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-

BIOCHIMICA GENERALE E DELLO SPORT

SARA BALDELLI (BIO/10)


Sommario

INTRODUZIONE................................................................................................................................................ 5

OBIETTIVI GENERALI...................................................................................................................................5

CAPITOLO 1: RICHIAMI DI CHIMICA............................................................................................................6

CAPITOLO 2: IL BISOGNO DI ENERGIA E I PRINCIPI GENERALI DEL METABOLISMO ......................................6

CAPITOLO 3: ENZIMI.................................................................................................................................16

CAPITOLO 4: RICHIAMI SULLA CHIMICA DEI CARBOIDRATI .......................................................................40

CAPITOLO 5: IL METABOLISMO DEI LIPIDI.................................................................................................71

CAPITOLO 6: METABOLISMO DEI COMPOSTI AZOTATI............................................................................102

CAPITOLO 7: FOSFORILAZIONE OSSIDATIVA............................................................................................133

CAPITOLO 8: LA REGOLAZIONE DEL METABOLISMO: GLI ORMONI ..........................................................143

BIBLIOGRAFIA.........................................................................................................................................166
BASI BIOLOGICHE E MOLECOLARI DEL
BENESSERE DELLA PERSONA

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Introduzione
I corsi di laurea triennale dell’area sanitaria prevedono l’acquisizione di una formazione scientifica
biologica di base che dia sia gli elementi culturali di base per coloro che operano nel mondo della
sanità, e che sia anche propedeutica ai corsi di insegnamento più direttamente professionalizzanti.
Tra gli elementi culturali di base vi è la chimica, che è la scienza che permette la conoscenza della
materia che ci circonda, analizzando come essa si trasforma da una sostanza in un’altra.
Essa è di particolare importanza per chi studia le basi biologiche della vita, poiché le attività vitali
degli organismi viventi sono trasformazioni, e quindi strettamente collegate alla attività chimica.
Questa scienza, seppur relativamente giovane, è ormai molto vasta e si è diversificata in molti rami
che si interessano di ambiti specifici. Essi si basano tutti su aspetti comuni e centrali, quali la
conoscenza dell’atomo e dei suoi elettroni, della natura del legame chimico e delle molecole, e
delle leggi che governano le trasformazioni chimiche. Queste nozioni fondamentali di chimica
generale verranno trattate nella parte iniziale del corso. La chimica biologica o biochimica è la
branca di questa scienza più vicina agli interessi di questo corso di laurea di scienze infermieristiche
perché permette la comprensione dei complessi meccanismi biologici. Propedeutica ad essa è la
conoscenza delle basi della chimica organica e delle molecole della vita. Questo sarà affrontato
nella seconda parte del corso, che includerà gli argomenti di base della chimica organica, con la
descrizione e nomenclatura delle principali classi di composti che sono presenti negli organismi
viventi e nell’uomo. Esse sono composte da molecole fatte di atomi di carbonio che portano vari
sostituenti che ne modificano le caratteristiche chimiche. Questi sono detti gruppi funzionali e
saranno analizzati, insieme a molecole più complesse quali gli zuccheri, i lipidi e le molecole
dell’informazione.
Lo studio della chimica oltre alla comprensione delle leggi che governano le reazioni chimiche,
implica familiarità con il linguaggio, le formule e le rappresentazioni di questa disciplina, che
talvolta rappresentano un ostacolo per lo studente. L’uso delle nuove tecnologie in cui la
rappresentazione grafica è più immediata ed interattiva dovrebbe facilitare l’apprendimento della
materia.
Obiettivi generali
L’obiettivo finale del corso è di fornire gli strumenti necessari affinché lo studente sia in grado di
descrivere i principali concetti di chimica e biochimica applicabili ai meccanismi metabolici della
fisiologia umana. Scopo del corso è dotare i discenti della:
• conoscenza dell’atomo e dei principali componenti della tabella periodica,

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• conoscenza delle caratteristiche e delle proprietà del legame chimico dei composti,
inorganici ed organici di interesse biologico,
• descrizione della struttura dei composti inorganici (acidi, basi e sali),
• descrizione della struttura dei composti organici (idrocarburi, composti carbonilici,
alcoli, ammine e composti eterociclici),
• descrizione delle molecole di interesse biologico (lipidi, glucidi, aminoacidi, acidi
nucleici),
• conoscenza dei principi che regolano:
o la reattività dei composti,
o la cinetica delle reazioni chimiche, gli equilibri delle reazioni, nella padronanza dei principi che
regolano gli equilibri in soluzione acquosa, o gli equilibri acido/base (pH, soluzioni tampone) e le
proprietà colligative delle soluzioni, nell’applicazione dei principi della reattività dei composti
inorganici ed organici, con particolare riferimento alle proprietà acido-base delle molecole ed ai
meccanismi di reazione dei composti organici.

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CAPITOLO 1: RICHIAMI DI CHIMICA


La chimica è la scienza che studia la composizione, la struttura e le trasformazioni della materia,
e la cui conoscenza si basa su osservazioni di tipo sperimentale.
MISURE E UNITà DI MISURA
Tutte le grandezze sperimentali devono essere quantificate per mezzo di unità di misura accettate
da convenzioni internazionali.
Possiamo ad esempio stabilire che un farmaco vada somministrato in quantità di milligrammi per
chilogrammo di peso del paziente ogni 8 ore, riferendoci ad unità di misura di massa (grammi) e
di tempo (ore).
Le unità di misura sono molte; alcune di esse come metro, grammo o secondo sono dette
fondamentali e hanno dei campioni di riferimento, altre come litro, Volt o Watt sono dette
derivate e si basano su quelle fondamentali.
Il Sistema Internazionale delle unità di misura (SI)
Il Sistema Internazionale delle unità di misura (SI) è l’insieme delle convenzioni accettate dalla
comunità scientifica. Tale sistema ha la funzione di rendere universali le misurazioni dei sistemi
oggetti di studio.
Le principali unità di misura fondamentali sono:
• il metro (m), unità di misura della lunghezza, 1650763,73 volte la lunghezza d’onda di una
riga dello spettro di emissione del cripton 86,
• il grammo (g), unità di misura della massa,
• il secondo (sec o s), unita di misura del tempo, la durata di 9192631770 cicli di una riga
dello spettro di emissione del cesio 133,
• i gradi Kelvin (K) o Celsius (°C) (la loro grandezza è identica), unità di misura della temperatura –
un grado è 1/273,16 della temperatura del punto triplo dell’acqua, • la mole (mol), unità di misura
della quantità di materia – esprime il numero di Avogadro di atomi (N= 6,022 x 1023), cioè il
numero di atomi di 12 g di Carbonio-12:
• l’ampere (A), unità di misura della corrente elettrica,
• la candela (cd), unità di misura della luminosità.

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GRANDEZZA NOME SIMBOLO

LUNGHEZZA METRO m
MASSA GRAMMO g
TEMPO SECONDO s
CORRENTE ELETTRICA AMPERE A
TEMPERATURA KELVIN K
QUANTITà DI MOLE mol
SOSTANZA
INTENSITÀ LUMINOSA CANDELA cd

Tabella 1: unità di misura fondamentali


UNITà DI MISURA DERIVATE
Dalle unità fondamentali derivano le unità di misura derivate(tabella 2), fra cui:
• la grandezza del volume – litro, derivata dalla lunghezza (1 l = 1 dm3),
• la densità – kg/m3 , derivata dalla massa e lunghezza,
• la misura della forza – il Newton N, derivata dalla massa, lunghezza e tempo
• la potenza – misurata in Watt (W), derivata dalla massa, lunghezza e tempo
• la carica elettrica – misurata in Coulomb (C), derivata dall’unità di misura fondamentale
Ampere
• la differenza di potenziale – misurata in Volt (V), anch’essa derivata dall’Ampere

Multipli e sottomultipli
Il metro ed il chilogrammo sono adeguati per esprimere l’altezza ed il peso di una persona, ma
possono non esserlo per descrivere il raggio della terra (6.288x106 m) o il valore del contenuto
medio di emoglobina per ogni globulo rosso (26-34 x 10-9 g). In molti casi è utile ricorrere a
multipli e sottomultipli che sono definiti da un prefisso posto davanti all’unità stessa (tabella
3). Ogni prefisso corrisponde ad un fattore moltiplicativo che determina di quanto l’unità di
misura debba essere moltiplicata o divisa. Ad esempio il prefisso micro- indica che la unità debba

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essere divisa 1 milione di volte; un globulo rosso che ha un diametro di 7 micrometri (ım) è di
7x10-6 m, ed il prefisso Giga indica un miliardo, così se l’hard disk del mio computer è di 160 Gbit
la sua memoria è di 160x 109 bit.
L’uso dei sottomultipli più piccoli (micro, nano, pico e femto) è particolarmente utile in chimica,
biochimica e biologia dove si descrivono cellule, molecole e atomi. Ad esempio il volume medio
di un globulo rosso ha un valore di circa 90 femto-litri (fl) ovvero in 90x10-15 l.

Composizione della materia


La materia può essere classificata in due categorie principali:
• sostanze pure, costituite da elementi o da composti,
• sostanze non pure: miscele o miscugli
Gli elementi. A livello macroscopico un elemento è una sostanza semplice non decomponibile,
mentre a livello microscopico è costituito da un unico tipo di atomi.
I metalli puri sono degli elementi, come il ferro (Fe), l’argento (Ag), l’oro (Au).
Gli elementi conosciuti sono 114 e non tutti presenti in natura.
I composti: Per composti si intendono delle sostanze costituite da due o più elementi diversi in
proporzioni definite e costanti. Essi sono molecolari se composti da molecole o ionici se composti
da ioni. Gli ioni sono atomi o gruppi di atomi con cariche positive o negative.
Una miscela è fatta da proporzioni variabili di diversi composti. Se è omogenea e fatta da
un’unica fase viene detta soluzione. Se è eterogenea e fatta da fasi distinte, è detta miscuglio (es.:
il latte, la sabbia, il granito). I componenti di una miscela possono essere separati mediante
procedimenti fisici.
Il numero atomico
L’atomo è la più piccola particella di un elemento che ne mantiene le caratteristiche chimiche.
Gli atomi di un elemento sono tutti uguali fra loro, ma differiscono da quelli degli altri elementi.
Ogni elemento ha un numero atomico caratteristico (numero Z), che indica il numero di protoni

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del suo atomo, quindi gli atomi che hanno lo stesso numero di protoni appartengono allo stesso
elemento. Per esempio l’idrogeno (H) ha numero atomico 1, ed ha un protone; l’elio (He), numero
atomico 2, ha due protoni. L’elemento con Z=114 ha 114 protoni. Gli isotopi di un elemento hanno
un diverso numero di neutroni.
L’elettrone
L’elettrone è la prima particella elementare stabile ad essere stata identificata (J.J. Thomson,
1897). Ha una carica elettrica negativa unitaria (1,602´10-19 C) che essendo la più piccola carica
non divisibile conosciuta è considerata la carica elementare (R. Millikan, 1910). L’elettrone ha
una piccola massa (9,109´10-28 g) ed movimento intorno al suo asse (spin). Gli elettroni ruotano
intorno al nucleo dell’atomo in orbitali a cui corrisponde un livello energetico definito, e ne
occupano quasi tutto il volume. Le interazioni elettromagnetiche fra elettroni e la loro relativa
libertà di spostamento nei metalli spiegano la maggior parte dei fenomeni elettrici e chimico-fisici
oggi conosciuti. L'antiparticella dell'elettrone è il positrone, che ha uguale massa ma carica
positiva, ed è instabile.
Il protone
Il protone ha una carica uguale e opposta (positiva) a quella dell'elettrone, ma la sua massa è
molto maggiore (1,672×10-24 g o 1836 volte quella dell' elettrone). E’ stato identificato da E.
Rutherford nel 1920, ed insieme al neutrone è il costituente dei nuclei atomici. Essi hanno delle
masse molto simili, si trovano confinati nello spazio ristretto del nucleo e costituiscono la famiglia
dei nucleoni. Avendo una struttura interna non possono essere considerati particelle "elementari".
L’Atomo nucleare
La maggior parte delle particelle alfa, emesse da fonte radioattiva, attraversa una sottile lamina
d’oro senza modificare la traiettoria e solo alcune vengono deviate o riflesse. Rutherford
interpretò questi dati asserendo che gli atomi sono costituiti da ampi spazi vuoti. Queste
osservazioni portarono alla formulazione del modello dell’atomo nucleare, dove l’atomo è
costituito da un piccola parte centrale compatta detta nucleo, carico positivamente, circondato da
una nuvola di elettroni, carichi negativamente. Dallo studio delle traiettorie delle particelle,
calcolò che le dimensioni di un atomo medio sono di circa 2x10-8 cm, mentre il diametro del
nucleo è di circa di 1 x 10-13 cm. Per rendere l’idea delle dimensioni, se l’atomo avesse un
diametro di 100 km, il nucleo avrebbe un diametro di 50 cm. La maggior parte della massa
dell’atomo (> 99%) è sempre concentrata nel nucleo.
Struttura atomica
I nuclei sono composti di protoni e di neutroni, particelle che vengono dette nucleoni. Il numero

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di protoni nel nucleo di un elemento è detto numero atomico, ed è indicato dalla lettera Z. La
somma del numero di protoni e di neutroni definisce la massa dell’atomo ed è indicato dal
numero di massa rappresentato dalla lettera A. Il numero di massa è sempre un numero intero, e
differisce dalla massa atomica, che è frazionaria (vedi sotto). Un elemento è definito dal numero
di protoni (Z), mentre il numero di neutroni può variare originando vari isotopi. Per esempio,
nell’idrogeno il numero di neutroni può variare fra 0, 1 nel deuterio o 2 nel trizio. Il numero di
neutroni di un atomo si ottiene sottraendo dal valore di A quello di Z. Isotopi diversi di uno
stesso elemento hanno lo stesso numero di protoni, ma differiscono per il numero di neutroni. Il
numero di massa dell’isotopo viene indicato come esponente del simbolo dell’elemento, ad
esempio, l’isotopo 12 del carbonio (composto da 6 protoni e da 6 neutroni) viene rappresentato
come 12C.
Massa atomica
Gli atomi sono molto piccoli, ed anche la loro massa è molto piccola, per esempio quella
dell’atomo d’idrogeno è di 1,673 x 10-24 g. Per rendere più maneggevoli le misurazioni sulle masse
degli atomi è stato scelto come riferimento il carbonio 12C e si è stabilito che 1/12 della sua massa
è un’unità di massa atomica (uma). La maggior parte degli elementi è fatta da due o più isotopi e
solo 22 dei 92 elementi in natura non hanno isotopi. L’idrogeno ha 3 isotopi, l’ossigeno 3, il
carbonio 2 e lo stagno 10. La percentuale di ogni isotopo in dato elemento è costante
indipendentemente dal luogo da cui l’elemento è stato prelevato. Il cloro è formato per il 75,23%
dall’isotopo 35 e per il 24,47 % dall’isotopo 37; l’ossigeno per 99,76% dall’isotopo 16, per lo 0,04%
dall’isotopo 17 e per lo 0,20% dall’isotopo 18. Le percentuali dei vari isotopi influiscono sul
calcolo delle masse atomiche degli elementi. La massa atomica riportata per ogni elemento è una
media pesata che tiene conto delle quantità relative dei vari isotopi naturali.
Per esempio la massa atomica del cloro è:
(35 x 75,23 + 37 x 24,47) / 100 = 35,45.
Le masse degli atomi possono essere calcolate sperimentalmente mediante la spettrometria di
massa.
Teoria atomica
Nel 1913 Neils Bohr ipotizzò che gli elettroni girassero intorno al nucleo centrale dell’atomo in
orbite circolari definite. Nell’atomo di idrogeno, l’elettrone, che è singolo, può occupare orbite
che hanno dei livelli energetici ben definiti e misurabili, come illustrato nella figura. L’energia
dell’elettrone è quindi quantizzata e quando esso occupa l’orbita con energia più bassa, la più
vicina al nucleo, esso si trova nel suo stato fondamentale. Somministrando energia all’atomo,

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l’elettrone passa ad un livello energetico superiore ed entra in uno stato eccitato. L’elettrone che
torna allo stato energetico fondamentale emette l’energia acquisita sottoforma di radiazioni
luminose. L’atomo di Bohr mostra che gli elettroni possono stare in livelli energetici discreti e
misurabili, e spiega molte proprietà dell’atomo d’idrogeno. Per gli atomi con molti elettroni è
stato necessario formulare nuove teorie.
L’atomo quanto-meccanico
De Broglie nel 1924 mostrò che l’elettrone aveva delle proprietà, tipiche delle onde
elettromagnetiche. Heisenberg formulò il principio d’indeterminazione che asserisce che tanto
più precisamente si conosce la posizione di un elettrone tanto meno se ne conosce la velocità, e
viceversa. Ne consegue che non si può sapere dove è localizzato un elettrone, ma solo dove è
probabile che esso sia localizzato. Su queste basi fu elaborata la teoria dell’atomo
quantomeccanico che descrive la proprietà degli atomi complessi con più elettroni. L’energia degli
elettroni è sempre quantizzata in livelli energetici definiti. Essi sono confinati in alcune regioni
dello spazio attorno al nucleo detti orbitali che, diversamente dalla orbite, non sono planari ma
tridimensionali, e sono descritte come volumi di probabilità risultanti dalle soluzioni delle
equazioni di Shrödinger. Questi orbitali sono definiti da tre numeri quantici.
Numeri quantici ed orbitali (I)
I livelli energetici in cui gli elettroni si possono posizionare sono definiti dal numero quantico
principale (n) che può assumere solo valori interi positivi 1, 2, 3….7. Il livello energetico
aumenta con l’aumentare del numero quantico principale. All’interno di un livello ci possono
essere vari orbitali con forme diverse, definiti dal numero quantico secondario o azimutale (l) che
ha valori interi compresi tra 0 ed n-1. L’orientamento spaziale degli orbitali è definito da un terzo
numero quantico magnetico (m) che assume valori interi da –l a +l. L’elettrone è in grado di
ruotare sul proprio asse e di poter generare un momento angolare magnetico. Questo può
essere definito nel quarto numero quantico o numero quantico di spin (ms) che può assumere i
valori di +1/2 e –1/2. Nella teoria quantomeccanica le equazioni di Shrödinger sono dette
funzioni d’onda e determinano la probabilità nello spazio di trovare l’elettrone.
Orbitali atomici
Le soluzioni delle funzioni d’onda dalle equazioni di Shrödiger determinano la probabilità che un
elettrone possa trovarsi in una determinata regione dello spazio circondante il nucleo, definita
come orbitale atomico, con una forma dipendente dalla propria energia definita dai numeri
quantici. Il numero quantico principale n definisce la quasi totalità dell’energia dell’orbitale e la
sua grandezza, il numero quantico azimutale l definisce parte dell’energia dell’orbitale e la sua

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forma, il numero quantico magnetico m definisce l’orientazione dello spazio dell’orbitale, il


numero quantico di spin ms è una caratteristica intrinseca dell’elettrone e può essere rigidamente
“spin in su” +1/2 o “spin in giù” –1/2.
Orbitali nei primi tre livelli
I chimici preferiscono usare dei termini spettroscopici per definire gli orbitali, usando lettere
dell’alfabeto. Nel primo livello o shell, esiste un solo tipo di orbitale con l=0 chiamato s (sferico).
Nel secondo livello possono esistere due tipi di orbitali con l=0 ed l=1, denominati s e p. Gli
orbitali p hanno tre orientamenti spaziali (m= -1, 0, +1) che corrispondono alle tre assi cartesiane.
Nel terzo livello esistono tre tipi di orbitali: s, p e d. Gli orbitali d hanno 5 diversi orientazioni
spaziali.
Forme degli orbitali
Per visualizzare un orbitale si possono usare le superfici limite entro cui l’elettrone passa il 90%
del tempo oppure si può utilizzare la rappresentazione della distribuzione a punti. Entrambe
vogliono mostrare la nube elettronica.
Orbitali s
La diapositiva mostra la forma sferica degli orbitali s. Quelli nel primo livello sono più piccoli di
quelli del secondo livello e così via.
Orbitali p
La diapositiva mostra la forma bilobata dei tre possibili orbitali p, che cavalcano i tre assi
cartesiani x, y e z.
Orbitali d
La figura mostra la forma dei 5 orbitali d: tre di loro sono disposti sui piani xy, xz e yz, uno
sull’asse z (z2), ed uno a cavallo degli assi x ed y (x2y2).
La tavola periodica degli elementi
Nella tavola periodica ogni elemento ha una localizzazione precisa in relazione alle sue
caratteristiche chimico-fisiche.
Riempimento degli orbitali
Per comprendere la tavola periodica, occorre ricordare che il comportamento chimico di un
atomo è collegato al numero e all’orientamento spaziale dei suoi elettroni, e quindi al
riempimento degli orbitali disponibili. Quelli a più bassa energia sono riempiti prima, ma il loro
livello di energia dipende anche dalla presenza o assenza di elettroni.
Per esempio nell’atomo d’idrogeno, dove esiste un solo elettrone, il livello energetico degli
orbitali dipende solo dal numero quantico principale ; quindi, gli orbitali appartenenti allo stesso

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sottolivello sono tutti isoenergetici .


Negli atomi con più elettroni le repulsioni elettrostatiche fra elettronici loro, e l’effetto della
densità della carica nucleare sugli stessi, fa sì che all’interno di uno stesso livello gli orbitali s
(più simmetrici) abbiano un livello energetico inferiore rispetto a quelli p, e a quelli d. Negli atomi
con tanti elettroni l’ordine dei livelli energetici degli orbitali è:
1s<2s<2p<3s<3p<4s<3d<4p<5s<4d<5p.
Questo permette di prevedere quale è la distribuzione degli elettroni negli orbitali di un atomo nel
suo stato fondamentale, cioè nelle condizioni di minor energia.
Il principio di esclusione di Pauli
Secondo il principio di esclusione di Pauli, in ogni orbitale possono coesistere solamente 2
elettroni contraddistinti da numero quantico di spin ms opposto. I due elettroni che occupano lo
stesso orbitale formano un doppietto. La disposizione degli elettroni può essere determinata
sperimentalmente dal campo magnetico degli atomi.
AUFBAU (costruzione)
La regola di Hund prevede che gli orbitali isoenergetici siano inizialmente occupati da un solo
elettrone, e riempiti dal secondo solo dopo che gli orbitali siano stati tutti popolati. Con queste
regole si può procedere alla costruzione (aufbau) della struttura elettronica di un atomo di cui si
conosce il numero di elettroni.
Gli elettroni che si trovano nell’ultimo livello energetico, generalmente incompleto, sono detti
elettroni di valenza e possono essere scambiati o condivisi nelle reazioni chimiche.
Gli elettroni di valenza conferiscono le principali caratteristiche di reattività ad un elemento.
La configurazione elettronica degli elementi
Conoscendo il livello energetico ed il numero di elettroni che possono essere ospitati in un
sottolivello, possiamo facilmente descrivere la configurazione elettronica degli elementi.
Un sottolivello s può accogliere fino a 2 elettroni, un sottolivello p fino a 6 elettroni, un
sottolivello d fino a 10 elettroni ed un sottolivello f fino a 14 elettroni.
E’ possibile descrivere la struttura elettronica di un elemento applicando il principio di
esclusione di Pauli e la regola di Hund usando la Aufbau. Il livello energetico ad energia più
bassa viene occupato per primo; al suo interno si riempiono prima i sottolivelli ad energia più
bassa per poi passare al sottolivello successivo.
Modi di rappresentazione delle configurazioni elettroniche
La configurazione elettronica di un atomo può essere rappresentata graficamente indicando ogni
orbitale con una casella ed ogni elettrone con una freccia o pallina.

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Più semplicemente si può indicare in apice il numero di elettroni contenuti in ogni tipo di orbitale.
Per esempio, un orbitale 2p che contiene 6 elettroni è indicato come 2p6 .
Il gas nobile Neon (Ne), ha numero atomico 10, ed ha quindi 10 elettroni nel suo stato
fondamentale, la sua configurazione elettronica sarà:
1s2 2s2 2p6 nella quale tutti gli orbitali del primo (1s) e secondo livello (2s e 2p) sono completi di
elettroni. Il fosforo (P), ha numero atomico 15, e la sua configurazione elettronica sarà:
1s2 2s2 2p6 3s2 3p3. Esso ha 5 elettroni più del Neon che sono negli orbitali di valenza. La
struttura può essere quindi indicata più semplicemente con [Ne] 3s2 3p3, cioè la struttura
elettronica del gas nobile Neon, con in più gli elettroni di valenza 3s2 3p3.
Tavola periodica
Nel corso del 1800 i chimici scoprirono rapidamente molti elementi dei quali calcolarono il peso
atomico e distinsero le proprietà chimiche. Queste mostravano una certa ripetitività che permise di
raggruppare gli elementi. Nel 1869 il chimico russo Dimitri Mendeleev contemporaneamente ma
indipendentemente da altri ricercatori, propose una tavola in cui “gli elementi, se ordinati secondo
i loro pesi atomici, mostrano chiaramente proprietà periodiche… e che è il valore del peso atomico
che determina le caratteristiche peculiari dei vari elementi”. Questo primo enunciato è stato
successivamente corretto dalla legge periodica in cui “Le proprietà degli elementi sono una
funzione dei loro numeri atomici”. Mendeleev riuscì a predire l’esistenza di molti elementi non
ancora scoperti e assegnò loro nomi fittizi poi sostituiti da quelli odierni Dimitrij Mendeleev (1834-
1907) chimico russo il cui nome è legato al sistema periodico degli elementi da lui proposto tra il
1869 e il 1871. Formulò con chiarezza la dipendenza delle proprietà chimiche dal peso atomico, ed
avanzò l’ipotesi, rivelatasi poi corretta, che le irregolarità della periodicità fosse dovuta a elementi
non ancora identificati di cui predisse, le proprietà.
Le parti della tavola periodica
Gli elementi hanno un’ubicazione specifica nella tavola periodica che dipende principalmente dagli
elettroni esterni, o di valenza. Essi possono essere divisi in blocchi:
• gli elementi con elettroni di valenza nel sottolivello s - cioè con configurazione elettronica
ns1 o ns2 - vengono raggruppati nel blocco s;
• gli elementi con elettroni di valenza nel sottolivello p e con configurazione elettronica
compresa fra np1 ed np6 sono tutti raccolti nel blocco p;
• gli elementi che riempiono con i propri elettroni il sottolivello d, si possono raggruppare
nel blocco d e vengono chiamati metalli di transizione;
• gli elementi appartenenti al blocco f vengono chiamati metalli a transizione interna o

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terre rare; all’interno del blocco f, gli elementi che riempiono il sottolivello 4f vengono
chiamati lantanidi, mentre quelli che riempiono il sottolivello 5f prendono il nome di
attinidi.
Per comodità, nella tabella gli elementi del blocco f sono spostati sotto quelli del blocco d.
Tavola periodica i gruppi ed i periodi
Gli elementi che occupano una colonna della tavola periodica formano un gruppo e hanno in
comune lo stesso numero di elettroni di valenza. Per esempio gli elementi del gruppo 1A hanno
tutti un elettrone nell’orbitale s, hanno comportamento chimico molto simile, e sono detti metalli
alcalini. Quelli del gruppo 2A, hanno due elettroni negli orbitali s, e sono detti metalli alcalino
terrosi. Quelli del gruppo 7A hanno 5 elettroni negli orbitali p, e sono detti alogeni. Quelli del
gruppo 8A hanno gli orbitali s e p completi di elettroni, hanno una bassissima reattività chimica e
sono detti gas nobili.
Gli elementi situati in una riga appartengono allo stesso periodo e hanno gli elettroni di valenza
in orbitali dello stesso livello. La tabella separa anche diagonalmente gli elementi come i metalli
(a sinistra), i non metalli ( a destra) e i metalloidi (tra i due). Questa classificazione si basa
principalmente sulla capacità degli atomi di assumere cariche positive (metalli) o negative
(nonmetalli).
Le proprietà periodiche: la dimensione degli atomi
Alcune proprietà degli atomi variano con periodicità all’interno dei gruppi e dei periodi,
una di queste è la dimensione dell’atomo.
All’interno di uno stesso gruppo, gli atomi più in basso hanno un nucleo più grande ed un
maggior numero di elettroni, per questo sono più grandi.
All’interno del periodo, spostandosi verso destra, il nucleo diventa più grosso con una maggiore
densità di carica elettrica, attraendo più fortemente gli elettroni e causando una contrazione della
dimensione dell’atomo.
Ne consegue che nella tabella, gli atomi degli elementi in basso a sinistra sono i più grandi, e
quelli in alto a destra sono i più piccoli.
L’energia di ionizzazione
Una proprietà importante degli atomi è la capacità di cedere elettroni ed acquisire una carica
positiva, questa contraddistingue la reattività dell’elemento ed è tipica dei metalli.
La quantità di energia richiesta per strappare un elettrone ad un atomo neutro o gassoso di un
dato elemento prende il nome di energia di prima ionizzazione. Il procedimento avviene
bombardando un atomo gassoso con un fascio di elettroni: se il fascio ha la giusta energia riesce a

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strappare un elettrone dal livello energetico più esterno e a formare uno ione positivo di carica
unitaria detto catione, attraverso l’equazione:
Elem + energia _ Elem+ + e-
Il grafico mostra che le energie di prima ionizzazione aumentano e calano periodicamente
all’aumentare del numero atomico degli elementi. In particolare, hanno un massimo in
corrispondenza dei gas nobili ed un minimo in corrispondenza dei metalli alcalini. Le energie
tendono a diminuire nel gruppo dall’alto verso il basso ed ad aumentare all’interno del periodo da
destra verso sinistra. Questo è spiegato dal fatto che all’interno di un periodo la carica nucleare
relativa aumenta e quindi gli elettroni sono più attratti. Negli atomi più pesanti invece (nella parte
bassa della tabella), gli elettroni sono più distanti dal nucleo, meno attratti e quindi occorre meno
energia per allontanarli.
L’affinità elettronica
Alcuni atomi, come quelli non-metallici, tendono ad acquistare spontaneamente un elettrone per
formare uno ione carico negativamente, ovvero un anione. Per alcuni atomi il processo è
spontaneo ed esotermico, ovvero l’atomo prendendo un elettrone e caricandosi negativamente
libera energia.
Viene definita affinità elettronica l’energia liberata da una mole di atomi che, alla temperatura di 0
k°, acquista una mole di elettroni secondo l’equazione:
Elem + e- _ Elem- + energia
Alcuni atomi tendono ad acquistare spontaneamente un elettrone liberando energia e portandosi
in una conformazione elettronica più stabile, formando ioni carichi negativamente. Essi sono
principalmente gli alogeni fluoro F, cloro Cl, Bromo Br e iodio I, che hanno una configurazione
elettronica s2p5. L’acquisto di un elettrone permette loro di raggiungere la configurazione s2p6,
tipica dei gas nobili, cioè la più stabile.
La maggior parte degli atomi non acquisisce spontaneamente elettroni ed hanno valori negativi
di affinità elettronica che variano in funzione della loro posizione nella tabella periodica.
L’elettronegatività
Alti valori di potenziale di prima ionizzazione indicano una bassa propensione dell’atomo a
rilasciare elettroni, mentre un alto valore di affinità elettronica indica una alta propensione ad
acquisire elettroni. I due parametri indicano quindi quanto un atomo ha affinità per gli elettroni ma
con applicazioni ad atomi diversi: il potenziale di ionizzazione ai metalli, l’affinità elettronica ai
non metalli.

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Per questo è stato inserito un nuovo parametro, chiamato elettronegatività, il quale viene applicato
a tutti gli atomi e che fornisce un indice dell’affinità dell’atomo per gli elettroni. La scala relativa di
elettronegatività è stata proposta da Linus Pauling, e varia costantemente dal valore di 1 del Litio
(gruppo 1A) al valore di 4 del Fluoro (gruppo 7A). Questa proprietà, all’interno di un gruppo della
tavola periodica, diminuisce con l’aumentare delle dimensioni dell’atomo e quindi dall’alto verso il
basso. Nel periodo aumenta da sinistra verso destra. Gli elementi di piccole dimensioni, che
risentono meno dell’effetto schermo, hanno elettronegatività più elevata. Gli elementi di
transizione in genere hanno elettronegatività inferiore ai non metalli. Gli elementi situati nella
tavola periodica in alto a destra sono i più elettronegativi. Questa proprietà è fondamentale nel
determinare il tipo di legame che si instaura fra gli atomi e la distribuzione degli elettroni
all’interno delle molecole.
Metalli e non metalli
Nella tavola periodica una linea obliqua divide i metalli (a destra) dai non metalli (a sinistra). I
metalli rappresentano i ¾ di tutti gli elementi, hanno basso potenziale di ionizzazione, trascurabile
affinità elettronica e bassa elettronegatività. Questi elementi sono solitamente solidi (eccetto il
mercurio), lucenti, duttili e malleabili, perché uniti dal legame metallico. In questo particolare
tipo di legame, i cationi degli atomi sono immersi in un mare di elettroni i quali, avendo alta
mobilità, permettono a questi elementi di essere dei buoni conduttori di corrente elettrica e di
calore. Gli atomi dei metalli, quando uniti ad altri elementi, formano legami ionici.
I non metalli hanno alti potenziali di ionizzazione, alta affinità elettronica ed elevata
elettronegatività. Possono essere solidi, liquidi (il bromo Br) o gassosi. I solidi sono opachi e friabili
e non sono buoni conduttori di elettricità. I semimetalli o metalloidi sono elementi che
hanno alcune caratteristiche sia dei metalli che dei non-metalli.
i Gruppi del blocco s
Gruppo IA (metalli alcalini)
Metalli teneri e lucenti, sono estremamente reattivi, tendono a cedere un elettrone. In biologia e
in medicina sono particolarmente importanti il sodio (Na) ed il potassio (K).
Gruppo IIA (metalli alcalino-terrosi). Sono altamente reattivi, ma meno degli elementi
appartenenti al gruppo I. In biologia e medicina sono importanti sopratutti il calcio (Ca) ed il
magnesio (Mg).
Blocco p
Gruppo IIIA
Gruppo formato da metalli e non metalli, i più comuni sono il boro (B) e l’alluminio (Al).

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Gruppo IVA
Entrano in questo gruppo alcuni metalli ed alcuni non metalli. Il carbonio (C) importantissimo
per i gli esseri viventi e il silicio (Si) inserito in molte rocce. Molto comuni sono anche lo stagno
(Sn) e il piombo (Pb).
Gruppo VA
Gruppo che contiene metalli e non metalli. Molto importanti per le scienze bio-mediche sono
l’azoto (N) ed il fosforo (P).
Gruppo VIA
Questo è il gruppo dell’ossigeno (O), importantissimo per la respirazione e per i suoi composti (per
esempio l’acqua). L’altro non metallo, lo zolfo (S) è inserito in moltissime bio-molecole fra cui gli
aminoacidi solforati.
Gruppo VIIA
Gruppo degli elementi chiamati alogeni che significa formatori di sali. Questi elementi reagiscono
con i metalli per formare sali; il cloro (Cl) entra nella composizione del sale da cucina (NaCl).
Molto importanti sono anche il fluoro (F), il bromo (Br) e lo iodio (I).
Gruppo VIIIA
E’ il gruppo dei gas nobili, composti pressoché inerti. Ad esso appartengono il Neon (Ne), il radon
(Rn).
Blocco d
Gli elementi del blocco d sono i metalli di transizione. Quelli che si trovano a destra, come il rame
e l'oro, sono meno reattivi. Le proprietà degli elementi del blocco d sono intermedie, o di
transizione, tra quelle degli elementi del blocco s e quelle degli elementi del blocco p; da qui
l'origine del loro nome comune: «metalli di transizione». Molti di essi presentano la capacità di
formare più cationi di carica differente.
Ad esempio: il ferro, forma ioni ferro(II) e ferro (III), o il rame forma ioni rame(I) e rame(II).
Alcuni di essi fungono da trasportatori di elettroni nelle cellule, grazie alla facilità con cui si
ossidano e si riducono.
Blocco f
Gli elementi del blocco f sono rari, e sono infatti erano indicati come terre rare. Essi sono metalli
con caratteristiche chimiche simili, e non hanno un ruolo importante in biologia.
Il legame chimico

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La maggior parte degli elementi non è presente in natura sotto forma di atomi separati, ma di
atomi uniti gli uni agli altri. Le interazioni che determinano quest’unione sono chiamate legami
chimici.
Il legame chimico è il risultato delle interazioni che coinvolgono gli elettroni del guscio più
esterno degli atomi, gli elettroni di valenza. Il livello energetico occupato dagli elettroni di
valenza è il guscio di valenza. Quando questo è saturo d’elettroni l’atomo mostra una particolare
inerzia chimica, come succede nei gas nobili. Da queste osservazioni è nata la teoria di Lewis, la
quale sostiene che gli atomi tendono a formare legami con lo scopo di riempire con 8 elettroni il
guscio di valenza (regola dell’ottetto). Ogni atomo ha un limite nella valenza che è imposto dalle
sue caratteristiche elettroniche. Per esempio l’idrogeno, che ha un solo elettrone nel guscio di
valenza, si può combinare con un solo atomo. Ogni atomo ha dei valori caratteristici di valenza a
seconda della capacità di formare uno, due, tre o più legami (fino ad un massimo di sette legami), e
sarà quindi monovalente, bivalente, trivalente o eptavalente. Un atomo può completare il guscio
in due modi estremi:
• scambiando gli elettroni (legame ionico),
• mettendo gli elettroni in compartecipazione (legame covalente).
Simbolo elettrone puntino
Un buon modo per rappresentare gli atomi è di evidenziare gli elettroni di valenza con dei puntini
(se sono affiancati essi occupano lo stesso orbitale), ed il doppietto di elettroni può essere indicato
da un trattino. La convenzione è chiamata simbolo elettrone puntino. Questo mette in evidenza ad
esempio che il potassio (K) ha un solo elettrone di valenza, mentre il cloro ne ha 7. Infatti, il
potassio ha un elettrone in più del gas nobile argon, mentre il cloro ne ha uno in meno. Quindi, se
il potassio cede un elettrone al cloro, entrambi raggiungono l’ottetto dell’argon, cioè una
configurazione elettronica particolarmente stabile.
Come si formano gli ioni
Con la cessione di un elettrone il potassio assume una carica positiva (catione), ed inoltre, poiché
l’elettrone che cede è il più esterno e meno trattenuto dal nucleo, l’atomo diventa notevolmente
più piccolo (vedi animazione). Il cloro aggiunge un elettrone nel suo guscio di valenza, esso
conferisce una carica negativa (anione), ed essendo poco trattenuto dal nucleo, ne aumenta la
dimensione. Ne consegue che la struttura elettronica degli ioni è diversa da quella degli atomi allo
stato fondamentale, e che gli anioni hanno sempre dimensioni maggiori dei cationi. La potenzialità
di un elemento di cedere elettroni e diventare un catione dipende dal suo potenziale di

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ionizzazione, mentre la potenzialità di accettare elettroni e formare anioni dipende dall’affinità


elettronica.
Il legame ionico
In seguito al trasferimento dell’elettrone dal K al Cl i due atomi assumono una carica elettrostatica
opposta. L’attrazione che ne risulta è responsabile del legame ionico. Nei composti in cui sono
presenti questi legami (composti ionici) non esistono specie definibili come molecole, per esempio
nel cloruro di potassio ogni anione è circondato da 6 cationi, e viceversa. Il composto è
rappresentato dalla formula KCl che indica il rapporto tra i due elementi. Quindi KCl è una
formula e non una molecola. I composti con legami ionici sono tipicamente dei solidi cristallini
che si fondono solo ad alte temperature e conducono la corrente. Un esempio è il sale da cucina, o
cloruro di sodio (NaCl), in cui i due ioni sono strettamente impaccati in un reticolo cristallino.
Formazione del legame ionico
Per la formazione del legame ionico è necessario fornire ad un atomo (es. K) l’energia per togliere
un elettrone e trasformarlo in catione. Questa energia è misurata dal potenziale di ionizzazione.
Inoltre, occorre che un altro atomo (es. Cl) assuma un elettrone, liberando così energia. Questa è
misurata dall’affinità elettronica, ed è minore di quella richiesta per la formazione del catione.
L’energia mancante per la formazione del legame viene dall’impaccamento degli ioni nel reticolo
cristallino, detta energia reticolare. Quindi, non è immediato prevedere attraverso quali parametri
si formerà un legame ionico tra due atomi.
Fattori che favoriscono il legame ionico
Per la formazione del legame ionico occorrono due partner con caratteristiche opposte: uno che
rilasci facilmente gli elettroni, e quindi con basso potenziale di ionizzazione, e l’altro che assuma
facilmente gli elettroni, e quindi con alta affinità elettronica. L’elettronegatività è il parametro
che meglio indica la tendenza di un atomo ad attrarre gli elettroni. Tanto maggiore è la differenza
di
elettronegatività tra i due atomi, tanto più facilmente gli elettroni verranno trasferiti. Di fatto,
quando la differenza d’elettronegatività fra due elementi è maggiore di 1,7 – 2,0 essi
interagiscono con la formazione di legami ionici.
Nella tabella periodica l’elettronegatività ha un massimo in alto a destra nell’atomo di fluoro
(valore uguale a 4), ed un minimo in basso a sinistra col cesio (valore uguale a 0.7). Quindi in
genere un legame ionico si instaura tra i metalli del blocco s, ed i non-metalli con alta
elettronegatività, quali gli alogeni, l’ossigeno o l’azoto.
Formazione del covalente H-H

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Un altro modo per raggiungere una configurazione elettronica stabile è di mettere in


compartecipazione gli elettroni. L’idrogeno è l’esempio più semplice: ogni atomo contiene un
elettrone ma per ottenere una configurazione stabile, nello strato di valenza devono esserne
presenti due. Ciò è ottenuto attraverso l’appaiamento degli elettroni di due atomi, i quali si
orientano con spin opposto e vanno ad occupare un nuovo orbitale completo che infine unisce i
due atomi. In questa maniera si è formato un legame covalente in cui i due atomi sono fisicamente
legati a formare una molecola. Infatti, l’idrogeno si trova in natura come molecola H2 composta di
due atomi. Un esempio un po’ più complesso è dato dal cloro: ogni atomo ha 7 elettroni di valenza
e ne manca uno per raggiungere l’ottetto. Due atomi possono mettere in comune un elettrone
raggiungendo entrambi l’ottetto, con un doppietto elettronico in comune. Si forma così la molecola
Cl2. In questi due esempi gli atomi uniti dal legame covalente sono uguali, vale a dire hanno la
stessa tendenza ad attrarre gli elettroni di legame, e perciò hanno la stessa elettronegatività.
Quindi in queste molecole gli elettroni di legame sono in completa compartecipazione tra i due
atomi, senza spostarsi prevalentemente sull’uno o sull’altro.
Rottura ed energia del legame covalente
Un aspetto importante per comprendere la stabilità delle molecole è la misura della forza con cui
gli atomi sono legati. Quando due atomi interagiscono esistono almeno due componenti
energetiche: tanto più gli atomi si avvicinano, tanto più sarà facile la messa in compartecipazione
degli elettroni di valenza, e quindi l’energia del sistema diminuisce. Ma quando gli atomi si
avvicinano oltre un certo limite, essi tenderanno a repellersi. Questo avviene perché essi hanno la
stessa carica elettrostatica positiva, e la repulsione aumenterà all’avvicinarsi degli atomi. Dalla
composizione di queste due forze, attrattiva da parte degli elettroni di legame e repulsiva da
parte degli atomi, si può ottenere il grafico che mostra come per ogni tipo di legame esista una
distanza dove l’energia del sistema è minima. Questa è la distanza di legame, la quale dipende da
diversi fattori, tra cui la dimensione degli atomi stessi. A questa distanza è associata un’ energia,
definita energia di legame. La metodologia più semplice per misurare tale energia è quella di
allontanare gli atomi ad una distanza tale per cui essi non si attraggono più. L’energia necessaria
per compiere quest’operazione è l’energia di legame.
Nella diapositiva viene mostrato il grafico ottenuto diagrammando l’energia di legame di due
atomi di H in funzione della distanza dei loro nuclei. Quando i due nuclei si trovano alla distanza di
0,074 nm, si ha un minimo di energia pari a –436kJ mol-1. A distanza minore i due nuclei tendono
a respingersi, mentre a distanza superiore tendono ad attrarsi. Alla distanza di 0,074 nm si instaura
l’equilibrio.

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L’orbitale 1s dell’atomo d’idrogeno ha un diametro di 0,053 nm e la distanza fra i due nuclei nella
molecola H2 è di 0,074 nm. Quindi i due orbitali 1s si compenetrano ed ha luogo una ricopertura
con densità di carica negativa che fa da legante.
L’energia di 436 kJ mol-1 è l’energia necessaria per rompere il legame fra i due atomi d’idrogeno.
Parametri del legame covalente
Per ogni tipo di legame covalente è possibile misurarne l’energia. La tabella mostra alcuni di
questi valori, per esempio quella del legame H-H è di 436 kJ/mol, mentre quella del legame Cl-Cl è
di 242 kJ/mol. Quindi il legame della molecola H2 è più forte di quello della molecola Cl2. La
tabella mette anche in evidenza la presenza di molecole biatomiche, cioè composte da atomi
diversi. Per esempio idrogeno e cloro possono creare un legame covalente e generare la molecola
HCl (acido cloridrico). Anche per questo tipo di legame possiamo calcolare la forza, che risulta
essere intermedia ai legami Cl-Cl e H-H. Va notato, inoltre, che il legame con maggiore energia, e
quindi più forte, è quello della molecola CO (monossido di carbonio) che unisce un ossigeno ad un
carbonio.
I legami covalenti sono rappresentati da un trattino che unisce gli atomi. Il trattino ricorda inoltre
che il legame è fatto da un doppietto di elettroni. La tabella mostra anche come alcuni atomi
possono creare più di un legame. Per esempio un atomo di carbonio può legare un altro atomo di
carbonio con un singolo legame (un trattino) due legami (due trattini) o tre legami. L’energia dei
legami aumenta con il numero di legami, e passa da 348 a 612 a 837 kJ/mol. Questi esempi
illustrano come la forza del legame covalente dipenda principalmente da due fattori:
• i tipi di atomi che vengono coinvolti,
• l’ordine di legame, cioè se esso è singolo, doppio o triplo.
L’energia di legame viene misurata con l’energia che è necessario somministrare per rompere il
legame stesso. Per quanto riguarda i legami covalenti puri, cioè quei legami in cui non è presente
una componente elettrostatica, l’energia è data dalla media geometrica dell’energia di legame; per
una molecola A-B l’energia di legame può essere calcolata come la media geometrica delle energia
di legame delle molecole biatomiche A-A e B-B. Per i legami covalenti polari, e cioè quei legami in
cui è presente una componente elettrostatica, bisogna considerare le differenze di
elettronegatività che generano un aumento dell’energia necessaria per rompere il legame. Nella
diapositiva sono riportati alcuni legami e le loro energie.
Lunghezza del legame
La tabella mostra che aumentando l’ordine di legame, cioè considerando i legami singoli, doppi e
tripli, la lunghezza del legame diminuisce. Per esempio nel legame C-C la distanza è di 154, 134 e

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120 picometri (10-12 m) nelle tre tipologie di legami. Quindi aumentando l’ordine di legame,
aumenta l’energia e diminuisce la lunghezza. Questo è comprensibile visto che, aumentando
l’ordine del legame, aumentano gli elettroni messi in compartecipazione e quindi aumentano
anche le forze attrattive tra i due atomi. La misura dell'energia di un dato legame può essere
relativamente facile se le molecole sono piccole, come quelle biatomiche, ma in molecole grandi
con tanti legami diversi può diventare molto complicata. Invece la misura della distanza di
legame tra due atomi, in una molecola anche complessa, è relativamente facile attraverso l’uso
delle tecnologie odierne: consiste nella misura della distanza tra i due nuclei, che sono molto
densi e visibili con alcune tecniche spettroscopiche quali la diffrazione ai raggi X. Ne consegue che
dalla misura della lunghezza di legame si può ottenere una buona stima sia dell’ordine di legame
sia della sua forza. Un esempio importante è quello del benzene (vedi tabella), in cui la distanza di
legame tra due atomi di carbonio è intermedia tra quella tipica del legame singolo e quella del
legame doppio. Infatti, anche dal punto di vista elettronico tale legame è intermedio tra quello
singolo e quello doppio.
Momenti dipolari nel legame covalente
Nelle molecole diatomiche, cioè quelle costituite da atomi uguali (come H2 o Cl2), gli elettroni di
legame sono ugualmente attratti dai due atomi e quindi non vi è una separazione di cariche.
Questo è detto legame covalente puro. Se la differenza di elettronegatività tra i due atomi è bassa,
per esempio inferiore a 0.4, la separazione di cariche è minima e si può ancora parlare di legame
covalente puro. Questo si applica al legame C-H, che è molto comune nelle molecole organiche. Il
carbonio ha elettronegatività di 2.5 e l’idrogeno di 2.1, quindi il loro legame può definirsi
covalente puro. In molti altri casi la differenza di elettronegatività tra i due atomi è maggiore di
0.4, come per esempio nell’acido cloridrico. In questi casi gli elettroni di legame sono più
fortemente attratti dall’atomo con l’ettronegatività maggiore. Lo spostamento degli elettroni porta
una carica parziale negativa sull’atomo più elettronegativo e determina una carica parzialmente
positiva sull’atomo partner. Tanto più alta è la differenza di elettronegatività tanto maggiore sarà
la separazione delle cariche fino al punto che, per valori > di 1.7-2.0 gli elettroni passano
dall’atomo meno elettronegativo a quello più elettronegativo, con la formazione di un legame
ionico. Quindi il legame covalente tra atomi con differenza di elettronegatività tra 0-4 e 1.7 porta
ad una separazione delle cariche elettrostatiche, ed è definito covalente polare. Esiste quindi un
continuo tra il legame covalente puro ed il legame ionico che dipende dalla differenza di
elettronegatività. Nel legame covalente polare si ha una separazione di cariche elettrostatiche che

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produce un dipolo elettrico, e questo può determinare le caratteristiche della molecola cui il
legame appartiene.
Legame covalente o legame ionico
Due atomi possono interagire formando legami ionici o covalenti. Quelli covalenti sono formati
dalla compartecipazione di uno o più elettroni, i quali possono essere forniti da entrambi gli atomi
o da uno solo di essi. Questo porta alla formazione di molecole, in cui gli atomi sono fisicamente
legati ed in posizioni ben definite. Questo si forma quando la differenza di elettronegatività tra gli
atomi è bassa, ed inferiore a 1.7-2.0. Se questa è maggiore si ha la formazione del legame ionico
in cui gli atomi sono attratti reciprocamente e non formano molecole ma formule, e danno origine
a composti ionici. Al legame ionico partecipano gli elementi del gruppo s, che hanno
elettronegatività bassa, mentre il legame covalente si forma tra i non-metalli.
Regola dell’ottetto
La regola dell’ottetto è importante per prevedere in che maniera vengono formate le molecole.
Essa si applica particolarmente bene agli elementi del secondo periodo, che sono i più
importanti
per la formazione delle molecole di interesse biologico. Il posizionamento di otto elettroni s2p6 è
una configurazione di grande stabilità, cioè a basso contenuto di energia. Essa viene soddisfatta nei
gas nobili, i quali sono elementi molto stabili e poco reattivi. Gli elementi appartenenti al terzo
periodo ed oltre possono impiegare anche orbitali d o f per formare legami, e quindi possono
ospitare nel guscio di valenza più di otto elettroni.
Molecole biatomiche
La regola dell’ottetto permette di capire la formazione di alcune delle molecole biatomiche più
comuni.
Gli alogeni, ovvero gli elementi del gruppo VIIA che hanno una configurazione elettronica s2p5,
mettono in compartecipazione un singolo elettrone, che è spaiato, per raggiungere l’ottetto ed il
completamento del livello energetico. Quindi queste molecole sono unite da un singolo legame
covalente.
La stessa cosa avviene per gli atomi di ossigeno che appartengono al gruppo VIA ed hanno una
configurazione elettronica s2p4. Gli elettroni mancanti per completare l’ottetto sono due, e quindi
ogni atomo mette in compartecipazione due elettroni per raggiungere l’ottetto. Si forma così un
legame doppio. Le molecole di ossigeno nell’atmosfera sono biatomiche, ma essendo unite da due
legami covalenti sono più stabili delle molecole biatomiche degli alogeni.

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L’azoto appartiene al gruppo VA con configurazione elettronica s2p3. Per raggiungere l’ottetto
ogni atomo mette in compartecipazione tre elettroni, con la formazione di un legame triplo. Nella
molecola biatomica dell’azoto gli atomi sono uniti da tre legami covalenti, che le conferiscono una
stabilità particolarmente alta.
La risonanza
Seguendo le regole di Lewis si ottengono frequentemente delle formule di struttura diverse ma
corrette. Ad esempio per lo ione nitrato NO3
- si possono scrivere tre formule di struttura equivalenti in cui il doppio legame unisce l’azoto N ai
tre diversi atomi di O ossigeno. Questo indica che i tre atomi di ossigeno sono diversi, in quanto
solo uno di essi è unito da un doppio legame, che è caratterizzato da una distanza di legame
minore del legame semplice. I dati sperimentali invece mostrano che i tre legami N-O sono identici,
e che la loro lunghezza è intermedia fra quella del legame singolo e quella del legame doppio.
Quindi la struttura della molecola è rappresentata correttamente dalle tre formule insieme, e non
da una singola formula. Ognuna di queste formule rappresenta una struttura limite, mentre la
struttura vera e propria è rappresentata da tutte le strutture limite possibili. Questo fenomeno è
detto risonanza, ed è particolarmente importante per spiegare la molecola di benzene. Essa è
descritta da due formule limite, descritte per la prima volta da Kekulè, da cui prendono il nome.
Esse hanno la medesima probabilità, e differiscono per la posizione dei doppi legami. L’unione
delle due formule di Kekulè indica che i legami C-C sono tutti uguali tra loro, ed intermedi tra un
legame singolo e uno doppio. Nella diapositiva possiamo vedere esempi delle varie forme di
risonanza.
Ottetti espansi
Gli elementi dal terzo periodo in su hanno a disposizione orbitali d nel guscio di valenza, quindi
possono ospitare più di otto elettroni e fare quello che viene definito ottetto espanso. Gli esempi
più comuni riguardano gli atomi di zolfo e fosforo. In figura sono rappresentate due formule limite
dello ione solfato. La prima segue la regola dell’ottetto, ed in essa gli atomi di ossigeno sono tutti
circondati da 7 elettroni, ed hanno quindi una carica negativa, mentre lo zolfo è circondato da 4
elettroni, ed ha due cariche positive. Nella seconda lo zolfo ha un ottetto espanso con 12 elettroni,
ed è circondato da 6 elettroni, quindi la sua carica netta è zero. In questa struttura le cariche
negative sono localizzate su due atomi di ossigeno. Data la minore separazione di cariche, questa
seconda struttura è più probabile della prima.
Molecole con numero dispari di elettroni
In alcuni casi la regola dell’ottetto non può essere osservata per mancanza di elettroni. Un

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esempio è la molecola di NO che possiede un numero dispari di elettroni. Di conseguenza uno di


essi deve rimanere spaiato. Queste molecole sono dette radicali liberi e sono tipicamente molto
reattive. La molecola NO• è biologicamente importante, ed ha funzioni di messaggero. Molti
radicali derivano dall’ossigeno e probabilmente quello più importante e nocivo è il radicale
ossidrile OH•, formato dalla semplice unione tra un atomo di ossigeno ed uno di idrogeno che non
ha carica elettrica. Esso è forse la molecola più reattiva che si trova in natura ed è responsabile
di danni alle cellule.
Chimica generale Introduzione
In questa unità illustreremo come, usando delle regole molto semplici, sia possibile:
• descrivere la forma della maggior parte delle molecole semplici;
• comprendere la polarità di una molecola in base alla sua forma;
• individuare quali sono i tipi di forze deboli con le quali si attraggono le molecole.
La VSEPR
Gli atomi delle molecole sono uniti da legami covalenti, cioè dalla messa in compartecipazione di
doppietti elettronici dello strato di valenza. Questi occupano spazi limitati intorno all’atomo, e si
può prevedere che la forma di una molecola sia determinata dal numero e dal tipo di legami. La
teoria che prevede la forma delle molecole semplici è la VSEPR (Valence Shell Electron-Pair
Repulsion) – cioè repulsione tra le coppie di elettroni del livello di valenza. In un atomo di una
molecola, i doppietti di elettroni possono essere impegnati in legami covalenti oppure essere
liberi.
Questi vengono chiamati doppietti solitari, e devono essere presi in considerazione tanto quanto i
doppietti di legame.
La teoria VSEPR
La teoria VSEPR prevede che i doppietti si repellono, e quindi stanno il più lontano possibile gli
uni dagli altri. Se i doppietti sono due si localizzeranno in posizione diametralmente opposta, su
una linea retta; se sono tre, si localizzeranno ai vertici di un triangolo equilatero; infine se sono
quattro si troveranno ai vertici di un tetragono.
Forme ed angoli di legame
Le misure degli angoli di legame per i doppietti impegnati sono:
• 180° per molecole lineari, quelle con 2 legami;
• 120° per molecole planari, con 3 legami;
• 109.5° per molecole tetraedriche, con 4 legami;
• 90° per molecole ottaedriche, con 6 legami.

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Doppietti solitari
Per definire la forma di una molecola occorre tener conto anche dei doppietti solitari. Essi non
seguono la regola di repulsione della VSEPR, e sono più ingombranti dei doppietti di legame.
Acqua e ammoniaca
Esempi interessanti sono quelli delle molecole di acqua e ammoniaca. Nell’acqua (H2O2)
l’ossigeno ha due doppietti impegnati nel legame con i due atomi di idrogeno, e due doppietti
liberi.
Essi dovrebbero stare sui quattro angoli di un diedro e l’angolo di legame con gli idrogeni dovrebbe
essere di 109.5°. Invece l’angolo osservato è di 104°. Ciò è dovuto all’effetto repulsivo dei due
doppietti solitari. Nell’ammoniaca (NH3) c’è un solo doppietto solitario, ma la sua presenza fa sì che
l’angolo di legame sia di 107° invece di 109.5°. Quindi, l’acqua ha una forma triangolare e
l’ammoniaca una piramidale.
Legami semplici e doppi
La VSEPR considera i legami doppi come quelli semplici. Per esempio nella molecola di anidride
carbonica (CO2) il carbonio lega i due atomi di ossigeno con dei doppi legami, e non ci sono
doppietti liberi. Quindi le due coppie di doppietti si repellono e, per stare il più lontano possibile,
formano una molecola lineare con struttura O=C=O. Nello ione nitrato (NO3-) l’azoto lega due
atomi di ossigeno con legame semplice ed uno con legame doppio. La VSEPR tratta i tre ossigeni
nello stesso modo, ed essi quindi si posizioneranno sui vertici di un triangolo equilatero. La
molecola è planare e con angoli di legame di 120°.
Forma e polarità
Una caratteristica importante che definisce le proprietà chimiche di una molecola è la sua polarità.
Una molecola è polare quando vi è una separazione di cariche elettriche, anche parziale. Essa ha
momento dipolare, cioè il momento della separazione delle cariche, dato dal prodotto della
distanza tra i due centri di carica per la carica elettrica . In un molecola apolare non vi è
separazione delle cariche elettriche. La polarità è connessa alla presenza di legami polari, che
uniscono atomi con diversa elettronegatività. Per esempio il legame Carbonio - Ossigeno è un
legame polare, e la molecola di monossido di carbonio (CO) è polare. La polarità dipende anche
dalla forma della molecola: se i dipoli dei vari legami sono disposti in maniera simmetrica essi si
annullano e la molecola non è polare. L’esempio più semplice è l’anidride carbonica (CO2) i cui i
due dipoli dei legami carbonio-ossigeno si annullano poiché la molecola (O=C=O) è lineare e
simmetrica. Un altro esempio è il tetracloruro di carbonio (CCl4) in cui i dipoli dei 4 legami C-Cl,
che sono fortemente polari, si neutralizzano perché disposti simmetricamente, generando una

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molecola apolare. E’ da ricordare che la molecola di acqua (H2O) ha forma triangolare e quindi è
polare, analogamente all’ammoniaca, che è piramidale.
Forze intermolecolari.
Gli atomi delle molecole sono tenuti insieme da legami covalenti che determinano la forma della
molecola. Questi sono legami forti (circa 200 kJ/mol) e stabili, cioè possono sere rotti solo in
condizioni molto drastiche, per esempio a temperature molto elevate.
Le molecole allo stato gassoso non si attraggono tra di loro, invece quelle allo stato liquido e
solido si attraggono con interazioni che sono più labili e transienti nei liquidi, e più stabili nei
solidi. Esse hanno energie più basse di quelle dei legami covalenti (< 50 kJ/mol).
Quindi le forze chimiche di legame o attrazione possono essere divise in due ampie categorie:
• quelle intra-molecolari, dei legami covalenti, che si presentano forti e direzionali
• quelle inter-molecolari che sono più deboli e meno direzionali, quali le interazioni dipolodipolo,
le forze di van der Waals e i legami idrogeno.
Interazioni dipolo-dipolo.
Una sostanza chimica in cui vi è una separazione di cariche elettrostatiche dello stesso valore ma
di segno contrario forma un dipolo. Esso è definito dal momento dipolare (p): il vettore che unisce
le due cariche di modulo uguale al prodotto della distanza dei centri di carica (a) per la carica
elettrostatica (q) [p= a*q]. Per esempio la molecola d’acqua è polare e presenta un dipolo in cui la
carica positiva è localizzata sugli idrogeni e quella negativa sull’ossigeno. Le parti con cariche
opposte delle molecole si attraggono e formano un’interazione dipolo-dipolo.
Forze di van der Waals.
La forze di van der Waals sono le più deboli, ma agiscono su tutte le molecole. Gli elettroni
intorno all’atomo sono in continuo movimento casuale, e quindi si possono disporre in maniera
non simmetrica generando delle separazioni momentanee di cariche, cioè dei dipoli momentanei.
Questi dipoli inducono una polarizzazione di segno opposto degli atomi contigui generando delle
deboli attrazioni. Queste agiscono a distanza molto ravvicinata, e la loro intensità dipende sia dal
numero di elettroni della molecola, e quindi dal suo peso molecolare, sia dalla forma della
molecola stessa.
Le molecole cilindriche, che possono mettere in contatto superfici superiori, si attraggono più
fortemente rispetto alle molecole sferiche, le quali entrano in contatto con superfici più limitate.
Queste forze sono importanti perché spiegano le attrazioni tra le molecole che non sono polari,
come ad esempio l’idrogeno (H2), il metano (CH4) e i gas nobili. Le condizioni di bassa
temperatura, in cui tali molecole si trovano allo stato liquido, fanno sì che esse si attraggano con

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forze di van der Waals.


Il legame idrogeno.
Tra i legami deboli ce ne è uno che ha un’enorme importanza specialmente in biologia: il legame
idrogeno. Questo si forma quando un atomo di idrogeno, legato ad un atomo fortemente
elettronegativo, incontra un altro atomo con alta elettronegatività, come l’ossigeno o l’azoto. In
questi casi l’idrogeno, che ha una parziale carica positiva, viene fortemente attratto da un
doppietto elettronico libero e forma un parziale legame covalente. Il legame si instaura tra un
donatore (es: –OH) ed un accettore (es.:O-). La distanza di legame è relativamente costante, e i tre
atomi –OH…..O- devono essere quasi completamente allineati. Anche il fluoro partecipa ai legami
idrogeni, ma essendo così raro in natura, ha scarso rilievo. Il legame idrogeno è molto importante
perché chiarisce gran parte delle caratteristiche peculiari dell’acqua, ad esempio il motivo per cui
una molecola così piccola si trova allo stato liquido nell’intervallo di temperatura di 0-100°C,
mentre molecole simili come il metano sono allo stato gassoso.
Anche le molecole di ammoniaca (NH3) sono attratte dal legame idrogeno, ed infatti l’ammoniaca
si presenta allo stato liquido a temperatura ambiente.
E’ interessante notare che la molecola d’acqua ha due idrogeni che sono buoni donatori di legami
idrogeno, e l’ossigeno ha due doppietti liberi, che possono agire da accettori. Per cui la molecola
può formare fino a quattro legami idrogeno con quelle circostanti. Questo è quanto accade nel
ghiaccio, in cui ogni molecola lega quattro molecole d’acqua con ponti idrogeno. Quando si
presenta in forma liquida i legami sono in continua rottura e formazione, ed il loro numero in
media è lievemente inferiore a quattro.
L’importanza biologica del legame idrogeno deriva dalla constatazione che la vita si svolge
nell’acqua ed è dominata da questo tipo di legame, per cui tutte le molecole biologiche devono
saper interagire con esso.
Reazioni chimiche
I composti o gli elementi si trasformano in altri composti attraverso le reazioni chimiche.
Nelle reazioni chimiche si rompono e si formano nuovi legami e la materia si trasforma
modificando le proprie caratteristiche chimico-fisiche. Gli elementi o i composti che si trasformano
si chiamano reagenti, mentre le sostanze derivate dalle reazioni si chiamano prodotti.
Nelle reazioni viene rispettato il principio di Lavoiser ovvero: “nulla si crea e nulla si distrugge,
ma tutto si trasforma”; infatti nelle reazioni chimiche la massa dei reagenti è sempre uguale alla
massa dei prodotti.
Le reazioni chimiche vengono scritte sottoforma di equazioni chimiche dove vengono evidenziati

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i rapporti massali attraverso i coefficienti stechiometrici. Le equazioni prevedono l’uso di una


terminologia chimica: le formule. Iniziamo con le formule dei composti creati con gli atomi più
diffusi in natura: l’idrogeno e l’ossigeno.
Gli idruri
Gli idruri sono composti binari che derivano dalla reazione dell’idrogeno con un altro elemento:
ad esempio l’acqua H2O o l’ammoniaca NH3. Il comportamento dell’idrogeno negli idruri varia in
base all’elettronegatività dell’elemento cui sono legati. Se esso è un elemento del primo gruppo IA
della tavola periodica, e quindi poco elettronegativo, l’idrogeno prende un elettrone
trasformandosi
nello ione idruro H-, ed i composti che ne derivano sono idruri ionici. Con gli elementi del
gruppo IIA, forma idruri con caratteristiche intermedie fra lo ionico ed il covalente. Con gli
elementi degli altri gruppi, caratterizzati da un’elettronegatività più bassa, forma idruri covalenti.
La nomenclatura degli idruri è semplice: il composto prende il nome di idruro seguito dal nome
dell’elemento legato; per esempio LiH è l’idruro di litio, CaH2 è l’idruro di calcio.
Con gli elementi del gruppo VIIA, detti alogeni, l’idrogeno assume una carica positiva, ed essi
sono denominati acidi seguiti dal suffisso –idrico. Per esempio acido fluoridrico, acido
cloridrico, acido bromidrico o acido iodidrico (HF, HCl, HBro HI).
Gli ossidi
Gli ossidi sono composti binari che derivano dalla reazione di un elemento con l’ossigeno.
L’ossigeno ha un’elettronegatività più alta rispetto all’idrogeno e quindi con gli elementi poco
elettronegativi tende a formare un numero superiore di ossidi ionici.
L’ossigeno forma ossidi ionici con gli elementi dei gruppi IA, IIA e IIIA, reagendo con essi
acquista due elettroni riempiendo così il proprio livello energetico e raggiungendo una
configurazione elettronica stabile. L’ossigeno che ha acquistato due elettroni prende il nome di
ione ossido O–2.
Gli altri elementi della tavola periodica formano con l’ossigeno ossidi covalenti, e vari elementi
formano più di un ossido combinandosi in rapporti diversi con l’ossigeno.
Gli ossidi vengono denominati come ossido seguito dal nome dell’elemento che reagisce con
l’ossigeno. Ad esempio CaO è l’ossido di calcio, mentre Li2O è l’ossido di di-litio. Se un
elemento può formare più ossidi, l’ossido con minore contenuto di ossigeno prende la desinenza –
oso, mentre quello con un contenuto di ossigeno maggiore prende la desinenza –ico; ad esempio il
ferro forma con l’ossigeno due ossidi: il FeO ossido ferroso e il Fe2O3 ossido ferrico.
Gli ossidi formati dalla reazione fra l’ossigeno e un non metallo prendono il nome di anidridi

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(sono considerate forme di acidi senza acqua), ad esempio SO2 è l’anidride solforosa, mentre
SO3 è l’anidride solforica.
Lo stato di ossidazione
Lo stato di ossidazione è un concetto che si basa sul fatto che alcuni elementi possono formare più
di un composto reagendo con l’ossigeno, e su come nei diversi composti vengono messi in gioco
un numero diverso di elettroni. Lo stato di ossidazione è meglio definito dal numero di
ossidazione, ovvero dalla carica acquisita da ogni atomo in base al numero di elettroni acquistati o
ceduti nella reazione con l’altro o gli altri atomi del composto e in base all’elettronegatività di ogni
singolo atomo.
Alcune semplici regole aiutano ad attribuire ad ogni atomo di un composto il numero di
ossidazione appropriato:
1) Il fluoro F essendo l’elemento più elettronegativo ha sempre numero di ossidazione –1
2) L’ossigeno O, anch’esso molto elettronegativo, prende sempre numero –2, tranne che nei
perossidi dove è –1 e nei composti con il fluoro dove prende numero +2
3) L’idrogeno H prende numero di ossidazione +1, tranne che negli idruri con gli elementi
dei gruppi IA e IIA dove il numero di ossidazione è –1
4) Gli elementi dei gruppi IA e IIA che hanno rispettivamente numero di ossidazione +1 e
+2.
5) Ogni singolo elemento quando è legato con se stesso ha numero di ossidazione 0.
6) Il numero degli altri elementi viene calcolato conseguentemente a queste regole.
7) Le molecole o le unità formula hanno sempre carica totale 0, tranne quando è uno ione
con la carica indicata.
Esempi di calcolo del numero di ossidazione
Proviamo a calcolare il numero di ossidazione nei seguenti composti.
H2SO4 l’acido solforico è una molecola neutra:
1) l’ossigeno O prende numero di ossidazione –2, nella molecola sono presenti quattro
ossigeni, tutti insieme prendono numero di ossidazione –2 x 4 = –8
2) l’idrogeno ha numero di ossidazione +1, nella molecola sono presenti 2 idrogeni quindi la
loro carica complessiva è +1 x 2 = +2
3) Ricordando che la molecola di acido solforico è neutra, il numero di ossidazione dello zolfo
S si ricava per differenza. La carica degli ossigeni è –8, quella degli idrogeni +2 significa
che gli ossigeni coordinano 8 elettroni: 2 provengono dagli idrogeni, mentre mancano 6
elettroni che devono provenire dallo zolfo; quindi –8 +2 = –6, poiché la molecola è neutra lo

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zolfo deve avere numero di ossidazione +6.


PO4-3 lo ione fosfato deriva dall’acido orto-fosforico che ha ceduto tre idrogeni H+:
1) Agli ossigeni attribuiamo numero di ossidazione –2, sono 4 quindi –2 x 4 = –8, coordinano
8 elettroni
2) Lo ione ha carica –3, quindi tre elettroni sono stati lasciati dai tre idrogeni che sono stati
ceduti, allora –8 + 3 elettroni = –5,mancano gli elettroni che saranno forniti dal fosforo
3) Quindi il numero di ossidazione del fosforo P è +5.
N2O5 il pentossido di di-azoto è anch’esso una molecola neutra:
1) Agli ossigeni attribuiamo numero di ossidazione –2, sono 5 quindi –2 x 5 = –10, coordinano
10 elettroni
2) Gli azoti forniranno i 10 elettroni. Siccome sono 2, il loro numero di ossidazione è 10/2 = +5
NH3 l’ammoniaca o idruro di azoto è una molecola neutra:
1) All’azoto attribuiamo numero di ossidazione +1. Siccome sono 3, il numero di ossidazione
totale sarà +3. Il numero di elettroni forniti all’azoto è 3.
2) Ricordando che la molecola è neutra, per differenza l’azoto ha quindi numero di ossidazione
–3.
L’equazione chimica
L’equazione è la descrizione sintetica di una reazione chimica. Le specie chimiche in gioco
vengono rappresentate con le loro formule. Al procedere delle reazioni i legami chimici dei
reagenti si spezzano, e si formano nuovi legami che danno origine a nuove specie chimiche che
costituiscono i prodotti.
A+B_C+D
E’ un’equazione generica dove A e B sono i reagenti mentre C e D sono i prodotti, la doppia
freccia sta ad indicare che si è instaurato un equilibrio, una condizione in cui la velocità con cui si
formano i prodotti è uguale alla velocità con cui si riformano i reagenti.
Se al posto della doppia freccia ci fosse una freccia unica la reazione sarebbe irreversibile, come
ad esempio:
C + O2 _ CO2
Dove il carbonio C reagisce con l’ossigeno O per formare anidride carbonica.
Nella reazione fra idrogeno H ed ossigeno O per ottenere acqua H2O bisogna fare in modo che le
masse dei reagenti e dei prodotti siano uguali, in base al principio di conservazione della materia:
H2 + O2 _ H2O
In modo del tutto logico bilanciamo la reazione in modo che nei prodotti e nei reagenti siano

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presenti lo stesso numero di atomi:


2 H2 + O2 _ 2 H2O
I numeri che abbiamo aggiunto prendono il nome di coefficienti stechiometrici.
Nella reazione fra potassio K e acqua H2O per formare idrossido di potassio KOH ed idrogeno
gassoso, dobbiamo inserire una nuova simbologia:
2K(s) + 2H2O (l) _ 2K(OH) (aq) + H2 (g)_
la (s) significa solido, (l) significa liquido, (aq) significa acquoso cioè idratato, (circondato da
molecole di acqua), (g) significa gassoso. La reazione è irreversibile perché l’idrogeno essendo
gassoso se ne va (indicato dalla freccia in alto _) e viene sottratto dall’equilibrio che viene spostato
a destra.
Nella reazione:
MgO (s) + H2O (l) _ Mg(OH)2 (s)_
fra l’ossido di magnesio MgO solido(s) con l’acqua (l) per generare idrossido di magnesio solido
che precipita viene sottratto dall’equilibrio. In questo modo l’equilibrio si sposta a destra rendendo
la reazione irreversibile.
Coefficienti stechiometrici e bilanciamento
Ogni reazione chimica ha un significato sia qualitativo che quantitativo. Il significato
qualitativo dipende dal fatto che ponendo a reagire alcuni elementi o composti si ottengono
solamente alcuni prodotti e non altri. Il significato quantitativo dipende dal fatto che il principio
di conservazione della materia deve essere rispettato e il numero di atomi di ogni elemento deve
essere lo stesso sia nei reagenti che nei prodotti. Quindi affinché sia rispettato il significato
qualitativo, le formule chimiche dei composti devono essere scritte in modo corretto, ed affinché
sia rispettato il significato quantitativo è necessario che l’equazione chimica sia bilanciata
mediante dei numeri generalmente interi (il numero 1 viene generalmente sottinteso), che
vengono anteposti alle formule delle sostanze. Questi numeri prendono il nome di coefficienti
stechiometrici. Nella reazione fra idrogeno molecolare H2 e cloro Cl2 per dare acido cloridrico HCl:
H2 + Cl2 _ HCl
Possiamo notare che nei reagenti sono presenti 2 atomi di idrogeno H e 2 atomi di cloro Cl, e nei
prodotti è presente una molecola di HCl, per un totale di un atomo di idrogeno e uno di cloro. Per
rispettare il principio della conservazione della massa bisogna che si formino 2 molecole di HCl,
bisogna quindi aggiungere il coefficiente stechiometrico 2 davanti alla molecola dell’HCl.
H2 + Cl2 _ 2 HCl
Ora abbiamo due atomi di cloro Cl e due atomi di idrogeno H nei reagenti, che corrispondono ai

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due atomi di idrogeno e di cloro presenti nei prodotti, quindi l’equazione è bilanciata. Prendiamo
ad esempio una reazione più complessa fra il cloruro di calcio CaCl2 ed il fosfato di sodio Na3PO4
che reagendo formano fosfato di calcio Ca3(PO4)2 e cloruro di sodio (NaCl):
CaCl2 + Na3PO4 _ Ca3(PO4)2 + NaCl
Bilanciamo in modo intuitivo: nei prodotti abbiamo 3 Ca, aggiungiamo il coefficiente
stechiometrico 3 davanti al CaCl2
3 CaCl2 + Na3PO4 _ Ca3(PO4)2 + NaCl
ora gli atomi di calcio Ca sono bilanciati, abbiamo però nei reagenti 6 atomi di Cl (3 unità formula
di CaCl2 che contengono ciascuno 2 Cl; 3 x 2 =6) mentre nei reagenti abbiamo solo 1 atomo di
cloro contenuto nel cloruro di sodio NaCl, aggiungiamo perciò il coefficiente stechiometrico 6
davanti a NaCl
3 CaCl2 + Na3PO4 _ Ca3(PO4)2 + 6 NaCl
a questo punto gli atomi di cloro Cl e di calcio Ca sono bilanciati, ma abbiamo 6 atomi di sodio Na
nei prodotti e solo 3 nei reagenti, aggiungiamo quindi il coefficiente stechiometrico 2 davanti al
fosfato di sodio Na3PO4
3 CaCl2 + 2 Na3PO4 _ Ca3(PO4)2 + 6 NaClora
gli atomi di sodio Na sono bilanciati, abbiamo poi 2 atomi di fosforo nei reagenti e 2 nei prodotti e
anch’essi sono bilanciati. Gli ossigeni O sono 8 nei reagenti e 8 nei prodotti, la razione è ora
bilanciata. Per bilanciare la reazione fra ossido di alluminio Al2O3 e acido solforico H2SO4 che
formano solfato di alluminio Al2(SO4)3 e acqua H2O
Al2O3 + H2SO4 _ Al2(SO4)3 + H2O
basta aggiungere il coefficiente stechiometrico 3 davanti all’acido solforico e all’acqua e la
reazione è bilanciata.
Al2O3 + 3 H2SO4 _ Al2(SO4)3 + 3 H2O
E’ bene ricordare che non tutte le reazioni si bilanciano in modo così intuitivo.
Reazioni Chimiche
Le reazioni possono essere raggruppate in alcuni gruppi principali in base ai cambiamenti che
avvengono nei reagenti nella trasformazione in prodotto:
1) Sintesi
2) Decomposizione
3) Spostamento
4) Doppio scambio
5) Acido base

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6) Analisi, precipitazione
Reazione di sintesi (combinazione)
Le reazioni di sintesi assemblano dei composti a partire da altri composti con caratteristiche
chimico-fisiche diverse. La razione generale è
A + B _ AB
Ad esempio, in questa reazione fra due elementi il ferro solido Fe(s) reagendo con lo zolfo solido
S(s),sintetizza come prodotto un composto: il solfuro di ferro FeS(s)
Fe(s) + S(s) _ FeS(s)
Un altro esempio può essere la reazione fra calcio solido Ca (s) e ossigeno molecolare gassoso O2
(g), che sintetizza l’ossido di calcio CaO (s)
2Ca (s) + O2 (g) _ 2CaO (s)
La reazione di sintesi può avvenire fra un composto e un elemento come ad esempio fra l’anidride
solforosa SO2(g) e l’ossigeno O2(g) molecolare per originare anidride solforica SO3(g):
2SO2(g) + O2(g) _ 2SO3(g)
Oppure può avvenire fra due composti per sintetizzare un terzo composto, ad esempio l’ossido di
calcio CaO(s) e l’anidride carbonica CO2(g) per formare carbonato di calcio CaCO3(s):
CaO(s) + CO2(g) _ CaCO3(s)
Nel nostro organismo avvengono numerose reazioni di sintesi come ad esempio la sintesi del DNA
partendo dai nucleotidi.
Reazioni di decomposizione
Nelle razioni di decomposizione una sostanza si scompone in due sostanze diverse come nella
reazione generale:
AB _ A + B
Per esempio l’ossido di mercurio HgO(s) può decomporsi nei due elementi mercurio Hg(l) e
ossigeno molecolare O2(g):
2HgO(s) _ 2Hg(l) + O2(g)
Una sostanza si può decomporre in un composto ed un elemento come il perossido d’idrogeno, o
in acqua ossigenata H2O2(aq) che si decompone in acqua H2O(l) ed ossigeno molecolare O2(g):
2H2O2(aq) _ 2H2O(l) + O2(g)
Una sostanza può decomporsi in due composti come il carbonato di calcio CaCO3(s) per originare
ossido di calcio CaO(s) e anidride carbonica CO2(g):
CaCO3(s) _ CaO(s) + CO2(g)
Alcune delle reazioni di decomposizione che avvengono nel nostro corpo sono la degradazione

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degli acidi grassi o la decomposizione dell’ATP in ADP e ione fosfato.


Reazioni di spostamento
Un elemento può reagire con un composto per formare una nuova sostanza e liberare un nuovo
elemento:
A + BC _ AB + C
Una reazione di spostamento avviene facendo reagire il sodio Na(s) con l’acqua H2O(l) per
formare idrossido di sodio Na(OH)(aq) ed idrogeno molecolare H2(g):
Na(s) + H2O(l) _ Na(OH)(aq) + H2(g)
Oppure la reazione da cui si può ottenere argento Ag(s) e acqua H2O(l) dal suo ossido AgO(s)
facendolo reagire con idrogeno gassoso H2(g):
H2(g) + AgO(s)_ Ag(s) + H2O(l)
Un terzo esempio può essere la reazione fra lo zinco Zn(s) ed il solfato di rame CuSO4(aq) per
formare rame metallico Cu(s) e solfato di zinco ZnSO4(aq):
Zn(s) + CuSO4(aq) _ Cu(s) + ZnSO4(aq)
Reazione di doppio scambio
E’ una reazione che avviene frequentemente in acqua fra due sali che nel corpo di fondo si
possono scambiare gli ioni. L’equazione generale delle reazioni di doppio scambio è:
AB + CD _ AD + BC
Prendiamo per esempio la reazione fra l’idrossido di magnesio Mg(OH)(aq) e il solfato di potassio
K2SO4(aq) per formare solfato di magnesio MgSO4(s) e idrossido di potassio K(OH)(aq):
Mg(OH)2(aq) + K2SO4(aq) _ MgSO4(s) + 2K(OH)(aq)
Oppure la reazione fra il cloruro di sodio NaCl(aq) ed il carbonato di calcio CaCO3(s) per formare
carbonato di sodio Na2CO3(aq) e cloruro di calcio CaCl2(aq):
2NaCl(aq) + CaCO3(s) _ Na2CO3(aq) + CaCl2(aq). Un’altra reazione di doppio scambio avviene fra il
nitrato di sodio NaNO3(aq) e l’acido solforico
H2SO4(aq) per formare solfato di sodio Na2SO4(aq) ed acido nitrico HNO3(aq):
2NaNO3(aq) + H2SO4(aq) __ Na2SO4(aq) + 2HNO3(aq)
Nelle cellule le reazioni di doppio scambio avvengono nelle reazioni di trasferimento fra gruppi
fosfato e gruppi amminici.
Reazione di Ossidoriduzione
Affinché una reazione di ossidoriduzione possa verificarsi è sufficiente che siano presenti due
sostanze: una che cede elettroni, cioè che si ossida ed una che acquista gli elettroni ceduti dalla
prima sostanza, ovvero un composto o un elemento che si riduce. E’ importante che nelle reazioni

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di ossidoriduzione sia rispettato il principio di elettroneutralità, ovvero che tutti gli elettroni
messi in gioco da una sostanza siano accettati da un’altra sostanza.
La sostanza che si riduce viene detta ossidante in quanto acquistando elettroni permette
l’ossidazione di un’altra sostanza. La sostanza che si ossida viene detta riducente in quanto
acquistando gli elettroni permette ad un'altra sostanza di ridursi.
Il nome ossidante deriva dalle osservazioni sul comportamento dell’ossigeno, che tendendo ad
acquistare elettroni, ha dimostrato un comportamento ossidante; infatti l’ossigeno riducendosi,
tende ad ossidare i composti o gli elementi con cui reagisce.
Agenti ossidanti ed agenti riducenti
Per identificare una reazione di ossidoriduzione, bisogna verificare se vi sono dei cambiamenti a
livello dei numeri di ossidazione o delle cariche elettriche nelle sostanze che da reagenti si
trasformano in prodotti.
Perché si verifichi una reazione di ossidoriduzione dobbiamo identificare un composto o un
elemento che cede elettroni aumentando il proprio numero di ossidazione, cioè una sostanza che
si ossida ed un composto che acquista elettroni diminuendo in questo modo il proprio numero di
ossidazione e cioè una sostanza che si riduce.
Analizziamo ad esempio la reazione fra zinco Zn(s) ed acido cloridrico HCl(aq) per formare
Cloruro di zinco ZnCl2(aq) ed idrogeno molecolare H2(g):
Zn(s) + 2HCl(aq) _ ZnCl2(aq) + H2(g)
Ora scriviamola in forma ionica, cioè separiamo quei composti che in acqua, ambiente dove
avviene la reazione, si dissociano:
Zn(s) + 2H + (aq) _ Zn2+(aq) + H2 (g)
Possiamo notare che lo zinco Zn cedendo due elettroni si trasforma nello ione zinco Zn2+,
aumenta il proprio numero di ossidazione cioè si ossida, mentre due ioni idronio H+ acquistano un
elettrone ciascuno trasformandosi in idrogeno molecolare H2, diminuendo il proprio numero di
ossidazione e andando incontro ad una riduzione. Lo ione Cl-(aq) non cambia il proprio numero di
ossidazione e si comporta quindi da ione spettatore, cioè non prende parte alla reazione.
Semi-reazioni
Possiamo separare l’equazione chimica dell’ossidoriduzione e mostrare le fasi di ossidazione e di
riduzione separatamente, per effettuare il conteggio degli elettroni messi in gioco da ciascuna
sostanza. L'equazione complessiva poi può essere espressa come somma di due semi-reazioni
teoriche. L'equazione della semi-reazione in cui si ossida lo zinco è:
Zn(s) _ Zn2+(aq) + 2 e-

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Rappresentiamo esplicitamente anche gli elettroni messi in gioco, vediamo che lo zinco Zn(s) nei
prodotti si trasforma nello ione Zn2+ cedendo due elettroni 2e-.L'equazione della semireazione in
cui si riducono gli ioni idrogeno è:
2 H+ (aq) + 2 e - _ H2(g)
Anche in questo caso rappresentiamo in modo esplicito gli elettroni messi in gioco, due ioni
idronio acquistano i due elettroni 2e- ceduti dallo zinco per formare idrogeno molecolare H2.
Sommiamo le due semireazioni per ottenere l’equazione complessiva:
Zn(s) + 2 H+(aq) + 2 e - _ H2(g) + Zn2+(aq) + 2 e–
semplificando i termini uguali:
Zn(s) + 2 H+(aq) _ H2(g) + Zn2+ (aq)
e riscriviamo la reazione reinserendo anche gli ioni cloro Cl-.
Zn(s) + 2HCl(aq) _ ZnCl2(aq) + H2(g)
Bilanciamento di una redox (1)
La maggior parte delle reazioni di ossidoriduzione o redox non sono bilanciabili in modo
intuitivo. Esistono vari procedimenti ben standardizzati e tutti equivalenti per effettuare
quest’operazione. Utilizziamo uno di questi metodi e proviamo a bilanciare la reazione tra
permanganato di potassio KMnO4 e acido ossalico H2C2O4, che formano ione manganese Mn2+
ed anidride carbonica CO2.
Per semplicità rappresentiamo la reazione in forma ionica:
MnO4-(aq) + H2C2O4(aq) _ Mn2+(aq) + CO2(aq)
1. Identificazione dell'agente ossidante e riducente. Per identificare quale dei reagenti in
gioco si ossida e quale si riduce, è necessario calcolare il numero di ossidazione degli atomi sia
dei prodotti che dei reagenti:
MnO4-(aq) + H2C2O4(aq) _ Mn2+(aq) + CO2(aq)
Il manganese nello ione permanganato ha numero di ossidazione +7 (8 elettroni sono coordinati
dagli ossigeni, poiché ogni ossigeno ha numero di ossidazione –2, uno viene dalla carica negativa, e
sette dal manganese). Lo ione manganese Mn2+, ha numero di ossidazione +2. Il manganese è
passato da +7 a +2, si è quindi ridotto.
Nell’acido ossalico H2C2O4(aq) il carbonio ha numero di ossidazione +3 (gli ossigeni con numero
di ossidazione -2 coordinano 8 elettroni, due vengono dagli idrogeni che hanno numero di
ossidazione +1, gli altri 6 elettroni vengono dai carboni che essendo 2 prendono ognuno numero di
ossidazione +3), mentre nell’anidride carbonica CO2 il carbonio ha numero di ossidazione +4. Il
carbonio passa dal numero di ossidazione +3 a +4, quindi si ossida.

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BENESSERE DELLA PERSONA

Bilanciamento di una redox (2)


2. Separare le due semi-reazioni
3. Scrivere l'equazione minima della reazione di ossidazione. Scriviamo l’acido ossalico
H2C2O4(aq) nei reagenti e l’anidride carbonica CO2 nei prodotti:
H2C2O4(aq) _ CO2(aq)
4. Bilanciare la semi-equazione di ossidazione, ignorando le cariche. Bilanciamo la semireazione
per massa cominciando ad aggiungere ioni idronio H+ in modo da equilibrare il numero
degli idrogeni che mancano nei prodotti, ed in seguito aggiungiamo il coefficiente stechiometrico 2
davanti all’anidride carbonica CO2 in modo da bilanciare anche i carboni e gli ossigeni:
H2C2O4(aq) _ 2CO2(aq) + 2H +(aq)
5. Bilanciare la semi-equazione di ossidazione rispetto alle cariche aggiungendo elettroni. Ora la
semireazione è bilanciata per massa e va bilanciata per carica, perciò aggiungiamo 2e- per
neutralizzare le due cariche positive degli H+:
H2C2O4(aq) _ 2CO2(aq)+ 2H+(aq) + 2e-
La semi-reazione è ora perfettamente bilanciata e la carica totale dei prodotti è uguale a quella dei
reagenti.
Bilanciamento di una redox (3)
6 . Ripetere i passaggi da 3. a 5. per la semi-reazione di riduzione.
Scriviamo la semi-reazione di riduzione dove lo ione permanganato MnO4
- si trasforma in Mn2+MnO4-(aq) _ Mn2+ (aq)
Bilanciamo per massa aggiungendo 4 molecole di H2O nei prodotti che permettono il
bilanciamento degli ossigeni ed in seguito 8H+ nei reagenti che permettono il bilanciamento degli
idogeni MnO4-(aq) +8H+(aq) _ Mn2+(aq) + 4H2O
Ora la semi-reazione è bilanciata per massa e va bilanciata per carica. La carica totale è +7 nei
reagenti e +2 nei prodotti, per riportare le cose in equilibrio devo aggiungere 5 elettroni nei
reagenti 5e-.
MnO4 -(aq) + 8H+(aq) + 5e- _ Mn2+(aq) + 4H2O
Ora anche la semi-reazione di riduzione è perfettamente bilanciata.
Bilanciamento di una redox (4)
7. Si combinano le due semi-equazioni, facendo coincidere il numero di elettroni coinvolti e
quindi si sommano. Gli elettroni che vengono ceduti dalla sostanza che si ossida, devono essere
uguali agli elettroni acquistati dalla sostanza che si riduce. Quindi, devo moltiplicare la
semireazione di ossidazione per il numero di elettroni messi in gioco nella semi-reazione di

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BASI BIOLOGICHE E MOLECOLARI DEL
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riduzione (in questo caso 5 elettroni) e viceversa la semi-reazione di riduzione per il numero di
elettroni messi in gioco nella semi-reazione di ossidazione (in questo caso 2),
moltiplico poi tutte le specie chimiche presenti nella semi-reazione di ossidazione per 5
5X 5H2C2O4(aq) _ 10CO2(aq) + 10H+(aq) + 10emoltiplico
tutte le specie chimiche presenti nella semi-reazione di riduzione per 2
2X 2MnO4 -(aq) + 16H +(aq) + 10e- _ 2Mn2+(aq) + 8H20(1)
Ora il numero di elettroni messi in gioco dalla sostanza che si ossida e da quella che si riduce sono
uguali.
Sommo le due semi-reazioni semplificando tutti i termini uguali a sinistra e a destra dell’equazione
chimica complessiva.
2 MnO4-(aq) + 5H2C2O4(aq)+ 6 H+(aq) _ 2Mn2+(aq) + 8H20(1) + 10CO2(aq)
La reazione è bilanciata, due ioni permanganato MnO4-(aq) reagiscono con 5 molecole di acido
ossalico 5H2C2O4(aq) consumando 6H+ per formare due ioni manganese Mn2+, 10 molecole di
anidride carbonica CO2 e 8 molecole di acqua H2O.
Moli e massa molare
Il peso atomico ed il peso formula di un elemento o di un composto vengono espressi attraverso
un numero espresso in u.m.a. (abbreviazione di unità di massa atomica). Un’unità di massa
atomica per definizione è un dodicesimo della massa dell’isotopo dodici del carbonio. In
biologia spesso è indicato come Dalton (Da)
Il peso formula di un composto si calcola facendo la somma dei pesi atomici di tutti i suoi
Componenti CaSO4 M.M. = (40 + 32 + 4 x 16) u.m.a. = 136 u.m.a.
Dove 40 u.m.a. è la massa atomica del calcio Ca, 32 u.m.a. è la massa atomica dello zolfo S e 16
u.m.a. è la massa atomica dell’ossigeno O, considerando che gli ossigeni sono 4 la massa
complessiva degli ossigeni è 16 x 4, la massa molecolare del solfato di calcio CaSO4 è 136 u.m.a.
Nell’applicazione pratica della chimica è impossibile ragionare con una molecola o un atomo
oppure con un’unità formula di un dato elemento o composto. E’ quindi necessario maneggiare
quantitativi di sostanze pesabili, per lo meno in grammi o milligrammi. Per questo è stata
introdotta una convenzione che consente di rappresentare quantità maneggevoli di atomi: quest’
unità di misura è la mole, ovvero quella quantità di sostanza espressa in grammi, corrispondente
alla massa degli elementi espressa in u.m.a.. Per esempio una mole di calcio pesa 40 g, una mole di
zolfo S 32 g, una mole di solfato di calcio 136g. La mole contiene 6.023 x 1023 atomi, un numero
fisso, indipendentemente dall’elemento o dal composto. Questo numero immensamente grande è

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definito numero di Avogadro. Possiamo quindi ridefinire la mole come la quantità, di un


elemento o di una sostanza, espressa in grammi contenete il numero di Avogadro di atomi.
Gli stati della materia
Le sostanze possono presentarsi in tre diversi stati di aggregazione:
• solido,
• liquido,
• gas.
Alcune sostanze, come l’acqua, possono presentarsi in tutti e tre gli stati.
Gli stati solido e liquido sono detti condensati in quanto le interazioni sono sufficientemente forti
da tenere le particelle che li compongono in contatto fra loro. Nello stato liquido le particelle
hanno possibilità di movimento, in quello solido gli unici movimenti possibili sono le vibrazioni.
Nello stato gassoso le particelle hanno un’energia superiore alle forze di coesione e quindi non
sono in contatto e si muovono liberamente, indipendentemente le une dalle altre.
Le forze di coesione possono essere di diverso tipo: per esempio il legame metallico nei metalli, il
legame ionico nei reticoli cristallini, legami covalenti, idrogeno o forze di Van der Walls nei
solidi molecolari.
Passaggi di stato
Un passaggio di stato è la trasformazione da uno stato di aggregazione ad un altro. Queste
trasformazioni non riguardano le proprietà chimiche della sostanza, ma solo quelle fisiche. I
cambiamenti sono normalmente indotti da variazioni di temperatura e di pressione.
Il riscaldamento di un solido, ad esempio il ghiaccio o un metallo, ne può provocare la fusione, e
questo può accadere a temperature molto diverse. Un ulteriore riscaldamento dell’acqua la
trasforma in gas, o vapore. Questi cambiamenti sono facilitati da una diminuzione della pressione.
Alcuni gas possono essere liquefatti aumentando la pressione o diminuendo la temperatura.
Alcune sostanze non possono essere ottenute allo stato liquido o gassoso, in quanto le particelle
che le compongono sono alterate a temperature inferiori a quelle necessarie al passaggio di stato.
Per i gas esiste una temperatura, detta temperatura critica, oltre la quale non possono più essere
liquefatti con l’aumento della pressione: i gas presenti a temperature inferiori alla temperatura
critica vengono detti vapori.
Il passaggio dallo stato solido a quello liquido viene detto fusione, ed avviene con
somministrazione di energia. Il passaggio da liquido a gas viene detto evaporazione, ed avviene
somministrando energia. Il passaggio da solido a gas viene detto sublimazione, mentre il
passaggio inverso da gas a solido viene detto brinamento. Il passaggio da gas a liquido prende il

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nome di condensazione, mentre il passaggio da liquido a solido viene detto solidificazione;


entrambi avvengono sottraendo energia.
Lo stato solido
La maggior parte dei solidi hanno una struttura cristallina, la cui unità si chiama cella
elementare. Essi possono essere classificati in base ai tipi di legame che li uniscono. Nei solidi
ionici il reticolo cristallino è composto da cationi ed anioni uniti da forze elettrostatiche, che
fondono ad alte temperature e tendono a sfaldarsi con facilità.
Nei solidi molecolari, le molecole sono disposte in modo ordinato e le forze di coesione sono
legami idrogeno e/o forze di van der Waals.
Nei solidi metallici il cristallo è formato da cationi uniti dal legame metallico.
Nei solidi covalenti, come il quarzo o il diamante, tutti gli atomi sono uniti da legami covalenti e
sono molto duri.
Lo stato liquido
Nei liquidi le forze di coesione consentono alle particelle di rimanere a contatto e di scorrere l’una
sull’altra: questa proprietà prende il nome di fluidità. I liquidi prendono la forma del recipiente
che li contiene, come avviene anche per i gas, ma non sono comprimibili. Le molecole esposte
sulla superficie sono attratte da quelle interne al liquido, determinando una caratteristica detta
tensione superficiale. Essa ha vari effetti, tra i quali la minimizzazione della superficie del
liquido.
Le leggi dei gas
I gas sono composti da particelle non legate fra loro e in movimento caotico, sono comprimibili
e sensibili ai cambiamenti di temperatura.
La legge di Boyle è la prima legge dei gas ed enuncia: “a temperatura costante la pressione ed il
volume sono inversamente proporzionali”.
P•V=k
La legge di Charles afferma che: “a pressione costante, il volume e la temperatura di un gas sono
direttamente proporzionali”.
V=k•T
La legge di Gay-Lussac enuncia: “a volume costante, la pressione e la temperatura del gas sono
direttamente proporzionali”.
P=k•T
La pressione
La pressione è la forza esercitata per unità di superficie:

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forza
P = ____________________
superficie
La pressione esercitata da un gas su un oggetto, ad esempio sulle pareti del recipiente che lo
contiene, è il risultato complessivo delle collisioni delle molecole sulla superficie dell'oggetto.
La pressione può essere misurata con varie unità di misura collegate fra loro. La pressione
dell’atmosfera a cui siamo sottoposti è di 760 mm di mercurio (760 mm Hg).
Un millimetro di mercurio corrisponde all'unità di misura della pressione «Torr». In chimica si
usa anche l'atmosfera (atm) come unità di misura della pressione:
1 atm = 760 Torr
Vi sono altre unità di misura per la pressione tutte collegate fra loro. L’unità di misura del Sistema
Internazionale è il Pascal.
1 Pa = 1 N / m2
Il Newton (N) è l’unità di misura (SI) della forza su una superficie di 1 metro quadro.
1 bar = 100 kPa
1 atm = 101,325 kPa
1 atm = 760 Torr
La legge dei gas ideali
Le leggi di Boyle, di Charles e Guy-Lussac sono verificate per i gas ideali. Questi non esistono in
natura, ma sono solo delle approssimazioni, ed avrebbero le seguenti caratteristiche:
1) Le particelle del gas ideale hanno massa infinitesimale
2) Le particelle si muovono con moto rettilineo uniforme e gli urti trasferiscono l’energia
senza dispersione in attriti,
3) l’energia cinetica media delle particelle rimane costante
4) Fra le particelle non esistono forze attrattive o repulsive
Ad alta temperatura e bassa pressione i gas reali hanno un comportamento che si avvicina a
quello di un gas ideale. Per approssimazione, i gas reali a temperatura ambiente (25°C) ed a
pressione atmosferica (1atm) possono essere studiati con le leggi dei gas ideali.
La legge di stato dei gas ideali deriva dalla combinazione delle leggi di Boyle, di Charles e Guy-
Lussac ed è:
(1) P • V = nRT
Dove P è la pressione, V è il volume, n il numero di moli del gas, R la costante dei gas ideali ed
0.0821 l atm mol–1 K-1 (litri, atmosfere, moli e Kelvin).

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La costante è calcolata sapendo che alla temperatura di 0°C (273,15 K) e alla pressione di 1,00 atm,
1,00 mol di un gas occupano il volume di 22,414 L; così rielaborando la (1):
P•V
R =_____________
n•T
Quindi sostituendo i valori numerici:
. 1,00 atm • 22,414 L
. R =______________________= 0,08206 L • atm • mol-1 • K-1
. 1,00 mol • 273,15 K
Il volume di 22.4 l occupato da una mole di gas alle condizioni citate sopra, viene detto volume
molare standard ed è indipendente dal tipo di gas.
Miscele di gas
Osservando il comportamento delle miscele gassose Dalton enunciò la legge delle pressioni
parziali o legge di Dalton: “la pressione totale di una miscela di gas è data dalla somma delle
pressioni parziali dei singoli componenti gassosi di questa”. Ptot = PA + PB + … Pn
La pressione parziale di un gas in una miscela è la pressione che tale gas eserciterebbe nelle stesse
condizioni se occupasse da solo il medesimo contenitore. La pressione parziale Pa di un gas A,
dipende dal numero di moli di tale gas, dagli nA presenti, e dalla temperatura e dal volume totale
occupato dalla miscela;.
nART
PA = ___________.
V
L’atmosfera è una miscela di gas composta per il 78% da azoto N2, per il 21% da ossigeno O2 e
per l’1% da gas rari. Conoscere la pressione parziale dell’ossigeno PO2 nel sangue arterioso può
essere importante per monitorare il funzionamento dell’apparato respiratorio. Il rapporto fra il
numero di moli di un componente di una miscela e il numero di moli totali prende il nome di
frazione molare.
Le soluzioni
Le soluzioni sono particolari tipi di miscele omogenee i cui componenti non possono essere
facilmente separati. Molti prodotti alimentari e alcuni medicinali sono soluzioni, così come
alcune sostanze di uso quotidiano quali i detersivi liquidi, il vino e la candeggina.
Le soluzioni sono preparate sciogliendo una sostanza in un’altra. In una soluzione composta da
due sostanze, in due fasi diverse (ad esempio un solido ed un liquido), viene detto solvente la

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sostanza che si trova nella fase della soluzione finale (es. liquida) e soluto la sostanza disciolta. Se
due sostanze appartengono alla stessa fase, il solvente è la componente presente in quantità
maggiore. Le soluzioni possono essere:
• liquide come l’acqua, il vino o i profumi,
 gassose come l’atmosfera,
• solide come le leghe metalliche.
Le soluzioni costituite prevalentemente da acqua vengono dette soluzioni acquose.
Nella chimica molte delle reazioni avvengono in soluzione acquosa, cioè in un sistema dinamico
che favorisce l’incontro fra i vari reagenti.
Misura della concentrazione
La soluzione fisiologica è una soluzione salina, ma questa descrizione qualitativa non fornisce
indicazioni sulla quantità di soluto (sale) presente nel solvente.
Talvolta occorre quantificare esattamente la quantità di soluto presente in una soluzione, ad
esempio quando dosiamo i vari componenti nei fluidi biologici ed in particolare nel sangue
La composizione quantitativa è descritta dalla concentrazione, vale a dire dalla quantità di
soluto in una parte definita di solvente. Da essa si possono effettuare i calcoli stechiometrici per
monitorare l’andamento delle reazioni che avvengono in soluzione.
Inoltre, la conoscenza della concentrazione permette di prevedere l’effetto su alcune delle
proprietà fisiche delle soluzioni, le proprietà colligative.
La molarità
La molarità (M) di una soluzione esprime il numero di moli di soluto per litro di soluzione. Per
esempio, se consideriamo una soluzione di ipoclorito di sodio (candeggina) NaClO: 1M, 2M o 0,1
M significa che nelle tre soluzioni avremo rispettivamente 1 mole, 2 moli ed 0,1 moli di NaClO per
litro di soluzione.
Per il calcolo della concentrazione molare o molarità possiamo scrivere:
moli di soluto
concentrazione molare =__________________
litri di soluzione
ovvero:
n (mol)
M = __________________
V (l)

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Proviamo a calcolare la concentrazione di 4.1 g di acetato di sodio (CH3COONa) in 500 ml di acqua


H2O. Iniziamo calcolando il numero di moli contenuto in 4.1g di CH3COONa:
g 4.1g
n = _______ = ________________ = 0.05 mol
PM 82 g •mol-1
Calcoliamo ora la concentrazione, ricordando che 500 ml equivalgono a 0.5l:
n 0.05 mol
M = ______ = _________________ = 0.1 M
V 0.5 l
La concentrazione della soluzione è 0.1M.
Molalità e massa su volume
La molalità (m) o concentrazione molale esprime la quantità di soluto espresso in moli per kg
di solvente.
moli di soluto
molalità = _________________________
chilogrammi di solvente
Indicando con n il numero di moli e con P la massa del solvente:
n (mol)
m = ________
P (kg)
Calcoliamo la molalità di una soluzione ottenuta sciogliendo 19.5 g di cloruro di sodio in 166 g di
acqua:
g 19.5g
mol = _____________ = _________________ = 0.333 mol
PM 58.5 g • mol-1
Calcoliamo la molalità, trasformando i 166 g in 0.166 kg:
0.333 mol
m = ___________ = 2m
0.166 kg
La molalità non è influenzata dalla temperatura, a differenza della molarità, per questo è
utilizzata negli studi di termochimica.
Altri modi di esprimere la concentrazione
In alcuni casi è più conveniente esprimere la concentrazione in unità di peso (g) su unità di

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volume (l). Per esempio, la concentrazione delle proteine nei campioni biologici viene espressa in
mg/ml.
Le concentrazioni dei componenti del sangue vengono espressi come massa sul volume, usando
generalmente sottomultipli, ad esempio le immunoglobuline (mg/dl), la ferritina (μg/l), l’acido
urico (mg/dl), l’emoglobina (g/dl) e molti altri.
La concentrazione si può esprimere anche come frazione molare, che si definisce come il
rapporto fra il numero di moli del soluto e il numero di moli totali ed è riferita ad ogni singolo
componente della soluzione. La frazione molare del soluto si esprime come:
n moli soluto
x soluto = _______________________________
n moli soluto + n moli solvente
La somma delle varie frazioni molari è sempre uguale ad 1
n moli soluto n moli solvente
x soluto + x solvente =__________________________ + __________________________ = 1
n moli soluto + n moli solvente n moli soluto + n moli solvente
Le parti per milione (ppm) si utilizzano generalmente per le soluzioni molto diluite e sta ad
indicare i mg di soluto per litro di soluzione. Le ppm si calcolano come:
mg
ppm = ______________
V
Elettroliti e non elettroliti
Le soluzioni acquose sono alla base della chimica biologica. Le leggi che regolano le proprietà
delle soluzioni acquose valgono anche per altri tipi di soluzione.
Alcune sostanze quando si sciolgono nell’acqua formano degli ioni, mentre altre si sciolgono senza
la formazione di ioni.
Gli ioni sono particelle caratterizzate da cariche elettriche e la loro presenza permette alle
soluzioni di condurre elettricità. Una sostanza che forma una soluzione acquosa che conduce
elettricità è detta elettrolita. Ad esempio i composti ionici solubili sono tipicamente elettroliti.
Una sostanza che forma una soluzione acquosa che non conduce elettricità è detta non
elettrolita. La maggior parte delle sostanze molecolari (ad esempio gli zuccheri o gli alcoli) sono
non elettroliti.
Saturazione e solubilità
Le soluzioni sono il risultato di una dispersione omogenea delle specie chimiche elementari

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(ioni o molecole) di un soluto, (che può essere solido, liquido o gassoso), nelle particelle
elementari del solvente, (che è generalmente liquido). La quantità di soluto che può essere
solubilizzata in una data quantità di solvente ad una specifica temperatura è limitata. Il processo di
solubilizzazione, ad un determinato valore di concentrazione del soluto si arresta. Se viene
aggiunta un’ulteriore quantità di soluto esso rimane in forma solida e si deposita sul fondo della
soluzione formando il corpo di fondo. Nella soluzione si instaura un equilibrio dinamico dove la
velocità di solubilizzazione è uguale alla velocità di riformazione del cristallo, e la soluzione viene
detta soluzione satura. La concentrazione del soluto nella sua soluzione sa tura rappresenta la sua
solubilità a quella temperatura. Riportandoci in un discorso più generale, la solubilità di un
composto in un altro varia in base:
•alle caratteristiche dei composti,
•alla temperatura
•alla pressione (per quanto riguarda i gas).

Dipendenza della solubilità dal soluto


La solubilità di un composto in un dato solvente dipende dalle sue caratteristiche
chimico/fisiche.
In tabella sono rappresentati sia composti molecolari (NH3 l’ammoniaca e HCl l’acido cloridrico)
che composti ionici (tutti gli altri) con il valore numerico della loro solubilità in acqua a due diverse
temperature (0°C e 100°C) e l’eventuale solubilità in altri solventi. I nitrati (sali formati dall’acido
nitrico HNO3), per esempio, sono tipicamente molto solubili e quindi si trovano raramente nei
minerali e nelle rocce. I fosfati (sali formati dall’acido orto-fosforico H3PO4) sono poco solubili
e quindi adatti per formare lo scheletro di gran parte dei vertebrati, compreso l’uomo.

Dipendenza della solubilità dalla natura del solvente


Un modo semplice per descrivere la dipendenza della solubilità dalle caratteristiche chimiche del
solvente è la regola: “simile scioglie il proprio simile”. Nei cristalli ionici, i cationi con carica positiva
e gli anioni con carica negativa, sono legati da forze di tipo elettrostatico. Se un solido ionico è
immerso in solvente polare (ad esempio l’acqua), la molecola del solvente può rompere il legame
ionico del cristallo formando nuovi legami con i cationi e gli anioni e portandoli in soluzione. L’e
nergia necessaria per la rottura del reticolo cristallino
è fornita dall’energia liberata dalla formazione delle nuove interazioni fra le molecole del solvente
e gli ioni. Un composto molto solubile, come un nitrato, avrà un’energia reticolare più bassa

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rispetto ad un composto meno solubile. Per esempio l’AgCl ha un cristallo molto stabile e l’energia
fornita dalla solvatazionedei suoi ioni non è sufficiente a determinare la rottura dei legami ionici
fra gli ioni Ag+ e Cl-, ciò che ne deriva è una solubilità molto bassa. I solventi non polari, come ad
esempio il benzene o il cloruro di etilene, sono in grado di portare in soluzione solidi non polari,
misurandosi con le forze idrofobiche e deboli che tengono unite le loro molecole.
Effetto della pressione sulla solubilità dei gas
Per i gas con comportamento che si avvicina all’idealità, cioè che non reagiscono con il solvente e
che si sciolgono poco, come ad esempio l’idrogeno H2e l’ossigeno O2, la solubilità viene descritta
dalla legge di Henry che afferma: “la solubilità di un gas in liquido, ad una data temperatura, è
proporzionale alla pressione parziale del gas”. Possiamo scrivere questa legge come formula:
S = kH • p
Dove S è la solubilità del gas, kH è una costante detta costante di Henry e p è la pressione parziale
del gas; questi parametri dipendono dalla natura del gas, dal solvente e dalla temperatura. La
legge di Henry sta ad indicare che la quantità di gas disciolto in una soluzione aumenta
all’aumentare della pressione. Quindi, quando un sommozzatore si porta in profondità la quantità
di azoto e di ossigeno che si disciolgono nel suo sangue aumentano: se il sommozzatore riemerge
troppo velocemente, la solubilità dei gas decresce velocemente e forma delle bolle (emboli
gassosi) nel sangue che diventa schiumoso (embolia gassosa). Se il sommozzatore riemerge
lentamente la quantità di gas nel sangue diminuisce gradualmente
e può essere espulsa con la respirazione. Per la stessa legge, per togliere i gas dalla soluzioni è
sufficiente diminuire la pressione esponendole al vuoto.
Equilibrio dinamico
La solubilità dei gas è regolata dalle leggi dell’equilibrio dinamico secondo il principio di Le
Chatelier: “un equilibrio dinamico si oppone ad ogni cambiamento delle condizioni dell’equilibrio
stesso”. Secondo la legge di Henry se raddoppio la pressione parziale di un gas su un a soluzione,
raddoppierà anche la solubilità del gas. Aumentando la pressione crescerà il numero di molecole
che entreranno in contatto con la soluzione ed aumenterà la probabilità che le molecole si
solubilizzino; se aumenta il numero di molecole disciolte anche il numero di molecole che tenderà
ad evaporare crescerà. Quando la velocità di solubilizzazione e di evaporazione saranno uguali, si
instaurerà un nuovo equilibrio dinamico.
Effetto della temperatura sulla solubilità
La solubilità dei gas diminuisce con l’aumentare della temperatura. Anche la solubilità dei solidi in
un solvente liquido è influenzata dalla temperatura. Essa generalmente cresce con l’aumento della

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temperatura, ma dipende dalle caratteristiche chimiche del composto. Nel diagramma


rappresentato nella figura vediamo riportata in ordinata la temperatura, da 0°C a 100°C, del
solvente acqua ed in ascissa la solubilità espressa in g di soluto per 100g di acqua.
Possiamo notare che la solubilità del cloruro di sodio NaCl aumenta di 0.1 volte fra 0°C e 100°C,
mentre la solubilità del nitrato di argento AgNO3 aumenta di sette volte, quella del cloruro di
potassio KCl aumenta in modo rettilineo, mentre quella del nitrato di sodio NaNO3 aumenta in
modo esponenziale. La solubilità del solfato disodico Na2SO4 ha un profilo più complesso
aumentando in modo esponenziale fino a circa 30°C per poi diminuire, mentre quella del solfato di
dilitio diminuisce in modo rettilineo.
Proprietà colligative
Le proprietà delle soluzioni che dipendono dal numero di particelle del soluto e non dal tipo di
soluto che le ha liberate, sono dette proprietà colligative. Queste proprietà influenzano:
•la tensione di vapore,
•l’innalzamento della temperatura di ebollizione (innalzamento ebullioscopio),
•l’abbassamento della temperatura di congelamento (abbassamento crioscopico)
•la pressione osmotica.
Le proprietà colligative sono tutte collegate fra loro ed il valore di una di esse permette di
determinare i valori di tutte le altre. Hanno validità per soluzioni ideali dove la forza di coesione fra
i vari componenti è uguale a quella dei componenti puri; le soluzioni diluite hanno un
comportamento che si avvicina a quello delle soluzioni ideali. Se sciogliamo in acqua il cloruro di
sodio NaCl otteniamo in soluzione due particelle: una di Na+ ed una di Cl-per ogni unità formula di
NaCl, invece per il solfato disodico Na2SO4 otteniamo in soluzione tre particelle (due Na+e una SO
4--) per ogni unità formula del sale. La concentrazione del soluto va quindi corretta con il
coefficiente di van’t Hoff rappresentato con il simbolo i, che corrisponderà al numero di particelle
liberate per unità formula di soluto, ad esempio il cloruro di sodio NaCl libera due particelle Na
+e Cl-,quindi il coefficiente di van’t Hoff i è uguale a 2, per il Glucosio invece, che in soluzione non
si dissocia, i è uguale a 1. Abbassamento della tensione di vapore Consideriamo per semplicità una
soluzione formata da due componenti il soluto A ed il solvente B. La pressione totale sarà uguale
alla somma delle pressioni parziali dei componenti:
(1) Ptot = PA+ PB
La legge di Raoult afferma che: “la pressione parziale di ogni singolo componente è uguale alla
pressione di vapore del composto puro (P°) moltiplicato per la sua frazione molare (X)”. Quindi per
la nostra soluzione:

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(2) PA= XA• P°Aed inoltre PB= XB• P°B


Sostituendo la (1) con la (2): Ptot = PA + PB = XA•P°A + XB• P°B
Per le soluzioni diluite di soluti non volatili, come ad esempio i sali o il glucosio, la frazione
XA•P°A ,è sufficientemente piccola da essere trascurata. Possiamo allora scrivere:
(4) Ptot = XB• P°B se XB= 1 – XA
, possiamo riscrivere la
(4): (5) Ptot = (1 – XA) • P°B= P°B- XA• P°B
rielaborando la (5):
(6) P°B– Ptot = XA• P°B
La sottrazione P°B– Ptot = ∆P è la differenza fra la tensione di vapore del solvente puro (P°
B) e la pressione della soluzione (Ptot). Il valore è sempre positivoe cresce con l’aumentare della
concentrazione della soluzione. Inserendo il coefficiente di van’t Hoff nell’equazione (6) otteniamo
la formula finale per calcolare l’abbassamento della tensione di vapore:
(7) ∆P = XA• P°B• i
Innalzamento del punto di ebollizione
Il punto di ebollizione di una soluzione è maggiore rispetto a quello di un solvente puro.
L’innalzamento ebullioscopico è proporzionale alla molalità della soluzione secondo l’equazione:
∆Te = Ke • m • i dove Ke è la costante ebullioscopica molale, m è la molalità ed i è il coefficiente di
van’t Hoff. L’aggiunta di glicole etilenico all’acqua di raffreddamento dei motori ne innalza il punto
di ebollizione e premette una refrigerazione più efficiente in quanto il liquido può raggiungere
temperature superiori ai 100°C senza bollire.
Abbassamento del punto di congelamento
Il punto di congelamento di una soluzione è minore rispetto a quello di un solvente puro.
L’abbassamento crioscopico è proporzionale alla molalità della soluzione secondo l’equazione:

Tc = Kc • m • i dove Kc è la costante crioscopica molale, m è la molalità ed i è il coefficiente di
van’t Hoff. L’aggiunta di glicole etilenico all’acqua di raffreddamento dei motori ne abbassa il
punto di congelamento e premette al liquido di raffreddamento del radiatore di non congelare nei
freddi giorni invernali. E’ molto comune vedere durante le nevicate persone che gettano sale da
cucina (prevalentemente NaCl) sulle strade con lo scopo di abbassare il punto di congelamento
dell’acqua e ritrasformare i cristalli della neve e del ghiaccio nella forma liquida.
Osmosi

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Una specie chimica che passa in soluzione presenta molte analogie con il comportamento dei
gas. Le particelle in soluzione si distribuiscono in tutto lo spazio disponibile, e se nella soluzione
sono presenti più soluti, ognuno di essi si comporta ignorando l’esistenza degli altri. In analogia
alla pressione dei gas esiste nelle soluzioni una pressione osmotica legata alla temperatura ed alla
concentrazione della soluzione attraverso una relazione formalmente identica all’equazione di
stato dei gas. Mentre la pressione dei gas è direttamente generata dalle molecole del gas, la
pressione osmotica deriva dalla variazione dell’energia libera del solvente dovuta alla presenza del
soluto. Se separiamo due soluzioni con una membrana semipermeabile, cioè una membrana che
permette il passaggio delle molecole del solvente ma non di soluto, si nota un passaggio di
solvente dalla soluzione meno concentrata alla soluzione più concentrata. La pressione osmotica
può essere definita come la pressione che deve essere esercitata per evitare che una soluzione
separata da una soluzione meno concentrata, per mezzo di una membrana semipermeabile, venga
diluita.
Osmosi (2)
Tutte le soluzioni biologiche contengono concentrazioni relativamente alte di sali, e le membrane
biologiche sono semipermeabili, per cui la pressione osmotica è molto importante in biologia.
Intuitivamente essa può essere spiegata dagli urti delle particelle del soluto sulla membrana
semipermeabile. Essi esercitano una pressione che è proporzionale alla concentrazione delle
particelle. Il flusso del solvente verso la soluzione più concentrata tende a ridurre tale pressione.
Calcolo della pressione osmotica
La pressione osmotica può essere calcolata elaborando la seguente relazione:
Π• V = i • n • R • T ovvero Π= i • n/V • R • T che può essere scritta come: Π= i • M • R • T
dove n è il numero di moli di soluto, per i sali bisogna tenere conto del coefficiente van’t Hoff (i).

Osmometria
L’equazione che regola la pressione osmotica può essere utilizzata per determinare con precisione
i pesi molecolari ed in particolare: Π= i • q/pf • R • T dove i è il coefficiente di van’t Hoff, q è la
quantità in grammi di soluto per litro di soluzione, pf è il peso formula del soluto, R è la costante
dei gas, e T è la temperatura. Questa formula è valida se il composto in soluzione conserva la
struttura molecolare che aveva allo stato solido. Le membrane cellulari sono a tutti gli effetti delle
membrane semipermeabili che permettono il passaggio del solvente, ovvero dell’acqua e di picc
ole molecole non cariche, mentre bloccano il passaggio di ioni e delle proteine sintetizzate
all’interno della cellula. Questa organizzazione ha permesso di isolare il comparto interno da

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quello esterno, infatti le cellule hanno un sistema estremamente complesso e finemente regolato
fatto di recettori e messaggeri per rapportarsi con l’ambiente esterno. Le soluzioni contenute nelle
cellule hanno una pressione osmotica di circa 7 Atm, e se immergiamo un globulo rosso (o
eritrocita) in una soluzione con una pressione osmotica minore (ipotonica), il solvente entra
velocemente nella cellula fino a farla scoppiare. L’eritrocita è quindi lisato. Se esso è invece
immerso in una soluzione con una pressione osmotica maggiore (ipertonica), l’acqua contenuta
nel globulo rosso esce ed esso raggrinzisce. Quindi, le cellule devono essere mantenute in
soluzioni che hanno la stessa pressione osmotica (isotoniche) per poterne preservare la forma e la
funzionalità. Per questo motivo le soluzioni iniettabili per via endovenosa hanno una pressione
uguale a quella del sangue, detta fisiologica.

Capitolo 3: Energia, velocità delle reazioni ed equilibrio chimico


Termodinamica chimica. Trasformazioni chimiche e variazioni di energia
Ogni trasformazione chimica è associata ad una variazione di energia . Tali variazioni vengono
studiate dal ramo della chimica denominato termodinamica chimica. L’energia esiste in varie
forme:
•termica cioè associata alla temperatura del sistema
•elettrica associata a una differenza di potenziale
•cinetica, cioè associata al movimento di un corpo ed alla sua massa
•chimica.
Per esempio l’energia chimica viene liberata durante la combustione del metano o della benzina
e può essere usata per produrre calore, lavoro meccanico per muovere l’automobile o energia
elettrica. In biologia molta energia chimica viene liberata dalle reazioni metaboliche di ossidazione
che avvengono nelle cellule, e utilizzata per mantenere il calore corporeo, compiere lavoro
muscolare, ed altro. Lo studio delle forme di energia è complesso perché le misurazioni cambiano
molto in base al tipo di sistema considerato.
E’ importante definire alcuni sistemi di riferimento:
•sistema chiuso che scambia con l’ambiente energia ma non materia,
•sistema isolato che non scambia con l’ambiente né energia né materia.
La termodinamica studia le leggi relative agli scambi di energia tra corpi o sistemi. La sua prima
legge afferma che in un sistema isolato l’energia può essere convertita da una forma all’altra, ma
che non può essere né creata né distrutta. Quindi l’energia di un sistema isolato è costante e non

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varia. Questa energia viene denominata energia interna E. E’ particolarmente utile studiare le
variazioni di tale energia, che verranno indicate con ∆E. Durante un trasformazione chimica,
l’energia interna di un sistema chiuso varia e si possono avere scambi di energia termica (calore) o
meccanica (lavoro) con l’ambiente. La variazione di energia interna può essere espressa dalla
relazione: ∆E = Q + W dove Q è il calore scambiato con l’ambiente (calore di reazione), e W è il
lavoro scambiato.
Entalpia
La maggior parte delle reazioni biologiche avviene a pressione costante, e al calore scambiato
dalla reazione viene dato il nome di Entalpia (H). La sua variazione durante una reazione è
espressa dalla relazione: ∆H = ∆E – w
Quindi l’entalpia include anche il lavoro prodotto dalla reazione, che dipende dalla variazione di
volume. Questa componente è importante per reazioni che avvengono allo stato gassoso, dove ci
possono essere grosse variazioni di volume. Per reazioni allo stato liquido, la variazione di volume
è trascurabile e così il lavoro prodotto, quindi la variazione di entalpia, è molto vicina alla
variazione di energia interna. Considerando il calore scambiato (Q) le reazioni chimiche sono
classificate come:
•Esotermiche: quando il sistema cede calore e la ∆H <0 (esempio A B+ Q)
•Endotermiche: quando il sistema acquista calore e ∆H >0.(esempio A + Q B ) Per una reazione
chimica viene spesso indicata la variazione di entalpia standard (∆H°), cioè quella misurata in
condizioni standard(concentrazione 1 mol/l, pressione 1 Atm, temperatura 25°C) Molte reazioni
che procedono spontaneamente sono esotermiche e, cioè producono calore, ma ve ne sono
alcune che procedono spontaneamente anche se sono endotermiche, cioè assorbono calore.
Quindi la variazione di entalpia non dà indicazioni sulla spontaneità di una reazione, cioè se
una reazione procede spontaneamente in un senso od in quello opposto. L’entalpia è una
proprietà di stato, cioè le sue variazioni sono indipendenti dal modo in cui i reagenti di una
reazione si trasformano nei prodotti. Ne consegue che l’entalpia standard di una reazione, può
essere calcolata attraverso l’entalpia di formazione dei singoli componenti della università
telematica internazionale
Questo è definito dalla legge di Hess (chimico russo, 1806-1850) che afferma che l’entalpia di
reazione è la stessa che la reazione avvenga in uno o più passaggi.
Entropia
Il concetto di spontaneità delle trasformazioni è affrontato dalla seconda legge della
termodinamica, che può essere espressa in vari modi, tra cui: “I processi naturali evolvono

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spontaneamente nella direzione che comporta un aumento di disordine dell’universo.”


Il grado di disordine di un sistema è indicato da una grandezza termodinamica specifica:
l’entropia (S). La variazione di entropia (∆S) ad una data temperatura assoluta (T) può essere
misurata dalla quantità di calore Q che il sistema scambia per aumentare il suo disordine.
L’entropia di un sistema tende ad aumentare spontaneamente, ed occorre fornire lavoro per
limitare il suo aumento.
Energia Libera di Gibbs
La spontaneità di una reazione chimica è valutata dalla variazione dell’energia libera di Gibbs
(G).La variazione di energia libera di una reazione (∆G) è indicata dall' importante relazione:
∆G= ∆H-T∆S
Per una trasformazione a temperatura e pressione costanti essa indica la quantità di lavoro utile
ottenibile. Essa è composta da una componente entalpica (∆H,), e da una componente entropica
(T∆S) che riguarda la variazione di ordine. Una reazione è spontanea quando è accompagnata da
una diminuzione di energia interna, cioè quando ∆G <0. In questo caso viene detta esoergonica,
cioè produce energia che può essere usata per compiere lavoro. La dissoluzione del cloruro di
sodio (NaCl) in acqua è un esempio di un processo spontaneo che assorbe calore (endoergonico
), cioè il sistema si raffredda spontaneamente. Questo è spiegato dal fatto che l’energia associata
alla rottura dei legami ionici tra Na e Cl (la componente entalpica) è minore della quantità di
energia associata all’aumento del disordine (la componente entropica). Infatti, si passa da una
situazione in cui gli atomi di Na e Cl hanno una disposizione molto ordinata nel reticolo cristallino
del sale, ad una soluzione caotica in cui gli ioni sono dispersi nella soluzione acquosa.

Cinetica chimica
Alcune reazioni chimiche si svolgono molto velocemente, dando luogo anche ad esplosioni,
mentre altre procedono molto lentamente, anche in termini di anni. Inoltre, alcune reazioni
avvengono solo in certe condizioni e solo se innescate, come la combustione del gas metano o
della benzina. La velocità delle reazioni è un argomento importante che fornisce informazioni su
come si svolgono effettivamente le reazioni chimiche, ed è studiato dalla cinetica chimica.
La teoria delle collisioni
La teoria delle collisioni è utile per interpretare la velocità delle reazioni. Consideriamo una
reazione del tipo: A + B C + D. La trasformazione prevede che alcuni legami presenti in A e B
vengano rotti per permettere la formazione di nuovi legami e dar luogo a C e D. Perché ciò
avvenga le molecole A e B devono entrare in contatto con un’energia sufficiente e con

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una posizione opportuna. Solo in queste condizioni si ha un urto efficace(o produttivo) che può
portare alla formazione del prodotto. Il numero di urti efficaci rispetto al numero di urti
totali può essere molto basso. Ogni condizione che aumenta sia il numero totale degli urti che la
proporzione degli urti efficaci, aumenterà la velocità della reazione. Da queste considerazioni
risulta che la velocità di una reazione dipende da:
•la concentrazione dei reagenti: se essa aumenta, aumenta anche il numero degli urti totali
•la temperatura: al suo aumento cresce l’energia cinetica delle molecole, quindi aumenta la
probabilità che gli urti abbiano un’energia maggiore della soglia richiesta (Ea).
•la complessità delle molecole: per molecole semplici e sferiche la maggior parte degli urti
sarà produttiva, per molecole complesse invece l’urto deve avvenire solo in una particolare
posizione e ciò avviene molto raramente. Infatti, la velocità delle reazioni chimiche aumenta
sempre con la temperatura, e, salvo rare eccezioni, aumenta con la concentrazione dei reagenti.
La teoria prevede anche che al momento dell’urto efficace, si formi un complesso in cui sono
presenti contemporaneamente sia i legami dei reagenti che quelli dei prodotti. Questo complesso
attivato è una forma chimica molto instabile, che decade così rapidamente che solo raramente
può essere osservata direttamente. Il complesso ha un livello energetico più alto sia del reagente
che dei prodotti, e coincide con l’energia di attivazione (Ea).
Energia di attivazione di una reazione
L’evoluzione di una reazione chimica può essere descritta dall’evoluzione della sua energia nella
coordinata di reazione, cioè il susseguirsi degli eventi che accadono nella reazione. In una reazione
esotermica il livello energetico dei reagenti è maggiore di quello dei prodotti e la differenza è
indicata da ∆E. Perché la trasformazione avvenga, si deve formare un complesso attivato ad alta
energia, esso una volta fatto decade a dare i prodotti oppure i reagenti. Il tipo di complesso
attivato che si forma dipende dal cammino di reazione.

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CAPITOLO 2. IL BISOGNO DI ENERGIA E I PRINCIPI GENERAI DEL METABOLISMO


La bioenergetica, branca della termodinamica, è lo studio delle trasformazioni energetiche che si
associano alle reazioni biochimiche negli esseri viventi e dello scambio di energia che avviene tra
cellule ed ambiente esterno. I sistemi biologici necessitano continuamente di energia per
sopravvivere; essendo isotermi, non sfruttano per le proprie funzioni energia termica, bensì
energia chimica. I sistemi autotrofi producono energia chimica sfruttando l’energia della luce,
mentre i sistemi eterotrofi producono energia chimica tramite l’ossidazione di molecole organiche,
i nutrienti dell’ambiente circostante. L’energia chimica così ottenuta è utilizzata dai sistemi
biologici per compiere lavoro, ovvero vivere. L’ATP è la molecola fondamentale che consente

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l’accoppiamento tra reazioni che liberano energia (esoergoniche - catabolismo) e reazioni che
richiedono energia (endoergoniche – anabolismo).
La lezione presenterà i concetti fondamentali della termodinamica e le loro implicazioni per
sistemi biologici quali le cellule umane. Verrà posta particolare attenzione alla molecola di ATP,
quale donatore immediato di energia libera per le reazioni anaboliche.
L’energia
L’energia è la capacità o potenzialità di compiere lavoro. Esistono due tipologie di energia:
• energia cinetica, associata al movimento;
• energia potenziale, che dipende invece dalla posizione o condizione dell’oggetto.
FORME DI ENERGIA
CINETICA POTENZIALE
ENERGIA SOLARE ENERGIA CHIMICA
ENERGIA TERMICA ENERGIA GRAVITAZIONALE
ENERGIA ELETTRICA ENERGIA NUCLEARE

Le cellule hanno bisogno di energia per poter mantenere la propria organizzazione e per
svilupparsi, crescere e riprodursi; più in dettaglio le cellule utilizzano energia per:
• compiere lavoro meccanico (spostamenti contro forza gravitazionale o frizionale);
• compiere lavoro di gradiente (differenze di concentrazione o di potenziale elettrico);
• compiere lavoro di sintesi (formazione e rottura di legami chimici).
Gli organismi autotrofi sono in grado di produrre energia a partire dall’energia solare e sono i
produttori primari di sostanze organiche utilizzate poi anche dagli organismi eterotrofi, che
estraggono energia dai nutrienti dell’ambiente esterno. I nutrienti contengono energia potenziale
chimica, che viene utilizzata e trasformata dagli organismi in altre forme di energia, quali la
meccanica e la termica. La vita si basa quindi su trasformazioni e scambi di energia tra sistemi
biologici ed ambiente. Tali trasformazioni biochimiche seguono le leggi generali della
termodinamica.
LE LEGGI DELLA TERMODINAMICA E LE REAZIONI
Le trasformazioni energia che avvengono nei sistemi biologici seguono le stesse leggi
termodinamiche formulate agli inizi del Novecento sulla base degli studi sperimentali di chimici e
fisici coinvolti nello studio delle modalità di conversione tra le diverse forme di energia. Queste
leggi sono classicamente identificate come prima e seconda legge della termodinamica.
La prima legge afferma che l’energia non può essere creata o distrutta, ma solo trasformata da una
tipologia all’altra. La quantità totale di energia nell’universo rimane costante, nonostante i possibili

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trasferimenti da una zona all’altra e le possibili trasformazioni da una tipologia all’altra.


Consideriamo per esempio una reazione chimica, ovvero un processo in cui alcune sostanze,
definite reagenti, si trasformano in altre, definite prodotti. Se i prodotti contengono meno energia
chimica dei reagenti, ciò significa che parte dell’energia dei reagenti è stata trasformata in una
forma diversa di energia, di solito rappresentata dal calore. L’energia totale del sistema non è
tuttavia cambiata; essa è costante.
La seconda legge afferma invece che le trasformazioni energetiche spontanee comportano sempre
una perdita di energia utile; sono quindi inefficienti e disperdono energia sotto forma di entropia o
calore. Con il termine di entropia si indica la misura del disordine o della casualità del sistema. Per
esemplificare, lo stato gassoso, privo di volume e forma definiti, è più disordinato di quello liquido,
con forma indefinita, ma volume definito. A sua volta lo stato liquido è più disordinato di quello
solido, caratterizzato da forma e volume definiti. Allo stesso modo lo zucchero glucosio, una
molecola complessa, è più ordinata delle molecole semplici da cui viene prodotta, acqua ed
anidride carbonica. Un processo naturale e spontaneo evolve sempre nella direzione che implica
un incremento del disordine complessivo dell’Universo (ovvero la variazione di entropia, DS, tra
stadio iniziale e stadio finale ha valore positivo, DS>0). L’entità dell’incremento del disordine
corrisponde alla quota di energia degradata nel corso di un processo e non più utilizzabile per
compiere lavoro. La variazione di entropia DS è quindi un parametro termodinamico che consente
di descrivere le trasformazioni energetiche. La sua unità di misura è joule/mole x Kelvin. La
seconda legge della termodinamica ci permette di capire perché gli organismi viventi dipendono
da sorgenti esterne di energia: quella solare per gli autotrofi e quella dei nutrienti per gli
eterotrofi. In definitiva la luce solare è la sorgente ultima di energia per la vita; questa energia
passa dalle piante agli animali, con dispersione di energia nell’ambiente come calore od entropia.
Le cellule necessitano di continuo rifornimento di energia per mantenere l’organizzazione (ordine)
interna, contribuendo all’aumento dell’entropia totale dell’ambiente esterno. L’utilizzo di nutrienti
per estrarne energia chimica prevede la trasformazione di composti chimici complessi in composti
o molecole più semplici (per esempio da glucosio ad acqua ed anidride carbonica); ovvero il
passaggio da strutture più organizzate e con energia potenziale più elevata a strutture più semplici
e disordinate, con minore energia potenziale. Tale trasformazione si associa a liberazione di calore
ed incremento dell’entropia dell’ambiente. Il parametro variazione di energia libera di Gibbs (DG)
viene spesso utilizzato in sostituzione di quello dell’entropia per descrivere in termini
termodinamici le reazioni chimiche. L’energia libera indica l’energia utile per compiere lavoro
durante una trasformazione. In una reazione chimica la variazione di energia libera rappresenta la

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differenza tra l’energia libera dei prodotti e quella dei reagenti (DG = G prodotti - G reagenti) e
rappresenta la quantità di lavoro che può essere generato a temperatura e pressione costanti
dalla reazione stessa. Se la reazione chimica procede liberando energia libera la DG è negativa
(DG<0) e la reazione viene definita reazione esoergonica. Quando DG è positivo (DG>0), la
reazione procede guadagnando energia e viene definita reazione endoergonica. Se DG è vicino allo
zero il sistema è vicino all’equilibrio. A temperatura e pressione costanti, come avviene nei sistemi
viventi, la relazione che unisce la variazione di energia libera alla variazione di entropia (DS) è la
seguente: DG = DH –TDS, dove DH indica l’entalpia e T la temperatura. L’entalpia (H) rappresenta il
contenuto termico di un sistema e, in una reazione chimica, correla con il tipo ed il numero di
legami chimici presenti nei reagenti e nei prodotti. Se il contenuto termico dei prodotti è inferiore
a quello dei reagenti la DH ha valore negativo (reazione esotermica). DH ha valore positivo nel
caso la reazione assuma calore dall’ambiente (reazione endotermica). Le reazioni spontanee sono
caratterizzate da un incremento dell’entropia (seconda legge della termodinamica, DS>0) e sono,
generalmente, esotermiche, ovvero DH ha valore negativo. Ina base alla correlazione che unisce
DG a DH e DS possiamo dedurre che le reazioni spontanee si associano ad una DG negativa. Al
contrario, i processi non spontanei hanno DG>0. Per poter descrivere sperimentalmente le
reazioni biochimiche, si utilizzano generalemte condizioni standard biologiche caratterizzate da
temperatura = 298 K, pressione = 1 atmosfera, concentrazione dei reagenti = 1M e pH = 7. In
queste condizioni la variazione di energia libera è definita variazione di energia libera standard
biologica (DG°’). Le trasformazioni chimiche sono spesso reversibili, ovvero non appena i reagenti
si trasformano nei prodotti, una parte dei prodotti inizia a trasformarsi nei reagenti. Ciò significa
che una reazione chimica procede dallo stadio iniziale fino al raggiungimento di uno stato di
equilibrio, in cui la velocità di formazione dei reagenti eguaglia quella di formazione dei prodotti.
Raggiunto l’equilibrio, il sistema diviene apparentemente statico e le concentrazioni di reagenti e
prodotti, in assenza di interventi dall’esterno, non si modificano più. Lo stato di equilibrio di una
reazione chimica è definito dal parametro costante di equilibrio (Keq) che rappresenta il rapporto
tra concentrazioni molari dei prodotti e concentrazioni molari dei reagenti una volta raggiunto
l’equilibrio. Per la reazione aA + bB _ _ cC + dD, la Keq = [C]c x [D]d / [A]a x [B]b. Ciascuna reazione
è caratterizzata da una Keq per determinati valori di temperatura e pressione. Tanto più elevato è
il valore della Keq tanto maggiore la quantità di prodotti rispetto a quella dei reagenti. Conoscendo
il valore della costante di equilibrio di una reazione e le concentrazioni di reagenti e prodotti in un
determinato istante si può dedurre se l’equilibrio stesso è stato raggiunto o in quale senso la
trasformazione tenderà a procedere (verso destra o sinistra) per raggiungerlo. Esiste una

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BASI BIOLOGICHE E MOLECOLARI DEL
BENESSERE DELLA PERSONA

correlazione tra DG°’ e costante di equilibrio in condizioni standard (K’eq), che prevede che la
prima sia pari al valore negativo del logaritmo naturale della seconda (lnKeq), moltiplicato per il
valore della temperatura assoluta (T) e per il valore della costante universale dei gas (R). Quindi
DG°’ = -RT ln Keq e quindi DG°’ = -2,3 RT log K’eq. Poiché le reazioni spontanee sono caratterizzate
da DG°’<0, per l’equazione appena vista esse avranno anche Keq>1. Al contrario, le reazioni non
spontanee avranno Keq<1. Ciò vale in condizioni biologiche standard (tipiche di un laboratorio),
ma nei sistemi viventi la realtà è diversa e le concentrazioni dei reagenti e dei prodotti sono molto
variabili. In tali condizioni la correlazione esistente tra DG e DG°’ è: DG = DG°’ + RT
ln[PRODOTTI]/[REAGENTI]. Ciò significa che le concentrazioni cellulari di reagenti e prodotti
possono modificare notevolmente l’andamento di una reazione, per cui il DG di una reazione può
essere positivo anche quando DG°’ è negativo e viceversa. Molte reazioni con DG°’>0 possono,
all’interno delle nostre cellule, essere momentaneamente spontanee (DG<0), perchè altre reazioni
causano una deplezione dei prodotti oppure mantengono elevate le concentrazioni dei reagenti. È
importante ricordare che il valore di DG dà informazioni sulla tendenza o meno di una reazione ad
avvenire, ovvero su quanto facilmente il prodotto si può formare, ma non dà informazioni sulla
velocità con cui tale prodotto può essere formato, sulla velocità con cui può essere raggiunto
l’equilibrio. Reazioni con DG fortemente negativo possono comunque essere estremamente lente
all’interno delle cellule. Per questo gli enzimi, i catalizzatori biologici, sono fondamentali per la vita
cellulare. L’insieme di tutte le reazioni chimiche che avvengono all’interno dell’organismo viene
definito con il termine di metabolismo. Esistono processi metabolici che producono energia,
riducendo la complessità di molecole organiche assunte dall’esterno (nutrienti) o comunque
presenti nella cellula. Questi processi, che generalmente sono fenomeni ossidoriduttivi, sono
quindi esoergonici e vengono complessivamente definiti col termine di catabolismo. Esistono
tuttavia anche processi che consumano energia, provvedendo al movimento piuttosto che al
mantenimento della struttura organizzativa della cellula. Una parte di questi fenomeni provvede
alla sintesi di molecole complesse, non assumibili direttamente con la dieta e comunque
necessarie per la corretta funzionalità cellulare. Queste trasformazioni chimiche vengono
complessivamente definite con il termine di anabolismo. Sono reazioni che richiedono energia,
ovvero endoergoniche. Da dove ottengono l’energia necessaria tutte le reazioni endoergoniche
che normalmente avvengono all’interno delle cellule?. Il trasporto attivo di molecole attraverso le
membrane, la sintesi di composti complessi, la contrazione muscolare, la trasmissione di impulsi
nervosi sono processi che avvengono solo se accoppiati a trasformazioni chimiche che liberano
energia in quantità sufficiente. In un sistema biologico, la vita si basa su questo concetto

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fondamentale di accoppiamento tra reazioni esoergoniche e reazioni endoergoniche. Il grafico in


figura evidenzia il concetto: il composto A si trasforma in B rilasciando energia,
contemporaneamente C si trasforma in D sfruttando parte dell’energia rilasciata dal primo
fenomeno biochimico; complessivamente la reazione può essere scritta come A + C _ B + D +
calore. La trasformazione completa può avvenire se il DG complessivo ha un valore negativo,
ovvero se l’energia liberata da A_B è superiore da quella immagazzinata da C_ D. La liberazione di
calore indica aumento dell’entropia e quindi spontaneità della reazione, come previsto dalla
seconda legge della termodinamica. In termini generali possiamo dire che, in un sistema vivente, il
catabolismo è accoppiato all’anabolismo. Il termine accoppiamento non indica necessariamente
unione fisica di trasformazioni biochimiche con caratteristiche termodinamiche opposte, bensì una
dipendenza reciproca dei due tipi di processi, che precisa in termini generali la regolazione del
metabolismo nei sistemi biologici: la produzione di energia chimica è commisurata alle necessità
dei processi che la consumano; al tempo stesso tali processi avvengono fintantoché sono garantite
le trasformazioni che generano energia chimica. Quali sono i meccanismi che consentono questa
reciprocità tra reazioni esoergoniche ed endoergoniche? Possiamo distinguere almeno due
meccanismi principali:
• il primo, meno flessibile e quindi meno rappresentato nei sistemi biologici, prevede l’esistenza di
un intermedio comune ed obbligatorio tra i due processi termodinamicamente opposti;
• Il secondo, molto più diffuso, prevede invece la formazione di composti ad alto potenziale
energetico nel corso dei processi esoergonici, ed il loro successivo utilizzo in quelli endoergonici.
Riprendendo l’esempio del grafico precedente (A + C _ B + D + calore), nel caso di un intermedio
comune vincolante le due reazioni, potremmo scrivere A + C _ I _ B + D + calore. La formazione di I
da parte dei reagenti è necessaria affinché I si possa trasformare nei prodotti. Questo meccanismo
consente una regolazione intrinseca dei due processi chimici: la prima parte procede fintanto che
la seconda consuma I e viceversa. Quindi viene prodotta energia solo quando è necessaria. In
alcuni casi l’intermedio di accoppiamento può essere un trasportatore di gruppi chimici, come nel
caso delle deidrogenazioni associate ad idrogenazioni.
Il meccanismo sicuramente più importante e diffuso di accoppiamento tra reazioni endo ed
esoergoniche è quello che prevede la formazione e l’utilizzo di composti ad alto potenziale
energetico. Durante la reazione esoergonica si forma un composto che contiene legami chimici ad
alto contenuto energetico. La demolizione di questo composto, stabile e libero di fluire all’interno
della cellula, può essere inserita nella reazione endoergonica, che ottiene così l’energia necessaria
per poter procedere verso la formazione dei prodotti. A differenza del meccanismo basato

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BENESSERE DELLA PERSONA

sull’intermedio comune, questa alternativa risulta molto più flessibile dal punto di vista strutturale
e temporale; il composto ad alto potenziale energetico non deve essere correlato chimicamente ai
reagenti ed ai prodotti ed i tempi di produzione ed utilizzo possono essere distinti. Lo stesso tipo di
composto in cui è stata immagazzinata energia chimica può essere utilizzato da diverse
trasformazioni biochimiche endorgoniche, in tempi e comparti diversi della cellula.
L’ATP: LA VALUTA ENERGETICA DELLE CELLULE
L’Adenosina trifosfato (ATP) è il principale intermedio ad alto contenuto energetico delle cellule.
Gli organismi eterotrofi utilizzano quindi la degradazione dei nutrienti e delle molecole organiche
complesse (catabolismo) per produrre molecole di ATP, in cui viene immagazzinata buona parte
dell’energia potenziale (chimica) dei reagenti. L’energia contenuta nell’ATP è quindi rilasciata
(rottura di legami chimici) e fornita alle reazioni endoergoniche. La molecola di ATP è, in senso
lato, un intermedio generico tra reazioni cataboliche e reazioni anaboliche. Le caratteristiche
chimiche della molecola di ATP ci consentono di capire perché è una molecola ad alto potenziale
energetico. È un nucleotide, costituito dalla base azotata adenina, da una molecola di zucchero
ribosio e da tre gruppi fosfato. I legami fosfo-anidridici tra primo e secondo e secondo e terzo
gruppo fosfato (ma non quello tra gruppo fosfato e ribosio) sono legami ricchi di energia
potenziale chimica. Il simbolo “~” viene spesso utilizzato per rappresentare tale tipo di legame
chimico. La rottura di un legame fosfo-anidridico dell’ATP libera circa 30 kJ/mol (DG°’= - 30.5
kJ/mol o – 7.3 kcal/mol). L’ATP contiene due di questi legami.
L’ATP è quindi una sorta di valuta energetica per le cellule, che la utilizzano per compiere lavoro di
tipo chimico, meccanico e di trasporto. La scissione di un legame a formare ADP e fosfato (Pi)
libera energia chimica utilizzata per rendere possibili reazioni endoergoniche. Affinché
l’accoppiamento tra i due tipi di reazioni possa avvenire, il DG complessivo delle reazioni deve
rimanere negativo, ovvero l’energia richiesta dalla reazione endoergonica deve essere inferiore a
quella rilasciata dall’ATP. La differenza viene dispersa come calore e contribuisce al mantenimento
della temperatura corporea. L’esempio della fosforilazione del glucosio chiarisce questo aspetto.
L’ADP viene poi riutilizzato per rigenerare molecole di ATP. L’utilizzo dell’ATP ha notevoli vantaggi
per le cellule:
1) può essere usato da molti tipi di reazioni,
2) l’energia rilasciata dalla rottura di un singolo legame fosfo-anidridico è sufficiente per realizzare
diversi tipi di reazioni endoergoniche, che hanno generalmente DG con valori assoluti inferiori a
quello dell’idrolisi dell’ATP. Inoltre poca energia viene dissipata in questo tipo di accoppiamento.
Nelle cellule esistono altre molecole che contengono gruppi fosfato e legami apparentemente

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simili a quelli presenti nell’ATP. Tuttavia l’ATP svolge un ruolo peculiare ed unico come fonte di
energia libera per le reazioni endoergoniche. L’analisi delle DG°’ di idrolisi dei diversi composti di
questa natura ci aiuta a comprendere questa peculiarità funzionale della molecola. La tabella
evidenzia come l’ATP, con una DG°’ di idrolisi pari a –30.5 kJ/mol, sia una sorta di spartiacque tra
composti che contengono gruppi fosfato impegnati in legami altamente energetici
(fosfoenolpiruvato, carbamilfosfato, 1,3-difosfoglicerato e creatina fosfato) ed altri, molto più
numerosi, in cui lo stesso legame ha invece un’energia libera di idrolisi molto inferiore
(Pirofosfato, Glucosio-1-fosfato, etc). Questa posizione intermedia dell’ATP fa sì che esso possa
fungere da donatore di gruppi fosfato ad alta energia per la maggior parte dei composti che si
ritrovano più in basso nella tabella: ciò significa che l’energia liberata dall’idrolisi dell’ATP è
sufficiente per consentire le reazioni di fosforilazione inverse di quelle presenti nella tabella (per
esempio, glucosio + ATP _ glucosio-1-fosfato + ADP). Al tempo stesso, si deduce che, nelle cellule,
esistono composti con energia potenziale superiore a quella del legame fosfo-anidridico dell’ATP.
L’idrolisi di questi composti libera quindi energia sufficiente per rigenerare l’ATP a partire da ADP e
fosfato. Infatti i composti nella tabella posizionati sopra all’ATP, sono utilizzati dalla cellula per
generare ATP secondo un meccanismo genericamente definito fosforilazione a livello di substrato.
Per esempio la creatina fosfato rappresenta un importante meccanismo per rigenerare
rapidamente, al livello muscolare, l’ATP consumato velocemente durante la contrazione
muscolare. Ed ancora, fosfoenolpiruvato e 1,3-difosfoglicerato sono i reagenti delle due tappe
enzimatiche della glicolisi in cui viene direttamente prodotto ATP. L’ATP è un donatore immediato
di energia libera. Metaforicamente si può dire che l’ATP è la moneta energetica contante delle
cellule. A differenza di cambiali o assegni, che sono impegni di pagamento, l’ATP è denaro
contante. Spendere ATP consente di far avvenire fenomeni biochimici diversi che richiedono
energia. Il consumo di ATP cellulare in condizioni basali è significativo: una molecola di ATP è
consumata circa 1 minuto dopo la sua sintesi ed in 24 ore ne vengono consumati circa 40 Kg.
Durante uno sforzo intenso il consumo di ATP può salire a 0,5 kg/min. Come detto
precedentemente, l’ATP consumato deve essere rigenerato nelle cellule. Un meccanismo
importante è quello della fosforilazione a livello di substrato che consente il trasferimento di un
gruppo fosfato all’ADP da parte di composti con potenziale chimico superiore a quello dell’ATP. La
maggior parte dell’ATP cellulare è tuttavia prodotto attraverso un processo diverso, denominato
fosforilazione ossidativa. Essa utilizza gli equivalenti riducenti prodotti dai processi ossidativi a
carico di diverse macromolecole (zuccheri e lipidi) per ridurre l’ossigeno molecolare ad acqua
nell’ambito della catena respiratoria mitocondriale. In termini generali i processi cellulari che

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portano alla produzione/rigenerazione di ATP possono essere riassunti in due fasi principali: 1)
Una prima fase di OSSIDAZIONE progressiva di macromolecole come zuccheri e lipidi nell’ambito di
percorsi metabolici definiti glicolisi, beta ossidazione e ciclo di krebs o degli acidi tricarbossilici. In
questa fase si verifica la progressiva semplificazione chimica di queste molecole complesse fino a
produrre acqua ed anidride carbonica (ossidazione completa); l’energia estratta dalle
macromolecole viene convogliata in parte sull’ATP attraverso fenomeni di fosforilazione a livello di
substrato ed in parte in fenomeni di riduzione di molecole che fungono da “trasportatori” di
elettroni (e idrogeno), ovvero di equivalenti riducenti. Queste molecole sono i coenzimi NAD+ e
FAD che vengono ridotti a NADH e FADH2. 2) La seconda fase, certamente più importante dal
punto di vista quantitativo, consiste nel trasferimento degli elettroni (riduzione) di NADH e FADH2
sull’ossigeno con contemporanea produzione di ATP. Come detto questo processo è chiamato
fosforilazione ossidativa ed avviene nei mitocondri, esclusivamente in condizioni di aerobiosi,
ovvero in presenza di ossigeno, che è appunto l’accettore finale degli equivalenti riducenti prodotti
dal catabolismo delle varie macromolecole. Abbiamo visto come l’accoppiamento delle reazioni
cataboliche con quelle anaboliche attraverso la molecola di ATP consente anche una sorta di
regolazione reciproca tra le due fasi: la disponibilità intracellulare di ATP influenza
significativamente ed in modo opposto la velocità dei processi esoergonici e di quelli endoergonici.
Un indice della disponibilità cellulare di ATP, ovvero dello stato energetico cellulare, è
rappresentato dalla carica energetica. La carica energetica è proporzionale al rapporto tra la
concentrazione dell’ATP sommata ad un mezzo di quella dell’ADP e la somma delle concentrazioni
di ATP, ADP e AMP. Il numeratore comprende quindi le sole molecole della “famiglia” dell’ATP
dotate di legame altamente energetico. Il denominatore include invece tutte le molecole della
stessa famiglia, ovvero anche l’ Adensina Monofosfato (AMP), derivato dall’idrolisi del legame
fosfo-anidridico dell’ADP. L’AMP possiede ancora un gruppo fosfato coniugato al ribosio, ma tale
legame non è un legame fosfo-anidridico e quindi non ha un contenuto energetico elevato.
Rappresenta tuttavia il precursore necessario per la sintesi di ADP e ATP. Il rapporto tra le diverse
specie di molecole della famiglia dell’ATP ha un valore numerico compreso tra 0 ed 1: quando
vicino ad uno indica una prevalenza di ATP, ovvero disponibilità di energia; se vicino a zero, la
disponibilità energetica è bassissima. In condizioni normali la carica energetica è mantenuta entro
un intervallo abbastanza stretto (tra 0,8 e 0,95). Il grafico evidenzia come si modificano le opposte
vie di consumo e produzione di ATP al variare della carica energetica. Valori elevati inibiscono
sensibilmente la produzione e facilitano il consumo di ATP; al contrario, valori bassi innescano la
produzione e rallentano sensibilmente il consumo.

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RIEPILOGO
I sistemi biologici sono isotermici e necessitano di energia chimica per poter svolgere l’insieme
complesso dei processi vitali. Le trasformazioni biochimiche cellulari rispondono alle leggi della
termodinamica ed il parametro dell’energia libera consente di identificare reazioni spontanee ed
esoergoniche (DG<0) e reazioni non spontanee ed endoergoniche (DG>0). L’accoppiamento tra
reazioni esoergoniche (catabolismo) e reazioni endoergoniche (anabolismo) è il meccanismo
fondamentale attraverso cui le cellule riescono a far avvenire i diversi processi che necessitano
energia, quali la sintesi chimica di composti complessi, il movimento, il trasporto, la contrazione
muscolare. Il meccanismo principale che consente tale accoppiamento è la sintesi di ATP, un
composto ad alto potenziale energetico, in cui viene accumulata l’energia prodotta dai processi
catabolici, poi utilizzata da quelli anabolici. La formazione e la rottura dei legami fosfo-anidridici
altamente energetici dell’ATP rappresentano quindi i due momenti principali del meccanismo di
accoppiamento tra reazioni eso- ed endoergoniche. I livelli intracellulari di ATP, misurabili
attraverso la carica energetica, influiscono in modo significativo ed opposto sulla velocità dei
processi catabolici ed anabolici.

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CAPITOLO 3: ENZIMI

1.CARATTERISTICHE GENERALI
INTRODUZIONE
L’elevatissimo numero di reazioni chimiche, che in ogni istante avvengono all’interno e all’esterno
delle cellule che costituiscono i nostri tessuti e quelli di tutti gli esseri viventi, non potrebbero
avere luogo alle condizioni di temperatura, pressione e pH fisiologici, se non esistessero gli enzimi.
Gli enzimi sono biocatalizzatori, ovvero proteine che hanno lo specifico compito di accelerare le
trasformazioni chimiche. Questa loro proprietà li rende fulcro principale dei meccanismi che
regolano i diversi percorsi metabolici. Lo studio degli enzimi ha quindi un’importanza notevole per
la comprensione dei processi biochimici che stanno alla base della vita. Al tempo stesso deficienze
funzionali o quantitative di enzimi sono spesso causa di stati patologici. Ne consegue che il loro
dosaggio in campioni biologici, quali plasma o biopsie tessutali, è frequentemente un ausilio
diagnostico fondamentale. Infine è importante ricordare che l’azione di numerosissimi farmaci si
esplica attraverso l’interazione con enzimi.
OBIETTIVI
In questa unità verranno presentate:
- le proprietà generali degli enzimi
- la rilevanza degli enzimi in medicina
ASPETTI GENERALI
Classificazione
Nell’uomo e nella maggior parte degli organismi viventi avvengono in ogni istante numerosissime
reazioni chimiche che possono procedere ad una velocità biologicamente significativa (ovvero
compatibile con la vita) solo grazie alla presenza di catalizzatori biologici denominati enzimi. Si
tratta, nella maggior parte dei casi, di molecole di natura proteica dotate di potere catalitico,
ovvero capaci di aumentare la velocità di reazione delle trasformazioni chimiche, senza subire
modificazioni. Al termine della trasformazione l’enzima si ritrova immutato rispetto alle condizioni
di partenza e pronto per ripetere la propria funzione. Tale attività dipende dalla conformazione
proteica dell’enzima e si caratterizza per l’elevata specificità nei confronti del substrato e della
reazione catalizzata. Attraverso la regolazione dell’attività enzimatica le cellule, i tessuti e gli
organismi decidono quali reazioni debbano avvenire o quanto velocemente debbano procedere. Il
crescente numero degli enzimi conosciuti ha reso necessaria l’introduzione di una nomenclatura e
di una classificazione sistematica, in sostituzione di quella tradizionale. Questa generalmente
attribuiva a ciascun enzima un nome basato sulla natura del substrato e del processo chimico

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catalizzato, utilizzando il suffisso -asi (es.: lattato deidrogenasi o glucosio ossidasi). LA commissione
per gli Enzimi (EC) dell’Unione Internazionale di Biochimica ha distinto gli enzimi in sei classi
principali, poi suddivise ulteriormente in sottoclassi e sottosottoclassi in base al tipo di reazione
catalizzata. Distinguiamo così:
1. le ossidoreduttasi, che catalizzano il trasferimento di equivalenti riducenti tra due coppie redox,
2. le trasferasi, per il trasferimento di gruppi di atomi da un donatore ad un accettore,
3. le idrolasi, per il trasferimento di gruppi all’acqua,
4. le liasi, che catalizzano la scissione o formazione di legami chimici (spesso doppi),
5. le isomerasi, che mediano l’interconversione di isomeri come CIS __ TRANS o L _ _ D,
6. le ligasi, che mediano reazioni di condensazione tra due molecole con accoppiata l’idrolisi di ATP
o di un trifosfato simile.
TERMINI CHIAVE
Gli enzimi catalizzano reazioni chimiche in cui una o più molecole, dette substrato/i, vengono
trasformate in altre molecole, dette prodotto/i. Molto spesso l’attività degli enzimi dipende dalla
presenza di componenti chimici addizionali chiamati cofattori; può trattarsi di ioni inorganici quali
Fe2+, Mg2+ o Zn2+ oppure di molecole più complesse e di natura organica, più propriamente
definite coenzimi. Quando tali cofattori o coenzimi sono legati stabilmente all’enzima vengono
anche definiti gruppi prostetici. Nel caso di enzimi coniugati a cofattori/coenzimi, il termine di
apoenzima definisce la porzione proteica dell’enzima stesso, mentre quello di oloenzima indica il
complesso funzionale nella sua completezza.
COENZIMI
I coenzimi sono molecole importanti ed essenziali per l’attività di molti enzimi, specie di quelli che
catalizzano il trasferimento di elettroni o gruppi di atomi da una molecola all’altra. I coenzimi sono
molecole organiche, spesso derivate da vitamine del gruppo B o dall’adenosinmonofosfato (AMP),
che partecipano attivamente alle trasformazioni chimiche catalizzate dall’enzima. A differenza
dell’enzima, che rimane immutato al termine della reazione chimica, il coenzima può essere
considerato un secondo substrato che subisce trasformazioni opposte a quelle del substrato
principale. Per esempio, nella catalisi di una reazione di ossidoriduzione, quando una molecola di
substrato viene ossidata, una molecola di coenzima viene ridotta. Oppure, nelle reazioni di
trasferimento di gruppi funzionali, il coenzima può fungere da accettore finale o da trasportatore
intermedio. Le modifiche subite dal coenzima nel corso di una reazione chimica fanno sì che esso
non possa essere disponibile per una nuova reazione senza essere prima riportato (attraverso altre
reazioni chimiche) allo stato iniziale.

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INTERAZIONE ENZIMA-SUBSTRATO
SPECIFICITÀ
Le caratteristiche fondamentali degli enzimi sono quelle di poter esercitare un’attività catalitica,
con specificità elevata per reagenti e prodotti. Punto essenziale dell’omeostasi cellulare è il fatto
che l’attività enzimatica può essere sottoposta a regolazioni estremamente fini e puntuali. L’azione
catalitica (potere catalitico) degli enzimi si esplica attraverso la creazione di un microambiente
specifico in cui una determinata reazione risulta essere energicamente favorita. Alla base di tale
fenomeno sta l’interazione diretta e specifica tra substrato/i ed enzima, più eventuali coenzimi. La
porzione della molecola enzimatica che media il riconoscimento specifico del substrato viene
definita sito attivo o sito di legame del substrato. Esso occupa una parte relativamente piccola
della molecola enzimatica ed è generalmente una sorta di cavità o fenditura in cui si adatta il
substrato. La superficie di questa sorta di tasca è rivestita da residui aminoacidici che derivano da
parti diverse e solitamente non consecutive della struttura primaria della proteina. Tali residui
partecipano con i loro atomi e gruppi funzionali all’interazione con il substrato e/o alla
formazione/rottura di legami chimici; sono perciò detti gruppi catalitici.
COMPLEMENTARIETÀ E/S
Il riconoscimento enzima/substrato con formazione del complesso ES (enzima/substrato) è
mediato da attrazioni deboli, quali le interazioni elettrostatiche, legami idrogeno, forze di van der
Waals e interazioni idrofobiche. Solo una perfetta complementarietà tra substrato e sito attivo fa
sì che il numero di tali interazioni sia elevato e determini una significativa stabilità del complesso
ES. Da ciò deriva l’assoluta specificità dell’interazione tra i due componenti e del tipo di
trasformazione che si realizza. Tale specificità è così elevata che anche gli stereoisomeri sono
discriminati dagli enzimi. Per esempio, gli enzimi della glicolisi riconoscono come substrati i D-
fosfozuccheri, ma non gli Lfosfozuccheri.
MODELLO CHIAVE SERRATURA
Un enzima è quindi caratterizzato da un assoluta specificità di reagente e di reazione. Il modello
della chiave e della serratura descrive visivamente la specificità dell’interazione tra sito attivo
(serratura) e reagente (chiave). Tale modello prevede l’esistenza di una perfetta complementarietà
tra le due componenti anche quando sono fisicamente separate l’una dall’altra.
MODELLO ADATTAMENTO INDOTTO
Una rappresentazione alternativa che meglio descrive la realtà dinamica di alcuni complessi ES è
quella che prevede un adattamento reciproco delle due componenti in gioco. Tale modello
(adattamento indotto) revede che, dopo un primo riconoscimento più debole, l’interazione possa

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essere rafforzata per intensità e specificità tramite minimi spostamenti di alcuni atomi costituenti
il sito attivo dell’enzima e la porzione interagente del substrato, con conseguente cambiamento
della forma complessiva dei due componenti e raggiungimento della perfetta complementarietà.
Come ben illustrato nella figura successiva, il modello chiave serratura prevede che sito di
riconoscimento del substrato sull’enzima e substrato (o parte di esso) corrispondano
perfettamente l’uno all’altro; al contrario, nel modello dell’adattamento indotto, la
complementarietà tra i due componenti è inizialmente approssimativa; l’interazione iniziale
innesca un processo di adeguamento complementare che ottimizza l’unione tra enzima e
substrato.
ENZIMI E MEDICINA
Lo studio e l’analisi quantitativa di alcuni enzimi plasmatici ha un ruolo diagnostico importante in
medicina. Il plasma contiene normalmente alcuni enzimi e proenzimi intrinseci, che svolgono la
loro azione fisiologica nel sangue. Un esempio classico di tale tipologia di enzimi è rappresentato
dai fattori coinvolti nella coagulazione. Nel plasma, in condizioni normali, si riscontrano tuttavia
anche bassi livelli di enzimi estrinseci (non funzionali), che non svolgono in tale sede la loro attività
fisiologica; esono enzimi rilasciati dalle cellule morte nel corso del normale processo di ricambio
cellulare a carico di vari organi e tessuti. Quando stati patologici si associano a danno tissutale ed
aumentata morte cellulare, gli enzimi cellulari solubili liberati dalle cellule necrotiche si riversano
nel circolo ematico; il loro dosaggio può essere un presidio diagnostico/prognostico importante, in
quanto concentrazioni superiori alla norma indicano la presenza di sofferenza tissutale e spesso,
data la distribuzione tessuto-specifica di molti tipi di enzimi o isoenzimi, consentono
l’identificazione dell’organo sofferente. La conoscenza della normale distribuzione tissutale di
molti enzimi, consente quindi di utilizzare il dosaggio degli enzimi plasmatici per monitorare le
condizioni di salute di molti organi. La figura seguente mostra un elenco di enzimi sierici utilizzati
in diagnostica clinica. Enzimi e diagnostica Il dosaggio di alcuni enzimi sierici ha raggiunto rilevanza
notevolissima nello studio dell’infarto cardiaco. Monitorando nel tempo le concentrazioni sieriche
di enzimi quali la creatin fosfochinasi (CPK) e la lattato deidrogenasi (LDH) si ottengono
informazioni importanti per la diagnosi differenziale, la terapia, e la prognosi dell’infarto cardiaco.
Già poche ore dopo l’infarto miocardio si riscontra un incremento significativo di CPK, con valori
massimiraggiunti generalmente entro 15-30 ore. Il monotoraggio dell’enzima CPK è un test veloce
e dotato di discreta specificità (aumenti della concentrazione si riscontrano anche nelle patologie
muscolari), che può essere notevolmente incrementata valutando l’isoenzima miocardio, definito
CPK-MB. L’attività dell’enzima LDH nel siero aumenta sensibilmente dopo circa 48-72 ore

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dall’episodio acuto. Anche in questo caso la specificià del saggio viene considerevolmente
incrementata monitorando l’isoenzima LDH1 o il rapporto tra le concentrazioni di LDH1 e LDH2.
Isoenzimi e medicina. Lo studio degli isoenzimi ha risvolti molto importanti in medicina, visto che
alcuni di essi sono identificabili e quantificabili nel siero umano (enzimi estrinseci) ed il loro
dosaggio fornisce informazioni diagnostiche tessuto-specifiche. Un esempio significativo è quello
della LATTATO DEIDROGENASI. Tale enzima è un complesso multimerico, formato da 4 subunità, di
due tipi diversi: la subunità H e la subunità M. La diversa combinazione delle subunità crea 5
isoenzimi diversi, che differiscono quindi per la loro struttura quaternaria. Essi sono:
• HHHH,
• HHHM,
• HHMM,
• HMMM,
• MMMM.
L’abbondanza relativa di diversi isoenzimi differisce da organo ad organo; per esempio il cuore
presenta elevati livelli dell’isoenzima 1 (HHHH), mentre il fegato esprime abbondantemente
l’isoenzima 5 (MMMM). Analizzando i livelli sierici specifici di ciascuna isoforma, si possono quindi
ottenere informazioni importanti sulla presenza di danni epatici o cardiaci. La figura mostra i
risultati di tale indagine in tre condizioni diverse.
RIEPILOGO
Gli enzimi sono proteine con funzione catalitica che regolano la velocità delle trasformazioni
chimiche che sottendono i processi fisiologici. In relazione al tipo di reazione catalizzata sono
distinti in sei classi principali:
• ossidoreduttasi,
• transferasi,
• idrolasi
• liasi,
• isomerasi ligasi.
Spesso sono pienamente attivi solo in presenza di cofattori (ioni metallici) o coenzimi (molecole
organiche). I coenzimi, a differenza degli enzimi, sono spesso modificati nel corso della reazione
chimica. Gli enzimi si caratterizzano per una elevata specificità di substrato e reazione:
interagiscono con un reagente specifico e ne catalizzano una specifica trasformazione. Nei diversi
tessuti di un organismo possono esistere enzimi che, pur catalizzando la medesima reazione

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chimica, differiscono per alcune proprietà fisiche: questi sono detti isoenzimi. Il dosaggio di enzimi
e isoenzimi nei campioni biologici può fornire informazioni diagnostiche importanti.
CINETICA ENZIMATICA
Gli enzimi sono biocatalizzatori, ovvero proteine che hanno lo specifico compito di accelerare le
trasformazioni chimiche. Le caratteristiche cinetiche di una reazione chimica catalizzata da un
enzima rispecchiano in buona parte quelle delle normali reazioni chimiche e sono riconducibili alla
teoria della velocità delle reazioni.] Gli enzimi aumentano la velocità di reazione consentendo la
trasformazione dei reagenti in prodotti attraverso un “percorso alternativo” rispetto a quello che
avverrebbe in assenza di enzima. Lo stato di transizione di questo percorso alternativo è
caratterizzato da un’energia di attivazione inferiore. Viene così aumentata la velocità di
trasformazione, senza che si determini, in realtà, alcun effetto sull’equilibrio finale della reazione.
Fattori diversi possono influenzare la cinetica enzimatica come:
• la temperatura,
• il pH,
• le concentrazioni di enzima e substrato,
• la presenza di inibitori
OBIETTIVI
I punti basilari di questa lezione saranno:
- il richiamo agli aspetti fondamentali della cinetica chimica,
- la modalità della catalisi enzimatica,
- i fattori che influenzano la cinetica enzimatica,
- i concetti di Km e velocità massima,
- l’inibizione enzimatica e la sua rilevanza in medicina.
CINETICA CHIMICA: EQUILIBRIO E VELOCITÀ DI REAZIONE
Le reazioni chimiche sono per la maggior parte processi reversibili; se i reagenti A e B si combinano
a formare il prodotto AB, quest’ultimo, nelle stesse condizioni, può dissociarsi per dare A e B.
Partendo da condizioni iniziali diverse (diverse concentrazioni di A e B) si raggiungerà comunque
uno stadio finale di equilibrio dinamico in cui la velocità di formazione di AB sarà pari a quella di
scissione di AB in A e B. La direzione in cui la reazione tende a procedere e le concentrazioni di
reagenti e prodotti al raggiungimento dell’equilibrio finale sono determinate dalla differenza di
energia libera tra i prodotti ed i reagenti. Questo parametro termodinamico è denominato
variazione di energia libera (DG e DG°’ in condizioni standard biologiche). Quando DG°’ è negativo,
ovvero i prodotti hanno energia libera inferiore a quella dei reagenti, la reazione tende a

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procedere verso i prodotti. Al contrario, se DG°’ è positivo sarà favorita la direzione opposta. Esiste
una correlazione diretta tra DG°’ e costante d’equilibrio tale per cui:
DG°’ = -RT ln Keq.
CINETICA CHIMICA: STATO DI TRANSIZIONE E VELOCITÀ DI REAZIONE
La variazione di energia libera indica in che direzione tende a procedere spontaneamente la
reazione fino all’equilibrio, ma non fornisce informazioni sulla velocità con cui tale equilibrio viene
raggiunto. Molte reazioni, pur possedendo DG°’ altamente favorevoli, decorrono con estrema
lentezza. La velocità con cui una reazione chimica procede dipende invece dalle sue caratteristiche
cinetiche, ed in particolar modo da un parametro indicato con il termine di energia di attivazione.
Con essa si indica una barriera energetica che esiste tra reagenti e prodotti e che corrisponde
all’energia necessaria ad allineare i gruppi reagenti, a formare cariche transitorie instabili, ad
allentare legami esistenti e formarne parzialmente di nuovi, in modo che la trasformazione
chimica possa avvenire. Questa barriera energetica, definita energia di attivazione, corrisponde
all’energia necessaria per il raggiungimento di uno stato di transizione tra reagenti e prodotti.
Quanto maggiore è l’energia di attivazione tanto minore è la velocità di reazione.
CINETICA CHIMICA
Secondo la teoria delle collisioni, affinché due reagenti possano trasformarsi in prodotti essi
devono collidere. Solo una parte delle collisioni è efficace ai fini della reazione chimica, quelle in
cui le molecole reagenti hanno un’energia cinetica sufficiente a far superare la barriera di
attivazione e a generare lo stato di transizione. Aumentando la temperatura si aumenta l’energia
cinetica delle molecole e quindi si aumenta la velocità di reazione; risultato analogo si ottiene
aumentando la concentrazione dei reagenti, in quanto si rendono più probabili le collisioni tra
molecole, tra queste anche quelle produttive.
ENZIMI: I CATALIZZATORI BIOLOGICI
ENZIMI E VELOCITÀ DI REAZIONE
La velocità di una reazione chimica può essere aumentata dall’intervento di catalizzatori, ed in
particolar modo di enzimi. Gli enzimi consentono una maggiore velocità di reazione rendendo
possibile un “percorso alternativo” per la trasformazione dei reagenti in prodotti. Tale percorso è
caratterizzato da uno o più stati di transizione con un’energia di attivazione inferiore rispetto a
quello in condizioni basali. Questo fa sì che in presenza di un enzima l’equilibrio della reazione
venga raggiunto molto più velocemente, senza che vengano però mutate le sue caratteristiche; la
Keq non cambia. Infatti l’enzima si ritrova inalterato alla fine della reazione e quindi non ha effetto
sulla variazione globale di DG°, che dipende esclusivamente dallo stato iniziale e finale delle

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molecole coinvolte nella reazione. L’effetto di un enzima sulla velocità di reazione è spesso
rimarchevole, con incrementi che possono andare da 5 a 17 ordini di grandezza.
AZIONE CATALITICA
L’azione catalitica degli enzimi si realizza attraverso l’interazione diretta con il substrato a livello
del sito attivo. Tale interazione dà luogo a fenomeni che consentono di spiegare come la presenza
dell’enzima possa accelerare la reazione. Considerando per esempio la reazione bimolecolare A +
B _ C è intuitivo comprendere che l’alloggiamento dei substrati (A e B) nel sito attivo determina un
incremento della loro concentrazione locale rispetto a quella esistente nella soluzione in assenza
di enzima. A tale effetto di prossimità tra i reagenti, si aggiunge un effetto di orientazione.
L’enzima facilita quindi l’incontro produttivo tra i substrati vincolandoli nel sito attivo,
impedendone i movimenti traslazionali e rotazionali ed affrontando opportunamente tra loro le
parti/superfici coinvolte nella trasformazione.
TENSIONE DI DEFORMAZIONE
Secondo il modello dell’adattamento indotto, l’interazione enzima/substrato comporta inoltre una
tensione di deformazione in entrambi i componenti: l’enzima va incontro al riallineamento di
alcuni residui amminoacidici (specie nel sito attivo) in modo che il loro orientamento spaziale
divenga ottimale per il legame del substrato e per la catalisi. A sua volta, il substrato va incontro a
modifiche conformazionali e assume le caratteristiche dello stato di transizione. L’energia libera
rilasciata dalla serie di interazioni deboli che determinano la formazione del complesso ES
consente la riduzione dell’energia di attivazione necessaria per il raggiungimento dello stato di
transizione. Il sito attivo dell’enzima, mediante l’energia di legame liberata nell’interazione con il
substrato, determina sia il potere catalitico che la specificità dell’enzima stesso.
FATTORI CHE INFLUENZANO LA CINETICA ENZIMATICA
Come per le reazioni che avvengono in assenza di enzima, anche per quelle catalizzate da enzimi
l’incremento di temperatura, aumentando l’energia cinetica delle molecole reagenti, comporta
una maggiore velocità di reazione. Tuttavia, in presenza di enzima, l’innalzamento progressivo
della temperatura provoca ad un certo punto la denaturazione dell’enzima, ovvero la perdita della
sua struttura tridimensionale, essenziale per la funzionalità della molecola. Quando questo
avviene l’attività catalitica risulta completamente annullata. E’ evidente che nell’uomo (a
differenza di altri organismi viventi) i cambiamenti di temperatura compatibili con la vita sono così
limitati che poco incidono sulle sue reazioni chimiche, sia in assenza che in presenza di enzima.
Fattori che influenzano la cinetica enzimatica: pH Anche il pH è un parametro che può modificare
la velocità di reazioni enzimatiche. La maggior parte degli enzimi presenta attività ottimale ad un

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valore di pH compreso tra 5 e 9 e lo scostamento verso valori estremi di acidità o basicità


determina denaturazione o comunque alterazione della carica netta dell’enzima, ed in particolar
modo dei gruppi del sito attivo, con conseguente perdita di attività.
FATTORI CHE INFLUENZANO LA CINETICA ENZIMATICA: LA CONCENTRAZIONE DELL'ENZIMA
La velocità di una reazione chimica catalizzata da un enzima è generalmente proporzionale alla
concentrazione dell’enzima stesso. All’interno delle cellule la concentrazione degli enzimi è
notevolmente inferiore alla concentrazione dei substrati, e quindi piccole modifiche della quantità
di enzima disponibile si riflettono significativamente sulla velocità di trasformazione dei substrati
in prodotti.
FATTORI CHE INFLUENZANO LA CINETICA ENZIMATICA: LA CONCENTRAZIONE DEL SUBSTRATO
In un sistema in vitro (in laboratorio) è facile osservare come la quantità di substrato [S], tenute
costanti tutte le altre condizioni, sia in grado di influenzare la velocità delle reazioni enzimatiche.
Ai fini sperimentali si misura la velocità iniziale (Vi) della reazione e si osserva come cambi al
variare di [S]: come evidenziato dal grafico nella figura, Vi aumenta progressivamente al crescere
di [S] fino al momento in cui si raggiunge un valore massimo (Vmax) che non risulta ulteriormente
incrementabile da aggiunte di ulteriore S. La curva del grafico (descrizione sperimentale) è
descritta perfettamente dal modello di Michaelis-Menten (descrizione teorica), che prevede
appunto la formazione di un complesso ES tra enzima e substrato seguita dalla rapida
trasformazione in prodotto. L’equazione che descrive tale modello è:
Vi = Vmax [S] / Km +[S], in cui Vi e Vmax sono rispettivamente Velocità iniziale e massima della
reazione, [S] indica la concentrazione del substrato e Km è una costante specifica di ciascun
enzima, detta costante di Michaelis-Menten. L’equazione ed il grafico ci mostrano che:
- quando [S] è molto bassa (numericamente trascurabile rispetto al valore di Km), vi è una
proporzionalità diretta tra Vi e [S]: Vi = Vmax [S] / Km (Poiché Vmax e Km sono costanti
specifiche di ciascun enzima possiamo scrivere Vi=K [S])
- quando [S] è molto alta (Km numericamente trascurabile rispetto a [S]), la Vi diviene uguale alla
Vmax (non più influenzabile da incrementi di [S]): Vi = Vmax
- quando [S] è uguale a Km, si ha che la Vi è uguale alla metà della Vmax: Vi = Vmax [S] / 2[S]
= ½ Vmax (i valori di [S] al numeratore e denominatore si elidono) Km è quindi una costante che
caratterizza ciascun enzima e che ha le dimensioni di una concentrazione molare. Per quanto detto
al paragrafo precedente, corrisponde infatti alla concentrazione di substrato a cui la velocità
iniziale è pari alla metà della velocità massima (Vi = ½ Vmax) . I valori di Vmax e Km caratterizzano
ciascun enzima e possono essere determinati sperimentalmente. Ai fini pratici tale procedura

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risulta molto più semplice descrivendo il variare di Vi al variare di [S] attraverso il grafico dei doppi
reciproci di Lineweaver-Burk, che presenta appunto i reciproci di Vi (1/Vi) e di [S] (1/[S])
rispettivamente in ordinata ed ascissa. Il grafico evidenzia come l’intersezione della retta (che
teoricamente si può ottenere dopo aver effettuato la misurazione di Vi a due diverse [S]) con l’asse
delle ascisse consente di calcolare il valore di Km (1/Km); mentre l’intersezione con l’asse delle
ordinate quello di Vmax (1/Vmax). Per la maggior parte degli enzimi il cui comportamento è
descrivibile dall’equazione di Michaelis-Menten, il reciproco di Km (1/Km) è un’indicazione
dell’affinità dell’enzima per il substrato, ovvero di quanto efficace è il riconoscimento tra enzima e
substrato. Non tutti gli enzimi mostrano la cinetica di saturazione descritta dall’equazione di
Michaelis-Menten. Per alcuni di essi la curva di saturazione di Vi rispetto a [S] non è iperbolica,
bensì sigmoidale (che ha la forma di una s). Questo comportamento è tipico di enzimi che
interagiscono in modo cooperativo con il substrato: l’interazione con una molecola di S facilita e
migliora l’interazione con un’ulteriore molecola. Per questi enzimi, chiamati enzimi allosterici, Km
e Vmax non possono essere calcolati come descritto in precedenza. Per alcuni enzimi di questa
natura, esistono molecole capaci di potenziarne l’attività catalitica (attivatori allosterici) ed altre
capaci di diminuirla (inibitori allosterici).
FATTORI CHE INFLUENZANO LA CINETICA ENZIMATICA: GLI INIBITORI
Le reazioni catalizzate da enzimi possono essere rallentate o bloccate da inibitori enzimatici. Molti
farmaci sono inibitori enzimatici. Gli inibitori possono essere:
• reversibili
• irreversibili.
I primi si possono dissociare dall’enzima ripristinandone l’attività, mentre i secondi legano
covalentemente o modificano definitivamente alcune porzioni essenziali dell’enzima alterandone
la funzionalità; spesso vengono definiti veleni degli enzimi. Gli inibitori reversibili possono essere
distinti in competitivi e non competitivi in base alle loro modalità di interazione con l’enzima. I
metodi d’analisi cinetica con cui si studiano gli enzimi (curva di saturazione dell’enzima)
consentono di distinguere questi due tipi di inibizione enzimatica. Un inibitore competitivo
compete con il substrato per il legame con il sito attivo. Se l’inibitore occupa il sito attivo blocca
l’accesso del substrato e rallenta/blocca il processo catalitico. Solitamente gli inibitori competitivi
sono molto simili al substrato e ne mimano la capacità di interazione con il sito attivo. Essendo
tuttavia l’interazione inibitore/enzima reversibile, ne risulta che l’inibizione può essere scalzata da
un incremento della concentrazione del substrato. Il diagramma di Lineweaver-Burk evidenzia
alcune caratteristiche fondamentali di tale inibizione: la Vmax della reazione non viene cambiata

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poiché, anche in presenza di un inibitore, si può incrementare [S] per ottenere la stessa Vmax. Si
osserva invece una riduzione apparente dell’affinità per il substrato (1/Km apparente < 1/Km),
poichè occorre un maggiore [S] per ottenere ½ di Vmax. Un inibitore non competitivo si lega
invece ad un sito diverso da quello che riconosce il substrato e riduce o blocca l’attività
dell’enzima. Questo può legare normalmente il substrato (la Km dell’enzima rimane quindi
invariata), ma non può catalizzarne la trasformazione in prodotto; la Vmax della reazione è
conseguentemente inferiore a quella ottenibile in assenza di enzima competitivo.
Inibitori enzimatici come farmaci
Molti farmaci esplicano la propria azione in quanto inibitori enzimatici. Un esempio importante e
famoso è il farmaco penicillina, un inibitore irreversibile di un enzima batterico (glicopeptide
transferasi) essenziale per la sintesi della parte batterica. La penicillina è strutturalmente simile al
substrato di questo enzima (il peptide con due amino acidi D-alanina terminali) e si lega quindi al
suo sito attivo. L’interazione enzima/penicillina è tuttavia molto forte e forma un intermedio molto
stabile e praticamente non scalzabile dal substrato reale. Per questo la penicillina è definita anche
un substrato suicida, che bloccando irreversibilmente l’enzima glicopeptide transferasi determina
la morte di batteri in divisione.
RIEPILOGO
Gli enzimi modificano sensibilmente la velocità di reazione senza tuttavia modificare la variazione
di energia libera e quindi l’equilibrio della reazione stessa. La prima tappa della catalisi è la
formazione del complesso ES, mediata dall’interazione complementare tra sito attivo e substrato.
Questo comporta un:
• aumento della concentrazione locale dei substrati,
• il loro corretto orientamento ai fini della trasformazione,
• una tensione di deformazione
che nell’insieme portano alla riduzione dell’energia di attivazione relativa allo stato di transizione.
La temperatura, il pH, la concentrazione dell’enzima e del substrato, la presenza di inibitori
possono influenzare l’attività catalitica degli enzimi. Il modello di Michaelis- Menten spiega le
proprietà cinetiche di molti enzimi.
REGOLAZIONE E CONTROLLO DELL’ATTIVITÀ ENZIMATICA
In questa lezione verrà affrontata un’altra importante proprietà degli enzimi: la regolazione della
loro attività catalitica. Poiché le reazioni chimiche del nostro organismo e degli esseri viventi in
genere sono catalizzate da enzimi, la regolazione di questi ultimi è un processo fondamentale per
stabilire quando e per quanto ciascuna reazione debba avvenire. Questo è un aspetto

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determinante dell’omeostasi, ovvero del mantenimento di un equilibrio metabolico. Comprendere


la regolazione enzimatica significa comprendere le dinamiche di regolazione di cellule normali, ma
anche le disfunzioni regolatorie associate a stati patologici.
OBIETTIVI
Questa lezione ha come obiettivi la descrizione degli aspetti fondamentali della regolazione
enzimatica. Saranno presentate le proprietà della regolazione passiva ed attiva e verranno
approfonditi:
1) il controllo allosterico
2) il controllo mediante modifiche covalenti: - la fosforilazione
- la proteolisi parziale
LA REGOLAZIONE PASSIVA
Il mantenimento dell’equilibrio metabolico (omeostasi), da parte delle cellule e dell’organismo in
toto, necessita della capacità di bilanciare e coordinare le reazioni metaboliche modulandone la
velocità in base ai cambiamenti dell’ambiente intra ed extracellulare. Diversi fattori possono
influenzare l’attività enzimatica: alcuni di questi sono intrinseci alla modalità di funzionamento
degli enzimi stessi ed all’organizzazione cellulare basale, ovvero si innescano spontaneamente
(passivamente) al variare delle condizioni basali; altri richiedono l’intervento di meccanismi
specifici ed altre molecole (modalità attiva). Tra i primi fattori rientra il dato che buona parte degli
enzimi ha valori di Km vicini a quelle che sono le concentrazioni basali dei substrati all’interno delle
cellule. Ciò significa che, basalmente, gli enzimi funzionano ad una velocità pari ad ½ quella
massima, apparentemente uno svantaggio; ciò significa invece che, di fronte ad aumenti subitanei
della quantità di substrato, l’enzima può aumentare efficacemente la velocità di trasformazione in
prodotto. Come evidenzia il grafico, questo non sarebbe possibile se gli enzimi lavorassero
costitutivamente a velocità prossime alla massima. Le semplici risposte cinetiche al variare della
concentrazione del substrato rappresentano un importante meccanismo di regolazione passiva
dell’attività enzimatica.
L'ORGANIZZAZIONE DEI FLUSSI METABOLICI
Le reazioni chimiche delle cellule sono per lo più organizzate in catene metaboliche in cui il
prodotto finale di una reazione diviene il reagente della reazione successiva. Dal punto degli
equilibri, questo fa si che anche reazioni teoricamente reversibili (con DG vicini a zero) divengano
irreversibili e quindi procedano in una sola direzione. Queste catene possono essere considerate
quasi come un’unica reazione il cui DG finale è la somma di tutti i DG delle singole reazioni.
Essendo il flusso delle reazioni unidirezionale, la catena assume specificità funzionale ed il

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processo inverso dovrà prevedere altri meccanismi enzimatici. L’intero flusso di metaboliti lungo
una catena di questa natura può essere semplicemente controllato regolando una o più tappe
specifiche, che divengono le tappe limitanti dell’intero processo. Così come il flusso di acqua in
una conduttura dipende dalla sezione del punto più stretto della conduttura stessa, il flusso di
molecole lungo una catena metabolica dipende dalla velocità con cui procedono le reazioni più
lente e quindi limitanti. Questo semplifica i meccanismi di regolazione perché consente di
concentrarli su uno o due enzimi, piuttosto che su tutta una serie di proteine e reazioni diverse.
LA REGOLAZIONE ATTIVA
Alle modifiche dell’attività enzimatica che si innescano spontaneamente si aggiungono i
meccanismi attivi di regolazione, che esercitano un ruolo fondamentale nel garantire l’omeostasi
cellulare e la capacità di adeguarsi a cambiamenti subitanei dell’ambiente esterno. La capacità
catalitica degli enzimi cellulari può essere attivamente influenzata tramite due diversi meccanismi
generali:
a) modifiche della quantità di enzima disponibile,
b) variazioni dell’efficienza intrinseca degli enzimi stessi.
La quantità totale di ciascun enzima presente nella cellula dipende dalla velocità con cui è
sintetizzato e degradato. In molti casi, entrambi questi processi possono essere selettivamente
incrementati o rallentati, determinando una variazione della concentrazione dell’enzima e quindi
della sua attività catalitica. Esistono molecole, spesso gli stessi substrati di reazioni enzimatiche,
che sono in grado di indurre la sintesi di uno o più enzimi coinvolti nel loro metabolismo: si utilizza
in questi casi il termine di induttore, ed inducibili sono gli enzimi la cui espressione viene così
regolata. Si distinguono dagli enzimi costitutivi, le cui concentrazioni cellulari non dipendono dalla
presenza di induttori. L’esempio classico di enzima inducibile è la Gal-1, necessario per il
metabolismo del galattosio nei lieviti: l’enzima viene prodotto solo in presenza di galattosio nel
terreno di coltura. L’induzione enzimatica è un processo che avviene anche negli cellule di
mammifero. Esiste inoltre anche la possibilità opposta: un metabolita appena prodotto da una via
enzimatica agisca da repressore nei confronti di uno o più enzimi della stessa via metabolica
bloccando quindi l’ulteriore sintesi. Questo meccanismo viene anche definito repressione
retrograda da prodotto. Entrambi i meccanismi si esplicano attraverso la regolazione dei processi
trascrizionali o traduzionali di specifici enzimi. Se la regolazione dell’espressione e quindi della
sintesi enzimatica è un meccanismo di regolazione ben noto e caratterizzato, si deve ricordare che
esiste anche la possibilità che la concentrazione di un enzima venga modificata alterando la
stabilità dell’enzima stesso, ovvero la velocità con cui viene degradato. Il ricambio delle proteine

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cellulari è un processo ben caratterizzato: ciascuna proteina ha un tempo di emivita definito. La


stabilità di un enzima può dipendere da fattori diversi, quali:
• l’interazione con metalli,
• l’interazione con coenzimi
• l’interazione con altre molecole
• modifiche covalenti
che possono modificarne la conformazione e renderlo quindi più suscettibile ai processi
degradativi. Esistono enzimi (ad esempio l’arginasi epatica) la cui concentrazione può essere
regolata da modifiche della stabilità proteica, ovvero della suscettibilità alla degradazione. La
regolazione della concentrazione enzimatica tramite variazioni della sintesi e/o della degradazione
è un meccanismo efficace ma piuttosto lento, che generalmente sottende adattamenti a lungo
termine. Gli adeguamenti cellulari a rapidi cambiamenti dell’ambiente esterno sono più spesso
mediati da modificazioni istantanee, ma transitorie, della capacità catalitica degli enzimi. Questo
tipo di regolazione si esplica attraverso tre modalità diverse:
a) la regolazione allosterica
b) la regolazione tramite modifiche covalenti
c) la regolazione proteolitica
LA REGOLAZIONE ALLOSTERICA
L’efficienza di alcuni enzimi può essere sensibilmente modificata dalla presenza di molecole di
diversa natura (effettori) che, interagendo con l’enzima tramite siti diversi dal sito attivo, ne
modificano la conformazione e quindi l’attività catalitica. Enzimi con queste caratteristiche
vengono detti allosterici; si tratta generalmente di enzimi che esplicano il ruolo fondamentale di
regolatori nel contesto di vie metaboliche, catalizzando la reazione limitante dell’intero processo.
La modulazione della loro attività consente il controllo dell’intero percorso metabolico. Spesso
sono proteine multimeriche con un sito attivo ed uno o più siti allosterici. L’occupazione dei siti
allosterici da parte di un ligando influenza il legame del substrato e può determinare sia
l’incremento che il rallentamento della catalisi.
La cinetica di saturazione degli enzimi allosterici è descritta da una curva di tipo sigmoide, e non da
un iperbole tipica del modello di Michaelis-Menten. Questo comportamento cinetico riflette
spesso un’interazione (indiretta) tra effettore ed enzima (spesso multimerico): il legame
dell’effettore ad una subunità ne determina modifiche strutturali che si ripercuotono sulle altre
subunità dell’enzima facilitando/inibendo il successivo legame del substrato. Gli effettori sono
spesso prodotti intermedi o finali della stessa via metabolica di cui fa parte l’enzima del quale

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regolano l’attività oppure di vie metaboliche diverse. Nel primo caso si tratta generalmente di un
fenomeno di inibizione retrograda da prodotto, in cui il prodotto finale di una catena metabolica
inibisce un enzima chiave dello stesso processo, per bloccare la sua stessa sintesi. Nel secondo
caso si tratta invece di un importante modalità di connessione e comunicazione tra processi
metabolici diversi. Esempio di controllo allosterico: la protein chinasi A (PKA) Molti ormoni
esplicano la propria attività attraverso secondi messaggeri allosterici; esempi importanti che
verranno approfonditi in seguito sono lo ione calcio e l’adenosinmonofosfato ciclico (cAMP). LA
figura rappresenta l’attivazione della protein chinasi A (PKA) da parte del cAMP. L’effettore
allosterico (cAMP) si lega alle subunità regolatrici di PKA, determinandone così modifiche
conformazionali che consentono il distacco dalle subunità catalitiche; queste divengono così attive
ed in grado di fosforilare substrati diversi.
LA REGOLAZIONE TRAMITE MODIFICHE COVALENTI
Una vasta classe di enzimi regolatori viene invece modulata tramite modifiche covalenti della
proteina. La fosforilazione/defosforilazione di enzimi rappresenta certamente il meccanismo di
regolazione più comune. Si tratta di processi transitori e reversibili in cui un gruppo fosfato viene
legato o distaccato da un residuo di serina, treonina o tirosina della catena aminoacidica di un
enzima. Nel caso della formazione dell’estere fosforico, il gruppo fosfato proviene da una molecola
di adenosintrifosfato (ATP) o da un’analoga molecola trifosfato, Tale reazione è catalizzata da
enzimi come protein chinasi. Il distacco del fosfato dalla catena aminoacidica è un processo
termodinamicamente spontaneo e catalizzato da proteine definite fosfoproteinfosfatasi. La
rapidità con cui un enzima può passare da uno stato all’altro rende tale meccanismo di estrema
importanza per la regolazione enzimatica; consente infatti di innescare rapidamente un’attività
catalitica rispondendo in tempo reale ai mutati bisogni cellulari, per poi poter tornare altrettanto
rapidamente allo stato basale. È bene ricordare che non esiste una corrispondenza univoca tra
stato di fosforilazione degli enzimi e loro attività: ovvero il trasferimento di fosfati su enzimi
determina attivazione per alcuni di essi ed inattivazione per altri. Se la
fosforilazione/defosforilazione rappresenta il meccanismo più diffuso di modifica covalente e
reversibile di enzimi, esistono modalità di regolazione mediate dal di trasferimento di gruppi
chimici diversi dal fosfato; tra queste possiamo ricordare l’adenilizaione (trasferimento di AMP),
l’uridilazione (trasferimento di UMP, nucleotide simile all’AMP, in cui l’adenina è sosttutita
dall’uracile) e la metilazione (trasferimento di metili).
LA REGOLAZIONE TRAMITE PROTEOLISI PARZIALE

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Il trasferimento di gruppi chimici diversi sugli enzimi rappresenta un meccanismo di regolazione


transitorio e reversibile. Al contrario la regolazione che prevede la proteolisi parziale dell’enzima è
un meccanismo irreversibile. Alcuni enzimi sono sintetizzati come proenzimi o zimogeni privi di
attività catalitica. L’attivazione di questi zimogeni richiede uno o più tagli proteolitici che
convertono il proenzima in enzima. Esempi di questo tipo di regolazione si hanno con gli enzimi
della digestione (pepsina, pepsinogeno, tripsinogeno e chimotripsinogeno) e quelli della
coagulazione del sangue e della lisi del coagulo (fattori XII, XI, X, II, plasminogeno). La rottura di
specifici legami peptidici determina modifiche conformazionali che espongono il sito attivo
dell’enzima. Essendo l’attivazione per proteolisi un meccanismo irreversibile, il blocco dell’attività
catalitica così innescata dipende da inibitori proteici che si legano fortemente al sito attivo
dell’enzima. Lo stesso tipo di attivazione riguarda altre proteine del nostro organismo, con funzioni
diverse da quella enzimatica. Esempio importante di preproteina attivata tramite proteolisi è
quello dell’insulina).
RIEPILOGO
Il mantenimento dell’omeostasi cellulare, ovvero di un ambiente intracellulare relativamente
stabile nonostante le numerosissime variazioni che avvengono nell’ambiente esterno, è un
processo estremamente importante e complicato, che prevede la regolazione continua di molte
attività biochimiche cellulari. Questa regolazione si attua preferenzialmete modulando l’attività
degli enzimi, i catalizzatori biologici che determinano la velocità delle reazioni chimiche.
La regolazione enzimatica si esplica attraverso meccanismi passivi, ovvero intrinseci alle
caratteristiche di funzionamento della catalisi biochimica, e meccanismi attivi, che prevedono
l’intervento di molecole od effettori specifici. La regolazione passiva si basa sul fatto che molti
enzimi hanno una Km vicina alle concentrazioni basali intracellulari del loro substrato; questo fa sì
che, ad incrementi della disponibilità di substrato, l’enzima possa intrinsecamente rispondere con
un incremento della velocità di catalisi. A questa capacità di adattamento spontaneo si aggiunge
una regolazione attiva, spesso innescata da stimoli ormonali o nervosi, che interviene soprattutto
per adeguare lo stato metabolico a fattori esterni. Tale regolazione si manifesta sugli enzimi che
catalizzano le tappe limitanti delle vie metaboliche (generalmente le reazioni irreversibili o le più
lente). Si realizza attraverso modalità diverse:
a) variazioni della quantità di enzima disponibile, tramite induzione dell’espressione o stimolazione
della degradazione;
b) regolazione allosterica, come nel caso dell’inibizione retrograda da prodotto;
c) innesco di modifiche covalenti, quali il trasferimento di gruppi fosfato o la proteolisi parziale del

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proenzima.
Coenzimi e vitamine
Introduzione
Molti enzimi sono funzionali solo in presenza di cofattori che ne completano la specificità di
interazione con il substrato o la capacità catalitica. Alcuni cofattori sono molecole organiche che
agiscono spesso da co-substrato della reazione chimica; in questo caso sono denominati coenzimi.
Molti coenzimi sono molecole essenziali che l’organismo ottiene dalle vitamine del gruppo B. Le
vitamine sono molecole organiche necessarie per l’espletamento di numerose funzioni biologiche.
Devono essere assunte con la dieta perché l’organismo non è in grado di sintetizzarle.
Obiettivi
In questa lezione verranno illustrate le caratteristiche chimiche e le modalità d’azione dei principali
coenzimi presenti nelle cellule. Verranno anche descritte le vitamine del gruppo B da cui derivano
questi coenzimi e infine verrà accennata la natura e le funzioni delle altre vitamine essenziali per il
nostro organismo.
Coenzimi
Spesso l’attività degli enzimi dipende dalla presenza di componenti chimici addizionali chiamati
cofattori; può trattarsi di ioni inorganici quali Fe2+, Mg2+ o Zn2+, legati più o meno saldamente
all’enzima, oppure di molecole più complesse e di natura organica, più propriamente definite
coenzimi. Quando tali coenzimi sono legati stabilmente all’enzima vengono anche definiti gruppi
prostetici. Nel caso di enzimi coniugati a cofattori/coenzimi, il termine di apoenzima definisce la
porzione proteica dell’enzima stesso, mentre quello di oloenzima indica il complesso funzionale
nella sua completezza. I coenzimi sono molecole importanti per l’attività di molti enzimi, specie di
quelli che catalizzano il trasferimento di elettroni o gruppi di atomi da una molecola all’altra. I
coenzimi sono molecole organiche che partecipano attivamente alla trasformazione chimica
catalizzata dall’enzima. Spesso, a differenza dell’enzima, che rimane immutato al termine della
reazione, il coenzima può essere considerato un secondo substrato, che subisce nel corso della
reazione chimica trasformazioni opposte a quelle del substrato principale. Per esempio, nella
catalisi di una reazione di ossidoriduzione, quando una molecola di substrato viene ossidata, una
molecola di coenzima viene ridotta. Oppure, nelle reazioni di trasferimento di gruppi funzionali, il
coenzima può fungere da accettore finale o da trasportatore intermedio. Le modifiche subite dal
coenzima nel corso di una reazione chimica fanno sì che esso non possa essere disponibile per una
nuova reazione senza essere prima riportato, attraverso altre reazioni chimiche, allo stato iniziale.

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BASI BIOLOGICHE E MOLECOLARI DEL
BENESSERE DELLA PERSONA

Molti coenzimi sono molecole essenziali, ovvero non sintetizzabili dalle nostre cellule. Devono
quindi essere introdotti con la dieta. Precursori metabolici di molti coenzimi sono le vitamine del
gruppo B.
Le vitamine
Le vitamine sono nutrienti organici essenziali, ovvero molecole che, almeno in piccola quantità,
devono essere apportate con la dieta in quanto la loro sintesi endogena è impossibile o comunque
insufficiente rispetto alle esigenze fisiologiche dell’organismo. Sono invece prodotte da
microrganismi o vegetali. L’assenza o la carenza di vitamine nella dieta può determinare situazioni
patologiche diverse: ad esempio la pellagra, lo scorbuto, il beriberi sono tipiche manifestazioni
dovute ad insufficiente apporto di vitamine con la dieta, tuttavia è bene ricordare che alcuni stati
carenziali possono derivare non da una dieta non bilanciata, bensì da alterazioni dell’assorbimento
o del metabolismo di queste molecole. Sono noti rachitismi resistenti all’apporto di vitamina D,
piuttosto che anemie perniciose associate al mancato assorbimento di vitamina B12.
Classicamente le vitamine sono distinte in due gruppi:
• le vitamine idrosolubili: le vitamine del gruppo B e la vitamina C
• le vitamine liposolubili: le vitamine A, D, E e K.
Le vitamine del gruppo B
Le vitamine del gruppo B sono molecole idrosolubili da cui derivano molti coenzimi essenziali per
numerose trasformazioni biochimiche. Appartengono a questo gruppo un’insieme di molecole
che, a parte la loro idrosolubilità, presentano caratteristiche chimico-fisiche estremamente
eterogenee.Esse sono:
• la tiamina (vitamina B1),
• la riboflavina (B2),
• la niacina (B3),
• l’acido pantotenico (B5),
• la piridossina (B6),
• la biotina,
• la cobalamina (B12)
• l’acido folico.
Approfondiamo ora alcuni aspetti delle vitamine da cui derivano i coenzimi più importanti.
Tiamina
La figura mostra la struttura della tiamina o vitamina B1, costituita da un anello pirimidinico legato
ad un anello tiazolico. È presente, anche se in quantità limitate, in molti alimenti di origine animale

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BENESSERE DELLA PERSONA

e vegetale. La sua carenza, specie se associata al consumo di carboidrati, provoca il beriberi, che si
manifesta con sintomi neurologici (neuropatia periferica), cardiovascolari e muscolari. Una carenza
di tiamina si può riscontrare anche negli alcolisti cronici (encefalopatia di Wernicke). Il ruolo
fondamentale della tiamina per il nostro organismo è quello di essere il precursore della tiamina
pirofosfato, coenzima che partecipa soprattutto alle reazioni di decarbossilazione ossidativa di
a−chetoacidi ed a quelle catalizzate dalla transchetolasi. Tra le prime è da ricordare la
decarbossilazione del piruvato ad opera della piruvato deidrogenasi con trasformazione del
piruvato in acetil-CoA, tappa fondamentale per l’ingresso nel ciclo di Krebs.
Niacina
Con il termine di Niacina (vitamina B3) si indicano collettivamente l’acido nicotinico e l’ammide da
esso derivata (nicotinammide); entrambi sono fonti di vitamina B3. In natura sono buone sorgenti
di tale vitamina le carni, i legumi ed alcuni cereali. Diete prive di tali alimenti possono comportare
l’insorgenza di pellagra (tipica delle popolazioni che utilizzano il mais quale alimento
fondamentale); tuttavia il nostro organismo può in parte sopperire al mancato apporto di niacina,
trasformando il triptofano in NAD+. L’importanza della nicotinammide deriva dal fatto che è il
precursore di due coenzimi necessari per la catalisi di numerosissime reazioni cellulari:
nicotinammide adenina dinucleotide (NAD+) e nicotinammide adenina dinucleotide fosfato
(NADP). Questi nucleotidi nicotinammidici fungono da coenzimi per le reazioni di ossidoriduzione
catalizzate da deidrogenasi presenti sia nel citosol che nei mitocondri, e coinvolte nel metabolismo
delle principali macromolecole utilizzate dalle cellule (carboidrati, lipidi, aminoacidi). Il NAD
partecipa in genere ai processi catabolici, mentre il NADP a quelli anabolici. Il ruolo di questi
coenzimi nelle reazioni di ossidoriduzione è fondamentale in quanto subiscono una modificazione
chimica opposta a quella del vero substrato della reazione. Quando vengono utilizzati nella forma
ossidata (NAD+ e NADP) sono ridotti a NADH e NADPH. Per garantire adeguati livelli cellulari di
coenzimi nicotinammidici, le forme ridotte vengono riossidate tramite ossidoriduzioni specifiche,
in cui fungono da riducente. È importante ricordare che la cessione di equivalenti riducenti da
parte del NADH alla catena mitocondriale di trasporto degli elettroni, è la tappa iniziale e
fondamentale per la produzione di energia chimica nella cellula.
Riboflavina e FMN, FAD
Dalla riboflavina (vitamina B2) derivano altri due importanti coenzimi: il Flavin monunucleotide
(FMN) ed il flavin adenina dinucleotide: il primo deriva dalla fosforilazione ATP-dipendente della
riboflavina, mentre il secondo si forma per addizione di una molecola di AMP. Al pari dei coenzimi
NAD e NADP, FMN e FAD partecipano come co-substrati a numerose reazioni di ossidoriduzione,

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venendo trasformati nelle corrispondenti forme ridotte, FMNH2 e FADH2. In alcune reazioni
possono anche legare un solo elettrone (FMNH e FADH). A differenza dei coenzimi
nicotinammidici, essi sono spesso legati alla proteina di cui coadiuvano l’attività catalitica,
funzionando quindi da gruppo prostetico di flavoproteine. Sono coinvolti in diverse reazioni di
natura catabolica appartenenti al ciclo di Krebs, alla catena respiratoria e al metabolismo degli
acidi grassi. Nonostante il loro diffuso utilizzo nel metabolismo cellulare, il deficit di riboflavina,
raro da osservare in forma isolata, non determina stati patologici gravi: i sintomi prevalenti sono
stomatite, glossite e fotofobia.
Acido pantotenico e coenzima A
L’acido pantotenico è costituito dalla combinazione di acido pantoico con la W-alanina. Il suo ruolo
metabolico è legato alla formazione di Coenzima A e della proteina trasportatrice degli acili.
Entrambe le molecole formano legami tioestere con radicali acilici, che vengono successivamente
immessi nel ciclo di Krebs, nel processo della beta-ossidazione degli acidi grassi, nella sintesi di
acidi grassi e colesterolo o nell’acilazione di proteine o altre molecole. L’acido pantotenico è
presente in numerosi alimenti di natura animale e vegetale e la sua carenza è praticamente
inesistente.
Acido folico
I folati sono una serie di sostanze chimiche di cui l’acido pteroilglutammico rappresenta la forma
più semplice; pur essendo sintetizzati da piante (verdure in foglia) e da batteri, sono riscontrabili
con discreta frequenza carenze primarie subcliniche o manifeste (anemia megaloblastica) oppure
deficienze secondarie associate a patologie intestinali, ematologiche e neoplastiche; il fabbisogno
di folati aumenta poi sensibilmente nel corso della gravidanza. Il ruolo fondamentale di questa
vitamina nell’organismo umano è correlato all’attività dei coenzimi tetraidrofoato (THF) e
diidrofolato, che partecipano a reazioni di trasferimento di gruppi monocarboniosi (metile e
formile). Queste reazioni sono particolarmente importanti nella sintesi degli anelli purinici e quindi
nella sintesi del DNA.
Vitamina B6
Con il termine Vitamina B6 si indicano tre composti intercovertibili:
• la piridossina,
• il piridossale
• la piridossammina.
Dalla vitamina B6 derivano i coenzimi piridossale fosfato e piridossaminafosfato, coinvolti in
numerose reazioni biochimiche implicate soprattutto nel metabolismo degli aminoacidi. Tra

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queste le più importanti sono le reazioni di transamminazione, attraverso le quali viene


allontanato il gruppo amminico dagli amminoacidi, rendendo disponibile lo scheletro carbonioso
per la gluconeogenesi. La vitamina B6 è ben rappresentata in numerosi alimenti e la sua deficienza
è quindi rara.
Biotina
La biotina è una vitamina idrosolubile costituita da un anello biciclico. È presente soprattutto nel
fegato, nel tuorlo d’uovo e nel lievito. La sua essenzialità per l’organismo umano dipende dal suo
ruolo di gruppo prostetico in reazioni di carbossilazione catalizzate da enzimi, tra cui l’acetil-CoA
carbossilasi e la piruvato carbossilasi. Tutti catalizzano il trasferimento di CO2 dal coenzima al
substrato, con consumo di ATP. La reazione catalizzata dall’acetl-CoA carbossilasi avviene nel
citosol, ed è la tappa inlimitante per la sintesi degli acidi grassi. La piruvato carbossilasi è invece un
enzima mitocondriale che catalizza la trasformazione di piruvato in ossalacetato, tappa
fondamentale per la gluconeogenesi. La carenza spontanea di biotina è molto rara. Può associarsi
a cambiamenti della personalità, parestesie e iperestesie, anoressia e dermatite.
Vitamina B12
La vitamina B12 è una vitamina idrosolubile, dalla struttura molto complessa e contenente
cobalto. È necessaria in piccole quantità all’organismo umano e presenta un meccanismo di
assorbimento intestinale peculiare, in quanto deve complessarsi ad una proteina secreta dalle
cellule parietali dello stomaco (fattore intrinseco di Castle). Il suo ruolo biologico è legato
all’attività coenzimatica in due reazioni: la metilazione dell’omocisteina a metionina (relazione con
i folati); e la trasformazione del metilmalonil-CoA a succinato (metabolismo degli acidi grassi e di
alcuni aminoacidi). La sua carenza (generalmente secondaria a malassorbimento) può determinare
anemia perniciosa e neuropatia.
Vitamina C
L’acido ascorbico o vitamina C è una vitamina idrosolubile la cui carenza è associata alla comparsa
dello scorbuto, caratterizzato da petecchie ed ecchimosi, gengive sanguinanti, ipercheratosi e
secchezza della cute, dolori articolari e manifestazioni neuropsichiatriche quali isteria, depressione
e ipocondria. Il principale ruolo biochimico dell’ascorbato è quello di partecipare alla riduzione di
metalli, come il ferro ed il rame, che sono poi utilizzati in reazioni di idrossilazione cui partecipa
l’ossigeno molecolare. Esempio tipico è l’idrossilazione dei residui di prolina facenti parte
dellacatena amminoacidica del collagene. Altri ruoli riguardano il metabolismo del ferro e
l’eliminazione di radicali liberi: quando assunto con i cibi, esso contribuisce alla riduzione del Fe(III)

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a Fe(II), facilitandone l’assorbimento intestinale; partecipa poi all’eliminazione dei radicali liberi
che si formano nell’organismo, contribuendo al reintegro dei radicali della vitamina E.
Vitamine liposolubili
Le vitamine liposolubili sono molecole idrofobe riconducibili chimicamente all’iosprene;
comprendono la vitamina A, la D, la E e la K. Poichè non vengono sintetizzate dall’organismo,
devono essere apportate con la dieta. Sono assimilate efficacemente solo quando l’assorbimento
lipidico è normale e sono veicolate nel sangue legate alle lipoproteine o a proteine di trasporto
specifiche. Una dieta carente in vitamine liposolubili o il malassorbimento lipidico possono dar
luogo a manifestazioni diverse, correlate ai ruoli svolti fisiologicamente da ciascuna di esse: vanno
dai deficit visivi (vitamina A) al rachitismo (vitamina D), dai disturbi neurologici (vitamina E) ai
deficit della coagulazione (vitamina K). A differenza delle vitamine idrosolubili, quelle liposolubili
possono accumularsi in eccesso nel tessuto adiposo e, se in sovrabbondanza, divenire tossiche.
Vitamina A
Con il termine di vitamina A si indicano tutti i retinoidi che mostrano l’attività biologica del
retinolo. Nei vegetali esiste un pigmento giallo definito beta-carotene che è una provitamina,
ovvero può essere trasformato, anche se poco efficacemente, in vitamina A. Le funzioni
fondamentali della vitamina A sono la visione e la differenziazione cellulare. Nei bastoncelli,
fotorecettori della retina, il cis-retinale è trasformato in rodopsina. L’interazione tra questa
molecola ed i fotoni della luce rappresenta la reazione chimica fondamentale per la visone. L’acido
retinico invece è in grado di legarsi a recettori specifici e determinare profonde modifiche
all’espressione genica cellulare, influenzando la differenziazione cellulare. La deficienza di questa
vitamina si manifesta con un’iniziale emeralopia (deficit della visione notturna) che poi diviene
xeroftalmia e cheratomalacia.
Vitamina D
La vitamina D è una sostanza liposolubile che esplica un ruolo importante nel metabolismo del
calcio, facilitandone l’assorbimento a livello intestinale. La sua mancanza si associa ad insufficiente
deposizione di calcio nelle ossa, con rachitismo nei bambini ed osteomalacia negli adulti. Ha due
sorgenti: quella alimentare e la sintesi endogena. Può infatti essere sintetizzata a livello cutaneo, in
seguito all’esposizione solare che determina la trasformazione del 7-deidrocolesterolo in vitamina
D3.
Vitamina E
Con il termine di vitamina E si indica un insieme di sostanze chimicamente simili e definite anche
tocoferoli. Sono molecole diffuse in natura ed abbondanti soprattutto negli oli di semi vegetali. La

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carenza di vitamina E è quindi un evento raro. La funzione principale di queste molecole è quella di
agire da antiossidanti e, data la loro lipofilia, di proteggere le membrane biologiche dal danno
correlato alla produzione di radicali liberi. In particolar modo la vitamina E previene la
perossidazione degli acidi grassi insaturi presenti nelle membrane. È bene ricordare che l’acido
ascorbico (vitamina C) e l’enzima glutatione perossidasi partecipano alla rigenerazione della
vitamina E.
Vitamina K
La vitamina K è una vitamina liposolubile presente in molte verdure e sintetizzata anche dalla flora
batterica intestinale. Esplica funzioni importanti nel nostro organismo, tra cui la principale è
correlata al sistema della coagulazione del sangue. Molti tra i fattori proteici coinvolti in questo
processo (fattore II, X, IX e VII) sono proenzimi che vengono attivati tramite proteolisi parziale e la
cui azione è calcio dipendente. Questa particolarità è conferita da modificazioni post-traduzionali
che dipendono dalla presenza di vitamina K. Mentre la carenza primaria di vitamina K è un
fenomeno raro, è da ricordare il fatto che terapie antibiotiche, riducendo sensibilmente la flora
batterica, possono ridurne la disponibilità per l’organismo.
Riepilogo
I coenzimi sono molecole organiche che svolgono un ruolo fondamentale nel consentire l’attività
catalitica di molti enzimi. A differenza di questi ultimi, spesso partecipano alle reazioni chimiche in
qualità di cosubstrati e vengono quindi chimicamente modificati nel corso delle reazioni stesse.
Molti coenzimi derivano dalle vitamine del gruppo B, idrosolubili, e, come queste, sono essenziali
per l’uomo, ovvero non possono essere sintetizzati dal nostro organismo, ma devono essere
apportati con la dieta. Tra i numerosi coenzimi ricordiamo il NAD (e NADP) ed il FAD (e FMN), che
svolgono un’azione fondamentale nelle reazioni di ossidoriduzione e nel trasporto degli
equivalenti riducenti da esse derivati verso la catena respiratoria mitocondriale. Essi derivano
rispettivamente da Niacina (vitamina B3) e Riboflavina (vitamina B2). Vitamina A, D, E e K sono le
vitamine liposolubili. La prima ha un ruolo essenziale nella visione. La vitamina D, derivato del
colesterolo, esplica un’azione importante nel controllo dell’omeostasi delle ossa.

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Capitolo 4: Richiami sulla chimica dei carboidrati


Introduzione
I carboidrati sono macromolecole organiche molto abbondanti in natura. Essi svolgono funzioni
metaboliche e strutturali in diversi sistemi biologici: sono sintetizzati dalle piante tramite la
fotosintesi, ed alcuni di essi rappresentano la fonte di energia principale per i sistemi non
fotosintetici. Dal punto di vista chimico sono poliidrossialdeidi o poliidrossichetoni. In base alla
loro complessità sono distinti in:
• monosaccaridi,
• oligosaccaridi
• polisaccaridi.
Il glucosio rappresenta il monosaccaride più importante per la biochimica dei mammiferi, essendo
il combustibile principale. Il ribosio, il galattosio e il glicogeno sono altri zuccheri con rilevanza
biomedica.
Obiettivi
La lezione riprenderà le caratteristiche chimiche e fisiche fondamentali dei saccaridi, informazioni
necessarie per meglio comprendere il ruolo biologico e l’importanza biochimica di questa classe di
composti.
I carboidrati
La maggior parte dei carboidrati, detti anche saccaridi o glucidi, è riconducibile alla formula
chimica generale Cn(H2O)n. Presentano almeno un gruppo aldeidico o chetonico e funzioni
alcoliche coniugate a ciascun atomo di carbonio. I carboidrati che non possono essere idrolizzati a
saccaridi più semplici sono detti monosaccaridi. L’unione tra più unità monosaccaridiche porta alla
formazione di oligosaccaridi e polisaccaridi. I monosaccaridi comprendono polidrossialdeidi e
poliidossichetoni non ramificati con tre-nove atomi di carbonio. Sono distinti in aldosi e chetosi in
base al gruppo funzionale presente e quindi nominati triosi, tetrosi, pentosi, esosi, etc in base al
numero di atomi di carbonio. Gliceraldeide e diidrossiacetone (triosi) sono i monosaccaridi più
semplici. Esistono due stereoisomeri della gliceraldeide, la forma D e la forma L, che si distinguono
per la diversa conformazione dell’atomo centrale della molecola, che è un atomo chirale o
asimmetrico. I due stereoisomeri sono l’uno l’immagine speculare dell’altro e presentano
proprietà chimiche identiche, ma diverse proprietà fisiche. Tipicamente presentano proprietà
ottiche diverse (potere rotatorio specifico identico per valore assoluto ma opposto per segno) e,
per questo, vengono anche definiti isomeri ottici. D- ed L-gliceraldeide possono essere considerati

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le molecole capostipite di due famiglie di isomeri di monosaccaridi: gli isomeri della serie D e quelli
della serie L. I monosaccaridi contengono infatti più atomi chirali e quindi esistono in natura come
stereoisomeri. L’appartenenza di un monosaccaride all’una o all’altra classe viene determinata in
base alla conformazione dell’atomo chirale più distante (nella proiezione di Fisher) dal gruppo
funzionale aldeidico o chetonico. I monosaccaridi con cinque o più atomi di carbonio esistono in
natura non solo sotto forma di molecole lineari, descritte dalla rappresentazione di Fisher, ma
anche come molecole cicliche. Queste sono prodotte dalla reazione del gruppo aldeidico o
chetonico con una funzione alcolica della stessa molecola, a formare rispettivamente un semi-
acetale o semi-chetale. Tale reazione intracatenaria dà luogo ad un anello eterociclico (un vertice
occupato dall’ossigeno) che presenta un’ulteriore atomo chirale in posizione 1 e dà luogo a due
isomeri ottici definiti anomero alfa e beta. Nella rappresentazione di Haworth, l’anomero alfa
presenta l’ossidrile semiacetalico, legato al carbonio anomerico, al di sotto del piano dell’anello,
mentre l’anomero beta presenta lo stesso ossidrile al di sopra del piano. Quando i monosaccaridi
con più di cinque atomi di carbonio sono in soluzione, si crea un equilibrio dinamico tra forme
cicliche, generalmente più stabili ed abbondanti, e forme lineari. Il glucosio, un esoso, è il
monosaccaride biochimicamente più importante. Le forme più diffuse in natura, perché più stabili,
sono il beta-glucopiranosio (62%), anello esagonale con l’idrossile anomerico sopra il piano
dell’anello, e l’alfa-glucopiranosio (37%), anello esagonale con l’idrossile anomerico sotto il piano
dell’anello. Molto meno rappresentate sono le forme cicliche pentagonali (glucofuranosio) e
quella lineare aperta. La vera forma tridimensionale del glucopiranosio è descritta dalle
rappresentazioni a sedia ed a barca, che descrivono la reale disposizione reciproca degli atomi che
costituiscono la molecola. La disposizione equatoriale piuttosto che assiale dell’ossidrile
anomerico giustifica la maggiore stabilità dell’anomero beta rispetto all’alfa.
Altri monosaccaridi di importanza biochimica sono:
• gliceraldeide e diidrossiacetone, prodotti nella glicolisi,
• ribosio che fa parte dei nucleotidi,
• fruttosio e galattosio presenti in disaccaridi abbondanti come il saccarosio ed il lattosio,
mannosio, importante per la glicosilazione delle proteine.
La condensazione del gruppo ossidrilico anomerico di un monosaccaride con il gruppo di un altro
composto porta alla formazione di glicosidi. In particolar modo, se il secondo gruppo è un ossidrile
si ha un legame O-glicosidico, mentre se è un’ammina, sia ha un legame N-glicosidico. Se il legame
coinvolge il glucosio, si utilizza anche il termine più specifico di legame glucosidico. Le unità
monosaccardiche connesse tramite legami glicosidici formano oligosaccaridi (fino a 10 unità) e

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polisaccaridi (molte unità). I disaccaridi invece sono formati da due unità monosaccaridiche. Essi
comprendono diverse molecole di importanza fisiologica: il maltosio, il saccarosio e il lattosio. I
polisaccaridi sono molecole complesse, formante da numerose unità monosaccaridiche. Quelli di
importanza fisiologica sono l’amido, il glicogeno e la cellulosa. Sono tutti omopolimeri costituiti
esclusivamente da molecole di glucosio, legate da legami glicosidici. L’amido rappresenta la
principale fonte di carboidrati alimentari. In esso si distinguono due componenti:
l’amilosio, che ha una struttura ad elica non ramificata costitutita da molecole di glucosio legate da
legami alfa-1-4-glucosidici, e l’amilopectina, parte preponderante, che presenta catene ramificate
in cui le porzioni lineari presentano legami alfa-1-4 glucosidici, mentre i punti di ramificazione
presentano legami alfa-1-6-glucosidici. Il glicogeno è il polisaccaride di riserva degli organismi
animali. Contiene lo stesso tipo di legami dell’amilopectina, ma si distingue da essa per una
maggiore ramificazione. La cellulosa è un polisaccaride con importanza strutturale nelle piante in
cui partecipa alla formazione della parete cellulare. Presenta lunghe catene lineari, unite tra loro
da ponti idrogeno e formate da unità di glucosio unite da legami beta-1-4-glucosidici. Proprio la
natura di questi legami, diversa da quella di amido e glicogeno, rende il composto non digeribile
per l’uomo, che non possiede enzimi capaci di idrolizzare questo tipo di legami.
Glicoproteine e mucopolisaccaridi
Il principale ruolo biochimico dei carboidrati è certamente quello di essere la fonte energetica
principale. Tuttavia monosaccaridi e polisaccaridi svolgono, anche nelle cellule umane, importanti
ruoli strutturali. Molte proteine presentano legami covalenti con carboidrati semplici o complessi,
che ne influenzano in modo determinante la stabilità e la funzione. Numerose sono infatti le
glicoproteine cellulari e la loro componente saccaridica può svolgere funzioni diverse quali:
• contribuire al raggiungimento di una conformazione attiva,
• determinare l’interazione specifica con i recettori,
• regolarne la sensibilità a proteasi,
• creare specifici determinanti antigenici.
Un esempio di questo tipo è rappresentato dagli antigeni eritrocitari che determinano i diversi
gruppi sanguigni (A, B, AB e 0). Altri saccaridi con ruolo strutturale importante sono i
mucopolisaccaridi, che, grazie alla loro capacità di attrarre numerose molecole di acqua, servono
come lubrificanti ed ammortizzatori nelle articolazioni e nel tessuto connettivo. L’acido ialuronico
e la condroitina solfato sono le molecole mucopolicassaridiche più diffuse. Anche l’eparina è un
mucopolisaccaride prodotto da cellule dell’organismo umano (mastociti) che presenta attività
anticoagulante.

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Riepilogo
I carboidrati sono macromolecole organiche contenenti esclusivamente carbonio, ossigeno ed
idrogeno, secondo il rapporto descritto dalla formula generale Cn(H2O)n. Dal punto di vista
chimico sono poliidrossialdeidi e poliidrossichetoni, caratterizzati rispettivamente dal gruppo
funzionale aldeidico e chetonico, e da vari ossidrili alcolici. In base alla complessità strutturale
sono distinti in monosaccaridi, costituiti da singole unità, oligosaccaridi, con fino a 10 unità, e
polisaccaridi, con numerose unità. Il legame che unisce le diverse subunità di oligosaccaridi e
polisaccaridi viene definito legame glicosidico. Il glucosio, un esoso, rappresenta il monosaccaride
più importante dal punto di vista biochimico, rappresentando la principale fonte energetica.
Saccarosio, maltosio, lattosio sono disaccaridi. Il glicogeno è un polisaccaride costituito
esclusivamente da unità di glucosio e rappresenta un importante forma di riserva glucidica.
Digestione e assorbimento
Introduzione
I carboidrati rappresentano la fonte energetica più importante per il nostro organismo. Come per
tutte le molecole che assumiamo con la dieta, devono generalmente subire processi di
demolizione e semplificazione, complessivamente definiti con il termine di digestione, per poter
essere assimilati. La maggior parte dei carboidrati viene assimilata sotto forma di monosaccaridi,
ed in particolar modo di glucosio. Non tutti i carboidrati che assumiamo con la dieta possono
essere digeriti ed assimilati. Anche l’assorbimento è un processo specifico, che avviene per la
maggior parte tramite meccanismi di trasporto attivo che quindi consumano energia. Dopo
l’assorbimento intestinale, il glucosio è ridistribuito ai diversi tessuti ed organi. Ormoni specifici,
quali l’insulina ed il glucagone, intervengono per regolare questo fenomeno e contribuire al
mantenimento di valori glicemici costanti.
Obiettivi
In questa lezione saranno trattati gli aspetti biochimici della digestione e dell’assorbimento dei
carboidrati. Verranno elencati i processi che, all’interno del tubo digerente, portano alla
semplificazione di molecole complesse come l’amido. Verrà posta anche particolare attenzione ai
processi di trasporto transepiteliale dei carboidrati, seguendo quindi la molecola di glucosio dal
lume intestinale all’enterocita, da questo al sangue e dal sangue alle diverse cellule
dell’organismo. Saranno anche introdotti i meccanismi ormonali che intervengono a regolare la
glicemia.
La digestione dei carboidrati

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I carboidrati costituiscono una delle principali sorgenti di energia nell’alimentazione umana. Sono
assunti soprattutto sotto forma di amido e saccarosio e, nel lattante, di lattosio. Tutti hanno
contenuti energetici simili e forniscono circa 4 kcal per grammo; per poter essere assorbiti devono
essere idrolizzati ai monosaccaridi costituenti. Nessun carboidrato è essenziale, in quanto possono
comunque essere sintetizzati dall’organismo a partire da altre molecole, tuttavia svolgono funzioni
fondamentali nell’organismo. La loro importanza può essere ben compresa considerando per
esempio il fatto che il metabolismo neuronale si basa prevalentemente sul glucosio: infatti il
cervello ne consuma circa 120 grammi al giorno. L’amido è il polisaccaride principale con cui viene
soddisfatto la maggior parte del fabbisogno individuale di zuccheri. Presente soprattutto nelle
patate e nei cereali, è costituito solo da glucosio ed è organizzato in:
• una componente esclusivamente lineare, con legami a-1-4 glicosidici,
• una componente ramificata, l’amilopectina, che presenta anche legami a-1-6-glicosidici.
Il suo assorbimento passa attraverso la semplificazione prima a disaccaride maltosio o isolmaltosio
e poi a glucosio. Altre fonti di carboidrati molto comuni sono lo zucchero di canna e di
barbabietola, il saccarosio, idrolizzato nelle sue componenti monosaccaridiche (glucosio e
fruttosio) ed il latte, che contiene lattosio, idrolizzato per l’assorbimento a galattosio e glucosio. La
digestione dei carboidrati complessi inizia in bocca, grazie a specifici enzimi idrolitici presenti nella
saliva, e si completa a livello intestinale per l’intervento di enzimi secreti dal pancreas o presenti
sulla parete degli enterociti. La saliva è composta prevalentemente da acqua, mucina (un
lubrificante per la masticazione), e l’enzima a-amilasi salivare. L’acqua e la masticazione
contribuiscono a sciogliere i cibi secchi e a creare un ambiente idoneo per l’attacco enzimatico.
L’amilasi salivare è un’endoglicosidasi ed idrolizza in modo specifico i legami a-1-4-glucosidici.
L’amido inizia così ad essere parzialmente demolito in composti più semplici come le a-destrine,
con 5-10 residui di glucosio ed eventuali punti di ramificazione, malto triosio e maltosio. L’azione
dell’amilasi viene interrotta quando il cibo raggiunge l’ambiente fortemente acido dello stomaco. Il
succo gastrico non esercita alcun effetto enzimatico sui carboidrati, la cui semplificazione viene
invece continuata nel piccolo intestino. Qui il secreto del pancreas esocrino contiene enzimi
digestivicapaci di attaccare alimenti di diversa natura, tra cui anche i carboidrati. L’a-amilasi
pancreatica continua l’azione di quella salivare attaccando lo stesso tipo di legami glicosidici. Il
completamento della digestione avviene ad opera di enzimi localizzati sull’orletto a spazzola degli
enterociti. Qui l’enzima isomaltasi è in grado di scindere il legame a-1-6-glicosidico presente nelle
destrine limite, mentre le maltasi semplificano oligosaccaridi lineari e maltosio a glucosio.
Eventuali disaccaridi, quali il saccarosio ed il lattosio, sono attaccati in questa sede da enzimi

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specifici denominati rispettivamente lattasi e saccarasi. La mancanza di enzimi capaci di digerire i


legami presenti nella cellulosa (b-1-4-glicosidico), rende conto del fatto che tale polisaccaride non
è digeribile e costituisce il componente principale della cosiddetta fibra alimentare. L’intestino
tenue è la principale sede dell’assorbimento dei prodotti della digestione. Le sostanze idrosolubili,
come gli zuccheri, vengono trasferite all’interno dell’organismo attraverso il sistema portale
epatico; quelle liposolubili raggiungono invece il sangue attraverso i vasi linfatici ed il dotto
toracico. Il passaggio dei nutrienti digeriti dal lume intestinale al sangue prevede il superamento
della membrana apicale dell’enterocita (fase 1) prima e di quella baso-laterale poi (fase 2). I
principi che regolano il passaggio di macromolecole attraverso il doppio foglietto fosfolipidico delle
membrane valgono poi anche per l’ingresso dei nutrienti nelle cellule dei diversi organi e tessuti
(fase 3). In termini generali il passaggio di molecole attraverso le membrane può avvenire secondo
tre modalità diverse:
a) la diffusione semplice,
b) la diffusione facilitata
c) il trasporto attivo.
Nel primo caso si tratta di un flusso spontaneo secondo un gradiente di concentrazione. La
diffusione facilitata si distingue da quella semplice per la presenza di proteine trasportatrici, che
veicolano specificamente un composto attraverso la membrana. Il terzo meccanismo prevede
l’intervento di proteine di trasporto specifiche, che richiedono energia e funzionano anche contro
un gradiente di concentrazione.
L'assorbimento dei carboidrati
L’assorbimento dei monosaccaridi avviene nell’intestino tenue. Il primo passaggio è il
superamento della membrana apicale; a questo livello glucosio e galattosio sono trasportati
attivamente mentre il fruttosio fluisce tramite trasporto facilitato. Il trasporto attivo del glucosio è
mediato dalla proteina SGLT (Sodium Glucose Transporters), che fa entrare nella cellula anche ioni
sodio. Il mantenimento di una bassa concentrazione intracellulare di Na+ dipende dall’azione di
una pompa del sodio che espelle attivamente lo ione consumando ATP; l’enterocita consuma
quindi energia per captare il glucosio nel lume e portarlo all’interno, anche contro un gradiente di
concentrazione. Questo tipo di assorbimento si trova a livello intestinale ed anche in
corrispondenza del tubulo renale, dove viene riassorbito il glucosio passato inizialmente nell’urina.
L’ingresso del fruttosio negli enterociti avviene invece secondo un gradiente di concentrazione ed
è facilitato da una proteina appartenente alla famiglia dei GLUT (Glucose Transporters): il GLUT 5

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presente sulla membrana apicale di queste cellule. Il glucosio e gli altri monosaccaridi lasciano
l’enterocita per raggiungere lo spazio interstiziale e quindi iltorrente circolatorio (fase 2) tramite
l’intervento di trasportatori non attivi GLUT e l’energia è fornita dal gradiente di concentrazione.
Isoforme appartenenti alla famiglia GLUT sono distribuite sulle membrane delle cellule dei diversi
organi e mediano, con diversa affinità, l’ingresso del glucosio ed altri monosaccaridi (fase 3). La
presenza di trasportatori con diversa affinità per il glucosio fa sì che, quando la glicemia è bassa, la
captazione del monosaccaride dal sangue è favorita nei tessuti che utilizzano quasi esclusivamente
il monosaccaride come fonte energetica (cervello) rispetto ad altri tessuti con alternative
energetiche o minore priorità funzionale. Un tipo di trasportatore GLUT molto particolare è il
GLUT4, che è espresso nelle cellule adipose ed in quelle del muscolo scheletrico e cardiaco. Viene
attivato dall’insulina e quindi, in condizioni di glicemia elevata, incrementa sensibilmente (fino a
20-30 volte) la velocità d’ingresso del glucosio in queste cellule. Come vedremo, questo è il
meccanismo fondamentale attraverso il quale l’insulina contribuisce alla normalizzazione
dell’iperglicemia post-prandiale. Il nostro organismo mantiene la concentrazione del glucosio
plasmatico (glicemia) entro valori compresi tra 4,0 e 5,5 mmol/l (70-100 mg/dl) e l’anomalo e
costante incremento di tali valori configura uno stato patologico definito diabete. La glicemia
aumenta anche sensibilmente dopo un pasto ricco in carboidrati, ma si innescano meccanismi che
ripristinano abbastanza rapidamente le condizioni di normalità. L’efficienza di questi meccanismi
può essere studiata nel dettaglio con una prova di carico di glucosio, ovvero l’assunzione a digiuno
di una quantità nota di glucosio, seguita dallo studio della determinazione della glicemia a diversi
intervalli nelle ore successive. Il grafico descrive l’andamento normale della glicemia, con un
incremento sensibile nella prima fase, seguito dal ritorno ai valori basali entro le due ore
successive. Questa rapida risposta al carico di glucosio evidenzia l’efficienza dei meccanismi di
assorbimento del glucosio da parte delle cellule dei diversi tessuti. Un contributo fondamentale in
questo senso è dovuto alla secrezione di insulina, un ormone prodotto dal pancreas esocrino, e
stimolata proprio dall’iperglicemia. L’ormone innesca diversi fenomeni: uno di quelli che più
contribuisce alla normalizzazione della glicemia coinvolge il trasportatore GLUT4. Normalmente il
trasportatore si trova sulla membrana di vescicole intracellulari di cellule muscolari ed adipose, ed
è quindi non funzionante. L’insulina captata da recettori sulla membrana provoca il trasferimento
dei recettori sulla membrana plasmatica, con sensibile incremento della velocità di assorbimento.
Data la numerosità delle cellule muscolari ed adipose nel nostro organismo, è comprensibile come
tale fenomeno contribuisca significativamente a contrastare l’iperglicemia. L’incapacità di
normalizzare l’iperglicemia indotta da un pasto o da un carico di glucosio è una condizione tipica

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del diabete, una patologia in cui la mancata produzione di insulina o l’impossibilità per l’ormone di
indurre i propri effetti determina una persistente iperglicemia. Abbiamo visto che l’ingresso del
glucosio ematico nelle cellule dei diversi organi avviene grazie al trasporto facilitato delle proteine
GLUT. Questo fenomeno procede secondo un gradiente di concentrazione ed è facilmente
intuibile che, in assenza di meccanismi di correzione, la concentrazione del glucosio nelle cellule
potrebbe rapidamente superare quella ematica (volumi molto diversi), e quindi indurre
un’inversione del flusso del monosaccaride. Questo non succede perché il glucosio, appena
superata la membrana va incontro a fosforilazione, con formazione di glucosio-6-fosfato. Questa
modificazione (l’aggiunta di un fosfato) rende impossibile per il glucosio fluire attraverso la
membrana, ed al tempo stesso rappresenta la prima tappa chimica dei processi metabolici cellulari
che utilizzano il glucosio (glicolisi, glicogenosintesi), togliendo quindi di fatto la molecola
intracellulare dall’equilibrio con quelle presenti nel sangue. La differenza di concentrazione di
glucosio tra interno (citoplasma cellulare) ed esterno (sangue) viene così mantenuta, ed il flusso
verso l’interno può proseguire a lungo. In tutte le cellule la fosforilazione del glucosio a glucosio-6-
fosfato è catalizzata dall’enzima esochinasi. L’enzima, un enzima costitutivo, ha un’affinità elevata
per il glucosio e lavora normalmente alla sua massima velocità. L’enzima è tuttavia inibito dal
proprio prodotto e quindi, se la concentrazione di glucosio-6-fosfato aumenta, l’esochinasi viene
bloccata, con conseguente rallentamento anche dell’assorbimento. L’insulina facilita e mantiene
nel tempo l’assorbimento del glucosio a livello epatico inducendo in queste cellule una chinasi, la
glucochinasi, che contribuisce alla formazione del glucosio-6-fosfato, mantenendo quindi bassa la
concentrazione del glucosio libero. La glucochinasi non è inibita dal proprio prodotto e, avendo
un’affinità piuttosto bassa per il glucosio, è in grado di incrementare la propria velocità d’azione
all’aumentare della concentrazione intracellulare di glucosio. In questo modo l’insulina fa sì che il
fegato, l’organo fondamentale per il metabolismo dei carboidrati e la regolazione della glicemia,
possa assumere glucosio in abbondanza nelle fasi postprandiali o comunque iperglicemiche.
Riepilogo
L’amido rappresenta la principale fonte di carboidrati per il nostro organismo. La sua digestione
inizia in bocca per opera dell’amilasi salivare, ed è completata a livello intestinale con l’intervento
degli enzimi pancreatici e delle cellule intestinali, che scindono i legami glicosidici producendo
glucosio ed altri monosaccaridi. Il glucosio è trasportato attivamente (consumo di ATP) all’interno
dell’enterocita e fluisce poi per trasporto facilitato (GLUT) nel sangue. Dal sangue, sempre per
trasporto facilitato, il glucosio passa nelle cellule dei diversi organi. L’insulina normalizza
l’iperglicemia post-prandiale tramite due meccanismi:

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a) facilitazione dell’assorbimento a livello muscolare ed adiposo tramite la mobilizzazione sulla


membrana plasmatica dei trasportatori GLUT4;
b) induzione della glucochinasi epatica, che incrementa la capacità cellulare di fosforilazione del
glucosio, impedendone il flusso retrogrado verso il sangue.
Glicolisi: tappe e regolazione
Introduzione
La glicolisi, detta anche via di Embden-Meyerhof, rappresenta la prima fase dei processi di
ossidazione completa del glucosio, dai quali la cellula trae energia chimica con cui svolgere le
proprie funzioni. L’insieme delle reazioni della glicolisi trasformano una molecola di glucosio in due
molecole di piruvato. Potendo decorrere anche in assenza di ossigeno, viene anche definita
fermentazione lattica. La resa energetica della glicolisi anaerobia è sensibilmente inferiore a quella
della glicolisi aerobia, che fornisce equivalenti riducenti per la fosforilazione ossidativa.
Obiettivi
La lezione illustra le tappe chimiche fondamentali della glicolisi e della gluconeogenesi, ed analizza
i meccanismi di regolazione dei due processi.
Caratteristiche generali della glicolisi
Utilizzo del glucosio
I glucidi sono una delle principali fonti energetiche, ed il glucosio rappresenta il carboidrato
centrale del metabolismo cellulare. Alcuni tipi cellulari dipendono interamente (eritrociti) o
prevalentemente (neuroni) dall’ossidazione del glucosio, mentre altri presentano una richiesta
minima. Tuttavia la glicolisi o via di Embden-Meyerhof avviene in tutte le cellule. Essa rappresenta
la principale via di utilizzo del glucosio, ma anche del fruttosio e del galattosio provenienti
dall’alimentazione. Si tratta di un insieme di razioni chimiche, catalizzate da opportuni enzimi, che
portano alla trasformazione di una molecola di glucosio, con sei atomi di carbonio e fosforilato in
posizione 6 dall’esochinasi, in due molecole di piruvato, ciascuna con tre atomi di carbonio. A
differenza di altri processi ossidativi intracellulari, può avvenire anche in assenza di ossigeno
molecolare (glicolisi anaerobia). Questa è una caratteristica molto importante, specie se si
considera il tessuto muscolare. Infatti, tessuti ad alta capacità glicolitica come quello muscolo-
scheletrico, possono, grazie alla glicolisi anaerobia, produrre ATP e quindi svolgere la propria
attività e sopravvivere anche in momenti di ipossia. Tessuti con bassa capacità glicolitica, come il
muscolo cardiaco, sono invece molto più sensibili a fenomeni ipossici. La glicolisi anaerobia
culmina con la trasformazione del piruvato in lattato ed è una fermentazione omolattica,
paragonabile ai processi ossidativi anaerobi che, nei lieviti, portano alla trasformazione del

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glucosio in etanolo. La resa energetica della glicolisi anaerobia è di sole due molecole di ATP,
molto inferiore a quella ottenibile in presenza di ossigeno. In questo caso infatti, gli equivalenti
riducenti generati dalle razioni ossidoriduttive possono esser fatti fluire verso il mitocondrio per
“alimentare” la catena di trasporto degli elettroni e la fosforilazione ossidativi. In presenza di
ossigeno, il piruvato prosegue il percorso ossidativo: viene trasformato in acetato, che rifornisce il
ciclo degli acidi tricarbossilici.
La glicolisi
Il glucosio esogeno, proveniente dalla dieta, o quello endogeno, proveniente dalla demolizione del
glicogeno o dalla gluconeogenesi, entra nella glicolisi come glucosio-6-fosfato (glucosio-6-P).
L’esochinasi, o eventualmente la gluocochinasi nel fegato, catalizzano l’attacco del gruppo fosfato
in una reazione che è essenziale ai fini di tutti i destini metabolici della molecola. La glicolisi
trasforma un esoso in due molecole di trioso, con contemporanea produzione di due molecole di
ATP e due di NADH. Si tratta quindi di un processo ossidoriduttivo in cui il NAD+ è l’agente
ossidante ed il glucosio è l’agente riducente. In aerobiosi, gli elettroni trasferiti sul NAD+ a formare
NADH possono essere trasferiti ai mitocondri (rigenerando così il NAD+ necessario per la glicolisi) e
all’ossigeno molecolare attraverso la catena di trasporto degli elettroni, con conseguente
produzione di altro ATP. Sempre in aerobiosi, il piruvato, il prodotto finale ottenuto dall’esoso, può
essere trasformato in acetil-CoA e proseguire nel cammino ossidativo. Possiamo dire che un
ulteriore ruolo della glicolisi è quello di fornire substrati per il successivo metabolismo ossidativo o
per la sintesi di altre molecole organiche. Al contrario, in anaerobiosi, il NADH viene riossidato a
NAD+ nell’ossidoriduzione che trasforma il piruvato in acido lattico. In questo caso non si ha
alcuna ulteriore produzione di ATP. Essendo la disponibilità intracellulare di NAD+ finita, la
riossidazione del NADH a NAD+ è necessaria per mantenere attiva la glicolisi. In caso contrario,
esaurite le riserve di NAD+, si bloccherebbe anche il flusso ossidativo del glucosio.
La glicolisi: fasi e resa energetica
La glicolisi avviene nel citosol cellulare. In essa possiamo distinguere tre fasi successive:
• una prima fase preparatoria che consuma molecole di ATP;
• una seconda fase in cui si ha la scissione dell’esoso in triosi, seguita dall’ossidoriduzione del
NAD+ dipendente;
• una terza fase in cui avvengono trasformazioni biochimiche capaci di estrarre energia chimica
dalle molecole per generare ATP e, quindi, piruvato.
La prima fase comprende due reazioni di fosforilazione con consumo di due molecole di ATP per
molecola di glucosio. La prima fosforilazione è quella che trasferisce un gruppo fosfato dall’ATP

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sull’ossidrile legato al carbonio n° 6 del glucosio, con formazione di glucosio-6-P. La reazione,


catalizzata generalmente dall’esochinasi, si associa alla perdita di energia libera sotto forma di
calore ed è quindi irreversibile. La fosforilazione del glucosio a glucosio-6-P è seguita
dall’isomerizzazione a fruttosio-6-P ad opera della fosfoesoso isomerasi, in una reazione
reversibile. Il fruttosio-6-P viene ulteriormente fosforilato con consumo di ATP e formazione di
fruttosio-1,6-bi-P. L’enzima che catalizza la reazione è la fosfofruttochinasi, enzima sia allosterico
che inducibile, la cui regolazione ricopre un ruolo fondamentale nel determinare la velocità della
glicolisi. La seconda fase comprende la scissione ad opera dell’aldolasi del fruttosio-1,6-bi-P in due
molecole con tre atomi di carbonio: la fosfogliceraldeide ed il diidrossiacetone fosfato. Le due
molecole sono interconvertibili e, sotto forma di gliceraldeide-3-P proseguono nella glicolisi con
l’ossidazione a 1,3-bifosfoglicerato. La reazione è catalizzata dall’enzima gliceraldeide-3-P
isomerasi, proteina cui è legato il NAD+ che, nel corso della reazione, si riduce a NADH e si distacca
dall’enzima, con contemporaneo attacco di un fosfato inorganico al substrato. L’energia liberata
dall’ossidazione della gliceraldeide-3-P viene mantenuta all’interno della molecola a formare un
legame fosfato ad alta energia. La terza fase della glicolisi comprende le reazioni in cui avviene
l’effettiva produzione di molecole di ATP tramite processi che possono essere genericamente detti
di fosforilazione a livello di substrato. Essi comportano la rottura di legami altamente energetici
con liberazione di energia sufficiente alla formazione di un legame fosfoanidride tra ADP e fosfato,
e a produrre ATP. Il legame altamente energetico della molecola 1,3-bifosfoglicerato viene
utilizzato in tal modo nella reazione catalizzata dall’enzima fosfoglicerato chinasi, a produrre 3-
fosfoglicerato. Poiché da ogni molecola di glucosio si formano due molecole di trioso, a questo
stadio della glicolisi si ottengono due ATP, che pareggiano quelle consumate nella prima fase. Il 3-
fosfoglicerato viene convertito tramite due reazioni in fosfoenolpiruvato, che contiene un legame
altamente energetico. La rottura di quest’ultimo nella reazione catalizzata dalla piruvato chinasi,
porta alla formazione di un’altra molecola di ATP per ogni trioso formato e al prodotto finale
piruvato. La reazione è associata alla perdita di energia libera ed è quindi irreversibile.
Il recupero di NAD+ (anaerobiosi)
Il NADH generato nel corso della glicolisi deve essere riossidato per consentire ulteriori cicli
glicolitici. In assenza di ossigeno l’obiettivo viene raggiunto tramite un processo di fermentazione
che comporta la riduzione del piruvato ad acido lattico. La produzione di lattato è tipicamente
associata a sforzi muscolari intensi, ed il suo accumulo eccessivo nelle cellule muscolari è
responsabile dei cospetti crampi muscolari. L’acido lattico può essere immesso nel sangue e

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captato dal fegato, che può riconvertirlo in glucosio. In presenza di ossigeno la riossidazione del
NADH avviene invece tramite la catena respiratoria mitocondriale.
Resa energetica della glicolisi anaerobia
La resa energetica netta della glicolisi anaerobia è di due molecole di ATP. Infatti sono prodotte
due molecole di ATP per ogni trioso formato nel corso di reazioni di fosforilazione a livello di
substrato, che trasformano 1,3-bi-P-glicerato in 3-P-glicerato e il fosfoenolpiruvato in piruvato.
Due molecole di ATP sono invece complessivamente utilizzare per fosforilare prima il glucosio a
glucosio-6-P e poi il fruttosio-6-P a fruttosio-1,6-bi-P. In condizioni aerobie invece, il computo
complessivo delle molecole di ATP generate deve considerare oltre ai due ATP derivati
direttamente dall’ossidazione del glucosio a piruvato, anche quelli prodotti dalla riossidazione del
NADH citosolico, prodotto dalla glicolisi; questo fenomeno, complessivamente denominato
respirazione mitocondriale, prevede il flusso degli elettroni del NADH attraverso la catena di
trasporto degli elettroni mitocondriale e libera energia sufficiente per la sintesi di ATP
(fosforilazione ossidatva). Questo processo può generare anche 6 ulteriori molecole di ATP,
aumentando la resa energetica netta della glicolisi a 8 molecole di ATP. Considerando la variazione
di energia libera ottenuta da ciascun legame fosfoanidride dell’ATP, si può calcolare come il
rendimento della glicolisi aerobia sia nettamente superiore (80% circa) rispetto a quello della
glicolisi anaerobia (20% circa).
Funzioni glicolisi
Abbiamo visto come le due funzioni principali della glicolisi sono la produzione di molecole di ATP
e quella di intermedi necessari per l’anabolismo, ovvero la sintesi di altre molecole organiche. La
regolazione della glicolisi dipende essenzialmente da due fattori:
1) il fabbisogno cellulare di ATP, misurabile tramite il parametro della carica energetica;
2) il fabbisogno cellulare di intermedi metabolici.
Il controllo della velocità del flusso glicolitico si manifesta tramite l’intervento di diverse strategie
di regolazione enzimatica, di cui quelle principali sono la regolazione allosterica, imputabile alla
presenza di molecole che, interagendo con l’enzima, sono in grado di modularne l’attività in senso
positivo o negativo, e la regolazione tramite modifiche covalenti degli enzimi chiave, spesso
indotte da meccanismi ormonali strettamente correlati alla disponibilità dei substrati.
Regolazione della glicolisi
Variazioni di energia libera delle reazioni della glicolisi
Un concetto fondamentale della regolazione di percorsi metabolici è che complesse trasformazioni
biochimiche, costituite da numerose, successive reazioni chimiche, possono essere modulate nel

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loro insieme variando l’attività catalitica di pochi enzimi, responsabili di tappe spesso irreversibili
che determinano il flusso complessivo dei metaboliti lungo lo stesso cammino biochimico. La
regolazione della glicolisi rappresenta un esempio evidente di questo fenomeno. Dall’analisi delle
variazioni di energia libera associate alle numerose reazioni della glicolisi, si osserva come tre di
queste presentano valori decisamente lontani da zero, ovvero lontani dall’equilibrio. Le reazioni
catalizzate da esochinasi, fosfofruttochinasi 1 e piruvato chinasi hanno infatti DG francamente
negativo: sono quindi reazioni che decorrono spontaneamente ed in modo irreversibile verso la
formazione dei rispettivi prodotti. La trasformazione del glucosio a glucosio-6-P, del fruttosio-6-P a
fruttosio-1,6-biP e del fosfoenolpiruvato a piruvato sono le reazioni limitanti dell’intera glicolisi, le
strettoie lungo il flusso dei metaboliti dal glucosio al piruvato. Regolando l’attività degli enzimi che
le catalizzano si ottiene il controllo della glicolisi e del destino del glucosio all’interno delle cellule
di vari tessuti.
Regolazione di Glicolisi
L’esochinasi è il primo enzima della glicolisi. Catalizza la conversione del glucosio a glucosio-6-P
associata al consumo di un legame altamente energetico dell’ATP. La regolazione dell’enzima è
essenzialmente di tipo allosterico: il prodotto stesso della reazione, se accumulatosi oltre
determinate concentrazioni, agisce da inibitore allosterico dell’enzima, con un meccanismo detto
anche di inibizione retrograda. Questo succede solo se il consumo di glucosio-6-P da parte della
cellula è notevolmente rallentato. Il glucosio-6-P ha diversi destini: oltre a procedere verso
l’ossidazione glicolitica, può andare incontro ad un altro percorso ossidativo, noto come via dei
pentoso fosfati, oppure essere utilizzato per la sintesi di glicogeno (polisaccaride di riserva). Un
rallentamento esclusivo della glicolisi, imputabile ad un’elevata carica energetica intracellulare,
non comporta un blocco immediato dell’esochinasi, consentendo cosi il flusso del glucosio verso
altri destini metabolici. Possiamo quindi concludere che l’inibizione da prodotto dell’esochinasi
non è il meccanismo fondamentale di regolazione della glicolisi; piuttosto rappresenta un
meccanismo per determinare il destino del glucosio intracellulare. È importante ricordare che a
livello epatico, in fase postprandiale (quindi con abbondanza di glucosio) si osserva l’inibizione di
una seconda forma di esochinasi, la glucochinasi, che non subisce l’inibizione da prodotto e
contribuisce quindi a mantenere attivo il flusso d’ingresso dell’esoso nelle cellule epatiche
(contribuendo ad abbassare l’iperglicemia postprandiale), anche quando il suo arrivo supera
sensibilmente la velocità di consumo.
Regolazione allosterica della Fosfofruttochinasi

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Un ruolo fondamentale nel controllo del flusso di metaboliti lungo la glicolisi è invece giocato dalla
regolazione dell’enzima fosfofruttochinasi 1, che catalizza la conversione del fruttosio-6-P a
fruttosio-1,6- biP. L’enzima è attivato allostericamente da AMP, ADP e fruttosio-2,6-biP, mentre è
inibito da ATP, citrato e abbassamento del pH. È quindi evidente la correlazione tra attività
glicolitica e fabbisogno cellulare di ATP. Quando la carica energetica intracellulare è elevata,
ovvero è elevata la concentrazione di ATP, il flusso di glucosio lungo la glicolisi è rallentato o
interrotto dall’effetto inibitorio dell’ATP stesso sulla fosfofruttochinasi 1. L’opposto succede se la
concentrazione di ATP è ridotta, ovvero sono aumentate quelle di ADP e AMP. Il fenomeno
allosterico è ben descritto dall’andamento sigmoide della curva di saturazione enzima-substrato,
che mette in correlazione la velocità iniziale della reazione con la disponibilità di substrato. Si
osserva come la variazione della concentrazione intracellulare di ATP o AMP e ADP modifichi la
curva rispettivamente nel senso dell’inibizione o dell’attivazione. Anche il citrato agisce da
modulatore negativo della fosfofruttochinasi 1; il citrato è un intermedio del ciclo di Krebs,
alimentato dalla glicolisi tramite il piruvato. L’abbondanza di citrato indica un’elevata disponibilità
cellulare di intermedi metabolici e giustifica un rallentamento dell’utilizzo catabolico del glucosio.
Fruttosio 2,6 biP e PFK-2
Un altro potente modulatore dell’attività della fosfofruttochinasi è il fruttosio-2,6-biP. La molecola
si forma dalla fosforilazione del fruttosio-6-P catalizzata dall’enzima fosfofruttochinasi 2, enzima
che, con la propria attività fosfatasica, determina anche la reazione inversa. L’enzima è controllato
allo stericamente dallo stesso fruttosio-6-P; al tempo stesso è attivo quando defosforilato, ed
inattivo quando fosforilato. Se il glucosio è disponibile, aumenta la concentrazione di fruttosio-6-P
che, attivando la fosfofruttochinasi 2, aumenta la concentrazione del fruttosio-2,6-biP, che stimola
notevolmente l’attività della fosfofruttochinasi 1 e quindi della glicolisi. Quando la concentrazione
del glucosio è scarsa, l’ormone glucagone induce, a livello epatico, la fosforilazione della
fosfofruttochinasi 2 tramite l’attivazione cAMP dipendente della Protein Chinasi A. Questa
modifica covalente inibisce l’enzima e quindi rallenta la glicolisi, rendendo possibile l’utilizzo del
glucosio per il mantenimento di livelli glicemici adeguati. La concentrazione del fruttosio-2,6-biP
varia quindi anche in relazione a segnali extracellulari (glicemia), e rappresenta l’effettore finale
tramite il quale molecole a funzione ormonale, come il glucagone, regolano la glicolisi ed altre
attività metaboliche.
Gluconeogenesi
Un’ulteriore punto di controllo del flusso del glucosio lungo la glicolisi è rappresentato dall’enzima
che catalizza la conversione del fosfoenolpiruvato a piruvato, la piruvato chinasi. Diversi effettori

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intervengono a modulare l’attività dell’enzima: ATP ed alanina sono inibitori, il fruttosio-1,6-biP è


un attivatore. Come per la fosfofruttochinasi 1, l’elevata carica energetica intracellulare (alta
[ATP]) inibisce la glicolisi. Stesso effetto ha l’alanina, un amminoacido che essendo sintetizzato dal
piruvato, può essere considerato, come il citrato, un indicatore della disponibilità di intermedi
anabolici. L’attivazione da parte del fruttosio-1,6-biP, un prodotto della prima parte della glicolisi,
garantisce il mantenimento di un flusso adeguato una volta che il percorso è stato avviato. Come
per molti altri enzimi, cellule appartenenti ad organi e tessuti diversi esprimono isoforme diverse
della piruvato chinasi; si distinguono per esempio l’isoforma L del fegato, da quella M del cervello.
La presenza di isoenzimi dà luogo a dettagli regolatori distinti nei diversi tipi cellulari. Infatti
ciascuna isoforma ha generalmente Km e Vmax particolari e diversa sensibilità agli effettori; inoltre
meccanismi regolatori specifici possono esistere in alcuni organi e non in altri; per esempio,
l’isoforma epatica della piruvato chinasi è regolata anche tramite fosforilazione cAMP dipendente,
indotta dal glucagone. Nel fegato, quindi, in condizioni di ipoglicemia, il glucagone blocca la
glicolisi inducendo fosforilazione ed inattivazione di due enzimi, la fosfofrutochinasi 2 e la piruvato
chinasi.
Enzimi regolatori
La secrezione di ormoni ha un ruolo importante nel controllo del flusso metabolico della glicolisi,
non solo tramite interventi di modulazione rapida dell’attività enzimatica, quali quelli innescati dal
glucagone nei confronti di piruvato chinasi e fosfofruttochinasi, ma anche tramite fenomeni meno
rapidi, ma più persistenti nel tempo, ovvero tramite l’induzione o la repressione dell’attività
enzimatica. I tre enzimi che catalizzano le reazioni irreversibili della glicolisi sono infatti sottoposti,
soprattutto nel fegato, a controllo trascrizionale opposto da parte del glucagone e dell’insulina, i
due ormoni fondamentali per la regolazione della glicemia e del metabolismo glucidico nel nostro
organismo. L’insulina, l’ormone prodotto dal pancreas in condizioni di iperglicemia, favorisce la
glicolisi provocando un aumento della concentrazione cellulare dei tre enzimi regolatori; al
contrario, il glucagone, l’ormone che contrasta l’ipoglicemia, provoca la diminuzione della
concentrazione degli enzimi.
Riepilogo
La glicolisi è un percorso biochimico fondamentale per l’utilizzo del glucosio ed altri esosi a scopo
energetico. Rappresenta la prima tappa dell’ossidazione del glucosio ed avviene nel citosol
cellulare. Si caratterizza per la peculiarità di poter avvenire anche in assenza di ossigeno. In questo
caso, la riossidazione del NADH prodotto nel corso della glicolisi, necessaria per mantenerla attiva,
avviene con la contemporanea trasformazione del piruvato a lattato; per questo si definisce anche

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fermentazione lattica. In anaerobiosi la resa energetica è ridotta e pari a 2 ATP per molecola di
glucosio. In aerobiosi, la riossidazione del NADH utilizza la catena respiratoria mitocondriale e la
resa energetica sale anche a 8 molecole di ATP. La glicolisi viene regolata attraverso la
modulazione rapida dell’attività di tre enzimi che catalizzano reazioni irreversibili del percorso
metabolico. Elemento fondamentale che determina la velocità del flusso del glucosio lungo questa
via biochimica è la carica energetica intracellulare. Quando è elevata, viene ridotta la velocità del
flusso e viceversa. Insulina e glucagone, gli ormoni essenziali per la regolazione della glicemia,
intervengono sulla glicolisi, specie a livello epatico, modificando la velocità di sintesi e, quindi, la
quantità degli stessi enzimi.
La decarbossilazione dell’acido piruvico e il ciclo dell'acido citrico
I processi catabolici possono essere idealmente distinti in tre fasi:
• la prima consiste nella demolizione delle macromolecole assunte con la dieta a molecole
organiche più semplici, quali il glucosio, gli acidi grassi e gli amminoacidi,
• la seconda prevede la conversione di queste molecole in acetato;
• la terza consiste nell’ossidazione finale dell’acetato ad anidride carbonica ed acqua.
Poiché all’ultima fase convergono i catabolismi delle diverse classi di molecole organiche, può
essere identificata con il termine di metabolismo terminale. Quest’ultima fase avviene nei
mitocondri ed è comunemente definita ciclo di Krebs o dell’acido citrico. Grazie alla stretta
connessione con la catena respiratoria mitocondriale è in grado di produrre notevoli quantità di
energia chimica, ovvero di molecole di ATP. Diversi sono i meccanismi con cui i processi catabolici
di carboidrati, acidi grassi ed amminoacidi confluiscono al ciclo di Krebs. Particolarmente
importante è la connessione con il metabolismo glucidico, che avviene prevalentemente
attraverso la decarbossilazione ossidativa del piruvato, prodotto terminale della glicolisi.
La decarbossilazione dell’acido piruvico e il ciclo dell'acido citrico
Obiettivi
La lezione prenderà in esame due processi biochimici importanti:
1) la connessione tra glicolisi e ciclo di Krebs,
2) le reazioni chimiche del ciclo di Krebs.
Verranno approfonditi i principali meccanismi di regolazione dei due processi e le loro correlazioni
con gli altri percorsi biochimici intracellulari.
I destini del piruvato
In condizioni di anaerobiosi il piruvato prodotto nel corso della via glicolitica viene rapidamente
trasformato in acido lattico. Questo consente la riossidazione del NADH generato nel corso della

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glicolisi, e quindi garantisce la necessaria presenza di NAD+ per successive ossidazioni. In presenza
di ossigeno, i coenzimi ridotti possono fluire verso la catena respiratoria mitocondriale ed il
piruvato prosegue nel percorso ossidativo entrando nella matrice mitocondriale e venendo
convertito in acetil-Coenzima A (acetil-CoA). L’ingresso del piruvato nella matrice mitocondriale è
mediato da una proteina trasportatrice, che sfrutta il gradiente protonico che esiste tra i due lati
della membrana interna del mitocondrio.
La decarbossilazione del Piruvato
La conversione del piruvato ad acetil-CoA è catalizzata da un complesso sistema enzimatico,
denominato piruvato deidrogenasi. La reazione è una decarbossilazione ossidativa irreversibile
(DG°’ = - 33 kJ/mol) che, per ogni molecola di glucosio che entra nella glicolisi e poi nel ciclo di
Krebs, produce due molecole di CO2 e riduce due molecole di NAD+ a NADH. Il NADH formatosi
contiene uno ione idruro, i cui due elettroni (:H-) [NB.i due punti rappresentano i due elettroni
sull’atomo di idrogeno) saranno ceduti alla catena respiratoria. L’acetil-CoA generato dalla
reazione contiene un legame tioestere altamente energetico e quindi il gruppo acilico può essere
facilmente trasferito ad altre molecole tramite scissione del legame tioestere stesso. Il complesso
enzimatico che catalizza il processo di deidrogenazione e decarbossilazione del piruvato consiste di
tre diverse proteine che intervengono sequenzialmente nella reazione, in associazione a ben
cinque tipi di gruppi prostetici o coenzimi:
• la timina pirofosfato,
• il FAD,
• il Coenzima A,
• il NAD
• il lipoato.
Regolazione (del ciclo di Krebs)
La regolazione dell’attività della piruvato deidrogenasi è un fenomeno estremamente importante
in quanto, controllando la principale connessione tra metabolismo glucidico e metabolismo
terminale, rappresenta un meccanismo essenziale per correlare l’intensità dei processi catabolici
capaci di produrre energia, con le necessità energetiche della cellula. La piruvato deidrogenesi è
regolata allostericamente per inibizione da prodotto finale, e tramite modifiche covalenti. Acetil-
CoA e NADH, i prodotti della decarbossilazione del piruvato, inibiscono fortemente l’enzima,
mentre AMP, CoA e NAD+ agiscono da attivatori allosterici. Ancora una volta è evidente come la
regolazione di una tappa fondamentale di un processo che può generare energia (ciclo di Krebs)
dipende dalla carica energetica cellulare e quindi dal valore dei rapporti:

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• [ATP]/[ADP],
• [Acetil-CoA]/[CoA]
• [NADH]/[NAD+].
Alla regolazione allosterica si aggiunge anche una regolazione mediata da fenomeni di
fosforilazione/defosforilazione a carico di residui di serina di una subunità del complesso. Quando
il valore dei rapporti sopra citati è elevato, viene attivata una chinasi che, fosforilando la piruvato
deidrogenasi, ne provoca l’inattivazione. Al contrario, bassi valori di carica energetica,
mantengono l’enzima in condizioni basali (non fosforilato) e quindi attivo. Nel muscolo, anche lo
ione calcio (indice di attività contrattile) attiva l’enzima.
Ciclo di Krebs o Ciclo dell’Acido Citrico
L’acetil-CoA può andare incontro a destini metabolici diversi, ma il principale è l’ossidazione
completa nel ciclo citrico. Il ciclo di Krebs è una via metabolica che appunto ossida i residui acetitici
ad anidride carbonica, trasferendo nel contempo gli equivalenti riducenti ai coenzimi NAD+ e
FAD+. Il processo avviene nella matrice mitocondriale, catalizzato da una serie di enzimi che qui
risiedono. Inizia con la condensazione di una molecola di acetil-CoA con una di ossalacetato a dare
acido citrico, e termina con la trasformazione dell’acido malico ad ossalacetato. Non vi è quindi
consumo netto di ossalacetato, ed una sola molecola di questo composto è in teoria sufficiente a
consentire l’ossidazione di molte molecole di acetato. Nel corso del ciclo l’energia chimica estratta
dai processi di decarbossilazione è per buona parte trasferita ai coenzimi ridotti che fluiranno nella
catena respiratoria, ed in parte utilizzata per produrre direttamente nucleotidi trifosfato tramite
fosforilazione a livello di substrato. Complessivamente la stechiometria del ciclo è la seguente:
Acetil-CoA + 3NAD+ + GDP + Pi + FAD+ + 2H2O _ 2 CO2 +3NADH + GTP + FADH2 + 2H+ + CoA.
Possiamo analizzare brevemente le diverse tappe del ciclo.La prima reazione è la formazione
dell’acido citrico a partire da acetil-CoA e ossalacetato. La trasformazione è catalizzata dalla citrato
sintasi e, grazie alla rottura del legame tioestere dell’acetil-CoA, è fortemente esoergonica e,
quindi, praticamente irreversibile. Ciò garantisce l’innesco del ciclo anche quando la quantità di
ossalacetato è ridotta. Il citrato è convertito ad isocitrato dall’aconitasi, e quest’ultimo ad a-
chetoglutarato dall’isocitrato deidrogenasi. Nell’ultima reazione si ha la prima riduzione di una
molecola di NAD+ e la liberazione di una molecola di CO2. Un enzima molto simile alla piruvato
deidrogenasi (anch’esso è costituito da tre tipi di subunità proteiche complessate a cinque
coenzimi diversi), l’a-chetoglutarato deidrogenasi, catalizza la conversione dell’a-chetoglutarato a
succinil-CoA, con decarbossilazione e riduzione di un’altra molecola di NAD+ . La successiva
scissione del legame tioestere di questo composto, mediata dall’enzima succinil-CoA sintetasi,

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libera sufficiente energia da rendere possibile la contemporanea sintesi di un nucleotide trifosfato


(GTP o ATP). Il succinato liberato da questa reazione va incontro a deidrogenazione (fumarato
deidrogenasi) con produzione di fumarato. Gli elettroni estratti dal succinato vengono trasferiti al
coenzima FAD. Il fumarato è idratato a malato, che infine, nell’ultima reazione di deidrogenazione
NAD+ dipendente, è trasformato ad ossalacetato con completamento del ciclo.
La resa energetica del ciclo di Krebs
In un giro completo del ciclo di Krebs un gruppo acetato con due atomi di carbonio viene
completamente ossidato ad anidride carbonica. Di per sé il ciclo produce una sola molecola di ATP
(o GTP), tuttavia l’energia liberata nel corso delle reazioni ossidoriduttive è trasferita sui coenzimi
NAD+ e FAD+, che confluiscono, tramite la catena respiratoria mitocondriale, alla fosforilazione
ossidativa. Con notevole approssimazione possiamo affermare che ogni molecola di NADH, che
giunge alla catena respiratoria, rende possibile la produzione di 3 molecole di ATP. Due molecole
di nucleotide trifosfato sono invece prodotte per ogni molecola di FADH2. Quindi
complessivamente, nel corso di un giro completo del ciclo, si determina la produzione di 12
molecole di ATP. Tornando alla molecola di glucosio, in condizioni di aerobiosi due molecole di
piruvato sono trasportate attraverso la membrana mitocondriale alla matrice mitocondriale e
quindi convertite in due molecole acetil-CoA con produzione di due molecole di NADH, da cui
derivano molecole di ATP. Le due molecole di Acetil-CoA innescano due cicli di Krebs, producendo
quindi direttamente e indirettamente 24 molecole di ATP. Al termine del ciclo, l’ossidazione di due
molecole di piruvato rende possibile la produzione di 30 molecole di ATP. É evidente che vi è una
drastica differenza di rendimento tra l’ossidazione del glucosio in assenza di ossigeno, garantita
dalla sola glicolisi anaerobia, e quella in presenza di ossigeno, che sfrutta anche il ciclo di Krebs e la
fosforilazione ossidativa. Nel primo caso si ha la produzione di sole due unità di ATP per molecola
di glucosio ossidata, nel secondo caso la produzione complessiva sale a 36/38 molecole di ATP.
Considerando l’energia ottenibile dalla combustione completa di una mole di glucosio in un
calorimetro (circa 2840 kJ) e l’energia liberata dalla scissione di un legame fosfoanidridico dell’ATP,
si può calcolare che il rendimento dell’ossidazione catabolica del glucosio nell’ambito di glicolisi e
ciclo di Krebs ha un rendimento elevato e vicino al 70%.
Ciclo di Krebs: processo anfibolico
Anche se il ruolo fondamentale del ciclo è quello di produrre energia, in associazione con la
fosforilazione ossidativa, intermedi della via metabolica possono fungere da precursori biosintetici
per diversi composti. Il ciclo citrico è quindi una via anfibolica, che serve sia ai processi catabolici
sia a quelli anabolici. L’a-chetoglutarato e l’ossalacetato possono per esempio essere utilizzati

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come precursori degli amminoacidi aspartato e glutammato nelle reazioni di transamminazione.


Lo stesso ossalacetato rappresenta un intermedio della gluconeogenesi, ed il succinil-CoA è invece
essenziale per la sintesi del gruppo prostetico eme, trasportatore di ossigeno nell’emoglobina e di
elettroni nei citocromi. Per garantire un regolare flusso lungo il ciclo di Krebs, esistono una serie di
reazioni, dette anaplerotiche, che consentono il rimpiazzo degli intermedi sottratti alla via
metabolica per scopi biosintetici. Tra queste una delle più importanti è quella che consente la
trasformazione di piruvato ad ossalacetato, reazione catalizzata dalla piruvato carbossilasi. Lo
stesso acetil-CoA è un forte attivatore di questo enzima, garantendo così la presenza del secondo
substrato necessario per l’innesco del ciclo.
Regolazione del ciclo di Krebs
Abbiamo visto come il flusso di atomi di carbonio dal piruvato al ciclo di Krebs dipenda dalla
reazione catalizzata dalla piruvato deidrogeasi e come tale enzima sia sottoposto ad un forte
controllo inibitorio di tipo allosterico e tramite fosforilazione ad opera dei prodotti della stessa
reazione (Acetil-CoA, NADH, ATP). La modulazione di questa attività enzimatica influenza
direttamente la velocità dell’intero ciclo, in quanto è la principale via di rifornimento di Acetil-CoA,
il substrato di partenza del processo metabolico. La velocità del ciclo è inoltre determinata dalla
concentrazione di inibitori allosterici che controllano l’attività degli enzimi coinvolti nelle reazioni
irreversibili:
• la citrato sintasi,
• l’isocitrato deidrogenasi
• l’a-chetoglutarato deidrogenasi.
Gli effettori negativi che interagiscono con questi enzimi sono:
• l’ATP,
• il NADH
• il succinil-CoA.
Ancora una volta quindi, i metaboliti immediatamente a valle delle reazioni, o comunque composti
che indicano un elevata disponibilità di energia e di possibili intermedi biosintetici, agiscono
retroattivamente rallentando il flusso lungo il processo biochimico. ADP e ioni calcio agiscono
invece da effettori positivi nei confronti delle stesse reazioni.
Riepilogo
In presenza di ossigeno, le molecole di piruvato prodotte dalla glicolisi sono trasportate nella
matrice mitocondriale e convertite in acetil-CoA ad opera dell’enzima piruvato deidrogenasi.
Questa tappa è fondamentale per l’innesco del ciclo di Krebs, di cui l’acetil-CoA costituisce, con

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l’ossalacetato, il substrato di partenza. Il ciclo di Krebs o ciclo citrico è un processo biochimico che
avviene nella matrice mitocondriale: consiste di una serie di reazioni chimiche che iniziano con la
condensazione di acetil-CoA ed ossalacetato a citrato e terminano con la formazione di
ossalacetato a partire dall’acido malico. Nel complesso due atomi di carbonio dell’acetil-CoA sono
trasformati in anidride carbonica in reazioni ossidoriduttive che determinano la riduzione di tre
coenzimi NAD+ ed un coenzima FAD+ per ciclo. I coenzimi sono riossidati tramite la catena
respiratoria mitocondriale e contribuiscono alla produzione di ATP. Nel corso del ciclo avviene
anche una fosforilazione a livello di substrato con produzione diretta di una molecola di GTP (o
ATP). Complessivamente un ciclo genera ben 12 molecole di nucleotide trifosfato. La regolazione
del ciclo avviene tramite il controllo degli enzimi che catalizzano l’apporto di acetil-CoA al ciclo
(piruvato deidrogenasi) e quelli che catalizzano le prime tappe irreversibili del processo. Il
meccanismo regolatorio fondamentale è quello allosterico (feedback negativo) che pone in
relazione la velocità di queste tappe fondamentali, con la carica energetica cellulare e la
concentrazione cellulare di metabolici utilizzabili nei processi biosintetici.
La gluconeogenesi
La gluconeogenesi (o neoglucogenesi) è il processo metabolico opposto della glicolisi, ovvero la
sintesi di glucosio a partire da molecole organiche di natura non glucidica. Dal punto di vista
biochimico, non è tuttavia un cammino a ritroso rispetto alla glicolisi, ma presenta alcune reazioni
enzimatiche specifiche. Avviene soprattutto nel fegato, che dispone di tutto il corredo enzimatico
necessario. Glicolisi e gluconeogenesi sono regolate con modalità reciprocamente opposte:
effettori comuni danno luogo a fenomeni opposti sui due cammini metabolici; ciò che stimola
l’uno, inibisce l’altro.
Obiettivi
La lezione descrive le reazioni chimiche che costituiscono il processo anabolico della
gluconeogenesi ed i meccanismi di regolazione delle attività enzimatiche che catalizzano tali
reazioni, mettendoli in relazione a quanto avviene nella glicolisi e correlandoli al metabolismo
glucidico in generale.
La gluconeogenesi: aspetti generali
La gluconeogenesi è un percorso metabolico essenziale per gli organismi animali eterotrofi.
Garantisce infatti il mantenimento di adeguati livelli di glucosio nel sangue anche in fasi di digiuno,
consentendo quindi l’apporto dell’esoso ai tessuti che ne fanno la fonte prevalente di energia.
Oltre al cervello ed agli eritrociti, si deve ricordare che il glucosio è essenziale per il muscolo
scheletrico in anaerobiosi e che è necessario per la sintesi del lattosio (ghiandola mammaria). La

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gluconeogenesi rappresenta inoltre un meccanismo importante per il riutilizzo di metaboliti quali il


lattato, prodotto da eritrociti e muscolo, ed il glicerolo, generato dal tessuto adiposo. Dal punto di
vista quantitativo, i precursori più significativi della gluconeogenesi sono il lattato e l’amminoacido
alanina, entrambi convertibili tramite opportune reazioni in piruvato.
Reazioni della glicolisi
Se, concettualmente, la gluconeogenesi è il processo metabolico opposto alla glicolisi, dal punto di
vista strettamente biochimico questo non è vero. La glicolisi, in condizioni fisiologiche, presenta
tre reazioni chimiche irreversibili, vere e proprie barriere energetiche che impediscono il semplice
flusso a ritroso, dai prodotti ai reagenti. Queste reazioni sono quelle catalizzate dall’esochinasi (da
glucosio a glucosio-6-P), dalla fosfofruttochinasi 1 (da fruttosio-6-P a fruttosio-1,6-biP) e dalla
piruvato chinasi (da fosfoenolpiruvato a piruvato). Il DG di queste reazioni è nettamente negativo
e quindi il flusso chimico è unidirezionale. Tutte le altre reazioni hanno invece DG prossimi allo
zero e quindi il flusso chimico dipende dalle concentrazioni dei metaboliti sui due lati della
reazione.
Le tappe chimiche della gluconeogenesi
Enzimi necessari per la gluconeogenesi
Le tappe irreversibili della glicolisi sono aggirate grazie alla presenza di attività enzimatiche diverse
che catalizzano in modo diretto o indiretto il percorso biochimico in senso inverso. Questi enzimi
sono la piruvato carbossilasi e la fosfenolpiruvato carbossichinasi, che, in associazione ad altre
trasformazioni all’equilibrio, consentono la conversione del piruvato in fosfoenolpiruvato. Quindi
la fruttosio-1,6-bifosfatasi, che consente la trasformazione del fruttosio-1,6-biP in fruttosio-1-P, e
la glucosio-6-fosfatasi, che defosforila il glucosio-6-P per generare glucosio.
Piruvato_PEP
La conversione del piruvato a fosfoenolpiruvato avviene attraverso più tappe chimiche, in parte
localizzate nei mitocondri ed in parte nel citosol. La piruvato carbossilasi, un enzima mitocondriale
che contiene quale coenzima la biotina, catalizza, con dispendio di energia chimica, la formazione
di ossalacetato a partire da piruvato. L’ossalacetato esce dal mitocondrio ed è decarbossilato e
fosforilato per intervento dell’enzima fosfoenolpiruvato carbossichinasi. In entrambe le reazioni, la
forza motrice termodinamica è fornita dall’idrolisi di un legame altamente energetico di un
nucleotide trifosfato (ATP e GTP).
FRT-1,6-bi-P_FRT-6-P e GLC-6-P _GLC
Ottenuta la produzione di fosfoenolpiruvato la gluconeogenesi percorre a ritroso le tappe della
glicolisi fino alla formazione di fruttosio-1,6-biP. Un enzima specifico della gluconeogenesi, la

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fruttosiobifosfatasi, catalizza l’idrolisi del legame estere-fosfato del fruttosio-1,6-biP con


produzione di fruttosio-6-P. Quest’ultimo è interconvertito a glucosio-6P e quindi, un altro enzima
specifico della gluconeogenesi, la glucosio-6-fosfatasi, determina il distacco del gruppo fosfato e la
liberazione di glucosio. L’enzima è presente pressoché esclusivamente nel fegato ed il glucosio
prodotto viene liberato dagli epatociti nel torrente sanguigno, contribuendo alla regolazione della
glicemia. Nelle altre cellule,il glucosio-6-P eventualmente prodotto dalla gluconeogenesi, rimane
all’interno delle stesse per essere utilizzato per fini energetici. Confronto tra gluconeogenesi e
inverso della glicolisi Il confronto tra l’energia libera del percorso inverso della glicolisi (DG = +84
kJ/mol) e quello dellagluconeogenesi (DG = - 38 kJ/mol) evidenzia come solo il consumo di energia
chimica sotto forma di legami altamente energetici di ATP (o GTP), renda possibile il processo
anabolico.
La regolazione opposta di glicolisi e gluconeogenesi
Se glicolisi e gluconeogenesi avvenissero contemporaneamente si otterrebbe esclusivamente uno
spreco di energia chimica con idrolisi inutile di nucleotidi fosfato. Per evitare che ciò avvenga i due
processi sono regolati reciprocamente in senso opposto. Questa è una caratteristica tipica di vie
metaboliche opposte. Considerando le tappe enzimatiche specifiche dei due processi si osserva
come gli effettori allosterici, che aumentano l’attività di un enzima della glicolisi, inducono
contemporaneamente un effetto opposto sull’enzima che catalizza la tappa inversa nella
gluconeogenesi, e viceversa. Con una semplificazione piuttosto drastica si può affermare che la
logica regolatoria in atto è ancora quella che correla la velocità dei flussi metabolici alla carica
energetica intracellulare. Così se AMP e fruttosio-2,6-biP (indici diretti e indiretti di bassi livelli
energetici) agiscono da attivatori della fosfofruttochinasi, contemporaneamente inibiscono la
fruttosio-1,6-bifosfatasi: la glicolisi è attivata e la gluconeogenesi inibita. ATP e citrato, indici di
elevati livelli energetici, sortiscono invece l’effetto opposto. Lo stesso fenomeno, anche se meno
evidente, si osserva nella trasformazione piruvato/fosfoeneolpiruvato. ATP ed alanina inibiscono
l’enzima glicolitico, mentre l’ADP inibisce gli enzimi gluconeogenetici. Gli enzimi gluconeogenetici
che realizzano la conversione piruvato/fosfoenolpiruvato sono attivati allostericamente anche da
un altro effettore, l’acetilcoenzima A. Il principio di fondo è ancora lo stesso; la molecola, prodotta
principalmente dalla conversione del piruvato, è il metabolita iniziale del ciclo di Krebs. L’aumento
della sua concentrazione indica disponibilità di substrati per il ciclo, che produce notevoli quantità
di energia chimica. In queste condizioni, l’acetil-CoA favorisce la decarbossilazione del piruvato in
ossalacetato con un doppio effetto: facilitare la gluconeogenesi ed, al tempo stesso, garantire la
disponibilità di ossalacetato per la reazione con l’Acetil-CoA stesso nel ciclo di Krebs. Alla

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regolazione allosterica degli enzimi chiave della glicolisi e della gluconeogenesi è associata anche
una regolazione ormono-dipendente che modifica la concentrazione intracellulare degli enzimi
chiave delle due vie metaboliche, tramite alterazioni della velocità trascrizionale dei rispettivi geni.
Anche in questo caso, l’effetto degli ormoni coinvolti, insulina e glucagone, è reciprocamente
opposto. L’insulina, secreta dal pancreas esocrino in condizioni di iperglicemia, induce gli enzimi
della glicolisi e reprime quelli della gluconeogenesi, favorendo quindi l’utilizzo del glucosio per
produrre energia. Il glucagone, prodotto al contrario in condizioni di ipoglicemia, contrasta la
glicolisi reprimendo la sintesi dei suoi enzimi chiave, e favorisce la gluconeogenesi, agendo da
induttore trascrizionale aumentando la disponibilità di glucosio libero, che può essere rilasciato nel
sangue per elevare la glicemia. Gli effetti opposti su glicolisi e gluconeogenesi di questi due ormoni
sono soprattutto visibili a livello epatico e sono generalmente interpretabili quali meccanismi che
consentono il mantenimento di livelli adeguati di glicemia.
RIEPILOGO
La gluconeogenesi è un processo biochimico che mira a trasformare composti non glucidici in
glucosio. Substrati fondamentali del processo sono gli amminoacidi (soprattutto l’alanina), il
lattato ed il glicerolo. Il processo avviene soprattutto nel fegato dove esistono alcuni enzimi in
grado di catalizzare, in senso opposto, le reazioni irreversibili della glicolisi; questi enzimi sono:
• la piruvato carbossilasi,
• la fosfoenolpiruvato carbossichinasi,
• la fruttosio-1,6-bifosfatasi,
• la glucosio-6-fosfatasi.
Gluconeogenesi e glicolisi sono vie metaboliche opposte sottoposte ad una stretta regolazione,
reciprocamene opposta: la stimolazione dell’una comporta l’inibizione dell’altra, e viceversa. Tale
regolazione si attua principalmente tramite effettori allosterici che correlano i flussi metabolici alla
disponibilità o meno di energia. Meccanismi ormonali, mediati da insulina e glucagone,
intervengono a regolare le due vie a livello epatico, al fine di mantenere adeguati livelli di glucosio
nel sangue.
LA VIA DEI PENTOSO FOSFATI
INTRODUZIONE
Oltre che nella glicolisi e nella glicogenosintesi, il glucosio-6-fosfato può essere metabolizzato in
un’altra via ossidativa che avviene a livello citosolico, definita via dei pentoso fosfati o shunt dei
pentosi. Due sono le funzioni principali di questo processo metabolico:
1) produrre pentosi, necessari per la sintesi di macromolecole quali gli acidi nucleici;

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2) produrre equivalenti riducenti sotto forma di NADPH, necessari per i processi anabolici cellulari.
Nel complesso, attraverso più cicli di questa via metabolica, il glucosio viene ossidato a CO2, senza
che venga però prodotto ATP.
OBIETTIVI
La lezione fornisce una rapida panoramica sui passaggi chimici fondamentali e sulle finalità
metaboliche della via dei pentosi.
Via dei pentoso fosfati: aspetti generali
La via dei pentoso fosfati è un processo metabolico alternativo per l’ossidazione del glucosio.
Avviene nel citosol cellulare ma, a differenza della glicolisi, non ha l’obiettivo di generare ATP.
Consuma invece glucosio per generare, da un lato, ribosio, un pentoso necessario per la sintesi dei
nucleotidi e degli acidi nucleici, e dall’altro, NADPH, utilizzato nel corso della biosintesi degli acidi
grassi e del colesterolo. È una via molto più complessa della glicolisi, che a partire dal glucosio-6-P,
attraverso cicli chimici multipli, determina l’ossidazione dell’esoso secondo la seguente
stechiometria:
3 glucosio-6-P + 6 NADP+ _ 3 CO2 + 2 Glucosio-6-P + Gliceraldeide-3-P + 6 NADPH + 6 H+
Poiché due molecole di Gliceraldeide-3-P possono generare glucosio-6-P, attraverso più cicli, lo
shunt può ossidare completamente il glucosio a CO2.
Fase ossidativa
La via dei pentoso fosfati può essere suddivisa in due fasi:
• la prima parte, di natura ossidativa, in cui avvengono i processi di deidrogenazione
NADPdipendenti;
• la seconda parte, non ossidativa, che genera i precursori del ribosio.
La fase ossidativa comprende due reazioni di deidrogenazione successive che avvengono con la
contemporanea riduzione del NADP+ a NADPH. La prima reazione è catalizzata dall’enzima
glucosio-6-P deidrogenasi e determina la trasformazione del gruppo aldeidico del glucosio in
gruppo carbossilico (glucosio-6-P _ 6-fosfogluconolattone). La seconda deidrogenazione,
catalizzata dalla 6-fosfogluconato deidrogenasi, porta alla formazione di un intermedio instabile,
che decarbossila e si trasforma nel pentoso ribulosio-5-P. Nella fase ossidativa si generano così
due molecole di NADPH ed un atomo di carbonio del glucosio è convertito in anidride carbonica.
La riduzione del NADP+
La riduzione del NADP+ (come per il NAD+) coinvolge il trasferimento di 2 e- e 1 H+ al
nicotinamide. Il NADPH, prodotto della via dei pentoso fosfati funziona da riducente nei processi
anabolici (sintetici). Il NAD+ serve invece da accettore di elettroni nei percorsi catabolici, in cui i

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metaboliti sono ossidati. Il NADH risultante è riossidato dalla catena respiratoria, producendo ATP.
Il NAD+ e il NADP+ differiscono solo per la presenza di un fosfato extra legato al ribosio
dell’adenosina del NADP+. Questa piccola differenza non incide sull’attività redox del coenzima,
ma è riconosciuta dal sito specifico degli enzimi. E’ un meccanismo per separare le vie cataboliche
da quelle sintetiche.
Regolazione della Glucosio-6-P Deidrogenasi
La reazione limitante della fase ossidativa è quella catalizzata dall’enzima glucosio-6-P
deidrogenasi; l’attività catalitica di questo enzima è controllata essenzialmente dal rapporto
intracellulare tra NADP+ e NADPH. Quando il NADPH è carente, la via ossidativa viene attivata,
mentre è rallentata quando la concentrazione del coenzima aumenta.
Fase non OSSIDATIVA
La fase non ossidativa dello shunt dei pentosi avviene in modo significativo solo quando la
produzione di ribulosio-5-P, nel corso della fase ossidativa, eccede le necessità della biosintesi dei
nucleotidi; la disponibilità di substrato consente quindi alla fase non ossidativa di procedere.
Dapprima enzimi specifici (isomerasi ed epimerasi) catalizzano la trasformazione del ribulosio-5-
fosfato ad isomeri quali lo xilulosio-5-P o il ribosio-5-P; successivamente altri enzimi (transchetolasi
e transaldolasi) mediano il trasferimento di gruppi bicarboniosi e tricarboniosi da uno zucchero
all’altro, portando alla formazione di intermedi della glicolisi che possono essere interconvertiti in
glucosio-6-P. Infatti, il risultato netto di più cicli dello shunt è la trasformazione di tre molecole di
pentoso fosfato in due molecole di esoso fosfato ed una di gliceraldeide-fosfato, che, per
l’intervento di enzimi della gluconeogenesi, possono essere convertite in glucosio-6-P e rientrare
quindi nel ciclo. Più cicli della via dei pentosi possono quindi portare all’ossidazione completa del
glucosio-6-P: ogni sei molecole di esoso che entrano nel ciclo, una viene ossidata completamente a
CO2.
Funzioni della via dei pentoso fosfati
L’ossidazione del glucosio
L’ossidazione del glucosio realizzata tramite la via dei pentosi è molto diversa da quella della
glicolisi in quanto produce NADPH e non ATP. Il suo significato metabolico è quindi quello di
garantire la disponibilità di equivalenti riducenti per le sintesi riduttive. Ciò giustifica la
distribuzione della via metabolica nei tessuti dell’organismo umano, essa è particolarmente
evidente:
• nel tessuto adiposo,
• nel fegato,

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BENESSERE DELLA PERSONA

• nella corteccia surrenale,


• nei testicoli,
• nella ghiandola mammaria
• negli eritrociti.
In tutti questi tessuti la sintesi di acidi grassi e/o colesterolo sono particolarmente importanti; negli
eritrociti, invece il NADPH è utilizzato per la sintesi del glutatione ridotto. Quest’ultimo serve per
mantenere allo stato ridotto il ferro emoglobinico e per contrastare i perossidi d’idrogeno generati
nell’ambiente ricco di ossigeno. Gli idroperossidi possono causare l’ossidazione degli acidi grassi
insaturi presenti nelle membrane e causare loro danni. Ciò spiega perchè la deficienza di glucosio-
6-P deidrogenasi eritrocitaria determina l’insorgenza di un’anemia emolitica.
RIEPILOGO
La via dei pentoso fosfati è un processo ossidativo a carico del glucosio-6-P che tuttavia non
produce energia chimica, come la glicolisi, bensì NADPH e ribosio-5-P, substrati rispettivamente
necessari per le sintesi riduttive e quella di nucleotidi ed acidi nucleici. Avviene nel citosol e può
essere distinta in due fasi:
• la prima in cui avvengono reazioni di ossidoriduzione che utilizzano e riducono il coenzima
NADP+, liberando una molecola di anidride carbonica e terminando con la sintesi di ribulosio-5-
P, isomero del ribosio-5-P;
• la seconda fase in cui i pentosi, tramite reazioni all’equilibrio, vengono interconvertiti ad altri
zuccheri e potenzialmente, attraverso più cicli, di nuovo in glucosio-6-P, substrato di partenza
dello shunt.
La via metabolica ha importanza significativa nei tessuti che producono attivamente acidi grassi e
colesterolo e negli eritrociti, dove il NAPH contribuisce a mantenere la disponibilità di ferro (II).
Il metabolismo del glicogeno
Introduzione
Il glicogeno è la principale forma di riserva di carboidrati negli animali. Il suo metabolismo è
connesso alla disponibilità di glucosio nel sangue (glicemia). Enzimi specifici e sotto stretto
controllo di particolari ormoni (insulina e glucagone) catalizzano la rimozione o l’aggiunta di unità
monosaccaridiche al glicogeno al fine di rendere disponibili o immagazzinare tali unità
relativamente ai fabbisogni dell’organismo. Anomalie a carico del metabolismo del glicogeno si
manifestano in patologie genericamente definite glicogenosi.
OBIETTIVI
In questa lezione saranno presentate:

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- la natura, la distribuzione e le funzioni del glicogeno nell’organismo umano,


- le modalità di accumulo e degradazione del polisaccaride nelle cellule,
- i meccanismi di regolazione del suo metabolismo,
- alcuni cenni alle principali glicogenosi.
Struttura e distribuzione tissutale del glicogeno
Il glicogeno è un polisaccaride costituito da unità di a-glucopiranosio, unite tra loro tramite legami
a(1-4)-glucosidici (porzione lineare della molecola) e a(1-6)-glucosidici (punto di attacco delle
ramificazioni). Il glicogeno è molto ramificato ed il suo peso molecolare varia in relazione
all’organo in cui è depositato ed allo stato metabolico generale dell’organismo.
Metabolismo del glicogeno: glicogenosintesi e glicogenolisi
Il glicogeno rappresenta la più importante modalità di accumulo e riserva di glucosio negli animali.
Si localizza prevalentemente nella muscolatura scheletrica, dove costituisce circa l’1% del peso, e
nel fegato (fino a 6% del peso). I due contingenti di glicogeno hanno funzioni molto diverse: quello
muscolare rappresenta una fonte di glucosio esclusiva per il muscolo, mentre quello epatico è
strettamente correlato al mantenimento di adeguati livelli di glucosio nel sangue (glicemia), ed è
quindi una fonte di glucosio disponibile per i diversi organi.
Glicogenosintesi
Quando la disponibilità di glucosio è elevata la massa dei depositi di glicogeno presenti nel fegato
e nel muscolo può essere accresciuta tramite processi biochimici che determinano la progressiva
aggiunta di unità monosaccaridiche alla macromolecola preesistente. Tale processo viene definito
glicogenosintesi. Substrato fondamentale della glicogenosintesi è il glucosio, che, per poter essere
incorporato nelle catene del glicogeno, viene opportunamente attivato: il glucosio 1-fosfato,
derivato dal glucosio 6-fosfato per intervento dell’enzima fosfoglucomutasi, reagisce con UTP a
formare UDP-glucosio, secondo la reazione:
GLUCOSIO-1-P + UTP _ UDP-GLUCOSIO + PPi (UDP-Glucosio pirofosforilasi)
La successiva idrolisi del pirofosfato inorganico spinge la reazione verso destra.
Successivamente l’enzima glicogeno sintasi catalizza l’incorporazione dell’UDP-Glucosio nella
molecola
del glicogeno. Si ha la formazione di un legame tra l’ossidrile legato al Carbonio 1 dell’UDP-
Glucosio ed il
carbonio 4 dell’ultimo residuo di glucosio di una delle catene del glicogeno, con contemporanea
liberazione di

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UDP. La catena viene quindi estesa di un’unità, tramite la formazione di un legame a1-4
glucosidico:
UDP-GLUCOSIO + (GLC)n _ (GLC)n+1 + UDP .
Affinché la reazione possa avvenire è necessaria la preesistenza di una molecola di glicogeno. In
alcuni casi una proteina, la glicogenina, può fungere da innesco per la reazione. L’introduzione di
una nuova ramificazione nel contesto di una molecola di glicogeno prevede l’intervento di un
enzima specifico (enzima ramificante), capace di trasferire una porzione di una catena lineare, con
esclusivi legami a(1-4)-glucosidici, ad una catena vicina. Si ha la formazione di un legame tra
l’ossidrile legato al Carbonio 1 di una molecola di glucosio ed il carbonio 6 di un’altra unità
monosaccaridica (legame a(1-6)-glucosidico), con inserimento di un punto di ramificazione.
Glicogenolisi
La degradazione del glicogeno consiste nel progressivo e sequenziale distacco di singole unità
monosaccaridiche a partire dalle catene più esterne della macromolecola. Tale processo è definito
glicogenolisi. Come nel caso della glicogenosintesi, due attività enzimatiche diverse catalizzano
l’idrolisi dei legami glucosidici presenti nella molecola di glicogeno. La fosforilasi è l’enzima
fondamentale, che scinde i legami a(1-4)-glucosidici; dalla sua attività dipende la velocità di
degradazione del polisaccaride. L’enzima deramificante scinde invece i legami a(1-6)- glucosidici.
In entrambi i casi, l’idrolisi del legame procede con la contemporanea introduzione di un residuo
fosfato sul carbonio 1 del glucosio che si libera, generando in questo modo glucosio-1-fosfato.
(GLC)n + Pi _ (GLC)n-1 + GLUCOSIO-1-P
L’unità di glucosio 1-fosfato generata dalla glicogenolisi viene trasformata in glucosio 6-fosfato
dalla fosfoglucomutasi. Quest’ultima molecola ha un destino diverso nel muscolo e nel fegato. Nel
muscolo viene ossidata per soddisfare le esigenze energetiche del tessuto. Nel fegato, la presenza
di un enzima specifico, la glucosio 6-fosfatasi, rende possibile il distacco del fosfato e la formazione
di glucosio, che può così diffondersi dall’epatocita al torrente ematico, innalzando così la glicemia.
Glicogenosintesi e glicogenolisi: regolazione
Come generalmente accade nel caso di processi metabolici opposti, glicogenolisi e glicogenosintesi
sono finemente regolate in modo reciprocamente opposto da meccanismi ormono-dipendenti ed
allosterici, che fanno sì che l’attivazione dell’una avvenga contemporaneamente all’inibizione
dell’altra. Perno centrale di tali meccanismi di regolazione, soprattutto nel fegato, è la molecola
del cAMP, secondo messaggero i cui livelli intracellulari sono controllati da cascate di segnali
indotte da ormoni quali glucagone, insulina e adrenalina. Variazioni della concentrazione di cAMP
determinano l’attivazione o l’inibizione degli enzimi chiave delle due vie opposte, la fosforilasi e la

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glicogenosintasi. Glucagone ed adrenalina determinano l’innalzamento del cAMP e la conseguente


attivazione della protein chinasi cAMP dipendente (PKA). Questa induce la fosforilazione della
fosforilasi e della glicogenosintasi, attivando la prima (aumento della glicogenolisi) ed inattivando
la seconda (blocco della glicogenosintesi). Agendo a livello epatico, glucagone ed adrenalina hanno
un effetto iperglicemizzante, rendendo possibile la diffusione del glucosio dall’epatocita al sangue.
L’insulina provoca la riduzione dei livelli di cAMP tramite attivazione dell’enzima fosfodiesterasi,
Questo comporta il venir meno dell’azione di PKA e quindi l’attivazione della glicogenosintasi
(defosforilata) e l’inibizione della fosforilasi (defosforilata). L’azione dell’insulina sul fegato,
facilitando la trasformazione del glucosio in glicogeno, e favorendo quindi il continuo
assorbimento del glucosio dal sangue, contribuisce all’effetto ipoglicemizzante provocato dalla
secrezione dell’ormone. A livello muscolare, la regolazione del metabolismo del glicogeno dipende
anche dai livelli intracellulari di ione Ca++ e di AMP. In questo modo l’utilizzo del glucosio viene
legato all’attività contrattile. Infatti la glicogenolisi nel muscolo aumenta di diverse centinaia di
volte subito dopo l’inizio della contrazione. Ciò è imputabile alla stimolazione indotta dallo ione
calcio nei confronti dell’enzima fosforilasi chinasi, che, una volta attivato, fosforila la fosforilasi,
responsabile della demolizione del glicogeno.
Punti salienti sulle glicogenosi
Difetti a carico del metabolismo del glicogeno si manifestano in rare malattie genetiche
complessivamente denominate glicogenosi, perché caratterizzate dall’accumulo anormale, per
tipo o quantità, di glicogeno. Più frequenemente il difetto è a carico della via degradativa
(glicogenosi di tipo I, III, V, VI, sintesi solo nel tipo IV). Nel tipo I e VII il difetto non riguarda il
metabolismo del glicogeno, che si accumula solo come effetto secondario. Le forme epatiche (I, III,
VI) sono associate alla presenza di ipoglicemia, mentre quelle muscolari manifestano sintomi quali
ridotta tolleranza all’esercizio, astenia ed eventualmente insufficienza cardiaca.
RIEPILOGO
Il glucosio può essere depositato nel fegato e nei muscoli sotto forma di glicogeno. La demolizione
(glicogenolisi) o la sintesi (glicogeno sintesi) di tale polisaccaride sono vie metaboliche opposte che
dipendono dalla disponibilità cellulare ed ematica di glucosio. Tuttavia solo il glicogeno epatico
può essere degradato per aumentare la glicemia; quello muscolare è una riserva energetica
tessuto specifica. Il metabolismo del glicogeno è controllato, specie a livello epatico, da insulina e
glucagone, che, regolando in modo opposto la via anabolica e quella catabolica, determinano
rispettivamente l’innalzamento e la riduzione della glicemia.

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CAPITOLO 5: Il metabolismo dei lipidi


Richiami sulla chimica dei lipidi
Introduzione
I lipidi sono una classe di composti estremamente eterogenei per caratteristiche chimiche, ma
accomunati dalla proprietà fisica dell’insolubilità in acqua e della solubilità in solventi organici.
Infatti sono per lo più caratterizzati da una voluminosa porzione idrocarboniosa che ne fa molecole
largamente o totalmente apolari. All’eterogeneità strutturale si associa anche lo svolgimento di
funzioni molto diverse nel contesto degli organismi viventi. Alcuni (grassi ed oli) sono importanti
fonti di energia, altri hanno prevalentemente compiti strutturali (fosfolipidi), alcuni agiscono da
ormoni o ancora favoriscono l’assorbimento ed il trasporto delle sostanze nutritive.
Obiettivi
La lezione richiamerà gli aspetti fondamentali dei lipidi, soffermandosi sulle caratteristiche
chimiche e fisiche
dei lipidi maggiormente coinvolti nel metabolismo umano:
1) gli acidi grassi
2) i triacilgliceroli
3) i fosfolipidi
4) gli steroidi.
Lipidi
I lipidi sono un gruppo eterogeneo di macromolecole accomunate dalla proprietà di essere
insolubili in acqua e solubili in solventi non polari. Comprendono una serie di composti molto
diversi dal punto di vista chimico e suddivisibili in diverse categorie:
1) gli acidi grassi
2) i trigliceridi
3) i fosfolipidi
4) le prostaglandine
5) le cere
6) i terpeni
7) gli steroidi
Dal punto di vista biologico sono una fonte di energia importante per l’organismo, che può
accumularne, quale riserva, quantità elevate nel tessuto adiposo, che agisce anche da isolante

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termico e meccanico. I lipidi svolgono anche altre funzioni importanti: sono componenti strutturali
essenziali delle membrane biologiche ed alcuni di essi agiscono da ormoni.
Acidi grassi
Gli acidi grassi sono acidi monocarbossilici (gruppo funzionale –COOH) con una lunga catena
alifatica, che può essere satura (senza doppi legami) o insatura (con doppi legami C=C). Sono
abbondanti in natura, anche se per lo più non in forma libera, ma uniti tramite legami estere o
ammidici ad altre molecole. La tabella evidenzia gli acidi grassi più abbondanti nei lipidi naturali:
hanno almeno 10 o 12 atomi di carbonio e possono essere saturi o insaturi. Nel caso di acidi grassi
insaturi, generalmente sono in configurazione cis, mentre rari sono quelli con configurazione
trans. La nomenclatura ufficiale assegna un nome all’acido grasso in base alla lunghezza della
catena alifatica; così se sono presenti 18 atomi di carbonio, si definirà acido ottadecanoico. Il nome
verrà poi opportunamente variato in modo da indicare presenza e posizione di eventuali doppi
legami (per esempio, acido cis-9-ottadecanoico,dove il numero 9 indica la posizione del primo
carbonio coinvolto nel doppio legame). Esistono anche alcune abbreviazioni spesso utilizzate in
luogo della nomenclatura estesa. Molto nota è quella che indica l’acido grasso con il numero di
atomi di carbonio, seguito dal numero di doppi legami e dal simbolo w, ed un altro numero che
indica la distanza del doppio legame dall'atomo di carbonio terminale della catena alifatica (per
esempio, Acido cis-9-ottadecanoico è abbreviato come 18:1 w9.). La serie w3 degli acidi grassi è
molto nota per i possibili effetti benefici sul metabolismo lipidico nell’uomo. Alla nomenclatura
ufficiale IUPAC si associa spesso la nomenclatura classica, che assegna agli acidi grassi nomi diversi
quali:
• acido stearico,
• acido palmitico,
• acido oleico,
• acido linoleico,
• acido linolenico.
Proprietà fisiche
Le proprietà fisiche degli acidi grassi sono determinate prevalentemente dalle caratteristiche
(lunghezza, numero e tipo di doppi legami) della catena idrocarburica. La presenza del gruppo
funzionale –COOH associato ad una catena alifatica, fa sì che queste molecole abbiano una testa
polare, che può interagire con l’acqua, ed una porzione altamente idrofobica. Quanto più lunga è
la porzione alifatica tanto maggiore è l’insolubilità in acqua. La presenza di una testa polare rende
conto della tendenza degli acidi grassi a formare micelle in ambiente acquoso. Le micelle sono

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strutture praticamente sferiche, che espongono sulla superficie, a contatto con l’acqua, il gruppo
carbossilico polare, mentre nascondono all’interno, lontano dall’acqua, la porzione alifatica ed
idrofobica. Il numero degli atomi di carbonio nella catena influenza inoltre altre proprietà fisiche di
queste molecole: dato che le interazioni deboli idrofobiche e di van der Waals aumentano
all’aumentare della lunghezza della catena, anche i punti di fusione e di ebollizione seguono la
stessa regola. La presenza di doppi legami, specie se in configurazione trans, influenza fortemente
questi parametri fisici. Come evidenzia la figura, un doppio legame in configurazione trans provoca
una netta curvatura nella catena alifatica, rendendo molto meno efficaci le interazioni idrofobiche
intercatenarie: molecole insature (specie se in configurazione trans) avranno quindi punto di
fusione molto più basso rispetto ad acidi grassi della stessa lunghezza, ma saturi. Così la
temperatura di fusione:
• del 18:0 è circa 69°C,
• del 18:1 w9 è circa 13°C,
• di 18:2 w3 o w6 è inferiore a 0°C.
Questo spiega perché gli oli vegetali, che contengono molti acidi grassi insaturi, sono liquidi a
temperatura ambiente, mentre grassi animali quali il burro o il lardo, contenendo più acidi grassi
saturi, sono solidi. Proprietà chimiche Dal punto di vista chimico gli acidi grassi hanno le stesse
caratteristiche degli acidi carbossilici. Sono acidi deboli con una costante di acidità Ka = 10-5,
quindi in acqua sono per lo più nella forma indissociata. Le reazioni principali, che coinvolgono il
gruppo funzionale carbossilico, sono quelle di saponificazione ed esterificazione. Nella prima
reagiscono con gli idrossidi di metalli alcalini formando sali solubili in acqua, detti saponi.
Nell’esterificazione reagiscono con alcoli a formare appunto legami estere; nei tessuti umani, la
maggior parte degli acidi grassi è presente in forma esterificata. Alcune reazioni possono
coinvolgere la catena alifatica, che quando insatura, può andare incontro ad ossidazione
(irrancidimento dei grassi animali).
I triesteri del glicerolo
Grassi ed oli sono sostanze comuni, che fanno parte della nostra vita quotidiana; burro e lardo
sono grassi animali, mentre gli oli sono generalmente di origine vegetale (olio di oliva, di mais, di
soia). Anche se ci appaiono con caratteristiche fisiche diverse, sono accomunati dalla stessa
struttura organica e sono costituiti essenzialmente da triesteri del glicerolo o triacilgliceroli (detti
anche trigliceridi). Sono molecole abbondanti negli organismi animali e vegetali e svolgono
funzioni diverse. Sono una riserva energetica importante, in quanto, rispetto ai carboidrati,
forniscono a parità di peso, il doppio delle calorie. Inoltre, essendo altamente idrofobici,

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l’accumulo avviene senza trattenere molecole di acqua. Alla funzione energetica si associano
anche quelle di isolamento termico e protezione meccanica. Sono costituite da una molecola di
glicerolo, un polialcol, i cui tre idrossili sono esterificati con il gruppo carbossilico di altrettanti acidi
grassi. Esistono molecole in cui gli acidi grassi legati al glicerolo sono uno (monacilgliceroli) o due
(diacilgliceroli). La natura degli acidi grassi presenti nella molecola di trigliceride può essere
differente nelle diverse posizioni. Le caratteristiche fisiche sono riconducibili a quelle degli acidi
grassi, anche se nei triacilgliceroli, essendo il gruppo carbossilico degli acidi grassi impegnato nel
legame con il glicerolo, anche la minima porzione idrofilica viene persa, rendendo le molecole
completamente apolari ed idrofobiche. Per le altre caratteristiche fisiche (punti di fusione ed
ebollizione) vale quanto descritto per gli acidi grassi. Anche per le proprietà chimiche ci si deve
rifare a quanto detto per gli acidi grassi, considerando inoltre la presenza di legami estere nella
molecola. L’idrolisi di questi legami è una delle reazioni più importanti, essendo la prima tappa del
catabolismo di queste molecole, essa infatti libera i componenti del trigliceride: tre acidi grassi ed
una molecola di glicerolo. Saponificazione I trigliceridi possono andare incontro a saponificazione
se riscaldati in presenza di idrossidi di metalli alcalini: in queste condizioni si ha infatti la rottura dei
legami estere e la formazione di sali di acidi grassi.
Idrogenazione
Se gli acidi grassi presenti nel trigliceride sono insaturi, possono subire reazioni di ossidazione
oppure di idrogenazione. In questo caso si ha la trasformazione del doppio legame in legame
semplice.
Fosfolipidi
I fosfolipidi sono molecole molto importanti perché costituiscono gli elementi strutturali essenziali
delle membrane cellulari. Sono divisibili in glicerofosfolipidi e sfingofosfolipidi. I primi sono molto
simili ai trigliceridi: considerando la molecola capostipite, nell’acido fosfatidico si osserva che le
posizioni 1 e 2 del glicerolo sono impegnate in legami estere con acidi grassi, mentre la posizione 3
è esterificata da una molecola di acido ortofosforico. Quando al residuo acido dell’acido fosforico
sono legati altri residui, quali una molecola di colina, di etanolammina, di serina oppure lo
zucchero inositolo, si hanno altri fosfolipidi definiti rispettivamente:
• fosfatidilcolina,
• fosfatidiletanolammina,
• fosfatidilserina,
• fosfatidilinositolo.
Sfingofosfolipidi

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Gli sfingofosfolipidi sono caratterizzati invece da una struttura diversa, in cui funge da gruppo
centrale la molecola di sfingosina. Ad essa è legato, tramite un legame ammidico, una molecola di
acido grasso; al gruppo ossidrile della sfingosina si legano gruppi polari, contenenti acido
ortofosforico e residui, quali quelli contenuti nei fosfolipidi (colina, serina, etc). Lo
sfingofosfolipide, contenente la colina, è detto sfingomielina ed è quello più abbondante dei
tessuti animali.
Fosfolipidi: proprietà fisiche
La caratteristica fondamentale dei fosfolipidi è quella di essere molecole anfipatiche, ovvero
dotate di una porzione idrofilica (gruppo fosfato e residui ad esso legati) ed una idrofobica (acidi
grassi e glicerolo o sfingosina). Quando immerse in un ambiente acquoso, queste molecole
formano strutture sopramolecolari tipiche: le più semplici sono le micelle formate anche dagli acidi
grassi; tuttavia i fosfolipidi possono formare anche doppi foglietti lipidici e liposomi, vale a dire
strutture sferiche che presentano una cavità acquosa, separata dal mezzo della soluzione da un
doppio strato fosfolipidico. L’organizzazione strutturale di un liposoma ricorda, in maniera
semplificata, quella delle membrane cellulari, di cui i fosfolipidi sono una componente essenziale.
Prostaglandine e Leucotrieni
Altre classi di composti lipidici di certo interesse per la biochimica umana sono quelle delle
prostaglandine e dei leucotrieni. Le prostaglandine sono molecole diffuse in tutti i tessuti umani e,
come gli ormoni, sono attive in quantità minime, influenzando:
• il metabolismo dei grassi,
• la pressione sanguigna,
• la risposta al dolore,
• la temperatura corporea.
Dal punto di vista chimico derivano dall’acido arachidonico (un acido grasso con 20 atomi di
carbonio), per ciclizzazione (enzima Ciclossigenasi) della molecola tramite un legame tra gli atomi
8 e 12. Anche leucotrieni e lipossine derivano dall’acido arachidonico per azione enzimatica
(lipossigenasi). Questi composti aciclici esercitano un ruolo importante nei processi infiammatori e
nelle reazioni immunitarie.
Steroidi
Gli steroidi sono lipidi caratterizzati dall’avere una struttura tetraciclica, con tre anelli esatomici ed
uno pentatomico. Sono sintetizzati tramite ciclizzazione di una molecola detta squalene, con
formazione di lanosterolo. Lo steroide più semplice ed importante per la biochimica umana è il
colesterolo, caratterizzato dalla presenza di un idrossile in posizione 3, di metili in posizione 10 e

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13 e di una catena alifatica in posizione 17. Viene assunto con la dieta ma anche sintetizzato dalle
cellule. È un costituente importante delle membrane cellulari, dove s’inserisce posizionando il
gruppo idrossilico all’interfaccia con l’ambiente acquoso. Ha anche un ruolo importante quale
precursore di molte molecole che svolgono azioni diverse nell’organismo. Tra queste gli ormoni
steroidei, che includono quelli prodotti dalla corticale del surrene e quelli sessuali, e gli acidi biliari,
essenziali per l’assorbimento intestinale dei lipidi. Molto importante dal punto di vista medico è la
correlazione esistente tra elevati livelli di colesterolo nel siero (ipercolesterolemia) ed aumentato
rischio di patologie cardiovascolari ed ictus cerebrale.
Riepilogo
I lipidi sono un gruppo di macromolecole caratterizzate dalla proprietà di essere insolubili in acqua
e solubili in solventi non polari. Appartengono ai lipidi una serie di composti molto diversi dal
punto di vista chimico e suddivisibili in diverse categorie:
1) gli acidi grassi
2) i trigliceridi
3) i fosfolipidi
4) le prostaglandine
5) le cere
6) i terpeni
7) gli steroidi
Acidi grassi e trigliceridi hanno un ruolo biochimico fondamentale quali fonte di energia. I
fosfolipidi sono molecole anfipatiche e costituenti fondamentali delle membrane biologiche. Gli
steroidi, il cui capostipite è il colesterolo, esplicano sia funzione strutturale nella costituzione delle
membrane sia funzione ormonale.
Digestione dei lipidi
I lipidi sono una componente importante della dieta, rappresentando di norma il 20-40% delle
calorie assunte. I principali tipi di lipidi esogeni sono:
• triacilgliceroli,
• osfolipidi,
• esteri del colesterolo,
• colesterolo.
Per la loro digestione, il loro assorbimento ed il loro trasporto nell’organismo vengono messi in
atto meccanismi opportuni che consentono di ottimizzare l’interazione tra molecole altamente
idrofobiche, come essi si presentano, e l’ambiente prevalentemente acquoso in cui devono essere

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utilizzati. Emulsionamento, idrolisi, risterificazione, formazione di lipoproteine sono fenomeni


essenziali nel metabolismo lipidico.
Obiettivi
I contenuti essenziali di questa lezione consentiranno di comprendere i meccanismi fondamentali
attraverso cui i lipidi in genere, vengono digeriti ed assorbiti a livello intestinale per passare nel
torrente circolatorio.
Digestione dei lipidi
I lipidi sono una fonte di energia importante per l’uomo, potendo fornire circa 9 kcal per grammo.
Oltre alla funzione energetica si deve ricordare che il nostro organismo non può sintetizzare alcuni
tipi di acidi grassi insaturi, che sono tuttavia necessari perché precursori per la sintesi di molecole
quali prostaglandine e leucotrieni e per il corretto assemblaggio di fosfolipidi di membrana. Ed
ancora esistono vitamine liposolubili che sono necessariamente veicolate con i lipidi. Da ciò si
deduce che l’apporto di lipidi con la dieta è fondamentale e deve essere associato al buon
funzionamento dei meccanismi di assorbimento intestinale, messi in atto al fine di ottimizzare
l’interazione tra molecole altamente idrofobiche, e ambiente e molecole idrofiliche (enzimi).
L’immagine evidenzia tutti i passaggi fondamentali del percorso dei lipidi dall’esterno all’interno
dell’organismo:
1) l’emulsionamento a livello intestinale
2) l’idrolisi ad opera delle lipasi
3) la riesterificazione negli enterociti
4) la formazione dei chilomicroni
5) il trasporto nel sangue
6) la ridistribuzione ai tessuti.
La digestione dei triacilgliceroli (i lipidi più abbondanti nella dieta) avviene in parte già nella bocca
e nello stomaco, dove lipasi capaci di operare a pH acidi iniziano la scissione dei legami estere tra
glicerolo ed acidi grassi, dando luogo soprattutto a 2-acilgliceroli e acidi grassi. Tuttavia la fase
preponderante della digestione avviene nell’intestino tenue. In questo tratto intestinale avviene
un processo fisico fondamentale per consentire l’attacco enzimatico dei lipidi da parte degli enzimi
digestivi, processo propedeutico all’assorbimento. I lipidi, grazie alla secrezione della bile
accumulata nella cistifellea, vengono emulsionati e suddivisi in piccole sfere micellari, in cui i lipidi
antipatici espongono alla superficie la testa polare e idrofilica, mentre l’interno della micella
ingloba le porzioni idrofobiche ed i lipidi completamente apolari. La fine dispersione in micelle
consente il contatto tra enzimi digestivi contenuti nell’ambiente acquoso e i lipidi idrofobici. La

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bile, prodotta dal fegato,contiene sali biliari, (tra cui l’acido colico e deossicolico), derivati dal
colesterolo, fosfolipidi e colesterolo che, nel complesso agiscono da tensioattivi, facilitando la
formazione delle micelle e stabilizzando l’emulsione.
Idrolisi
Contemporaneamente alla secrezione della bile si ha anche la secrezione dei succhi pancreatici,
che contengono i diversi enzimi digestivi. In relazione all’assorbimento lipidico, il pancreas secerne
lipasi pancreatica e procolipasi, fosfolipasi e colesterolo esterasi. Questi enzimi sono
rispettivamente in grado di scindere i legami estere presenti nei triacilgliceroli, nei fosfolipidi e
negli esteri del colesterolo. La procolipasi è una proteina che viene attivata nel lume intestinale
tramite proteolisi parziale catalizzata dalla tripsina, enzima anch’esso contenuto nel succo
pancreatico. La colipasi attiva, coniugandosi alla lipasi pancreatica, ne consente l’adesione alla
superficie delle micelle lipidiche e quindi il contatto con i triacilgliceroli presenti nel cuore delle
gocciole lipidiche. La lipasi pancreatica, come tutte le lipasi, scinde i legami estere tra acidi grassi e
glicerolo, attaccando con efficacia quelli in posizione 1 e 3 dando luogo, quale prodotto finale, a 2-
monoacilgliceroli ed acidi grassi, che vengono captati e portati nel cuore delle micelle biliari. Acidi
grassi e monoacilgliceroli sono poco solubili in acqua, ma vengono comunque assorbiti come
monomeri liberi. Questo implica che essi attraversino l’ambiente acquoso che bagna la membrana
apicale degli enterociti, le cellule che costituiscono la parete intestinale. Questa è la fase limitante
dell’assorbimento lipidico ed, ancora una volta, è resa possibile dalle piccolissime dimensioni delle
micelle biliari, contenenti nel loro cuore i prodotti della lipolisi: esse possono consentire un
notevole avvicinamento dei lipidi alla membrana degli enterociti e quindi l’ingresso nelle cellule.
Gli acidi grassi a catena lunga sono assorbiti meno efficacemente di quelli a catena corta, specie se
presenti nelle posizioni 1 e 3 del triacilglicerolo, quelli saturi meno dei corrispondenti insaturi.
Esiste comunque un malassorbimento fisiologico, che può aumentare in diete molto ricche di
grassi saturi a catena lunga. Malassorbimenti patologici possono associarsi a:
• malattie pancreatiche,
• resezioni intestinali o gastriche,
• ipersecrezione acida gastrica.
Si deve ricordare che anche la maggior parte dei sali biliari secreti con la bile vengono riassorbiti
nell’ileo e riveicolati al fegato, e quindi alla colecisti.
Trigliceride lipasi
L’azione svolta dalla lipasi pancreatica sui triacilgliceroli è un processo fondamentale per
l’assorbimento di queste molecole. Abbiamo visto che enzimi che esplicano la stessa attività

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catalitica, ma in condizioni diverse (ambiente con pH più acido), esistono nella saliva (lipasi
linguale) e nello stomaco (lipasi gastrica). Altre lipasi sono presenti nell’organismo e catalizzano lo
stesso tipo di reazione, che è necessaria ogniqualvolta che un triacilglicerolo debba superare una
membrana cellulare. Così abbiamo la lipasi lipoproteica, che idrolizza i trigliceridi presenti nel
sangue, per rendere possibile l’ingresso nelle cellule; ed ancora la lipasi ormono-sensibile,
presente negli adipociti, che compie la stessa azione sui trigliceridi intracellulari per consentire
l’uscita dalle cellule verso il torrente circolatorio. Anche gli epatociti hanno una lipasi con
caratteristiche peculiari. Tutti questi enzimi sono proteine diverse, ma accomunate dalla capacità
di catalizzare lo stesso tipo di reazione chimica.
Fosfolipasi A2
Se la digestione dei triacilgliceroli è l’aspetto quantitativamente più rilevante della digestione
lipidica, nel lume intestinale avvengono altri processi digestivi a carico di lipidi quali gli esteri del
colesterolo ed i fosfolipidi. I primi, sempre inclusi nel cuore delle micelle, sono attaccati dalla
colesterolo esterasi che scinde il legame estere, liberando colesterolo e, in genere, un acido
grasso. L’assorbimento degli steroidi, data la loro scarsa solubilità, non è molto efficace: circa il 40-
50% del colesterolo presente può essere assorbito, ma altri steroidi lo sono in percentuali molto
inferiori. Anche i fosfolipidi sono idrolizzati da un enzima pancreatico, la fosfolpasi A2, che rimuove
l’acido grasso in posizione due e genera lisofosfolipidi, che possono essere rapidamente assorbiti.
La formazione, ad opera dello stesso enzima, di lisolecitina a partire dal fosfolipide fosfatilcolina,
abbastanza abbondante nella bile, è un fenomeno importante per l’assorbimento lipidico: infatti la
presenza di lisolecitina nelle micelle lipidiche facilita notevolmente il passaggio dei
monoacilgliceroli e degli acidi grassi dal cuore delle gocciole lipidiche agli enterociti.
Assorbimento e riesterificazione
Gli acidi grassi a catena medio-corta lasciano liberamente l’enterocita per riversarsi nel sangue
portale. Sono trasportati complessati alla proteina albumina plasmatica e ridistribuiti ai vari
tessuti. Gli acidi grassi a catena lunga, una volta raggiunto l’interno dell’enterocita, vengono
rapidamente riesterificati a triacilgliceroli. Il processo, di natura biosintetica, richiede il consumo di
ATP che viene idrolizzato nella reazione di attivazione degli acidi grassi ad acil-CoA, tappa
preliminare alla riesterificazione con il monoaciliglicerolo. Questa reazione mantiene alto il
gradiente di concentrazione tra esterno ed interno dell’enterocita, consentendo il mantenimento
del flusso dei prodotti della digestione verso l’interno. L’enzima che catalizza l’attivazione degli
acidi grassi è l’acil-CoA sintasi, che utilizza ATP e Coenzima A. Il legame tioestere che si forma tra

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BENESSERE DELLA PERSONA

Coenzima A ed acido grasso è energeticamente forte e la sua scissione consente la formazione


successiva di legami estere tra acido grasso e 2-monoacilglicerolo, a formare triacilglicerolo.
Lo stesso fenomeno avviene a carico di lisofosfolipidi trasformati a fosfolipidi, e per il colesterolo,
in buona parte riesterificato con acidi grassi.
Secrezione ed utilizzo dei trigliceridi
I triacilgliceroli e gli altri lipidi assunti e risintetizzati negli enterociti non vengono trasportati nel
sangue portale, come il resto delle molecole (carboidrati, aminoacidi etc) assorbite durante la
digestione. Vengono invece inglobati in particolari strutture micellari, denominate chilomicroni e
in minor misura VLDL, che lasciano l’enterocita sotto forma di un liquido lattiginoso, il chilo,
raccolto dai vasi linfatici e, quindi, immessi nella circolazione sistemica attraverso il dotto toracico.
Dal sangue saranno ridistribuiti ai diversi tessuti attraverso meccanismi che ricordano quelli che
avvengono durante l’assorbimento nel lume intestinale, ma che implicano, quale enzima lipolitico,
la lipasi lipoproteica. Dopo l’assunzione di lipidi con la dieta si verifica un incremento sensibile
della concentrazione di lipidi nel sangue. La progressiva ridistribuzione ai tessuti porta la lipemia a
valori normali nell’arco di poche ore. Quantità adeguate di lipidi nella dieta sono necessarie per la
salute poiché forniscono gli acidi grassi essenziali e le vitamine liposolubili. Al tempo stesso si deve
ricordare che l’eccesso di grassi nella dieta è associato ad aumentato rischio di patologie gravi
quali:
• obesità,
• aterosclerosi,
• coronaropatie,
• alcuni tipi di tumori.
La percentuale di grassi consigliata è del 30% in individui sedentari e del 35 % in individui attivi.
Molto importante è anche la composizione dei grassi che si apporta con l’alimentazione. Si è per
esempio osservato che alcuni acidi grassi saturi (miristico, palmitico) determinano un aumento
delle lipoproteine seriche. Anche gli acidi grassi insaturi in configurazione trans (poco abbondanti
in natura, ma spesso prodotti dalla trasformazione industriale di alcuni oli, quali la produzione di
margarine) sembrano comportare incrementi dei livelli di lipoproteine LDL e riduzione delle
lipoproteine HDL, con possibile incremento del rischio di patologie cardiovascolari. Anche per
incrementi del colesterolo plasmatico si è osservata un’associazione con lo stesso tipo di patologie,
tuttavia la correlazione tra colesterolo alimentare e quello ematico non è sempre lineare, poiché
esso può essere ampiamente prodotto anche dal fegato e diversi fattori genetici intervengono a
regolarne il metabolismo.

129
BASI BIOLOGICHE E MOLECOLARI DEL
BENESSERE DELLA PERSONA

Riepilogo
I lipidi sono insolubili in acqua e, per il loro assorbimento e digestione, sono messi in atto
meccanismi peculiari che consentono di ottimizzare l’interazione tra enzimi digestivi e molecole
lipidiche. L’emulsionamento, ovvero la dispersione in finissime goccioline, è fondamentale ai fini
della digestione ed è ottenuta e stabilizzata grazie anche alla bile, secreta nel lume intestinale dalla
cistifellea. Sulla superficie di queste fini micelle operano gli enzimi digestivi:
• la lipasi pancreatica,
• la fosfolipasi A2,
• la colesterolo esterasi.
I lipidi complessi sono semplificati dall’idrolisi dei legami estere in essi contenuti. Ciò facilita
l’assorbimento negli enterociti, dove avviene la riesterificazione a trigliceridi, fosfolipidi ed esteri
del colesterolo a spese di ATP. Questi lipidi complessi vengono veicolati nel sangue, attraverso la
linfa, sotto forma di strutture micellari (lipoproteine) denominate chilomicroni e VLDL.
Trasporto ematico dei lipidi: le lipoproteine (introduzione)
I lipidi assunti con la dieta o sintetizzati all’interno dell’organismo sono accomunati dal fatto di
essere scarsamente solubili in ambiente acquoso. Tuttavia devono essere trasportati nel sangue o
nel liquido interstiziale per essere ridistribuiti ai vari tessuti ed organi. Questo pone un problema
importante perché si deve contrastare la naturale tendenza di queste molecole a coalescere in
masse uniche, al fine di ridurre le interazioni con l’ambiente acquoso. Questo potrebbe
comportare la formazione di emboli adiposi con ostruzione dei vasi sanguigni. Il problema è
contrastato tramite la dispersione dei lipidi in finissime goccioline, mantenute separate dal
rivestimento superficiale di fosfolipidi e soprattutto proteine. Tali strutture sono definite
lipoproteine ed il loro metabolismo è una parte importante del metabolismo lipidico.
Obiettivi
La lezione descrive:
1) la natura e la funzione delle lipoproteine,
2) le apolipoproteine,
3) il ruolo ed il ruolo biologico dei diversi tipi di lipoproteine,
4) le implicazioni mediche del metabolismo delle lipoproteine.
Trasporto ematico dei lipidi
L’elevata insolubilità dei lipidi rende problematico il loro metabolismo, necessariamente in
ambiente acquoso. Si è visto come l’assorbimento dei lipidi assunti con la dieta dipenda
dall’emulsionamento degli stessi, reso possibile dai sali biliari e dai fosfolipidi secreti con la bile.

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BASI BIOLOGICHE E MOLECOLARI DEL
BENESSERE DELLA PERSONA

Un meccanismo tutto sommato simile è messo in atto per assicurare il trasporto di queste
molecole apolari nei liquidi interstiziali e soprattutto nel sangue. Gli acidi grassi liberi a catena
corta possono essere trasportati nel sangue legati all’albumina, una proteina serica, secreta dal
fegato. La maggior parte dei lipidi è però veicolata sotto forma di piccole strutture micellari,
definite lipoproteine. Si tratta di strutture sferiche in cui possiamo distinguere:
• un nucleo centrale in cui si trovano i lipidi maggiormente apolari (triacilgliceroli, esteri del
colesterolo),
• uno strato più superficiale, occupato da molecole anfipatiche, quali i fosfolipidi che rivolgono
la loro porzione idrofilia verso l’esterno. Sulla superficie si riscontrano infine anche molecole di
natura proteica, dette apolipoproteine.
Le lipoproteine sono sintetizzate prevalentemente in due organi: l’epitelio intestinale, che le
produce utilizzando i lipidi esogeni, con lo scopo di immetterli nel torrente circolatorio e farli
giungere ai diversi tessuti dell’organismo; il fegato, che interviene nelle fasi post-prandiali a
garantire la ridistribuzione dei lipidi endogeni in base alle necessità di ciascun tessuto ed allo stato
metabolico complessivo.
Lipoproteine
Esistono diversi tipi di lipoproteine, caratterizzate da variazioni nella composizione lipidica e
proteica. Esistono anche diverse classificazioni, basate su criteri diversi quali la densità e la
migrazione in un campo elettrico. La classificazione più comune si basa sulla densità delle
lipoproteine, caratteristica fisica che viene utilizzata per isolarle dal sangue e suddividerle tramite
ultracentrifugazione. Infatti, il grasso puro è meno denso dell’acqua e quindi quanto una
lipoproteina è più ricca il lipidi, tanto minore sarà la sua densità. Questa tenderà di conseguenza a
crescere all’aumentare della quota proteica. In base a questo parametro fisico si distinguono
cinque tipi principali di lipoproteine:
1) i chilomicroni, con densità bassissima;
2) le VLDL, a densità molto bassa;
3) le IDL, a densità media;
4) le LDL, a densità bassa;
5) le HDL, a densità elevata.
Caratteristiche lipoproteine
Da quanto detto possiamo immaginare che il contenuto in lipidi diminuisce dai chilomicroni alle
HDL, mentre quello proteico procede i senso opposto. Anche la natura dei lipidi contenuti è
diversa: quelle meno dense contengono soprattutto triacilgliceroli, quelle più dense colesterolo.

131
BASI BIOLOGICHE E MOLECOLARI DEL
BENESSERE DELLA PERSONA

Queste differenze strutturali sottendono ovviamente differenze funzionali, che tuttavia dipendono
anche dalla natura delle proteine contenute. Sono infatti le proteine che possono agire da
cofattori ed attivatori di attività enzimatiche coinvolte nel metabolismo lipidico. I chilomicroni
(CM) sono lipoproteine costituite pressoché esclusivamente dai triaciligliceroli alimentari.
Contengono apolipoproteina B48, AI, AII, C, ed E, che rappresentano solo il 2% della massa totale.
Le VLDL contengono soprattutto triacilgliceroli endogeni ed esteri del colesterolo e le
apolipoproteine B100, C ed E. Le IDL sono molto simili alle VLDL, da cui derivano e non hanno
apolipoproteina C. Le LDL contengono una quota preponderante di esteri del colesterolo e una
quota significativa di fosfolipidi e trigliceridi e la apolipoproteina B100. Le HDL hanno contenuti
elevati di fosfolipidi e minori di colesterolo e trigliceridi. Le apolipoproteine AI, AII, C, E, F sono
circa il 40% della massa totale. È molo importante osservare che le lipoproteine non sono strutture
statiche, ma i diversi tipi rappresentano un continuo di specie correlate, che si trasformano le une
nelle altre tramite scambi dinamici di lipidi e proteine tra loro e con i diversi tessuti dell’organismo.
Liproproteine e Apolipoproteine
La funzione delle lipoproteine è strettamente correlata alla natura delle apolipoproteine
contenute. Esse hanno una funzione strutturale, correlata al fatto di potersi disporre all’interfaccia
lipidi/ambiente acquoso stabilizzando la micella lipidica. Possono poi svolgere una funzione
metabolica, agendo da attivatori di enzimi che catalizzano trasformazioni a carico dei lipidi. Ed
infine possono avere funzione di ligando per recettori posti alla superficie di cellule specifiche,
mediando il riconoscimento lipoproteina/organo, fenomeno preliminare alla cessione od
assunzione di metabolici da parte delle lipoproteine stesse. La natura dinamica delle lipoproteine
si manifesta anche attraverso scambi di apolipoproteine oltre che di lipidi. La tabella mostra le
funzioni di alcune apolipoproteine. La AI agisce da attivatore dell’enzima Lecitina Colesterolo Acil-
Transferasi (LCAT), fondamentale per i processi di esterificazione e scambio del colesterolo. Funge
inoltre da ligando per il recettore delle HDL. Le apolipoproteine B48 e B100 agiscono
rispettivamente come ligando per il recettore dei CM e delle LDL. L’apolipoproteina CII è un
importante attivatore della lipasi lipoproteica, necessaria per l’idrolisi dei trigliceridi che devono
essere ceduti ai tessuti. Infine l’apolipoproteina E agisce da recettore per i residui dei CM e LDL.
Metabolismo delle lipoproteine: i chilomicroni
Passiamo ora ad analizzare il metabolismo dei singoli tipi di lipoproteine. I chilomicroni sono
lipoproteine prodotte dall’epitelio intestinale in conseguenza dell’assorbimento dei grassi
apportati con la dieta. Sono riversati dagli enterociti nei vasi linfatici (chilo) e, tramite il dotto
toracico, nel sangue. Oltre ai CM il chilo contiene anche una percentuale di VLDL, che tuttavia sono

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BASI BIOLOGICHE E MOLECOLARI DEL
BENESSERE DELLA PERSONA

per la maggior parte sintetizzate dal fegato. I CM hanno quindi il compito di veicolare i trigliceridi
alimentari ai tessuti dell’organismo. Una volta raggiunto il sangue, essi sono rapidamente
metabolizzati, con un tempo di dimezzamento nell’uomo inferiore all’ora. Il fenomeno avviene
tramite l’acquisizione dell’Apo CII dalle HDL, che attiva la lipasi lipoproteica, presente sulle cellule
dei capillari di vari tessuti. Alla stessa stregua della lipasi pancreatica, la lipoproteinlipasi attacca
preferenzialmente i legami estere in posizione 1 e 3, dando luogo a 2-monoacilglicerolo e acidi
grassi. Soprattutto a livello del muscolo, del miocardio e del tessuto adiposo avviene la rimozione
della maggior parte (>90%) dei trigliceridi contenuti dai CM. Le particelle che residuano dopo
questa cessione, lasciano altre componenti proteiche e lipidiche alle HDL e così si costituisce
buona parte da colesterolo e dei fosfolipidi. Queste particelle, dal diametro molto più piccolo dei
CM, vengono definite residui dei chilomicroni. Essi sono attivamente captati, probabilmente
tramite riconoscimento della Apo E, e metabolizzati dal fegato.
Metabolismo delle lipoproteine: VLDL
Destino e funzione molto simile a quella dei CM è quello delle VLDL. Queste lipoproteine sono per
la maggior parte sintetizzate a livello epatico e sono responsabili della ridistribuzione ai tessuti
extraepatici dei lipidi sintetizzati dal fegato. A differenza dei CM contengono B100 e non B48, ma
anch’esse si arricchiscono in Apo CII e Apo E dalle HDL. Riconosciute tramite recettori B100
specifici nei tessuti extraepatici, cedono i loro trigliceridi tramite attivazione della lipoproteinlipasi
ad opera della Apo CII. Le particelle che residuano sono definite IDL ed hanno un contenuto di
trigliceridi nettamente inferiore. Le IDL possono essere captate dal fegato oppure, in seguito ad
ulteriore cessione di lipidi alle HDL ed al fegato, con contemporaneo arricchimento in colesterolo,
si trasformano in LDL. Ciascuna VLDL e LDL contiene una sola molecola di Apo B, e perciò si può
dedurre che da ogni VLDL deriva una LDL. Queste lipoproteine, nell’uomo, trasportano più della
metà del colesterolo ematico. Sono metabolizzate dal fegato (70%) e dai tessuti extraepatici (30%)
principalmente attraverso l’interazione tra Apo B100 ed un recettore specifico sulla membrana
delle cellule. Questo recettore è molto ben caratterizzato dal punto di vista strutturale e media
l’internalizzazione delle VLDL, LDL e HDL. La sua mancanza determina una forma di
ipercolesterolemia familiare. Dati recenti suggeriscono che una parte del metabolismo delle LDL
sia indipendente dal recettore per Apo B100. Diversi fattori, sia ormonali che alimentari,
influiscono sul metabolismo delle LDL, spesso attraverso effetti sul recettore per Apo B100. Per
esempio, l’ormone insulina fa aumentare l’attività del recettore, mentre il colesterolo alimentare
ed i grassi saturi la fanno diminuire.
Metabolismo delle lipoproteine: le HDL

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BASI BIOLOGICHE E MOLECOLARI DEL
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Il metabolismo delle HDL è sicuramente meno noto di quello delle altre lipoproteine. Possono
essere distinte in più sottoclassi con una complessa eterogeneità di composizione apoproteica.
Uno dei ruoli fondamentali è comunque quello di fungere da depositi di Apo C ed Apo E, che
possono cedere ad altre lipoproteine. Le HDL sono in parte prodotte dal fegato, come micelle ad
alto contenuto fosfolipidico e di colesterolo. Nel sangue acquisiscono colesterolo dai tessuti e dalle
altre lipoproteine e l’enzima LCAT, secreto dal fegato. Questo enzima catalizza il trasferimento di
un acido grasso dai fosfolipidi al colesterolo, producendo esteri del colesterolo che, divenuti
completamente apolari, passano nel cuore della micella, modificandone la forma. Queste HDL
meno dense sono captate dal fegato, che rimuove da esse gli esteri del colesterolo fino a quando
la particella non diventa più densa e torna nuovamente in circolo. Le HDL sono quindi coinvolte in
un processo noto come trasporto inverso del colesterolo, ovvero il trasporto dello steroide dai
tessuti al fegato.
La colesterolemia e le iperlipemie
Le concentrazioni ematiche di colesterolo e trigliceridi hanno un’importanza notevole in medicina
in quanto diversi studi hanno dimostrato correlazioni significative tra i loro valori e patologie di
diverso tipo. In particolar modo la concentrazione plasmatica di colesterolo LDL (LDL-c), ovvero del
colesterolo associato alle lipoproteine LDL, è direttamente e positivamente correlata all’incidenza
di aterosclerosi coronaria: anche se non esiste una soglia precisamente definibile (viene
generalmente considerata normale una concentrazione ematica di colesterolo totale pari a
200mg/dL), è certo che maggiori livelli di LDL-c aumentano il rischio di patologie cardiovascolari. Si
è anche osservato che gli acidi grassi saturi ed insaturi hanno effetti opposti su LDL-c; i primi ne
provocano un forte aumento, mentre i secondi tendono a diminuirlo. Diete ricche di grassi saturi
possono generare maggior rischi di danni cardiaci che non diete ricche in colesterolo. È importante
notare che il colesterolo HDL (HDL-c) risulta invece inversamente correlato al rischio di
aterosclerosi vascolare. I livelli di colesterolo e lipidi ematici sono fortemente influenzati da diversi
fattori, sia ambientali sia genetici. La tabella descrive alcuni tipi di iperlipidemia, distinguibili per
tipo e quantità di lipidi accumulati nel sangue. Nell’ambito delle iperlipidemie secondarie (non
genetiche) i fattori che giocano ruoli determinanti sono:
• l’alimentazione,
• lo stile di vita sedentario,
• il fumo,
• l’uso di contraccettivi orali.
Riepilogo

134
BASI BIOLOGICHE E MOLECOLARI DEL
BENESSERE DELLA PERSONA

I lipidi sono molecole altamente idrofobiche ed il loro trasporto nel sangue avviene grazie alla
formazione di strutture micellari, definite lipoproteine. Esse ottimizzano l’interazione con l’acqua
esponendo alla superficie le porzioni idrofiliche dei lipidi e varie proteine (apolipoproteine),
nascondendo invece all’interno le porzioni lipidiche più idrofobiche. Esistono diversi tipi di
lipoproteine, caratterizzati da contenuto proteico e lipidico specifico per qualità e quantità. In base
alla loro densità si distinguono:
1) chilomicroni, con densità bassissima;
2) le VLDL, a densità molto bassa;
3) le IDL, a densità media;
4) le LDL, a densità bassa;
5) le HDL, a densità elevata.
Sono comunque strutture dinamiche, che scambiano tra loro e con i diversi tessuti dell’organismo
sia la componente lipidica sia quella proteica. Le apolipoproteine servono o da recettori per il
riconoscimento lipoproteina-cellula oppure da enzimi e attivatori enzimatici necessari per lo
scambio di lipidi tra lipoproteine e cellule. Chilomicroni e VLDL si generano a livello intestinale per
consentire l’ingresso dei lipidi con la dieta e sono molto ricche in trigliceridi. Le VLDL sono
prodotte anche dal fegato per ridistribuire i lipidi neosintetizzati negli epatociti. IDL e LDL si
formano dalle VLDL in seguito agli scambi di lipidi tra queste lipoproteine e le cellule
dell’organismo. Le HDL sono sintetizzate dal fegato e da altri tessuti e svolgono un ruolo specifico
nel traffico del colesterolo tra i tessuti. LDL e HDL sono le lipoproteine più ricche in colesterolo ed
incrementi della loro concentrazione sierica modificano il rischio individuale di malattie
cardiovascolari. In particolar modo le LDL aumentano tale rischio, mentre le HDL sembrano
diminuirlo.
Il catabolismo degli acidi grassi (Introduzione)
I triacilgliceroli, e gli acidi grassi da essi derivati, sono la classe di lipidi più importanti ai fini
energetici. A differenza di quanto visto per il glucosio, il loro catabolismo è un processo
essenzialmente aerobico che utilizza substrati di origine alimentare oppure substrati accumulati
nel tessuto adiposo, derivati in parte anche dal metabolismo glucidico. La via demolitiva principale,
chiamata beta-ossidazione degli acidi grassi, è un processo che avviene nei mitocondri ed è svolto
efficacemente in molti tessuti ed organi. Il prodotto finale della beta-ossidazione è l’acetil-CoA,
substrato di partenza per il ciclo di Krebs. Un’ossidazione accentuata degli acidi grassi, fenomeno
che si può manifestare nel corso di un digiuno prolungato o in seguito a diabete mellito non

135
BASI BIOLOGICHE E MOLECOLARI DEL
BENESSERE DELLA PERSONA

opportunamente controllato, può comportare un’eccessiva produzione di corpi che tonici da parte
del fegato, ed eventualmente sfociare in uno stato di chetoacidosi.
Obiettivi
In questa lezione verranno presentate le tappe essenziali del catabolismo degli acidi grassi e i
meccanismi fondamentali che regolano tale processo metabolico. Saranno inoltre presentate le
tappe biochimiche della produzione dei corpi chetonici ed il loro significato in alcune situazioni
patologiche.
Il catabolismo degli acidi grassi: aspetti generali
Gli acidi grassi sono i lipidi più importanti dal punto di vista energetico per il nostro organismo.
Dalla combustione degli acidi grassi si ottengono ben 9 kcal/g, due volte quante se ne ottengono
dall’utilizzo di zuccheri o aminoacidi. Essi sono quindi una fonte energetica importante e, anche se
il fegato è l’organo maggiormente coinvolto nel metabolismo lipidico, quasi tutti i tessuti
dell’organismo umano possono utilizzare acidi grassi per produrre energia. Il catabolismo degli
acidi grassi è un processo biochimico che utilizza ossigeno: avviene infatti nei mitocondri e
determina la completa ossidazione degli atomi di carbonio a CO2 attraverso il ciclo di Krebs e la
fosforilazione ossidativa. Il bisogno di ossigeno dipende quindi dalla stretta correlazione con questi
processi mitocondriali. Con il termine di beta ossidazione si definisce l’insieme di tappe ossidative
che trasformano progressivamente, ed attraverso un percorso a spirale, la catena carboniosa di un
acido grasso in diverse molecole di Acetil-CoA (2 atomi di carbonio).
Mobilizzazione degli acidi grassi dal tessuto adiposo
Gli acidi grassi utilizzati quali substrato per la beta-ossidazione possono giungere direttamente
dalla dieta, ma, in condizioni normali, è probabile che provengano dalla demolizione dei
triacilgliceroli accumulati nel tessuto adiposo. I trigliceridi del tessuto adiposo rappresentano
infatti un deposito di acidi grassi e glicerolo. Ormoni specifici (glucagone e/o adrenalina), spesso
secreti in risposta a valori glicemici bassi, attivano la lipasi ormono-sensibile, che catalizza la
scissione dei legami estere dei trigliceridi liberando acidi grassi e glicerolo. Gli acidi grassi entrano
nel torrente circolatorio e veicolati dall’albumina, raggiungono:
• muscoli,
• cuore,
• fegato
• altri tessuti dell’organismo.
Anche il glicerolo liberato dai trigliceridi può essere utilizzato dalle cellule per produrre energia,
venendo trasformato in glicerladeide-3-fosfato, cioè un intermedio della glicolisi.

136
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Attivazione dell’acile ad acil-CoA


L’utilizzo nelle cellule degli acidi grassi giunti dalla dieta o mobilizzati dal tessuto adiposo prevede
una tappa preliminare di attivazione, con dispendio di energia e trasformazione dell’acido grasso
in acil-CoA. Come visto per la fosforilazione del glucosio a glucosio-6-P, questo meccanismo
mantiene bassa la concentrazione citosolica degli acidi grassi liberi, e quindi consente il flusso
passivo delle molecole dall’esterno all’interno della cellula. Si deve anche ricordare che in
alternativa, gli acidi grassi possono giungere ai diversi tessuti attraverso i lipidi trasportati dalle
lipoproteine sintetizzate dal fegato. L’attivazione dell’acido grasso ad acil-CoA è catalizzata da un
enzima posto sulla membrana mitocondriale esterna, l’Acil-CoA sintasi. Utilizza come coenzima il
coenzima A e la reazione avviene con contemporanea scissione di una molecola di ATP ad AMP e
pirofosfato. L’idrolisi successiva del pirofosfato sposta la reazione fortemente verso destra (a
prezzo del consumo di due legami altamente energetici).
L’acil-CoA può avere destini metabolici diversi, determinati dalle momentanee esigenze cellulari.
Oltre ad essere il substrato di partenza per il catabolismo, rappresenta la molecola iniziale del
percorso anabolico che porta alla formazione di trigliceridi, fosfolipidi ed esteri del colesterolo; o
ancora gli acil-CoA possono venire modificati tramite reazioni di allungamento o accorciamento
della catena carboniosa. Spartiacque tra i possibili destini dell’acil-CoA è l’ingresso della molecola
nel mitocondrio, essenziale per il catabolismo ossidativo.
Sistema navetta della Carnitina
Gli acil-CoA non possono superare la membrana mitocondriale interna come tali, ma interviene un
sofisticato e specifico sistema di trasporto degli acili alla matrice mitocondriale, che viene
comunemente definito sistema navetta della carnitina. Il processo si basa sulla molecola carnitina
e su tre enzimi:
• la carnitina-palmitoiltransferasi I,
• la carnitina-palmitoiltransferasi II,
• la carnitina-acilcarnitinatraslocasi.
Come evidenzia la figura il meccanismo consente l’ingresso di un acile nella matrice mitocondriale
utilizzando la carnitina come vettore. Un coenzima A del pool mitocondriale viene trasferito
sull’acile giunto all’interno, e la carnitina viene nuovamente traslocata all’esterno per riprendere
un nuovo ciclo di trasferimento.
Beta ossidazione: generale
La demolizione ossidativa degli acidi grassi all’interno del mitocondrio consta di tre fasi distinte:
• la prima tappa è la beta-ossidazione, che rimuove progressivamente unità bicarboniose (acetil-

137
BASI BIOLOGICHE E MOLECOLARI DEL
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CoA) dalla catena alifatica. Si tratta di reazioni di ossidoriduzione che distaccano quattro
elettroni e quattro idrogenioni per ciascun acetil-CoA prodotto, trasferendoli sui coenzimi FAD+
e NAD+.
• la seconda fase prevede l’ingresso delle unità di acetil-CoA così generate nel ciclo di Krebs.
Quindi metaboliti del catabolismo degli zuccheri e metaboliti del catabolismo lipidico confluiscono
a questo processo biochimico mitocondriale che ossida definitivamente gli acetil-CoA a CO2.
Com’è noto anche in questo ciclo equivalenti riducenti sono trasferiti ai coenzimi NAD+ e FAD+.
• la terza fase prevede la riossidazione dei NADH e FADH2, generati nel corso delle reazioni di
ossidoriduzione attraverso la catena di trasporto degli elettroni all’ossigeno molecolare.
La beta-ossidazione: le tappe enzimatiche
La beta-ossidazione degli acidi grassi avviene in quattro tappe enzimatiche che portano al distacco
di un’unità di acetil-CoA, tramite la rottura del legame tra gli atomi di carbonio a (2) e b (3), da cui
deriva il nome di beta-ossidazione. L’acile accorciato ripete quindi il percorso enzimatico più volte,
definendo un ipotetico cammino a spirale, fino alla completa trasformazione in acetil-CoA.
Considerando il caso più semplice di un acido grasso saturo con numero pari di atomi di carbonio,
quali il palmitoil-CoA, la stechiometria della reazione sarà:
Pamitoil-CoA + 7CoA + 7 FAD+ +7NAD+ +7H2O _ 8 Acetil-CoA + 7 FADH2 +7 NADH +7 H+
La prima reazione catalizzata dall’Acil-CoA deidrogenasi toglie elettroni dai carboni alfa e beta, con
introduzione di un doppio legame nella catena, e la contemporanea riduzione di FAD+ a FADH2.
Successivamente il doppio legame viene addizionato di una molecola di acqua, e quindi
deidrogenato con introduzione di un doppio legame di tipo trans tra carbonio beta ed ossigeno (b-
chetopamitoil-CoA) e riduzione di un coenzima NAD+. L’intervento dell’enzima acil-CoA
acetiltransferasi (nota anche come tiolasi) rende possibile il distacco dell’acetil-CoA con
contemporaneo legame di un Coenzima A alla catena carboniosa restante e formazione di un acil-
CoA, di due unità più breve (miristoil-CoA). A questo punto il percorso può riprendere dalla prima
tappa enzimatica e concludersi, dopo 7 cicli ossidoriduttivi, con la completa trasformazione in
acetil-CoA.
La resa energetica della beta-ossidazione
La beta-ossidazione non produce direttamente (tramite fosforilazione a livello di substrato) alcuna
molecola di ATP. Produce tuttavia coenzimi ridotti NADH e FADH2 (1+1 per ciclo) che confluiranno
nella catena respiratori e molecole di acetil-CoA, che forniscono il substrato di partenza del ciclo
di Krebs. La resa energetica della beta-ossidazione deve quindi tener conto di questi ulteriori
processi biochimici. Considerando sempre l’acido grasso saturo con 16 atomi di carbonio

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BASI BIOLOGICHE E MOLECOLARI DEL
BENESSERE DELLA PERSONA

(palmitato), osserviamo come l’ingresso nella beta-ossidazione comporta il consumo di 2 legami


altamente energetici. La riossidazione dei coenzimi ridotti nel corso della beta-ossidazione
produce ben 35 molecole di ATP, mentre ne vengono prodotte altre 96 dall’ossidazione degli
acetil-CoA nel ciclo di Krebs. Complessivamente la resa energetica dell’ossidazione completa di
una molecola di palmitato consiste in 129 molecole di ATP.
Ossidazione acidi grassi insaturi
Esistono meccanismi enzimatici che consentono anche l’ossidazione di acidi grassi poliinsaturi o a
catena dispari. I grassi insaturi sono molto diffusi in natura e sono generalmente in configurazione
cis, cosa che li rende non automaticamente accessibili per la beta-ossidazione. L’intervento di una
isomerasi converte il doppio legame in forma trans e rende così possibile l’ossidazione dell’acido
grasso insaturo. Un altro enzima la dienoil-CoA reduttasi rende invece possibile l’ossidazione di
molecole insature con più di un doppio legame. Anche se rari in natura, esistono anche acidi grassi
con un numero dispari di atomi di carbonio. L’ultima tappa della loro ossidazione libera non due
molecole di acetil-CoA, ma una di acetil-CoA ed una di propionil-CoA, con tre atomi di carbonio.
Questo composto non entra direttamente nel ciclo di Krebs, ma, attraverso una serie di tappe
enzimatiche, viene trasformato in succinil-CoA, un intermedio dello stesso ciclo.
La regolazione della beta-ossidazione
La beta-ossidazione è strettamente regolata in base alle necessità energetiche, cellulari e
soprattutto da meccanismi che fanno sì che tale processo, e quello opposto di sintesi di acidi
grassi, non avvengano contemporaneamente, con un futile consumo di energia.
L’ingresso dell’acil-CoA nel mitocondrio vincola l’acido grasso al destino catabolico e quindi, tale
processo di trasferimento attraverso la membrana mitocondriale interna è la tappa limitante
dell’intero processo catabolico. Il malonil-CoA è il primo intermedio nella sintesi di acidi grassi ed è
un forte inibitore della Carnitina Aciltransferasi I, enzima che inizia il trasferimento degli acili nel
mitocondrio. Nel fegato esiste inoltre un’importante regolazione ormonale di questi processi, con
l’insulina che favorisce la formazione di alonil-CoA, mentre il glucagone ha un effetto contrario. È
importante osservare come i processi metabolici degli zuccheri e dei lipidi (ma anche di altri
metabolici) siano fortemente interconnessi e reciprocamente regolati. Così vediamo come la
disponibilità di acetil-CoA di origine lipidica, induca un blocco della trasformazione di piruvato ad
acetil-CoA, favorendo invece la formazione di ossalacetato, utile per mantenere attivo il ciclo di
Krebs, ma anche substrato di partenza per la gluconeogenesi. Al contrario, la disponibilità di
zuccheri, favorendo la formazione di malonil-CoA, rallenta l’utilizzo catabolico dei grassi e ne
favorisce la sintesi ed il deposito, quale riserva.

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Controllo della lipolisi nel tessuto adiposo


Un altro punto importante nella regolazione del flusso di acidi grassi lungo il percorso ossidativo è
rappresentato dalla velocità con cui gli stessi grassi sono mobilizzati dal tessuto adiposo e liberati
nel sangue, in modo da essere disponibili per le cellule dell’organismo. La lisi dei trigliceridi nel
tessuto adiposo è catalizzata dall’enzima lipasi ormone-sensibile, che è appunto finemente
regolata dalla presenza di ormoni di diversa natura. L’adrenalina, secreta dalla midollare del
surrene, ed il glucagone, secreto dal pancreas, attivano l’enzima in condizioni di bassa disponibilità
ematica di combustibili (soprattutto zuccheri). Come noto, gli stessi ormoni stimolano la
demolizione del glicogeno epatico a glucosio, con l’obiettivo di innalzare la glicemia. Al contrario,
l’insulina, secreta dal pancreas in presenza di livelli glicemici elevati, limita l’attività della lipasi
ormone-sensibile, facilitando invece il processo opposto di sintesi e deposito di trigliceridi.
Riepilogo
Buona parte dell’energia utilizzata dagli animali deriva dagli acidi grassi, componenti principali dei
trigliceridi. L’estrazione di energia chimica dagli acidi grassi avviene attraverso un processo di
ossidazione (beta-ossidazione), che semplifica la molecola trasformando la catena alifatica in tante
unità bicarboniose, coniugate a coenzima A. L’utilizzo di queste molecole nel ciclo di Krebs e la
riossidazione dei coenzimi ridotti generati dalle ossidoriduzioni dell’intero percorso catabolico,
fanno sì che l’ossidazione completa di un acido grasso produca molte molecole di ATP (ben 129 da
un acido grasso saturo con 16 atomi di carbonio). Per evitare inutili consumi di energia chimica, la
beta-ossidazione è regolata in modo da non avvenire quando la disponibilità di zuccheri ed energia
rende possibile la sintesi di acidi grassi.
I corpi chetonici (introduzione)
Acetoacetato, b-idrossibutirrato ed acetone sono molecole note come corpi chetonici. Si tratta di
molecole prodotte dal fegato nel corso dell’ossidazione degli acidi grassi, ed utilizzate da altri
organi quali fonte di energia. Un’eccessiva produzione di corpi chetonici può determinare un
abbassamento del pH ematico e sfociare in una condizione di coma chetoacidotico o metabolico.
Obiettivi
Questa lezione presenta le molecole note come corpi chetonici, ne descrive la funzione metabolica
ed i possibili danni indotti da una loro eccessiva produzione.
Corpi chetonici o Chetoni
I corpi chetonici sono molecole normalmente prodotte dai mitocondri epatici a partire dall’acetil-
CoA generato dalla b-ossidazione degli acidi grassi. Due molecole di acetil-CoA condensano a
formare acetoacetil-CoA; questo viene condensato con un’altra molecola di acetil-CoA a formare

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3-idrossi-3- meilglutaril-CoA, intermedio della sintesi del colesterolo. Da questa molecola si può
generare l’acetoacetato, un corpo chetonico, con contemporanea liberazione di acetil-CoA.
L’acetoacetato è in equilibrio con il b-idrossibutirrato, altro corpo chetonico. L’acetone, il terzo
corpo chetonico, si forma spontaneamente per decarbossilazione dell’acetoacetato.
Acetoacetato e b-idrossibutirrato sono liberati nel sangue dal fegato e, grazie alla loro maggiore
solubilità, sono facilmente utilizzati dal cervello, dal muscolo cardiaco e da altri tessuti, quali fonti
energetiche. L’acetone, che si forma spontaneamente dall’acetoacetato, è volatile e viene
eliminato con la respirazione o con le urine. Quindi la formazione di corpi chetonici può essere
vista come un meccanismo attraverso il quale il fegato prepara combustibili di semplice utilizzo per
gli altri organi.
Controllo della chetogenesi
La produzione di corpi chetonici è strettamente correlata al metabolismo degli acidi grassi. Non si
ha presenza di chetoni senza un’attiva mobilizzazione degli acidi grassi dal tessuto adiposo. Tale
processo è sotto controllo ormonale, con insulina e glucagone che esercitano effetti opposti,
rispettivamente bloccando o facilitando la lipolisi. A livello epatico, la chetogenesi è strettamente
correlata alla beta-ossidazione degli acidi grassi. Tappa limitante di questo processo biochimico è
l’ingresso dell’acido grasso attivato nel mitocondrio, favorito dall’azione della Carnitina Palmitoil
Transferasi I (CPTI). L’attività di questo enzima dipende fortemente dalla disponibilità di substrati
energetici alternativi agli acidi grassi: infatti in condizioni di normale alimentazione (disponibilità di
zuccheri), gli acil-CoA vengono indirizzati verso l’esterificazione con il glicerolo a formare
trigliceridi, e contemporaneamente viene limitato il loro ingresso nel mitocondrio, bloccando
appunto la CPTI. In caso di ridotta disponibilità di altri substrati (digiuno), la CPTI è attiva e
trasporta efficacemente acili all’interno dei mitocondri, sostenendo così la beta-ossidazione.
Ancora una volta, questi effetti sono determinati, almeno in parte, dall’azione opposta esplicata da
insulina e glucagone sul processo di lipogenesi epatica.
Regolazione e Chetoacidosi
La regolazione della chetogenesi avviene anche all’interno del mitocondrio, dove viene deciso il
destino metabolico dell’acetil-CoA. In circostanze normali, la maggior parte dell’acetil-CoA
prodotto dall’ossidazione degli acidi grassi entra nel ciclo di Krebs attraverso la reazione di
condensazione con l’ossalacetato; una piccola parte viene invece indirizzata verso la produzione di
corpi chetonici (chetogenesi fisiologica). Questo equilibrio è garantito dalla disponibilità di
ossalacetato, la cui quantità deve essere sufficiente a sostenere il flusso in entrata di acil-CoA.
Esistono meccanismi regolatori che tendono a garantire questo equilibrio; infatti l’enzima Piruvato

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carbossilasi, che catalizza la conversione di piruvato ad ossalacetatato, viene stimolato dall’acetil-


CoA stesso, che, in questo modo, sI assicura l’ingresso nel ciclo di Krebs e mantiene bassa la
produzione di corpi chetonici. In alcune condizioni, quali il digiuno o il diabete, caratterizzate da un
elevato catabolismo lipidico ed una scarsa disponibilità o utilizzo di carboidrati, si ha una massiccia
produzione di acetil-CoA da parte della beta-ossidazione degli acidi grassi, ma scarsità di
ossalacetato; infatti, da un lato è limitata la sua produzione a partire dal piruvato e dall’altro è
favorito il suo utilizzo per la gluconeogenesi. Di conseguenza gli acetil-CoA sono massivamente
indirizzati verso la produzione di corpi chetonici. In tali condizioni, la concentrazione ematica di
questi metaboliti può superare i livelli fisiologici (chetosi patologica) e, se non adeguatamente
controllata, può provocare una riduzione pericolosa del pH ematico (chetoacidosi o acidosi
metabolica) e condurre al coma e alla morte.
Riepilogo
I corpi chetonici sono metaboliti prodotti principalmente dagli epatociti a partire da molecole di
acetil-CoA. Liberati in circolo dal fegato, sono attivamente captati da organi quali il muscolo
cardiaco e scheletrico ed il cervello, che li utilizzano quali substrati energetici.
La produzione di corpi chetonici è strettamente correlata al metabolismo generale degli acidi
grassi; la loro produzione è tanto maggiore quanto più sono attivi i processi di mobilizzazione dei
trigliceridi dal tessuto adiposo e quello di ossidazione degli acidi grassi a livello epatico. In
condizioni in cui si realizza uno squilibrio tra l’utilizzo di carboidrati (particolarmente ridotto) e
quello dei lipidi (particolarmente elevato), si può determinare una produzione eccessiva di corpi
chetonici, con conseguente chetosi e acidosi metabolica.
Biosintesi degli acidi grassi (Introduzione)
La sintesi degli acidi grassi è un processo anabolico che, nei mammiferi, avviene principalmente
nel fegato. Pur apparendo come il percorso biochimico inverso della beta-ossidazione, se ne
distingue in realtà per una serie di caratteristiche specifiche, quali la localizzazione e la natura di
enzimi e coenzimi in esso coinvolti, che ne fanno una via metabolica del tutto separata e
indipendente da quella catabolica. Partendo da molecole di acido acetico prodotte nei mitocondri
porta alla formazione di molecole di acido palmitico, un acido grasso saturo con 16 acidi di
carbonio.
Obiettivi
La lezione propone una rapida panoramica delle caratteristiche principali della sintesi degli acidi
grassi, sottolineando gli aspetti che la distinguono dal processo della beta-ossidazione. Sono

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inoltre presi in considerazione i meccanismi di regolazione opposti di sintesi e degradazione degli


acidi grassi.
Sintesi degli Acidi Grassi: aspetti generali
La biosintesi di acidi grassi è il processo biochimico che determina la produzione di acido palmitico
a partire da molecole di acetato. Nell’uomo avviene nel citosol di cellule di diversi tessuti, quali:
• il fegato,
• la ghiandola mammaria,
• il tessuto adiposo,
• il rene,
• il cervello.
Il substrato di partenza, l’acetato, deriva principalmente dal catabolismo dei carboidrati, che
quindi possono essere attivamente trasformati in lipidi, mentre è impossibile, nell’uomo, il
processo opposto. Passaggio iniziale necessario per il processo biosintetico è il trasporto dei gruppi
acetile dal mitocondrio al citoplasma cellulare. Il trasferimento avviene in realtà tramite la
fuoriuscita dal mitocondrio di molecole di citrato, flusso che avviene soprattutto quando il ciclo di
Krebs è rallentato dall’abbondanza di NADH.
Nel citosol il citrato è scisso in acetil-CoA ed ossalacetato ad opera dell’enzima ATP-citrato liasi. La
reazione avviene con consumo di una molecola di ATP. Mentre l’acetil-CoA è il substrato di
partenza per la biosintesi degli acidi grassi, l’ossalacetato può rientrare nel mitocondrio dopo
essere stato trasformato in malato e quindi in piruvato. Queste tappe sono importanti in quanto
generano NADPH, la fonte di equivalenti riducenti necessari per la biosintesi riduttiva degli acidi
grassi.
NADH e NADPH
I coenzimi NADH e NADPH hanno potenziale di riduzione identico e, dal punto di vista
termodinamico, dovrebbero essere intercambiabili; in realtà, nella cellula, vengono utilizzati in
modo specifico, in percorsi diversi: il coenzima NAD+ è l’agente ossidante dei processi catabolici e
la sua forma ridotta viene riossidata nel contesto della respirazione mitocondriale, al fine di
produrre ATP. Il coenzima NADPH viene prodotto prevalentemente nella via dei pentoso fosfati ed
il suo potere riducente è invece utilizzato nei processi anabolici riduttivi, quali appunto la sintesi
degli acidi grassi.
Reazione catalizzata da acetil-CoA carbossilasi
La sintesi degli acidi grassi avviene attraverso la progressiva unione di unità bicarboniose fino alla

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costituzione di una molecola con 16 atomi di carbonio. Il donatore di ciascuna unità bicarboniosa
non è l’acetil-CoA, ma il malonil-CoA, un acido bicarbossilico con tre atomi di carbonio. La sintesi di
questa molecola rappresenta la tappa iniziale del processo anabolico ed è catalizzata dall’enzima
acetil-CoA carbossilasi. Si tratta di una proteina multienzimaica che contiene biotina quale
cofattore, e rende possibile la carbossilazione di una molecola di acetil-CoA a malonil-CoA,
utilizzando bicarbonato come fonte di carbonio e consumando un legame altamente energetico
dell’ATP.
L'enzima chiave: l'acido grassi sintasi
La condensazione di unità bicarboniose a formare un acido grasso è catalizzata dall’enzima
denominato acido grasso sintasi. É un enzima complesso, attivo solo nella forma dimerica;
ciascuna subunità è costituita da un polipeptide che contiene sette siti attivi diversi, che esplicano
le sette attività enzimatiche necessarie per il processo anabolico, e la proteina trasportatrice di
acili (ACP). L’unione di tutte le attività enzimatiche necessarie in un solo complesso enzimatico,
consente una elevata efficienza del processo biochimico ed una sorta di compartimentalizzazione
dell’attività enzimatica nell’ambito del citoplasma cellulare, anche in assenza di veri e propri
confini fisici. Lo stesso fenomeno rende possibile la sintesi coordinata delle diverse attività
enzimatiche.
Prima reazione di condensazione
Acetil-CoA e malonil-CoA sono i substrati di partenza per la prima reazione di condensazione; essi,
e tutti i metaboliti intermedi lungo il percorso che porta alla formazione di acido palmitico, si
legano covalentemente al complesso enzimatico attraverso legami tio-estere, che coinvolgono due
gruppi –SH dell’enzima. Uno appartiene ad una cisteina di una delle sette attività enzimatiche;
l’altro fa parte del cofattore pantotenato legato alla proteina trasportatrice di acili. Acetil-CoA e
malonil-CoA vengono dapprima coniugati rispettivamente a questi due gruppi tiolici. Quindi
avviene la condensazione tra i due substrati, con trasferimento del gruppo acetitico sul gruppo
malonilico legato all’ACP; si ha così la formazione di un intermedio con 4 atomi di carbonio, legato
alla ACP (acetoacetil-ACP), con contemporanea eliminazione di una molecola di CO2. Una serie di
reazioni successive determinano la riduzione (NADPH è il donatore di equivalenti riducenti),
l’idratazione e l’ulteriore riduzione (utilizzo di altro NADPH) del gruppo carbonilico, con
formazione finale di butirril-ACP, un acile saturo. Successivamente si ha il trasferimento dell’acile
dall’ACP al gruppo tiolico della cisteina, consentendo in tal modo la coniugazione all’ACP di una
nuova molecola di malonil-CoA. Questo prelude al ripetersi delle reazioni sopra descritte, in una
serie di cicli (sette) che portano al progressivo allungamento della catena carboniosa, fino alla

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formazione del palmitato. L’acido grasso con 16 atomi di carbonio si distacca dall’ACP e conclude il
processo di sintesi.
Stechiometria del processo di sintesi
La stechiometria dell’intero processo anabolico è la seguente:
Acetil-CoA + 7 Malonil-CoA + 14 NADPH + 20 H+ _ Palmitato + 7 CO2 + 14 NADP+ + 8 CoA + 6
H2O La sintesi del malonile necessario prevede:
7 Acetil-CoA + 7 ATP + 7 CO2 _ 7 Malonil-CoA + 7 ADP + 7 Pi + 7 H+
La sintesi di ogni molecola di palmitato richiede l’utilizzo di sette molecole di ATP e di 14 NADPH
prevalentemente fornito dallo shunt dei pentosi. Se la produzione di acidi grassi saturi con 16
atomi di carbonio è l’esito più frequente del percorso di sintesi degli acidi grassi, si deve ricordare
che, tali acili possono essere ulteriormente allungati e modificati nella cellula, attraverso tappe
enzimatiche successive, che avvengono soprattutto nel reticolo endoplasmatico. Gli epatociti
dispongono anche di un enzima capace di inserire doppi legami nella catena alifatica di acidi grassi
saturi, trasformandoli in composti insaturi. Il doppio può tuttavia essere inserito solo in posizione
D9, ovvero tra il C9 ed il C10. Ciò spiega perché l’acido linoleico e linolelico, avendo doppi legami
(oltre il C), sono molecole essenziali, che devono essere apportate dall’esterno. Un altro aspetto
peculiare della sintesi di acidi grassi si ha nella ghiandola mammaria: durante l’allattamento, in
questo tessuto si verifica una sensibile produzione di acili con catena più corta, che finiscono nel
latte materno determinandone la maggiore digeribilità.
Differenze tra biosintesi ed ossidazione
Dal confronto tra le caratteristiche fondamentali della beta-ossidazione e della sintesi degli acidi
grassi si deduce come le due vie, pur apparendo dal punto di vista chimico a processi simili, ma
percorsi in senso opposto, sono in realtà vie ben distinte ed indipendenti. La beta-ossidazione è
localizzata nei mitocondri, ha come substrato fondamentale l’acetil-CoA, produce coenzima NADH
ed è favorita da una bassa carica energetica. La lipogenesi, al contrario, avviene nel citoplasma
cellulare, richiede oltre all’acetil-CoA anche il malonil-CoA, dipende dalla presenza di coenzima
NADPH e di bicarbonato ed è favorita da un’elevata disponibilità di ATP. Viene inoltre attivata dal
citrato, ed inibita dalla presenza di acili a catena lunga
Sintesi di trigliceridi
Il destino principale degli acidi grassi neosintetizzati è quello di essere trasformati in triacigliceroli
e trasportati al tessuto adiposo per l’immagazzinamento. La sintesi dei trigliceridi prevede
l’attivazione degli acili ad acil-CoA, con consumo di ATP, e la successiva coniugazione al glicerolo-3

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fosfato, con formazione di acido fosfatidico. Successivamente si ha il distacco del fosfato in


posizione tre e l’aggiunta di un’ulteriore acil-CoA, con definitiva produzione del trigliceride.
Sintesi degli Acidi Grassi: regolazione
La sintesi di acidi grassi è un percorso anabolico fortemente regolato e lo stato nutrizionale è il
fattore fondamentale che determina la velocità della lipogenesi. Essa è maggiore in condizioni di
abbondanza di nutrienti (soprattutto di carboidrati), mentre risulta limitata in carenza di nutrienti
oppure quando è elevato l’apporto esogeno di acidi grassi, od ancora in stati di carenza di insulina
(diabete mellito). Queste ultime condizioni provocano un aumento della concentrazione
plasmatica di acidi grassi liberi, che influenzano negativamente la lipogenesi, qualunque sia la loro
origine (dalla dieta o dalla lipolisi del tessuto adiposo). La correlazione tra stato nutrizionale e
lipogenesi si realizza attraverso meccanismi regolatori a breve e lungo termine.
Nel primo caso si hanno modifiche allosteriche e covalenti degli enzimi coinvolti, nel secondo caso
viene invece regolata la sintesi e quindi la quantità intracellulare degli stessi enzimi.
L’acetil-CoA carbossilasi catalizza la tappa limitante della lipogenesi ed è regolata allostericamente,
ed in senso opposto, da citrato e acil-CoA: il primo, segnalando una disponibilità di substrati, attiva
l’enzima; il secondo esercita invece una sorta di inibizione da prodotto e blocca l’attività
enzimatica. Quindi un incremento dei livelli intracellulari di acil-CoA, imputabile sia ad uno scarso
utilizzo per la formazione di trigliceridi piuttosto che ad un elevato apporto con la dieta o dal
tessuto adiposo, comporta in ultima istanza il blocco della litogenesi. Anche l’AMP, segnalando
una bassa disponibilità di energia, rallenta l’attività dell’acetil-CoA carbossilici inducendone la
fosforilazione. Anche gli ormoni intervengono a regolare la lipogenesi e l’acetil-CoA carbossilasi.
L’insulina facilita in genere la lipogenesi epatica facilitando l’ingresso del glucosio negli epatociti e
garantendo la disponibilità di piruvato per la sintesi di acetil-CoA. Blocca inoltre la lipolisi nel
tessuto adiposo, limitando quindi l’arrivo di acidi grassi al fegato. Inoltre l’insulina stimola
direttamente l’Acetil-CoA carbossilasi, mantenendola in uno stato di defosforilizazione. Il
glucagone e l’adrenalina, al contrario, bloccano la lipogenesi disattivando l’enzima attraverso
processi di fosforilazione cAMP dipendenti. A queste regolazioni rapide, a breve termine, si
sovrappongono regolazioni di lungo termine, che modificano i livelli intracellulari degli enzimi
coinvolti nella lipogenesi. Ancora una volta l’insulina esercita un effetto positivo inducendo la
sintesi degli enzimi necessari per il processo anabolico, mentre il glucagone esercita un effetto
opposto, di repressione.
Riepilogo
La sintesi degli acidi grassi è un processo anabolico che, partendo da acetil-CoA, produce acidi

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BASI BIOLOGICHE E MOLECOLARI DEL
BENESSERE DELLA PERSONA

grassi saturi con 16 atomi di carbonio (palmitato), utilizzando ATP, NADPH e bicarbonato. Avviene
soprattutto nel citoplasma degli epatociti, ad opera di due sistemi multienzimatici:
• l’acetil-CoA carbossilasi
• l’acido grasso sintasi.
Avviene soprattutto quando la disponibilità di ATP e carboidrati è elevata, con lo scopo di
accumulare, sotto forma di trigliceridi da inviare al tessuto adiposo, substrati energetici presenti in
eccesso rispetto alle necessità momentanee dell’organismo. Per questo è una via metabolica
strettamente regolata dalla disponibilità di nutrienti dell’organismo, attraverso meccanismi
allosterici ed ormonali che attivano o inibiscono l’acetil-CoA carbossilasi, enzima che catalizza la
tappa limitante dell’intero percorso biochimico.
Metabolismo del colesterolo (Introduzione)
Il colesterolo è un lipide importante per numerosi animali e per l’uomo. È un componente
fondamentale delle membrane plasmatiche ed il precursore di composti con funzioni essenziali
quali gli acidi biliari e gli ormoni steroidei. È presente nel sangue in forma esterificata e non
all’interno delle lipoproteine, che veicolano i lipidi in genere. La sua concentrazione ematica è un
parametro importante in medicina in quanto è il fattore che modifica sensibilmente il rischio
individuale di aterosclerosi e malattie cardiovascolari. Non è un nutriente essenziale per l’uomo in
quanto può essere efficacemente sintetizzato dal fegato e dall’intestino a partire dall’unità
bicarboniosa acetil-CoA. In condizioni normali, la sintesi endogena è correlata all’apporto esogeno.
Obiettivi
In questa lezione sono descritti i passaggi biochimici e gli aspetti regolatori più importanti del
metabolismo del colesterolo.
Colesterolo: Metabolismo, Ruolo, Fonti
In condizioni normali, circa la metà del colesterolo dell’organismo proviene dalla biosintesi ed il
resto ha origine esogena. Anche se tutte le cellule nucleate sono in grado di sintetizzarlo, esso
viene prodotto soprattutto dagli epatociti e dagli enterociti. Le tappe chimiche che portano alla
formazione del colesterolo sono le seguenti:
1) Sintesi di mevalonato
2) Formazione di unità isoprenoidi
3) Condensazione delle unità isoprenoidi a squalene
4) Formazione di lanosterolo
5) Conversione del lanosterolo in colesterolo
Sintesi del Colesterolo

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BASI BIOLOGICHE E MOLECOLARI DEL
BENESSERE DELLA PERSONA

La prima parte di questo processo anabolico è del tutto simile a quella che, nei mitocondri, porta
alla sintesi di corpi che tonici. In questo caso però le reazioni avvengono nel citoplasma e in
corrispondenza del reticolo endoplasmatico, e sono quindi distinte da quelle mitocondriali. Le
tappe iniziali prevedono anche qui la condensazione di due molecole di acetil-CoA a formare
acetoacetil-CoA. L’ulteriore addizione di un acetil-CoA forma il 3-idrossi-3-metilglutaril-CoA (HMG-
CoA), la cui successiva riduzione porta al mevalonato. L’ultima trasformazione chimica è catalizzata
dall’enzima HMG-CoA riduttasi, localizzato sulla membrana del reticolo endoplasmatico. L’enzima,
in presenza di NADPH, riduce un gruppo carbossilico del HMG-CoA a gruppo alcolico. Questa è la
tappa limitante dell’intero processo biochimico e la sua regolazione governa la biosintesi del
colesterolo. La classe di farmaci attualmente più efficace nella riduzione della colesterolemia
(statine), agisce bloccando questo enzima. Il mevalonato va incontro ad una serie di trasformazioni
chimiche che, consumando ATP, portano alla formazione di molecole pentacarboniose coniugate a
due fosfati (unità isoprenoiche). L’unione di sei unità isoprenoidi consente la formazione dello
squalene, composto con una struttura molto simile a quella del nucleo steroideo. La ciclizzazione
dello squalene forma il lanosterolo, che, in seguito a rimaneggiamenti della catena laterale e di
alcuni gruppi metilici, viene trasformato in colesterolo.
Destini del colesterolo….
Il colesterolo neosintetizzato dal fegato può avere destini diversi. In piccola parte può essere
direttamente inserito nelle membrane degli epatociti. Alternative quantitativamente più
importanti sono utilizzate per la sintesi di acidi biliari oppure per l’esterificazione con un acil-CoA e
la secrezione nel circolo ematico nel contesto delle lipoproteine VLDL e LDL. Nei soggetti con diete
di tipo occidentale, il colesterolo plasmatico totale (prevalentemente esterificato) è di circa 5,2
mmol/L (200mg/dL). In periferia colesterolo ed esteri del colesterolo sono captati dai diversi
tessuti, in base alle specifiche esigenze cellulari.
HMG CoA Riduttasi
Come accennato precedentemente, la biosintesi del colesterolo è regolata in corrispondenza delle
prime tappe enzimatiche e soprattutto tramite interventi sull’enzima HMG-CoA reduttasi. Anche in
questo caso sono noti meccanismi di controllo con effetto rapido e meccanismi con effetti a lungo
termine. La sintesi dell’enzima risulta repressa dal colesterolo stesso (o un suo metabolita), che
induce anche una maggiore degradazione della proteina. Così, in condizioni normali, un elevato
apporto di colesterolo con l’alimentazione inibisce la sintesi endogena. L’enzima HMG-CoA
reduttasi può essere inoltre attivato o inattivato tramite meccanismi di

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BASI BIOLOGICHE E MOLECOLARI DEL
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defosforilazione/fosforilazione. Il glucagone rallenta il processo anabolico, favorendo la


fosforilazone dell’enzima, mentre l’insulina ha l’effetto opposto, favorendo lo stato defosforilato.
Colesterolo nella dieta
Il catabolismo del colesterolo non è un processo che può essere sfruttato per produrre energia. Gli
acidi biliari possono essere considerati i cataboliti principali del colesterolo. Infatti la maggior parte
del colesterolo eliminato quotidianamente ( il turnover del colesterolo nel corpo umano è pari a
circa 800 mg/die) è rappresentato dai sali biliari secreti nell’intestino con la bile e persi con le feci.
Quantità minori sono invece perse con la desquamazione cutanea e con la trasformazione in
ormoni steroidei.
Strategie per controllare l’ipercolesterolemia
L’ipercolesterolemia è un importante fattore di rischio per malattie cardiovascolari. Molto spesso
la riduzione della quantità di colesterolo apportata con la dieta non è sufficiente a garantire la
regolarizzazione della colesterolemia e si deve ricorrere a terapie farmacologie. I farmaci oggi più
impiegati per il controllo del colesterolo sierico sono le statine, inibitori competitivi dell’enzima
HMG-CoA riduttasi, enzima chiave della sintesi del colesterolo. Di discreta efficacia sono anche le
resine capaci di sequestrare gli acidi biliari nell’intestino, che impedendone il riassorbimento
aumentano sensibilmente l’entità dell’eliminazione giornaliera di colesterolo.
Riepilogo
Il colesterolo è un lipide anfipatico con un importante ruolo strutturale nelle membrane
plasmatiche. Esercita inoltre funzioni importanti sotto forma di sali biliari ed ormoni steroidei.
Fegato ed intestino sono gli organi in cui, nell’uomo, è più attiva la sintesi di questo composto. Si
tratta di un processo biochimico che avviene nel reticolo endoplasmatico e nel citosol e che
prevede tappe iniziali simili a quelle che portano alla formazione di corpi chetonici. Partendo
dall’acetil-CoA, una serie complessa di reazioni chimiche forma prima HMG-CoA, successivamente
squalene, lanosterolo e quindi colesterolo. In condizioni normali il processo anabolico è
strettamente regolato dalla disponibilità di ATP e dal colesterolo stesso: apporti elevati di
colesterolo con la dieta riducono notevolmente la biosintesi. Il catabolismo del colesterolo
consiste essenzialmente nella perdita della molecola da parte dell’organismo, prevalentemente
sotto forma di sali biliari nelle feci.

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Capitolo 6: METABOLISMO DEI COMPOSTI AZOTATI


Richiami sulla chimica di amino acidi e proteine (INTRODUZIONE)
Gli amminoacidi sono composti organici caratterizzati dalla presenza nella molecola di un gruppo
carbossilico e di un gruppo amminico. Hanno un ruolo biologico fondamentale in quanto
costituiscono i blocchi da costruzione delle proteine e dei peptidi non proteici, che svolgono
innumerevoli funzioni, essenziali per la vita di tutti gli organismi. Possono inoltre essere utilizzati
dalle cellule come fonte di energia ed alcuni di essi possiedono, come tali, anche importanti
attività fisiologiche.
Obiettivi
Questa lezione presenta una rapida panoramica delle caratteristiche chimiche e fisiche principali di
una classe di amminoacidi, gli alfa-amminoacidi, che sono i costituenti delle proteine nell’uomo.
La conoscenza di queste nozioni di base è fondamentale per comprendere le correlazioni che
esistono tra le caratteristiche degli amminoacidi e la complessità di struttura e funzioni delle
proteine.
Definizione
Gli amminoacidi sono composti che contengono sia un gruppo amminico (-NH2), basico, sia un
gruppo carbossilico (-COOH), acido. Negli organismi esistono molti di questi composti, ma quelli
per noi più interessanti e di cui ci occuperemo in questa lezione sono gli alfa-amminoacidi, i
blocchi costituitivi delle proteine nell’uomo.
Peptidi e proteine
Gli amminoacidi sono molecole di estrema importanza biologica proprio in quanto costituiscono i
peptidi e le proteine, macromolecole essenziali per la vita. I peptidi sono polimeri formati da più
amminoacidi, coniugati attraverso legami detti ammidici o peptidici. Il termine residuo
amminoacidico indica un amminoacido nel contesto di un peptide. Si utilizzano i termini
oligopeptide e polipeptide per indicare rispettivamente macromolecole contenenti alcuni (in

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genere da 2 a 10) o molti (più di 10) residui amminoacidici. Con il termine di proteina si indicano
polipeptidi con più di 50 residui che esercitano una funzione biologica solo se assumono una
specifica conformazione tridimensionale. Esistono quindi peptidi proteici e peptidi non proteici ed
entrambi i tipi di peptidi svolgono azioni biologiche importanti nel nostro organismo.
Proteine e funzioni
Ciascuna proteina svolge una o più funzioni nell’organismo, generalmente attraverso l’interazione
specifica con altre molecole. La conformazione (struttura tridimensionale) di ciascuna proteina
determina il tipo di interazioni possibili e quindi la specifica funzione; essa dipende dalla sequenza
dei residui amminoacidici contenuti nella proteina. L’abolizione (denaturazione) della
conformazione proteica determina la perdita della funzione.Tra le funzioni più importanti
esercitate dalle proteine negli organismi ricordiamo:
1) funzione strutturale (collagene)
2) funzione di trasporto (emoglobina, apolipoproteine, albumina)
3) funzione di difesa e protezione (immunoglobuline, fibrinogeno)
4) funzione di controllo e regolazione (ormoni, recettori di diversi ormoni, fattori di trascrizione)
5) funzione catalitica (tutti gli enzimi)
6) funzione di movimento (actina, miosina)
Peptidi non proteici
Anche numerosi peptidi non proteici esercitano diverse attività fisiologiche molto importanti.
Alcuni fungono da ormoni o sostanze regolatrici; per esempio, il glucagone, costituito da 29 residui
amminacidici, ha un ruolo essenziale nella regolazione del metabolismo glucidico e lipico; la
vasopressina (ormone antidiuretico), un nonapeptide, stimola il riassobimento dell’acqua a livello
renale, mentre l’ossitocina stimola la produzione di latte e la contrazione uterina durante la
gravidanza. Altri peptici agiscono da fattori di crescita e regolano divisione cellulare e crescita dei
tessuti. Infine i peptidi oppiacei (encefaline, endorfine) hanno un ruolo importante nella
regolazione della sensazione del dolore: interagiscono con recettori del sistema nervoso centrale
che legano sostanze ad azione analgesica come la morfina ed i derivati dell’oppio.
Anche per i peptidi non proteici la funzione specifica correla direttamente con la natura e la
sequenza dei residui amminoacidici costitutivi, anche se non attraverso la determinazione di una
conformazione tridimensionale specifica.
AA neurotrasmettirori
Anche se il ruolo fondamentale degli amminoacidi è quello di mattoni costitutivi di proteine e
peptici, essi possono svolgere altre funzioni importanti sotto forma di molecole singole.

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Innanzitutto possono essere una fonte di energia: le cellule sono dotate di sistemi enzimatici
capaci di utilizzare lo scheletro carbonioso degli amminoacidi per formare glucosio o altri
metaboliti, poi utilizzabili per la produzione di ATP. Alcuni amminoacidi hanno un ruolo importante
quali neurotrasmettitori, ovvero quali messaggeri chimici nella comunicazione tra neuroni. Il
glutammato (il sale dell’amminoacido acido glutammico) è l’esempio più significativo, ma anche
glicina e aspartato possono agire in modo simile. Altri, come la tirosina, sono precursori necessari
per la sintesi di ormoni o neurotrasmettitori.
Gli alpha-amino acidi
Anche se nell’uomo sono stati individuati numerosi composti di natura amminoacidica, quelli più
importanti ed abbondanti, in quanto contenuti nelle proteine, sono gli alfa-amminoacidi. Essi sono
caratterizzati dal fatto che entrambi i gruppi funzionali (amminico e carbossilico) sono legati allo
stesso carbonio, detto appunto carbonio alfa. Esistono tuttavia anche amminoacidi diversi, che, in
base allo spostamento del gruppo amminico rispetto a quello carbossilico, sono definiti: beta,
gamma o delta amminoacidi. Negli alfa-amminoacidi il carbonio centrale lega, oltre ai due gruppi
funzionali, un atomo di idrogeno (-H) ed una catena laterale o gruppo R (-R) di natura diversa nei
diversi amminoacidi.
Gli aa delle proteine
Gli alfa-amminoacidi che si riscontrano nelle proteine sono 20 e la tabella ne indica nome ed
abbreviazioni con cui vengono comunemente identificati. Questi 20 amminoacidi si differenziano
l’uno dall’altro esclusivamente in base alle caratteristiche chimiche della catena laterale R. Peptidi
e proteine sono costituiti quindi da questi 20 residui amminoacidici, che possono essere legati in
innumerevoli combinazioni di sequenza e numero. A questo livello di complessità, si aggiunge il
fatto che alcuni residui amminoacidici possono essere chimicamente modificati una volta inseriti
nel contesto della proteina (modifiche post-traduzionali). Un’esempio tipico di questo fenomeno è
la fosforilazione (attacco di un gruppo fosfato) di residui di serina o treonina contenuti nella catena
amminoacidica di alcuni enzimi.
Amino acidi essenziali
I 20 alfa-ammioacidi che costituiscono le proteine sono distinti in essenziali e non essenziali in
base alla possibilità per le nostre cellule di sintetizzarli a partire da altri substrati. Otto
amminoacidi sono essenziali e devono necessariamente essere assunti con l’alimentazione. Per
tutti gli altri esistono sistemi enzimatici che ne rendono possibile la biosintesi endogena.
Proiezioni di fisher e enantiomeri L/D
La formula di proiezione di Fisher rappresenta il modo più semplice per descrivere su un piano

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bidimensionale la struttura di un alfa-amminoacido. Ricordiamo che in questa proiezione la catena


carboniosa viene posta in una colonna verticale con il carbossile in alto. Le linee verticali
rappresentano i legami che, nello spazio tridimensionale, si allontanano dall’osservatore, quelle
orizzontali i legami che si avvicinano. Da questa proiezione è facile osservare che il carbonio alfa di
tutti gli alfa-amminoacidi (tranne glicina e prolina) lega quattro residui diversi; è quindi un atomo
chirale o asimmetrico, che da luogo a due configurazioni assolute diverse, l’una l’immagine
speculare dell’altra, definite enantiomeri. Nella proiezione di Fisher, l’enantiomero L ha il gruppo
amminico a sinistra, l’enantiomero D a destra. Gli enantiomeri L e D possono essere distinti per la
proprietà fisica di ruotare il piano della luce polarizzata in senso opposto.
Gli alfa-amminoacidi presenti nelle proteine appartengono tutti alla serie L e molti organismi
viventi, tra cui l’uomo, non sono in grado di utilizzare gli amminoacidi della serie D.
Proprietà acido-base
Possedendo contemporaneamente almeno un gruppo carbossilico ed un gruppo ammidico (ma
altri gruppi protonabili possono essere presenti nelle catene laterali) gli amminoacidi possono
avere carica netta (la somma complessiva delle cariche dei diversi atomi della molecola) variabile;
infatti questi gruppi funzionali si dissociano (perdita di uno ione idrogeno) o meno in base al pH
dell’ambiente in cui si trovano: in condizioni fisiologiche (pH 7.4), il gruppo carbossilico è
deprotonato (COO-) mentre quello amminico è protonato (NH3+); quindi la carica netta di
amminoacidi con i soli due gruppi funzionali principali è zero. A pH molto acidi (< 2), anche il
gruppo carbossilico è indissociato e la carica netta pari a +1. Infine a pH fortemente basici (>10), il
gruppo carbossilico è dissociato mentre quello amminico è indissociato: la carica netta
dell’amminoacido è –1.
Proprietà fisiche e Punto Isoelettrico
Questo comportamento dei gruppi protonabili principali e della catena laterale determina alcune
caratteristiche fisiche degli amminoacidi, quali la solubilità in acqua e l’elevato punto di fusione. Gli
stessi fenomeni a carico delle catene laterali si manifestano anche per i residui amminoacidici nel
contesto di peptidi e proteine. La presenza di cariche elettriche nei polimeri di amminoacidi
contribuisce alla formazione di interazioni elettrostatiche intra- ed intermolecolari che
contribuiscono sia al raggiungimento di una specifica conformazione sia alla specificità di
interazione con ligandi diversi.
Alla presenza di gruppi protonati o meno si associa un’altra caratteristica fisica di amminoacidi e
peptidi: il punto isolelettrico, ovvero il valore di pH al quale la carica netta della molecola è pari a

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zero. Questo valore può essere facilmente calcolato per gli amminoacidi di cui si conoscono
numero e caratteristiche di acidità dei gruppi protonabili; per i peptici il valore deve invece essere
determinato sperimentalmente.
Caratteristiche degli Alfa-amminoacidi
Gli alfa-amminoacidi possono essere distinti in gruppi diversi in base alle caratteristiche chimio-
fisiche delle catene laterali. Individuiamo:
• amminoacidi idrofobici,
• amminoacidi neutri o polari ma non carichi,
• amminoacidi acidi,
• amminoacidi basici.
Gli amminoacidi prevalentemente idrofobici possono avere catene laterali puramente alifatiche
(alanina, valina, leucina ed isoleucina) o aromatiche (enilalanina, inosina e triptofano); gli
amminoacidi neutri o polari presentano catene laterali eterogenee, ma non protonabili;
comprendono serina e treonina, che contengono un gruppo ossidrile, cisteina, che presenta un
gruppo sulfidrile, glutammina e asparagina, con gruppi ammidici non protonabili. Gli amminoacidi
acidi (acido glutammico ed aspartico) contengono gruppi carbossilici (possibili cariche negative),
mentre quelli basici (lisina, arginina ed istidina) hanno gruppi con atomi di azoto protonabili
(possibili cariche positive).
Residui importanti per la conformazione
Glicina e prolina si distinguono dagli altri amminoacidi: la catena laterale del primo è
rappresentata da un atomo di idrogeno. E’ quindi l’amminoacido più piccolo, con flessibilità
(rotazione degli angoli di legame) nettamente superiore a quella di tutti gli altri. Questo spiega il
fatto che, nel contesto di polipeptidi, si trovi in corrispondenza di punti di ripiegamento brusco
della catena. Nella prolina invece la catena laterale è un anello che include l’azoto del gruppo
ammidico principale (gruppo imminico); ciò rende l’amminoacido estremamente rigido, con ovvie
conseguenze conformazionali quando inserito nel contesto di catene peptidiche.
Idrofilicità
La presenza di catene laterali con caratteristiche fisiche ben distinte influenza direttamente
l’idrofilicità di ciascun amminoacido, che sarà ovviamente elevata per quelli con gruppi protonabili
oppure polari, per diminuire progressivamente passando a quelli con catene neutre o idrofobiche.
Questa caratteristica fisica gioca un ruolo importante nel contesto dei peptici proteici, che
normalmente svolgono la propria funzione in ambiente acquoso: la conformazione più stabile dei
peptici tenderà infatti a non esporre all’ambiente circostante le catene laterali idrofobiche ed, al

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tempo stesso, a porre sulla superficie di contatto le catene laterali polari e cariche. Proprio questo
fenomeno rappresenta una delle forze determinanti per il raggiungimento della struttura
tridimensionale finale delle proteine.

Gli aminoacidi sono uniti dal legame peptidico


La formazione di peptidi deriva dalla concatenazione di più alfa-amminoacidi attraverso legami
ammidici (o peptidici) in cui il gruppo carbossilico di un amminoacido reagisce con quello
amminico di un altro amminoacido con eliminazione di una molecola d’acqua. Più amminoacidi si
possono unire a formare catene lineari, in cui entrambi i gruppi funzionali di ciascun residuo
amminoacidico sono coinvolti in legami peptidici. Solo il primo amminoacido e l’ultimo
presenteranno l’uno un gruppo amminico e l’altro un gruppo carbossilico liberi. In una catena
peptidica si può quindi individuare una direzionalità: il primo amminoacido identifica l’estremità
NH2 terminale (gruppo amminico libero) e l’ultimo l’estremità COOH terminale (gruppo
carbossilico libero).
Risonanza
Il legame peptidico presenta caratteristiche peculiari, che influenzano considerevolmente la
conformazione di catene polipeptidiche. E’ un legame forte, con una lunghezza di circa 1.32 Å, che
è maggiore di quella di un legame doppio ma inferiore a quella di un legame semplice. Il legame
peptidico può infatti essere descritto dalle due forme limite di risonanza rappresentate nella
figura. Ne consegue che è un legame rigido, ovvero che non consente rotazione lungo il proprio
asse, e planare.
Configurazioni Cis e Trans
La rigidità del legame peptidico rende possibili isomeri geometrici, caratterizzati da una
configurazione cis o da una configurazione trans. Per ragioni di impedenza sterica, la
configurazione trans è molto più stabile e quindi assunta praticamente dalla totalità dei legami
peptidici negli organismi viventi.
I piani peptidici nella catena proteica
Angoli phi e psi
Il legame peptidico è anche planare: gli atomi coinvolti nel legame (C-N) e quelli ad essi legati si
trovano tutti sullo stesso piano, definito piano ammidico. Così una catena peptidica può essere
descritta, dal punto di vista strutturale, non solo come una sequenza di residui amminoacidici, ma
anche come una sequenza di piani peptidici. Ciascun carbonio alfa appartiene a due piani peptidici
successivi e rappresenta quindi il loro atomo di connessione.

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Ramachandran Plots
Tale connessione avviene attraverso legami semplici tra Ca ed N amminico e tra Ca e C
carbossilico; sono legami non rigidi e quindi i piani peptidici sono liberi di ruotare l’uno rispetto
all’altro. Gli angoli di torsione (definiti phi e psi) possono avere valori diversi: per definizione sono
possibili tutti i valori compresi tra –180° e +180°; nella realtà, l’ingombro sterico dovuto alle catene
laterali di ciascun residuo amminoacidico limita notevolmente tali possibilità ed il fisico
Ramachandran (grafico di Ramachandran) ha stabilito come prevedere tali valori sulla base della
natura degli amminoacidi coinvolti nel legame peptidico. Solo la glicina, avendo il solo idrogeno
come catena laterale, rende possibile qualsiasi angolo di rotazione. Questo spiega quanto
accennato in precedenza in relazione alla corrispondenza tra glicina e punti di maggiore flessibilità
(torsione) nelle catene proteiche. Da quanto detto appare evidente che, alla determinazione della
conformazione strutturale di un polipeptide, concorrono forze e vincoli diversi, quali:
• i piani di rigidità del legame peptidico,
• la possibilità di torsioni attorno agli angoli phi e psi,
• l’ingombro sterico,
• il grado di idrofilicità delle catene laterali dei vari residui.
Forze per la struttura 3D
Abbiamo visto come la definizione di proteina implica l’assunzione da parte della catena
amminoacidica di una conformazione tridimensionale specifica che determina la funzione del
polimero stesso. In termini generali le proteine possono essere distinte in globulari (simili a
gomitoli) o fibrose (simili a bastoncini). Tuttavia ciascuna proteina ha una sua forma specifica e
unica. Diversi fattori e forze concorrono alla definizione di questa struttura. Si è precedentemente
discusso come una delle forze trainanti è quella che porta le catene laterali idrofobiche verso
l’interno della struttura, al riparo da interazioni con l’ambiente acquoso, esponendo
contemporaneamente quelle idrofiliche sulla superficie di contatto. Al raggiungimento di questo
obiettivo concorre anche la formazione di ponti idrogeno che coinvolgono i gruppi amminici e
carbossilici dello scheletro peptidico degli amminoacidi idrofobici: quando impegnate in tali
legami, queste parti potenzialmente idrofiliche possono accomodarsi lontane dall’ambiente
acquoso, insieme alle catene laterali apolari. Il mantenimento della forma tridimensionale è inoltre
raggiunto grazie all’istaurarsi di interazioni elettrostatiche tra catene laterali cariche e di
interazioni idrofobiche tra catene laterali apolari.
Ponti disolfuro

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Anche alcuni legami covalenti possono dare un contributo importante; è il caso dei ponti disolfuro
tra i gruppi sulfidrile (-SH) di cisteine localizzate in punti distanti della stessa catena o di catene
diverse (nel caso di proteine multimeriche). La forza di questi legami comporta una notevole
stabilizzazione della forma tridimensionale definitiva.
Ordini di struttura delle proteine
Anche se ciascuna proteina ha una forma specifica e diversa da quella di ogni altro polipeptide,
quando si confrontano e studiano conformazioni di proteine diverse si possono trovare elementi in
comune, che aiutano a capire come tale livello di complessità possa essere raggiunto partendo da
catene di 20 elementi costitutivi diversi. Per semplificare lo studio della forma delle proteine si
distinguono quattro ordini di struttura diversi, identificati con i termini di struttura primaria,
secondaria, terziaria e quaternaria.
La struttura primaria indica la sequenza dei residui amminoacidici che costituiscono la catena. Tale
sequenza è determinata dalla sequenza dei nucleotidi presenti nel gene codificante per la specifica
proteina. Ogni proteina ha una sequenza specifica che è un determinante importante per la
struttura finale. Questa catena di amminoacidi non rimane in uno stato completamente esteso,
ma tende a ripiegarsi ed arrotolarsi. A livello locale, si osserva spesso la tendenza a formare
strutture ordinate, che mantengono caratteristiche simili in tutte le proteine e costituiscono
appunto la struttura secondaria. Essa include alfa eliche e foglietti beta. L’unione di tutte le
porzioni della catena con una precisa struttura secondaria e non in una organizzazione
tridimensionale complessiva definisce la struttura terziaria, che corrisponde quindi alla forma
definitiva di una proteina costituita da una singola subunità. In molti casi, la funzione biologica può
essere svolta solo quando più subunità uguali o diverse si assemblano in complessi proteici
multimerici; in questo caso la forma e l’organizzazione dell’intero complesso viene definita
struttura quaternaria.
Un esempio di proteina: l'emoglobina
L’emoglobina è un esempio di proteina con struttura quaternaria; nell’adulto (emoglobina A, HbA)
è infatti costituita da 2 catene alfa e 2 catene beta, unite in un’unica struttura globulare attraverso
interazioni non covalenti. Ciascuna sub-unità adatta in un particolare ripiegamento idrofobico una
molecola non proteica, l’eme, che, grazie all’atomo di ferro in esso contenuto, può legare
reversibilmente composti quali l’ossigeno, l’anidide carbonica, il monossido di carbonio.
L’emoglobina contenuta nei globuli rossi è la molecola che consente l’efficace trasporto
dell’ossigeno nel nostro sangue, catturando 4 molecole di ossigeno/molecola di emoglobina a
livello dei polmoni e cedendole nei distretti periferici.

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Curve di saturazione per O2 e effetti dell’ossigenazione sulla struttura 4°


La struttura quaternaria dell’emoglobina è fondamentale per consentire la funzione
dell’emoglobina, che si basa sulla reversibilità del legame con l’ossigeno. Il grafico confronta, per
diversi valori di pressione parziale di ossigeno (asse X, PO2), la saturazione in ossigeno (asse Y,
YO2) dell’emoglobina e della mioglobina, una proteina dei muscoli. Quest’ultima è una proteina
monomerica, formata da un’unica sub-unità molto simile alle catene presenti nell’emoglobina.
Osserviamo come la mioglobina raggiunge la saturazione in ossigeno anche in presenza di poco
ossigeno nell’ambiente, mentre l’emoglobina raggiunge gli stessi livelli di saturazione solo in
presenza di molto ossigeno. Questo significa che nei polmoni, dove la PO2 è elevata, l’emoglobina
può caricarsi di ossigeno, ma, quando raggiunge distretti periferici, in cui la PO2 è inferiore, rilascia
l’ossigeno, che può così raggiungere le cellule.
Questo fenomeno è reso possibile dalla presenza delle 4 sub-unità; infatti, quando una subunità
dell’emoglobina lega una molecola di ossigeno, va incontro a lievi modifiche conformazionali che
vengono trasmesse alle sub-unità vicine, aumentandone la capacità di legare a loro volta
l’ossigeno. Tale fenomeno è tipico di proteine multimeriche e viene definito allosterismo. La
caratteristica principale delle proteine allosteriche è quella di poter modificare la propria
conformazione e, di conseguenza, la propria funzione, in seguito ad interazioni con molecole
diverse, dette effettori allosterici.
Riepilogo
Gli amminoacidi sono composti organici caratterizzati dalla presenza nella molecola di un gruppo
carbossilico e di un gruppo amminico. I più importanti per le cellule sono gli alfa amminoacidi, in
cui entrambi i gruppi chimici sono legati allo stesso atomo di carbonio, detto appunto carbonio
alfa. Essi sono infatti gli elementi costitutivi delle proteine e dei peptidi, che svolgono innumerevoli
funzioni essenziali per la vita di tutti gli organismi.
Gli alfa amminoacidi presenti nelle proteine di cellule eucariotiche sono 20 e si distinguono per la
natura chimica della catena laterale R, che determina le caratteristiche chimico-fisiche (punto
isoelettrico, idrofobicità e idrofilia) di ciascun amminoacido. Alcuni amminoacidi sono essenziali
per il nostro organismo e devono essere apportati con la dieta. L’unione degli amminoacidi a
formare catene polipeptidiche avviene attraverso un legame chimico di tipo ammidico tra il
gruppo amminico di un amminoacido e quello carbossilico di un altro. Il legame peptidico è un
legame rigido, che non consente rotazione attorno al proprio asse. Determina quindi punti di
rigidità nel contesto di una catena peptidica, influenzando significativamente la conformazione
tridimensionale assunta dalla stessa. La capacità funzionale di ciascuna proteina dipende

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strettamente dal mantenimento di una struttura tridimensionale specifica (struttura terziaria o


quaternaria per proteine multimeriche), correlata alla sequenza degli amminoacidi nella catena
polipeptidica (struttura primaria), ma caratterizzata da motivi tridimensionali riscontrabili in molte
proteine diverse (struttura secondaria: alfa elica e foglietto beta).
Introduzione
L’organismo umano non è in grado di sintetizzare tutti i diversi tipi di L-alfa-amminoacidi necessari
per la sintesi proteica; alcuni di essi sono essenziali e devono essere apportati con l’alimentazione.
Le proteine che si assumono con la dieta non sono importanti in quanto tali, bensì quale fonte
principale di amminoacidi per l’organismo. Esse sono molecole di considerevoli dimensioni,
contenenti sia legami covalenti forti che altri numerosi legami deboli, che ne determinano la
conformazione. Per poter essere assorbite vanno incontro ad un processo digestivo che prevede
due tappe:
• la denaturazione proteica,
• l’idrolisi dei legami peptidici.
Queste fasi avvengono nello stomaco e nell’intestino, per un’azione coordinata del succo acido
gastrico e degli enzimi contenuti nelle secrezioni enteriche. Una volta semplificate a tripeptidi,
dipeptidi e singoli amminoacidi, possono essere assorbite dagli enterociti e veicolate nel sangue
per confluire nel pool degli aminoacidi liberi.
Digestione e assorbimento dei composti azotati
Obiettivi
Questa unità descrive i processi biochimici che consentono la digestione delle proteine assunte
con la dieta ed i meccanismi di assorbimento intestinale degli aminoacidi.
Metabolismo degli Amino Acidi: aspetti generali
Diversi processi biochimici vitali dell’organismo umano utilizzano composti azotati quali gli
amminoacidi, le porfirine e le ammine biogene. Le cellule umane tuttavia non posseggono sistemi
enzimatici che consentono di incorporare l’azoto inorganico presente nell’atmosfera (N2) in
composti di natura organica. Questo processo, denominato fissazione dell’azoto, è realizzato solo
da alcuni microrganismi e vegetali, e l’uomo può semplicemente apportare composti azotati
dall’esterno, attraverso l’alimentazione, ed utilizzarli quali blocchi di partenza per le biosintesi
endogene. Le proteine, essendo formate da amminoacidi, rappresentano la maggiore fonte di
azoto organico.
L’assunzione di proteine garantisce da un lato la disponibilità degli amminoacidi essenziali, e
quindi la sintesi proteica endogena, dall’altro il mantenimento di un pool di amminoacidi liberi

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necessario per la biosintesi di tutti gli altri composti azotati. Circa il 2% delle proteine endogene
viene rinnovato quotidianamente. Anche se una buona percentuale degli amminoacidi liberati da
questo turnover vengono riutilizzati per i processi biosintetici, una parte viene invece eliminata e
deve essere quindi rimpiazzata attraverso l’apporto esogeno. Gli amminoacidi non possono infatti
essere accumulati sotto forma di riserve come i lipidi o i carboidrati. Mentre eventuali eccessi
vengono trasformati in altri metaboliti, eventuali deficit non possono essere colmati
semplicemente da trasformazioni metaboliche endogene, in quanto non esistono sistemi
enzimatici in grado di produrre gli otto amminoacidi essenziali.
L’apporto di amminoacidi con la dieta è quindi necessario per la vita.
Anche se il loro compito principale è di natura strutturale, dobbiamo ricordare che gli amminoacidi
possono svolgere, in condizioni particolari, anche un ruolo energetico nell’organismo, ovvero
essere utilizzati per produrre glucosio.
Digestione ed assorbimento degli amino acidi
Le proteine sono macromolecole complesse, formate da aminoacidi uniti da forti legami peptidici
in catene che generalmente assumono conformazioni tridimensionali complesse. Per poter essere
assorbite, le proteine devono subire un processo di semplificazione notevole, che porta alla
liberazione dei singoli amminoacidi o dei dipeptidi e tripeptidi presenti nella catena polipeptidica.
Il processo inizia nello stomaco, grazie al succo fortemente acido secreto dalle cellule parietali, che
consente la denaturazione iniziale della massa proteica. In questa sede inizia anche la vera lisi dei
legami peptidici ad opera della proteasi pepsina; il processo prosegue e viene portato a termine
nell’intestino, dove altre proteasi presenti nel secreto pancreatico e negli enterociti completano
l’idrolisi dei legami covalenti.
Denaturazione Proteica
Molto spesso le proteine alimentari subiscono un’iniziale processo di denaturazione nel corso dei
processi di cottura. L’esposizione ad alte temperature distrugge i legami deboli (ponti idrogeno,
interazioni elettrostatiche, interazioni idrofobiche) che contribuiscono alla definizione della
conformazione proteica. Lo stesso effetto viene raggiunto nello stomaco, ad opera dell’acido
cloridrico presente nel succo gastrico. Il venir meno di tutte le interazioni intra- ed intercatenarie
determina la trasformazione delle proteine in semplici strutture lineari, in cui i singoli legami
peptidici sono facilmente accessibili all’attacco di enzimi proteolitici.
Pepsina
Nel lume gastrico inizia anche l’idrolisi delle proteine esogene. Le cellule gastriche secernono uno
zimogeno, il pepsinogeno, che viene attivato ad enzima attivo, la pepsina, ad opera del pH acido.

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L’attivazione comporta il distacco di una porzione della catena amminoacidica, con conseguente
esposizione del sito attivo. Le molecole di pepsina attivate dall’acidità ambientale velocizzano
l’attivazione del resto del pepsinogeno con un processo autocatalitico. La pepsina è un
endopeptidasi che scinde specificamente legami peptidici, in cui sono coinvolti amminoacidi
aromatici o bicarbossilici; in questo modo degrada le proteine denaturate in grossi frammenti
polipetidici.
Endopepeptidasi
Le proteine grossolanamente frammentate giungono nel duodeno, dove le secrezioni pancreatiche
e biliari neutralizzano l’acidità del secreto gastrico, rendendo l’ambiente modicamente basico. Il
secreto pancreatico contiene endopeptidasi ed esopeptidasi che continuano la degradazione delle
proteine; si tratta di:
• tripsina,
• chimotripsina ed elastasi (endopeptidasi)
• procarbossipeptidasi A e B (esopeptidasi).
Questi enzimi sono rilasciati nel lume intestinale come zimogeni (tripsinogeno, chimotripsinogeno,
proelastasi e procarbossipeptidasi). Un enzima prodotto dalle cellule della mucosa intestinale,
l’enterochinasi, attiva per proteolisi il tripsinogeno liberando la tripsina, che, a sua volta attiva gli
altri zimogeni pancreatici. Le tre endopeptidasi hanno specificità diverse e, idrolizzando i legami
peptidici interni delle catene polipeptidiche, riducono le catene amminoacidiche a piccoli
frammenti. Questi sono attaccati dalle cabossipeptidasi che, idrolizzando i legami peptidici posti
all’estremità carbossi-teminale dei peptidi, liberano singoli amminoacidi ed accorciano
progressivamente le catene amminoacidiche. Le cellule della parete intestinale producono od
espongono sulla loro superficie enzimi quali l’amminopeptidasi o specifiche dipeptidasi, che
scindendo rispettivamente i legami peptidici posti all’estremità amino-terminale dei peptidi,
oppure quelli contenuti in specifici dipeptidi, contribuiscono alla liberazione dei singoli
amminoacidi costitutivi delle proteine assunte con l’alimentazione.
Assorbimento AA
I prodotti finali della digestione proteica sono amminoacidi liberi, dipeptidi e tripeptidi; e tutti
vengono assorbiti dalla mucosa enterica. Dipeptidi e tripeptidi possono essere efficacemente
semplificati all’interno degli enterociti, ad opera di aminopeptidasi citoplasmatiche. Gli
amminoacidi a pH fisiologico presentano i gruppi amminico e carbossilico in forma protonata (-
NH3+ e –COO-), e quindi, in quanto ioni, non possono superare la membrana plasmatica
passivamente. Esistono trasportatori attivi o facilitati che veicolano questi composti attraverso le

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membrane; sono dotati di specificità diverse per i vari tipi di amminoacidi e molti di essi utilizzano
il gradiente della concentrazione di sodio, esistente ai due lati delle membrane, quale fonte di
energia per il trasporto.
Riepilogo
La digestione delle proteine è un processo fondamentale per garantire l’apporto di amminoacidi
all’organismo. Il processo digestivo inizia con la denaturazione della complessa struttura
tridimensionale delle molecole ad opera del pH gastrico. La linearizzazione della catena
amminoacidica rende attaccabili i legami peptidici dalle endopeptidasi e carbossipeptidasi. La
pepsina presente nel secreto gastrico inizia l’idrolisi dei legami, che viene completata nel lume
intestinale dalle peptidasi secrete dal pancreas. Questi enzimi, secreti in forma inattiva, vengono
attivati per proteolisi parziale e determinano la semplificazione delle proteine ad amminoacidi
liberi, dipeptidi e tripeptidi. Dipeptidasi ed amminopeptidasi presenti sulla membrana e nel
citoplasma degli enterociti completano il processo digestivo. L’assorbimento degli amminoacidi
attraverso la mucosa intestinale avviene attraverso l’intervento di trasportatori specifici.
Caratteristiche generali del catabolismo amminoacidico (Introduzione)
Gli animali non partecipano al processo di fissazione dell’azoto, ovvero non sono in grado di
ridurre l’azoto atmosferico ad azoto amminico, nitrati e nitriti. Essi assumono ed eliminano azoto
allo stato di ossidazione dell’ammoniaca. Si utilizza il termine di bilancio dell’azoto per indicare
l’equilibrio tra azoto apportato con l’alimentazione e quello escreto con urina e feci. L’azoto
eliminato deriva principalmente dal catabolismo delle proteine e quindi degli amminoacidi. In
condizioni normali, gli amminoacidi non sono una fonte energetica importante per il nostro
organismo, tuttavia, in alcune situazioni, non potendo essere accumulati, essi vengono
attivamente ossidati. Il loro catabolismo può essere distinto in due fasi separate:
a) l’eliminazione del gruppo amminico,
b) l’utilizzo dello scheletro carbonioso.
La prima fase è molto delicata in quanto genera ammoniaca (NH3), un composto tossico per gli
animali; una serie di reazioni spendono energia per trasformare l’ammoniaca in un composto
meno tossico e facilmente eliminabile. Quando questi meccanismi biochimici non funzionano
correttamente possono insorgere sintomatologie cliniche gravi, dovute appunto all’accumulo di
ammoniaca nel sangue.
Obiettivi
In questa lezione sono descritti i processi biochimici che determinano e regolano l’ossidazione
degli amminoacidi. In particolar modo vengono descritte le reazioni che portano all’eliminazione

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del gruppo amminico degli amminoacidi sotto forma di urea e quelle che consentono l’utilizzo
dello scheletro carbonioso di tali composti. La lezione include anche alcuni cenni alle patologie che
insorgono quando questi processi sono difettosi.
Catabolismo degli amino acidi: aspetti generali
Gli amminoacidi sono la principale forma di azoto nell’organismo. Essi sono utilizzati
principalmente per la sintesi proteica e, a differenza di quanto accade per acidi grassi e glucosio,
non possono essere accumulati in quanto tali. Quando la loro assunzione con la dieta è in eccesso
rispetto alle esigenze biosintetiche, oppure quando la disponibilità di altri nutrienti è insufficiente
per mancato apporto dall’esterno (digiuno) o stati dismetabolici (p.es.: diabete), gli amminoacidi
possono essere attivamente ossidati, ed il loro scheletro carbonioso utilizzato quale fonte di
energia.
Poiché gli amminoacidi contengono un gruppo amminico, la loro ossidazione prevede una tappa
fondamentale, in cui tale gruppo viene separato dal resto della struttura molecolare ed indirizzato
verso processi biochimici che ne consentono l’eliminazione. La restante parte della molecola può
poi essere trasformata in intermedi metabolici importanti (glucidi, lipidi e corpi chetonici) ed
essere utilizzata da circuiti biochimici ossidativi che portano alla produzione di energia chimica.
Biosintesi dell’urea
Gli animali eliminano l’azoto proveniente dai composti azotati sotto forma di tre diversi prodotti
finali:
• ammoniaca,
• acido urico,
• urea.
L’uomo è un organismo ureotelico, che elimina l’azoto sotto forma di urea. La biosintesi dell’urea
avviene attraverso una serie di tappe diverse:
1) la transamminazione,
2) la deamminazione ossidativa del glutammato,
3)il trasporto dell’ammoniaca,
4) il ciclo dell’urea.
Le reazioni di transamminazione consentono il trasferimento del gruppo amminico alfa da un
amminoacido donatore (nella figura amminoacido 1) ad un chetoacido accettore (chetoacido 1),
creando in questo modo il chetoacido corrispondente all’amminoacido di partenza (chetoacido 2)
ed un nuovo amminoacido (amminoacido 2). Si tratta di reazioni reversibili, che non comportano
la perdita netta di un gruppo amminico, bensì semplicemente il suo trasferimento. Sono quindi

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reazioni importanti anche dal punto di vista anabolico, in quanto consentono di creare nuovi
amminoacidi (non essenziali) a partire da altri.
Specificità e coenzima PLP
Il piridossal fosfato (PLP), derivato dalla vitamina B6, è il cofattore presente nel sito attivo di tutte
le transaminasi, che sono accomunate dallo stesso meccanismo di reazione. Il coenzima agisce da
trasportatore intermedio del gruppo amminico ceduto da un amminoacido. Quando quest’ultimo
lascia il sito attivo sotto forma di chetoacido, un secondo chetoacido si lega al sito attivo e riceve il
gruppo amminico dal PLP, trasformandosi in un amminoacido. Ciascuna transferasi è specifica per
una coppia di substrati, ma non per l’altra coppia. Così l’alanina piruvato transaminasi trasforma
alanina in piruvato (e viceversa) interagendo con coppie diverse di a-chetoacido/a-amminoacido,
mentre la glutammato a-chetoglutarato transaminasi trasforma specificamente a-chetoglutarato
in glutammato e viceversa.
Transamminasi e medicina
Le trasamminasi sono enzimi presenti in molti tessuti, tuttavia la concentrazione maggiore si
riscontra nel fegato, organo in cui può avvenire la produzione di urea, e nel miocardio. Come molti
altri enzimi sono riscontrabili anche nei liquidi biologici (soprattutto nel sangue) in conseguenza
del normale processo di ricambio cellulare. La quantificazione della concentrazione sierica di due
tipi di transaminasi l’alanina-amminotransferasi (ALT) e l’aspartato-amminotransferasi (AST), ha
una valenza importante nella diagnostica medica. Il primo enzima (ALT) è un marcatore biochimico
utile per valutare patologie epatiche. Le maggiori elevazioni (valori normali sono 35-40 Unità/L) si
riscontrano in corso di danno epatocellulare (epatiti). Incrementi della concentrazione della AST
(valori normali = 35-40 Unità/L) si manifestano invece in caso di infarto miocardio, ma anche in
seguito a patologie epatiche (epatiti, carcinomi epatici) e muscolari (traumi, interventi chirurgici,
distrofie).
La deamminazione del glutammato
Il glutammato
Dal punto di vista catabolico, l’importanza delle reazioni di transamminazione deriva dal fatto che
l’accettore più frequente o finale è l’a-chetoglutarato. In questi casi si ha la formazione di
glutammato per trasferimento del gruppo amminico di vari amminoacidi. Reazioni quali quelle
catalizzate dagli enzimi Aspartato Aminotransferasi (AST) e Alanina Aminotransferasi (ALT),
trasferendo il gruppo amminico sull’a-chetoglutarato non determinano l’eliminazione del gruppo
azotato potenzialmente tossico, ma lo convogliano su un unico metabolita, il glutammato. Questo

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fenomeno è importante in quanto il glutammato è l’amminoacido che con maggiore facilità va


incontro a processi di deamminazione.
Deamminazione
La deamminazione ossidativa del glutammato è catalizzata dalla glutammato deidrogenasi, un
enzima localizzato nella matrice mitocondriale, che richiede NAD+ o NADP+ quale coenzima
ossidante. Il gluatammato formatosi nel citosol ad opera delle transaminasi entra nei mitocondri e
subisce il distacco del gruppo amminico, liberato sotto forma di ammoniaca, trasformandosi
nuovamente in a-chetoglutarato.
Metaboliti
La liberazione di ammoniaca dagli amminoacidi è quindi un processo che richiede l’azione
coordinata di transaminasi e glutammato deidrogenasi. Questo processo è particolarmente
efficace a livello epatico, dove l’attività della glutammato deidrogenasi è sottoposta a regolazione
allosterica da parte di diversi metaboliti:
• GTP,
• ATP,
• NADH,
• ADP.
I primi tre hanno un effetto inibitore, l’ultimo ha un effetto attivante. Sempre a livello epatico
avviene la trasformazione dell’ammoniaca in urea. Anche la deamminazione del glutammato è una
reazione completamente reversibile e quindi ha un ruolo anche nei processi anabolici, potendo
catalizzare l’attacco di un gruppo amminico all’a-chetoglutarato, con conseguente formazione di
glutammato.
Produzione di glutammina
L’ammoniaca prodotta nei tessuti extraepatici a partire dagli amminoacidi e da altri composti
azotati deve essere trasportata al fegato per essere trasformata in urea. Essendo un prodotto
altamente tossico, non viene liberata come tale, bensì rapidamente incorporata in composti
organici. La via principale di questo processo è catalizzata dall’enzima glutammina sintetasi, che
aggiunge ammoniaca al carbossile terminale del glutammato, trasformandolo appunto in
glutammina. La reazione consuma un legame altamente energetico dell’ATP. La glutammina
liberata nel sangue viene attivamente captata dal fegato, ove va incontro a deamminazione
(glutamminasi) formando glutammato, che può essere ulteriormente trasformato in a-
chetoglutarato.
Ciclo Alanina-Glucosio

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Un circuito metabolico particolare ed importante si instaura tra muscolo e fegato in condizioni in


cui la degradazione proteica ai fini energetici è abbastanza elevata. I gruppi amminici derivati dagli
amminoacidi vengono trasferiti normalmente al glutammato; questo può essere trasportato al
fegato come glutammina, oppure essere convertito per transamminazione in alanina utilizzando
come chetoacido accettore il piruvato proveniente dalla glicolisi. L’alanina viene trasportata al
fegato e ritrasformata in glutammato, che entra nel processo di deamminazione ossidativa, e
piruvato. Quest’ultimo viene incanalato verso la neosintesi di glucosio che, rilasciato nel sangue
sarà captato dai muscoli. Questo ciclo glucosio-alanina rappresenta un meccanismo di economia
metabolica, in quanto fa sì che il fegato spenda energia per sintetizzare il glucosio, mentre il
muscolo utilizza l’ATP solo ai fini della contrazione.
L’eliminazione dell’azoto
L’eliminazione dell’ammoniaca procede attraverso un percorso biochimico ciclico denominato
ciclo dell’urea. Esso prevede più tappe enzimatiche, di cui alcune avvengono nei mitocondri ed
altre nel citosol. Tappa preliminare del ciclo iniziale è l’incorporazione dell’ammoniaca presente
all’interno dei mitocondri nel composto carbammil-fosfato. La reazione avviene nei mitocondri, ad
opera dall’enzima carbammilfosfato sintetasi I, che utilizza ammoniaca, anidride carbonica (sotto
forma di HCO3 -) e 2 molecole di ATP. La reazione è fortemente irreversibile ed è attivata
allostericamente da Nacetilglutammato. Esiste anche un’isoforma citosolica di questo enzima
(carbammilfosfato sintetasi II), che interviene nella biosintesi delle pirimidine.
Ciclo dell’UREA
Il carbammilfosfato è un composto attivato che entra nel ciclo dell’urea reagendo con ornitina per
formare citrullina. La citrullina esce quindi dai mitocondri ed il ciclo continua nel citsol. Un secondo
gruppo amminico viene apportato al ciclo dell’urea tramite una reazione di transamminazione che
trasferisce il gruppo azotato dall’amminoacido aspartato alla citrullina. La reazione, catalizzata
dall’argininosuccinato sintetasi consuma una molecola di ATP. La successiva scissione
dell’argininosuccinato produce fumarato ed arginina. Il fumarato può entrare nel ciclo di Krebs,
mentre l’arginina viene idrolizzata ad opera dell’enzima citosolico arginasi, che produce urea ed
ornitina, il substrato iniziale del ciclo. L’urea così prodotta passa nel sangue per essere escreta dai
reni con l’urina; l’ornitina invece viene veicolata nei mitocondri per iniziare un nuovo ciclo. La
stechiometria del ciclo dell’urea può essere riassunta nella reazione:
CO2 + 2NH4+ + 3 ATP + Aspartato + H2O _ UREA + 2ADP + AMP + PPi + Fumarato.
Dato che il pirofosfato prodotto nella formazione di carbammilfosfato viene ulteriormente
idrolizzato a fosfato inorganico, il ciclo prevede il consumo di quattro legami altamente energetici.

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BASI BIOLOGICHE E MOLECOLARI DEL
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Tuttavia il fumarato generato nel ciclo viene trasformato in malato e questo in ossalacetato, con
produzione di una molecola di NADH. Poiché la riossidazione del coenzima ridotto ad opera della
catena respiratoria produce circa 3 molecole di ATP, si può affermare che il costo energetico del
ciclo dell’urea non così elevato.
La velocità con cui procede il ciclo dell’urea è strettamente legata alla dieta. Se sono assunte molte
proteine oppure se si è in una fase di digiuno, si ha un’intensa attività di degradazione proteica,
con conseguente incremento del flusso produttivo di urea. La regolazione della velocità del ciclo
avviene soprattutto attraverso meccanismi a lungo termine che determinano maggiore o minore
biosintesi degli enzimi coinvolti nel ciclo e della carbammilfosfato sintetasi.
Destino dello scheletro carbonioso
Se l’organismo investe energia per eliminare il gruppo amminico degli amminoacidi sotto forma di
urea, può tuttavia ricavare energia dall’ossidazione dello scheletro carbonioso delle stesse
molecole. In condizioni normali il catabolismo degli amminoacidi può contribuire per una
percentuale del 10-15% alla produzione totale di energia chimica. Il catabolismo dei diversi
amminoacidi presenti nelle proteine converge verso la formazione di prodotti che sono in grado di
entrare nel ciclo di Krebs per essere quindi completamente ossidati ad anidride carbonica ed
acqua. Alcuni di essi possono tuttavia essere utilizzati per la gluconeogenesi o la chetogenesi.
In particolar modo sei amminoacidi vengono trasformati in piruvato (e successivamente acetil-
CoA), cinque in a-chetoglutarato, quattro in succinil-CoA, due in fumarato, due in ossalacetato: nel
loro insieme, potendo dar luogo a molecole utilizzabili per la gluconeogenesi, questi amminoacidi
vengono definiti glucogenici. Altri amminoacidi producono acetoacetil-CoA ed acetil-CoA, che
possono essere utilizzati per produrre corpi chetonici; vengono così definiti chetogenici. Per alcuni
amminoacidi, una porzione dello scheletro carbonioso è chetogenica e l’altra porzione è
glucogenica: rientrano quindi in entrambi gruppi. Solo lisina e leucina sono esclusivamente
chetogenici.
Amminoacidi glucogenici e chetogenetici
Lo scheletro carbonioso (o parte di esso) di:
• alanina,
• glicina,
• cisteina,
• serina,
• treonina,
• triptofano,

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viene degradato a piruvato. Quest’ultimo è generalmente convertito in acetil-CoA ed entra nel


ciclo dell’acido citrico. Ovviamente può essere trasformato anche in ossalacetato e rifornire la
gluconeogenesi. Una parte della struttura di:
• triptofano,
• fenilalanina,
• tirosina,
• leucina,
• isoleucina,
produce acetil-CoA direttamente oppure attraverso la formazione di acetoacetil-CoA.
Fenilalanina e Tirosina
Fenilchetonuria (PKU)
Il catabolismo della fenilalanina inizia con una reazione di idrossilazione dell’anello benzenico
generando tirosina. Questa tappa biochimica è catalizzata dall’enzima fenilalanina idrossilasi. La
mancanza dell’enzima è associata ad una grave patologia, nota come fenichetonuria. La
fenilalanina, non potendo essere adeguatamente catabolizzata, si accumula e da luogo a
metaboliti alternativi quali:
• fenilpiruvato,
• fenilacetato,
• fenillattato,
che si possono facilmente riscontrare nelle urine. Se presenti nei primi giorni di vita, questi
metaboliti alterano i normali processi di sviluppo cerebrale portando a ritardo mentale. Per questo
è obbligatorio eseguire screening sui neonati (vengono quantificati i metaboliti sopraccitati), in
modo da attuare, in caso di test positivo, adeguate misure preventive (eliminare la fenilalanina
dalla dieta).
Amminoacidi glucogenici
Lo scheletro carbonioso di prolina glutammato, glutammina, arginina ed istidina è convertito ad
a-chetoglutarato. Quello di metionina, treonina, valina ed isoleucina genera invece succinil-CoA.
Aspartato ed asparagina sono trasformati in ossalacetato, mentre fenilalanina e tirosina
producono anche fumarato.
Riepilogo
Gli amminoacidi derivati dalla degradazione delle proteine endogene o apportate dall’esterno
possono essere utilizzati nell’organismo per produrre energia chimica. Se limitato in condizioni
normali, questo fenomeno catabolico può divenire importante in condizioni di digiuno o in stati

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patologici (diabete) che precludono il normale utilizzo di altri nutrienti. In questi stati la
demolizione della massa muscolare ed il catabolismo amminoacidico risultano sensibilmente
aumentati. Il catabolismo degli amminoacidi può essere distinto in due fasi: l’eliminazione del
gruppo amminico sotto forma di urea, e la degradazione ossidativa dello scheletro carbonioso.
La prima parte viene espletata tramite processi di trasamminazione che convogliano la maggior
parte dei gruppi azotati dei diversi amminoacidi sul glutammato. Quest’ultimo può essere
efficacemente deamminato ad opera della glutammato deidrogenasi. L’ammoniaca staccata dal
glutammato viene convogliata verso la produzione di urea, un composto organico meno tossico
dell’ammoniaca stessa. Il processo richiede il consumo di energia chimica ed avviene
esclusivamente nel fegato. L’urea viene poi rilasciata nel sangue ed eliminata dal rene con l’urina.
Lo scheletro carbonioso degli amminoacidi è ovviamente la parte che può essere ossidata per
produrre energia. Complessivamente gli amminoacidi sono distinti in:
• glucogenici, se danno luogo a metaboliti che possono essere trasformati in glucosio attraverso
la gluconeogenesi,
• chetogenici, se generano acetoacetil-CoA e corpi chetonici.
La distinzione tra i due gruppi non è netta in quanto lo scheletro carbonioso di molti amminoacidi
può dar luogo ad entrambi i tipi di metaboliti. L’assenza o l’errato funzionamento di enzimi che
partecipano al catabolismo amminoacidico può dar luogo a patologie. In particolar modo la
fenilchetonuria deriva dall’impossibilità di degradare correttamente la fenilalanina.
Caratteristiche generali dell’anabolismo amminoacidico Introduzione
Tutti i 20 amminoacidi sono biologicamente importanti e necessari ai fini della sintesi proteica
nelle cellule umane, tuttavia, dal punto di vista nutrizionale, possono essere distinti in essenziali e
non essenziali. Le cellule sono dotate di vie enzimatiche capaci di produrre il secondo tipo di
amminoacidi, ma non quelli essenziali, che devono essere assunti con gli alimenti. Le vie
biosintetiche degli amminoacidi non essenziali sono relativamente più semplici rispetto a quelle
che potrebbero generare gli amminoacidi essenziali; si può quindi ipotizzare che la perdita della
possibilità di sintesi degli amminoacidi essenziali abbia rappresentato un vantaggio evolutivo per la
sopravvivenza.
Obiettivi
La lezione presenta una rapida panoramica delle vie enzimatiche che garantiscono la sintesi degli
amminoacidi non essenziali. Contiene inoltre rapidi cenni ad importanti metaboliti derivati dagli
amminoacidi stessi.
Amino Acidi Non-Essenziali ed Essenziali

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BASI BIOLOGICHE E MOLECOLARI DEL
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La maggior parte dei batteri e delle piante è in grado di sintetizzare tutti e 20 gli amminoacidi
necessari per la sintesi proteica. Le cellule umane hanno invece perso la capacità di produrre una
decina di amminoacidi, e mantenuto quella di produrre gli altri dieci. Gli amminoacidi vengono
quindi distinti in due categorie: quelli essenziali e quelli non essenziali. I primi devono essere
recuperati con il cibo, i secondi possono essere prodotti a partire da altri amminoacidi e da
metaboliti intermedi della glicolisi e del ciclo di Krebs.
Incorporazione di NH4 + in composti organici
Oltre all’assunzione di proteine con la dieta, l’organismo umano può incorporare azoto in
molecole organiche a partire dall’ammoniaca (NH3) attraverso le reazioni catalizzate dagli enzimi
glutammato deidrogenasi e glutammina sintasi. Il primo enzima catalizza l’amminazione riduttiva
dell’a-chetoglutarato a produrre glutammato. Questa reazione rappresenta una tappa
fondamentale dei processi catabolici (l’azoto di diversi amminoacidi viene convogliato per
transamminazione sul glutammato, che poi va incontro a deamminazione), ma anche la reazione
iniziale per la sintesi di molti amminoacidi, sempre attraverso i processi di transamminazione.
La reazione catalizzata dall’enzima gluammina sintasi consente l’incorporazione di azoto
inorganico nella glutammina a partire da glutammato. La reazione é accoppiata all’idrolisi di un
legame altamente energetico dell’ATP. L’azoto ammidico della glutammina è la fonte di azoto per
la sintesi di molti altri amminoacidi, di purine e pirimidine e di altri composti azotati. Questo spiega
perché l’attività della glutammina sintasi, rappresentando un crocevia importane del metabolismo
azotato, è sottoposta a fine regolazione, prevalentemente di tipo allosterico: l’attività viene inibita
quando la concentrazione di glutammina è elevata, mentre viene stimolata se i livelli di
glutammina sono bassi, ma alti quelli di ATP ed a-chetoglutarato, substrati di partenza della
reazione.
Reazioni di transamminazione
A patire dal glutammato, attraverso reazioni di transamminazione che trasferiscono il gruppo
azotato su vari chetoacidi, vengono sintetizzati molti amminoacidi. In particolar modo alanina ed
aspartato vengono prodotti per trasferimento dell’ammino-gruppo rispettivamente su piruvato ed
ossalacetato. Tutte le reazioni richiedono come coenzima il piridossal-fosfato (vitamina B6).
Asparagina
La sintesi dell’asparagina a partire dall’aspartato ad opera dell’asparagina sintasi è simile a quella
della glutammina. La differenza fondamentale è che nel caso dell’asparagina, il gruppo amminico
proviene dalla glutammina. In questa reazione non si ha quindi incorporazione netta di azoto
inorganico in molecole organiche.

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BASI BIOLOGICHE E MOLECOLARI DEL
BENESSERE DELLA PERSONA

Tiroxina, Serina, Glicina, Prolina e Arginina


La tirosina è sintetizzata dalla fenilalanina ad opera della fenilalanina idrossilasi. La reazione
prevede l’incorporazione di ossigeno molecolare nell’anello aromatico (posizione para) della
fenilalanina e richiede la presenza del cofattore tetraidrobiopterina. L’assenza di fenilalanina
idrossilasi è causa della malattia fenilchetonuria.
La serina è invece sintetizzata a partire dal 3-fosfo-glicerato attraverso tre tappe successive. A sua
volta rappresenta il precursore per la sintesi di glicina e di cisteina.
Infine prolina e arginina sono sintetizzate a partire dal glutammato; la prima attraverso una
reazione di ciclizzazione, la seconda nell’ambito del ciclo dell’urea attraverso l’intermedio ornitina.
Amino acidi come precursori di composti azotati
Gli amminoacidi sono i precursori fondamentali per la sintesi proteica e nel nostro organismo circa
400g di amminoacidi al giorno sono utilizzati per il turnover proteico. Una quota inferiore viene
destinata alla sintesi di un numero notevole di composti contenenti azoto e coinvolti in numerosi
processi fisiologici di importanza rilevante. Tra questi:
• purine e pirimidine (basi azotate),
• porfirine,
• ossido nitrico,
• catecolamine,
• melanina,
• istamina,
• serotonina,
• glutatione.
Sintesi di ossido nitrico (NO)
L’ossido nitrico (NO) è un gas prodotto dall’enzima ossido nitrico sintasi a partire dall’arginina.
Tale gas si diffonde rapidamente nelle cellule e determina un incremento del GMP ciclico,
(composta analogo all’AMP ciclico, in cui l’adenina dell’AMP è sostituita dalla guanina, con
successiva dilatazione dei vasi sanguigni e riduzione della pressione ematica. Farmaci quali la
nitroglicerina, utilizzati per contrastare l’angina pectoris (ischemia miocardia), si basano proprio
sulla loro capacità di essere rapidamente trasformati in NO ed indurre una rapida dilatazione delle
coronarie.
Biosintesi delle Catecolamine
Le cellule di origine neuronale e quelle della midollare del surrene convertono la tirosina ad

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adrenalina e noradrenalina, composti che esplicano funzione di neurotrasmettitore (circuiti


nervosi adrenergici) ed anche di ormoni, secreti in condizioni di stress e capaci di modulare il
metabolismo degli zuccheri e dei lipidi. La sintesi passa attraverso la formazione di dopa (ad opera
dell’enzima tirosina idrossilasi) e dopamina (per decarbossilazione della dopa). La L-dopa è un
farmaco importante nella terapia del morbo di Parkinson, caratterizzato da una marcata riduzione
di dopamina associata alla morte di neuroni in regioni specifiche del cervello.
Nei melanociti la tirosina è convertita a melanina attraverso un percorso enzimatico che inizia con
la formazione di dopa ad opera della tirosina idrossilasi. La melanina è il pigmento che determina il
colore di pelle, occhi e capelli.
Produzione di GABA
La sintesi di g-amminobutirrato avviene principalmente nel tessuto cerebrale, ove agisce da
neurotrasmettitore inibitorio. Il composto si forma per decarbossilazione del glutammato ad opera
della glutammato decarbossilasi.
Istamina
L’istamina è una molecola prodotta nei mastociti per decarbossilazione dell’istidina. Quando
liberata da queste cellule, esercita un potente effetto vasodilatatorio. È coinvolta inoltre nelle
risposte allergiche ed immunitarie e nella modulazione della secrezione acida a livello gastrico.
Metabolismo del Triptofano: Formazione di Serotonina
L’idrossilazione del triptofano a 5-idrossitriptofano è catalizzata dalla tirosina idrossilasi. La
successiva decarbossilazione porta alla sintesi di serotonina (5-idrossitriptamina). A livello
cerebrale la serotonina è coinvolta nella regolazione del sonno, dell’umore e dell’appetito. È
prodotta anche dalle piastrine (aggregazione) e dalla muscolatura liscia (vasocostrizione).
Farmaci che modulano l’azione della serotonina sono utilizzati nella terapia della depressione
(inibitori del riassorbimento o della degradazione), dell’emicrania e della schizofrenia.
Creatina e Creatinina
Tre amminoacidi, glicina, arginina e metionina, partecipano alla sintesi di creatina. La prima tappa
avviene nel rene e comporta il trasferimento di un gruppo guanidinico dall’arginina alla glicina con
formazione di guanidinacetato. La successiva metilazione di questo composto (nel fegato) per
mezzo della S-adenosilmetionina, porta alla creatina. La forma fosforilata della creatina
(fosfocreatina) è un’importante riserva di energia chimica a pronta disponibilità per il muscolo.La
deidratazione non enzimatica (spontanea) della creatina porta alla formazione di cratinina, che
viene liberata nel sangue ed eliminata per via urinaria. La quantità di creatina escreta con l’urina è

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generalmente costante e proporzionale alla massa muscolare dell’individuo. La concentrazione


della creatinina urinaria è quindi un parametro utile per la valutazione della funzionalità renale.
Sintesi delle Porfirine
Le porfirine sono composi ciclici formati da quattro anelli pirrolici. Hanno la capacità di formare
complessi con ioni metallici, che si legano agli atomi di azoto dei pirroli. Esempi importanti sono
l’eme dell’emoglobina, che contiene ferro e la clorofilla che contiene magnesio. Nell’uomo sono
numerose le proteine che contengono eme quale fattore proteico; tra queste l’emoglobina, la
mioglobina ed i citocromi. La sintesi delle porfirine inizia dall’unione del succinil-CoA (metabolita
del ciclo di Krebs) con l’amminoacido glicina, con formazione di acido d-amminolevulinico (ALA) ad
opera dell’enzima ALAsintasi (enzima chiave regolatore dell’intero processo). La condensazione di
due molecole di ALA porta alla formazione del porfobilinogeno, molecola che contiene l’anello
pirrolico. Quattro molecole di porfobilinogeno sono unite a formare l’anello tetrapirrolico.
Anomalie genetiche od acquisite nella sintesi delle porfirine si associa a stati patologici denominati
porifirie, con sintomatologia variabile, ma spesso caratterizzata da anemia, dolore addominale e
fotosensibilità. Dal catabolismo dell’eme deriva la bilirubina.
Riepilogo
Gli amminoacidi essenziali devono essere apportati con l’alimentazione perché l’organismo è privo
delle vie enzimatiche per la loro biosintesi. Quelli non essenziali sono invece prodotti dalle cellule
utilizzando percorsi metabolici brevi. Fondamentali sono l’incorporazione di azoto
(dall’ammoniaca) nell’acido a-chetoglutarico, a formare glutammato, e nel glutammato stesso, a
formare glutammina. Dal glutammato, per transamminazione, si formano altri amminoacidi. Vie
specifiche consentono la sintesi di:
• asparagina,
• serina,
• glicina,
• prolina,
• arginino,
• tirosina.
Gli amminoacidi sono i blocchi costitutivi fondamentali delle proteine, ma hanno un ruolo
importante per la sintesi di vari metaboliti, con funzioni diverse e fondamentali per l’organismo.
Tra questi alcuni neurotrasmettitori (catecolamine, serotonina, acido g-amminobutirrico), le
porfirine e la creatina
Il metabolismo delle basi azotate Introduzione

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Le basi azotate sono composti eterociclici (contengono azoto) con un ruolo biochimico
importante: sono componenti fondamentali dei nucleotidi, che, a loro volta, rappresentano i
blocchi costitutivi degli acidi nucleici quali il DNA e l’RNA, e possono inoltre fungere da composti
donatori di energia chimica (ATP e GTP) o essere utilizzati per la sintesi di coenzimi quali NAD+,
FAD+ e coenzima A. Le basi azotate sono distinte in due classi: le pirimidine (citosina e timina) e le
purine (adenina e guanina). L’uomo sintetizza tali composi a partire da intermedi anfibolici di altri
metabolismi. La degradazione delle purine dà luogo ad acido urico, mentre quella delle pirimidine
esita in più composti diversi. Anomalie che coinvolgono i percorsi metabolici delle basi azotate si
manifestano nell’uomo sotto forma di varie patologie, tra cui le principali sono:
• la gotta,
• la sindrome di Lesh-Nyhan,
• la carenza di adenosina deaminasi,
• l’aciduria orotica.
Obiettivi
La lezione inizia con una rapida panoramica delle caratteristiche chimiche fondamentali delle basi
azotate e dei nucleotidi. Tratta poi i punti salienti dell’anabolismo e del catabolismo delle basi
azotate, includendo alcuni semplici riferimenti alle principali patologie umane associate ad
anomalie nell’ambito di tali processi metabolici.
Basi Eterocicliche
Le basi azotate presenti negli acidi nucleici appartengono a due classi: purine e pirimidine. Sono
molecole planari, aromatiche ed eterocicliche (ovvero contengono un’anello con uno o più vertici
occupati da atomi diversi dal carbonio; in questo caso dall’azoto). Le purine presentano due anelli
e sono rappresentate da adenina e guanina. Le pirimidine contengono un solo anello e includono
citosina, timina ed uracile.
Nucleosidi
Le basi azotate sono componenti fondamentali dei nucleosidi e dei nucleotidi. Per nucleosidi si
intendono composti costituiti da una base azotata legata ad una molecola di ribosio o
deossiribosio. Il legame è di tipo N-glicosidico e coinvolge il carbonio anomerico dello zucchero e
l’atomo di azoto numero 9 delle purine e numero 1 delle pirimidine. Il nome dei nucleosidi deriva
da quello della base azotata contenuta; avremo quindi adenosina, guanosina, citidina e timina
quando contengono ribosio o gli stessi nomi preceduti dal prefisso deossi-, quando contengono
deossiribosio.
Nucleotidi

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I nucleotidi si formano dall’unione dei nucleosidi con una o più molecole di acido fosforico, che si
coniugano tramite legame estere al carbonio 5’ (più spesso) o 3’ del ribosio. In base al numero di
fosfati legati allo zucchero si definiscono:
• i nucleotidi monofosfato (AMP adenosina monofosfato, GMP guanosina monofosfato, CMP
citidina monofosfato e TMP timidina monofosfato),
• i nucleotidi difosfato (ADP, GDP, CDP e TDP, come sopra con di fosfato invece di
monofosfato),
• i nucleotidi trifosfato (ATP, GTP, CTP e TTP, come sopra con trifosfato invece di
monofosfato)
Quando in numero maggiore di uno, i fosfati sono coniugati tra loro tramite legame anidridico
altamente energetico. Per questo i nucleotidi trifosfato sono molecole che possono agire da
donatori immediati di energia libera.
Funzioni dei nucleotidi
Oltre al ruolo importante di molecole deposito di energia chimica, i nucleotidi sono mattoni
costitutivi degli acidi nucleici. In particolar modo i ribonucleotidi, che contengono ribosio, formano
l’acido nucleico RNA, mentre i desossiribonucleotidi, contenenti deossi-ribosio, formano il DNA.
I nucleotidi sono poi utilizzati per la sintesi di alcuni coenzimi, quali il coenzima A, il NAD+ ed il
FAD+.
Ed ancora alcuni nucleotidi monofosfato (AMP o GMP) sono importanti molecole segnale,
utilizzate quali mediatori in diversi processi cellulari.
Digestione dei nucleotidi
Gli acidi nucleici ingeriti con gli alimenti vengono degradati a mononucleotidi dalle ribonucleasi e
desossiribonucleasi presenti nel secreto pancreatico e dalle polinucleotidasi presenti sulle
membrane dell’intestino tenue. Fosfatasi non specifiche idrolizzano i nucleotidi a nucleosidi.
Questi possono essere assorbiti come tali, oppure essere ulteriormente semplificati grazie
all’intervento di nucleosidasi, che liberano basi azotate e pentoso, oppure di nucleoside fosforilasi,
che producono pentoso-1-fosfato e base azotata. La maggior parte delle purine e pirimidine
apportate con la dieta non vengono utilizzate per la sintesi di nucleotidi, ma sono in realtà
degradate a livello intestinale (adenina e guanina sono convertite ad acido urico) ed escrete con
l’urina.
Biosintesi dei nucleotidi
Nell’uomo e nella maggior parte dei vertebrati la sintesi dei nucleotidi avviene generalmente de
novo, ovvero da precursori semplici quali amminoacidi, zuccheri e CO2. Esiste parallelamente

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anche una seconda possibilità, definita via di salvataggio, che ricicla le basi libere prodotte dal
turn-over intracellulare e dall’assorbimento dei nucleotidi assunti con l’alimentazione.
I processi fondamentali della sintesi de novo sono:
1) la sintesi delle basi azotate,
2) la fosforilazione delle purine,
3) la fosforilazione delle pirimidine.
Le purine sono sintetizzate direttamente come nucleotidi, a partire dal fosforibosilpirofosfato
(PRPP), cui vengono aggiunti progressivamente gli atomi che costituiscono l’anello purinico. Il
PRPP deriva dal ribosio-5-fosfato, a sua volta prodotto dalla via dei pentoso fosfati. Inoltre è un
intermedio nella via di recupero, nella sintesi di NAD+ e NADP+ e dei nucleotidi pirimidinici.
Biosintesi dei nucleotidi purinici
Gli atomi necessari per la sintesi dell’inosina monofosfato (IMP), il primo intermedio biosintetico
con un sistema ad anello purinico completo e precursore di AMP e GMP, sono forniti da glicina,
glutammina, aspartato, anidride carbonica ed il cofattore folato. Dieci reazioni successive portano
dal PRPP all’IMP. La prima, catalizzata dall’enzima PRPP-ammidotransferasi, prevede la donazione
di un gruppo amminico da parte della glutammina, a formare fosforibosilammina. La successiva
addizione di atomi donati da glicina (atomi di carbonio 4 e 5 e azoto 7 dell’anello), da glutammina
(azoto 3), da molecole di tetraidrofolato (carbonio 8 e 2), da aspartato (azoto 1) e dalla CO2
(carbonio 6), associata alla chiusura dell’anello, portano alla progressiva formazione del nucleoside
IMP. Sei molecole di ATP sono consumate in queste tappe, per fornire l’energia chimica necessaria
per fare tappe biosintetiche endoergoniche (accoppiamento delle reazioni). Un’ulteriore molecola
di ATP è consumata per la produzione di PRPP: in questo caso avviene un vero e proprio
trasferimento del gruppo pirofosfato dall’ATP al carbonio 1 del ribosio-5-fosfato.
Formazione di AMP e GMP dall’ IMP Dopo la sintesi di IMP, il processo biosintetico si dirama e
tramite una breve serie di tappe enzimatiche porta alla produzione di AMP e GMP.
Successivamente i nucleotidi monofosfato possono essere convertiti in nucleotide difosfato
attraverso processi di fosforilazione catalizzati da chinasi specifiche che, consumando ATP,
aggiungono successivi gruppi fosforilici. Un analogo percorso porta alla formazione di GTP
dal GDP. L’ATP viene invece formato a partire dall’ADP nel contesto della fosforilazione ossidativa,
della glicolisi e del ciclo di Krebs. Regolazione della biosintesi delle purine: un classico esempio di
feedback negativo Poiché la sintesi di IMP e nucleotidi purinici consuma ATP ed intermedi
anfibolici quali glicina, gluatammina e tetraidrofolato è importante che essa sia strettamente
regolata, in modo da essere commisurata alle esigenze della cellula. Il meccanismo di regolazione

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fondamentale è un classico esempio di regolazione a feedback negativo e si estrinseca soprattutto


controllando la velocità d’azione dell’enzima PRPP sintetasi e quindi determinando la
concentrazione di PRPP, metabolita di partenza della biosintesi. IMP, ma soprattutto AMP e GMP
agiscono da regolatori allosterici negativi sull’enzima. Essendo il PRPP utilizzato anche da altre vie
metaboliche, il controllo si esercita anche più specificamente sull’enzima PRPP-ammido
transferasi, enzima peculiare della sintesi delle purine, inibito allostericamente da AMP e GMP.
Questi meccanismi influiscono sul flusso complessivo dei metaboliti nel percorso biosintetico, ma
AMP e GMP regolano per retroazione la loro stessa produzione agendo sui processi che
trasformano IMP nei due nucleotidi. Inoltre, poichè ATP è necessario per la produzione
di GMP da IMP (necessario per le fosforilazioni di GMP e GDP a dare rispettivamente GDP e GTP), e
GTP lo è per quella di AMP da IMP ( nella prima tappa che porta da IMP a ATP è richiesta l’idrolisi
di GTP), si ha un’ulteriore regolazione incrociata che garantisce che la sintesi di un nucleotide
diminuisca in carenza dell’altro.
Sintesi delle Pirimidine
La sintesi dei nucleotidi pirimidinici si distingue dalla sintesi di quelli purinici per diversi aspetti. Il
PRPP, pur essendo fondamentale, non è coinvolto nella reazione iniziale, e soprattutto, l’anello
pirimidinico viene sintetizzato separatamente e poi aggiunto al ribosio-5-P. La reazione iniziale è la
formazione di carbammil-fosfato a partire da glutammina, CO2 e due ATP (la reazione è uguale alla
prima tappa del ciclo dell’urea, ma avviene nel citosol e non nel mitocondrio). Due condensazioni
successive, la prima con aspartato, la seconda intramolecolare, portano rispettivamente alla
formazione di carbammil-aspartato e diidroorotato, una molecola ciclica. Questo viene
deidrogenato ad acido orotico che, reagendo con il PRPP, porta alla formazione di OMP. La
successiva decarbossilazione di OMP porta ad UMP. Questo è il ribonucleotide di partenza per
formare gli altri nucleotidi pirimidinici. L’attacco successivo di fosfati donati da ATP porta a UDP e
UTP, dall’UTP si forma CTP, dall’UDP si forma TMP.
Regolazione Allosterica della sintesi delle pirimidine nell’uomo
Il controllo della sintesi delle pirimidine si esercita attraverso meccanismi di feedback negativo e
positivo. L’enzima sede della regolazione è la carbammil-fosfato sintetasi II, che catalizza la tappa
iniziale del processo. UDP e UTP sono effettori allosterici negativi, mentre PRPP e ATP sono
effettori positivi. La sintesi di purine e pirimidine procede comunque parallelamente, grazie
all’esistenza di controlli incrociati che realizzano un coordinamento delle due vie. In particolar
modo il reciproco controllo si esercita sulla reazione che porta alla sintesi di PRPP, metabolica
fondamentale in entrambe le vie. ADP e GDP, ma anche TDP esercitano un effetto allosterico

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negativo sulla ribosio-5-P pirofosfochinasi, rallentando la produzione di PRPP e quindi l’intero


processo di sintesi di nucleotidi.
La sintesi dei deossiribonucleotidi
La sintesi dei deossiribonucleotidi avviene a partire dai corrispondenti ribonucleotidi per azione
dell’enzima ribonucleotide reduttasi. La tioredoxina agisce da agente ossidante, tramite i gruppi –
SH delle sue cisteine.
Catabolismo Intracellulare delle Purine
La degradazione intracellulare dei nucleotidi purinici avviene ad opera di nucleotidasi e fosforilasi
che rispettivamente trasformano i nucleotidi in nucleosidi e quest’ultimi in basi azotate e ribosio-
1-P. L’adenosina è trasformata ad inosina ad opera dell’adenosina deamminasi.
Guanina ed ipoxantina sono trasformate in xantina e questa in acido urico ad opera dell’enzima
xantina ossidasi. L’acido urico è il metabolita finale della degradazione delle purine, eliminato con
le urine sotto forma di cristalli, a causa della sua bassa solubilità.
Salvataggio delle Purine
Le basi puriniche libere generate dalla degradazione dei nucleotidi vengono in realtà per la
maggior parte recuperate e riutilizzate per formare nuovi nucleotidi. Tale recupero è reso possibile
dagli enzimi adenina fosforibosiltransferasi (APRT) e ipoxantina-guanina fosforbosiltransferasi
(HGPRT), che catalizzano la reazione delle basi con il PRPP. AMP, IMP e GMP possono essere
sintetizzati anche senza ricorrere alla sintesi de novo. La sindrome di Lesh-Nyhan è una patologia
dovuta all’assenza o all’inattività dell’enzima per il recupero di guanina e ipoxantina. L’accumulo di
questi composti e di PRPP dà luogo a iperuricemia (con sintomi simili a quelli della gotta), ma
anche a sintomi neurologici e ritardo mentale.
Gotta
Quando la concentrazione dell’acido urico e dei suoi sali urati (iperuricemia) raggiunge livelli
elevati, il composto, scarsamente solubile, precipita sotto forma di cristalli che si depositano nei
tessuti molli e nelle articolazioni, formando depositi detti tofi. Lo stato patologico dovuto a tali
depositi viene definita gotta, caratterizzata da attacchi ricorrenti di natura artritica (artrite
gottosa), alterazioni renali e urolitiasi. Esistono forme primitive e secondarie di iperuricemia. Tra le
prime si annoverano quelle associate a diminuita attività dell’enzima che media il salvataggio delle
purine (HGPRT) oppure all’aumentata attività della PRPP sintetasi. In entrambi i casi si ha
produzione ed escrezione in eccesso di nucleotidi purinici, con conseguente iperuricemia.

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Farmaci in grado di bloccare l’enzima chiave della produzione di acido urico, la xantina ossidasi,
sono efficaci nel trattamento della gotta. L’allopurinolo è un analogo dell’ipoxantina, che si lega
all’enzima in modo irreversibile, bloccandone quindi l’attività.
Deficit di ADA
Un’altra patologia associata dovuta alla mancanza o inattività di un enzima del metabolismo
purinico e il deficit di Adenina Deamminasi (ADA), che si associa ad una immunodeficienza severa
combinata (SCID), caratterizzata da carenza di linfociti B e T. I bambini affetti da tale patologia
sono fortemente immunodepressi e soggetti a infezioni di varia natura. Spesso denominati
“bambini bolla”, perché obbligati a vivere in ambienti sterili ed isolati. La malattia è stata una delle
prime patologie ad essere trattata con successo tramite terapia genica e cellulare.
Farmaci chemioterapici
Molti farmaci chemioterapici agiscono bloccando o alterando il metabolismo purifico o
pirimidinico. Le cellule tumorali infatti, duplicandosi ad alta velocità, necessitano di una efficace
sintesi di nucleotidi per la replicazione del DNA. Questo tipo di farmaci antitumorali ne blocca la
produzione e quindi determina la morte delle cellule in attiva crescita. Poiché anche le cellule
normali si duplicano, si hanno effetti collaterali, spesso considerevoli, soprattutto a carico dei
distretti cellulari che si rinnovano con maggiore velocità (capelli, linfociti, etc).
Uno di questi farmaci è il 5-fluoro-uracile. All’interno dell’organismo è convertito a 5-F-dUMP, che
compete con il dUMP per il sito attivo dell’enzima timidilato sintasi. Legandosi all’enzima in modo
irreversibile ne blocca l’attività. La mancata produzione di TMP, rende le cellule incapaci di
replicare il proprio DNA.
Il metotrexato determina lo stesso tipo di effetto finale, agendo tuttavia in modo diverso. Blocca la
diidrofolato redattasi, necessaria per la produzione di tetraidrofolato, coenzima essenziale per la
sintesi di dTMP.
Catabolismo Pirimidine
La degradazione dei nucleotidi pirimidinici è inizialmente simile a quella dei nucleotidi purinici con
enzimi specifici che defosforilano e deamminano rispettivamente il nucleotide ed il nucleoside.
Le basi pirimidiniche seguono un percorso catabolico diverso da quello delle purine, in quanto non
danno luogo ad acido urico, ma a metaboliti altamente solubili (b-alanina e b-amminobutirrato)
ed in parte utilizzabili da altre vie metaboliche.
Riepilogo
Basi azotate (adenina e guanina = purine, timina, citosina e gracile= pirimidine) coniugate allo
zucchero ribosio formano i nucleosidi. L’attacco di gruppi fosfato al ribosio dei nucleosidi forma i

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nucleotidi (mono, di e trifosfati), Sono molecole fondamentali per la sintesi degli acidi nucleici,
quali fonte di energia chimica (ATP), quali molecole segnale (AMP) e componenti di altri composti
(NAD+, FAD+). I nucleotidi non sono essenziali e l’organismo umano può sintetizzarli, anche se
attraverso vie metaboliche complesse. La sintesi delle purine ha come precursore fondamentale il
PRPP, cui vengono aggiunti progressivamente atomi di carbonio ed azoto a costruire l’anello
purinico. La sintesi delle pirimidine vede invece la costruzione separata dell’anello della base
azotata, che viene successivamente coniugato al PRPP.
La degradazione delle purine dà luogo ad acido urico, composto scarsamente solubile, il cui
accumulo si associa a stati patologici diversi (gotta, sindrome di Lesh Nyhan). Quella delle purine
produce invece composti solubili e, in parte, utilizzabili da altri metabolismi.

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CAPITOLO 7: Fosforilazione ossidativa


INTRODUZIONE
I sistemi viventi possono essere distinti, in base al consumo d’ossigeno, in organismi aerobi ed
organismi anaerobi. I primi necessitano di ossigeno per poter produrre l’energia chimica
necessaria per la vita stessa. Il termine di respirazione cellulare indica generalmente l’insieme di
reazioni che culminano con la riduzione dell’ossigeno ad acqua determinando la concomitante
produzione di ATP. Negli eucarioti la fase finale di tale processo avviene nei mitocondri, per questo
definiti le centrali elettriche delle cellule, e viene denominata fosforilazione ossidativa. Essa
rappresenta il principale meccanismo di produzione di energia per la cellula e si realizza attraverso
una serie successiva di reazioni di ossidoriduzione, in cui gli elettroni forniti da NADH e FADH2
sono trasferiti all’ossigeno attraverso la cosiddetta catena respiratoria.
OBIETTIVI
La lezione presenta richiami essenziali sugli aspetti chimici delle reazioni di ossidoriduzione.
Successivamente vengono analizzate le caratteristiche strutturali e funzionali della catena
respiratoria mitocondriale, sede della fosforilazione ossidativa. Verranno spiegati i concetti di
accoppiamento tra consumo di ossigeno e produzione di ATP e la teoria chemismotica, che
descrive i meccanismi alla base di tale accoppiamento.
Respirazione Cellulare
Gli organismi aerobi necessitano di ossigeno per poter produrre l’energia necessaria per le
funzioni vitali. La respirazione cellulare rappresenta l’insieme delle reazioni di natura catabolica
che, demolendo le macromolecole apportate dall’esterno attraverso l’alimentazione, ne
estraggono equivalenti riducenti (elettroni), da convogliare nei mitocondri per ridurre l’ossigeno
molecolare ad acqua. Quest’ultima fase del processo è detta fosforilazione ossidativa e
rappresenta la principale fonte di ATP per la cellula di esseri viventi eterotrofi. A differenza degli
organismi autotrofi, che sfruttano l’energia solare per produrre ATP (fotofosforilazione) e
macromolecole organiche, gli eterotrofi utilizzano macromolecole esogene ed ossigeno per poter
vivere. La demolizione dei nutrienti avviene attraverso processi di ossido-riduzione controllati, che
consentono di estrarre con elevato rendimento energia chimica dalle macromolecole.
Reazioni di ossidoriduzione
Le reazioni di ossido-riduzione (redox) giocano quindi un ruolo fondamentale nei meccanismi
cellulari di produzione di energia. Dal punto di vista chimico, affinché una reazione di
ossidoriduzione possa verificarsi, è sufficiente che siano presenti due sostanze: una che cede

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elettroni ed una che acquista gli elettroni ceduti dalla prima sostanza. E’ importante che nelle
reazioni di ossidoriduzione sia rispettato il principio di elettroneutralità ovvero che tutti gli
elettroni messi in gioco da una sostanza siano accettati da un’altra sostanza. In una reazione di
ossidoriduzione possiamo distinguere due semireazioni: una semireazione di ossidazione ed una
semireazione di riduzione, che possono essere separate solo da un punto di vista teorico.
Reazioni di Ossidazione
La semireazione di ossidazione indica la perdita di elettroni da parte di un composto (o di un
atomo all’interno di un composto) che si trasforma in un altro composto. In alcuni casi (ma non in
tutte le semireazione di ossidazione), la perdita di elettroni si associa ad un incremento del
contenuto di ossigeno del composto. Da qui deriva il termine di ossidazione. Il glucosio (C6H12O6)
trasformandosi in anidride carbonica si ossida in quanto perde elettroni (il n° di ossidazione del
carbonio passa da 0 a +4) ed incrementa il contenuto in ossigeno (rapporto C/O nel glucosio = 1/1,
rapporto C/O2 nella CO2 =1/2).
Reazioni di Riduzione
La semireazione di riduzione indica invece il guadagno di elettroni (persi dal composto che ha
subito l’ossidazione) da parte di un composto che si trasforma in un altro composto. In alcuni casi
(ma non in tutte le semireazione di ossidazione), l’acquisto di elettroni si associa ad una riduzione
del contenuto di ossigeno del composto. Nella combustione del glucosio l’ossigeno molecolare
trasformandosi in acqua si riduce: l’atomo di ossigeno guadagna due elettroni (il numero di
ossidazione passa da 0 a –2, poiché gli elettroni condivisi nel legame covalente con l’idrogeno
possono essere attribuiti in toto all’ossigeno, in quanto atomo più elettronegativo).
Reazioni Redox
La sostanza che si riduce viene detta ossidante (agente ossidante) in quanto acquistando elettroni
determina l’ossidazione di un’altra sostanza. La sostanza che si ossida viene detta riducente
(agente riducente) in quanto acquistando gli elettroni permette ad un'altra sostanza di ridursi.
Nella reazione tra Mg e F2 a dare MgF2, il Mg perdendo elettroni si ossida ed agisce da agente
riducente, mentre il F acquista elettroni e quindi si riduce ed agisce da ossidante.
Poiché molte reazioni di ossidoriduzione sono reversibili, una volta che il donatore di elettroni
(agente riducente) ha ceduto i suoi elettroni, ossidandosi, è diventato un accettore di elettroni.
Analogamente un accettore di elettroni diviene un donatore di elettroni. Lo stesso concetto si
esprime dicendo che in una reazione di ossidoriduzione, ciascun reagente esiste in una forma
ridotta (donatore di elettroni) e in una forma ossidata (accettore di elettroni).
Potenziale standard di riduzione

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Essendo reazioni reversibili, le redox sono caratterizzate da una costante di equilibrio (Keq), che
indica quale direzione della reazione è spontaneamente favorita; possiamo generalizzare che Keq
dipende alle affinità relative dei due composti accettori per gli elettroni. Riferendosi alla reazione
complessiva In figura, se l’accettore (2) ha maggiore affinità per gli elettroni dell’accettore (1), la
reazione decorrerà prevalentemente verso destra.
Il Potenziale di riduzione standard (E°) è una misura quantitativa dell’affinità per gli elettroni.
Esso viene determinato per ciascuna semi-reazione di riduzione misurando, tramite un voltmetro,
quantità e direzione del flusso di elettroni generato dall’accoppiamento (tramite l’unione di semi
celle attraverso un cavo elettrico) di una semi-reazione di riferimento e una semi-reazione di
interesse. La semi-reazione di riferimento è per convenzione quella dell’idrogeno (H+ __ ½ H2), cui
è stato conferito, in condizioni standard (25 °C, concentrazione di H+ = 1M, pressione di H2 = 1
atm), valore zero; la semi cella di misura contiene una coppia donatore accettore alla stessa
molarità o pressione. Il flusso di elettroni lungo il cavo elettrico si sposterà verso la cella
contenente l’accettore di elettroni con maggiore affinità per gli stessi. Per convenzione il
Potenziale di riduzione standard (E°) della coppia in esame avrà valore positivo se il flusso di
elettroni avviene dalla cella di riferimento a quella di misura, valore negativo nel caso opposto. Il
suo valore numerico sarà invece un indice della quantità di elettroni scambiati nella reazione redox
complessiva. Coniugando le coppie donatore/accettore possibili con quella di riferimento, se ne
sono misurati i rispettivi E°. Conoscendo il loro valore, si può stabilire in quale direzione avverrà lo
scambio di elettroni quando si uniscono due coppie accettore/donatore qualsiasi. La coppia con E°
maggiore accetterà gli elettroni, ovvero la semireazione avverrà nel senso della riduzione, mentre
quella con E° minore donerà gli elettroni e la semi reazione procederà nel senso della ossidazione.
La differenza algebrica dei singoli potenziali di riduzione corrisponde al potenziale complessivo
della redox in esame (DE°).
Potenziale redox
Da quanto detto precedentemente redox spontanee avranno DE° totale positivo. Esiste una
correlazione tra DE° e variazione di energia libera (DG°), infatti DG° = -nF DE° (n= numero di
elettroni scambiati nella redox, F = costante di Faraday. Come si vede, quando DE°>0 e DG°<0 la
redox è spontanea. Il valore del potenziale di riduzione varia al variare delle concentrazioni dei
reagenti, della
temperatura e del pH. Il potenziale di riduzione biologico standard E°’ è misurato mantenendo
nella cella di misura pH 7 (concentrazione degli H+ =10-7 molare) e reagenti sempre in
concentrazioni 1 molare.

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Un’apposita formula consente di calcolare i valori dei potenziali di coppie redox quando la
concentrazione ( o la pressione) dei singoli reagenti è diversa da 1 (quello che accade nelle cellule).
L’elenco presenta i E°’ di diverse semi-reazioni di riduzione che avvengono all’interno delle cellule.
La presenza dell’ossigeno in cima alla lista, con il valore più alto di E°’ (0,82), spiega il fatto che
l’ossigeno molecolare sia l’accettore finale degli elettroni liberati dalle varie ossidazioni nella
cellula. Esso rappresenta l’accettore con maggiore affinità per gli elettroni (agente ossidante più
forte).
Il potenziale redox complessivo della respirazione
Compreso meglio alcune caratteristiche fondamentali delle reazioni, possiamo analizzare la
chimica della respirazione più nel dettaglio. Nell’ambito della respirazione mitocondriale, la catena
respiratoria convoglia gli elettroni sull’ossigeno, che si riduce ad acqua. La semireazione di
riduzione è quindi:
½ O2 +2e- _H2O.
Il suo E°’ è pari a 0.82 volt. Gli elettroni prodotti dalla demolizione ossidativa dei nutrienti sono
convogliati per lo più sul trasportatore di elettroni NADH. Questo coenzima rappresenta quindi il
donatore di elettroni per l’ossigeno, secondo la seguente reazione di ossidazione:
NADH + H+ _ 2H+ + 2e-.
E°’ di questa semireazione è pari a 0,32 volt (essendo scritta nel verso opposto a quello presente
nella tabella, si deve cambiare il segno). Il DE°’ complessivo sarà la somma algebrica dei due valori,
pari a 1,14 volt. Il suo valore positivo conferma che il flusso degli elettroni dal NADH all’ossigeno è
un fenomeno spontaneo. Il calcolo della variazione di energia libera dà un valore di – 219 kJ/mole
(-52,6 kCal/mole). Tale energia rappresenta la forza termodinamica che consente l’accoppiamento
della catena respiratoria con la produzione di ATP tramite la fosforilazione ossidativa.
Connessione tra processi catabolici e catena di trasporto degli elettroni
I nucleotidi piridinici NAD+ e FAD rappresentano i coenzimi su cui vengono convogliati la maggior
parte degli elettroni ceduti dalle macromolecole nutritive nel corso della loro demolizione
ossidativa. Il meccanismo prevede l’intervento di deidrogenasi NAD (o FAD) dipendenti, che
realizzano la reazione generalmente reversibile:
substrato ridotto + NAD+ __ substrato ossidato + NADH + H+
Il trasferimento di elettroni dal substrato al coenzima avviene contemporaneamente al distacco di
2
atomi di idrogeno dal substrato; uno sotto forma di ione idruro (:H+), che si lega al NAD+, l’altro
sotto forma di idrogenione (H+), che si libera nello spazio circostante.

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Nel caso di reazioni citosoliche (per esempio, nel corso della glicolisi, quella catalizzata dall’enzima
gliceraldeide-3-P-deidrogenasi) il NADH ridotto si dissocia dall’enzima e, essendo solubile, diffonde
verso i mitocondri, sede della fosforilazione ossidativa. Tuttavia il coenzima non entra
nell’organello, ma cede glielettroni a trasportatori presenti sulla membrana esterna del
mitocondrio. Molte reazioni di deidrogenazione NAD+ dipendenti avvengono però all’interno del
mitocondrio (ciclo di Krebs, beta ossidazione degli acidi grassi) e quindi gli elettroni sono in questo
caso già nella sede della catena respiratoria. Anche FAD (o FMN) si comportano in modo simile al
NAD+, con la differenza che possono accettare anche un solo elettrone e che, spesso, sono legati
saldamente all’enzima con cui operano.
Il metabolismo e la fosforilazione ossidativa
I mitocondri sono la sede in cui avviene la fosforilazione ossidativa e quindi la produzione della
maggior parte dell’ATP cellulare: sono le centrali elettriche della cellula. Presentano una doppia
membrana; quella esterna facilmente permeabile e quella interna che, essendo molto più
impermeabile, può essere superata solo tramite molecole che fungono da trasportatori specifici.
L’impermeabilità della membrana interna alle molecole in genere ed agli ioni in particolare è un
fenomeno estremamente rilevante per il meccanismo che consente di accoppiare riduzione
dell’ossigeno a produzione di ATP.
La membrana interna è sede delle proteine che costituiscono la cosiddetta catena respiratoria o
catena di trasporto degli elettroni (CTE) dai coenzimi purinici ridotti all’ossigeno. La matrice
mitocondriale, delimitata dalla membrana interna, contiene molti enzimi (ciclo di Krebs, beta
ossidazione, altre vie ossidative) capaci di produrre coenzimi purinici ridotti.
I mitocondri contengono quindi l’insieme dei catalizzatori (CTE) che raccolgono gli equivalenti
riducenti e li trasportano all’accetore finale, l’ossigeno. Contengono anche il meccanismo che
realizza la trasformazione dell’energia liberata dalle ossidoriduzioni della CTE in ATP ed anche la
maggior parte dei sistemi enzimatici che realizzano la semplificazione di molte molecole organiche
(acetil-CoA nel ciclo di Krebs, acidi grassi nella beta ossidazione) con contemporanea generazione
di coenzimi NADH e FADH2.
Alcuni di questi coenzmi sono generati anche all’esterno del mitocondrio, nel citoplasma. Il loro
ingresso nella CTE mitocondriale prevede sistemi di trasporto specifici che consentono di superare
la barriera delle membrane mitocondriali. Analizzeremo tali meccanismi in dettaglio in seguito.
La catena di trasporto degli elettroni (CTE)
La redox complessiva della catena respiratoria può essere riassunta in un processo di riduzione

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dell’ossigeno con concomitante deidrogenazione (ossidazione) di NADH (o FADH2). Tuttavia


questa reazione, fortemente esoergonica (DG°’ = -219 kJ/mole) non avviene in un’unica reazione,
ma è distinta in cicli successivi di deidrogenazione, in cui coppie accettore/donatore con E°’ via via
più elevati si susseguono cedendo elettroni l’una all’altra, fino ad arrivare alla riduzione finale
dell’ossigeno. Questo meccanismo complesso, mantenendo una differenza di potenziale
complessiva e quindi un’energia libera uguale a quella che si avrebbe in una reazione unica,
consente una liberazione progressiva e meglio controllata dell’energia, che può così essere
pienamente sfruttata per produrre energia. La CTE è formata da una serie di proteine (o complessi
proteici) integrali della membrana mitocondriale interna, cui sono legati gruppi prostetici o
cofattori capaci di legare e cedere elettroni. NADH e FADH2 sono i coenzimi trasportatori iniziali,
cui seguono e si associano ubichinone, gruppi eme e gruppi ferrozolfo.
L’ubichinone (o coenzima Q) è una molecola lipofilica, capace di diffondere liberamente nella
membrana mitocondriale interna. Si riduce accettando 1 o 2 elettroni (QH* o QH2), che poi cede
ad un altro trasportatore, riossidandosi. Il gruppo eme ed i gruppi ferro-zolfo contengono un
atomo di ferro quale centro di ossidoriduzione: ovvero passa reversibilmente dallo stato ossidato
(Fe3+) allo stato ridotto (Fe2+).
CTE: ^E°’ e ^G°
Questi cofattori capaci di legare e cedere elettroni sono inseriti nei quattro complessi proteico-
lipidici che costituiscono la CTE. Sono denominati complesso I, II, III e IV e, quasi tutti, sono
intrinseci alla membrana mitocondriale interna. Essi realizzano il passaggio progressivo di elettroni
dal primo componente, il complesso I, all’ultimo accettore, l’ossigeno. Il meccanismo prevede una
serie di passaggi complicati tra diversi coenzimi e cofattori con una variazione di energia libera
complessiva pari a circa 50 Kcal/mole.
CTE: complesso I
Il complesso I, chiamato anche NADH:ubichinone-ossidoreduttasi media il trasferimento di
elettroni dal coenzima NADH all’ubichinone. Tale trasferimento avviene sotto forma di ione idruro
(:H-), che passa dal NADH ad un coenzima flavinico (FMN) e poi a centri ferro-zolfo associati al
complesso I.
Contemporaneamente il complesso I determina il trasferimento di 4 protoni idrogeno (H+) dalla
matrice allo spazio intermembrana mitocondriale. Agisce quindi da pompa protonica, sfruttando
l’energia liberata dalla cessione di elettroni da una coppia donatore/accettore (NAD+/NADH) con
E°’ minore (-0,32) ad una (Q/QH2) con E°’ maggiore (+0,1).
CTE: complessi II e III

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Il complesso II corrisponde ad un enzima del ciclo di Krebs, la succinato deidrogenasi, che


trasferisce equivalenti riducenti dal succinato al coenzima FAD e quindi, probabilmente attraverso
proteine con centri Fe-S, all’ubichinone. Altre deidrogenasi mitocondriali (acil-CoA deidrogenasi
della beta ossidazione o la glicerolo-fosfato deidrogenasi) trasferiscono elettroni all’ubichinone.
L’ubichinone ridotto, potendo fluire nell’ambito della membrana mitocondriale interna, agisce da
connettore tra complesso I e II e citocromo c.
Il complesso III (ubichinone:citocromo c ossidoreduttasi) è il sistema enzimatico che realizza tale
trasferimento: esso contiene cofattori eme (citocromi) e Fe-S, che, con un meccanismo complesso
consentono l’ossidazione del QH2 a Q (E°’ = + 0,10) con contemporanea riduzione del citocromo c
(E°’ = + 0,22). Contemporaneamente il sistema enzimatico utilizza l’energia liberata
dall’ossidoriduzione esorgonica per pompare 4 idrogenioni (H+) dalla matrice allo spazio
intermembrana. È da notare che i centri eme dei citocromi trasportano un elettrone alla volta, per
cui l’ossidazione dell’ubichinone comporta la riduzione di due molecole di citocromo c.
CTE: citocromo c e complesso IV
Il citocromo c è una proteina solubile dello spazio intermembrana che, come l’ubichinone, realizza
una connessione tra complessi meno mobili nella membrana mitocondriale interna. Infatti realizza
la connessione tra complesso III e complesso IV, trasferendo elettroni a quest’ultimo. Il complesso
IV, denominato citocromo ossidasi, realizza la fase finale della CTE, ovvero la riduzione
dell’ossigeno ad acqua. La riduzione di 4 molecole di citocromo c ossidato (E° = +0,22 V) fornisce 4
elettroni che, associati a 4 H+ provenienti dalla matrice mitocondriale, consentono la riduzione
dell’ossigeno molecolare (O2, E° = +0,82 V) ad H2O. L’energia liberata dall’ossidoriduzione viene
utilizzata per far fluire altri 4 protoni H+ attraverso la membrana mitocondriale interna verso lo
spazio intermembrana. Il filmato ripercorre tutte le tappe successive del trasferimento di elettroni
dal NADH all’ossigeno.
Fosforilazione Ossidativa (Teoria chemiosmotica)
La riduzione dell’ossigeno ad acqua a partire dagli equivalenti riducenti donati dai coenzimi
purinici o flavinici è una reazione fortemente esoergonica (DG° = – 219 kJ/mole). L’energia viene
liberata progressivamente attraverso il passaggio graduale di elettroni tra coppie redox con
potenziale via via maggiore. L’energia liberata da ciascun passaggio consente l’espulsione di
protoni H+ dalla matrice allo spazio intermembrana (la membrana interna è impermeabile ai
protoni), L’accumulo di H+ nello spazio intermembrana rappresenta una forma di energia, detta
forza motrice protonica, per due fattori:
1) l’energia potenziale correlata al gradiente di concentrazione di una specie chimica (H+) a cavallo

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di una membrana,
2) l’energia legata al potenziale elettrico dovuto alla differenza di carica che si realizza ai due lati
della stessa membrana; all’esterno si ha infatti un accumulo di cariche positive, mentre all’interno
un accumulo di cariche negative (OH-). Questi gradienti rappresentano forme di energia potenziale
in cui è trasformata l’energia liberata dall’ossidoriduzione e che sono sfruttate per produrre ATP.
Sono quindi la forza motrice della fosforilazione ossidativa.
Catena di trasporto degli elettroni (ETC)
La CTE produce, per ogni mole di coppie di elettroni trasportata all’ossigeno, una quantità di
energia (circa 200kJ) elevata, conservata quale energia potenziale nel gradiente elettrochimico a
cavallo della membrana interna mitocondriale. Tale energia è termodinamicamente sufficiente per
produrre ATP. Solo recentemente il meccanismo che associa tale forza elettrochimica alla
produzione di ATP è stato, almeno in parte, delucidato e viene comunemente definito modello o
teoria chemiosmotica. Tale modello prevede che la forza motrice elettrochimica generata
dall’espulsione di protoni consenta la sintesi di ATP attraverso il flusso inverso degli stessi protoni,
dallo spazio intermembrana alla matrice. Tale flusso avviene attraverso un canale protonico che fa
parte dell’enzima ATP sintasi. Il blocco di tale canale protonico (per esempio tramite sostanze quali
l’oligomicina), rende impossibile la sintesi di ATP.
ATP sintasi
L’ATP sintasi è un enzima complesso, in cui si distinguono due componenti, denominate F1 e Fo. La
porzione F1 è costituita da 9 subunità, di cui quella b contiene l’attività catalitica. Si associa alla
membrana mitocondriale interna solo grazie ad un’interazione con la componente Fo.
Quest’ultima è un complesso multimerico, saldamente inserito nel foglietto lipidico della
membrana mitocondriale; rappresenta il vero canale attraverso cui fluiscono gli elettroni. Il
meccanismo con cui la proteina sfrutta il gradiente elettrochimico quale energia per sintetizzare
ATP è complicato e prevede modifiche conformazionali successive della subunità b di F1, che
determinano prima il legame con ADP e fosfato inorganico, poi la formazione del legame
anidridico ed infine il distacco dell’ATP. Caratteristica peculiare di questo processo è il fatto che,
quando avviene nel contesto dell’ATP sintasi, la reazione ADP + Pi _ _ ATP + H2O risulta reversibile
(in condizioni normali, la sintesi di ATP è fortemente endoegonica). Il flusso di protoni attraverso il
canale sembra essere necessario per il distacco dell’ATP neosintetizzato.
CTE e Fosforilazione Ossidativa (Chemiosmosi per FADH2)
Quando la CTE riceve elettroni dal NADH, li trasferisce all’ossigeno con la contemporanea
espulsione di 10 protoni dalla matrice: 4 pompati dal complesso I, 4 dal complesso III e 2 dal

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complesso IV. Se gli equivalenti riducenti giungono invece dal FADH2 attraverso la succinato
deidrogenasi, il complesso I non interviene nell’ossidoriduzione e quindi il numero di protoni
pompati nello spazio intermembrana è inferiore (6). È stato calcolato che per la produzione di una
molecola di ATP è necessario il flusso di protoni attraverso il canale dell’ATP sintasi. Si può quindi
calcolare che ciascuna molecola di NADH, quando viene riossidata tramite la CTE, porta alla
produzione di 2,5 molecole di ATP. La riossidazione del FADH2, partendo più a valle nella CTE
(viene saltato l’intervento del complesso I) ha invece una resa inferiore, pari a 2 molecole di ATP
per molecola riossidata.
Il gradiente elettrochimico: altre funzioni
L’energia potenziale del gradiente protonico creato ai due lati della membrana mitocondriale
interna viene utilizzata, o almeno facilita, anche per scopi diversi da quello della produzione di
ATP. In particolar modo viene impiegata per favorire il trasporto di molecole attraverso la
membrana mitocondriale interna. ATP e ADP sono trasportati in direzione opposta (antiporto)
dalla traslocasi dei nucleotidi purinici: l’ADP dallo spazio intermembrana verso la matrice, l’ATP in
senso opposto. Poiché l’ATP ha 4 cariche negative e l’ADP tre, lo scambio realizzerebbe una
differenza di cariche negative nei due ambienti; la presenza nello spazio intermembrana di una
maggiore concentrazione di cariche positive facilita il flusso delle due molecole. Altro esempio è il
trasporto nella matrice del fosfato inorganico necessario per la sintesi di ATP, che avviene
contemporaneamente a quello di un protone H+. La maggiore concentrazione di questo
all’esterno rende più semplice il trasporto; in questo caso, a differenza di quanto avviene
nell’antiporto di ADP/ATP, una parte dell’energia del gradiente elettrochimico, viene
effettivamente consumata, poiché un protone torna nella matrice.
Trasporto attraverso le membrane mitocondriali: i sistemi navetta
I coenzimi purinici rappresentano la fonte di equivalenti riducenti che alimenta la CTE e la
fosforilazione ossidativa. La maggior parte di questi viene prodotto nella matrice mitocondriale dal
ciclo di Krebs e dalla beta ossidazione degli acidi grassi. Altri equivalenti riducenti sono tuttavia
generati nel citosol, soprattutto dalle reazioni ossidoriduttive della glicolisi. La riossidazione di tali
coenzimi è fondamentale per il proseguimento delle attività metaboliche aerobie; si pone tuttavia
il problema del loro ingresso nei mitocondri. “Ingegnosi” sistemi navetta superano tale ostacolo.
Tali sistemi sfruttano trasformazioni chimiche uguali, che avvengono in direzioni opposte ai lati
della membrana mitocondriale, generando molecole che possono superare quest’ultima. Nel rene,
nel cuore e nel fegato il sistema più utilizzato è la navetta del malato-aspartato. Malato ed
aspartato possono essere trasportati attraverso la membrana interna (l’aspartato con

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contemporaneo flusso di protoni H+) e trasformati l’uno nell’altro attraverso alcune reazioni, che,
nel complesso, risultano nel trasporto netto di equivalenti riducenti (NADH) nella matrice
mitocondriale. Nel muscolo e nel cervello il sistema navetta per il NADH coinvolge glicerolo-fosfato
e diidrossiacetone-fosfato. In questo caso, il ciclo di reazioni che fanno fluire gli equivalenti
all’interno del mitocondrio, porta alla trasformazione del NADH citoplasmatico in FADH2
mitocondriale. Dal punto di vista energetico si ha una minore produzione di ATP (2 molecole
invece di 2,5).
Regolazione della fosforilazione ossidativi
La velocità con cui gli elettroni fluiscono lungo la CTE e l’ATP viene prodotto dalla ATP sintasi è
strettamente correlata alle esigenze energetiche della cellula, così come in genere lo è l’insieme
delle reazioni ossidative a carico dei nutrienti, da cui derivano gli equivalenti riducenti per la
fosforilazione ossidativa stessa.
Tale connessione esigenze/consumo di ossigeno si realizza attraverso la concentrazione dell’ADP
([ADP]) quale regolatore principale. Quale substrato necessario per la sintesi di ATP, la sua
disponibilità regola e limita direttamente la reazione finale. In caso di mancata o ridotta sintesi di
ATP (per assenza/carenza di ADP), l’accumulo di H+ nello spazio intermembrana raggiunge livelli
massimi, oltre i quali non può procedere, e quindi la CTE viene bloccata/rallentata. Esiste quindi un
accoppiamento fisico irrinunciabile tra CTE e sintesi di ATP e viceversa. Agenti capaci di dissociare i
due fenomeni vengono detti disaccoppianti e sono generalmente veleni. Solo in condizioni
particolari tale stretto connubio può venir meno. Un esempio è quanto succede nel grasso bruno
(tessuto adiposo tipico dei neonati e degli animali che vanno in letargo), dove i mitocondri
possiedono un disaccoppiante naturale (termogenina), che consente il trasferimento di elettroni
lungo la CTE senza che venga prodotto ATP. La termogenina è un canale per protoni, che
consentendo il flusso di H+ dallo spazio intermembrana alla matrice, dissipa l’energia del gradiente
elettrochimico sotto forma di calore.
Riepilogo
Le ossidoriduzioni sono reazioni chimiche fondamentali per il metabolismo cellulare e soprattutto
per la produzione di energia. Sono reazioni caratterizzate da uno scambio di elettroni tra un
donatore (agente riducente, che si ossida) ed un accettore (agente ossidante, che si riduce).
Essendo reazioni generalmente reversibili, quando un donatore cede elettroni, si trasforma in un
accettore, e viceversa. Ciascuna coppia donatore/accettore è caratterizzata da un preciso valore di
Potenziale di riduzione (Eo’), un parametro sperimentale (misurato in Volt) che misura l’affinità di
ciascun accettore per gli elettroni. Quando si uniscono due coppie donatore/accettore in una

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reazione redox il flusso di elettroni avverrà spontaneamente verso l’accettore con maggiore
affinità per gli stessi (E0’ più positivo). La misura della differenza di potenziale (DE0’) tra le due
coppie (differenza tra i due E0’) è un indice della spontaneità o meno della reazione: se DE0’> 0
anche DG0’ > 0.
La catena di trasporto degli elettroni è un sistema di complessi proteici localizzati nella membrana
mitocondriale interna che realizza, attraverso una serie di ossidoriduzioni successive, il flusso
progressivo di elettroni dal NADH e FADH2 all’ossigeno, con produzione finale di H2O. Tale flusso
avviene tra coppie redox con E0’ via via più positivo, per una DE0’ complessiva pari a 1,14 Volt. I
complessi mitocondriali, mentre trasferiscono elettroni all’ossigeno, pompano H+ nello spazio
intermembrana dei mitocondri. L’accumulo di protoni in questa sede crea un gradiente
elettrochimico ai due lati della membrana, che rappresenta una forma di energia potenziale. Tale
energia è sfruttata dall’enzima ATP sintasi per produrre ATP (fosforilazione ossidativa). Il
meccanismo richiede il rientro di protoni nella matrice attraverso un canale costituito dall’enzima
stesso. In questo modo il trasporto di equivalenti riducenti lungo la CTE e la sintesi di ATP sono
strettamente accoppiate. La riossidazione del NADH genera 2,5 molecole di ATP, quella del FADH2
2 molecole.

CAPITOLO 8: La regolazione del metabolismo: gli ormoni


INTRODUZIONE
Negli organismi multicellulari esiste un complesso sistema di comunicazione inter-cellulare e tra
cellule ed ambiente esterno, che consente di adeguare l’attività di ogni singola cellula alle
esigenze dell’intero organismo ed, al tempo stesso, ai cambiamenti dell’ambiente esterno. Il
sistema nervoso ed il sistema endocrino esplicano ruoli fondamentali in quest’opera di
modulazione e mantenimento dell’omeostasi. Mentre il sistema nervoso agisce rapidamente
attraverso impulsi nervosi che si propagano lungo i nervi e portano messaggi dal centro alla

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BASI BIOLOGICHE E MOLECOLARI DEL
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periferia e viceversa, il sistema endocrino è relativamente più lento ed agisce attraverso molecole
di diversa natura, definite ormoni. Si tratta di molecole che, liberate nel sangue da parte di cellule
specifiche (ghiandole endocrine), sono in grado di essere selettivamente captate da altre cellule
(organi bersaglio), che rispondono a tale segnale con modifiche del proprio metabolismo e della
propria attività. La specificità dell’interazione ormone-cellula bersaglio è mediata dalla presenza
nella cellula bersaglio di molecole proteiche con funzione recettoriale, capaci di riconoscere e
legare con altissima sensibilità e specificità determinate molecole di natura ormonale. Gli
organismi complessi, quali quelli dei mammiferi, producono più di cento ormoni diversi, ciascuno
dei quali interagisce specificamente con uno o più tipi cellulari.
OBIETTIVI
La lezione descrive:
• la natura chimica degli ormoni,
• i principi generali dei processi di trasduzione del segnale operati dalle molecole ormonali,
• i meccanismi molecolari con cui le cellule attuano la risposta al segnale ormonale,
• i diversi tipi di interazione ormone-recettore.
Crescita/proliferazione di organismi multicellulari
Negli organismi cellulari l’elemento fondamentale che determina le possibilità di crescita,
moltiplicazione e sopravvivenza è rappresentato pressoché esclusivamente dalla disponibilità di
nutrienti. Invece negli organismi multicellulari, specie se particolarmente complessi come
l’organismo umano, la crescita la differenziazione e la sopravvivenza stessa delle singole cellule dei
vari organi e dell’organismo in toto dipende non solo dalla disponibilità di nutrienti, ma anche
dalla stretta interazione tra cellula e cellula, organo ed organo, organismo ed ambiente. Esempio
eclatante di questo fatto è rappresentato proprio dalla proliferazione cellulare, che negli organismi
multicellulari è sottoposta ad una sorta di “controllo sociale” da parte delle altre cellule
dell’organismo, vicine e non. La presenza di peculiari fattori di proliferazione, in associazione alla
disponibilità di nutrienti, è un elemento fondamentale per consentire la duplicazione cellulare.
Fattore di crescita
Così come la proliferazione, molti altri fenomeni cellulari quali la differenziazione, la crescita, la
sopravvivenza ed il mantenimento dell’omeostasi (quindi l’insieme delle vie cataboliche ed
anaboliche) sono regolati da interazioni tra cellula e cellula, tra organo ed organo, tra organo ed
ambiente esterno. Questi fanno sì che il metabolismo e l’attività di ciascuna cellula siano adeguate
alle esigenze dell’intero organismo e alle necessità di adattamento ai cambiamenti dell’ambiente
esterno. Il venir meno o la disregolazione di tali meccanismi di comunicazione è causa di stati

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BASI BIOLOGICHE E MOLECOLARI DEL
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patologici di diversa natura. Rimanendo all’esempio della proliferazione, la trasformazione


tumorale di una cellula si associa generalmente allo svincolamento dal “controllo sociale” della
crescita, e quindi all’acquisizione di capacità proliferative non più regolate da segnali extracellulari,
ma unicamente dipendenti dalla disponibilità di nutrienti.
Le modalità della comunicazione tra cellule
I meccanismi con cui le cellule scambiano informazioni e comunicano tra loro sono diversi. Una
prima possibilità messa in atto tra cellule adiacenti è quella delle “gap junctions”, ovvero di veri e
propri pori, costituiti da proteine presenti sulla membrana delle cellule. Quando il poro proteico di
una cellula si giustappone perfettamente ad un’analoga struttura della cellula adiacente, si realizza
un vero e proprio canale, che mette in comunicazione le due cellule e le accoppia dal punto di vista
elettrico e metabolico. Tali canali consentono infatti il passaggio di ioni inorganici quali il Ca2+
(segnali elettrici) e di molecole con peso molecolare inferiore ai 1000 dalton. Hanno un ruolo
fondamentale in tessuti contenenti cellule eccitabili elettricamente, dove consentono la rapida
propagazione intercellulare di un segnale elettrico portato da una terminazione nervosa. Tuttavia
sembrano esplicare una funzione importante anche in tessuti non contenenti cellule sensibili a
segnali elettrici: consentendo lo scambio di molecole che possono agire da messaggeri
intracellulari (es.: cAMP) rendono possibile la coordinazione metabolica di cellule adiacenti
nell’ambito di aree omogenee per struttura e funzione.
Comunicazione tra cellule: segnali e recettori
Nella maggior parte dei casi la comunicazione cellulare prevede la presenza di due componenti:
1) la molecola segnale,
2) il recettore specifico per tale molecola.
Negli organismi multicellulari sono state identificate centinaia di molecole segnale diverse,
includenti:
• proteine,
• piccoli peptici ed amminoacidi liberi,
• nucleotidi,
• steroidi,
• retinoidi, derivati di acidi grassi ed anche gas disciolti nell’ambiente acquoso, quali l’ossido
nitrico (NO) e l’anidride gassosa. Generalmente sono liberate dalle cellule “segnalatrici” attraverso
meccanismi di secrezione specifica (esocitosi) o di diffusione attraverso la membrana. Tali segnali
sono captati da cellule target attraverso l’interazione con strutture generalmente di natura
proteica, definite recettori. Tali molecole sono capaci di riconoscere con elevata affinità e

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specificità la molecola segnale ed iniziare una cascata di fenomeni biochimici intracellulari che
determinano la risposta cellulare al segnale pervenuto.
Esiste anche la possibilità che il segnale rimanga adeso alla superficie di una cellula “segnalatrice”
(spesso capace di muoversi nell’organismo) e venga captato attraverso un contatto fisico,
recettore mediato, con la cellula target. Tale modalità è particolarmente utilizzata nel corso dello
sviluppo embrionale e nel sistema immunitario.
Le molecole segnale secrete dalla cellula “segnalatrice” possono agire nelle immediate vicinanze
della sede di produzione oppure diffondersi a distanza considerevole, generalmente attraverso il
torrente ematico. Quando la molecola segnale agisce da mediatore locale e circoscritto si parla di
comunicazione autocrina cioè se il recettore è posto sulla stessa cellula secernente il segnale,
oppure ci si riferisce alla comunicazione paracrina quando il recettore è su cellule vicine a quella
che ha prodotto il mediatore locale. I mediatori locali sono rapidamente metabolizzati
dall’ambiente circostante la cellula che li genera, sia tramite la rapida captazione cellulare sia
tramite la veloce degradazione extracellulare. Mediatori di tipo paracrino sono:
• le citochine,
• le prostaglandine,
• i leucotrieni.
Comunicazione tra cellule: segnalazioni a lunga distanza tramite il torrente circolatorio e la
secrezione endocrina.
Negli organismi multicellulari di maggiori dimensioni la comunicazione locale non è sufficiente
per garantire la coordinazione metabolica dei diversi tessuti ed il rapido adeguamento alle
variazioni dell’ambiente esterno. Si sono evoluti meccanismi capaci di connettere tra loro cellule e
strutture distanti. La comunicazione endocrina realizza tale obiettivo attraverso la produzione di
molecole segnale da parte di cellule specifiche (generalmente nel contesto di ghiandole
endocrine). Tali molecole, chiamate ormoni, vengono liberate nel sangue e, seppur estremamente
diluite, sono in grado di essere riconosciute da recettori su cellule bersaglio localizzate anche a
notevole distanza, determinando un’adeguata e specifica risposta cellulare. Poiché i segnali
endocrini richiedono il trasporto nel torrente ematico determinano risposte biochimiche nelle sedi
bersaglio in tempi piuttosto lunghi.
Comunicazione tra cellule: segnalazioni a lunga distanza tramite neuroni e neuroormoni
Una modalità di comunicazione inter-cellulare alternativa è quella che si realizza nell’ambito del
sistema nervoso; cellule specializzate, i neuroni, inviano sottili prolungamenti a distanza notevole e
tramite essi sono in contatto con cellule bersaglio. Quando segnali esterni o altri neuroni

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stimolano il neurone, un impulso elettrico si propaga lungo l’assone fino alla terminazione nervosa
(sinapsi) adiacente alla cellula bersaglio. L’arrivo dell’impulso determina:
• la liberazione di molecole segnale nello spazio sinaptico, denominate genericamente
neurotrasmettitori,
• la loro captazione da parte della cellula bersaglio,
• la conseguente risposta biochimica.
La delimitazione spaziale della trasmissione del segnale (spazio sinaptico) rende la comunicazione
estremamente specifica e rapida.
Alcuni neuroni si comportano come cellule endocrine, ovvero liberano molecole segnale in
corrispondenza di terminazioni nervose adiacenti a vasi sanguigni; le molecole, definite
neuroormini, sono quindi immesse nel sangue e, tramite esso, raggiungono le cellule bersaglio.
Secrezione endocrina e trasmissione nervosa
Oltre alla diversa velocità con cui realizzano la comunicazione con la cellula bersaglio (molto più
rapida a trasmissione del segnale nervoso rispetto a quello endocrino), secrezione endocrina e
trasmissione nervosa hanno anche una versatilità diversa. Infatti, nel caso degli ormoni, la
specificità della comunicazione si realizza attraverso specifiche coppie segnale-recettore. Di
conseguenza cellule endocrine diverse devono utilizzare molecole ormonali diverse per stabilire
comunicazioni specifiche. Nel caso della trasmissione nervosa invece dipende dalla connessione
anatomica tra neurone e cellula bersaglio. Pur utilizzando lo stesso neurotrasmettitore, cellule
diverse rispondono specificamente a neuroni diversi.
Regolazione della secrezione ormonale
La secrezione endocrina ha un ruolo fondamentale nel garantire la coordinazione metabolica e
funzionale tra i diversi tessuti ed organi del nostro organismo. Gli ormoni sono le molecole
attraverso le quali si realizza la comunicazione tra cellule segnalatrici e cellule bersaglio, nelle
ghiandole endocrine. Dal punto di vista chimico sono molecole molto eterogenee: alcuni ormoni
sono semplici derivati di amminoacidi (adrenalina e triiodotironina, per esempio, derivano dalla
tirosina), altri sono invece polipeptidi o proteine (insulina e glucagone). Numerosi ormoni derivano
dal colesterolo (ormoni steroidei: corticosterone, testosterone). Infine prostaglandine e
leucotrieni, che possono essere inclusi nella famiglia degli ormoni, sono degli eicosanoidi.
Caratteristica comune alla maggior parte degli ormoni è quella di essere liberati nel sangue e di
raggiungere, in tal modo, le cellule bersaglio. La loro concentrazione ematica è sempre molto
bassa, variando tra 10-15 e 10-9 M e spesso sono caratterizzati da un emivita breve. La
combinazione di questi due aspetti rende conto della possibilità per l’organismo di modificare

195
BASI BIOLOGICHE E MOLECOLARI DEL
BENESSERE DELLA PERSONA

rapidamente il segnale (concentrazione dell’ormone) di cui ha bisogno: è una sorta di interruttore


che può essere acceso rapidamente, ma che poi, si spegne automaticamente e torna disponibile
per una nuova accensione. Essendo molecole capaci di produrre effetti molto importanti su
numerose cellule dell’organismo, è necessario che la produzione degli ormoni venga finemente
regolata e risulti sempre adeguata alle esigenze dell’organismo. Il meccanismo fondamentale
attraverso cui si estrinseca tale controllo è quello del “feedback”, paragonabile a quello che
interviene nel controllo di vie enzimatiche in cui il prodotto finale del percorso agisce da inibitore
dell’enzima che catalizza la prima tappa della catena. In questo caso è il prodotto finale di una
cascata di eventi indotti sulla cellula bersaglio dall’arrivo dell’ormone specifico che agisce da
inibitore sulla ghiandola endocrina, bloccando la liberazione dell’ormone stesso.
A questa regolazione a feedback di tipo negativo, si può associare una regolazione di tipo positivo,
in cui la mancanza del prodotto finale innesca la produzione dell’ormone da parte della ghiandola
endocrina. Il circuito ipotalamo-ipofisi-tiroide illustrato nella figura è un esempio paradigmatico di
questi meccanismi. L’ipotalamo produce ormone TRH e, attraverso l’ipofisi, stimola la tiroide a
produrre gli ormoni T3 e T4. Questi liberati in circolo agiscono sulle cellule bersaglio ma, al tempo
stesso, vengono captate dall’ipotalamo, che reagisce riducendo a bloccando la riduzione di TRH
(feedback negativo). Quando la concentrazione di T3 e T4 scende al di sotto di determinati livelli, il
blocco viene meno e l’ipotalamo riprende a produrre e liberare TRH (feedback positivo).
Esempio delle onde radio
Un’ aspetto peculiare della comunicazione intercellulare in generale, ed in particolar modo di
quella mediata da ormoni, è il fatto che quando un segnale esterno, rappresentato da una singola
molecola ormonale, raggiunge la cellula bersaglio, dà luogo ad una specifica e complessa serie di
fenomeni ed effetti, che modificano le condizioni iniziali della cellula. Il segnale captato dalla
cellula viene quindi notevolmente amplificato e trasformato in un’articolata varietà di reazioni
biochimiche. Il fenomeno può essere paragonato al processo attraverso cui onde radio, emesse da
una centrale emittente, vengono captate da una radio, e da essa trasformate ed amplificate per
generare onde sonore, che percepiamo come musica o parole. Senza la radio, capace di elaborare
il segnale iniziale, le onde generate dall’emittente sarebbero inutili. Le cellule bersaglio sono “la
radio” capace di captare il segnale ormonale e di trasformarlo ed amplificarlo in reazioni
biochimiche.
Il concetto di amplificazione del segnale
I sistemi che consentono alla cellula di captare, amplificare e trasformare il segnale ormonale sono
piuttosto complessi e la ricerca biomedica sta via via delucidando i dettagli molecolari che

196
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sottendono la cosiddetta “traduzione del segnale”. Si possono comunque individuare componenti


e principi generali. Essenziale è ovviamente la capacità di captare il segnale, ovvero la presenza di
un recettore proteico, spesso ma non sempre posto sulla membrana della cellula, in grado di
riconoscere con elevata sensibilità e specificità l’ormone presente nel sangue, distinguendolo tra
una complessa varietà di molecole. L’interazione ormone-recettore dà luogo ed eventi
intracellulari che realizzano l’amplificazione e la trasformazione del segnale. Questi eventi sono
essenzialmente una serie di attivazioni enzimatiche successive, che, per le proprietà catalitiche
stesse degli enzimi, portano all’espansione del segnale ed alla sua trasformazione in attività
biochimica. Da una molecola (ormone) giunta all’esterno della cellula, si generano migliaia di
molecole all’interno della cellula.
La trasduzione del segnale
Uno schema valido per molti tipi di ormoni di natura peptidica o derivati di amminoacidi (ma non
per quelli steroidei) e che può quindi essere utilizzato per descrivere il principio generale prevede
che il recettore, attivato dall’ormone, inneschi un primo enzima adiacente, che può essere
considerato l’enzima amplificatore. Questo produce molecole che agiscono da messaggi
intracellulari (l’ormone è il messaggio extracellulare) e che solitamente attivano protein chinasi,
capaci di fosforilare e quindi attivare o inattivare, altri enzimi. Si realizza così una cascata di eventi,
in cui il prodotto di una reazione enzimatica (spesso una fosforilazione) attiva l’enzima che
catalizza la tappa successiva. Poiché ciascun enzima è in grado di trasformare molte molecole di
substrato, si ha in questo modo una progressiva espansione e trasformazione del segnale.
Amplificazione del segnale ormonale: il meccanismo a cascata Un esempio ci consente di
comprendere meglio il fenomeno. La lipolisi (degradazione dei trigliceridi) è mediata dall’enzima
trigliceride-lipasi, attivata tramite fosforilazione ATP dipendente ad opera di una chinasi specifica
(Ck nella figura). La glicogenolisi segue lo stesso principio, ma l’attivazione finale dell’enzima
fosforilasi, che degrada il glicogeno a glucosio, è preceduta da due eventi di attivazione tramite
fosforilazione, il primo sulla fosforiliasi chinasi, il secondo sulla fosforilasi stessa. Questa modalità
di organizzazione a cascata dei processi di regolazione biochimica è fondamentale per
l’amplificazione del segnale ormonale.
Infatti, quando l’ormone che regola la lipolisi raggiunge l’adipocita, interagisce con lo specifico
recettore. Questo determina l’attivazione di un enzima amplificatore (adenil ciclasi) che produce
AMP ciclico (messaggero intracellulare). Supponendo che una sola molecola di adenil ciclasi venga
attivata, si possono generare 100 molecole di cAMP. Ciascuna di queste attiva una protein chinasi
cAMP-dipendente (Ck della figura). L’attivazione di 100 molecole di Ck (una per ogni cAMP)

197
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consente di attivare 104 molecole di trigliceride lipasi e queste possono degradare 106 molecole di
trigliceridi. Quindi, attraverso questa cascata di eventi, 1 molecola ormonale provoca la lisi di
1.000.000 di molecole lipidiche. Se seguiamo il processo della glicogenolisi, che prevede una tappa
di attivazione in più, possiamo osservare che una molecola ormonale provoca il distacco di 108
molecole di glucosio dal glicogeno. Anche se i numeri dell’esempio sono solo indicativi, descrivono
la modalità con cui le cellule (le nostre radio) realizzano la trasformazione ed espansione del
segnale ormonale. Da una rapporto 1:1 (1 ormone:1 recettore) si passa, tramite mediatori
intracellulari diversi, ad un rapporto 1:10n (1 ormone:10n molecole generate).
Interazione Ormone - Tessuto Bersaglio
I recettori rappresentano le molecole che fanno da ponte tra messaggio ormonale extracellulare e
risposta cellulare. Ciascun recettore presenta in genere almeno due domini funzionali:
• uno di riconoscimento che lega l’ormone,
• l’altro di attivazione o accoppiamento che inizia la serie di eventi intracellulari che sottendono la
risposta biochimica.
Dovendo interagire con ormoni diversi, i recettori presentano ovviamente domini di
riconoscimento diversi; essi si distinguono tuttavia anche per le diverse modalità con cui danno
luogo alla trasduzione del segnale. Gli stessi ormoni possono quindi essere distinti in base alla
tipologia di recettore con cui interagiscono ed in base al meccanismo con cui esercitano la propria
azione sulla cellula. Possiamo distinguere due grosse categorie di ormoni:
1) quelli di natura polipeptidica, proteica e le catecolamine che interagiscono con recettori posti
sulla membrana plasmatica della cellula e danno origine a risposte cellulari secondo meccanismi
generali decritti in precedenza.
2) gli ormoni steroidei e tiroidei che, essendo lipofili, sono in grado di superare la membrana
cellulare ed interagire con recettori localizzati nel citosol o direttamente nel nucleo.
Il complesso recettore/ormone migra nel nucleo e, interagendo con il DNA, attiva o inattiva
processi di trascrizione genica, che si traducono poi in una risposta biochimica.
Meccanismi d’azione
Considerando più nel dettaglio il meccanismo con cui il recettore di membrana trasduce il segnale
all’interno della cellula possiamo distinguere gli ormoni del primo tipo in ulteriori sottocategorie:
1) quelli che utilizzano la via dell’AMP ciclico (cAMP), quali il glucagone, l’ormone
adrenocorticotropo (ACTH), la calcitonina, l’ormone paratiroideo (PTH).
2) quelli che utilizzano la via del fosfatidilinositolo o dello ione calcio (o entrambi), come
l’ossitocina, l’ormone antidiuretico (ADH), l’ormone di rilascio della tirotropina (TRH)

198
BASI BIOLOGICHE E MOLECOLARI DEL
BENESSERE DELLA PERSONA

3) quelli che utilizzano direttamente una cascata chinasica o fosfatasica (senza secondo
messaggero), come l’insulina, la prolattina, l’ormone della crescita.
Un meccanismo diverso è quello del controllo diretto della trascrizione genica realizzato dagli
ormoni steroidei e tiroidei tramite l’interazione con recettori citoplasmatici e nucleari.
Tipologie di Recettori
Due tipologie di recettori di membrana realizzano le tre modalità di trasmissione del segnale
ormonale all’interno delle cellule:
1) i recettori accoppiati alla proteina G,
2) i recettori dotati di attività chinasica.
I recettori accoppiati alle proteine G sono molecole con sette domini transmembrana, capaci di
regolare l’attività di altre proteine bersaglio adiacenti nella membrana e rappresentate da enzimi o
canali ionici. L’interazione tra recettore e proteina bersaglio è mediata dall’intervento di una terza
proteina, capace di legare GTP, e denominata proteina G. La proteina bersaglio, attivata dal
recettore tramite la proteina G, rappresenta l’enzima amplificatore, con cui inizia il processo di
trasformazione ed espansione intracellulare del messaggio ormonale captato dal recettore.
I recettori dotati di attività chinasica sono invece una classe più eterogenea di molecole
proteiche, caratterizzate dal fatto di rispondere al legame con un ormone specifico inducendo,
direttamente o mediante l’interazione con un enzima dotato di attività chinasica, la fosforilazione
di uno specifico set di proteine intracellulari, che danno successivamente luogo alla risposta
biochimica della cellula all’ormone.
Nel complesso, qualunque sia la modalità di interazione ormone-recettore e di inizio della cascata
di trasmissione del segnale all’interno della cellula, la maggior parte dei processi di trasduzione del
segnale è accomunato dal reclutamento di un’insieme di proteine/enzimi che si attivano e
disattivano tramite eventi di fosforilazione/defosforilazione oppure quello di legame con
GTP/GDP.
Risultato finale di questa cascata di eventi sono l’attivazione diretta di enzimi coinvolti nei processi
metabolici e/o l’invio di segnali al nucleo per modulare la trascrizione genica e quindi l’espressione
di specifici enzimi/proteine.
Via dell'AMP ciclico (cAMP)
La via dell’AMP ciclico è innescata da ormoni che legano recettori accoppiati a proteine G. Il
legame con l’ormone induce, tramite la proteina G, l’attivazione (o talora l’inibizione) dell’enzima
adenilato ciclasi, che a sua volta catalizza la trasformazione dell’ATP in cAMP. Il cAMP funge da
secondo messaggero attivando l’enzima protein chinasi cAMP dipendente (PKA). Questa inizia

199
BASI BIOLOGICHE E MOLECOLARI DEL
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processi di fosforilazione a carico di altre chinasi ed altri enzimi che culminano in una risposta
biochimica adeguata.
L’attivazione dell’adenilato ciclasi ad opera della proteina G avviene in seguito al legame di questa
con una molecola di GTP (da qui il nome di proteina G). Questo fenomeno dissocia la subunità alfa,
attivata dalle altre subunità, e ne consente l’interazione con l’adenilato ciclasi. La subunità alfa
stessa è dotata del meccanismo che spegne il segnale, ripristinando quindi la situazione di
partenza e rendendo il recettore in grado di rispondere ad un nuovo stimolo. Essa infatti provoca
l’idrolisi del GTP legato, trasformandolo in GDP. In questo nuovo stato la subunità alfa non è più
attiva e si riassocia alle altre subunità della proteina G e, quindi, al recettore. eventualmente vedi
movie
Attivazione della protein chinasi A da parte del cAMP
Anche il meccanismo con cui il cAMP attiva PKA è ben conosciuto nei dettagli molecolari ed
anch’esso presenta un meccanismo di spegnimento del segnale, necessario per far tornare il
sistema di risposta allo stimolo alle condizioni basali. 4 molecole di cAMP sono necessarie affinché
la sub unità regolatrice di PKA possa staccarsi da quella catalitica, che diviene così attiva.
Questa esercita la propria attività chinasica su diverse proteine ed enzimi, regolando in questo
modo processi quali glicogenolisi e glicogenosintesi, lipolisi e la sintesi di acidi grassi e di
colesterolo.
Un enzima specifico, la fosfodiesterasi, trasforma il cAMP in AMP, che, distaccandosi dalla sub
unità regolatrice, ne consente il riassemblaggiocon quella catalitica, ricostituendo il complesso
iniziale, inattivo della PKA.
Via del fosfoisonitolo (PIP2)
Anche la via dell’inositolo fosfato è innescata da recettori accoppiati a proteine G. In questo caso
l’interazione ormone-recettore provoca l’attivazione (quale proteina bersaglio) dell’enzima
fosfolipasi C.
Questo idrolizza un fosflipide presente nella membrana, il fosfatidilinositolo-bifosfato, liberando
due molecole che agiscono da secondi messaggeri:
• il diacil-glicerolo,
• l’inositolo-fosfato.
La prima molecola attiva la Protein Chinasi C, che dà quindi luogo alla successiva cascata di eventi
di fosforilazione. L’inositolo-3-fosfato provoca invece un incremento della concentrazione
intracellulare del Calcio (Ca2+), liberandolo soprattutto dal reticolo endoplasmatico. L’incremento
di questo ione è in grado di attivare una serie di proteine ed enzimi calcio-dipendenti.

200
BASI BIOLOGICHE E MOLECOLARI DEL
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- La via delle tirosin chinasi


L’enzima amplificatore del segnale La via di trasduzione del segnale ormonale che sfrutta i
recettori con attività chinasica è molto più variegata rispetto a quella dei recettori accoppiati alle
proteine G. L’evento fondamentale indotto dall’interazione tra ligando e recettore è rappresentato
dall’attivazione di processi di fosforilazione mediati direttamente o indirettamente dal recettore
stesso. Molto spesso il legame con l’ormone induce l’avvicinamento di due molecole del recettore
(dimerizzazione), cui segue la autofosforilazione del recettore stesso, spesso in corrispondenza di
residui di tirosina (tirosin chinasi). In questo modo o viene avviata l’attività chinasica diretta del
recettore, oppure vengono reclutate proteine che, attraverso fosforilazioni successive o scambi
GTP/GDP, danno luogo alla cascata del segnale intracellulare.
Complessità dei percorsi di traduzione del segnale
Quando si analizzano nei dettagli molecolari gli insiemi di proteine ed enzimi che vengono attivati
e/o reclutati nell’ambito di una risposta ad un ormone ci si trova di fronte a network molto
complicati, che spesso presentano notevoli sovrapposizioni tra coppie ormone/recettore diverse.
Un ruolo fondamentale nella specificità dell’azione ormonale è esercitato dalla capacità di
selezionare con assoluta precisione le cellule che devono rispondere allo stimolo. Tuttavia esistono
numerosi tipi cellulari che presentano recettori per diversi ligandi, spesso con pattern di
traduzione del segnale ntracellulare molto simili. Anche se alcuni meccanismi sono stati delucidati,
le modalità con cui viene raggiunta la specificità della risposta in questi casi è tuttora argomento
della ricerca scientifica.
La trasduzione del segnale degli ormoni steroidei
Controllo “diretto” della trascrizione genica
Molto importante e diffusa è anche la modalità di trasmissione del segnale adottata da ormoni
steroidei (cortisolo, ormoni sessuali, la vitamina D) e tiroidei. La loro capacità di superare la
membrana plasmatica, fa sì che essi entrino nelle cellule e riconoscano nel citoplasma lo specifico
recettore. Il complesso recettore-ormone rappresenta in questo caso la molecola segnale, che
migra nel nucleo e, interagendo con regioni specifiche del DNA, riconosciute da domini del
recettore, regola in senso negativo o positivo la trascrizione di geni specifici. In alcuni casi
l’interazione ormone-recettore avviene direttamente nel nucleo. Anche i questo caso, la natura
della risposta cellulare, ovvero il tipo di geni indotti o repressi da un ormone, dipende sia dal tipo i
ormone sia dalle caratteristiche della cellula bersaglio. Cellule diverse ma dotate dello stesso
recettore per ormoni steroidei rispondono allo stimolo in modo molto diverso.

201
BASI BIOLOGICHE E MOLECOLARI DEL
BENESSERE DELLA PERSONA

La natura della risposta cellulare (trascrizione genica) richiede più tempo (ore) rispetto a quella che
si realizza con gli eventi di attivazione enzimatica fosforilazione o GTP dipendente, che si
manifestano nello spazio di secondi o minuti. Questo fatto, in associazione all’emivita più lunga
degli ormoni derivati dal colesterolo, spiega perché l’azione degli ormoni liposolubili determini
risposte cellulari che durano nel tempo, mentre gli ormoni peptidici idrosolubili danno
generalmente luogo a risposte rapide, ma di breve durata.
Riepilogo
La comunicazione tra cellule è un evento imprescindibile per gli organismi multicelluari, in cui
l’attività di ciascuna cellula e ciascun organo deve essere correlata a quella delle altre cellule
dell’organismo.
Nei sistemi complessi come quello umano, si sono evoluti meccanismi specifici di comunicazione
intercellulare, che consentono la regolazione degli eventi metabolici e funzionali dei vari organi e
tessuti in base alle esigenze dell’organismo e ai cambiamenti dell’ambiente esterno. La
trasmissione nervosa, mediata da neurotrasmettitori, e la secrezione endocrina, mediata da
ormoni, sono le principali modalità biochimiche attraverso cui si realizza il mantenimento
dell’omeostasi dell’organismo. La secrezione endocrina si basa su un sistema costituito da una
cellula che libera il segnale (ormone) nel sangue e da una cellula che, tramite un recettore
specifico e sensibile, capta tale segnale. L’interazione omone-recettore è quindi l’evento iniziale e
fondamentale della comunicazione intercellulare endocrina. Il segnale extracellulare viene poi
amplificato e trasformato nel contesto della cellula, così che l’arrivo di una singola molecola
ormonale si traduce in una complessa serie di processi biochimici e spesso nella produzione di un
numero elevato di molecole. I meccanismi attraverso cui si realizza tale amplificazione del segnale
sono diversi: ormoni solubili in acqua (peptidi e derivati di amminoacidi) interagiscono con
recettori posti sulla membrana della cellula bersaglio e innescano, con modalità diverse, rapidi
fenomeni di attivazione di enzimi (già presenti, in forma inattiva, nella cellula) tramite eventi di
fosforilazione e/o scambio di GTP. Ormoni liposolubili (steroidei e tiroidei) entrano invece nelle
cellule target e, nel citoplasma o direttamene nel nucleo, riconoscono il recettore specifico. Il
dimero attiva o inattiva la trascrizione di geni specifici, producendo quindi nuovi enzimi e molecole
che realizzano la risposta biochimica della cellula all’ormone. Nel complesso gli ormoni idrosolubili
determinano risposte rapide, ma brevi; quelli liposolubili, risposte più lente, ma persistenti nel
tempo.
L’azione di ormoni specifici
Introduzione

202
BASI BIOLOGICHE E MOLECOLARI DEL
BENESSERE DELLA PERSONA

Il metabolismo e la coordinazione delle funzioni dei diversi organi e tessuti dell’organismo umano
sono regolati dall’azione di numerosi ormoni prodotti da ghiandole endocrine.
Gli ormoni sono molecole di diversa natura chimica presenti nel liquido extracellulare a
concentrazioni molto basse; grazie all’interazione con recettori specifici raggiungono le cellule
bersaglio ed innescano cascate di trasduzione del segnale che portano agli adeguamenti biochimici
necessari. Alterazioni della produzione o dell’azione dei singoli ormoni determinano l’insorgenza di
stati patologici con caratteristiche di gravità e complessità spesso elevata.
Obiettivi
La lezione presenta funzione e meccanismi d’azione dei seguenti ormoni:
1. ormoni dell’asse ipotalamo-ipofisario;
2. ormoni tiroidei;
3. ormoni del pancreas;
4. ormoni che regolano il metabolismo del calcio;
5. ormoni della corteccia del surrene e delle gonadi.
Le ghiandole endocrine
Gli ormoni sono sintetizzati da ghiandole che riversano il loro prodotto nel torrente circolatorio e
sono definite ghiandole endocrine o a secrezione interna, per distinguerle da quelle che riversano
il loro prodotto all’esterno o in cavità (intestino, stomaco) dette ghiandole esocrine (per esempio:
pancreas esocrino). Le principali ghiandole endocrine dell’organismo umano sono:
• l’ipotalamo e l’ipofisi,
• la tiroide,
• le ghiandole surrenali,
• il pancreas endocrino,
• i testicoli e le ovaie.
Molti ormoni contribuiscono al controllo ed alla coordinazione delle attività dei diversi organi e
tessuti, ma altri agiscono direttamente su ghiandole endocrine modulandone l’attività. Gli ormoni
prodotti dall’ipofisi regolano per esempio l’attività di tiroide, corticale del surrene e gonadi. A sua
volta l’ipofisi è sotto il controllo neuroendocrino dell’ipotalamo. Si crea così un sistema complesso
di interazioni, in cui interviene anche il sistema nervoso centrale, che consente all’organismo di
comportarsi come un’unica entità coordinata.
Neuroormoni ipotalamici
Il sistema ipotalamo-ipofisario comprende:
• l’ipotalamo,

203
BASI BIOLOGICHE E MOLECOLARI DEL
BENESSERE DELLA PERSONA

• l’ipofisi anteriore (adenoipofisi),


• l’ipofisi posteriore (neuroipofisi).
L'ipotalamo rappresenta la regione del sistema nervoso centrale deputata al controllo delle
funzioni viscerali. Questa struttura, posta alla base dell'encefalo, riceve afferenze dal sistema
nervoso centrale come anche dati sulla temperatura, volemia ed osmolarità del plasma, e sulla
concentrazione degli ormoni prodotti dalle ghiandole endocrine. A sua volta, l'ipotalamo manda
efferenze a vari distretti del sistema nervoso centrale e all'ipofisi posteriore. I neuroni
dell’ipotalamo possono rilasciare peptidi nel circolo portale ipotalamo-ipofisario i quali
raggiungono l’ipofisi anteriore e ne modulano l’attività. Oppure inviano i propri assoni alla
neuroipofisi, dove riversano nel circolo ematico i propri peptidi ad attività neuroormonale. I
neurormoni prodotti dall’ipotalamo che agiscono sull’adenoipofisi sono:
- l’ormone di rilascio della corticotropina (CRH),
- l’ormone di rilascio della tireotropina (TRH),
- l’ormone di rilascio della gonadotropina (GnRH),
- l’ormone di rilascio dell’ormone della crescita (GHRH),
- l’ormone di inibizione del rilascio dell’ormone della crescita (GHRIH).
Ormoni ipofisari
L'ipofisi ha una funzione guida nel sistema endocrino: essa infatti "impartisce ordini" alle altre
ghiandole endocrine. Sotto stretto controllo dell'ipotalamo, l'ipofisi secerne ormoni che a loro
volta vanno a stimolare le altre ghiandole endocrine affinché riversino i loro ormoni nel circolo
sanguigno. L'ipofisi si divide in due porzioni, anteriore e posteriore, che secernono diversi ormoni:
- Ormone somatotropo (o della crescita) GH,
- Prolattina (PRL),
- Gonadotropine (LH e FSH),
- Ormone tireotropo (TSH),
- Ormone adrenocorticotropo (ACTH),
- Ormone antidiuretico o vasopressina (ADH),
- Ossitocina.
La coordinazione tra attività dell’ipotalamo, dell’ipofisi e delle altre ghiandole bersaglio da essa
dipendenti è garantita dall’esistenza di circuiti di controllo a feedback, che realizzano la
modulazione della produzione dei singoli ormoni in base alle esigenze periferiche. Variazioni della
concentrazione ematica degli ormoni prodotti dalle ghiandole periferiche sono “percepite”
dall’ipotalamo e dall’ipofisi, che reagiscono conseguentemente: diminuzioni della concentrazione

204
BASI BIOLOGICHE E MOLECOLARI DEL
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stimoleranno il rilascio di fattori favorenti la neosintesi degli ormoni periferici, aumenti della
concentrazione bloccheranno il rilascio di tali fattori o indurranno il rilascio di fattori inibenti la
neosintesi.
GH
Il GH è prodotto dal lobo anteriore dell’ipofisi (cellule somatotrope). È una catena peptidica di 191
aminoacidi che interagisce con un recettore posto sulla membrana di numerose cellule. Esercita
un importante controllo sulla crescita, stimolando la divisione cellulare e la sintesi delle proteine in
tessuti come l'osso e la cartilagine. Inoltre ha effetti sul metabolismo dei carboidrati (antagonizza
l’insulina con effetto ipeglicemico) e dei lipidi (facilita la liberazione di acidi grassi dal tessuto
adiposo). Un deficit di GH provoca ridotto accrescimento scheletrico ed un ritardato sviluppo
sessuale; al contrario un'eccessiva produzione porta a fenomeni di gigantismo (acromegalia
nell’adulto). La sua produzione è strettamente regolata tramite meccanismi di regolazione a
feedback. La Prolattina è un ormone strutturalmente simile al GH ed è secreta anch'essa dal lobo
anteriore dell’ipofisi. Regola lo sviluppo del seno nella donna e grazie allo stimolo provocato dalla
suzione del lattante induce la produzione del latte.
Ormoni ipofisari glicoproteici
L’ipofisi anteriore secerne un gruppo di ormoni di natura glicoproteica che presentano
caratteristiche strutturali simili. Sono costituiti da due subunità: l’alfa, che è comune a tutti questi
ormoni, e la beta, che è invece specifica. Controllano diversi processi biologici interagendo con
recettori di membrana coniugati a proteine G ed attivando l’adenilato ciclasi, con conseguente
aumento del cAMP. Tra essi ricordiamo:
- Ormone luteinizzante e follicolostimolante (LH e FSH): contribuiscono al controllo delle
gonadi. L'ormone LH stimola la formazione del corpo luteo nelle ovaie e la secrezione del
testosterone nei testicoli, stimola la crescita delle ossa, dei muscoli e contribuisce allo
sviluppo sessuale. L'FSH stimola la maturazione del follicolo nelle ovaie e la secrezione dello
sperma nei testicoli.
- Ormone tireotropo (TSH) stimola la tiroide a produrre tiroxina ed ha un effetto trofico sulla
ghiandola stessa.
Ormoni ipofisari
Altri ormoni prodotti dall’ipofisi sono:
- L'ormone adrenocorticotropo (ACTH): prodotto dall’ipofisi anteriore stimola la secrezione di
cortisone da parte della corteccia delle ghiandole surrenali. La sua eccessiva produzione è
responsabile della sindrome di Cushing.

205
BASI BIOLOGICHE E MOLECOLARI DEL
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- Ormone antidiuretico (ADH): immesso in circolo in corrispondenza dell’ipofisi posteriore, è in


realtà prodotto da ormoni ipotalamici. Esso modifica la ritenzione idrica a livello renale: riduce la
quantità di acqua allontanata con le urine e controlla l'equilibrio idrico complessivo
dell'organismo. Deficit nella produzione o azione dell’ormone causano il diabete insipido,
caratterizzato dall’emissione di un enorme volume di urine.
- Ossitocina, prodotta da neuroni il cui corpo è nell’ipotalamo, entra in circolo nell’ipofisi
posteriore e stimola la contrazione della muscolatura liscia uterina (è utilizzata per indurre le
contrazioni uterine del travaglio) e la secrezione del latte dalla ghiandola mammaria.
Ormoni tiroidei
La triiodotironina (T3) e la tetraiodotironina (T4) sono gli ormoni prodotti dalla tiroide. Dal punto
di ista biochimico sono sostanze particolari dato che richiedono la presenza di iodio per la loro
attività biologica. Un meccanismo biologico complesso realizza l’incorporazione dello iodio in
composti organici da cui derivano gli ormoni tiroidei. La tireoglobulina è la proteina precursore. È
prodotta dalle cellule acinari della tiroide e secreta nello spazio follicolare. Qui lo iodio,
accumulato nella tiroide tramite un meccanismo di trasporto attivo che consuma ATP, viene legato
ai residui di tirosina contenuti nella tireoglobulina, formando monoiodotirosina (MIT) e
diiodotirosina (DIT). Il successivo accoppiamento di due molecole di DIT dà luogo a T4, quello di
DIT con MIT a T3. La tireoglobilina è poi fagocitata dalle cellule ed idrolizzata nei lisosomi, con
liberazione di T3 e T4, che vengono così riversati nel sangue.
Gli ormoni tiroidei sono trasportati nel sangue in associazione a proteine specifiche. Esplicano la
loro azione interagendo con recettori nucleari delle cellule bersaglio. La T3 ha un’affinità per tali
recettori 10 volte superiore a quella di T4. L’interazione con i recettori attiva o disattiva la
trascrizione di numerosi geni. L’effetto principale degli ormoni è quello di incrementare la sintesi
proteica, favorendo un bilancio positivo dell’azoto. Inducono un generale aumento del
metabolismo basale e del consumo di ossigeno. Sono inoltre importanti modulatori dei processi di
sviluppo. La loro carenza durante la vita intrauterina o dopo la nascita può portare a ritardo
mentale.
Ormoni tiroidei: fisiopatologia
Con il termine di gozzo si definisce un qualsiasi aumento di volume della ghiandola tiroide. È
associato ad una ridotta produzione od attività degli ormoni tiroidei, con conseguente incremento
della produzione di TSH da parte dell’ipofisi e eccessiva stimolazione dei tessuti tiroidei. Il gozzo
endemico è tipico di aree in cui l’ambiente (acqua) è povero di iodio.
Nell’ipotiroidismo si ha in genere una diminuzione del metabolismo basale con:

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• bradicardia,
• sonnolenza,
• costipazione,
• intolleranza al freddo,
• cute e capelli secchi.
Negli adolescenti causa nanismo e ritardo mentale.
La condizione opposta è quella dell’ipertiroidismo, spesso di natura autoimmunitaria (ovvero
provocato da autoanticorpi che attivano il recettore tiroideo per il TSH). L’eccessiva produzione di
ormoni tiroidei porta ad una sintomatologia complessa con:
• tachicardia,
• ansia,
• insonnia,
• perdita di peso,
• eccessiva sudorazione,
• sensibilità al caldo.
Ormoni del pancreas
Il pancreas endocrino è formato dagli isolotti di Langherans, che producono diversi tipi di ormoni.
Tra questi i principali sono insulina e glucagone.
L’insulina è un polipeptide costituito da due catene, A e B, collegate da due ponti disolfuro. È
sintetizzata come preproormone, che in seguito a due successivi tagli proteolitici, diventa prima
proinsulina, e poi, in seguito alla rimozione del peptide C, insulina. Insulina e peptide C si
accumulano nei granuli secretori delle cellule beta degli isolotti di Langherans, che, quando
opportunamente stimolate, liberano entrambi i peptidi nel sangue.
La secrezione di insulina è strettamente regolata; l’aumento della concentrazione plasmatica di
glucosio è il fattore stimolante più importante, ma anche alcuni ormoni (es.: adrenalina) hanno
effetti favorenti o inibitori.
Effetti dell’Insulina sul metabolismo dei Carboidrati e dei lipidi
L’azione dell’insulina inizia con il legame al recettore specifico posto sulla membrana delle cellule
bersaglio. Il recettore è formato da due subunità (alfa e beta) e la porzione intracellulare è dotata
di attività tirosin-chinasica. L’interazione con l’ormone induce dimerizzazione del recettore e
innesco dell’attività chinasica, che dà il via alla trasduzione del segnale all’interno della cellula
attivando meccanismi di fosforilazione di proteine, di cambiamento della concentrazione di cAMP
e di attivazione della trascrizione genica.

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Insulina e diabete
Gli effetti indotti dall’insulina sono numerosi e spesso diversi in cellule bersaglio di tessuti diversi.
Uno degli effetti principali è quello di abbassare la glicemia, stimolando l’assorbimento di glucosio
da parte del muscolo scheletrico, attraverso il reclutamento del trasportatore per il glucosio Glut-4
sulla membrana. Nel fegato lo stesso effetto è ottenuto inducendo la sintesi di glucochinasi,
enzima che fosforila il glucosio a glucosio-6-fosfato.
L’insulina influenza l’utilizzazione del glucosio, stimolando la glicolisi in molti tessuti, facilitando la
sua trasformazione in lipidi (lipogenesi) nel tessuto adiposo e in glicogeno nel fegato e nel
muscolo. Contemporaneamente blocca le vie biochimiche opposte, ovvero la lipolisi e la
glicogenolisi.
L’insulina ha poi un effetto anabolico sul metabolismo delle proteine, stimolandone la sintesi e
rallentandone la degradazione, ed anche un effetto favorente la proliferazione cellulare.
Insulina: meccanismo d’azione
Il deficit di insulina o la resistenza all’azione dell’insulina si manifesta clinicamente nel diabete
mellito. Si distinguono due forme di diabete:
- tipo I o giovanile o insulino-dipendente, più raro è legato alla mancata produzione di
insulina;
- tipo II o insulino-indipendente, legato all’insensibilità dei recettori, pur in presenza di elevati
livelli di insulina.
Dal punto di vista biochimico lo stato patologico si caratterizza per:
• iperglicemia,
• glicosuria e diuresi osmotica,
• perdita di elettroliti,
• aumento dei livelli di amminoacidi e acidi grassi nel sangue.
Glucagone
Il glucagone è una singola catena peptidica di 29 amminoacidi, secreta dalle cellule alfa del
pancreas endocrino. La sua secrezione è inibita dal glucosio, direttamente o tramite l’insulina. È un
antagonista dell’insulina che agisce principalmente sul fegato, attraverso recettori posti sulla
membrana plasmatica degli epatociti, con conseguente incremento del cAMP intracellulare e
modulazione dell’attività dei seguenti enzimi (anche tramite induzione della neosintesi):
- fosforilasi _ incremento della glicogenolisi
- glicogeno sintasi _ arresto della glicogeno sintesi
- PEP carbossichinasi _ stimolazione della gluconeogenesi

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- Glucosio-6-fosfatasi _ facilitazione del rilascio di glucosio


Negli adipociti la captazione di glucagone si traduce in un incremento della lipolisi, tramite
attivazione della lipasi ormono-sensibile.
Ormoni del surrene
La ghiandola surrenale è composta da due parti:
- la corteccia surrenalica;
- la midollare del surrene.
La prima produce ormoni di natura steroidea; la seconda produce catecolamine.
La corticale del surrene produce tre tipi di ormoni:
- glucocorticoidi;
- mineralcorticoidi;
- precursori degli androgeni.
I glucocorticoidi rappresentano una componente importante dell’adattamento dell’organismo alle
condizioni di stress. Il glucocorticoide principale è il cortisolo, la cui sintesi è sotto il controllo del
ACTH ipofisario e quindi del CRH ipotalamico, tramite un tipico sistema di regolazione a
retroazione negativa. L’azione degli ormoni glucocorticoidi si realizza tramite l’interazione con
recettori specifici posti nel citoplasma delle cellule bersaglio. Il complesso recettore-ormone è
capace di migrare nel nucleo ed attivare la trascrizione selettiva di alcuni geni.
Gli effetti dei corticosteroidi sul metabolismo sono numerosi e tutti volti a mettere l’organismo
nelle migliori condizioni per affrontare una situazione di stress:
- aumentano la produzione di glucosio (aumentando la disponibilità di amminoacidi per la
gluconeogenesi e la velocità di questa via metabolica);
- favoriscono la glicogenosintesi (attivazione della glicogeno sintasi);
- aumentano la lipolisi;
- stimolano il catabolismo proteico.
Agiscono inoltre da immunosoppresori ed inibiscono la risposta infiammatoria. I mineralcorticoidi
sono rappresentati essenzialmente dall’aldosterone, la cui sintesi è regolata da molecole coinvolte
nella regolazione della pressione sanguigna e del bilancio idro-elettrolitico e dai livelli di potassio
ematico. Aumenti anche minimi della potassemia favoriscono la liberazione dell’ormone
steroideo.
L’azione principale dell’aldosterone è quella di regolare il trasporto attivo del sodio a livello del
tubulo renale, con l’effetto di favorire la sua ritenzione e, quindi, quella di acqua.
Ormoni della midollare del surrene: le catecolamine

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La midollare del surrene sintetizza e secerne gli ormoni catecolamminici, ovvero:


• adrenalina,
• noradrenalina,
• dopamina.
Sono composti derivati dalla tirosina, attraverso tappe biochimiche sequenziali. La loro secrezione
è regolata da impulsi nervosi che raggiungono la midollare del surrene attraverso il nervo
splancnico. La loro azione si manifesta su numerosi tessuti e cellule dell’organismo attraverso
recettori posti sulla membrana plasmatica. Si possono distinguere 4 tipi di recettori per le
catecolammine (a1, a2, b1, b2) con distribuzione tissutale diversa e diversi effetti finali. Tutti
traducono il segnale all’interno della cellula attraverso l’innesco di proteine G.
Gli ormoni della midollare non sono necessari per la vita, ma hanno un ruolo importante
nell’adattamento a situazioni di stress acuto o cronico. Essi provocano modificazioni di molti
processi in organi direttamente coinvolti nella reazione allo stress (cervello, muscolo, sistema
cardiopolmonare e fegato). La tabella elenca alcuni effetti innescati dall’attivazione dei diversi tipi
di recettori adrenergici. In termini generali gli effetti principali sono:
• l’incremento di glicogenolisi e lipolisi,
• la stimolazione dell’attività cardiaca, con aumento della frequenza e della forza del battito
ed aumento del consumo di ossigeno.
Ormoni delle gonadi: testosterone
Le gonadi sono organi con una doppia funzione: producono le cellule germinali e gli ormoni
sessuali.
In particolar modo i testicoli producono gli spermatozoi e gli androgeni mentre le ovaie producono
gli oociti, gli estrogeni ed il progesterone.
In particolar modo nei testicoli, le cellule di Leydig producono testosterone in risposta alla
stimolazion dell’ormone ipofisario LH. Le cellule del Sertoli, sotto controllo del FSH, contribuiscono
alla formazione dei tubuli seminiferi e alla maturazione degli spermatozoi.
Il testosterone è un ormone steroideo prodotto dai testicoli e trasportato nel sangue legato ad una
proteina (beta globulina) secreta dal fegato. La sua azione sulle cellule bersaglio si esercita grazie
all’interazione con recettori citoplasmatici, alla successiva migrazione nel nucleo e la conseguente
regolazione dell’attività trascrizionale di numerosi geni. L’azione ormonale stimola la
spermatogenesi e contribuisce alla differenziazione e alla maturazione sessuale maschile.
Ormoni delle gonadi: estrogeni e progesterone

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Gli estrogeni sono una famiglia di ormoni steroidei dei quali il 17-b-estradiolo è il principale.
Derivano dal testosterone attraverso un processo di aromatizzazione che avviene essenzialmente
nell’ovaio, sotto l’influsso del FSH, ma in parte anche in altri organi (fegato, adipe, etc) che
agiscono sul testosterone circolante (questa via è la principale nei maschi). Sono trasportati nel
sangue combinati alla stessa proteina che lega il testosterone.
L’ovaio produce anche il progesterone, un altro ormone derivato dal colesterolo. Anche gli ormoni
ovarici agiscono sulle cellule bersaglio attivando e disattivando al trascrizione di geni specifici. La
funzione principale degli ormoni ovarici è la maturazione e la conservazione del sistema
riproduttivo femminile, contribuendo:
• alla maturazione degli oociti,
• alla regolazione del ciclo ovulatorio,
• allo sviluppo dei tessuti che partecipano all’impianto del feto,
• al mantenimento della gravidanza,
• al parto,
• all’allattamento.
Ormone paratiroideo, calcitonina e vitamina D
Il controllo della concentrazione ematica dello ione calcio (Ca++) è un fenomeno importante in
quanto lo ione è coinvolto in numerosi processi biochimici, quali la mineralizzazione delle ossa,
l’eccitabilità neuromuscolare, la coagulazione del sangue e varie reazioni enzimatiche.
Due ormoni: il paratormone e la calcitonina, e la vitamina D partecipano alla regolazione
dell’omeostasi del calcio.
Il PTH è un ormone polipeptidico prodotto dalle ghiandole paratiroidi. È sintetizzato come
precursore di 124 amminoacidi e successivi tagli proteolitici portano alla secrezione di una
molecola attiva di 84 residui, ma anche di frammenti più brevi inattivi.
La sua secrezione è controllata dai livelli plasmatici del calcio. Una riduzione della concentrazione
dello ione stimola la sintesi dell’ormone e probabilmente anche una minore degradazione
intracellulare, aumentandone la secrezione. L’ipocalcemia ed anche la vitamina D hanno effetto
contrario. Il PTH secreto interagisce con un recettore di membrana delle cellule bersaglio legato a
proteina G e provoca una tipica cascata del segnale cAMP dipedente. La sua azione principale è
quella di contrastare ipocalcemie acute, agendo direttamente sul rene e sulle ossa e
indirettamente, tramite la vitamina D, sull’intestino. Riduce l’eliminazione renale dello ione,
stimola il riassorbimento della matrice ossea con conseguente rilascio di calcio nel liquido
interstiziale e infine facilita l’assorbimento intestinale di calcio. Quest’ultimo effetto è ottenuto

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grazie all’induzione della sintesi di diidrossicolecalciferolo, la forma attiva della vitamina D3. La
vitamina D3 prodotta a livello cutaneo entra in circolo, viene idrossilata in posizione 25 a livello del
fegato (25-idrossi-colecalciferolo (25[OH]-D3) ed in posizione 1 nel rene (1,25-diidrossi-
colecalciferolo (1,25(OH)2-D3)). La forma attiva è capace di stimolare fortemente l’assorbimento di
Ca++ da parte della mucosa intestinale. Il deficit di vitamina D è causa di alterata mineralizzazione
delle ossa, che sfocia nel rachitismo nell’infanzia e nell’osteomalacia nell’adulto.
La calcitonina è un peptide di 32 amminoacidi prodotto dalla cellule C della tiroide. La sua azione
non è ancora chiara. Sembra possa antagonizzare il PTH, aumentando l’eliminazione del Ca++ a
livello renale, facilitando il suo deposito nelle ossa, con conseguente riduzione della calcemia.
Riepilogo
In questa ultima unità del corso abbiamo affrontato il tema dell’azione di ormoni specifici.
Abbiamo visto come questi vengano prodotti da ghiandole endocrine e vadano a regolare il
metabolismo e a coordinare le funzioni dei diversi organi e tessuti dell’organismo umano. Grazie
all’interazione con recettori specifici, gli ormoni raggiungono le cellule bersaglio ed innescano
cascate di trasduzione del segnale che portano agli adeguamenti biochimici necessari.
Nelle lezioni dell’unità sono state presentate le funzioni e i meccanismi d’azione degli ormoni
dell’asse ipotalamo-ipofisario, degli ormoni tiroidei, degli ormoni del pancreas, degli ormoni della
corteccia del surrene e delle gonadi e infine degli ormoni che regolano il metabolismo del calcio.
Abbiamo visto come alterazioni della produzione o dell’azione dei singoli ormoni determinino
l’insorgenza di stati patologici con caratteristiche di gravità e complessità spesso elevata.
Riepilogo generale
In questo corso abbiamo visto come la biochimica sia una disciplina fondamentale allo studio del
funzionamento dell’organismo umano.
Nella parte iniziale del corso sono stati trattati i principi del metabolismo e in generale il ruolo
degli enzimi nell’attività cellulare. Attraverso la descrizione delle macromolecole, delle tappe
chimiche e dei fenomeni regolativi coinvolti nei processi biochimici cellulari abbiamo potuto
esaminare i percorsi metabolici che portano alla produzione di energia. Tutte queste conoscenze
sono essenziali per comprendere i meccanismi molecolari della vita.

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Bibliografia
 Fondamenti di biochimica, D. Voet, J. G. Voet, C. W. Pratt. Casa editrice ambrosiana.

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