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POVERE MENTI

LA CURA DELLA MALATTIA MENTALE

LA CURA DELLA MALATTIA MENTALE NELLA PROVINCIA DI MODENA FRA OTTOCENTO E NOVECENTO
NELLA PROVINCIA DI MODENA
FRA OTTOCENTO E NOVECENTO
a cura di Andrea Giuntini

POVERE MENTI
Pubblicazione realizzata da:
Provincia di Modena
AREA FORMAZIONE, ISTRUZIONE, LAVORO, POLITICHE SOCIALI E ASSOCIAZIONISMO

ASSESSORATO ALLA SANITÀ, POLITICHE SOCIALI E DELLE FAMIGLIE,


ASSOCIAZIONISMO E VOLONTARIATO

Stampa:
Tipografia TEM Modena

Finito di stampare:
Aprile 2009

In copertina: illustrazione tratta da una riproduzione di “Alberi nel giardino dell’ospedale di Saint-Paul” di Vincent Van Gogh da pitturare.com
POVERE MENTI.
LA CURA DELLA MALATTIA MENTALE
NELLA PROVINCIA DI MODENA
FRA OTTOCENTO E NOVECENTO

a cura di
Andrea Giuntini
INDICE

Maurizio Guaitoli,
Prefazione .......................................................................................................................................................................... Pag. 9

Andrea Giuntini,
Introduzione.................................................................................................................................................................... Pag. 11

Malattia mentale, psichiatria e manicomi in Italia:


una prospettiva storica

Andrea Scartabellati,
Pagine dimenticate.
Le culture psichiatriche in Italia tra fine ‘800 e primi decenni del ‘900 ............ Pag. 15

Massimo Tornabene,
Psichiatria e manicomi tra Fascismo e guerra ............................................................................. Pag. 41

Massimo Moraglio,
Prigionieri di un’utopia.
Il manicomio dalle speranze terapeutiche alla routine segregante ........................... Pag. 55

Francesca Vannozzi,
Verso la fine di un percorso:
il progressivo perdersi di ruolo del manicomio ............................................................................ Pag. 77

Il caso di Modena

Paola Romagnoli,
Gli atti dell’assistenza psichiatrica della Provincia di Modena:
tipologie documentarie e loro organizzazione.............................................................................. Pag. 87
Donatella Lippi,
Lo stabilimento per alienati del Ducato di Modena nella testimonianza
di Joseph Guillaume Desmaisons Dupallans (1840) ............................................................. Pag. 97

Andrea Giuntini,
L’assistenza ai malati di mente nella Provincia di Modena
dalla legge del 1865 alla seconda guerra mondiale .................................................................. Pag. 107

Simone Fari,
Tra rinnovamento sociale ed efficienza economica.
La gestione dell’assistenza psichiatrica nella Provincia di Modena
dal dopoguerra alla legge 180............................................................................................................................... Pag. 143

Mauro Bertani,
Ipotesi su un manicomio.
Il San Lazzaro di Reggio Emilia tra ‘800 e ‘900 ........................................................................ Pag. 213

Francesco Paolella,
I modenesi ricoverati nell’Istituto psichiatrico San Lazzaro.
Appunti per una ricerca...................................................................................................................................... Pag. 255

Gabriella Boilini-Giorgio Gosetti,


I modenesi nell’Ospedale Ricovero di San Giovanni in Persiceto dal 1895.
Esodo e controesodo ................................................................................................................................................. Pag. 277

Indice dei nomi di persona ................................................................................................................................ Pag. 293


PREFAZIONE

Maurizio Guaitoli, Assessore alla Sanità, Politiche Sociali e delle Famiglie,


Associazionismo e Volontariato della Provincia di Modena

PREFAZIONE

Fra le molte svolte legislative, che hanno inciso profondamente sulla vita
del nostro paese nel secondo dopoguerra, merita sicuramente un posto di
riguardo la legge emanata dal Parlamento nel 1978 e che va impropriamente
sotto il nome di “legge Basaglia”. In seguito a quel provvedimento i manico-
mi italiani aprirono le proprie porte, prospettando ai malati una vita nuova
nella società e segnando la fine di un’epoca di segregazione secolare. Da
quel momento l’assistenza agli individui affetti da patologie psichiatriche ha
segnato una trasformazione di 180 gradi, favorendo un indubbio migliora-
mento delle condizioni di vita dei malati. La legge fa da spartiacque fra due
modi di intendere ed affrontare l’assistenza ai malati di mente e costituisce
un’evidente grande conquista di civiltà.
In occasione del trentennale del provvedimento ispirato dal pensiero e
dall’opera di Franco Basaglia e della sua scuola, l’Amministrazione Provin-
ciale di Modena ha concepito e sostenuto una ricerca sulla storia di questo
particolare ambito in un arco cronologico racchiuso fra le due leggi princi-
pali del settore, quella emanata nel 1865, che assegnava alle Province l’ob-
bligo economico del mantenimento “dei mentecatti poveri della provincia”
e quella del 1978. Al di là degli intenti celebrativi, si è voluto ricostruire le
vicende di questo mondo di sofferenza, del tutto persuasi che Modena e la
sua provincia abbiano giocato storicamente un ruolo di primo piano nella
questione da molti punti di vista. La vicinanza ad uno dei principali istituti
manicomiali italiani ed europei, il San Lazzaro di Reggio, oltre che a condi-
zionare le scelte in merito alla cura dei malati, ha contribuito alla crescita di
una serie di conoscenze e di sensibilità particolarmente sviluppate. In virtù
anche dei rapporti con l’ospedale reggiano, Modena poi, si è sempre distin-
ta in ambito universitario per lo stato avanzato del suo sistema di insegna-
mento della psichiatria e per la diffusione di questa cultura già a partire
dagli anni ’70 dell’800. Infine l’Amministrazione Provinciale, soprattutto nel

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Maurizio Guaitoli

secondo dopoguerra, ha saputo sperimentare nuove politiche assistenziali


che hanno anticipato l’evoluzione delle normative nazionali, passando dalla
pura assistenza economica iniziale, alla progettazione e sperimentazione di
strutture e servizi distribuiti sul territorio, volti alla prevenzione, alla assi-
stenza ed al reinserimento sociale dei malati psichiatrici.
Affermare dunque che Modena ha funzionato da laboratorio di speri-
mentazione di pratiche organizzative e scientifiche innovative, sembra, alla
luce dei risultati offerti dalla ricerca, del tutto legittimo.
Questo volume, per l’elaborazione del quale abbiamo chiamato a raccolta
buona parte dei migliori specialisti attivi in Italia in tale filone di studi stori-
ci, rappresenta il primo concreto risultato di un progetto organico di ricerca
lanciato dall’amministrazione provinciale, cui seguirà la sistemazione archi-
vistica, presso l’Archivio della Provincia di Modena, di un interessantissimo
fondo documentario, denominato Atti relativi all’assistenza psichiatrica, che
presto verrà messo a disposizione degli studiosi, implementando ulterior-
mente gli studi di questo tipo. Povere menti costituisce un’acquisizione di
grande importanza nel panorama storiografico nazionale e al tempo stesso
risponde ad un’esigenza sentita su scala locale di recuperare una memoria
profondamente radicata e che ancora oggi rappresenta la guida per il nostro
operare in campo sociale. I principi, la cultura e la politica assistenziale nel
contesto psichiatrico di oggi sono il risultato di un’eredità storica preziosa,
che l’amministrazione provinciale modenese, continuando a lavorare nel
solco tracciato un secolo e mezzo fa, non intende disperdere.

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INTRODUZIONE

INTRODUZIONE

La storiografia concernente le tematiche legate alla storia della psichiatria,


dei manicomi e dell’assistenza ai malati di mente – i protagonisti di questo li-
bro che nello svolgimento del volume verranno chiamati in modi diversi, ma
con un rimando univoco - si è notevolmente arricchita nel corso degli ultimi
anni. Riflessioni complessive sviluppatesi lungo diversi filoni interpretativi
e percorsi di ricerca incentrati su singole realtà ospedaliere hanno contribui-
to, in pari misura, ad esplorare questo settore di indagine1.
Il presente volume ha la pretesa – mantenendo la necessaria umiltà - di
restituire la ricchezza dello scavo di ricerca effettuato e dei numerosi ap-
profondimenti metodologici portati avanti, all’interno di un contesto, quello
modenese, che rappresenta in effetti un angolo di visuale, se non addirittura
per certi versi e da un certo momento in poi, un vero e proprio laboratorio
per la cura della malattia mentale. Due piani, dunque, che si è tentato, auspi-
cabilmente con successo, di far intersecare, per andare oltre la mera storia lo-
cale e proiettare viceversa la vicenda modenese in una prospettiva che deve
essere, almeno secondo l’opinione di chi ha raccolto i saggi, assai più ampia
di quella provinciale. Al tempo stesso l’esperienza modenese – del tutto ano-
mala in quanto priva di un manicomio proprio, ma con la presenza vicina di
un istituto rilevante da ogni punto di vista come è stato storicamente il San
Lazzaro di Reggio Emilia - si pone su una frontiera di originalità, sulla quale
i saggi della seconda parte del volume hanno cercato di gettare piena luce.
Appare visibile, in particolare negli anni che vanno dal secondo dopoguerra
all’emanazione della legge del 1978, più volte evocata nel testo con intenti
scevri da qualunque appesantimento ideologico, l’intreccio profondo fra il
filo degli eventi e dei processi, che attengono alla dimensione modenese, e
quello di alcune delle più significative istanze di modernizzazione relative
a quegli anni.
Una ricostruzione corale, come quella preferita anche per la parte dedi-
cata alla provincia modenese, si presta a far emergere le tante tematiche, che
1
Un’utile lettura è risultato il saggio di Ferruccio Giacanelli (Psichiatria e storiografia, in “Psico-
terapia e scienze umane”, 1986, 3, pp. 80-93), uno dei maestri riconosciuti di questo campo di
studi, che disegna un quadro storiografico, di cui detta le coordinate.

11
Andrea Giuntini

la questione dell’assistenza ai malati di mente incrocia: da quelle strettamen-


te sanitarie, a quelle attinenti al profilo istituzionale ed amministrativo fino
all’ottica di analisi pienamente aziendale resa necessaria dalla dimensione
posseduta dalla questione dell’assistenza ai malati di mente a livello pro-
vinciale. Denunciamo con sincerità l’ambizione di avere adottato una lettura
a tutto tondo, senza trascurare o sottovalutare nessuna delle piste di ricer-
ca percorribili. Risulta doveroso anche un telegrafico accenno esplicativo al
titolo, modulato su un doppio registro: povere quelle menti per la dram-
maticità della loro condizione umana e al tempo stesso per essere frutto di
complicati rapporti, che trovano nell’elemento della subalternità sociale il
motivo dominante del destino del loro disturbo psichico2.
In conclusione occorre fare un breve riferimento alle fonti. Sull’imposta-
zione complessiva del lavoro evidentemente ha influito la tipologia delle
fonti documentarie utilizzate, delle quali si è scelto di dare pienamente conto
con il saggio della responsabile del patrimonio storico documentario della
Provincia di Modena, custode di un’enorme quantità di cartelle cliniche in
via di sistemazione archivistica, fonte di rilevanza straordinaria che induce
a pensare ad un’ulteriore puntata per il futuro della ricerca in ambito mo-
denese3.
Andrea Giuntini

2
Hanno costituito un’ottima base di partenza per queste considerazioni le non più giovani,
ma ancora del tutto valide, osservazioni di A. Gibelli, Emarginati e classi lavoratrici: le ragioni di
un nodo storiografico, in Le istituzioni segregate nell’Italia liberale, numero monografico della rivista
“Movimento operaio e socialista”, 1980, 4, pp. 361-367.
3
Sulla questione delle cartelle cliniche come fonte per la storia della psichiatria, si rimanda
a Le carte della follia, a cura di D. di Diodoro, G. Ferrari e F. Giacanelli, Bologna, Quaderni del
Centro di studi G.F. Minguzzi, 1990; a Manicomio, società e politica. Storia, memoria e cultura della
devianza mentale dal Piemonte all’Italia, Pisa, Biblioteca Franco Serantini, 2005; ed a M. Tornabene,
La guerra dei matti. Il manicomio di Racconigi tra Fascismo e Liberazione, Boves, Araba Fenice, 2007,
pp. 19-26.

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MALATTIA MENTALE, PSICHIATRIA
E MANICOMI IN ITALIA:

UNA PROSPETTIVA STORICA


PAGINE DIMENTICATE. LE CULTURE PSICHIATRICHE IN ITALIA TRA FINE ‘800 E PRIMI DECENNI DEL ‘900

Andrea Scartabellati, Università di Venezia

PAGINE DIMENTICATE.
LE CULTURE PSICHIATRICHE IN ITALIA
TRA FINE ‘800 E PRIMI DECENNI DEL ‘900

All’inizio del ‘900, «quella che un professore di Tubinga ha chiamato la so-


rella idiota delle altre discipline mediche: la psichiatria»4, viveva un momento
d’incertezza. Mentre la spinta propulsiva della generazione psichiatrica suc-
ceduta ai padri fondatori Andrea Verga (1811-1895), Biagio Miraglia (1814-
1885), Serafino Biffi (1822-1899) e Carlo Livi (1823-1878), era in via d’esauri-
mento, sommovimenti intestini investivano alcuni nodi paradigmatici della
disciplina arricchendone le armi scientifiche e mutandone l’abito pubblico.
Erano, in realtà, movimenti ampi, ma epidermici, incapaci d’intaccare
il nucleo duro ancora saldamente ancorato alla combinazione di somato-
organicismo di matrice tedesca e lombrosianesimo. Soprattutto, si trattava
di innovazioni che, come troppi storici tendono a rimuovere, poco o nulla
influivano sulla prassi manicomiale, allora il terreno di caccia par excellence
dello psichiatra italiano.
I mondi di carta degli alienisti, se mostravano una maggiore articolazione
concettuale ed una diversificazione interna più complessa, poco potevano
per superare il nichilismo terapeutico imprigionante la scienza delle malat-
tie mentali. In un’età che non conosceva ancora l’utilizzo degli psicofarma-
ci, o le terapie da shock (coma insulinico, malariaterapia), le cure restavano
vincolate all’ergoterapia, ad elettrostimolazioni scarsamente efficaci, a ba-
gni prolungati per mezzo di docce con ugelli orizzontali e verticali, oppure
ad interventi di persuasione morale variamente combinati con interoclismi,
purghe a base di olio di ricino ed iniezioni di scopolamina e morfina5. Non
di meno, a fronte di tali debolezze terapeutiche, alcune importanti novità
4
A. Vedrani, Cesare Lombroso, in “La Voce”, II, 2, 1909, p. 231.
5
A. Scartabellati, Destini della follia in guerra. Cremona: il catalogo – raccapricciante – è questo, in
Dalle trincee al manicomio. Esperienza bellica e destino di matti e psichiatri nella Grande guerra, a cura
di A. Scartabellati, Torino, Marco Valerio, 2008, pp. 195-196.

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Andrea Scartabellati

si registravano nell’inventario dell’internazionalmente periferico arcipelago


psichiatrico nazionale.
Innanzi tutto, di craniologia e craniometria non si discettava più. Un’in-
dagine come quella del direttore del manicomio cremonese Giuseppe Ama-
dei (1854-1919), la quale, unendo sintesi scientifica e patriottismo, esaminava
con positivistica passione le anomalie dei crani dei soldati caduti sul campo
a Solferino nel 18596, rappresentava nel 1912 più l’ultimo sussulto di una
tradizione culturale al tramonto che non l’effettiva presentazione di un tema
attuale per il sapere psichiatrico.
Allo stesso modo, anche l’utopia del numero, quella smisurata fiducia nelle
cifre e nel rilevamento quantitativo-statistico di riflettere, come uno specchio
interiore, l’immagine del mondo degenerato, segnava il passo, trascinando
con sé una precisa modalità di praticare l’antropologia. Modalità che se an-
dava solo lentamente perdendo di valore agli occhi della medicina italiana,
non di meno si presentava al giudizio degli esperti più attenti sprovvista di
quel valore di chiave esplicativa dei fenomeni patologici cucitagli addosso,
con una certa approssimazione, dalla scuola lombrosiana.
Infine, il processo di autonomizzazione della neurologia dalla psichiatria,
iniziato nei primi anni del secolo con la costituzione della Società Italiana di
Neurologia, procedeva spedito, venendo ulteriormente sollecitato sia dagli
studi d’avanguardia di Leonardo Bianchi (1848-1927) e Giuseppe Mingazzi-
ni (1859-1929), sia dalle esperienze patologiche e terapeutiche maturate du-
rante la Grande guerra7.
Tutto considerato, questi movimenti di rinnovamento, erano gli esiti di
un atteggiamento maggiormente critico verso la batteria concettuale positi-
vista trasmesso alla scienza dal dibattito filosofico. Le correnti più moderne
ed agguerrite della filosofia nazionale, a cominciare dai suoi esponenti di
punta – Croce (1866-1952) o Gentile (1875-1944)8 – spingevano affinché la
cultura italiana si lasciasse definitivamente alle spalle la stagione positivista.
Stagione alla quale, al contrario, restavano assimilabili scientificamente, non
meno che emotivamente, i comportamenti, le motivazioni e le valutazioni
degli psichiatri.
Orfani di una bussola che fornisse loro almeno le coordinate perimetrali
6
G. Amadei, Il Gabinetto delle anomalie dell’Ossario di Solferino. Catalogo, Padova, Tipografia
Ernesto Pizzati, 1912.
7
G. Boschi, Un ospedale speciale per malati nervosi. L’Ospedale Militare Neurologico Villa del Semi-
nario presso Ferrara, Ferrara, Premiata Tipografia Ferrariola, 1918, pp. 5-6.
8
Vedi G. Gentile, Le origini della filosofia contemporanea in Italia, II, I positivisti, Firenze, Sansoni,
1957 [1921], pp. 154-169, 315-342 e 375-408.

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PAGINE DIMENTICATE. LE CULTURE PSICHIATRICHE IN ITALIA TRA FINE ‘800 E PRIMI DECENNI DEL ‘900

del mondo dell’anormalità e della degenerazione, gli psichiatri ritrovavano


nel positivismo calunniato da neoidealisti e nazionalisti quello che nemme-
no l’avanzato pragmatismo di Giovanni Vailati (1863-1909) – in parte fecon-
do nell’influenzare il lavoro di Giulio Cesare Ferrari – poteva promettere
loro. Quelle linee d’insieme della problematica-follia, quel significato sociale
di pazzi, manicomi e contesto socio-economico-culturale entro cui si colloca-
vano ed interagivano, rivendicato da Lombroso a merito della propria cor-
rente ed imputato a demerito del minimalismo metodologico dalle «vedute
microcliniche» della novella neuropsichiatria9. Linee d’insieme, ancora, non
rimaste un’inerte aspirazione intellettuale, favorendo un costante riformi-
smo sbocciato, in età giolittiana, nella «soppressione coraggiosa di ben 24
stabilimenti [carcerari] fra i più disadatti dal punto di vista igienico e socia-
le», nella sistemazione scientifica dei manicomi criminali, nella razionaliz-
zazione dell’universo manicomiale, nella creazione di sanatori specifici per
cronici e tubercolotici, nello sviluppo di case di lavoro e di colonie agricole
e, da ultimo, nella maggior libertà d’azione riconosciuta al medico nelle que-
stioni disciplinari ed igieniche10.
D’altro canto, oltre le ricadute pratiche, che la summa positivista man-
tenesse elementi di fascinazione e di orientamento per i medici non era un
fatto squisitamente italiano. La sua vitalità sarà riconosciuta ancora nel 1919,
dopo le tremende realtà della psichiatria di guerra, da Carl Gustav Jung
(1875-1961), perentorio nel confutare il presunto automatismo tra supera-
mento in campo filosofico del positivismo e sua messa in mora nell’ambito
medico11.
Sussistendo spesso integrandosi, in forme ibride, con le tesi delle correnti
psichiatriche più aperte alle novità, la sopravvivenza del positivismo dove-
va, tuttavia, fare i conti con una serie di nuove realtà, tra le quali la nascita di
una psicologia sperimentale non più ancella della sorella maggiore psichia-
tria, era forse tra le più rilevanti. Quando, dopo anni di incerto e pionieristi-
co incedere, anche la psicologia italiana, euritmicamente alla neurologia, si
metterà in cammino perseguendo una propria indipendenza di contenuti,
metodi e politiche accademiche, apparirà anche ai più ostinati ottimisti che
gli orizzonti di gloria vaticinati alla scienza delle alienazioni mentali dai suoi
9
C. Lombroso, recensione a E. Lugaro, I problemi odierni della psichiatria, in “Archivio di Antro-
pologia Criminale”, XXIX, 1908, pp. 163-165; la citazione si trova a pag. 164.
10
F. Saporito, Su l’opera di Cesare Lombroso a proposito di una recente critica, Roma, Tipografia
delle Mantellate, 1913, p. 9.
11
C.G. Jung, Psicogenesi della malattia mentale (1919), in La malattia mentale, Roma, Editori Riuni-
ti, 1971, pp. 199-200.

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Andrea Scartabellati

più noti sacerdoti erano stati sostanzialmente disattesi. Perdurò la volontà


medica, rivendicata da Lombroso fin dalla prolusione torinese del 1887, di
spogliare lo psichiatra di «ogni tendenza aprioristica, corazzandosi coll’ana-
tomia, colla patologia, colla fine istologia dei centri nervosi» e col riscontro
obiettivo del fatto anomalo12; finirono tra i ferri vecchi delle speranze delu-
se, invece, la convinzione morselliana dell’imminente trionfo delle Scienze
sui nemici oscurantisti (1881)13 ed il convincimento di Augusto Tamburini
(1848-1919) circa la facoltà della psichiatria di svelare «molti avvenimenti
dapprima inesplicabili nel dominio della storia»14. La morte di Cesare Lom-
broso, nell’ottobre del 1909, aggiunse un’ulteriore voce a perdere nel bilan-
cio della psichiatria positivista.
Apriamo una parentesi: come è noto, le affinità elettive tra psichiatria
e corpus teorico del grande alienista e criminologo sono state motivo di di-
battito storiografico, mentre la tangenzialità dell’itinerario lombrosiano al
cospetto degli sviluppi psichiatrici è stata oggetto di fondate osservazioni.
Eppure, pochi dubbi rimangono sul fatto che la caratura scientifica dell’in-
vestigazione lombrosiana, internazionalmente ammessa15, abbia agito, para-
dossalmente ben oltre la morte del suo promotore, almeno con una duplice
funzione per l’utile psichiatrico nazionale. Sia da nume tutelare di una di-
sciplina giovane, guardata con sospetto – ampiamente ricambiato16 - dalla
cultura filosofica; sia da frangiflutti rispetto alle ondate polemiche che ori-
ginavano dal neoidealismo e dalla scuola medica cattolica antimaterialista e
antideterminista di Agostino Gemelli17.
12
C. Lombroso, Le nuove conquiste della psichiatria, Torino, Dumolard, 1887, p. 7 e p. 24.
13
Rimando agli interventi di Morselli per la presentazione della Rivista di filosofia scientifica, da
lui fondata e diretta a partire dal 1881.
14
A. Tamburini, L’indirizzo e le finalità dell’odierna psichiatria, in “Rivista d’Italia”, 1906, p. 777.
15
Riguardo alla fama internazionale di Lombroso, se ne ha una indiretta, ma puntuale descri-
zione nel bel volumetto di P. Mazzarello, Il genio e l’alienista. La strana visita di Lombroso a Tolstoj,
Torino, Bollati Boringhieri, 2005, pp. 37-38 e pp. 44-47. Le accoglienze riservate a Lombroso di
passaggio per Budapest e Smolensk, e poi a Mosca, dimostrano come sia insostenibile la tesi
secondo la quale la fortuna del criminologo veneto rappresenti un’invenzione postuma ed inte-
ressata di amici ed allievi.
16
La stessa scelta del nome Società Italiana di Freniatria, preferito a psichiatria, sottolineando
la radice phrên = complesso delle forze dinamiche dell’organismo da contrapporre a psiche =
anima, si doveva al desiderio di ancorare la disciplina alla medicina, sottraendola all’interesse
degli psicologi, cioè, per l’epoca, i filosofi (G. Zanchin, G. Salomone, R. Arnone, Cenni storici, in
http://www.neuro.it//storia.php).
17
Fin troppo celebre, ma perfetto condensato dei peccati che si ascrivevano a Lombroso e alla
sua scuola atea, il volume di A. Gemelli, Cesare Lombroso. I funerali di un uomo e di una dottrina,
Firenze, Libreria Editrice Fiorentina, 1911.

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PAGINE DIMENTICATE. LE CULTURE PSICHIATRICHE IN ITALIA TRA FINE ‘800 E PRIMI DECENNI DEL ‘900

Morto Lombroso la nave psichiatrica si vedeva costretta a prendere il lar-


go, in un’età di certezze rimesse in discussione, priva di uno dei suoi più affi-
dabili timonieri. Da strumento di interpretazione della storia dietro la grande
storia, come auspicava Augusto Tamburini, la psichiatria ripiegava nelle più
modeste vesti di una officina intellettuale18 incerta sul lavoro da intraprendere,
seppur conscia del committente cui doveva garantire la propria impresa.
Oltre il perimetro psichiatrico, la crisi del modello medico-biologico
positivista assurgeva a tema corrente dell’agenda culturale italiana. Per la
psichiatria ciò equivaleva concretamente a fare i conti - al cospetto di un si-
stema manicomiale prossimo all’implosione – con una serie di cronici deficit.
In primo luogo, con l’incapacità dell’alienismo di marca lombrosiana di po-
stulare un senso concreto dell’essere e dell’agire umano che non si rovescias-
se, assurdamente, in posizioni di radicale fenomenismo19. In secondo luogo,
con la bancarotta della pretesa psichiatrica di presentarsi quale scienza ar-
mata di ipotesi sperimentali chiare e conchiuse20, abili nell’investigare, dal
vitro morfo-antropologico, il significato sociale dell’esistenza degli individui
impazziti, degeneri, anomali o criminali. Infine, la psichiatria era chiamata
a confrontarsi con la diminuita visibilità e rispettabilità accreditata presso
l’opinione pubblica. Due decenni di promesse non mantenute avevano cor-
roso la fiducia verso le soluzioni psichiatriche: l’appiattirsi mesto nella trin-
cea del riduzionismo organicistico e fisiologico21 - tipico della novella neu-
ropsichiatria – era il riflesso condizionato in ambito scientifico della ritirata
pubblica che rendeva anacronistico, oltre che improbabile nei tempi nuovi,
l’engagement dello psichiatra e neurologo Leonardo Bianchi, asceso nel 1905
alla poltrona di Ministro della Pubblica Istruzione nel primo governo del
giolittiano Alessandro Fortis22.
Di lì a pochi anni, certo, la Grande guerra, con la sua mobilitazione di
massa, soprattutto dopo lo spartiacque di Caporetto, avrebbe occasionato
l’opportunità di una reiterata quasi esaltante cavalcata della psichiatria alla
testa delle scienze nazionali contro i barbari germanici23. E non casualmente,
18
G. Portigliotti, Il Maestro. La vita, le opere [Enrico Morselli], in “Quaderni di Psichiatria”, XVI,
1929, p. 14.
19
E. Garin, Cronache di filosofia italiana 1900-1943, Roma-Bari, Laterza, 1975, p. 9.
20
G. Parlato, Polemiche lombrosiane di ieri e di oggi, in “Note e Riviste di Psichiatria”, LVIII,
luglio-dicembre 1965, pp. 827-828.
21
C. Pogliano, La Grande guerra e l’orologio della psiche, in “Belfagor”, 4, 1986, p. 395.
22
F. Baldi, Leonardo Bianchi, in “Quaderni di Psichiatria”, X, 1923, pp. 219-224.
23
A. Scartabellati, “Il dovere dei medici italiani nell’ora presente”. Biopolitica, seduzione bellica e

19
Andrea Scartabellati

lo stesso Leonardo Bianchi, tra 1916 e ‘17, tornava sui banchi del governo
come ministro senza portafoglio incaricato dell’organizzazione sanitaria.
Non di meno, il volto pubblico e scientifico della scienza delle alienazioni
mentali era mutato rispetto al recente passato, avendo ciclicamente prestato
il fianco a propositi di aggiornamento e revisione più o meno radicali, secon-
do traiettorie spesso maldestre e quasi sempre incerte. Traiettorie sulle quali
incombeva ancora, non solo come un fantasma, Cesare Lombroso con il suo
opus magnum.
In sintesi, sul piano scientifico, dal 1910 l’ossificato antropo-somatismo
psichiatrico tendeva a dinamizzarsi, rilanciando, in forme più articolate, i
contributi dell’evoluzionismo haeckeliano. Questo, con l’implicita soprava-
lutazione dell’elemento materialistico insito, avrebbe caratterizzato a lun-
go la medicina italiana, fino alle propaggini del costituzionalismo pendia-
no riattato al sapere psichiatrico da Francesco Del Greco, giocando inoltre
un ruolo non accessorio – seppur poco esaminato dagli storici – nel pro-
blematico incontro della psichiatria con le metodologie della psicoanalisi.
Analogamente, anche la discussa interpretazione haeckeliana delle opere di
Lamarck (1744-1829), Darwin (1809-1882) e Spencer (1820-1903), quali sta-
di progressivi di una sistematica costruzione teoretica priva di sfumature,
passava in dote all’alienismo, ed in specie alla sua variante militare. Di Her-
bert Spencer, in particolare, si recepirono sia la preferenza accordata ad una
lettura del divenire sociale intrisa di incorreggibile pessimismo, sia quelle
specifiche opzioni terminologiche pre-darwiniane derivate dalla meccanica
equiparazione stabilita a priori tra vita degli organismi fisici ed evoluzione
dei costrutti sociali.
Meno convinte e compatte, al contrario, furono le posizioni espresse dagli
alienisti italiani verso l’opera darwiniana, accolta con ambiguo consenso. Se,
infatti, di Darwin conquistò la congerie di immagini e metafore naturalisti-
che – che ritroviamo, per esempio, nelle pagine dello psichiatra militare Pla-
cido Consiglio (1877-1959)24 - l’idea cardine di un graduale perfezionamento
degli organismi viventi secondo dispositivi selettivi in ultima analisi casuali,
sollevava imbarazzo. Il credito riscosso presso la comunità scientifica dal
mai discusso organicismo e, soprattutto, dalla dottrina delle eredità pato-
logiche concepita nelle forme pre-mendelliane di Bénédict Augustin Morel
(1809-1873), col suo carico di tacito finalismo, rappresentarono un elemento
battaglie culturali nelle scienze umane durante il primo conflitto mondiale, in “Medicina e Storia”, 14,
2008, pp. 65-94.
24
Vedi gli Studii di psichiatria militare pubblicati a puntate nella gloriosa “Rivista Sperimentale
di Freniatria” da Placido Consiglio tra 1912 (vol. XXXVIII) e 1916 (vol. XLI).

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PAGINE DIMENTICATE. LE CULTURE PSICHIATRICHE IN ITALIA TRA FINE ‘800 E PRIMI DECENNI DEL ‘900

di contraddizione invincibile per la recezione alienistica delle teorizzazioni


darwiniane. Lo stesso artificio discorsivo della lotta per l’esistenza fu fatto
proprio dagli psichiatri previa sua re-inscrizione nei tradizionali parame-
tri lombrosiani (di tono lamarckiano) dell’atavismo e della simbiosi, entrambi
connessi alla presunta attitudine biopsichica degli individui verso le sfide
della vita e di una civiltà concepita come accumulazione successiva e uniline-
are di stadi progressivamente complessi e differenziati.
Le novità, dunque, avevano un sapore antico? Il filo rosso del rinnovato
atteggiamento degli psichiatri, infatti, se rilanciava la centralità dell’aspetto
organicistico, ed era disposto a far proprio la critica a singoli aspetti del lom-
brosismo, pervicacemente non accettava di metterne in mora la weltanschau-
ung naturalistica soggiacente. Come ebbe a ricordare Enrico Morselli (1852-
1929), con Tamburini l’esponente più in vista della generazione scientifica
a cui appartenne Lombroso, per quanto turbata dalle critiche e vittima di
un’impotenza terapeutica imbarazzante, la psichiatria non era intenzionata
né a rigettare il nucleo duro positivista, né a subire passivamente mortifica-
zioni esagerate dell’opera e dell’intellettuale-simbolo di cui si sentiva figlia
legittima.
Morselli ammetteva che la renaissance del positivismo psichiatrico doves-
se aver di mira, con i facili entusiasmi dei dilettanti dell’antropologia alla
Max Nordau25, le sovra-determinazioni interpretative alla Enrico Ferri (1856-
1929) dei giuristi-criminologi. D’altro canto, nuove vie alla scienza – suggeri-
va parafrasando il Lombroso della prolusione del 1887 – potevano esser trac-
ciate solo consolidando il cordone ombelicale che alimentava la psichiatria
dalla nutrice medicina, e procedendo alla riscoperta letterale dei sacri testi
del maestro riletti alla luce della casistica patologica individuale26.
Posizioni tutt’altro che isolate o minoritarie quelle di Morselli. Filippo
Saporito (1870-1955) direttore del manicomio di Aversa e futuro consulente
perito nel caso-Gramsci, considerava il lombrosismo vittima della «piovra
del dilettantismo» e degli «orecchianti»27, mentre tra il 1915 e 1916 un acceso
fuoco di sbarramento dei più noti scienziati italiani: Giuseppe Sergi (1841-
1936), Giuseppe Antonini (1864-1938), Sante De Sanctis (1862-1935) e Cesare
Agostini (1864-1942), rintuzzava le deduzioni che, a seguito dell’inchiesta
The English Convict (1913) di C.B. Goring (1870-1919) svolta nelle carceri bri-
25
E. Morselli, Le condizioni presenti delle dottrine lombrosiane, in “La Scuola Positiva”, XXIV,
1914, pp. 309 e ss.
26
E. Morselli, L’Eugenica e le previsioni sulla eredità neuro-psicopatica, in “Quaderni di Psichia-
tria”, II, 1915, pp. 323-324.
27
F. Saporito, Su l’opera di Cesare Lombroso, Roma, Tipografia delle Mantellate, 1913, p. 8.

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Andrea Scartabellati

tanniche, ne leggevano estensivamente la rilevanza in ambito nostrano nella


liquidazione delle tesi del Lombroso e della sua scuola28.
Il filo-lombrosismo della psichiatria civile, se possibile, poi, risultava an-
cora più convinto nell’opera dell’alienismo militare29, la cui breve parabola
proprio in quegli anni (1910) era all’esordio con l’organizzazione di apposite
sale psichiatriche presso gli ospedali della Marina per merito del colonnello
Cognetti30. Tutt’altro che avvertita sui rapporti tra guerra e patologie menta-
li – un ritornello abusato della storiografia31 – ma fin troppo occupata dallo
spinoso tema della simulazione32, la psichiatria con le stellette si presentò al
mondo psichiatrico al XIV congresso della Società Italiana di Freniatria (Pe-
rugia, 1911)33. Prima di allora, naturalmente, non erano mancati studi o os-
servazioni34; ma è significativo che fu solo in concomitanza con l’aggressione
italiana alla Libia che psichiatria e psicologia militare riscossero il manifesto
interesse delle classi dirigenti, incrementando le investigazioni e fornendo
contributi empirici non disprezzabili come l’Inchiesta psicologica sui reduci del-
la Libia del tenente colonnello del 77° Fanteria Onorato Mangiarotti35.
Comun denominatore della produzione alienistica militare fu l’adesione
pubblicamente rivendicata al positivismo antropologico di matrice lombro-
siana. Fino ai primi anni ’20, quando l’interesse per la materia cominciò a
scemare, tutte le indagini di un Gaetano Funaioli – pioniere della disciplina
28
E. Morselli, Ancora del Lombrosismo di fronte alla Scienza Antropologica, in “Quaderni di Psi-
chiatria”, III, 1916, pp. 56-58.
29
Postilla di Red., in “La Scuola Positiva”, XXI, 1911, p. 14.
30
G. Funaioli, Organizzazione del servizio medico-psichiatrico nell’esercito, in “Rivista Sperimenta-
le di Freniatria”, XXXVII, 1911, pp. 337-338.
31
Sconsolato Gaetano Boschi, La Neuropsichiatria e la guerra, Ferrara, Stabilimento Tipografico
Ferrarese, 1916, dopo aver ambiziosamente affermato: «la entità della traumatologia psichica
della guerra moderna è nota a tutti» (p. 6), era costretto a constatare come «nei programmi dei
Corsi accelerati per i laureandi della Facoltà di Medicina e Chirurgia, aventi di mira la prepa-
razione dei medici militari, il Ministero della P.I., sentito il Consiglio Superiore, stabiliva una
limitazione della Clinica delle malattie mentali pari a quella della Clinica ostetrica e della clinica
pediatrica» (p. 7)!
32
Il discorso simulazione orienterà gli sforzi dei medici dell’Esercito (con Luigi Roncoroni) fin
dagli esordi; vedi: A. Tamburini, G.C. Ferrari, G. Antonini, L’assistenza degli alienati in Italia e
nelle varie nazioni, Torino, Utet, 1918, p. 666.
33
A. Tamburini, Intervento durante il XIV Congresso della Società Italiana di Freniatria, in “Rivista
Sperimentale di Freniatria”, XXXVIII, 1912, p. 259.
34
Per esempio i lavori del capitano dell’85° Reggimento Fanteria Nicola Maria Campolieti, Prin-
cipi di psicologia militare desunti dalla guerra Anglo-Boera, in “Rivista Militare Italiana”, XLIX, 1904,
pp. 272-290 e La Psicologia Militare applicata alla educazione del militare, Firenze, G. Ramella, 1908.
35
In “Rivista Militare Italiana”, LIX, 1914, pp. 338-49.

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- si strutturarono all’interno di una tale intelaiatura esplicativa36. E lo stesso


dicasi per le indagini del già nominato Placido Consiglio, alienista dell’ospe-
dale militare di Roma e futuro generale della Sanità, la cui considerazione
di Lombroso lo spinse ad eleggerlo – integrando il credo haeckeliano - ad
epigonale rappresentante dell’atmosfera scientifica che aveva regalato al
mondo pensatori del calibro di Auguste Comte, Karl Marx, Charles Darwin
e Herbert Spencer37.
L’ispirazione lombrosiano-positivista della maggioranza degli psichiatri
civili e militari, consolidata più che messa in ombra dal clima di esacerba-
to nazionalismo degli anni ’10 e ‘20 – notava Filippo Saporito come la po-
sizione antilombrosiana «si macchia di quell’antiitalianismo degli italiani,
contro cui il grande maestro lanciò i suoi moniti, negli ultimi anni del suo
glorioso apostolato»38-, ed il generale analfabetismo psicoanalitico, solo in
parte scalfito dall’attività di Roberto Assagioli (1888-1974), Edoardo Weis
(1889-1948) e Marco Levi Bianchini (1875-1961), non per questo concorsero
a dare della scienza delle alienazioni mentali un encefalogramma piatto. Se
coriacei pregiudizi culturali e politici ottocenteschi sopravvissero nel nuovo
secolo, continuando ad infondere di sé la prassi manicomiale, e se il natu-
ralismo lombrosiano restava un arnese del bagaglio teorico alienistico, non
mancarono voci minoritarie, ma ingegnose tese, in un gioco di detto e non
detto, di equilibrismi dialettici e di riserve terminologiche, a farsi portavoce
di proposte miranti a correggere o confutare taluni degli artefatti psichiatrici
positivisti resi dalle acquisizioni scientifiche registrate in campo internazio-
nale usurati o del tutto obsoleti.
Di alcune di queste voci, vòlte soprattutto a rettificare l’importanza as-
segnata ai dati morfologici come forze-pilota dei destini individuali, e la
cui fortuna fu in genere ristretta – con l’esclusione del caso appartato dello
psichiatra/sacerdote Agostino Gemelli, e della scuola fiorentina di Tanzi e
Lugaro – è possibile redigere un sommario riepilogo39.

36
Si leggano di G. Funaioli: Contributo all’osservazione dei caratteri antropo.psicologici dei militari
delinquenti, con speciale riguardo al delinquente occasionale, Roma, E. Voghera, 1912; I criminaloidi
nell’esercito, Roma, Tipografia delle Mantellate, 1915; Contributo clinico alla Neuropsichiatria ed alla
Criminologia di guerra, in “Quaderni di Medicina Legale”, 1917-18.
37
P. Consiglio, Cesare Lombroso e la medicina militare, in “Rivista d’Italia”, luglio 1911, pp. 51-82.
38
F. Saporito, Su l’opera di Cesare Lombroso, Roma, Tipografia delle Mantellate, 1913, p. 11.
39
Rimando, chi volesse approfondire i temi di seguito brevemente trattati, al mio saggio, Cul-
ture psichiatriche e cultura nazionale. Per una storia sociale (1909-1929), nella rivista telematica “Fre-
nis Zero. Scienze della Mente, Filosofia, Psicoterapia e Creatività”, 5, .III, gennaio 2006 – http://
web.tiscali.it/freniszero/scartabellati.htm.

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Andrea Scartabellati

Ambizioso quanto velleitario si dimostrò il tentativo di Giulio Cesare Fer-


rari (1867-1932), psichiatra e psicologo emiliano, di acquisire alla psichiatria
alcune delle posizioni del pragmatismo di stampo jamesiano, in particolare
la sua maggiore capacità di identificazione con l’altro, il paziente. Premesso
che, con l’inizio del secolo, l’interesse di Ferrari volse progressivamente dal
campo psichiatrico a quello psicologico - quasi che un’identificazione con
l’altro, qualora questo fosse il folle ricoverato, cessava alla soglia dei portoni
manicomiali - la sua proposta dimostrò il proprio carattere velleitario poiché,
trasbordata al campo delle alienazioni mentali, la concezione del pragmati-
smo perse molto dell’onere problematico originario mostrato in sede filoso-
fica, per vestire i panni di un semplice utilitarismo funzionale. Accordare
valore alle applicazioni scientifiche sulla scorta di un giudizio di maggiore
o minore convenienza sociale non era piattaforma teorica sufficiente per so-
stenere un duraturo tentativo di revisione delle dottrine lombrosiane, delle
quali, anzi, Giulio Cesare Ferrari poteva considerarsi nel primo decennio del
‘900 un sostenitore40.
Verso un’altra direzione di ricerca mossero, al contrario, i suggerimenti
teorici (ignorati) di Erminio Troilo, Giuseppe Tarozzi (1866-1958) – scolaro
di Ardigò e curatore delle pagine di filosofia nella ferrariana “Rivista di Psi-
cologia” – e Mario Calderoni (1879-1914)41 – collaboratore dell’“Archivio di
Psichiatria, Antropologia criminale e Scienze Penali” fondato da Lombroso.
Ricusando i superficiali quanto distruttivi distinguo della critica neoide-
alista, i tre s’impegnarono nel rinnovare il positivismo – spina dorsale della
psichiatria - con il battere vie nuove che prevedevano: l’abbandono dell’in-
terpretazione meccanica e rigidamente predeterminata dell’evoluzione na-
turale; il riconoscimento dell’impossibilità del descrittivismo positivista di
trarre da rapporti di concomitanza rapporti di esplicita causalità42; la critica
dell’induttivismo artefatto di criminologi e psichiatri; per ultimo, la messa
in mora della meditazione spenceriana, la cui componente metafisico-evolu-
zionista - denunciava Erminio Troilo – era la diretta responsabile delle scia-
gurate dilatazioni concettuali rimproverate al lombrosismo43.
Per quanto non pregiudizialmente sfavorevoli all’intellettualità psichia-

40
S. Marhaba, Lineamenti della psicologia italiana: 1870-1945, Firenze, Giunti, 1992, p. 182.
41
Vedi M. Calderoni, I postulati della scienza positiva e il diritto penale, Firenze, G. Ramella, 1901.
42
Questa la terminologia gemelliana tratta da Cesare Lombroso. I funerali di un uomo e di una
dottrina, Firenze, Libreria Editrice Fiorentina, 1911, p. 150.
43
E. Troilo, Il darwinismo sociale, la sociologia di Comte e di Spencer e la guerra, in “Rivista Italiana
di Sociologia”, 1917, pp. 430-453.

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trica, le proposizioni del positivismo critico fallirono il bersaglio, suscitando


l’interesse dei medici solo quando - come nel caso di Giuseppe Tarozzi -
rimbeccavano con aggressività le pesanti ironie neoidealiste tacciate d’esser
misere44. Altrettanto infecondi risultarono due ulteriori tentativi di revisione
delle dottrine psichiatriche avanzati rispettivamente dalla figlia di Lombro-
so, Gina, nel 1916, e dallo psichiatra e psicologo direttore del manicomio
dell’Aquila Francesco Del Greco tra 1922 e 1923.
Con un saggio pubblicato in piena guerra mondiale, la dottoressa Gina
Lombroso Ferrero cercò di tamponare le lacune rimproverate al pensiero
psichiatrico positivista, rifondando le classificazioni patologiche alla luce
del dualismo bergsoniano dell’intelligenza e dell’istinto. Facendo propria
l’opinione del filosofo francese circa l’irriducibilità delle due componenti,
in quanto espressioni di impulsi e funzioni autonome, prive di nessi causali,
Gina Lombroso suggeriva di distinguere le malattie mentali in tre macro-
gruppi a prescindere dalla presenza manifesta di tare fisiche:
- le malattie dell’istinto, come l’isteria, la genialità, la pazzia morale e la de-
linquenza congenita, includenti quelle differenziate forme di alienazioni
dove l’abilità di risolvere i problemi della vita pratica era nulla pur al
cospetto di una capacità individuale integra di concepire, astrarre e ra-
gionare;
- le malattie dell’intelligenza, come il mattoidismo, la paranoia, l’ipocondria
e la monomania rudimentale, le quali, al contrario del gruppo preceden-
te, giustapponevano capacità di ideazione improduttive a facoltà di coor-
dinamento dei mezzi in vista di fini nella vita minuta integre;
- infine, le malattie miste, quali la mania, la demenza e l’idiozia, patologie
in grado di rivelare la duplice incapacità dell’individuo sia di connettere
e ragionare in termini astratti, sia di dirigere e orientare se stesso nella
vita di tutti i giorni45.
Immodesta nel suo desiderio di ricomporre i quadri nosografici quando,
nel panorama psichiatrico italiano, suscitava qualche dubbio anche la più
fondata «orgia descrittiva» di Emile Kraepelin (1855-1929)46, la proposta di
Gina Lombroso fu accolta dal silenzio e dal disinteresse del misogino mondo
44
G. Tarozzi, Roberto Ardigò, in “Rivista di Psicologia”, XVI, 1920, pp. 355-357.
45
G. Lombroso Ferrero, Il dualismo bergsoniano dell’intelligenza e dell’istinto applicato ai criminali,
ai pazzi e ad una nuova classificazione delle malattie mentali, in “Archivio di Antropologia Crimina-
le”, XXXVII, 1916, pp. 1-11.
46
L’espressione «orgia descrittiva» fa parte delle contumelie lanciate da Lugaro contro la psi-
chiatria tedesca in piena guerra mondiale: E. Lugaro, La psichiatria tedesca nella storia e nell’attua-
lità, in “Rivista di Patologia Nervosa e Mentale”, XXI, 1916, p. 617.

25
Andrea Scartabellati

scientifico, pronto a fare a meno di Bergson e del suo dualismo dell’intelligen-


za e dell’istinto come aveva fatto a meno dei consigli del positivismo critico.
Opposte, invece, e per taluni versi feconde a lungo termine, le reazioni
provocate dalla pubblicazione tra 1922 e 1923 dei saggi di Francesco Del
Greco Una idea direttiva nei recenti studii medico-psicologici e L’idea di “costitu-
zione” nella Psichiatria clinica. In sintesi, il medico dell’asilo aquilano si faceva
interprete della volontà di una riforma del pensiero psichiatrico sulla scorta
degli inviti morselliani (e prima lombrosiani) ad una più stretta fratellanza
della medicina delle alienazioni mentali con la medicina generale, e con il
suo volto d’avanguardia e patriottico: quello del costituzionalismo e dell’en-
docrinologia47.
Le proposte di Del Greco miravano a correggere le forzature positiviste
integrando la diagnostica e la nosografia classica con i contributi della scuola
costituzionalista di Achille De Giovanni (1838-1916), Giacinto Viola (1870-
1943) e Nicola Pende (1880-1970). La psichiatria, si rammaricava Del Greco,
aveva dimenticato come «fra la malattia, e le condizioni etiologiche e pato-
genetiche, generatrici di essa, vi è di mezzo l’individuo». Un individuo soffe-
rente da recuperare, in sede clinica, attraverso la lente delle tipologie umane
e la valorizzazione del concetto di individualità così come definito da Pende
nello sforzo di pervenire ad una sintesi organica del «composto umano».
L’onesto eclettismo auspicato da Del Greco non cadde in un vuoto d’inte-
resse48. La maggioranza della corporazione psichiatrica, negli anni a venire,
più o meno tacitamente lo farà proprio. Nel clima di conformismo nazionali-
sta di un Paese sopravvissuto alla mortale sfida bellica, ma turbato, per dirla
con Morselli, «dall’arruffo indescrivibile in ogni cosa pubblica e privata» del
dopoguerra49, la proposta di Del Greco otteneva sia di assopire il disorienta-
mento psichiatrico rimandando la messa in mora spregiudicata dell’opera
del patriota risorgimentale Lombroso, sia di radicare il futuro della disciplina
in un rinnovato humus medico-teorico orgogliosamente italiano grazie al pri-
mato di De Giovanni, Viola e Pende – quest’ultimo, scienziato «più lombro-
siano dello stesso Lombroso», secondo l’icastico giudizio di Leone Lattes50.
Perimetrali al campo positivista erano anche le proposte di Luigi Baronci-
47
F. Del Greco, Una idea direttiva nei recenti studii medico-psicologici, in “Il Manicomio”, XXXV,
1922, pp. 117-126 e L’idea di “costituzione” nella Psichiatria clinica, in “Quaderni di Psichiatria”, X,
1923, pp. 201-205.
48
Vedi B. Cassinelli, Storia della pazzia, Milano, Corbaccio, 1936, pp. 445-446.
49
E. Morselli, Ultime produzioni della psichiatria tedesca, in “Quaderni di Psichiatria”, VI, 1919,
pp. 270-275.
50
L. Lattes, Ritorno a Lombroso, in “Minerva Medicolegale”, LXXVI, 1956, p. 6.

26
PAGINE DIMENTICATE. LE CULTURE PSICHIATRICHE IN ITALIA TRA FINE ‘800 E PRIMI DECENNI DEL ‘900

ni, assistente di Giulio Cesare Ferrari nel manicomio di Imola51, e Francesco


De Sarlo (1864-1937), filosofo e psicologo allievo di Franz Brentano a Firenze.
Studiosi nutriti di quella cultura che intendevano riformare, affinché pro-
sperasse, videro le proprie indicazioni per un antropologismo meno mecca-
nicistico semplicemente ignorati, il Baroncini, oppure fatti segno di pesanti
censure, il De Sarlo, al quale Enrico Morselli imputò di aver semplicemente
invertito le tesi del contendere: aver sostituito alla materializzazione dello
spirito rinfacciata ai positivisti, una spiritualizzazione della materia in forme
così ardite da risultare indigeribili alla maggioranza dei medici52.
Non dal campo positivista in senso stretto vennero i polemisti che, senza
ambiguità di sorta, si fecero carico di demistificare l’opera-totem di Lombro-
so ed il suo ruolo nella storia delle scienze nazionali. Tra i primi a levarsi
senza timidezze, fu Alberto Vedrani (1872-1963). Psichiatra ed intellettuale
vicino al movimento culturale fiorentino de “La Voce”, utilizzò la tribuna
non disinteressatamente offertagli da Giuseppe Prezzolini per affermare:
«l’opera di Lombroso come clinico psichiatra è misera e non esce dalla grigia
mediocrità comune della psichiatria italiana. La quale (non ostante la pre-
senza di alcuni uomini d’intelligenza elevata che per altro dispersero la loro
attività in altri campi sì da riuscire, più che psichiatri, neurologi o anatomici
o filosofi senza psichiatria) non ha di suo e di originale che poco o nulla di
buono»53.
Il giudizio tranchant di Vedrani non era un singulto polemico fine a se
stesso. Fin dai primi anni del ‘900, infatti, Vedrani, con Ugo Cerletti (1872-
1963), Gustavo Modena, ed il già citato Marco Levi Bianchini, era parte di
una corrente psichiatrica che, facendo tesoro dell’esperienza scientifica del
premio Nobel Camillo Golgi (1843-1926), auspicava la sostituzione del do-
minante somatismo à la Lombroso con la clinica kraepeliniana e la ricerca
istopatologia.

51
P. Guarnieri, Individualità difformi. La psichiatria antropologica di Enrico Morselli, Milano, Fran-
co Angeli, 1986, p. 118.
52
E. M. [Enrico Morselli], recensione a F. De Sarlo, Psicologia e Filosofia, in “Quaderni di Psichia-
tria”, VII, 1920, p. 276: «Quale ragione può dare una Psicologia teleologica, metafisica, al proble-
ma della pazzia, che mostra in modo inconfutabile la “unità psico-fisica” di spirito + cervello?
Si ha un bel dire che i medici alienisti materializzano lo spirito; ma finché non sarà chiarito il
come avvenga che uno “spirito” si perverte o impazzisce ogni qual volta c’è un dissesto anche
minimo del suo organo, sarà vano parlarci di una “Esperienza” o di un “Io individualizzato”,
in cui si pretende per contro di spiritualizzare la materia. E la bella opera del De Sarlo sta là
proprio a provare che il porsi in bilico fra il positivismo e l’idealismo può parere un modo felice
di sfuggire al dilemma, ma non contenta nessuno».
53
A. Vedrani, Cesare Lombroso, in “La Voce”, I, 52, 1909, pp. 221-222.

27
Andrea Scartabellati

Eppure, anche questo tipo di percorso, avanzato per rinnovare il sapere


alienistico, era solo parzialmente nuovo. Il nome e l’opera di Emile Kraepe-
lin erano tutt’altro che sconosciuti (e discussi) nei gabinetti medici italiani54,
mentre la chiave di lettura istopatologica – lungi dall’essere il passepartout
delle impasse positiviste - non per molti psichiatri poteva essere la soluzione.
Tra questi ultimi, sicuramente per Enrico Morselli, che se nel 1922 interve-
niva con sarcasmo dalle pagine dei “Quaderni di Psichiatria” discettando
«ancora delle delusioni dell’istologia nervosa»55, ben tre anni prima aveva
invitato i medici a volgersi verso l’indirizzo psicopatologico sul modello
tedesco, glossando: «Coi dati psicopatologici e biochimici si fa oggi il con-
trappeso a quell’eccessivo indirizzo organicistico, quasi meccanicistico, cui
ci aveva tratti colle sue illusioni l’Istologia»56.
A ben guardare, irrituale non era la soluzione avanzata dalla nuova cor-
rente neuropsichiatrica, le cui presunte novità scientifiche si limitavano a
ben poco e a nulla di dirompente. Era, invece, la veemenza e l’aggressività
verbale espressa da alcuni nella denigrazione lombrosiana a sorprendere.
Aggressività strumentalmente colta – e, indirettamente, fatta propria - dal
maggior critico del positivismo lombrosiano e artefice di una demolizione
con carattere di sistema dell’opera del criminologo veneto: padre Agostino
Gemelli (1878-1959), feroce inquisitore delle certezze bio-antropologiche di
una corporazione psichiatrica in maggioranza materialista ed atea. Gemelli
coglieva la palla al balzo offertagli dalla virulenta critica del Vedrani – richia-
mata letteralmente - per procedere alla stroncatura inequivocabile dell’edifi-
cio lombrosiano. Nel contesto della più ampia battaglia educativa cattolica,
muoveva da una rinnovata esegesi della storia culturale italiana57 stilando,
sul modello del Syllabus complectens praecipuos nostrae aetatis errores di Pio IX,
un elenco dei maggiori errori del positivismo, impersonificato dalle tesi e
dalla prassi sperimentale lombrosiana. Nello specifico, rifiutate con radica-
lità erano le posizioni del monismo materialista haeckeliano e gli assunti di
54
Nel saggio di G. Vidoni, Sull’assistenza degli alienati in Italia fuori dei Manicomi, in “Quaderni
di Psichiatria”, I, 1914, p. 415, l’opera dello psichiatra tedesco era addirittura esaltata e addi-
tata a modello imperituro, mentre quattro anni prima la metodologia kraepeliniana era stata
oggetto dell’accurato intervento di G. Corberi, L’esperimento psicologico in psichiatria secondo E.
Kraepelin, in “Note e Riviste di Psichiatria”, XLI, 1910.
55
E. Morselli, Ancora delle delusioni dell’istologia nervosa, in “Quaderni di Psichiatria”, IX, 1922,
pp. 51-55.
56
E. Morselli, Ultime produzioni della psichiatria tedesca, in “Quaderni di Psichiatria”, VI, 1919, p.
274.
57
Vedi il saggio di A. Gemelli, I rapporti di scienza e filosofia nella storia del pensiero italiano, in
L’Italia e la scienza, a cura di G. Bargagli Petrucci, Firenze, Le Monnier, 1932, pp. 384 e ss.

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PAGINE DIMENTICATE. LE CULTURE PSICHIATRICHE IN ITALIA TRA FINE ‘800 E PRIMI DECENNI DEL ‘900

un determinismo bio-antropologico avvertito, dal sacerdote-scienziato, qua-


li posizioni sovvertitrici dell’ordine naturale (e sociale) instaurato da Dio58.
Sopravvalutando la popolarità del positivismo presso l’intellettualità
d’inizio secolo59 e sottostimando la vocazione elitaria del moribondo sociali-
smo riformista – interfaccia politica del movimento positivista -, in Gemelli
la lotta scientifica si colorava esplicitamente di enfasi ideologica, precorren-
do i tempi della piena partecipazione cattolica alla vita politica nazionale.
In questo senso, l’antilombrosismo gemelliano impegnava lo scontro lungo
una duplice direttrice. Nell’ambito del sapere settoriale, avvalorando l’in-
sostenibilità dell’analogia supposta dai criminologi tra degenerazione fisica
ed imbastardimento morale, e confutando la negazione positivista del libero
arbitrio. In un’ottica più comprensiva, impegnando battaglia per il rinnova-
mento culturale italiano tout court, ritagliando un copione da protagonista
alla cultura scientifica cattolica, di cui Gemelli si percepiva – a ragion veduta
– punta di lancia.
Affondando il coltello critico negli anelli deboli del sistema haeckeliano
storicamente introiettato dalla psichiatria, per proprietà associativa, Gemelli
aveva gioco facile nell’elencare le irrisolte contraddizioni del tableau lombro-
siano, percepito scopertamente come epitome delle ricerche sperimentali di
almeno due generazioni di scienziati60. Giudicandola una pura fantasticheria,
Gemelli smontava la celebre equivalenza che, lungo un ipotetico continuum
biologico-comportamentale, connetteva «i caratteri speciali degli uomini di
genio alienati con quelli dei geni non alienati e dei pazzi criminali»61; come

58
A. Gemelli, Cesare Lombroso. I funerali di un uomo e di una dottrina, Firenze, Libreria Editrice
Fiorentina, 1911, p. 9.
59
Vale la pena di rammentare cosa Prezzolini e Papini, citati non a sproposito da Gemelli (Ce-
sare Lombroso. I funerali di un uomo e di una dottrina, p. 21), scrivevano nel 1906: «Questi signori ce-
lebri si chiamano per esempio Lombroso, Mantegazza, Sergi, Morselli, Loria, Mosso, Ferri. Oc-
cupano delle cattedre nelle grandi Università, dirigono delle riviste, fanno anche delle lezioni.
Vale a dire che non si distinguono troppo da altri professori universitari che fanno precisamente
le stesse cose. Ma se ne distinguono per questo: che i loro oracoli e i loro discorsi non vengono
letti e ascoltati soltanto da quel pubblico molto ristretto, per quanto poco scelto, composto di
scienziati amici, di assistenti ambiziosi e di relatori di accademie, ma son letti ed ascoltati da un
pubblico molto più largo, dove entrano le signore, i dilettanti, i maestri elementari, i così detti
uomini colti e perfino i giornalisti».
60
In evidente continuità, la critica gemelliana si forma riprendendo e rilanciando, con nuovo
vigore, i temi tradizionali della polemica antipositivista ed antievoluzionista degli ambienti
scientifici cattolici; cfr. A.R. Leone, La Chiesa, i cattolici e le scienze dell’uomo, in L’antropologia
italiana. Un secolo di storia, Roma-Bari, Laterza, 1985, in particolare le pp. 63-65.
61
A. Gemelli, Cesare Lombroso. I funerali di un uomo e di una dottrina, Firenze, Libreria Editrice
Fiorentina, 1911, p. 144.

29
Andrea Scartabellati

pure un’invenzione sprovvista di legittimità scientifica riteneva la scoperta


positivista del tipo criminale. Discorrendo della trasmissione ereditaria delle
degenerazioni - tema caro agli psichiatri, rilanciato negli artefatti della pre-
disposizione originaria o acquisita dalla diagnostica bellica - Gemelli am-
moniva a non dimenticare come non se ne possedessero conferme obiettive,
mentre, all’opposto, la comunità scientifica non ricusava che «la degenera-
zione ha certamente un’importanza molto minore, per esempio, dei fattori
sociali, etici e degli elementi psichici individuali» nella gestazione dei distur-
bi patologici62.
Censore e scienziato non banale – e le sue indagini psicologiche in tempo
di guerra lo avrebbero provato63 - Gemelli interrogandosi sulle ragioni della
fortuna di una teoria, quella della degenerazione, vitale ben oltre la morte
dei suoi maggiori propugnatori Morel e Lombroso, era condotto a formulare
una giustificazione lucida e abile nel non estromettere dalla razionalità del
testo scientifico il contesto sociale. Così per il fraticello di Rezzato la vitalità
della dottrina delle degenerazioni, espressione peculiare di una mentalità e
non solo discorso scientifico, originava dal nesso bidirezionale presuntivo
stabilito tra l’episodio pato-criminologico individuale ed i timori e le paure
classiste, più o meno inconsce, delle élites di fine secolo.
L’appassionata critica del futuro fondatore dell’Università Cattolica di
Milano, volta a denaturalizzare l’uomo e a riformare la psichiatria subordi-
nandone teoria e prassi agli sviluppi della coeva psicologia sperimentale64
– soluzione di non comune intuito, idonea ad invertire relazioni di subordi-
nazione analitica storicamente sedimentatesi - non restò senza seguaci. Già
nel 1911, anno della terza ristampa del gemelliano Cesare Lombroso. I funerali
di un uomo e di una dottrina, la prestigiosa “Rivista d’Italia”, auspice la penna
di D’Alfonso, scagliava un frontale attacco alle teorie lombrosiane, definite
mostruose, con il susseguente tassativo invito agli scienziati – in linea con i
propositi di Gemelli - a considerare «la preminenza qualitativa delle attività
psichiche sulle forme quantitative cerebrali»65.

62
Ivi, p. 76.
63
Letture ideologiche di un’opera ideologizzata come Il nostro soldato. Saggi di psicologia mili-
tare (Treves, Milano 1917), hanno certamente nuociuto alla reale comprensione della sostanza
scientifica dell’opera, la quale, se contestualizzata nella letteratura dell’epoca e nelle condizioni
sociali del momento, e se comparata con la riflessione medica internazionale, emerge sicura-
mente come una delle voci più originali della psicologia italiana.
64
Si legga il notevole intervento di A. Gemelli, Psicologia e psichiatria e i loro rapporti, in “Rivista
Sperimentale di Freniatria”, XLV, 1921, pp. 251-314.
65
N. R. D’Alfonso, La psicologia speculativa e l’unità delle razze, in “Rivista d’Italia”, giugno 1911, p. 941.

30
PAGINE DIMENTICATE. LE CULTURE PSICHIATRICHE IN ITALIA TRA FINE ‘800 E PRIMI DECENNI DEL ‘900

Con una combinazione tutt’altro che estemporanea, per quanto anomala,


le disapprovazioni dei gabinetti scientifici cattolici ed il biasimo neoidealista,
propenso a squalificare le elaborazioni della scienza al campo degli pseudo-
concetti, individuavano un punto di convergenza nella determinazione ad
azzerare la presa pubblica dell’intellighenzia positivista, invalidando il ruolo
di operatori culturali di psichiatri, antropologi e criminologi. Non per que-
sto, però, nonostante la puntualità, l’ampiezza e la violenza degli addebiti, il
fortino positivista vedeva il proprio ripiegamento in atto trasformarsi in una
rotta per ordine sparso. A fronte dell’instancabile condotta degli ambienti
anti-positivisti, tenaci nel denunciare come puro sofisma il concetto della
derivazione del pensiero dalla materia66, e nel depennare fra i refusi della
scienza l’evoluzionismo materialista67, si ergeva baluardo l’attività quotidia-
na di studiosi del calibro di Giuseppe Sergi ed Enrico Morselli, il cui presti-
gio, accumulato con anni di pubblicazioni, e la cui statura di maître à penser,
pur messi in ombra presso l’opinione pubblica, restavano sostanzialmente
intatti presso l’intellettualità scientifica.
Non è pedanteria, poi, rievocare un’altra delle spie che scoperchiano le
profonde radici affondate dal positivismo ottocentesco nella cultura italia-
na ancora nei primi decenni del ‘900. Antonio Gramsci, incarcerato a Turi,
riflettendo sulla novità rappresentata dalle dottrine psicoanalitiche, rimpro-
verava Sigmund Freud, letteralmente al pari del Lombroso, di aver eretto
una filosofia universale del genere umano sulla base di alcuni criteri empi-
rici d’osservazione68. Al di là del giudizio gramsciano, era significativo che
un intellettuale della sua levatura, saltando a piè pari i detriti lasciati da anni
di calunnie neoidealiste, ricorresse all’esperienza lombrosiana, e alla diffusa
conoscenza, che se ne aveva tra le masse acculturate, per inquadrare, spie-
gare e spiegarsi il fenomeno relativamente nuovo della psicoanalisi. Come
testimoniano le parole del pensatore comunista seppur indirettamente o con
un paragone a perdere, risultava arduo trattare di scienze del comportamen-
to in Italia senza fare i conti con lo spessore polisemico e l’influenza a raggie-
ra del costrutto lombrosiano.
Rispetto all’iconoclastica critica del Vedrani, e alla rigorosa polemica ge-
melliana – energica, ma confinata agli ambienti scientifici cattolici - l’insidia
apparentemente maggiore per le dottrine lombrosiane nella loro declinazio-
ne psichiatrica provenne, col nuovo secolo, da un gruppo interno per forma-
66
N. Checchia, Senso e psiche, in “Rivista d’Italia”, novembre 1914, p. 639.
67
F. Vairo, La morale dell’energia e la guerra, in “Rivista Militare Italiana”, LVI, 1911, p. 1425.
68
Antonio Gramsci. Vita attraverso le lettere, a cura di G. Fiori, Torino, Einaudi, 1994, p. 264.

31
Andrea Scartabellati

zione, professionalità e codice linguistico, alla corporazione alienistica. Con


meno chiasso, ma con maggior probabilità di lasciare il segno, furono signi-
ficativamente quei medici prevalentemente attivi nel campo dell’accultura-
zione e delle cliniche universitarie – funzionanti come reparti d’osservazione
- che non nella concreta gestione a tempo pieno dell’universo manicomiale, a
mettere in discussione le ipotesi eziologiche del Lombroso e della sua scuola.
Già scoperti ispiratori delle posizioni polemiche di Vedrani, guidavano il
gruppo Eugenio Tanzi (1856-1934) - irredentista triestino con studi univer-
sitari a Padova e Graz, costretto ad emigrare per motivi politici - ed Ernesto
Lugaro (1870-1940), coautori del più volte ristampato Trattato delle malattie
mentali69, vero portolano per le giovani generazioni psichiatriche novecente-
sche affacciatesi alla professione.
L’ennesima controversia antilombrosiana, pur non negandosi esplicite
valenze negative, stigmatizzando le fuorvianti induzioni positiviste frutto
di un antropologismo morfologico semplicistico e alla lunga insostenibile,
si snodava fondamentalmente tutta all’interno delle tradizionali coordinate
teoriche organicistiche della scienza neuropsichiatrica, al limite rese più at-
traenti da una sottile verniciatura di psicopatologismo. Coordinate teoriche
le quali, va appuntato, non avevano riconosciuto nel Lombroso e nei suoi
adepti né dei critici accaniti, né degli affossatori.
Non una critica demolitrice, insomma; la scuola fiorentina raccolta attor-
no ai nomi di Tanzi e Lugaro esprimeva il bisogno urgente di aggiornare i
paradigmi psichiatrici, correggendo gli eccessi positivisti nel campo della
diagnostica e della nosografia pura, e circoscrivendo ai minimi termini la
pretesa vocazione sociologistica dell’alienismo d’antan. Bisogno, fatta salva
l’urgenza, che non comportava, se non come conseguenza riflessa, la cas-
sazione della presenza lombrosiano-positivista nel complesso della cultura
psichiatrica. Sarebbe sufficiente suddividere per materie l’opus lugariano –
tra i più sistematici prodotti dalla scuola fiorentina – con le sue pagine di
anatomia e patologia normale, morfologia della cellula nervosa, autorigene-
razione delle fibre nervose, teoria del neurone, morfogenesi, fisiologia, ana-
tomia patologica, istopatologia e neuropatologia70, per toccare con mano il
proposito del gruppo di rinnovare la cultura psichiatrica dosando maggior-
mente l’elemento neurologico e mettendo a margine quanto di più usurato
permaneva nell’approccio positivista.
69
Prima edizione, a cura del solo Tanzi per i tipi della Società Editrice Libraria, Milano 1905;
seconda edizione Milano 1914; terza edizione Milano 1923.
70
Cfr. il necrologio di Ernesto Lugaro a firma di F. Visintini apparso nel “Giornale della R.
Accademia di Medicina di Torino”, XVII, 1940, pp. 19-33.

32
PAGINE DIMENTICATE. LE CULTURE PSICHIATRICHE IN ITALIA TRA FINE ‘800 E PRIMI DECENNI DEL ‘900

Della trama critica a lui ostile, intrecciata dal drappello di studiosi allievi
di Tanzi e Lugaro, ebbe sentore un settuagenario e reattivo Cesare Lombro-
so, tutt’altro che a margine della comunità psichiatrica e muto sulle vie nuo-
ve battute dalla scienza che ne aveva tenuto a battesimo l’impresa professio-
nale ed il disegno culturale. Giudice severo del Trattato delle malattie mentali,
«seducente trattato coi suoi paradossi ed epigrammi; più ricco di spirito che
di verità»71, un polemico Lombroso coglieva l’occasione dell’uscita del volu-
me di Ernesto Lugaro72 per chiarire nuovamente le posizioni sue e della sua
scuola, similmente a ciò che – a proposito del positivismo antropologico –
avevano fatto Enrico Morselli, solo un anno prima, in un volume collettaneo
dato alle stampe in onore del poligrafo veneto73 e Filippo Saporito, nel 1913,
il quale denunciò come «quel solenne messaggio della scienza e dell’espe-
rienza che vive nell’antico motto Natura non facit saltus ha condannato la
concezione lombrosiana ad assistere agli assalti della critica non sul terreno
di quel che essa valga nella sua interezza, bensì sul terreno ambiguo degli
adattamenti artificiosi, dei connubi ibridi, delle transazioni degradanti»74.
Dall’alto dei suoi titoli accademici: ordinario di psichiatria dal 1896 e di
antropologia criminale dal 190575, Lombroso giudicava errate, scorrette ed
insostenibili al vaglio dello sperimentalismo medico le critiche della scuo-
la fiorentina. Come ogni positivista alle prime armi sapeva – ironizzava
Lombroso - «quando si vuol abbattere una teoria, si adoperano fatti», non
presunzioni76. Il fondatore dell’antropologia criminale individuava nell’esa-
gerata accentuazione del dato anatomico il punto debole metodologico che
impediva, con pregiudizio, al cenacolo vicino a Tanzi e Lugaro, di cogliere le
linee d’insieme dell’universo-follia. Un universo costellato di pazzi, anomali
e criminali bisognosi, di manicomi e milieu familiari e ambientali dove la

71
«In quest’altro libro del Lugaro i paradossi e le bizzarrie del Tanzi trovano una rinsaldatu-
ra»; a differenza della conclusioni della scuola lombrosiana, fondata «coll’esame metodico ed
attento di centinaia e centinaia di individui», quelle del Lugaro erano «asserzioni messe giù (…)
su due piedi» (C. Lombroso, recensione a E. Lugaro, I problemi odierni della psichiatria, in “Archi-
vio di Antropologia Criminale”, XXIX, 1908, p. 165).
72
I problemi odierni della psichiatria, Palermo, Sandron, 1907,
73
E. Morselli, Cesare Lombroso e l’antropologia generale, in L’opera di Cesare Lombroso, Torino,
Bocca, 1906.
74
F. Saporito, Su l’opera di Cesare Lombroso a proposito di una recente critica, Roma, Tipografia
delle Mantellate, 1913, p. 6.
75
Cattedra istituita ad hoc per Lombroso dal ministro Leonardo Bianchi.
76
C. Lombroso, recensione a E. Lugaro, I problemi odierni della psichiatria, in “Archivio di Antro-
pologia Criminale”, XXIX, 1908, p. 164.

33
Andrea Scartabellati

malattia si generava e si auto-alimentava. Soprattutto, un cosmo così frasta-


gliato umanamente e patologicamente da risultare sfuocato se osservato col
cannocchiale del placido mondo delle cattedre e delle aule universitarie.
Limitare la polemica ai soli costrutti clinico-teorici, privandola di una
riflessione sul pendant operativo che, implicitamente, richiedeva il lavoro
quotidiano dello psichiatra, significava accettare per Lombroso sia un impo-
verimento della professionalità medica, sia la sua abdicazione da quelle re-
sponsabilità patriottiche di medicina pubblica – riepilogate simbolicamente
nella figura e nell’opera di Agostino Bertani (1812-1866) - percepite dal posi-
tivismo postrisorgimentale come parte integrante della propria identità. Per
altro, rinunciare alla vocazione sociologica della scienza equivaleva altresì
ad estremizzare la visione – attinente pure ai lombrosiani – del manicomio
come luogo di scarico dell’umanità malata, irrecuperabile e, perciò, inutile.
Rilevando il tratto unitario associante teoria, sperimentazione sociale e pras-
si asilare, la contro-critica lombrosiana coglieva, oltre i tecnicismi della neu-
rologia e delle meccaniche cerebrali, il cuore del contenzioso identitario alla
base del disaccordo tra la vecchia generazione e le nuove leve psichiatriche.
A differenza delle prime, per non finire fuori dalla storia le seconde doveva-
no fare i conti con un duplice tramonto. Col crepuscolo del nazionalismo di
stampo mazziniano, sommerso dal nazionalismo aggressivo dell’età impe-
rialista e la parallela mutazione del fascinoso popolo poeta alla Herder nelle
folle dangereuses di Le Bon; e, nel campo specialistico, con il fallimento delle
ottimistiche vaticinazioni positiviste relative al ruolo della scienza quale ge-
rente dell’ordinato vivere civile della nazione rinata col Risorgimento77.
In soldoni, il nuovo atteggiamento psichiatrico che, per mezzo della mag-
gior erudizione tecnica declinava lo sguardo dai mali sociali – suscitando la
meraviglia di Lombroso - dava mostra di inseguire, ai confini del minima-
lismo, un diverso ruolo dello psichiatra quale esponente dell’intellighenzia
nazionale. Invano gli storici cercherebbero tra i fautori di un contegno psi-
chiatrico meno esposto le meditazioni onnicomprensive di un Tamburini, di
Morselli o di un Silvio Venturi, oratore principe della X assise della Società
Italiana di Freniatria di Napoli (1899) con la relazione Come la psichiatria deb-
ba elevarsi allo studio dell’individuo e delle sue attività nei rapporti colla società ed
indicarne i vari corollari nei riguardi individuali e sociali78. Lo stesso grossolano
e propagandistico j’accuse antitedesco lanciato da Lugaro nel 1916-17 dalle
77
S. Manente-A. Scartabellati, Ipotesi e tracce per una biografia di gruppo tra scienza e identità della
politica, in “Teorie e Modelli”, 2005, 2, 85.
78
“Rivista Sperimentale di Freniatria”, XXVII, 1901, pp. 315-322. Per un profilo biografico di Ven-
turi, vedi S. Tonnini, Silvio Venturi, in “Rivista Sperimentale di Freniatria”, XXVII, 1901, pp. I-VIII.

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PAGINE DIMENTICATE. LE CULTURE PSICHIATRICHE IN ITALIA TRA FINE ‘800 E PRIMI DECENNI DEL ‘900

pagine della “Rivista di Patologia Mentale e Nervosa”79, altro non sarà che il
corrotto bagliore residuale della genuina vocazione socio-politica della scien-
za alienistica piegata alle esigenze delle élites guerrafondaie. Abbandonata la
sentita partecipazione per le sorti delle masse italiane depauperate da na-
zionalizzare dopo la svolta epocale del 1860-61, ora l’intellettualità psichia-
trica si lasciava conquistare all’eccesso dall’efferato interventismo montato
ad arte, non da ultimo, anche da quelle inquietudini vociane spalleggianti la
demistificazione del positivismo e del lombrosianesimo.
La strada tracciata dai tardi critici lombrosiani si chiariva, quindi, nella
scelta di un ripiegamento pubblico strategico, ancora in grado, però, di la-
sciar negoziare, alle presenti e future generazioni psichiatriche, abdicazioni
e contropartite. Il venir meno della volontà egemonica culturale positivista
se, da un lato, sbiadiva l’immagine dell’alienista quale demiurgo sociale,
dall’altro, precisando meglio l’oggetto ed i luoghi del suo agire – l’accade-
mia per i principi della disciplina; i manicomi per il proletariato psichiatri-
co - garantiva una minor esposizione sul banco degli imputati nel processo
intentato al positivismo dalla nuova cultura dominante. Quale contropartita,
la ritirata negoziata otteneva di consolidare, proprio rinunciando alle aspira-
zioni ottocentesche, quelle posizioni di potere reale conquistate grazie anche
all’apporto insostituibile del biasimato Cesare Lombroso.
Nell’Italia emersa vittoriosa dalla guerra, la pretesa modernità psichiatri-
ca non si presentava allora come negazione del lombrosianesimo e del posi-
tivismo materialista laicista80. Nessun padre intellettuale fu, freudianamen-
te, ucciso; nessun ceppo generazionale fu infranto; nessuna scienza normale
fu rivoluzionariamente abbattuta. La psichiatria scelse di auto-esiliarsi in
un’isola, se non felice, comunque appagante ed inaccessibile ai non addetti
ai lavori. Mentre la modernità della disciplina, sulle fondamenta organici-
stiche81 e nel quadro di un solidismo comune alle differenti correnti analiti-

79
La psichiatria tedesca nella storia e nell’attualità in “Rivista di Patologia Nervosa e Mentale”,
XXI, 1916, pp. 241-617; La psichiatria tedesca nella storia e nell’attualità, in “Rivista di Patologia
Nervosa e Mentale”, XXII, 1917, pp. 65-302; inoltre, sempre di Lugaro: Pazzia d’imperatore o
aberrazione nazionale?, in “Rivista di Patologia Nervosa e Mentale”, XX, 1915, pp. 385-414.
80
Cfr. la recensione positiva del manuale di E. Tanzi e E. Lugaro, Trattato delle malattie mentali,
in “Quaderni di Psichiatria”, III, 1916, pp. 59-60, di Enrico Morselli, non certo – anzi! – un av-
versario del Lombroso. Recensione positiva ripetuta successivamente nei “Quaderni di Psichia-
tria”, X, 1923, pp. 211-212.
81
F. Saba Sardi, Nascita della follia, Milano, Mondadori, 1975, p. 114: «Costante è cioè il tentativo
di ancorare in qualche modo le manifestazioni psichiche a un substrato organico, e di conse-
guenza la follia a realtà fisiologiche (…) Lo psichiatra non può che ragionare in questi termini
– ovvero cessa di considerarsi e di essere psichiatra».

35
Andrea Scartabellati

che nei termini di «una rappresentazione visibile delle cause della malattia
mentale»82, si esplicò combinando la rinuncia a fare di una filosofia naturale
del genere umano il totem onnicomprensivo per l’interpretazione delle ma-
nifestazioni patologiche, con il disinteresse per le più ampie problematiche
popolari, riscoperte con reale empatia solo alla fine degli anni ’60 del XX
secolo.
Un profilo sociale indistinto ma, in contro altare, un’erudizione neuro-
psichiatrica in maggior misura vasta, informata dei contributi scientifici in-
ternazionali, meno credulona nel vagliare le rilevazioni statistico-numeriche
o nel prendere atto delle stigmate fisiche: ciò era quanto restava della cri-
tica di Tanzi e Lugaro. D’altro canto, il tono inflessibilmente organicistico
del Trattato delle malattie mentali83 non poteva essere recepito dalla comunità
scientifica come una discriminante antilombrosiana, poiché diversa, tra gli
uni e gli altri, era solo l’aspettativa riposta in un tale orientamento onni-
regolatore nello svolgersi del processo diagnostico. Né l’obiezione di Lugaro
secondo cui «l’opera di Lombroso fu bensì uno stimolo fecondo a ricerche
e discussioni, ma non segnò (...) un vero progresso in confronto alle vedute
del Morel»84; né il programma di Tanzi di respingere «i dettami rumorosi
ed inconcludenti d’una pretesa antropologia della degenerazione» da sosti-
tuire con il ripescaggio della «teoria originaria del Morel, che nacque dalla
patologia»85, echeggiavano innovativi alle orecchie degli psichiatri italiani.
Che Ernst Haeckel si fosse trasformato nella caricatura farsesca di Charles
Darwin86; che risultasse indilazionabile depurare e circoscrivere il concetto
di degenerazione, «a meno di ritenere che tutti i pazzi siano degenerati, ipo-
tesi non dimostrata, inutile e perciò inopportuna»87; che bisognasse negare
l’identificazione di epilessia e deficienza del senso morale; che fosse intrinse-
co all’agire psichiatrico la sottovalutazione dei dati psichici, stimati accessori
rispetto ai sostrati organici; che si potesse leggere nell’ascesa dell’endocrino-
82
S. De Sanctis, voce Psichiatria in “Enciclopedia Italiana”, Roma, Istituto Poligrafico dello Sta-
to, 1949, p. 447.
83
S. Marhaba, Lineamenti della psicologia italiana: 1870-1945, Firenze, Giunti, 1992, p. 74.
84
E. Lugaro, La psichiatria tedesca nella storia e nell’attualità in “Rivista di Patologia Nervosa e
Mentale”, XXI, 1916, p. 491.
85
E. Tanzi-E. Lugaro, Trattato delle Malattie Mentali, Milano, Società Editrice Libraria, 1923, I, p.
XIII. La citazione è tratta dalla Prefazione alla seconda edizione.
86
E. Lugaro, La psichiatria tedesca nella storia e nell’attualità, in “Rivista di Patologia Nervosa e
Mentale”, XXII, 1917, p. 288.
87
E. Tanzi-E. Lugaro, Trattato delle Malattie Mentali, Milano, Società Editrice Libraria, 1923, II,
p. 155.

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PAGINE DIMENTICATE. LE CULTURE PSICHIATRICHE IN ITALIA TRA FINE ‘800 E PRIMI DECENNI DEL ‘900

logia una nuova fonte d’ispirazione per la psichiatria e la sua caratterizza-


zione medico-clinica; che, complessivamente, si volesse intendere la discipli-
na come «sentinella avanzata della biologia nel campo della speculazione»88,
non erano prese di principio tali da delegittimare l’eredità positivistica. Per
esempio, patrimonio comune della cultura psichiatrica restava la concezio-
ne del determinismo secondo la locuzione lombrosiana di processo a «due
facce che si integrano a vicenda: il fattore interno è il più potente ed effica-
ce, ma anche il fattore esterno ha la sua parte, e non piccola, e non diffici-
le a scoprire»89. Quando, alla fine degli anni ’10, gli stessi Tanzi e Lugaro
inviteranno i medici della penisola a rifondare la psichiatria rileggendo le
leggi sulla degenerazione del Morel al lume delle patologie individuali, si
vedranno i capiscuola del gruppo fiorentino ricopiare quasi alla lettera la
via d’uscita al disorientamento alienistico indicata, negli stessi anni, da un
positivista immarcescibile come Enrico Morselli, probabilmente, anzi, più
dei primi due, conscio della necessità di arricchire lo scrigno psichiatrico con
gli apporti della psicopatologia e della psicoanalisi90.
Sul piano teorico, le certezze del determinismo biologico si riqualifica-
rono in un meno pretenzioso eclettismo mirante ad integrare, in forme non
sempre coerenti, il predominante elemento somatico con il recessivo elemen-
to psichico91. La meccanica concezione naturalistica dell’uomo e delle sue
condizioni morbose, circoscrivibili e indagabili negli spazi neutri delle cor-
sie manicomiali, non sarebbe venuta meno. Per questa via, considerò Bruno
Cassinelli, «la psichiatria italiana torna alla purezza dell’osservazione clini-
ca, tradizione italianissima - da Chiarugi a Verga, da Morselli a De Sanctis
- per confermare che la pazzia è un’affezione dei centri corticali e delle loro
connessioni cerebrali, che trasforma e altera la personalità, cioè l’individua-
lità pensante, senziente ed operante»92. Nella prassi asilare, come esemplifi-
cano le migliaia di cartelle cliniche conservate, le diagnosi continuarono ad
essere l’effetto cumulativo dei risultati di spurie indagini antropometriche,
88
Ivi, I, p. VIII. La citazione è tratta dalla Prefazione alla prima edizione.
89
E. Morselli, Cesare Lombroso e l’antropologia generale, in L’opera di Cesare Lombroso, Torino,
Bocca, 1906, p. 25.
90
E. Morselli La psicanalisi. Studi e appunti critici, Torino, Bocca, 1926.
91
E. Morselli, Di due recenti trattati tedeschi di psichiatria, in “Quaderni di Psichiatria”, VII, 1920, p.
122.
92
B. Cassinelli, Storia della pazzia, Milano, Corbaccio, 1936, p. 447. Sulla controversa figura di
Cassinelli, accusato di delazione ripetuta a favore del regime fascista, vedi M. Franzinelli, I
tentacoli dell’Ovra. Agenti, collaboratori e vittime della polizia politica fascista, Torino, Bollati Borin-
ghieri, 1999, pp. 455-456.

37
Andrea Scartabellati

morfologiche, organicistiche, psicologiche e funzionali93, mentre l’azione te-


rapeutica rimase sostanzialmente incapace di raggiungere pratiche di sanità
efficaci. Le limitate novità introdotte sperimentalmente con i primi anni ‘20
si circoscrissero a rare e qualificate realtà istituzionali. Saldo si mantenne
il sospetto medico verso i sistemi dell’open door e del no restraint. Valuta-
zioni critiche del modello asilare e fervore di proposte innovative, pur non
mancando – si vedano le iniziative parallele alla fondazione del movimento
per l’igiene mentale94 - non approdarono oltre i mondi di carta delle riviste
specializzate, fallendo l’implementazione di riforme strutturali. Volto e so-
stanza della psichiatria asilare primo novecentesca mutarono impercettibil-
mente. Il perimetro manicomiale, fallimentare e rovinoso, rimase lo sbocco
abituale dei giovani laureati al debutto nella galassia alienistica; positivismo
neoidealismo o scienza cattolica, oppure Lombroso o non Lombroso, il ma-
nicomio non venne meno alla sua funzione di «spazio chiuso senza orizzon-
te, separato dal mondo, squallido, spoglio, soffocante, abitato da individui
stravolti ed esagitati»95. Le predizioni relative al totale sganciamento della
psichiatria dalla tutela del lombrosismo, del materialismo monista haecke-
liano e della dottrina delle degenerazioni, rimasero tali. Finanche le «prov-
videnziali esagerazioni» lombrosiane, come annotava vivendo quegli anni il
Cassinelli nella sua informata Storia della pazzia del 193696, si palesavano agli
occhi dei commentatori come errori necessari, abbagli salutari per la crescita
stessa della disciplina. Eppure, sarebbe fuorviante restringere la presenza di
Lombroso nella scienza post-bellica alla sola criminologia - come fa Leone
Lattes (1887-1954)97 - o nelle vesti esclusive dell’utile idiota. La psichiatria,
del suo enciclopedico magistero, tratteneva ben altro in dote degli abbagli
o dei malintesi. Come riassunse uno psichiatra tra i più attenti alle novità
internazionali, pioniere dell’igiene mentale e tra i massimi esponenti della
93
F. Giacchi, recensione a G. Funaioli, I criminaloidi nell’esercito, in “Rivista Sperimentale di
Freniatria”, XLII, 1918, p. 554.
94
Mi limito a segnalare i testi di Giuseppe Corberi: Sul Dispensario psichiatrico di Milano e sulla
Profilassi Mentale, in “L’Igiene Mentale”, VII, 1, 1929; (con G. Modena e L. Baroncini): Problemi
nuovi dell’assistenza psichiatrica con particolare riguardo all’igiene mentale, in “Rivista Sperimentale
di Freniatria”, LIV, 1930, pp. 921-923; L’importanza dell’assistenza etero famigliare, in “Journal Bel-
ge de Neurologie et de Psychiatrie”, 7, Juillet 1935.
95
F. Poli, Alcune esempi di rappresentazione del folle nell’iconografia artistica italiana dalla seconda
metà dell’Ottocento ad oggi, in Follia psichiatria e società. Istituzioni manicomiali, scienza psichiatrica e
classi sociali nell’Italia moderna e contemporanea, a cura di A. De Bernardi, Milano, Franco Angeli,
1982, pp. 430-431.
96
B. Cassinelli, Storia della pazzia, Milano, Corbaccio, 1936, p. 436.
97
L. Lattes, Ritorno a Lombroso, in “Minerva Medicolegale”, LXXVI, 1956.

38
PAGINE DIMENTICATE. LE CULTURE PSICHIATRICHE IN ITALIA TRA FINE ‘800 E PRIMI DECENNI DEL ‘900

psicotecnica, Giuseppe Corberi (1881-1951), «in Italia ferve la discussione


fra i rappresentanti della scuola antropologica e l’indirizzo più strettamen-
te psicologico, fra Benigno Di Tullio ed Agostino Gemelli, ma nessuno può
dimenticare che dobbiamo a Cesare Lombroso l’impostazione e lo sviluppo
delle ricerche sull’individuo che delinque, e, al di sopra di ogni dibattito,
dobbiamo rendere omaggio alla sua opera»98.
Concludendo: quando Enrico Morselli, nel 1919, commentando le più
avanzate produzioni della scienza tedesca, scrisse che i concetti lombrosiani
rappresentavano «la spina dorsale della Psichiatria»99, non si limitò al clas-
sico e stantio rituale dell’omaggio dovuto ai vecchi luminari. Riassunse, in-
vece, il sentire di un cenacolo scientifico pubblicamente incorporeo forse,
ma per il quale il metodo scientifico-naturalistico e le definizioni positivi-
ste-lombrosiane di uomo come «un tutto organico, le cui diverse parti sono
indissolubilmente legate»100, e di malattia mentale quale «deviazione dell’at-
tività evolutiva psichica dal tipo normale medio»101, non erano un bricolage
intellettuale, serbando contenuti di assoluta attualità operativa e scientifica.
Tra le macerie e le mancate promesse del progetto lombrosiano di una sintesi
scientifica fondata sull’esame obiettivo integrale antropologico e sociologico
del folle/reo102, favorita dall’incontro della psichiatria con altrettante disci-

98
G. Corberi, Ancora su l’esame della personalità del delinquente, in “Criminalia”, III, 1939; pubbli-
cato come estratto da Bocca, Milano 1939. La citazione è tratta da p. 4.
99
E. Morselli, Ultime produzioni della psichiatria tedesca, in “Quaderni di Psichiatria”, VI, 1919, p.
271.
100
L. B., recensione a C. Lombroso, L’Uomo alienato, in “Rivista di Psicologia”, X, 1914, p. 471.
101
B. Cassinelli, Storia della pazzia, Milano, Corbaccio, 1936, p. 447.
102
L. Lattes, Ritorno a Lombroso, in “Minerva Medicolegale”, LXXVI, 1956, p. 7.

39
Andrea Scartabellati

pline ausiliarie103, non tutto, insomma, era destinato ad essere rigettato104.

103
F. Del Greco, La sintesi clinica di E. Kraepelin dal punto di vista della Storia della Medicina, in
“Rivista Sperimentale di Freniatria”, XXXV, 1909, pp. 284-86.
104
Alcuni suggerimenti di lettura per l’approfondimento dei temi: Augusto Tamburini. In me-
moriam, Roma, Tipografia dell’Unione Editrice, 1920; L’antropologia italiana. Un secolo di storia,
Roma-Bari, Laterza, 1985; V.P. Babini, La storia della psichiatria italiana del Novecento, i primi
vent’anni, in “Psicoterapia e Scienze Umane”, 40, 2006; E. Balduzzi, Le terapie da shock, Milano,
Feltrinelli, 1962; V. Bongiorno, Il dedalo della mente. Augusto Tamburini, tra neurofisiologia e psichia-
tria, Roma, Edizioni Kappa, 2002; M. Calloni, Donne italiane in esilio nella Confederazione Elvetica
tra Ottocento e Novecento, in http://www.dialogare.ch/Dialo_Newsletter/13donne_esilio.pdf;
R. Canosa, Storia del manicomio dall’Unità ad oggi, Milano, Feltrinelli, 1979; G. Cosmacini, Gemelli.
Il Machiavelli di Dio, Milano, Rizzoli, 1985; Leonardo Bianchi. Un sannita dimenticato, a cura di G.
De Lucia, Benevento, Messaggio d’Oggi, 1974; I mondi di carta di Giovanni Vailati, a cura di M. De
Zan, Milano, Franco Angeli, 2000; Alle origini dell’antropologia italiana. Giustiniano Nicolucci e il
suo tempo, a cura di F. Fedele e A. Baldi, Napoli, Guida, 1988; M. Franzinelli, Padre Gemelli per la
guerra, Ragusa, La Fiaccola, 1986; F. Giacanelli-G. Campoli, La costituzione positivista della psichia-
tria italiana, in “Psicoterapia e Scienze Umane”, 3, 1973; F. Giacanelli, Il medico, l’alienista, in C.
Lombroso, Delitto, genio, follia. Scritti scelti, a cura di F. Giacanelli, L. Mangoni e D. Frigessi, To-
rino, Bollati Boringhieri, 1995; V. Labita, Un libro-simbolo: “Il nostro Soldato” di padre Agostino Ge-
melli, in “Rivista di Storia Contemporanea”, 3, 1986, pp. 405-406; S. Maffeo, Una “Voce” cent’anni
fa, in “Storia in Network”, 146, Dicembre 2008, http://www.storiain.net/artic/artic4.asp; R.
Maiocchi, La scienza italiana ed il razzismo fascista, Firenze, La Nuova Italia, 1999; F. Mondella,
Biologia e filosofia, in Storia del pensiero filosofico e scientifico, a cura di L. Geymonat, VI, Milano,
Garzanti, 1970-72; Giulio Cesare Ferrari nella storia della psicologia italiana, a cura di G. Mucciarelli,
Bologna, Pitagora, 1984; Giuseppe Sergi nella storia della psicologia e della antropologia in Italia, a
cura di G. Mucciarelli, Bologna, Pitagora, 1987; F.P. Peloso, La guerra dentro. La psichiatria italiana
tra Fascismo e resistenza (1922-1945), Verona, Ombre Corte, 2008; C. Pogliano, L’utopia igienista,
in Storia d’Italia. Malattia e medicina, Annali, 7, a cura di F. Della Peruta, Torino, Einaudi, 1984; M.
Quarchioni, Il Manicomio di Teramo e Marco Levi Bianchini, in “Abruzzo Contemporaneo”, I, giu-
gno 1991; A. Scartabellati, Intellettuali nel conflitto. Alienisti e patologie attraverso la Grande guerra
(1909-1921), Bagnaria Arsa (UD), Edizioni Goliardiche, 2003; A. Scartabellati, L’umanità inutile.
La questione follia in Italia tra fine Ottocento e inizio Novecento e il caso del Manicomio provinciale di
Cremona, Milano, Franco Angeli, 2001; La follia della guerra. Storia dal manicomio degli anni ’40, a
cura di P. Sorcinelli, Milano, Franco Angeli, 1992; F. Stock, Kraepelin e i kraepeliniani in Italia, in
Passioni della mente e della storia. Protagonisti, teorie e vicende della psichiatria italiana tra ‘800 e ‘900,
Milano, Vita e Pensiero, 1989; E.S. Valenstein, Cure disperate. Illusioni e abusi nel trattamento delle
malattie mentali, Firenze, Giunti, 1993; R. Villa, Il deviante e i suoi segni. Lombroso e la nascita dell’an-
tropologia criminale, Milano, Franco Angeli, 1985; R. Villa, Un album riservato, in Locus Solus, 2,
Lombroso e la fotografia, Milano, Bruno Mondadori, 2005.

40
PSICHIATRIA E MANICOMI TRA FASCISMO E GUERRA

Massimo Tornabene, Università di Milano

PSICHIATRIA E MANICOMI TRA FASCISMO E GUERRA

Se il Novecento continua ad essere il grande misconosciuto della storia


italiana della psichiatria, il ventennio fascista e la successiva guerra ne rap-
presentano certamente una delle pagine meno indagate. Eppure l’intricata
matassa di questioni – scientifiche, politiche, legislative – che contraddistin-
guono l’assistenza psichiatrica del ventennio vedono al centro temi – come il
razzismo, l’eugenetica ma anche la progettazione di un moderno sistema di
cura delle malattie mentali – che meriterebbero di essere approfonditi nella
loro specificità.
Attraversata la buriana della Prima Guerra mondiale, il Fascismo si ado-
però, in primis, per costruire quella rete nazionale di manicomi che, all’in-
domani del riordino delle province del 1927, avrebbe dovuto portare ogni
circoscrizione a prendersi cura dei propri malati mentali: specie in alcune
province meridionali (come quelle siciliane), dell’Italia centrale (Rieti) ed an-
che settentrionale (in particolare la Lombardia con Varese, Lodi e Castiglio-
ne delle Stiviere e il Piemonte con Grugliasco). Due, dal canto loro, furono
invece le vie attraverso le quali gli psichiatri tentarono, adeguandosi più o
meno plasticamente alle parole d’ordine del regime, di ottenere l’obiettivo di
una riforma legislativa che permettesse loro di intervenire nei gangli più vivi
della società (a partire dalle scuole e l’esercito): la prima fu quella dello studio
statistico della diffusione delle malattie mentali, sino ad allora assai carente,
che portò nel 1926, alla costituzione del Centro statistico per le malattie men-
tali105, guidato da Gustavo Modena (direttore del manicomio di Ancona) e
sostenuto dalla Direzione generale di Sanità e dall’Istituto centrale di statisti-
ca presieduto da Corrado Gini106; la seconda fu quella dell’avvio di una cam-
pagna per la «profilassi mentale della stirpe italica» che mettendo al centro
del proprio disegno i dispensari ambulatoriali ad accesso libero e gratuito si
105
G. Modena, Informazioni sull’ufficio di statistica delle malattie mentali, in “Rivista sperimentale
di Freniatria”, Reggio Emilia, 1926, volume unico, p. 637.
106
F. Cassata, Il Fascismo razionale. Corrado Gini fra scienza e politica, Roma, Carocci, 2006.

41
Massimo Tornabene

ispirò, in particolare, a quanto realizzato negli Stati Uniti (a partire dal 1909)
dal Comitato americano per l’igiene mentale107 e che ottenne pieno ricono-
scimento internazionale con il I° Congresso per l’Igiene mentale tenutosi a
Washington nel 1930, ed a cui presero parte rappresentanti di 50 nazioni108.

Profilassi mentale, eugenetica, razzismo

In Italia la Lega d’igiene e profilassi mentale, fondata a Bologna nel 1924


su iniziativa del milanese Eugenio Medea e la Società freniatrica italiana
(che dal 1932 divenne la Società italiana di psichiatria) furono le principali
protagoniste di questa campagna, attraverso la promozione di convegni, la
pubblicazione di articoli sulle principali riviste scientifiche e la presentazio-
ne, attraverso il Sindacato Nazionale Medico Fascista di proprie proposte di
riforma109. Il dibattito, in particolare, venne stimolato dagli psichiatri della
Lega. Gli effetti nefasti prodotti nella società dalla Prima guerra mondiale
con la sua massa di malati mentali provenienti dal fronte furono indubbia-
mente il punto di partenza delle loro proposte. Effetti che posero gli psi-
chiatri in prima fila nell’elaborazione dell’incubo della «degenerazione della
stirpe italica».
«I superstiti di questo immenso conflitto – scrisse lo psichiatra Ferdinan-
do Cazzamalli – traumatizzati psichici in gran parte, o neuro-psicastenici,
isteroepilettici, epilettici, ed epilettoidi, costituiscono e costituiranno in Eu-
ropa la contemporanea massa procreatrice. Quella selezione naturale, che
avveniva da parte delle giovani donne con scarto dei neuropsicopatici, non
sarà possibile né probabile a guerra finita, quando la percentuale dei due
sessi si sarà sempre più distanziata per la deficienza dei maschi. Le donne
di questa epoca fortunosa fatalmente dovranno adattarsi al matrimonio con
quella residua gioventù maschile tarata […] la prole derivante si può indurre
che sarà scarsa, a mortalità elevata, certamente neurotica, o almeno predi-
sposta gravemente a disordini psichici»110.
107
Come il coinvolgimento di enti pubblici e privati per la creazione di dispensari, apertura
negli ospedali psichiatrici di reparti ospedalieri aperti, avvio di scuole per le assistenti psichia-
triche, interventi diretti degli psichiatri nelle scuole, possibilità di attuare visite specialistiche
domiciliari.
108
G. Muggia, Origine, sviluppo e contenuto dell’igiene mentale, in “Difesa sociale”, Roma, 10, 1934,
pp. 262-266.
C. Ferrio, Riunione della commissione dei medici alienisti per la riforma della legge sui manicomi, in
109

“Note e riviste di psichiatria”, Pesaro, 1, gennaio 1934, pp. 13-17.


110
F. Cazzamalli, Guerra e degenerazione etnica, in “Quaderni di psichiatria”, Genova, 1916, p. 13.

42
PSICHIATRIA E MANICOMI TRA FASCISMO E GUERRA

La Grande guerra, infatti, costituì per gli alienisti uno spartiacque epoca-
le: «la violenza e la durata del conflitto rappresentarono un inedito terreno
di prova per la psichiatria, obbligata a confrontarsi con una enorme massa di
malati mentali provenienti delle trincee del fronte, massa che rappresentava,
in termini di diagnosi e possibili terapie, un inedito assoluto»111. Basti pensa-
re che secondo le stime ufficiali il servizio neuropsichiatrico accolse almeno
quaranta mila soldati, vittime di stress, shock da esplosioni, ma soprattutto
colpevoli di volersi sottrarre al conflitto – progettato e realizzato dai sani e
che per questi «incarna valori, razionalità, tecnologia» – andando «incontro
ad una impresa disperata, uscire dalla ragione, cadere in abitudini bestiali
e infantili, regredire»112. Fu così che per sconfiggere la iattura della «dege-
nerazione», gli psichiatri della Lega promossero l’istituzione di dispensari
d’igiene mentale, strutture ambulatoriali ad accesso libero che una volta av-
viate avrebbero dimostrato l’inutilità, nella loro forma attuale, degli istituti
asilari, incapaci (a loro giudizio) di curare il malato mentale in quanto tale,
ma solo quando si manifesta in termini di pericolosità e scandalo. Il primo
ambulatorio sorse a Milano nel 1924. I dispensari permisero agli psichiatri
(o almeno alle loro intenzioni) di «entrare nel corpo sociale, scandagliarlo e
trarne elementi per selezionare, isolare e curare i soggetti portatori di malat-
tie mentali». Un’azione che si inserì, secondo le analisi di Massimo Moraglio,
in un disegno dalle ambizioni ancora più alte: «la vera attività preventiva
andava svolta altrove: negli ambulatori pediatrici, nell’esercito, nelle scuo-
le, nei servizi medico-scolastici. Lo psichiatra, insomma, come selezionatore
dell’umanità, fin dal momento in cui si trovava inserito in strutture sociali
quali, appunto, esercito e scuola»113. Precursore di questa stagione si rivelò
Leonardo Bianchi, già relatore della legge del 1904, nei numerosi interventi
espressi (tra la fine e l’inizio degli anni venti) sia in Senato che alla Com-
missione nazionale per il dopoguerra. Considerazioni alla cui base fu posto
il progressivo aumento del numero dei folli internati negli istituti italiani.
Anch’egli sostenne la necessità di affiancare al manicomio una vasta rete di
prevenzione finalizzata a «ritardare la degenerazione della razza», ovvero
ad interventi diretti contro quelle «malattie sociali» (alcolismo, sifilide, ma-
laria, tubercolosi) «ritenute all’origine della “fiacchezza psicosomatica degli
111
M. Moraglio, Dentro e fuori il manicomio. Note sull’assistenza psichiatrica nell’Italia tra le due
guerre, in “Contemporanea”, 2006, 1, p. 19.
112
A. Gibelli, L’officina della guerra. La Grande guerra e le trasformazioni del mondo mentale, Torino,
Bollati Boringhieri, 1991, p. 134
113
M. Moraglio, Dentro e fuori il manicomio. Note sull’assistenza psichiatrica nell’Italia tra le due
guerre, in “Contemporanea”, 2006, 1, p. 27.

43
Massimo Tornabene

uomini e della prole” o che colgano precocemente i sintomi della malattia


mentale laddove essa ha modo per la prima volta di manifestarsi pubblica-
mente, ovvero nella scuola»114. Una prevenzione, diremmo oggi, di stampo
autoritario e condizionata dalle priorità (nazionaliste) dell’epoca, visto che
accanto ai dispensari psichiatrici e alle scuole differenziali, il terzo rimedio
suggerito da Bianchi fu l’eugenetica, vista come strumento di riscatto e di
potenziamento della nazione stessa: «È bene sapere – sostenne lo psichiatra
campano – che per ogni ricoverato nel manicomio non esistono meno di 50
e forse 100 deboli avviati alla degenerazione; sappiamo che molti di questi
provengono da matrimoni tra imbecilli, criminali, epilettici, alcolisti cronici,
e altre varietà di degenerati»115. Altra figura centrale del dibattito eugenetico
fu quella di Sante De Sanctis. Esponente illustre ed attivo della Lega nonché
suo presidente, pioniere della psicologia sperimentale italiana e teorico della
selezione scolastica, De Sanctis a partire dal 1926 fu a capo della Federazio-
ne romana dell’Opera nazionale maternità e infanzia. Nelle sue riflessioni
risultò centrale il problema della selezione (attraverso un suo metodo psico-
logico) tra i recuperi (i minorenni differenziati e i deficienti lievi) e i rifiuti (i
deficienti gravi), questione che venne recepita dalla stessa Omni. «Riforma
del manicomio, dispensari psichiatrici, “classi differenziali” [furono] – come
ha osservato Francesco Cassata – tre aspetti di un unico progetto eugenetico,
il cui obiettivo ultimo consiste nel raggiungimento del massimo livello di
razionalizzazione economica delle risorse biologiche della nazione»116. Gli
psichiatri italiani, va ricordato, allo stesso tempo si distanziarono dalle cam-
pagne di sterilizzazione messe in atto dall’eugenetica nazista e che il Fasci-
smo decise di non seguire. Il regime hitleriano, infatti, si caratterizzò per la
predisposizione di una soluzione radicale quanto definitiva del problema
della «degenerazione della razza» e dei malati di mente: già dall’estate del
1933, nello stesso giorno in cui la Nsdap venne dichiarata l’unico partito
legale, il governo nazista approvò la legge sulla sterilizzazione dei disabili e
degli infermi, anticamera del progetto di eutanasia che tra il 1939 e il 1941 ne
portò alla morte decine di migliaia117. Una scelta che aprì tra gli psichiatri ita-
liani un aspro e intenso dibattito: le loro opinioni si divisero tra la condanna

114
F. Cassata, Il lavoro degli “inutili”: Fascismo ed igiene mentale, in Manicomio, Società e Politica, a
cura di F. Cassata e M. Moraglio, Pisa, Bfs, Pisa, 2005, p. 25.
115
Ibidem.
116
Ivi, p. 34.
117
Cfr. M. Tregenda, Purificare e distruggere. Le prime camere a gas naziste e lo sterminio dei disabili,
Verona, Ombre corte, 2006.

44
PSICHIATRIA E MANICOMI TRA FASCISMO E GUERRA

dell’eugenetica negativa (quella tedesca, appunto) e l’approfondimento de-


gli studi genetici attraverso il monitoraggio statistico-genealogico dei malati
di mente; dibattito che esplicitò le affinità (e le divergenze) tra la psichiatria
fascista e quella nazista e che, come accennavamo in precedenza, merita di
esser analizzato anche alla luce di quanto attuato in campo eugenetico sia
negli Stati Uniti che in altri paesi Europei (come la Svizzera, la Danimarca,
la Norvegia) e su temi, in particolare, come quello della sterilizzazione dei
malati mentali118.
Accanto all’eugenetica altro tema di incontro tra il regime e la psichiatria
fu quello del possibile contributo che quest’ultima avrebbe potuto dare alla
questione della razza. Il rapporto tra psichiatria e razzismo, infatti, non può
essere ridotto alla sola adesione di Arturo Donaggio, presidente della Socie-
tà italiana di psichiatria e allo stesso tempo figura di massimo rilievo tra gli
alienisti italiani, al Manifesto degli scienziati razzisti del 1938, il documento che
pose le premesse scientifiche dei provvedimenti di discriminazione razzia-
le119. Non appare un caso, infatti, se all’indomani della Liberazione (prece-
duta nel 1942 dalla prematura scomparsa dello stesso Donaggio), la Società
italiana di psichiatria non ebbe la forza di disconoscere quell’adesione, li-
mitandosi ad una corporativa censura delle «note odiose ragioni razziali»
solo in relazione all’allontanamento, all’indomani delle leggi antiebraiche, di
Gustavo Modena dalla vice presidenza della Società120. La ricerca scientifica
degli psichiatri finalizzata a sostenere le ragioni di un razzismo a base bio-
logica aveva alla propria base una tradizione precedente allo stesso avvento
del Fascismo121 e successivamente non mancarono, all’indomani della costi-
tuzione dell’Impero studi finalizzati, ad esempio, a dimostrare l’inferiorità
psichica della popolazione eritrea122. Razzismo che non mancò di interessare
attivamente anche l’allora nascente psicologia, come dimostrano importanti

118
U. Sperapani, La sterilizzazione eugenica, in “Difesa sociale”, vol. XV, 1936, pp. 15-22.
119
Cfr. F. Cassata, «La difesa della razza». Politica, ideologia e immagine del razzismo fascista, Torino,
Einaudi, 2008.
120
E. Padovani, Relazione morale e finanziaria sull’attività della Società Italiana di Psichiatria nel
sessennio 1941–1946, in “Rivista sperimentale di Freniatria”, 1948, pp. 269-281.
121
Tra gli altri si segnala M. Koblinssky, Razza e Cervello, in “Quaderni di psichiatria”, Genova,
vol. VIII, nn. 1-2, 1921, pp. 1-7, in cui si illustrano e si sostengono gli studi atti a dimostrare «che
nelle razze psichicamente inferiori il peso del cervello è, in media, minore di quello del cervello
appartenente alla razza più civilizzata».
122
S. Brambilla, Contributo allo studio delle manifestazioni psicopatologiche delle popolazioni dell’Im-
pero, in “Rivista di patologia nervosa e mentale”, Firenze, LIII, 1939, pp. 187-206.

45
Massimo Tornabene

saggi apparsi sull’”Archivio” diretto da Agostino Gemelli123 e sulla rivista


della Società italiana di psicologia124.
Un dibattito inteso che non portò comunque ad alcuna revisione legisla-
tiva, nonostante il regime fascista si fosse impegnato attraverso l’istituzione
di apposite Commissioni di riforma presso la Direzione generale della sanità
pubblica: l’ultima venne nominata nel 1939, ma già nella precedente, avviata
nel 1925 e sciolta nel 1934 le divergenze tra gli psichiatri ed il governo non
derivarono, a quanto pare, dalla richiesta di libere ammissioni negli ospedali
o dell’istituzione degli ambulatori di profilassi mentale ma dal timore, che
questa scelta potesse provocare «ulteriori aggravi ai bilanci delle ammini-
strazioni provinciali dalle quali dipendono la maggior parte dei nostri Ospe-
dali psichiatrici»125. Durante il Fascismo l’unica misura legislativa assunta in
campo psichiatrico fu quella diretta alla criminalizzazione dei folli: il nuovo
Codice di procedura penale, entrato in vigore nel 1931, portò, infatti, anche
all’iscrizione dei ricoveri al Casellario giudiziario; un provvedimento figlio
della logica autoritaria del regime mussoliniano che ponendo la supremazia
dello Stato al di sopra della nazione e quindi la sua difesa da ogni potenziale
nemico, considerò, tra questi, anche i matti. A condizionare le politiche del
regime, molto probabilmente, fu l’aumento, esponenziale, dei ricoverati: dal
1926 al 1942 (come attesta l’Istituto di statistica delle malattie mentali) gli in-
ternati sul territorio nazionale passarono da 1,5 a 2,12 ogni mille abitanti, con
un incremento record in numeri assoluti di oltre il 30%: da 60 a 96 mila. Dati
che nella loro crudezza autorizzano a ipotizzare, anche per il ventennio, una
nuova ondata di quel grande internamento, di cui gli storici hanno parlato
a proposito della fine dell’Ottocento. Una ondata che per le sue dimensioni
trova una risposta, almeno parziale, nelle conseguenze provocate dalla crisi
del 1929 e che verrebbe confermata anche dalle recenti analisi sulle cartelle
cliniche degli internati126; confermando con i numeri, anche per il manicomio
novecentesco, la sua funzione di «contenitore» della povertà. Nel frattempo
in altri luoghi psichiatrici, intrisi di una scienza «positiva», ma distanti dalla

123
N. Gasparini, Le varianti psichiche razziali (studio di psicologia razziale sul tipo italico-ariano-
mediterraneo), in “Archivio di psicologia, neurologia, psichiatria e psicoterapia”, Milano, 1939,
pp. 446-471.
124
M. Canella, Psicologia differenziale delle razze umane, in “Rivista di psicologia normale e pato-
logica”, Bologna, 1940, pp. 175-255.
125
G. Sogliani, L’assistenza psichiatrica in Europa e la legge italiana sugli alienati, in “Rassegna di
studi psichiatrici”, Siena, vol. XXXI, p. 525, 1942.
126
M. Tornabene, La guerra dei matti. Il manicomio di Racconigi tra Fascismo e Liberazione, Boves
(Cn), Araba Fenice Edizioni, 2007, pp. 35ss.

46
PSICHIATRIA E MANICOMI TRA FASCISMO E GUERRA

vita quotidiana degli internati, la psichiatria d’epoca fascista, alla fine degli
anni Trenta, raggiunse con Ugo Cerletti il suo maggior successo a livello
mondiale. Il direttore della clinica dell’Università di Roma, con l’invenzione,
nel 1938, della terapia elettroconvulsivante consentì di ottenere il riconosci-
mento scientifico tanto atteso127. L’elettroshock incontrò infatti una diffusione
immediata e straordinaria, oltre che nei manicomi italiani, fuori dai confini
nazionali128. Ma si trattò anche di una terapia che di fronte alle nuove esi-
genze cliniche provocate dagli eventi bellici della seconda guerra mondiale
(traumi e shock), svelò da subito – con il suo uso indiscriminato – il proprio
potenziale intimidatorio, in primis verso quei soldati sospettati di essere dei
simulatori.

Le vittime: civili e soldati

Lo stacco tra la realtà e la propaganda del sistema psichiatrico fascista


può essere evidenziato attraverso lo scarto presente negli scritti degli alieni-
sti redatti nel ventennio e da quelli dell’immediato dopoguerra. Durante il
regime la storiografia psichiatrica si adoperò, intensamente, per italianizare
la disciplina: i saggi pubblicati sulle riviste scientifiche edite dai principali
manicomi, diressero lo sguardo soprattutto sul proprio passato, al fine di
rivendicare le radici italiche della psichiatria moderna. Il pensiero e l’opera
dei padri fondatori – a partire dal fiorentino Vincienzo Chiarugi, da contrap-
porre all’indiscusso liberatore dei folli, il francese Philippe Pinel129 – divenne
così l’unico oggetto di storia possibile. D’altronde non potevano esserlo le
malattie mentali – ridotte a patologie organiche del cervello, prive di una
dimensione sociale e individuale – né tantomeno i malati130. Scritti a cui se
ne affiancarono altri impegnati – come quelli per il secondo centenario del
manicomio di Torino – ad esaltare le «emerite opere assistenziali» realizzate
dal regime e dalla monarchia131. Ma come avvenne in altri ambiti, si trattò di
una propaganda tesa a costruire un consenso (biunivoco) che, alla prova dei
fatti, non resse il confronto-scontro con la realtà dell’evento bellico.
127
Cfr. R. Passione, Il romanzo dell’elettroshock, Reggio Emilia, Aliberti, 2007.
128
E. Shorter, Storia della psichiatria. Dall’ospedale psichiatrico al Prozac, Milano, Masson, 2000, pp.
212ss.
129
Cfr. M. Foucault, Storia della follia nell’età classica, Milano, Rizzoli, 1963.
130
Cfr. P. Guarnieri, La storia della psichiatria, un secolo di studi in Italia, Firenze, Leo S. Olschki
Editore, 1991.
131
Il Regio manicomio di Torino nel suo secondo centenario. 1728-1928, Torino, Rattero, 1928.

47
Massimo Tornabene

Da un punto di vista scientifico gli psichiatri non mancarono di approfon-


dire temi che, anche sulla scorta dell’esperienza maturata durante la prima
guerra mondiale, avrebbero potuto fornire diretto sostegno all’esercito in
vista dell’imminente confronto bellico. Particolare attenzione, infatti, venne
data alla profilassi mentale dei soldati, con interventi che avrebbero dovuto
ridurre al minimo il numero dei soggetti psichicamente instabili all’interno
dell’esercito, indirizzare ogni singolo soldato alla mansione più adeguata
al proprio profilo mentale, individuare anche per gli «elementi più tarati
intellettivamente e moralmente» quelle attività utili «non solo allo scopo
bellico ma anche logistico e di comune provvidenza di vita quotidiana»132.
Pure la psicologia non mancò, dal canto suo, di dare il proprio contributo,
con studi rivolti alla selezione ed all’istruzione del soldato133 ed all’analisi
delle varianti psichiche razziali, ad esempio, per la valutazione del militare
da assegnare a corpi, come l’aeronautica, particolarmente selettivi134. In pre-
visione della guerra assai scarsa, invece, fu l’attenzione rivolta ai ricoverati
nei manicomi visto che il tema della sistemazione dei malati di mente in
caso di sfollamento vide Michele Sciuti, direttore dell’Ospedale psichiatri-
co di Napoli sostenere nel 1940 (!) che tale problema «può essere risolto
quando alla buona volontà e capacità dei responsabili, si unisca una prepa-
razione e predisposizione preventiva, ed a tempo opportuno, e quando vi sia
un solo ufficio responsabile per tutta l’Italia che abbia preventiva e chiara
conoscenza nonché comprensione del problema, di tutti i mezzi disponibili
per risolverlo»135.
Non stupisce, quindi, se all’indomani della seconda guerra mondiale –
che per i manicomi fu causa di gravi danni materiali136 e di pesanti diffi-
132
G. Felsani, La profilassi mentale nell’esercito, in “Atti della Lega di Igiene e Profilassi Mentale”,
Firenze, 1939, p. 17
133
F. Banissoni, Le applicazioni della psicologia alla selezione e all’istruzione del soldato nei principali
paesi, in “Archivio di psicologia, neurologia, psichiatria e psicoterapia”, Bologna, 1939.
134
N. Gasparini, Le varianti psichiche razziali (studio di psicologia razziale sul tipo italico-ariano-
mediterraneo), in “Archivio di psicologia, neurologia, psichiatria e psicoterapia”, Milano, 1939,
pp. 446-471.
135
M. Sciuti, Il problema del trasferimento degli ammalati di mente in caso di necessità di sgombero di
alcuni ospedali psichiatrici, in “L’Ospedale psichiatrico”, Napoli, VIII, 1940, p. 172.
136
«Si rileva che 34 istituti uscirono indenni o quasi dalle offese aeree; 30 subirono danni più
o meno gravi; 18 furono più duramente colpiti, e alcuni assai gravemente, come Agrigento,
Arezzo, Napoli, Padova, Reggio Emilia, Vicenza, Aversa, Brescia, Colorno, Grugliasco, Imola
Lolli, Messina, Trapani, risultandone impossibile o difficilissimo il funzionamento. […] O per
l’’una o per l’altra evenienza [incursioni aeree o coinvolgimento nel fronte di guerra] numerose
vittime caddero tra il personale e gli ammalati. […] Complessivamente sono più di 300 le vitti-
me falciate dalla guerra tra il personale e i degenti degli ospedali» (G. Padovani-L. Bonfiglioli,

48
PSICHIATRIA E MANICOMI TRA FASCISMO E GUERRA

coltà organizzative – quegli stessi psichiatri, non poterono che denunciare


l’imprevidenza con cui le istituzioni nazionali e locali (non) affrontarono,
preventivamente, il problema degli approvvigionamenti (alimentari e ma-
teriali) destinati ai ricoverati: sconsideratezza che tra le altre cose provocò
«per le sole sofferenze di guerra, e specialmente per la fame», un aumento
esponenziale, pari al doppio o al triplo, a seconda degli istituti, del loro tasso
di mortalità137.
Delle tante distruzioni e sofferenze e perdite umane e patrimoniali subite
dagli istituti di assistenza psichiatrica in Italia vediamo una sola concausa
specifica: l’imprevidenza, il disinteresse e talvolta persino lo scarso senso
di responsabilità delle autorità competenti, fossero esse governative, pro-
vinciali o locali. […] Molte sofferenze e molti danni avrebbero potuto essere
evitati, se nei pressi degli ospedali non vi fossero stati tanti obiettivi militari,
se si fossero tempestivamente raccolte adeguate scorte di viveri, di vestiario,
di medicinali, se si fossero convenientemente predisposti i trasferimenti dai
luoghi più minacciati. […] Se non è possibile, e la storia lo insegna, evitare
le guerre, è però possibile limitarne il flagello: ma occorre a tale scopo avere
una chiara visione dei singoli problemi ed attuare per tempo i provvedimen-
ti più utili per risolverli. Il che, in Italia, non è avvenuto138.
Guerra che, allo stesso tempo, scosse profondamente anche la stabilità
emotiva di molte delle sue vittime139 e che segnò, con la sua forza dirom-
pente e totale, i percorsi che condussero una parte di questi manicomio. La
follia di molti civili internati nel quinquennio bellico (si tenga presente che
l’andamento dei ricoveri rimase stabile sino al 1942 e nel 1943 tornò ai li-
velli del 1937) venne condizionata, ad esempio, dall’angoscia e dal terrore
dei bombardamenti alleati e dagli eccidi compiuti dai nazisti: si vedano, in
proposito, i numerosi civili che all’indomani dell’eccidio di Boves – la prima
strage nazista compiuta in Italia – vennero internati nel manicomio di Rac-

Le vicende storiche e statistiche dell’assistenza psichiatrica in Italia durante la 2° guerra mondiale, in


“Rivista Sperimentale di Freniatria”, Reggio Emilia, unico, 1948, p. 382).
137
«La mortalità, pertanto, tolte poche eccezioni nell’Italia del nord, è raddoppiata e triplicata
ed oltre, a misura che si scende nell’Italia centro-meridionale, che più di altre regioni ha sofferto
per la grave crisi alimentare del 1943-44; nel complesso nazionale appare duplicata, passando
dal 5.88% prebellico al 10.72% bellico» (Ivi, pp. 391–393; e A. Pirella, Psichiatria europea, “euta-
nasia”, sterminio, in Psichiatria e nazismo, a cura di B. Norcio e L. Torresini, Pistoia, Centro di
Documentazione di Pistoia, 1994).
138
Ivi, pp. 395-396.
139
Cfr. N. Revelli, La guerra dei poveri, Torino, Einaudi, 1962.

49
Massimo Tornabene

conigi a causa di gravi stati depressivi140; mentre i traumi e gli stress di guer-
ra, accompagnati all’orrore di azioni compiute all’insegna della distruzione
assoluta segnarono la follia di numerosi soldati ora anche alle prese con una
paura da cui difficilmente riuscirono a sottrarsi141. Non mancarono, poi, epi-
sodi di vera e propria persecuzione: come quello che il 26 maggio del 1940
vide il trasferimento nell’ospedale psichiatrico tedesco di Zwiefalten degli
infermi di origine tedesca del manicomio di Pergine Valsugana, in provincia
di Trento, per poi venire soppressi all’interno del programma messo a punto
dal regime nazista per l’eliminazione degli individui affetti da menomazio-
ni fisiche e psichiche142; episodi a cui se ne contrapposero altri, invece, di
grande generosità, specie verso gli ebrei a rischio di deportazione: tra i più
significativi, anche per la vicinanza geografica, si veda il caso degli israeliti
ospitati sotto mentite spoglie da Carlo Angela nella clinica da lui diretta a
San Maurizio Canavese, in provincia di Torino143. Lo sbandamento seguito
all’armistizio (che in molti soldati accentuò il timore, la paura di essere cattu-
rati dagli invasori nazisti)144 e lo scontro che si aprì fra antifascisti e repubbli-
chini segnarono anch’essi le anamnesi cliniche di numerosi internati145. Allo
stesso tempo la guerra fornì ad alcuni psichiatri l’occasione per sperimentare
le potenzialità delle terapie da shock di nuova generazione. In particolare
sui soldati che, colpevoli di volersi sottrarre ad un infausto destino, si tra-
sformarono, loro malgrado, in strumenti per la scienza. Prima di giungere
in manicomio i militari che manifestavano disturbi mentali venivano infat-
ti curati nei reparti ospedalieri prossimi ai luoghi di combattimento: una
prassi già sperimentata durante la Grande guerra e finalizzata a sgomberare
«dalla loro mente l’idea o la speranza di un provvedimento di favore»146. Il

140
M. Tornabene, La guerra dei matti. Il manicomio di Racconigi tra Fascismo e Liberazione, Boves,
Araba Fenice, 2007, pp. 105ss.
141
P. Fussel, Tempo di guerra, Milano, Mondadori, 1991, p. 350; e P. Sorcinelli, La follia della guer-
ra. Storie dal manicomio negli anni quaranta, Milano, Franco Angeli, 1992.
142
Cfr. H. Hinterhuber, Uccisi e dimenticati: crimini nazisti contro malati psichici e disabili del Nordti-
rolo e dell’Alto Adige, Trento, Museo storico in Trento, 2003.
143
R. Segre, Venti mesi, Palermo, Sellerio, 2002.
M. Tornabene, La guerra dei matti. Il manicomio di Racconigi tra Fascismo e Liberazione, Boves,
144

Araba Fenice, 2007, pp. 105ss.


145
Cfr. Ernesto Galli Della Loggia. Una guerra «femminile»? Ipotesi sul mutamento dell’ideologia e
dell’immaginario occidentali tra il 1939 e il 1945, in Donne e uomini nelle guerre mondiali, a cura di
A. Bravo, Roma-Bari, Laterza, 1991; e P. Sorcinelli, La follia della guerra. Storie dal manicomio negli
anni quaranta, Milano, Franco Angeli, 1992.
146
P. Consiglio, Le anomalie del carattere nei militari in guerra, in “Rivista Sperimentale di Frenia-

50
PSICHIATRIA E MANICOMI TRA FASCISMO E GUERRA

sospetto che si potesse trattare di simulatori e non di traumatizzati assillò


costantemente molti alienisti. I quali, in alcuni casi, «al terrore della guerra,
da cui il soldato è riuscito a sottrarsi», contrapposero il terrore di pratiche
destinate a «farlo desistere dai suoi propositi»147. L’elettroshock inventato da
Ugo Cerletti diventò così la terapia usata per scovare le epilessie sospette
ovvero la patologia, a detta di molti alienisti, prescelta dai simulatori. Il suo
uso intimidatorio, al fine di fornire un utile contributo alla diagnostica nel
campo della “Medicina Legale Militare”, venne espressamente giustificato:
«Nel campo della simulazione il metodo delle prove convulsivanti [ha]
offerto notevoli servigi. In molti casi in cui si erano verificate crisi accessuali
viste solo dagli infermieri, ma non potute controllare dal medico, perché il
simulatore sa scegliere il momento più opportuno, per cui non sarebbe stato
possibile azzardare la diagnosi precisa di simulazione, ma da l’altra parte
anche il giudizio di idoneità avrebbe potuto lasciare qualche dubbio, questo
sistema delle prove ci ha permesso di formulare una diagnosi di certezza,
perché dava modo al medico di assistere al finto accesso e molto spesso l’in-
dividuo vedendo sbarrata la strada ai suoi progetti di finzione da prove cru-
ciali, finiva per confessare di non essere e di non essere mai stato epilettico,
come aveva tentato di far credere»148.
La tensione a scovare i simulatori non fu comunque univoca, visto che
direttori di altri manicomi sostennero, nello stesso periodo, che «non vi
sono ragioni per ritenere che questi soggetti siano dei tipici simulatori per il
semplice fatto che le loro reazioni morbose si manifestarono in un ambiente
sempre facile al sospetto della “simulazione”, o perché si ammalarono per il
probabile desiderio di liberarsi della vita militare. È noto infatti con quanta
facilità tanti poveri diavoli di soldati, magari anche deboli di mente, sbalzati
lontani dalle loro famiglie, diventano svogliati e depressi […] sono presi per
simulatori e trattati di conseguenza»149. Di certo, anche alla luce delle consi-
derazioni espresse da Giorgio Padovani, già capitano medico nell’Ospedale
Militare di Torino, nelle sue Esperienze e considerazioni neuropsichiatriche di
guerra e di prigionia, a fallire fu in primis lo stesso sistema di selezione dei sol-

tria”, Reggio Emilia, 1916-1917, p. 148.


147
A. Gibelli, L’officina della guerra. La Grande guerra e le trasformazioni del mondo mentale, Torino,
Bollati Boringhieri, 1991, p. 156.
148
G. Borgarello-G. Donegani, L’accertamento diagnostico dell’epilessia nella Medicina Legale Milita-
re, in “Schizofrenie”, Racconigi, 1945-1946, p. 127.
149
D. De Caro, Ricerche cliniche e statistiche circa l’influenza delle condizioni belliche sullo sviluppo ed
i caratteri delle psicosi nella popolazione civile, in “Il Lavoro Neuropsichiatrico”, Roma, vol. II anno
I fascicolo I luglio 1947, pp. 26-27.

51
Massimo Tornabene

dati nonché l’organizzazione stessa del servizio neuropsichiatrico di prima


linea150.
Resta indubbio, allo stesso tempo, che i soldati e i civili traumatizzati e in-
ternati durante la seconda guerra mondiale rappresentarono – nuovamente
– una novità assoluta anche per gli stessi psichiatri, che si trovarono di fronte
ad un’umanità devastata da una tragedia di dimensioni impreviste.
«Le condizioni prodotte dal recente conflitto nella popolazione civile –
scrisse lo psichiatra Diego De Caro – offrono allo studio dei disturbi mentali
in tempo di guerra elementi del tutto nuovi; e la diretta partecipazione di
soggetti - vecchi, bambini, donne, invalidi - che di solito erano risparmiati
dal contatto con il nemico, potrebbe mettere in evidenza caratteri che invece
restano oscuri quando si esaminano soldati delle zone di combattimento.
Mi pare quindi che lo studio di una vasta popolazione, che ha subito tutte le
conseguenze della guerra moderna, eseguito osservando il movimento di un
Ospedale Psichiatrico attraverso un congruo numero di anni, possa essere
utile per la conoscenza degli effetti delle condizioni belliche sulle malattie
mentali, e possa offrire agli psichiatri, sulla scorta delle osservazioni, che le
calamità umane dolorosamente non mancano di rinnovare, la possibilità di
rivedere, aggiornare ed eventualmente modificare le idee che si hanno in
questo settore della Psichiatria»151.
Nel dopoguerra gli alienisti italiani tornarono sin da subito a confrontarsi
sulla necessità di riformare la legge del 1904. I termini delle loro proposte
non mutarono: libero accesso agli ospedali psichiatrici, abolizione del con-
cetto di pericolosità, riforma delle commissioni di vigilanza e dei concorsi
per la nomina dei direttori, rafforzamento dei poteri del direttore, creazione
di dispensari neuropsichiatrici, scomparsa dei manicomi privati152. Anche
la posizione sugli effetti nefasti provocati dalla guerra sulla psiche della po-
polazione civile e militare non mutò rispetto alla tradizione già consolida-
tasi all’indomani della prima guerra mondiale: il conflitto, fu la posizione
ufficiale espressa da Francesco Bonfiglio in occasione del XXIII° congresso
della Società italiana di psichiatria, pur nelle sue devastazioni, non aveva
visto la comparsa di nuove «patologie di guerra» e tutti i disturbi riscontrati
all’indomani erano comunque da ricondurre a fattori costituzionali; mentre
voci come quella di Ottorino Balduzzi, psichiatra genovese, che rammentò
150
G. Padovani, Esperienze e considerazioni neuropsichiatriche di guerra e di prigionia, in “Rassegna
di studi psichiatrici”, Siena, 1948, pp. 168-201.
151
Ibidem.
152
L. Mattioli, Per una riforma della Legge sui Manicomi e sugli Alienati, in “Rivista sperimentale di
freniatria”, Reggio Emilia, 1947, pp. 56-67.

52
PSICHIATRIA E MANICOMI TRA FASCISMO E GUERRA

in quella stessa occasione di aver riscontrato «nel campo di concentramento


di Mathausen [...] l’insorgenza di sindromi paranoidi complete in individui
che apparentemente non presentavano alcuna predisposizione che potesse
far pensare alla possibilità di giungere ad atteggiamenti di questo genere»
rimasero del tutto isolate153.
Nel frattempo vecchi temi, anche se sotto nuove spoglie, riapparvero sul-
la pubblicistica manicomiale: come ad esempio la critica all’assenza, nell’or-
dinamento italiano, di un’apposita legge che istituisse la visita prematrimo-
niale obbligatoria finalizzata all’individuazione di eventuali disturbi men-
tali154. Nel frattempo nuove pratiche, introdotte dal sistema repubblicano e
democratico, come il diritto-dovere al voto anche per i malati di mente non
interdetti, destarono, forti perplessità in alcuni psichiatri155; mentre rispetto
ai problemi sociali ora presenti nel paese vi furono riviste che non esitarono
ad ospitare interventi, in cui il problema dell’infanzia «corrotta e criminale»
del dopoguerra venne fatta risalire alla presenza, tra le truppe alleate che
liberarono l’Italia, degli «uomini di colore, la cui infantile mentalità creò un
più facile unisono con i bambini, spesso più astuti, più intelligenti di loro.
Per costoro il furto, il contrabbando era un ordinario tenore di vita ed i fan-
ciulli sentirono la suggestione dei loro delitti, e le donne, specie le giovinette,
non seppero resistere e vinsero la istintiva repulsione dei popoli bianchi, il
che creò una prostituzione ed una criminalità anche più preoccupanti»156.
Tutto questo mentre in Francia ed in Inghilterra gli eventi bellici portaro-
no, invece, a sperimentare modelli di intervento che nei decenni successivi
si imposero come i più innovativi nella gestione dei manicomi: come la «psi-
coterapia istituzionale»157 e la «comunità terapeutica»158. Modelli che si con-
153
F. Bonfiglio, Problemi ed orientamenti odierni per la difesa sociale contro le malattie mentali, in
Atti del XXIII congresso della Società italiana di psichiatria, in “Rivista sperimentale di freniatria”,
Reggio Emilia, 1948, pp. 258-268.
154
L. Ruiu, I problemi dell’eugenetica in rapporto alle malattie mentali, in “Note e riviste di Psichia-
tria”, Pesaro, aprile-giugno 1952, pp. 335-339.
155
E. Camponovo-G. Borgarello, I malati di mente nell’esercizio del voto elettorale, in “Schizofre-
nie”, Racconigi, 1949, pp. 145-155.
156
E. Altavilla, Infanzia corrotta e criminale nel dopoguerra (aspetto sociologico-giuridico), in “L’Ospe-
dale Psichiatrico”, Napoli, pp. 133-148.
157
Attraverso la promozione di attività socioterapeutiche finalizzate a responsabilizzare la col-
lettività nei confronti della malattia mentale e alla rottura del rapporto duale medico-paziente
come condizione di un approccio terapeutico, esperienza che inizialmente avvenne in Francia
nelle cliniche di Saint-Alban e di Fleury-les-Aubrais.
158
Dal 1941, in un sobborgo della zona nord di Londra, il Ministero della Sanità realizzò il Mill
Hill Emergency Hospital, un centro psichiatrico con cento posti letto, destinato al trattamento dei

53
Massimo Tornabene

trapposero frontalmente al «paradigma asilare» vigente in Italia e con cui, di


fronte ad uno scenario istituzionale rimasto ancora immobile al 1904, solo a
partire dagli anni sessanta, iniziò a confrontarsi una frangia minoritaria di
psichiatri italiani.

civili e dei militari traumatizzati dal conflitto, in cui medici, pazienti e personale infermieristico
erano soliti riunirsi con i ricoverati per affrontare insieme, in un clima informale, sia questioni di
ordine clinico che organizzative-gestionali. Successivamente l’équipe operante in questa struttura
clonò lo stesso tipo di trattamento presso il Southern Hospital di Darford, nel Kent, una istituzio-
ne destinata ai prigionieri di guerra affetti da nevrosi da combattimento. I risultati furono sor-
prendenti e il suo principale animatore, lo psichiatra scozzese Maxwell Jones insieme altri come
Thomas Main (fondatore della Second Northfield Experiment) riuscirono ad ottenere importanti
sovvenzioni governative. Anche se in alcune di queste cliniche non mancò l’utilizzo dell’elettro-
shock o della narcosi da barbiturici, quello della comunità terapeutica si presentò, a detta dei suoi
promotori, come «un ambiente terapeutico con una organizzazione spontanea ed emotivamente
strutturata (anziché stabilita dal personale medico) in cui erano coinvolti sia il personale che i
pazienti» (T.F. Main, The Ailment, in “Medical Psychology”, 1957 30; e E. Shorter, Storia della psi-
chiatria. Dall’ospedale psichiatrico al Prozac, Milano, Masson, 2000, p. 229).

54
PRIGIONIERI DI UN’UTOPIA. IL MANICOMIO DALLE SPERANZE TERAPEUTICHE ALLA ROUTINE SEGREGANTE

Massimo Moraglio, Università di Torino

PRIGIONIERI DI UN’UTOPIA.
IL MANICOMIO DALLE SPERANZE TERAPEUTICHE
ALLA ROUTINE SEGREGANTE

«Il manicomio, benché [...] istituzione nuova e inspirata a un certo pro-


gresso, non [ha] funzioni superiori a quelle d’un grandioso smaltitoio. La
società vi abbandonava senza rancore, ma anche senza amarezza e senza
speranze, tutti quei disgraziati che con le loro stranezze compromettevano
la quiete pubblica»159.
Con queste poche e dense parole, scritte nel lontano 1905, Eugenio Tanzi,
uno dei più affermati psichiatri dell’epoca, denunciava il fallimento del ma-
nicomio. La sua era una dichiarazione circostanziata - essendo stato Tanzi
direttore del manicomio di Firenze - e senza appello. Il manicomio, secondo
Tanzi, non svolgeva affatto una funzione terapeutica («non ha funzioni su-
periori a quelle d’un grandioso smaltitoio»), benché fosse nata da nobili e
condivisibili propositi («istituzione nuova e inspirata a un certo progresso»).
Tanzi però diceva anche qualcosa di più, esprimeva un disagio comune alla
classe psichiatrica, che cioè il manicomio fosse un ricettacolo di devianti, in
cui i malati mentali erano una parte, non certo l’insieme. Insomma i manico-
mi italiani (così come quelli europei) di cento anni fa erano una istituzione
funzionale alla esclusione sociale di «tutti quei disgraziati che con le loro
stranezze compromettevano la quiete pubblica», ma non aveva altre funzio-
ni, tanto meno mediche.
È anche per questo che, più di altre istituzioni totali, il manicomio sfugge
a facili definizioni. Il manicomio è stato un luogo di segregazione della de-
vianza, ma per lungo tempo ha preteso di essere un ospedale per la terapia
della malattia mentale; a cavallo tra cura e controllo sociale, la stessa defi-
nizione istituzionale dei suoi ospiti è stata ambigua: erano di fatto sindaci e
pubblica sicurezza a selezionare i degenti, con la sanzione, eccezionalmente

159
E. Tanzi, Trattato delle malattie mentali, Milano, Società editrice libraria, 1905, p. 723.

55
Massimo Moraglio

negata, della magistratura, e con la segnalazione del ricovero sul casellario


penale. Essendo però considerato un ospedale, sia pure con ricoveri coatti e
libertà individuale annullata, l’organizzazione asilare era in mano ai medici.
Insomma il manicomio conteneva ed esprimeva in sé le contraddizioni
di una certa idea di anormalità, di devianza, di malattia mentale, rifletten-
do, in senso lato, modelli sociali e comportamenti delle istituzioni. Queste
contraddizioni vogliono essere l’oggetto del presente saggio usando, come
strumento di indagine, gli scritti, spesso ripetitivi, talvolta stereotipati, dei
più attenti e più radicali critici del manicomio, cioè gli psichiatri.

La nascita

Se ci affidiamo alla interpretazione classica della storia del manicomio,


fino al Settecento i folli non avevano status né strutture specifiche loro desti-
nate e men che meno la rudimentale medicina del tempo si occupava di loro.
La storiografia, anche italiana, ha però negli ultimi anni accentuato il suo
interesse per l’assistenza psichiatrica in epoca moderna e una questione che
era data per felicemente risolta, invece si rivela improvvisamente tutta da
studiare. Per restare al caso italiano, seguendo il lavoro di Lisa Roscioni sui
manicomi dal Cinquecento al Settecento, occorre retrodatare di alcuni secoli
la fondazione delle strutture esplicitamente per folli. Ma non si tratta solo
di questioni cronologiche: la presenza di simili strutture in epoca moderna
nasconde ben altro, la consapevolezza cioè di una dimensione univoca della
follia all’interno della più ampia categoria della devianza e della malattia.
Uno spazio in cui la medicina era, con andamento altalenante, sempre più
presente e in cui la «cura» del folle si trasformava da una anodina custodia
(a sfondo religioso e spirituale) a un azione terapeutica. Separare i folli dai
malati e dai devianti non era insomma un’operazione compiuta tra Sette e
Ottocento (ma vedremo come in realtà la distinzione ancora nel Novecento
fosse tutt’altro che compiuta), proprio perché i contorni di una simile diffe-
renziazione sono presenti, non solo in Italia, a partire dal XVI secolo. Emer-
gono poi, in pieno Ancien Regime, aspetti di sconcertante modernità, come
la breve durata media dei ricoveri, con costanti pratiche di ammissioni e
dimissioni, rilasci e rientri. L’asilo dell’epoca era caratterizzato dunque dalla
presenza di un apparato medico, con le caratteristiche proprie del periodo,
e dall’ambigua confusione di ruoli tra terapia e reclusione. Ma, allo stesso
modo del manicomio novecentesco, dentro gli antichi ospedali si giocava
una partita più ampia, fatta di relazioni sociali, di uso della struttura da par-

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PRIGIONIERI DI UN’UTOPIA. IL MANICOMIO DALLE SPERANZE TERAPEUTICHE ALLA ROUTINE SEGREGANTE

te delle famiglie, di mediazioni e scambi, di conflitti tra poteri statali, religio-


si, medici. E non mancavano «carriere di internamento» dove il folle passava
dagli ospedali generici a quelli per pazzi, dalle mani dell’inquisizione a quel-
le dei cerusici che lavoravano nei «pazzerelli»; salvo poi uscirne «guarito» e
magari collezionare successive recidive160.
Si trattava in fondo di dinamiche, mutatis mutandis, simili a quelle di epo-
ca contemporanea, che obbligano a vedere con occhi diversi i discorsi classici
sulla rifondazione assistenziale di fine Settecento: esiste veramente una sorta
di anno zero della psichiatria? È veramente Pinel che istituisce la pratica
manicomiale? Possiamo parlare di un improvviso «Big bang» dell’assistenza
psichiatrica che trova nella Nascita della clinica di Foucault la sua migliore
descrizione? Senza essere iconoclasti, gli argomenti per incrinare il Grande
racconto manicomiale non mancano di certo.
Proprio la figura di Pinel (o se si vuole restare in Italia quella di Chiarugi)
rappresenta al meglio una certa idea progressista e modernizzante dello psi-
chiatra. Pinel è il capostipite dello psichiatra filantropo che a fine Settecento,
nella Parigi rivoluzionaria, umanizzava il manicomio, abolendo le catene e
trasformandolo da immondo luogo di detenzione a vero centro terapeutico.
L’isolamento, realizzato per contenere il folle, da necessità di difesa socia-
le veniva intesa sempre più coerentemente come strumento terapeutico: il
manicomio diveniva il contenitore idoneo, l’unico possibile, per tale azione.
Pinel dunque ereditava, senza metterla in discussione, la reclusione dei folli,
ma attribuiva al manicomio una capacità curativa che «doveva assumere
come cardine metodologico l’isolamento del malato dal resto della società e
la separazione dei malati in “specie” distinte»161.
Se quindi, da un lato, la nascita di questo nuovo paradigma psichiatrico
significava la liberazione dalla catene dei malati (ma vedremo che essi tor-
narono assai presto legati ai ceppi, se mai li lasciarono) e il miglioramento
della qualità delle condizioni di vita ospedaliere, dall’altro manteneva però
la forma segregativa e asilare, assecondando l’idea propria della medicina
nel suo complesso che l’ospedale, da luogo di morte e disperazione, divenis-
se luogo di guarigione.

160
L. Roscioni, Il governo della follia. Ospedali, medici e pazzi nell’età moderna, Milano, Bruno Mon-
dadori, 2003, pp. 120 e ss.
161
F. De Peri, Il medico e il folle: istituzione psichiatrica, sapere scientifico e pensiero medico tra Otto e
Novecento, in Storia d’Italia, Annali 7, Malattia e medicina, a cura di F. Della Peruta, Torino, Einau-
di, 1984, p. 1070.

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Massimo Moraglio

Debolezze e forze del manicomio

Dunque il manicomio (di Pinel) veniva rappresentato come luogo che


abbandonava l’impostazione casermesca della segregazione, per assumere
finalmente, secondo i dettami dei più moderni ritrovati, una valenza medica.
Questa descrizione, spesso banalizzata, diventava un leitmotiv della storia
della psichiatria e della auto-rappresentazione medica del manicomio, pron-
ta per essere ribadita e aggiornata nel corso del tempo. Questa ripetizione
- costante e continua - attraversò indenne le varie fasi della psichiatria ita-
liana, dalle «cure morali», di pineliana memoria, all’organicismo ottocente-
sco, dalla psichiatria razzizante dell’epoca fascista al cauto (e fallimentare)
riformismo della Società italiana di Psichiatria (Sip) negli anni Cinquanta
e sessanta del Novecento. Permaneva cioè nella cultura psichiatrica l’idea
che il manicomio potesse essere trasformato, portandovi quegli elementi di
umanità e di scienza tali da trasformarlo in un spazio vivo e terapeutico,
lasciando al passato, buio e oscurantista, ancora velato di superstizioni e luo-
ghi comuni anti-scientifici, l’asilo-carcere.
Un simile attaccamento del mondo medico al manicomio come luogo
per eccellenza dell’operare psichiatrico, anche a costo di restare imprigio-
nati nella propria costruzione, va inquadrato in uno spettro più ampio, di
cui almeno tre elementi vanno rintracciati. Innanzitutto, se l’odierno senso
comune ci induce a considerare il manicomio come luogo repressivo e co-
attivo, esso nasceva come spazio «liberatore» e progressista per eccellenza.
La psichiatria si voleva fare portatrice di una concezione rigorosa e neutra
della malattia, in cui il folle, come persona malata, «doveva sostituire le rap-
presentazioni non scientifiche e modificare i rapporti della società con i folli,
sconfiggendo il timore, nato dall’ignoranza e dalla superstizione, che ancora
li circondava»162. Per raggiungere tale obbiettivo si rendeva necessario uno
spazio ad hoc, il manicomio come luogo di cura per eccellenza, dove il fol-
le, sottratto alla barbarie della detenzione in carceri o alle violente e feroci
derisioni pubbliche, oppure ancora alla invisibilità pubblica, magari con la
reclusione in casa, avrebbe trovato non solo pace, ma, filantropicamente e
paternalisticamente, il buon medico capace di curarlo.
Va anche aggiunto, come secondo punto, che la costruzione del mani-
comio come luogo centrale della terapia rientrava, nel contesto Otto e No-
vecentesco, in un più ampio processo di medicalizzazione della malattia.
L’ospedale, in questo processo, era il nascente polo di azione e di potere
162
F. Minuz, Gli psichiatri italiani e l’immagine della loro scienza (1860-1875), in Tra sapere e potere.
La psichiatria italiana nella seconda metà dell’Ottocento, Bologna, Il Mulino, 1982, p. 56.

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PRIGIONIERI DI UN’UTOPIA. IL MANICOMIO DALLE SPERANZE TERAPEUTICHE ALLA ROUTINE SEGREGANTE

medico, specializzando sempre di più le sue funzioni e consentendo, dopo


i primi più incerti esordi, successi via via maggiori. In questo nuovo para-
digma, «la preoccupazione umanitaria di porre fine alle tragiche condizioni
dei ricoverati, che doveva affermar[si] in quegli anni, si sarebbe saldata ad
un progetto di riforma dell’ospedale fondato su una nuova concezione della
sua funzione istituzionale. Lo spazio ospedaliero diveniva per antonomasia
il luogo della “curabilità” della malattia»163.
Ma vi è altro: la psichiatria, a differenza di altre branche della medicina,
soffriva di una marcata debolezza epistemologica e terapeutica, verrebbe da
parlare di un vero e proprio complesso di inferiorità rispetto altre aree medi-
che. Il manicomio, inteso come luogo specializzato per la terapia, cioè detto
diversamente, come ospedale, veniva così a costituire un punto di riferimen-
to, di rappresentazione e di auto-rappresentazione per il mondo psichiatri-
co, altrimenti vulnerabile e debole. Al punto che - come segnalava Augusto
Tamburini nel 1902 ai suoi colleghi - gli psichiatri, tutti presi nel fare del
manicomio un monumento, «si [erano] un po’ dimenticat[i] quella parte che
è così essenziale per lo scopo finale di tutti i nostri studi, la cura, cioè, e l’as-
sistenza degli alienati»164.

Il manicomio, le alternative, la legge

Che il manicomio avesse fallito i suoi obbiettivi, come Tamburini e Tanzi


denunciavano alla fine della Belle Epoque, se ne era accorto a metà Ottocento
lo psichiatra tedesco Wilhelm Griesinger, l’ideatore della moderna nosogra-
fia psichiatrica. Griesinger, per usare le parole di De Peri, «aveva desunto la
convinzione che il trattamento dei malati, come tutta quanta la psichiatria,
rischiavano di irretirsi in una farraginosa costruzione istituzionalizzante,
priva di alcun valore terapeutico e di credibilità scientifica». Nel tentativo
di perfezionare lo strumento del ricovero ospedaliero, lo psichiatra tedesco
affermava che la malattia mentale doveva ricevere la massima attenzione
medica nella sua fase acuta e che, come conseguenza, «la maggior parte dei
malati di mente avevano bisogno soltanto di un trattamento e di un ricovero
temporaneo»165.
163
F. De Peri, Il medico e il folle: istituzione psichiatrica, sapere scientifico e pensiero medico tra Otto e
Novecento, in Storia d’Italia, Annali 7, Malattia e medicina, a cura di F. Della Peruta, Torino, Einau-
di, 1984, p. 1063.
164
A. Tamburini, L’inchiesta sui manicomî della provincia di Venezia e la legge sui manicomî, in “Ri-
vista sperimentale di freniatria”, 1902, pp. 723 e ss.
165
F. De Peri, Il medico e il folle: istituzione psichiatrica, sapere scientifico e pensiero medico tra Otto e

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Massimo Moraglio

In una parola, la proposta del medico tedesco - ripresa con ampiezza e


insistenza nelle riviste italiane tra fine Ottocento e inizio Novecento - deli-
neava una riforma radicale del manicomio come sino ad allora conosciuto,
per quanto mantenesse, naturalmente, il ruolo fondante e determinante del
medico nell’assistenza psichiatrica. Griesinger non era il solo psichiatra ot-
tocentesco a pensare al manicomio come carrozzone inutile, privo di ogni
senso medico e ormai mero contenitore di corpi. L’inglese John Conolly ave-
va proposto una struttura ospedaliera basata sulle regole del no restraint166
e, poco dopo, la funzione terapeutica del contatto diretto con la natura e
del lavoro svolto nella campagna era stata avanzata dallo scozzese Buck-
nill. Quest’ultimo teorizzò l’abbandono del manicomio tradizionale a favo-
re dell’affidamento famigliare e di «colonie agricole» costituite non più di
imponenti fabbricati, ma di piccole casette, secondo una tipologia detta «a
villaggio» o «a cottages» oppure, ancora, «alla scozzese». La tecnica manico-
miale di Conolly escludeva ogni mezzo coercitivo violento e insisteva sul
trattamento “morale”, pur senza escludere a priori l’isolamento dei malati
e la recinzione dei manicomi. Il sistema cosiddetto open door si fondava sul
concetto di fare del manicomio un luogo di cura nel quale i malati (salvo
casi eccezionali, i cui limiti non vennero peraltro mai espressamente definiti)
si recassero spontaneamente e nel quale, come in un ospedale qualsiasi, vi
fosse libertà di uscire.
Lo sviluppo di così tante proposte alternative alla segregazione non può
che aiutarci a comprendere quale fossero le quotidiane pratiche nei manico-
mi ottocenteschi e novecenteschi, dove legava e si rinchiudeva, a dispetto di
Pinel (che a sua volta non aveva ecceduto nella libertà concessa ai ricoverati).
Nonostante i tanti articoli sull’affido omo- ed etero-famigliare o sui mani-
comi open door e no restraint, la realtà manicomiale italiana era ben altra. Lo
segnalava anche lo psichiatra Ernesto Belmondo al congresso del 1904 della
Società freniatrica italiana (poi, dal 1931, Società italiana di psichiatria): per
Belmondo ogni qual volta i medici si pronunciavano a favore dell’«abolizio-
nismo» di ogni contenzione in manicomio, si premuravano anche di circon-
dare tale opinione già di per sé «timidamente espressa, con tante eccezioni,
da lasciare il campo in pratica a tutte le interpretazioni che il lettore voglia
trarne a seconda delle proprie tendenze». Il che significava né più né meno
che le pratiche di contenzione «(è doloroso il dirlo) trovano ancora in qual-
Novecento, in Storia d’Italia, Annali 7, Malattia e medicina, a cura di F. Della Peruta, Torino, Einau-
di, 1984, pp. 1102-1105.
166
Cfr. J. Conolly, Trattamento del malato di mente senza metodi costrittivi, Torino, Einaudi, 1976
(edizione originale 1856).

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PRIGIONIERI DI UN’UTOPIA. IL MANICOMIO DALLE SPERANZE TERAPEUTICHE ALLA ROUTINE SEGREGANTE

cuno dei nostri manicomî e nei Ricoveri per alienati cronici chi li difenda
o, quel che è peggio, a quando a quando li impieghi». Ovviamente tutti i
delegati presenti al congresso si dichiararono d’accordo nell’appoggiare le
proposte «abolizioniste» avanzate, premurandosi di notare che nei reparti di
loro competenza la segregazione e l’immobilizzazione non si praticava «se
non assai di rado […] e solo in casi di imperioso bisogno». Nonostante le spe-
ranze di Belmondo non era dunque ancora giunto il momento «anche per gli
alienisti italiani di trovarsi unanimi nel proclamare tramontato per sempre il
regno della camicia di forza, superflui le fasce, le ghette e i polsini».
Anche la cura extra-ospedaliera appariva tanto invocata e dibattuta,
quanto sfumata nei suoi contorni reali. La Rivista sperimentale di freniatria,
edita dai medici del manicomio di Reggio Emilia, discusse a lungo del tema
nel primo decennio del Novecento. Se a Lucca l’affido etero-famigliare ave-
va «dato modo […] di curare con ottimo successo malati acuti delle più sva-
riate forme psicopatiche», la selezione dei malati da usare in questo caso
doveva essere drasticamente limitata a quelli «cronici, lucidi, ordinati, tran-
quilli, innocui»167, fino a chiedersi quanti malati potessero poi essere davvero
beneficiari dell’affido. Per Giulio Cesare Ferrari vi era da intendersi, tra gli
altri, anche i «vantaggi economici della assistenza famigliare»168, salvo poi
lamentarsi che i contadini della provincia emiliana a cui voleva affidarli non
vi vedevano che «un affare», nonché circondando la scelta dei malati da così
tanti limiti da rendere l’intera proposta poco realistica. La linea di fondo
della psichiatria italiana era insomma una limitazione praticamente onni-
comprensiva dei malati beneficiari e, dall’altra, un sostanziale disprezzo per
le classi popolari e l’abitante delle campagne, «sempre sospettoso» e «poco
mobile di intelligenza».
La colonizzazione finiva così con l’essere una specie di mito favoleggiato,
di facile applicazione all’estero, ma irraggiungibile nell’arretrata Italia. Un
obbiettivo però talmente desiderato che la tanto deprecata legge sui mani-
comi del 1904, quella famigerata che proponeva il manicomio innanzitutto
come «custodia» e solo in seconda battuta come «cura», proprio nel sua arti-
colo di apertura prevedesse due paragrafi espressamente dedicati all’affido
extra-ospedaliero169. Era stato nel 1904 che il parlamento italiano, dopo quasi
167
Le citazioni sono tratte da Verbale della sesta seduta del congresso della società freniatrica italiana,
20 ottobre 1904, in “Rivista sperimentale di freniatria”, 1904, alle pagine 256, 291, 296 e 297.
168
G.C. Ferrari, Come si può impiantare ed organizzare in Italia una colonia familiare per alienati,
“Rivista sperimentale di freniatria”, 1904, p. 324.
169
Cfr. la legge n. 36 del 14 febbraio 1904, articolo 1, paragrafi 2 e 3: «Può essere consentita
dal tribunale, sulla richiesta del Procuratore del Re, la cura in una casa privata, e in tal caso la

61
Massimo Moraglio

50 anni di rinvii, finalmente approvava una legge organica sui manicomi.


La nuova normativa prevedeva, al primo articolo, che dovevano «essere
custodite e curate nei manicomi le persone affette per qualunque causa da
alienazione mentale, quando siano pericolose per sé o per gli altri o riescano
di pubblico scandalo e non possano essere convenientemente custodite e cu-
rate fuorché nei manicomi»170. La legge conferiva alla psichiatria il controllo
gestionale del manicomio, ma non dimenticava certo i desiderata delle ammi-
nistrazioni provinciali, limitando il ricovero ai casi ben specifici di disturbo
sociale, quelli, come detto, «pericolosi per sé o per gli altri». Ciò che fino ad
allora si era evitato, almeno nella teoria, che cioè il manicomio divenisse
contenitore dei soli poveri e dei soli pericolosi, veniva nei fatti sancito per
legge e in questo modo la psichiatria diveniva poco più che un’ancella della
polizia, accettando in manicomio i soli casi «pericolosi».
Come era possibile che proprio psichiatri del peso e del potere di Au-
gusto Tamburini, Leonardo Bianchi e Giulio Cesare Ferrari si acconciassero
ad una così stretta connessione tra l’ospedalizzazione della malattia e la sua
segregazione a scopo di sicurezza sociale?
Nel 1904 la Società freniatrica vedeva la legge un buon compromesso.
In parte perché la legge rinviava la pratica attuazione a un regolamento, in
cui si sperava di modificarne molti assunti. In parte perché la legge dava
finalmente un quadro chiaro sui poteri dei medici e del direttore di manico-
mio, in un momento in cui la psichiatria, dopo lo scandalo del manicomio di
Venezia scoppiato nel 1902, si trovava sotto scacco. Infine perché, anche se
la legge parlava solo di alienati pericolosi per sé e per gli altri, non di meno
Leonardo Bianchi - nella sua multipla veste di direttore di manicomio, depu-
tato al parlamento e relatore delle legge - mostrava un certo ottimismo. Una
volta «eliminato dalle credenze popolari - scriveva Bianchi - il pregiudizio
del mal governo che dei ricoverati si faccia nel manicomio, sarebbe interesse
di famiglie e di medici inviare al manicomio i malati che presentino leggieri
disordini mentali», anche se non previsti dalla legge con obbligo di ricove-
ro, «come s’inviano infermi, per forme anche leggiere di malattia infettiva,
in un ospedale comune». Il manicomio, proseguiva Bianchi, «deve servire
[solamente] al ricovero al ricovero di malati profondamente turbati nella co-
scienza, e, in conseguenza della malattia mentale, pericolosi a sé stessi e ad

persona che le riceve e il medico che le cura assumono gli obblighi imposti dal regolamento. Il
direttore di un manicomio può, sotto la sua responsabilità, autorizzare la cura di un alienato in
una casa privata, ma deve darne immediatamente notizia al Procuratore del Re e all’autorità di
pubblica sicurezza».
170
Legge n. 36 del 14 febbraio 1904, articolo 1, paragrafo 1.

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PRIGIONIERI DI UN’UTOPIA. IL MANICOMIO DALLE SPERANZE TERAPEUTICHE ALLA ROUTINE SEGREGANTE

altri […]; laddove d’altro canto la tendenza della psichiatria moderna è di


restituirlo a piccoli ambienti sociali ed al lavoro il maggior numero di quelli
che, pur non essendo completamente sani di mente, non richiedano la custo-
dia e la cura del manicomio»171.
Dunque, la legge in fin dei conti non faceva altro che far proprie le in-
terpretazioni dominanti della scienza psichiatrica: se l’affido omo - ed etero
- famigliare erano da preferire, se il manicomio non era luogo di terapia,
perché rinchiudere i malati nell’asilo, se poi per guarirli si sarebbe dovuti di-
metterli e inviarli altrove? Non era forse meglio limitare il ricovero coattivo
ai soli casi «pericolosi»?
Al di là delle interpretazioni date, la legge manicomiale del 1904 nei fatti
chiuse una stagione per la psichiatria italiana. Dopo i decenni eroici della
costituzione della disciplina su basi «scientifiche», la fondazione di riviste, la
costruzione di una rete manicomiale, la stessa formazione di una società fre-
niatrica nazionale nel 1873, la legge del 1904 rappresentava il canto del cigno
per la psichiatria tradizionale e, nei fatti, la crisi della stessa società freniatri-
ca. Ottenuta la legge, l’associazione si trovava improvvisamente tra le braccia
il tanto desiderato avallo legislativo e la sanzione parlamentare del ruolo ma-
nicomiale e medico. Ma, come contraccolpo, essa era anche, repentinamente,
priva di un nuovo e onnicomprensivo scopo, proprio mentre il manicomio,
come ricordava Tanzi, era sempre pur sempre un inutile «smaltitoio».

Il manicomio, inutile e affollato

Il continuo incremento di ospiti fu la tendenza di fondo dei manicomi


italiani, da metà Ottocento alla fine degli anni Sessanta del Novecento. I dati
statistici, sia pure non sempre affidabili172, mostrano un incremento costante
e continuo di ricoverati nei manicomi pubblici italiani, il cui numero passava
dai 12.913 del 1875 (0,46 degenti ogni 1.000 abitanti) ai quasi 40.000 del 1905
(1,16) fino alla punta massima del 1941, quando venne raggiunta la cifra di
quasi 96.500 (2,12). Nel secondo dopoguerra - dopo le alte mortalità dei de-
Relazione parlamentare dell’onorevole Leonardo Bianchi alla legge sugli alienati, in «Rivista speri-
171

mentale di freniatria», 1904, pp. 224 e 225.


172
Sui dati statistici relativi ai ricoverati nei manicomi italiani cfr. A. Tamburini, G.C. Ferrari, G.
Antonini, L’assistenza degli alienati in Italia e varie nazioni, Torino, Utet, 1918 pp. 206 e ss., ma so-
prattutto G. Modena, Le malattie mentali in Italia. Relazione statistico-sanitaria sugli alienati presenti
nei luoghi di cura al 1° gennaio 1926 con un riassunto sulle condizioni dell’assistenza e sull’ordinamento
degli ospedali psichiatrici in Italia, Roma, Tipografia operaia romana, 1928, volume che riporta
criticamente i risultati dei censimenti precedenti al 1926. Cfr. anche, ovviamente, la serie degli
Annuario Statistico Istat, varie annate.

63
Massimo Moraglio

genti durante il conflitto - il numero delle presenze si mantenne stabile, con


un nuovo picco nel 1965 con 91.684 presenti a fine anno, ma con un numero
di 170.715 degenti transitati nel corso dell’anno solare, in deciso incremento
rispetto al periodo interbellico. A governare una simile massa di persone vi
erano circa mille psichiatri, e ben 21.000 infermieri, nonché 8.000 tra tecnici
e inservienti173.
A chi faceva comodo un ospedale psichiatrico affollato? Negli anni Settan-
ta nel Novecento, tirando le somme della storia del manicomio, si diceva che
faceva comodo alle amministrazioni provinciali, come fabbriche di clientele e
di favori elettorali; ai medici, che vi passano mezz’ora al giorno per poi asse-
condare la clientela privata; alle suore, che dirigevano nei fatti il manicomio;
agli infermieri, con turni massacranti e con un lavoro pesante e sgradevole,
ma anche sovente con una seconda occupazione fuori delle mura; alla polizia,
che vi scaricava i devianti; ai famigliari del malato, che risolvevano alla belle
meglio un gravoso problema174. Pare così di avere un’altra ragione di critica
della narrazione tradizionale dei luoghi di biopotere, perché è ben vero che
prigioni, ospedali e riformatori in epoca moderna perfezionarono sempre di
più la loro azione, i loro gestori istituzionali e i loro scopi, selezionando in
forma sempre più formale e definita procedure e utenti. Ma è anche vero che
il manicomio per tutto l’Ottocento e il Novecento fu poco più che un conteni-
tore indifferenziato di residui sociali, passato, sembra di capire, indenne dalla
specializzazione dei suoi ospiti, a differenza di altre istituzioni totali.
Va da sé che una simile struttura avesse acquisito sempre segni di gigan-
tismo ed elefantiasi. Questo abnorme sviluppo non era certo indice di un
successo terapeutico. L’incremento dei ricoveri poteva dimostrare la capa-
cità di toccare, da parte degli psichiatri, sacche di disagio, di devianza e, in
ultimo, anche di malattia mentale prima in ombra o gelosamente custodite
dalle famiglie. Né vanno sottovalutati gli effetti delle trasformazioni sociali
ed economiche che mettevano in crisi comportamenti tradizionali, ponendo
sotto pressione la compagine sociale. Che cioè, detto altrimenti, lo sviluppo
industriale del paese, la sottoccupazione agricola, l’emigrazione mettessero
a nudo follie prima celate, o che ne provocassero di nuove. Dunque il mani-

173
Per dare un ordine di comparazione della carenza di personale medico (e forse anche della
assenza di terapie), si consideri che a metà degli anni Sessanta i manicomi, con 34 milioni di
giornate di degenza nel 1965, potevano contare, per l’appunto, solo su mille medici, mentre
negli ospedali pubblici generali a fronte di 80 milioni di giornate di degenza vi erano 26.000
medici e 41.000 infermieri. Per i dati statistici cfr. Annuario Statistico Istat, varie annate.
174
Una denuncia degli interessi in Q. Bigiarelli, A chi fa comodo l’attuale ospedale psichiatrico?, in
“Il lavoro neuropsichiatrico”, fasc. 1, vol. 50, 1972.

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comio era usato un po’ da tutti e, un po’ da tutti, socialmente accettato, come
«smaltitoio», ben lontano dal mandato ufficiale. Usato, al limite, persino dai
pazienti, come risulta lampante nel caso dello «smemorato di Collegno», al
secolo Mario Bruneri (poi dichiaratosi come professor Giulio Canella) che,
dopo un furto, per evitare la prigione si finge folle175. Ma esistono anche casi
meno noti, come quello investigato, tra gli altri, da Massimo Tornabene, di
un vagabondo-giostraio-fachiro del cuneese, che alla fine degli anni Trenta è
pronto a farsi internare ai primi freddi di ottobre ed estremamente abile nel
farsi dimettere in primavera176.
Servono nuovi e accurati studi sulle cartelle cliniche dei manicomi ita-
liani, leggendo tra le righe delle diagnosi mediche, per comprendere chi fu-
rono i degenti dei manicomi, ma si può comunque supporre che i maggiori
«fornitori» del manicomio fossero orfanotrofi affollati, forze dell’ordine alle
prese con ubriachi recidivi, famiglie povere con anziani affetti da demenza
senile e via dicendo. Parlare di terapia con simili degenti era impossibile, per
la semplice ragione che non erano malati mentali.
Con costoro, secondo le riviste mediche, l’unica azione curativa possibile
era da compiersi nella fase acuta della malattia mentale. E sul quel versante il
bagaglio medico appariva debole. Fa una certa impressione leggere nel testo
di Tamburini, Ferrari e Antonini del 1918 l’accorata risolutezza con cui veniva
descritta come «efficace mezzo di cura» la «clinoterapia». Che, sia detto subi-
to, la clinoterapia non è altro che la «cura del letto», favorevole - si scriveva
con entusiasmo - al paziente perché «il soggiorno a letto permette di ottenere
il riposo completo del cervello, perché con la porzione orizzontale è facilitata
l’irrorazione del sangue al cervello, col rilassamento completo di tutti i mu-
scoli». Del resto la clinoterapia, «nome felicemente scelto», esercitava anche
una funzione di controllo della disciplina in manicomio, con una «benefica
influenza […] sopra ciascun paziente». Ancora meglio, «più che tutto dà al
malato nuovo ammesso la consapevolezza di avere bisogno e possibilità di un
trattamento curativo»177. L’apparato terapeutico del 1918 si limitava insomma
al riposo, ancora ai bagni caldi o freddi a seconda dei casi e alla famigerata
ergoterapia, cioè il lavoro forzato dei degenti. Ma il lavoro, soprattutto quello
agricolo, ricordavano Luigi Baroncini, Gustavo Modena e Giuseppe Corberi
175
Cfr. il lavoro di L. Roscioni, Lo smemorato di Collegno. Storia italiana di un’identità contesa, To-
rino, Einaudi, 2007.
176
Cfr. M. Tornabene, La guerra dei matti. Il manicomio di Racconigi tra Fascismo e Liberazione, Bo-
ves, Araba Fenice, 2007.
177
A. Tamburini, G.C. Ferrari, G. Antonini, L’assistenza degli alienati in Italia e nelle varie nazioni,
Torino, Utet, 1918, p. 543.

65
Massimo Moraglio

al congresso della società freniatrica del 1930, poteva essere un buon modo
per tenere occupati i degenti cronici, ritenuti inguaribili, ma non assumeva il
valore di ergoterapia178. Né più tenero sarebbe stato nel 1966 Mario Gozzano,
presidente Sip, che dichiarava senza mezzi termini come «a quei tempi [inizio
secolo] di terapie per i malati psichici non ne esistevano»179.
Insomma le terapie erano davvero un po’ poco e un po’ troppo vaghe
nei loro contorni per una scienza medica come pretendeva essere la psichia-
tria. Né le cose sarebbero andate meglio con l’avvio delle terapie da shock,
se persino un loro entusiasta sostenitore come Francesco Bonfiglio, collega
e sodale di Cerletti, si premurava di riportare nel «giusto» alveo la prete-
sa azione terapeutica, segnalando come ci fossero «ancora delle deprecabili
esagerazioni e non sempre utili generalizzazioni nell’uso di tali terapie»180.
Il tramonto del manicomio negli anni Settanta portava alla ribalta una sto-
ricizzazione delle terapie e lucida rivisitazione. È il caso di Sergio Mellina,
che derubricava senza appello l’elettroshock a «canto del cigno degli anni rug-
genti delle cosiddette terapie da shock, che ebbero inizio nel 1917 allorché
Wagner-Jauregg propose la sua malarioterapia». Era quello, continuava lo
psichiatra, «un contesto storico che guardava con diffidenza alla psicologia
dell’inconscio e che ancora ignorava i fasti della psicofarmacologia [mentre]
il terapeutico psichiatrico, ad onor del vero in fase di lallazione, cercava una
clamorosa apertura biologica». Insomma, «le trionfalistiche metodiche in-
terventiste dell’epoca, tra l’altro, parvero tanto più giustificate quanto più
permettevano alla psichiatria di allontanarsi dall’ipostatizzazione della no-
sografia kraepeliniana, notoriamente impotente sul piano terapeutico»181.

Alla ricerca di nuovi luoghi di azione

Il fallimento, nei fatti, del modello manicomiale - che vedeva le riviste


mediche e i massimi esponenti della psichiatria denunciare per tutto il No-
vecento la sua inutilità e la necessità di strumenti terapeutici alternativi - va

178
L. Baroncini, G. Modena, G. Corberi, Problemi nuovi dell’assistenza psichiatrica con particolare
riguardo all’Igiene mentale, in Atti del XIX Congresso Società Freniatrica Italiana, “Rivista sperimen-
tale di freniatria”, 1930, pp. 921 e ss.
179
Discorso di Mario Gozzano al XIX Congresso Sip, 1966, in “Il lavoro neuropsichiatrico”, fasc.
I-II, 1968, p. 40.
180
F. Bonfiglio, Problemi ed orientamenti odierni per la difesa sociale contro le malattie mentali, in “Il
lavoro neuropsichiatrico”, fasc. II, 1947, p. 200.
181
S. Mellina, Relazione L’elettroschock: limiti, tematiche, in “Il lavoro neuropsichiatrico”, fasc. 1,
vol. 50, 1972, p. 189 (il primo corsivo è nel testo, il secondo è aggiunto).

66
PRIGIONIERI DI UN’UTOPIA. IL MANICOMIO DALLE SPERANZE TERAPEUTICHE ALLA ROUTINE SEGREGANTE

presa in considerazione come uno dei problemi storiografici ancora aperti.


Qui possiamo limitarci ad alcune suggestioni, prima tra tutte la «schizofre-
nia» delle culture psichiatriche. Da una parte i grandi nomi della psichiatria,
avveduti, attenti alle novità, ben presto direttori non più di manicomio, ma
delle cliniche universitarie, cautamente riformisti nelle loro proposte prati-
che, tutte interne alla psichiatria tradizionale. Dall’altra parte la pratica vera
e quotidiana dell’ospedale psichiatrico, lontana dall’università, tagliata fuo-
ri dalla neurologia, sempre più priva di un reale dibattito epistemologico:
dopo la legge del 1904 si ebbe un sempre più basso riconoscimento scientifi-
co ed economico del lavoro dentro la struttura asilare, le cui occupazioni si
riducevano a necessario impiego (e ripiego) per i medici che non potevano
ambire alle lunghe e accidentate carriere cliniche (come sperimenterà sulla
sua pelle Franco Basaglia nel 1961) o allo studio privato.
La psichiatria italiana, essa stessa separata dalla neurologia in prodigioso
sviluppo, fino alla Grande guerra ribadì le parole d’ordine di fine Ottocento.
Se ne faceva lucido assertore ancora una volta Tamburini che nel 1918, pro-
prio al limitare di una nuova epoca, ribadiva la solita, logora e ormai inat-
tuabile proposta, che cioè il manicomio cedesse il passo a nuove pratiche,
«moderne» e lontane dalle radici settecentesche.
Lo stesso nome, alquanto odioso e pregiudicato, di Manicomio deve es-
sere abbandonato e sostituito da quello di Ospedale psichiatrico o, meglio, di
Casa di cura, o di Colonia di salute; e abbandonati i grandi manicomî-città,
debbono essere surrogati da limitati Istituti urbani di osservazione e di cura
e da ampie Colonie campestri di lavoro agricolo e industriale. E deve essere
dato, per evitare la piaga cronica dell’affollamento, il più ampio sviluppo
all’Assistenza familiare, perché i malati, non reggimentati in un regime deper-
sonificante e quasi carcerario, ma in mezzo ai conforti della propria o altrui
famiglia, possano più facilmente ricostruire la propria personalità e possano
anche prendere parte alla vita sociale182.
Tamburini, uno dei maggiori – se non il maggiore – fra gli psichiatri ita-
liani, esponeva con disarmante lucidità ed esattezza la realtà reclusiva del
manicomio, esprimendo al contempo un’imbarazzata riluttanza sulla vali-
dità dei metodi terapeutici in uso nelle strutture asilari. La vergogna per la
drammatica situazione dei pazienti con la loro reclusione «reggimentata in
un regime depersonificante e quasi carcerario» faceva emergere la contrad-
dizione insita nella reclusione terapeutica da cui, secondo lo psichiatra, si

182
A. Tamburini, G.C. Ferrari, G. Antonini, L’assistenza degli alienati in Italia e nelle varie nazioni,
Torino, Utet, 1918, p. 691, corsivi nell’originale.

67
Massimo Moraglio

doveva uscire attraverso un perfezionamento dello stesso strumento «mani-


comio», con il suo passaggio da carcere a ospedale, l’abbandono delle pra-
tiche violente, l’umanizzazione della terapia. Cioè la stessa posizione che,
mutatis mutandis, esprimeva Pinel un secolo prima e che verrà assunta dagli
psichiatri riformisti cinquant’anni dopo.
La posizione di Tamburini era, oltre che velleitaria, fuori tempo massi-
mo. Anche in campo psichiatrico la Grande guerra costituì infatti uno spar-
tiacque epocale e pose gli psichiatri – insieme ai ginecologi – in prima fila
nell’elaborazione dell’incubo di una «degenerazione» della stirpe183.
Imbaldanzita dalle scoperte della microbiologia e dagli esaltanti succes-
si dell’igiene pubblica e della prevenzione, arriva per la prima volta nella
storia a concepire il grandioso processo della completa eradicazione della
malattia dal tessuto sociale e che, perciò, è indotta a superare la prospettiva
spesso mortificante e fallimentare del trattamento del singolo paziente per
allargare la propria missione all’intera collettività e alla sua rigenerazione
biologico-razziale184.
La psichiatria, perennemente alla ricerca di uno status scientifico, più
di altre branche della medicina, soffriva di una pratica terapeutica troppo
spesso «mortificante e fallimentare». Con la profilassi si apriva un nuovo
campo di azione: di fronte all’evidente difficoltà di efficaci azioni di cura, il
manicomio andava in secondo piano, mentre i settori più innovativi della
psichiatria non solo italiana intesero l’azione di assistenza psichiatrica come
prevenzione e igiene mentale. Se ne faceva interprete tra gli altri proprio Le-
onardo Bianchi, che manifestava un vero e proprio ribaltamento di approc-
cio al problema. Se nel 1904 la cura e la guarigione erano per lui l’obiettivo
principe di ogni azione psichiatrica, nel primo dopoguerra la tutela sociale
- e ben presto della «stirpe» - assumevano a compiti prioritari della psichia-
tria185. Dopo la Grande guerra, un po’ tutti gli psichiatri italiani lamentavano
come il manicomio fosse ridotto a contenitore dei soli malati che procuras-
sero un «disturbo all’ordine pubblico», escludendo dalla ospedalizzazione
tutti quei soggetti pure ritenuti bisognosi di cure ma non pericolosi. Detto

183
Sul tema della degenerazione e dei suoi rapporti con il composito mondo eugenetico italia-
no cfr. C. Mantovani, Rigenerare la società. L’eugenetica in Italia dalle origini ottocentesche agli anni
Trenta, Soveria Mannelli, Rubettino, 2004 e F. Cassata, Molti, sani e forti. L’eugenetica in Italia,
Torino, Bollati Boringhieri, 2006.
184
C. Mantovani, Rigenerare la società. L’eugenetica in Italia dalle origini ottocentesche agli anni Tren-
ta, Soveria Mannelli, Rubettino, 2004, p. 23.
185
Una sintesi delle proposte di Bianchi in A proposito della riforma della legge sui Manicomi e sugli
alienati, in «Rivista sperimentale di freniatria», 1922.

68
PRIGIONIERI DI UN’UTOPIA. IL MANICOMIO DALLE SPERANZE TERAPEUTICHE ALLA ROUTINE SEGREGANTE

altrimenti, era fallito il tentativo di trasformare il pachidermico e lento ma-


nicomio in un agile e immediato strumento di intervento: l’ordinamento del
1904 mostrava i suoi veri contorni, lasciando la psichiatria manicomiale a
compiti di ordine pubblico. Nel manicomio si stipavano infatti pazienti che
nulla avevano a condividere con il «malato di mente», cioè, come scriveva
Bianchi, «gli idioti, gli imbecilli, gli epilettici, i paralitici innocui e gli altri
consimili infermi [alcolizzati e cronici anziani che] non dovrebbero trovare
posto nell’ospedale psichiatrico»186.
Occorreva pertanto rivedere la legge sui manicomi del 1904, non solo
per far tornare il manicomio e la psichiatria manicomiale al suo mandato
originario, ma sopratutto per «frenare l’impressionante aumento della follia
e conseguentemente della degenerazione della razza». Usando ormai ter-
mini eugenetici, la vecchia legge «coi criteri restrittivi ed esclusivamente di
pubblica sicurezza che la informano nei riguardi dell’ammissione [...] contri-
buisce indubbiamente all’incremento della follia, poiché fa sì che un numero
non indifferente di epilettici, di nevrastenici, di imbelli ecc. rimane libero
di inquinare il consorzio civile, favorendo la riproduzione di nuovi esseri
fortemente tarati e predisposti alla follia». Era necessaria una riforma che
prendesse «di mira il malato di mente anche come tale e non soltanto in
vista della sua pericolosità e scandalosità come si fa ora»187. Incrementare i
ricoveri dunque, perché il danno per la collettività non andava misurato nei
soli termini di disturbo sociale, ma anche dal punto di vista – eugenetico per
l’appunto – di contaminazione della stirpe.
Erano le basi per una nuova proposta assistenziale, in cui il manicomio ve-
niva saltato a piè pari, abbandonato a se stesso come ricovero di devianti, e in
cui il dispensario psichiatrico assumeva una centralità inedita. Tramite il dispen-
sario si poteva concretamente evitare lo stigma del manicomio, operando con
più facilità e maggior ramificazione nel corpo vivo della società. Era pertanto
con intenti profilattici e di tutela sociale, vagamente temperati da quelli tera-
peutici, cioè per dirla in altri termini, come forma di biopotere, che nasceva
l’idea dispensariale in Italia, effetto e causa del tentativo della psichiatria di
ricostruire su nuove basi il proprio fondamento epistemologico e medico.
Questa insistenza sul ruolo del dispensario, con accesso libero, volon-
tario e con caratteristiche extraospedaliere, si contrapponeva frontalmente
all’idea asilare, ricostruendo la figura ideale dello psichiatra. Dalla platea del
186
Il Parlamento e le Provincie, in «Rivista delle Provincie. Bollettino dell’Unione della Provincie
d’Italia», 1932, 6-7, p. 278.
187
A proposito della riforma della legge sui Manicomi e sugli alienati, in «Rivista sperimentale di
freniatria», 1922, p. 222.

69
Massimo Moraglio

ventesimo congresso della Sip del 1933, si dichiarava che il medico alienista,
non più confinato, come un tempo, fra le mura dell’ospedale psichiatrico
in uno «splendido isolamento», può oggi aspirare a più larghi compiti di
neuropsichiatria sociale ed affrontare con maggiore possibilità di successo i
complessi problemi della cura, dell’assistenza, della profilassi e dell’igiene
mentale. La vera opera «del dispensario dovrebbe essenzialmente dirigersi
alla ricerca dei soggetti in pericolo di ammalare per tentare con tutti i mezzi
di salvarli», a partire ovviamente dai parenti dei ricoverati in manicomio,
che per affinità familiari avrebbero potuto essere portatori a-sintomatici, ma
eugeneticamente contagiosi, della malattia mentale188. Destinazione finale di
simili soggetti sarebbero stati «reparti annessi a ospedali o a luoghi di assi-
stenza, decentrati nella provincia per la cura di malattie a breve decorso e
per lo smistamento degli infermi a più lungo decorso». In realtà, secondo la
relazione, l’azione di profilassi svolta nei dispensari, pur mostrando tutta la
sua utilità, non era che uno dei tasselli di un più ampio mosaico. L’attività
preventiva andava svolta altrove: negli ambulatori pediatrici, nell’esercito,
nelle scuole, nei servizi medico-scolastici. Lo psichiatra, insomma, come se-
lezionatore dell’umanità, fin dal momento in cui l’individuo si trovava inse-
rito in strutture sociali quali, appunto, esercito e scuola.
L’avvicinarsi dei venti di guerra e il radicalizzarsi del dibattito razziale
in Italia avevano esacerbato la questione, fino al punto di vedere il nome di
Arturo Donaggio, presidente della Società italiana di psichiatria, quale firma-
tario del «Manifesto della razza» pubblicato nel 1938. Non era solo un’ade-
sione formale, perché il carattere assunto da consistenti parti del mondo psi-
chiatrico veniva confermato dalle iniziative della Lega per l’igiene mentale:
a fine anni Trenta, richiamando l’esempio tedesco, si tornava a proporre la
creazione di un «Centro italiano di genetica psichiatrica» che avrebbe dovuto
attivare la schedatura di massa dei malati di mente. Si trattava di un progetto
che presupponeva e propugnava un determinismo ereditario della malattia
mentale, una degenerazione da controllare e su cui intervenire. Una posizio-
ne esplicitamente contigua alle teorizzazioni naziste, anzi troppo vicina ad
esse, al punto che la Lega vi dovette rinunciare per la ferma opposizione del
ministero degli Interni che vedeva una simile, costosa, iniziativa contrappo-
sta al carattere «spirituale» della stirpe fatto proprio dal Fascismo italiano189.
188
B. Manzoni, Le nuove realizzazioni dell’assistenza ospitaliera psichiatrica all’estero, in Atti del XX
congresso della Società Italia di Psichiatria, Roma 1-4 ottobre 1933, in «Rivista sperimentale di frenia-
tria», 1934, pp. 993, 932 e 933.
189
Per il dibattito sul Centro italiano di genetica psichiatrica cfr. il verbale del consiglio diretti-
vo della Lega, «Atti della Lega italiana di igiene e profilassi mentale», 1940, pp. 117 e ss. Sulla

70
PRIGIONIERI DI UN’UTOPIA. IL MANICOMIO DALLE SPERANZE TERAPEUTICHE ALLA ROUTINE SEGREGANTE

Prigionieri del manicomio: gli psichiatri come apprendisti stregoni?

Finita la seconda guerra mondiale, la psichiatria italiana rinunciò alle pa-


role d’ordine più razziste e più radicalmente eugenetiche, ricalibrando la
sua azione in un contesto «democratico», dimenticando facilmente e rapida-
mente le proprie compromettenti posizioni d’epoca fascista. Depurato del-
la terminologia più radicale, rimaneva comunque il proposito di un deciso
controllo sociale, vestito ora pietisticamente della sofferenza del malato, ma
non di meno capace di collocare l’azione della psichiatria in un contesto ben
definito. Succedeva così che Francesco Bonfiglio, nel corso del congresso Sip
del 1946, non si peritasse di fare un discorso sull’assistenza psichiatrica inti-
tolandolo Problemi ed orientamenti odierni per la difesa sociale contro le malattie
mentali190. Bonfiglio non mancava di precisare il carattere progressista della
sua proposta, finalizzata ad avvicinare l’assistenza psichiatrica ai più mo-
derni ritrovati medici, ribadendo le linee di fondo della nosografia alla Grie-
singer, la necessità dei dispensari e, ovviamente, l’inutilità del manicomio.
Che cosa si voleva modificare nel secondo dopoguerra della legge ma-
nicomiale? In fin dei conti i difetti della normativa erano quelli di sempre,
cioè, ricordava Bonfiglio, esigere «che il malato sia bollato indelebilmente
del marchio disonorante delle pericolosità e del pubblico scandalo». In più
conferendo «al manicomio un prevalente obbiettivo di pubblica sicurezza,
tiene da esso lontani buon numero di malati». La riforma, in procinto di
essere approvata nel 1940, ma poi sfumata, andava dunque compiuta nel
nuovo ambiente della Ricostruzione post bellica e gli psichiatri ora volevano
«una legge che non sia come la vecchia, una semplice “legge sui manicomi
e sugli alienati”, ma che sia invece – per l’appunto - una legge per la difesa
sociale contro le malattie mentali». Come raggiungere questi scopi? «Promuo-
vere da un canto l’istituzione di un bene organizzato “servizio psichiatri-
co extra-ospedaliero sociale”; far sì - dall’altro - che l’ospedale psichiatrico
non sia soltanto di nome ma diventi anche di fatto un ospedale come tutti gli
altri capace di assolvere in pieno la sua funzione terapeutica». La riforma
del manicomio si riallacciava alle ipotesi di inizio Novecento, già espresse a
suo tempo da Tamburini, Belmondo, Ferrari: «Noi dobbiamo fare in modo
che l’ospedale psichiatrico diventi non in parte ma tutto quanto “aperto”, e

questione dell’eugenetica in Italia cfr. i già citati lavori di Mantovani e Cassata, e di quest’ulti-
mo anche La Difesa della razza. Politica, ideologia e immagine del razzismo fascista, Torino, Einaudi,
2008.
190
F. Bonfiglio, Problemi ed orientamenti odierni per la difesa sociale contro le malattie mentali, in “Il
lavoro neuropsichiatrico”, fasc. 2, 1947.

71
Massimo Moraglio

che cioè esso sia liberato totalmente da tutta l’attuale opprimente bardatura
burocratica, giudiziaria e poliziesca, che è di così grave danno materiale e
morale per i nostri ricoverati, e che, a dispetto di qualsiasi nostra eufemistica
denominazione e nonostante tutti i nostri sforzi per migliore la nostra orga-
nizzazione terapeutico-assistenziale, continua a conferirgli la triste fama di
luogo di custodia e reclusione che agli occhi dei profani lo fa apparire più
affine ad un carcere che ad un ospedale»191.
È in queste poche parole, e in tutte le sue contraddizioni, che si può ri-
assumere la linea di condotta del debole e impotente riformismo della Sip.
Impotente anche perché simili progetti di modifica si scontrarono con la
straordinaria forza e potenza dell’apparato manicomiale, fatto di formida-
bili interessi e poteri, di migliaia di dipendenti arroccati nella difesa del loro
status (infermieri, medici, impiegati), di riviste scientifiche, di associazioni,
di baronie, di camarille sindacali e clientele elettorali. Un apparato solido
anche e soprattutto perché basato su di una formidabile accettazione sociale
del manicomio come luogo di separazione dei devianti dalla società e che,
dall’accettazione sociale del manicomio, trovava linfa e ulteriore forze.
Le proposte di riforma furono comunque oggetto di una convinta appro-
vazione al congresso della Sip del 1946 (con Ugo Cerletti presidente dell’as-
sociazione) e a quello del 1948; poi di una commissione di studio della Sip
stessa, per approdare in un progetto di legge del gruppo parlamentare de-
mocristiano presentato dall’onorevole (e medico) Mario Ceravolo nel 1952. E
poi ancora convegni, come quello di Milano del 1955 e quello di Vicenza del
1957, dove tra l’altro si riproponeva, nel quadro delle riforme, anche un ca-
sellario psichiatrico nazionale, parallelo a quello penale e civile, dai contenu-
ti genealogici, non così diversi da quelli proposti nel 1942192. Unico elemento
di novità era dato dalla costituzione nel 1958 del ministero della Sanità e
dalla creazione di un ufficio specificatamente dedicato ai «servizi d’igiene
mentale», rappresentando il primo e unico pendant ufficiale alla esistenza di
dispensari, centri e ambulatori psichiatrici.
Il quadro normativo ufficiale restava ben fermo e, al di là della ripetuta
ed esibita necessità di una nuova legge, i difensori della situazione esistente
non mancavano. Lo denunciava Mario Gozzano, nuovo presidente Sip, in-
caricato a metà degli anni Sessanta dal ministro della sanità Mariotti di pre-
siedere una commissione di studio per la riforma della legge. A fronte delle

191
Ivi, pp. 208, 210 e 215 con corsivi nell’originale.
192
Elementi della discussione e delle varie iniziative in M. Marletta e M. Leoni, Assistenza psi-
chiatrica e organi della sanità pubblica, in “Il lavoro neuropsichiatrico”, fasc. III, 1959.

72
PRIGIONIERI DI UN’UTOPIA. IL MANICOMIO DALLE SPERANZE TERAPEUTICHE ALLA ROUTINE SEGREGANTE

timide proposte di modifica della vecchia normativa giolittiana, non man-


cavano feroci critiche di parte del mondo psichiatrico e giuridico italiano,
pronto a definire anche le più modeste innovazioni come un peggioramento,
puntualizzando che i «tempi non erano maturi»193.

Il fallimento delle riforme e il crollo del paradigma

Le proposte di riforma, avanzate con convinzione dopo il 1965 dal mini-


stro socialista della sanità Luigi Mariotti, si concretizzarono in un progetto
di legge in cui l’assistenza psichiatrica rimaneva branca distinta dell’attivi-
tà ospedaliera, ponendo in prospettiva le basi per un passaggio verso al-
tre forme di assistenza. La proposta, non certo radicale, venne affossata e
dell’originario progetto venne approvata qualche anno dopo solo una legge
stralcio, la 431 del 18 marzo 1968. Con essa venivano inseriti alcuni elementi
d’innovazione, anche per la loro assoluta indifendibilità politica e medica,
come l’eliminazione dell’iscrizione al casellario giudiziario, oltre che l’at-
tivazione del ricovero volontario. Un simile modesto risultato, nonostante
una montante attenzione pubblica nella seconda metà dagli anni Sessanta
- dal libro bianco sugli ospedali italiani fino ai servizi televisivi di inchiesta e
denuncia di Sergio Zavoli - esprimevano l’assenza di ogni principio di realtà
delle lobby legate all’apparato psichiatrico manicomiale194.
L’arrivo degli psicofarmaci, le esperienze a metà anni Sessanta di supera-
mento del manicomio di Gorizia, Arezzo, Perugia, l’attenzione sempre più
marcata dell’opinione pubblica e, infine, la tragicità delle condizioni di vita
nei manicomi, si legarono alla stagione del ’68, radicalizzando le richieste
e mettendo a nudo, sia pure talvolta con approcci unilaterali, l’insipienza
dell’utopia manicomiale. Anche in questi frangenti, la posizione di fondo
della psichiatria italiana rimaneva quella di sempre, divisa tra clinica e ma-
nicomio, due facce della stessa medaglia, restando sottointesi a entrambi i
gruppi un’idea nosografica e medica del tutto simile. Da un lato una struttu-
ra asilare, grande e potente, restia ad ogni modifica dello status quo e capace
di una efficace azione di pressione politica; dall’altra le posizioni riformiste
della dirigenza della Sip, sempre più lontana dal manicomio, i cui progetti
di innovazione venivano puntualmente battuti.
La tenace resistenza della lobby manicomiale e i limiti del riformismo

193
Discorso di Mario Gozzano al XXIX Congresso Sip, 1966, in “Il lavoro neuropsichiatrico”,
fasc. I-II, 1968, p. 41.
194
Cfr. S. Luzzi, Salute e sanità nell’Italia repubblicana, Roma, Donzelli, 2004, p. 229.

73
Massimo Moraglio

Sip trovarono nel congresso associativo del 1968 la messa in scena della in-
sanabile contraddizione di una scienza medica che tentava ancora una volta
di riformare il proprio irriformabile statuto scientifico. Il «tumultuoso Con-
gresso nazionale del 1968, ove esplose la contestazione»195, che vide la prote-
sta studentesca e un tesissimo intervento di Franco Basaglia come oratore, fu
il precipitato di due secoli di aporie mediche e sociali, con la deflagrazione
delle contraddizioni, anche umane, di una intera classe medica. Nel bailamme
degli interventi al quel consesso si può ricordare quello di Giovanni Battista
Belloni, già mentore di Basaglia a Padova, il quale assumeva che «contestare
è parola di moda», per poi denunciare lo scandalo del manicomio e di come
«di questo scandalo siamo certamente corresponsabili per la nostra troppo
docile adattabilità o peggio per incuria. Basta pensare che è un’infima mi-
noranza quella degli ospedali psichiatrici nei quali, anche dopo la scoperta
dei farmaci psicolettici, si attua integralmente [...] il no restraint assoluto che
Conolly applicava nel 1849»196. Donati andava oltre l’assunzione delle re-
sponsabilità e dichiarava apertis verbis la vacuità del progetto psichiatrico,
affermando che «da circa 200 anni stiamo dicendo le stesse cose. In 200 anni
abbiamo acquisito soltanto una tonalità più angosciata; la consapevolez-
za del nostro problema nei confronti dell’assistenza psichiatrica l’abbiamo
avvertito solo in posizione narcisistica»197. Failla indicava una impossibile
via di salvezza per la psichiatria tradizionale, instaurando la logica degli
opposti estremismi: «agli apostoli della contestazione globale [...] diciamo
innanzitutto che tante delle cose che essi pensano e dicono le abbiamo dette
e pensate anche noi, ma che [...] cerchiamo di compiere la nostra opera di
rinnovamento non al di fuori ma all’interno del sistema […] Ai conservatori
di formule che riflettono un feudalesimo istituzionale rivelatore deleterio
nelle premesse e anacronistico nella realtà effettuale delle cose, consigliamo
di accettare un programma di riforma realistico [...] e che non sono più i
tempi in cui si poteva andare avanti con il criterio del “Gattopardo”». Nel
disperato tentativo di conservare il timone del cambiamento, paventava, in-
telligentemente, come la resistenza della lobby manicomiale potesse trasci-
nare l’intera psichiatria verso il baratro del «radicalismo»: «E consigliamo
di recepirle nostre proposte per una nuova organizzazione [dell’assistenza

195
http://www.psichiatria.it/.
196
Relazione di G.B. Belloni al XXX congresso Sip, 1968, in “Il lavoro neuropsichiatrico”, vol. I,
1969, pp. 103 e 107.
197
Intervento di A. Donati al XXX congresso Sip, 1968, in “Il lavoro neuropsichiatrico”, vol. I, 1969,
p. 205.

74
PRIGIONIERI DI UN’UTOPIA. IL MANICOMIO DALLE SPERANZE TERAPEUTICHE ALLA ROUTINE SEGREGANTE

psichiatrica] prima che sia troppo tardi, prima che prendano il sopravvento
coloro che [...] si battono per “risposte ed azioni politiche” di un tipo e di una
scelta ideologica ben precisa»198.
Sfuggiva alla comprensione di Failla come i saperi medici e psichiatrici
non fossero mai stati riducibili a una pura e semplice adesione alle logiche
del potere e che, proprio in quella fase, si aprirono a comportamenti più com-
plessi, gravidi di contraddizioni. Il primo dei quali fu la messa in discussione
di quegli stessi assunti scientifici e politici di cui gli operatori medici avreb-
bero dovuto essere i più convinti propugnatori. L’azione – esplosiva, quan-
do si manifestò – di approccio critico al proprio sapere trascinò il manicomio
nel vortice del lungo «autunno caldo» italiano. Le vicende che portarono
alla chiusura dei manicomi si innervavano non tanto in un nuova istituzione
curativa (magari «moderna» e «tollerante» come le comunità terapeutiche)
quanto piuttosto in nuovi progetti culturali, nella messa in crisi dei tradi-
zionali paradigmi scientifici, di svuotamento di senso per autorità e saperi
fino ad allora concepiti come articoli di fede. Ci fu, cioè, un atteggiamen-
to anti-istituzionale ed eversivo da parte di quegli stessi scienziati e tecnici
che sarebbero dovuti essere i massimi esponenti dell’establishment. Inoltre,
non troppo paradossalmente, proprio l’insipida attività medica manicomia-
le, persa traccia delle utopie ottocentesche, avrebbe fatto trovare moltissimi
psichiatri dapprima vicini alle posizioni più radicali e, poi, decisamente a
favore della legge 180, proprio perché apriva le porte del manicomio anche
per loro, consentendo l’agognato passaggio agli ospedali generali.
Come lucidamente De Peri annotava oltre venti anni fa negli Annali della
Storia d’Italia Einaudi, la psichiatria nella lettura basagliana era luogo popo-
lato da uomini «pietrificati» dai meccanismi del potere. Per Basaglia que-
sto dato non era soltanto il segno del clamoroso fallimento di un progetto
umanitario e scientifico. La scoperta di una istituzione storicamente segnata
dalla dimensione sociale del proprio specifico intervento doveva portarlo ad
una lettura del manicomio come espressione politica del controllo sociale in
una fase di sviluppo economico paleo-capitalistica. Coerentemente a questa
visione del problema, il comportamento degli psichiatri non gli appariva
soltanto rinunciatario e pessimista, quanto subalterno ad una precisa stra-
tegia politica. Insomma, «chiudendo il ciclo delle grandi utopie sociali ot-
tocentesche, Basaglia si propose infatti di superare le contraddizioni intrin-
sicamente presenti nel riformismo psichiatrico, centrando la propria analisi

198
Relazione di E. Failla al XXX congresso Sip, 1968, in “Il lavoro neuropsichiatrico”, vol. I, 1969,
pp. 156-157.

75
Massimo Moraglio

sulla frattura tra sapere scientifico e realtà della istituzione manicomiale».


Ecco allora che il nucleo vero della proposta di Basaglia «diventava quindi
non tanto definire nuovi progetti di riforma quanto giungere alla definitiva
chiusura di un’epoca nella quale il pensiero psichiatrico aveva alimentato
un’utopia sociale e scientifica per abbandonarla poi al suo naufragio»199.

199
F. De Peri, Il medico e il folle: istituzione psichiatrica, sapere scientifico e pensiero medico tra Otto e
Novecento, in Storia d’Italia, Annali 7, Malattia e medicina, a cura di F. Della Peruta, Torino, Einau-
di, 1984, pp. 1134-1136.

76
VERSO LA FINE DI UN PERCORSO: IL PROGRESSIVO PERDERSI DI RUOLO DEL MANICOMIO

Francesca Vannozzi, Università di Siena

VERSO LA FINE DI UN PERCORSO:


IL PROGRESSIVO PERDERSI DI RUOLO DEL MANICOMIO

Il superamento degli ospedali psichiatrici in Italia, sancito con la Legge


180 nota come legge Basaglia, ma realizzatosi con la definitiva loro chiusura
a seguito di un penoso iter di circa venti anni dalla sua promulgazione200,
in realtà era stato previsto e agognato già nella prima metà del Novecento,
come ben testimonia la stampa di settore, a favore della nascente “fase ospe-
daliera dell’assistenza psichiatrica”201.
Con l’affermarsi di una “medicina mentale”, fondata su una attività dia-
gnostica, clinica e terapeutica, la cura del paziente psichiatrico andò progres-
sivamente orientandosi su un doppio binario: la cronicità restava confinata
tra le mura del manicomio, mentre il fatto acuto era demandato alla clinica
psichiatrica universitaria in sede ospedaliera. La conseguenza di una riparti-
zione di compiti portò inevitabilmente ad una nuova configurazione sia del-
la funzione della struttura “ospitante” il malato di mente sia, di conseguen-
za, del ruolo professionale richiesto ai rispettivi operatori. Tali mutamenti
vanno letti ovviamente anche in parallelo all’evoluzione delle conoscenze
psichiatriche e ai progressi nella terapia, che subì alla metà del Novecento
un radicale stravolgimento per la messa a punto e produzione di una nuova
sostanza psicotropa e suoi derivati, la clorpromazina, capace di calmare il
“dolore malinconico”, i deliri, l’aggressività, l’ansia.
Quella che si delineò come una vera e propria specialità medica, ossia
la psichiatria clinica, basò la propria modernità nel superamento della mera
custodia e cura generica del paziente, funzioni demandate invece alla psi-
chiatria asilare alla quale rimase quindi la sola assistenza al paziente cronico.
Si andava così a compiersi il passaggio dalla originaria fase “manicomiale”
200
La data della chiusura ufficiale, ad esempio, del San Niccolò di Siena è quella del 30 settem-
bre 1999, ultimo tra i manicomi toscani.
A.M. Fiamberti, I progressi della clinica e della terapia psichiatrica di fronte alla vecchia legge dei
201

manicomi, in “Rassegna di Studi Psichiatrici”, vol. XXIX, 1940, pp. 508 e ss.

77
Francesca Vannozzi

a quella nuova “ospedaliera”, per cui il malato destinato al ricovero in ospe-


dale era il solo acuto, bisognoso di essere rapidamente inquadrato dal punto
di vista diagnostico e quindi terapeutico. Conseguente, il delinearsi di una fi-
gura di medico del manicomio dedito solo a cure di mantenimento e conten-
zione e di quella del moderno psichiatra, attento ai nuovi presidi terapeutici
e rivolto anche alla prevenzione e all’indagine clinica ossia alla ricerca202.
Per lungo tempo, la medicina mentale in Italia fu comunque in gran parte
affidata agli ospedali psichiatrici, specie a quelli che avendo a disposizione
per lo studio materiale clinico ed anatomico, nonché mezzi finanziari utili
anche per l’acquisto di moderna tecnologia di indagine, consentivano alla
ricerca di progredire tra le mura manicomiali, nelle sue corsie, laboratori,
stanze anatomiche.
Al riguardo, il San Niccolò di Siena, nel suo ampio spazio manicomiale,
aveva approntato una serie di strutture deputate proprio alla ricerca e alla
didattica psichiatrica. Ben inserite nell’articolazione del villaggio “dissemi-
nato”, il manicomio senese aveva adibito alcuni locali a stanze anatomiche
appositamente allestite per la dissezione, come già aveva previsto a metà
Ottocento il direttore Livi. Presso il reparto Palmerini, fu così costruito nel
1885, su progetto dell’architetto Azzurri, un piccolo edificio adibito a gabi-
netto anatomico, poi trasferito nell’ex convento dei Servi ed infine costruito
ex novo nel podere Ognissanti, sempre di proprietà del San Niccolò203.
La connotazione “scientifica” del manicomio era ben evidente anche nel-
la volontà dell’amministrazione di dotare gli edifici della più moderna stru-
mentazione. La farmacia, ad esempio, che nella sua collocazione del 1886,
non più interna all’edificio centrale, ma locata in un piccolo immobile di
nuova costruzione posto presso l’ingresso principale del manicomio, venne
concepita anche come laboratorio, attrezzato nel retrobottega con le necessa-
rie apparecchiature di analisi. Ma all’importante connotazione di luogo di ri-
cerca, va aggiunto per il manicomio di fine Ottocento anche il ruolo didattico
rivolto ai futuri medici psichiatri. Spazi disponibili per le lezioni universita-
rie, presenza come si è visto per Siena di un gabinetto anatomico, laboratori,
ma soprattutto l’alto numero dei ricoverati e quindi della casistica di pato-
logie psichiatriche, faceva del manicomio la “palestra” formativa ideale per

202
F. Vannozzi, La psichiatria senese del XX secolo: la separazione tra direzione manicomiale e docenza
universitaria, in San Niccolò di Siena. Storia di un villaggio manicomiale, a cura di F. Vannozzi, Mi-
lano, Mazzotta, 2007, pp. 145-154.
203
S. Colucci, Il San Niccolò di Siena da monastero francescano a villaggio manicomiale: storia, archi-
tettura e decorazione (1810-1950), in San Niccolò di Siena. Storia di un villaggio manicomiale, a cura di
F. Vannozzi, Milano, Mazzotta, 2007, p. 92

78
VERSO LA FINE DI UN PERCORSO: IL PROGRESSIVO PERDERSI DI RUOLO DEL MANICOMIO

la formazione e l’insegnamento della psichiatria. Le cliniche psichiatriche


universitarie del resto, di norma neurologiche, erano limitate a pochi posti
letto e ciò non consentiva un valido campionario né per una attività didattica
né tanto meno per un accettabile programma di ricerca scientifica. Era infatti
un momento di grande difficoltà per ogni ateneo italiano che, in precarie
condizioni finanziarie, combatteva essenzialmente per evitare la propria
soppressione. L’ospedale psichiatrico non mancava dunque di rivendicare
con forza il proprio insostituibile ruolo nell’insegnamento universitario del-
la psichiatria, obbligato così a rimanere in ambito manicomiale. Non a caso,
le lezioni erano tenute dallo stesso personale medico del manicomio, con il
suo direttore nella veste di docente incaricato dell’insegnamento universita-
rio della psichiatria.
Anche l’uso ricorrente da metà del Novecento del termine “ospedale” al
posto di “manicomio”, dimostra come si volesse evidenziare per la struttura
sanitaria un nuovo carattere di ente non solo di ricovero, ma di cura, assi-
stenza e ricerca. Non a caso, tra gli orientamenti dell’igiene mentale, emerge-
va sempre più l’importanza del servizio dispensariale e profilattico psichia-
trico, nella certezza che un precoce esame diagnostico e la conseguente cura
appropriata fossero i requisiti essenziali per il buon recupero del paziente. È
così che al manicomio fu aggregato il dispensario neuro–psichiatrico o am-
bulatorio psichiatrico, così come avvenuto per la lotta contro la tubercolosi.
Tali nuovi orientamenti rendevano sempre più urgente la riforma dell’or-
mai vetusta legge n. 36 del 1904, per sostituire al carattere contenitivo del
manicomio, quello assistenziale e sanitario, proprio di qualunque ospedale.
Le stesse annuali statistiche di ammissioni e dimissioni, presenti nelle riviste
manicomiali, ben testimoniano la volontà di affermare le natura scientifica,
e quindi moderna, dell’ente. Gli psichiatri sostenevano l’urgenza del cosid-
detto “reparto aperto”, libero da condizionamenti giudiziari e concepito per
una precoce ospedalizzazione e una agile dimissione richiesta dallo stesso
paziente o su parere del direttore del manicomio. La “pericolosità” del ma-
lato di mente veniva sostituita dal concetto di necessità e quindi diritto alla
cura per un suo possibile recupero, da intendersi in un lasso di tempo molto
più breve rispetto al passato.
Una delle novità della psichiatria dell’epoca è dunque quella del concetto
di “ospedalizzazione precoce”, utile ad impostare un pronto intervento tera-
peutico, contro il rischio della cronicizzazione della malattia e di un suo ir-
rimediabile peggioramento. Tale impostazione faceva emergere con sempre
più forza il valore del reparto psichiatrico, inquadrabile anche al di fuori del
manicomio, che così si avviava a divenire luogo riservato agli psichici anzia-

79
Francesca Vannozzi

ni e a tutti quei soggetti con deficit o patologie difficilmente inquadrabili in


ambito ospedaliero e assistenziale, come per i sordomuti.
Il mutamento in atto puntava anche alla valorizzazione del ruolo del me-
dico in quanto specialista nei confronti della malattia di mente: sempre meno
importanza al verdetto dell’autorità giudiziaria a favore di quello unico ed
insindacabile del direttore, che oltre alla cura, era in grado di impostare an-
che una profilassi mentale204. Il tutto è però da considerare nel limite ancora
presente di una corretta diagnosi, in un caos nosografico per la incompleta
conoscenza scientifica specie di alcune patologie, prima fra tutte la demenza
precoce o schizofrenia. E l’insufficienza diagnostica, e quindi difficoltà di
una diagnosi differenziale, portavano alla mancanza dell’appropriata cura e
al permanere delle ben note, tristi terapie, quali l’elettroshock, la malariotera-
pia, il ricorrere al coma con insulina o con cardiazolo.
Pur ancora mantenendosi nella prima metà del Novecento l’importanza
del ruolo didattico dell’ospedale psichiatrico, vera e propria “palestra” per i
giovani medici che intendevano dedicarsi alla cura della mente, è proprio in
questo periodo che è dal “dentro” del manicomio che iniziò il suo declino,
con l’affermarsi della clinica psichiatrica universitaria. Nell’ateneo senese,
la prima decade dell’insegnamento universitario della psichiatria è segnato
dall’attività didattica di Funaioli, direttore del manicomio San Niccolò e dei
suoi discepoli. E fu proprio Funaioli che sostenne l’istituzione, indipendente
dal manicomio, dell’universitario “Istituto delle malattie mentali e nervose”,
a seguito del testo unico delle leggi sull’istruzione superiore (R.D. 9 ago-
sto 1910 n. 808) che nel 1910 portò la neo Clinica delle malattie nervose e
mentali a far parte dei 20 insegnamenti fondanti la Facoltà di Medicina e
Chirurgia205. Fu questa una precisa scelta di politica universitaria che inten-
deva dare rilevanza proprio alla clinica e, di conseguenza, al lungo percorso
verso il superamento del manicomio o, meglio, verso lo svuotamento di un
suo ruolo centrale nella ricerca e didattica. Ciononostante, i docenti della
disciplina universitaria continuarono per anni ad essere gli stessi direttori e
assistenti dell’ospedale psichiatrico.
A Siena, dopo Funaioli, Soprintendente del San Niccolò e docente univer-
sitario dell’insegnamento della Clinica di malattie nervose e mentali, conti-
nuò con questo doppio incarico, Onofrio Fragnito trasferitosi da Sassari nel
1912, il quale impartiva le proprie lezioni presso il manicomio e che istituì
204
G. Sogliani, L’assistenza psichiatrica in Europa e la legge italiana, in “Rassegna di studi psichia-
trici”, vol. XXXI, 1942, pp. 523-537.
205
Regolamento della Facoltà di Medicina e Chirurgia, R.D. 9 agosto 1920 n. 808, Modena, Società
tipografica modenese, Modena 1910, pp. 6 ss.

80
VERSO LA FINE DI UN PERCORSO: IL PROGRESSIVO PERDERSI DI RUOLO DEL MANICOMIO

anche corsi liberi di semeiotica delle malattie mentali e di psicologia forense,


pur già esistendo una Clinica psichiatrica e neurologica presso l’Ospedale
Santa Maria della Scala. Il “braccio di ferro” tra manicomio e clinica ospeda-
liera sulle competenze didattiche della materia psichiatrica era fortemente
sostenuto specie in quelle città dove non vi era un ateneo e dove quindi si
intendeva mantenere una supremazia della struttura manicomiale su quel-
la della clinica. L’antagonismo tra medici manicomiali e clinici divenne nel
tempo molto forte e insanabile e non mancava occasione nella quale tale
contrasto non emergesse, come a Genova al Congresso della Società Frenia-
trica Italiana del 1904 e poi a Napoli dove nel 1908 fu organizzato il primo
Congresso della neo Società Italiana di Neurologia.
Certamente la bassa casistica di cui disponevano gli universitari fu uno
dei motivi per cui la loro iniziale attività di ricerca non poteva che fondarsi
sulla neuropatologia e non sulla nosografia che rimaneva di prevalente in-
teresse dei “manicomiali”. Ma l’evoluzione della psichiatria non poteva che
influenzare nel tempo gli stessi medici dei manicomi, che gradatamente ten-
tarono di diminuire il proprio ruolo di amministratori a favore di una attivi-
tà più prettamente clinica. In ambito senese, ciò avvenne definitivamente nel
1912: mentre il direttore Funaioli teneva per incarico l’insegnamento univer-
sitario della psichiatria, il suo successore Fragnito lasciò la direzione del San
Niccolò per poter ricoprire la docenza206. Fragnito si configura quindi come
primo clinico della psichiatria senese, che comunque rimase ancora in ambito
manicomiale grazie alla concessione alla Clinica di alcuni locali nell’edificio
centrale del San Niccolò, dove fu allestito un laboratorio e un’aula didattica
per le lezioni, tenute di norma su un caso clinico di particolare interesse. Ma
ben presto il docente abbandonò l’ambiente psichiatrico a favore di una sede
universitaria presso l’ospedale cittadino Santa Maria della Scala: è l’inizio
dell’attività della Clinica neuropatologica. Il San Niccolò rimase comunque
disponibile per le ricerche sperimentali ed istopatologiche del docente e dei
suoi assistenti207.
La netta ripartizione di ruolo tra manicomio e clinica psichiatrica, già
ben si evince dalle modalità di direzione del D’Ormea che, assunto nel 1909
206
F. Vannozzi, La psichiatria senese del XX secolo: la separazione tra direzione manicomiale e docenza
universitaria, in San Niccolò di Siena. Storia di un villaggio manicomiale, a cura di F. Vannozzi, Mi-
lano, Mazzotta, 2007, p. 148.
207
Di Fragnito va infatti ricordato l’impegno nella ricerca testimoniato dalle sue pubblicazioni
incentrate sulle tecniche di assistenza e cura degli alienati, sulle molte perizie medico-legali
eseguite, sull’individuazione delle cause e sulla profilassi della pazzia (paralisi pseudo-bulbare,
tumori del lobo frontale con sindrome cerebellare, atassia frontale, contratture periferiche ed
encefalite letargica).

81
Francesca Vannozzi

l’incarico di direttore, volle subito distinguersi per porre il San Niccolò


“all’avanguardia della restaurazione dell’assistenza psichiatrica in Italia”208,
privilegiando l’aspetto manageriale del suo operato che si protrasse per ven-
ticinque anni. Suo obiettivo prioritario fu quello di migliorare le condizioni
dei degenti del manicomio senese, grazie ad opere di trasformazione degli
impianti e servizi esistenti, specie quelli igienici e che portarono il San Nicco-
lò sostanzialmente all’attuale configurazione di villaggio manicomiale. Del
resto, tali scelte di politica amministrativa e direzione medica derivavano
anche dalla presenza entro il manicomio di pazienti affetti da patologie del
tutto estranee alla malattia mentale, come per la frequente destinazione, sep-
pur temporanea, di alcuni immobili a padiglioni d’isolamento per malattie
infettive, come per epidemie di tifo e per la tubercolosi. Questo il motivo per
cui il direttore D’Ormea si dimostrava più preoccupato di configurare il San
Niccolò quale “istituto scientifico” che ospedale psichiatrico, con sufficiente
personale medico e infermieristico. La maggior innovazione nel suo perio-
do di direzione fu quella di approntare un Consultorio di Igiene Mentale,
affidato ad alienisti volontari, inteso quale dispensario profilattico di imme-
diato soccorso pre e post-manicomiale, al quale si accedeva senza restrittive
norme di ammissione, ma solo con il riconoscimento dell’urgenza.
La separazione che andò delineandosi nella prima metà del Novecento
tra direttori dei manicomi e docenti universitari, con la scissione tra ospe-
dale psichiatrico e clinica, portò quindi per un primo periodo alla coesisten-
za da una parte del manicomio, con molti malati e molto personale medico
ed infermieristico e, dall’altra, della clinica con pochi spazi, pochi malati e
in genere con patologie neurologiche e scarsi fondi. La psichiatria era sta-
ta dunque portata ad un bivio: da una parte la psichiatria all’interno del
manicomio; dall’altra la neuropsichiatria nella clinica universitaria ospitata
nell’ospedale, ma carente di materiale clinico. Ma la suddetta separazione
divenne nel tempo una vera e propria esigenza, soprattutto perché al diret-
tore del manicomio, in genere struttura di grandi dimensioni, si richiedeva
un impegno gestionale e manageriale difficilmente conciliabile con quello
didattico. Tale realtà fu anche avvertita dal legislatore che al riguardo sancì
nel 1923 la legge che decretava l’incompatibilità della cattedra universitaria
con la direzione di altri istituti. Ciò non sanò però il problema della qualità
dell’insegnamento e della definitiva sostituzione del manicomio quale “pa-
lestra” didattica. A ciò si aggiunse l’incertezza di competenze disciplinari
che investivano anche la neuropatologia. Lo stesso direttore senese Fragni-
208
M. Bracci, In ricordo d’Antonio D’Ormea, in “Rassegna di Studi Psichiatrici”, vol. XLIII, 1954,
pp. III-IV.

82
VERSO LA FINE DI UN PERCORSO: IL PROGRESSIVO PERDERSI DI RUOLO DEL MANICOMIO

to, ad esempio, era strenuo sostenitore della necessaria separazione tra in-
segnamento clinico delle malattie nervose e mentali da quello della neuro-
patologia, disciplina che andava ampliandosi notevolmente anche grazie ai
rapporti sempre più stretti con la radiologia, l’endocrinologia, la neurochi-
rurgia e tutte quelle metodiche di indagine che si stavano delineando, come
l’elettroencefalografia.
A metà del secolo, nonostante continuasse quindi il dibattito delle com-
petenze della clinica universitaria e del manicomio nei confronti non tanto
della cura quanto della didattica psichiatrica, si stipularono accordi e con-
venzioni tra i due enti perché l’insegnamento universitario venisse messo in
condizioni da parte dell’ospedale psichiatrico di essere ben effettuato, con
la cessione di quest’ultimo di locali, aule, assistenti, “alienati e alienate dal
formare materia di studio”209.
Con il progredire dell’impegno nella ricerca da parte della clinica, il ma-
nicomio andava comunque perdendo quel ruolo centrale nell’assistenza psi-
chiatrica, connotandosi sempre più come luogo per i soli “mentali cronici”,
il tutto con l’avvicinarsi del periodo del cosiddetto movimento “antiautori-
tario” diretto da Franco Basaglia e della corrente di psichiatria democratica
che condannerà la condizione di emarginazione sociale vissuta nel manico-
mio: i tempi erano maturi per la promulgazione della legge 180 del 1978, con
le sue dirompenti novità nelle pratiche della salute mentale.

209
Annuario universitario a.a. 1936-37, Siena, San Bernardino, 1937, pp. 79-84.

83
IL CASO DI MODENA
GLI ATTI DELL’ASSISTENZA PSICHIATRICA DELLA PROVINCIA DI MODENA

Paola Romagnoli, Archivio della Provincia di Modena 210

GLI ATTI DELL’ASSISTENZA PSICHIATRICA


DELLA PROVINCIA DI MODENA:
TIPOLOGIE DOCUMENTARIE E LORO ORGANIZZAZIONE

Il complesso documentario noto come Atti relativi all’assistenza psichiatrica


della Provincia di Modena211 testimonia, dal 1866212, l’attività espletata dall’en-
te, in ottemperanza a quanto prescritto dalla legge di unificazione ammini-

210
Il presente lavoro è stato redatto con il contributo di ricerca e analisi di Renata Disarò, Ales-
sia Francesconi e Chiara Pulini della Cooperativa C.S.R. di Modena, nell’ambito del progetto
di riordino e inventariazione del complesso documentario relativo all’assistenza psichiatrica
conservato nell’Archivio della Provincia di Modena. Il progetto, realizzato con il finanziamento
della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena (Progetto ArchiviaMo) e la collaborazione della
Soprintendenza Beni archivistici per l’Emilia Romagna, dell’Istituto regionale per i Beni cultu-
rali e del Centro di documentazione provinciale, prevede una ricognizione complessiva dei vari
nuclei documentari individuati e la loro inventariazione sulla base delle norme internazionali
di descrizione archivistica ISAD (G) attraverso l’utilizzo del software X-DAMS. Tra i risultati
attesi, oltre alla puntuale descrizione dei fascicoli contenenti il carteggio generale dell’assisten-
za psichiatrica, l’individuazione dei vincoli sottesi alle aggregazioni archivistiche rintracciate,
al fine di cogliere gli elementi costitutivi intrinseci all’intero complesso documentario, anche
attraverso la ricostruzione delle pratiche quotidiane della gestione amministrativa.
211
Il complesso documentario denominato Atti relativi all’assistenza psichiatrica (1350 unità ca.),
costituito da buste e registri prodotti dal 1866 al 1986, è stato oggetto di un primo riordino sul
finire degli anni Ottanta del Novecento, in occasione del riordinamento generale delle serie e
dei nuclei documentari dell’Ente (cfr. Guida dell’Archivio, a cura di C. Ghelfi, Modena, 1994, in
particolare alle pp. 33 e 68-69).
212
Nonostante alcune lacune, dal 1881 al 1884 e dal 1887 al 1900, l’insieme documentario co-
pre complessivamente l’arco cronologico che va dal 1866 al 1986. Si segnalano documenti più
antichi, quali certificazioni allegate ad istanze, e atti in copia conforme, come nel caso della
convenzione del 1858, stipulata tra il manicomio di San Lazzaro di Reggio Emilia e la Congre-
gazione di carità di Modena, finalizzata al “mantenimento di pazzi”(APMO, Carteggio di ammi-
nistrazione generale, 1866, cl. 6.5.1, Fascicolo generale). Per quanto riguarda l’estremo più recente,
il 1986, va segnalato che, nonostante quanto sancito dalla legge 13 maggio 1978, n. 180, (detta
legge Basaglia), che prevedeva il trasferimento alle Regioni delle funzioni amministrative con-
cernenti l’assistenza psichiatrica in condizioni di degenza ospedaliera, il nucleo documentario
ha continuato ad essere implementato anche negli anni successivi attraverso la produzione di
un carteggio finalizzato al completamento del passaggio delle funzioni.

87
Paola Romagnoli

strativa del 1865 che, tra le varie funzioni in elenco, attribuiva alle Province
l’onere di provvedere al mantenimento degli alienati poveri213.
L’obbligo consisteva nel garantire a tutti gli ammalati di mente presenti
sul territorio di competenza, anche qualora provenienti da altre province,
il ricovero presso strutture di degenza proprie o presso istituti pubblici e
privati, con i quali venivano stipulate apposite convenzioni. Per i ricoveri
urgenti di propri cittadini in strutture esterne al territorio di competenza, le
province erano poi tenute al rimborso delle spese anticipate dall’ente com-
petente non solo per il ricovero, ma anche per il trasferimento presso altre
strutture o, in caso di guarigione, presso la famiglia di origine.
Da un punto di vista archivistico, l’insieme documentario derivato
dall’espletamento di questa attività è il risultato dell’aggregazione di serie e
nuclei diversi che, seppur complessivamente generati all’interno della prin-
cipale serie archivistica dell’ente, il Carteggio di Amministrazione generale214,
sono stati per lungo tempo conservati come serie separate, confluendo solo
in tempi recenti in un unico complesso, a seguito della riorganizzazione
dell’intero fondo archivistico della Provincia sul finire degli anni Ottanta del
secolo scorso.
La voce di classificazione generale, che lega in forma unitaria questi do-
cumenti, fu individuata sin dall’inizio all’interno del titolo VI del titolario in
uso, Beneficenza pubblica215 e, più precisamente, nella rubrica 6.5, identificata
prima con Mentecatti poi, dal 1923, con Dementi e dal 1966 con Minorati psi-
chici216. Nell’arco dell’intero periodo documentato, dal 1866 al 1986, mentre
213
Legge di unificazione amministrativa del 20 marzo 1865, n. 2248, art. 172: “Spetta al Consi-
glio provinciale, in conformità delle leggi e dei provvedimenti, provvedere colle sue delibera-
zioni […] al mantenimento dei mentecatti poveri della Provincia”.
214
Il Carteggio di amministrazione generale, da ora Carteggio, costituisce la serie archivistica prin-
cipale dell’ente e raccoglie i documenti prodotti e ricevuti dalla Provincia nell’espletamento
delle proprie funzioni. La serie, che data a partire dal 1866, preceduta dagli Atti della Deputazione
provinciale (1860-1965), organizzati in ordine di numero di protocollo, è ordinata sulla base di
titoli e rubriche di classificazione che si ispirano al “Prospetto delle materie e denominazioni
principali per la classificazione delle carte in uso degli Archivi delle Prefetture dipartimentali”
di epoca napoleonica.
215
Dal 1880, con un anticipo per gli anni che vanno dal 1875 al 1877, il titolo viene modificato in
Beneficenza e dal 1966 in Assistenza.
216
Come ultimo grado divisionale furono introdotte le classifiche 6.5.1 e 6.5.2. La classificazione
6.5.1 fu utilizzata senza soluzione di continuità fino al 1986. La classificazione 6.5.2 si riscontra
tra il 1878 e il 1880 e, in modo sistematico dal 1938, quando verrà destinata esclusivamente alla
gestione degli atti relativi all’assistenza degli Encefalitici, competenza acquisita dalle Province
nel 1936 (cfr. Regio decreto legge 29 ottobre 1936, n. 2043, Disposizioni per l’assistenza e la cura
degli affetti da forme di parchinsonismo encefalitico), in merito al sussidio di assistenza da prestare
nel periodo acuto della malattia e della successiva convalescenza. Dal 1966 la classifica 6.5.2

88
GLI ATTI DELL’ASSISTENZA PSICHIATRICA DELLA PROVINCIA DI MODENA

le norme217 andavano precisando e modificando competenze e attribuzioni,


gli atti così classificati all’interno del Carteggio di Amministrazione generale
furono archiviati prevedendo un fascicolo generale, destinato a contenere le
decisioni ed il carteggio annuale e, a seguire, la serie dei fascicoli personali
intestati ai singoli assistiti, prevalentemente ordinati in sequenza alfabetica.
Nel dopoguerra le carte classificate nella rubrica 6.5 - atti generali e fasci-
coli personali - furono fisicamente scorporate dalla serie unitaria del Carteg-
gio, per finire archiviate come serie a parte fino al 1969 e successivamente,
con un secondo nucleo che va dal 1970 al 1984, come aggregato di nuclei
documentari archiviati separatamente218.
Al di là delle ragioni che determinarono questo scorporo, probabilmente
esigenze amministrative legate alla riorganizzazione del servizio219, i fascico-
li formati all’interno della classifica 6.5, costituenti di fatto serie a parte, man-
tennero al loro interno la precedente organizzazione, prevedendo, sempre
in successione annuale, la sequenza unitaria di fascicolo generale e fascicoli
personali intestati ai singoli sussidiati.
Particolarmente ricchi di documentazione, i fascicoli generali annuali –
oltre un centinaio, dal 1866 al 1978 – si presentano organizzati in sub fasci-
fu destinata alla raccolta degli atti relativi ai Dispensari di igiene e profilassi mentale. Nello stesso
anno vennero introdotti ulteriori gradi divisionali, dal 6.5.3 al 6.5.12, utilizzati per la classifica-
zione del carteggio relativo ai ricoveri di pazienti presso istituti diversi (6.5.4 Istituti ospedalieri
neuropsichiatrici di Reggio Emilia; 6.5.5 Istituti ospedalieri Clinica neurologica di Modena;
6.5.6 Ospedali riuniti San Giovanni in Persiceto; 6.5.7 Istituto Charitas di Modena; 6.5.8 Villa
Giardini di Casinalbo; 6.5.9 Convitto differenziale “E.Gerosa” di Modena; 6.5.10 Convitto diffe-
renziale Vita Serena di Modena; 6.5.11 Scuola convitto De Sanctis Reggio Emilia).
217
Cfr. legge 14 febbraio 1904, n. 36, Disposizioni sui manicomi e sugli alienati, con le principali
disposizioni in materia e, a seguire, il regolamento attuativo, ovvero il regio decreto 16 agosto
1909, .n. 615, Regolamento per l’esecuzione della legge 14 febbraio 1904, n. 36. Seguono il decreto leg-
ge 21 giugno 1917, n. 1157, relativo ai dementi militari, la legge comunale e provinciale 3 marzo
1934, n. 383 e, successivamente, la legge 180 del 1978, nota come “Legge Basaglia”
218
Allo stato attuale delle ricerche, gli atti del dopoguerra sono il risultato dell’aggregazione
di più nuclei documentari: 1) nucleo degli atti protocollati e classificati nella rubrica 6.5 del
titolario dell’Ente, (1946-1969), bb.740, archiviati come serie a parte, separata dal Carteggio di
amministrazione generale, comprendente fascicoli generali e fascicoli personali; 2) nucleo dei fa-
scicoli personali degli assistiti, (1969-1981), bb. 174, ordinati in sequenza alfabetica; 3) nucleo dei
fascicoli personali degli assistiti, (1979-1981), bb. 76, in ordine numerico; 4) nucleo di pratiche
in evidenza comprendente deliberazioni, (1974-1978), bb. 5, carteggio relativo alla nascita dei
dispensari di igiene mentale (1952-1966), bb. 6. Ulteriori fascicoli in materia di assistenza psi-
chiatrica si rintracciano in forma discontinua all’interno della Serie di settore. Sanità (1975-1985),
costituita da oltre 200 buste di affari diversi prodotti dagli uffici del Settore Sanità e ivi con-
servate fino al 1986. La ricerca in corso consentirà una completa ricognizione di questi nuclei,
proponendo non solo una puntuale descrizione inventariale (consistenza, estremi cronologici,
contenuto), ma anche una revisione dell’impianto complessivo a fini di riordino.
219
Si veda in APMO, Carteggio, 1952, classifica 6.5.1, Fascicolo generale, Relazione [1952], p.107 e ss.

89
Paola Romagnoli

coli e inserti corrispondenti a singole pratiche e procedimenti su cui l’Ente


operava.
A differenza di altre province, che sin dall’inizio poterono contare su
strutture manicomiali già presenti sul loro territorio, preesistenti cioè all’at-
tivazione della funzione assistenziale a carico provinciale, la Provincia di
Modena fu costretta a servirsi di istituti diversi, primo tra tutti l’Istituto psi-
chiatrico di San Lazzaro di Reggio Emilia, accollandosi significativi costi di
assistenza e di trasferimento che costituiscono l’oggetto ricorrente della do-
cumentazione conservata.
Oltre alle circolari esplicative e alle comunicazioni tra gli enti coinvolti,
i fascicoli si riempiono ben presto di atti deliberativi aventi come oggetto il
rimborso delle dozzene di mantenimento a carico della Provincia e di atti che
documentano, in copia e in originale, gli accordi e le convenzioni alla base
dell’azione assistenziale, come il “Rogito Marmiroli”, del 1858, relativo “al
mantenimento dei mentecatti di Modena e delle quattro ville suburbane”,
stipulato tra il Manicomio di Reggio Emilia e la Congregazione dei luoghi
pii di Modena, la “Convenzione per mantenimento di pazzi tra le Opere pie
di Modena e lo Stabilimento di S. Lazzaro” del 1866 e la “Convenzione tra
gli Istituti ospedalieri di Modena e la Clinica neurologica per i ricoveri in
osservazione”, del 1888.
Particolarmente numerosi gli elenchi dei ricoverati presso strutture ope-
ranti nelle province limitrofe, le richieste di dati inoltrate ai comuni, i pro-
spetti statistici riassuntivi delle informazioni raccolte e le comunicazioni
funzionali al controllo dello stato dell’attività annotate, sul piano contabile,
in schede trimestrali e conti consuntivi.
La preoccupazione per il progressivo incremento delle spese giustifica
non solo l’improvviso comparire di un carteggio che documenta il conten-
zioso aperto con l’Istituto psichiatrico di San Lazzaro di Reggio Emilia, circa
l’interpretazione dell’entità delle rette pattuite, ma anche la formazione di
incarti relativi ad iniziative di costruzione di istituti di competenza locale,
come il progetto per un manicomio provinciale, che nel 1912 fa sperare in
un investimento finalizzato al contenimento della voce di bilancio destinata
all’assistenza psichiatrica, che stava assumendo proporzioni non previste.
Numerosi inoltre i documenti che testimoniano lo sforzo per interpretare
la norma, al fine di circoscrivere ulteriormente la tipologia degli assistiti. Se
la competenza pare scontata nei confronti “delle persone affette per qua-
lunque causa da alienazione mentale, quando siano pericolose a sé e agli
altri o riescano di pubblico scandalo e non siano e non possano essere con-

90
GLI ATTI DELL’ASSISTENZA PSICHIATRICA DELLA PROVINCIA DI MODENA

venientemente custodite e curate fuori dai manicomi”220, estendendo poi la


definizione a quanti vengono qualificati come pazzi pericolosi, cretini, idioti
ma anche epilettici, pellagrosi e alcolizzati, ben diversa è la valutazione per i
cosiddetti pazzi innocui, o dementi tranquilli, per i quali si avvicendano pro-
nunciamenti diversi supportati, soprattutto negli anni Trenta del Novecen-
to, da raccolte di dati e accertamenti che mettono in comunicazione a fini
ispettivi l’Amministrazione provinciale, gli organi prefettizi, i comuni e gli
istituti ospedalieri221.
Un capitolo a parte è costituito dalla documentazione prodotta ai fini
dell’assistenza psichiatrica ai minori che, nonostante le prescrizioni del re-
golamento del 1934222, relativo alle competenze dell’Opera Nazionale Mater-
nità e Infanzia, attesta una continuità di intervento da parte della Provincia
che culminerà nel dopoguerra con la nascita del Centro medico-pedagogico
in collaborazione con l’Università, il Provveditorato agli studi e il Comune
di Modena.
Sempre all’interno dei fascicoli generali si ritrovano inoltre atti di parti-
colare interesse, quali relazioni, regolamenti e disposizioni assunte da altre
amministrazioni e, ancora, atti di convegni, relazioni e opuscoli a carattere
scientifico, a testimonianza del livello di scambio esistente in ambito nazio-
nale sulle politiche adottate.
Forse per la rilevanza degli argomenti trattati, una parte della documen-
tazione classificata all’interno della categoria Mentecatti/Dementi (classifica
6.5.1 del Carteggio di Amministrazione generale) è rimasta esclusa dall’archi-
viazione della serie di origine, finendo per configurarsi come serie di “pra-
tiche in evidenza”, costituite da fascicoli e inserti monotematici, dedicati a
220
Legge 14 febbraio 1904 n. 36, art. 1
221
Il tema era stato affrontato anche precedentemente (cfr. gli atti conservati nel fascicolo gene-
rale del 1867), quando le circolari emesse dall’Ufficio provinciale intervennero per circoscrivere
e contenere i costi derivanti dall’esercizio dell’attività prevista dalla norma di recente emana-
zione. La circolare n. 15 del 14 dicembre richiamava l’attenzione sui rischi di abuso che potreb-
bero insorgere nell’individuazione dei pazienti da ricoverare nel frenocomio di San Lazzaro
di Reggio Emilia: “Cotali abusi si riferiscono a quegli individui i quali, anziché trovarsi in uno
stato di vera pazzia furiosa e quindi di danno a sé stessi o agli altri, o di pubblico scandalo, non
sono colti invece da semplice mentecattagine, o ebetismo o imbecillità e perciò da considerarsi
piuttosto come cronici incurabili in guisa da poter continuare a vivere nelle loro famiglie, o
quanto meno nei ricoveri e negli ospedali ordinari”. Dello stesso tono la circolare n. 16 del 31
dicembre, nella quale l’Amministrazione sottolineava che, nell’attribuire l’onere del manteni-
mento, la norma omette il pronunciamento in materia di spese per il “trasferimento” degli
ammalati nelle strutture di ricovero, da considerare, stando alla circolare, a carico dei comuni
di residenza.
222
Regolamento 24 dicembre 1934 n. 2316, artt. 4 e 13, con i quali si prevede a carico dell’ONMI
“la protezione di minorenni fisicamente e psichicamente anormali fino all’età di 18 anni”.

91
Paola Romagnoli

pratiche di lunga durata o di particolare rilevanza amministrativa.


Scorrendo gli oggetti trascritti sui dorsi delle buste, si ripercorrono infatti
le questioni cruciali che caratterizzarono nello specifico la storia dell’attività
intrapresa da questa Provincia nell’ambito dell’assistenza psichiatrica. Tra
gli inserti più corposi si segnalano i seguenti titoli: Corrispondenza generale
(1894-1922), con una raccolta di carte dedicate alla Revisione servizio mania-
ci; Problema maniacale (1906-1921), con allegato il Progetto di costruzione di un
manicomio a Saliceta San Giuliano (1919) e gli atti del Consiglio provinciale di
Mantova, che nella sessione straordinaria del 23 novembre 1912 si convocava
per istituire un manicomio provinciale; Deficienti ricoverati nell’Istituto di Ber-
talìa (1907-1917), con documenti relativi alla prevista chiusura dell’Istituto
medico-pedagogico bolognese e alla destinazione dei ragazzi ivi ricoverati
con il sussidio della Provincia di Modena; Dementi. Clinica psichiatrica (1911-
1917), dedicato alla “costruzione di un edificio ad uso clinica psichiatrica, da
eseguirsi nella località denominata Prati Leoni […] a ponente della città di
Modena, fuori porta San Francesco”. Seguono alcune buste dedicate alla rac-
colta di atti e convenzioni stipulate con istituti psichiatrici: Minorati psichici.
Istituti ospedalieri di Modena. Convenzione con la Clinica neurologica per ricoveri
in osservazione (1888-1949); Dementi. Manicomio di San Lazzaro. Convenzione
relativa al mantenimento dei mentecatti (1907-1927); Istituti ospedalieri neuropsi-
chiatrici di Reggio Emilia. Aumento delle rette. Convenzione, mantenimento e am-
missione. Circoscrizione di Modena e quattro ville (1937-1945).
La serie comprende inoltre alcune buste dedicate ai “dementi militari”, la
cui assistenza, regolamentata dal decreto legge 21 giugno 1917, n. 1157, de-
terminò un significativo carteggio raccolto sotto il titolo di Minorati psichici ex
militari. Contabilità e corrispondenza (1917-1947) e la produzione di numerosi
fascicoli personali, con atti dagli anni Venti agli anni Cinquanta del Novecen-
to, finalizzati all’inoltro delle richieste di rimborso delle spese anticipate dalla
Provincia per l’assistenza prestata a degenti riconosciuti a carico dello Stato223.
Tra le pratiche “in evidenza” si ritrova inoltre un piccolo nucleo docu-
mentario denominato Dispensari di igiene mentale (1952-1966), in cui si con-
centrano i carteggi prodotti negli anni Cinquanta per la costruzione di strut-
ture e servizi di assistenza psichiatrica a Carpi, Finale Emilia, Montefiorino.
Mirandola, Pavullo, Modena e successivamente Sassuolo e Vignola224. Oltre
223
Cfr. Decreto luogotenenziale 21 giugno 1917, n. 1157, che stabilisce che alle amministrazioni
provinciali spetta il rimborso da parte dello Stato delle spese relative al ricovero nei manicomi
dei militari riformati per infermità mentale, provocata da cause di servizio dipendenti dalla
guerra, anche per il periodo anteriore alla legge
224
Insieme ai consultori, i dispensari furono istituiti come forma di presidio del territorio ai

92
GLI ATTI DELL’ASSISTENZA PSICHIATRICA DELLA PROVINCIA DI MODENA

ad atti tecnici ed amministrativi, le buste contengono carteggi diversi qua-


li, ad esempio, gli atti della Commissione provinciale incaricata nel 1957 di
provvedere alla scelta degli artisti destinati all’esecuzione di opere di abbel-
limento delle strutture in corso di realizzazione.
La serie si completa con buste specificamente dedicate alla raccolta di
copie di deliberazioni che, seppur con lacune, rimediabili tramite la consul-
tazione dei registri degli atti originali, coprono l’intero arco temporale, in cui
la Provincia assolse alle proprie funzioni, passando dalla pura assistenzialità
iniziale alla progettazione e sperimentazione di strutture volte alla preven-
zione e al reinserimento sociale degli assistiti225.
Come accennato, i fascicoli generali classificati all’interno della catego-
ria 6.5 del Carteggio di amministrazione generale sono accompagnati, anno per
anno, dalla serie alfabetica dei fascicoli personali intestati al singolo assistito
e archiviati in base all’anno di chiusura della pratica226. Questi fascicoli, aper-
ti ai fini dell’erogazione del sussidio, contengono con sistematicità certificati
anagrafici, certificati medici, attestazioni di povertà, stati di famiglia e comu-
nicazioni intercorse tra la Provincia di Modena e i Comuni, gli enti sanitari
e le altre amministrazioni provinciali coinvolte nella gestione del ricovero
dei singoli assistiti. Particolarmente numerosi i dati raccolti per ciascun rico-
verato: dati personali (cognome e nome dell’”infermo”, paternità, età, stato
civile, residenza, professione, guadagno annuo, iscrizione nell’elenco dei po-
veri, eventuali dati patrimoniali e economici) e dati sanitari (luogo e tempi di
ricovero, diagnosi, condizione sanitaria).
Difficile, allo stato attuale delle ricerche, aggiungere informazioni sulla
fisionomia del complesso documentario esaminato, a partire dalla ricostru-
zione della struttura operativa preposta alla produzione e all’organizzazio-
ne delle carte.

fini della creazione di una rete di servizio di igiene e profilassi mentale. I dispensari, istituiti su
deliberazione del Consiglio provinciale, furono concepiti con compiti di diagnostica neuropsi-
chiatrica precoce, assistenza tempestiva conseguente alla diagnosi, vigilanza ed assistenza dei
dimessi dagli ospedali psichiatrici, propaganda a scopo umano e sociale dell’azione preventiva
e profilattica.
225
Per il periodo esaminato, oltre ai registri dei verbali di Giunta e Consiglio, sono agevolmente
consultabili fino al 1966 gli Atti a stampa del Consiglio provinciale, corredati da indici finali e relazioni
di bilancio, e, dopo il 1966, le scansioni digitali degli atti deliberativi, dotate a loro volta di indici.
226
Rintracciata in completo disordine sul finire degli anni Ottanta del Novecento, questa serie
documentaria è stata poi successivamente riordinata (cfr. Guida, p. 68) nel rispetto dell’organiz-
zazione originaria dei fascicoli, in parte in sequenza numerica progressiva (1979-1981), bb. 76,
in parte in ordine alfabetico (1946-1981), bb. 914. A tutt’oggi non sono stati rintracciati repertori
finalizzati al reperimento dei fascicoli, archiviati con riferimento all’anno di chiusura del fasci-
colo, così come non sono ancora evidenti le modalità di numerazione delle pratiche.

93
Paola Romagnoli

L’inadeguatezza della struttura operativa viene denunciata in una rela-


zione del 1952227, in cui si dichiara che l’ordinamento interno, rimasto “quel-
lo che era tanto tempo fa”, è dotato di un organico limitato ad un funzionario
ed una stenografa, cui compete la totalità dei compiti: l’istruttoria delle posi-
zioni personali degli assistiti, lo studio e l’elaborazione di proposte in merito
alla legislazione in materia, la gestione del contenzioso e dei rapporti con
enti, ospedali e istituti, il rapporto con il pubblico, l’attività di controllo ed
ispezione, l’attività statistica, la gestione della corrispondenza, dei verbali ol-
treché la tenuta degli indici, dei registri e delle rubriche. A questi si aggiunge
l’onerosa attività di verifica dei dati riportati sui documenti richiesti - stato
di famiglia, informazioni economiche, certificati dell’Esattoria e dell’Ufficio
delle Imposte228 e, in aggiunta, per ogni ammalato, la cartella clinica e la co-
pia della relazione medica di ammissione, da richiedere alle strutture sanita-
rie - per valutare l’effettiva competenza dell’Ente ai fini dell’erogazione del
sussidio e stabilire, di fronte alle eventuali responsabilità di terzi, l’esonero
della Provincia dall’impegno.
Di particolare interesse il paragrafo dedicato all’arredamento dell’ufficio,
che potrebbe far luce sulle ragioni dell’avvenuto scorporo dalla serie degli
atti della categoria 6.5, archiviati dal 1946 separatamente dal Carteggio di am-
ministrazione generale, e sull’esistenza di repertori utilizzati per il recupero
dei fascicoli: “per una razionale sistemazione degli atti relativi ai dementi,
che devono essere tenuti dall’Ufficio, è già stato provveduto con l’ordinazio-
ne dei mobili necessari in corso di costruzione. Si era pensato in un primo
tempo di acquistare dei classificatori per detto scopo, ma si è abbandonata
l’idea, perché si è ritenuto più comodo il sistema, almeno per il momento,
delle cassette da sistemare negli armadi”229. Nelle righe successive si fa rife-
rimento alla necessità “di costituzione di uno schedario e della istituzione
di registri”, in aggiunta allo schedario in uso presso l’Ufficio di Ragioneria,
giudicato funzionale alla contabilità, ma insufficiente alle funzioni ammini-
strative attribuite all’ufficio. In particolare si prevedono un Indice generale
227
APMO, Carteggio, 1952, classifica 6.5.1, Fascicolo generale, Relazione [1952], pp. 107 e ss..
228
Come riportato sulla modulistica rintracciata all’interno dei fascicoli personali, il certificato
dell’agente delle Imposte Dirette avrebbe consentito gli accertamenti in merito a “se e per quali
somme il maniaco ed i suoi parenti ed affini […] sono iscritti sui ruoli dei contribuenti per red-
diti mobiliari e immobiliari”, mentre il certificato dell’Esattore avrebbe consentito di verificare
“se l’infermo, i parenti e gli affini suoi sono gravati di tasse, di quale specie e di quale misura”.
229
Cit., p. 108. L’affermazione giustificherebbe il fatto che per gli atti archiviati a partire dal
dopoguerra non si ritrovino più, come negli anni precedenti, dei semplici fascicoli sfusi, ma
una raccolta di fascicoli raccolti in cassette di legno, specificamente predisposte e, soprattutto,
archiviate in forma separata dal resto del Carteggio.

94
GLI ATTI DELL’ASSISTENZA PSICHIATRICA DELLA PROVINCIA DI MODENA

dementi e una serie di 10 rubriche o registri, uno per ciascuna delle diverse
categorie di assistiti: dementi militari, dementi condannati, dementi a con-
tributo, dementi a carico di altre province o altri enti, dementi paganti in
proprio, dementi ricoverati a Reggio Emilia, dementi ricoverati in manico-
mi o cliniche di altre province, dementi tranquilli ricoverati in ogni istitu-
to, ricoverati in case di cura private, dementi sussidiati. L’obiettivo diventa
quello della riorganizzazione del servizio e, al suo interno, la revisione delle
scritture in essere e della loro tenuta230; una questione aperta quindi, su cui
si sta indirizzando la ricerca, per ricostruire nel contempo le modalità della
gestione dei fascicoli dei sussidiati: dalla loro formazione (apertura, gestione
in corrente, selezione e archiviazione a fini conservativi)231 agli strumenti del
loro reperimento, sia in fase corrente sia in fase di deposito, per autodocu-
mentazione del servizio.
In conclusione, allo stato attuale delle ricerche, questo complesso docu-
mentale, fonte imprescindibile per lo studio del disagio mentale nel mode-
nese tra l’Unità d’Italia e la fine degli anni Settanta del Novecento, occasione
di approfondimento sulle politiche di intervento specificamente adottate
dall’Ente, sulla rete delle relazioni che si vennero a creare sul territorio tra
enti locali e strutture sanitarie e sull’evoluzione del dibattito locale in ma-
teria, rappresenta un’opportunità per indagare tra l’altro sulle modalità or-
ganizzative e gestionali di un “sistema archivistico” complesso e articolato,
riflesso di una delle più antiche funzioni attribuite alla Provincia che, nel
caso specifico, seppe sperimentare modalità di intervento nuove in anticipo
sull’evoluzione della norma232.

230
Per quanto concerne i registri rinvenuti si segnalano: cinque registri della fine degli anni Ses-
santa dell’Ottocento, con trascrizioni di dati anteriori e la serie dei registri annuali di contabilità
delle spese sostenute per i ricoveri dei sussidiati presso istituti diversi, dalla fine dell’Ottocento
agli anni Trenta del Novecento, che, dopo alcune interruzioni, continua come serie dei registri
di Ragioneria. Contabilità sussidi, dal 1946 al 1981.
231
Di particolare interesse in questo contesto alcuni “segnalatori” rintracciati all’interno della
serie del Carteggio, realizzati su carta intestata dell’Archivio generale, come promemoria di in-
terventi di selezione – esempio: “Dementi. Fascicoli personali. Movimento: sono stati scartati
quelli dei morti e usciti” – per i quali si tratta di verificare se la selezione fosse finalizzata a
deposito o scarto.
232
Tra le fonti utili a ricostruire le fasi del dibattito locale e gli indirizzi politici adottati dall’am-
ministrazione modenese che portarono alla definizione dei piani psichiatrici comprensoriali, si
segnalano, oltre ai verbali delle deliberazioni consiliari (v. nota n. 16), alcuni contributi editoria-
li, risultati di indagini e atti di seminari, disponibili presso la Biblioteca dell’ente.

95
LO STABILIMENTO PER ALIENATI DEL DUCATO DI MODENA

Donatella Lippi, Università di Firenze

LO STABILIMENTO PER ALIENATI DEL DUCATO


DI MODENA NELLA TESTIMONIANZA DI JOSEPH
GUILLAUME DESMAISONS DUPALLANS (1840)

Introduzione

Nel 1840, l’alienista Joseph Guillaume Desmaisons Dupallans (1813-


1900) intraprendeva un viaggio in Italia, secondo una prassi molto diffusa a
partire dal XVIII secolo: la relazione odeporica, infatti, si diffonde in modo
particolare nel Settecento europeo e, proprio alla fine di questo secolo, si
opera una distinzione fra le relazioni di viaggio a carattere enciclopedico e
le relazioni scientifiche con uno scopo ben determinato ed un carattere più
esclusivo233. Nell’Ottocento, il Voyage médical acquista una diffusione sor-
prendente e sono numerose le relazioni di viaggio che hanno come filo con-
duttore la visita agli istituti per gli alienati234, nel momento in cui l’istituzione
manicomiale si stava affermando come risposta al problema della follia235.
In questo ambito va collocata l’opera del Dupallans236. Nato a Bordeaux il
13 febbraio 1813, dopo aver interrotto gli studi a carattere artistico, si era de-
dicato alla Medicina, addottorandosi a Parigi nel 1838 e diventando allievo
del celebre Esquirol237. L’iniziativa di questo suo viaggio e della indagine sui
manicomi italiani, sembra doversi collegare con la realizzazione, avvenuta

233
M. Dall’Acqua-M. Miglioli, I viaggi d’istruzione medica nel processo di formazione della psichiatria
italiana, “Sanità, scienza e storia”, 2, 1984, pp. 173-197.
234
Si veda J. Frank, Sui viaggi d’istruzione medica, Giornale delle Scienze Mediche, V, 1839, pp. 385-
405 e R. Sava, Sui pregi e doveri del medico, Milano, Martinelli, 1845.
235
M. Cagossi, Nascita dell’istituzionalismo secondo i resoconti di viaggio nell’Ottocento, in Passioni
della mente e della storia, a cura di F.M. Ferro, Milano, Franco Angeli, 1980.
236
P.L. Cabras, E. Campanini, D. Lippi, I Viaggi Medici nel XVIII e nel XIX Secolo, Atti del XXXIX
Congresso Nazionale SISM, Firenze, 12-14 Giugno 1998, in “Giornale di Medicina Militare”, 149,
fasc. 5-6, 1999, pp. 439-440.
237
Jean-Étienne Dominique Esquirol (1772-1840).

97
Donatella Lippi

subito dopo il suo ritorno in Francia, di un manicomio privato e di lusso a


Castel d’Andorte, nei pressi di Bordeaux, che resse per 50 anni. Della sua
personalità scientifica si hanno poche notizie: pubblicò nel 1859 l’opera Des
asiles d’aliénés en Espagne238 e nel 1864 fu presidente della Société de Médecine
et de Chirurgie di Bordeaux. Scrisse altri brevi interventi scientifici, conti-
nuando a viaggiare, soprattutto in Italia. Frutto del viaggio compiuto nel
1840, il manoscritto Du Service Administratif et Médical des Asiles d’Aliénés de
L’Italie en 1840, fu consegnato dall’autore agli organizzatori del “Congres-
so dei Medici di Tutte le Nazioni”, che si tenne in Firenze nel 1869.
Il documento venne accolto freddamente e non fu pubblicato negli atti:
la presidenza del Congresso, infatti, decise di non pubblicarlo, adducendo
come motivazione ufficiale i cambiamenti nel frattempo intervenuti nella
organizzazione sanitaria italiana, che rendevano il materiale raccolto dal
Dupallans superato, ma, in realtà e con ogni probabilità, la mancata pub-
blicazione del manoscritto fu motivata dallo spirito fortemente critico con
cui Dupallans guardava alle istituzioni visitate, di cui fornisce, spesso, un
quadro molto negativo.
Lungo la penisola, Dupallans attraversa i vari Stati e le diverse regioni
(non visita solo la Sardegna), fermandosi presso i vari istituti manicomia-
li; le annotazioni di viaggio sono organizzate con metodo e con rigore. I
vari capitoli riguardanti i singoli ospedali sono suddivisi in sottocapitoli
riguardanti “Materiale “, Amministrazione”, “Servizio medico” e “Stati-
stica”. Nel primo sottocapitolo viene descritto tutto ciò che lo stabilimento
offre per la cura dei pazienti, l’organizzazione degli spazi, la qualità degli
arredi, i mezzi terapeutici a disposizione, compresa l’ergoterapia, i metodi
di contenzione, l’alimentazione e l’abbigliamento. In “Amministrazione” e
“Servizio medico” si analizzano le disposizioni che regolano la vita delle
singole istituzioni e si forniscono notizie, quasi sempre dirette, sui medici.
Dupallans incontra personalmente molti di loro e non risparmia giudizi
molto severi.
Molto verosimilmente, proprio per questo suo atteggiamento, del ma-
noscritto, rimasto inedito, si persero le tracce e venne alla luce nella biblio-
teca dell’ormai dismesso Ospedale Psichiatrico di San Salvi, in Firenze, in
anni recenti239. Il manoscritto, in buon stato di conservazione, consta di
269 pagine e propone una attenta disamina della situazione manicomiale
238
J.G. Desmaisons Dupallans, Des Asiles d’aliénés en Espagne, recherches historiques et médicale,
Paris, 1859.
239
P.L. Cabras, S. Chiti, D. Lippi, Joseph Guillaume Desmaisons Dupallans, La Francia alla ricerca del
modello e l’Italia dei manicomi nel 1840, Firenze, Firenze University Press, 2006.

98
LO STABILIMENTO PER ALIENATI DEL DUCATO DI MODENA

dell’Italia preunitaria. Il testo, oltre al resoconto delle realtà osservate nei


vari stabilimenti italiani, offre quadri statistici, riferimenti bibliografici e
riflessioni sui criteri nosografici dei diversi istituti.

Il testo

Ducato di Modena240. Lo stabilimento per alienati del ducato di Mode-


na è fra quelli che hanno più attirato l’attenzione pubblica. Tutti gli scrit-
241

tori che si sono occupati della situazione di questi stabilimenti in Italia ne


hanno fatto un brillante elogio. Un amministratore francese, Cerfbeer, ha
scritto così nel suo rapporto ufficiale: «Questa casa è certamente una delle
più belle e delle meglio tenute che esistono in Italia, e forse in Europa» (A.E.
Cerfbeer, Rapport à M. Le Ministre de l’Intérieur sur différents hôpitaux, hospices,
établissements de sociétés de bienfaisance de l’Italie, Paris, MDCCCXL).
Se mi sono dimostrato severo nel giudicare alcune di queste istituzioni,
in confronto alle lodi che senza restrizione sono state loro accordate, non
mi è permesso di passare sotto silenzio le imperfezioni che ho riscontrato in
questo stabilimento, peraltro assai raccomandabile.
Si comprenderà che lo stabilimento fondato nel 1820, epoca nella quale
l’Italia mancava di case per alienati appartenenti alle classi ricche, posto al
centro di un paese che tutti gli stranieri attraversavano, non poteva mancare
di diventare celebre anche se era carente sotto molti aspetti per essere per-
fetto. Questa è pressappoco la sua storia. L’iscrizione seguente, che si legge
su uno dei muri di cinta, consacra il nome e le benemerenze del principe
caritatevole che ha fatto restaurare l’antico lebbrosario di Reggio242 .
D.N. Franciscus III prins felix
aedes dementiae sanandae apertas an: MXXXVI
quas aetas superior augustas squalentesque reliquerat
area lascata operibus a solo ampliates
Legibus ad exemptum dictes
manificentia sua constituendas curavit
È nel 1820 che si cominciano ad attuare queste utili riforme. Lo stabili-
240
Il testo che segue è tratto integralmente dal volume citato, alle pagine 82-90.
241
Per quanto riguarda il Ducato di Modena, Desmaisons si sofferma esclusivamente sull’ospe-
dale di San Lazzaro a Reggio Emilia. Informazioni precise e dettagliate su tale istituto sono
riportate nel volume: Il cerchio del contagio. Il S. Lazzaro tra lebbra, povertà e follia, 1178-1980. Cata-
logo della Mostra Storiografica della Psichiatria, Padiglione Lombroso, Reggio Emilia 11-30 aprile 1980,
Reggio Emilia, Istituti Ospedalieri Neuropsichiatrici San Lazzaro a Reggio Emilia, 1980.
242
Francesco III d’Este (1698-1780).

99
Donatella Lippi

mento, finalmente liberato dalla presenza dei malati comuni, fu riservato


agli alienati. Non pare, a prima vista, aver preso il posto di un vecchio e mi-
sero ospizio per incurabili ma, così come ha mantenuto il proprio nome ini-
ziale di S. Lazzaro, mi sembra conservi ancora le tracce della sua origine.

1° Materiale

La collocazione dello stabilimento per alienati di S .Lazzaro ha l’inconve-


niente al quale ho appena fatto allusione. E’ situato troppo vicino alla strada
di comunicazione frequentatissima, che da Reggio conduce a Modena e dal-
la quale non lo separa nemmeno un fossato. Chiunque si trova a passare di
lì, viaggiatore o viandante, può spingere le persiane del piano terra e guar-
dare all’interno della casa. Al fine di ovviare a tale inconveniente ed evitare
eventuali disordini, l’Amministrazione e i servizi generali sono stati dislo-
cati nell’avancorpo dell’edificio, esteso non meno di 60 passi considerando
anche la cappella la cui entrata principale si apre sulla strada.
Gli scrittori che hanno redatto dei resoconti sulla situazione di S. Lazzaro
hanno trascurato di mettere in evidenza ciò che vi è di sfavorevole nella sua
posizione, ben impressionati, senza dubbio, dall’aspetto delle campagne che
circondano lo stabilimento e la cui coltivazione è perfetta. I terreni apparten-
gono a S. Lazzaro e si possono facilmente far coltivare dagli alienati.
Situato ad un terzo di lega da Reggio, la casa degli alienati si trova, sotto
questo aspetto, in una condizione favorevole.
Si sono utilizzate vecchie costruzioni che sono state in parte riparate. Si
scorge nei lavori un progetto, il cui tracciato si intravede nello stabilimento.
Questa saggia misura condurrà, al termine dei medesimi, a quella simmetria
generale che mancava all’origine.
Le ricostruzioni, iniziate nel 1821, non erano ancora terminate all’epoca
della mia visita nel 1840. Si stava costruendo, a quel tempo, un’ala separata
per i convalescenti e si pensava di edificarne un’altra per gli epilettici.
Da ciò si evince quanto, ancora nel 1840, il S. Lazzaro fosse incompleto.
Le disposizione generali sono soddisfacenti. La separazione fra i due ses-
si è sufficiente. Gli uomini occupano i fabbricati di destra verso Modena, le
donne sono alloggiate nei fabbricati sul lato opposto.
Gli alienati tranquilli sono separati dagli agitati che sono tenuti lontani,
il più possibile, dal corpo principale dello stabilimento che fiancheggia la
strada. Ciascun reparto gode di un portico. A causa della mancanza di
spazio c’è soltanto un bagno. Tutti gli indigenti uomini e donne devono
consumare i pasti nello stesso refettorio, secondo il turno stabilito per i due

100
LO STABILIMENTO PER ALIENATI DEL DUCATO DI MODENA

sessi. La mancanza di spazi sufficienti per la popolazione dello stabilimento


si scorge in molte sue parti e con inconvenienti di ogni genere. In questa
casa, dove il trattamento morale occupa il primo posto, si è ritenuto utile
destinare una sala agli spettacoli; qui gli alienati hanno già recitato qualche
volta e, a quanto si dice, con successo. Ebbene, questa stessa sala separata
dalla cappella solo da una cancellata serve alle alienate per assistere ai servi-
zi religiosi. Soltanto agli uomini è consentito l’ingresso nella cappella. Qua-
le effetto, domando, produrrà su un’anima debole nei confronti della fede,
questo doppio uso, sacro e profano, dell’ambiente? Una mente che comincia
appena a riprendersi dal suo turbamento potrà trarre dei benefici dalla pre-
ghiera nello stesso luogo, dove, qualche giorno o qualche ora prima, si era
abbandonata ad emozioni così differenti? So bene ciò che si potrebbe rispon-
dere a questa osservazione: essa vuole combattere quella tendenza troppo
diffusa ad imitare quegli ospedali dove tutto è sacrificato all’apparenza. Lo
stabilimento di S. Lazzaro non ha bisogno di ricorrere a simili mezzi: deve
rifiutare ogni sistema preso da altri e tornare a quel tenore di vita semplice e
calmo che gli è proprio. Lo stesso motivo mi indurrebbe a vietare le sciabole
di legno e gli oggetti innocui destinati a far esercitare i malati all’usanza mi-
litare e messi in opera dietro consiglio di un medico berlinese. Ritengo che
rastrelli o altri arnesi da lavoro possano rimpiazzare, con vantaggio, queste
armi inoffensive ma quanto meno fuori luogo.
I fabbricati di S. Lazzaro sono costituiti da un unico piano oltre al pia-
no terra. Sono circondati da una distesa di terreni piuttosto vasta. Essi si
dividono in dormitori per i malati con 3, 4, 10 o 12 letti al massimo. Vi è un
certo numero di camere ad un letto. Tutti questi ambienti si aprono su di
un corridoio da un solo lato e ricevono luce dal cortile. I corridoi sono lumi-
nosi, areati e di una pulizia degna di nota. I letti sono di legno e ben curati.
La manutenzione della casa è eccellente. L’acqua, che abbonda, è condotta
nelle diverse parti dello stabilimento grazie a tubature disposte con perizia.
L’abbigliamento dei malati è semplice e decoroso. Non si usa l’uniforme,
il medico ha scelto a tal proposito di non adottare alcuna regola, poiché ne
deriverebbero più inconvenienti che risultati utili.
Le sale comuni e di lavoro sono, nella maggior parte dei casi, poco
spaziose.
Prima di terminare l’esame degli aspetti materiali, voglio ricordare che le
mie critiche si riferiscono, soprattutto, ai dettagli.
Bisogna sperare che, una volta terminate le costruzioni di S. Lazzaro, esse
saranno veramente degne di quegli elogi che, vi dirò, mi sono sembrati, per
ora, un po’ esagerati.

101
Donatella Lippi

2° Amministrazione. Servizio Materiale

Una commissione amministrativa sorveglia la parte economica di questo


stabilimento che è diretto da un medico.
Le entrate consistono in una rendita, proveniente dai fondi destinati allo
stesso dal sovrano, e dalle pensioni pagate dai malati, fissate a 1 e 25 e 1 e
75 al giorno per gli alienati degli Stati di Modena; i comuni di appartenenza
degli indigenti sono obbligati a mantenerli.
I forestieri pagano 2 e 25. Anche ammettendo che non si sia mai oltrepassata
la cifra fissata dal regolamento, è facile rendersi conto che questi ultimi hanno
contribuito in maniera notevole alla prosperità dello stabilimento. In nessuna
casa la presenza di forestieri è così considerevole, neppure oggi giorno.
È stata inoltre accordata dalla cassa ducale una somma annuale di 10.000,
sino al completamento dell’edificio.
La direzione dello stabilimento di S. Lazzaro è stata affidata, dalla sua
origine, al dottor Galloni243 al quale la generosità del sovrano ha reso pos-
sibile lo specializzarsi negli studi. Il dottor Galloni244, inviato dapprima nei
diversi stabilimenti per alienati d’Italia e ad Aversa, si recò poi in Inghilterra
ed in Francia. Dotato di spirito vivace e penetrante, come la maggior parte
dei suoi compatrioti, il medico di Reggio si dedicò dopo il ritorno in patria
ad aiutare con l’esperienza acquisita l’architetto245 incaricato della nuova co-
struzione sforzandosi di organizzare il regime ed il trattamento degli aliena-
ti di S. Lazzaro secondo i principi e le lezioni di Esquirol. Fu, senza dubbio,
uno dei primi che portò le idee della nuova scuola in Italia, dove nulla era
stato fatto per sviluppare i germi lasciati da Chiarugi246. Sono trascorsi più di
243
Antonio Galloni fu nominato direttore del San Lazzaro nel 1821 e rimase in carica sino al
1855, anno della sua morte. Già nel 1820 Galloni venne inviato dal Duca di Modena Francesco
IV, ad Aversa, per specializzarsi e tale viaggio influenzò moltissimo Galloni che, una volta al
San Lazzaro, si fece interprete di un trattamento morale all’insegna di una rigida disciplina.
Nella concezione di Galloni, tutto poteva servire al processo di cura. Partendo da questo prin-
cipio, applicò trattamenti e metodi umanitari, introducendo l’ergoterapia ed il divertimento
come possibilità di recupero del malato. In tale ottica, nel 1830, condusse in carrozza a teatro
32 ammalati ad ascoltare il “Barbiere di Siviglia” (Il cerchio del contagio. Il S. Lazzaro tra lebbra,
povertà e follia, 1178-1980. Catalogo della Mostra Storiografica della Psichiatria, Padiglione Lombroso,
Reggio Emilia 11-30 aprile 1980, Reggio Emilia, Istituti Ospedalieri Neuropsichiatrici San Lazzaro
a Reggio Emilia, 1980).
244
Antonio Galloni fu direttore del San Lazzaro dal 1821 al 1855.
245
L’incarico venne affidato alla fine del 1820 all’architetto Giovanni Paglia. Due anni dopo
venne ampliato dall’architetto Domenico Marchelli.
246
Vincenzio Chiarugi (1757-1820) fu il fondatore dell’Ospedale di Bonifazio, a Firenze. Desmai-
sons si riferisce al metodo “umanitario” introdotto da Chiarugi nel trattamento degli alienati.

102
LO STABILIMENTO PER ALIENATI DEL DUCATO DI MODENA

venti anni da quando ha introdotto le riforme che hanno impressionato tutti


coloro che visitano, da allora, gli stabilimenti di beneficenza in Italia.
Ancora oggi, le persone che hanno l’onore di avvicinare questo saggio
medico possono apprezzare le brillanti qualità del suo spirito che egli cerca,
invano, di nascondere sotto le apparenze della semplice modestia.
Affascinato dai colloqui avuti con lui, un amministratore francese (Cer-
fbeer) così si esprime nel rapporto inviato al ministro dell’Interno: «Vostra
Eccellenza mi permetterà di manifestare in questa sede l’augurio di vedere
l’amministrazione francese incaricare un medico, preparato a tale compito,
affinché osservi nell’ospizio di Reggio, con l’approvazione del dottor Gallo-
ni, il sistema che egli vi applica da ormai vent’anni con successo. Approfit-
terà del soggiorno: 1° per studiare le cause della Pellagra, sempre che sia
possibile giungere ad indicarle, 2° per far conoscere quelle del suo propa-
garsi nelle contrade meridionali d’Italia».
Chiamato a compiere questa missione, mi sia permesso a mia volta di
esprimere con franchezza la mia opinione. Dirò, innanzitutto, che l’ammi-
nistrazione francese, qualora avesse bisogno di conoscere i principi che gui-
dano il medico di Reggio, ne troverà l’applicazione quotidiana negli stabili-
menti che essa dirige con tanta superiorità. Ma, in Italia, com’è dimostrato
in questo rapporto, esiste oggi più di un medico versato nei vari metodi di
trattamento e nella loro benefica applicazione. Ciò che un tempo poteva es-
sere considerato un fatto eccezionale oggi non lo è più.
Quanto allo studio della Pellagra247 che, in effetti, richiama l’attenzione
degli studiosi, senza trascurare di conoscere le osservazioni personali del
dottor Galloni, il medico desideroso di approfondire una questione così inte-
ressante dovrà indirizzarsi agli uomini posti nella situazione più favorevole
per lo studio di questa malattia. I loro nomi, resi illustri dalle ricerche che
hanno pubblicato, sono presenti nelle librerie di tutti quei medici che hanno
dedicato qualche istante a questo studio.
Il dottor Galloni, occorre dirlo, non ha pubblicato nulla. Tutto ciò che si
conosce sui risultati ottenuti nello stabilimento che dirige si limita a descri-
zioni fatte da alcuni viaggiatori, per lo più ignoranti in questa branca del-
la scienza. I frammenti di conversazioni sono troppo vaghi ed insufficienti
perché si possa trarne qualcosa di veramente utile. L’assenza di ogni sua
pubblicazione deve essere considerata non soltanto come un fatto che arreca
danno alla fama personale del medico di Reggio, ma anche come causa di
247
J.G. Desmaisons Dupallans, Lettres sur la pellagre dans le sud-ovest de la France, à M. le Dr.
Veot… en résponse à une demande de reinsegnement du gouvernement italien, Bordeaux, Imp. De G.
Gounouilhou, 1879.

103
Donatella Lippi

discredito al servizio che egli è incaricato di dirigere.


Uno dei medici più apprezzati per i suoi lavori e per il suo carattere, il
dottor Bonacossa248 di Torino, si era recato allo stabilimento di S. Lazzaro,
dopo aver atteso per cinque ore consecutive il permesso di visitarlo, non
ritenne di mostrarsi troppo severo nel dichiarare che un’assenza così prolun-
gata del medico direttore era contraria alla buona tenuta di uno stabilimento
di questo genere. Qui il medico direttore non ha l’obbligo di residenza e
quando i suoi impegni lo chiamano a Reggio, non è sostituito da un collega,
come avviene in tutti gli stabilimenti ben diretti. Se capitasse un incidente
non c’è nessuno che possa portare soccorso ai malati. L’assenza di un medico
assistente mi ha veramente colpito!
L’amministrazione ha lasciato al medico direttore tutta l’autorità che può
desiderare; devo riconoscere, dopo tutte le osservazioni fatte, che il dottor
Galloni l’ha usata nei confronti dei subordinati e delle persone addette ai
servizi per stabilire una disciplina e un ordine degni di lode.

3° Statistica

Il dottor L. Valentin (op. cit.)249 ha contato, il 26 giugno 1824, nello stabi-


limento di S. Lazzaro, 52 alienati. Il Signor Cerfbeer (op. cit.) ha censito, nel
1839, 180 alienati di cui 26 stranieri. Secondo le informazioni ricevute a voce,
dal medico direttore,

100 alienati (uomini)


90 alienati (donne)
Totale 190 alienati

Di questo numero, 150 appartenevano al ducato di Modena, gli altri 40


erano di provenienza straniera. Queste sono le sole informazioni che sono
riuscito a procurarmi, poiché i registri non vengono mostrati agli estranei.
Viste le cifre fornite: 100, 90, 150, si può arguire che esse siano approssi-
mative.

248
Si tratta di Giovanni Stefano Bonacossa (1804–1878): fin dal 1828 si dedicò allo studio e alla
cura degli alienati mentali, frequentando il manicomio di Torino prima come medico aggiunto,
poi come ordinario e infine come primario. Dottore collegiato per le malattie mentali, fu profes-
sore di Clinica delle Malattie Mentali dal 1851.
249
Da questa osservazione, si deduce che Desmaisons utilizza anche la seconda versione del
Voyage en Italie di Valentin, edita nel 1826 (L. Valentin, Voyage médical en Italie, fait en 1820, Nan-
cy, 1822, II ed., Paris 1826).

104
LO STABILIMENTO PER ALIENATI DEL DUCATO DI MODENA

È strano: lo stabilimento che gode il maggior credito nell’opinione pub-


blica è proprio quello che ha fornito minor materiale alla scienza.
La popolazione degli Stati d’Este ammontava nel 1836 a 474.524 anime e
il numero degli alienati assistiti era di circa 150. Si ottiene la proporzione di
un alienato su 3163 abitanti.

Conclusioni

La testimonianza di Joseph Guillaume Desmaisons Dupallans offre uno


spaccato puntuale dell’organizzazione dell’istituto principale del Ducato di
Modena nel 1840: non sfugge la vena polemica e l’atteggiamento fortemente
critico, esteso dall’autore a numerosi istituti della penisola, che furono la
causa più probabile dell’oblio, in cui il manoscritto venne a cadere.

105
L’ASSISTENZA AI MALATI DI MENTE NELLA PROVINCIA DI MODENA

Andrea Giuntini, Università di Modena e Reggio Emilia

L’ASSISTENZA AI MALATI DI MENTE


NELLA PROVINCIA DI MODENA DALLA LEGGE DEL 1865
ALLA SECONDA GUERRA MONDIALE

I malati di mente a Modena nella prima metà dell’Ottocento

I matti, o presunti tali, ci sono sempre stati nella storia dell’umanità. Per
secoli la malattia mentale è rimasta confinata in famiglia, l’istituzione che
si faceva carico di quel tipo di malattia. La svolta la fornì l’apparizione dei
primi manicomi, che cominciarono a raccogliere ogni sorta di spostato. Ov-
viamente l’accesso era facilitato laddove la distanza non era eccessiva e la
capienza sufficiente. Poi naturalmente c’era la questione economica a condi-
zionare l’ospitalità: buona parte di quanti necessitavano delle cure dei ma-
nicomi erano “povere menti”, intelligenze affette da disturbi e tasche vuote
costituivano una combinazione oltremodo sfortunata. Ci voleva qualcuno
che si facesse carico del mantenimento di questi disgraziati.
A Modena, come dappertutto, il problema esisteva e imponeva una so-
luzione. Nel locale ospedale, il vecchio Sant’Agostino250, eretto ai bordi del
centro storico della città, intorno alla metà del XIX secolo, quando grosso
modo questa storia prende avvio, malati di mente venivano ospitati secondo
un’abitudine che vigeva quasi dappertutto, cioè mischiati agli altri pazienti
con una scarsa attenzione alla distinzione delle malattie. Considerevolmente
allargatosi intorno alla fine del ‘700, l’ospedale era gestito dalla Congrega-
zione di carità. Vi trovavano asilo tutti quelli definiti genericamente demen-
ti, separati con difficoltà, per motivi di spazio godendo l’ospedale di una
capienza di 250-300 letti, da malati di tutt’altro genere.
Ma gran parte dei dementi venivano istradati verso il San Lazzaro di
Reggio Emilia, un’istituzione che traeva la sua origine da un ricovero di leb-
250
Sulla storia del più antico ospedale modenese, cfr. A. Giuntini-G. Muzzioli, E venne il Grande
Spedale. Il sistema ospedaliero modenese dalle origini settecentesche ad oggi, Modena, Servizio sanitario
regionale Emilia Romagna, 2005. Notizie concernenti l’assistenza ai malati di mente in epoca mo-
derna sono in P. Di Pietro, L’ospedale di Modena, Modena, Editrice Bassi e nipoti, 1965, pp. 93-94.

107
Andrea Giuntini

brosi ed invalidi istituito dal Comune nel 1754 e destinato tre anni dopo
esclusivamente ai malati di mente. Un anno dopo la nascita del manicomio,
l’amministrazione dell’ospedale modenese aveva deliberato di costruire
un Ospizio de’ pazzi o Fabbrica per li pazzarelli, edificio a due piani dotato di
piccole stanze e inteso come passaggio intermedio per i malati in attesa di
trasferimento al San Lazzaro. Con l’ospedale reggiano venne stipulata una
convenzione nel 1757 per il ricovero dei pazienti modenesi a spese dell’am-
ministrazione ospedaliera della capitale ducale e della Congregazione di
Carità della città. Il San Lazzaro prevedeva una sistemazione distinta in tre
classi su base censuaria; i più poveri venivano impiegati nella colonia agrico-
la e nelle officine annesse all’istituto. Fin da questi anni si cominciò a consi-
derare il San Lazzaro la destinazione privilegiata per i matti modenesi; anzi
di più, nel senso che veniva ritenuto quasi un manicomio modenese, per la
prossimità e la familiarità percepite. Andava in questa direzione anche la
decisione presa dalla Congregazione di carità di Modena di finanziare la re-
alizzazione di ben 22 camere presso il manicomio reggiano, riservandole ai
propri malati251. A conferma di un simile sentimento comune e di un legame
sempre più forte, nel 1821 il duca Francesco IV dichiarava che il San Lazzaro
andava considerato “Stabilimento generale delle case de’ pazzi” per lo stato
intero e non solo di Reggio Emilia, sancendo quello che nell’immaginario
collettivo locale già trovava una forma compiuta. I flussi nei primi decenni
dell’800 furono intensi e la consuetudine si fondò definitivamente, permet-
tendo ai modenesi di pretendere condizioni economiche di ammissione più
favorevoli. Chi finiva al San Lazzaro probabilmente godeva di condizioni
migliori di quanti viceversa restavano al Sant’Agostino, se diamo credito
ad una descrizione dei locali adibiti all’accoglienza dei dementi risalente al
1803: “Nell’ospedale di Modena sonovi per i pazzi due piccoli malsani locali,
uno a settentrione e l’altro a ponente, i camerini dei quali sono separati da
tante robuste rastrelliere a guisa di capponaie. Tali locali, ben lungi dal costi-
tuire un luogo di cura, riescono invece un luogo di pena, peggiore assai di un
ergastolo, dove i ricoverati divengono in breve scorbutici e muoiono” 252.
Alla vigilia dell’Unificazione, nel 1858, veniva firmata una nuova conven-
zione con la Congregazione di carità modenese, che garantiva agli abitanti
di Modena e del suburbio - San Faustino, Sant’Agnese, Santa Caterina, San
Cataldo - una retta scontata rispetto a quella prevista per quanti invece pro-
venivano dagli altri paesi della provincia modenese: 1.10 lire al giorno nel

251
Sei stanze vennero costruite nel 1757, cinque nel 1768 e infine undici nel 1774.
252
P. Di Pietro, L’ospedale di Modena, Modena, Editrice Bassi e nipoti, 1965, p. 97.

108
L’ASSISTENZA AI MALATI DI MENTE NELLA PROVINCIA DI MODENA

primo caso contro le 1.35 del secondo. Il trattamento di favore era motivato
dall’intervento in prima persona operato anni prima dalla Congregazione e
non verrà rimesso in discussione dall’amministrazione dell’istituto reggia-
no prima degli anni Venti del secolo successivo, ma dette comunque adito
ad infinite discussioni. Come quando qualche anno più tardi, il 18 gennaio
1845, Francesco IV decretava che 12 pazzi poveri modenesi dovessero essere
ricoverati a Reggio, pagando una retta di 1.25 al giorno, mentre per gli altri
veniva previsto l’invio al ricovero per i poveri di Saliceta a 1.50. La decisione
scatenò le proteste vibranti dell’amministrazione del San Lazzaro, sconcer-
tata per un’equiparazione ritenuta scorretta, visto che Saliceta non aveva ca-
ratteristiche di manicomio. Il problema specifico si risolse l’anno successivo,
quando l’amministrazione della Pia Casa dei poveri di Saliceta veniva sciol-
ta, ma non per questo cessarono i dissidi fra modenesi e reggiani. Nel corso
del tempo si susseguiranno fra le due parti continue diatribe soprattutto a
proposito dell’entità delle rette da pagare, che i modenesi ritennero sempre
troppo elevate.

In manicomio si guarisce

La ricostruzione della vicenda dell’assistenza ai malati di mente nella


Provincia di Modena prende le mosse in un’epoca, in cui il disturbo psichico
viene trattato come un elemento di discontinuità nel corso della vita degli
individui253. Per almeno tutta la prima metà dell’Ottocento la malattia men-
tale esula dalla sfera della cronicità e al contrario, in nome del rifiuto di un
approccio organicistico, per essa si prospetta la possibilità di guarigione. In
virtù di questo modello di interpretazione della follia, ne consegue l’estrema
importanza della terapia, alla quale viene richiesto di correggere un difetto
nell’unico luogo atto ad ospitare temporaneamente il malato per poi dimet-
terlo. Predomina dunque la dimensione affettiva ed emozionale del mala-
to, sottoposto ad uno stato di esaltazione e di squilibrio emotivi anomali,
dal quale può uscire. Il compito del manicomio consisteva nel far regredire
quello stato, facendo sparire gli eccessi, e riportare il malato nei ranghi della
normalità. I due momenti, quello terapeutico e quello custodialistico, in pra-
tica in questa visione coincidevano; in definitiva si entrava in manicomio per
guarire e non per finire i propri giorni segregati.
253
Fornisce una visione d’insieme dell’intera vicenda il non più giovane, ma resistente agli
aggiornamenti storiografici, F. De Peri, Il medico e il folle: istituzione psichiatrica, sapere scientifico
e pensiero medico fra Otto e Novecento, in Storia d’Italia. Annali 7. Malattia e medicina, a cura di F.
Della Peruta, Torino, Giulio Einaudi editore, 1984, pp. 1060-1140.

109
Andrea Giuntini

Le Province e la legge del 1865

Al momento dell’Unificazione funzionavano nel nuovo Regno 27 mani-


comi pubblici su base provinciale e 5 privati, oltre a numerosi reparti negli
ospedali destinati ad accogliere malati di mente254. In generale si trattava
di una situazione di buon livello, tenuto conto delle eredità frammentate
raccolte dal neonato stato, il quale non lesinò investimenti nel settore dal
momento della sua nascita. Una delle riconosciute autorità in materia del
tempo, Carlo Livi, intraprendeva all’alba della nuova epoca per l’Italia un
viaggio per i manicomi della penisola, sui quali rilasciava un interessante
relazione, che rappresenta una testimonianza preziosa in grado di offrire
un’idea della situazione complessiva nazionale255. Il Livi, che dirigerà il ma-
nicomio reggiano di lì a qualche anno, del San Lazzaro nel suo libretto non
parla, mentre non risparmia critiche sferzanti all’istituto bolognese, definito
“meschino, brutto, oscuro, insalubre”. Il bilancio redatto dal medico toscano
presentava luci ed ombre: ad aspetti di scarsa qualità si alternavano altri
giudizi maggiormente improntati alla soddisfazione, ma al fondo Livi stig-
matizzava il fatto che “mancò il volere e la carità de’ governanti o di coloro,
che preposti a istituti benefici temono ad ogni mutamento crolli e rovine […]
di quelli abusi e privilegi che nelle società male ordinate e corrotte furono
sovente di voglie avare e ambiziose”256. A Reggio invece si recò, sempre in
quegli anni, il direttore del manicomio di Ancona, Filippo Cardona, il quale
sconsolatamente notava come i 35 istituti esistenti nel Regno da poco forma-
to oscillassero “fra brutti quartieri di Spedali e monasteri rabberciati”, pur
riconoscendo al San Lazzaro condizioni complessivamente migliori257.
L’avvento della stato unitario esigeva una regolamentazione del settore
per uniformare le varie situazioni e fissare regole comuni. La previsione con-
tenuta nel testo della legge comunale e provinciale del 20 marzo 1865 n. 2248,
nella parte concernente l’assistenza ai malati di mente, riversava sulle Provin-
ce l’intero onere del mantenimento dei malati di mente nei manicomi258. La
254
G. Gorni, Malattia mentale e sistema. L’istituzione manicomiale italiana dalla fine del Settecento agli
inizi del Novecento, in “Classe”, 1978, 15, p. 200.
255
C. Livi, Viaggio scientifico a’ manicomi d’Italia. Ricordi e studi, Firenze, Tipografia di Niccola
Fabbrini, 1860.
256
Ivi, p. 2.
257
De’ manicomi visitati per Filippo Cardona medico direttore del manicomio anconitano, Bologna,
Tipi Gamberini e Parmeggiani, 1865, p. 15.
258
M. Cotti, L’istituzione manicomiale nel nuovo Stato Unitario. Regime sanitario, regime amministra-
tivo e armonia istituzionale, in Tra sapere e potere. La psichiatria italiana nella seconda metà dell’Otto-

110
L’ASSISTENZA AI MALATI DI MENTE NELLA PROVINCIA DI MODENA

legge attribuiva alle Province le spese facoltative di costruzione e di ammo-


dernamento dei manicomi e le spese obbligatorie di mantenimento di quelli
che venivano definiti mentecatti poveri259, quindi incapaci di pagarsi autono-
mamente le cure. Si trattava delle prime disposizioni legislative riguardanti
la cura dei pazzi e i manicomi promulgate nel nuovo stato unitario.
Obbligare le Province a sostenere per intero i costi significava mettere
alle corde le Amministrazioni provinciali in tutto il paese. I manicomi era-
no cari dovunque, San Lazzaro compreso; si apriva un’epoca nuova per le
Province, che da questo momento saranno costrette a soffrire poste di bi-
lancio pesantissime. Come per tutte le altre realtà provinciali sulla penisola,
anche per l’Amministrazione modenese si apriva una stagione di patimenti
economici. Per i bilanci provinciali sostenere le spese di mantenimento de-
gli internati indigenti costituiva un aggravio non indifferente, in quanto le
Province erano destinatarie di imposte indirette e quindi incapaci di fare
leva su di esse per aumentare le proprie entrate. Nel 1897 le spese per il
mantenimento dei manicomi ammonteranno per le province italiane a 13
milioni, pesando sui bilanci delle proprie amministrazioni provinciali del
6.39%, divenuto l’11.65% alla fine del secolo260. Prevarranno costantemen-
te gravi preoccupazioni economiche associate inevitabilmente a tentativi di
ogni tipo per risparmiare sul mantenimento dei malati di mente. Anche i
modenesi si dibatteranno a lungo senza trovare soluzione. L’impegno nuo-
vo per le Province era, oltre che di carattere economico, anche organizzativo.
La questione dei dementi a partire dall’entrata in vigore della legge richiese
l’acquisizione in prima persona della responsabilità in merito all’assisten-
za e previde un massiccio allargamento delle competenze in questo ambito.
L’importanza era tale che un deputato della Provincia da questo momento si
sarebbe accollato l’incarico specifico di interessarsi di un oggetto sempre più
rilevante e delicato sia dal punto di vista economico sia burocratico.

Vie di fuga

La dimensione del nuovo impegno venne percepita subito da parte degli


amministratori provinciali. Al disagio e all’appesantimento dei bilanci, che
minacciava di gravare sulla vita della Provincia, si rispose in più modi alla

cento, Bologna, Il Mulino, 1982, pp. 199-243.


259
La dizione esatta era “maniaci che sono pericolosi a se stessi o agli altri ovvero che sono
argomento di grave scandalo ai buoni costumi ed alla pubblica moralità”.
260
F. Stok, La formazione della psichiatria, Roma, Il pensiero scientifico, 1981, p. 97.

111
Andrea Giuntini

ricerca di soluzioni per ridurre le difficoltà incipienti. Come prima cosa si in-
nescò un’interminabile polemica sulle diagnosi: solo ai pazzi veri andavano
aperte le porte del manicomio, gli altri viceversa occorreva curarli in altro
modo, preferibilmente tenendoli in famiglia, propria o diversa da quella di
appartenenza oppure in istituti ospedalieri o di beneficenza. Meno ricoveri
significava conti più leggeri da pagare, di qui il tentativo di limitare a un nu-
mero più ristretto possibile l’etichetta di matto. I primi soggetti, con i quali si
svilupparono duri conflitti furono i Comuni, sui quali le Province cercarono
sempre di riversare almeno una parte dei costi di mantenimento. Gran parte
dei costi relativi al funzionamento di ospedali e luoghi di ricovero venivano
sostenuti dalle Amministrazioni comunali e dalle Congregazioni; se i malati
di mente fossero stati ospitati in quelle comunità, le Province evidentemente
sarebbero state in grado di risparmiare. I Comuni invece tendevano sbri-
gativamente a indirizzare i malati in manicomio, liberandosene sulla base
della motivazione della pericolosità con un semplice certificato di povertà
ottenuto grazie anche alla complicità della famiglia, che andava ad atterrare
direttamente sulle spalle delle Province. Le province a loro volta premevano
sul governo per ottenere di scaricare almeno parzialmente l’onere dei mani-
comi sul bilancio statale e cercavano di ridurre le spese. I rapporti fra le due
amministrazioni locali modenesi negli anni successivi alla emanazione della
legge furono contrassegnati da continui scontri sul terreno dell’assistenza ai
malati di mente. Un rapporto analogamente conflittuale, ma al tempo stesso
anche di collaborazione, l’amministrazione provinciale lo intrattenne anche
con la Congregazione di carità, con la quale venne stabilita una convenzione,
firmata il 13 marzo 1869, per il mantenimento congiunto dei matti poveri.
Anche in questo caso l’accordo fece nascere una quantità di litigi e tensioni
fra le parti in causa in merito alla copertura dei costi261.
La stessa definizione ex lege di mentecatto finì più volte sub iudice su inizia-
tiva dell’Amministrazione provinciale. Si succedono in questi anni continui
dibattiti in Consiglio provinciale sul significato della parola, con l’obiettivo
esplicitato di ridimensionarla e di lì ridurre il flusso degli internati in mani-
comio. Al termine della prima tornata di discussioni al riguardo, il Consiglio
nel 1866, l’anno dell’entrata in vigore della legge, convergeva sulla decisione
di far rientrare nella categoria di pazzi destinatari del diritto al ricovero “tut-

261
Abbiamo notizia di più dissidi, tutti alla fine composti, sorti immancabilmente intorno alla
stima di somme che la Provincia era tenuta a pagare alla Congregazione a titolo di rimborso
per il mantenimento dei dementi (Archivio della Provincia di Modena, d’ora in avanti APMO,
Affari generali 1868-1873, 45 e Atti del Consiglio Provinciale di Modena, d’ora in avanti ACPM,
15 dicembre 1869).

112
L’ASSISTENZA AI MALATI DI MENTE NELLA PROVINCIA DI MODENA

ti gli alienati di mente poveri che dietro informazioni prese risultino essere
di danno a loro stessi o ad altri, o recan scandalo o perturbamento all’ordine
e alla quiete pubblica, o al sentimento della pubblica moralità”262. Ciò nono-
stante si lamentava a più riprese un abuso dei ricoveri e si invocavano norme
precise e rigide; una circolare dell’Amministrazione provinciale datata 14
dicembre 1867 faceva riferimento in tono accusatorio “a quegli individui i
quali anziché trovarsi in uno stato di vera pazzia furiosa e quindi di danno
a se stesso o agli altri, o di pubblico scandalo, non sono colti invece che da
semplice mentecattaggine, o ebetismo o imbecillità e perciò da considerarsi
piuttosto come cronici incurabili in guisa da poter continuare a vivere nelle
loro famiglie, o quanto meno nei Ricoveri e negli Ospedali Ordinarj”263. In-
dividui affetti da tali patologie potevano trovare una collocazione diversa
da quella del manicomio, senza pregiudicare oltre misura la loro salute e
le aspettative di guarigione. Era necessario dunque assumere informazioni
precise sul conto dei malati di mente: se effettivamente davano scandalo e
si rendevano perturbatori dell’ordine pubblico, la patente di matti era facil-
mente attribuibile, altrimenti il bisogno del ricovero non poteva essere con-
siderato manifesto. A questo fine gli amministratori provinciali modenesi
esigevano “deposizioni giurate possibilmente di due vicini di casa dell’am-
malato, non parenti”, dunque testimonianze non interessate di estranei in
modo da superare l’uso invalso di “facile correntezza nel prestar fede alle
esagerate asserzioni d’individui interessati”264. L’attenzione concentrata sui
ricoveri era pari a quella destinata alla fase delle dimissioni, sempre affret-
tate in modo tale da non protrarre al di là del dovuto l’internamento. Dietro
alle motivazioni umanitarie di destinare il ricovero soltanto a quanti ne ave-
vano veramente bisogno per cercare di guarirli, si nascondeva anche un’ele-
vata dose di cinismo da parte della autorità provinciali.
Ovviamente c’era sempre il Sant’Agostino, che non smise mai di ospitare
un certo numero di malati mentali, mischiati agli altri cronici indigenti, ero-
gando anche una serie di sussidi per l’assistenza a domicilio e la distribuzio-
ne gratuita dei farmaci265. Ma non bastava, anche perché stava aumentando
drammaticamente il numero delle varie categorie di dementi. Alla ricerca
di uno sfogo per differenziare la tipologia dei malati, nel 1868 la Provincia

262
ACPM, 3 aprile 1866.
Raccolta di circolari deputatizie relative al servizio dei mentecatti, Modena, Tipografia di Annibale
263

Mantovani e C., 1887, pp. 7-8.


264
ACPM, 3 settembre 1870.
265
ACCM, 25 giugno 1869.

113
Andrea Giuntini

istituiva a Modena il Ricovero di mendicità, situato fuori Porta San France-


sco, con lo scopo di trasferirvi anche i malati di mente sottratti al ricovero in
manicomio266. Il Ricovero di mendicità, dotato inizialmente di 200 letti poi
cresciuti fino a 600, veniva trasformato in Ente morale tre anni dopo la sua
creazione e finalmente nel 1893 gli veniva concesso un assetto definitivo con
l’entrata in vigore di un nuovo statuto267.
Fu fondamentalmente fallimentare il progetto, studiato all’inizio del 1867
dalla Deputazione provinciale bolognese e patrocinato con convinzione
dall’omologa modenese, di creare un consorzio interprovinciale, a far parte
del quale vennero invitate anche altre province emiliano-romagnole, per il
mantenimento dei malati di mente poveri. L’accordo non venne trovato e
l’iniziativa naufragò268.
La vicenda più interessante in questi anni fu quella del primo progetto di
manicomio elaborato per la città di Modena269. Convinti che fosse necessaria
una svolta decisa, gli amministratori provinciali cominciavano a sviluppare
l’idea di un manicomio proprio, mettendo fine al rovinoso flusso verso il
San Lazzaro, che proprio nei primi anni Settanta avviava importanti lavori
di allargamento dei propri locali in direzione di un sensibile aumento della
capienza. Il progetto venne redatto dall’ingegner Bortolamasi e presentato
il 6 settembre 1869 all’Ufficio tecnico della Deputazione provinciale. In re-
altà si articolava in più ipotesi: la prima prevedeva una capienza di 600 pa-
zienti per un costo complessivo di 500.000 lire, la seconda si basava su una
capienza di 400 malati con un preventivo di 395.233 lire, mentre l’ipotesi
più riduttiva si riferiva ad un istituto in grado di dare ricovero a 300 malati
con un costo di 195.000 lire. Le tre ipotesi vennero vagliate da un’apposita
Commissione, composta da Pietro Riccardi, Egidio Boni e Cesare Razzabo-
ni. L’idea di massima trovava concorde il ceto politico locale; non furono
opposte motivazioni contrarie alla realizzazione del manicomio e anzi la de-

M. Barbieri, Le Opere pie a Modena, Modena, Comune di Modena, 1980; e Atti del Consiglio
266

Comunale di Modena, d’ora in avanti ACCM, 25 maggio 1870.


267
L. Calori Censis, Sunto Storico del Ricovero provinciale di mendicità in Modena, Modena, Tipo-
grafia Toschi, 1888; A. Nota, Per la nomina a direttore del ricovero di mendicità in Modena. Osserva-
zioni e proposte, Modena, Tipografia Mantovani, 1890; L. Calori Censis, Nove anni di presidenza al
ricovero provinciale di mendicità in Modena, Modena, Società Tipografica Modenese, 1891; Relazio-
ne della Deputazione Provinciale sulla sistemazione patrimoniale e sul progetto di statuto del ricovero
provinciale di mendicità, Modena, Ditta tipografica Andrea Rossi, 1892; e P. Sandonnini, Relazione
provinciale sulla sistemazione patrimoniale e sul progetto di Statuto del Ricovero Provinciale di mendi-
cità, Modena, Tipografia Rossi, 1892.
268
ACPM, 25 gennaio 1867.
269
Documenti relativi al primo progetto di manicomio sono in APMO, Affari generali 1868-1873, 95.

114
L’ASSISTENZA AI MALATI DI MENTE NELLA PROVINCIA DI MODENA

finitiva emancipazione dal San Lazzaro veniva vista con unanime favore. Il
problema era costituito dall’impegno finanziario previsto, che l’ente locale
non era in grado di sostenere autonomamente. Per questo motivo si ripie-
gò su una soluzione più a buon mercato, studiata da Razzaboni nel 1870,
il quale si faceva promotore di una proposta relativa ad una Casa d’osserva-
zione, sulla scorta dell’esempio passato, il cui scopo sarebbe consistito nel
filtrare i malati, scegliendo quelli più gravi da inviare al San Lazzaro270. La
casa poteva funzionare da momento di controllo per evitare i numerosi casi
di “dubbia pazzia”271, che l’Amministrazione denunciava. Si trattava quasi
di “un manicomio in piccolo”, per il quale si prevedevano comunque in-
vestimenti cospicui, inferiori a quelli previsti per il manicomio vero e pro-
prio, ma egualmente troppo elevati per le possibilità dell’Amministrazione.
L’accoglienza poi non fu favorevole da parte di tutti, aggiungendo dubbi e
perplessità. Finì per prevalere la logica del risparmio e la rassegnazione a
continuare il rapporto con l’istituzione reggiana. L’idea restò in vita ancora
per qualche anno, poi alla fine venne abbandonata.

Una piazza importante

La peculiarità modenese nell’ambito della questione della cura dei malati


di mente trova conferma anche nella presenza, in qualità di operatori e do-
centi, di una serie di personaggi di primo livello del mondo della psichiatria
italiana e nello stato avanzato del sistema dell’insegnamento di queste mate-
rie nella locale Facoltà di Medicina. Non è fuori luogo affermare che Modena
fu una delle scuole principali in Italia dove si praticarono le tecniche e si
trasmisero le conoscenze più aggiornate in assoluto nel settore.
L’ambiente modenese fu fecondato opportunamente dalla Società medi-
co-chirurgica, fondata nel novembre del 1873, che rappresentò sempre un
dinamico laboratorio intellettuale, in cui fiorì il confronto sui temi di caratte-
re sanitario e scientifico272. Non è un caso quindi che nello stesso anno nella
città ducale approdasse il pratese Carlo Livi (1823-1877), figura di spicco

270
ACPM, 13 settembre 1870.
271
ACPM, 22 agosto 1873; 30 agosto 1875.
272
Sulla storia della Società, cfr. La Società Medico-Chirurgica di Modena. Storia nella cultura nazio-
nale, a cura di E. Cheli, Modena, Mucchi editore, 1989. Notizie utili sono rintracciabili in Discorso
inaugurale letto dal dottor Francesco Generali all’aprirsi delle sedute della Società medico-chirurgica di
Modena il 4 novembre 1874, Modena, Tipografia di Vincenzo Moneti, 1874; e Società medico-
chirurgica in Modena, Adunanze del 4 Novembre e 10 Dicembre 1873. Resoconto del vice–segretario
dott. Enrico Morselli, Modena, Tipografia Vincenti, 1874.

115
Andrea Giuntini

delle nascente scienza psichiatrica italiana e fondatore nel 1875 della “Rivista
sperimentale di freniatria e medicina legale”, uno dei laboratori fondamen-
tali per la formazione degli studiosi in questo campo. Livi, che proveniva
dall’esperienza di direttore del manicomio senese, tenne per due anni l’inca-
rico dell’insegnamento di Clinica delle malattie mentali e fu il primo docente
ordinario di Psichiatria. L’insegnamento, che Livi mantenne fino alla morte
avvenuta nel 1877, venne collegato per la prima volta nel 1874 alla direzione
del San Lazzaro, quando il manicomio reggiano divenne la Clinica psichia-
trica dell’Università di Modena. Gli subentrò un altro dei padri della psi-
chiatria italiana, l’anconetano Augusto Tamburini (1848-1919)273. Laureato a
Bologna nel 1873274, Tamburini diresse per un trentennio l’istituto reggiano,
dove fondò efficienti laboratori annessi alla clinica psichiatrica dell’Univer-
sità modenese, contribuendo in maniera decisiva alla formazione di nume-
rosi nuovi ricercatori275. In quegli anni si laureavano a Modena giovani che
avrebbero poi ricoperto incarichi di docenza di prestigio e svolto un ruolo
centrale nello sviluppo della psichiatria italiana, come Enrico Morselli (1852-
1924)276, uscito dall’Università modenese nel 1881 e fondatore nello stesso
anno della Rivista di filosofia scientifica. Tamburini, presidente della Società
freniatrica Italiana, fondata nel 1873, e consulente del governo sulla questio-
ne dei manicomi, fu una delle massime autorità della materia nel continente.
Al momento della sua dipartita dal San Lazzaro nel 1906 si interrompeva
il lungo periodo di saldatura fra l’insegnamento modenese e il manicomio
reggiano. Da Eugenio Tanzi ad Ernesto Lugaro, da Arturo Donaggio, lau-
reato anch’esso a Modena, a Ugo Pizzoli (1863-1934)277, direttore dal 1900 al
1902 dell’Istituto medico-pedagogico emiliano di San Giovanni in Persiceto
e presidente della Società italiana di psichiatria, altri luminari della psichia-
273
Sulla vita di Tamburini, cfr. V. Bongiorno, Il dedalo della mente. Augusto Tamburini tra neurofi-
siologia e psichiatria, Roma, Edizioni Kappa, 2002.
274
Nel corso degli anni Sessanta le prime università italiane cominciavano a inserire fra i propri
insegnamenti la psichiatria; a Bologna veniva istituito nel 1863 il corso di Clinica delle malattie
mentali collegato alla cattedra di Medicina legale (F. Minuz, Le sedi di apprendimento della pratica
psichiatrica. Psichiatria nazionale e psichiatria negli Stati pontifici, in Per una storia della psichiatria e
dell’istituzione manicomiale a Bologna, numero monografico della rivista “Sanità scienza e storia”,
1985, 1, p. 118). Nel 1864 veniva pubblicata la rivista ”Archivio italiano per le malattie nervose”.
275
A. Tamburini, Il frenocomio di Reggio Emilia, Reggio Emilia, Tipografia di Stefano Calderoni e
Figlio, 1880.
276
P. Guarnieri, Individualità difformi. La psichiatria antropologica di Enrico Morselli, Milano, Fran-
co Angeli, 1986.
277
Su di lui, cfr. C. Cipolli, Psicologia, in La Società Medico-Chirurgica di Modena. Storia nella cultu-
ra nazionale, a cura di E. Cheli, Modena, Mucchi editore, 1989, pp. 295-304.

116
L’ASSISTENZA AI MALATI DI MENTE NELLA PROVINCIA DI MODENA

tria si alternarono all’insegnamento modenese anche in epoche successive,


rafforzando la tradizione esistente.

Vita da matti

Le cornici istituzionale e scientifica non possono far finire in secondo pia-


no la povera vita dei malati di mente, sulle cui condizioni lo stato della do-
cumentazione non appare florida, a parte le cartelle cliniche, fonte di ricer-
ca particolare e che comunque non racconta i particolari di simili esistenze
tormentate. Per quanto il San Lazzaro godesse di un’ottima reputazione su
scala nazionale, i malati vi conducevano una vita pensa, che spesso termi-
nava proprio fra le mura dell’istituto. Giungendo al nosocomio già in con-
dizioni di salute disastrose - “in istato fisico gravissimo, per rilevanti guasti
viscerali preesistenti, o per deperimento e prostrazione generale irreparabi-
le”, si legge in una Circolare emanata il 2 febbraio 1874 dal presidente della
Deputazione provinciale modenese Tirelli - per moltissimi di loro la per-
manenza in manicomio rappresentava l’anticamera della morte. L’eventuale
pericolosità a quel punto era fortemente mitigata dalle pessime condizioni
di salute; anche i furiosi divenivano innocui e piuttosto necessitavano “solo
di cure pazienti e di caritatevole sostentamento a domicilio”278, con conse-
guente risparmio per le casse provinciali. Al di là dell’interessata solidarietà
mostrata dai politici, in effetti il problema sussisteva. Anche il viaggio di
trasferimento al manicomio, per quanto non fosse lungo, avveniva “in carri
d’ordinario scoperti poco ajutati dalla gente estranea cui vengono affidati”,
per cui soffrivano frequentemente l’inclemenza delle condizioni atmosferi-
che. Dove finiva la preoccupazione umanitaria, cominciava quella per i costi
di mantenimento. Tre anni dopo un’analoga Circolare richiamava i sindaci
della provincia ad effettuare controlli più circostanziati sulle condizioni di
salute dei dementi destinati al San Lazzaro, a conferma che la pratica pur-
troppo non era mutata279. I controlli li compiva la stessa amministrazione
provinciale, anche nei riguardi di quella del San Lazzaro. Volevano sincerar-
si i modenesi che i ricoverati mantenuti ne avessero veramente bisogno, così
periodicamente, senza nascondere gravi sospetti, ordinavano un’ispezione
e inviavano a Reggio qualche medico di fiducia, che relazionasse su quanto
vedeva con i propri occhi280. Un altro problema sentito in questi anni, umano
278
APMO, Affari generali 1874-1878, 106.
279
APMO, Affari generali 1874-1878, 132.
280
Abbiamo rinvenuto, allegata agli Atti del Consiglio Provinciale, una relazione datata 1878 a

117
Andrea Giuntini

ed economico al tempo stesso, ma probabilmente più il secondo del primo,


era il ritardato ritiro da parte delle famiglie dei guariti, che restavano oltre il
dovuto in manicomio, affollandolo inutilmente e rischiando di ricadere nella
malattia281; e soprattutto continuando a far spendere la Provincia.

Il grande internamento

Già in aumento al tempo della legge provinciale, il fenomeno dell’inter-


namento manicomiale esplodeva negli ultimi decenni del secolo, in un con-
testo di vaste difformità territoriali rispetto alle regole di ammissione degli
alienati. Lo stesso numero dei manicomi cresceva: da 33 nel 1880, diventa-
vano 39 nel 1888, 43 nel 1898, 53 nel 1907 e infine 152 nel 1914, senza con-
tare i molti reparti esistenti negli ospedali. Si tratta di un’onda travolgente,
che oltre a mutare la vita di migliaia di esseri umani, fa lievitare in maniera
preoccupante i costi sostenuti dalle Province. Il sovraffollamento annullava
ogni possibilità terapeutica e faceva diminuire le attenzioni di medici e infer-
mieri nei confronti del malato; inadeguatezza dei locali e condizioni igieni-
che spesso disumane rendevano intollerabile la permanenza in manicomio.
La legge sanitaria del 1888 snellì le pratiche di internamento e il flusso dei
malati si fece sempre più massiccio, segnando “il riconoscimento delle spe-
cifiche e nuove competenze e dunque la divaricazione tra ambito psichia-
trico e ambito genericamente medico” avvenuto con il tempo e sanzionato
dalla legge282. L’etichettatura di matto veniva apposta su una gran quantità
di uomini e donne affetti da svariate patologie sociali ed economiche: pella-
gra, sifilide, alcoolismo, affezioni respiratorie, nuove patologie industriali,
malattie tradizionalmente diffuse in contesti di povertà e sottonutrizione, in
una miscela incongrua al limite dell’incomprensibile, costituiscono però ef-
fettivamente le motivazioni più ricorrenti, per le quali gli italiani affollano i
frenocomi in un’ottica, non secondaria, di controllo sociale e di sorveglianza
operato dallo stato.
La pellagra, malattia da carenza alimentare e come tale da reputarsi feno-
meno sociale283, sembrava rivestire i panni del maggiore indagato. Molti dei

firma del dott. Filippo Martinelli (ACPM, 24 settembre 1878).


281
APMO, Affari generali 1874-1878, 141.
V. Fiorino, Matti, indemoniate e vagabondi. Dinamiche di internamento manicomiale tra Otto e
282

Novecento, Venezia, Marsilio, 2002, pp. 63-64.


283
A. De Bernardi, Pellagra e alcoolismo: sviluppo capitalistico e trasformazioni nella configurazione so-
ciale del ricovero psichiatrico (1780-1915), in A. De Bernardi-F. De Peri-L. Panzeri, Tempo e catene.

118
L’ASSISTENZA AI MALATI DI MENTE NELLA PROVINCIA DI MODENA

matti che finivano in manicomio soffrivano di quella malattia assai diffusa


anche nella provincia modenese, dove prestavano la loro opera per combat-
tere il male delle “locande sanitarie”, concepite per fermare il male sul na-
scere. Tenute aperte di regola per un periodo di tempo di qualche mese, nel
1901 ne esistevano sette, mentre a Modena funzionavano un Pellagrosario e
una commissione permanente con l’incarico di organizzare il sistema della
concessione dei sussidi284 e approntare gli strumenti necessari per debellare
la malattia, obiettivo che in realtà non venne mai colto. Nel 1899 venivano
segnalati 304 casi di pellagra nella provincia modenese, con punte a Concor-
dia e a Zocca, a conferma che in montagna la malattia attecchiva di più.
Resta il fatto che, al di là dell’effettiva registrazione di una serie di ma-
lattie, chi deviava dal modello e dagli stili di comportamento sociale e mo-
rale fissati dal nuovo paradigma dello sviluppo industriale, veniva messo
al margine e non infrequentemente bollato come ribelle, dunque matto.
L’emarginazione scattava immediatamente a scapito di quelli che mostrava-
no turbe psichiche appartenenti alle classi socialmente e culturalmente più
povere285. Un’umanità derelitta, miserabile, esclusa e spesso vagabonda abi-
tuata “a considerare le sale ospedaliere e manicomiali intercambiabili con gli
ospizi di mendicità”286 finisce in manicomio e difficilmente ne esce viva. Ri-
sulta evidente come “il medicalismo psichiatrico mascherasse pertanto una
patologia socialmente paradigmatica, dovuta a miseria e sottoalimentazione
cronica”287.
Un altro aspetto va comunque sottolineato. Il quadro delineato di pre-
dominio dell’istituzione manicomiale non cancella la permanenza dell’assi-
stenza familiare, sia omo sia etero, che in pratica non sparì mai288 e che anzi,
in un libro assai diffuso fra gli specialisti all’inizio del secolo, veniva definita

Manicomio, psichiatria e classi subalterne. Il caso milanese, Milano, Franco Angeli, 1980, pp. 227-294.
284
Relazione della commissione permanente contro la pellagra della Provincia di Modena per l’Anno
1899, Modena, Stabilimento Tipo-litografico Paolo Toschi e C, 1900.
285
P. Benassi, Alienazione ed emarginazione, in L’emarginazione psichiatrica nella storia e nella società.
Atti del convegno nazionale organizzato dagli Istituti Ospedalieri Neuropsichiatrici San Lazzaro di Reggio
Emilia, Reggio Emilia 11-12 aprile 1980, Reggio Emilia, Grafica editoriale, 1981, pp. 1051-1058.
V. Fiorino, Matti, indemoniate e vagabondi. Dinamiche di internamento manicomiale tra Otto e
286

Novecento, Venezia, Marsilio, 2002, p. 91.


287
P. Guarnieri, La storia della psichiatria: un secolo di studi in Italia, Firenze, Leo S. Olschki edito-
re, 1990, p. 37.
288
Sulla questione si rimanda al lavoro di P. Guarnieri, Matti in famiglia. Custodia domestica e
manicomio nella provincia di Firenze (1866-1938), in “Studi storici”, 2007, 2, pp. 477-521.

119
Andrea Giuntini

“il progresso più culminante nell’assistenza degli alienati”289.

Popolazione dei manicomi italiani in epoca liberale

Presenti al 1º gennaio Numero di ricoverati

1865 7.700
1866 8.262
1874 12.210
1875 12.913
1877 15.173
1880 17.471
1881 18.084
1883 19.656
1885 20.051
1888 22.424
1891 24.118
1892 24.118
1896 30.000
1898 34.802
1901 36.845
1904 39.544
1905 39.544
1907 45.009
1913 54.311
1914 54.311

Fonte: G. Gorni, Malattia mentale e sistema. L’istituzione manicomiale italiana


dalla fine del Settecento agli inizi del Novecento, in “Classe”, 1978, 15, p. 201; e
M. Moraglio, Prima e dopo la Grande Guerra. Per un’introduzione al dibattito
psichiatrico nell’Italia del ‘900, in Dalle trincee al manicomio. Esperienza bellica e
destino di matti e psichiatri nella Grande guerra, a cura di A. Scartabellati, Tori-
no, Marco Valerio editore, 2008, p. 90

Cambio di paradigma

Il massiccio internamento manicomiale richiamato e la tendenza stessa


ad isolare ogniqualvolta individui manifestassero turbe psichiche trovano

289
Augusto Tamburini, Giulio Cesare Ferrari, Giuseppe Antonini, L’assistenza agli alienati in
Italia e nelle varie nazioni, Torino, Unione tipografico torinese, 1918, p. 580.

120
L’ASSISTENZA AI MALATI DI MENTE NELLA PROVINCIA DI MODENA

una propria motivazione nel radicale mutamento di paradigma psichiatrico


frutto degli sviluppi della riflessione teorica sulla follia conseguiti a parti-
re dagli anni ‘70-’80290. La progressiva revisione metodologica, che risente
in modo evidente degli influssi del positivismo, è basata sul rifiuto delle
ideologie filosofiche e dei sistemi astratti e conduce alla delimitazione del
proprio campo di indagine alle sole questioni osservabili e sperimentabili291.
Aumenta l’interesse per gli aspetti neuropatologici delle malattie mentali, ai
quali si fanno risalire anche i comportamenti sociali. Prevale un’impostazio-
ne di tipo organicistico, che individua la malattia in un’alterazione dell‘orga-
nismo, riducendo il ruolo dei fattori sociali del contesto all’intorno; affetti e
storia dei soggetti analizzati contano sempre di meno. Le coordinate teoriche
predominanti diventano un forte pessimismo antropologico opposto alla fi-
ducia nel ruolo terapeutico, l’innatismo e il determinismo; la follia quindi è
l’epifenomeno di una degenerazione immodificabile e inguaribile, convin-
zione che fa scivolare in secondo piano la terapia e la cura rispetto alla medi-
cina clinica e all’anatomia patologica. Occorre innescare meccanismi sociali
difensivi nei confronti dei folli pericolosi, parificati quasi ai criminali, il cui
destino non può che essere quello del ricovero a vita. Il manicomio “perdute
le sue aspirazioni a porsi come il luogo della pratica pedagogica psichiatrica,
non si configurava che come deposito dell’inutile umanità”292. La sicurezza
viene prima del bisogno di curare.

Conflitti

Anche il San Lazzaro, come gli altri manicomi, conosce un sostanzioso


incremento dei degenti. Sottoposto a pressioni sempre più forti, tende a de-
centrare i malati negli altri istituti e a richiedere rette sempre più elevate,
suscitando le inevitabili rimostranze delle amministrazioni provinciali, so-
prattutto quella di Modena. Nel 1901 i due contendenti addivenivano ad
un nuovo accordo, grazie al quali i modenesi ottenevano uno riduzione sul-
290
V.P. Babini, La questione dei frenastenici. Alle origini della psicologia scientifica in Italia (1870-
1910), Milano, Franco Angeli, 1996: e R. Villa, Una fortuna impossibile: nota sulla frenologia in Italia,
in Passioni della mente e della storia. Protagonisti, teorie e vicende della psichiatria italiana tra ‘800 e
‘900, a cura di F.M. Ferro, Milano, Vita e pensiero, 1989, pp. 171-179.
291
Su questi temi cfr. le interessanti considerazioni di V.P. Babini, Organicismo e ideologie nella
psichiatria italiana dell‘Ottocento, in Passioni della mente e della storia. Protagonisti, teorie e vicende
della psichiatria italiana tra ‘800 e ‘900, a cura di F.M. Ferro, Milano, Vita e pensiero, 1989, pp. 331-
350.
292
A. Scartabellati, L’umanità inutile. La “questione follia” in Italia tra fine Ottocento e inizio Nove-
cento e il caso del Manicomio Provinciale di Cremona, Milano, Franco Angeli, 2001, p. 76.

121
Andrea Giuntini

le rette dei propri assistiti ai livelli della vecchia convenzione firmata nel
1858293. D’altro canto per la Provincia modenese in effetti, come appare dalla
serie delle spese erogate per l’assistenza sanitaria ai malati di mente, il peso
risultava sempre meno sostenibile e il problema veniva presentato in Consi-
glio con il termine “poderoso” 294.

Spese destinate all’assistenza ai malati di mente


e numero degli assistiti dalla Provincia di Modena

anno spese numero dei malati

1866 38.136 117


1867 43.181 124
1868 43.486 131
1869 51.481 155
1870 56.000 165
1871 61.953 164
1872 83.279 185
1873 77.032 240
1874 79.741 256
1875 80.786 227
1876 88.309
1877 94.486
1878 99.312
1879 103.063
1880 108.107 258
1881 109.656
1882 120.020
1883 116.366
1884 119.827 239
1885 123.614 209
1886 128.725
1887 132.057
1888 129.202
1889 142.825
1890 138.580 260
1891 138.660 307
1892 152.466 322
293
ACPM, 24 settembre 1901.
294
ACPM, 13 marzo 1902.

122
L’ASSISTENZA AI MALATI DI MENTE NELLA PROVINCIA DI MODENA

1893 162.388 336


1894 170.138 329
1895 179.892 377
1897 181.000 336
1898 202.266 408
1899 218.900 464
1900 224.354 505
1901 240.309 522
1902 228.610 535
1903 240.595 549
1905 230.000 587
1908 285.000 621
1910 290.000 630
1912 350.000 645
1913 400.000 645
1914 428.000 649
1917 480.000
1918 634.473
1923 1.920.000 634
1924 2.313.255
1925 2.135.000
1928 2.465.236

Fonte: Atti del Consiglio provinciale di Modena, anni indicati

Oltre che con l’amministrazione reggiana, gli amministratori modenesi


erano in forte conflitto anche con i medici psichiatri, ai quali contestavano
una tendenza eccessivamente marcata a favorire le pratiche di internamen-
to. I dissidi fra potere politico locale e potere medico, connotato tipico in
questo torno di tempo su base nazionale, affondavano le radici in un ormai
antico conflitto di competenza, che sottintendeva un reciproco controllo e
un problema di definizione degli ambiti di intervento, che entrambe le parti
in causa non intendevano accettare. Con il rigonfiamento dei manicomi i
conflitti aumentano: le amministrazioni provinciali pretendono di vigilare
sull’operato delle direzioni sanitarie e inviano continue ispezioni, non ras-
segnandosi a pagare conti salatissimi per i propri assistiti. Dall’altra parte i
medici rifiutavano di sottoporsi a estenuanti esami, considerandosi gli unici
autentici e insindacabili protagonisti della custodialità manicomiale. Che la
questione dell’assistenza ai malati di mente riposasse su equilibri stabiliti e
via via ridisegnati in un’ottica locale, piuttosto che su basi legislative nazio-

123
Andrea Giuntini

nali, lo testimoniavano anche le due grandi inchieste manicomi organizzate


nel 1891 e nel 1898, i cui risultati lamentavano la mancanza di una ben de-
finita strategia politica. Ne conseguiva l’esigenza, sempre più largamente
sentita, di una legge, che regolamentasse il settore.

Gli altri manicomi: San Giovanni in Persiceto

Se il San Lazzaro era il manicomio di elezione per i modenesi, è vero


anche che l’amministrazione provinciale si rivolgeva anche ad altri manico-
mi: Firenze, Roma, Aversa, Imola, Torino, Bologna, Venezia, Siena, Pistoia,
Mantova e Pisa erano gli istituti dove alla fine dell’Ottocento erano ricovera-
ti pazienti provenienti da Modena. La destinazione più gettonata di tutte era
però San Giovanni in Persiceto, dove trovarono ospitalità, a partire dal 1895,
soprattutto matti considerati tranquilli.
Nato come Ricovero di mendicità, l’ospedale di San Giovanni cominciava
intorno al 1890 a stipulare una serie di convenzioni con gli istituti psichiatrici
vicini, cominciando con Bologna, i quali non reggevano più l’impatto del
grande internamento e avevano bisogno di valvole di sfogo per i malati. Da
parte sua, il ricovero di San Giovanni trovava in tal modo una strada per
risolvere i propri problemi di bilancio. Molti malati furono dirottati a San
Giovanni dal San Lazzaro: nel 1898 i malati modenesi erano 54. Nel 1906
l’istituto reggiano domandava aiuto, essendo con l’acqua alla gola: a fronte
di una capienza di 900 pazienti, si trovava ad accogliere ben 1256 ospiti295.
Nel 1899 poi all’interno dell’ospedale sorgeva l’Istituto medico pedago-
gico emiliano, concepito per l’assistenza ai bambini da Socrate Gardini ex
economo dell’ospedale296. L’Istituto venne fondato sotto gli auspici dell’As-
sociazione emiliana per la protezione dei fanciulli deficienti, presieduta dal
senatore Cesare Sanguinetti e della quale facevano parte i rappresentanti
dei tre manicomi di Bologna, Imola e Reggio Emilia, Raffaele Brugia, Fran-
cesco Roncati e Augusto Tamburini, oltre ai presidenti delle Deputazioni
provinciali della regione e altre personalità. Operò fino al 31 maggio 1902,
raccogliendo bambini da tutta Italia; in quella data si trasferiva nei pressi di
Bologna, a Bertalìa, dove avrebbe goduto di spazi più ampi. Nella grande
villa acquistata da Gardini, infatti, presto trovarono asilo ben 400 bambini.
Il fatto che fosse gestito da privati suscitava perplessità, tanto che la Depu-

295
ACPM, 3 marzo 1906.
296
V.P. Babini, in Tra sapere e potere. La psichiatria italiana nella seconda metà dell’Ottocento, Bolo-
gna, Il Mulino, 1982, pp. 88ss.

124
L’ASSISTENZA AI MALATI DI MENTE NELLA PROVINCIA DI MODENA

tazione provinciale di Bologna nel 1905 propose alle altre province emiliane
di realizzare un consorzio al fine di acquisire l’istituto medico297. La vicenda
si trascinò a lungo fino a che se ne misurò il fallimento per l’indisponibilità
opposta da molte delle Deputazioni interpellate. Anche i modenesi aderi-
rono senza particolare entusiasmo e non fecero nulla per il buon esito della
questione.

La legge del 1904

Incentrata sul concetto di pericolosità dei malati piuttosto che sulle loro
patologie, rafforzando quindi i pregiudizi sulla malattia mentale, la legge
n. 36 del 1904298, il cui relatore fu Leonardo Bianchi (1848-1927), uno dei
più influenti psichiatri del tempo299, disponeva della segregazione dei paz-
zi disinteressandosi in pratica del modo in cui curarli. Prevedendo nei casi
urgenti il ricovero per ordine della pubblica sicurezza e del sindaco300, da
eccezione divenuta poi quasi regola, la disposizione normativa metteva in
evidenza la nuova connotazione attribuita alla malattia mentale: l’alienazio-
ne mentale veniva individuata sulla base della mancanza della consapevo-
lezza delle azioni e dell’assenza della responsabilità personale del malato301.
Se ne ricavava che gli individui alienati erano esclusi dall’area del diritto
e in pratica della libertà stessa: “L’area semantica della malattia mentale –
ha scritto Vinzia Fiorino - si approssima quindi significativamente a quella
del diritto, ponendosi in modo ancora più netto, a fondamento sia del tema

297
Relazione e proposte dei commissari Mingarelli ca. Aristide e Tavernari Cav. Carlo in ordine all’an-
damento amministrativo dell’Istituto Medico-pedagogico di Bertalia, Minerbio Tipo-litografia Bevila-
qua, 1905.
298
Per un inquadramento complessivo, cfr. A. Lonni, Pubblica sicurezza, sicurezza pubblica e mala-
to di mente: la legge del 1904, in Follia, psichiatria e società. Istituzioni manicomiali, scienza psichiatrica
e classi sociali nell’Italia moderna e contemporanea, a cura di A. De Bernardi, Milano, Franco Angeli,
1982, pp. 264-283; e F. Giacanelli, Note per una ricerca sulla psichiatria italiana tra le due guerre, in
Passioni della mente e della storia. Protagonisti, teorie e vicende della psichiatria italiana tra ‘800 e ‘900,
a cura di F.M. Ferro, Milano, Vita e pensiero, 1989, pp. 567-575.
299
In Parlamento sedevano diversi psichiatri, fra cui Andrea Verga (1811-1895), uno dei padri
riconosciuti della psichiatria italiana.
300
Nei centri minori, dove fungeva da ufficiale di pubblica sicurezza, al sindaco era concesso
un ampio potere discriminatorio, essendo egli legittimato ad avviare procedure di ricovero nel
caso valutasse qualche malato una minaccia all’ordine pubblico.
301
La pericolosità veniva più che dichiarata che dimostrata, non sussistendo neppure l’obbligo
delle testimonianze giurate dei parenti e dei vicini di casa.

125
Andrea Giuntini

del godimento dei diritti soggettivi, sia di quello della pericolosità sociale302.
L’internamento si trasformava in una misura di ordine pubblico esercitata
con margini di discrezionalità che spesso scatenavano contrasti non compo-
nibili. Come è stato scritto, “l’ordinamento del 1904 minacciava di ridurre la
psichiatria manicomiale ad ancella della polizia”303, trasformando la degen-
za in reclusione.
La legge, che Giolitti volle a tutti i costi e che fu egualmente sollecitata
dagli psichiatri alla ricerca di un definitivo riconoscimento del proprio ruolo
esclusivo nel governo della malattia mentale, ebbe una genesi oltremodo
lunga e sofferta per il rapporto conflittuale sviluppatosi fra psichiatri e po-
tere esecutivo. In definitiva gli psichiatri potevano ritenersi soddisfatti per
gli esiti ottenuti tenuto conto che il direttore deteneva la piena autorità sul
servizio interno sanitario e l’alta sorveglianza su quello economico per tutto
ciò che concerneva il trattamento dei malati; a quel punto “gli psichiatri si in-
sediarono in maniera stabile negli spazi manicomiali”304. È vero che la legge
affida loro un ruolo di rilievo all’interno dei luoghi di cura, mentre li emar-
ginava rispetto alle manifestate pretese culturali e di regolazione sociale. Ma
la definizione della funzione del manicomio in termini giuridici piuttosto
che medici ne frustrava le loro aspettative terapeutiche: la psichiatria “perde
come archetipo di terapia morale il manicomio a favore di interventi più
caratterizzati in senso medico-sanitario e imperniati sulle cure ospedaliere
e farmacologiche”305. A partire dalla legge il manicomio stabilizzò “la sua
attività di routine segregazionista che in Italia si protrasse senza soluzione di
continuità fino agli anni Settanta”306.
La normativa fissava un criterio di ospedalizzazione nel momento di
maggiore affollamento dei manicomi. Dunque appare legittimo considerar-
la anche una risposta ad una condizione insostenibile, per la quale occorreva

V. Fiorino, Matti, indemoniate e vagabondi. Dinamiche di internamento manicomiale tra Otto e


302

Novecento, Venezia, Marsilio, 2002, p. 68.


303
M. Moraglio, Dentro e fuori il manicomio. L’assistenza psichiatrica in Italia tra le due guerre, in
“Contemporanea”, 2006, 1, p. 18.
304
M. Cotti, L’istituzione manicomiale nel nuovo Stato Unitario. Regime sanitario, regime amministra-
tivo e armonia istituzionale, in Tra sapere e potere. La psichiatria italiana nella seconda metà dell’Otto-
cento, Bologna, Società editrice il Mulino, 1982, p. 240.
305
G. Vicarelli, Alle radici della politica sanitaria in Italia. Società e salute da Crispi al Fascismo, Bolo-
gna, Il Mulino, 1997, p. 199.
306
M. Moraglio, Costruire il manicomio. Storia dell’ospedale psichiatrico di Grugliasco, Milano, Edi-
zioni Unicopli, 2002, p. 17.

126
L’ASSISTENZA AI MALATI DI MENTE NELLA PROVINCIA DI MODENA

trovare una soluzione307. Sembrava finita l’epoca, in cui era sufficiente una
generica certificazione medica per internare un malato; venivano posti dei
limiti ai criteri di ammissibilità e le amministrazioni provinciali finalmente
respiravano meno soffocate dall’ammontare del costo del mantenimento.
Il regolamento attuativo emanato cinque anni dopo però mischiava le car-
te rispetto alla previsione di legge, trasferendo sui manicomi il compito di
accogliere anche i mentecatti innocui e cronici, pur tenendoli separati, oltre
a quelli pericolosi o scandalosi indicati dalla legge. Allargando gli accessi si
andava di nuovo inesorabilmente verso un massiccio incremento dei ricoveri
e un sovraffollamento dei manicomi, che non poteva che frustrare le ambi-
zioni terapeutiche degli psichiatri. Alle amministrazioni provinciali, che in
definitiva restavano obbligate a sostenere finanziariamente il mantenimento,
rimaneva la sola possibilità, offerta dal regolamento, di favorire le dimissioni
tramite il successivo affidamento alla famiglia di appartenenza del malato.

Rette in aumento

La legge del 1904 cambiò poco sotto il profilo finanziario, aspetto che
in realtà tralasciava a favore del significato tecnico-giuridico. Nulla mutava
anche a proposito della tendenza all’aumento delle rette, che il San Lazzaro
si trovò obbligato a reiterare per il persistente elevato numero di malati rico-
verati, che faceva lievitare i costi di gestione complessivi. Nonostante la con-
venzione settennale in vigore dal 1902 con l’amministrazione modenese, il
manicomio reggiano chiedeva nel luglio 1907 una incremento delle rette fino
a 1.50 lire e in più esigeva un sussidio straordinario di 1.500 lire. L’illusione
di far quadrare i bilanci, suscitata dalla legge del 1904 e che si traduceva in
una riduzione del preventivo per il 1906, veniva presto cancellata da un re-
altà, che perpetuava le difficoltà finanziarie. Da parte dell’amministrazione
provinciale non andavano a buon fine neppure le negoziazioni con i Comuni
della Provincia, mai interrotte in pratica, al fine di condividere le spese di
mantenimento dei maniaci ritenuti pericolosi. Anzi i rapporti peggiorava-
no quando la Deputazione provinciale emanava una circolare, il 29 maggio
1905, in cui ammonivano le amministrazioni comunali affinché esercitasse-
ro un controllo maggiormente attento sui ricoveri dei dementi: “Sono noti
gli artifici e le reticenze cui ricorrono i parenti dei maniaci per liberarsi del
penoso e dispendioso dovere di accudire alla custodia ed al mantenimento

307
M. Moraglio, Dentro e fuori il manicomio. Note sull’assistenza psichiatrica nell’Italia fra le due
guerre, “Contemporanea”, 2006, 9, pp. 15-34.

127
Andrea Giuntini

di quei poveri infelici”, accusava la Deputazione, facendo poi appello “alla


probità ed all’energia dei Signori Sindaci, onde evitare che a suo danno e
con vilipendio della legge, si favoriscano illeciti interessi privati, mediante
il collocamento nel Manicomio di individui che possono essere trattenuti in
famiglia”. Alla fine del documento, duro fino all’intimidazione, si chiedeva
di evitare “la esibizione di equivoci, compiacenti attestati di povertà”, affer-
mazione che suonava in pratica diffamatoria308.

Rette del San Lazzaro

Anno Modena e suburbio altre località

1900 1.10 1.45


1910 1.40 1.65
1914 1.63 2.00
1916 1.83 2.25
1918 2.65 3.25
1919 4.89 5.20
1920 6.89 8.00
1921 9.37 11.50

Fonte: Provincia di Modena, Relazione della Commissione straordinaria sulla


gestione 1921-22, Modena, G. Ferraguti e C. tipografi, 1923; e ACPM, 19 gen-
naio e 6 settembre 1920

Rette giornaliere nel 1912

Reggio Emilia 1.35


Bertalìa 1.63
Ricovero di Modena 0.76
Ricovero di Reggio 0.75
Ricovero di Mirandola 1.20
Ricovero di Persiceto 1.15
Altri manicomi da 2.50 a 3.50
Patronato omofamiliare da 15 a 25 (mensili)

Fonte: ACPM, anni indicati

308
Il documento è contenuto in APMO, Atti Amministrazione Provinciale. Dementi, Titolo 6, Ru-
brica 5, Fascicolo 1.

128
L’ASSISTENZA AI MALATI DI MENTE NELLA PROVINCIA DI MODENA

Molte amministrazioni provinciali cercarono la rivalsa procedurale, op-


ponendo ricorsi contro ricoveri che ritenevano arbitrari e in gran parte de-
rubricabili in forme di custodia familiare sussidiata, ma in genere non otten-
nero soddisfazione. Anche a Modena prevaleva il disagio, che si traduceva
nel 1909 nella decisione presa dalla Deputazione di rivedere le liste complete
dei malati assistiti – in tutto 6.300 - durante il quarantennio dal 1866 al 1906.
L’obiettivo consisteva evidentemente nel controllo sistematico di tutte le po-
sizioni e, in caso di abuso riconosciuto operato dalle famiglie con la compli-
cità dei medici, di chiedere il rimborso dei costi di mantenimento. Si stava
diffondendo, secondo i sospettosi amministratori provinciali, un “andazzo
poco simpatico e poco edificante che si va accentuando da parte delle fami-
glie, anche di non poverissima condizione: quello di sbarazzarsi dei fanciulli
deficenti, dei mentecatti innocui, degli epilettici non alienati per affidarne
il mantenimento alla carità legale”309. In molti casi da parte provinciale si
riteneva sufficiente la custodia familiare in entrambe le forme praticate310. I
colpevoli di tali abitudini, accusavano le amministrazioni provinciali, erano
medici e Comuni, entrambi propensi con estrema leggerezza a spedire ogni
tipo di miserabile in manicomio, sapendo che comunque i costi li avrebbe
sostenuti qualcun altro. Il conflitto non appariva risolvibile e infatti non fu
risolto, non tanto per via di contrastanti ideologie sanitarie o di controllo
sociale, quanto, più prosaicamente, per motivi economici, che finivano per
essere decisivi ai fini del ricovero del presunto mentecatto.
Le rette non aumentavano soltanto al San Lazzaro, ma dappertutto, dun-
que anche nelle altre sedi manicomiali della penisola che ospitavano mode-
nesi. Le convenzioni firmate dall’amministrazione provinciale in questi anni
si moltiplicavano, in parte sulla base di specifiche competenze detenute dai
vari istituti e di rapporti ormai storici – come San Giovanni in Persiceto311 - e
in parte in un’ottica di differenziazione delle sedi, il cui scopo ultimo era il
tentativo di risparmiare sul mantenimento. Una sede particolare era quella

309
Provincia di Modena, Relazione della Deputazione Provinciale sulla gestione 1912, Modena, G.
Ferraguti e C. tipografi, 1913, p. 36.
310
Più volte nei documenti ufficiali provinciali si rammentava l’esempio della città belga di
Gheel, dove era stata fondata una colonia per i malati di mente (F. De Peri, L’esperienza di Gheel
e la “colonizzazione” dei folli nell’800, in Follia, psichiatria e società. Istituzioni manicomiali, scienza
psichiatrica e classi sociali nell’Italia moderna e contemporanea, a cura di A. De Bernardi, Milano,
Franco Angeli, 1982, pp. 369-383).
311
Provincia di Bologna. Congregazione di Carità di S. Gio. in Persiceto, Convenzione pel servizio
di ricovero degli alienati cronici e tranquilli di provenienza manicomiale, in relazione al nuovo Regola-
mento per l’esecuzione della Legge 14 Febbraio 1904 sui Manicomi e sugli alienati, Persiceto, Tipogra-
fia, F. Grassigli, 1905.

129
Andrea Giuntini

di Bertalìa, dove erano ospitati bambini. Al momento della chiusura dell’isti-


tuto nel 1917 – dovuta alla sopravvenuta mancanza di personale richiamato
in guerra – vi soggiornavano 21 fanciulli modenesi312. Il ricovero privato -
passato nel 1911 per due anni ad Adolfo Borelli e poi tornato a Gardini – si
trovò ad un certo punto nell’occhio del ciclone per un’inchiesta, voluta dal
Consiglio provinciale di Bologna per accertarne i requisiti di buona gestione
economica e sanitaria. In realtà sotto accusa era sempre stato il progetto di
curare i bambini in una struttura privata, ma le Deputazioni provinciali fu-
rono incapaci di porvi rimedio313.

Luoghi di ricovero degli assistiti modenesi

1912 1913

San Lazzaro 477 415


Custodia eterofamiliare 34 40
Custodia omofamiliare 40 52
Bertalìa 24 31
San Giovanni in Persiceto 66 59
Mirandola 26 38
Modena 2 5
Altri ricoveri 15 15
Totale 684 655

Fonte: Provincia di Modena, Relazione della Deputazione Provinciale sulla


gestione 1912, Modena, G. Ferraguti e C. tipografi, 1913, p. 36

Infine anche su un altro fronte, quello della pellagra, l’impegno della Pro-
vincia non scemava. Consapevoli che da tale malattia provenissero molti
dei clienti dei manicomi, i responsabili provinciali modenesi distribuivano
finanziamenti ai Comuni per la cura dei pellagrosi, sperando in tal modo di
ridurre il ricorso al manicomio. Nel 1909 vennero erogate complessivamente
1.400 lire314.
312
APMO, Dementi sussidiati. Corrispondenza generale, 3.
313
Provincia di Bologna, Sul funzionamento dell’Istituto medico-pedagogico di Bertalìa. Relazione del-
la commissione nominata dalla Deputazione Provinciale, Bologna, Regia tipografia Fratelli Merlani,
1913.
314
Così distribuiti: Zocca 350, Finale Emilia 250, Nonantola 200, Montese 200, Pavullo 150, Po-
linago 150, Marano sul Panaro 100 (APMO, Atti Amministrazione Provinciale. Dementi, Titolo 6,
Rubrica 5, Fascicolo 1).

130
L’ASSISTENZA AI MALATI DI MENTE NELLA PROVINCIA DI MODENA

Sforzi per un manicomio

Mutuato dal secolo precedente, il progetto di realizzazione di un proprio


manicomio non sparì dalle agende degli amministratori provinciali mode-
nesi, anzi prese ulteriormente corpo dopo la legge del 1904, la quale non
apportò nessun alleggerimento in termini di mantenimento degli assistiti.
Il primo passo concreto successivo alla emanazione della nuova normativa
consisteva nella nomina di una commissione di studio315, alla quale vennero
chiamati a partecipare politici provinciali, Lodovico Antonio Vaccari, Luigi
Tacoli, Pier Luigi San Donnino, Francesco Generali e Giacomo Ferri; il rettore
dell’Università modenese Giuseppe Cesari e alcuni psichiatri, Ernesto Luga-
ro professore a Modena, Ruggero Tambroni professore a Ferrara e direttore
del manicomio di quella città, Giovanni Guicciardi direttore dell’ospedale
di Modena. Infine vennero reclutati anche due tecnici, Mauro Corradini ra-
gioniere capo della Provincia e l’ingegnere Ubaldo Setti. La commissione
era stata creata per decidere sul manicomio, ma in subordine avrebbe do-
vuto affrontare anche la questione della possibilità di realizzare in alterna-
tiva una clinica di osservazione con propositi di filtro al fine di selezionare
con maggiore attenzione i malati di mente da destinare al San Lazzaro. Il
progetto per il nuovo manicomio venne preparato da Lugaro insieme con
i due tecnici dell’ufficio provinciale Setti e Antonio Albertini; il preventivo
riportava una spesa di due milioni di lire. La commissione tenne i suoi lavori
fra il 6 gennaio e il 27 novembre 1908, ma alla fine rigettò unanimemente il
progetto sulla base della convinzione che “è forte a dubitarsi se la spesa pel
mantenimento dei maniaci potesse essere pari od inferiore, nel nuovo mani-
comio, a quella attuale”316. Si trattava di una marcia indietro rispetto a quan-
to era sempre stato sostenuto. Invece la commissione operava un’apertura
sull’idea di una clinica psichiatrica, capace di 50-60 letti, che rientrava nella
previsione della stessa legge del 1904 come reparto di osservazione, più cor-
poso di quello esistente, dal quale sarebbero transitati i mentecatti per essere
poi dimessi o al contrario instradati verso Reggio Emilia. Il costo della clini-
ca, che agli occhi dei modenesi appariva come un piccolo manicomio dove
avrebbero trovato spazio anche i corsi di insegnamento per gli studenti uni-
versitari modenesi, era stimato in 250-300 mila lire. Naturalmente costituiva
un’ipotesi assai diversa rispetto a un manicomio, ma almeno nelle speranze
di quanti la sostenevano permetteva un controllo sui malati più severo con il

315
ACPM, 20 dicembre 1907.
316
ACPM, 21 dicembre 1908.

131
Andrea Giuntini

fine ultimo, inalterato nel tempo, di risparmiare sui ricoveri. Le motivazioni


umanitarie – si dichiarava di voler evitare ai malati la “stigmate del pazzo,
che purtroppo resta incancellabile” – come sempre avevano la funzione di
coprire ipocritamente le preoccupazioni economiche. Fatto non secondario,
aggregando la clinica all’Università, si pensava di poter caricare sullo Stato
le spese di realizzazione.
La strada sembrava segnata e negli anni precedenti la Grande guerra il
progetto della clinica aveva ormai sostituito interamente quello del manico-
mio. Venne scelto anche il luogo: località Prati Leoni, vicino a porta S. Fran-
cesco. Venne preparato il capitolato di appalto per i lavori, ma le prime aste
andarono deserte317. A quel punto tornò in gioco la forma architettonica data
alla clinica, nei confronti della quale vennero mosse pesanti critiche. L’aggiu-
dicazione dei lavori alla ditta Cannovale e Dellepiane di Bologna - il contratto
di appalto venne firmato nel 1911 per 180.000 lire – fece dimenticare i malu-
mori estetici. Piuttosto subito dopo la stipulazione del contratto interveniva
la Prefettura, bloccandolo per vizio procedurale. Il problema era più ampio:
la clinica non aveva mai riscosso in città un plauso entusiasta ed era sempre
stata considerata un succedaneo poco apprezzato del manicomio. Il progetto
insomma aveva molti nemici, pronti ad attaccarsi a qualsiasi appiglio pur di
mettere i bastoni fra le ruote. Il nemico più ostinato era Arturo Donaggio,
chiamato nel 1911 a sostituire Lugaro all’ateneo modenese. Il nuovo titolare
dell’insegnamento di psichiatria si scagliava contro il progetto, convincendo
l’ufficio tecnico della Provincia a rivederlo in molti punti. Nei fatti si trattava
di una bocciatura senza possibilità di recupero, che provocò forte disappun-
to in Consiglio318. Fra le critiche fatte piovere addosso al progetto precedente,
Donaggio vi aggiungeva anche l’esigenza di associare lo studio delle malat-
tie nervose, che non rientravano nelle competenze provinciali e che dunque
minacciavano di aumentare ulteriormente le spese provinciali. Il progetto,
comprensivo dell’aggiunta pretesa da Donaggio, venne effettivamente rivi-
sto e approvato dal Consiglio319; ripartiva allora la trafila burocratica, che
avrebbe dovuto sfociare nell’assegnazione definitiva dei lavori. Ma l’ostru-
zionismo del professore non era finito e si estendeva ai materiali proposti per
la costruzione della clinica: il sistema misto di costruzione usando cemento
e laterizi insieme, piuttosto che la “muratura ordinaria”, non poteva essere

317
Documenti relativi alla vicenda sono in APMO, Atti Amministrazione Provinciale. Dementi,
Titolo 6, Rubrica 5, Fascicolo 1, Clinica psichiatrica 1911-1917.
318
ACPM, 6 aprile 1914.
319
ACPM, 20 luglio 1912.

132
L’ASSISTENZA AI MALATI DI MENTE NELLA PROVINCIA DI MODENA

ammesso, secondo il parere di Donaggio, in quanto incapace di assorbire le


urla dei malati. Nella polemica lo psichiatra era spalleggiato dalla facoltà di
Medicina, ma soprattutto ne faceva una questione personale, sottolineando
il fatto che il progetto non era suo e quindi per questo da rifiutare. Il dissidio
inferse un colpo micidiale alla clinica. Peraltro non mancavano neppure mal
di pancia diffusi riguardo all’ipotesi di mischiare le due categorie di malati
e costruire due padiglioni distinti avrebbe rappresentato uno sforzo inso-
stenibile sotto il profilo economico. La diffidenza mostrata dal Ministero,
interpellato nel luglio 1914, obbligava ad una nuova frenata. La Provincia
non demordeva e decideva di incaricare un’altra commissione - composta da
Attilio Cionini, Giovanni Guicciardi e Ubaldo Setti - di studiare la possibilità
di adattare a manicomio, ingrandendola con altri terreni, la casa di pena di
Saliceta San Giuliano, sul punto di essere soppressa e quindi disponibile ad
un diverso riuso320. L’anno successivo Saliceta chiudeva e a commissione si
metteva al lavoro per l’adeguamento della struttura321, che si rivelò meno
facile del previsto, rendendo la trasformazione oltremodo ardua e quindi ag-
giungendo incertezze a incertezze. Vennero chiamati a far parte della com-
missione, a più riprese, Battista Taparelli, Leonida Ferrari, Claudio Nava,
Vittorio Monelli, Aldo Santi, Rodolfo Benati e Vincenzo Casoli, ma nulla si
ottenne, anzi poi inesorabilmente il sopraggiungere della guerra fece sparire
dagli impegni urgenti la questione dei malati di mente322.

Matti di guerra

Fra i tanti filoni di ricerca che la storiografia sulla storia della psichiatria e
della malattia mentale ha approfondito negli ultimi anni, quello della Gran-
de guerra appare come uno dei più proficui. Molti aspetti sono stati analiz-
zati con indubbio successo, tanto che al momento è possibile affermare che
disponiamo di una serie di ricerche in grado di ricostruire completamente e
restituire pienamente la vicenda sotto il profilo degli eventi e del significato
che ricoprì323.
320
ACPM, 23 novembre 1914.
321
ACPM, 17 aprile 1915.
322
ACPM, 4 maggio 1915. Si ha notizia di due riunioni tenute nel corso della guerra, il 13 dicem-
bre 1917 e nel maggio 1918.
323
Riportiamo alcuni degli studi principali: A. Gibelli, Guerra e follia. Potere psichiatrico e patolo-
gia del rifiuto nella Grande Guerra, in Le istituzioni segregate nell’Italia liberale, numero monografico
della rivista “Movimento operaio e socialista”, 1980, 4; B. Bianchi, La follia e la fuga. Nevrosi di
guerra, diserzione e disobbedienza nell’esercito italiano (1915-1918), Roma, Bulzoni editore, 2001; A.

133
Andrea Giuntini

Il compito di individuare e allontanare dal fronte i combattenti anormali


venne affidato agli psichiatri militari, i quali distribuivano i malati nei vari
manicomi, dove vennero costituiti dei centro di prima raccolta. Anche al
San Lazzaro ne venne creato uno. Chi mostrava segni di disagio mentale,
veniva definitivamente catalogato come malato: “Il difetto di adattamento
alla istituzione militare, – sintetizza compiutamente Bruna Bianchi - l’indi-
sciplina, la diserzione, la ribellione, vennero interpretati della scienza psi-
chiatrica come incapacità psichica alla vita collettiva, segni di incompletez-
za evolutiva, aberrazione del senso morale”324, in linea, in definitiva, con il
senso della legge in vigore da una decina di anni. Agli psichiatri il conflitto
mise a disposizione migliaia di casi clinici umanamente drammatici, ma di
grande interesse scientifico anche per lo smisurato ventaglio di patologie
offerto: “La guerra – osserva Gibelli - appare come un immenso laboratorio,
un campo di sperimentazione clinica, di invenzione e perfezionamento delle
tecniche di controllo della devianza”325. Venne istituito un servizio di consu-
lenza neurologica e psichiatrica, che però non riuscì ad arginare il fenomeno,
anche per la novità delle sindromi, che non sempre venivano riconosciute,
creando situazioni impreviste e obbligando i medici a ripensare le proprie
teorie psichiatriche e pratiche terapeutiche
Rispetto al mantenimento dei malati mentali traumatizzati dalla guer-
ra, vennero applicate regole nuove. Le amministrazioni provinciali vennero
ammesse al rimborso da parte dello Stato delle spese sostenute per il ricove-
ro di militari impazziti nei manicomi. La decisione, presa nel giugno 1917,
contribuì a sgravare i costi del mantenimento delle Province, le quali non
esitarono a cercare di far passare come matti di guerra molti malati, dei qua-
li avrebbero dovuto accollarsi le spese, approfittando poco nobilmente del
terribile frangente bellico326.

Scartabellati, Intellettuali nel conflitto. Alienisti e patologie attraverso la Grande guerra (1909-1921),
Bagnaria Arsa, Edizioni Goliardiche, 2003; B. Bianchi, Le nevrosi di guerra nella storiografia con-
temporanea, in Dalle trincee al manicomio. Esperienza bellica e destino di matti e psichiatri nella Grande
guerra, a cura di A. Scartabellati, Torino, Marco Valerio editore, 2008.
324
B. Bianchi, La follia e la fuga. Nevrosi di guerra, diserzione e disobbedienza nell’esercito italiano
(1915-1918), Roma, Bulzoni editore, 2001, p. 59. In questo senso cfr. anche F. Cassata, Molti, sani
e forti. L’eugenetica in Italia, Torino, Bollati Boringhieri, 2006.
325
A. Gibelli, Guerra e follia. Potere psichiatrico e patologia del rifiuto nella Grande Guerra, in Le
istituzioni segregate nell’Italia liberale, numero monografico della rivista “Movimento operaio e
socialista”, 1980, 4, p. 443.
326
Provincia di Modena, Relazione della Deputazione Provinciale sulla gestione 1917-18, Modena,
G. Ferraguti e C. tipografi, 1918.

134
L’ASSISTENZA AI MALATI DI MENTE NELLA PROVINCIA DI MODENA

Soliti contrasti

Il terremoto bellico si riflesse pesantemente sul livello delle rette di ogni


manicomio e nella fattispecie anche su quelle del San Lazzaro, le quali lievi-
tarono evidentemente anche per via del mutato valore della lira. Ciò spinse
ancora di più al limite della rottura i rapporti fra l’amministrazione provin-
ciale modenese e quella del manicomio reggiano. I modenesi pagavano in
ritardo e avevano da ridire su quasi ogni conto presentato loro dai reggiani.
Corrispondenze piene di rivendicazioni si muovevano nei primi anni del
dopoguerra frequentemente sull’asse della via Emilia, peggiorando sensi-
bilmente i rapporti fra le due parti, che periodicamente giungevano fino alla
rottura per poi ricucire spinte dal bisogno reciproco, una di piazzare i pro-
pri malati e l’altra obbligata a dipendere dalle notevoli sovvenzioni erogate
per il mantenimento. Da una lettera datata 21 marzo 1919 veniamo a sapere
che l’entità del credito vantato dall’amministrazione del San Lazzaro am-
montava a 90.000 lire, cifra evidentemente cospicua, al punto che i reggiani
denunciavano per questo problemi di liquidità327. Intessuto di sospetti e di
diffidenze, il rapporto fra i due enti proseguiva negli anni precedenti l’av-
vento del Fascismo a colpi di veleno. Nell’agosto del 1921 l’amministrazione
modenese inviava una commissione di controllo al manicomio con lo scopo,
neppure nascosto, di ispezionare con cura i termini del trattamento riserva-
to ai propri malati e di valutare la congruità delle rette richieste328. L’anno
successivo veniva avviata un’atra indagine con l’obiettivo di verificare i ter-
mini del mantenimento riservato a ex dementi reduci dal manicomio reggia-
no329. Le liti, tutte dovute ai disperati tentativi del modenesi di risparmiare
sull’assistenza ai malati di mente, dilagavano; nel 1923 l’amministrazione
del San Lazzaro rimetteva di nuovo in discussione la convenzione firmata
con la Provincia di Modena con la sola spiegazione che il crescente afflus-
so di malati aumentava i costi del loro mantenimento, che i reggiani inten-
devano riversare sui modenesi. In risposta l’amministrazione provinciale
modenese poneva la questione di diritto alla comproprietà dell’ospedale
reggiano, definito interprovinciale, pretesa poggiante sulla donazione ese-
guita dalla Congregazione di carità modenese al momento del manicomio,
motivazione evidentemente pretestuosa, ma che denota di per sé il clima
327
La lettera citata si trova in APMO, Atti Amministrazione Provinciale. Dementi, Titolo 6, Rubrica
5, Fascicolo 1.
328
Documenti relativi alla visita della commissione e altri concernenti le liti sui pagamenti sono
in APMO, Assistenza ai mentecatti e dementi (ex militari e altri), busta 7.
329
APMO, Dementi sussidiati. Corrispondenza generale, 1.

135
Andrea Giuntini

cronicamente conflittuale esistente fra le due parti. Ancora a guerra iniziata


da parte dell’amministrazione provinciale modenese provenivano sforzi di
ogni genere per risparmiare il più possibile sulle spese per l’assistenza: nel
novembre del 1940 con una circolare il presidente Casati rendeva obbligatori
controlli molto più severi per l’ammissione in manicomio330.
Una questione infine, se vogliamo, era ancora più spinosa del dissidio
su debiti e crediti. Si trattava della proposta, presentata nel 1920 dall’ammi-
nistrazione del manicomio reggiano, di modifica dello statuto. La modifica
consisteva nella nomina del presidente e dell’intero consiglio della Commis-
sione amministrativa dell’istituto solamente da parte del Consiglio comuna-
le di Reggio. In opposizione alla proposta i modenesi chiesero che la nomina
del presidente continuasse ad essere competenza del prefetto piuttosto che
del Consiglio comunale della città331. La contesa maggiormente rilevante
consisteva nell’ingresso di un rappresentante modenese nel Consiglio di am-
ministrazione del manicomio. I modenesi ottenevano finalmente un posto,
dei cinque previsti nell’organismo di gestione, nel settembre 1940.

La ripresa della questione della costruzione del nuovo manicomio

Fra le questioni che la fine della guerra fece tornare di attualità non pote-
va non esserci anche quella del manicomio. Chiuse le ostilità la commissione
già nominata riprendeva a riunirsi e puntava subito a concludere l’acquisto
del terreno a Saliceta individuato in precedenza. L’area, distante 4-5 km. dal
centro di Modena, comprendeva diversi fabbricati colonici e si stendeva per
25-30 ettari, era dotata di un accesso ritenuto adatto e di una buona esposi-
zione. La presenza di acqua abbondante, di cui si decise subito l’approvvi-
gionamento tramite la realizzazione di una serie di pozzi Norton, ne faceva
un sito particolarmente apprezzato. Il compromesso di acquisto venne fir-
mato con il proprietario, Ugo Righi Riva, il 19 maggio 1919 e il rogito il 23
marzo 1920332.
L’analisi dei documenti, rari e frammentari, ma univoci nell’indicare la
direzione di marcia, parla chiaro: all’inizio degli anni Venti regnava la certez-
za assoluta che il manicomio si sarebbe finalmente costruito. Nessun dubbio
turbava le menti dei modenesi, convinti di essere arrivati finalmente all’ulti-

330
APMO, Assistenza ai mentecatti e dementi (ex militari e altri), 9.
331
I documenti che attestano lo svolgimento della vicenda sono in APMO, Atti Amministrazione
Provinciale. Dementi, Titolo 6, Rubrica 5, Fascicolo 1.
332
Per la descrizione del terreno, cfr. ACPM, 2 giugno 1919.

136
L’ASSISTENZA AI MALATI DI MENTE NELLA PROVINCIA DI MODENA

ma fase della lunga e inconcludente vicenda. La collocazione del nuovo fab-


bricato aveva ricevuto il placet da un esperto, il professor Arnaldo Pieraccini
direttore del manicomio di Arezzo, al quale l’amministrazione provinciale
si era rivolta con un voto sostanzialmente unanime. Pieraccini venne incari-
cato, insieme con il capo dell’ufficio tecnico provinciale Antonio Albertini,
di stilare un progetto completo per il manicomio. Lo psichiatra presentava
nell’estate del 1919 una prima relazione333, che convinceva gli amministrato-
ri, che a quel punto334 gli chiesero un vero progetto tecnico presentato alla
fine del 1920335. Il costo complessivo non destava preoccupazioni: il denaro
necessario alla realizzazione dell’opera – dieci milioni secondo il preventivo
- la Provincia l’avrebbe trovato vendendo il terreno di sua proprietà a Villa
San Faustino, 85.000 mq. che si pensava potessero far gola all’ospedale Ra-
mazzini, gestito dal Comune. Per il resto si reputava sufficiente l’accensione
di un mutuo. L’ottimismo dunque dominava, mentre invece l’idea alla fine
naufragò proprio per la mancanza di soldi.
Il progetto, per una capienza di 600 ricoverati, era “a padiglioni isolati
non troppo distanti fra di loro e contornati da cortili ed ampi giardini con
piante svariate […] in modo che una movimentata disposizione di esse ri-
esca a mascherare la simmetria e vicinanza dei fabbricati stessi dando nel
complesso l’apparenza di un villaggio gaio all’insieme dell’Istituto”336. Sul-
la carta il progetto rispondeva alle tecniche costruttive più innovative. Il
piano prevedeva una costruzione per reparti. Il primo doveva essere quello
destinato ad ospitare i malati di mente tranquilli, così pensato in modo tale
da poterli utilizzare nella prosecuzione dei lavori una volta trovata loro
una sistemazione stabile. Agitati e cronici sarebbero stati tenuti separati dai
tranquilli.
La pianta del manicomio era disposta simmetricamente rispetto all’asse
della strada, da cui distava un centinaio di metri. Oltre ai locali occupati dai
malati, nel progetto vennero previsti alcuni opifici: un mulino dotato di un
motore elettrico con un deposito per la farina, una fornace per i mattoni,
un panificio, un pastificio, un’officina meccanica e una lavanderia337. La fase

333
Per l’erigendo manicomio di Modena, contenuta in Atti Amministrazione Provinciale, Dementi,
Titolo 6, Rubrica 5, Fascicolo 5, Clinica psichiatrica 1911-1917.
334
ACPM, 26 settembre 1919.
335
APMO, Assistenza ai mentecatti e dementi (ex militari e altri), busta 5.
336
APMO, Atti Amministrazione Provinciale. Dementi, Titolo 6, Rubrica 5, Fascicolo 5, Clinica psi-
chiatrica 1911-1917.
337
I documenti relativi sono in APMO, Assistenza ai mentecatti e dementi (ex militari e altri), busta 4.

137
Andrea Giuntini

dell’osservazione e della vigilanza si sarebbe svolta in un apposito fabbri-


cato, mentre in ambienti separati fu collocata l’infermeria. Completavano il
disegno due villini per i malati paganti e un fabbricato adibito ad abitazione
per gli infermieri e le loro famiglie.
Per qualche anno, almeno fino al 1923, l’illusione resse. Poi si fece strada
la consapevolezza dell’incapacità di reggere una simile spesa. Rifatti i calco-
li, ci si rese conto che in definitiva probabilmente costava meno continuare a
mantenere i propri malati nei manicomi di altre province. Nel febbraio 1925 i
terreni acquistati per l’impianto del manicomio venivano rivenduti ai fratelli
Ferrari per 551.000 lire e si smetteva per sempre di parlare di manicomio338.
Finiva un pezzo significativo della storia dell’assistenza ai malati di mente
nella provincia modenese.

Di nuovo il grande internamento

L’epoca fascista conobbe nuovamente un notevole rigonfiamento della


popolazione manicomiale italiana, che in epoca bellica si avvicinava alle
100.000 unità. Il vertiginoso aumento dei malati internati avvenne in un con-
testo di chiusura culturale del Fascismo della psichiatria dominata da un
orientamento nettamente organicista. I principi dell’eugenetica spingevano
verso il manicomio quanti restavano fuori dai canoni prefissati, sottoposti ad
un severo controllo sociale. Il manicomio dunque funzionava da elemento
di regolazione della devianza in un’ottica complessiva di ferrea irregimenta-
zione della scienza. Il nuovo codice penale Rocco prevedeva l’iscrizione nel
casellario giudiziario del nome del ricoverato in manicomio339.

Popolazione dei manicomi italiani in epoca fascista

Presenti al 1º gennaio Numero di ricoverati ogni 1000 abitanti

1926 60.306 1.50


1927 62.127 1.53
1928 64.268 1.57

338
Provincia di Modena, Quattro anni di amministrazione fascista 1923-24-25-26. relazione della
Deputazione Provinciale, Modena, G. Ferraguti e C. tipografia, 1926, p. 81.
339
Per una visione più approfondita della questione rimandiamo a F. Cassata, Molti sani e forti.
L’eugenetica in Italia, Bollati Boringhieri, Torino, 2006, pp. 125 e ss. Vedi inoltre A. Scartabellati,
Culture psichiatriche & cultura nazionale. Per una storia sociale (1909-1929), in “Frenis Zero. Scienze
della Mente, Filosofia, Psicoterapia e Creatività”, 2006, 5.

138
L’ASSISTENZA AI MALATI DI MENTE NELLA PROVINCIA DI MODENA

1929 66.439 1.61


1930 68.777 1.65
1931 72.269 1.73
1932 74.780 1.77
1933 77.724 1.83
1934 81.809 1.89
1935 83.541 1.93
1936 86.449 1.99
1937 89.393 2.04
1938 93.019 2.10
1939 94.946 2.12
1940 95.984 2.12
1941 96.499 2.12
1942 94.677 2.07
1943 86.069 1.88

Fonte: G. Gorni, Malattia mentale e sistema. L’istituzione manicomiale italiana


dalla fine del Settecento agli inizi del Novecento, in “Classe”, 1978, 15, p. 201; e
M. Moraglio, Prima e dopo la Grande Guerra. Per un’introduzione al dibattito
psichiatrico nell’Italia del ‘900, in Dalle trincee al manicomio. Esperienza bellica e
destino di matti e psichiatri nella Grande guerra, a cura di A. Scartabellati, Tori-
no, Marco Valerio editore, 2008, p. 90

L’affollamento degli ospedali psichiatrici su tutta la penisola decretava


il fallimento del fine terapeutico dei manicomi. Insuccesso curativo e inade-
guatezza della legislazione italiana sull’assistenza mentale, incardinata in-
torno al concetto di pubblica sicurezza, rappresentavano la cifra della scien-
za psichiatrica negli anni del Fascismo.
Questo non significa che mancò il confronto fra le varie anime e i vari
protagonisti della psichiatria italiana impegnati tutti nella riforma della nor-
mativa prebellica, nel tentativo di separare “la popolazione manicomiale in
una pluralità di luoghi di isolamento, rompendo la monoliticità del conteni-
tore asilare pur conservandone il paradigma reclusivo”340. Ne sono testimo-
nianza la nascita nel 1924 della Lega italiana di igiene e profilassi mentale e
la trasformazione nel 1931 della Società freniatrica italiana in Società italiana
di psichiatria. Un episodio altrettanto significativo in questa direzione era
costituito dal nuovo ospedale neuropsichiatrico di Arezzo aperto nel 1926.

340
M. Moraglio, Prima e dopo la Grande Guerra. Per un’introduzione al dibattito psichiatrico nell’Italia
del ‘900, in Dalle trincee al manicomio. Esperienza bellica e destino di matti e psichiatri nella Grande
guerra, a cura di A. Scartabellati, Torino, Marco Valerio editore, 2008, p. 74.

139
Andrea Giuntini

Nel segno della continuità

A livello locale, sfumato per sempre il progetto di realizzare un proprio


manicomio, prevalse in questi anni la routine assistenziale, senza che novità
di rilievo venissero introdotte. Abbandonato il progetto del manicomio, i
modenesi si volgevano verso soluzioni diverse, opposte alla visione asilare,
come quella del dispensario con accesso libero volontario e con caratteristi-
che extraospedaliere, formula che si stava diffondendo in molte altre provin-
ce italiane: nel 1937 saranno 26 ad avere organizzato il servizio di assistenza
psichiatrica dispensariale. In pratica muoveva i primi passi l’idea della pro-
filassi, cominciando a proporsi in alternativa a quella terapeutica. A Modena
però anche questo progetto non si tradusse concretamente. Non restava che
chinare la testa di fronte alle consuete richieste di aumento del San Lazzaro:
nel 1925 la retta giornaliera saliva fino a 1.50, traducendosi in un aggravio
alla spesa annua complessiva per l’amministrazione provinciale modenese
di 120.000 lire in più341. La scelta era obbligata; nonostante che, a partire da
questa epoca, venisse instaurata una certa tendenza alla diversificazione nel-
le destinazioni dei malati, l’approdo del San Lazzaro restava sempre quello
privilegiato. Veniva rafforzato il reparto del Sant’Agostino, che ospitava i
malati di mente, inoltre molti malati prendevano la strada di Casinalbo, altri
venivano collocati al Regina Margherita di Castelfranco e presso la Casa pro-
vinciale di riposo, oltre al collaudato San Giovanni in Persiceto. Non presen-
tava numeri trascurabili neppure l’assistenza domiciliare: nel 1923 i malati
che godevano di tale protezione erano 130, distribuiti alcuni nella propria
famiglia e altri in differenti nuclei familiari. La chiusura di Bertalìa invece
aveva reso urgente la questione dei bambini, per i quali l’amministrazione
provinciale faticava a trovare una destinazione acconcia. La soluzione venne
trovata nella costituzione della Colonia scuola Antonio Marro, annessa al
San Lazzaro, entrata in funzione nel 1921.

Ultimo atto

La guerra chiude questo capitolo di storia. I drammi che avevano scon-


volto il precedente conflitto bellico si ripetono in un ambito ancora più am-
pio, travolgendo la popolazione civile. Si manifestano patologie determinate
specificamente dalle singole vicende: lo sbandamento dovuto all’8 settembre

341
ACPM, 6 aprile 1925.

140
L’ASSISTENZA AI MALATI DI MENTE NELLA PROVINCIA DI MODENA

disegna nuove tipologie di depressione in donne e uomini342. Impazziscono


i soldati mandati a morire in Russia o nei Balcani e che si aggirano per l’Eu-
ropa da profughi, così come i familiari che li aspettano a casa. Molti si finge-
vano pazzi per evitare di essere mandati al fronte. La notizia della morte di
un congiunto scatenava reazioni, che non infrequentemente sfociavano nella
follia. Egualmente la distruzione della propria casa per un bombardamento
deteriorava anche definitivamente il cervello dei tanti colpiti dalla disgrazia.
Una volta restituito il paese alla democrazia, anche la storia dell’assistenza
ai malati di mente viveva una svolta totale.

342
M. Tornabene, Matti di Fascismo, matti di guerra. Gli internati di Racconigi e la seconda guerra
mondiale, in “Passato e presente”, 2006, 73, pp. 41-63.

141
TRA RINNOVAMENTO SOCIALE ED EFFICIENZA ECONOMICA

Simone Fari, Università di Torino

TRA RINNOVAMENTO SOCIALE ED EFFICIENZA


ECONOMICA. LA GESTIONE DELL’ASSISTENZA
PSICHIATRICA NELLA PROVINCIA DI MODENA
DAL DOPOGUERRA ALLA LEGGE 180

Introduzione

«Noi abbiamo un bilancio che complessivamente raggiunge nella parte


ordinaria delle spese circa il miliardo. Di questo miliardo oltre 300 milioni
vengono assorbiti da un’unica attività provinciale: l’assistenza ai dementi»343.
Con queste parole, durante la discussione del bilancio di previsione della
provincia di Modena del 1953, l’assessore Triva desiderava evidenziare il
fatto che una delle principali attività della Provincia, in quanto a risorse
utilizzate, era l’assistenza ai malati di mente. In effetti, fin dall’Unità d’Ita-
lia, una delle principali fonti di spesa per le province del Regno era stata
l’assistenza ai “mentecatti”, affiancata da quella ai cosiddetti illegittimi. Nel
secondo dopoguerra, recependo le normative in vigore durante il periodo
fascista, le province italiane vennero a trovarsi, a proprio carico, il mante-
nimento di migliaia di malati di mente, internati nei vari manicomi del-
la penisola. Infatti, secondo la legge, le province erano l’ente preposto al
pagamento delle rette manicomiali dei cosiddetti “matti violenti o osceni”,
coloro cioè che dovevano essere internati coattivamente, mediante un prov-
vedimento dell’autorità di pubblica sicurezza344. Inizialmente, la Provincia
di Modena, come tutte le altre province italiane, si limitò a fungere da “uf-
ficiale pagatore”345 nei confronti dei manicomi e della case di cura messe a
343
Atti del Consiglio Provinciale di Modena (d’ora in avanti ACPM), 9 e 11 febbraio 1953, Bilan-
cio dell’esercizio finanziario dell’anno 1953. Esame ed approvazione, p. 196.
344
M. Tornabene, Manicomio e società nel Novecento, in L. Lajolo-M. Tornabene, Memorie del ma-
nicomio. L’ospedale di Collegno a trent’anni dalla 180, Boves, Araba Fenice, 2008, pp. 19-49.
345
ACPM, 22 febbraio 1954, Bilancio dell’esercizio finanziario dell’anno 1954. Esame ed approvazione,
p. 30.

143
Simone Fari

disposizione sul proprio territorio e nelle immediate vicinanze. Tuttavia, a


partire dal 1951, alle province fu concessa una maggiore autonomia politica
ed economica. Difatti, in quell’anno, si tennero le prime elezioni per la com-
posizione democratica del Consiglio provinciale, il quale, a sua volta, avreb-
be dovuto eleggere la Giunta, che sarebbe così divenuta l’organo esecutivo, e
indipendente, dell’ente provinciale. Fino ad allora, sempre in continuità con
le leggi del Ventennio, la Provincia era stata guidata dalla Deputazione pro-
vinciale, organo esecutivo di nomina prefettizia. In altre parole, a partire dal
1951, le province divennero enti locali autonomi a tutti gli effetti e, come tali,
divennero responsabili di alcune importanti attività pubbliche, delle quali la
gestione delle strade provinciali e l’assistenza dei dementi e degli illegittimi
furono sicuramente le più onerose e pressanti.
L’assistenza psichiatrica rimase una spesa a carico delle province fino
all’applicazione della Legge 180 nel 1978, a partire dalla quale l’assistenza
dei malati di mente venne assimilata all’assistenza sanitaria e, come tale,
passò fra le competenze delle Regioni. Ne consegue, quindi che, per oltre
trent’anni, dal 1945 al 1978, le province dovettero gestire autonomamente un
settore delicato e oneroso quale quello dell’assistenza psichiatrica. A dispet-
to di quanto si possa credere, e a fronte di un grande vuoto storiografico, la
gestione dell’assistenza psichiatrica fu per alcune province italiane, e in par-
ticolare per quella di Modena, un’attività “aziendale” complessa che richiese
l’impiego efficiente ed efficace di persone e di mezzi al fine di estendere il
più possibile la cura e la prevenzione delle malattie mentali.
In Italia, le vicende legate all’assistenza dei malati mentali sono state
piuttosto trascurate dagli studi storici contemporanei346. In particolare, poi,
la maggior parte degli studi effettuati negli ultimi trent’anni si sono concen-
trati soprattutto sull’istituzione, l’evoluzione e la successiva scomparsa dei
manicomi347. Risulta quasi totalmente assente dal panorama storiografico at-
tuale la questione dell’assistenza psichiatrica territoriale ed extra-ospedalie-
ra. Probabilmente, ciò è avvenuto perché l’opinione pubblica ha percepito la
legge Basaglia come un momento di rottura rispetto al passato: prima della
legge c’erano i manicomi-lager, dopo la legge i malati di mente sarebbero
stati curati attraverso strutture distribuite nel territorio. Ovviamente, questa

346
P. Guarnieri, La storia della psichiatria, un secolo di studi in Italia, Firenze, Leo S. Olschki Edito-
re, 1991.
347
Si considerino ad esempio: R. Canosa, Storia del Manicomio in Italia dall’Unità ad oggi, Milano,
Feltrinelli, 1979; M. Moraglio, Costruire il manicomio. Storia dell’Ospedale psichiatrico di Grugliasco,
Milano, Edizioni Unicopli, 2002; L. Lajolo-M. Tornabene, Memorie del manicomio. L’ospedale di
Collegno a trent’anni dalla 180, Boves, Araba Fenice, 2008.

144
145
146
147
Cerimonia di inaugurazione del Dispensario di Mirandola, 1958

148
149
Manicomio San Lazzaro di Reggio Emilia

150
151
152
153
154
Manifesto della Congregazione di Carità di San Giovanni in Persiceto (1906)

155
Verbale della adunanza straordinaria della Congregazione di Carità, 6 agosto 1895

156
SAN GIOVANNI IN PERSICETO (1901)
Ex-convento delle monache di
San Michele adibito a ricovero per
vecchi inabili nel 1830 e poi ad
ospedale nel 1886

SAN GIOVANNI IN PERSICETO (fine 800)


Palazzo SS. Salvatore.
A partire dal 1890 ospitò una “Sezione di alienati tranquilli”
distaccata dal Manicomio di Bologna, poi da Reggio Emilia

157
SAN GIOVANNI
IN PERSICETO (inizio 900)
Palazzo SS.Salvatore.
Ai primi del secolo
l’edificio fu dotato di uno
spazio recintato

SAN GIOVANNI
IN PERSICETO (1906)
Cortile della “Succursale
donne alienate croniche”.
L’edificio fu abbattuto nel
secondo dopoguerra

SAN GIOVANNI
IN PERSICETO (1906)
Camerata uomini

158
SAN GIOVANNI
IN PERSICETO
L’ex Casa del Proletariato
di via Guardia Nazionale
15, adattata a Casa di
Ricovero per i poveri
(1927) dal 1932 al 1975
adibita a Ricovero dementi
(1925)

SAN GIOVANNI
INPERSICETO (1964)
Padiglione 5
Nel 1981 fu trasformato
in Casa Protetta.

SAN GIOVANNI
IN PERSICETO (1959)
Padiglione 1 (ex villa
Cuccoli) destinato ai malati
di mente e trasformato
in Comunità alloggio
“XXV Aprile”.

159
Manicomio San Niccolò di Siena

160
TRA RINNOVAMENTO SOCIALE ED EFFICIENZA ECONOMICA

netta separazione fra la situazione dell’assistenza psichiatrica prima e dopo


l’applicazione della legge Basaglia non corrisponde al vero. Difatti, da una
parte, i manicomi continuarono ad esistere fino agli anni Novanta, sebbene
in forme giuridicamente diverse rispetto al passato, mentre, dall’altra parte,
servizi terapeutici e di prevenzione psichiatrica territoriale furono istituiti
dalle province fin dai primissimi anni Sessanta. A questo proposito, un in-
tervento al convegno di psichiatria sociale, tenuto a Bologna nell’aprile del
1964, sosteneva: «è stato rilevato in particolare che l’istituzione in numerose
province, negli ultimi decenni, dei centri e dei dispensari di igiene mentale
ha segnato una prima tappa nell’evoluzione dell’assistenza psichiatrica ver-
so un’efficiente organizzazione dei servizi extra-ospedalieri, offrendo una
verifica positiva alla tendenza di inserire direttamente, nel contesto sociale,
l’intervento preventivo e terapeutico della psichiatria»348.
Nonostante la scarsità di contributi in prospettiva storica, sono molti,
oggi, gli studiosi convinti che «quando nel 1978 arrivò la nuova legge psi-
chiatrica […] la psichiatria italiana riuscì ad adattarsi alla situazione sen-
za eccessive difficoltà per merito dei mutamenti che, informalmente, erano
già avvenuti su tutto il territorio nazionale e, soprattutto, nelle regioni del
centro-nord»349. Ciò fu possibile, perché il grande movimento di protesta po-
litica a favore della chiusura dei manicomi, scoppiato alla fine degli anni
Sessanta, si innestava su un terreno fertile di discussione, reso possibile da
decenni di silenziose e graduali piccole sperimentazioni scaturite dalla col-
laborazione fra psichiatri e autorità politiche locali. Tuttavia, se oggi è ormai
assodato che la legge 180, più che una rivoluzione, fu una tappa di un lungo
processo che si era sviluppato alcuni decenni prima all’interno degli enti
locali, rimangono ancora molte ombre sul percorso e sulle modalità che tali
enti locali misero in atto.
La mancanza di studi che approfondiscano le caratteristiche organizzati-
ve e gestionali del servizio di assistenza psichiatrica a livello locale sono da
imputarsi ad una scarsa attenzione che gli storici economici e delle istituzio-
ni hanno prestato ai cosiddetti servizi sociali. In generale, gli studi sui servizi
svolti direttamente dagli enti locali, spesso attraverso l’istituzione di aziende
municipalizzate, si sono moltiplicati solo nell’ultimo decennio. In particola-
re, però, questi studi si sono occupati di servizi maggiormente “commercia-
li”, quali l’erogazione di gas o energia elettrica o il trasporto pubblico, i quali
348
L’intervento è citato in R. Canosa, Storia del Manicomio in Italia dall’Unità ad oggi, Milano,
Feltrinelli, 1979, p. 169.
349
G. Corbellini-G. Jervis, La razionalità negata. Psichiatria e antipsichiatria in Italia, Torino, Bollati
Boringhieri, 2008, p. 119.

161
Simone Fari

meglio si prestavano ad un’analisi di tipo economico350.


Con questo saggio, approfittando del palese vuoto storiografico, ci si pro-
pone di indagare come, e con quali risultati, la Provincia di Modena tentò di
amministrare il servizio di assistenza psichiatrica dal dopoguerra al 1978.
Pur considerando gli aspetti più generali del grande dibattito sulla psichia-
tria che si ebbe a cavallo degli anni Sessanta e settanta, in questo studio ver-
ranno analizzati soprattutto gli aspetti organizzativi e gestionali e i risultati
economici e sociali raggiunti dal servizio psichiatrico modenese.
L’elemento che caratterizzò l’assistenza dei malati di mente nella provin-
cia modenese, fin dalle sue origini, fu l’assenza di un manicomio sul proprio
territorio. La provincia di Modena si serviva, infatti, del manicomio di Reg-
gio Emilia per ricoverare i propri “matti violenti”, mentre utilizzava il mani-
comio di San Giovanni in Persiceto (in provincia di Bologna) per ricoverare
i cosiddetti “matti tranquilli”. Le famiglie erano poi libere di ricoverare i
propri parenti in case di cura private di piccole dimensioni che esistevano
sul territorio provinciale; in questo caso la Provincia si limitava ad erogare
sussidi laddove le famiglie ne avessero i requisiti351. Fino alla seconda guerra
mondiale, la mancanza di un proprio manicomio si era rivelata un grande
svantaggio per la provincia di Modena. L’impossibilità di amministrare di-
rettamente il manicomio di Reggio, ne limitava anche il controllo delle rette
giornaliere, esponendo così la Provincia di Modena a continui aumenti della
somme annuali che doveva al manicomio stesso. Tuttavia, a partire dal se-
condo dopoguerra, il fatto di non gestire direttamente un manicomio si tra-
sformò in un vantaggio relativo per l’amministrazione modenese. Difatti, la
mancanza di un istituto psichiatrico consentì di tentare l’avvio di soluzioni
alternative alla domanda di assistenza psichiatrica. Per tutto il trentennio
qui analizzato, l’Amministrazione provinciale sperimentò attività di “psi-
chiatria territoriale” tenendo sempre presenti due priorità essenziali: 1) il
conseguimento di un risparmio economico rispetto alla gestione totalmente
manicomiale; 2) il miglioramento delle condizioni sociali e patologiche dei
malati mentali. In realtà, ciò che spinse inizialmente gli amministratori mo-
denesi ad istituire un sistema di dispensari fu la convinzione che attraverso

350
Per una sintesi bibliografica e metodologica della storia delle aziende municipalizzate si
veda: S. Fari-A. Giuntini, Public Utilities, in Forms of Enterprise, ed. by A. Colli and M. Vasta, in
corso di pubblicazione presso l’editore Elgar.
351
Per una descrizione degli istituti di cui si serviva la Provincia di Modena, si consideri una
lettera inviata dall’Amministrazione provinciale di Modena a quella di Imperia, in data 8 set-
tembre 1958, conservata in Archivio della Provincia di Modena (d’ora in avanti APMO), Carteg-
gio di amministrazione generale, 1958, Titolo 6, Rubrica 5, Fascicolo 1.

162
TRA RINNOVAMENTO SOCIALE ED EFFICIENZA ECONOMICA

una azione di prevenzione e di propaganda dell’igiene mentale si potessero


prevenire i ricoveri in manicomio e, di conseguenza, fosse possibile ridurre
notevolmente le spese provinciali per il pagamento delle rette ai manicomi
di Reggio e San Giovanni352. Seppur secondario, anche l’aspetto umano e so-
ciale fu, tuttavia, preso in considerazione fin dai primissimi anni Cinquanta,
quando alcuni amministratori giustificarono l’introduzione dei dispensari e
dei sussidi ai malati come possibili alternative al ricovero in manicomio353.
Secondo loro, molte famiglie, soprattutto nell’Appennino modenese, tene-
vano nascosta la malattia mentale dei propri cari al fine di evitargli il mani-
comio e il conseguente inserimento nel casellario giudiziario. La presenza
dei dispensari avrebbe, invece, favorito la diagnosi della malattia prima che
questa si fosse rivelata in tutta la sua “pericolosità” sociale. D’altro canto,
l’erogazione di sussidi avrebbe consentito il ricovero dei malati di mente in
casa di cura, evitando così la denuncia presso l’autorità giudiziaria.
Queste due priorità furono un elemento costante nell’azione degli ammi-
nistratori provinciali modenesi durante tutte e tre le fasi che caratterizzarono
lo sviluppo dell’assistenza psichiatrica nella provincia: 1) il periodo di “rifles-
sione” (1945-1958); 2) l’esperienza della prima rete di dispensari (1958-1968);
3) l’elaborazione e l’avvio dei piani psichiatrici provinciali (1969-1978).

Il periodo “di riflessione” (1945-1958)

Nel primo dopoguerra la spesa per l’assistenza psichiatrica si rivelò un


notevole fardello per i bilanci della Provincia di Modena. Fin dal 1945, gli
amministratori provinciali tentarono di prendere provvedimenti che ridu-
cessero, o per lo meno frenassero, tale spesa354. Tuttavia, nei tredici anni
successivi, gli organi provinciali si impegnarono ad elaborare soluzioni

352
L’assessore Bellelli, durante la presentazione di un progetto per un centro neurologico dia-
gnostico-dispensariale, così si esprimeva: «La Provincia non deve essere solamente un agente
pagatore essa deve fare in modo che gli ammalati possano essere recuperati e inviati alle fa-
miglie, in modo che l’onere finanziario dell’Amministrazione provinciale per il ricovero degli
stessi nei manicomi venga possibilmente a diminuire» (ACPM, 14 marzo 1953, delibera n. 6,
Assistenza ai dementi. Istituzione centro neurologico diagnostico-dispensariale: a) Istituzione di un di-
spensario centrale; b) Istituzione di dispensari periferici, p. 537).
353
ACPM, 9 e 11 febbraio 1953, Bilancio dell’esercizio finanziario dell’anno 1953. Esame ed approva-
zione, pp. 196-197.
354
A partire dall’immediato dopoguerra, gli amministratori provinciali avviarono estenuanti
trattative, per via epistolare, al fine di ridurre le rette manicomiali coi vari istituti interessati e di
far pagare parte di tali rette a enti mutualistici come l’ONMI (APMO, Carteggio di amministrazio-
ne generale, 1946, Titolo 6, Rubrica 5, Fascicolo 1).

163
Simone Fari

non solo per rendere meno costosa l’assistenza psichiatrica, ma anche per
renderla più efficiente ed accessibile ad un maggior numero di persone. In
questo periodo, gli amministratori modenesi presero quindi coscienza delle
responsabilità che conseguivano alla gestione dell’assistenza psichiatrica. Di
pari passo con la maggior consapevolezza di non avere soltanto il dovere di
pagare le rette manicomiali, ma anche il diritto di gestire autonomamente
l’assistenza dei malati di mente, la provincia cominciò a studiare ed elabora-
re provvedimenti che potessero migliorare l’efficienza di questo servizio. Le
grandi tematiche su cui l’Amministrazione provinciale si soffermò in questi
tredici anni sono almeno tre: 1) la revisione dei costi per le degenze, per i sus-
sidi e per l’assistenza psichiatrica in generale; 2) la messa in discussione dei
rapporti con enti mutualistici per l’assistenza ai malati mentali, in partico-
lare per i minori; 3) la questione strutturale del manicomio e, in particolare,
i rapporti con il San Lazzaro di Reggio Emilia. Queste tre questioni furono
costantemente presenti per tutti i tredici anni qui considerati, tuttavia, a par-
tire dal 1952, in concomitanza con l’elaborazione del progetto di costruzione
della rete di dispensari, la questione del manicomio divenne via via sempre
più rilevante.

I primi studi e i primi “timidi” provvedimenti (1945-1952)

Una prima ricognizione generale e approfondita sull’assistenza psichia-


trica modenese venne effettuata nel 1947 dall’ufficio assistenza, su incarico
della Deputazione provinciale. Da questo primo studio, effettuato quando
ancora le province non erano dotate di autonomia amministrativa, si evin-
ce già una visione di rottura rispetto al passato: «quest’ufficio ritiene sia
necessario modificare i criteri adottati fino ad ora e di effettuare, contem-
poraneamente, una revisione di quanto è stato fatto nel passato». Secondo
l’ufficio assistenza, sarebbe stato fondamentale «limitare le spese a quelle
strettamente indispensabili», tuttavia, per fare ciò, era importante avviare
una approfondita riforma del servizio. Prima di tutto, occorreva «limitare
i ricoveri presso l’istituto di Reggio Emilia ai soli pazzi adulti, che [fossero]
veramente pericolosi a sé e agli altri, ovvero [dessero] scandalo, evitando
l’invio dei tranquilli e degli alcolizzati». Di conseguenza, si sarebbero dovuti
«ridurre i collocamenti dei dementi innocui (adulti e minorenni) a quei soli
soggetti che [risultassero] in istato di abbandono, considerando gli altri dei
comuni inabili al lavoro […] e scegliendo, in caso di ricovero, gli istituti ove

164
TRA RINNOVAMENTO SOCIALE ED EFFICIENZA ECONOMICA

si applica[va]no le rette minori»355. La diminuzione delle spese per l’assi-


stenza psichiatrica sarebbe dovuta avvenire non solo attraverso il calo dei
ricoveri, ma anche con un progressivo aumento delle dimissioni e dei trasfe-
rimenti dagli istituti psichiatrici. Secondo la relazione dell’ufficio assistenza,
si sarebbe dovuto «dimettere dagli istituti il numero massimo possibile di
ricoverati e in particolare: 1) i soggetti che non [erano] mai stati affetti da
vere e proprie malattie mentali e che [erano] stati ricoverati per ragioni di
pietà; 2) i dementi che [erano] guariti; 3) quei ricoverati che, pure trattandosi
di deficienti tranquilli, po[teva]no e [dovevano] essere custoditi dai parenti».
Inoltre, si sarebbero dovuti «trasferire, se non tutti almeno in parte, i demen-
ti tranquilli dall’istituto psichiatrico di Reggio Emilia agli ospedali riuniti di
S. Giovanni in Persiceto o in altri istituti». Infine, un’ultima azione con cui
l’amministrazione avrebbe potuto risparmiare denaro dall’assistenza psi-
chiatrica era il cosiddetto “recupero di spedalità”356.
Come noto, le province, per legge, avevano l’obbligo di mantenere soltan-
to i dementi violenti, quelli che davano pubblico scandalo e quelli tranquilli
che risultassero abbandonati dai propri parenti. Attraverso, un’approfon-
dita analisi delle cartelle personali dei propri assistiti, la Provincia avrebbe
potuto farsi rimborsare, da altri enti o dallo stato, quelle rette pagate errone-
amente e, in ogni caso, avrebbe potuto smettere di pagare rette e sussidi che
non le spettavano per legge357.
Il tema del recupero delle spedalità è strettamente legato a quello dei
rapporti che la Provincia aveva con gli altri enti preposti, teoricamente, ad
affiancarla nell’assistenza dei malati di mente. Difatti, siccome la legge pre-
vedeva il mantenimento dei soli malati violenti o scandalosi, tutti le altre ti-
pologie di dementi sarebbero dovute essere a carico di vari enti. Ad esempio,
i dementi tranquilli che non fossero stati mantenuti, totalmente o parzial-
mente, dai propri parenti, sarebbero dovuti ricadere nelle competenze dei
comuni di residenza. Invece, i dementi minorenni, esclusi i violenti e scan-
dalosi, erano di competenza dell’ONMI (Opera Nazionale per la Maternità e
l’Infanzia). Infine, quei malati mentali che si ricoveravano volontariamente
in case di cura private oppure presso la clinica di neurologia dell’ospedale
civile, avrebbero dovuto ricevere dei sussidi totali o parziali dalle rispettive
mutue. In realtà, a parte il caso dei comuni residenza, sia gli enti mutualistici
355
APMO, Carteggio di amministrazione generale, 1947, Titolo 6, Rubrica 5, Fascicolo 1, Dementi-
Revisione Assistenza, p. 1.
356
Ivi, p. 4.
357
Il lavoro di revisione proposto dall’ufficio assistenza avrebbe comportato «lo studio di cen-
tinaia di fascicoli, molti dei quali [avrebbero dovuto] essere esaminati più volte» (Ivi, p. 5).

165
Simone Fari

che l’ONMI contribuirono assai poco al mantenimento dei malati mentali.


Anzi, tra l’ONMI e la Provincia si instaurò una vera e propria guerra com-
battuta a suon di lettere infuocate, in cui i due enti, per più di un decennio,
si rimbalzarono continuamente la responsabilità economica dei minorenni
malati mentali358.
Nonostante la Provincia fosse riconosciuta come l’ente preposto al man-
tenimento dei malati di mente, essa non aveva gli strumenti per effettuare
direttamente degli accertamenti sulla malattia mentale dei propri assistiti
né quelli necessari a controllarli periodicamente. Fu proprio da questo pa-
radosso, che si originò, fin dal 1947, la necessità di istituire delle strutture
tecniche e amministrative capaci di supervisionare l’assistenza dei malati
mentali all’interno degli istituti psichiatrici in cui erano custoditi. L’ufficio
assistenza della provincia, ad esempio, dichiarava che era indispensabile
«istituire accertamenti diretti d’ufficio, in quanto [era] risaputo e compro-
vato che documenti e informazioni errate e, purtroppo, molte volte compia-
centi, fa[cevano] perdere alla provincia migliaia di spedalità». Per questo
motivo, lo stesso ufficio premeva per la «istituzione di un servizio di osser-
vazione e di controllo tecnico, che [venisse] espletato nell’esclusivo interesse
della provincia». Difatti, secondo la relazione del ’47, «la provincia [doveva]
sostenere ingenti spese di spedalità e di assistenza, basandosi sull’opera di
medici e di istituti, che non [dipendevano] da essa, e la mancanza di un
servizio tecnico di fiducia da[va] origine a inconvenienti, arbitrii e anche ad
abusi che si ripercuot[evano] fortemente sul bilancio dell’Ente». La provin-
cia, in particolare, riteneva che il manicomio di Reggio Emilia fosse uno dei
principali responsabili, direttamente e indirettamente, dei ricoveri eccessivi
che erano stati effettuati fino ad allora. La responsabilità diretta derivava dal
fatto che «l’istituto psichiatrico di Reggio Emilia continua[va] ad accogliere
malati senza quasi dimetterne, e [tratteneva] i ricoverati tranquilli per i quali
si paga[va] la stessa retta corrisposta per i furiosi e pericolosi». La responsa-
bilità indiretta era invece legata al fatto che «la clinica psichiatrica [dell’uni-
versità di Modena] [teneva] in osservazione i malati oltre il periodo previsto
di circa 10 giorni e invia[va] tutti i dementi bisognosi di ricovero a Reggio
Emilia, mentre, invece, [avrebbe dovuto e potuto] proporre il ricovero dei
tranquilli negli appositi istituti»359, le cui rette erano inferiori, o, comunque,
non interamente a carico della provincia.
358
La corrispondenza fra ONMI e provincia si trova in APMO, Carteggio di amministrazione
generale, 1956, Titolo 6, Rubrica 5, Fascicolo 1.
359
APMO, Carteggio di amministrazione generale, 1947, Titolo 6, Rubrica 5, Fascicolo 1, Dementi-
Revisione Assistenza, p. 3.

166
TRA RINNOVAMENTO SOCIALE ED EFFICIENZA ECONOMICA

Il pessimo rapporto con il manicomio di Reggio Emilia costituiva un’ere-


dità che la Provincia aveva ricevuto dal passato. Sia in epoca liberale che
durante il regime fascista, la Provincia di Modena aveva perpetuato la tradi-
zione di litigi e diatribe con l’Opera pia che gestiva il manicomio. Le due tra-
dizionali ragioni di discussione fra i due enti riguardavano principalmente il
pagamento delle rette e il livello di controllo amministrativo sull’istituto psi-
chiatrico360. Nel dopoguerra, la questione delle rette era ancora regolata, di
fatto, dall’antico “Rogito Marmiroli” del 1858, stipulato dal Ducato Estense
con l’opera pia del frenocomio di Reggio Emilia361. Tale accordo prevedeva
che Modena e le sue “quattro ville” si servissero in modo esclusivo dell’ospe-
dale di Reggio. In cambio di tale diritto di monopolio, il manicomio di Reg-
gio avrebbe offerto a Modena e alle sue ville un conveniente sconto sulle
rette di degenza: 1,10 lire in luogo di 1,35. Nonostante molte discussioni e
un’infinita corrispondenza, tale proporzione rimase immutata fino agli anni
del dopoguerra. Tuttavia, con essa, rimase immutato anche il monopolio del
manicomio di Reggio, fatta eccezione per i dementi tranquilli, che potevano
essere portati in altri istituti. In questo modo, al 1946, su un totale di 970 as-
sistiti, ben 515, tutti considerati agitati, erano custoditi presso il manicomio
di Reggio Emilia, mentre solo 109 dementi tranquilli erano ricoverati presso
l’istituto di San Giovanni in Persiceto362. Tre anni dopo, il numero di malati
ricoverati a Reggio era aumentato: al 12 gennaio 1949, su un totale di 1.071
assistiti, risultavano ricoverati a Reggio Emilia ben 641 pazienti, contro i 111,
custoditi a San Giovanni in Persiceto363.
Se per quanto riguardava le rette, nel dopoguerra, continuarono a valere
gli accordi stipulati durante il ventennio fascista, per quello che concerne-
va il controllo amministrativo della Provincia di Modena sul manicomio di
Reggio si susseguirono anni piuttosto agitati. Nel 1941, si era stabilito che il
Consiglio di amministrazione dell’istituto psichiatrico di Reggio Emilia fos-
se costituito da un presidente di nomina prefettizia e da quattro consiglieri,
di cui due scelti dal comune di Reggio Emilia, uno dalla Provincia di Reggio
Emilia e uno dalla Provincia di Modena. Questa composizione del Consiglio
360
A questo proposito, si considerino: APMO, Carteggio di amministrazione generale, 1919-1920,
Titolo 6, Rubrica 5, Fascicolo 1; APMO, Assistenza ai mentecatti e Dementi (ex militari e altri), n. 7,
Manicomio di S. Lazzaro 1907-1927.
361
Una copia del Rogito Marmiroli è conservata in APMO, Assistenza ai mentecatti e Dementi (ex
militari e altri), n. 7, Manicomio di S. Lazzaro 1907-1927.
362
APMO, Carteggio di amministrazione generale, 1946, Titolo 6, Rubrica 5, Fascicolo 1.
363
APMO, Carteggio di amministrazione generale, 1949, Titolo 6, Rubrica 5, Fascicolo 1, Risposta
alla nota n. 374259an del 29 dicembre 1948, datata 12 gennaio 1949.

167
Simone Fari

sfavoriva, esplicitamente, le province di Reggio e Modena, che erano i prin-


cipali responsabili dell’assistenza psichiatrica. Per questa ragione, il prefetto
di Reggio Emilia, nel gennaio del 1947, decise di istituire una commissione
provvisoria per la direzione del manicomio di Reggio, la quale sarebbe stata
composta da cinque membri: tre nominati dalla Provincia di Reggio Emilia
e due da quella di Modena. Tale commissione, oltre a svolgere l’ordinaria
amministrazione, aveva l’esplicito compito di modificare l’articolo dello Sta-
tuto del manicomio di Reggio riguardante la composizione del Consiglio di
amministrazione. Nonostante ciò, lo statuto rimase immutato fino al 1951,
ragion per cui, nel dicembre di quell’anno, il nuovo prefetto di Reggio Emi-
lia decise di nominare un commissario unico per la gestione del manicomio,
il quale avrebbe avuto anche l’incarico di modificare lo statuto, per quanto
concerneva la composizione del Consiglio di amministrazione364. Ovvia-
mente, la nomina di un commissario prefettizio alla guida amministrativa
dell’ospedale psichiatrico di Reggio non sarebbe potuto andare bene né alla
Provincia di Reggio Emilia né, tanto meno, a quella di Modena. Entrambe,
infatti, perdevano, in questo modo, il controllo amministrativo sul manico-
mio di Reggio, che avevano sempre detenuto. Alle ragioni di controllo am-
ministrativo si aggiungevano poi quelle strettamente politiche: le Province
di Reggio e di Modena, infatti, erano entrambe guidate da una maggioranza,
che faceva riferimento al Partito comunista, mentre il prefetto, chiaramente,
era vicino all’area democristiana. Per tutte queste ragioni, sia la Provincia
di Reggio che quella di Modena decisero di ricorrere al Consiglio di Stato
per annullare la decisione del prefetto di Reggio Emilia365. Nel frattempo,
siccome entrambe le Province non riconoscevano la decisione del prefetto
di nominare un commissario unico, vennero scelti i rispettivi rappresentanti
delle Province facendo riferimento allo statuto modificato nel 1941366. Tali
rappresentanti non vennero riconosciuti dal prefetto, il quale, invece, die-
de mandato al commissario unico di elaborare un nuovo statuto, che venne
presentato alla fine del 1954. Il nuovo statuto, approvato poi con decreto
del presidente della Repubblica, prevedeva la nomina di un nuovo Consi-
glio di amministrazione di sette membri di cui: un presidente di nomina
364
Decreto del prefetto di Reggio Emilia dell’11 dicembre 1951.
365
ACPM, 11 gennaio 1952, delibera n . 29, Ricorso al consiglio Stato avverso il decreto di nomina di
un Commissario presso l’Istituto Psichiatrico di San Lazzaro emesso dal Prefetto di Reggio Emilia in data
11/12/195, pp. 87-94.
366
ACPM, 8 marzo 1952, delibera n. 53, Nomina di un rappresentante della Provincia nel Consiglio
di amministrazione dell’Istituto Psichiatrico «S. Lazzaro» di Reggio Emilia (art. 4 del vigente Statuto
dell’Ente), pp. 136-137.

168
TRA RINNOVAMENTO SOCIALE ED EFFICIENZA ECONOMICA

prefettizia, un consigliere nominato dal Comune di Reggio Emilia, uno dal-


la Provincia di Reggio, uno dalla Provincia di Modena, due dal Consiglio
provinciale di sanità di Reggio e uno da quello di Modena367. Ancora una
volta, gli enti provinciali, unici finanziatori dell’assistenza psichiatrica, era-
no relegati ad un ruolo assolutamente minore nella gestione dell’unico ma-
nicomio, di cui Modena e Reggio potevano servirsi per i dementi violenti o
scandalosi. Nuovamente, le due Province fecero ricorso368, per poi nominare,
provvisoriamente, un proprio rappresentante secondo lo statuto modificato
dal commissario stesso369. La vicenda si chiuse soltanto nell’aprile del 1973,
quando la commissione amministrativa370 dell’ospedale psichiatrico modi-
ficò definitivamente lo statuto portando a nove i componenti del Consiglio
di amministrazione, di cui tre nominati dalla provincia di Modena e tre da
quella di Reggio371.
Fino al 1952, pur ritenendo eccessivamente onerosa la dipendenza dal
manicomio di Reggio Emilia, la Provincia di Modena non pensò mai ad una
soluzione alternativa all’ospedale psichiatrico per quanto concerneva l’assi-
stenza ai malati mentali. A dimostrazione di ciò, vi è la curiosa vicenda le-
gata al presunto interessamento per l’acquisto di Villa Igea, una casa di cura
privata, da parte della Provincia di Modena. Il 13 dicembre del 1947, duran-
te una seduta della Deputazione provinciale, Zanoli, il deputato preposto a
seguire le vicende manicomiali, propose di studiare l’acquisto di Villa Igea
come soluzione temporanea al problema della sempre maggiore spesa per
l’assistenza psichiatrica. Secondo Zanoli, l’acquisto di Villa Igea avrebbe
consentito il ricovero in essa di tutti i cronici e i tranquilli ancora ricoverati

367
ACPM, 4 settembre 1954, delibera n. 6, Ospedale Psichiatrico di S. Lazzaro di Reggio Emilia.
Deliberazione Commissariale 24-2-1954 n. 9/599 recante modifiche allo Statuto. Parere, pp. 130-140.
368
ACPM, 30 aprile 1955, delibera n. 173, Istituto Psichiatrico S. Lazzaro in Reggio Emilia. Modifica
all’art. 4 dello statuto organico del Presidente della Repubblica 24-12-1954. Ricorso, pp. 571-572.
369
ACPM, 2 dicembre 1955, delibera n. 51, Istituto Psichiatrico S. Lazzaro di Reggio Emilia. Consi-
glio di amministrazione. Nomina di componente, p. 657.
370
Questa commissione amministrativa, a sua volta, era stata nominata tenendo presente l’an-
tico statuto del 1941 perché, nel frattempo, il Consiglio di Stato aveva accolto il ricorso che, in
precedenza, le Province di Reggio e Modena avevano mosso nei confronti del decreto con cui
il prefetto di Reggio Emilia, nel 1951, aveva nominato un commissario unico del manicomio di
Reggio. La decisione del Consiglio di Stato aveva poi portato all’annullamento di tutti provve-
dimenti che erano conseguiti a quella nomina.
371
Gli altri componenti del Consiglio erano nominati: due dal Comune di Reggio e uno da
quello di Modena. APMO, Atti del Consiglio Provinciale di Modena, 24 maggio 1947, delibera n.
249, Ospedale psichiatrico S. Lazzaro di Reggio Emilia. Designazione di rappresentanti.

169
Simone Fari

a Reggio Emilia372. In altre parole, si proponeva di acquisire una casa di cura


privata per farla divenire un vero e proprio manicomio provinciale. Ciò te-
stimonia quindi che alla diffidenza nei confronti dell’ospedale psichiatrico
di Reggio non corrispondeva, tuttavia, una totale sfiducia nei confronti del
manicomio come istituzione373.
Sebbene nel primo quinquennio del dopoguerra l’assistenza psichiatrica
nel modenese venisse ancora concepita principalmente come custodia mani-
comiale, cominciò, tuttavia, a farsi strada l’idea di sviluppare maggiormente
l’attività di prevenzione e di profilassi della malattia mentale. Ciò avvenne,
in particolare, con l’istituzione del Centro medico pedagogico da parte del
Comune di Modena, nell’agosto del 1949. Inizialmente, la Provincia si dimo-
strò piuttosto diffidente dal contribuire finanziariamente allo sviluppo di
tale progetto, manifestando l’intenzione di trasferire solo piccole somme374.
Difatti, nell’aprile del 1950 la Deputazione provinciale versò soltanto 50.000
lire per contribuire all’acquisto di medicinali375. Nel corso di quello stesso
anno, il Centro medico pedagogico, che già nel 1949 aveva organizzato cin-
que classi differenziali nei rioni della città, aumentò ad oltre un centinaio
il numero dei minori direttamente assistiti. A quel punto, la Provincia, nel
1951, decise di investire massicciamente nel centro, investendo ben un mi-
lione e mezzo di lire. Decise poi di affiancare al massiccio investimento un
ruolo diretto nella gestione del centro. Per questa ragione, fu stabilito che il

372
APMO, Carteggio di amministrazione generale, 1948, Titolo 6, Rubrica 5, Fascicolo 1, Estratto dal
processo verbale n. 26 di deliberazione della Deputazione Provinciale del 13 aprile 1947.
373
Nei mesi successivi, il progetto di acquisire Villa Igea e di farne un manicomio provinciale
venne continuamente ripreso e accantonato. Infatti, fra il dicembre 1947 e il giugno 1948, le of-
ferte di vendita da parte dei proprietari di Villa Igea si alternarono agli studi di fattibilità della
Deputazione provinciale per verificare la possibilità di aprire un manicomio all’interno della
casa di cura. Tuttavia, alla fine, la Provincia decise di non acquistare Villa Igea, rinunciando
così all’idea di aprire un piccolo manicomio provinciale (APMO, Carteggio di amministrazione
generale, 1948, Titolo 6, Rubrica 5, Fascicolo 1, Estratto dal processo verbale n. 27 di deliberazione della
Deputazione Provinciale del 20 dicembre 1947; APMO, Carteggio di amministrazione generale, 1948,
Titolo 6, Rubrica 5, Fascicolo 1, Estratto dal processo verbale n. 2 di deliberazione della Deputazione
Provinciale del 24 gennaio 1948; APMO, Carteggio di amministrazione generale, 1948, Titolo 6, Ru-
brica 5, Fascicolo 1, Estratto dal processo verbale n. 4 di deliberazione della Deputazione Provinciale del
21 febbraio 1948; APMO, Carteggio di amministrazione generale, 1948, Titolo 6, Rubrica 5, Fascicolo
1, Estratto dal processo verbale n. 5 di deliberazione della Deputazione Provinciale del 6 marzo 1948;
APMO, Carteggio di amministrazione generale, 1948, Titolo 6, Rubrica 5, Fascicolo 1, Estratto dal
processo verbale n. 12 di deliberazione della Deputazione Provinciale del 22 maggio 1948).
374
APMO, Carteggio di amministrazione generale, 1951, Titolo 6, Rubrica 5, Fascicolo 1, Centro
medico pedagogico, relazione del deputato Zanoli del 10 settembre 1949.
375
APMO, Carteggio di amministrazione generale, 1951, Titolo 6, Rubrica 5, Fascicolo 1, Estratto dal
processo verbale n. 9 di deliberazione della Deputazione Provinciale del 1° aprile 1950.

170
TRA RINNOVAMENTO SOCIALE ED EFFICIENZA ECONOMICA

fondo del centro «[venisse] amministrato direttamente dalla provincia»376 e


che il presidente della Deputazione provinciale facesse parte del comitato
direttivo del centro stesso.
Per quale ragione la Provincia di Modena aveva improvvisamente deciso
di investire una rilevante somma in un istituzione il cui mantenimento non
le spettava per legge? «La provincia non [poteva] trascurare il problema re-
lativo alla educazione ed alla normalizzazione dei minorenni affetti da anor-
malità psichiche nell’intento di ricuperare energie alla società e per evitare,
almeno in molti casi, per l’avvenire, la grave spesa di un’assistenza continua
in manicomi od istituti per minorati che la legislazione […] mette[va] a ca-
rico della provincia»377. In altre parole, si cominciava a pensare che la pre-
venzione e la cura tempestiva delle malattie mentali avrebbe potuto portare
anche ad una diminuzione notevole delle spese per l’assistenza psichiatrica.
Questo concetto divenne poi una costante durante tutta la fase di progetta-
zione del sistema dei dispensari, che ebbe inizio nel 1952.

La progettazione di un sistema provinciale


di dispensari di igiene mentale

Successivamente all’elezione del primo Consiglio provinciale, avvenuta


all’inizio dell’estate 1951, in concomitanza con l’acquisizione di una mag-
giore autonomia amministrativa, la provincia inaugurò un’intensa stagione
di riforme. In particolare nel campo dell’assistenza psichiatrica, questa fase
di elaborazione progettuale cominciò in seguito al dibattito sul bilancio pre-
ventivo del 1952, in occasione del quale, diversi consiglieri manifestarono
la volontà di approfondire meglio le modalità di gestione e i flussi di spesa
relativi all’assistenza dei malati mentali. A partire da questa esigenza, l’uffi-
cio provinciale preposto all’assistenza elaborò una lunga e approfondita re-
lazione che, non solo illustrava la situazione vigente all’epoca, ma metteva a
disposizione dei consiglieri una serie di proposte per migliorare l’assistenza
psichiatrica all’interno della provincia di Modena.
In continuità con quella elaborata nel 1947, la relazione si apriva pro-
ponendo una netta rottura rispetto al passato: «è doveroso rilevare come
l’esperienza fin qui fatta abbia dimostrato come l’attuale situazione dell’assi-
stenza agli infermi di mente si presenti per molti lati difettosa e debba essere

376
APMO, Carteggio di amministrazione generale, 1951, Titolo 6, Rubrica 5, Fascicolo 1, Estratto dal
processo verbale n. 10 di deliberazione della Deputazione Provinciale del 31 marzo 1951, p. 2.
377
Per legge il mantenimento dei minori mentecatti spettava all’ONMI e non alle province.

171
Simone Fari

riveduta e riorganizzata su un piano di più concreta aderenza alla necessi-


tà assistenziale della nostra popolazione». Come illustrato sia in apertura
che in chiusura della relazione del 1952, il concetto che stava alla base del-
le proposte avanzate era, ancora una volta, quello di unire al risparmio di
spesa, un miglioramento sociale e sanitario delle condizioni degli assistiti:
«snellimento dunque, semplicità e modernità di procedimento nel servizio
dell’assistenza: attrezzatura adeguata all’ufficio, nuove norme atte a favorire
un miglioramento sono tutti elementi su cui fondare un’eventuale riforma.
Solo così l’amministrazione potrà alleggerirsi del pesante fardello; ad un be-
neficio di ordine amministrativo si appaierà un vantaggio di gran lunga più
importante, quello umano e sociale che permetta il ricupero alla famiglia ed
alla società di creature umane che l’avanzare del male isolerebbe per sempre
negli ospedali psichiatrici»378. Tuttavia, a conclusione della relazione, l’uffi-
cio ci teneva a precisare che «se non vi [fosse stato] risparmio di denaro, vi
[sarebbe stato] certamente risparmio di vite di tanti poveri infelici; se non vi
[avesse guadagnato] il bilancio provinciale, vi [avrebbe guadagnato] certa-
mente la pubblica morale e ciò [sarebbe bastato] a giustificare le proposte di
riorganizzazione»379.
Nell’impostazione generale delle riforme proposte, l’ufficio di assistenza
si riallacciava esplicitamente alla relazione da esso elaborata nel 1947380. Si
accennava, ancora una volta, alla necessità di una revisione radicale dei rico-
verati a San Lazzaro e nelle case di cura private, dei sussidiati a domicilio, e
delle convenzioni stabilite con gli enti mutualistici381. Tuttavia, la questione
che tornava ad emergere con maggior vigore era «che l’amministrazione non
[aveva] nessun controllo medico sui malati di mente e che, perciò, molti di
essi, pur non essendo pericolosi e non avendo bisogno di cure, resta[va]no
degenti nell’Istituto di Reggio». Per questa ragione l’ufficio proponeva «la
costituzione di un centro di osservazione e di cura». «Il centro [avrebbe po-
tuto] avere sede in una casa di cura attrezzata e gestita dalla Provincia con
proprio personale sanitario ed amministrativo, con una capienza minima di
50 posti letto e con servizio delle cure ambulatoriali da effettuarsi ai dementi

378
APMO, Assistenza ai mentecatti e Dementi (ex militari e altri), Relazione dell’ufficio assistenza
(senza titolo e senza data), p. 2.
379
Ivi, p. 126.
380
Si fa esplicito riferimento alla relazione elaborata nel 1947 in Ivi, p. 119.
381
Difatti, alla relazione del 1947 non era seguita nessuna operazione di effettiva revisione, per
cui rimaneva pressoché immutata la situazione dei ricoverati e dei sussidiati.

172
TRA RINNOVAMENTO SOCIALE ED EFFICIENZA ECONOMICA

poveri che ne [avessero avuto] necessità»382. La Provincia aveva pensato cioè


ad una sorta di clinica temporanea nella quale valutare il livello di malattia
mentale del paziente per poi decidere, in totale autonomia, se il paziente
stesso avesse un’effettiva necessità di essere internato in manicomio. Que-
sta sorta di clinica avrebbe funzionato, quindi, come “filtro”, a favore della
provincia, ma avrebbe anche favorito molti dementi non gravi, che si sareb-
bero così salvati da un internamento in manicomio, con tutte le conseguenze
giudiziali del caso. Secondo l’ufficio assistenza, tale centro si sarebbe potuto
inserire all’interno della clinica neurologica dell’ospedale civile di Modena
oppure in una delle case di cura private della provincia, ad esempio Villa
Igea. A questo centro di cura e assistenza, si sarebbe dovuto affiancare un
sistema di dispensari di igiene mentale383 «aventi il compito dell’assistenza
sanitaria profilattica e di quella post-manicomiale». «In altre parole, que-
sta nuova forma di assistenza, che [era] già stata attuata in altre province,
[aveva] lo scopo di prevenire e curare le malattie mentali al loro insorgere,
evitando e ritardando l’ammissione dei malati negli ospedali psichiatrici, e
di seguire e curare i dimessi dagli istituti per evitarne la riammissione»384.
Sebbene il sistema dei dispensari rappresentasse un’assoluta novità sul
piano dell’assistenza psichiatrica nella provincia di Modena, esso non era an-
cora concepito in netta contrapposizione al manicomio di Reggio né, tanto
meno, all’istituzione manicomiale in sé. Difatti, nella stessa relazione si scrive-
va che «per eliminare gli inconvenienti lamentati si imporrebbe la costruzione
nel comune di Modena di un moderno e attrezzato ospedale psichiatrico della
capacità di almeno 1000 letti»385. Tuttavia, l’approccio all’assistenza psichiatri-
ca da parte degli amministratori provinciali sarebbe presto cambiato.
Il progetto relativo all’istituzione del sistema dei dispensari di igiene men-
tale giunse in Consiglio provinciale, per la prima volta, nel febbraio 1953,
durante la discussione relativa al bilancio preventivo. In quell’occasione, i
consiglieri di minoranza, scorrendo i vari articoli in bilancio, “scoprirono” la

382
APMO, Assistenza ai mentecatti e Dementi (ex militari e altri), Relazione dell’ufficio assistenza
(senza titolo e senza data), p. 112.
383
Il progetto originario dell’ufficio assistenza prevedeva la costituzione di un sistema com-
posto da sei dispensari (Modena, Carpi, Mirandola, Vignola, Sassuolo, Pavullo) per i quali non
era prevista la costruzione di appositi fabbricati, ma semplicemente la sistemazione all’interno
degli ospedali civili o, comunque, in strutture provinciali già esistenti (APMO, Assistenza ai
mentecatti e Dementi (ex militari e altri), Relazione dell’ufficio assistenza (senza titolo e senza
data), pp. 116-117.
384
Ivi, p. 115.
385
Ivi, p. 41.

173
Simone Fari

presenza di un capitolo di spesa dedicato alla costituzione di un centro neuro-


logico e di dispensari di igiene mentale. Ovviamente, la discussione si accese
moltissimo, dal momento che il progetto relativo ai dispensari non era ancora
stato presentato in Consiglio provinciale. Durante quelle sedute, nonostante
il progetto dei dispensari non fosse ancora stato elaborato in via definitiva,
ma se ne presentasse solo un prospetto di spesa, emerse per la prima volta, in
modo sommesso ma chiaro, un nuovo approccio all’assistenza psichiatrica.
L’assessore Bellelli introdusse la questione dei dispensari ribadendo l’or-
mai noto ritornello del risparmio: «i dispensari a giudizio dei medici e dei
tecnici, potranno permettere con il tempo di ridurre le spese di ricovero […]
il gravame finanziario che noi abbiamo è proprio l’ospedale di Reggio dove
abbiamo circa duemila ammalati. È una cifra che indubbiamente deve far
riflettere e questa nostra iniziativa tende appunto a ridurre i ricoveri, con un
concetto di assistenza nuova». Tuttavia, poche parole dopo, lo stesso asses-
sore ribadiva in modo netto l’importanza di un nuovo concetto di assistenza:
«l’assistenza per queste categorie di ammalati credo debba doverosamente,
avere un’altra impostazione che, se anche inizialmente può comportare spese
superiori, verrà certo compensata dai notevoli risultati in campo assistenziale
e sanitario»386. Nella seduta successiva, sempre sullo stesso argomento, l’as-
sessore alle finanze Monelli ribadiva il concetto: «la cura preventiva per noi
diventa un obbiettivo di primissimo ordine, perché riteniamo che se anche
da principio faremo qualche spesa che può sembrare superiore, noi abbiamo
la certezza che in avvenire, l’Amministrazione provinciale non solo potrà
fare una sensibilissima economia, ma soprattutto potrà dare a questi amma-
lati un’assistenza maggiore e potrà rendere alle famiglie degli ammalati che
oggi si perdono a S. Lazzaro, dove difficilmente si possono ricuperare»387.
A confermare l’allontanamento dalla vecchia concezione dell’assistenza psi-
chiatrica, è l’abbandono definitivo dell’idea di costruire un manicomio e, al
contempo, l’intenzione di voler trovare una soluzione ad esso alternativa.
In tal senso, l’assessore Triva affermava: «Non veniamo qui a proporvi di
costruire un altro manicomio. Non pensiamo di fare un manicomio ogni 25
Km, per quanto quello esistente sia a Reggio e non sia piacevole mandare
250 milioni tutti gli anni fuori provincia, tuttavia, ci rendiamo conto che sa-
rebbe pazzesco pensare di fare a Modena un manicomio. Però da questo a

386
ACPM, 9 febbraio 1953, Bilancio di previsione dell’esercizio finanziario dell’anno 1953. Esame ed
approvazione dell’art. 68 «Assistenza agli infermi di mente e loro trasferimenti», pp. 187-188.
387
ACPM, 11 febbraio 1953, Bilancio di previsione dell’esercizio finanziario dell’anno 1953. Esame ed
approvazione dell’art. 68 «Assistenza agli infermi di mente e loro trasferimenti», p. 207.

174
TRA RINNOVAMENTO SOCIALE ED EFFICIENZA ECONOMICA

non fare niente in questo settore, credo ci corra»388. Nella prospettiva degli
amministratori modenesi, in continuità con quanto era emerso dalla rela-
zione del 1952, la prima cosa da farsi nel campo dell’assistenza psichiatrica
sarebbe consistito nel porre un controllo sanitario e amministrativo ai malati
mentali che sarebbero, poi, dovuti entrare in manicomio. In tal senso, si sa-
rebbe espresso lo stesso assessore Triva, qualche mese dopo: «noi impostia-
mo e proponiamo queste sezioni di dispensari per poter aver in mano dati
del fenomeno nel suo complesso e non solamente dell’assistenza da noi fatta
e perché passino attraverso queste consultazioni tutti quanti gli ammalati
che devono essere ricoverati a Reggio»389.
In realtà, la ricerca di una alternativa concreta al manicomio nasceva
da un esigenza della popolazione, soprattutto di quella della montagna, la
quale si mostrava diffidente e impaurita da questa istituzione. «I montanari
hanno addirittura il terrore di portare i loro malati in manicomio. A questo
proposito vorrei che qualcuno mi spiegasse perché certi malati, che effetti-
vamente sono ricuperabili, se vanno a Reggio debbono avere uno strascico
nella loro fedina penale. Questa è una delle ragioni per cui i montanari han-
no tanta paura di portare i loro ammalati a Reggio. Si sacrificano moltissimo
per mandare i malati nelle case di cura di Villa Rosa e di Villa Igea»390. Alle
parole del consigliere Serradimigni, si ricollegavano quelle dell’assessore
Triva: «quindi i familiari premono insistentemente verso la provincia perché
sostituisca questo tipo di assistenza con un altro tipo di intervento che inte-
gri il sacrificio da essi sostenuto»391.
Il percorso di istituzione della rete dei dispensari in provincia di Modena
fu piuttosto lungo, cominciato nel febbraio 1953, arrivò a conclusione soltan-
to a metà del 1958, quando i tre dispensari di Modena, Mirandola e Pavullo
vennero aperti al pubblico. In realtà, il sistema dei dispensari venne concepi-
to, in gran parte, già nel 1953, tuttavia, alcune lungaggini burocratiche legate
alle autorizzazioni prefettizie, a quelle sanitarie e ai permessi di costruzione
delle sedi dei dispensari trascinarono la vicenda per più di cinque anni. Il pia-
no dei dispensari venne approvato in Consiglio provinciale nel marzo 1953,
tuttavia, gli intralci burocratici imposero una costante revisione del progetto

388
Ivi, p. 213.
389
ACPM, 14 marzo 1953, delibera n. 6, Assistenza dementi. Istituzione Centro Neurologico Diagnosti-
co Dispensariale: a) Istituzione di un dispensario centrale; b) Istituzione di dispensari periferici, p. 553
390
ACPM, 11 febbraio 1953, Bilancio di previsione dell’esercizio finanziario dell’anno 1953. Esame ed
approvazione dell’art. 68 «Assistenza agli infermi di mente e loro trasferimenti», p. 194.
391
Ivi, p. 197.

175
Simone Fari

originario nel corso dei Consigli provinciali che si tennero dal ’54 al ’58.
A partire dal febbraio del 1953, poi, fino al 1958, “prevenzione” divenne
la parola chiave nello sviluppo del progetto dei dispensari di igiene mentale.
Occorreva prevenire la malattia mentale prima che i suoi sintomi più violen-
ti o osceni costringessero l’autorità giudiziaria al ricovero coatto. Tuttavia,
per ottenere il raggiungimento di tale obiettivo era necessario diffondere fra
la popolazione la convinzione che la malattia mentale potesse essere curata
e che essa non costituisse un elemento di vergogna. «C’era addirittura il ter-
rore della malattia, e con esso la preoccupazione fortissima di dire che uno
era ammalato. La paura portava ad andare a farsi visitare proprio quando si
era costretti dall’aggravarsi della malattia che nel frattempo si era sviluppata
qualche volta in modo irrimediabile»392. Per queste ragioni, fin dall’inizio,
venne progettato un sistema di dispensari di igiene e profilassi mentale di-
stribuito equamente sul territorio della provincia. Difatti, fin dalla sua pri-
ma presentazione ufficiale in consiglio provinciale, il sistema dei dispensari
prevedeva l’apertura di tre sedi, dislocate rispettivamente in città (Modena),
nella montagna (Pavullo) e nella “bassa” (Mirandola). La “territorialità” del-
la rete dei dispensari fu considerata un elemento fondamentale della nuova
impostazione che si voleva dare all’assistenza psichiatrica. Gli amministra-
tori locali erano convinti che non sarebbe servito solo un centro neurologico
posto in città, poiché esso si sarebbe semplicemente andato a sostituire o, in
ogni caso, ad affiancare al manicomio di Reggio. Serviva, invece, una serie
di strutture più leggere, ambulatoriali, e ben distribuite sul territorio della
provincia. In questo modo, la popolazione avrebbe potuto accedere più fa-
cilmente a visite e cure psichiatriche, senza dover frequentare il manicomio
e senza dover spostarsi troppo dai luoghi di residenza. Tale concetto venne
ribadito durante la seduta del 6 giugno 1955, quando fu posto in discussio-
ne l’acquisto di un terreno per la costruzione del dispensario di Modena.
In quell’occasione, il consigliere Pacchioni, capogruppo dei democristiani,
propose di avviare in via sperimentale soltanto il dispensario di Modena,
rimandando l’apertura delle due sedi periferiche al momento in cui quello
cittadino avrebbe dato prova di funzionare efficacemente393. L’assessore Tri-
va si oppose alla proposta di Pacchioni sottolineando che i dispensari erano
stati concepiti proprio per essere distribuiti sul territorio provinciale: «tutti e
392
ACPM, 14 marzo 1953, delibera n. 6, Assistenza dementi. Istituzione Centro Neurologico Diagno-
stico Dispensariale: a) Istituzione di un dispensario centrale; b) Istituzione di dispensari periferici, p. 552.
393
Atti a stampa del Consiglio Provinciale di Modena, seduta del 6 giugno 1955, delibera I, Ratifica
di Giunta n. 95/6 del 10-12-1954 «Dispensario di Igiene e Profilassi per malattie nervose» - Acquisto
terreno, pp. 14-20.

176
TRA RINNOVAMENTO SOCIALE ED EFFICIENZA ECONOMICA

tre rappresentano il mezzo della prova; Pavullo è nella montagna e si rivolge


ad un determinato tipo di popolazione e si muove in un determinato tipo di
ambiente, dove c’è un determinato livello di coscienza sanitaria. Il dispensa-
rio di Mirandola si muove verso la bassa modenese. Modena si muove verso
il centro. In questo modo la provincia sarà divisa in tre zone verso cui afflu-
iranno questi diversi elementi»394. In un certo senso, si cominciava, quindi,
quel percorso che avrebbe portato alla cosiddetta “psichiatria territoriale”395.
Usando le parole di Jervis: «anche nella zona più ricca e avanzata d’Italia e
più legata a un tipo di impegno civico non privo d’aspetti conformisti, cioè
l’Emilia, i servizi psichiatrici territoriali erano quasi esclusivamente solle-
citati a rispondere a una domanda di soccorso che proveniva da persone
che stavano male. Era invece assente o irrilevante una domanda di ordine,
meno che mai vi erano richieste di prevenzione o controllo, di disciplina o
di repressione»396.
La distribuzione geografica dei dispensari di igiene e profilassi mentale
ricalcava in modo abbastanza esplicito quella dei dispensari antitubercolari.
Difatti, per gli amministratori provinciali i dispensari antitubercolari erano
stati una fonte di ispirazione molto più importante che le reti di dispensari
di igiene mentale esistenti in altre province. Sebbene gli amministratori del-
la provincia modenese avessero ben presenti gli esempi dei dispensari di
igiene mentale della provincia di Genova, di Milano e di Varese397, essi ave-
vano fiducia nel nuovo progetto perché ricordavano gli straordinari effetti
positivi che aveva avuto la diffusione dei centri antitubercolari sul territorio
modenese nella lotta alla malattia. A questo proposito, l’assessore Triva fu
molto esplicito: «l’optimum della situazione l’avremo quando accadrà nei
nostri [dispensari] ciò che accadde nei dispensari antitubercolari. Oggi nei
dispensari antitubercolari, su cento persone visitate, non si supera mai la
media del dieci per cento di persone riscontrate malate. Questo significa
394
Ibidem, intervento dell’assessore Triva, p. 18.
395
Gli amministratori divennero sempre più consapevoli del mutamento che stavano imponen-
do all’assistenza psichiatrica della provincia. In questo caso, sono esplicite le parole dell’asses-
sore Triva: «diciamo subito con franchezza che anche se fossimo convinti che questa nostra im-
postazione comporterà un aumento dell’onere, siccome la riteniamo più aderente alla necessità
degli ammalati, ed alla assistenza moderna, noi la proporremmo ugualmente». Ivi, p. 553.
396
G. Corbellini-G. Jervis, La razionalità negata. Psichiatria e antipsichiatria in Italia, Torino, Bollati
Boringhieri, 2008 p. 120.
397
«Numerose altre province ci hanno preceduto ed all’estero una tale forma di organizzazione
dell’assistenza sanitaria è ampiamente diffusa», in Atti a stampa del Consiglio Provinciale di Mo-
dena, seduta del 22 gennaio 1958, Bilancio di previsione per l’esercizio finanziario 1958 – Esame ed
approvazione, relazione del presidente della Provincia Bellelli, p. 21.

177
Simone Fari

che molta gente al più piccolo accenno del male va senza preoccupazione al
dispensario antitubercolare. Si è sviluppata una determinata coscienza sani-
taria che alcuni anni fa non esisteva»398. Probabilmente, gli amministratori
modenesi sapevano che, a differenza della tubercolosi, la malattia mentale
era più difficile da diagnosticare e da curare, poiché i suoi confini erano meno
visibili e non rintracciabili attraverso un esame organico. Tuttavia, in quella
fase di prima elaborazione, ciò che pareva essere più importante per gli am-
ministratori modenesi era la lotta all’isolamento del malato mentale. Evitare
che i parenti nascondessero i malati mentali e invitare i malati stessi a farsi
visitare significava poter seriamente sottrarre queste persone al ricovero in
manicomio399. A quel punto, l’esigenza economica di risparmiare sulle rette
del manicomio di Reggio coincideva perfettamente con la necessità di evitare
ai malati mentali un’ingiusta, oltre che immotivata, reclusione in manicomio.
Come diceva il consigliere di minoranza Nava alla giunta provinciale: «siete
partiti […] dal concetto di fare un’economia intanto finanziaria. Istituiamo un
centro neurologico perché così avremo occasione di mandare a Reggio un mi-
nore numero di pazzi. Io penso che in questa supposizione ci sia una grande
verità e che le malattie nervose bisogna soprattutto cercare di prevenirle»400.
Partendo dal presupposto che la rete dei dispensari di igiene mentale fu
concepita per prevenire le malattie mentali e per “controllare” i ricoveri pres-
398
ACPM, 14 marzo 1953, delibera n. 6, Assistenza dementi. Istituzione Centro Neurologico Dia-
gnostico Dispensariale: a) Istituzione di un dispensario centrale; b) Istituzione di dispensari periferici,
p. 552. Anche l’assessore Acanfora, qualche anno dopo l’apertura dei dispensari, ammise, in
un’occasione pubblica, che per l’istituzione dei dispensari di igiene mentale ci si era largamente
ispirati a quelli antitubercolari: «così stando le cose il problema delle malattie mentali veniva sul
tappeto un po’ come, alcuni lustri or sono, venne quello della tubercolosi: accertare i casi di ma-
lattie, allora tubercolari, per intervenire precocemente al fine di poter recuperare gli ammalati.
La stessa considerazione facciamo per i malati di mente: cercare di diagnosticare la malattia il
più precocemente possibile, perché, stando appunto ai presidi terapeutici che sono oggi a nostra
disposizione, si può riuscire a curare l’ammalato, e intervenire nell’ammalato stesso prima che
l’ammalato diventi incurabile e finisca poi per dover essere rinchiuso in manicomio» (APMO,
Carteggio di amministrazione generale, 1960, Titolo 6, Rubrica 5, Fascicolo 1, Servizi provinciali di
igiene e profilassi mentale, 17 febbraio 1960, p. 3).
399
«È proprio questo chiuso che bisogna rompere, questa resistenza alla visita e alla cura tem-
pestiva, al ricovero immediato di fronte al primo apparire, anche più lontano, dei sintomi del
male, che è frutto anche di una particolare mentalità che ci proponiamo di modificare coi di-
spensari di igiene mentale, e seppure abbiamo coscienza che sarà un’azione lunga e difficile, i
cui risultati saranno visibili ed apprezzabili concretamente solo tra qualche anno, ci sostiene la
certezza comprovata dei risultati altrove ottenuti, che è un’azione doverosa e indispensabile
per il bene di molte vite e di molte famiglie» (ACPM, 26 novembre 1955, Bilancio di previsione per
l’esercizio finanziario 1956. Esame ed approvazione, p. 804).
400
ACPM, 14 marzo 1953, delibera n. 6, Assistenza dementi. Istituzione Centro Neurologico Dia-
gnostico Dispensariale: a) Istituzione di un dispensario centrale; b) Istituzione di dispensari periferici, p.
547.

178
TRA RINNOVAMENTO SOCIALE ED EFFICIENZA ECONOMICA

so il manicomio di Reggio, la giunta provinciale venne a circoscrivere, per la


prima volta, i compiti dei dispensari nell’aprile del 1955. Secondo il progetto
di delibera presentato, la rete dei dispensari avrebbe avuto gli obiettivi: «a)
di censire e riconoscere gli ammalati di mente iniziali; b) di fare propaganda
di sane norme di igiene circa le malattie mentali e le loro cause; c) di compie-
re opera educativa delle coscienze per correggere o quanto meno attenuare
l’insofferenza sociale verso gli ammalati di mente; d) di vigilare ed assistere
i dimessi dagli ospedali psichiatrici»401.
Nel frattempo, a causa dei già accennati intoppi burocratici, l’apertura
dei dispensari fu continuamente prorogata. Nel 1958, la provincia ottenne
finalmente tutti i permessi e le autorizzazioni, così che, in quello stesso anno,
procedette alla stesura definitiva di un regolamento relativo alla rete dei di-
spensari. Sebbene i principi ispiratori rimanessero sempre quelli del 1953,
nel regolamento del 1958 i compiti dei dispensari furono descritti in termini
leggermente diversi rispetto al 1955. Secondo il nuovo regolamento la rete di
dispensari avrebbe dovuto svolgere le funzioni di: «1) propaganda igienisti-
ca e profilattica neuropsichiatrica; 2) diagnostica precoce delle forme psico-
patiche; 3) assistenza tempestiva, conseguente alla diagnosi nei casi che non
richiedono il ricovero; 4) vigilanza ed assistenza dei dimessi dagli ospedali
psichiatrici; 5) organizzazione di studi relativi alla morbilità neuro-mentale;
6) propaganda degli scopi sociali ed umani dell’azione preventoriale e profi-
lattica; 7) coordinazione del servizio preventoriale ed assistenziale, con enti
ed istituzioni aventi fini complementari»402.
Nel regolamento del 1958, è evidente un massiccio intervento del diretto-
re della clinica neuropsichiatria di Modena, il quale, nell’aprile dello stesso
anno, venne nominato direttore pro-tempore dei servizi dei dispensari. Ad
esempio, nel regolamento del 1958 la parola neuro-psichiatria e le sue deri-
vazioni vengono più volte citate, mentre non vi era assolutamente traccia di
quei vocaboli nei compiti che la Giunta aveva affidato ai dispensari nel 1955.
Altro segnale evidente dell’intervento del direttore della clinica è l’articolo
5, il quale prevedeva lo sviluppo di studi e di ricerche nel campo neuro-
mentale, ovvero quello già indagato dai ricercatori della clinica.
Il Consiglio provinciale decise di affidare la direzione del servizio dei di-
spensari alla clinica neurologica di Modena, dopo l’approvazione di un’ap-
posita convenzione, poiché, desiderava avviare al più presto il nuovo servi-
401
ACPM, 19 aprile 1955, delibera n. 57, Attuazione del servizio dei dispensari di igiene e profilassi
mentale nel territorio della Provincia. Norme generali, pp. 477-484.
402
Art. 2 del Regolamento per l’esercizio di igiene e profilassi mentale, in APMO, Assistenza ai mente-
catti e Dementi (ex militari e altri). Dispensari di Igiene Mentale 1952-1958.

179
Simone Fari

zio403. Difatti, bandire un concorso per il direttore del servizio dei dispensari
avrebbe ulteriormente frenato l’apertura dei dispensari stessi. Per questa ra-
gione, si decise, provvisoriamente, di assegnare alla clinica neurologica la
direzione del nuovo servizio di igiene e profilassi mentale. Tuttavia, la con-
venzione stipulata fra l’Università e la Provincia, prevedeva esplicitamente
che il servizio appartenesse a quest’ultima e quindi, come tale, dovesse esse-
re sottoposto alla continua supervisione da parte di Giunta e Consiglio pro-
vinciale. D’altra parte, la Provincia, che con il sistema dei dispensari mirava
a svincolarsi dal rapporto di subordinazione con il manicomio di Reggio,
voleva evitare di mettere nuovamente l’assistenza psichiatrica sotto il con-
trollo di un’altra istituzione.
Qualche anno prima, nel 1954, la Provincia di Modena aveva già rifiutato
l’offerta da parte del manicomio di Reggio di gestire direttamente un proprio
servizio dispensariale. Infatti, insieme alla già citata proposta di modifica
dello statuto del manicomio, il commissario prefettizio a capo dell’istituto di
Reggio aveva proposto di mutare la denominazione del proprio frenocomio
in «Istituto neuropsichiatrico di S. Lazzaro, con lo scopo di accogliere, assi-
stere e curare – in apposito reparto – ammalati del sistema nervoso, non alie-
nati, a carico di comuni, di mutue e di altri enti di assistenza»404. In coerenza
col percorso che, già dal 1952, la provincia stava cercando di intraprendere,
lo stesso presidente provinciale, a nome della Giunta, sostenne che «siccome
[tentavano] di creare un organismo similare, per la cura degli ammalati di
mente, [pensavano] che la proposta del commissario dell’ospedale psichia-
trico di S. Lazzaro [fosse] da respingere, in attesa che […] si potesse realmen-
te fare qualcosa nel senso anzidetto»405. Anche in quell’occasione la provincia
prese le distanze da un modello di assistenza psichiatrica che ormai riteneva
sorpassato, lo stesso presidente affermò: «la provincia di Modena [è] l’unica
a non avere un suo manicomio […] io penso che dovremmo cominciare a
studiare una forma nuova. Credo infatti che nessuno di noi avrebbe piacere,
se avesse qualche congiunto ammalato, anche ricuperabile, a mandarlo a S.
Lazzaro, dove senz’altro acquisterebbe la qualifica di pazzo»406.
403
ACPM, 14 aprile 1958, delibera n. 8, Rete dispensariale di igiene e profilassi mentale. Convenzione
con l’Università di Modena. Provvedimenti, pp. 388-391. Alla fine del 1958, la convenzione venne
ratificata per un ulteriore anno (ACPM, 5 dicembre 1958, delibera n. 107, Rete dispensariale di
Igiene e Profilassi Mentale. Convenzione con l’Università di Modena per l’anno 1959, pp. 493-496).
404
ACPM, 4 settembre 1957, delibera n. 7, Ospedale Psichiatrico S. Lazzaro in Reggio Emilia. Deli-
berazione Commissariale 3-4-1954 n. 16-980 recante modifiche allo Statuto. Parere, p. 140.
405
Ivi, p. 141.
406
Ivi, intervento del presidente della Provincia, p. 143.

180
TRA RINNOVAMENTO SOCIALE ED EFFICIENZA ECONOMICA

Dopo otto anni di discussioni, rinvii, lungaggini burocratiche, finalmen-


te, nell’aprile del 1958, vennero aperti i dispensari di Mirandola (13 aprile)
e di Modena (26 aprile)407, seguiti, cinque mesi dopo, da quello di Pavullo
(13 settembre)408. La gestazione del sistema dei dispensari era stata molto
lunga, ma non per colpa o volontà degli amministratori locali, i quali capar-
biamente avevano deciso di avviare un mutamento radicale nell’assistenza
psichiatrica provinciale, con l’approvazione, peraltro, di tutti i partiti politici
rappresentati in Consiglio provinciale. Infatti, tutte le delibere che avevano
riguardato l’istituzione dei dispensari tra il 1953 e il 1958 erano state appro-
vate all’unanimità.

L’esperienza dei primi dispensari di igiene


e profilassi mentale (1958-1968)

Il sistema dei dispensari era nato con lo scopo principale di prevenire e


diagnosticare le malattie mentali e nervose sul territorio provinciale. Que-
sta rimase la funzione principale dei dispensari per i primi quattro anni di
funzionamento, durante i quali, il nuovo servizio si mostrò all’altezza del-
le numerose richieste di diagnosi da parte dei cittadini della provincia. Di-
fatti, contravvenendo alle supposizioni iniziali degli stessi amministratori,
si verificò, da subito, un vero e proprio “assalto” ai dispensari. Tuttavia, il
prevalere dell’attività preventiva e diagnostica su tutte le altre impose ben
presto una riflessione sui possibili futuri sviluppi della rete. Ciò avvenne
in concomitanza con alcuni cambiamenti importanti nell’assetto del sistema
dispensariale: nel 1960, terminò la direzione provvisoria da parte della cli-
nica neuro-psichiatrica, mentre il posto di direttore passò nelle mani di un
ex assistente della clinica stessa409. In conseguenza di ciò, nello stesso anno,
i dispensari acquisirono una fisionomia psichiatrica più definita, abbando-
nando la prevenzione e la diagnosi delle malattie più propriamente nervose
e neurologiche. Grazie a questo alleggerimento nell’attività diagnostica, gli
amministratori provinciali, nel 1962, pungolati dalla direzione sanitaria dei
dispensari, cominciarono a progettare la costruzione di un centro terapeu-
tico e residenziale, il quale avrebbe definitivamente posto fine all’utilizzo
del manicomio di Reggio da parte della provincia di Modena. Come era ac-
407
ACPM, 30 aprile 1958, Comunicazioni del presidente, p. 410.
408
ACPM, 10 settembre 1958, Apertura del dispensario d’igiene mentale di Pavullo, p. 92.
409
ACPM, 22 febbraio 1960, delibera n. 207, Servizi dispensariali di igiene e profilassi mentali. Prov-
vedimenti, pp. 370-372.

181
Simone Fari

caduto per i dispensari, anche il centro terapeutico, approvato dal consiglio


provinciale nel 1964, dovette subire i ritardi e le lungaggini della burocrazia.
In tal modo, quando nel 1968 la legge del ministro Mariotti variò, legger-
mente, le condizioni dell’assistenza psichiatrica, il centro non era ancora sta-
to realizzato. Nonostante ciò, il sistema dei dispensari, tra il 1962 e il 1968,
quando cioè cominciava a nascere quel movimento antipsichiatrico che si
opponeva ai manicomi, si svincolò dalla sua mera funzione diagnostica, av-
viando l’applicazione sperimentale di alcune terapie, all’epoca considerate
pionieristiche.

L’attività preventiva e diagnostica della rete dei dispensari (1958-1962)

Nella seconda metà del 1958, il sistema dei dispensari della provincia
di Modena era ormai entrato pienamente in funzione. Il sistema era orga-
nizzato, come previsto dal progetto originario, su tre dispensari: Modena,
Mirandola e Pavullo410. Nel corso del 1961, ai tre dispensari, dotati di sede
autonoma, si aggiunsero due consultori411: quello di Montefiorino, subordi-
nato al dispensario di Pavullo, e quello di Finale Emilia412, subordinato al
dispensario di Mirandola.
Inizialmente, il sistema dei dispensari aveva una pianta organica piutto-
sto snella e flessibile: 1) un direttore; 2) due medici; 3) tre assistenti sanitarie
visitatrici; 3) tre inservienti413. Le assistenti visitatrici erano una figura profes-
sionale presa a prestito dall’organico dei dispensari antitubercolari. Infatti, le
assistenti visitatrici avevano il compito, come nei dispensari antitubercolari,
di visitare le comunità e i nuclei famigliari “sospetti” per poter individuare
gli eventuali malati. Ben presto, però, alla figura dell’assistente visitatrice
ne venne affiancata un’altra, quella dell’assistente sociale414. Quest’ultima, a
410
Art. 35 del Regolamento per l’esercizio di igiene e profilassi mentale, in APMO, Assistenza ai men-
tecatti e Dementi (ex militari e altri), Dispensari di Igiene Mentale 1952-1958.
411
I due consultori entrarono in funzione a partire dall’aprile 1961, dopo l’assunzione di un ulte-
riore medico psichiatra (ACPM, 5 aprile 1961, delibera n. 84, Servizio dispensariale di Igiene e Profilassi
Mentale. Nuovi Consultori di Finale E. e Montefiorino. Assunzione provvisoria di medico, pp. 419-421).
412
Il consultorio di Finale sarebbe stato “ospitato” all’interno dell’ospedale Santo Spirito, sito
in quello stesso comune (ACPM, 16 novembre 1959, delibera n. 32, Servizi dispensariali di Igiene
Mentale. Istituzione consultorio in Finale Emilia, pp. 369-372).
413
Tabella Organica, Allegato A del Regolamento per l’esercizio di igiene e profilassi mentale, in APMO,
Assistenza ai mentecatti e Dementi (ex militari e altri), Dispensari di Igiene Mentale 195-1958.
414
Un posto di assistente sanitaria visitatrice venne soppresso in favore di un posto di assisten-
te sociale (ACPM, 9 settembre 1960, delibera n. 84, Regolamento per l’esercizio di servizio di Igiene
e Profilassi Mentale. Proposta di modifica, pp. 326-331).

182
TRA RINNOVAMENTO SOCIALE ED EFFICIENZA ECONOMICA

differenza della assistente visitatrice, aveva il compito di reinserire l’amma-


lato mentale nella società. L’assistente sociale si sarebbe resa necessaria, non
solo per l’inserimento nella comunità degli ex-ricoverati in manicomio, ma
sarebbe servita anche per l’inserimento dei giovani disabili nel lavoro e nella
società civile.
I due dispensari periferici di Mirandola e Pavullo sarebbero rimasti aper-
ti per metà giornata, un giorno alla settimana, mentre il dispensario di Mo-
dena, che fungeva anche da centro della rete dei dispensari, sarebbe rimasto
aperto tutti i giorni feriali della settimana415. Nei mesi e negli anni successivi,
i medici si sarebbero alternati nelle varie sedi, con un sistema di turni.
Essendo l’azione profilattica la principale funzione dei dispensari, l’aper-
tura di ogni sede nella provincia fu accompagnata da una forte campagna
“pubblicitaria”, che consisteva nella pubblicazione di annunci su quotidiani
e riviste e nella distribuzione di volantini. Gli inviti alla diagnosi si prefig-
gevano lo scopo di raggiungere il numero massimo di persone, per questo
puntavano soprattutto sulle malattie nervose, lasciando in secondo piano le
patologie mentali vere e proprie: «il mal di testa, l’insonnia, la svogliatezza,
i disturbi ricorrenti con capogiri e nevralgie, lo stato di sovreccitazione, sono
sintomi di malattie che, diagnosticate (cioè riconosciute) per tempo, possono
essere perfettamente guarite. I bimbi “difficili” sono spesso bimbi affetti da
disturbi nervosi che devono e possono essere guariti». Inoltre, i dispensari
facevano appello agli aspetti di innovazione e di gratuità del servizio offer-
to: «i dispensari di igiene e profilassi delle malattie nervose – istituiti dalla
Amministrazione provinciale – costituiscono la forma più moderna e disin-
teressata di assistenza sociale e sanitaria che l’ente pubblico possa offrire ai
cittadini. Frequentarli di tanto in tanto, far visitare i propri bambini, è una
manifestazione di buon senso e di civiltà»416.
Questa campagna pubblicitaria parve funzionare efficacemente, se si
considerano i dati esposti nelle tabelle 1 e 2 che mostrano i flussi relativi
alle “prime visite” e ai controlli effettuati dai medici dei dispensari di igiene
mentale fra il 1958 e il 1962.

415
In realtà, finché non vennero istituiti i consultori di Montefiorino e Finale Emilia, a Mirando-
la il dispensario apriva due giorni alla settimana, a differenza di quello di Pavullo che era aperto
solo il sabato mattina. Gli orari erano pubblicati in “La Provincia” (organo della provincia di
Modena), ottobre 1960.
416
Annuncio pubblicato in “La Provincia”, ottobre 1960.

183
Simone Fari

Tabella 1
Numero di “prime visite” effettuate nel sistema dei dispensari
dal 1958 al 1962

Dispensario dispensario dispensario consultorio consultorio


di di di di di Finale Totale
Modena Mirandola Pavullo Montefiorino Emilia
1958 495 109 176 0 0 780
1959 897 281 285 0 0 1.463
1960 726 237 229 0 0 1.192
1961 956 281 307 85 172 1.801
1962 580 139 129 44 71 963

Fonte: rielaborazione dell’autore dei dati rilevati in: APMO, Carteggio di


amministrazione generale, 1961, Titolo 6, Rubrica 5, Fascicolo 1, Stato di fatto
e di attività svolta dai servizi provinciali di igiene e profilassi mentale; APMO,
Carteggio di amministrazione generale, 1965 (Dispensari mentali, delibere prov-
vedimenti), Titolo 6, Rubrica 5, Fascicolo 1, Relazioni dei dispensari di igiene e
profilassi mentale (1960-1962)

Tabella 2
Numero di controlli successivi alla “prima visita” effettuati nel sistema
dei dispensari dal 1958 al 1962

dispensario dispensario dispensario consultorio consultorio Totale


di di di di di Finale
Modena Mirandola Pavullo Montefiorino Emilia
1958 672 155 73 0 0 900
1959 1.925 563 579 0 0 3.067
1960 1.599 326 526 0 0 2.451
1961 2.507 378 627 74 76 3.662
1962 1.696 287 373 89 68 2.513

Fonte: rielaborazione dell’autore dei dati rilevati in: APMO, Carteggio di


amministrazione generale, 1961, Titolo 6, Rubrica 5, Fascicolo 1, Stato di fatto
e di attività svolta dai servizi provinciali di igiene e profilassi mentale; APMO,
Carteggio di amministrazione generale, 1965 (Dispensari mentali, delibere prov-
vedimenti), Titolo 6, Rubrica 5, Fascicolo 1, Relazioni dei dispensari di igiene e
profilassi mentale (1960-1962)

184
TRA RINNOVAMENTO SOCIALE ED EFFICIENZA ECONOMICA

Se si considera il diffuso pregiudizio, che all’epoca si aveva sulle malattie


mentali, i dati esposti nelle due tabelle sono impressionanti. Nei primi quat-
tro anni di funzionamento, i dispensari effettuarono, in media, un migliaio
di “prime visite” e circa tremila controlli all’anno. Una così intensa affluenza
di persone, fin dall’apertura, sorprese gli stessi amministratori provinciali.
Ad esempio, l’assessore Triva, nel marzo del 1959, affermava: «La sensibilità
della popolazione è superiore a quella che normalmente viene considerata.
L’affluenza ai dispensari di igiene mentale sta ponendo dei seri problemi
di addivenire a tutta quanta l’organizzazione per quanto al numero delle
giornate di apertura per i tre dispensari, perché l’affluenza supera la stessa
capacità ricettiva del dispensario. […] Come fenomeno globale siamo rima-
sti sorpresi noi stessi: aprire il dispensario di Pavullo e trovarci alla prima
mattina 24 ammalati che desideravano farsi visitare è stata una sorpresa.
Questo ritmo continua dall’inizio e tutte le riserve, le preoccupazioni che
avevamo non ci sono più»417.
Alla sorpresa, fece seguito la soddisfazione di aver superato gli obiettivi
che ci si era preposti, così, ad esempio, si esprimeva l’assessore Acanfora nel
1960: «al nostro primo consuntivo, per quanto riguarda l’azione dei dispen-
sari di igiene mentale, dobbiamo dire che questo consuntivo è abbastanza
incoraggiante […] un gran numero di ammalati ha cercato di affluire a questi
dispensari, molte volte anche a torto, cioè non avendo malattie di compe-
tenza del dispensario stesso»418. Ancora più entusiastico si mostrò il medico
provinciale che, nel 1961, in una relazione consuntiva sull’attività dei di-
spensari così si espresse: «alla distanza di tre anni circa si può affermare,
con serenità, che i servizi di igiene e profilassi mentale hanno dato risultati
ottimi, pure riconoscendo che non hanno ancora raggiunta la necessaria, ri-
chiesta, completa efficienza»419. In particolare, riferendosi ai servizi di dia-
gnostica precoce e di assistenza tempestiva, aggiungeva: «si tratta di servizi
espletati, con particolare attenzione e con ottimi risultati, su un rilevante
numero di malati che, nella quasi totalità, dopo le cure del caso, ottengono la
guarigione o miglioramenti tali, che evitano la loro ammissione in ospedali
psichiatrici»420. Egli terminava la relazione concludendo che: «da quanto […]
417
ACPM, 13 marzo 1959, Bilancio di previsione dell’esercizio finanziario dell’anno 1959. Esame ed
approvazione dell’art. 57, p. 133.
418
APMO, Carteggio di amministrazione generale, 1960, Titolo 6, Rubrica 5, Fascicolo 1, Servizi
provinciali di igiene e profilassi mentale, 17 febbraio 1960, p. 4.
419
APMO, Carteggio di amministrazione generale, 1961, Titolo 6, Rubrica 5, Fascicolo 1, Stato di
fatto e di attività svolta dai servizi provinciali di igiene e profilassi mentale, 11 luglio 1961, p. 3.
420
Ivi, p. 4.

185
Simone Fari

esposto si può facilmente dedurre che l’istituzione dei servizi di cui trattasi
ha colmato nella provincia di Modena una lacuna notevole nel campo della
profilassi e dell’igiene mentale»421. Inoltre, un anno prima, lo stesso direttore
dei dispensari, Vicini, ricordava: «siamo andati al congresso di Torino l’anno
scorso422. Io rappresentavo la clinica neurologica […] e vi posso dire che la
provincia di Modena è forse la prima che ha creato un dispensario completa-
mente indipendente da altri organi, come gli ospedali psichiatrici, che tutte
le altre province hanno e noi non abbiamo»423.
Sebbene il primo quadriennio di attività dei dispensari fosse stato valu-
tato positivamente da tutte le parti in causa, rimanevano però alcuni pro-
blemi insoluti. Innanzitutto, vi erano problemi nelle relazioni fra la rete dei
dispensari e i medici condotti. Questi ultimi, in particolare, non mandavano
volentieri i propri pazienti al dispensario; se riscontravano malattie men-
tali preferivano suggerire ai famigliari di rivolgersi alle case di cura priva-
te oppure alla clinica neuropsichiatrica dell’ospedale civile. Molti pazienti
che si rivolgevano ai dispensari, poi, chiedevano al medico che li visitava
di non dire nulla al proprio medico condotto424. Questo atteggiamento di
scarsa collaborazione dei medici condotti rifletteva, in realtà, un sentimento
di generale diffidenza nei confronti del sistema dei dispensari che era an-
cora diffuso fra tutti i cittadini della provincia, compresi gli amministratori
degli enti locali425. In questo caso, il sistema dei dispensari, proponendo una
nuova concezione dell’assistenza psichiatrica veniva a scontrarsi con il pre-
giudizio e con il timore che la popolazione aveva ancora nei confronti dei
malati mentali.
Rispetto alla sua concezione originaria, il sistema dei dispensari veniva,
poi, a scontrarsi con un altro problema rilevante. Nel corso dei primi quat-
tro anni di attività, i dispensari finirono per essere fagocitati dal compito di
visitare e diagnosticare chiunque vi si presentasse, rimanendo, però, in tal

421
Ivi, p. 11.
422
Il convegno cui si fa riferimento è quello svoltosi a Torino nei giorni 16-17 maggio 1959,
organizzato dall’Amministrazione provinciale di quella città d’intesa con la Lega Italiana di
Igiene Mentale, sul tema “Finanziamento e struttura del centro di igiene mentale” (ACPM, 27
aprile 1959, delibera n. 58, Convegno a Torino sul tema «Funzioni e strutture del centro di igiene
mentale, pp. 416-417).
423
APMO, Carteggio di amministrazione generale, 1960, Titolo 6, Rubrica 5, Fascicolo 1, Servizi
provinciali di igiene e profilassi mentale, 17 febbraio 1960, p. 19.
424
Ivi, p. 26.
425
A questo proposito si considerino gli interventi degli amministratori dei piccoli comuni nel
documento citato.

186
TRA RINNOVAMENTO SOCIALE ED EFFICIENZA ECONOMICA

modo, immobilizzati e quindi incapaci di svolgere le altre funzioni ad essi


assegnati, fra cui la cura dei pazienti usciti dal manicomio o dei cosiddetti
“pendolari”. A proposito dei primi anni di attività dei dispensari, Vicini scri-
veva: «Si fa della neuro-psichiatria non dell’igiene mentale perchè si tratta di
malati di tutti i tipi, dai neurologici agli psichici di varia gravità. Si funzio-
na purtroppo ad ambulatorio tipo mutua: tanti vengono e tanti si visitano.
Non c’è la possibilità di lavoro qualificato anche per mancanza di direttive
precise426 […] Non mancano i vantaggi, che tanto favore hanno incontrato
nell’opinione pubblica: la nessuna burocratizzazione, la generosità dell’as-
sistenza farmacologia gratuita427. Si continua così per anni ritenendo che il
vantaggio principale sia quello di dirimere i pregiudizi. Il lavoro ha quindi
uno scopo quasi reclamistico ma ciò dura troppo»428. Qualche anno dopo,
nel 1960, i dispensari terminano la schedatura di tutti gli assistiti della pro-
vincia, compresi i ricoverati, tuttavia, ciò non sembra agevolare il rapporto
con i dimessi. Difatti, come scriveva Vicini: «i malati dimessi dall’ospedale
psichiatrico non vengono e non li si reperisce». Inoltre, i dissidi interni con
l’assistente sociale appena assunta, crearono, nel 1962, non poche discussio-
ni fra il corpo sanitario e il servizio sociale429.
Tuttavia, alla fine, il problema maggiore per il sistema dei dispensari era
quello di costituire ancora un elemento marginale dell’assistenza psichiatri-
ca provinciale, soprattutto, rispetto all’ospedale di Reggio. Quest’ultimo, nel
1961, ospitava ancora 866 pazienti modenesi, mentre altri duecento erano
ricoverati in altri centri di cura430. Dei quasi 900 ricoverati all’ospedale di
Reggio, almeno due terzi lo erano da lungo o lunghissimo tempo (dai 10
anni in su). Il sistema dei dispensari, nei primi quattro anni, si era limitato
ad evitare che alcuni nuovi malati fossero portati a Reggio, tuttavia, non era
stato in grado di far dimettere quelli ricoverati da tempo né, tanto meno, era
riuscito ad evitare che vi ritornassero quelli che erano appena stati dimessi.

426
Vicini qui rivolge una critica alla direzione dei dispensari che, nei primi anni, non era nelle
sue mani ma in quelle del direttore della clinica neurologica.
427
I farmaci erano distribuiti gratuitamente grazie ad una convenzione che la Giunta provin-
ciale aveva stipulato con l’ordine dei farmacisti della provincia di Modena (ACPM, 19 gennaio
1960, delibera n. 104, Dispensari d’igiene mentale. Convenzione con l’Ordine dei farmacisti della Pro-
vincia di Modena, pp. 182-186).
428
APMO, Assistenza ai mentecatti e Dementi (ex militari e altri). Dispensari di Igiene Mentale 1959-
1966. Struttura e funzione dei dispensari. Relazione trattata in sede di Giunta il 4 giugno 1966, p. 5.
429
Ivi, p. 6.
430
APMO, Carteggio di amministrazione generale, 1963, Titolo 6, Rubrica 5, Fascicolo 1, Assistenza.
Relazione attività anno 1962, p. 2.

187
Simone Fari

Il tentativo di istituzione di un centro terapeutico (1962-1968)

All’inizio del 1962, la necessità di costruire un centro diagnostico e tera-


peutico, che svincolasse la Provincia dal manicomio di Reggio, nacque da un
problema economico, così riassunto dall’assessore Francesconi: «particolare
attenzione deve essere rivolta alla notevole spesa che noi incontriamo per la
assistenza agli infermi di mente che dai 596 milioni è passata ai 719 milioni
[…] ma l’aumento di 110 milioni non è dovuto ad una maggiore assistenza,
bensì all’aumento delle rette avvenuto a carattere nazionale»431. Ancora una
volta, alla preoccupazione economica, lo stesso assessore, affiancava imme-
diatamente quella sociale: «chi va all’istituto di Reggio Emilia difficilmente
ritorna indietro: è appurato con dati di fatto che dei malati di mente che ven-
gono ricoverati in clinica neurologica e nelle case di cura private della nostra
provincia, un buon 70% riesce a guarire, invece di quelli che vengono inviati
a Reggio Emilia, sì e no torna indietro il 5-10%, perché effettivamente l’am-
biente li trova spaesati e li aggrava nella loro situazione». La conseguenza
naturale a questa doppia preoccupazione, economica e sociale, sarebbe stata
l’elaborazione di qualcosa di nuovo, che superasse lo stesso sistema dei di-
spensari, laddove questo si era dimostrato inefficace. Per dirla con le parole
dell’assessore Francesconi, durante la discussione del bilancio del 1962: «noi
riteniamo necessario e opportuno che la provincia […] istituisca un proprio
centro diagnostico neuropsichiatrico, altrimenti detto reparto aperto, per
evitare nel modo più assoluto l’avvio diretto all’istituto di Reggio Emilia dei
nostri malati»432.
Come successe per i dispensari, anche nel caso del centro terapeutico, il
progetto era emerso, in via provvisoria, durante una discussione sul bilancio
preventivo della Provincia. In entrambi i casi ciò non rappresentò una ca-
sualità: anche il centro terapeutico, come era già avvenuto per il sistema dei
dispensari, nasceva dalla doppia esigenza di procurare un beneficio sociale
e sanitario ai malati di mente, da una parte, e di conseguire un risparmio
economico per la provincia, dall’altra. Nuovamente le parole dell’assessore
Francesconi sono esplicite: «sarebbe così possibile creare le condizioni per-
ché i familiari siano più vicini al malato stesso al fine di poter dargli un mag-
gior conforto […]. Da ultimo si vede necessaria l’istituzione di questo centro,
perché consentirebbe anche per la provincia una economia, in quanto la spe-
sa di ricovero in questo reparto aperto per un periodo di 90 giorni sarebbe a
431
ACPM, 4 aprile 1962, Bilancio di previsione per l’esercizio finanziario 1962. Esame ed approvazione,
p. 376.
432
Ivi, p. 377.

188
TRA RINNOVAMENTO SOCIALE ED EFFICIENZA ECONOMICA

carico degli istituti mutualistici: cioè se noi invece di ricoverare un malato a


Reggio Emilia che passa subito a carico della Provincia, lo ricoverassimo in
un reparto aperto nostro, gli istituti mutualistici, per un periodo di 90 giorni,
assumerebbero la spesa»433.
Nel corso del 1962, l’idea di realizzare un centro diagnostico e terapeutico,
in contrapposizione all’assistenza manicomiale tradizionale, si fece via via
più concreta, fino a quando, nel dicembre del 1962, l’assessore Fancesconi, di
fronte al Consiglio provinciale, annunciò: «signori consiglieri è nell’intenzio-
ne della giunta provinciale istituire un centro diagnostico. Questo vorrebbe
dire, impedire ai malati di mente di essere mandati direttamente a Reggio
Emilia»434. Nella successiva seduta del Consiglio provinciale, venne appro-
vato all’unanimità l’acquisto di un terreno che sarebbe dovuto servire alla
costruzione del centro terapeutico. L’approvazione avvenne all’unanimità,
tuttavia, il voto favorevole della minoranza fu legato alla contestuale nomi-
na di una commissione mista, la quale avrebbe avuto il compito di studiare
le modalità con cui istituire il nuovo centro terapeutico435. Questa commis-
sione sarebbe stata composta: «dall’assessore all’assistenza, dall’assessore
ai lavori pubblici, da due consiglieri della minoranza, da un consigliere di
maggioranza, da un medico dei servizi dispensariali di igiene e profilassi
mentale, dall’ingegnere capo della provincia, dal medico provinciale, da un
funzionario della carriera direttiva della provincia»436. Dalla composizione
della commissione si evince la volontà di effettuare uno studio approfondito
della questione in modo da giungere ad una soluzione che potesse essere
condivisa da tutti: maggioranza, minoranza, medici e tecnici.
Il progetto per il nuovo “centro dispensariale di terapia delle malattie
nervose e di assistenza sociale”, elaborato dalla apposita commissione,
giunse in Consiglio provinciale, per l’approvazione, il 25 settembre del 1964,
dopo quasi due anni di lavoro. Lo statuto del nuovo centro prendeva larga
ispirazione dai modelli esistenti in paesi esteri437, tuttavia, caratteristica im-
433
Ibidem.
434
ACPM, 21 dicembre 1962, delibera n. 139, Centro diagnostico Malattie del sistema nervoso.
Acquisto area per costruzione sede, p. 783.
435
ACPM, 28 dicembre 1962, delibera n. 139, Centro diagnostico Malattie del sistema nervoso.
Acquisto area per costruzione sede, pp. 835-845.
436
Ivi, p. 836.
437
«Non esiste ancora in Italia un centro terapeutico di questo tipo, mentre ne esistono nei paesi
più progrediti dal punto di vista sanitario» (APMO, Assistenza ai mentecatti e Dementi (ex militari
e altri). Dispensari di Igiene Mentale 1959-1966. Struttura e funzione dei dispensari. Relazione trattata
in sede di Giunta il 4 giugno 1966, p. 9).

189
Simone Fari

portante era che esso «pone[va] le premesse per l’inserimento delle forme
di assistenza extramanicomiale auspicate dall’amministrazione preoccupata
dell’aumento progressivo dei soggetti affetti da disturbi mentali accessibili
di trattamento extra-murale»438. Il centro si poneva, quindi, come il punto di
arrivo di un percorso di assistenza psichiatrica alternativa a quella manico-
miale, cominciata dieci anni prima con il progetto dei dispensari.
Il centro terapeutico si presentava, sulla carta, come un progetto estre-
mamente innovativo. Innanzitutto, esso si proponeva di raggiungere due
obiettivi principali: «a) assistenza e cura ai soggetti non più mentalmente
sani, ma che presenta[va]no fasi iniziali o comunque non troppo gravi di
decadimento o di scompenso psichico per sé non pericolose e tali da consen-
tire un ricupero sociale; b) assistenza psichiatrica all’infanzia»439. Al fine di
raggiungere tali obiettivi, «il centro si [sarebbe articolato] in tre reparti: re-
parto adulti, reparto infantile, centro sociale (comune per adulti e minori) e
prevede[va] il ricovero continuativo per i soggetti che presenta[va]no forme
più gravi e che non [erano] in grado di essere assistiti in famiglia, il ricovero
solo diurno per i soggetti che presenta[va]no forme di media gravità e che
[necessitassero] di assistenza e che [avessero] possibilità di parziale vita in
famiglia, il ricovero solo notturno per i soggetti che presenta[va]no forme
di lieve entità e che [potessero]continuare l’attività lavorativa senza la pos-
sibilità di vita in famiglia»440. Tuttavia, l’aspetto realmente innovativo del
centro terapeutico sarebbe stato il fatto che «nella tecnica della riabilitazione
psichiatrica» si sarebbero realizzate: «1) la psicoterapia individuale di grup-
po e di ambiente; 2) la terapia occupazionale interna ed esterna; 3) la ludo-
terapia nei suoi principali aspetti, quello sportivo e quello ricreativo»441. In
altre parole, vi era l’esplicita volontà di utilizzare delle tecniche terapeutiche
alternative a quelle tradizionali, come, da anni, stava avvenendo all’estero.
In realtà, da alcuni anni, nei dispensari si era tentato l’utilizzo di terapie psi-
chiatriche moderne: nel 1964, infatti, si erano eseguite «la psicoterapia di un
gruppo di malati adulti schizofrenici, la psicoterapia di un gruppo di malati

438
ACPM, 25 settembre 1964, delibera n. 49, Centro Dispensariale di Terapia Malattie Nervose e di
Assistenza Sociale. Provvedimenti, p. 327.
439
Ivi, p. 328.
440
Superato lo schema delle tradizionali attività si parte per la strada della speranza e della salvezza, in
“La Provincia”, 1960-1964.
441
ACPM, 25 settembre 1964, delibera n. 49, Centro Dispensariale di Terapia Malattie Nervose e di
Assistenza Sociale. Provvedimenti, pp. 330-331.

190
TRA RINNOVAMENTO SOCIALE ED EFFICIENZA ECONOMICA

adulti nevrotici, la psicoterapia di minori nevrotici»442. Tuttavia, tali attività


terapeutiche erano rimaste marginali rispetto alla diagnostica e alla preven-
zione, che rimasero funzioni principali dei dispensari.
Va ricordato, però, che, all’epoca, era ancora in vigore la legge manico-
miale del 1904, secondo la quale i matti violenti e osceni dovevano esse-
re schedati e ricoverati nel manicomio provinciale. Per questa ragione, tra
le norme istitutive del centro vi era quella che prevedeva che «l’assistenza
tramite ricovero [fosse] riservata ai soli affetti da forme neuropsichiatriche
che non presenta[va]no gli estremi che la legge prevede[va] per il ricovero
coattivo in ospedale psichiatrico, rimanendo inoltre escluse tutte le forme
manicomiali»443. Quest’ultima norma non rappresentava un’accettazione
dell’assistenza psichiatrica manicomiale, ma un espediente per scavalcare, a
livello locale, una legge nazionale ritenuta ingiusta. Difatti, si dichiarava che
i matti osceni o violenti sarebbero stati sempre ricoverati a Reggio, tuttavia,
il sistema dei dispensari, integrato col nuovo centro terapeutico, sarebbe ser-
vito ad evitare ai malati mentali di raggiungere quella fase, in cui l’autorità
giudiziaria ne avrebbe dichiarato l’internamento in manicomio.
La creazione di un centro terapeutico associato al sistema dei dispensari, già
in funzione da anni, rientrava nell’ambito di una precisa corrente di pensiero
della psichiatria, la cosiddetta “psichiatrica di settore”. Il direttore del sistema
dei dispensari, Vicini, così la definiva: «è la più moderna delle organizzazioni
psichiatriche e in maniera molto schematica consiste in questo: presso un di-
spensario viene visitato un malato mentale, lo si cura, nel caso che le cure am-
bulatoriali risultino inefficaci o nel caso che la malattia subisca un’improvvisa
evoluzione tale da rendere necessario il ricovero in ambiente psichiatrico, sarà
dunque quella equipe che si è interessata del malato dall’inizio che continuerà
a seguirlo e a curarlo anche durante il ricovero per riprenderlo in carico una
volta dimesso fino alla sua completa guarigione». Naturalmente, la piena mes-
sa in pratica della psichiatria di settore non era possibile con il mantenimento
del tradizionale rapporto con l’ospedale psichiatrico. Quest’ultimo, infatti, ri-
fiutava di far seguire i propri pazienti dalle équipe dei dispensari. Per questa
ragione, Vicini sosteneva: «solo questo centro [terapeutico] potrà permettere
la vera organizzazione di settore e saranno gli stessi medici dei dispensari che,
se occupati a tempo pieno, faranno il lavoro del centro»444.
442
APMO, Carteggio di amministrazione generale, 1965 (Dispensari mentali, delibere provvedimenti),
Titolo 6, Rubrica 5, Fascicolo 1, Relazioni dei dispensari di igiene e profilassi mentale (1960-1962).
443
Ivi, p. 328.
444
APMO, Assistenza ai mentecatti e Dementi (ex militari e altri). Dispensari di Igiene Mentale 1959-
1966. Struttura e funzione dei dispensari. Relazione trattata in sede di Giunta il 4 giugno 1966, p. 8.

191
Simone Fari

Dopo l’approvazione del regolamento del centro terapeutico, in Consi-


glio provinciale, il provvedimento venne bloccato dalla prefettura e si in-
sabbiò nelle pastoie burocratiche, come era accaduto, anni prima, al sistema
dei dispensari. Tuttavia, il direttore sanitario del servizio di igiene mentale,
Vicini, non rinunciò ad attuare alcuni tentativi per avviare la psichiatria di
settore nella provincia modenese. A questo proposito, egli così descriveva la
situazione dell’assistenza nel 1966: «L’assunzione di un nuovo medico con-
sente di suddividere la provincia in tre zone con tre équipe ben distinte come
previsto dal regolamento. Il centro della montagna diventa il centro pilota e
per primo questo stabilisce stretti rapporti con l’ospedale psichiatrico»445.
Proprio al fine di migliorare i rapporti con l’ospedale psichiatrico di Reg-
gio e, per poter avviare l’esperimento della psichiatria di settore, nel 1967,
era stata stipulata una convenzione con l’istituto di Reggio Emilia. La con-
venzione prevedeva che i dispensari di igiene e profilassi mentale si occu-
passero di fornire «l’assistenza post-ospedaliera […] agli ammalati di mente,
residenti nella provincia di Modena, dimessi in esperimento o in via defi-
nitiva dall’ospedale psichiatrico di S. Lazzaro di Reggio Emilia»446. Inoltre,
il manicomio di Reggio «si [impegnava] di dare immediata notizia ai […]
dispensari dell’avvenuta dimissione degli ammalati di mente residenti nella
provincia di Modena e di segnalare ai medesimi […] tutte le notizie di ca-
rattere sanitario ritenute utili ai fini della continuazione delle cure e dell’as-
sistenza in sede dispensariale»447. D’altro canto, gli stessi dispensari, a loro
volta, si impegnavano a segnalare al manicomio «tutte le notizie di carattere
sanitario in loro possesso relative agli ammalati della provincia di Modena,
già assistiti presso i dispensari stessi, nonché tutte le notizie relative all’an-
damento della malattia e delle cure praticate agli ammalati già dimessi, di
cui si rendesse necessario un ulteriore ricovero»448. Queste norme, tuttavia,
sembravano finalizzate, soprattutto a garantire ai dispensari quella funzione
di assistenza ai dimessi dal manicomio che, fino a quel momento, non erano
riusciti a garantire, spesso proprio a causa della scarsa collaborazione del
manicomio di Reggio. La sperimentazione della psichiatria di settore, però,
pareva lontana, poiché, se da una parte, la convenzione prevedeva che il ma-

445
Ivi, p. 7.
446
ACPM, 15 febbraio 1967, delibera n. 59, Convenzione con l’Opera Pia Istituti Ospedalieri Neurop-
sichiatrici di S. Lazzaro in Reggio Emilia per assistenza ambulatoriale dei malati di mente della provincia
di Modena, art. 1.
447
Ivi, art. 2.
448
Ivi, art. 3.

192
TRA RINNOVAMENTO SOCIALE ED EFFICIENZA ECONOMICA

nicomio potesse inviare i propri medici ai dispensari per poter curare gli am-
malati ricoverati o per poter seguire quelli dimessi, dall’altra, ai medici dei
dispensari non era consentito di seguire i propri pazienti in manicomio449.
Una nuova occasione per poter effettuare il potenziamento del sistema
dei dispensari venne dalla cosiddetta legge stralcio “provvidenze per l’assi-
stenza psichiatrica”, approvata dal parlamento il 7 marzo del 1968, in segui-
to alla riforma sanitaria del ministro Mariotti. Tale legge prevedeva l’avvio
della riduzione dei ricoverati all’interno dei manicomi, l’istituzione di centri
di igiene mentale ove non presenti, l’eventuale contributo al potenziamento
di dispensari e centri di igiene mentale. Vicini, in qualità di direttore dei
dispensari, voleva approfittare, il prima possibile, dei contributi offerti dal-
lo Stato. Per questa ragione inviò una relazione al Consiglio provinciale in
cui chiedeva: «a) la costituzione di una equipe di neuropsichiatria infantile;
b) il potenziamento dei servizi psichiatrici centrali; c) l’istituzione di nuovi
presidi psichiatrici nelle zone non servite della provincia [con l’apertura di
nuovi consultori a Carpi e a Zocca]; d) l’istituzione di moderni presidi di
terapia e risocializzazione quali […] un laboratorio protetto»450. La relazio-
ne di Vicini si chiudeva con una frase piuttosto eloquente: «con la presente
proposta questa ripartizione ha inteso delineare il programma minimo per
sopperire alle necessità dell’assistenza psichiatrica nella provincia di Mo-
dena, nell’intento di consentire a codesta spettabile amministrazione di for-
mulare una richiesta accettabile per poter ottenere i contributi dello stato
in un tempo abbastanza sollecito»451. Le sollecitazioni di Vicini sortirono il
proprio effetto, poiché, due mesi dopo, il Consiglio provinciale approvava il
potenziamento del sistema dei dispensari, prevedendo, in particolare, l’as-
sunzione di due nuovi psichiatri, di cui uno infantile, due assistenti sociali
e due assistenti sanitarie, esattamente come aveva suggerito il direttore dei
dispensari452. Poco più di un mese dopo, invece, venne approvata, sempre
dal Consiglio provinciale, l’istituzione di un laboratorio protetto per malati
di mente dimessi dall’ospedale psichiatrico. Si trattava di un esperimento
terapeutico e di reinserimento sociale. Approfittando di un appartamento
vuoto in proprietà della Provincia, si decise di aprirvi all’interno un labora-
torio di cucito e sartoria, nel quale impiegare alcune pazienti che erano state

449
Ivi, art. 4.
450
APMO, Carteggio di amministrazione generale, 1968, Titolo 6, Rubrica 5, Fascicolo 1, Note per il
potenziamento dei servizi d’igiene e profilassi mentale, protocollato l’11 aprile 1968, p. 2.
451
Ivi, p. 4.
452
ACPM, 21 giugno 1968, delibera n. 36, Assistenza Psichiatrica. Provvedimenti.

193
Simone Fari

da poco dimesse dal manicomio di Reggio. Il laboratorio sarebbe stato av-


viato e seguito dallo stesso personale dei dispensari, secondo la logica della
psichiatria di settore che prevedeva l’utilizzo della stessa équipe per la cura
e la riabilitazione sociale453.

Elaborazione ed avvio dei piani psichiatrici provinciali (1969-1978)

Nel 1969, sull’onda del movimento antimanicomiale, vennero presentati


a Modena i piani psichiatrici provinciali, elaborati da un’apposita commis-
sione, che vedeva fra i suoi membri Franco Basaglia. Nove anni dopo, a livel-
lo nazionale, venne, invece approvata la legge 180 che decretava la fine dei
manicomi e che sarebbe stata ricordata da molti come “legge Basaglia”. Fra
il 1969 e il 1978, l’assistenza psichiatrica nella provincia modenese visse anni
piuttosto turbolenti, caratterizzati da grandi slanci riformistici, ma anche da
altrettanto grandi disillusioni. In questo arco di tempo, il sistema dispensa-
riale, nato dieci anni prima, si potenziò ulteriormente cercando di collegarsi
a nuove istituzioni psichiatriche come il centro terapeutico o i reparti aperti,
i quali, però, non vennero mai messi definitivamente in pratica. Tuttavia,
questi dieci anni furono fortemente caratterizzati da due nuovi elementi che
condizionarono, e in parte modificarono, l’assistenza psichiatrica modenese:
1) il radicalizzarsi del discorso politico intorno alla questione manicomiale;
2) la presenza di Franco Basaglia come collaboratore esterno dell’Ammini-
strazione provinciale.
Prima del 1969, tutte le riforme avviate nel campo della psichiatria erano
state fortemente condivise sia dalla maggioranza che dalla minoranza. Gli
stessi dibattiti nei consigli provinciali riportano discussioni costruttive nelle
quali le diverse parti politiche, evitando le questioni ideologiche, si impe-
gnavano nella ricerca delle soluzioni più efficienti. Tuttavia, il biennio ’68-
’69, insieme al movimento studentesco e alla protesta operaia, si trascinò
dietro anche un forte movimento anti-manicomiale. Sull’onda di inchieste
giornalistiche che avevano evidenziato gli orrori dei manicomi454 e sulla scia
delle rivendicazioni di alcuni psichiatri, fra cui lo stesso Basaglia, i quali,
da anni, tentavano di applicare terapie moderne, i politici che sedevano in
consiglio provinciale vennero presi da un improvviso e profondo “fervore”
antimanicomiale. A partire dal ’69, le discussioni in Consiglio provinciale

453
ACPM, 24 luglio 1968, delibera n. 81, Dispensario di Igiene e profilassi mentale. Istituzione di un
servizio di socio terapia occupazionale.
454
A. Del Boca, Manicomi come lager, Torino, Edizioni dell’Albero, 1966.

194
TRA RINNOVAMENTO SOCIALE ED EFFICIENZA ECONOMICA

riguardanti l’assistenza psichiatrica furono intrise di slanci ideologici e per-


sero, via via, molto del pragmatismo che avevano avuto fino ad allora.
Nel decennio ’58-’68, il sistema dei dispensari modenesi si era sviluppato
seguendo sempre più un approccio vicino a quello della cosiddetta “psichia-
tria di settore”, la quale si basava, essenzialmente su strutture leggere diffuse
sul territorio. Basaglia, veniva, invece, da un’esperienza molto diversa. Egli
era direttore del manicomio di Gorizia e, in quella veste, aveva sperimentato
nuovi metodi terapeutici, fortemente basati sulla partecipazione diretta dei
malati al proprio percorso terapeutico-riabilitativo e, in ogni caso, avversi
ad ogni forma meramente custiodialistica. Basaglia fu chiamato a Modena
per la fama che circondava il suo nome, ormai inestricabilmente associato a
quello del movimento antimanicomiale. Tuttavia, la sua presenza si rivelò
talvolta ingombrante, sia per la minoranza democristiana, sia per gli stessi
psichiatri vicini al Partito comunista, molto più propensi alla psichiatria di
settore che non ai metodi basagliani.
Entrambi i due fattori considerati, il radicalizzarsi del movimento anti-
manicomiale e la presenza di Basaglia, ebbero, in realtà, un doppio effetto.
Durante tutto il ’69, essi funzionarono come un vero e proprio detonatore che
fece scoppiare l’entusiasmo di tutti gli operatori del settore, sia tecnici che
politici, i quali si tuffarono nell’elaborazione di piani psichiatrici all’avan-
guardia. Tuttavia, sul lungo periodo, i due fattori si rivelarono destabiliz-
zanti. La radicalizzazione politica delle riforme psichiatriche portò inevita-
bilmente a divergenze e rotture sia fra maggioranza e gruppi di minoranza,
che più volte votarono contro le delibere della giunta, sia all’interno della
maggioranza stessa. A sua volta, la presenza di Basaglia, condizionò l’im-
postazione dell’assistenza psichiatrica così come era stata fino a quel mo-
mento, “imponendo” provvedimenti che non erano del tutto coerenti con la
psichiatria di settore e che, di conseguenza, generarono malumori e proteste
nel personale psichiatrico della provincia.

Il grande entusiasmo del 1969

Nel luglio del 1968 era stata nominata una commissione con l’incarico
di studiare e realizzare la programmazione psichiatrica nella Provincia di
Modena. Tale commissione, a somiglianza e in continuità con quella che
aveva steso il progetto per l’istituzione del centro terapeutico, sarebbe sta-
ta composta sia da tecnici, sia da politici della maggioranza sia, infine, da
quelli della minoranza. In particolare la commissione era composta: dall’as-
sessore all’igiene, sanità e servizi sociali, da Franco Basaglia, allora direttore

195
Simone Fari

dell’ospedale psichiatrico di Gorizia, dai rappresentanti dei gruppi consiliari


di maggioranza e minoranza, dal capo ripartizione assistenza e servizi so-
ciali, dal direttore della Clinica neurologica dell’Università di Modena, dal
direttore dei servizi dispensariali d’igiene mentale, Vicini.
Dopo mesi di lavoro, nel settembre del 1969, la commissione si recò in
Consiglio provinciale per presentare la propria relazione finale, con annes-
sa la programmazione dei servizi psichiatrici455. In quell’occasione, non vi
fu una vera e propria discussione dei piani psichiatrici, poiché i consiglie-
ri si limitarono ad ascoltare gli interventi dei membri della commissione.
Soltanto nel marzo del 1970 ebbe luogo la discussione vera e propria della
programmazione psichiatrica della Provincia, che si concluse con l’approva-
zione all’unanimità456.
Fin dall’inizio della propria relazione, la commissione chiariva quale sa-
rebbe stata l’impostazione generale dei piani psichiatrici: «la commissione ha
considerato valido quale principio basilare della moderna assistenza psichia-
trica quello dell’unitarietà della profilassi e della cura (extra-ospedaliera ed
ospedaliera) e dell’assistenza para e post-ospedaliera delle malattie mentali
al quale si ispira tutta l’azione dell’OMS. Tale principio può essere realizzato
mediante la psichiatria cosiddetta di settore»457. Inoltre, veniva precisato, fin
dall’inizio, la vicinanza con le idee del movimento antimanicomiale, sebbe-
ne in senso fortemente costruttivo: «la commissione ha […] unanimemente
ritenuto che non debba essere realizzato in provincia di Modena un ospe-
dale psichiatrico, né strutturato nel modo tradizionale e neppure con tutte
quelle modificazioni che sono state proposte ed in parte attuate da ospedali
psichiatrici già esistenti, nel tentativo di attenuarne il carattere alienante. La
commissione ha altresì ritenuto che […] sia di fondamentale importanza ef-
fettuare in una provincia come quella di Modena in cui non esiste tale strut-
tura, una esperienza pilota, tesa a sostituire l’ospedale psichiatrico con una
rete di servizi extra-ospedalieri ed ospedalieri, che costituisca un sistema
assistenziale nel quale l’uomo affetto da disturbi psichici possa essere curato
in una dimensione psico-sociale, che trascenda il più ampiamente possibi-
le la cosiddetta istituzionalizzazione, oggi riconosciuta come conseguenza
del ricovero in una struttura quale l’ospedale psichiatrico tradizionale che
455
ACPM, 24 settembre 1969, delibera n. 30, Programmazione dei servizi psichiatrici nella provincia
di Modena. Determinazioni.
456
ACPM, 26 marzo 1970, delibera n. 16, Programmazione dei servizi psichiatrici nella provincia di
Modena. Determinazioni.
Relazione della Commissione di studio per la programmazione dei servizi psichiatrici della provincia,
457

Modena, dattiloscritto conservato nella Biblioteca della Provincia, s.d., p. 7.

196
TRA RINNOVAMENTO SOCIALE ED EFFICIENZA ECONOMICA

favorisce l’allentamento fino alla rottura dei legami fra il malato ed i gruppi
sociali cui egli appartiene»458.
La commissione, quindi, non si arroccò in una posizione antimanico-
miale, ma, anzi, propose un piano dettagliato per istituire un servizio psi-
chiatrico provinciale alternativo al manicomio e, quindi, estremamente
all’avanguardia nel panorama nazionale. Durante la seduta del marzo 1970,
l’assessore Sacchi così presentava le linee principali del piano: «La caratteri-
stica principale di questo programma è rappresentata dal “no” pronunciato
nei confronti dell’ospedale psichiatrico. C’è stata la scelta di un’alternativa
all’ospedale psichiatrico nell’intento di creare servizi organici in grado di co-
prire le tre fasi fondamentali in tutto il campo della medicina: prevenzione,
cura, riabilitazione. Abbiamo diviso il territorio della provincia in sette set-
tori disponendo per ciascuno di essi l’istituzione di: un dispensario di igiene
mentale, con eventuali consultori […] un reparto psichiatrico in un ospedale
civile della zona, un istituto o centro che comprenda ospedale di giorno,
ospedale di notte e laboratorio protetto, per la fase di recupero degli amma-
lati e un istituto per lungodegenti, per quegli ammalati, cioè, che abbiano
bisogno di una degenza prolungata e che non siano recuperabili e curabili
nelle istituzioni prima elencate»459. Da questa sintesi del piano psichiatrico,
si comprende bene che si sarebbero dovute mettere in campo notevoli risor-
se economiche ed umane. Difatti, considerando il dispensario di Carpi, la cui
apertura era stata disposta da pochi mesi460, il servizio psichiatrico provin-
ciale poteva avvalersi di quattro dispensari: Modena, Pavullo, Mirandola e,
appunto, Carpi. Per arrivare a sette si sarebbe dovuto disporre, innanzitutto,
la istituzione di tre nuovi dispensari: un altro a Modena, uno a Vignola e uno
a Sassuolo461. Tuttavia, per completare il piano predisposto dalla commissio-
ne, ai dispensari si sarebbero poi dovuti affiancare quei centri che avrebbe-
ro ospitato gli ospedali diurni, notturni e i laboratori protetti462. Per quanto
riguarda i settori della montagna e della pianura questi centri non vennero
praticamente mai presi in considerazione, con l’eccezione del settore di Pa-
vullo dove però si istituì un presidio psichiatrico “atipico”, basato sull’ap-
458
Ivi, pp. 8-9.
ACPM, 26 marzo 1970, delibera n. 16, Programmazione dei servizi psichiatrici nella provincia di
459

Modena. Determinazioni, p. 1.
460
ACPM, 13 maggio 1969, delibera n. 147, Servizi di igiene e profilassi mentale. Istituzione di un
dispensario a Carpi.
Relazione della Commissione di studio per la programmazione dei servizi psichiatrici della provincia,
461

Modena, dattiloscritto conservato nella Biblioteca della Provincia, s.d., pp. 10-20.
462
Ivi, pp. 21-27.

197
Simone Fari

proccio terapeutico di Basaglia463. Soltanto per quanto riguardava il settore


di Modena centro, si pensò, in un primo momento, di sostituire il vecchio
progetto di centro terapeutico, di cui peraltro si era già acquistato il terreno,
con l’istituzione di un centro comprensivo di ospedale diurno e notturno e
di un laboratorio protetto464.
Da un’analisi a posteriori della presentazione dei piani psichiatrici del
1969 emergono alcuni aspetti di notevole interesse. Innanzitutto, i membri
della commissione erano consapevoli di: 1) aver elaborato un servizio inno-
vativo, pionieristico e all’avanguardia; 2) aver proseguito sulla stessa strada
tracciata dai propri predecessori con l’istituzione della rete dei dispensari,
qualche anno prima. In secondo luogo, tale consapevolezza era sostenuta
dal fatto di aver agito seguendo due forti spinte: una di carattere economico,
alla continua ricerca di un maggior risparmio di spesa, l’altra di carattere
ideologico, secondo i principi del movimento antimanicomiale.
La consapevolezza di aver elaborato un progetto di servizio psichiatri-
co all’avanguardia sul piano nazionale ed internazionale, trapela dagli in-
terventi che tutti i membri della commissione fecero durante le due sedute
consiliari di presentazione del progetto stesso. Così si esprimeva Rossini,
il direttore della Clinica neurologica: «se passeremo ad una realizzazione
pronta di questo programma che è stato esposto potremo veramente con-
cretizzare qualcosa di utile ed esemplare per le altre province»465. A Rossini
faceva seguito il direttore dei dispensari, Vicini: «Stiamo infatti mettendo
in pratica cose nuove non solo per l’Italia, ma anche per l’estero. Ebbi occa-
sione, circa quattro anni fa, assieme a funzionari della provincia, di recarmi
all’estero per scoprire innovazioni nel campo della psichiatria. Con il nostro
programma attuale, penso che ora siamo all’avanguardia anche rispetto a
queste nazioni che senz’altro vantano dei diritti e dei prioritarismi nei campi
della psichiatria»466. Qualche mese dopo, il vicepresidente della Provincia,
Bassoli, si spinse oltre affermando: «questo piano lo definisco un fatto rivo-
luzionario, per quello che riguarda soprattutto il nostro paese. La altre pro-
vince […] non si sono poste il problema che invece si è posta la nostra ammi-
nistrazione. La commissione ha lavorato con molto senso di responsabilità
463
ACPM, 28 luglio 1971, delibera n. 116, Programmazione dei servizi di assistenza psichiatrica della
provincia di Modena. Settore di Pavullo.
464
ACPM, 29 dicembre 1969, delibera n. 118, Programmazione dei servizi psichiatrici. Istituzione e
strutture di assistenza aperta.
465
ACPM, 24 settembre 1969, delibera n. 30, Programmazione dei servizi psichiatrici nella provincia
di Modena. Determinazioni, p. 11.
466
Ivi, p. 12.

198
TRA RINNOVAMENTO SOCIALE ED EFFICIENZA ECONOMICA

ed è andata alla ricerca di formule nuove, tali da comportare il superamento


delle vecchie istituzioni»467. Questa forte carica innovativa e questa continua
ricerca di nuove soluzioni ai problemi dell’assistenza psichiatrica stupì lo
stesso Basaglia, il quale affermò: «Quando mi trovo in una commissione,
solitamente, butto il sasso, come si suol dire. Ma dalle prime riunioni alle
quali ho partecipato qui a Modena, mi sono trovato nella situazione opposta
[...] La mia presenza nella commissione voleva essere, da parte dell’ammi-
nistrazione che mi ha invitato, la volontà di fare qualche cosa di punta, dato
che sono considerato una persona “di punta” nel campo dell’azione psichia-
trica. Sono arrivato, quale membro di questa commissione, pieno di furore
rinnovatore, ma mi sono trovato, ripeto, fin dalla prima riunione, in una si-
tuazione di retroguardia»468. Tale posizione di retroguardia, come la definiva
Basaglia, era in gran parte merito del lavoro che gli amministratori modenesi
avevano compiuto negli anni passati. La commissione era consapevole, in-
fatti, che se si potevano proporre soluzioni di avanguardia a Modena ciò era
in gran parte dovuto all’esistenza di strutture come i dispensari di igiene e
profilassi mentale, istituiti dieci anni prima: «Siamo partiti quindi da questo
concetto: dobbiamo innanzitutto dilatare, organizzare meglio le strutture di-
spensariali ed i consultori alle periferie»469, sosteneva il professor Rossini. A
sua volta, Vicini vedeva il programma della commissione come lo sbocco
naturale dell’evoluzione dei dispensari: «la struttura dei dispensari di igiene
e profilassi mentale, nata quando ben pochi potevano appena intuirne la
funzione, se non si sviluppa finisce per deteriorarsi e venir meno anche quei
compiti istituzionali che tendeva a realizzare e che in parte ha realizzato»470.
Ancora una volta, come era capitato nel caso dei dispensari e del centro
terapeutico, una delle spinte all’innovazione in campo psichiatrico arrivò
agli amministratori provinciali dalla convinzione che con il nuovo program-
ma si potesse ridurre la spesa per l’assistenza psichiatrica. La spesa per i
ricoverati in manicomio, infatti, rappresentava ancora un grosso problema,
come spiegava il consigliere democristiano Bortolotti: «la nostra provincia,
nel ’69, spendeva 1.723.000.000 per l’assistenza ai malati di mente, che cor-
risponde al 46% delle entrate effettive, depurati tutti i movimenti di capitali.

467
ACPM, 26 marzo 1970, delibera n. 16, Programmazione dei servizi psichiatrici nella provincia di
Modena. Determinazioni, p. 8.
468
ACPM, 24 settembre 1969, delibera n. 30, Programmazione dei servizi psichiatrici nella provincia
di Modena. Determinazioni, p. 15.
469
Ivi, p. 8.
470
Ivi, p. 18.

199
Simone Fari

Il 46% di bilancio se ne va per un migliaio di cittadini della provincia di Mo-


dena che sono, sfortunatamente, ammalati di malattia mentale. Di questa ci-
fra ammontante a 1.723.000.000, sostenuta l’anno scorso, per il mantenimen-
to degli infermi di mente ricoverati negli ospedali psichiatrici, si spendeva
1.600.000.000, pari al 43% delle entrate effettive delle provincia»471.
Durante la presentazione del programma del servizio psichiatrico il di-
rettore dei dispensari, non a caso, ci teneva a precisare: «del resto se tutto ciò
insieme a più moderne strutture già programmate, servirà a sostituire l’ospe-
dale psichiatrico come vecchia istituzione, non comporterà certamente un im-
pegno economico maggiore di quello che si verificherebbe realizzando anche
un ospedale psichiatrico modernamente inteso e ridotto come ricettività a
solo 600 posti letto, come previsto dalla legge»472. Lo stesso Bortolotti, rivolto
ai suoi colleghi della minoranza, sottolineava: «il problema della spesa nella
applicazione del piano non ce lo dobbiamo porre, assolutamente, perché qua-
lunque spesa si vada ad affrontare sarà sempre inferiore a quella che abbiamo
sostenuto fino ad ora e con risultati estremamente più positivi che non quelli
che ci sono stati fino ad ora. I dispensari di igiene mentale, ad esempio, han-
no impegnato il loro bilancio per meno di 100 milioni, realizzando migliaia
e migliaia di prestazioni ed evitando ricoveri nell’ospedale psichiatrico per
moltissime persone. Se non ci fosse stato questo impegno finanziario ben li-
mitato, rispetto a quello per il mantenimento dei malati nel manicomio, forse,
la spesa per il ricovero nei manicomi sarebbe stata superiore»473.
A fianco della tradizionale preoccupazione per la riduzione della spesa
relativa all’assistenza psichiatrica, durante le discussioni per il nuovo servi-
zio, comparve, per la prima volta, negli interventi dei membri della commis-
sione e del consiglio provinciale, una notevole radicalizzazione politica che
trovava il suo perno, e la sua ispirazione, nel movimento antimanicomiale.
Gli amministratori comunisti mostravano di ispirarsi esplicitamente a tale
movimento, ad esempio, il capogruppo del PCI, Turci, affermò: «siamo d’ac-
cordo col piano psichiatrico elaborato perché ci sembra che sia stato un modo
efficace di trattare in positivo tutte le istanze che negli ultimi anni sono sorte
proprio dalla contestazione dei manicomi, dal movimento che ha investito
psichiatri progressisti, studenti di medicina, comunità terapeutiche. Noi, con
471
ACPM, 26 marzo 1970, delibera n. 16, Programmazione dei servizi psichiatrici nella provincia di
Modena. Determinazioni, p. 4.
472
ACPM, 24 settembre 1969, delibera n. 30, Programmazione dei servizi psichiatrici nella provincia
di Modena. Determinazioni, p. 14.
473
ACPM, 26 marzo 1970, delibera n. 16, Programmazione dei servizi psichiatrici nella provincia di
Modena. Determinazioni, p. 5.

200
TRA RINNOVAMENTO SOCIALE ED EFFICIENZA ECONOMICA

questo piano, cogliamo queste spinte, queste esigenze, le traduciamo in un


nuovo modo di organizzazione della psichiatria, che va, appunto, in quella
direzione»474. Anche, lo stesso assessore alla sanità, Sacchi, faceva esplicito ri-
ferimento al movimento antimanicomiale: «da alcuni anni è in atto un ampio
movimento di forze culturali e politiche teso a rovesciare la situazione e a far
prevalere il momento, il polo della cura su quello della tutela. […] Il primo
obiettivo di questo movimento di lotta è lo smantellamento dei manicomi, il
superamento di ogni concezione e azione custiodialistica, asilare, repressiva
nei confronti dei malati di mente». Stupisce, oggi, leggere alcuni slanci utopi-
stici al fianco delle considerazioni pragmatiche, tipiche dell’amministrazio-
ne modenese dell’epoca. Si considerino, ad esempio, le parole dell’assessore
Sacchi: «siamo profondamente convinti del valore anche terapeutico di certe
riforme per cui da tempo ci battiamo (urbanistica, servizi sanitari nazionali,
diritto allo studio, servizi sociali, pensioni) e del valore anche terapeutico,
per le malattie mentali, della trasformazione socialista della società, ma sia-
mo altresì convinti della possibilità e necessità di organizzare un moderno e
valido sistema assistenziale, terapeutico. La scelta quindi che noi facciamo,
come giunta, è quella di voler curare il malato di mente, oggi»475.

I primi provvedimenti, i primi scontri

I piani psichiatrici approvati nel 1970 non vennero mai completamente


realizzati. Fra il 1970 e il 1978 si misero in atto molti provvedimenti che mi-
ravano soprattutto al potenziamento del sistema dei dispensari, attraverso
l’apertura di nuove sedi, e all’assunzione di personale sempre più qualifi-
cato. Tuttavia, rimasero sulla carta i progetti dei reparti aperti e dei labora-
tori protetti. Inoltre, se i piani del 1970 erano stati approvati in un generale
e condiviso clima di entusiasmo, i successivi provvedimenti, che in parte
li attuavano, furono caratterizzati da un inasprimento del dibattito politico
che sfociò spesso in astensioni o voto contrario da parte delle minoranze in
consiglio provinciale.
Il primo contrasto lo si ebbe, già, nell’aprile del 1970, quando la giunta pro-
pose di affidare un incarico di consulenza a Franco Basaglia. La maggioranza
giustificava la nomina di Basaglia in questo modo: «ritenuto di dover predi-
sporre tempestivamente gli strumenti idonei ad attuare il piano; […] ricono-

474
Ivi, p. 9.
475
ACPM 24 settembre 1969, delibera n. 30, Programmazione dei servizi psichiatrici nella provincia
di Modena. Determinazioni, p. 2.

201
Simone Fari

sciuta a tale scopo la necessità di affiancare ai tecnici dell’amministrazione, un


esperto al quale affidare, in particolare, la consulenza nell’attività da svolgere
nel settore dei servizi psichiatrici della provincia, per la più rapida soluzione
dei problemi trattati, con particolare riguardo a quelli relativi all’istituzione
delle strutture aperte e dei reparti ospedalieri; rileva l’opportunità che la scelta
ricada su un esperto che abbia, fra l’altro, fatto parte della commissione»476. Il
consigliere democristiano Pacchioni manifestò la volontà del proprio gruppo
di astenersi dal voto senza spiegarne approfonditamente le ragioni. In realtà,
le motivazioni della diffidenza nei confronti dell’incarico a Basaglia emerse-
ro nella seduta del giorno dopo, relativa all’apertura del secondo dispensa-
rio a Modena. Il consigliere socialista Zinani, polemicamente, chiedeva alla
maggioranza: «poco tempo fa abbiamo dato un incarico di consulenza al prof.
Basaglia, essendo lo stesso un caposcuola della nuova riforma psichiatrica;
se siamo convinti allora di questo, che vantaggio possiamo trarre da questa
consulenza dato che esiste già una frattura ideologica fra la concezione del
consulente e l’attuale, ufficiale psichiatria vigente nelle nostre università?»477.
Uno scontro più duro avvenne in occasione della discussione che appro-
vava l’istituzione di un secondo dispensario a Modena, quello che sarebbe
dovuto servire per i Comuni del circondario del capoluogo. La maggioranza
aveva deciso «di affidare la direzione del dispensario in parola, in via speri-
mentale, all’Università di Modena, e per essa alla cattedra di psichiatria»478.
Come era avvenuto in passato per la direzione generale dei dispensari, la
convenzione stipulata con l’Università sarebbe rimasta in vigore un anno,
alla fine del quale si sarebbe potuta rinnovare. Nel clima di generale ra-
dicalizzazione politica, l’affidamento del secondo dispensario alla clinica
psichiatrica venne interpretato come il tentativo di intromissione di questa
istituzione, ritenuta conservatrice, all’interno di un piano psichiatrico elabo-
rato secondo un profondo spirito di rinnovamento. Lo stesso capogruppo
comunista, Turci, così si esprimeva: «il rischio potrebbe esserci, e c’è effet-
tivamente, che i sistemi di potere oggi dominanti dentro l’università e nelle
cliniche non facciano altro che estendersi a macchia d’olio a queste strutture
preventive o post-curative che costituiscono tutto l’arco di un settore psi-
chiatrico così come lo abbiamo programmato. Non c’è dubbio che su questo
punto l’Amministrazione provinciale attuale e la gestione futura della pro-
476
ACPM 20 aprile 1970, delibera n. 15, Servizi psichiatrici della provincia di Modena. Nomina di
consulente.
477
ACPM 21 aprile 1970, delibera n. 184, Istituzione di un dispensario di igiene e profilassi mentale
nel 2° settore di Modena. Provvedimenti, p. 7.
478
Ivi, p. 1.

202
TRA RINNOVAMENTO SOCIALE ED EFFICIENZA ECONOMICA

vincia, dovrà essere particolarmente attenta. Non sarebbe la prima volta che
anche certi rapporti impostati con l’università finiscono semplicemente per
allargare le aree di potere di questo o di quel gruppo di cattedratici o di “ba-
roni” universitari». Tuttavia, l’intervento più duro fu quello del capogruppo
socialista il quale, scavalcando a sinistra il PCI, giustificò in questo modo il
proprio voto contrario: «noi socialisti vi diciamo chiaramente che se intende-
te risolvere i problemi della psichiatria italiana, affidandoli a quelle strutture
che noi e che voi contestiamo, evidentemente avete scelto una strada sbaglia-
ta. Così facendo non portiamo l’università a livello di società civile, noi an-
diamo, come società civile, in mano, in casa di quel tipo di università. Allora
il discorso non è più soltanto di merito, ma rappresenta una scelta. Mentre
fuori siamo i contestatori, in questa sede ci troviamo alleati con chi i conte-
statori contestano. Noi quindi, per queste ragioni, votiamo contro». Con un
atteggiamento maggiormente responsabile, invece, il gruppo democristiano
decideva di appoggiare i comunisti in questa delibera, come spiegava il por-
tavoce Bortolotti: «votiamo a favore per coerenza con quanto sottoscritto nel
piano di programmazione dell’assistenza psichiatrica e, soprattutto, tenen-
do conto che questo comporta la possibilità di assistere una quota di popo-
lazione che, altrimenti, non verrebbe assistita, oppure, verrebbe assistita con
quelle poche strutture delle quali disponiamo»479. Fortunatamente, invece,
non essendoci l’intervento di enti esterni, l’istituzione dei due nuovi dispen-
sari periferici a Sassuolo e Vignola venne approvata all’unanimità480.
All’indomani dell’approvazione del piano psichiatrico, la Provincia ave-
va a propria disposizione: 4 psichiatri, 1 psicologo, 3 assistenti sociali e 3
assistenti sanitarie visitatrici. Il piano, invece, prevedeva un organico com-
posto da: 29 psichiatri, 7 psicologi, 36 assistenti sociali e 28 assistenti sanita-
rie visitatrici! Si comprende quindi il perché, durante il decennio 1969-1978,
ci furono più assunzioni nel servizio psichiatrico, di quante ve ne fossero
state in tutto il periodo precedente. Allo stesso modo, si può altrettanto ben
comprendere che quella dell’ampliamento e della qualificazione del perso-
nale psichiatrico fu una delle questioni più dibattute dalle forze politiche
provinciali. Ad esempio, quando nell’aprile 1975 venne predisposto un
ampliamento della pianta organica del personale dei dispensari, il gruppo
democristiano espresse un voto contrario. Secondo le parole del loro porta-
voce: «Il gruppo democristiano voterà contro questa nuova pianta organica

479
Ivi, pp. 6 e 13.
480
ACPM 21 aprile 1970, delibera n. 185, Istituzione di un dispensario di igiene e profilassi mentale
in Vignola e Sassuolo e di un consultorio in Zocca. Provvedimenti.

203
Simone Fari

per i seguenti motivi: primo, perché non si vede una articolazione e un de-
centramento effettivo di questo servizio a livello dei consorzi socio-sanitari,
che già sono stati istituiti. Infatti, il gruppo direzionale a livello provinciale
viene ulteriormente potenziato con la figura del direttore, del primario, ag-
giungendo un sociologo, un sociologo il quale non si capisce quale funzione
possa avere. In secondo luogo, si va a creare una pianta organica veramente
pletorica. […] In terzo luogo, io ritengo che ormai non sia più il momen-
to di potenziare indiscriminatamente questi servizi quanto di verificarne la
utilità»481. In realtà, la maggioranza seguiva la direzione tracciata dal piano
ma, evidentemente, stavano cambiando i tempi. Una vivace discussione, in
tema di qualificazione del personale vi era stata anche qualche anno prima,
quando, nel 1972, la Giunta propose dei corsi per infermieri psichiatrici. Non
è irrilevante precisare che tali corsi sarebbero avvenuti negli ospedali di Co-
lorno e di Gorizia. Difatti, come noto, Basaglia fu direttore di quest’ultimo ma-
nicomio. Inoltre, gran parte degli infermieri che si sarebbero formati in questo
corso, sarebbero stati assunti nel nuovo presidio del settore di Pavullo, ispirato
esplicitamente alla scuola di Basaglia. Tuttavia, la discussione non si concentrò
su questo aspetto quanto piuttosto sui criteri di selezione dei possibili corsisti.
La delibera prevedeva che a scegliere gli infermieri fosse una commissione
composta da due amministratori e due sindacalisti. Sia i democristiani che
i socialisti contestarono il fatto che una commissione così composta non era
molto adatta a selezionare degli infermieri. Alla fine, i socialisti si astennero, a
causa dell’esclusione del proprio sindacato dalla commissione482.
Tra il 1971 e il 1978, il terreno di massimo scontro in materia psichiatrica
prese corpo ebbe, senza ombra di dubbio, a proposito dell’istituzione del
cosiddetto presidio di Gaiato, nel settore di Pavullo. Il presidio di Gaiato,
istituito nel luglio del 1971, con l’approvazione unanime di tutte le forze po-
litiche, doveva rappresentare il prototipo di quei reparti aperti extra-opeda-
lieri, previsti dai piani psichiatrici del 1969. A tal fine, il compito principale
del presidio di Gaiato sarebbe stato quello di prendersi in carico la cura e la
riabilitazione dei malati mentali, residenti nel comprensorio di Pavullo e, da
anni, internati nel manicomio di Reggio Emilia. L’esperimento di Gaiato si
ispirava esplicitamente all’esperienza di Basaglia, si considerino, ad esem-
pio, le parole dei responsabili del presidio: «Chi garantisce che Gaiato non
diventi veramente un manicomio? Prima di tutti, noi dell’equipe ci muovia-
ACPM 29 aprile 1975, delibera n. 30, Servizio di igiene mentale – regolamento e pianta organica –
481

Aggiornamento. Provvedimenti, p. 2.
482
ACPM 7 gennaio 1972, delibera n. 9, Delibera di Giunta n°86/27 del 31/12/1971, riguardante:
corsi per la qualificazione di personale per l’assistenza psichiatrica. Provvedimenti. Ratifica.

204
TRA RINNOVAMENTO SOCIALE ED EFFICIENZA ECONOMICA

mo in opposizione a quello, che abbiamo avuto una preparazione mai so-


spetta di istituzionalizzazione, che ci richiamiamo all’esperienza di Gorizia
che è il più importante tentativo antistituzionale condotto in Italia»483. Lo
stesso assessore alla Sanità, Righi, affermò: «Nella lotta all’emarginazione
dei malati mentali, dei lungodegenti psichiatrici, un ulteriore impulso alle
nostre iniziative deistituzionalizzanti ci è venuto dalle esperienze di rottura
con il passato e largamente innovative di Gorizia e di Trieste. Fu quello un
riferimento decisivo, unitamente alle spinte di rinnovamento che proveni-
vano dalle masse popolari in quegli anni. Anzi, nel momento in cui abbia-
mo pensato, in termini concreti, di mettere in atto un presidio in alternativa
all’ospedale psichiatrico, ci siamo riportati a quelle realtà per confrontarci,
per capirne meglio la dinamica e per preparare gli operatori di base. Da Go-
rizia e da Trieste abbiamo quindi attinto conoscenze, esperienze, contributi
e anche validi operatori»484. Difatti, Basaglia non fu soltanto un “ispiratore”
del presidio di Gaiato ma anche un “fornitore” diretto di risorse umane: Vie-
ri Marzi, che sarebbe stato posto alla direzione del presidio, aveva svolto
l’incarico di primario incaricato, presso l’ospedale di Gorizia485. Inoltre, già si
sono citati i corsi di specializzazione che alcuni futuri infermieri del presidio
avrebbero seguito presso il manicomio friulano.
Nonostante le ottime premesse, il presidio di Gaiato si scontrò, fin
dall’inizio, con numerosi pregiudizi e, conseguentemente, con numerosi
problemi. Innanzitutto, la scelta della sede fu probabilmente un errore per
il tipo di centro che si stava istituendo. Gaiato era infatti una frazione di
Pavullo, di conseguenza il presidio si sarebbe trovato in un luogo isolato,
sufficientemente lontano dal centro di Pavullo. In questo modo, non solo
sarebbe stato più complesso il reinserimento sociale dei malati dimessi da
Reggio ma l’opinione pubblica avrebbe percepito il presidio come un piccolo
manicomio. Partirono proprio da quest’ultimo fraintendimento alcuni duri
scontri che gli amministratori provinciali ebbero con i dirigenti regionali del
PCI: «Basterebbe ricordare il convegno regionale a Cervia del 7-8 dicembre
1972, nel quale Sergio Scarpa, responsabile del gruppo sicurezza sociale del-

483
M. Mattini, L. Lo Russo, L. Tagliabue, Il servizio psichiatrico nel comprensorio del Frignano: 18
mesi di esperienza e programmazione futura, in Il servizio psichiatrico e le esigenze socio-sanitarie del
comprensorio del Frignano, convegno del 25 maggio 1974 a Pavullo, Amministrazione provinciale
di Modena-Consorzio fra i comuni di Pavullo Fanano Fiumalbo, 1975, p. 30.
S. Righi, Il riccio aperto. In tema di un’esperienza sull’igiene mentale e sull’assistenza psichiatrica,
484

Modena, Ufficio stampa dell’Amministrazione provinciale di Modena, 1979, pp. 26-27.


485
ACPM, 25 settembre 1972, delibera n. 36, Presidio di assistenza psichiatrica in Gaiato. Assegna-
zione incarichi al personale sanitario.

205
Simone Fari

la direzione del PCI, accusò i comunisti modenesi di operare per una nuova
istituzionalizzazione in piccole strutture territoriali»486. Anche i dirigenti pa-
vullesi della Democrazia cristiana identificarono il presidio come un piccolo
manicomio, quando, nel dicembre del 1972, attaccarono dei manifestini in
cui si accusava l’Amministrazione provinciale di aver assunto, presso il cen-
tro di Gaiato, soltanto infermieri con la tessera del PCI487.
Il gruppo democristiano presente nel Consiglio provinciale si espresse,
invece, favorevolmente al presidio di Gaiato, fino al momento dell’approva-
zione del regolamento del presidio nel dicembre del 1972. In quell’occasione,
il capogruppo democristiano Bortolotti sostenne: «Trattandosi di un rego-
lamento che viene proposto per una pratica di finanziamento da rivolgere
al Ministero, ci asterremo per non sembrare contrari anche al contributo. Ci
asteniamo perché questo regolamento non è un regolamento, è una cosa che
non si sa cosa sia; è una dichiarazione di intenti, di principi, che non indi-
ca le norme su cui organizzare l’attività di questo nuovo presidio sanitario.
Il servizio di Gaiato non è stato qualificato. Non è nemmeno detto in che
modo si colleghi con il dispensario di igiene mentale»488. Effettivamente, il
presidio di Gaiato appariva come un esperimento fine a se stesso, scollegato
dalla struttura territoriale dei dispensari che, da molti anni, caratterizzava la
provincia modenese. Fortemente ispirato all’approccio di Basaglia che, però,
non trovava riscontro in nessun altra istituzione psichiatrica provinciale,
il presidio finì per essere un esperimento isolato e temporaneo. Difatti, lo
stesso assessore Righi, nel novembre del 1975, parlava di «definitivo supe-
ramento del centro di Gaiato con l’istituzione di nuove comunità alloggio
e con l’assegnazione al servizio di alcuni posti letto presso l’ospedale civile
di Pavullo»489. Sarebbe così cominciato il processo di chiusura del centro di
Gaiato che si sarebbe definitivamente concluso nel gennaio del 1978490.
S. Righi, Il riccio aperto. In tema di un’esperienza sull’igiene mentale e sull’assistenza psichiatrica,
486

Modena, Ufficio stampa dell’Amministrazione provinciale di Modena, 1979, p. 28.


487
In effetti, era probabile che molti di questi infermieri fossero militanti del PCI. Non si trattò,
però, di “assunzioni politiche”, semplicemente molti di questi futuri infermieri avevano mili-
tato nella battaglia antimanicomiale e, poi, avevano voluto proseguirla nel proprio percorso
lavorativo (ACPM, 15 dicembre 1972, delibera n. 108, Interrogazione del consigliere Righi in ordine
al manifesto affisso dalla DC di Pavullo recante accuse all’Amministrazione provinciale riguardo alle
modalità di assunzione di personale al presidio psichiatrico di Gaiato.
488
ACPM, 27 dicembre 1972, delibera n. 121, Regolamento provvisorio del servizio per l’assistenza
psichiatrica in Gaiato. Proposta di approvazione.
489
ACPM, 19 novembre 1975, delibera n. 23, Relazione informativa sui servizi di igiene mentale del
comprensorio del Frignano. Discussione, p. 4.
490
ACPM, 5 gennaio 1978, delibera n. 48, Servizio psichiatrico di Gaiato. Provvedimenti.

206
TRA RINNOVAMENTO SOCIALE ED EFFICIENZA ECONOMICA

La legge 180: tempo di bilanci e di riflessioni

Nel maggio del 1978 venne promulgata la legge 180 con la quale, oltre
alla chiusura dei manicomi, si decise di togliere l’obbligo dell’assistenza psi-
chiatrica alle province per trasferirlo alle regioni, in quanto ente deputato
all’organizzazione dell’assistenza sanitaria in generale. A sua volta, l’Emilia
Romagna, nel luglio del 1978, aveva promulgato una propria legge, nella
quale chiedeva, alle varie province, di raccogliere dei piani di intervento
sull’assistenza psichiatrica elaborati dai singoli comprensori. Anche in pro-
vincia di Modena, i comprensori, corrispondenti ai settori psichiatrici e alle
future unità sanitarie locali, elaborarono dei piani territoriali per la riorga-
nizzazione dell’assistenza psichiatrica. La discussione di questi piani di in-
tervento comprensoriali fu l’ultima iniziativa di rilievo presa dal Consiglio
provinciale in materia di assistenza psichiatrica. Quella fu anche l’occasione,
da parte degli amministratori provinciali, di fare un bilancio di oltre trent’an-
ni di gestione diretta dell’assistenza psichiatrica, soprattutto in prospettiva
delle linee guida tracciate dalla legge 180.
Riassumendo un concetto da molti condiviso, l’assessore Righi affermò:
«Senza presunzione possiamo affermare che la nuova legislazione si collega
e si innesta anche sulle nostre esperienze e propone un importante indiriz-
zo per lo sviluppo dei servizi di igiene mentale e di assistenza psichiatri-
ca. Troviamo qui codificate le tante iniziative sviluppate per il recupero e
il reinserimento sociale degli emarginati, compresa l’esperienza di Gaiato
e il potenziamento dei centri di igiene mentale, per le quali e nelle quali
si sono impegnate le forze politiche e sociali democratiche, gli enti locali e
importanti gruppi di operatori e di tecnici»491. Tuttavia, l’assessore nutriva
anche diverse perplessità sulla legge e sulla sua possibile applicazione: «a)
questa legge potrebbe non trovare, ovunque nel paese, le condizioni per una
sua generale attuazione poiché non dappertutto esiste un retroterra ricco di
esperienze ed anche di servizi per cui una attuazione distorta o un cattiva
interpretazione non farebbe altro che aumentare gli squilibri tra zona e zona
e potrebbe provocare dei pericolosi riflussi tali da danneggiare anche le si-
tuazioni più avanzate; b) essa si presenta in modo separato rispetto ai tempi
di approvazione e di attuazione della riforma sanitaria e anche della rifor-
ma dell’assistenza». Lo stesso assessore Righi, riconosceva alla legge alcuni
importanti pregi: «Di notevole rilevanza è poi l’introduzione, per legge, del
principio della territorializzazione dei servizi. […] Non è per noi un fatto
491
ACPM, 23 ottobre 1978, delibera n. 78, Piani di intervento comprensoriali per l’assistenza psichia-
trica per il quadriennio 1978-81. Determinazioni, pp. 4-5.

207
Simone Fari

nuovo questa scelta, in quanto fin dal 1958, quando istituimmo i dispensari
di igiene mentale, abbiamo individuato il territorio come sede naturale di
lavoro e di intervento di questi servizi»492. Anche Cocchi, il capogruppo del
Partito comunista, riallacciava la lunga esperienza dell’assistenza psichia-
trica modenese con la legge 180: «È del 1958 l’istituzione da parte di que-
sta provincia dei dispensari di igiene mentale: ed è allora il maturare della
convinzione che bisognava cambiare un sistema, che bisognava cambiare
strada per le competenze appunto dell’assistenza psichiatrica che erano ma-
terie delegate all’Amministrazione provinciale. […] Questo lavoro, queste
scelte, questa sperimentazione hanno permesso alla nostra provincia, alla
realtà sociale, territoriale, agli uomini che abitano in questa provincia di fare
notevoli passi in avanti in termini di consapevolezza, ed ha permesso di fare
notevoli passi in avanti sul terreno vero e proprio degli interventi anche in
materia psichiatrica. […] Noi vogliamo sottolineare questo fatto e lo vo-
gliamo sottolineare non con trionfalismo ma con la consapevolezza che il
merito di quanto è stato fatto non è solo nostro, non è solo delle forze della
maggioranza, ma, ci sia permesso, noi vogliamo sottolineare queste espe-
rienze e queste scelte che hanno appunto una datazione così antica con or-
goglio, un orgoglio che riteniamo legittimo per aver contribuito nel vivo del
fronte della lotta a fare avanzare il rinnovamento dell’intervento nel campo
psichiatrico e per aver contribuito a conquistare queste nuove frontiere che
noi consideriamo di grande valore»493. Infine, sulla stessa lunghezza d’onda
vi era anche parte dell’opposizione che, attraverso il consigliere socialista
Mango, ribadiva: «Gli adempimenti previsti dalla legge nazionale e dalla
legge regionale hanno attecchito in un humus già fecondato. Cioè, c’era e
c’è un retroterra culturale ed operativo che ha consentito di poter svolgere
questo ruolo. Ruolo che perfeziona una serie di iniziative e che ha visto dei
tentativi e degli impegni seri per affrontare in termini moderni il problema
del recupero delle malattie mentali»494.
Al di là dell’entusiastica consapevolezza di aver, in qualche modo, prece-
duto le linee guida della legge 180, gli amministratori provinciali erano, tut-
tavia, consapevoli che l’assistenza psichiatrica provinciale presentava ancora
delle criticità notevoli. A fronte di 4.577 malati mentali assistiti direttamente
dai centri mentali della provincia (di cui 3.483 visitati e seguiti in ambulato-

492
Ivi, pp. 5-6.
493
Ivi, pp. 21-22.
494
Ivi, p. 17.

208
TRA RINNOVAMENTO SOCIALE ED EFFICIENZA ECONOMICA

rio e 1.094 a domicilio)495, al 1976, si registrarono ben 2891 ricoveri. Di questi


ultimi, soltanto 443, cioè il 15,32% erano avvenuti presso il manicomio di San
Lazzaro. Sui ricoveri totali, ben il 34,13% era avvenuto presso le case di cura
private contro un 29% presso la clinica universitaria496. Questi dati, da una
parte, rivelano il numero ancora elevatissimo di ricoveri per questioni psichia-
triche, dall’altra, rivela, un sorprendente ruolo di primo piano da parte delle
case di cura private. Se poi si analizzano i canali attraverso i quali le case di
cura effettuavano il ricovero, la situazione diventa ancora più preoccupante.

Tabella 3
Canali di accesso alle case di cura private nel 1977

specialisti della clinica 58,37%


medici curanti 35,41%
centri igiene mentale 2,53%
ospedale civile 2,92%
Altri 0,77%

Fonte: I piani psichiatrici comprensoriali, Modena, Amministrazione pro-


vinciale di Modena, 1979, p. 22

Tabella 4
Canali di accesso alla clinica psichiatrica universitaria nel 1977

medici curanti 35,44%


centri igiene mentale 7,59%
pronto soccorso 29,11%
altri specialisti 27,86%

Fonte: I piani psichiatrici comprensoriali, Modena, Amministrazione pro-


vinciale di Modena, 1979, p. 22

Indagine conoscitiva sulla realtà istituzionale psichiatrica: considerazioni e proposte, Modena, Am-
495

ministrazione provinciale, 1977, p. 15.


496
Ivi, p. 3.

209
Simone Fari

Dalle tabelle 3 e 4 si nota che il ruolo dei dispensari (o centri di igiene


mentale) nell’indirizzare i ricoveri in case di cura private era praticamente
irrilevante (2,53%), mentre era molto debole nell’invio verso la clinica uni-
versitaria. «Ciò significa che mentre i centri di igiene mentale [interveniva-
no] nei momenti extra-ospedalieri, il momento del ricovero [sfuggiva], nella
quasi totalità dei casi, alla loro gestione»497. Nel caso della case di cura pri-
vate «la decisione del ricovero [era] presa prevalentemente dai medici delle
casa di cura e dai medici generici. Nel primo caso, [era] legittimo pensare
che le cliniche private [avessero] interesse ad un alto numero di ricoveri per
i quali le considerazioni d’ordine terapeutico si [inserivano] di conseguenza;
nel secondo, il ricovero [copriva], il più delle volte, una giustificata inca-
pacità ad offrire risposte adeguate ai bisogni reali dei pazienti e [rivelava]
l’esigenza di un rapporto di collaborazione fra medici generici e operatori
dei centri di igiene mentale»498. Infine, ancora nel 1976, quindi due anni pri-
ma della riforma, la degenza media dei ricoverati al manicomio di Reggio
Emilia era di 16 anni, mentre quella all’istituto di San Giovanni Persiceto di
ben 18 anni.
I piani comprensoriali, che vennero raccolti dalla Provincia nell’autun-
no 1978, tenevano conto, oltre che del positivo percorso dell’assistenza psi-
chiatrica modenese, anche degli aspetti problematici che permanevano sul
territorio. L’assessore Righi riassumeva lo spirito dei piani in questo modo:
«Tutti i piani contengono un obiettivo primario l’intensificazione e la quali-
ficazione degli interventi territoriali ambulatoriali e domiciliari partendo dal
presupposto, peraltro riconosciuto dalla stessa legge 180, che la sofferenza
psichiatrica attiene ai rapporti tra l’individuo e il suo ambiente di vita e che
è dunque all’interno di tale realtà che il problema va affrontato. Gli obiettivi
dei piano possono così essere riassunti: a) dare una risposta completa e uni-
taria a livello dei territori consortili con la costituzione dei SIMAP, attraver-
so la trasformazione ed il recepimento dei centri di igiene mentale già ope-
ranti nel territorio; b) superamento delle strutture emarginanti attraverso lo
spostamento della centralità degli interventi terapeutici dalle istituzioni al
territorio. Nella consapevolezza che il processo deve essere graduale, viene
sottolineata l’esigenza di compiere uno sforzo notevole per la messa in opera
di servizi alternativi all’istituzione manicomiale»499.
497
I piani psichiatrici comprensoriali, Modena, Amministrazione provinciale di Modena, 1979, p. 22.
Indagine conoscitiva sulla realtà istituzionale psichiatrica: considerazioni e proposte, Modena, Am-
498

ministrazione provinciale, 1977, p. 11.


499
ACPM, 23 ottobre 1978, delibera n. 78, Piani di intervento comprensoriali per l’assistenza psichia-
trica per il quadriennio 1978-81. Determinazioni, p. 8.

210
TRA RINNOVAMENTO SOCIALE ED EFFICIENZA ECONOMICA

I piani comprensoriali avevano una validità quadriennale, per questa ra-


gione, nel 1981, si svolse a Modena un seminario che aveva lo scopo di illu-
strare la situazione di avanzamento della riforma psichiatrica nella provin-
cia500. In realtà, il sentimento che emerge da tutti gli interventi è quello della
disillusione e dell’amarezza. L’esperienza dei dispensari non veniva più
interpretata come precorritrice della 180, ma veniva, invece, criticata della
sua forte carica “assistenzialista” che vanificava le sperimentazioni terapeu-
tiche501. Il ricovero negli ospedali civili, a sua volta, veniva visto, quasi, come
un ritorno, su piccola scala, ai metodi “istituzionalisti” del manicomio502. In
generale, poi si criticava l’assenza di una spinta innovatrice da parte degli
amministratori locali, che tanto avevano contribuito alle riforme dell’assi-
stenza psichiatrica modenese fra gli anni Sessanta e Settanta503. Insomma,
si ha la sensazione che la 180, nella provincia di Modena, abbia semplice-
mente confermato giuridicamente una situazione di fatto esistente da molti
anni. In questo modo, la legge 180 ha rappresentato una sorta di traguardo,
raggiunto il quale gli amministratori si sono adagiati sugli allori, ormai sol-
levati dalla responsabilità legale di dover garantire l’assistenza psichiatrica
a livello provinciale.

500
Seminario di studio sulla psichiatria 19 giugno 1981, Modena, dattiloscritto conservato presso la
biblioteca della provincia, 1981.
501
L. Fruggeri, C. Masella, R. Olmi, Storia ed evoluzione dei servizi di igiene mentale a Modena, in
Seminario di studio sulla psichiatria 19 giugno 1981, Modena, dattiloscritto conservato presso la
biblioteca della provincia, 1981, pp. 22-31.
502
L. Lo Russo, Significato e modalità dei servizi di igiene mentale a Modena, in Seminario di studio
sulla psichiatria 19 giugno 1981, Modena, dattiloscritto conservato presso la biblioteca della pro-
vincia, 1981, pp. 32-42.
503
R. Ferrari, L. Tagliabue, A proposito di lungodegenza, in Seminario di studio sulla psichiatria 19
giugno 1981, Modena, dattiloscritto conservato presso la biblioteca della provincia, 1981, pp. 87-
95.

211
IPOTESI SU UN MANICOMIO. IL SAN LAZZARO DI REGGIO EMILIA TRA ‘800 E ‘900

Mauro Bertani, Centro Documentazione di Storia della Psichiatria


San Lazzaro di Reggio Emilia e Centre Michel Foucault

IPOTESI SU UN MANICOMIO.
IL SAN LAZZARO DI REGGIO EMILIA TRA ‘800 E ‘900

A Michele Ranchetti
in memoriam

“Chi, uscendo dalla barriera Vittorio Emanuele della città di Reggio


d’Emilia s’avvia per la strada nazionale verso Modena a poco più di un chi-
lometro trova sulla sua sinistra allegri villini di diversa ed aggradevole ar-
chitettura, sparsi per una fertile e ridente campagna chiusa a settentrione
dalla ferrovia, a mezzogiorno dalla via Emilia, e che hanno a lor nome da
illustri scienziati: Esquirol, Conolly, Pinel, Daquin. Più avanti scorge un vil-
lino pompeiano, poi uno spazioso fabbricato colonico e prati, ed orti, e giar-
dini, ed altri edifizi, indi – un campanile, una chiesetta ed una modesta casa
di campagna ad un sol piano sulla pubblica via – e più giù ancora il casino
Guislain e la villa Chiarugi fin quasi vicino alla chiesa di S. Maurizio. Tutte
queste fabbriche a sistema disseminato inondate d’aria e di luce, e davanti
alle quali digradano splendide le colline reggiane e lontan lontano i nevosi
vertici degli Appennini, formano il Manicomio di S. Lazzaro, alla cui fama
sono ora angusti i confini d’Europa. Indarno l’occhio del passeggero, che si
riposa lieto in quella serenità di cielo, nel verde del lussureggiante piano, e
su quegli aggraziati casini, cerca di scorgere que’ grandi sciagurati ivi accol-
ti, cui la scienza sposata alla carità porge cura e salvezza. Sono pazzi que’
contadini che tranquilli attendono ai lavori agricoli, e sono pazzi quegli ope-
rai che incombono alle officine del fabbro, del falegname, del lattaio. Risuo-
nano canti giulivi e l’opre del lavoro; non clamori, non strida, perocché chi il
furore contorce è pietosamente nascosto fra le pareti di que’ lindi fabbricati,
sottratto al curioso e talvolta funesto sguardo altrui. Così mentre il provvido
istituto colla custodia de’ forsennati regolata da scientifici criteri, salvaguar-

213
Mauro Bertani

da la pubblica tranquillità, l’umano trattamento della moderna psichiatria


mirabilmente progressiva rende quegli infelici buoni, innocui, operosi, alle-
gri”. Così, con un tono tra l’agiografico ed il bucolico, evocando un microco-
smo ordinato, pacificato e produttivo, collocato a metà tra i benefici di una
natura risanatrice, riparatrice e riconciliatrice e le virtù disciplinari e norma-
lizzatrici della “fabbrica”, un mondo che mostra e nasconde ad un tempo, e
che non ha ancora compiuto la transizione dal mondo rurale a quello della
grande industria e si sforza di far coesistere armonicamente (e anacronisti-
camente) realtà che l’avvento del fordismo avrebbe di lì a poco spazzato via,
apre la sua storia del San Lazzaro Venceslao Grasselli504. Oggi sappiamo che,
in realtà, in quel “locus amoenus” e “operoso” insieme, che Grasselli tentava
di accreditare, e che in tanti, dopo di lui, riprenderanno, si sono consumate,
nel dolore e spesso nel furore, migliaia e migliaia di esistenze, incontrandovi
il più delle volte la durezza della contenzione, la violenza della custodia,
l’occasionalità dell’ascolto e dell’attenzione, e sempre la privazione più ra-
dicale della libertà. E che se anche in quel luogo non sono accaduti proprio
tutti i misfatti e le nefandezze che molti hanno creduto di poter denunciare,
quel che è certo è che esso ha per molto tempo segnato uno spazio liminare,
quasi extraterritoriale, non certamente interno, ma neanche del tutto esterno,
rispetto alla vita del resto degli uomini, alla vita della polis, che infatti a quel
luogo, in cui a lungo non si è cessato di entrare e da cui, però, non si cessava
neppure di uscire, ha sempre guardato con un misto di fascinazione e di
orrore, di timore e di attrazione, come avviene nei confronti di tutto ciò che
indica qualcosa di assolutamente prossimo, che tutti potrebbe riguardarci,
e da cui ci si difende, però, con un sovrappiù di violenza, mantenendolo in
una distanza ed in una alterità irriducibili. Luogo che ancora oggi, persino
dopo la sua chiusura, suscita una certa inquietudine, e da cui si preferisce
– si è preferito per molto tempo, anche dopo la conclusione della sua lunga
storia come istituzione deputata alla gestione, al trattamento ed alla cura
del “male mentale” - distogliere lo sguardo. Ed allora il miglior modo per
vincere tale timore (quella angoscia) è probabilmente quello di provare a
conoscerlo, innanzitutto a conoscerne la storia. Qui cercheremo di fornire
alcuni pochi e semplici rudimenti di quella storia, insieme a qualche ipotesi
intorno ai possibili destini dei materiali, dei resti, dei residui – delle tracce -
che essa ha lasciato ed a qualche coordinata per un possibile programma di
ricerca ancora tutto da avviare. Divideremo pertanto questo lavoro in due
parti. Nella prima indicheremo alcune date salienti e qualche problema es-
504
V. Grasselli, L’Ospedale di San Lazzaro presso Reggio nell’Emilia. Cronistoria documentata, Reg-
gio Emilia, Tipografia Calderini, 1897, pp. 4-5.

214
IPOTESI SU UN MANICOMIO. IL SAN LAZZARO DI REGGIO EMILIA TRA ‘800 E ‘900

senziale della storia del San Lazzaro. Nella seconda ci concentreremo invece
su alcune possibili piste di ricerca che, a partire da tale storia, ci pare sia
particolarmente urgente indagare, intrecciate con alcune considerazioni di
natura teorica intorno alle modalità ed allo stile di analisi e interrogazione
che ci pare opportuno adottare nei confronti dei materiali che tale storia ci
ha consegnato.

215
Mauro Bertani

Il San Lazzaro nasce nel 1821, allorché il Duca Francesco IV d’Este emana
una serie di decreti che lo trasformano in “Stabilimento Generale delle Case
de’ Pazzi degli Stati Estensi”505. Come direttore viene nominato un medi-
co, Antonio Galloni, che verrà inoltre incaricato di redigere un progetto di
ristrutturazione e riorganizzazione complessive del San Lazzaro, grazie al
quale esso giungerà ad iscriversi nel più generale processo di riforma delle
istituzioni manicomiali, che aveva avuto tra i suoi protagonisti, alcuni de-
cenni prima, Tuke in Inghilterra, Pinel in Francia, Reil in Germania, Daquin
in Savoia. La genesi del San Lazzaro precede tuttavia di molto i decreti di
Francesco IV e le sue vicende ci mostrano come avesse seguito in maniera
esemplare la trafila percorsa da tante istituzioni analoghe nel resto d’Europa.
Le prime notizie riguardanti un luogo dedicato a San Lazzaro, amministrato
da una congregazione religiosa e destinato ad accogliere i lebbrosi, risalgono
alla seconda metà del XII secolo. Sappiamo inoltre che, in occasione della
pestilenza del 1348, il San Lazzaro funzionò da luogo di ricovero per i con-
tagiati e che con la progressiva sparizione della lebbra il San Lazzaro comin-
ciò a popolarsi di “invalidi, decrepiti, storpi, epilettici, sordomuti, ciechi e
paralitici” e, a partire dal XVI secolo, anche dei primi “pazzi”, annunciando
così la sua vocazione ad accogliere quella vasta ed eterogenea popolazione
“sragionevole” che i nascenti stati moderni si occuperanno di controllare e
governare, entrando così di diritto a far parte, all’inizio dell’età moderna, del
più generale processo di controllo della povertà, del vagabondaggio, della
mendicità. Nasce allora il sistema delle Opere Pie, che raggruppa “Ospitali”,
“Ospizi”, ricoveri, i quali verranno unificati, nel 1754, all’interno di un’unica
amministrazione, e di cui sarà parte anche il San Lazzaro, oramai destinato
però al ricovero dei soli “poveri mentecatti”. Questo complesso dispositivo,
in modo tutt’altro che lineare ed obbedendo ad istanze e strategie sovente
contrastanti (in un’epoca che va dal governo napoleonico alla restaurazione
estense) si inserirà nel movimento di riforma e trasformazione della pubbli-
ca assistenza (1808), che elabora nuovi procedimenti di gestione e controllo
del fenomeno di ciò che si converrà di chiamare la “devianza” in genere, e
promuove con Francesco IV, nel ventennio che va dal 1819 al 1839, la riforma
dell’assistenza sanitaria. È in questo contesto che il San Lazzaro inizierà a
505
Sulla storia del San Lazzaro, oltre alla monografia di Grasselli, si potrà consultare: A. Tam-
burini, Il Frenocomio di Reggio Emilia, Reggio Emilia, Tipografia di Stefano Calderini e figlio,
1880; Il cerchio del contagio. Il San Lazzaro tra lebbra, povertà e follia, 1178-1980, Reggio Emilia,
Istituti Neuropsichiatrici San Lazzaro, 1980.

216
IPOTESI SU UN MANICOMIO. IL SAN LAZZARO DI REGGIO EMILIA TRA ‘800 E ‘900

specificare la propria funzione. La direzione del Galloni avvia difatti un pro-


cesso, già avanzato fuori d’Italia, grazie al quale nuove forme di conoscenza,
di presa in carico e di trattamento della follia consentiranno di sottrarre la
follia alla eterogeneità della sua precedente coabitazione (non senza che que-
sta l’avesse caricata dei suoi poteri immaginari) e di “oggettivarla”, com’è
stato detto, nella malattia mentale. Con il nuovo regolamento organico ap-
prontato da Galloni comincia a essere messa in atto una rigida selettività nei
procedimenti di ammissione: solo i pazzi curabili – secondo una vocazione
e destinazione iniziale eminentemente terapeutica più volte sottolineata dal
medico-direttore – «e quelli specialmente la cui pazzia riesca più incomoda
e dannosa alla società»506. È allora che il San Lazzaro muta profondamente il
proprio assetto politico-amministrativo: attraverso il sistema delle dozzine
si garantisce in parte l’autofinanziamento dell’istituto; nuove norme rego-
lano rigidamente l’assunzione del personale e consentono inoltre di tessere
una trama di relazioni e di alleanze con tutta una serie di agenzie fondamen-
tali per il controllo complessivo del territorio e delle popolazioni, in primis
la chiesa locale; gli edifici si ampliano per adattarsi alle nuove esigenze del
trattamento medico; le attività al suo interno, in una sorta di proto-divisione
del lavoro, si specializzano progressivamente; il numero degli addetti cresce
a sua volta, fino a raggiungere nella seconda metà del ‘900 una quota che ne
farà, ad un certo punto, la più grande “azienda” della provincia, dotata di
un patrimonio, mobiliare ed immobiliare, immenso. Si viene delineando un
complesso meccanismo di cui il medico-direttore costituisce l’architrave: «Il
direttore è il centro d’autorità all’interno dell’ospedale, non si saprebbe fare
niente senza di lui; è lui solo che fa le assegnazioni dei malati alle diverse se-
zioni, che ordina i medicinali, le compagnie, le occupazioni, i lavori, le diete;
assegna le ricompense, le pene ed i mezzi di coercizione»507. E se tale funzio-
ne esercita un influsso benefico sulla vita dei ricoverati, grazie all’abolizione
dell’uso indiscriminato di detti mezzi di contenzione e di coercizione, alla
“umanizzazione” delle condizioni di vita dei malati (attraverso il migliora-
mento dell’organizzazione materiale degli ambienti di vita e delle strutture
architettoniche) ed alla applicazione dei principi del “trattamento morale”
(che ricorre anche a villeggiature, visite a teatro, ad una libertà di movimenti

506
La citazione è tratta dal progetto generale di «riforma dello stabilimento di San Lazzaro»
redatto da Galloni ed incorporato nel decreto di riordinamento dell’Istituto promulgato il 20
giugno 1821 dal duca Francesco IV (V. Grasselli, L’Ospedale di San Lazzaro presso Reggio nell’Emi-
lia. Cronistoria documentata, Reggio Emilia, Tipografia Calderini, 1897, p. 91).
A. Galloni, Description du Bâtiment de l’Hôpital de St. Lazare pour les insensés de l’état de Modène,
507

Reggio Emilia, 1842, p. 4.

217
Mauro Bertani

insospettata, all’edificazione religiosa, all’attività fisica) che fanno del San


Lazzaro «non più oscuro carcere» bensì «provvido ospizio, ove la scienza
caritatevole offriva ricovero, sollievo, salvezza»508, resta tuttavia il fatto che
essa definisce l’architettura di una gigantesca operazione pedagogica che
mira alla rieducazione ed alla normalizzazione dei comportamenti, ottenute
essenzialmente grazie al lavoro, alla disciplina, all’esempio, al gioco delle ri-
compense e delle punizioni, all’addestramento, «all’ordine ed all’obbedien-
za». Per usare le parole dello stesso Galloni, si tratta di assoggettare «tutti gli
alienati ad un governo e ad una disciplina domestica generale». Il manico-
mio inoltre, in virtù della struttura d’ordine che predispone e dell’organizza-
zione dello sguardo medico che in esso può esercitarsi, comincia a funziona-
re anche come spazio clinico, luogo della “clinica psichiatrica” come “pura
scienza dell’osservazione”, in cui la follia viene considerata come un genere
omogeneo al cui interno vengono ritagliate delle specie organizzate in base
a quadri sincronici, ovvero delle sindromi la cui specificità viene definita
dalla manifestazione più visibile e rilevante dello stato morboso, e che per
Galloni sono raggruppabili in cinque classi – sul modello della tassonomia
introdotta da Pinel e rivista da Esquirol – rappresentate dalla mania, dalla
monomania, dalla demenza, dalla stupidità acuta e dall’idiotismo. La dire-
zione di Antonio Galloni si conclude nel 1855. I ricoverati, dai 21 iniziali,
sono diventati 233, con «grande aumento dei degenti cronici istituzionaliz-
zati», secondo una tendenza che caratterizza tutta la vicenda delle istituzioni
manicomiali in Europa a partire da quest’epoca.
A Galloni succede come medico-direttore, fino al 1870, Luigi Biagi, con
il quale inizia un periodo di decadenza del rigore clinico, dell’efficacia tera-
peutica, delle condizioni complessive di vita dell’istituto che, nel 1859, assu-
me la denominazione di Frenocomio di San Lazzaro e diviene «stabilimento
generale per l’Emilia». Le polemiche sviluppatesi nel mondo psichiatrico
italiano sulle condizioni dell’istituto esplodono nel 1870, provocando le di-
missioni del Biagi che verrà sostituito alla direzione da Ignazio Zani fino al
1873. Questo sarà un periodo caratterizzato da diverse trasformazioni ar-
chitettoniche e strutturali, ulteriormente sviluppate dal successivo direttore
Carlo Livi (1873-1877), con il quale verranno trasformati ed allargati sia i fab-
bricati destinati ai ricoverati sia i servizi generali e soprattutto ulteriormente
sviluppate le attività della colonia agricola fondata nel 1872. Il San Lazzaro
funziona secondo un modello di vita ordinata, economicamente efficiente ed
autosufficiente, organizzato in base a quello che Livi chiamerà «sistema dis-
508
V. Grasselli, L’Ospedale di San Lazzaro presso Reggio nell’Emilia. Cronistoria documentata, Reg-
gio Emilia, Tipografia Calderini, 1897, p. 104.

218
IPOTESI SU UN MANICOMIO. IL SAN LAZZARO DI REGGIO EMILIA TRA ‘800 E ‘900

seminato». Crescono i beni prodotti, cresce il numero dei fabbricati; e cresce


la popolazione rinchiusa: nel 1877 i ricoverati sono 599, alla fine del secolo
sono già diventati oltre 900, alla fine della Grande guerra sono 2.150, per
scendere ai 1.660 nel 1924, allorché ricomincia una lenta e graduale risali-
ta per tutto il corso del ventennio fascista (nel 1943 i pazienti sono 2.198).
All’indomani della guerra, che aveva prodotto morti e distruzioni anche nel
San Lazzaro, i ricoverati si riducono fino ai 1.356 del 1947, per ricominciare
a crescere in maniera progressiva per tutti gli anni del dopoguerra, raggiun-
gendo nuovamente la cifra di oltre duemila pazienti nel corso degli anni
Sessanta. E’ solo nell’ultimo decennio di funzionamento dei ricoveri, gli anni
Settanta, che la popolazione ricoverata riprende a scendere, per giungere
ai 1.400 del 1974. Fino alla fine degli anni Settanta del Novecento, inoltre,
allorché la tendenza comincia ad invertirsi, sussiste uno scarto significativo
tra percentuali delle ammissioni e percentuali delle dimissioni e si osserva
inoltre un aumento progressivo anche della durata media delle degenze, che
tocca l’apice nel corso dei decenni che vanno dal 1920 al 1950, per ricomin-
ciare a scendere alla fine degli anni ’60. I dati riportati comportano valori
assoluti, che non tengono conto di fenomeni come i brevi periodi di degenza,
o di eventi eccezionali, come ad esempio l’istituzione nel 1916 di un centro di
raccolta per i militari affetti da disturbi mentali, incaricato inoltre di valutare
i possibili episodi di simulazione. Passeranno così per l’ospedale migliaia
e migliaia di militari (nel solo 1917 saranno quasi 10.000) che dopo un pe-
riodo di osservazione verranno rispediti al corpo di provenienza o inviati
in convalescenza. Per quanto concerne la composizione della popolazione
ricoverata, osserveremo che alla metà dell’Ottocento quasi l’80% è costitu-
ito da persone di “classe povera”, mentre poco più del 20% dei ricoverati
è costituito da membri della “classe agiata”, con la seguente distribuzione
socio-professionale: gli agricoltori rappresentano il 35%, gli artigiani circa
il 24%, i “lavoratori domestici” oltre il 14%, i professionisti circa il 17%, i
religiosi il 3,5% e gli inabili quasi il 7%. La percentuale di ricoverati iscritti
negli “elenchi dei poveri” sarà destinata ad aumentare progressivamente nel
corso dei decenni successivi, in coincidenza con una serie di fenomeni che
si accentueranno con le grandi crisi economiche degli anni ’70 ed ’80 o con
il riemergere e la ricorrenza di grandi fenomeni epidemici. In particolare, il
San Lazzaro vede un aumento impressionante del numero dei pellagrosi,
caratterizzato da un elevato tasso di mortalità, effetto della disoccupazione
e della miseria gravissima, in cui versavano le popolazioni delle campagne e
dell’Appennino reggiano e modenese. A ciò si deve aggiungere anche il fatto
che sempre più gravano sul San Lazzaro anche i malati di altre province, da

219
Mauro Bertani

Lucca a Torino, da Genova a Mantova a Verona, mentre affluiscono pure


pazienti da altre nazioni, attratti dalla fama che ormai circondava l’istituto509.
A mo’ di compendio, riportiamo qui la composizione per provenienza geo-
grafica della popolazione ricoverata al 1º gennaio 1900: 392 sono i ricoverati
della provincia di Reggio, 362 quelli della provincia di Modena, 66 di Massa
Carrara, 53 di Mantova, 78 quelli che provengono da altre province e 10 co-
loro i quali provengono da stati esteri.
Quella “macchina per guarire”, destinata a diventare con gli anni “mac-
china per controllare” e “macchina per governare” le popolazioni – diretta-
mente quelle internate, e indirettamente le altre, attraverso i suoi riverberi,
immaginari, simbolici e reali su di un territorio all’allestimento della cui si-
curezza esso prende parte costitutiva - costituita dall’asilo, è un dispositivo
complesso. Il manicomio fa parte, come detto sopra, del sistema delle Opere
Pie e viene amministrato da una commissione guidata da un presidente di
nomina prefettizia e da quattro consiglieri nominati dal Consiglio comuna-
le. Le norme dello Statuto del 1877 e del Regolamento del 1896, destinate a
restare in vigore all’incirca fin verso il 1940, prevedono che «All’andamento
interno del Manicomio, sia scientifico che pratico, sia igienico che discipli-
nare, sovrintende il Medico Direttore (…) Per quanto riguarda il servizio
economico, il Direttore (…) sorveglia, ordina e dispone nei diversi rami di
detti servizi per mezzo dell’Economo, in tutto quanto ha attinenza col trat-
tamento, il benessere, la cura degli ammalati, l’igiene, la sicurezza e la buo-
na manutenzione dello Stabilimento»510. Se dunque anche l’economo risulta
così sottoposto all’autorità del medico, ciò nondimeno il primo acquisterà
progressivamente un peso e un’importanza tali da trasformare il San Lazza-
ro anche in una vera e propria azienda, che se anche non risulta ancora ge-
stita con criteri di tipo capitalistico, comporta tuttavia un’attenta ed oculata
amministrazione511, che implica inoltre l’instaurazione di relazioni comples-
se con il territorio, con le forze economiche che vi risiedono e con la forza la-
voro disponibile. Se agli inizi del secolo il bilancio complessivo ammontava
a neppure 20.000 lire, alla fine degli anni Ottanta ha raggiunto la cifra di oltre
850.000 lire. Le entrate risultano così ripartite: le rendite proprie, assicurate
dagli affitti degli immobili di proprietà e dei “beni rurali”, dai “prodotti in
natura”, ecc., ammontano a oltre 40.000 lire; oltre 420.000 provengono dal-
509
Cfr. M. Baraldi, Statistica dal 1821 al 1974. Movimento dei ricoverati e delle degenze negli Istituti Ospe-
dalieri Neuropsichiatrici “San Lazzaro” di Reggio Emilia dal 1821 al 1974, Reggio Emilia, Age, 1975.
510
A. Tamburini, Il Frenocomio di Reggio Emilia, Reggio Emilia, Tipografia di Stefano Calderini e
figlio, 1880, pp. 107-108.
511
Cfr. P. Tavernari, Il meccanismo dell’Economato del Manicomio di Reggio, Reggio Emilia, 1899.

220
IPOTESI SU UN MANICOMIO. IL SAN LAZZARO DI REGGIO EMILIA TRA ‘800 E ‘900

le quote pagate dalle province di appartenenza dei malati ricoverati; quasi


180.000 lire risultano dalle “dozzine” pagate dai malati di 1ª, 2ª e 3ª classe “a
carico privato”, e circa 18.000 lire da proventi diversi, compreso “il prodotto
del lavoro dei malati” nell’azienda agricola, nelle officine e nei laboratori in-
terni del San Lazzaro, più varie entrate diverse (interessi di capitali, entrate
casuali, proventi diversi, ecc.). Le uscite vanno per la gran parte nelle spese
per il vitto e il riscaldamento degli edifici (oltre 320.000), per la biancheria
ed il vestiario (circa 50.000), per gli stipendi del personale sanitario e i salari
del personale di servizio e per gli addetti all’amministrazione (56.000 lire); il
resto risulta destinato alle spese ordinarie e straordinarie512. Imponente appa-
rato economico, dunque, all’interno del quale il lavoro dei ricoverati assolve
una duplice funzione, immediatamente produttiva, dal momento che si mira
a promuovere lo sviluppo della “industria interna” (i cui prodotti vengono
addirittura venduti ad altri enti assistenziali ed ospedalieri della città) e me-
diatamente disciplinare, securitaria e terapeutica: il lavoro ammaestra, nor-
malizza i comportamenti, addestra alla regolarità dei gesti e delle funzioni,
obbliga all’autocontrollo sottoponendo al controllo ed alla disciplina. Il che
conferma la precipua e crescente funzione medico-politica del manicomio.
Il periodo postunitario, in particolare, evidenzia la presenza di uno stretto
intreccio tra pratica medico-psichiatrica e vicenda politica e sociale del nuo-
vo Stato unitario, tesa ad ottenere da un lato la razionalizzazione delle strut-
ture sanitarie, e dall’altro l’elaborazione di codici teorici in cui sempre più
frequentemente si assiste all’identificazione di malattia, crimine e devianza.
Per fronteggiare il «progressivo e veramente impressionante aumento del
numero dei pazzi, che si verifica non solo in tutte le parti d’Italia, ma anche
in tutte le parti del mondo civile, e che è dovuto ad un complesso di cause
igieniche, sociali, ereditarie», come scriverà Tamburini513, assistiamo al gra-
duale tentativo compiuto nel San Lazzaro di adeguare le strutture e i mec-
canismi del sapere e della pratica psichiatrici: vengono così avviati nell’isti-
tuto l’insegnamento e la ricerca di clinica psichiatrica in collaborazione con
l’Università di Modena (dal 1874); vengono ampliati i laboratori scientifici,
a cui si aggiunge un laboratorio di istologia; vengono istituiti un laborato-
rio di psicologia sperimentale, un gabinetto elettroterapico, un laboratorio
per le analisi chimiche annesso alla farmacia; vengono creati dei musei (di
512
A. Tamburini, Il Frenocomio di Reggio Emilia, Reggio Emilia, Tipografia di Stefano Calderini e
figlio, 1880, p. 116.
513
A. Tamburini, La psichiatria come scienza sociale e come funzione di stato, in “Rivista sperimen-
tale di freniatria”, 1910, XXXVI, pp. 1011-1016; cfr. inoltre dello stesso, Il Frenocomio di Reggio
Emilia, Reggio Emilia, Tipografia di Stefano Calderini e figlio, 1880, p. 21.

221
Mauro Bertani

anticaglie, craniologico ed anatomico); viene in generale sviluppata l’atti-


vità di ricerca e di sperimentazione animale. Viene infine fondata, nel 1875,
la “Rivista Sperimentale di Freniatria e Medicina Legale delle Alienazioni
Mentali”, per oltre un secolo destinata ad essere il principale organo scienti-
fico della psichiatria italiana. Sarà appunto con la direzione di Augusto Tam-
burini, dal 1877 al 1907, che si compie la progressiva maturazione scientifica
– che accompagna e legittima nuove procedure d’internamento, l’estensione
e l’approfondimento delle pratiche terapeutiche (viene incrementata l’ergo-
terapia, sono avviati corsi di canto, disegno, ecc.), l’apparizione di nuove
modalità di assistenza (l’istituzione della Società di assistenza per malati di-
messi o convalescenti; i patronati etero e omo-familiari per l’affidamento dei
malati ai privati), l’avviamento di una scuola professionale per infermieri e
sorveglianti – dell’istituto. L’opera del Tamburini (e dei suoi collaboratori,
tra i quali ricorderemo E. Tanzi, E. Morselli, G.C. Ferrari, F. De Sarlo, S. De
Sanctis, G. Vassale; ed inoltre E. Riva, G. Guicciardi, P. Petrazzani, G. Bucco-
la, A. Donaggio) si iscrive nel contesto di una serie di trasformazioni teoriche
e cliniche destinate a provocare, con Bayle, con Griesinger, con la dottrina
della degenerazione e della predisposizione di Morel, l’abbandono dei para-
digmi dell’alienistica classica, che si avvia a diventare “clinica delle malattie
mentali” quando, soprattutto con la “teoria delle costituzioni” di Kahlbaum
ed Hecker e grazie al ruolo giocato dalla neuropatologia, si tenterà di struttu-
rare la patologia clinica in base ai metodi delle scienze naturali, per giungere
all’identificazione di nuove entità cliniche ed evolutive ed all’elaborazione
di una nuova classificazione. Vediamo così apparire nuove grandi categorie,
come per esempio le follie degenerative di Magnan, i deliri sistematizzati
di Séglas, l’ebefrenia e la catatonia dello stesso Kahlbaum. È in ogni caso
alla grande clinica tedesca che gli psichiatri della scuola del Tamburini co-
minciano a riferirsi a partire dalla fine degli anni Settanta ed in particolare
alla nuova classificazione sistematica della psicosi, delle psiconevrosi e delle
degenerazioni, proposta soprattutto dai trattati di Krafft-Ebing e di Schule,
e fondata sul principio di una interpretazione fisiologica del quadro clinico
e dell’interrelazione dei sintomi, su cui si innesterà anche la lezione delle
prime edizioni del Lehrbuch di Kraepelin514.
514
I testi di riferimento sono: P. Bayle, Traité des maladies du cerveau et de ses membranes, Paris,
1826; W. Griesinger, Die Pathologie und Therapie der psychischen Krankheiten, Stuttgart, 1845; B.A.
Morel, Traité des dégénérescences physiques, intellectuelles et morales de l’espèce humaine, Paris, 1857;
Id., Traité des maladies mentales, Paris, 1860; K.L. Kahlbaum, Die Katatonie oder das Spannung-
sirresein, Berlin, 1874; E. Hecker, Die Hebephrenie, in «Archiv für Pathologische Anatomie und
Physiologie und für klinische Medizin», 1871, 25; V. Magnan, Leçons cliniques sur les maladies
mentales, Paris, 1893; J. Séglas, Leçons cliniques sur les maladies mentale set nerveuses, Paris, 1895; R.

222
IPOTESI SU UN MANICOMIO. IL SAN LAZZARO DI REGGIO EMILIA TRA ‘800 E ‘900

Ma a fianco di tale campo di ricerche cliniche (si segnalano i contributi


di Tamburini e dei suoi collaboratori allo studio delle localizzazioni cerebra-
li, alla patologia del linguaggio, al problema delle allucinazioni, all’analisi
della psicosi paranoide) nuove urgenze si manifestano, in connessione pro-
fonda con le trasformazioni che stavano investendo la società italiana, le cui
contraddizioni si rifletteranno nella crescita esponenziale della popolazione
ricoverata ricordata sopra e nella formazione di una vera e propria “patolo-
gia sociale” (di qui le ricerche sul trattamento delle “frenosi alcoliche” e sul
fenomeno della pellagra), a cui seguirà il progressivo isterilirsi della pratica
clinico-terapeutica nell’istituto, l’emarginazione della ricerca, un mutamen-
to di funzione e di funzionamento delle istituzioni manicomiali, chiamate
sempre più a svolgere un ruolo repressivo ed emarginante, di difesa della
società dai pericoli che albergano al suo interno e che rischiano di condurre
«inevitabilmente ad una degenerazione sempre maggiore della specie». La
psichiatria si avvia così a diventare una scienza sociale, destinata a formare
la base di una «funzione di Stato», come scrive sempre il direttore del San
Lazzaro515. E del resto la legge di riforma sui manicomi e gli alienati del 1904
si era incaricata di sanzionare tale funzione pubblica della psichiatria, ridefi-
nendo completamente le tecniche e le politiche di assistenza psichiatrica ed
istituendo inoltre una connessione sempre più difficile da sciogliere tra ma-
lattia mentale e pericolosità sociale. Si è così completamente esaurito il pro-
getto dell’alienistica ai suoi esordi, cioè il cosiddetto “trattamento morale”,
ovvero il tentativo di instaurare quello che Pinel aveva chiamato la «police
intérieure» dei manicomi, in cui attraverso il complesso dispositivo fatto di
regole di condotta, funzionamento disciplinare dell’istituzione, lavoro coat-
to, ma anche le difficili e delicate strategie della simulazione e del controllo
morale – colpevolizzazione, responsabilizzazione, ecc. – quel che si trattava
di ottenere era la presa di potere da parte del medico sul malato in modo
da ristabilire, come è stato detto, «il diritto imprescrittibile della ragione sul
delirio»516, onde fare scomparire la follia come tale. Ormai è l’istituzione in
quanto tale ad essere considerata come terapeutica, ma non più tanto in rela-
zione ai singoli ricoverati, bensì rispetto all’insieme della società.
La vicenda del San Lazzaro non fa altro che realizzare i postulati che reg-
gono l’intero programma della psichiatria “scientifica” e che possono essere
Krafft-Ebing, Lehrbuch der Psychiatrie, Stuttgart, 1879; H. Schule, Handbuch der geisteskrankheiten,
Leipzig, 1880; E. Kraepelin, Psychiatrie. Ein Lehrbuch für Studierende und Aertze, Leipzig, 1899.
515
A. Tamburini, La psichiatria come scienza sociale e come funzione di stato, in “Rivista sperimen-
tale di freniatria”, 1910, XXXVI, p. 1011.
516
J.P. Falret, Observations sur le projet de loi relatif aux aliénés, Paris, 1837, p. 6.

223
Mauro Bertani

così riassunti: (a) la medicina degli alienati è una specialità medica, il cui
oggetto, la follia, va trattata in strutture ospedaliere specifiche, da medici do-
tati di conoscenze speciali (b) ogni riforma della cura degli alienati avrebbe
dovuto, per ragioni strettamente scientifiche, emanare dal centro del potere
dello Stato e l’agente fondamentale del processo di riforma avrebbe dovuto
essere la burocrazia dello stato centralizzato (c) dalla necessità di costruire
stabilimenti, in cui fosse possibile sviluppare la nuova “medicina della fol-
lia”, verrà poi l’assioma - destinato ad essere capitale nei successivi sviluppi
della psichiatria e dei processi che la caratterizzeranno a partire dagli anni
‘60-’70, e che G. Lantéri-Laura517 ha definito di «cronicizzazione» - secondo
cui l’ospedale per alienati, come aveva detto Esquirol, è uno strumento di
guarigione di per sé e in quanto tale, nella misura in cui assicura il cambia-
mento completo del loro modo di vivere518. Proprio di qui sorgerà il tenta-
tivo di integrare l’intento terapeutico della nuova branca della medicina al
suo aspetto istituzionale esterno (d) ma soprattutto, il programma delineato
prevede il definitivo affidamento della guarigione degli alienati al medico e
all’istituzione correlata: l’asilo doveva essere cioè il campo in cui si esercita
«un’autorità grandiosa» e specificamente medica. Il medico, infatti, «dovrà
essere rivestito di un’autorità a cui nessuno possa sottrarsi», da lui «tutto
deve essere messo in movimento», deve «regolarizzare tutte le azioni, così
com’è chiamato a essere il regolatore di tutti i pensieri»», come aveva scritto
fin dagli anni ’30 Esquirol. Vediamo così la psichiatria tesa a cercare una
funzione ausiliaria per il nuovo medico degli alienati, una funzione profes-
sionale basata essenzialmente su un’integrazione dell’esperto nell’apparato
dello Stato. La malattia mentale, infatti, associa in un certo senso il medico
all’amministrazione pubblica. Il medico illumina il governo sulle tendenze
degli spiriti, e fornisce una «statistica morale dei popoli». Attraverso l’inte-
resse crescente per le perizie in materia di giustizia criminale, la psichiatria
invade l’ambito giudiziario, creando una psichiatria medico-legale, che fini-
rà per imporsi ai giudici, ai responsabili della morale, agli uomini politici.
Di qui un profondo rimaneggiamento dei rapporti tra psichiatri e legge, ma
anche un vero e proprio rimodellamento interno della nuova disciplina, e

517
G. Lantéri-Laura, La chronicité en psychiatrie, Paris, 1997.
518
J.-E. D. Esquirol, Des maladies mentales considérées sous les rapports médical, hygiénique et médico-
légal, Paris, 1938, vol. II, p. 745. Su tutto quanto segue, e precede, il riferimento imprescindibile
– è persino superfluo rimarcarlo – è costituito da M. Foucault, Le pouvoir psychiatrique. Cours
au Collège de France 1973-1974, Paris, 2003. Ci si potrà inoltre riferire anche a R. Castel, L’ordre
psychiatrique. L’âge d’or de l’aliénisme, Paris, 1976; e a J. Goldstein, Console and Classify. The French
Psychiatric Profession in the Nineteenth Century, Cambridge, 1987.

224
IPOTESI SU UN MANICOMIO. IL SAN LAZZARO DI REGGIO EMILIA TRA ‘800 E ‘900

più in generale dei rapporti tra medicina e società. Se infatti solo un paio di
decenni prima la medicina politica, come veniva chiamata, si risolveva in
semplice polizia sanitaria fatta di programmi amministrativi di salute pub-
blica, nonché di interventi occasionali da parte della medicina legale, mentre
per il resto i medici si presentavano agli occhi della società disorganizzati e
preda di una certa indisciplina, la crescente specificazione delle entità pato-
logiche consentirà di porre le basi di quello che diventerà un fenomeno de-
stinato a crescere esponenzialmente: la vera superfetazione nosografica che
di lì a poco comincerà ad essere messa in atto, e che consentirà lo sviluppo in
estensione del progetto psichiatrico - destinato a diventare «tecnologia gene-
rale del corpo sociale», con le progressive annessioni - di campi, di oggetti, di
problemi - da esso compiuto.
È questa l’epoca in cui si avvia un processo decisivo nella storia della
costituzione e consolidamento del ceto professione degli psichiatri, dato che
suggella l’ormai avvenuta integrazione della nuova specializzazione medica
all’interno dell’apparato di Stato, come avverrà con la promulgazione della
legge del 1904, della cui elaborazione Tamburini sarà uno dei protagonisti e
il San Lazzaro uno dei laboratori. Tale legge, infatti, prevedeva la creazione
di una rete nazionale di asili diretti da medici, stabilmente distaccati presso
i diversi istituti, dando così origine alla figura dei funzionari statali della
psichiatria, dipendenti dal Ministro degli Interni. La legge inoltre prevedeva
anche varie disposizioni relative agli alienisti in formazione e destinati agli
stabilimenti manicomiali, attribuendo così a questi ultimi lo statuto non solo
di ospedali, ma anche di istituzioni di formazione destinate ad assicurare
l’elaborazione e insieme la trasmissione del nuovo sapere medico. La leg-
ge, si potrebbe dire, analogamente a quanto accaduto nella maggior parte
degli altri paesi europei, nasce dalla sovrapposizione tra gli obiettivi dello
Stato e quelli degli psichiatri, una sovrapposizione che rendeva possibile la
collaborazione necessaria per fondare la professione su basi statuali. Nasce
un sistema asilare organizzato dallo Stato, fondato sull’alleanza tra alienisti
e governo, alla luce di una vera e propria medicina politica, di cui i medici
sapranno abilmente servirsi per alimentare la paura della rivoluzione e delle
classi ritenute pericolose nel ceto di governo. Questa alleanza avrà modo
di saldarsi all’ombra del problema dell’interdizione, avvertito soprattutto
da parte di grandi famiglie, e del problema dell’isolamento. Quest’ultimo,
infatti, sopravanzerà progressivamente il trattamento morale, mostrando di
essere uno strumento assai più energico, efficace ed utile per combattere le
malattie mentali: sottrarre l’alienato alle sue cattive abitudini e soprattutto
alla famiglia, onde consentire il lavoro di ricostruzione mentale da parte del-

225
Mauro Bertani

lo psichiatra, fa sì che se l’interdizione continuerà ad essere una misura di ca-


rattere prevalentemente giudiziario, l’isolamento emerge prepotentemente
come esclusiva misura medica. La legge consacrerà la definitiva affermazio-
ne della psichiatria come sapere specificamente medico, che grazie all’atto di
nominazione scientifica, potrà essere utilizzato con assoluta legittimità come
tecnica per rinforzare un potere professionale, ma soprattutto esercitare un
potere di controllo, diretto ed indiretto, sulla società nel suo insieme. Anche
l’importanza crescente della “Rivista sperimentale di freniatria” testimonia
di tale processo. Destinata ad un bell’avvenire, la rivista manifesta l’avve-
nuto consolidamento della psichiatria e della corporazione degli psichiatri,
all’interno del sapere medico ed all’interno delle istituzioni dello Stato, come
centro di potere519.
Se a regolare il funzionamento del dispositivo psichiatrico restava uno
dei postulati dell’alienistica degli inizi, ovvero la convinzione che sia possi-
bile ottenere la guarigione dei malati solo arrivando a mutare «la direzione
viziosa delle loro idee e inclinazioni», ovvero a vincere la resistenza del ma-
lato alle prescrizioni dei medici, e che si possa raggiungere tale obiettivo solo
attraverso l’isolamento, lo strumento più efficace, a tale scopo, restava l’in-
ternamento, il quale però non prevedeva alcun trattamento specifico per gli
stati di crisi. Quasi scomparsa la reclusione permanente nelle celle, lo stru-
mento elettivo per reprimere gli stati di agitazione e i comportamenti violen-
ti o per provocare reazioni toniche o revulsive era l’idroterapia nelle sue di-
verse versioni (docce ghiacciate, bagni freddi, viluppi umidi, compresse
fredde o irrigazioni applicate alla testa). In alternativa, per calmare gli agita-
ti, combattere i sudici, vincere il rifiuto di alimentarsi, oltre alle camice di
forza ed ai letti e poltrone di contenzione, i medici ricorrono agli esercizi
all’aria aperta, al lavoro nei campi, oltre ad una farmacopea che comprende-
va, tra l’altro, cloridrato di morfina, codeina, tintura di digitale, hascisch as-
sociato a bromuro di potassio. Ma i medici si consacrano anche alla creazio-
ne di una panoplia di strumenti di contenzione e di terapeutiche fisiche vol-
te al contenimento degli agitati o dei furiosi. Da un lato ci saranno così i re-
parti riservati ai casi suscettibili di trattamento, dall’altro i luoghi di mera
reclusione. La loro riunificazione avverrà solo lentamente, e parzialmente,
519
Sul complesso processo, o meglio insieme di processi, che porterà alla promulgazione della
legge Giolitti del 1904, si veda R. Canosa, Storia del manicomio in Italia dall’Unità a oggi, Milano,
Feltrinelli, 1979; F. Stok, La formazione della psichiatria, Roma, Il pensiero scientifico, 1981; M. Cot-
ti, L’istituzione manicomiale nel nuovo Stati unitario, in Tra sapere e potere. La psichiatria italiana nella
seconda metà dell’’Ottocento, Bologna, Il Mulino, 1982. Sulla storia della psichiatria italiana dopo
il secondo conflitto mondiale, cfr. S. Piro, Cronache psichiatriche, Napoli, Edizioni scientifiche
italiane, 1988.

226
IPOTESI SU UN MANICOMIO. IL SAN LAZZARO DI REGGIO EMILIA TRA ‘800 E ‘900

ma sempre conservando la rigida separazione curabili-incurabili, e solo


all’ombra di un’altra importante trasformazione, quella dei rapporti tra ma-
nicomio ed università. Con Tamburini il direttore di manicomio è infatti al
contempo titolare di una cattedra universitaria (il che condurrà, sul piano
nazionale, alla nascita delle cosiddette cliniche per le malattie nervose, dove
si annoderà una nuova alleanza tra psichiatria e neurologia, destinate al trat-
tamento degli alienati giudicati curabili e al contempo a fungere da luogo di
osservazione, ricerca e formazione). Una suddivisione ulteriore sarà quella
che porterà alla nascita di reparti di ridotte dimensioni e per soggiorni di
durata limitata, aperto a consultazioni esterne, accanto al quale dovevano
continuare a sussistere la colonia agricola per i cronici e un ospizio per i ma-
lati infermi. Si porrà poi il problema di predisporre istituzioni speciali per
particolari categorie di ricoverati, come il reparto per folli criminali, o le isti-
tuzioni riservate agli epilettici, agli etilisti, agli insufficienti mentali. È il caso,
in particolare di un edificio, progettato nel 1892. In origine era un vasto fab-
bricato di due piani, chiamato Casino Galloni, destinato ai malati cronici
tranquilli. Concepito come vero e proprio modello di padiglione isolato per
manicomi, l’edificio obbediva all’esigenza - tipica di un’epoca che aveva as-
sistito alla crescita esponenziale delle domande di internamento - di comin-
ciare a razionalizzare la struttura d’insieme del San Lazzaro. Tuttavia, in
seguito all’introduzione della legge del 1904, che rendeva obbligatoria l’isti-
tuzione presso i manicomi che ospitavano ricoverati a carico delle province,
di una speciale sezione d’isolamento per pazzi criminali dimessi e detenuti
alienati, il Casino Galloni verrà trasformato in quella che diventerà, nel 1910,
la Sezione Lombroso. Al corpo centrale verranno così aggiunte due ali dota-
te di celle e l’intera struttura, già circondata da un muro di cinta, sarà suddi-
visa in modo da creare due cortili, uno per i ricoverati tranquilli e l’altro per
quelli pericolosi, facendo così del padiglione una realtà del tutto isolata an-
che rispetto al resto del manicomio. Il Lombroso arriverà ad ospitare una
settantina di reclusi e a partire dal 1923 accoglierà anche pazzi criminali con-
dannati a pene di breve durata. Insomma, Tamburini ed i suoi contribuisco-
no a ridisegnare i rapporti tra la psichiatria e lo Stato in nome, innanzitutto,
di un dovere di prevenzione e di assistenza nei confronti della malattia men-
tale. A partire dalla seconda metà del secolo si era avviata un’epoca, in cui la
costruzione di tassonomie generali delle malattie, basate sul presupposto
che ogni malattia possedeva segni distintivi ben definiti, comincia a diventa-
re una delle principali preoccupazioni teoriche dei medici, i quali mirano ad
organizzare un sistema di classificazioni che hanno l’obiettivo di sussumere
i sintomi apparentemente incoerenti o dispersi della varie affezioni sotto leg-

227
Mauro Bertani

gi positive unitarie e coerenti. Ciò avverrà privilegiando gli aspetti esterni e


visivi (Kraepelin giungerà a dire che l’ignoranza della lingua del paziente
costituiva addirittura una condizione d’osservazione e un fattore favorevole
per l’attività del clinico), piuttosto che quelli non visibili e puramente psico-
logici, stabilendo al contempo che i sintomi si sviluppano in modo totalmen-
te prevedibile. Prende così il via il tentativo di rinchiudere le varie patologie
nel quadro della classificazione nosologica delle malattie neurologiche. In
particolare, attraverso l’epilessia o l’isteria, i neurologi cercheranno di inva-
dere il campo della psichiatria, per tentare di imporvi la loro autorità scien-
tifica, coerentemente organicista e biologica, che non mancherà di influenza-
re profondamente gli psichiatri, i quali, al San Lazzaro e nel resto d’Italia,
come in Francia e Germania, si concentreranno sulla clinica e sulla nosogra-
fia, tentando di fornire una descrizione la più rigorosa possibile dei quadri
clinici e di raggrupparli in base alla loro eziologia. Come dirà Griesinger, e
ripeteranno un po’ tutti i medici del San Lazzaro, la psichiatria è orientata a
diventare una «branca della patologia del cervello e del sistema nervoso» e
la malattia verrà interpretata come «affezione del cervello»520, benché l’ana-
tomia patologica raramente riesca a dimostrarlo. Aveva cominciato Bayle,
descrivendo uno stato di demenza caratterizzato da una paralisi incompleta,
da lui correlata ad alterazioni dell’aracnoide la cui esistenza viene conside-
rata la causa di una alienazione mentale sistematica, che consentirà di farne
(fino a che non si scoprirà, circa un secolo dopo, l’eziologia sifilitica della
paralisi generale, dovendo così riconoscere che non si trattava, dopotutto, di
una malattia mentale) il modello della malattia mentale organica. Ad esso
guarderanno, cercando di generalizzarlo all’insieme della patologia menta-
le, i fautori della lesione anatomo-patologica cerebrale come origine della
malattia mentale. Sarà soprattutto nei paesi di lingua tedesca che tale impo-
stazione, verrà perseguita, da Griesinger fino a Meynert, Wernicke, Kraepe-
lin521. A partire dall’insegnamento di Griesinger e di Rokitansky, in partico-
lare, Meynert fonderà a Vienna un celebre laboratorio di ricerca sulle afasie
e sul diencefalo, a partire dal quale von Economo potrà avviare la ricerca
cito-architettonica. Fautore di una rigida eziologia organica della follia, Mey-
nert sarà tra i sostenitori della necessità di una sempre più approfondita co-
noscenza delle localizzazioni funzionali cerebrali. Soprattutto grazie alla
520
W. Griesinger, Die Pathologie und Therapie der psychischen Krankheiten, Stuttgart, 1845, p. 6
521
Su Griesinger e la sua posterità, cfr. E.H. Ackerknecht, Kurze Geschichte der Psychiatrie, Stutt-
gart, 1957, capp. VIII e IX; K. Dörner, Il borghese e il folle. Storia sociale della psichiatria, Roma-Bari,
Laterza, 1975, pp. 388-414; da ultimo H. Schott–R. Tölle, Geschichte der Psychiatrie. Krankheitsleh-
ren, Irrwege, Behandlungsformen, München, 2006, pp. 66 e ss.

228
IPOTESI SU UN MANICOMIO. IL SAN LAZZARO DI REGGIO EMILIA TRA ‘800 E ‘900

descrizione della forma afasica sensoriale, Wernicke sarà uno dei protagoni-
sti della progressiva incorporazione della psicopatologia nella patologia ce-
rebrale. Le malattie mentali vengono infatti concepite come malattie genera-
li del cervello, modi particolari di espressione di disordini biologici cerebra-
li, di processi degenerativi primari degli assoni e delle cellule nervose del
cervello, di cui diventerà possibile delineare un giorno la mappa522. Ma l’ope-
ra destinata ad esercitare la maggior influenza sulla psichiatria (e quindi sulle
istituzioni psichiatriche, in primis il San Lazzaro) tra XIX e XX secolo è sicura-
mente quella di Kraepelin, il vero fondatore della moderna nosografia psi-
chiatrica, fondata su una semiologia non più (unicamente) sintomatologica,
bensì su di un’analisi della patologia e della sua evoluzione di carattere dia-
cronico, che solo uno spazio come il manicomio rendeva possibile. Tra la pri-
ma edizione del 1883 e l’ottava del 1915, il Lehrbuch di Kraepelin costruisce
un sistema classificatorio basato sulla delimitazione ed il raggruppamento
delle forme morbose distinte in malattie mentali acquisite, di origine tossica o
infettiva esogena, e malattie mentali congenite, di origine endogena, consecu-
tive ad una predisposizione. È a queste ultime che Kraepelin riserva gran
parte della sua indagine, giungendo a delimitare una serie di vere e proprie
entità di cui fan parte le forme involutive, la psicosi maniaco-depressiva di
natura bipolare, la paranoia, l’idiozia, l’imbecillità ed una nuova entità, che
compare nella sesta edizione, la dementia praecox. Si tratta di una psicosi carat-
terizzata dalla conservazione, almeno parziale, dell’intelligenza, della memo-
ria e dell’orientamento, ma con alterazione dell’affettività, della volontà, del
giudizio e dell’insieme della personalità, al cui interno Kraepelin distingue
poi la forma ebefrenica, catatonica e paranoide. Tale patologia finirà con l’as-
sumere un ruolo paradigmatico, venendo legata alla convinzione di una ine-
sorabile cronicizzazione, a cui si aggiunge l’idea dell’evoluzione fatalmente
demenziale di ogni psicosi. Ciò conferirà un’ulteriore legittimazione al cre-
scente pessimismo terapeutico, rafforzando così il ruolo puramente recluso-
rio dell’ospedale psichiatrico, a cui viene sempre più conferita la funzione di
struttura di protezione e difesa della società dai suoi elementi disgenici»523.
522
T. Meynert, Psychiatrie. Klinik der Erkrankungen des Vorderhirn, Wien, 1884. Su Meynert e sulla
sua influenza sugli sviluppi ulteriori della neuro-psichiatria si veda, in particolare, P. Pichot, Un
siècle de psychiatrie, Paris, 1996, pp. 73-79.
523
E. Kraepelin, Psychiatrie. Ein Lehrbuch für Studierende und Aertze, Leipzig, 1899; su Kraepe-
lin, le varianti e gli spostamenti all’interno della sua opera, e la sua posterità, si consulterà con
profitto: P. Bercherie, Les fondements de la clinique. Histoire et structure du savoir psychiatrique,
Paris, 1980, pp. 139-152 e 220-232; H. Schott–R. Tölle, Geschichte der Psychiatrie. Krankheitsle-
hren, Irrwege, Behandlungsformen, München, 2006, pp. 116-124, D.F. Allen, L’âge de Kraepelin, in
“L’information psychiatrique”, 1996, 9, pp. 925-933; E.J. Engstrom, Emil Kraepelin: psychiatry and

229
Mauro Bertani

Ed è appunto alla scuola di Monaco che Tamburini e i suoi allievi, per l’essen-
ziale, faranno riferimento, recandovisi a formarsi e a specializzarsi.
Un movimento analogo era stato reso possibile da un altro evento inau-
gurale, la pubblicazione nel 1857 del già citato Traité des dégénérescences di
Morel, con il quale nasceva una teoria, quella della degenerazione, ulte-
riormente sviluppata da autori come Magnan (che l’utilizzerà per spiegare
i deliri acuti e cronici), Legrain, Saury, che finirà con l’investire gli ambiti
dell’antropologia, della criminologia, della medicina legale, per arrivare ad-
dirittura ad orientare le politiche sanitarie ed eugenetiche di numerosi stati
tra XIX e XX secolo. È la prima dottrina psichiatrica unitaria ad aver cercato
di individuare le cause generali di tutti i fenomeni della patologia mentale,
dai più infimi ai più severi. Definita la degenerazione come deviazione pato-
logica della specie da un tipo primitivo, Morel insisterà soprattutto sui rischi
di trasmissione per via ereditaria dei fenomeni patologici conseguenti, de-
stinati ad aggravarsi col passare delle generazioni, e sui rischi di «estinzione
della razza» che essi comportano. Le cause ereditarie risultano responsabili,
così, tanto delle più trascurabili deviazioni delle condotte, quanto dell’alte-
razione del senso morale propria dei «degenerati superiori», quanto delle
anomalie più gravi di cui i nuovi contesti economici e sociali favoriscono la
diffusione, come l’imbecillità, il cretinismo, ecc. Viene così redatto un cata-
logo di patologie che comprende tutta una serie di “stigmate degenerative”
che consentiranno di includervi una popolazione virtualmente illimitata.
Concepita all’interno di uno spettro così ampio, la dottrina della degenera-
zione ha funzionato a lungo come il nucleo più influente di un sapere me-
dico sulla follia, che si avvia a diventare sapere sull’anormalità, assegnando
così nuovi compiti alla psichiatria, sempre più orientata a svolgere funzioni
di dépistage e controllo delle popolazioni, alla ricerca dei fattori predisponen-
ti, delle stigmate, delle sindromi, su cui intervenire per via di profilassi con
misure ispirate all’igienismo, per giungere infine alla messa in atto di vere e
proprie misure di carattere eugenetico, che diventeranno agli inizi del XX se-
colo anche leggi degli Stati. Ne saranno testimonianza, ad esempio, il lavoro
compiuto da Krafft-Ebing, il quale, sulla scorta delle ricerche di autori come
Kaan, Westphal, Moll, Dupré, avvierà uno dei primi tentativi di fornire una
descrizione complessiva delle pratiche sessuali definite come devianti, aber-
ranti o perverse; oppure quello di studiosi come Meige o Pilcz o Wulfing-
Luer, tra gli altri, di iscrivere la patologia mentale come tratto distintivo
della razza ebraica; o ancora di interpretare fenomeni storico-politici come
public affairs in Wilhelmine Germany, ”History of psychiatry”, 1991, 2, pp. 111-132); Id., Clinical
Psychiatry in Imperial Germany. A History of Psychiatric Practice, Ithaca, 2003.

230
IPOTESI SU UN MANICOMIO. IL SAN LAZZARO DI REGGIO EMILIA TRA ‘800 E ‘900

l’anarchismo o le frange radicali delle correnti rivoluzionarie di fine secolo


alla luce delle nuove entità delineate dalla psicopatologia, come avverrà da
parte dello stesso Kraepelin e di tanti altri. Di tutto questo i materiali clinici
e l’attività di elaborazione teorico-istituzionale dei medici del San Lazzaro
recano le tracce524 .
In virtù dell’azione combinata di questi nuovi paradigmi clinico-teorici, il
manicomio cessa di definire semplicemente l’architettura di una sia pur gi-
gantesca operazione di rieducazione e normalizzazione dei comportamenti,
ottenute essenzialmente per mezzo del repertorio tradizionale della disci-
plina, dell’edificazione morale e religiosa, dell’addestramento «all’ordine e
all’obbedienza», grazie alla struttura d’ordine che esso stesso predispone; e
se pure si è avviato a diventare il luogo elettivo della “clinica delle malattie
mentali” come “pura scienza dell’osservazione”, che tenta di strutturare la
patologia clinica in base ai “metodi delle scienze naturali”, che consentirà di
identificare nuove entità cliniche sulla base del principio di una interpreta-
zione fisiologica del quadro clinico e dell’interrelazione dei sintomi, la sua
funzione precipua è ormai diventata un’altra. Il trasferimento a Roma del
Tamburini nel 1907 coincide con la cessazione, nel 1908, dell’insegnamento
della Clinica Psichiatrica e Neurologica presso il San Lazzaro (che nel 1924
diventerà “Istituto Psichiatrico San Lazzaro”). Il nuovo direttore fino al 1928
sarà G. Guicciardi, e sotto la sua guida si verificano alcuni eventi di grande
importanza per la storia del San Lazzaro. In primo luogo, esploso il primo
conflitto mondiale, all’interno dell’istituto viene organizzato un centro che
accoglierà alcune migliaia di militari che manifestavano disturbi mentali,
come si è ricordato sopra. Inoltre, a partire dal 1922, si insedia una nuova
commissione amministrativa in cui un ruolo egemone è svolto da esponenti
del partito fascista (fino al 1920 la maggioranza dell’amministrazione era in-
vece legata al partito socialista). Esemplare di tali trasformazioni politiche ed
istituzionali, la vicenda del vice-direttore del San Lazzaro, Pietro Petrazzani
il quale, pur se partito da posizioni vicine al partito socialista, nel 1923 di-
venta Sindaco di Reggio Emilia e successivamente commissario prefettizio, a
524
Per un inquadramento generale sulla teoria di Morel, Magnan, ecc. cfr. P. Burgener, Die
Einflüsse des zeitgenössischen Denkens in Morels Begriff der ”dégénérescence”, Zurich, 1964; A. Lié-
geois, Hidden philosophy and theology in Morel’s Theory of degeneration and nosology, in ”History of
Psychiatry”, 1991, 2, pp. 419-427; J. Hochmann, La théorie de la dégénérescence de B.A. Morel, in,
Darwinisme et société, dir. par P. Tort, Paris, 1992, pp. 401-412; A. Zaloszyc, Le sacrifice au Dieu
obscur. Tenebre et pureté dans la communauté, Paris, 1994, pp. 3-52; sulle ricadute della dottrina
della degenerazione nella psichiatria, nella criminologia e nell’antropologia in Italia, sia con-
sentito rimandare ad un mio saggio: M. Bertani, Passioni della razza. Folli, psichiatri, ebrei al San
Lazzaro di Reggio Emilia tra Ottocento e Novecento, in L’applicazione della legislazione antisemita in
Emilia Romagna, a cura di V. Marchetti, Bologna, Il nove, 1999, pp. 3-53.

231
Mauro Bertani

testimonianza del nesso ormai inestricabile tra discorso della scienza e prati-
che di governo e di cui è riprova ed insieme annuncio il testo redatto nel 1911
dallo stesso Petrazzani su Le degenerazioni umane, nel quadro del Trattato di
medicina sociale diretto, tra gli altri, dallo stesso Tamburini, dove si evocava la
necessità di dar vita ad una «medicina delle Stirpi»525. Nel frattempo (1921)
era stata fondata la colonia-scuola “A. Marro”, istituto medico-pedagogico
indirizzato alla profilassi della devianza minorile, mentre venivano edificati
nuovi reparti, sviluppando il manicomio secondo il modello di una comu-
nità separata, ordinata secondo precise regole, organizzata secondo rigorose
partizioni (benestanti – poveri; tranquilli – agitati; puliti – sudici; cronici –
curabili), subordinata ad una specifica organizzazione della gerarchia e ad
una ineguale distribuzione dei poteri. Insomma, uno spazio che in virtù del-
la sua stessa organizzazione, e grazie al perfezionamento dei meccanismi di
custodia, controllo e sorveglianza dei ricoverati, si configurava se non come
spazio terapeutico, perlomeno come luogo di contenimento e riduzione del-
la pericolosità, e di possibile rieducazione (attraverso le pratiche igienistiche,
il lavoro, l’isolamento e, laddove necessario, la coercizione).
Per quanto concerne i quadri teorico-clinici di riferimento, ancora per
molto tempo (almeno fino agli anni Sessanta del ‘900) non sembra possi-
bile rinvenire, all’interno del San Lazzaro, gli effetti di quella che è stata
definita la “rivoluzione psicodinamica”, che nei primi decenni del XX secolo
ha modificato l’assetto clinico ed epistemologico della psichiatria europea,
con l’apparizione e la diffusione della psicoanalisi, delle psichiatrie sociali,
della Daseinanalyse. È inoltre solo a partire dagli anni Trenta (nel 1929 ver-
rà nominato direttore Aldo Bertolani, che resterà in carica fino al 1950) che
cominciano ad essere sperimentate su larga scala nuove tecniche terapeu-
tiche, di cui ancora mal si conoscono le modalità di funzionamento e dalla
dubbia efficacia: la piretoterapia e la malarioterapia, la produzione di acces-
si convulsivi per mezzo di cardiazol (tecnica di von Meduna) o di cloruro
d’ammonio, la provocazione di shock insulinici secondo la tecnica di Sakel,
la pratica dell’elettroshock.
Nel corso del secondo conflitto mondiale il San Lazzaro viene sottoposto
a bombardamenti ripetuti che provocano un centinaio di morti e decine di
feriti, nonché la distruzione o il danneggiamento di numerosi reparti, ren-
dendo necessario il trasferimento dei pazienti in numerose località della pro-
vincia. Solo nel giugno del 1945 potrà riprendere il servizio di ammissione ed
il numero dei ricoverati riprenderà ad aumentare secondo una progressione

525
P. Petrazzani, Le degenerazioni umane. Studio di biologia clinica, Milano, 1911.

232
IPOTESI SU UN MANICOMIO. IL SAN LAZZARO DI REGGIO EMILIA TRA ‘800 E ‘900

crescente, soprattutto a partire dal 1953-1954. È questa l’epoca in cui prima


Virginio Porta (1953-1956) e poi Antonio Mazza (1956-1964) assumono la di-
rezione. Proprio allora comincia ad essere introdotta anche al San Lazzaro la
psicochirurgia e – a partire dalla scoperta dell’azione della clorpromazina ad
opera di Delay, Deniker e Laborit, e successivamente delle benzodiazepine e
degli antidepressivi – ad essere avviata la sperimentazione degli psicofarma-
ci. Quella dell’impiego delle sostanze psicotrope in manicomio è questione
complessa e delicata, dal momento che è probabilmente la loro utilizzazione
all’interno dell’istituzione - insieme alle questioni di bilancio, come dimostra
l’esperienza statunitense - ad avere da un lato reso possibile l’avvio di una
discussione sui possibili limiti d’impiego del manicomio, e dall’altro la loro
progressiva estensione al di fuori dello spazio basilare. Nell’ultimo decennio,
in particolare, abbiamo assistito all’apertura di un’ampia discussione526 rela-
tiva all’ampiezza, estensione e intensificazione dei fenomeni di assunzione
di sostanze come gli ansiolitici-ipnotici, gli antidepressivi, gli antipsicotici,
gli stabilizzatori dell’umore, e più in generale di tutti quei composti chimici
che rientrano nella categoria farmacologia degli psicofarmaci, da parte di
una popolazione composta ormai non più solo dal gruppo circoscritto dei
tradizionali pazienti psichiatrici, bensì anche da quei soggetti che sono alla
ricerca di additivi capaci di assicurare migliori livelli prestazionali (lavorati-
vi, sessuali, sportivi, ecc.) oppure di risolvere fasi momentanee di malessere
o di difficoltà, spostando così al contempo anche i luoghi e le competenze
necessarie alla loro prescrizione, che non sono più gli psichiatri e gli ospedali
psichiatrici, bensì gli ambulatori e i medici di medicina generale.
Gli sviluppi recenti della ricerca bio-medica, ed in particolare quelli delle
neuro-scienze527 mettono oggi a disposizione una gamma di sostanze psico-
trope ormai così specializzate che è diventato possibile agire selettivamente
sui diversi recettori con una efficacia, pare, stupefacente, se commisurata
a quanto accadeva solo alcuni decenni orsono, ed i successi crescenti del-
la psicofarmacologia sarebbero ormai tali da aver ingenerato un processo
526
Cfr., all’interno di una letteratura ormai immensa, P.D. Kramer, Listening to Prozac, London,
1997 e, secondo una prospettiva (critica) del tutto divergente rispetto a Kramer, D. Healy, The
Antidepressant Era, Cambridge-London, 1997; Id., The Creation of Psychopharmacology, Cambrid-
ge-London, 2002; Id., Let them Eat Prozac, Cambridge-London, 2004; A. Lakoff, Pharmaceutical
Reason. Knowledge and Value in Global Psychiatry, Cambridge, 2005.
527
Anche sugli sviluppi recenti delle neuroscienze la letteratura è ormai immensa. Ci limitere-
mo a segnalare solo alcuni titoli recenti, e tra essi quelli maggiormente attenti ad analizzarne
le ricadute sulla pratica psichiatrica e sulle forme di vita della soggettività contemporanea: S.
Rose, The Future of the Brain. The Promise and Perils of Tomorrow Neuroscience, Oxford, 2005; N.
Rose, The Politics of Life Itself, Cambridge, 2007, in particolare pp. 187-223; F. Ansermet–P. Mag-
istretti, A chacun son cerveau, Paris, 2004; L. Naccache, Le nouvel inconscient, Paris, 2006.

233
Mauro Bertani

al termine del quale alcuni commentatori intravedono addirittura la pos-


sibilità che si instauri quella che J. Biehl528 ha chiamato una vera e propria
Pharmaceutical Governance (all’interno della quale sarà possibile realizzare il
nuovo sogno delle moderne democrazie: quella che P. Pignarre ha chiamato
la «medicalizzazione dei problemi sociali»529. Quel che è certo, in ogni caso,
anche se non si condivide la visione di tale inquietante scenario, è che l’av-
vento della psicofarmacologia ha effettivamente rivoluzionato la psichiatria,
consentendone la conversione da specialità medica fondata sulla psicotera-
pia (che ha dominato il suo esercizio fino agli anni Cinquanta del secolo
scorso), ad una specialità fondata ormai irreversibilmente, come sostiene D.
Healy, sulla biochimica, rispetto alla quale il ruolo svolto dall’industria far-
maceutica ed il peso della cosiddetta malpractice restano ancora da indagare
adeguatamente e rigorosamente, dal momento che le poste in gioco – eti-
che, medico-scientifiche, culturali, politiche e sociali – sono manifestamente
enormi, e fors’anche decisive per i destini delle nostre società. Sarebbe per
questo necessario un lavoro di prospezione storica, la cui ragion d’essere do-
vrebbe essere quella di mostrarci il recente passato di una disciplina e delle
sue applicazioni, destinato a renderci sensibili rispetto alle sue potenzialità
così come ai suoi pericoli, alle sue virtualità, ma anche ai suoi rischi, non a
quelli immaginari, suscitati dall’ignoranza o dall’incompetenza, ma a quel-
li reali, per quanto diversi, determinati dal suo esercizio e dalla sua messa
in atto effettivi, e che solo la ricerca storica può consentirci di far emerge-
re, o meglio riemergere. Dalla scoperta delle proprietà antipsicotiche della
clorpromazina agli inizi degli anni ’50 alla utilizzazione del risperidone e
dell’olanzapina negli ultimi anni, passando attraverso l’uso dell’isoniazide,
dell’aloperidolo, delle prime benzodiazepine o dell’imipramina, la psichia-
tria è stata modificata in profondità, rivoluzionata, abbiamo scritto sopra, e
si è potuta costituire come disciplina dotata dello statuto di scienza o almeno
avviata a diventarlo. Sul piano concreto delle esperienze cliniche, ospeda-
liere ed extraistituzionali, come mostra il caso del San Lazzaro, è diventato
così possibile contenere e poi porre fine agli stati di agitazione, ridurre l’in-
tensità dei deliri e delle allucinazioni, regolare l’umore dei pazienti affetti
da disturbo bipolare, e così via. Ma tutto questo passando attraverso quali
pratiche effettive, quali sperimentazioni, quali protocolli? Tutto questo, cioè,
in quali eventi effettivi della pratica psichiatrica, in quali decisioni, in quali

528
J. Biehl, Pharmaceutical Governance, in Global Pharmaceutical. Ethics, Markets, Practices, ed. by
A. Petrina, A. Lakoff, A. Kleinman, Durham-London, 2006, pp. 206-239.
529
P. Pignarre, Les malheurs des psys, Paris, 2006, pp. 82 e ss.

234
IPOTESI SU UN MANICOMIO. IL SAN LAZZARO DI REGGIO EMILIA TRA ‘800 E ‘900

indicazioni e somministrazioni ai pazienti di tali farmaci si è tradotta? In-


somma, come sono avvenute de facto l’applicazione e l’entrata a regime della
psichiatria biologica grazie all’emergere progressivo – e talvolta casuale – di
tali nuove terapie? Su cosa, pertanto, si è fondato – su quali evidenze, su
quali certezze, e su quali paradigmi sperimentali – l’atto di somministrazio-
ne delle nuove categorie di psicofarmaci alle varie categorie di pazienti? A
tali domande, ed a molte altre correlate, si dovrebbe provare a rispondere
indagando i dossiers medici, e in primis le cartelle cliniche, ed al loro interno
le prescrizioni registrate nei diari clinici, attraverso un’indagine diacronica,
che vada dai primi saggi sperimentali di utilizzazione dei neurolettici alla
chiusura del San Lazzaro, per estendere eventualmente la ricerca all’attività
iniziale dei servizi.
Ma in ogni caso, mentre nel resto d’Europa e negli Stati Uniti vengono
avviate importanti innovazioni, tanto sul piano istituzionale e legislativo,
quanto su quello della modificazione dei paradigmi teorici di riferimento
(ad esempio l’esperienza di Saint-Alban e la nascita della psicoterapia isti-
tuzionale o lo sviluppo della psichiatria di settore in Francia, l’entrata del-
la pratica psicoanalitica negli ospedali psichiatrici e la nascita di istituzioni
specializzate nel trattamento psicoanalitico degli psicotici, come Chestnut
Lodge negli Stati Uniti, il movimento di liberalizzazione degli ospedali psi-
chiatrici alla fine della seconda guerra mondiale in Inghilterra e la nascita
delle comunità terapeutiche con Maxwell Jones, l’esperienza della Tavistock
Clinic530; in Italia bisognerà attendere la metà degli anni Sessanta per assi-
stere all’apertura delle istituzioni psichiatriche a tali nuove esperienze ed
all’introduzione di nuovi paradigmi e modelli concettuali all’interno del sa-
pere clinico, che si coniugano con una serie di trasformazioni strutturali e
di processi politici che investono la società italiana, e che condurranno alla
rimessa in discussione delle istituzioni manicomiali, del loro ruolo e delle
loro modalità di funzionamento.
Dal 1964 la direzione del San Lazzaro era stata assunta da Piero Benassi.
In quegli anni le condizioni dei ricoverati al San Lazzaro erano diventate
oggetto di riflessione comune e di mobilitazione collettiva a Reggio Emilia,
in un’epoca in cui la questione del disagio e della sofferenza mentale, la cri-
tica delle istituzioni psichiatriche come strumenti di rigetto, di reclusione, di
esclusione sociale, si intrecciano sempre più strettamente con un più vasto
movimento per le libertà (ma anche con serie perplessità intorno ai costi cre-
530
Per uno sguardo sintetico su tali esperienze, cfr. la voce Istituzioni psichiatriche, in Psiche. Di-
zionario storico di psicologia, psichiatria, psicoanalisi, neuroscienze, Torino, Bollati Boringhieri, 2006,
vol. I, in particolare pp. 581-587.

235
Mauro Bertani

scenti dell’assistenza psichiatrica di tipo istituzionale). La battaglia per la


distruzione dell’ospedale psichiatrico diventa così il paradigma di tutta una
serie di lotte, la cui posta in gioco sarà, alla lettera, quella dei diritti di citta-
dinanza, quella del contenuto reale e concreto della democrazia. Tutto ciò
produce un clima di aperta conflittualità tra i partiti della sinistra e il partito
di maggioranza relativa che deteneva all’epoca, insieme alle altre forze del
centro-destra, il controllo del Consiglio di amministrazione del San Lazzaro
che, nel 1969, passa nelle mani di una nuova maggioranza. Viene così avvia-
ta, non senza difficoltà ed ostacoli, una politica di dimissioni dei ricoverati,
che passano da 2.400 a circa un migliaio nel giro di pochi anni; vengono
progressivamente abbandonate le vecchie forme di contenzione ancora in
uso e adottati nuovi modelli terapeutici. Pochi anni prima era entrato in fun-
zione il Servizio Psichiatrico Provinciale ed era stato aperto il Centro di Igie-
ne Mentale, che funzionerà del tutto separatamente, e non senza contrasti,
rispetto al San Lazzaro. La loro riunificazione avverrà solo nel 1980, ma nel
frattempo il processo di contestazione delle istituzioni manicomiali si era
ulteriormente accelerato e radicalizzato, conducendo alla promulgazione
della legge 13 Maggio 1978 n. 180, che ha abrogato la precedente legislazio-
ne (legge 14 Febbraio 1904) ed ha abolito il sistema manicomiale, uniformato
il trattamento psichiatrico al trattamento sanitario generico e riconosciuta
la tutela della libertà e dei diritti del malato di mente depenalizzandone il
trattamento. Nello stesso anno vengono abbattute le mura di cinta del San
Lazzaro, per il quale comincia un’altra storia.

236
IPOTESI SU UN MANICOMIO. IL SAN LAZZARO DI REGGIO EMILIA TRA ‘800 E ‘900

II

A raccogliere l’eredità costituita dal patrimonio documentario e archi-


vistico del San Lazzaro sarà il Centro di Documentazione di Storia della
psichiatria. Costituito nel gennaio 1991 al termine di un lungo percorso di
riflessione e discussione, apertosi all’indomani della promulgazione della
legge 13 maggio 1978, relativo al destino del patrimonio bibliografico, docu-
mentario, archivistico e museografico del San Lazzaro, il Centro è sorto gra-
zie all’iniziativa di diversi enti (Ausl, Comune e Provincia di Reggio Emilia,
Università di Modena e Reggio Emilia, Istituto regionale per i Beni Culturali
della Regione Emilia Romagna)531. Le sue funzioni statutarie saranno da su-
bito definite in base a tre obiettivi principali: da un lato, garantire la conser-
vazione, la salvaguardia e il riordino del patrimonio suddetto; dall’altro, fa-
vorirne la conoscenza, la valorizzazione e l’utilizzazione; infine, sviluppare
una riflessione sui problemi dell’esercizio e della pratica della psichiatria e
dei saperi affini, sulla loro storia e sulla loro situazione attuale. Tra gli ele-
menti fondamentali di tale patrimonio va citata, innanzitutto, la Biblioteca
Carlo Livi; l’indagine intorno al montaggio storico della psichiatria non può
prescindere dall’enciclopedia del sapere psichiatrico, quella che si è espressa
in una serie di testi canonici (manuali, trattati, saggi, riviste), che hanno avu-
to la funzione di organizzare sistematicamente l’insieme delle conoscenze
di una determinata epoca, tanto nell’ambito della psicopatologia generale,
della clinica e della nosografia, quanto in quello della terapeutica o dell’or-
ganizzazione istituzionale. Il fondo storico della biblioteca comprende una
collezione di testi e di periodici che sono considerati ormai dei classici per la
storia della psichiatria. Quasi tutti questi testi hanno infatti svolto un ruolo
fondatore nella formazione dei saperi psichiatrici, hanno inaugurato nuovi
paradigmi, hanno aperto nuove prospettive di ricerca, oppure hanno avuto
importanza ai fini della codificazione di tali saperi e ne hanno di conseguen-
za assicurato la circolazione e la trasmissione. Ma accanto ad alcuni di questi
testi, che consentono di ricostruire almeno in parte il divenire della clinica
psichiatrica, con gli orientamenti dottrinali e le controversie fondamentali
che l’hanno animata, se ne troveranno anche altri che mostrano come l’istitu-
zione psichiatrica sia lo spazio in cui si ridefinisce tutta una serie di superfici,
di istanze e di luoghi che avevano organizzato, prima della sua apparizione,
la presa in carico della patologia mentale, in base a regimi di discorso, di
531
Per una prima ricognizione su tale patrimonio si veda Centro di Documentazione di Storia
della Psichiatria, Le ragioni della follia. Parole e oggetti della psichiatria tra il XIX e il XX secolo. Cata-
logo della mostra documentaria, Reggio Emilia, 1992.

237
Mauro Bertani

designazione e di esclusione, differenti, e che proprio nell’ospedale psichia-


trico troveranno un punto di riarticolazione che tuttavia non riuscirà, forse,
a cancellarne l’eterogeneità e la difformità. Infine, si troveranno alcuni testi
che documentano invece lo sviluppo in estensione del progetto psichiatrico
come tecnologia generale del corpo sociale, e le progressive annessioni – di
campi, di oggetti, di problemi – da esso compiute. Uno sviluppo che ci pare
sia parte integrante della sua storia.
A fronte della Biblioteca va collocato l’Archivio, presso il quale sono
raccolte le migliaia di dossiers clinici relativi a tutti coloro che sono transi-
tati presso il San Lazzaro. Tra gli inizi dell’Ottocento e la metà del secolo
in quasi tutti gli istituti psichiatrici d’Europa viene predisposto un nuovo,
fondamentale, strumento: la cartella clinica. Nascono, correlativamente, gli
archivi sanitari, destinati a raccogliere, in veri e propri fascicoli individuali, i
materiali relativi ai singoli ricoverati. A partire dalle primitive registrazioni
dei dati anagrafici ed anamnestici più elementari, dalle module mediche che
cominciano ad accompagnare l’ingresso dei malati in manicomio, le cartel-
le cliniche si perfezionano progressivamente lungo l’arco di un secolo, fino
a diventare complesse raccolte di dati, comprensive di informazioni di ca-
rattere economico-sociale, antropologico, fisico, comportamentale. Queste
raccolte di dati varieranno col modificarsi dei paradigmi clinico-nosografici
ed ezio-patologici fondamentali, e come tali esse costituiscono per lo sto-
rico, oggi, delle fonti insostituibili – ed ancora insufficientemente indaga-
te – per l’opera di ricostruzione del concreto operare dei medici all’interno
delle istituzioni psichiatriche. I materiali d’archivio presenti si riferiscono,
ovviamente, al solo San Lazzaro, ma possono essere assunti come esemplari
di un processo più generale, quello che testimonia della traduzione e della
applicazione effettiva dei grandi modelli concettuali, elaborati nei trattati,
nei manuali e nel discorso psichiatrico in genere, all’interno di una serie di
atti, di pratiche, di procedure, di cui le cartelle cliniche sono la prima e fon-
damentale superficie di registrazione e di apparizione. Attraverso tali ma-
teriali è possibile ricostruire il lento processo di formazione dello «sguardo
medico» così come si specifica sia in relazione ai grandi quadri clinici e con-
cettuali – con le correlative entità semeiotiche, diagnostiche e nosografiche
che lì vengono predisposte – sia in rapporto ad una serie di sollecitazioni
eterogenee (famiglie, poteri pubblici, istituzioni) in funzione delle quali
sempre più la psichiatria sarà chiamata ad operare. I primi documenti di
rilevanza clinica appaiono, al San Lazzaro, verso la metà degli anni Venti
dell’Ottocento. Si tratta di materiali assai eterogenei, costituiti dalle minute
di perizie o di relazioni, redatte dal primo medico direttore, A. Galloni, sul-

238
IPOTESI SU UN MANICOMIO. IL SAN LAZZARO DI REGGIO EMILIA TRA ‘800 E ‘900

lo «stato de’ dementi» ricoverati, in risposta a sollecitazioni provenienti da


istanze politico-istituzionali diverse (Comuni, Prefetture, organi di Polizia,
Congregazioni di Carità), più raramente da altri medici o da altre istituzioni
psichiatriche, a testimonianza della funzione originariamente svolta dalla
psichiatria: la gestione di quel problema ormai specifico rappresentato dalla
follia per l’insieme della società. Le entità cliniche utilizzate da Galloni sono
ovviamente modellate sulla tassonomia di Pinel ed Esquirol, ed è possibile
vederne la declinazione teorico-pratica proprio in questi documenti, tanto
più importanti in quanto Galloni ha lasciato un numero esiguo di pubblica-
zioni. Vi è poi un secondo tipo di documentazione, ancora incerta e confusa
prefigurazione di quelli che diventeranno i dossiers individuali: singoli fasci-
coli relativi a diversi ricoverati e composti perlopiù da scambi epistolari tra
la Direzione medica e alcune famiglie di ricoverati. All’interno di tale corri-
spondenza si possono rinvenire talvolta le minute di brevi scritti di natura
clinica di Galloni. Nonostante la povertà sul piano dell’elaborazione teorica
di tali materiali, essi sono pur tuttavia importanti ai fini della comprensione
del tipo di concezione e di rappresentazione sociale della follia diffuso ai
primi dell’Ottocento, nonché di tutte le interferenze (debiti, contaminazioni,
trasmigrazioni da un campo all’altro) che si realizzeranno tra discorso medi-
co e opinione comune.
A partire dagli anni Quaranta diviene sistematica la consuetudine di ac-
compagnare l’entrata in manicomio di ogni paziente con brevi storie clini-
che, solitamente redatte dal medico curante (o talvolta dal medico condotto)
al momento della richiesta di ricovero. La configurazione di tali documenti è
assai mutevole, dato che a volte ci troviamo dinnanzi a descrizioni puramen-
te empiriche, basate sui soli dati comportamentali, come potrebbero essere
dettate dal semplice common sense, mentre a volte l’apparato categoriale che
utilizzano è più complesso ed articolato, ponendo così il problema del livel-
lo di diffusione e circolazione del sapere psichiatrico all’interno della più
generale corporazione medica. Verso il 1855 appare un nuovo tipo di docu-
mento, che comincerà a venire archiviato in modo sistematico solo a partire
dal 1860. Si tratta della cosiddetta “commemorazione”, un modulo fisso a
stampa che doveva venire compilato – generalmente dal medico del luogo di
provenienza del ricoverato – al momento dell’invio in frenocomio.
La sua funzione consisteva essenzialmente nel fornire informazioni su
«la vita dell’ammalato, la sua educazione, professione, stato civile, la data
della malattia, le ricadute» e tutto quanto possa fornire «indizi della più alta
importanza, quelli cioè che possono spargere luce sulle cause della malat-
tia». Alla metà degli anni Settanta la commemorazione, nel frattempo già

239
Mauro Bertani

trasformatasi in polizza, diventerà una “modula informativa medica per


l’ammissione dei malati”, a quel punto però parte integrante di un corpus
documentario assai più complesso rappresentato dalle cartelle cliniche e da
tutto ciò che al loro interno viene raccolto. È solo a partire dal 1870 che ap-
paiono i primi esempi di cartella clinica. Inizialmente le cartelle presentano
caratteristiche morfologiche ancora piuttosto sommarie: vi sono brevi no-
tazioni intorno all’eziologia, all’ereditarietà eventuale, alla sintomatologia
precedente e durante l’internamento, alle terapie adottate ed al decorso della
malattia. Uno scarno sunto storico ha poi il compito di assicurare la circola-
zione, all’interno dell’istituto e tra le diverse istanze della gerarchia ospeda-
liera, di tutte le suddette informazioni. Interverranno in seguito numerose
modificazioni, legate ad una sempre maggior specificità e dettaglio delle
informazioni, subordinatamente agli interrogativi dello sguardo medico.
All’incirca nella stessa epoca, all’interno delle cartelle cliniche cominciano,
inoltre, ad accumularsi numerosi materiali, la cui natura è assai eterogenea:
certificati anagrafici e documenti amministrativi diversi, attestati di povertà,
corrispondenze del medico direttore con le famiglie o con altri medici. Ma
soprattutto due tipi documentari sono rilevanti: (a) le perizie mediche redat-
te soprattutto dal medico direttore sia su richiesta dell’autorità giudiziaria,
in occasione di procedimenti penali a carico di qualche ricoverato per deter-
minarne l’eventuale punibilità o nei casi di procedimenti d’interdizione sol-
lecitati dalle famiglie, sia in occasione del trasferimento di qualche paziente
presso un’altra istituzione psichiatrica; (b) i materiali autografi dei ricovera-
ti. Si tratta prevalentemente di lettere e corrispondenze varie che prima di
ricevere l’autorizzazione ad uscire dal frenocomio venivano sottoposte al
vaglio della direzione.
È solo con la nomina a direttore del Tamburini che la cartella clinica ac-
quisterà i caratteri che saranno suoi per molti decenni. Vengono predispo-
ste una sezione dedicata all’anamnesi, una per l’analisi somatica ed una per
l’esame psichico; viene inoltre preparato uno stampato destinato a raccoglie-
re i dati relativi all’osservazione quotidiana del malato – il diario clinico – in
cui vengono indicati le terapie farmacologiche, gli esami di routine, i risultati
delle visite periodiche effettuate durante il periodo di osservazione (prima
dell’invio nei singoli reparti), una sommaria descrizione dell’evoluzione e
dell’esito della malattia (una descrizione che in qualche raro caso può com-
prendere tutto l’arco temporale del ricovero). È su questo tipo di documenti,
desunti dall’esperienza clinica, che è possibile effettuare l’analisi incrociata –
per verificarne la reciproca compatibilità e congruenza – del dispositivo dia-
gnostico, delle dimensioni semeiologiche e di quelle comportamentali prese

240
IPOTESI SU UN MANICOMIO. IL SAN LAZZARO DI REGGIO EMILIA TRA ‘800 E ‘900

in considerazione dai medici per corroborare le diagnosi, e dei riferimenti


clinico-nosografici generali desunti dalle grandi sistemazioni dottrinali del
sapere psichiatrico dell’epoca. Le cartelle cliniche sono così diventate veri e
propri dossiers, in cui si possono trovare inoltre gli epistolari intercorsi tra
le famiglie e la Direzione medica – assai importanti per verificare il trasferi-
mento metaforico di rappresentazioni, concetti, quadri di riferimento, da un
campo all’altro – perizie medico-legali ed infine vere e proprie monografie.
Si tratta di documenti e materiali relativi a pazienti dalle patologie reputate
particolarmente significative, che verranno pertanto, con le opportune tra-
sformazioni discorsive, inserite nel circuito della comunicazione psichiatrica
nella forma della costruzione dei casi e delle storie cliniche. Alla metà degli
anni Ottanta viene anche introdotto un nuovo modulo per la raccolta dei
dati relativi agli esami antropometrici, alle funzioni psicomotorie, psicosen-
sorie, intellettive, affettive, volitive e a quelle relative alla vita di relazione
e alla vita vegetativa. È un dato storiograficamente non trascurabile il fatto
che una parte considerevole di tali raccolte di informazioni non venga com-
pilata, per cui molte cartelle continueranno a recare i soli dati più elementari.
Allo scopo di supportare l’operazione diagnostica diventa fondamentale, a
partire dalla metà degli anni Ottanta, e così ancora nel corso dei primi decen-
ni del Novecento, procedere alla raccolta di materiali autografi dei ricovera-
ti. Vediamo così apparire nelle cartelle lettere, memoriali, racconti, poesie,
semplici grafismi che spesso non raggiungono la soglia dell’articolazione
intelligibile. Ma è nella loro nudità ed essenzialità di atti bellicosi ed eventi
aleatori che sorgono nella vita – degli stessi pazienti, dei medici, dell’istitu-
zione, che sovente li sollecita a ciò – prima di ogni commento, interpretazio-
ne, cattura, con la loro forza di irruzione e con il loro carico di patetico, per
quanto ci restituiscono dell’enigma della follia, che tali materiali dovranno
essere considerati.
Ciò vale anche in relazione ai materiali grafico-pittorici prodotti dai ri-
coverati. Presso il San Lazzaro esiste infatti un ampio fondo documentario
costituito dai disegni, dai quadri e da altre opere grafiche prodotte dai rico-
verati nel corso del XIX e XX secolo. In particolare, si ha notizia, già a partire
dal 1867, di un atelier di pittura, in cui un maestro insegnava le tecniche e
correggeva le opere, ma soprattutto si assiste, nella stessa epoca, all’emergere
di un’ampia e ben documentata produzione libera, non legata cioè agli inse-
gnamenti accademici, raccolta e conservata dai medici con finalità esclusiva-
mente diagnostiche e di indagine psicopatologica. Ed è proprio quest’ulti-
ma produzione ad essere, per noi, oggi, particolarmente significativa, poiché
testimonia la necessità, per tante delle persone ricoverate, di esprimersi, ov-

241
Mauro Bertani

vero di far emergere, attraverso disegni e colori, ricordi, paure, esperienze,


eventi talmente dolorosi, oscuri ed enigmatici, da non poter essere detti con
le parole. La loro esposizione pubblica, avvenuta in più occasioni a cura del
Centro di documentazione di storia della psichiatria, è stata pensata per con-
sentire, a chiunque lo volesse, di accedere direttamente ai modi, alle forme
e ai linguaggi per mezzo dei quali tali individui hanno rappresentato e, per
così dire, messo in scena se stessi, all’occorrenza la propria malattia, i propri
fantasmi e fantasie, in ogni caso la propria sofferenza o la propria resistenza
all’istituzione, e sempre qualcosa di sé. Di ciascuno degli autori, in occasione
di mostre ed esposizioni diverse, si è tentato di ricostruire la storia clinica,
grazie ai materiali dell’Archivio sanitario, unitamente ad una serie di infor-
mazioni e di osservazioni sui caratteri della personalità, della loro storia e
della loro malattia, cercando, in tal modo, di valorizzare e interpretare que-
ste produzioni come tali, prima di ogni riduzione: sia quella effettuata da
chi usa tali elaborati per mettere in atto operazioni di carattere clinico e dia-
gnostico, alla ricerca di segni patognomici, invarianti cliniche ecc., riducen-
doli così al rango di documento psicopatologico, sia quella di chi vi ricerca
unicamente dei valori estetici, come tali commensurabili a qualsivoglia pro-
duzione intenzionalmente artistica532. Mostrate nella loro essenzialità e nudi-
tà, le opere in questione emergono come forma di affermazione di vita, come
forza di creazione, come modo di resistenza, allorché un’esistenza risulta
imprigionata e la libertà coartata. È dunque, innanzitutto, un dovere etico
quello che ha fatto ritenere imperativo restituire, anche solo per un istante, a
tutte quelle esistenze, una occasione per riemergere dall’oblio e a tutte quelle
voci altrimenti soffocate magari un’ultima possibilità di risuonare.
Ma in quale contesto aveva preso il via, anche presso il San Lazzaro, l’in-
teresse per la produzione dei ricoverati? A partire dalla seconda metà del
XIX secolo un numero crescente di psichiatri comincia ad interessarsi alla
produzione dei ricoverati negli ospedali psichiatrici. Si tratta di un’attenzio-
ne, quella per forme che realizzano «i sogni più indescrivibili», come scrive
Tardieu nel 1872533, dettata innanzitutto da preoccupazioni di carattere dia-
gnostico, nella convinzione che l’esame «dei disegni e delle pitture realizzate
dai folli» possa «far conoscere la natura della malattia» di colui che ne è
l’autore, come scrive Simon nel 1876534. Cominciano proprio allora ad essere
532
Le mura di carta. Opere dei ricoverati dell’Ospedale psichiatrico San Lazzaro di Reggio Emilia. 1895-
1985, a cura di M. Ranchetti, Firenze, Verbarium, 2005.
533
A. Tardieu, Etude médico-légale sur la folie, Paris, 1872, p. 94.
534
M. Simon, L’imagination dans la folie: étude sur les dessins, plans, descriptions et costumes des
aliénés, in ”Annales médico-psychologiques“, 1876, 3, pp. 318-355.

242
IPOTESI SU UN MANICOMIO. IL SAN LAZZARO DI REGGIO EMILIA TRA ‘800 E ‘900

formate vere e proprie raccolte (quelle di A. Marie, e J. Rogues de Fursac le


più note)535, a partire da cui potrà venire avviato un nuovo tipo di riflessione.
Sarà in particolare Marcel Reja (pseudonimo di P.-G. Meunier), tra il 1901
e il 1907, a sostenere la necessità di non guardare più a tali creazioni come
a sintomi utilizzabili da un punto di vista clinico, bensì come ad opere che
possono gettare luce «sulle condizioni della genesi dell’attività artistica»536.
La produzione dei folli, insomma, comincia a funzionare come una sorta
di archeologia spontanea della grande arte, vedendosi al contempo ricono-
sciuto lo statuto di opera dotata di una specifica qualità estetica. È grazie a
tale mutamento di prospettiva che nel 1921 uno psichiatra della Waldau,
W. Morgenthaler537 potrà far conoscere l’opera di A. Wollfli e, nel 1922, un
altro psichiatra, H. Prinzhorn538 pubblicare i risultati di una ricerca basata su
cinquemila documenti provenienti dalle raccolte di manicomi tedeschi, sviz-
zeri, olandesi ed austriaci. Si tratta del nucleo originario di quella che diven-
terà la “Prinzhornsammlung” presso la Psychiatrischen Universitatsklinik
di Heidelberg. A ridosso dei lavori di Prinzhorn, nel corso degli anni Venti,
in Germania cominciano a circolare esposizioni itineranti di opere di pazien-
ti psichiatrici, fino al momento in cui le opere della collezione Prinzhorn
verranno utilizzate, dal potere nazista, come illustrazioni dell’arte degene-
rata. Ma sarà proprio l’arte contemporanea, in alcune delle sue espressioni
più radicali, dal dadaismo al surrealismo, a cercare di far valere la produ-
zione creatrice dei malati mentali come espressione di un rifiuto doloroso
ma irrecuperabile, di una rottura incomprensibile e perciò inconciliabile. E
nel momento in cui il primo Congresso mondiale di psichiatria ospita nelle
proprie sale, su impulso dello psichiatra R. Volmat, un’esposizione di “arte
psicopatologica”, un ex mercante di vini diventato artista, J. Dubuffet, insie-
me ad A. Breton e J. Paulhan fonda a Parigi la “Compagnie de l’art brut”.
Nel 1971 Dubuffet farà dono delle opere da lui raccolte alla città di Losanna
per costituire, insieme alle opere di Wollfli e al migliaio di disegni di Aloise
Corbaz, il nucleo di quello che sarà il museo dell’Art brut.
Anche al San Lazzaro, a partire dal 1877, nel corso dell’ultimo anno della
direzione di Carlo Livi, vengono avviati, presso il padiglione Esquirol, dei

535
A. Marie, Le Musée de la folie, in «Je sais tout», 15 octobre 1905; Id., Les dessins stéréotypés des
aliénés, in “Annales médico-psychologiques“, 1912, pp. 311-319; J. Rogues de Fursac, Les écrits et
les dessins dans les maladies mentales et nerveuses, Paris, 1903.
536
M. Reja, L’art chez les fous, Paris, 1908, p. 31.
537
W. Morgenthaler, Ein Geisteskranker als Künstler, Bern, 1921.
538
H. Prinzhorn, Bildnerei der Geisteskranken, Berlin, 1922.

243
Mauro Bertani

corsi di disegno. Ecco come la genesi, la ragion d’essere e il funzionamento


di tale insegnamento vengono descritti da uno psichiatra che all’epoca lavo-
rava presso l’lstituto, A. Tamassia: «L’occupazione, che, aggradevole a tutti,
meglio si presta a divenire un lavoro disciplinato è lo studio del disegno. Un
bravo, affabile maestro, che in due o tre lezioni la settimana di 3-4 ore cia-
scuna, istruisca i malati, le ripetizioni a date ore negli altri giorni, fan sì che
anche i Signori abbiano ogni giorno le ore del lavoro, lavoro caro a chi già
lo conosceva, simpatico a quelli che per la prima volta lo apprendono (. . .).
Anche qui noi non abbiamo fatto che adottare ciò che da molti anni l’illustre
Dott. Biffi ha istituito nel suo bel Manicomio di S. Celso. E’ una vera consola-
zione quando si entra nella magnifica sala di ritrovo di quell’Asilo, lo scorge-
re delle pareti tutte tappezzate di disegni a matita, ad acquerello, a pastello,
a colori ecc., che rappresentano il lavoro geniale nel quale molte generazioni
successive di malati han trovato calma e salute. Anche noi ora l’abbiamo
istituita. E sotto la direzione del bravo Maestro di disegno Sig. Curti di Reg-
gio, oggi molti dei nostri Signori e anche dei malati non ricchi, ma di civile
condizione, attendono con entusiasmo allo studio quotidiano del disegno
chi di ornato, chi di paesaggio, chi di disegno lineare, di macchine, figura
ecc. E, dobbiamo dirlo a loro lode, molti di essi hanno veramente superate
le aspettative del loro maestro; e tutti mostrano di già, col loro accorrere
volenterosi alla Scuola, col desiderio che manifestano di occuparvisi anche
fuori delle ore di lezione e di ripetizione, col contegno serio e disciplinato
in cui vi si mantengono, col contento che provano nello scorgere i propri
progressi, che il lavoro è un gran bene per tutti e che pei malati di mente, di
qualunque classe essi sieno, esso è proprio una vera provvidenza»539. Negli
anni successivi l’insegnamento del disegno assumerà un carattere sempre
più terapeutico e rieducativo, secondo la volontà dell’allora direttore Au-
gusto Tamburini, compreso quello impartito, a partire dal 1901, presso il
padiglione Daquin. Così Tamburini all’epoca descrive la scuola di disegno:
«Tutte le pareti sono tappezzate di quadri, contenenti i disegni eseguiti dagli
alunni della scuola (. . .) sono ornati, paesaggi, disegni lineari, di macchine,
di figure, a matita, ad acquerello, a pastello, ad olio. Rappresentano il lavo-
ro dei malati della classe civile, quelli che non possiamo mandare ai lavo-
ri dei campi, o alle officine: che lasciati nell’ozio intristiscono fisicamente e
moralmente: rappresentano quel mezzo così potente di cura, che è il lavoro
metodico, usato anche per la classe agiata e civile in genere, che altrimenti
non avrebbe che passatempi, letture e giuoco (. . .). Questa Scuola risponde
539
A. Tamassia, La nostra scuola di disegno, in “Gazzetta del Frenocomio di Reggio”, 1878, 1-2,
pp. 12-14.

244
IPOTESI SU UN MANICOMIO. IL SAN LAZZARO DI REGGIO EMILIA TRA ‘800 E ‘900

pienamente ai nostri intenti: i malati vi trovano un caro ritorno ad un’antica


geniale occupazione, quelli che già la conoscevano e forse l’avevano dimen-
ticata; un simpatico e utile passatempo quelli che per la prima volta l’impa-
rano e che spesso ci sorprendono coi loro rapidi progressi»540. Sullo sfondo
continua ad essere presente, tuttavia, il paradigma che aveva dominato tut-
ta un’epoca a proposito del valore diagnostico e del significato prognostico
di tali produzioni dei ricoverati. Come scrive nello stesso testo Tamburini,
le opere grafiche e pittoriche dei ricoverati «rappresentano per la maggior
parte l’espressione del delirio dei loro autori e richiamano alla mente i lavo-
ri primitivi delle popolazioni selvagge»541. E tale concezione che individua
un movimento d’insieme che connette tra loro il selvaggio, il folle, a cui si
aggiunge l’infante, e presto l’artista, per definizione degenerato, continuerà
a dominare a lungo lo sguardo che la psichiatria riserva alle creazioni dei ri-
coverati. Nel 1921 viene inaugurata, presso il San Lazzaro, la Colonia-Scuola
Antonio Marro per fanciulli frenastenici, non gravi ed “emendabili”, volta a
realizzare un progetto di profilassi e recupero dei ritardi psichici, nonché di
correzione delle “tendenze asociali”. La nuova istituzione, voluta dall’allora
direttore Guicciardi e guidata da M. Bertolani Del Rio, ispirata anch’essa ai
principi di un controllo e di una sorveglianza permanenti, mirati a «emenda-
re, correggere, redimere», verrà dotata di vari ateliers e laboratori destinati ad
addestrare e rieducare allo svolgimento di attività professionali di carattere
manuale. Tra di essi anche una nuova scuola di disegno e decorazione così
descritta da Bertolani Del Rio: «Guidati dalle maestre ed anche lasciati a sé, i
ragazzi sono riusciti a modellare soggetti di loro fantasia e a copiare oggetti
di uso comune con abilità che ha sorpreso chi li seguiva. Essi profittano an-
che sensibilmente delle lezioni di disegno che vengono impartite (. . .) da un
distinto e paziente maestro, il quale però segue in via di massima l’ordine ri-
cevuto di svolgere un programma che abbia un fine eminentemente pratico,
che miri ad uno scopo professionale»542. Iscritta così nel quadro delle attività
di carattere ergoterapico, la produzione dei ricoverati assumerà sempre più i
connotati anonimi, disciplinati e iterativi della mera esecuzione di compiti.
Ma a quale trattamento, allora, sottoporre un patrimonio come quello
accumulatosi presso il San Lazzaro e di cui si sono indicati sopra solo alcuni
momenti significativi? Quella che è stata chiamata «l’esperienza antropo-
540
A. Tamburini, Il Frenocomio di Reggio Emilia, Reggio Emilia, Tipografia di Stefano Calderini e
figlio, 1880, pp. 81-83.
541
Ivi, p. 84.
542
M. Bertolani del Rio, Primo quadrimestre di funzionamento della Colonia-Scuola Antonio Marro,
in “Rivista Sperimentale di Freniatria”, 1921, XLV, pp. 497-498.

245
Mauro Bertani

logica della follia»543 è cominciata il giorno in cui nella follia non si è più
oscuramente percepito il mormorio appena intelligibile di una Sragione at-
traverso la quale parlava comunque l’assenza del Senso e dell’Essere, bensì
unicamente il pericolo rappresentato dall’alterazione delle facoltà e dall’alie-
nazione di verità solo e del tutto umane, che hanno consentito di individuare
nel folle un soggetto malato, da cui la città doveva essere protetta. La follia
ha cessato, quel giorno, di parlare di un altro mondo per diventare lei stessa
un altro mondo, quello delimitato dallo spazio chiuso dei manicomi, intesi
come luoghi in cui un’intera società si mette al riparo dal rischio dello sca-
tenamento degli istinti, dal pericolo rappresentato dalla forza infinita che si
comincia a sospettare possa provenire dall’oscura co-appartenenza del de-
siderio e della morte. Insomma, la follia è diventata il rovescio della civiltà,
animalità colpevole, effetto dell’esilio dell’uomo dalla sua verità immediata,
alterità pericolosa, e come tale da escludere dal consorzio e dallo scambio,
nel chiuso di spazi destinati ad accogliere esclusivamente quegli insensati,
e nessun altro, poiché la presenza dei folli comincia ad essere incompatibile
persino con i mondi della miseria, del crimine morale, della improduttività
sociale, con cui pure aveva condiviso un tratto di storia e di destino. Tra
la fine del XVIII secolo e gli inizi del XIX (e in questo senso ci pare che la
vicenda del San Lazzaro sia insieme esemplare e del tutto corrente) la fol-
lia si è così resa disponibile per una nuova percezione, all’interno di uno
spazio specifico, quello dell’internamento, che è stato oggetto di una me-
dicalizzazione progressiva. Abbiamo imparato, dopo i racconti edificanti e
le numerose agiografie, che nell’atto di nascita dell’alienistica prima, e poi
della psichiatria, si è trattato di tutt’altro che di una liberazione, o del lento
lavoro di incorporazione della follia all’interno delle forme pacificate della
conoscenza o del suo diventare preda della sollecitudine della filantropia. La
follia è stata piuttosto imprigionata nella più gravosa delle reclusioni, sotto
le specie dell’apparente levità del sapere, quella all’interno di una definizio-
ne medica, univoca, in cui la follia non ha trovato altra verità che non fos-
se quella dello sguardo oggettivante dell’Altro, un medico, il quale, armato
delle sue nosografie e nosologie, delle sue semeiotiche e delle sue eziopato-
genesi, non ha tuttavia fatto la scoperta improvvisa e illuminante che la follia
non è, dopotutto, che follia, ovvero che la sua verità consiste nel non essere
nulla di più di una malattia. Non si è trattato della conquista di una liber-
tà, bensì della definitiva (ancora per noi, oggi) acquisizione di uno statuto,
quello di malattia destinata ad essere curata (nei casi migliori) all’interno

543
M. Foucault, Histoire de la folie à l’âge classique, Paris, 1972, pp. 531-557.

246
IPOTESI SU UN MANICOMIO. IL SAN LAZZARO DI REGGIO EMILIA TRA ‘800 E ‘900

di spazi appositamente predisposti per essa. Possiamo dare di tutto que-


sto complesso processo, qui maldestramente riassunto, una definizione: nel
chiuso dei manicomi la follia è stata definitivamente alienata in una struttura
che l’ha doppiamente oggettivata: oggetto di una cattura all’interno di un
dispositivo terapeutico (o sedicente tale), oggetto di una cattura all’interno
di un dispositivo di sapere e conoscenza. Entrambe queste dimensioni sono
all’origine della clinica psichiatrica, che è stata tanto più alienante in quanto
si è trattato di una clinica dello sguardo544.
Uno sguardo che scruta condotte e comportamenti, gesti e posture, attitu-
dini e inclinazioni, trasformandoli in segni, ovvero interpretazioni da parte
del giudizio di ciò che, in analogia col modello anatomo-patologico, viene
inteso in termini di sintomi, con all’orizzonte la possibilità di giungere un
giorno a poter scorgere, nei volumi del corpo - oggi, nella topografia dei neu-
roni e dei loro componenti cerebrali enzimatici e proteici - le forme del male.
La peculiarità di tale sguardo clinico è tuttavia data dal fatto che arriverà ad
esercitarsi mettendo capo al reperimento di vere e proprie entità patologiche
che solo lo spazio del manicomio renderà possibile, divenendo esso il luo-
go che organizza lo spettacolo visibile del male. Solo lì, infatti, potrà essere
realizzata la struttura che rende possibile l’osservazione, la comparazione,
l’analisi longitudinale dell’evoluzione e delle trasformazioni della patologia.
Il manicomio è cioè uno spazio tassonomico di analisi, diagnosi e prognosi,
ma solo a partire dalla struttura d’ordine che esso stesso, come tale, avrà
delineato. Generi e specie, entità nosografiche e raggruppamenti sindromici
vengono costituiti come oggetti di scienza all’interno di uno spazio in cui
sono tuttavia già stati definiti i ruoli e le posizioni, i rapporti di potere e
le identità rispettive di chi osserva e diagnostica e di chi viene osservato e
classificato, e i cui caratteri continueranno ad essere quelli della percezione
morale della follia e del controllo sociale della stessa, prima di poter far va-
lere delle concezioni scientifiche, positive, sperimentali. E tutte le psicologie
e le psicopatologie che potranno nascere, nel chiuso del manicomi, proprio
quando rivendicheranno la capacità di enunciare la verità sulla e della fol-
lia, potranno farlo sullo sfondo di questa riduzione al silenzio dell’esperien-
za del folle, della riduzione all’insignificanza - specie naturale tra le altre,
semplice fenomeno sulla superficie indefinita della natura - della follia. E a
farlo potrà essere solo quel soggetto epistemologicamente, giuridicamente e
moralmente autorizzato a farlo, ovvero quel singolare personaggio che è il
medico, i cui poteri, non dimentichiamolo, non sono introdotti e giustificati
544
Cfr. M. Foucault, Histoire de la folie à l’âge classique, Paris, 1972; e Id., Le pouvoir psychiatrique.
Cours au Collège de France 1973-1974, Paris, 2003.

247
Mauro Bertani

dalla scienza, bensì da esigenze di ordine morale e sociale. Se il personaggio


medico può individuare, circoscrivere, definire e all’occorrenza curare la fol-
lia, non è innanzitutto perché la conosce, bensì perché - lui e l’istituzione che
governa - la padroneggia, attraverso il silenzio che impone e lo sguardo che
esercita, riducendola al miserevole e tragico spettacolo di se stessa in cui il
folle si ritrova in un sovrappiù di alienazione.
Lo sguardo, dunque. Attraverso la riaffermazione del suo primato, la psi-
chiatria si iscrive perfettamente nella disposizione fondamentale del sapere
inauguratosi con l’avvento della modernità, che ha rappresentato innanzi-
tutto una svolta, è stato detto, nella storia dell’essenza della verità, allorché
l’essere dell’ente (il Dasein che fonda l’umano) è diventato ob-jectum, inteso
come gegenstand, ovvero come effetto e risultato dell’atto rappresentativo del
subjectum. Incipit l’epoca dell’immagine del mondo, per la quale è vero solo
ciò che è gettato-contro dal soggetto stesso e, come tale, risulta conoscibile
in quanto calcolabile, organizzabile, utilizzabile - oggettivabile, appunto. I
tempi moderni, i neue zeiten, cominciano allorché un soggetto ha fatto della
verità il risultato della propria attività rappresentativa fondata sulla certezza
di sé intesa come condizione di possibilità della conoscenza certa del mon-
do, mentre tutto ciò che non potrà esibire i caratteri di tale certezza autori-
flessiva e autofondativa figurerà inevitabilmente tra i ranghi del gegenstand.
Come qualcuno ha scritto, appare allora la figura inedita della soggettività
umana, in cui l’uomo è per eccellenza il fondamento soggiacente ad ogni
rappresentazione dell’ente e della sua verità con la quale occorre che sia po-
sto e si ponga ogni rappresentare, se ciò dovrà possedere i caratteri (propri
della conoscenza scientifica) della costanza, regolarità, consistenza. Ed ogni
ente che non riesca a conformarsi a tale norma diventa per ciò stesso ob-
jectum per tale soggetto sovrano. La tecnica ed il dominio del mondo che
essa assicura saranno il corollario di un mondo, con gli enti che lo abitano,
ridotto a immagine del mondo, su cui la volontà di potenza potrà dispiegar-
si, portando a compimento, sotto le apparenze della conoscenza scientifica,
la lunga storia della metafisica occidentale545. Dal dispiegarsi degli effetti di
un complesso tecno-scientifico come quello prodotto dai tempi moderni ver-
rà, inoltre, la crescente divaricazione tra scienze e lebenswelt, con i pericoli
e i rischi diagnosticati da Husserl546, testimoniati dalla profusione crescente
dei simulacri nella vita degli uomini e dalla immaginarizzazione crescente
545
Su tutto quanto precede, cfr. in particolare M. Heidegger, Essere e tempo, Milano, Longanesi,
1976; Id., Sentieri interrotti, Firenze, La Nova Italia, 1973, pp. 71-101; Id., Saggi e discorsi, Milano,
Mursia, 1976, pp. 5-27.
546
E. Husserl, La crisi delle scienze europee, Milano, 1961.

248
IPOTESI SU UN MANICOMIO. IL SAN LAZZARO DI REGGIO EMILIA TRA ‘800 E ‘900

delle forme di vita che sono le nostre, con l’affermazione definitiva di quello
che M. Jay ha chiamato l’«impero dello sguardo»547. Di qui, come ulteriore
corollario, vengono i problemi legati a ciò che si è opposto a tale primato
dello sguardo. Heidegger tenterà di contrapporvi un pensiero che si dedica
all’ascolto del linguaggio, esattamente come, per altre vie, aveva tentato di
fare Freud incentrando la relazione terapeutica sull’ascolto e la decifrazione
comune della parola del paziente, mentre Foucault e Wittgenstein, per parte
loro, cercheranno di esplorare il linguaggio fino ai suoi limiti, laddove si
incontra la questione dell’etica. Ecco, allora, il compito che da esperienze fi-
losofiche pure così diverse possiamo intravedere per il pensiero alle prese
con la crisi del mondo moderno, che non è altro che il suo compimento nel-
la cosiddetta civiltà dell’immagine: mettersi in ascolto del linguaggio e del
luogo (dei luoghi) da cui esso risuona, e riscoprire quell’attività che sopra
ogni altra comporta raccoglimento e concentrazione sulla parola, qualsiasi
parola, senza consumarla e rispettandola nella sua natura di permanen-
te riserva, che lascia essere qualsiasi discorso nella sua alterità assoluta:
leggere, una lettura infinita. Riconvertire lo sguardo alla lettura, questa la
forma di resistenza alla cui meditazione vorremmo invitare, dal momento
che lo sguardo è anche, fenomenologicamente, la modalità fondatrice del-
la relazione con l’altro, come ha sottolineato Sartre548, rispetto al quale si
schiudono due possibilità: la riduzione dell’altro a oggetto, tra gli altri, del
mondo, con tutte le manipolazioni che ciò comporta; oppure l’assunzione
di tale relazione come fondante la stessa coscienza di sé, da cui discendono
ulteriormente due possibilità: o la lotta a morte per il riconoscimento (in
cui lo sguardo dell’altro, replica di quello che a mia volta getto su di lui,
ingenera la dialettica della vergogna, della paura e dell’alienazione in cui
entrambe le coscienze si troveranno proiettate), oppure il riconoscimento
di un comune destino - mortale, finito, provvisorio e precario - in cui si di-
segna l’orizzonte di una politica possibile, in cui l’altro non è fissato e ridot-
to - pornograficamente, secondo il rischio immanente ad ogni trattamento
dell’altro per imago - al ruolo e all’immagine che ho stabilito per lui. E del
resto non è senza significato che allorché Freud interverrà sul dispositivo
psichiatrico tentando di sopprimerne le pretese di oggettività, mostrando
come si trattasse fin dalle origini di una reificazione quasi d’ordine magico,
e che comunque, sotto le specie dei miti dell’obiettività scientifica, affon-

547
Cfr. M. Jay, Force Fields: Between Intellectual History and Culture Critique, London-New York,
2002; Id., Refractions of Violence, London-New York, 2003.
548
J.-P. Sartre, L’essere e il nulla, Milano, Il saggiatore, 1965, parte terza.

249
Mauro Bertani

dava le sue radici in una certa tattica morale conservata nei riti della vita
manicomiale, sia proprio sull’organizzazione dei rapporti rispettivi dello
sguardo e della parola che agirà. Egli, infatti, ha deliberatamente sospeso,
al contrario di Charcot, l’onnipotenza dello sguardo, mostrando come agi-
sca, al suo interno, una pulsione scopica di cui tenterà di disvelare, accanto
agli effetti strutturanti, anche i rischi di pietrificazione e di oggettivazione
nel fantasma. La clinica freudiana sarà allora una clinica della parola e del
discorso, attraverso cui il soggetto possa arrivare a costituirsi nella propria
autonomia, non foss’altro che di soggetto sofferente.
Ecco perché, allora, il pensiero di un trattamento (esposizione, raccolta,
ecc.) di materiali prodotti o creati dai pazienti psichiatrici non può non
provocare il nostro pensiero fino all’inquietudine e all’angoscia, che sono i
segni dell’autenticità dell’esercizio a cui ci dedichiamo.
Attualmente (febbraio 2009) presso il San Lazzaro è in corso di realizza-
zione un museo destinato a raccogliere ed esporre tali documenti/monu-
menti. Storicamente i musei hanno assolto almeno una duplice funzione,
come ricorda Pomian549. Da un lato, luoghi di organizzazione e codificazio-
ne del sapere. Attraverso la costruzione di serie di oggetti, la formazione di
tabulae tassonomiche, la costruzione di distribuzioni e disposizioni episte-
mologiche degli stessi, i musei hanno preso parte a pieno titolo alla costru-
zione dei diversi saperi e delle differenti forme di conoscenza che hanno
accompagnato lo sviluppo delle società occidentali. Inoltre, hanno funzio-
nato da depositi ed archivi per la conservazione e la trasmissione della
pletora degli oggetti sorti dalle attività creatrici e produttive dell’umanità,
talvolta in condizioni di vera e propria panoplia, prima che uno sguardo
ne organizzasse la disposizione e ne decidesse il significato. I musei, tut-
tavia, hanno aspirato anche ad essere i luoghi della memoria, quelli che
assicurano all’umanità la capacità dell’intelletto generale di recuperare in-
formazioni e conoscenze non più attualmente presenti alla percezione, di
riattualizzare esperienze passate, o almeno le tracce di esse. Una mnemo-
tecnica, dunque, una protesi per mezzo della quale le varie comunità uma-
ne si assicurano della propria identità nel tempo. Come tali, i musei hanno
organizzato a loro volta quadri e tassonomie, sistemi di classificazione e
modi di organizzare il partage tra visibile ed invisibile, tra il memorabile e
ciò che è destinato all’oblio, il sistema delle differenze e delle somiglianze.
In altri termini, hanno preso parte, come ha mostrato Hooper-Greenhill550,

549
K. Pomian, Collectionneurs, amateurs et curieux, Paris, Venise: XVIe-XVIIIe siècle, Paris, 1987.
550
E. Hooper-Greenhill, Museums and the Shaping of Knowledge, London-New York, 1992.

250
IPOTESI SU UN MANICOMIO. IL SAN LAZZARO DI REGGIO EMILIA TRA ‘800 E ‘900

all’organizzazione dei sistemi e dei rituali di valorizzazione di certi og-


getti, della loro interpretazione e di controllo delle forme della memoria
sociale e individuale che ne discende, e dei tipi e dei modi delle identità e
delle identificazioni che ne nascono. Ma lo hanno fatto a partire da precise
relazioni di potere, da altrettanto precise intenzionalità di inclusione ed
esclusione. La memoria e l’identità che ne scaturiscono sono dunque un’in-
venzione, o se si preferisce una costruzione sociale. Proponiamo allora di
considerare il museo della psichiatria - in quanto vi si definiscono delle
serie e vi si strutturano l’impiego e la messa in opera di una materialità
documentaria - come un archivio. Un archivio non è tuttavia il semplice e
sereno documento di una storia che è in sé e di pieno diritto memoria. Un
archivio è una realtà al contempo tecnica e politica, giuridica ed etica, ha
detto Derrida551. In essa si affrontano tattiche e strategie, volontà e inten-
zionalità. L’archivio è oggetto di lotte e appropriazioni, affrontamenti ed
eventi aleatori552.
Di ciò i manicomi sono stati testimonianza diretta, dal momento che
hanno continuato a lungo ad essere un singolare teatro della crudeltà: per
la tradizione classica, la follia nella sua forma più definitiva collocava l’uo-
mo in diretta relazione con la propria animalità, il che ne faceva non tanto
un essere malato, quanto una forma di vita la cui cifra era unicamente quel-
la della forza scatenata, che poteva essere soggiogata solo con la disciplina
e la violenza. Era parte integrante di tale trattamento anche l’esposizione
della follia, la sua pubblica esibizione, onde suscitare la riprovazione, il
disgusto, la compassione, la pietà. Lo spettacolo della follia (degli altri)
doveva cioè confortare e confermare i (supposti) depositari dei diritti della
ragione, nel caso rieducarne lo sguardo. I luoghi di reclusione dei folli,
insomma, sono rimasti per molto tempo, e in quanto, tali, veri e propri Mu-
seums of madness. Ed in un certo senso hanno continuato ad esserlo anche
dopo l’avvento del trattamento morale e la nascita dei manicomi, allorché
questi sono diventati lo spazio rigorosamente organizzato e ripartito per
l’osservazione, la classificazione, la distribuzione, e l’eventuale trattamen-
to, delle varie forme della follia, il luogo in cui si esercita un certo tipo di
sguardo, quello medico, ed in cui la follia è chiamata a fare, sia pure per
ragioni diverse, pubblica esposizione di sé, foss’anche in forme dissimu-
late che sarà compito del medico riconoscere e stanare. Questa passione

551
J. Derrida, Mal d’archive, Paris, 1995, in particolare pp. 26 e ss.
552
È qui superfluo il riferimento alle analisi di Michel Foucault. Si veda almeno L’archeologia del
sapere, Milano, Rizzoli, 1969 e L’ordine del discorso, Torino, Einaudi, 2004.

251
Mauro Bertani

scopofiliaca, rivestita dei panni di quella epistemofiliaca, ha da subito pro-


dotto, come effetto collaterale, l’apparizione, nell’uno o nell’altro manico-
mio europeo, di un vero e proprio cafarnao di antichità, reperti, documenti
delle passate vicende di una disciplina che, per via del suo statuto incerto,
si è sempre più edificata sulla formazione di una coscienza critica rispetto
al suo recente passato. È la nascita, accanto e ai margini dell’istituzione
manicomiale, di ciò che verrà chiamato, in genere, “Museo di anticaglie”, o
“Deposito degli antichi strumenti di contenzione”, e così via. Anche presso
il San Lazzaro venne formandosi ben presto, all’epoca della direzione di
Carlo Livi, una struttura incaricata di raccogliere «gli antichi arnesi che si
usavano una volta nei manicomi per contenere i poveri pazzi, quando la
brutalità stava in luogo dell’amore e della scienza»553. La ragion d’essere di
detta struttura è quella di mostrare i progressi compiuti dalla scienza psi-
chiatrica mostrando tutti i vecchi strumenti «usati quando la forza stava in
luogo della ragione» ed esibiti onde «venire a far testimonianza che i tempi
presenti sono non solamente più savi degli antichi, ma anche più buoni,
più umani, più caritatevoli»554, oppure per mostrare le ancora oscure prefi-
gurazioni, le lente, ma sicure, anticipazioni dei progressi futuri, le scoperte
o le applicazioni che formano un titolo di vanto per la scienza psichiatrica e
la sua istituzione. Accanto ai documenti destinati a fungere da monumenti
della preistoria e della storia recente della psichiatria, figurano poi i mate-
riali del farsi attuale della psichiatria come sapere, modalità di conoscen-
za che aspira al rigore e all’oggettività descrittiva delle scienze mediche
e naturali. Di qui, annessi ai manicomi, musei come quelli antropologici,
craniologici, anatomici, ecc., funzionali all’indagine antropologica e pato-
logica che domina, almeno in parte, i modelli eziopatologici della psichia-
tria della seconda metà dell’Ottocento, insieme all’arsenale dei laboratori
scientifici, che fan sì che i manicomi non siano solo «un ricovero per alie-
nati, ma un luogo ove essi siano studiati con scienza e coscienza», e dove si
cerca di portare «utili contributi allo studio e alla cura delle malattie menta-
li». Dopo l’avvento dei nuovi paradigmi della psichiatria dinamica e delle
esperienze istituzionali che hanno profondamente modificato il paesaggio
dell’assistenza psichiatrica, rendendo in parte obsolete e marginali le gran-
di strutture manicomiali che hanno a lungo dominato la scena della follia e
del suo trattamento nell’Ottocento e in parte del Novecento, ha cominciato

553
A. Tamburini, Il Frenocomio di Reggio Emilia, Reggio Emilia, Tipografia di Stefano Calderini e
figlio, 1880, p. 30.
554
Ivi, p. 30-31.

252
IPOTESI SU UN MANICOMIO. IL SAN LAZZARO DI REGGIO EMILIA TRA ‘800 E ‘900

a porsi il problema di che fare dell’immenso patrimonio accumulatosi nei


luoghi della psichiatria nel corso dei secoli. Abbiamo così visto sorgere, un
po’ dappertutto in Europa, dei musei predisposti ad accoglierlo, conser-
varlo e renderlo fruibile. Ma per chi, per quale pubblico, e secondo quale
vocazione? L’Europa, dunque, si sta popolando di musei della psichiatria,
proprio nel momento, in cui si è forse avviato l’inesorabile declino della
stessa psichiatria e una pletora di nuove discipline sta per prenderne il po-
sto, dalla psicofarmacologia alla neuropsicologia sperimentale, e le stesse
istituzioni psichiatriche cominciano ad essere svuotate della loro antica po-
polazione. Negli spazi lasciati vuoti e liberi, cominciano a sorgere strutture
della memoria quali i musei. E proprio della memoria tali musei intendono
essere la celebrazione. Ma di tale uso e trattamento del passato bisogna,
forse, sospettare, nella misura in cui la “mobilitazione memoriale”, com’è
stata chiamata, non sempre, anzi raramente, coincide con la scrittura del-
la storia, che non è mossa, al contrario, dalle ossessioni commemorative.
Quali sono, infatti, i caratteri ricorrenti di istituzioni culturali come queste,
nate in epoche diverse (il Bethlem di Londra, ad esempio, già nel 1970,
altre più di recente, ed il processo è tuttora in corso) con l’esplicita funzio-
ne di presiedere alla conservazione ed alla valorizzazione dei patrimoni
architettonici, documentari ed archivistici di più o meno remote istituzioni
psichiatriche? Cosa offrono all’intelligenza del semplice visitatore e cosa
all’indagine dello studioso (dal momento che è ad entrambe le categorie di
utilizzatori che i musei si indirizzano)? In linea di massima, tanto gli alle-
stimenti permanenti, quanto le esposizioni temporanee, mirano ad offrire
una sommaria ricostruzione della storia della psichiatria e delle istituzioni
correlate, del modo in cui le varie società, nelle varie epoche, hanno fatto
i conti con l’esperienza della follia; del modo in cui gli uomini si sono fatti
carico di altri uomini le cui condotte, i cui atti ed i cui discorsi risultavano
incomprensibili, irriducibili, impadroneggiabili, insomma: irrazionali, di
volta in volta punendoli, correggendoli, tentando di guarirli, prelevando
gli strumenti per farlo dalla religione o dalla magia, dalla preoccupazione
per il buon ordine della società o dalla compassione, dalla costrizione vio-
lenta o dalla scienza. Molti dei musei citati possiedono ampie collezioni
di fotografie. In apparenza, tentativi di registrare nel modo più obiettivo
possibile la malattia nell’una o nell’altra delle sue espressioni o manife-
stazioni. Ma è possibile intendere tali documenti come parte del progetto
di oggettivazione e di fissazione della soggettività dei malati nella forma
cristallizzata di un tipo. Le fotografie che, invece, riproducono la vita e il
funzionamento di un’istituzione psichiatrica, non documentano semplice-

253
Mauro Bertani

mente in che modo un’epoca ha guardato i suoi folli e le istituzioni che li


accoglievano, edulcorandone sistematicamente l’aspetto, ma anche il modo
in cui uno sguardo è stato lentamente educato, fabbricato, fatto funzionare,
diventando lentamente quello di tutti.
L’esposizione museale di tutti questi materiali, per via del trattamento
cui sono in genere sottoposti, ha per lo più una funzione pedagogica: susci-
tare un qualche genere di interesse, se non di vera e propria fascinazione,
per la follia, per l’alterità, per la differenza, tentando di condurre lo spet-
tatore a porsi, così, la questione della follia comune, della follia presente
anche nel soggetto supposto normale, come premessa per la formazione
di un diverso sguardo sulla follia scatenata e conclamata. Il dispositivo
teorico soggiacente a tale operazione pedagogica è rappresentato dalla me-
moria. Attraverso la rimemorazione delle tappe fondamentali che hanno
scandito il divenire del sapere sulla follia - dalla sua attribuzione all’in-
fluenza di spiriti maligni presso le società primitive, all’opera del demonio
nell’età medievale, per giungere infine all’apparizione lenta e graduale di
un sapere sulla follia, positivo e finalmente vero, tra XIX e XX secolo - ciò
che si tratta di mostrare è un’evoluzione dall’incerto e impreciso, al certo,
rigoroso e fondato. Quel che invece si dovrebbe proporre sono strutture
che si caratterizzino per la capacità, che possono e devono avere, di fa-
vorire lo studio e la ricerca su ciò che ha rappresentato nel passato, e che
rappresenta nel presente, la psichiatria. È infatti forse necessario immagi-
nare soluzioni diversificate per la messa a disposizione del pubblico di tali
materiali. Ma in ogni caso, quali che siano le soluzioni adottate, ciò che im-
porta è che di tali opere non si faccia opera di “museificazione”, e che tali
materiali possano comunque continuare a svolgere la loro funzione, che è
poi quella di inquietarci, con la loro violenza, con la loro impenetrabilità,
con l’insolubilità dell’enigma che essi sono ai nostri occhi, dal momento che
l’essenziale è rappresentato dalla sola loro forza affermativa, prima di ogni
ulteriore nuova cattura da parte dello sguardo.

254
I MODENESI RICOVERATI NELL’ISTITUTO PSICHIATRICO SAN LAZZARO

Francesco Paolella, Centro Documentazione di Storia della Psichiatria


San Lazzaro di Reggio Emilia e Istituto Storico della Resistenza
e della Società Contemporanea in Provincia di Reggio Emilia

I MODENESI RICOVERATI
NELL’ISTITUTO PSICHIATRICO SAN LAZZARO.
APPUNTI PER UNA RICERCA

Non possiamo purtroppo contare su una ricognizione statistica comples-


siva sulla presenza dei modenesi fra i ricoverati dell’istituzione psichiatrica
del San Lazzaro di Reggio Emilia. Esistono però i risultati di indagini parziali,
dedicate a periodi definiti o alla ricostruzione della storia di determinate pa-
tologie. Fra le fonti attualmente a disposizione, dobbiamo anzitutto ricordare
gli esiti di una indagine statistica sulle cartelle cliniche conservate presso l’Ar-
chivio del Centro di documentazione di storia della psichiatria555. La ricerca
si concentra su tre intervalli distinti: gli anni fra il 1880 e il 1900, gli anni fra
il 1910 e il 1930, e quelli compresi fra il 1950 e il 1980 (quest’ultima parte del
lavoro non è ancora terminata). Sono state via via prese in esame tutte le car-
telle cliniche dei ricoverati usciti dal San Lazzaro (perché dimessi, trasferiti
o deceduti) in questi anni; si è focalizzata l’attenzione sulla provenienza, per
raccogliere alcune essenziali informazioni cliniche su quei malati, il cui domi-
cilio era posto in provincia di Modena o di Reggio Emilia. Sempre nell’ambito
della provenienza, si è suddiviso ciascuno dei due territori provinciali in tre
diverse zone, fra cui ripartire i singoli comuni. Abbiamo allora la zona della
via Emilia (il capoluogo di provincia assieme ai comuni immediatamente at-
torno), la zona della Bassa e la zona della collina-montagna556. Un ulteriore

555
La ricerca sulle cartelle è condotta dalla dottoressa Elizabeth Gherardi, che ringraziamo per
la disponibilità nell’averci fornito i primi risultati del suo lavoro di spoglio.
556
Per la provincia modenese, è questa la ripartizione dei singoli comuni. Via Emilia: Cam-
pogalliano, Castelfranco Emilia, Formigine, Modena, Nonantola, Spilamberto; Bassa: Bastiglia,
Bomporto, Camposanto, Carpi, Cavezzo, Concordia sulla Secchia, Finale Emilia, Marano sul
Panaro, Medolla, Mirandola, Novi di Modena, Ravarino, San Cesario, San Felice, San Possi-
donio, San Prospero, Savignano sul Panaro, Soliera; collina-montagna: Prignano sulla Secchia,
Castelnuovo Rangone, Castelvetro, Fanano, Fiorano Modenese, Fiumalbo, Frassinoro, Guiglia,

255
Francesco Paolella

criterio è stato quello di differenziare fra i due sessi. Tutti questi insiemi di
dati sono stati poi distinti secondo grandi gruppi nosografici, ognuno dei qua-
li raccoglie a sua volta diverse diagnosi: ad esempio, il gruppo delle psicosi
deliranti mette insieme la mania nelle diverse specificazioni che si possono in-
contrare nelle cartelle cliniche (furiosa, recidiva, acuta, allucinatoria, religiosa,
gelosa), la pazzia (periodica, del dubbio, non constatata, follia morale, circola-
re), il delirio (di persecuzione, sistematizzato, uremico, acuto, sistematizzato
di persecuzione, sensoriale, sistematizzato religioso, sensoriale acuto). Sempre
nell’ambito della stessa indagine, e con i medesimi criteri, sono stati presi in
esame anche i dati riguardanti i soldati reggiani e modenesi della prima guer-
ra mondiale, che furono ricoverati nel reparto militare del San Lazzaro. Sono
state recuperate cartelle di militari compilate fra il 1915 e il 1930, ben oltre,
quindi, la fine del conflitto. Questo dato ci permette di sottolineare un elemen-
to essenziale: questa ricerca ha dovuto seguire il criterio di archiviazione delle
cartelle cliniche, basato sulla data dell’ultima uscita dal manicomio.
Prendiamo il primo periodo considerato: negli anni compresi fra il 1880 e
il 1900 risultano essere uscite dal San Lazzaro 2.832 persone provenienti dalla
provincia di Modena. Furono 1.467 uomini e 1.365 donne. Per avere un’idea
di quale fosse la presenza dei modenesi fra i reparti del manicomio, possiamo
prendere in considerazione i dati contenuti nell’indagine statistica su tutti i
ricoverati del San Lazzaro tra il 1821 e il 1974, realizzata da Mario Baraldi557.
Sommando tutti gli usciti durante i 21 anni in questione, otteniamo un numero
di 7.458 malati: i modenesi usciti furono dunque il 37,97%. Nello stesso perio-
do, i reggiani usciti risultano invece essere 3.451 (di cui 1.388 uomini e 1.192
donne), il 46,27% del totale. Reggiani e modenesi rappresentavano indicativa-
mente l’84% di tutti i ricoverati in questo manicomio appunto interprovincia-
le. Sia fra i reggiani sia fra i modenesi ci fu una predominanza degli uomini
rispetto alle donne. Anche in questo caso, c’è una sostanziale corrispondenza
con i dati riferiti alla storia complessiva del manicomio: «Costante è stata fra
gli entrati la prevalenza dei maschi sulle femmine. Lo scarto più elevato (+
26%) si è verificato nel 1831, mentre il più basso (+ 2%) nel 1971. L’unico caso
di prevalenza delle donne sugli uomini (+ 2%) avvenne nel 1871»558.
Venendo poi alla provenienza più specifica dei modenesi, sappiamo che
abitavano nella Bassa 1.248 persone (di cui 625 uomini e 623 donne), quindi il
Lama Mocogno, Maranello, Montecreto, Montefiorino, Montese, Palagano, Pavullo nel Frigna-
no, Pievepelago, Polinago, Riolunato, Sassuolo, Serramazzoni, Sestola, Vignola, Zocca.
Cfr. M. Baraldi, Statistica dal 1821 al 1974: movimento dei ricoverati e delle degenze negli Istituti
557

Ospedalieri Neuropsichiatrici del “San Lazzaro” di Reggio Emilia, Reggio Emilia, Age, 1975.
558
Ivi, p. 221.

256
I MODENESI RICOVERATI NELL’ISTITUTO PSICHIATRICO SAN LAZZARO

44,07% del totale. A provenire dalla zona individuata come via Emilia erano
979 persone (il 34,57% dei modenesi), di cui 488 uomini e 491 donne. Molto
inferiori i numeri che si riferiscono alla zona collinare e montana: 605 usciti
(il 21,36% di tutti i modenesi), di cui 354 uomini e 251 donne. Emerge ancora
una forte somiglianza con la provincia di Reggio: 1.264 persone (707 uomini
e 507 donne) provenienti dalla zona della città, pari al 36,63%; 1.406 persone
(712 uomini e 694 donne) della Bassa, pari al 40,74% dei reggiani; ed infine,
781 persone (di cui 417 uomini e 364 donne) dalla montagna, pari al 22,63%.
Passando alla statistica sulle diverse diagnosi, possiamo dire che a domi-
nare sono le diverse forme di psicosi maniaco-depressiva (lipemania, frenosi,
esaltamento, eccitamento): furono 994 le diagnosi, di cui 466 uomini e 528 don-
ne, pari al 35,1% di tutti i modenesi ricoverati fra il 1880 e il 1900. Troviamo
poi nell’ordine: la pellagra (frenosi pellagrosa, lipemania pellagrosa, mania
pellagrosa, psicosi pellagrosa, demenza pellagrosa, etc.), per 595 persone (di
cui 269 uomini e 326 donne), pari al 21% di tutte le diagnosi; e le psicosi deli-
ranti (mania, pazzia, delirio), con 486 diagnosi (227 per uomini e 259 donne),
pari al 17,16%. Abbiamo di seguito le diagnosi di schizofrenia (come demen-
za di volta in volta primitiva, consecutiva, paralitica, epilettica, agitata, acuta,
cronica, progressiva, etc.), che venne attribuita a 261 persone (di cui 176 uo-
mini e 85 donne), pari al 9,22% del totale; le oligofrenie (imbecillità, stupidità
cronica, idiotismo, cretinismo), con 136 diagnosi (74 uomini e 62 donne) pari
al 4,8%; l’alcoolismo (cronico o recidivo) con 131 diagnosi (di cui 122 uomini e
9 donne), pari al 4,63%; e le diagnosi di epilessia, con 78 persone (54 uomini e
24 donne), pari al 2,75% di tutti i modenesi. Ancora meno frequenti sono la de-
menza senile, con 115 persone coinvolte (52 uomini e 63 donne), pari al 4,06%,
e le psicosi da sifilide cerebrale, con 46 diagnosi (37 uomini e 9 donne), pari
all’1,62%. L’alcoolismo venne diagnosticato agli uomini 13 volte più che alle
donne. Una sproporzione meno marcata, ma pure ben riconoscibile, riguarda
la psicosi da sifilide cerebrale: anche in questo caso, furono molto più gli uo-
mini che le donne a presentarne i sintomi (quattro volte di più).
Ma fra le malattie sociali, che potevano condurre al ricovero in manico-
mio, come appunto alcoolismo e lue, la più grave era senza dubbio la pella-
gra. Il cosiddetto “mal della rosa”, soprattutto a partire dalla metà degli anni
Settanta dell’Ottocento, rappresentò la causa principale del forte aumento di
ammissioni nel San Lazzaro559. La pellagra era l’esito più evidente delle terri-

559
«La popolazione delle campagne delle Province di Reggio e di Modena versava in gravis-
sime condizioni di miseria e si alimentava scarsamente con cibi a base di farina di granoturco
che per di più era guasta. I ricoverati pellagrosi furono numerosi, un centinaio nel solo 1874;
la mortalità fu assai elevata. Nelle campagne la popolazione era in continuo aumento mentre

257
Francesco Paolella

bili condizioni di miseria (e quindi di sottoalimentazione) della popolazione


delle campagne del nord dell’Italia: Emilia, Veneto e Lombardia rappresenta-
vano il triangolo della pellagra560. Fino agli inizi del Novecento non fu accerta
l’eziologia della malattia nella grave carenza di vitamine (in particolare la
vitamina PP). Però, già dall’ultimo quarto del secolo precedente non era igno-
rata l’esistenza di una qualche relazione fra il fenomeno pellagroso e un’ali-
mentazione basata pressoché unicamente su prodotti derivati dalla farina di
granoturco. È assai frequente trovare nelle anamnesi dei pellagrosi formule
quali «come unico cibo polenta, e come unica bevanda acqua». D’altra parte,
non era un dato acquisito il fatto che la pellagra fosse una malattia da fame
cronica. Ebbe infatti notevole successo (anche fra le autorità politiche) una
diversa ipotesi eziologica, sostenuta in Italia soprattutto da Cesare Lombroso;
tale teoria era detta “tossicozeista”, poiché attribuiva la pellagra all’ingestione
prolungata di derivati da mais guasto o ammuffito. Ad ogni modo, non tutte
le migliaia di pellagrosi finivano in manicomio. Secondo alcuni calcoli fatti
all’epoca, nell’ambito di un’inchiesta sulla diffusione della pellagra a Reggio
e Modena, soltanto circa il 4% dei pellagrosi veniva ricoverato. Si trattava di
quelle persone che raggiungevano la fase finale della malattia, contrassegna-
ta da gravi squilibri del sistema nervoso e da turbe mentali. Era un ultimo
stadio, ormai incurabile, che conduceva alla cronicità o alla morte561.
l’agricoltura non offriva possibilità di occupazione con conseguente aggravamento della mi-
seria» (M. Baraldi, Statistica dal 1821 al 1974: movimento dei ricoverati e delle degenze negli Istituti
Ospedalieri Neuropsichiatrici del “San Lazzaro” di Reggio Emilia, Reggio Emilia, Age, 1975, p. 183).
560
Cfr. R. Finzi, La psicosi pellagrosa in Italia fra la fine dell’800 e gli inizi del ’900 in Follia, psichiatria
e società. Istituzioni manicomiali, scienza psichiatrica e classi sociali nell’Italia moderna e contempora-
nea, a cura di A. De Bernardi, Milano, Franco Angeli, 1982, pp. 283-297; A. De Bernardi, Il mal
della rosa. Denutrizione e pellagra nelle campagne italiane tra ‘800 e ‘900, Milano, Franco Angeli,
1984; A. De Bernardi, Pellagra, Stato e scienza medica: la curabilità impossibile in Storia d’Italia. An-
nali 7: malattia e medicina, a cura di F. Della Peruta, Torino, Einaudi, 1984, pp. 681-704. Sulla
pellagra al San Lazzaro, cfr. G. Guicciardi, Pellagrosi ed alcoolisti nel Manicomio di Reggio Emilia.
Relazione presentata al IV Congresso Pellagrologico Italiano. Udine 23-24-25 settembre 1909, Udine,
Tipografia Fratelli Tosolini, 1910; M. Ferrari, Pellagra e pazzia nelle campagne reggiane in L’età del
positivismo, a cura di P. Rossi, Bologna, Il Mulino, 1984, pp. 333-364; M. Paterlini, Nel campo della
pellagra. Note per uno studio della malattia della miseria in “Ricerche storiche”, 2003, pp. 17-44; P.
Benassi-I. Bellocchi, La pellagra e il frenocomio di Reggio Emilia, Reggio Emilia, Associazione del
Museo di Storia della Psichiatria San Lazzaro, 2005.
561
La pellagra è anche nota come malattia delle tre “d”: dermatite, diarrea, demenza: «La pel-
lagra era caratterizzata da uno stadio iniziale nel quale i sintomi si riducevano ad alterazioni
cutanee prevalentemente concentrate nelle estremità del corpo, da un secondo nel quale queste
si intrecciavano ad altri squilibri organici, come la sudorazione eccessiva, le diarree, l’arresto del
ciclo mestruale, l’“estrema debolezza di tutto il corpo”: a questa fase [...] “conclamata” faceva
seguito l’ultima, definita “disperata”, nella quale comparivano segni inequivocabili di squilibrio
nervoso e mentale» (A. De Bernardi, Pellagra, Stato e scienza medica: la curabilità impossibile in Storia
d’Italia. Annali 7: malattia e medicina, a cura di F. Della Peruta, Torino, Einaudi, 1984, p. 686).

258
I MODENESI RICOVERATI NELL’ISTITUTO PSICHIATRICO SAN LAZZARO

Fra il 1880 e il 1900 ci furono 68 uomini e 73 donne ricoverate in San Lazza-


ro per pellagra, provenienti dalla città di Modena e dai paesi attorno ad essa
(la zona della via Emilia). Il grosso dei pellagrosi proveniva logicamente dalle
campagne della Bassa (162 uomini e 197 donne), ma anche dalla montagna si
contano 36 casi fra gli uomini e 56 fra le donne562. Come si accennava, si mol-
tiplicarono le inchieste e le indagini statistiche sulla diffusione della pellagra
nelle singole province. Per il caso modenese disponiamo principalmente di
un saggio, pubblicato da Dario Maragliano sulla “Gazzetta del Frenocomio di
Reggio” nel 1879563. La disamina di Maragliano riguarda il quinquennio 1873-
1877: furono ricoverati complessivamente 150 pellagrosi provenienti dalla
provincia di Modena. Interessanti anche i dati ripartiti per i singoli comuni:
i più colpiti per il numero di «pazzi pellagrosi», in rapporto al numero di
abitanti, risultarono nell’ordine Nonantola, San Cesario, Savignano, Marano,
Bomporto, Carpi e Bastiglia. Per il numero assoluto dei pellagrosi ricoverati,
troviamo ancora Nonantola al primo posto (con 21 ricoveri), poi Carpi (con
20 ricoveri) e quindi Mirandola (con 15 ricoveri): «Quanto all’età, tanto i dati
della nostra, come delle altrui statistiche, sono concordi nel mostrare, come
il massimo contingente sia somministrato dall’età matura fra i 40 e i 60 anni
(oltre la metà dei casi); vien quindi per frequenza il periodo fra i 20 e i 40
(circa 1/4); poi quello oltre i 60 (circa 1/6); in ultimo quello al di sotto dei 20.
In ciò, la frenosi pellagrosa fa differenza dalle frenosi da cause comuni, la cui
massima frequenza assoluta si verifica fra i 20 e i 40 anni»564. Circa invece lo
stato sociale dei ricoverati, è chiaro che si trattava di contadini, tutti «misera-
bili». La grande maggioranza, 121 su 150 (ossia l’80,67%), erano «cameranti»
e «lavoratori avventizi»: in altri termini, si guadagnavano il pane a giornata e,
quindi, potevano permettersi un vitto ancora peggiore degli altri agricoltori.
In tutte le «module informative», compilate dai medici condotti per permet-
tere l’ammissione in frenocomio, è segnalata l’alimentazione insufficiente, e
562
Numeri simili sono quelli che riguardano la provincia di Reggio Emilia, con 854 persone (di
cui 395 uomini e 459 donne), pari al 24,75% di tutti i ricoverati reggiani fra il 1880 e il 1900.
563
«La Deputazione provinciale di Modena per avere un criterio sulla estensione e distribuzione
della pellagra in tale provincia, e de’ principali momenti che influiscono sul suo sviluppo, invitava
la Direzione Medica di questo Frenocomio – presso cui Modena invia i propri mentecatti – di com-
pilare una Statistica dei pazzi pellagrosi quivi ricoverati durante il quinquennio 1873-1977» (D.
Maragliano, La pellagra nelle province di Modena e Reggio in “Gazzetta del Frenocomio di Reggio”,
1879, V, n. 1-2, p. 1). Sul numero successivo (3-4) del periodico, uscì un’analoga relazione dedicata
alla provincia di Reggio. Sulla pellagra a Modena, cfr. L. Vacca, Ultima statistica dei pellagrosi della
Provincia di Modena, Modena, Tipografia Toschi, 1881; L. Caravaggi, La pellagra nella provincia di
Modena e la lotta contro la medesima negli anni dal 1900 al 1906, Modena, Toschi e C., 1906.
564
D. Maragliano, La pellagra nelle province di Modena e Reggio in “Gazzetta del Frenocomio di
Reggio”, 1879, V, n. 1-2, p. 6.

259
Francesco Paolella

il monofagismo maidico in particolare. Di solito, la polenta veniva cotta sol-


tanto due o tre giorni ed era per questo il più delle volte mangiata fredda, e
spesso anche irrancidita. Si calcolò che ogni persona potesse mangiarne circa
per un chilogrammo al giorno. Maragliano sottolinea l’alta recidività della
malattia, in ben 44 casi su 150 (pari al 29,33%). Colpisce anche l’elevato tasso
di mortalità: «Studiati a seconda dell’esito, troviamo che dei 150 pellagro-
si della nostra statistica, 64 uscirono guariti (42,66%); 75 morirono (50%); 11
rimasero ammalati (7,33%). Tale elevata proporzione della mortalità non è
punto eccezionale della provincia di Modena [...]. O i pellagrosi giungono
per tempo, e ancora in buone condizioni all’ospizio, e allora una adatta cura
vale a rimetterli in salute in un tempo relativamente breve, oppure ci perven-
gono in istato di avanzata cachessia (ciò che nella fattispecie del nostro asilo
è il fatto più comune), e allora ad onta di ogni cura, essi muoiono dopo una
breve degenza. Ed è spesso così grave lo stato in cui vengono portati al Fre-
nocomio, che non raramente muoiono nella istessa giornata o in quella suc-
cessiva al loro arrivo: in qualche caso la morte avviene nell’atrio stesso dello
stabilimento»565. Più della metà dei pellagrosi modenesi (78 su 150) aveva
compiuto, ma sempre prima del ricovero, almeno un tentativo di suicidio.
A proposito della questione della divisione in classi dei ricoverati, per i
modenesi non possediamo che i dati contenuti in brevi rubriche pubblicate
su diversi numeri successivi della “Gazzetta del Frenocomio di Reggio”: si
tratta di informazioni sul «movimento dei malati appartenenti al comune di
Modena», presenti al San Lazzaro fra il 4° trimestre del 1878 ed il 3° trimestre
del 1880 (e coprendo quindi in complesso due anni). Anche se riferiti ad un
periodo limitato, ci paiono comunque significativi, perché ci forniscono uno
spaccato utile per distinguere fra chi, la maggioranza assoluta, veniva allora
ricoverato a carico dell’Amministrazione provinciale di provenienza perché
povero, e chi, invece, era ricoverato a carico della propria famiglia (dalla
terza alla prima classe). Vi si distingue anche secondo il sesso. Ad esempio,
al 1° gennaio 1879 erano 71 (fra uomini e donne) i ricoverati domiciliati nel
comune di Modena, a carico dell’Amministrazione provinciale, mentre sol-
tanto 14 persone erano state assegnate ad una fra le tre classi a pagamento.
La classe più frequentata fra le prime tre fu sempre la seconda. Ancora tro-
viamo conferma circa la maggior presenza degli uomini rispetto alle don-
ne. In ognuno degli 8 trimestri in questione, gli entrati (61 persone) furono
sempre più degli usciti566. Fra i ricoverati a carico della Provincia si passò da
565
Ivi, pp. 6-7.
566
Nel 4° trimestre del 1878: 8 entrati (fra uomini e donne); 8 entrati nel 1° trimestre 1879; 15 en-
trati nel 2° trimestre 1879; 5 entrati nel 3° trimestre 1879; 2 entrati nel 4° trimestre 1879; 5 entrati

260
I MODENESI RICOVERATI NELL’ISTITUTO PSICHIATRICO SAN LAZZARO

un minimo di 60 e un massimo di 79 modenesi per trimestre. Non vi fu in


quel biennio una sola donna ricoverata in prima classe, mentre si andò da
un minimo di 1 ad un massimo di 3 uomini per trimestre. In seconda classe
l’oscillazione fu tra un minimo di 9 e un massimo di 13 persone a trimestre.
In terza classe, si oscillò fra un minimo di 2 presenze e un massimo di 4 per
trimestre. Considerando tutti i ricoverati provenienti dal territorio munici-
pale di Modena in quel biennio, si andò da un minimo di 76 ad un massimo
di 99 ricoverati per ogni trimestre.
Passiamo ora al periodo compreso fra il 1910 e il 1930. I modenesi ricove-
rati al San Lazzaro usciti in questi 21 anni risultano essere 2.417, di cui 1.290
uomini e 1.127 donne. 772 persone (di cui 400 uomini e 372 donne) proveni-
vano dalla zona della via Emilia, pari al 31,94%; 901 dai comuni della pianu-
ra (di cui 498 uomini e 403 donne), pari al 37,28%; mentre dalla zona monta-
na venivano 744 persone (di cui 392 uomini e 352 donne), pari al 30,78%567.
Come vedremo meglio più avanti, i militari modenesi della prima guerra
mondiale internati al San Lazzaro ed usciti entro il 1930 risultano essere 109.
D’altra parte, tutti gli usciti dal San Lazzaro fra il 1910 e il 1930, compresi
anche i militari, furono pari a 17.316 persone. Quindi i modenesi usciti sono,
fra civili e militari, complessivamente 2.526, il 14,59% del totale.
Per i modenesi, fra le diverse diagnosi, le più frequenti sono ancora quel-
le ricondotte alla psicosi maniaco-depressiva, con 814 casi (330 uomini e 484
donne), pari al 33,68% di tutte le diagnosi. Con un notevole distacco, seguo-
no poi l’alcoolismo, con 363 diagnosi (di cui 332 uomini e 31 donne), pari al
15,01%, e la schizofrenia, diagnosticata in 323 casi (di cui 169 uomini e 154
donne), pari al 13,36%. Troviamo poi 260 casi di demenza senile (di cui 131
uomini e 129 donne), pari al 10,76% e le 236 diagnosi di psicosi deliranti (di
cui 81 uomini e 155 donne), pari al 9,76%. Meno frequenti fra i modenesi
ricoverati risulta che fossero l’epilessia (146 casi, pari al 6,04%, di cui 100
uomini e 46 donne), lo stato confusionale acuto (amenza), con 107 diagnosi
(28 uomini e 79 donne), pari al 4,43%, e le oligofrenie, con 83 casi (56 uomini
e 27 donne), pari al 3,43%. Furono poi 74 le diagnosi di psicosi da sifilide
cerebrale (58 uomini e 16 donne), pari al 3,06%. Era praticamente scomparsa
la pellagra, con soli 5 casi diagnosticati fra gli uomini e 4 fra le donne (nel

nel 1° trimestre 1880; 9 entrati nel 2° trimestre 1880; 7 entrati nel 3° trimestre 1880.
567
Per lo stesso periodo risultano 2.580 reggiani usciti dal San Lazzaro (1.388 uomini e 1.192
donne). Dalla zona della via Emilia provenivano 895 persone (di cui 478 uomini e 417 donne),
pari al 34,69% di tutti i reggiani; dalla Bassa 919 persone (di cui 495 uomini e 424 donne), pari al
35,62%; dalla zona collinare e montana, infine, venivano 766 persone (415 uomini e 351 donne),
pari al 29,69%.

261
Francesco Paolella

complesso, la pellagra incide per uno 0,37%). Ci furono anche due donne in
osservazione per perizia psichiatrica. Da notare, oltre all’importante aumen-
to fra le psicosi da alcoolismo, il loro carattere ancora prettamente maschile
(dieci volte più frequenti fra gli uomini).
Furono dunque 109 i soldati modenesi della prima guerra mondiale ri-
coverati al San Lazzaro, mentre dalla provincia di Reggio furono quasi il
doppio, 201568. Ai militari modenesi riconosciuti dai medici del San Lazzaro
come malati di mente (a causa o meno della guerra), furono diagnosticate
soprattutto psicosi maniaco-depressive (in 58 casi), schizofrenia (in 20 casi)
e psicosi deliranti (in 11 casi); 9 militari furono ricoverati per alcoolismo, 4
per psicosi da sifilide e 3 per stato confusionale acuto, uno solo per epilessia,
mentre 3 militari vennero ammessi in osservazione per perizia. Risultati si-
mili si hanno per i militari reggiani.
Sulla storia del San Lazzaro durante gli anni del regime fascista è stata
pubblicata vent’anni fa una ricerca, corredata da un’ampia indagine statisti-
ca sulla popolazione del manicomio in quel periodo569. Vi sono analizzate le
cartelle cliniche di tutti gli usciti in 6 anni campione (1925, 1930, 1935, 1940,
1944, 1945), per un totale di 2.868 cartelle. Anche in questo caso l’attenzione
si è concentrata in primo luogo e ovviamente sulle diverse tipologie diagno-
stiche570, ma lo studio è stato ampliato ad alcuni aspetti anagrafici e clinici
fondamentali, presenti nelle cartelle cliniche: l’età, lo stato civile, la profes-
sione, la durata del ricovero, l’esito, nonché la provenienza. Sulla presenza
dei modenesi, possiamo leggere: «Nato per decreto di Francesco IV d’Este,
il San Lazzaro conserva anche dopo la fine del ducato il carattere di Mani-
568
Si è calcolato che i militari della Grande guerra ricoverati in San Lazzaro furono 5.704. La
guerra provocò una fortissima crescita delle ammissioni (del 60% circa) e delle dimissioni (del
55% circa) rispetto al periodo pre-bellico. Nel 1919 si ebbero invece più dimissioni che am-
missioni e dall’anno successivo il movimento dei malati ritornò più o meno ai livelli di prima
della guerra. Da sottolineare anche che «durante il periodo bellico il numero dei ricoverati non
militari era considerevolmente diminuito, causa anche al fatto che gran parte della popolazione
maschile delle Province di Reggio Emilia e di Modena si trovava sotto le armi» (M. Baraldi,
Statistica dal 1821 al 1974. Movimento dei ricoverati e delle degenze negli Istituti Ospedalieri Neu-
ropsichiatrici “San Lazzaro” di Reggio Emilia dal 1821 al 1974, Reggio Emilia, Age, 1975, p. 184).
Oggi nell’Archivio clinico del Centro di documentazione sono state raccolte più di 4.500 cartelle
cliniche di militari.
569
Cfr. V. Pezzi, Il San Lazzaro negli anni del regime (1920-1945) in “Contributi”, 1986, X, n. 19-20,
pp. 385-596.
570
Sono state adoperate queste tipologie diagnostiche, accogliendo la classificazione delle malat-
tie mentali comunemente accolte nei manuali di psichiatria in uso in Italia negli anni del regime:
isteria e nevrastenia, psicosi maniaco-depressiva, demenza precoce, paranoia, psicosi tossiche
(alcoolismo), idiozia e cretinismo, imbecillità e debolezza morale, psicodegenerazione, deliri in-
fettivi e da esaurimento, epilessia, psicosi involutive, paralisi progressiva, encefalopatie.

262
I MODENESI RICOVERATI NELL’ISTITUTO PSICHIATRICO SAN LAZZARO

comio interprovinciale, e continuarono ad affluirvi i malati dai territori di


Modena e Reggio. L’analisi dei dati mostra un equilibrio tra le due città: è ri-
dotta la percentuale di coloro che abitano nel territorio del comune (di poco
superiore al 5%), ampia (superiore al 30%) quella degli abitanti del forese.
Tra maschi e femmine non compaiono differenze di rilievo»571. Per gli anni
esaminati, risultano dunque essere 2.868 le persone uscite da San Lazzaro,
(di cui 1.637 uomini e 1.231 donne): di queste, provenivano dal comune di
Modena 189 persone (il 6,59%), di cui 107 uomini e 82 donne. Della provin-
cia modenese erano invece 795 persone (il 27,71% degli usciti), di cui 416
uomini e 379 donne. Dal comune di Reggio provenivano invece 147 persone
(il 5,12% del totale), di cui 80 uomini e 67 donne, mentre gli usciti domiciliati
nella provincia reggiana furono 952 (il 33,19% del totale), di cui 566 uomini
e 386 donne. In sintesi: da Modena e provincia venivano 984 persone (di cui
523 uomini e 479 donne), mentre da Reggio e provincia 1.099 persone (di cui
646 uomini e 453 donne). Nel complesso, le due province fornirono al freno-
comio 2.083 usciti su 2.868, pari al 73,95%.
La ricerca incrocia i dati relativi alle diagnosi con quelli relativi alla pro-
venienza e al sesso. Le diagnosi sotto cui figurano più modenesi è senza
dubbio quella di psicosi maniaco-depressiva: 14 uomini e 18 donne prove-
nienti dal comune di Modena, 68 uomini e 115 donne dalla provincia: 215
casi su un totale di 594 casi (quindi il 36,2% del totale). Le psicosi tossiche
(alcoolismo) riguardarono 14 uomini provenienti dal comune di Modena e
63 uomini dalla provincia, mentre solo 6 donne dalla provincia (e nessuna
dalla città). Su un numero complessivo di 269 diagnosi di alcoolismo, 83
riguardarono modenesi (il 30,86%)572. Vogliamo anche ricordare la diagnosi
di paranoia: 9 uomini e 11 donne con domicilio nel comune di Modena, 25
uomini e 34 donne della provincia: in tutto, 79 diagnosi su un totale di 265
(cioè il 29,81%). Furono invece riconosciuti 5 casi di epilessia fra gli uomini
e 3 fra le donne del comune di Modena, 33 fra gli uomini e 10 fra le donne
della provincia: 60 diagnosi su un totale di 147 (il 40,82%).

571
Ivi, pp. 540-541.
572
Per un’indagine statistica sui ricoveri per alcoolismo al San Lazzaro, ma solo fra il 1928 e il
1957, cfr. P. Benassi, Rilievi clinico-statistici sugli alcoolisti ricoverati nell’Ospedale Neuropsichiatrico
“S. Lazzaro” di Reggio E. nell’ultimo trentennio in “Rivista Sperimentale di Freniatria”, 196, II,
giugno, pp. 431-442.

263
Francesco Paolella

Appendice documentaria

Qui di seguito proponiamo le trascrizioni di due cartelle cliniche, conser-


vate nell’archivio del Centro di documentazione di storia della psichiatria
San Lazzaro di Reggio Emilia. Da ogni cartella abbiamo estrapolato gli ele-
menti più significativi, dall’anamnesi del ricoverato all’esame psichico e ai
diari clinici.
Si tratta di due cartelle cliniche risalenti al periodo della direzione di
Augusto Tamburini (dal 1877 al 1907). Queste trascrizioni sono avvenute
nell’ambito di un progetto triennale di ricerca, ancora in corso di svolgimen-
to, dedicato allo studio e alla valorizzazione del materiale raccolto nell’archi-
vio clinico del San Lazzaro.
I ricoverati, di cui ci si occupa nelle cartelle, provenivano entrambi dalla
provincia di Modena. La prima cartella si riferisce al caso di un pellagroso,
Benedetto M., ammesso in San Lazzaro il 18 settembre 1889. Era un braccian-
te, «giornaliere», di 57 anni, sposato, e viveva a Cortile di Carpi. Il medico
stabilì una diagnosi di «frenosi pellagrosa», con prognosi riservata. Benedet-
to morì in San Lazzaro, il 31 luglio 1890, per problemi cardiaci.

Anamnesi
M. Benedetto, di Cortile (Carpi), giornaliere, di anni 57, è coniugato ed ha
8 figli tutti sani. Sul suo conto possediamo ben poche notizie anamnestiche.
Pare che vari anni fa egli godesse di discrete condizioni finanziarie e che più
tardi, in seguito a disgrazie sofferte, sia caduto in miseria. Cibasi di pane e
polenta, piuttosto scarsamente. Ignorasi di quanto tempo precedente siano
insorti i primi sintomi di disturbo mentale. Essi insorsero a grado a grado
con cambiamenti nelle idee e nelle consuetudini dell’ammalato.
Stando un figlio da qualche tempo in America, trovandosi privo di noti-
zie di lui, cominciò a dire che certo doveva essere morto e ad angustiarsi. Più
tardi prese a manifestare l’idea di esser stregato, esprimendo i propositi di
farla finita colla vita affogandosi. Un fratello dell’ammalato morì annegato
(suicidio?). E’ stato accolto oggi 18 settembre 1889.

264
I MODENESI RICOVERATI NELL’ISTITUTO PSICHIATRICO SAN LAZZARO

Diagnosi
Della forma morbosa Frenosi pellagrosa
Delle condizioni causali Cattiva alimentazione
Prognosi riservata

Decorso
È sempre rimasto confuso, torpido, indeciso. Qualche periodo di vera
malinconia, però senza idee deliranti. In uno di questi periodi si fece così
cupo, che fu trasferito [dalla sezione] Agricola, ove era stato mandato, [alla
sezione] Esquirol. È però rimasto sempre tranquillissimo. In compenso, si
è avuto un progressivo indebolimento mentale e, con questo, un peggiora-
mento fisico. Il quale, verso la fine di maggio, si è accelerato per sopravvenu-
to catarro intestinale, ribelle a ogni mezzo di cura. L’infermo si è così ridotto
allo stremo delle forze ed è venuto meno il 31 luglio 1890, con fenomeni di
insufficienza cardiaca (esame cardiaco).

Esame psichico (praticato il 28 settembre 1889)


È nell’aspetto torpido, sonnolento. Se ne sta in mezzo agli altri lunghe
ore sempre tranquillo, apatico, senza chiedere mai nulla, né mostrare qual-
che cosa che lo interessi. Interrogatolo, dà solo qualche breve risposta molto
imperfettamente, mostrando nella favella un naturale balbettamento. Però
tale difetto non è ugualmente intenso nei vari momenti della giornata. Il
processo ideativo è evidentemente in lui assai inceppato ed incompleto. Non
apparisce alcuna idea predominante. Anche la vita affettiva tace nell’am-
malato quasi completamente. Non si fa cura di aver notizie dei suoi, non
si affeziona ad alcuno di quelli che lo circondano, che contempla sempre
con sguardo freddo ed indifferente. La stessa assenza riconoscesi anche pei
sentimenti religiosi. L’ammalato non manifesta alcuna speciale tendenza ed
il suo contegno è in ogni momento perfettamente uniforme. Esiste quasi un
annientamento della volontà. Il sonno è tranquillo e regolare.

Diari clinici
19 settembre 1889
È un uomo pallido, ed alquanto denutrito. Ha la fisionomia grandemente
confusa. Se non è interrogato non parla. Rivolgendogli invece la parola,
se ne ottiene qualche risposta, ma assai imperfetta, pronunziata a voce
bassa, con favella nettamente inceppata, balbuziente. Apparisce evidente
uno stato di torpore mentale, non accompagnato ad alcuna speciale con-

265
Francesco Paolella

dizione emotiva. Il sonno si è mostrato, la notte scorsa, assai deficiente.


Il malato si è alzato varie volte dal letto, brancolando poi, all’oscuro, per
la camera. La deambulazione è alquanto lenta ed incerta. È pigro in tutti
i suoi movimenti. In quelli degli arti superiori rivelasi, ove più ove meno
spiccato, un certo grado di tremore e di incoordinazione. La lingua viene
sporta incompletamente ed è alquanto tremula. Le pupille, uguali, reagi-
scono assai bene agli stimoli luminosi. L’appetito è mediocre.
21 settembre 1889
Mantienesi in condizioni invariate. Quasi sempre silenzioso, contempla
con occhio smorto ciò che avviene intorno a lui, non prendendovi mai
alcun interesse. Se lo si interpella, dà risposte assai vaghe, che l’incep-
pamento della sua favella rende ancora più difficilmente comprensibili.
Pare che dica di essere malato, ma senza spiegare da quanto tempo e con
quali disturbi.
Prosegue a dormire poco, non ostante che, in dosi invariate, si sia ricorso
a diversi mezzi ipnogeni (cloralio, sali, [illeggibile]). Mangia sufficiente-
mente.
24 settembre 1889
Mediante l’uso di 2 grammi di cloralio in soluzione alcoolica, sommini-
strata per più sere di seguito, si è visto verificarsi un sonno sufficiente e
per durata, variabile fra le 5 e le 6 ore.
Il contegno dell’ammalato non presenta, durante il giorno, modificazione
veruna. Sempre la stessa fisionomia confusa, torpida e a volte quasi son-
nolenta, le stesse lentezze a tutte le estrinsecazioni volontarie. L’inceppa-
mento nella sua favella presenta differenze marcatissime anche in ore di-
verse d’una medesima giornata. Ora è di tale intensità da rendere inutile
qualunque tentativo di decifrare il senso di ciò che egli dice, ora invece
le parole svolgonsi con relativa chiarezza e permettono di comprendere,
quantunque ancora confusamente, com’egli desideri di andare a casa.
Mangia discretamente bene.
28 settembre 1889
È sempre generalmente assai confuso. Spesso accade che egli non sia
nemmeno buono a vestirsi e a spogliarsi. La sua fisionomia è grande-
mente smarrita. Ha poca volontà di parlare. Passa per lo più il suo tem-
po seduto, colla testa piegata all’innanzi, sonnecchiando. Mangia però
benissimo. Evacua l’alvo regolarmente e parrebbe che le sue condizioni
fisiche accennassero, in confronto del suo ingresso, a rialzarsi un poco. Il
sonno è tranquillo e regolare.

266
I MODENESI RICOVERATI NELL’ISTITUTO PSICHIATRICO SAN LAZZARO

12 ottobre 1889
Ha una fisionomia alquanto cascante, inespressiva. Il suo sguardo è me-
sto, incerto e i suoi movimenti volontari sono in genere molto pigri e tar-
di. Non ha mai nulla da chiedere. Risponde alle domande alquanto sten-
tatamente. Nella sua mente domina uno stato di profonda apatia. Mangia
però bene. Dorme tranquillamente. Fisicamente è sempre un po’ debole.
20 ottobre 1889
Ha un atteggiamento marcatamente timido, in qualche momento depres-
so. E, in questi ultimi periodi, singhiozza, dice che non uscirà più di qua
perché egli si sente la mente debole e non si ricorda più bene delle cose.
Sta quasi sempre a sedere e si cura poco di ciò che fanno i suoi compagni.
Lamentasi di stitichezza. Mangia bene.
3 novembre 1889
È sempre quieto, torpido nel contegno, a volte però facile a commuoversi
e a farsi un po’ piangente, qualora lo si interroghi. Non chiede mai di
andarsene. Desidera invece qualche modificazione nel suo vitto e un po’
di tabacco da fumare. Fisicamente è sempre un po’ scaduto e la sua anda-
tura mostrarsi alquanto malsicura.
9 novembre 1889
Mostrasi tuttora nelle solite condizioni di calma. Torpore mentale. Accu-
sa un po’ di stipsi.
12 novembre 1889
Nessun cambiamento.
19 novembre 1889
È un po’ tardo di mente ma quietissimo, senza nessun accenno o stato
d’animo melanconico. Aiuta volentieri nei servizi interni della Sezione.
Accenna anche a migliorare lo stato fisico.
5 dicembre 1889
Prosegue nelle già notate condizioni. È pieno di buona volontà per lavo-
rare, ma le sue forze non gli permettono che leggere fatiche. Mentalmente
è tranquillo e discretamente ordinato.
15 dicembre 1889
Persistono sempre le solite condizioni di tranquillità mentale, non di-
sgiunte da una leggera apatia. Fisicamente è un po’ debole.
23 gennaio 1890
Solite condizioni. Passa questa sera alla Sezione Esquirol.

267
Francesco Paolella

La seconda cartella riguarda invece un caso di alcoolismo. Francesco R.


venne ricoverato in San Lazzaro il 20 agosto 1885, a 50 anni di età. Nato e
residente a Finale Emilia, era celibe, lavorava come facchino, e venne som-
mariamente descritto come «di condizione povera – di istruzione nessuna
– di costumi buoni – di religione cattolica». Fu compilata una diagnosi di
«alcoolismo (delirio sistematizzato allucinatorio di persecuzione)», con pro-
gnosi riservata. Francesco morì 8 anni dopo il suo ingresso, il 10 novembre
1893, per «nefrite e bronco-pneumonite».

Anamnesi
Francesco R., di Finale nella provincia di Modena, è celibe e conta 50
anni di età. S’ignora del tutto se gravitino a suo carico precedenti ereditari.
Egli era d’indole buona, d’intelligenza normale, analfabeta. Il suo mestiere
era quello del facchino. Di corpo robusto, valido; non ha mai sofferto la più
piccola malattia, né mai prima d’ora ha dato segni di alienazione menta-
le. Abitava una casa igienica e si alimentava bene e largamente, ma abusa-
va in modo eminente degli alcoolici. Quando aveva denaro, lo consumava
all’osteria, bevendo in un giorno da 6 o 7 litri di vino e cominciando la gior-
nata bevendo ogni mattina numerosi bicchierini d’acquavite. Nel gennaio
dell’‘85, una volta, trasportando delle balle di canessa [?], incespicò e cadde
a terra riportando una grave contusione alla spalla destra. In seguito a que-
sto fatto, dovette stare inoperoso per 2 mesi. Guarito, ritornò al mestiere.
Alquanti giorni dopo incominciò a dire che nel portare pesi avvertiva alla
spalla già stata malata una speciale sensazione nervosa, che dal dorso gli
montava alla testa. In breve, egli venne nell’idea che i nervi gli si fossero al-
lungati e spostati. Dormiva e mangiava poco. Un giorno, mentre ingoiava un
po’ di minestra, cacciò rauche grida di: «Muoio! Muoio!» Accorso il medico,
nulla trovò di allarmante e neppure di anormale nello stato di salute del R., il
quale interrogato in proposito rispondeva che i nervi spostandosi l’avevano
quasi affogato. Del resto era tranquillo e regolare: però ogni giorno si recava
a casa del medico, lamentandosi delle bizzarrie dei suoi nervi. Perdurando
egli sempre nella sua idea, fu accolto nell’Ospedale del paese e sottoposto
alla cura del bromuro di potassio ed ai comuni calmanti. Quivi si mantenne
sempre buono e quieto, lamentandosi tuttavia di continuo dei suoi nervi
fuori di posto. Dopo un mese di dimora nello Stabilimento, un giorno (4
giorni prima del suo ingresso nel Manicomio) riuscì a fuggire e, brandito un
coltello, andò in traccia di un suo compagno di mestiere e precisamente di

268
I MODENESI RICOVERATI NELL’ISTITUTO PSICHIATRICO SAN LAZZARO

quello che lo aveva caricato della balla di canessa [?], portando la quale era
caduto. Fu preso e ricondotto a casa. Quivi diede in ismania, gli venne per
calmarlo somministrato del cloralio idrato. Nella notte dormì, la giornata
appresso si mostrava piuttosto tranquillo, ma era confuso e incoerente, in-
tanto andava dicendo che la carne, i nervi, le ossa gli cadevano di dosso in
brani e in pezzi. Il mattino del giorno prima di venir condotto al manicomio,
uscì repentinamente di casa e si buttò nel fiume, il quale avendo pochissima
acqua permise un facile salvataggio.
Il R. è entrato oggi 20 agosto 1885.

Diagnosi
Della forma morbosa Alcoolismo (Delirio sistematizzato allucinatorio di
persecuzione)
Delle condizioni causali Abuso di vino e liquori
Prognosi riservata

Esame psichico (praticato il 21 agosto 1885)


Il malato parla a scatti, non pronunciando sempre le parole in modo net-
to, come se avesse la lingua grossa. Presta poca attenzione alle domande
che gli si rivolgono, se queste non hanno attinenza colle sensazioni che egli
prova. In genere è necessario ripetere una cosa più volte per farsi intendere,
mentre egli vi fissa collo sguardo velato e incerto. I suoi discorsi s’aggirano
tutti intorno alle interpretazioni deliranti che egli dà dei tremiti, dei crampi,
delle contrazioni dolorose delle membra, della cefalgia [illeggibile], che ad
intervalli lo travagliano. Dice che i nervi suoi si muovono tutti perché sono
fuori di posto ed egli li sente salire su e girargli intorno al collo, e allora la
testa «gli pesa un quintale». A quanto pare non esistono allucinazioni. Di-
chiara di sentirsi confuso, d’aver perduta la memoria. Racconta degli abusi
enormi fatti nel bere con molta ingenuità e, chiestogli se, uscito di qua, trala-
scerà la cattiva abitudine, risponde prontamente: «Quando avrò dei centesi-
mi, beverò più di prima». Ricordandogli il tentativo che ha fatto di uccidere
un uomo, con la massima indifferenza approva la giustezza del racconto che
gli si fa e si scusa, dicendo che quello era il compagno che l’ha fatto cadere.
Il sentimento morale è in lui abbruttito. La memoria è tarda, faticosa, ine-
satta. Ha smarrito ogni senso del tempo: l’insonnia è invincibile. L’espressio-
ne del viso è sonnolenta, depressa; l’occhio opaco e immobile.

269
Francesco Paolella

Diari clinici
21 agosto 1885
Vedi esame obbiettivo.
22 agosto 1885
Nella notte non ha dormito per niente, non ostante il cloralio. Stamattina
dice di sentirsi poco bene, perché i suoi nervi lo tormentano. Mentre gli
si parla, incomincia a tremare, quindi solleva in alto la spalla destra e la
mantiene fissa in questa posizione con rigidezza: «Ecco, i nervi che mi
tirano. Adesso vanno nella testa!» E comincia con violenza a fare oscillare
intorno all’asse verticale il capo celermente, sbuffando. Intanto il tremore
s’aumenta anche nelle braccia e il malato a gambe unite fa intorno dei
piccoli salti. Dopo cinque minuti, a mano a mano essendosi nel frattempo
venuto calmando, ha ripigliato la sua attitudine apatica e sonnolenta. Le
pupille sono asimmetriche, essendo più dilatata la destra. Le mani sono
fredde e bluastre.
L’appetito è discreto. Viene sottoposto alla cura dell’oppio, insieme ad
una dose di vino generoso da diminuirsi gradatamente.
23 agosto 1885
Si lamenta di non aver dormito per nulla durante la notte. Col solito tono
indifferente, ripete dei disturbi che gli arrecano i suoi nervi. Al di fuori di
questa interpretazione erronea delle proprie sensazioni, non rivela nul-
la d’anomalo nella sua intelligenza, eccetto che un profondo torpore. Di
tanto in tanto si manifesta il tremore intenso alle braccia e il girar rapido
della testa intorno all’asse verticale. Il malato però dice che è specialmen-
te di notte che i nervi lo tormentano.
La favella è sempre imbrogliata, quantunque le sillabe vengono tutte pro-
nunciate. Vi è asimmetria pupillare. La lingua è tremula. Vi è il tremore
alle mani. Il malato accusa dolor di capo, poi soggiunge: «Ho la testa
confusa e pesante un quintale».
A momenti prova contrazioni dolorose, specialmente al braccio destro,
che egli spiega come uno strappamento di nervi. Viene notato che l’ele-
vazione del braccio destro non può effettuarsi, forse in seguito alla pre-
gressa contusione (vedi anamnesi).
24 agosto 1885
Durante il giorno il malato sta in disparte dagli altri, muto e intontito.
Per lo più si trova in piedi col capo un po’ flesso, le mani in saccoccia
come se avesse freddo. In letto sta tutto ravvolto, spesso col capo sotto le
coperte. Accusa sempre i soliti disturbi. Oggi però viene trovato un po’
più sveglio di mente. Interrogato se ha dormito nella notte, dice che non

270
I MODENESI RICOVERATI NELL’ISTITUTO PSICHIATRICO SAN LAZZARO

gli è riuscito perché i nervi gli si raggomitolavano pel capo. Il malato, es-
sendogli chiesto se ricorda quando è entrato e di quello che gli è successo
all’Ospedale di Finale, risponde nel solito modo spiccio e col tono della
massima indifferenza: «No, perché non ho più memoria».
25 agosto 1885
Nella notte ha dormito un poco, dietro una dose di cloralio. Stamane gli
viene somministrato un purgante, non essendo ancora andato del corpo.
Il malato dice di essere sempre molto confuso. La testa è pesante. Il lin-
guaggio ora è più spedito. L’appetito discreto.
27 agosto 1885
È sempre apatico, inerte, sonnolento. Sta allo scarto degli altri. Quando
gli si va presso, guarda in viso stupito, senza dir nulla, risponde lenta-
mente alle domande, però in genere abbastanza regolarmente.
Nella notte dorme pochissimo.
29 agosto 1885
Ripetuto l’esame obbiettivo, si nota: il malato parla ora in modo molto
più spedito che all’epoca del primo esame, quantunque la pronuncia sia
sempre un po’ imbrogliata. L’intelligenza è meno torpida, la memoria più
lucida e sicura, l’attenzione più pronta. Persiste sempre l’insonnia. Il ma-
lato rivela ancora la sua idea delirante dei nervi fuori di posto, ora però
trova in quest’interpretazione la ragione di darsi poco pensiero di quello
che gli succede. Interrogato sopra il suo tremore, sul suo male di capo,
ecc., risponde: «Eh, niente! Sono i nervi!». La sensibilità è sempre ottusa e
specie a destra. Le pupille sono asimmetriche: la destra è più ampia. Vi è
leggero tremore delle mani. Le estremità sono fredde e cianotiche.
Il malato passa oggi al Casino Esquirol.
17 settembre 1885
Esame obbiettivo.
Il malato tranquillo, la mente pronta, ancora un lieve grado di torpore
e di confusione, ma non si notano idee deliranti. Risponde con discreta
prontezza alle domande che gli vengono rivolte e rende conto, abbastan-
za bene, dei disturbi che prova. Il malato attribuisce i suoi disturbi a spo-
stamento di nervi, avvenuto in seguito a forte contusione riportata nella
spalla destra, per cui il malato ripete spesso: «Eh, se non fossero loro, quei
birboni... Eh, quei maledetti, come mi tormentano», volendo sempre allu-
dere ai suoi nervi, che secondo lui si ritorcerebbero e si piegherebbero da
ogni parte, dando luogo a tutti quei movimenti strani ed irresistibili.
I fenomeni fisici che si osservano sono i seguenti: spasmi tonico cloni-
ci all’orbicolare delle palpebre e delle labbra, gli altri muscoli facciali

271
Francesco Paolella

presentano piccole oscillazioni, specialmente i muscoli dei mascellari


superiori, ma sono appena apprezzabili. Anche i muscoli delle regioni
anteriore e posteriore del collo vengono presi da spasmo tonico clonico,
ora contemporaneamente dai due lati, ora da uno solo. Si hanno perciò
movimenti forzati di estensione, di flessione e di rotazione del campo
ed oscillazioni di questo intorno al proprio asse. Infine detto spasmo si
nota anche negli arti superiori, di preferenza nel destro, con movimenti
di adduzione ed abduzione forzata e con prevalenza di stato tonico dei
muscoli, ma talvolta si notano invece scosse ritmiche, oscillazioni o tre-
miti molto pronunciati. Negli arti inferiori nulla si osserva di speciale,
all’infuori di una leggera paresi in quello di destra.
Le lesioni di moto sopra accennate possono talora cessare, se si riesce a
deviare istantaneamente l’attenzione del paziente, ma ciò avviene soltan-
to nelle crisi leggere.
La bocca è un po’ stirata a destra, la punta della lingua è deviata dallo
stesso lato.
Il braccio destro è piuttosto debole, ha dei movimenti limitati, special-
mente quelli di elevazione; il malato si serve quasi sempre del braccio
sinistro (la paresi si intende come si è detto a tutto il lato destro).
Le pupille sono leggermente asimmetriche, la sinistra è più dilatata. La
favella è un po’ inceppata, le parole sono pronunciate lentamente e con
qualche stento. La sensibilità dolorifica, tattile, termica, è indebolita in
tutto il lato destro.
senza data [1887?]
Il R. Francesco, dominato sempre da idee deliranti e tutto preoccupato
dalle sensazioni moleste che [illeggibile] al collo, poté afferrare, con ra-
pido movimento, un rasoio del barbiere del luogo, e con quello infierirsi,
prima che alcuno facesse in tempo ad impedirglielo, una ferita alla regio-
ne antero-laterale del collo, a sinistra.
Ciò accadde il 1 giugno 1887.
Disarmato all’istante, si poté constatare che la ferita, lunga qualche cen-
timetro, non presentava gravità di sorta, non approfondendosi quasi af-
fatto sotto la cute.
Medicata a punti di sutura, cicatrizzò in breve e per prima intenzione.
15 dicembre 1888
Dopo il tentativo del giugno 1887, il R. parve alquanto meno preoccupa-
to. Era però sempre facile a mostrarsi pensieroso e come melanconico. Le
idee morbose non lo avevano infatti abbandonato, come non lo hanno ab-
bandonato a tutt’oggi. Interrogato de’ suoi disturbi, egli si mostra schivo

272
I MODENESI RICOVERATI NELL’ISTITUTO PSICHIATRICO SAN LAZZARO

di parlarne e cerca di cavarsela a mezze frasi. Confessa, però, assettando


[?] di non darsi importanza, che «i birboni» (e accenna al collo) lo tormen-
tano ancora. Sente, spesso di notte, anche quando il cielo è sereno, cadere
forte la pioggia sui tetti.
Del resto è tranquillo e si presta ad aiutare qualche malato nelle piccole
bisogne.
Ottimo lo stato fisico.
13 dicembre 1889
Dopo il diario precedente e fino circa a due mesi fa, il R. ebbe un lento ma
continuo e progressivo miglioramento mentale e fisico. Egli andò facen-
dosi a mano a mano più sereno, più espansivo, più facile a conversare coi
compagni, più attivo. La sua mente, però, non è mai stata completamente
libera delle idee morbose; ma sapeva resister meglio alle sensazioni ano-
male che perduravano tuttavia, per quanto meno intense. Così l’infermo,
al principiar dell’autunno, diceva dei «birboni», ma ridendo e dando a
divisare di non curarsene più che tanto. Nel resto asseriva di star meglio,
di non aver più ragione di attentare alla propria vita. Gli fu così concesso,
per svagarlo, di poter passeggiare, sotto sorveglianza diretta degli infer-
mieri, per il viale dal Casino Esquirol allo Stabilimento centrale, adiben-
dolo a portar qualche leggero oggetto.
Sul finire dell’autunno, e anche prima, incominciò a mostrarsi chiuso,
taciturno, preoccupato. Insomma dava segni di ritornare allo stato in cui
era quando più lo vincevano le idee morbose. La causa di questa nuova
fase non fu potuta capir bene, tenendo egli celate le proprie idee in pro-
posito. Ma da qualche parola detta con altri malati, si poté arguire che
allucinazioni acustiche, e strane sensazioni al collo, si fossero, con rin-
novata gagliardia, impadronite di lui. Naturalmente, fu di nuovo messo
sotto speciale sorveglianza: non uscì più dalla propria Sezione.
Questa mattina, infatti, vi è stata per parte dell’infermo una violenta re-
azione, allo scopo di sottrarsi, col suicidio, ai tormenti che prova: e si è
vibrato, con un pezzo di fil di ferro, acuminato, due o tre violenti colpi
alla regione mammellare sinistra, uno dei quali, traversato gli abiti, gli ha
passato la cute, sotto il capezzolo. Afferrato subito dall’infermiere che era
presente, dopo breve colluttazione, è stato disarmato e fissato in letto.
Le abbiamo trovato acceso in volto, ma assai più facile a parlare che non
lo fosse prima del tentativo. Pare che si senta meglio. Assicura che a mo-
menti tutto è passato. Dice che non ha voluto uccidersi: ma non sa poi che
altra ragionevole spiegazione dare.
È fatto trasferire al Pinel in una stanza separata.

273
Francesco Paolella

7 gennaio 1890
Dopo che fu, come si è detto al diario precedente, trasportato al Pinel,
dopo pochi giorni, sembrando in realtà più calmo e sereno, fu sciolto e
messo a diretta sorveglianza degli infermieri. Per qualche giorno, e cioè
fino circa ai primi di questo mese, fu abbastanza ordinato nel modo di
parlare e di contenersi, e anche abbastanza disinvolto. Dai primi di que-
sto mese ricadde, però, nella solita malinconia, che in breve si cambiò in
uno stato di penoso concentramento. La sera del giorno sei non ha voluto
quasi toccar cibo. Aveva lo sguardo sinistro, era cupo in volto, non ri-
spondeva alle domande.
Il medico di Sezione, temendo per esperienza un nuovo tentativo, dette
ordine che l’infermo fosse, per la notte, fissato.
Ma come gli infermieri si provarono ad eseguire l’ordine ricevuto, egli
parve sulle prime non opporre resistenza. In brevi, però, cangiato avviso,
s’impuntò a resistere, poi si ribellò e fu necessario far uso della forza.
Nella colluttazione che avvenne, fierissima per parte sua, egli e i tre in-
fermieri che volevano frenarlo, caddero in fascio a terra, tra il pavimento
e un pancone di legno. Nella caduta o nella colluttazione, il R., come si
riscontrò alla visita successiva, ha riportato frattura di una delle ultime
costole destre; sembra, senza probabili complicazioni.
Il giorno dopo l’infermo era leggermente eccitato, e tale pure mostrasi
oggi. Ha il volto acceso, gli occhi iniettati. Parla del resto con ordine, ma
ha lasciato credere intravvedere che non crede di far cosa cattiva se pensa
a disporre come gli pare della propria vita.
Ieri sera e questa mattina ha rifiutato di mangiare.
5 febbraio 1890
Interrogatorio dei giudici.
12 febbraio 1890
Ieri si mostrò di nuovo alquanto pensieroso. Chiesto ieri sera del perché,
rispose che forse ne avrebbe parlato domani.
Questa mattina, infatti, ecco quello che ha raccontato, cominciando col
dichiarare che non poteva spiegarsi liberamente perché la stanza è piena
di gente.
Questa gente sono migliaia e migliaia. Egli ne sente chiarissime le voci,
che scendono dal soffitto, come se venissero dal cielo, dal quale forse
vengono in realtà. Sono voci quasi esclusivamente di uomini. Questi sono
spiriti in parte, ma, senza dubbio, in maggioranza, sono potentati e re,
taluno dei quali morto, talaltro vivente ancora. Fra essi ha riconosciuto
senza dubbio la regina d’Ungheria e la regina d’America.

274
I MODENESI RICOVERATI NELL’ISTITUTO PSICHIATRICO SAN LAZZARO

Queste voci non lo offendono, ma lo sbalordiscono. Le frasi che più spes-


so ripetono sono: «Ah! Chi siete voi? ... Siete dunque voi quell’uomo?»
Ma non si tratta soltanto di udirli. Egli li vede ancora. La loro immagine
non è netta e distinta, ma a forma di ombre quasi sempre notturne. Le
ombre gli si avvicinano, ripetendo le solite frasi e spesso gli stringono la
mano. Qualche volta, però, gli soffiano sulla nuda pelle un vento freddo.
Tutto questo strano popolo lavora per distruggere l’universo. E l’opera
nefasta è già cominciata da diversi anni, circa 5, durante i quali è già
molto inoltrata la trasformazione degli uomini. Ora egli è, per modo di
dire, il punto di passaggio della distruzione che, partita dagli spiriti (i
birboni), si spande poi sul mondo. Egli è già in gran parte trasformato. Il
suo collo non è più cilindrico come deve essere, ma sul davanti ci sono
due rialzi (sterno cleido mastoidei) e il pomo d’Adamo, che indicano i
cambiamenti avvenuti. Così le braccia e le gambe non hanno più carne
ma sono tutti nervi.
Questo lavorio trasformatore si svolge mercé l’opera di qualcuno dei tan-
ti esseri (birboni in modo speciale) che entra nel suo corpo. Entrano per
lo più per il capo, gli girano sotto la pelle, lo lavorano tutto nell’interno,
e scendono per uscire dai piedi e dall’ano. Le sensazioni che prova sono
quasi tutte noiose, ma non dolorose; eccetto, però, al capo, ove, quando
i birboni entrano, ed è quasi sempre, prova l’impressione di dita ferree
che lo attanaglino; e al retto, ove soffre lo spasimo come di trapano o di
trivella. Ciò lo mette spesso in istato di disperazione e gli toglie spietata-
mente il sonno.
Ma questi dolori fisici sono un nulla in confronto al dolore psichico che
lo tormenta, sapendosi scelto come trame per la distruzione dell’univer-
so. Ma ecco il meccanismo di questo tramite. Egli afferma che, quando i
birboni lo lavorano al retto, ne fanno uscire una specie di canapo, di calo,
grosso come due o tre dita a fascio, e questo canapo distendono sottoter-
ra, dirigendolo or verso una città, or verso l’altra, secondo il luogo ove
vogliono recare la trasformazione. Al punto di suo sbocco da sotterra,
il canapo si sfiocca in [illeggibile] di fili esilissimi e innumerevoli, che si
rompono a frammenti e scattano, posandosi sulle diverse persone.
Questi frammenti sono animali, e svolgono sulle persone, su cui si sono
posati, l’identico potere trasformatore che gli esseri birboni hanno su lui
direttamente.
Ora, in parecchi anni di questo lavorio, l’opera è già avanzata. Come
l’infermo ha potuto riconoscere da una lunga osservazione su tutti quel-
li che vede, i suoi compagni di Manicomio, gli infermieri, i medici, gli

275
Francesco Paolella

estranei allo Stabilimento, tutti insomma, presentando essi il collo non


più cilindrico.
Ecco perché egli si vuol togliere la vita. Estinto lui, che è il mezzo scelto,
non potrebbe forse salvarsi l’universo dalla invadente distruzione, che, di
tal modo, sarebbe arrestata al punto in cui si trova?
Racconta poi che l’ombra di sua madre, che vide qualche anno fa, gli det-
te le prime spiegazioni delle sensazioni che provava.
Finisce raccomandandosi caldamente che, vista la disgrazia che gli è ca-
pitata (l’esser cioè stato scelto come mezzo di distruzione) e avute così
le prove ch’egli non è ammalato di mente, si voglia dimetterlo dal Ma-
nicomio – nella speranza anche che, altrove, la persecuzione possa esser
minore.
Durante la lunga narrazione, spesso si è commosso, spesso ha parlato sot-
tovoce per timore di essere udito dagli spiriti. Qualche volta si è chiuso
in molte reticenze.
Le sue condizioni fisiche sono buonissime. Sta sempre in letto, in una
stanza separata. La costola non si è ancora saldata al punto di frattura; ma
non ha svegliato mai nessun grado di reazione.
Alle note suddette si aggiunge:
che il R. racconta come non mai, nel tempo di sua degenza al Manico-
mio, sia stato del tutto libero dai fenomeni allucinatori, i quali, però, da
quando egli è stato trasferito al Pinel, ha raggiunto una continuità e una
intensità che forse mai prima avevano avuto;
che ha fatto viva preghiera perché siano [illeggibile] le Autorità che l’altro
giorno ebbero a interrogarlo, onde vogliano interessarsi a farlo dimettere
dal Manicomio, sperando egli che l’aver svelato qual sia la natura della
propria disgrazia basti a dimostrare come non sia affatto alienato; e spe-
rando inoltre che, cambiando soggiorno, possa mitigarsi la persecuzione.

276
I MODENESI NELL’OSPEDALE RICOVERO DI SAN GIOVANNI IN PERSICETO DAL 1895

Gabriella Boilini, Società Italiana di Sociologia della Salute


Giorgio Gosetti, Università di Verona

I MODENESI NELL’OSPEDALE
RICOVERO DI SAN GIOVANNI IN PERSICETO DAL 1895.
ESODO E CONTROESODO

Premessa

L’archivio dell’ospedale di San Giovanni in Persiceto versa in una situa-


zione di grave disordine. Non esiste materiale catalogato neppure nell’ar-
chivio comunale di San Giovanni in Persiceto relativamente alle tematiche
ospedaliere. Questo spiega le difficoltà incontrate per l’individuazione dei
documenti utilizzati per queste note. La prima documentazione rintracciata
risale al 1829 – le tavole di fondazione dell’Ospedale Ricovero di Persice-
to, già Pia Casa di Ricovero - grazie al lavoro di ricognizione effettuato nel
1990 da Stefano Vincenzi e da Maria Paola Barbieri nell’ambito della ricerca,
promossa dall’Istituzione Minguzzi, L’assistenza psichiatrica nei centri minori.
La realtà di San Giovanni in Persiceto prima e dopo la L.180/78, coordinata dal
professor Ferruccio Giacanelli573. Grazie al loro lavoro è stato possibile re-
cuperare la documentazione necessaria ad illustrare i rapporti intercorsi tra
la Deputazione provinciale di Modena e la Pia casa di ricovero di San Gio-
vanni in Persiceto. Nonostante gli sforzi, non sono stati trovati negli archivi
i registri con le presenze dei ricoverati successivamente al 1959, così pure le
cartelle dei degenti, di cui, con molta fatica, si è individuata l’ubicazione; ci
ripromettiamo di ampliare in seguito la ricerca relativamente alle province
di Novara, La Spezia, Cagliari, Nuoro e Bologna.
Per quanto riguarda i modenesi presenti nel Ricovero dal 1973, il lavoro
si è basato su quaderni di lavoro, agende, relazioni degli operatori, delibere,
progetti di ridimensionamento della struttura.

573
S. Vincenzi-M.P. Barbieri, La Pia casa di ricovero. Dalla fondazione all’Unità d’Italia e Gli sviluppi
del Ricovero di Mendicità dal 1860 al 1904.

277
Gabriella Boilini-Giorgio Gosetti

Le origini
La Pia casa di ricovero venne aperta a San Giovanni in Persiceto il 12 ot-
tobre 1830 in seguito alla ordinanza di Legazione n. 13041 risalente all’anno
precedente. Sorse nei locali dell’ex-convento delle monache di San Michele
diventato poi ospedale nel 1886. Era uno dei due ricoveri forensi; l’altro ave-
va sede a Budrio. Vennero istituiti nella provincia di Bologna sulla base di
una suddivisione territoriale in settori denominati raggi, che ne definivano
l’ambito di competenza. La capienza venne fissata in 150 posti, riservati sia a
malati già ricoverati presso gli ospedali bolognesi sia a pazienti provenienti
dai Comuni compresi nel raggio di Persiceto in «stato di assoluta miserabi-
lità, mancanti di parenti a soccorrerli ed impotenti a guadagnarsi il vitto sia
per età sia per avanzata malattia». I requisiti per l’ammissione erano: lo stato
di miserabilità attestato dal parroco e lo stato di malattia attestato dal me-
dico. Non erano ammessi maniaci in grado di attentare alla propria e altrui
sicurezza, bambini lattanti e di età inferiore a cinque anni. Le modalità di ac-
cesso, fatta eccezione per il trasferimento da altri stabilimenti, ricalcavano le
procedure adottate per i ricoveri presso gli ospedali bolognesi: presentazione
di una lettera di richiesta indirizzata al priore comunale accompagnata dal
certificato medico e dall’attestazione, rilasciata dal parroco, che certificava lo
stato di miserabilità. La Pia casa di ricovero possedeva quindi la duplice con-
notazione di essere preposta alla cura di malati cronici e all’assistenza dei
miserabili non necessariamente colpiti da malattia. Gli amministratori della
Pia casa di ricovero si insediarono il 30 settembre 1830; fra di essi venivano
scelti i membri che ogni quattro mesi formavano la “Sezione Amministrati-
va pro tempore”. Secondo le indicazioni contenute nell’ordinanza di Lega-
zione, alla scadenza di ogni quadrimestre si procedeva tramite votazione al
rimpiazzo dei membri, con l’avvertenza però di mantenerne in carica alme-
no due, perché potessero opportunamente istruire in un’ottica di continuità
i neo insediati sulle attività precedentemente svolte dall’amministrazione.
Agli amministratori veniva affidata anche l’incombenza di effettuare un tur-
no di sorveglianza diretta nel ricovero per due giorni al mese, affiancati da
dieci donne del paese destinate al controllo nel reparto femminile574.
574
Un documento del 23 novembre 1839 - in Archivio SS. Salvatore, Atti Amministrativi, 1830
e 1847 – definiva l’incarico: «vegliare sopra la moralità delle donne e fanciulle, ammonire dove
non fossero docili ed obbedienti o trascurassero di esercitarsi nei lavori dei quali fossero capaci,
intendere sopra i lavori e dirigerle quando ne abbisognino, consolare con pietose esortazioni
quelle che per avvertenza avessero qualche malcontento, vegliare sopra le fanciulle inspirando
nell’animo loro sentimenti di morale servile educazione, informarsi dalla Maestra e Guardiana
intorno al portamento delle medesime, e quando si verifichi qualche mancanza potrà castigar-
le, ordinando qualche penitenza o privazione d’alcuna parte di cibo, ed in caso di ostinazione

278
I MODENESI NELL’OSPEDALE RICOVERO DI SAN GIOVANNI IN PERSICETO DAL 1895

Il personale dell’ospedale era costituito dal segretario, da un computista,


un economo, un medico generico e un chirurgo, un cassiere, un guardiano.
Altre figure operavano nel Ricovero o per conto dello stesso: gli infermieri,
dei quali però non vi è riferimento nella lettera di nomina, il barbiere ed il
maestro di scuola per l’educazione dei ragazzi. Oltre ai dipendenti del Ri-
covero esistevano quelle che oggi si potrebbero chiamare “convenzioni con
l’istituto”: i fornai del paese infatti somministravano pane e pasta all’istituto
con un contratto di durata annuale. La modalità più frequentemente riscon-
trata, per quanto riguarda la designazione ed il sistema di ingresso del per-
sonale nella fase di attivazione dell’istituto, consisteva nella presentazione
di una lettera all’amministrazione, che la analizzava e la metteva ai voti. Vin-
cenzi e Barbieri osservano come «il sistema di selezione del personale fosse
sostanzialmente rimesso a una valutazione discrezionale dell’Amministra-
zione sulla quale sembra pesare molto più la condotta morale e politica dei
candidati che la loro capacità professionale», fatto questo che trova conferma
nel contenuto del primo avviso di concorso rinvenuto nell’archivio storico e
negli atti di nomina corrispondenti, nei quali non appare alcun riferimento
al criterio della verifica professionale dei concorrenti575. Elementi che condi-
zionavano l’accesso al posto erano la fede battesimale, il certificato di buo-
na condotta morale rilasciato dal parroco, il certificato di ottima condotta
politica rilasciato dalla Direzione provinciale di Polizia, il diploma al libero
esercizio in medicina e chirurgia. L’attività condotta dai vari dipendenti del
Ricovero era rigorosamente disciplinata da capitolati e mansionari.
Le più rilevanti erano quelle degli infermieri, del medico chirurgo e del
guardiano. Sulla base del capitolato datato 1847 gli infermieri erano consi-
derati come figura intermedia tra il guardiano e il medico, dal momento che
intervenivano direttamente sul paziente «somministrando li medicinali nelli
modi ed ore che verranno ordinate dal Medico o dal Chirurgo», ma erano
parallelamente responsabili della «continua pulizia dell’infermeria, letti, in-
fermi e suppellettili tutte». L’impiego di infermiere era a carattere provviso-
rio nel senso che in qualsiasi momento e a discrezione dell’amministrazione

prefiggere il termine che devonsi custodire in una camera di disciplina, scoprendo nelle donne
e nelle fanciulle qualche grave mancanza, avrà la bontà di darne (comunicazione) all’Ammini-
strazione, la quale adotterà quelle misure di rigore, che troverà all’uopo convenienti, porterà
le di lei osservazioni su la polizia personale delle ricoverate, ed ordinare quelle amende che
troverà convenienti, ascolterà le doglianze o l’esposizione di quei bisogni che potessero aver
le ricoverate, avendo quindi compiacenza di giustificarne i titoli all’Amministrazione per gli
opportuni provvedimenti».
575
Avviso di concorso del 14 marzo 1837 per un posto di medico chirurgo, in Archivio SS. Salva-
tore, Personale Cessato Servizio dalla lettera G alla lettera R, categoria I, classifica 9, anni 1830-1899.

279
Gabriella Boilini-Giorgio Gosetti

poteva essere revocato. Il medico invece era considerato dipendente del Rico-
vero col vincolo però di chiedere annualmente, tramite specifica domanda,
la conferma da parte dell’amministrazione. Il compito del medico era quello
di «prestare l’opera sua a tutti indistintamente li ricoverati, siano nelle infer-
merie, siano nelle sale dei sani» effettuando due visite giornaliere. Al punto 6
del capitolato del 1833 si imponeva espresso divieto di «fare esperimento con
nuovi medicinali il di cui lodevole effetto sia tutt’ora dubbio». Al guardiano
erano assegnate le più diverse mansioni dal facchinaggio, alla spesa quoti-
diana, alla preparazione dei cibi in assenza del cuoco, ma anche mansioni di
responsabilità come seguire il medico nelle visite quotidiane, registrare i me-
dicinali ordinati e vigilare sulla corretta somministrazione degli stessi da par-
te degli infermieri. I guardiani erano anche tenuti a preparare «nel proprio
focolare que Decotti, Empiastri o fomenti che la buona economia suggerisce di
fare in casa per uso delle Infermerie» e ad accompagnare i ricoverati sia nelle
passeggiate settimanali, il martedì e il giovedì, sia alle funzioni religiose. Tra
le mansioni del guardiano vi era quella di trasmettere dettagliati rapporti
all’amministrazione in caso di inadempienza o violazione dei regolamenti
da parte dei ricoverati. I guardiani alloggiavano all’interno del Ricovero e
gli veniva richiesto di «praticare una visita almeno nella mezzanotte in ogni
rispettiva sala e nelle infermerie anche più spesso quando vi siano ammalati
gravi». Come per il medico, anche l’impiego di guardiano doveva essere an-
nualmente riconfermato su presentazione di apposita richiesta.

Presenze medie giornaliere nel periodo 1860-1869

Anno Uomini Donne Totale

1860 59 80 139
1861 66 86 152
1862 68 71 139
1863 78 65 143
1864 87 69 156
1865 92 65 157
1866 71 58 129
1867 80 56 136
1868 75 65 140
1869 75 64 139

Fonte: Archivio SS. Salvatore, Atti amministrativi, 1870 (Statistica degli in-
dividui ricoverati giornalmente nella Casa di Ricovero)

280
I MODENESI NELL’OSPEDALE RICOVERO DI SAN GIOVANNI IN PERSICETO DAL 1895

L’apertura ai malati di mente

L’amministrazione della Pia casa di ricovero affrontò la crisi economica,


verificatasi tra il 1885 e il 1890, con interventi notevolmente diversi da quelli
adottati tra il 1830 e il 1860 per fronteggiare le passività del bilancio, fonda-
mentalmente risolte con l’aumento della dozzina da corrispondere per i rico-
veri e col potenziamento delle attività economiche condotte all’interno dello
stabilimento, fra cui la fabbricazione di pane e pasta, di telaggi e l’istituzione
della farmacia. In questo caso infatti le decisioni furono di più ampia porta-
ta, scegliendo di privilegiare i contratti di convenzione con le Provincie, a
partire dal 1890 con quella di Bologna, per accogliere mentecatti o alienati,
come venivano denominati i malati provenienti da strutture manicomiali.
Nell’adunanza della Congregazione di carità del 9 maggio 1895 si concre-
tizzava la svolta, accettando l’ipotesi di un aumento dei malati ricoverati e
deliberando in conclusione di «far pratiche verso altre Deputazioni Provin-
ciali all’intento di ottenere anche da loro un certo numero di mentecatti inno-
cui da distaccare dai rispettivi manicomi, comunicandone la riduzione della
retta a £ 1 testé conclusa colla Deputazione Provinciale di Bologna». Presto
giungevano offerte anche da Modena, che fin dal primo momento, negoziava
subito uno sconto sulla retta: «Dalla Deputazione Provinciale di Modena, in
riscontro alla lettera circolare del 18 Maggio, ci è pervenuta offerta di 48 De-
menti innocui e tranquilli purché la Congregazione sia disposta ad accoglier-
li a £ 25 il mese anziché a £ 1 per giorno»576. La richiesta di riduzione della
retta veniva rigettata e anche sul numero di malati la Congregazione ribatte-
va l’esigenza di non ammetterne più di 24, «possibilmente tutti d’un sesso».
Analoga richiesta proveniva dalla Deputazione provinciale di Reggio Emilia,
la quale domandava l’ammissione di 50 «mentecatti innocui» evidentemente
in soprannumero. L’approssimarsi di un afflusso così massiccio provocava
problemi organizzativi all’ospedale in merito alle strutture per l’accoglienza:
«Pel deliberato accoglimento dei 24 mentecatti modenesi non potrebbe il ri-
covero far luogo alla richiesta della Deputazione Provinciale di Reggio, qual-
volta non adibisse, quale succursale propria, il palazzo già Ospedale, nella
maggior parte disponibile, idea questa che non può che trovare appoggio
entro e fuori della Congregazione, poiché insieme al vantaggio della Istitu-
zione, ne risentirebbe un utile non indifferente il paese”, si legge nel verbale
del 6 agosto della Congregazione. Le due richieste costituivano l’occasione
giusta per preparare una convenzione standard da far valere con tutte le am-
ministrazioni provinciali, che la Congregazione votava all’unanimità:
576
Verbale della Congregazione di carità, 30 luglio 1895.

281
Gabriella Boilini-Giorgio Gosetti

Convenzione pel mantenimento di mentecatti innocui


e tranquilli nell’Ospedale Ricovero di San Giovanni in Persiceto

Art. 1 La retta normale giornaliera per mentecatti è di comune con-


senso stabilita in £.1 (una lira) per ogni individuo fisicamente
sano
Art. 2 Nell’eventualità di malattie acquisite e per la durata di esse,
la retta di che sopra sarà elevata a £.1,50 (una lira e centesimi
cinquanta) per ogni infermo
Art. 3 Tali rette non potranno essere modificate se non allo scade-
re della presente convenzione, la quale avrà una durata di un
triennio a datare dal 1 Gennaio 1896
Art. 4 Qualora da una delle parti non intervenga preventiva disdetta
di 3 mesi, e cioè entro il 30 settembre 1898, la convenzione stes-
sa si intenderà prorogata d’anno in anno fino a che la disdetta
non pervenga in tempo utile
Art. 5 La Deputazione Provinciale si impegna di rimpiazzare annual-
mente le eventuali mancanze con altri dementi del genere per
modo che il numero di essi non venga menomato
Art. 6 Allorquando le piazze vacanti fossero più di quattro, la sosti-
tuzione dovrà farsi anche fra l’anno, salvo casi eccezionali e di
forza maggiore
Art. 7 Le spese di trasporto dal Manicomio a quest’Istituto, nonché le
spese mortuarie in £. 10 per decesso, faranno carico all’Azien-
da Provinciale
Art. 8 L’importo delle rette e spese accessorie sarà liquidato alla fine
di ogni bimestre, ed i pagamenti dovranno effettuarsi entro
quindici giorni dalla presentazione del relativo conto, alla cas-
sa di questa Congregazione ovvero in Bologna presso quella
cassa che sarà designata
Art. 9 Mediante il pagamento delle rette stabilite agli art. 1 e 2, si di-
chiara esclusa qualsiasi domanda di altra indennità o rimborso
per ciò che riguarda il ricovero, il trattamento e la cura dei de-
genti, fatta eccezione di quelle specificate all’art. 7
Art. 10 La presente convenzione, da redigersi in doppio originale po-
trà aver effetto anche prima dell’epoca fissata dall’art. 3 sem-
precché siano decorsi almeno due mesi dalla sua accettazione.

282
I MODENESI NELL’OSPEDALE RICOVERO DI SAN GIOVANNI IN PERSICETO DAL 1895

L’arrivo dei malati da Modena e Reggio imponeva un allargamento


dell’ospedale di San Giovanni in Persiceto, «lavori d’alzamento» necessari
per via della decisione che «i nuovi locali che servir dovevano d’infermeria,
saranno invece adibiti per dormitori ai mentecatti di Modena e Reggio, che
prossimamente verranno accolti in base ad analoghe convenzioni»577. Da
Reggio ne sarebbero provenuti 50, pagando una retta di 1.10 lire al giorno,
su un totale di 74 - «24 a ricovero nei locali in costruzione e gli altri 50 nel pa-
lazzo già ospedale, sino a che almeno siasi compiuto l’iniziato alzamento del
fabbricato» - possibili nuovi ospiti, a fronte dei quali si discusse della even-
tualità di assumere cinque suore per rafforzare il personale per concludere
invece che sarebbero stato sufficienti due inservienti. Complessivamente nel
settembre 1895 erano ospitati 110 malati di mente, tutti definiti «innocui e
tranquilli», una parte dei quali, 24 per la precisione, dunque proveniva da
Modena. Il notevole affollamento spingeva gli amministratori dell’ospeda-
le ad innalzare prudentemente una «cancellata di ferro a capo delle scale
principali». Il cambiamento induceva a particolari precauzioni; così parlava
il presidente della Congregazione: «Aggiunge che pur trattandosi di ma-
lati cronici tranquilli ed abitualmente innocui, sono però da osservarsi per
essi tutte le cautele di assistenza, sorveglianza e custodia che si richieggono
quindi per individui che per quanto tranquilli, sono sempre alienati, e ciò a
sgravio di ogni responsabilità per parte di questa Congregazione»578. Il nu-
mero dei ricoverati era destinato a crescere: alla fine del 1896 oltre 100 men-
tecatti provenivano dal San Lazzaro di Reggio, in parte poi ritirati nel 1903.
Il trattamento era intonato al no restraint, molto studiato e adottato all’inizio
del secolo: il responsabile del servizio medico dottor Ungarelli accennava,
in una lettera al presidente della Congregazione di carità, alla «soppressio-
ne di qualsiasi mezzo contenitivo», dovuto al fatto di essere «gradatamente
riusciti a dominare i mentecatti, nei periodi di agitazione, colla sorveglianza
esercitata più direttamente ed attivamente e coll’uso prudente di qualche
mezzo terapeutico anziché coi corsetti di forza o cogli altri mezzi condannati
ora mai al quasi completo abbandono». La metodologia abbracciata non tene-
va Ungarelli al riparo da numerose accuse di non essere riuscito «a conseguire
quanto a modesto giudizio nostro, sarebbe indispensabile. [....] È noto come
negli stabilimenti di questo Ospedale-Ricovero, ammalati, vecchi ricoverati e
mentecatti siano tenuti nelle stesse case, senza quella perfetta e completa se-
parazione che è resa necessaria da molte ragioni morali e igieniche. Nella suc-

577
Verbale della Congregazione di carità, 2 settembre 1895.
578
Verbale della Congregazione di carità, 25 ottobre 1895.

283
Gabriella Boilini-Giorgio Gosetti

cursale uomini, ad esempio, sono molti mentecatti e parecchi vecchi ricoverati


sani, che devono vivere in un ricovero, ma non in un quasi manicomio».579
L’istituto di San Giovanni in Persiceto, veniva detto con malizia, «appartiene
ad una di quelle Opere Pie che fanno la speculazione di mantenere a buon
mercato pazzi cronici e tranquilli. Dato l’affollamento generale dei manicomi,
la clientela non gli manca, bench’esso non dia alcun affidamento che i pazzi vi
siano ben tenuti. Anzi tutt’altro. I locali sono miseri e sporchi, sforniti di tutto
quanto accorre in un manicomio, privi di riscaldamento. Pochissimi infermie-
ri debbono badare a numerosi ammalati; la cura di questi è affidata al medico
condotto del paese, il quale naturalmente ha ben altre cose da fare»580.
La progressiva trasformazione psichiatrica dell’istituto, che nel 1905 or-
mai aveva ricoverati in gran parte di provenienza manicomiale, aveva com-
portato non pochi problemi, ma sta di fatto che all’ospedale di San Giovanni
in Persiceto venne conferita la medaglia d’argento in occasione dell’Esposi-
zione di Milano del 1906581. Anche se quantitativamente limitati, una certa
importanza sulla dinamica occupazionale locale ebbero i processi di poten-
ziamento del personale impiegato nello stabilimento attuati all’inizio del
‘900. Si pensi che mentre nel 1886 il personale, tra impiegati ed inservienti,
risultava di 14 dipendenti, nel 1906 il personale di servizio, escludendo cioè
gli impiegati dell’amministrazione, era formato da 25 persone, delle quali 11
assegnate ai servizi di custodia e 5 suore dimoranti nei locali del ricovero.
Non va infine trascurato il lavoro svolto dai ricoverati stessi, generalmente
assegnati al disbrigo di lavori di basso servizio. Permaneva infatti la pratica
già sperimentata nel periodo precedente, consistente nell’impiego di ricove-
rati, sani e mentecatti, in attività lavorative interne: una pratica però non più
unicamente concepita come contributo ad una gestione in economia dello
stabilimento, ma intesa anche come strumento di terapia: «Anche nei lavo-
ri manuali trovano da applicarsi dentro lo Stabilimento, sia lavorando per
conto proprio, sia aiutando i guardiani e gli infermieri nello sgombrare e ri-
pulire i locali e nel disbrigo dei vari servizi. Fra le donne poi, molte lavorano
di cucito aiutando il personale di Guardaroba. Così col concetto lusinghiero
di una relativa libertà personale, col lavoro ordinato e disciplinato, che in-
579
Cronachetta Persicetana, in “La fiaccola”, 4 luglio 1904.
580
I provvedimenti pel Manicomio di Venezia, (da “Persiceto nei giornali” raccolta di articoli ri-
guardanti Persiceto, curata da Giovanni Forni e conservata presso la biblioteca comunale “G.C.
Croce”).
581
G. Forni, Persiceto e San Giovanni in Persiceto. Storia monografica delle chiese, conventi, edifici,
istituzioni civili e religiose, arti e mestieri, industrie, ecc. dalle origini a tutto il secolo 19, Bologna,
Cappelli, 1927, p. 313.

284
I MODENESI NELL’OSPEDALE RICOVERO DI SAN GIOVANNI IN PERSICETO DAL 1895

duce in loro la intima soddisfazione di essere utili a qualche cosa, si riesce


ad eccitare e favorire in molti quel poco di attività fisica e psichica che loro
rimane, ottenendo qualche volta lunghe soste o notevoli miglioramenti nel-
la progressiva decadenza mentale cui sono inesorabilmente condannati»582.
Mancando qualsiasi riferimento a programmi di lavoro specifici ed indivi-
dualizzati, è difficile dire quale fosse nel periodo esaminato la consapevo-
lezza medica circa l’approccio ergoterapico nella cura dei mentecatti; certo è
che quelli ricordati sono i primi espliciti richiami al valore del lavoro sotto il
profilo terapeutico.

Presenze di modenesi all’ospedale ricovero di San Giovanni in Persiceto

anni uomini donne totale

1908 25 12 37
1909 22 11 33
1910 19 10 29
1911 35 22 57
1912 39 34 73
1913 31 31 62
1914 35 33 68
1915 49 35 75
1916 42 41 83
1917 36 34 70
1918 29 32 61
1919 5 11 16
1920 5 12 17
1921 6 10 16
1922 4 10 14
1923 4 10 14
1924 4 9 13
1925 5 9 14
1926 5 9 14
1927 15 15 30
1928 34 2 36

582
Documento a firma del dottor Ungarelli dal titolo Cenni monografici sull’Ospedale Ricovero.

285
Gabriella Boilini-Giorgio Gosetti

1929 33 19 52
1930 31 15 46
1931 37 14 51
1932 33 14 47
1933 30 14 44
1934 25 14 39
1935 23 14 37
1936 21 14 35
1937 19 15 34
1938 42 30 72
1939 35 27 62
1940 29 23 52
1941 23 25 48
1942 33 22 55
1943 27 18 45
1944 16 12 28
1945 46 44 90
1946 69 62 131
1947 56 47 103
1948 62 48 110
1949 61 43 104
1950 66 51 117
1951 67 51 118
1952 87 66 153
1953 88 65 153
1954 90 74 164
1955 78 82 160
1956 84 85 169
1957 77 67 144
1958 41 50 91
1959 31 39 70

286
I MODENESI NELL’OSPEDALE RICOVERO DI SAN GIOVANNI IN PERSICETO DAL 1895

Il controesodo

Inoltrandosi negli anni Sessanta, il San Giovanni aumenta il numero dei


propri ospiti e al tempo stesso mette in movimento una lunga riflessione
sulla natura e sul funzionamento del reparto psichiatrico. Alla base dell’af-
follamento di questi anni stavano sicuramente motivazioni economiche: le
rette erano più basse che altrove e ciò spiega il moltiplicarsi di domande di
ricovero provenienti da svariate aree del paese, dalla Sardegna al Piemonte
dalla Liguria alle Marche, oltre naturalmente tutte le province della regione.
Nel 1972 i pazienti erano circa 700; l’anno successivo i modenesi ricoverati
erano 173. Al 31 maggio 1978 risultavano ricoverati 97 pazienti provenienti
dalla provincia di Modena; di questi 65 non raggiungevano i 60 anni e 20
avevano un’età inferiore ai 39 anni. Molti di loro provenivano dall’istitu-
to Charitas di Modena, dove di regola restavano fino al compimento della
maggiore età.
Al tempo stesso la crescita quantitativa rafforzava le schiere del perso-
nale, rendendo l’ospedale l’impresa maggiore della cittadina emiliana. Uno
dei frutti della riflessione sviluppata sulle modalità di cura e assistenza era
rappresentata dall’assunzione in pianta organica di un sociologo, voluta
congiuntamente dal Comune e dall’amministrazione ospedaliera. Ben pri-
ma della legge 180 venivano sperimentati a San Giovanni in Persiceto tratta-
menti chiaramente indirizzati verso un miglioramento delle condizioni dei
pazienti. Al contempo l’ospedale si faceva parte attiva nel promuovere un
efficiente sistema di assistenza domiciliare ai malati di mente nell’area locale
di riferimento; e nel garantire ai ricoverati, in collaborazione con la Regione,
un rientro adeguato nella comunità di origine. Si inaugurava nell’occasione
una pratica del tutto positiva fra i vari soggetti coinvolti nella vicenda, dai
parenti ai tecnici comunali agli amministratori locali al fine di istituire i ser-
vizi necessari per favorirne il reinserimento. In questa ottica, fondamentale
fu il ruolo svolto da suor Clementina e dalle assistenti sociali interne all’isti-
tuto nello stimolare ed aiutare i parenti in visita ai ricoverati al fine di indi-
viduare anticipatamente strutture più idonee nel territorio di appartenenza
e favorire il trasferimento.

287
Gabriella Boilini-Giorgio Gosetti

CONDIZIONI OSPITI ALL'OSPEDALE-RICOVERO SAN GIOVANNI IL 31/05/1978


E PROPOSTE DI REINSERIMENTO
CONDIZIONI CONDIZIONI ANNI DI PROPOSTE DI
FISICHE PSICHICHE RICOVERO REINSERIMENTO

PROVENIENZA < 10 > X A B C D E


1 2 3 1 2 3 10 /20 20
BOLOGNA 57 71 27 27 60 68 2 37 97 73 19 16 30 16 42
MODENA 33 50 14 27 40 30 12 21 64 33 40 12 26 4 15
ALTRE PROVINCE 2 1 - - 3 - - 2 - 1 2 - 1 - -
TOT. EMILIA
ROMAGNA 92 122 41 54 103 98 33 60 162 117 81 28 57 20 57
TOT. SARDEGNA
29 21 6 19 29 8 1 27 28 31 29 11 8 3 5
ALTRE PROVINCE
FUORI REGIONE 10 4 2 4 8 4 1 4 11 10 5 6 2 1 2

TOT. FUORI
REGIONE 39 25 8 23 37 12 2 31 39 41 34 17 10 4 7

TOTALE 131 147 49 77 140 110 35 91 201 158 115 45 69 24 64

LEGENDA: X = USO DI PSICOFARMACI


CONDIZIONI PSICOFISICHE PROPOSTE DI REINSERIMENTO
FISICHE PSICHICHE A. FAMIGLIA O APPARTAMENTO D. ISTITUTO CON ASS. MEDICA
1. BUONE 1. POCOGRAVI
B. CASA DI RIPOSO E. ISTITUTO CON ASS. PSICHIATRICA
2. DISCRETE 2. MEDIAMENTE GRAVI
3. SCADUTE 3. MOLTO GRAVI C. CASADI RIPOSO CON ASS.

288
I MODENESI NELL’OSPEDALE RICOVERO DI SAN GIOVANNI IN PERSICETO DAL 1895

CONDIZIONI OSPITI MODENESI ALL'OSPEDALE-RICOVERO SAN GIOVANNI AL 31/05/1978


E PROPOSTE DI REINSERIMENTO
CONDIZIONI CONDIZIONI ANNI DI PROPOSTE DI
FISICHE PSICHICHE RICOVERO REINSERIMENTO

PROVENIENZA < 10 > X A B C D E


1 2 3 1 2 3 10 /20 20
MODENA 10 20 7 8 14 15 6 7 24 13 13 6 12 1 5
CARPI 5 4 1 4 5 1 2 2 6 4 6 1 1 2
MIRANDOLA 5 6 - 4 5 2 - 3 8 3 5 2 3 1
VIGNOLA 2 4 1 2 5 1 - 2 6 3 3 1 3 1
SASSUOLO 2 2 3 2 4 4 - 2 8 4 3 5 2 -
PAVULLO 2 2 2 3 1 2 - 2 4 2 3 1 1 1
FUORI DALLA
PROVINCIA 3 12 - 4 6 5 4 3 8 4 7 2 1 5
TOTALE 30 52 17 28 42 33 12 21 64 33 40 12 26 4 15

LEGENDA: X = USO DI PSICOFARMACI


CONDIZIONI PSICOFISICHE PROPOSTE DI REINSERIMENTO
FISICHE PSICHICHE A. FAMIGLIA O APPARTAMENTO
1. BUONE 1. POCOGRAVI B. CASA DI RIPOSO D. ISTITUTO CON ASS. MEDICA
2. DISCRETE 2. MEDIAMENTE GRAVI
3. SCADUTE 3. MOLTO GRAVI C. CASA DI RIPOSO CON ASS. E. ISTITUTO CON ASS. PSICHIATRICA

289
Gabriella Boilini-Giorgio Gosetti

Il reinserimento

In seguito all’emanazione della legge 180 assunse un’importanza estrema


la questione del reinserimento. A partire dal 1978 così grazie alla spinta data
alla vicenda dall’assessore alla Sanità della Provincia di Modena Vittorio
Saltini, congiuntamente con altri amministratori locali modenesi, operatori
dei servizi di igiene mentale territoriali e rappresentanti delle strutture del
San Lazzaro di Reggio Emilia e dell’ospedale di San Giovanni in Persiceto, la
questione del reinserimento, in virtù anche dei fondi regionali messi a dispo-
sizione, venne effettivamente gestita con la massima attenzione e sensibilità
nei riguardi dei pazienti. Il ritorno dei malati dimessi dall’ospedale venne fa-
vorito anche dalla diffusione di strutture per anziani nelle aree di Castelfran-
co, Mirandola, Sassuolo, Pavullo e Carpi. Di grande importanza sotto il pro-
filo dell’assistenza fu l’esperienza attuata a Vignola col dottor Gianninoni,
che vi era responsabile del Centro di igiene mentale. In stretta collaborazione
con gli operatori dell’ospedale, gli amministratori locali e con i parenti, per
mesi venne preparato il rientro di diversi malati583. Altrettanto successo colse
negli anni successivi all’entrata in vigore della legge la trasformazione dei
padiglioni ospedalieri in Casa protetta e in Comunità alloggio, strutture rese
idonee ad ospitare gli ex-ricoverati grazie ad una serie di progetti finanziati
dal Ministero della Sanità e dalla Regione Emilia-Romagna. Giocò un ruolo
di primo livello anche il prof. Tullio Aymone, la cui azione didattica venne
integrata allo sviluppo delle attività. Grazie alla sua opera il reinserimento
dei ricoverati si è svolto in un’ottica di consapevolezza, favorendo un sentito
dibattito culturale e politico, che ha fatto emergere in tutta la sua rilevanza
la persona in termini antropologici e scientifici. Sul piano dei servizi sociali e
sanitari, Aymone era profondamente convinto che, senza una comprensione
ed una elaborazione dei bisogni provenienti dal basso, dalle sperimentazioni
di partecipazione alla costruzione del welfare, non fosse possibile interpreta-
re e affrontare efficacemente i bisogni sociali e sanitari degli individui.
Nel complesso la delicatissima questione del reinserimento venne af-
frontata nel migliore dei modi e dette risultati soddisfacenti. Il dibattito svi-
luppato coinvolse pienamente tutte le categorie interessate, estendendosi
alla cittadinanza intera, alla quale venne richiesto un contributo fattivo. Fu
indubbiamente un momento di crescita collettiva e di assunzione da parte
della comunità di strumenti culturali inediti, che finirono per aiutare piutto-
sto che mortificare e abbandonare chi aveva necessità di integrazione. L’ap-
583
Tale iniziativa costituì un esempio decisivo per gli operatori della provincia di Nuoro per il tra-
sferimento, realizzato in soli tre mesi, di 50 ricoverati provenienti da San Giovanni in Persiceto.

290
I MODENESI NELL’OSPEDALE RICOVERO DI SAN GIOVANNI IN PERSICETO DAL 1895

prontamento di un linguaggio comune tra chi operava per il superamento


di strutture obsolete e chi si apprestava a ricevere ex-ricoverati nel territorio
di provenienza risultò una delle chiavi di volta della buona riuscita. I malati
vennero accettati come vicini di casa in un contesto di solidarietà e venne
riconosciuta loro piena cittadinanza ovunque avvenne il rientro al di fuori e
all’interno delle province emiliane584.

Luoghi di reinserimento dei modenesi Periodo: dal 1977 al 1983


Luogo n. soggetti
Famiglie o gruppi 20
Strutture luogo di residenza dei parenti 48
Strutture fuori zona 15
Totale trasferiti 83
Deceduti 15
Totale usciti 98

Presenze ex ospiti Ospedale – Ricovero S. Giovanni in P. in strutture del luogo di origine o


scelta dai parenti – Dicembre 2008
Sesso Classe di età Tipo di struttura
Strutt.
50- 70- Apparta- Casa
Provenienza Totale M F >79 mento protetta
extra- Altro
69 89 distretto
Modena città 2 1 1 1 1 1 1
Montefiorino 2 1 1 1 1 1 1
Fiorano 1 1 - 1 1
Formigine 1 1 - 1 1
Zocca 1 1 - 1 1
Montese 2 2 - 1 1 2
Pavullo 1 1 - 1 1
Spilamberto 1 - 1 - 1 1
Castelfranco 2 1 1 1 1 2
Carpi 2 2 - 1 1 2
Soliera 2 2 - 1 1 *
Finale 1 1 - 1 1
Totali 18 14 4 11 7 1 11 3 1

584
Nel 2008 la ricerca condotta in provincia di Modena ha permesso di individuare 18 ex-rico-
verati reinseriti, quattro dei quali sono stati video intervistati. Il risultato del lavoro consiste in
un dvd proiettato in occasione del convegno tenutosi a Modena il 16 dicembre 2008 celebrativo
dei trent’anni della legge 180. Oltre al dvd, altro materiale filmato, costituito da interviste ad
operatori ed amministratori protagonisti della fase del reinserimento, è depositato presso l’Isti-
tuzione Minguzzi di Bologna.

291
INDICE DEI NOMI DI PERSONA

ACANFORA, 178n, 185


ACKERKNECHT E.H., 228n
AGOSTINI C., 21
ALBERTINI A., 131, 137
ALLEN D.F., 229n
ALTAVILLA E., 53n
AMADEI G., 16 e n
ANGELA C., 50
ANSERMET F., 233n
ANTONINI G., 21, 22n, 63n, 65 e n, 67n, 120n
ARDIGÒ A., 24
ARNONE R., 18n
ASSAGIOLI R., 23
AYMONE T., 290
AZZURRI, 78
BABINI V.P., 40n, 121n, 124n
BALDI A., 40n
BALDI F., 19n
BALDUZZI E., 40n
BALDUZZI O., 52
BANISSONI F., 48n
BARALDI M., 220n, 256 e n, 258, 262n
BARBIERI M., 114n
BARBIERI M.P., 277 e n, 279
BARGAGLI PETRUCCI G., 28n
BARONCINI L., 26-27, 38n, 65, 66n
BASAGLIA F., 67, 74-77, 83, 87n, 89n, 144, 161, 194-195, 198-199, 201-202, 204-205
BASSOLI, 198
BAYLE P., 222 e n, 228
BELLELLI, 163n, 174, 177n
BELLOCCHI I., 258n
BELLONI G.B, 74
BELMONDO E., 60-61, 71
BENASSI P., 119n, 235, 258n, 263n

293
BENATI R., 133
BERCHERIE P., 229n
BERGSON H., 26
BERTANI A., 34
BERTANI M., 231n
BERTOLANI A., 232
BERTOLANI DEL RIO M., 245 e n
BIAGI L., 218
BIANCHI B., 133n, 134 e n
BIANCHI L., 16, 19-20, 33n, 43-44, 62, 68 e n, 69, 125
BIANCHINI M.L., 23
BIEHL J., 234 e n
BIFFI, 244
BIFFI S., 15
BIGIARELLI Q., 64n
BONACOSSA G.S., 104 e n
BONFIGLIO F., 52, 53n, 66 e n, 71 e n
BONFIGLIOLI L., 48n
BONGIORNO V., 40n, 116n
BONI E., 114
BORELLI A., 130
BORGARELLO G., 51n, 53n
BORTOLAMASI, 114
BORTOLOTTI, 199-200, 203, 206
BOSCHI G., 16n, 22n
BRACCI M., 82n
BRAMBILLA S., 45n
BRAVO A., 50n
BRENTANO F., 27
BRETON A., 243
BRUGIA R., 124
BRUNERI M., 65
BUCCOLA G., 222
BUCKNILL, 60
BURGENER P., 231n
CABRAS P.L., 97n, 98n
CAGOSSI M., 97n
CALDERONI M., 24 e n
CALLONI M., 40n
CALORI CENSIS L., 114n
CAMPANINI E., 97n
CAMPOLI G., 40n

294
CAMPOLIETI N.M., 22n
CAMPONOVO E., 53n
CANELLA G., 65
CANELLA M., 46n
CANOSA R., 40n, 144n, 161n, 226n
CARAVAGGI L., 259n
CARDONA F., 110
CASATI, 135
CASOLI V., 133
CASSATA F., 41n, 44 e n, 45n, 68n, 71n, 134n, 138n
CASSINELLI B., 26n, 37 e n, 38 e n, 39n
CASTEL R., 224n
CAZZAMALLI F., 42 e n
CERAVOLO M., 72
CERFBEER A.E, 99, 103
CERLETTI U., 27, 47, 51, 66, 72
CESARI G., 131
CHARCOT, 250
CHECCHIA N., 31n
CHELI E., 115n, 116n
CHIARUGI V., 37, 47, 57, 102 e n
CHITI S., 98n
CIONINI A., 133
CIPOLLI C., 116n
COCCHI, 208
COGNETTI 22
COLLI A., 162n
COLUCCI S., 78n
COMTE A., 23
CONOLLY J., 60 e n, 74, 213
CONSIGLIO P., 20 e n, 23 e n, 50n
CORBAZ A., 243
CORBELLINI G., 161n, 177n
CORBERI G., 28n, 38n, 39 e n, 65, 66n
CORRADINI M., 131
COSMACINI G., 40n
COTTI M., 110n, 126n, 226n
CROCE B., 16
CURTI, 244
D’ALFONSO N.R., 30 e n
D’ORMEA A., 82
DALL’ACQUA M., 97n

295
DAQUIN, 213, 216
DARWIN C., 20, 23, 36
DE BERNARDI A., 38n, 118n, 125, 129n, 258n
DE CARO D., 51n, 52
DE GIOVANNI A., 26
DE LUCIA G., 40n
DE PERI F., 57n, 59 e n, 75, 76n, 109n, 118n, 129
DE SANCTIS S., 21, 36n, 37, 44n, 222
DE SARLO F., 27 e n, 222
DE ZAN M., 40n
DEL BOCA A., 194n
DEL GRECO F., 20, 25, 26 e n, 40n
DELAY, 233
DELLA PERUTA F., 40n, 57n, 59n, 60n, 76n, 109n, 258n
DENIKER, 233
DERRIDA J., 251 e n
DESMAISONS DUPALLANS J.G., 97, 98 e n, 99n, 102n, 103n, 104n, 105
DI DIODORO D., 12n
DI PIETRO P., 107n, 108n
DI TULLIO B., 39
DISARÒ R., 87n
DONAGGIO A., 45, 70, 116, 132-133, 222
DONATI A., 74
DONEGANI G., 51n
DÖRNER K., 228n
DUBUFFET J., 243
DUPRÉ, 230
ENGSTROM E.J., 229n
ESQUIROL J.-É. D., 97 e n, 102, 213, 218, 224 e n, 239
FAILLA E., 74-75
FALRET J.P., 223n
FARI S., 162n
FEDELE F., 40n
FELSANI G., 48n
FERRARI FRATELLI, 138
FERRARI G.C., 17, 22n, 24, 27, 61 e n , 62, 63n, 65e n, 67n, 71, 120n, 222
FERRARI L., 133
FERRARI M., 258n
FERRARI R., 211n
FERRI E., 21, 29n
FERRI G., 131
FERRIO C., 42n

296
FERRO F.M., 97n, 121n, 125
FIAMBERTI A.M., 77n
FINZI R., 258n
FIORI G., 23
FIORINO V., 118n, 119n, 125, 126n
FORNI G., 284n
FORTIS A., 19
FOUCAULT M., 47n, 57, 224n, 246n, 247, 249, 251n
FRAGNITO O., 80, 81 e n
FRANCESCO III DÍESTE, 99n
FRANCESCO IV DÍESTE, 102n, 108-109, 216, 217n, 262
FRANCESCONI A., 87n
FRANCESCONI, 188-189
FRANK J., 97n
FRANZINELLI M., 37n, 40n
FREUD S., 31, 249
FRIGESSI D., 40n
FRUGGERI L., 211n
FUNAIOLI G., 22 e n, 23n, 38n, 80-81
FUSSEL P., 50n
GALLI DELLA LOGGIA E., 50n
GALLONI A., 102 e n, 103, 104, 216, 217 e n, 218, 238-239
GARDINI S., 124, 130
GARIN E., 19n
GASPARINI N., 46n, 48n
GEMELLI A., 18 e n, 23, 28 e n, 29 e n, 30 e n, 39, 46
GENERALI F., 131
GENTILE G., 16 e n
GEYMONAT L., 40n
GHELFI C., 87n
GHERARDI E., 255n
GIACANELLI F., 19n, 40n, 125, 277
GIACCHI F., 38n
GIANNINONI, 290
GIBELLI A., 12n, 43n, 51n, 133n, 134 e n
GINI C., 41
GIOLITTI G., 126, 226n
GIUNTINI A., 107n, 162n
GOLDSTEIN J., 224n
GOLGI C., 27
GORING C.B., 21
GORNI G., 110n, 120, 139

297
GOZZANO M., 66 e n, 72, 73n
GRAMSCI A., 21, 31
GRASSELLI V., 214 e n, 216n, 217n, 218n
GRIESINGER W., 59-60, 71, 222 e n, 228 e n
GUARNIERI P., 27n, 47n, 116n, 119n, 144n
GUICCIARDI G., 131, 133, 222, 231, 245, 258n
HAECKEL E., 36
HEALY D., 233n, 234
HECKER E., 222 e n
HEIDEGGER M., 248n, 249
HERDER J.G., 34
HINTERHUBER H., 50n
HOCHMANN J., 231n
HOOPER-GREENHILL E., 250n
HUSSERL E., 248 e n
JAY M., 249 e n
JERVIS G., 161n, 177 e n
JONES M., 54n, 235
JUNG C.G., 17 e n
KAAN, 230
KAHLBAUM K.L., 222 e n
KLEINMAN A., 234n
KOBLINSSKY M., 45n
KRAEPELIN E., 25, 28, 222, 223n, 228, 229 e n, 231
KRAFFT-EBING R., 222, 223n, 230
KRAMER P.D., 233n
LABITA V., 32n, 40n
LABORIT H., 233
LAJOLO L., 143n, 144n
LAKOFF A., 233n, 234n
LAMARCK J.P.B.A., 20
LANTÉRI-LAURA G., 224 e n
LATTES L., 26 e n, 38 e n, 39n
LE BON G., 34
LEGRAIN, 230
LEONE A.R., 29n
LEONI M., 72n
LEVI BIANCHINI M., 15, 27
LIÉGEOIS A., 231n
LIPPI D., 97n, 98n
LIVI C., 15, 78, 110 e n, 115-116, 218, 243, 252
LO RUSSO L., 205n, 211n

298
LOMBROSO C., 17 e n, 18 e n, 19-21, 23-24, 27, 29n, 30-32, 33 e n, 34, 35 e n, 36,
38, 39 e n, 40n, 258
LOMBROSO FERRERO G., 25 e n
LONNI A., 125
LORIA, 29n
LUGARO E., 23, 25n, 32 e n, 33 e n, 34, 35n, 36 e n, 37, 116, 131
LUZZI S., 73n
MAFFEO S., 40n
MAGISTRETTI P., 233n
MAGNAN V., 222 e n, 230, 231n
MAIN T., 54n
MAIOCCHI R., 40n
MANENTE S., 34n
MANGIAROTTI O., 22
MANGO, 208
MANGONI L., 40n
MANTEGAZZA P., 29n
MANTOVANI C., 68n, 71n
MANZONI B., 70n
MARAGLIANO D., 259 e n, 260
MARCHELLI D., 102n
MARCHETTI V., 231n
MARHABA S., 24n, 36n,
MARIE A., 243 e n
MARIOTTI L., 72-73, 182, 193
MARLETTA M., 72n
MARMIROLI, 90, 167 e n
MARTINELLI F., 118n
MARX K., 23
MARZI V., 205
MASELLA C., 211n
MATTINI M., 205n
MATTIOLI L., 52n
MAZZA A., 233
MAZZARELLO P., 18n
MEDEA E., 42
MEIGE, 230
MELLINA S., 66 e n
MEYNERT T., 228, 229n
MIGLIOLI M., 97n
MINGAZZINI G., 16
MINUZ F., 58n, 116n

299
MIRAGLIA B., 15
MODENA G., 27, 38n, 41 e n, 45, 63n, 65, 66n
MOLL, 230
MONDELLA F., 40n
MONELLI V., 133
MONELLI, 174
MORAGLIO M., 43 e n, 44n, 120, 126n, 127n, 139 e n, 144n
MOREL A.B., 20, 30, 36-37, 222 e n, 230, 231n
MORGENTHALER W., 243 e n
MORSELLI E., 18n, 21 e n, 22n, 26 e n, 27 e n, 28 e n, 29n, 31, 33 e n, 34, 35n, 37
e n, 39 e n, 116
MOSSO, 29n, 222
MUCCIARELLI G., 40n
MUGGIA G., 42n
MUZZIOLI G., 107n
NACCACHE L., 233n
NAVA C., 133
NORCIO B., 49n
NORDAU M., 21
NOTA A., 114n
OLMI R., 211n
PACCHIONI, 176, 202
PADOVANI G., 45n, 48n, 51, 52n
PAGLIA G., 102n
PALMERINI, 78
PANZERI L., 118n
PAPINI G., 29n
PARLATO G., 19n
PASSIONE R., 47n
PATERLINI M., 258n
PAULHAN J., 243
PELOSO F.P., 40n
PENDE N., 26
PETRAZZANI P., 222, 231, 232 e n
PETRINA A., 234n
PEZZI V., 262n
PICHOT P., 229n
PIERACCINI A., 137
PIGNARRE P., 234 e n
PILCZ, 230
PINEL P., 47, 57, 58, 60, 68, 213, 216, 218, 223, 239
PIO IX (GIOVANNI MARIA MASTAI FERRETTI), 28

300
PIRELLA A., 49n
PIRO S., 226n
PIZZOLI U., 116
POGLIANO C., 19n, 40n
POLI F., 38n
POMIAN K., 250 e n
PORTA V., 233
PORTIGLIOTTI G., 19n
PREZZOLINI G., 27, 29n
PRINZHORN H., 243 e n
PULINI C., 87n
QUARCHIONI M., 40n
RANCHETTI M., 242n
RAZZABONI C., 114-115
REIL, 216
REJA M. (MEUNIER P.-G.), 243 e n
REVELLI N., 49n
RICCARDI P., 114
RIGHI RIVA U., 136
RIGHI S., 205 e n, 206 e n, 207, 210
RIVA E., 222
ROGUES DE FURSAC J., 243 e n
ROKITANSKY, 228
RONCATI F., 124
RONCORONI L., 14n
ROSCIONI L., 56, 57n, 65n
ROSE N., 233n
ROSE S., 233n
ROSSI P., 258n
ROSSINI, 198-199
RUIU L., 53n
SABA SARDI F., 35n
SACCHI, 197, 201
SAKEL, 232
SALOMONE G., 18n
SALTINI V., 290
SAN DONNINO P.L., 131
SANDONNINI P., 114n
SANGUINETTI C., 124
SANTI A., 133
SAPORITO F., 17n, 21 e n, 23 e n, 25 e n, 33 e n
SARTRE J.-P., 249 e n

301
SAURY, 230
SAVA R., 97n
SCARPA S., 205
SCARTABELLATI A., 15n, 19n, 34n, 40n, 120, 121n, 134n, 138n, 139 e n
SCHOTT H., 228n, 229n
SCHULE H., 222, 223n
SCIUTI M., 48 e n
SÉGLAS J., 222 e n
SEGRE R., 50n
SERGI G., 21, 29n, 31
SERRADIMIGNI, 175
SETTI U., 131, 133
SHORTER E., 47n, 54n
SIMON M., 242n
SOGLIANI G., 46n, 80n
SORCINELLI P., 40n, 50n
SPENCER H., 20, 23
SPERAPANI U., 45n
STOCK F., 40n, 111n, 226n
TACOLI L., 131
TAGLIABUE L., 205n, 211n
TAMASSIA A., 244 e n
TAMBRONI R., 131
TAMBURINI A., 18 e n, 19, 21, 22n, 34 , 59 e n, 62, 63n, 65 e n, 67 e n, 68, 71, 116
e n, 120n, 124, 216n, 220n, 221 e n, 222, 223n, 225, 227, 230-232, 240, 244, 245n,
252n, 264
TANZI E., 23, 32 e n, 33 e n, 35n, 36 e n, 37, 55 e n, 59, 63, 116, 222
TAPARELLI B., 133
TARDIEU A., 242 e n
TAROZZI G., 24, 25 e n
TAVERNARI P., 220n
TIRELLI, 117
TÖLLE R., 228n, 229
TONNINI S., 34n
TORNABENE M., 12n, 46n, 50n, 65 e n, 141n, 143n, 144n
TORRESINI L., 49n
TORT P., 231n
TREGENDA M., 44n
TRIVA R., 143, 174, 176, 177 e n, 185
TROILO E., 24 e n
TUKE, 216
TURCI L., 200, 202

302
UNGARELLI, 283, 285n
VACCA L., 259n
VACCARI L.A., 131
VAILATI G., 17
VAIRO F., 31n
VALENSTEIN E.S., 40n
VALENTIN L., 104 e n
VANNOZZI F., 78n, 81n
VASSALE G., 222
VASTA M., 162n
VEDRANI A., 15n, 27 e n, 28, 31
VENTURI S., 34 e n
VERGA A., 15, 37 , 125n
VICARELLI G., 126n
VICINI, 186, 187 e n, 191-193, 196, 198-199
VIDONI G., 28n
VILLA R., 40n, 121n
VINCENZI S., 277 e n, 279
VIOLA G., 26
VISINTINI F., 32n
VOLMAT R., 243
VON ECONOMO, 228
VON MEDUNA, 232
WAGNER-JANUREGG, 66
WEIS E., 23
WERNICKE, 228
WESTPHAL, 230
WITTGENSTEIN L., 249
WOLLFLI A., 243
WULFING-LUER, 230
ZALOSYC A., 231n
ZANCHIN G., 18n
ZANI I., 218
ZANOLI, 169
ZAVOLI S., 73
ZINANI, 202

303
POVERE MENTI
LA CURA DELLA MALATTIA MENTALE

LA CURA DELLA MALATTIA MENTALE NELLA PROVINCIA DI MODENA FRA OTTOCENTO E NOVECENTO
NELLA PROVINCIA DI MODENA
FRA OTTOCENTO E NOVECENTO
a cura di Andrea Giuntini

POVERE MENTI