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SALVATORE CANTONE

CENNI STORICI DI POMIGLIANO D’ARCO

Introduzione

di

GIROLAMO SIBILIO

con 14 illustrazioni

ADRIANO GALLINA – EDITORE

NOLA — Stab. Tipografico D.co Basilicata & Figli — 1923

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PREFAZIONE

I cittadini di Pomigliano d’Arco devono esser assai grati a Salvatore Cantone, perché finalmente s’è deciso a sfruttare in questi Cenni il materia- le raccolto, con «lungo studio e grande amore», nella sua giovinezza. Egli non pubblica una delle solite monografie, nelle quali, salvo nobili eccezioni, lo storiografo, per affetto al suo paese, spesso non fa che della cattiva poesia in una più o meno brutta prosa. Il suo, invece, pur senza pre- tese, è un accurato e serio lavoro, scritto in uno schietto italiano, e condotto direttamente sulle fonti, come provano la documentazione e la ricca biblio- grafia richiamate nelle note. Gli avvenimenti più degni di rilievo, del pari che le piccole e molteplici curiosità storiche del luogo – dalle origini agli ultimi tempi –, avvalorati talvolta da opportune illustrazioni, vi sono trattati con tocchi maestri, in una sintesi mirabile, scevra di pose, col solo scopo di offrire ai lettori, nel modo più acconcio e veritiero, lo sviluppo della vita d’un modesto Comune d’Italia, che tuttavia ha dato alla nazione frequenti e notevoli contributi d’ingegno e di sangue, e che s’incammina, per virtù d’uomini illuminati, verso un avvenire sempre migliore. La mole del mate- riale storico racchiuso nelle fitte note, per sé sole opera degnissima e di grande utilità per gli studiosi, dà la nozione della nobile fatica compiuta, ispirata certo da quel disinteressato affetto pel «natio borgo», che Salvatore Cantone ed i suoi (basti soprattutto il fulgido esempio di suo padre) sentono vivissimo. L’amicizia veramente fraterna che mi lega all’Autore, tessuta su affi- nità innumerevoli e stima reciproca, m’ha spinto a scrivere queste poche parole, le quali perciò vogliono essere per me soltanto il compimento d’un rito, e non anche una vera e propria prefazione. Di questa, in fondo, non c’è

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bisogno, perché il libro,in veste decorosissima, si presenta bene da sé, e mantiene più che non prometta. Auguriamoci che il Cantone si determini a pubblicare altri pregevoli lavori come questo. Pomigliano d’Arco, agosto 1923.

Luigi Di Monda

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I. – LE ORIGINI

SOMMARIO 1. Cenni geologici della nostra regione. – 2. Questa nei primi tempi sto-

rici. – 3. Il «Campo romano». – 4. L’invasioni barbariche. – 5.Condizioni, che favoriro- no il formarsi di villaggi. – 6. Come sorsero Pomigliano e Pacciano: toponomastica pomiglianese di allora. – 7. Pomigliano non fu il Pompejanum di Cicerone. – 8. Non fu nemmeno villa di G. Pompeo. – 9. Lo stemma. – 10. La gens Pomèlia ed i nomi derivati da gentilizi. – 11. Pacciano non è da pace, ma dalla gens Pàccia. – 12. L’acquedotto Claudio e l’aggiunto d’Arco.

1. – Se volessi iniziare questa mia scorribanda, risalendo, come altri pur suole, all’uovo primigenio, io tufferei il lettore, fino ai capelli, in piena geologia, e gli mostrerei come – in quell’epoca dell’êra cenozòica, ch’è detta eocène – la penisola italica, materiando il futuro mito di Venere ana- diomene, prendesse a sorgere, dai vasti flutti, qua e là, con poche isole i- gnivomi, primo abbozzo delle Alpi e degli Appennini. Lo farei assistere, in seguito – attraverso le successive età miocènica e pliocènica – alla quasi totale emersione del giardino d’Europa, e – nell’êra quaternária – al rom- per su, dal mare, con violenti esplosioni, del Somma-Vesuvio, che, poscia, congiungendosi, lentamente nei secoli, mercè i suoi materiali eruttivi, coi monti di Cancello e di Nola, compose una delle più fertili e ridenti parti della «Campania felice» 1 E ciò, in vero, gli spiegherebbe talune caratteristi- che di questa regione: il tufo a Casalnuovo e ad Afragola; le cave di piper- no a Castel-Cisterna ed a Brusciano; le lave vulcaniche, che il volgo chiama antonomasticamente «la pietra», e che si rinvengono, talvolta, nel cavare i pozzi; i larghi strati di lapilli, nel sottosuolo; l’esistenza, a grande profondità, di conchiglie fossili. 2 Ma riconosco, che uscirei meledettamente di carreggiata, perché tutto questo, a stretto rigore, non è storia, e tanto me-

1 ) – Per tutto cfr. la Geologia di G. Mercalli. 2 ) – Vd. PRECCHIA, Breve cenno st. di Castel-Cisterna.

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no storia pomiglianese, ed, in ogni modo, riguarda avvenimenti, svoltisi prima della comparsa, in hac lacrimarum valle, di quel bipede implume, che Linneo appellò homo sapiens

2. – E’ uopo ch’io mi rifaccia, quindi, più da vicino, e che mi tenga,

altresì, il minimo possibile, sulle generali. Epperò, non mi si sentirà neppu- re parlare di Oschi od Opici, primi abitatori della Campania, i cui ricordi,

pochi ed incerti, toccano la densa caligine dei tempi; né m’indugerò a dire delle immigrazioni dei Greci – di Càlcide, o di Erètria, che furono – i quali, circa il 1000 a. Cr., fondarono Cuma, onde nacque, poi, «la più bella città delle marine»; né accennerò ad Etruschi, che, fusisi, qui, cogli aborigeni, contrastarono, «per lungo ordine d’anni», la prevalenza ellenica; né, infine, farneticherò, col Turboli e col Corcia, 3 sul settimo libro dell’Eneide, d’un Bàtulo e del suo castello Rufras, conquistati dal favoloso Èbalo, re dei Ser- rasti, e che sarebbero sorti là, dove ora si vedono Brusciano e Cisterna. No; perché navigherei, tuttavia, in alto mare, correndo anche il rischio di mi- raggi pericolosi, e di abusare troppo – ciò che, al postutto, più monta – del- la infinita cortesia del lettore.

3. – E gitterò l’àncora (tanto per continuare la metafora), in porto

prossimo e sicuro; e mi soffermerò a poco dopo la seconda guerra punica, dai cui travagli Roma sembrò, che uscisse ingigantita, perché, difatti, la sua

egemonia s’affermò nettamente, su tutta Italia. Ai forti non si osa attraversare comunque la via: «Che giova nelle fata dar di cozzo?». Per tanto, allorchè Q. Fabio Labeone – nel 560/185, secon-

3 ) – TURBOLI, Ricerche st. su Marigliano e Pomigliano d’Arco; – CORCIA, St. delle due Sicilie, vol.II – Per altro, vd. HOLM, Ricerche sulla Camp., in Arch. st. per le province napolitane An. XI.

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do l’Hase 4 – spedito, sul luogo, dal senato romano, quale arbitro, in una controversia di confini, tra Napoli e Nola, devolse, con atto iniquo, alla re- pubblica, il territorio conteso, i defraudati sopportarono in pace l’ingiuria. Ora, senza dubbio, in tale usurpazione, furon comprese queste nostre campagne, come quelle, che giacciono, ad uguale distanza, tra le due città contendenti. E, se Cicerone e Valerio Massimo, 5 nel narrare la cosa, parla- no concordemente di aliquantum agri, ed il secondo aggiunge anche, che

l’entrate dell’Urbe ne furono accresciute, la zona, di cui trattasi, dovette es- sere ben ampia. Essa s’ebbe, per questa sua appartenenza, la denominazio- ne di «Campo romano», «dove – dice Giovanni Villano – nasce lo bonissimo greco», e sul cui limite orientale «fu edificato il nobile castello

di

Somma», mentre, dal lato opposto, incominciava «foris flubeum», ossia

di

qua dal Sebeto e da Massa. 6 Quivi, penso, che, come costumava Roma,

furon messi a guardia coloni, tra cui, naturalmente, il terreno fu diviso in lotti, e si trovaron, forse, i Marili, i Fabi, i Prosi, i Pomili, i Pacci, i Licini, come inducono a credere circostanze, che ci occuperanno più oltre. Qui, l’imperatore Claudio – dalle radici del monte, ov’è «la Preziosa», e per «le Tufarelle» e per «i Chiavettieri» «fì alla taverna de Casale nuovo ala via per la quale se va da Napoli ad Acerra», a Capodichino, ai «ponti rossi», che ne sono esemplari superstiti – eresse gli archi laterizi dell’acquedotto, descritto anche dal Boccacci, ed il quale, da Serino, e per Aiello, Forino, Contrada, Montoro, Sarno, piano di Palma, s.Maria del pozzo, proseguiva a

4 ) – Nelle sue note a Valerio Massimo, di cui nella nota seg. - ROMANO, La città di Somma attraverso la st., dice che lo arbitro fu un Labieno, ma non lo prova. Eppure, contrasta all’opinione comune.

5 ) – CICERONE, de Off. I, 10; – VAL. MASSIMO, de Factis dictisq. memor., VII, 3.

6 ) – VILLANO, Cronica di Partenope, I, 10. – Vd. anche CAPASSO, Monumenta ad neapol. ducatus historiam pertinentia v. II, par.I, pagg. 248 e 249. – Flubius, silba, caba, etc., per fluvius, silva, cava, alla greca. Qui trattasi del Sebeto, che nei tempi me- di, appunto, «absolute et per antonomasiam fluvius, vel flubeus appellabatur». Cfr. CAPASSO, op. e v. cit., par. II, pag. 177.

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versarsi, col suo ramo principale, a Baia, nella «Piscina mirabile», immen- so serbatoio d’acqua, per i bisogni della flotta romana. 7

4. – Poi, sopraggiunse la caduta dell’impero. Già, con Onorio, la Campania intera era stata trovata squallida e deserta, per 52842 iugeri, giacchè era grande il numero dei vectigalia: si pagava per tutto, pei cavalli dell’imperatore, per l’esercito svernante, sulle aree edilizie, sulle nozze, sulla prostituzione, sui contratti, sul fimo, pel libero esercizio del traffico e dei mestieri. 8 E lo squallore e la miseria aumentarono colle seguite invasio- ni barbariche; ed il dominio bizantino, per la rapacità propria degli orienta- li, non li alleviò, di certo. 9 I Longobardi, quindi, completarono la rovina. «Da Linterno a Cuma ad Atella, da questa ad Acerra al Clanio a Napoli, macchie di pruni e sterpi (fractae), boschi, e sodaglie (gualdi, terrae exau- dae, campi), pantani e paludi (fossati), argini e mucchi di sassi ammassati a difesa (cesae, grumi10 ingombrarono la maggior parte dei nostri terreni. Quasi un lago, formato dall’acque, colanti dai monti nolani, mescolate e

7 ) – Vd. Lettiero (presso GIUSTINIANI, Dizionario st. geog. del regno di Napoli, alla voce Napoli), che, per ordine del vicere Pietro di Toledo, ne rintracciò il corso, allo scopo di riattarlo. – Vd. anche PONTANO, de Magnif. c. 9; – BOCCACCI, de Flumini- bus etc., che erroneamente dice, che conduceva il Sarno; – CAPACCIO, Antiq. et hist.

c. XXI, e Vera antichità di Pozzuoli pagg. 221 e 222, che descrive minuta-

mente la «piscina»; – CHIARITO, Commento sulla costituz. di Federico II, par. III, c.1; – PARRINO, Teatro de’ vicere; – SASSO, St. dei monum. di Nap.; e via dicendo. – LO SCHERILLO, Della venuta di s. Pietro ap. nella città di Nap., pag. 106, crede, a torto, che fosse posteriore ai tempi di Tito. – Nell’Acquedotto di Nap. (per cura della Soc. ven. impr. pubbl.) è detto, che proveniva dalle sorgenti Aquaro, le stesse che alimentano il moderno acquedotto del Serino. – La Preziosa appartenne, prima, al re Federico d’Aragona (cfr. Arch. st. per le prov. nap., an. VIII, pag. 535), e, poi, al monastero dei ss. Severino e Sossio di Napoli (cf. Lettiero, presso GIUSTINIANI, loc. cit.). – Anche oggi la località «Tufarelle» si dice «Arcora», ed è, forse, quella indicata nell’Onciario (cit. a nota 12) fol. 241 e at., 250 t., ecc. – Vd. nota 68, in seg.

Camp. fel

8 ) – PAGANO, Ist. del regno di Nap., t. I, ed il Codex Theodosianus, l. XI, 7, 12, de indulgentia debitorum.

9 ) – PAGANO, op. e loc. cit., ed il Codex Theod., I, 2, 3, de vectigalibus.

10 ) – CAPASSO, nella pref. alla Cronica di Frattamaggiore del de Spenis, in Arch. st. per le prov. nap., an. II.

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confuse colle vive del Mefito, del Gorgone o Riullo, e del Clanio stesso, fiumicelli oramai senza propria sede, invadeva, da Nola, le campagne, tra Acerra e l’estreme pendici del Somma, fin quasi ad Aversa. 11 Un immenso bosco, detto «Calabrìcito» era di là d’Acerra; un altro famoso trovavasi presso Marigliano; una selva si stendeva nei dintorni di Pacciano; abbiamo notizia d’un’altra a Massa; un’altra ancora era di qua dal Sebeto; altre co- privano il monte, od intricavansi pei luoghi circonvicini. 12 Di tal che, ben poca terra rimaneva libera all’agricoltura. E due secoli, il VII e l’VIII, vide- ro tanto «verno-de la barbarie».

5. – Le popolazioni, ridotte a numero esiguo, vivevano sparse, fami- glia per famiglia, qua e là, per i terreni sgombri, in povere abitazioni (casa- e), con davanti uno spiazzo (curtis, o cortis, o cors), difeso, alla meglio, da palatie, da fascinate, da moricce, da siepi vive, da chiuse qualsiasi. Eserci- tate dalla miseria, lungamente, di generazione in generazione, avevano ri- dotto, ai più indispensabili, i loro bisogni, oramai quasi abbrutite. Erano homines, che avevano guidrigildo, e potevano stare in giudizio, e possede- re, ma dipendevano (fideles) da chiese, conventi, o signori, cui li legavano prestazioni (exenia), o servizi personali (operae); eran tertiatores, che un terzo dei prodotti dovevano al padrone longobardo, un terzo a quello roma- no, ed un terzo ritenevan per sé, ond’è che, da noi, dicesi ancora terza la ra- ta di fitto, ed i contraenti, nelle locazioni, chiamansi tuttora parzunari,

11 ) – CAPORALE, Mem. storico-diplom. di Acerra, pag.48, nota3. – Il Mefito, il Riullo, ed il Clanio sono nel territorio acerrano. Il Clanio (lat. Clanius, nel medioevo Laneum, donde Lagno, passato a significare ogni piccolo fiume, o torrente) è il più grande, e, nei tempi di mezzo, delimitò la Liburia cisclania dei napoletani, e la Liburia transclania dei longobardi di Benevento. Cfr. PEREGRINO-PRATILLI, Hist. princ. long. t. III pag. 242.

12 ) – Cfr. CAPORALE, op. cit. – RICCIARDI, Marigliano ed i comuni del suo Mandamento, – CAPASSO, Monum. cit., v. II, pagg. 248, 269, 428, ecc. – Ad una con- trada del nostro agro è rimasto ancora il nome di Bosco-piccolo; nel ’700 ce n’era un’altra detta la Foresta, come dall’Onciario del general catasto della terra di Pomigl. d’A. 1753-54, fol. 246 t. e 248, esistente nell’ARCH. MUNICIP.

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alterazione evidente di partionarii, e, per esso, portionarii, da portio - por- tionis; eran hospites, ossia barbari, o discendenti di barbari, che occupava- no quote parti degl’immobili, appartenenti ai vinti; eran servi della gleba, infine, addetti ai fondi di proprietà pubblica o privata, ovvero eran uomini liberi, che possedevano, a livello perpetuo, vitalizio, o temporaneo, le terre, ridotte a così vil prezzo, che un oliveto, od un giardino eran cambiati con un cavallo, od una spada. 13 A mano a mano, questa popolazione crebbe; la famiglia divenne più numerosa; colla famiglia aumentarono i bisogni; la vi- ta trogloditica cominciò a pesare. Si prese a dissodare altra terra, ad abbat- ter boschi, per porne a cultura lo spazio di risulta, ad erigere qualche rozza chiesa, per le pratiche di religione. Poscia, poco per volta, s’abbandonarono le misere casupole di prima; altre migliori furon costruite, intorno alle chie- se: si gittò il seme dei futuri villaggi. Curtis non fu più detto il solo spiazzo davanti, ma tutta la casa, e, poi, tutto l’aggregato d’abitazioni; si seguì, per tanto, l’uso romano, per cui «est autem cortis seu cors villa, quia pluribus terris conjungitur»: vi s’aggiunse, però, «cum plebe», vale a dire «colla parrocchia, col complesso di parrocchiani». 14 Formatosi il primo gruppo, nuovi coloni s’aggregavano ad esso, in numero più o meno grande, a seconda le braccia, occorrenti alle necessità agricole locali, ed i patti a cui i proprietari concedevan le terre. Questi co- loni aggiunti, o eran ex comparati, servi riscattati, e venivan chiamati dai proprietari del villaggio, ove si stabilivano; od erano recommendati, cioè persone, che di propria volontà, chiedevano la protezione dei ricchi, cui, per quella (defensaticum), si assoggettavano con prestazioni ed operae; od, infine, erano revocati, uomini, liberi o servi, spettanti al demonio, i quali,

13 ) – Cfr. CAPASSO, pref. cit.; – PAGANO, op. e t. cit.; – SALVIOLI, St. del di- ritto it.; III, §. 118, e IV, §. 169.

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popolazione fluttuante, venivan chiamati all’antico domicilio, dal luogo, dov’erano stati inviati già prima. 15

6. – Tale fu l’origine di quasi tutti i comui, posti nella regione, detta allora «Libùria» (donde, poi, il nome di Terra di Lavoro), tra i «montes su- per Suessulam», come dice Livio, l’agro nolano ed il fossatum pubblicum, a Grumo, Melito, Casandrino; 16 e tale, naturalmente, senza «pietà del natio loco», fu anche la modesta origine di Pomigliano d’Arco. I nostri primi padri si raccolsero, nel luogo già, o tuttavia, della gens Pomèlia, e, perciò detto Pomelianum, intorno ad una chiesa di s. Felice, in cui, nel 1073, Giovanni «qui nominatur Lunicte», e Simeone, e Sergio, suoi figli, tutti del posto, dipinsero «bultura sanctorum, que sunt ad onore Do- mini et Salvatoris nostri Jesu Christi et B. Maria Matris eius, et b. mi Iohan- nis Baptiste», ricevendo, in compenso, «corrigiam de terra». 17 Il villaggio – nell’angolo orientale, risultante dall’innesto della via « que nominatur sommese», o «que ad summam ducebat» 18 (quasi certamente costituita dalle attuali Vittorio Imbriani, già Pigna, 19 Vittorio Emanuele II, già Ter- ra, 20 Trieste e Vesuviana), coll’altra, da s. Paolino detta Àppia (ora Naziona- le delle Puglie, già via Regia o Reale, volgarmente Chiazza) 21 – occupò il

15 ) – CAPASSO, pref. cit.

16 ) – CAPASSO, ivi, e Monum. cit. II, 2, pag. 187 e segg. – LIVIO, XXIII.

17 ) – CAPASSO, Monum. cit., II, 1, pag. 311, reg. 517.

18 ) – CAPASSO, IVI, IVI, pag. 177.

19 ) – Senza dubbio, detta così per esservi stato qualche pino. È denominazone, che ricorre anche nell’Onciario cit. (1753).

20 ) – Vd. in seguito, IV, n. 9.

21 ) – S.Paolino epist. X; ma non era propriamente la Appia (che passava per Cala- tia,Caudium, Beneventum, ecc., e conduceva, da Roma,a Brundisium), sibbene una di- ramazione, che, per Napoli, andava a Nola, cfr. DE LAURENTIIS, Universae Camp. fel.antiquitates, par. II, pagg. 228 e 229. – Essa (nel medioevo, detta Arenarum) fu mi- gliorata una volta, nel 1592; un’altra, dopo l’eruzione vesuviana del 1631. cfr. PARRI- NO, op. cit. – Da Carlo III di Borbone fu portata, da Nola a Bovino (cfr. COLLETTA,

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presente rione Spedale, che è la parte più antica del paese, ed intorno a cui sorsero le mura ed i baluardi, che ancora erano visibili, sulla fine del sec.

XVIII. 22

Fuori il circuito delle mura, a sud-est della cortis, fu eretta un’altra chiesa, «sub bocabulo sancte crucis», 23 alla quale s’unì un ciuffo di case, che, per essere «domorum congregatio, quae muro non claudebatur», 24 fu detto borgo, e, dalla chiesa vicina, borgo s.Croce, denominazione durata sin a quasi tutta la prima metà del secolo scorso, e data alla parte centrale dell’attuale rione Carmine. 25 Quivi, crediamo, che sorse il monastero dei padri greci di s. Basilio (dipendente da quello dei ss. Sergio e Bacco di Na- poli), del quale s’ha menzione, in un documento del 1028, come esistente «in memorato loco Pumilianum». 26 Di là dalla sommese, nell’angolo sud-ovest tra questa e l’Appia, ad- dentro nei campi, s’andò formando, contemporaneamente, il nostro Pac- ciano, 27 che, per la sua lontananza dalle maggiori arterie di comunicazione,

St. del reame di Napoli, I, 4), e prese allora i nomi di Via (o Cammino) reale, o Regia, ed, in seguito, strada delle Puglie.

22 ) – Cfr. l’anonima ed inedita relazione storica di Pomigliano, senza titolo, non numerata nei fogli scritti alla spagnuola, da me posseduta, e che, menzionando il nostro comune come terra dei Cattaneo (vd. in seguito, c. II, n. 9), è della seconda metà del ’700. In essa i baluardi sono detti tre. – La denominazione Ospedale non so dire donde proceda ed a che epoca rimonti; trovo che ivi l’Università possedeva delle case. cfr. On- ciario cit., fol. 202 t.

23 ) – CAPASSO, Monum. cit., II, 1, pag. 219, reg. 320.

24 ) – Così s. Isidoro, in generale; difatti, in Napoli, ci sono ’o buvero (= borgo) ’e s. Andonio,’e Lureto, d’’e Virgene, e, anticamente, ’e Chiaia.

25 ) – Vd. in seguito, IV, n. 9.

26 ) – CAPASSO, Monum. e loc. cit., pag. 264, reg. 420, dov’è detto, che Giovanni «qui nominatur Tertiatores filio q(ondam)…de Punticelum» ottiene la concessione, dal monastero dei ss. Sergio e Bacco, d’un campo, in Pomigliano, col diritto di ritenerne la metà di frutti, e l’obbligo di dare l’altra metà al concedente, e, per esso, portarla «ad illa obedientia monasterii de memorato loco Pumilianum». Vd. anche in seguito, IV, n. 8.

27 ) – CAPASSO, Monum. e loc. cit., pag. 428, reg. 674.

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prosperò meno, divenne, quindi, nostro casale, ed, infine, frazione nostra. Una gens Paccia aveva posseduto il suo luogo, ed esso ne derivò il nome. 28 I campi coltivati, intorno a Pomigliano, avevano, allora, denominazio- ni varie: c’era pràtora 29 (plurale volgare di pratum, come àrcora, ràmora, bùltora, e quelli del contrasto di Ciullo, cioè fòcora e schiàntora), che vive tuttora in Pràtola, a nord-ovest del «Passo»; c’era tribeum, 30 per trivium, ossia «punto d’incrocio di tre vie»; c’era karictura 31 da carectum, contra- zione di caricetum = «luogo pieno di càrici», pianta questa di palude, detta anche «sala» o «scialino» (in botanica carex acuta), la quale testimonia del pantano su mentovato; c’era cesina, 32 lo stesso che «bosco ceduo», o «ter- reno già boscoso», ed è dal supino caesum di caedere = tagliare (ricordate Cesa d’Aversa, e Cesinale presso Atripalda?): appellativo di località pomi- glianese questo, che, con Cesinella, si trova tuttavia nell’«Onciario», o ca- tasto nostro, campilato nel 1753-54 33 ; e c’era anche at illa cruce, 34 che suppongo presso la chiesa omonima vista; e biniale, 35 da vinealis = «messo a vigna, vigneto»; e moscarellum, 36 e s.Paulinum, 37 menzionati ugualmente

28 ) – Vd. in seguito, questo stesso cap., nn. 10 e segg.

29 ) – CAPASSO, Monum. e loc. cit., pagg. 49, 126, 255, reg. 51, 200, 405. – E’ questa la località, che, nel 1832, trovo detta «Lavanaro» ? (vd. oltre, IV, 9) Sembra, per- ché ad essa confluiscono le «lave» del paese, donde il nome.

30 ) – Lo stesso, ivi, ivi, pag. 49, reg. 51. – Forse, dove è «’o Passo,» perché – per quanto pare – è l’unico punto, in cui s’incontrano tre vie: l’Appia, quella proveniente da Acerra e la sommese.

31 ) – Lo stesso, ivi, ivi, pag. 134, reg. 217. – Dovè essere verso Acerra.

32 ) – Lo stesso, ivi, ivi, pag. 150, reg. 237.

33 ) – fol. 51., 100 t., 147, 179 t., 203, ecc. per «Cesina»; fol. 167 t. per «Cesinella». – La località «Cesina» esiste ancora, presso la masseria «Masardo». – Il CASTALDO, Memorie st. del comune d’Afragola, cap. II, nota 16, scrive: «Cesine da’ nostri agronomi chiamansi i terreni già boscosi,e quindi resi alla cultura col tagliarvi gli alberi e bruciare le ceppaie, ed i tronchi de’ medesimi, quale operazione appellasi cesinazione».

34 ) – CAPASSO, Monum. cit., II, 1, pag. 255. reg. 405.

35 ) – Lo stesso, ivi, ivi, pagg. 203, e 238, reg. 332 e 382.

36 ) – Lo stesso, ivi, ivi, pagg. 208, 264 e 282, reg. 342, 420, e 457.

37 ) – Lo stesso, ivi, ivi, pagg. 293, reg. 481.

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nel cennato «onciario»; 38 e, poi, trasversus, 39 che non esito a identificare colla contrada le vie traverse, ricordata nell’«onciario» suddetto; 40 e c’erano caba, 41 per cava, e campo maiore, 42 e trentamiliacca, 43 sianellum pictulum, 44 ed altre denominazioni. Ecco schizzato, alla peggio, l’aspetto di Pomigliano nascente e bambino.

7. – Di esso i documenti conosciuti non vanno più in là del 912, e scrittori anteriori non fanno comunque parola. Erra, quindi, chi lo ravvisa nel Pompejanum, celebre villa di Cicero- ne. 45 Questa, invece, (e lo dice il nome) trovavasi, nel territorio di Pompei, come l’Arpinatum, il Tusculanum, il Cumanum, il Puteolanum, il Neapoli- tanum, altre ville del grande oratore, in quelli d’Arpino, Tuscoli, Cuma, Pozzuoli e Napoli. E Pompei non potè, certo, allargarsi fin qui, oltrepas- sando Nola, e quando noi eravamo alla diretta dipendenza di Roma. Non senza rilevare, che il Pompejanum era posto sul mare, come appare da Ci- cerone stesso: «e Pompejano navi advectus sum in Luculli nostri hospi- tium» ed anche: «haec scripsi navigans, cum Pompejanum accederem». 46 Ora, dov’era il mare, qui, nei tempi storici? Livio, 47 già nel periodo anniba-

38 – fol. 142 t., 153, 203, 217, t., 225 t., 227 t., ecc. per «Moscariello»; fol. 28 t., per s. Paolino.

39 ) – CAPASSO, Monum. cit., II, 2, pag. 177.

40 ) – fol. 227 e t., 228.

41 ) – CAPASSO, Monum. cit., II, 2, pag. 177.

42 ) – Lo stesso, ivi, II, 1, pag. 245, 311, 219, reg. 392, 517, 320.

43 ) – Lo stesso, ivi, ivi, pag. 280, reg. 452.

44 ) – Lo stesso, ivi, ivi, pag. 138, reg. 225.

45 ) – Cfr. LEONE, de urbe Nola; – FERRARI, Lexicon geograficum; – PASINIO, Voc. lat.-it; – RICCIARDI, op. cit., pag. 3.

46 ) – CICERONE, ad Attic. XIV, 20, e XVI, 7; – vd. anche, ivi, XVI, 16 («per paucis diebus in Pompejanum: post in haec Puteolana, et Cumana regna renavigaro»), e in Acad, 2, 3, 8, («si ventus esset, Lucullo in Neapolitanum, mihi in Pompejanum na- vigare»), ecc.

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lico (cioè prima di Cicerone), parla di Nola, come di città interna: «Expu- gnate Nolam campestrem urbem, non flumine, non mari septam»; ed oltre:

«…sunt omnia campi circa Nolam».

8. – Ed erra, del pari, chi vuole, che Pomigliano derivi dal gentilizio

Pompeo, e, secondo qualcuno, propriamente da Gneo Pompeo, suocero ed emulo di Cesare. 48 Imperocchè, nulla c’è, che autorizzi a ricollegarci al vin-

to di Farsaglia, da un lato; e, dall’altro , la prova, che s’adduce, d’un Pom- pejano, menzionato, da Cicerone, coll’aggettivo «nolano», per distinguerlo da quello , testè toccato, evidentemente poggia, su di una lezione inesatta del passo relativo: non bisogna leggere «fundus numquis in Pompejano no- lano venalis sit», ma – come avvertì il Lupoli 49 – «in pompejano nolano- ve», ossia «nell’agro di Pompei o di Nola». Ciò a parte, che s’avrebbe, qui, un’etimologia addirittura assurda, «giacchè quand’anche fosse da preferir la forma Pompigliano» (così scrisse il dott. Castorani, professore d’oftalmologia nell’Università di Napoli) «deriverebbe da Pompilio e non da Pompeo». 50

9. – «Altri vuol, che il nome venga da pomi e llano» (leggi gliano),

«vocabolo spagnuolo, quasi: pianura de’ Pomi; e le armi parlanti del pae- se» – lo stemma – «sono appunto un pomo», e talvolta due, posto su d’un arco; «ed in mezzo al mercato c’è una colonna con sopra una cestella di pomi in marmo. Ma il paese non è niente affatto celebre per le frutta ed è più antico della dominazione spagnuola, nè la formazione è possibile», – dice il compianto Vittorio Imbriani. 51 A me sembra, che lo stemma dovette

48 ) – REMONDINI, Della nolana ecclesiastica st. e l’anonima relazione storica di Pomigliano cit.

49 ) – Iter venusinum, pag. 9.

50 ) – IMBRIANI, XII conti pomiglianesi, prefaz., nota 2.

51 ) – Lo stesso, ivi, ivi.

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esser ricavato dal nome, proprio durante il dominio iberico, mercè una so- luzione in etimi arbitrari; processo questo, usualmente seguito, prima dei moderni studi, che riusciva, spesso, a risultati enormi, e perfino risevoli. E sulla falsa riga dell’armi parlanti, credo, che i pomiglianesi intesero tenersi, quando, il 3 gennaio 1735, offrirono, secondo il cronista, «alcune spase di fiori, e fresche frutte», a Carlo III di Borbone, che, qui, di passaggio, s’era fermato a pranzare. 52

10. – Di fronte a tutte queste opinioni, per lo meno insicure, non resta seria, se non quella, cui ho già accennato, e che riattacca il nome «Pomi- gliano» alla gens Pomelia. Difatti, il gruppo gli di «Pomigliano» non può essere, se non l’indurimento dell’altro latino li seguito da vocale; così, da familia, da filius e derivati, da cordolium, battualia o battalia, milium, me-

lius e derivati, cilium, exilium, solium, mulier, tilia, spolium, lolium, lilium,

e via dicendo, si è avuto famiglia, figlio, cordoglio, battaglia, miglio, me- glio, ciglio, esiglio, soglio, moglie, tiglio, spoglia, loglio, giglio. Ed un’antica iscrizione, riportata dal Mommsen, 53 ci assicura, appunto,

dell’esistenza della gens in discorso; v’è menzionato, cioè, un «Publius Pomelianus», gentilizio il secondo, «che sta a Pomelius, quale p. e i genti- lizj Curtianus a Curtius, Flavianus a Flavius, Marianus a Marius, Nerianus

a Nerius», 54 o, per attenermi a cose più vicine ed interessanti, come Mari- lius sta a Marilianus, donde Marigliano; Fabius a Fabianus, donde – colla metatesi dell’i Faibano; Prosius a Prosianus, donde – coll’indurimento

52 ) – SENATORE, Giornale st. di quanto avvenne nei due reami di Nap. e Sic. Il 1734-1735, sotto la data cit.

53 ) – Inscriptiones regni neapolitani latinae. – L’iscrizione è la seguente:

P. POMELIANUS. LUC. F. FELICIANUS. ET. RECIVI. SIBI. ET. SUOIS.

54 ) – FLECCHIA, Nomi locali del Napolitano derivati da gentilizj italici.

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della labbiale, e l’attenuazione della sibilante – Brosciano, e, quindi, Bru- sciano; Licinius a Licinianus, donde, schiacciata l’n, Licignano; Paccius a Paccianus, donde il nostro Pacciano. Inoltre, in un istrumento di permuta del 3 maggio 1026, troviamo ancora esistente, qui, il gentilizio, che ci ri- guarda: un «Gallitula» «commutat et tradit Sparano germano suo filio q[ondam] Pumiliani» un suo terreno. 55 Del resto tuttora c’è il cognome «Pomilio», ed io ho conosciuto un ingegnere, che lo portava. 56 Il gentilizio, appoggiato a fundus, ager, campus, praedium, o simile, per indicarne l’appartenenza, si fece aggettivo; ed, in vero, nel Digesto si rinvengono, di frequente, i fundus Cornelianus, Satrianus, Geronianus, Bo- trianus, Maevianus, e ci s’imbatte nelle aedes Seianae, Sempronianae, e c’è il lacus Sabatenis per Sabatianensis. 57 Caduto, poi, il sostantivo d’appoggio, indicò il locus, in generale, senza valore geografico, come no- me encorio, fissato, per lo più, al neutro; nome, che, in seguito, fu assunto dalla cortis. Gli esempi, al riguardo, in tutta la Campania, oltre i visti in- nanzi, sono innumerevoli: Cicciano, Scisciano, Ottaiano, Saviano, Comi- gnano, Secondigliano, Gragnano hanno siffatta origine di denominazione. 58

11. – «Pacciano», adunque, non è da pace. Difatti, se così fosse, do- vrebb’essere, veramente, «Paciano», laddove lo troviamo sempre scritto con due c, e con due c lo pronunzia il popolo. Di più, la pace, che volgar-

55 ) – CAPASSO, Monum. cit., II, 1, pag. 255, reg. 405. – Il capostipite della gens Pomelia dovett’essere di piccola statura, giacchè pumilius vale «nano»; anzi, AULO GELLIO, XIX, 13, dice che, presso il volgo, il pumilius chiamavasi, appunto, nanus. – ROMANO, op. cit., pag. 33, afferma – ma, come al solito, non prova, – che Pomigliano, prima, si chiamava Fazzano. Evidentemente, ha letto Fazzano, invece di Pacciano. Pur così, è falso, come risulta da tutto questo cap. I.

56 ) – In quest’anno, un «Pomilio» è risultato non in buona posizione, dall’inchiesta sulla guerra.

57 ) – Vd. lib. VIII, tit. IV, 35, e tit. V, 4; lib. XVIII, tit. I, 69; lib. XXI, tit.III, 73; lib. VII, tit. I, 36; lib. XXIII, tit. V, 9; etc.

58 ) – Cfr. FLECHIA, op. cit., – REMONDINI, op. cit.; – MUSCO, La vita di Tommaso Vitale, pag. 95; – ecc.

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mente si crede celebrata, in esso, con francesi, 59 e quella annunziatavi, co- me qualcuno fantastica, 60 tra Sanniti, Palepolitani e Nolani, restano senz’ombra di prova; ed, intanto, sta al contrario, che Pacciano è più antico delle due invasioni francesi del 1495 e del 1799, 61 e che non c’è la menoma traccia della sua esistenza, prima dei tempi medi, per cui non può esser ri- tenuto anteriore, o coevo di Palepoli. Altre due iscrizioni, comunque, anch’esse riferite dal Mommsen, 62 at- testano della gens Paccia.

12. – Consegue da ciò, che l’altra metà del nome «Pomigliano», cioè l’aggiunto «d’Arco», non può venire, come è stato affermato, 63 da un «ar- co», eretto in memoria della seconda delle due immaginarie paci suddette. Un arco, è vero, di vetusta costruzione, fu visto, fin nel secolo XVIII, poco lungi da Pacciano, verso la «masseria Palmese», e da esso trovo, che la

59 ) – Vd. in seguito, c. III, n. 4.

60 ) – Vd. l’anonima relazione st. di Pomigl. cit.

61 ) – Vd. in seguito, c. III, e nn. 2 e 4.

62 ) – Op. cit. – Una è:

D. M. S.

Tito. STATORIO. GE. MINO. COL. F. PAC CIANI. HOMINI. SANC TISSIMO. ANIMAE. INNOCENTISSIMAE. NUMISIA. AUG. N. SER… CONIUGI. CUM. Q. V. A.

XIII. SINE. QUAE. RELL… CAPRIOLUS. FILIUS. NATURALIS. PATRI. KARISSIMO.

L’altra è:

B.

D.

M. F.

M. S.

IULIAE. PAcCIanae. P. AELIUS. HERME… CONIUGI. BENEMeritae.

63 ) – Vd. l’anonima relazione st. di Pomigl. cit.

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contrada intorno fu denominata; 64 ma, più che un arco di pace (od anche un tempio sacro a Diana, come suppone il Turboli), 65 esso era un superstite avventuroso dei molti dell’acquedotto Claudio mentovato, alla stregua dei quali, durante il ducato napoletano, s’indicavano i luoghi di questo versante del Somma, colle frasi intus arcora, e foris arcora, a seconda che, in ri- guardo alla capitale, si trovavano di qua o di là dall’acquedotto stesso. 66 Così, Pomigliano e Pacciano venivan detti foris arcora, quasi sempre com- pletandone l’ubicazione, con dudum aqueductus, 67 ossia «presso, vicino all’acquedotto», e, qualche volta, addirittura si dissero soltanto ad arcora, 68 che, in fondo, è la forma sintetica, di passaggio alle successive, e più recen- ti di ad arcum, 69 ad Arco, 70 de Arco, 71 fino all’attuale d’Arco, che il nostro paese ebbe comune con Mariglianella, e che gli è rimasto, per distinguerlo da Pomigliano d’Atella, da poco mutato in Frattaminore.

64 ) – Vd. Onciario cit., fol.77, t. ecc. – Il luogo fu detto «l’arco di Pacciano». Vd. in seguito, c. IV, nota 91.

65 ) – Op. cit.

66 ) – CAPASSO, Monum. cit., II, 2, pag. 177.

67 ) – Cfr. tutti i loc. cit. nelle prec. note 17, 23, 26, 27, 29, ecc.

68 ) – CAPASSO, Monum. cit., II, 1, pag. 280, reg. 452. – Dagli archi in discorso fu detto Arcora, non solo una località del nostro agro (vd. innanzi, nota 7) ma un villag- gio, che sorgeva, ai tempi del ducato, dov’è ora Casalnuovo. Resosi disabitato, Ferdi- nando I d’Aragona lo concesse ad Angelo Como, che lo ricostruì, donde poi il nome di Casalnuovo. Al Como fu conteso da Cesare Bozzuto, feudatario d’Afragola: la causa fu compromessa a Pietro Severino e Paolino de Golino, che decisero appartenersi davvero ad Afragola il territorio di Casalnuovo, ed il Como dover pagare, perciò, al Bozzuto, 30 once annue. Cfr. CHIARITO, op. cit., III, cap. II pag. 157, che cita il registro di Ferd. I segn. 1463-1492. n. 30, fol. 131, ed assume che Casalnuovo, nel medioevo, fu detto Ar- cus pintus.

69 ) – Come scrive DE LAURENTIIS, op. e loc. cit.

70 ) – Come dice il LUPOLI, op. e loc. cit.

II. – NEL PERIODO FEUDALE

SOMMARIO – 1. Profilo del feudo in generale. – 2. Il feudo di Pomigliano. – 3. Condi- zioni di vita del nostro paese in questo periodo. – 4. I primi feudatari di Pomigliano; Riccardo Filangieri; la famiglia Stendardo. – 5. Gli Angioini. – 6. I di Tocco e gli Ori- glia. – 7. I Carafa di Maddaloni. – 8. I d’Eboli, i del Balzo, gli Strambone. – 9. I Catta- neo. – 10. All’abolizione del feudalismo. – 11. Sviluppo demografico di Pomigliano in questo periodo.

1. – Sorto nella maniera esposta, e dipendente dal ducato napoletano, Pomigliano seguì le sorti di quest’ultimo, e con esso fu assorbito nel regno, costituito dalla costanza e dal valore dei Normanni. Questi introdussero, nell’Italia meridionale, quel regime feudale, che – contrastato da Federico II, ma favorito, poi, dagli angioini e dagli aragone- si, e, per avidità di danaro, dagli spagnuoli – durò fino a quando i francesi, colle leggi del 1799, 1806 e 1809, non lo soppressero, definitavamente. 1 Il feudo (basso latino feudum, feodum, feidum) – è necessario premetterlo – fu, da prima, una concessione del sovrano, a titolo precario di fitto quinquennale, di terre del fisco, fatta a seniores, per gli obblighi militari. In seguito, perduto il carattere di precarietà e di temporaneità, la concessione importò l’esercizio di diritti, devoluti propriamente alla corona, ossia delle cosidette regalie, tra cui, massima, la amministrazione della giustizia. 2 Il concessionario, originariamente chiamato miles, ebbe, in prosieguo, presso di noi, i nomi di feudatario, utile signore, o barone, e fu, per tanto, un piccolo re, che, poco per volta, usò del feudo, oltre i corpi feudali, cioè oltre i diritti effettivamente concessi, dando luogo, così, agli

1 ) – SALVIOLI, Manuale di storia del diritto it., par. III c. 11. 2 ) – Lo stesso, op. e par. cit., c. 5.

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diritti effettivamente concessi, dando luogo, così, agli abusi feudali, 3 gra- vezze talvolta infami, che furon moltiplicate, sempre più, e tutto toccarono:

le persone, le cose, gli atti, i contratti, i prodotti, i lavori dell’uomo. I sogget- ti, detti vassalli, n’erano veramente oppressi, perché non avevano mezzi d’infrenare il padrone, spesso potente in corte, e che s’opponeva, in ogni guisa, a qualunque esame legale della fondatezza giuridica delle sue pretese. Questa la ragione, per cui, all’abolizione del feudalismo, la commissione feudale, incaricata di sciogliere i vincoli baronali, trovò che, nel regno, erano stati creati ed esercitati ben 1500 di tali abusi, sotto nomi spesso strani! 4

2. – Pomigliano fu, anch’esso, costituito in feudo. Al suo utile signore, spettarono, come corpi feudali: 5 il bancum justitiae, o mero e misto imperio con podestà della spada, ossia la cognizione «delle primarie e secondarie cause civili, criminali e miste», col diritto di tormentare e punire; l’esazione dei provventi fiscali delle pene transatte, vale a dire il diritto di convertire la corporale, in pena pecuniaria, e d’intascarne l’importo; la mastrodattia, qualche cosa come gli odierni «provventi di cancelleria», ma limitatamente alla redazione degli atti processuali; la bagliva, giurisdizione minima, ri- guardante i piccoli furti, il danneggiamento, la materie contravvenzionale in genere, le cause civili per lievi somme; il jus marchii, o zecca di pesi e misure, cioè il diritto di convalidare, periodicamente, le misure ed i pesi, coll’imprimervi un segno, esigendo all’uopo una tassa, e proibendo d’usare i non marchiati.

3 ) – RICCIARDI, Marigliano ed i comuni del suo mandamento, pag. 233.

4 ) – SALVIOLI, op. e par. cit., c. 11.

5 ) – Vd. Onciario del general catasto di Pomigl. 1753-1754, fol. 251 e a t. – Nelle prime concessioni, fino al 27 maggio 1495 (vd. in seguito, n.7, nota 70), dei corpi feu- dali, specificamente, non sono menzionati, se non la bagliva ed il mero e misto imperio; gli altri ricorrono, in via generale, come entrate e dogane.

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Ora, ascoltate quali furono, di contra, gli abusi feudali: 6 la nomina del sindaco e dei due eletti, costituenti il corpo municipale dell’Università, a- desso Comune; la nomina dei due parrochi di s. Felice, tra persone, aventi i requisiti, e proposte dall’Università; il jus prohibendi della caccia, che im- plicava la concessione di licenze, dietro pagamento; il passo ed il passetiel- lo, divieti di circolazione, a permetter la quale si percepiva una tassa; la colta della chiesa di s. Maria, «seu paglia d’agosto», ed erano 24 ducati all’anno, pagati dall’Università; i monopoli – per dirla con parola moderna – della taverna, del forno, e dei «molini, seu centimoli». Meno il bancum justitiae, che il feudatario esercitava, mediante giudi- ci, da lui deputati, tutte le altre ragioni feudali venivano arrendate, ossia date in affitto, 7 ed è, quindi, intuitivo, che esse s’aggravavano, per la rapa- cità degli arrendatori, i quali miravano, non solo a corrispondere i prezzi, abbastanza alti, ma soprattutto ad arricchire.

3. – Nel feudo, il barone aveva suoi ufficiali, per la esazione dei suoi diritti, quando non li locava. Il suo rappresentante maggiore era il castella- no, poi detto governatore, che risiedeva nel castello, o palazzo baronale, e che interveniva, nell’assemblea dei vassalli, o pubblico parlamento, il qua- le si radunava, a suon di campana, 8 nella chiesa parrocchiale di s. Felice, e decideva sugli affari eccedenti l’ordinaria amministrazione. 9 Per questa, provvedevano il sindaco e i due eletti, assistiti da un cancelliere, unico im- piegato municipale, funzionante da segretario e da archivista: 10 nominati

6 ) – Vd. l’Onciario cit., fol. 251e a t.

7 ) – Lo stesso Onciario cit., ivi. – Arrendare è spagnuolo.

8 ) – RICCIARDI, op. cit., pag. 329 e segg., e 340; – SALVIOLI, op. e par. cit., c. 11.

9 ) – Vd. in seguito, c. IV, nn. 5, 7 e 8, e le note ad essi. – Si radunava, tra l’altro, anche per la nomina del medico. ARCH. MUNICIP., Conclusioni decurionali 1813- 1824, fol. 44.

10 ) – RICCIARDI, op. cit., pag. 329 e segg. – E’ risaputo, che i parlamenti si riu- nivano nelle chiese parrocchiali, e da noi la parrocchia era proprio s. Felice.

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dal feudatario, erano naturalmente, persone a lui ligie, e duravano, in cari- ca, un anno, a capo di cui il sindaco rendeva i conti della sua gestione. 11 L’Università si manteneva su poche entrate: 12 il jus del pane a vendere senza gabella, in cui si trasmutò il monopolio della vendita del pane, e che consistette nell’esigere, dai panettieri, un tanto sulla merce venduta, e, con- temporaneamente, nel far loro concorrenza, collo smerciare il pane, esente da gabella, e, perciò, a prezzo minore; il jus macellandi, o scanaggio, o quartuccio, su ogni capo di bestiame ammazzato; le due botteghe della sal- sume e vino senza gabella, cioè spacci municipali di olio, salumi, strutto, e simili, l’uno nel quartiere della Terra, (e lasciò il nome di Puteca ’ranna al luogo, dov’era), l’altro nel quartiere della Chiazza, entrambi intesi anche a mantenere giusti prezzi, pei generi cennati, su la cui vendita gli altri eran tenuti a dazio; l’esazione di censi vari, che, gravando su fondi, fanno pensa- re ad un preesistente demanio comunale, alienato colla forma dell’enfiteusi, ma del quale non ho notizia certa; gli utili sul fitto del forno, del molino, del territorio adiacente a questo e dei diritti inerenti, fitto, che si stipulava coll’utile signore. Solitamente, tutte queste entrate si davano in locazione, con capitoli, che determinavano le tariffe, ed altre modalità del caso. 13 Il catapano, no- minato dal corpo municipale, sorvegliava gli affittatori, ed aveva giurisdi- zione su chi violava i bandi, o gli editti annonari, di polizia urbana e rurale, o simile. Tale sorveglianza spettava, altresì, al portolano, anche di nomina municipale, che, però, conosceva, più particolarmente, delle invadenze di suolo pubblico. 14

11 ) – Come dall’elenco dei sindaci in Appendice, e dal fol. 14 e segg. del Libro delle Conclusioni decurionali della Comune di Pomigl. d’A., an. 1808, in ARCH. MU- NICIP.

12 ) – Onciario cit., fol. 252 e a t.

13 ) – Vd. ivi, ivi.

14 ) – Vd. Libro delle Concl. dec. cit., delib. 17 nov. 1811. – Vd. anche Archivio st. per le provin. napol., an. VII, pag. 791.

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4. – Pare, che, al suo inizio, il feudo di Pomigliano sia stato tutt’uno con quello d’Acerra; per tanto, nostri signori dovettero essere Roberto de Medania, che, nato dal normanno Trogisio, fu suocero dell’illustre principe Tancredi, immortalato dal Tasso; e suo figlio Riccardo, nel 1197, da Arrigo VI fatto, prima, trascinare, per le vie di Capua, e, poscia, impiccare, all’in giù, col capo; e quel Diopoldo, detto Alemanno, uomo turbolento e triste, ribellatosi a Federico II, legittimo successore di chi l’aveva beneficato. 15 Ma il primo feudatario pomiglianese, assolutamente cercerto, è Ric- cardo Filangieri, da non confondere coi suoi due omonimi e contempora- nei, conte di Striano l’uno, e di Marsico l’altro. 16 Caro a re Manfredi, serbò immacolata la sua bella fede alla casa di Svevia, oltre la sventura ed il crol- lo finale, oltre le disfatte di Benevento e di Tagliacozzo, e dopo che la fo- sca mannaia del carnefice, in Napoli, sulla piazza del mercato, stroncò il capo, biondo e giovinetto, dell’infelice «nipote a superbi imperatori», la cui sentenza di morte una jena, violatrice di sepolcri, che calunniava la tiara ed il nome di Clemente, ridusse – supremo inconsapevole oltraggio – in un amaro bisticcio: «Mors Corradini vita Caroli, vita Corradini mors Caroli». Questo nostro costante, naturalmente, fu travolto dai vincitori, e spodestato, e fatto segno ad odio, che non si placò, neppure colla fine di lui, perché ne

15 ) – CAPORALE, Memorie storico-diplomatiche d’Acerra, che, sull’unicità del feudo d’Acerra e Pomigliano, cita due pergamene del 1328, le quali, però, sono in con- trasto con quanto è detto, in questo n., immediatamente in seguito. – Il nostro feudo, a stare alle sue vicende, fu jure longobardorum (cioè, divisibile tra i figli del barone), me- re ereditarium (non trasmissibile ad estranei), proprio (perché importava servizio mili- tare, cui fu sostituito l’adoa – pagamento di soma in corrispettivo – prima in linea provvisoria, poi in via definitiva), e retto (ossia, trasmissibile ai soli maschi). Cfr. SALVIOLI, op. cit., par., IV, pag. 508 e segg., dove si parla anche del suffeudo ch’era la concessione ad un terzo di tutto il feudo, o di parte, fatta dal feudatario, previo consenso sovrano. E suffeudo, in Pomigliano, era «una abitazione da far maccaroni», annessa alla «taverna ’e fore». Vd. in seguito, c. IV, n. 12, e l’anonima relaz. st. di Pomigl. cit., in ultimo. – ROMANO, La città di Somma attraverso la storia, pag. 33, afferma – ma al solito, non prova, – che, nel medioevo, Pomigliano fu alla dipendenza annonaria e mili- tare di Somma. Ciò è in contrasto con quanto è detto in questo c. II.

16 ) – DEL GIUDICE, Riccardo Filangieri, ed. Nap. 1893.

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colpì la vedova, Giacoma Cutone, cui, da Carlo I, furon tolte le case, da lei possedute, nella capitale, presso la chiesa di s. Giorgio maggiore. 17 I suoi feudi furono Pomigliano, Arienzo, Arpaia, Ponticchio, Pipone, s. Antimo, Friano, Quadrapane, s. Maria della fossa, e, dall’angioino, furon dati al francese Guglielmo, detto Stendardo, perché, nella battaglia di Be- nevento, aveva portato l’insegna dell’esercito invasore. Nella concessione relativa, Pomigliano fu valutato, al nuovo feudatario, per 50 once annue di rendita, pari a ducati 240, ed a 1020 lire. 18 Uomo di sommo valore, questo Stendardo si distinse soprattutto nell’impresa di Sicilia, contro Corrado, principe d’Antiochia, e nella gior- nata di «Tagliacozzo, – dove senza arme vinse il vecchio Alardo». 19 Fu gran conestabile, gran marescalco del regno, capitan generale di Terra di Lavoro, governatore della Provenza. Morì nel 1271. 20 La signoria di Pomigliano passò, allora, al suo primogenito, 21 come lui di nome Guglielmo, come lui fatto, poi, gran marescalco, e gran conestabi- le, 22 come lui insigne nell’armi, ed onorato dal principe. Buon sangue non traligna. E lo seppe, nel 1291, don Blasco in Calabria, che, di fronte al

secondo Guglielmo Stendardo, dovè ben frenare il suo impeto guerriero; e

) – Lo stesso, ivi – CAPASSO, La Vicaria vecchia, nello Arch. st. per le prov. na- an. XV, pag. 402. – Questo Filangieri fu podestà di Napoli, e sua moglie era figlia di

pol

Pietro Cutone o Cottone, conte di Lettere. SCHIPA, Contese sociali napol. nel medio evo,

an. XXXI, pag. 600. – Forse, la contrada pomiglianese

detta «’o Cutone» deve il suo nome alla moglie di questo nostro feudatario.

18 ) – CAPECELATRO, Dell’ist. della città e regno di Nap., ed. Sibilla 1834, t. II, pagg. 175 e 252; – MAZZELLA, Descrittione del regno di Nap., pag. 633; – SUM- MONTE, Hist. della città e regno di Nap.,1. III. c. 1.

in Arch. st. per le prov. napol

17

19 ) – DANTE, Inferno, XXVIII, 17. – Vd. COSTANZO, St. del regno di Nap., ed. Borel e Bompard 1839, pag. 41, 42, e 38.

20 ) – ALDIMARI, Memorie hist. di diverse famiglie nob., pag. 478; – MINIERI- RICCIO, Genealogia di Carlo I d’Angiò, pag. 198, ed. 1857.

21 ) – ALDIMARI, op. e loc. cit.; – ARCH. DI STATO DI NAP. Reg. Ang. 1271, A, fol. 136.

22 ) – DELLA MARRA, Discorso delle famiglie estinte, forestiere, ecc., pag. 401 – Qualcuno lo confonde col precedente, come fa CANDIDA-CONZAGA, Famiglie nobi- li, v. V., pag. 201.

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condo Guglielmo Stendardo, dovè ben frenare il suo impeto guerriero; e lo sperimentò anche il celebre Ruggiero di Lauria, che, a Castella, molto ebbe

a fare, per superarlo; 23 e n’ebbe chiara coscienza Carlo II, che, il 12 feb- braio 1295, dovendosi assentare, lo nominò del consiglio di reggenza, posto accanto a Carlo Martello, e lo volle, poi, suo esecutore testamentario: 24 co- sì, Carlo I, nel 1278, l’aveva fatto governatore della Provenza e del Pie- monte; e, nel 1298, lo avevano eletto senatore di Roma. 25 A lui, deceduto nel 1308, 26 seguì il suo quartogenito, Tommaso, 27 a sua volta, regio consigliere, ciamberlano di corte, e, ripetutamente, capitano

a guerra, 28 il quale s’ebbe un unico figlio, Filippo, che, succedutogli, 29 tra- passò, senza eredi, nel 1343, 30 anno in cui i feudi degli Standardo ritorna- rono nel patrimonio regio.

5. – Nel 1343 stesso, il 15 d’ottobre, Giovanna I li diede a Sancia di Maiorca, vedova e seconda moglie di Roberto d’Angiò, il «re da sermone», che Dante «ebbe a disdegno». 31 Sancia, donna virtuosa e pia, devota di s. Chiara, eresse, in Napoli,

quella chiesa e quel convento di clarisse, ove non solo «vi si può invidiare

il duca di Rodi che dorme nel sarcofago pagano di Protesilao e Laodamia»,

23 ) – COSTANZO, op. cit., pag. 74 e 75.

24 ) – MINIERI-RICCIO, Genealogia di Carlo II d’Angiò, nell’Arch. st. per le prov. napol., an. VII, pag. 16, e 28.; – Lo stesso, Genealogia di Carlo I d’Angiò, pag. 198 cit.

25 ) – DELLA MARRA, op. e pag. cit.; – ALDIMARI, op. e pag. cit.

26 ) – DELLA MARRA,op. e pag. cit.

27 ) – ALDIMARI, op. e pag. cit.

28 ) – MINIERI-RICCIO, Genealogia di Carlo II d’Angiò, nell’Arch. st cit., an. VII, pag. 239, 491, e 663; – ALDIMARI, op. e pag. cit.

29 ) – DELLA MARRA, op. e pag. cit.

30 ) – Lo stesso, op. cit. pag. 404.

31 ) – MINIERI-RICCIO, Genealogia di Carlo II, d’Angiò, nell’Arch. st cit., an. VII, pag. 59.

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ma anche «chiudendo gli occhi vi si può assaporare la poesia diffusavi da qualche bel nome di donna morta». 32 E clarissa ella finì, il 28 luglio 1345, «con fama grandissima di santità», in s. Croce di Napoli, «bonis suis omni- bus in alimosinam pauperum distributis», come informava «il discreto lati- no» della sua diffusa epigrafe sepolcrale. 33 I feudi, quindi, ripassarono al demanio. E furono Petrella e Montalba- no in Basilicata, Policore in terra d’Otranto, il Pantano Versantino in Capi- tanata, la metà della baronia di Bagnuolo, Castelluccio, Acquaburrona, Raccasassone, Pomigliano, e Pizzone, tra Terra di Lavoro e Contado di Molise. 34 E, forse, dalla regina Giovanna I medesima, furon donati al fiero Roberto d’Angiò, principe di Taranto, suo congiunto, dalla «barba tonduta e piena, di bel volto» 35 il quale, sospinto da grossa ambizione, trattò valoro- samente le armi, sognando – conquistate, come fece, Corfù, Cefalonia e la Morea – di cingersi della imperiale corona di Costantinopoli, 36 ma che ri- corse puranco all’intrigo callido, e persuase sè ed il fratello all’incesto, e tenne mano alla strage d’Andrea d’Ungheria onde fu tratto prigione, e a- dropò il veleno col nemico caduto, Ludovico di Durazzo: dietro ebbe, ispi- ratrice ed istigatrice, una ben triste femmina, una Valois, Caterina sua madre. 37

32 ) – D’ANNUNZIO, Vergini delle rocce, pag. 311 e 312.

33 ) – COSTANZO, op. cit., pag. 141.

34 ) – MINIERI-RICCIO, Geneal. di Carlo II, cit. nell’Arch. st cit., an. VII, pag. 39.

35 ) – CAPASSO, La Vicaria vecchia, nell’Arch. st. per le prov. napol., an. XIV,

pag. 127. – Le parole riferite tra virgolette sono d’un poemetto contemporaneo in onore

di esso Roberto. – Questi era primogenito di Filippo, figlio di Carlo II d’Angiò. Cfr.

RICCIARDI, op. cit., pag. 71.

36 ) – COSTANZO, op. cit., pag. 142.

37 ) – CAPASSO, op. cit., in Arch. st. cit. an. XIV, pag. 124 e segg.; – COSTAN- ZO, op. cit., pag.144. – Il primo lo dice nato verso il 1320; morì il 17 sett. 1364: sepolto

in San Giorgio maggiore, in luogo oscuro, solo nel 1470, dal rettore Andrea Agnese,

ebbe onor di degno sepolcro. Cfr. CAPASSO, op. e loc. cit., pag. 127.

28

6. – Ho detto, che a lui, forse, gli antichi possessi degli Stendardo fu- ron donati; giacchè trovo che, nel 1353, egli concesse Pomigliano a Pietro

di Tocco, poi conte di Martina, suo compagno nell’impresa d’oriente. 38

Ora, «roba dei Goti è la famiglia Tocco», dice Ianacchini, 39 ed il Bor- rello 40 precisa «essere opinione di vari storici che la famiglia dei Tocco tragga origine da Totila». Sogno! Ma stirpe illustre essa fu, senza dubbio; e Leonardo, figlio del nostro Pietro, fatto conte di Cefalonia dallo stesso Roberto, fondò la dina- stia dei di Tocco, despoti della Romania e dell’Epiro, durata fino al 1481. 41 Pietro lasciò i suoi stati a suo figlio Guglielmo, secondo conte di Mar- tina, 42 e primo di Montemiletto, 43 sospettato ribelle a Ladislao, e da questo,

nel 1408, assediato e catturato: 44 per riscattarsi, dovè vendere, e consegnare il prezzo al tesoriere del re. 45 Ed udite lo inusitato sfregio inflittogli, allora. Nobile e barone, congiunto di potenti, grave d’anni, incolpevole forse, egli

fu incatenato su d’una mula, e, da Napoli, così, sotto custodia di pari, fu co-

stretto a girare i suoi feudi, e consegnarne le castella al conte di Montederiso,

e, ritornato, ad assistere, dinanzi alla chiesa di s. Caterina a Formiello, alla

38 ) – SUMMONTE, op. cit., 1. III, c. 4.

39 ) – IANNACCHINI, Topografia storica dell’Irpinia, pag. 148.

40 ) – BORRELLO, Difesa della nobiltà napol., pag. 136.

41 ) – SPADOGNINO, Storia di Napoli, così, senz’altro, riferito da MARCAREL- LI, L’oriente del Taburno, pag. 130 e 131.

42 ) – ALDIMARI, op. cit., pag. 489.

43 ) – DE LELLIS Famiglie nobili, v. I pag. 121. – Egli comprò Montemiletto, nel 1383, da Carlo III di Durazzo. cfr. VINCENTI, La contea di Nola, pag. 17; e MARCA- RELLI op. cit., pag. 133, che cita il 1° vol., fol. 225, dei Quinternioni di Princip. Ultra.

44 ) – RICCA, La nobiltà delle due Sicilie, v. III, pag. 276; – DE LELLIS, op. cit., vol. II, pag. 298 e 299.

sopra la suddetta vendita il Re pre-

stò l’assenso a 22 del medesimo mese et anno» (= marzo 1408), dice il GITTIO, Genea- logie e notizie di parecchie famiglie e case diverse, fol. 507 t., manoscritto segnato IV. D. 1,della Biblioteca Brancacciana di Napoli.

45 ) – DE LELLIS, op. e v. cit., pag. 300. – «

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pubblica redazione dell’atto di vendita, presente l’ingeneroso Ladislao. 46 Li- berato alla fine, a patto d’andare in esilio, non sopravvisse all’onta, e, di lì a poco, quand’era per imbarcarsi in Manfredonia diretto in Epiro, egli trovò pace nella morte. 47 Gorello Origlia, od Auriglia, gran protonotario del regno, che ebbe voce d’avere istigato il re all’enorme vendetta, si rese acquirente di Pomi- gliano, per 6000 fiorini di oro. 48 I tempi tumultuosi avevano trasmutato questo Gorello, da uomo di to- ga, in un uomo di spada, ed egli, accorto, d’intelletto e prode, riuscì ad av- vincersi la cieca fortuna: fu conte d’Acerra, e potè contare, tra i suoi possedimenti, più di 60 città e castella. 49 Sotto il titolo della Purificazione, edificò, in Napoli, la chiesa di s. Anna de’ Lombardi o di Monteoliveto, col monastero vicino, ed in essa, dal 1412, nell’abside, dorme il suo ultimo sonno. 50 Suo erede, nei feudi di Pomigliano, Ottaiano, Mariglianella e Casal d’Arnone, fu il figlio Giovanni, 51 che, nel 1420, ne venne spogliato da Gio- vanna II: nei disegni di Sergianni Caracciolo, favorito dell’impudica regina, dovevano essere, e furon infatti, il lauto regalo di nozze alla sorella sposata a Raimondo Orsini, conte di Nola. 52

46 ) – DE LELLIS, op. e v. cit., pag. 299 e 300.

47 ) – RICCA, op. e v. cit., pag.276 e 277; – DE LELLIS, op. v. e pag. cit.

48 ) – DE LELLIS, op e v. cit., pag. 298 a 300; – RICCA, op. e v. cit., pag. 276.

49 ) – COSTANZO, op. cit., pag. 230 – Incominciò la carriera delle alte cariche, coll’essere maestro razionale della regia zecca. Cfr. INCERTO AUTORE, St. di Nap., lib. VI, pag. 73. – Si distinse per al presa di Echia (= Pizzofalcone), che determinò la vittoria di Ladislao, sul pretendente Luigi II d’Angiò. COSTANZO. op. cit., pag. 198. – Dètte in imprestito alla corte. BARONE, Notiz. raccolte dai registri angioini di cancel- leria di re Ladis., pag. 499, an. XII nell’Arch. st. per le prov. napol.

50 ) – CELANO, Delle notizie del bello, dell’ant. e del curioso della città di Nap., giornata III; – CAPORALE, op. cit., pag. 283 e 284.

51 ) – DE LELLIS, op. cit., v. II. pag. 298.

52 ) – CAPORALE, op. cit., pag. 290. – Vd. anche in seguito, c. III, n. 1. – La do- nazione all’Orsini è nel Registro ang. 1420, fol. 172 a 174, ARCH. DI ST. DI NAP. –

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Solo nel 1437, per intercessione d’Alfonso I d’Aragona, che volle, co- sì, compiacere a Giacomo della Leonessa, cognato di Giovanni Origlia, l’Orsini s’indusse a restituire, al figlio di quest’ultimo –Galeazzo–, Pomi- gliano e Mariglianella, Càmpora, Pannarano e s. Martino. 53 Ma Algiase –o Giase, o Giacomo – di Tocco, dello sventurato Gu- glielmo, ritolse, armata mano, prima Montemiletto, ad Andrea Francesco Caracciolo, coll’aiuto del suo parente Filippo Filangieri, conte d’Avellino, soprannominato il Prete, e, poscia, a Galeazzo, Pomigliano, 54 per il quale invano Troilo Origlia, succeduto al fratello, ottenne lodo di restituzione, perchè, quando s’andò ad eseguire, il castellano violentemente s’oppose. 55 Ne derivò, per tanto, un possesso precario, che, nel 1448, fu legittimato dal re, colla ratifica dello stato di fatto, ed il riconoscimento, nell’audace, delle signorie di Montemiletto, Cerreto, baronia di Tocco, Pomigliano, e Casale di Torre in quel di Montefusco. 56 E, poiché, nel relativo atto d’investitura, s’era detto, che il concessionario assumeva di possedere «ex successione

Per l’Orsini, vd. VINCENTI, op. cit., pag. 19 a 23. – La sorella di Sergianni chiamavasi Isabella. – L’Orsini parteggiò, per Renato di Angiò, contro Alfonso I d’Aragona, fin quando il cugino Ramondello del Balzo-Orsini, principe di Taranto e conte di Acerra, non lo rappacificò col secondo (1436), che, per meglio avvincerselo, a lui vedovo, diede in moglie sua cugina Eleonora del conte d’Urgel, col principato di Salerno (1437). Re- staurò il convento di s. Francesco in Nola, ed in Nola stessa edificò la chiesa di S. An- gelo, dove fu sepolto. Morì nel luglio 1459. – Giovanni Origlia ebbe per moglie Giovannella della Leonessa, ed i figli furono Galeazzo e Troilo: fu conte d’Alife, e morì nello stesso anno, in cui fu spodestato. Cfr. DE LELLIS, op. cit., v. II, pag. 298. – Gale- azzo Origlia morì celibe. DE LELLIS op. e v. cit., pag. 300.

53 ) – DE LELLIS., op. e loc. cit.; – COSTANZO, op. cit., pag. 300.

54 ) – RICCA, op. cit., v. V. pag.256. – La parentela, tra Algiase e Filippo, deriva- va dall’avere Guglielmo di Tocco sposato, in seconde nozze, Costanza Filangieri. DE LELLIS, op. cit., v. I pag. 121. – Perché Filippo Filangieri sia stato detto il Prete vera- mente non so. Al suo agnome, forse, va riportata la denominazione, tuttora esistente nel napoletano, per una specie di castagne, chiamate appunto «castagne d’’o prèvete»; di- fatti, anche oggi, l’avellinese è rinomato per la produzione di castagne.

55 ) – RICCA, op. v. e pag. cit.; – DE LELLIS, op. cit., v. II, pag. 298 e 299; – TUTINO, Supplemento all’«Apologia» del Terminio (appendice al Dell’origine e fun- datione dei Seggi di Nap., ed. 1644), pag. 9.

56 ) – RICCA, op. cit., v. III, pag. 267.

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paterna» 57 – la qual cosa, essendo falsa, viziava la concessione –, Algiase richiese, dieci anni dopo, di provare, con testimoni, la precarietà, a sua vol- ta, del possesso originario degli Origlia, e propriamente, che Gorello aveva istigato Ladislao, contro Guglielmo di Tocco, perché questi s’era rifiutato d’imparentar seco. Ma la prova fallì, ed un solo, un villano pomiglianese, tal Nicola Palladino, depose secondo l’assunto del producente. 58 Ad Algiase successe il figlio Niccolò, 59 che, da Ferdinando I d’Aragona, fu spodestato, per ribellione, avendo seguito le parti di Giovan- ni d’Angiò, pretendente al trono. 60

7. – L’ 8 settembre 1466, Diomede Carafa, sesto figlio d’Antonio det- to Malizia, per aver aiutato il re a recuperare il regno, «a manibus rebellium et fautorum illustris ducis Joannis ducis quidem Lotharingiae», s’ebbe, tra l’altro, Pomigliano, allora tenuto dalla regia curia. 61 Così, s’iniziò, su noi, il dominio di quell’illustre ramo di casa Carafa, inteso della Stadera, conti di Cerreto, e prima conti, e poi duchi di Madda-

57 ) – Lo stesso, ivi, ivi.

58 ) – DE LELLIS, op. cit., v. II, pag. 299. – Vd. anche il manoscritto segnato IV, D, 1 (cit. a nota 45), secondo cui (fol. 510 e 511), il Palladino riferì «che stando lui alla porta della Camera di Guglielmo (di Tocco) un nobile, del quale non disse il nome, mandato dal Protonotario (Gorello Origlia) a Guglielmo per dimandarlo di parentado, e che lui intese che Guglielmo disse che non voleva apparentarsi, è che dopo’ andato a stare co’ Gurello havesse inteso che il Protonotario diceva che nel haverebbe fatto pentire».

59 ) – Una figlia di costui – Carmosina – sposò Gian Nicola Origlia, nipote di Go- rello. Tanto, per dimostrare, che i discendenti di Guglielmo di Tocco, se mai, non furon dello stesso parere di lui, e conclusero parentati cogli Origlia. DE LELLIS, op., v. e pag. cit. – Niccolò di Tocco sposò Diana Carafa, nipote di Diomede, di cui parlasi al n. se- guente. Cfr. PERSICO, Diomede Carafa uomo di stato e scrittore del sec. XV, pag. 328.

60 ) – Per Pomigliano, lo spodestamento in parola è menzionato nel testamento di Diomede Carafa: «Item asseruit Dominus Testator pro Rebellione Nicolai de Tocchi per Regiam Mayestatem eidem Testatori gratiose fuisse donatum castrum Pumigliani… quando de Iure ad Regiam Curiam devolutum erat pro ribellionem predictam». Cfr. PERSICO, op. e loc. cit.

61 ) – RICCIARDI, op. cit., pag. 92 in nota 2; – DE’ SIVO, Storia di Galazia Campana e Maddaloni, pag. 177 e 178. – Entrambi questi scrittori citano il Quinternio- ne, num. antico Quarto, e moderno III, fol. 219 a 225, dell’ARCH: DI STATO DI NAP.

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loni, il quale fu potente e ricco; e si suddivise nei principi di Colubrano e di Stigliano e di Chiusano, e nei duchi d’Andria, e nei conti di Ruvo, ed in quelli di Nocera, ed in quelli di Montorio: 62 e diede Paolo IV, il pontefice ambizioso, che ruppe guerra alla Spagna, perché aveva sognato un regno pei suoi; e quel Mostaccio, fiero oppositore della plebe, durante la rivolu- zione di Masaniello; 63 ed il grande spadaccino Tommaso, caro a Prospero Colonna, che, in duello, uccise Giovannantonio Caldora, e fu ucciso da Fa- brizio Maramaldo; 64 e quella Roberta, dal maschio ingegno, cui naufragò la prudenza, che sempre l’aveva distinta, nell’amore di Iacopuccio Scondito, maestro di spinetta, bel giovine, di dolci maniere, fatto sopprimere, violen- temente, dal marito offeso. 65 Il nostro Diomede, vero fondatore della grandezza di questa propaggi- ne dei Carafa, fu, a sua volta, storico insigne ed antiquario appassionato:

spese ben 17000 scudi, somma favolosa pei suoi tempi, in medaglie, statue ed oggetti antichi, di cui adornò il suntuoso palazzo, da lui costruito, in Na- poli, nella regione di Nido, ed ora dei principi di Colubrano. Precettore di Ferdinando I fanciullo, scrivano di razione, conservatore del real patrimo- nio, consigliere di stato, castellano dei castelli Normando, d’Amantea e dell’Ovo, da lui, in Napoli stessa, si disse Orto del conte una contrada pres- so il mercato, dov’era un suo delizioso giarino. E’ fama, che la sua gelosia abbia perduti il conte di Sarno ed Antonello Petrucci, capi della famosa congiura dei baroni, narrata tanto mirabilmente dal Porzio. Fu scrittore di

62 ) – Cfr., per tutti gli scrittori, che hanno parlato dei Carafa, e per quanto è qui detto, MAZZACANE, Memorie di Cerreto Sannita, pag. 44.

63 ) – Cfr. Relazione dei tumulti napol. del 1647, nell’an. XV dell’Arch. st. per le prov. napol.; – DE SANTIS, St. del tumulto di Nap.

64 ) – ALDIMARI, Hist. genealogica della famiglia Carafa, v. II, pag. 175; – PASSARO, Giornali, pag. 305; – FILONICO, Vita di Prospero Colonna, manoscritto della Biblioteca Nazionale di Nap.; – DE BLASIIS, Fabrizio Maramaldo e i suoi ante- nati, in Arch. st. per le prov. napol., an. II, pag. 323. – Il duello col Maramaldo avvenne alla fine di giugno 1523.

65 ) – CORONA, Successi tragici et amorosi, manoscritto, gnato X, C, 21, della Biblioteca Nazionale di Napoli.

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cose militari e morali, e di politica: su richiesta di Eleonora d’Aragona, sposa d’Ercole d’Este duca di Ferrara, scrisse il pregevole trattato Doveri del Principe, in volgare; ed, in occasione delle nozze di Beatrice d’Aragona con Mattia Corvino, re d’Ungheria, compilò il memoriale Doveri della mo- glie; ed altro memoriale sulla Vita del cortigiano diresse a suo figlio Gian- tommaso. Data la sua cultura, è strano, che, chiesta ed avuta l’autorizzazione di re Ferdinando, abbia demolito molti archi dell’acquedotto Claudio, per rifare, col materiale di risulta, il castello di Pomigliano, distrutto da un incendio. 66 Morì, vecchio d’80 anni, illustre ed onorato, il 7 maggio 1487. 67 Il suo primogenito, Giantommaso, gli subentrò nelle signorie di Mad- daloni, baronia di Formicola, Sasso, Sesto, Roccapipirozzi, Cerreto, Guar- dia Sanframondo, s. Lorenzo, Limata, Pontelandolfo, Pietràrvia, Zungoli, Casalduni, s. Lupo, Pomigliano e feudo di Colle. 68 Nell’invasione di Carlo VIII, Giantommaso era capitan generale delle forze aragonesi; ma fu disfatto a Ievoli, perché aveva un esercito disorga- nizzato e tumultuante. 69 Ciò non gli impedì d’aderire al nuovo padrone,

66 ) – Vd., per tutto, PERSICO, op. cit.; – ALDIMARI, Hist. geneal., v. cit. pag. 75, 80 e segg.; – CAMPANILE, Notizie di nobiltà napol., pag. 456; – ZAZZERA, No- biltà d’It., v. II, pagina 70; – CELANO, op. cit., gior. III; – FILANGIERI, La testa del cavallo di bronzo già di casa Maddaloni, nell’Arch. st. per le prov. napol., an. VII, pag. 416; – DE’ SIVO op. cit.; – MAZZACANE, op. cit.; – PORZIO, Congiura dei baroni, ed. Sansone 1889, pag. 19 e 38; – ecc.

67 ) – FUSCOLILLO, Le croniche de li antiqui Ri del regno di Nap.,nell’Arch. st. per le prov. napol., an. I, pag. 57.

68 ) – Il diploma d’investitura è di Ferdinando I d’Aragona, e porta la data del 25 maggio 1487. Cfr. DE’ SIVO, op. cit. – Vd. pure ALDIMARI, Hist. geneal., v. II, pag. 164. – Fu Giantommaso, che tolse ad impresa la stadera col motto «hoc fac et vives», di- stinguendo i due rami principali dei Carafa in quello della Stadera, e nell’altro della Spi- na. ALDIMARI, ivi, ivi, pag. 167. – Il padre, col suo testamento, dispose che egli, in cambio di Pomigliano, avesse dato a Nicola di Tocco (vd. n.6 di questo cap., nota 60), marito di Diana Carafa, sua nipote, Zungoli, «vel aliquam aliam rem ad arbitrium, et vo- luntatem ipsius Domini Joannis Thome sui fili Primogeniti». PERSICO, op. cit., pag. 329.

69 ) – ALDIMARI, Hist. geneal., v. cit., pag. 165. – Il Comandante delle forze francesi era Perçy (vd. in seguito, cap. III, n. 2), che, dopo la rotta, motteggiò l’impresa dell’avversario (vd. nota preced.), dicendo: «Par ma foi, que mon ennemi n’a pas fait ce

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tanto che, il 27 maggio 1495, quegli lo confermò nei suoi possedimenti, 70 creandolo, in seguito, anche cavaliere dell’ordine di s. Michele. Stabilitisi, poi, gli spagnuoli nel regno, egli mutò ancora casacca, e restituì, al re di Francia, le insegne dell’onorificenza avuta. Gli successe suo figlio Diomede II. 71 Ma non valgo a precisare fino a quando Pomigliano restò in potere di casa Carafa.

8. – Lo rinvengo feudo dei Grimaldo, duchi d’Eboli, che furono anche principi di Salerno. Difatti, nel 1593, Aurelio d’Eboli, con regio assenso e per ducati 45000, lo vendè a Vespasiano del Balzo. 72 Passò, poi, al regio demanio, e, quindi, al Pio Monte della Misericor- dia, da cui l’acquistò, il 1° marzo 1627, con contratto, ratificato il 21 luglio dell’anno seguente da Filippo IV, Giovanvincenzo Strambone, insieme con Salza, Volturara, Parolisi e Montemarano. 73 Gli Strambone, fino allora, erano stati nobili, sì, ed una delle sei anti- che famiglie Aquarie, ascritte al sedile di Porto in Napoli, ma non avevan

qu’il a ècrit á l’entour de son penson, parce qu’il n’a pas bien pesé ses forces avec les miennes». La solita iattanza gallica! Vd. ALDIMARI, ivi, ivi.

70 ) – ARCH: DI STATO DI NAP., Reg. Esecut. n. 9, fol. 69 e 70, dove la confer- ma è fatta coi castelli, le entrate e le dogane, la bagliva, il mero e misto imperio, la pote- stà della spada e delle primarie cause civili, criminali e miste, e coll’obbligo del servizio militare od odoa.

71 ) – ALDIMARI, Hist. geneal., v. cit., pag. 166 e 168; – GIANNONE, op. cit., l. XXIX, 1 e 2. – Per notizie su Diomede II, cfr. ALDIMARI, ivi, ivi, pag. 173; – CAM- PANILE, op. cit. pag. 457; – SANTORO, Il sacco di Roma e la guerra di Lautrec, pag. 128 e segg.; – DE BLASIIS, Processo contro Cesare Carafa, nell’Arch. st. per le prov. napol., an.II, pag. 759 e 760; – ecc.

72 ) – GIUSTINIANI, Diz. st. cit., voce Pomigliano d’Arco: il lettore v’è rimanda- to al Quinternione XII, fol. 293, dello ARCH. DI STATO DI NAP.

73 ) – La notizia, su mia richiesta, mi fu fornita così, senza indicazione di fonte, per iscritto, dall’ora defunto on. Michele Capozzi, che s’interessava di ricerche storiche su Salza e Volturara. Andrebbe, quindi, controllata. Ma, in gran parte, è confermata dal RICCA, op. cit., v. IV, pag. 83.

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titoli; 74 divennero, poi, duchi di Salza e principi di Volturara, e l’inizio del- la loro fortuna risale, appunto, al nostro Gianvincenzo, se mal non m’appongo. Fu egli preside di Lucera, 75 e, nel 1636, sindaco della capitale, 76 e pre- side e governatore dell’armi in provincia di Principato Ultra. 77 Parteggian- do per gli spagnuoli, contro i popolari ribelli e seguenti il duca di Guisa, fu sorpreso, colla sua truppa, dagli arianesi, sul ponte della loro città, arresta- to, e fucilato, nel marzo 1648, senza conforti di religione. I suoi due figli gemelli, Andrea e Camillo, ch’eran con lui, furono risparmiati. 78 Ed Andrea n’ebbe gli stati, e fu anch’egli sindaco di Napoli. Nella ter- ribile pestilenza del 1656, rifugiatosi in Somma, vi perdette la moglie, e tut- ta la sua prole. Ripassò a matrimonio, e gli nacquero altri due figli, Gianvincenzo e Girolamo. Il primo, sordo dalla nascita, non gli potè succe- dere, quando egli morì il 28 luglio 1861; epperò, con decreto di preambolo – come si diceva – del 30 agosto successivo, fu dichiarato erede l’altro. 79

74 ) – Difatti, mancano dalla Relatione di tutti i signori del Regno di Nap., contenu- ta nel vol. 4145 del principato mediceo nell’Arch. di stato di Firenze, rimontante alla fi- ne del sec. XVI, e riportata nell’Arch. st. per le prov. nap., an. XXVI, pag. 124 a 138. – Mancano, altresì, dalla Descrizione della città di Napoli e statistica del Regno nel 1444, riportata nello stesso Arch. st. per le prov. napol. an. II, pag. 731 a 757. – Per la loro ap- partenenza al seggio di Porto, vd. Napoli descritta ne’ principii del sec. XVII da Giulio Cesare Capaccio, nello Arch. st. per le prov. napol., an. VII, pag. 533; – REMONDINI, Della nolana ecclesiastica storia, vol. I, c. LIII pag. 312.

75 ) – Cfr. Aggionta ai diurnali di Scipione Guerra, nello Arch. st. per le prov. na- pol. an. XXXVI, pag. 158.

76 ) – DE LELLIS, op. cit., v. II, pag. 314, che soggiunge, che, in tale qualità, egli presiedè il parlamento generale, nel quale si votarono 7 milioni di duc. per donativo al re; n’ebbe, in ricompensa, la nomina a consigliere di stato.

77 ) – DE LELLIS, ivi, ivi.

78 ) – PARRINO, Teatro dei vicere (duca d’Arcos e conte d’Onatte); – DE LEL- LIS, op. e v. cit., pag. 314 e 315; – DE SANTIS, op. cit., v. II, pag. 195; – Relazione della guerra di Nap. successa nella 3ª rivoluzione, nell’ Arch. st. per le prov. napol. an. II, pag. 89; – ecc.

79 ) – RICCA, op. cit., vol. III, pag. 261; – DE LELLIS, op.e loc cit.; – ecc.

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Nato dopo il 1660, Girolamo Strambone ebbe un’unica figlia, Teresa, sposata al principe d’Elbusso, la quale gli premorì, di 59 anni, il 5 dicembre 1744, in Napoli, e che egli fece trasportare in Pomigliano, collocandola nel- la chiesa del Carmine, 80 in quel pregevole sarcofago di bei marmi variegati, ancora esistente a destra dell’altare maggiore, con epigrafe latina di Matteo Egizio. 81 Solo al mondo, ultimo ed inutile rudero, quasi novantenne, il 27 feb- braio 1749, trapassò lui, ed i suoi feudi, con decreto 3 marzo dell’anno se- guente, furon devoluti alla corona. 82

9. – Siamo, così, arrivati agli ultimi feudatari nostri: i Cattaneo, prin- cipi di s. Nicandro, che, con istrumento 21 agosto 1751 per notar Ranucci Giovanni, convalidato con regio assenso del 25 settembre successivo, com- prarono, dal demanio, tutti gli stati degli Strambone, per il prezzo di 237706 ducati. 83

80 ) – Tutto quanto precede si racava dall’epigrafe, di cui nella nota seguente.

81 ) – REMONDINI, op. e loc. cit. – L’epigrafe è;

D.O.M. THERESIA STRAMBONE HEIC SITA EST EMMANUELIS MAURITII A LOHARING. ELBOVIAN. PRINC. CONIUGIO IMMO PIETATIS COSTANTIA PRUDENTIA IN PRIMIS CLARA QUEM HIERONIMO STRAMBONE SALSAE DUCI VOLTURAR. PRINCIPI HUIUSQ. OPPIDI DOMINO CRISTINA OLIM CARAFA EX CHIUSANI PRINC. UNICAM PEPERIT HUIC PATER EHEU INFELICISSIMUS OCTUAGENARIO MAIOR EX FAMILIA SUA AQUARIA SEDILIS PORTU VIX RELIQUUS LAPIDEM QUEM SIBI A FILIA PONENDAM SPERAVERAT VTQ. PRO EIUS REQUIE QUOTANNIS PIACULARIA SACRA CL. PRAETER ANNIVERSARIUM A FRATIB. HUIUS COENOBII CELEBRANTUR PUBBLICIS EA DE RE CONFECTIS TABULIS CAVIT VIXIT ANN. LIX. OBIIT DIE V. DEC. AN. S. MDCCXLIV.

82 ) – RICCA, op. e v. cit., pag. 261. – Nel Libro dei priori (non numerato), esi- stente nell’ARCH. DELLA CONFR. SS. SACR. di Pomigliano, è detto che lasciò un legato di 18 duc., per un maritaggio, da estrarre a sorte, ogni anno, tra le consorelle e le figlie dei confrati.

83 ) – RICCA, op e v. cit., pag. 262, che riferisce il Quinternione 361 (olim 288), fol. 1 a 111.

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L’acquirente fu Domenico Cattaneo, sposato alla principessa di Roc- caromana e duchessa di Termoli, Giulia di Capua. 84 Udite come parla di lui

Pietro Colletta 85 : «Aio del Re (Ferdinando IV, poi I di Borbone),… onesto

di costume, ignorante delle scienze o lettere, unicamente voglioso di piace-

re all’allievo, e persuaso dal Tanucci (il primo ministro) a non alzare l’ingegno del giovine principe, meglio convenendo a Re di piccolo stato godere in mediocrità di concetti le delizie della signoria», non provvide, se non quasi soltanto al fisico del suo affidato, «il quale nato con felicità di robustezza e dedito agli esercizi della persona, acquistando tuttodì gagliar- dia, inchinava alle pruove di forze, secondato dal precettore, che andava superbo di quella corporale valitudine». Il 25 gennaio 1759, donò Salza, Parolisi e Montemarano, a Francesco, suo unigenito, che gli successe, poi, alla sua morte, in tutti gli altri posse-

dimenti, 86 e che, come lui, fu grande di Spagna, cavaliere del Toson d’oro e

di s. Gennaro, e, più colto ed evoluto, ambasciatore a Vienna, nel 1773. 87

A Francesco seguì il figlio Augusto, spodestato coll’abolizione del feudalismo, a cui non sopravvisse, poiché morì nel 1810: 88 era stato gran siniscalco del regno, consigliere di stato, e ministro plenipotenziario in Spagna ed in Francia. 89

84 ) – Lo stesso, ivi, ivi; – CANDIDA-GONZAGA, Memorie delle famiglie nobili delle province merid., vol. III, pag. 78.

85 ) – Storia del reame di Nap., 1. II, c. I, 1 e 5.

86 ) – RICCA, op. e loc. cit., che riferisce il Quinternione 430 (olim refutationum), fol. 191 a 215.

87 ) – CANDIDA-GONZAGA, op. e loc. cit.

88 ) – ARCH. NOT. DI NAP., schede del not. Felice Terracciano da Pomigl., an. 1830, giorno 22 apr.

89 ) – CANDIDA-GONZAGA, op. e loc. cit. – Nell’Onciario cit., a fol. 251 e a t., e 252, oltre i corpi e gli abusi visti, sono elencati questi altri cespiti feudali: a) un terra- neo «per uso di bottega di ferraro», accosto al Passo; – b) il Palazzo, di cui in seguito, c. IV, n. 9; – c) «due giardini murati», accosto al Palazzo; – d) il forno; – e) il molino, con «tom. a cinque di terr. attaccato»; – f) un moggio di territorio «detto Chiazzolella»; – g) 13 moggia di terreno «nel luogo detto la Via di Napoli»; – h) 11 moggia «nel luogo det- to Valdomenico»; – i) 3 moggia del territorio «detto la Lenza»; – l) 8 moggia del territo-

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10. – Abolito il feudo, il bancum justitiae – suprema regalia – si rifuse colla sovranità, in uno coi diritti accessori, quali la mastrodattia e l’esazione dei provventi fiscali di pene transatte. Altrettanto è da dirsi del jus prohibendi della caccia, mentre il passo e passetiello – ovunque insop- portabile impaccio al commercio – caddero completamente nel nulla. 90 Ma la bagliva andò all’Università, che, il 17 novembre 1811, s’occupò delle norme regolamentari inerenti. 91 Ed all’Università fu devoluta, altresì, la zecca dei pesi e misure, dietro un corrispettivo di 194 ducati all’anno, a- gli eredi dell’ex feudatario. 92 Lo stesso avvenne del monopolio della taver- na, e, soltanto per la cosiddetta Taverna ’e fore, si dettero 100 ducati annui. In quanto ai molini, abolitone il monopolio, l’Università continuò la locazione, che riguardava anche 4 moggia di territorio adiacente, ma il locatore, adesso, era un privato qualsiasi, e non più l’utile signore del paese. Come si vede, furono soppressi, senza compenso, i diritti proibitivi, in linea di massima; senonchè, avendo statuito che, in riguardo, era dovuto compenso, all’antico barone, il quale avesse provato, o concessione onoro- sa, ovvero – come poterono dimostrare i Cattaneo – compra fatta dal fisco, od anche giudicato, le gravezze mutarono, per buona parte, soltanto aspet- to, in quanto si tradussero in somme di denaro, a carico del comune, ma re- starono. 94

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rio «detto Lenzacavallo»; – m) 22 moggia di territorio «detto Nocellito»; – n) la metà del terreno di 10 moggia «nel luogo detto Boscopiccolo»: le altre 5 moggia, pure del feudatario, son dette di diritto burgensatico; – o) i «due terzi del territorio detto Madama Dianora di moggi trentaquattro».

90 ) – SALVIOLI, op. cit. par. III, c. 11. – Veramente, l’abolizione dei passi av- venne nei primi anni del regno di Ferdinando IV (poi I) di Borbone. SCHIPA, Il regno di Nap. sotto i Borboni, pag. 32.

91 ) – ARCH. MUNICIP. di Pomigl., Conclusioni decurionali 1808-1812, non nu- merato.

92 ) – Ivi, ivi, delib. 12 sett. 1809.

93 ) – Ivi, ivi, delib. 28 nov. 1809.

94 ) – SALVIOLI, op. e loc. cit.

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11. – Comunque, un bel passo fu fatto: un triste periodo si chiuse. Ho detto «triste», e sta, lì, tutta la sua storia, a provarlo; triste, per la misera condizione dei cittadini, non appartenenti al clero od alla nobiltà, ed erano la gran maggioranza: poveri, ignoranti, poco men che schiavi, fatti a simiglianza d’uomini, non già uomini; triste, per delitti, turbolenze, odî, guerre soprattutto intestine. Se ne avevano effetti demografici addirittura disastrosi. Guardiamo, difatti, lo sviluppo di Pomigliano, in questo periodo: fu lentissimo. Nel 1345, era di fuochi, o famiglie, 144, ossia 720 abitanti, cal- colando 5 persone a fuoco. A 155 anni di distanza, contava 28 fuochi in meno, cioè 116, vale a dire 580 persone; diminuzione dovuta precipuamen- te all’invasione francese del 1495, che toccheremo più innanzi. Nel 1561, fu trovato di 164 famiglie, cioè 820 cittadini, con lieve aumento in 61 anno; in compenso, l’incremento suo fu sensibile, nei 34 anni successivi, giacchè, nel 1595, contò 295 fuochi, e 1475 anime. Ma, nel 1648, gli abitanti eran diminuiti a 1225, ed i fuochi a 245; e, per la peste del 1656, erano scesi ul- teriormente, nel 1669, a 1080 abitanti, e 216 famiglie. Colla numerazione del 1737, i fuochi furono 225, pari a 1125 persone; con quella del 1753, sa- lirono a 611, di cui 143 di forestieri abitanti, epperò i cittadini, in comples- so, eran circa 3000, e divennero 3300, nella seconda metà del settecento, e 4632, quanti ne calcola il Sacco, sulla fine di detto secolo. 95

95 ) – Per tutti i dati citati, vd. GIUSTINIANI, op. e loc. cit.; – SACCO, Dizion. geogr. st. fisico del regno di Nap., voce Pomigliano d’Arco; – Anonima relaz. st. cit., in ultimo; – Onciario cit. – Per il numero d’abitanti nel 1832, vd. in seguito, c. IV, n. 9. – Nel 1843, gli abitanti erano 7000. ARCH. MUNICIP. di Pomigl. Conclusioni decur. 1840-1847, fol. 52 t.

III. – AVVENIMENTI NOTEVOLI

SOMMARIO – 1. Pomigliano occupata da Sforza. Questi vi conduce, per un giorno, la regina Giovanna II. Alfonso I d’Aragona ha facilmente la resa di Pomigliano. – 2. I sol- dati di Carlo VIII assaltano il nostro paese, e vi fanno strage. – 3. Pomigliano teatro di gesta ladresche, e nell’eruzione vesuviana del 1631. Il «Carmignano» (vulgo ’o Lagno). Un’inondazione a Pacciano. Carlo III a Pomigliano. – 4. Il 20 gennaio 1799. – 5 Il cole- ra del 1836-37. Il cimitero. – 6 Nel 1848. – 7. L’amministrazione comunale all’inizio del sec. XVIII.

1. – Com’è facile rilevare, meno che pel secolo scorso, la storia di Pomigliano s’identifica con quella dei suoi baroni. Tuttavia, rinvengo menzionato il nostro paese, durante il periodo feu- dale, anche per avvenimenti a sé, d’importanza locale. Così, leggo ne I diurnali del duca di Monteleone, sotto l’anno 1418: 1 «Alli 11 di ottobre Sforza tornò alla Fragola e la trovò abbondante di tutte le cose, e di là faceva correre a Napoli da nemico con fare danno grandis- simo; e li conti di Caiazzo e dell’Acerra per disperazione vedendo il mal animo del gran Senescalco verso di loro si diedero a Sforza; ed in questo modo Sforza ebbe l’Acerra, e Pomigliano, ed Ottaviano, e tutti li luoghi, quali avevano signoreggiato li figli del Protonotario Auriglia». Sforza, di cui qui si narra, è Muzio Attendolo da Codignola, famoso capitano di ventura, assoldato da Luigi d’Angiò, pretendente al trono, con- tro Giovanna II e l’erede di lei Alfonso d’Aragona; il gran Siniscalco è Sergianni Caracciolo, imperante, sulla regina, per ragioni di senso; tra i fi- gli del protonotario Gorello Origlia, c’era Giovanni, nostro feudatario. 2

1 ) – pag. 51. 2 ) – Vd. avanti, c. II, n. 6.

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Successivamente, nel 1423, – quando Alfonso la ruppe con Giovanna e Sergianni, e li strinse in Castelcapuano – Sforza, che ora militava per la regina, accorse, da Aversa, a liberarli, ed, a stento, riuscì a far montare Giovanna in un cocchio, e condurla in Pomigliano, ed, il giorno seguente, a Nola. 3 Nel 1439, lo stesso Alfonso d’Aragona, presso Caivano e postovi pre- sidio, rivolse le armi contro il nostro paese, che subito gli s’arrese. 4

2. – Dobbiamo giungere, in seguito, fino al 12 ottobre 1495, per trova- re Pomigliano ricordato, un’altra volta, nella storia. Carlo VIII, nel partire, aveva affidato il regno, facilmente avuto, nelle mani di poca sua truppa, agli ordini di monsignor di Perçy, contro cui uscì in campo re Ferdinando II d’Aragona, detto Ferrantino per al sua giovinez- za. I francesi, perduta la capitale e ridotti male in arnesi, si limitarono, allo- ra, a piccola guerriglia, 5 durante la quale, appunto nel giorno indicato, assaltarono Pomigliano. Dal cronista Gallo, 6 l’avvenimento è ricordato co- sì: «A di 12 d’ottobre 1495, et fu lunedì… li nemici ammazzarono trecento persone a Pomigliano»; ma, soggiunge, che, tre giorni dopo, i nostri furon vendicati da quelli di Lauro e Forino, ed i francesi «lassaro tutti li carriaggi, robbe et cavalli; et questi villani ne rimasero ricchi, quanto quelli di Pumi- gliano ne rimasero sfatti tutti». In riguardo più preciso è il Giovio 7 – lo

3 ) – COSTANZO, St. del regno di Nap., ed. cit., lib. XV. – Presso mio zio, Ange- lantonio Cantone, consigliere della Cassazione di Roma, c’è un’antica stampa, che ri- produce la scena della fuga in cocchio. Vd. fig. 3.

4 ) – Lo stesso, op. cit., lib. XVII. – Fu per questo fatto, che Alfonso, il 12 sett. 1444, concesse a Pomigliano privilegio d’esenzione da contributi? Altro privilegio è del 10 gennaio 1522, dato dalla regina Giovanna, figlia di Ferdinando il Cattolico, vedova di Filippo arciduca d’Austria, e madre di Carlo V; esso è una conferma del precedente. Cfr. l’Anonima relazione st. già ripetutamente cit.

5 ) – GIANNONE, Ist. civ. del regno di Nap., l. XXIX, I.

6 ) – I diurnali, sotto le date, di cui appresso.

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«storicone altissimo» di Pietro Aretino –, il cui latino tradurrò alla meglio:

«Perçy… giunge a Pomigliano. I francesi – perché i suoi abitanti, di parte aragonese, ne avevan chiuse le porte – la espugnano, e facilmente, debole, com’è, sott’ogni riguardo, e, soprattutto, per mancanza di chi consigliasse; e passano a fil di spada tutti gli abitanti, non risparmiando né donne, né bambini; e la loro crudeltà arriva a tale raffinata barbarie, che, per cercare le cose nascoste, frugando con diligenza ogni nascondiglio, scoprono e bruciano, nei forni, ove metton fuoco, alcuni che, per paura, vi s’eran ap- piattati; e scoprono ed uccidono altri, nascosti nelle latrine, sommergendo- veli colle aste e con pietre, schifosissima specie di morte. Diroccata ed incendiata Pomigliano, Perçy si mette in marcia verso Nola». 8

3. – Dopo questo fatto d’armi, il nostro comune non ricorre mentova- to, se non nel 1546, quando, il 1.° agosto, suoi cittadini furono in Fratta- maggiore, a godersi le feste, celebrate per la prima messa d’un de Spenis. 9 Riappare ne Il Candelajo di Gioradno Bruno, come il luogo, in cui una buona lana di malandrino – Barro – gioca un tiro birbone al tavernaio. 10 E, quale teatro di gesta ladresche, è ricordato, durante il viceregno di don Pietrantonio d’Aragona, perché nel suo territorio fu svaligiato monsi- gnor Foppa, arcivescovo di Benevento, che s’ebbe salva la pelle, per mira- colo. 11 In quel tempo, la campagna era piena di banditi; i vassalli erano spinti al brigantaggio, dalla disperazione e dalla miseria. Tutto il peso della

8 ) – Il SACCO, Dizion. geogr. st. fisico del regno di Nap., voce Pomigl. d’Arco, accenna all’avvenimento così: «Questa terra… fu saccheggiata, e bruciata da’ Francesi sotto il Re Carlo VIII. Re di Francia per avere i suoi abitanti voluti essere costanti, e fe- deli verso il Sovrano Alfonso (?-sic) d’Aragona. Finalmente coll’andar del tempo fu nuovamente riedificata, ed oggi (1794) è divenuta una Terra molto popolata, e commo- da ad albergarsi».

9 ) – DE SPENIS, Breve cronica dai 2 giugno 1543 ai 25 maggio 1547, nell’Arch. st. per le prov. napol, an. II, pag. 530.

10 ) – Atto III, sc. VIII.

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macchina statale e della tirannide gravava sul povero contadino, che solo nelle malattie estreme toccava pan di grano, ma, di solito, si nutriva di pane

di frumentone, e d’erbe scarsamente condite: era come la bestia, che non

gusta mai il cibo, che someggia. Nel delitto, perciò, ad onta d’ogni perico-

lo, egli trovava l’unico rimedio ai suoi infiniti mali. 12 E chiudo la digressione. Pomigliano fu gravemente danneggiata dall’eruzione vesuviana del

1631, e non tanto per la caduta di detriti (cenere e lapilli), quanto da torren-

ti di fango, che guastarono, in vari punti, perfino la via delle Puglie, e

l’acquedotto del Carmignano. 13 Questo, costruito, a loro spese, da Alessan- dro Ciminelli e Cesare Carmignano, due anni prima, percorreva, allora, una diversa via, e, da s. Agata dei Goti, per Arienzo, scendeva a Marigliano, e, per Pomigliano e Licignano, conduceva, come porta tuttavia, l’acque dell’Isclero, in Napoli, per i cui bisogni s’era rivelata insufficiente la «Bol- la». Dopo, fu rifatto, col percorso attuale. 14 Lunghesso, al tramonto, Paolo

Emilio Imbriani amava passeggiare:

Io spesso in sull’incerta Sera lungo le tue fiorenti rive, Onda di Carmignano, i corsi tempi Vivo, spirando i vespertini fiati De’ zeffiri fragranti. Entro le ispane Acque frattanto l’infiammato raggio

12 ) – Lo stesso, ivi, ivi; – Il regno di Nap. descritto nel 1713 da P. M. Doria, nell’Arch. st. per le prov. napol., an. XXIV, pag. 59 e 335.

13 ) – PARAGALLO, Istoria naturale del monte Vesuvio, l. I, c. 15; – PARRINO, Teatro de’ vicere; – SASSO, St. dei monumenti di Nap.; – l’an. XXXVI, fasc. 4, dell’Arch. st. per le prov. napol.; – ecc.

14 ) – SASSO, op. cit. – Per documenti sul Carmignano e sulla Bolla, vd. Relazione sui docum. relativi all’acqued. della Bolla esistenti nel Grande Arch. Munic., a cura del municipio di Napoli, pag.95 a 98. – Sulla Bolla (vulgo «’a Volla»), vd. anche Nap. de- scritta ne’ principii del sec. XVII da Giulio Cesare Capaccio, nell’Arch. st. per le prov. napol., an. VII, pag. 550 e 551.

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Stride del giorno, e l’ultimo saluto Di Vèsbio enosigèo manda alla vetta.

Così, egli cantava. E soggiungeva:

Oh quante allora placide sembianze, Limpide fantasie, dorate larve, Memorie infrante dell’età mia nova, Riedono a me! 15

Per concluderla sul Carmignano, dirò che le sue anguille ebbero fama di squisite, come assecura il Giustiniani, 16 che scriveva all’inizio dello scorso secolo. Ritornando, quindi, ai torrenti di fango, che scendono dal Somma, in seguito ad eruzioni, ricorderò, che uno d’essi allagò Pacciano, l’8 ottobre 1727, dopo una copiosa caduta di cenere. Il parroco del tempo ne tramandò memoria: 17 «…scese d. a lava di giorno verso le ore 19, chè altrim. te sareb- bero morti tutti l’Abitanti…; e perché d. a lava fú poco prima di scendere prevista, per tal causa si sonó la campana grande di s. Felice per dar segno alle genti, come infatti accorse tutto il Paese, e con zappe ed’ altri stromenti per riparare d. a lava, e… si reparò é con fascine, e legnami, benchè le case erano piene d’Acque, e rese per molto tempo inabitabili, stante tutte le gen- ti s’erano risparmiate nelle camere; la lava sboccava alla Nuntiatella, divi- dendosi in quel luogo per la via di Licignano, e via di Napoli».

15 ) – IMBRIANI P. E., Versi, ed. 1863, pag. 188.

16 ) – Dizionario st. geog. del regno di Nap., voce Pomigl. d’Arco.

17 ) – ARCH. VESCOV. di Nola, Libri parrocchiali di s. Felice di Pomigl., vol. Battezzati 1685-1692. – Il parroco è un don Antonio Romagnini, cognome non pomi- glianese.

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Lo stesso avvenne il 13 settembre 1848, 18 e nell’aprile 1906. Il 3 gennaio 1735, come già ho accennato, Carlo III si fermò a pranza-

re in Pomigliano, «con tutt’il suo nobile seguito», ammettendo, poi, gli e-

letti «al bacio della sua Regal mano», e proseguendo, infine, «verso la città

di Nola». 19

4. – Ed, eccoci, agli sgoccioli del sec. XVIII. Vittorio Imbriani 20 scrisse, che, «nel M.DCC.XCIX, Pomigliano d’Arco…ebbe a soffrire stragi ed incendî per opera de’ franzesi, a’ quali volle opporsi con più animo che senno». Egli, evidentemente, non indican- do fonti, attinse la notizia, all’ancor viva tradizione popolare dell’avvenimento, la quale narra di francesi, accampati in Acerra, e che vennero alle mani con pomiglianesi; della sconfitta, da costoro subita; del paese preso d’assalto, e messo a sacco e fuoco, quando fu ucciso il coman- dante nemico, Parigi (?); della ferocia dei vincitori, che fucilarono chiun- que fu trovato colle mani odoranti di polvere. Si canta tuttora una strofetta d’occasione:

Acerra a quatto porte nu’ facette nisciuna botta; Pummigliano piccerillo n’accerette cchiù de mille.

Più fortunato dell’Imbriani, ho rinvenuto del fatto parecchie testimo- nianze, edite ed inedite. Tra le prime, c’è quella d’un ufficiale francese, il

18 ) – ARCH. MUNICIP. di Pomigl., Conclusioni decurionali 1849-1853, fol. 15 t., e 31.

19 ) – SENATORE, Giornale st. di quanto avvenne nei due reami di Nap. e Sic. il 1734-1735, sotto la data cit. – Vd. avanti, c. I, n. 9.

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Thiébault, 21 delle truppe operanti. Traduco le sue parole: «In quanto alla si- nistra (dell’esercito francese), essa dové combattere per passare i fossati dei Regi Lagni, ed impadronirsi di Pomigliano d’Arco, che, preso a passo

di carica, fu incendiato, ed i suoi abitanti passati per le armi». Della cosa

parlò, così, il generale in capo, Championnet, al Direttorio di Parigi: «La dodicesima divisione» – traduco sempre –, «comandata dal generale Duhe- sme, prende posizione (contro Napoli), dopo d’aver battuto, in diversi scontri, masse di paesani e bruciato un villaggio» 22 , cioè Pomigliano. C’è, poi, la testimonianza del Drusco 23 : «L’Acerra e Casalnuovo han-

no ricevuto quietamente le truppe Francesi, che son passate da là, e che hanno fatta la divisione Porta Capuana. Per l’opposto molti abitatori di Pomigliano d’Arco, condotti da un prode lor Capitano paesano osarono nel

dì 20 di gennaio di andare ad attaccare i posti avanzati dei Francesi, sino

all’Acerra. Il generale Francese, indispettito da tale ardire, a 24 ore dello stesso giorno mandò un distaccamento di Cacciatori a cavallo, per occupare Pomigliano d’Arco; si fece gran fuoco dalle case, quindi si eseguì il sac- cheggio e l’incendio di esse nella stessa notte, lasciandosi intatte le case pacifiche, ed il Monistero dei padri Carmelitani, benchè vuoto. Diciassette paesani perderono la vita, dopo che 25 cacciatori Francesi si videro al suo- lo, e gli altri paesani si salvarono colla fuga». Ora, udite il parroco del tempo (e la sua testimonianza è inedita) 24 :

«Avviso ai Posteri. – A di 20 Gennaro 1799 = la Truppa Francese diede un assalto a questa Terra – saccheggiò quasi tutto il paese; pose fuoco a mol- tissime case – Dissonerarono molte Donne Zitelle, e maritate = Furono

21 ) – Mémoires, nell’Arch. st. per le prov. napol., an. XXIV, pag. 200.

22 ) – Vd. Rapporto al Direttorio, 5 piovoso, an. VII, dello Championnet.

23 ) – Anarchia popol. di Nap. dal 1.° dic. 1798 al 23 gennaio 1799.

24 ) – ARCH. VESCOV. di Nola, Libri parrocchiali di s. Felice di Pomigl., vol. Morti 1783-1800, fol. 1. – Il parroco è Nicola Terracciano, che si qualifica «Vicario Fo- raneo».

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ammazzati da 30 Paesani, che sono notati in detto libro (voleva dir questo, cioè il libro in cui scriveva) a fol. 101 – La perdita che ebbe questa Terra tra l’incendio, e saccheggio fu da circa centomila docati Dei Francesi però furono ammazzati da trecento e più». E al foglio 101 indicato, invece di 30, egli elenca 31 pomiglianese morti. 25 Ma, fra tutti, il più dettagliato, su questo episodio, è il notar Carmine de Falco, 26 la cui narrazione anch’essa vede, ora, per la prima volta, la luce:

«Le dette Truppe si accamparono in diversi luoghi, e specialmente in Acer- ra, per indi entrare nella Città di Napoli. Alcuni male intenzionati dei nostri paesani (egli era di Pomigliano) andarono ad inquietare le Guardie France- si, che stavano in Acerra, e poi ogni giorno sonavano le campane a martello a sollevare il popolo contro de’ Francesi, li quali finalmente nella sera del 20 Gennaro di quest’anno si portarono in truppa a fare vendetta contro li detti Birboni; circondarono il paese, e poi vi entrarono; ma avendo trovata qualche resistenza de’ paesani, che da dentro le case tirarono molti colpi di fucile, contra la Truppa Francese, finalmente superati dal numero maggio- re, si posero in fuga ed intanto il povero paese fú posto, a sacco, ed a fuoco.

25 ) – Ecco l’elenco dei morti: «Aniello Terracciano marito di Anastasia Cecere = Santolo Barretta marito di Eugenia d’Isca = Domenico Toscano marito di Emerenziana

(?) Sposito = Michele Tranchese q. m Mattia = Antonio Consalvo marito di Teresa Adda-

to = Ignazio d’Auria marito di Teresa Sposito = Pietro Sposito marito di Angela Fratto-

lillo = Domenico Cataneo marito di Rosa di Cicco = Matteo Fico marito di Carmina Iasevoli = Antonio d’Ascoli marito di Rosa Sanno = Gennaro Pirozzi marito di Rosalina Sposito =Sabato Tranchese marito di Antonia Pipola = Carmine Tranchese marito di Lucrezia Manna = Antonio Fiore di Ambrogio = Baldassarre Toscano marito di Maria Sposito = Pascale Auriemma marito di Lucrezia Ricci = Antonio di Cicco marito di Gelsomina Sposito = Marcello de Luce di Nicola = Michele Avino marito di Anna Me- nechino di Ottajano = D. Pietro Capasso marito di D. Anna Tiene = D. Rosa Ravasco = Francesco Annunziata marito di Rosa Salvati di Ottajano = Domenico Romano marito

di Domenica Piscicello = Elena di Cicco q. m Giuseppe = Domenico Sposito di Antonio

= Maddalena Rea vedova di Martino di Falco = Aniello di Cicco marito di Giovanna Piccolo = Marzia Fasano moglie di Giuseppe Tranchese = Diana del Giudice moglie di Pietro Montanino = Angela Frattolillo vedova di Pietro Sposito = Domenica Fico vedo-

va di Donato Ricci».

26 ) – ARCH: NOTAR. di Nap., Schede 1799 not. Carmine de Falco di Pomigl.,

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Furono brugiate circa 50 case, molti pagliaj; furono saccheggiate le Chiese, tolti i vasi sacri, li calici, ostensorj, e pissidi col SS.mo Sacram.to, e gittate le sacre particole per terra fuori la Chiesa Parrocchiale di S. Felice, le quali la mattina seguente furono raccolte dal Parroco e riposte nella Custodia. Vi perirono quella notte 32 paesani quasi tutti innocenti, a riserba di 4, o 5. che furono rei, cioè che fecero resistenza alle truppe. In tutta la notte si sentiro- no solo colpi di schioppi, urli, incendji, rotture di porte delle case, rubberie, lamenti, ed altri orribbili flagelli; Tutti i paesani fuggirono per le campagne per tutta la notte, e nella mattina seguente; essendo rimasto il paese total- mente spopolato, le case aperte; cadaveri estinti immezzo le strade, e nelle vicine campagne, ed una puzza intollerabile. Nella stessa mattina seguente, subito fatto giorno, la Truppa Francese partì alla volta di Napoli». In margine alla notizia, il buon notaio avverte, che, tra le case incen- diate, vi fu quella del cancelliere della nostra Università, notar Antonio Ca- ruso, 27 e che, con essa, fu distrutto l’archivio comunale, tenuto, appunto, dal cancelliere. Sul diario del Drusco citato, si può fissare, che il 20 gennaio 1799 fu una domenica.

27 – Vd. anche ARCH. MUNICIP. di Pomigl., Conclusioni decurionali 1813- 1824, fol. 74. – Questo Caruso fu sindaco nel 1798, e decurione nel 1808. Nacque, nel 1757, da Paolo e Diana (o Andreana) di Donato; morì il 4 feb. 1825. Il padre (unico di cognome Caruso, in Pomigliano, a suo tempo, la qual cosa lo fa supporre forestiere), nell’Onciario 1753-1754, fol. 147, è qualificato «magnifico», e «nobile vivente», nato circa il 1710. – Il nostro sposò Anna Sorrentino, da cui ebbe, tra gli altri, Pietro, notaio (n. 1785; ammogliatosi con Antonia de Falco); di questo furono figli Felice (n. 1812), Antonio (n. 1811), e Luigi (n. 1827): il secondo, anche notaio, procreò, in prime nozze, i notai Camillo e Luigi, ed, in seconde nozze, Pietro e Federico. – Vd. Stato delle anime appartenenti alla parrocchia di s. Felice di Pomigl. d’Ar. 1832, fol. 78 t., in ARCH. S. FELICE. – Lo stesso de Falco (sempre in margine) dice che, coll’arch. com., bruciarono anche le schede del not. Carmine Cosentino, detenute dal Caruso.

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5. – La lezione fruttò, giacchè i pomiglianesi stettero quieti, durante i torbidi tempi della repubblica partenopea, e del decennio. 28 Di tal che, po- steriormente, Pomigliano non può ricordare fatti, che eccedano l’ordinario svolgimento della vita, 29 fino al colera del 1836-37. L’epidemia scoppiò sui primi del novembre 1836; ma, in tutto l’inverno, fece soltanto 13 vittime. Rincrudì nel maggio successivo, e, fino all’agosto, colpì più di mille persone, con 330 decessi. I primi morti furon seppelliti in un pianterreno del convento del Carmine, a sinistra; poi, ven- nero mandati, parte nel camposanto di Napoli, parte in quello d’Afragola; infine, furono inumati, in 4 quarte e 3 none d’un territorio, appartenente ad Agata Terracciano. 30 Ivi, allora, si stabilì di costruire il nostro cimitero, di

28 ) – ROMANO, La città di Somma attraverso la st., pagina 59, dice che Pomi- gliano fu saccheggiata dalla colonna Schipani (repubblica partenopea 1799); ma – come

al solito – non prova. Di contra rilevo, che, in riguardo, tutti gli scrittori sincroni taccio-

no; e tacciono, altresì, i nostri libri parrocchiali, i quali pur consacrano l’avvenimento

del 20 gen. stesso anno.

29 ) – Nelle Conclusioni decurionali 1813-1814, fol. 19, ARCH. MUNIC. di Po- migl., vi è, in data 12 nov. 1814, un tentativo d’indirizzo gratulatorio al re Ferdinando

IV

(poi I, detto Nasone), pel suo ritorno sul trono di Napoli, caduto Gioacchino Murat.

Ho

detto «tentativo» perché porta soltanto le firme del sindaco Gioacchino Cutinelli, e

del

decurione Pietro Antonio de Falco.

30 ) – ARCH. S. FELICE di Pomigl., Morti 1812-1850. – Per l’appartenenza e l’estensione del terreno, vd. ARCH. MUNIC., Conto 1838, fol. 240. – Agata Terraccia- no, di cui qui si parla, nacque verso il 1748, dal not. Francesco e da Candida Nastaro; morì, nubile, d’oltre 90 anni. Il padre fu due volte sindaco, nel 1738 e nel 1744. Il suo

primo fratello, Giovanni (studente nel 1753, n. circa il 1753), tra gli altri figli, ebbe Domenico (n. verso il 1778, ammogliato con Irene Tuorto), a sua volta sindaco nel 1801-1802, e padre di altro Giovanni, avvocato (n. intorno al 1802, m. il 1863, ammo- gliato con Maria Tramontano), anche lui sindaco nel 1844-1847, ed avo del vivente sac. Giovanni Terracciano. Gli altri figli di Domenico furono Rocco, Luigi morto canonico della collegiata di Somma, Antonia maritata a Romano Raffaele e mia nonna materna, Maria, Fortunata, Giuseppa e Raffaele. – Da un fratello del detto Giovanni seniore e dell’Agata, chiamato Vincenzo (n. 1737, studente anche lui nel 1753), nacque Carmine,

di cui furono figli il dott. Camillo (n. 1785, marito di M. a Felicia Panico) e Vincenzo

(n.1800, marito di Carmela Terracciano): da queso secondo venne Salvatore, donde il colonnello del genio Tommaso Vincenzo, vivente. – Fratello del not. Francesco era Lo- renzo (n. 1684, marito di Geronima Panico), ugualmente sindaco nel 1747, il quale pro- creò Giovanni (n. 1729), e Donato (n.1719), da cui provengono gli altri rami dei Terracciano, nei quali ricorrono tali nomi. – Da un Carlo Terracciano nacque (intorno al 1697) Nicola «massaro», e da questo (ammogliato con Felicia Cozzolino), nel 1727, un altro Carlo «speziale manuale», donde Raffaele (n. 1783, sposato con Maria de Falco),

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cui Paolo Emilio Imbriani fe’ cenno, mentre sorgeva: «A un miglio da Po- migliano nella via delle Rose si sta costruendo il Camposanto. Una bella cerchia di mura racchiude un capace terreno, la cui parte posteriore (quella verso la provinciale di s. Anastasia, aperta in seguito) che già servì di luo- go di tumulazione ai colerici, formerà un vaghissimo giardino, diviso dalla parte anteriore (dove seguirà l’inumazione per l’avvenire) per un basso mu- ro nel cui centro si leva una chiesetta. Il sole gitta i suoi ultimi raggi sul luogo, e lo rende atto alle più gentili e profonde commozioni sul cader del giorno» 31 . Ed, in forti endecasillabi, così ne parla 32 :

Nella solinga Ed ascòndita via che dalle rose, Dilettanza di vergini si noma, Levasi a manca, ahi, delle rose invece Il funereo cipresso; e il cimitero Adombra. Io riposarmi ebbi in costume Sotto il rezzo de’ pampini e de’ pioppi, Quando affannato in giovanili corse Dal cammino avea requie. Or requie ancora

da cui vennero la madre dei viventi Santostefano, e l’avv. Carlo Alfonso (n. 1832; m.1903, celibe). – Un’altra propaggine dei Terracciano s’è spenta in Aniello fu Giacin- to. Questo Giacinto (n.1778, ammogliato con Teresa Terracciano) era figlio di quell’Aniello (n. 1745, marito di Anastasia Cecere), caduto vittima dei francesi nel 1799, e del quale fu padre un altro Giacinto (n. 1714), ammogliato con Angela Bonavo- lontà. – M’è difficile, come pur vorrei, dar notizie precise degli altri virgulti di questo antico e numeroso ceppo dei Terracciano; ricorderò «eletto», nel 1566, un Antonio, no- me che si ripete, in alcune famiglie di tale stirpe, insieme con quello di Felice. Dirò an- che, che Terracciano sta per Terrazzano, cioè «natio od abitatore di terra murata o castello», ossia «campagnuolo», «paesano». – Cfr. per tutto, ARCH: MUNIC. di Po- migl., Onciario cit., fol. 97, 117 t., 125, e 140; – Conclusioni decurionali 1840-1847, fol. 93 t.; – ARCH. CHIESA S. FELICE, Stato delle anime cit., fol. 9 t., 10, 12 e t., e 56; – TRAMATER, Vocabolario universale it., vol. VII, pag. 98, colonna 1.ª; – PETROCCHI, Novo dizionario universale della lingua it., vol. II, pag. 1119, colonna 2.ª; – ARCH. NOTAR. di Nap., Schede 1566-1572 not. Mauro Toscano di Pomigl., fol. 7 t.

31 ) – Op. cit., pag. 191.

32 ) – Ivi, ivi, pag.185.

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Appresta il loco a quei che stanchi sono D’un cammin più difficile e diserto – La vita. E pace avrommi io là, negata Altrove… Il nostro camposanto fu inaugurato, solennemente, il 1° agosto 1840:

benedisse il vicario foraneo don Nicola Terracciano, rappresentante il ve- scovo di Nola, assistito da tutto il clero, colla presenza del regio giudice, del sindaco, dell’ispettore dei camposanti, del decurionato, del capo e sot- tocapo urbani e dipendenti, e di tutto il popolo. Vi si andò, all’uopo, pro- cessionalmente, dal paese. 33 E, per chi ama i dettagli e le curiosità, dirò che i lavori in muratura costarono duc. 3800; 34 lo spiazzo dinanzi all’ingresso, coi sedili di pietra in semicerchio, e con un tronco di colonna sorreggente una croce, duc.176, 35 i due affreschi, eseguiti dal prof. Serafino Giovanni, nelle cappellette, sui muri di cinta, a settentrione e mezzogiorno, e raffigu- ranti la deposizione dalla croce e la resurrezione, duc. 70; 36 le campane del- la chiesa, duc. 36 e gr.90. 37

6. – E passiamo al 1848. I moti di quell’anno non rimasero senza eco, in Pomigliano. Di qui – mi pesa sommamente il dirlo – partì la falsa accusa contro Carlo Poerio; qui, furon trovati i falsi testimoni, che lo perderono. Tra que- sti, spiccò un Mauro Colella, ex-frate, processato «per ladrocinî commessi

33 ) – ARCH. CHIESA S. FEL. di Pomigl., Morti 1812-1850.

34 ) – ARCH: MUNIC. di Pomigl., Conto 1851, fol. 106.

35 ) – Ivi, Conto 1840, fol. 232; Conclusioni decurionali 1840-1847, delib. 1.° nov. 1840 – il costruttore fu Cristoforo Russo, pomiglianese

36 ) – Ivi, Conto 1840, fol. 184; Conto 1841, fol. 107.

37 ) – Ivi, Conto 1840, fol. 187. – Il fornitore fu Pasquale Danisi. – Il conduttore del fondo, Felice de Falco, ebbe 13 duc. per calorie, vulgo «maiese». Conto 1838, fol. 321. – Il primo custode fu Elia Terracciano. Conto 1840, fol. 205. – La cappella va sotto il titolo della Madonna della Pietà. ARCH. S. FELICE, Morti 1812-1850 cit.

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nel suo convento, per ispergiuri, truffa al gioco, per bestemmie», e, quando

si svolse il dibattimento, stava «in prigione per ratto violento» – informa il

Ruffini. 38 Carità di patria m’ha sempre rattenuto dal ricercare ulteriormente

di lui, per bene individuarlo; ma, nella mia giovinezza, ricordo che qualche

vecchio ripeteva, sul perfido dalla delinquenza multiforme, una certa can- zone, di cui serbo memoria soltanto della prima strofe:

E’ Mauro Culella ’nu figli’ ’e zappatore, curnut’ e senz’annore, c’’o monech’ jett a fa’. Il reverendo Salvatore Mingione, anche pomiglianese e del discarico, riferì che il Colella, «stando a pranzo da lui nella settimana di Pasqua, gli aveva confidato che una denuncia –un’accusa falsa – doveva essere inten- tata contro il cognato d’Imbriani (Paolo Emilio), spiegando, che alludeva a Carlo Poerio»; depose pure, che, in seguito, lo stesso Colella gli narrò l’arresto del Poerio, e «disse che avevano ravvolto questo galantuomo in una rete tale , che ci avrebbe perduta immancabilmente la testa»; informò, infine che il delatore gli aveva confessato d’essersi indotto a tanto, perché «aveva ricevuto promessa d’un impiego di Polizia di dodici ducati al mese»! La deposizione del Mingione fu confermata, da quelle della madre e della sorella di lui. 39

38 ) – Il dottore Antonio, c. XXV, e seg.

39 – RUFFINI, op. e loc. cit. – Sul Colella dirò solo, ch’era figlio di Sabato, ed a- veva 34 anni. – Il prete Mingione nacque il 18 apr. 1816 da Felice ed Antignano Co- stanza. La sorella si chiamò Faustina (n. 1818), ed il fratello Luigi (n. 1821), donde i viventi prof. Eugenio ed ebanista Errico, ed il defunto Francesco. – Questo ramo dei Mingione mette capo, in un certo punto, ad Aniello (n. 1693, sposato con Aurelia Gua- dagno), da cui venne Salvatore (n. 1729, marito di Antonia del Giudice). Altro figlio fu Tommaso, sacerdote (n. 1728), e sacerdote era il fratello Carlo, titolare del beneficio di s. Giuliano, eretto in s. Felice, ed appartenente alla famiglia. Suo congiunto dovè essere Sabatino (n. 1705, ammogliato con Nunzia Esposito, da cui ebbe Vincenzo, Giovanni, Francesco, Pasquale, Marcantonio, e Pietro), perché aveva con lui comune la casa, «nel luogo detto la Terra», e propriamente al «largo del palazzo» (ora «Mercato», dove nel 1832, Costanza Antignano abitava coi figli orfani), ed i fondi rustici rispettivi erano ac-

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Altre simili denuncie furon mosse, allora, contro cittadini di Pomi- gliano stessa: il dott. Carmine Guadagno, 40 zio materno del prof. Felice To- scano, uomo di non comune dottrina e di forte ingegno, che morì in carcere; il barbiere Barretta Luigi fu Santolo, 41 compagno di prigionia del

costo, in contrada «Estaurita». – Vd. Onciario cit., fol. 31 e t., 157 e t., 178, 192, e 193;

Stato delle anime cit., fol. 39.

40 ) – Il padre si chiamò Salvatore, la madre Stella Napolitano. Sposò, il 21 ag. 1832, Brigida Russo di Giuseppe, da cui ebbe Eugenio, medico ancora vivente, Arsinoe,

e Florestano, questi trapiantatosi in Resina, dove domicilia il figlio Fausto. Nacque ver-

so il 1805. L’avo fu Francesco (n. 1725, marito di Nunzia Panico); il bisavo fu un altro Salvatore (n. 1696); ed il trisavo un Domenico: da essi, e dai loro congiunti, uscirono tutt’i Guadagno, che imposero il loro cognome alla contrada, ove originariamente si fis- sarono, ed ove tuttavia son numerosi; difatti, l’attuale «masseria Guadagno», nel ’700, si chiamava «il Pizzone», che trovo menzionato, allora, ogni volta con un Guadagno, che vi risiedeva, laddove non c’è traccia della denominazione odierna. Pare, che i Gua- dagno siano venuti a noi da Tufino, com’è tradizione fra loro, giusta la testimonianza, che me ne rendeva il compianto avv. Guadagno Giovanni. Nè valgo a precisare se essi abbian relazione, o meno, coi loro omonimi di Firenze, tra cui uno – Bernardo – fu gon- faloniere della repubblica fiorentina, ed, in tale sua carica, istigato da Rinaldo degli Al- bizzi, perseguitò Cosimo de’ Medici, che lo rabbonì con danaro (1433).– Vd. Onciario cit., fol. 36, 76 e t.,163 t., 178, ecc.; – Stato delle anime cit., fol. 36 t.; – MACHIA- VELLI, Le istorie fiorentine, lib. IV, cap. XXVIII e seg.

41 ) – La madre ebbe nome Angela Iasevoli. Era nato nel 1827. – Vd. Stato delle anime cit., fol. 10. – I Barretta sono di s. Eramo, e si trovano qui, evidentemente per via dei Caracciolo, marchesi, appunto, di s. Eramo, che in Pomigliano avevano beni, e cioè