (oltre il
50%) codifica per proteine precoci, necessarie alla replicazione virale. Le proteine E6 e E7,
precoci, sono legate al potere oncogeno del virus.

Classificazione
Sono conosciuti 150 tipi di HPV, di cui 35 genitali. Per essere classificato come nuovo genotipo, il
virus deve avere omologia genetica inferiore al 90%; fra 90-98% si parla di sottotipo dello stesso
genotipo, mentre fra 98-100% di omologia si considerano varianti. Differenti genotipi sono associati a
patologie diverse.

Associazione tra lesioni cutanee e genotipi di HPV


- Verruche comuni o piane, plantari o palmari
- Verruche in epidermodisplasia verruciforme
- Carcinomi cutanei in epidermodisplasia verruciforme(Rara malattia congenita della cute
caratterizzata dalla comparsa di verruche piane multiple persistenti e disseminate sulle
mani, piedi, volto e collo con tendenza a degenerazione maligna. )
- Carcinomi cutanei: tipici di HPV-16 e HPV-18

Genotipi di HPV(virus papilloma umano)


- Vie respiratorie: papillomi, carcinomi laringo-bronchiali (16, 18)
- Congiuntiva: papilloma(Piccolo tumore benigno della pelle es verruca o porro, delle membrane
mucose e dei dotti ghiandolari,può divenire maligno)
- Cavità orale: iperplasia epiteliale focale, carcinoma oro-faringeo (16, 18)
- Tratto genitale: condilomi acuminati, condilomi piani, papulosi bowenoide, carcinomi vulvari,
penieni, anali, cervicali (16, 18)
L’evoluzione neoplastica è tanto più probabile quanto più i papillomi permangono in sede.

Replicazione
Avviene interamente nella cute:

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- Strato basale: vi si rintraccia il DNA virale all’interno delle cellule; questo non si replica
autonomamente, ma, rimanendo episomiale, viene copiato dal comparto cellulare durante la
mitosi cellulare (la cellula, dividendosi, oltre al proprio genoma replica anche quello virale)
- Strato spinoso: il DNA virale viene trasportato dalle cellule che si stanno differenziando in
cheratinociti, risalendo gli strati dell’epidermide
- Strato granuloso: avviene la trascrizione del DNA virale e la sintesi proteica, con la
costituzione del capside
- Strato corneo: si sviluppa l’infezione ad opera dei virioni che si sono assemblati durante la
migrazione dallo strato basale; nessuna replicazione, perché le cellule non effettuano
mitosi.
Nelle cellule dello strato basale, il DNA in forma plasmidica si replica durante la fase S, trasmettendosi
alle cellule figlie che proseguono la maturazione attraversando i vari strati epidermici.
I trattamenti contro i papillomi richiedono quindi resezione dello strato basale (verruche,
condilomi) dove risiede il serbatoio del virus, che si è costituito solitamente per invasione tramite
soluzioni di continuità dell’epitelio.

Oncogenicità
Principalmente a carico delle proteine E6 e E7, che legano i fattori di trascrizione RB e p53, inattivando
la capacità oncosoppressiva e favorendo lo sviluppo neoplastico.
E7 lega RB, impedendo il suo legame inibitore con E2F-1, fattore trascrizionale che promuove la
replicazione.
E6 lega invece p53, promuovendone la degradazione in seguito al legame con ubiquitina,
avviandolo al proteosoma. La funzione di p53 è avvertire danni al genoma e bloccare la replicazione,
attivando prima i sistemi di riparazione(GADD) e poi, eventualmente, l’apoptosi(tramite bax). La sua
mancanza porta a mancanza di controllo sulla integrità del genoma.
Sembra che anche E5 contribuisca a questa azione, promuovendo la sintesi di recettori per l’EGF.
Le verruche e i condilomi sono neoplasie benigne autolimitanti.

Trasmissione
- HPV cutanei: per contatto diretto o tramite superfici contaminate (contatto indiretto es
piscine), anche autoinfezione; di solito vengono richiesti contatti prolungati oppure la
presenza di ferite che consentano l’ingresso del virus nello strato basale dell’epidermide
- HPV mucosi: localizzata nella regione ano-genitale (per contatto sessuale, tramite
fomiti(Qualsiasi sostanza o oggetto inanimato di per sè non patogeno che, contenendo e
potendo trasmettere non attivamente microrganismi patogeni, sia causa di infezioni ) o a
trasmissione verticale e perinatale), nell’apparato respiratorio (trasmissione verticale o peri-
natale, orogenitale), congiuntiva (verticale o perinatale)
L’HPV non è presente nella saliva, tuttavia si ha contatto mucoso ed eventuali lesioni oro-faringee
possono permette la penetrazione del virus (???). SIAMO SICURI???

Prevalenza delle infezioni genitali da HPV


Infezione a trasmissione sessuale più frequente nella specie umana (50% della popolazione
attiva sessualmente è stata infettata da HPV, anche in forme apatogene); il rischio è correlato al
numero dei partner e all’età (picco fra 15 e 25 anni), oltre che allo stato immunitario (maggiore
diffusione per casi di HIV, gravidanza con immunodepressione fisiologica, immunosoppressi) e anche
alle abitudini di vita (fumo, alimentazione, contraccettivi orali).

Lesioni ano-genitali da HPV


- Condilomi acuminati e piani: genitali maschili e femminili, oltre a regione perianale (6, 11)
- Condilomi cervicali, vulvari, anali e penieni: sono preceduti da lesioni intraepiteliali
squamose(“Secondo la natura dell'epitelio interessato, si parla di papilloma a cellule squamose
(presente su cute, lingua e laringe) e di papilloma a cellule di transizione (localizzato soprattutto
sulla vescica)“
Lesioni perianali sono date nel 70% dei casi, a vulva, vagina e pene nel 50%, all’oro-faringe nel
20%, mentre sulla cute la probabilità di espressione è del 30%.

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Lesioni genitali e rischio oncogeno


Gli HPV 16 e 18 (ma anche 31 e 45) sono ad alto rischio di degenerazione neoplastica, mentre i ceppi 6 e
11, principali cause dei condilomi, possono dare carcinoma in caso di persistenza (anni)

Fattori di cervicocarcinoma
Il rischio di carcinoma cervicale(cervice uterina) dipende dal genotipo di HPV (16 e 18 i più
aggressivi), dalla persistenza della infezione (qualunque genotipo può degenerare se rimane in situ
per lungo tempo) e dal altri fattori come la predisposizione genica.

HPV e carcinoma della cervice


È la 2° causa di morte per tumore fra le donne dopo il cancro alla mammella, con 500.000 casi ogni
anno nel mondo. Nel 97% dei casi è stato rilevato il DNA di HPV nelle lesioni e nel 70% dei casi si
tratta di ceppi di HPV-16 o HPV-18.

Diagnosi
Non cresce in vitro e le ricerche sierologiche sono escluse, visto la bassa efficacia e la frequente
cross-reattività dei 150 genotipi, tutti con antigeni crociati. La diagnosi preferenziale è la ricerca
diretta del DNA virale tramite ibridazione con acidi nucleici virali o PCR.

Terapia
- Rimozione delle lesioni: laser, crioterapia, elettrocoagulazione, conizzazione
- Interferone: utilizzato su lesioni estese, in condilomi acuminati ricorrenti o in papillomatosi
laringee
- Acido retinoico: sopprime la trascrizione del virus (dermo-protettivo)
- Imiquimod: stimola le difese immunitarie per l’eliminazione immunitaria dei condilomi

Vaccino
Particelle di L1 (aggregati dovuti al ripiegamento idrofobico) danno protezione tipo-specifica; è stata
scelta questa proteina perché è la responsabile dell’attacco virale al recettore cellulare .
Ne esistono di due tipi, il quadrivalente (6, 11, 16, 18) e il bivalente (16, 18).

- Poliomavirus (due tipi:BK “con infezioni urinarie e cistiti emorragico” E JC “con


encefaliti/leucoencefalopatia multifocale progressiva” e possono,a differenza del papilloma,
crescere bene in colture di cellule in vitro)
dsDNA circolare superspiralizzato, di 3,3 Mbp. Il capside, icosaedrico, misura 40 nm di diametro, non
presenta envelope e la sua replicazione avviene a livello nucleare. L’ingresso si ha per endocitosi
tramite recettori di acido ossialico. Nel DNA si rilevano zone tardive (proteine strutturali) e precoci
(enzimi e fattori di trascrizione). Le proteine regolatrici sono la T e l’Ag t. VP1 interagisce con la
sequenza AGGIUNGI…
N.B. È diverso da POLIOVIRUS
Causa infezioni ubiquitarie:
- Anticorpi anti-JCV sono presenti nel 50% dei bambini sotto i 10 anni e nel 75% della
popolazione adulta
- Anticorpi anti-BKV nel 50% dei bambini sotto i 3 anni, al 100% a 10 anni
L’ingresso avviene per via respiratoria e l’infezione rimane latente per riattivarsi negli immuno-
depressi.

Infezione
Trasmissione aerogena, con replicazione nelle vie aeree superiori, causando disturbi lievi (riniti,
faringiti). Dopo la moltiplicazione danno viremia, dimostrando tropismo per i reni, di si ha la
seconda replicazione, con viruria (virus rilevabili nell’urina perché si localizzano nell’epitelio dei tubuli
renali). Negli immunocompetenti questi virus rimangono latenti, contenuti a livello renale; negli
immuno-depressi invece avviene una seconda viremia, con effetti diversi in base al ceppo del virus.
Il virus BK causa infezioni urinarie, con cistiti emorragiche e viruria persistente, mentre il virus JC

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raggiunge il SNC, dove causa encefaliti e leucoencefalopatia multifocale progressiva (PML), forma
degenerativa che aggredisce il tessuto nervoso (demielinizzazione della sostanza bianca con
amplificazione della sostanza gliale).

- Simian virus 40 -
Poliomavirus dei macachi, presenta una proteina precoce (agT) che lega p53 e la inattiva seguendo lo
stesso meccanismo delle proteine del papilloma. Si è diffuso nella specie umana tramite salto di
specie perché negli anni ’50 il vaccino antipoliomielite era costituito da virus inattivati con
formalina cresciuti in cellule renali di scimmia, che lo hanno contaminato con il SV40. 3-4% della
popolazione risulta positiva agli anticorpi contro questo virus.

Diagnosi
- Istologia: autopsia sul tessuto cerebrale, con foci di demielinizzazione e aumento della
oligodendroglia, con presenza di inclusioni negli oligodendrociti (JC)
- Citologia: urine con cellule ingrossate e inclusioni nucleari (BK)
- Ibridizzazione in situ con sonde a DNA: liquor (JC), plasma (JC), urine (BK), biopsie
- PCR: genoma rintracciabile in liquor, urine, plasma e biopsie
I virus crescono male nelle colture cellulari, risultando difficilmente coltivabili.

Terapia
Non ne esiste una né per il Poliomavirus né per il Simian virus; siccome si dimostrano patogeni solo
negli immunosoppressi, si diminuisce il tenore della soppressione, per consentire al sistema
immunitario di contrastare e isolare il virus.

 VIRUS DELL’EPATITE VIRALE PRIMARIA


L’epatite virale consiste in un processo infiammatorio, acuto o cronico, che provoca la morte degli
epatociti a causa dell’aggressione da parte di virus epatotropi, che quindi rilevano come proprio
bersaglio primario le cellule del fegato. Durante la necrosi epatica si ha rilascio del contenuto cellulare
nel sangue, con conseguente aumento delle transaminasi.

Laboratorio
- Iperbilirubinemia(“perchè fegato non coniuga più”): con bilirubina diretta e intensità variabile
da sub-ittero (2-3 mg/dl) ad ittero franco (???)
- Altra roba

Attualmente si riconosco cinque forme di epatite, A e E, a trasmissione oro-fecale, e B, C e D, che si


diffondono per via ematica. Sono conosciute anche forme di Epatite F e G, alle quali si aggiungono il
15% delle epatiti, che risultano ad eziologia sconosciuta.
Le epatiti alimentari non cronicizzano, mentre quelle contratte per via ematogena hanno la
tendenza, con percentuale diversa in base alla specie, a cronicizzare, potendo diventare fattori
critici scatenanti per cirrosi o epatosarcomi(epatocarcinomi).
Oltre ai virus strettamente epatotropi, molti altri fattori possono aggredire il fegato, come il CMV,
l’EBV, l’HSV, VZV(virus varicella-zoster), l’Adenovirus, la Rosolia, la Parotite e molti altri, praticamente
tutti quelli che possono dare viremia.

Agenti di epatite virale


Le diverse forme di epatiti vengono divise in prima battuta in base alla durata dell’incubazione, che varia
molto da una specie all’altra: nella HAV dura 15-60 giorni, nella HBV 14-120, nella HCV 35-70, nella
HDV 30-90 e nella HEV 1-2 mesi; nonostante la denominazione di breve e lunga incubazione, tutte le
epatiti hanno periodi di insorgenza lunghi, che consentono la produzione di cloni linfocitari per
contrastare la patologia (non sempre efficaci).
Altra differenziazione si basa sulla modalità di trasmissione, oro-fecale per HAV e HEV e parenterale nel
caso di HBV, HCV, HDV, con conseguente trasmissibilità sessuale e verticale (madre-feto).

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In Italia le epatiti più comuni sono la A (50% della popolazione presenta gli anticorpi, quindi
avvenuto contatto anche senza sintomatologia clinica), la B (32%) e la C (7%), mentre le altre
comprendono un 10% circa.

- Epatite A (HAV) -
Appartenenti alla famiglia dei Picornaviridae (piccoli virus a RNA), nel genere Hepatoviru; cresce con
difficoltà in vitro e presenta un genoma a RNA+ monocatenario, senza envelope e con capside
icosaedrico di 30 nm di diametro.

Trasmissione, patogenesi e clinica


Tramite circuito oro-fecale, si ha localizzazione del virus nell’intestino, dove replica per poi dare
viremia e raggiungere il fegato; qui avviene la moltiplicazione epatica, che porta a morte gli epatociti
con conseguente necrosi epatica.
L’incubazione è dell’ordine di 2-6 settimane, mentre la sintomatologia tipica (comune a tutte le epatiti
con diversi gradi di gravità) prevede malessere, disordini addominali, febbre, urine scure(tipico di
problemi epatici) e accenni di ittero. Durante la fase intestinale, prima dell’esplosione dei sintomi (che
avviene dopo la viremia) si trovano grandi quantità di virioni nelle feci, che favoriscono la diffusione
grazie anche alla grande resistenza del virus, che permane a lungo in acqua o ambiente umido.

Nella fase sintomatica si ha un aumento delle transaminasi, perché è il momento in cui comincia il
danno epatico, mentre prima della sintomatologia conclamata si rileva viremia (utilizzata dal virus
per raggiungere la sede epatica). Le IgM compaiono nella fase sintomatica permanendo fino alla fine
della convalescenza; le IgG si presentano tardivamente, essendo rilevabili dalla 5° settimana
(cominciano a metà del periodo sintomatico e aumentano prima della convalescenza).

Epidemiologia
Endemica in tutto il mondo, ritrovandosi in Africa, Asia, America Meridionale ed Europa.

Diagnosi
Marker sierologici: l’incubazione(lunga) permette l’utilizzo efficace della sierologia, ricercando HAV-
IgM (aumentano in fase acuta e diminuiscono dopo la guarigione) e HAV-IgG (dopo la loro comparsa,
permangono per tutta la vita, dando una immunità duratura). Il tipo di Ig coinvolto indica la fase
dell’infezione:se sono presenti solo IgM è acuzie iniziale, IgM e IgG acuzie e convalescenza, solo IgG
infezione passata.

Vaccino e trattamento
Sono disponibili due forme vaccinali, una antiquata (virus inattivato in formalina) e una più moderna,
attualmente utilizzata in profilassi; determinato tramite l’inserimento del genoma virale in lieviti,
che producono gli antigeni virali i quali, dopo purificazione, verranno iniettati per fornire resistenza
contro il pool proteico dell’HAV.
Non esiste un trattamento, visto che l’epatite viene risolta autonomamente dal sistema immunitario.

- Epatite E (HEV) -
Appartenente alla famiglia dei Caliciviridae, ha un RNA+ monocatenario, con Φ di 30 nm e assenza di
pericapside; è distinto in 4 genotipi e si trova in acqua contaminata, che permette la trasmissione
oro-fecale.

Trasmissione, patogenesi e clinica


L’inizio della sintomatologia avviene in corrispondenza del rialzo delle transaminasi, con
presenza di virus nelle feci e viremia che precede la patologia (necessaria per la localizzazione
epatica). Le IgM anti-HEV si sviluppano all’inizio della viremia, per poi scomparire dopo la
convalescenza, mentre le IgG aumentano contestualmente alla sintomatologia e si mantengono per tutta
la vita.

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L’incubazione va dalle 2-9 settimane, risultando particolarmente grave nelle donne in stato gravidico
nelle quali può raggiunge il 20% di mortalità. La sintomatologia è la medesima di tutte le epatiti, con
dolore all’ipocondrio dx, itterizia, malessere, addominalgie, urine scure.

Il genoma di HEV ha tre diversi ORF (open reading frame), dei quali l’ORF-1 codifica per gli enzimi come
la RNA-polimerasi RNA-dipendente, l’ORF-2 per la proteina strutturale del capside e la ORF-3 una
proteina pro-flogistica che, aumentando la flogosi epatica contribuisce alla sintomatologia clinica con lo
scopo di creare un ambiente favorevole al virus.

Vaccino e trattamento
Non esiste un vaccino e nemmeno terapie efficaci; la malattia negli adulti immunocompetenti viene
eradicata dal sistema immunitario.

- Epatite B (HBV) -
Appartenente alla famiglia degli Hepadnaviridae, ha un DNA di 3,2 kbp parzialmente bicatenario (il
2° filamento non è completamente sintetizzato), localizzandosi in un capside (particella di
Dane:”identificata come il virione completo del virus dell'epatite B è costituita da due strutture
concentriche: una struttura centrale, composta a sua volta da un nucleocapside a simmetria
icosaedrica, da una molecola di DNA circolare in parte a doppia elica formata da un filamento lungo L (–)
e da uno corto S (+), e dall'enzima DNA-polimerasi (DNA-dipendente) e una struttura esterna
(envelope) composta da un involucro proteico. Le due strutture determinano rispettivamente
l'antigene centrale (HBcAg) e l'antigene di superficie (HBsAg)” di 42 nm di diametro, costituendo la
particella infettante principale, con simmetria icosaedrica e envelope. La produzione di proteine
dell’envelope (HBsAg) in eccesso porta alla creazione di particelle difettive rotonde o ovali,
rintracciabili sempre numerose nel sangue (più della particella di Dane), ma che non possiedono il
genoma virale, non risultando quindi di alcun potere infettante. Non cresce in vitro.
La diffusione è ubiquitaria (Africa, Asia, Europa, ecc…); in Italia in passato era un virus ad alta
endemia, mentre attualmente le sue manifestazioni sono molto più contenute, grazie al miglioramento
delle condizioni igieniche e alla vaccinazione obbligatoria.

Antigeni dell’HBV
La particella infettante (di Dane) presenta diversi antigeni, l’HBsAg (HB surface antigen), antigene che
si inserisce nella membrana che forma il peplos, e l’HBcAg (HB capside antigen), proteina che
costituisce la capsula proteica virale e ne costituisce l’antigene. All’interno del capside, oltre al DNA
bi-catenario circolare incompleto, si ritrova anche l’enzima DNA-polimerasi virale, che il virus
sintetizza e porta con sé.

Il capside contiene l’HBcAg, codificato del gene C e che costituisce il core virale, e l’HBeAg, trascritto
dal gene C+preC, sintetizzando l’antigene E, che viene secreto all’esterno della cellula. Il gene P si
occupa della sintesi di una DNA-polimerasi RNA-dipendente.
Nel pericapside si rintracciano proteine che presentano l’antigene HBsAg, sintetizzate dal gene S
(gp27), dal Gene S+preS1 (gp36) e dal gene S+preS1+preS2 (gp42).

Nel genoma, oltre a queste sequenze geniche, si rileva anche il gene X, che codifica una proteine
promoter della trascrizione capace anche di inattivare p53(aumentato rischio carcinoma).

Replicazione
Dopo l’infezione il DNA, circolare e bicatenario incompleto, viene trasferito nel nucleo dove
enzimi cellulari completano la sequenza genetica del virus ; quindi il DNA bicatenario completo
viene trascritto dalla RNA-polimerasi cellulare formando mRNA sub-genomici e RNA pre-
genomici (RNA+) in cui è trascritta l’intera sequenza della catena stampo (RNA-) del genoma.
Questi vengono trasferiti nel citoplasma, dove la traduzione del mDNA porta alla sintesi di proteine
virus-specifiche (proteina X), mentre gli RNA pre-genomici fungono sia da mRNA (sintesi proteine del
capside e DNA-polimerasi RNA-dipendente virale) che come stampo per la sintesi del DNA della
progenie virale (la replicazione è complessa, perché richiede un intermedio a RNA che venga

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retro-trascritto da una RT). Si forma quindi un complesso DNA-RNAstampo(ossia DNA che si è


formato da questo RNA stampo ancora attaccato), il quale RNA viene rimosso per la sintesi della
2° catena di DNA, con la formazione del genoma della progenie circolare parzialmente bicatenario. Il
virione quindi acquisisce il pericapside dal reticolo endoplasmatico, nel quale sono state inserite
proteine virali di superficie (HBsAg) e viene liberato all’esterno. Il materiale pericapsidico viene
sintetizzato in eccesso rispetto alla produzione di virioni, quindi si organizza in strutture sferoidali o
ovalari (22 nm di diametro) risultando facilmente rilevabile nel sangue, dove viene utilizzato come
metodo diagnostico tramite ricerca sierologica; la mancanza del DNA ne impedisce la virulenza.

Trasmissione e clinica
La trasmissione avviene per via parenterale (tramite sangue, rapporto sessuale o via verticale);
subito viremia, che ne consente l’arrivo al fegato, dove si lega al proprio recettore e penetra
nell’epatocita, dove esegue replicazione dando necrosi epatica diffusa (epatite).
L’incubazione è di 40-120 giorni, all’esordio si presentano malessere, inappetenza, addominalgie, feci
pallide, urine scure, febbre, ittero.
Nei fluidi corporei, il virus si ritrova con diversa frequenza in base al tipo di campione: nel sangue e nel
essudato è presente ad alta concentrazione , mentre in sperma, secrezioni vaginali e saliva è presente
in quantità minore, ma sufficiente al rischio di infezione; in urine, feci e sudore, lacrime e latte
materno il numero di virioni è insufficiente a causare infezione.
Le categorie a rischio sono quelle che possono entrare maggiormente in contatto con persone o oggetti
infetti, come conviventi di HBV+, tossicodipendenti (aghi infetti), omosessuali, prostitute, viaggiatori in
zone di alta endemia, personale sanitario, addetti alla raccolta e smaltimento rifiuti.

HBV ha tre quadri clinici possibili:


- Decorso acuto con recupero completo: lo sviluppo prevede una acuzie circoscritta dal sistema
immunitario
- Epatite fulminante: l’1% delle epatiti, a causa di quantità di virus elevate e stati di
debilitazione nell’ospite, possono portare alla morte in pochi giorni il 90% dei soggetti colpiti da
questa patologia
- Infezione cronica: l’impossibilità del sistema immunitario di controllare l’infezione comporta la
persistenza del virus, quindi il malato nel 10% dei casi diviene portatore; la cronicizzazione non
contrastata può condurre a cirrosi epatica o a epatocarcinoma
Si considerano 200.000 portatori di HVB, nei quali l’epatite cronica aggressiva può evolver a cirrosi e
questa in carcinoma epatico.

Diagnosi
L’HBsAg è presente nel sangue sottoforma delle particelle difettive durante l’incubazione,
scompare a metà della fase acuta (sintomatologia conclamata) per l’aumento degli anticorpi.
HbcAg invece è difficilmente rilevabile, perché sono poche le particelle di Dane in circolo durante
l’incubazione e calano sempre a causa della produzione di anticorpi dedicati. Le IgM anti-HBc si
sviluppano con picco durante l’acuzie, mentre durante la convalescenza si presentano anche le IgM
anti-HBs (che però mantengono un basso profilo al contrario delle HBcAg, che aumentano
notevolmente). Sono le IgG anti-HBc che forniscono l’immunità. (???)
Per casi di cronicizzazione la presenza di HBsAg e HBcAg diventa continua nel sangue, senza
seguire l’ andamento classico in funzione delle fasi della malattia.

Vaccino
I primi vaccini avevano HBsAg purificato da sangue di portatori cronici (non cresce in colture cellulari
in vitro); attualmente si utilizza il gene S e pre-S clonati in colture di lieviti, eliminando il rischio
della contaminazione del vaccino da parte di altre malattie che infettavano il malato cronico.

- Epatite D (HDV) -
È un virus difettivo (genere Deltavirus), incapace di generare autonomamente progenie e che
necessita della simbiosi con il HBV, di cui utilizza il HBsAg per costruire il proprio pericapside. È un
virus a RNA- monocatenario circolare, di 40 nm di diametro e l’envelope esterno (non sintetizzato da

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lui); l’antigene delta (HDAg) costituisce il capside. Circa il 10% dei portatori di HBV contrae anche l’HDV,
sempre con trasmissione ematogena(è vero che gli affetti da HBV possono anche non avere HDV mentre
quelli con HDV devono sempre avere anche HBV).
Presente un unico sierotipo, sono stimati 20 milioni di infetti al mondo, diffusi ubiquitariamente
tranne che in Russia.

Si può avere coinfezione HBV-HDV, con infezione simultanea in soggetto HBsAg+ e anti-HBsAg-
(l’infezione da HDV è contestuale a quella da HBV, prima che avvenga l’acuzie di quest’ultima,cioè si
trova l'antigene nel sangue ma non ancora l'anticorpo specifico), oppure sovrainfezione, quando
l’HDV viene contratta da un soggetto che ha una HBV cronica.

La sintomatologia è contestuale a quella di tutte le epatiti, peggiorata dalla comune presenza di due
virus epatitici e elevate transaminasi ematiche. Durante l’incubazione si presentano IgM anti-HDAg
che riconoscono la proteina capsidica; successivamente compariranno anche le IgG anti-HDAg, che
permarranno fornendo una protezione duratura.

Diagnosi
Le IgM anti-HDAg sono marker sierologici dell’infezione in atto; la loro copresenza con le IgG
indica la fase finale dell’acuzie, mentre le sole IgG anti-HDAg sono indice di infezione pregressa.
In caso di effetti cronici, sia IgG che IgM rimarranno elevate nel sangue.
Anche la PCR per la ricerca del genoma virale risulta ottimo a livello diagnostico.

Vaccino
Non ne esiste uno per l’HDv, tuttavia è sufficiente eseguire la vaccinazione anti-HBV per eradicare la
patologia, perché senza le HBsAg di quest’ultimo non si ha progenie virale e quindi infezione (HDV può
replicare autonomamente, non è in grado di effettuare l’ultimo step maturativo, che consiste nella sintesi
del pericapside).

- Epatite C (HCV) -
Appartenente alla famiglia dei Flaviviridae e al genere degli Hepacivirus, ha un diametro di 60 nm e il
pericapside. Il genoma è un RNA+ a catena singola di 9,5 kbp, scarsamente resistente all’ambiente
esterno a causa del peplos. Il serbatoio sono i soggetti infetti, che possono trasmetterlo con meccanismo
simile all’HBV (via parenterale, sessuale, verticale).
Dà infezione spesso asintomatica, risultando latente fino a quando non provoca il tracollo del
fegato, a seguito di reiterati insulti flogistici e necrotici, che portano a cirrosi epatica o a
epatocarcinoma.

Genoma e recettori
Codifica un’unica poli-proteina che viene poi tagliata nelle 3 proteine strutturali (una che si lega
all’RNA formando il core virale e E1 e E2 che vengono inserite nell’envelope) e 5 non-strutturali (NS,
dotate di attività enzimatica). La variabilità genomica permette di riconoscere 6 genotipi principali.
Secondo la classificazione di Simmonds, i genotipi principali sono 6, che differiscono fra di loro per un
30% delle sequenze genomiche; i sottotipi sono gruppi all’interno dei genotipi che differiscono per il
15% del genoma (a, b, c, …). Infine le varianti differiscono per meno del 3% del genoma.

Il recettore del’elezione è il CD81, il quale determina ingresso solo quando è in associazione con
altre molecole di superficie, come SRB1 (recettore scavenger che riconosce un ampio ventaglio di
molecole) e dei complessi giunzionali claudina e occludina.

Trasmissione e clinica (per la grande eterogeneità antigenica ci sono:rischi di sovrainfezioni, così


anche vaccini e farmaci risultano inutili a parte ribavirina e INF-alfa)
L’HCV, a causa della grande variabilità (genoma a RNA), può presentare alta eterogeneità
antigenica, riuscendo a reinfettare individui già infettati che sono riusciti ad eliminare il virus
autonomamente (20% dei casi di epatite C); inoltre risulta difficile l’allestimento di vaccini (gli

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antigeni immunogeni cambiano continuamente e sono diversi fra i vari genotipi) e la produzione di
farmaci efficaci (bersagli terapeutici che mutano frequentemente).
La forma più comune è l’HCV 1b, che riguarda il 50% dei casi.
Si considerano 200 milioni di persone infettate, 1,5 milioni solo in Italia (sottostimate), prevalente nel
sesso maschile, intorno ai 20-30, con diffusione ubiquitaria.
L’infezione da HCV si pone per la massiccia replicazione nel tessuto epatico e cronicizza facilmente,
raggiungendo l’85% dei casi, mentre solo il 15% tende a risoluzione spontanea. Per
cronicizzazione, un 20% evolve a cirrosi, mentre la restante parte diventa infezione persistente.

Trasmissione materno-fetale
Si stima siano 80 milioni le donne HCV+ in età fertile; di queste il 2% è in stato gravidico. Se l’infezione
è contratta durante la gravidanza, in 1/3 dei casi raggiunge il feto (la viremia è abbondante nella
prima fase, mentre dopo l’incubazione gli anticorpi impediscono concentrazioni ematiche virali elevate).
La contaminazione transplacentare può causare rottura precoce delle membrane e aborto o
infezioni sistemiche del feto; possibile la trasmissione perinatale.

Diagnosi
Ricerca di anti-HCV; se sono assenti è possibile escludere la presenza del virus. Se risultano presenti, si
attua una ricerca sul sangue tramite PCR per verificare se l’infezione è contingente (ritrovamento di
RNA virale) o pregressa, essendo stata risolta autonomamente.

Profilassi e vaccini
Non esiste vaccino, mentre la terapia sembra funzionare se si associano interferone-α e ribavirina,
mantenendo però un’efficacia parziale.

 PICORNAVIRIDAE
Diametro di 20-30 nm, presentano simmetria icosaedrica con 60 capsomeri, ciascuno costituito da 4
proteine (viral protein VP1, VP2, VP3, VP4), che derivano dal taglio di un unico precursore; assenza del
pericapside. Il genoma è composto da una molecola di RNA+ in singola catena.
Divisi in oltre 200 sierotipi, all’interno della categoria vengono utilizzati diversi recettori per effettuare
l’ingresso:
- Rhinovirus  ICAM-1, LDL-R
- Poliovirus CD155 (struttura simile alle IgG)
- Coxackievirus  CAR (superfamiglia delle immunoglobuline)
- Parechovirus  integrine, VLA-2
- EMCV  VCAm
Rispetto a questi virus si applica la “teoria del canyon”, secondo la quale il sito di legame con il
recettore risulta nascosto in un solco del capside; questo meccanismo serve a evitare il
riconoscimento dell’antirecettore da parte degli anticorpi che, non potendo legare l’antigene, non
possono neutralizzare il virus.

Interazione con il recettore e internalizzazione


Il legame con il recettore cellulare consente l’avvicinamento del virus; il capside, assicurato alla
membrana cellulare, rimane fuori, mentre il complesso VP1, VP2 e VP3 causa lesioni della membrana
che permettono l’ingresso del solo RNA+.
Il RNA+, di 7,7 kbp, essendo positivo, va direttamente sul ribosoma e codifica un polipeptide, che
verrà poi tagliato in 3 proteine intermedie (P1, P2, P3) a loro volta scisse in sottopeptidi che
formeranno le proteine virali finali; agli estremi dell’RNA+ si trova la proteina VPg-1, che protegge il
genoma da degradazione e ne permette l’ingresso nella cellula.

Shut-off
La cinetica di replicazione del Picornavirus è rapida, il ciclo replicativo si completa in 5-10 ore;
l’RNA+ è tradotto direttamente sui polisomi e circa mezzora dopo l’infezione la sintesi proteica
cellulare viene ridotta a zero a causa del taglio della proteina EF-4G (elongation factor, necessario al

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ribosoma per lo scorrimento sull’mRNA) dalla proteasi virale P2A (uno dei primi peptidi ottenuti per
proteolisi), con lo scopo di dedicare l’intero comparto sintetizzante alle necessità virali.
La replicazione avviene nel citoplasma (nessuna necessità di enzimi nucleari) con uscita dei virioni
per lisi cellulare, sia per il blocco della sintesi proteica, sia per l’accumulo citoplasmatico.

Trasmissione
Trasmissione interumana per contatto diretto o indiretto, tramite la contaminazione di cibi o
acqua; aerogeno per via interumana.

Tassonomia
Della categoria fanno parte 9 generi, dei quali 7 sono patogeni per l’uomo:
- Rhino: si replica sulle mucose, rimanendo nelle prime vie aeree
- Entero: possono infettare SNC, cuore, scheletro, cute; ne fanno parte Poliovirus e Coxsackie
- Cardio:
- Aphto:
- Hepato: causa l’Epatite A
- Parecho:
- Kobuvirus:
AGGIUNGI…

- Rhinovirus -
Virus principale del raffreddore, esiste in oltre 100 sierotipi, spiegando la facilità di contrazione di
questa malattia (reinfezione). In base alle omologie di sequenza, i tre grandi gruppi sono Human
Rhino virus A, B e C.
Labili a pH acido, risultano termostabili e resistenti a etere e cloroformio grazie alla mancanza del
pericapside. Non crescono oltre i 33°C perché le proteasi virali non riescono a funzionare (ciò spiega
perché l’infezione si fermi nelle prime vie aeree, dove la T° è più bassa, senza dare infezioni
profonde). Sono specie-specifici, se ne conoscono 14 epitopi (antigeni); in vitro crescono in cellule
umane, con un ciclo replicativo che fornisce 100 virioni in 7 ore per cellule infettata.

Patogenesi
Per questioni di temperatura, solo la rinofaringe risulta sensibile a questi virus, nella quale i sintomi
sono dovuti al danno dell’epitelio cigliato, causando scarse conseguenze, tranne la facilitazione di una
eventuale sovrainfezione batterica.
L’incubazione è di 1-4 giorni, durante i quali i virus si replicano nella mucosa nasale e poi nella
trachea senza però dare viremia. L’immunità (IgM, IgG) insorge dopo 1-2 settimane (quando la
malattia si è già obliterata), persistendo per un paio di anni. La cross-reattività fra i sierotipi è
scarsa perché gli epitopi sono diversi, quindi l’immunità è tipo-specifica (Ig sviluppate per un
genotipo non sono in grado di riconoscere un genotipo differente).
I Rhinovirus causano il 45% dei raffreddori nella popolazione, senza periodicità stagionale; altri
virus che contribuiscono in misura minore alla diffusione di questo malanno sono i virus parainfluenzali,
gli Adenovirus, ecc…
La grande diffusibilità di questi microrganismi dipende anche dal fatto che i virioni risultano
presenti nelle secrezioni nasofaringee per circa 10 giorni, quindi anche dopo la risoluzione
sintomatologica della malattia; il virus scompare prima della maturazione degli anticorpi, risultando
però contenuto dal sistema IFN-γ dei macrofagi (risposta innata).
La diagnosi è clinica per la malattia e colturale per quanto riguarda il tipo di virus (la pletora di
virus capaci di causare questa sintomatologia è molto vasta).

Trattamento
Il pleconaril è un farmaco ad ampio spettro capace di inibire buona parte dei Picorna; la molecola
lega la tasca idrofobica della superficie virale inducendo un cambio conformazionale che porta
ad alterato legame con il recettore. Nella cellula, inibisce la formazione dei capsidi integrandosi
nelle tasche idrofobiche e interrompendo la maturazione del capside. In sostanza, l’azione si dipana

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lungo due vie, la chiusura del canyon e l’impedimento della formazione del capside per ingombro
sterico.

- Enterovirus -
Patogeni a diffusione oro-fecale, acido-resistenti. Comprendono la categoria dei Poliovirus (solo i tre
genotipi A, B e C del virus) e le categorie Human Enterovirus A, B (Coxsackievirus), C e D.
Si replicano nell’intestino, tuttavia danno scarsi effetti gastrointestinali, utilizzando il tubo
alimentare soprattutto per la diffusione (feci).

Trasmissione
Vengono eliminati dalle vie respiratorie per 1-3 settimane e fino a 8 settimane tramite le feci ,
dopo la contrazione dell’infezione (i virus risultano presenti nei campioni biologici anche dopo che la
patologia è scomparsa). Esistono però delle eccezioni, come il Coxsackie A21, trasmesso principalmente
per via respiratoria, e l’Entero7, per contatto diretto.
Il tropismo degli Enterovirus è per le cellule epiteliali intestinali, ma anche per i neuroni del SNC; si
replicano ottimamente a 37°C e presentano acido-resistenza, che ne consente la sopravvivenza nello
stomaco.

Trasmissione e sintomatologia
Contagio oro-fecale, con replicazione nell’orofaringe e nel canale alimentare specialmente nei
tessuti linfoidi (tonsille e placche di Peyer); la contaminazione linfatica permette una viremia
transitoria che porta i virioni nei propri organi-bersaglio (SNC, midollo, meningi, miocardio, cute,
in base al tropismo del genotipo coinvolto). L’incubazione è di 1-2 settimane.
La sintomatologia iniziale presenta manifestazioni prodromiche, come febbre, malessere, nausea,
addominalgie, cefalea, rigidità nucale. A questa prima fase segue poi quella specifica del virus, con
sviluppo di patologie specifiche. La patogenesi deriva dalla citolisi virus-indotta che colpisce i tessuti
infetti.

Il virus è rintracciabile 2 giorni prima dei sintomi prodromici nelle secrezioni, poi perdura nella
oro-faringe fino a 2 settimane dalla scomparsa dell’infezione. nelle feci permangono fino a mesi dopo
la guarigione.

Infezioni da Enterovirus nei bambini


In età pediatrica, questi virus causano il 90% delle malattie febbrili acute e delle meningiti virali
(da parte del Coxsackie B), oltre a casi di encefaliti (Coxsackie A), mieliti, miopericarditi (Coxsackie B),
congiuntiviti emorragiche, infezioni neonatali.

Diagnosi di infezione
- Isolamento colturale: l’effetto citopatico si evidenzia in un giorno in colture cellulari nelle quali
è stato isolato un campione di virus raccolto da tampone naso-faringeo, saliva, feci, CSF
- PCR: applicato nei casi sospetti di meningite, per ottenere risposte in tempi brevi
- Sierologia: poco utilizzata, perché si ha micro neutralizzazione solo nei confronti del
sierotipo specifico, per cui prima di attuarlo occorre avere almeno ristretto il campo a poche
categorie verificate con questo sistema.

- Poliovirus -
Classificati in 3 genotipi, sono trasmessi per via aerogena o oro-fecale (la più efficace); l’incubazione è
di 1-2 settimane, secondo un andamento bifasico.
A seguito dell’infezione si sviluppa una malattia minore che può evolvere a guarigione o allo
stadio meningitico; questa fase causa danni reversibili, tanto che l’evoluzione può comprendere la
completa guarigione; se la sequela patologica continua, si arriva alla malattia paralitica maggiore ,
che, anche se termina con la guarigione, comporta danni paralitici permanenti.

La crescita virale avviene nell’intestino dove, tramite le placche di Peyer, il virus raggiunge prima
la linfa e poi il sangue, raggiungendo il SNC; la replicazione nei neuroni, soprattutto delle corna

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anteriori, ne causa degenerazione e morte; a cui si accompagna una forte reazione infiammatoria che
peggiora le condizioni del midollo spinale, promuovendo proliferazione della microglia (che
sostituisce i neuroni persi) e edema tissutale.
L’effetto di questa lesione nervosa è la paralisi flaccida dei muscoli innervati dai neuroni interessati,
con diversa gravità in base ai centri motori interessati.
Nei paesi industrializzati l’incidenza è dello 0,03x10 6, mentre in certe zone dell’Africa può raggiungere i
200x106.

Vaccinazione
Sono disponibili due tipologie di vaccini:
- Vaccino Salk (inattivato): inoculato sottopelle, permette la formazione di IgG, fornendo
livello di protezione intermedia (il virus inattivato potrebbe non stimolare adeguatamente il
sistema immunitario); il costo è alto
- Vaccino Sabin (attenuato): per os, sviluppa IgG e IgA, protezione lunga a basso costo; casi di
trasmissione involontaria (essendo un virus infettante, anche se senza tropismo per SNC, può
essere trasferito per circuito oro-fecale, immunizzando chi lo contrae). Rischio di mutazione con
ritorno della virulenza in rari casi

- Cocksackievirus -
Può causare sintomi simil-poliomielitici, ma blandi e senza esiti. Viene diviso nel gruppo A e B, a
seconda della capacità di dare patologie nel topino neonato (la A causa miosite e necrosi del tessuto
muscolare, la B placche necrotiche nel sistema nervoso).
La rosa delle malattie promosse dai Coxsackievirus è abbastanza ricca:
- Erpangina (faringite vescicolare): faringite febbrile accompagnata da vomito, cefalea,
dolori addominali e muscolari. Presenti numerose vescicole nelle fauci, che diventano
ulcere dolenti. Guarigione spontanea, è la manifestazione più frequente del Coxsackievirus A
- Meningite asettica: a liquor limpido senza pus e quindi assenza di batteri. Sostenuta dai
Coksackievirus di tipo B; guarigione spontanea
- Mialgia epidemica (pleurodinia:Dolore molto intenso ai nervi pleurici e ai muscoli
intercostali.): più frequente fra i Coxsackievirus B, causa febbre, cefalea, dolori muscolari
violenti localizzati a torace e addome
- Miocarditi e pericarditi: sostenute da CoxB, affezioni gravi che alla guarigione lasciano
alterazioni della funzionalità cardiaca
- Infezioni neonatali: da CoxB, portano a epatite o encefalite nel feto, causando prematurità e
peso ridotto alla nascita
- Manifestazioni esantematiche: di tipo maculare o papulo-maculare, oppure la malattia mano-
piede-bocca(L’eruzione si concentra sopratutto sui palmi delle mani e piante dei piedi ),
nella quale si determinano esantemi vescicolari, dovuta a CoxA
- Rinite: il CoxA causa una malattia simile al raffreddore comune
Sembra che il CoxB possa essere responsabile dell’insorgenza del diabete mellito a causa
dell’omologia tra proteine di questo virus e l’enzima glutammico-decarbossilasi delle cellule β
del pancreas, stimolo in grado di promuovere la risposta di T autoreattive che innescano una malattia
autoimmune.

Identificazione
La sintomatologia porta alla diagnosi del tipo di disturbo, mentre per verificare il ceppo di virus
che lo ha causato è necessario l’isolamento colturale tramite tampone oro-faringeo o campioni fecali.

I ceppi 68, 69, 70 e 71 sono in grado di essere gli agenti eziologici di diverse manifestazioni morbose:
- 68, 69, 70: esantemi vescicolari
- 70, 71: meningiti asettiche, encefaliti
- 71: congiuntivite emorragica (impianto diretto sulla congiuntiva); congiuntivite con estesa
emorragia sottocongiuntivale
- 71: malattie simil-influenzali, sindromi simil-poliomieliche

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- Parechovirus -
Ne esistono 8 tipi, che causano leggere infezioni gastrointestinali o respiratorie; rintracciabili nella
maggior parte delle otiti, possono dare anche meningiti asettiche.

- Aftovirus -
Malattia del bovino che talvolta supera la barriera di specie, risultando rintracciabile nella saliva,
feci, urine, latte e carne (alto rischio per gli allevatori). Nell’uomo causa una zoonosi a seguito di
contatti diretti e prolungati con bestiame infetto, che dopo una incubazione di 1 settimana causa febbre
e vescicole su mano, bocca e piede; recede spontaneamente in 1 settimana. Diagnosi differenziale
con la sindrome piede/mano/bocca.

 MYXOVIRIDAE
Comprende due sottofamiglie, gli Orthomyxovirinae e i Paramyxovirinae.

- Orthomyxovirus - (“avere un genoma segmentato vuol dire contenere segmenti di entrambi i


virus parentali, che, durante il montaggio e la maturazione, possono essere casualmente
distribuiti nei virioni di progenie. Ne risulteranno, quindi, virioni dalle caratteristiche intermedie
)(Il genoma dei virus influenzali è segmentato in più filamenti di RNA, in genere ciascuno
codificante per una ORF (open reading frame).
Come nel riassortimento dei cromosomi umani durante la meiosi, allo
stesso modo questi segmenti genomici possono impacchettarsi casualmente in diversi
virioni, creando un numero 'n' di combinazioni da cui possono originare diversi
fenotipi virali. “)
Genoma a RNA- segmentato(Tipo di genoma virale diviso in più parti ciascuna delle quali si
ritiene codifichi una singola catena polipeptidica), che esegue una replicazione
nucleare/citoplasmatica; il diametro è di 80-120 nm. L’RNA è formato da 8 segmenti distinti,
funzionanti come singoli geni; le proteine NP sono associate al materiale genetico, stabilizzandolo.
La simmetria è elicoidale e presenta pericapside. Essenziali per il legame al recettore e la fusione alla
membrana plasmatica sono l’emoagglutinina e la neuroamminidasi. La matrice virale (fra capside e
pericapside) è costituita da proteina M, che si mantiene sotto l’envelope.

Proteine della matrice


Sono presenti due proteine della matrice:
- Matrix protein 1: dona rigidità al pericapside; viene trasportata nel nucleo perché è coinvolta
nell’uncoating della RNP(ribonucleoprotein)
- Matrix protein 2: forma canali nel capside, che permettono il passaggio di ioni, favorendo
l’acidificazione del’endosoma

Genoma
Gli 8 frammenti codificano ognuno per una struttura definita; i primi tre (1, 2, 3) si occupano del
complesso della polimerasi virale, il 4 della HA(emoagglutinina), il 5 delle nucleoproteine (NP), il 6
della NA(neuroamminidasi), il 7 delle due proteine della matrice (MP1 e MP2) e l’8 di proteine non
strutturali (NS).
- HA: l’emoagglutinina è una proteina bastoncellare che si associa ad altre HA per formare
trimeri, i quali legano il recettore (l’acido sialico per l’influenza). Il legame al recettore
necessita di una proteasi cellulare, che scinda l’HA in due componenti, uno maggiore e uno
minore, che possiede il sito di legame per l’acido sialico. La capacità di legarsi all’acido
sialico dei globuli rossi conferisce al virus proprietà emoagglutinanti, da cui il nome della
proteina
- NA: proteina che si complessa tetramericamente; la neuroamminidasi scinde l’acido sialico
(neuro-amminico) dopo che questo è stato legato dal frammento minore dell’HA. Ciò serve a
impedire che i virioni neoformati, una volta fuoriusciti, possano legarsi alla cellula
infettata rimanendo associati ad un soma morto piuttosto che diffondere per infettare nuove
cellule

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Legame ed endocitosi
L’ingresso nella cellula avviene per endocitosi, dopo che il virus ha preso contatto con il
plasmalemma. L’endosoma che si viene a formare si fonde con i lisosomi; il pH acido, che attiva gli
enzimi, permette la scissione proteolitica dell’HA , la quale presenta la tasca di legame con l’acido
sialico presente nella membrana dell’endosoma , che viene scisso dalla NA. La successiva fusione
permette al capside di entrare nel citosol per poi proseguire verso il nucleo. L’RNA- funge da
stampo per l’RNA-polimerasi virale la quale produrrà un filamento di RNA+ per la replicazione e la
sintesi proteica. L’assemblaggio dei virioni avviene nel citoplasma, mentre la liberazione si ha per
gemmazione.

Patogenicità
Gli Orthomyxovirus patogeni per l’uomo sono quelli dell’influenza, divisibili in tre specie (A, B, C); sono
distinti in base alla struttura della emoagglutinina. La specie A è altamente patogena, potendo
infettare oltre all’uomo anche uccelli e suini (reservoir animali), mentre la B e la C hanno patogenicità
molto limitata.

Influenza A
All’interno di questa sottospecie si riconoscono 16 sottotipi di HA e 9 di NA. Tutti i sottotipi sono stati
rintracciati in uccelli selvatici, soprattutto quelli acquatici, che fungono da fonte di infezione per gli
altri animali come suini, equini, altri volatili. La variabilità è tale a causa dei frequenti
riassortimenti, favoriti dalla segmentazione dell’RNA.

La nomenclatura è un codice che indica la specie (A, B, C), la località dove è stata isolata la prima volta,
il numero del ceppo e l’anno di isolamento, oltre al nome del sottotipo del virus. Es. H1N1, H2N2, tipici
sottotipi dell’uomo (H ed N indicano il sottotipo di HA e NA presente nel pericapsde del virus).

Meccanismo patogeno e sintomatologia


Si contrae per contatto diretto o per via aerogena, incubando per un paio di giorni; distrugge
l’epitelio ciliato delle vie aeree, favorendo sovrainfezioni batteriche; tendenzialmente, in assenza di
complicanze, si risolve autonomamente in 1 settimana . In persone anziane o immunodepresse può
scatenare patologie polmonari anche gravi. I batteri che più comunemente danno sovrapposizione sono
lo S. aureus (presente nella faringe), l’H. influentiae e gli streptococchi emolitici.
La replicazione avviene anche nelle vie aeree profonde, dando una fase di viremia transitoria. I sintomi
sono prodromici: febbre, dolori articolari, cefalea, nausea, diarrea.
Il livello di virus nella saliva è elevato nei primi 3 giorni, perché gli anticorpi aumentano solo dopo
che il virus è stato eliminato dalla produzione d’interferone da parte della immunità innata e dalla
attività citotossica dei linfociti T. Gli Ab contro la HA impediscono la reinfezione(perchè è questa
che si lega al recettore per l'acido sialico dell'endosoma cellulare), ritrovandosi soprattutto come
IgA nelle secrezioni e IgG ematiche, fornendo la immunità allo specifico ceppo influenzale.

Diagnosi di infezione
Cresce bene in coltura, ma anche la ricerca di HA tramite anticorpi su tamponi nasofaringei o lavaggi
bronchiali ne permettono l’identificazione(immunofluorescenza). La PCR è una procedura molto diffusa.
Anche inibizione dell'emoagglutinazione.
Le IgA forniscono una protezione che si protrae per al massimo 1 anno, mentre le IgG rendono immuni a
quello specifico sottotipo per oltre 5 anni, deputate al contenimento della viremia.

La frequenza delle reinfezioni dipende dall’alta variabilità del virus:


- Antigenic drift(deriva antigenica per accumulo di mutazioni): l’RNA-polimerasi induce una
mutazione puntiforme ogni 100.000 virioni prodotti; ciò favorisce l’acquisizione di vantaggi
selettivi, permettendo la sopravvivenza del virus e il mantenimento della capacità infettante,
infatti le numerose mutazioni, anche se piccole, permettono al virus di evitare la risposta
immunitaria, che ogni volta deve adeguarsi ad un epitopo diverso
- Antigenic shift: se due virus diversi si replicano nella stessa cellula, alcuni virioni neoformati
avranno frammenti genomici di entrambi (virus riassortiti), ottenendo NA o HA totalmente

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nuovi. Ciò può avvenire nelle cellule animali e permette di eseguire il salto di specie, dotando
ceppi umani di recettori di ceppi animali

Vaccini
L’unica strategia difensiva consiste nei vaccini, che sono però di difficile realizzazione; quando si isolano
ceppi con antigeni HA e/o NA nuovi, questi vengono coltivati, isolati dagli antigeni tramite detergenti e
purificati, per produrre il vaccino per la popolazione.
Pandemie:
spagnola (1918 H1N1)-Asiatica(1957 H2N2)-HONG KONG(1968 H3N2)-H1N2(2000-2002),influenza
suina 2009(H1N1)
Complicanze
Il ceppo pandemico del 2009 fra gli 8 geni presentava:
- 2 geni aviari del ‘79
- 3 geni aviari del ’18 (spagnola era H1N1)
- 2 geni del suino
- 1 gene aviario del 2009
Solitamente sono gli anziani (over 65) a essere colpiti, tuttavia nel 2009 i bersagli preferiti erano i
bambini da 1-4 anni perché l’H1N1 è stato isolato nel ’79, quindi gli anziani hanno una certa immunità
contro questo ceppo. Il rischio di queste infezioni sono sovrapposizioni batteriche che comportano il
rischio di polmoniti gravi.

Farmacologia
Amantadina e rinantadina legano N2 (NA)(“M2, permette al virus di aderire alla superficie cellulare,
mediando così l'esposizione del RNA virale. L'amantadina, legandosi alla proteina virale, impedisce al
virus di aderire alla cellula bersaglio.in più inibisce la liberazione dei nuovi virioni. )”, inibendo la sua
funzione di canale ionico e impedendo l’acidificazione dell’endosoma; la replicazione si arresta
perché il virus non riesce a penetrare nelle cellule se HA non viene tagliata proteoliticamente.
Zanamivir e oseltamivir legano la neuroamminidasi(che dovrebbe scindere acido sialico) e
impediscono la fusione con la membrana.

Paramyxovirinae
Genoma a RNA- non segmentato, replicazione citoplasmatica e diametro di 120-250 nm.
La struttura virale presenta la emoagglutinina e la neuroamminidasi (HN) unite, mentre la fusione
con la membrana viene coadiuvata dalla proteina F. La proteina HN ha proprietà recettoriali, mentre
la proteina F si occupa dell’ingresso del virus nella cellula; normalmente inattiva, viene attivata da
una proteasi cellulare nell’endosoma.
Altre proteine codificate dal genoma sono la NP (nucleoproteina), la proteina L, la proteina P (fosfo-
proteina polimerasica) e la proteina M (costituisce la matrice virale).
Il ciclo replicativo è lungo con formazione di inclusioni citoplasmatiche e degenerazione della cellula
ospite in 2 settimane.

Ai Paramyxovirinae appartengono i Paramyxovirus (virus parainfluenzali), i Rubulavirus (virus della


parotite) e il Morbillivirus (virus del morbillo), mentre i Pneumovirirus (virus respiratorio sinciziale,
metapneumovirus) sono stati separati nella categoria dei Pneumovirinae.

- Paramyxovirus (divisi nei generi Respirovirus e Rubulavirus) -


Virus parainfluenzali, sono divisi in quattro tipi diversi(5) e causano infezioni respiratorie con diversa
sintomatologia in base all’età: nei bambini l’infezione è severa e diffonde a laringe, trachea, bronchi
e polmone, potendo causare polmonite; negli adulti si limita al naso-faringe. L’incubazione dura un
paio di giorni mentre la trasmissione è per contatto o aerogena; l’immunità è modesta.
La patologia ha sintomi in comune con l’influenza, come le laringo-tracheiti (associate ai tipi 1 e 2), ma
sono meno legati alla stagione fredda. Labili al trattamento con tensioattivi o con calore, questi
virus sono specie-specifici. La carica virale nella saliva cala entro 4 giorni grazie alla produzione di
interferone e alla risposta cellulo-mediata , mentre gli anticorpi sierici si alzano quando l’infezione si
è già esaurita.

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- Rubulavirus -
È il virus della parotite(conosciuta con il nome popolare di orecchioni), tipica malattia dell’infanzia
che causa ingrossamento delle parotidi e febbre, con guarigione spontanea; in rari casi può dare
complicanze che interessano il SNC e il pancreas. Negli adulti dissemina, complicandosi in orchite
(infiammazione testicolare, con atrofia e sterilità).
Si trasmette tramite contatto interumano o tramite la saliva e l’incubazione dura 15 giorni; il virus
entra nelle vie respiratorie e si replica nelle parotidi, che reagiscono con una forte infiammazione.
Tramite il sistema linfatico il virus raggiunge la milza, dalla quale guadagna il sangue, per poi
raggiungere testicoli, ovaie, pancreas, tiroide e le altre ghiandole salivari.

Diagnosi
Tipicamente clinica, a causa del tipico gonfiore delle parotidi; in caso di dubbi si ricorre all’isolamento
in vitro oppure si ricercano gli antigeni su un tampone faringeo. Sequenze riconoscibili permettono
l’uso della PCR.

- Morbillivirus -
Causa il morbillo e ne esiste un solo tipo. È un’infezione tipica dell’infanzia con trasmissione per via
aerogena, risultando molto contagiosa (bastano pochi virus per l’instaurarsi dell’infezione).
L’incubazione dura meno di 2 settimane; la prima replicazione avviene nella mucosa respiratoria
dove si trova il recettore CD46 (regolatore dell’attività del complemento), poi raggiunge i linfonodi per
infettare le cellule del sistema reticolo-endoteliale (macrofagi e linfociti che espongono CD150),
guadagnando il sangue per raggiungere la cute, dove dà esantema maculo-papuloso a patogenesi
allergica (si sviluppa quando cominciano a essere disponibili gli anticorpi antivirali nel sangue).
Guarisce spontaneamente fornendo una buona immunità, le complicanze sono rare (lesioni meningee o
encefaliche).

La proteina superficiale emoagglutinina (H) riconosce due diversi recettori:


- CD46: largamente espressa su cellule della mucosa respiratoria; nel ceppo di Edmonston è
l’unico recettore riconosciuto
- CD150 (SLAM): molecola che viene esposta da molti leucociti attivati (linfociti, macrofagi, APC);
appartiene alla categoria delle CD2, superfamiglia delle IgG. Permette ai ceppi wild-type la
diffusione
L’attenuazione dei ceppi wild-type porta alla perdita della capacità di legare il recettore CD150, mentre
acquisiscono quella di associarsi al CD46.
CD150 è responsabile del linfotropismo, inoltre il legame con l’anti-recettore blocca il ciclo cellulare in
fase S, impedendo la moltiplicazione monoclonale dei linfociti. Gli anticorpi sono diretti quindi alla
emoagglutinina, perché se viene occupato il sito dell’epitopo questo non può più legare il CD150.

Ceppo vaccinale di Edmonston


Ceppo che riconosce il CD46, mentre ha perso la capacità di legare il CD150; questo permette di
localizzare il virus a livello faringeo, impedendo la diffusione ematica e rendendo attenuato il
ceppo virale.

Nucleoproteina N
Interviene nella replicazione dell’RNA- genomico; l’estremo carbossi-terminale è esposto a livello della
superficie del capside, mentre l’estremo ammino-terminale si associa all’RNA. In base alla sequenza di
questa proteina si sono divisi in 8 gruppi (A  H) i 24 genotipi del virus, ma tutti presentano cross-
reattività per gli anticorpi (tranne gruppo H1).

Sintomi
La manifestazione classica presenta sintomi prodromici (tosse, rinite, febbre) associata all’esantema
caratteristico. La produzione di IgM è rilevabile contestualmente all’esantema, mentre quella di IgG
segue a breve distanza. Il legame a CD150 rende il morbillo un patogeno immunosoppressivo per la
capacità di inibire la moltiplicazione monoclonale dei linfociti. Tende a regredire spontaneamente.

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Spesso capita che ai sintomi prodromici si aggiungano manifestazioni respiratorie (prima infezione a
livello faringeo), con otiti, laringiti e broncopolmoniti.
In una piccola percentuale di casi si può evolvere a panencefalite sclerosante subacuta (o encefalite
ad inclusioni o leucoencefalite sclerosante subacuta), grave affezione altamente letale che colpisce
bambini e giovani adolescenti, con inclusioni dei nucleo-capsidi virali in neuroni e glia del SNC; il ceppo
virale deve però aver subito alcune mutazioni a emoagglutinina e proteina F.
In caso di gravidanza, la contrazione del morbillo può portare a polmoniti (immunosoppressione da
gravidanza) o epatiti, tuttavia il virus non è teratogeno, ma se raggiunge la placenta causa aborto,
mentre negli ultimi mesi di gravidanza porta a parto prematuro.

Terapia
Si sottopone il paziente a un trattamento con interferone e ribavirina.

Vaccino
Ne esistono di due tipi: il vaccino con virus vivo attenuato (ceppo Edmonton) oppure il vaccino MPR
trivalente (morbillo, parotite, rosolia) raccomandato a 12 mesi con richiamo a 6 anni. In percentuali
variabili (da 5-25%) il vaccino può dare come effetti collaterali febbre, esantema, dolori articolari; in 1
caso su un milione si può avere encefalopatia, mentre l’infezione wild-type la causa come complicanza a
1 su 1000. Sconsigliato a immunodepressi e donne in gravidanza.

Diagnosi
- Ricerca di anticorpi: utilizzo di ELISA per evidenziare anticorpi IgM dopo un paio di giorni
dalla comparsa dell’esantema
- Sieroconversione IgG: da utilizzare eventualmente per integrare l’ELISA sulle IgM
- Isolamento colturale: eseguita su fibroblasti embrionali, in presenza del virus le cellule
formano sincizi(fusione di due o più cellule tra loro, con la formazione di una sola cellula
multinucleata )
La diagnosi clinica talvolta è difficile nei casi lievi che assomigliano a rosolia o a Coxsakievirus; in
questo caso è necessaria la ricerca anticorpale.

Pneumovirinae
Comprendono gli Pneumovirus e il Metapneumovirus.

- Pneumovirus -
Manca sia di neuroamminidasi che di emoagglutinasi; è diviso in due gruppi A e B e infetta uomo e
alcuni primati. La trasmissione è respiratoria e la replicazione avviene massivamente nell’apparato
respiratorio. L’infezione neonatale è la causa principale di polmonite infantile, mentre negli adulti
causa lievi infezioni delle vie aeree; il 75% dei casi pediatrici di bronchiolite dipende dal fatto che la
immunità fornita dalla madre dura solo 6 mesi, sottoforma di IgG che risultano poco efficaci, mentre la
principale linea di difesa è dovuta alle IgA che proteggono le mucose (ma non passano la barriera
emato-placentale e quindi il neonato inizialmente non le possiede).

Diagnosi
Si ricerca l’RNA con la PCR per ottenere il riscontro velocemente, a causa della alta mortalità che
questo virus ha nell’ambito pediatrico se non trattato. Si possono anche ricercare gli antigeni su un
tampone.

- Metapneumovirus -
Presente in due sierotipi A e B; a 5 anni il 100% dei bambini possiede anticorpi contro questo
virus, responsabile del 12% delle gravi infezioni respiratorie e del 15% dei raffreddori. Viene
diagnosticato tramite PCR. La trasmissione è aerea, con distruzione dell’epitelio ciliato (rischio di
sovrainfezione), risultando un fattore di rischio negli anziani.
Non esiste vaccino, in quanto a pochi mesi la maggior parte dei neonati ha già avuto il contatto con l’Ag.

 HENIPAVIRIDAE

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Nuove specie virali scoperte a metà degli anni ’90.

- Hendra virus -
Scoperto nel ’94, ha un reservoir nei pipistrelli e infetta i cavalli, che possono trasmetterlo all’uomo,
anche se i casi sono stati sporadici, causa polmonite interstiziale.

- Nipah virus -
Reservoir nei pipistrelli, colpisce i maiali, dai quali si diffonde agli esseri umani (contagio interumano
difficile). Causa gravi encefaliti con incubazione fra i 4-18 giorni e alta letalità.

 RETROVIRIDAE
Di forma sferica, hanno dimensioni di 100 nm e genoma formato da due molecole uguali di RNA
mono-catenario (diploidia). Il capside è elicoidale e presenta envelope; l’assemblaggio avviene nel
citosol. I geni essenziali sono 3, Gag (proteina capsidica), Pol (polimerasi virale) e Env (envelope) e
hanno una disposizione invariata in tutti i retrovirus (5’ – Gag – Pol – Env – 3’).
La famiglia è divisa in 3 sottofamiglie:
- Oncovirus: tutti gli appartenenti sono oncogeni (tranne uno), dando la leucemia a cellule T
umana (HTLV ne è l’agente eziologico)
- Spumavirus: nessun virus patogeno per l’uomo
- Lentivirus: virus ad incubazione molto lenta, comprende HIV (uomo), SIV (scimmia), FIV
(felini), virus che causano l’AIDS

- HIV (RNA +) -
Scoperto negli anni ’80 in seguito a deficit immunitari in giovani maschi omosessuali, che contraevano
polmoniti da Pneumocistis carinii, virus opportunista(PROTOZOO opportunista per LA PLACA)
raramente patogeno. I ceppi principali sono 2, l’HIV-1, a diffusione planetaria, e l’HIV-2, confinato a
Africa, Caraibi e America Meridionale (meno virulento e a latenza più lunga).

Caratteristiche di HIV-1
Il riconoscimento recettoriale è affidato all’envelope, che presenta delle estroflessioni atte allo scopo. La
trascrittasi inversa è legata all’RNA. Le fasi del ciclo replicativo seguono varie fasi: inizia con l’attacco
dell’anti-recettore (gp120) al recettore cellulare (CD4) e ai co-recettori (CCR5, CXR4), che sono
recettori per chemochine necessari al corretto legame; segue la fusione dell’envelope con la membrana
plasmatica, mediata dal peptide fusogeno gp41.
L’HIV-1 può ulteriormente essere diviso in due stipiti:
- Linfotropi: prevalgono nelle fasi tardive dell’infezione
- Macrofagotropi: prevalgono nella fase iniziale dell’infezione e si mantengono durante tutta
la convalescenza; sono quelli maggiormente presenti nei tessuti extra-linfoidi
Il legame con il CD4 ne provoca una contrazione che fa avvicinare il virus alla cellula, permettendo il
legame ai co-recettori CCR5 nei macrofagi e CXR4 nei linfociti. Il legame al co-recettore media un
ulteriore avvicinamento del virus alla membrana, così che il gp41 possa creare un ponte di fusione che
consenta l’ingresso del capside. L’assenza dei co-recettori determina l’impossibilità da parte del
virus di infettare la cellula.

Tropismo cellulare
I macrofagotropi legano il co-recettore CCR5, che serve ai macrofagi per rispondere alle chemochine
RANTES e MIP-1α e β, mentre i linfotropi usano il recettore linfocitario per SDF-1 ((stromal cell-
derived factor-1) is small cytokine belonging to the chemokine family . members of which activate
leukocytes )
I filamenti di RNA+ che entrano nella cellula, tramite retrotrascrittasi, formano un filamento di DNA
che si integra con il genoma; a questo punto i destini possibili sono due, o avviene la produzione di
pro-virus integrati nel genoma della cellula oppure si ha la produzione della progenie virale.

Organizzazione del genoma


Oltre al trio genomico Gag, Pol, Env, il virus HIV-1 codifica per altri 6 geni:

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- Gag: sintetizza le proteine del capside


- Pol: sintesi della retrotrascrittasi (RT) e degli enzimi replicativi RNAsi H e ligasi
- Env: glicoproteine che costituiscono l’envelope, gp120 (lega CD4 e co-recettori) e gp41 (serve
per la fusione)
- Vif: sintetizza P23, una proteina che forse interviene nei momenti finali dell’assemblaggio;
se manca il virus è scarsamente infettivo
- Nef: una sua massiccia espressione causa scarsa replicazione e diffusione del virus,
perché il suo legame induce la degradazione del CD4; questa proteina si ritrova sia dentro
che fuori l cellula infettata
- Tat: lega il promotore dell’HIV accelerando la trascrizione di geni virali
- Vpu: ???(Viral Protein U". Vpu is involved in viral budding, enhancing virion release from the cell
by counteracting BST2 (also known as tetherin). In the absence of vpu, tetherin binds to the viral
envelope and ties it to the cell membrane and other viral particles, impeding release of the viral
particles. )
- Vpr: ???"Viral Protein Ris required for virus replication in non-dividing cells such as
macrophages. Vpr also induces G2 cell cycle arrest and apoptosis in proliferating cells, which can
result in immune dysfunction “
- Rev: ???(In the presence of rev, RNA is exported from the nucleus before it can be spliced, so that
the structural proteins and RNA genome can be produced. This mechanism allows a positive
feedback loop to allow HIV to overwhelm the host's defenses, and provides time-dependent
regulation of replication )

Variabilità di HIV
Si riscontrano diverse varianti a causa del genoma a RNA, poco stabile:
- HIV-1: classificabile in 3 varianti, dovute a altrettante mutazioni che hanno portato il SIV dalla
scimmia all’uomo
o tipo M: causa oltre il 90% dei casi di AIDS, contiene le due varianti A-K e CRFs (varia nel
gene Env)
o tipo N: molto raro, diffuso in Camerun
o tipo O: confinato nell’Africa Centrale
- HIV-MB: diffuso in Europa, America, Asia e Australia
- HIV-AC: predomina nell’Africa Centrale e in Russia

CFR(circulating recombinant form): la retrotrascrittasi realizza 1 errore ogni 2500 basi inserite, per
cui la frequenza di mutazione è elevatissimo; di conseguenza, ogni individuo infetto è un serbatoio di
virioni eterogenei.

Patogenesi dell’AIDS
L’infezione è ematogena (emoscambio), dovuta allo scambio di siringhe infette, rapporto sessuale,
trasmissione perinatale, trasfusioni o emoderivati infetti. Il 95% dei soggetti infettati sviluppano la
malattia conclamata, che porta ad esito fatale dopo molti anni di latenza clinica; la latenza tuttavia
non riguarda i virus, che si moltiplicano costantemente fino a diventare sufficientemente numerosi,
ma la sintomatologia, che compare solo dopo che i CD4+ sono scesi sotto i 500/μl.(normali sono 1500-
3000 per microlitro )
L’infezione si accompagna ad una progressiva e sostenuta replicazione del virus negli organi linfoidi che,
per il periodo asintomatico, viene contrastata e contenuta dalla risposta immunitaria. Segue una
progressiva diminuzione dei linfociti T CD4+ (1000/μl) fino alla soglia critica di 500/μl, sotto la quale
si compromette la capacità della risposta immunitaria, conclamando la malattia.
Oltre alla depauperazione dei CD4+ intervengono anche citopenie periferiche, per la compromissione
della capacità di sopravvivenza e proliferazione dei progenitori ematopoietici CD34+ che si trovano
nel midollo osseo.
L’immunodepressione cellulo-mediata porta(visto che i linfociti eliminano ove possibile le cellule
neoplastiche) all’aumentata insorgenza di tumori(si muore anche di banali influenze a causa della
diminuzione della risposta immunitaria).
L’incubazione può durare fino a 10-12 anni.

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Epidemiologia
Fino a pochi anni fa le cause di infezione erano lo scambio di siringhe e i rapporti omosessuali;
attualmente la via eterosessuale sta aumentando la sua capacità diffusiva (meno protezioni). Il rischio
post-trasfusionale è praticamente nullo per i controlli eseguiti sulle sacche di sangue. In Italia si ha una
incidenza di 5 casi su 100.000 ogni anno, ma al mondo il 25% delle donne risulta sieropositivo.

Quantità virali
- Sangue: 18.000 virioni/ml
- Seme: 11.000 virioni/ml
- Liquido vaginale: 7000 virioni/ml
- Liquido amniotico: 4000 virioni/ml
- Saliva: 1 virione/ml
10 μl di sangue o seme sono sufficienti per trasmettere il contagio. Va detto che la suscettibilità all’
infezione varia sensibilmente da individuo a individuo; certi soggetti, privi dei geni dei co-recettori, sono
insensibili all’infezione, altri risultano molto resistenti (richiesti molti contatti infettivi prima di
contrarre la patologia), alcuni invece contraggono il virus dopo esposizioni anche deboli.

Periodo finestra
Il 90% dei casi diventa sieropositivo entro 3 mesi dal contagio, il restante 10% necessita di 6 mesi dal
contagio per evidenziare a livello ematico i virioni.

Diagnosi di infezione
Una volta verificatasi, l’infezione si mantiene conclamata; la sieropositività comporta che l’infezione
sia in atto.
Gli anticorpi si ricercano mediante ELISA (immunoenzimatica), che deve essere confermato tramite
immunoblotting (le proteine vengono distribuite su uno striscio e se ne controlla la reazione con
anticorpi; la positività si ottiene con almeno due proteine reattive “is a widely used analytical technique
used to detect specific proteins. It uses gel electrophoresis to separate native proteins by 3-D structure
or denatured proteins by the length of the polypeptide. The proteins are then transferred to a membrane
(typically nitrocellulose or PVDF), where they are probed (detected) using antibodies specific to the
target protein “).
Per ricerca diretta, il virus, viene isolato in colture cellulari oppure si cercano gli antigeni virali nel
sangue (p24 molto abbondante).
Per diagnosi tardiva si intendono le diagnosi di AIDS conclamato, senza analisi di
sieropositività(Risposta positiva a un test diagnostico sierologico, ovvero esame di laboratorio eseguito
sulle immunoglobuline del siero e basato sulla reazione Ag-Ac. Il test può risultare positivo per la
presenza nel siero dell'individuo di anticorpi specifici contro un certo antigene saggiato ) (la malattia, in
assenza di controlli medici, è già in stadio avanzato senza che il paziente lo sappia; a questo punto i
sintomi divengono evidenti e gli esami di laboratorio servono solo come conferma)

Follow-up virologico del paziente


si misura la quantità del virus in circolo grazie a 1)quantità del dna virale misurando tramite PCR
2)prove in vitro 3)determinazione di proteina capsidica p24 4) determinazione di quantità di HIV-1-
RNA nel plasma
Viral load
Determina l’efficacia della terapia antivirale.
I test diagnostici riconoscono tutti i sottotipi B di HIV-1.

Farmaci
Attualmente la terapia consiste in un cocktail farmacologico(perchè essendo una malattia cronica,usare
un solo farmaco o farmaci a medesima azione significa creare virus resistenti) che prevede l’utilizzo di
analoghi dei nucleotidi e inibitori delle proteasi, dell’integrazione(dell'integrasi) e della
trascrittasi; farmaci inibitori di CCR5 e CXR4 vengono utilizzati in caso di resistenza. Se la terapia viene

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attuata in tempi brevi (48h dal contagio) c’è la possibilità di impedire l’integrazione del virus e quindi la
guarigione, altrimenti non potrà fare altro che rallentare gli effetti immunodepressivi del patogeno.

Vaccino
Le difficoltà riscontrate nella creazione di un vaccino sono molteplici : intanto viene compromessa la
risposta immunitaria, che è proprio quella che dovrebbe essere stimolata dal vaccino , inoltre il
virus è specializzato nell’evadere la risposta immune e ha altissimo tasso di variazione, rendendo
impossibile il riconoscimento di un antigene da utilizzare in un eventuale preparato.
Un vaccino della Sanofi-Aventis (RV144) riesce a ridurre di 1/3 la possibilità di contagio da HIV; si
basa sull’inoculazione di geni riarrangiati dell’HIV in un poxvirus animale, assieme a gp120
prodotto dal poxvirus ingegnerizzato.

 PARVOVIRUS
Unici virus con genoma costituito da DNA monocatenario; i virus di interesse medico sono il Parvo
virus B19 e il Bocavirus umano.

- Parvovirus B19 -
Presenta un tropismo per le cellule nucleate della serie eritroide, che risultano le uniche permissive
all’infezione, in quanto oltre a possedere il recettore (globoside P) sono anche cellule proliferanti; la
replicazione del B19 infatti dipende strettamente dalla fase S del ciclo cellulare. Il potere patogeno virale
si esplica quindi nei confronti della serie midollare eritroide.

Epidemiologia
L’infezione si trasmette per via aerea ed è contratta solitamente durante l’infanzia; il 70% della
popolazione adulta presenta anticorpi contro questo virus.

Clinica
Le manifestazioni patologiche risultano acute e a rapida risoluzione; l’infezione decorre asintomatica o
con tenui fenomeni febbrili, ma in certi soggetti questa si accompagna a esantema simil-rubeolico
per danneggiamento endoteliale mediato da immunocomplessi (eritema infettivo o quinta
malattia o malattia della guancia schiaffeggiata), a decorso benigno autolimitante. In pazienti che
contraggono l’infezione in età adulta l’azione degli immunocomplessi può dare manifestazioni
artritiche.
La replicazione del virus causa la morte dei precursori eritroidi, causando un arresto transitorio
della eritropoiesi; solitamente innocua, in soggetti con funzionalità midollare già alterata si
manifesta una crisi aplastica transitoria, caratterizzata dalla caduta del tasso di emoglobina e da
ipoplasia eritroide a livello midollare, accompagnata da trombocitopenia e neutropenia. Il
trattamento consiste in terapia trasfusionale, che risolve i sintomi in alcuni giorni.
Nei pazienti immuncompetenti, la risposta immunitaria genera anticorpi neutralizzanti specifici capaci
di controllare l’infezione. Negli immunodepressi l’infezione può instaurarsi in maniera persistente con
ipoplasia eritrocitaria midollare e anemia cronica. La terapia consiste nella somministrazione di
immunoglobuline umane per la neutralizzazione del virus.
Se contratta in gravidanza, il passaggio transplacentare sviluppa la idrope fetale (accumulo anormale di
trasudato), dovuta alla severa anemia che colpirà il feto, il quale rischierà anche insufficienza cardiaca
congestizia.

Diagnosi
La diagnosi virologica si basa sulla ricerca del virus nel sangue periferico; per rivelazioni da viremia a
bassa concentrazione si procede con amplificazione genomica (PCR) seguita da reazioni di ibridazione.
La ricerca del genoma virale può essere condotta su elementi cellulari di midollo osseo o di sangue
fetale e annessi embrionali.
La diagnosi sierologica di infezione si basa sulla ricerca di anticorpi specifici di classe IgM tramite
ELISA.

- Bocavirus umano -

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Causa lievi patologie respiratorie in soggetti infanti. La diagnosi si effettua con PCR per ricerca del
genoma virale.

 RHABDOVIRIDAE
I Rhabdoviridae sono ribovirus con genoma costituito da una molecola di RNA- monocatenario, che
codifica per 5 proteine virali. Nel virione il nucleocapside elicoidale formato dall’RNA legato a diverse
proteine N (nucleocapsidiche) è confinato all’interno del pericapside, dal quale è separato da uno strato
di proteina M (matrice); nel peplos si rilevano le proteine G, che costituiscono l’antirecettore e
l’unico antigene riconoscibile dagli anticorpi (e quindi neutralizzabile). Le proteine L e P costituiscono
la RNA-polimerasi RNA-dipendente (complesso trascrittasico virale).
Di interesse medico è solo un appartenente al genere Lyssavirus, il virus della rabbia.

- Lyssavirus -
Capace di infettare tutti i vertebrati omeotermi (carnivori, roditori, pipistrelli definiti anche chirotteri),
negli animali il virus provoca un’infezione letale, che dura abbastanza a lungo da consentire la
trasmissione della infezione.
I 7 genotipi identificati appartengono a due distinti gruppi filogenetici grazie alla discriminante della
proteina N che presenta alterazioni tipiche; la proteina G invece presenta maggiore variabilità, il che
porta a cross-reattività solo fra virus dello stesso filogruppo , con la conseguenza che i vaccini
allestiti, tutti allestiti con virus del I gruppo (RABV-1), non risultano efficienti nelle infezioni di gruppo
II.
I recettori cellulari aspecifici sono alcuni gangliosidi ubiquitari, mentre i recettori specifici sono il
rec. per l’acetilcolina (AchR) e la molecola di adesione cellulare neurale (NCAM).

Epidemiologia
Epidemiologicamente, si distingue la rabbia in urbana (animali domestici) e silvestre, che costituisce il
principale reservoir dell’infezione.

Clinica
L’animale rabbioso presenta elevata aggressività, trasmettendo l’infezione tramite la saliva
inoculata con il morso. Una volta introdotto, il virus inizia la replicazione nel sito di ingresso, nelle
cellule striate muscolari presenti attorno alla lesione. Attraverso le terminazioni nervose, migra
verso il SNC; da questo il virus segue un percorso centrifugo, seguendo i nervi verso distretti periferici
(es. ghiandole salivari).
Il periodo di incubazione dipende dalla localizzazione della ferita e quindi dal percorso che il virus
deve seguire fino al cervello; può variare da 3-12 settimane e viene sfruttato per il trattamento vaccinale
inteso ad eliminare l’infezione. Nell’encefalo il virus replica provocando lesioni gravissime
dell’encefalite rabbica, evidenti nel corno di Ammone e nell’ippocampo. Sviluppandosi nei neuroni,
sviluppa tipiche inclusioni citoplasmatiche (corpi di Negri), formate da accumuli virali.
La rabbia si manifesta come una grave encefalite acuta, con iperestesie sensoriali (ipersensibilità
cutanea), allucinazioni, contratture muscolari dolorose e improvvise dovute a correnti d’aria o all’
acqua (aerofobia e idrofobia) e che, se localizzate alla faringe, inducono senso di soffocamento.
La malattia evolve rapidamente e termina nel giro di 3-5 giorni per paralisi bulbare(morte per
asfissia). La comparsa dei sintomi porta a prognosi invariabilmente infausta.

Diagnosi
La diagnosi clinica è facilitata dal dato anamnestico del morso di un animale. Post-mortem, i corpi del
Negri e l’isolamento del virus dal nevrasse sono indizi certi dell’infezione (oltre alla morte orribile e
teatrale).

Trattamento e vaccino
Il primo provvedimento per il trattamento di individui morsicati da animali consiste nell’abbondante
lavaggio della ferita con acqua e sapone, seguito dalla sterilizzazione con alcol etilico. Deve seguire il
trattamento parenterale con vaccino antirabbico associandovi la somministrazione di γ-globuline
con infiltrazione nella zona lesa.

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I vaccini antirabbici sono allestiti con virus rabbico ucciso; i vaccini impiegati attualmente derivano
dalla coltivazione del virus in cellule diploidi umane, a cui segue concentrazione, purificazione ed
inattivazione , risultando esenti da effetti collaterali.

 ARENAVIRIDAE
Possiedono una RNA-polimerasi RNA-dipendente associata al virione per iniziare le operazioni di
trascrizione. Il genoma comprende 2 molecole di RNA ambisenso (ogni segmento contiene un gene per
cui è un RNA+ e un gene per cui è un RNA-); anche l’RNA+ tuttavia per diventare mRNA richiede una
trascrizione, perché viene trascritto dall’antigenoma (“due tappe per l'informazione:prima è trascritto
RNA – in + e da questo di formano proteine che sono coinvolte nella sintesi della sequenza
complementare detta antigenoma dalla quale sono a loro volta trascritti gli RNA +” prima si realizza lo
stampo dell’RNA+ e poi da questo viene trascritto il mRNA).
Dei due segmenti genomici il più grande contiene due geni diseguali, uno per la proteina P (polimerasi)
e uno per la proteina Z, (parte del complesso trascrittasico); il segmento minore codifica per una
proteina NP (proteina capsidica che si complessa all’RNA) e per la proteina che viene inserita nel
peplos.
Introdotti nelle cellule per endocitosi, fondono il pericapside con la membrana dell’endosoma grazie ad
attività fusogene della glicoproteina di superficie che viene attivata da pH acido . Il ciclo replicativo è
interamente citoplasmatico.

Clinica
Avendo come reservoir piccoli roditori, la trasmissione avviene per inalazione di aerosol di
escrementi o ingestione di cibi contaminati. Gli Arenavirus causano gravi febbri emorragiche con
febbre elevata, diffuse lesioni endoteliali e disfunzioni piastriniche, con comparsa di CID e successivi
sanguinamenti profusi attraverso le mucose; la mortalità è assai elevata.

Diagnosi
La diagnosi si avvale dell’isolamento da virus nel sangue periferico e di indagini sierologiche. La
ricerca del genoma virale tramite PCR può accorciare i tempi della diagnosi. Il controllo delle infezioni
prevede misure igieniche ambientali; non esistono vaccini efficaci. Il trattamento con ribavirina per
via endovenosa risulta terapeutico.

 FILOVIRUS
Riunisce il virus Marburg e il virus Ebola, di cui sono noti quattro sottotipi: Ebola-Zaire, Ebola-Sudan,
Ebola-Costa d’Avorio ed Ebola-Reston; i primi tre causano focolai in Africa, mentre la Reston infetta solo i
primati.
I Filovirus hanno un RNA- e possiedono una RNA-polimerasi. Il peplos contiene la proteina GP, che
costituisce l’antirecettore. Il genoma è associato a proteine capsidiche (proteina NP), che contengono
all’interno del capside delle proteine P con attività trascrittasica. Il ciclo replicativo è
citoplasmatico. La trasmissione avviene tramite inalazione dell’aerosol di feci di pipistrello, reservoir
animale del virus.

- Virus Marburg -
Causa focolai epidemici di febbre emorragica in Kenia, Zimbawe e Sud Africa.

- Virus Ebola -
Focolai di febbre emorragica in Zaire e Sudan. Causa manifestazioni patologiche che coinvolgono
numerosi parenchimi, soprattutto epatico e renale, con esteso danneggiamento endoteliale
capillare e attivazione della cascata della coagulazione, inducendo CID, seguita da copiose emorragie
interne per l’esaurimento dei fattori coagulativi.
La diagnosi avviene mediante ricerca sierologica o ricerca dell’RNA virale tramite PCR.
Attualmente non esistono indicazioni terapeutiche specifiche.

 BUNYAVIRIDAE

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Ribovirus che contengono una RNA-polimerasi virale nel capside; il genoma è costituito da 3 segmenti
di RNA, organizzati in 3 nucleo-capsidi, contenuti all’interno del pericapside. I tre segmenti di RNA-
sono denominati L (proteina L, trascrittasi), M (proteine G1 e G2, presenti nel peplos) e S (proteina N,
nucleocapsidica). Inoltre i segmenti M e S codificano per proteine NS (non strutturali).
Il ciclo replicativo avviene nel citoplasma; la liberazione della progenie virale per lisi della
cellula.
La famiglia comprende 4 generi, Bunyavirus, Nairovirus, Phlebovirus, trasmessi da artropodi vettori
(Arbovirus) e Hantavirus, che si trasmette per inalazione di aerosol di escrementi.

Clinica
La patologia da Bunyaviridae trasmessi da artropodi è varia, comprendendo forme febbrili seguite da
manifestazioni esantematiche, atralgie, encefaliti, meningiti o febbri emorragiche gravi.
Il Phlebovirus causa la febbre da flebotomi (pappataci), forma febbrile con cefalea, fotofobia, dolori
articolari e nausea; la norma è la guarigione spontanea. Il Phlebovirus Toscana causa meningiti
asettiche nel bacino mediterraneo.
Il Nairovirus si rintraccia nelle febbri emorragiche del Congo e della Crimea, trasmesso da zecche;
la mortalità è elevata.
Gli Hantavirus non richiedono artropodi vettori, ma si trasmettono tramite inalazione di aerosol
di escrementi; sono responsabili della nefropatia epidemica (lesioni renali), che si presenta assieme a
febbre emorragica (FESR, febbre emorragica con sindrome renale) o a una polmonite (SPE, sindrome
polmonare emorragica), che causa una lesione all’endotelio dei capillari polmonari, con ostruzione
essudativo/emorragica dello spazio alveolare (edema polmonare); entrambe a elevata mortalità.

Diagnosi e terapia
Avviene mediante la dimostrazione del genoma virale nei materiali patologici o la ricerca nel siero di
anticorpi specifici (IgM). Non esiste una terapia terapia specifica.

 FLAVIVIRIDAE
Ribovirus a RNA+, provvisti di pericapside e a replicazione citoplasmatica. La famiglia comprende tre
generi, Flavivirus e Hepacvirus (responsabile della Epatite C).
I Flavivirus sono Arbovirus patogeni per l’uomo; la sintomatologia indotta và da manifestazioni
febbrili, con o senza esantema, sino a encefaliti o febbri emorragiche ad elevata mortalità; nel caso
della Febbre gialla, malattia più famosa riconosciuta a questa categoria, si ha febbre emorragica,
necrosi epatica e ittero.

- West Nile virus -


Flavivirus simile a HCV, che può essere trasmesso sia dalla zanzara tigre che dalla Culex pipiens; il
serbatoio animale è costituito da uccelli selvatici, vero obiettivo del virus, mentre l’uomo viene
infettato in via secondaria quando gli uccelli migrano per ragioni climatiche, privando le zanzare dei
target abituali. Le modalità sintomatologiche sono varie: nella maggior parte delle persone infettate la
infezione è asintomatica, in 1/5 si registra febbre, mentre 1/500 incorre in meningoencefaliti a liquor
limpido.

- Dengue virus -
Causa 40 milioni di infezioni l’anno; appartiene ai Flaviviridae (RNA+, pericapside) ed è presente in 3
diversi sierotipi, che possono infettare in periodi diversi. In caso di infezione primaria la patologia è
modesta, con cefalee, mialgie, atralgie e febbre alta. Se un soggetto incorre nell’infezione
secondaria ma sostenuta da un sierotipo diverso, si ha una reazione a carico delle endoteliali,
favorita dagli Ab esistenti, che porta a lla Dengue emorragica; l’endotelio viene danneggiato in
maniera diffusa, sia a livello dei grossi vasi sia a livello capillare, con conseguente shock ipovolemico e
morte nel 30% dei casi (1,5 milioni di decessi).
Alle latitudini italiane non è presente, ma può essere importata dai turisti che tornano in stadio di
viremia, capace di infettare le zanzare che divengono vettori del contagio. Non esiste un vaccino contro
questa malattia. La diagnosi vien effettuata cercando il genoma virale, mediante la RT-PCR.

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- Virus della febbre gialla -


Trasmesso dalla Aedes aegiptis(zanzara della febbre gialla), il virus si replica nelle cellule
dendritiche e nei monociti. Una volta guadagnato il sangue si localizza nel fegato, potando a necrosi
epatocitaria e insufficienza epatica, con itterizia. La trasmissione è interumana, senza serbatoi
animali, salvo i primati, che subiscono un ciclo infettivo simile a quello umano e possono essere fonte di
contagio.
La dimostrazione del genoma virale nei materiali patologici (sangue, liquor) mediante PCR è una
fattore decisivo per la diagnosi eziologica.
Esiste un vaccino con virus inattivato che viene somministrato ai bambini nelle zone di endemia e ai
turisti che le visitano; essendo il virus fortemente immunogeno, la vaccinazione offre copertura per oltre
10 anni.
La terapia utilizza l’interferon, ma richiede 10.000 € per paziente. Si cerca di creare dei serbatoi di
immunoglobuline nei pazienti sopravvissuti, perché somministrando a infetti alte dosi di γ-globuline si
abbassa notevolmente la mortalità.

 TOGAVIRIDAE
Ribovirus con RNA+ e pericapside. Si distinguono due generi, Alphavirus e Rubivirus.

- Alphavirus -
Arbovirus(ossia virus trasmessi all'uomo da artropodi) trasmessi da artropodi vettori (Aedes
albopictus, zanzara tigre). La diagnosi si basa sull’isolamento del virus o la ricerca di anticorpi IgM
specifici. Causano diverse malattie in base ai ceppi, con febbri esantematiche oppure con encefaliti;
una malattia riconducibile agli Alphavirus è la Chikungunya, malattia bifasica che si palesa con febbre,
cefalea e atralgie nella prima fase e esantema maculo-papulare nella seconda; localizzata in Africa,
India e Sud-Est Asiatico.

- Rubivirus -
Comprende un’unica specie, il virus della Rosolia (Rubella virus). La Rosolia è un’affezione frequente
nell’età scolare che si manifesta con febbre modesta, esantema (macule fini) e infiammazione dei
linfonodi occipitali (linfadenopatia, gonfiore dei linfonodi). La guarigione è spontanea in pochi giorni
e l’immunità è permanente. Nell’adulto il decorso è più grave, che un quadro clinico arricchito da
atralgie e possibili fenomeni parestesici (alterazione della sensibilità, formicolio).
L’infezione di donne gravide ha conseguenze drammatiche: il feto mostrerà la sindrome da Rosolia
congenita, caratterizzata da cecità (retinopatia), sordità (degenerazione cocleare), malformazioni,
microcefalia, ritardo mentale, porpora trombocitopenica e anemia emolitica (il sistema
immunitario si rivolge contro piastrine e emazie), epatosplenomegalia e polmonite interstiziale. Il
meccanismo teratogeno si collega al rallentamento dell’attività mitotica delle cellule infettate.
La trasmissione avviene per via inalatoria, moltiplicandosi nelle prime vie aeree, da dove diffonde
tramite i linfatici al sistema reticolo-endoteliale e poi al circolo ematico, raggiungendo i capillari di
cute e mucose; il virus è presente nel muco del naso-faringe.

Diagnosi e vaccini
Ricerca di anticorpi mediante reazione di inibizione della emoagglutinazione di emazie da parte di
preparazioni standard di virus (gli Ab legano il virus che a sua volta dovrebbe legare gli eritrociti;se
positivo non c'è emoagglutinazione). Utilizzabile anche la PCR per ricercare il genoma virale nei
campioni biologici.
In commercio ci sono vaccini con virus attenuato; consigliabile nelle bambine che hanno raggiunto la
pubertà senza contrarre la malattia per evitare effetti teratogeni durante la gravidanza.

 CORONAVIRIDAE
Sono gli agenti eziologici più comuni del raffreddore, insieme ai Rhinovirus. La penetrazione avviene
tramite fusione del peplos con la membrana cellulare; parte del genoma a RNA+ viene tradotto subito
dai ribosomi, realizzando una RNA-polimerasi virale (replicasi), la quale replica l’intero RNA+
realizzando un antigenoma a polarità negativa che viene usato dalla replicasi sia per la trascrizione di

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diverse copie di RNA+ per la progenie virale, sia per la trascrizione di mRNA. La liberazione della
progenie virale avviene per lisi della cellula infetta.

Clinica
I ceppi HCoV-229E e HCoV-OC43 sono ubiquitari e riconosciuti come agenti eziologi dell’affezione
delle prime vie aeree (raffreddore), con trasmissione aerogena. La replicazione avviene nelle cellule
cigliate dell’epitelio mucoso della faringe, mentre la tendenza a diffondere nei polmoni è nulla
(replica male oltre i 34°C). La reinfezione è possibile a causa della scarsa protezione conferita a livello
mucoso.
Un terzo Coronavirus (SARS-CoV) è identificato come agente eziologico della SARS (severe acute
respiratory syndrome), questa malattia è caratterizzata da un polmonite atipica, cioè un’infezione che
interessa i tessuti interstiziali del polmone senza impegnare gli alveoli, con quadro clinico grave e
mortalità sul 10%. L’alta aggressività dipende dalla capacità di replicare fino a 37°C, diffondendo fino
alle vie aeree profonde.

Diagnosi
La diagnosi si basa sulla ricerca del virus nell’espettorato o nel muco faringeo. Si può ricercare il
genoma virale tramite PCR o utilizzare anticorpi per rilevare la presenza di antigeni virali.

 CALICIVIRIDAE
Comprende ribovirus con genoma a RNA+, capside isometrico e assenza del pericapside. I virus di
interesse medico sono i virus di Norwalk.

- Virus di Norwalk -
Riuniti nel genere Norovirus, sono divisi in 3 genogruppi, GI, GII e GIII. Sono gli agenti eziologici di una
forma di gastroenterite conosciuta come vomito epidemico, a trasmissione è oro-fecale. La malattia si
manifesta dopo un breve incubazione (18-24 h), con nausea, vomito incoercibile(ossia non
controllabile), astenia, malessere, diarrea e febbre. L’affezione è autolimitante e guarisce in 3-4 giorni;
l’immunità è duratura.
Sono una delle cause principali delle manifestazioni epidemiche di patologie gastroenteriche acute.

 ASTROVIRIDAE
Ribovirus con RNA+ specie-specifici. Sono agenti eziologici di gastroenteriti ubiquitarie, frequenti nella
prima infanzia. La malattia è caratterizzata da diarrea acquosa e malessere, addominalgie, vomito e
febbre.
La diagnosi si basa sulla ricerca di antigeni virali nel materiale fecale mediante immunoenzimatica,
oppure sulla ricerca del genoma virale tramite PCR.

 REOVIRIDAE
Ribovirus senza pericapside, con doppio o triplo capside e genoma formato da 10 distinti segmenti di
RNA bicatenario. Associata al virione si rintraccia una RNA-polimerasi, che consente la replicazione
citoplasmatica. Nella famiglia Reoviridae interessano la medicina i generi Coltivirus, Orbivirus,
Reovirus e Rotavirus.

- Coltivirus -
Comprende Arbovirus trasmessi da insetti-vettori. Fra le altre manifestazioni patologiche, causa la
febbre della zecca del Colorado, una forma febbrile con astenia a decorso protratto (mesi). Il virus ha
spiccato tropismo per i progenitori eritropoietici, con viremia costante; il virus si rintraccia nei
globuli rossi derivati dalle cellule progenitrici infettate a livello midollare. L’infezione dei precursori ne
causa danneggiamento, portando a ematocitopenie periferiche. Occasionalmente si possono avere
complicanze come encefalite, CID o insufficienza renale, a cui può seguire esito fatale.
La diagnosi si avvale della ricerca di antigeni virali su strisci di sangue periferico.

- Orbivirus -
Affezioni febbrili senza connotazioni cliniche particolari.

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- Reovirus -
Nessun effetto patogeno riconducibile.

- Rotavirus -
Il virione, simmetria icosaedrica e sprovvisto di peplos, ha un capside formato da tre strati proteici di
cui quello più interno contiene il genoma formato da 10 segmenti di RNA bicatenario, ciascuno dei
quali codifica per una proteina strutturale (VP) o non-strutturale (NSP). L’architettura genomica
favorisce il riassortimento genico in caso di confezione (facilità di scambio segmenti).
Virus diffusi a livello globale, il 90% degli individui del pianeta presenta gli anticorpi entro i primi 5 anni
di vita. Sono causa di manifestazioni diarroiche infantili a trasmissione oro-fecale. La prima infezione
si traduce in una grave diarrea accompagnata da febbre elevata e vomito, capace di causare una
severa disidratazione; nei paesi poveri è la principale causa di morte infantile.
La diagnosi dipende dalla dimostrazione del virus nelle feci diarroiche e la terapia è sintomatica
(idratazione del soggetto fino alla guarigione spontanea).

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