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C E N T R O S T U D I

Nicoletta Cinotti

MINDFULNESS E PSICOTERAPIA

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Mindfulness e psicoterapia: la rivoluzione del presente

Mindfulness e psicoterapia: la rivoluzione del presente

La mindfulness sta assumendo una posizione emergente nel quadro della psicoterapia
contemporanea. Un fenomeno che ha pochi paragoni rispetto al passato. Molto quindi è
stato scritto sull’uso dei tradizionali protocolli mindfulness: MBSR e MBCT e sul nuovo
protocollo Mindfulness self compassion ( si rimanda a questi link per una definizione della
parola mindfulness). In questa breve serie di articoli di riflessione sull’uso della mindful-
ness in psicoterapia non partirò quindi da come possa venir usata nei protocolli ma, piut-
tosto, dall’analisi degli elementi innovativi, rispetto alla tradizione psicodinamica, che
l’approccio mindfulness porta nel campo continuamente in cambiamento della psicotera-
pia.

La rivoluzione del presente

L’elemento centrale di questa rivoluzione è


il fatto che l’orizzonte temporale d’espe-
rienza si sposta dall’analisi sul passato,
all’esperienza del momento presente. Tutti
noi conosciamo il ruolo centrale che ha
avuto la ricostruzione biografica nella tra-
dizione psicoanalitica e a quanto ogni ap-
proccio si sia occupato del ruolo del trau-
ma e dei suoi effetti nel tempo.

Questa ricostruzione storica avveniva con


l’intenzione di “riparare” il danno che il
passato aveva prodotto e che continuava
ad essere attivo nel presente della perso-
na. Una posizione messa in dubbio dalle
recenti scoperte sul funzionamento della

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memoria.

Memoria e Psiche

A partire dagli anni ’90 del secolo scorso un’enorme quantità di ricerche e di dati ha per-
messo di comprendere meglio il funzionamento del nostro cervello e della nostra memo-
ria. Abbiamo così scoperto che esistono due diversi magazzini di memoria: il primo – che
potremmo definire quello della memoria corporea e procedurale – è attivo fin dalla nascita
e rimane la forma di memorizzazione prevalente fino ai due anni e mezzo d’età. Il secondo
- che è la nostra memoria autobiografica e narrativa – matura successivamente. Entrambi
rimangono attivi e in relazione tra di loro per tutto il resto della nostra vita ma l’integrazio-
ne tra queste due memo-
rie avviene a partire dal-
l’esperienza vissuta e
non da quella narrata.
Ecco perché è diventato
così centrale trovare
strumenti esperenziali
che permettano di rin-
tracciare l’azione del
passato sul presen-
te piuttosto che la me-
moria dell’evento
passato. 

Narrare o sperimenta-
re?

Raccontare un evento accaduto attiva risposte cerebrali che fanno parte delle nostre abi-
lità narrative: provare un’esperienza che si basa su esperienze passate permette l’integra-
zione tra i due registri di memoria e, soprattutto, attiva il processo di cambiamento.

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Il cambiamento quindi è fondato sull’esperienza vissuta. Ci deve essere un’esperienza
reale, un evento soggettivamente vissuto, con sentimenti espressi e azioni compiute in
tempo reale, nel mondo reale, con persone reali, in un momento esperito come presente,
perchè si attivi un processo di cambiamento. Raccontare cosa è successo è tutt’altro che
privo di valore: ci fornisce condivisione, scarica emozionale, sostegno relazionale ma non
è sufficiente per dirigere le nostre risorse verso il cambiamento.

Il momento presente

Primo tra gli psicoanalisti americani a cogliere questo significativo passaggio di focus te-
rapeutico è stato Daniel Stern nel 2005, in uno dei suoi ultimi lavori, “Il momento presen-
te. In psicoterapia e nella vita quotidiana”. Lasciamolo parlare del momento
presente:“nella convinzione che inquadrare il processo psicoterapeutico in una nuova luce
e modificare le nostre concezioni sul cambiamento terapeutico e sui fattori che lo inne-
scano trasformerà anche il nostro modo di condurre la psicoterapia, poiché diverso sarà il
modo in cui osserviamo ciò che vi accade. Probabilmente anche la nostra visione del-
l’esperienza quotidiana ne sarà arricchita.” (Stern).

Ma cos’è il momento presente?

Il momento presente a cui Stern si riferisce, e che viene usato nell’esperienza mindful-
ness, è il momento di esperienza soggettiva nell’atto del suo compiersi. In questo mo-
mento sono racchiuse le possibilità di cambiamento, gli eventi nodali in grado di modifi-
care il corso delle nostre vite; si tratta del kairos, ovvero il momento in cui qualcosa viene
in essere. Stern elenca le caratteristiche centrali del presente che sono le stesse che ven-
gono sperimentate nell’esperienza mindfulness, e sono le seguenti:

• Il momento presente si manifesta durante un periodo ininterrotto di consa-


pevolezza o di coscienza;
• Il momento presente non è il resoconto verbale di un’esperienza, ma
l’esperienza così come viene originariamente vissuta;
• L’esperienza del momento presente consiste in tutto ciò che è consapevole
mentre il momento viene vissuto;
• I momenti presenti sono di breve durata;

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• Il momento presente assolve una funzione psicologica;
• Il momento presente è un evento olistico;
• Il momento presente è un fenomeno temporale dinamico;
• Il momento presente, nel suo svolgersi, è in parte imprevedibile;
• Il momento presente implica un certo senso di sé;
• Il Sé che fa esperienza assume una certa posizione rispetto al momento
presente;
• Non tutti i momenti presenti possiedono la stessa importanza.
Passato e presente si danno la mano

Ogni momento presente mette in scena una storia vissuta, formata da numerose brevi
esperienze che convergono nel presente soggettivo. Questi particolari momenti riescono
a cogliere in parte lo stile, la nostra personalità, le nostre preoccupazioni o i nostri conflit-
ti, costituendo dei casi particolari di schemi di risposta passati e futuri.

In questo modo possiamo contestualizzare i ricordi, selezionando le parti del passato da


attivare e riportare al presente, stabilendo in che modo dovranno essere assemblate per
adattarsi meglio alla situazione presente e manifestare il loro effetto. Senza una modifica
del passato funzionale, di questi schemi abituali di risposta, non vi può essere alcun
cambiamento. In psicoterapia avviene così un importante passaggio di prospettiva:“È la
COSCIENZA, non più l’inconscio, il MISTERO CHIAVE.”(Stern).

Questo il tema della prossima settimana!

a cura di Nicoletta Cinotti

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Lo spazio della consapevolezza

È la Coscienza, non più l’inconscio, il mistero chiave.”(Stern).

L'attenzione al momento presente, tipica dell'esperienza mindfulness, come abbia-


mo visto la scorsa settimana, sposta il focus dalle dinamiche inconsce del paziente a
ciò che rientra nel suo campo di esperienza consapevole. Questo spostamento d'at-
tenzione è estremamente rilevante perché presuppone l'uso di strumenti clinici di-
versi.

Intanto presuppone una sospensione dell'interpretazione - che richiede per il clini-


co la dimestichezza e l'uso di uno schema di lettura delle dinamiche inconsce - alla
costruzione di esperienze che aumentino l'area della consapevolezza di sè.

Comporta anche un significativo spostamento dell'attenzione dai contenuti che il


paziente porta al modo con cui affronta le difficoltà quotidiane e quindi a quelli che
sono gli schemi abituali di risposta nelle aree corporea, emotiva e mentale. Due spo-
stamenti che sottolineano per l'appunto, il ruolo centrale della consapevolezza come
chiave d'accesso al funzionamento reale e quotidiano della persona.

Cos'è la consapevolezza

Nel linguaggio comune, si intende per consa-


pevolezza (awareness in inglese ) la percezio-
ne che si ha di un evento e la reazione corporea,
emotiva e cognitiva, al verificarsi di questa con-
dizione. Non implica necessariamente la com-
prensione di ciò che accade - e anzi si potrebbe
definire una forma di conoscenza non narrativa
- ma presuppone la capacità di prestare atten-
zione alla propria esperienza sensoriale e la ca-
pacità di descrivere e nominare gli elementi che
compongono l'esperienza stessa.

Questa attenzione alla consapevolezza comporta


due aspetti essenziali: il primo è che la consape-
volezza può essere parziale e soggetta a restri-
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zioni che sono fortemente legate alla qualità del momento presente in cui avviene. Il
secondo è che la consapevolezza rende l'esperienza prima di tutto un evento corpo-
reo e rende il corpo la base e l'ancora dalla quale partire per indagare gli aspetti
emotivi e il funzionamento della mente.

La limitazione della consa-


pevolezza

La consapevolezza è un'evento di-


namico soggetto a fluttuazioni e
oscillazioni che ampliano o riducono
il campo d'esperienza. Sappiamo
che, in condizioni di stress, la nostra
consapevolezza diventa selettiva e,
in qualche modo modificata, men-
tre, in condizioni di benessere, si
amplia e si diversifica. Sappiamo
anche che, per molti compiti della
nostra vita quotidiana, la nostra
consapevolezza subisce un tipo par-
ticolare di restrizione che ci fa fun-
zionare secondo schemi abituali di
risposta. Proviamo ad approfondire
quindi quali possono essere gli ele-
menti di limitazione e quali le limi-
tazioni connesse agli schemi auto-
matici di risposta.

Cosa limita la consapevolezza


corporea

La consapevolezza corporea è alla base del processo stesso di consapevolezza e la


sua ampiezza è radicata nella qualità dell'esperienza corporea. Contrazioni musco-
lari croniche, limitazioni nel movimento, o l'inibizione dall'espressione emotiva, ri-
ducono la base corporea della consapevolezza fino a produrre stati di parziale ane-
stesia corporea. L'esperienza corporea non percepita è comunque registrata a livello
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del sistema nervoso centrale e va a costituire la base dei segnali di risposta su cui
poggia la nostra esperienza e su cui poggiano i nostri processi di attribuzione del si-
gnificato.

Qualsiasi emozione non possa essere espressa rappresenta inoltre una fonte di ten-
sione per i muscoli e una potenziale riduzione di consapevolezza. La correlazione
tra tensione muscolare e inibizione è talmente stretta che è possibile valutare quali
sentimenti o impulsi sono inibiti in una persona studiando le sue tensioni muscola-
ri. Le tensioni che nascono dall’inibizione emotiva sono tensioni che si sviluppano
lentamente, attraverso il ripetersi di esperienze frustranti e, spesso insidiosamente,
diminuiscono la nostra consapevolezza.

Sappiamo inoltre che la nostra esperienza emotiva può essere consapevole solo
quando rientra dentro la nostra finestra di tolleranza.

La finestra di tolleranza

La finestra di tolleranza è un concetto sviluppato da Daniel Siegel nel 1999. Siegel la


definisce come quel range all’interno del quale le diverse intensità di attivazione
emotiva e fisica possono essere integrate senza interrompere la funzionalità del no-
stro sistema (Siegel, 1999,253 ed. americana).
Quando i pazienti sono all’interno della loro finestra di tolleranza le informazioni
che provengono dal mondo interno e dall’ambiente esterno possono essere integra-
te, in un fluire ininterrotto di informazioni percettive che vengono assimilate e as-
sociate ai dati emotivi e cognitivi, e rimangono nel campo della consapevolezza fino
a costruire un significato alle esperienze. Se usciamo dal nostro range di tolleranza
entriamo in uno stato di iperattivazione o di ipoattivazione che produce una fram-
mentazione o riduzione significativa dell'esperienza percettiva. Questa condizione,
tipica delle situazioni traumatiche, è in realtà più frequente, a livello subclinico, di
quanto siamo abituati a pensare e produce una riduzione, a volte sistematica e
quindi significativa, della consapevolezza.

La limitazione che nasce dal giudizio

Esiste un tipo particolare di limitazione della consapevolezza che fa da cerniera con


quelle che sono le limitazioni legate agli schemi abituali di risposta ed è quella che
nasce dalla valutazione delle esperienze percettive in tre categorie di
base: positive, negative e neutre. Quando giudichiamo un'esperienza negativamente

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tendiamo ad attivare dei meccanismi difensivi che cercano di eliminare il disturbo
dal campo della coscienza. Ma la prima valutazione appercetiva può essere un tra-
bocchetto e, inoltre, abbiamo bisogno di affrontare, anziché evitare o nascondere,
gli elementi che percepiamo negativamente. Se aumentiamo la consapevolezza dei
nostri schemi di risposta possiamo rallentare il processo di giudizio dell'esperienza
e renderlo un giudizio a posteriori anziché un giudizio a priori.

La limitazione che nasce dagli schemi abituali di risposta

Tutti noi funzioniamo anche attraverso modelli automatici di risposta. La presenza


di queste risposte automatiche è funzionale perché ci permette di agire senza dover
continuamente re-imparare come farlo. La base di queste modalità automatiche è
collegata alla nostra memoria procedurale che attiva il modello di risposta. Non ab-
biamo bisogno, ogni volta, di ricordarci la nostra scuola guida: entriamo in macchi-
na, giriamo la chiave e partiamo. Il nostro corpo sa come farlo e la nostra mente sa
dove andare.

Il problema è che gli schemi abituali di risposta tendono a rimanere costanti e a ri-
petersi sempre uguali anche di fronte a condizioni diverse. Insomma abbiamo un
problema di aggiornamento, come scopriamo, a volte, cambiando macchina o si-
stema operativo del computer! Questo è dovuto al nostro bisogno di coerenza: ap-
prezziamo la ripetizione perché ci permette di sperimentare un senso di continuità
con il passato. Tutto bene tranne che questi schemi non vengono usati solo per le
azioni quotidiane ma anche per le risposte su base difensiva, nate per proteggerci
adeguatamente da un pericolo vissuto e non più aggiornate. E' qui che l'attenzione
all'esperienza consapevole si intreccia con l'importanza del momento presente. In
questo modo possiamo fare un aggiornamento delle nostre modalità di risposta e
domandarci se quel modello di risposta è ancora funzionale o se necessita di una re-
visione perché le condizioni attuali sono modificate. La necessità di aggiornamento
comporta una valutazione attenta delle nuove e di-
verse condizioni attuali e una sospensione da quel
giudizio immediato che tendiamo a fare e che diven-
ta l'interruttore dello schema abituale di risposta.

Passato e presente intrecciati

E' nelle nostre modalità abituali di risposta che av-


viene lo "scambio" tra passato e presente. Ogni mo-

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mento presente mette in scena una storia vissuta, formata da numerose brevi
esperienze che convergono nel presente soggettivo. Questi particolari momenti rie-
scono a cogliere in parte lo stile, la personalità, le preoccupazioni o i conflitti del
soggetto, costituendo dei casi particolari di pattern passati e futuri.

Permette di contestualizzare i ricordi, selezionando le parti del passato da attivare e


riportare al presente, stabilendo in che modo dovranno essere assemblate per adat-
tarsi meglio alla situazione presente e manifestare il loro effetto.

Il momento presente rivela così un “mondo in un granello di sabbia” (Stern


2005), sufficientemente degno, da solo, di attenzione clinica. Più a lungo il terapeu-
ta riesce a soffermarsi su di esso e ad esplorarlo, senza ricorrere ad un uso frenetico
dell’interpretazione, maggiori saranno i percorsi clinici che si riveleranno.

“Il momento presente è un processo implicito, e tuttavia, perché un’esperienza


possa definirsi come momento presente, deve entrare a far parte della consapevo-
lezza o di qualche forma di coscienza.” (Stern)

Tra consapevolezza e coscienza

La consapevolezza diventa quindi un elemento clinico importante perchè permette


l'accesso alle nostre risorse e ai nostri processi di costruzione di significato. Implica
il focalizzare l'attenzione su un oggetto d'esperienza che diventa così un elemento
cosciente che può essere ricordato e che diventa un atto riflessivo. Quando ci tro-
viamo nella vividezza del momento presente possiamo cogliere la qualità dei nostri
segnali di risposta, aprendoci a modalità nuove, possiamo decentrarci e disidentifi-
carci dai processi ruminativi di pensiero e dai vecchi meccanismi difensivi. Aprirci a
nuove modalità più adatte alla situazione che stiamo vivendo, andando a scoprire
quel mistero chiave che è come mai, proprio oggi, proprio ora, stiamo rispondendo
così e chiedendoci se è propria quella la risposta più adeguata alle nostre esigenze
attuali.

La consapevolezza di ognuno è uno spazio davvero ampio nel quale risiedere; non
c'è momento in cui non sia un'alleata, un'amica, un santuario, un rifugio. E non è
mai assente, solo che a volta è velata. [...] Se fai appello alla consapevolezza quan-
do sei immerso nei dubbi, nell'infelicità, nella confusione, nell'ansia, nel dolore,
questi stati mentali non sono più «tuoi»: sono solo condizioni meteorologiche del
tuo corpo e della tua mente. Quella dimensione di «te» che sa già che dubiti, che sei
infelice, che sei confuso, ansioso, risentito, che soffri, non è nessuna di queste cose
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e sta già bene, è già nella pienezza dell'essere. Non sarà mai altro da ciò che è, dal-
la persona che sei in realtà, a livello più essenziale. E così, se ricordi la consapevo-
lezza non giudicante nel momento presente come una possibilità e stai imparando
a fidartene e vai a trovarla di tanto in tanto, a maggior ragione se vi prendi resi-
denza per tempi più lunghi, allora non solo «stai facendo bene», ma in realtà non
c'è nessun «fare» e non c'è mai stato, né c'è qualcuno che lo faccia. Non si tratta,
non si è mai trattato di «fare»; si tratta di essere: essere il sapere, compreso il sa-
pere di non sapere. Che differenza c'è? Fermiamoci un attimo a meditare su questo
fatto" (Kabat Zinn, 2005, p. 165, pp. 282-284).

a cura di Nicoletta Cinotti

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MINDFULNESS E PSICOTERAPIA
GLI SCHEMI MALADATTATIVI DI RISPOSTA

Il passaggio dal contenuto al modo

La mindfulness realizza, nell'area della psicoterapia, un passaggio fondamentale:


quello dall'attenzione al contenuto all'attenzione alla modalità di risposta. Questo
spostamento parte da una considerazione semplice ma essenziale: come abbiamo
visto nelle due settimane precedenti, il processo di cambiamento per realizzarsi, ha
bisogno di essere declinato al presente e di utilizzare il repertorio della consapevo-
lezza. Inoltre l'attenzione alle modalità di risposta permette di mettere a fuoco il
ruolo centrale svolto da quello che viene definito "il pilota automatico". Il pilota au-
tomatico è quella condizione che sperimentiamo quando portiamo avanti delle
azioni con una consapevolezza ridotta.

Il pilota automatico

Sicuramente ci sono ragio-


ni funzionali rispetto alla
possibilità di fare automa-
ticamente alcune cose: non
dobbiamo dipendere dal
ri-apprendimento delle ri-
sposte e guadagniamo in
efficienza e velocità. Nello
stesso tempo, in questa
modalità automatica di ri-
sposta, rischiano di finire
anche risposte disfunzio-
nali e maladattative perché non adeguate alle esigenze del presente. Questa modali-
tà automatica è attiva anche quando reagiamo difensivamente alle situazioni che la
vita ci offre. In questo caso ci troviamo di fronte ad uno schema maladattativo di ri-
sposta che viene agito automaticamente.

Lo schema maladattativo

Uno schema maladattativo è una serie strutturata di pensieri e sentimenti negativi


mantenuta nel tempo attraverso delle contrazioni muscolari croniche.
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Le sue strategie si sono strutturate perché sono state utili per rispondere alle diffi-
coltà incontrate in un certo momento della nostra vita. La contrazione muscolare
l’ha poi lasciate attive anche fuori dalla situazione - o dalla serie di situazioni - che
l’hanno originata.

Ogni schema può essere visto come un tentativo di realizzare uno dei 5 bisogni fon-
damentali della vita, che, se disattesi, possono dare origine a più di uno schema ma-
ladattativo di risposta.

I 5 Bisogni/diritti Fon-
damentali

Tutti gli schemi si sviluppano a


partire dalla mancata risposta ai
bisogni fondamentali di ogni es-
sere umano. I bisogni a cui fa
riferimento Young - creatore
della schematherapy - non diffe-
riscono sostanzialmente dai 5
bisogni fondamentali descritti
da Lowen, padre della bioener-
getica.

Young parla del bisogno 1)di


appartenenza e di connessione
con gli altri; 2) di autonomia,
competenza, identità; 3) di li-
bertà espressiva dei bisogni e delle emozioni; 4) di spontaneità e gioco; 5) di limiti
realistici e autocontrollo.

Lowen parla delle tre colonne del Sé corporeo che sono autoconsapevolezza (self
awareness), padronanza di sé (Self possession) e autoespressione (Self expression)
che si esprimono per realizzare i 5 diritti fondamentali di ogni essere umano: il di-
ritto di esistere; il diritto di avere bisogno; il diritto di essere autonomo; il diritto di
affermarsi e di amare ed essere amato sia sessualmente che come persona.

Questi bisogni/diritti sembrano comuni a tutti gli esseri umani ed è la frustrazione


eccessiva di questi bisogni che struttura nel corpo la contrazione muscolare cronica
e nella mente lo schema maladattivo che fornisce una sorta di significato precosti-
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tuito per tutti gli eventi. In realtà la formazione degli schemi e anche della struttura
corporea può dipendere da quattro fattori: una frustrazione eccessiva, una situa-
zione di trauma o maltrattamento oppure, viceversa, una situazione in cui vengono
riversate eccessive aspettative e manifestazioni di affetto e stima. Infine lo schema
può instaurarsi perché il bambino si identifica con il suo caregiver e ne introietta
pensieri, emozioni, comportamenti ed esperienze.

Ogni schema può essere associato a tre diverse modalità di coping: resa, evitamento
e ipercompensazione, che di nuovo realizzano l’ipotesi di Lowen che le difese si or-
ganizzino attorno alla polarità della sottomissione o della ribellione. Quando la mo-
dalità di coping è la resa la persona crede e accetta che il suo destino sia quello di
vivere in una continua ripetizione del trauma, nell’evitamento cerca - il più possibi-
le - di sottrarsi alla ripetizione della situazione che attiva lo schema maladattivo,
nell’ipercompensazione si comporta in un modo che realizza all’opposto ciò che ca-
ratterizza lo schema.

Gli schemi e i bisogni negati

Come abbiamo visto sopra sono le vicissitudini legate alla realizzazione dei nostri
bisogni fondamentali che possono produrre schemi maladattativi.

Lo schema può essere definito come un modello onnicomprensivo formato da ri-


cordi, emozioni, pensieri e sensazioni fisiche, utilizzato per comprendere se stessi e
gli altri. Anche se la sua origine risale all’infanzia o all’adolescenza, è presente in
tutte le fasi della vita e proprio per questo è disfunzionale: risponde infatti con una
modalità rigida, sulla base di esperienze passate, alle situazioni del presente.

Questi schemi sono resistenti al cambiamento perché rispondono ad un bisogno di


coerenza e, benché fonte di sofferenza, risultano sicuri e familiari. Siamo attratti
dalle situazioni che li attivano perché siamo pronti a rispondere adeguatamente e,
visto che gli schemi maladattivi vengono considerati verità assolute, continuano ad
essere utilizzati per rispondere agli eventi.

Nel momento in cui si origina, lo schema è una modalità di risposta adeguata e co-
glie un aspetto reale della situazione. Chi descrive la propria famiglia come fredda o
anaffettiva raramente sbaglia, anche se può non comprendere correttamente le ra-
gioni di questa situazione. La natura invalidante degli schemi si rende presente nel-
l’età adulta quando vengono agiti senza reale consapevolezza e comunque al di fuori

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di una lettura della realtà adeguata al presente. La gravità dello schema è propor-
zionale all’intensità e durata della sensazione negativa che scatena quando si attiva.

Vediamo nel dettaglio i 5 gruppi di schemi

DISTACCO E RIFIUTO

Tutti noi abbiamo bisogno di sicurezza, cura, condivisione ed empatia rispetto alle
nostre emozioni. Abbiamo bisogno di sentire che possiamo appartenere alla no-
stra famiglia d’origine e ai nostri gruppi di riferimento. Se questo bisogno non ha
incontrato pre-
cocemente una
risposta ade-
guata possono
svilupparsi i se-
guenti schemi
di risposta:

1.Abbandono/
Instabilità:
comporta una
percezione di
instabilità o
inaffidabilità
rispetto alle
persone signifi-
cative e si ac-
compagna alla sensazione che queste persone non continueranno a fornire un
adeguato supporto nel tempo perché instabili e imprevedibili.
2. Sfiducia/abuso: si accompagna alla convinzione che gli altri si approfitte-
ranno di noi, umiliandoci, disprezzandoci, manipolandolo e così via. Gene-
ralmente si accompagna ad un percezione di intenzionalità negli eventi nega-
tivi superiore al reale.
3. Deprivazione emotiva: si accompagna alla sensazione che i propri bisogni
emotivi non verranno adeguatamente soddisfatti nelle relazioni con gli altri.
Questo a causa di:a) carenza di cure;b)carenza di empatia;c)carenza di prote-
zione.

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4. Inadeguatezza/vergogna: chi presenta questo schema ha la sensazione di
essere inadeguato, sbagliato, poco desiderato o carente, in alcuni ambiti della
propria vita ed è convinto che, se si mostrasse veramente per come è, non sa-
rebbe più amato.Tende ad essere molto sensibile alle critiche e ai rimproveri.
Si paragona agli altri e si sente insicuro nelle situazioni sociali. Si vergogna
dei propri difetti manifesti o nascosti.
5. Esclusione sociale/alienazione: questo schema induce il soggetto a sen-
tirsi escluso dal mondo e a percepirsi diverso dagli altri.
MANCANZA DI AUTONOMIA E ABILITA’

In questo caso si tratta di persone che hanno delle aspettative nei confronti di se
stessi e del mondo che interferiscono con la loro capacità di differenziarsi dalle fi-
gure genitoriali, di vivere senza l’aiuto degli altri e di acquisire determinate abili-
tà.

1.
Dipendenza/Incompetenza:Sono persone che si sentono incapaci di ge-
stire le responsabilità del quotidiano senza aiuto dagli altri. Spesso questo
schema si accompagna ad una sensazione di impotenza
2. Vulnerabilità al pericolo o alle malattie:Provoca un timore esagerato di
qualcosa di catastrofico che possa accadere da un momento all’altro, con la
convinzione di non poter fare nulla per impedirlo. Questa sensazione di cata-
strofe imminente può essere relativa sia ad aspetti fisici - malattie - che eventi
naturali - terremoti, incidenti .
3. Invischiamento: Si accompagna alla sensazione di inscindibilità ed ecces-
siva immedesimazione con gli altri. Spesso si accompagna a sensazioni di
vuoto e disorientamento.
4. Fallimento:Si accompagna alla sensazioni di non riuscire a raggiungere i
propri obiettivi personali, scolastici, professionali e di essere inferiori agli al-
tri rispetto alla capacità di portarli a termine.
MANCANZA DI REGOLE

In questo caso non è avvenuto un adeguato sviluppo di regole adeguate in ambito


relazionale o interpersonale che interferiscono con la capacità di perseguire obiet-
tivi a lungo termine. Questa mancanza di regole interferisce con la possibilità di
instaurare rapporti collaborativi, con l’adempiere impegni e raggiungere obiettivi
personali realistici. Spesso è collegato ad un’educazione troppo permissiva che
non ha fornito adeguato orientamento alla realtà, nutrendo atteggiamenti di su-
periorità e riducendo la capacità di sostenere un livello normale di disagio
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1.
Grandiosità:Chi presenta questo schema si sente superiore agli altri e de-
tentore di particolari privilegi e diritti. Esiste una convinzione di fondo di po-
ter fare e ottenere tutto quello che si desidera anche quando non è realistico o
la sua realizzazione crea danno agli altri.
2. Autocontrollo o autodisciplina insufficienti:In questo caso manca la
capacità di sopportare una frustrazione funzionale al raggiungimento dei
propri obiettivi personali e manca anche la capacità di realizzarsi, adempien-
do agli impegni presi. Quando lo schema è poco marcato c’è la tendenza ad
evitare il disagio, in qualsiasi forma: tendenza che comporta ripercussioni
sulla realizzazione personale.
ECCESSIVA ATTENZIONE AI BISOGNI DEGLI ALTRI

In questo caso il problema è costituito da una eccessiva attenzione ai desideri, sen-


timenti e reazioni degli altri allo scopo di ottenere approvazione, preservare le re-
lazioni interpersonali ed evitare reazioni negative. Spesso sono persone che hanno
avuto genitori più attenti ai propri desideri e bisogni emotivi che ai sentimenti e
alle esigenze del figlio

1. Sottomissione:Sono persone che si sottomettono per evitare la rabbia,


l’abbandono o qualche reazione negativa da parte degli altri. La sottomissione
riguarda principalmente i bisogni (preferenze, scelte, desideri) o le emo-
zioni. Generalmente la persona è convinta che i propri desideri, le proprie
opinioni e i propri sentimenti siano inopportuni o ininfluenti e si dimostra
eccessivamente compiacente. Di converso prova emozioni di rabbia che
esprime però con comportamenti passivi-aggressivi, sintomi psicosomatici,
abuso di sostanze, allontanamenti da persone care.
2. Autosacrificio:E’ una persona che rinuncia in modo sistematico e volonta-
rio alle gratificazioni personali a favore degli altri, sia per evitare i sensi di
colpa che ne potrebbero scaturire che preservare la relazione. Ciononostante
sente risentimento per il fatto che i propri bisogni non vengano soddisfatti e
questo interferisce con il benessere relazionale.
3. Ricerca di approvazione e riconoscimento: C’è una tendenza estre-
mamente marcata a ricercare approvazione, riconoscimento o attenzione tan-
to da compromettere lo sviluppo di un senso di identità stabile e autentico.

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16
IPERCONTROLLO O INIBIZIONE

In questo caso i propri sentimenti, le proprie preferenze, i propri impulsi sponta-


nei vengono sacrificati per lo scopo di raggiungere standard severi di prestazione
o rendimento che portano a trascurare i piaceri della vita, le relazioni, il riposo.
Spesso la famiglia d’origine è cupa, esigente,punitiva o perfezionista e spinge il
soggetto a vivere in una condizione di costante pessimismo e preoccupazione.

1. Negatività e pessimismo: C’è una attenzione eccessiva agli aspetti negati-


vi e una sottovalutazione di quelli positivi con un timore eccessivo che qual-
cosa possa peggiorare la situazione attuale e che le situazioni positive siano
destinate a degenerare. Si accompagna ad una paura esagerata di commettere
errori, subire perdite o umiliazioni.
2. Inibizione emotiva:In questo caso si assiste ad una repressione della spon-
taneità per timore delle critiche, di potersi vergognare o di perdere il control-
lo. Essenzialmente l’inibizione riguarda a) la rabbia;b) gli impulsi positivi;c)
l’espressione dei propri sentimenti o bisogni; d) l’espressione emotiva.
3. Ipercritica:In questo caso esiste una radicata convinzione di dover sottosta-
re a standard di prestazione elevati per poter evitare le critiche altrui. Non ri-
esce a considerare le esigenze personali di riposo, piacere, rilassamento e svi-
luppare una sana autostima senza sottoporsi ad imprese e prestazioni ecce-
zionali. Si accompagna a perfezionismo a regole e doveri rigidi in molti campi
e una eccessiva preoccupazione rispetto all’efficienza.
4. Punizione:Ogni errore viene severamente punito sia se compiuti da se che
dagli altri.

Il lavoro sullo schema

Lo schema spesso è alla base della sensazione di fallimento terapeutico, di dispera-


zione per la propria incapacità di realizzare il cambiamento desiderato. Molto spes-
so queste sensazioni sono legate al fatto che non è sufficiente lavorare sul contenuto
dello schema: per sciogliere il ripetersi automatico della sua attivazione è necessario
un lavoro di consapevolezza sulle situazioni che lo attivano e una esplorazione pro-
fonda e non giudicante delle sensazioni fisiche, emotive e dei pensieri che l'accom-
pagnano. In questo senso l'integrazione di mindfulness e bioenergetica offre pro-
prio la possibilità di integrare gli aspetti corporei e mentali che contribuiscono al
mantenimento dello schema e alla perdita di consapevolezza che si accompagna alla
sua riattivazione.
N i c o l e t t a C i n o t t i! ;Mindfulness e psicoterapia

17
Come possiamo ricono-
scere la presenza di
uno schema maladatti-
vo?

La distinzione fondamentale
che ci permette di compren-
dere se siamo o no in presen-
za di uno schema di risposta è
una domanda tanto semplice
quanto complessa: ho rispo-
sto o ho reagito alla situazio-
ne? Se abbiamo reagito velo-
cemente e impulsivamente
nello stesso modo di sempre
è molto probabile che sia sta-
ta una "modalità automati-
ca", la realizzazione di quel
bisogno di congruenza di cui
parlavamo prima.Tutte le vol-
te che siamo in presenza di
una sensazione di ripetizione,
oppure tutte le volte che ci
rendiamo conto che la nostra
risposta emotiva è superiore
alle condizioni che l’hanno suscitata, possiamo cominciare a pensare che siamo di
fronte ad uno schema ripetitivo, mal-adattativo, di risposta.In questo caso può esse-
re utile chiedersi se la propria risposta è stata funzionale o disfunzionale, efficace o
inefficace.

E’ importante domandarsi e riconoscere che cosa ha innescato questa modalità di


risposta. Per esempio, c’è stata una sensazione di esclusione? Oppure di vergogna?
O di vulnerabilità? A quali sensazioni emotive si accompagna? Quali sono le catene
di pensieri che attiva? Che comportamento ne è derivato e a quali situazioni della
propria infanzia o adolescenza può essere collegato?

Per portare avanti questa esplorazione può essere utile nominare mentalmente
quello che osserviamo, in modo da collegare l’attenzione più strettamente al proces-
N i c o l e t t a C i n o t t i! ;Mindfulness e psicoterapia

18
so di inquiring. Basta ripetere, in tono neutro o gentile, paura, oppure vergogna,
preoccupazione e così via in modo da non essere eccessivamente coinvolto e trasci-
nato via. Un altra cosa importante può essere avere degli strumenti di consolazione
e tranquillizzazione, in modo da poter regolare l’intensità delle sensazioni emotive,
in qualsiasi momento.

Concludendo...

...non possiamo che riconoscere


che, passo dopo passo, questo
percorso su mindfulness e psi-
coterapia ci conduce ad un'altra
domanda fondamentale della
pratica clinica: cosa induce il
processo di cambiamento? La
conoscenza e l'accettazione o la
ricerca di soluzioni diverse?

Un buon argomento per la


prossima settimana!

a cura di Nicoletta Cinotti

N i c o l e t t a C i n o t t i! ;Mindfulness e psicoterapia

19
MINDFULNESS E PSICOTERAPIA:IL RUOLO DELL’ACCETTA-
ZIONE

Vorrei introdurre l'argomento di questa settimana con una leggenda Cherokee che
ben si presta a descrivere l'approccio mindfulness alla psicodinamica.

Leggenda Cherokee dei


due lupi

Un anziano Cherokee stava


raccontando al nipote la pro-
pria vita.

“C’è una guerra dentro di me:”


E’ una lotta molto dura tra due
lupi. Uno e cattivo… è invidio-
so, ingordo, ha molte colpe ,
prova risentimento verso il
prossimo, è indulgente con se
stesso, bugiardo e con un orgo-
glio finto. L’altro invece è buono.. è la gioia, la compassione, l’umiltà, la benevolenza
e la verità…

La stessa lotta che c’è dentro di me adesso c’è anche dentro di te, e c’è dentro a ogni
persona….”

Il nipote guarda in su verso il nonno e con gli occhi pieni di paura gli chiede:” Dim-
mi nonno, quale di questi due vince?” E il nonno in risposta “Quello che nutri…..”

Questa leggenda descrive bene l'esperienza che ognuno di noi può avere su di sé:
spesso siamo attraversati dall'invidia di cui ci ha parlato riccamente Melanie Klein,
oppure dai profondi conflitti interni che costituiscono la topica psicoanalitica o
siamo pieni di risentimento rispetto alla nostra esperienza passata. Questa realtà
non viene negata. Ma si sceglie di nutrire gli aspetti positivi della propria personali-
tà: quelle emozioni di compassione, saggezza, umiltà e benevolenza che apparten-
gono alle emozioni sociali positive e che sottolineano gli aspetti di interconnessio-
ne anziché gli aspetti personalistici.
N i c o l e t t a C i n o t t i! ;Mindfulness e psicoterapia

20
L'accettazione

La storia permette subito, fin


dall'incipit, di svelare la chiave
di questo processo: è la consa-
pevolezza non giudicante, della
presenza di entrambi, la verità
della loro coesistenza e una ac-
cettazione onnicomprensiva
che permette di aprire la porta
all'emergere dei sentimenti po-
sitivi, senza negare la presenza
gli elementi negativi.

Si rinuncia quindi all'analisi


degli aspetti conflittuali per indagarli, con interesse e curiosità, senza evitare di ri-
conoscere la loro presenza e la loro natura che comprende eventuali associazioni
con la nostra storia passata. Questo materiale entra nel campo della consapevolezza
per essere trattato con accettazione, senza intraprendere azioni dirette volte al cam-
biamento e viene trattato come una contrazione della mente, un corrispettivo alle
contrazioni muscolari che possiamo sperimentare nel corpo.

La storia afferma anche la presenza dei "se multipli"(Bromberg 1993) dove la co-
scienza ha la funzione di una coalizione di diversi stati del sé. Ciò che conscio è
quindi ciò a cui prestiamo attenzione, più che una biforcazione del sistema psichico
tra conscio e inconscio. L'attenzione ai diversi stati del Sé, in momenti differenti, è
una funzione determinata da diversi stimoli, sia interni che esterni.

Alcuni aspetti del Sé vengono tenuti fuori dalla coscienza, attraverso aspetti disso-
ciativi. Non esiste un Io che reprime gli impulsi inaccettabili ma piuttosto una dire-
zione sistemica dell'attenzione che distoglie da quegli aspetti dell'esperienza del Sé
che riteniamo inaccettabili. Questi aspetti dissociati sono generalmente quelli con-
nessi ad esperienze traumatiche.

La terapia non consiste nell'integrare differenti parti del Sé ma piuttosto nel portar-
le ad un dialogo reciproco attraverso la consapevolezza.

N i c o l e t t a C i n o t t i! ;Mindfulness e psicoterapia

21
La psicologia buddista

Nella psicologia buddista, a cui la tradizione mindfulness fa riferimento, l'esperien-


za di un Sé unitario e statico è considerata una illusione. In questa prospettiva il
cambiamento avviene abbandonando la necessità difensiva di vedere se stessi come
un insieme immutabile e statico. E la salute psicologica coincide con la capacità di
abbandonarsi e di essere semplicemente vivi.

Accettazione e consapevolezza

La ragione dell'importanza particolare attribuita ai processi di accettazione è stret-


tamente collegata al ruolo centrale della consapevolezza. Ogni processo di rifiuto,
critica o giudizio, infatti, finisce per provocare una restrizione del campo di consa-
pevolezza. Non riusciamo a rimanere a lungo consapevoli dei nostri aspetti negativi
se non attraverso il filtro dell'accettazione incondizionata, del perdono e della com-
passione verso di se. Il tema dell'accettazione è, quindi, inevitabilmente e stretta-
mente connesso con quello del sostegno agli aspetti positivi di compassione, bene-
volenza e perdono nei confronti di se stessi e degli altri. Aspetti che sappiamo essere
connessi con la pratica della meditazione. Questo comporta la rinuncia a qualsiasi
aspetto direttamente trasformativo degli aspetti negativi. Una rinuncia che compor-
ta una piccola rivoluzione terapeutica: non è la manipolazione e l'attacco diretto al
sintomo quello che guida il processo di cambiamento. E' piuttosto il riconoscere
l'esistenza di un tratto che necessita di quel profondo amore e accettazione che gli è
stato originariamente negato e che ha prodotto una sorta di scissione interna alla
nostra personalità.

Il paradosso centrale del processo di cambiamento è propri qui: abbandonando il


desiderio di essere qualcosa di diverso da ciò che
siamo, sperimentiamo il cambiamento. Un
compito importante della terapia mindfulness
based consiste nell'aiutare i pazienti ad abban-
donare i loro tentativi di manipolazione di sé
per muoversi verso l'accettazione.

Il ruolo della resistenza

Questo nuovo approccio alle difese ha origini


N i c o l e t t a C i n o t t i! ;Mindfulness e psicoterapia

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lontane nella storia della clinica. Già nel 1941 Fenichel affermava.<<L'analisi deve
sempre procedere secondo il livello che in quel momento è accessibile all'io. Quan-
do una interpretazione non ha efficacia ci si chiede spesso:"Come avrei potuto da-
re un'interpretazione più profonda?" Spesso però il problema andrebbe posto in
maniera più corretta:"Come avrei potuto interpretare in maniera più superficia-
le?">>(Fenichel, 1941,41). Prima ancora Reich (1934), attraverso l'analisi del carat-
tere, aveva avanzato l'ipotesi che le resistenze costituissero una protezione contro il
pericolo psichico, fornendo al terapeuta informazioni essenziali rispetto al modo di
funzionare nella realtà del paziente. Questo significa che la resistenza è una parte
del sé con la quale è essenziale imparare a collaborare e ad allearsi.

In questo senso il paziente va aiutato ad assumersi non la responsabilità del cam-


biamento ma la responsabilità delle proprie azioni, ossia sperimentare le azioni
consuete come qualcosa di scelto e voluto. Perché questo sia possibile è necessario
che il paziente possa essere in grado di accettarsi nel momento e nel contesto della
relazione con il terapeuta. Una accettazione che deve essere bipersonale.

La contrazione del corpo e della mente:mindfulness e bioenergeti-


ca

Sotteso al tema dell'accettazione è quindi il ruolo chiave delle resistenze che co-
struiscono il nostro modo di funzionare nella realtà. In questo alveo si comprende
l'attenzione centrale ai processi corporei che ci permettono di riconoscere le nostre
contrazioni fisiche, che sono sia modi di ridurre la consapevolezza, che aspetti cor-
rispondenti a contrazioni mentali da esplorare. In questo senso mindfulness e bioe-
nergetica declinano insieme l'attenzione alla consapevolezza corporea e alla padro-
nanza ma anche il senso del principio di identità funzionale mente-corpo. Questo
principio, di origine reichiana, afferma che ad ogni stato corporeo corrisponde uno
stato mentale e quindi ad una contrazione cronica nel corpo, corrisponde una con-
trazione cronica nella mente, uno schema maladattativo di risposta, come abbiamo
potuto vedere la settimana scorsa.

A cura di Nicoletta Cinotti

N i c o l e t t a C i n o t t i! ;Mindfulness e psicoterapia

23
Gli aspetti applicativi della mindful-
ness

N i c o l e t t a C i n o t t i! ;Mindfulness e psicoterapia

24
La Mindfulness nei disturbi del
comportamento alimentare
In un precedente articolo sulla cura della Bulimia Nervosa e dei Beinge Ea-
ting Disorders sono stati esposti i protocolli di cura che propongono l’ap-
prendimento di abilità nucleari di  mindfulness e di regolazione emotiva, es-
sendo la disregolazione delle emozioni alla base di questi disturbi. Questi
protocolli possono essere proposti in setting individuali e di gruppo, ed inse-
riti nei programmi di intervento multidisciplinari già strutturati (Debra
L.Safren, Christiy F.Telch e Eunice Y.Chen). Questo modello di trattamento
prevede l’apprendimento di Skills, abilità di base di mindfulness necessarie
da acquisire per utilizzare in modo funzionale le altre abilità apprese nel cor-
so del trattamento: abilità di regolazione emotiva e abilità di tolleranza della
sofferenza mentale. Le abilità di mindfulness consentono ai pazienti di spe-
rimentare che le emozioni hanno un inizio e una fine, hanno dimora nel corpo
e lì possono essere gestite con abilità apprese, piuttosto che produrre rea-
zioni disfunzionali.

Il programma di cura
Il programma prevede un incontro iniziale per la conoscenza dei partecipanti
e per dare loro informazioni circa il metodo di apprendimento delle abilità e la
pratica della meditazione. E’ molto importante, infatti, valutare e sostenere la
motivazione di ciascun partecipante poiché la pratica può essere vista come
un grave sforzo da compiere piuttosto che come il piacere di dedicare tempo
a se stessi. Motivare le persone alla pratica è spesso una vera sfida. Molte
delle persone affette da disturbi del comportamento alimentare sono infatti
incapaci di frequentare delle terapie di gruppo senza l’incoraggiamento di
uno psicoterapeuta. La motivazione e la reale convinzione del conduttore
permettono ai partecipanti di acquisire la fiducia necessaria per intraprende-
re questo percorso di cura. Gli incontri successivi (venti incontri di due ore a

N i c o l e t t a C i n o t t i! ;Mindfulness e psicoterapia

25
cadenza settimanale) sono orientati all’apprendimento delle abilità di regola-
zione delle emozioni, di tolleranza al dolore/angoscia e di pratica della
Mindfull Eating.Il panorama di riferimento è la DBT standard, secondo cui la
regolazione emotiva adattiva richiede l’abilità di denominare , di monitorare e
di codificare le reazioni emotive, compresa l’abilità di accettare e tollerare le
esperienze emotive quando queste non possono, a breve termine, essere
modificate (Linehan, 2006).

I vantaggi del gruppo monosintomatico

Il gruppo per il chi soffre di un disturbo di BN e BED diviene il luogo di con-


fronto nel quale poter condividere i vissuti relativi alla sintomatologia e alle
pratiche alimentari disturbate, riducendo il peso della vergogna e il senso di
colpa. Nel gruppo agiscono varie funzioni terapeutiche aspecifiche come il
sostegno emozionale, il rinforzo dell’autostima e l’empatia, e funzioni tera-
peutiche specifiche, proprie e sole del gruppo, come il rispecchiamento e la
risonanza. Il gruppo consente inoltre una economia di risorse e di energie
che risultano di sostegno e di motivazione sia ai partecipanti che ai condut-
tori. Il gruppo omogeneo monosintomatico favorisce quei processi che la
psicoterapia individuale fatica ad attivare o che attiva solo dopo molto tem-
po,  facilitando la comunicazione e la messa in comune di problemi simili fra
simili.  Mi riferisco alle difficoltà dei pazienti di accedere al mondo dei loro
vissuti e all’espressione delle loro emozioni, che in un contesto di condivi-
sione trovano un luogo più idoneo all’ascolto. La monosintomaticità favori-
sce inoltre sia la coesione sia la certezza di essere accettate e comprese e il
superamento della vergogna di sé e dei propri comportamenti patologici,
emozione che può contribuire al mantenimento della patologia alimentare.
Stare in un gruppo per queste pazienti significa inoltre affrontare il problema
del ritiro sociale proprio sul “campo”, vantaggio questo evidente rispetto alla
psicoterapia individuale. Si lavora qui sul piano dell’identità e del confronto
con la realtà ma in un contesto gruppale di partenza in cui potersi rispec-
N i c o l e t t a C i n o t t i! ;Mindfulness e psicoterapia

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chiare fin da subito, limite questo della terapia individuale e causa spesso di
improvvisi drop-out per questo tipo di pazienti.

Rispecchiamento ed emozioni
Il rispecchiamento nel gruppo permette alle pazienti di vivere una esperienza
riparatoria del mal riuscito rispecchiamento con il care-giver nell’infanzia, di
dare un nome alle emozioni che sentono e trovare nuovi strumenti condivisi
per gestirle senza che queste sfocino in un’abbuffata. Il discontrollo emotivo
e il discontrollo alimentare viaggiano su due binari paralleli nelle Bulimie e nei
Binge Eating Disorders, e sono accumunati da un “vuoto senza nome” che
provoca ansia e angoscia, da riempire con il cibo e l’abbuffata il più in fretta
possibile. Il gruppo, la psicoterapia di gruppo ed il lavoro sulle abilità di
Mindfulness diventano gli strumenti per rinunciare alle abbuffate mediante
l’acquisizione di nuove capacità nella gestione delle emozioni dolorose tra-
mite una graduale sperimentazione di nuove strategie ed una riscoperta di
sé.

Mindfulness e condivisione: coltivare il momento


presente
La mindfulness non propone di sfuggire o eliminare i pensieri, le emozioni e i
sentimenti  meno gradevoli, ma propone di adottare una strategia volta a non
tralasciare la “vita che accade”, rivolgendo l’attenzione consapevole all’
esperienza di “adesso”, qualunque essa sia, positiva o negativa. Il gruppo
sostiene il singolo nei momenti difficili, serve all’autodisciplina, facilita l’ap-
prendimento, incoraggia ad andare avanti nelle situazioni difficili. Vedere che
anche gli altri vivono le difficoltà e le affrontano in ogni istante, osservare il
modo in cui ogni partecipante apprende ed esercita le abilità acquisite,  può
servire da ispirazione e modello. Tra i membri del gruppo ci saranno inoltre
persone che traggono velocemente profitto dalla meditazione: questo diven-
terà una fonte di energia e di conforto per gli altri.  E’ possibile così rilassarsi
N i c o l e t t a C i n o t t i! ;Mindfulness e psicoterapia

27
nella saggezza collettiva e lasciarsi andare alle intuizioni del gruppo, che ha
occhi, mani e cuore…..molto più grandi di quelli dei singoli partecipanti.

“Sangha è una parola in sanscrito che significa “comunità spirituale” e si rife-


risce ad uno dei tre pilastri dell’insegnamento e della filosofia buddista. Infat-
ti, è auspicabile per coloro che meditano poterlo fare anche all’interno di un
gruppo. Come dice Thich Nhat Hanh, “Se non lo abbiamo, dovremmo impie-
gare il nostro tempo e la nostra energia per crearne uno” (1994). 

a cura di Silvana Nozzolillo

N i c o l e t t a C i n o t t i! ;Mindfulness e psicoterapia

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LA MINDFULNESS NEL TRATTAMENTO DEI DISTURBI DEPRESSIVI

Uno degli aspetti applicativi della mindfulness di maggiore interesse e di


maggior riscontro è la sua efficacia nel trattamento della depressione.

La depressione coinvolge una forma di evitamento dall’esperienza interiore


per attutire il
dolore emotivo
che l’accom-
pagna. Questo
ritiro lascia la
persona che
soffre di di-
sturbi depres-
sivi deprivato
dalla vitalità
della propria
esperienza in-
terna e dalla
ricchezza del-
l’esperienza in prima persona.

L’approccio mindfulness alla depressione

Il trattamento dei disturbi depressivi è una esperienza in cui spesso, pazienti


e psicoterapeuti sono accomunati da un senso di impotenza e dalla difficoltà
di trovare qualcosa di efficace nell’alleviare la sofferenza.

Una sensazione che spesso si accompagna all’urgenza di trovare strumenti


che prevengano la natura ricorrente degli episodi depressivi acuti. La
mindfulness offre una risposta semplice e complessa insieme: se la depres-
sione è caratterizzata da un ritiro e un allontanamento dal dolore, la mindful-
ness propone invece un progressivo “volgersi verso” la propria esperienza
dolorosa.

N i c o l e t t a C i n o t t i! ;Mindfulness e psicoterapia

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Fare contatto

La strategia di evitamento è una delle più frequenti nella depressione e que-


sto avviene essenzialmente per la profonda sensazione di abbandono e di
perdita del contatto con gli altri che l’accompagna.

Il tentativo portato avanti nell’esperienza mindful è proprio quello di offrire un


senso di sicurezza e intimità emotiva che sostenga il paziente a mutare la
propria posizione di ritiro in una posizione di contatto. Come psicoterapeuti
l’esperienza e la pratica della mindfulness ci aiutano ad aprire gli occhi e il
cuore alla mancanza di vitalità che accompagna la depressione, sostenendo
la capacità di sintonizzazione con l’esperienza che affronta la persona de-
pressa. Offrire la propria disponibilità ad esplorare il punto in cui il paziente si
ritira ed inizia la propria strategia di evitamento, fornisce il segno della nostra
disponibilità al contatto e alla presenza e la preziosità di ogni momento di in-
contro.

Il dolore e
la sofferen-
za

Dolore e
sofferenza
sono sem-
pre presenti
nel tratta-
mento della
depressio-
ne. Il dolore
è inevitabile
ed è all’origi-
ne della depressione mentre la sofferenza è ciò che il paziente incontra
quando si apre alla elaborazione della paura e del rimpianto. I dettagli di
questa sofferenza sono cruciali sia perché ogni storia depressiva è unica sia
perché, anche se la mindfulness si volge verso il dolore, è necessario che la
sua pratica comporti un alleviare la sofferenza che l’accompagna.
N i c o l e t t a C i n o t t i! ;Mindfulness e psicoterapia

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La co-esplorazione e l’attenzione consapevole

L’attenzione che caratterizza la pratica mindfulness è caratterizzata, come


abbiamo visto nelle settimane precedenti, da consapevolezza, centratura in
se stessi e accettazione. Questi elementi sono alla base dell’esplorazione
che avviene e che si focalizza attorno a tre elementi:

*Cosa sta avvenendo proprio adesso?

* Come puoi stare di fronte a ciò che sta accadendo?

* Come puoi respirare in ciò che accade o con ciò che accade?

Questo inquiring non è diretto ad uno scopo specifico ma è diretto all’esplo-


razione del come piuttosto che del perché al fine di sostenere una esplora-
zione del “felt sense” corporeo.

Philip Aranow (1998) ha coniato l’espressione di “mo-


vimento meditativo” per descrivere quegli interventi
che “aiutano il paziente a sviluppare una posizione di
compassione e comprensione nei confronti della pro-
pria esperienza interna e delle proprie emozioni”

Amorevole attenzione

La parola “amore” è stata lungamente guardata con sospetto nella psicote-


rapia. Ciononostante la costanza, il calore, l’interesse e la cura che avvengo-
no nella relazione terapeutica declinano alcune delle qualità dell’amore che
sono necessarie perché il paziente depresso possa finalmente iniziare a
“sentirsi meglio”.

Se è vero che il paziente depresso si abbandona quando sta male, è solo


perché sperimenta le qualità sopracitate che può iniziare a guardare con oc-
chi nuovi al dolore interiore.

Per questo non basta chiedere cosa prova nel corpo e nella mente e/o la
qualità della sua relazione con il dolore e la sofferenza, perché il paziente
possa offrire uno sguardo nuovo a se stesso. Perché questo avvenga è ne-
cessario che quelle domande abbiano la qualità dell’attenzione amorevole.
N i c o l e t t a C i n o t t i! ;Mindfulness e psicoterapia

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I pensieri non sono fatti

Il semplice assunto che i nostri pensieri non equivalgono a fatti e il ruolo dei
pensieri negativi nella depressione, sono un patrimonio dell’approccio cogni-
tivo nel trattamento della depressione. La mindfulness però apre ulteriormen-
te lo scenario cambiando la considerazione nei confronti di tutti i tipi di pen-
siero. Osservare l’andare e venire dei pensieri - positivi, negativi o neutri -
tornando ripetutamente all’esperienza presente, diminuisce la frequenza dei
pensieri rimuginativi e rassicura sulla sostanziale impermanenza dei fenome-
ni mentali.

I pazienti che combattono con la depressione spesso dimenticano quanto


siamo soggetti a continui e mutevoli stati mentali. Tendono a considerare il
loro malessere stabile e costante. Riportare, in senso ampio, l’esperienza del
costante mutare, de-colpevolizza dalla presenza di pensieri negativi, apren-
do uno scenario che è condivisibile anche con chi non soffre di depressione.

Trovare il cuore della depressione

Trovare il punto in cui nasce la depressione, il cuore ferito del paziente de-
presso, non può riguardare la teoria clinica. Riguarda invece la disponibilità a
percorrere un territorio in cui le teorie sono mappe ma la realtà è data dalla
ricchezza dell’esperienza momento per momento, co-creata nella relazione
con il terapeuta.

Quando una persona arriva a questo cuore, ad incontrare la verità nuda e


cruda di se stesso, abbiamo bisogno di uno strumento che ci aiuti a soste-
nere l’incertezza.

Questo strumento - forse l’unico che si addentra in territori così delicati - è la


mindfulness. Uno strumento che sostiene il procedere di entrambi, pazienti e
terapeuti, nel complesso e meraviglioso percorso di essere vivi.

A cura di Nicoletta Cinotti

Per maggiori informazioni sui protocolli MBCT , e sul trattamento mindfulness ba-
sed della depressione

N i c o l e t t a C i n o t t i! ;Mindfulness e psicoterapia

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