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FACOLTÀ DI MEDICINA E CHIRURGIA DI CATANIA

Appunti di Immunologia
Descrizione schematica di Immunologia
A cura di

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SOMMARIO:
Parte I:
Funzione e composizione del sistema immunitario
Capitolo 1…Introduzione e panoramica sul sistema immunitario 4

Capitolo 2…L’immunità innata 6

Capitolo 3… Le cellule del sistema immunitario 12

Capitolo 4…Organi e tessuti del sistema immunitario 25

Capitolo 5…Il sistema del complemento 29

Parte II:
Gli anticorpi
Capitolo 6…Gli anticorpi
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Capitolo 7…Genetica molecolare della diversità anticorpale 44

Capitolo 8…Antigeni, antigenicità e immunogenicità 48

Capitolo 9…Interazioni antigene-anticorpo 59

Capitolo 10…Attivazione dei linfociti B e produzione degli anticorpi 60

Parte III:
Immunita’ cellulare
Capitolo 11…Il sistema maggiore di istocompatibilità 65

Capitolo 12…Presentazione e processazione dell’antigene 74

Capitolo 13…La maturazione delle cellule T e la loro attivazione 76

Capitolo 14…Interazioni cellulari 84

Capitolo 15…Riepilogo sull’immunità specifica, l’immunità cellulo-mediata 89


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Parte IV
Implicazioni patologiche legate ad alterazioni del sistema
immunitario

Capitolo 16…Le immunodeficienze 94

Capitolo 17…Reazioni immunopatogene 98

Capitolo 18…Autoimmunità 103

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IMMUNOLOGIA:
PARTE I
FUNZIONE E COMPOSIZIONE DEL SISTEMA IMMUNITARIO

CAPITOLO 1:
INTRODUZIONE E
PANORAMICA SUL SISTEMA
IMMUNITARIO

Definizione d’immunologia
e immunità:
L’immunologia è lo studio dei meccanismi
biologici cellulari e molecolari del sistema
immunitario, l’immunità è una reazione
del nostro organismo nei confronti di
sostanze considerate estranee, come agenti microbici, macromolecole proteiche e polisaccaridiche, che
comunque non comporti una conseguenza patologica. Il ruolo fisiologico del S.I è quello quindi di
difenderci, e per raggiungere tale obiettivo produce mediatori molecolari e cellulari in grado di
eliminare i patogeni, interagendo con il microrganismo stesso per promuovere la sua uccisione ed
eradicazione.

Caratteristiche del sistema immunitario:


Il sistema immunitario è costituito da molecole, cellule, tessuti e organi che mediano questa
protezione. Il S.I ha le caratteristiche di specificità e memoria. La memoria è la capacità che ha il S.I di
riconoscere strutture che ha già incontrato prima e tutte le volte che le riconosce come self, non le
attacca. La specificità è la reazione immunitaria montata nei confronti di un antigene ed è selettiva per
esso, e quindi non agisce su altre strutture (entro certi limiti). I sistemi di difesa attuati verso i
microrganismi patogeni possono essere raggruppati schematicamente in 3 linee:
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1. La prima linea, presente in corrispondenza delle vie utilizzate dai microrganismi per
penetrare nell’organismo ospite, è costituita da un insieme di barriere meccaniche e chimiche,
come cute integra che grazie alla cheratina indigeribile per i patogeni costituisce una valida
barriera, sudore, succo gastrico (ph acido), lacrime, saliva (allontanamento meccanico), muco
(inglobamento dei microrganismi, mascheramento dei recettori presenti sulla superficie
cellulare), ciglia vibratili di rivestimento di alcuni epiteli, flora batterica saprofitica
(competizione per sostanze nutritizie e produzione di sostanze antimicrobiche come le
bacteriocidine.)
2. La seconda linea, rappresentata da fattori umorali e cellulari dell’immunità innata, naturale, o
aspecifica e dai meccanismi dell’infiammazione.
3. La terza linea, rappresentata, a sua volta, dai fattori umorali e cellulari dell’immunità specifica
o acquisita o adattiva.

Immunità innata:
Si divide in immunità congenita e naturale. L’immunità congenita è quel tipo d’immunità propria di
una specie e viene trasmessa in maniera ereditaria, quindi le caratteristiche genetiche di passaggio,
sono tipiche di una specie. L’immunità naturale è dovuta alla presenza nel sangue di anticorpi
naturali diretti verso sostanze estranee che non sono mai venute a contatto con l’organismo, però non
sono anticorpi prodotti dai linfociti B. I meccanismi dell’immunità innata sono non specifici, cioè le
cellule e le molecole che costituiscono l’immunità innata rispondono in modo simile a una varietà di
stimoli estranei, quali le proteine, gli acidi nucleici, i carboidrati, e strutture dei microrganismi. Nelle
fasi iniziali di una risposta antigenica, essi possono aumentare in numero e concentrazione, ma
ritornano a livelli basali quando lo stimolo antigenico non è più presente. I componenti dell’immunità
innata sono efficaci nei confronti di vari tipi d’infezione, in quanto sono in grado di riconoscere e
possono rispondere a molecole e a strutture prodotte dai microrganismi patogeni che sono state
conservate durante l’evoluzione. Essi svolgono la loro funzione in maniera non specifica, nel senso che
riconoscono strutture comuni a microrganismi diversi.

Immunità acquisita:
I meccanismi dell’immunità acquisita sono quiescenti fino a quando non vengono in contatto con un
particolare antigene. L’immunità acquisita può essere suddivisa in immunità umorale e cellulo-
mediata. L’immunità umorale implica l’attivazione dei linfociti B e la produzione di anticorpi da parte
di questi. Gli anticorpi sono presenti in forma solubile in vari liquidi biologici, un tempo denominati
umori, e da cui deriva il nome. L’immunità cellulo-mediata implica l’attivazione dei linfociti T in seguito
al riconoscimento dei complessi MHC-peptide. I linfociti T possono attivare altri tipi cellulari
potenziando la loro capacità di uccidere ed eliminare i microrganismi, o più direttamente uccidono le
cellule dell’organismo infettate dai microrganismi; questa capacità viene detta citotossicità. Le risposte
immunitarie adattive o acquisite sono generalmente rivolte nei confronti di qualsiasi antigene
estraneo, sia esso un costituente o meno di un microrganismo. Inoltre le risposte immunitarie adattive
possono essere dirette nei confronti delle cellule tumorali e contribuire potenzialmente alla resistenza
alle neoplasie. Nei casi in cui l’antigene non è necessariamente nocivo, può essere stimolata una
risposta immunitaria adattiva indesiderata. Questo è quello che avviene nell’allergia o ipersensibilità,
quando la risposta immunitaria nei confronti di antigeni solitamente innocui, quali pollini o le
noccioline, diventa dannosa piuttosto che protettiva per l’organismo. In maniera analoga il sistema
immunitario dell’individuo che riceve il trapianto, spesso riconosce come estraneo il tessuto
trapiantato e viene indotta una risposta indesiderata che distrugge il tessuto trapiantato. In altre
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occasioni, il S.I perde la refrattarietà a rispondere agli antigeni self e si innesca quindi una risposta nei
confronti delle cellule e dei tessuti dell’individuo stesso, determinando così l’insorgenza di malattie
autoimmunitarie.

Panoramica sul sistema immunitario:


La funzione principale del sistema immunitario è quella di difenderci dalle malattie infettive. Tale
difesa è mediata da un sistema di cellule, tessuti e organi che forniscono sia una protezione globale nei
confronti di microrganismi (immunità innata) sia specifica per un determinato patogeno (immunità
acquisita). Tra i meccanismi dell’immunità innata possiamo avere le barriere anatomiche quali la cute,
che impediscono l’ingresso dei microbi nell’organismo, così come una varietà di enzimi, proteine,
mediatori non proteici, che uccidono e inibiscono la loro crescita. Le difese patogeno specifiche sono
classificate come umorali (linfociti B e anticorpi) o cellulo-mediate (linfociti T citotossici). L’immunità
innata possiede il vantaggio di agire rapidamente in risposta ad un’infezione e di essere attiva nei
confronti di un’ampia varietà di microrganismi. Tuttavia, i microrganismi patogeni sono in grado di
contrastare le difese dell’immunità innata e possono stimolare una risposta da parte dei sistemi
dell’immunità acquisita. Il sistema dell’immunità acquisita possiede il vantaggio che i linfociti T e B
possono espandersi in modo esponenziale nel corso di una risposta immunitaria e riconoscere
specificatamente un determinato microrganismo uccidendolo ed eliminandolo. Inoltre la risposta
immunitaria acquisita è caratterizzata dalla memoria immunologica, che consente una risposta più
rapida e più efficiente in seguito ad incontri successivi con lo stesso microrganismo o patogeno.
L’immunità innata e acquisita si completano e cooperano al fine di raggiungere la protezione massima
per l’ospite. Le risposte immunitarie innate e acquisite devono confrontarsi continuamente con
batteri, virus, protozoi, vermi e funghi, perché l’ospite possa mantenersi sano in un ambiente ricco di
microbi. Questi diversi tipi di microrganismi combattono il sistema immunitario ognuno con armi
proprie.

CAPITOLO 2: L’IMMUNITÀ INNATA


Durante la loro vita, gli individui vengono a contatto con una varietà di microrganismi e sostanze
tossiche, e devono dunque proteggersi da questi agenti con una risposta rapida ed efficace. Questa
funzione è svolta dalle risposte dell’immunità innata. Le difese dell’immunità innata sono costituite da
meccanismi molteplici spesso dotati dalla stessa funzione, che agiscono in varie fasi nel corso di
un’infezione per impedire che i microrganismi invadano l’ospite e per limitare l’entità dell’infezione.
Tra le difese dell’immunità di tipo innata, possiamo annoverare: le barriere fisiche che impediscono
l’ingresso dei microbi nell’organismo; le barriere fisiologiche che inibiscono la replicazione dei
microrganismi; vari meccanismi effettori enzimatici e cellulari che uccidono o inattivano l’agente
estraneo e difese non specifiche particolarmente idonee per prevenire le infezioni virali. Tutti questi
fattori possono agire prontamente nei confronti di un patogeno, non appena questo invade i tessuti
dell’ospite. Questo tipo di risposta differisce in maniera sostanziale dalla risposta acquisita che è
attivata solo 1-2 settimane dopo che un antigene estraneo, dopo che un antigene estraneo è penetrato
nei tessuti dell’organismo ed è venuto a contatto con i linfociti. Le risposte immunitarie innate non
possono espandersi in maniera esponenziale in seguito al contatto con un agente estraneo e possono
essere sopraffatte ed esempio da una carica batterica elevata, e non sono dotate di memoria, così che
non sono capaci di evocare una risposta più rapida e potente nei confronti di un antigene con cui
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vengono a contatto frequentemente. Le risposte immunitarie, innata e acquisita, agiscono in maniera
complementare e si stimolano e si regolano reciprocamente.

Barriere fisiche e fisiologiche:


Le abbiamo già incontrate parlando della prima linea:

È costituita da un insieme di barriere meccaniche e chimiche, come cute integra che grazie alla
cheratina indigeribile per i patogeni costituisce una valida barriera, sudore, succo gastrico (ph acido),
lacrime, saliva (allontanamento meccanico), muco (inglobamento dei microrganismi, mascheramento
dei recettori presenti sulla superficie cellulare), ciglia vibratili di rivestimento di alcuni epiteli, flora
batterica saprofitica (competizione per sostanze nutritizie e produzione di sostanze antimicrobiche
come le bacteriocidine).

Effettori enzimatici e proteici:


L’organismo possiede una vasta batteria di enzimi che possono danneggiare batteri, virus, e anche altri
antigeni estranei “non viventi”. Questi effettori enzimatici dell’immunità innata danneggiano
generalmente l’integrità strutturale della superficie batterica, svolgendo tuttavia questa funzione con
modalità diverse.

Effettori enzimatici e proteici delle mucose:


Il Lisozima: Presente nelle secrezioni mucose quali lacrime e saliva, ha azione antibatterica. La sua
azione è degradativa sulla parete cellulare batterica.

Le Proteasi: Sono meccanismi effettori dell’immunità innata di natura enzimatica, che agiscono a
livello delle superfici mucose. Distruggono le proteine di ancoraggio batteriche e i capsidi virali.

I Peptidi-antimicrobici: Sono piccoli peptidi (30-40 aa) capaci di inserirsi nel doppio strato di
fosfolipidi della membrana e distruggere la permeabilità della cellula batterica. Si distinguono in α-
defensine e β-defensine. Alcuni tipi di cellule del S.I contengono quantità elevate di questi peptidi, tipo i
granulociti neutrofili (β-defensine), utili per il killing intracellulare.

Proteine leganti il ferro: La disponibilità di ferro è un fattore determinante per la crescita microbica
durante l’infezione, quasi tutti i batteri lo utilizzano come cofattore nelle reazioni enzimatiche. La
lattoferrina e la transferrina. Queste proteine permettono il trasporto selettivo del ferro in quei siti
anatomici dov’è necessario. Legando il ferro queste proteine, non lo rendono disponibile per i
microrganismi.

I meccanismi effettori, enzimatici e proteici del sangue: il sistema


del complemento
Il sistema del complemento è costituito da una famiglia di circa 30 proteine seriche che svolgono
numerose funzioni effettrici e regolatorie sia dell’immunità innata che acquisita. In condizioni normali
le proteine del complemento circolano nel sangue in forma di precursore inattivo (proenzimi,
zimogeni), tuttavia in seguito all’attivazione sono in grado di uccidere direttamente cellule bersaglio e
di regolare altre funzioni immunitarie. Il sistema del complemento può essere attivato in diversi modi.
I tre stimoli principali che lo attivano sono:

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1. I complessi antigene-anticorpo.
2. Le superfici biologiche dotate di forti cariche ioniche come la membrana più esterna dei Gram-
negativi, e la parete cellulare dei Gram-positivi.
3. I carboidrati con un elevato contenuto di mannosio, che sono per lo più diversi da quelli
prodotti dalla gran parte dei mammiferi.

Questi tre meccanismi di attivazione sono denominati rispettivamente, la via di attivazione classica,
alternativa e lectinica. Di solito, la via classica ha bisogno della produzione di anticorpi specifici per
l’antigene da parte dei linfociti B. La via lectinica si realizza grazie ad una proteina del complemento
denominata MBP, proteina legante il mannosio, che lega direttamente i carboidrati presenti sulle
superfici dei microrganismi, ed attiva altre proteine del sistema del complemento.

Una volta attivato, il sistema del complemento genera molte proteine attive che mediano numerose
funzioni immunologiche. Un meccanismo attraverso il quale il complemento uccide direttamente i
microrganismi è il MAC o complesso di attacco alla membrana , un complesso multiproteico che si
inserisce nella membrana della cellula bersaglio e forma grossi pori transmembrana. Alcuni prodotti di
attivazione del complemento possono legarsi in maniera covalente al microrganismo, incrementando
la capacità fagocitaria dei neutrofili e dei macrofagi, attraverso un meccanismo che prende il nome di
opsonizzazione, ed è dovuto all’espressione dei recettori per il complemento espressi sulla membrana
dei macrofagi e dei neutrofili. Alcuni prodotti del complemento sono anche in grado di attivare e
regolare la risposta infiammatoria, un meccanismo di coordinamento di numerose attività biologiche,
al fine di ottenere una risposta innata particolarmente efficace.

Effettori cellulari dell’immunità innata:


Diversi tipi di globuli bianchi (leucociti) partecipano alla risposta immunitaria di tipo innato. Tra di
essi si possono annoverare i neutrofili (denominati anche polimorfonucleati PMN), i monociti, i
macrofagi, mastociti, ed un tipo di linfociti noto con il nome di cellula natural killer (NK). I PMN, i
monociti ed i macrofagi sono capaci di pinocitosi, endocitosi e fagocitosi cioè ingeriscono e
internalizzano sostanze particolate (cellule microbiche, virus e particelle inerti). Le cellule NK sono
importanti per il riconoscimento di cellule danneggiate o alterate come cellule infettate da virus o
cellule tumorali. Le cellule NK mediano un’attività citotossica contro queste cellule bersaglio, e ne
inducono la morte, generalmente per apoptosi. I microrganismi vivi che sono fagocitati, vengono
generalmente uccisi o degradati all’interno del leucocita. I monociti, i macrofagi e i PMN presentano
nel citoplasma strutture vescicolari dense denominati granuli o lisosomi. Essi contengono numerosi
enzimi litici quali le proteasi, glicosidasi, peptidi-antimicrobici ed il lisozima. Queste proteine
degradano le sostanze che sono state fagocitate del leucocita. Non tutte le sostanze tossiche di queste
cellule sono di natura proteica e contenute in granuli. Alcune sostanze sono sintetizzate del leucocita
in seguito ad attivazione. Dopo la captazione del materiale estraneo mediante fagocitosi, i monociti, i
macrofagi ed i PMN iniziano un processo denominato burst respiratorio (esplosione ossidativa).
Durante questo processo, sono attivate diverse vie enzimatiche con la produzione di composti
altamente reattivi. Tra questi prodotti, si possono annoverare ioni, radicali liberi, ossigeno reattivo,
che uccidono i microrganismi estranei denaturando le loro proteine, carboidrati ed acidi nucleici. Le
cellule NK rappresentano uno stipite di linfociti che non sono ne T ne B. Le cellule NK svolgono un
ruolo nell’identificazione ed eliminazione di cellule potenzialmente cancerose prima che esse abbiano
dato luogo alla formazione di una massa tumorale. Inoltre sono anche una sorgente di potente di
citochine, e la loro capacità di produrre tali mediatori è considerata rilevante per il ruolo nella
resistenza alle neoplasie. In maniera analoga le cellule NK sono in grado di uccidere le cellule infettate

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da virus. Sono inoltre una potente sorgente di IFN-γ (interferone-gamma) che ha la capacità di indurre
la resistenza della cellula bersaglio all’infezione virale. Sia i tumori che le cellule infettate da virus,
spesso presentano delle alterazioni di membrana, ed in particolare un’espressione ridotta di molecole
dell’ MHC (complesso maggiore di istocompatibilità) di classe I. ( Le molecole di istocompatibilità
espletano una funzione indispensabile ai fini del riconoscimento degli antigeni proteici da parte dei
linfociti T in quanto legano frammenti di tali antigeni detti “epitopi” ad una particolare porzione della
loro molecola , definita tasca, esponendoli al riconoscimento da parte dei TCR che sono recettori dei
linfociti T per queste molecole. Si dividono in molecole MHC di classe I, espresse sulla superficie di
tutte le cellule dell’organismo, con l’eccezione degli eritrociti, e molecole MHC di classe II, espresse
sulla superficie di cellule del sistema immunitario, come cellule dendritiche, linfociti B e le cellule APC.
Tornando al discorso sulle cellule infette o tumorali che presentano un'espressione ridotta delle MHC
di classe I, è sicuramente un fenomeno che induce l’attivazione del processo citotossico.

I mastociti, sono un altro tipo di leucocita coinvolto nell’immunità innata. Anche queste cellule
possiedono granuli citoplasmatici; tuttavia i loro granuli contengono sostanze vasoattive quali
l’istamina. Nonostante l’istamina sia nota per il suo ruolo nelle reazioni allergiche, i mastociti e le
sostanze vasoattive che rilasciano , giocano un ruolo importante nella regolazione dei processi
infiammatori.

Le cellule dendritiche (DC) sono cellule APC specializzate nella cattura di antigeni. A differenza dei
macrofagi, esse non sono in grado di fagocitare l'antigene ma lo espongono direttamente in seguito
all'interazione sulla loro superficie. Le cellule dendritiche sono presenti in piccole quantità nei tessuti
a contatto con l'ambiente esterno, principalmente la pelle (dove si trova un particolare tipo di cellula
dendritica chiamata cellula Langerhans) e il rivestimento interno del naso, polmoni, stomaco e
intestino.

Meccanismi di riconoscimento delle cellule dell’immunità innata:


La risposta immunitaria innata, nonostante non abbia la specificità caratteristica della risposta
immunitaria acquisita, ha bisogno di meccanismi che le consentano di identificare la cellula o la
particella estranea e di evitare che le cellule sane di un individuo siano danneggiate. Uno degli
strumenti di riconoscimento è stato già discusso: il legame di proteine del complemento ad una
superficie estranea (che potenzia la fagocitosi). In modo analogo, il legame di anticorpi ad un
microrganismo, sebbene richieda l’intervento dell’immunità acquisita, opsonizza il microrganismo e
ne favorisce la fagocitosi.

Recettori toll-like: Il sistema dell’immunità innata è dotato di una famiglia di recettori noti come TLR
(toll-like-receptor). Ne esistono circa 10, di cui la maggior parte di essi interagisce con prodotti
microbici denominati PAMP (pathogen-associated-molecular-pattern). Questi sono ad esempio LPS
batterico, pezzi di RNA, peptidoglicano ecc.

Recettori endocitici: I recettori endocitici stimolano l’endocitosi e la fagocitosi. Ad esempio il


recettore del mannosio espresso sulla membrana plasmatica dei macrofagi e delle cellule dendritiche,
che lega i carboidrati ricchi in mannosio che si trovano tipicamente sulle superfici batteriche.

Il riconoscimento di tali strutture, operato dei suddetti recettori non serve solo all’interazione con il
bersaglio; essa è, difatti, seguita dalla trasduzione di un segnale, che attraverso l’attivazione di fattori
di trascrizione, raggiunge il nucleo, stimolando nel DNA la trascrizione di diversi geni, tra i quali quelli

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che codificano per le proteine coinvolte nella fagocitosi, nella presentazione dell’antigene, nelle
risposte immunitarie, aspecifica e specifica, nella risposta infiammatoria.

Le risposte innate nei confronti delle infezioni virali:


Il sistema immunitario deve combattere molti patogeni diversi, tra cui i funghi, i virus, i protozoi, e i
parassiti pluricellulari (vermi). I virus sono ubiquitari nell’ambiente e attaccano in molti modi il S.I. A
differenza di molti batteri, i virus possono replicarsi solo all’interno delle cellule. Una volta che il virus
è penetrato all’interno della cellula, esso diventa resistente a molti meccanismi effettori extracellulari
del sistema immunitario, ad esempio gli anticorpi e il complemento. Per il suo ciclo vitale, un virus
dipende dal macchinario metabolico della cellula ospite. Questa dipendenza metabolica è alla base di
molte strategie di difesa dell’immunità innata nei confronti delle infezioni virali.

Gli interferoni:
Gli interferoni (IFN) sono proteine elaborate e secrete prevalentemente, ma non esclusivamente, dalle
cellule che hanno subito un’ infezione virale, che espletano per quanto riguarda la difesa immunitaria
dell’organismo una serie di funzioni, di cui la prima ad essere stata scoperta fu quella antivirale. Il
termine interferon indica per l’appunto l’interferenza con questo processo: nelle cellule che hanno
subito l’infezione virale ed in cui è in atto la replicazione del virus, il segnale che innesca la produzione
degli IFN è dato dal riconoscimento, da parte di determinati sensori, degli acidi nucleici virali, diversi
da quelli della cellula ospite. Nel caso invece delle infezioni microbiche, il segnale parte
dall’interazione dei recettori di membrana, espressi dalle cellule dell’immunità innata, con le molecole
microbiche che fungono da ligando.

Si conoscono 3 IFN:

- IFN-α, prodotto dai linfociti B e dai macrofagi

- IFN-β, prodotto prevalentemente dai fibroblasti

- IFN-γ, prodotto dai linfociti T e B attivati

Gli interferoni α e β, pur essendo strutturalmente diversi, reagiscono con lo stesso recettore, mentre il
γ su un altro recettore. L’attività antivirale non è espletata direttamente dagli IFN sui virioni; essi
agiscono sulle cellule infettate dal virus, determinando un vero e proprio blocco del ciclo e della
replicazione virale. Per espletare le loro molteplici funzioni, gli IFN devono essere necessariamente
secreti dalle cellule che li hanno sintetizzati e, una volta liberi, devono interagire con specifici recettori
di membrana con meccanismo autocrino, paracrino o endocrino. L’interferon γ è un potente attivatore
dei macrofagi; esso favorisce anche la presentazione dell’antigene da parte delle cellule APC,
stimolando l’espressione di molecole dell’MHC.

Funzioni dell’IFN-γ
- Attivazione dei fagociti mononucleati.
- Incremento dell’espressione di molecole MHC di I classe e di II classe.
- Stimolazione della differenziazione dei linfociti T CD4+ verso il tipo Th1 ed inibizione
verso il tipo Th2.

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- Stimolazione della risposta anticorpale dei linfociti B.
- Attivazione dei neutrofili.
- Stimolazione dell’attività citolitica delle cellule NK.

Le citochine:
Le citochine costituiscono un vasto gruppo di molecole proteiche, sintetizzate e secrete , in seguito alla
ricezione di determinati segnali, non solo dalle cellule che partecipano alle reazioni infiammatoria ed
immunitaria, ma praticamente da tutte le cellule dell’organismo. Nel caso delle infezioni i segnali, che
innescano la sintesi ed il rilascio di citochine, sono dati da alcune molecole, espresse dagli agenti
microbici, e recepiti dai recettori espressi dalle cellule dell’immunità innata, in particolare quelli della
famiglia Toll-like. Nel loro insieme, le citochine si comportano da molecole trasportatrici di segnali;
esse, interagendo con recettori di membrana espressi dalle cellule bersaglio, trasducono un segnale
che, attraverso varie vie e vari fattori di trascrizione, modulano la trascrizione dei geni che codificano
per proteine responsabili di importanti funzioni cellulari. Gli effetti sulle cellule bersaglio possono
essere sia di tipo stimolatorio che inibitorio.

Diverse citochine sono definite interleuchine perché inizialmente vennero identificate nei leucociti e
ritenute capaci di trasferire segnali solo a tali cellule; il numero che segue al termine di interleuchina
(IL) indica la cronologia della scoperta. Altre citochine sono definite con un termine indicante il primo
effetto messo in evidenza; ad esempio Trasforming Growth Factor-β (TGF-β) ed il Tumor Necrosis
Factor (TNF).

Le citochine agiscono non solo localmente con meccanismo autocrino e paracrino, ma anche con
meccanismo endocrino, cioè a distanza, venendo in questo caso trasportate col sangue, dal sito di
rilascio fino a quello dove trovano cellule che espongono i recettori con cui possono interagire. Diverse
citochine agiscono su numerosissimi citotipi, producendo in alcuni casi effetti sinergici ed in altri
effetti contrastanti, ed è per questa ragione che l’azione da essa espletata è definita pleiotropica, cioè
rivolta in molte direzioni.

Molte citochine, rilasciate prevalentemente dalle cellule che agiscono da protagoniste dell’immunità
innata e dell’infiammazione, trovano recettori sui linfociti che sono i protagonisti della reazione
immunitaria specifica; questo fenomeno, insieme a quello della presentazione dell’antigene,
rappresenta il meccanismo essenziale di collegamento tra l’immunità innata e quella acquisita o
specifica.

Alcuni esempi importanti di citochine:

- IL-2: Citochina prodotta dai linfociti Th (helper) che lega un recettore espresso dai linfociti T
citotossici. Tale legame è un requisito essenziale per l’attivazione del linfocita T citotossico.
- TGF-β: Prodotto da macrofagi, neutrofili, fibroblasti, questo fattore regola l’emopoiesi e il
riparo delle ferite, inibendo la proliferazione cellulare, inoltre controlla lo scambio isotipico dei
linfociti B.
- IL-10: Tra le citochine con attività soppressiva (detta anche citochina antinfiammatoria).

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- IFN-γ e IL-4: possono guidare lo sviluppo di una risposta immunitaria adattiva, determinando
se la risposta dell’ospite comporterà principalmente la produzione di anticorpi o l’attivazione
dei linfociti T citotossici.

Pertanto, la presenza delle citochine può determinare non solo l’induzione o meno di una risposta
immunitaria, ma anche la natura della risposta immunitaria stessa. Un’altra famiglia di citochine, le
chemochine, è in gran parte responsabile della regolazione della chemiotassi e del traffico dei
leucociti nell’organismo. Ad esempio, durante una risposta infiammatoria locale, l’IL-8, rappresenta il
segnale chiave per istruire i leucociti ad abbandonare il torrente circolatorio e migrare nel tessuto
laddove è presente il sito di infezione.

Una volta innescata, la produzione di citochine è generalmente di durata limitata nel tempo; ciò
avviene non solo in conseguenza della scomparsa dei microbi, produttori di molecole che ne stimolano
la sintesi, ma anche per l’entrata in azione dei meccanismi regolatori, rappresentati dalle citochine
antinfiammatorie (IL-10).

Il dialogo tra le componenti dell’immunità innata ed acquisita:


Nonostante sia conveniente trattare le risposte naturali ed acquisite come due processi separati, in
realtà questi due tipi di risposta interagiscono per proteggere un individuo dall’infezione, stimolando e
regolando in maniera reciproca le loro funzioni. Ad esempio, la fagocitosi è un meccanismo
dell’immunità innata; tuttavia gli antigeni che sono fagocitati da un macrofago o da una cellula
dendritica sono spesso presentati ai linfociti T helper in associazione a molecole MHC di classe II,
stimolando così una risposta immunitaria acquisita. In maniera analoga, nonostante gli interferoni α e
β, inibiscono la replicazione del virus all’interno della cellula, possono aumentare i livelli di
espressione di molecole MHC di classe I, sulla cellula infettata da virus, aumentando la probabilità che
un linfocita T citotossico sia attivato da parte della cellula infettata. Le proteine del complemento
possono uccidere un microrganismo attraverso la formazione del MAC o possono opsonizzare il
batterio favorendo la fagocitosi ed entrambi sono meccanismi dell’immunità innata. Il rivestimento di
un antigene da parte delle proteine del complemento può anche promuovere l’attivazione dei linfociti
B che rispondono all’antigene estraneo. Tutti questi sono esempi di come una risposta naturale sia
importante per la stimolazione dell’immunità acquisita. La regolazione reciproca tra l’immunità innata
ed acquisita può avvenire anche nell’altra direzione, in cui l’immunità acquisita regola i meccanismi
dell’immunità innata. Le citochine prodotte dai linfociti T nel corso di una risposta immunitaria
acquisita possono potenziare la funzione fagocitaria dei macrofagi e stimolare altre attività di queste
cellule come ad esempio il metebolismo ossidativo. Infine gli anticorpi possono opsonizzare i
microrganismi o altri antigeni, rendendoli più facilmente suscettibili alla fagocitosi.

CAPITOLO 3: LE CELLULE DEL SISTEMA IMMUNITARIO

Ematopoiesi e generazione delle cellule del sistema immunitario:


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Cellule staminali, cellule mieloidi e cellule linfoidi:
Le cellule del sistema immunitario vengono generate durante tutta la vita da una cellula staminale
pluripotente comune, mediante un processo chiamato ematopoiesi. Queste cellule comprendono:

- Granulociti polimorfonucleati (neutrofili, eosinofili, basofili)

- Mastcellule

- Monociti

- Cellule Dendritiche

- Linfociti

- Piastrine

L’ematopoiesi avviene di norma nel midollo osseo. Il precursore mieloide dà origine ai granulociti,
monociti e megacariociti. I megacariociti a loro volta si frammentano per dare origine alle piastrine. Il
precursore linfoide dà origine ai linfociti T e B. Nella maggior parte dei mammiferi le cellule
immunitarie maturano nel midollo osseo. Comunque, i precursori dei Linfociti T lasciano il midollo
osseo in una forma immatura ed è necessario il passaggio attraverso il timo per progredire dallo stadio
di progenitore ad uno stadio maturo, immunocompetente.

13
Fattori di crescita e origine delle cellule del sistema immunitario:
L’ematopoiesi è regolata sia da fattori prodotti dalle cellule del midollo osseo che da fattori prodotti al
di fuori di esso. L’organismo, infatti, produce fattori che segnalano alle cellule precursori di produrre
più cellule immunitarie di un appropriato tipo; questa generazione diretta di una specifica
sottopopolazione di leucociti viene chiamata
ematopoiesi inducibile. Numerose citochine sono
coinvolte nell’ematopoiesi, alcune delle quali stimolano
più di una linea differenziativa, ed influenzano il
processo maturativo a più stadi di sviluppo. La cellula
staminale pluripotente si divide in risposta a due tipi di
interleuchine, in particolare IL-3 e IL-6, in precursore
linfoide e precursore mieloide, questi a loro volta
vengono stimolati da altri fattori, ad esempio il fattore di
stimolazione delle colonie granulocito-macrofagiche
(GM-CSF) che agisce sul precursore mieloide, oppure la
IL-15 che regola lo sviluppo delle cellule NK.

Morfologia e funzione delle cellule


mieloidi:
Monociti - Macrofagi:

I monociti svolgono diverse funzioni nella risposta immunitaria e prendono parte sia al meccanismo
innato che specifico del sistema immunitario. Le cellule di questa linea differenziativa comprendono i
monociti che circolano nel sangue, ed i macrofagi che sono localizzati nei tessuti. I monociti hanno un
diametro di circa 10 µm e rappresentano dall’1 al 6 % dei leucociti circolanti. I monociti possono
muoversi all’interno dei tessuti e differenziarsi in macrofagi. In alternativa, i monociti possono
differenziarsi in cellule dendritiche. I macrofagi possono sopravvivere nei tessuti per diversi mesi.
Alcuni macrofagi hanno una localizzazione relativamente stabile e possono assumere caratteristiche
peculiari che dipendono dagli organi nei quali risiedono. Nel polmone queste cellule sono chiamate
macrofagi alveolari, nel fegato cellule di Kupffer, nel cervello microglia. I monociti contengono granuli
e sono dotati di molti lisosomi.

Funzioni:
1. FAGOCITOSI E BURST RESPIRATORIO
2. PRESENTAZIONE DELL’ANTIGENE
3. PRODUZIONE DÌ CITOCHINE
4. EFFETTORI DELL’IMMUNITA’

- Fagocitosi:

14
I monociti sono cellule fagocitiche mononucleate. Durante la fagocitosi, i macrofagi emettono lunghi
prolungamenti citoplasmatici per circondare ed inglobare il materiale particolato. Il sistema costituito
dai macrofagi tissutali, dalle cellule endoteliali e dai granulociti, viene chiamato sistema
reticoloendoteliale. Questo insieme di cellule rimuove dalla circolazione il materiale particolato
estraneo all’organismo, le cellule morte ed i detriti cellulari. I fagociti possono pure raggiungere i siti di
infiammazione o di lesione nel corpo per rimuovere i detriti cellulari ed attaccare i microrganismi. I
monociti ed i macrofagi spesso utilizzano una molecola come recettore (Cluster differentation) detta
CD14 per riconoscere la componente lipopolisaccaridica (LPS) della parete dei batteri gram negativi.
In maniera simile, i macrofagi utilizzano i recettori per il mannosio per il riconoscimento dei
microrganismi. La fagocitosi è fortemente favorita quando i bersagli vengono opsonizzati, cioè legati
prima da anticorpi o da proteine del complemento presenti nel siero. Infatti i macrofagi possiedono i
recettori per il componente del complemento C3b (chiamato recettore CR1) ed anche quelli per la
porzione Fc dell’anticorpo. Il C3b è una forma attivata del componente C3 del complemento, che viene
generata dopo l’attivazione della cascata del complemento. Al contrario la porzione Fc dell’anticorpo è
sempre presente come parte della molecola anticorpale. I macrofagi costantemente monitorano il loro
ambiente usando la pinocitosi. Quando i macrofagi incontrano uno stimolo attivante, si ha un rapido
aumento del loro metabolismo, mobilità e fagocitosi. Dopo la fagocitosi, i fagociti mononucleati
digeriscono o distruggono le particelle inglobate con le idrolasi acide e le perossidasi contenute dentro
i loro lisosomi. I monociti attivati possono uccidere i patogeni mediante la produzione di intermedi
reattivi dell’ossigeno, come il perossido di idrogeno, i radicali idrossilici, l’anione superossido e
l’ossido nitrico generati durante un processo chiamato burst respiratorio. I macrofagi possono essere
attivati da un ampio spettro di stimoli, che comprendono: il materiale particolato ed i prodotti
batterici (LPS), componenti attivate dal sistema del complemento, citochine, in particolare IFN-γ.

- Burst Respiratorio:

Sia nei polimorfonucleati che nei monociti/macrofagi la fagocitosi si associa costantemente ad un


imponente aumento del consumo di O2, causato dall’aumento della NADPH-ossidasi, che è un sistema
multienzimatico, localizzato sia nella membrana plasmatica che nel citoplasma. Una volta attivato,
esso, catalizza la riduzione dell’O2, trasferendo ad esso un elettrone proveniente dal NADPH, che
conseguentemente viene ossidato a NADP, mentre l’O2 viene trasformato in anione superossido (O2−.).
L’anione superossido viene trasformato dall’enzima superossido-dismutasi in H2O2, cioè perossido di
idrogeno o acqua ossigenata:

O2− --superossido-dismutasi--> H2O2


L’H2O2 in parte va nel citoplasma, in parte va nel fagosoma. Quello nel citoplasma viene trasformato
dall’enzima catalasi in H20 e O2. Quello nel fagosoma svolge in parte azione battericida, in parte viene
trasformato in altre sostanze antimicrobiche da alcuni enzimi presenti in queste cellule:

H2O2 -- mieloperossidasi--> H20 + O(ossigeno atomico)


H2O2 + Cl- -- mieloperossidasi--> H20 + OCl-(ione ipoclorito)
L’importanza dell’esplosione respiratoria nell’uccisione intracellulare dei microrganismi è stata
dimostrata nello studio della malattia granulomatosa cronica (vedi patologia). I bambini affetti da

15
questa forma sono soggetti ad infezioni persistenti, sostenute da germi catalasi positivi che non
possono essere uccisi dai fagociti perché non sono in grado di effettuare l’esplosione respiratoria.

- Presentazione dell’antigene:

La seconda maggiore funzione dei monociti è la presentazione dell’antigene. L’attivazione dei linfociti
T helper in risposta ad un antigene non può avvenire fino a quando l’antigene non è esposto su una
cellula che presenta l’antigene (APC), ed in un contesto tale che le cellule TH lo possano riconoscere,
come ad esempio un peptide antigenico complessato con le proteine di classe II del Complesso
Maggiore di Isocompatibilità (MHC). L’abilità di una cellula di funzionare come una APC richiede che la
cellula abbia la capacità di compiere diversi meccanismi molecolari:

1. “Processare” un antigene proteico talgliandolo in una serie di piccoli peptidi, e poi collocare
questi brevi peptidi nella tasca che lega l’antigene di una proteina MHC di classe II.
2. “Presentare” o esporre questo complesso antigene-MHC ad un linfocita TH antigene-specifico.
3. Fornire a quel linfocita TH altri segnali di attivazione, che insieme con l’antigene, stimolano la
cellula TH ad attivarsi.
- Produzione di citochine:

Quando i monociti incontrano determinati stimoli, particolarmente quelli di origine batterica, vengono
attivati e producono una varietà di citochine. Queste citochine sono capaci di provocare effetti locali e
sistemici. Le citochine prodotte includono le IL-1, IL-6, IL-10, IL-15, TNF-α, TGF-β, IFN-α e β. Le
interleuchine 1, 6 e il TNF-α sono chiamate citochine infiammatorie. Esse possono provocare
cambiamenti sistemici come la febbre, e stimolare la funzione delle cellule citotossiche. La IL-10
inibisce la risposta citotossica e agisce infatti da citochina antinfiammatoria. I macrofagi attivati inoltre
producono il fattore stimolante le colonie (GM-CSF), che è responsabile della ematopoiesi inducibile,
per aumentare la capacità di contrastare le infezioni.

- Effettori dell’immunità:

Oltre al suo ruolo come cellula fagocitica, il macrofago può agire come una cellula killer per
distruggere le cellule bersaglio ed i patogeni senza fagocitarli. I macrofagi si legano ed uccidono
determinate cellule tumorali e cellule percepite come estranee ed uccidono inoltre le cellule che sono
ricoperte di anticorpi mediante un processo noto come citotossicità cellulo-mediata anticorpo
dipendente. I mediatori citotossici dei monociti comprendono l’ossido nitrico e la citochina TNF-α,
inoltre IFN-α e β possono inibire direttamente le infezioni virali.

Granulociti: neutrofili, eosinofili e basofili

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Rappresentano una cospicua frazione dei leucociti (60-70%) circolanti, e rapidamente escono dal
circolo ematico, tramite diapedesi, e si indirizzano verso i siti infiammatori. La sottoclasse maggiore
dei granulociti sono i neutrofili (90%). Contengono granuli azzurrofili contenenti idrolasi acide,
mieloperossidasi, elastasi, lisozima. Analogamente ai monociti, i neutrofili esprimono numerosi
differenti recettori (CD) che legano la porzione Fc dell’anticorpo. Gli eosinofili costituiscono il 2-4% dei
leucociti circolanti. Essi sono presenti nel midollo osseo e nel connettivo. Hanno la caratteristica di
esprimere l’FcR ad alta affinità per le IgE. Si ritiene che questo recettore abbia un ruolo importante
nella difesa contro i parassiti, e sono inoltre mediatori chiave della risposta infiammatoria. I basofili
esprimono il recettore per le IgE, e rilasciano il contenuto dei loro granuli dopo aggregazione del
recettore per le IgE. Perciò i basofili hanno un ruolo fondamentale nelle reazioni da ipersensibilità di
tipo immediato, comunemente chiamate, risposte allergiche. Le mastcellule sono, sotto molti aspetti,
simili ai basofili. Comunque, diversamente dai basofili, si trovano lungo le superfici mucose, oppure sui
tessuti connettivi. A differenza dei soggetti normali, quelli allergici sono geneticamente predisposti a
sintetizzare un eccesso di IgE specifiche, quando vengono a contatto con un allergene (es. polline). Il
primo contatto con questo costituisce il fenomeno della sensibilizzazione (innesco della sintesi di IgE
specifiche), alla quale non consegue alcuna sintomatologia. Di queste IgE, un’aliquota rimane in
circolo, ed un'altra si fissa, tramite i frammenti Fc, ai recettori espressi da diverse cellule, in particolare
dai mastociti e dai basofili. Al momento del secondo contatto con l’allergene, questo interagisce con la
porzione Fab delle IgE fissate ai recettori, e induce alla comparsa di una serie di fenomeni, che
culminano con la liberazione da parte delle cellule di una serie di molecole responsabili delle
manifestazioni cliniche (Istamina, prostaglandine, citochine ecc). Quindi le mastcellule svolgono un
importante ruolo nel regolare la permeabilità vascolare durante eventi infiammatori.

Funzioni:
1. FAGOCITOSI
2. PRODUZIONE DI CITOCHINE
3. EFFETTORI DELL’IMMUNITA’

- Fagocitosi:

Tutti i granulociti sono cellule fagocitiche, benché i


neutrofili sono i fagociti più numerosi ed
importanti. Quando il materiale particolato viene
fagocitato dai neutrofili, il fagosoma contiene la
particella inglobata, si fonde con il lisosoma che contiene gli enzimi degradativi e si forma così una
struttura chiamata fagolisosoma. I granuli di deposito si fondono con il fagolisosoma dove il materiale
inglobato viene degradato. Oltre agli enzimi, i neutrofili rilasciano peptidi chiamati defensine che
alterano la permeabilità della membrana dei batteri o dei funghi. Inoltre, le ossidasi dei neutrofili
generano gli intermedi reattivi dell’ossigeno altamente tossici, come detto per i macrofagi. Come con i
macrofagi, il legame sui granulociti dei recettori del complemento e/o dell’Fc aumenta molto la
ingestione delle particelle e gli eventi di attivazione conseguenti. Il rilascio di enzimi degradativi e di
prodotti tossici dai granulociti attivati può provocare danno ai tessuti circostanti, come avviene
nell’infiammazione cronica.

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- Produzione di citochine:

I granulociti producono diverse citochine, tra cui molto importanti sono quelle prodotte dai neutrofili,
che sono le citochine proinfiammatorie TNF-α, IL-1, IL-6, IL-8.

- Effettori dell’immunità:

I neutrofili sono i leucociti più numerosi del sangue e la componente cellulare più importante del
sistema immunitario per distruggere batteri e funghi mediante la fagocitosi. Come tali, i neutrofili sono
la prima e più importante linea di difesa contro tali
infezioni. Essi sono le cellule più abbondanti che
partecipano negli stadi più precoci
dell’infiammazione. In tali circostanze, i neutrofili
non solo uccidono i patogeni, ma rilasciano pure
enzimi digestivi e prodotti ossidativi nei tessuti
circostanti. Ciò fa sì che i neutrofili sono
un’importante causa di danno alle cellule circostanti.

Benchè gli eosinofili siano capaci di fagocitosi, essi


sono meglio conosciuti per aderire al bersaglio
mediante i recettori del complemento o i recettori
per la porzione Fc, e rilasciare i granuli, in maniera
da esporre il bersaglio al contenuto tossico dei
granuli. Il numero degli eosinofili aumenta nel corso
delle malattie parassitarie e si ritiene che svolgano
un importante ruolo nella eliminazione dei parassiti extracellulari.

L’aggregazione del recettore per le IgE delle mastcellule con le IgE complessate all’allergene, ne
provoca la degranulazione, ed insieme ad esse si degranulano i basofili. Inoltre si producono e si
rilasciano una serie di fattori responsabili dei sintomi di una reazione allergica, compresa la
vasodilatazione, la contrazione della muscolatura liscia e la secrezione di muco. Insieme, questi effetti
danno luogo al rigonfiamento, arrossamento ed irritazione che sono segni caratterstici della reazione
allergica. Questi fattori comprendono l’istamina, la maggiore molecola effettrice preformata di queste
cellule e le prostaglandine ed i leucotrieni, sintetizzati dopo l’attivazione.

Cellule dendritiche:
Sono cellule APC. Si originano o dalla cellula staminale mieloide nel midollo osseo, o dai monociti del
sangue. Le cellule dendritiche sono così chiamate per le sottili proiezioni citoplasmatiche stellate che
caratterizzano la loro membrana plasmatica. Nella cute vengono chiamate cellule di Langherans.
Queste cellule possono migrare rapidamente ai linfonodi drenanti dove diventano cellule reticolari che
portano l’antigene alle regioni delle dei linfociti T del linfonodo.

Funzioni:
1. PRESENTAZIONE DELL’ANTIGENE

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- Presentazione dell’antigene:

Le cellule dendritiche sono le più efficienti APC presenti


nell’organismo. Per svolgere questo ruolo, fagocitano antigeni
estranei, processano l’antigene catturato, migrano in un tessuto
immunitario secondario tipo un linfonodo, e lo presentano ai
linfociti T associato alle molecole MHC di classe II. L’alta
espressione costitutiva di molecole MHC di classe II da parte
delle cellule dendritiche spiega la loro potenza nella
presentazione dell’antigene.

Morfologia delle cellule linfoidi:


Le cellule linfoidi:
I linfociti sono cellule rotondeggianti di 10µm di diametro. La maggior parte dei linfociti sono derivati
dal midollo osseo (linfociti B) o dal timo (linfociti T). Il 5% dei linfociti contiene granuli azzurrofili e
sono chiamati cellule NK (natural killer).

Le principali popolazioni e sottopopolazioni di linfociti:


Linfociti T:
I linfociti T si producono inizialmente nel midollo osseo e migrano nel timo per completare la loro
maturazione. Essi esprimono sulla membrana cellulare una proteine denominata TCR (t-cell-receptor).
I TCR sono codificati da geni che subiscono modificazioni durante la differenziazione dei linfociti T.
Durante queste modificazioni genetiche (riarrangiamenti), alcuni segmenti genici si congiungono. Le
proteine codificate dai geni riarrangiati sono specifiche per ogni linfocita T. Il TCR è come un pezzetto
di un “puzzle” e l’antigene riconosciuto dai linfociti T è come un pezzetto che trova la giusta
collocazione nel puzzle. L’interazione del TCR con l’antigene specifico induce l’attivazione del linfocita
T. In realtà l’antigene deve essere presentato da una cellula APC. Durante la processazione, l’antigene
viene tagliato in piccoli frammenti peptidici e si associa a molecole MHC mediante un legame non
covalente. Una porzione della molecola MHC contiene una tasca in cui vengono “alloggiati” i frammenti
peptidici. Il TCR riconosce il complesso MHC-peptide antigenico. Oltre al TCR, il linfocita T esprime
altre proteine con il nome di co-recettori (denominate CD4 e CD8) che interagiscono con le molecole
MHC sulla superficie della cellula APC. Il CD4 interagisce con molecole MHC di classe II, il CD8 con
molecole MHC di classe I.

19
Premessa:

Il sistema maggiore di istocompatibilità o MHC (Major


Histocompatibility Complex) ed il suo ruolo nella risposta
immunitaria
Nell’uomo il MHC costituisce una porzione del genoma in cui sono presenti geni polimorfi, di cui la
maggior parte codifica per proteine, definite molecole o antigeni di istocompatibilità, inserite nel
contesto della membrana cellulare dalla quale sporgono verso l’esterno. Le molecole di istocompatibilità
espletano una funzione indispensabile ai fini del riconoscimento degli antigeni proteici da parte dei
linfociti T in quanto legano frammenti di tali antigeni (epitopi) ad una particolare porzione della loro
molecola, definita tasca, esponendoli al riconoscimento da parte dei TCR dei linfociti T. I geni del MHC
vengono così classificati:

1. Geni di classe I, che codificano per antigeni di istocompatibilità di classe I, espressi con varia
intensità sulla superficie di tutte le cellule dell’organismo.
2. Geni di classe II, che codificano per antigeni di istocompatibilità di classe II, che sono espressi
sulla superficie di cellule del sistema immunitario, come i linfociti B e le cellule APC.

Gli epitopi degli antigeni proteici estranei, espressi in associazione a molecole dello MHC di classe I sono
riconosciuti dai TCR dei linfociti CD8+, mentre quelli espressi in associazione a molecole MHC di classe II
sono riconosciuti dai linfociti CD4+.

Diversi tipi di linfociti T sono deputati a svolgere funzioni


immunitarie specifiche, ma in qualche modo differenti. I linfociti
T helper, così denominati perché potenziano l’attività di altre
cellule del sistema immunitario tramite la produzione di
molecole note come citochine, sono identificati in base
all’espressione del co-recettore CD4 sulla membrana cellulare.
Quindi, i linfociti T CD4+ interagiscono in maniera specifica con i
peptidi associati alle molecole MHC di classe II sulle cellule APC
professionali. Una sottoclasse di linfociti Th, i linfociti Th1,
produce un repertorio di citochine che inducono lo sviluppo di
una risposta immunitaria nei confronti di agenti patogeni
intracellulari che spesso risiedono nelle cellule fagocitiche
dell’ospite, e non vengono così uccisi. Le citochine prodotte dai
linfociti Th1 favoriscono l’uccisione intracellulare dei patogeni
che invadono i fagociti. Al contrario le cellule Th2 producono un
repertorio di citochine che stimolano la produzione di anticorpi
efficaci nel mediare l’opsonizzazione e la lisi dei patogeni
extracellulari che in condizioni normali non vivono all’interno
delle cellule dell’ospite. Spesso i linfociti Th1 producono
citochine che inibiscono le risposte mediate dai linfociti Th2 e
viceversa. La seconda popolazione di cellule T è rappresentata
dai linfociti T citotossici, che esprimono il co-recettore CD8 (linfociti T CD8+). Questa molecola
interagisce con molecole MHC di classe I che sono espresse su tutte le cellule nucleate dell’organismo.

20
La molecola MHC presente sulla membrana cellulare è anche essa associata ad un peptide, ma
normalmente questo peptide deriva da un antigene self, e quindi la cellula viene ignorata dal sistema
immunitario. Tuttavia, se un agente patogeno, quale un virus, infetta una cellula dell’ospite, allora la
molecola MHC di classe I legherà i peptidi virali, in quanto tali peptidi derivano da proteine virali che
sono sintetizzate nella cellula infettata, come le proteine self. Il linfocita T citotossico attivato, induce la
lisi della cellula bersaglio, distruggendola. Inoltre i linfociti T citotossici possono esprimere altri
mediatori antimicrobici che uccidono direttamente i parassiti intracellulari ed impediscono che essi
infettino altre cellule.

- Linfociti T CD4+ e CD8+:

I più precoci progenitori delle cellule T nel timo non esprimono recettori CD4 e CD8 sono quindi
chiamate cellule doppio-negative. Quando questi progenitori delle cellule T maturano, i geni che
codificano il TCR vengono riarrangiati per dare origine ad un recettore funzionale per l’antigene, che è
poi espresso sulla membrana cellulare. Quando i timociti completano con successo il primo stadio di
riarrangiamento del gene TCR, vengono espressi sia CD4 che CD8, e vengono chiamati cellule doppio-
positive. Queste cellule risiedono nella regione corticale del timo. Con la ulteriore maturazione, i
timociti diventano CD4+ CD8- oppure CD4- CD8+ e sono chiamate singolo-positive. Le CD4 e le CD8
sono importanti nel determinare quali molecole sono riconosciute dal TCR. La CD4 si lega alle
molecole MHC di classe II, aiutando il TCR a riconoscere l’antigene presentato dalle molecole dell’MHC
di classe II. Al contrario la CD8 si lega alle molecole MHC di classe I e le cellule CD8+ riconoscono
l’antigene presentato dalle molecole MHC di classe I.

- Linfociti Th1 e Th2:

Le cellule T sono state suddivise in categorie in base alle citochine che producono in seguito
all’attivazione. Le cellule T CD4+ Th1 secernono la IL-2, l’IFN-γ e il TNF-β. Le cellule T CD4+ Th2
secernono IL-4, IL-5, IL-6, IL-9, IL-10 ed IL-13.

TH1:

Le cellule Th1 preferenzialmente stimolano l’immunità T cellulo- IL-2


mediata e sono proinfiammatorie. Le citochine Th1 favoriscono
le risposte immunitarie che coinvolgono i fagociti, e quindi
attivazione macrofagica, produzione di anticorpi opsonizzanti e
fissanti il complemento, citotossicità anticorpo indipendente.
IFN-γ

TNF-β

21
TH2:

Le cellule Th2 stimolano la produzione di anticorpi favorendo la crescita e


la differenziazione dei linfociti B. Le citochine Th2 promuovono le risposte IL-4
immuni di tipo umorale, stimolano i linfociti B a proliferare ed a
sintetizzare anticorpi, stimolano anche le reazioni immunitarie contro i IL-5
parassiti e gli elminti, ed esercitano un ruolo cruciale nella genesi e nel
mantenimento delle reazioni da ipersensibilità di tipo I (vedi oltre). IL-6

IL-9

IL-10

IL-13

Linfociti B:
I linfociti B costituiscono dal 5 al 15% dei linfociti circolanti. Come i linfociti T, a loro volta essi
esprimono sulla membrana cellulare una proteina specifica di questo tipo cellulare, in grado di legare
l’antigene e che quindi funge da recettore. Tuttavia questo recettore viene anche prodotto in forma
solubile; questa forma è denominata anche anticorpo o immunoglobulina (Ig). Quindi l’anticorpo lo
troviamo come recettore ancorato alla membrana del linfocita B e in forma solubile prodotto e
rilasciato nell’area circostante. L’anticorpo è costituito da due catene pesanti e due leggere. Sia le
catene pesanti che le catene leggere possiedono regioni costanti, ed una regione propria di ciascun
anticorpo denominata regione variabile. Le regioni variabili conferiscono all’anticorpo la specificità per
l’antigene e legano direttamente l’antigene. Il repertorio di diversità molecolare, che permette
l’interazione degli anticorpi con un numero elevatissimo di antigeni differenti, è generato attraverso
meccanismi di riarrangiamento genico. Questo processo avviene durante lo sviluppo dei linfociti B nel
midollo osseo. Quando i linfociti B completano la loro maturazione nel midollo osseo e diventano
quindi immunocompetenti, lasciano il midollo e migrano nel sistema linfatico. Essi circolano
nell’organismo migrando attraverso i linfonodi nel sistema linfatico, e nel circolo sanguigno. Tutto ciò
permette ai linfociti B di entrare negli organi linfatici secondari quali la milza, o in altri siti, in risposta
ad uno stimolo antigenico. Per l’attivazione dei linfociti B sono necessari due segnali. Il primo segnale
si genera in seguito all’interazione tra l’Ig di membrana e l’antigene specifico e successiva
aggregazione( complesso Ag-Anticorpo). Il complesso antigene-anticorpo è internalizzato all’interno
del linfocita B, l’antigene viene processato e presentato al linfocita T che riconoscerà il complesso
MHC-peptide tramite il TCR. Il linfocita Th fornisce una serie di segnali di co-stimolazione mediati sia
dal legame di recettori non specifici per l’antigene presenti sui linfociti B con i rispettivi ligandi sui
linfociti T, che dal rilascio di fattori solubili. I linfociti B attivati, si differenziano ulteriormente dando
luogo a due tipi di cellule: la plasmacellula che è la sorgente della sintesi di livelli elevati di anticorpi
specifici, e il linfocita B della memoria, che medierà risposte rapide in seguito ad un incontro
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successivo con lo stesso antigene. Le plasmacellule sono cellule specializzate nella sintesi e secrezione
di grandi quantità di anticorpi in forma solubile. Il primo anticorpo che è sintetizzato da una
plasmacellula attivata appartiene alla classe delle IgM. Questa produzione iniziale di anticorpi
rappresenta la fase precoce di una risposta immunitaria primaria. Via via che il linfocita B matura, la
specificità dell’anticorpo per l’antigene che ne ha stimolato la sintesi, non cambia, ma cambia la classe
dell’anticorpo attraverso un processo denominato switch isotipico. Le diverse classi di anticorpi,
svolgono nell’organismo funzioni immunologiche e biologiche distinte. Ad esempio le IgM sono molto
efficaci nell’attivazione del sistema del complemento. Le IgG sono importanti nell’attivazione del
processo della fagocitosi e killing intracellulare.

I linfociti B della memoria si sviluppano dai linfociti B maturi in risposta ad una prima stimolazione
antigenica, e producono rapidamente, in risposta ad una stimolazione antigenica secondaria, livelli
elevati di anticorpi, non tuttavia della classe delle IgM, ma di altre classi. Le cellule B della memoria
fungono da sentinelle pronte a produrre rapidamente gli anticorpi per neutralizzare un
microrganismo patogeno o una tossina. La produzione più rapida e più elevata di anticorpi, da parte
dei linfociti B viene definita risposta immunitaria secondaria e rappresenta le basi molecolari della
memoria immunologica. Esistono tuttavia alcuni antigeni, denominati antigeni T-indipendenti, che
possono stimolare direttamente i linfociti B, senza aver bisogno dell’assistenza dei linfociti Th. Un
esempio di tali antigeni è rappresentato dall’endotossina, LPS batterico.

L’immunoglobulina trans-membrana dei linfociti B ha funzione di recettore per l’antigene. Le molecole


immunoglobuliniche sono divise in classi, chiamate isotipi sulla base della sequenza amminoacidica
della regione costante della loro catena pesante. Gli isotipi immunoglobulinici sono IgG, IgM, IgA, IgE
ed IgD. I differenti isotipi hanno proprietà biologiche distinte, ma tutti gli isotipi possono essere
prodotti come proteine trans-membrana che funzionano come recettore per l’antigene della cellula B.
Le cellule B mature appena prodotte esprimono sulla membrana le IgM, mentre dopo attivazione, altri
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isotipi. I linfociti B esprimono costitutivamente le molecole MHC di classe II. Altri recettori, sono quelli
per il complemento (tipo il CD35) e i recettori per le porzioni Fc degli anticorpi solubili che stanno
opsonizzando. Oltre il loro ruolo di cellule che producono immunoglobuline, le cellule B possono
presentare l’antigene alle cellule T.

Interazione tra i linfociti T e B:

Benchè le cellule B possano legare antigeni solubili direttamente mediante il loro recettore per
l’antigene, esse comunque richiedono ulteriori segnali per diventare produttivamente attivate. È
particolarmente vantaggioso per la cellula B, presentare l’antigene alla cellula T, poiché questo pone la
cellula B nella condizione di ricevere ulteriori segnali dalla cellula Th. I recettori delle cellule T attivate
sono rappresentati dai CD40L. I rispettivi controrecettori sulle cellule B sono i CD40. Questo legame
fornisce alle cellule B un segnale co-stimolatorio. Il risultato finale è una produzione di citochine da
parte dei linfociti T attivati che sono necessarie alle cellule B per proliferare, per eseguire lo switch
dell’isotipo immunoglobulinico, per secernere gli anticorpi, per divenire cellule della memoria. In
particolare sono le citochine Th2: IL-4, IL-5, IL-6.

Interazione fra le cellule T:

Oltre a riconoscere un complesso MHC-antigene su una APC, la cellula T richiede aiuto da altre cellule
T per la proliferazione ed ulteriore differenziazione. In seguito alla attivazione, mediante il TCR ed il
segnale co-stimolatorio, la cellula T è indotta ad esprimere nuovi prodotti genici., tra cui l’IL-2 ed il
recettore per IL-2. La IL-2 è una importante citochina che stimola le cellule T che sono state attivate a
proliferare. Poiché le cellule T stimolate esprimono simultaneamente sia l’IL-2 che il suo recettore, la
cellula T può stimolare se stessa verso la sua completa attivazione (azione autocrina).

Effettori cellulari dell’immunità:

I linfociti T citotossici sono importanti nell’uccidere le cellule infettate e le cellule tumorali. Entrambe
le cellule T CD8+ e CD4+ possono avere un’attività citotossica, benchè le cellule citotossiche sono di
solito le CD8+. Le cellule CD8+ generalmente uccidono il loro bersaglio mediante l’uso della proteina
perforina, che forma pori nella membrana plasmatica di una cellula bersaglio. I pori permettono
l’entrata dei granzimi, che sono proteasi che inducono apoptosi. Entro pochi minuti dal legame alla
cellula bersaglio, le cellule killer attivate CD8+ dirigono
l’esocitosi della perforina preformata e degli altri
mediatori (TNF-β) verso la cellula bersaglio.

Il killing da parte delle cellule CD4+ attivate, è


realizzato da molecole di membrana chiamate Fas e
ligando Fas. L’aggregazione dei recettori Fas (cellula
bersaglio) - ligando Fas (cellula T citotossica attivata),
induce apoptosi nella cellula bersaglio.

Cellule Natural Killer (NK):

24
La cellula natural killer è un tipo di linfocita dotato di attività citotossica. Le
cellule NK agiscono principalmente come sentinelle in grado di riconoscere
cellule con un’espressione alterata di molecole MHC di classe I. Queste
alterazioni si osservano nelle cellule in seguito ad infezioni causate da
microrganismi intracellulari o in alcune cellule tumorali. Le cellule NK
possiedono un programma già predisposto per uccidere i bersagli che
incontrano. Le cellule NK esprimono recettori in grado di riconoscere
molecole MHC di classe I espresse dalle cellule normali sane; l’interazione
del recettore con una molecola MHC self inibisce l’attività citotossica della
cellula NK. Queste cellule riconoscono come “nocive” e distruggono
principalmente le cellule con un’espressione anomala di molecole di MHC.
Le cellule NK sono efficaci nell’uccisione di cellule tumorali e di cellule
infettate dai virus, che esprimono bassi livelli di MHC di classe I e che
pertanto sono resistenti alla lisi da parte dei linfociti T citotossici.

Le cellule NK sono prive di TCR e di BCR (cioè l’anticorpo di membrana del


linfocita B che funge da recettore). Rappresentano il 15% dei linfociti
circolanti. Non necessitano del timo per lo sviluppo.

Funzioni:

Le cellule NK fanno parte della difesa immunitaria innata e sono capaci di


agire rapidamente. Esse sono la prima linea di difesa contro le infezioni
virali e hanno un ruolo in determinate infezioni batteriche. Esse possono
uccidere direttamente le cellule infettate dai virus. Sono state definite le
molecole recettoriali che le cellule NK usano per distinguere fra le cellule
intatte e le cellule infette o alterate. Alcuni di questi recettori rispondono
alla diminuita espressione dell’MHC di classe I su una cellula infettata o su
una cellula tumorale. Le cellule NK producono IFN-γ, che ha numerosi
effetti antivirali diretti, stimola l’attività citotossica delle cellule T e dei
macrofagi e spinge le cellule T native a differenziarsi in TH1. I recettori sulla membrana di una cellula
NK hanno un ruolo critico importante nel determinare se la cellula bersaglio a cui la cellula NK è legata
verrà uccisa o no. Recettori inibitori impediscono alla cellula NK di distruggere la cellula bersaglio.

Le cellule NK sono attivate in risposta alle citochine prodotte in seguito all’infezione da altre cellule
dell’immunità innata come ad esempio IL-2 e IL-12 prodotta dai macrofagi e dalle cellule dendritiche.
Le cellule NK sono inoltre stimolate a differenziarsi ed a divenire attivate in risposta all’IFN-γ,
prodotto dalle cellule T e da altre NK. Le cellule NK, analogamente alle cellule citotossiche T CD8+,
uccidono mediante perforine, granzimi e Tumor Necrosis Factor (TNF). In seguito al legame delle
cellule NK a bersagli non ancora definiti, la citotossicità è rapida, si compie nell’arco di un paio d’ore.

CAPITOLO 4: ORGANI E TESSUTI DEL SISTEMA IMMUNITARIO

I vari tipi cellulari che fanno parte del sistema immunitario sono distribuiti in tutto l’organismo ma
sono maggiormente concentrati negli organi e nei tessuti che sostengono lo sviluppo delle cellule
immuni e che favoriscono il loro funzionamento. In generale, gli organi e i tessuti del sistema

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immunitario vengono classificati in relazione al ruolo che essi svolgono nella risposta immunitaria. Si
riconoscono gli organi linfoidi primari, che sono quelli nei quali avviene lo sviluppo delle cellule del
sistema immunitario, e che nei mammiferi comprendono il midollo osseo e il timo. Ci sono poi gli
organi linfoidi secondari, dove si realizzano le funzioni delle cellule del compartimento linfoide in
quanto viene favorita al massimo la probabilità che queste cellule incontrino l’antigene specifico. Gli
organi linfoidi secondari, che comprendono la milza e i linfonodi, hanno anche la caratteristica di
essere interconnessi dal sistema circolatorio del sangue e della linfa. Le cellule del sistema
immunitario si muovono continuamente attraverso il corpo tramite questi due sistemi circolatori,
pattugliando in questa maniera i tessuti alla ricerca dei segni di infezione. Gli antigeni estranei
all’organismo possono anche essi essere trasportati lungo questi sistemi, potendo così raggiungere e
attraversare gli organi linfoidi secondari.

Organi linfoidi generativi:


Sono quelli che producono le cellule ematopoietiche che sono coinvolte nelle difese dell’ospite. Nella
maggior parte dei mammiferi questi sono rappresentati dal midollo osseo e dal timo.

Il Midollo osseo:
Il midollo osseo rappresenta, nei mammiferi adulti, la più importante fonte di cellule ematopoietiche. È
un tessuto contenuto nei compartimenti interni dell’osso, in particolare ossa piatte. Le cellule
ematopoietiche si originano da una cellula staminale indifferenziata da cui deriva una progenie che è
in grado di dare origine a tutte le linee ematopoietiche. Una volta che le cellule ematopoietiche si
differenziano in leucociti maturi, questi escono dal compartimento ematopoietico e infine escono dal
midollo attraverso la vena centrale.

Il Timo:
I linfociti T non completano il loro processo maturativo nel midollo osseo ma, in forma di precursori,
escono dal midollo osseo e migrano nel timo, che rappresenta infatti un importante sede per la crescita
e la maturazione dei linfociti T. Quando i precursori dei linfociti T entrano nel timi essi non sono
funzionalmente competenti, cioè non sono in grado di determinare una risposta immunitaria. Essi,
infatti, non esprimono il complesso recettoriale delle cellule T (TCR) o altre molecole accessorie, come
CD4 e CD8 che sono invece presenti nelle cellule T mature e funzionalmente competenti. Una volta
all’interno del timo i precursori linfoidi T (timociti) vanno incontro ad un processo di selezione in cui
più del 90% di essi è destinato ad essere eliminato. Solo una piccola percentuale dei timociti giunti nel
timo vengono stimolati a proliferare, a differenziarsi e quindi lasciare il timo in qualità di linfociti T
maturi. Il processo di selezione timica, comprende:

1. Una fase di selezione positiva di quei linfociti T che sono in grado di riconoscere antigeni
estranei in associazione con molecole codificate dal complesso maggiore di istocompatibilità
(MHC)
2. Una fase di selezione negativa, di quei linfociti T che si legano con alta avidità agli antigeni
propri (in associazione a molecole MHC).

Il processo di selezione positiva assicura che i linfociti che alla fine emergono dal timo siano in grado
di riconoscere l’antigene in associazione alle molecole codificate dall’MHC. Il processo di selezione
negativa elimina cloni di linfociti T potenzialmente autoreattivi che possono potenzialmente causare

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malattie autoimmuni. I timociti che non vengono coinvolti né nella selezione positiva né in quella
negativa vanno invece incontro ad una morte per apoptosi.

Il timo è localizzato nel mediastino anteriore, vicino alla base del collo. Istologicamente il timo
presenta una regione esterna, caratterizzata da un’abbondante presenza di linfociti, detta corticale ed
una regione interna molto meno popolata da cellule detta midollare. I precursori linfoidi T entrano nel
timo sotto la capsula timica, nella parte più superficiale delle corticale. Questi timociti primitivi,
proliferano attivamente. Alcuni di questi precursori proliferanti vengono a contatto con un tipo
specializzato di cellule epiteliali, le cosiddette cellule “balia”. I contatti con le cellule balia promuovono
la proliferazione e le differenziazione di almeno alcune delle cellule progenitrici T. Nel corso della loro
proliferazione i timociti si differenziano, acquisendo nuovi marcatori di superficie, in particolare il
complesso TCR, le molecole CD4 e CD8. Contemporaneamente, mentre si stanno differenziando, essi
migrano in profondità verso la giunzione cortico-midollare. In aggiunta alle cellule timiche “balia”, il
timo contiene anche cellule dendritiche e macrofagi, derivati dal midollo osseo. Mediante il contatto
con tali cellule, i timociti, che si stanno differenziando, incontrano una serie di antigeni propri in
associazione con prodotti dei geni MHC. Questi diversi antigeni propri forniscono segnali stimolatori
per un’ulteriore crescita e differenziazione dei timociti, o, in alternativa, segnali inibitori che portano
all’apoptosi degli stessi.

Anatomia della risposta immunitaria:


Ricircolazione linfocitaria:
I linfociti ricircolano continuamente attraverso l’organismo seguendo strade ben definite dal sangue
verso gli organi linfoidi. Questa modalità di circolo permette ai linfociti di pattugliare la loro area per
rilevare la presenza di antigeni estranei. I linfociti entrano nei linfonodi e nel tessuto linfoide associato
alle mucose (MALT) in corrispondenza di letti vascolari specializzati detti venule post-capillari. In un
linfonodo a riposo, non sottoposto a stimolo antigenetico, entrano molti meno linfociti rispetto a uno
che si trova in uno stato infiammatorio. Quando avviene una stimolazione antigenetica, il ritmo di
entrata delle cellule aumenta considerevolmente. I linfociti risiedono nei tessuti linfoidi per periodi di
tempo variabili, la cui durata dipende principalmente dal fatto di venire o meno attivati dall’antigene.
Se i linfociti vergini, vengono attivati in seguito all’incontro con l’antigene di un organo linfoide, essi
vengono trattenuti in sede e proliferano. Se non vengono attivati, questi linfociti escono dal linfonodo,
attraverso la midollare, per raggiungere i vasi linfatici efferenti. Alla fine rientrano nel circolo
sistemico attraverso il dotto toracico, e ricomincia un nuovo ciclo.

Centri germinativi:
Dopo che le appropriate interazioni cellulari hanno avuto luogo, i linfociti migrano in microambienti
specializzati che si trovano negli organi linfoidi periferici che sostengono la loro differenziazione.
Questi microambienti sono i centri germinativi, detti anche follicoli secondari, che infatti derivano dai
follicoli primari dopo stimolazione antigenetica dei linfociti. I follicoli primari sono presenti in tutti gli
organi o tessuti linfoidi periferici: milza, linfonodi, placche di Peyer e MALT. I follicoli primari
contengono un “pool” di linfociti B ricircolanti. La maggior parte di questi linfociti esprimono le
immunoglobuline di superficie M (IgM). Le cellule dendritiche follicolari (CDF) rappresentano un altro
importante tipo cellulare presente nei follicoli, ed sono dotate della capacità di captare gli antigeni
tramite recettori di tipo immunoglobulinico presenti su caratteristiche estroflessioni citoplasmatiche
di tipo dendritico. Questi recettori catturano gli antigeni formando immunocomplessi, espondendoli

27
per mesi o anni. Le CDF, quindi, agiscono da trappola antigenetica concentrando antigeni per una
presentazione continua ai linfociti B follicolari, sostenendo la differenziazione dei linfociti B in cellule
della memoria e plasmacellule. In seguito all’esposizione dell’antigene immunogenetico, i follicoli
primari vanno incontro ad una trasformazione: i piccoli linfociti B non attivati, localizzati nel follicolo
primario, sono spostati verso la periferia, mentre la regione centrale del follicolo diviene un centro
germinativo detto anche follicolo secondario. I centri germinativi sono siti importanti per la
differenziazione del linfociti B. L’attivazione iniziale dei linfociti B avviene probabilmente al di fuori
dei centri germinativi. I linfociti B attivati dunque migrano verso un follicolo primario e vanno
incontro ad espansione colonale.

Organi linfoidi periferici:


La milza e i linfonodi sono i siti principali per l’inizio della maggior parte delle risposte immunitarie
primarie. In generale, i linfonodi drenano specifiche regioni anatomiche del corpo, mentre la milza è la
sede delle risposte immunitarie nei confronti di agenti patogeni veicolati dal sangue. Entrambi gli
organi contengono regioni ricche di linfociti T e B, inclusi i centri germinativi ed entrambi sono in
grado di produrre tipologie di risposta umorale e cellulare simili.

La milza:
La milza possiede due funzioni principali. Serve da barriera filtrante, depurando il sangue da agenti
patogeni e cellule morenti o danneggiate; questa funzione di filtrazione, avviene nella polpa rossa. La
polpa bianca, invece funziona da importante organo immunologico. Se un agente patogeno, ad esempio
un batterio, entra in circolo esso verrà rimosso nella polpa rossa, mentre la risposta immunitaria
dell’ospite verrà organizzata nella polpa
bianca. I linfociti si aggregano attorno alle
arteriole centrali formando “manicotti”
detti guaine linfoidi. La polpa rossa è la
componente vascolare più distale della
milza e forma un confine indistinto con la
zona marginale (zona ricca di capillari che
è compresa tra polpa bianca e rossa).
Comprende una vasta serie di capillari
filtranti che si anastomizzano tra loro e
convergono nella vena splenica. Le
superfici filtranti sono ricoperte da cellule
reticolari (fibroblasti) e macrofagi. Come la
zona marginale, la polpa rossa possiede la
capacità di rimuovere dal circolo ematico
agenti patogeni e cellule morenti o
danneggiate. Il sangue filtrato esce dalla
milza attraverso le vene spleniche presenti nell’ilo.

I linfonodi:

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La linfa deriva dalla filtrazione del plasma e può contenere cellule mononucleate. I linfatici sono vasi a
parete sottile che convergono mano a mano che si avvicinano al cuore, trasportando la linfa e
immettendola nel circuito ematico. I vasi linfatici originano al di sotto delle superfici degli epiteli,
convergono e alla fine confluiscono nel dotto toracico che si getta nelle grandi vene alla base del collo. I
linfonodi sono interposti in posizioni strategiche lungo questa via, costringendo la linfa che origina da
una specifica regione anatomica a passare attraverso il linfonodo stesso. I linfonodi consistono in un
insieme organizzato di linfociti e cellule accessorie concentrate in un area fornita di capsula. Essi si
trovano in varie regioni del corpo. I linfonodi setacciano la linfa mano a mano che essa passa
attraverso di essi per portarsi al dotto toracico, controllandola continuamente alla ricerca della
presenza di antigeni estranei o agenti patogeni. I linfonodi sono un sito di convergenza di due sistemi
circolatori distinti e non sovrapposti: quello sanguigno e quello linfatico. In una risposta immunitaria
primaria, l’antigene giunge di solito attraverso la linfa, mentre i linfociti T vergini arrivano dal torrente
circolatorio. L’antigene viene trasportato nella linfa sottoforma di proteina solubile o viene veicolato
da cellule mononucleate (linfociti, monociti-macrofagi) dopo essere stato internalizzato. I linfonodi
sono organizzati in aree B e T distinte. I follicoli sono principalmente, anche se non esclusivamente,
una regione linfocitaria B. Come visto in precedenza sono siti di formazione dei centri germinativi. I
linfociti T si trovano tra i follicoli, nella regione interfollicolare del linfonodo, dove sono presenti anche
delle cellule dendritiche che esprimono molecole MHC di classe II sulla superficie, e sono importanti
per la presentazione dell’antigene a linfociti T CD4+.

Il MALT:
Le superfici mucose del tratto gastrointestinale, respiratorio e urogenitale posseggono un proprio
sistema immunitario, adatto alle proprie esigenze funzionali,
denominato MALT. Il tessuto linfoide associato alle mucose è
strutturato per proteggere contro l’invasione di
microrganismi che possono penetrare in un area piuttosto
vasta. Il MALT è composto da tre componenti: la barriera
mucosa (rivestimenti epiteliali vari), il tessuto linfoide
organizzato e disperso lungo il canale alimentare (placche di
Peyer, tonsille, appendice) e le cellule linfoidi disperse negli
epiteli delle lamine proprie dei tessuti. Il MALT esegue la sua
funzione di difesa in parte attraverso la produzione di
anticorpi di tipo IgA.

CAPITOLO 5: IL SISTEMA DEL COMPLEMENTO

Il sistema del complemento, è costituito da numerose proteine plasmatiche indipendenti, indicate


come componenti del “C”, sono state scoperte dal francese Jules Bordet. Queste proteine svolgono
molteplici funzioni sia nell’immunità innata che acquisita. Tali funzioni comprendono la distruzione
diretta di cellule estranee e la regolazione di differenti meccanismi effettori della risposta immunitaria.
La funzione battericida e citolitica del complemento richiede la formazione di ampi pori (chiamati
29
complesso di attacco alla membrana o MAC) nella membrana della cellula bersaglio, causando
l’alterazione di tutti i gradienti chimici. Nella gran parte delle cellule questo determina un influsso
massivo di acqua e una lisi cellulare quasi immediata. La funzione immunoregolatoria richiede oltre
alle stesse proteine complementari, la partecipazione di una famiglia di loro recettori, espressi su
molteplici tipi cellulari dell’organismo. Molti di questi recettori legano specificatamente alcuni
frammenti proteolitici delle proteine complementari, generati durante il processo di attivazione del
complemento. Gli effetti biologici del legame delle proteine complementari ai loro recettori sono
principalmente: chemiotassi (attrazione chimica) delle cellule immunitarie, regolazione della
permeabilità vasale, opsonizzazione e l’attivazione dei linfociti.

Le proteine del complemento:


Le proteine complementari possono essere suddivise in tre ampi gruppi. Il primo gruppo comprende
le proteine complementari del siero, che reagiscono con i componenti estranei sia in modo anticorpo
dipendente che indipendente. La maggior parte delle proteine di questo gruppo sono denominate con
la lettera C ed un numero. Sfortunatamente, i numeri sequenziali attribuiti alle proteine
complementari (C1, C2, C3) non corrispondono alla loro reale sequenza di reclutamento durante
l’attivazione complementare, in quanto esse sono state identificate e denominate prima dell’esatta
comprensione della via di attivazione biochimica del complemento. Le proteine della sequenza di
attivazione complementare sono coinvolte in una serie di fasi ben delineate che portano alla
generazione di forme attive di ogni componente complementare, man mano che si procede
nell’attivazione. Ogni proteina della sequenza di attivazione è definita zimogeno o proenzima (ovvero
un enzima che normalmente è presente nella forma di precursore inattivo). L’attivazione di ogni
zimogeno richiede la sua proteolisi per la rimozione di un piccolo frammento inibitorio. Generalmente
questi frammenti proteolitici (prodotti di degradazione) sono definiti in base al frammento originale da
cui derivano, seguiti dalle lettere minuscole “a” o “b” (ad es. le degradazione del C3 dà origine ai
frammenti C3a e C3b). Per convenzione il frammento più grande, che acquista attività enzimatica dopo
la degradazione, è denominato frammento “b”, mentre quello più piccolo, che di solito diffonde nel
mezzo, è denominato frammento “a”. In questo caso fa eccezione la proteina C2, dove la nomenclatura
è invertita. La sequenza di attivazione complementare può essere considerata una reazione a catena in
cui ogni componente è scisso ed attivato dal componente precedente e, una volta attivo, acquista la
capacità di scindere e quindi attivare quello successivo. Questa reazione a catena porta all’attacco
covalente del prodotto di degradazione complementare noto come C3b su un componente estraneo
(fissazione del complemento) ed infine alla formazione del MAC (che comprende le proteine C5b, C6,
C7, C8 e C9).

Il secondo gruppo di proteine complementari è costituito da proteine regolatorie presenti nel siero.
Esse proteggono queste cellule da danni eventuali ed accidentali. Queste proteine inibiscono fasi della
sequenza di attivazione complementare e possono essere pertanto considerate coinvolte in essa.

Il terzo gruppo di proteine comprende i recettori che legano i prodotti derivati dall’attivazione
complementare e le cellule dell’organismo, partecipando alle risposte infiammatorie ed immunitarie.
L’interazione dei vari componenti del sistema del complemento gioca un ruolo chiave nell’assicurare
che si verifichi il minor danno possibile all’organismo quando il sistema del complemento è attivato.

30
L’attivazione del complemento:
Il sistema del complemento è organizzato in modo tale da reclutare un ampio numero di meccanismi
effettori immunitari quando riconosce tessuti infetti o danneggiati. Tuttora, sono conosciute tre vie di
attivazione del complemento: la via classica, la via alternativa e la via lectinica. La via alternativa e
quella lectinica sono considerate parte del sistema immunitario innato e le più antiche dal punto di
vista evoluzionistico. Tuttavia, la prima ad essere stata descritta è stata la via classica, che si basa
sull’interazione altamente specifica tra gli anticorpi dell’organismo con gli antigeni delle cellule
bersaglio per indirizzare efficacemente l’attivazione del complemento su cellule e tessuti estranei. Per
svolgere questa funzione, il sistema del complemento deve essere in grado di distinguere i tessuti sani
propri dell’organismo da quelli estranei danneggiati. Una volta attivato il sistema del complemento
marca quest’ultimi per la distruzione operata da effettori cellulari del sistema immunitario. Questa
marcatura avviene grazie all’attacco covalente del prodotto di degradazione complementare C3b
all’organismo o tessuto che ha determinato l’attivazione del complemento. Una seconda ed importante
funzione del C3b è quella di fungere da evento cruciale di iniziazione per la successiva formazione del
MAC sulle membrane delle cellule bersaglio. Data l’importanza del C3b, il sistema immunitario ha
sviluppato pertanto molteplici meccanismi per la generazione di questo prodotto di degradazione.

L’attivazione del complemento assume nei meccanismi di difesa antimicrobica un grande significato
per varie ragioni, di cui le principali sono le seguenti:

a) I prodotti terminali dell’attivazione, formanti il cosiddetto complesso d’attacco MAC, inducono


la lisi dei batteri, dei virus o di complessi immuni.
b) Alcune componenti agiscono da opsonine, cioè fissandosi sulla superficie, facilitano la
fagocitosi dei microrganismi, dei virus
o dei complessi immuni.
c) I frammenti, che non partecipano alla
cascata enzimatica, contribuiscono ad
innescare ed ampliare la reazione
infiammatoria, in corrispondenza del
focolaio in cui sono annidati i microbi.
Tra questi C3a e C5a agiscono da
anafilotossine, cioè inducono la
degranulazione dei mastociti mentre
altre agiscono da fattori chemiotattici.

Attivazione per via classica:


I principali attivatori della via classica sono i
complessi immuni antigene-anticorpo. Gli
antigeni possono essere sia molecole libere, che integrate nelle strutture superficiali di cellule
microbiche o eucariotiche o anche virus. Gli anticorpi, complessati ai relativi antigeni, appartengono
ad alcune sottoclassi delle IgG o IgM.

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1. Il primo componente del complemento è il C1, che è un complesso plurimolecolare molto
stabile presente nel plasma. Esso è costituito da tre subunità che sono C1q, C1r e C1s, riunite
tra loro da legami, che richiedono la presenza di Ca2+.
2. Il C1 riconosce, a mezzo della sua porzione C1q, i frammenti Fc degli anticorpi, aggregati con i
loro frammenti Fab all’antigene,
ed interagisce con essi.

3. In seguito a tale interazione il C1r modifica la sua conformazione, acquisendo attività


enzimatica (serina-esterasi), ed attiva il C1s, facendo acquisire anche ad esso attività serina-
esterasica.

4. Il C1s attivato cliva (spezza) il C4 in due frammenti (C4a e C4b), dei quali il C4a rimane libero
mentre il C4b si adsorbe sul C2 in modo tale da renderlo suscettibile all’azione enzimatica di
C1s, che lo cliva in due frammenti: C2a e C2b. Mentre C2b si perde nel plasma, permane il
complesso C4b2a, che è fornito di attività enzimatica sul C3, per cui è definito C3 convertasi.

5. Questa C3 convertasi si fissa sulla superficie delle cellule bersaglio ed è in questa sede che essa
cliva il C3 in due frammenti C3a e C3b. Il frammento C3a viene liberato e non prende più parte
all’ulteriore decorso della cascata enzimatica, ma partecipa alla concomitante reazione
infiammatoria, agendo da fattore chemiotattico, che richiama sul posto i leucociti. Il C3b,
interagisce sempre sulla membrana (cellulare o microbica) con la C3 convertasi (C4b2a)

32
formando un complesso trimolecolare C4b2a3b che acquisisce una nuova attività enzimatica,
quella della C5 convertasi.

6. Il C5 viene clivato da questo enzima in due frammenti C5a, rilasciato in fase liquida, e C5b che
rimane adeso alla membrana, legandosi anche a C6 ed a C7 con formazione del complesso
C5b-6-7 che viene poi legato da una molecola di C8.

7. Il complesso che risulta C5b-6-7-8 attacca l’ultimo componente della cascata complementare, il
C9 che è un monomero. Molte molecole di C9 vengono assemblate con formazione di un
polimero a forma di anello, il cosiddetto MAC (Membrane Attack Complex), che costituisce nel
contesto della parete delle cellule bersaglio una specie di anello che delimita un poro che forma
un canale transmembranaceo.

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Attraverso i numerosi pori, che si sono così formati nella membrana cellulare ioni Na+ e K+ ed acqua
penetrano all’interno della cellula, che va incontro a morte per lisi. Il MAC è anche attivo sull’involucro
di alcuni virus e sulle cellule dello stesso organismo.

Via alternativa:

La via alternativa può essere innescata da stimoli che prescindono alla presenza di anticorpi, questa
capacità è imputabile all’instabilità intrinseca del componente complementare C3 che può andare
incontro ad attivazione spontanea. Se tale attivazione del C3 avviene in prossimità di una appropriata
superficie come una membrana biologica, il frammento attivo si lega covalentemente ad essa.

La cascata enzimatica della via alternativa inizia infatti direttamente con il coinvolgimento di C3. I
frammenti di C3 attivato (C3i) in questo modo sono in grado di legare un componente complementare
denominato fattore B. Si forma così il complesso C3iB. Il fattore B, presente nel complesso, viene
attaccato da un altro fattore complementare, detto fattore D, questo attacco produce la lisi del fattore B
in due frammenti Ba e Bb, dei quali il primo si stacca ed il secondo rimane adeso al complesso, che in
conseguenza di ciò diventa C3iBb, assumendo l’attività di C3 convertasi alternativa.

Il destino della C3 convertasi alternativa è deciso dall’attività relativa di altri due componenti
complementari: il fattore H e la properdina. Il fattore H può legare e dissociare la C3 convertasi,
alternativamente la properdina può legare e stabilizzare la C3 convertasi, permettendo le fasi
successive dell’attivazione.

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La C3 convertasi lega un’altra molecola di C3. Il componente Bb
della C3 convertasi è in grado di legare e tagliare molte molecole
di C3, molte delle quali si legano direttamente alla superficie
antigenica.

Una piccola frazione del C3 tagliato dal complesso C3 convertasi


si associa con esso per formare il complesso C3iBb-3b che
possiede attività di C5 convertasi alternativa, funzionalmente
analoga a quella della via classica.

Noti attivatori del complemento ai siti di danno o di infezione


sono gli acidi nucleici, le proteine denaturate, i tessuti
danneggiati ed i complessi antigene-anticorpo.

Via lectinica:

Premessa:

Le lectine sono una famiglia di proteine che sono altamente specifiche per determinati
zuccheri. Svolgono un importante ruolo biologico nel processo di riconoscimento delle
proteine cellulari. Per esempio alcuni virus utilizzano le lectine per riconoscere e legarsi alle
strutture di carboidrati delle membrane cellulari dell'organismo ospite nel processo
infettivo.
La via della lectina prende inizio dal legame di una proteina chiamata MBL o proteina legante il
mannosio, con residui di mannosio o N-acetilglocusamina presenti su superfici cellulari estranee come
i microbi (i carboidrati di membrana dei mammiferi di solito sono privi di strutture ricche in
mannosio). La MBL è strutturalmente collegata al C1q e quindi molto simile, viene a legarsi
35
specificatamente con il mannosio, e quindi può legarsi a molti patogeni. La differenza fondamentale
consiste nel fatto che si tratta di una via di attivazione a partenza da uno zucchero, piuttosto che da un
fattore complementare. La proteina MBL è presente in basse concentrazioni nel plasma normale di
molti individui, viene prodotta dal fegato.

Analogamente al C1q della via classica la MBL possiede 6 estremità che formano un complesso con due
proteasi zimogene, la MASP-1 e la MASP-2 rispettivamente omologhi del C1r e del C1s. si viene così a
costituire un complesso formato da mannosio-lectina-MASP1-MASP2. Le MASP1 e MASP-2 quando
vengono attivate portano al clivaggio del C4 e del C2, con la formazione della C3-convertasi, proprio
come nella via classica, ed anche gli eventi che si susseguono sono gli stessi. In definitiva la via lectinica
è una via molto simile alla via classica, con la differenza che la via classica parte dal C1(q-r-s), la via
lectinica parte dal legame mannosio-lectina. Il deficit del complesso mannosio-lectina porta ad un
incremento delle infezioni, soprattutto nella prima infanzia. Logico perché nelle prime fasi di vita il
bambino non fa anticorpi, se non quei pochi che la madre gli passa.

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Le funzioni del complemento:
L’attivazione del complemento, che porta all’ultimo alla formazione del MAC sulla superficie di un
attivatore, costituisce una delle funzioni principali del sistema del complemento. Tuttavia esistono
molti altri eventi consequenziali all’attivazione del complemento, rilevanti per la risposta immunitaria.
Molti di essi sono dovuti all’interazione dei vari prodotti di degradazione del complemento con i
recettori proteici espressi sulle superfici di moltissimi elementi cellulari del sistema immunitario.

I recettori del complemento:


Grazie alle loro interazioni con i prodotti di degradazione del complemento, i recettori del
complemento utilizzano i prodotti proteolitici derivati dall’attivazione complementare per regolare
molteplici funzioni chiave della risposta immunitaria.

Tabella riassuntiva dei principali recettori del complemento e delle loro funzioni:

Recettor Frammento Funzione Cellule che


e legato esprimono il
recettore
C3b È un recettore di superficie per il C3b, promuove Neutrofili,
CR1 la fagocitosi di immunocomplessi contenenti il monociti,
complemento. In qualità di regolatore macrofagi,
dell’attivazione complementare, il CR1 riduce eosinofili, linfociti
l’attivazione complementare sulle cellule ospiti B e T, eritrociti
in quanto partecipa al taglio proteolitico del C3b
operato dal fattore I (vedi dopo regolazione del
complemento).

Legano forme inattivate del C3b che rimangono Linfociti B,


CR2 iC3b adese alla superficie patogena. Similmente a monociti,
CR3 molti altri componenti del complemento, il C3b è macrofagi,
sottoposto a meccanismi di regolazione e può neutrofili, cellule
essere clivato in derivati che non possono NK
formare una convertasi attiva. Uno dei derivati
inattivi del C3b, denominato iC3b attacca come
una opsonina e si lega al recettore CR2 o CR3, e
questo legame è sufficiente a stimolare la
fagocitosi.

C5a Lega il frammento solubile C5a prodotto durante Mastociti, basofili,


C5aR il taglio del C5 da parte della C5 convertasi. monociti,
Questo legame è responsabile degli effetti macrofagi,
biologici prodotti dall’anafilotossina C5a, tra cui neutrofili
la chemiotassi e la degranulazione delle cellule
mieloidi.

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Opsonizzazione:

L’opsonizzazione è un termine di ampio significato con cui ci si riferisce all’aumento della fagocitosi
che si verifica quando corpi estranei vengono ricoperti da proteine dell’organismo. Le opsonine del
siero comprendono gli anticorpi e le proteine del complemento. I fagociti dell’organismo, come i
neutrofili ed i macrofagi, presentano dei recettori proteici sulla loro superficie che riconoscono in
modo specifico parti della molecola anticorpale (recettori per Fc), i frammenti del complemento
(recettori per il C3). L’ingaggio di questi recettori da parte dei rispettivi ligandi, genera segnali di
attivazione per la cellula, a cui il materiale opsonizzato è legato, permettendone l’ingestione. Gli
anticorpi sono fermamente saldati a bersagli estranei e danneggiati, grazie ai loro siti di legame ad alta
affinità per l’antigene ingaggiato. Il processo con cui il complemento si fissa a tali complessi antigene-
anticorpo viene definito fissazione del complemento. La capacità di legarsi covalentemente al bersaglio
è una proprietà importante per la fissazione del complemento (C3).

La chemiotassi e l’attivazione cellulare:

Durante la cascata complementare oltre ai frammenti grandi, durante i vari clivaggi si generano i
frammenti piccoli, alcuni dei quali svolgono importanti funzioni. Di questi frammenti quelli importanti
sono il C3a, il C4a ed il C5a, e sono collettivamente noti come anafilotossine, in quanto hanno la
proprietà di indurre la degranulazione dei mastociti che è tipica delle reazioni anafilattiche.
Ognuno di questi peptidi è in grado di determinare in cellule muscolari lisce rilassamento o
contrazione, ciò dipende dalla dose di peptide. In un sito infiammatorio l’effetto finale netto è la
vasodilatazione con l’aumento del flusso ematico locale. Aumenta, inoltre, la permeabilità capillare ed i
mastociti rilasciano istamina. Il C5a induce l’espressione dei recettori di membrana che mediano
l’opsonizzazione, come il CR1 e il CR3, sui neutrofili che, nei siti infiammatori, possono inglobare il
materiale opsonizzato. Per quanto riguarda i monociti ed i macrofagi, il C5a induce anche la
produzione di citochine proinfiammatorie con l’ulteriore amplificazione del processo e dell’infiltrato
infiammatorio.

La regolazione dell’attivazione del complemento:


Alcune fasi della cascata complementare hanno le caratteristiche di un sistema di amplificazione; il
complemento, pertanto, presenta una intrinseca predisposizione ad un’attivazione incontrollata. Dato
che i prodotti dell’attivazione complementare inducono permeabilità vascolare e risposte
infiammatorie generalizzate e possono permeabilizzare le membrane biologiche, le conseguenze di
una eventuale attivazione complementare incontrollata potrebbero essere disastrose per l’ospite.
L’attivazione del complemento è regolata a differenti livelli per assicurare che essa si verifichi solo in
opportune circostanze.

Proteine regolatorie del complemento:

Partendo dalla prima proteina complementare, il C1 viene inibito da un C1 inibitore (C1-inh) con un
meccanismo molecolare molto semplice: il C1 in condizioni normali si trova già inibito dal C1-inh. In
seguito ad interazione antigene-anicorpo, la quale come sappiamo scatena la via classica, il fattore C1
inibitore viene portato via, il C1 è libero quindi si attiva. Quando C1-inh non è presente insorge una
malattia molto grave, mortale, che prende il nome di angioedema ereditario di Quinke, con
formazione di edemi e rigonfiamenti ripetuti in vari tessuti dovuti a reazioni incontrollate del
complemento. Il passaggio successivo a C1 nella via classica è l’attivazione di C4. Il C4b a sua volta, cioè
il fattore che deriva dal clivaggio di C4, viene legato a un cofattore chiamato C4 binding protein

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(C4BP), il quale costituisce uno dei regolatori della via classica e della fase fluida, la sua funzione è
quella di dissociare la C3 convertasi. Il C3b invece, continuando con i fattori che seguono
nell’attivazione del complemento, viene regolato da varie proteine, tra le quali ricordiamo il fattore B
e il fattore D, proteine che portano alla produzione di C3; ci sono inoltre altre proteine che invece
inibiscono il C3, che sono il fattore H che accelera il decadimento della C3 convertasi e il fattore I che
inattiva il C3b. Tra le molecole della membrana cellulare dell’ospite che regolano il complemento c’è il
cosiddetto DAF e il CR1, due fattori che promuovono la dissociazione della convertasi, così facendo
bloccano la formazione dell’enzima C3 convertasi.

Quando il DAF non funziona si ha quella malattia che prende il nome di emoglobinuria parossistica
notturna, caratterizzata da episodi di emolisi; in condizioni normali infatti il C3, che è presente sulla
superficie dei globuli rossi, è bloccato dal DAF. In caso contrario l’eccessivo C3 libero porta alla
formazione di pori sulle membrane degli eritrociti.

Ruolo del complemento nelle malattie:


Il ruolo primario del sistema del complemento è quello di neutralizzare e distruggere gli organismi
patogeni. Tuttavia possono insorgere dei quadri patologici associati al complemento:

1. Biocompatibilità e shock
 Shock anafilattico
 Reazione post-trapianto. Il trapianto è sempre un evento traumatico in quanto si parla di
un corpo estraneo, e una volta che il complemento viene a contatto con cellule estranee,
tende a non riconoscerle.
 Reazioni infiammatorie al catetere
 Reazione infiammatoria al by-pass

2. Reazioni dermatologiche autoimmuni


 Malattie autoimmuni a carattere dermatologico, come le connettiviti autoimmuni

3. Sindromi neurologiche
 Miastenia, lupus cerebrale, sclerosi multipla

4. Patologie ai reni

Ci sono batteri che si oppongono all’attivazione del complemento, si sono evoluti mettendo in atto
particolari strategie:

Salmonella: Blocca il C3.

Escherichia coli: Interferisce con le ultime fasi complementari, C8 e C9, quindi blocca la formazione del
MAC.

Pseudomonas: Taglia il frammento C1q.

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PARTE II
GLI ANTICORPI

CAPITOLO 6: GLI ANTICORPI


Gli anticorpi, o immunoglobuline, sono glicoproteine
multimeriche che possono essere espresse come
immunoglobuline di membrana oppure essere secrete in
forma solubile. Le immunoglobuline di membrana
caratterizzano la popolazione dei linfociti B e costituiscono il
componente antigene-specifico del complesso recettoriale. Il
recettore per l’antigene dei linfociti B interagendo con
l’antigene promuove l’attivazione dei linfociti B durante la
risposta immunitaria e consente l’internalizzazione
dell’antigene che viene poi processato e presentato ai linfociti T. Gli anticorpi secreti circolano nel
sangue e sono presenti nelle secrezioni dove svolgono la funzione di effettori dell’immunità umorale
riconoscendo ed eliminando gli antigeni estranei presenti in circolo. L’eliminazione dell’antigene
richiede spesso l’intervento di altri componenti presenti nel siero, tra cui il complemento ed i fagociti.
Gli anticorpi rappresentano quindi gli effettori specifici della risposta immunitaria adattiva umorale.
Gli anticorpi sono caratterizzati da un’enorme eterogenicità strutturale in quanto è possibile generare
anticorpi specifici nei confronti di un’ampia gamma di sostanze chimiche diverse. D’altra parte, poiché
gli anticorpi svolgono le funzioni effettrici richieste per l’eliminazione degli antigeni estranei, anticorpi
diversi devono possedere anche caratteristiche strutturali conservate.

Struttura dell’anticorpo:
Tramite elettroforesi, è possibile evidenziare il peso di varie proteine del siero, tra cui le globuline,
osservando il diagramma elettroforetico di un soggetto normale sano, notiamo che le proteine sieriche
hanno un peso molecolare diverso, per cui migrano in maniera diversa:

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Tra le frazioni globuliniche, possiamo vedere che c’è un picco nella frazione γ, queste sono appunto le
γ-globuline, o anticorpi. In generale possiamo dire che gli anticorpi possiedono strutture in comune
con altri anticorpi e strutture diverse, inoltre si dividono in 5 classi. Per quanto riguarda le strutture
comuni diciamo che sono costituiti da una coppia di catene pesanti (H), e una coppia di catene leggere
(L). Posseggono un frammento monomerico contenente il sito di legame dell’antigene denominato Fab
(la parte che si lega all’antigene) e un frammento dimerico della “regione costante” denominato Fc (la
parte che si lega o è già legata al linfocita, o altre cellule del S.I). Nell’uomo le classi di anticorpi sono
denominate IgA, IgD, IgE, IgG e IgM, caratterizzate da differenze strutturali e funzionali.

Secondo il modello preposto i domini di legame dell’antigene, sono costituiti da entrambe le catene H e
L, sono localizzati ad un’estremità della molecola (quella amino-terminale), mentre il dominio Fc,
composto dalla sola catena pesante è orientato in corrispondenza dell’altra estremità (quella carbossi-
terminale). La regione N-terminale delle catene leggere risulta essere variabile nelle diverse
proteine e quindi fu chiamata regione variabile (VL), mentre la regione C-terminale era molto più
conservata e fu chiamata regione costante (CL). Nelle catene pesanti la situazione è analoga a quella
delle catene leggere. La sequenza del dominio N-terminale risulta essere molto variabile nelle diverse
catene pesanti confrontate tra loro e tale dominio fu pertanto chiamato regione variabile (VH), il resto
della catena era più conservato e fu pertanto definito regione costante (CH). Le catene sono legate tra
loro da ponti disolfuro. Le interazioni antigene-anticorpo avvengono mediante legami non covalenti e
pertanto sono reversibili ed entrambe le catene sono coinvolte nel legame con l’antigene.

Mentre i domini delle regioni variabili sia delle catene pesanti che leggere sono responsabili del
riconoscimento antigenico, i domini delle regioni costanti, specialmente quelli delle catene H, sono
responsabili delle varie funzioni biologiche delle molecole anticorpali. Inoltre il dominio costante
conferisce flessibilità alla molecola mediante una regione definita regione cerniera (quella nera
nell’immagine), consentendo alla molecola di torcersi, ruotare e flettersi in maniera diversa a seconda
dell’isotipo anticorpale favorendo in tal modo sia la fase di legame dell’antigene che l’attività biologica.
I recettori per la porzione Fc sono espressi su diversi tipi cellulari incluse le cellule dell’immunità
innata quali macrofagi, neutrofili, cellule NK. Il legame dei recettori per l’Fc espressi sulla superficie
dai fagociti facilita la fagocitosi del complesso. Il legame dei recettori per l’Fc delle cellule NK agli
anticorpi fissati a una cellula bersaglio, porta alla lisi di tali cellule, inducendo la citotossicità cellulare
anticorpo dipendente, che rappresenta un'altra importante funzione effettrice degli anticorpi.

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Poiché le principali funzioni degli anticorpi sono svolte dalle forme secrete, è essenziale che le cellule
capaci di produrre anticorpi, vengano opportunamente stimolate nel corso della risposta immunitaria.
Questa funzione è svolta dal recettore per l’antigene dei linfociti B. Questo complesso è formato da una
Ig di membrana e proteine accessorie e svolge almeno due funzioni. Per prima cosa serve a selezionare
le cellule in base alla loro specificità antigenica ed a fornire un segnale attivatorio dopo il legame con
l’antigene. Inoltre, l’antigene legato viene internalizzato, trasportato negli endosomi, processato ed
esposto in membrana associato a molecole MHC di classe II. Questo permette ai linfociti B di
presentare l’antigene ai linfociti T specifici, garantendo la specificità della risposta e
contemporaneamente facilitando l’attivazione dei linfociti T.

I determinanti antigenici delle immunoglobuline:


Le immunoglobuline sono glicoproteine e se introdotte in specie diverse vengono riconosciute come
sostanze estranee e funzionano da potenti immunogeni. Gli anticorpi possono quindi essere utilizzati
per stimolare mediante immunizzazione la produzione specifica di anti-anticorpi. Questi hanno
permesso di di caratterizzare le diverse classi di anticorpi. Poiché gli anticorpi sono glicoproteine
complesse, a seconda dei diversi protocolli di immunizzazione usati, è possibile indurre una risposta
specifica verso differenti epitopi (o determinanti antigenici). Gli epitopi riconosciuti sono classificati in
tre categorie definite isotipo, allotipo e idiotipo e sono localizzati in siti caratteristici
dell’immunoglobulina.

- Isotipi anticorpali:

I determinanti isotipici sono epitopi


localizzati a livello della regione costante
dell’anticorpo che permettono di
classificare le catene H di una data specie
animale in 5 classi (che poi saranno IgG,
IgM, IgE, IgD). Tutti gli individui di una
specie possiedono gli stessi geni per la
regione costante ed esprimono nel siero
tutti i possibili isotipi e le possibili
combinazioni di classi anticorpali diverse.

- Allotipi:

Sebbene tutti i membri di una data specie


ereditino un identico gruppo di geni
isotipici, alcuni di questi presentano alleli
multipli che riflettono una lieve differenza
tra un individuo ed un altro.

- Determinanti idiotipici:

I determinanti idiotipici sono presenti


nelle regioni variabili delle molecole
anticorpali. Ciascun anticorpo a livello della combinazione V H-VL contiene più determinanti o idiotipi
che nel loro insieme vengono definiti idiotipo. Data la natura clonale della risposta anticorpale, gli
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anticorpi prodotti in forma secreta o come recettori di membrana dai linfociti B derivati da una stessa
cellula esprimeranno lo stesso idiotipo.

La classificazione degli anticorpi:


IgM:

Le IgM sono il primo isotipo secreto nel corso della risposta


immunitaria primaria e sono anche le prime ad essere espresse
come immunoglobuline di membrana del linfocita B. Come
anticorpi di superficie sono espressi in forma monomerica. In
seguito al legame con l’antigene ed alla stimolazione da parte di
mitogeni o di linfociti T attivati, i linfociti B diventano linfoblasti,
entrano nel ciclo cellulare e si differenziano in plasmacellule, le
cellule responsabili della sintesi e secrezione di enormi quantità
di anticorpi di una determinata classe. Nell’ambito della
progenie derivata da uno stesso clone alcuni linfociti B
continueranno a secernere IgM mentre altre cellule, dopo aver
subito lo “switch” isotipico, inizieranno a sintetizzare e
secernere anticorpi dotati della stessa regione variabile ma di
diverse regioni circostanti a livello della catena pesante. Le IgM
rappresentano il 5% delle Ig totali del siero. Le IgM sono secrete
dalle plasmacellule in forma polimerica, sono molto efficaci nell’
attivazione del complemento.

IgG:

Sono l’isotipo più abbondante nel siero e rappresentano circa


l’80% delle immunoglobuline circolanti. Gli anticorpi IgG ad alta
affinità possono direttamente inattivare particelle virali e
neutralizzare tossine batteriche. Tuttavia gli effetti biologici
principali degli anticorpi IgG consistono nella loro capacità di
interagire con il complemento ed i recettori Fc espressi su
diversi tipi cellulari. La funzione principale della IgG è quella di
attivare la via classica del complemento tramite l’interazione
con il C1q. Le IgG possono legare mediante la porzione Fc,
recettori specifici per tale regione, che si trovano sulle
membrane di cellule mieloidi potenziando la fagocitosi e
fungendo quindi da opsonine. Interagiscono anche con le cellule
NK promuovendo la citotossicità cellulare anticorpo dipendente.

IgA:

Le IgA rappresentano solo il 10-15% degli anticorpi sierici, ma sono quelle sintetizzate e secrete in
quantità più elevate rispetto alle altre classi anticorpali. Le IgA sono l’isotipo più abbondante nelle
secrezioni esterne, come lacrime, saliva e bile, la maggior parte di esse sono secrete da plasmacellule
preferenzialmente localizzate nel tessuto connettivo situato sotto la membrana basale di molti epiteli.
Le IgA secretorie forniscono una prima linea contro gli organismi patogeni che penetrano a livello
delle mucose essendo presenti nel tratto gastrointestinale, a livello dell’apparato respiratorio e nel

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tratto urogenitale. Il legame delle IgA agli antigeni di superficie dei batteri e virus previene l’adesione
di questi agenti patogeni alle pareti degli epiteli e inibisce così l’infezione virale e la colonizzazione
batterica. I complessi formati da IgA e antigeni sono facilmente intrappolati dal muco presente a livello
delle superfici mucose, e sono successivamente eliminati dalle cellule epiteliali ciliate del tratto
respiratorio, o dalla peristalsi intestinale.

IgE:

Le IgE come le IgA, si trovano principalmente nelle secrezioni mucose respiratorie e gastrointestinali.
Nel siero, sono presenti in concentrazioni molto basse. Le IgE interagiscono con le mast-cellule; il
legame simultaneo di due molecole di IgE da parte di un allergene può provocare la degranulazione
delle cellule, con il rilascio di mediatori chimici che causano una risposta di tipo allergico. I livelli
sierici delle IgE sono elevati nelle malattie atopiche (es. asma allergico o estrinseco, febbre da fieno e
dermatite atopica), nelle malattie parassitarie, nel morbo di Hodgkin fase molto avanzata. Le IgE
possono svolgere un ruolo positivo nella difesa contro i parassiti.

IgD:

Le IgD sono presenti nel siero in concentrazioni estremamente basse, ma compaiono anche sulla
superficie delle cellule B in via di maturazione e potrebbero svolgere un ruolo importante nella loro
crescita e nel loro sviluppo.

CAPITOLO 7: GENETICA MOLECOLARE DELLA DIVERSITÀ


ANTICORPALE

Organizzazione dei geni nelle immunoglobuline:


I geni che codificano le immunoglobuline hanno una organizzazione unica. Le catene L e le catene H
delle immunoglobuline sono codificate da famiglie multigeniche distinte localizzate su cromosomi
differenti. Ognuna di queste famiglie multigeniche consiste di geni che codificano i domini della
regione costante, preceduta da un gran numero di geni che formano la regione che codifica per il
dominio variabile legante l’antigene. Durante la produzione di un gene anticorpale funzionale e
completo, questi geni sono fisicamente riarrangiati per formare un singolo esone che codifica il
dominio variabile. In altre parole la natura ha risolto questo problema adottando un efficiente sistema
di ricombinazione genica, ovvero un processo, casuale, mediante il quale un numero relativamente
piccolo di geni viene ricombinato per determinare una variabilità dell'ordine di diversi miliardi di
codifiche differenti. La ricombinazione genica è un processo che avviene all'interno del linfocita B
immaturo e il suo completamento determina la creazione di un linfocita B funzionale.

L’informazione genetica necessaria per codificare una regione variabile completa è contenuta in geni
separati. Tre tipi di geni conosciuti come geni V (variabile), D (diversità ), e J (giunzione) devono essere
riarrangiati perché la regione variabile della catena H e della catena L siano complete.

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Meccanismo di assemblaggio dei geni nella regione variabile:
Durante la differenziazione dei linfociti B, l’esone codificante il dominio variabile legante l’antigene è
assemblato a partire dai geni componenti V, D, J, mediante un processo chiamato appunto
ricombinazione VDJ, per cui il DNA del locus delle immunoglobuline è facilmente riarrangiato. Si
tratta di un processo a tappe, multifasico, ed è un processo ristretto alle cellule linfoidi, che poi
diventeranno linfociti. Affinchè questo sia un processo esclusivo di questo tipo di cellule, vi sono
appunto dei fattori proteici esclusivi di queste cellule, che iniziano questo processo e svolgono
determinate funzioni nel portarlo avanti, ovvero trascrizione e/o ricombinazione. Questi fattori
proteici sono chiamati prodotti del gene attivante la ricombinasi 1 e 2, ma brevemente RAG-1 e RAG-2.
La ricombinasi è appunto un enzima necessario alla ricombinazione genica per le catene delle Ig.

L’introduzione di un gran numero di potenziali variazioni genetiche durante le fasi della


ricombinazione VDJ può provvedere un grado molto più elevato di diversità del sito legante l’antigene.
Il meccanismo principale della diversificazione anticorpale è il riarrangiamento dei geni delle
immunoglobuline. Questo meccanismo da luogo ad una diversità anticorpale uguale al prodotto dei
numeri dei geni VDJ.

Il differenziamento delle cellule B:

Sviluppo antigene dipendente:


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Il differenziamento delle cellule B è un processo finemente regolato che procede attraverso vari stadi e
coinvolge numerosi riarrangiamenti dei geni delle immunoglobuline che avvengono con una ordinata
successione ed espressione di prodotti funzionali dei geni delle immunoglobuline. Tale espressione,
risultato di molteplici riarrangiamenti genici andati a buon fine serve a regolare gli eventi evolutivi
durante la maturazione delle cellule B.

Il differenziamento dei linfociti B inizia allo stadio di progenitore (pro-B) in cui si verifica il
riarrangiamento del gene della catena H delle immunoglobuline. Se questo si svolge nella maniera
corretta, il procedimento avanza, e si verifica la successiva espressione di un “surrogato” della catena
L, a questo stadio la cellula B prende il nome di cellula pre-B. Il tutto si svolge dietro ad una serie di
stimoli generati da vari ligandi durante il processo maturativo. Successivamente la cellula pre-B,
stimolata da diversi segnali attiva la ricombinazione dei geni VDJ, che come conseguenza porta alla
formazione di un prodotto proteico, dal quale si determina l’assemblaggio di una molecola IgM
completa, ancorata alla membrana della cellula B che a questo punto prende il nome di cellula B
immatura. A questo punto abbiamo un pool di cellule B che teoricamente sono già in grado di
interagire con gli antigeni, ma succede che subiscono una selezione negativa, cioè gran parte di esse
reagiscono con loro stesse, cioè sono autoreattive, questo fenomeno induce alla morte di queste per
apoptosi, mentre sopravvivono solo quelle non autoreattive, queste quindi possono completare il loro
sviluppo. Questo passaggio finale dello sviluppo è determinato dalla comparsa sulla membrana dei
linfociti B, delle IgD di membrana, in aggiunta alle IgM. I linfociti B maturi, a questo punto, con un
recettore immunoglobulinico completo possono migrare negli organi linfoidi periferici (milza,
linfonodi, placche di Peyer) nell’attesa di incontrare un antigene estraneo.

Sviluppo antigene dipendente:

Il riconoscimento dell’antigene da parte di un BCR ( B-Cell-Receptor, o Ig di membrana che funge da


recettore per l’antigene) indurrà l’espansione clonale del linfocita B che esprime il recettore specifico
per l’antigene, cioè se un linfocita B maturo, incontra l’antigene, e lo lega esprimendo il recettore
specifico, questo andrà incontro ad una serie di divisioni in cui ogni membro cellulare è un clone,
specifico per l’antigene in questione, e solo per quell’antigene. Durante l’espansione, il processo di
maturazione regola finemente l’affinità e la specificità del recettore della cellula B. I linfociti B del clone
selezionato si possono differenziare in plasmacellule a breve vita, che sopravvivranno per molti
giorni e secerneranno abbondanti quantità di molecole di immunoglobuline solubili. Alcune delle
cellule B che derivano dall’espansione guidata dall’antigene, invece, diventeranno cellule della
memoria a lunga vita. Tali cellule della memoria sono in grado di dare inizio rapidamente ad una
risposta immunitaria se e quando l’organismo ospite sarà riesposto allo stesso antigene. Durante
questo processo di differenziamento, le cellule B attivate, possono andare incontro ad un altro tipo di
riarrangiamento genomico, noto come ricombinazione CS che determina la produzione di isotipi
anticorpali IgG, IgA, e IgE. Questo processo ottimizza l’efficienza di produzione anticorpale, creando
diversi isotipi che mantengono la stessa specificità antigenica dell’anticorpo originario, ma possiedono
differenti funzioni effettrici.

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Il Network idiotipico:
Consideriamo un antigene e un anticorpo, l’antigene si lega specificatamente al suo anticorpo.
L’anticorpo è una struttura a Y e quindi è doppia nella porzione Fab. Se una parte lega l’antigene, l’altra
parte è libera, nel senso che potrebbe legare una altro antigene oppure si può legare ad un altro
anticorpo. In questo caso il secondo anticorpo, contrapposto al primo, quasi a formare un immagine a
specchio, si chiama omocorpo, e questo omocorpo a sua volta si può andare a legare ad un altro
anticorpo e un altro ancora e così via. Questa connessione a rete (network) ha varie funzioni:

1. Può avere una funzione di amplificazione di risposta con trasmissione di


informazione.

2. Amplifica quindi anche il reclutamento di cellule nella maniera più rapida possibile

3. Effetto opposto che a valle della catena avviene un blocco (adeguamento gaussiano della
risposta immunitaria).

CAPITOLO 8: ANTIGENI, ANTIGENICITÀ E IMMUNOGENICITÀ

Generalmente si intende la parola antigene


come qualcosa che è assolutamente
estraneo al nostro corpo e in effetti questo
è vero per certi versi, però spesso si tende
ad associare il concetto di “estraneo” con
“al di fuori del nostro corpo”; se noi
parliamo di batteri, di virus, di sostanze
pericolose nell’aria o di qualunque altra
cosa che dall’esterno viene a contatto con il
nostro corpo, questa sostanza esterna
potrebbe essere rilevata realmente come
sostanza antigenica, ma gli antigeni nel
senso medico, biologico del termine sono
delle strutture ben diverse, hanno delle

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caratteristiche ben precise, al di fuori delle quali non possono essere considerate antigeni. Possiamo
portare un esempio pratico: ci sono molte sostanze che produciamo noi stessi, anche dei cataboliti
tossici o qualunque altra sostanza che non viene riconosciuta come facente parte del self, cioè “del
proprio”, “di noi”, dal sistema immunitario, queste sostanze vengono di conseguenza considerate
estranee e quindi potenzialmente antigeniche. Il tutto viene a complicarsi di più quando si parlerà , dei
cosiddetti antigeni di istocompatibilità : questi vengono considerati tali, cioè sono indicati con la parola
“antigeni”, pur non essendo assolutamente degli antigeni in senso stretto. Sulla superficie di quasi
tutte le nostre cellule, esistono delle proteine di membrana che non sono altro che dei “biglietti da
visita”, delle impronte molecolari, impronte biologiche di ognuno di noi: proprio come le impronte
digitali differenziano un individuo dall’altro, ci sono allo stesso modo altre strutture che fanno parte di
noi e sono assolutamente differenziate per ciascuno di noi. Questa caratteristica permette di chiamare
questo sistema MHC (sistema maggiore di istocompatibilità ) o antigeni HLA. Questi antigeni prendono
questo nome (cioè vengono comunque definiti “antigeni”) pur facendo parte di noi perché
nell’eventualità che ad esempio noi dovessimo donare un organo nostro ad una persona che ne ha
bisogno, nel momento in cui non c’è un adeguato riconoscimento di questo organo del donatore da
parte del sistema immunitario del ricevente, si ha il fenomeno del rigetto. Il rigetto è una cosa molto
semplice e complessa allo stesso tempo: il sistema immunitario del ricevente non riconosce come
facenti parte del self proprio questi antigeni che si trovano sulla superficie delle cellule dell’organo del
donatore. In definitiva queste strutture, nel momento in cui si trovano sulla superficie delle cellule di
ognuno di noi tutto possono essere tranne che antigene, perché non hanno le caratteristiche
antigeniche classiche che andremo a vedere, ma nel momento in cui queste cellule vengono
trasportate in un organismo ricevente, tranne che non vi sia una compatibilità , in quel senso diventano
antigeni. il sistema immunitario del ricevente le rigetta, le rifiuta come se fossero antigeni. Ecco
spiegato perché si chiamano antigeni di istocompatibilità e si capisce inoltre come a tutt’oggi il
concetto di antigene è sicuramente da modulare, da adattare alle circostanze.

Definizione di antigene : L’antigene è una sostanza qualsiasi che, introdotta in un organismo, è


capace di suscitare una reazione immunologica che si manifesta mediante la produzione di anticorpi.

sostanza qualsiasi → qualunque sostanza può essere potenzialmente antigenica, inoltre è stato visto
più volte che il concetto di “introdotta dall’esterno” non è esatto, perché l’antigene potrebbe essere
anche nato da noi stessi (es. cellula tumorale). Quindi anche se spesso per comodità di studio si pensa
all’antigene come al batterio, al virus è molto importante ricordare che la parola antigene ha un
significato più ampio.

È capace di suscitare una reazione immunologica → questo è il cardine del concetto, infatti non è vero
che qualunque sostanza è capace di suscitare una reazione immunologica o meglio ancora
potenzialmente potrebbe farlo, ma queste sostanze sono antigeni quando sono capaci di suscitare
una reazione immunologica: infatti vi sono anche sostanze estranee a noi che non sono capaci di
suscitare una reazione immunologica. reazione immunologica vuol dire: “ produzione di qualcosa da
parte dell’organismo che sta subendo il contatto di questa sostanza” dove principalmente per
questo “qualcosa” si intendono gli anticorpi, ma non solamente questi. · Al concetto di antigene viene
anche associato il concetto di antigenicità, con il quale si intende l’azione dell’antigene, in particolare
l’antigenicità è la capacità di essere riconosciuto dalle strutture specifiche della risposta
immune. E’ chiaro che ci deve essere una corrispondenza di azione e reazione: l’azione è data
dall’antigene che esprime la sua antigenicità , capace di suscitare il sistema immunologico, il quale a
sua volta risponde, deve dare una risposta. La sequela di questi eventi è fondamentale: se non sono
sostanze capaci di suscitare la risposta del sistema immunitario e se questo non è capace di dare una
risposta di un certo tipo, ha senso considerare questa sostanza antigenica. L’antigene è una molecola
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che, venendo a contatto con il sistema immunitario, evoca in esso una risposta specifica nei
suoi confronti. Il termine antigene deriva dalla contrazione di due parole: antibody generator, ovvero
generatore di anticorpi.

L’antigene ha poi una sorta di sottoclassificazione: Un antigene, quando da solo, riesce a stimolare
completamente il sistema immunitario viene definito immunogeno, ovvero “generatore di
immunologia” ed è l’antigene completo. L’aptene invece è un antigene incompleto, cioè l’aptene è
una sostanza che di per sé, così com’è, non è capace di fare nulla, ma nel momento in cui l’aptene viene
a legarsi a un carrier, allora in quel caso questa sostanza è capace di avere caratteristiche antigeniche,
quindi immunogene. Quindi l’antigene completo stimola il sistema immunitario, l’antigene incompleto
non lo stimola, ma può legarsi ad una sostanza che di solito è una proteina (ad es. siero albumina
bovina, BSA) che funge da carrier, allora in questo caso può diventare immunogena e stimolare la
produzione di anticorpi. Il concetto di antigenicità non implica dunque quello della immunogenicità :
L’immunogenicità è la capacità di un antigene di indurre una risposta immune mediata da
linfociti T e B.

Quindi anche se è valido il discorso della produzione di anticorpi, poiché vedremo che il primo atto del
sistema immunitario, una volta avvenuto il contatto con l’antigene, è proprio la produzione di
anticorpi è vero anche che il sistema immunitario non si ferma lì. Il sistema immunitario fa anche altre
cose, ovvero comincerà a stimolare contestualmente linfociti B e T, a questo proposito esistono infatti
delle sostanze cosiddette “immunogene”. · L’aptene è quindi una sostanza capace di indurre la
sintesi di anticorpi solo se legati a un carrier.

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Concetto importante: nella molecola antigenica, qualunque essa sia (batteri, virus o sostanze chimiche),
non tutta la struttura dell’antigene ha caratteristiche antigeniche. Immaginiamo la struttura di un
batterio, cioè una struttura complessa con tutto quello che fa parte di una cellula: è vero che tale
struttura viene a contatto con il sistema immunitario (linfociti B, vengono prodotti anticorpi), ma nella
realtà se proviamo a immaginare un anticorpo che si avvicina a un batterio, è quasi come una mosca
(anticorpo) che si avvicina a un elefante (batterio). Cioè dobbiamo considerare una proporzione di
questo genere. In queste condizioni una mosca che si avvicina non riesce a fare nulla! ma quindi qual è
il concetto? Di tutta la struttura dei batteri, non tutto è antigene: il batterio come qualunque altra
cellula, comincia a produrre all’interno tutta una serie di sostanze di natura proteica, le porta sulla
superficie e le espone fuori a titolo di “biglietto da visita” (un po’ come accade per le nostre cellule con
gli antigeni di istocompatibilità ) queste sono le proteine che caratterizzano il batterio. Come gli
antigeni di istocompatibilità sono le proteine che caratterizzano le nostre cellule, nei batteri con
queste proteine accade un po’ la stessa cosa. Immaginate cosa succede: questa batterio viene a contatto
con il nostro corpo, viene introdotto per via inalatoria, gastro-enterica o anche attraverso la cute se c’è
una soluzione di continuo, questa struttura molto grossa riceve l’assalto degli anticorpi. Questi
anticorpi, che come vedremo nella lezione successiva, sono strutture molto piccole, si vanno a legare
proprio su queste proteine! E’ chiaro che però queste proteine non corrispondono a tutta la
membrana citoplasmatica, non corrispondono a tutto il batterio ma sono una parte di esso. Il senso di
questi eventi è la possibilità di avere migliaia e migliaia di anticorpi, i quali si attaccano ognuno a
puzzle, ad incastro molecolare perfetto con queste proteine, in modo tale che la “mosca” singola non
riesce a fare nulla, ma se si avvicinano migliaia di mosche sull’elefante possono fare qualcosa.

Determinante antigenico (Epitopo):

Il determinante antigenico è quella parte della


molecola antigenica che reagisce con l’anticorpo.
Questo è un esempio semplice: se consideriamo
nella parte centrale l’antigene, quelle strutture che si
trovano sul bordo di esso sono i cosiddetti
determinanti antigenici o epitopi, i quali
determinano e danno la natura dell’antigene e sono
anche quelli sui quali si attaccano proprio gli
anticorpi (nell’immagine con la tipica struttura a Y).

Differenza tra un antigene (A) e un aptene (B):

Nell’antigene vi sono diverse strutture (indicate in figura come triangoli, quadrati) e l’anticorpo ha la
caratteristica di adattarsi perfettamente a puzzle sul determinante antigenico.

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L’aptene, rappresentato in figura da piccole sferette rosse, le quali non farebbero nulla però possono
attaccarsi a una grossa molecola carrier e in questo caso l’anticorpo si attacca allo stesso modo, come
se fosse un antigene.

spesso la natura dell’antigene è proteica o glicoproteica. Voi ricorderete, dalla chimica e dalla
biochimica, che le proteine si presentano in natura come struttura primaria, secondaria, terziaria e
così via e più avanti si va con la struttura più complesse sono, hanno una struttura molecolare più
complessa. Immaginiamo di mettere a confronto una proteina lineare e una proteina terziaria più
complessa: nel caso di una proteina lineare, caratterizzata da una sequenza di amminoacidi visibili,
arriva l’anticorpo, riesce a leggere tutte queste sequenze e si attacca in maniera molto facile; una
proteina invece spazialmente tridimensionale, si aggroviglia su se stessa e crea una situazione nella
quale la parte di proteina con natura antigenica si trova nella porzione centrale, quella più nascosta,
più celata. Allora in questo caso, tra le due situazioni, la prima con tutti i determinanti esposti (forma
lineare), la seconda con metà dei determinanti nascosti (parte terziaria), l’anticorpo che arriva per
ovvi motivi si legherà più facilmente sulla parte lineare. Quindi la natura dell’antigene è importante,
inoltre può verificarsi anche che la stessa molecola proteica nelle varie fasi della sua vita possa avere
una forma o primaria o terziaria.

Dove ritroviamo questo discorso nella pratica immunologica? Questo discorso lo ritroviamo soprattutto
perché certe molecole proteiche, prodotte da cellule infettate da virus e da cellule tumorali, sono
proteine molto complesse (non sono come le proteine dei batteri!), si tratta infatti di proteine che,
facendo parte di un sistema più complesso, proprio perché non nostre ma create da un virus o da una
cellula che si trasforma in senso tumorale, allora il sistema immunitario stenta, lavora male, non
riconosce del tutto queste strutture e di conseguenza la risposta immunitaria è depleta, è diminuita:
questo spiega perché certe infezioni virali, i tumori sono più difficili da debellare da parte del sistema
immunitario.

Caratteristiche degli antigeni:


Un antigene deve avere particolari caratteristiche chimico-fisico-biologiche:

Il peso molecolare deve essere superiore ai 10000 daltons, poiché più piccoli sono apteni, per ovvi
motivi, cioè diventano antigeni se legati a un carrier ma di natura non lo sono.

meglio se le proteine si mescolano con adiuvanti. Cosa sono gli adiuvanti? Spesso la molecola
proteica antigenica non esiste da sola, ma assume migliori caratterizzazioni di antigenicità nel
momento in cui si trova legato ad altre molecole che prendono il nome di adiuvanti.

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La forma, meglio se più rigida. L’antigene può essere disciolto in una soluzione oppure essere una
sostanza più rigida, se vogliamo fare un esempio pratico una sostanza chimica è sciolta in soluzione, un
batterio invece è una struttura più rigida: anche se può sembrare strano tra questi due l’antigene che
viene più facilmente aggredito, cioè che stimola maggiormente il sistema immunitario, è la sostanza
più rigida, infatti la rigidità dà la possibilità all’anticorpo di potersi legare in maniera più statica
rispetto a una sostanza disciolta in una soluzione.

La solubilità, più le molecole sono insolubili, più sono immunogeniche; è lo stesso discorso visto con
la rigidità : più rigide e meno solubilizzate sono, più antigeniche sono le molecole.

Accessibilità, è lo stesso discorso visto con la mobilità: più il determinante antigenico è esposto, più è
immunogenico. La carica elettrica di superficie, meglio se positiva perché di solito l’anticorpo è
carico negativamente però attenzione: se le cariche positive presenti sulla superficie di un batterio
sono troppe c’è un effetto opposto e anziché avvicinarsi c’è una certa repulsione.

L’anfipaticità, è una tecnica dell’antigene per predire siti antigenici specifici per i linfociti T. Cosa vuol
dire? Questo è un discorso un po’ più complesso per certi versi: in pratica la caratteristica che hanno
alcune strutture, soprattutto proteine, di orientarsi con una faccia idrofobica o idrofilica, permette un
legame migliore nel momento in cui un antigene ad es. preferisce legarsi a una struttura T o a una
struttura B Le cellule B ad es. riconoscono meglio una struttura terziaria, ovvero le proteine che in
natura hanno una struttura terziaria si legano più facilmente ai linfociti B, mentre invece i piccoli
frammenti in associazione con le molecole MHC (antigeni di istocompatibilità ) preferiscono invece i
linfociti T. Quindi un po’ la natura della proteina e un po’ la sua distribuzione sulla membrana della
cellula, che sia batterica o sia una cellula del nostro corpo, fanno scegliere quale tipo di linfocita
preferisce legare.

estraneità: più una molecola è filogeneticamente lontana, tanto più è immunogenetica. Questo è lo
stesso discorso di base del trapianto: negli anni ’60-’70 il signor Christian Barnard, un cardiochirurgo,
fu il primo a eseguire un trapianto di organo. In Sud Africa il dott. Barnard provò a trapiantare un
cuore di scimmia in un uomo che era sicuramente spacciato, destinato a morire e quell’uomo visse un
giorno! perché per ovvi motivi le cellule del cuore di scimmia presentano degli antigeni di
istocompatibilità , il famoso MHC, assolutamente diverso da quello che è l’adeguato riconoscimento da
parte del sistema immunitario di queste strutture di natura antigenica, di conseguenza quell’organo fu
rigettato immediatamente. In ogni caso quel trapianto rappresentò un’apertura importante verso
quello che è oggi il concetto moderno di trapianto: oggi si trapiantano organi da specie
filogeneticamente vicine, tanto vicine che possono essere la madre e il figlio, il fratello con il fratello e
così via. Come si vedrà quando terremo la lezione sui trapianti, il concetto di accettabilità di un organo
dipende dalla compatibilità che c’è tra l’immunità del ricevente e gli antigeni di istocompatibilità del
donatore: più sono compatibili queste due strutture, più è possibile trapiantare gli organi. Di fatti
esiste anche una banca mondiale degli organi con i controlli di istocompatibilità , per cui è possibile
ricevere un organo dall’altra parte del mondo se è il caso.

Struttura  chimica  degli  antigeni:


Dopo aver considerato le caratteristiche fisiche, prendiamo adesso in considerazione le caratteristiche
chimiche. Gli antigeni possono essere:

 PROTEINE → E’ importante in questo caso la polarizzazione delle proteine, proprio per il


discorso dell’anfipaticità che è stato visto prima. Anche gli stessi anticorpi sono antigeni.
53
Cosa vuol dire? Un anticorpo, nella misura in cui viene ad essere inoculato in un soggetto
estraneo, che non è quello che lo ha prodotto, può stimolare una reazione immunitaria e
comportarsi in questo caso come antigene. Quindi paradossalmente il ricevente comincia a
creare un anticorpo anti-anticorpo. Sono i cosiddetti anticorpi monoclonali. Questo concetto
viene anche utilizzato nella diagnostica clinica. Nella diagnostica di laboratorio, spesso si
vanno a dosare, a ricercare alcuni anticorpi nel nostro sangue in seguito a un’infezione: molti
di noi avranno sentito dire che nei soggetti in cui si sospetta la brucellosi si fa la siero-diagnosi,
oppure ancora avranno sentito parlare della ricerca di anticorpi anti-toxoplasma; vuol dire
andare a ricercare nel sangue di quel paziente la presenza di anticorpi prodotti dal paziente
contro quel determinato batterio o protozoo. Come si fa a individuare questi anticorpi? Il
prelievo di sangue si mette a contatto con degli anticorpi monoclonali specifici per un
determinato anticorpo e che quindi si vanno a legare specificatamente sull’anticorpo prodotto
dal paziente. Quindi in definitiva dobbiamo distinguere due anticorpi: l’anticorpo anti-
batterico che funge da antigene in questo caso, il quale si va a legare all’anticorpo monoclonale
prodotto iniettando un animale da laboratorio (capra, coniglio) e questa reazione verrà poi
evidenziata in un certo modo.
 POLISACCARIDI → Gli antigeni batterici non sono proteine bensì polisaccaridi appartenenti a
batteri gram-positivi (pneumococco) e le endotossine in genere per i gram-negativi. Anche i
gruppi sanguigni sono caratterizzati da antigeni polisaccaridici. I gruppi sanguigni non sono
altro che antigeni polisaccaridici sulla superficie dei globuli rossi. Nel momento in cui si fa
una trasfusione di sangue la prima cosa che deve essere vista – il concetto è identico a quello
degli antigeni di istocompatibilità - è che gli anticorpi del ricevente non devono essere
compatibili

con gli antigeni, in altri termini il gruppo sanguigno del donatore, cioè gli antigeni dei globuli
rossi del donatore, devono essere accettati dal ricevente, altrimenti si ha una sorta di rigetto
simile a quello che avviene nel caso del rigetto di un organo.
 LIPIDI → Si fa poco con i lipidi, è difficile che una molecola solo lipidica sia antigenica, di
solito si tratta di lipoproteine o glicolipidi, cioè i lipidi sono associati ad altre molecole che sono
invece più antigeniche.
 ACIDI NUCLEICI → E’ rarissimo che gli acidi nuclei si possano comportare come antigeni,
di solito sono apteni, cioè possono diventare antigeni nel momento in cui si legano a proteine
di trasporto.

Riassumendo, le caratteristiche che condizionano la potenza di un antigene sono: -


caratteristiche chimiche (solubilità , rigidità ); - massa della molecola, perché più grande è più
antigenica sarà la molecola; - solubilità, meno è solubile, più è antigenica; - conformazione spaziale
(struttura primaria, secondaria e così via); - disponibilità dei determinanti antigenici, forse
l’aspetto più importante; Quando tutte queste 5 caratteristiche rientrano entro parametri ben precisi,
allora la sostanza è un buon antigene.

Basi  molecolari  dell’antigenicità:


Classificazione  degli  antigeni  naturali:

Vediamo quali sono le caratteristiche degli antigeni dal punto di vista biologico. Quali possono essere
gli antigeni biologicamente?

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ANTIGENI ESOGENI → Provenienti dall’esterno come batteri, virus, protozoi, pollini e sostanze
chimiche diverse.

ANTIGENI ENDOGENI → Antigeni che produciamo noi, i quali possono essere: antigeni eterologhi o
eterofili ai quali appartengono antigeni di Forsmann e antigeni di Paul-Bunnel. Sono antigeni che
alcuni individui possiedono e altri no, si tratta di sostanze che si trovano nel nostro sangue ma non
fanno assolutamente nulla: queste sostanze vengono considerate antigeni perché si comportano come
antigeniche nelle altre specie. Antigeni isologhi o omologhi, rappresentati da gruppi sanguigni e
antigeni di istocompatibilità . · antigeni autologhi, sono gli antigeni che danno una specificità
individuale, sono alcuni antigeni che caratterizzano la differenza di ognuno di (non confonderli con gli
antigeni di istocompatibilità ). Gli antigeni di istocompatibilità infatti sono antigeni di superficie, di
cellula, ovvero sono antigeni “nati” da cellule, gli antigeni autologhi invece, detti anche antigeni
privati, sono antigeni “sparsi”, che girano nel nostro corpo al pari degli antigeni eterologhi, ma a
differenza di quelli non caratterizzano una specie bensì un individuo. L’antigene eterologo è della
specie uomo (antigene eterologo → caratterizza la specie) L’antigene autologo caratterizza ognuno di
noi (antigene autologo → caratterizza l’individuo). Quelli considerati finora sono antigeni endogeni
fisiologici, ma dobbiamo ricordare che vi sono anche antigeni endogeni patologici rappresentati da
antigeni della autoimmunità.

Attivazione delle cellule T e delle cellule B da parte dell’antigene:


Natura degli epitopi riconosciuti
dalle cellule B e T:
Uno dei segnali richiesti per inizare una risposta
immune verso una proteina consiste nel complesso
peptide antigenico derivante dalla proteolisi della
proteina primaria, e una molecola di MHC,
presentato sulla superficie di una APC. Questo
complesso prenderà successivamente contatto con il
TCR ancorato alla membrana di una cellula T. Così
solo una piccola porzione della proteina antigenica
iniziale prende effettivamente contatto con il TCR.
La maggior parte degli altri antigeni non proteici
non possono essere processati e presentati alle cellule T del sistema immunitario dei mammiferi
poiché i mammiferi non posseggono gli enzimi che digeriscono sostanze quali i lipopolisaccaridi
batterici in strutture sufficientemente piccole per legarsi a molecole MHC. Tuttavia, poiché questi
antigeni spesso stimolano una buona risposta anticorpale debbono chiaramente legarsi ai recettori
immunoglobulinici di membrana delle cellule B.

La maggior parte degli antigeni esprimono epitopi multipli, cioè sono multivalenti, ed è chiaro che si
possono produrre distinti effettori immuni contro differenti epitopi sulla stessa molecola. Tuttavia, i
TCR e gli anticorpi riconoscono epitopi completamente differenti. I TCR delle cellule CD4+ riconoscono
solo segmenti di antigeni proteici legati a molecole MHC di classe II. Ogni antigene proteico è

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internalizzato e processato nei suoi frammenti peptidici attraverso enzimi digestivi citoplasmatici o
contenuto nei vacuoli delle APC. I TCR delle cellule T CD8+ riconoscono porzioni di antigeni proteici
complessati a molecole MHC di classe I. Ci sono due vie riconosciute di processazione delle proteine in
peptidi antigenici da parte delle cellule APC; la via endogena coinvolge la processazione di peptidi
prodotti all’interno della cellula e risulta generalmente nel legame del peptide alle molecole MHC di
classe I. L’altra via, cosiddetta esogena, capta antigeni dall’esterno internalizzandoli e li processa e li
processa per il legame alle molecole MHC di classe II. Per legarsi i frammenti peptidici devono essere
prodotti all’interno di una APC, adeguatamente trasportati in vescicole endosomiche dove possono
associarsi non covalentemente con una molecola MHC di classe II, e da quì essere trasportati alla
superficie cellulare. Inoltre l’ospite deve avere un TCR capace di riconoscere il complesso peptide-MHC
per contattare fisicamente l’epitopo antigenico presentato e successivamente produrre l’attivazione
della cellula T. Le immunoglobuline di superficie delle cellule B legano spesso superfici non contigue
dell’antigene, in quanto esso possiede una sua struttura ripiegata tridimensionale. Le superfici così
fisicamente riavvicinate si legano quindi alla regione variabile della molecola immunoglobulinica. A
questi tipi di determinanti antigenici è stata assegnata la definizione di epitopi conformazionali. Un
epitopo lineare, conseguenza di una sequenza continua di aminoacidi, forma più raramente un
determinante antigenico per la cellula B. Questo tipo lineare è definito determinante sequenziale.

Legame del peptide alle molecole MHC di classe I:

Le molecole MHC di classe I presentanti i peptidi antigenici alle cellule T CD8+. Questi peptidi sono
usualmente, ma non sempre, derivati da proteine presenti nel citosol della cellula che sono
successivamente digerite in frammenti peptidici da strutture proteolitiche. In condizioni di equilibrio
le proteine di classe I legano peptidi derivati da molecole endogene o proprie dell’individuo (self).
Tuttavia, a causa della rimozione delle cellule T che reagiscono contro il self durante la loro
maturazione nel timo, questa presentazione di peptidi self, in genere non produce autoimmunità o
conseguenze patologiche. I peptidi generati nel citosol sono veicolati dal citoplasma all’interno del
reticolo endoplasmatico dove la proteina di classi I viene sintetizzata. Qui il peptide viene complessato
alle molecole MHC di classe I nascenti, formando una struttura stabile che viene trasportata alla
superficie della membrana cellulare.

Legame del peptide alle molecole MHC di classe II:

Le molecole MHC di classe II presentano peptidi antigenici alle cellule T CD4+. Di norma questi
peptidi derivano da proteine esogene internalizzate dalle cellule mediante pinocitosi o fagocitosi,
anche se alcuni antigeni prodotti nel citosol possono anch’essi essere complessati a molecole MHC di
classe II. Questo processo di caricamento avviene nelle vescicole endosomiali.

Il  modello  del  “superantigene”:


Cos’è il superantigene? Possiamo portare un esempio pratico per dare una spiegazione. Sappiamo che
esistono alcune malattie infettive generate da alcuni batteri, quali per esempio il Clostridium tetani e
Clostridium botulinum, malattie tristemente famose perché provocano il tetano, il botulismo.

Questi batteri purtroppo non danno soltanto una reazione immunitaria classica, ma iniziano a
produrre tutta una serie di sostanze, le emettono fuori e le mandano in circolo nell’organismo che li ha
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ospitati: queste sostanze vengono definite spore. Queste sostanze chiamate spore persistono perché
sono strutture termo-resistenti, difficilmente aggredibili da parte del sistema immunitario,
difficilmente riconoscibili e quindi difficilmente vengono eliminate. Il batterio nel frattempo muore
perché finisce il suo ciclo vitale o la cura antibiotica ha funzionato, apparentemente sembra che sia
finito tutto, invece rimangono ancora in circolo queste spore. Anzi addirittura durante l’infezione di
alcuni di questi pazienti le spore già sono presenti, infatti molte volte soggetti con tetano, botulismo
muoiono proprio perché la presenza non solo dell’infezione ma anche di queste spore comporta tutta
una serie di problemi di ordine clinico, soprattutto neurologico. Tralasciando comunque la parte
clinica, vediamo qual è l’aspetto immunologico: queste spore si vanno ad attaccare in un certo punto di
contatto, di risposta tra quello che è l’antigene classico (cioè il batterio) e il sistema immunitario,
ovvero fa da “terzo incomodo”. Queste sostanze sono chiamate anche endotossine  e si vengono a
legare in un punto ben preciso con l’effetto
di dare una risposta anomala rispetto a
quella che è la normale risposta
immunitaria che sta avvenendo in quel
momento nei confronti del batterio.

La figura A mostra nella parte superiore un


antigene che è la parete di un batterio:
questo presenta i suoi antigeni attraverso il
suo MHC, arriva il sistema immunitario
(con il linfocita B o il linfocita T), riconosce
questi antigeni come estranei, si lega
attraverso i suoi recettori e attiva un certo
tipo di risposta. Nell’esempio in figura viene
riportato il linfocita T, il quale ricordiamo
non produce anticorpi, dà una risposta
cellulo-mediata, ha i suoi recettori TCR.
Questi recettori si attaccano dunque
all’antigene presente sulla superficie del
batterio e attivano una risposta.

La figura B riproduce un meccanismo similare, con la differenza che in una nicchia laterale ben precisa
di collegamento tra queste due strutture (antigene batterico e linfocita T), c’è un piccolo

spazio in cui si attacca questo “Superantigene”, del quale poi vedremo la natura, infatti può trattarsi di
spore o altro, ma comunque non è né il batterio, né il frammentino antigenico – e dà un certo tipo di
risposta. Quale può essere questo tipo di risposta? Il superantigene o deprime, blocca la risposta
immunitaria normale che stava avvenendo, oppure la amplifica. Vediamo quali sono gli effetti in
entrambi i casi:

 se il superantigene riesce a bloccare la risposta si ha una reazione immunitaria calata, depleta e


quindi un sopravvento consequenziale dell’antigene: il batterio si sente meno “bersagliato” e
quindi la risposta definitiva è diminuita e questo come evento clinico porta a malattia gravi,
croniche o addirittura mortali.
 se il superantigene stimola, sollecita, amplifica la risposta che sta avvenendo fisiologicamente
fino a quel momento accade che il linfocita T, deputato in quel momento alla produzione di
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tutta una serie di sostanze chiamate linfochine, citochine per distruggere l’antigene, produce
una quantità una quantità enorme di queste sostanze.

E fino a quando la situazione è questa potrebbe anche funzionare, in realtà però c’è un altro problema
per capire il quale dobbiamo comprendere un concetto fondamentale. → Il sistema immunitario vive
su due cose:

1. caratterizzazione auto-equilibrantesi
2. caratterizzazione auto-regolamentantesi.

Il sistema immunitario infatti non lavora sempre: inizia una reazione, raggiunge un acme, ma anche un
suo momento di fine. Nel momento in cui un anticorpo, un linfocita B o T, innescano una risposta
immunitaria, questa risposta può essere portata avanti fino a un certo punto, dopodiché questa
risposta immunitaria deve finire e finisce generalmente quando finisce la noxa patogena, cioè l’evento
che ha scatenato la risposta immunitaria. Quindi fisiologicamente è in questo modo che deve avvenire
questo processo, ovvero non possiamo produrre anticorpi all’infinito, non avrebbe senso. Nel
momento in cui invece il superantigene determina una produzione esagerata di citochine, di
anticorpi, pur terminando la presenza batterica (perché possibilmente la risposta normale avviene
e il batterio viene debellato) si ha la permanenza della risposta immunitaria che invece dovrebbe
finire (rimane quasi come un binario preferenziale con un treno che sta andando a folle velocità ). E’
come se fossimo con il piede premuto sull’acceleratore continuamente, anche se c’è un muro davanti,
per cui prima o poi si va a sbattere contro quel muro. Le implicazioni patologiche dei superantigeni
possono comprendere anche la malattie autoimmunitarie perché il linfocita B, attivato in maniera
permanente, continua a produrre anticorpi che invece normalmente dovrebbero finire: questi
anticorpi, non potendo più attaccare il batterio (perché questo è già stato distrutto), si cercano altri
organi bersaglio, ovvero strutture del nostro organismo!! § Questa è una teoria possibile per spiegare
come avvengano certe malattie auto-immunitarie.

Un evento similare potrebbe essere il seguente: come visto si ha produzione di citochine, interleuchine,
interferoni anche a infezione conclusa, per cui queste sostanze libere vanno a legarsi su recettori
specifici per queste sostanze che si trovano su cellule varie. Queste cellule subiscono una
internalizzazione della risposta, con mediatori vari che si portano fino al nucleo della cellula bersaglio;
ma ricordiamo che nel nucleo è presente il DNA, il DNA si altera e comincia a produrre proteine
anomale: in poche parole questa diventa una cellula neoplastica. Ecco spiegato perché molti tumori
oggi hanno o potrebbero avere una genesi virale, non ci sarebbero altre spiegazioni possibili.

I superantigeni → sono la Yersinia Pseudotubercolosis, il micobatterio della tubercolosi (bacillo di


Koch), il virus della rabbia, il virus Epstein-Barr EBV (virus della mononucleosi infettiva) e il virus HIV
(cioè il virus dell’AIDS), questi ultimi due accompagnati da un punto interrogativo perché in questi casi
non si ha la sicurezza, si stanno ancora studiando. Si tratta quindi di virus, purtroppo molto frequenti,
che potrebbero produrre superantigeni e vedremo studiando le malattie infettive che alcune delle
complicanze dell’infezione da EBV (mononucleosi infettiva conosciuta anche come “malattia del
bacio”) sono proprio il carcinoma rino-faringeo e linfoma di Hodgkin, sono tumori.

Implicazioni  patologiche  dei  superantigeni:


Cosa fanno i superantigeni? - iperproduzione di citochine , si legano a più molecole MHC di II
classe: l’antigene si lega a Ma che c’entra il virus con il tumore? Il virus per dare il tumore può agire in
due modi: - perché ha infettato la cellula e la sta trasformando in senso neoplastico; - perché produce

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sostanze di questo genere (superantigeni) e indirettamente cortocircuita la risposta immunitaria e va a
stimolare altre cellule a diventare tumori; Lo studio del modello del superantigene diventa quindi
fondamentale e ogni giorno viene scoperto un nuovo superantigene.

Caratteristiche varie:
- Differenze di risposta immunitaria tra i linfociti T e B: come accennato il linfocita B esagera
con gli anticorpi, il linfocita T con le interleuchine.
- Differenze di comportamento tra antigene e superantigene: l’antigene dà una risposta
normale, il superantigene amplifica o deprime. · Le endotossine batteriche si comportano
come superantigeni.
- I superantigeni possono essere:
esogeni → alcuni batteri, micoplasmi, virus, enterotossine stafilococciche (attenzione non lo
stafilococco di per sé ma le enterotossine che produce), enterotossine della sindrome dello
shock tossico.
endogeni → alcuni retrovirus, come il famoso virus MMTV, responsabile del tumore
mammario del topo.
nuovi possibili produttori una molecola di MHC, cioè si lega in un frammento, è un puzzle
perfetto, dando la risposta classica; invece nel momento in cui arriva un superantigene, questo
riesce a legare 4-5 molecole di MHC, in questo modo più molecole di MHC vengono coinvolte
dal linfocita e più la stimolazione che trasduce all’interno è amplificata.
- Coinvolgimento dei linfociti B come ottimi presentatori di superantigeni: si è parlato di
cellule APC (antigen presenting cells), macrofagi in testa, tuttavia cellule APC oltre alle cellule
macrofagiche sono anche le cellule dendritiche e i linfociti B. A quanto pare dunque i linfociti B
non producono solo anticorpi ma svolgono anche altre azioni e una di queste sembra quella di
portarsi “sulle spalle” un superantigene, cioè loro stessi presentano (in quanto cellule APC) il
superantigene ai loro “fratelli” linfociti. Il linfocita T può ricevere un segnale più basso
(tolleranza) o soccombere, cioè come visto il superantigene può determinare o una iper-
risposta o una ipo-risposta.
- Le cellule stimolate dai superantigeni potrebbero contenere un clone di cellule reattive
con possibile insorgenza di malattie autoimmunitarie.
- I superantigeni potrebbero inoltre avere un ruolo importante in alcune patologie quali
AIDS, artrite reumatoide, processi di immunotolleranza e immunodeficienza in genere.

CAPITOLO 9: INTERAZIONI ANTIGENE-ANTICORPO

L’interazione dell’’anticorpo con l’antigene è uno dei meccanismi fondamentali dell’immunità


dell’ospite. Si tratta di interazioni che per molti aspetti sono paragonabili alle interazioni enzima-
substrato in quanto altamente specifiche, reversibili e basate su interazioni intermolecolari non
covalenti (legami idrogeno, forze elettrostatiche, interazioni idrofobiche).

Concetto di specificità:

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Poiché molte delle reazioni mediate dagli anticorpi e coinvolte nell’eliminazione dei batteri invasori e
dei virus sono potenzialmente dannose anche per i tessuti dell’ospite non infettati, la specificità degli
anticorpi è essenziale per indirizzare queste reazioni immuni nei confronti del materiale estraneo,
risparmiando le cellule e i tessuti non infettati dall’ospite. Con specificità ci si riferisce alla reattività di
un anticorpo nei confronti di un solo determinante antigenico. Poiché ci sono milioni di strutture
antigeniche possibili, il sistema immunitario deve essere in grado di creare altrettante popolazioni
differenti di molecole anticorpali.

Le basi strutturali della specificità di legame di un anticorpo per l’antigene risiedono nella porzione
Fab dello stesso anticorpo, all’estremità amino-terminale delle catene pesanti e leggere. Sia la
specificità che l’affinità del legame antigene-anticorpo dipendono dalla conformazione
tridimensionale di entrambe le molecole. Nell’insieme, la natura del legame antigene-anticorpo varia
da una coppia all’altra di antigene-anticorpo. Alcune coppie si legano secondo il modello chiave-
serratura, mentre altre seguono in parte quello dell’adattamento indotto, che presuppone che
l’antigene, l’anticorpo o entrambi possano cambiare la loro conformazione per permettere
l’adattamento migliore tra le due molecole.

CAPITOLO 10: ATTIVAZIONE DEI LINFOCITI B E PRODUZIONE


DEGLI ANTICORPI

Gli anticorpi sono dei mediatori essenziali dell’immunità nei confronti degli agenti patogeni che
sopravvivo e si moltiplicano negli spazi extracellulari e utilizzano il mezzo extracellulare per
diffondere all’interno dei tessuti dell’ospite. I linfociti B sono le principali cellule effetrici della risposta
immunitaria umorale, attraversano vari stadi maturativi, uscendo maturi dal midollo osseo, circolano
nel sangue e nei vasi linfatici e, in seguito all’incontro con l’antigene, maturano in plasmacellule e
cellule della memoria. Gli anticorpi fanno anche parte del complesso recettore per l’antigene della
cellula B. Il processo di maturazione avviene nel midollo osseo e coinvolge l’assemblaggio genico della
regione variabile e un riarrangiamento genico produttivo per formare un largo repertorio di diversità
di anticorpi. Il processo coinvolge anche il progredire delle cellule B attraverso numerosi stadi
associati all’eliminazione delle cellule B autoreattive, mediante la selezione negativa ed infine il
rilascio, alla periferia, dei linfociti B maturi, che esprimono le immunoglobuline di membrana IgM e
IgD. Tale processo si svolge in un contesto antigene indipendente. Una volta entrati in periferia, le
cellule B sono già mature per rispondere al loro corrispettivo antigene, ciò comporta l’attivazione delle
cellule e la produzione di anticorpi. Questo processo coinvolge numerose componenti dei linfociti B, in
particolare le IgM di membrana espresse in superficie e le strutture associate, che formano il recettore
per l’antigene delle cellule B (BCR) e il complesso corecettoriale delle cellule B, che è implicato nel
segnale di trasduzione e di attivazione dei linfociti B in risposta allo stimolo antigenico. Tali cellule
rispondono agli antigeni sia in maniera T-dipendente che T-indipendente, ciò sarà deciso dalla natura
dello stimolo antigenico e la produzione di anticorpi da parte delle plasmacellule risulterà fortemente
influenzata dall’interazione delle cellule B con altre cellule e dalla produzione di citochine in grado di
attivare e guidare la risposta anticorpale.

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L’interazione tra l’antigene e il linfocita B: il BCR
Il BCR è costituito da una immunoglobulina, in parte legata alla membrana, che appartiene alla classe
dei recettori che comprendono il recettore della cellula T (TCR) e il recettore per il frammento Fc per
le IgE (FCR I) e per le IgG (FCR III). Tutti questi recettori contengono un complesso strutturale,
costituito da subunità collegate al ligando e subunità per la trasduzione del segnale. La porzione del
BCR che lega l’antigene è la Ig di membrana, che nella struttura è simile all’anticorpo che viene secreto.
L’isotipo delle Ig di membrana, varia da cellula B a cellula B e dipende, principalmente, dallo stadio di
maturazione della cellula B e dalla sua storia immunologica. Le cellule B immature, che non hanno
ancora raggiunto la competenza funzionale, esprimono solo IgM di membrana, le cellule B mature, che
non abbiano ancora incontrato il loro corrispettivo antigene (cioè cellule B vergini), oltre alle IgM
esprimono anche le IgD. In seguito all’attivazione da parte dell’antigene, avviene lo scambio (switch)
isotipico (cambio della classe) e l’espressione delle IgM di membrana viene cambiata con l’espressione
delle di immunoglobuline di isotipi diversi (IgG, IgA e IgE). Quindi la membrana delle cellule B della
memoria, che hanno effettuato uno switch isotipico, possono esprimere IgG, A ed E di membrana.

In periferia, le cellule B mature sono pronte ad interagire con l’antigene, vengono attivate, si
differenziano, si espandono come cloni e maturano in plasmacellule secernenti anticorpi. Tale
processo è completamente guidato dall’antigene. In assenza dell’antigene, la cellula B ha una vita
relativamente breve, a partire da alcune settimane e non oltre due mesi. Quando una cellula B, tuttavia,
incontra un antigene, si verificano una serie di segnali, inviati prima dal BCR, poi dal corecettore del
BCR, seguiti dall’interazione con altre cellule, in particolare le cellule T e le cellule dendritiche, e tutto
porta alla produzione di anticorpi e allo sviluppo delle cellule della memoria.

Regolazione della trasduzione del segnale del BCR:

Il legame con l’antigene e la trasduzione del segnale, tramite il BCR, forniscono solo una parte della
cascata di segnali necessari per attivare le cellule B. Per una completa funzionalità delle cellule B, si
richiede anche l’intervento di altre molecole presenti sulla superficie della cellula B, le citochine e i
ligandi espressi sulle cellule T e sulle cellule dendritiche. Durante l’attivazione e la differenziazione
delle cellule B, avvengono altri numerosi cambiamenti, compresi lo switch isotipico e la mutazione
somatica. Al fine di coordinare e controllare tutti questi importanti processi, una varietà di fattori sono
in grado di influire sui segnali che, inizialmente, vengono inviati al BCR in seguito al legame con
l’antigene. I corecettori della cellula B sono CD19/CD21/CD81, e sono un complesso proteico espresso
sulla superficie dei linfociti B, dove svolgono un ruolo co-stimolatorio nell’attivazione delle cellule B.

I centri germinativi e la maturazione della cellula B:


Il linfonodo e i tessuti linfoidi analoghi, in particolare la milza, sono il centro dell’attività di
proliferazione delle cellule B e delle loro mutazioni somatiche che portano alla maturazione
dell’affinità e allo switch isotipico. La risposta immunitaria ha inizio con le cellule dendritiche che sono
migrate nel linfonodo ed esprimono sulla loro superficie sia l’antigene intatto che l’antigene
processato. All’inizio le cellule dendritiche sono cellule immature presenti nei tessuti, dove catturano
l’antigene. Durante la migrazione e l’ingresso nel linfonodo, le cellule dendritiche maturano in cellule
presentanti l’antigene (APC), che possono presentare l’antigene alle cellule T. Le cellule dendritiche
sono presenti nella zona ricca di cellule T, attraverso la quale circolano i linfociti T vergini. Ciò
consente ai pochi linfociti T che possono riconoscere il complesso MHC-antigene processato,
l’opportunità di incontrare l’antigene appropriato e venire attivati. Questa interazione viene
stabilizzata da molecole co-recettoriali e altre molecole di adesione che legano le cellule dendritiche
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alle cellule T. Una cellula B antigene-specifica, per incontrare l’antigene, deve anche essere passare
attraverso l’area delle cellule T e rimanere intrappolata in una zona dove ha inizio la prima risposta
immunitaria. Il viaggio della cellula B vergine, antigene specifica, inizia quando la cellula B di nuova
formazione entra in circolo e si dirige nel linfonodo tramite le venule, o va incontro ai tessuti linfoidi.
Data l’eccezionalità di cellule B che esprimono Ig di membrana per un antigene specifico e la necessità
di trovare cellule T helper (TH) che possono legarsi ai frammenti peptidici dell’antigene processato e
presentato, è in qualche modo straordinario che, in seguito all’ingresso nei tessuti linfoidi, una cellula
B sia in grado di trovare l’area dove ha luogo l’attivazione da parte dell’antigene.

In seguito al legame con l’antigene della cellula B, ad opera delle Ig di membrana, il linfocita B può
processare l’antigene e presentare l’antigene alle cellule T che sono in vicinanza. Moltissime delle
cellule T sono state ormai attivate dalle cellule dendritiche, che le hanno rese fortemente responsive
all’antigene presentato dalle cellule B. Quando si verifica ciò le cellule T possono attivare le cellule B
tramite l’interazione CD40-CD40L e MHC-TCR. (Vedi pag.21, interazioni tra linfociti B e T).

Durante l’espansione clonale dei linfociti B antigene-specifici, una singola cellula B può espandersi in
una popolazione di cellule che presentano varianti di anticorpi con diverse affinità per l’antigene.
Questa maturazione di affinità è dovuta a ipermutazioni somatiche che provvedono a scambi genetici,
dando luogo ad un aumento dell’affinità anticorpale. La maturazione iniziale ha luogo nel centro
germinativo durante la fase di espansione clonale. A questo punto i linfociti B esprimono dei BCR
mutati e vengono selezionate le cellule B con le Ig di membrana con maggiore affinità per l’antigene,
mentre le cellule che mostrano bassa affinità vanno incontro ad apoptosi. Lo switch isotipico si verifica
in questo stadio. Precocemente l’isotipo di Ig di membrana è M o D. Dopo ipermutazione somatica, la
maturazione dell’affinità e la selezione delle cellule B che producono anticorpi altamente affini (come
determinato dall’interazione della Ig di membrana con l’antigene) l’isotipi della Ig cambia verso altri
isotipi come le IgG, le IgE e le IgA.

La produzione di anticorpi da parte dei linfociti B:


L’attivazione delle cellule B, per differenziarsi in plasmacellule producenti anticorpi e in cellule della
memoria, inizia con l’impegno delle Ig di membrana da parte dell’antigene, poiché esistono, tuttavia,
molti differenti tipi di antigene, le successive fasi che portano alla produzione di anticorpi e alla
formazione delle cellule della memoria possono essere completamente differenti, in funzione del tipo
di antigene verso il quale la cellula B sta rispondendo. Gli antigeni vengono classificati in due classi
principali, a seconda che le cellule B abbiano bisogno o meno dell’aiuto delle cellule T per produrre
anticorpi. L’aiuto delle cellule T si basa sulla capacità delle cellule APC, compresi i linfociti B, di
processare e presentare l’antigene ai linfociti T. Gli antigeni indipendenti dai linfociti T (T-Ind), come i
polisaccaridi e lipopolisaccaridi batterici, non possono essere processati e presentati da parte delle
APC e quindi e quindi non possono attivare le cellule TH. Questi antigeni stimolano la maturazione
delle plasmacellule e la produzione di anticorpi ma generalmente non inducono memoria
immunologica. Moltissimi, ma non tutti, gli antigeni T-Ind inducono risposte con la produzione
solamente di immunoglobuline dell’isotipo IgM e falliscono nell’indurre lo switch isotipico.

Gli antigeni T dipendenti (T-Dip), principalmente rappresentati da proteine, vengono presentati e


processati dalle APC ai linfociti T e inducono la produzione di anticorpi, lo switch di classe e la
memoria immunologica.

Antigeni T-Ind:

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- Tipo 1: componenti della parete cellulare batterica, LPS batterico, sono potenti attivatori dei
macrofagi.
- Tipo 2: capsule polisaccaridiche e i flagelli batterici. Si legano alla cellula B tramite il BCR,
questo legame provoca l’attivazione del linfocita B che si differenzia in plasmacellula senza
l’aiuto delle cellule T.

Antigeni T-Dip:

- Proteine batteriche come le tossine, del tetano, del botulino, virus, parassiti. Le componenti
fondamentali della risposta nei confronti di questi antigeni sono le APC. Gli antigeni processati
vengono associati a molecole MHC esposte sulla superficie delle APC, consentendo a tali cellule
di interagire con le cellule T tramite il legame con il loro TCR. L’aiuto della cellula T può anche
essere fornito ad una cellula B, quando quest’ultima presenta l’antigene proteico processato ad
una cellula T antigene specifica. Una cellula B per internalizzare gli antigeni, in modo che
possano essere processati e presentati associati alle molecole dell’MHC di classe II, può
utilizzare il suo recettore per l’antigene (Ig di membrana) per attivare un processo di
endocitosi mediato da recettore. L’antigene proteico internalizzato, viene processato mediante
proteolisi e ridotto in piccoli frammenti, e questi epitopi per le cellule T, vengono associati a
molecole MHC di classe II. Il complesso MHC-peptide viene quindi esposto in superficie della
cellula B dove può essere riconosciuto dalle cellule T CD4+ antigene specifiche. La cellula T
attivata, fornisce, allora, segnali di attivazione, proliferazione e differenziazione.

Le cinetiche della risposta anticorpale verso gli antigeni T-Dip:


In seguito a una prima immunizzazione con un antigene, si osserva una fase, durante la quale non si
riscontrano nel siero di un soggetto, anticorpi specifici per quell’antigene. Durante questa fase,
\l’antigene viene riconosciuto, processato e presentato alle cellule T appropriate, che a loro volta sono
state attivate, hanno proliferato e si sono differenziate in cellule TH mature e attivate. Tali cellule TH
possono allora aiutare la completa attivazione delle cellule B in plasmacellule producenti anticorpi.
Dopo questa fase (solitamente dai 7 ai 10 giorni), nel siero è possibile riscontrare anticorpi specifici
per l’antigene. Nella fase precoce della risposta primaria, prevale l’isotipo IgM, mentre le IgG specifiche
compaiono nel siero successivamente, quando si è verificato lo switch isotipico. La produzione di
anticorpi specifici decresce rapidamente in seguito alla scomparsa degli stimoli antigenici.

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Quando un soggetto incontra nuovamente lo stesso antigene, la sua risposta immunitaria risulterà più
efficace e più veloce. La risposta immunitaria secondaria è, per diversi aspetti, superiore alla risposta
primaria. Il grado di produzione degli anticorpi è più elevato nel corso della seconda esposizione
all’antigene, portando ad un rapido incremento dei livelli anticorpali nel siero e in una risposta
secondaria viene prodotta una maggiore quantità di anticorpi totali. A causa del processo di
ipermutazione somatica che si sta verificando e il processo che si associa alla maturazione dell’affinità ,
gli anticorpi prodotti nella risposta secondaria, presentano
una maggiore affinità per l’antigene. Infine nella risposta
secondaria gli anticorpi prodotti rappresentano i vari isotipi
(IgG, IgA e IgE), in quanto nella fase finale della risposta
primaria si è verificato lo switch isotipico. Gli anticorpi di
questi isotipi presentano un ampia gamma di funzioni
effetrici.

L’interazione tra i linfociti B e i


linfociti T:
L’attivazione delle cellule B e T implica un dialogo reciproco
tra i due tipi cellulari, il cui risultato è l’attivazione di
entrambi i tipi di cellule. Durante questo dialogo, le cellule B
funzionano come APC per attivare le cellule TH, mentre le
cellule TH si occupano delle cellule B fornendo loro segnali di
attivazione essenziali per una completa attivazione. Come
nell’attivazione delle cellule T ad opera di altri tipi di APC, si
richiedono due segnali: il segnale 1 è rilasciato tramite
l’interazione dell’MHC sulla APC e il TCR sui linfociti, mentre
il segnale 2 o segnale costimolatorio, viene rilasciato in
seguito al legame tra CD 80 e 86, cioè cluster differentation che sono proteine di riconoscimento
molecolare delle cellule B, con quelli delle cellule T che sono i CD 28.

L’effetto delle citochine. L’attivazione e la produzione di


anticorpi:
Uno dei principali meccanismi regolatori per lo switch isotipico e l’induzione della produzione di
anticorpi è la secrezione di citochine da parte dei linfociti T. per quanto sia vero che le interazioni tra
la molecola CD40 e la molecola CD40L diano inizio al meccanismo dello switch isotipico, dopo lo
switch si verifica la produzione delle citochine che determinano quale sarà l’isotipo/i delle
immunoglobuline che verrà prodotto. Le cellule TH1 attivate, principalmente, secernono le citochine

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coinvolte nelle risposte cellulo-mediate, come ad esempio la IL-2, l’IFN-γ e la IL-12, mentre le cellule
TH2 secernono, principalmente, le citochine implicate nella risposta immunitaria umorale, come ad
esempio la IL-4, IL-5, IL-6 e la IL-10. (vedi pag 19).

Lo switch isotipico:
Dopo la stimolazione da parte dell’antigene, si verifica l’attivazione della cellula B e la sua
proliferazione, a cui segue la produzione di anticorpi di isotipi diversi dalle IgM. Tale meccanismo, lo
switch isotipico, rende gli anticorpi, specifici per un certo antigene, in grado di cambiare la loro
funzione effettrice biologica tramite il cambio delle catene H che sono codificate dai geni delle regioni
costanti delle immunoglobuline. Lo switch isotipico, implica dei riarrangiamenti genici che portano le
regioni VDJ riarrangiate, che codificano per la specificità antigenica, in prossimità dei differenti geni
della regione costante, eliminando le sequenze di DNA interposte, danno luogo alla produzione di
mRNA per differenti isotipi di immunoglobuline. Si ritiene che le citochine che intervengono nello
switch isotipico, agiscono in modo da rendere i siti di ricombinazione per lo switch accessibili alle
ricombinasi; il risultato che ne deriva è il riarrangiamento genetico che porta appunto allo switch
isotipico.

PARTE III
IMMUNITA’ CELLULARE

CAPITOLO 11: IL
SISTEMA MAGGIORE DI
ISTOCOMPATIBILITÀ

Il sistema maggiore di
istocompatibilità o MHC :
Uno dei punti fermi del sistema
immunitario, al di là di gruppi di cellule
che lo costituiscono, resta la possibilità di
riconoscere ciò che deve essere aggredito,
distrutto, cioè che non funziona da ciò che
invece funziona. Fino adesso si è parlato
di cellule, complemento, di tanti elementi del sistema immunitario che in un certo senso perseguono
questo obiettivo, tuttavia c’è un sistema, chiamato sistema maggiore di istocompatibilità, che
caratterizza ogni nostra cellula. Le nostre cellule, qualunque esse siano (cellule con nucleo, cellule
senza nucleo), potremmo dire quasi il 90% e più delle nostre cellule, tranne le cellule di alcuni organi
particolari quali cristallino e cornea, possiedono tutte questo sistema. Quando si parla di sistema si
intende un insieme di più elementi, apparentemente diversi tra di loro ma accomunate da un unico
intento: a questo proposito il sistema maggiore di istocompatibilità lo possiamo definire come le

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“impronte molecolari” di ognuno di noi. Come ognuno di noi possiede le impronte digitali che lo
differenziano dagli altri individui, a livello molecolare siamo caratterizzati da questo sistema. Sulla
superficie delle nostre cellule, soprattutto quelle che hanno un nucleo, sono presenti una serie di
proteine, sintetizzate a partire dall’informazione genetica contenuta in alcuni cromosomi ben
particolari, e queste proteine una volta sintetizzate vengono presentate fuori, sulla superficie della
cellula, come se fosse un biglietto da visita. Queste proteine, o meglio questi piccoli frammenti proteici
(poiché si tratta proprio di frammenti che oscillano tra 8-15 amminoacidi), possono essere presentati
da cellule normali fisiologiche, cellule infettate da un virus, cellule che stanno subendo un effetto
tossico, cellule in trasformazione neoplastica, in poche parole vengono presentati da tutte le cellule
qualunque esse siano e in qualsiasi situazione fisiologica o patologica si trovino. Per fare un
esempio pratico: se stiamo parlando di una cellula che sta subendo l’infezione da un virus, ad es. gli
epatociti che stanno subendo l’infezione da virus dell’epatite, cosa fa questo virus? Il virus dell’epatite
vive all’interno del nucleo di queste cellule, ingloba il suo acido nucleico con il DNA del nucleo della
cellula e comincia a produrre le sue proteine; queste proteine escono dal nucleo, vanno nel citoplasma,
arrivano sulla membrana citoplasmatica ed escono fuori, ma in che modo escono? Esiste un sistema di
altre proteine, le proteine del sistema maggiore di istocompatibilità, le quali non sono altro che
il “vassoio”, il contenitore, il supporto di questi piccoli frammenti proteici nati da un virus, da
una cellula alterata o da una cellula sana. Viene definito “vassoio” non casualmente ma proprio
perché vedremo anche nella forma, c’è una sorta di piattaforma sulla quale si appoggiano questi piccoli
peptidi che fanno da “biglietto da visita” per la cellula: questi piccoli peptidi infatti si devono fare
riconoscere da una classe linfocitaria particolare che deriva dai linfociti T. I linfociti T
comprendono infatti diverse sottoclassi caratterizzate dall’acronimo CD (cluster differentation), le
classi che interessano questo sistema sono CD4 e CD8. Se consideriamo quindi una cellula che ha
subito l’infezione da un virus o una cellula che ha subito una trasformazione neoplastica, si tratta
purtroppo di cellule destinate a morire, l’una perché infettata, l’altra perché trasformata; tuttavia
queste cellule non sono in grado di “morire da sole”, ma ci deve essere un elemento esterno alla cellula
che la provochi: la morte viene provocata dai linfociti CD8, chiamati anche linfociti T citotossici
(adesso capiamo perché “citotossici”), i quali una volta venuti a contatto, come l’incastro perfetto di un
puzzle, con questi piccoli frammenti peptidici nati dalla cellula stessa, il riconoscimento provoca una
chemio maturazione dei linfociti CD8 citotossici che cominciano a produrre tutta una serie di
sostanze (interleuchina, citochine, interferone) che servono per andare ad aggredire la cellula che
sta subendo l’infezione e distruggerla. Se questo discorso di base è chiaro, allora possiamo dire che
la “corrispondenza” avviene tra una cellula infettata, il suo sistema MHC, il frammento peptidico che
presenta fuori, il TCR (T cell receptor) cioè il recettore che si trova sulla superficie della cellula T e lo
stesso linfocita T. Il linfocita T in questo caso quindi sta riconoscendo strutture non-self, tuttavia lo
stesso linfocita T è capace di riconoscere anche le strutture self. La cellula sana, normale, ha la
capacità di produrre i suoi frammenti peptidici, li porta sul suo MHC e li presenta al TCR dei linfociti:
una volta che il linfocita riconosce il frammento sano, và oltre e non succede nulla. Perché accade
questo evento? Per un motivo molto semplice, affinché vi sia sempre una ricognizione, un
riconoscimento continuativo, di tutte le cellule dell’organismo, è una specie di “rassegna” che
fanno i linfociti T di tutte le nostre cellule, fino a quando incontrano una cellula alterata e la
distruggono. Questa è la ricostruzione generale degli eventi.

Domanda: ma come fa il linfocita realmente a conoscere, a discernere se quella cellula che ha davanti
deve distruggerla oppure non la deve toccare?

Il linfocita riconosce la cellula che non deve toccare perché la conosceva prima, l’ha già vista
prima. Quando un individuo nasce, nei primi giorni di vita, possiede un’immunità fondamentalmente

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naturale, trasmessa dalla madre e costituita da pochi elementi cellulari: i macrofagi, qualche linfocita B
che fa qualche anticorpo. Si tratta di un’immunità che potremmo definire “grossolana”, aspecifica che
manteniamo per i primi mesi di vita. Ma una volta che il midollo osseo comincia a produrre una grande
quantità di linfociti, in quanto si sta venendo a definire l’immunità che ci porteremo dietro per tutta la
vita, questi linfociti riversati in circolo, i quali ancora non sanno fare nulla, vanno a finire nei territori
di competenza, negli organi di specializzazione che sono linfonodi, milza e soprattutto il timo per i
linfociti T. Questo significa che si differenzia già nei primi anni di vita l’immunità umorale da quella
cellulare, cioè l’immunità che dipende dagli anticorpi dall’immunità che dipende dai linfociti T. Questi
distretti (linfonodi, timo e organi borsa-equivalenti) lavorano molto nei primi anni di vita, tanto che in
un emocromo di un bambino di qualche anno di età non deve stupire la formula leucocitaria invertita.
In un soggetto adulto i leucociti maggiormente rappresentati fisiologicamente sono i granulociti
neutrofili (68-70%), seguono i linfociti (25-28%). La formula leucocitaria invertita significa che il
bambino di pochi anni di vita presenta 45% di neutrofili e 40-42% o addirittura 30% di neutrofili e
60% di linfociti. Se un bambino che sta bene e si presenta con una formula leucocitaria così non fate
saltare dalla sedia la madre: quel bambino sta facendo immunità ! è perfettamente normale che stia
avendo una linfocitosi, è una linfocitosi fisiologica. Come la sta facendo questa immunità ? (torniamo in
questo modo al nostro discorso sul sistema MHC). Nel momento in cui questi linfociti vanno in circolo
la prima cosa che fanno è proprio quella di andare in tutti i tessuti, i linfociti vanno a contattare, a
legarsi, a riconoscere, a presentarsi a tutte le strutture peptidiche presenti sull’MHC delle cellule, si
contattano, prendono l’informazione, la memorizzano e la portano nel timo.

A livello del timo si verifica una situazione di trasferimento dell’informazione a tutti I linfociti che man
mano passano dal timo. Ma quindi è spontaneo chiedersi: visto che il timo dura qualche anno e poi
ipotrofizza, cosa succede dopo, come facciamo a mantenere l’informazione?

L’informazione viene mantenuta comunque perché esistono cellule che memorizzano


quell’informazione su altri linfociti T, innescando una “catena” praticamente infinita, per cui anche se
il timo non ci sarà più, l’informazione e la conoscenza degli antigeni presenti sulla superficie
delle cellule rimarrà per sempre. Questi meccanismi sono meccanismi ancestrali, iniziali della vita
di ognuno di noi ma che si preserveranno per tutta la vita nella capacità di poter discernere realmente
il self dal non self.

E’ chiaro che gli stessi linfociti, nel momento in cui andranno in “ricognizione” e troveranno frammenti
peptidici diversi anche di un solo amminoacido, non lo riconoscono più come self, si legano e
innescano una serie di meccanismi che vedremo.

Cosa succede purtroppo in alcune situazioni patologiche? Purtroppo in alcuni casi si verificano alcuni
meccanismi che invece portano a cloni linfocitari abortiti: se l’individuo è programmato per fare un
certo numero (poniamo 1000) di linfociti T, i quali devono andare in rassegna a riconoscere frammenti
antigenici diversi, ma realmente di questi cloni ne riescono a produrre solo 800, perché 200 sono
abortiti, “bloccati” ci ritroviamo un’immunità zoppa, viene meno una parte di questo riconoscimento
(quell’informazione e nel momento in cui vanno a morire, trasferiscono l’informazione su altri linfociti
T le motivazioni sono ancora oggi sconosciute nel senso che quei 200 linfociti non hanno memorizzato
l’informazione); succede così che una parte di linfociti, i quali dovrebbero andare a riconoscere
strutture facenti parte del self e non fare nulla, si trovano davanti strutture che non hanno mai
conosciuto prima, le riconoscono quindi come non-self e le aggrediscono. Vi sono delle malattie legate
a queste alterazioni che possono essere: malattie da iporisposta immunitaria, il sistema immunitario
non lavora in maniera adeguata e così facendo ci ritroviamo ad avere distrutte cellule che non
dovevano essere toccate o all’opposto a non toccare cellule che dovrebbero essere distrutte.
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Consideriamo l’esempio di una cellula infettata da un virus: questo virus infatti per istinto di
sopravvivenza incomincia a produrre una serie di frammenti peptidici, legati all’MHC della cellula che
ha infettato, con analogie amminoacidiche identiche a frammenti fisiologici: il linfocita T così riconosce
questi frammenti come fisiologici, va oltre e la cellula rimane indisturbata, l’evento virale non viene
tamponato, non viene distrutto; questa tra l’altro è una delle motivazioni per le quali molti virus (HIV
in testa) per anni albergano nelle nostre cellule senza essere assolutamente toccati.

Per quanto riguarda l’HIV infatti, dal momento dell’infezione a quando si ha la malattia manifesta AIDS
passano parecchi anni, non è come il virus dell’influenza che ha un periodo di incubazione molto breve,
per l’HIV la situazione è diversa. Il sistema MHC è dunque quel sistema che funge da “presentatore”,
gioca un ruolo molto importante, fondamentale. Per concludere questa parte introduttiva, ricordiamo
che il sistema MHC è anche purtroppo legato a molte malattie, ci sono malattie in cui alcuni geni
coinvolti nella produzione di questo sistemi vengono over espressi, cioè vengono espressi in maniera
esagerata e a tutt’oggi il motivo non è molto chiaro. * Ad es. non si capisce perché un DR-3 o DR-4, i
quali non sono altro che dei frammenti dell’MHC di II classe, vengono ad essere espressi massivamente
nel diabete oppure altri di questi geni in malattie quali l’Alzheimer, spondilite anchilosante, la sclerosi
multipla. Il diabete mellito è quindi legato a un’alterazione HLA.

Concetti  generali:
La funzione delle molecole MHC è quella di legare i frammenti peptidici derivati dai patogeni e
quelli derivati dalle cellule del self ed esporli sulla superficie delle cellule in modo che vengano
riconosciuti dagli appropriati linfociti T. L’MHC quindi presenta sia frammenti normali self o di
patogeni e quindi non-self. Il sistema MHC viene anche definito HLA perché i geni che producevano
questo sistema furono scoperti per la prima volta sui globuli bianchi, sui leucociti (da cui human
leukocyte antigen). Il termine HLA venne poi aggiornato e nacque la definizione di sistema MHC, poiché
si vide che questi antigeni erano praticamente presenti su quasi tutte le cellule. Ma perché questi
frammenti del sistema MHC vengono chiamati antigeni? Ricordiamo che l’antigene è qualsiasi
molecola che ha una caratterizzazione immunogenica, cioè che riesce a stimolare il sistema
immunitario tuttavia, anche se i frammenti del sistema MHC non stimolano in questo senso il sistema
immunitario, sono anch’essi chiamati antigeni..perché? Quando un individuo ha bisogno di ricevere un
rene o un cuore o qualsiasi altro organo da un donatore, tale organo è costituito da cellule che sulla
superficie hanno il proprio sistema MHC, cioè l’individuo sta ricevendo un organo formato da cellule
che presentano in superficie il sistema MHC del donatore: una volta che il sistema MHC del
donatore viene trasferito nel sistema immunitario del ricevente si comporta da antigene!
proprio perché ognuno di noi ha le proprie impronte molecolari, l’MHC del donatore è diverso
dall’MHC del ricevente (questa è la risposta alla domanda, per questo si parla di antigeni di
istocompatibilità ). Ci ritroviamo quindi in una situazione in cui il sistema immunitario incontra
l’organo trapiantato, si trova davanti una serie di proteine mai viste prima, si attacce porta a quello che
viene definito rigetto (questi concetti verranno ripresi parlando dei trapianti). Qual è l’unica situazione
in cui il rigetto del trapianto è praticamente nullo? Il caso di gemelli omozigoti è l’unico in cui i due
individui geneticamente identici, hanno un MHC “quasi” identico; più ci si allontana filogeneticamente
con la specie più il sistema MHC si differenzia (ecco perché l’individuo sul quale Barnard aveva
trapiantato un cuore di scimmia campò un giorno). Prima di eseguire i trapianti infatti viene fatto il
test di istocompatibilità, cioè viene verificata la compatibilità dei tessuti, che in realtà però non è tanto
tra tessuti, bensì è una compatibilità tra il tessuto del donatore e il sistema immunitario del ricevente.

68
- I geni del sistema MHC, detto anche HLA, furono scoperti per prima nel topo e poi si vide che
giocavano un ruolo importante nella risposta immune (geni della risposta immune, Immune
response, Ir, assegnati ad una area detta regione I e le molecole associate ad essa vennero dette
I region associated, Ia).
- Un altro concetto importante: l’MHC di un individuo deriva dall’MHC della madre e del padre,
cioè insieme agli altri caratteri ereditari viene trasmesso anche il sistema MHC, rispetto al
quale ciascun individuo ha le parti molecolari, genetiche del padre e quelle della madre (vedi
figura), con una particolarità : i geni MHC sono codominanti, cioè i prodotti proteici
vengono espressi sia da un cromosoma che dall’altro.

Quindi ciascuno di noi ha un “patrimonio” doppio, molecole MHC provenienti dalla madre e dal padre,
e l’insieme di tutte queste molecole viene definito aplotipo.

Tuttavia la caratterizzazione sta nel fenomeno della ricombinazione genica o allelica. Come
sappiamo dalla genetica la ricombinazione tra geni, tra alleli, ci permette una grande varietà di
produzione di proteine ed è questo l’aspetto che caratterizza ognuno di noi, per cui è vero che l’MHC
deriva dal padre e dalla madre, ma nel momento in cui i cromosomi si incontrano i geni si ricombinano
in maniera diversa: questa situazione porta a una variabilità allelica infinita ed è questo che permette
la differenzazione, la personalizzazione di ogni MHC. L’unicità dell’MHC è un modo per preservare
l’individuo, rende l’individuo unico dal punto di vista molecolare, ma diventa anche la “bestia nera” dei
trapianti. Quali sono gli alleli coinvolti? Gli alleli coinvolti sono A, B, C, DR, DQ e DP con tutte le
combinazioni possibili tra di loro.

I geni dell’HLA si trovano sul braccio corto del cromosoma 6 (lo stesso è per il complemento) e
vengono divisi in 3 gruppi: geni di classe I, geni di classe II e geni di classe III

1. GENI DI CLASSE I (o MHC di classe I) detti geni A- B- C, sono importanti perché producono
quella parte di MHC che è deputata al riconoscimento di sostanze estranee sulla superficie di
cellule nucleate. L’MHC di I classe nasce da geni A, B, C che si trovano sul cromosoma 6 ed è
deputato alla presentazione di frammenti peptidici provenienti da cellule nucleate
infettate da un patogeno e che vengono presentati ai linfociti T CD8 - in poche parole la I
classe si occupa dei virus, anche se non esclusivamente.
2. GENI DI CLASSE II (o MHC di classe II) sono rappresentati dalle altre tre varianti alleliche DP,
DQ, DR; le proteine in questo caso si trovano su cellule come monociti/macrofagi, cellule
dendritiche cioè si trovano sulle cellule APC (cellule presentanti l’antigene) e i frammenti
antigenici (soprattutto batteri) in questo caso vengono presentati ai linfociti T helper
(linfociti CD4) . La II classe si occupa dei batteri Attenzione però → Anche i macrofagi hanno
l’MHC di I classe ma in più hanno l’MHC II che permette di presentare ciò che viene digerito,
quindi è appannaggio di cellule che lavorano in maniera diversa da una cellula ad es. infettata
da un virus; queste cellule infatti per via delle loro funzioni (attività fagica) distruggono batteri,
producono frammentini che non possono presentare con l’MHC I.

§ Questi concetti sono i pilastri dell’informazione dell’MHC e una volta compresi questi le nozioni che
seguono sono molto semplici da capire.

Riassumendo

MHC di I classe - a partire da geni A, B, C - si trovano su tutte le cellule nucleate, l’MHC I è presente un
po’ ovunque perché ricordiamo deve essere il biglietto da visita anche di una situazione di normalità ,
cioè non serve a presentare solo frammenti patologici.
69
- Presentano frammenti peptidici di patogeni → virus
- I frammenti vengono presentati ai linfociti T citotossici (CD8)

MHC di II classe

- Loci DP, DQ, DR - si trovano sulle cellule APC (macrofagi, cellule dendritiche, linfociti).
- Presentano frammenti peptidici nati dalla digestione, dalla fagocitosi dei patogeni → batteri
- I frammenti vengono presentati ai linfociti T helper (CD4) ·

3. GENI DI CLASSE III (o MHC di classe III) - esiste poi una terza classe più piccola, con loci meno
rappresentati e geni che sono legati soprattutto ai fattori complementari (C2, C4a, C4b), fattore
properdinico, TNF, HSP (heat shock protein, proteine da shock caldo). L’MHC di III classe
costituisce una classe a parte che raccoglie l’attivazione di fattori complementari in
situazioni un po’ particolari. Il sistema MHC è formato quindi da tutta una serie di proteine
legate tra di loro, con una conformazione che alla fine crea una piattaforma chiamata nicchia
sulla quale si va a disporre il piccolo frammento peptidico antigenico. I loci delle prime due
classi sono altamente polimorfi con più di 10 alleli per locus.

Ognuno di noi possiede due aplotipi HLA ( uno paterno ed uno materno) e la frequenza delle associazioni
è data dal prodotto delle frequenze di ciascun allele nella popolazione.

Cosa vuol dire questo discorso? La possibilità di dire se un allele viene espresso più di quell’altro, se un
gene lavora più di un altro, dipende dalla frequenza che c’è nella popolazione di un certo frammento
MHC. Ci sono delle situazioni particolari nelle quali i piccoli frammenti MHC sono maggiormente
frequenti in certe popolazioni rispetto ad altre e questo aspetto è legato alla ricombinazione genica dei
geni MHC materni e paterni, la quale crea una situazione di trasmissibilità di alcuni caratteri che
vengono trasferiti quindi c’è una persistenza, una continuità di alcune caratteristiche rispetto ad altre:
infatti alcune combinazioni di due alleli si verificano più frequentemente rispetto al previsto ed esiste
in genetica un fenomeno che prende il nome di linkage disequilibrium. Il linkage disequilibrium è il
disequilibrio che c’è nei legami: non si capisce perché purtroppo in alcune popolazioni alcuni alleli
stranamente vengono espressi più spesso di altri e questo fenomeno si calcola dalla differenza tra la
frequenza che ci aspettiamo, la previsione di un allele e la presenza che realmente vediamo. Il linkage
disequilibrium spiega perché alcune malattie sono legate ad una frequenza di espressione di alcuni
geni: nel diabete ad es. il DR3 e il DR4 vengono maggiormente espressi. In definitiva alcuni geni che
normalmente nella popolazione vengono espressi in una certa quantità , invece in alcune malattie
vengono espressi così frequentemente da far pensare ad un’alterazione di questi geni che causa la
malattia stessa. Vi sono su questi aspetti degli
studi epidemiologici, studiosi che vanno a
ricercare quali sono le forme alleliche presenti
una certa popolazione.

70
Struttura  dell’MHC di classe I:
Gli antigeni di I classe sono presenti su tutte le cellule nucleate, sono glicoproteine della membrana
cellulare costituite da una catena pesante di 44 kD ed una leggera di 12 kD detta β2-microglobulina
codificata però da un cromosoma diverso (non dal 6 bensì dal cromosoma 15). La β2-microglobulina è
una proteina che si assembla dopo, cioè nel momento in cui una cellula costruisce all’interno il proprio
MHC di I classe per poi portarlo fuori, una parte di catene sono create dal cromosoma 6 e un’altra
parte dal cromosoma 15, la β2-microglobulina, la quale poi si assembla per costituire l’MHC di I classe
completo. La struttura dell’MHC di I classe comprende una parte intracitoplasmatica, una
transmembrana e delle regioni esterne alla membrana che sono α1,α2,α3 insieme a β2.

Anche nell’MHC di I classe ritroviamo al pari degli anticorpi una regione ipervariabile.

Studiando il sistema MHC vedremo molte analogie con gli anticorpi, nonostante le strutture e le
funzioni siano diverse, vi sono delle caratterizzazioni comuni, i geni che li producono si trovano sugli
stessi cromosomi. La regione ipervariabile si trova nella cosiddetta “nicchia”.

Nella molecola dell’MHC, tolta la parte chiamata “nicchia”, cioè la piattaforma che realmente porta al di
sopra il frammento peptidico, tutto il resto della molecola è solo un supporto, non fa nulla, e di fatto è
proprio questa piccola porzione chiamata nicchia ad essere caratterizzata da una sequenza di qualche
decina di amminoacidi i quali si modificano da una molecola all’altra. La variabilità dell’MHC, la
differenza di MHC tra cellule diverse e tra diversi soggetti alla fine riguarda soltanto la
variabilità della nicchia. Qual è il significato della regione ipervariabile? Questa variabilità si ha
perché bisogna avere la caratterizzazione di poter creare un MHC che deve essere in grado di
legare qualsiasi tipo di frammento antigenico. Per comprendere questo discorso molecolare
possiamo porre un esempio pratico: nel momento in cui una cellula viene infettata da un virus e questo
virus comincia a produrre i suoi peptidi, l’MHC (il quale deve presentare questi peptidi) si deve
71
adattare a questi frammenti. Il concetto da capire è che non esiste un MHC unico che può legare
qualsiasi peptide. l’MHC nasce dalla conoscenza del frammento peptidico che deve portare fuori:
l’MHC si forma adattandosi al peptide che deve portare fuori e la caratterizzazione di formare una
struttura che si può legare al frammento peptidico, patologico o fisiologico che sia, nasce dalla solo
dalla capacità che la “nicchia” ha di potersi variare in maniera indefinita. Questo spiega fenomeni come
la variabilità dei geni, cioè il polimorfismo genico porta alla fine a una nicchia variabile.

Al di là della classificazione generale nelle tre classi, la caratterizzazione dei diversi tipi di MHC è
legata sia alla tipologia cellulare ma anche a quella funzionale: se una cellula sana deve presentare al
linfocita T frammenti fisiologici, la cellula crea un MHC per quei frammenti, ma nel momento in cui
quella stessa cellula subisce una trasformazione e deve andare a presentare frammenti patologici,
l’MHC che aveva creato fino a quel momento non li riconosce più e pertanto ne deve creare un altro
che nasce dalla conoscenza dei frammenti nuovi. Quindi la capacità che ha l’MHC di adattarsi a
frammenti peptidici variabili nel tempo ci permette di avere un MHC che nasce ipervariabile e
adattabile a tutte le circostanze possibili, perché comunque vada in un modo o nell’altro l’MHC deve
fare sapere al mondo esterno quello che sta succedendo dentro la cellula. se la cellula sta bene o sta
male.

I due segmenti omologhi α1 e α2, della catena polipeptidica interagiscono formando una piattaforma
costituita da otto componenti in configurazione β unite tra di loro “a griglia” che sorreggono le due α-
eliche parallele ed intrecciate

E’ su questa base che si lega il frammento peptidico esogeno di massimo 10-20 amminoacidi. Dopo
questo legame avviene poi la presentazione al linfocita T. La “nicchia” in figura contiene un piccolo
peptide lineare nonamerico (9 amminoacidi), anche se vedremo che la cellula che ha l’MHC I in realtà
al suo interno non produce frammenti peptidici di 9 a.a. ma proteine di centinaia di amminoacidi. ( le
proteine di un virus ad es. sono molto lunghe) per cui all’interno della cellula viene operata una
ulteriore suddivisione ad opera dei proteasomi, complessi che spezzettano le proteine in frammenti
peptidici più corti i quali solo così possono essere presentati dall’MHC I. Il linfocita T purtroppo
riconosce infatti solo piccoli frammenti, non riconosce sequenze molto lunghe, il TCR non
legherebbe tali proteine e passerebbe oltre. Ma perché il linfocita T riconosce i frammenti piccoli e non
quelli più grandi? In effetti se legasse i frammenti più grandi non ci sarebbe la necessità di
frammentarli prima e poi presentarli: il motivo comunque è che nei frammenti più grandi è facile
trovare qualche sequenza amminoacidica che non viene adeguatamente riconosciuta dal
linfocita T; immaginate di avere un meccanismo a puzzle, cioè di perfetto incastro molecolare tra
strutture totalmente diverse tra di loro: se avessimo una sequenza amminoacidica troppo lunga il TCR,
per com’è costituito, potrebbe saltare qualche amminoacido e non riconoscere la sequenza, andrebbe
oltre lasciando la cellula indisturbata. La cellula in definitiva si autodifende frammentando le
proteine, presentando al TCR pochi amminoacidi e facilitando così il riconoscimento (anche se
così facendo possibilmente la cellula si condanna a morte in quanto poi verrà distrutta..ma è giusto che
sia così!) Si è capito dunque il motivo per cui è importante presentare frammenti piccoli, di pochi
amminoacidi.

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Struttura  dell’MHC di classe II:
Gli antigeni di classe II sono eterodimeri costituiti da una catena α e da una catena β, anch’essi
presentano una nicchia, ma ciò che fa la differenza conformazionale tra II classe e I classe è la presenza
di una piccola regione che prende il nome di regione invariante (o regione γ). Questa parte invariante
è stata scoperta in un secondo tempo e a lungo non si capì quale fosse la sua funzione, il suo ruolo
nell’MHC di II classe, a tal proposito sono state fatte delle ipotesi:

- ipotesi del blocco: la regione γ impedisce il legame di peptidi endogeni;


- ipotesi conformazionale: mantiene la fenditura delle molecole MHC in uno stato
conformazionale a bassa affinità per i peptidi;
- ipotesi del sorting: dirige le molecole di classe II verso gli endosomi dove avviene l’incontro
con il peptide esogeno;

La regione invariante è quella regione che permette realmente il vero legame soltanto di quei
frammenti peptidici nati dalla degradazione del patogeno inglobato. Ricordiamo infatti che l’MHC
II si trova nel macrofago, ovvero una cellula dotata di attività fagica, ma sul sistema MHC II devono
essere presentati solo quei frammentini derivati dalla degradazione del batterio inglobato. La regione
invariante è capace di legare solo quei frammenti e nessun altro. Questa distinzione è importante
perché ovviamente potrebbero anche essere presenti all’interno della cellula frammenti nati dal
macrofago e non dal patogeno che ha inglobato. La regione invariante quindi dà una specificità di
legame solo per quei frammenti nati dal patogeno stesso.

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CAPITOLO 12: PRESENTAZIONE E PROCESSAZIONE
DELL’ANTIGENE
Il principale tipo di antigene responsabile di una risposta immune è una proteina o una glicoproteina.
Altri tipi di antigene, come polisaccaridi e glicolipidi, sono bersagli altrettanto importanti nei processi
immunitari che proteggono da infezioni, ma per lo più sono gli antigeni proteici a stimolare il più
ampio spettro di risposte immuni. Quando un antigene proteico estraneo intatto è riconosciuto come
estraneo, esso è frammentato in piccoli peptidi da proteasi all’interno della cellula e posto sulla
superficie di molecole del Complesso Maggiore di Istocompatibilità (MHC) di classe I o II. La
degradazione di proteine e formazione di peptidi antigenici viene definita processazione dell’antigene,
mentre l’esposizione del peptide sulla superficie cellulare in associazione con molecole MHC viene
chiamata presentazione dell’antigene. Una volta processati e presentati, gli antigeni sono pronti ad
interagire con i linfociti T, che riconoscono specificatamente questi complessi peptide-MHC mediante
il recettore per l’antigene delle cellule T (TCR). I linfociti T sono classificati in due principali
sottopopolazioni, CD4 e CD8, in base all’espressione sulla superficie cellulare di uno di questi due
corecettori. È il particolare tipo di corecettore espresso a determinare l’interazione della cellula T con
una particolare classe di proteine MHC: le cellule T CD4+ interagiscono con l’MHC di classe II prodotte
dalle APC mentre cellule T CD8+ legano peptidi presentati dall’MHC di classe I.

APC:
La capacità di processare e presentare antigeni su molecole dell’MHC è una caratteristica di tutte le
cellule di mammifero. Questa proprietà è correlata alla presenza di molecole MHC di classe I sulla
maggior parte delle cellule. Tuttavia, la capacità di processare e presentare gli antigeni mediante l’MHC
di classe I non dà di per sé inizio ad una risposta immune. Piuttosto antigeni estranei presentati
dall’MHC di classe I inducono i linfociti T CD8+ citotossici (CTL) a distruggere la cellula. Perciò le
cellule che presentano un antigene estraneo vengono denominate cellule bersaglio. Al contrario, APC
“professionali” si definiscono cellule in grado di processare e presentare antigeni associati all’MHC di
classe II. Questo processo iniziale risulta critico nell’induzione di una risposta immune. Sono state
identificate APC di diversa natura: tra le principali vi sono le cellule dendritiche, i macrofagi e le cellule
B.

Meccanismi di processazione dell’antigene:


I peptidi antigenici derivano da due ovvie fonti: essi possono essere prodotti all’interno della cellula o
possono essere acquisiti dalla cellula mediante endocitosi, pinocitosi o fagocitosi. In linea di principio, i
peptidi antigenici che derivano da proteine sintetizzate all’interno della cellula sono processati e
presentati dell’MHC di classe I mediante un meccanismo di processazione endogeno o citosolico. Al
contrario, gli antigeni provenienti dall’esterno sono processati mediante meccanismo esogeno o
endocitico e vengono presentati dall’MHC di classe II.

Presentazione dell’antigene da parte dell’MHC di classe I:


Una delle funzioni principali delle cellule T CD8+ che rispondono a peptidi antigenici presentati da
molecole MHC di classe I è quella di uccidere, mediante attività citotossica, la cellula che presenta
l’antigene. Questo processo è utile quando la cellula è infettata da un agente patogeno intracellulare o
si è trasformata in una cellula tumorale che quindi necessita di essere eliminata. I virus sono esempi
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classici di patogeni intracellulari che provocano una risposta da parte dei CTL CD8+, dal momento che
i virus sono obbligati ad utilizzare la macchina di sintesi delle proteine propria delle cellule che essi
infettano per potersi replicare e crescere. Uccidendo le cellule infette quindi, la risposta immune può
limitare un’ulteriore crescita virale e permette ad altre molecole effettrici, immunitarie, quali gli
anticorpi, di legare le particelle virali e distruggerle tramite fagocitosi.

Presentazione dell’antigene da parte dell’MHC di classe II:


Il meccanismo di processazione dell’antigene mediato dall’MHC di classe II, diversamente da quello
dell’MHC di classe I, generalmente presenta antigeni provenienti dall’ambiente extracellulare
mediante endocitosi. Poiché questi antigeni derivano per lo più dall’esterno(principalmente organismi
che causano infezione extracellulare), essi sono chiamati antigeni esogeni. Il ruolo delle APC
professionali (cellule dendritiche, macrofagi e cellule B) nella presentazione di antigeni ristretti per
l’MHC di classe II porta la risposta immune acquisita alla produzione di molecole effettrici con
funzione protettiva, come gli anticorpi, cellule helper CD4+ ed effettori cellulari.

Internalizzazione dell’antigene ed ingresso nel percorso lisosomale-endosomale:

Gli antigeni esogeni possono essere catturati dalle APC attraverso meccanismi diversi. Il meccanismo
prescelto dipende in ogni caso da vari fattori, tra cui il tipo di APC e la presenza o assenza di pre-
esistenti anticorpi specifici per quell’antigene esogeno. Quattro diversi meccanismi sono utilizzati
dalle cellule APC per internalizzare antigeni esogeni: fagocitosi, endocitosi mediata da recettore,
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pinocitosi e macropinocitosi. I macrofagi e le cellule dendritiche immature sono cellule fagocitarie
attive in grado di internalizzare grossi antigeni particolati, come ad esempio batteri interi. Infatti la
fagocitosi è il principale meccanismo con cui i macrofagi e le cellule dendritiche immature
internalizzano gli antigeni. Per di più , sia le cellule dendritiche che i macrofagi hanno recettori sulla
superficie cellulare che riconoscono frammenti del complemento e regioni Fc degli anticorpi. Quindi
gli antigeni esogeni che sono ricoperti da anticorpi e/o da parti del complemento vengono
internalizzati più velocemente di antigeni privi di questo rivestimento. Le cellule B sono meno
efficienti delle cellule dendritiche e dei macrofagi nel catturare gli antigeni. Nonostante ciò , esse sono
delle APC potenti per via della produzione di immunoglobuline di membrana, che costituiscono parte
dei recettori per gli antigeni esposti sulla superficie delle cellule B.

Dopo che l’antigene è stato internalizzato dalle APC, l’endosoma (o fagosoma) si fonde con le vescicole
specializzate chiamate lisosomi, che contengono varie proteasi e altri enzimi idrolitici. La fusione del
fagosoma con il lisosoma forma una vescicola chiamata fagolisosoma che entra nella via di
processazione endosomale. Durante la formazione del fagolisosoma, il pH delle vescicole diminuisce. Il
decremento del pH è essenziale per la processazione dell’antigene dal momento che molti enzimi
idrolitici funzionano solo a
basso pH. Gli antigeni proteici
all’interno del fagolisosoma
sono degradati in peptidi che
possono quindi essere
presentati da molecole MHC di
classe II. I fagolisosomi
incontrano le molecole
dell’MHC di classe II durante il
processo endosomale
mediante fusione con
vescicole che contengono
MHC di classe II.

CAPITOLO 13: LA MATURAZIONE DELLE CELLULE T E LA LORO


ATTIVAZIONE
Si conoscono già un po’ dall’istologia, un po’ dalla fisiologia, quali sono le tappe maturative dei linfociti,
le quali passano anche attraverso organi linfoidi periferici come il timo e organi borsa-equivalenti. Se
per i linfociti B e NK la maturazione si forma principalmente nel midollo, il linfocita T purtroppo ha
bisogno di una tappa maturativa in più che prevede il passaggio attraverso il timo. Il linfocita T esce
quindi dal midollo come cellula non matura e completa la sua maturazione nel timo. Nel timo c’è una
capsula immediatamente sotto la quale si trova una zona sottocapsulare e quindi a seguire la corticale
e la midollare, nelle quali dall’esterno verso l’interno si esplicano un po’ le tappe maturative del timo
stesso: ognuno di questi strati rappresenta una tappa maturativa differente per il linfocita T.

Il linfocita T giunge prima nella zona sottocapsulare → poi nella corticale → infine nella midollare cioè
passa dall’esterno verso l’interno, in questo percorso il linfocita maturerà progressivamente e
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assumerà una definitiva specializzazione, le interazioni che il linfocita ha nei vari strati sono
fondamentali per le sue tappe maturative. Nella corticale sono presenti le cellule epiteliali timiche, nella
giunzione cortico-midollare sono presenti le cellule dendritiche ed è proprio la presenza di queste
differenti cellule timiche che caratterizza la maturazione completa del linfocita T. I linfociti che
partono dal midollo osseo e arrivano direttamente sulla superficie del timo sono linfociti vergini e non
hanno recettori CD4 e CD8, i quali sono quelli che fondamentalmente caratterizzano questi linfociti: in
questo caso si parla di cellule doppio negativo, perché mancano ambedue i cluster. Man mano che il
linfocita migra verso l’interno si osserva l’acquisizione di recettori, tipo TCR e successivamente anche
di CD4 e di CD8 e a quel punto la cellula sarà definita doppio positivo. Questo tipo di cellule interagisce
con le cellule epiteliali della corticale.

Attenzione l’aspetto importante è il seguente: purtroppo non tutte le cellule, cioè non tutti i
linfociti che arrivano al timo raggiungono la maturazione completa, soltanto il 5% è in grado di
farlo, il restante 95% muore per apoptosi formando degli aggregati che prendono il nome di
corpuscoli di Hassal. La morte di questo gran numero di linfociti potrebbe sembrare uno spreco ma
alla fine, per l’efficienza della risposta immunitaria è addirittura un bene che sia così, perché il 5% di
cellule che restano sono cellule assolutamente mature, complete e capaci di lavorare nel sistema
immunitario nella maniera migliore possibile. Purtroppo succede anche che alcuni cloni di quel 95% di
cellule che dovrebbero morire per apoptosi, possono sopravvivere e tali cloni aspecifici, anomali
possono diventare poi cellule patologiche. La fase di riconoscimento, di contatto tra il linfocita T e
l’epitelio del timo avviene solo se su entrambe le cellule è presente uno stesso recettore, cioè il
giusto riconoscimento tra il timo e il linfocita dipende dall’unione di due recettori, quello del linfocita e
quello delle cellule epiteliali timiche: l’unione di questi due recettori permette l’internalizzazione del
linfocita nel timo.

Sulla cellula epiteliale sono riconosciute le MHC di I e di II classe; si formano complessi tra peptidi self e
MHC ed è proprio questo complesso che solo il 5% di linfociti T riesce a riconoscere.

Il riconoscimento avviene soltanto se sul linfocita è presente il recettore per il complesso MHC-
peptide self, il timo dunque costituisce non solo un elemento importante per le tappe maturative del
linfocita T ma è anche importante per la formazione del TCR, il quale a sua volta diventerà
indispensabile per il riconoscimento dell’MHC sulle altre cellule. Infatti l’unione che andremo a vedere
tra il linfocita T e le cellule che hanno gli antigeni di istocompatibilità , avviene nella maniera ideale
quando si completa la formazione del TCR, e questo si ha a livello del timo: ciò permette la
specializzazione ma anche la capacità che ha il linfocita T di potersi legare a tutte le cellule di
competenza. Tutti questi eventi che avvengono a livello del timo alla fine portano quindi alla
cosiddetta selezione positiva: chi non ha il recettore viene eliminato per apoptosi.

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Se ne deduce quindi che quel 95% dei linfociti che poi vanno a morte perché non hanno un recettore di
questo tipo o comunque hanno delle anomalie tali che non completano la fase maturativa, vengono
distrutte all’interno del timo stesso e non usciranno mai fuori dal timo per andare in periferia ad
assolvere delle funzioni: questo è quello che accade in condizioni fisiologiche ma vedremo che non è
sempre così. In definitiva recettore non presente → linfocita non funzionante → linfocita che muore !

Nella corticale del timo quindi il linfocita impara a riconoscere l’antigene quando legato alla molecola
dell’MHC. Questi concetti sono fondamentali per capire il meccanismo adeguato del riconoscimento
del self dal non self, ci potremmo chiedere infatti: ma come fa il sistema immunitario a conoscere
anticipatamente quali sono le strutture che non deve attaccare e le strutture che invece deve andare a
combattere in quanto di natura antigenica? La conoscenza avviene nei primi anni di vita quando
tutti gli antigeni proteici fisiologici, presenti sulle cellule epiteliali e presentati dall’MHC, passano con
queste cellule attraverso la corticale del timo e vengono presentati tipo “biglietto da visita” a tutti i
linfociti. I linfociti che si trovano nel timo e che hanno il TCR già formato (come visto il 5%), sono
cellule in grado di andare a riconoscere tutte queste strutture come self e acquisire una memoria che
durerà tutta la vita, almeno fino a quando il linfocita T lavora regolarmente. Questo è un evento
fisiologico, da questo momento in poi il linfocita conoscerà e riconoscerà solo le strutture peptidiche
normali sulla superficie delle nostre cellule, tutti gli altri peptidi presentati dalle cellule sempre con il
sistema MHC ma che non vengono conosciute e riconosciute dal linfocita T vengono considerate come
estranee e si innesca così il meccanismo immunitario, un esempio per tutti gli antigeni che presenta il
macrofago sul suo MHC ai linfociti T: in quel caso infatti si tratta di antigeni diversi, perché sono
antigeni nati dalla digestione di un batterio, in definitiva l’MHC del macrofago presenta antigeni,
peptidi che non sono mai stati visti dal linfocita nel timo, nelle prime tappe maturative della
nostra vita. Il neonato, il bambino nei suoi primi anni di vita, fino agli 8-9 anni di vita è sempre in fase
di immunità , fa un’immunità che gli servirà per tutta la vita e da cui deriva la conoscenza del self dal
non self; questo è un discorso fondamentale sul quale gioca tutta l’immunologia.

Dopo la selezione positiva il linfocita T raggiunge alla fine la giunzione cortico-midollare e si ha in


questa fase una ulteriore specializzazione, una ulteriore selezione degli stessi recettori: il TCR che si è
formato e ha cominciato a lavorare a livello della corticale, nella giunzione cortico-midollare acquisisce
una ulteriore funzione, può diventare recettore ad altissima affinità o recettore a bassissima
affinità. Questa capacità di affinità vuol dire sensibilità al riconoscimento più o meno efficace nei
confronti degli antigeni → questo permette al linfocita T di poter avere eventi di tolleranza verso le
strutture del self e legami invece ad altissima affinità soprattutto verso le strutture non-self, quindi la
possibilità di un’ulteriore, più fine regolazione di riconoscimento tra le strutture self e non self.

Spesso accade, anche negli eventi patologici, che i piccoli frammenti peptidici anomali rispetto a quelli
fisiologici si differenziano solo per un amminoacido, immaginate due frammenti peptidici, patologico e
fisiologico, identici tranne che per un solo amminoacido.

Questo ci fa capire come il linfocita T deve svolgere la sua funzione con una affinità tale da andare a
riconoscere quel singolo amminoacido e allora innescare la risposta: ecco l’importanza dell’affinità del
linfocita T.

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In periferia è necessario che non siano presenti recettori ad affinità medio-alta perché altrimenti
sarebbero riconosciute anche minime concentrazioni di antigene. Cosa vuol dire questo concetto?
Quando il linfocita T ha acquisito queste informazioni, questa capacità riconoscimento con maggiore o
minore affinità, una volta che va in periferia non deve avere un recettore ad alta affinità perché in
questo modo potrebbe riconoscere anche concentrazioni minime di antigene che magari non sono
significative per quanto riguarda una vera e propria risposta immunitaria e che si possono
eventualmente anche trascurare. Per questo motivo i recettori ad altissima affinità di solito
restano in zona timica, invece i recettori a bassa affinità li ritroviamo in periferia, dove questa
bassa affinità tra l’altro permette la capacità di poter discernere una quantità di antigeni sicuramente
più vasta, infatti anche se può sembrare una contraddizione, un’affinità più bassa permette di legare
più cose.

Nella giunzione cortico-midollare vengono quindi eliminati i linfociti con recettori ad alta o altissima
affinità mediante l’interazione in quest’area con cellule dendritiche. Se da un lato le cellule timiche
della zona corticale sono quelle che danno ai linfociti T la specializzazione (TCR e così via), nella zona
più interna le cellule dendritiche cominciano a eliminare proprio i linfociti con TCR ad altissima
affinità che non devono andare in periferia, in questo caso si parla di selezione negativa.

Quindi:

in zona corticale → selezione positiva, TCR i linfociti acquisiscono capacità recettoriale

in zona cortico-midollare → selezione negativa, distruzione delle cellule che hanno recettori ad
altissima affinità .

A questo livello i linfociti T che sono rimasti sono solo quelli capaci di discernere adeguatamente il self
dal non self, arrivano le cellule che cominciano a presentare i frammentini self, i linfociti T riconoscono
in questa tappa maturativa tutti i frammenti che fanno parte delle nostre cellule ed esprimono il
fenomeno della tolleranza centrale, quindi la capacità di acquisire il discernimento tra i frammentini
che devono riconoscere e quelli che invece devono combattere. Questa tolleranza viene definita
centrale per distinguerla dalla tolleranza periferica che si acquisirà in un secondo tempo quando i
linfociti lasceranno il timo e andranno in periferia ad assolvere funzioni operative. A questo punto il
linfocita T però non sarà più un doppio positivo e quindi potrà esprimere sulla membrana CD4 o CD8
che determinano le sue capacità di legame con l’MHC di competenza.

Ricapitolando: arrivano i linfociti → riescono a superare la capsula che avvolge il timo → entrano
dentro la corticale → acquisiscono la capacità TCR (selezione positiva) → passano nella giunzione
cortico-midollare e nella midollare → a questo livello un’altissima percentuale di linfociti T muore
(selezione negativa) però quelli che restano hanno capacità di discernimento dei frammentini
peptidici fisiologici presentati dall’MHC, ovvero acquistano la cosiddetta tolleranza centrale.

A questo punto il linfocita T è completo, perché è una cellula che ha completato la fase maturativa, ha il
suo TCR che riconosce i frammenti peptidici e il CD4 o CD8 i quali daranno al linfocita T una ulteriore
specializzazione nel riconoscimento fra cellule macrofagiche, cellule infettate da virus etc.

E’ importante fare uno schema mentale di tutti questi passaggi che portano al linfocita T maturo, che è
pronto a lasciare il suo timo e migrare a colonizzare gli organi linfoidi secondari dove normalmente
soggiorna pronto ad esplicare le sue funzioni che possono essere CD4 e CD8.

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La maturazione dunque si svolge in due fasi:

Selezione positiva: interazione tra TCR e complesso proteine self-molecola MHC esposto sulle cellule
epiteliali; avviene nella corticale.

Selezione negativa: interazione tra TCR e complesso proteine self-molecola MHC esposto sulle cellule
dendritiche; avviene al livello della giunzione cortico-midollare.

Nella selezione positiva viene acquisita la specificità per il complesso MHC-peptide self.

Un certo numero di cellule mature riconosce il self però non provoca la distruzione degli organi perché in
periferia esistono una serie di meccanismi che sviluppano la tolleranza verso gli organi. Si parla di
TOLLERANZA PERIFERICA in complementarietà con la tolleranza centrale.

E’ chiaro che le informazioni che il linfocita T acquisisce a livello timico se le porta dietro per tutta la
sua vita, la quale avviene però fuori dal timo, per cui il linfocita T esplicherà i suoi fenomeni di
tolleranza verso le cellule che trova in circolo, ma anche verso le cellule nelle sedi in cui il linfocita T và
a lavorare una volta che lascia il torrente circolatorio (ad es. i linfociti passano attraverso i vasi, si
portano negli interstizi e qui esplicano le proprie funzioni immunitarie e flogistiche). Allora in questo
caso il bagaglio di informazioni che acquisiscono nel timo e che si portano durante il loro tragitto, lo
esplicano anche sui tessuti in periferia ed è a questo proposito che si parla di tolleranza periferica.
Perché è importante parlare sia di tolleranza centrale che di tolleranza periferica? Perché può capitare
che una volta uscito dal timo, questo linfocita facendo un certo percorso fino al target finale (ad es. una
cellula infettata da un virus o in trasformazione neoplastica) in un qualsiasi tessuto, possa incontrare
cellule che in periferia presentano un MHC con degli antigeni di superficie che possono creare dei
fenomeni di mimetismo, fenomeni i quali comunque portano a mostrare dei frammenti peptidici
anomali che invece il linfocita riconosce come self e non combatte (lo vedremo soprattutto parlando di
immunità e cancro). Esistono due tipi di molecole MHC: di I e di II classe; entrambe presentano peptidi
antigenici, i primi però li presentano a CD8 e i secondi a CD4.

I CD8 sono importanti nella risposta a virus, perché fanno parte dei linfociti T citotossici;

I CD4 sono importanti nella risposta a batteri, infatti sono legati ai linfociti T helper, per cui lavorano
molto bene con i macrofagi, con i linfociti B quindi sono presenti in una cooperazione di risposte.

CD8 e CD4 sono corecettori che legano rispettivamente le molecole MHC di I e di II classe.

In questa figura vengono rappresentati i meccanismi di legame con i vari attori di questi eventi.

Una cellula infettata da un virus con le proteine virali, queste proteine virali vengono poi a loro volta
frammentate (ridotte a 10-15 amminoacidi), si uniscono all’MHC di classe I. L’MHC I presenta il
frammento antigenico e arriva così la cellula CD8 citotossica con il suo TCR.

Si è visto parlando del sistema MHC come il fulcro di tutta la risposta non è l’unione delle due cellule, la
quale è comunque importante, ma proprio questo incastro a puzzle MHC-antigene-TCR. Se questo
incastro avviene perfettamente dal punto di vista molecolare, il linfocita T citotossico è in grado di
dare una risposta adeguata con la produzione di citochine e così via. Per quanto riguarda il CD4 invece
consideriamo l’esempio di un macrofago (in alto nella figura), il quale possiede anch’esso delle
proteine virali – ricordiamo infatti che un virus può essere inglobato anche da un macrofago.

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I frammenti antigenici vengono legati
questa volta all’MHC di II classe e si ha
l’unione con il TCR del linfocita Th con un
meccanismo simile a quanto visto in
precedenza.

Si ricordi che comunque in generale il


linfocita CD8 lavora su cellule infettate da
virus o cellule trasformate, invece il
linfocita CD4 può lavorare anche con i virus
ma soprattutto con i batteri.

L’antigene è stato internalizzato e


degradato a peptidi antigenici dalla cellula dendritica; i peptidi antigenici vengono legati dalle molecole
MHC. Quindi la cellula dendritica si porta nella paracorticale del linfonodo dove avviene l’interazione tra
linfocita T CD4 e antigene.

Il linfocita T CD8 è indicato come


citotossico; il linfocita T CD4 invece aiuta
altre cellule del SI come nel caso dei
linfociti B nella produzione di anticorpi;
in carenza di CD4 (come si ha nelle
malattie da immunodeficienza) i linfociti
B hanno grossa difficoltà nella
produzione di anticorpi. - Il virus HIV ha
come bersaglio CD4.

In ogni caso l’interazione tra il linfocita T


e il complesso MHC-Ag è molto debole e
viene stabilizzato dall’intervento di tre
molecole: molecola dell’MHC, CD80 e
CD40 che si trovano sulla cellula dendritica e interagiscono con altrettante molecole sul linfocita T che
vengono espresse durante la loro maturazione. In definitiva questa unione “a ruota dentata”, questi
collegamenti di cui si è parlato si esprimono come una vera e propria sinapsi immunologica che
prevede anch’essa, un po’ come le sinapsi del sistema nervoso, collegamenti tra due strutture e
passaggio di prodotti. L’interazione quindi tra cellule dendritiche e linfocita T è dinamica, come un
contatto tra due ruote dentate e questo perché così si possono attivare più linfociti T; inoltre la cellula
dendritica passando da un linfocita all’altro cerca il linfocita specifico per la sua attivazione.

Attenzione Questo è un altro concetto importante: è vero che le cellule dendritiche sono tante, però
potrebbe anche essere che un esercito di cellule dendritiche aventi tutte lo stesso frammento
antigenico, si trovano davanti un esercito di linfociti T i quali però non sono tutti gli stessi!

La selezione clonale che avviene a livello del timo e dei linfonodi, permette infatti la formazione di una
quantità infinita di linfociti T con caratteristiche di riconoscimento diversificate: per questo motivo la
cellula APC (cellula dendritica, macrofago) che presenta il suo frammento, deve andare a cercare il suo
linfocita specifico.
81
Il primo segnale di attivazione è l’interazione tra MHC e TCR ed è questo il segnale specifico, il trigger
cioè il “grilletto”: l’inizio della reazione parte dal legame MHC-TCR. Si parla invece di secondo segnale
quando c’è l’unione tra tutti gli altri recettori. In definitiva il meccanismo che innesca la reazione tra
queste due cellule è MHC-TCR, dopodiché si stabiliscono gli altri legami, il più importante dei quali è
quello tra cd80 e/o cd86 (sulla cellula dendritica) con il cd28 sul linfocita T. - Anche se per comodità di
studio queste interazioni successive prendono il nome di secondo segnale, il termine “secondo” non
vuol dire che sono meno importanti, perché pur riconoscendosi MHC e TCR, se non si innescano le
altre interazioni, cioè in assenza di secondo segnale il meccanismo molecolare si ferma, le cellule
non interagisce proprio perché non si ha un’interazione piena, completa.

• In assenza di un secondo segnale è impossibile ottenere l’attivazione .

• Primo segnale: MHC ↔ TCR

• Secondo segnale: cd28↔ cd80 e/o cd86

Cosa succede una volta che le due cellule (cellula APC e linfociti T) si sono presentate, conosciute,
scambiate informazioni? L’informazione arriva all’interno del linfocita T, dove a livello del nucleo
inizia la trascrizione, l’espressione di quei geni che servono per andare a formare alla fine
quelle sostanze prodotte dal linfocita T come risposta. L’interleuchina 2 prodotta dalle cellule APC
si lega all’IL-2 recettore e questo trasduce un’informazione all’interno che permette la proliferazione, il
mantenimento in vita e l’attivazione del linfocita. Quindi l’MHC passa al linfocita T informazioni sulle
caratteristiche antigeniche, i recettori permettono il riconoscimento pieno tra le due cellule, l’IL-2
mantiene in vita il linfocita T: tutte queste informazioni arrivano nel nucleo, la cellula inizia a
trascrivere RNA e si originano nuove proteine che diventano poi citochine.

Il secondo segnale arrivando all’interno della cellula blocca l’apoptosi. Il linfocita T per sua
natura, una volta finita la sua funzione deve morire, per cui il contatto tra il linfocita T e la cellula APC
preserva il linfocita T da una morte apoptotica prematura: in poche parole il contatto tra queste due
cellule mantiene in vita il linfocita T per il tempo necessario affinché questo produca quelle
sostanze importanti alla distruzione dell’antigene. Dopo questo evento, come avrebbe detto Luigi
XIV “apres moi le deluge”, può succedere il diluvio non interessa, cioè dopo che il linfocita ha prodotto
tali sostanze può anche andare incontro ad apoptosi, ma in quel preciso momento il linfocita T deve
rimanere funzionale. Inoltre l’unione del ligando cd80 o cd86 con il cd28 a sua volta induce
l’espressione del ligando cd40 in modo tale che si possa incrementare l’interazione tra linfocita T e
cellule dendritiche. In altri termini si innesca un meccanismo meraviglioso: primo contatto MHC con
TCR → poi si attivano cd80 con cd28 → il cd80 attiva altri recettori come il cd40…è una sorta di
“cascata di attivazione”.

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In assenza di un secondo segnale non si ha attivazione del linfocita T: come visto l’MHC lega il
TCR (primo segnale), ma necessariamente per avere l’attivazione completa devono partire gli altri
segnali nati dall’unione ligando-recettore. Quindi pure in presenza di un primo segnale, se il secondo
segnale non c’è la cellula si blocca nelle sue funzioni e c’è il meccanismo della anergia, cioè la cellula
diventa incapace di reagire a qualsiasi stimolo antigenico, significa che in un successivo eventuale
futuro incontro con un antigene (anche se lo stesso antigene!), pure se si dovesse realizzare
un’interazione completa con la cellula dendritica, questo linfocita T (cellula anergica) non sarebbe
ugualmente attivato. ! in poche parole se dopo un mese o un anno lo stesso linfocita incontra lo stesso
antigene e l’MHC con l’antigene si lega un’altra volta al TCR, anche se questa volta si dovesse attivare
pure il secondo segnale, la cellula non diventa comunque attiva per dare la risposta, proprio perché
l’anergia che si porta dietro dal primo contatto sbagliato purtroppo la deve scontare anche sugli altri
contatti che verranno dopo. ricordare fino a stancarsi questo concetto → Non basta soltanto l’unione
MHC – TCR, devono unirsi, collegarsi, reagire tutti i recettori adeguati per una risposta piena
del linfocita T. - La tolleranza che si può instaurare nel nostro organismo è determinata al livello della
risposta immune dall’anergia clonale. - A seguito di anergia le cellule epiteliali non esprimono molecole
costimolatrici ovvero CD80 e CD86 e per questo si sviluppa tolleranza. - Se blocco il secondo segnale
blocco la risposta. C’è un’ulteriore modalità di interazione tra linfocita T e cellula dendritica: si ha
sempre interazione tra MHC e TCR; CD80 e/o CD86 però non interagiscono con CD28 ma con CTLA-4. In
questo caso la conseguenza è l’arresto del ciclo cellulare. Esistono dunque tre modalità di interazione che
portano a tre diverse conseguenze:

1. anergia

2. proliferazione,differenziamento e funzioni effettrici

3. arresto del ciclo cellulare

Cooperazione tra CD4 e CD8:


In assenza del CD4 il CD8 non viene non viene né attivato né è in grado di mantenersi in vita: il
linfocita CD4 fornisce al linfocita CD8 un’interleuchina 2 (IL-2) e in questo modo attiva il CD8 e
lo mantiene in vita a lungo. Affinchè il CD4 attivi il CD8 mediante produzione di IL-2 le due
cellule devono trovarsi sulla stessa sede, ovvero nella paracorticale del linfonodo, nello stesso
momento; inoltre deve essere presente anche la cellula dendritica per l’attivazione del CD4.

In termini probabilistici purtroppo è difficile che si verifichino queste condizioni, in realtà il CD8 può
essere attivato in due modi: con un CD4 presente o con un CD4 assente, cioè possiamo avere
un’attivazione CD4-dipendente ed un’attivazione CD8-indipendente.

Attivazione CD4 dipendente:

La cellula dendritica dopo aver legato l’antigene si porta nella paracorticale dove attiva il linfocita CD4
vergine; necessitano a tal fine un primo segnale ed un secondo segnale, e a questo punto l’ulteriore
legame tra CD40 e CD40L, permette al CD4 di stimolare la produzione di una citochina da parte della
cellula dendritica che è la IL-12 che va a stimolare il CD8 che viene indotto alla proliferazione e diventa
così citotossico.

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Attivazione CD4 indipendente:

In questo caso la cellula dendritica non viene attivata dall’interazione CD40 e CD40 L ma dal segnale
trasdotto dai recettori Toll attivati dall’interazione con il patogeno e con le molecole da questo
prodotte. In questo caso il CD8 non ha bisogno della presenza di CD4 perché la sua stimolazione deriva
dall’attivazione dei recettori Toll. La cellula dendritica attivata inoltre anche in questo caso produce IL-
12 che va ad agire sul CD8. In definitiva il CD8 viene comunque attivato.

CAPITOLO 14: INTERAZIONI CELLULARI


Molti meccanismi immunologici dipendono dalle interazioni tra le diverse componenti cellulari del
sistema immunitario. Queste interazioni si basano su due meccanismi specifici: il contatto diretto tra le
cellule del sistema immunitario oppure la secrezione da parte di queste cellule di molecole solubili
(citochine e chemochine) che si legano a specifici recettori presenti sulle cellule bersaglio. La
conseguente proliferazione e/o differenziazione cellulare determina una specifica risposta
immunitaria. Le principali cellule del sistema immunitario che devono interagire e quindi hanno
bisogno di comunicare tra di loro sono le cellule presentanti l’antigene (APC) ed i linfociti T e B. Le
cellule B possono anche funzionare da APC per alcuni tipi di cellule T. Anche le attività di altre cellule
del sistema immunitario, come i monociti, i macrofagi ed i granulociti, possono essere influenzate dalle
interazioni cellulari. È noto, infatti, che diversi tipi di cellule dell’organismo sono in grado di
rispondere a specifici segnali provenienti dalle cellule del sistema immunitario; queste ultime fungono
da mediatori primari della fisiologia tissutale nel corso delle risposte immunitarie. Per esempio,
l’esposizione sulla superficie cellulare di peptidi antigenici associati all’MHC di classe I è in grado di
trasformare la cellula di un tessuto in una cellula bersaglio che verrà successivamente distrutta dai
linfociti T citotossici (CTL). Le APC sono in grado di presentare frammenti di peptidi antigenici in
associazione a molecole MHC di classe II espresse sulla propria superficie cellulare; in tal modo
facilitano il riconoscimento dell’antigene stesso da parte dei linfociti Th (helper) CD4+ mediante i
recettori di superficie TCR presenti sulle cellule T. L’interazione specifica tra molecole di superficie in
grado di legarsi tra di loro viene definita interazione affine e determina l’attivazione delle cellule T che
viene amplificata da ulteriori interazioni tra molecole costimolatorie presenti sulla superficie delle
cellule T e delle APC. Una volta attivate con la modalità suddetta, le cellule T sono in grado di
comunicare con le altre cellule attraverso la sintesi e la secrezione di molteplici mediatori solubili
denominati citochine. Le citochine sono in grado di indurre un ampio spettro di attività biologiche
riguardanti prevalentemente le risposte immunitarie. Uno degli eventi più importanti per l’attivazione
delle cellule T è rappresentato dalla produzione della interleuchina 2 (IL-2). L’IL-2 è un fattore di
crescita prodotto dalle cellule T in grado di promuovere la proliferazione delle stesse cellule T che
esprimono recettori specifici per questa citochina. Sebbene la formazione del complesso MHC-peptide-
TCR rappresenti un evento precoce e fondamentale per l’attivazione delle cellule T, è necessario che le
APC forniscano anche una serie di ulteriori segnali costimolatori per le cellule T. Infatti, le molecole
costimolatorie attraverso le interazioni con i loro recettori specifici, forniscono segnali importanti per
le cellule che esprimono questi recettori. Pertanto, l’attivazione delle cellule T risultante dal legame tra
TCR e complesso antigene-MHC si svolge in parte sotto il controllo di un ampio spettro di citochine e di
molecole costimolatorie presenti sulle APC e sulle cellule T. In numerose circostanze immunologiche,
le cellule T helper si differenziano nei sottotipi TH1 o TH2 che producono specifiche citochine in grado
di attivare una risposta cellulo-mediata o citotossica da parte di altre cellule T oppure di promuovere

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la differenziazione delle cellule B in plasmacellule. In conclusione, sia le molecole di membrana sia le
citochine solubili, attraverso il legame ai loro recettori specifici partecipano alle comunicazioni tra le
cellule del sistema immunitario che sono fondamentali per inizare e mantenere attiva una specifica
risposta immunitaria.

Meccanismi delle interazioni cellulari:


Contatto cellula-cellula:

E’ il contatto tra due cellule dove si verifica l’attivazione specifica di cellule in grado di promuovere la
risposta immunitaria nei confronti di un antigene estraneo. Nel controllo di queste interazioni cellulari
sono coinvolte una miriade di molecole di adesione e di ligandi.

Trasduzione del segnale nelle cellule T e B:

Si verifica per le cellule T con due principali vie, che sono idrolisi dei fosfolipidi contenenti inositolo
dalla membrana plasmatica e la fosforilazione di proteine di membrana e/o citoplasmatiche. Per le
cellule B l’interazione tra l’antigene e le Ig di membrana (M o D) attiva una cascata di eventi molecolari
all’interno delle cellule. Un ruolo di estrema importanza nell’attivazione delle cellule B è svolto
dall’aumento della espressione delle molecole di superficie che mediano il contatto cellule-cellula con
le cellule T. A sua volta il contatto con le cellule TH fornisce i segnali necessari per l’attivazione delle
cellule B. (CD40 nelle cellule B con CD40 L nelle cellule T, il complesso antigene-MHC II nelle cellule B
con il TCR nelle cellule T).

Mediatori solubili citochine e chemochine:


Cosa fanno le citochine?

La produzione di diverse citochine rappresenta una prima risposta difensiva contro le infezioni. Tale
risposta tende inizialmente a contenere la replicazione del patogeno inducendo uno stato
infiammatorio ed, in un momento successivo, a ristabilire l’omeostasi all’interno dell’organismo.

Proprietà biologiche delle citochine:


Le interazioni iniziali tra le cellule APC, i linfociti T e B, stimolano la produzione di molteplici molecole
solubili definite citochine che regolano le interazioni tra le diverse cellule del sistema immunitario. Le
citochine vengono sintetizzate e secrete da cellule immunitarie attivate e svolgono importanti funzioni
biologiche nell’ambito delle risposte immunitarie umorali e cellulo-mediate. Alcuni tipi di citochine
appartengono alla classe delle chemochine, costituita da molecole a basso peso molecolare in grado di
stimolare la migrazione cellulare e la chemiotassi.

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Le citochine sono molecole a basso peso molecolare che possiedono alcune proprietà comuni:

1. Hanno una breve emivita, non sono accumulate nelle cellule in forma preformata, ma
sintetizzate de novo e secrete durante l’attivazione cellulare
2. Sono prodotte da diverse cellule del sistema immunitario e possiedono molteplici attività
biologiche a seconda del tipo cellulare al quale si legano; questo fenomeno è definito
pleiotropismo.
3. Le loro funzioni biologiche possono essere ridondanti, ovvero due diverse citochine
possono avere effetti sovrapponibili sulla cellula bersaglio.
4. Molte citochine possono indurre o inibire la produzione di altre citochine creando
complessi network regolatori in grado di modulare finemente gli effetti biologici delle
citochine.
5. Possono influenzare l’attività di altre citochine, inducendo effetti antagonistici o sinergici.
6. Inducono i loro effetti biologici attivando specifici recettori presenti sulla superficie
cellulare. Possono agire sulla stessa cellula dalla quale sono state secrete (attività
autocrina) oppure su cellule vicine (attività paracrina). In genere le citochine agiscono
prevalentemente nel microambiente limitrofo nel quale sono prodotte; tuttavia, possono
essere presenti nel sangue circolante ed esercitare effetti sistemici o di tipo endocrino.
7. Generalmente le risposte cellulare alle citochine si esplicano nell’arco di alcune ora e
richiedono la produzione de novo di mRNA e la sintesi di specifiche proteine.

Le citochine svolgono un ruolo fondamentale nelle interazioni cellulari e nella risposta immunitaria.
Queste molecole esercitano una miriade di attività biologiche, che in definitiva coordinano molteplici
aspetti diversi della risposta immunitaria dell’ospite. Infatti, esse sono in grado di indurre sia risposte
infiammatorie aspecifiche sia risposte specifiche dell’immunità acquisita. Le citochine vengono
prodotte da molteplici elementi cellulari: monociti, macrofagi, cellule dendritiche, cellule B e T,
mastociti e basofili. In alcuni casi queste cellule producono una gamma specifica di citochine tipiche di
una determinata cellula. Tuttavia, spesso una particolare citochina può essere prodotta da diversi tipi
cellulari. Le citochine sono in grado di amplificare o di inibire molteplici funzioni biologiche. Lo studio
delle caratteristiche immunologiche delle citochine è complicato dalle suddette proprietà :
pleiotropismo, ridondanza, regolazione della produzione di altre citochine, sinergismo ed
antagonismo. Per esempio, la IL-1 è una citochina coinvolta nell’attivazione dei linfociti T, che è un
86
evento centrale dell’immunità acquisita. Contemporaneamente la IL-1 attiva la produzione di
mediatori dell’immunità innata come le proteine di fase acuta dagli epatociti ed è implicata nel rialzo
di temperatura corporea attraverso il legame con i recettori presenti nell’ippocampo che ospita il
termostato del corpo umano. Un altro esempio è fornito dalla IL-4 che può influenzare la crescita delle
cellule T, delle cellule B e dei mastociti. La ridondanza è un'altra complessa proprietà delle citochine;
analogamente alla IL-1, anche il TNF-α può indurre il rialzo della temperatura corporea agendo a
livello dell’ippocampo; d’altra parte la IL-6 può stimolare la sintesi di proteine di fase acuta dagli
epatociti. Le cellule B proliferano in risposta alle IL-2 , IL-4 ed IL-5. Diverse citochine sono in grado di
indurre risposte cellulari del tutto simili: ad esempio, le IL-2 ed IL-5 promuovono la proliferazione
delle cellule T; le IL-4, IL-10 e IL-13 inibiscono il rilascio di citochine proinfiammatorie; le IL-12 ed IL-
18 promuovono entrambe la sintesi di IFN-γ. La maggior parte delle citochine non sono prodotte e non
agiscono in maniera isolata, ma funzionano come parte di un network complesso nell’ambito del quale
svolgono sia attività di regolazione della produzione di altre citochine sia attività effettrici. Il
sinergismo è un'altra importante caratteristica di alcune citochine. Il meccanismo dello switch
isotipico che regola la produzione di IgE da parte delle cellule B richiede l’intervento di delle IL-4 ed
IL-5. Le IL-2 e le IL-12 agiscono insieme nel modulare l’attività delle cellule CTL. L’antagonismo
rappresenta l’altro importante aspetto tipico delle interazioni tra le diverse citochine. La produzione
di IL-10 da parte delle cellule TH2 inibisce l’attivazione delle cellule TH1.

Il bilancio complessivo delle citochine è, in definitiva, responsabile dell’inizio, del mantenimento e


della risoluzione delle risposte immunitarie ed infiammatorie.

Citochine dell’immunità innata:


TNF: Principale mediatore della risposta infiammatoria acuta ai batteri Gram-negativi ed altri agenti
infettivi, viene prodotto dai fagociti mononucleati attivati, ma anche da NK e linfociti T. Il suo ruolo è
quello di favorire il reclutamento di neutrofili e monociti nei focolai di infezione, attivandone le
funzioni microbicide.

Chemochine: Prodotte dai leucociti, Esibiscono diverse attività biologiche, anche se la loro funzione
principale (e più nota) consiste nell'attivazione e nel reclutamento (chemiotassi) dei leucociti nei siti
di flogosi.

IL-1: Prodotta dai fagociti mononucleati in seguito ad infezione batterica, induce nelle cellule
endoteliali l’espressione di molecole di adesione per i leucociti.

IL-12: Rappresenta un anello di congiunzione tra le immunità innata e specifica, dato che è prodotta
nelle fasi precoci delle risposte innate contro i microrganismi intracellulari e stimola risposte
specifiche protettive verso tali microbi. È prodotta dai fagociti mononucleati attivati e dalle cellule
dendritiche.

IL-10: Prodotta dai macrofagi ha un azione inibitoria sui macrofagi stessi e sulla risposta innata in
generale.

Citochine dell’immunità specifica:


IL-2: è prodotta dai linfociti CD4+ e in minor misura dai CD8+. Agisce prevalentemente in maniera
autocrina legandosi alle cellule che esprimono il recettore per IL-2. La loro funzione è quella di indurre
un espansione clonale dei linfociti.

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IL-4: Prodotta dai linfociti CD4+ appartenenti alla sottopopolazione TH2 e da mastociti. Si comporta
come fattore di crescita autocrino inducendo la differenziazione dei linfociti CD4+ in senso Th2. Inoltre
è la principale citochina responsabile dello scambio isotipico verso la classe IgE nei linfociti B.
Antagonizza l’attivazione macrofagica esplicata dall’IFN-γ, inibendo così le reazioni immunitarie
cellulo-mediate.

IL-5: E’ un attivatore degli eosinofili, capaci di uccidere elminti e stimola la proliferazione dei linfociti
B e la produzione di IgA.

INF-γ: Secreto dai linfociti Th1 è il principale attivatore dei macrofagi, è lo strumento attraverso il
quale le cellule T ed i NK stimolano i macrofagi ad uccidere i microbi fagocitati, stimola l’espressione
da parte delle APC di molecole MHC di classe I e II e costimolatorie; promuove la differenzazione dei
linfociti T in Th1 e inibisce quella in Th2.

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CAPITOLO 15: RIEPILOGO SULL’IMMUNITÀ SPECIFICA,
L’IMMUNITÀ CELLULO-MEDIATA
Se l’infezione si estende perché i meccanismi difensivi cellulari ed umorali dell’immunità innata e
dell’infiammazione non sono riusciti a bloccare i microrganismi invasori, l’organismo è tutt’altro che
debellato. Esso, difatti, può allestire la sua difesa su una terza linea, che ha una maggiore potenzialità
offensiva perché i suoi meccanismi sono specificatamente diretti alla distruzione del particolare
organismo invasore. Si tratta di un insieme di meccanismi, sotto l’aspetto evolutivo più sofisticato di
quello che presiedono l’immunità naturale, dai quali si differenziano per molte ragioni, tra le quali,
oltre alla specificità, riveste importanza anche la capacità a rinforzarsi in occasione di incontri
successivi con gli stessi agenti che ne avevano in precedenza indotto la comparsa. Ciò significa che la
prima stimolazione induce non solo una risposta, ma anche la comparsa di una memoria del
riconoscimento effettuato. Questo fenomeno è di estrema importanza per il fatto che la risposta
immunitaria specifica diventa efficiente dopo un certo tempo dal momento in cui i linfociti hanno la
prima volta riconosciuto un determinato agente invasore, mentre diventa più rapida in occasione di
ulteriori contatti con lo stesso agente.

L’immunità specifica consta:

A) Di fattori cellulari, rappresentati esclusivamente dai linfociti


B) Di fattori umorali, rappresentati esclusivamente dalle immunoglobuline.

Attivazione dei linfociti B:


Il linfocita B, una volta attivato, si trasforma in linfoblasto il quale si divide, formando due cellule, di
cui una è la plasmacellula, che sintetizza e secerne gli anticorpi specifici per l’antigene stimolante, e
l’altra è il linfocita della memoria, che presiederà alla risposta secondaria. La risposta anticorpale,
che consegue al primo contatto con un antigene, viene definita risposta primaria; quella che
consegue al secondo, ed eventualmente ad ulteriori contatti con lo stesso antigene, viene detta
risposta secondaria. Quest’ultima è sempre di maggiore intensità rispetto a quella primaria. Gli
anticorpi che passano nel sangue durante la risposta primaria sono nella prima fase della classe IgM e
successivamente della classe IgG e sono destinati a scomparire nel giro di qualche settimana. Nella
risposta secondaria, che segue ai successivi contatti con lo stesso antigene, gli anticorpi sono sempre
della classe IgG e permangono per molti mesi in circolo. Questo effetto è alla base della cosiddetta
memoria immunologica, che consente all’organismo, grazie alla persistenza per un periodo di tempo
piuttosto lungo di un numero elevato di linfociti della memoria, che sono antigene specifici, di
rispondere più prontamente e più intensamente alla stimolazione con lo stesso antigene. La risposta
immunitaria secondaria risulta, quindi, più precoce e più intensa di quella primaria. I linfociti B
vergini, tramite i loro recettori di membrana (Ig di membrana) riconoscono direttamente sia antigeni
di natura proteica che antigeni di natura polisaccaridica e lipidica. Questa precisazione si rende
necessaria perché la risposta agli antigeni proteici da parte dei linfociti B avviene solo se è seguita da
una seconda stimolazione effettuata dalle citochine (IL-2, IL-4, IL-5, IL-6) sintetizzate e secrete dai

89
linfociti T helper CD4+. Per tale ragione gli antigeni proteici sono considerati antigeni antigeni T-
dipendenti a differenza di quelli polisaccaridici e lipidici che sono detti antigeni T-indipendenti,
perché capaci di indurre la formazione di anticorpi senza l’intervento dei linfociti T.

Gli antigeni proteici, riconosciuti dai linfociti B, sono da questi internalizzati in vescicole
citoplasmatiche e processati (digeriti). I frammenti che originano dalla processazione (epitopi)
vengono complessati a molecole MHC di classe II ed espressi sulla superficie cellulare, fenomeno
questo che consente il riconoscimento di essi da parte dei linfociti T tramite il loro TCR. Sotto tale
aspetto, i linfociti B si comportano nei riguardi dei linfociti T da APC, cioè da cellule presentanti
l’antigene. Essi, inoltre, iniziano a produrre e ad esprimere sulla loro superficie molecole
costimolatorie, dette B7, che vengono anch’esse riconosciute da recettori di membrana dei linfociti T.
Questi, una volta ricevuto il doppio segnale dall’antigene associato alla molecola MHC di classe II e
dalle molecole B7, sono stimolati a produrre citochine, in particolare la IL-2, che stimola i linfociti B a
proliferare ed a differenziarsi in plasmacellule e linfociti della memoria. Altre citochine, invece,
determinano nei linfociti B il cosiddetto switch isotipico, indirizzandoli a produrre immunoglobuline
di una classe piuttosto che di un’altra. Si viene in conseguenza di ciò , a creare una condizione di
stimolazione reciproca (cooperazione T-B). I linfociti T helper, inoltre, sono stimolati, oltre che dai
linfociti B, anche da altre APC, che presentano ad essi l’antigene in associazione a molecole MHC di
classe II.

Attivazione dei linfociti T:


Anche l’attivazione dei linfociti T necessita di un doppio segnale:

1. Riconoscimento dell’antigene ad essi presentato dalle APC in associazione a molecole MHC di


classe II.
2. Stimolazione operata da citochine secrete dalle stesse APC.

L’attivazione dei linfociti T comporta la loro espansione clonale, che ha per risultato la formazione di
cellule effettrici, cioè capaci di partecipare specificatamente alla difesa antimicrobica ed in cellule della
memoria, fornite di vita molto più lunga dei linfociti T vergini. Le funzioni difensive dei linfociti T
helper CD4+ sono diverse da quelle espletate dai linfociti citotossici CD8+.

I linfociti T CD4+, una volta attivati, iniziano a produrre citochine che facilitano le funzioni sia dei
linfociti B che di quelli T.

I linfociti T CD8+, vengono definiti anche CTL (cytotoxic T Lymphocytes) dopo il riconoscimento,
dell’antigene, ad essi presentato da vari tipi di cellule in associazioni a molecole MHC di classe I, si
differenziano in cellule effettrici, capaci di determinare fenomeni di citotossicità a carico delle cellule
che espongono, sempre in associazione a molecole MHC di classe I, lo stesso antigene che ha indotto la
loro attivazione. Di conseguenza, essi sono molto attivi nella difesa contro i microrganismi
intracellulari ed in primo luogo contro i virus che sono parassiti intracellulari obbligati. Un linfocita T
citotossico nell’uccidere una cellula in cui è in atto una replicazione virale, uccide
contemporaneamente numerosissimi virioni in via di assemblaggio. Da quanto detto si evince che il
sistema immune può rispondere alla stimolazione antigenica con modalità diverse, nel senso che alla
risposta possono partecipare prevalentemente i linfociti B produttori di immunoglobuline, ed in
particolare quelli che producono immunoglobuline di una determinata classe, come possono

90
partecipare i linfociti T. La prevalenza dell’uno o dell’altro tipo di risposta è determinata dal tipo di
stimolazione antigenica e dalla liberazione preferenziale di alcune piuttosto che di altre citochine.

Il paradigma TH1-TH2:
I linfociti T helper CD4+, richiamati nel focolaio flogistico, possono differenziarsi, a seconda del tipo di
stimolazione innescato dai vari agenti patogeni e/o da vari antigeni o anche da citochine stimolatrici,
in due sottopopolazioni, TH1 e TH2, ognuna delle quali sintetizza e rilascia determinate citochine,
destinate a condizionare il tipo di risposta immune e distinte anche esse in due gruppi Th1 e Th2.
Queste citochine vennero definite Th1 e Th2 perché inizialmente si ritenne che esse venissero
rilasciate esclusivamente dai linfociti T helper CD4+, rispettivamente dopo la differenziazione di essi
in Th1 e Th2, ma in realtà esse sono sintetizzate e secrete da altre cellule. Ne viene, di conseguenza
che, a seconda delle citochine prodotte, la risposta immunitaria risulta polarizzata in senso Th1 o Th2,
anche perché le citochine di un tipo inibiscono la produzione di quelle dell’altro tipo.

La polarizzazione TH1 della risposta, indotta dalla produzione di citochine di questo tipo, si verifica
nelle infezioni da microrganismi intracellulari ed è innescata dalla produzione da parte dei macrofagi e
delle cellule dendritiche di interleuchina 12 (IL-12), che promuove la differenziazione dei linfociti
vergini CD4+ (TH 0) in TH1, caratterizzati dalla biosintesi e secrezioni delle seguenti citochine Th1:

- IFN-γ
- Interleuchina 2 (IL-2)
- Tumor Necrosis Factor di tipo β (TNF-β)

Le citochine Th1 favoriscono le risposte immunitarie che coinvolgono prevalentemente le cellule


fagocitarie, stimolando l’attivazione macrofagica, l’espressione di molecole MHC di classe II e, quindi la
presentazione dell’antigene. Inoltre, stimolano la produzione di anticorpi opsonizzanti (facilitanti la
fagocitosi) e fissanti il complemento, la citotossicità anticorpo indipendente e l’ipersensibilità di tipo
ritardato.

La polarizzazione TH2 della risposta, indotta dalla produzione di citochine di questo tipo, è associata
alle infezioni parassitarie ed alla stimolazione da allergeni e consegue alla produzione macrofagica di
Interleuchina 4 (IL-4) che promuove, invece, la differenziazione dei linfociti TH 0 in TH2.

Le citochine TH2 sono:

- Interleuchina 4 (IL-4)
- Interleuchina 5 (IL-5)
- Interleuchina 9 (IL-9)
- Interleuchina 13 (IL-13)

Esse promuovono le risposte immuni di tipo umorale, in quanto stimolano i linfociti B a proliferare ed
a sintetizzare anticorpi, stimolano anche le reazioni immunitarie contro i parassiti e gli elminti, ed
esercitano un ruolo cruciale nella genesi e nel mantenimento delle reazioni di ipersensibilità di tipo I
(vedi dopo).

Le cellule Th1 preferenzialmente stimolano l’immunità T cellulo-mediata e sono IL-2


proinfiammatorie. Le citochine Th1 favoriscono le risposte immunitarie che coinvolgono i
fagociti, e quindi attivazione macrofagica, produzione di anticorpi opsonizzanti e fissanti il
IFN-γ
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complemento, citotossicità anticorpo indipendente. TNF-β

Le cellule Th2 stimolano la produzione di anticorpi favorendo la crescita e la IL-4


differenziazione dei linfociti B. Le citochine Th2 promuovono le risposte immuni di tipo
umorale, stimolano i linfociti B a proliferare ed a sintetizzare anticorpi, stimolano anche le
IL-5
reazioni immunitarie contro i parassiti e gli elminti, ed esercitano un ruolo cruciale nella IL-6
genesi e nel mantenimento delle reazioni da ipersensibilità di tipo I (vedi oltre). IL-9
IL-10
IL-13

Immunità specifica umorale:


E’ caratterizzata dalla formazione d anticorpi sintetizzati dalle plasmacellule, che li secernono nel
sangue, dove si accumulano. Essi sono in grado di interagire con gli antigeni che ne hanno stimolato la
sintesi, sia che questi siano liberi sia che siano adesi alla superficie di cellule o facenti parte della
struttura della membrana cellulare. La reazione antigene-antigene anticorpo è seguita dalla
formazione di un complesso, definito appunto complesso antigene-anticorpo. Gli anticorpi sono
pertanto molecole effettrici dell’immunità specifica umorale. Essi sono molto efficaci, nel neutralizzare
le tossine batteriche ed, in associazione col complemento, nel determinare la lisi dei microrganismi
extracellulari e dei virioni liberi; inoltre, fissandosi con i loro frammenti Fab alle cellule che esprimono
gli specifici antigeni, inducono il fenomeno della opsonizzazione: in conseguenza di ciò il frammento
Fc, che rimane libero, può interagire, oltre che con i fagociti, anche con i linfociti T citotossici, cellule
che esprimono sulla loro superficie recettori specifici per tale frammento. L’opsonizzazione, quindi,
facilita sia la fagocitosi che la citotossicità . In quest’ultimo caso si parla di citotossicità anticorpo
mediata. Nel corso delle infezioni l’intervento degli anticorpi avviene a distanza di qualche tempo
dall’inizio dell’infezione; per tale ragione l’immunità specifica è inclusa nella terza linea di difesa.
L’eccezione a questa regola generale è rappresentata dagli individui vaccinati e da quelli che hanno
superato una precedente infezione indotta dallo stesso agendo microbico nei quali la comparsa di Ig
specifiche avviene in maniera molto più rapida per la presenza dei linfociti della memoria. Le Ig
partecipano anche alla difesa antivirale sia opsonizzando i virioni liberi sia neutralizzandoli.

L’immunità specifica cellulo-mediata:


L’immunità specifica cellulo-mediata è una forma di immunità molto complessa, i cui protagonisti
essenziali sono i linfociti T. Schematizzando al massimo la situazione, si può ritenere che alla sua
realizzazione partecipano sia i linfociti T CD4+, in quanto produttori di citochine attivanti, che i
linfociti T CD8+ (CTL) che esercitano il ruolo di cellule effettrici con attività citotossica sulle cellule
bersaglio. Nel caso delle malattie infettive, l’immunità specifica cellulo-mediata è particolarmente
attiva nelle infezioni sostenute da microrganismi intracellulari o da virus. Le cellule che ospitano
parassiti endocellulari digeriscono i loro antigeni proteici ed esprimono i relativi epitopi sulla loro
superficie in associazione alle molecole MHC, che vengono, come si è detto riconosciuti dai linfociti T.
Una volta sensibilizzati dal primo contatto con il complesso epitopo-molecola MHC di classe I, i linfociti
T CD8+ si differenziano in cellule effettrici che riconoscono ed uccidono le cellule bersaglio che
espongono, associato a molecole dell’MHC di classe I, l’antigene che ha determinato la loro attivazione.
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I linfociti T CD4+, invece, riconoscono gli stessi epitopi ad essi presentati in associazione a molecole
MHC di classe II dalle cellule APC ed in seguito a tale interazione sintetizzano citochine che
contribuiscono all’attivazione dei linfociti T CD8+.

L’attività citotossica delle cellule bersaglio presuppone la presa di contatto di questa con i CTL e viene
attuata con un duplice meccanismo: da un lato la produzione di perforine e dall’altro la stimolazione
della morte cellulare programmata con un meccanismo di apoptosi. È importante tenere presente che,
come avviene per le cellule NK, anche i CTL, dopo avere indotto la morte della cellula bersaglio,
sopravvivono e possono essere riciclati per un ulteriore attacco ad altre cellule.

Immunità delle cellule NK:


I linfociti NK sono un gruppo di cellule a parte. Rappresentano una piccola frazione di cellule
assolutamente importantissime perché riconoscono tutto ciò che è antigene indipendentemente
dalla forma, dimensioni, self e non self. Questa possibilità ci permette di avere cellule
assolutamente aspecifiche. Basta che il linfocita NK ha un antigene davanti che lo riconosce come tale e
lo distrugge, questa è la nostra salvezza quando:

- Una cellula viene infettata da un virus

- Una cellula in trasformazione neoplastica presenta frammentini peptidici elaborati dal suo
MHC che sono tanto simili a quelli del self da eludere soprattutto il linfocita T citotossico e
quindi quella cellula vive indisturbata.

In questi casi arriva il linfocita NK, proprio perché lui non lavora con l’MHC. I linfociti NK non
esprimono sulla membrana recettori specifici e non necessitano della stimolazione antigenica per
essere attivati e quindi uccidere. La cellula NK fortunatamente riesce a fare quello che non fa il
CD8. Le cellule NK riconoscono e quindi uccidono tutte le cellule che non esprimono molecole
MHC di classe I. Le cellule neoplastiche durante il loro sviluppo perdono e quindi non esprimono
molecole MHC di classe I, pertanto vengono immediatamente legate dalle NK.

Ci sono dei citotipi che fisiologicamente non esprimono molecole MHC di classe I nel nostro organismo
e sono globuli rossi e piastrine, per cui c’è una contraddizione. Questi citotipi non vengono riconosciuti
dalle NK perché queste (NK) non esprimono sulla superficie della membrana recettori specifici ma
esprimono solamente due famiglie di recettori: KIR e KAR.

KIR: è il recettore inibitore dei linfociti NK, cioè un recettore presente sulla superficie dei NK che ha
un attività inibente, cioè una volta legato al suo ligando, inibisce i meccanismi di citotossicità dei
linfociti NK.

KAR: al contrario è un recettore presente sulla superficie degli NK che una volta legato al suo ligando
attiva i linfociti, cioè attiva i meccanismi di citotossicità .

I recettori KIR legano molecole MHC di classe I, quindi ogni volta che lega questo tipo di cellule si
spegne l’attività della cellule NK. I recettori KAR legano molecole ubiquitarie, cioè che si possono
trovare un po’ ovunque. Affinchè il linfocita NK sia indotto ad uccidere è necessario che il recettore KIR
sia libero da molecole MHC di prima classe e che il recettore KAR sia legato al suo ligando. Dal
momento che né sui globuli rossi né sulle piastrine è presente il ligando per il KAR, nonostante
KIR non sia legato alle molecole MHC di classe I, non si avrà attivazione delle cellule NK.

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Le molecole KAR sono espresse su cellule stressate, ovvero su cellule in trasformazione neoplastica
oppure sottoposte ad infezione. Un esempio di queste molecole stressate è rappresentato dalle heat
shock proteins, che sono proteine non costitutive della membrana cellulare, che normalmente non si
producono, ma sono proteine che vengono espresse solo in seguito ad uno shock, che in laboratorio è
di tipo termico.

La cellula NK opera secondo gli stessi meccanismi del linfocita CD8, e quindi liberazione di perforine,
l’interazione tra fas e fas ligando che determina attivazione della caspasi e della successiva morte per
apoptosi. Inoltre la cellula NK è in grado di produrre alcune citochine particolari come l’interferon
gamma e il TNF. Il primo è prodotto dai linfociti Th1 e potenzia l’azione dei macrofagi, il TNF è
coinvolto in numerosissimi processi come la morte apoptotica delle cellule, la proliferazione, il
differenziamento, la cancerogenesi e la replicazione virale.

PARTE IV
IMPLICAZIONI PATOLOGICHE LEGATE AD ALTERAZIONI DEL
SISTEMA IMMUNITARIO

CAPITOLO 16: LE IMMUNODEFICIENZE


Le immunodeficienze sono condizioni patologiche che inducono nei soggetti che ne sono affetti un
notevole rischio di contrarre infezioni e di sviluppare malattie autoimmuni o tumori a causa di
alterazioni del sistema immunitario. Sono causate da alterazioni di uno o più meccanismi del sistema
immunitario e sono divise in:

1- primarie o congenite, quando hanno un substrato ereditario, consistente nella mutazione di


uno o più geni i cui prodotti presiedono al normale funzionamento dei fattori cellulari o
umorali dell’immunità sia innata che acquisita. La maggior parte di esse si manifesta alla
nascita, ma alcune inducono la comparsa della sintomatologia nell’infanzia o anche
successivamente
2- secondarie o acquisite, quando la loro comparsa si manifesta nel corso della vita postnatale
in conseguenza ad una delle seguenti cause:
- infezioni virali

- tumori

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- farmaci immunodepressivi

- carenze alimentari gravi

- stress prolungati

- invecchiamento

Immunodeficienze ereditarie:
Si tratta di numerose patologie ereditarie che sono correlate a deficit dei meccanismi umorali o
cellulari dell’immunità innata o di quella acquisita.

Deficit primari dell’immunità innata:

 Deficit del sistema del complemento:

sono dovuti a mutazioni a carico dei geni che codificano per una o più delle proteine che costituiscono
questo sistema e sono generalmente ereditati con meccanismo autosomico recessivo. Possono essere
coinvolti sia i singoli componenti che partecipano alla cascata enzimatica (C1-C9), che le proteine
regolatrici dell’attivazione per via classica o per via alternativa (fattori H ed I). Sotto l’aspetto clinico i
deficit del sistema complementare provocano una notevole suscettibilità alle infezioni da germi e lo
sviluppo delle malattie autoimmuni, specialmente il lupus eritematoso sistemico, vasculiti,
glomerulonefriti . Tra i deficit delle proteine regolatrici abbiamo il deficit del C1 inibitore, che provoca
l’edema angioneurotico ereditario, malattia caratterizzata dalla comparsa, in concomitanza ad
eventi stressanti, di crisi dolorose di eritema ed edema della cute o delle mucose in varie regioni del
collo.

 Deficit dei fagociti:

Tra i deficit dei fagociti si ricorda la malattia cronica granulomatosa, una sindrome, fortunatamente
molto rara, anch’essa a trasmissione ereditaria, caratterizzata da gravi e ricorrenti infezioni batteriche
e funginee, e da formazione di granulomi vari organi del
corpo. I fagociti dei pazienti affetti da questa malattia
fagocitano i microrganismi ma non riescono ad ucciderli a
causa di un difetto nel burst respiratorio., che comporta
scarsa o mancata formazione dei derivati dell’O2.

Altri deficit riguardano l’impossibilità dei leucociti di


aderire alle cellule bersaglio per mancanza o alterata
sintesi delle molecole di adesione leucocitaria (LAD =
Leucocyte Adhesion Deficiency).

Deficit primari dell’immunità specifica:

Riguardano anch’essi sia i meccanismi umorali che quelli


cellulari o anche gli uni e gli altri contemporaneamente.

 Deficit dell’immunità specifica umorale:

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Causano l’incapacità o la ridotta capacità alla sintesi di una o più classi di immunoglobuline, che
determina una notevole suscettibilità alle infezioni. Si tratta di una sindrome, nota come
agammaglobulinemia di DiGeorge o ipoplasia timica congenita, caratterizzata da agenesia del
timo e assenza o riduzione dei linfociti T. Sono state individuate altre deficienze immunitarie
ereditarie tipo l’ataxia teleangectasica, caratterizzata da atassia cerebellare e dilatazione dei piccoli
vasi della cute e dell’occhio associata ad agenesia del timo e diverse anomalie dei linfociti T e B. La
sindrome di Wiskott Aldrich, responsabile, oltre che della comparsa di eczema cutaneo e di una
grave piastrinopenia, anche di alterazioni dei linfociti T e B che rendono i pazienti suscettibili a gravi
infezioni. A trasmissione ereditaria sono dovuti anche i cosiddetti immunodeficit combinati tipo la
SCID o Severe Combined Immuno Deficiency, che interessano contemporaneamente sia l’immunità
umorale che quella cellulo mediata. I soggetti che non sono affetti vanno incontro a gravissime
infezioni di vario tipo e di lunga durata con frequenti recidive.

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Immunodeficienze acquisite:
Delle immunodeficienze acquisite ricordiamo in particolare l’AIDS per la sua diffusione in tutti i
continenti. Sono stati identificati due agenti eziologici, appartenenti alla categoria virale. Si tratta di
retrovirus HIV-1 e HIV-2, strutturalmente simili tra loro, dei quali il primo è diffuso in tutto il mondo
ed il secondo, particolarmente in Africa. Sono stati identificati anche altri virus, che presentano
omologie più o meno spiccate con gli HIV e che causano malattie simili all’AIDS. I virus HIV infettano
essenzialmente, i linfociti T helper CD4 ed i monociti/macrofagi. Per penetrare nelle cellule esse
utilizzano principalmente una molecola di superficie, la gp120, che viene riconosciuta da un recettore,
che è la molecola CD4, espressa dai linfociti T helper ed anche dai macrofagi. CD4 è certamente il più
importante e diffuso recettore cellulare per i virus. Il contagio avviene per via sessuale, per
inoculazione di sangue o di suoi derivati infetti o per uso di siringhe infette ed anche per via
transplacentare dalla madre al feto. La sintomatologia inizia generalmente dopo uno o due mesi dal
contagio con febbre, eruzioni cutanee e linfoadenopatia diffusa. Durante questo periodo, che
costituisce lo stadio I, il virus, che è replicato nei linfonodi, diffonde nell’organismo e stimola una
risposta anticorpale verso alcuni suoi costituenti proteici. La diagnosi difatti, viene eseguita con
identificazione nel sangue di antigeni virali e di anticorpi diretti verso alcune proteine virali. Al primo
stadio, che è di durata variabile da caso a caso, subentra un lungo periodo di latenza asintomatico, o
quasi, anch’esso di durata variabile, durante il quale si ha una lenta ma progressiva distruzione dei
linfociti T helper CD4+ ed un aumento della risposta anticorpale verso antigeni virali (stadio II). Lo
sviluppo di una linfoadenopatia in più regioni dell’organismo caratterizza lo stadio III della malattia.
Subentra, infine, il IV stadio della malattia, durante la quale, a causa dell’immunodeficienza, i pazienti
vanno incontro ad infezioni ripetute, indotte sia da germi patogeni che opportunistici. Durante questo
stadio finale si possono avere anche altre complicanze, quali il coinvolgimento del sistema nervoso e la
comparsa del sarcoma di Kaposi, che è un tumore sostenuto da un virus erpetico. La morte subentra in
seguito ad un grave deterioramento di tutto l’organismo. Tutte le complicanze, infettive e neoplastiche,
dell’AIDS, sono causate dalla grave immunodeficienza che subentra sia in conseguenza dell’effetto
citopatico esercitato dal virus sui linfociti CD4+, sia nella distruzione delle cellule che esprimono
antigeni virali, effettuata dalla risposta anticorpale e cellulo-mediata dell’organismo. La prognosi dai
malati di AIDS, ritenuta sicuramente mortale nel periodo successivo alla scoperta del suo agente
eziologico, il retrovirus
HIV, è alquanto
migliorata, dopo la
scoperta dei farmaci anti-
retrovirali.

97
CAPITOLO 17: REAZIONI IMMUNOPATOGENE
Definizione e classificazione:
Le reazioni immunopatogene sono reazioni immuni che provocano nell’organismo in cui si svolgono la
comparsa di manifestazioni patologiche sia localizzate che sistemiche. La classificazione delle reazioni
immunopatogene è basata su differenti meccanismi patogenetici, responsabili dell’effetto dannoso e ,
conseguentemente, dei sintomi. Si dividono in 7 tipi differenti. Lo schematismo di questa
classificazione non prende in considerazione il fatto che alcune patologie possono essere provocate
dalla contemporanea coesistenza di reazioni immunopatogene di tipo diverso.

TIPI DEFINIZIONE
I REAZIONI ANAFILATTICHE O ALLERGICHE
II REAZIONI CITOLITICHE O CITOTOSSICHE
III REAZIONI DA IMMUNOCOMPLESSI
IV REAZIONI DI IPERSENSIBILITÀ RITARDATA O CELLULO-MEDIATA
V REAZIONI STIMOLATORIE MEDIATE DA ANTICORPI ANTIRECETTORE
VI REAZIONI CITOTOSSICHE MEDIATE DA ANTICORPI E DA CELLULE KILLER
VII REAZIONI INIBITORIE MEDIATE DA ANTICORPI ANTIRECETTORE

Reazioni immunopatogene di tipo I:


Dette anche anafilattiche o allergiche, sono indotte dalla penetrazione nell’organismo di antigeni
innocui definiti allergeni. Questi stimolano in alcuni soggetti geneticamente predisposti una eccessiva
produzione una eccessiva produzione di anticorpi specifici appartenenti alla classe delle IgE. Che
diventano responsabili della comparsa di fenomeni patologici ogni qual volta ripenetra nell’organismo
lo stesso allergene che ha stimolato la sintesi. Si tratta quindi di una risposta immunitaria abnorme
verso una categoria di antigeni che sono definiti innocui perché nei soggetti normali non inducono la
comparsa di manifestazioni dannose.

TERMINOLOGIA:

Atopia: abnorme capacità di alcuni individui a sviluppare con facilità manifestazioni di ipersensibilità di
tipo I, è sinonimo di allergia

I soggetti normali rispondono agli allergeni o con la sintesi preferenziale di IgM e di IgG con
scarsissima produzione di IgE. In essi, quindi la risposta immune è prevalentemente polarizzata in
senso Th1 con produzione di IL-12 e IFN che da un lato favoriscono lo sviluppo delle cellule Th1 e
dall’altro bloccano quello delle cellule di tipo Th2 che invece facilitano la sintesi di IgE. A differenza dei
soggetti normali, i soggetti atopici o allergici, sono geneticamente predisposti a sintetizzare un eccesso
di IgE specifiche quando vengono a contatto con un allergene. Il primo contatto con questo costituisce
il fenomeno della sensibilizzazione e quindi l’innesco di IgE specifiche. Di queste IgE una aliquota
rimane in circolo ed un'altra si fissa, tramite i frammenti Fc, ai recettori espressi da diverse cellule, in
particolare dai mastociti e dai loro equivalenti ematici i basofili. La reazione allergica subentra al
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momento del secondo contatto con l’allergene, in quanto questo, interagendo con la porzione Fab delle
IgE legate ai recettori, induce la comparsa di una serie di fenomeni, che culminano della liberazione da
parte delle cellule di una serie di molecole( istamina, proteasi, prostaglandine, leucotrieni,
citochine) responsabili delle manifestazioni cliniche.

Le principali manifestazioni allergiche sono dermatite allergica, orticaria, congiuntiviti, stomatiti,


asma bronchiale atopico.

Shock anafilattico: Lo shock anafilattico è la più grave delle manifestazioni sistemiche


dell’ipersensibilità di tipo I, che è causa di una massiva liberazione di IgE specifiche che saturano i
recettori di cellule effettrici presenti nelle cellule del sistema circolatorio. Conseguentemente, lo
scatenamento induce una notevole liberazione di mediatori chimici in quasi tutti i distretti
dell’organismo e soprattutto in quello vasale. La diffusa vasodilatazione causa una grave ipotensione e
riduce l’apporto di ossigeno e di metaboliti ai tessuti, determinando uno shock, che viene per l’appunto
definito anafilattico, che può essere causa di morte.

Principali allergeni: Pollini, Acari, forfore, spore funginee, sulfamidici, alcuni antibiotici, molecole
presenti in alcuni alimenti come grano, albume, mandorle, arachidi ecc.

Reazioni immunopatogene di tipo II:


Sono provocate dalla reazione di anticorpi circolanti verso antigeni fisiologicamente espressi sulla
superficie cellulare, ovvero verso antigeni o apteni estranei che si sono fissati stabilmente su questa.
Sono aggettivate citolitiche o citotossiche perché l’interazione dell’anticorpo con l’antigene è seguita
dalla distruzione della cellula bersaglio che si verifica con due modalità :

per lisi: indotta dal complemento, che viene attivato per via classica

per fagocitosi: facilitata dalla opsonizzazione delle cellule bersaglio, causata dalla presenza sulla
superficie cellulare degli anticorpi, che hanno reagito con gli antigeni, o del C3b.

I danni più frequentemente indotti da questo tipo di reazione immunopatogena coinvolgono: le cellule
del sangue (eritrociti, leucociti, piastrine) le cellule endoteliali della parete vascolare, la membrana
basale delle cellule del rene, degli alveoli polmonari e della cute.

Gli anticorpi responsabili della comparsa di tali reazioni sono gli autoanticorpi verso antigeni
cellulari superficiali, gli alloanticorpi, cioè anticorpi diretti verso antigeni presenti in individui
geneticamente diversi ma appartenenti alla stessa specie, detti appunto alloantigeni, anticorpi diretti
verso antigeni o apteni estranei, complessati con proteine della superficie di alcune cellule.

Manifestazioni cliniche:

Da autoanticorpi: Anemia emolitica autoimmune, piastrinopenia autoimmune, leucopenia


autoimmune, sindrome di Goodpasture.

Da anticorpi diretti verso antigeni o apteni estranei: Reazioni indesiderate a farmaci

Da alloanticorpi: Reazioni post-trasfusionali, malattia emolitica del neonato, reazioni B-mediate al


trapianto di organi e tessuti.

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Reazioni immunopatogene di tipo III:
La reazione tra antigeni solubili e relativi anticorpi, definita reazione di precipitazione, determina la
formazione di complessi immuni che sono di vario tipo, a seconda del rapporto quantitativo tra i due
tipi di molecole che prendono parte alla reazione. La formazione in vivo di notevoli quantità di
immuno-complessi avviene nel sangue circolante e provoca la comparsa di manifestazioni patologiche
perché il sistema monocito-macrofagico, che fisiologicamente provvede a fagocitarli quando non sono
molti, non riesce ad eliminarli tutti. Di conseguenza, gli immunocomplessi residui, che vengono
intrappolati dalle cellule della parete vasale, diventano responsabili di due fenomeni, che provocano
una risposta infiammatoria e cioè:

Attivazione per via classica del complemento: con formazione di C3a e C5a che reagendo coi
recettori della superficie delle piastrine, inducono la liberazione di molecole vasoattive.

Attivazione dei macrofagi: causata dall’interazione tra i frammenti Fc degli anticorpi presenti negli
immunocomplessi ed i relativi recettori, con conseguente liberazione di citochine proflogistiche.
Queste richiamano sul posto neutrofili, che dopo aver fagocitato parte degli immunocomplessi,
liberano enzimi lisosomiali che amplificano la reazione fino a determinare necrosi tissutale.

Forme cliniche conseguenti a reazioni immunopatogene:

Le principali patologie causate dalla presenza nell’organismo di una marcata quantità di


immunocomplessi sono:

- La malattia da siero

- L’artrite reumatoide

- La glomerulonefrite

La malattia da siero si manifesta dopo 7-10 giorni dall’inoculazione in dose massiva di siero
eterologo (siero iperimmune di cavallo usato nella profilassi). Gli anticorpi specifici di nuova
formazione compaiono in circolo prima che sia avvenuta l’eliminazione delle molecole antigeniche per
cui si formano numerosi immunocomplessi in zona di eccesso di antigene. Questi si depositano nei
piccoli vasi, particolarmente quelli dei reni, del cuore, dei polmoni, della cute e delle articolazioni,
determinando la comparsa di vasculiti o processi infiammatori a carico dell’organo interessato. La
capacità dei vari antigeni di determinare la malattia da siero, è tanto più grande quanto più elevata è la
loro concentrazione e quanto più duratura è la loro permanenza nel sangue.

L’artrite reumatoide colpisce varie articolazioni, soprattutto quelle degli arti, ed ha un decorso
progressivamente ingravescente, caratterizzato da alternanza di periodi di riacutizzazione e di periodi
di remissione. Si tratta di una malattia autoimmune, determinata dalla comparsa di autoanticorpi (IgM
e IgG), definiti fattore reumatoide, diretti verso il frammento Fc delle IgG. Dall’interazione nel sangue
tra le molecole di fattore reumatoide e quelle degli antigeni, si formano immunocomplessi, che
vengono intrappolati nei vasi della sinovia. Questa va incontro ad una reazione infiammatoria,
amplificata dal richiamo dei linfociti T, che liberano citochine proflogistiche, e si ipertrofizza
comprimendo non solo la cartilagine ma anche il tessuto osseo sottostante, che vengono
irreversibilmente danneggiati.

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La gromerulonefrite da immunocomplessi, di cui sotto l’aspetto istopatologico si conoscono varie
forme, si manifesta anch’essa in seguito alla presenza di immunocomplessi, formati dall’interazione tra
antigeni streptococcici e i relativi anticorpi, che vengono bloccati in corrispondenza dei capillari
glomerulari, dove generano un processo infiammatorio, che può culminare nell’insufficienza renale. La
malattia interviene in soggetti che hanno subito in precedenza un infezione a carico delle prime vie
respiratorie sostenuta da ceppi nefritogeni dello streptococco β emolitico.

Reazioni immunopatogene di tipo IV:


Sono dette anche di ipersensibilità ritardata, perché le prime manifestazioni patologiche compaiono
a distanza di non meno di 24 ore dai contatti con l’antigene, successivi a quello che ha determinato la
sensibilizzazione. Esse si differenziano da tutte le altre reazioni di ipersensibilità perché non vengono
mediate da anticorpi ma da cellule che sono essenzialmente i linfociti T helper CD4+, linfociti T CD8+
CTL ed i macrofagi. Per quanto riguarda i linfociti T CD4+, nell’ipersensibilità ritardata il ruolo
essenziale è giocato da TH1, a differenza di quanto avviene nell’ipersensibilità immediata nella quale, è
determinante l’intervento dei TH2. È stato dimostrato che le citochine prodotte dai TH2 bloccano
l’attività dei TH1. Come nell’ipersensibilità di tipo I, anche le reazioni immunopatogene di IV tipo
compaiono al secondo contatto con l’antigene o ai contatti successivi al primo, per cui constano di tre
fasi:

1. Una fase di sensibilizzazione o afferente


2. Una fase di scatenamento o efferente
3. Una fase di risoluzione

La fase afferente o di sensibilizzazione è, nella maggioranza dei casi, determinata da antigeni


incompleti (apteni), che acquistano immunogenicità coniugandosi covalentemente con una proteina e
formando con essa un composto stabile, che viene captato da cellule APC, che nel caso della cute sono
rappresentate da cellule di Langherans e dalle cellule dendritiche del derma. Queste fagocitano il
complesso e lo digeriscono, ricavando peptidi immunogeni, che vengono espressi in associazione a
molecole MHC di I e II classe. Quindi, migrano nella zona paracorticale dei linfonodi, dove avviene la
presentazione dell’antigene ai linfociti T helper CD4+ ed ai CTL, che lo riconoscono tramite i loro TCR.
Riconosciuto l’antigene, i T helper iniziano a produrre IL-2 ed esprimono il recettore per questa
citochina (IL-2R) con la conseguenza, che in maniera autocrina, vengono stimolati alla proliferazione.
Generalmente questa fase si svolge nell’arco di qualche settimana.

Nella fase di scatenamento, causata da una rinnovata penetrazione dell’antigene, i linfociti T CD4+ o
eventualmente i CD8+, stimolati alla proliferazione dal precedente riconoscimento dell’antigene e
quindi numericamente aumentati, migrano e lentamente si accumulano nel sito dove è presente
l’antigene, che viene da essi riconosciuto. In conseguenza di ciò , essi liberano un eccesso di citochine
TH1. Alcune di queste, stimolano le cellule endoteliali a produrre mediatori chimici vasodilatatori,
tra i quali l’ossido nitrico (NO), e ad esprimere molecole di adesione, alle quali aderiscono i leucociti
(neutrofili, linfociti e monociti), che vengono bloccati in corrispondenza della parete vascolare prima
di attraversare per diapedesi le giunzioni interendoteliali e passare nel compartimento nel
compartimento extracellulare, fenomeno questo favorito da alcune chemochine (IL-8 e MCP-1)
rilasciate dalle stesse cellule endoteliali. Contemporaneamente i mastociti, stimolati da sostanze
vasopermeabilizzanti rilasciate dai linfociti, si degranulano, liberando i loro mediatori della reazione
flogistica. Si forma in tal modo un infiltrato, ricco di linfociti e monociti, che determina un indurimento
dell’area in cui è presente. Le citochine liberate dai linfociti (IL-2, TNF-α, IFN-γ) trovano recettori su
molte cellule presenti nel focolaio flogistico (neutrofili, eosinofili, endoteliociti, monociti) le quali
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vengono da esse attivate ad espletare determinate funzioni, che nel loro insieme danno origine alla
reazione. In particolare, sono i macrofagi, che si formano per differenziazione dei monociti, i
quali una volta attivati soprattutto ad opera dell’IFN-γ, incrementano la produzione di radicali
liberi dell’ossigeno e dell’NO, facendo aumentare l’entità del danno a carico dei tessuti, iniziato dagli
enzimi lisosomiali, liberati dai neutrofili e dai macrofagi stessi.

La fase di risoluzione si verifica in seguito all’eliminazione dell’antigene effettuata dai macrofagi ed è


operata dai fibroblasti che, stimolati da alcune citochine, si moltiplicano e sintetizzano molecole di
collegene. Si verifica così la cicatrizzazione che, quando è estesa, può portare alla fibrosi dell’organo in
cui si è svolta la reazione. Le reazioni di ipersensibiltà ritardata insorgono in patologia umana in
conseguenza della sensibilizzazione effettuata da numerosi antigeni tra cui i principali sono:

a) Costituenti di microrganismi intracellulari come il Mycobacterium tubercolosis, di miceti, di


virus
b) Composti di origine vegetale
c) Molecole secrete da numerosi insetti
d) Agenti chimici come il nickel, il cromo, il berillio, lo zirconio e tanti altri
e) Antigeni di istocompatibilità nel caso del rigetto di trapianti
f) Agenti virionici espressi in associazione a molecole MHC di classe I nel caso di infezioni virali
g) Autoantigeni della superficie cellulare in alcune malattie autoimmuni
h) In molti casi sia la sensibilizzazione che lo scatenamento avvengono a livello cutaneo tanto che
si parla di dermatiti da contatto.

Un esempio di utilizzazione diagnostica delle reazioni di ipersensibilità ritardata è dato dalla reazione
alla tubercolina, che è un insieme di proteine secrete dal M.tubercolosis.

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CAPITOLO 18: AUTOIMMUNITÀ
Autoimmunità:
L’autoimmunità è un fenomeno abnorme nel quale alcuni costituenti dell’organismo diventano
bersaglio del proprio sistema immunitario con conseguente comparsa di manifestazioni patologiche di
vario tipo, che costituiscono le malattie autoimmuni. Queste sono distinte in due gruppi principali:

1. Organospecifiche, nelle quali un solo organo è danneggiato perché la risposta immunitaria è


diretta prevalentemente, anche se non esclusivamente, verso una o più molecole
(autoantigeni), espresse esclusivamente dalle cellule di un determinato organo, come avviene
per esempio, nel diabete mellito insulino-dipendente in cui la maggior parte dagli
autoanticorpi è diretta verso antigeni delle cellule β del pancreas.
2. Sistemiche, nelle quali sono invece coinvolti più organi; ciò si verifica perché il bersaglio
molecolare del sistema immunitario è un costituente comune a molte cellule dell’organismo o
perché esso fa parte di tessuti ampiamente presenti nell’organismo, quali ad esempio il
connettivo ed il muscolare. Nel lupus eritematoso sistemico (LES), per esempio,
l’autoanticorpo maggiormente presente è diretto verso il DNA.

La reazione immune verso gli autoantigeni può essere mediata sia da autoanticorpi della classe IgG che
da linfociti autoreattivi, che specificatamente li riconoscono ed interagiscono con essi. Si tratta di una
risposta di tipi Th1, a differenza di quella IgE mediata (allergica), che è di tipo Th2. Nei siti in cui
avviene la reazione autoimmunitaria, sia che essa sia anticorpo-mediata che cellula-mediata, si
manifesta un processo infiammatorio, indotto con uno dei meccanismi caratterizzanti le reazioni
immunopatogene di II, III e IV tipo, che può in alcuni casi, culminare nella distruzione tissutale.

Gli autoanticorpi diretti verso epitopi presenti nei recettori, determinano due condizioni patologiche
nettamente contrastanti sotto l’aspetto funzionale:

1. Una reazione immunopatogena di V tipo che induce un effetto stimolatorio in quanto


l’anticorpo interagendo col recettore occupa il sito destinato al ligando fisiologico e mima
l’azione di questo. È questo il caso del morbo di Basedow, Graves causato da autoanticorpi
contro i recettori per il TSH della tiroide, i quali esercitano la stessa azione fisiologica espletata
dalla tireotropina ipofisaria TSH, con conseguente stimolazione di tutte le funzioni della
ghiandola che determina in questa iperplasia (gozzo) ed iperproduzione di ormoni
(ipertiroidismo).
2. Una reazione immunopatogena di VII tipo (reazione inibitoria antirecettore) come avviene
nella miastenia gravis, causata da autoanticorpi antirecettore per l’acetilcolina e nel diabete
mellito insulino-resistente, causato anche esso da autoanticorpi antirecettore per l’insulina. In
questi casi l’interazione anticorpo autoantigene determina il blocco funzionale dei recettori,
impedendo ai ligandi fisiologici di interagire con essi.

L’insorgenza delle malattie autoimmuni è subdola, tanto che in molti casi non si riesce ad individuare
una causa sicuramente responsabile della loro comparsa.

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Autoreattività:
Nettamente distinta dalle malattie autoimmuni è la cosiddetta autoreattività, cioè una condizione
fisiologica, e quindi del tutto asintomatica, caratterizzata dalla presenza in circolo di una piccola
quantità di autoanticorpi della classe IgM, ed anche di linfociti T autoreattivi, specifici per alcuni
costituenti dell’organismo. L’autoreattività venne inizialmente messa in evidenza con l’osservazione
della comparsa per un periodo limitato di tempo di autoanticorpi della classe IgM, diretti verso
costituenti dei tessuti danneggiati, nel corso della guarigione di un infarto o di una grave ustione, di
recente, però , si è visto che una piccola aliquota di autoanticorpi della classe IgM e di linfociti T
autoreattivi, è costantemente presente in tutti i soggetti normali e si è stabilito che essa non è
assolutamente responsabile di manifestazioni patologiche. Gli autoanticorpi naturali (NAA), che
caratterizzano l’autoreattivià , si differenziano da quelli responsabili delle malattie autoimmuni, non
solo perché, come si è detto, appartengono alla classe delle IgM, ma anche per la loro polispecificità ,
cioè per la loro capacità di riconoscere diversi gruppi di determinanti antigenici differenti ed anche
appartenenti a specie animale diversa.

Eziologia delle malattie autoimmuni:


Fattori genetici:

Le malattie autoimmuni, soprattutto quelle organo-specifiche, si presentano molto spesso con


caratteristiche di familiarietà , cioè coinvolgono soggetti consanguinei. Ciò significa che sotto l’aspetto
eziologico, debbono essere coinvolti fattori genetici. Tra questi, l’associazione di molte malattie
autoimmuni ad alcuni aplotipi HLA è conosciuta da tempo.

Fattori acquisiti:

Alcune malattie autoimmuni insorgono in soggetti che hanno superato malattie infettive batteriche e
virali, fatto questo che trova l’esempio più significativo nella glomerulonefrite post-streptococcica. Un
ruolo sembra essere giocato anche dalla costellazione ormonale per il fatto che le malattie autoimmuni
colpiscono con notevole maggiore incidenza il sesso femminile.

Meccanismi patogenetici delle malattie autoimmuni:


Perdita della tolleranza:

a) Perdita della tolleranza centrale

È un meccanismo supposto su base speculativa ma non dimostrato sperimentalmente e privo di ogni


riscontro clinico: negli organi linfoidi primari non verrebbero presentati alcuni autoantigeni con la
conseguenza che i linfociti forniti di recettori per essi sopravviverebbero indisturbati. È evidente che
gli stessi dovrebbero sfuggire anche alla tolleranza periferica.

b) Riduzione o perdita della tolleranza periferica per deficienza di anergia clonale

È un meccanismo noto per i linfociti T. La presentazione dell’antigene effettuata dalle APC è una
condizione necessaria, ma di per se non sufficiente, ai fini della risposta da parte dei linfociti T. Perché
questa avvenga è necessaria la concomitante attivazione macrofagica con produzione di molecole

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costimolatorie attive sui linfociti. La presentazione alla periferia di autoantigeni da parte delle APC a
linfociti T autoreattivi (sfuggiti quindi alla selezione timica) può innescare una risposta
autoimmunitaria soltanto se avviene in concomitanza di un processo infiammatorio che comporti
l’attivazione dei macrofagi (le più diffuse cellule APC) con conseguente rilascio di molecole
costimolatorie. Questa è verosimilmente la ragione per cui alcune malattie autoimmuni organo-
specifiche possono essere indotte negli animali da esperimento con l’inoculazione contemporanea
dell’autoantigene e di un adiuvante che stimola nei macrofagi il rilascio di molecole costimolatorie.
Questo meccanismo presuppone la presenza in circolo di linfociti autoreattivi quiescenti, cioè
funzionalmente inattivi.

c) Riduzione o perdita della tolleranza periferica per inattivazione dei meccanismi di


apoptosi

Per questo meccanismo vi è stata per alcuni anni solo evidenza sperimentale. Sono stati ottenuti topi
con difetti genetici consistenti in mutazioni coinvolgenti i geni che codificano per un solo recettore
sulla superficie cellulare denominato fas e per il suo ligando denominato ligando fas, la cui interazione
induce la morte cellulare programmata dei linfociti T helper e dei linfociti B attivati dall’antigene.

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