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TOMMASO CAMPANELLA

E LA CONGIURA DI CALABRIA
4

IV Centenario
della Congiura di Calabria
Convegno di Studi
con il patrocinio di

REGIONE CALABRIA - ASSESSORATO CULTURA


AMMINISTRAZIONE PROVINCIALE DI REGGIO CALABRIA
AMMINISTRAZIONE COMUNALE DI STILO
ISTITUTO DI STUDI SU CASSIODORO E SUL MEDIOEVO
IN CALABRIA DI SQUILLACE
5

TOMMASO CAMPANELLA
E LA CONGIURA DI CALABRIA
Atti del Convegno di Stilo (18-19 novembre 1999)
in occasione del IV Centenario della Congiura

a cura di GERMANA ERNST

Comune di Stilo
2000
6

2001 © Comune di Stilo.

In copertina: Veduta di Stilo. Edward Lear, 1847.


Acquarellato dal pittore Salvatore Francia.

PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA


È consentita la riproduzione parziale solo ad uso pedagogico/didattico e a condizione che
venga integralmente citata la fonte.
7
INDICE

GERMANA ERNST
Presentazione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 009

I. L’ORIZZONTE POLITICO DI CAMPANELLA E LA CONGIURA


GERMANA ERNST
Campanella politico . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 015
GINO BENZONI
Campanella e Venezia: qualche appunto, qualche spunto . . . . . . . . . . . . . 043

II. FONTI E STUDI SULLA CONGIURA E LA CALABRIA


AL TEMPO DI CAMPANELLA
ROCCO BENVENUTO
La formazione del clero secolare nella metropolia di Reggio Calabria
alla vigilia della congiura di Campanella . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 063
GIUSEPPE CARIDI
Aspetti della Calabria al tempo di Campanella . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 115
GERARDO CIOFFARI
La Provincia Calabriae: strutture e fermenti nell’Ordine domenicano
al tempo di Tommaso Campanella . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 121
MICHELE MIELE
La congiura campanelliana e il coinvolgimento dei vescovi . . . . . . . . . . . 145
FRANCO MOSINO
La congiura filoturca di Tommaso Campanella
in una fonte storiografica inedita . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 157
NATALE PAGANO
La città di Nicotera e i moti campanelliani
nei documenti dell’Archivio Storico Vescovile . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 161
MARIA LUISA TOBAR
Documenti dell’Archivio di Simancas relativi alle misure
contro alcuni prelati del viceregno di Napoli
e alla congiura del Campanella . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 175

III. NUOVI DOCUMENTI E TESTI CAMPANELLIANI


GIANFRANCO FORMICHETTI
L’ottava lettera del fondo Colonna: un inedito campanelliano . . . . . . . . . 195
F. WALTER LUPI
Campanella e il fuoruscito. Storie di un manoscritto . . . . . . . . . . . . . . . . . 199
8
PAOLO PONZIO
Un trattato didattico di filosofia della natura:
il Compendium physiologiae di T. Campanella . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 217
LEEN SPRUIT
I processi campanelliani tra Padova e Calabria:
documenti inediti dall’Archivio dell’Inquisizione romana . . . . . . . . . . . . . 233

Elenco degli autori dei contributi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 255


9
PRESENTAZIONE

I giorni 18 e 19 novembre 1999 ha avuto luogo, a Stilo, un Convegno di


studi dedicato a ricordare il IV centenario della congiura di Calabria, di cui
fu protagonista Tommaso Campanella. Il 10 agosto 1599 due complici, che
scelgono di dissociarsi, denunciano alle autorità spagnole come fra Tom-
maso Campanella, di Stilo, dell’ordine di san Domenico, «persona che
tiene el primado per todo el mundo en las ciencias», d’accordo con molti
signori, laici ed ecclesiastici, con il papa e con il Turco, ha tentato e tenta
tutti i giorni «de rebolar y enganar los pueblos contro el Rey nuestro senor,
publicandole por tirano del mundo». Alla denuncia fa seguito il tempestivo
intervento vicereale, con l’invio di due compagnie di soldati, al comando
del generale Carlo Spinelli, investito di pieni poteri, che provvede a stron-
care sul nascere la progettata congiura, nella quale confluivano nobili e
fuorusciti, ecclesiastici e gente comune, tutti accomunati dalle aspettative
dell’approssimarsi di un profondo rinnovamento sociale e politico, annun-
ciato da segni celesti e naturali, da testi profetici e vaticini, secondo quanto
andava predicando Campanella, tornato in Calabria dopo nove anni d’as-
senza. Nel giro di un paio di mesi si procede a numerosi arresti, all’orga-
nizzazione dei ‘processi calabresi’, condotti da tribunali deputati ad inda-
gare sulla duplice accusa di ribellione e di eresia, alle prime atroci esecu-
zioni; il 9 novembre arrivavano dalla Calabria nel golfo di Napoli le quat-
tro galere con il triste carico di più di centocinquanta prigionieri, e l’orrore
di quattro imputati impiccati che pendevano dalle antenne delle navi e altri
due squartati dalle galere nel golfo.
La drammatica vicenda fu senza dubbio l’episodio centrale della vita di
Campanella, che, dopo essere riuscito eroicamente ad evitare la pena capi-
tale, trascorse nelle carceri regie di Napoli i successivi 27 anni, seguiti da
un periodo di detenzione in quelle del Sant’Uffizio romano. Ma l’evento
costituisce anche il fuoco e il nodo cruciale della sua biografia intellettua-
le: oscillando tra orgoglio e pentimento, tra certezze e dubbi, egli è infatti
costretto a ripensare il rapporto fra profezia e utopia, a interrogarsi sulla
liceità della ribellione contro l’ingiustizia, a riflettere sulla presenza di un
superiore ordine provvidenziale, da riconoscere e accettare.
Fin oltre la metà del 1800, la congiura fu poco e male conosciuta nei
suoi contenuti reali, in alcuni casi perfino negata, e sarebbe toccato a Luigi
10 Germana Ernst

Amabile, con un lavoro tenace, meticoloso e appassionato, che lascia a


tutt’oggi stupefatti, raccogliere un’imponente documentazione, attinta da
archivi, italiani e stranieri, biblioteche, preziose raccolte private da lui
rintracciate, e pubblicare tre volumi (i primi due di narrazione e interpreta-
zione dei fatti, il terzo interamente documentario) dedicati alla vicenda,
che, intitolati Fra Tommaso Campanella, la sua congiura, i suoi processi
e la sua pazzia (Morano, Napoli 1882), nonostante le integrazioni e le
correzioni di cui necessitano, grazie alle ricerche degli studiosi successivi,
e soprattutto del più insigne di tutti, Luigi Firpo, costituiscono ancora oggi
un punto di riferimento fondamentale e insostituibile.
Il Convegno è stato promosso e sostenuto dalle forze congiunte del-
l’Amministrazione del Comune di Stilo e della Provincia di Reggio Cala-
bria, dell’Assessorato alla Cultura della Regione Calabria, dell’«Istituto di
studi su Cassiodoro e sul Medioevo in Calabria» di Squillace. L’incarico
di organizzatore scientifico è stato affidato in un primo tempo ad Antonio
Labate, che, privilegiando un taglio storico specificamente mirato alla con-
giura, con una precisa attenzione per la storia locale, ha provveduto a
prendere i primi contatti e a sollecitare le prime adesioni. In seguito è stato
coadiuvato da chi scrive, che ha suggerito altri possibili contributi e che
infine ha accettato, per subentrate difficoltà da parte del prof. Labate, che
qui si ringrazia, di farsi carico della cura del presente volume, che racco-
glie i contributi letti in quell’occasione – con l’eccezione di quello di Carlo
Longo, che ha partecipato con un intervento su I Domenicani di Calabria
e la congiura, ma ha preferito non consegnare il testo scritto.
Il volume esordisce con due saggi di carattere generale e introduttivo.
Il primo, ad opera di chi scrive, che da molti anni si occupa del pensiero
e dei testi campanelliani, intende offrire un sintetico profilo delle tematiche
centrali, nella loro varietà e nel loro permanere, della riflessione politica
campanelliana, che dalla giovinezza si snoda lungo l’intero arco della sua
vita. Nel secondo saggio, Gino Benzoni, concentrando l’attenzione su Ve-
nezia, che rappresenta un costante punto di riferimento, in positivo e in
negativo, del pensiero politico campanelliano, presenta il punto di vista
dell’osservatorio veneziano, che condivise la generalizzata ostilità nei
confronti della temeraria iniziativa della congiura calabrese, e si interroga
sulle ragioni di tale ostilità, che può risultare sorprendente alla luce dei vivi
sentimenti antispagnoli della Serenissima.
I contributi sono poi distribuiti in altre due sezioni. La prima raccoglie
quelli volti ad approfondire il contesto storico-sociale entro cui si colloca
l’evento della congiura, fornendo informazioni sulle condizioni economi-
Presentazione 11
che, demografiche e giuridiche che caratterizzavano in quegli anni la Ca-
labria; una speciale attenzione è dedicata alla presenza degli ordini reli-
giosi, in particolare i Domenicani, e al ruolo rivestito dalle personalità
ecclesiastiche che, in modi diversi, hanno avuto a che fare con la congiura,
nonché ai delicati e difficili rapporti giurisdizionali fra la corte, il vicere-
gno e le autorità ecclesiastiche, testimoniati dai documenti dell’Archivio di
Simancas. La sezione conclusiva presenta contributi che riguardano in
modo più diretto alcuni testi, inediti o dalle particolari vicessitudini, del
filosofo e taluni punti della sua vicenda biografica, che vengono precisati
grazie a una serie di decreti conservati nell’Archivio dell’ex Sant’Uffizio.
I lavori, che nella maggior parte dei casi privilegiano documenti e fonti
archivistiche, concedendo ampio spazio anche alle realtà locali, si presen-
tano diversi per dimensioni e impostazione, riflettendo competenze, punti
di vista, valutazioni molto differenziati. Resta forse un certo rammarico
che non abbiano potuto offrire il loro apporto altri specialisti del pensiero
campanelliano.
Piace concludere questa presentazione con i ringraziamenti d’obbligo:
in particolare si ringraziano l’ex-assessore regionale Gianpaolo Chiappetta;
il presidente della Provincia di Reggio Calabria, Antonio Cosimo Calabrò;
l’assessore provinciale Francesco Macrì; il sindaco di Stilo Giorgio Scar-
fone. Un ringraziamento del tutto particolare per Claudio Stillitano, asses-
sore alla cultura del Comune di Stilo, e Francesco Sorgiovanni, responsa-
bile della segreteria organizzativa del Convegno, che non hanno risparmia-
to energie e impegno per onorare, con questa ed altre iniziative, la figura
del loro grande concittadino.

G.E.
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13

L’ORIZZONTE POLITICO
DI CAMPANELLA E LA CONGIURA
14
15
GERMANA ERNST

CAMPANELLA POLITICO

Nelle battute d’esordio dell’introduzione agli Aforismi politici (1941), Lui-


gi Firpo sottolineava come gli studi sul pensiero politico campanelliano si
limitassero a «generosi tentativi», soprattutto per le difficoltà di ordine
filologico, in quanto la maggior parte dei testi giacevano in condizioni tali
da offrire un «panorama desolante». Nei decenni successivi, gli studi cam-
panelliani si sono notevolmente arricchiti, e in particolare per quanto ri-
guarda questo settore numerose edizioni di testi, in molti casi ancora inedi-
ti, ad opera di Firpo stesso e di altri studiosi, e felici rinvenimenti di scritti
che si credevano perduti, hanno contribuito in larga misura a rendere più
agevole un terreno che lo studioso definiva «incolto e scabro»1.
Naturalmente molto resta da fare, e soprattutto permangono le difficoltà
di ordine interpretativo. Gli scritti politici di Campanella, assai folti, si snoda-
no lungo l’intero arco delle sua vita, dagli anni giovanili (già in una lettera
al granduca Ferdinando I, scritta il 13 agosto 1593 da Padova, il giovane frate
sottolineava come non gli mancasse la scienza «con la quale si governano
gli stati»2) al tardo periodo dell’esilio parigino, durante il quale si assiste a una
sorprendente ripresa di tali interessi. Oltre che numerosi e collegati ai vari
momenti del complesso intinerario della sua vita e del suo pensiero, tali
testi si iscrivono in un’architettura filosofica più generale, ciò che rende spesso
difficile una loro considerazione autonoma, per il loro porsi in zone di confine
tra teologia, etica, filosofia della natura. Non c’è pertanto da sorprendersi se
proprio in questo campo, che appare dominato dal segno della contraddi-
zione e dell’ambiguità, più vivace sia stato il dibattito dei suoi interpreti, e più
accese le polemiche. Sembra infatti difficile conciliare l’appassionato profeta
della congiura calabrese che, leggendo i segni celesti e naturali, proclama
l’approssimarsi di un’epoca di un profondo rinnovamento con l’apologeta
dell’incondizionato primato pontificio; il filosofo di quell’idea di repubblica

1
Aforismi politici, a cura di L. Firpo, Torino 1941, p. 6. Nel presente contributo
ripropongo, in una sintetica panoramica, i contenuti essenziali dei numerosi studi che ho
dedicato nel corso degli anni al pensiero politico di Campanella. Ringrazio vivamente
Roberta Canova e Giacomo Contiero per l’aiuto nella preparazione per la stampa dei
contributi del volume.
2
Lettere, a cura di V. Spampanato, Bari 1927, p. 7 (d’ora in poi Lettere).
16 Germana Ernst

dove tutto viene regolato secondo natura e ragione e il sostenitore della


monarchia universale del re di Spagna; l’aspro critico dell’‘empio’ Machia-
velli che nella sua visione non aveva esitato a recidere i vincoli tra politica,
etica e religione, e il politico sottile che in molte pagine sostiene alcune
delle massime più spregiudicate del Segretario fiorentino – e anzi la rilet-
tura e la riflessione sulla lezione machiavellica è così presente nei suoi testi
che già i suoi primi lettori non esitavano a definirlo come «aspro censore e
al tempo stesso maestro mascherato dei precetti di Machiavelli» («Machia-
velli dogmatum ...acerrimus pariter reprehensor et fucatus doctor») e ad
affermare che egli non avrebbe fatto che rilanciare sulla scena, opportuna-
mente imbellettati, e pertanto in modo più subdolo, gli stessi principi che
Machiavelli aveva avuto il coraggio di esporre senza infingimenti3.
Non essendo qui possibile un’esposizione analitica ed esaustiva dell’in-
tera produzione politica di Campanella, ci limiteremo ad indicare alcuni
nuclei tematici forti, soffermandoci in particolare su alcuni aspetti dei
rapporti fra religione, natura e politica, nella varietà, densità e stratificazio-
ne dei loro significati.

1. L’UNITÀ CRISTIANA

Fin dagli esordi nel pensiero campanelliano riveste un ruolo centrale la


riflessione sul rapporto fra religione e politica, configurandosi come l’esi-
genza di ripensare le forme e le modalità della ricostituzione di un’unità
cristiana minacciata e frantumata dalle forze della Riforma. Già durante il
giovanile soggiorno a Padova Campanella scrive una Monarchia dei Cri-
stiani, molto citata ma purtroppo perduta, che mostrava «con quali arti la
repubblica cristiana è cresciuta in passato e crescerà in futuro, con quali sia
solita diminuire e con quali sia possibile rinvigorirla, parlando da un punto
di vista politico», testo a cui si accompagnava un Del governo della chiesa
diretto al pontefice, per suggerirgli «con quali mezzi non in conflitto con
le opposizioni dei principi di tutto il mondo… con le sole armi ecclesia-
stiche possa costituire l’unico ovile sotto l’unico pastore»4. A questo stesso

3
H. Conring, Introduzione alla traduzione latina del Principe di Machiavelli, in Opera,
Brunswigae 1730, II, p. 979; De civili prudentia, ivi, III, p. 41.
4
Syntagma de libris propriis et recta ratione studendi, a cura di V. Spampanato,
Milano 1927, pp. 19-20 (testo lat. e trad. anche in Tommaso Campanella, a cura di G.
Ernst, Introduzione di N. Badaloni, Il Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma 1999, pp. 357-
407: d’ora in poi Tommaso Campanella).
Campanella politico 17
periodo risale il primo nucleo dei Discorsi ai principi d’Italia, nei quali
l’appello all’unità si configura come l’esortazione ai principi a farsi soste-
nitori di una stretta politica di alleanza con il pontefice, che, in quanto
padre comune, non può che farsi garante di pace, difensore dei diritti dei
figli più deboli quando vengono assaliti ingiustamente, fautore di unione
e di difesa contro i nemici della fede, che approfittano e si avvantaggiano
delle loro discordie interne. In polemica con quanti sostenevano i vantaggi
della divisione e dell’equilibrio delle forze nella penisola – in verità, la
debolezza e i particolarismi dei principi non farebbero che esporli «alla
bocca del gran drago turco» –, Campanella li esorta a non temere e a non
opporre resistenza all’unione cristiana, ma a favorirla con ogni mezzo, in
quanto vantaggiosa anche da un punto di vista politico, e ad assecondare
il progetto universalistico dell’impero spagnolo, manifestamente «fondato
nell’occulta provvidenza di Dio, e non in prudenza e forza umana», al fine
«di unir il mondo tutto sotto una legge»5. Se è vano rimpiangere gli splen-
dori, tramontati, dell’impero romano, che non torneranno più – «non ci è
tempo per noi di ricuperar imperio, ché il circol dell’umane cose nol com-
porta»; «nulla nazione dopo perduto l’imperio ha potuto recuperarlo più:
però non ci è speranza in Italia, ché le stelle pur contraddicono»6 –, Roma
detiene un potere maggiore e diverso in quanto sede del papa e centro della
cristianità, un potere «più certo e venerando» che è subentrato a quello
antico basato sulla gloria militare, come si dice in un sonetto, e in un altro
viene di nuovo celebrata la Roma cristiana, che, da «regina» del mondo,
è diventata la «madre» che difende e accoglie generosamente i virtuosi e
difende le «cristiane squadre»7.
Sempre nel periodo giovanile, nel Dialogo politico contro Luterani,
Calvinisti e altri eretici8, la connessione fra religione e politica si configu-
ra, in modo più puntuale, come il problema dei rapporti fra dogmi e po-
litica. In questa aspra requisitoria contro le dottrine riformate, scritto a
Roma, nel secondo semestre del 1595, nel periodo di residenza obbligata
nel convento di S. Sabina, Campanella, dando inizio a una riflessione

5
Discorsi ai principi d’Italia e altri scritti filo-ispanici, a cura di L. Firpo, Torino 1945,
pp. 109, 119.
6
Ivi, pp. 93, 96.
7
Cfr. i due sonetti A Roma, in Poesie, a cura di F. Giancotti, Einaudi, Torino 1998, pp.
472, 597.
8
Del Dialogo politico contro Luterani, Calvinisti e altri eretici esiste una sola edizione,
molto scorretta, in quanto basata su un codice deteriore, a cura di D. Ciampoli, Lanciano
1911.
18 Germana Ernst

anch’essa di lunga durata, che attraverserà tutto il suo pensiero, intende de-
nunciare le conseguenze politicamente deleterie di dottrine quali quella di
una rigida predestinazione, che, vanificando il libero arbitrio dell’uomo,
per accentuare il valore esclusivo dell’iniziativa divina, e svalutando, di
conseguenza, i meriti o demeriti delle opere ai fini della salvezza, risultano
a suo parere pericolose e incompatibili con una corretta e ordinata convi-
venza civile. Una dottrina secondo la quale Dio decide dei destini degli uo-
mini prima ancora della loro nascita, in modo che essi nascono già giudi-
cati e non da giudicare in base alle azioni che verranno compiendo nel
corso della vita, da un lato rende i principi tiranni, in quanto si sentiranno
autorizzati a imitare un Dio che agisce per suo gusto e capriccio, e non
secondo giustizia, un Dio simulatore, che asserisce di voler salvare tutti, ma
in verità ha già scelto i predestinati, e traditore, che ci comanda di volare
senza darci le ali, e dall’altro lato rende i popoli sediziosi: i quali consta-
tando l’irrilevanza di ogni buona o cattiva azione, che non muterà in nulla
la loro sorte già stabilita, non potranno che comportarsi in modo sfrenato.
Temi che ritorneranno negli scritti specifici sulla predestinazione, e
anche nei tardi Avvertimenti a Venezia del 16369, testo pubblicato di recen-
te come ultimo dei sette opuscoli politici, inediti e sconosciuti, rintracciati
da Firpo in un manoscritto di cui era entrato in possesso dopo un avven-
turoso viaggio a Parigi, sulle tracce del collezionista che l’aveva anticipato
nell’acquisto del codice miscellaneo10. Nel 1961, dando notizia del rinve-
nimento, lo studioso pubblicava tre dei sette scritti (i memoriali A Genua,
Al duca di Savoia, A Ferdinando II granduca di Toscana)11, e in tempi
successivi due epistole latine, indirizzate l’una a un non identificato gen-
tiluomo francese, e l’altra, molto più importante, al re Luigi XIII, un «vero
e proprio pamphlet politico» in cui Campanella intende dissuadere il so-
vrano dal sottoscrivere un rovinoso trattato di pace con la Spagna e che
Firpo riteneva il più bello fra gli scritti ritrovati, nel quale

9
Cfr. G. Ernst, Ancora sugli ultimi scritti politici di Campanella. II. Gli «Avvertimenti
a Venezia » del 1636, «Bruniana & Campanelliana» (d’ora in poi B&C), V (1999), pp. 447-
65: 452-65.
10
Per un affettuoso e vivace ricordo della vicenda, cfr. E. Baldini, Luigi Firpo e Cam-
panella: cinquant’anni di ricerche e pubblicazioni, B&C, V (1999), pp. 325-58: 336-37 (e
ora ristampato come primo volume della collana «Bibliotheca Stylensis», Istituti Editoriali
e Poligrafici Internazionali, Pisa-Roma 2000).
11
Orationes politicae pro saeculo praesenti (A Genua; Al duca di Savoia; A Ferdinando
II granduca di Toscana), in L. Firpo, Gli ultimi scritti politici del Campanella, «Rivista
storica italiana», LXIII (1961), pp. 772-801; anche in Tommaso Campanella, pp. 1013-1026.
Campanella politico 19
l’umile frate straniero si aderge con uno slancio patetico, proponendosi ai gover-
nanti della grande nazione che lo ospita, in quel momento di smarrimento avvilito,
come la vera guida morale, come colui che esorta ad affrontare le responsabilità
e a guardare lontano, toccando le corde della persuasione, stimolando il coraggio
e l’orgoglio, attingendo inesauribile energia dall’odio e dal furore12.

Ancora al centro degli ultimi scritti politici del periodo francese, Venezia
rappresenta un costante punto di riferimento della riflessione politica cam-
panelliana. Se in un sonetto a lei dedicato Campanella la addita come
esempio per l’assennatezza del governo («de’ prencipi orologio e saggia
scuola»), e la elogia per il fatto di farsi carico dell’oneroso fardello della
libertà («di libertà portando il pondo, sola»)13, quando viene a conoscenza
del violento scontro con Paolo V, scrive nell’autunno del 1606 i concitati
Antiveneti, per deplorare ogni tentazione di scisma religioso e di separazio-
ne politica. Campanella fa ricorso ad argomentazioni diverse – politiche,
profetiche, astrologiche – tutte volte a dissuadere la Serenissima dalla sua
ribellione al papa e dalla rovinosa tentazione scismatica.
Nei primi nove Lamenti profetali ricorre con insistenza l’immagine
dello stupro, che richiama quella della verginità di Venezia (e qui rinvio
all’intervento di Gino Benzoni), e anche se Campanella dichiara di propor-
re una parabola mistica e di rifarsi a modelli biblici, in verità nell’insistito
ricorso a tali metafore si avvertono echi di idiosincrasie conventuali e
controriformistiche. Venezia è la vergine «non mai stuprata da tiranno, né
da principe, né da drudo, né da marito», che per volersi liberare della tutela
del padre perderà ogni libertà e dignità; è la «donzella gloriosa», i cui
amori vergognosi le toglieranno, con il fiore della verginità, ogni giovinez-
za e bellezza («ti farai vecchia, macilenta, rugata»); è la «monacella di
Cristo» che vuole abbandonare il convento per prostituirsi al bordello, e
per appagare la tentazione di questa falsa libertà puttanesca diventerà pre-
da di ogni ruffiano e di Maometto, «possente drudo»14.
Responsabile di tale situazione è Machiavelli: il generoso leone alato di
S. Marco si è trasformato in un drago con ali di pipistrello, che negli artigli

12
L. Firpo, Idee politiche di Tommaso Campanella nel 1636 (Due memoriali inediti),
«Il Pensiero politico», XIX (1986), pp. 197-222: 201. I due memoriali ora anche in T.
Campanella, Lettere. 1595-1638, a cura di G. Ernst, Istituti Editoriali e Poligrafici Interna-
zionali, Pisa-Roma 2000, pp. 122-30, 148-54 (secondo volume della collana «Bibliotheca
Stylensis»).
13
Sonetto A Venezia, in Poesie, cit., pp. 205-206.
14
Antiveneti, a cura di L. Firpo, Firenze 1944, pp. 9-10, 20, 22.
20 Germana Ernst

regge, anziché il Vangelo, i libri del Segretario fiorentino, che è chiamato


«scandalo, rovina, tosco e fuoco di questo secolo»15. Ma nella seconda
parte dello scritto, nella quale l’autore dichiara di volersi mettere sullo
stesso terreno della ragion di stato, egli afferma che la religione ha proprio
quella funzione (che in altre pagine verrà rimproverata ai politici machia-
vellici) di deviare verso il regno dei cieli l’appetito tutto umano dei beni
della terra, e di ricondurre all’ubbidienza il malcontento dei «villani» che
«mirano con occhio bieco» i nobili che dormono «grassi nelle ville o
dentro le barche». Il conflitto di Venezia con i religiosi è dunque miope
e suicida, perché sono proprio loro a salvaguardare il potere dalle richieste
dei ceti esclusi dal benessere e dai privilegi delle classi dominanti:

Ma voi Veneziani ora dite che non credano ai preti, ed essi, disperati del paradiso,
vorranno le ville e le ricchezze di questo mondo, come voi, e faranno ogni sforzo
per mutare16.

In pagine sconcertanti e spregiudicate, in cui Campanella si mette sul


piano del puro vantaggio politico, rimprovera a chi detiene il potere di
sbagliare i propri calcoli e di sottovalutare gli irrinunciabili vantaggi della
religione. Gettando una luce assai cruda sul mito veneziano, egli disvela
che è la religione a compensare la violenza e l’ingiustizia del regime
oligarchico, e più in generale la religione viene additata come il ‘segreto’
dell’ubbidienza politica e della stabilità sociale. Ancora a molti anni di
distanza, Campanella insisterà sulla necessità dell’accordo di Venezia con
il papa, deplorando le dottrine ateistiche diffuse da Cremonini e Sarpi, che
risultano deleterie per la gioventù e suicide da un punto di vista politico:
«Non ci è più gran bestialità nel principe, quanto mostrarsi empio per
ruinar presto»17.

2. LA MONARCHIA UNIVERSALE

È fuor di dubbio che il confronto con Machiavelli (e il filone politico in


senso lato) costituisca uno degli aspetti forti del pensiero di Campanella,
la cui riflessione riguarda soprattutto due punti, che si intersecano stretta-

15
Ivi, p. 49.
16
Ivi, p. 84.
17
Monarchia di Francia, in Monarchie d’Espagne et Monarchie de France, testo ita-
liano a cura di G. Ernst, traduzione francese di N. Fabry, Paris 1997, p. 554.
Campanella politico 21
mente. Da un lato, egli sottolinea quelli che costituiscono i limiti filosofici
della riflessione del Segretario fiorentino, limiti che comportano un’intrin-
seca fragilità della sua costruzione politica; dall’altro sviluppa e inserisce
in un contesto cattolico e controriformistico un elemento già presente so-
prattutto nei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, vale a dire l’atten-
zione per la religione come il più potente dei vincoli della comunità umana.
Entrambi questi elementi si ritrovano in un testo centrale, e denso e
ricco di umori, come la Monarchia di Spagna. Fin dall’esordio, con l’e-
nunciazione della dottrina delle tre cause che presiedono alle vicende delle
formazioni politiche («Tre cause communi concorrono alla conquista e
mantenimento d’ogni gran signoria, cioè Dio, la prudenza e l’opportunità,
le quali, unite insieme, si dicon fato, che è l’accordo di tutte le cause agenti
in virtù della prima»)18, l’autore denuncia in via preliminare l’insufficienza
di una visione storica che si limiti alla considerazione delle sole cause
umane, ed esprime l’esigenza di andare oltre l’orizzonte troppo ristretto del
politico machiavellico. La prima causa, che regge e governa tutte le altre,
e che è sempre presente anche se in forme occulte in tutte le vicende
storiche, è dunque Dio. Ciò sta a significare che il politico abile e accorto
deve sforzarsi di integrare le cause empiriche in quelle generali, raccordan-
do gli eventi umani alle leggi del fato. A tal fine risulta indispensabile il
ricorso alle «scienze altissime» della profezia e dell’astrologia, che con-
sentono di inserire gli eventi particolari entro uno sfondo universale.
Facendo appello a opportuni testi scritturali, Campanella conclude che
gli Spagnoli «secondo il fato non ponno aver dominio, se non come libera-
tori della Chiesa dalle babiloniche mani, cioè da Turchi ed eretici», e che
il Re Cattolico dovrà ispirarsi alla figura-modello di Ciro, investito da Dio,
come dice Isaia, della missione di liberatore della Chiesa dagli infedeli e
di congregatore delle genti sotto un’unica fede. Ciò comporta che per il
sovrano cattolico l’unica via praticabile per realizzare i propri progetti
universalistici è quella del più stretto accordo con la chiesa e con il ponte-
fice. Evitando ogni tentazione di apostasia e di fondare una nuova religio-
ne, il re di Spagna, seguendo le orme di Costantino e di Carlo Magno, deve
proporsi come protettore della religione cattolica, facendosi «del tutto di-
chiarare dependente dal papa, e farsi predicare per il figurato Ciro e re
Cattolico, idest universale, del mondo»19.

18
Monarchia di Spagna, testo italiano a cura di G. Ernst, traduzione francese di S.
Waldbaum, ivi, p. 4.
19
Ivi, pp. 30, 50.
22 Germana Ernst

Il secondo punto cui si accennava sottolinea come la religione sia il più


potente strumento di unità, e in quanto tale costituisca l’irrinunciabile vin-
colo della comunità politica. Anche Machiavelli si è reso conto di questo
analizzando le vicende della repubblica romana, ma poi ha condannato la
religione cristiana come fattore di debolezza, di contrasti e divisioni. Cam-
panella non esita ad affermare in questo testo, e lo ribadirà in altri, che,
indipendentemente dal suo valore di verità, la religione, per il fatto di
dominare e collegare gli animi, da cui dipendono tutti gli altri legami fra
gli uomini, si pone come il vincolo primario e più potente del corpo poli-
tico:

la religione o vera o falsa sempre ha vinto quando ha credito, perché lega gli
animi, onde pendono i corpi e le spade e le lingue, che sono strumenti d’imperio20.

Se ogni grande condottiero del passato, da Cesare a Ciro ad Alessandro


Magno, si è preoccupato di accentrare nella propria persona anche i poteri
spirituali, la scelta obbligata del sovrano cattolico è quella di procedere in
accordo con la suprema autorità del Cristianesimo: in caso di conflitto,
«giammai può arrivare alla Monarchia universale, poiché ogni cosa che
tenta li vien rotta in mano dal superiore»21.

3. NATURA E POLITICA

Al discorso sulla prima causa degli imperi, segue quello sulle altre due
cause, la prudenza e l’opportunità. Su questo terreno, più propriamente
umano e politico, entra in gioco un altro elemento costitutivo del pensiero
campanelliano: il rinvio alla natura. L’associazione politica, come ogni
ente naturale, è un organismo vivente: compito primario dell’azione politi-
ca sarà perciò quello di favorire il collegamento più efficace fra le varie
membra. La virtù specifica di questa attività è la prudenza, cui spetta il
compito di incrementare i vincoli naturali, e di elaborare tutta una serie di
tecniche unitive volte a rinsaldare i legami delle parti con il tutto, integrare
il diverso al simile e attenuare i contrasti più violenti, in modo che ne
consegua il corretto funzionamento e la prosperità dell’intero organismo.
Quando parla della prudenza, Campanella, in questo e in altri testi,

20
Ivi, p. 44.
21
Ibid.
Campanella politico 23
insiste nel differenziarla dall’astuzia machiavellica, o ‘ragion di stato’, con
un gioco abile e sottile di contrapposizioni e distinzioni. Mentre la pruden-
za si configura come strumento dell’unità organica, l’astuzia e la ragion di
stato non sono che le tecniche volte all’affermazione dell’individualità
egoistica, e in quanto tali votate al fallimento, come è ampiamente dimo-
strato dalla tragica fine di Cesare Borgia, «scolaro dell’empio Machiavel-
lo», e dei vari Neroni ed Ezzelini, i cui successi si sono rivelati apparenti
ed effimeri: «e se ben si usano molte astuzie per bassar il popolo, io dico
che al fine rovinano costoro»; o dall’amara vita dei tiranni, turbata da
continui sospetti e timori, resa inquieta dalla consapevolezza di non essere
amati, «il che è morte e non vita a chi regge»22.
Politico savio è colui che, avendo di mira la compattezza e il benessere
dell’insieme, è in grado di promuovere i legami opportuni a tre diversi
livelli. Innanzitutto, quello degli animi, grazie all’impulso dato alle lettere
e alle scienze, e soprattutto alla predicazione della religione ottima, che in
tale contesto si pone come il vincolo fra le membra e l’anima che vivifica
internamente l’organismo. In secondo luogo, il livello dei corpi, e a questo
proposito Campanella da un lato avverte la necessità di una riforma milita-
re – e considerando con interesse i serragli turchi propone l’istituzione di
analoghi ‘seminari’ nei quali vengano allevati e addestrati alle armi, non
conoscendo altro padre all’infuori del re, i figli dei poveri e i ‘bastardelli’;
dall’altro, insiste sull’opportunità di incrementare con ogni mezzo i matri-
moni, favorendo le unioni dei popoli di diversa costituzione e temperamen-
to, e degli Spagnoli con le altre genti, in modo da «spagnolizzare le nazioni
e insertare le semenze, come si fanno gli alberi», e al tempo stesso per
temperare i vizi del sangue spagnolo, «il quale è odioso a quasi tutte le
nazioni, perché è umile assai nel servire e altiero nel dominare, e vantatore,
e astuto in cose minute e non in grandi»23. Il terzo livello è quello dei beni
di fortuna, e in questo caso si tratterà di incrementare, all’interno, il benes-
sere economico dei popoli e, all’esterno, le mercanzie, i traffici e soprattut-
to la navigazione, autentica linfa vitale che consente di tenere avvinti paesi
lontani e di connettere le membra separate dell’impero.
È alla luce di questi princìpi che non vengono risparmiate critiche anche
molto dure al malgoverno spagnolo. Uno dei suoi mali peggiori e meno
conosciuti è quello della pessima amministrazione della giustizia, soprat-

22
Ivi, p. 42.
23
Ivi, pp. 218-220.
24 Germana Ernst

tutto da parte dei magistrati di grado inferiore, i quali «sogliono aggrandire


i delitti per farsi grandi appresso al signore», e non esitano a condannare
degli innocenti, perché pronunciano le loro sentenze non secondo la legge, ma
secondo i suggerimenti della ragion di stato e delle personali cupidigie e
ambizioni. Nocivi, per la maggior parte, anche i baroni: oziosi, parassitari,
in numero eccessivo, si abbandonano a un lusso sfrenato, e per poterlo
mantenere «rubbano per mille maniere», spopolano le loro terre e «rovinano
i popoli donde viene al re ogni emolumento»24. In quanto ai denari, vale più
tesorizzare uomini che oro, e il più gran tesoro sono i sudditi numerosi e uniti
dall’amore reciproco. Risponde a verità il detto che l’oro del mondo nuovo
ha rovinato quello vecchio: ha infatti sfrenato l’avidità e interrotto l’amore
scambievole tra i popoli, rendendo più stridenti le disuguaglianze sociali
e i vizi che ne derivano. Gli uomini, dice qui Campanella e lo ripeterà nella
Città del Sole, «o son troppo ricchi, il che li fa insolenti, superbi e molli; o
troppo poveri, il che li fa insidiosi e ladri e assassini», a tutto scapito della
giustizia, perché se il povero litiga contro il ricco

non può trovar giustizia, onde si fa fuoruscito, o more in carcere, e il ricco


deprime chi gli piace, perché il giudice da lui pende, e per favore si fanno i
giudici, e per danari per lo più25.

Entro il quadro del rapporto fra natura e politica, si colloca la più famosa
delle opere campanelliane, quella Città del Sole che vide per la prima volta
la luce a Francoforte nel 1623, in traduzione latina e come appendice alla
Politica. Ma il ‘dialogo poetico’ fra l’Ospitaliere e il nocchiero di Colom-
bo era stato composto, in italiano, più di vent’anni prima, all’inizio del
1602, quando all’angoscia dei primissimi tempi della carcerazione in Cam-
panella subentra una rinnovata fiducia, originata dalla soddisfazione di
avere superato la prova estrema della tortura che, con la ratifica giuridica
della pazzia, gli garantiva la vita. Richiamandosi a testi profetici e astrolo-
gici, decifrando l’infittirsi di segni naturali, quali terremoti, comete, allu-
vioni, visioni nell’aria, Campanella era persuaso che al volgere del secolo
si sarebbero verificate grandi mutazioni di stati, soprattutto nel regno di
Napoli e in Calabria. Di qui l’esortazione a stare pronti e armati, per
sottrarsi alla tirannide del re di Spagna e instaurare la repubblica, grazie
anche all’appoggio di numerosi signori laici ed ecclesiastici, dei fuorusciti

24
Ivi, pp. 116, 120.
25
Ivi, pp. 160, 174.
Campanella politico 25
e della flotta turca, mentre Campanella – che nel processo veniva detto
‘famosissimo literato’, ‘lo prima uomo del mondo, legislatore e messia’,
capace di disporre ‘l’animi dell’omini come voleva con ragioni naturali
e… tutte le genti lo seguitavano’ – avrebbe promulgata ‘nuova legge e
ridotto ogni uomo a libertà naturale’26.
Tobia Adami, colpito dalla luce dell’operetta, la presenta come una
pietra preziosa (instar gemmae delectationis), suggerendo che la chiave di
lettura più persuasiva e più semplice del trattatello utopistico è il rinvio alla
natura, intesa come espressione e manifestazione dell’intrinseca arte divina.
Una delle condizioni della felicità della repubblica consiste nell’ade-
guazione fra ruoli sociali e propensioni naturali: quando tale corrisponden-
za viene alterata o distorta, ogni cosa risulta turbata, perché regnano la
fortuna e il caso, anziché la ragione. Ma l’imitazione del modello naturale
nella maggior parte dei casi è scorretta e deviante e si viene a infrangere
la corrispondenza fra virtù e ruoli. In tale situazione domina la scissione
fra l’essere e l’apparire, e nella commedia sociale le parti sono distribuite
in modo dissennato. Prevalgono così i re falsi, come Nerone, che «fu re per
sorte in apparenza», mentre vengono perseguitati e messi a morte i sapienti
come Socrate, re «per natura in veritate» 27. I Solari, che si sono sottratti
alla violenza e all’irrazionalità di un regime tirannico, intendono rifiutare
la follia dominante, per ristabilire un corretto nesso fra società e natura:
tale scelta consentirà di evitare le distorsioni e i mali che derivano dal
prevalere del caso sulla ragione, dell’apparenza sulla verità: «Essi confes-
sano che nel mondo ci sia gran corruttela, e che gli uomini si reggono
follemente e non con ragione; e che i buoni pateno e i tristi reggono»28.
La città sarà tanto più felice e prospera quanto più costituirà un ‘corpo
di repubblica’, in cui le singole membra, diversificate per funzioni, risul-
tino tutte di pari dignità in quanto coordinate al benessere comune. Ricor-
do qui solo alcuni aspetti dell’operetta, che mettono bene in evidenza in
quali direzioni operi il rinvio alla natura all’interno della società ideale.
Riguardo al lavoro, in diretta e decisa polemica con Aristotele, che esclu-
deva dal novero di cittadini di pieno diritto gli artigiani, i contadini e
quanti esercitano lavori manuali, per i Solari nessuna attività è vile o bassa

26
L. Amabile, Fra Tommaso Campanella, la sua congiura, i suoi processi e la sua
pazzia, Napoli 1882, III, pp. 130-31, 141.
27
Poesie, cit., p. 71.
28
La Città del Sole, a cura di L. Firpo, nuova ed. a cura di G. Ernst e L. Salvetti Firpo,
Laterza, Roma-Bari 1997, p. 52.
26 Germana Ernst

– anzi, sono più lodate quelle che richiedono maggior fatica, come quelle
del fabbro e del muratore. Tutti devono conoscere ogni mestiere e poi
ognuno pratica quello per cui mostra una più spiccata propensione natura-
le. Essi considerano spregevole solo l’ozio, venendo così a privilegiare la
dignità del lavoro e a ribaltare un assurdo concetto di nobiltà, collegato
all’inattività e al vizio: «quello è tenuto di più gran nobiltà, che più arti
impara, e meglio le fa. Onde si ridono di noi che l’artefici appellamo
ignobili, e diciamo nobili quelli, che null’arte imparano e stanno oziosi e
tengono in ozio e lascivia tanti servitori con roina della republica»29. Gra-
zie all’equa suddivisione del lavoro, è sufficiente che ognuno lavori quat-
tro ore al giorno: ma è fondamentale che lavorino tutti, perché l’ozio degli
uni si ripercuoterebbe sullo sfruttamento e la fatica degli altri, secondo
l’osservazione più risentita di tutto il dialogo, in cui la realtà esterna fa una
violenta irruzione, con il suo carico di ingiustizia e di sofferenza, nell’at-
mosfera serena della città solare: «... in Napoli son da trecentomila anime,
e non faticano cinquantamila, e questi patiscono fatica assai e si struggono,
e l’oziosi si perdono anche per l’ozio, avarizia, lascivia e usura, e molta
gente guastano, tenendoli in servitù e povertà»30.
Quanto ai beni e alla proprietà, essi non posseggono nulla, ma tutto è
comune, dai pasti alle abitazioni, dall’apprendimento delle scienze all’e-
sercizio delle attività, dagli onori ai divertimenti, dalle donne ai figli, in
quanto, secondo Campanella, il possesso, e in particolare quello legato alla
famiglia, non fa che rafforzare l’amor proprio a scapito dell’amore comu-
ne, con tutte le funeste conseguenze che ciò comporta.
Per quanto poi riguarda il sapere, la sua importanza e la diversità da
come viene usualmente concepito sono raffigurate nel modo più icastico
da quello che è uno degli aspetti più spettacolari e immaginosi della Città
del sole: le mura dipinte. I gironi non sono solo cerchi per racchiudere e
proteggere la città, ma anche le quinte di uno straordinario teatro. Le pareti
dei loggiati dei palazzi accorpati alle mura sono «istoriate» con le imma-
gini di tutte le arti e le scienze: l’intero scibile è rappresentato visivamente,
a comporre una straordinaria enciclopedia, per facilitarne l’apprendimento
secondo le leggi dell’arte della memoria, che insisteva proprio sulla forza
evocativa ed emotiva delle immagini.
Oltre ai grandi temi della Città del sole – la comunità dei beni e quella

29
Ivi, p. 13.
30
Ivi, pp. 23-24.
Campanella politico 27
delle donne in vista della generazione, la religione naturale – anche altri
aspetti minori e minimi sottolineano il contrasto fra artificio e naturalità.
Un esempio abbastanza curioso è offerto dalla questione del trucco e dei
trucchi femminili. I Solari detestano e puniscono severamente l’uso di
belletti e di calzature dalle suole troppo alte, al punto che «è pena della vita
imbellettarsi la faccia o portare pianelle o vesti con le code per coprir i
piedi di legno»31. Questa intransigenza non è solo il riflesso di un atteggia-
mento tradizionalmente moralistico e misogino. In verità, le donne hanno
un ruolo importante nella città solare: liberate dal peso della cura e dell’e-
ducazione individuale dei figli, esse esercitano le stesse attività degli uo-
mini, evitando solo quelle che richiedono maggior fatica, apprendono le
scienze speculative e possono dedicarsi alle arti, come la pittura e la mu-
sica. Campanella non le esclude neppure dall’esercizio delle armi: ricor-
dando gli esempi delle antiche Amazzoni e delle moderne guerriere a
difesa del favoloso impero africano del Monopotapa, respinge le critiche
di Aristotele e dell’amico telesiano Iacopo di Gaeta32, che ritenevano
l’esercizio delle armi innaturale e non compatibile con il ruolo naturale di
madri. Ma la bellezza delle donne Solari coincide soprattutto con la «ga-
gliardia e vivezza e grandezza», e cioè con la forza e la salute conseguite
grazie a un appropriato esercizio. Ciò è in perfetta antitesi con l’aspetto e
le abitudini delle donne dell’alta società napoletana che Campanella rievo-
ca come apparizioni che suscitano una sorta di sbigottimento: con il viso
cosparso di sostanze e unguenti tossici, esse devono far ricorso a colori
artificiosi per mascherare il pallore cadaverico generato da una vita oziosa
e malsana; inoltre indossano scarpe dalle suole così pesanti e così ridicol-
mente alte, che per muoversi devono essere sorrette, come se fossero pa-
ralitiche, da servi e ancelle33. Tutto ciò risulta di grave danno per la loro
stessa salute e per quella della prole: di qui l’ammirazione per la bellezza
semplice e austera delle donne calabresi e di quelle fiamminghe, dedite al
lavoro e a una vita sana.

31
Ivi, p. 23.
32
Iacopo di Gaeta, autore della rarissima operetta Ragionamento chiamato l’Academico,
overo Della bellezza, Napoli 1591, di cui esiste ora un’edizione moderna a cura di A.
Cerbo, Napoli 1996.
33
Cfr. l’Oeconomica, 3, 4, 8 (in Philosophia realis epilogistica, Francofurti 1623, rist.
anast. in Opera latina, a cura di L. Firpo, Torino 1975, vol. II, p. 1062) e i Medicinalium
libri VII, Lugduni 1635, pp. 63-64, dove Campanella ha dure parole di condanna per i
belletti delle donne e il loro abbigliamento scomodo e ridicolo.
28 Germana Ernst

4. GLI SCRITTI FRANCESI E IL DECLINO DELLA SPAGNA

La riflessione politica di Campanella accompagna tutto il suo itinerario


intellettuale, riproponendo nuclei e temi che permangono, ma introducen-
do anche varianti, la più vistosa delle quali è l’abbandono delle posizioni
filo-ispaniche per accostarsi a quelle francesi. Al cadere del 1632 a Roma
egli scrive un vivace Dialogo a tre voci, in cui alle posizioni contrapposte
dello ‘Spagnolo’ e del ‘Francese’ si aggiunge quella distaccata e razionale
del Veneziano, portavoce dell’autore34, ed è assai probabile che sulla scelta
della forma di un dialogo a tre voci abbia influito il Dialogo galileiano,
letto nell’estate precedente con entusiasmo per la brillante riuscita di una
‘commedia filosofica’, in cui ogni personaggio rivestiva il suo ruolo in
modo ammirevole35.
Il Dialogo campanelliano prende le mosse da riferimenti naturalistici.
Lo spagnolo sostiene che il regno francese, già vecchio di 800 anni, «non
può ritornar giovane» e qualsiasi «sforzo per ringiovanire non dura»: com-
piuto il suo ciclo, esso è giunto «al secco del suo nascimento», ed è proprio
per questo che patisce le pene della discordia all’interno della famiglia
reale stessa, dal momento che «d’un vecchio corpo mala coerenza fanno
le vecchie membra, discordando l’umori e si secca il sangue»; inoltre,
difficilmente potrà risanarsi: solo un organismo giovane infatti può agevol-
mente recuperare quando «patisce qualche piaga violenta, qual è la guerra,
o infermità interna, qual è la sedizione». A queste argomentazioni il fran-
cese replica ricorrendo a un’altra immagine naturalistica: con il passaggio
dalla casa di Valois a quella dei Borboni, il regno di Francia ricomincia
«sotto nuovi auspicii» e inizia un nuovo ciclo della propria storia, come
quando «in un tronco di vecchia pianta insertamo un ramuscolo di novella
e giovane albore, e fa nuova età e crescimento, e frutto assai»36.
Garantita in via preliminare la possibilità per la monarchia francese di
giocare un ruolo di primo piano nella politica europea, si tratterà di con-
frontare le situazioni di Spagna e di Francia, per valutare quale delle due
potenze rivali possa ragionevolmente aspirare al primato: nel corso del

34
Dialogo politico tra un Veneziano, Spagnuolo e Francese, in L. Amabile, Fra Tom-
maso Campanella nei castelli di Napoli, in Roma e in Parigi, Napoli 1887, vol. II, doc.
244, pp. 185-214, e ora, in una versione più corretta, in Tommaso Campanella, pp. 955-
993.
35
Cfr. Lettere, p. 240.
36
Dialogo politico, in Tommaso Campanella, pp. 955-57.
Campanella politico 29
dialogo il veneziano dimostrerà che la Francia, nonostante le difficoltà e
i dissidi, sta percorrendo una fase ascendente, mentre la Spagna mostra
tutti i sintomi della crisi e del declino. Con queste posizioni, Campanella
annuncia tematiche che risulteranno centrali negli anni successivi e rivela
con chiarezza, e non senza rischi, che sono ormai lontani gli anni in cui
individuava nel sovrano spagnolo il «mistico Ciro», investito dalla provvi-
denza divina della missione di riedificare la nuova Gerusalemme e congre-
gare le genti in un unico ovile.
Il motivo centrale dell’opera è la difesa della figura e delle azioni di
Richelieu contro le accuse che gli muovevano la regina madre, Maria de’
Medici, e Gaston d’Orléans, fratello minore del re ed erede presuntivo al
trono, i quali, proprio a causa della vivissima ostilità nei confronti del
crescente potere del Cardinale, si erano messi alla testa di una politica di
opposizione e di conflitto contro il sovrano. Deplorando questa pericolosa
discordia che, dilaniando la stessa famiglia regnante, rischia di indebolire
e paralizzare le energie dell’intera nazione, Campanella mostra come le
iniziative di Richelieu siano tutte volte non all’acquisizione di un egoistico
potere personale, bensì al rafforzamento dello stato contro le forze che
attentano alla sua unità e alla costituzione di un sempre più compatto
‘corpo di repubblica’.
Il primo dicembre del 1634 Campanella giunge a Parigi, ricevendo
subito «continue carezze, benefici, offici amorevoli e visite di gran signori
e letterati»37 e il 9 febbraio successivo è ricevuto dal re, che, abbraccian-
dolo due volte e dandogli il benvenuto in terra di Francia, manifesta
allegrezza per l’incontro e commozione per le sventure dell’esule. Campa-
nella, da parte sua, non manca di ricambiare la benevola accoglienza e
assistiamo così, nel corso del biennio 1635-36, a una vivace ripresa della
riflessione politica, con una rigogliosa fioritura di scritti, di opuscoli, di
memoriali che, diversificati per dimensioni, scelte stilistiche, efficacia
persuasiva, risultano accomunati da tematiche omogenee38. Al centro della
riflessione campanelliana troviamo l’analisi comparata delle condizioni

37
Lettere, p. 261.
38
Fra gli scritti del biennio 1635-36 ricordiamo gli Aforismi politici per le presenti
necessità di Francia (in Amabile, Castelli, vol. II, doc. 344, pp. 291-29, e ora in Tommaso
Campanella, pp. 999-1007), rielaborati e tradotti in latino nelle Consultationes aphoristi-
cae, i Documenta ad Gallorum nationem (entrambi in Opuscoli inediti, a cura di L. Firpo,
Firenze 1951, pp. 57-120), e altri testi già ricordati, come la Monarchia di Francia, le
Orationes politicae, i memoriali del 1636.
30 Germana Ernst

delle due grandi potenze europee, dalla quale deriva l’accertamento che la
Francia si trova in una fase ascensionale di «fortuna crescente», mentre la
Spagna sta percorrendo la parabola discendente di un inarrestabile declino:
di qui l’esortazione rivolta alla prima ad assumere con coraggio e senza
esitazioni le iniziative idonee ad accelerare il crollo di una potenza che non
è più in grado di occultare la propria fragilità e inadeguatezza.
Le pagine più interessanti e più acute sono quelle dedicate all’indagine
disincantata delle ragioni e dei sintomi del declino della Spagna. Costitui-
tosi in tempi sorprendentemente rapidi, e grazie a circostanze esterne favo-
revoli, l’impero spagnolo si configura poi come un organismo mostruoso,
un gigantesco serpente a tre teste (quella dell’essenza, che è l’impero;
quella dell’esistenza, che è la Spagna e quella del valore, che è l’Italia), il
cui corpo è composto da paesi disuniti e lontani, tenuti insieme da vincoli
irrinunciabili, ma che si stanno allentando, come la navigazione, la cui
sicurezza è sempre più insidiata dalle fortissime flotte olandesi, e da punti
strategici di importanza vitale, come Genova e la Valtellina, la cui emanci-
pazione dalla soggezione spagnola sarebbe fatale per l’intero organismo.
Ma sono soprattutto due i punti che più drammaticamente denunciano
il fatale declino della Spagna: essa non ha saputo né spagnolizzare né
tesorizzare. Se i Romani erano maestri nel romanizzare, cioè nell’aggrega-
re via via le popolazioni rendendole partecipi dell’impero, in modo che
quanto più questo si ampliava territorialmente, tanto più si accresceva di
cittadini, gli Spagnoli per la loro immensa superbia disdegnano qualsiasi
integrazione con le altre popolazioni e mentre crescono d’imperio «man-
cano di cittadini e di forze». Essi non hanno saputo adottare quella politica
di matrimoni misti suggerita nella Monarchia di Spagna e ne è conseguita
un’allarmante contrazione demografica. A causa delle continue perdite di
soldati in guerra e della sterilità delle donne, gli Spagnoli, da otto milioni
che erano, sono ormai ridotti alla metà, e «come le zucche e le biade
mandan fuori tutta lor sostanza, lo succo e lo spirito senza far radici, ….
così Spagna tutto il suo potere e il sangue ha diffuso fuor di sé, ed è
rimasta senza abitatori e senza valore, sol col clero, frati, preti, monache
e puttane»39.
A causa della scarsezza degli abitanti sono poi costretti, ed è una con-
seguenza gravissima, a spopolare i paesi dove arrivano, «talché non ci son
più abitatori naturali nella Cuba, nella Spagnola, né in America australe,

39
Monarchia di Francia, cit., p. 462.
Campanella politico 31
e si dichiarano destruttori del genere umano, e si fanno odiosissimi»40.
Eletti dall’occulta provvidenza divina per evangelizzare il mondo intero,
gli Spagnoli hanno tradito la propria missione per trasformarsi in carnefici
e strumenti dell’ira divina: incapaci di governare le nazioni con leggi
adeguate alla loro natura peculiare, «le spopulano e struggeno, in modo
che dove essi sono intrati, han desertato la terra ... e son abominati da ogni
nazione per la crudeltà e per la superbia immensa». Essi «struggon le
nazioni che non ponno accomodar a loro costume, come fecero del Mondo
novo per essi desolato» e non lasciano dietro di loro che distruzione e
morte: «Andate dagli Americani e in quelle terre così sterminate non trove-
rete più esseri viventi, ma soltanto ossa e ceneri, e la terra ingrassata dal
sangue dei suoi abitanti»41.
Il secondo punto che più gravemente condanna la politica di Spagna è
la sua incapacità di «tesorizzare» e la sua rovinosa politica economica.
Essa in verità ha entrate enormi, ma spende sempre di più di quanto riceva:
spreca infinito denaro distribuendolo «a buffoni, a femine, a piazze morte,
a religiosi e gente traditoresca» e poi non le restano i soldi per pagare i
soldati. L’oro che viene dalle colonie non riesce a pernottare in Spagna e
l’afflusso di ricchezze ha contribuito all’abbandono dell’agricoltura e dei
mestieri, attività già gravemente compromesse in seguito alla cacciata dei
Mori e degli Ebrei, sicché tutti preferiscono, anziché lavorare, darsi «a
negoziare sul danaro e a servire a uomini ricchi» 42. La moneta di pregio
passa tutta in Francia, per acquistare generi alimentari e di prima necessità,
o per corrompere i politici, e mentre la nazione rivale abbonda di popola-
zione, di denaro, di beni di ogni genere, la Spagna offre al visitatore uno
spettacolo sempre più miserabile: gli uomini sono costretti ad arruolarsi,
per avere qualcosa da mangiare e un paio di scarpe da mettersi ai piedi (e
solo i più fortunati hanno anche i lacci per legarle) e «le abitazioni sono
poche, o deserte, o distrutte, e anche se gli abitanti sono pochissimi, non
hanno di che mangiare, e talvolta giungono ad uccidersi, accecati dalla
fame, per rubarsi l’un l’altro un pezzo di pane»43.
Le ripercussioni più drammatiche di questa dissennata politica econo-
mica si possono constatare proprio nel meridione d’Italia, di cui Campa-
nella fornisce a più riprese una visione desolante. Già in parecchi punti

40
Ivi, p. 450.
41
Ivi, pp. 394, 458; Documenta, cit., p. 95.
42
Ivi, p. 446; Monarchia di Spagna, cit., p. 160.
43
Documenta, cit., pp. 91-92.
32 Germana Ernst

della Monarchia di Spagna egli non aveva risparmiato critiche severe al


malgoverno spagnolo e nel primo degli Arbitri sopra l’aumento delle en-
trate del regno aveva esortato il sovrano ad assumere la naturale funzione
di padre e pastore del suo popolo, recidendo alle radici la più odiosa delle
speculazioni, quella sul commercio del grano, che porta i cittadini alla
fame e alla disperazione, stroncando l’azione di mercanti e usurai che ne
fanno incetta per poi rivenderlo al triplo, e quando «non trovano tanto
guadagno quanto la loro ingordigia brama» preferiscono conservarlo fino
a farlo marcire:
e poi lo vendono puzzolente o mischiato con altro grano, e fanno venire, oltre la
fame, pure la pestilenza; tantoché si spopola il paese, ché altri fuggono fuor del
Regno, altri si fanno ladri e banditi per mangiare solo, altri si crepano con quel
cibo nefando e di erbe ammaliate ed oppressi da usura, fame, peste e guai, e molti
non pigliano moglie per non patire queste miserie i loro figli, e le femmine
diventano puttane per un pezzo di pane44.

Nel nono capitolo dei Documenta viene delineato un quadro impressionan-


te del regno napoletano: i sudditi francesi, che si lamentano dei continui
tributi, utilizzati per accrescere la forza e la gloria della nazione, dovrebbe-
ro considerare quel che succede nell’infelice regno di Napoli e della Sici-
lia, dove «il giusto e il lecito è quanto stabiliscono l’avidità e la superbia
spagnola». Qui si pagano più tasse di quanti beni si posseggano; qui ognu-
no, anche poverissimo, senza casa, senza campo, che vive del proprio
lavoro, paga venti ducati solo «per poter portare la propria testa sopra il
collo». Qui ogni mese aumentano le tasse indiscriminatamente su ogni
bene, sia naturale che manufatto, sia comprato che venduto, e chi guada-
gna quindici carlini per cavare con grande fatica il filo di seta dai bozzoli,
ne deve versare undici al fisco. Qui si paga per i beni reali e per quelli
immaginari, e in Puglia il re compra le terre ai contadini per venderle ai
pastori e quindi rivenderle ai contadini a un prezzo molto maggiore, in
quanto concimate dalle pecore. Non si trova ormai quasi più nessuno che
sia proprietario della sua casa o del suo campo:
Pertanto gli infelici sono costretti a coltivare i campi altrui per poter mangiare e
pagare il tributo personale; e se ciò non basta, sono costretti a emigrare in altre
regioni o ad arruolarsi come soldati, abbandonando le mogli e i figli, e non

44
Arbitrii tre sopra l’aumento delle entrate del regno di Napoli, in Discorsi ai principi
d’Italia, pp. 168-69.
Campanella politico 33
ricevono mai la paga promessa e muoiono disperati. E se qualcuno ha qualcosa
da ridire, viene subito condannato a morte come reo di lesa maestà45.

Se Campanella ha buon gioco nel mostrare la natura tutta politica dell’ap-


pello alla religione da parte degli Spagnoli, che si autoproclamano deposi-
tari esclusivi della fede per giustificare ogni misfatto con la religione, in
nome della quale hanno spopolato, occupato, ucciso e trattato i popoli
«canescamente», non si stanca però di ripetere che nessun corpo politico
potrebbe sussistere un solo giorno senza il vincolo e l’anima della religio-
ne, sottolineando con forza come il meccanismo stesso del «dominio»
risulti intrinsecamente collegato alla religione: «Dunque il dominio sta
nella voluntà di popoli, ligati tra loro e col principe col vincolo della
religione»46.
Campanella è convinto che i principi italiani, compresi quelli che osten-
tano sottomissione o amicizia alla potenza spagnola, in cuor loro la odiano,
anche se non osano confessarlo apertamente, perché ne hanno paura. I
Francesi pertanto, rassicurandoli, devono far capire loro che essi non si
pongono come nuovi dominatori, desiderosi solo di subentrare ai vecchi,
bensì come liberatori da una dominazione tirannica. Campanella assume su
di sé il ruolo di eloquente ambasciatore presso i potentati del proprio
paese, per convincerli ad abbandonare la soggezione a Spagna, dettata da
paura o dal calcolo di presunti vantaggi, mostrando come in verità essi non
abbiano nulla da guadagnare da tale situazione, ma contribuiscano soltanto
a render più forte la potenza che finirà per divorarli. La palinodia rispetto
ai giovanili Discorsi ai Principi d’Italia non potrebbe essere più radicale.
Determinato a risvegliare i principi italiani da una sorta di incantesimo,
in virtù del quale danno denari e soldati per rafforzare una potenza che li
divorerà, comportandosi così come «s’un caprone donasse sussidio al lupo,
quando dentro la sua mandria entra a predare»47 o come chi dona soldi al
boia che lo impiccherà, Campanella li sprona ad acquistare la consapevo-
lezza della propria forza, a emanciparsi dalla tirannia di una potenza in
declino e ormai esausta. Per dissolvere la fascinazione ipnotica del potere,
è necessario che un «sagace filosofo» smascheri gli inganni e riveli tutta
l’intrinseca fragilità di una potenza in declino. L’esule Campanella, nono-
stante le delusioni, la stanchezza degli anni, le amarezze patite, assume su

45
Documenta, cit., p. 94.
46
Monarchia di Francia, cit., pp. 502, 484.
47
Al Duca di Savoia, in Tommaso Campanella, p. 1021.
34 Germana Ernst

di sé con energia questo ruolo, per esortare i Francesi a farsi carico della
responsabilità di porsi come «liberatores orbis» e incitare i principi italiani
a recuperare con la libertà la perduta dignità – anche se egli sa bene che
questi valori richiedono impegno, coraggio e sacrificio, come si può con-
statare dallo sconcertante comportamento di taluni galeotti, che, scaduto il
periodo della pena, preferiscono vivere e morire come schiavi, perché
«non conoscono il ben della libertà, e si rivendon più volte alla galera, fin
che muoiono»48.

5. POLITICI E PROFETI

Il politico «machiavellista» è una delle figure più ricorrenti nelle opere di


Campanella, ai cui occhi non incarna soltanto una specifica dottrina politi-
ca, bensì anche un’etica e una visione del mondo. Secondo il ritratto deli-
neato nel primo capitolo dell’Ateismo trionfato, per il politico la religione
non è basata sulla natura, ma è un’utile arte, inventata dagli astuti e dai
politici; Dio non esiste, e anche se esiste non si cura delle cose del mondo,
e poiché non esiste neppure una vita futura, ognuno ha il diritto di esaltare
se stesso con ogni mezzo, lecito o illecito, come avviene negli animali, che
i lupi divorano gli agnelli e le aquile le colombe innocenti, e Dio consente
a ciascuno di agire secondo le proprie propensioni e la propria volontà49.
In questa visione del mondo il potere occupa un posto non solamente
centrale, ma assoluto: esso è visto come l’unico movente delle azioni
umane, che tendono a conseguirlo come il solo bene e il solo fine, e la
morale e la religione vengono assorbite e hanno un senso all’interno di tale
contesto.
Nella prima Questione etica, sul Sommo Bene, oltre alle grandi tradi-
zioni del passato – quella aristotelica, quella epicurea e quella stoica –
viene annoverata anche la nuova etica dei politici, che occupa il secondo
posto, subito dopo quella degli antichi Romani, che identificavano il som-
mo bene con l’onore e la gloria. Secondo i nuovi politici, il sommo bene
risiede nel dominio e nella potenza. Essi affermano che
tutte le operazioni dell’uomo sono indirizzate al regno, e non c’è nulla che egli
non sia disposto a fare per il potere, per cui ogni principe viola la religione e la

48
A Genua, ivi, p. 1015.
49
Atheismus triumphatus, Parisiis, apud T. Dubray, 1636, cap. I, p. 3.
Campanella politico 35
morale per ragion di stato, dal momento che il potere ricompensa tutti i mali e le
perdite, compresi quelli della virtù e della fama. Quando infatti ascende al regno,
anche se con la frode e la violenza, diventa subito famoso e glorioso, e viene
elogiato, e non è chiamato violatore della giustizia e della virtù, ma coraggioso e
magnanimo per aver osato tanto50.

In questa prospettiva la religione non solo viene trasgredita e violata di


fatto, ma è ritenuta un’invenzione tutta umana in funzione e al servizio del
potere, in modo che «i popoli, con la speranza di regnare in cielo dopo la
morte, consentano ai re di regnare sulla terra». I politici sostengono che il
potere sia da perseguire come il bene supremo, e risulti pertanto del tutto
conforme a natura. Quello che l’uomo desidera è naturale, e ogni uomo
desidera dominare; gli eroi più celebrati, da Alessandro a Cesare a Ciro ad
Annibale, hanno collocato il sommo bene nel dominio:

Il re dei Turchi ammazza tutti i suoi fratelli, per rendere sicuro il suo imperio; il
re della Cina li esilia e in ogni popolo si vede che il potere è il bene supremo e
che i più potenti sono degni di esso, per qualunque via ci siano pervenuti. Quante
oscure trame non si ordiscono per ascendere al papato e al cardinalato? Nessun
diritto, nessuna giustizia dove è questione di ragion di stato, come si dice volgar-
mente. Ma il diritto è nella potenza e nelle armi51.

Per replicare a queste posizioni, Campanella precisa in via preliminare in


che senso siano da distinguere dominium e regnum. Come afferma con
molta chiarezza fin dall’esordio di un testo fondamentale come la Monar-
chia del Messia, solo Dio è signore «vero e assoluto»: egli è «signore
d’ogni cosa e degli huomini, perché gli ha creati, e dato loro l’essere, e
l’anima, e il corpo», e in quanto creatore di ogni cosa può agire su di esse
e sulla loro sostanza «come piace a lui». Ne consegue che nessun uomo
può esercitare una signoria dello stesso genere su alcuna cosa, neppure su
se stesso, e tanto meno sugli altri uomini, «perché non può a suo modo e
capriccio di alcuni servirsi, se non con quella regola che ha posto il crea-
tore». L’uomo non può fare tutto quello che vuole e come vuole, ma solo
quelle cose che sono concesse dalla legge – eterna, naturale o scritta. Se
l’uomo non è signore in modo assoluto di nulla (e Campanella giunge ad
affermare che «pur doppo mangiata la cosa e fatta nostra sostanza, è di

50
Quaestiones morales, in Philosophia realis, Parisiis, ex typ. D. Houssaye, 1637, p. 3.
51
Quaestiones politicae, ivi, pp. 76-77.
36 Germana Ernst

Dio, e per Dio, et in Dio»), a maggior ragione nessuno «può esser signore
degli uomini per sé assoluto, che possa togliere loro la roba e la vita
quando e come piace a lui»52. Anche il sovrano pertanto non sarà signore
simpliciter, come Dio, ma participative et secundum quid, vale a dire a
determinate condizioni ed entro determinati limiti.
L’uomo è preposto agli altri uomini per regnare e non per dominare. La
differenza è stabilita da due elementi: la legge (che «è il consenso della
ragione commune di tutti, scritto e promulgato per il bene commune e
conformato alla ragione eterna») e il bene comune: il sovrano è eletto da
altri uomini per il bene della comunità, non per se stesso. Coloro che
invertono questo rapporto e usurpano il dominio non sono re, ma lupi e
tiranni. I machiavellisti, rifiutando di porsi all’interno dell’orizzonte della
totalità divina, e inglobando la religione, degradata a semplice pedina del
gioco politico, nella sfera limitata e tutta umana del potere, si pongono
come sostenitori di un potere senza giustizia e si fanno un vanto di rescin-
dere i vincoli fra legge umana e naturale e legge divina.
Campanella sa bene che le pratiche di dominio di cui parla Machiavelli
non le ha certo inventate lui, e che sono ampiamente rintracciabili nelle
storie antiche e fin troppo diffuse in quelle moderne. Quello che rifiuta è
la pretesa di giustificarle con l’appello alla natura e nega risolutamente che
sia naturale il dominio dell’uomo sull’uomo, mentre lo è il giusto regimen
politico, esercitato per il bene dei sudditi e conformemente alla legge e al
diritto: chi invece vuole regnare per ricevere anziché per dare, è «vile,
infelice, bisognoso, meschino e servo»53.
Gli esempi derivati dal mondo animale per confermare la naturalità del
prevalere della pura forza sono poi del tutto scorretti. Se davvero il fonda-
mento naturale del dominio fosse la forza, allora per natura l’uomo sarebbe
servo del leone, del cavallo e dell’elefante, più forti di lui, mentre è vero
il contrario, e a Roma il carro di trionfo di Antonio era trainato da leoni.
Il comando dell’uomo si esercita correttamente solo se c’è consenso da
parte del sottoposto, e c’è consenso quando il sottoposto, dal fatto di
ubbidire, ricava un bene. Coloro che fondano il regno sulla potenza merite-
rebbero di vivere sotto il dominio di un leone o di un cavallo più potenti
di loro, come, a quanto narra lo storico Giovanni Magno, i Goti sottopose-
ro oltraggiosamente i Danesi all’imperio di un cane.

52
Monarchia del Messia, a cura di V. Frajese, Roma 1995, pp. 47-48.
53
Quaestiones politicae, cit., p. 83.
Campanella politico 37
Il vero fondamento naturale del dominio per Campanella non è la forza,
bensì la sapienza, che, intesa come ragione umana in accordo con il Senno
divino e il suo manifestarsi nella natura, è strettamente connessa con la
religione, e le due insieme sono al tempo stesso il vincolo più forte e il
principio vitale del corpo di repubblica: «La communità dell’animi la fa e
conserva la scienziata religione, la quale è anima della politica e diffesa
della legge naturale», dice l’aforisma n. 6, e il n. 58: «La republica ha per
anima la sapienza e la religione»54.
La sapienza così diventa anche il criterio per verificare la legittimità dei
ruoli nella società e stabilire quali siano in accordo e conformi a natura,
quali invece in contrasto, e quindi violenti. Di qui la vivace contrapposi-
zione tra re autentici, «per natura», e re spurii, «per fortuna» e per caso,
fra Nerone e Socrate. Come non si può dire pittore chi ha strumenti este-
riori come pennelli e colori e imbratta a caso mura e tele, ma invece chi
possiede l’arte della pittura, così non sono le sembianze e le insegne este-
riori, ma l’intrinseca sapienza umana e divina a segnalare il vero sacerdote
e il vero sovrano:

Né frate fan cocolle e capo raso.


Re non è dunque chi ha gran regno e parte,
ma chi tutto è Giesù, Pallade e Marte,
benché sia schiavo o figlio di bastaso55.

Nell’età giovanile la pungente contrapposizione fra re veri e re spurii si


traduce nella critica della società «rovesciata», nella quale dominano la
follia e il caso, e nella costruzione dell’«idea di repubblica» nella quale
governino la ragione e la natura; nell’età più matura il medesimo tema si
carica di accenti morali, ripresi dalla tradizione stoica, per contrapporre il
re al tiranno. Se è vero, come affermano gli Stoici, che solo la virtù è bene,
solo il vizio è male, e tutte le altre cose sono indifferenti – possono cioè
essere buone o cattive a seconda dell’uso che se ne fa, poiché è solo la
virtù a conferire bontà alla vita e alla morte, alla salute e alla malattia, alla
ricchezza o alla povertà – nessuno è più infelice del tiranno, che usando
male del potere, dopo una vita agitata da continui sospetti, ansie e paure,
finisce il più delle volte per perdere rovinosamente il regno e incorrere in
una morte repentina e vergognosa.

54
Aforismi politici, cit., pp. 91, 109.
55
Cfr. i sonetti 16 e 17, in Poesie, cit., pp. 71-73.
38 Germana Ernst

Se la vera servitù è quella del vizio e del peccato, come potranno dirsi
signori e liberi gli eroi machiavellici, dominati dalle loro sfrenate ambizio-
ni come da orribili mostri? Solo uno sguardo superficiale e volgare può
considerare il tiranno felice. In verità il suo animo, teatro della tragica
scissione tra essere e apparire, è straziato dal conflitto tra la parte recitata
sulla scena del mondo e la consapevolezza della propria indegnità, che è
la più dura delle punizioni, come Campanella afferma in un passo la cui
eloquenza retorica non ha nulla da invidiare a Giovanni Crisostomo al
quale si ispira:

Come potrà l’ingiusto amministrare la giustizia senza la più acre amarezza? o


invocare Dio, sapendo di essere il suo più grande nemico? o vietare i delitti, di
cui lui stesso si è macchiato? o richiedere onori dai sudditi, che sa essergli ostili?
Guardando dentro se stesso, egli vede la propria indegnità e sa di meritare le
punizioni più dure. Sa di non essere degno degli onori che gli vengono tributati
dai sudditi contro la loro volontà … sa di essere un cane vestito di porpora, non
un uomo. L’attore vestito dell’abito regale nella tragedia, che non ha indossato
quella veste per fare del male, è superiore al tiranno che indossa l’abito regale per
ingannare e portare alla rovina. E lui che sa bene tutto ciò, come potrà mai essere
felice?56

Per quanto poi riguarda i grandi condottieri del passato come Alessandro
o Cesare o Annibale o Ciro, che hanno fatto coincidere lo ius con la
potenza militare, Campanella si rifiuta di considerarli come modelli degni
di ammirazione, e a questi falsi eroi, accecati dall’ambizione e privi di
giustizia, contrappone i profeti e i filosofi, che hanno mandato in frantumi
le tirannidi grazie alla loro dottrina, santità e forza morale.

Il discorso sul profeta e il suo destino percorre tutto il pensiero di Campa-


nella, e la riflessione sul conflitto fra politici e profeti, e su tutte le implica-
zioni e le tensioni che esso comporta, è presente fin dai primi anni di
detenzione, quando egli scrive un trattato, da lui spesso ricordato, ma
andato perduto, che analizzava le ragioni profonde dell’inevitabilità di
questo scontro. Egli sa bene che i sapienti sono spesso vittime di persecu-
zioni, e talora vanno incontro alla morte, apparendo così degli sconfitti agli
occhi del mondo; ma tali sventure non sono frutto dei loro errori, o, peg-
gio, delle loro colpe, bensì il segno della verità di cui sono portatori: nati

56
Quaestiones politicae, cit., pp. 83-84.
Campanella politico 39
«ad illuminar la gente al miglior vivere», essi sono «odiati da chi governa
male»57 e vengono perseguitati e messi a morte dai principi tiranni, che
non tollerano gli scomodi testimoni della loro indegnità. Si tratta di una
tematica intrisa di echi autobiografici, sulla quale egli torna a riflettere per
spiegare agli altri, e a se stesso, la propria vicenda e la propria sconfitta,
e per comprenderne il senso profondo.
La persecuzione di profeti come Isaia, Geremia, Michea, Amos, ma
anche di filosofi come Anassagora e Socrate e Pitagora, Seneca e Lucano,
è opera dei machiavellisti, che irridono la profezia e tacciano di ribellione
i sapienti, perché giudicano ogni cosa dal loro punto di vista e proiettano
sugli altri quella che è la loro personale visione del mondo. Dominati
dall’esclusiva logica del potere, ritengono che ogni iniziativa umana sia
dettata da personali ambizioni di dominio e timorosi di perdere l’oggetto
delle loro brame diventano più oculati e sospettosi del più geloso degli
amanti: «Invero la gelosia del regno è più forte di quella che si prova per
una donna, che l’amante teme gli sia portata via fin da una mosca che
vola»58.
Ma la sconfitta dei profeti è solo apparente: per l’altezza del loro mes-
saggio, dopo morti essi rinascono a nuova, e più duratura, vita, mentre i
loro persecutori sono abominati da tutti, e per sempre. La morte dei sapien-
ti in difesa della ragione è il sigillo della loro virtù: oggi a Roma sono
Pietro e Paolo ad essere ancora vivi, e non Nerone, loro persecutore. E
ancora: «Socrate è lodatissimo e i suoi occisori biasimatissimi. E quello
diede legge con parole e vita e morte, e ognuno desidera esser quale egli
fu, e questi sono odiati, e nessuno vorrebbe essere qual essi furo» 59. Cam-
panella ritorna più volte su queste tematiche, soprattutto nelle Lettere:
significativo è un passo di un’epistola latina al papa e cardinali, in cui
disvela con sottigliezza la perversità del meccanismo per cui i profeti
vengono messi a morte da satrapi e farisei, timorosi di venire smascherati
e di perdere i propri vantaggi:

ed ora questi machiavellisti, secondo i quali la religione non è che un inganno per
regnare, giudicano le mie intenzioni dalle loro … e vanno dicendo che io ho detto
queste cose per impadronirmi del potere. Ma non è forse vero che tutti i profeti

57
Lettere, p. 23.
58
Prima delineatio defensionum, in L. Firpo, I processi di T. Campanella, nuova ed. a
cura di E. Canone, Salerno ed., Roma 1998, p. 163.
59
Epilogo magno, a cura di C. Ottaviano, Roma 1939, p. 567.
40 Germana Ernst

e i sapienti sono stati colpiti da queste stesse accuse …? I satrapi e i farisei,


adulatori dei principi grazie ai quali si ingrassano, vedendo che i loro inganni
vengono svelati dalla novità del secolo e dall’onestà dei costumi, che i sapienti
annunciano e persuadono, e vengono illuminate le tenebre nelle quali stanno ac-
quattati per fare del male, e che verrà a loro mancare il pane della menzogna e
dell’inganno, insorgono immediatamente. Ecco che insorgono contro Geremia... e
contro Isaia ed altri..., e insorsero contro gli apostoli, come se fossero pseudopro-
feti ingannatori, seduttori e avidi del regno, e Cristo sia la figura esemplare di
tutto ciò60.

Liberato dalle carceri di Napoli e trasferito a Roma, Campanella non fa


nulla per celare delusione e amarezza: non solo non trova alcuna compren-
sione o solidarietà per le sofferenze patite, e per i propri libri, a cui ha
dedicato ogni sua energia, ma, rinchiuso nelle carceri del Sant’Uffizio, si
trova a dover affrontare rinnovate ostilità e diffidenze. In un opuscolo del
1627, rintracciato di recente, egli torna a riflettere sulla propria vicenda
biografica e sullo scontro, drammatico, ma inevitabile, tra profeta e poli-
tico, per mostrare che non è possibile interpretare le sventure del filosofo
come la punizione di colpe o il segno dell’errore. Le ragioni del suo patire
affondano le radici in un terreno più profondo, vanno comprese entro un
orizzonte più ampio, e il conflitto viene inserito nel quadro generale del
disegno provvidenziale divino, definendosi sullo sfondo dell’inquietante
interrogativo che da sempre «torce ogn’ingegno»: la sofferenza dei buoni,
il trionfo dei malvagi. Il settimo capitolo delinea, ancora una volta, la
figura di coloro che, proprio come i demoni, hanno scelto il punto di vista
della parzialità e dell’interesse personale, e hanno preferito il «ben di sé
soli» e «non del tutto e del genere umano». Rinchiusi entro la particolarità,
essi vivono una condizione illusoria e di accecamento, che li rende sempre
più superbi, più sicuri di sé e più convinti della superiore giustezza delle
proprie posizioni e al politico machiavellista, portatore di una visione del
mondo che adotta il punto di vista della parzialità e dell’interesse persona-
le, si contrappone la figura del filosofo e del profeta, interpreti della totali-
tà e consapevoli del corretto rapporto della parte con il tutto.
Luoghi esemplari di queste subdole arti politiche sono le corti e la curia
stessa, puerili microcosmi dominati dallo sfrenato desiderio del consegui-
mento del proprio interesse, in cui trionfa l’adulazione e in cui si esercita,
da parte dei cortigiani, un impegno costante nel tenere lontani dal principe

60
Lettere, p. 67 (traduzione mia).
Campanella politico 41
chiunque possa svelare i loro intrighi e i loro inganni. Il principe viene così
privato dell’aiuto dei virtuosi ed è costretto a servirsi di questi bassi corti-
giani, di cui si traccia un ritratto sempre più preciso e feroce: il cortigiano
«imbratta de vizii la corte, il popolo e il regno», visto che le sue precipue
virtù consistono nel manifestare il proprio servilismo nei confronti del
signore, col «mostrarsi il primo a pigliar l’orinale al padrone, lagnarsi con
gridi e pianti quando dice che gli duole il piede o il dente, lusingarlo,
untarlo e gabarlo». Alla luce di questi meccanismi del potere e della corte,
disvelati in modo acuto e impietoso, risultano più che comprensibili le vere
ragioni per le quali chi denuncia o non condivide tali posizioni viene
perseguitato o messo a tacere da politici e cattivi consiglieri, che «imbria-
cano i prencipi di questo amore solo di se stessi, e li cecano in modo che
quando sentono che alcuno dice o fa cosa bona… vanno in ira implacabile
più che non va l’innamorato, quando gli è avvisato che altri ama o preten-
de il suo amato oggetto»61.
Per Campanella la dottrina dei politici è frutto di una visione del mondo
che capovolge il rapporto corretto fra la parte e il tutto, fra la totalità della
razionalità divina e naturale e l’individualità dell’uomo. Nell’orizzonte
umano, il profeta è uno sconfitto, e Campanella conosce bene i sarcasmi
di Machiavelli sui profeti disarmati. Ma egli sa anche che i profeti vengono
perseguitati proprio in quanto si oppongono alla logica della ragion di
stato, e sa che la loro apparente sconfitta è più forte della morte, ed è per
questo che in un sonetto, giungendo ad apostrofare la morte stessa, che con
l’uccisione di Cristo si vanta e si illude di avere sconfitto il figlio stesso
di Dio e di celebrare il suo più grande trionfo, le mostra l’illusorietà dei
suoi calcoli: «falsa ragion di stato ti nutrica»62.

61
Politici e cortigiani contro filosofi e profeti, in G. Ernst, L’opacità del male e il
disincanto del profeta. Profezia, ragion di stato e provvidenza divina in un testo inedito dii
Campanella (1627), B&C, II (1996), pp. 89-155: 104-152.
62
Sonetto Alla morte di Cristo, in Poesie, p. 77.
42
43
GINO BENZONI

CAMPANELLA E VENEZIA:
QUALCHE APPUNTO, QUALCHE SPUNTO

Fosse ancor vivo, forse Luigi Firpo non avrebbe con me tanti riguardi.
Forse mi redarguirebbe – com’è successo con Giuliano Montaldo, il regista
del film su Giordano Bruno. «Capitato per caso» nel ’500, scrisse di questi
pungente in «La Stampa» Firpo. Capitato per caso nei paraggi di Campa-
nella, direbbe, analogamente, di me. E avrebbe, se non proprio ragione, per
lo meno non torto. Non sono un campanellista, non sono un campanello-
logo. Epperò è dall’edizione firpiana dei campanelliani Antiveneti che m’è,
a suo tempo, venuto uno spunto che, inerte a tutta prima, s’è in seguito
attivato. C’entra, va da sé, Venezia. In questa – e Firpo converrebbe – non
sono capitato per caso, ci abito da 45 anni, ci lavoro, ci studio e la studio:
il grosso dei miei, appunto, studi – per lo più smilzi, per lo più inter-
mittenti –, infatti, la concerne direttamente o tangenzialmente. Sui prodro-
mi dell’interdetto la mia tesi di laurea, sui «teologi» minori dell’interdetto
– quelli attorno a Sarpi e, nel contempo, da lui messi in ombra - uno dei
miei primi saggi. D’obbligo, riandando alla guerra delle scritture suscitata
dallo scontro tra la città di s. Marco e la città di s. Pietro, un’occhiata,
quanto meno, alle pagine scagliate da Campanella contro Venezia ribelle
al papa. Attaccato con veemenza in questo scritto dello stilense, ultimato
a fine settembre del 1606, il falso teologo, il «theologo moderno», «il
cantambanco del demonio», il falso profeta brandente la propria mendace
dottrina a sostegno della Serenissima, suo demoniaco campione. Non dice
il nome, non dice il cognome. Istintivo pensare a Sarpi, il protagonista,
dalla parte di Venezia, nella clamorosa assordante battaglia delle contrap-
poste scritture. Che sia Sarpi il bersaglio di Campanella vien anche da
riaffermarlo ripensandoci; è lui il «theologo moderno». Ed egli di certo,
non altri, doveva venir in mente agli eventuali lettori seicenteschi degli
Antiveneti. Di recente però è sbucato – e, per iscritto (in La «monarchia
del Messia» di ... Campanella ..., in «Quaderni storici», 39 (1994), pp.
723-768), e a voce, in sede di un convegno senese sul barocco del 21–23
ottobre del 1999 (è qui che ha annunciato, interpellandomi direttamente,
che Campanella ha sferrato il suo attacco a Marsilio, Giovanni, non da
Padova, si capisce; ed io, ignaro del suo precedente saggio, son rimasto a
bocca aperta, zitto e stupefatto) – un convinto campione della tesi il «theo-
logo moderno» non sia Sarpi, ma Giovanni Marsilio. E non senza addurre
44 Gino Benzoni

– a sostegno della tesi – argomenti, ossia riscontri testuali. Sarebbe, allora,


Marsilio il campione di Venezia. E baldo campione – a suon di citazioni
– della sostituzione del servita con Marsilio Vittorio Frajese. Personalmen-
te – Frajese permettendo o anche non permettendo – resto dell’opinione sia
Sarpi. Solo questi – nell’arroventata guerra delle opposte scritture – spicca,
al punto che non occorre farne il cognome, come il teologo, per merito e
qualifica, dello stato marciano. La teologia a sostegno delle prerogative
sovrane della Repubblica. Nei suoi riscontri testuali Frajese dovrebbe di-
mostrare che Marsilio non ricalca Sarpi. E sarebbe fatica ardua. Poco
convincente, infatti, la sua convinta opinione; e c’è un sentore di saccente
petulanza, di erudita cavillosità nella presunta trouvaille che la gonfia, più
che irrobustirla.
Comunque de hoc – de Frajese Vittorio e/o di Marsilio Giovanni –
satis. Mi preme piuttosto sottolineare che Campanella – impugnando la
penna contro Venezia – non si limita a dirla disobbediente al pontefice e
perciò malvagia, perciò città malvivente. Le rimprovera il peccato, il quale
– ecco il punto – s’enormizza nella misura in cui lo va predicando e
vantando e sin teorizzando. Tramite il teologo – ossia Sarpi, come ha
ritenuto Firpo, come ritiene Germana Ernst – si fa magistero di nequizia.
Venezia come Sodoma. Venezia Sodoma. Un’identificazione in negativo
che è pur sempre riconducibile alla marcia in più che accompagna la città
lungo la sua multisecolare vicenda: nell’essere se stessa si carica di signi-
ficato ulteriorizzandosi spasmodicamente sì da catturare i significati delle
città storicamente più significanti per l’umanità. Seconda Atene, seconda
Bisanzio, seconda Roma, quasi Gerusalemme, altra Gerusalemme, nuova
Gerusalemme; e – pel Campanella degli Antiveneti – ecco che quest’auto-
dicitura lungo il ’500 appurabile diventa presunzione luciferina. È la falsa
Gerusalemme, Gerusalemme rovesciata, capovolta, trasformata in Sodo-
ma. Ed è pure – come martella e rimartella sempre nella guerra delle
scritture la pubblicistica filocuriale – la nuova Ginevra, la capitale dell’ere-
sia nella cattolica Italia, in questa l’anti Roma.
In ogni caso, se Lucca è Lucca, se Genova è Genova, se Napoli è
Napoli – e così basta e avanza –, Venezia è sì Venezia, ma insieme altro
e di più, sì da raggiungere vertiginose altezze e, proprio per questo, sì da
rischiare il precipizio della più rovinosa delle cadute, tale da farne il sino-
nimo della biblica Sodoma distrutta con divino cataclisma perché satura di
vizio, il sinonimo della Ginevra, da distruggersi con una santa crociata,
dell’eresiarca Calvino. Ed eresiarca a questo punto pure Sarpi. C’è un di
più di denigrazione a giustificazione d’una smania azzerante che sembra
Campanella e Venezia: qualche appunto, qualche spunto 45
anche voler far giustizia d’una città che troppo di sé ha presunto e troppo
di sé continua a presumere. In certo qual modo si scatena, colla rottura
veneto-pontificia del primissimo ’600, quasi una sorta d’offensiva romana
contro il mito di Venezia oltre che contro la Venezia stato. L’eccesso
vituperante, in altre parole, è un effetto di ricaduta non solo dell’inasprirsi
del contenzioso giurisdizionale, dell’esasperarsi dei contrasti tra la Serenis-
sima e la S. Sede sul terreno accidentato del mixti iuris, ma anche
d’un’acrimonia che, a lungo repressa, ora, coll’interdetto, finalmente si
sente legittimata a manifestarsi apertamente con tutta la sua carica ingiu-
riosa. Certo: dopo il Concilio di Trento la multisecolare prassi
giurisdizionalistica di Venezia si fa, agli occhi di Roma, lesiva della co-
siddetta «libertà ecclesiastica», invadenza irriguardosa nell’ambito della
cosiddetta giurisdizione ecclesiastica. Sin dove arriva la Chiesa e sin dove
arriva lo Stato? Chi mette i paletti delle rispettive sfere? dopo il concilio
di Trento la Sede Apostolica accampa pretese d’allargamento e di direzio-
ne che gli stati cattolici – a cominciare dalla Spagna – riluttano a recepire.
Si dà un autentico braccio di ferro. Non solo colla Serenissima, anche con
Filippo II. E nella Milano spagnola Carlo Borromeo si mette in urto colle
autorità spagnole. Non per questo il re di Spagna perde il timbro di re
Cattolico. Una timbratura di conio romano che Roma non si sogna di
revocare. E, invece, nel 1606, scomunicato da Paolo V il governo veneto,
interdetta, proibita la normale vita religiosa in tutto lo stato marciano. E
ritenente nulla la scomunica il governo che impone il normale prosegui-
mento della vita religiosa in tutto il territorio della Serenissima con la
forza.
Comunque, per una controversia giurisdizionale, ecco che Paolo V
fulmina la scomunica. Un trattamento speciale per una città speciale, quasi
a cogliere l’occasione della controversia per destituirla da quella sorta di
privilegiato rapporto col cielo che lungo i secoli ha costruito per
autoelezione, per conto proprio, senza chiedere il permesso a Roma, senza
attendere autorizzazioni da questa. Sempre col favor di Dio la storia di
Venezia. Sdegnatissimo e scomunicante, a suo tempo, Innocenzo III pel
dirottamento della IV crociata da Gerusalemme. Epperò, nel muovere al-
l’assalto di Costantinopoli, il vecchio doge Enrico Dandolo impugna «l’in-
segne di messer san Marco», attacca forte dell’«aiuto» di questo e, pure,
«di Gesù Cristo». E se incita i suoi colla prospettiva del bottino – «sarete
tutti ricchi», assicura –, non per questo dubita che l’impresa ridondi «ad
honorem Dei et sanctae romanae ecclesiae». Supponente la città di s.
Marco: checché dalla città di s. Pietro obietti il pontefice, non solo agisce
46 Gino Benzoni

impadronendosi della «quarta parte e mezzo di tutto l’impero» bizantino,


ma stabilisce che ciò avviene ad maiorem Dei gloriam. «Stado buono»,
per autodicitura, insomma Venezia, come assicura un cronista veneziano
trecentesco; e, allora, «molto utele» non solo «agli habitanti», ma a tutta
la «cristentade». Non è che lo stia dicendo un qualche papa, che ci sia una
qualche timbratura papale che promuova Venezia a «citade sovra ogni
altra degna». È la classe dirigente veneziana ad asserirlo con la penna d’un
proprio – fisicamente e mentalmente – cronista. Un autoasserirsi in cre-
scendo anche fagocitando, incorporando, rilanciando gli altrui riconosci-
menti: «mundus alter» Venezia per Petrarca ché «salsis cincta fluctibus»
e «salsioribus tuta consiliis»; «non fundata in terra sicut aliae mundi civi-
tates» pel domenicano tedesco Felix Faber che, svolgendo questa constata-
zione, non solo la distingue dalle città terrestri, ma, memore della agosti-
niana filosofia e/o teologia della storia, ne fa una sorta di preconfigurazio-
ne della città celeste, «tamquam altera Hierusalem». Così non vaneggian-
do, ma in quella che vuol essere una fidelis descriptio della città da parte
d’un frate calato dal nord un paio di volte per imbarcarsi alla volta della
Terra Santa. Tutto sommato nella Gerusalemme terrestre, quella soggetta
all’Infedele, Faber non s’entusiasma gran che. È a Venezia che gli s’incen-
dia la mente. È nel soggiorno lagunare del 1480 e del 1483 che s’impenna
il suo pio pellegrinaggio.
E pazienza se, nel ’500, Venezia è, politicamente ed economicamente,
ridimensionata rispetto a quella che ha accolto Petrarca e che ha accolto
Faber. Un ridimensionamento, beninteso, in termini di peso relativo (ci
sono le grandi monarchie, s’è attivato lo stato moderno) e di rimpiccioli-
mento nel mondo allargato dalle scoperte, non già di diminuito peso speci-
fico. Certo che, scampata all’aggressione cambraica, Venezia rinuncia ad
ogni politica espansiva. Inizia una linea di guardingo contenimento, nella
consapevolezza della propria mezzana statura in un mondo in cui c’è chi
giganteggia. Ma in questa situazione il trasfigurarsi – avvalorato ed illu-
strato dallo splendor civitatis fattosi perentorio colla grittiana renovatio
urbis – della mezzanità, della mediocrità in aurea mediocritas, la ripresa
del veneziano primato sul piano della reputazione, il recupero d’una cen-
tralità ideologica. E ciò per autostima – si pensi a Gasparo Contarini –, ciò
per stima d’altri, a detta d’altri. È Venezia «la migliore repubblica»; non
ne dubita il fiorentino Donato Giannotti. Città dell’annuncio, della speran-
za per l’irenismo profetico di Postel, «Jerusalem ponentina», «sacrosancta
regalitas veraque Jerusalem», virtualmente caricabile dell’instaurazione del
regno di Dio in terra, della «restitutio omnium». E Roma? per Postel come
Campanella e Venezia: qualche appunto, qualche spunto 47
non ci sia, ancorché, mentre così protende il proprio auspicare, sia in corso
il concilio tridentino. Ed è sul finire di questo che Paruta, l’ideologo della
Venezia titolare della pietra filosofale del buon governo, ambienta a Trento
le tre giornate del dialogo tra ecclesiastici e politici veneti Della perfezzio-
ne della vita politica esitante nel primato, rispetto alla vita contemplativa,
della vita attiva intesa quale impegno fattivo per la civitas. E questa è
Venezia. Col che la miglior vita è quella del patrizio politicamente impe-
gnato. Col che questi si staglia quale vertice d’umana eccellenza – ante-
ponibile a quella del cortigiano castiglioneo che suppone il principe buono,
mentre il patrizio veneto non dipende, agisce nella sfera del comando –,
la più alta di cui possa «essere capace la nostra umanità». E vera immagine
di perfetto governo la Venezia governata dalla classe dirigente patrizia.
Piove sulle terre venete, sulle isole venete, sulle coste venete da Palazzo
Ducale la pubblica felicità. E piove dall’alto sui governanti «con sapienza
e con fine di vera carità» il «raggio» luminoso «della divina giustizia», la
luce incoraggiante dell’assenso celeste. Tutta pervasa da «il zelo della
religione» – e questa non può essere che una, la cattolica – la Venezia
parutiana. Epperò questa luce che scende dall’alto dei cieli non passa per
Roma, le vien direttamente. Diretto, non mediato, il rapporto tra Venezia,
l’utopia realizzata, col favore celeste. Del 1579 la princeps del dialogato
trattato parutiano, poi ristampato (con ritocchi) nel 1582, nel 1586, nel
1599, nel 1650. E ipotizzabile una sua diretta influenza sui contenuti figu-
rativi dei «quadri posti nuovamente nelle sale dello scrutinio e del gran
consiglio», a Palazzo Ducale, colpito, nel 1577, da un rovinoso incendio.
Affidate al pennello degli artisti più valenti la celebrazione della presenza
del governo marciano, la rappresentazione di quel che ritiene d’essere e/
o che vuol essere. Di qui la Venezia dominante e vittoriosa di Palma il
Vecchio, la Venezia giusta di Tintoretto, la Venezia elargente ai sudditi
«pace», «abbondanza», «sicurtà» di Veronese. Così, a spiegazione dei qua-
dri, la ufficiosa Dichiaratione (Venezia 1587) di Girolamo Bardi che,
diligente, precisa quel che allegoricamente i dipinti dicono. E, appunto, sul
buon governo latore di prosperità, di pace operosa, propiziatore del fiorire
delle «arti», delle «ricchesse» e dei «comodi» ha insistito, nel dialogo,
Paruta. E su questo insiste la figurazione allegoricamente. Ut tractatus –
vien da commentare – pictura. Esiziale però l’incendio del 1577: distrutto
(nella percezione dei contemporanei; di fatto la distruzione è stata relativa;
in seguito i resti, strappati e ricomposti, sono stati collocati, nel 1903, in
una saletta adiacente), nella sala del maggior consiglio, l’affresco di Gua-
riento, già, dal 1368, imprescindibile fondale al doge presiedente le sedute
48 Gino Benzoni

colla incoronazione della Vergine e la corte celeste. Il doge, insomma, e


dietro il Paradiso. Urge un altro Paradiso a sostituire quello incenerito
dalle fiamme. Donde – ad incorniciatura del trono dogale – il nuovo Pa-
radiso della grandiosa tela tintorettiana. Se il doge s’asside ecco che –
effetto mirato – la luce dello Spirito Santo che fende il quadro piove
proprio, quasi dalla tela fuoriuscendo, sul capo del doge fisicamente sedu-
to. Illuminato così il doge dal parutiano «raggio della divina giustizia». E
questo vien giù diretto da una tela dove Cristo indossa il «corruccio», ossia
il manto rosso col quale il doge, nella basilica marciana – che è suo
giuspatronato, che è cappella dogale –, partecipa alle cerimonie del venerdì
santo. Non è luce smistata da Roma, è luce del cielo, dal cielo. Ecco: forse
anche per questo, personalizzandosi lo scontro dell’interdetto a duello tra
il Paolo V scomunicante e il doge Leonardo Donà proclamante nulla la
scomunica, l’oggetto del contendere trascende l’ambito giurisdizionale e
Venezia non è più Gerusalemme ponentina, ma nuova Ginevra. È anche il
mito di Venezia gonfiatosi a dismisura e autonomamente da Roma e, pure,
a dispetto di Roma, che il papa vorrebbe colpire.
Non illuminata dal «raggio» celeste, insomma, Venezia, ma sbranata
dentro da luciferina superbia. E, allora, non città della salvezza, ma della
dannazione. Non si tratta solo di sdegno papale per leggi fortemente limi-
tanti la proprietà ecclesiastica, per l’arresto d’un canonico e d’un abate –
quello teppista, questo pluriomicida – non rimessi al giudizio del foro
ecclesiastico. Nel cannoneggiamento contumelioso – e una cannonata, co-
gli Antiveneti, la spara pure Campanella – dell’artiglieria romana si prende
di mira anche la Venezia automitizzatasi lungo i secoli per conto proprio.
Si vuol diroccata – e il diroccamento pei più esagitati del collegio cardi-
nalizio non doveva essere solo metaforico; se la Spagna avesse dato man
forte la guerra non sarebbe stata solo di «scritture» - la città nella sua
pretesa di più alta significanza, nel suo autoproporsi come paragonabile
solo a se stessa, nel suo costante candidarsi ad un’esemplarità in terra
autoposizionata alla volta del cielo, nel suo addobbarsi di perfezione costi-
tuzionale, nel suo pretendersi – checché di fatto faccia e abbia fatto e sia
prossima a fare – munita di divini assensi, forte di plausi celesti. D’altron-
de – l’ha sempre detto –, se la sua è una storia privilegiata, sempre pro-
ceduta Deo favente, è anche perché è nata vergine, storicamente innocente,
senza macchie, immacolata. L’automito è anzitutto mito delle origini ver-
ginali. Un nascere, libera, non soggetta, di marzo – nel mese del concepi-
mento di Cristo – come città vergine e, quindi, della Vergine. L’Assunta
tizianesca nella chiesa dei Frari Venezia la sottintende. Lo stesso s. Loren-
Campanella e Venezia: qualche appunto, qualche spunto 49
zo da Brindisi – nel De fundatione mysticae civitatis Dei Mariae – evoca,
per sintomatica associazione, la Venezia «in aquis fundata», la «civitas
mirabilis ... ac mundi miraculum». Sboccia miracolosamente dalle acque
nello stesso mese – ripete Emilio Maria Manolesso nella sua Historia ...
(Padova 1572) dei «successi» della guerra antiturca ancora in corso - nel
quale vien «fondato da ... Iddio l’universo», nel quale s’è «incarnato ...
Giesu ... nel ventre» di Maria. Una sequenza impressionante: la creazione,
l’incarnazione, la «fabrica» di Venezia. È «nuova arca di Noè» - così un
sonetto di Campanella – che, nell’imperversare distruttivo d’Attila, salva
l’italica civiltà, serba «il seme giusto». Città della salvezza per l’umanità
tutta Venezia nel suo esordio salvifico di «vergine intatta», da sola assu-
mente il «pondo» e l’onore della «libertà». «Solo angolo d’Italia libero»,
ha già detto della Repubblica Guicciardini. «Maraviglia del mondo», «ne-
pote di Roma», dei «prencipi orgoglio», maestra di civile sapienza, «felice
regno», scandisce assertivo Campanella. Anch’egli sta così solfeggiando
sulla partitura del mito di Venezia. Un tassello nell’immane mosaicale
composizione che continua ad enfatizzarlo il suo sonetto. Da aggiungere
che, sempre ad asserir di Campanella, Venezia si lascia dietro le spalle le
lodi all’Ellade indirizzabili. Ciò mercé la sua «politica», le sue «armi», le
sue «dottrine» e «per esser miraculosa». Città nave «nuota in mar, rugge
in terra, e vola in cielo». Città «pesce», città, insieme, leonina, compene-
trata dal simbolo dell’evangelista Marco. Città, allora, «leon alato col Van-
gelo».
A Padova, nel 1593, Campanella e, pure, a Venezia. Qui incontra Sarpi,
ancora schivo e appartato, ancor barricato nella sua solitudine di studioso,
ancor non stanato dalla sua cella monacale e sbalzato sulla scena d’una
contesa clamorosa. Paruta è allora ambasciatore a Roma, impegnato, per
conto della Serenissima, perché la S. Sede accetti la soluzione borbonica
della crisi di Francia. Interesse della Repubblica il re Cristianissimo, Enri-
co IV, riconosciuto per tale dal pontefice Clemente VIII, possa, a capo del
regno ricompattato, riequilibrare una situazione troppo condizionata dalla
preponderanza spagnola. È ben perché preoccupata di questa che la Re-
pubblica 20 anni prima, a costo di perdere Cipro, s’è staccata dalla lotta,
assieme alla Spagna, al Turco per addivenire ad una pace separata. La
Spagna sta premendo da Milano. E a fronteggiarla ultimata nel 1588 la
possente cinta bastionata di Bergamo. E, a scoraggiare il serrarsi della
tenaglia asburgica a suo danno, avviata, proprio nel 1593, l’erezione della
città fortezza di Palma. Neutrale la Repubblica, epperò antispagnola la sua
classe dirigente – non tutta, ma il suo settore più pugnace, più vivace
50 Gino Benzoni

culturalmente, quello che più confida nella presenza antagonistica della


Francia –, e via via carica d’odio per la «corona di Spagna» che provoca
dal Milanese, che non rispetta il suo dominio del Golfo, che costringe a
star sempre all’erta, sempre vigile. Una pressione logorante da parte d’un
mastodonte che Venezia sente ostile: insidiata la «libertà» veneziana,
«guardada de malochio», punzecchiata quasi ad indurla a reagire per ap-
profittarne per una replica dispiegata, in gran forza. Impari, nel rapporto di
forze, la Serenissima, sicché non può permettersi reazioni adeguate. Può
solo protestare colla propria diplomazia e nemmeno ad alta voce. I contra-
sti son tutti fomentati dalla Spagna. E il governo veneto cautamente è
costretto, pur protestando, a minimizzarli, a circoscriverli. Venezia – l’os-
serva un suo patrizio – è un po’ come Atene quando Filippo di Macedonia
sta per sottometterla. Superior stabat lupus. Non che Venezia sia un agnel-
lo, però è conscia d’essere più debole. E dentro la rode un odio che, per
forza di cose, è costretta a introiettare. Certo che gli Spagnoli son proprio
odiosi: «si conosce ben chiaro che anco il cielo et la natura odia il proceder
loro», confida al proprio diario un anonimo patrizio. Di per sé la Repubbli-
ca del complotto antispagnolo tentato in Calabria nel 1599 dovrebbe ap-
prezzare le intenzioni. Se la congiura avesse preso piede, ne sarebbe sortita
una insurrezione dilagante. Per la Spagna sarebbe stato un duro colpo. E
benvenuto il concorso turco se reca danno alla Spagna. Che la mezzaluna
sia meno pericolosa, per Venezia, della monarchia ispanica si comincia a
pensarlo già all’indomani di Lepanto. «Sancte Turca, libera nos», scriverà,
in una sua lettera, Sarpi nel 1609: lo «stato di cose» è tale da far sperare
solo in una mossa – va da sé: antispagnola – turca. Ed è sempre Sarpi, nel
1617, che, in attesa della comparsa degli «spagnoli con armi nell’Adriati-
co», s’augura che questa «muoverà li turchi». Il che «non sarà male». A
veder del servita «li turchi» sono, in ogni caso, «meno cattivi de spagnoli».
E questo lo ritiene da un pezzo e non da solo. C’è una sorta di circolo a
Venezia tra la fine del ’500 e il primissimo ’600 ove si discute di politica,
ove, ipotizzando, con gioco simulatorio, situazioni dilemmatiche, si parla
di quel che a Venezia convenga o non convenga fare, sempre che qualcosa
possa fare. Qualora, ad esempio, il turco voglia «acquistar Portogallo», c’è
chi sostiene l’alleanza veneto-spagnola, chi preferisce la neutralità assolu-
ta; ma c’è anche chi, in una riunione del 13 novembre 1599, propende per
un’alleanza esplicita colla Porta purché contro la Spagna. C’è da dedurne
che un minimo di simpatia per l’appena stroncato – e preventivamente –
conato antispagnolo in quel di Calabria a Venezia avrebbe potuto attecchi-
re. In fin dei conti, attendendo lo sbarco di Cicala, i congiurati calabri, a
Campanella e Venezia: qualche appunto, qualche spunto 51
modo loro, han data un’indicazione non priva di suggestione per i più
animosamente antispagnoli tra i patrizi marciani. La Spagna sta soffocando
la «libertà» marciana; lecito fronteggiarla anche col Turco. E, invece, una
volta giunta a Venezia notizia della congiura strangolata sul nascere, una-
nime la condanna della tentata congiura non senza scandalo pel suo conta-
re sull’apporto turco.
A lume di logica la sovversione calabra Venezia avrebbe dovuto augu-
rarsela e sinanco – avesse saputo in anticipo che qualcosa si stava traman-
do – fornirle mezzi, sostegno, sia pure non in prima persona, sia pure
tramite intermediari, col segreto invio di un qualche audace manipolo
d’avventurieri. Sempre a lume di logica del suo fallimento avrebbe dovuto
rattristarsi. In ogni caso non avrebbe dovuto mostrar tanto sconcerto e
sorpresa se anche in Calabria la Spagna risulta odiosa, se anche dalla
Calabria si guarda alla Porta come forza attivabile contro il re Cattolico.
In fin dei conti a Palazzo Ducale la spregiudicatezza non manca: nel 1572
plaude alla strage di s. Bartolomeo; nel 1589 riconosce re di Francia il
principe ugonotto Enrico di Navarra, a costo di suscitare ire spagnole,
rimbrotti romani. Qui sì applicabile la logica deduttiva. Conviene a Vene-
zia una Francia internamente compatta sì da pesare internazionalmente.
Quindi conviene la tenuta dell’istituto monarchico. E, a tal fine, valutate
in positivo sia la carneficina degli ugonotti, sia la successione ad Enrico
III del calvinista Enrico di Navarrra. In termini di convenienza – quella cui
è applicabile la deduzione logica –, se la pax hispanica è vissuta dalla
Repubblica come un incubo, è percepita come spirale mortifera per la sua
indipendenza minacciata d’una sorta di strangolamento al rallentatore, ec-
co che a lei, alla Repubblica, converrebbero una, cento, mille Calabrie,
uno, cento, mille focolai di guerriglia a turbare, da dentro, il colosso ispa-
nico. Se non altro questo, impegnato a riportar l’ordine dentro i propri
domini, avrebbe meno energia da rovesciare sulla scena internazionale.
Condizionerebbe meno Venezia, la ricatterebbe meno. E, invece, una valu-
tazione del genere è del tutto assente. «In Calabria si sono scoperti» dei
«mali umori», specie a Catanzaro, d’una «rebellione» costituita da «molti
congiurati» determinati ad «introdur turchi in Stillo». Orditore della con-
giura, «autore di tutto il trattato, maneggiato a lungo col Cigala per lettere,
messi e indirizzi di renegati calavresi in Costantinopoli, è stato un frate
famosissimo litterato detto il Campanella, domenichino, com’era quell’al-
tro», ossia Jacques Clément, l’assassino, a colpi di pugnale, l’1 agosto
1589, a Saint Cloud, d’Enrico III di Valois, «che», appunto, «ammazzò gli
anni addietro» l’allora «re di Francia». Così, da Napoli, al senato venezia-
52 Gino Benzoni

no il residente veneto Giovan Carlo Scaramelli il 14 settembre 1599. Già


incarcerati – aggiunge lo stesso – «nel castello di Squillace 12 uomini di
qualche condizione per questa gravissima colpa», già operante energico il
«maestro di campo generale» Carlo Spinelli, già avviata «la inquisizione»,
mentre s’attende la formulazione del «castigo» da eseguire sui «retenti»,
da comminare agli «imputati» e col quale inseguire gli «absenti».
Celermente informato il rappresentante della Repubblica, vieppiù celer-
mente si premura d’informare. Ma non mera trasmissione di notizia la sua,
ma pure giudizio e pregiudizio. E ciò non per iniziativa personale, ma nella
sicurezza che è così che il senato vuol ricevere notizie del genere: già
confezionate com’egli stesso le avrebbe confezionate. Una confezione che
da subito fa tutt’uno col dato, colla notizia in sé. Certo: Campanella è un
domenicano, come, tanto per dire, s. Domenico, il fondatore dell’ordine.
Ma il «come» Scaramelli l’adopera per accostarlo a Clément, l’autore d’un
truce regicidio pel quale, a suo tempo, la classe dirigente veneziana è
inorridita e s’è anche spaventata. Sotto i colpi di pugnale d’un frate fanati-
co non moriva solo un re alfine messosi in urto colla Lega e la Spagna di
questa fautrice; ma barcollava la stessa corona di Francia che, invece, da
Venezia si voleva saldamente in piedi. Con quel «come» Campanella,
ancorché non assassino, è, da subito, bollato in negativo, da subito destitui-
to da ogni possibile alone nobilitante. E, nel contempo, si dà – in Scara-
melli; e, beninteso, non per sua particolare inclinazione, ma per sua con-
formazione al suo mandato di rappresentante; per scrupoloso adempimento
delle istruzioni senatorie, insomma, non già per pretesa di personale opi-
nione – una sorta d’assunzione dell’ottica delle autorità spagnole. Sicché
la ribellione è colpa gravissima meritevole d’esemplare castigo. Catturato
«in abito militare» il «capo» della calabra congiura, ossia «fra Tomaso
Campanella», scrive il 21 settembre, sempre da Napoli, Scaramelli, che
precisa a mano a mano può farlo. In prima battuta, quella della lettera della
settimana antecedente, il capo dei congiurati era «detto il Campanella».
Ora, nella lettera del 21, si chiama proprio così. Modesta, a tutta prima, la
«vera causa» del conato sovversivo, risalente a «discordie cittadinesche»
in quel di Catanzaro ove la fazione di 5 «famiglie», svantaggiata e perden-
te anche perché penalizzata pei delittuosi comportamenti di suoi membri,
si sarebbe data, pur di risalire la china della sfortuna, a propositi estremi.
Ecco, allora, un gruppo d’«uomini contumaci» rispetto alla giustizia e
socialmente «ruinati», pensar «diabolicamente» come riafferrare la «loro
fortuna». Ed eccoli, non trattenuti da «rispetti umani e divini», smaniosi
«di vendicarsi de’ loro nemici con l’armi turchesche, eziandio col sacco et
Campanella e Venezia: qualche appunto, qualche spunto 53
esterminio della patria e perdizion fin delle anime proprie», sin disposti
d’andar poi a farsi «turchi», così ingrossando la nutrita presenza di rinne-
gati a Costantinopoli, per «due terzi» costituita, appunto, da calabresi.
Di lì a 8 giorni, il 29 settembre, Scaramelli fornisce altri particolari al
senato: «si va scoprendo che quel frate Campanella disegnasse di allettar
gli animi col pretesto della libertà di conscienzia e che, avendo principiato
di farlo, avesse trovato uomini molto disposti a ricever ogni diabolica
impressione». Un cattivo maestro per malvagi allievi, insomma, e vicever-
sa. E ulteriori particolari il 5 ottobre: tra i responsabili c’è un nobile,
Maurizio Rinaldi, già uomo d’armi, «poi contumace per omicidi», il quale
non solo è reo di ribellione, ma anche di favoreggiamento della «nuova
eresia» che fra Dionisio Ponzio, amico e sodale di Campanella, «andava
spargendo». Ma in che consiste questa nuova eresia? «cose orribili», tur-
pitudini, inorridisce Scaramelli che preferirebbe tacerne. «Quai siano i
articoli, anzi le bestemmie della nuova eresia» la sua «lingua» rifugge dal
dirlo, la sua «penna» ha pudore di scriverlo. Meno a disagio, anzi quasi a
proprio agio, la penna del diplomatico marciano quando – di lì a una
settimana, il 12 ottobre – due caporioni, a Catanzaro, sono stati giustiziati:
«strassinati, tanagliati, strangolati a piè delle forche e poi appesi per un
piede e due giorni dopo squartati e le loro teste poste in gabie di ferro» alle
porte della città, sì che tutti le vedano. Ecco quel che capita – ci pensano
le «iscrizioni» apposte a dichiararlo – ai «rebelli del re Filippo III regnan-
te». E l’8 novembre tornano, sul far della sera, a Napoli le galee dalla
Calabria, con «alle antenne» penzolanti, «diversi uomini impiccati». Un
trattamento da gregari, per gregari. Altro quello riserbato ad un caporione
quale Maurizio Rinaldi, «capo secolare della congiura», precisa Scaramel-
li, non frate, laico. A sentenziar di Spinelli costui già a Monteleone andava
«segato vivo a traverso»; ma pel maltempo le galee non han potuto pren-
der» ivi «porto». Lo «spettacolo» è rinviato: vien destinato a Napoli, quan-
do e come vorrà il viceré, il conte di Lemos Fernando Ruiz de Castro, a
suo «beneplacito». Intanto, a «ispavento del populo» accorso in folla ai
«funesti spettacoli», all’entrata in porto 4 galee provvedono a squartar vivi
– un pezzo per ciascuna nello strattonamento divaricante – un paio di
congiurati. E Campanella e Ponzio? tentano – riferisce Scaramelli – di
negare la ribellione, di ammettere solo l’eresia, sperando così d’essere
inoltrati alla volta di Roma. Comunque si smorza il «primo ardore di
asprissime maniere di morte». Dalla Spagna son giunti «ordini» d’indaga-
re, al di là delle «cose di Calavria», se non ci siano effettivi motivi di
malcontento da parte dei «sudditi di tutto il reame». Ci sono ben i carichi
54 Gino Benzoni

fiscali, ci son ben gli acquartieramenti militari a suscitare brontolii. Lo si


pensa un po’ a Madrid, un po’ lo pensa il viceré, il quale poi soprassiede
alla spettacolare esecuzione di Rinaldi – questa prevede meticolosa sia
«segato vivo fra due tavole» –, ché questi dà segno, nel carcere di Castel-
novo, di parlare, di denunciare, di far nomi. Così s’allarga il cerchio delle
«persone ... infette della eresia e della rebellione», include i conniventi, i
simpatizzanti. Differita la condanna a morte al febbraio dell’anno dopo e
non senza che, «con atto magnanino» il viceré, revocando la confisca dei
beni, li tripartisca destinando una parte a scopi caritativi, una parte alla
madre, una parte alla figlia ancor «nubile». E non segato, ma solo decapi-
tato Rinaldi. E non sepolta «nell’inferno» la sua anima, ma forse a questo
scampata per la «volontaria» sua «rivelazione». Praticamente sotto pieno
controllo la Calabria all’inizio del 1600. Ma è il caso di mandar la cavalle-
ria nella zona dov’è «stata machinata la rebellione»? forse no. È un «gran
danno» che «finirà di cavar la fede a quei abitanti». Ma a questo punto, già
dal marzo del 1600, Scaramelli sulla congiura non ha pressoché più niente
da scrivere a Venezia. Sarà il suo successore Anton Maria Vincenti ad
avvisare, il 22 ottobre 1602, il senato che c’è stata una fuga da Castelnovo
dei «compagni» ivi «carcerati» in quel «trattato già scoperto in Calavria e
maneggiato dal padre Campanella». Si sta un po’ stingendo la memoria del
conato, epperò nel suo persistere, fa tutt’uno con Campanella: la congiura
di Campanella, la congiura campanelliana. «Pare si vadi risvegliando novi
pensieri del Campanella che si trova in castello per li trattati da lui maneg-
giati li anni passati» in Calabria scrive di lui al senato Vincenti il 3 febbra-
io 1604. È come un sussulto di vita da parte d’un uomo che, sepolto in
carcere, qualsiasi cosa dica, qualsiasi cosa scriva, si porta inchiodata la
congiura addosso; anche per Venezia Campanella è quello della congiura,
la congiura è quella di Campanella.
Stroncata sul nascere, schiacciata la congiura, se non addirittura costret-
ta ad aborto prematuro, quasi a impedirle di rientrare, per conto proprio,
a mo’ di murmure che si ritrae spaventato dall’enorme carica distruttiva di
quel che di radicalmente liberante la raccogliticcia masnada calabra anda-
va sentendo da fra Campanella e fra Ponzio. Alla rinfusa sproloquianti
costoro d’appello alla mezzaluna, d’assalto alle carceri, d’armi al popolo,
d’insurrezione, d’impostura delle religioni, di sesso secondo e contro (an-
che questo praticabile, anche perché, a pensarci su, anch’esso secondo
natura, variante naturale) natura, di proprietà da abolire, di eguaglianza da
instaurare, di gerarchie da abbattere, di stato da sabotare, di dominio spa-
gnolo da distruggere. Che si auspichi anche questo – la cacciata dei presidi
Campanella e Venezia: qualche appunto, qualche spunto 55
spagnoli –, che lo si dica a Palazzo Ducale non dovrebbe spiacere. In fin
dei conti ogniqualvolta, nella sterminata massa dei sudditi del re Cattolico,
qualche schiena accenna a rizzarsi, ciò alla Repubblica conviene. E anche
se le schiene tornano a piegarsi, un minimo, per un attimo, sinché non del
tutto piegate hanno espresso una protesta contro il malgoverno spagnolo;
di rimbalzo rafforzata la reputazione d’una Venezia quale buon governo.
Perché, invece, il residente a Napoli ha come un moto di raccapriccio,
accenna a «cose orribili» – e queste starebbero nelle formulazioni blasfeme
della «nuova eresia» - a tal punto da non volerle precisare (e in ciò c’è
della logica: impossibile ricalcare, per darne conto, le bestemmie senza
bestemmiare a propria volta) –, mentre registra a mo’ di prassi normale le
modalità della repressione, la spettacolarizzazione dei supplizi? e perché il
senato lo fa informare così, accetta d’essere informato così? Evidentemen-
te la ben ordinata repubblica – così ama definirsi la Repubblica – non
tollera, in linea di principio e di fatto, il disordine, il sommovimento, la
sovversione. L’ordine anzitutto, sia il proprio, ma anche quello altrui, an-
che nel caso della Spagna. Perciò, tramite l’occhiata da vicino delegata a
Scaramelli, Palazzo Ducale finisce col consentire col ripristino dell’ordine;
e, ad ordine riportato, ecco che il viceré, «magnanimo», s’accontenta di far
decapitare il pentito che, colla sua «rivelazione», al ripristino dell’ordine
ha giovato. Salta la logica della convenienza – con questa Campanella
poteva diventare una sorta di campione, ancorché sconfitto, d’un antispa-
gnolismo a Venezia pur presente –, perché in realtà la ben ordinata repub-
blica intuisce che, virtualmente, la congiura calabra non mira solo alla
Spagna, al suo malgoverno. Periferico episodio, confuso, abborracciato,
sgangherato, smandrappato il velleitario conato calabro. Epperò con dentro
il ribollire – d’un tratto – di formulazioni estreme contro il mondo così
com’è, coi suoi stati, bene o male ordinati, incluso quello marciano. Una
miccia esplosiva anche per Venezia, anche per lei disgregante l’utopia di
Campanella, nel suo baluginio estremisticamente formulante nella – ma
anche un po’ dalla – desolazione calabra. Magari delirio vaneggiante, ma
pur sempre turbante. Vaneggianti, a sentenziar di Palazzo Ducale, gli ana-
battisti. Epperò non innocui se li ha ferocemente perseguitati. Proprio nel
suo presumersi utopia realizzata Venezia è durissima colle spinte utopiche
che la scavalcano. Queste proprio non le tollera. Incompatibile il program-
ma dell’utopia calabra coll’utopia realizzata in laguna; una moderata, mo-
deratissima utopia, ove il buon governo coincide col governo veneto, ove
l’ottima forma stato coincide colla costituzione marciana, ove l’eccellenza
umana coincide colla dedizione patrizia nel pubblico impegno, ove non c’è
56 Gino Benzoni

– al limite – da distinguere tra la civitas come dovrebbe essere e la civitas


com’è. Ma com’è e/o come dev’essere Venezia? È come dev’essere; de-
v’essere com’è. Questo nella supposta utopia realizzata dalla tangibile eu-
topia, con una direzione e manutenzione dello stato di competenza ottima-
tizia, con una religione cattolica, con un assetto proprietario, con disugua-
glianze, con gerarchie. Resta la città più bella del mondo. Resta quella in
cui – purché abbienti – si vive meglio che altrove, che ovunque. Ma
l’irruzione dell’utopia di Campanella la scardinerebbe. La sua «nuova ere-
sia» Palazzo Ducale la rifiuta, al pari del viceré, della corte madrilena, di
Filippo III. Non le dispiace che uno Spinelli la schiacci. Non ci riuscisse,
un’«eresia» siffatta non baderebbe, nell’espandersi, ai confini. Per barca,
per naviglio, per galea arriverebbe anche a Venezia, come quella degli
anabattisti. E con questi l’utopia realizzata è stata spietata. Eppure non
congiuravano. Si limitavano a bisbigliare nelle loro catacombali riunioni
che dal Vangelo è desumibile l’illiceità d’una qualsiasi «ricchezza pro-
pria», che, sempre stando al Vangelo, «tutti li beni si devon metter in
comune». Più o meno quel che andran dicendo in Calabria Campanella e
Ponzio e senza desumerlo dal Vangelo.
Mentre Ponzio, il banditore del messaggio campanelliano, processato
con Campanella, riesce, nel 1602, a scappare dal carcere e a raggiungere,
su d’una galea maltese, Costantinopoli morendovi ucciso, in una rissa, da
un giannizzero, Campanella, colla simulata pazzia, schiva la morte ed
inizia per lui il «duro scempio» del «lungo inferno» carcerario. Per vivere
in Italia occorre la «maschera», osserverà Sarpi. Per sfuggire ad una morte
atroce e sopravvivere in carcere Campanella indossa quella del pazzo. E
non può non esserlo tanto dissennata era la «repubblica» vagheggiata nel
1599. E, a far perdonare quella pazzia, ecco che il pazzo s’ingegna a dar
segni di rinsavimento, attento nel contempo a non apparir troppo rinsavito,
altrimenti nascono dubbi sull’effettiva sua pazzia. Se talmente pazzo da
ipotizzare la «libertà di vivere senza ... principe» e «chiesa» – una pazzia
che sconta in un «tenebroso antro», in un «rigido avello» –, ecco che i
cenni d’attenuata pazzia vanno anzitutto alla volta di Roma, della religio-
ne, del papa. È solo il papa che ha l’auctoritas di farlo tornare a respirare
all’aria aperta. Bisogna, allora, iniziare la marcia alla volta d’una qualche
scarcerazione che, previo trasferimento da Napoli, abbia in Roma il pro-
prio compimento. Donde le suppliche al papa, donde l’autocandidatura a
suo campione nella contesa con Venezia. Solo che questa l’ha cantata
quale «arca di Noè» salvante il «seme giusto» dalla furia distruttiva delle
orde barbariche. Già «geloso innamorato castissimamente» di Venezia, già
Campanella e Venezia: qualche appunto, qualche spunto 57
estimatore della sua «gloria verginale», del suo stagliarsi come «maestra
delle genti col Vangelo in mano», Campanella, coll’interdetto, cambia
musica, muta «canzone». Ispirata da Sarpi, il «cantambanco del demonio»
divenuto, il 28 gennaio 1606, teologo-canonista della Serenissima, Venezia
non è più «arca» salvifica. «Nave or di Caronte» la città, traghettante
«alme tristi» alla «sponda tartarea», alla perdizione, alla dannazione. La
vergine intatta è ora un’invereconda, spudorata, laida donna da trivio, una
donnaccia, una «puttana». La sta montando Lutero, poi la «cavalcarà»
Calvino, poi la «cavalcarà» Zuinglio, sinché, a placarne l’incontenibile
«foia», non arriverà il turno di «Macometto».
Epperò – non senza disappunto di Sarpi che avrebbe preferito una
rottura irreversibile – nell’aprile del 1607, anche in virtù del convergente
premere della Spagna e della Francia per una composizione, lo scontro si
conclude con un compromesso, del quale entrambi i contendenti ufficial-
mente possono dichiararsi soddisfatti. Ricuciti i rapporti veneto-pontifici,
tornati l’ambasciatore veneziano a Roma e il nunzio papale a Venezia,
Sarpi – pur vagheggiando una qualche guerra antiasburgica e antiromana
in cui Venezia sia protagonista – di fatto s’acconcia ad una consulenza
pressoché quotidiana colla quale fornisce al governo argomenti storico-
giuridici validi ad un esercizio avvertito e consapevole della sovranità. Pur
nel ripiegare delle speranze, con centinaia e centinaia di consulti Sarpi –
di volta in volta, caso per caso – tiene una sorta di continuata lezione a
sostegno delle prerogative sovrane della Repubblica. E quando, il 15 gen-
naio 1623, spira, la Repubblica gli riserba funerali di stato, così segnalando
che la sua scomparsa è un lutto di stato, che il suo magistero è considerato
patrimonio pubblico. Sempre scomunicato da Roma il servita. E sempre
ritenuta invalida e indebita la scomunica dalla Serenissima. E a tener desta
la lezione del defunto a lui subentra nella carica di consultore il discepolo
e sodale Micanzio. Nel contempo, sempre adattando i propri scritti a quelle
che sono le congiunture e non per questo rinunciando a pensare original-
mente, Campanella continua a scavare il cunicolo che gli faccia finalmente
rivedere il sole, che esiti finalmente nella libertà fisica dei movimenti.
Un’ostinazione che non deflette questa di reggere il carcere sempre speran-
do d’uscirne. È già una conquista partire, il 5 luglio 1626, da Napoli per
Roma. Un trasferimento, una traduzione, un andar da carcere a carcere.
Però quello romano è più respirabile. E non è più carcere il convento della
Minerva ove, il 27 luglio 1628, se ne autorizza l’ulteriore trasferimento. È
loco carceris, una reclusione mitigata, alleggerita, dimidiata. E del tutto
sbloccante, del tutto scarcerante il proscioglimento dell’11 gennaio 1629.
58 Gino Benzoni

Son trascorsi quasi 30 anni da che, il 6 settembre 1599, è stato arrestato.


Il marchio di responsabile della congiura se lo porta addosso indelebile.
Epperò quel programma d’inaudito estremismo anarchico-comunistico se
l’è cacciato dalla mente ipotizzando – a partire dalla Monarchia di Spagna
del 1600 – una sorta di pax hispanica globale, con, nella sintonia tra la S.
Sede e il re Cattolico, un’estensione generalizzata del cattolicesimo. Sem-
pre visionario e alla grande il recluso, ma – sinché prigioniero nella Napoli
spagnola – imbrigliante la visione entro coordinate ispaniche. E la Francia?
Una volta a Roma, relativamente ai «mali d’Italia», gli Avvertimenti cam-
panelliani del 1628 son rivolti, oltre che al papa e al re Cattolico, pure al
re Cristianissimo. E non gran che privilegiata la Spagna nel valutar cam-
panelliano se prevede d’assegnare la Lombardia spagnola alla Francia, il
Napoletano al papa. Quanto meno ridimensionata la Spagna, oggetto di
ridistribuzione a suo danno la penisola. C’è di che discutere. In fin dei
conti la politica è opinabile. E le opinioni sono varie, convergenti, diver-
genti, interferenti. Forse, anziché produrre ponderose trattazioni assertive,
è meglio metter in scena la varietà delle opinioni, farle risaltare nel con-
fronto; e vinca la migliore, la più convincente, la meglio argomentata.
Entusiasta Campanella del galileiano Dialogo dei massimi sistemi. Am-
bientato a Venezia, nel palazzo di Giovan Francesco Sagredo, ecco che
questi arbitra la discussione tra il fiorentino Filippo Salviati e l’aristotelico
Simplicio – che sia Scipione Chiaramonti? certo è che è questi a pensarlo;
tant’è che, letto il Dialogo, si sdegna, convinto Galilei l’abbia di proposito
ridicolizzato nei panni, appunto, di Simplicio –, quello fautore di Coperni-
co, questi di Tolomeo. E l’arbitro imparziale non riesce a stare. È troppo
evidente che ha ragione il primo. E, poiché questi è troppo pacato, troppo
paziente, è l’arbitro ad essere impaziente, a non risparmiare in sarcasmo a
danno del troppo demolibile Simplicio. Certo che a Venezia si parla libera-
mente. E il più libero è Sagredo, il più impetuoso, il meno controllato di
contro al coriaceo aristotelismo. E meno indotto all’autocensura, meno
timoroso della censura l’autore stesso del dialogo. Mica è direttamente
responsabile di quel che nel dialogo vien detto. Responsabili gli interlocu-
tori. Ad ogni buon conto irreperibili i copernicani Sagredo e Salviati:
quello è morto nel 1620, questo nel 1614. Quanto a Simplicio, chiunque
sia, non ha problemi col S. Uffizio. Se poi è Chiaramonti ha ancora un bel
pezzo di vita davanti.
Divertito, divertitissimo Campanella alla lettura d’un dialogo che è
un’autentica «commedia filosofica», scintillante, briosa, vivacissima mes-
sa in scena del dilemma Copernico o Tolomeo, che tanto dilemma non è
Campanella e Venezia: qualche appunto, qualche spunto 59
a dialogo concluso. E il S. Uffizio se ne accorge. Ma come si discute di
scienza, di sistemi, di concezioni, si può discutere anche di temi d’attualità
politica, del presente storico. È nel 1632 che Campanella legge il Dialogo
galileiano e che – fresco di questa stimolante lettura – anch’egli scrive un
dialogo. È, appunto, il Dialogo politico tra un veneziano, spagnolo e fran-
cese. Si discute della Francia, di Richelieu, nella «camera» d’un «princi-
pe»: questa la scena della «commedia» campanelliana. Ci sono impersona-
ti tre punti di vista, si confrontano tre ottiche, tre angolature. Quindi tre
metri di misura, tre orientamenti. L’Italia non ne ha. L’Italia politicamente
non c’è. Ci sono, nell’Italia che non c’è, i filofrancesi, i filospagnoli e i
veneziani. Questi sono neutrali e, insieme, ispanoantipatizzanti e franco-
simpatizzanti. Ciò da un pezzo. Ebbene: se Galilei si riconosce parzial-
mente nel piglio franco e disinibito di Sagredo (vorrebbe essere a Venezia,
vorrebbe tornare all’Arsenale), Campanella un po’ delle sue – in una situa-
zione lo vede lungi dalla Napoli spagnola, già attratto dal prospettare la
monarchia universale in termini di pax gallica e non più hispanica – attuali
propensioni le presta all’interlocutore veneziano. Il che vuol anche dire che
di fatto è a sua volta orientato dalle valutazioni di Palazzo Ducale. Orien-
tante bussola, insomma, per lo stilense, a Roma ancora per poco, la «scuo-
la di Venezia». Questa è empiricamente realistica, non gioca coi «numeri»,
non cincischia cogli «astrologismi». Nell’apprezzarla per questo Campa-
nella sta prendendo le distanze dai propri stessi strologare e cabaleggiare.
Considera i fatti, s’attiene a questi, come sta facendo la diplomazia vene-
ziana. Positivo il giudizio del «veneziano» nel Dialogo interloquente e/o di
Campanella autore del Dialogo su Richelieu: non è sospinto da mera bra-
ma di personale strapotere; il suo operato mira «alla grandezza e gloria
della Francia», alla «salute» di quel regno; il suo ruolo è quello di «stro-
mento» del consolidamento del centralismo monarchico. Così di Richelieu
Campanella e/o il «veneziano» del Dialogo, grosso modo negli stessi ter-
mini adoperati a Palazzo Ducale a Venezia, dai suoi rappresentanti nelle
grandi corti europee. Evidentemente il domenicano è informato di quel che
il governo veneto pensa e pure lo condivide. «Prudentissimo» Richelieu,
accortissimo. Così risulta ad una valutazione lucidamente politica. «Noi
parliamo come politici» dice di sé il «veneziano» del Dialogo. E anche
Campanella, nella misura in cui sta ponderando i rapporti di forza, avverte
i sintomi del declino spagnolo, sta considerando politicamente, allievo, in
questo, della «scola di Venezia». Neutrale, Campanella non lo ignora, la
Serenissima, epperò, in momenti decisivi, a fianco della corona di Francia,
a costo d’urtare il re Cattolico. Lo sottolinea, sempre nel Dialogo, lo
60 Gino Benzoni

«spagnolo»: «questi veneziani – gli fa dire Campanella – furono sempre


contro la Spagna»; son stati «essi», infatti, a persuadere Clemente VIII a
riconoscere l’ascesa dal trono d’Enrico IV. E, ancorché «invitati» da Filip-
po II «a navigare in Indie Orientali e nell’America», rifiutanti i veneziani
un invito così allettante. Così, un po’ fumosamente, lo «spagnolo» ricorda
l’effettivo sottrarsi, da parte di Venezia, all’assunzione del monopolio del-
la vendita, in Europa, del pepe e delle spezie da prelevarsi, caricandoli in
navi venete, a Lisbona. Un’offerta che, ventilata nel 1584-1586, la Repub-
blica lascia cadere, un po’ per diffidenza (una sorta di timeo Hispaniam et
dona ferentem), ma anche perché «negotio» di tal portata da esigere un’at-
trezzatura – e materiale e mentale – di cui Venezia dubita di disporre.
Evincibile, comunque, da quest’accenno all’offerta non accolta quasi una
cinquantina d’anni prima della stesura del Dialogo, che Campanella della
storia di Venezia è informato. E che conosca questo dettaglio – sia pure
all’ingrosso – è altresì indicativo d’un’informazione non superficiale, per
lo meno in grado di precisare quando e come la Repubblica ha esternato
il suo antispagnolismo.
Del 1632 il dialogo in cui Campanella guarda alla Francia in certo qual
modo vedendovi qual che vi si scorgeva dalla specola lagunare. Del 1634
l’andata in Francia, un po’ per opportunità, un po’ per opzione, per scelta
di campo. E presagente, a Parigi, Campanella, pel delfino – il futuro re
Sole – un destino di grandezza egemone. Ma se questa s’imporrà perento-
ria è anche perché la piattaforma pel decollo l’ha predisposta Richelieu. Ed
è guardando da Roma a costui, con un metro di misura arrivatogli dalla
«scuola di Venezia», che Campanella ha intuito che, grosso modo, si stava
irrobustendo la corona del re Cristianissimo che, nel frattempo, quella del
re Cattolico si stava appannando, che già l’intaccava la ruggine.
61

II

FONTI E STUDI SULLA CONGIURA


E LA CALABRIA
AL TEMPO DI CAMPANELLA
62
63
ROCCO BENVENUTO

LA FORMAZIONE DEL CLERO SECOLARE


NELLA METROPOLIA DI REGGIO CALABRIA
ALLA VIGILIA DELLA CONGIURA DI CAMPANELLA

Nei Discorsi universali del governo ecclesiastico per far una gregge e un
pastore, di cui c’è pervenuto soltanto un compendio, Tommaso Campanel-
la insiste ripetutamente sulla necessità di «coltivare tutti i colleggi e semi-
nari … e privileggiare i belli ingegni con farli esenti di molte fatiche,
perché possano studiare»1. A suo avviso, per divulgare le scienze e le arti,
vanno osservate queste tre semplici regole:
Primo: far che ogni vescovo tenghi scuola di grammatica e logica e teologia nel
seminario, gratis per tutti.
Secondo: che in ogni terra il monasterio, che dalle communi elemosine vive o di
rendite lasciate da buoni Cristiani, sia obligato legger grammatica, logica e teolo-
gia a tutti gratis in capitulo pubblico.
Terzo: che nelle ville dove sta il paroco, quello sia obligato insegnar la dottrina
cristiana, legger e scrivere e grammatica a tutti; però non si deve far paroco che
non sa grammatica e proponere verbum Dei2.

Come si può notare, questi tre suggerimenti sono legati tra loro da un
unico comune denominatore: l’istruzione nelle scienze sacre e letterarie
dev’essere offerta a tutti gratuitamente.
La residua documentazione reperita non consente di stabilire quali furo-
no i dati esperienziali che indussero il Campanella a concentrare la propria
attenzione sui luoghi di formazione al fine di rinnovare la vita del clero.
Tuttavia, se si tiene conto che il De regimine Ecclesiae scritto a Padova
nel 1593, è stato probabilmente «rielaborato in Calabria»3 dal Campanella
prima della Congiura, a seguito della quale resterà recluso per un trenten-
nio, non ci si allontana troppo dalla realtà se si ritiene che il domenicano
di Stilo, quando sottolineava l’esigenza di potenziare i seminari, avesse

1
T. Campanella, Discorsi universali del governo ecclesiastico, in G. Bruno-T. Campa-
nella, Scritti scelti, a cura di L. Firpo, Torino 1949, p. 481.
2
Ivi, p. 522.
3
L. Firpo, Il supplizio di Tommaso Campanella. Narrazioni – Documenti – Verbali
delle torture, Roma 1985, p. 98, ripubblicato in L. Firpo, I processi di Tommaso Campa-
nella, a cura di E. Canone, Roma 1998, p. 142.
64 Rocco Benvenuto

presente in particolar modo la formazione culturale del futuro clero calabrese.


Per far fronte alla diffusa inefficienza ed immoralità del clero, al Conci-
lio di Trento, nel corso della XXIII sessione (15 luglio 1563), fu approvato
all’unanimità il decreto Cum adolescentium aetas in base al quale ogni
diocesi si sarebbe dovuta dotare di un collegio in cui
recipiantur quid ad minimum duodecim annos et ex legittimo matrimonio nati sint,
ac legere et scrivere competenter noverint, et quorum indoles et voluntas spem
afferat, eos ecclesiasticis ministeriis perpetuo inservituros4.

Ad oltre tre decenni dalla bolla di Pio IV Benedictus Deus et Pater, con
la quale il 26 gennaio 1564 confermò i decreti conciliari, potrebbe sembra-
re strana questa insistenza sui luoghi di formazione5, ma se si esaminano
le vicende dei seminari calabresi, appare evidente come il Campanella avesse
colto nel segno quando individuò nella diffusa impreparazione del clero
«in grammatica, logica e teologia», uno dei maggiori fattori che continua-
va a condizionare l’applicazione della riforma tridentina in Calabria. Poi-
ché la storiografia6, negli anni passati, si è limitata a ricostruire le origini

4
Conciliorum Oecumenicorum Decreta, a cura di G. Alberigo - G.L. Dossetti - P. P.
Joannou - C. Leonardi - P. Prodi, Bologna 1991, p. 750. Per il decreto tridentino sui
seminari v. J. A. O’Donohoe, Tridentine Seminary Legislation. Its sources and its Forma-
tion, Lovanio 1957 (Bibliotheca Ephemeridum theologicarum lovaniensium 9); H. Jedin,
L’importanza del decreto tridentino sui seminari nella vita della Chiesa, «Seminarium»,
XV (1963), pp. 398-412; H. Tüchle, Das Seminardekret des Trienter Konzils und Formen
seiner geschichtlichen Verwirklichung, «Tübinger Theologische Quartalscrift», 144 (1964),
pp. 12-30; J.A. O’Donohoe, The Seminary Legislation of the Council of Trent, nel vol. Il
Concilio di Trento e la riforma tridentina. Atti del convegno storico internazionale (Trento,
2-6 settembre 1963), Roma 1965, pp. 157-172; L. Cristiani, La Chiesa all’epoca del Con-
cilio di Trento (1545-1563), a cura di A. Galuzzi, Torino 19812, pp. 645-658 (Storia della
Chiesa di A. Fliche-V. Martin XVII).
5
Sull’apertura dei seminari v. Sacra Congregatio de Seminariis et Studiorum Univer-
sitatibus, Seminaria Ecclesiae Catholicae, Città del Vaticano 1963, pp. 25-172; P. Telch,
La teologia del presbiterato e la formazione dei preti al Concilio di Trento e nell’epoca
post tridentina, «Studia Patavina», 2 (1971), pp. 343-389; M. Guasco, La formazione del
clero: i seminari, nel vol. Storia d’Italia. Annali, 9, a cura di G. Chiottolini-G. Miccoli,
Torino 1986, pp. 640-658; G. Bedouelle, Strumenti per la diffusione del Tridentino, nel vol.
La Chiesa nell’età dell’assolutismo confessionale. Dal Concilio di Trento alla pace di
Westfalia (1563-1648), a cura di L. Mezzadri, Alba 1988, pp. 92-94 (Storia della Chiesa
di A. Fliche-V. Martin XVIII/2); C. Fantappiè, Istituzioni ecclesiastiche e istruzione secon-
daria nell’Italia moderna: i seminari-collegi vescovili, «Annali dell’Istituto storico italo-
germanico in Trento», 15 (1989), pp. 189-240.
6
Per un primo bilancio v. M. Mariotti, Studi su Riforma cattolica tridentina e Calabria
(secc. XVI-XVIII): stato attuale e prospettive di sviluppo, nel vol. AA.VV., Il Concilio di
Trento nella vita spirituale e culturale del Mezzogiorno tra XVI e XVII secolo. Atti del
convegno di Maratea (19-21 giugno 1986), a cura di G. De Rosa-A. Cestaro, 2, Venosa
La formazione del clero secolare nella metropolia di Reggio Calabria 65
dei seminari diocesani sulla base dell’esigua documentazione esistente in
loco, con questo contributo vorrei meglio precisare, alla luce di nuovi
documenti rinvenuti nell’Archivio Segreto Vaticano, la nascita dei semina-
ri nella metropolia reggina, evidenziando qual è stata la causa principale
che, sin dagli inizi, ha determinato una vita travagliata per la maggior parte
di essi, nonostante quasi tutti i vescovi fossero stati solleciti nel dare
attuazione al decreto tridentino.
Prima di delineare lo sviluppo dei seminari7, è necessaria, tuttavia, una
breve puntualizzazione, al fine di superare un equivoco ingenerato dalla
passata storiografia che continua ad essere ripetuto dagli studiosi locali.
Come ha già sottolineato la Mariotti8, si è spesso dato per scontato che,
all’atto giuridico della fondazione del seminario, siano seguiti l’apertura ed
una regolare attività. Indubbiamente la metropolia di Reggio Calabria,
nell’immediato post-concilio, è stata all’avanguardia, a livello nazionale,
per quanto riguarda l’istituzione dei seminari diocesani, ma solo 3 seminari
su 10 sono riusciti, tra non poche difficoltà economiche, ad aprire i battenti
e a funzionare ininterrottamente.
Le sorti cui sono andati soggetti gli archivi diocesani – si pensi a quello
reggino andato completamente distrutto nell’incursione turca del 3 settem-
bre 15949 – hanno finora pesantemente condizionato le indagini sull’avvio
dei seminari. Per avere un’idea dell’entità di questo danno basti dire che
di nessun seminario calabrese ci sono giunti gli originali degli atti istitu-
tivi. Oggi, però, questa lacuna può essere in parte colmata integrando il

1988, p. 725 (Piccola Biblioteca della Associazione per la storia sociale del Mezzogiorno
e dell’area mediterranea, 8); Eadem, Linee di orientamento e sviluppo negli studi di storia
religiosa della Calabria moderna e contemporanea, nel vol. Ricerca storica e chiesa locale
in Italia: risultati e prospettive. Atti del IX Convegno di studio dell’Associazione Italiana
dei Professori di Storia della Chiesa (Grado, 9-13 settembre 1991), Roma 1995, p. 357.
7
A livello generale sui seminari calabresi v. F. Russo, I seminari calabresi: origine e
storia, Napoli 1964; F. Raffaele, La istituzione dei seminari e la formazione del clero in
Calabria, «Historica», XVIII (1965), pp. 90-93; R. Le Pera, Origine e storia dei Seminari in
Calabria, Lamezia Terme 1993. In base alla nuova documentazione rinvenuta, risulta superata
la cronologia presente in questi studi, unitamente a quella offerta da Guasco (La formazione
del clero, p. 648), che è stata riproposta da Giovanni Brancaccio, La geografia ecclesiasti-
ca, nel vol. Storia del Mezzogiorno, a cura di G. Galasso-R. Romeo, 9, Roma 1994, p. 256.
8
Mariotti, Linee di orientamento, p. 356.
9
A. Denisi, L’opera pastorale di Annibale D’Afflitto arcivescovo di Reggio Calabria
(1594-1638). La prima visita pastorale (1594-1595). Il primo sinodo diocesano (1595). La
prima relazione ad limina (1595), Roma 1983, p. 398 (Storia e Società, 13); G. Valente,
Dalle incursioni turchesche all’età giacobina, nel vol. Reggio Calabria: storia, cultura,
economia, a cura di F. Mazza, Soveria Mannelli 1993, pp. 159-164.
66 Rocco Benvenuto

residuo materiale esistente in loco con quello custodito negli archivi dei
dicasteri pontifici, in particolare in quelli della Congregazione del Concilio
e della Congregazione dei Vescovi e Regolari, ove, nonostante le consi-
stenti perdite subite nel corso del trasferimento per e da Parigi, è possibile
rinvenire non solo i carteggi tra le diocesi e i prefetti dei dicasteri pontifici,
ma anche i documenti istitutivi dei seminari, allegati in copia nelle suppli-
che inviate al papa.
La storiografia regionale ha sempre ritenuto che il primo seminario
eretto in Calabria sia stato quello di Reggio Calabria10, dal momento che
la sua istituzione risalirebbe al 24 agosto 156511. In realtà, dai sinodi di
Nicastro e Cassano, uno pubblicato recentemente12 e l’altro ancora inedito,
risulta che la decisione di aprire il seminario era stata assunta in queste
diocesi prima ancora che fosse convocato il primo concilio provinciale,
celebratosi a Reggio Calabria nella prima decade del maggio 156513.
Antesignano nel dotare la propria diocesi del seminario fu mons. Gio-
vanni Antonio Facchinetti, che fece adottare la decisione nel corso del

10
F. Monteleone, Aspetti della Riforma e Controriforma religiosa in Calabria, Vibo
Valentia 1930, p. 149; P. Sposato, Note sull’attività pretridentina, tridentina e postridentina
del p. Gaspare Del Fosso, dei Minimi, arcivescovo di Reggio Calabria. (Saggio di ricerche
archivistiche), nel vol. Atti del I° Congresso storico calabrese (Cosenza, 15-19 settembre
1954), Roma 1957, p. 261; Idem, La riforma della chiesa di Reggio Calabria e l’opera
dell’arcivescovo Del Fosso, «Archivio Storico per le Province Napoletane», LXXV (1957),
pp. 234-235; Idem, Aspetti e figure della Riforma cattolico-tridentina in Calabria, nel vol.
Atti del 3° Congresso storico calabrese (16-26 maggio 1963), Napoli 1964, p. 265, ripub-
blicato come volume autonomo, Napoli 1964, p. 39; F. Russo, Storia dell’archidiocesi di
Reggio Calabria, 2, Dal Concilio di Trento al 1961, Napoli 1962, p. 126; 3, Cronistoria
dei vescovi e arcivescovi, Napoli 1965, p. 173; Idem, I seminari, p. 11; Raffaele, La istituzio-
ne, p. 90; A. Denisi, Il ministero pastorale di Gaspare Del Fosso arcivescovo di Reggio, nel
vol. AA.VV., Gaspare Del Fosso e Riforma cattolica tridentina in Calabria. Atti del Conve-
gno (Rogliano–Paola-Reggio Calabria 7-9 dicembre 1992), Reggio Calabria 1997, p. 107.
11
A. De Lorenzo, Ricordi storici del seminario arcivescovile di Reggio, nel vol. Un
terzo manipolo di monografie e memorie reggine e calabresi, Siena 1899, p. 5, ora in A.
De Lorenzo, Monografie e Memorie Reggine e Calabresi, Reggio Calabria 2000, p. 296.
12
R. Benvenuto, Mons. Giovanni Antonio Facchinetti e il sinodo diocesano di Nicastro
del 1564, nel vol. Chiesa e Società nel Mezzogiorno. Studi in onore di Maria Mariotti, a
cura di P. Borzomati, G. Caridi, A. Denisi, G. e A. Labate, F. Maggioni Sesti, S. e D.
Minuto, R. Petrolino, 1, Soveria Mannelli 1998, pp. 307-309.
13
Su questo concilio che, a tutt’oggi, risulta essere il primo celebrato in Italia, v. M.
Miele, Die Provinzialkonzilien Süditaliens in der Neuzeit, Paderborn 1996, pp. 49-55;
Idem, I Concili Provinciali di Gaspare del Fosso, nel vol. AA.VV., Gaspare Del Fosso,
pp. 220-225. Il resoconto di questo concilio fu inviato il 10 maggio 1565 a Pio IV. Il testo
in Sposato, Aspetti, pp. 81-88.
La formazione del clero secolare nella metropolia di Reggio Calabria 67
sinodo diocesano tenuto il 28-29 giugno 1564 a Nicastro. Tenendo presen-
te che Trento aveva chiuso i battenti il 4 dicembre 1563, si può dire che
il futuro Innocenzo IX abbia voluto bruciare i tempi, perché è stato il
primo in Calabria ed uno dei primi in Italia a convocare l’assemblea sino-
dale14. In ottemperanza alle disposizioni tridentine il vescovo, durante il
sinodo, fece inserire, come secondo argomento di discussione, l’erezione
del seminario diocesano. Il Facchinetti, che aveva partecipato alla storica
sessione del 15 luglio 156315, era a conoscenza della problematica che ruotava
intorno a tale atto deliberativo, soprattutto per ciò che concerne il reperi-
mento dei contributi, ed era ben consapevole come l’avvenire della sua
chiesa fosse intimamente legato all’apertura di un collegio per la formazio-
ne dei futuri sacerdoti. Il Concilio di Trento, affrontando la questione dei
finanziamenti, aveva dato come indicazione di costituire in ogni diocesi una
commissione composta di quattro persone, di cui una scelta dal vescovo,
un’altra dal capitolo e due dal clero, con il compito di tassare tutti i benefi-
ci curati e non curati. Diversamente da quanto stabilito dal can. 18, il
sinodo nicastrese, nel formare la commissione, mutò le proporzioni, sicché
i rappresentati episcopali furono due ed uno solo quello del presbiterio. Per
effetto di tale inversione, il vescovo scelse come suoi delegati don Anniba-
le Vitale e don Vincenzo Carsalito, il capitolo inviò il can. Andrea Mone-
zio, mentre il clero fu rappresentato dal chierico Giovanni Battista Sersale16.
Similmente a quanto avvenuto a Nicastro, la decisione di aprire a Cas-
sano il seminario fu presa durante il primo sinodo diocesano. Assente il
vescovo, Giovanni Battista Serbelloni, che ricopriva a Roma l’ufficio di
castellano di Castel S. Angelo17, l’assemblea sinodale si svolse il 6 febbra-

14
A Trento il Facchinetti era stato uno dei sostenitori sulla ripresa delle assemblee sino-
dali: Concilium Tridentinum. Diariorum actorum epistolarum tractatuum nova collectio, 9:
Concilii Tridentini actorum pars sexta: Acta post sessionem sextam (XXII) usque ad finem
Concilii (17. Sept. 1562 - 4 Dec. 1563), ed. S. Ehses, Friburgo 19652, p. 997. Sul Facchinetti
v. G. Pizzorusso, Innocenzo IX, «Enciclopedia dei Papi», 3, Roma 2000, pp. 240-249.
15
Ivi, pp. 623, 631.
16
Benvenuto, Mons. Giovanni Antonio Facchinetti, p. 308.
17
Milanese d’origine, il Serbelloni era stato nominato vescovo di Cassano da Pio IV il
17 dicembre 1561 con il consenso di Filippo II, il quale, per la circostanza – l’eletto era
il cugino del papa - rinunciò al diritto di presentazione (R. Benvenuto, Mons. Gaspare Del
Fosso metropolita di Reggio Calabria, nel vol. AA.VV., Gaspare Del Fosso, p. 131).
All’epoca del sinodo (1565) non si era ancora fatto consacrare vescovo né si era recato in
diocesi, in quanto, grazie alla protezione del cugino pontefice, ricopriva a Roma l’ufficio
di castellano di Castel S. Angelo: F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria (= RVC),
4, Roma 1978, nn. 21012-21013, 21731.
68 Rocco Benvenuto

io 1565 sotto la presidenza del vicario generale, Mario Mattesilano. Dagli


atti risulta che i sinodali elessero come membri della commissione prepo-
sta alla tassazione dei benefici Gian Andrea Segnazzi, abate di Cerchiara
e canonico tesoriere18, Filippo Manco, arcidiacono del capitolo della catte-
drale, Tarantino Colantonio e Lorenzo Manco, entrambi chierici19.
Se quest’ultima deliberazione non produsse effetti all’interno della me-
tropolia, viceversa quella nicastrese, a motivo della presenza del vescovo,
influì sui lavori del primo concilio provinciale reggino. A questo proposito è
significativo uno stralcio della lettera che mons. Facchinetti inviò il 24
maggio 1572 a Gregorio XIII. Apprestandosi a lasciare la nunziatura di Vene-
zia, il presule ricordò che: «Aiutai anco mons. di Reggio, mio metropolita-
no, di modo che noi fussimo i primi di tutti a far il Concilio provinciale»20.
Dagli atti conciliari si evince che il problema dell’apertura dei seminari
fu discusso nella seduta del 5 maggio 1565. Sull’onda di quanto era avve-
nuto a Nicastro, i confratelli del Facchinetti furono tutti concordi sulla
necessità ed urgenza di procedere all’erezione dei seminari, ma quando si
trattò di concretizzare tale volontà, il vescovo di Gerace, mons. Andrea
Candido, sollevò il problema del reperimento dei mezzi finanziari per
mantenere a regime una scuola-convitto (edifici, personale docente e
formatori, accoglienza degli allievi più poveri) ed, in particolare, di come
andavano tassati sia i benefici curati che quelli semplici21. Si trattava di un
problema non secondario, perché a Nicastro la commissione diocesana
costituita per la loro tassazione era da tempo bloccata, in quanto il sinodo

18
Il 22 agosto 1565 sarà promosso da Pio IV vescovo di Bisceglie: RVC 21456.
19
Saracena, Archivio Parrocchiale S. Maria del Gamio, Sinodo di Mons. Giambattista
Serbellone eletto dalla S. Sede per la diocesi di Cassano tenuto sotto la presidenza del suo
Vicario Generale in Cassano l’anno 1565, nel vol. Sinodi, Decreti di Santa Visita, Noti-
ficazioni, ecc. per la Diocesi Vescovile di Cassano raccolti dal Suddiacono Alessandro M a
Mastromarchi di Saracena addetto alla Chiesa Parrocchiale di Santa Maria del Gamio
negli anni 1862-1863, 1, c. 74. La trascrizione del testo sinodale fu fatta da Giuseppe Pioli
che iniziò il 25 dicembre 1862 e terminò il 31 marzo 1863 (f. III).
20
Nunziature di Venezia, 10, a cura di A. Stella, Roma 1977, p. 198 (Fonti per la Storia
d’Italia 132). Sull’ipotesi di P. Caiazza [Tra stato e papato. Concili provinciali post-
tridentini (1564-1648), Roma 1992, p. 102 (Italia sacra 49); Idem, Controversie e polemi-
che intorno ai Concili Provinciali di Brindisi (1564-1565) e di Trani (1566 e 1569),
«Ricerche di storia sociale e religiosa», n.s. XXVIII (1998), pp. 93-109] che a Brindisi sia
stato celebrato un concilio provinciale nel 1564, oltre alle osservazioni critiche di Miele
(Die Provinzialkonzilien, p. 316), v. Benvenuto, Mons. Gaspare Del Fosso, p. 131; Idem,
Per la cronologia del primo concilio provinciale italiano dopo Trento (in corso di stampa).
21
Benvenuto, Mons. Gaspare Del Fosso, p. 199.
La formazione del clero secolare nella metropolia di Reggio Calabria 69
non aveva fissato un criterio per la costituzione di una congrua dotazione
patrimoniale, sicché il seminario non era ancora entrato in funzione.
Al termine della discussione, fu deciso che entro sei mesi il metropolita
e gli altri suffraganei avrebbero dovuto aprire il proprio seminario, dotan-
dolo di tutti i beni necessari al suo mantenimento. Per far fronte all’onere
finanziario, di comune accordo, fu fissato come criterio che le abbazie, i
monasteri e i titolari di benefici senza cura d’anime avrebbero dovuto
versare il doppio di coloro che avevano un beneficio curato. Qualora, poi,
nella diocesi non c’erano né monasteri né abbazie oppure i benefici sem-
plici erano così pochi e, quindi, insufficienti per tenere aperto il seminario,
l’ordinario diocesano, autonomamente, avrebbe determinato l’importo del-
la tassa, il cosiddetto “seminaristicum” 22.
Sulla base di questo canone, il successivo 20 maggio la commissione
nicastrese procedette alla tassazione dei benefici applicando il 4% a quelli
curati e l’8% a quelli non curati. In pari data mons. Facchinetti procedette
all’apertura del seminario: con atto pubblico, rogato dal notaio nicastrese
Taddeo de Parisio, donò al collegio l’ex palazzo della famiglia di Scipione
Caputo, dotato di molte aule e camere, che divenne la sede della nuova
istituzione. Inoltre, il vescovo decise che inizialmente la nuova struttura
avrebbe dovuto accogliere 12 adolescenti, suddivisi secondo la provenien-
za in questo modo: 6 da Nicastro, 3 da Maida e 3 dal resto della diocesi 23.
Dalla somma di tutti i tributi risulta che il seminario nicastrese poté
contare su un’entrata annua di oltre 146 ducati. Scorrendo l’elenco dei
contribuenti, emerge che dopo il vescovo - versava più di 25 ducati -, le
quote più alte toccavano a Lucio Gallo, abate dei Santi Quaranta Martiri
presso Sambiase, oggi Lamezia Terme, e a Silvio Anisio, abate di S.
Nicola di Fragiano, vicino Maida, ognuno dei quali doveva dare al semina-
rio 20 ducati24. Questo spiega perché furono gli unici che ricorsero a Roma

22
Ivi, pp. 199-200.
23
Città del Vaticano, Archivio Segreto Vaticano (= ASV), Archivio della S. Congrega-
zione del Concilio (= CC), Positiones (Sess.) 95, ff. 365r-367r.
24
Il Gallo, appartenente al clero di Melfi e membro della famiglia pontificia, il 10
dicembre 1553 ottenne da Giulio III l’abbazia dei Santi Quaranta Martiri (RVC 20116,
20121), che conservò sino alla morte avvenuta nel 1577 (RVC 22912). L’Anisio, chierico
napoletano, fu nominato abate commendatario di S. Nicola il 17 gennaio 1562 (RVC
21037, 21043). Alla sua morte Gregorio XIII, il 14 settembre 1580, designò come succes-
sore il card. Giulio Santoro (RVC 23168) e stabilì che al seminario di Nicastro, per venti
anni, sarebbero andati ducati 52½ defalcandoli dalla rendita annua del beneficio che am-
montava a 70 ducati (RVC 23564).
70 Rocco Benvenuto

per chiedere una riduzione della tassa. Dai loro ricorsi e dalle contro dedu-
zioni di mons. Facchinetti si evince che i 12 seminaristi, ai quali erano
offerti la scuola, il vitto ed ogni due anni il vestiario, non abitarono sempre
in seminario, in quanto, a seguito dell’alluvione, in collegio restarono i 5
maestri e 6 seminaristi, mentre gli altri 6, essendo tutti di Nicastro, furono
mandati a dormire presso le rispettive famiglie25.
L’aver, sin dagli inizi, risolto egregiamente il problema delle risorse,
consentì al seminario nicastrese di superare queste difficoltà e di funziona-
re regolarmente col passare degli anni. Se mons. Clemente Bontandosi,
nella sua prima relazione per la visita ad limina (9 aprile 1590) si limitò
a registrare che il collegio era frequentato da 12 seminaristi26, il successo-
re, mons. Pietro Francesco Montorio, nell’evidenziare la positività dell’o-
pera formativa, dovette accennare alla precarietà della situazione economi-
ca, in quanto si era nuovamente in lite per la rendita del beneficio di
Taverna. Nella relazione inviata alla Congregazione del Concilio il 16
aprile 1595, a meno di un anno dal suo ingresso in diocesi, il presule
traccia in questi termini la situazione del seminario diocesano:
In Seminario (nam et id Neocastri extat) aluntur ac instruuntur adolescentes clerici
XII. Ex quo multi optimi presbiteri, beneficiati, ac theologi et doctores evasere.
Sanctae vero memoriae Joannes Antonius Facchinettus, tunc Neocastrensis epi-
scopus, deinde Cardinalis tituli Sanctorum Quattuor Coronatorum, demum PP.
Innocentius nonus dictus, portionem quandam curatam, ac simplex etiam benefi-
cium seu prioratum sub titulo Sancti Spiritus, ac pensionem ducatorum 70 singulis
annis per annos XX solvendorum super abbatia de Fragiano nuncupata dicto semina-
rio contulit, univitque. Nunc autem est in periculo diminutionis, ex quo praedicta
abbatia ad manus Ill.mi ac Rev.mi Cardinalis Sancte Severine pervenit, cuius
procuratores non obstante bullarum expeditione, et litterarum apostolicarum pro-
visione illius capituli, et dioecesis ducatorum 70 sumptibus expeditarum et eidem
intimatarum, dictos ducatos 70 solvere ullo modo noluerunt. Et prædictum bene-
ficium seu prioratus Sancti Spiritus fuit impetratus a N.S. et adhuc sub iudice lis

25
ASV, CC, Positiones (Sess.) 95, f. 348rv. Sulla vertenza che oppose gli abati Gallo
ed Anisio al vescovo di Nicastro v. Benvenuto, Mons. Gaspare Del Fosso, pp. 149-153.
26
«Jam diu institutum fuit Seminarium Puerorum, juxta praescriptam formam a Concilio
Tridentino, in quo permanent duodecim pueri, et ex Civitate, et ex Diocesi oriundi; et
habent bonum Magistrum Gramaticae, et Musicae, et Magister Gramaticae gratis omnes
alios accedentes docet; et Pueri in simul habitant, et ibidem aluntur ex reditibus quorundam
beneficiorum simplicium dicto seminario unitorum; et Pueri prefati, diebus festivis, in
Cattedrali deserviunt. Habetque dictum Seminarium Procuratorem unum ex Canonicis, qui
rationem administrationis reddit ad omnem episcopi requisitionem, interveniente ad hoc
dicto episcopo, et duobus de Capitulo clericis» (Sposato, Aspetti, p. 41).
La formazione del clero secolare nella metropolia di Reggio Calabria 71
est. Et redditus præfate portionis, que est in frumento pro Seminarii victu, ob
sterilitatem et annorum præteritorum tempore mortalitatem est satis imminuta,
adeo ut ad panis tantum victum vix sufficiat et ad nihilum pene redigatur27.

Nonostante quest’ultimo problema, le condizioni in cui avveniva la forma-


zione del clero a Nicastro erano superiori a quelle degli altri seminari della
metropolia, compreso quello di Reggio Calabria, aperto da mons. Gaspare
Del Fosso il 24 agosto 156528. Sebbene il numero dei seminaristi fosse
identico a quello di Nicastro, i reggini non disponevano di una struttura,
per cui dormivano presso le rispettive famiglie che, tra l’altro, provvedeva-
no pure al vestiario. L’arcidiocesi, infatti, con le risorse disponibili riusciva
a garantire un maestro di grammatica e musica, il vitto e, annualmente, una
veste talare. La causa di tale situazione era legata al fatto che, malgrado
a Reggio si applicassero delle aliquote più basse rispetto a quelle di Nica-
stro – il 6% per i benefici non curati ed il 3% per quelli curati29 –, c’era
un cospicuo numero di evasori, detentori delle abbazie a cui erano connes-
se le rendite più pingui, contro i quali non si poteva procedere poiché
appartenevano al collegio cardinalizio.
La precarietà con cui si svolgeva la preparazione dei futuri candidati al
sacerdozio ha indotto qualche studioso a ritenere che il vero fondatore del
seminario reggino non sia stato mons. Del Fosso, ma mons. Annibale D’Af-
flitto (1593-1638), in quanto l’avrebbe dotato di una sede stabile, di personale
e di maggiori entrate30. In realtà tale affermazione, unitamente a quella

27
ASV, CC, Relationes Dioecesium 570A: Neocastren., f. 7v. Nella successiva relazio-
ne, inviata il 18 dicembre 1597, il presule illustrò in questi termini la situazione del collegio
diocesano: «In Seminario (nam et id Neocastri extat) ali ac instrui clerici XII grammatica
et musica solent. Qui tamen ante inopia pene perierant, recesserantque omnes, sed per me
revocati, honeste modo ac commode unacum præceptoribus degunt. Siquidem cum fructus,
redditusve per paucissimos haberent, nequirentque a procuratoribus Ill.mi ac Rev.mi D.
Cardinalis Sanctæ Severinæ pensionem quandam annuam ducatorum septuaginta exigere,
ita ut necesse fuerit eam nunc extingui compositione cum dicto Ill.mo ducatorum 4 SS.
inita, iussu meo factum est, ut quicunque in dioecesi beneficia obtinet, in primis vero ego
ipse, portionem pro rata singulis annis conferat» (Ivi, f. 18r).
28
L’istituzione per mantenersi poteva contare sulle rendite di 8 benefici: S. Caterina di
Mesimerio, S. Maria di Podargoni, SS. Annunziata di Annomeri, S. Angelo di Penna, S.
Nicola da Brancatonio, S. Giorgio de Gulferio, S. Maria delle Fornaci e S. Procopio che
rendevano annualmente 160 ducati circa (Denisi, L’opera, p. 158).
29
ASV, CC, Positiones (Sess.) 95, f. 360r.
30
G. Minasi, D. Annibale D’Afflitto patrizio palermitano arcivescovo di Reggio Cala-
bria. Notizie storico-biografiche, Napoli 1898, pp. 65-66. Dello stesso avviso, che si avvale
però del De Lorenzo, è M. Mariotti, Problemi di lingua e di cultura nell’azione pastorale
dei vescovi calabresi in Età Moderna, Roma 1980, p. 175 (Storia e Società, 7).
72 Rocco Benvenuto

secondo cui negli ultimi anni, a motivo dell’età avanzata, mons. Del Fosso
non abbia prestato adeguata attenzione ai chierici che venivano ordinati pre-
sbiteri31, non trovano riscontro nella documentazione che si sta rinvenendo.
Preliminarmente va rilevato che il primo ad attribuire a mons. Del
Fosso l’apertura del seminario è stato lo stesso mons. D’Afflitto. Nel ver-
bale relativo alla visita pastorale effettuata il 27 gennaio 1595 al seminario,
a meno di un anno dal suo ingresso in diocesi, si legge:
Accessit ad domum seminarii quae fuit penitus combusta a Turcis. Et quia de
principio fundationis non educabantur pueri cum clausura et coeteris requisitis pro
bono eventu huius sacri instituti, propter tenuitatem redditus dicti seminarii, sed
solum alebantur pueri circiter 12 in propriis domibus eorum patrum, et quolibet
anno vestiebantur unica tantum tunica talari et in praedicta domo seminarii con-
veniebant quotidie pro addiscenda musica et praedicto magistro solvebant ducatos
quadraginta quolibet anno32.
Le affermazioni di mons. D’Afflitto collimano alla perfezione con le infor-
mazioni fornite cinque anni prima da mons. Del Fosso nella relazione
presentata l’11 maggio 1590 a Sisto V per la visita ad limina33.
Inoltre, tra i sacerdoti nominati da mons. D’Afflitto alla direzione del
seminario, ve n’erano alcuni che avevano frequentato il collegio quando
mons. Del Fosso era alla guida dell’arcidiocesi reggina. Speculare, a tal ri-
guardo, è la testimonianza di Giannangelo Spagnolio, nominato da mons.
D’Afflitto, il 14 settembre 1596, rettore del seminario senza essere stato anco-
ra ordinato presbitero. Nel descrivere il suo cammino verso il sacerdozio,
il futuro storico di Reggio scrive che, avendo compiuto il decimo anno d’età,
a 10 di Dicembre del 1583 presi l’abito clericale; et a 19 del medesimo mese del
1587 Monsignor Arcivescovo fra Gaspare del Fosso mi conferì la prima Tonsura,
l’hostiariato, e Lettorato. E dopo havere imparato le prime regole della Grammati-
ca da maestri secolari son stato introdutto a le scuole del Collegio. A 14 d’Aprile
del 1588 Monsignor Tolomeo Cornificio vescovo di Bova in Reggio nel palazzo
Arcivescovale m’ordinò Esorcista, et Acolito. Nel mese di settembre del 1590

31
De Lorenzo, Memorie, p. 297.
32
Denisi, L’opera, p. 155. Similmente, nel verbale della visita al seminario del 30
maggio 1617, si legge che mons. D’Afflitto «adivit Seminarium clericorum prope metro-
politanam Ecclesiam olim erectum et fundatum a quondam R.mo Archiepiscopo de Fosso»
(Sposato, Aspetti, p. 145).
33
«In civitate inest seminarium apertum in quo legitur gramatica et musica, non tamen
aluntur pueri propter nimiam egestatem beneficiorum totius dioecesis, quia Abbatiae et alia
beneficia pingua sunt in manibus Illustrissimorum Dominorum Cardinalium qui non tribu-
unt portionem expensarum» (Sposato, Aspetti, p. 100).
La formazione del clero secolare nella metropolia di Reggio Calabria 73
havendo atteso in Reggio alla Grammatica, et humanità andai a Messina ad udir
la Filosofia letta dal padre Gioan Battista Bucalo nel Collegio. Finito il corso della
filosofia … a 17 d’agosto del 1593 partia per Roma con le galere di Genoa che
portavano la seta, ed ivi intesi la Teologia nel Collegio Romano, e le leggi Cano-
nica, e Civile nello studio della Sapienza34.
Attraverso questo passo autobiografico abbiamo alcuni elementi che con-
sentono di delineare qual era verosimilmente l’itinerario formativo seguito
dai sacerdoti che uscivano dal corso seminaristico. Anzitutto, il seminario
diocesano era frequentato da adolescenti ai quali un maestro impartiva
l’istruzione di base (grammatica e musica). Successivamente, lasciavano di
frequentare la scuola del seminario e passavano al collegio dei Gesuiti,
fortemente voluto e sostenuto da mons. Del Fosso35, dove frequentavano
i corsi di grammatica ed umanità. Per potersi sostenere negli studi, l’arci-
vescovo gli conferiva la tonsura e qualche ordine minore, sicché diveniva-
no chierici e, conseguentemente, potevano essere intestatari di un beneficio
senza la cura pastorale. Gli studi teologici erano frequentati nella vicina
Messina, ma non furono pochi coloro che li compirono a Napoli o a Roma,
ove alcuni conseguirono il dottorato, specie in diritto civile e canonico.
Al pari delle altre diocesi, anche a Reggio funzionava la commissione che
sovrintendeva al mantenimento del seminario, dal vitto e vestiario per gli
studenti allo stipendio per il maestro che ammontava a 40 ducati annui. Ne
facevano parte il can. Antonio Tegani ed il sac. Girolamo Calì di nomina
arcivescovile, insieme al decano Antonio Saccà ed all’abate Pompeo Battaglia
eletti dal clero diocesano36. Da un atto del 15 luglio 1592, rogato dal notaio
arcivescovile Aurelio Dattilo, si evince che in questa data mons. Del Fosso,
avuto il parere favorevole della commissione, destinò al collegio altri quattro
benefici semplici, portando così le entrate ad oltre 350 ducati annui37.

34
G. Spagnolio, De rebus Rheginis, 1, a cura di F. Mosino, Vibo Valentia 1998, p. 19
(Fonti per la Storia Calabrese della Biblioteca “Capialbi Afan de Rivera” di Vibo Valentia
1). Sullo Spagnolio v. F. Mosino, L’arcivescovo Gaspare Del Fosso nel “De Rebus Rhe-
ginis” di Giannangelo Spagnolio, nel vol. AA.VV., Gaspare Del Fosso, pp. 307-308.
35
Sul collegio dei Gesuiti v. F. Iappelli, Gaspare Del Fosso e i Gesuiti, nel vol.
AA.VV., Gaspare Del Fosso, pp. 277-289; O. Milella, Il Collegio e la Città. La Compa-
gnia di Gesù a Reggio Calabria nell’età di Filippo II, nel vol. I Gesuiti e la Calabria. Atti
del convegno (Reggio Calabria, 27-28 febbraio 1991), a cura di V. Sibilio, Reggio Calabria
1992, pp. 345-370.
36
Denisi, L’opera, p. 156.
37
Il testo dello strumento di unione dei benefici in Denisi, L’opera, pp. 157-159; Anni-
bale D’Afflitto seconda visita pastorale, t. II, La città, a cura di A. Denisi, Reggio Calabria
1997, pp. 304-306 (Acta Ecclesiae Rheginensis 1).
74 Rocco Benvenuto

Anche alla luce di quest’ultimo provvedimento, risulta evidente come vada


ridimensionato il giudizio del De Lorenzo su mons. Del Fosso che, essendo
«decrepito e stanco, non poté certamente in questi ultimi anni coltivare e
reggere la diocesi con valore pari alla sua fama»38. Tale affermazione nasce
dal fatto che, durante l’episcopato di mons. D’Afflitto, furono trovati al-
cuni sacerdoti che non sapevano né leggere né scrivere. L’analfabetismo
del clero, più che alla senilità di mons. Del Fosso, è, invece, dovuto ad altri
fattori, a cominciare dal fatto che la frequenza del seminario non era obbli-
gatoria, giacché era sufficiente dimostrare il legittimo possesso di un beneficio
per essere validamente ordinati sacerdoti (“ad titulum patrimonii”)39. Illumi-
nanti, a tal riguardo, sono alcuni dati statistici sulle ordinazioni. Nell’anna-
ta 1590 gli ordinati, sia diocesani che extra diocesani, furono complessiva-
mente 140, di cui 37 ricevettero la tonsura, 37 gli ordini minori, 37 il
suddiaconato, 18 il diaconato e 11 il presbiterato. L’anno successivo, gli
ordinati furono addirittura 173 così suddivisi: 38 divennero chierici, 38
ricevettero gli ordini minori, 35 il suddiaconato, 45 il diaconato e 17 l’ordi-
nazione sacerdotale40. Da queste cifre appare evidente come solo una minima
parte degli ordinandi era passata per il seminario. La stragrande maggio-
ranza, in special modo quelli che non risiedevano in città, continuò ad essere
preparata dai confratelli più anziani, non sempre adeguatamente informati
sulla riforma tridentina, che, basandosi sulla propria esperienza, si limitava-
no ad insegnare la lettura del breviario e del messale. Inoltre, non era infre-
quente il caso di chi presentava false lettere dimissorie e, a distanza di anni,
sanava la sua posizione chiedendo alla S. Sede l’assoluzione dall’irregolarità.
Nonostante l’aumento dei finanziamenti, il seminario non riuscì a com-
piere quel tanto atteso salto di qualità, poiché il 28 dicembre 1592 venne
a mancare mons. Del Fosso. Restavano da recuperare i benefici diocesani
recentemente annessi al collegio, ma non si poté procedere per i contrasti
scoppiati all’interno del clero che portarono l’ex vicario generale, Giovan-
ni Mengozzi, a dimettersi dall’incarico di vicario capitolare41. Ad aggrava-
re la situazione si aggiunse la sede vacante protrattasi più a lungo del

38
De Lorenzo, Memorie, p. 297. Delle riserve su quanto scritto dal De Lorenzo erano
state già evidenziate dal Denisi, Il ministero, p. 109.
39
RVC 23939, 23386, 23976, 24199, 24414, 24426, 24857, 25026, 25174, 25216,
25273, 25283, 25303, 25455.
40
REGGIO CALABRIA, Archivio Storico Diocesano, Atti e Decreti di Mons. Gaspare
Del Fosso, f. n.n. Cf. Denisi, Il ministero, p. 110.
41
Benvenuto, Mons. Gaspare Del Fosso, p. 197.
La formazione del clero secolare nella metropolia di Reggio Calabria 75
solito. Essendo Reggio una sede di collazione regia molto prestigiosa ed
ambita, il viceré Giovanni de Zuñiga aveva segnalato una quaterna di
soggetti, tutti vescovi regnicoli, formata da Germanico Malaspina, vescovo
di San Severo, Andrea de Ajardis, metropolita di Brindisi, Alfonso Lasso,
vescovo di Gaeta e Juan Mir, vescovo di Castellammare. Il primo della lista,
di cui già da qualche tempo ventilava la prossima preconizzazione per
Reggio42, dopo essere stato nunzio a Napoli, dal giugno 1592 reggeva la
nunziatura di Polonia, per cui difficilmente il papa avrebbe accolto la sua
designazione. Tutto ciò portò il Consiglio Supremo d’Italia a riformulare
la terna da presentare al re. Confermato il solo vescovo di Gaeta, al posto
dei precedenti candidati furono proposti Giovanni Antonio Viperano, ve-
scovo di Giovinazzo e Annibale d’Afflitto, cappellano regio43. La scelta di
Filippo II cadde sul suo cappellano che, il 15 novembre 1593, fu nominato
da Clemente VIII arcivescovo metropolita di Reggio Calabria44 e tre mesi
dopo, il 13 febbraio 1594, fece l’ingresso in diocesi. Con un pastore giova-
ne c’erano tutte le premesse per rilanciare il seminario, ma questo progetto
s’infranse allorché il 3 settembre la città fu distrutta dai Turchi guidati da
Bascià Cicala. Mons. D’Afflitto, relazionando al re su quanto avvenuto,
scrisse che «la harmada del Turco … en la dicha Ciudad de Rixoles y tam
bien a su yglesia mayor y casa del dicho Arcobispo en la que quanto puedo
destruyo»45. Insieme all’episcopio fu danneggiata la casa dove i seminaristi
frequentavano la scuola. Il 27 gennaio 1595 mons. D’Afflitto si recò in
visita pastorale al seminario e, viste le condizioni in cui avevano ridotto la
casa dove era allogata la scuola, dispose che, entro quattro mesi, fosse
riparata ed arredata in modo da poter riaccogliere i seminaristi46.
Dalla visita al collegio, l’Arcivescovo uscì ancor più convinto che, per
consentire la residenza al rettore e agli alunni, era indispensabile aumenta-
re le entrate che nel 1595 erano state appena di 200 ducati47. Sulla scorta dei
provvedimenti emanati dal suo predecessore (costituzione della commis-

42
R. Benvenuto, Mons. Gaspare Ricciulli Del Fosso, arcivescovo di Reggio Calabria,
e il card. Guglielmo Sirleto (1565-1584), «Rivista Storica Calabrese», n.s. X-XI (1989-
1990), p. 59.
43
M. Spedicato, Il mercato della mitra. Episcopato regio e privilegio dell’alternativa nel
Regno di Napoli in età spagnola (1529-1714), Bari 1996, pp. 106-107 (Saggi e ricerche 10).
44
RVC 24717-24718.
45
M. Mafrici, Il sistema difensivo calabrese nell’età viceregnale, «Rivista Storica Cala-
brese», n.s. I (1980), p. 284.
46
Denisi, L’opera, p. 155.
47
Ivi, p. 400.
76 Rocco Benvenuto

sione e incremento dei contributi), il 2 luglio 1597 assegnò al collegio altri


benefici48, di modo che il seminario avrebbe potuto disporre di un finanzia-
mento annuo di oltre 1.000 ducati, di cui solo 306 provenivano dalla
tassazione, mentre tutto il resto era costituito dalle rendite dei benefici annessi
(736 ducati)49. Nonostante la determinazione di mons. d’Afflitto, anche la
sua riforma incontrò varie resistenze, sicché l’accrescimento dei fondi fu
alquanto modesto. Sebbene nelle relazioni triennali inviate a Roma venisse
dichiarato che le entrate per il seminario si aggiravano ogni anno attorno
ai 500 ducati50, in realtà esse furono di 360 ducati nel 1597 e di circa 436
ducati nel 159951. L’aver dato assoluta priorità alla permanenza dei semi-
naristi e del rettore in collegio, senza una sufficiente dote patrimoniale,
ebbe come effetto la riduzione del numero dei seminaristi. Dalla relazione
ad limina presentata in Congregazione il 12 dicembre 1597 risulta che:
Clericorum Seminarium quod antea apertum et in propriis domibus alebantur pue-
ri propter tenuitatem redituum, clausum ac formaliter fundari curavit augendo
taxam mandans quod ab omnibus curatis duo ducati usualis monete pro singulis
centenariis solvi debeant, et a ceteris beneficiatis tres ita ut habet hodie annui
reditus ducatos prope quingentos, ex quibus reditibus octo adolescentulis paupe-
ribus bone indolis, vestis talaris, habitatio, salarium magistris, et ceteris famulis ac
cetera humano usui necessaria suppeditantur52.

48
Annibale D’Afflitto, pp. 306-308. Sistematicamente in tutte le relazioni inviate per la
visita ad limina, mons. D’Afflitto menziona l’ammensamento dei benefici al seminario
fatta nel 1592 da mons. Del Fosso: ASV, CC, Relationes Dioecesium 685A: Rheginen., ff.
62v, 66v, 117v, 128rv, 134r, 151r, 180r. Sull’efficacia dei due provvedimenti di annessio-
ne, significativamente, nella relazione del 1619, il D’Afflitto scrisse: «…ex aliis redditibus
ipsius seminarii, cui fuerunt unita aliqua beneficia simplicia ad eodem Rev.mo D. Archie-
piscopo et a suo predecessore, quæ adhuc non habent sortita effectum»: Ivi, f. 128rv.
49
Annibale D’Afflitto, pp. 308-312.
50
ASV, CC, Relationes Dioecesium 685A: Rheginen., f. 145r (relazione del 1597), f.
151v (relazione del 1600).
51
Denisi, L’opera, p. 80. Annibale D’Afflitto, p. 293. La differenza tra le cifre trasmesse
a Roma e quelle reali non è l’unica divergenza che si riscontra negli atti di mons. D’Afflit-
to. Mentre nella relazione presentata a Roma il 18 gennaio 1595 si legge che «Neminem
in sacris initiaverit, quia non solum non indiget civitas et dioecesis novis clericis, sed satis
veteribus abundat» (Denisi, L’opera, p. 400), dagli atti della visita pastorale fatta al semina-
rio il 27 gennaio 1595 risulta, invece, che chiese ai membri della commissione «infra
terminum dierum octo … debeant reddere legalia computa totius administrationis, a die
fundationis usque ad praesentem diem… Et, infra terminum mensium quatuor, cooperiatur
domus et cum omnibus suppellectilibus accomodetur pro educatione puerorum, cum ma-
gistro Gramaticae seu rectore ibi continuo commorante. Et eligantur, de ruribus totius
dioecesis, omnes qui poterunt pro viribus seminarii» (Denisi, L’opera, p. 155).
52
ASV, CC, Relationes Dioecesium 685A: Rheginen., f. 145r.
La formazione del clero secolare nella metropolia di Reggio Calabria 77
A distanza di due anni, dagli atti della seconda visita pastorale al semina-
rio, effettuata da mons. D’Afflitto il 1° giugno 1599, affiora indubbiamente
una migliore organizzazione del seminario ed un notevole cambiamento tra
i seminaristi, dovuto ad una netta predominanza dei giovani sui ragazzi.
Troviamo, infatti, che su dieci seminaristi, sette sono già chierici ed hanno
un’età tra i 19 e 28 anni, due di 13 e 27 anni sono in prova, mentre un
ragazzo dodicenne frequenta come convittore53. Sintomatico del nuovo o-
rientamento dato dall’arcivescovo al seminario è il regolamento emanato
nel corso di questa visita, nel quale vengono date le prime “regole comuni
a tutti i chierici”, i quali, in considerazione della loro età, ricoprono isti-
tuzionalmente degli uffici all’interno dello stesso seminario54.
Le difficoltà economiche rilevate per il seminario reggino, si trovano
anche nell’istituzione di quello di Gerace. In ossequio alle decisioni assun-
te a Reggio, mons. Candido, che al concilio provinciale aveva sollevato la
questione dei finanziamenti, il 18 settembre 1565 aveva proceduto all’ere-
zione del seminario, facendo eleggere i quattro sacerdoti deputati alla tas-
sazione dei benefici. A questo primo atto formale, seguirono due editti, datati
rispettivamente 27 ottobre e 29 dicembre 1565, con i quali furono convo-
cati tutti coloro che ricoprivano un ufficio ecclesiastico55. Questi provvedi-
menti, se da una parte consentirono di redigere un primo catasto beneficia-
le, dall’altra, però, fecero emergere nella sua drammaticità l’estrema po-
vertà del numeroso capitolo della cattedrale formato da 24 canonici. La
maggior parte di loro, infatti, non riuscendo a mantenersi con la sola prebenda
capitolare, aveva assunto la cura pastorale di una parrocchia, sicché cumu-
lando due benefici residenziali riusciva ad andare avanti. Quando i deputati
cominciarono a tassare in base all’entità dei redditi, applicando ai benefici
semplici l’aliquota del 5% e quella del 2,50% a quelli con la cura pastorale,
molti dei canonici-parroci si opposero al pagamento di questo tributo. Tale

53
Annibale D’Afflitto, pp. 293-295. Sulla formazione culturale del clero reggino v. A.
Denisi, Consistenza numerica e formazione intellettuale del clero nella diocesi di Reggio
Calabria nella prima metà del 1600, nel vol. Atti del 3° Congresso storico calabrese, p.
353-391.
54
Annibale D’Afflitto, pp. 296-302. Stranamente questo regolamento è stato assegnato
al 1592 da A. De Spirito, La formazione del clero meridionale nelle regole dei primi
seminari, nel vol. Scritti di storia sociale e religiosa. Scritti in onore di Gabriele De Rosa,
a cura di A. Cestaro, Napoli 1980, p. 901.
55
E. D’Agostino, Istituzione e prime vicende del seminario di Gerace (1565-1700), nel
vol. AA.VV., Il Concilio, pp. 765-770. Questo fondamentale studio è ignorato da R. Scor-
dino, L’istituzione del seminario della diocesi di Gerace (oggi Locri-Gerace), «Calabria
Sconosciuta», XXII (1999), n. 84, pp. 63-65.
78 Rocco Benvenuto

diniego servì da pretesto ad altri beneficiari che, a loro volta, si rifiutarono


di dare la propria quota, ipotecando così la possibilità di aprire il seminario.
Grazie all’intervento del metropolita, mons. Del Fosso, inviato apposi-
tamente dalla Congregazione del Concilio per dirimere la questione sui contri-
buti al seminario geracese56, con i 273 ducati raccolti nel biennio 1565-
1566, oltre all’acquisto del terreno, si diede inizio alla costruzione dell’edi-
ficio57, il che, ovviamente, non consentì la formale apertura. Incurante delle
difficoltà che il vescovo incontrava nel reperimento dei fondi, l’abate com-
mendatario di S. Maria di Polsi, Giovanni Sanchez, ne approfittò per chie-
dere la riduzione della sua tassa. Fatto un primo ricorso, la Congregazione,
il 10 aprile 1568, richiamò mons. Candido ad attenersi a quanto disposto
nella circolare sui seminari eretti dopo l’11 luglio 156758. Il Sanchez, non
soddisfatto dell’abbassamento dell’aliquota, ricorse nuovamente in Congrega-
zione pretendendo la restituzione di quanto aveva versato in sovrappiù. Per
la seconda volta la Congregazione diede ragione al Sanchez e torto al
vescovo, ma questa volta, per evitare che seguissero altre lamentele da parte
del commendatario, la lettera di richiamo (20 settembre 1570) fu molto dura,
al punto che il prelato venne ammonito dal molestare in futuro il Sanchez59.
Se mons. Candido, in tale contesto, non riuscì ad aprire il collegio,
miglior sorte non toccò certo al successore, mons. Ottaviano Pasqua (1574-
1591), il quale incontrò ostacoli non solo presso il capitolo della cattedrale,
che si riteneva esentato dal versare il contributo per il seminario60, ma pure
presso le autorità cittadine di Gerace61. Visto che non tutti gli anni era avvenu-
ta la raccolta delle tasse, il presule interpellò al riguardo la Congregazione

56
La lettera della Congregazione è del 31 ottobre 1566: D’Agostino, Istituzione, p. 771.
57
ASV, CC, Lib. IV decr., f. 203v.
58
D’Agostino, Istituzione, p. 772. La supplica del Sanchez in ASV, CC, Positiones
(Sess.) 95, f. 9r. Su questo abate, cf. F. Russo, Polsi nel Regesto Vaticano, nel vol. S. Maria
di Polsi. Storia e pietà polare. Atti del convegno (Polsi, 19-21 settembre 1988; Locri, 21
settembre 1988), Reggio Calabria 1990, p. 139; E. D’Agostino, I Vescovi di Locri-Gerace
a Polsi, Ivi, p. 319.
59
ASV, CC, Lib. I litterarum, ff. 336v-337r.
60
Per la corrispondenza intercorsa tra i vescovi di Gerace e le Congregazioni del Conci-
lio e dei Vescovi sul problema della tassa per il seminario: ASV, CC, Lib. I decr., ff. 70v,
73rv, 92v-93r; Lib. IV decr., ff. 235v-236r; Lib. VI litterarum, ff. 182r-183r; Positiones
(Sess.) 5, ff. 299r, 303r, 313r; 58, f. 320r; Codicis iuris canonici fontes, a cura di P. Gasparri,
V, Città del Vaticano 1951, p. 136; RVC 24498, 24646; D’Agostino, Istituzione, pp. 773-774.
61
Nel rispondere ai diversi quesiti presentati da mons. Pasqua, la Congregazione dei
Vescovi, il 10 maggio 1580, riguardo alla contribuzione per il seminario rispose in questi
termini: «Quanto al seminario sente la Congregatione che V.S. non deve mancare d’erigerlo
secondo la forma del Concilio et è cosa chiara che in altre città più povere di quella si sono
fatti li seminarii, et così non lasci d’esseguire esso ancora, essendo questo uno dei principali
La formazione del clero secolare nella metropolia di Reggio Calabria 79
del Concilio, inviando un memoriale nel quale erano riportati i vari passag-
gi relativi all’erezione del seminario62. Il dicastero pontificio, con un pro-
prio decreto datato 20 novembre 1586, chiarì che, malgrado le interruzioni,
il vescovo poteva raccogliere il seminaristico, per il quale, però, andava
costituita la commissione prevista dalle norme tridentine63. La successiva
corrispondenza del presule con la Congregazione evidenzia l’ennesimo
infruttuoso tentativo per aggirare l’ostruzionismo dei beneficiari. Al fine di
aumentare gli introiti per il seminario e rendere più operativa la commis-
sione, il vescovo era intenzionato ad annettere alcuni benefici semplici al
collegio e a far eleggere tra i sacerdoti della diocesi, anziché tra quelli di
Gerace, i rappresentanti del clero per la commissione sul seminario. A
questi due quesiti la Congregazione, con lettera del 1° agosto 1590, rispose
negativamente, motivando il diniego col fatto che l’ammensamento dei
benefici semplici, per antica tradizione, era di competenza del metropolita,
mentre il Concilio di Trento aveva stabilito che i due membri del presbite-
rio dovevano appartenere al clero della città ove era ubicato il seminario64.
Pochi mesi dopo l’arrivo del responso romano, il 18 gennaio 1591,
mons. Pasqua si spegne a Gerace. Al suo posto, a distanza di due mesi (20
marzo) viene inviato il domenicano Vincenzo Bonardo, maestro del Sacro
Palazzo a Roma65, col quale il seminario geracese iniziò a funzionare
effettivamente. Il presule, appena giunto a Gerace, senza perdere tempo in
trattative con i gestori dei benefici, provvide all’acquisto di una casa per
adibirla a seminario, destinandovi come docenti tre sacerdoti per l’insegna-
mento di letteratura, musica e sacre cerimonie, e procedendo alla selezione
dei primi alunni66. Fatta la visita pastorale, dall’11 al 13 maggio 1593,

soccorsi de Prelati nel governo delle lor Chiese; et perché costì altre volte che fu risoluto
far seminario furono esatti 800 ducati come si presuppone, V.S. doverà usar ogni diligentia
per farli sborsare a questo effetto che saranno buon soccorso per questo principio»: ASV,
CVR, Registra Episcoporum 5, f. 94. Altra corrispondenza della Congregazione relativa al
seminario in Registra Episcoporum 6, ff. 45v-46r; 13, f. 103v. Su mons. Pasqua, v. D’Ago-
stino, I Vescovi di Gerace-Locri, pp. 105-108.
62
ASV, CC, Lib. IV decr., ff. 203v-204r.
63
ASV, CC, Lib. IV decr., f. 204r; D’Agostino, Istituzione, p. 773.
64
D’Agostino, Istituzione, p. 774.
65
Sull’episcopato di mons. Bonardo (1591-1601), oltre alla relazione in questo volume
di M. Miele, v. D’Agostino, I Vescovi di Gerace-Locri, pp. 108-112.
66
«Ab anno millesimo quingentesimo nonagesimo primo, quo ad episcopatum assumtus
fui, Seminarium construxi, qui inter coeteros labores meos, aut primus, aut inter primos
fuit»: D’Agostino, I Vescovi di Gerace-Locri, p. 273; Idem, Istituzione, p. 757. Il 23
novembre 1592 la Congregazione dei Vescovi scrisse al vescovo comunicandogli che i
monasteri delle monache erano esenti dal pagamento della tassa del seminario: RVC 24498.
80 Rocco Benvenuto

tenne in cattedrale il suo primo ed unico sinodo diocesano67, nel corso del
quale, affrontando il problema del seminario, comunicò quali erano stati
sino ad allora i suoi provvedimenti. Nel prenderne atto, l’assemblea sino-
dale deliberò alcune indicazioni di carattere generale (requisiti dei candida-
ti, permanenza in collegio fino al quarto anno e compiti del rettore), riman-
dando per l’organizzazione della vita interna del seminario ad un apposito
regolamento che sarebbe stato emanato in un secondo tempo. Potendo
contare annualmente su una congrua rendita di 580 ducati, nel seminario
geracese cominciarono a dimorarvi 9 seminaristi68.
Nello stesso periodo in cui a Gerace fu deliberato l’atto istitutivo del
seminario69, anche nella confinante diocesi di Squillace, su iniziativa del
vicario generale di mons. Alfonso Faiardo de Villalobos70, fu presa la decisio-
ne di erigere il seminario71. Similmente a quanto già evidenziato per gli
altri seminari, anche in quello squillacino ci furono dei beneficiari non dispo-
sti a contribuire. In particolare, erano restii al pagamento della quota i
monaci greci di S. Giovanni Theristi di Stilo e i Certosini di Serra S. Bruno
dal momento che i benefici semplici venivano tassati al 10% e quelli curati
al 5%. Quanto ai primi, l’archimandrita Fabrizio Carafa, dubitando che fosse
legittima la richiesta della curia squillacina, scrisse alla Congregazione del
Concilio per avere chiarimenti, facendo notare che il vicario generale nell’ap-
plicare l’aliquota del 10% alle rendite del monastero - annualmente ascen-
devano a 1.200 ducati -, non aveva minimamente tenuto conto di tutte le
uscite connesse al sostentamento dei monaci e al funzionamento della chiesa72.

67
Per questo sinodo v. M. Mariotti-E. D’Agostino, Concili provinciali e sinodi diocesa-
ni postridentini in Calabria, «Rivista di Storia della Chiesa in Italia», 44 (1990), pp. 71-72.
68
D’Agostino, Istituzione, pp. 774-776.
69
Nella relazione ad limina di mons. Fabrizio Sirleto, datata 6 giugno 1612, si legge:
«Seminarium, iuxta Sacrum Concilium Tridentinum, iamdiu ab anno 1565 erectum est ex
contributione beneficiorum et ipsius mensae episcopalis, ubi duodecim pueri educantur et
docentur et ecclesiasticis disciplinis instruuntur» (ASV, CC, Relationes Dioecesium 764A:
Squillacen., f. 490v).
70
Spagnolo, mons. de Villalobos era stato nominato il 12 luglio 1549 coadiutore con
diritto di successione dello zio Eneco che teneva la sede di Squillace dal 1540 (RVC
19529-19530). Non partecipò nel 1565 al I Concilio provinciale reggino, poiché «episcopus
est Hispanus, et iam pluribus annis recessit a grege suo habitatque in Hispaniis»: ASV, CC,
Positiones (Sess.) 95, f. 642r.
71
Sulla richiesta della città di Stilo per impiantarvi il seminario, v. Benvenuto, Mons.
Gaspare Del Fosso, p. 155.
72
ASV, CC, Positiones (Sess.) 95, f. 649r. Fabrizio Carafa, appartenente al clero napole-
tano, aveva ricevuto la commenda del monastero greco di S. Giovanni Theristi, a cui era
annesso il titolo di archimandrita, il 1° novembre 1544 da Paolo III (RVC 18876, 19185,
La formazione del clero secolare nella metropolia di Reggio Calabria 81
Nettamente diverse erano le motivazioni addotte dal priore di Serra,
dom Antonio Satriano, che chiedeva di esser esentato dal pagamento dei
600 ducati o, quanto meno, che fosse ridotta la somma da versare. Alla
base di questa sua riluttanza c’era l’esigenza di risanare la difficile situa-
zione economica in cui versava la certosa, dal febbraio 1514 nuovamente
abitata dai monaci di S. Bruno, dopo che vi erano stati per più di tre secoli
i Cistercensi che l’avevano fatta decadere al punto che nel 1396 era stata data
in commenda73. Ritornando a Serra, i Certosini trovarono il complesso
monastico in completo stato di abbandono, per cui, sin dal capitolo genera-
le del 1515, fu stabilito come esigenza prioritaria il ripristino degli edifici
claustrali al fine di garantire un minimo di vita regolare74. Il Satriano,
quando nel 1564 assunse l’ufficio di priore, ebbe come mandato il prose-
guimento del riordino edilizio e lo sdebito con i confratelli di Napoli che
avevano anticipato i soldi per il restauro della certosa. Per tale ragione,
quando il vicario generale di Squillace chiese il tributo per il nascente semina-
rio, dom Satriano si trovò fra l’incudine e il martello: da una parte c’erano
le disposizioni dei capitoli generali, che costantemente avevano sollecitato
i vari priori a portare a termine i lavori di riparazione della certosa, e
dall’altra c’era il decreto del Concilio di Trento che obbligava tutti i mo-

19190, 19192). Eletto il 15 settembre 1565 visitatore generale, a seguito della sua morte,
il 17 marzo 1567 gli subentrò nella commenda Antonio Carafa (RVC 21467, 21725).
Elevato il 24 marzo 1568 alla dignità cardinalizia, il Carafa, il successivo 28 aprile, affittò
il monastero a Bartolomeo Siscar (RVC 21944), attuale abate commendatario di S. Maria
de Carrà, in diocesi di Squillace, il quale si astenne dal versare la quota per il seminario
squillacino (RVC 22149).
73
Avendo l’abate commendatario, il card. Luigi d’Aragona, rinunciato a questo benefi-
cio, il 16 dicembre 1513 Leone X dichiarò soppressa l’abbazia cistercense e assegnò il
complesso monastico di S. Stefano del Bosco ai Certosini (RVC 15554-15560), i quali, a
titolo cauzionale, versarono 2000 ducati, anticipati dai confratelli di S. Martino di Napoli
e delle altre certose del Viceregno (RVC 15564). Sul ritorno dei monaci si veda P. De Leo,
Ripristino dell’osservanza certosina a S. Stefano del Bosco nel secolo XVI. Aspetti e pro-
blemi, nel vol. Die Kartäuser im 17. und 18. Jahrhundert. Akten des VIII. Internationalen
Kongress für Kartäuserforschung, a cura di von M. Früh-J. Ganz-R. Fürer, Ittigen 1988,
pp. 295-310; Idem, S. Bruno di Colonia e la certosa di Calabria nella “Genealogia circa
primordia gentis Carthusiae” di Costanzo de Rigetis, «Rivista di Storia della Chiesa in
Italia», 46 (1992), pp. 73-125, ripubblicato in Certosini e Cistercensi nel Regno di Sicilia,
Soveria Mannelli 1993, pp. 31-97; La Platea di S. Stefano del Bosco, a cura di P. De Leo,
I/1-2, Soveria Mannelli 1997-1998 (Codice Diplomatico della Calabria. Serie Prima, tomo I).
74
Per i lavori di restauro v. Benvenuto, Mons. Gaspare Ricciulli, pp. 47-53. Le disposi-
zioni capitolari dal 1515 al 1572, inerenti la certosa, sono state raccolte da P. Bastin, La
chartreuse de St. Bruno en Calabre d’après les cartes des chapitres généraux, Serra San
Bruno 1932, pp. 22-23, di cui si conserva una copia nell’Archivio della Certosa di Serra
S. Bruno (ms. 97.r.1).
82 Rocco Benvenuto

nasteri a concorrere alle spese del seminario diocesano. Non potendo sot-
trarsi a nessuno dei due, il priore pensò di risolvere la vertenza con un
accomodamento: dando la priorità al restauro della certosa, anziché 600
ducati, diede al vicario generale metà della somma, così che i Certosini
non potevano essere accusati né di voler trasgredire la norma tridentina, né,
tanto meno, di non aver voluto contribuire all’erigendo seminario. Grazie
a questo contributo il collegio squillacino poté accogliere ben 25 ragazzi 75.
Con l’inizio del nuovo anno ci fu un cambiamento da parte dei monaci:
poiché a loro giudizio la tassa era iniqua, di volta in volta rinviarono il
pagamento, di modo che, invece di versare 300 ducati, al seminario non
diedero più nulla76. Visto il protrarsi di questa situazione, aggravata dal
fatto che anche i monaci di Stilo non ottemperavano più all’obbligo contri-
butivo per il seminario, il che incideva pesantemente sulle entrate del
medesimo, il vicario generale scrisse al card. Guglielmo Sirleto, chieden-
dogli di interpellare la Congregazione del Concilio in merito alle difficoltà
sollevate dai due monasteri inadempienti. Si aprì una durissima vertenza
tra il vicario generale ed i Certosini, che pur essendosi conclusa, sotto
l’aspetto formale, a favore della curia squillacina, tuttavia non ebbe alcuna
efficacia in quanto i Certosini, avendo ottenuto i privilegi dei mendicanti
(16 agosto 1567), furono automaticamente esentati dal “seminaristicum”.
Gli effetti di questa esenzione non si fecero attendere. Nella relazione
inviata al card. Sirleto, che dal 27 febbraio 1568 aveva assunto la guida
della diocesi di Squillace77, il vicario generale, che era il nipote Marcello
Sirleto, il 25 novembre 1571 scrisse che «Il nostro seminario va tuttavia
florendo assai meglio degli altri senza comparatione. S’è remediato come
si ha potuto scemando la spesa per potire sustentare 17 overo 18 bocche,
numerando però lo servimento et gli maestri. Saranno dudeci scolari li
quali stanno a spese del seminario, il quale l’ho ridutto qui nello palazzo
del vescovato»78. A distanza di vent’anni, nel seminario troviamo lo stesso
numero di studenti79, mentre sotto l’episcopato di mons. Tommaso Sirleto

75
Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana (= BAV), Vat. lat. 6189/III, f.
681r.
76
ASV, CC, Positiones (Sess.) 95, f. 641rv.
77
Benvenuto, Mons. Gaspare Ricciulli Del Fosso, p. 51. Sulle vicende del seminario
squillacino prima dell’arrivo in diocesi del Sirleto: Ivi, pp. 155-161; RVC 21760.
78
BAV, Vat. lat. 6191/I, f. 157r. Due anni dopo, il 2 aprile 1573, alla vigilia della sua
promozione a vescovo di Squillace, Marcello Sirleto scriverà che «Il seminario ... è solo
hogi in questi parti...» (BAV, Vat. lat. 6191/II, f. 479r).
79
Sposato, Aspetti, p. 42.
La formazione del clero secolare nella metropolia di Reggio Calabria 83
(1594-1601), si registra un’interruzione che, con ogni probabilità, non sarà
sfuggita alla riflessione del Campanella. Dalla relazione ad limina del 20
ottobre 1597 si apprende che il collegio aveva momentaneamente cessate
le attività perché l’edificio adibito a scuola era crollato. Tre anni dopo, il
collegio risultava ancora chiuso, ma i lavori di restauro della scuola erano
già avviati, sicché, sin dai primi anni del lungo episcopato di mons. Fabri-
zio Sirleto (1603-1635), il seminario tornò ad accogliere 12 seminaristi 80.
Se per i seminari sin qui esaminati disponiamo di un “terminus a quo”
per stabilire quando si avviò la loro istituzione, per gli altri collegi della
metropolia reggina, allo stato attuale delle ricerche, sono disponibili solo
alcuni indizi che si riferiscono al decreto emanato l’11 luglio 1567 da Pio
V sulla contribuzione ai seminari81, in base al quale è possibile determinare
se la fondazione è anteriore o posteriore a quella data. Nonostante l’impe-
gno profuso dai singoli vescovi per ottemperare all’impegno assunto a
Reggio durante il Concilio provinciale, la carenza di fondi ha creato un
vuoto, talvolta ultra decennale, tra fondazione ed apertura del collegio82.
La decisione di dotare la diocesi di Catanzaro del seminario è, certa-
mente, anteriore al decreto piano. Il vescovo, mons. Ascanio Geraldini, al suo
rientro dal Concilio provinciale, applicò la corrispondente aliquota ai bene-
fici semplici e curati e da questo punto di vista non incontrò nel clero forti
resistenze nel versamento della tassa. Malgrado ciò non riuscì ad aprire il
collegio perché, stante la povertà della mensa vescovile e la tenuità delle
rendite beneficiali, le entrate risultarono inadeguate al mantenimento di alme-
no mezza dozzina di ragazzi. Così come avvenuto per Gerace, la mancata
inaugurazione costituì per alcuni beneficiari una ghiotta occasione per chiede-
re l’esenzione dalla tassa. La vicenda è degna d’attenzione perché è sinto-
matica delle difficoltà incontrate dai vescovi che, oltre ad essere ostacolati dai

80
Ivi, p. 42.
81
ASV, CC, Lib. I litterarum, ff. 193v-195r, 365r-366r; J. Pogianus, Epistolae et orationes
olim collectae ab ANTONIO MARIA GRATIANO nunc ab HIERONYMO LAGOMARSINO
e Societate Jesu adnotationibus illustratae ac primum editae, 1, Roma 1762, pp. 469-470.
Per le varie modifiche al decreto piano, cf. ASV, CC, Positiones (Sess.) 95, ff. 680r-681v.
82
Il 29 marzo 1575, scrivendo al Nunzio di Napoli, il vescovo di Nicotera, Leonardo
Liparola, comunicò che i vescovi della metropolia avevano delegato il vescovo di Nicastro,
mons. Facchinetti, per illustrare la loro proposta di far aprire ai Gesuiti dei collegi nelle loro
diocesi. Tenendo presente che la lettera è successiva al secondo Concilio provinciale,
celebrato a Terranova il 9 ottobre 1574, non è improbabile che tale progetto sia stato
avanzato in quella sede come possibile soluzione al fatto che la maggior parte dei seminari
diocesani non erano stati ancora aperti (RVC 22670). La carenza di mezzi economici fece
cadere anche questo tentativo.
84 Rocco Benvenuto

detentori di benefici, talvolta incorsero anche nell’ostruzionismo della cu-


ria romana. Accogliendo il ricorso di don Vincenzo Pistachio, abate com-
mendatario del monastero greco di S. Maria di Cropani, il quale si era lamen-
tato del vescovo che pretendeva la tassa per il seminario malgrado non
funzionasse ancora, il 3 settembre 1567 la Congregazione del Concilio
impose a mons. Geraldini di non esigere dall’abate più di mezza decima83.
Rispondendo il 12 novembre a questo rescritto, il vescovo, dopo aver assicu-
rato che si sarebbe attenuto a quanto vi era contenuto, fece tuttavia notare
che la disposizione era in contrasto con il canone sulla tassazione emanata dal
Concilio provinciale di Reggio e allegò alla sua missiva copia di questa
norma84. A questa lettera la Congregazione replicò due volte a distanza di
qualche settimana: nella prima risposta, datata 21 febbraio 1568, riaffermò
che la tassa non doveva superare la mezza decima e dichiarò inefficace la
norma del Concilio provinciale85. Nella seconda lettera, che è del 13 mar-
zo, avendo riesaminato il caso ed appurato che il seminario catanzarese era
stato eretto prima dell’11 luglio 1567, la commissione cardinalizia annullò
quanto scritto precedentemente ed invitò mons. Geraldini ad attenersi alla
norma del Concilio provinciale86. Con quest’ultimo rescritto chiarificatore,
il caso si sarebbe dovuto chiudere, invece l’8 novembre 1568, dalla Congre-
gazione del Concilio, partì una lettera di ammonizione per il vescovo catan-
zarese nella quale, facendo nuovamente marcia indietro, gli si imponeva di
non esigere più mezza decima per il seminario87.
Una svolta nell’apertura del seminario si ebbe nel 1592, all’indomani
dell’invio a Roma della relazione ad limina relativa al secondo triennio.
Mons. Nicolò Orazi, che da un decennio reggeva la chiesa catanzarese,
scrisse che il seminario era stato chiuso per mancanza di fondi88. Significa-

83
ASV, CC, Liber I litterarum, f. 162r.
84
ASV, CC, Positiones (Sess.) 95, ff. 5r-6v; Benvenuto, Mons. Gaspare Del Fosso, pp.
199-200.
85
ASV, CC, Positiones (Sess.) 95, f. 72r; Liber I litterarum, ff. 192v-193r; Pogianus,
Epistolae, pp. 463-464.
86
ASV, CC, Positiones (Sess.) 95, f. 73r; Liber I litterarum, ff. 195r-196r; Pogianus,
Epistolae, pp. 465-466.
87
RVC 22029.
88
«Seminarium fuit quondam, ut aiunt, iuxta formam Sacri Concilii Tridentini, verum
et propter cleri inopiam qui nihil poterat ex redditibus beneficiorum conferre, et quia
nullum episcopis vacavit unquam beneficium quod ad ipsorum spectaret collationem, dis-
solutum est» (M. Mariotti, Il seminario di Catanzaro attraverso le relazioni dei vescovi per
le visite ad limina (1592-1900), nel vol. Civiltà di Calabria. Studi in memoria di Filippo
De Nobili, a cura di A. Placanica, Chiaravalle C.le 1976, p. 234).
La formazione del clero secolare nella metropolia di Reggio Calabria 85
tivamente al lato della sintesi della relazione, laddove si accenna al semi-
nario («fuit quondam erectum, sed ob beneficiorum tenuitatem eum ex
taxa sustentari non posset, nullumque beneficiorum simpliciorum in mensa
episcopi vacaret, est postea dissolutum»)89, perentoriamente fu annotato:
«erigat omnino de novo nunc»90. Il card. Girolamo Mattei, prefetto della
Congregazione del Concilio, scrisse a mons. Orazi ordinandogli di proce-
dere senza indugio alla riapertura del seminario. Poiché l’ordine era ac-
compagnato dalla minaccia di sanzioni in caso di inadempienza, il vesco-
vo, il 22 dicembre 1592, emise l’editto per l’erezione del seminario – fu
affisso alla porta della sacrestia della cattedrale la vigilia di Natale –, nel
quale stabiliva che, entro dieci giorni dalla sua notificazione, tutti gli eccle-
siastici gli dovevano presentare l’elenco dei benefici di cui erano gestori,
corredato delle relative entrate ed uscite, in modo da procedere al calcolo
della tassa per il seminario91. Vuoi per il timore delle pene, vuoi per la
disponibilità di alcuni benefici semplici della mensa vescovile vacanti,
fatto sta che, finalmente, il seminario a Catanzaro apre i battenti e il
vescovo, nel darne comunicazione ai superiori romani (8 dicembre 1594),
chiede che, in caso di sede vacante, sia affidato al Capitolo il compito di
provvedere al funzionamento del collegio, per non far disperdere quanto si
era faticosamente realizzato e non ripetere quanto avvenuto nella vicina
Crotone e a Reggio Calabria per la successione di mons. Del Fosso:
Illud tamen Ill.mae Ampletudini tuae necessario animadvertendum putavi, ut Sa-
cra Congregatio ipsa, ne sede episcopali vacante, huius Seminarii erectio, prout
alias, hic, et in pluribus huius Provinciae locis accidit, penitus dissolvatur, sed a
Capitulo dum sedes episcopalis vacaverit, in statu quo repperitur, manuteneatur,
et conservetur, prout eidem Sacrae Congregationi magis expedire videbitur, om-
nino providere non deserat92.

Alla lettera del presule catanzarese, con la quale trasmetteva la relazione


per il terzo triennio, il card. Maffei rispose il 12 gennaio 1595. Nel compli-
mentarsi, anche a nome degli altri membri della Congregazione, il porpo-
rato diede mandato allo stesso mons. Orazi di trovare la forma più adegua-
ta per prevenire gli effetti di una prolungata vacanza della sede episcopa-

89
Ivi, p. 234.
90
ASV, CC, Relationes Dioecesium 205A: Cathacen., f. 15r.
91
A. De Girolamo, Catanzaro e la Riforma tridentina: Nicolò Orazi (1582-1607), Reg-
gio Calabria 1975, pp. 178-179.
92
Mariotti, Il seminario, p. 234.
86 Rocco Benvenuto

le93. Infatti, nel 1597, dopo aver celebrato il sinodo diocesano e prima di
inviare la relazione triennale a Roma per la visita ad limina (30 ottobre
1597), il vescovo catanzarese emise un proprio decreto col quale impartiva
precise disposizioni, con relative sanzioni, sulle procedure che sia l’attuale
sia la futura commissione incaricata dell’amministrazione del seminario
doveva seguire in caso di sede vacante94. Nel testo che accompagnava
questo decreto, mons. Orazi scrisse:
In primis ne Seminarium iam erectum sede episcopali vacante deseratur, quod in
plurimis Provinciae ecclesiis contingere consuevit, sub gravissimis poenis, etiam
auctoritate praedictarum Litterarum administratoribus praedicti Seminarii, alii-
sque, ad quos spectabit, iniunxit, ne tali casu adveniente illud derelinquant95.

A ciò si aggiunga che il presule, per venire incontro al clero che trovava
difficoltà a versare la tassa per il seminario, corrispondente al 3% del
valore per i benefici semplici e al 2% per quelli curati, ridusse ad 1/6 i
debiti dei beneficiari e trasferì dalla mensa vescovile al seminario tre
benefici semplici, aventi un reddito annuo di 50 ducati. Purtroppo, que-
st’ultimo provvedimento non diede i frutti sperati per l’opposizione di
Matteo Nocito, del clero locale, che godeva di uno dei benefici che il
vescovo aveva unito al collegio. Avendo la Congregazione dato ragione al
sacerdote, il mancato potenziamento delle risorse, insieme alla povertà del
vescovo e del clero, ebbero come epilogo la chiusura del seminario96.
A Crotone, viceversa, grazie alla determinazione di mons. Minturno,
uno dei pochi suffraganei che aveva vissuto l’esperienza tridentina, il se-
minario funzionò sin dalla sua istituzione. Purtroppo, la sua scomparsa
(1570) segnò pure la fine del collegio, poiché si aprì una lunga sede vacan-
te. Essendo Crotone una delle quattro diocesi calabresi di regio patronato,
il viceré inviò a Madrid due terne, le stesse che poco prima aveva segnala-
to per la provvista delle sedi di Monopoli e Lanciano. A queste, nelle
more, si aggiunsero alcune candidature autonome, vale a dire di iniziativa
del singolo vescovo, come quella del vescovo di Giovinazzo che chiese
direttamente a Filippo II di essere trasferito a Crotone, oppure quella di

93
Ivi, p. 234.
94
Mariotti, Problemi, pp. 306-307.
95
Mariotti, Il seminario, p. 235.
96
Nella relazione presentata il 16 gennaio 1611 da mons. Giuseppe Miscuglio, successo-
re di mons. Orazi, si legge che «Seminarium fuit alias erectum, sed nunc est dissolutum»:
Mariotti, Il seminario, p. 235.
La formazione del clero secolare nella metropolia di Reggio Calabria 87
Francisco de la Cerda (parente del duca di Medinaceli), avanzata dal
Consiglio Supremo d’Italia97. Alla fine, la scelta cadde su un candidato
fuori delle liste, lo spagnolo Cristoforo Berrocal che l’11 agosto 1574
ottenne da Gregorio XIII la nomina a vescovo di Crotone98.
I quattro anni di vacanza della sede furono letali al seminario, perché
i contribuenti ne profittarono per non versare più la tassa e il seminario,
dopo una brevissima esistenza, fu costretto a chiudere i battenti. Arrivato
il nuovo vescovo, al fine di riaprire il collegio, pretese dai beneficiari i
soldi anche per il periodo in cui era rimasto chiuso. Forti del fatto che nel
seminario non vi erano ancora studenti, alcuni sacerdoti, tra cui Gian Paolo
Marincola, futuro vescovo di Teano99, ricorsero alla Congregazione del
Concilio che diede loro ragione100. Dopo il responso romano non si regi-
strano altre iniziative, anche perché, dopo un brevissimo episcopato (1574-
1577), mons. Berrocal morì. Al suo posto, il 6 ottobre 1578, Gregorio XIII
designò il napoletano Marcello Maiorano, appartenente ai chierici regola-
ri101. Questi non fece a tempo a disfare le valigie che, saputo dei contrasti
esistenti per la designazione del successore di Scipione Salernitano, vesco-
vo di Acerra, si autocandidò ed il 13 novembre 1581 ottenne il trasferi-
mento nella sede campana102. In questa circostanza la vacanza della sede
crotonese fu brevissima perché, il successivo 27 novembre, fu nominato il
nuovo vescovo nella persona di Giuseppe Faronio, attuale vescovo di Mas-
salubrense. Animato da buona volontà, anche questo presule tentò la rifon-
dazione del seminario e, visto che l’iniziativa non decollava per questioni
economiche, aumentò l’aliquota del seminaristico. Come facilmente intui-
bile il provvedimento incontrò delle resistenze, in particolare quelle del
can. Girolamo Valente, il quale inviò un ricorso alla Congregazione dei

97
Spedicato, Il mercato della mitra, p. 38; Idem, Il giuspatronato nelle chiese meridio-
nali del Cinquecento: diocesi e vescovi di presentazione regia prima e dopo il Concilio di
Trento, nel vol. Geronimo Seripando e la Chiesa del suo tempo. Nel V centenario della
nascita. Atti del convegno di Salerno, 14-16 ottobre 1994, a cura A. Cestaro, Roma 1997,
p. 146 (Thesaurus Ecclesiarum Italiae recentioris aevi XII,8).
98
RVC 22614, 22616.
99
Nativo di Taverna, il Marincola era titolare del beneficio annesso alla cappella di S.
Giacomo, ubicata nella cattedrale di Crotone (RVC 21819) e per tale ragione figurava tra
i contribuenti del seminario.
100
ASV, CC, Positiones (Sess.) 95, f. 253r. Un altro ricorso contro mons. Berrocal,
sempre per la tassazione del seminario, venne inoltrato da Tiberio Barraco, abate commen-
datario di S. Maria di Altilia: Ivi, 96, f. 129r.
101
RVC 23015-23019.
102
RVC 23297-23298.
88 Rocco Benvenuto

Vescovi. Anche in questa circostanza, il dicastero pontificio non poté che


accogliere il ricorso e il 23 novembre 1582 inviò una lettera nella quale il
vescovo veniva richiamato per aver portato la tassa da 16 a 28 scudi103.
Nonostante questo insuccesso, Filippo II decise egualmente di promuovere
il Faronio alla sede metropolitana di Salerno, ma la morte lo colse il 4
settembre 1585, prima ancora che potesse accettare,104. Si aprì una lunga
sede vacante che rese ancora più remote le possibilità che il seminario tornas-
se ad essere aperto. Dapprima il nuovo viceré, Giovanni de Zuñiga, preparò
una terna formata dal canonista Carlo Baldino, dal teatino Basilio Pigna-
telli e da Giulio Caracciolo, anch’egli religioso essendo membro dei Chie-
rici Regolari Minori. Il Consiglio supremo, dal canto suo, integrò queste
proposte aggiungendovi il cappellano regio Carlo Patigno, l’arcivescovo di
Lanciano Mario Bolognino ed il canonista Paolo Tasso. La scelta regia inizial-
mente cadde sul primo candidato proposto dal viceré, ma il Baldino rinunciò
in cambio di una pensione105. Di qui la designazione di mons. Bolognino,
il quale il 3 ottobre 1588 fu trasferito a Crotone conservando il titolo di
arcivescovo106. Si trattò di una soluzione temporanea, perché il 7 gennaio
1591, accogliendo la segnalazione di Filippo II, Gregorio XIV lo promosse
metropolita di Salerno107. Anche il successore Claudio de Curtis, del clero
partenopeo, restò poco a Crotone. Nominato il 13 novembre 1591108, go-
vernò la diocesi per meno di un anno, perché nel gennaio del 1593 cessò
di vivere. Apertasi l’ennesima sede vacante, lo Zuñiga suggerì alla corte
madrilena il francescano Francisco Geronimo de Arcubiaga, l’abate Geroni-
mo Calderon ed il domenicano Juan Lopez. Il re scelse l’Arcubiaga, il
quale, però, non accettò di trasferirsi in Calabria. Il Consiglio Supremo,
profittando della circostanza, fece il nome del domenicano Juan Gutierrez
e di Geronimo de Almonach, priore di Atocha, ma la proposta arrivò in
ritardo, perché nel frattempo il re aveva già segnalato a Roma il domeni-
cano Lopez, il quale il 5 giugno 1595 ricevette la nomina da Clemente
VIII109. Anche questo episcopato fu abbastanza breve, perché il 25 novem-

103
ASV, CVR, Registra Episcoporum 8, f. 46r.
104
Nunziature di Napoli, 2, a cura di P. Villani-D. Veneruso, Roma 1969, p. 375 (Fonti
per la Storia d’Italia, 101).
105
Spedicato, Il mercato della mitra, p. 39; Idem, Il giuspatronato, p. 147.
106
RVC 24066.
107
RVC 24191.
108
RVC 24271-24274, 24294-24295.
109
RVC 25003.
La formazione del clero secolare nella metropolia di Reggio Calabria 89
bre 1598 il Lopez fu trasferito a Monopoli110. Al suo posto, il 17 febbraio
1599, arrivò il teatino Tommaso delli Monti111, col quale, per circa un decen-
nio, si assiste ad un’interruzione nei continui avvicendamenti episcopali
che non poco hanno inciso sulla mancata riapertura del seminario crotonese.
Al primo concilio provinciale reggino, insieme ai vescovi suffraganei
sopra ricordati, parteciparono pure il vescovo di Bova, mons. Achille
Brancia112, quello di Nicotera, mons. Giulio Cesare De Gennaro113, e quello
di Oppido Mamertina, Teofilo Galluppi114. Dalla documentazione finora
rinvenuta non è possibile stabilire se e quali decisioni assunsero al loro
ritorno da Reggio Calabria. Di certo, prima della congiura campanelliana,
in nessuna di queste diocesi risulta funzionante il seminario diocesano.
Nella relazione presentata a Roma il 29 ottobre 1592, mons. Giovanni
Camerota dichiara che a Bova
seminarium etiam propter eandem paupertatem numquam institui potuit, sed tan-
tum adest quidam magister grammaticae a quo pueri, qui sacris initiandi sunt docentur,
eique pro mercede de fructibus mensae episcopalis et omnium beneficiorum dioe-
cesis iuxta taxam a praedecessoribus meis factam quinquaginta aurei assignantur115.
Nelle medesime difficoltà, già una ventina d’anni prima, si era trovato
mons. Giulio Stauriano. Per retribuire i maestri di grammatica e di canto
che aveva assunto per realizzare il passaggio del clero bovese dal rito

110
RVC 25412.
111
RVC 25424-25428.
112
Mons. Achille Brancia, del clero di Sorrento, il 21 agosto 1549 era stato nominato
vescovo di Bova (RVC 19538-19540) e in tale veste partecipò ai lavori del Concilio di Trento,
giungendovi l’8 luglio 1562 (RVC 21000). Su questo vescovo v. C. Guarna Logoteta,
Memorie della santa chiesa di Bova e dei suoi prelati, Reggio Calabria 1876, pp. 35-36.
113
Appartenente al clero di Napoli, mons. De Gennaro ricevette la nomina a vescovo di
Nicotera da Paolo III il 12 dicembre 1539 (RVC 18152). Durante il suo lungo episcopato
non partecipò a nessuna sessione del Concilio di Trento. Riguardo alla sua condotta, nel
dispaccio del 7 ottobre 1572 col quale si comunicava alla Segreteria di Stato il suo decesso,
il nunzio Alessandro Simonetta ebbe a scrivere: «Ho aviso che in Calabria sia morto il
vescovo di Nicotera, egli non farà spoglio se non leggiero, perché il tutto si consumava
vivendo lussuriosamente per vecchio et stroppiato che fusse, et l’intrate di quest’anno erano
già state pigliate da creditori sino ad agosto»: Nunziature di Napoli, 1, a cura di P. Villani,
Roma 1962, pp. 130-131 (Fonti per la Storia d’Italia, 56).
114
Il Galluppi resse la diocesi di Oppido dal 1561 al 1567 e, a partire dal 14 marzo 1562,
intervenne al III periodo del Concilio di Trento (RVC 21060). Un breve profilo biografico
in R. Liberti, Diocesi di Oppido-Palmi. I vescovi dal 1050 ad oggi, Rosarno 1994, p. 47.
115
ASV, CC, Relationes Dioecesium 139A: Boven., f. 8v. In questo periodo la rendita
vescovile ammontava ad appena 600 ducati: G. Galasso, Economia e società nella Calabria
del Cinquecento, Napoli 19923, p. 345 (L’altra Europa 6).
90 Rocco Benvenuto

greco a quello latino, il presule domenicano aveva contratto dei debiti e


non riuscendo con la sola rendita vescovile a farvi fronte, il 29 aprile 1573,
scrisse al card. Tolomeo Galli per informarlo sulla situazione. Il Segretario
di Stato, nella risposta (12 giugno), non andò oltre una generica esortazio-
ne a continuare l’opera intrapresa116, per cui l’onere di saldare i debiti
rimase tutto allo Stauriano, quantunque l’ordine del cambiamento di rito
fosse venuto da Roma.
Così come a Bova, anche ad Oppido il rendimento molto basso dei
benefici è all’origine della mancata erezione del seminario. Nella prima
relazione inviata a Roma da mons. Andrea Canuto, che porta la data del
4 maggio 1596, si legge che, dopo tredici anni di episcopato, non era riuscito
ad aprire il seminario per mancanza di mezzi finanziari. La recessione era
tale che il presule aveva dovuto desistere dall’inviare un chierico a studiare
nel seminario metropolitano, poiché non aveva trovato un solo beneficiario
disposto a contribuire al suo mantenimento, garantendo almeno il vitto117.
Sempre per carenza di finanziamenti non si riuscì ad erigere il semina-
rio a Nicotera. Al pari di altri confratelli della metropolia, anche mons.
Ottavio Capece, sin dai primi anni del suo episcopato – la sua nomina a
vescovo è del 21 maggio 1582118 – aveva tentato, senza riuscirci, di aprire
il collegio. La ragione di questo fallimento è identica a quella riscontrata
per altri seminari. Poiché il gettito contributivo è molto basso, il vescovo,
ignorando la normativa emanata da Pio V sui seminari eretti dopo l’11
luglio 1567, cerca di aggirare l’ostacolo aumentando l’importo del semi-
naristico. A tale aumento, ovviamente, si oppongono i beneficiari che,
presentano un ricorso giurisdizionale a Roma. A motivo del decreto piano,
nella stragrande maggioranza dei casi, i ricorsi sono sempre accolti dai
dicasteri pontifici, per cui al vescovo non resta che fare marcia indietro.
Nel caso specifico, a reclamare fu Alfonso Trifiletta, canonico di Tropea,
che occupava un beneficio nella diocesi di Nicotera. Dal momento che
formalmente il seminario non era stato ancora eretto – con i contributi per

116
C. Longo, Fr. Giulio Stauriano OP vescovo armeno di Cipro (1561-1571) e vescovo
latino di Bova (1571-1577), «Archivum Fratrum Praedicatorum», LVIII (1988), pp. 233-235.
117
ASV, CC, Relationes Dioecesium 598A: Oppiden., f. 1v. La stessa dichiarazione si
trova ripetuta nelle relazioni del 1598 e 1601: Ivi, ff. 3v, 5v; R. Liberti, La diocesi di
Oppido in Calabria nel periodo a cavallo dei secc. XVI e XVII (1596-1616) dalle relationes
ad limina dei vescovi, «Rivista Storica Calabrese», n.s. IV (1983), p. 294; Idem, Cultura
e spiritualità in Calabria. Il seminario vescovile di Oppido Mamertina, «Rivista Storica
Calabrese», n.s. XII-XIII (1991-1992), p. 291.
118
RVC 23398-23400.
La formazione del clero secolare nella metropolia di Reggio Calabria 91
il seminario si riusciva a retribuire appena i due maestri di grammatica e
di canto –, la Congregazione dei Vescovi si pronunciò a favore del ricor-
rente ed il 19 marzo 1585 inviò una lettera nella quale invitava il vescovo
a desistere dal maggiorare la tassa per il seminario119. Come si legge nella
relazione ad limina, inviata da mons. Capece il 10 giugno 1590, gli effetti
del pronunciamento del dicastero vaticano furono che, per un altro biennio,
si riuscì a garantire l’istruzione a sei chierici, dopo di che, per mancanza
di fondi, anche questo servizio dovette essere interrotto:
In Ecclesia Cathedrali propter tenuitatem beneficiorum praebenda theologalis non-
dum fuit erecta, minusque in Civitate seu Dioecesi institutum seminarium, licet
spatio quinque annorum continuorum pro uno magistro scholae et pro uno alio
cantus pro sex clericis mensa ipsa episcopalis se ipsam oneravit pro solutione
decem scutorum, ac beneficiatos pro solutione duorum pro quolibet centenario.
Postea vero cum a Sacra Episcoporum Congregatione statum fuisset ut pro prae-
missi nisi ad rationem dimidiae decimae perciperetur, a duabus annis citra cessa-
tum fuit ab huiusmodi contributione cum ea ratione ab eadem Congregatione
emanata eiusdem Magistris non posset satisferi120.
Nella relazione successiva, presentata il 15 giugno 1592, il vescovo con-
ferma l’impossibilità ad aprire il seminario. Nello stesso tempo, però, es-
sendo migliorata la situazione economica, si è potuto assumere professori
di grammatica, due per la città e due per la diocesi, «a quibus comode et
sufficienter clerici omnes erudiuntur et docentur»121. A distanza di due
anni, nel 1594, anche se l’apertura del collegio è solo un progetto, si
registra un ulteriore passo avanti per quanto concerne il reperimento dei
fondi: essendosi reso libero a Motta Filocastro il beneficio di S. Maria di
Cassimadi, la cui rendita annua ascendeva a 150 scudi, mons. Capece
pensò di destinare 50 ducati all’erigendo seminario, mentre gli altri 100
ducati avrebbero costituito le prebende per il penitenziere ed il teologo del

119
«Molto Rev. Signor come Fratello, si è doluto alla Congregatione Alfonso Trifiletta,
canonico di Tropea et curato nell’istessa città, … esser gravato nella contributione del
seminario per conto di detta cappella molto più di mezza decima alla tassa vecchia, sopra
di che occorre dirle che dove i seminarii non sono stati eretti prima che dopo gli XI di
luglio del 1567 non si deve esigere oltra mezza decima a ragione dell’antica tassa, et quel
più che fosse esatto, s’ha da restituire o vero compensare. Contentisi dunque V.S. di così
eseguire et insieme ci dia qualche avviso se veramente il suo seminario è eretto o no»
(ASV, CVR, Registra Episcoporum 9, f. 49). L’istanza del Trifiletta è datata 12 marzo
1585: ASV, CVR, Positiones 1585 (M-P), f. n.n.
120
ASV, CC, Relationes Dioecesium 764A: Nicoteren., ff. 3rv, 6rv.
121
Ivi, f. 11v.
92 Rocco Benvenuto

capitolo122. Tale progetto, purtroppo, non poté realizzarsi perché la S. Sede,


come si legge in una missiva del vescovo del 20 ottobre 1597123, non
approvò la partizione che aveva fatto delle rendite di S. Maria di Cassima-
di, per cui slittarono nuovamente i tempi per la costruzione ed apertura del
seminario.
Tra le diocesi che non furono rappresentate al primo concilio provincia-
le di Reggio Calabria figura Tropea. Il motivo di tale assenza è dovuto al
fatto che la sede vescovile era vacante. Mons. Francesco Aguirre, che
aveva partecipato ai lavori del Tridentino, il 15 dicembre 1564 era stato
trasferito da Crotone a Tropea, ove morì a distanza di qualche settimana
dal suo insediamento124. Essendo Tropea di regio patronato, in ossequio al
trattato di Barcellona del 1529, il successore era presentato dal re e nomi-
nato dal papa. Per quanto riguarda la sede tropeana, fu proposta una terna
di candidati regnicoli, di cui faceva parte il pugliese Felice Rossi, preco-
nizzato da Pio V per la sede calabrese il 5 luglio 1566125. Nonostante il suo
episcopato sia stato uno dei più brevi – si spense il 18 marzo 1567 -,
tuttavia è stato uno dei più fecondi. Dal verbale della visita apostolica
condotta nel 1580 da mons. Ottaviano Pasqua, vescovo di Gerace, risulta
che tra i primi atti del suo governo ci fu la celebrazione del sinodo dioce-
sano, nel corso del quale fece adottare le disposizioni del concilio provin-
ciale, tra cui l’istituzione del seminario diocesano126. All’atto istitutivo era
poi seguita la tassazione dei benefici, da cui era emerso che l’istituto
avrebbe potuto contare su un’entrata annua di 160 ducati.
Benché ci fosse una promettente base di partenza, l’improvvisa scom-
parsa di mons. Rossi fece svanire la possibilità di erigere formalmente il
seminario127. Apertasi la sede vacante, questa si protrae più del solito per-
ché il candidato designato dalle autorità vicereali, Tiberio Carafa, fratello
del duca di Nocera, per questioni redditizie non accetta di lasciare la sede
di Potenza. Viene, quindi, proposto il sacerdote romano Girolamo De Ru-
sticis, che da anni lavorava presso la Curia Romana, il quale lunedì 26

122
Ivi, f. 15r.
123
Ivi, f. 21v.
124
Spedicato, Il mercato della mitra, p. 40; Idem, Il giuspatronato, p. 148.
125
RVC 21597.
126
ASV, CVR, Positiones 1580 (P-V), f. n.n.
127
Da una lettera di mons. De Rusticis alla Congregazione del Concilio, datata 14 giugno
1580, risulta che il prelato sarebbe morto in seguito alle ferite riportate durante una sassa-
iola fatta dagli abitanti di Tropea: ASV, CVR, Positiones 1580 (P-V), f. n.n.
La formazione del clero secolare nella metropolia di Reggio Calabria 93
giugno 1570 ottiene la nomina a vescovo e domenica 2 luglio riceve la
consacrazione episcopale128.
Il nuovo pastore, per rimediare ai danni provocati dalla lunga vacanza
episcopale, si diede subito da fare per riprendere l’idea di istituire il semi-
nario. Col passare dei mesi, però, allo zelo iniziale per applicare le norme
tridentine, si unì, se non addirittura subentrò, l’interesse personale, in quanto
il presule vide nel “seminaristicum” una fonte per impinguare il proprio
patrimonio personale129. Infatti, per ricavare qualche utile da questo proget-
to, emanò un editto in base al quale la decima di ogni beneficio doveva
essere destinata all’erigendo collegio, il che era in netto contrasto non solo
con il deliberato del Concilio di Reggio, ma, soprattutto, con il recente
decreto di Pio V sui contributi per i seminari fondati dopo l’11 luglio 1567.
La decisione vescovile, come facilmente intuibile, non fu accolta favore-
volmente dai beneficiari, ma suscitò una serie di proteste, alcune delle
quali giunsero pure alla Congregazione del Concilio. Essendo evidente
l’errore commesso dal vescovo, il dicastero pontificio non poté far altro
che dare ragione ai beneficiari, per cui con rescritto del 13 luglio 1572,
indirizzato al vicario generale di Tropea, comunicò che la tassa per il
seminario non doveva superare la mezza decima130. Presa visione del prov-
vedimento, mons. De Rusticis applicò la nuova aliquota e, a partire dal-
l’annata 1572-1573, iniziò a riscuotere i contributi. A distanza di sei anni,
visto che ogni anno il vescovo raccoglieva i soldi senza procedere all’aper-
tura del seminario, alcuni canonici scrissero alla Congregazione denunciando
mons. De Rusticis per questo suo modo di agire. Informato del ricorso, il

128
RVC 22253-22254.
129
Una chiara dimostrazione del suo attaccamento al denaro è rappresentata dalla vicen-
da della decima di Nocera Terinese, dove, nel 1573, per costringere gli uomini a pagarla
secondo le vecchie misure, ordinò ai sacerdoti di non ascoltare le confessioni e di non dare
l’assoluzione: ASV, CVR, Positiones 1580 (P-V), f. n.n. Risaputo è poi il fatto che, nel
luglio del 1576, per timore che si abbassasse il prezzo del proprio grano, proibì sotto pena
di scomunica di scaricare da una nave incagliatasi nelle acque di Tropea il grano che stava
trasportando a Napoli. Questa decisione sollevò un incidente diplomatico tra le autorità
vicereali e la S. Sede perché, essendo sopraggiunto un fortunale, la nave affondò con tutto
il carico (Nunziature, 1, p. 387).
130
ASV, CC, Liber I litterarum, f. 452rv. Un ricorso alla Congregazione del Concilio fu
presentato dal sacerdote Lucio Montano, del clero di Policastro, abate commendatario del
monastero greco di S. Angelo presso Tropea (RVC 21593, 21594, 25837). Visto che mons.
De Rusticis continuava ad importunarlo, il 20 agosto 1573 la Congregazione dei Vescovi
intervenne a difesa dell’abate una prima volta il 20 agosto 1573 ed una seconda il 28
dicembre 1579 (ASV, CVR, Registra Episcoporum 1, ff. 84-86; 5, f. 20).
94 Rocco Benvenuto

vescovo affidò inizialmente a Marcello Vestri il compito di chiarire il suo


comportamento al neo prefetto della Congregazione, card. Antonio Carafa.
Successivamente, pensando che le spiegazioni del cognato non sarebbero
state sufficienti a discolparlo, chiese al capitolo cattedrale di scrivere a
Roma al fine di smentire le affermazioni dei suoi accusatori131. Dato che
le lagnanze sull’operato del vescovo erano arrivate pure al papa ed alla
Congregazione dei Vescovi, il card. Marco Antonio Maffei, prefetto di
questo dicastero, investì del problema l’uditore generale della Camera A-
postolica. In attesa che mons. De Rusticis venisse a Roma per dare spiega-
zione sui vari addebiti, il 10 maggio 1580 promosse un’indagine, affidan-
dola al vescovo di Gerace, mons. Pasqua. Nella lettera di nomina si legge
che il visitatore apostolico avrebbe dovuto informarsi «con diligentia et
secretezza» se rispondevano al vero le accuse che venivano mosse al con-
fratello vescovo e, in particolare, «circa al seminario quale s’intende che
ancora non è eretto, et pure s’essige la tassa»132. L’inchiesta, purtroppo, fu
un mezzo fallimento perché la Congregazione, a seguito delle rimostranze
di mons. De Rusticis, dovette subito chiuderla133. Malgrado ciò, nei mesi

131
ASV, CC, Positiones (Sess.) 96, ff. 379r-381r. Alla missiva del capitolo, che reca la
data del 18 giugno 1579, fu allegata copia del verbale della riunione dei canonici, presiedu-
ta dal decano Annibale Barone e svoltasi il 7 giugno, nella quale tutti i presenti asserirono
che «da uno anno in qua non si ha fatto exactione alcuna di seminario». Inoltre, per
rafforzare la testimonianza del capitolo, il vescovo inviò a Roma le dichiarazioni dei
sacerdoti di Aiello, Amantea, Nocera, Fiumefreddo che concordavano con quanto sostenuto
dai canonici: ASV, CVR, Positiones 1580 (P-V), f. n.n.
132
ASV, CVR, Registra Episcoporum 5, f. 96; il resoconto dell’inchiesta in ASV, CVR,
Positiones 1580 (P-V), f. n.n. La Congregazione, nel designare mons. Pasqua, non tenne
conto della supplica delle autorità cittadine di Tropea che, a proposito del visitatore, aveva-
no scritto «hanno per sospetti l’infrascritti Rev.mi vescovi, cciò è il Vescovo de Melito, el
Vescovo de Nicotera, el vescovo d’Yrace et l’Arcevescovo de Reggio. Per degni respetti,
et già ce sonno in quelle provincie molt’altri Rev.mi Prelati di santa et exemplarissima vita,
como è l’Arcevescovo di Messina, l’Archimandrita de detta città, el Vescovo de Nicastro,
el vescovo de Squillace, l’Arcevescovo di Cosenza, el Vescovo de Patti» (Ivi).
133
In ossequio alle direttive della Congregazione, mons. Pasqua aveva convocato i testi,
tutti membri del clero, il 20 giugno a Monteleone - l’odierna Vibo Valentia -, anziché a
Tropea. Appresa la notizia di questa convocazione, due giorni dopo mons. De Rusticis
scrisse a Roma accusando il visitatore di condurre le indagini in modo fazioso e senza
alcuna discrezione. Essendo venuto meno il carattere di segretezza dell’inchiesta, la Con-
gregazione, per mettere tutto a tacere, corse ai ripari e il 12 luglio revocò l’incarico a mons.
Pasqua (ASV, CVR, Registra Episcoporum 5, ff. 120-121, 151). Gli effetti di questa im-
provvisa chiusura dell’inchiesta furono che il presule tropeano, forte di questo successo,
diede subito inizio alla resa dei conti con i sacerdoti che erano andati a Monteleone, alcuni
dei quali furono incarcerati, mentre ad altri fu tolta la razione quotidiana di grano: ASV,
CVR, Positiones 1580 (P-V), f. n.n.
La formazione del clero secolare nella metropolia di Reggio Calabria 95
successivi, l’atmosfera a Tropea si rasserenò, per cui il vescovo, essendo
venuti meno quegli ostacoli che sino ad allora gli avevano impedito di
lasciare la sua chiesa, si recò a Roma per partecipare alla causa che pende-
va presso la Camera Apostolica134. Il processo, protrattosi tra alterne vicen-
de per circa tre anni, si concluse nell’ottobre del 1584 con una sentenza di
condanna per il prelato di Tropea. Due anni dopo, il 3 settembre 1586, la
sentenza fu annullata da Sisto V e mons. De Rusticis fu reintegrato nel suo
ufficio. Col suo rientro in diocesi, i rapporti con la città ripresero ad essere
tesi, al punto che le autorità cittadine, il 2 settembre 1588, inviarono una
supplica al papa per chiedere il suo intervento135. La corte madrilena, dal
canto suo, dinanzi alle continue lamentele provenienti da Tropea, non restò
indifferente, ma invitò mons. de Rusticis a dimettersi e come suo successo-
re propose Tommaso Calvi, del clero di Messina, il quale ottenne, il 30
aprile 1593, da Clemente VIII la nomina a vescovo136.
La ricostruzione delle vicende di mons. De Rusticis offre l’opportunità
per evidenziare quanta acribia occorre nell’utilizzare come fonte le perio-
diche relazioni ad limina che, essendo opera del vescovo, non sono immu-
ni da soggettivismi. Sapendo delle difficoltà della Congregazione del Con-
cilio nel verificare l’attendibilità delle informazioni trasmesse a Roma,
poteva accadere che l’ordinario diocesano ne approfittasse per filtrare le
informazioni fornendo solo quelle che davano una buona immagine di sé.
Una significativa esemplificazione, a tal riguardo, è offerta dalla relazione
presentata in Congregazione da mons. De Rusticis il 25 febbraio 1590. In
essa, riguardo al seminario si legge:

Seminarium fuit olim a me erectum, sed quia fuit reclamatum a Canonicis et Clero
in Urbe, quod propter tenuitatem beneficiorum solvere non volebant integram
decimam, nec decimae medietas ad sustentationem Seminarii sufficiens erat,

134
Dovendo mons. De Rusticis restare a Roma per partecipare al processo, il 14 marzo
1581 Gregorio XIII affidò l’amministrazione della diocesi a Matteo Sanminiato (RVC
23247). Venuta poi meno l’ipotesi di sostituire il vescovo, il 3 novembre 1583 venne
inviato un nuovo vicario apostolico, Annibale Muti (RVC 23568). Da notare che già il 20
febbraio 1580 i sindaci di Tropea avevano chiesto l’invio di un vicario apostolico: ASV,
CVR, Positiones 1580 (P-V), f. n.n. Sull’attività svolta da questi vicari, ASV, CVR, Regi-
stra Episcoporum 6, ff. 83r, 101v, 130v, 136v; 7, ff. 42v, 44v, 55v, 57r, 67v, 76v-77r, 108r,
114v, 116r, 138v; 8, ff. 46r, 47v, 62r, 101r, 102v, 128r, 145v, 148r, 186r, 208v; 10, f. 83;
11, ff. 445, 447-448.
135
RVC 23703, 23891, 24058.
136
RVC 24588-24594.
96 Rocco Benvenuto

propterea fuit conclusum quod tantum Magister Grammaticae et Cantus adhibe-


rentur, ut gratis clericos docerent prout factum fuit, et modo fit137.
Al di là del fatto che in questo passaggio della relazione si omette di
accennare che la decisione di dotare la diocesi del seminario era stata già
assunta dal predecessore, è di tutta evidenza il contrasto esistente tra la
relazione vescovile e la documentazione sopra riportata. Infatti, l’afferma-
zione che il seminario fu eretto da mons. De Rusticis è smentita dal fatto
che uno dei motivi per cui la Congregazione accolse i ricorsi fu proprio
che il vescovo esigeva i contributi senza aver ancora aperto il seminario.
Similmente, l’aver addossato ai canonici ed al clero la responsabilità del
mancato funzionamento del collegio, quasi che essi con i loro reclami
abbiano voluto impedire la realizzazione del seminario, è contraddetta dal
fatto che essi si lamentarono non perché dovevano versare la tassa, ma
perché il vescovo aveva applicato un’aliquota proibita dal decreto di Pio V.
Ad ulteriore conferma di come quanto scritto dal De Rusticis sul semi-
nario non trovi riscontri nella realtà, basta leggere il testo della prima
relazione ad limina del successore, Tommaso Calvi, datata 30 aprile 1594
e presentata a Roma il successivo 25 giugno. In essa, in merito al semina-
rio diocesano, scrive che
Seminarium erectum non inveni, neque magistrum grammaticae, neque cantus pro
pueris edocendis, et postquam visitationem Ecclesiarum Civitatis et Dioecesis tota
perfeci omni qua potui sollecitudine, ipsum Seminarium apertum, ob paupertatem
sacerdotum e tenuitatem beneficiorum, stante licentia a praedecessore meo desu-
per ab Ill.mis DD.VV. obtenta, erexi. In quo XII degunt pueri, qui magistrum
grammaticae et cantus, vestemque violacei coloris, in signum Seminarii, habebunt
et diebus festivis Ecclesiae inserviunt sub cura et disciplina magistri grammaticae,
sacerdotis optimae vitae et famae138.
Come si evince dalla relazione inviata due anni dopo (6 novembre 1596),
si trattò di un’apertura momentanea, in quanto, per mancanza di mezzi finan-
ziari, il vescovo dovette chiudere il collegio, assicurando ai dodici semina-
risti un maestro che insegnava loro grammatica e canto139. Nell’informare

137
Sposato, Aspetti, p. 127. Le medesime espressioni si leggono nella relazione del 24
settembre 1592: Ivi, p. 188.
138
Ivi, p. 132.
139
«Seminarium aptum ob sacerdotum paupertatem et beneficiorum tenuitatem etiam
instituit XII pueros violaceo colore indutos, qui a magistro grammatices et cantus edocen-
tur, et ecclesie diebus festis inserviunt sub eorumdem magistrorum disciplina» (ASV, CC,
Relationes Dioecesium 820A: Tropien., f. 346v).
La formazione del clero secolare nella metropolia di Reggio Calabria 97
la S. Sede sulla chiusura del seminario, mons. Calvi comunicava, però, che
c’erano delle buone prospettive, poiché si potevano destinare i redditi della
“casa dei carissimi” (75 ducati) al seminario, visto che ora era abitata
soltanto da una persona140. Purtroppo, la povertà del clero e l’insufficienza
delle rendite beneficiali, non consentirono l’apertura del collegio, sicché il
vescovo rinunciò al suo progetto e si limitò a garantire ai propri seminaristi
due insegnanti, uno per la grammatica e l’altro per il canto 141.
A differenza di Tropea e Crotone che, al primo concilio provinciale,
furono assenti perché sedi vacanti, la diocesi di Cassano, pur avendo il
vescovo, non fu rappresentata all’assise reggina. Il presule Giovan Battista
Serbelloni, originario di Milano, era rimasto a Roma dove svolgeva l’uf-
ficio di castellano di Castel S. Angelo 142. La sua mancata partecipazione ai
lavori conciliari, neppure attraverso un suo delegato, fu interpretata dai
confratelli nell’episcopato come un disconoscimento da parte del vescovo
di Cassano dell’autorità metropolitana e, per tanto, nel documento finale fu
evidenziato questo atteggiamento a Pio IV143. Oltre a questa denuncia,
l’assenza al concilio ebbe come conseguenza che nessuno seppe che pochi
mesi prima, il 6 febbraio 1565, durante il primo sinodo diocesano era stata
formata la commissione deputata alla tassazione dei benefici. Pur essendo
il vescovo fuori sede, Cassano era stata, in ordine di tempo, la seconda
diocesi della metropolia che aveva deliberato l’erezione del seminario dio-
cesano. Purtroppo, tale vantaggio non ebbe nessuna ricaduta per la diocesi,
perché mons. Serbelloni, anche dopo il suo arrivo in diocesi nel 1567144 –
scelse Castrovillari come luogo di residenza –, non dimostrò grande inte-
resse per il seminario, il che gli consentì di percepire integralmente la lauta
rendita della mensa vescovile che, quanto al valore, era inferiore solo a
quelle di Salerno e di Taranto.

140
Ivi, f. 347r.
141
Nella relazione del 1° ottobre 1600 mons. Calvi scrisse: «Seminarium ob tenuitatem
beneficiorum huius dioecesis erigi non potuti, sed clerici omnes habent Magistrum gram-
maticae, et Magistrum musicae, qui eos docent, quibus competens solarium ex redditibus
ecclesiasticis persolvitur»: Ivi, f. 323v.
142
P. Pagliucchi, I castellani di Castel Sant’Angelo di Roma, con documenti inediti
relativi alla storia della Mole Adriana tolti dall’Archivio Segreto Vaticano e da altri
archivi, 1/2: I castellani vescovi (1464-1566), Roma 1909, pp. 138-145.
143
Sposato, Aspetti, p. 85. Mentre l’assenza del vescovo di Cassano fu segnalata al
pontefice, quella del presule di Squillace stranamente passò inosservata.
144
A seguito della prolungata assenza di mons. Serbelloni dalla diocesi, la S. Sede il 17
settembre 1566 aveva incaricato mons. Del Fosso di condurre un’apposita inchiesta: Benve-
nuto, Mons. Gaspare Del Fosso, pp. 138-143.
98 Rocco Benvenuto

Assicuratosi, attraverso l’istituto della resignazione, una pensione an-


nua di 1.200 ducati, l’8 gennaio 1578 mons. Serbelloni rinunciò al vesco-
vado di Cassano145, sul quale Filippo II esercitava il privilegio di giuspa-
tronato. La sede vacante dura 13 mesi. Per ovviare al fatto che la diocesi
non era stata guidata da un regnicolo, il Viceré inviò a Madrid una terna
formata solo da candidati del Viceregno: Mario Caracciolo, fratello del
vescovo di Venafro, Giovanni Capece, raccomandato dalla duchessa di
Parma, e Tiberio Carafa, attuale vescovo di Potenza, che poteva contare
sull’appoggio del nunzio pontificio. In considerazione della situazione che
si era creata a Cassano, il re scarta l’ipotesi di designare un vescovo di
prima nomina e accoglie il suggerimento del trasferimento di mons. Cara-
fa, che il 6 febbraio 1579 ottiene la nomina da Gregorio XIII146. Il nuovo
presule, che nel 1567 aveva favorito la fondazione del collegio dei Gesuiti
a Catanzaro147, sin dai primi anni del suo ministero dimostrò un diverso
atteggiamento verso la formazione del clero. A lui si deve, infatti, l’apertu-
ra a Cassano nel 1582 del collegio dei Gesuiti148 e, a distanza di qualche
anno, l’iniziativa di erigere il seminario diocesano. A questo proposito va
evidenziato che, a partire dal saggio di Antonio Minervini, gli studiosi
locali assegnano al 6 marzo 1588 la decisione di mons. Carafa di fondare
il seminario diocesano149. Tale data, desunta da una copia del sinodo tenuto
nel 1591 da mons. Audoeno150, non può essere accolta poiché il 6 marzo

145
RVC 22950, 23045.
146
Spedicato, Il mercato della mitra, p. 41; Idem, Il giuspatronato, pp. 149-150. RVC
23045-23046.
147
RVC 21775; U. Parente, Nicolò Bobadilla e gli esordi della Compagnia di Gesù in
Calabria, nel vol. I Gesuiti e la Calabria, pp. 51-52. La scelta di chiamare i Gesuiti nasceva
dall’esigenza di formare il clero non potendo nell’immediato fondare il seminario diocesa-
no. Il Serbelloni, a tal riguardo, ricevette una lettera della Congregazione dei Vescovi, datata
3 maggio 1583, nella quale si evidenziavano le lamentele della città di Lungro riguardo al
fatto che aveva ordinato altri sacerdoti ignoranti: ASV, CVR, Registra Episcoporum 8, f. 116r.
148
F. Russo, Storia della diocesi di Cassano al Jonio, 2, Napoli 1967, pp. 248-250; 4,
Napoli 1969, pp. 131-135.
149
A. Minervini, Cassano, «Enciclopedia dell’Ecclesiastico», 4, Napoli 1845, p. 522;
ripubblicato in Idem, Cenno storico sulla chiesa cattedrale di Cassano e sua diocesi,
Cosenza 1970, p. 46; P. La Fontaine, M.r Ludovico Audoeno vescovo di Cassano e le prime
costituzioni del seminario diocesano…, Cosenza 1909, p. 31; Russo, Storia della diocesi,
2, pp. 235-236; 3, Napoli 1968, pp. 102, 107; R. Vitola, Il seminario diocesano, nel vol.
La nostra cattedrale, a cura di F. Pennini, Soveria Mannelli 1985, p. 41.
150
Il testo sinodale, tratto da una copia esistente nell’archivio vescovile, è stato pubbli-
cato per la prima volta da mons. La Fontaine, M.r Ludovico Audoeno, pp. 31-34. Su questo
lavoro v. G. Musolino, Riforme del vescovo Pietro La Fontaine nella diocesi di Cassano
Jonio (1907-1910), «Rivista Storica Calabrese», n.s. VIII (1987), p. 389.
La formazione del clero secolare nella metropolia di Reggio Calabria 99
1587 mons. Carafa era già defunto151 ed il 3 febbraio 1588 era stato già
nominato il suo successore. Con ogni probabilità si è trattato di un refuso
del copista, perché, in un’altra copia dello stesso sinodo, si legge che
mons. Carafa «eresse il seminario nella città di Cassano nella casa vicino
alla Chiesa Cattedrale ed al nostro palazzo vescovile, nella piazza della
città, sotto il dì 6 de marzo 1586»152.
Dagli atti del sinodo di mons. Audoeno risulta che mons. Carafa, oltre
all’edificio, si era preoccupato delle risorse per il sostegno del seminario. A
tal proposito, con un proprio decreto, aveva stabilito che i possessori di
benefici curati versassero il 2% della rendita, mentre quelli che avevano bene-
fici non curati dovevano versare il 4%. Purtroppo, il suo decesso, a meno
di un anno dal suo decreto, bloccò nuovamente l’istituzione del seminario.
Dovendo procedere alla designazione del successore, il viceré de Zuñi-
ga, in ossequio al privilegio dell’alternativa, predispose una terna formata
tutta da elementi spagnoli, di cui, però, il Consiglio Supremo non tenne
alcun conto, in quanto, accogliendo l’indicazione dell’ambasciatore spa-
gnolo a Roma, propose che il vescovado di Cassano fosse conferito all’in-
glese Ludovico Audoeno (Lewis Owen), già vicario generale di Milano
sotto S. Carlo Borromeo, che attualmente lavorava presso la Curia Roma-
na153. Resa pubblica la nomina nel concistoro del 3 febbraio 1588 e rice-
vuta la consacrazione episcopale il successivo 14 febbraio 154, mons.
Audoeno si portò in diocesi per avviare il suo programma pastorale, po-
nendo tra le priorità l’apertura del seminario. Volendo dare attuazione alle
decisioni del predecessore, mons. Audoeno iniziò a far riscuotere la tassa
per il seminario, il che provocò la reazione di alcuni beneficiari che ricor-
sero a Roma. Dagli atti della Congregazione del Concilio risulta che i
ricorsi furono presentati dal card. Scipione Lancellotti, commendatario del

151
Nunziature, 2, p. 466.
152
Nell’app. riporto il testo integrale che presenta non poche differenze, specie a livello
testuale, rispetto a quello edito da mons. La Fontaine e ripubblicato dal Russo, Storia della
diocesi, pp. 152-154. In base a tale documento, il sinodo tenuto nel 1588 dal Carafa va
retrodato al 4 agosto 1586. Per questo sinodo v. M. Mariotti, Concili provinciali e sinodi
diocesani postridentini in Calabria, «Rivista di Storia della Chiesa in Italia», 37 (1973), pp.
138-139.
153
Spedicato, Il mercato della mitra, pp. 41-42; Idem, Il giuspatronato, p. 149.
154
RVC 24017-24019, 24021, 24025. Stranamente al 3 febbraio 1588 è stato assegnato
l’ingresso in diocesi di mons. Audoeno da E. Apollaro, Spiritualità e Riforma Cattolica
nella diocesi di Cassano allo Ionio durante l’episcopato di mons. Ludovico Audoeno
(1588-1595), «Archivio Storico per la Calabria e la Lucania», XXXVII-XXXVIII (1969-
1970), p. 354.
100 Rocco Benvenuto

monastero di S. Maria delle Fonti a Lungro155, e dall’arcivescovo emerito


di Cosenza, mons. Fantino Petrignani, titolare del monastero di S. Maria
ad Acquaformosa156. In particolare, quest’ultimo nella sua istanza si lamen-
tava che era «molestato da detto Vescovo di Cassano a pagar il Seminario
a ragione di quaranta scudi l’anno che sono quattro per cento del valor
della badia», per cui chiedeva al dicastero pontificio che gli fosse riservato
lo stesso trattamento che l’attuale arcivescovo di Cosenza, card. Evangeli-
sta Pallotta157, praticava al card. Giulio Antonio Santoro, commendatario
dell’abbazia di S. Giovanni in Fiore158. La Congregazione, accogliendo i
due ricorsi, il 23 ottobre 1589 mandò due rescritti a mons. Audoeno in cui
gli ricordava che, essendo la fondazione del seminario successiva all’11
luglio 1567, non poteva esigere più di mezza decima da coloro che pos-
sedevano un beneficio semplice159. Per affrontare la questione del semina-
rio e altri problemi emersi nel corso della visita pastorale, il presule
cassanese indisse per l’8 maggio 1590 il sinodo diocesano, sennonché,
poche settimane prima della sua apertura, dovette lasciare la sua diocesi e
rientrare in Curia ove era stato chiamato d’urgenza da Sisto V. Stando a
Roma, il 1° aprile 1590 presentò la sua prima relazione ad limina, nella
quale evidenziò l’azione svolta per l’apertura del seminario:
Episcopus magnis sumptis, etiam sui propter magnam Cleri paupertatem, fabricam
Seminarii perfecti, cum cellis in quibus scholares noctu clauduntur, et supellecti-

155
Il card. Lancellotti ottenne questo beneficio da Sisto V il 1° giugno 1585 (RVC
23791). Il successivo 25 giugno, riservandosi l’usufrutto e la giurisdizione, resignò il pro-
prio ufficio a favore del nipote Orazio Lancellotti (RVC 23799-23800).
156
Il Petrignani era divenuto titolare di questo monastero il 2 febbraio 1585 a seguito di
una permuta col card. Francesco Sforza, al quale aveva ceduto un suo beneficio ubicato in
diocesi di Piacenza (RVC 23755).
157
Al card. Pallotta si deve la riapertura del seminario arcivescovile di Cosenza. Fondato
nel 1566 da mons. Tommaso Telesio con tredici seminaristi, nel 1579 fu ampliato come
sede da mons. Fantino Petrignani. Purtroppo, non essendo le rendite sufficienti, con la
nomina del Petringnani a nunzio di Napoli, l’istituzione cosentina ben presto decadde, tanto
che il Pallotta, nella sua prima relazione ad limina (20 luglio 1590), scrisse che adibì parte
dell’episcopio a seminario, «quod … non inveni erectum»: R. Benvenuto, Origini del
Seminario Arcivescovile di Cosenza, «Calabria Letteraria», XXXVIII (1990), nn. 7-9, p. 36.
158
ASV, CC, Lib. VI decr., f. 54v. Il card. Santoro aveva ricevuto il 5 febbraio 1571 la
commenda di S. Giovanni in Fiore (RVC 22328).
159
ASV, CC, Lib. VII litterarum, ff. 88v-89r; Lib. VI decr., f. 54v. Ad un mese di
distanza, il 22 novembre, partì da Roma per Cassano una nuova comunicazione della
Congregazione nella quale si precisava che le pie volontà erano escluse dalla tassazione per
il seminario: Lib. VII litterarum, f. 107v; Lib. VI decr., ff. 68v-69r.
La formazione del clero secolare nella metropolia di Reggio Calabria 101
lem comparavit, ac ibi octo clericos cum Rectore et ministro alendos et instruen-
dos iuxta Sacri Concilii Tridentini ordinationem collocavit, et per Dei gratiam iam
crescere et florere incipit illud seminarium parvum maioris Seminarii initium
futurum160.
Dal momento che in Curia, dove ormai risiedeva da mesi, ventilava l’ipo-
tesi di un eventuale incarico come nunzio in Svizzera, mons. Audoeno
chiese ed ottenne da Gregorio XIV di poter rivisitare la sua diocesi prima
di iniziare il nuovo incarico. Rientrato a Roma, il 10 giugno 1591, dieci
giorni prima della sua nomina a nunzio161, presentò una nuova relazione
sullo stato della diocesi, dalla quale emerge che la fiducia riposta nello
sviluppo del seminario non era infondata. Difatti:
Seminarium clericorum in civitate Cassanensi floret quidam educatione bona pau-
corum scholarium, quia pauci inveniuntur apti qui volent in disciplina seminarii
concludi, nam ditiorum filii nolunt privari libertate sub redimine scolastico, pau-
periores vero hactenus male educati ignorantes sunt, etiam in aetate satis adulta,
quos tamen ne desit messis suo tempore, amitti in seminarium aliquando necesse
est, si qui ingenio pollere videantur, et maiori diligentia temporis iacturam hacte-
nus factam compensent162.
In considerazione del positivo andamento del collegio, nel sinodo diocesa-
no, celebrato il 17 novembre 1591, fu affrontato il problema del regola-
mento del seminario. Assente il vescovo, il vicario generale, Bartolomeo
Conti, fece emanare una serie di norme finalizzate a consolidare la crescita
del seminario diocesano. Oltre alla possibilità di elevare a dodici il numero
dei seminaristi, il sinodo dispose l’incremento delle entrate del seminario
annettendovi altri due benefici semplici, disciplinò il settore amministrati-
vo e la nomina del tesoriere e del procuratore. Finché il vescovo era
trattenuto fuori diocesi, la responsabilità del seminario cadeva sulle spalle
del vicario generale al quale spettava l’accoglienza, la vigilanza e la di-
smissione dei seminaristi. Altre norme sinodali furono poi emanate sui
requisiti che dovevano possedere i seminaristi, sul loro servizio liturgico
e sulla forma del loro abito.
Non essendosi potuto insediare come nunzio per la questione degli
stipendi arretrati per i capitani svizzeri utilizzati in Francia, mons. Audoeno

160
Sposato, Aspetti, p. 134.
161
RVC 24245. K. Jaitner, Die Hauptinstruktionem Gregors XV. Für die Nintien und
Legaten an den europäischen Fürstenhöfen 1592-1605, 1, Tübingen 1984, p. CCLX
(Instructiones Pontificum Romanorum).
162
Sposato, Aspetti, pp. 200-201.
102 Rocco Benvenuto

fu richiamato a Roma, ove l’11 luglio 1592 fu nominato membro della nuova
Congregazione della Visita Apostolica163, istituita da Clemente VIII alcune
settimane prima (8 giugno). Nonostante questo nuovo incarico che lo tene-
va lontano da Cassano, il vescovo continuò a seguire «per litteras singulis
septimanis missas et receptas»164 l’andamento della sua diocesi e, quindi,
del collegio vescovile. Infatti, dopo aver esaminato attentamente il testo del
sinodo del 1591, lo fece promulgare nel corso del sinodo tenuto l’8 settem-
bre 1593165. Quali ricadute ebbero le norme sinodali? Dalla terza ed ultima
relazione ad limina dell’Audoeno, presentata in Congregazione il 19 no-
vembre 1593, emerge un aumento numerico dei seminaristi, da otto saliti
a dieci, ma anche le difficoltà economiche per il loro sostentamento, visto che
i benefici più ricchi erano in mano ad ecclesiastici della Curia Romana 166.
Alla scomparsa di mons. Audoeno (14 ottobre 1595), da Napoli furono
segnalati come successori l’attuale arcivescovo di Trani, Giulio Caraccio-
lo, il vescovo di Acerra, Giovanni Battista del Tufo, e i teatini Pietro
Caracciolo e Tommaso Delli Monti. Visto che bisognava liberare la sede
di Trani, il Consiglio Supremo accolse il trasferimento del Caracciolo, il
quale l’8 gennaio 1597 ottenne la nomina a vescovo di Cassano, conser-
vando tuttavia il titolo arcivescovile167. Il nuovo vescovo-arcivescovo non
fece a tempo ad insediarsi che, a distanza di qualche mese, morì improvvi-
samente. Apertasi la sede vacante, il viceré presentò nuovamente una qua-
terna di candidati che già avevano alle spalle la guida di una diocesi: Juan
de Mira (arcivescovo di Matera-Acerenza), Juan Lopez (vescovo di Mono-
poli), Giovanni Antonio Viperino (vescovo di Giovinazzo) e Juan de Gan-
tés (vescovo di Gaeta)168. Ancor prima che il Consiglio si pronunciasse
sulle segnalazioni del viceré, il re in persona, accogliendo la proposta del
card. Enrico Caetani, designò come vescovo di Cassano il nipote del por-
porato, Bonifacio Caetani169, la cui nomina fu resa pubblica nel concistoro

163
RVC 24407B.
164
ASV, CC, Relationes Dioecesium 198A: Cassanen., f. 11r.
165
Mariotti, Concili provinciali, pp. 140-141.
166
«Seminarium 10 scholarium, cum suo Rectore, suisque ministris (per Dei gratiam)
floret, quantum in illa regione fieri potest, in maxima Cleri paupertate, ubi etiam pauca sunt
et modici valoris beneficia simplicia qua Seminario uniri possunt: et illa quoque fere omnia
ab aulicis Curiæ Romanæ viris possidentur, nec ullum potui hactenus conferre Clericis
Seminarii tale beneficium»: ASV, CC, Relationes Dioecesium 198A: Cassanen., f. 12v.
167
RVC 25218-25219.
168
Spedicato, Il mercato della mitra, p. 42; Idem, Il giuspatronato, p. 150.
169
G. De Caro, Caetani Bonifacio, «Dizionario Biografico degli Italiani», 16, Roma
1973, pp. 134-135.
La formazione del clero secolare nella metropolia di Reggio Calabria 103
dell’8 novembre 1599170. Malgrado la lunga vacanza della sede vescovile,
interrotta dal brevissimo episcopato del Caracciolo, il seminario di
Cassano continuò a funzionare regolarmente. Se a differenza di altri col-
legi della metropolia non si arrivò alla chiusura del seminario diocesano,
questo lo si deve all’impostazione e al regolamento che l’Audoeno, da
degno seguace del Borromeo, seppe darvi.
Purtroppo la vicenda dei seminari calabresi, «che istituiti premurosa-
mente dai vescovi, duravano il classico spazio di un mattino e morivano
per mancanza di mezzi, è tra le più penose che si conosca della storia
religiosa del Mezzogiorno»171. Al pari della maggior parte dei seminari del
Viceregno di Napoli, alla base dell’insuccesso dei tentativi vescovili per
fondare il seminario diocesano e dell’instabilità dei pochi collegi aperti e
funzionanti sta la cronica carenza di fondi. Si è già accennato alle difficoltà
incontrate dai vescovi nella riscossione della tassa per il seminario e ai
continui richiami della Congregazione del Concilio per il rispetto del de-
creto di Pio V sui seminari eretti dopo l’11 luglio 1567. Tuttavia, per
capire perché i contributi del numeroso clero diocesano erano del tutto
inadeguati, è necessario analizzare più da vicino l’articolato sistema bene-
ficiale che, per ambedue le Calabrie, non ha finora riscosso la dovuta
attenzione da parte della storiografia regionale.
Nell’attesa di completare un’indagine sulla tipologia del clero secolare
calabrese di rito latino in età postridentina, in questa sede vorrei presentare
i primi, provvisori risultati di questo lavoro, da cui sta emergendo che
dopo il Concilio di Trento, mentre erano estremamente pochi gli ecclesia-
stici e i vescovi calabresi che occupavano benefici situati fuori del territo-
rio regionale, viceversa continuava ad essere elevato il numero dei bene-
ficiari forestieri che usurpavano gli uffici esistenti nella metropolia reggi-
na172. Se a ciò si aggiunge che la titolarità per gli intrusi in genere era
vitalizia e che i benefici con le rendite più doviziose – specie le commende

170
RVC 25483-25485.
171
G. De Rosa, La pastoralità nella storia sociale e religiosa del Mezzogiorno, «Stu-
dium», 72 (1976), p. 334, ripubblicato nel vol. Chiesa e religione popolare nel Mezzogior-
no, Bari 19792, pp. 172-173 (Biblioteca di Cultura Moderna, 808).
172
Dal momento che, all’interno delle diocesi calabresi, si riscontrano degli scambi nella
titolarità dei benefici, in questo lavoro con la denominazione “forestieri” si intendono gli
ecclesiastici che non sono nati né in Calabria Citra né in quella Ultra. Sul fenomeno della
“razzia” dei benefici da parte del clero forestiero v. G. Greco, Le Chiese locali, nel vol.
Storia degli antichi stati italiani, a cura di G. Greco e M. Rosa, Bari 19972, p. 178 (Manuali
Laterza 71).
104 Rocco Benvenuto

– erano ad appannaggio quasi esclusivo di porporati ed ecclesiastici non


appartenenti alla metropolia, si comprendono le difficoltà incontrate dagli
ordinari diocesani nella riscossione dei tributi e, nello stesso tempo, perché
la maggior parte del clero locale era restio al pagamento del seminaristico:
essendo intestatari dei benefici diocesani con le doti più scarse, i frutti che
percepivano erano appena sufficienti al loro sostentamento e a quello della
famiglia d’origine.
Per quanto riguarda i benefici residenziali, dalla seriazione dei dati
raccolti nell’arco temporale 1564-1599 emerge che i parroci erano solita-
mente di estrazione locale173, anche se non sempre era insigniti dell’ordine
presbiterale. Erano pochi gli ecclesiastici forestieri che assumevano l’uffi-
cio parrocale174 o che possedevano beni appartenenti alla parrocchia175. La
situazione inizia a cambiare quando si passa ad esaminare i dati relativi
alle prebende dei membri dei capitoli canonicali che, pur non avendo la
cura delle anime, avevano tuttavia l’obbligo della residenza a motivo della
recita in coro dell’ufficio divino e della partecipazione in cattedrale alle
celebrazioni liturgiche più solenni. Mentre nell’immediato post-concilio è
un fatto piuttosto eccezionale che i canonici non siano del luogo, sotto il
pontificato di Clemente VIII (1592-1605) si ha un lieve incremento, atte-
stato soprattutto nella diocesi di Crotone che era di regio patronato. Circa
la provenienza dei canonici forestieri essa è variegata, in quanto insieme
a presbiteri del clero romano, troviamo ecclesiastici originari delle diocesi
di Milano, Novara, Lucca, Napoli, Caserta, Messina176.
Nettamente diverso è il quadro che emerge sul possesso dei benefici
non residenziali. Il maggior numero di commende, quasi tutte di provvista
pontificia, si trovava nell’arcidiocesi di Reggio Calabria, ove maggiore era
stata la presenza dei monaci italo-greci. Diversi abati appartenevano al
collegio cardinalizio: nel 1565 come commendatario di S. Maria di Molo-
chio troviamo il card. Alessandro Sforza, nel 1566 a S. Cono presso Ca-
tona il card. Giovanni Andrea Mercurio, nel 1568 a S. Maria di Trapezo-

173
Raramente si sono trovati parroci che erano detentori pure di un beneficio canonicale:
RVC 21485, 22303, 22742, 23379, 23286, 24269, 25370.
174
RVC 24439, 24953.
175
RVC 23992, 24090.
176
RVC 21818, 22841, 24232, 24666, 24726, 25027, 25028, 25175. Contro l’inserimen-
to nel proprio seno di elementi estranei si schierò il Capitolo di Bisignano. La Congregazio-
ne dei Vescovi il 6 agosto 1596 scrisse al vescovo invitandolo a riprendere «li canonici che
habbiano fatto costitutione che non si deve admettere alcuno provisto forestiero et si revo-
chi tale costitutione» (RVC 25166).
La formazione del clero secolare nella metropolia di Reggio Calabria 105
mata in Sant’Agata il card. Ugo Boncompagni, divenuto poi Gregorio
XIII; nel 1574 a S. Domenica di Gallico il card. Filippo Boncompagni, nel
1586 a S. Maria di Terreti il card. Girolamo Rusticucci a cui subentrò
l’anno successivo il card. Ascanio Colonna, nel 1596 a S. Giovanni di
Castagneto presso S. Stefano il card. Innico Aragona177. Un caso a parte è
il monastero di S. Nicola Calamizzi affidato prima al card. Antonio Carafa
e poi ai card. Innico Aragona e Paolo Sfrondati178. Talvolta, attraverso
l’istituto della resignazione, il godimento del beneficio si perpetuava al-
l’interno della famiglia. Così troviamo che il card. Scipione Rebiba nel
1570 cede a Giuseppe Rebiba il monastero di S. Fantino presso Valletuc-
cio, riservandosi un’annua pensione sui redditi di questo beneficio179. Si-
milmente Giovanni Antonio Facchinetti, già vescovo di Nicastro ed ora
Patriarca di Gerusalemme, il 23 dicembre 1582 riceve da Gregorio XIII
l’abbazia di S. Maria di Molochio. Sei anni dopo, il 4 novembre 1589, il
porporato rinuncia a favore di un nipote, il bolognese Giacomo Antonio
Facchinetti appena quattordicenne, il quale, però, dovrà ogni anno versare
allo zio una pensione di 50 scudi180. Per avere un’idea sui flussi di capitale
che annualmente partivano dall’arcidiocesi reggina, basti dire che solo le
entrate dell’abbazia di S. Maria di Terreti corrispondevano a più della metà
dei proventi della mensa arcivescovile che ammontavano a 4.000 ducati181.
Insieme a cardinali, troviamo come commendatari vescovi (Massalu-
brense, Catania, Lipari e Chiron nell’isola di Creta) o chierici appartenenti
rispettivamente alle diocesi di Ivrea, Cremona, Bologna, Fermo, Ascoli,
Lucca, Rieti, Roma, Napoli, Messina, Palermo e Mazara182. Tra coloro che
venivano stipendiati con i redditi provenienti dalle abbazie reggine trovia-
mo il Maestro del Sacro Palazzo, che annualmente riceveva 300 ducati
dall’abbazia di S. Maria di Terreti183 ed il chierico Ferdinando de Maiorga,

177
RVC 21442, 21506, 21870, 22596, 23903, 24002, 25131.
178
RVC 21826, 22529, 24452. Oltre che abate di S. Nicola, il Carafa era anche titolare
dell’abbazia di S. Leo presso Africo vecchio: RVC 21825.
179
RVC 22277-22278.
180
RVC 23451, 24314.
181
Galasso, Economia, p. 345. Sugli effetti della “rassegnatio in favorem”, cf. M. Rosa,
Curia romana e pensioni ecclesiastiche: fiscalità pontificia nel Mezzogiorno (secoli XVI-
XVIII), «Quaderni storici», 14 (1979), pp. 1038-1048; Idem, La “scarsella di Nostro Signo-
re”. Aspetti della fiscalità spirituale pontificia nell’età moderna, «Società e Storia», 38
(1987), pp. 817-845.
182
RVC 22038, 22884, 22312, 22331, 22356, 22803, 23836, 22909, 23067, 23260,
23262, 24366, 24367, 24452, 25048.
183
RVC 23909.
106 Rocco Benvenuto

appartenente al clero di Leon (Spagna) e segretario del Viceré Pietro Alfan


de Ribera, al quale annualmente andava una pensione di 50 ducati tratta
dalla dote economica di S. Domenica di Gallico184.
L’altra diocesi che, attraverso i beni fruttiferi delle sue abbazie, mante-
neva diversi porporati era Gerace. In rapida successione troviamo come
commendatari di S. Nicodemo de Celleranis, a Mammola, prima il card.
Guido Ascanio Sforza, a cui nel 1564 succede il card. Giovanni Michele
Saraceno e nel 1568 il card. Antonio Carafa185. Altre abbazie affidate a
cardinali furono S. Nicola di Butramo presso San Luca, S. Maria di Puglia-
no a Bianco e S. Filippo Argirò a Gerace186.
Nelle restanti diocesi della metropolia è molto più contenuta la presen-
za dei membri del collegio cardinalizio: negli anni 1584-1585 a Cassano
si rinvengono come abati commendatari i cardinali Francesco Sforza a S.
Maria di Acquaformosa e Scipione Lancellotti a S. Maria della Fonte a
Lungro; a Catanzaro nel 1564 risulta ancora abate di S. Maria de Pesaca
presso Taverna il card. Giovanni Michele Saraceno; a Nicastro troviamo
il card. Giulio Antonio Santoro che nel 1597 era detentore dell’abbazia di
S. Nicola di Fragiano presso Maida; a Squillace nel 1568 il card. Antonio
Carafa tiene l’abbazia di S. Giovanni Theristi a Stilo, l’anno successivo al
card. Guglielmo Sirleto è affidata l’abbazia di S. Maria de Carrà, mentre
dal 1596 il monastero di S. Basilio Scamardi presso Torre Spadola è asse-
gnato al card. Simone Tagliavia Aragona; a Tropea dal 1569 il card. Ca-
rafa risulta possessore pure dell’ex abbazia florense di S. Maria di Fonte-
laurato presso Fiumefreddo Bruzio187. A tale minore numero fa, tuttavia, da
contrappeso una maggiore presenza di ecclesiastici forestieri. Troviamo,
infatti, abati che provengono dalle diocesi di Milano, Cremona, Parma,
Bologna, Pesaro, Fano, Cagli, Camerino, Macerata, Perugia, Orvieto, Lu-
ni-Sarzana, Firenze, Roma, Capua, Napoli, Nola, Policastro e Siracusa188.
Il quadro geografico appena descritto si arricchisce ulteriormente se si
pensa che anche diversi vescovi residenziali, durante tutto l’arco cronolo-

184
RVC 22037, 22315.
185
RVC 21356, 21942. Nel 1598 come abate commendatario figura il card. Paolo Sfon-
drato il quale il 17 settembre ottenne l’assenso di Clemente VIII per locazione dei beni
dell’abbazia per la somma di 1.150 ducati (RVC 25404).
186
RVC 21737, 23793.
187
RVC 21369, 21927, 22154, 22781, 23702, 23799, 25142, 25231.
188
RVC 21272, 21305, 21546, 21593, 22064, 22296, 22547, 22563, 22610, 22763,
23425, 24056, 24091, 24555, 24575, 24660, 24691, 24877, 24991, 24816, 25062, 25144,
25233, 25158.
La formazione del clero secolare nella metropolia di Reggio Calabria 107
gico preso in esame, risultano contemporaneamente alla guida delle loro
diocesi e delle abbazie affidate in commenda, perpetuando così la vecchia
prassi del cumulo dei benefici. Troviamo che nel 1564 il vescovo di Lecce
era titolare dell’abbazia di S. Maria de Pesaca, il vescovo di Fossombrone
nel 1569 figura come abate commendatario di Fontelaurato, il metropolita
di Conza nel 1578 teneva l’abbazia di S. Maria di Acquaformosa, nel 1581
il vescovo di Calvi divenne abate di S. Gregorio Taumaturgo a Stalettì, al
vescovo emerito di Osimo nel 1582 furono devolute le rendite del mona-
stero di S. Maria a Cropani, mentre dal 1594 il vescovo di Ostuni iniziò
a percepire quelle dell’abbazia di S. Nicola di Butramo189. Sotto il pontifi-
cato di Clemente VIII si verifica che Fabrizio Perugini e Goffredo Offredi,
eletti rispettivamente vescovi di Terracina (24 aprile 1595) e di Melfi (18
maggio 1598), lo stesso giorno della nomina ottengono la riconferma nella
gestione delle commende di S. Domenica di Gallico e dei SS. Quaranta
Martiri di Sambiase, in diocesi di Nicastro190.
La mancanza di dati relativi all’entità dei beni materiali che fruttava
ciascuna commenda impedisce, al momento, di quantificare la massa di
danaro che annualmente partiva dalle diocesi della metropolia reggina per
le casse dei commendatari.
Dai dati finora raccolti emerge chiaramente che il clero forestiero non
si limitò all’accorpamento di quasi tutte le commende, ma continuò, anche
dopo Trento, a detenere un rilevante numero di benefici semplici che ga-
rantivano adeguati beni dotali a quegli ecclesiastici tagliati fuori dal gover-
no delle ben più redditizie commende. Anche in questo caso, l’assenza,
talvolta, dell’ammontare della rendita nella documentazione sul conferi-
mento degli uffici ecclesiastici, non consente di determinare la consistenza
della massa di beni e di frutti che lasciavano il suolo calabrese. Tuttavia,
grazie ai dati disponibili sulla diocesi di appartenenza dei beneficiari, è
possibile tracciare un quadro sommario sui principali luoghi ove confluiva-
no le rendite beneficiali191. Da notare che, mentre nell’immediato post-
concilio il tasso di assegnazione di benefici semplici ai forestieri è – po-
tremmo dire – nella norma, con la salita al soglio pontificio di Clemente
VIII (febbraio 1592) il numero arriva quasi a triplicarsi.
In base alle provviste della Dataria Apostolica risultano come intesta-

189
RVC 21369, 22071, 22994, 23251, 23359, 24868.
190
RVC 24975, 25377.
191
I benefici semplici raramente venivano conferiti a cardinali o vescovi. Nei pochi casi
rinvenuti ci si trova dinanzi a benefici con rendite molto floride: RVC 21375.
108 Rocco Benvenuto

tari di benefici alcuni ecclesiastici del Nord della Penisola incardinati nelle
diocesi di Genova, Savona, Milano, Brescia, Mantova, Bologna, Imola e
Faenza192. Nell’Italia centrale, caratterizzata dallo Stato della Chiesa, la
maggior parte dei titolari appartengono a Roma e alle Marche (Ascoli,
Camerino, Fermo, Macerata, Senigallia) ma vi sono pure membri del clero
di Lucca, Firenze e Spoleto193. I beneficiari regionali risiedono, invece,
nelle diocesi di Teano, Napoli, Capaccio, Anglona, Bari, Messina, Lipari,
Palermo, Mazara e Siracusa194. A tal riguardo è appena il caso di ricordare
che, trattandosi di cappellanie ubicate all’interno di chiese urbane o rurali,
non era richiesta la residenza per l’espletamento di questo ufficio. Di con-
seguenza, i rettori assenteisti restavano nella loro terra d’origine a consu-
mare le rendite e, per non perdere la titolarità, si facevano sostituire nella
celebrazione delle funzioni da preti mercenari.
Un altro cospicuo cespite di entrata per il clero forestiero era costituito
dalle mense vescovili. I beneficiari sebbene più contenuti come numero, in
compenso fruirono di pesanti pensioni, talvolta addirittura superiori alle
rendite commendatarie. A puro titolo esemplificativo ricordo che il card.
Guglielmo Sirleto, tanto benemerito per il funzionamento del seminario di
Squillace, quando lasciò il governo della diocesi ricevette (29 maggio
1573) una pensione di 700 ducati, esenti da qualsiasi tassa, compresa
quella per il seminario diocesano195. A mons. Pasqua, all’atto della nomina
a vescovo di Gerace (17 settembre 1574), fu imposto di pagare una pensio-
ne di 1.000 scudi al card. Giulio Antonio Santoro196. Sia mons. Spinelli che
mons. Bontadosio, eletti rispettivamente nel 1575 e nel 1586 vescovi di
Nicastro, durante i rispettivi episcopati versarono ogni anno 400 scudi al
loro predecessore mons. Facchinetti197. Mons. Serbelloni, quando rinunciò
al vescovado di Cassano (6 febbraio 1579), ottenne da Gregorio XIII una
pensione di 1.200 ducati198. Il chierico coniugato Carlo Muto, appartenente

192
RVC 22004, 22541, 23392, 23483, 23653, 24207, 24416, 25039, 25054, 25153.
193
RVC 21365, 21818, 23691, 23805, 23986, 24140, 24315, 24356, 24702, 24750,
24935, 25238, 25239, 25447.
194
RVC 21350, 22883, 22989, 23772, 24448, 24744, 24783, 24922, 24923, 25298,
24807, 24823, 25235, 25236, 25294.
195
RVC 22512.
196
RVC 22261.
197
RVC 22690, 23860. A mons. Montorio, nominato il 7 febbraio 1594 vescovo di Nica-
stro, toccò il pagamento di una pensione di 1.000 scudi per il card. Lucio Sasso: RVC 24796.
198
RVC 23045. Al successore, mons. Audoeno, toccò invece di pagare una pensione di
700 ducati al vescovo di Ross in Spagna (RVC 24017).
La formazione del clero secolare nella metropolia di Reggio Calabria 109
al clero romano, il 28 marzo 1579 ricevette da Gregorio XIII una pensione
di 400 ducati sulla mensa vescovile di Gerace199. Al nuovo vescovo di
Crotone, mons. Maiorana, il 27 novembre 1581 fu ingiunto di versare una
pensione di 200 ducati ai figli di Bernardo di Santa Croce e di Cesare
Vitelli200. All’atto della nomina di Alessandro Ravalli a vescovo di Nica-
stro (26 gennaio 1582), il papa stabilì che con i frutti della mensa vescovile
si sarebbero dovuti pagare una pensione di 100 scudi al vescovo di Stepha-
nensis in Albania, un’altra pensione di 50 ducati all’arcivescovo di Anti-
vari ed altri 50 ducati al vescovo di Alessio, entrambi in Epiro201. Si trattò
di ben poca cosa rispetto alle pensioni che Clemente VIII, il 30 aprile
1593, impose al neo vescovo di Tropea, Tommaso Calvi: avrebbe dovuto
dare 1.000 scudi al predecessore ed altri 1.000 al chierico coniugato Fran-
cesco de Rusticis, del clero di Roma202.
L’aver focalizzato l’attenzione sulla fuga di capitali dalla metropolia,
non deve portare, però, a sottostimare l’incidenza che sulla povertà del
clero ebbero alcuni fattori endogeni, a cominciare da quell’enorme massa
di chierici che, insieme alle rispettive famiglie, miravano unicamente alla
percezione delle rendite ecclesiastiche. In alcuni casi, troviamo addirittura
chierici che non ascesero neppure agli ordini minori, ma si limitarono alla
semplice tonsura perché, oltre ai frutti del beneficio, potevano godere, in
quanto ecclesiastici, dell’esenzione dai tributi fiscali e dell’immunità per-
sonale nei confronti delle corti giudiziarie civili203. Una triste realtà che
indusse il Campanella a scrivere che «Li chierici miei non serveno a Dio,
ma si servono di Dio come un idolo muto per ingrassar se stessi»204.
Nell’ultimo decennio del sec. XVI, non potendo intervenire sul sistema

199
RVC 23060.
200
RVC 23304.
201
RVC 23348-23450.
202
RVC 24937.
203
Caso non rarissimo fu quello dell’Università di Squillace che il 3 agosto 1593 chiese
l’intervento della Congregazione dei Vescovi perché Giovanni Ansanto e Rinaldo Megna,
medici fisici della città di Cosenza, per eludere il fisco non ascendevano agli ordini mag-
giori (RVC 24657). Sul fenomeno dei chierici in minoribus che non ascendevano agli
ordini maggiori v. G. Greco, Fra disciplina e sacerdozio il clero secolare nella società
italiana dal Cinquecento al Settecento, nel vol. Clero e società nell’Italia moderna, a cura
di M. Rosa, Bari 1992, pp. 82-85; M. Guasco, Storia del clero in Italia dall’Ottocento a
oggi, Bari 1997, pp. 24-25; G. Greco, La Chiesa in Italia nell’età moderna, Bari 1999, pp.
75-77 (Quadrante Laterza 104).
204
T. Campanella, Antiveneti, ed. L. Firpo, Firenze 1944, p. 66 (Opuscoli filosofici. Testi
e documenti inediti o rari 7).
110 Rocco Benvenuto

fiscale e volendo recuperare qualche risorsa da destinare al seminario,


alcuni ordinari diocesani tentarono di ridurre la sovrabbondante popolazio-
ne ecclesiastica. Indicativa, a questo proposito, è la decisione di mons.
D’Afflitto che, nella relazione ad limina del 1595 evidenziò che non aveva
«ordinato in sacris nessuno, perché la città e diocesi non solo non hanno
bisogno di nuovi chierici, ma sovrabbonda con quelli esistenti»205. Infatti,
dai verbali della visita pastorale, il clero reggino risulta composto da 188
sacerdoti, 25 diaconi, 12 suddiaconi e 188 chierici206.
Insieme al blocco delle ordinazioni, nelle diocesi furono costituite delle
commissioni, formate dai cosiddetti esaminatori sinodali, incaricate di se-
lezionare i candidati da ammettere ai concorsi per gli uffici ecclesiastici.
Essendo divenuta obbligatoria la verifica dei titoli e della preparazione
culturale e teologica, gli aspiranti che non avevano frequentato il semina-
rio, soprattutto quelli che miravano agli uffici curati, furono costretti ad
uscire da quella diffusa condizione di semi-analfabetismo rilevata dai ve-
scovi nel corso delle visite pastorali. Per accedere all’ufficio parrocale non
bastava più l’apprendistato orale presso un confratello più esperto, ma si
richiedeva un consistente bagaglio culturale, fatto di cognizioni di natura
teologica, giuridica e letteraria.

205
Denisi, L’opera, p. 400. Da tener presente che l’esuberanza numerica non è un feno-
meno generalizzato, in quanto si riscontra solo laddove vi sono sufficienti rendite benefi-
ciali. Significativo, a tal riguardo, è un passaggio della relazione del vescovo di Bova,
mons. Camerota, nella quale il 1° maggio 1593 scrive: «Sacerdotum penuria tanta est, quod
in tota dioecesi viginti numero sunt, preter illos quos pro necessitate ecclesiae in tribus
ordinationibus sacris initiandos allexerim» (ASV, CC, Relationes Dioecesium 139A: Bo-
ven., f. 13r).
206
Denisi, L’opera, p. 44. Del resto, che il sistema beneficiale fosse ormai sull’orlo del
collasso ne erano consapevoli anche gli stessi sacerdoti. A titolo esemplificativo ricordo
che i 45 sacerdoti della parrocchia di S. Maria di Castello a Castrovillari, in diocesi di
Cassano, il 12 maggio 1587 scrissero alla Congregazione dei Vescovi e Regolari chiedendo
che fosse ridotto il loro numero (RVC 23950). Il dicastero pontificio affidò tale provvedi-
mento all’ordinario diocesano che nel 1591 ridusse a 20 il numero dei preti partecipanti,
di modo che ognuno di essi poteva contare su una rendita di 75 ducati (RVC 25270,
27300). Dalla relazione di mons. Audoeno del 1590 risulta che la diocesi cassanese contava
400 sacerdoti circa ed un numero imprecisato di chierici (Sposato, Aspetti, p. 136). Un altro
provvedimento di riduzione dei chierici partecipanti si ebbe nello stesso periodo a Morman-
no per il clero di S. Maria del Colle (RVC 24169). Dai dati raccolti risulta che nella
metropolia reggina erano pochissime le chiese ricettizie. Su questo modello di chiesa v. M.
Mariotti, Chiesa e società in Calabria nell’età moderna, nel vol. Storia della Calabria
moderna e contemporanea. Età presente - Approfondimenti, a cura di A. Placanica, Roma
1997, pp. 554-555.
La formazione del clero secolare nella metropolia di Reggio Calabria 111
Malgrado la maggior parte dei seminari fossero chiusi, mentre langui-
vano o avevano una vita stentata i pochi che erano riusciti a sopravvivere,
lentamente, in modo quasi impercettibile, stava tuttavia cambiando il livel-
lo culturale del clero metropolitano post-tridentino. Leggendo le provviste
della Dataria Apostolica colpisce il fatto che, anche tra i titolari di benefici
semplici, vi siano diversi laureati in utroque iure207. Sovente chierici o
sacerdoti senza responsabilità pastorali chiedevano alla S. Sede il permes-
so per addottorarsi in diritto presso un’università – al primo posto stava
Napoli – oppure la dispensa per essersi laureati senza la prescritta autoriz-
zazione208. La propensione più per gli studi giuridici che teologici209, oltre
che da motivazioni eminentemente pratiche - l’esercizio dell’attività legale
consentiva di reperire maggiori mezzi di sostentamento -, era anche dovuta
alla particolare condizione in cui versava la proprietà ecclesiastica, oggetto
di continue usurpazioni da parte del baronato210.
Al Campanella bastarono questi timidi segnali di cambiamento per
scorgere l’importanza dei seminari e dei collegi come luoghi per rendere
i futuri preti culturalmente adeguati al proprio ruolo. Purtroppo, la sua
geniale e precorritrice proposta di aumentare il loro numero e di offrire
l’istruzione a tutti gratuitamente non ebbe alcun seguito, perché, come tutti
i grandi ideali, si scontrò con una drammatica realtà segnata, soprattutto,
dalla carenza dei mezzi finanziari.

APPENDICE DOCUMENTARIA

Decreto sinodale sul seminario di Cassano.

SARACENA, ARCHIVIO PARROCCHIA S. MARIA DEL GAMIO, Decreti fatti dall’Ill.mo e Rev.mo
Monsignor Adueno Ludovico Britanno Vescovo di Cassanonella sua prima Sinodo Dioce-

207
RVC 21880, 23554, 23757, 23919, 24183, 24187, 24210, 24219, 24284, 24623,
24669, 24762, 24838, 24919, 24992, 25212, 25304.
208
RVC 23158, 23161, 23291, 23337, 23718, 23538, 23699, 23766, 23850, 24045,
25019, 25030. Sull’elevazione del livello culturale del clero secolare v. Greco, La Chiesa
in Italia, p. 65.
209
RVC 22990, 24556, 24910. La maggiore presenza di laureati in utroque che non in
teologia si nota anche nelle provviste vescovili: R. Benvenuto, I vescovi in Calabria nel-
l’età post-tridentina (1564-1734), nel vol. Chiesa e società nel Mezzogiorno moderno e
contemporaneo, a cura di A. Cestaro, Napoli 1995, pp. 45, 65 (Pubblicazioni dell’Univer-
sità degli Studi di Salerno. Sezione Atti Convegni Miscellanee, 47).
210
Galasso, Economia, pp. 335-345.
112 Rocco Benvenuto

sana per il Molto Ill.re e Rev.mo Sig. D. Bartolomeo Conte U.J.D. Proton. Apostolico,
Vicario e Luogotente Generale nella Diocesi di Cassano, li 17 novembre 1591, nel vol.
Sinodi, Decreti di Santa Visita, 1, cc. 182-185.

Del Seminario
Decreto XLII

Essendo la Chiesa a guisa di un giardino, ove ànno da essere piantate le piante dei
fedeli fruttiferi, acciò poi nel campo del mondo sieno cibo dell’anime, ha ordinato
il Sac. Concilio di Trento che si eriggano collegi, o vero seminarii, ove si ammet-
tessero per istruirsi quelli che devono servire al culto divino nelle cose ecclesia-
stiche. Per eseguire dunque dett’ordine e mettere in esecuzione la buona volontà
del nostro predecessore D. Tiberio Carafa felice memoria, qual’eresse il seminario
nella città di Cassano nella casa vicino alla Chiesa Cattedrale ed al nostro palazzo
vescovile, nella piazza della città, sotto il dì 6 de marzo 1586 e fatta la tassa che
li beneficiati curati paghino due per cento e li semplici quattro, precedente il
trattato e consenso del nostro Capitolo, onde noi con ogni pastoral diligenza
abbiamo dato forma a detto Seminario e curato di eseguire quanto detto nostro
Predecessore fatto avea, avendolo accomodato di stanze, provisto di suppellettili
ed altre cose necessarie al vitto e mantenutovi dentro sin’ora il numero di sette
scolari, il Rettore ed un servidore, ora per la grazia di Nostro Signore Gesù Cristo
e di Santa Madre di Cassano nostra Titolare, essendo provisto di quanto bisognava
per la fabbrica, di maniera che l’entrate per il presente Decreto comandiamo,
ordiniamo che in detto Seminario stiamo (!) di continuo dodeci scolari, il Rettore
ed un servidore, ancora il nostro Predecessore unì al nostro Seminario, il dì ed
anno sopradetto, due benefici l’uno sotto il titolo di Santa Barbara e l’altro sotto
il titolo di Santa Anastasia, rurali, quali tutte due sono in territorio di Castrovillari
di nostra Diocesi, la quale confermiamo et quantum opus est di nuovo la faccia-
mo, volendo che i frutti di detti beneficii in prossimo siano del Seminario e perché
detti beneficii intendiamo essere importati dalla Sede Apostolica in pregiudicio
del Seminario, comandiamo al nostro Vicario Generale che con ogni diligenza
procuri di mantenere il possesso di detti beneficii, di ricuperare li frutti di que-
st’anno sequestrati in nome del Provisto in conformità del Sacro Concilio di
Trento.
Ed acciocché detto Seminario sia ben governato, comandiamo che nostro Capitolo
di Cassano faccia per l’avvenire quattro deputati, ciè (!) i due da Capitolo e due
si elegano dal Clero, i quali abbiano da intervenire ogni anno al rivedere i conti
che darà il Tesoriere del detto Seminario da Noi eletto non contendendo però il
derogare l’elezione de’ deputati già fatti.
Vogliamo che il nostro Vicario Generale abbia soprintendenza, principal cura di
detto seminario, il quale col consiglio di due Deputati del Capitolo, quando noi
saremo assenti, riceva i sccolari (!) il detto Seminario, li muta, li punisca e li privi
secondo i meriti e demeriti di ciaschedono.
Li scolari che dovranno entrare in detto Seminario siano almeno tonsurati e diano
La formazione del clero secolare nella metropolia di Reggio Calabria 113
presentia idonea avanti ch’entrano, di seguitare la milizia ecclesiastica e di stare
al servizio sin al beneplacito Nostro o del nostro Vicario.
Il Tesoriero e Precettore dell’intrade del Seminario si eleggerà da Noi o dal nostro
Vicario Generale, il peso del quale sarà di esiggere solamente l’intrade e conservarle.
Ordiniamo ancora che per meglio governo di detto Seminario si faccia un Procura-
tore, il quale avrà cura di comprare e far provvisione ai suoi tempi per il vitto che
necessita al Seminario pasando per le sue mani tutte le spese da farsi, quale
provvigione tutto terrà dentro il Seminario in alcuna stanza custodita da esso
Procuratore e i Deputati e sia persona ecclesiastica quando si potrà trovare perso-
na atta.
Ed acciocché detti scolari si avveggano a ben servire la Chiesa, ordiniamo che
tutti convengano alla Chiesa Catedrale tutte le domeniche e feste comandate, e che
assistano a tutte l’ore canoniche e divini officii in detti giorni e vadano alle
processioni pubbliche nei giorni feriali, poi attenderanno all’esercizio della Scuola.
Ordiniamo al presente Rettore e che sarà pro-tempore di detto Seminario che
abbia cura di far osservare ad unguem tutte le ordinazioni che abbiamo fatto fare
e se per l’addietro si sono osservate.
L’abito del Seminario sarà una sopraveste di color paunazzo qual sia obbligato il
Seminario farla portare ogni volta che esca fuori da seminario, sotto, poi, porte-
ranno l’abito clericale del quale si provvederà ciascuno a sua spese.
114
115
GIUSEPPE CARIDI

ASPETTI DELLA CALABRIA AL TEMPO DI CAMPANELLA

Sul finire del Cinquecento morì Filippo II, il re burocrate che seguiva
personalmente in modo meticoloso gli affari dei suoi regni, e salì al trono
ispanico il figlio Filippo III, con il quale si inaugurava la prassi della
cosiddetta ‘privanza’, cioè l’affidamento del governo effettivo degli stati
spagnoli a un ‘privado’ o favorito del sovrano, espressione di una delle
fazioni della nobiltà che si contendevano il potere a corte e nei diversi
domini periferici.
In questo frangente la Calabria, dove come altrove si riflettevano i
contrasti fra le fazioni aristocratiche, fu al centro della scena politica me-
ridionale per un tentativo di rivolta antispagnola organizzato da Tommaso
Campanella. Questo celebre frate domenicano, nato nel 1568 a Stilo, era
entrato nel mirino dell’Inquisizione e aveva subito, a partire dai primi anni
Novanta del Cinquecento, una serie di processi per eresia. Lasciata la
Calabria, dove era vissuto fino all’età di 21 anni, Campanella vi fece
ritorno nel 1598 e grazie alla capacità di attrazione delle sue idee politiche,
espresse poi compiutamente nella Città del Sole, e tendenti alla costituzio-
ne di una società a struttura comunistica, riuscì a fare confluire il diffuso
malcontento, acuito dalla crisi economica di quegli anni, in un progetto, in
verità piuttosto confuso, di rivolta antispagnola. La congiura campanellia-
na, che prevedeva un sostegno agli insorti da parte delle potenze nemiche
della Spagna, fu però scoperta nel 1599 e duramente repressa. Campanella,
con il probabile appoggio di ambienti ostili alla fazione politica dominante,
riuscì a sfuggire alla pena capitale fingendosi pazzo e trascorse 27 anni in
carcere. Uscito di prigione, il frate calabrese, dopo alcuni anni di perma-
nenza a Roma, emigrò in Francia e svolse un importante ruolo politico
presso quella corte in qualità di consulente del plenipotenziario cardinale
Richelieu, senza tuttavia disinteressarsi delle disastrose condizioni della
sua regione e degli altri domini spagnoli in Italia, che auspicava potessero
liberarsi del governo iberico con l’aiuto della Francia, impegnata allora
contro gli Asburgo di Spagna e Austria nella guerra dei 30 anni.
La politica imperialistica della Spagna, operante su più fronti bellici,
portò nella prima metà del Seicento a un progressivo incremento del carico
fiscale, che raggiunse nel 1646 nel Regno di Napoli la straordinaria cifra
di 11.709.000 ducati, oltre il quadruplo cioè della somma percepita dal
116 Giuseppe Caridi

fisco regio nel 1595, quando le entrate furono di 2.496.000 ducati. Per
sfuggire alle imposte e potere soddisfare le condizioni minime di sussisten-
za, in una fase di grave crisi produttiva, come meglio si vedrà in seguito,
molti calabresi emigrarono a Napoli, dove tuttavia, con il massiccio inur-
bamento e la contemporanea recessione economica del Regno, crescevano
per il governo cittadino le difficoltà di approvvigionamento. Per fronteg-
giare le crescenti esigenze finanziarie si credette perciò opportuno imporre
gabelle alla cittadinanza napoletana, che ne era stata fino ad allora presso-
ché esente e questa insorse nel 1647 sotto la guida del popolano Masaniello.
La rivolta popolare originata dalla protesta antifiscale assunse ben pre-
sto connotati antispagnoli e marcatamente antifeudali quando dalla capitale
si diffuse a macchia d’olio nelle province del Regno. In Calabria scoppia-
rono tumulti un po’ dappertutto, come si evince tra l’altro dalla relazione
inviata al viceré dal governatore Pignatelli, duca di Monteleone. Numerosi
feudatari furono costretti a scappare e per avere salva la vita dovettero
piegarsi a scendere a patti con i vassalli, cui fecero notevoli concessioni.
Fu quanto avvenne ad esempio a Bagnara, da dove nell’agosto 1647 il
duca Carlo Ruffo dovette fuggire con tutti i suoi familiari e agenti, dopo
avere accordato ai rivoltosi una serie di privilegi. Trovato riparo a Reggio
sotto la protezione della locale guarnigione militare spagnola, Carlo si
affrettò a revocare mediante atto notarile le grazie già concesse ai bagna-
resi «per scampare la vita sua, delli suoi figli et fameglia». Il duca dichiarò
infatti che «li giorni passati, essendosi tumultuati li populi della Bagnara,
sua città, e pigliato l’arme contro detto Signor Duca e inoltre molta quanti-
tà di fascine per bruciare il palazzo del Signor Duca», egli si vide costretto
a «farli dare in potere di detti populi molte pleggerie e promesse di cose
gravissime, et di molta importanza» e ad accordare loro 40 capitoli, di cui
reclamò la nullità perché gli erano stati estorti con la forza dalla cittadinanza.
La nobiltà feudale, colpita gravemente nelle sue sostanze e prerogative,
in Calabria come altrove nel Regno di Napoli, fece fronte comune con le
milizie spagnole per domare la rivolta che in pochi mesi, anche per la
mancanza di coesione e di un preciso progetto politico degli insorti, fu
completamente repressa. Non si eliminarono tuttavia le cause dei tumulti
popolari e si aggravò ulteriormente negli anni successivi la recessione
produttiva, con conseguenti carestie ed epidemie di peste, che in alcune
aree calabresi, come il Crotonese, furono particolarmente gravi.
La flessione demografica, che si sarebbe notevolmente accentuata nella
seconda metà del secolo, già nella prima metà del Seicento fu pressoché
generale in Calabria, come si rileva dai censimenti dei fuochi (famiglie)
Aspetti della Calabria al tempo di Campanella 117
che assegnarono nel 1648 complessivamente alla regione 103.486 nuclei
familiari tassabili, 6.228 in meno rispetto al 1595. Il fenomeno fu tuttavia
di varia intensità nelle diverse aree calabresi. A fronte del forte calo denun-
ciato dall’università di Cosenza – da considerare tuttavia con il beneficio
di inventario per l’evidente interesse ad esagerarne la portata che avevano
gli amministratori cittadini, che reclamavano sgravi fiscali – il cui numero
di fuochi si sarebbe ridotto nel 1628 a circa mille dai 2.389 del 1595, e di
altre città, come Crotone, scesa tra il 1595 e il 1648 da 804 a 700 fuochi,
è da segnalare infatti la situazione stazionaria di Reggio, che nel 1648
mantenne ancora 3.540 fuochi, Catanzaro e Monteleone, dove furono regi-
strati rispettivamente 2.371 e 2.192 nuclei familiari soggetti a tassazione.
Tra la fine del Cinquecento e la prima metà del Seicento, in coincidenza
con il fenomeno della chiusura oligarchica comunale realizzatasi su più
vasta scala, vi erano state richieste insistenti alle autorità statali da parte
delle università dei maggiori centri calabresi di potere modificare le moda-
lità di elezione degli organi amministrativi. Fu quanto avvenne ad esempio
a Crotone, dove, dopo avere impedito al popolo basso di partecipare alle
elezioni cittadine, i nobili e gli onorati stentavano a mettersi d’accordo
sulle procedure da adottare per l’accesso alle cariche pubbliche locali.
Le entrate dei feudi calabresi, dopo la persistente crescita del secolo
precedente e del primo trentennio del Seicento, cominciarono a registrare
in Calabria una inversione di tendenza, a testimonianza di una crisi produt-
tiva che si sarebbe notevolmente accentuata nei decenni seguenti. Gli stes-
si feudatari furono colpiti dalla interruzione della congiuntura positiva e
una parte consistente di essi pagò con la perdita di vasti possedimenti gli
indebitamenti che non era più in grado di onorare per l’assottigliarsi della
rendita. Fu questo, ad esempio, il caso dei Carafa di Santa Severina, che
videro gradualmente smembrarsi la loro contea, una delle più grandi della
Calabria, a causa della vendita imposta dal Sacro Regio Consiglio delle
terre di Cirò (Petilia), Policastro, Le Castella e Roccabernarda, alienazione
necessaria per fare fronte alle richieste dei creditori, qualcuno dei quali,
come il duca di Nocera, entrò direttamente in possesso di parte dello stato
feudale santaseverinese.
Tra i creditori della nobiltà feudale calabrese vi erano mercanti e finan-
zieri forestieri, tra cui in primo luogo i genovesi, numerosi dei quali, come
i Ravaschieri, i Grimaldi, i Paravagna, investirono i loro capitali nella
compera di feudi confiscati ed entrarono così nelle fila della feudalità
regionale. Rari furono invece in Calabria i baroni provenienti dal ceto dei
cosiddetti togati, di coloro cioè che grazie all’esercizio della professione
118 Giuseppe Caridi

forense e al successivo accesso nelle magistrature riuscirono a nobilitarsi.


Accanto agli operatori economici forestieri vi furono tuttavia anche espo-
nenti della aristocrazia che approfittarono della crisi economica e finanzia-
ria di una rilevante parte del loro stesso ceto per ampliare i propri possedi-
menti. Emblematico a tale riguardo fu il caso dei Ruffo, che con una
accorta politica economica, in cui il commercio della seta ebbe un ruolo
trainante, aumentarono notevolmente le proprie disponibilità finanziarie,
impiegate al momento opportuno, agli inizi del Seicento, nell’acquisto di
terre confiscate per insolvenza ai precedenti signori. Il ricambio all’interno
della feudalità avvenne quindi con l’accentuazione del peso sia di altri
membri della stessa aristocrazia meridionale sia, come nel caso dei geno-
vesi e dei mercanti in genere, di elementi i quali, una volta fatto il loro
ingresso nel mondo feudale, ne ricalcarono però i tradizionali comporta-
menti parassitari. Questo fenomeno induce il Galasso a sottolineare la
sostanziale continuità del sistema e a contestare quindi la interpretazione
di Rosario Villari, che vi riscontra invece una frattura e fa uso del termine
‘rifeudalizzazione’ per spiegare il rafforzamento del potere feudale nel
Mezzogiorno nel secolo XVII.
Oltre alla rendita feudale, una spia importante della congiuntura negati-
va che cominciò ad attraversare l’economia calabrese negli ultimi due
decenni della prima metà del Seicento è costituita dalla diminuzione della
quantità di seta sottoposta al pagamento della relativa gabella, che tra il
1641 e il 1653 scese da 557.846 a 473.204 libbre. La flessione della
sericoltura colpì maggiormente la Calabria Citra, dove la seta sgabellata
nel dodicennio considerato diminuì da 246.043 a 182.248 libbre (meno
26%), mentre più contenuto fu il decremento produttivo nella parte meri-
dionale della regione, che nello stesso periodo ebbe una contrazione del
10%, scendendo da 321.803 a 290.956 libbre soggette a gabella. Tale
differente incidenza delle due province, che tuttavia presentavano varietà
di situazioni al loro interno, indica che nella incipiente crisi la Calabria
settentrionale era più intensamente coinvolta di quella meridionale, la qua-
le aveva peraltro tratto maggiori benefici in termini economici e demogra-
fici dalla forte crescita cinquecentesca.
La recessione economica mise in gravi difficoltà non solo la feudalità
ma anche gli altri ceti sociali e le stesse università, che videro accrescersi
continuamente il loro deficit finanziario. Per fronteggiare i crescenti debiti,
larga parte delle università meridionali chiese e ottenne dal governo vice-
reale la possibilità di mutare il sistema fiscale e di sostituire le imposte
dirette, che colpivano soprattutto i beni, con quelle indirette, in particolare
Aspetti della Calabria al tempo di Campanella 119
i tributi sui generi di consumo, aggravando così le condizioni dei ceti meno
abbienti. L’obiettivo del risanamento finanziario non fu però conseguito
per questa via e scarsi risultati ebbe anche il tentativo effettuato su vasta
scala dal funzionario regio Carlo Tappia che si fece inviare a Napoli dalle
singole università i bilanci e le proposte di ripianamento del debito (i
cosiddetti ‘stati discussi’), in modo da potere poi predisporre, caso per
caso, i rimedi ritenuti più opportuni. Tali documenti consentono tuttavia di
conoscere l’entità e l’articolazione di entrate e uscite delle università cala-
bresi nell’anno di redazione del bilancio e il deficit annuale e complessivo.
A Cosenza, ad esempio, nel 1628 risulta un passivo annuo di 2515 ducati,
2 tarì e 19 grana, cui andava aggiunta una somma ulteriore di 38000 ducati
di debiti precedenti. Tra le cause che gli amministratori cosentini addusse-
ro per spiegare il pesante deficit vi erano il regime fiscale privilegiato di
cui godevano i numerosi ecclesiastici, che solevano abusare delle esenzio-
ni loro concesse per mettere al riparo dalle imposte anche i beni dei fami-
liari, e la notevole contrazione della popolazione.
Se in Calabria Citra la città di Cosenza, nonostante la crisi demografica
in atto, continuò nel Seicento a non avere rivali che potessero contrastarne
la preminenza e contenderle la sede dell’Udienza provinciale, ben diversa
era invece la situazione in Calabria Ultra. Sotto la spinta della notevole
espansione demografica cinquecentesca si era deciso di istituire anche nel-
la provincia meridionale calabrese un’Udienza, in aggiunta a quella di
Cosenza che fino ad allora aveva avuto giurisdizione su tutta la regione.
A contendersi la sede dell’Udienza, a suon di denaro offerto al fisco regio,
furono Reggio, Catanzaro e Seminara, cittadina alle falde settentrionali
dell’Aspromonte, adesso di modeste dimensioni ma che nel Cinquecento
aveva intensamente partecipato alla espansione economica e demografica,
risultando nel 1595 con i suoi 2.132 fuochi una tra le più popolose città
calabresi. Reggio riuscì a prevalere sulle altre due città concorrenti e,
grazie all’esborso di 25000 ducati, ebbe assegnata nel 1584 la residenza
dell’Udienza provinciale.
Per la mancanza di valide difese naturali, particolarmente esposta era
tuttavia la città dello Stretto alle incursioni turchesche, abbastanza frequen-
ti lungo le coste calabresi, per lo più disabitate e munite di torri di avvi-
stamento per consentire alla popolazione di mettersi tempestivamente al
riparo in luoghi fortificati. Nel 1594 il rinnegato messinese Hassan (Sci-
pione) Cicala, alla testa di una numerosa flotta turchesca, approdò nei
pressi di Reggio e la saccheggiò. Oltre agli ingenti danni patiti, la città di
Reggio, la cui popolazione era tuttavia riuscita a mettersi in salvo, fu da
120 Giuseppe Caridi

allora privata della sede dell’Udienza provinciale, che venne trasferita a


Catanzaro, città certamente meglio munita e più facilmente difendibile, la
cui università versò per tale trasferimento 28000 ducati alle casse regie.
L’università reggina non si rassegnò alla perdita dell’Udienza, la cui resi-
denza garantiva tra l’altro una più efficace fruizione di servizi di carattere
giudiziario e di controllo dell’ordine pubblico, e nel 1640, quando le con-
dizioni economiche lo consentirono, avanzò ufficialmente la richiesta di
averne la restituzione, dicendosi disponibile a pagare 30000 ducati. La
risposta del Consiglio Collaterale, cui la petizione venne inoltrata, fu però
negativa, come lo era stata nel 1611 all’altra richiesta dell’università reg-
gina di avere l’autorizzazione all’impianto di telai per la lavorazione della
seta, permesso accordato invece a Catanzaro già nel 1519.
Le reiterate istanze presentate nel corso del Seicento dall’università di
Reggio alle autorità politiche centrali sono tuttavia un segnale evidente
della vitalità della città, che nella seconda metà del secolo avrebbe aumen-
tato in misura rilevante i suoi abitanti, in controtendenza con il resto della
regione dove i contraccolpi della crisi economica si sarebbero pesantemen-
te avvertiti in campo demografico.
121
GERARDO CIOFFARI

LA PROVINCIA CALABRIAE:
STRUTTURE E FERMENTI NELL’ORDINE DOMENICANO
AL TEMPO DI TOMMASO CAMPANELLA

PRIMA PARTE
LINEAMENTI STORICI

1. Dalla Congregatio (1445) alla Provincia Calabriae (1530); 2. Coinvol-


gimento sociale dei frati; 3. Le autorità centrali e la provincia di Calabria;
4. La teologia domenicana e Campanella; 5. I Domenicani e il Campanella;
6. La soppressione del 1652 e il terremoto del 1783; 7. Le soppressioni del
1809 e 1861 e la riunificazione.

La figura di Tommaso Campanella va al di là di quelli che possono essere


gli interessi culturali di una Regione, sia pure ricca di storia come la
Calabria. Essa esprime un certo modo di essere domenicani, ove la prepa-
razione teologica non è vissuta separatamente dai problemi sociali e quindi
non è immune da un tormento e da una rivolta che spesso scavalcano i
confini della normale vita regolare.
Questo mio intervento vuole collocare la vicenda campanelliana nel
quadro più vasto della storia domenicana calabrese del suo tempo e soprat-
tutto nel contesto di quel lungo braccio di ferro fra le autorità centrali
dell’Ordine, desiderose di imporre la riforma osservanziale, e la tenace
resistenza dei frati calabresi, fautori di una vita domenicana più aperta1.

1
Gli studi che sono stati maggiormente presi in considerazione sono i seguenti: G.
Cioffari, M. Miele, Storia dei Domenicani nell’Italia meridionale, 3 voll., Bari-Napoli
1993; C. Longo, Silvestro Bendici. Un missionario calabrese del secolo XVII, Roma 1998; Id.,
I Domenicani di Calabria nel 1613, AFP, 1991, pp. 137-225; L. Firpo, I processi di Tommaso
Campanella, Salerno ed., Roma 1998; L. G. Esposito, San Domenico di Cosenza (1477-
1863). Vita civile e religiosa nel Meridione, «Memorie Domenicane», 1974 (Pistoia 1975);
Id., I Domenicani in Calabria. Ricerche archivistiche, Bari-Napoli 1997; M. Miele, La
Riforma domenicana a Napoli nel periodo post-Tridentino (1583-1725), Roma 1963; S. L.
Forte, Le Province domenicane in Italia nel 1650. Conventi e religiosi, AFP, 39 (1969); A.
Barilaro, Conventi domenicani di Calabria, Soriano Calabro 1989. Nelle note si sono utiliz-
zate le seguenti abbreviazioni: AFP: Archivum Fratrum Praedicatorum; AGOP: Archivum
Generale Ordinis Praedicatorum; ASPN: Archivio storico per le Province napoletane; BOP:
Bullarium Ordinis Praedicatorum; MOPH: Monumenta Ordinis Praedicatorum Historica.
122 Gerardo Cioffari

1. DALLA CONGREGATIO (1445) ALLA PROVINCIA CALABRIAE (1530)

Se si prescinde da una temporanea presenza domenicana a Cosenza nel


Duecento2, l’ordine domenicano si diffuse in Calabria in epoca relativa-
mente tarda, tra gli ultimi anni del Trecento e i primi del Quattrocento3. Ad
imprimere un ritmo diverso fu intorno alla metà del XV secolo il beato
Paolo da Mileto, fondatore tra l’altro dei conventi di Catanzaro, Altomon-
te, Cosenza e Taverna. Il Mortier aggiunge a questa notizia anche il fatto
che il suddetto Paolo da Mileto fu il vero animatore della riforma osser-
vanziale domenicana in Calabria4.
A giudicare dai rilievi dei maestri generali, sembra che già all’epoca di
questa Congregazione di osservanza i frati calabresi mostrassero segni di
particolare vivacità e tendenza alla trasgressività. Che comunque avessero
colto il messaggio culturale dell’Ordine è dimostrato dal fatto che nel 1525
fu approvato lo Studium generale di Cosenza. Il maestro generale France-
sco Silvestri, uno dei più noti teologi del Cinquecento col nome di Ferra-
riensis, pur criticando vari aspetti della vita religiosa dei frati calabresi
(specie il modo di vivere il voto di povertà), non ebbe alcunché da ridire
sulla vita intellettuale. Onde lo storico Mortier qualificava lo Studium co-
sentino come «un nouveau foyer intellectuel pour le midi d’Italie»5.
Da Congregatio (o vicarìa) la Calabria domenicana divenne Provincia
nel 1530 a seguito di una deliberazione del capitolo generale di Roma (S.
Maria sopra Minerva, 5 giugno), il che significava che da quel momento
in poi i domenicani calabresi potevano eleggersi liberamente il loro padre
provinciale6. La decisione del capitolo generale non fa riferimento al nu-
mero dei frati e dei conventi, ma non bisogna attendere molto per avere un
primo elenco: è quello del registro-copialettere che nel maggio 1573 redas-
se fra Andrea Zanetti e che doveva servire quale utile strumento al maestro
generale Serafino Cavalli per le sue visite canoniche. Lo Zanetti parla di
26 conventi (con almeno 12 frati) e 48 loca. Una nota marginale coeva
specificava: «Provintia haec alit Fratres quingentos in circa»7. Ma questi

2
Cioffari-Miele, Storia dei Domenicani, cit., I, pp. 26, 55.
3
Ivi, pp. 93, 134-136.
4
A. Mortier, Histoire des Maîtres Généraux de l’Ordre des Frères Prêcheurs, IV, Paris
1909, p. 368. Cfr. anche Esposito, I Domenicani in Calabria, pp. 13-45.
5
Mortier, Histoire, cit., V, p. 270.
6
MOPH IX, p. 228; Esposito, I Domenicani in Calabria, cit., p. 17.
7
AGOP IV, 39, f. 139 r-v; ed. da Esposito, I Domenicani, cit., pp. 44-45, 91, 323. Per
l’elenco degli 87 conventi vedi AGOP XIV, Liber F, ff. 803-808.
La Provincia Calabriae: strutture e fermenti nell’Ordine domenicano 123
500 frati, nel giro di pochi decenni, supereranno abbondantemente le 600
unità.
Per comprendere comunque l’atmosfera generale che c’era in questi
conventi è necessario considerare anche la condizione sociale delle perso-
ne che vi abitavano. Nel convento non vi erano solo frati sacerdoti, ma
numerosi erano anche coloro che non erano destinati al sacerdozio. A
parte i novizi nelle sedi di noviziato o gli studenti nello studio generale (o
negli studi particolari) ogni convento ospitava un certo numero di conversi
e di loro aiutanti: «sì per li vari offizi dentro il convento medesimo, che
fuori nelle campagne per le molte grancie», come viene detto a proposito
di Altomonte8. Di conseguenza non è difficile immaginare quale movimen-
to di uomini e animali ci fosse in prossimità dei conventi domenicani
calabresi.
Essendo divisa in Calabria Superiore (o Ulteriore, con Catanzaro e
Reggio Calabria) e Calabria Inferiore (o Citeriore, con Cosenza), ad evita-
re di acuire i dissensi, fu stabilita la legge dell’alternativa, nel senso che
un capitolo provinciale si sarebbe tenuto nella Calabria Citra e uno nella
Calabria Ultra, con la naturale conseguenza che un padre provinciale sa-
rebbe stato eletto fra i calabresi cosentini e il successivo fra i calabresi di
Catanzaro o Reggio Calabria9. Sedi di noviziato erano i conventi di Alto-
monte (S. Domenico, Cs), Nicastro (Annunciazione), Cosenza (S. Domeni-
co), Montalto (S. Domenico, Cs), S. Giorgio (Annunciazione, RC) e So-
riano (S. Domenico, Cz). Questi erano anche i conventi calabresi col mag-
gior numero di frati.
Lo Studio Generale restava a Cosenza, come durante il periodo della
Congregazione. Intanto però altri conventi avevano cominciato ad emerge-
re in vari campi. Nel 1660 fu istituito anche il Collegio di Reggio Calabria,
che così andava a controbilanciare lo Studio generale di Cosenza, rispon-
dendo ad una esigenza dei frati della Calabria Ultra10. Per i corsi filosofici
ai secolari erano destinati tre lettori nel convento di Cosenza, due in quello
di Catanzaro, due a Reggio, e uno per ciascuno dei seguenti conventi:
Monteleone, Stilo, Castrovetere, Cutri, Siderno, Taverna, Cassano, Castro-
villari, Ruggiano e Campana. Se però era previsto tanto dispiego di forze
culturali per i laici, i maestri generali richiamavano i superiori affinché
questi laici non entrassero nei locali interni del convento e non condizio-

8
Esposito, I Domenicani, cit., pp. 62-63.
9
MOPH X, p. 283, Esposito, I Domenicani, cit., p. 37.
10
Esposito, I Domenicani, cit., p. 220.
124 Gerardo Cioffari

nassero la vita dei frati11. Nel capitolo del 1659 venivano specificati i
conventi con maggiore propensione alla predicazione, ed erano: Cosenza,
Montalto, Altomonte, Bisignano, Coriolano (=Corigliano), Monteleone di
Catanzaro, Taverna, Cutri, Stilo e Agroptera (= Grotteria). In essi doveva-
no esserci dei predicatori generali col compito di predicare tutte le domeni-
che12. Nel 1661 venne inaugurato il centro per la retorica e sacra eloquenza
nel convento di Catanzaro, di modo che ivi potessero essere preparati tutti
i frati che «verbum Dei praedicare voluerint»13. Un indizio dell’efficacia di
questa preparazione è che a partire da questa data più numerosi e specifici
si fanno i riferimenti ai predicatori.

2. COINVOLGIMENTO SOCIALE DEI FRATI

La presenza domenicana in Calabria è stata molto incisiva sul piano socia-


le. Anche per la particolare struttura dei conventi, fortemente popolati di
laici che vi lavoravano in casa ed in campagna, i frati si coinvolsero
appieno nella vita delle povere popolazioni. Tirati da una parte dai baroni,
che vedevano nel convento una garanzia per tenere buoni i contadini,
dall’altra dai superiori che vedevano male quel coinvolgimento, in realtà
i frati furono in maggioranza poco inclini a lasciarsi imbavagliare, e lotta-
rono con il popolo e per il popolo.
I Domenicani furono coinvolti ad esempio nei movimenti antifeudali
seguiti all’esempio napoletano di Masaniello. Nelle lotte cittadine scoppia-
te a Cosenza rimase ucciso anche il maestro domenicano fra Angelo de
Luca14. Nel 1670 era il priore provinciale Passalia a denunciare come i
signori locali spingessero i frati ad appoggiare i loro programmi mediante
minacce e promesse. Egli stesso, dopo aver ordinato il trasferimento di un
frate, fu costretto a fare marcia indietro per l’intervento del card. Carafa e
della Curia Romana15.
È pertanto fondamentale quando si leggono i documenti del tempo

11
Capitolo del 1659. Ordinationes pro Provincia Calabriae Ordinis Praedicatorum,
Adm. Rev. Magistri Fratris Gregorii Areylza, Provincialis Terrae Sanctae, Messanae, Ex
Typographia Illustrissimi Senatus, Apud Paulum Bonacota 1659, ff. 99v-100.
12
Capitolo del 1659, Ordinationes, f. 96.
13
Esposito, I Domenicani, cit., p. 220.
14
D. Arena, Istoria delli disturbi e revolutioni accaduti nella città di Cosenza e provin-
cia nelli anni 1647 e 1648, in ASPN, a. 3 (1878), pp. 468-469.
15
AGOP XIII, 115; Esposito, Cosenza, pp. 51-52.
La Provincia Calabriae: strutture e fermenti nell’Ordine domenicano 125
stabilire l’ideologia che sta dietro la fonte documentaria. La ribellione di
un frate ad un signorotto poteva suscitare una deplorazione in chi era
convinto che il frate dovesse occuparsi dello spirito e delle cose di chiesa.
Religiosi domenicani furono spesso denunciati (probabilmente sia la fonte
che il giudizio proviene dai frati dell’osservanza) come dediti «a mercan-
teggiare grano, oglio, porci, formaggi, orzo, tabacco, rivendendolo poi al
minuto a secolari»16. Accuse di evasione fiscale e di contrabbando che
continuarono anche nel settecento, lasciando sempre intendere che il tutto
avvenisse per i propri interessi e non per il bene della popolazione.
Un rapporto ancora più stretto fra il convento e la popolazione si aveva
quando i frati davano dei terreni da coltivare in cambio di una percentuale
sui proventi. In tal senso un caso particolare ed interessante è la concessio-
ne di vasti appezzamenti di terreni ad una colonia di Albanesi da parte del
convento di Altomonte. Una rappresentanza di questi Albanesi in data
1503 stipulò con i frati di quel convento dei «pacta, capitula et promissio-
nes solemniter inhitae, factae, stipulatae, celebratae et scriptae inter ipsas
partes iureiurando ad sancta Dei evangelia»17.
La bontà dell’opera dei frati trova la sua concretizzazione più diffusa
nell’istituzione delle spezierìe. In realtà nelle costituzioni domenicane e
nelle disposizioni dei capitoli generali non si trova esplicitamente la spe-
ziarìa aperta al pubblico, ma solo la infirmarìa dei frati. I documenti uffi-
ciali dei frati sono infatti restii a parlare del rapporto dei frati ad extra, nel
timore che i frati trovassero espedienti per stare sempre fuori convento.
Nella realtà concreta dei conventi, invece, queste infirmarìe divennero
delle vere e proprie farmacie pubbliche18.

3. LE AUTORITÀ CENTRALI E LA PROVINCIA DI CALABRIA

Vi sono varie chiavi interpretative nel leggere la storia. Per le vicende


domenicane calabresi tra la fine del Cinquecento e la prima metà del
Seicento io proporrei quella del conflitto fra riformati e conventuali, fra
coloro cioè che vedevano quello domenicano simile ad un ordine monasti-
co (preghiere, meditazioni, osservanze regolari) e coloro che ne sottolinea-
vano l’apostolicità (predicazione, studio, missioni).

16
AGOP IV, 192, f. 19.
17
Esposito, I Domenicani, p. 67, con relativi documenti.
18
Ivi, p. 48.
126 Gerardo Cioffari

Il conflitto tra frati riformati e frati conventuali fu drammatico in tutto


il Mezzogiorno. Basti dire che sul finire del marzo del 1595 persino il
celebre convento di S. Domenico Maggiore assistette ad una violenta irru-
zione dei riformati che vi scacciarono i conventuali, con questi ultimi che
si presero la rivincita otto giorni dopo, rientrandovi con la forza (5 apri-
le)19. Pontefici e maestri generali ormai appoggiavano con tutto il peso
della loro autorità il modello osservanziale rispetto a quello conventuale.
Ma le tradizioni monastiche all’interno dell’Ordine erano state sempre
minoritarie rispetto alle tradizioni apostoliche. E troppo profondo era lo
spirito di libertà nell’Ordine domenicano per poter accettare passivamente
la nuova proposta (anzi imposizione) di vita domenicana.
Sconfitti a Napoli, i riformati cercarono di prevalere in Calabria. Ivi si
recò lo stesso fra Marco di Marcianise con tanto di lettere generalizie. Ma
non ottenne altro che inasprire gli animi e creare una situazione di scontro.
Anche se fra Marco, come attestava lo stesso Campanella, era fondamen-
talmente un uomo mite, l’idea di cui era portatore era di per sé violenta,
poiché imponeva ai frati di cambiare completamente tenore di vita. In ogni
caso fra Marco Maffei da Marcianise e fra Cornelio di Nizza furono in
Calabria nel 1595 per riportare ordine nella provincia, e quando si trovaro-
no a dover interrogare i testimoni nel 1599, in occasione della presunta
congiura del Campanella, lo fecero con quella ostilità che nasceva dal fatto
che Campanella nell’episodio di S. Domenico Maggiore si era schierato
con i conventuali contro i riformati20.
Ma il capitolo decisivo in questo braccio di ferro fra le autorità centrali
dell’Ordine, decise ad imporre la riforma, e i frati calabresi, altrettanto
decisi a non accoglierla, si aprì nel 1609. Fino ad allora i maestri generali
avevano appoggiato indirettamente la corrente riformata. A partire da quel-
l’anno e per tutto il Seicento i loro interventi furono massicci e ininterrotti,
praticamente ‘commissariando’ (come si direbbe oggi) la provincia di Ca-
labria. Il 19 febbraio del 1609, il maestro generale Agostino Galamini,
che aveva appena terminato la sua visita in questa provincia, sospendendo
la libera elezione del provinciale, ordinava che da una rosa di otto nomi
fosse eletto un frate appartenente alle province o congregazioni riformate.
Così, durante il capitolo di Catanzaro fu eletto provinciale fra Paolo da

19
Sull’episodio, vedi M. Miele, La riforma domenicana a Napoli nel periodo post-
Tridentino (1583-1725), Roma 1963, pp. 126-142.
20
Firpo, I processi, cit., p. 157.
La Provincia Calabriae: strutture e fermenti nell’Ordine domenicano 127
Cagli, priore del convento riformato napoletano di S. Caterina a For-
mello 21.
Sulla stessa scia si mossero gli altri maestri generali, come ad esempio
il padre Serafino Secchi, che il 28 luglio 1625 ottenne dal papa Urbano
VIII di poter insistere sulla riforma dei conventi, inviando padri della
riforma dalle altre province italiane. E questo metodo si protrasse per tutto
il Seicento. Ancora nel 1674 il maestro dell’Ordine interveniva imponendo
tre nomi22.
Una conseguenza di questo atteggiamento dei maestri generali fu quello
di una delegittimazione dell’autorità provinciale. Il che portò tutta la storia
della provincia domenicana di Calabria su un binario sbagliato. Ora giun-
gevano provinciali forestieri che nulla sapevano della realtà calabrese ora
venivano eletti provinciali calabresi che però avevano sposato la causa dei
riformati, decisamente in minoranza anche in Calabria. I maestri generali
intervenivano continuamente nelle cose della provincia, personalmente o
mediante commissari e visitatori. Il capitolo del 1609 era presieduto dal
maestro generale in persona, gli altri del 1611, 1614, 1617, 1619, 1621,
1623, 1633, 1659 furono presieduti da commissari e visitatori come fra
Paolo da Cagli, fra Filippo Arduino, fra Ignazio Ciantes e fra Gregorio
Areylza. Anzi, quest’ultimo restò vari decenni della seconda metà del
XVII secolo a rappresentare il maestro generale in Calabria.

4. LA TEOLOGIA DOMENICANA E CAMPANELLA

La teologia domenicana, inizialmente di ispirazione molto varia, poco a


poco (specialmente con S. Alberto e S. Tommaso) era diventata prevalen-
temente aristotelica. Il metodo scolastico trovò fino al XV secolo la sua
migliore espressione nei Libri Sententiarum di Pietro Lombardo, corretti
ovviamente con la sintesi tomista. Nel XVI secolo, invece, gradualmente
si affermò, come si è visto, la Summa Theologica come manuale base per
gli studenti. Anche se vi erano state importanti eccezioni, come ad esem-
pio i grandi mistici tedeschi (Maestro Eckart, Susone e Taulero), il nome
di S. Tommaso era diventato il simbolo del pensiero filosofico e teologico
dei domenicani.

21
Per i riferimenti documentari, vedi più avanti a proposito del capitolo provinciale di
Catanzaro del 169.
22
BOP VI, pp. 39-40; AGOP IV, 104, ff. 396v-397; Esposito, Cosenza, pp. 39, 43.
128 Gerardo Cioffari

Tommaso Campanella fece tutti i suoi studi secondo il metodo scolasti-


co dell’Ordine, il che gli diede una solida preparazione metodologica, ma
allo stesso tempo era assetato di sapere ed il contenuto tomistico della
Scolastica non gli bastava. Aperto alle nuove istanze filosofiche, più che
tornare direttamente a Platone, cominciò ad interessarsi alla natura alla
maniera in cui lo avevano fatto o lo stavano facendo uomini come Trite-
mio, Paracelso, Cardano, Dee e, a Napoli, Giambattista della Porta. Un
filone di pensiero che, recuperando i presocratici e non trascurando neppu-
re la cabala ebraica, concepiva la natura come qualcosa di vivo col quale
intessere un dialogo ed un rapporto vitale. Per cui, quando a Cosenza si
imbatté nell’opera telesiana (De rerum natura iuxta propria principia), ne
prese le difese.
Partendo da queste basi filosofiche il Campanella rigettava uno dei
punti centrali dell’aristotelismo: la materia e la forma come componenti
dell’ente. Una distinzione su cui poggiava gran parte dell’intero sistema
tomista. Fonte dell’ente sono per lui le primalità (Potenza, Sapienza e
Amore), che come raggi della divinità pervadono ogni ente comunicando-
gli una struttura trinitaria, il che vale in sommo grado per l’uomo. Esse
vanno ad essenziare l’ente. Ne sono i suoi trascendentali metafisici.
Il secondo punto nel quale il Campanella si discosta dalla tradizione
filosofica domenicana è la premozione fisica. Per i domenicani Dio è all’ori-
gine di ogni iniziativa umana verso un’azione buona. Il filosofo calabrese
era convinto però che i domenicani Bañes e Alvarez, per contrastare la posi-
zione dei gesuiti, avevano forzato la mano alla dottrina tomista al riguardo.
Affermando infatti che «Dio ogni cosa ha predeterminato con decreto assolu-
to senza riguardo se saremo boni o mali, proprio come vòle Calvino e
Lutero», in realtà si mettono sulle stesse posizioni dei protestanti. È vero
che Dio ha predestinato tutti, ma secondo la sua volontà di salvezza universa-
le. Quando invece ha previsto le opere buone e le opere cattive «predestinò
Cristo per redentore e li aderenti a lui, e reprobò solo i miscredenti come
giudice, non come padre, e li ostinati nel peccato volontariamente».
Se questa dottrina sulla grazia opponeva i domenicani ai gesuiti, quella
dell’Immacolata Concezione opponeva i domenicani (che la negavano) ai
francescani che la sostenevano. Il filosofo calabrese, rilevando la ricchezza
di pensatori nell’Ordine domenicano, sosteneva che non tutti erano contro
l’Immacolata Concezione. Da parte sua era rimasto colpito dalla lettura di
S. Brigida e dalla constatazione della devozione ormai universale.
A suo avviso lo stesso S. Tommaso, nel Commento alle Sentenze (I,
44), aveva sostenuto la dottrina dell’Immacolata Concezione. E tale tesi è
La Provincia Calabriae: strutture e fermenti nell’Ordine domenicano 129
preferibile a quella della Summa Theologica, sia perché riporta il pensiero
più personale (nella Summa è spesso sintesi di pensiero altrui), sia perché
è un’opera compiuta, mentre la Summa doveva essere riveduta e corretta23.

5. I DOMENICANI E IL CAMPANELLA

Per quanto riguarda i rapporti del Campanella coi frati domenicani, c’è da
dire che, in generale, la maggioranza di essi gli furono favorevoli e simpa-
tizzarono con lui. Decisamente ostili si dimostrarono gli uomini dell’istitu-
zione ecclesiastica, come il maestro generale Niccolò Ridolfi e il maestro
del sacro palazzo Niccolò Riccardi (il Mostro). Costoro lo perseguitarono
proprio quando il papa Urbano VIII lo aveva preso a benvolere. E per
alienargli le simpatie del papa fecero pubblicare un suo opuscolo di astro-
logia poco dopo che il papa aveva severamente proibito pubblicazioni del
genere. A costoro vanno aggiunti fra Giovan Vincenzo Astoricense, procu-
ratore e vicario generale dell’Ordine, e G.M. Guanzelli, che mise all’indice
i libri di Giordano Bruno e Campanella24.
Unica eccezione fra gli uomini dell’istituzione e dell’inquisizione fu fra
Alberto Tragagliolo. Infatti, mentre l’Astoricense nel corso del terzo pro-
cesso campanelliano (1593-1596), considerando la mancata resipiscenza
del calabrese, deliberava il torqueatur (sia sottoposto a tortura), il Traga-
gliolo, commissario del Santo Uffizio, proponeva l’assoluzione25. Anzi
quest’ultimo, sul letto di morte (il 1 gennaio 1601), mormorava: «Mi di-
spiace ch’io moro e non ho liberato questi frati»26.
C’è un elemento che getta una certa luce sulla simpatia con cui la
resistenza del Campanella veniva vista dai frati: è la fortuna del curricu-
lum di fra Serafino Rinaldi in quel convento. Pur sapendo i frati che egli
era legato da strettissima amicizia col Campanella (che nel Syntagma lo
definisce «curatoris mei amantissimi cui me ipsum quoque debeo»), lo
elessero prima priore di S. Domenico Maggiore, quindi provinciale della

23
Cioffari, Tommaso Campanella e l’Ordine domenicano, in Chiesa e società nel
Mezzogiorno. Studi in onore di Maria Mariotti, Rubbettino, Soveria Mannelli 1998, pp.
536-537. Per la teologia del Campanella, vedi R. Amerio, Il sistema teologico di Tommaso
Campanella, Milano-Napoli 1972.
24
Firpo, I processi, cit., p. 319.
25
Ivi, p. 79.
26
Firpo, I processi, cit., p. 312.
130 Gerardo Cioffari

Regni (1619-21), ben due volte reggente dello Studio generale, e lettore di
S. Tommaso nello Studio pubblico. Se Campanella fosse stato considerato
negativamente, la carriera di fra Serafino Rinaldi (suo amico dichiarato)
sarebbe stata ben lungi da simili successi27.
Alquanto complesso è l’atteggiamento di fra Giovanni Battista da Po-
listena, provinciale di Calabria (1591-93), che nel 1592 raccomandava a
Firenze fra Tommaso, scrivendo a Ferdinando I di Toscana (14.V.1592)28.
Accusato ed incarcerato per aver partecipato all’uccisione del provinciale
fra Pietro Ponzio, per allontanare da sé i sospetti poco a poco si avvicinò
alla corrente riformata, allontanandosi quindi dal Campanella. E controver-
se sono anche le figure dei diversi frati che animarono quella congiura del
1599 di cui Campanella divenne il profeta.
A parte comunque questi frati decisamente più passionali, in generale
il dissenso domenicano fu favorevole al Campanella, e col tempo anche i
moderati si azzardarono a manifestare la loro simpatia. Valga come esem-
pio il giudizio espresso nella Relatio conventus Placanicae, del convento
cioè dove il Campanella aveva emesso i primi voti religiosi:
Velut lucerna desursum candelabrum posita, per omnes Ordinis partes, refulget
Thomas ille qui haud immerito gaudere potest, tertij nomine; cumque adiunctum
habuerit cognomen Campanellae, merito sonum eius admiratus est mundus. Flo-
ruit iste permaximus philosophus ac theologus magister anno 1640… Admiran-
dam eius doctrinam commendant eius opera innumera29.

6. LA SOPPRESSIONE DEL 1652 E IL TERREMOTO DEL 1783

Dall’importante relazione edita dal Forte30 a proposito della situazione dei


conventi nel 1650 risulta che il totale dei conventi era di 86 unità, com-

27
Cioffari-Miele, Storia dei Domenicani, cit., p. 403.
28
Firpo, I processi, cit., 49.
29
AGOP, Liber M, pp. 53-54; Esposito, I Domenicani, cit., p. 310.
30
Cfr. S. L. Forte, Le province domenicane in Italia nel 1650, in AFP, XXXIX (1969),
pp. 523-585. Si vedano però, per un utile raffronto, anche il Piò (G. M. Piò, Della nobile
et generosa progenie del P. S. Domenico in Italia, Bologna 1615), che per la Calabria
Superiore ha 20 conventi e 29 case, per la Inferiore 13 conventi e 39 case, e il Fiore (G.
Fiore, Della Calabria illustrata, Antonio Parrino, Napoli 1691), il quale nel vol. II, pp.
390-394, elenca 62 conventi e case, omettendo quelle definitivamente soppresse nel 1652.
Per una sintetica trattazione della diffusione conventuale in Calabria, vedi anche C. Longo,
Presenza domenicana nella Calabria reggina: il Convento di Santa Maria della Candelora
in Pentedattilo, «Rivista Storica Calabrese», 1983, n.1-2, pp. 320-323.
La Provincia Calabriae: strutture e fermenti nell’Ordine domenicano 131
prendenti ovviamente sia i conventi priorali che i loca. Da notare però che
il numero globale nei vari elenchi cambiava a seconda dell’anno preso in
considerazione. Mentre se si prendono tutti i conventi aperti per qualche
tempo e poi soppressi, il totale dovrebbe aggirarsi sulle 99 o 100 unità.
La corrente osservanziale, che nell’ordine domenicano godeva dell’ap-
poggio dei maestri generali, aveva iniziato il discorso della soppressione
già negli anni venti del XVII secolo. Ma fu a partire da una bolla di
Urbano VIII del 21 giugno 1633 che la cosa sembrò vicina a realizzarsi.
Su segnalazione di Ignazio Ciantes, commissario già dal 1630 della pro-
vincia napoletana, il procuratore generale disponeva infatti che fossero
individuati dei conventi calabresi in cui carente era la regolare osservanza
per il numero insufficiente di frati. Avrebbero dovuto essere soppressi e i
frati distribuiti in altri conventi maggiori. Al momento non ci è dato sapere
quale effetto concreto avessero tali disposizioni.
Un effetto devastante sul piano umano, anche se religiosamente non del
tutto ingiustificato, fu la soppressione del 1652. Allorché il maestro gene-
rale esortò le province meridionali a preparare un prospetto o memoriale
statistico della propria provincia in obbedienza alla costituzione Inter Ce-
tera del 17 dicembre 1649, la provincia di Calabria inviò una relazione che
dava i sacerdoti a 352 unità su un totale di 623 frati 31.
Quindi venne la bolla Instaurandae del 15 ottobre 1652. In essa il papa
Innocenzo X stabiliva la soppressione dei conventi con pochi religiosi.
Ben 35 conventi calabresi furono colpiti da questo provvedimento32, crean-
do un movimento di notevoli proporzioni, ed è facile immaginare quanto
i conseguenti spostamenti di frati da un convento all’altro abbiano avuto
un impatto drammatico. Dieci conventi furono ben presto riaperti e «per
cause ragionevoli da sua Santità ridotti al primo stato regolare». Altri
conventi si misero in regola raggiungendo il numero di dodici. Fra di essi
sono noti i seguenti: Castelvetere, Figline (CS), Briatico (CZ), Radicena
(RC), Girifalco (CZ), Cutro (CZ) e Siderno (RC).
La vita conventuale riprese quindi normalmente, ma la provincia di
Calabria, rispetto alle altre del mezzogiorno, era destinata a subire un altro
dramma, quello del disastroso terremoto del 1783. Molti frati che si erano
fortunatamente salvati si rifugiarono nei conventi che avevano subìto meno
danni. Altri furono addirittura dirottati in conventi fuori provincia. Una
lettera di fra Ludovico Scandinari, già bibliotecario di Cosenza ed allora

31
Esposito, I Domenicani, p. 144.
32
L’elenco è in AGOP VI, 123. n. 2.
132 Gerardo Cioffari

in Soriano, ci informa come subito dopo il sisma al convento di Cosenza


giunsero i frati dai «destrutti conventi di Fiumara di Muro, della Palomba
di Rosarno, di Castelvetere, di Soriano, di Briatico, di Pìzzoni, di Castel-
monardo, di Siderno». Con qualcuno addirittura «ignudo, senza scarpe,
senza niente insomma», i conventi dovettero fare a gara per accoglierli,
spesso destinando all’accoglienza anche la biblioteca33. I conventi dome-
nicani alla fine del XVIII secolo erano in Calabria 64.

7. LE SOPPRESSIONI DEL 1809 E 1861 E LA RIUNIFICAZIONE

La soppressione dei conventi del 1806/1809 fu preceduta da tutta una serie


di confische a cominciare dalle biblioteche e dalle opere d’arte. Si può ben
immaginare la reazione dei frati quando appresero che i loro beni stavano
per essere sequestrati. In tutto il Regno cominciò una vera e propria vendi-
ta sotto costo da parte dei frati, con colpe da entrambe le parti per la
perdita del materiale archivistico e librario.
Sul piano umano il decennio francese (1806-1815) e i decreti di sop-
pressione degli ordini monastici (1809) provocarono un gigantesco sban-
damento fra i religiosi. Molti raggiunsero le loro famiglie, altri vestirono
l’abito del clero secolare, altri abbandonarono lo stato clericale. Elemento
di mediazione e di stabilità emersero allora le Confraternite che, con i loro
statuti laicali, si presero cura degli edifici sacri. Col il ritorno dei Borboni
ed il Concordato fra Stato e Chiesa del 1818 alcune case poterono essere
ricostituite, ma in numero decisamente inferiore alla situazione precedente.
Il criterio avanzato nell’articolo XIV era quello dell’impegno sociale del
convento. Così su 64 precedenti alla soppressione, in Calabria furono ria-
perti sette conventi: Altomonte, Cosenza, S. Giorgio Morgeto, Nicastro,
Soriano, Taverna e Reggio34.
In conseguenza di questa rinascita la Calabria si ricostituì come Provin-
cia e tale resterà sino alla seconda soppressione (1861), mentre la Puglia
nel 1853 si era riunita alla napoletana Provincia Regni. Convento di perfet-
ta osservanza venne designato quello di Soriano. Nel 1858 il maestro generale
Vincenzo Jandel inviò fra’ Vincenzo Acquaroni come visitatore in Cala-
bria, ma questi ebbe una fredda accoglienza. A conferma di secoli di
incomprensioni fra i maestri generali e la Calabria ecco le parole di Vin-

33
Esposito, I Domenicani, cit., p. 121.
34
Ivi, p. 234.
La Provincia Calabriae: strutture e fermenti nell’Ordine domenicano 133
cenzo Jandel indirizzate al suddetto visitatore il 14 maggio 1860: «Vous
n’avez qu’à partir joyeusement en secouant la poussière de vos pieds et
laisser ces espèces de sauvages se dévorer entre eux. Vous aurez bien alors
acquis le droit de dire ‘Curavimus Babyloniam, et non est sanata: derelin-
quamus eam’ (Ger. 51, 9)». A conferma della tenacia calabrese nel difen-
dere la propria concezione di vita religiosa, ecco le parole di risposta del
provinciale Farinacci, educate ma ferme: «Vostra paternità osservi che lo
spirito delle popolazioni, al presente, non tanto s’incarica della nostra
spirituale osservanza, quanto del servizio d’istruzione che le prestiamo» 35.
La soppressione venne col decreto luogotenenziale del 17 febbraio 1861,
e fu attuata lentamente (fino al 1866), ma inesorabilmente. Solo la Provin-
cia Regni resisterà fino al 1880, quando il generale la ridurrà a Vicarìa. Nel
1908, grazie all’intraprendenza del p. Vincenzo Lombardo, fu riaperto il con-
vento di Reggio Calabria. Il Lombardo, siciliano, sperava di fare rinascere la
provincia di Calabria. Negli anni venti si pose il problema se chiudere
Reggio per aprire Soriano. Prevalse l’idea di mantenere Reggio, che nel 1930
passava alla Provincia di Sicilia, come poco dopo i conventi di S. Giorgio
Morgeto (1934) e Soriano (1942). Intanto nel 1957 riapriva nella Provincia
Regni il convento di Cosenza. Venti anni dopo (1977) chiudeva S. Giorgio
Morgeto. Quindi, nel 1997, avveniva la riunificazione di tutti i conventi
(compresi i siciliani) nella Provincia Regni, che nel frattempo aveva as-
sunto la denominazione di Provincia di S. Tommaso d’Aquino in Italia36.

PARTE SECONDA
I CAPITOLI PROVINCIALI
AL TEMPO DI FRA TOMMASO CAMPANELLA

1. Il capitolo provinciale di Catanzaro del 23 febbraio 1609; 2. Il capitolo


provinciale di Cosenza del 24 aprile 1611; 3. Il capitolo provinciale di
Soriano del 1° novembre 1612; 4. Il capitolo Provinciale di Catanzaro del
13 aprile 1617; 5. Il capitolo provinciale di Montalto del 15 ottobre 1633;
6. Conclusioni.

I capitoli provinciali, che si tenevano solitamente ogni due anni, una volta
nella Calabria Citra e una nella Calabria Ultra, non sempre davano adito

35
Cioffari-Miele, Storia dei Domenicani, cit., pp. 509-510.
36
Ivi, pp. 567-568, 577-578.
134 Gerardo Cioffari

ad una pubblicazione degli Atti. Venivano soltanto verbalizzati, ed erano


i singoli superiori a preoccuparsi (o meno) di farli osservare. Tali verbali
sono andati perduti, anche se non è impossibile (come mi è capitato di
constatare per la Provincia Regni), che vengano fuori dei protocolli o
registri che ne sintetizzino le sedute.
Nonostante la mancanza di democrazia e di dibattito, trattandosi di testi
addomesticati dai commissari generalizi, gli Atti dei capitoli provinciali
calabresi sono un termometro della situazione in un dato tempo. Pur espri-
mendo la voce di una delle due campane, basta leggere tra le righe per
intuire la voce dell’altra. Gli Atti di questi capitoli ci sono pervenuti non
nella interezza delle tematiche discusse, ma nelle conseguenti Ordinationi.
Nell’esporre i punti salienti di queste assemblee mi rifaccio alla raccolta
conservata nell’Archivio generale dell’Ordine, con la relativa impaginazio-
ne segnata dall’Archivista del tempo.

1. IL CAPITOLO PROVINCIALE DI CATANZARO DEL 23 FEBBRAIO 1609

L’assemblea capitolare tenutasi a Catanzaro il 23 febbraio 1609 fu di


fondamentale importanza per le successive vicende della storia domenica-
na calabrese. Ottenendo le dimissioni del provinciale fra Agostino Cavallo (7
febbraio), il maestro generale fra Agostino Galamini poneva fine alle co-
stituzionali elezioni del provinciale fondate sulla libertà di scelta di ciascun
frate, imponendo di eleggere il successore sulla base di una rosa di otto frati,
escludendo quelli di Calabria «per gravissime cause e principalmente per
riformar la provincia»37. Le gravissime cause, come è facile immaginare,
erano collegate all’uccisione (1594) del provinciale fra Pietro Ponzio e alla
congiura del Campanella (1599). Dalla suddetta rosa, come si è detto, uscì
eletto fra Paolo da Cagli, priore di S. Caterina a Formello di Napoli.
Gli Atti stampati a Cosenza lo stesso anno in cui s’era tenuto il capito-
lo38 appaiono piuttosto come considerazioni (seguite da ordinazioni) da

37
AGOP IV, 53, f. 94; cfr. anche Esposito, Cosenza, p. 38; Longo I Domenicani di
Calabria, p. 141.
38
Per la ricostruzione del capitolo provinciale di Catanzaro del 1609 seguo il testo delle
Ordinationi fatte et promulgate nel Capitolo Provinciale della Provintia di Calabria del-
l’Ordine de’ predicatori, celebrato nel Convento della Santissima Annunziata di Catanzaro
per benefitio spirituale et temporale di detta Provintia. Confirmate dal Rev.mo Padre Frate
Augustino Galamini Maestro Generale di detto Ordine, in Cosenza, Appresso Don Andrea
Riccio, l’anno 1609.
La Provincia Calabriae: strutture e fermenti nell’Ordine domenicano 135
parte del maestro generale fra Agostino Galamini, poco prima di lasciare
la Calabria dopo una visita di quasi due mesi ai primi del 1609. È evidente
quindi che non si tratta di deliberazioni ‘sentite’ dai rappresentanti dei frati
calabresi, quanto piuttosto del programma di trasformare la situazione del-
la provincia a partire dall’idea del maestro generale. Gli elementi ‘locali’
sono perciò estremamente scarni, per cui queste ordinazioni sono ben poco
utilizzabili dal punto di vista storico. Tuttavia, attraverso questi desiderata
si può intuire qualcosa della situazione concreta, pur restando nel campo
delle supposizioni.
Le esortazioni sul come celebrare l’ufficio divino riprendono quasi let-
teralmente quelle fatte ai pugliesi, per cui è difficile stabilire quale fosse
la situazione reale in Calabria. È chiaro soltanto che nei conventi calabresi
non venivano ancora utilizzati il nuovo martirologio e il collettario che
erano stati raccomandati39. I conventi vengono ammoniti a non prendere
messe «con tenerissima elemosina, la quale ne anco è stata investita in
cosa fruttifera». L’averlo fatto in precedenza ha causato non pochi incon-
venienti, in quanto alcune case con pochi frati si sono trovate nell’impossi-
bilità di soddisfare l’obbligo della celebrazione di tante messe. In futuro si
accettino obblighi perpetui solo dietro licenza scritta del maestro genera-
le40. Molto sensibile al problema della povertà, il maestro generale proibi-
sce ai superiori di dare denaro ai frati per comprare vestiti o altro. Devono
provvedere gli stessi superiori a comprare i vestiti. I frati abbiano
due Tuniche o una almeno per ciascheduno, et altre Tuniche siano nella vestiaria
comune per potersi mutare due scapulari, dui tunicelli di lana, calsoni, calsetti, scar-
pini, barrattini e lensuoli di lana, levando via le cammiscie, e lensuoli di lino, fac-
zoletti uno almeno la settimana, cintura, cappello, scarpe, libri, penne, inchiostro,
olio per la lucerna, sapone et altre cose necessarie secondo il bisogno di ciascheduno.

I frati invece che portano camicie di tela devono essere severamente puniti.
I superiori sono esortati a fare gli abiti in modo uniforme «di panno comu-
ne non sottile né pretioso»41. Viene quindi riportato un brano dal Concilio
di Trento in cui si ribadisce che tutti i censi e redditi del frate appartengono
al convento. Così tutte le entrate per prediche e per messe vanno registrate
nel libro degli introiti del convento e sono di uso della comunità 42. Seguo-

39
Ivi, f. 2v.
40
Ivi, f. 3.
41
Ivi, ff. 3v-4.
42
Ivi, ff. 4v-5v.
136 Gerardo Cioffari

no varie esortazioni sulla disciplina regolare, come il portare la cappa


quando si esce, il dormire in convento nelle città dove c’è, l’evitare da
parte dei superiori di predicare la quaresima fuori delle loro chiese, che
tengano il capitolo almeno ogni 15 giorni, che «attendano alla riforma dei
conventi, al vivere osservantiale», che promuovano lo studio, che non
siano facili a «dar ricetto ne’ conventi a banditi, contumaci e fuggitivi della
corte», che provvedano di una prigione ogni convento «in luogo più rimoto
da l’accesso de’ seculari, per reprimere li frati vitiosi, inobedienti, dissoluti
et scandalosi», e destinino almeno una sala del convento ad uso Biblioteca43.
Come sede dello Studio generale viene confermato il convento di Co-
senza, ed è solo qui che possono essere approvati i lettori e i predicatori.
Costoro facciano il possibile per fare partecipare alle loro lezioni e predi-
che anche i laici, e li esortino alla devozione del Rosario. Tre volte la settima-
na i lettori tengano per i frati lezioni di casi di coscienza. I padri che non
vi prendono parte siano sospesi dalla confessione. Il predicatore tenga omelie
tutte le domeniche mattina, mentre il lettore dopo il vespro spieghi la Sacra
Scrittura44. Per essere maestro degli studi a Cosenza bisogna che prima si sia
insegnato teologia per almeno tre anni (dopo il corso di filosofia). Per
essere baccelliere bisogna prima aver ricoperto l’ufficio di maestro degli
studi. Per divenire maestro in teologia si deve essere stati prima baccellieri
ordinari45. I superiori poi stiano attenti a non accettare indiscriminatamente
conversi e terzini, ma verificare che abbiano compiuti i 20 anni46. Relati-
vamente alla formazione dei giovani si ha infine questa ordinazione:
comandiamo a’ padri Priori de’ conventi dove sono novitiati che quanto prima
provedino le celle de i novitij di libri spirituali, come le Confessione di S. Augu-
stino, li Morali di S. Gregorio, li collattationi (sic) di Cassiano, l’opere di fra Luigi
di Granata, Gio. Gersone de Contemptu mundi, et simili47.

2. IL CAPITOLO PROVINCIALE DI COSENZA DEL 24 APRILE 1611

Il provinciale-commissario f. Paolo da Cagli, eletto nel 1609, non volle che


si creasse l’immagine dell’imposizione, per cui, a distanza di due anni

43
Ivi, ff. 6-7v.
44
Ivi, ff. 8-8v.
45
Ivi, f. 8v.
46
Ivi, f. 9v.
47
Ivi, f. 10v.
La Provincia Calabriae: strutture e fermenti nell’Ordine domenicano 137
dall’inizio del suo governo, indisse il capitolo provinciale48. Il desiderio di
mantenere una parvenza di legalità portò alla scelta di un luogo della
Calabria Citra: Cosenza.
Dalla lettera introduttiva, comunque, appariva chiaro che egli non con-
siderava scaduto il suo mandato né intendeva dare dimissioni. Anzi sottoli-
neava più volte la sua volontà di attuare il programma del maestro genera-
le, di promuovere cioè il vivere osservantiale, e sradicare tutti gli abusi
introdotti negli anni precedenti49. Sotto minaccia di gravi pene «i priori non
permettano che frati di qualsivoglia grado o conditione ardisca entrare nel
luoco di novitiato, né trattare, né scrivere o parlare con Novitij, massime
semplici»50. Viene lamentato anche il fatto che non è stata eseguita l’ordi-
nazione di Catanzaro 1609 sulla costruzione delle carceri nei conventi, con
la scusa da parte dei conventi inadempienti di mancanza di denaro. Si tenta
di fare apparire questa disposizione come ispirata ad umanità, nel senso
che, appena costruito il carcere sicuro, non sarà più lecito tenere i frati in
ceppi: «dechiarando di più che l’istrumento detto con proprio nome li
Ceppi come conveniente non à Religiosi, ma à huomini secolari facinorosi,
non si possano più usare per ritenere i frati, doppò saranno fabricate le
carcere, se non in cause gravissime, et in pericolo di fuga»51.

3. IL CAPITOLO PROVINCIALE DI SORIANO DEL 1° NOVEMBRE 1612

Prima ancora che scadesse il termine dei quattro anni, il p. Paolo Cagli,
seguendo ovviamente istruzioni in tal senso del maestro generale, indisse
il nuovo capitolo a Soriano (nuovamente Calabria Ultra)52. Questo del 1°

48
Anche questo capitolo fu rapidamente pubblicato. Si tratta delle Ordinationi fatte dal
M.R.P. Fra Paulo da Cagli, Maestro di Sacra Teologia, et Priore Provinciale delle Pro-
vincie di Calabria dell’Ordine de’ Predicatori, Promulgate nella Congregazione Provin-
ciale celebrata nel convento di S. Domenico di Cosenza nell’Anno M DC XI, alli 24
d’Aprile, in Cosenza, per Don Andrea Riccio, 1611.
49
Ivi, ff. 14-15.
50
Ivi, f. 16.
51
Ivi, ff. 16v-17.
52
Le sue deliberazioni furono pubblicate negli Acta Capituli Provintialis Provintiae
utriusque Calabriae Ordinis Predicatorum sub Admodum Revere: P. Fratre Paulo di
Callio S. T. Professore, Vicario generali. In Conventu Santi Dominici de Suriano celebrati,
in festo Omnium Sanctorum anno salutis 1612, Cosentiae MDCXII, Apud Andream
Riccium. Questi Atti però tardarono ad essere pubblicati, come si evince dalla p. 40 ove
è detto che sono stati stampati a Cosenza nel 1613.
138 Gerardo Cioffari

novembre 1612 è un capitolo che riflette bene la complessità della situa-


zione, nonché l’intenzione dei riformati di continuare nella stessa linea di
sospensione delle norme costituzionali.
Il provinciale si preoccupò della sua successione volendo assicurare la
continuità riformistico-osservanziale. Già durante il suo secondo mandato,
dovendosi spesso assentare, aveva nominato suo vicario un ex-priore di
Soriano, fra Silvestro Frangipane da Zagarise. Ora, senza neppure attende-
re la fine del suo mandato, fece riunire il capitolo e all’unanimità fu eletto
il suddetto fra Silvestro. Non è molto chiaro se furono manipolate anche
le regole di invio dei rappresentanti dei conventi per avere questa unanimi-
tà, oppure se i frati calabresi si accordarono comunque pur di non avere
un forestiero.
Nei relativi Atti venivano pubblicate tre lettere, una del nuovo provin-
ciale, un’altra del vecchio provinciale e una terza del maestro generale.
Nella sua il P. Silvestro da Zagarise affermava di voler sviluppare e conti-
nuare il precedente programma a favore della regolare osservanza. A tal
proposito, rammentava ai frati di comportarsi da veri pastori e non da
mercenari, onde «totis visceribus vos omnes hortamur meminisse, non vi
sed libere sub jugo Religionis collum summisisse. Et ad Praeceptorum
Mandatorumque eiusdem observantiam teneri»53.
Sia la lettera del p. Paolo da Cagli che quella del maestro generale p.
Serafino Secchi facevano diretto riferimento alle ordinazioni del Galami-
ni54. In particolare, nella sua lettera al vicario, il maestro generale stabiliva
che il convento di Soriano doveva essere improntato alla stretta osservan-
za, aggiungendo le disposizioni prese al capitolo generale relativamente
alla provincia di Calabria. Vale a dire che dovevano essere destinati alla
formazione dei novizi i conventi di S. Domenico di Cosenza e l’Annuncia-
zione di S. Giorgio Morgeto, oltre a quelli già destinati a tale scopo, cioè
S. Domenico di Altomonte, S. Domenico di Soriano e di Montalto, e
l’Annunciazione di Nicastro55. Dato poi che il convento di Soriano, «totius
Ordinis gloria, et Provintiae nostrae splendor», aveva l’obbligo di troppe
messe, si ordinava che ogni frate celebrasse tre messe l’anno per quelle
intenzioni56.
Ribadendo infine l’antica ordinazione di non conservare denaro presso

53
Ivi, f. 33v.
54
Ivi, ff. 34v-36.
55
Ivi, f. 36v.
56
Ivi, f. 37v.
La Provincia Calabriae: strutture e fermenti nell’Ordine domenicano 139
di sé, ma di consegnarlo al deposito comune del convento, il capitolo
passava all’argomento del mangiare carne solo nei casi previsti dalle Co-
stituzioni. Eventuali violazioni di questa ordinazione prevedevano severe
pene, in particolare nei conventi addetti alla formazione dei novizi sempli-
ci, come pure dei novizi professi e avviati all’apprendimento delle Arti
(Taverna, Catanzaro, Belcastro, Bisignano e Rublano)57.

4. IL CAPITOLO PROVINCIALE DI CATANZARO DEL 13 APRILE 1617

Il padre Silvestro Zagarise si dimise nel 1614, nonostante l’invito del


maestro generale a continuare per altri due anni. Nel capitolo celebrato
verso la fine del 1614, di cui si hanno ben poche notizie, fu eletto provin-
ciale fra Francesco Sprovieri di Montalto. Mentre lo Zagarise diveniva
priore a Cosenza e rappresentava la provincia nel capitolo di Bologna del
1615. Era poi priore a Catanzaro quando in questo convento, nell’aprile del
1617, fu celebrato il capitolo provinciale.
Nonostante la reazione dei frati calabresi, nel maggio il maestro genera-
le imponeva auctoritate apostolica (e con minaccia di scomunica ai reni-
tenti) fra Filippo Arduino58, che si trovava già in Calabria impegnato ad
introdurre l’osservanza nel convento di Soriano. Gli Atti del capitolo del
1617 non presentano particolari di rilievo59, ad eccezione del fatto che nel
frontespizio si legge: «Praesidente A.R.P.F. Philippo Arduino de Neapoli,
S. T. M. Congregationis S. M. Sanitatis, Commissario et Visit. Generali
utriusque Calabriae»60. Alla penultima pagina (la 74) fra Filippo si auto-
definisce Prior Provincialis utriusque Calabriae, dal convento di Cosenza,
in data 2 luglio 1617. È chiaro dunque che continuavano a divenire provin-
ciali dei padri che già si trovavano in Calabria come commissari e visitato-
ri. Con l’Arduino proveniente dalla Congregazione della Sanità di Napoli
si interrompeva nuovamente l’esperienza di parziale ritorno alla normalità
(con provinciali eletti tra frati calabresi riformati), ricorrendo di nuovo a
commissari forestieri che si battessero per la vita osservanziale.

57
Ivi, ff. 38v-39.
58
Longo, I Domenicani, cit., p.146.
59
Acta capituli Provincialis Catanzarii. In Conventu SS. Annunciationis Ord. Praedica.
Celebrati die 13 Aprilis, A.D. MDCXVII, Cosentiae MDCXVII, Apud Franciscum Cappam.
60
Ivi, f. 51.
140 Gerardo Cioffari

5. IL CAPITOLO PROVINCIALE DI MONTALTO DEL 15 OTTOBRE 1633

Nel capitolo del 1619 fu eletto provinciale fra Domenico Zappavigna da


Polistena. Due anni dopo (1621) usciva eletto fra Giovanni Battista Franco
di Altomonte. Quindi nel 1623 nuovamente fra Silvestro Frangipane.
Durante tutti questi provincialati si assistette al tentativo di riformare la
provincia di Calabria, andati a vuoto per la risposta dei frati che reagivano
alle imposizioni dall’alto con una resistenza passiva. Ancora una volta il
maestro generale, già prima che scadesse il provincialato dello Zagarise
(ovviamente ritenuto di polso non abbastanza fermo) nel 1624 nominava
visitatore per tutte le province del mezzogiorno (ad eccezione della Regni)
fra Tommaso Marini, provinciale di Terra Santa.
Nel 1625 il maestro generale fra Serafino Secchi concedeva pieni poteri
al suddetto visitatore, che però pochi mesi dopo moriva. Il che comunque
non frenò il programma del Secchi. Proprio allora, infatti, il papa gli invia-
va il breve de reformandis provinciis Calabriae, Apuliae et Siciliae. Grazie
a questo breve veniva eliminata anche quella parvenza di rispetto delle
Costituzioni con l’elezione del provinciale da una rosa di nomi. Così, nel
1626, senza alcun capitolo, fu designato auctoritate apostolica come pro-
vinciale fra Ambrogio Cordova, priore del convento di S. Spirito, apparte-
nente alla Sanità di Napoli.
Nel 1628 morì fra Serafino Secchi e nel 1629 veniva eletto generale fra
Niccolò Ridolfi, il quale fra i primi progetti ebbe quello di creare una cassa
comune dell’ordine. Quando fra Silvestro Zagarise cominciò la colletta in
Calabria incontrò una forte resistenza, di cui si fece portavoce anche il
Campanella. Ma il braccio di ferro continuava. Commissario e visitatore
era nominato fra Aurelio Gavio, mentre i frati aspiravano sempre ad un
ritorno alla legalità costituzionale. Anche il capitolo del 1633 vedeva però
l’imposizione di un commissario e di un vicario di provincia. Quest’ultimo
era fra Tommaso da Montalto61. Il riferimento costante è al capitolo del
1609, ma l’elemento locale cerca di reagire eleggendo a provinciale fra
Domenico Lombardo di Polistena.

61
Gli atti furono pubblicati a Messina con questo titolo: Acta Capituli Provincialis
utriusque Calabriae Ordinis Praedicatorum, celebrati in conventu Sancti Dominici Montis
Alti die XV Octobris MDCXXXIII…, praesidente A.R.P. Magistro Fr. Ignatio Ciantes
Romano, Provincialis Angliae et in Regno utriusque Siciliae commissario et visitatore
generali, vicario Provinciae A.R.P.M. Fr. Thoma de Montalto, Messanae, typis Heredum
Petri Breae, MDCXXXIII.
La Provincia Calabriae: strutture e fermenti nell’Ordine domenicano 141
Intanto, i padri vengono informati del breve del papa Urbano VIII del
21 giugno 1633, col quale si dà facoltà al maestro generale di sopprimere
i conventi piccoli62. Evidentemente, di fronte a tanta ‘ostinatezza’ dei frati
calabresi e difficoltà oggettiva di controllo, i maestri generali riesumarono
il vecchio progetto della soppressione dei conventini, che erano usati come
rifugio dai frati ‘ribelli’. Che la Calabria fosse la provincia domenicana
italiana più presa di mira dal suddetto provvedimento si evince facilmente
dai dati numerici. Su poco più di cento conventini da sopprimere in tutta
Italia ben 35 appartenevano alla sola Calabria.
Contemporaneamente però si voleva dare un’immagine di ritorno alla
normalità. Infatti si annunciavano la dieta ed il capitolo successivi. Questo
si sarebbe tenuto regolarmente quattro anni dopo a Catanzaro, mentre due
anni dopo si sarebbe tenuta la dieta intermedia, a Cosenza. Dal linguaggio
qui usato sembra che la dieta non sia soltanto consultiva, ma che abbia
anche facoltà di rimuovere il padre provinciale. Si dice infatti che il pro-
vinciale deve essere presente alla dieta, ma che deve uscire al momen-
to della votazione sulla sua conferma o sulla sua deposizione. Avendo
definito come principali i conventi di Cosenza, Montalto, Bisignano, Al-
tomonte, Catanzaro, Nicastro, Soriano e S. Giorgio, si stabiliva che i priori
di queste comunità avevano diritto comunque a partecipare alla dieta
intermedia 63.
Il fatto che i priori dei suddetti conventi principali erano tutti riformati,
insieme alla prevista soppressione dei conventini, dava alle autorità centra-
li un notevole grado di certezza di riuscire a mantenere il predominio dei
riformati. Il che, in ogni caso, non domò i frati conventuali. Lo stesso
Campanella, che in quel periodo godeva della protezione del papa, il 9
aprile del 1635, gli scrisse da Parigi una lettera su alcuni padri riformati,
nelle cui file militavano i suoi persecutori. Prendendo di mira sia lo Zaga-
rise che il Ridolfi scriveva:

Anzi di più, tutti i gran ladroni che dominaro molto tempo le provincie [il Ridolfi]
ha voluto sapere; ed in luoco di punirli si fa dar denari secretamente e poi li fa
collettori del suo erario nella provincia loro e li dà commodità di più rubbare,
come fe’ con Silvestro Zagaresi, in Calabria ladro maggiore, e con altri altrove64.

62
Ivi, f. 78.
63
Ivi, ff. 79-79v.
64
Cfr. T. Campanella, La città del Sole e altri scritti, ed. F. Mollia, Milano 1991, p. 245;
Longo, I Domenicani, cit., p. 150.
142 Gerardo Cioffari

6. CONCLUSIONE

La figura del Campanella, come pure la sua congiura, acquista una nuova
luce se vista dalle due prospettive fondamentali: quella del contesto storico
domenicano dell’epoca e quella dello spirito e del temperamento calabrese.
In questa ottica appare chiaro che il filosofo calabrese non è una figura
isolata se non quanto alla grandezza del suo genio. Per il resto invece egli
è un vero figlio della sua terra ed un vero figlio dell’Ordine domenicano.
Se fu preso da temi di respiro internazionale, egli fu al contempo coinvolto
nelle acute tensioni che l’Ordine domenicano stava vivendo in quegli anni.
Indubbiamente, il forte e appassionato coinvolgimento nel sociale tal-
volta portava i frati in affari poco puliti o all’uso di metodi a dir poco
discutibili. Ma, la situazione oggettiva non sembra che fosse tale da giusti-
ficare le pesanti interferenze e violazioni del ritmo di vita regolare operate
dai maestri generali nei conventi della Provincia. Tanto più che è difficile
individuare, tra la vita religiosa riformata osservanziale e quella conven-
tuale trasgressiva, quella più corrispondente all’ideale domenicano e alla
morale cristiana. Il pesante giudizio del Campanella sul maestro generale
Ridolfi e sul campione dei riformati, il padre Silvestro Zagarise, ne è una
prova. Avrà pure esagerato per l’antipatia verso i due, ma l’accusa è deci-
samente plausibile.
Per equilibrare i tanti giudizi negativi sui frati calabresi espressi dai
riformati e dai maestri generali non è superfluo ricordarne altri decisamen-
te positivi. Tali ad esempio quello del vescovo di Venosa, Andrea Pierbe-
nedetto (proprio al tempo del Campanella), e del noto viaggiatore inglese
Swinburne nel Settecento. Andrea Pierbenedetto da Camerino, che visitò
il convento di Cosenza nel 1628, descrisse così i frati di S. Domenico:

vivono in comune secondo le Costituzioni del proprio Ordine, in parte dai propri
redditi, che ammontano alla somma di annui ducati 1150, parte dalle elemosine,
che prendono al tempo del raccolto o da altre offerte dei fedeli; celebrano le messe
sopra annotate; si riuniscono in coro per l’ufficio alle ore stabilite; mentre mangia-
no ascoltano una lettura; sono uniformi nel vestire, manifestano la dovuta obbe-
dienza ai superiori; vestono dal deposito comune; escono dal convento a due a
due; e dalla loro vita alcuno scandalo ne viene al popolo, ma soltanto edificazione
ed esempio di pietà65.

65
Arch. Segr. Vaticano, Congregazione del Concilio, Visite apostoliche, 99: Vis. Ap.
Ecclesiae Cusentinae, a. 1628, ff. 270v-274; edita da Esposito, Cosenza, p. 281 ss.
La Provincia Calabriae: strutture e fermenti nell’Ordine domenicano 143
Un secolo e mezzo dopo passava per Cosenza il viaggiatore inglese Henry
Swinburne. Trascorrendo nel 1774 una giornata con i frati, lo Swinburne
commentava:

Per le cattive condizioni della strada e per altri diversi incidenti giunsi a Cosenza,
capitale della Calabria citeriore, che era ormai tardi. Presi alloggio nei sobborghi
presso i Domenicani, che mi colmarono di attenzioni e cortesie. … Il tempo era
già brutto che non riuscii a rubare neppure un’ora per recarmi in città, ma i buoni
padri mi tennero costantemente compagnia e poiché molti erano uomini colti e
raffinati, potei trascorrere il tempo in modo piacevole ed utile66.

D’altra parte, la personalità del Campanella, con la sua passionalità e


trasgressività, è quella comune alla maggior parte dei calabresi. Basti pen-
sare ai missionari suoi contemporanei, quali il Piromalli e il Bendici. Per
cui, anche se la storia non si costruisce con i ‘se’, sarei tentato di dire che
la storia domenicana della Calabria sarebbe stata ancor più entusiasmante
se i maestri generali avessero rispettato la libertà dei frati, invece di frenar-
ne la genialità con il loro continuo invio di commissari.

66
H. Swinburne, Itinerari di ieri nell’Italia di oggi. Dalla Puglia alla Calabria, Firenze
1783, p. 57; Esposito, Cosenza, p. 46.
144
145
MICHELE MIELE

LA CONGIURA CAMPANELLIANA
E IL COINVOLGIMENTO DEI VESCOVI

Per mettere a fuoco l’argomento che mi è stato affidato occorre rifarsi


soprattutto ai dati processuali pubblicati verso la fine del secolo scorso da
Luigi Amabile e ripubblicati di recente da Luigi Firpo, che, se si è limitato
all’essenziale, ha avuto il merito di rivedere i testi sugli originali e di corredar-
li di opportune introduzioni e chiarimenti. Terrò conto anche dei pochi dati
inediti aggiunti sulla questione dalla meritoria ricerca fatta nell’Archivio cen-
trale del Sant’Ufficio da Leen Spruit, di cui in altra parte del volume, alla
quale rinvio per la loro puntualizzazione e le referenze archivistiche. Sarà
analizzata pure la posizione di alcuni storici. Concluderò con una rassegna
sull’attività pastorale complessiva dei vescovi ritenuti coinvolti nella congiura.
Negli anni intercorsi tra lo snodarsi degli avvenimenti e i nostri giorni
ci si è chiesto più volte se o fino a che punto l’avventura calabrese di
Campanella coinvolse i vescovi del tempo, quelli della provincia di Cala-
bria Ultra soprattutto, dal momento che da una parte la congiura risultava
chiaramente ispirata da ecclesiastici (dell’Ordine domenicano in prevalen-
za), dall’altra i responsabili locali della Chiesa dell’epoca erano portati in
genere, per ragioni dettate dai contrasti giurisdizionali, a vivere in perpetuo
conflitto con l’autorità politica1.
I primi a porsi il problema furono i responsabili del potere a Napoli e
in Calabria subito dopo averne avuto notizia: il viceré, conte di Lemos, e
colui che questi inviò immediatamente nella regione con pieni poteri, Car-
lo Spinelli. A indurli a interrogarsi sulla cosa era la prima delle varie
denunzie ad essi pervenuta, quella dei calabresi Fabio di Lauro e Giovanni
Battista Biblia, presentata all’avvocato fiscale dell’Udienza di Calabria
Ultra Luis Xarava del Castillo in data 10 agosto 1599 e pervenuta a Napoli
otto giorni dopo. Nella denuncia si notificava alle autorità costituite che la
progettata insurrezione aveva alle spalle alcuni nobili di alto bordo con
sede a Napoli, il vescovo di Nicastro, molti altri vescovi del Regno («mu-
chos otros obispos deste Reyno»), il cardinal nepote Cinzio Aldobrandini
(il cosiddetto cardinale di San Giorgio), papa Clemente VIII e i turchi2.

1
Cfr. L. Amabile, Fra Tommaso Campanella, la sua congiura, i suoi processi e la sua
pazzia, Napoli, 1882, I, pp. 117-123, 337.
2
Ivi, III, p. 15, doc. 7.
146 Michele Miele

Non ci volle molto a ridurre la strana ammucchiata, ritenuta, così come


essa era stata presentata, fin dal primo momento poco credibile3, a forme
e proporzioni ben diverse. I primi a scomparire dall’elenco – con grande
sollievo, bisogna dire, di quanti avevano a cuore la repressione della con-
giura data la scabrosità della cosa4 – furono il papa e il suo segretario di
Stato, anche se un qualche dubbio, scrive Amabile che sta ai documenti da
lui raccolti, rimarrà a lungo in seguito anche su di essi5. Quanto ai vescovi,
nei primissimi giorni dell’inchiesta si trattò, più che altro, di uscire dal
vago. Non si parlò più quindi di «molti altri vescovi del Regno», ma di
alcuni vescovi in particolare: quelli più vicini al centro della supposta
rivolta, cinque o sei in tutto. Basta tener presente la ricca documentazione
processuale nel suo insieme e qualche suo dato in particolare.
Risulta per esempio che il 30 agosto 1599 l’incaricato governativo
Spinelli, tre giorni dopo il suo arrivo in Calabria, comunicò al viceré che
gli si facevano i nomi dei vescovi di Mileto, Nicastro, Gerace e Catanzaro,
quest’ultimo per aver fatto scappare Dionisio Ponzio, il confratello più
vicino al filosofo di Stilo, fin dal 25 precedente6. Così pure dalla lettura
della deposizione del supposto congiurato Girolamo Conia viene fuori che
Campanella e Ponzio «trattorno» con i vescovi di Mileto e Oppido – ecco
il quinto prelato – «li quali si offersero darli aggiuto»7. Quanto all’implica-
zione del sesto prelato, il vescovo di Nicotera Ottaviano Capece, il discor-
so forse non va neppure iniziato. Compare in effetti solo nella Narrazione,
il testo di difesa più tardivo di Campanella, e Amabile non lo prende mai
in considerazione. Nel testo della Narrazione del resto il suo nome sembra
menzionato insieme a quello del vescovo di Mileto solo per sottolineare lo
scontro che egli pure ebbe per motivi giurisdizionali col fiscale Xarafa 8.
In concreto i responsabili di diocesi calabresi che vennero a lungo presi
di mira dai responsabili dell’inchiesta sulla congiura furono Marcantonio del

3
«me paresçe que es gran disparate mesclar al papa y al cardenal San Jorge col el
Turco... y asi me persuado que solo de los frayles an salido estas ynbençiones». Così il
viceré al re di Spagna in data 24 agosto 1599 nel comunicargli la notizia della denunzia.
Ivi, pp. 14 s., doc. 6.
4
Ivi, I, pp. 278, 291, 310.
5
Ivi, II, pp. 9, 50. Fu lo stesso Campanella a condurre gli inquirenti a tale conclusione.
Basta pensare alla Dichiarazione di Castelvetere, di cui più avanti. Ivi, I, p. 266.
6
Ivi, III, p. 19, doc. 10.
7
Ivi, III, p. 139, doc. 244.
8
L. Firpo, I processi di Tommaso Campanella, a cura di E. Canone, Roma 1998, p.
284.
La congiura campanelliana e il coinvolgimento dei vescovi 147
Tufo, vescovo di Mileto, che finì presto col prendere il primo posto tra gli
indiziati data la parentela che aveva con alcuni dei sospettati e la sua
strenua opposizione a quanti intralciavano quel potere ecclesiastico che ritene-
va di dover esercitare in diocesi in tutta l’ampiezza che il diritto ecclesia-
stico del tempo (meglio ancora: la pretesa degli ecclesiastici) gli riconosce-
va; Pietro Francesco Montorio, vescovo di Nicastro, che continuò ad esse-
re sospettato per il mancato rientro in diocesi nonostante il fatto che tutti gli
ostacoli locali che fino allora gli avevano impedito tale rientro fossero
scomparsi e i suoi familiari fossero già rientrati da tempo in diocesi; il bolo-
gnese Nicola Orazi, vescovo di Catanzaro, ritenuto troppo legato ai dome-
nicani e proclive ad aiutarli, come aveva dimostrato agli occhi degli inqui-
renti l’imbeccata fatta pervenire a fra Dionisio Ponzio (tale era considerata
da essi) a congiura scoperta; il romano Vincenzo Bonardo, vescovo di Gerace,
domenicano egli pure come alcuni capi della congiura e quindi facilmente
sospettabile; Andrea Canuto, vescovo di Oppido, il più chiacchierato per
la sua vita privata ma anche il minore indiziato sui suoi legami con la congiu-
ra. Non toccato dai sospetti, perché si collocò in tempo sul fronte opposto
e poi dimostrò di perseverare in questa sua presa di posizione, fu invece
il vescovo di Squillace Tommaso Sirleto, nipote del grande cardinale Gu-
glielmo. Basta tener presente che: 1) in seguito all’apocalittico sermone tenuto
dal filosofo di Stilo il 2 febbraio 1599, gli comminò la sospensione dalle
confessioni e dalla predicazione, insospettito dai contatti che il domenica-
no, già in precedenza condannato dal S. Ufficio, continuava a tenere; 2) il 16
giugno 1599 prese l’iniziativa di informarne lo stesso S. Ufficio, che a sua
volta farà adottare la stessa misura dal vescovo di Gerace9; 3) il 14 settembre
1599 se lo vide carico di catene nel castello di Squillace e 4) dové successi-
vamente per ordine di Roma procedere a un supplemento di indagine10.
Ma i processi imbastiti a Catanzaro, Monteleone (l’attuale Vibo Valen-
tia), Squillace, Gerace e Napoli – ove si incontrano i nomi di altri vescovi,
che qui però non interessano, perché non è dei processi come tali che ora

9
Così da una carta del Sant’Ufficio inedita di cui nello studio di Spruit. L’ordine verrà
comunicato a Bonardo il 26 agosto 1599.
10
M. Squillace, L’ispirazione del card. Sirleto nell’azione episcopale dei nipoti
Marcello, Tommaso e Fabrizio, in L. Calabretta e G. Sinatora (a cura di), Il Card. Gugliel-
mo Sirleto (1514-1585). Atti del Convegno di Studio nel IV Centenario della morte, 5-7
ottobre 1986, Catanzaro-Squillace 1989, p. 312. In una lettera inedita del 25 febbraio 1608
inviata al Sant’Ufficio dal suo successore Fabrizio Sirleto questi vari momenti sono chiariti
e ribaditi con sufficiente chiarezza. Se ne veda il testo nel saggio di Spruit in questo
volume.
148 Michele Miele

ci occupiamo nell’affrontare il tema che ci è stato assegnato11 – non diede-


ro alcun vero avallo alle accuse messe in giro contro i primi cinque prelati,
nessuno dei quali, a parte il primo fra essi, vennero convocati dagli inqui-
renti per essere interrogati sul loro comportamento. La stessa convocazio-
ne del vescovo di Mileto a Napoli, del resto, si risolse in un rituale più o
meno scontato che non ebbe alcuna vera conseguenza sul terreno concre-
to12. Il fatto è che – come osservò lo stesso Campanella nell’Informazione
del 162013 –, mentre per i numerosi indiziati laici ed ecclesiastici gettati in
carcere si poté puntare su riscontri oggettivi di vario genere, anche se in
molti casi fortemente sospetti per il modo come erano stati ottenuti, questi
mancarono del tutto nel caso dei vescovi, che nessuno mai poté incarcerare.
Ci si chiese però – e si è chiesto poi con convinta determinazione alla
fine dell’Ottocento Luigi Amabile – come spiegare le voci messe in giro
sul loro conto. La risposta che ci si è data è abbastanza convincente, anche
perché avallata da un testo campanelliano immediatamente posteriore alla
congiura14. Il confronto incrociato tra le numerose testimonianze del tempo
e in particolare le deposizioni dei supposti congiurati portò in effetti il
celebre ricercatore napoletano alla conclusione che la denuncia del 10
agosto e le deposizioni che più direttamente le si collegano riflettesse, non
già il pensiero di Campanella e quello di Maurizio de Rinaldis, i capi
rispettivamente ideologico e militare del complotto, bensì quello del coim-
putato Dionisio Ponzio, uno degli esponenti di maggior spicco dell’avviata
sommossa15. Questi, esasperato dalla condanna a tre anni di carcere inflit-
tagli dal visitatore Marco Maffei da Marcianise inviato in Calabria dal
generale dell’Ordine, pensò di mettere nel calderone della propaganda fi-
lorivoluzionaria anche il papa e tutti quei vescovi che «s’imaginò essere
amici» del Campanella e suoi16, e ciò per fare maggiore impressione sulla

11
Alludo ai vescovi di Termoli e di Caserta, rispettivamente Alberto Tragagliolo da
Firenzuola e Benedetto Mandina, che operarono a Napoli. Contatti estrinseci con i processi
calabresi ebbero pure il vescovo di Tropea Tommaso Calvi e l’arcivescovo di Cosenza
Giovanni Battista Costanzo.
12
Amabile, Congiura, II, pp. 4, 10, 43; III, p. 95, doc. 187.
13
Firpo, I processi, cit., p. 277.
14
Ivi, p. 110 (Dichiarazione di Castelvetere); cfr. anche p. 311 (Narrazione).
15
Amabile, Congiura, I, pp. 280-281.
16
Così lo stesso Campanella nella Dichiarazione di Castelvetere sottoscritta subito dopo
la sua cattura (10 settembre 1599): cfr. ivi, I, p. 206; III, p. 32, doc. 19; L. Firpo, I processi,
cit., pp. 110-111, 113 (ove compaiono solo i nomi dei vescovi di Mileto e Nicastro). Nella
Prima delineatio defensionum e nelle due dichiarazioni del 1620 (l’Informazione e la
Narrazione) Campanella, per meglio difendersi e avere ascolto, cambierà alquanto la sua
La congiura campanelliana e il coinvolgimento dei vescovi 149
psicologia degli adepti e coinvolgerli più efficacemente in un progetto
insurrezionale che diversamente a suo giudizio sarebbe stato poco credibi-
le. La futura repubblica che doveva nascere dalla rivoluzione, infatti, parti-
va dalle tante distorsioni in atto nella regione e dall’odio ai dominatori
spagnoli che ne erano ritenuti i supremi responsabili, ma si scontrava pure
con l’ortodossia della quasi totalità degli interessati, anche perché chiama-
va in soccorso il nemico di sempre, la mezzaluna. In altre parole, i vescovi
sarebbero stati coinvolti nella congiura a loro insaputa e all’ultimo mo-
mento da una scheggia impazzita del movimento eversore, mentre in un
primo tempo – nella versione cioè campanelliana che aveva ispirato il tutto
ed è rispecchiata particolarmente nella Dichiarazione di Castelvetere sot-
toscritta a Caulonia il 10 settembre 1599 – non se n’era parlato affatto o
se n’era parlato con disprezzo, in quanto erano stati essi pure (i vescovi),
per Campanella e compagni, ad aver introdotto molti abusi, tutti da com-
battere con la rivolta da far scoppiare in Calabria Ultra17. Questa versione
dei fatti cominciò ad emergere nel giro di poche settimane, anche se le
autorità spagnole, mentre non fecero molta fatica a escludere il papa dalla
faccenda (a parte il tarlo del dubbio di cui sopra), continuarono a lungo a
diffidare del lealismo dei vescovi18. Fu comunque questo mancato riscon-
tro nei fatti che indusse Spinelli, il viceré e Filippo III di Spagna ad evitare
di mettere mano a delle vere e proprie inchieste sul loro conto, pur avendo-
lo progettato in un primo tempo, come risulta dalle lettere inviate da Na-
poli ad Antonio de Cardona duca di Sessa, ambasciatore di Spagna presso
il papa, e all’agente del conte di Lemos nella città eterna Alonso Manri-
quez. Infatti il viceré aveva anche previsto, tra l’altro, il carcere e la puni-
zione dei vescovi che fossero risultati colpevoli o avessero preso la fuga 19.

versione sul ruolo dei vescovi. A tirare in ballo i prelati più vicini alla congiura non sarebbe
stato tanto il confratello Dionisio Ponzio quanto l’avvocato fiscale Luis Xarafa del Castillo.
Quest’ultimo, d’accordo con i primi due denunzianti e servendosi pure dello stesso vescovo
di Catanzaro, probabilmente del tutto all’oscuro del tranello, avrebbe agito per vendetta
contro i due prelati che gli avevano attraversato la strada. Cfr. L. Firpo, I processi, cit., pp.
157, 277, 282, 284, 290-291, 298.
17
Il confratello Giovanni Battista Cortese di Pizzoni dichiarò che Campanella voleva
«predicare contro la tirannide di re Filippo e de’ suoi principi, e anche contro il papa, i
cardinali e i vescovi...». Amabile, Congiura, I, p. 194.
18
Ivi, I, pp. 292, 330.
19
Ivi, I, p. 248: III, p. 18, doc. 9 (il viceré al re di Spagna, 7 settembre 1599: «Yo le è
ordenado, que si los obispos son culpados, i quisieren huir, los detenga con el respeto devido,
i me avise por la posta para dar cuenta à su santidad que ya entonçes se le podra dezir,
como le metian a el i al Cardenal S.t Jorge en la dança, i tengo por cierto, que su santidad,
ò, me remitirà los Obispos, ò, harà en ellos un exemplar castigo siendo culpados»).
150 Michele Miele

A mettere in dubbio il coinvolgimento dei vescovi nella congiura era


anche il fatto che le versioni che venivano date sul loro ruolo nella fase
d’avvìo della fantomatica repubblica apparivano contradittorie. In una di
queste infatti risultava che il vescovo di Catanzaro, Orazi, doveva essere,
insieme al governatore di Calabria Ultra e agli ufficiali della città20, una
delle prime vittime della presa del potere da parte dei rivoltosi nella regio-
ne, non già un loro coadiutore attivo e determinante. Per essi, in effetti, da
una parte doveva essere Catanzaro il primo bastione da conquistare, cui
poi si sarebbe dovuto affiancare il territorio di Stilo; dall’altra, in questo
assalto alle vecchie strutture, non era prevista alcuna riconferma di alcuna
delle autorità preesistenti, sia pure in veste diversa. In un’altra versione,
vittima del traumatico passaggio dal vecchio al nuovo sarebbe dovuto
essere anche il vescovo di Catanzaro21.
Tutte queste considerazioni non hanno però convinto del tutto gli storici
che si sono susseguiti dal Settecento in poi. Già nel 1723, anno di pubbli-
cazione dell’Istoria civile, Pietro Giannone, che poté leggere una parte
delle carte processuali ma non andò oltre, ritenne che i vescovi di Mileto,
Nicastro, Gerace e Oppido avessero «nascostamente» favorito la rivolta22.
Ma anche dopo la pubblicazione dei monumentali volumi di Amabile ci fu
chi si schierò sulla stessa linea storiografica, pur privilegiando questo o
quel vescovo nel ruolo di fiancheggiatore di Campanella. In genere i più
vennero portati a vedere nel vescovo di Mileto, Marcantonio del Tufo, che
nel 1598, dopo un tentativo fallito di cui veniva investito il vescovo france-
scano di Minervino Lorenzo Mongiojo Galatino23, aveva fatto di Campa-
nella il suo teologo di curia – senza dire che i parenti del vescovo l’aveva-
no ricevuto sempre con i più grandi onori, per esempio durante quel sog-
giorno napoletano che gli aveva permesso di pubblicare la sua prima ope-
ra: Philosophia sensibus demonstrata –, il naturale protettore del filosofo
di Stilo, il che li induceva a pensare che non l’avesse lasciato solo in
questo particolarissimo momento. Il P. Francesco Russo si disse propenso
a ritenere realmente implicato nella congiura in particolare il vescovo di

20
Ivi, I, pp. 209, 268, 323.
21
Ivi, I, p. 346.
22
P. Giannone, Istoria civile del Regno di Napoli, Milano 1821-1822, IX, p. 9. Nell’Ot-
tocento Luigi Settembrini si limitò a dire che alla congiura campanelliana «presero parte
alcuni vescovi». Cfr. Amabile, Congiura, I, pp. XVII-XVIII.
23
È questo un altro dei dati inediti rilevati dalla ricerca di Spruit, cui rinvio per i
particolari.
La congiura campanelliana e il coinvolgimento dei vescovi 151
Nicastro Pietro Antonio Montorio, che, a suo dire, potrebbe averla favorita
«nascostamente»24. La posizione di Giannone, favorevole all’implicazione
del vescovo di Gerace, invece, è ripresa da Gustavo Valente25. Al contra-
rio, nettamente contrario al suo coinvolgimento nella congiura si è dichia-
rato Mario Squillace, che ha posto Bonardo tra i legittimisti e quindi lo ha
considerato favorevole agli spagnoli. «Improbabile» ugualmente è consi-
derato lo schieramento filorivoluzionario del vescovo di Gerace da Enzo
D’Agostino26.
Tutto questo ci obbliga a riprendere brevemente il filo del discorso sui
singoli vescovi e a riesaminarne gli atti, anche se purtroppo non disponia-
mo di elementi veramente nuovi sul loro conto. Il riesame dei loro percorsi
ci darà la possibilità di mettere meglio a fuoco la questione specifica ed
esaminare più in dettaglio le posizioni assunte qua e là dagli storici poste-
riori ad Amabile. Il metodo da seguire non può essere che quello a suo
tempo fatto proprio dallo storico napoletano: prendere in considerazione le
prese di posizione dei prelati nei vari campi, per vedere quali di esse possa
prestare il fianco all’accusa di cui furono bersaglio.
Il vescovo di Mileto, il napoletano Marcantonio del Tufo27, che certa-
mente conosceva bene le riforme introdotte durante i suoi anni giovanili
nell’archidiocesi di Napoli28, fu anzitutto, come giustamente scrive Sposa-
to, «uno dei principali artefici» della riforma tridentina in Calabria29. Lo
dimostrano il tipo di visite pastorali da lui effettuate30, le relazioni ad
limina che inviò a Roma31 e soprattutto i tre sinodi diocesani che riuscì a
celebrare in loco. Sulla conduzione delle visite pastorali basta leggere le
coraggiose regole dettate nel sinodo del 159432. Non meno significative
sono le sue prese di posizione sul dovere della residenza, la destinazione

24
F. Russo, La diocesi di Nicastro, Napoli 1958, p. 255.
25
G. Valente, Calabria, Calabresi e Turcheschi nei secoli della pirateria (1400-1800),
Chiaravalle Centrale 1973, p. 264.
26
Cfr. E. D’Agostino, I vescovi di Gerace-Locri, Chiaravalle Centrale 1981, p. 111.
27
F. Ughelli, Italia Sacra, a cura di N. Coleti, I, Venetiis 1717, col. 959.
28
A Napoli si erano susseguiti il sinodo di Alfonso Carafa (1565), i due sinodi di Mario
Carafa (1566 e 1567), il concilio provinciale del 1576 e le riforme delle monache.
29
P. Sposato, Aspetti e figure della riforma cattolico-tridentina in Calabria, Napoli
1964, p. 8.
30
La prima visita pastorale iniziò il 6 marzo 1586. I relativi verbali sono conservati in
un volume di 873 carte denominato Calderone. Si ignorano le date delle altre. V. F. Luzzi,
I vescovi di Mileto, Mileto 1989, p. 187.
31
P. Sposato, Aspetti e figure, cit., p. 196 (sintesi di quella del 1592).
32
Ivi, pp. 7-13.
152 Michele Miele

dei beni delle opere assistenziali (gestite dalle confraternite) e in materia


di usura33. In un editto del 17 dicembre 1588 era stato durissimo nel
denunciare le spoliazioni che le direzioni responsabili delle confraternite
facevano a cuor leggero nonostante la battaglia in contrario ingaggiata da
tre anni dal loro vescovo. Essi trascuravano il fatto che così facendo,
soprattutto quando inventavano nuovi strumenti per «dilapidar palleata-
mente» – egli scrive testualmente – profittavano del «sangue de’ poveri»34.
Non era però su questo versante, anche se le sue riforme toccavano
interessi consolidati e quindi non potevano non procuragli dei nemici, che
le accuse filorivoluzionarie trovavano il loro migliore alimento. Vulnerabi-
le era invece la sua politica di strenua difesa delle esenzioni, quella riguar-
dante il clero come tale e quella del diritto d’asilo in particolare, praticate
con strenua energia. Accadrà così che gli sarà rimproverato di aver protetto
un certo Claudio Crispo, accusato di omicidio, messosi al sicuro nel con-
vento domenicano di Pizzoni. Lo stesso accadrà per il fuoruscito Giulio
Soldaniero, rifugiatosi con interessate coperture nel convento ugualmente
domenicano di Soriano35. Accuse analoghe furono quelle di aver protetto
un principio di rivolta al grido di “Viva il papa” a Seminara36, di aver
protetto nei loro maneggi finanziari i cavalieri di Gerusalemme37, di aver
fatto crescere illimitatamente e di proteggere i cosiddetti chierici selvaggi,
cioè la selva di quanti avevano la pretesa di non pagare le tasse, e di
proteggerli anche in caso di comprovata infrazione alla legge38. Accuse
non meno pesanti, e certamente più pericolose, erano quelle di aver scomu-
nicato due preziosi luogotenenti locali del potere civile: il fiscale Xarafa
e il principe di Scilla39. Se si pensa che quasi tutti i soggetti coinvolti in
queste accuse risulteranno implicati, chi per un verso chi per un altro,
anche nel processo concernente la congiura, ci si fa un’idea precisa della
posizione in cui il vescovo di Mileto si venne a trovare. Soprattutto poi se
a tutto questo si aggiungono i due dati già menzionati in precedenza: il

33
Ivi, pp. 14-16, 67-68; V. F. Luzzi, I capitoli del monte di pietà di Napoli del 1548
e le carte di fondazione dei monti di pietà di Tropea e di Mileto del 1585-1622 e 1626-
1642, «Rivista Storica Calabrese», n.s., IV (1983), p. 353 (le norme sull’usura del sinodo
del 1591).
34
Ivi, p. 67.
35
Amabile, Congiura, I, p. 185.
36
Ivi, p. 212.
37
Ivi, p. 118.
38
Ivi, pp. 118-119.
39
Ibid.
La congiura campanelliana e il coinvolgimento dei vescovi 153
ruolo di appoggio al vescovo esercitato da Campanella come suo teologo
nel 159840 e i nomi dei parenti del vescovo apparsi negli elenchi dei con-
giurati (Girolamo e Mario del Tufo e lo stesso Maurizio de Rinaldis) 41.
Il vescovo poteva indubbiamente, a differenza di altri confratelli nell’e-
piscopato, vantare il fatto che, nel suo caso, non erano gli interessi perso-
nali ma i princìpi a guidare la propria condotta politica42. Restava però pur
sempre il suo netto rifiuto del ruolo dello Stato nel mantenimento dell’or-
dine pubblico e nell’impartizione della giustizia per alcune categorie di
persone e il suo arroccamento sugli ampi diritti della Chiesa, il che diven-
tava spesso una vera e propria sfida se non una guerra all’autorità pubblica,
cosa in cui i vescovi si sentivano costantemente spalleggiati da Roma e dal
suo nunzio a Napoli.
In questa situazione non era facile per il governo evitare i sospetti che
la Chiesa potesse cospirare con i propri nemici, veri o presunti. Non era
però neanche possibile dare facilmente per scontata la presenza di tutti
quegli elementi che consentivano di parlare di un appoggio in senso stretto
ai fautori dell’eversione. Mancavano soprattutto, nella Chiesa come tale, le
ragioni per l’alternativa rivoluzionaria. La Chiesa, tutto sommato, si fer-
mava a una posizione di potere rispetto allo Stato; non contava quindi su
nessun progetto sostitutivo nei suoi confronti. Ecco perché, finché manca-
rono le prove concrete d’un appoggio alla congiura del filosofo di Stilo, e
queste mancheranno anche in seguito, il viceré e il re di Spagna si limita-
rono, nei procedimenti che qua e là esternarono nella documentazione
rimastaci e per un certo tempo almeno, ai soli sospetti, mentre per il resto
non si mossero. Questa la linea di principio anche nei riguardi dei vescovi.
Ciò significa, in conclusione, che il vescovo di Mileto si venne a trovare
costantemente su un terreno minato, ma nulla autorizza a dire, se stiamo
ai documenti venuti finora alla luce, che fosse andato oltre.
Lo stesso discorso si può ripetere per il vescovo di Catanzaro, Nicola
Orazi, salvo la diversa posizione di questo prelato, anche perché privo
della tempra combattiva del vescovo di Mileto. Anch’egli comunque era
venuto in Calabria con propositi di riforma, come indicava già il fatto di
essere stato a Bologna sette anni (dal 1575 al 1582) in qualità di vicario

40
Ivi, II, p. 4.
41
Ivi, I, pp. 250, 277-278; II, p. 20; III, p. 20, doc. 12 («Mauricio de Rinaldis, siendo
tambien estrecho pariente del Obispo de Melito», Carlo Spinelli al viceré, 5 settembre
1599).
42
Cfr. ivi, I, p. 117.
154 Michele Miele

generale a fianco di un prelato riformatore come il cardinale Gabriele


Paleotti43.
Anch’egli si era però dovuto misurare col clima di guerra giurisdiziona-
le imperante in Calabria. Ciò lo aveva indotto a schierarsi come gli altri
vescovi, sia pure in maniera più coperta e defilata rispetto a qualcuno di
essi. Lo si vide non tanto nel caso di Campanella quanto in quello del suo
compagno di sventura Dionisio Ponzio, che il vescovo Orazi aveva già
favorito una volta, ossìa quando aveva scritto una lettera in suo favore al
visitatore Marco Maffei da Marcianise chiedendogli di assolverlo dalla
condanna a tre anni per essersi scontrato per motivi di precedenza con fra
Cornelio da Nizza nel convento di Soriano44. Un favore analogo, del resto,
egli aveva fatto in precedenza durante il capitolo provinciale di Catanzaro
a Giovanni Battista Cortese di Pizzoni, altro amico e compagno di sventura
di Campanella, richiamato a Catanzaro dopo la sua fuga per esservi incar-
cerato mentre si sarebbe dovuto limitare a difendervi secondo l’uso del
tempo alcune tesi che gli avrebbero permesso di avanzare nella sua carrie-
ra di docente45.
Il vescovo di Catanzaro darà un appoggio di primissimo ordine a Dio-
nisio Ponzio quando, appresa la notizia della congiura, fece avvertire l’in-
teressato, che poté subito darsela a gambe. Scrisse inoltre al visitatore
Marco Maffei da Marcianise per convocarlo riservatamente a Catanzaro.
Gli comunicava così, in forma molto allusiva, in quale gravissimo pericolo
si erano cacciati ora i suoi confratelli della Calabria46. Spinelli e il viceré
si lamenteranno poi fortemente della prima delle due iniziative47. Si guar-
deranno però bene dall’accusarlo di vera e propria connivenza con i con-
giurati. L’iniziativa, come ha osservato Amabile, poteva infatti essere in-
terpretata come un semplice episodio di scontro giurisdizionale – occorre-
va a tutti i costi sottrarre, in base ai principi dell’imperante lotta giurisdi-
zionale, un ecclesiastico al potere laico – e non come una forma di condi-
visione delle idee rivoluzionarie di Campanella e dei suoi compagni48. Il

43
Cfr. P. Prodi, Il cardinale Gabriele Paleotti, II, Roma 1967, p. 63. Per un profilo di
questo vescovo si veda A. De Girolamo, Catanzaro e la riforma tridentina. Niccolò Orazi
(1582-1607), Reggio Calabria 1978.
44
Amabile, Congiura, I, p. 207.
45
Ivi, p. 159.
46
Ivi, III, p. 197, doc. 270. La lettera porta la data del 25 agosto 1599. Il visitatore
invierà al suo posto il socio Cornelio da Nizza e un accompagnatore.
47
Ivi, I, p. 241.
48
Ivi, p. 251.
La congiura campanelliana e il coinvolgimento dei vescovi 155
riscontro concreto di questo rilievo va trovato nel fatto che il vescovo di
Catanzaro, subito dopo, non avrà alcuna difficoltà ad accettare il ruolo di
giudice degli imputati, il che accadrà quando anch’egli sarà chiamato a
dare il suo contributo alla loro incarcerazione e al loro processo49.
Col vescovo di Nicastro, l’ex-referendario delle due Segnature Pietro
Francesco Montorio, l’unico dei cinque prelati di Calabria Ultra ad essere
additato per nome fin dalla prima denunzia della congiura, si torna agli
scontri frontali per motivi giurisdizionali. Anch’egli era stato infatti a lun-
go in lotta col potere politico per difendere i suoi diritti di vescovo, che
aveva d’altronde fatto sentire con la scomunica del fiscale Xarafa e l’inter-
detto sulla città50.
Nei giorni febbrili delle investigazioni però il prelato, come si è visto,
non diede a pensare per le sue iniziative giurisdizionali, bensì perché, dopo
la loro composizione, sembrava ritardare senza una ragione plausibile il
suo ritorno da Roma, che d’altronde si diceva dovesse effettuarsi in inco-
gnito51. Tutta la supposta adesione del vescovo alla congiura si basò solo
su questo sospetto, oltre il quale non si andò mai. P. Russo, come si è
visto, propende per l’adesione coperta alla congiura. Egli però non adduce
alcun nuovo documento che avalli questa sua tesi, del resto solo congettu-
rale.
Anche al quarto prelato cui si attribuirono simpatie filocampanelliane
all’epoca della tentata sollevazione di Calabria, il vescovo di Gerace Vin-
cenzo Bonardo, domenicano di Roma, ex-maestro del Sacro Palazzo e
attivo riformatore della diocesi (è al suo fattivo interessamento che vanno
ascritte la celebrazione del primo sinodo e l’attivazione del seminario loca-
le)52, si deve ascrivere un’iniziativa che può essere definita del tutto solita-
ria: quella di aver parlato, unico fra i cinque prelati caduti in sospetto di
connivenza, della congiura del 1599 nella visita ad limina che la seguirà
(effettuata, in questo caso, nell’anno 1600). Ecco le sue testuali parole, del
resto già divulgate a suo tempo da Sposato, sia pure sotto il nome del

49
Ivi, p. 290.
50
Ivi, pp. 209, 231; F. Russo, La diocesi, cit., p. 255.
51
Amabile, Congiura, I, pp. 212, 251; III, p. 21, doc. 12 (Carlo Spinelli al viceré, 5
settembre 1599).
52
M. Mariotti – E. D’Agostino, Concili provinciali e sinodi diocesani postridentini in
Calabria, «Rivista di Storia della Chiesa in Italia», XLIV (1990), pp. 71-72; R. Benvenuto,
Mons. Gaspare Del Fosso metropolita di Reggio Calabria, in: Gaspare Del Fosso. Riforma
Cattolica tridentina in Calabria. Atti del convegno Rogliano-Paola-Reggio Calabria 5-7
dicembre 1992, Reggio Calabria 1997, p. 154.
156 Michele Miele

successore di Bonardo: «[Provincia] per biennium turbulentissimis moti-


bus... perturbata atque exagitata [est]»53.
Anche questa volta è arduo spiegare la supposta connivenza del prelato
nei confronti del Campanella rivoluzionario, sostenuta come ho già detto
da Valente in base a semplici sensazioni. Le simpatie del vescovo per il
Filosofo sono dovute al fatto di essere egli pure domenicano? Bisognereb-
be però allora spiegare anche perché il vescovo assecondò, con la sua
eccessiva condiscendenza al dire di Amabile, i primi due inquisitori dello
Stilese, confratelli degli inquisiti al pari di lui, non appena il processo
ecclesiastico fu affidato a lui pure da Roma54.
Le accuse di favorire col mantenimento delle prerogative ecclesiastiche
(in particolare il diritto d’asilo e il facile ricorso alle pene ecclesiastiche
estreme come l’interdetto e la scomunica) i pubblici delinquenti potrebbe-
ro, in linea di principio, trovare una migliore giustificazione nel caso del
vescovo di Oppido Andrea Canuto, delinquente egli stesso se riteniamo
provati i molti crimini a lui attribuiti dalle carte del tempo, anche se cele-
brò pure qualche sinodo e inviò a Roma non meno di tre relazioni ad
limina55. I soli interessi personali, supposto che questi per lui venissero
favoriti dalla sovversione predicata da Campanella, e i soliti sospetti sorti
sul suo conto non postulano però necessariamente, anche qui, la sua ade-
sione all’insurrezione.

53
P. Sposato, Aspetti e figure, cit., p. 170.
54
Amabile, Congiura, III, pp. 283, 339, 350.
55
R. Liberti, Diocesi di Oppido-Palmi. I vescovi dal 1050 ad oggi, Rosarno s.d., pp. 51-
54; R. Benvenuto, Mons. Gaspare Del Fosso, cit., pp. 186-187, 214. Prima di deporre la
penna sento il bisogno di ringraziare l’amico Rocco Benvenuto che mi ha dato una mano
nel completare la ricerca bibliografica indispensabile per approntare questo lavoro.
157
FRANCO MOSINO

LA CONGIURA FILOTURCA DI TOMMASO CAMPANELLA


IN UNA FONTE STORIOGRAFICA INEDITA

Questa relazione è dedicata alla memoria di quei cavalleggeri


spagnoli, che nella postazione litoranea di Reggio si immolarono,
nel settembre del 1599, per difendere dai Turchi la città calabrese.

Se per ‘utopista’ intendiamo colui che s’immagina cose impossibili, allora


Tommaso Campanella non fu utopista, poiché quello che egli immaginò e
propose non fu il frutto di impossibili fantasie, ma il meditato risultato di
previsioni socio-politiche, possibili ai suoi tempi, come ora diremo.
Se invece per ‘utopista’ intendiamo colui che non vede realizzate, nella
sua vita, le sue previsioni socio-politiche, allora sì, il Campanella fu utopi-
sta. Ma credo che questa seconda accezione non si possa sostenere, perché
allora sarebbero utopisti tutti coloro, che hanno immaginato cose, verifica-
tesi poi nel futuro. Sarebbero degli utopisti, per esempio, Marx ed Engels
(1848), i quali non poterono vedere la Rivoluzione di Ottobre (1917), che
invece realizzò, almeno in larga parte, il loro programma. Marx ed Engels
furono dei pensatori politici, come il Campanella, ma non dei semplici
utopisti.
Due sono gli argomenti profetici del Campanella politico: la congiura
antispagnola e la Città del Sole. La congiura del 1599 prevedeva l’alleanza
con i Turchi, per scacciare dall’Italia gli Spagnoli. Essa fallì, perché la
delazione di qualcuno permise alle autorità spagnole di Catanzaro l’arresto
del Campanella. Ma le navi da guerra turche erano già pronte, al largo di
Stilo e di Reggio, per sbarcare le truppe di liberazione.
Vediamo come lo storico reggino Giannangelo Spagnolio (1573-1645)
riferisce nel De Rebus Rheginis il discorso del Campanella ai congiurati,
a Stilo1.

1
Giannangelo Spagnolio, De Rebus Rheginis, 2 voll., Monteleone Editore, Vibo Valen-
tia 1998, per mia curatela, testo latino e traduzione italiana con introduzione. Vedi alle pp.
348 ss. del I volume. Il manoscritto secentesco dello Spagnolio si conserva nella biblioteca
«Capialbi» di Vibo Valentia. Ringrazio Ghetty Gabrielli Capialbi di avermene consentito
la pubblicazione e la Amministrazione Provinciale di Reggio Calabria per averne finanziato
la stampa. Vedi pure su Spagnolio F. Mosino, La storiografia dell’antico regime in Cala-
bria, Reggio Calabria 1997, pp. 54-57; 130-132.
158 Franco Mosino

In segrete riunioni dei suoi numerosi seguaci annunziava che erano imminenti
mutazioni dei re secondo l’osservazione e l’insegnamento delle stelle, che lo stato
sociale dei sovrani e quello dei miserabili doveva essere sovvertito e ribaltato, e
che pure gli astri assicuravano nel presente e nel prossimo anno agli uomini la
libertà. Il re (Filippo III di Spagna) era quasi un bambino, inesperto della saggezza
e della milizia, e stava lontano; la provincia della Calabria era priva di truppe
presidiarie, i popoli erano dissestati, gli animi dei servitori erano distratti dall’avi-
dità ed eccitati dalla indignazione, a causa della crudeltà; i funzionari regi si
comportavano più pesantemente di quanto era giusto e, ciò che infiammava di più,
i prìncipi e i prèsidi erano impegnati e non avevano sentore di nulla: insomma
tutte le cose non solo invitavano alla libertà ed alla dignità, ma anzi costringevano.
Pure tutto il genere umano concorde era sul punto di esplodere, per scuotersi dalle
spalle la tirannide caricata sopra, se trovava aperto qualche sentiero. Perciò egli
avrebbe rivelato, in una riunione molto segreta, per quale via essi avrebbero facil-
mente conseguito ciò. Intorno al sette maggio 1599 Tommaso Campanella, verso
il vespro, invitò a cena i seguaci e, quando si rese conto che si erano dedicati
abbastanza ai cibi e al vino, si ritirò in una parte segreta della casa (a Stilo) e,
quindi, allontanati tutti gli importuni a distanza, infiammò gli animi, già riscaldati
dal vino schietto, con un discorso veemente, che mai prima era stato più violento.

Dopo aver ripetuto che era giunto il momento di liberarsi dall’oppressione


del re di Spagna, espose il suo progetto di alleanza con il re dei Turchi,
che era già pronto a venire in loro soccorso, in cambio del titolo di re
d’Italia, una vola che fosse stata occupata la penisola. Il popolo finalmente
sarà libero e ricco, ed i ricchi di oggi diventeranno domani servi.
Il discorso di Campanella eccitò l’assemblea dei congiurati, che decise
di portare a compimento la congiura delineata dal frate. Scelsero subito
due emissari da inviare presso gli Ottomani per riferire il progetto di
rivolta. Tutti gli altri si sarebbero preparati alla ribellione uccidendo alcuni
degli oppositori.
Per il 10 settembre prossimo era previsto l’arrivo della flotta turca
davanti alle coste calabresi. I ribelli avrebbero occupato Catanzaro, Squil-
lace, Nicastro ed il castello di Castelvetere (oggi Caulonia), Locri e Reg-
gio. Essi dovevano fingere di prendere dei prigionieri, da consegnare alle
autorità regie: poi, dall’interno delle carceri e delle fortezze, avrebbero
aperto le porte ai Turchi. Per riconoscersi tra di loro, i ribelli dovevano
vestirsi con una toga bianca, lunga fino alle ginocchia con in testa un
berretto ed una benda di lino bianchi, per essere più graditi ai Turchi. Poi
dovevano radunare tutti i perseguitati dalla polizia e dai gendarmi, i quali
potevano essere di grande aiuto all’impresa violenta.
Quindi si appostarono lungo la spiaggia, per intercettare qualche va-
La congiura filoturca di Tommaso Campanella in una fonte storiografica inedita 159
scello turco. Passò al largo, per caso, il pirata musulmano Amurath, con
tre navi. Fattogli un segnale con una bandiera bianca, alcuni congiurati
chiesero di salire a bordo e vennero portati a Bisanzio. Frattanto due catan-
zaresi, informati della congiura, rivelarono a Luigi Xarava, amministratore
del regio fisco a Catanzaro, tutto il piano. Lo Xarava allertò il preside, che
inviò Carlo Spinelli per la repressione.
Svelata la congiura, tutti i congiurati si dettero alla fuga, compreso il
Campanella, il quale, travestito, insieme al padre, scese alla spiaggia di
Roccella, con il proposito di scampare all’arresto, fuggendo in Sicilia. Il
padre, non avendo trovato una barca per il figlio, lo affidò ad un villano,
che abitava in una capanna di frasche sul lido. Ma costui lo denunziò al
principe di Roccella, che, arrestatolo, lo consegnò allo Spinelli.
La congiura fallì. E quando il turco Cicala si presentò puntualmente con
trenta navi da guerra davanti alle coste calabresi per lo sbarco, non trovò
né ribelli né segnali. Deluso, il corsaro ottomano si allontanò dall’Italia.

Chi legge attentamente il resoconto dello Spagnolio (cioè di un contempo-


raneo di Campanella!) non può non notare dei dettagli impressionanti:
1. L’avvento del nuovo secolo (il Seicento) è motivo di turbamento e
di attese epocali.
2. Nel discorso politico del sette maggio 1599 il Campanella abilmente
eccita e sobilla l’animo dei seguaci invocando libertà e ricchezza.
3. Si inviano subito due emissari ai Turchi.
4. Si programma per il dieci settembre lo sbarco dei Turchi liberatori.
5. Si progetta un astuto colpo di mano, molto ben indovinato, contro
i présidi e le fortezze di Catanzaro, Squillace, Nicastro, Castelvetere,
Locri e Reggio, da realizzare tempestivamente, con la scusa dei
prigionieri da consegnare nei castelli rispettivi. Tutta la costa ionica
cadrebbe così in mano della ribellione campanelliana, all’arrivo dei
Musulmani da Levante.
6. Camuffamento o divise dei congiurati, con travestimenti alla turca e
alla Pulcinella.
7. Puntualmente il corsaro Cicala arriva al largo della costa ionica con
una squadra di 30 vascelli da guerra, pronto a sbarcare le truppe.
Sennonché la delazione di qualcuno fa fallire l’ingegnoso e ben congegna-
to piano d’insurrezione. Il piano fallisce non perché era ‘utopico’, ma
perché accadde l’imprevisto, cioè la delazione.
Quanto poi al vestito dei campanelliani diremo che esso è molto simile
(non identico) all’abito di Pulcinella, che sulla scena indossa una lunga e
160 Franco Mosino

larga camiciona, di colore bianco, che arriva alle ginocchia, con maniche
pure molto lunghe, con berretto a punta sul capo, anch’esso di colore
bianco. C’è un rapporto diretto tra Pulcinella ed i congiurati campanellia-
ni? È difficile rispondere. È certo che quello dei congiurati non era il
vestito usuale dei calabresi.
Se la congiura avesse avuto successo, quale sarebbe stato il destino
politico, ideologico, religioso e sociale della Calabria? Azzardiamo una
risposta: avremmo avuto lo stesso destino della Grecia turchizzata.
161
NATALE PAGANO

LA CITTÀ DI NICOTERA E I MOTI CAMPANELLIANI


NEI DOCUMENTI DELL’ARCHIVIO STORICO VESCOVILE

Nel corso dei lavori di riordino, schedatura e catalogazione dell’importante


Archivio Storico Vescovile della già diocesi di Nicotera, curato dal sotto-
scritto unitamente ad un gruppo di giovani studenti volontari dal 1975 al
1986, è stato rintracciato, con altri materiali, un grosso faldone, contenente
parte di un processo criminale, relativo ad un grave fatto di sangue che si
è verificato a Nicotera nel novembre del 1602 all’interno del monastero
della SS.ma Annunziata dell’Ordine dei frati Domenicani. Il convento,
posto fuori le mura della città, era stato costruito nel 1582 grazie a un
lascito del canonico Antonio Rocca1, sui ruderi di un preesistente convento
cistercense2, come testimonia anche una cripta a gocciolatoio ritornata in
luce nel corso dei lavori di restauro della chiesa, oggi del SS.mo Rosario,
ma già della Santissima Annunziata, curati dalla Soprintendenza per i Beni
Culturali di Cosenza nel 1978.
Il convento, imponente e massiccio nelle sue strutture, rappresentava un
sicuro rifugio per quanti cercavano asilo, data la sua ubicazione al centro
di un crocevia di vitali ed importanti vie di comunicazioni, che davano
verso le fitte boscaglie della sovrastante montagna del Poro3, il sottostante
e frequentatissimo porto marittimo, nonché le strade verso l’interno e Reg-
gio Calabria. In questo autentico baluardo sul Tirreno, fin dalla sua costru-
zione, hanno trovato rifugio ed ospitalità fuorusciti, delinquenti, inquisiti
e perseguitati, grazie al diritto di asilo in esso vigente.
Grazie a tali strutture ecclesiastiche, i delinquenti non solo della città,
ma dell’intero comprensorio, riuscivano a sfuggire alla vigilanza della re-
gia Audiencia e si rifugiavano o in questi edifici sacri, o nella campagna
associati a bande, le quali parteggiavano con le fazioni del paese, o emi-
gravano in altri feudi, dove ottenevano asilo ed immunità.

1
N. Pagano, Il complesso monastico dei Padri Conventuali di Nicotera, in Istituto
Superiore di Studi Religiosi Cardinale Gennaro Portanova, I Beni Culturali e le Chiese di
Calabria 1981, Laruffa Editore Reggio Calabria, pp. 523-532.
2
N. Pagano, Rinvenimenti architettonici nella chiesa del Rosario di Nicotera, «Cala-
bria sconosciuta», n. 33/34 (1986), pp. 77-83.
3
N. Pagano, Il Santuario di Monte Poro e Fra Carmelo Falduto (in corso di stampa);
R. Corso, La fanciullezza di S. Gennaro nella tradizione calabrese, Catania, Libreria Tirelli
di F. Gualtolini.
162 Natale Pagano

Questo stato di cose fu causa di preoccupazione per il vescovo locale,


Ottaviano Capece (1582-1619), che fin dal suo arrivo a più riprese si
adoperò almeno per limitare, se non eliminare, questo jus, che da lungo
tempo era causa di perturbazione della vita morale, sociale e politico-
religiosa di Nicotera. A tal fine, aveva emanato dei decreti, che rimasero
sempre inascoltati. Successivamente, però, li sancì nel suo settimo sinodo
del 4 maggio del 16014.
La documentazione rintracciata, attinente a quegli anni, purtroppo in-
completa, riguarda il processo criminale, intentato dalla Corte vescovile di
Nicotera, in seguito alla violazione del diritto di asilo da parte del governa-
tore generale di Calabria don Garzia de Toledo, il quale aveva intimato
l’assedio del monastero, onde poter procedere all’arresto di alcuni ‘fuor-
giudicati’ che vi si erano rifugiati e che erano stati denunciati alla regia
Audiencia di Catanzaro da alcuni delatori del posto.
Tali ‘fuorgiudicati’ facevano parte di quel gruppo che, da tempo, lotta-
va contro il malgoverno degli Spagnoli e la prepotenza dei manigoldi
locali, che tanti guasti avevano provocato nel governo delle cittadine cala-
bresi. Essi avevano trovato rifugio all’interno del monastero domenicano
certamente su pressione di Orazio Paparatto di Nicotera e di Valerio Bruno
di Motta Filocastro che, fin dagli inizi, avevano aderito al movimento per
la cacciata degli Spagnoli e per porre fine al malgoverno che caratterizzava
la società di quel tempo, che vedeva in aperta lotta fra di loro, in modo
particolare, le fazioni aristocratiche. Questo grave, efferato, crudele e cla-
moroso avvenimento provocò molto scalpore, non solo in città, ma anche
nell’intero comprensorio, non tanto perché si era consumato all’interno di
una casa religiosa, per giunta domenicana, ma soprattutto per la dinamica
del bestiale rituale seguito alla uccisione di un rifugiato.
Come si ricordava all’inizio, prima del riordino di questo avvenimento
si conosceva solo un manoscritto con alcuni interrogatori di testimoni a
fronte delle duecento testimonianze raccolte dai giudici della Curia vesco-
vile, nel corso della istruzione del processo. Il grosso degli atti era andato
disperso nel corso delle frequenti razzie di cui era stato oggetto, nei secoli,
l’Archivio Storico Vescovile da parte delle potenti famiglie del luogo, che
avevano ampia libertà di movimento all’interno della Curia vescovile, gra-
zie alla parentela goduta con alcuni prelati locali. Molti fondi archivistici, di
cui si rimpiange vivamente la perdita, sono andati ad impinguare i vari

4
N. Pagano, Nicotera nel XVII secolo, «Calabria sconosciuta» n. 75 (1975), pp. 55-60.
La città di Nicotera e i moti campanelliani 163
archivi domestici grazie alla privatizzazione clericale; altri, fortunatamen-
te, sono stati reintegrati in seguito a fortunosi recuperi, e questo è il caso del
processo in questione. Oggi, dunque, è stata recuperata l’intera documen-
tazione. Il manoscritto, pazientemente ricomposto, dopo un attento lavoro di
restauro è stato inserito e rilegato in un unico volume con sovracoperta in
cartapecora con ornati antichizzati. Scritto da ambo i lati in una tipica
grafia di difficile del Seicento, inizialmente il codice contava 482 fogli;
oggi, invece, si compone di 499 fogli, a causa della nuova numerazione,
che tiene conto anche di quelli aggiunti in bianco durante il lavoro di restauro.
L’episodio non è del tutto sconosciuto, in quanto nel secolo scorso era
servito al romanziere francese Alexandre Dumas padre come canovaccio
per la sua opera Mastro Adamo il Calabrese, edita in Francia nel 1892 e
non più ristampata. Pubblicata in Italia dalla editrice Bietti nel 1967, oggi
è del tutto introvabile. Naturalmente l’argomento trattato dal Dumas è
altamente romanzato ed ambientato nel XVIII, anziché nel XVII secolo; i
protagonisti, però, sono legati all’avvenimento stesso. Si ignora da chi
Dumas sia stato informato del tragico avvenimento, tenuto conto che egli
non è mai venuto a Nicotera.
Dell’evento si è anche occupato lo storico nicoterese Diego Corso, che
nel 1914 gli aveva dedicato un articolo sull’«Archivio Storico della Cala-
bria», a cura del conte Ercole Capialbi e del prof. Francesco Pititto5. Lo
studioso era venuto a conoscenza dell’episodio su segnalazione del suo
grande amico, il vescovo di Nicotera mons. Domenico Taccone Gallucci,

5
D. Corso, Un ultimo episodio della tentata ribellione di Fra Tommaso Campanella.
Assedio del Monastero della SS. Annunziata in Nicotera, «Archivio Storico della Calabria»,
II, 2 del 1 aprile 1914: «La notizia della tentata ribellione di Fra Tommaso Campanella può
dirsi ormai ben nota, se non in tutti i particolari, almeno nei tratti generali. Dalla narrazione
dei fatti, messi in luce dai documenti esaminati dal prof. Luigi Amabile (Fra Tommaso
Campanella, Narrazione per Luigi Amabile, Napoli 1882), ingiustamente dimenticato in
questo fiorire di studi storici, nulla si rileva intorno all’assedio del monastero dei Dome-
nicani di Nicotera». N. Pagano, Il complesso monastico dei padri Conventuali di Nicotera,
in Atti del Convegno Ecclesiale regionale promosso dalla Conferenza Episcopale Calabra,
Laruffa Editore, Reggio Calabria 1981, p. 523: «Il convento non resta estraneo agli avveni-
menti del suo tempo e del suo ordine, tantomeno ai moti campanelliani; anzi qui vengono
scritte delle pagine oscure e tragiche, tanto da costringere il vescovo della città, mons.
Ottaviano Capece (1582-1619), ad emettere la cedola di scomunica (19 dicembre 1602)
contro tutti coloro che avevano partecipato all’assalto del Convento (17 dicembre 1602)
con la conseguente violazione della sacra immunità e l’uccisione di un fuoruscito, ivi
rifugiatosi. Pagine, queste, tutte inedite e quindi quasi tutte sconosciute agli specialisti e alla
storiografia ufficiale».
164 Natale Pagano

che aveva riordinato l’Archivio vescovile della città. In quel tempo, però,
il Taccone Gallucci, non più ordinario diocesano, ma arcivescovo titolare
di Costanza, risiedeva a Roma.
Nella bibliografia ufficiale esistente su Tommaso Campanella non è
dato rintracciare alcun riferimento a questo crudele e cruento avvenimento
che, pure, aveva avuto il potere di incrinare e compromettere i solidi
rapporti esistenti tra il vescovo Ottaviano Capece, filo-spagnolo, e le stesse
autorità spagnole che governavano la città. Diego Corso godeva della più
ampia fiducia nella chiesa locale e della profonda stima e considerazione
del vescovo residenziale, e per questi motivi aveva avuto libero accesso
alla consultazione del prezioso materiale archivistico manoscritto, allora
quasi integro e ben tenuto dopo il riordino curato da mons. Taccone Gal-
lucci. Ma non aveva avuto la possibilità di leggere integralmente il mate-
riale esistente, per cui si era limitato esclusivamente alla interpretazione di
alcuni documenti segnalatigli dall’arcivescovo di Costanza.
Tali documenti erano i seguenti: una relazione in latino diretta al vesco-
vo locale mons. Ottaviano Capece dal Vicario generale della diocesi, don
Scipione Mazza, doctor utriusque juris, nel dicembre del 16026; il docu-
mento relativo al testo delle domande in lingua volgare da sottoporre ai
testimoni nel corso dell’interrogatorio e un decreto in latino del vescovo
Ottaviano Capece, riguardante la pena comminata all’assassino del fuoru-
scito e la penitenza inflitta per ottenere la remissione della scomunica;
infine il documento, sempre in latino, del Penitenziere della basilica dei
SS.mi Apostoli di Roma, che attestava il soddisfacimento da parte dell’as-
sassino della pena che gli era stata inflitta. Il resto della documentazione,
rintracciata in tempi successivi, è rimasta del tutto ignota al Corso, che nel
suo lavoro aveva evidenziato che «di questo clamoroso processo poche
pagine manoscritte sono pervenute sino a noi, le ultime del fascicolo»,
segno evidente questo dell’assenza, allora, dell’intera documentazione.
Oggi, invece, si è in grado di conoscere integralmente non solo le
circostanze, ma tutti gli avvenimenti realmente accaduti, che vanno dal-
l’assedio all’assalto del Monastero: dall’efferata uccisione di un rifugiato
alla cattura di tutti i fuoriusciti; dal taglio della testa dell’assassinato al
successivo scempio del cadavere; dal ruolo avuto e svolto dalla chiesa
locale nell’assoluzione dalla scomunica in cui erano incorsi gli assalitori
del sacro edificio ed i «violatori della sacra immunità del sacro asilo»,

6
Cfr. il documento n. 1 pubblicato in Appendice.
La città di Nicotera e i moti campanelliani 165
nonché il processo imbastito presso la Sede metropolitana di Reggio Cala-
bria, con la relativa sentenza emessa dall’Arcivescovo Annibale d’Afflitto.
Ma procediamo con ordine, tenendo presente anche la difficile situazio-
ne della città in quel periodo, alimentata e fomentata da un clima aperta-
mente ostile da parte della popolazione locale agli spagnoli in generale ed
ai loro referenti in particolare, ostilità velatamente tollerata dalla chiesa
locale. Una serie di eventi difficili avevano piegato, compromesso, condi-
zionato la vita politico-amministrativa e religiosa della città. Nel XVI se-
colo, infatti, Nicotera fu teatro di ripetuti conflitti tra la popolazione e la
classe dominante, che erano sfociati nella fuga in massa della nobiltà citta-
dina nella vicina Tropea7. Agli inizi del XVII secolo, la città attraversa un
altro momento particolare della sua storia, a causa delle difficoltà econo-
miche cui era stata fatta precipitare dalla sua classe dirigente e dalla situa-
zione politica imperante nel regno di Napoli8.
Il risentimento popolare contro la classe dominante era talmente radica-
to e forte che il vescovo della città, mons. Capece, che pure apparteneva
all’alta nobiltà napoletana ed era molto vicino alla causa spagnola, prese
le distanze dai soprusi e dalle vessazioni dei numerosi signorotti locali che
avevano provocato tanti e tanti guasti, al punto da scontrarsi con essi
apertamente, per cui la situazione politica era divenuta incandescente.
Il predominio assunto dalla nuova classe dirigente dopo l’abbandono
dell’alta borghesia e della stessa nobiltà diede origine ad una nuova situa-
zione, alimentata anche dal dispotismo del signorotto locale, che, appog-
giato da alcune famiglie del posto, impose iussi e gabelle, per cui queste
‘novelle casate’ incominciarono a loro volta ad imporre anche il loro pre-
dominio, la loro potenza, la loro prepotenza e la loro arroganza.
Risale poi a questo periodo la tradizione, non suffragata da documenta-
zione alcuna, che, proprio in questi anni, il signore della città abbia impo-
sto lo jus primae noctis che, poi, avrebbe provocato l’incursione turchesca
del 19-20 giugno del 1638, si dice ad opera del «rinnegato Andrea Capria
o Crapia»9. Gli scrittori locali vogliono che tale assalto dei Turchi sia stato
opera appunto di questo signore, per vendicare l’onore della propria figlia
Giovannella. La documentazione archivistica ecclesiastica nicoterese rela-

7
N. Pagano, Nicotera nei secoli, «Calabria sconosciuta», n. 66 (1995), pp. 51-69.
8
L. Davanzo, Descrizione di Nicotera in un appresso del 1646, «Calabria Nobilissi-
ma», XIX, nn. 49-50 (1965), pp. 95-108.
9
D. Corso, Cronistoria della città di Nicotera, «Rivista storica calabrese», XIV (1906),
pp. 23 ss.
166 Natale Pagano

tiva al secolo XVI descrive il principe Ruffo come ‘prencepe terribile’10,


ma, nonostante le reiterate ricerche fatte in questo Archivio, non si è
riusciti a rintracciare alcun documento su tale orrendo crimine.
Tutto questo insieme di avvenimenti e di contingenze, come era preve-
dibile, aveva contribuito a creare odio e divisioni all’interno non solo della
nobiltà esautorata ma anche della collettività tutta, specialmente da parte
degli ufficiali pubblici, in modo particolare di quelli che gestivano l’Uni-
versità che «sentendosi maggiori per l’esercizio del potere, osteggiavano i
deboli, mentre l’orgoglio degli oppositori ne accresceva le prepotenze».
Questo antagonismo generò risentimento e profonde divisioni, al punto
che le adunanze dell’università cittadina erano diventate delle palestre di
vero “decadimento ed ostracismo”. Tutto ciò ha favorito, conseguentemen-
te, la rilassatezza dei costumi ed il decadimento della vita morale nel
contesto della particolare situazione in cui si dibatteva la vita cittadina,
caratterizzata anche dal decadimento della vita ecclesiastica, in considera-
zione della lunga permanenza nelle stesse mani del potere politico e di
quello ecclesiastico.
Per tutto il corso del ’500 il potere fu amministrato da un membro della
stessa casata, la De Gennaro imparentata con i Ruffo, che era a capo del
potere laicale e di quello religioso. In questo secolo ben quattro sono stati
i Vescovi residenziali di questa famiglia che si sono succeduti sulla catte-
dra episcopale di Nicotera, che fu di Niceforo nell’anno 65 d.C. e di Proclo
nel 59611.
Il decadimento della vita ecclesiastica quindi aveva permesso che si
verificassero atteggiamenti e situazioni non certamente consoni alla autori-
tà che essa godeva in ambito della comunità civile. In questo marasma di
arroganza, prepotenze e sopraffazioni, la forte autorità del vescovo Otta-
viano Capece, che già fin dal suo arrivo aveva cercato di porre un freno
al dilagare della immoralità e della sopraffazione genera dei veri terremoti,
anche perché nei numerosi sinodi indetti, mons. Capece aveva anche attac-

10
N. Pagano, Ippolita De Gennaro, contessa di Nicotera (in corso di pubblicazione).
11
F. Adilardi, Memorie storiche su lo stato fisico, morale e politico della città e del
circondario di Nicotera, Porcelli, Napoli 1838, pp. 43-45: «15, Giulio Cesare de Gennaro
Napolitano, figlio di Giacomo Antonio signor di Nicotera e d’Isabella Origlia dei conti di
Capazza, entrambi patrizi del Sedile di Porto in Napoli, e fratello di Annibale, primo conte
della stessa Nicotera (1517-1530). 16, Princivalle de Gennaro, altro figlio di Giacomo
Antonio e dell’Origlia (1530-535).17, Camillo de Gennaro, napolitano, congiunto del
Princivalle (1535-1542). 18, Giulio Cesare de Gennaro, da Napoli parimenti e germano del
Camillo (1542-1573)».
La città di Nicotera e i moti campanelliani 167
cato il comportamento del clero non in sintonia con la vita che un ecclesia-
stico doveva condurre.
In merito a questo cattivo andazzo molti sono stati i decreti emanati da
questo vescovo, tuttora esistenti ed anche inseriti nei numerosi sinodi con-
vocati, dai quali si rileva l’alto senso che aveva della vita e della morale
ecclesiastica. Com’era prevedibile, questa sua presa di posizione gli attirò
il rancore da parte non solo del mondo laicale, ma anche di quello ecclesia-
stico, che sfociò nei numerosi ricorsi che essi presentarono alla congrega-
zione dei vescovi12. Ben quindici sono stati i capi di imputazione contesta-
tigli, che egli riuscì a smontare con la stessa tenacia e la stessa caparbietà
degli avversari.
La Universitas nicoterese che era demaniale in quanto era una universi-
tà libera da vincolo di vassallaggio e ripartiva i tributi che lo stato impone-
va tra i cittadini, in questo periodo è ridotta allo stremo dal nuovo regime
che aveva messo a capo della stessa un viceconte13.
In tale contesto il movimento campanelliano mirante a far uscire la
Calabria dal giogo della tirannia e della prepotenza del viceré, nonché
dall’oppressione dei governanti che manovravano la giustizia e patteggia-
vano sulla immunità, in città trova facile esca e fa numerosi proseliti.
Questo movimento alimentato, portato avanti e tenuto alto dal nicoterese
Orazio Paparatto, aveva trovato pronto attecchimento, soprattutto nella
classe colta, molto numerosa, per cui il convento della SS.ma Annunziata
diviene ben presto facile e sicuro rifugio dei molti cospiratori che qui
convenivano da ogni dove, grazie anche e soprattutto alla disponibilità
degli stessi frati.
A parte ciò, la ubicazione del monastero permetteva e contribuiva ad
avere una sicura protezione, lontano com’era da occhi indiscreti in quanto
extra moenia, per cui al suo interno si era ben protetti. La felice posizione
della città, posta al centro di importanti vie di accesso, e circondata a nord
da fitte boscaglie che offrivano un facile nascondiglio alle numerose masse
che avevano aderito alla causa campanelliana, nel corso dei loro continui
spostamenti, aveva come punto di riferimento questo monastero che gode-
va della sacra immunità e della stessa omertà da parte dei frati domenicani
ivi dimoranti. Ciononostante numerosi erano i delatori e le spie che pullu-
lavano in città e che avevano reso possibile l’assedio e la conseguente

12
A.S.V.N., Fondo Vescovi, Mons. Ottaviano Capece (1582-1619).
13
D. Corso, Cronistoria civile e religiosa della città di Nicotera, Viscardi, Napoli 1882.
168 Natale Pagano

cattura di coloro che qui, da tempo, si rifugiavano grazie alla disponibilità


dei frati che si erano convertiti alla idea propugnata e portata avanti dal
loro confratello fra Tommaso Campanella.
Don Garzia de Toledo, grazie ai pieni poteri di cui era stato investito,
circondato e spalleggiato da un numero di spie e di delatori sempre più
consistente, nonché da sorveglianti e commissari ormai padroni della situa-
zione, avendo di mira la pulizia della provincia onde riportare l’ordine
sotto il governo spagnolo, si diede da fare per la cattura di tutti i nemici
della causa spagnola e soprattutto molto vicini al movimento campanellia-
no impegnato a sottrarre «le nostre regioni provincia di lontano Regno, dal
dominio della Spagna».
Stavano cosi le cose quando egli viene a conoscenza che nel convento
della Ss.ma Annunziata di Nicotera, si trovavano, da tanto tempo, rifugiati
molti nemici alla causa spagnola; motivo per cui si dette da fare per proce-
dere alla loro cattura, attivando tutti i meccanismi necessari, primo fra tutti
«il bando che ad ogni sonata all’armi tutte le genti bene armate dovessero
uscire al seguito dei rispettivi superiori in persecuzione e cattura dei delin-
quenti per non far far loro prendere la fuga».
Nel contempo dà disposizioni perché si cinga di assedio il monastero
stesso dal quale, data la sua particolare ubicazione, di essere fuori le mura,
in aperta campagna e sulle strade verso la montagna ed il mare dove vi si
trovava un importante e frequentato porto, era facile la fuga e quindi la
imprendibilità degli stessi.
Questo provvedimento, come era prevedibile, provoca le ire ed il risen-
timento della Curia vescovile, che mal tollerava un simile comportamento
da parte del potere laicale; anche perché, in quei giorni, il vescovo Capece
era lontano dalla sua residenza e precisamente a Reggio Calabria, ove si
stava celebrando il concilio provinciale calabro, convocato dal vescovo
metropolitano Annibale d’Afflitto, al quale prendevano parte anche i ve-
scovi di Nicotera, Mileto, Tropea, Gerace, Bova, Catanzaro, nonché i Vi-
cari di Cotrone, della Trinità di Mileto, di Bagnara ed il Procuratore della
Certosa di S. Stefano del Bosco14.
Al suo rientro in diocesi, il Capece trova la città sconvolta dalle fazioni
che stavano assediando il monastero dei Domenicani per catturare Gio-
vambattista Soldano, Francesco Romano e Giuseppe Cesario, per ordine di
don Garzia de Toledo. Mons. Capece, non si perde d’animo e convoca

14
D. Corso, art. cit., pp. 166 ss.
La città di Nicotera e i moti campanelliani 169
immediatamente i suoi collaboratori più diretti, ai quali dà l’ordine di
portarsi subito al Monastero dell’Annunziata per cercare di trovare una
soluzione che tenesse conto delle prerogative del sacro edificio da parte
degli assedianti e si ponesse quindi fine all’assedio stesso.
E sull’imbrunire del 13 novembre del 1602 il Vicario generale della
diocesi, Scipione Mazza, unitamente al cancelliere della Curia, canonico
Marrella, si portano al monastero con l’intento di sedare gli animi, mediare
le parti e di conseguenza evitare una strage. Qui pervenuti vi incontrano
il viceconte della città assieme ad altri funzionari laici, che personalmente
seguivano lo svolgimento delle operazioni di assedio.
Soprattutto ad essi il vicario generale Mazza fa presente lo status parti-
colare del sacro edificio ed in modo particolare il diritto di asilo e la sacra
immunità in esso esistenti, nonché le conseguenti censure ecclesiastiche
cui sarebbero incorsi se li avessero violati o se li avessero ignorati. La
reazione del viceconte non si fa attendere molto, tant’è che con invettive
ed ingiurie molto pesanti ed ingiustificate aggredisce i prelati, non tenendo
in alcun conto delle loro prerogative e il ruolo da essi ricoperto, e pesan-
temente e con molta volgarità li allontana.
Rientrato in episcopio, il Mazza riferisce al vescovo l’accaduto, le in-
giurie e le violenze subite. A questo punto mons. Capece dà ordini che
venga emesso un monitorio da inviare al più presto al viceconte Germano
Coppola. Nel monitorio veniva decretato anche che Fabrizio Buccafurno di
Anoia, Matteo Rocco di Anoia e Giovanni Mazzotta, fra i più facinorosi
del gruppo che aggredì il vicario generale:

infra terminum dierum trium, quorum unum pro primo, unum pro secundo et
reliquorum pro tertio, et ad terminum perentorium canonica monitione praemis-
sa… et sub poena rotulorum cerae albae laboratae, una cum suis usibus applican-
da… coram nobis comparere habeant et debeant, coram nobis et nostra Curia in
iudicio… ad videndum se et quemlibet eorum declarari incidisse in excommica-
tione censuras et poenas ecclesiasticas.

Lo stesso monitorio doveva essere affisso in «valvis nostrae Cathedralis


Ecclesiae et aliis consuetis locis». Il decreto prescriveva anche che queste
persone dovevano essere interrogate sui seguenti punti:

voler provare come cosi a tempo dell’assedio, essendosi per tale causa suonata la
campana all’arme, insurgio un’alzata ed era sorta voce e fama tra li stessi e
maggior parte delle persone che in detto monastero di San Domenico vi erano
alcuni delinquenti fuorusciti e malfattori quali per esecuzioni di ordini penali
170 Natale Pagano

dell’Ill.mo Signor don Garzia di Toledo, viceré di questa Provincia, doveano


assediarsi per non succeder fuga, e per tale causa dettero assedio, e corse pure ed
intervenne il luogotenente, e dopo il viceconte di essa città con molti e molti
agenti.
Voler provare come cosi a tempo di detto assedio come per innanzi, in essa città
di Nicotera erano state publicate provisioni ed ordini penali cosi dell’Ill.mo Signor
Viceré come dall’Officiali di essa città che ad ogni sonata di campana all’arme
tutte le genti bene armate fossero uscite appresso al viceconte col suo luogotenen-
te in persecuzione e cattura dei fuorusciti e delinquenti.

Il giorno dopo l’editto viene consegnato al diacono selvaggio Mercurio


Bondi il quale, in compagnia dell’altro diacono selvaggio Giovanni Fi-
scandino e degli inservienti della Corte vescovile Andrea Caparra e Gio-
vambattista Pizzoni, dovevano procedere alla consegna dell’editto al vice-
conte ed ai suoi collaboratori in quel momento impegnati nell’assedio del
convento.
Questa presa di posizione della Corte vescovile inasprisce ulteriormente
le autorità locali, tanto che procedono all’arresto del Biondi con la scusa
che era in possesso di un pugnale non consentito dalla legge, e lo affidano
al castellano Marcello Buccafusca, perché lo custodisse nelle carceri del
castello a disposizione della giustizia. Questa ulteriore ingiustificata azione
da parte del potere laicale, provoca una impennata nei finora ottimi rappor-
ti esistenti tra le autorità civili e religiose della città che non giova affatto
alla risoluzione della intricata questione, né alla pacificazione degli animi,
ma contribuisce notevolmente a complicare lo spinoso problema.
La situazione stava quindi in una fase di apparente stallo, anche perché
l’editto del vescovo, ritenuto filo-spagnolo, era stato considerato dal vice-
conte come un voltafaccia e quindi un atto di tradimento alla causa spa-
gnola, nonché di aperta sconfessione, per cui, improvvisamente, dopo po-
chi giorni dall’emanazione dell’editto episcopale, le autorità locali danno
ordini perché si proceda all’assalto del convento ed alla cattura dei rifugia-
ti. «Sonata all’arme la campana» quindi si muove ad assaltare il monaste-
ro. L’assalto dell’edificio da parte delle fazioni armate con scale, pali e
schioppi dura tre giorni. Alla fine del terzo giorno, scalate le finestre ed
atterrate le porte, le soldataglie entrano nel sacro convento, esplodendo
anche numerose ‘schioppettate’.
Nella crudele e tragica colluttazione viene ucciso il fuoruscito Giovam-
battista Soldano, cui viene subito dopo reciso il capo, che posto su di un
palo viene portato lungo tutto il perimetro del complesso monastico, per
essere visto non solo dai frati ivi dimoranti, ma da tutta la popolazione
La città di Nicotera e i moti campanelliani 171
accorsa dalla città e dai paesi vicini. Vengono fatti prigionieri anche gli
inquisiti Francesco Romano e Giuseppe Cesareo, che sono associati nelle
carceri del castello. A questo punto la reazione della Corte vescovile è più
dura della precedente, per cui il 19 dicembre fa affiggere i ceduloni di
scomunica sulla Porta grande della città e sulle porte della chiesa cattedra-
le contro gli assalitori del convento e contro i «violatori delle immunità
ecclesiastiche» per avere osato scalare le finestre ed abbattere le porte del
monastero della SS.ma Annunziata, traendo in arresto i confugiati, e per
avere ucciso crudelmente nel medesimo rifugio Giovambattista Soldano
«intus eodem monasterium et caput de eius scapulis obtruncare in contem-
ptu iuris et immunitatis ecclesiastice et ordinum huius nostrae Episcopalis
Curiae saepius ipsis intimatorum oretenus et in scriptis ut in actis».
Immediatamente il vescovo Capece ordina che venga istruito un regola-
re processo contro i violatori della sacra immunità e gli assassini di Gio-
vambattista Soldano. Nel corso del processo, che dura parecchi giorni, si
procede all’interrogatorio di ben duecento testimoni, e si conclude con la
condanna di ben trenta persone compreso il viceconte.
Dopo lungo procedimento il vescovo Capece, oltre a scomunicare i rei
ed i complici, intima loro il pagamento non solo delle somme dovute nel
contesto della pena della condanna subita, ma altresì al pagamento di 425
ducati per suffragare l’anima di Giovambattista Soldano con una Santa
messa la settimana, da celebrarsi all’altare privilegiato di San Gennaro
della Chiesa Cattedrale. Col danaro introitato dalle condanne di Fabrizio
Campenni, Giacomo Cesareo, Vincenzo Plosino, Stefano e Marcantonio
Attisano e Germano Coppola per le violenze e le insolenze fatte contro il
Vicario generale spettanti al vescovo della diocesi vennero fondati dei
benefici nella chiesa cattedrale. Per l’uccisione di Giovambattista Soldano
da parte di Francesco Famà di Preitoni, questi, oltre a dover pagare anche
le precedenti somme dovrà recarsi a Roma per visitare in segno di peniten-
za le “Basiliche consuete” e quindi a Loreto per ottenere l’assoluzione
della scomunica.
I condannati, però, fanno ricorso contro la sentenza del vescovo di
Nicotera alla Curia metropolitana di Reggio Calabria, presieduta da mons.
vescovo Annibale d’Afflitto che, con sentenza del gennaio del 1603, ina-
spettatamente revoca la condanna inflitta dal vescovo di Nicotera, per cui,
alla luce e nel contesto di questa sentenza, mons. Capece è costretto ad
assolverli dalla scomunica già comminata, in applicazione anche delle pre-
scrizioni inserite nella bolla in Coena Domini, rimanendo fermo, però, il
pagamento delle somme precedentemente imposto.
172 Natale Pagano

Con i danari ricavati da questo procedimento penale, insieme con il


ricavato della vendita della seta fatta a Napoli, mons. Capece acquista il
feudo di madama Diana di Nicotera, sul cui reddito istituisce il beneficio
di San Biagio, del cui ricavato si serve per dotare dodici zitelle povere e
con i 425 ducati fonda la Cappellania di San Gennaro all’interno della
chiesa cattedrale.
Molto interessante la condanna, inflitta e successivamente riconferma-
ta, dal Capece a Francesco Famà di Preitoni, per avere arrestato il diacono
selvaggio Mercurio Bondi, e per aver partecipato all’assedio ed all’assalto
del monastero, nonché per essere stato l’esecutore materiale dell’omicidio
di Giovambattista Soldano15. Dopo essersi recato a Roma e Loreto, il Famà
rientra a Nicotera portando l’attestazione rilasciata dal gesuita Marino Ca-
millo, penitenziere della Basilica dei SS.mi Apostoli in Roma, relativa al
soddisfacimento della pena dopo essersi confessato e comunicato, datata
22 novembre 160316.
Fallita la rivoluzione ed arrestati nel 1599 il Campanella, frate Ponzio
e Maurizio de Rinaldis da parte degli sbirri di Carlo Spinelli, la voglia di
riscossa e di riscatto venne meno, per cui ancora una volta i pubblici uffici
della città e provincia vennero rioccupati da gente ignorante e malvagia.
Alla tirannia del viceré e all’oppressione dei governanti si aggiunse anche
la riconquistata potenza del clero secolare e diocesano, per cui la città
dovrà attendere parecchi anni ancora per avere una certa democrazia.

APPENDICE DOCUMENTARIA

Documento n. 1
A.S.V.N. Fondo Conventi, 1602

Octaviano Capycio Dei et Apostolicae Sedis Gratia Episcopo Nicoterensi Scipio


Mazza Utr. Iuris Doctor et Vicarius Generalis.
Quoniam penes acta Nostrae Episcopalis Curiae constare dignoscitur quod infra-
scripti ausi sunt violando libertatem et immunitatem ecclesiasticam contra formam
Sacrorum Canonum et Bullas Summorum Pontificum, et monita huius Nostrae
Episcopalis Curiae, per tre dies diu noctuque obsidere intra passus immissos Ec-
clesiae Venerabilis Monasterii SS.mae Annunciatae Ordinis Praedicatorum dictae
Civitatis: Ioannem Baptistam Soldanum, Franciscum Romanum et Josephum Ce-

15
Cfr. il documento n. 2 in Appendice.
16
Cfr. il documento n. 3 in Appendice.
La città di Nicotera e i moti campanelliani 173
sario, qui illuc confugerant in locum refugii, ubi infrascripti notati, post dies tres,
armata manu in simul cum aliis facta violentia in Monasterium scalis illud scalan-
do tecta, parietes, portas et fenestras concutiendo, supradictum Josephum Cesa-
reum et Franciscum Romanum carcerare, et inde extrahere, et ad carceres saecu-
lares redducere non sine iniuria immunitatis ecclesiasticae, et postea supra dictum
Johannem Baptistam Soldanum occidere intra idem Monasterium, et caput de eius
spatulis obtruncare in contemptum Juris et immunitatis ecclesiasticae et ordinum
huius Nostrae Episcopalis Curiae saepius ipsis intimatorum ore tenus et in scriptis,
et latius in actis et requisitionibus per Rev.um Promotorem Fiscalem de opportuna
monitione cum nobis constare fecisset per diligentem informationem quam feci-
mus, et praesertim ex dictis et depositionibus testium coram Nobis productorum
et iuratorum, quod ad supradictas partes citandas omnes non pateat accessus, facta
autem Nobis instantia quod infrascripti citentur per edictum publicum, et videntes
requisitionem huiusmodi esse ratione consonum, ideo per praesentem citationem
per edictum expeditam et in valvis Nostrae Cathedralis ecclesiae, et aliis consuetis
locis affigendam, tenore praesentium citamus, monemus, et requirimus eosdem
infrascriptos et eorum quemlibet quatenus infra terminum dierum trium, quorum
unum pro primo, unum pro secundo et reliquorum pro tertio, et ad terminum
perentorium, canonica monitione praemissa, assignamus publicatione, lectione et
affictione praesentium in valvis seu locis praedictis ad praemissa, factas immedia-
tae sequestrationis, et sub poena rotulorum cerae albae laboratae una cum suis
usibus applicanda et quomlibet coram Nobis comparere habeat et debeat coram
Nobis et Nostra Curia in Iudicio, hora et loco eodem, ad videndum se et quemlibet
eorum declarari incidisse in excommunicatione censuras et poenas Ecclesiasticas
contentas in Sacris Canonibus Concilii Generalis et Bullarum Summorum Ponti-
ficum et praecipue Bullae felic. Record. Gregorii, sub titulo “De Immunit. Ecc:”
Utque notitiam praesentium habere possint, neque aliquis posset se excusare, etc.
Datum Nicoteren, in Episcopali Palatio die….mensis Decembris 1602.

Mazza Vicarius Generalis

Citandi sunt: Fabritio Buccafurno d’Anoia, Matteo Rocca d’Anoia, Giovanni


Tommaso Mazzotta.
Dominicus Canonicus Marrella Actuarius

Documento n. 2
A.S.V.N., Fondo Conventi, 1602

Nos Octavianus Capycius, Dei et Apostolicae Sedis Gratia Episcopus Nicoteren-


sis, viso et diligenter considerato processu obsidionis Venerabilis Monasterii SS.
Annunciationis huius Civitatis facta de mense novembris 1602 et his quae fuere
probato contra Franciscum Famà intervenientes a primo ad ultimum in obsidione
praedicta et trasgredientes Ecclesiastica monitoria nostrae Episcopalis Curia, et
174 Natale Pagano

non modo se ingerentes in captura et carceratione Mercuri Bondi nostri Diaconi


Silvatici et servientes et ministri nostrae Episcopalis Curiae, sed illos male trac-
tantes et pugnis percutientes, et denique plurima agentes et cooperantes, et adver-
sas quendam Iohannem Baptista Soldanum, qui in eo confugerat pro Ecclesiastico
rifugio, et ictus scopletae contra illum emittentes, quod adversus ipsum Venerabile
Monasterium prout latius in actis.
Consideratis his, quae in sui excusatione conatus est probare, et aliis considerandis;
habentes respectum ad eius maximas paupertates, auctoritate nostra… decernimus
ipsum Franciscum Famà absolvi in forma ecclesiastica…. ab excommunicationi-
bus et censuris omnibus et singulis in quas incidisse declaratus est ex causa et
causis praedictis et qualibet imposita ei salutari poenitentia de induendo se sacco
praedicto die dominica et sic adducendo ad monasterium supra dictum se usque
ad effusionem sanguinis verberando, et inde ad Ecclesiam S. Mariae Gratiarum
huius civitatis, et inde accedendo ad nostram Cathedralem et a porta magna ad
gradus accedat genibus flexis, et dein refrigeratus redeat habens cerum accensum
in manibus librae unius, et ibi permaneat donec Missa maior celebrabritur.
Quo facto infra terminum dierum duodecim teneatur iter arripere ad visitandas
septem Ecclesias Almae Urbis; et deinde accedat, et se conferat ad Templum
visitandum Beatissimae Virginis Mariae de Loreto existens in marchia Anconita-
na; et in reditu teneatur exhibere fidem de praedicta poenitentia per eum adimple-
ta, cum reincidentia, tam si defecerit ab observatione praedicti ordinis quam sibi
pro salutari poenitentia iniungetur.
Quibus adimpletis pro causa et causis praedictis amplius non molestetur.

Documento n. 3
A.S.V.N., Fondo Conventi, 1602

Universis praesentes literas inspecturis Salutem in Domino.


Nos Marinus Camillus Societatis Jesu religiosus, Sanctiss. Domini Nostri Papae
in Basilica Principis Apostulorum de Urbe Poenitentiarius Franciscum Famà lato-
rem praesentium limina Beatorum Petri et Pauli, ac Sedem Apostolicam persona-
liter recurrentem in Sacramentali confessione audivimus, et a peccatis suis Apo-
stolica auctoritate, iniuncta ei poenitentia salutari absolvimus. In cuius rei fidem
praesentes literas signo Collegi Poenitentiarium signatas, et propria manu sub-
scriptas, ad ipsius humilem supplicationem gratis concedi mandavimus.
Dat. Romae apud S. Petrum, Anno Domini Millesimo sexcentesimo tertio, Die 22
mensis Novembris, Pontificatus Sanctissimi in Christo Patris D.N.D. Clementis
Divina Providentia Papae VII Anno XI.
Marinus Camillus
175
MARIA LUISA TOBAR

DOCUMENTI DELL’ARCHIVIO DI SIMANCAS RELATIVI


ALLE MISURE CONTRO ALCUNI PRELATI DEL VICEREGNO
DI NAPOLI E ALLA CONGIURA DEL CAMPANELLA

Le relazioni fra la Spagna e l’Italia sono state studiate sotto varie angola-
zioni. Tuttavia alcuni aspetti non sono stati ancora sufficientemente appro-
fonditi. La ricca documentazione conservata nell’Archivio Storico di Si-
mancas, relativa alla congiura campanelliana del 1599, ci fornisce, tra
l’altro, un quadro abbastanza completo delle sue implicazioni politico-
religiose, nonché economico-sociali. Tale documentazione, unitamente a
quella di altri archivi italiani ed esteri, è stata esaminata, quasi integral-
mente, già alla fine del secolo scorso, da Luigi Amabile1. Certamente la
congiura campanelliana si inserisce nel quadro delle relazioni oltremodo
conflittuali tra la Chiesa calabrese e il viceregno di Napoli, negli ultimi
decenni del XVI secolo.
In questo scenario le controversie ideologiche e diplomatiche fra le due
potenti istituzioni sfociarono talvolta in atteggiamenti di intollerante radi-
calismo. Responsabile di ciò, come sostiene Marcel Bataillon2, non fu il
solo Filippo II, essendo una necessità contingente di politica estera, più
che un’intima convinzione, ciò che indusse il sovrano spagnolo ad assume-
re il ruolo di paladino della Controriforma. La politica mediterranea di
Carlo V e di Filippo II fu tutta rivolta ad arginare la pericolosa espansione
dei Turchi, in difesa del cattolicesimo. La vittoria dei cristiani a Lepanto,
che non significò certamente una definitiva capitolazione per l’Islam, ridi-
mensionò in modo rilevante la politica espansionistica dell’impero ottoma-
no nei confronti dell’occidente cristiano e di conseguenza la corona di
Spagna vide accrescere notevolmente il proprio prestigio3.
Per alcuni storici il rafforzamento della monarchia spagnola è stato
visto come un fattore endogeno o privilegio della Chiesa ai suoi fedeli
servitori che, secondo lo spirito della Controriforma, comportò quasi una

1
L. Amabile, Fra Tommaso Campanella, la sua congiura, i suoi processi e la sua
pazzia, 3 voll., Morano, Napoli 1882 (d’ora in poi, Amabile, Congiura).
2
M. Bataillon, Erasme et l’Espagne, Paris 1973, p. 746.
3
Cfr. R. Mantran, L’écho de la bataille de Lépante à Constantinople, «Annales», E. S.
C., 1973, pp. 396-405.
176 Maria Luisa Tobar

sorta di ritorno al Medioevo. Tuttavia, per altri4, ciò è sostenuto da autori


che spesso sottovalutano il complesso processo di istituzionalizzazione
delle relazioni Stato-Chiesa teso a garantire l’affermazione ed il consoli-
damento delle posizioni del Cattolicesimo attraverso la realizzazione di un
modello, capeggiato da un principe, al quale veniva delegato il ruolo di
arbitro e paladino della fede. Secondo Jean-Marc Pelorson5, sarebbe fuor-
viante la visione secondo cui i rapporti tra la Chiesa e la Monarchia sareb-
bero stati dettati esclusivamente da strategie di leale collaborazione o di
aspra contrapposizione. Negli inevitabili conflitti, a suo parere la Chiesa
mediò, accentuando o attenuando di volta in volta, le interferenze tra op-
posti interessi spirituali e temporali, mentre la Monarchia, a sua volta, si
andò sempre più rafforzando col beneplacito della Chiesa in contradditto-
ria posizione di alleata o avversaria.
Se da un lato il potere regio tentava di imporre il suo controllo o quanto
meno di esercitare le sue prerogative sulla chiesa spagnola, per permettere
al “patronato regio”, con l’assenso del pontefice, di intervenire direttamen-
te nella nomina dei vescovi e degli arcivescovi, dall’altro la Chiesa, con
i propri beni, le esenzioni fiscali, la sua giurisdizione autonoma, costituiva
una sorta di stato nello stato. I compromessi tra il potere temporale e
quello spirituale, l’importanza crescente della chiesa spagnola nella lotta
all’ultramontanismo, non attenuarono i numerosi conflitti giurisdizionali
nei territori spagnoli e in tutti i suoi possedimenti, compresi quelli italiani.
José Antonio Maravall6 sostiene che i sovrani spagnoli, con l’avallo
della Chiesa, avrebbero agevolato la secolarizzazione progressiva dei pro-
pri quadri. Conseguenza di ciò fu la netta separazione tra il “Fuero real”
e quello ecclesiastico, a volte più teorica che reale, che precluse agli eccle-
siastici, non tanto la presenza nelle “Audiencias” e nei Consigli reali,
quanto l’accesso ad incarichi governativi di una certa importanza.
Autori ecclesiastici della seconda metà del XVI, come Diego de Siman-
cas o il padre Rivadeneira, onde limitare il potere regio, si rimettevano alla
legislazione e a Dio. Juan de Mariana si spinse oltre e, per arginare l’impo-
sizione fiscale e frenare l’abuso delle prammatiche, fece ricorso ad una
vecchia dottrina in virtù della quale il sovrano, pur non essendo la fonte

4
Cf. J. Vicens Vives, Aproximación a la historia de España, Barcelona 1960; A.
Rouco Verela, Iglesia y Comunidad política, Salamanca 1974.
5
J. M. Pelorson, Aspectos ideológicos, in AA. VV., Historia de España (diretta da M.
Tuñón de Lara), Barcelona, vol. V, p. 336.
6
J. A. Maravall, La oposición bajo los Austrias, Barcelona 1972.
Documenti dell’archivio di Simancas relativi alle misure contro alcuni prelati 177
suprema del potere in senso lato, era legittimato ad esercitarlo in quanto
rappresentante del popolo. Nel suo De Rege et regis Institutione, che pub-
blicò proprio nell’anno della congiura del Campanella, giustificava il regi-
cidio solo in casi estremi:
Mas cuando no pueda ya esperarse, cuando estén ya puestas en peligro la santidad
de la religión y la salud del reino, ¿quién habrá tan falto de razón que no confiese
que es lícito sacudir la tiranía con la fuerza del derecho, con las leyes, con las
armas? [...] Este es mi parecer, hijo de un ánimo sincero, en que puedo, como
hombre engañarme7.

Più che alla Spagna egli alludeva alla Francia, al cui re Enrico III fa
esplicito riferimento. La sua era, comunque, una serrata critica ad ogni
forma di assolutismo tanto che, qualche anno dopo, la Sorbona dispose che
il trattato del padre Mariana venisse bruciato8. Al di là delle possibili
interpretazioni è chiaro che per la Chiesa, o per una parte di essa, la
monarchia assoluta di derivazione divina non era preminente, anzi poteva
essere messa in discussione ogniqualvolta il bene del popolo fosse stato
relegato in secondo piano.
I contrasti fra la Chiesa e lo stato spagnolo si propagarono anche nei
viceregni. Da qui la necessità di stabilire norme giurisdizionali atte a rego-
lare i conflitti d’interesse e a distinguere le sfere d’influenza di ciascuna
delle due potenti istituzioni. Il carteggio tra Filippo II (e i suoi ministri) e
il cardinale Antonio Perrenot di Granvela, già consigliere delegato impe-
riare al Concilio di Trento, riveste somma importanza per ciò che attiene
alle questioni giuridiche in materia religiosa. In questa corrispondenza,
secondo I. Carini «preziosissima […] tra le tante preziosità che possiede
l’Archivio di Simanchas»9, inclusa nei “Papeles de Estado” relativamente
ai rapporti fra Chiesa e Stato, vi sono definite le rispettive attribuzioni
giurisdizionali. Circa le controversie tra il viceré e il clero locale, il re
veniva regolarmente informato. La lettura dei relativi documenti ci permet-
te di aggiungere elementi di novità al complesso e intricato sistema giuri-

7
J. de Mariana, De rey y de la Institución real, in Obras, t. II, Madrid 1950, p. 483.
8
Alcuni studiosi ricollegano le idee espresse dal padre Mariana con l’uccisione del
sovrano francese Enrico III; mentre la cospirazione inglese del 1605 e l’assassinio, nel
1610, del re di Francia Enrico IV furono attribuiti da molti agli intrighi della Compagnia
di Gesù, per cui il padre Mariana fu isolato dal contesto internazionale. Cfr. J. Laurens,
Ideas fiscales de cinco grandes jesuitas españoles, «Razón y fe», III (1928), p. 313 e ss.
9
I. Carini, Gli archivi e le biblioteche di Spagna in rapporto alla storia d’Italia in
generale e di Sicilia in particolare, Relazione, parte I, Palermo 1884, p. 310.
178 Maria Luisa Tobar

dico – non sempre chiaro – che regolava i rapporti giurisdizionali Stato/


Chiesa alla fine del ‘500. In questo contesto di precaria stabilità si colloca
la congiura del Campanella. Dall’esame dei numerosi documenti, conser-
vati nell’Archivio di Simancas, possiamo ricostruire l’intera vicenda: dalle
indagini e dalle strategie per venirne a capo, ai nomi dei congiurati, agli
ispiratori, ai fiancheggiatori, ai diretti responsabili.
La ricca documentazione raccolta nei “Papeles de Estado” si suddivide
in varie sezioni. In quella corrispondente alle “Secretarías Provinciales”
che contiene, fra l’altro, i documenti corrispondenti al governo dei territori
italiani, si legge:
Bajo esta denominación se conservan en el Archivo de la Corona de Castilla radicado
en la villa de Simancas los documentos emanados de los Antiguos Consejos de
Italia, Flandes y Portugal, a las que se les daba el calificatio de “Provinciales” porque
entendían en el gobierno de una provincia determinada, mientras los demás Consejos
conocían de una rama de la administración general de la monarquía española.

Tra le “Carte del Consiglio d’Italia”10 vi è inclusa anche la “Colección de


documentos relativos a los prelatos que turben la iurisdicción real»; si
tratta di un carteggio particolarmente interessante, relativo alle controversie
giurisdizionali tra Chiesa e Stato. Sono legajos membranacei con legatura
in pergamena, non foliati, né numerati, attinenti a varie questioni: nel Legajo
393 si trovano documenti relativi a: i benefici a favore della Chiesa (tomo
9, libro 93); De expulsione episcoporum (tomo 9, libro 94); l’immunità di laici
ed ecclesiastici (tomo 10, libro 95). Mentre il Legajo 401 (tomo 14, libro
99) contiene i documenti che riguardano la De iurisdicción ecclesiastica.
Altra sezione di rilievo è quella che va sotto il titolo De casibus mixti (Legajo
409, libro 107), che contiene un interessante carteggio tra il viceré e il re,
riguardo all’amministrazione della giustizia. Dall’analisi di questi documenti
risulta che la preoccupazione più ricorrente, per gli amministratori dei
sovrani spagnoli, è quella degli ‘abusi’ dei prelati del regno che, uniforman-
dosi ad alcuni decreti del Concilio di Trento e alla Bolla In Coena Domini11,

10
Si tratta di una raccolta che comprende 2432 legajos, in cui figurano documenti
relativi al periodo che va dal 1555 al 1700. Quelli relativi alla segreteria di Napoli sono
numerati dall’1 al 979.
11
La Bolla Coena Domini pubblicata nel 1567 (il nome deriva dalla pubblicazione
annuale del Giovedì Santo relativa alla commemorazione dell’Ultima Cena), ribadisce, se
non addirittura inasprisce, i decreti del Concilio di Trento. Nell’Archivio di Simancas si
conserva una copia redatta dal papa Pio V. Filippo II, per limitare il potere che da essa ne
sarebbe derivato, aveva preso delle misure quali, la “retención de bulas”, il “regium
Documenti dell’archivio di Simancas relativi alle misure contro alcuni prelati 179
si arrogavano la facoltà di giudicare gli imputati laici che si erano mac-
chiati di reati pertinenti a “cose di chiesa”.
Tra i tanti aspetti che si potrebbero evidenziare dalla lettura dei docu-
menti, ci soffermiamo ora su alcuni di particolare interesse. Il viceré, duca
d’Alcalá, scrisse varie lettere alla corte di Madrid insistendo sulla necessità
di rimarcare le relative sfere di influenza tra la Chiesa e lo Stato giacché
i prelati, forti dei capitoli tridentini, prevaricavano, in maniera pretestuosa,
sui laici. In una lettera del duca d’Alcalà leggiamo: «in modo alcuno da
cquà avante debbiate da persone laice exigere per qualsiavoglia causa più
pagamento del solito, et che per il passato si è exatto, et pretendendo
alcuna cosa in contrario haverete ricorso da noi, che vi sarà ministrato
complimento di giustitia, non essendo giusto, che ve la facciate voi à modo
vostro»12; in un’altra, in merito al concubinato, si reclama l’esclusiva perti-
nenza al tribunale regio13; di pertinenza del giudice secolare si ritengono
anche i casi di relazioni fra donne e religiosi, secondo quanto scrivono i
funzionari reali:
… vi siete intromesso in volere procedere contra una donna laica, nominata Ber-
nardina di Buono della terra di Mirabello, sotto pretesto che fusse inquisita di
stupro cum abortu con un clerico. Et perché la cognitione di detti delitti contra
detta laica spetta al Giodice laico, et voi non vi ci havete possuto, ne dovuto
intromettere, per non spettare alla vostra giurisdittione ecclesiastica […] per tanto
ve dicemo, et exhortamo, che non ve debbiate intromettere contra detta laica per
detta causa, ma ne lassarete conoscere alla detta Gran Corte, dove pende, perché
in quella si procederà contra di essa à quanto serà di giustitia, non essendo giusto,
che vogliate pregiudicare la regia giurisdittione, et intromettervi in cose che spet-
tano à quella, poiché noi dal canto nostro non habbiamo mai pregiudicato, ne ce
ne siamo intromessi in cose toccanti alla giurisdittione ecclesiastica, ma sempre
quella havemo favorita, et agiutata, sicome favoriremo, et agiutaremo ogni volta
che saremo ricercati14.

E ancora, in una lettera del mese successivo, si ribadisce «che sempre che
li prelati del Regno vorranno procedere contro alcuni laici per censure per

exequatur” e, se fossse stato necessario, persino, il “recuerso de fuerza”; nel viceregno il


duca d’Alcalá, Parafán de Rivera, coadiuvato dai reggenti Antonio Villano e Francisco de
Revertera, ottemperando così agli ordini del re, dispose che la bolla non venisse mai
pubblicata (lettera del 17 luglio 1569, cfr. P. Giannone, Istoria civile del Regno di Napoli,
1723, XXXIII, cap. VII).
12
Lettera del 30 novembre 1564.
13
Lettera del 21 giugno 1567.
14
Lettera del 20 agosto 1569.
180 Maria Luisa Tobar

levarli da peccato, non solamente non siano impediti, ma se li dia tutto


l’aiuto»; questo punto viene ribadito in un’ulteriore lettera dello stesso
giorno:

perché la volontà di sua Maestà Cattolica è stata sempre, come è di aiutare, et


favorire la giurisditione ecclesiastica in quello che spetta alla predetta giurisditio-
ne, come si è sempre per esperienza visto, et al presente la Maestà sua […] per
maggior declaratione di sua retta, et santa intentione ne ordina, et comanda, che
sempre che li Prelati del Regno vorranno procedere contro alcuni laici per censure
per levarli da peccato, non solamente non siano impediti, ma se li dia tutto l’aiuto,
et favore necessario15.

Si ha l’impressione che i prelati abbiano prevaricato circa le loro funzioni


esercitando, spesso in modo arbitrario, le loro prerogative, forti delle attri-
buzioni regie. Si impone la necessità di emanare una normativa che chiari-
sca e specifichi inequivocabilmente l’ambito giurisdizionale delle due isti-
tuzioni. A tale proposito i consiglieri del regno redigono e inviano al re il
documento che riportiamo in Appendice.
Nonostante tali disposizioni le controversie giurisdizionali continuava-
no dando luogo, il più delle volte, a incresciosi e complicati contenziosi.
Sotto la denominazione Sacrilegio, riscontriamo il carteggio relativo alla
consulta di Antonio Perrenot, Cardinale di Granvela16 circa l’arresto di un
laico sorpreso a rubare nel Duomo e nella Chiesa di San Lorenzo a Napoli
e la sua consegna all’arcivescovo Carraffa che si riservava di giudicarlo
piuttosto che rinviarlo al Tribunale Regio. Secondo il Granvela, la gravità
del caso imponeva l’intervento del Re. A tale scopo scriveva informandolo
di quanto stava succedendo sollecitando che «possa comandare quelle pro-
visioni de più, che al suo prudentissimo giuditio parerà». Egli non voleva
«consentire a’ Prelati che, in questo Regno procedessero contro laici sub-
diti di vostra Maestà in li casi, che chiamiamo misti, conforme à quello che
la Maestà vostra già sape». L’interferenza dell’arcivescovo di Napoli nel
caso in questione appariva «cosa pregiuditiale alla giurisditione reale»; il
viceré comunque aveva disposto che il reo venisse consegnato al “Brazo
secular”. Ne scaturì un aspro contenzioso che richiese l’intervento dell’Av-
vocato Fiscale, a salvaguardia delle prerogative giurisdizionali regie in
opposizione a quelle ecclesiastiche. L’arcivescovo scomunicò il suddetto

15
Lettera del 31 agosto 1569.
16
Legajo 107, lettera del 15 marzo 1573.
Documenti dell’archivio di Simancas relativi alle misure contro alcuni prelati 181
fiscale, i capitani delle guardie e tutti coloro che «erano intervenuti nelle
cose predette» facendo affiggere i cartonia della scomunica alle mura della
città. Per tutta risposta il Granvela fece coprire i suddetti manifesti con
inchiostro, ordinò al vicario, «che si può dire autore dela perturbatione dela
giurisditione di vostra Maestà in questa città», di lasciare il regno entro le
ventiquattro ore successive e, applicando una ordinanza del sovrano del
luglio 1569, mise sotto sequestro tutti i beni dell’arcivescovo. Un episodio
d’inaudita gravità, come si legge alla fine del documento:

Questo caso è molto nuovo, et mai successo in queste parti, di havere ardire di
procedere ad escomunicare di Officiali importanti per mantenere la giurisditione
di vostra Maestà, et è d’exempio tale, che pigliandose esempio da questo se
alteraria la giurisditione di vostra Maestà da tutti li Prelati del Regno, di maniera
che li può causare facilmente disturbo al Stato, perché con questa forma di proce-
dere s’impedisce l’administratione dela giustitia, et si disprezzano li Ministri di
vostra Maestà, et in altri tempi d’altri Pontefici si sono viste l’arme in le mani, si
sono occupate terre del Stato Ecclesiastico, si sono mandati commissarij à pigliare
l’argenti del Ecclesie, et mai si è proceso à simili termini; all’Ecclesia cqua si è
portato ogni rispetto, però l’arcivescovo è stato molto inconsiderato, et in Roma
credo che s’intenderà come conviene.

Il re, più che mai risoluto ad affermare la “preminenza real”, naturalmente


suffragò l’operato del viceré, affinché la sua «Jurisdictión sea mantenida
de manera que por ninguna vía, ni causa se preiudique»17. Nello stesso
giorno Filippo II scrisse un’altra lettera al suo ambasciatore a Roma, don
Juan de Zúñiga, dandogli disposizioni sul da farsi in merito al furto sacri-
lego di Napoli, ordinandogli inoltre di suggerire al Cardinale Colonna di
operare in futuro con circospezione e di partecipargli il suo disappunto
circa il suo modo di procedere contro il governatore di Montecorvino,
certo che «mirará de aquí adelante de no dar ocasión a que su Santidad
pretenda con aquel Reyno ninguna cosa en disminución de nuestra Jurisdi-
ción y preheminencia real». Segnalava inoltre il «camino conviniente por
donde se compongan, y rehagan a nuestra Jurisdición los agravios, que ha
recibido del ecclesiastico, y los que assí mismo ellos pretenden que se han
hecho a la suya, y que para esto halgaemos de entender la forma, y orden
con que havría la tal persona de tractar estos negocios y su Santidad piensa
señalar por su parte otra persona con quien se haya de juntar y conferir

17
Ivi, lettera del re, del 13 luglio 1573.
182 Maria Luisa Tobar

entre las dos…»18. Con la prudenza che lo contraddistingue, infine ordina-


va all’ambasciatore di trattare con il Papa al fine di ottenere l’assoluzione
per i propri funzionari, senza che essi fossero obbligati a recarsi a Roma,
onde evitare di «deroccar por el suelo el autoridad de nuestros ministros».
La reazione dei viceré e degli alti funzionari del regno contro alcuni
ecclesiastici altro non fu che la risposta alle prevaricazioni e al comporta-
mento aberrante dei prelati locali. Lo spirito delle consultas, nel suo insie-
me, mette in evidenza appunto l’abuso di potere di alcuni prelati e le
inammissibili interferenze in ambito giurisdizionale di pertinenza statale,
nonostante le disposizioni di cui sopra. La corrispondenza tra il duca d’O-
suna, Pedro Girón, e il re Filippo II19, contenuta nel Legajo 400, è una
costante richiesta di provvedimenti contro alcuni prelati che per interesse
personale sistematicamente disattendevano le disposizioni regie. Scrive in-
fatti il viceré:

Li prelati di questo Regno abusano tutti de la prottetione, li favori et la defensione,


che la Maestà vostra comanda che si tenghi della iurisdittione ecclesiastica, che
costrengono li ministri di vostra Maestà ad fare quelle provisioni necessarie che
essi desiderno, che fussero escusabile, et con tanta poca consideratione per ava-
ritia et interesse proprio fulminano escommuniche ingiuste et nulle che si li mini-
stri di vostra Maestà non tenessero la mano gagliarda ad fare le reverire et temere,
facil cosa saria che fusse successo o succedesse alcuno scandalo in li popoli, et
particolarmente l’abusano ottenendo da Roma provisioni preiuditiali alla iurisdi-
tione reale di vostra Maestà et quello che più importa exequendola senza l’exe-
quatur regio della Maestà vostra. Questi dì indietro il vescovo di Ugento pubblicò
bulla senza exequatur regio, sopra del che come io abvisai alla Maestà vostra non
hebbe comodità di fare altra provisione solo.

Nella lettera si fa anche riferimento all’abuso della scomunica, strumento


a cui gli ecclesiastici ricorrevano, spesso in maniera inopportuna, con la
complicità della chiesa di Roma che, con l’emanazione di bolle prive del
benestare regio (exequatur regium), ratificava ogni sorta di abuso «otte-
nendo da Roma provisioni preiuditiali alla iurisdittione reale di vostra
Maestà e quello che più importa exequendola senza l’exequatur regio»; in
seguito si cita il caso concreto del vescovo di Gravina «che ingiustamente
contra provisioni expedite in Camera, et altre per me have habuto ricorso
alla Corte di Roma, et ottenuto provisioni preiuditialissime alla giustizia,

18
Ivi, lettera del re, del 13 luglio 1573.
19
Legajo 400, lettera del 15 aprile 1584.
Documenti dell’archivio di Simancas relativi alle misure contro alcuni prelati... 183
et alla iurisdittione di vostra Maestà»20. In un documento allegato, in cui
si spiega il caso, si legge:
Et essendosi notificato quà di persona alli infrascritti sei clerici della detta città di
Gravina, cioè à Don Angelo Carrone, Don Joanes Maiorana, Don Francisco San-
tomase, Don Pasciullo de Santullo, Don Ferrante de Ghisi et Don Donato Antonio
de Abamonte che per ordine nostro come seditiosi, disturbatori et inquietatori del
servitio di sua Maestà et della quiete di questo Regno dovessero sfrattare fra 2
giorni da Napoli e fra venti dì fussero usciti dal Regno, et non ci fussero ritornati
senza ordine nostro21.

Si potrebbero citare altri esempi circa l’operato degli ecclesiastici del re-
gno di Napoli in contrapposizione netta con la regia autorità. Questo stato
di cose si protrae fino alla fine del secolo e si dilata addirittura nel succes-
sivo. È l’antica lotta fra il Papato e l’Impero che si ripropone. Tutte le
volte che lo riteneva utilitaristico ed opportuno la Chiesa caparbiamente
tentava di imporre la sua autorità nel napoletano. In questo scenario di
aspre contrapposizioni si innesta la congiura capeggiata dal Campanella
che verrà sventata l’anno successivo la morte di Filippo II.
Nei “Papeles de Estado”, sezione relativa alla Segreteria del viceregno
di Napoli, si trova l’interessante carteggio relativo alla congiura campanellia-
na. Si tratta del Legajo 1096, in cui figurano lettere e relazioni; sono plichi
composti da uno o più fogli doppi, per lo più, cuciti in modo da formare
dei fascicoli. Nei documenti relativi agli ultimi mesi del 1599, sono descritte
le varie fasi della congiura. Il filosofo calabrese, servendosi di una fitta rete
di rapporti interpersonali, stava ordendo un vero e proprio piano di rivolta che
avrebbe dovuto dar luogo all’avvento di una repubblica teocratica fondata
sulla comunità di beni, secondo il modello della Città del Sole. Attraverso
le lettere che il conte di Lemos, viceré di Napoli, invió a Filippo III possiamo
seguire l’iter di tutta la incresciosa vicenda. In allegato furono incluse, di
volta in volta, le relazioni di Fabio di Lauro e Giovan Battista Biblia, che
per primi denunciarono la congiura, e le puntuali descrizioni dei fatti di Carlo
Spinelli, ottimo soldato e persona di fiducia. Per queste sue doti lo Spinelli
fu mandato dal conte di Lemos in Calabria, alla testa di due compagnie di
soldati col compito di sventare i piani dei cospiratori (l’elenco con i nomi
dei principali responsabili è compreso nelle relazioni dello Spinelli).
A seguito di tradimenti, defezioni, denunce, la congiura fu sventata e

20
Ibid.
21
Ibid, l’ordine è firmato dal duca d’Osuna, Pedro Girón, a Napoli 20 luglio 1584.
184 Maria Luisa Tobar

i soggetti implicati subirono la feroce rappresaglia ecclesiastica e vicerea-


le. Spinelli informava dettagliatamente la Corte di Napoli e di riflesso
quella spagnola, facendo il punto sullo stato delle indagini. Naturalmente
metteva in risalto la personalità del Campanella che era riuscito a coinvol-
gere molti suoi confratelli, alcuni rappresentanti del popolo, nonché “per-
sonas principales” cioè personaggi di spicco della società calabrese del
tempo. Nei documenti si riscontra il paziente lavoro di predicazione che i
frati congiurati stavano svolgendo nelle piazze e nelle chiese e, a sentir
loro, persino il Papa auspicava, per la gente di Calabria, un governo repub-
blicano con l’avallo e la guida spirituale della Chiesa. La corrispondenza
mette anche in luce lo stato di disagio e di forte preoccupazione da parte
del governo spagnolo. L’ipotesi del coinvolgimento del Pontefice poneva
in estremo imbarazzo la corona spagnola che, pur ossequiente al credo
cattolico e al papato, era tuttavia più che mai risoluta ad imporre la propria
autorità. Per tutte queste ragioni era imprescindibile agire in tutta segretez-
za e con somma cautela anche per non provocare un conflitto insanabile
col Pontefice. Infatti il conte di Lemos, nella lettera del 24 agosto 1599 che
attraverso il segretario Francisco Idiáquez22 faceva pervenire al re, riteneva
del tutto improbabile e dissennato il coinvolgimento del Pontefice in tale
vicenda, avendo cura di scrivere in codice le parti più compromettenti: «al
Papa y al Cardenal San Jorge con el Turco que si fuera con el rey de
Francia o algún potentado de Italia»23. Nella prima relazione (10 agosto)
il brano, relativo ad un’ipotetica intesa del Papa e del Cardinale San Gior-
gio con i turchi, è anch’esso cifrato: «De su Santidad y en su nombre, del
Cardenal San Jorge, del Turco»; la parola «vicario», scritta poco più avan-
ti, è anch’essa in codice24. Il viceré, diplomaticamente, riteneva assoluta-
mente improbabile il coinvolgimento del Pontefice in tale vicenda, riser-
vandone al Campanella la piena responsabilità. Il frate è accusato persino

22
Legajo 1096, fasc. 105. Luigi Amabile la trascrive con il n. 6 (Congiura., vol. III, pp.
14-15). Nella parte esterna del plico figura questa intestazione non trascritta dall’Amabile:
«Al Rey Nuestro Señor en manos de Francisco de Idiáquez su secretario».
23
L. Amabile, Congiura, vol. III, p. 15. Il brano decifrato è stato scritto sul margine
sinistro. In tutti i documenti le parti cifrate sono state decifrate e scritte sul margine del
rispettivo documento.
24
Simancas: Legajo 1096, fasc. 106. L. Amabile, Congiura, vol. III, doc. n. 7, pp. 15-
17; forse è opportuno segnalare un errore (fra altri del testo) di trascrizione in quanto risulta
significativo: «… con ynteligencia de muchos capitulos de la una y de la otra provincia»:
nel manoscritto si legge capipópulos e non capítulos, italianismo che si ripete in altri
documenti.
Documenti dell’archivio di Simancas relativi alle misure contro alcuni prelati 185
di stregoneria e di aver stretto accordi compromettenti con l’armata turca.
Viene così messo in evidenza l’aspetto eretico della ribellione. Nelle ulti-
me lettere si fa esplicito riferimento al doppio capo di accusa a carico del
frate calabrese: ribellione ed eresia.
L’intera corrispondenza è particolarmente interessante anche perché ci
fornisce notizie dettagliate e circostanziate sulle varie fasi delle indagini;
vi traspare anche una certa atmosfera di paura che spinse alcuni soggetti
a collaborare con gli inquirenti; furono questi che, in ultima analisi, permi-
sero di sventare la congiura. Nelle due denunzie di Lauro e di Biblia, i
nomi dei delatori e della città Catanzaro sono in codice 25.
Luigi Amabile ne segue passo passo le fasi, dalle prime denuncie ai
vari capi d’accusa, e riporta la documentazione dell’Archivio di Simancas.
In nota al documento n. 7 lo studioso afferma che la «prima lettera dello
Spinelli con la corrispondente del Viceré non si è trovata». Dalle ricerche
condotte in Archivio alcuni fascicoli o parte di essi non risultano trascritti.
Per avere il quadro completo della corrispondenza dall’Italia alla corte
spagnola, riportiamo alcuni documenti non trascritti dall’Amabile.
Il primo di questi è il semplice riassunto della lettera del conte di
Lemos a Filippo III, riportato nel verso di essa; è compreso, ovviamente,
nel fascicolo della relazione di Luis Xarava al conte di Lemos e contiene
una sintesi di essa. Riportiamo il testo di detto riassunto:
A Su Magestad. El conde de Lemos. Napoles a 24 agosto 1599.
Recibida a 28 septiembre.
Que el doctor Don Luis Xarava le embió una relación cuya copia viene con esta
carta por la qual pareze que se havía descubierto una conjuración en Calabria
cuyos promotores vienen especificados y particularmente son los autores ciertos
frayles y otros personajes de questa que se entendían con Morat Arraez y Cigala.
Que aviendo escrito a Su Santidad sobre la prisión de los clérigos culpados le dio
licencia con mucho gusto.
Que a Carlos Espinelo avía embiado con orden de todo lo que debía hazer, por
la satisfación que tiene de su persona por la averiguación del caso y prisión de los
culpados.
Que los mismos que hablaron al avogado fiscal le embiaron otra relación cuya
copia viene también con esta y que avía embiado al avogado fiscal a Santafumia
a hazer cierta averiguación en este negocio26.

25
«Relación primera en lo de la conjuración de Calabria» e «Relación segunda sobre la
conjuración de Calabria» (Legajo 1096, fasc. 106 e 107; in Amabile (Congiura, vol. III,
doc. n. 7, pp. 15-17 e doc. n. 8, pp. 17-18) mancano le intestatazioni dei documenti.
26
Legajo 1096, fasc. 105.
186 Maria Luisa Tobar

Vi sono altri due documenti non riportati da Luigi Amabile, che aggiungo-
no dettagli alla dovizie di notizie già note. Nel primo, che è copia di una
lettera, del 20 settembre 1599, di Carlo Spinelli al conte di Lemos, si
mettono in rilievo le complicità e le intese dei congiurati con i turchi; si
fa anche menzione dell’atto di lesa maestà a carico del religioso Giulio
Condestable, reo di aver calpestato un ritratto del re dopo avergli rivolto
una serie di insulti. Si insiste sulla complicità di alcuni frati che, armati di
tutto punto, si industriavano ad aiutare e proteggere i fuoriusciti con la
tacita complicità di alcuni vescovi:

Copia de carta de Carlo Spinel al Conde de Lemos en materia de los conjurados.


Por las causas que con otras mías tengo scripto a Vuestra Excelencia, yce venir
a alojar en la tierra di Stilo la compañía de Don Antonio Manrique, y haviéndole
dado yo nota de algunas personas que con dissimulación y tiempo la fuesse pren-
diendo, y particularmente un Julio Condestable clérigo de las quatro órdenes, el
qual yo havría passado hasta Costantinopla a buscarle si cierto supiera que por allá
havría estado, siendo este clérigo uno de los más vellacos, y de los principales de
la conjura, que lo es como frai Thomas Campanela por lo que tengo provado
contra él y también por haver este vellaco tomado el retrato del Rey Nuestro Señor
y, puéstolselo debaxo de los pies diziéndole mil injurias de que está provado, y
porque es clérigo y subjeto del Obispo de Squilache lo tengo aquí con otro tam-
bién de la conjura que todos dos en un tiempo los pescó Don Antonio.
Yo en tres días partiré por Squilache y los traeré allá con los demás, para
compilar los procesos y esperando la orden de Vuestra Excelencia qué e de hazer
deste clérigo, y si manda Vuestra Exelencia de los 10 deste, en que me manda que
yo haga los clérigos de Seminara que han delinquido en hazer resistencia a la
justicia, y tomando de las manos della los carcelados en conformidad de lo que
Vuestra Excelencia manda, yo e proveído de manera que haviéndoes, los entrega-
ré en nombre de Vuestra Excelencia al Obispo de Melito, no dejando de dezir a
Vuestra Excelencia que estos clérigos van armados de todas armas, y siempre
están en las iglesias con otros foragidos favoresciendo el uno al otro, que lo que
permiten estos obispos. Espanto que la mayor parte delas vellaquerías que se
hazen son de clérigos, y todo porque no son castigados, y son exemplos a los que
no lo son, que introduzen la inobedencia27.

In un’altra lettera il conte il Lemos, prudentemente, chiede al re l’autoriz-


zazione ad adottare severi provvedimenti nei confronti delle persone arre-
state, senza però infierire, anche se la gravità del caso richiederebbe con-
danne esemplari. Si parla di centocinquanta reclusi tra religiosi e fuoriusci-

27
Legajo 1096, fasc. 136.
Documenti dell’archivio di Simancas relativi alle misure contro alcuni prelati 187
ti, che saranno destinati rispettivamente alle carceri di Castelnuovo e del
castello di Sant’Elmo:

Señor. Aunque en el castigo i demostración que se ha de hazer con estos presos


de Calabria pienso proceder con consejo de los Regentes, todavía, sería par mí
muy gran merced, que Vuestra Magestad me mandasse embiar alguna orden del
modo que en esto caso devo guardar, porque, por una parte no querría parescer
cruel, i por otra el caso es tan grave que meresce riguroso castigo. Yo estoy ya
esperando por horas los presos que me avisan passan de ciento i cinquenta entre
foragidos y frayles i los demás, para los quales tengo prevenidas cárceles, en
Castilnovo para todos los frayles i clérigos, i en Castildelovo i San Elmo para
todos los demás. Suplico a Vuestra Magestad me mande responder con brevedad
a esto i lo demás que escrivo.
Nuestro Señor guarde la Cathólica Persona de Vuestra Magestad. De Nápoles 30
Octubre 1599. Conde de Lemos28.

La congiura del Campanella non fu un evento isolato: già nel 1553 un’altra
congiura era stata sventata in Calabria. In quella circostanza l’uditore Qua-
dra29 informava Francisco de la Vega di aver scoperto a Cosenza una
congiura che avrebbe dovuto sollevare la gente di quelle terre contro il
dominio spagnolo. Per la sua riuscita i congiurati speravano nell’aiuto del
principe di Salerno e nell’intervento dell’armata francese. Il Quadra riferi-
va anche che i maggiori responsabili erano stati arrestati e che sei di essi
erano stati decapitati. Tra i congiurati pare che ci fosse un figlio del conte
di Marturano ed il gentiluomo Cola Francesco Tarsia. Nelle rivolte scop-
piate in Calabria spesso furono implicati i francesi e i turchi che costitui-
vano una costante minaccia per le coste meridionali della penisola.
Numerosi sono i documenti riguardanti le incursioni saracene sulle co-
ste calabresi. Tre anni dopo la battaglia di Lepanto, in un’incursione a
Capo Stilo persero la vita circa 200 musulmani, tra i quali uno dei più
valorosi capitani di Occhiali. Fu anche fatto prigioniero Juan de Caserta,
un rinnegato nativo di Reggio Calabria, che fu condotto a Napoli per
essere interrogato30. Uno dei problemi gravi della Calabria era quello dei
“fuoriusciti”. Dalla lettura dei documenti di Simancas risalta il loro impor-

28
Legajo 1096, fasc. 157.
29
Simancas: Legajo 1321, fasc. 225; la lettera dell’uditore Quadra è datata 11 maggio
1553.
30
Simancas: Legajo 1064, fasc. 41; la lettera del cardinale Granvela a Filippo II del 15
luglio 1574.
188 Maria Luisa Tobar

tantissimo ruolo nella congiura del Campanella. Malgrado le severe misure


adottate dai viceré non si riusciva a venirne a capo. Il viceré Ígnigo López
Hurtado de Mendoza scriveva a Don Guzmán de Silva informandolo sui
risultati della lotta ai fuoriusciti che trovavano aiuto e protezione nella
Calabria Ulteriore sperando che le esecuzioni di molti di essi avrebbero
riportato tranquillità e sicurezza in quelle provincie31.
Gli stessi elementi che avevano interagito nella congiura del 1599 si
riproporranno quasi integralmente nel secolo successivo. Gli attriti fra
Chiesa e Stato non si attenueranno, anzi le questioni giurisdizionali si
riproporranno ancora più aspramente. Infatti, rispondendo ad una missiva
del re del 19 settembre 1605, il conte di Benavente lamentava gli eccessi
di alcuni prelati che arrecavano grave pregiudizio alla giurisdizione regia.
Riferiva il gravissimo provvedimento da parte della Chiesa che aveva
messo all’indice un libro di Camillo de Curtis avente per oggetto la difesa
della giurisdizione regia, e questo era

cosa tan nueba, tan escandalosa, y de tan mala consequença que si a esto no se
pone la mano con cura, la Jurisdición de V. M. se perderà, y no habra quien
pretenda defenderla, ni por escritto, ni de palabra, pues luego se usará con él esto
mismo como soy informado que de poco tiempo acá se ha empeçado a entroduçir
de yr buscando los autores que han escritto en defensa de la Jurisdición de V. M.
y los han prohibido ó quitado los capítulos que trattavan de las dichas materias,
haziéndolos imprimir de nuebo, pero en el caso presente no se ha contentado el
Papa de quittar este capítulo de Jurisdición mas prohibido todo el libro y puéstole
entre todos los demás prohibidos.

Inoltre, che funzionari del re, nell’esercizio delle loro funzioni a difesa
delle prerogative regie, fossero per questo scomunicati, rendeva necessario
l’intervento del re, affinché

con palabras muy claras, y precisas, y no generales y ambiguas, para que se pueda
executar aquí con puntualidad, y con segura conçiençia, y que el mismo Papa lo
sepa, y entienda que aquí no queremos si no servir a Dios, a V. M. y al mismo
Papa en quanto fuere conforme á razón, y a las órdenes que tenemos, las quales
como de un gran Rey, y tan christiano habrá de persuadirse su Beatitud que serán
los que convienen32.

31
Simancas: Legajo 1336, fasc. 159; la lettera è datata 31 gennaio 1578.
32
La lettera, firmata dal conte di Benavente, Francisco de Ponte marchese di Morcon,
Fulvio de Costanço marchese di Corleto, don Pedro de Castellet, don Bernardo de
Barrionuevo marchese di Certinara, Andrea de Salazar, è del 14 dicembre 1605.
Documenti dell’archivio di Simancas relativi alle misure contro alcuni prelati 189
I conflitti, come al tempo di Filippo II, si inasprivano sempre più, tanto che
il successore Filippo III, rispondendo alla richiesta del viceré che voleva
sapere se fosse opportuno comunicare preventivamente al Pontefice i de-
creti di espulsione dei religiosi ritenuti «perturbadores de la quiete públi-
ca», si vedeva costretto ad impartire disposizioni categoriche. Dopo essersi
consultato con i Consiglieri del regno, quindi, ordinava di convocare «los
Prelados en los casos que conziernen al beneficio público desse Reyno y
proceder a la expulsión sin ser necesario dar parte dello a nadie»33. Si
rimetteva tuttavia alla prudenza del viceré raccomandando di valutare ogni
singolo caso con la massima discrezione e cautela.

APPENDICE

Sacra Regia Cattolica Maestà

Havendo da tre anni in çirca li prelati di questo regno cominciato ad intromettersi


in la cognitione di molte cause, quale pretendono essere miste, fù per me datone
particulare aviso alla Maestà vostra, et cognoscendo poi lo gran pregiuditio, che
ne resultava alla sua giurisditione, la supplicai fusse rimasta servita, di farci pi-
gliare quella presta resolutione, che meglio avesse parso convenire, al suo real
servitio, et per resolutione, et per vostra Maestà per lettere sotto la data delli 17
del mese di luglio dell’anno prossimo passato, mi fù ordinato, che avesse fatto
trattare per li Regenti la regia Cancelleria, tre o quattro del Conseglio, et con li
doi Avocati fiscali quello, che si dovesse, et potesse fare di giustitia sopra la
pretensione di detti Prelati, in virtù del qual ordine, si sono più volte giontati detti
Regenti, lo Presidente di detto Conseglio Gio. Andrea di Curtis, Antonio Orefice,
Vincenzo de Franchis, Marcello de Mauro, e Gio. Vincenzo Cangiano; all’hora
Avocato fiscale della Vicaria, per li quali fatta longa discussione sopra di ciò
hanno risoluto nell’infrascritti casi, in li quali n’era data molestia per detti Prelati,
quello, che vostra Maestà vedrà particularmente in ciascheduno d’essi.
1. Et primo, quanto al sacrilegio, è stato concluso, che tanto nell’imponere la pena
corporale, ò vero pecunaria, quanto nel condennar alla restitutione della robba, lo
Giodice ecclesiastico non si deve intromettere contro li laici sacrilegi, ma questo
si deve solamente fare per lo Giodice seculare, però si trattasse d’escomincarli,
essendo lo delitto notorio, nel qual caso non si ricerca processo ordinario per la
notorietà del fatto, all’hora lo potria fare, et similmente ses volesse in genere
dichiarare escomunicati li sacrilegi, ma proferire sententia d’escomunicatione con-
tro persone particolare, et per processi ordinarij, questo non si può fare.

33
Filippo III scrive la lettera nel palazzo di El Pardo il 16 novembre 1613.
190 Maria Luisa Tobar

2. Quanto a la usura è stato concluso, che contro l’usurari manifesti può lo Gio-
dice ecclesiastico imponere alli laici le pene introdutte per li Sacrosanti Concilij,
nell’altri usurari non manifesti, se fusse dubio in iure, se lo contratto fusse usu-
rario, ò no, et questo si ritrovasse altramente deciso, all’hora lo Giodice ecclesia-
stico lo deve cognoscere, et dichiarare, in l’altri casi, ò si trattasse restituire l’usu-
ra, ò d’imponere all’usurari altre pene, lo Giodice secolare deve procedere contro
de laici.
3. Quanto all’adulterio è stato resoluto, che circa la separatione del letto matrimo-
niale, et della validità del matrimonio, lo Giodice ecclesiastico lo deve cognosce-
re, et provedere, l’altre pene introdutte contro l’adulteri per le leggi civile, lo
Giodice secolare le deve imponere alli laici.
4. Circa quelli, che pigliano due moglie nel medemo tempo, è stato risoluto, che
lo Giodice secolare solamente procede contro d’essi, però se queste due mogli si
tenessero publicamene, dal che nascesse scandalo al popolo, et alla religione chri-
stiana, potria all’hora lo Giodice ecclesiastico con escomunicatione constringerli,
che cessassero da tal peccato, et così si deveno intendere i canoni, che sopra di
ciò ragionano.
5. Quanto all’incesto, è stato concluso, che lo Giodice ecclesiastico non deve
procedere contro li laici sopra questo delitto, et perché le legge canonice hanno
solamente resguardato all’impedimento, che nasce da tal commistione illicita nel
contrahere degli matrimonij, ma tali incestuosi laici si devono castigare dal Gio-
dice secolare.
6. Quanto al concubinato è stato concluso, che quando lo concubinato è publico,
può lo Giodice ecclesiastico per via d’escomunica costrengere lo concubinario,
che lasci la concubina per toglier lo scandalo al popolo, però se non fusse publico,
ma secreto, lo può admonire, che s’astenga da tal peccato, ma non procedere per
via ordinaria.
7. Quanto alla biastema, è stato resoluto, che de iure lo Giodice ecclesiastico può
imponere alli laici biastematori le pene introdutte per li canoni, ma ch’in questo
si deve osservare la consuetudine, et che lo Giodice secolare può imponere alli
detti laici l’altre pene contro essi ordinate.
8. Quanto al sortilegio, è stato risoluto, che quando in esso ci concorre spetie
d’heresie, overo quando il sortilegio fusse permesso dalle leggi civili, all’hora il
Giodice ecclesiastico solo procede contro li sortilegi, ma in l’atri casi lo Giodice
secolare solo deve procedere contro essi laici.
9. Quanto al giuramento, e periurio, è stato concluso che quando si tratta d’asso-
lutione, e habilitatione del giuramento à fine de proponere in giuditio le ragioni
del giurante, ò periuro, questo si deve solamente fare por lo Giodice ecclesiastico,
ma quando si tratta di punire il periuro, ò vero di constringere quello, che have
giurato all’osservantia del giuramento, lo Giudice secolare solo deve procedere
contro li laici, essendo maxime in questo Regno tal consuetudine antichissima.
X. Quanto alle decime, è stato concluso, che li laici se constrengano dalli Giodici
secolari al pagamento d’esse, et che avante d’essi si devono solamente convenire,
Documenti dell’archivio di Simancas relativi alle misure contro alcuni prelati 191
stante la dispositione d’un capitolo del Regno fatto con Papa Honorio III, et anco
la regia pramatica di Re Ferrante primo fatta sopra l’osservanti di detto capitolo,
et altri capitoli in essa contenti.
XI. Quanto alle legati pij in questo Regno è stato osservato per lo passato, che lo
Giodice secolare solamente procede contro li laici, lo que anco si funda per capi-
toli contenti in detta pramatica, delli quali appresso si ragionerà, et havendo nel-
l’anno 1521 la Sede apostolica deputato in questo Regno Commissario, che proce-
desse sopra l’esattione di detti legati pij, essendoli sopre di tal breve dimandato
lo regio exequatur, fù per il viceré, ch’all’hora governava in questo Regno, col parere
del Collaterale Consiglio concesso solamente quanto alli clerici, et dallà à pochi
mesi, ad instantia del detto Commissario apostolico, fù spedito ordine generale à
tutti Ministri, et officiali regij, che per la consecutione di detti legati havessero
ministrato celere, et espedito complimento di giustitia, et dopoi nell’anno 1540,
essendoli per la medemo Sede tal facultà concessa alli commissarij della fabbrica
di San Pietro residentino in questo Regno, fù similmente dimandato l’exequatur,
lo qual fù concesso à rispetto delli clerici, et laici, con questa conditione però, che
procedessero con lo voto d’un Consultore deputando da esso Veceré, il quale poi
sempre è stato officiale regio, et con tal voto, et parere si è sempre processo nella
prima, seconda, et terza instantia, di modo che tolta tal facultà, et che per detto
exequatur se li è data, l’osservantia saria che lo Giodice seculare solo dovesse
procedere contro li laici. Questo è quanto è stato resoluto indetti casi, che per detti
prelati si difficultavano. Avertendo vostra Maestà, che di questo modo si è vissuto
in questo regno anticamente, et per quanto tempo li officiali, che vostra Maestà tiene
in lo Regno predetto li hanno possuto ricordare, et benché dal tempo di tre anni
in cqua, come di sopra è detto, li prelati predetti habbiano cominciato ad innovare
contro le resolutioni sopre ragionate, non di meno per me in li casi venuti a mia
notitia li sono sempre state scritte lettere esortandoli, che vogliano desistere da tal
innovatione, come più volte ho avisato a vostra Maestà, et questa antica osservan-
za per li Prelati passati non è stata mai posta in controversia, lo che non deve essere
proceso da altro, se non che in questo Regno ci sono capitoli firmati tra Papa
Honorio, et Rè Carlo secondo à tempo governava il Regno in nome di Carlo primo
suo padre, che cominciò a regnare nell’anno 1266 per l’osservanza, delli quali
capitoli, fù poi fatta pramatica per Rè Ferrante primo, et tra l’altri capitoli volendo
trattarsi della giurisditione, che doveva esercitarsi per li Prelati, et persone eccle-
siastiche contra laici, per quello ch’essi laici devino all’ecclesie, fidis pone per un
capitolo, che li Prelati predetti possano procedere contra detti laici, essendono
però vassalli dell’ecclesie, et per tanto più chiarire, che in l’altri casi non s’have-
vano da intromettere, se dispone per un’altro capitolo, che pretendendono da detti
laici consequire le decime debite, debbiano quelle dimandare per via delli regij
officiali, et di più volendosi dichiarare in qual cause criminale doveano procedere
contro detti laici, si dispone per un’altro capitolo, che l’officiali secolari non si
intromettano à congnoscere d’alcuno delitto ecclesiastico, ma che di questi delitti
ecclesiastici li detti Prelati, et loro officiali liberamente cognoscano, et puniscano.
192 Maria Luisa Tobar

Talche evidentemente appare, che habbiano voluto stabilire, et distinguere l’una,


et l’altra giurisditione, et dichiarare li casi nelli quali li Giodici ecclesiastici do-
veano procedere contro li laici, et questa distintione l’uso poi l’hà così intesa nel
modo, et forma che nelli sopradetti casi sta particolarmente scritto à vostra Mae-
stà, et la teciturnità di tanti Prelati l’ha comprobato. Per il che con ogni ragione
pare potersi dire, che già, che alle cose ecclesiastiche non se li manca in conto
alcuno d’ogni favore, aiuto, et beneplacito, che alla giurisdittione di vostra Maestà
non si faccia alteratione, né novità alcuna. Et questo è quanto sopra tal negotio
n’occorre referire a vostra Maestà pregando nostro Signore, che la sua real perso-
na guardi, et esalti con il dominio di più stati, et signorie, come da suoi fidelissimi
vassalli, et creati si desea. Da Napoli à di 19 luglio 1570.

Di vostra regia e Cattolica Maestà


humile vassallo, et creato, che sue real mani basa
Don Parafan
Francisco de Reverter
Gio. Andrea de Curtis
Gio. Vicenzo Cangiano
Gonzalo Bermudez
Antonio Orefice
Marcello de Mauro
Tomase Salermnitano
Vincenso de Franchis
Lobera pro Secretario
In Curie Secretorum tertio fol. 72 at°.
193

III

NUOVI DOCUMENTI
E TESTI CAMPANELLIANI
194
195
GIANFRANCO FORMICHETTI

L’OTTAVA LETTERA DEL FONDO COLONNA:


UN INEDITO CAMPANELLIANO*

Don Filippo Colonna, duca di Paliano e Tagliacozzo e settimo gran cone-


stabile del regno di Napoli1, era il figlio cadetto di Fabrizio (1557-1580)
e di Anna Borromeo, sorella di Carlo. Il fratello maggiore Marcantonio era
morto prematuramente due settimane dopo la nascita del suo primo figlio
al quale era stato dato lo stesso nome. Un tragico destino avverso colpì il
giovane Marcantonio che, non ancora sedicenne, morì l’8 maggio 1611.
Filippo si ritrovò così erede di grandi titoli e proprietario di un cospicuo
patrimonio. Il palazzo di famiglia, sito ai SS. Apostoli, divenne una delle
dimore più prestigiose di Roma.
Nel 1623 Maffeo Barberini divenne papa e il Colonna fu ammesso tra
i consiglieri più ascoltati. I rapporti con Urbano VIII si rafforzarono quan-
do, il 24 ottobre 1627, si celebrò il matrimonio tra il nipote del papa,
Taddeo Barberini, e la figlia di Filippo, Anna. Luigi Firpo sosteneva che
Filippo Colonna aveva conosciuto Campanella nell’ambito dei rapporti che
il papa, proprio alla fine degli anni ’20, stava intessendo con il domenicano
calabrese2. Non dimentichiamo che Urbano VIII, con la complicità di
mons. Antonio Diaz, vescovo di Caserta e nunzio a Napoli, fa trasferire a
Roma Campanella, appena liberato dal carcere napoletano. Frate Tommaso
è convinto di essere finalmente accolto dal papa e sente concretizzarsi la
sua missione profetica. Si ritrova invece nel carcere del Sant’Uffizio3. Lo

*
La segnalazione del riordino dell’Archivio Colonna, che si stava realizzando nell’ab-
bazia di Subiaco, mi ha spinto a curiosare tra le carte campanelliane che alla fine degli anni
’60 già Firpo aveva esplorate, rinvenendo sette lettere inedite. La cortesia e la pazienza dei
dott. Agostino Attanasio e Piero Scatizzi, responsabili del riordino, hanno facilitato il felice
rinvenimento di una ottava lettera inedita. Dedico questo breve scritto alla memoria di
Mario Costanzo, che tanti anni fa mi fece scoprire questo affascinante autore.
1
Su Filippo Colonna cfr. Amabile, Castelli, I, pp. 278, 316-17; P. Colonna, I Colonna
dalle origini all’inizio del secolo XIX, Roma 1927, pp. 267-78; L. Firpo, Tommaso Cam-
panella e i Colonnesi, «Il Pensiero politico», I (1968), pp. 93-116.
2
Cfr. Firpo, art. cit., p. 94.
3
Il De L’Aulnaye, scrivendo la voce su Campanella nella Biographie Universelle,
faceva dipendere la liberazione da una richiesta dello stesso Urbano VIII a Filippo IV di
Spagna (cfr. Biographie universelle ancienne et moderne, VI, Paris 1854, p. 491) e e in
tempi successivi il Pastor (Storia dei papi, XIII, Roma 1931, p. 909) seguiva una teoria
analoga sottolineando l’impegno della curia romana. In realtà, già nel 1886 L. Amabile, nel
suo L’andata di fra’ Tommaso Campanella a Roma dopo la lunga prigionia di Napoli
(Napoli 1886, p. 8), con puntuale documentazione aveva dimostrato infondato ogni interes-
samento del pontefice o della segreteria di stato per Campanella.
196 Gianfranco Formichetti

salverà da una nuova detenzione il clima particolarmente teso a seguito


delle previsioni nefaste di don Orazio Morandi, abate di S. Prassede e
astrologo, che vede profilarsi per il papa congiunzioni astrali sfavorevoli.
Campanella elabora rapidamente il De siderali fato vitando e lo fa perveni-
re al pontefice. L’effetto è immediato: egli non solo ottiene la liberazione
dal carcere ma in breve tempo diviene consigliere di Urbano VIII. Proprio
questa vicinanza consente l’incontro e l’amicizia con Filippo Colonna.
Il 2 giugno 1629 Campanella riceveva il titolo di maestro in teologia
dal capitolo generale dell’Ordine domenicano con il beneplacito del papa.
Tutto questo non sarà gradito dalla curia vaticana che inizierà un’opera di
boicottaggio nei suoi confronti. Alla stampa dei sei libri di un vecchio
trattato campanelliano di astrologia, che giaceva presso l’editore lionese
Prost, Nicolò Riccardi, il padre Mostro e maestro del sacro Palazzo, fa
aggiungere come septimus liber proprio il trattatello preparato per i rituali
eseguiti nella residenza papale del Quirinale. La ricostruzione del sistema
solare per il tramite di fiaccole, la chiusura ermetica delle finestre con teli
di seta bianca e l’intervento di musici, diviene presto di dominio pubblico4.
È la fine: per Campanella comincia una parabola discendente che giungerà
al culmine con la fuga da Roma del 1634: e proprio questo clima, forte-
mente avvelenato, sembra caratterizzare la lettera di cui stiamo trattando.
«Il vostro servo venuto alla Minerva per la festa di San Domenico si
trova molto alterato, e pentito d’esser venuto dall’aere felice all’infelicissi-
mo», così inizia questo breve biglietto autografo che qui pubblichiamo
privo di data5. Il documento, inedito6, è di particolare interesse per la
scarsa documentazione e la quasi inesistenza di fonti epistolari del periodo
di riferimento. La missiva presenta un Campanella risentito per gli accadi-
menti che lo vedono protagonista. Dopo le prime considerazioni aggiunge
infatti: «Pertanto supplico Vostra Eccellenza li mandi il carrozzino, perché
possa tornar a S. Francesco di Paola subito subito». Dunque Campanella
per la festa del fondatore dell’Ordine si porta a Santa Maria sopra Minerva,

4
Cfr. G. Formichetti, Il «De siderali fato vitando» di Tommaso Campanella, in Id., Il
mago, il cosmo, il teatro degli astri. Saggi sulla letteratura esoterica del Rinascimento,
Roma 1985, pp. 199-217; G. Ernst, Il cielo in una stanza. L’«Apologeticus» di Campanella
in difesa dell’opuscolo «De siderali fato vitando», «Bruniana & Campanelliana», III
(1997), pp. 303-334.
5
Archivio Colonna, III. BB. XCIII, 45. La lettera è indirizzata All’Ecc.mo Sig.r / D.
Filippo Colonna G. Contestabile del Regno / mio P.ron Colend.mo.
6
Ne ho dato notizia ne «Il Sole 24 ore» di domenica 7 novembre 1999, p. 33.
L’ottava lettera del Fondo Colonna: un inedito campanelliano 197
luogo deputato alla celebrazione delle grandi festività dei domenicani ro-
mani, in quel convento dove lo sapevamo residente. Ma da quanto leggia-
mo qui veniamo a sapere che non solo non abita più nella ‘casa madre’ del
suo ordine, ma che la sua residenza è sull’Esquilino, nel collegio dei
Minimi di San Francesco di Paola. Perché tutto questo? E soprattutto per-
ché ha desiderio di tornarsene all’«aere felice» del colle romano? È possi-
bile che frate Tommaso senta ormai l’imbarazzo della situazione in cui si
trova. A complicare le cose era giunta notizia di una imminente richiesta
di estradizione da Napoli, a seguito delle dichiarazioni di Tommaso Pigna-
telli, il domenicano che, discepolo di frate Tommaso negli anni del carcere
napoletano, fantasticava di liberare il regno dall’oppressione spagnola. Sa-
rà condannato a morte dopo essere stato torturato; dopo aver confessato
una complicità campanelliana, tenterà di ritrattare ma non ne avrà il tempo,
perché verrà strangolato in carcere. Le tensioni con Urbano VIII e, in
particolare, con la curia sono ormai al limite della rottura.
Campanella chiede aiuto al duca Filippo in quel torrido primo pomerig-
gio del 4 agosto. Il nobile romano è tra i pochissimi che non lo hanno
abbandonato. È addirittura possibile che sia stato proprio lui a farlo ospita-
re nel collegio dei seguaci di San Francesco di Paola, visti i buoni rapporti
da sempre esistenti tra i Minimi e casa Colonna.
Possiamo ipotizzare che lo Stilese proprio in questa occasione capisca
che ormai per i Domenicani romani la sua presenza è diventata ingombran-
te. È facile intuire che inesorabile si allunga la malvagia regia di padre
Ridolfi, generale dell’ordine, da sempre implacabile nemico del frate cala-
brese. Come altrettanto facile è, dunque, aggiungere l’anno a quel 4 ago-
sto, giorno della festa di San Domenico. Siamo ormai al punto di svolta e
non può che essere il fatidico 1634: di qui a poco, dopo essere stato
ospitato – come era consuetudine dal 1630 – nel convento di Frascati degli
Scolopi di Giuseppe Calasanzio7, Campanella, il 21 ottobre, dovrà tornare
precipitosamente a Roma. Raggiungerà il collegio dei Minimi, indosserà
l’abito di quell’ordine e sotto il falso nome di fra’ Lucio Berardi si porterà

7
Sui rapporti tra Campanella e Calasanzio cfr. G. Ansenda, L’umile presenza delle
Scuole Pie nella vicenda umana di Tommaso Campanella, «Ricerche», VI (1982), pp. 147-
169; G. Cianfrocca, Una testimonianza finora ignota del Campanella sulle Scuole Pie,
«Archivum Scholarum Piarum», XX (1996), pp. 1-13. Sulla permanenza campanelliana a
Frascati cfr. G. Giovannozzi, Il Calasanzio e l’opera sua, Firenze 1930, p. 70; R. Amerio,
Di un punto meno noto del periodo romano del Campanella, «Rivista di filosofia neo-
scolastica», XXIV (1932), IV, 2, p. 359.
198 Gianfranco Formichetti

a palazzo Farnese; quindi, in una carrozza messa a disposizione dall’amba-


sciatore francese, raggiungerà prima Civitavecchia e poi Livorno, da dove
si imbarcherà per Marsiglia. Dopo un viaggio estenuante andrà a raccoglie-
re meritati onori a Parigi, dove concluderà la sua travagliata esistenza il 21
maggio 16398.

A don Filippo Colonna

Eccellentissimo signore e padron colendissimo,

il vostro servo venuto alla Minerva per la festa di S. Domenico si trova


molto alterato, e pentito d’esser venuto dall’aere felice all’infelicissimo.
Pertanto supplica Vostra Eccellenza li mandi il carrozzino perché possa
tornar a S. Francesco di Paola subito subito e resto obbligatissimo alla
Vostra Eccellenza pregando Dio per la sua salute.

Dalla Minerva il dì di S. Domenico a hore 19


di Vostra Eccellenza
servitore perpetuo e fidelissimo
fra’ Thomaso Campanella

8
La presente nota ha avuto una prima pubblicazione in «Bruniana & Campanelliana»,
VI (2000), pp. 189-93.
199
F. WALTER LUPI

CAMPANELLA E IL FUORUSCITO.
STORIE DI UN MANOSCRITTO

Nel 1982, durante il mio lavoro di censimento dei manoscritti filosofici


conservati presso la Biblioteca Civica di Cosenza (attività che s’era tra-
sformata in ricognizione dell’intero fondo, alquanto composito e disastra-
to), ne emerse uno, il 27857, entrato in Biblioteca nel giugno 1932, assie-
me alla donazione Savelli-Palazzi, con una intestazione da mettere sul chi
vive ogni studioso di Campanella:
DE SENSU RERUM. | Libri IV | Occultæ Philosophiæ miranda P[ars] in qua
Mundum Dei | statuam esse ostendit vivam, nec non bene noscentem | cunctasque
suas partes partiunculasque sensu praeditas esse | quasdam clariori, obscuriori
cum alias, quantum sufficit | eorum conservationi, et totius in quo consenti- | unt,
et clarificantur rationes omnium secretum Naturæ
Con significative varianti già rispetto al frontespizio dell’opera, intitolata,
nell’edizione francofortese:
F. Thomae Campanellae | De Sensu Re- | rum et Magia, | Libri Quatuor, | Pars
mirabilis occultae phi- | losophiae, | Ubi demonstratur, Mundum esse Dei vi- | vam
statuam, beneque cognoscentem; Omnesque illius partes, partiumque particulas
sensu donatas esse, | alias clariori, alias obscuriori, quantus sufficit ipsarum | conser-
vationi ac totius, in quo consentiunt; & ferè o- | mnium Naturae arcanorum ratio-
nes aperiuntur. | Tobias Adami recensuit, et | nunc primum evulgavit. | Francofurti,
| Apud Egenolphum Emmelium, Impensis | Godefridi Tampachij. | Anno MDCXX.
Il testo che seguiva, dalla c.2r (incipit: «De sensu rerum. Quidquid in
effectibus, causis etiam inesse; ideoque Elementa Mundumque sentire»)
alla c.5v (explicit: «ut Anassagora credit ex mente, et Avicennas ex Chol-
codea, et Alexandrus ex intellectu agente, oportet videre quod sit sensus,
et quomodo omnis res est sensitiva»), procedeva in latino fino al titolo del
Caput IV, Sensum esse perceptionem passionis, cum discursu rerum in
actu exitentium; et non informationem puræ potentiae, et suæ differentiæ.
Subito sotto, a scorno di chi pregustava la scoperta di un inedito campa-
nelliano con varianti, questa annotazione:
L’originale d’onde furono scritti questi scritti era in volgare. Io lo cominciai in
latino, come pare, ma perché non havea tal tempo di farlo in latino esattamente,
lo tornai a sieguire in volgare, come si vede.
Ed in effetti il confronto del cap. IV in italiano (cc.6r-7r) col testo edito
200 F. Walter Lupi

nel 1925 da Antonio Bruers1 riduceva, almeno per il momento, la sorpresa,


tanto più che l’explicit generale del manoscritto (c.175r), chiudendo l’Epi-
logo del senso dell’Universo, se appurava definitivamente la paternità del
testo, datava il documento in epoca troppo tarda:
Il fine delli quattro libri del Senso delle Cose, oggi li 3 9mbre 1700; giorno di
mercordì ora 17a il giorno innanzi ch’andai in Cosenza il secondo anno. I.
Raccolti dunque elementi per una scheda, tali da renderne insperabile l’in-
clusione nel censimento che, promosso dall’Unione Accademica Interna-
zionale, era rivolto in origine ai testi dell’Aristotele Latino dal Medio Evo
al secolo XVI (termine peraltro ampliato dalla lungimiranza di C. Leonardi
e G. C. Garfagnini, fino al ’600 inoltrato, per casi come Cosenza, in cui
era del tutto assente una catalogazione dei codici), si concluse il mio primo
contatto col Ms. 27857, non senza che provvedessi alla foliazione del
volume che consta di cc. II ant. bianche, l75, IV post. bianche e misura
mm. 146x100, dopo che le pagine sono state adattate ad una legatura in
pergamena coeva, forse appartenente a un vecchio libro, con perdita di
qualche millimetro in altezza e larghezza, cosa che ha reso poco leggibili
alcune notazioni marginali, ad esempio una a c.21r, che ci conserva co-
munque la data del 1690 per un’osservazione in merito al suono delle
campane che suscita fastidio, come accade nel cap. VIII del Libro I di
Campanella a fra Gregorio di Nicastro (di cui tornerò a parlare).
Il censimento di Cosenza uscì dieci anni dopo, limitato a 17 schede, nel
Catalogo di manoscritti filosofici nelle biblioteche italiane dove, per omo-
geneità con i restanti contributi, fu opportuno sacrificare proprio la descri-
zione del testo di Campanella ed anche di quelli di Sertorio Quattromani
e Pietro Giannone2. Ma, nel frattempo, mi ero trovato a fare i conti con un
nuovo problema relativo a Campanella, questa volta in merito al suo stile
e forse a qualcosa di più.
Rileggendo La città del Sole in uno dei suoi più significativi manoscrit-
ti, il 2618 della Biblioteca Governativa di Lucca, è agevole constatare che
l’edizione moderna di N. Bobbio e, per quanto ho potuto riscontrare, le
altre successive, presentano un testo toscanizzato, scegliendo tra le varie
lezioni quelle più proprie alla lingua letteraria, nel lessico come nella
sintassi. Da un punto di vista metodologico, si avverte l’eterno dilemma

1
Cfr. T. Campanella, Del senso delle cose e la magia, a cura di A. Bruers, Laterza, Bari 1925.
2
F. W. Lupi, Cosenza. Biblioteca Civica, in Catalogo di manoscritti filosofici nelle
biblioteche italiane, VI, Olschki, Firenze 1992, pp. 51-76.
Campanella e il fuoruscito. Storie di un manoscritto 201
degli editori, per i quali è un obbligo distinguere tra l’usus scribendi di un
autore (uso che in presenza di copiosi autografi – come avviene per Cam-
panella – non è di ardua ricostruzione), le variazioni eventualmente intro-
dotte dai copisti e un’esigenza moderna di leggibilità del testo, proveniente
quanto meno dalla circostanza che i nostri più importanti filosofi del Rina-
scimento sono entrati senza dubbio nel canone della letteratura nazionale
e pertanto costringono a misurarci con una ‘questione della lingua’ che, fra
Cinque e Seicento, manteneva inalterata la sua virulenza, non foss’altro
che nell’opposizione basilare fra il latino ‘scolastico’ degli universitari e il
volgare in tutti i sensi ardito dei Novatores (sia pure con variabili che
dovranno, prima o poi, rendere visibile il latino ‘umanistico’ di un Telesio
o, poniamo, di Fracastoro o di Scipione Capece). Da un punto di vista
concettuale, tutto procederebbe egualmente, se oggi non fosse avvertito più
che in passato il problema dell’identità di un filosofo o di un sistema3, della
rispondenza di questi con ambienti e storie variabili, cangianti a seconda
dei testimoni e, infine, degli interpreti che si sono succeduti nel tempo.
Si apprende così che l’Ospitalario di Campanella dice faticare per lavo-
rare e, più sotto, chiede «Cchi, e come mangiano» i solari, mentre il suo
interlocutore parla di «Preiti e monaci nostri» contrapponendoli a quei
pitagorici della Città del sole (educati da «mastri»), i quali «La matina
quando si levano ... masticano maiorana o petrosino, e se la frecano nelle
mani», usando oli e aromi per «aiutarsi contro il morbo sacro, che ne patano
spesso»4. Ed è quel popolo dove, assai prima dei ginevrini di Rousseau:
Dopo mangiare si rendon gratie a Dio con musica poi si cantano gesti di heroi
christiani, hebrei, gentili, di tutte Nationi per spasso e per godere. Si cantano hinni
d’amore, e di sapienza, e di ogni virtù. Si piglia ognuno quella che più ama, e
fanno alcuni balli sotto li chiostri bellissimi. Le donne portano li capelli lunghi
ingirlandati, et uniti in un groppo in mezzo la testa con una treccia. Gli uomini

3
Sul naturalismo filosofico di Telesio e Campanella come esempio di pensiero «me-
diterraneo» che, alle origini della modernità, continua a considerare la natura «un oggetto
di contemplazione e di ammirazione» e non soltanto «un oggetto da trasformare» insiste il
saggio di M. Alcaro, Sull’identità meridionale. Forme di una cultura mediterranea, Bollati
Boringhieri, Torino 1999, pp. 50 ss. Da angolazioni diverse, il problema dell’identità dei
calabresi è stato affrontato pure da Aug. Placanica, Storia della Calabria, Donzelli, Roma
19992, pp. 3-25 e da V. Teti, Forza e ambivalenze di un’identità, in Calabria, Touring Club
Italiano, Milano 1999, pp. 11-17.
4
Lucca, Biblioteca Governativa, Ms. 2618, Appendice della Politica detta la Città del
Sole di fra Tommaso Campanella, ff. 32r, 10v, 11r. L. Del Prete, Catalogo dei manoscritti,
I, parte 2, s.n.t., p. 187r, classifica il codice nella Serie X, che include i manoscritti
provenienti dal convento domenicano di San Romano a Lucca.
202 F. Walter Lupi

solo un cirro, un velo e berrettini. Usano cap[p]elli in campagna, in casa berrette


bianche, o rosse o varie, secondo l’offitio, et arte che fanno.
Non si fa statua a nullo, se non dopo che more: ma vivendo si scrive in libro delli
heroi chi ha trovato arti nove, e secreti de importanza o fatto gran benefitio in
guerra, o in pace al publico5.
Qui, l’emergere della parlata originaria è spia di una solidarietà molto
forte, che resiste fra l’intellettuale e il suo popolo, cosa non certo scontata
nel tardo Rinascimento, nemmeno nella scuola telesiana, per la quale il
dato emergente è – semmai – un’alleanza di ceto, evidente fra i Telesio,
i Quattromani, i Gaeta, i Bombini, esponenti della feudalità minore del
Regno, impegnati nella magistratura e nel glorioso mestiere delle armi.
L’orazione latina di Francesco Vitale per elogiare Fabrizio Pignatelli di
Cerchiara, che aveva debellato la banda del brigante Marco Berardi in
marcia verso Cosenza, è a riguardo un testo davvero emblematico, quando
celebra una pace che è restaurazione dell’ordine sociale6.
Quanto si osserva a proposito della lingua plebea di Campanella, s’in-
crocia con ciò che Vito Teti – antropologo e studioso di letteratura popola-
re di rara attenzione per i fenomeni della vita materiale, intrecciati spesso
sorprendentemente con la cultura ‘alta’ – ha osservato sul Campanella
dell’Epilogo magno e dei Medicinalium iuxta propria principia libri sep-
tem, suggerendo una lettura unitaria di tali opere che coinvolga storici
delle idee e della medicina, botanici e demologi, per spiegare in modo non
impressionistico la profonda convergenza che in Campanella si determina
tra sapere magico dell’umanesimo (sostanziato da ciò che Foucault ha
definito «1a trama semantica della somiglianza») e sapere popolare sul
corpo, i suoi bisogni e i suoi mali7.
La congiura del ’99 è l’esito pratico di questa connivenza tra magismo e
‘superstizione’: se avesse vinto, l’alleanza tra le due culture avrebbe avuto
risultati dirompenti, ma essa era minata da incomprensioni e ambiguità, peral-

5
Ivi, f. 13r-v. In queste citazioni, ho usato il corsivo per sottolineare le parole prossime
all’uso dialettale.
6
Cfr. F. Vitalis consentini Oratio ad viros provinciales, et patres consentinos, Neapoli,
Excudebat M. Cancer, 1566. Per la situazione sociale degli intellettuali cosentini del ’500,
si veda la mia Introduzione a S. Quattromani, Scritti, Centro Ed. e Librario dell’Università
della Calabria, Rende 1999, pp. XXII-XXIII e passim.
7
Cfr. il capitolo su Campanella in V. Teti, Il peperoncino. Un americano nel Mediter-
raneo, Monteleone, Vibo Valentia 1995, pp. 59-78, con un esplicito riferimento a M.
Foucault, Le parole e le cose, trad. di E. Panaitescu, Rizzoli, Milano 1978, pp. 31-59 (di
V. Teti cfr. anche la sezione su La dominazione spagnola: tra paura e fughe, in Calabria,
cit., pp. 25-27).
Campanella e il fuoruscito. Storie di un manoscritto 203
tro presenti fin dalle Defensiones degli anni 1600-1601, nella Narrazione del
1620 e, soprattutto, in quella vera e propria abiura poetica che è il Sonetto 33.
Nelle pagine campanelliane, come forse si è accorto soltanto Corrado
Alvaro8, circolano i flussi di un’atavica febbre che riversa l’insofferenza
per una tradizione culturale ormai sclerotizzata, sebbene produttrice di
consenso, nel più vasto magma di un dolore secolare, di una paura ance-
strale causata dal potere, di una tecnica rituale e formulaica prodotta collet-
tivamente per sopravvivere. Nei santi eremiti del sempre prossimo Medio
Evo, in Gioacchino, in Francesco di Paola9, il popolo calabrese aveva
trovato una voce alle proprie aspettative, piegandola alle proprie mitologie,
restituendo il conforto con la devozione.
Nel giovane frate partito dalla regione forse in seguito al fascino del giu-
daizzante Abramo10; tornato in Calabria già con un avvenire ‘dietro le spalle’,
a causa delle troppo frequenti accuse di eterodossia che aveva fatto in tempo
a totalizzare, la scienza ermetica delle élites medicee si era incontrata col
naturalismo coraggioso teoricamente, prudente politicamente dei telesiani; di
più, con la tradizione profetica dei santi eretici dell’Ordine domenicano, in
particolare del Savonarola, profeta ‘disarmato’, eppure esperto nel coniugare
l’oratoria plebea del grande predicatore con l’apprezzamento per la dottrina di
Pico. Il tutto precipitava, come una preparazione alchemica, su un fondo dove
le incontrollabili leggende del popolo, le dicerie bisbigliate nei piccoli dormi-
tori dei conventi, la fede nei taumaturghi e nei fantasmi sedimentavano nel-
l’inconscio. Così le parole del frate sul pulpito, all’epoca delle eclissi, delle
inondazioni, della riforma del calendario, delle pestilenze, delle eresie, del-

8
Nella sua antologia Le più belle pagine di T. Campanella, Treves, Milano 1935, che
sarebbe il caso di ristampare.
9
Cfr. G. Sole, L’eremita e i famelici leoni, Centro Ed. e Librario dell’Università della
Calabria, Rende 1995. L’interesse dei telesiani per la figura di Francesco di Paola è testi-
moniato dalla notizia di una Vita del santo che sarebbe stata composta dall’accademico
cosentino Giulio Cavalcanti (cfr. S. Spiriti, Memorie degli scrittori cosentini, Stamperia de’
Muzj, Napoli 1750, p. 120).
10
Sull’episodio, oltre che la testimonianza di Carlo Caffa riportata nel tardo Ern. Sal.
Cyprianus, Vita Th. Campanellae, Amstelodami, Apud Wetstenios, 1722 (II ed.; la prima
è del 1705), pp. 3-4, esistono le deposizioni di fra Agostino Cavallo e Giuseppe Dattilo,
in L. Amabile, Congiura, III, docc. 328-329, pp. 281-283. Dal 1541 però non potevano
risiedere ebrei in Calabria, se non quelli che accettavano di essere catechizzati (cfr. O. Dito,
Gli ebrei in Calabria e la loro importanza nella vita calabrese, fasc. V, Cappelli, Rocca
S. Casciano s.d., p. 362). È peraltro attendibile - com’è apparso nel dibattito in sede
congressuale - che nello Studium domenicano di Cosenza si potesse ricorrere a maestri
esterni per l’insegnamento dell’ebraico. Altri contatti di Campanella con un ‘giudaizzante’
emergono, com’è noto, durante il processo iniziato a Padova nel 1593: cfr. L. Firpo, I
processi di T. Campanella, a cura di E. Canone, Salerno edit., Roma 1998, pp. 59-87.
204 F. Walter Lupi

l’inaudita moltiplicazione delle stelle, del censimento del Regno di Napoli,


della crisi dell’impero turco e della mostruosa invasione delle cavallette11,
rifletteva e interpretava i timori e le speranze di tutti e li spiegava come segni
di tempi nuovi, dando un senso alla sofferenza collettiva.
Quali che siano le fonti e le sollecitazioni del Campanella prima del ’99,
di ciò che Badaloni ha chiamato il giovanile magismo12, resta assodato che,
negli scritti italiani degli anni ’90, in quello che di loro è sopravvissuto nei
codici e nelle versioni latine successive alla ‘conversione’ determinatasi lungo
ventisei anni di reclusione, l’incontro fra la cultura ‘alta’ dei filosofi e quella
‘bassa’ del volgo produce une miscela esplosiva e surreale, di cui conosco
pochi altri equivalenti, rigorosamente contemporanei, Les cinq livres di Rabe-
lais, lo Spaccio de la bestia trionfante di Bruno: il Senso delle cose, appunto.
La particolare circostanza che, nella Biblioteca Civica di Cosenza, giacesse
manoscritta proprio questa opera di Campanella e che solo questo esemplare
– per quello che ne so – sia reperibile in una raccolta pubblica calabrese,
poiché un caso a parte è costituito dall’autografo dell’Informazione e della
Narrazione, tramandate nella Misc. 19 della Biblioteca Capialbi a Vibo Va-
lentia13, mi convince a rivalutare questa mia scoperta troppo rapidamente
archiviata. Tanto più che, in assenza di un’edizione critica spesso annunciata,
l’edizione Bruers è diventata a sua volta un libro di antiquariato, né il regesto
delle fonti appare aggiornato rispetto alla Bibliografia di Firpo, che segnalava
nel 1940 l’esistenza di 12 manoscritti, dei quali soltanto quattro completi14. Il
limite del nostro è la sua data tarda, circa sessant’anni dopo la morte dell’au-
tore, ma proprio in quel 1700 in cui G. V. Gravina ribadiva, nel De Sapientia
universa, la centralità di Telesio e della sua scuola - Stigliola, Francesco Muto,
Campanella, Severino - ricordati nel De conversione doctrinarum15.

11
Cfr. alla lettera la Secunda delineatio defensionum Fratris Thomae Campanellae, in
Firpo, Processi, p. 206.
12
Fondamentale, a proposito, N. Badaloni, Tommaso Campanella, Feltrinelli, Milano
1965, pp. 37 ss.
13
Cfr. i Documenti inediti circa la voluta ribellione di F. Tommaso Campanella, rac-
colti ed annotati da V. Capialbi, Porcelli, Napoli 1845 (e rist. anast. Brenner, Cosenza
1987), pp. 43-61, nonché l’edizione moderna in Firpo, Processi, pp. 273-313.
14
Cfr. L. Firpo, Bibliografia degli scritti di T. Campanella, Accademia delle Scienze,
Torino 1940, s.v. Fra i censiti, si dichiarava smarrito l’esemplare della parigina
Bibliothèque de Sainte Geneviève. Devo alla cortesia di Germana Ernst la segnalazione di
altri 10 manoscritti completi (ad Amburgo, Cambridge, Innsbruck, Londra, Padova,
Pommersfelden, Roma – Archivio Generale O.P. e Fondaz. Caetani, Wroclaw e presso la
Biblioteca Apostolica Vaticana). Tre nuovi codici, a Berlino, Gorizia e S. Pietroburgo,
conservano il testo del Libro quarto.
15
G. V. Gravina, Scritti critici e teorici, a cura di A. Quondam, Laterza, Roma-Bari
1973, pp. 148-149 e 381.
Campanella e il fuoruscito. Storie di un manoscritto 205
Gli stessi anni vedono l’elaborazione di una delle prime Vite di Campa-
nella, quella di Ernst Salomon Cyprian, in certe parti fondata sulla testimo-
nianza di persone che avevano fatto in tempo a conoscere personalmente
il filosofo. C’è da considerare allora l’interrotta traduzione dei primi capi-
toli Del senso come un omaggio abbastanza significativo di uno sconosciu-
to a un maestro. Ma fino a che punto questo riconoscimento era scontato
per Campanella, nella provincia cosentina di fine ’600? D’altro canto, il
progressivo isolamento economico e culturale in cui la regione versava nel
periodo tra il Viceregno e il Regno, paradossalmente restituisce una forte
attendibilità al 27857, unico manoscritto di Campanella in Calabria, lo
ribadisco e, fino a prova contraria, unico suo libro riportato da un copista
di certo calabrese, quindi potenzialmente in grado di capire le sfumature
linguistiche del testo, che immagino serbato con dignità di reliquia. Però,
su quale archetipo il trascrittore ha lavorato? Chi l’aveva conservato, e
dove, fino a quel momento?
Una risposta proviene da c. 28r:

Oggi 5 7mbre 1700 di sabbato, ho finito di scriver di questo primo Libro ad hora 23;
e l’incominciai a scriver giorni venti in circa prima. L’Originale l’havea Nicolò
belsito, il quale lo dettava in latino, e lo scrivea io in sua casa per lui, e per facilitar
a legger la mano mi pigliava li 5 cartoni uno per uno, e mi li scriveva io in casa mia.
L’havea incominciato come ho detto più sopra a scriver latino, ma poi per sbrigar-
mi più presto per molti altri impieghi, li seguii in volgare, come stavano nel lor
proprio Originale.

Si vedrà tra poco cosa sono questi altri «impieghi» cui s’accenna. Il luogo
dove la biblioteca di Nicolò Belsito era situata è svelato subito dopo, poiché,
terminato il primo Libro, la copiatura del secondo inizia: «Hodie die sa-
turni 5° 7mbris 1700. Roblani hora 23a». Rogliano è un centro non distante
da Cosenza che, raso al suolo dal terremoto del 1638, aveva realizzato una
ricostruzione che gli storici locali considerano una vera e propria «rinasci-
ta» culminata nel 1745 con l’ottenimento del titolo di Città, che affrancava
la comunità da ogni subordinazione fiscale e giudiziaria dai cosentini. Una
realtà urbana contraddistinta dall’autonomia e da un certo benessere, com-
patibilmente con la persistenza delle strutture economiche feudali, mai intera-
mente superate, tanto che fino all’Unificazione le famiglie dei notabili avran-
no buon giuoco nel difendere la propria preminenza durante la transizione
fra Borboni e dinastia Sabauda, trovando il tempo per celebrare le glorie
cittadine, come a metà Ottocento fa Tommaso Morelli che c’informa della
presenza, a Rogliano, di ben quattro Accademie, fra cui una de’ Redivivi
206 F. Walter Lupi

«fondata nell’anno 1600, la quale cessò di esistere nell’anno 1670»; degli


studi naturalistici sulla respirazione e la generazione umana di Antonio de
Piro (secondo Zavarroni attivo nel primo decennio del XVIII secolo), quin-
di della produzione poetica del dottore in teologia don Diego Belsito, autore
altresì di un inedito Tractatus de poenitentia16. Superstiti dubbi sulla circo-
lazione di certi libri in loco saranno, infine, fugati dall’esistenza, a Roglia-
no, di conventi di Domenicani e Cappuccini, dotati di ricche biblioteche17.
Il testo campanelliano della Civica (CS) appare omogeneo a quello del
Ms. I. D. 54 della Biblioteca Nazionale di Napoli che per Bruers contiene
la redazione più antica del Senso delle cose. Ne mantiene pressoché tutte
le varianti segnalate dall’apparato dell’edizione Laterza, ma se ne discosta
in alcuni luoghi significativi, con l’inserimento, in lingua, di aggiunte leg-
gibili, in latino, nell’edizione di Francoforte:

L. II, cap. VII. Ed. Bruers, p. 5030 = CS, c. 37r


Quinci si vede che l’anima sensitiva non è incorporea, ed impassibile, ma sottilis-
simo, e volatile corpo, quando l’huomo ha fatigato, e si trova debole, perché pochi
spiriti ha.
L. II, cap. VIII. Ed. Bruers, p. 552 = CS, c. 39v
Ma Aristotile stando che quelle pazzie, che non può esser movente e mossa la
stessa cosa toglie il moto all’anima, che al vento, e all’aria si vede convenire.
L. II, cap. XI. Ed. Bruers, p. 6811 = CS, c. 48r
... e diremo che le cose sentono, risentono, stimano, trascorrono, sapeno, e quivi
si vede che li generi son communità d’altre comunità di passioni, e lo spirito
commodità d’individui, ed individui quelli, che separar non si ponno, né multipli-
car in più, ma moveno d’un modo proprio e solo.
L’esemplificazione qui addotta consiglia di rivedere la successione delle
stesure, com’è stata ricostruita da Bruers, giacché almeno per qualche caso
risulta smentito che tutte le aggiunte all’archetipo siano state inserite diret-
tamente nella versione latina consegnata a Tobias Adami nel 1613. D’altro
canto, il codice cosentino presenta lacune segnalate con croci o asterischi,

16
Cfr. A. Zavarroni Bibliotheca calabra, Neapoli, Ex typ. G. J. De Simone, 1753, pp.
122 e 185; T. Morelli, Descrizione topografica della città di Rogliano, Stab. Gutemberg,
Napoli 1844; Id., Opuscoli, Altimari, Napoli 1863. Qualche aggiornamento in F. Perri,
Rogliano e dintorni. Memoria storica di una comunità calabrese, Progetto 2000, Cosenza
1987.
17
Cfr. C. Minicucci, Ricordi storici della città di Rogliano, «Il cenacolo», Firenze 1954,
pp. 17-19, ma soprattutto Cosenza, Biblioteca Civica, Ms. 35003, con gli inventari parziali
della biblioteca dei Cappuccini di Rogliano nel sec. XVIII.
Campanella e il fuoruscito. Storie di un manoscritto 207
essendo impossibile allo stato dei fatti capire se siano state prodotte da perdita
di fogli o da impenetrabilità di caratteri. Questo avviene per singole parole e
per alcune zone in posizione arretrata nell’architettura dell’opera, tanto da
sembrarmi convincente l’ipotesi di un deterioramento dei «cartoni» Capi-
toli particolarmente bersagliati sono ad esempio, nel Libro quarto, il XV,
pp. 291-292 Bruers (CS, c. 159v); il XVI, all’altezza delle pp. 294-295 Bruers
(CS, cc.160v-161r) ed il XVIII, pp.308-309 Bruers (CS, c. l66v).
In compenso, il manoscritto della Civica contiene almeno tre passaggi
ignoti a Bruers e qualche aggiunta che chiarisce il testo vulgato in maniera
non banale18:
L. I, cap. X. Ed. Bruers, p. 2816-17 = CS, c. 23r
E la ventosa tira la carne perché è vuota d’aria, e il fuoco morto non può empirla,
perduta la rarità.
L. I, cap. XIII. Ed. Bruers, p. 34 30-351 = CS, c. 27v
... per le fenestre de li sensorii miriamo quel che in tutta l’aria è aperto e noto,
senza fenestre, ed occhiali.
L. II, cap. XV. Ed. Bruers, p. 826 = CS, c. 56v
e se l’aria lo portasse sin all’occhio, chi è che l’introduce dentro tante tuniche e
humori fin alla potenza, né sa in che humor sta la potenza.
L. II, cap. XVI. Ed. Bruers, p. 8911-13 = CS, c. 59v
Pur questo della vista è fallace argomento, perché vi son le tuniche trasparenti e
il cristallino humore per ricevere la luce tinta della specie.
L. III, cap. XIII. Ed. Bruers, p. 20926-2101-3 = CS, c. 126r
E l’istesse miniere cavate si ritrovano poi moltiplicate, e così le miniere di Stilo
patria mia, e le saline d’Altomonte in Calabria inferiore, e di Netho superiore
vicino S. Severina, ed a chi vuol ben mirare in ogni luogo questo è noto.
Ivi. Ed. Bruers, p. 21110-13 = CS, c. 127r
Ci sono alcune pietre ... le quali ... si muovono dalle stesse, e così la pietra pumice,
e così la pietra stellaria che si trova a Castel Nuovo vicino l’Aquila in Abruzzo, com’
il P.F. Gregorio di Nicastro mi ha detto haver visto, e sperimentato più volte.

L. IV, cap. XV. Ed. Bruers, p. 2871-7 = CS, c. 157v


... si vede negl’infermi che d’una linea si movono a credere che veggano il serpe,
ed il P. frà Gregorio Costa di Nicastro mi disse haver visto un pazzo in Spagna,
che vedendo l’ombre delle ferrijate, e cancella delle finestre, dicea che eran
l’antenne e sartie delle galere che si moveano e vedendo una cirmeja19 per le

18
Indico le varianti col corsivo.
19
Leggo cirmeja (col significato di sacchetto, come è stabilito in G. Rohfs, Dizionario
dialettale delle Tre Calabrie, I, Brenner, Cosenza 1968, s.v.) una parola poco chiara di c. 157v.
208 F. Walter Lupi

finestre li pareva ch’era una donna, che stava là per guardia della marina, ma
questo prendea dal suo spirto diminuito e scemo.

Lo specifico rilievo calabrese dei tre ultimi frammenti recuperati riporta l’ac-
cento sulla lingua di Campanella, che qui risulta ancora più vicina al dialetto.
Le «unghie» di Bruers, p.77, sono «l’ognie» (c.53v); l’incomprensibile
«chiacchiare» di Bruers, p.166 è, in realtà, il «chiacchiarjare» degli scioc-
chi (c.102v). L’argento non «annegrisce» (Bruers, p. 212) ma «annerica»
(c.127v). Alcune piante sessuate si baciano, come le «garrobbe» e tutte
possiedono «medulla» (c.129r). Di «crastato» si fanno le candele che dan-
no visioni (c.l57r). Tra gli uomini, alcuni hanno fisionomia di cane, altri
di gatto, altri infine di «ciavola» (c.163r), e così via.
Proprio l’insistenza sulla persona di fra Gregorio Costa20, assieme al
ricordo di Nicastro (elementi che tornano, nella parte edita, nel L. I, cap.
VIII; ed. Bruers, p. 24 ed a proposito dei cedri sessuati, in un luogo del
libro terzo che invece manca nel manoscritto cosentino) è forse una prova
di arcaicità del testo che ci è stato conservato, riportando agli anni di
preparazione di Campanella ed al suo incontro con la filosofia telesiana,
come si prospetta nelle Philosophia sensibus demonstrata21.
Altro elemento da valutare è l’assenza – che potrebbe non essere casua-
le – della maggior parte degli episodi legati a Lelio Orsini, duca di Gra-
vina. Dopo essere stato allievo e protettore del telesiano Antonio Persio e

20
Intorno a fra Gregorio Costa, ai tempi della congiura giudicato «matto» e accusato di
vagare «in habito di merciaro et venditore di figure» per suscitare nei paesi la ribellione;
nel 1613 tuttavia considerato «sufficiente e buon lettore», preziose notizie in C. Longo O.
P., I domenicani di Calabria nel 1613, «Archivum Fratrum Praedicatorum», LXI (1991),
p. 210 e nota.
21
La vicinanza tematica e cronologica fra le due opere è evidente fin dalla Praefatio alla
Philosophia sensibus demonstrata del 1591, dove tre volte Campanella accenna al
«commentarium De sensu rerum» (cfr. l’ed. a cura di L. De Franco, Vivarium, Napoli
1992, p. 22 e passim; cfr. altresì il De libris propriis et recta ratione studendi syntagma,
a cura di A. Brissoni, Rubbettino, Soveria Mannelli 1996, p. 38). Per entrambe le opere,
l’autore di Stilo «buona e popolosa terra» continua ad essere ricordato da S. Mazzella,
Descrittione del Regno di Napoli, In Napoli, Ad istanza di G. B. Cappello, 1601, p. 159:
«Fra Tomaso Campanella dell’Ordine de’ Predicatori, Telesiano Filosofo il quale dotta-
mente ha scritto otto libri di Dispute contro li Peripatetici in favore di Berardino Telesio,
et hora sta scrivendo De sensu rerum, dove dimostra che ogni cosa sente». Che in questa
data Scipione Mazzella osi parlare del ribelle - ostentando per di più una composizione
proemiale firmata da B. Telesio - conferma la pericolosità della Descrittione, di cui, infatti,
si proibì la vendita, come rileva P. Lopez, Inquisizione, stampa e censura nel Regno di
Napoli, tra ’500 e ’600, Il Delfino, Napoli 1974, p. 200.
Campanella e il fuoruscito. Storie di un manoscritto 209
interessato all’attività di impresista di S. Quattromani, Orsini concluse la
sua carriera come preside della provincia di Calabria citra, nel 1603, mo-
rendo a Cosenza, odiato dai sudditi, nonostante le aspettative dello stesso
Quattromani, al punto che la sua morte provoca in città festeggiamenti
repressi da ulteriori esecuzioni capitali22.
Il riferimento a Quattromani mi è utile per tornare ad una delle mie
domande iniziali, giacché il silenzio dei telesiani sulla congiura è totale, e
serve a farci capire l’eccezionalità del manoscritto cosentino. La Philoso-
phia sensibus demonstrata è posseduta da Quattromani, come rivela l’in-
ventario della sua biblioteca, annotato da L. De Franco 23, ma proprio nel
1599-1600 si situa l’attività censoria di Quattromani, con la visita a S.
Reski e l’epistola latina a lui indirizzata che smentisce inutilmente la no-
tizia della nascita cosentina dell’antitrinitario Valentino Gentile, giustiziato
a Berna nel 156624. Una riunione dell’inverno 1600 della Congregazione
dell’Indice presso la curia cosentina, per la quale Quattromani è consultore
filosofo, risolleva la questione del De rerum natura di Telesio da emenda-
re dopo la condanna del 1596, ma credo che sia stata proprio l’impresa
campanelliana a pregiudicare ogni tentativo in tal senso25.
Una riabilitazione di Campanella, ed un’autocritica rispetto alle voci in
precedenza raccolte in merito alla congiura, venne reperita da V. Capialbi
nel De Rebus Rheginis di Giannangelo Spagnolio, sotto la data 1642.
Nell’elogio sono sottolineate la grande erudizione dello Stilese, la sua
competenza nell’arte medica, la capacità d’indagare con acume i fenomeni
naturali e soprannaturali. Certamente «curiosa et scitu digna sunt, quae de

22
Su Lelio Orsini cfr. Amabile, Congiura, I, pp. 53-57, da integrare con le notizie sulla
sua efferatezza trascritte da E. Galli, Cosenza seicentesca nella cronaca del Frugali, Coll.
Meridionale Editrice, Roma 1934, pp. 49-51. Le speranze di Quattromani si leggono in Id.,
Scritti, cit., Lettera 125, pp. 209-210.
23
Cfr. L. De Franco, La biblioteca di un letterato del tardo Rinascimento: Sertorio
Quattromani, «Annali dell’Ist. Universitario Orientale», Sez. Romanza, XXXVIII (1996),
p. 77, al n. 799: «Campanella in 4°». L’inventario risale al 1603 e poiché in questa data
l’unica opera a stampa di Campanella è la Philosophia sensibus demonstrata, l’identifica-
zione non ha creato problemi.
24
Quattromani, Scritti, cit., Lettere 91 e 94, pp. 161-162. Un altro momento di attività
censoria, sul commento a Petrarca di L. Castelvetro, è indicato nella Lettera 79, del 1597,
ivi, pp. 143-144.
25
Cfr. ivi, p. XI, nota 10. Si ricordi che la storiografia locale ha attribuito alla congiura
di Campanella lo scioglimento dell’Accademia Cosentina: cfr. D. Andreotti, Storia dei
cosentini (1869), ed. a cura di S. Di Bella, II, Pellegrini, Cosenza 1978, pp. 341 e 346.
210 F. Walter Lupi

Magia naturali, et sensu rerum conscripsit»26. Soprattutto Campanella è


rivalutato per la sua preveggenza, che lo ha reso un secondo Gioacchino e per
la sua propensione a indagare gli arcana e le mutationes politiche scrutan-
do i cieli, il che suggerisce a Spagnolio l’accostamento a Rutilio Benincasa,
autore di un Almanacco perpetuo, la cui prima edizione dovrebbe risalire
al 1593, conoscendo fino ai primi del Novecento un’enorme fortuna popolare,
come raccolta di pronostici, di trattati utili all’agricoltura, all’automedicazione
ed alla cura nonché come centone di cronologie e di fatti memorabili27.
Il richiamo di Spagnolio non paia riduttivo: va però sottolineato, per i
nostri fini, che il discrimine fra il De sensu rerum e la rozza compilazione
del Rutilio sta diventando labile, anche per i contemporanei acculturati. Peral-
tro, nel Trattato III dell’Almanacco perpetuo, secondo la tradizionale sud-
divisione di un altrettanto enigmatico conterraneo, Ottavio Beltrano, non v’è
– a proposito dei Pronostici – nessuna menzione delle visioni campanelliane
predicate nel ’99, con un salto dalla cometa del 1595 all’eclisse del 1605.
Nel più tardo Trattato VII, invece, al capitolo V, Cose notabili, si
registra (sotto il 1599) l’approdo della flotta di Cicala alla fossa di San Gio-
vanni e la richiesta del corsaro di rivedere la madre, un episodio che
Amabile ha posto alla base delle aspettative dei congiurati nei confronti dei
Turchi, destinati in parte a convertirsi alla repubblica universale, a credere
alla profezia di Antonio Arquato preferita da Campanella28. Questi è final-
mente menzionato nel cap. X dello stesso Trattato, come colui che «ha scritto
le difensioni di Berardino Telese», pure citato, assieme a Quattromani, Iaco-
mo di Gaeta, G. P. d’Acquino e G. L. Anania (cosa che dimostra Beltrano o
chi per lui non del tutto sprovveduto). Per quantità di righe, Campanella
è semmai sottostimato rispetto al concittadino fra Pietro Vigliarolo, il qua-

26
Il testo della Retractatio de Campanella di G. Spagnolio (1573-1654), già pubblicata
in Documenti inediti, cit., pp. 63-64, è ora fruibile nella bella edizione integrale del De Rebus
Rheginis, a cura di F. Mosino, 2 voll., Monteleone, Vibo Valentia 1998, I, pp. 371-372.
27
Il libro di Benincasa risulta stampato a Napoli, da Carlino e Pace, fin dal 1593; ma
ne ho potuto consultare solo edizioni molto tarde, come quella da cui cito: Almanacco
perpetuo di Rutilio Benincasa cosentino. Illustrato e diviso in cinque parti da Ottavio
Beltrano di Terranova di Calabria Citra, In Venezia, Presso A. Zatta, 1698. Sulla sua
fortuna, cfr. Teti, Il peperoncino, cit., pp. 32-35, e la voce di S. Menchi in Dizionario
Biografico degli Italiani, VIII, Istituto dell’Enciclopedia Italiana 1966, pp. 530-532 (a p.
531, la diceria di una partecipazione di Benincasa alla congiura di Campanella).
28
Benincasa, Almanacco perpetuo, ed. cit., p. 309. L’exploit di Cicala si era verificato,
in realtà, nel settembre del 1598, come si vede in Amabile, Congiura, I, pp. 139-142 (qui
anche il riferimento al Pronostico di mastro Antonio Arquato ferrarese, per il quale cfr.
inoltre Firpo, Processi, p. 103 e passim).
Campanella e il fuoruscito. Storie di un manoscritto 211
le «ha scritto in versi latini l’infelice vita di studenti e delle guerre di Cipri»29.
L’incredibile nostalgia di Cicala per la madre è ricordata, con ricchezza
di particolari, nelle Memorie historiche di Catanzaro di Vincenzo D’Ama-
to, autore ancora una volta silente sul Campanella ma che, a proposito
dell’assedio degli Albanesi a Stilo, dimostra un punto di vista aristocratico,
criticando le città che – dopo Masaniello – hanno sognato «di governarsi
da Repubblica con proprie leggi»30. Per ottenere un certo numero di pagi-
ne, Campanella deve aspettare il 1699, con La Calabria ristorata nel suo
sito di Francesco Antonio Contestabile Pignatelli che, per la congiura,
dipende interamente dalla Narrazione e che, assieme ad essa, vedrà la luce
nel 1845, per iniziativa di Capialbi31.
Anche mettendo in conto ovvie operazioni di censura o autocensura
(che devono essere state enormi) e la nostra conoscenza frammentaria
dell’annalistica calabrese di questo periodo, non v’erano molte possibilità,
ancora nel 1700, di comprendere l’esatto valore della filosofia di Campa-
nella, né di vederne riconosciuto all’unanimità il merito.
E allora dovremmo rassegnarci a non avere mai una risposta soddisfa-
cente sul perché uno sconosciuto si ostinasse a ricopiare quel vecchio libro
ed, a maggior ragione, sul perché si fosse addirittura pensato a un non
grato lavoro di retroversione. Senonché la chiusa del Libro secondo (c.
97v) registra una prima interruzione del lavoro di copiatura. Finendo il
capitolo XXXII «Mercordì 22 7mbre 1700, hora 17a», nella sua casa di
Rogliano, il riportatore utilizza la parte di pagina rimasta bianca per rac-
contare un fatto accaduto il giorno prima (quando stava riempiendo la c.
9lv, come male s’intende da un’annotazione marginale): uomini in armi,
fallendo la cattura del «refugiante» Roberto Clausi, ne fermano il padre
Giovan Giacomo «facendoli molti stratij, con terzette, ed altri che soglion
fare tal razza maledetta e cornutesca di sbirri», lo tengono recluso per un
giorno e una notte e lo traducono a Cosenza. All’arresto assiste la contro-
parte dei Clausi, Giuseppe Gasparo di Piro, che ha un alterco con il narra-
tore. Finendo la carta, a questi non rimane che concludere: «L’evento
ancor no ’l si sa che sarà. Vedilo scritto nel fine del 3° libro ... che vedrai
ogni successo di tal materia, per ricordarlo».

29
Benincasa, op. cit., p. 327.
30
V. D’Amato, Memorie historiche dell’illustrissima città di Catanzaro, Napoli 1670
[rist. anast. Forni, Sala Bolognese 1975], Libro IV, pp. 218-220 (nel Libro III, la notizia
del Cicala che vuol rivedere la madre è alle pp. 209-210).
31
Cfr. Documenti inediti, cit., pp. 68-74.
212 F. Walter Lupi

La curiosità fa scorrere rapidamente il manoscritto che si sta trasfor-


mando non solo nell’esposizione della filosofia di Campanella, ma nel
racconto di private, antiche peripezie. Il Libro terzo si chiude, con un certo
effetto cinematografico, non più in una casa privata bensì, a cc. 131v-132v,
venerdì otto ottobre ad ora seconda della notte, nella cella del domenicano
Crisostomo Sottile, fratello del narratore.
Conosciuto il nome di chi parla, apprendiamo che per quattordici giorni
egli ha avuto asilo dai frati perché Gasparo di Piro, «per dispetto», ha
sporto contro di lui denuncia di tentato omicidio. Durante l’arresto del
Clausi, Sottile avrebbe «dalla sua fenestra abraccato lui per ucciderlo con
la scoppetta in mano». Avvertito dal compaesano Pietro Antonio Mandot-
to, al primo sopraggiungere di soldati a Rogliano, l’accusato ripara presso
il convento dei Cappuccini, dove è in visita un suo zio di cui s’indovina
una certa influenza, Giovanni Clausi, forse quel p. Giovanbattista Clausi
che lo storico ottocentesco dice Provinciale del terz’ordine francescano,
nel 170532. Ciò non impedisce che, effettivamente, si presentino in paese
il mastro d’atti Alessio Giordano Cuorno («che li venga tal buona pasca,
che non si la possa levar da sopra») ed i gendarmi, per inquisire Sottile e
ascoltare i testimoni citati, tali Tomaso Altomare e Giacinto Morelli, i
quali non dimostrando grande fiducia verso la giustizia, fuggono a loro
volta in convento, «onde fummo tre in quel giorno alli dicti Capucini». Ma
Alessio e Gasparo sono d’accordo e Sottile viene citato per la seconda
volta, «con imposition di molte pene, perrupatorio modo». Per costringerlo
ad apparire (e per «scippargli qualche cosa», cioè per ottenere soldi in
cambio della libertà) è fermata, al suo posto, la zia Tidora.
Tutto consiglia un intervento dello zio frate che fallisce la mediazione,
giacché Tidora non viene liberata, anzi entra nella lista degli indagati pure
il padre del narratore:
Quell’altri dui dicti dalli Capuccini non voleano comparire, ed Alessio Jurdani facea
fracassi e scrisse al Preside, del quale venne, ch’havesse portato le testimonie in
Cosenza, e se quei dui non comparivano ... lor havesse liberamente brugiato le case,
però che furono costretti a comparire ... ma dicto Morello si finse ammalato, e si fece
far fede di medico e fuggì dicta andata in Cosenza ... e ci fu mia zia e mio padre33.

Ospiti della vicaria per una settimana, i familiari di Sottile possono rientrare
in paese avendo provato la loro estraneità ai fatti dichiarati da Alessio «ciacco

32
Cfr. Morelli, Descrizione topografica della città di Rogliano, cit., pp. 32-33.
33
Cosenza, Biblioteca Civica, Ms. 27857, c. 132v.
Campanella e il fuoruscito. Storie di un manoscritto 213
fottuto, villano, sbardascio». Erano tuttavia secoli in cui avere uno zio
francescano era importante, poiché al momento di intraprendere la copiatura
del Libro quarto, Sottile annota che sta scrivendo sabato 9 ottobre, sempre di
notte, ma questa volta nella quiete della famiglia che si prepara al sonno (c.
133r), avendo saputo per lettera da p. Clausi di essere tornato a piede libero.
La terza storia racchiusa nel nostro manoscritto è dunque quella di un
destino individuale; è – per usare il termine di C. Ginzburg – una micro-
storia che però suggerisce il senso globale del messaggio o, almeno, una
sua interpretazione.
Se è vero quanto scrive Campanella nel Sonetto 60: «Come va al centro
ogni cosa pesante / ... / così di gran scïenza ognuno amante / ... / nel nostro
ospizio alfin ferma le piante»34, le vicissitudini di Sottile sintetizzano alcu-
ne modalità di vita significative per i calabresi. La sfiducia verso la giusti-
zia, ad esempio, che arriverà ad essere uno degli elementi della “Questione
meridionale”: una risposta ai metodi vessatori di magistrati o indifferenti
o collusi col notabilato dei borghi35.
Al tempo stesso troviamo in questo ed in moltissimi altri documenti la
piaga delle fazioni che si combattono in ogni centro di qualche estensione;
Campanella tenta di reperire in questo malcostume la chiave per giustifica-
re il suo coinvolgimento nella ribellione:
Tutte le città principali, oltre le discordie tra gli ecclesiastici e regii, erano divise
in fazioni; e Stilo in particolare avea la fazione di Carnelevari e Contestabili, e
capo dell’una in campagna era Maurizio Rinaldi e dall’altra Marc’Antonio Conte-
stabile. E in Catanzaro erano due fazioni: a l’una favoriva lo Xarava, a l’altra don
Alonso de Roxas, governatore della provincia. E tutti li conventi erano pieni di
banditi, particolarmente della diocesi di Milito, e ’l vescovo li dava da mangiare
per zelo della giursdizione quando erano assediati da sbirri. E Xarava ponea fama
ch’il clero volesse ribellare36.

34
T. Campanella, Le poesie. Testo criticamente riveduto e commento a cura di F.
Giancotti, Einaudi, Torino 1998, pp. 252-255.
35
Cfr. Id., Monarchia di Spagna, XVII, in Monarchie d’Espagne et Monarchie de
France, testo ital. a cura di G. Ernst, trad. fr. S. Waldbaum, Puf, Paris 1997, p. 174: «Si
vede oggi che un uomo ha centomila ducati di rendita, e poi mille uomini non hanno tre
docati per uno. Or questo delli centomila occupa la rendita di mille a cento per uno, e la
spende in cani, cavalli, buffoni, staffe inaurate e puttane, giochi e a peggio. E se litiga il
povero contra loro non può trovar giustizia, onde si fa fuoruscito o muore in carcere, e il
ricco deprime chi gli piace, poiché il giudice da lui pende, e per favore si fanno i giudici,
e per danari per lo più, massime in terre picciole».
36
Id., Narrazione della istoria sopra cui fu poggiata la favola della ribellione, in Firpo,
Processi, p. 291.
214 F. Walter Lupi

A questo punto entra in scena una figura che non imperversa soltanto nel
Meridione d’Italia, ma corrisponde – come ha insegnato Hobsbawm37 – a
ben individuati fenomeni della società di Ancien Régime, i banditi, i fuo-
rasciti che spadroneggiano appena oltre le cinte cittadine, forti dell’asilo
ricevuto nei conventi38.
Le disavventure di Sottile si chiudono (a quanto pare) in pochi giorni,
ma le ragioni della sua irrequietezza hanno più lunga durata. Fatti come la
congiura del ’99, come le frequenti jacqueries nella prima età moderna,
sono il sismografo di un generalizzato disagio e producono, a loro volta,
gli attori che mettono in corso l’evento, nonché i saperi che permettono
di gestirlo. In quanto sapere di una rivolta, la filosofia campanelliana, con
le sue risapute componenti, il naturalismo, l’utopismo e il profetismo mil-
lenaristico, suggerisce e insegna agli attori futuri (traendo profitto persino
dalle sconfitte, da atteggiamenti quali la simulazione onesta, il nicodemi-
smo, la politica delle ritrattazioni e delle alleanze). E degli attori permane
memoria solo a un certo livello di acculturazione, altrimenti non restano
che atteggiamenti, vaste tipologie sociali: i ribelli, i pregiudicati, coloro
che il vescovo di Cosenza Antonio Ricciulli, nel 1642, ha inserito nel suo
Tractatus de personis quae in statu reprobo versantur, scomunicati, me-
retrici, zingari, attori e carnefici. Qualche anno prima, Ricciulli, nativo di
Rogliano, aveva insistito – da inquisitore generale del Regno di Napoli –
a proibire pressoché ogni contatto civile con chi si fosse posto extra Ec-
clesiae gremium: ebrei, infedeli, catecumeni, scomunicati, eretici e tutte le
famiglie di apostati39. Campanella che in gioventù incontra l’ebreo di Mon-
talto, disputa de fide a Padova con un giudaizzante senza denunciarlo,

37
Cfr. E. J. Hobsbawm, I banditi, trad. it. di E. Rossetto, Einaudi, Torino 1971.
38
Sui «banditi e forgiudicati», tuttora suggestive le annotazioni di Amabile, Congiura,
I, pp. 131-134. I domenicani di Cosenza si erano così pronunciati, nel capitolo del 1609:
«Comandiamo che non abusino [del]l’immunità ecclesiastica nell’esser facili a dar ricetto
ne i conventi a banditi, contumaci e fuggitivi della Corte, ma che di questa se ne servino
sobrijssimamente, ne i casi solamente permessi, che hanno dell’honesto e del pietoso,
procurando che li ricevuti in casa quanto prima s’accomodino con la Corte o con le parti
e se n’eschino non abusando [del]la pietà religiosa» (cit. in G. L. Esposito O. P., San
Domenico di Cosenza: 1447-1863. Vita civile e religiosa nel Meridione, «Memorie Dome-
nicane», Pistoia 1974, p. 51). Il fenomeno era diffuso in tutta la penisola, rappresentando
un elemento del ‘pittoresco’ e del romanzesco mediterraneo, come appare ancora in Sten-
dhal, Intrighi d’amore e altre storie, a cura di C. Sereni, Feltrinelli, Milano 1980, pp. 93 ss.
39
I due grossi volumi di Antonio Ricciulli (1582-1642) sono il Tractatus de iure
personarum extra Ecclesiae gremium existentium Libri novem distinctus, Romae,
Sumptibus Io. A. Roffinelli & A. Manni. Ex Typographia A. Phaei, 1622 e il Tractatus de
personis quae in statu reprobo versantur, Neapoli, Excudebat R. Mollus, 1641.
Campanella e il fuoruscito. Storie di un manoscritto 215
frequenta nel loro covo i fuorusciti di Nicastro e di Stilo, sarebbe stato
colpevole anche se non avesse pronunciato una parola.
Queste liaisons dangereuses restano nell’aria e possono creare una leg-
genda che, a differenza dei demologi, chi si occupa della parola scritta non
sa adeguatamente seguire. All’irrequieto Sottile piace Campanella, ne compita
le pagine, le porta con sé fuggendo da casa. È a un passo dal finire fuoru-
scito o ammazzato dalla «razza cornutesca di sbirri». L’immagino uno
scolaro come quelli descritti a fine XVII secolo nella ’Mbriga de li studienti,
componimento in 100 ottave attribuito all’osceno poeta dialettale Duonnu
Pantu, opera in realtà uscita dal circolo libertino dei gapulieri di Apriglia-
no, Domenico Piro, i fratelli Giuseppe e Ignazio Donato, Carlo Cosentino40.
Vienû tutti lu viernu a studiare
li malandrini, e staûd’alla Citate,
ma ’n cambiu de cumprinnere e ’mparare
quantu faciennu vaû chiacchiariate:
lu jurnu allu varuocciulu a jucare,
la notte alla Garrubba alle sbarvate,
e spiennû d’accussì ’mmàttulu l’ure
cridiennu de gabbare a Bonsegnure41.

Affamati e gelosi per le abbondanti provviste del compagno Piscitiellu, gli


studenti assaltano la sua casa e coinvolgono nel saccheggio e nella rissa
l’intero quartiere:
Vidìe vrazza cadute e rutte spalli,
capu squartate, scippati capilli ...
Vidia scasciati stipi e casce aperte,
vampuliati livri ed arse carte;
miseru tutte ’n terra le cuverte,
la vùmmula e lu càntaru a ’na parte42.

40
Cfr. G. Abate, I «gapulieri». Poesia e libertinismo: per una nuova interpretazione di
Duonnu Pantu e dei fratelli Donato, Orizzonti Meridionali, Cosenza 1998. La ’mbriga de
li studienti vi è edita alle pp. 151-191. Abate l’attribuisce a Ignazio Donato e ne situa la
composizione tra il 1696 e il 1730 (gapulieri vuol dire beffeggiatori).
41
’Mbriga de li studienti, IV: «Vengono d’inverno tutti a studiare / i malandrini, e ad
abitare in Città, / ma invece di comprendere e imparare / quante chiacchiere inutili vanno
a fare! / Il giorno vanno a giocare a trottola, / la notte al quartiere della Garrubba dalle
puttanelle, / e spendono così sconsideratamente le ore / credendo di beffare Monsignore».
42
Ivi, XLIII e XLVII: «Vedevi braccia storpiate e spalle rotte, / teste lacerate, capelli
strappati ... // Vedevi armadi rotti e cassoni aperti, / libri bruciati e carte arse; / buttarono
tutte le coperte per terra, / la brocca dell’acqua e il pitale dallo stesso lato».
216 F. Walter Lupi

Sollecitato da Piscitiellu con un memoriale, interviene il vescovo di Cosen-


za e, dopo aver ordinato alla sbirraglia l’arresto degli studenti, li fa interro-
gare dal vicario. Presto ognuno degli inquisiti addebita all’altro colpe sem-
pre più grottesche fino a quando il vicario, frastornato, li libera e li assolve
«cuomu pazzi».
L’ultimo editore del poema, Gianfranco Abate, lo ha ritenuto una rievo-
cazione della congiura di Stilo43 e l’ipotesi è suggestiva soprattutto in rela-
zione alla complessiva visione del mondo che dev’essere rintracciata nella
salace e bizzarra produzione in vernacolo di questi libertini, fedeli a una
concezione vitalistica della magia che permette all’uomo di controllare la
natura, esaltando le forze e i desideri del corpo.
Che a una ventina di chilometri di distanza da Aprigliano, patria del
telesiano Francesco Muto44, si provvedesse negli stessi anni a trascrivere
il Senso delle cose non mi pare casuale: serve anzi a spiegare una tendenza
che, trent’anni prima, Tommaso Cornelio, nei Progymnasmata, aveva giu-
dicato un’involuzione, quando aveva mostrato Marco Aurelio Severino
nell’al di là stigmatizzare la dedizione dei concittadini di Telesio alla
Cabala, degli epigoni di Campanella alle «genethliacae vanitates, magicae
praestigiae, aliae superstitiosae et nugatoriae artes»45. Infatti il resto della
produzione filosofico-letteraria del Seicento a Rogliano è esemplificato dai
titoli di Ignazio Adami, il compendio cronistorico I secoli delle Principes-
se di bellezza impareggiabile, ovvero i periodi delle influenze celesti,
stampato ad Amsterdam nel l692, un De harmonia temporum deque orbis
harmonico regimine, ed una Litosophia sive de virtute lapidum, tam per
naturae proprietates intrinsecas, quam per coelestes constellationes, et
influxus planetarum46.
Troppo poco per stabilire una continuità d’interessi, ma indizio elo-
quente dell’attesa di un cambiamento che in Calabria s’inscriveva ancora
sotto il nome di Campanella, per essere altrove relativizzata impietosamen-
te da Bayle.

43
Cfr. Abate, op. cit., pp. 87-88.
44
Sugli scritti di questo filosofo, ascoltatore di Telesio a Cosenza, poi attivo a Ferrara
come sostenitore di Francesco Patrizi e membro dell’Accademia dei Tergemini, indicazioni
in E. Garin, La cultura filosofica del Rinascimento italiano, nuova ed., Sansoni, Firenze
1992, pp. 428 e 433.
45
Th. Cornelii consentini Progymnasmata Physica, Venetiis, Typis Haeredum F. Baba,
1668, pp. 156-157.
46
L’elenco delle opere edite e inedite di Ignazio Adami si ricava da Morelli, Descrizio-
ne topografica della città di Rogliano, cit., pp. 24-25.
217
PAOLO PONZIO

UN TRATTATO DIDATTICO DI FILOSOFIA DELLA NATURA:


IL COMPENDIUM PHYSIOLOGIAE DI T. CAMPANELLA

L’interesse di Tommaso Campanella per la filosofia della natura è riscon-


trabile sin dagli inizi della sua produzione filosofica. Sappiamo, infatti, che
a soli 18 anni, attendeva al compimento di un’opera, il De investigatione
rerum, che doveva fornire, all’interno di un vasto progetto filosofico, un
nuovo impianto metodologico su basi telesiane. Il progetto prevedeva la
sostituzione della gnoseologia aristotelica e delle categorie che regolavano
tutto l’impianto metodologico tradizionale con un nuovo sapere fondato su
nove categorie interamente tratte dai sensi. Questa attitudine verso questio-
ni legate alla sfera della philosophia naturalis e ai problemi scientifici che
proprio in quegli anni assumono una rilevanza particolare – specialmente
a causa dei numerosi e importanti eventi in ambito astronomico –, sarà un
motivo costante in tutta la vicenda intellettuale di Campanella tanto da
portare il filosofo a comporre una lunga serie di opere, dalla Philosophia
sensibus demonstrata (Napoli 1591) alle Quaestiones physiologicae (Pari-
gi 1637) attraverso le quali cercherà di avviare un dialogo sia con le tesi
della scienza aristotelica sia con le istanze ‘rivoluzionarie’ della scienza
moderna.
Il presente contributo intende evidenziare, all’interno di un orizzonte di
studi, riguardante la filosofia naturale campanelliana, spesso ingiustamente
tralasciato e mal indagato, alcuni elementi innovativi e per certi versi
inediti del percorso compiuto dal filosofo di Stilo. Per tale motivo, dopo
aver ricostruito, sia pur brevemente, il percorso filosofico-scientifico del
filosofo calabrese, ci soffermeremo su un’operetta rimasta per lungo tempo
inedita, il Compendio di filosofia della natura la quale, rappresentando
un’elegante sintesi della ‘fisiologia’ campanelliana, sembra poter destare
nuove ed interessanti prospettive di ricerca1.

1. Il De investigatione rerum rappresenta, come già si è detto, il primo


tentativo campanelliano di fondare un nuovo metodo di conoscenza e di
scienza che, rifiutando ogni dogmatismo aristotelico, intendeva riconciliare

1
Cfr. T. Campanella, Compendio di filosofia della natura (d’ora in poi, Compendio),
a cura di G. Ernst e P. Ponzio, Rusconi, Milano 1999.
218 Paolo Ponzio

il sapere con l’esperienza e con la natura2. Il metodo di questa ‘nuova’


conoscenza scientifica doveva risiedere nell’investigare le operazioni, gli
aspetti, le similitudini e le congruenze delle cose, secondo una dottrina del
linguaggio così realistica da essere in grado di mostrare la perfetta corri-
spondenza tra termini linguistici e oggetti reali. Tale corrispondenza è
messa in luce dallo stesso Campanella nel Syntagma laddove, parlando del
De investigatione, rende noto il carattere innovativo del suo metodo fonda-
to su nuove categorie tratte interamente dal senso3.
Nel 1589, vale a dire a due anni di distanza dalla stesura del De inve-
stigatione, il filosofo calabrese si accinge a comporre una seconda opera,
la Philosophia sensibus demonstrata, che per il suo tenore e lo spessore
speculativo mostra con estrema evidenza la stupefacente precocità dell’in-
gegno campanelliano. Quest’opera, infatti, non solo rappresenta una stre-
nua difesa della filosofia telesiana contro gli attacchi dell’aristotelico Mar-
ta, ma è rivelativa anche del percorso filosofico campanelliano che, pur
partendo da considerazioni teologiche, immediatamente si sposta sul piano
delle conseguenze fisiche, in un rapporto serrato tra teologia e filosofia
della natura che rimarrà negli anni successivi un motivo di costante attuali-
tà all’interno della sua indagine filosofica. Unire questioni fisiche e consi-
derazioni teologiche assicurava pure una fondazione più certa e più sicura
alle stesse istanze naturalistico-telesiane. Non è un caso, pertanto, che
Campanella concentri la sua attenzione, nella Philosophia sensibus demon-

2
L’interesse campanelliano si era, in realtà, già concretizzato un anno prima nella
stesura di alcune Lectiones logicae, physicae et animasticae, che con ogni probabilità
rappresentano una semplice sintesi degli studi seguiti nei conventi domenicani di San
Giorgio Morgeto e di Nicastro. Si tratterebbe, quindi, di un mero esercizio di scrittura che
avrebbe avuto una funzione propedeutica alla composizione e redazione del De investiga-
tione rerum.
3
Cfr. T. Campanella, De libris propriis et recta ratione studendi syntagma (d’ora in
poi, Syntagma), a cura di V. Spampanato, Bestetti e Tumminelli, Milano 1927, p. 15:
«Propterea ex solo sensu ex his, quae per sensum novimus, redactis ad novem genera
sensibilium, putabam me facere posse, ut quilibet de quacumque re non per vocabula
tantum, ut Raymundo Lullo mos est, quem apud Altum Montem examinaram, sed per
sensibilia obiecta ratiocinari posset». Si veda anche quanto Campanella scrive all’inizio
della Philosophia sensibus demonstrata, laddove ricordando la stesura del De investigatio-
ne parla di un nuovo modo «di studiare le cose attraverso il senso e l’esperienza, in cui non
si trattasse di parole e di detti oscuri ma di cose, servendosi di parole tratte dalle cose stesse
e non di finzioni»: cfr. T. Campanella, Philosophia sensibus demonstrata, testo critico a
cura di L. De Franco, Vivarium, Napoli 1992, p. 6 (tr. it. T. Campanella, La filosofia che
i sensi ci additano, a cura di L. De Franco, Libreria Scientifica Editrice, Napoli 1974, p. 12).
Un trattato didattico di filosofia della natura 219
strata, in primo luogo sulla creazione, sull’atto divino del creare, che è una
generazione ex nihilo, un evento unico, originale e irripetibile, e che perciò
va tenuto ben distante dalla generazione nel tempo che ha, invece, soltanto
il compito di conservare ciò che è stato creato.
Queste due prime opere – la prima delle quali viene sequestrata defini-
tivamente nel 1592 (e soltanto in minima parte la materia del De investi-
gatione verrà ripresentata nella Dialectica4), mentre la seconda viene pub-
blicata dallo stesso Campanella nel 1591 – vengono affiancate, negli anni
successivi, da altre opere di filosofia naturale. Ne è testimonianza la lettera
di Baccio Valori all’Usimbardi, del 15 ottobre 1592, menzionata già dal
D’Ancona nell’edizione da lui curata delle Opere campanelliane, nella
quale si indica un trattato, il De rerum universitate, la cui stesura, prevista
in venti libri, sarebbe dovuta terminare nella primavera dell’anno seguen-
te5. La sottrazione di questo manoscritto e le successive vicende giudiziarie
portano Tommaso Campanella a ridettare la sua dottrina filosofico-natura-
le in due compendi, nella perduta Fisiologia compendiosa6 e nel Compen-
dium de rerum natura7, e soprattutto, nell’Epilogo Magno, iniziato tra il
1595 e il 1597 a Roma e dedicato a Mario del Tufo8.
Tralasciato il vastissimo progetto, iniziato con la stesura del De rerum
universitate, di revisione e di raffronto sistematico di tutte le antiche dottri-
ne di filosofia naturale – progetto che non sarà più perseguibile a causa
delle vicende giudiziarie che videro coinvolto il filosofo calabrese subito

4
La Dialectica è la seconda delle cinque parti della Philosophia rationalis, pubblicata
dal filosofo a Parigi nel 1638 presso il tipografo Jean Dubray. Di essa non esiste un’edi-
zione moderna, mentre le altre quattro parti (Grammatica, Rethorica, Poëtica e
Historiographia) sono state edite e tradotte da Luigi Firpo in T. Campanella, Tutte le opere.
I. Scritti letterari, Mondadori, Milano 1954, pp. 434-1255.
5
Scrive, infatti, il Valori: «ma l’opera maggiore ch’egli [Campanella] ha tra mano è De
rerum universitate cioè un’intera filosofia da sé, al quale studio potrà rimettersi a primavera
che arà stampato quello a Venezia». Cfr. T. Campanella, Opere, a cura di A. D’Ancona,
2 voll., Pomba, Torino 1854, vol. I, p. LXXXV.
6
Cfr. L. Firpo, Bibliografia degli scritti di Tommaso Campanella (d’ora in poi, Biblio-
grafia), tip. Vincenzo Bona, Torino 1940, pp. 73-76.
7
L. Firpo, Bibliografia, pp. 36-37. Tale opera verrà in seguito rintracciata da Tobia
Adami e pubblicata a Francoforte nel 1617 con il titolo Prodromus philosophiae
instaurandae. Cfr. l’edizione anastatica a cura di L. Firpo in T. Campanella, Opera latina,
Bottega d’Erasmo, Torino 1975, vol. II.
8
Al mecenate napoletano era stata dedicata anche la precedente Philosophia sensibus
demonstrata. Per l’edizione dell’Epilogo, cfr. T. Campanella, Epilogo Magno, a cura di C.
Ottaviano, R. Accademia d’Italia, Roma 1939.
220 Paolo Ponzio

dopo il suo arrivo a Padova nel 1593 e che lo portarono l’11 ottobre 1594
a far rientro a Roma, tradotto nelle carceri romane del Sant’Uffizio –
Campanella si accinge ad una nuova formulazione della sua fisiologia in
forma di summa ultima, di epilogo appunto: in esso egli espone la propria
dottrina rimandando ogni disputa e ogni polemica ad una sede più idonea.
L’Epilogo Magno, iniziato, quindi, a Roma e concluso soltanto nell’estate
del 15989, in quel breve soggiorno trascorso a Napoli prima di rientrare
nella sua Calabria, rappresenta un momento importante del percorso filo-
sofico campanelliano: da questa data in poi, infatti, l’opera fisiologica
viene suddivisa in due parti. Accanto alle questioni naturali, che costitui-
scono la prima parte dell’Epilogo, appaiono i problemi di natura morale,
che si attesteranno come parte integrante della sua Philosophia realis.
Le note vicende legate alla congiura calabrese e il suo tragico epilogo,
impongono una battuta d’arresto nello sviluppo dell’opera fisiologica cam-
panelliana fino al 1606, anno nel quale viene rielaborato l’Epilogo Magno,
corredando il testo con una serie di “Avvertimenti” attraverso i quali il
filosofo domenicano riprende la discussione delle dottrine dei filosofi clas-
sici abbandonata dopo la perdita del De rerum universitate10. Tali “Avver-
timenti” costituiscono un primo nucleo di tematiche affrontate nelle Quae-
stiones physiologicae le quali, cominciate tra il 1609 e il 161311, sono dal
filosofo continuamente rielaborate, segno evidente dell’interesse sempre
vivo e crescente da parte del filosofo verso i problemi emergenti della
scienza moderna. Una traccia significativa di questo continuo rifacimento,
soprattutto per quelle questioni più legate ai problemi della nuova cosmo-
logia, è riscontrabile nella Quaestio XXIV dedicata al problema delle co-
mete, iniziata certamente dopo l’apparizione delle comete nel 1618 e con-
clusa, presumibilmente, con le due appendici dell’articolo IX non prima
del 1634, data che appare in margine a fianco al titolo della prima appendice 12.
Se, pertanto, con questa seconda stesura dell’Epilogo il filosofo dome-
nicano fissa i termini entro i quali definire la propria dottrina intorno ai

9
Cfr. T. Campanella, Syntagma, p. 21.
10
In quest’ultima elaborazione l’Epilogo ci è pervenuto in quattro manoscritti (cfr. L.
FIRPO, Bibliografia, p. 86).
11
Cfr. T. Campanella, Syntagma, p. 27 e L. Firpo, Bibliografia, p. 87.
12
Sulla datazione della Quaestio XXIV, cfr. P. Ponzio, La disputa sulle comete nelle
Quaestiones physiologicae di Tommaso Campanella, «Bruniana & Campanelliana», II
(1996), pp. 195-213. Per il testo di tale Quaestio, cfr. T. Campanella, Quaestiones
physiologicae, in Disputationum in quatuor partes suae Philosophiae realis, D. Houssaye,
Parisiis 1637, pp. 219-240.
Un trattato didattico di filosofia della natura 221
problemi della natura, assolutamente non corrispondente ad una completa
formulazione doveva risultare l’immensa mole di riferimenti e argomenta-
zioni, che dopo essere stata organizzata una prima volta nei venti libri del
De rerum universitate, non riesce ancora a trovare una sistemazione defi-
nitiva all’interno dell’opera fisiologica. Le Quaestiones physiologicae as-
solvono tale funzione di raffronto e di confutazione delle opinioni classi-
che, prima fra tutte quella aristotelica, offrendo al lettore tutto il ventaglio
delle conoscenze e degli interessi campanelliani13.
Tra il 1611 e il 1613 Campanella avvia, in seguito alle continue esorta-
zioni da parte di Kaspar Schoppe, una traduzione latina della fisiologia –
rifondendo quasi totalmente l’Epilogo Magno – dal titolo Physiologia epi-
logistica, che costituirà, in seguito, la prima parte della Philosophia realis,
pubblicata a Francoforte dall’Adami14 nel 162315.
Le modifiche, non estese né, tanto meno, essenziali, che Campanella
apporterà nel lungo periodo che corre da quest’ultima elaborazione al
1637, anno nel quale si concluderà la stampa parigina della Philosophia
realis, sono riscontrabili in parte nell’unica copia, conservata nella Biblio-
teca Apostolica Vaticana, fitta di correzioni e integrazioni autografe16. Es-
se, come osserva Firpo, non costituiscono un continuo lavorio «durato per
tutto l’intervallo fra le due stampe, ma sono invece da considerarsi appor-

13
Dal Syntagma, p. 27, si apprende che, negli anni, le Quaestiones pervennero nelle
mani dello Schoppe – che probabilmente ebbe modo di leggere una loro prima stesura -,
dell’Adami e del Failla.
14
Sulla figura di Tobia Adami e sulle vicende editoriali delle opere campanelliane in
Germania, cfr. L. Firpo, Tobia Adami e la fortuna di Campanella in Germania, in Storia
e cultura del Mezzogiorno. Studi in memoria di Umberto Caldora, Lerici, Cosenza 1978,
pp. 77-118.
15
La Philosophia realis così ultimata si componeva di 4 parti: dopo la Physiologia vi
erano l’Ethica, la Politica (che rappresentava una rielaborazione degli Aforismi politici),
con l’appendice della Civitas Solis e l’Oeconomia.
16
Il codice è ampiamente descritto dal Firpo nella sua edizione degli Aforismi politici,
tip. del Collegio Artigianelli, Torino 1941, pp. 290-291. Si veda anche quanto dice J.
Kvacala in Über die Genese der Schriften T. Campanellas, «Acta et Commentationes Imp.
Universitatis Jurievensis», 1912, fasc. 6, pp. 25-26 e pp. 35-36. Inoltre, ci sembra interes-
sante segnalare l’analisi di L. Simoni Varanini del manoscritto conservato nella Biblioteca
Capitolare di Pescia, che contiene una copia della Physiologia epilogistica risalente, secon-
do l’ipotesi della studiosa, al periodo 1628-29, anni nei quali Campanella pensa di far
trascrivere in ‘bella copia’ il testo con le correzioni autografe del manoscritto vaticano, dal
quale verrà tratta la definitiva edizione parigina a stampa. Cfr. L. Simoni Varanini, Il ms.
83 della Biblioteca Capitolare di Pescia, «Bruniana & Campanelliana», II (1996), pp.
371-374.
222 Paolo Ponzio

tate in un tempo relativamente breve»17, presumibilmente intorno al 1634,


anno nel quale l’autore dona il manoscritto all’amico francese Pierre Bour-
delot, medico dell’Ambasciata di Francia a Roma. Tali modifiche saranno
rappresentative della gran parte delle integrazioni che il filosofo apporterà
alla stampa definitiva del tomo II delle Opere18 dedicato alla Philosophia
realis.

2. Il Compendium physiologiae19 non è identificabile in nessuno dei


testi fin qui ricordati. Già l’Amabile, che ne aveva rintracciato una copia
conservata nella Biblioteca Nazionale di Francia 20, collocava il trattato
fisiologico intorno al 1613, supponendo che la notizia comunicata nel
Syntagma, secondo la quale dopo aver terminato la redazione della Philo-
sophia rationalis si parla di un «Compendium physiologiae tironibus reci-
tandum»21, possa essere rivelativa dell’esatta cronologia della composizio-
ne di questo testo campanelliano. Lo stesso studioso aggiungeva, inoltre,
che tale manoscritto sarebbe stato in seguito donato a Gabriel Naudé, e che
tale esemplare sarebbe proprio quello che oggi si conserva nella biblioteca
parigina22.
Di ben differente opinione è il Kvacala, al quale si deve la segnalazione
di uno dei due codici vaticani (il codice Ottoboniano) nei quali ci è perve-
nuto il Compendium23. Questi, infatti, credette di essere di fronte ad una

17
L. Firpo, Bibliografia, pp. 91-92.
18
Cfr. l’Instauratio scientiarum, in Philosophia rationalis, p. 1: «In 2° [tomo
continentur] Philosophiae Realis part. 4. Physiologia, Ethica, Politica, Oeconomica, cum
textu et quaestionibus. His additur Civitas Solis, cum quaestionibus et liber de Regno Dei
ad Polit. Ecclesiast., et Disputationes 8 pro Telesio contra Perip.».
19
Nel presente contributo si è preferito adoperare sempre il termine Compendium pur
non dimenticando che nei due manoscritti vaticani il termine di Epilogismus, con cui è
intitolata l’operetta, si addice maggiormente alla terminologia campanelliana. Tuttavia, è
altrettanto importante ricordare il fatto che nelle ultime liste delle opere dettate dal Cam-
panella compare sempre il termine compendio per indicare sia il Prodromus philosophiae
instaurandae che l’Epilogo Magno. «Nel nono tomo ci vanno diversi opuscoli d’ogni
materia [...] dui compendii di filosofia naturale propria ed uno latino». Cfr. la Lista delle
opere di F. Tomaso Campanella distinte in tomi nove, presumibilmente databile alla fine
del 1618, in L. Firpo, L’«Opera Omnia» di T. Campanella nei programmi dell’autore,
«Rivista di storia della filosofia», II (1947), pp. 38-59 (p. cit. 53).
20
Per la descrizione dei tre esemplari nei quali ci è conservata l’opera campanelliana,
cfr. G. Ernst, Nota al testo, in Compendio, pp. 29-33.
21
T. Campanella, Syntagma, p. 32.
22
Cfr. L. Amabile, Castelli, vol. I, p. 150; vol. II, p. 372.
23
Cfr. Kvacala, Über die Genese, cit., pp. 24, 35, 45-47.
Un trattato didattico di filosofia della natura 223
primitiva redazione della fisiologia campanelliana, appena posteriore al
Compendium de rerum natura. Tuttavia, come rileva Firpo24, tale opinione
non può oggi essere accettabile per due ordini di motivi. In primo luogo,
la nuova stesura in forma di compendio o di epilogo, a cui espressamente
i codici si riferiscono, viene intrapresa dal filosofo domenicano non prima
della composizione dell’Epilogo Magno, e quindi non può che essere suc-
cessiva al periodo in cui vengono redatte le prime opere di filosofia natura-
le che prevedevano al loro interno un considerevole raffronto di tutte le
precedenti dottrine di filosofia naturale. In secondo luogo, la notazione
finale, presente nei tre esemplari, nella quale si accenna ad un «sequens
libellus» di argomento etico, non può non far pensare ad una trattazione
separata delle questioni morali da quelle di natura fisica, cosa che crono-
logicamente avviene soltanto nella redazione latina della fisiologia campa-
nelliana, che è almeno posteriore al 1609.
Fin qui la critica firpiana alle tesi di Kvacala. Giungendo infine ad esami-
nare la posizione dello stesso Firpo, al quale si deve la segnalazione del-
l’altro esemplare vaticano (il codice Barberiniano)25, sarà opportuno ricordare
che mentre in un primo momento lo studioso torinese si affiancava alla tesi
dell’Amabile confermando la data del 1613, nelle sue Ricerche campanellia-
ne, in base ad un confronto serrato con i trattati di Physiologia pubblicati
a Francoforte e a Parigi, perviene alla definizione di un «termine ante quem
non per la datazione del Compendio, che non può essere anteriore al 1618-
19»26. Il motivo guida di questa ipotesi di datazione è dato dall’ordinamen-
to della materia che è in tutto simile alla successione dei capitoli con cui
si presenta l’ultima Physiologia campanelliana, nella definitiva stampa pari-
gina del 1637, ed è poi ulteriormente confermato dalle più agiate condizioni
del carcere di Castel Nuovo, nel quale Campanella poteva finalmente av-
viare quel quasi pubblico insegnamento delle sue dottrine filosofiche27.
A tale termine ante quem non, al quale senza dubbio ci si può tutt’ora
riferire, è possibile aggiungere alcune annotazioni interne al testo che, ci
sembra, apportino qualche elemento in più per poter meglio definire il
periodo nel quale Campanella intraprende la stesura del Compedio di filo-
sofia naturale.

24
Cfr. L. Firpo, Ricerche campanelliane, Sansoni, Firenze 1947, p. 124.
25
Cfr. L. Firpo, Appunti campanelliani XIV, «Giornale critico della filosofia italiana»,
XXIV (1943), p. 297; Firpo, Ricerche campanelliane, p. 123.
26
Firpo, Ricerche campanelliane, p. 125.
27
Cfr. Amabile, Castelli, vol. I, pp. 208-209.
224 Paolo Ponzio

Innanzitutto, l’ordine con cui viene suddiviso il contenuto del trattato


fisiologico non è tanto conforme all’ultima revisione della Physiologia
quanto alla successione delle ‘questioni’ offerte dalle Quaestiones physio-
logicae. Sembra, anzi, che il Compendio sia stato composto avendo sem-
pre presente l’avvicendarsi degli argomenti nelle Quaestiones – che, pur
ricalcando la trattazione della Physiologia epilogistica, in più punti se ne
discosta – spogliato però da ogni polemica o riferimento alle dottrine
filosofiche del passato28. Questo connubio con la trattazione delle Quae-
stiones potrebbe chiarire anche la natura e il movente dell’opera fisiologica
campanelliana: un trattato didattico, come hanno detto giustamente sia
l’Amabile sia il Firpo, che il filosofo domenicano poteva impiegare a
fianco al trattato più completo nel quale si spiegava il significato di ogni
affermazione. Tra l’altro, se è vero ciò che dice l’eminente studioso torine-
se riguardo alla presunta datazione, sopra ricordata, in rapporto alle modi-
fiche apportate per l’ultima redazione della Physiologia, e se è altrettanto
certo che la prima redazione della Physiologia epilogistica è inviata all’A-
dami tra il 1618 e il 1619, non si può non ritenere una certa omogeneità
tra l’ordine delle Quaestiones e il Compendio, piuttosto che tra questi e la
Physiologia, la cui revisione finale è probabilmente avvenuta solo qualche
anno prima della definitiva stampa parigina. Infine, è importante esibire
un’ultima notazione interna. Si tratta dell’unico elemento presente nel
Compendium che potrebbe offrire una risoluzione definitiva al problema
della datazione. Si legge al capitolo quarto, De tempore, par. 11: «Dal
principio del mondo sino a noi il tempo è di 5582 anni solari»29. Tale
riferimento temporale può essere agevolmente confrontato con quello, cer-
tamente più noto, dell’ultimo capitolo degli Articuli prophetales che, rife-
rendosi alla congiunzione magna, così recita: «si [...] mundus habet annos
5565 in tempore coniunctionis magnae, quae fiet in Christi anno 1603 ad
quam respicimus scribentes»30. Lo scarto di 17 anni che vi è tra queste due
date non può che risultare decisivo in ordine alla data di composizione del

28
A questo proposito si veda l’appendice al testo del Compendio (cfr. pp. 254-57) in cui
è messo a confronto l’ordine della materia esposto nel Compendium con quello presentato
nelle Quaestiones e nella Physiologia epilogistica del 1637.
29
«Tempus a principio mundi usque ad nos est annorum solarium 5582» (Compendio,
IV, 11, p. 42).
30
T. Campanella, Articuli prophetales, ed. critica a cura di G. Ernst, La Nuova Italia,
Firenze 1977, p. 262. Si veda pure quanto la curatrice scrive nell’introduzione, pp. XXXIX-
XL.
Un trattato didattico di filosofia della natura 225
trattato campanelliano di fisiologia che, pertanto, risalirebbe al 162031. Tra
l’altro, nella copia parigina del Compendio, che a torto Firpo riteneva
essere un testo precedente agli altri due esemplari, vi è un’indicazione
dell’età del mondo posteriore alla lezione dei due manoscritti vaticani
(5587), vale a dire il 1625, anno intorno al quale probabilmente Campanel-
la avvia un’opera di revisione del testo fisiologico32.

3. Il Compendio campanelliano si compone di 63 brevi capitoli attra-


verso i quali il filosofo calabrese delinea in modo ordinato e sistematico
la sua dottrina filosofico-naturale. L’esordio del testo è incentrato sull’es-
senza e sull’oggetto di tale filosofia della natura. Campanella si preoccupa
subito di stabilire i confini della dottrina fisiologica con le altre branche
del sapere umano, dalla metafisica alla teologia, dalla matematica alla
logica. «La filosofia naturale – sottolinea il domenicano – si occupa del-
l’ente naturale»33 ed, in questo, è in tutto simile alle altre scienze particola-
ri che hanno per oggetto un ente particolare. Già nel proemio della Meta-
physica, risultava chiara la distinzione fra le scienze: «Ogni scienza prende

31
Un ulteriore indizio è contenuto nelle pagine del libro XXV della Theologia
campanelliana, laddove, riprendendo in parte l’ultimo articolo degli Articuli prophetales, si
aggiornano i dati cronologici dell’età del mondo di venti anni: «Et quidem si semper
fuerunt huiusmodi exobitantiae seu motus in caelo, ut putat Picus, sequitur quod, si mundus
habet 5583 annos a sui creatione, fateri oportet, iuxta calculum Copernici diligentissimi, in
mundi creatione aequinoctium vernale factum fuisse in gradu 18». Cfr. T. Campanella,
Theologia, lib. XXV, La profezia di Cristo, a cura di R. Amerio, Centro Internazionale di
studi umanistici, Roma 1973, p. 178.
32
Tale revisione, probabilmente, è dovuta anche alla continua attività didattica che
porterà Campanella a tenere a Frascati, negli anni Trenta, un corso di lezioni sulla filosofia
naturale ad alcuni chierici dell’ordine delle Scuole Pie. Di questi soggiorni ci parlano alcuni
documenti che ci indicano quale fosse il compito di Campanella in quella casa religiosa di
Frascati: istruire alcuni chierici meritevoli alle scienze, così come ci attesta p. Gian Carlo
Conti descrivendo il talento di un giovane chierico, p. Giovan Battista Carletti, che viene
inviato «insieme con altri dieci chierici sotto la disciplina del Padre fra Tommaso Campa-
nella, che li lesse le scienze». Cfr. G. C. Caputi, Notizie historiche della Congregazione e
della Religione de’ Chierici Reg. Pov. della Madre di Dio delle Scuole Pie, vol. I, p. II,
f. 34, paragr. 34 (ms. del fondo Arch. Gen. Hist. Bibl. 3, conservato nell’Archivio gene-
ralizio delle Scuole Pie, Roma). Sul periodo campanelliano trascorso a Frascati, cfr.: R.
Amerio, Di un punto meno noto del periodo romano del Campanella, «Rivista di filosofia
neoscolastica», XXIV (1932), pp. 356-60; G. Calò, Campanella e gli Scolopi a proposito
dell’Apologia delle Scuole Pie, «Rendiconti della R. Accademia Nazionale dei Lincei»
(classe di scienze morali, storiche e filologiche»), V-VI (1935), pp. 403-27; L. Picanyol,
Le Scuole Pie e Galileo Galilei, Padri Scolopi di S. Pantaleo, Roma 1942, pp. 40-49.
33
Compendio, I, 1, p. 37.
226 Paolo Ponzio

in considerazione un particolare ente. Così la fisica considera la natura, la


matematica la quantità, la medicina il corpo da guarire, la politica il corpo
sociale da governare, l’astronomia i moti dei corpi celesti»34. Pertanto,
anche la filosofia naturale, spiega Campanella nelle Quaestiones physiolo-
gicae, «non è la filosofia prima; ci sono infatti enti più nobili, quali le
realtà metempiriche, di cui le cose naturali sono soltanto ombre»35. Tutta-
via, sempre nell’opera metafisica, laddove, nel Libro V, il filosofo di Stilo
opera una prima suddivisione delle scienze, la filosofia naturale viene
innalzata al rango di scienza prima, insieme alla teologia e alla metafisica:
«Pertanto, non essendoci se non una storia divina e una umana, e quest’ul-
tima si divide in naturale e morale, come si distingue quella di Plinio da
quella di Livio, segue che due sono le scienze: teologia e micrologia; e
quest’ultima si divide in naturale e morale. La prima è a buon diritto
regina, perché si ottiene con la rivelazione di Dio, autore della natura e del
senso; la seconda è ancella, e si ottiene in base al senso e alla nostra e
altrui natura»36.
Dalla questione sull’oggetto e sull’essenza della filosofia naturale si
dipana il tessuto delle argomentazioni campanelliane: dal problema sulle
cause dell’ente naturale risolto con un rimando a Dio in quanto «causa
prima agente» dello stesso ente naturale37, alle questioni sul mondo, sul
tempo, sul luogo e sulla materia che rappresentano i problemi basilari di
ogni dottrina fisiologica, sino a quelle tematiche più specifiche di natura
astronomica, biologica, medica e psicologica.
All’interno di tali argomentazioni ci sembra interessante soffermare qui
la nostra attenzione su una questione di particolare importanza all’interno
della filosofia naturale di Campanella: il problema della nuova scienza, o
meglio, di quella evoluzione dell’astronomia che ha nelle osservazioni e
sperimentazioni galileiane il suo termine di confronto più elevato. Tale
problema in Campanella non si pone mai nei termini di un totale rifiuto o
netto consenso circa le ipotesi scientifiche formulate dallo scienziato pisano.
Ciò che interessa al filosofo è la predicabilità delle scoperte scientifiche,
compresa quella inerente alla nuova ipotesi di rotazione della Terra, in tutti
i campi del sapere filosofico. In questa prospettiva, evidentemente, non ha

34
T. Campanella, Metaphysica, lib. I, Ph. Burelly, Parisiis 1638, Prooemium, p. 4 (ed.
crit. e trad. it. del l. I a cura di P. Ponzio, Levante, Bari 1994, p. 35).
35
T. Campanella, Quaestiones physiologicae, cit., I, p. 4.
36
T. Campanella, Metaphysica, cit., lib. V, p. 346.
37
Compendio, II, 2, p. 39.
Un trattato didattico di filosofia della natura 227
senso parlare di una veridicità fisica o reale della stessa ipotesi matemati-
ca. Il campo filosofico campanelliano non è quello galileiano: gli interessi,
le modalità e gli scopi sono diversi. Alle ‘certe’ dimostrazioni galileiane,
Campanella fa corrispondere una serie di considerazioni che, vanificando
il tentativo di rigore dello scienziato pisano, aprono prospettive nuove e
conseguenze inaspettate in campi del sapere alieni alla matematica: dalla
metafisica alla teologia, dall’astrologia alla stessa filosofia naturale38.
All’interno del Compendio campanelliano i capitoli nono e decimo so-
no dedicati alla questione della sostanza, figura e quantità del cielo e delle
stelle. Delle numerose obiezioni che il filosofo di Stilo mette in gioco nei
confronti della filosofia aristotelica (legate specialmente al problema della
natura ignea del cielo) ve ne è una che, pur riferita ad Aristotele, risulta
essere di grande attualità: la questione della incorruttibilità del cielo. Così
si legge nel Compendio: «è falso dire che il cielo è incorruttibile perché
conserva sempre il medesimo sito e movimento; poiché anche se noi non
vediamo le sue corruzioni interne, tuttavia, le comete prodotte nel cielo
insegnano questo, e la medesima cosa ci attestano la mutazione dei tropici,
dei solstizi, degli apogei e delle obliquità»39.
Le osservazioni compiute nell’arco di circa 50 anni, dalla apparizione
della Nova del 1572 e della cometa del 1577 sino alle osservazioni delle
comete del 1618, arrecano un duro colpo alla dottrina cosmologica aristo-
telica. Già Tycho Brahe, osservando la posizione della cometa del 1577,
l’aveva localizzata nel cielo tolemaico di Venere, ipotizzandone una traiet-
toria eliocentrica40. Il che comportava gravi conseguenze sul piano filosofi-
co-scientifico. Collocare le nove e le comete nel cielo sopralunare signifi-
cava costringere, e di questo Campanella ne è ben consapevole, a rivedere
la tesi dell’incorruttibilità dei cieli. Nella vastissima opera teologica, ini-
ziata dal filosofo nel 161341, il Libro III intitolato De processione exteriori
a Deo sive de rerum creatione42, tratta al capitolo terzo della delicata

38
Sul rapporto tra scienza galileiana e filosofia campanelliana ci si permetta di riman-
dare al nostro Copernicanesimo e teologia. Scrittura e natura in Campanella, Galilei e
Foscarini, Levante, Bari 1998.
39
Compendio, IX, 14, p. 59.
40
Cfr. T. Brahe, De cometa anni 1577 (1578), in Opera Omnia, a cura di J.L.E. Dreyer,
Copenaghen 1913-1929, vol. 4, pp. 379-396.
41
Cfr. la prefazione di Tobia Adami nel Prodromus philosophiae instaurandae, cit., p.
12, ripresa da L. Firpo, Bibliografia, pp. 159-60.
42
Il più semplice titolo di Cosmologia è stato dato da Romario Amerio nella sua edi-
zione del 1964.
228 Paolo Ponzio

questione della corruttibilità dei cieli. Il filosofo di Stilo, probabilmente


per non urtare troppo la suscettibilità dei teologi coevi, risolve la questione
ipotizzando due generi di corruttibilità. Cosicché il cielo poteva ritenersi
incorruttibile «se lo si fosse considerato nella sua totalità», mentre conside-
randolo «parte per parte» sarebbe risultato corruttibile. E così spiega il
filosofo: «l’aria è una parte del cielo, e nella Sacra Scrittura infatti si parla
degli uccelli del cielo, e tuttavia subisce alterazione. Nell’interno delle
stelle, se constano di elementi (due o quattro che siano), si verificano
alterazioni e trasmutazioni, come si vede grazie al telescopio nella Luna,
che consta di monti, di mari e di terre o quasi di terre»43.
Il rimando alle osservazioni mediante l’uso del telescopio non può non
rinviare ad un’altra opera campanelliana in difesa delle ipotesi della ‘scien-
za moderna’, l’Apologia pro Galilaeo. Qui il tema della corruttibilità dei
cieli è posto all’interno delle obiezioni rivolte allo scienziato pisano nel
primo capitolo: «Inoltre Galilei suppone l’esistenza dell’acqua nella Luna
e nei pianeti; e ciò è falso, poiché essi sono di natura incorruttibile, come
testimoniano all’unanimità gli scolastici e Aristotele, e la perennità del
cielo e l’immutabilità per tutti i secoli. Suppone anche la presenza di monti
e terre sulla Luna, e pone terre anche negli altri pianeti»44. Tale argomento
verrà poi, nel quarto capitolo, risolto da Campanella, oltre che con il con-
sueto richiamo alle fonti autorevoli della patristica, da Agostino a Crisosto-
mo, da Basilio ad Ambrogio45, soprattutto confidando nella maggiore veri-
dicità delle osservazioni astronomiche condotte da Brahe e dallo stesso
Galilei. Sono, infatti, gli strumenti di osservazione che dimostrano «che le
comete si formano sopra la Luna, cosa che era negata da Aristotele: tutta-
via i vapori non possono elevarsi dalla Terra fin sopra la Luna, dunque vi
sono acque e terre sulle stelle tanto più che si osservano comete che si
mantengono nell’orbita delle rispettive stelle»46.
Un altro tema che interessava il dibattito filosofico-scientifico dei primi
anni del XVII secolo è senza dubbio il problema della infinità del mondo.
Nel capitolo decimo del Compendio, Campanella lo presenta in questi
termini: «non si può asserire che il mondo sia finito perché vi possono

43
Cfr. T. Campanella, Theologia, lib. III, Cosmologia, cit., cap. 3, art. 2, p. 93.
44
T. Campanella, Apologia per Galileo, a cura di P. Ponzio, Rusconi, Milano 1997, p. 55.
45
Sulle fonti patristiche in Campanella e sulla loro funzione di connessione tra ipotesi
copernicana ed esigenze teologiche cfr. il capitolo IV del nostro Copernicanesimo e teo-
logia, cit., pp. 149-170.
46
T. Campanella, Apologia per Galileo, cit., p. 157.
Un trattato didattico di filosofia della natura 229
essere altri sistemi anche al di fuori della circonferenza del nostro cielo»47.
Anche se il cielo è, per il filosofo domenicano, di materia finita, pena la
impossibilità dello stesso moto circolare del cielo che doveva concludersi
in 24 ore, tuttavia non per questo non è possibile ipotizzare altri sistemi
anche al di fuori del nostro cielo. Questo argomento, che è certamente tra
i più complessi e, nello stesso tempo, tra i più ardui da risolvere senza
uscire dall’eterodossia della teologia cattolica, viene ampiamente illustrato
nel Libro III della Theologia, laddove, dopo aver esaminato, come abbia-
mo visto, le questioni sull’incorruttibilità dei cieli e sulla eternità del mon-
do, Campanella si addentrerà nella lettura del primo capitolo del Genesi
dove viene narrato il racconto della creazione secondo la fonte detta sacer-
dotale48 distinguendo i vari momenti dell’atto divino in sei giorni49. Questa
ripartizione del dettato biblico diviene essenziale al filosofo che, ad una
diversificazione dei singoli giorni, fa corrispondere un’unica e specifica
argomentazione. In questo modo il primo giorno, trattando della creazione
della luce, sarà dedicato da Campanella a considerazioni circa la contrarie-
tà del dettato biblico con la teoria aristotelica della luce, soffermandosi, in
seguito, nella creazione del firmamento che si compie nel secondo giorno,
con il discutere della costituzione del cielo50 e della teoria pitagorica, se-
condo la quale esisterebbero più sistemi nel mondo51. Tale antica dottrina
viene subito avvalorata dalle teorie astronomiche moderne attraverso le
quali si poteva rilevare la presenza di numerose stelle che sembravano
costituire interi sistemi. La risoluzione campanelliana non è, però, di facile
lettura. Sul piano della dottrina teologica, se si sosteneva l’esistenza di una

47
Compendio, X, 3, p. 59.
48
Ci si permette di ricordare che i primi capitoli del Genesi vengono dedicati a due
racconti della creazione provenienti da due differenti tradizioni: quella sacerdotale risalente
al VI secolo a. C. (Genesi, 1, 1-2, 4a) e quella jahvista del X secolo a. C. (Genesi, 2, 4b-
25).
49
Sulla determinazione dei giorni della creazione, cfr. T. Campanella, Theologia, lib.
III, Cosmologia, cit., cap. 10, art. 2, pp. 194-96.
50
L’argomento della costituzione del cielo rappresenta un altro nodo tematico di con-
fronto con le scoperte galileiane. Pur avendo ammesso una costituzione ignea del cielo,
derivata dalla sua originaria adesione al telesianesimo, «dopo le osservazioni di Galileo –
aggiunge Campanella – non posso accettare che i pianeti siano ritenuti ignei, e per questa
ragione abbraccio tutte le esposizioni dei Padri». La scoperta nella luna di montagne e valli,
portava alla considerazione che anche in altre stelle potessero esserci «l’acqua e la terra e
atmosfera come nel nostro sistema», confermando, in questo la teoria pitagorica. Cfr. T.
Campanella, Theologia, lib. III, Cosmologia, cit., cap. 5, art. 1, pp. 120-122.
51
Ivi, p. 124.
230 Paolo Ponzio

pluralità di cieli e di sistemi, bisognava inevitabilmente affermare altret-


tante venute di Cristo affinché potessero essere redenti tutti gli esseri del-
l’universo, tesi di chiara inclinazione eretica perché, come lo stesso filoso-
fo domenicano si affretta a spiegare, la redenzione di Cristo è intimamente
connessa al peccato originale commesso da Adamo. Pertanto, solo se i
probabili abitanti delle altre stelle si fossero macchiati di un altro peccato,
i teologi sarebbero stati costretti a rivedere le loro interpretazioni in rela-
zione soprattutto a quanto san Paolo affermava nelle sue Lettere52.
Anche qui, dunque, la posizione campanelliana sembra assumere carat-
teristiche originali. La pluralità di sistemi non può che essere, così come
il Crisostomo aveva sostenuto, all’interno di un unico cielo immenso: più
regioni celesti dentro un solo sistema del mondo53. Tale punto di vista
verrà espresso dal filosofo calabrese, nell’Apologia per Galileo, in modo
ancora più preciso: quand’anche la teoria sulla pluralità dei cieli risultasse
falsa, infatti, non si potrebbe non convenire con le osservazioni galileiane
che evidenziano «non una pluralità di mondi, ma una pluralità di sistemi
in questo mondo, ordinati a costituire un unico sistema»54.
Vorremmo sottolineare infine un ultimo argomento. Si tratta della ipo-
tesi astronomica che Campanella, pur non esplicitamente, dichiara di privi-
legiare. Si legge nel Compendio: «Tutti i pianeti si muovono con il Sole
intorno alla Terra centro dell’odio [...]. Nello stesso tempo tutti i pianeti si
muovono intorno al Sole, centro dell’amore, dal quale attingono la virtù»55.
Anche se il pensiero campanelliano non si porrà mai nei termini di un
totale rifiuto o di un preciso consenso all’ipotesi copernicana circa il moto
della Terra, ci sembra che queste due affermazioni del Compendio non
lascino alcun dubbio circa l’ipotesi per Campanella più attendibile, quella
ticoniana, che aveva il merito di permettere al Nostro di mantenere invaria-
ta la sua filosofia imperniata sui due elementi contrari, il freddo con cui
era costituita la Terra, centro dell’odio, e il caldo costitutivo del Sole,
centro d’amore. A conferma di quanto sin qui detto appare interessante
soffermarsi sulla Dichiarazione del sistema universale, così come viene
esposta nel Libro XI della Metaphysica56. All’interno del circolo stellato,

52
In particolare la Lettera agli Efesini 1, 7 e 10 e la Lettera ai Colossesi 1, 20. Cfr.
l’argomentazione campanelliana in Apologia per Galileo, cit., p. 161.
53
Cfr. T. Campanella, Theologia, lib. III, Cosmologia, cit., cap. 7, art. 2, p. 151.
54
T. Campanella, Apologia per Galileo, cit., p. 163.
55
Compendio, X, 7-8, p. 61.
56
Cfr. anche la Physiologia epilogistica, in T. Campanella, Disputationum in quatuor
partes suae Philosophiae realis, cit., cap. 2, art. 5, pp. 11-18.
Un trattato didattico di filosofia della natura 231
scrive il filosofo domenicano, vi sono le varie orbite dei tre pianeti, Satur-
no, Giove, con i suoi ‘pianeti medicei’, e Marte. Quest’ultimo ha al suo
interno la sfera della Terra la cui orbita viene segnata, a differenza delle
orbite degli altri pianeti, con dei punti, «e non da una linea, e con una
particella ipotetica SI, ad indicare che se la Terra si muove intorno al Sole,
centro immobile, allora descrive queste orbite»57. Tuttavia, precisa Campa-
nella, il ‘Sacro Indice’ ha ammesso con riserva la teoria eliocentrica non
ritenendola una spiegazione reale dei fenomeni celesti. Pertanto, egli si
affretta a dire, «poiché l’opinione copernicana non è accettata in modo
categorico, e poiché essa è in contrasto con la mia dottrina che suppone la
Terra immobile [...], abbiamo disegnato la Terra con il suo simbolo, e
abbiamo fatto di essa il centro immobile dell’odio, intorno al quale ruota
il Sole e con lui tutti i pianeti per bruciarla, così come anche Giove con
le sue lune»58. Per Campanella sembra evidente che il sostenere una teoria
dei moti celesti facendo a meno di prove certe e irrefutabili, vale a dire
senza poter considerare la stessa teoria come un sistema reale di spiegazio-
ne dell’universo, significava poter essere ancora libero di proporre la sua
teoria filosofica senza dover incorrere in spiacevoli e deplorevoli smentite.
La mancanza di elementi probanti significativi conduce così il filosofo di
Stilo a rimanere sulle posizioni di cauta riserva privilegiando un’ipotesi dei
moti celesti più congeniale a quanto sin dagli esordi della sua speculazione
filosofica aveva asserito riguardo la natura della Terra e del Sole.

57
T. Campanella, Metaphysica, lib. XI, cit., p. 72.
58
Ibid.
232
233
LEEN SPRUIT

I PROCESSI CAMPANELLIANI TRA PADOVA E CALABRIA:


DOCUMENTI INEDITI DALL’ARCHIVIO DELL’INQUISIZIONE ROMANA*

Per la ricostruzione dei processi cinquecenteschi di Campanella rimane


tuttora fondamentale il saggio I primi processi campanelliani in una rico-
struzione unitaria di Luigi Firpo, apparso nel 1939 sul «Giornale critico
della filosofia italiana», e recentemente riproposto da Eugenio Canone1.
Avendo a disposizione i 100 decreti del Sant’Uffizio romano pubblicati da
Carusi nel 19272, Firpo fu in grado di presentare un quadro dei primi
processi notevolmente più preciso di quello proposto da Luigi Amabile
alla fine del secolo scorso3. Tuttavia nell’introdurre correzioni nelle tesi
formulate da Amabile, Firpo commise alcuni errori nell’interpretazione dei
documenti di Carusi, sviluppando quindi una ricostruzione parzialmente
erronea delle vicende inquisitoriali dello Stilese4. È probabile che già negli
anni quaranta egli si rendesse conto delle sue sviste, ma tuttavia non riten-
ne necessario o opportuno correggerle esplicitamente se non di sfuggita in
un saggio del 19505, pubblicato dopo che il permesso per effettuare ricer-
che nell’Archivio del Sant’Uffizio, ottenuto nel frattempo grazie all’inter-
mediazione del cardinal Giovanni Mercati, lo portò alla scoperta di altri
documenti inediti. Questa nuova documentazione venne poi usata, per di
più in modo indiretto, nei lavori successivi, come risulta dalla cronologia
presentata nelle edizione delle Opere per la Mondadori6, dalla voce per il
Dizionario biografico e dagli appunti manoscritti a un estratto del saggio

*
Il presente saggio, letto nel corso del Convegno, ha avuto una prima pubblicazione in
«Bruniana & Campanelliana», VI (2000), pp. 165-77, priva dell’Appendice documentaria.
1
Si veda L. Firpo, I processi di Tommaso Campanella, a cura di E. Canone, Roma
1998, pp. 44-95.
2
E. Carusi, Nuovi documenti sui processi di Tommaso Campanella, «Giornale critico
della filosofia italiana», V (1927), pp. 321-359.
3
Cfr. L. Amabile, Fra Tommaso Campanella, la sua congiura, i suoi processi e la sua
pazzia, Napoli 1882, 3 voll.; Fra Tommaso Campanella ne’ castelli di Napoli, in Roma e
in Parigi, Napoli 1887, 2 voll.
4
Per esempio, Firpo collocò il trasferimento di Campanella da Padova a Roma nel
mese di gennaio del 1594; cfr. I processi, cit., pp. 68 e 73.
5
Cfr. Appunti campanelliani, «Giornale critico della filosofia italiana», XXIX (1950),
pp. 68-95: 78.
6
Cronologia della vita e delle opere di T. Campanella, in Tutte le opere di T. Cam-
panella, vol. I, Scritti letterari, a cura di L. Firpo, Milano 1954.
234 Leen Spruit

del 1939 conservato presso l’Archivio Firpo. Egli non riuscì, invece, a
portare a termine un suo progetto già annunciato nel 1950: la pubblicazio-
ne di una monografia sulla giovinezza di Campanella7.
Nel 1950 Firpo affermò di aver trovato ventitré nuovi decreti campa-
nelliani8. Ma va osservato che egli conteggiò come tali documenti che
riguardano non solo Campanella ma anche i suoi complici Longo e Clario,
arrestati insieme a Padova sullo scadere del 1593. Inoltre, è probabile che
Firpo abbia suddiviso un decreto in cui appariva più di un personaggio in
altrettanti documenti e che abbia incluso nel conteggio anche le eventuali
copie, come fece infatti nel caso dei documenti sul processo di Giordano
Bruno9. Qui presento i documenti cinquecenteschi del Sant’Uffizio, che
sono stati rinvenuti nell’ambito del progetto «Chiesa cattolica e scienza mo-
derna»10. Non potendo stabilire quali dei documenti siano stati trovati an-
che da Firpo, li indicherò come inediti. Si tratta di una serie di ventitré
decreti cinquecenteschi dell’Inquisizione romana su Campanella e i suoi
complici11, di un documento che attesta la proibizione della Philosophia
sensibus demonstrata da parte della Congregazione dell’Indice e di alcune
lettere trovate nel fondo più ampio dell’Archivio del Sant’Uffizio, vale a
dire quello chiamato «Stanza storica», che raccoglie materiali vari dell’In-
quisizione. Questi ultimi documenti forniscono un contributo significativo
per ricostruire la fase relativamente oscura delle prigionie padovana e romana,
e quella tra la liberazione di Campanella alla fine 1597 e il suo arresto in
Calabria avvenuto a settembre dell’anno successivo. Si presentano qui
anche alcuni documenti seicenteschi perché riguardano fatti avvenuti nel
periodo preso in considerazione. Per una migliore comprensione presente-
rò questo materiale nel contesto dei documenti già pubblicati da Carusi.

CRONACA CAMPANELLIANA DA PADOVA ALLA CONGIURA

1593 3 luglio; ACDF, Index, Diari: nella prossima riunione della congre-

7
Cfr. Firpo, I processi, cit., pp. X-XI, XV-XVI. Il curatore presenta poi il saggio del
1939 con le aggiunte segnalate da Firpo, opportunamente integrate e chiarite.
8
Firpo, Appunti campanelliani, cit., p. 82.
9
L. Firpo, Il processo di Giordano Bruno, a cura di D. Quaglioni, Roma 1993, p. 6.
10
Il progetto, iniziato nel 1996, è finanziato dalla Pontificia Accademia delle Scienze
e coordinato da Ugo Baldini.
11
Senza contare le copie d’epoca e/o moderne, né le minute, quando è stata trovata la
bella.
I processi campanelliani tra Padova e Calabria 235
gazione si sarebbe dovuto trattare della proibizione delle opere di
Tommaso Campanella12.
In proposito va ricordato che il Sant’Uffizio aveva fatto sottrarre a
Campanella durante la sua sosta a Bologna dei manoscritti che a
Roma si volevano esaminare.
Al cadere dell’anno Campanella viene accusato a Padova di aver
disputato con un ebreo convertito e tornato poi alla sua religione, e
di aver omesso di denunciarlo all’inquisizione locale. Viene arresta-
to insieme a Giovanbattista Clario e Ottavio Longo13.
1594 documenti Carusi:
8 febbraio; ACDF, SO, Decreta: si propone la causa di Ottavio
Longo, Tommaso Campanella e Giovanbattista Clario, e si ordina di
torturarli nel seguente ordine: Longo, Clario e Campanella14.
3 maggio; ACDF, SO, Decreta: una volta fatta la relazione del
processo e della tortura di Ottavio Longo, i cardinali dell’inquisizio-
ne ordinano di procedere alla tortura di Clario e Campanella.
15 luglio; ACDF, SO, Decreta: nella causa contro i tre complici si
legge la lettera della arciduchessa Maria15 scritta a Clemente VIII; i
cardinali decidono di riferire la causa al pontefice.
21 luglio; ACDF, SO, Decreta: i cardinali formulano i loro voti
sulla tortura del trio catturato.
documenti inediti:
18 agosto; ACDF, SO, Decreta: si legge la lettera del vescovo di

12
Già pubblicato in L. Firpo, La proibizione delle opere del Campanella, «Rivista di
filosofia», XLI (1950), pp. 390-401; ora, con alcune precisazioni, in Firpo, I processi, cit.,
pp. 317-330.
13
Su Clario, si veda L. Firpo, sub voce, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 26,
Roma 1982, pp. 138-141; Firpo, I processi, cit., pp. 74-81; Firpo individua in Ottavio
Longo il probabile «fuggitivo ebraizzante», ivi, p. 280, nota 16.
14
Nei casi di tortura con più di un imputato si cominciava di solito dal più sospetto,
oppure, quando gli imputati sembravano implicati allo stesso livello, dal più malleabile o
più debole, cioè da chi presumibilmente avrebbe parlato per primo; cfr. J. Tedeschi, The
Prosecution of Heresy. Collected Studies on the Inquisition in Early Modern Europe, New
York 1991, p. 145 e p. 187, nota 122, che cita da una lettera di Giulio Antonio Santoro
all’inquisitore di Firenze, da un manuale inquisitoriale, il Repertorium Inquisitorium
Pravitatis Haereticae, Venezia 1588, p. 767, e da Eliseo Masini, Sacro Arsenale, overo
prattica dell’officio della Santa Inquisitione, Genova 1621, p. 381.
15
Identificata da Firpo come vedova dell’arciduca Carlo di Stiria († 1590), fratello di
Massimiliano II, e quindi zia di Rodolfo II. Il marito dell’arciduchessa aveva insignito il
padre di Clario del titolo di protomedico della Stiria; cfr. Firpo, I processi, cit. pp. 74-78.
236 Leen Spruit

Padova del 5 agosto; in occasione della tentata evasione dal carcere


vescovile, fu emanato un bando che garantiva l’impunità a chi riu-
scisse a catturare o addirittura liquidare le persone coinvolte nel
tentativo di fuga; il papa assolve il vescovo e tutti gli altri eventual-
mente coinvolti.
Da documenti successivi si ricava che quel tentativo di evasione
mirò alla liberazione di Campanella e Clario (si veda infra). Firpo
stabilì che l’episodio avvenne il 30 luglio16.
Da un documento del 23 dicembre 1597, concernente Ottavio Longo
(vedasi infra), si può ricavare che Campanella e i suoi complici si
trovarono nel carcere del Sant’Uffizio romano dall’11 ottobre di
quest’anno.
10 novembre; ACDF, SO, Decreta: nella causa formalizzata dal
Sant’Uffizio romano contro Ottavio Longo si procede ad ascoltare i
testimoni «nominati a fratre Thoma Campanella, et Joanne Baptista
Clario».
20 dicembre; ACDF, SO, Decreta: Campanella viene visitato in
carcere.

1595 documento inedito:


9 febbraio; ACDF, SO, Decreta: nella causa contro un personaggio
anonimo «inquisito de et super attentata fractura carcerum Curiae
Ecclesiae Paduanae» si legge il suo memoriale e il papa manda a
dire che se questi vuole essere sentito si presenti nel carcere del
Sant’Uffizio o in qualche altro luogo dello stato ecclesiastico.

documento Carusi:
14 marzo; ACDF, SO, Decreta: Campanella viene interrogato dai
cardinali della suprema congregazione; si decide di dargli un termi-
ne per la sua difesa; si incarica il procuratore generale dei Domeni-
cani di provvedere alle cose di cui ha bisogno. Nello stesso giorno
vengono interrogati anche Clario e Longo.

documento inedito:
19 aprile; ACDF, SO, Decreta: si ripresenta la causa del trio Cam-
panella, Clario e Longo; i cardinali decidono di far ripetere i testi-

16
Appunti campanelliani. II. Un tentativo di evasione dal carcere del S. Uffizio (1593),
«Giornale critico della filosofia italiana» XXI (1940), p. 435; Cronologia, cit., p. LXX.
I processi campanelliani tra Padova e Calabria 237
moni e di stabilire un termine per la difesa degli imputati e «si nihil
superveniat torqueantur omnes respectivè pro ulteriori veritate».

Secondo Firpo, Campanella si piegò il 16 maggio all’abiura in Santa


Maria sopra Minerva a Roma, insieme a Clario17. Va ricordato, però,
che nel volume del 1595 dei Decreta c’è una lacuna tra il 2 maggio
e il 28 dicembre 1595. Non è quindi chiaro da dove Firpo abbia
tratto la notizia. Invece, da un documento dell’11 novembre 1598
(vedasi infra) risulta che l’abiura di Campanella fu decretata il 30
ottobre del 1595. Sappiamo con sicurezza, comunque, che nella se-
conda metà di questo anno Campanella sarebbe stato confinato nel
convento di Santa Sabina18.

documento inedito:
7 novembre; ACDF, Index, Protocolli: la Congregazione dell’Indice
decide di proibire il libro intitolato «Filosophia sensibus demonstra-
ta», uscito presso Orazio Salviano a Napoli nel 1591.

1596 documenti inediti:


21 marzo; ACDF, SO, Decreta: una volta letto il memoriale presen-
tato «pro Antonio de Brinis de Noventa Pianae» da parte dell’inqui-
sitore di Treviso, si decide che nel caso il detto Antonio si dovesse
presentare «quoad spectantia ad sanctum officium non procedetur
contra ipsum ad poenam ultimi supplicij». Da un documento del 2
aprile 1598 ricaviamo che questo Brini19 era tra le persone coinvolte
nella tentata evasione.
2 aprile; ACDF, SO, Decreta: Ottavio Longo viene interrogato; si
decide di provvedere alle sue necessità e dargli qualche libro.
16 maggio; ACDF, SO, Decreta: la causa di Longo fu messa all’or-

17
L. Firpo, Appunti campanelliani, 1950 cit., p. 78; Cronologia, cit., p. LXXI; cfr. I
processi, cit., p. 83, nota 59. Sempre secondo Firpo, Clario sarebbe stato liberato nell’aprile
del 1596.
18
Il manoscritto del Dialogo contro Luterani, Calvinisti e altri eretici che si conserva
alla Bibliothèque Nationale di Parigi dà l’opera per composta nel convento romano di Santa
Sabina. La lettera al padre Alberto Tragagliolo da Fiorenzuola che accompagnò tale ma-
noscritto porta, con l’indicazione del medesimo convento, la data del 21 dicembre 1595.
Cfr. Firpo, I processi, cit., pp. 60-61.
19
Si tratta del personaggio individuato da Celano e da Firpo come ‘Bricci’; cfr. E.
Celano, Processo di fra T. Campanella. Note sommarie inedite, «Archivio storico per le
provincie napoletane», XXI (1900), p. 464 e Firpo, I processi, cit., pp. 71-72, nota 36.
238 Leen Spruit

dine del giorno, ma probabilmente non fu discussa, perché troviamo


solo l’indicazione del nome e uno spazio lasciato bianco dal notaio.
31 maggio; ACDF, SO, Decreta: Campanella chiede che gli venga-
no restituiti i suoi scritti sequestrati; si decide di informarsi di quali
scritti si tratta.
19 giugno; ACDF, SO, Decreta: si legge il memoriale di Campanel-
la «cond<uc>to in mon<aste>rio S. Sabinae»; i cardinali gli conce-
dono di poter visitare le sette chiese «privilegiatas tantum»20.
3 luglio ACDF, SO, Decreta: «Pro fratre Thoma Campanella lecto
memoriali. Nihil».
10 ottobre; ACDF, SO, Decreta: Longo viene visitato in carcere dai
cardinali.

documento Carusi:
16 dicembre; ACDF, SO, Decreta: i cardinali decretano che Campa-
nella sia trasferito dal monastero di Santa Sabina alla residenza nel
convento di Santa Maria sopra Minerva e che sia affidato al vicario
e al procuratore generale del suo ordine.

documento inedito:
nella stessa data in una «Nota Carceratorum in abiuratione publica
expediendorum» troviamo il nome di Ottavio Longo, che fu visitato
dai cardinali.

1597 documenti inediti:


3 gennaio; ACDF, Decreta: nella causa contro Longo si leggono i
memoriali e il decreto del 1595.
6 febbraio; ACDF, SO, Decreta: si legge il memoriale «pro Nicolao
fante subdiacono diocesis Paduanae»; il papa gli ordina di presentar-
si al vescovo o all’inquisitore di Padova. Da un successivo docu-
mento, ricaviamo che anche questo Fanti era stato coinvolto nel
tentativo di fuga dal carcere (cfr. documento del 29 gennaio 1598).

documento Carusi:
5 marzo: ACDF, SO, Decreta: in base alla deposizione di Scipione
Prestinace21 a Napoli, si decide di riportare Campanella nel carcere

20
Firpo sostiene che questo memoriale fu presentato il 12 giugno; cfr. Cronologia, cit.,
p. LXXI e I processi, cit., p. 83, nota 59.
21
Il decreto parla di ‘Scipionis Persenacis’, corretto da Firpo, I processi, cit. p. 87.
I processi campanelliani tra Padova e Calabria 239
dell’Inquisizione e di verificare il contenuto di detta deposizione.

documento inedito:
28 marzo; ACDF, SO, Decreta: Campanella viene portato avanti ai
cardinali «et ab illis visitatus, et auditus super universis eius neces-
sitatibus»; nella stessa giornata fu visitato e sentito anche Longo.

documento Carusi:
17 dicembre; ACDF, SO, Decreta: si decide di liberare Campanella
«sub cautione iuratoria de se presentando». È affidato ai superiori,
si raccomanda di tenerlo in qualche convento «absque periculo, et
scandalo» e se ne proibiscono le opere.

documento inedito:
23 dicembre; ACDF, SO, Decreta: in una «Nota carceratorum expe-
ditorum» troviamo all’ottavo posto «Octavius Longus de Barletta
carc<era>tus die XI Octobris 1594».

1598 documento inedito:


29 gennaio: ACDF, SO, Decreta: si legge il memoriale «pro eius
parte exhibito» di Niccolò Fanti22 subdiacono a Padova, complice
della tentata fuga dal carcere di Campanella e Clario; gli illustrissimi
ordinano che «dictus Nicolaus veniat ad Urbem, ac se presentet in
hoc S<anc>to Officio, et remittetur ei poena vitae». Si procede
quindi alla revoca della pena di morte a Fanti.

documento Carusi:
1 aprile; ACDF, SO, Decreta: la congregazione vuole sapere in
quale convento Campanella è stato confinato; e «scribatur ordinario
loci, ut eius curam habeat et observet».

documenti inediti:
2 aprile; ACDF, SO, Decreta: nella congregazione del Sant’Uffizio
si discute di Antonio Brini di Noventa, il quale in data 16 luglio
1597 «abiuravit de vehementi fautoriam in Sancto Officio Inquisi-
tionis Paduae propter attentatam liberationem à carceribus fratris
Thomae Campanellae, et Ioannis Baptistae Clarij»; letto il memoria-

22
Sul Fanti, si veda anche Firpo, I processi, cit., p. 72, e nota 37; Cronologia, cit., p.
LXXII.
240 Leen Spruit

le il papa «fecit eidem Antonio gratiam de poenis contentis in Bulla


felicis Recordationis Pij Papae V quae incipit Si de protegendis».

15 aprile; ACDF, SO, St. st.: una lettera autografa del vescovo di
Minervino23 a Giulio Antonio Santori, cardinale di Santa Severina.
Vale la pena di citare qualche passo:
«il Padrone di questa città il Signor Mario del Tufo24, perché io
cercai à V. S. Ill.ma quel Padre Dominicano F. Thomaso Campanel-
la detto, quando fui per partirmi da costi, essendo venuto il detto
Padre qui, hora mi ha pregato, che io di novo lo dimandi al Signor
Antonio Gaietano per mio Theologo...». Il vescovo desidera obbe-
dire al volere della congregazione, ma al contempo non vorrebbe
rendersi nemico il Del Tufo. In fatti, quest’ultimo (e cito ancora)
«per non haverlilo portato da allhora, sempre mi ha traversato, di
modo, che mi elegerò più presto ritornare in Convento che vivere
così: perche come gli scrisse il peso è insopportabile». La congre-
gazione ordina quindi di scrivere al detto vescovo di non accettare
«ad eius servitia pro Theologo fratrem Thomam Campanellam».
Il viaggio di Campanella da Napoli in Calabria viene collocato di
solito nel mese di luglio, ma da questo documento si ricava un’altra
dinamica degli avvenimenti. Infatti, nella prima metà di questo anno
Campanella evidentemente non soggiornò sempre a Napoli, ma tro-
vò l’occasione di recarsi in Puglia, dove una sua vecchia conoscen-
za, Mario del Tufo, tentò di sistemarlo presso il vescovo di Minervino.

documento Carusi:
2 luglio; ACDF, SO, Decreta: nella causa di Campanella, vengono
riferite le deposizioni di Niccolò Fanti del maggio precedente ri-
guardo al cosiddetto «nefandum canticum».

documenti inediti:
8 luglio; ACDF, SO, Decreta: si presenta la causa contro un gruppo

23
Si tratta di Minervino Murge, vicino a Bari. In questo periodo il vescovo era Lorenzo
Galatino/a, OFM osservante, precisamente dal 21 giugno 1596 al 9 gennaio 1606. Cfr.
Hierarchia Catholica Medii et Recentioris Aevii, vol. IV, Monasteri 1935, p. 243.
24
Mario del Tufo, figlio cadetto di Giovan Girolamo del Tufo, che negli anni novanta
ospitò nel suo palazzo Campanella, forse in veste di precettore dei suoi figli, e che finanziò
la Philosophia sensibus demonstrata. Campanella lo accompagnò nei suoi possedimenti
pugliesi. Cfr. Firpo, I processi, cit., pp. 47, 50, 54, 84n, 126, 127n.
I processi campanelliani tra Padova e Calabria 241
di persone, tra cui un certo Isac ebreo di Mantova25, nominate da
Niccolò Fanti a proposito della tentata evasione di Campanella e di
Clario dal carcere vescovile di Padova; i cardinali della congrega-
zione ordinano di scrivere all’inquisitore di Mantova «ut se informet
de praedicto Isac hebraeo», e di chiedere all’inquisitore di Padova
ulteriori informazioni riguardo l’età delle persone chiamate in causa
e le circostanze dell’avvenimento.
26 agosto; ACDF, SO, Decreta: si discute di Ottavio Longo, specifi-
cando che la sua causa si era conclusa il 30 ottobre 1595 e che egli
aveva abiurato il 18 maggio 1597; Longo risulta nuovamente inqui-
sito e i cardinali decidono che, una volta concluso il nuovo processo,
il cardinale Pinelli «faciat illum retinere in triremes per aliquot men-
ses» (cancellato troviamo scritto: «ad videndum an sit sanae mentis»).
14 ottobre; ACDF, SO, Decreta: si legge il memoriale presentato da
Ercole Rota contro Longo; si decide di interrogare questa persona26.
11 novembre; ACDF, SO, St. st.: in una lettera scritta da Stilo di suo
pugno Campanella chiede grazia del tempo che gli resta di penitenza
a Giulio Antonio Santori, cardinale di Santa Severina e membro
dell’Inquisizione; la lettera è ricevuta il 3 dicembre. Cito qualche
passo: «Finalmente dopo tre anni di miserie per relegatione et infir-
mitadi incurabilj ritorno à supplicar Vostra Signoria Illustrissima si
ricordj favorirmi per questo Natale mi sia fatta gratia di questo poco
tempo chi resta rispetto à sei anni de’ travagli miej». In una nota
d’ufficio si ricorda che Campanella era stato liberato il 17 dicembre
dell’anno precedente e che il 30 ottobre del 1595 era stata decretata
la sua «abiura de vehementi».
1599 documento inedito:
4 marzo; ACDF, SO, Decreta: Niccolò Fanti, subdiacono a Padova,
condannato per la tentata evasione di Campanella e Clario all’abiura
e alle pene previste dalla bolla di Pio IV «Si de protegendis»; poi
riceve la grazia e la revoca della pena inflittagli.
documenti Carusi:
26 agosto; ACDF, SO, Decreta: si ordina al vescovo di Squilace di
impedire a Campanella di tenere sermoni o ascoltare le confessioni.

25
Da un decreto del 26 aprile 1604, si ricava che si chiamava Isac Senighi.
26
Ercole Rota si trovava in carcere sicuramente già dal 20 agosto 1597; cfr. ACDF, SO,
Decreta, 1597, f. 538v.
242 Leen Spruit

16 settembre; ACDF, SO, Decreta: in base alla lettera di Cornelio


de Monte si decide di chiedere al viceré di Napoli e al nunzio
apostolico di catturare Campanella e di condurlo a Napoli.

documento inedito:
24 settembre; ACDF, SO, St. st.; l’arcivescovo di Cosenza in una
lettera del 24 settembre al Sant’Uffizio, parla della congiura. Cito:
«... merita castigo più severo in questo tempo che mai, quando alcu-
ni frati di calabria, come V. S. I. havrà inteso à quest’hora, hanno
avuto ardire, ordire e tramare una delle maggiori sceleraggini che sia
stata commessa da molti secoli in quà; dico della congiura di frati
ch’erano in Catanzaro per la ribellione a Turchi ... essendo anco
seguita la venuta dell’armata Turchesca à questo effetto con molti
soldati, et istrumenti da assaltare fortezze ... Si che hò quasi indovi-
nato in questi nove anni che sono qui che un giorno questi frati
Calabresi, harebbono fatto alcun grande eccesso per la loro scelerata
vita; e questo sempre nelle occasioni ho riferito alla sacra Congrega-
zione di Regolari, et ultimamente non saranno sei mesi ancora, che
mandai un gran foglio à Mons. delli eccessi fatti da frati nella mia
Diocesi ...»

documento Carusi:
11 novembre; ACDF, SO, Decreta: nella causa di Campanella e
complici si leggono le lettere dei vescovi di Gerace e Squillace del
20 e del 21 ottobre; il papa vorrebbe far pervenire gli imputati nel
Sant’Uffizio di Roma.

1600-9 La causa per la tentata fuga dal carcere di Campanella e Clario si


protrasse ancora per parecchi anni. Già il Celani ha pubblicato un
decreto del 26 luglio 1600 riguardante Antonio Brini, nel quale si
dice che costui chiedeva che gli fosse tolto il bando, mentre i cardi-
nali rifiutarono. Ancora nel 1604 troviamo di nuovo in un decreto il
nome di Isac Senighi, ebreo di Mantova, chiamato in causa da Fanti
nel 1598. Si legge il memoriale di Senighi e si decide di chiedere
agli inquisitori di Mantova e Padova di mandare indizi.

Il fondo della «Stanza storica» fornisce ancora due documenti che


riguardano la congiura. Il primo è datato 23 giugno 1600, e si trova
in un prontuario di casi ricavato (dopo il 1690) da decreti e lettere
del Sant’Uffizio, ordinato per capi in un approssimato ordine alfa-
I processi campanelliani tra Padova e Calabria 243
betico. Nella sezione «iurisdictio», sui rapporti tra giurisdizione lai-
ca ed ecclesiastica, si parla di Campanella. Cito: «Fra Tommaso
Campanella Inquisito per Ateismo, e nello stesso di preteso delitto
di Ribellione fu ordinato, che il Vescovo di Termoli Ministro cono-
sca, e termini la causa della pretesa ribellione». A questo documento
corrisponde il decreto del 22 giugno nel volume dei decreta di quel-
l’anno. Tuttavia, nel decreto originale non si parla dell’imputazione
di ateismo.
Il secondo documento è una lettera di Fabrizio Sirleto, vescovo di
Squillace, al cardinale Arrigoni, membro della Congregazione del-
l’Inquisizione. La lettera del 25 febbraio 1608 fu letta a Roma l’8
maggio, quando Campanella ormai si trovava nelle carceri napoleta-
ne da più di otto anni. Possiamo osservare comunque che la sua
presenza in Calabria aveva lasciato il segno. Cito anche qui qualche
passo significativo:
«Fra gli altri ordini datemi à bocca dalla felice memoria di Clemente
Octavo, e di Leone Undecimo à tempo che era capo della Sacra
Congregatione quando fui promosso à questo Vescovato fù che do-
vessi haver particolar pensiero di remediare all’heresie seminate da
Frate Tomaso Campanella à questa Provincia e particolarmente à
questa Diocesi per causa del quale unitamente con il Padre Pontio
nacque quel titolo di rebellione. Al che volendo ubbidire hò usato le
diligenze necessarie e massime circa il tempo di Quaraesima con
mandar persone approbate e conosciute da me. Hoggi volendo conti-
nuare à far l’istesso per serviti e di Dio e di Santa Chiesa; d’alcune
Università e particolare di quelle è stato recalcitrato, e sotto pretesto
che à loro spetti l’elettion de Predicatori non solamente non han
voluto recever le persone da me mandate, ma alcune di quelle han
serrato le Chiese come è stata l’Università di Stignano, patria del
detto Campanella, et altri l’han discacciato con minacci et havutone
ricorso à Soperiori Temporali, et ottenuto contro me lettere hortato-
rie come è stato Stilo, e Girifalco».
Come già dicevo, quest’ultimo documento riguarda solo di riflesso
la biografia di Campanella e non riporta novità sulla congiura o i
processi precedenti. Testimonia in ogni caso con quale apprensione
le due Congregazioni romane dell’Indice e dell’Inquisizione segui-
rono il diffondersi delle idee sostenute da Campanella nella sua terra
patria.
244 Leen Spruit

Volendo tirare le somme si può essere abbastanza sintetici. Credo che


si sia fatta maggior chiarezza su alcuni punti che riguardano un periodo
alquanto oscuro della biografia del Campanella. In generale, questi docu-
menti consentono di ricostruire in modo più dettagliato il periodo di prigio-
nia tra il 1593 e il 1597, facendo finalmente luce su un folto gruppo di
persone coinvolte o chiamate in causa per la tentata evasione dal carcere
vescovile di Padova nell’estate del 1594. È emersa inoltre la data dell’a-
biura di Campanella a Roma. Abbiamo potuto constatare che Mario Del
Tufo tentò di sistemare Campanella presso il vescovo di Minervino, il
quale non a torto ebbe qualche perplessità nell’accoglierlo. Infine, le idee
seminate da Campanella nella sua terra natia continuarono ad essere, alme-
no fino al 1608, causa di apprensione per le autorità ecclesiastiche.

APPENDICE

Si pubblicano in Appendice dieci documenti inediti relativi all’episodio della


tentata effrazione del carcere del Sant’Uffizio padovano, per favorire l’evasione
dei prigionieri, episodio che ebbe luogo nell’estate 1594. È in fase conclusiva la
preparazione del primo volume del sovramenzionato progetto «Chiesa cattolica e
scienza moderna», che è dedicato al Cinquecento e che comprenderà quindi tutti
i documenti campanelliani presentati in questa sede.

Documento 1

Decreto della Congregazione dell’Inquisizione


(Roma, 18 agosto 1594)
ACDF, SO, Decreta, 1594, f. 317r-v

317r Congregatio Officij Sanctae Romanae et Universalis Inquisitionis habita in


Palatio Illustrissimorum Dominorum de Columna apud Basilicam SS. Apo-
stolorum coram Sanctissimo D. N. Domino Clemente Papa VIII, ac Illu-
strissimis et Reverendissimis Dominis Cardinalibus generalibus Inquisito-
ribus In qua interfuerunt omnes infrascripti videlicet.

Die XVIII. mensis Augusti feria V. MDXCIIII.

Illustrissimus et Reverendissimus D. Iulius Antonius Sanctorius tituli S.


Bartholomaei in Insula Cardinalis S. Severinae
Illustrissimus et Reverendissimus D. Petrus tituli S. Hieronymi Illycorum
Cardinalis Deza
I processi campanelliani tra Padova e Calabria 245
Illustrissimus et Reverendissimus frater Hieronymus tituli S. Mariae super
Minervam Cardinalis Asculanus
Illustrissimus et Reverendissimus frater Constantius tituli S. Petri in Monte
Aureo Cardinalis Sarnanus
Illustrissimus et Reverendissimus D. Paulus tituli S. Caecilae Cardinalis
Sfondratus
Illustrissimus et Reverendissimus D. Franciscus tituli S. Mariae
Transpontinae Cardinalis Toletus
.....................
.....................
In quaquidem Congregatione propositae fuerunt causae et lecta memorialia
infrascripta.
Paduan.
Lectis literis R P D. episcopi Paduan. super edicto et gratia obtenta à
Consilio cap. X. super impunitate eorum qui caperint seu occiderint eos qui
violentiam fecerunt in carceres ad evadendum carceratos27.
.....................
317v . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
.....................
Paduan.
Lectis literis R P D. Episcopi Paduan. datis V. superiti mensis Augusti ac
literis seu banno28 Consilij Capit .X. emanatis contra eos qui violentiam
tentaverunt in carceres episcopales dictae Civitatis, et super impunitate
promissa in eisdem literis seu banno illis qui caperint seu occiderint eos qui
huiusmodi violentiam intulerunt, quibus literis idem D. episcopus petit ab-
solvi ab irregularitate seu irregularitatibus quam seu quas tam ipse quam
aliquis alius incurrisset seu incurrere potuisset ob huiusmodi petitionem, et
obtent[ionem] literarum seu edicti à dicto senatu seu capite .X. eo casu quo
mors, seu mutilatio membrorum alicuius sequeretur. Quibus auditis Sanc-
titas Sua praedictum D. Episcopum et omnes alios29 presenti decreto absol-
vit, ac cum eisdem dispensavit, et gratiosè liberavit eosdem.

Documento 2
Decreto della Congregazione dell’Inquisizione
(Roma, 9 febbraio 1595)
ACDF, SO, Decreta, 1595, f. 50r
50r Congregatio Officij Sanctae Romanae et Universalis Inquisitionis habita in

27
In margine: “Vide infra”.
28
“seu banno”: aggiunto nell’interlinea.
29
“alios”: aggiunto in margine.
246 Leen Spruit

Palatio Apostolico apud sanctum Petrum coram Sanctissimo D. N. Domino


Clemente Papa VIII ac Illustrissimis et Reverendissimis Dominis Cardina-
libus generalibus Inquisitoribus. In qua interfuerunt omnes infrascripti vi-
delicet.
Die IX. mensis Februarij feria V. MDXCV.
Illustrissimus et Reverendissimus D. Iulius Antonius Sanctorius tituli
Cardinalis Sanctae Severinae
Illustrissimus et Reverendissimus D. Petrus tituli S. Hieronymi Illycorum
Cardinalis Deza
Illustrissimus et Reverendissimus D. Dominicus tituli S. Chrysogoni
Cardinalis Pinellus
Illustrissimus et Reverendissimus Frater 30 Hieronymus Bernerius
Cardinalis Asculanus
Illustrissimus et Reverendissimus Frater Constantius tituli S. Petri in Mon-
te Aureo Cardinalis Sarnanus
Illustrissimus et Reverendissimus D. Paulus tituli S. Caecilae Cardinalis
Sfondratus
Illustrissimus et Reverendissimus D.Franciscus tituli tituli S. Mariae Tran-
spontinae Cardinalis Toledo
.....................
In quaquidem congregatione proposite fuerunt causae infrascriptae
videlicet
Mantuana seu
Paduana
Pro N. . . . . . . . . .31 Inquisito de et super attentata fractura carcerum Curiae
Ecclesiae Paduanae lecto memoriali pro eius parte exhibito tenoris etc. et
dicto memoriali audito Sanctissimus D. N. Dominus Clemens papa VIII.
praedictus mandavit quod dictus N. si vult audiri representet se, vel in
Carceribus huius .S. Romanae et Universalis Inquisitionis, vel alterius loci
in statu Ecclesiastico et desuper scribatur Inquisitori Mantuae.

Documento 3
Decreto della Congregazione dell’Inquisizione
(Roma, 21 marzo 1596)
ACDF, SO, Decreta, 1596, f. 370r-v32
370r Congregatio Officij Sanctae Romanae et Universalis Inquisitionis habita in

30
“frater”: corretto da “Dominus”.
31
I punti sospensivi sono nel manoscritto.
32
Minuta nello stesso codice a f. 160r-v.
I processi campanelliani tra Padova e Calabria 247
Palatio Apostolico apud Sanctum Petrum coram sanctissimo Domino No-
stro Domino Clemente, Papa VIII ac Illustrissimis et Reverendissimis Do-
minis Cardinalibus generalibus Inquisitoribus, In qua interfuerunt omnes
infrascripti videlicet

Die XXI. mensis Martij feria V. MDXCVI.

Illustrissimus et Reverendissimus D. Iulius Antonius Sanctorius Cardinalis


S. Severinae
Illustrissimus et Reverendissimus D. Petrus Cardinalis Deza
Illustrissimus et Reverendissimus D. Dominicus Cardinalis Pinellus et
Illustrissimus et Reverendissimus D. Franciscus Cardinalis Toledo
.....................
In quaquidem congregatione propositae fuerunt causae et lecta memorialia
infrascripta.
.....................
370v . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
.....................
Tarvisina

Pro Antonio de Brinis de Noventa Piavae, lecto memoriali per eius fratres
Inquisitori Tarvisino exhibito, et dicto memoriali audito dictum fuit quod
si dictus Antonius comparuerit, et se personaliter presentaverit in
carceribus sanctae Inquisitionis, quod quoad spectantia ad sanctum
officium non procedetur contra ipsum ad poenam ultimi supplicij.

Documento 4

Decreto della Congregazione dell’Inquisizione


(Roma, 6 febbraio 1597)
ACDF, SO, Decreta, 1597, f. 413rv

413r Congregatio Officij Sanctae Romanae et Universalis Inquisitionis habita in


Palatio Apostolico apud S. Petrum coram Sanctissimo D. N. Domino Cle-
mente Papa VIII. ac Illustrissimis et Reverendissimis DD Cardinalibus
generalibus Inquisitoribus. In qua interfuerunt omnes infrascripti videlicet

Die VI. mensis Februarij feria V. MDXCVII.

Illustrissimus et Reverendissimus D. Ludovicus tituli S. Laurentij in


Lucina Cardinalis Madrutius
Illustrissimus et Reverendissimus D. Petrus tituli S. Hieronymi Illyricorum
Cardinalis Deza
Illustrissimus et Reverendissimus D. Dominicus Cardinalis Pinellus tituli
S. Chrisogoni
248 Leen Spruit

Illustrissimus et Reverendissimus Frater Hieronymus Bernerius tituli S.


Mariae supra Minervam Cardinalis Asculanus33
Illustrissimus et Reverendissimus D. Camillus tituli S. Eusebij Cardinalis
Burghesius
Illustrissimus et Reverendissimus D. Pompeius tituli Sanctae Balbinae
Cardinalis Arigonius
.....................
413v . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Paduan.

Pro Nicolao fante subdiacono dioecesis Paduanae lecto memoriali pro eius
parte exhibito Sanctissimus D. N. praedictus dixit quod compareat coram
R.P.D. episcopo seu Inquisitore Paduano.

Documento 5

Decreto della Congregazione dell’Inquisizione


(Roma, 29 gennaio 1598)
ACDF, SO, Decreta, 1598, ff. 213r, 214v34

213r Congregatio officij sanctae Romanae et Universalis Inquisitionis habita in


palatio solitae residentiae Illustrissimi et Revenrendissimi Domini Cardina-
lis Madrutij, apud ecclesiam sanctae Agnetis in Agone, coram Illustrissimis
et Reverendissimis Dominis Cardinalibus generalibus Inquisitoribus. In
qua interfuerunt omnes infrascripti videlicet

Die XXIX. mensis Ianuarij feria V. MDXCVIII.

Illustrissimus et Reverendissimus D. Ludovicus Cardinalis Madrutius


Illustrissimus et Reverendissimus D. Iulius Antonius Sanctorius Cardinalis
S. Severinae
Illustrissimus et Reverendissimus D. Petrus Cardinalis Deza
Illustrissimus et Reverendissimus D. Dominicus Cardinalis Pinellus
Illustrissimus et Reverendissimus frater Hieronymus Bernerius Cardinalis
Asculanus
Illustrissimus et Reverendissimus D. Paulus Cardinalis Sfondratus
Illustrissimus et Reverendissimus D. Camillus Cardinalis Burghesius et
Illustrissimus et Reverendissimus D. Pompeius Cardinalis Arigonius.
......................
214r In qua quidem congregatione fuerunt propo/sitae causae infrascriptae
......................

33
Nella riga sottostante “Illustrissimus et Reverendissimus D.”, cancellato.
34
Copia d’epoca in Decreta, 1597, 1598, 1599, p. 238.
I processi campanelliani tra Padova e Calabria 249
214v . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Nicolai Fantis subdiaconi Paduanae Dioecesis complicis tentatae
effractionis carcerum episcopatus Paduae, ut aufugerent frater Thomas
Campanella, et Ioannes Baptista Clarius carcerati Sancti Officij, lecto
memoriali, pro eius parte exhibito Illustrissimi et Reverendissimi Domini
Cardinales generales Inquisitores praedicti decreverunt, et ordinaverunt
quod dictus Nicolaus veniat ad Urbem, ac se presentet in hoc Sancto
Officio, et remittetur ei poena vitae.35

Documento 6

Decreto della Congregazione dell’Inquisizione


(Roma, 2 aprile 1598)
ACDF, SO, Decreta, 1598, ff. 252r-253r36

252r Congregatio Officij sanctae Romanae et Universalis Inquisitionis habita in


palatio apostolico apud .S. Petrum coram Sanctissimo D. N. Domino Cle-
mente Papa VIII. ac Illustrissimis et Reverendissimis Dominis
Cardinalibus generalibus Inquisitoribus. In qua interfuerunt omnes
infrascripti

Die secunda mensis Aprilis feria V. MDXCVIII.

Illustrissimus et Reverendissimus D. Ludovicus Card. Madrutius,


Illustrissimus et Reverendissimus D. Iulius Antonius Sanctorius Card. S.
Severinae
Illustrissimus et Reverendissimus D. Petrus Card. Deza
Illustrissimus et Reverendissimus D. Dominicus Card. Pinellus
Illustrissimus et Reverendissimus frater Hieronymus Bernerius Cardinalis
Asculanus
Illustrissimus et Reverendissimus D. Paulus Card. Sfondratus
Illustrissimus et Reverendissimus D. Camillus Cardinalis Burghesius
Illustrissimus et Reverendissimus D. Pompeius Cardinalis Arigonius
.....................
In qua quidem congregatione propositae fuerunt causae infrascriptae
.....................
253r .....................
.....................

35
Minuta in Decreta, 1597-98, ff. 107r e 108v: “fugae Thomae Campanellae à
carceribus et aliorum quoad vitam fiat ei gratia ideo compareat in hoc S. officio”.
36
Copia d’epoca in Decreta, 1597, 1598, 1599, p. 296; copia posteriore in ACDF, SO,
St. st., L.3.a, f. 1261r.
250 Leen Spruit

Pro Antonio a quondam Ioannis37 Brini de Noventa Tarvisinae dioecesis


qui XVI. mensis Iulij 1597. abiuravit de Vehementi fautoriam in S. officio
Inquisitionis Paduae propter attentatam liberationem à carceribus Fratris
Thomae Campanellae, et Ioannis Baptistae Clarij carceratorum ex causa
Sancti officij. relato memoriali eius nomine exhibito Sanctissimus D. N.
praedictus fecit eidem Antonio38 gratiam de poenis contentis in Bulla
felicis recordationis Pij Papae V. quae incipit Si de Protegendis.

Documento 7

Decreto della Congregazione dell’Inquisizione


(Roma, 8 luglio 1598)
ACDF, SO, Decreta, 1598, ff. 302r-303r39

302r Congregatio Officij S. Romanae et Universalis Inquisitionis habita in pa-


latio Montis Citorij Illustrissimi et Reverendissimi Domini Cardinalis San-
ctae Severinae In qua interfuerunt omnes infrascripti

Die VIII. mensis Iulij feria IIII. MDXCVIII.

Illustrissimus et Reverendissimus D. Iulius Antonius Sanctorius episcopus


Praenestinus Cardinalis S. Severinae
Illustrissimus et Reverendissimus D. Petrus tituli S. Laurentij in lucina
presbyter Cardinalis Deza
Illustrissimus et Reverendissimus D. Dominicus tituli S. Chrisogoni
Cardinalis Pinellus
Illustrissimus et Reverendissimus D. Paulus tituli S. Caeciliae presbyter
Cardinalis Sfondratus
.......................
303r Isac hebraei Mantuani
Comitis Brandolini, ut creditur Vicentini
Dominici famuli Ioannis Baptistae Clarij ac
Iacobi Casalaschi, vocati il Monferino
nominatorum à presbytero Nicolao Fante de Montagnana in attenta fractura
carcerum episcopatus Paduae pro liberandis fratre Thoma Campanella, ac
Ioanne Baptista Clario ibidem detentis ex causa Sancti officij Illustrissimi
et Reverendissimi Domini Cardinales generales Inquisitores praedicti de-
creverunt, et ordinaverunt quod scribatur Inquisitori Mantuae, ut se infor-

37
“a quondam Ioannis”: aggiunto nell’interlinea.
38
“Antonio”: aggiunto nell’interlinea.
39
Copia d’epoca in Decreta, 1597, 1598, 1599, p. 394.
I processi campanelliani tra Padova e Calabria 251
met de praedicto Isac hebraeo, ac Inquisitori Paduae ut melius specificare
faciat eorundem aetatem, ac alias circunstantias.

Documento 8

Decreto della Congregazione dell’Inquisizione


(Roma, 4 marzo 1599)
ACDF, SO, Decreta, 1599-1600, f. 89va40

90vb Congregatio officij .S. Romanae et Universalis Inquisitionis habita in pa-


latio apostolico apud .S. Petrum coram Sanctissimo D.N. Domino Clemen-
te Papa VIII ac Illustrissimis et Reverendissimis Dominis Cardinalibus
generalibus Inquisitoribus In qua interfuerunt omnes infrascripti videlicet.

Die IIII. mensis Martij feria V. MDXCIX.

Illustrissimus et Reverendissimus Dominus Ludovicus episcopus


Sabinensis Cardinalis Madrutius
Illustrissimus et Reverendissimus Dominus Iulius Antonius Sanctorius
epicopus Praenestinus Cardinalis S. Severinae
Illustrissimus et Reverendissimus D. Petrus tituli S. Laurentij in lucina
presbyter Cardinalis Deza
Illustrissimus et Reverendissimus D. Dominicus tituli .S. Chrisogoni
presbyter Cardinalis Pinellus
Illustrissimus et Reverendissimus frater Hieronymus Bernerius tituli S.
Mariae supra Minervam Cardinalis Asculanus
Illustrissimus et Reverendissimus D. Lutius tituli Sanctorum Quirici et
Iulitiae presbyter Cardinalis Saxus
Illustrissimus et Reverendissimus D. Camillus tituli .S. Eusebij Presbyter
Cardinalis Burghesius
Illustrissimus et Reverendissimus D. Pompeius tituli .S. Balbinae presbyter
Cardinalis Arigonius
.....................
89va . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Pro Nicolao filio quondam Hieronymi Fanti subdiacono41 de Terra Monta-
gnane42 Paduanae dioecesis, qui die XII. Augusti 1598 in .s. officio Inqui-
sitionis Paduae per sententiam contra eum latam ob attentatam fractionem
carcerum dictae .s. Inquisitionis Paduae ad effectum liberandi è dictis car-

40
Minuta cassata a f. 90vb; copia sommaria d’epoca in Decreta, 1597, 1598, 1599, pp.
585, 586.
41
“subdiacono”: aggiunto nell’interlinea.
42
Dopo “Montagnane”: “subdiacono”, cancellato.
252 Leen Spruit

ceribus fratrem Thomam Campanellam de stilo ordinis fratrum Praedicato-


rum, et Ioannem Baptistam Clarium de Utino carceratos et inquisitos de
haeresi in dicta sancta Inquisitione, condemnatus fuit ad abiurandum, prout
abiuravit, ut vehementer suspectus de haeresi et declaratus incurrisse in
poenas contentas in Bulla seu Constitutione felicis recordationis Pij Papae
V. quae incipit si de protegendis. Lecto memoriali per eum exhibito super
gratia, et remissione dictae poenae incursae et declaratae et dicto memoriali
audito, et considerato Sanctissimus D. N. Dominus Clemens43 Papa VIII.
praedictus praesenti decreto eidem Nicolao fecit gratiam, et remissionem
de poenis contentis in dicta Bulla seu constitutione faelicis recordationis
Pij Papae .V. quae incipit si de protegendis, in quas incurrisse declaratus
fuit.

Documento 9

Decreto della Congregazione dell’Inquisizione


(Roma, 26 luglio 1600)
ACDF, SO, Decreta, 1600, f. 121rv44

121r Congregatio officij sanctae Romanae, et Universalis Inquisitionis habita in


palatio Montis Citorij Illustrissimi et Reverendissimi Domini Cardinalis
Sanctae Severinae coram Illustrissimis et Reverendissimis Dominis Cardi-
nalibus generalibus Inquisitoribus. In qua interfuerunt omnes infrascripti.

Die XXVI. julij feria IIII. MDC.

Illustrissimus et Reverendissimus D. Iulius Antonius Sanctorius episcopus


Praenestinus Cardinalis S. Severinae
Illustrissimus et Reverendissimus D. Petrus episcopus Albanensis
Cardinalis Deza
Illustrissimus et Reverendissimus D. Dominicus tituli .S. Chrisogoni
presbyter Cardinalis Pinellus
Illustrissimus et Reverendissimus D. frater Hieronymus Bernerius tituli
S.Mariae supra Minervam presbyter Cardinalis Asculanus
Illustrissimus et Reverendissimus D. Paulus tituli S. Caeciliae presbyter
Cardinalis Sfondratus
Illustrissimus et Reverendissimus D. Lutius tituli SS. Quirici et Iulitae
presbyter Cardinalis Saxus
Illustrissimus et Reverendissimus D. Camillus tituli SS. Ioannis et Pauli
presbyter Cardinalis Burghesius

43
Dopo “Clemens””: “praedictus”, cancellato.
44
Copie dell’epoca in Decreta, 1600-1601, ff. 104v-105r e in Decreta, 1599-1600, 35r-v.
I processi campanelliani tra Padova e Calabria 253
Illustrissimus et Reverendissimus D. Pompeius tituli S. Balbinae presbyter
Cardinalis Arigonius
Illustrissimus et Reverendissimus D. Robertus tituli S. Mariae in Via
presbyter Cardinalis Bellarminius
.........................
121v . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Pro Antonio
lecto mem<oria>li pro eius parte exhibito
Nihil.45

Documento 10

Decreto della Congregazione dell’Inquisizione


(Roma, 26 aprile 1604)
ACDF, SO, Decreta, 1604-1605, pp. 157, 160-6146

157 Feria Secunda die -26- Aprilis - 1604 - coram Illustrissimis Dominis Car-
dinalibus Pinello, Asculano et Arrigonio
........
160 ........
Isac Senighi iudei Mantuae, lecto memoriali, Illustrissimi Domini//
161 ammiserunt causam complicitatis extrahendi a carceribus Episcopalibus
Paduae Joannem Baptismam Clarium et fratrem Thomam Campanellam de
anno -1594-. Inquisitor Mantuae cum Inquisitore Paduae mittat inditia.

45
In Decreta, 1599-1600, 35r-v: “In causa fratris Thomae Campanellae lectis litteris
episcopi Termularum, datis Neapoli 7a huius, fuit ordinatum ut mittantur copia responsio-
num dicti Campanellae circa quoddam impium epigramma de quo in p<rim>o processu
facto Paduae (...) Antonij Brini de Tarvisio petentis fieri verbum cum oratore Veneto pro
liberatione à banno ob attentatam fracturam carcerum, in quibus detinebantur frater Thomas
Campanella, et Ioannes Baptista Clarius ex causa Sancti officij: lecto memoriali Illustrissi-
mi Domini nihil facere voluerunt”.
46
Copia; l’originale illeggibile.
254
255
ELENCO DEGLI AUTORI DEI CONTRIBUTI

Gino Benzoni, Dipartimento di Studi storici, Università di Venezia; Diret-


tore Fondazione Giorgio Cini, San Giorgio Maggiore, 30124 Venezia.

Rocco Benvenuto, O.M., Biblioteca «Charitas», Santuario S. Francesco,


87027 Paola (Cosenza).

Giuseppe Caridi, Facoltà di Scienze della Formazione, Università di Mes-


sina, Via Concezione 8, 98100 Messina.

Gerardo Cioffari, O.P., Istituto di Teologia ecumenica «San Nicola», Lar-


go Abate Elia 15, 70122 Bari.

Germana Ernst, Dipartimento di Filosofia, Università di Roma Tre, Via


Ostiense 234, 00146 Roma.

Gianfranco Formichetti, Liceo Pedagogico, 02100 Rieti.

F. Walter Lupi, Dipartimento di Filologia, Università della Calabria, 87037


Arcavacata di Rende (Cosenza).

Michele Miele, O.P., Facoltà teologica dell’Italia meridionale, Viale Colli


Aminei 2, 80131 Napoli.

Franco Mosino, Deputazione di Storia patria per la Calabria, 89100 Reggio


Calabria.

Natale Pagano, Biblioteca «Charitas», Santuario S. Francesco, 87027 Pao-


la (Cosenza).

Paolo Ponzio, Dipartimento di Scienze filosofiche, Università di Bari,


Palazzo Ateneo, Piazza Umberto I, 70121 Bari.

Leen Spruit, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università «La Sapienza», Via


Carlo Fea 2, 00161 Roma.

Maria Luisa Tobar, Dipartimento di Lingue, Letterature e Culture stranie-


re, Università di Messina, Via dei Verdi, 98122 Messina.
256

Finito di stampare
nel mese di Gennaio 2001
presso le Arti Grafiche GS
Ardore Marina (RC) - Tel. 0964 629714