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La Sindone

La Sindone è un lenzuolo di lino tessuto a spina di pesce, con una tecnica raffinata in uso soprattutto in Siria
nel I sec. d. C., lungo 4 metri e 26 cm e largo 111 cm, color giallino, sul quale è visibile la figura di un uomo
alto più o meno 176 cm, con barba e capelli lunghi, muscoloso, visto di fronte e posteriormente.

IL NEGATIVO FOTOGRAFICO

Qui si vede chiaramente l’immagine dell’uomo avvolto nel lenzuolo.


L’uomo sembrerebbe essere un giovane di trenta - trentacinque anni, con barba e capelli lunghi, muscoloso,
probabilmente abituato ai lavori manuali, ha camminato scalzo, come si vede dal terriccio presente sul
tallone. I lineamenti sembrano accostarsi ad un ebreo del I secolo.

L’uomo della Sindone non era un romano. Sono state riscontrate le ferite di 120 colpi di flagello inferti da
due diverse angolature. Contro i cittadini romani era vietato usare il flagrum.

FLAGRUM

Una striscia di cuoio si avvolgeva intorno al corpo dello strumento e le parti divise presentavano alla fine
tre strumenti appuntiti che entravano nella pelle e poi si tirava via con un dolore che possiamo
immaginare.
QUEST’UOMO...

…ha segni di ferite sul capo: la corona di spine

…Ha una ferita nel costato


… segni di colpi dati dal supplizio della flagellazione sul torace e sulla schiena
… delle ferite ai polsi

Sul polso sinistro si vede una ferita compatibile con l’infissione di un chiodo fra gli ossicini del carpo
Inoltre sembrerebbe che:

 Ha escoriazioni sotto le spalle: avrebbe portato un “peso”.

 Ha escoriazioni al ginocchio sinistro: sarebbe caduto.

 Ha ferite ai polsi e ai piedi.

 NON ha le gambe spezzate.

 Ha una ferita dovuta a un colpo di lancia al costato (presenza di sangue ed acqua)

 Ha avuto una sepoltura individuale ed affrettata.

Sembrerebbe insomma proprio un “ebreo morto per crocifissione”

Cosa dicono gli scienziati?

L’immagine sul lenzuolo non può essere un dipinto, è largamente condivisa la conclusione che si tratti di
una impronta lasciata da un corpo umano.

La morte dell’Uomo della Sindone è avvenuta certamente in seguito a una serie di torture e al supplizio
della croce, come dimostrano con evidenza le ferite lasciate dai chiodi nei polsi e nei piedi.

L’insieme di questi segni rimanda in modo assai preciso alle modalità descritte nei Vangeli per l’esecuzione
di Gesù Cristo

Come si è formata l’immagine?

Fino ad oggi, nessuno è riuscito a spiegare in che modo si sia formata questa immagine.

Si è pensato che fosse dovuta al contatto del lino con i profumi che gli ebrei spargevano sui corpi dei morti
quando li seppellivano.

Si è pensato che fosse dovuta a bruciature provocate da calore o da una luce molto forte.

Ma l’uomo della Sindone è Gesù?

La Chiesa cattolica non si è espressa ufficialmente rispetto alla sua autenticità, delegando questo compito
alla scienza,

ma lasciando liberi i fedeli di venerarla come icona della Passione di Nostro Signore.
Storia della Sacra Sindone

Da Cathopedia, l'enciclopedia cattolica.


La Sacra Sindone

Indice

 1 Il primo millennio

 2 Il secondo millennio

o 2.1 A Costantinopoli

o 2.2 La prima sindone di Besançon


o 2.3 La seconda sindone di Besançon

o 2.4 A Lirey verso il 1353

o 2.5 Geoffroy de Charny nelle prime avvisaglie della Guerra dei Cent'Anni

o 2.6 Simbolo religioso dei Savoia

o 2.7 Il XX secolo: ascesa della devozione e delle polemiche

o 2.8 Le operazioni tessili del 2002

Il primo millennio

La storia della Sindone prima della sua comparsa in Francia nel XIV secolo non è oggettivamente
documentata e, man mano che si va indietro nei secoli, gli indizi sono sempre più scarsi. Guerre, incendi e
calamità naturali hanno distrutto numerose prove e sino a quando non si troveranno eventuali documenti
con riferimenti specifici che permettano di risalire alla stessa Sindone che oggi è conservata a Torino, senza
il pericolo di confusione con qualche copia o qualche "santo volto", agli storici non resta che fare ipotesi.

Esistono, comunque, antiche testimonianze da vagliare bene, sulla possibilità che il Telo ed altre bende
funerarie di Gesù Cristo siano state conservate. Queste testimonianze sono frammentarie e sono distribuite
lungo secoli differenti. La mancanza di informazioni precise è dovuta anche al fatto che spesso gli autori
non erano le medesime persone che avevano visto l'oggetto. Tali testimonianze erano il frutto di una
catena di "sentito dire" che alimentavano numerose leggende prive di qualsiasi valore probatorio. Qui si
elencano le notizie più interessanti sulla base delle quali gli storici stanno cercando di fare una ricostruzione
storica del primo millennio.

A Edessa (nella cittadina turca che oggi si chiama Urfa), verso il 544 veniva conservata una particolare
immagine, che molti studiosi identificano (forse con troppo zelo) con la Sindone, che sarebbe la stessa
portata nel 944 a Costantinopoli.

Secondo una tesi, sulla quale si sta lavorando da alcuni anni, essa era conservata ripiegata in otto strati
(detto tetradìplon che significa, piegato in 4 doppi) in modo tale da presentare all'osservatore il solo volto
ma, come ha fatto osservare anche lo studioso Pierluigi Baima Bollone, non vi sono segni di ossidazione in
questa zona del telo; l'area del volto avrebbe dovuto schiarirsi rispetto al resto del corpo mentre invece
l'immagine è identica in tutte le zone anatomiche.

La tradizione fa risalire il Mandylion di Edessa al periodo di Cristo, sul quale, secondo la leggenda, Gesù
avrebbe impresso il proprio volto. Non ci sarebbe nulla di strano se si pensa che si trattava di un fazzoletto
ampio sul quale è possibile che Gesù abbia asciugato il sudore del volto e che ci sia rimasta una forma di
immagine del volto che poi qualcuno conservò e portò con sé a Edessa.

La vera Sindone, in quel periodo, potrebbe essere stata da un'altra parte. Nel 570 un anonimo pellegrino di
Piacenza afferma che in Gerusalemme si può vedere la Sindone (sudarium) che fu sulla fronte del Signore, e
precisa che questa stoffa è conservata segretissimamente in una grotta di un monastero nei pressi del
Giordano. È invece probabile che si sia trattato della mentoniera, cioè quel fazzoletto che teneva ferma la
mandibola. Ciò conferma che in varie parti si sono conservate tele e reliquie della Passione.In un simile
campo è facile cadere nella confusione.
Nella ricerca storica è infatti facile seguire piste errate. Ad esempio, nel 670 il vescovo Arculfo si recò in
pellegrinaggio a Gerusalemme. Nella sua opera De locis sanctis egli descrisse l'esistenza di un santo Sudario
di Cristo, che ebbe modo di vedere. Il racconto, tramandatoci dal monaco benedettino Adamnano,
prosegue dicendo che in quella importante occasione il vescovo misurò il Lenzuolo in 8 piedi di lunghezza: il
piede romano misurava 29 cm, cioè complessivamente 232 cm, che moltiplicati per due (la misurazione si
riferiva alla sola immagine frontale) danno una lunghezza di 464 cm, circa un piede in più rispetto all’attuale
lunghezza.

Ma si trattava di una lunghezza approssimativa. Arculfo, però, non accennò all'immagine somatica che la
tela avrebbe dovuto riportare. Inoltre egli usa la parola sudarium e non sindon, per descrivere una tela
lunga. Il gesuita J. Francez, che approfondì la questione nel l935, ha dimostrato che questo "sudarium" in
seguito fu donato a Carlo Magno nel 797 che lo fece deporre in Aquisgrana, e nel 877 fu donato da Carlo il
Calvo all'abbazia di San Cornelio di Compiègne (Oise, Francia). In questo luogo fu venerata per secoli sotto il
nome di Santo Sudario di Compiègne. Non presentava alcuna immagine ma si conservava in un ricco
reliquiario donato dalla Regina Matilde d'Inghilterra.

Fu distrutta durante la Rivoluzione francese. Si conosce anche un'altra tela che fu confusa con la Sindone,
che i Crociati scovarono nella città di Antiochia. Portata in Francia da Adhémar di Monteil, vescovo di Le Puy
(Alta Loira, Francia) e legato papale, essa fu donata ai Cistercensi di Cadouin (Dordogna, Francia), dove si
trova ancora. Questa stoffa in ottimo stato, di 2,21 x 1,24 metri, non evidenzia alcuna immagine. Le
decorazioni che la bordano sono benedizioni islamiche in alfabeto "kufico" dell'epoca fatimida (XI secolo).

Nel 944 l'immagine del volto di Edessa venne trasferita a Costantinopoli e si mescolò alle migliaia di reliquie
custodite nelle varie chiese e nel palazzo imperiale. Non è da escludere che tale volto santo sia quello che
oggi si venera a Manoppello (PE).

Il secondo millennio

A Costantinopoli

Nel bottino del generale bizantino Giovanni Curcas, dopo l'assedio di Edessa, nel 944, vi era anche il
Mandylion. È bene ribadire che Costantinopoli non fece la guerra a Edessa per il Mandylion ma per liberarla
dall'occupazione islamica e per motivi strategici. Dopo essere stato portato solennemente a Costantinopoli,
secondo alcuni sindonologi, il Mandylion venne disteso, destando lo stupore generale perché nessuno si
aspettava di vedere un corpo completo.

In quell’ondata di entusiasmo, nei giorni successivi Costantino VII Porfirogenito, co-imperatore di


Costantinopoli, descrisse il volto sindonico come dovuto a "una secrezione liquida senza materia colorante
né arte pittorica", un'immagine evanescente, di lettura difficile, formata da sudore e sangue.

Vi fu anche l’arcidiacono e referendario Gregorio, membro esperto della delegazione imperiale per il ritiro
del Telo a presentare in una omelia il volto di Edessa all'imperatore Romano I Lecapeno e alle altre autorità.
Il manoscritto che riferisce di questo fatto è custodito nella Biblioteca Vaticana ed è stato scoperto dal Gino
Zaninotto nel [[1986[[. Gregorio, nella sua omelia del 16 agosto 944 mentre descrive il Mandylion che
chiama sindone aggiunge: "...è stata impreziosita dalle gocce del suo costato...", ma non parla ancora delle
ferite alle mani e ai piedi! È quindi probabile che il discorso di Gregorio avesse un valore teologico più che
oggettivo.
Vi è poi un’altra testimonianza sul possibile soggiorno della Sindone a Costantinopoli. È quella del cavaliere
Robert de Clari, al seguito della IV crociata, proveniente dalla Piccardia, il quale scrive nella sua storia della
conquista di Costantinopoli (è uno dei primi padri fondatori della langue d'oil come lingua nazionale
francese) che la città fu saccheggiata due volte, il 17 luglio 1203 e il 12 aprile 1204. Trai i due saccheggi de
Clari può contemplare la Sindone ("sidoine"): "...c'è un altro monastero chiamato Santa Maria delle
Blacherne, dove stava la Sindone in cui fu avvolto Nostro Signore che ogni venerdì si alzava tutto dritto, così
che se ne poteva vedere bene la figura..." e conclude: "...nessuno, né Greco né Latino conosce cosa
avvenne della Sindone dopo il saccheggio della città" del 12 aprile 1204.

A Costantinopoli dunque, oltre ai santi volti, era possibile vedere l'immagine dell'intero corpo su teli liturgici
che rappresentavano il lenzuolo nel quale fu sepolto il Cristo.

Fra tutte le riproduzioni poteva esserci anche la vera Sindone, custodita segretamente. Nel 1201, Nicola
Mesarites, custode delle reliquie conservate nella cappella presso il Faro di Costantinopoli, parla di "tele
tombali di Cristo... Esse avvolsero l'inesprimibile morto, nudo ed imbalsamato dopo la Passione".

Il testo di Mesarites dimostra che in quel tempo la Sindone era già stata aperta ed osservata. Come avrebbe
potuto Mesarites inventarsi un'immagine di Cristo nudo che era del tutto contraria alle usanze del suo
tempo?

Numerose sono le testimonianze scritte che attestano la visita di importanti personaggi a Costantinopoli ai
quali erano concesse ostensioni private.

La storia della Sindone a Costantinopoli stava per concludersi. Nel 1201 i Crociati salpano da Venezia sotto
la guida di Bonifacio I del Monferrato. Questa crociata (la quarta) fu decisa da Papa Innocenzo III allo scopo
di liberare l'Egitto islamico, da cui dipendeva la Palestina. Gli altri capi erano il conte Baldovino IX di Fiandra
(1171-1205), il doge Enrico Dandolo (1107-1205), già novantaquattrenne e cieco, Geoffroy de Villehardouin,
Guillame de Champlitte e il signore borgognone Othon de la Roche.

A Costantinopoli abbondavano grandi ricchezze, che erano state ammassate durante i secoli. Perciò, a
partire dal 12 aprile 1204, l'espugnazione della città fu seguita da orribili scene di massacri e saccheggi, che
durarono tre giorni. I più bei pezzi del tesoro della cattedrale di San Marco a Venezia provengono da quella
refurtiva, ed anche la Pala d'Oro ed i 4 cavalli bronzei che ne ornano la facciata.

I crociati vincitori fondano l'Impero Latino, sotto l'influenza veneziana. Essi eleggono imperatore il conte di
Fiandra Baldovino IX, che viene incoronato con il nome di Baldovino I in Santa Sofia, mentre il suo rivale
Bonifacio di Monferrato diviene re di Salonicco, Geoffroy de Villehardouin principe di Morea, Guillaume de
Champlitte principe di Acaja e infine Othon de la Roche duca di Atene e di Tebe. La Sindone scompare
durante il saccheggio in città e compare ad Atene; ma dopo qualche anno se ne persero nuovamente le
tracce.

L'Impero Latino di Costantinopoli dura solo fino al 1261, quando l'imperatore Baldovino II Porfirogeneto
(1217-1273) viene sconfitto da Michele VIII Paleologo (1224-1282), che reinsediò l'impero greco, con l'aiuto
dei genovesi, rivali dei veneziani.

La prima sindone di Besançon

Come suggerito da un’ipotesi di Raffard De Brienne, sulla base dei pochi documenti conosciuti finora, è
assai probabile che Ottone de la Roche, duca di Atene e uno dei capi della IV Crociata, abbia portato con sé
ad Atene alcune reliquie trafugate da Costantinopoli nel 1204. Nell’arco degli anni successivi fece vedere a
prestigiosi personaggi tale reliquia e così le voci della presenza della Sindone ad Atene si sparsero in giro
per l’Europa.

A questo proposito abbiamo un’importante testimonianza. Padre Pietro Rinaldi ritrovò negli Archivio di
Stato di Napoli la copia di un foglio del Cartularium Culisanense (foglio CXXVI) che contiene una lettera in
lingua latina di Teodoro Angelo Ducas Comneno, un cugino di Isacco II Angelo, l'imperatore detronizzato dai
Crociati proprio nel 1204. In questa lettera, inviata al Papa Innocenzo III il 1° agosto 1205, il futuro
imperatore bizantino di Tessalonica scriveva per protestare contro il saccheggio di Costantinopoli. Nel testo
c’è un’affermazione che toglie ogni dubbio, ovviamente, dando per scontato che il documento sia autentico:
"...Sappiamo che questi oggetti sacri sono conservati a Venezia, in Francia e negli altri paesi dei
saccheggiatori e che il santo Lenzuolo si trova ad Atene".

A questo punto non è impensabile ipotizzare che Innocenzo III si sia rivolto ad Ottone de la Roche per
conoscere la verità, ma che egli nel frattempo possa aver fatto dipingere una copia su tela prima di far
nascondere la Sindone originale. Avrebbe risposto al papa che si trattava di una brutta copia della Sindone
che gli avevano consegnato i suoi soldati dopo la presa di Costantinopoli, ma non sarebbe stato a
conoscenza di quale cavaliere avesse trafugato la vera Sindone.

Ottone inviò questa copia in Francia a suo padre, Ponce de la Roche e questi l’avrebbe data al vescovo di
Besançon Amedeo di Tramelay. Questa "simil-Sindone" di Besançon scomparve in occasione dell'incendio
del 1349. La motivazione principale del comportamento di Ottone de la Roche era quella di evitare che lo
accusassero di essere l’autore del trafugamento della Sindone da Costantinopoli, un fatto grave
incompatibile con la disciplina del cavalierato.

La seconda sindone di Besançon

Per quel che sappiamo la sua prima ostensione ufficiale avvenne il 5 aprile 1523; fu conservata a Besançon
sino al 23 marzo 1794, giorno in cui fu distrutta dalla Convenzione Nazionale; riproduceva solamente
l'immagine frontale dell’Uomo della Sindone e veniva esposta il Venerdì Santo a scopo liturgico.

A Lirey verso il 1353

Passano circa 150 anni da quando la Sindone scompare da Costantinopoli a quando riappare a Lirey, un
villaggio della Champagne a circa cento chilometri ad est di Parigi. Questo arco di tempo è considerato un
vuoto incolmabile. Le numerose ipotesi avanzate dagli studiosi non giustificherebbero certi passaggi di
proprietà. I fatti, però, potrebbero essere andati in maniera molto più semplice.

Il passaggio della Sindone da Atene a Lirey avvenne probabilmente mediante legami di parentela in un
clima di massima segretezza; questa è l’arma che ha permesso alla Sindone di superare diverse vicissitudini
nel corso dei secoli, anche recentemente, quando segretamente nel 1939 la Sindone fu trasferita a Monte
Vergine (Avellino) o quando nel 2002 venne sottoposta al restauro conservativo. Nella discendenza del
duca di Atene, Othon de La Roche, primo possessore occidentale della Sindone, in quinta generazione,
troviamo Jeanne de Vergy, la quale fu la moglie di Geoffroy de Charny, che sposò nel 1340.

La prova oggettiva del possesso della Sindone da parte degli Charny si trova a Parigi, nel Museo Nazionale
del Medioevo-Thermes de Cluny. Si tratta di un piccolo bassorilievo di piombo sbalzato (cm 4,5x6,2) che
riproduce esattamente la Sindone di Torino, gli stemmi nobiliari di Geoffroy de Charny e di Jeanne de Vergy
(la moglie) in mezzo ai quali è rappresentato il Sepolcro vuoto. Questo medaglione-ricordo fu trovato nella
Senna nel 1855 presso Pont-au-Change ed è di un valore eccezionale anche per altri motivi:

 è in assoluto la prima rappresentazione della Sindone nella posizione ostensiva di allora.

 È la testimonianza di un pellegrinaggio relativo e una ostensione fatta fra il 1340 e il 1356, mentre
Goffredo I di Charny era ancora in vita.

 I due stemmi dei possessori sono posizionati in modo da far intendere che proprio ai Vergy risale la
proprietà dell’oggetto.

Geoffroy de Charny, cavaliere e portaorifiamma del re di Francia fa costruire a Lirey una chiesa e vi pone
stabilmente un collegio di canonici. In questa chiesa espone quella Sindone che oggi è venerata a Torino,
ma che ha nella Francia la sua seconda patria. Il dono della Sindone alla chiesa canonicale avvenne verso il
1353, per il fatto che, nel 1389, il vescovo Pierre d'Arcis parla dell'ostensione avvenuta 34 anni prima, cioè
nel 1355, quando Geoffroy di Charny era ancora in vita. Però, potrebbe non essere stata la prima
ostensione. Difatti, fin dal 1354, il Papa concede delle indulgenze ai pellegrini di Lirey.

Goffredo muore nel 1356 in una battaglia vicino a Poitiers senza aver rivelato ad alcuno come fosse entrato
in possesso del sacro lino. Non ve n’era bisogno: l’aveva portata in dote sua moglie Jeanne de Vergy. Dopo
oltre 30 anni dalla morte del conte (è il 1389), il figlio di Goffredo permette ai canonici (in probabili
ristrettezze economiche) di presentare ai fedeli la Sindone nella chiesa della Collegiata di Lirey. La solenne
ostensione viene fatta senza chiedere il permesso del vescovo della diocesi di Troyes, sotto la cui
giurisdizione c’era anche Lirey.

Il vescovo Pierre d'Arcis, sentendosi scavalcato, se ne risente al punto da ordinare al Clero di non far parola
della Sindone. Goffredo II e il clero si appellano all'antipapa di Avignone Clemente VII, che permette le
ostensioni a condizione che in tali giorni un sacerdote indichi ai pellegrini, a voce alta, che quella non è la
vera Sindone ma una sua rappresentazione. Le folle e le offerte confluivano in quantità verso la canonica di
Lirey, fino al punto che il piccolo villaggio era diventato quasi una capitale religiosa. A poco a poco, la
semplice chiesa canonicale di Lirey stava per diventare più ricca della cattedrale di Troyes, che invece non
aveva i fondi necessari per la sua ristrutturazione.

Nel periodo di questa ostensione la vedova di Geoffroy, Jeanne di Vergy si era già maritata in seconde
nozze con Aymon di Ginevra, uomo ricco e potente, zio di Roberto di Ginevra, che da alcuni anni aveva
preso il nome di Clemente VII antipapa ad Avignon. Quindi, Jeanne di Vergy era la zia d'acquisto del papa.
Pierre d’Arcis scrisse al papa in tono di protesta; e, in attesa della risposta papale, egli ordinò l'immediata
sospensione dell'esposizione. Non sembra necessario approfondire le varie fasi delle polemiche che ne
sono seguite.

Ciò che è degno di nota è che nella sua prima bolla del 6 gennaio 1390, Clemente VII autorizza l'esposizione
della reliquia, esprimendo contemporaneamente l'idea che si tratta di una figura della Sindone. Cinque
mesi più tardi, però, questo passaggio viene corretto dal cardinale Giovanni di Napoli, il cui nome è
menzionato al margine. Infine, il 1° giugno 1390, una nuova bolla concede indulgenze a tutti coloro che si
fossero recati alla chiesa di Lirey per venerarvi la Sindone. Aveva vinto la parentela o la verità? Si obbietta
che il vescovo Pierre d’Arcis non sia stato in buona fede e che attribuì il titolo di dipinto ad un oggetto che
lui non aveva mai visto e che la scienza moderna ha riconosciuto non essere tale.
Nel 1418 avvicinandosi la guerra fra Borgogna e Francia, i canonici di Lirey, per mettere al sicuro la Sindone
la consegnano al conte Umberto de la Roche, che però muore nel 1448, lasciandola alla moglie Margherita
di Charny, nipote di Goffredo I. Essa cerca un rifugio più sicuro per garantire ai posteri la conservazione
della Sindone. Dopo varie peripezie la consegna (in cambio di benefici) nel 1453 alla duchessa Anna di
Lusignano, moglie del duca Ludovico di Savoia a Ginevra.

Geoffroy de Charny nelle prime avvisaglie della Guerra dei Cent'Anni

Geoffroy I di Charny, uomo pio e valente cavaliere, nasce verso il 1305 da Jean de Charny e Marguerite de
Joinville, figlia del signore di Joinville, il celebre cronista ed amico del re Luigi IX.

A 32 anni è combattente in Linguadoca. Nel 1340 suo padre Jean si sposa in seconde nozze, con Jeanne de
Vergy, la quale gli porta in dote la signoria di Montfort-en-Auxois (Côte-d'Or), di Savoisy (Côte-d'Or) e di
Lirey, di cui era Signora. In quell’anno egli è tra coloro che salvano la città di Tournay, assediata da Edoardo
III d'Inghilterra. Successivamente lo ritroviamo in Bretagna, durante la Guerra di Successione, contesa da
due pretendenti, uno sostenuto dal re francese e l'altro da quello inglese.

Partecipa ad una battaglia nei pressi di Morlaix, dove il 30 settembre 1342 viene catturato dagli Inglesi.
Durante la sua prigionia egli fa il voto che se dovesse riacquistare la libertà, costruirebbe una chiesa a Lirey.
Per circostanze fortuite la sua prigionia dura poco tempo anche grazie alla complicità di una delle guardie.
Nel giugno 1343 Geoffroy di Charny riceve dal re Filippo VI l'ammortamento di una rendita di 120 franchi
per l’istituzione della chiesa canonicale di Lirey, che però non riesce ancora a fondare. Viene insignito del
titolo e delle armi di cavaliere il 2 agosto 1346, durante l'assedio di Aiguillon (Lot-et-Garonne). Scrive tre
libri sulla Cavalleria, veri e propri manuali militari.

Nel 1347 la Francia è impegnata ormai in quella che venne definita Guerra dei Cent’anni (1337-1453)
contro l'Inghilterra. Il disorganizzato esercito francese ha appena subìto una dura sconfitta nella battaglia di
Crécy. La situazione del paese è aggravata da periodiche pestilenze che mietono numerose vittime anche in
molte regioni d’Europa. Nel luglio del 1347 Goffredo viene inviato dal re Filippo VI in missione presso il re
d'Inghilterra per trattare un armistizio e, a partire dal gennaio 1348, fa parte del Consiglio del Regno.

Viene nuovamente catturato dagli Inglesi nel 1348, durante un attacco notturno contro Calais (Francia
settentrionale), che era stata presa dagli inglesi nell'agosto del 1347. Trascorre un anno e mezzo nelle
prigioni inglesi. Giovanni II il Buono, da poco diventato re, paga per lui un elevato riscatto (12.000 scudi
d'oro), il che permette a Goffredo di tornare in Francia il 31 luglio 1351. Fino al mese di ottobre 1352 egli
combatte in Piccardia, dove riceve il titolo di capitano generale.

Il 20 giugno 1353 fonda la chiesa di Lirey, officiata da sei canonici ed è facile intuire che tale evento sia stato
reso molto solenne grazie all'ostensione della Sindone. Il finanziamento di questa collegiata è assicurato
dalla rendita annua assegnata dal re dieci anni prima. L'anno successivo viene approvata dal Papa
Innocenzo VI (bolla del 30 gennaio 1354), il quale concede indulgenze ai pellegrini. Nello stesso anno, altre
quattro bolle papali configurano giuridicamente in maniera definitiva la chiesa, concedendo nuove
indulgenze.

Nel 1355 il re lo nomina porta orifiamma. Cavalca a capo di tutto l'esercito tenendo in mano l'orifiamma
rossa dell'abbazia di Saint-Denis. Questa dignità, poteva essere conferita solamente a un cavaliere di
indiscutibile valore. Geoffroy di Charny riceve le congratulazioni del vescovo per questa costruzione. Nel
luglio del 1356, il re Giovanni il Buono aumenta fino a 60 sterline la rendita annua che assicura la
conservazione della chiesa. Tuttavia, si trattava di una semplice costruzione in legno, che è andata in rovina
in meno di un secolo.

Qualche tempo dopo, il 19 settembre 1356, Geoffroy di Charny viene ucciso nella battaglia di Maupertuis,
vicino a Poitiers, mentre protegge con il proprio corpo il suo re, Giovanni il Buono. Grazie a questo atto di
eroismo, la sua salma verrà deposta più tardi, nel 1370, nella chiesa dei Celestini, a Parigi, a spese del re
Carlo V. Egli lascia una vedova, Giovanna di Vergy e due figli. Suo figlio Goffredo avrà una figlia, Margherita
di Charny, unica nipote di Goffredo, quella che consegnerà la Sindone ai Savoia.

Simbolo religioso dei Savoia

Dopo circa un secolo di permanenza della Sindone a Lirey, l'ultima discendente degli Charny, Margherita, a
Ginevra nel 1453 la cede ad Anna di Lusingano, moglie di Ludovico di Savoia. Non esiste un esplicito atto di
cessione scritto perché, con ogni probabilità, i Savoia non volevano creare attriti con il Papa il quale,
secondo quanto indicato dal Concilio Lateranense IV (1215) aveva vietato il commercio di reliquie (questo
spiega anche il nascondimento della Sindone mentre era in possesso del Duca di Atene e dei suoi
discendenti). Margherita, non avendo ottemperato agli accordi finanziari che aveva preso con i canonici di
Lirey in cambio della Sindone, incorre in una serie di processi e nella successiva scomunica da parte del
Tribunale Ecclesiastico. Muore nel 1459. Frattanto i Savoia, per compensare i suoi debiti nei confronti dei
canonici riconoscono a loro un'indennità annua di 50 franchi d’oro.

Diventati proprietari della Sindone, i duchi di Savoia, non avendo ancora un'unica residenza stabile se la
portano dietro nei loro frequenti spostamenti sino a quando la collocano a Chambéry, la loro capitale di
allora, e la collocano provvisoriamente nella chiesa dei francescani, l'attuale cattedrale.

Nel 1471, il duca di Savoia Amedeo IX e sua moglie Jolanda, figlia del re francese Carlo VII, progettando un
luogo più sicuro per la Sindone decidono l'ampliamento della cappella che all'epoca è un edificio proprio
all'interno del palazzo ducale.

Il 6 giugno 1483, in un inventario delle reliquie della Cappella Ducale di Chambéry, si trova per la prima
volta la Sindone indicata come Sanctum Sudarium(Santa Sindone) e non più come figura della Sindone.

L'11 giugno 1502, il duca di Savoia Filiberto II il Bello (1480-1504) trasferisce la Sindone dalla cattedrale,
nella cappella ampliata da Amedeo IX e il Papa Giulio II concede a questa cappella il titolo di Sainte-Chapelle.
La Sindone, custodita in un reliquiario, è collocata in una nicchia dietro l'altare principale, protetta da
inferriate dotate di serrature. Successivamente, quando la Sindone lascerà Chambéry, questa nicchia verrà
murata ma fu ritrovata, durante lavori di restauro.

Nel 1506 Papa Giulio II permette il culto pubblico della Sindone, approvandone la Messa e l'Ufficio. La festa
della Sindone viene fissata il 4 maggio, il giorno dopo a quello della Santa Croce; in questo giorno, ogni
anno era organizzata un'ostensione della reliquia. Più tardi, Leone X estende tale festa all'intera Savoia (al
di là dei monti) e Gregorio XIII al Piemonte (al di qua dei monti). Tuttavia non si devono in nessun modo
considerare queste decisioni come un riconoscimento ufficiale di autenticità della Sindone da parte della
Chiesa.

Nel 1509, Margherita d'Austria, che da cinque anni è diventata vedova di Filiberto il Bello ordina all'artista
fiammingo Lievin van Lathem un reliquiario in argento per conservare la Sindone, dove la stessa viene
riposta nell'agosto dello stesso anno e rimarrà fino al 1998.
Nel 1532 scoppia un incendio nel coro-sacrestia della Cappella di Chambéry. La cassetta-reliquiario
d’argento, che contiene la Sindone piegata, viene danneggiata da un oggetto arroventato che cade sul
coperchio, rischiando di distruggere la Sindone. Due anni dopo le suore Clarisse del Convento di Sainte
Claire en Ville, a Chambéry, applicano alle parti maggiormente danneggiate una serie di rappezzi triangolari
e foderano il retro della Sindone con un tessuto di sostegno, detto Telo d'Olanda.

Il duca di Savoia (ancora Carlo III il Buono) chiede al papa Clemente VII (non a Clemente VII di Avignon, ma a
quello di Roma), di ordinare un'inchiesta di controllo. A tale scopo il Papa incarica il suo legato, il cardinale
Louis de Gorrevod, vescovo di Maurienne (Savoia, Francia). Questi nomina una commissione costituita da
tre vescovi i quali, dopo attento esame, certificano che il Lenzuolo uscito indenne dall'incendio è
sicuramente quello della Sindone. Al riguardo gli stessi sottoscrivono un verbale ufficiale il 15 aprile 1534.

Il giorno dopo, la Sindone danneggiata viene portata in processione al monastero di Santa Chiara, dove la
badessa affida a quattro tra le suore più pie ed abili la riparazione del Lenzuolo. In presenza di quattro
guardie nominate dal duca di Savoia, che montano la guardia giorno e notte, inginocchiate, le suore
cuciono i famosi rattoppi che durarono fino al 2002. Due settimane più tardi, il 2 maggio, la Sindone
riparata è riportata solennemente nella sua cappella e riprendono le ostensioni annue.

1578: Per abbreviare all'arcivescovo di Milano Carlo Borromeo il faticoso e lungo viaggio che vuole
intraprendere fino a Chambéry allo scopo di venerare la Sindone in adempimento di un voto fatto per la
liberazione di Milano dalla peste Emanuele Filiberto la trasferisce a Torino che da 16 anni è la nuova
capitale del Ducato dei Savoia [1].

1694: La Sindone è collocata definitivamente sopra l'altare del Bertola, al centro della sontuosa Cappella
costruita tra l'abside della Cattedrale di Torino e il Palazzo Reale su progetto dell'abate Guarino Guarini.

1706: A causa dell'assedio dei Francesi la Sindone viene portata al seguito della corte, sino a Genova e alla
fine dello stesso anno è riportata a Torino.

1713: Il Ducato di Savoia diviene Regno di Sicilia, poi Regno di Sardegna (1720). In quest'occasione i
monarchi offrono al pubblico una delle rare Ostensioni diventate sempre più rare. Anche nel 1717 ne fanno
un'altra per celebrare i primi quattro anni del regno.

1898: In occasione dell'Ostensione per celebrare il matrimonio di Vittorio Emanuele figlio del re Umberto I
ed erede al trono, l'avvocato torinese Secondo Pia, ottimo fotografo dilettante, realizza le prime fotografie
della Sindone.

Queste fotografie danno impulso a tutta una serie di polemiche, studi e ricerche condotte da numerosi
scienziati di varie discipline.

Il XX secolo: ascesa della devozione e delle polemiche

 1902

Dichiaratamente agnostico, zoologo, anatomista e fisiologo di fama mondiale, Yves Delage (1854-1920) si
schierò per l’autenticità della Sindone ravvisando nell’uomo che vi è stato avvolto le fattezze di Gesù.
Anticipando i risultati della ricerca, disse che la certezza dell’autenticità della Sindone era tale, che vi era
soltanto una probabilità contro 83 milioni che essa sia falsa, ma non aveva ancora altri elementi per alzare
questa probabilità. Il Delage, in una affollata assemblea della Académie des Sciences di Parigi, diede
relazione dei suoi studi concludendo che l'uomo che vi era stato avvolto non poteva non essere Cristo,
perché il tempo minimo per il formarsi di un'immagine vaporigrafica era un giorno e il tempo massimo che
vi poteva restare un cadavere senza cancellare l'immagine formata o almeno senza lasciarvi tracce di
putrefazione, era 40 ore: ciò che corrisponde a quanto riferiscono i Vangeli. Il segretario dell’Accademia
turbato del fatto che si osasse parlare di Gesù in ambiente agnostico cancellò dal protocollo dell'assemblea
la comunicazione del collega.

 1931

Ostensione per il matrimonio dell'erede al trono Umberto. Nuove fotografie della Sindone (le più note),
questa volta da parte del fotografo professionista Giuseppe Enrie. È nuovamente fotografata, dal cav.
Giuseppe Enrie, in occasione della pubblica ostensione dell'Anno santo 1933.

 1939

Si svolge a Torino il Primo Congresso di Studi sulla Sindone. Per proteggerla dalle possibili incursioni aeree,
nella Seconda Guerra Mondiale la Sindone è nascosta nel santuario di Montevergine (Avellino). Torna a
Torino nel 1946.

 1969

Prime foto a colori di Giovanni Battista Judica Cordiglia e ricognizione privata della Commissione di esperti
nominata dal Cardinale Michele Pellegrino.

 1973

Ostensione televisiva della Sindone.

 1978

Dal 26 agosto all’8 ottobre avviene la pubblica ostensione per ricordare il IV centenario del trasferimento
della Sindone da Chambéry a Torino. Al termine dell’ostensione ricercatori italiani e stranieri (componenti
dello STURP, Shroud of Turin Research Project), effettuano esami strumentali e prelievi diretti per
un'indagine multidisciplinare.

 1983

Muore in esilio l'ex re d'Italia Umberto II, proprietario della Sindone, che per testamento la cede al Papa.
Giovanni Paolo II dispone che resti conservata a Torino e ne siano, nel tempo, custodi gli arcivescovi che si
succederanno sulla cattedra della Chiesa torinese.

 1988

L’esame di campioni del telo sindonico con il metodo del radiocarbonio attribuisce la Sindone ad un
periodo compreso fra il 1260 e il 1390 d.C., gettando la comunità dei sindonologi in un primo attimo di
totale sconcerto.

 1993

Ricognizione del sacro Telo da parte di esperti invitati a suggerire iniziative e interventi idonei a garantirne
la migliore conservazione. Inoltre, al fine di permettere i lavori di restauro della cappella del Guarini la
Sindone è trasferita nel coro dietro l’altare maggiore del Duomo di Torino.
 1997

Pochi giorni prima dell’ultimazione dei lavori di restauro, la cappella guariniana viene devastata da uno
spaventoso incendio. La Sindone è fortunatamente assente, perché è custodita in Duomo, da dove è
portata in salvo dai Vigili del Fuoco. Nei giorni successivi la Commissione per la conservazione della Sindone
certifica che il sacro lenzuolo non ha subito danni e vengono effettuate fotografie e riprese in digitale in
preparazione di un documentario video.

 1998

Ostensione dal 18 aprile al 14 giugno per celebrare i 100 anni dalla prima fotografia della Sindone.

 2000

Dal 12 agosto al 22 ottobre pubblica ostensione per l'Anno Santo. Nel corso delle operazioni svolte per
sistemarla nella nuova teca di conservazione vengono effettuate fotografie tramite uno scanner che viene
introdotto tra la Sindone e il Telo d'Olanda e per la prima volta dal 1534 vengono esplorate ampie zone del
retro sindonico.

 2002

Nei mesi di giugno e luglio viene eseguito un importante intervento conservativo nel quale avviene la
rimozione delle antiche toppe che coprivano le bruciature e la sostituzione del telo di supporto.

Le operazioni tessili del 2002

Bisogna premettere che i procedimenti di invecchiamento di un tessuto sono accelerati nel caso in cui tale
tessuto sia stato soggetto ad incendio, come la Sindone a Chambéry nel 1532. Anche se i danni vennero
parzialmente restaurati dalle clarisse due anni dopo e ritoccati in qualche altra circostanza, queste zone
sono soggette ad un precoce invecchiamento. Cosa significa? Che le zone limitrofe al cratere di
carbonizzazione presentano fili che hanno minore resistenza e qualsiasi leggera trazione provoca la perdita
di fibrille e la rottura di fili di lino con il distacco di scorie: questo fenomeno avviene nelle aree strinate. Non
solo la trazione e i vari rimaneggiamenti necessari per le ostensioni, ma anche la luce e i raggi cosmici
possono provocare microfratture che portano alla disgregazione della tela. Nel caso della Sindone poi,
qualsiasi distacco di scorie carbonizzate potrebbe finire nelle aree dell'immagine somatica con conseguenze
imprevedibili. Teoricamente era urgente intervenire anche se è parsa una scelta impopolare.

L'intervento di restauro aveva quindi lo scopo di eliminare o almeno ridurre alcuni fattori deleteri per
garantire la migliore conservazione del Lenzuolo nel futuro. Questi fattori pericolosi erano:

 le numerose pieghe sparpagliate lungo la tela e provocate dal fatto che per numerosi decenni la
Sindone venne conservata arrotolata attorno ad un bastone di legno e nel corso dei secoli fu
piegata in svariati modi;

 l'accumulo di materiale inquinante tra le toppe e la tela d'Olanda per cui si erano create delle vere
e proprie tasche di frammenti tessili carbonizzati, di polveri ed altri residui.

Le fasi dell'intervento sono state le seguenti:

 Dopo averla appoggiata su carta di riso neutra con l'immagine rivolta verso il basso si sono scuciti il
telo d'Olanda e le toppe.
 Alcune delle antiche toppe rimosse erano diventate vere e proprie tasche piene di polveri e
frammenti di tessuto carbonizzato staccatisi dalle zone limitrofe. Si notavano anche vistose pieghe.

 Si è provveduto all'asportazione di tutto il materiale carbonizzato e delle polveri che erano sotto le
toppe. Il materiale ancora collegato labilmente al telo è stato rimosso ma senza procedere a tagli
consistenti.

 Si è quindi passati ai rilievi scientifici. Un'importante acquisizione nel corso di tali operazioni è stata
l'esplorazione e la fotografia del retro della Sindone finalmente liberata dalla tela d'Olanda che da
quasi cinque secoli rinforzava la Sindone escludendone la visione.

 Questo restauro ha inoltre permesso di effettuare nuovi rilevamenti fotografici e strumentali,


nonché di raccogliere frammenti sindonici utili per effettuare nuovi studi che potranno confermare
o meno quelli che vennero effettuati dallo STURP nel 1978.

 Dopo queste operazioni effettuate dalle esperte Metchild Flury-Lemberg ed Irene Tomedi, la
Sindone è stata ricucita sul nuovo telo di supporto ed è stata rivoltata, senza mai essere alzata
distesa, per mezzo di una serie di variazioni posizionali che ne hanno garantito la sua assoluta
incolumità.

Vi hanno pure partecipato componenti della Commissione Diocesana per la conservazione della Sindone,
che si alternavano nel laboratorio allestito nella sacrestia nuova del Duomo di Torino.