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Ricordi Giovanni di Pagolo Morelli 410 Kb in UTF-8 Biblioteca Italiana Roma 2004 bibit000286 Questa risorsa digitale liberamente

e accessibile per uso personale o scientifico. Ogni uso commerciale vietato Collezione BibIt Mercanti scrittori : ricordi nella Firenze tra Medioevo e Rinascimento / Paolo da Certaldo ... [et al.] Branca, Vittore F. Le Monnier Firenze 1986 Tutti i materiali paratestuali della fonte cartacea non riconducibili alla responsabilit dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione digitale Livello medio: controllo a video con collazione con edizione di riferimento I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea sono stati rappresentati sulla versione digitale I trattini di sillabazione a fine riga sono stati soppressi e le parole ricomposte Classificazione Decimale DeweyClassificazione generi BibIt 300 ItalianoLatino 858.10308 - SCRITTI MISCELLANEI ITALIANI. ORIGINI-1375. DIARI, GIORNALI, RIMINISCENZE RACCOLTE Narrativa Data sconosciuta anteriore al 2000 CIBIT - Pisa Digitalizzazione Data sconosciuta anteriore al 2000 CIBIT-Pisa Correzione linguistica 2004-06-22T00:00:00.000+02:00 Laura Sarzi Braga BIBIT Codifica XML - Codifica manuale 2004-07-02T00:00:00.000+02:00 Carla Deiana BIBIT Validazione Introduzione Perch in questo libro non scritto per innanzi alcuna cosa, m' venuto voglia, cio a me Giovanni di Pagolo di Bartolomeo di Morello di Giraldo di Ruggieri, ovvero Gualtieri, di Calandro di Benamato d'Albertina de' Morelli, iscrivere di nostra nazione e condizione antica e che di noi seguiter insino potr e mi ricorder; e ci per passare tempo e che i nostri alcuna cosa ne sappino, perch oggi ogni catuno si fonda in grande antichit; e pero vo' mostrare la verit della nostra. E, come vedete, in somma v'ho nominati quelli antichi discesi l'uno dell'altro, come vedete di sopra, secondo ho trovato per iscritti in certi libri e scritte molto antiche. Chiamer questo libro Ricordi di Giovanni di Pagolo e cetera... Al nome di Dio e della sua gloriosa madre Vergine Maria e del beato messere Santo Giovanni Batista e del beato messere Santo Antonio e della graziosa vergine Santa Caterina e di tutta la eccellentissima e santa corte celestiale (alla quale con divozione facciamo umilemente priego che in me, come che indegno, presti tanto della sua grazia che appresso per buona memoria de' miei io iscriva quello che principalemente sia onore e gloria dell'altissimo Idio, salute d'infinito gaudio all'anime de' nostri passati e di quelli che al presente sono e che per grazia verranno, sia onore e loda di vertudiosa, buona e santa vita di noi e di chi di noi per grazia di Dio discender) principiato negli anni di Cristo 1393. (Origine de' Morelli prencipiata) Con ci sia cosa che pe' nostri antichi venuti ad abitare nella citt di Firenze gi sia anni 300 o pi, e non lasciato di loro nel prencipio alcuna memoria, o veramente, se lasciato, come persone non ricchi ma piuttosto bisognosi, non riguardate n riserbate le loro povere iscritture e molte perdutene o venute per antichit meno; al presente, volendo solo alle cose chiare dare alquanto di lume, quelle cose che a noi per iscritture o per vera fama fieno note ne' seguenti capitoli per me Giovanni fieno coll'aiuto di Dio iscritte in quel modo e forma che a me fia veramente noto, sanza aggiugnere o levarne alcuna cosa. In prima narreremo, per dare ordine e fondamento a quello che abbiamo nel concetto di scrivere, tutte le parti che vogliamo, e come l'una dopo l'altra seguitare, secondo la chiarezza a noi conceduta e con quella breviet che al nostro intelletto fia possibile. Nella prima faremo menzione del paese e luogo propio donde anticamente siamo. Nella seconda faremo memoria, none del primo venuto abitare dentro in Firenze n eziandio del tempo che al primo fu concetto, ch non ci chiaro, ma solo faremo menzione del primo chiarito a noi per nostri libri e scritture, e 'l nome d'esso e dove primamente abit e in che tempo, albitrandolo sanza ingannarci. Nella terza sar iscritto i discendenti del primo nominato e 'l mestiero d'essi e dove abitorono. Nella quarta e utima si far memoria di certi gran fatti avvenuti alla nostra citt e a noi, cio in nostra particularit propia, narrando solo le cose avvenute a' d miei e prima, cio delle quai mi ricordo o per veduta o per buona notizia, e non d'altre; intramettendo le dette parti fra l'altre materie come accadr ne' tempi, isperando che il frutto pervenga ai termini iscritti di sopra e utimamente volendo in parte ammaestrare i nostri figliuoli o veramente nostri discendenti per vero asempro e per casi intervenuti a noi; ne' quai ispecchiandosi ispesso, ne riceveranno colla grazia di Dio salute di buono provvedimento, e se none in tutto, ch non sono cose di tanto valore, almeno in alcuna parte mediante l'aiuto di Dio e il loro buono intelletto. Parte I [Del paese e luogo propio donde anticamente siamo] (Come il Mugello situato in bellezza, bont e grandezza d'uomini, di terreno e fortezze e cetera). Anticamente i nostri, gi cinquecento anni o pi, ebbono loro ceppo e principio, nominato per vigore d'alcun valsento o sustanzia, nel bel paese di Mugello, cio nel pioviere di San Cresci, nel populo di Santo Martino a Valcava. E perch ingrata cosa sarebbe se delle molte nobilt, delle quai dotato il detto paese, per noi non se ne facesse d'alcuna menzione, con ci sie cosa che a noi, in quanto al mondo, suto principio di darci onorevole e gentile essere, facendoci dono di parte di se medesimo mediante la vert di nostri antichi, dove nel prencipio per loro fu eletta e disposta la nostra sedia, dalla quale origine pervenuti e aumentati siamo, come dett' di sopra; dico che al detto paese di Mugello si pu narrare di esso molte nobile e perfette bont. Ma per non distendere il mio picciolo intelletto in quelle cose che pienamente non saprei esprimere ed eziandio per fuggire la lunghezza dello iscrivere, solamente ne distingueremo tre. La prima si bellezza, la seconda si fia bont, la terza sar grandezza; e per meglio darci a

'ntendere a noi medesimi e per none avviluppare, faremo brieve distinzione sopra ciascuna delle tre parti, seguendole appresso in tre piccioli capitoli. Dico in prima che 'l Mugello il pi bello paese che abbia il nostro contado; e di questo ha comunemente fama da tutti o dalla maggiore parte de' nostri cittadini. E come che questa testimonianza in gran parte sodisfaccia, nondimeno per pi gloria del detto paese non vogliamo rimanere contenti a questo, ma per pi certezza andremo in tralle parti disaminando. E a mio parere, volendo pienamente vedere e provare quello ch' detto, ci conviene andare per tre membri principali, ne' quai tutto s'inchiude; e per essi tutt'e tre le parti si debbono pienamente chiarire. La via questa. Prima, dobbiamo vedere e disaminare gli uomini e persone che posseggono e governono; secondo, quello ch' posseduto, e questo dovideremo in due, cio prima narreremo le propiet del terreno e appresso delli abituri, perch ciascuno ha distinte parti. Ora abbiamo trovato e veduto come dobbiamo seguitare ne' tre capitoli che seguitano con questo. Dico che la bellezza si vede chiara e manifesta nelle persone: cio nel Mugello ha gran quantit d'uomini, e, secondo contadini, sono orrevoli persone, assettati e puliti nel lor mestiero; simili le lor femmine, sono belle foresi, liete e piacevoli, tutte innamorate, sempre cantando e ballando, facendo continovo buona e lieta festa; e simile copioso di nobili cittadini d'ogni tempo, uomini e donne, i quai con cacce, con uccelli e con festa e con gran cortesie fanno risonare e fiorire il paese e di bellezza e d'allegrezza tutto l'anno. Appresso, vedrai il paese, in quanto al terreno, tanto vago e piacevole con tutti i diletti che saprai domandare. E prima, egli situato nel mezzo d'un bellissimo piano dimestico e adorno di frutti belli e dilettevoli, tutto lavorato e adornato di tutti i beni come un giardino; appresso, vedi pel mezzo un corrente fiumicello, tutto dilettevole, e pi altri vivai e rivi, i quai con diletto discendono da' vaghi monti, da' quai il detto piano accompagnato. D'intorno, come una bella ghirlanda, sono situati di piaggette e colli atti al montare; e simile v'ha de' grandi e alti e nondimeno dilettevoli. E tengono parte di salvatico e parte dimestico, e certi n salvatichi n dimestichi, ma tra l'uno e l'altro con molta bellezza. I terreni presso all'abitazioni vedi dimestichi, ben lavorati adorni di frutti e di bellissime vigne, e molto copioso di pozzi o fonti d'acqua viva. Pi fra' poggi vedi il salvatico, gran boschi e selve di molti castagni, i quai rendono grande abbondanza di castagne e di marroni grossi e buone; e per essi boschi usa gran quantit di selvaggina, come porci salvatiche, cavriuoli, orsi e altre fiere. Pi di presso all'abitazioni v' gran quantit di boschetti di be' querciuoli, e molti ve n'ha acconci per diletto, netti di sotto, cio il terreno a modo di prato, da 'ndarvi iscalzo sanza temere di niente che offendesse il pi. Appresso, vedrai grandi iscopetini e ginestreti, dove usano lepri in gran quantit, fagiani e altri salvaggine. Pi di presso, seguente i sopra detti, vedi grandi iscoperti adorni d'olorifiche erbe, serpillo e sermollino, tigniamica e ginepri, con vaghe fontane le quai si spandono per tutto. E questo ben copioso di starne, di cotornici e di fagiani, quaglie e molte lepri: dilettevole e vago da cacciare e da uccellare, d sommo diletto e piacere. Nel terzo e utimo grado ti si dimostrano li edifici, grandi, forti, ben posti, nobili di muraglia, grandi e spaziosi di ricchi e nobili abituri, adorni co' ricchi e vaghi diporti da prendere con diletto intorno a essi. E perch questo utimo grado, non men bello che gli altri, abbia pienamente suo dovere, seguendolo con ordine, come s' fatto negli altri, dico che nel suo principio, cio nel mezzo, dove abita il cuore, capo e principio di tutti i membri, si dimostrano principalemente sei notabili fortezze poste pello Comune di Firenze a guardia e fortezza di tutto il paese. Le dette castella prima sono poste in belli e vaghi siti, nobilemente ordinate pello mezzo del piano, di lungo l'uno dall'altro circa di tre miglia. Vedile prima inforniate da un bello, largo e cupo fosso, pieno di buon'acqua; appresso, le vedi cinte d'alte mura e grosse e forti, dove sopra siede fortissime torri, alte in beccatelli, molto vaghe; e dentro le vedi nobilissimamente bene abitate, piene di case, ordinate con vaghi borghi abbondanti d'artefici d'ogni ragione, saputi e pratichi e che bene sanno ricevere e onorare i forestieri. Intorno a queste castella, pelle piagge e colli e poggetti, dattorno presso a due o tre miglia, ha molti abituri di cittadini posti in vaghi e dilettevoli siti, bene risedenti, con vaga veduta, sopra istanti a' vaghi colti, adorni di giardini e pratelli, con belli abituri e grandi di sale e camere orrevoli a gran signori, copiosi di pozzi di finissime e gelate acque. Appresso a questi, pi fra' maggiori poggi, di lungo dalle castella sei o otto miglia, ha molte fortezze grandi e nobile, possedute da nobili e gentili uomini, i quai allettano per degnit i paesani, onorandogli acci ch'egli usino e istieno volentieri alle loro fortezze in compagnia e in piacere di loro; e con queste ha, ne' luoghi pi foresti e dove il bisogno, assai fortezze tenute e guardate pel nostro Comune, le quai sono maravigliosamente forti e belle e atte agli opportuni bisogni de' paesani. Non si iscriverebbe in sei carte pienamente tutte le bellezze di questo paese; e per fareno fine, rimanendo contenti d'avere tocco solamente le cortecce d'alcuna. Nella seconda parte, dove abbiamo promesso di narrare le bont del Mugello, dico che ragionevolemente, sendo perfetto, ci debbono essere manifestate pelle medesime vie dove di sopra abbiamo veduto le sue bellezze. E volendo da esse medesime chiarirci, seguita che negli uomini e persone di questo paese principalmente apparisca bont; e che questo sia molto manifestamente si vede. E prima, e' sono persone divote e caritative, secondo loro essere, verso Idio; e questo vedi perch da loro pi luoghi di gran divozione sono nel detto paese edificati e non sanza grande aiuto e limosine

fatte pe' paesani, e cos di continuo sono da loro mantenuti: e fra gli altri e' v' i romiti di Monte Asinaio, che sono molto divoti, e simile il luogo; appresso, vi sono i frati dal Bosco, luogo di gran divozione, e molti altri ve n'ha, i quai sono di gran divozione. Appresso, gli hai trovati molto fedeli al Comune di Firenze e guelfi, e questo hanno dimostrato in molti luoghi e in pi loro buone operazioni. E fra l'altre, eglino coll'aiuto e volont del nostro Comune e colla loro buona sollecitudine si trovarono a cacciare i tirannichi Ubaldini, ghibellini, nimici e rubelli de' guelfi e del Comune di Firenze: e a questi fatti si ritrovarono pi volte, a molte zuffe, de' nostri consorti, i quai abitavano nel Mugello e ricevettono molti danni e nelle persone e nel loro avere. E cos i detti paesani sono istati forti e fedeli alla divozione del Comune e mai voluto assentire alle molte promesse e gran doni volute fare loro per contaminarli da' detti Ubaldini: sempre suti loro contro, e per difesa delle terre e fortezze mai bisognato darle in guardia se non propio a' paesani, sempre seguito con amore e con zelo la trionfale insegna del nostro Comune e simile la cattolica insegna de' venerabili guelfi. Appresso, e' sono fedeli a ciascun cittadino in ispezielt, sono nel loro mestiero leali e diritti, solleciti nel lavorio, costumati, piacevoli, riverenti e pieni di cortesia, saputi in tutte cose e spezialmente in quelle che dilettano i gentili uomini, come di cacciare, d'uccellare, di pescare, sempre apparecchiati e colle persone e con le cose opportune a quello che gli richiedi. Le loro femmine, simili agli uomini, costumate, piacevoli, oneste, sapute e facenti, con tutte quelle virt che a' contadini si richiede. Ancora si vede pe' loro terreni la bont grande dell'abbondanze delle ricolte vi si fanno. E prima, vedi nel piano del Mugello e migliori e pi fruttiferi terreni che sieno nel nostro contado, dove vedrai fare due o tre ricolte per anno e ciascuna abbondante di roba: e di tutte le cose che sai addomandare, ivi si fanno perfette. E appresso, ne' poggi hai perfetti terreni, e favvisi su grande abbondanza di grano e biada e di frutti e d'olio, e simile vi si ricoglie assai vino, gran quantit di legname e di castagne, e tanto bestiame che si crede che fornisca Firenze pelle terza parte. Appresso, esce del Mugello gran quantit di formaggio e molto panno agnellino e molti polli e altre uccellagione dimestiche e simile salvaggiume in grande abbondanza; e tutte le dette cose sono sommamente buone sopra tutte l'altre del nostro contado. Nella terza parte ti resta solo a vedere la bont e utilit degli edifici: e questa si vede prima in cinque castella, come detto, che sono nel piano. Queste sono fortissime e di fossi e mura e torri da non temere per via di forza da tutto il mondo; e dentro sono bene agiate da potere ricevere ne' tempi de' bisogni e uomini e persone e la ricolta tutta col bestiame, e tutto ist salvo e sanza disagio d'acqua o d'alcuna cosa opportuna. Appresso, vi vedrai a tutte queste castella fare mercato ogni quindici d, partitamente all'uno e all'altro come tocca, e a questi mercati vedi tutto il Mugello: giascuno per vendere o per comprare sue mercantie. Quivi viene in grande abbondanza di ci che tu sai addomandare. E per levare via molti inconvenienti, i quai potrebbono nascere per molte cagioni, a tutte queste castella ist un podest cittadino da Firenze, il quale tiene somma ragione a tutti e tiene in pace i suoi sottoposti; e sono tenute queste le migliori e di pi piacere e di maggiore corte che niuna altra del nostro contado, intendi di quella ragione. Tutto l'altro paese, cio ne' poggi e per tutto, ha, com' detto, molti abituri, che oltre alla bellezza sono buoni e di abituro e di buono sito e di buona aria, con molte colombaie e pozzi e tutte cose utili e buone; e simile, assai fortezze sofficienti a tenersi da tutto il mondo e in tanta quantit che a' bisogni sono, e sufficiente a raccettare tutto il paese con tutto loro avere: e quest' somma grazia a tutti i cittadini di e quai esse sono. Per aempiere quello che dinanzi fu promesso, come che di soperchio sia, ch quasi si pu dire essere nelle due parti dinanzi narrato, diremo sopra ci alcune cose brievi. E per seguitare l'ordine, dico che nel Mugello ha gran quantit di persone; e veramente credo che comunemente, gi fa cinquanta anni, del Mugello si sarebbe tratto diecimila uomini d'arme. Ma io credo sieno diminuiti come negli altri paesi tutti, e s pelle mortalite e s pelle guerre e gravezze, pelle quai suto forza a una gran gente il partirsi per non avere a stentare in pregione. Credo che oggi ne trarresti da' sei agli ottomila uomini, e questi comunemente sono grandi nell'avere. Appresso vidi la grandezza del paese: e questo tenuto grande per lunghezza, cio da San Godenzo insino a' gonfini di Vernia, di sotto a Barberino, circa di venticinque miglia; e pella sua larghezza, cio dall'Uccellatoio insino al giogo dell'Alpe degli Ubaldini, come che assai dicono si distende molto pi oltre, ma pure, pigliando il meno, sono circa di diciotto miglia. Pochi paesi vedrai nel nostro contado che vantaggino questo di grandezza o eziandio d'alcun'altra cosa. Se grande di castella o fortezze o d'altri edifici, di casamenti tu l'hai gi veduto: cio che nel detto Mugello ha sei grosse castella. E bene che mi potesse essere detto Decomano e Barberino non sono castella, rispondo ch'egli vero, perch non sono colle mura ordinate come si richiede a castello, ma elle sono di grandezza e d'abitazione grande come grosse castella. Le mura non vi sono, perch non vi bisognano, ch sono forti di terreno assai, cio sono in luoghi istretti e forti. Oltre a queste v' molte fortezze pure del Comune, credo pi di dodici: havvi gran quantit di fortezze di cittadini e d'abituri, com' detto, perch il paese ne viene a essere forte e grande; e in questo non ha dubbio. Io mi sono disteso sopra i fatti del Mugello in pi lungo sermone ch'i' none estimai nel prencipio. E perch non iscritto d'utilit o d'alcuna buona memoria, me ne scuso, avendomi tirato l'amore dell'antichit nostra e appresso l'ordine principiato, ch, volendo dire sopra

ciascuna parte come promissi, non s' potuto raccorre in meno iscritto, dico per me. Appresso mi pare dovere essere iscusato perch, secondo quello ch'i' ho veduto e udito, i' ho iscritto il vero; per le quai ragioni e cagioni a mie voglia non s' potuto fare di minore lunghezza. Seguita, secondo ch' ordinato, raccontare la buona memoria de' nostri passati, a' quai Idio abbia conceduto eterno riposo; e simile faremo momoria di tutti loro discendenti, invocando con divozione l'aiuto dello onnipotente Idio. Parte II [Del primo chiarito a noi per nostri libri e scritture] Truovo per iscritto, in alcune carte di notaio gi consumate, istracciate e quasi ispente per antichit, un nostro antico nominato Ruggieri di Calandro di Benamato d'Albertino de' Morelli; e questo si scrive negli anni di Cristo 1170. E per venire a scrivere alcuna cosa di quello primo noto a noi, dico ch'egli da prosumere che il detto Ruggieri, prima avesse et da potersi obbrigare, come nelle sue carte si vede, dovesse il meno avere anni venti; resterebbe la sua nativit negli anni Domini 1150 o circa. Il tempo del padre suo, cio di Calandro, assai verisimile, secondo che a quel tempo era usanza l'accompagnarsi di legittimo matrimonio, e' dovesse avere nella nativit del detto Ruggieri (che per avventura n'avea avuti pi, ma non ne truovo niente di vero) trenta anni; resterebbe il detto padre di Ruggieri, cio Calandro, nella sua nativit essere suta negli anni 1120 o circa. Lascer qui la notizia, secondo mio giudicio, dichiarata de' detti tempi, e appresso in altro capitolo faremo memoria di Calandro, come fia possibile secondo la fede avuta di lui. (Calandro nostro antico). Come di sopra in parte detto, di Calandro non si truova per iscritto niuna cosa in sua propiet; e per questo suto di nicist, volendo fare di lui alcuna memoria, cercare le circostanze pe' verisimili che ragionevoli deon essere. E oltre questi, volendo essere pi chiaro, ho domandato uomini e donne nostri parenti autentichi; e da loro, come da persone che hanno udito da altri pi antichi nostri, dicono che questo Calandro nacque in Firenze e che egli istette da San Simone e che tolse donna in Firenze di persone assai antichi in Firenze e che egli istette di continovo con altri a l'arte della tinta e missesi pella sua virt assai innanzi. E pare (e questo ci chiaro e aperto per alcune antiche iscritture, come di sopra abbiamo narrato) ch'egli ebbe della sua legittima donna pi figliuoli; e fra gli altri, e questo quello di che si fa menzione, egli ebbe Ruggieri, ovvero Gualtieri, e questo rimase suo erede; e pare lo lasciasse bene assai e d'inviamento e d'eziandio alcun valsento. Di questo Ruggieri fareno memoria nel capitolo che segue. Non si discrive la morte di Calandro, perch non ne troviano nulla certezza; ma per non lasciare cos ignudo i fatti suoi, a me pare, volendo immaginare pelle vie ragionevoli, che si de venire appresso a qualche chiarit e della sua nazione e appresso della morte. La sua nativit fu negli anni Domini 1120, come di sopra fu detto; e da questo diriva che, se il detto Calandro, nato in Firenze nel detto tempo e tolto moglie nel 1150, lasciato i figliuoli, o uno o pi, avviato e gi bene intendente e pratico di quel mestiero, da prosumere che dovesse il meno avere anni venti, cio Ruggieri, quando Calandro mor: resterebbe la morte di Calandro essere suta nel tempo Domini 1170 o circa. Questo arroto in questa faccia non era per di nicist, ma i' l'ho raccontato per vedere, second'ho albitrato, il tempo del nostro primo venuto in Firenze. E seguendo nello istremo, acci che l'errore venga piuttosto nel meno tempo che nel pi, pongo che il padre di questo Calandro fusse quello primo venuto in Firenze; e, come detto, i' non so qual si fu, se egli o altri di prima, ma i' piglio questo per minore errore. E dico che, se Calandro nacque nel detto tempo, ch cos possiamo essere quasi certi, cio in quello o veramente pi avaccio, ilpadre suo (posto che e' sia quello primo venuto dentro alla citt) da 'visare certo che non ci venne vecchio, n colla donna, ma da credere che e' fusse giovane e che e' fusse isperto molto in cose nobili e none in grossolane e che e' si ritraesse al gentile; ch gi in quel tempo, o molto di prima, troviamo i nostri antichi avere avuto terreno nell'antichit nostra. E, come interviene a molti, intervenne a questo, ch'e' se ne venne in Firenze indotto da' nostri cittadini antichi e nobili, i quai conobbono in lui virt e gentilezza; e per amore e amicizia de' nostri, o per volont e indotto de' nostri, oppure mossi dai detti di questo (non fo differenze, ch l'uno e l'altro laudabile) e' venne ad abitare in Firenze. E dobbiamo credere, avendo in lui veduto buono intelletto, che e' dovesse essere nell'et d'anni venti, che a quel tempo era come oggi di dodici. E da credere ch'egli istette in Firenze quindici o venti anni prima avesse inviamento fermo o masserizia appo s da potere pigliare di lui buona isperanza o sicurt di ferma istanzia. E vedutolo veramente di buono ingegno, pratico e saputo e buono guadagnatore, ed eziandio saputo che 'l padre e' suoi antichi in Mugello erano ricchi, temuti e riveriti e che la sua casa abbondava di tutti i beni, i quai assai veniano dal padre e da' suoi parenti di Mugello, e' gli fu recato alle mani molti buoni piati di parentado; e di questo gli era favorevole eziandio, oltre alle ragioni assegnate di sopra, i suoi amici gentili uomini suoi vicini nel paese di Mugello. E per questo e per molte altre ragioni, e' venne a compagnarsi bene e onorevolemente e con buona dota, sendo gi pervenuto all'et d'anni quaranta o circa. Del tempo non voglio ti maravigli, perch allora s'usava cos e perch l'et era molto maggiore che oggi: era tenuto questo tempo allora come sarebbe oggi tenuto uno di venzei insino in trenta anni. E le fanciulle si maritavano allora nell'et d'anni ventiquattro o venzei, e aveano in tutto il pi quattro o sei figliuoli ed erano di buona e forte natura e viveano assai; e per questo i' fo ch'egli avesse in capo d'anni due il figliuolo, cio Calandro, se fu il primo. Se non fu il primo, ch nol so, arebbelo avuto

tanto pi tardi; ma, come che fusse, i' piglio il meno, e dico che, nato Calandro negli anni 1120, il padre venne in Firenze, se fu il primo (ch o egli o' suoi antichi convenne che fussono); ma perch pogniamo per avventura di lui negli anni Domini 1100, nato di prima anni venti o circa, che verrebbe la sua nativit essere istata negli anni di Cristo 1080: o questo fu, o veramente, se non questo, pi avaccio. E questo non m' noto, ma i' arei in grazia di sapere, per ci sarebbe molto pi onore. Ma come nel prencipio dissi, i' mi guarder di none errare, o se pure pigliassi errore per immaginamento, i' lo piglier piuttosto contro a me che contro al tempo, peccando prima nel meno che nel pi. Sopra ci non cale altro a dire; e della lunghezza dello iscritto mi scusi la ignoranza mia, che in pi brieve iscrittura non mi so dare a 'ntendere. (Gualtieri ovvero Ruggieri). Seguita la buona memoria di Ruggieri, ovvero Gualtieri, di Calandro di Benamato d'Albertina de' Morelli, figliuolo di Calandro. E di questo si potrebbe narrare molte buone e vertudiose operazioni, che per isperienza manifesta si veggono, o veramente hanno dato buono e gran fondamento ai nostri antichi discesi di lui; ma per none continovare in tanta lunghezza di scritto, narrer alcune cose sotto breviet e di che ho pi notizia. Il detto Ruggieri abit, mentre visse, nella casa dove abit il padre, cio a San Simone, il quale era dentro in Firenze, come che presso alle mura; e seguit ancora costui il tignere e di ci avanz assai bene, come che a salaro istette il pi del tempo. E che sia da prosumere ch'e' facesse bene, e' tolse moglie, non so chi si fu, ma e' n'ebbe buona dota, circa di lire cinquecento; e questo segno ch'ell'era d'orrevoli genti. Ebbene pi figliuoli: e fra gli altri n'ebbe uno del quale troviamo memoria per suoi traffichi, ch'ebbe nome Giraldo, e questo rimase dopo lui e fu reda del suo. Credo, per avviso, che 'l detto Ruggieri partisse di questa vita e rend l'anima a Dio negli anni di Cristo 1220 o circa; questo immagino, perch in questo tempo truovo carte di Giraldo suo figliuolo e d'allora innanzi non truovo nulla di Ruggieri. Credo si riponesse il corpo suo in San Simone: perch erano ivi vicini, da credere veramente si soppellivano ivi. Non dir pi sopra i fatti di Ruggieri, ch arei a fare per indovinamenti: seguiremo la memoria del suo figliuolo Giraldo nel capitolo che segue appresso. Parte III [Discendenti del primo nominato e 'l mestiero d'essi e dove abitorono] (Giraldo Morelli). Giraldo nacque negli anni Domini 1199, o circa: non lo iscrivo a punto, perch non n' fatto memoria, ma i' truovo che nel centocinque o circa istette alla scuola, il perch da credere avesse cinque o sei anni, o poco pi. Il detto Giraldo, quando fu nell'et d'anni dodici o circa, fu chiamato quasi per tutti Calandro, credo per rispetto dell'avolo suo; e quasi come e' venne a essere uomo, e' non era conosciuto se non per Calandro, come che si scrivesse sempre per Giraldo. Costui istette ancora a San Simone e fece ancora egli l'arte del tignere; e oltre a questo, perch egli si ritrovava danari, non avendo altra industria, troviamo per sue carte che prestava. Tolse moglie negli anni Domini 1226 o circa, di pochi anni pi o meno; ed ebbe buona dota e fanciulla da bene (fu de' Barucci), ed ebbe pi figliuoli. E fra gli altri e' n'ebbe uno che si chiam Morello, e cos ebbe nome al santo battesimo: questo Morello rimase dopo lui e fu suo erede. Giraldo visse gran tempo, secondo l'et d'allora, e fu sotterrato in San Iacopo tra le fosse: credo questo non perch ne truovi iscritto, ma perch i' truovo, come si dir qui appresso, che Morello torn a stare in quel populo. Truovo ca la tornata di Morello nel populo di San Iacopo fu a tempo che 'l detto Giraldo era gi morto di pi anni, il perch credo piuttosto (e quest' veramente la verit) che si soppell dove il padre suo, cio in San Simone. Non ne fo memoria della morte perch ne potrei dire bugia. Lasceremo il dire di Giraldo e tornereno a fare memoria del suo figliuolo Morello, qui appresso nel seguente capitolo. (Morello Morelli). Di Morello di Giraldo, chiamato Morello di Calandro, troviamo molte iscritture, come sono libri in carte di pecora, ch cos s'usava allora, e 'n carte di bambagia e simile carte di notaio. E queste iscritture si truovano pi in lui che ne' suoi passati perch egli era gi venuto in buono istato d'avere, e s per le redit de' suoi passati e ancora perch e' propio ne seppe guadagnare quante niuno de' suoi, perch avea meglio il destro. E, secondo quello si truova iscritto di sua mano, e' prest un tempo da poi che 'l padre mor. E questo dur poco, ch'egli prese altro inviamento, cio arte di lana, e s nell'arte della tinta e pi si distese nel trafficare guado: e in quello, con compagnia di suoi parenti e amici, egli avanz assai e onorevolemente come buono mercatante. Il detto Morello si part da San Simone e torn a stare nel corso de' Tintori per essere pi atto al suo mestiero: non so il tempo, ma i' so bene per udita di nostri antichi che il corso de' Tintori era di fuori di Firenze allora, e al suo tempo si crebbe Firenze com'ell' al presente, s che venne a rimanere dentro. Tolse per moglie una degli Isciermi, famiglia antica e da bene, istavano di rimpetto a' Baldovinetti: ebbe nome monna Lapa. Ed ebbe pi figliuoli; ma di quello di cui si fa menzione e che rimase dopo lui e fu suo erede (ebbe nome Bartolomeo), di lui faremo ricordo nel capitolo che seguir qui appresso. Morello di Calandro mor ricco e nello inviamento grande, e con buona fama e ben voluto da' buon'uomini. Sotterrossi il corpo suo in Santa Croce, cio sotto le volti, in una sepoltura nuova vi fece fare il detto Morello. Non so a punto in che tempo mor, ma e' visse gran tempo, degli anni pi d'ottanta, ed ebbe Bartolomeo a tempo era quasi vecchio: credo fusse degli utimi figliuoli avesse. Questo si pu immaginare pelle iscritture sue, non perch vi sia ricordo niuno di ci, ma per altri ricordi di mercatantia e di sue ragioni e saldi fatti ne' libri suoi di sua mano. E pi truovo che fu

consolo dell'Arte della lana nelli anni di Cristo 1334 grazia Dei. E' m'occorre di nicist il fare memoria d'alcuna cosa molto antica, pella quale utimamente, come vedrete, n'occorse alcun caso al sopra detto Morello di Giraldo, chiamato Calandro, o altro soprannome non so; del quale faremo memoria per ammaestramento de' nostri che per grazia di Dio seguiteranno. Non distinguer il tempo, perch non me ne sono informato, ch non mi pare di nicist; e per pi breviet lascer ancora molte altre circostanze, come vedrete nel capitolo seguente. (Cardinale Ottaviano delli Ubaldini). Al tempo che gli Ubaldini erano signori del Mugello, o veramente dell'Alpe, si ritrov uno di loro cardinale, il quale si chiam il cardinale Ottaviano; e fu costui uomo superbo e quasi tirannico, molto orgoglioso e quasi tutto fuori di modi e contenenza ecresiastica. Ed essendo costui col Papa, che allora tenea la corte a Vignone, e abbondando di molte ricchezze, gli venne pensiero, come quello che appitiva tirannia, di fare una mirabile fortezza nel Mugello ovvero nell'Alpe, dove era coi suoi signore, come detto. E questo immaginato di subito misse a 'secuzione; e prima egli ebbe consiglio con gran maestri di murare e con savi e pratichi uomini d'arme, e con loro e suo consiglio fece disegnare la fortezza con tutte le nobilt e fortezze che seppono divisare. E pensato il luogo pi forte di tutto il Mugello e che meglio risedeva alla signoria del tutto, mand suo ambasciadore e' maestri col disegno a' suoi congiunti, che facessono edificare la fortezza secondo il disegno in su Monte Accinico. La quale cosa intesa e veduta con somma allegrezza di tutti, dierono prestamente prencipio al fatto; e quivi, con tutti i sommi e valenti maestri di Toscana e coll'aiuto di tutta la montagna, dove era assai numero di gente, in pochi anni la rocca fu edificata e interamente fatta e compiuta, fornita di tutto guernimento opportuno alla difesa. E oltre alla fortezza della rocca, il poggio era di tanta fortezza, che sanza dubbio di niuno impedimento e' si ricoglieva sul poggio di Monte Accinico tanta vettuvaglia di grano, biada e vino e d'altre cose ogni anno quanto era di bisogno largamente agli uomini necessari alla guardia di quel luogo. E in utimo, saputo che 'l cardinale Ottaviano ebbe che la rocca sua era fatta e di somma bellezza e fortezza, egli ebbe ardire d'invitare il Papa e tutta la corte al vedere di questa rocca, in queste propie parole: Santo Padre, i' ho fatto edificare una rocca, la quale delle pi mirabili fortezze che abbia il mondo; e con questa un giardino ricco e vago molto, murato tutto d'intorno d'altissime e forti mura; ed questo giardino pell'un verso venticinque miglia e pell'altro verso, cio nella sua larghezza, diciotto miglia. Vo' che piaccia alla maest vostra vederlo. E con queste e con altre pi vaghe parole indusse il Papa e' suoi fratelli cardinali e tutta la corte a somma vaghezza di vedere questo luogo. E avuto da loro la promessa della venuta, egli ordin che nel piano del Mugello, dov' una chiesa che si chiama Santa Croce, fussono fatti parecchi palagi grandi e belli e con molto abituro; e questo f, perch era luogo dimestico e piacevole, a riposo e istanzia del Papa e della sua corte. E fatto tutto, il Papa e' cardinali tutti con altri assai gran prelati vennono da Vignone in Mugello a vedere la rocca e 'l giardino, il quale era tutto il Mugello: e le sue mure sono i poggi che gli sono d'intorno, i quai sono situati come se fussono propie mura. E veduto la rocca e 'l giardino, paruto a tutti essere propio quello che pel cardinale degli Ubaldini era suto profferto, con sommo piacere istette la corte pi d a Santa Croce nel piano del Mugello, com' detto, e di poi and a Roma. E morto il detto cardinale, non dico il tempo che di poi visse o se si fu al tempo di questo Papa, ch nol so, ma egl'intervenne che pe' modi suoi istratti, altieri e superbi, e' si f in concistoro, con diliberazione del Papa e de' suoi cardinali, che non si potesse mai pi fare cardinale degli Ubaldini; e questo s' di poi sempre ottenuto colla grazia di Dio. Il magnifico e eccelso populo e Comune di Firenze, nimico e perseguitatore e struggitore degli iniqui tiranni, rubatore e struggitori di populi, e ispezialemente nimico de' Ghibellini, veduto e sentito le tirannie, ruberie e oltraggi che facevano gli Ubaldini tiranni dell'Alpe e del Mugello, disposto il nostro Comune a spegnere quella ladronaia come avea ispente gi molte dell'altre dattorno (e gi agli Ubaldini tolto assai delle loro fortezze, come che ancora ne tenessono assai, e in ispezielt Monte Accinico, pella quale fortezza menavano gran rigoglio); diliberato pe' fiorentini di levarla loro dinanzi, negli anni di Cristo 1300 o circa v'and il Comune a oste. E allora si pose quasi come per bastia il castello ch' chiamato la Scarperia, il quale era di bisogno al fare la guerra alla rocca di Monte Accinico. E ivi istette l'assedio anni diciessette prima s'avesse la rocca, e di poi s'ebbe per trattato; ch nel vero la forza poco giovava, perch non si poteva assediare, ed era come combattere una delle istelle del cielo per via di fortezza. Ma come piacque al nostro signore Idio, ausilio e difensore di tutti i beni, la rocca di Monte Accinico si prese pe' fiorentini, e quella e tutte altre loro fortezze e prese e vinte con grande onore e vettoria del nostro Comune. E per allora se ne disfece alcuna, le quai erano di spesa al guardarle ed erano al Comune di soperchio in quanto ad alcuno bisogno o utilit. E di poi, per guerre che ha 'vuto il nostro Comune co' Visconti (come udirete in parte pi innanzi memoria d'alcune cose), pello meglio, e perch erano di spesa al guardalle e di gran pericolo se niuna se ne fusse perduta, pello meglio si disfeciono tutte le fortezze e ci che aveano gli Ubaldini nell'Alpe che fusse loro abitazione, e per torre loro in parte il pensiero della recita. Ma poi segu nella terza guerra che il Comune ebbe col duca di Milano, perduto Bologna e vinta per lui, col suo aiuto certo seme d'Ubaldini rimaso ancora nel mondo vennono nell'alpe e quasi vinsono il terreno delle montagne e ville, e con certe bastie dierono che

pensare al Comune. E di questo fu cagione perch le fortezze non v'erano che facessono risistenza: allora si conobbe era suto male di disfarle. Non si pu provvedere alle cose future sanza grande antivedere, o quasi bisognerebbe essere indovino; e per bisogna avere consiglio dagli uomini antichi, savi e pratichi e che abbino veduto assai cose; e non si vuole essere corrente venuto il pensiero, ma istarvi su pi d e seguire piuttosto la ragione e 'l consiglio che la propia volont o disidero. Ne' detti tempi, e assai di prima, come era piacere di Dio che non vuole dare in tutto gloria a chi vive in questa misera vita, avvenia che in Firenze erano assai divisioni e discordie fra' cittadini per molte cagioni, e massimamente perch ogni catuno vuole essere il maggiore, e per venire a questo fine sotto nuove coverte si combatte. Eraci allora setta di Bianchi e Neri, dirivata dalla setta de' Donati e Cerchi, o vuoi Guelfi e Ghibellini; e per questi trovati e' si faceva assai torti a molti, secondo chi pi forte si trovava nel reggimento. E oltre al dannificarsi nel reggimento, e' s'usava allora di nimicarsi pi colla spada in mano che colle fave, come si fa al d d'oggi. Era questo popolo molto doviso, e chi tenea co' Cerchi era Bianco, e chi tenea co' Donati era Nero: molte famiglie grandi e antiche erano coll'una parte e coll'altra, e assai famiglie ci erano dovise tra loro insieme, che parte ne teneano co' Cerchi e parte co' Donati. E per queste dovisioni si facevano molte zuffe, e molti mali nascevano tutto giorno fra' cittadini, in tanto che si combatteano pelle case colle balestre; e per queste cagioni si murava molte torri alte e grosse, come nel primo cerchio vedrai ancora assai. Or avvenne che, per certe zuffe che si feciono o veramente parlando il nostro antico Morello in benifigio de' Guelfi con certi Bianchi della setta de' Cerchi, e' venne a quistione; e fu tanto innanzi, che vi si adoper l'arme e fedivisi alcuni Ghibellini; il perch convenne che per certa condannagione Morello si partisse, e and a stare 'Arezzo. Era allora legge e statuti 'Arezzo che i Guelfi poteano portare l'arme dentro nella terra; di che, veduto Morello di potere agevolemente impetrare questa preminenza, ricorse o fece ricorrere a' venerabili Capitani della Parte, notificando loro il caso, addomandando appresso di volere certa fede dal loro ufficio, pello quale e' potesse come vero Guelfo portare l'arme in Arezzo. Di che i Capitani co' loro Collegi feciono per partito al detto nostro antico una certa chiarigione di vero e perfetto Guelfo, la quale rappresentata a' Signori aretini, diedono e concedettono l'arme a Morello, ovvero al padre: non ho bene a mente in cui di loro occorse il caso, ma questo fu la verit propia. E per questa cagione, perch sempre tennono parte Nera, fummo nominati i Morelli, dirivato da parte Nera, com' detto. E perch la sopra detta materia ne chiama un'altra, che fu rinnovellazione di questa, la scriver qui appresso, pogniamo che fusse molto tempo di poi. Vedrete innanzi come in Firenze pe' nostri Capitani della Parte s'ammuniva: e gli anni e' tempi ne far memoria innanzi, come accadr ne' tempi. Ma egli occorse che, ammunendosi forte i cittadini e in gran numero e avendosi poco riguardo a niuno ma a tutti seguendo come parea loro di ragione, avvenne che messere Lapo da Castiglionchio, il quale v'era pi coll'animo che niuno altro, saputo (perch ci era vicino) del sopra detto caso avvenuto al nostro antico, volle per rimunerare quello atto che pel nostro consorto in beneficio e laude della Parte guelfa s'era fatto, rinnovallo e chiarillo e rinfrescallo per dare materia a noi discendenti di ben fare. Fu con Bernardo Morelli suo vicino allato in San Romeo, e domandatolo del caso, volle vedere quella fede che pe' Capitani s'era anticamente fatta, come di sopra scritto; e quella veduta, disse a Bernardo volea che pe' Capitani ella fusse rinnovata. Bernardo fu contento e piacquegli, poi ne lo consigliava; ch veramente il detto messere Lapo fu un valentissimo uomo e fu grande cittadino e molto amato da' Guelfi. Ora e' di ordine e modo a questa nostra faccenda da se medesimo, ch la facea volentieri. Essendo raunati i Capitani e' loro arroti, avendo fatto ufficio e ammunitine parecchi, messere Lapo si lev su e predisse loro il caso principale della quistione del nostro antico, e come pe' Capitani s'era fatto fede agli aretini, e quella mostr loro; e appresso gli preg che piacesse loro rinnovarla, raffermando autenticamente quello che altra volta, com' detto, in quella casa e per quello ufficio s'era diliberato e chiarito. E di subito fu messo il partito, e chiarito di nuovo con tutte le solennit opportune la nostra famiglia essere guelfa e per quella Parte avere fatto assai pe' nostri passati, come detto. E perch sempre fummo Neri di parte, ci siamo nomati Morelli: eziandio Giraldo, per rispetto di parte Nera, della quale divoto, puose nome Morello al figliuolo. (Bartolomeo Morelli). Seguendo la memoria de' nostri antichi, ci accade al presente di narrare del figliuolo di Morello, cio di Bartolomeo. Questo Bartolomeo fu molto saputo e da bene, onorevole cittadino e buono mercatante; e in tutte le virt seguitava i suoi passati, avanzandoli ancora in mercantia e in ricchezza e in parentado. Seguitava questi nondimeno il traffico del guado pi largamente e maggiormente che' suoi passati; e in questo e di ci che s'impacci e' fece bene, e Dio il prosperava di bene in meglio, ch era uomo di coscienza, caritativo e di buono ispirito. Ispese Bartolomeo detto assai danari in possessioni, in Firenze e di fuori: ci fu le case del Corso e in Vinegia certe pigioni; e comper nella sua antichit, cio in Mugello, assai terreno, come accadeano de' venditori; e credo comperasse due poderi sono di l da Eme, detto al Galluzo, che oggi sono di Giano di Giovanni Morelli. Ebbe per moglie la figliuola di Geri di... Cigliamochi. Abitava dov' al presente la loggia de' nostri Signori, e ivi erano le loro case e loro antichit; erano antichi e guelfi e molto onorati negli onori del nostro Comune. Ebbe Bartolomeo di lei sette figliuoli, quattro maschi e tre femmine;

ebbe nome la detta sua donna monna Dea. Faremo memoria de' detti suoi figliuoli appresso come seguir. Non so a punto il tempo della sua vita, ma credo visse circa d'anni sessanta; mor di sua morte, cio di malattia di febbre: pass bene disposto dell'anima sua negli anni di Cristo 1347, a d 3 d'aprile. Riposesi il corpo suo in Santa Croce, in una sepoltura nell'andito degli uomini, ad andare in chiesa allato all'uscio d'entrare nella cappella de' Guidalotti. Ebbe Morello un altro figliuolo, non ligittimo: ebbe nome Cietta. Questi fu, nel tempo visse, uomo ardito e coraggioso, atto a fare quistione e zuffa pi che ad altre virt. Visse poco: non so di lui pi avanti. (Giovanni e Dino e Calandro) Il primo figliuolo di Bartolomeo detto ebbe nome Giovanni, del quale al presente faremo memoria. Nacque Giovanni negli anni Domini 1308. Costui fu valente uomo e segu il traffico de' suoi passati, cio del guado: rimase assai grande nella morte del padre, per modo intendea bene, ed era obbrigato a certi compagni del padre e per convenne seguisse con loro. Avea Giovanni pi di 36 anni quando Bartolomeo mor, e 'l fondaco andava per le sue mani; di che e' rimase in luogo del padre con quella medesima compagnia. E cos istette a compagnia certo tempo, e non per molto, ch di poi s'accompagn con altri; e nell'utimo e' s'accompagn con Dino di Bartolomeo Morelli, fratello del detto Giovanni, come ne' loro libri si truova per iscritto. Ebbe per moglie, Giovanni, la figliuola del Rosso Bagnesi: ebbe nome monna Lisa. Egli era savio, com' detto, e in questo parentado dimostr anche senno, ch si imparent nella sua vicinanza e in uno medesimo gonfalone e con antiche genti guelfe: e nello istato erano e sono grandi e amati. Vissono assai tempo insieme ed ebbono pi figliuoli, de' quai faremo memoria come accadr pi innanzi. Partissi di qua e andossene a Paradiso a d otto di luglio negli anni Domini 1363, di pistolenzia: rimasono di lui quattro figliuoli maschi e una femmina; lasci loro di valente quindicimila fiorini o pi. Fu seppellito il corpo in Santa Croce, dove era il padre. Il secondo figliuolo di Bartolomeo ebbe nome Calandro, pell'avolo suo, cio di Bartolomeo. Avea meno di Giovanni 11 mesi. Questo Calandro fu reo e di piggiore coscienza che niuno de' suoi passati. Non volle attendere molto tempo a mercantia; pure fu lanaiuolo e compagno di Giovanni e di Pagolo suoi fratelli. Dur questa compagnia poco, per s'avvidono di certo inganno che Calandro fece loro di bene mille fiorini. Attese di poi a prestare e a civanzarsi di certi contanti avea, per forma che se fusse vivuto e' venia gran ricco. Tolse moglie una monna Cilia di Ristoro di...; ebbene di dota fiorini cinquecento d'oro, ed ebbe di lei tre figliuoli, due maschi e una femmina. Faremo memoria d'essi pi innanzi. Rend l'anima a Dio a d diciennove di giugno 1363, di pistilenzia: fu seppellito il corpo co' suoi passati in Santa Croce. Test circa di fiorini quattromila. Rimase la donna dopo lui, e di poi si marit a messere Antonio Machiavelli; e ancora oggi vive, che siamo negli anni Domini 1402. Ebbono nome i suoi fanciulli cos: il primo... Ebbe il terzo figliuolo, il quale ebbe nome Dino: la nativit sua fu 1323. Costui fu savio e da bene, nella mercantia fu pratico e saputo e compagno di Giovanni Morelli al fondaco del guado, dove feciono molto bene e avanzarono gran danaio; e se fussono vivuti, e' venivano gran ricchi. Non ebbe donna n figliuoli di niuna ragione. Partissi di questa vita, come piacque a Dio, a d sette di luglio 1363, di pistolenzia; ch, come potete vedere, egli era moria in Firenze grande e ben tocc a' detti nostri antichi, ch di quattro fratelli ne rimase uno, il minore. Test il valente di fiorini semila: rimase reda Pagolo pella met, e le rede di Giovanni Morelli reda pell'altra met; e simile redorono per met la roba di Calandro, al quale Idio perdoni e agli altri. Fu seppellito il corpo suo onorevolemente in Santa Croce cogli altri suoi anticessori, a cui Idio abbia fatto verace perdono. (Pagolo di Bartolomeo Morelli). E' seguita al presente di fare memoria del quarto e utimo figliuolo maschio che ebbe Bartolomeo, il quale fu nminato Pagolo Morelli. E bene che questo sia il minore, e' mi pare essere debito, non per altra cagione che pelle sue virt, onorarlo in fare memoria d'alcuna parte delle sue franche, utili, savie e buone operazioni, le quali sono tante e s fatte, che 'l mio intelletto non capace di comprenderle. E per mi rimuto, e dico che 'l fare io ignorante memoria delle sue grandi e alte operazioni non onorallo, ma piuttosto diminuire la sua onoranza, in quanto i' non saprei n potrei iscrivere o porle nel grado comodo, giusto e ragionevole, all'altezza della fama che merita. Ma come ho solo le cortecce nelle parti dinanzi tocche, cos al presente riputa far in questo, non partendomi punto dalla propia verit. La nativit sua fu negli anni Domini 1335, o circa: credo tramezzasse tra Dino e lui alcuna delle femmine. E secondo ch'i' ho udito dire a nostra madre, che 'l dice per bocca di lui, e' non vide mai suo padre, cio Bartolomeo; e questo pare che 'ntervenisse perch e' lo mand a balia in Mugello e tennevelo tanto ch'egli era quasi grande. E questo penso che fusse perch Pagolo ebbe a dire a nostra madre che questa sua balia era la pi diversa femmina e pi bestiale che fusse mai, e ch'ella gli avea date tante busse che ancora ricordandosene gliene venia tanta ira che se l'avesse avuta nelle mani l'avrebbe morta. Queste sue ricordanze e 'l dire i' non vidi mio padre mi dimostra vi stesse assai; e credo che Bartolomeo avendone pi, come avete inteso dinanzi, e gi grandi e inviati, faceva poca istima di questo minore. E per avventura, sendo gi morta la madre ed egli essendo vecchio, non voleva avere fatica di governarlo; o per masserizia o per quello si fusse, e' gl'intervenne pure questo ch' detto. E per quello ch'i' creda, e' torn di Mugello che 'l padre era gi morto. Dovea avere Pagolo dieci o dodici anni; pensa, sendo istato sempre in villa, o la maggiore parte del tempo, quello che dovea essere:

poco meglio ch'un lavoratore! Ma la natura per se medesima gentile si trae sempre alle virt, e quello che per istraccutaggine indugia, non perde ma in poco tempo il racquista: e di questo si vede le ragioni chiare ed eziandio si dimostra per effetto. E questo propio si dimostr nello abbandonato giovane in molte cose, come i' penso coll'aiuto di Dio in parte raccontarne alcuna per memoria de' suoi discendenti. Tornato il fanciollo, puro e sempice come che gentile e di buono ingegno, trovatosi sanza padre e nelle mani de' suoi maggiori fratelli, i quai aveano preso e incorporato il tutto a loro propiet e fatto di Pagolo minore poca istima, e lasciato istare o poco da loro messo innanzi, egli per se medesimo, bene che fusse soro e salvatico per la istanza di fuori e male allevato e ammaestrato, nondimeno, tirato dalla buona natura, e' si puose da se medesimo a bottega per imparare a leggere e scrivere. E perch egli era poco uso, vergognandosi ancora perch era di pi tempo che gli altri, come dal suo maestro avesse avuto busse, cos si partiva e non voleva pi tornare a lui. E per questo, da se medesimo, senza interpito, ne mut molte; e con alcune, secondo che disse colla sua donna monna Telda, e' faceva il patto e voleva la promessa di non aver busse: se gli era attenuto il patto egli istava, se non gli era attenuto e' si partiva. E per questa via egli appar di leggere e scrivere e abaco, e non sanza grande e buona memoria di lui, tirato e stimolato solo dalla vertudiosa sua buona volont, disiderosa d'apparare e di racquistare il tempo perduto. E venuto coll'aiuto di Dio in legittima e perfetta et d'anni diciotto o di pi, e' volle che' suoi fratelli gli assegnassono la parte sua. Innanzi che venisse a questo, egli era istato con loro nel fondaco del guado a salaro alcuno anno. Avendo gi i tre maggiori ridotto a loro propiet quasi il tutto, ivi non era chi provvedesse per Pagolo se non Idio e la ragione; e perch e' dicesse alcuna cosa sopra i fatti suoi, e' se n'era fatto poca istima, ed egli si stava, o per non intendere i fatti suoi o perch era pure ancora rozzo e temoroso. E pure infine e' gli fu assegnato per parte quello che piacque loro: dove gli tocc terra in Mugello e certa parte di case in Firenze e circa di fiorini cinquecento contanti. Rimase compagno Giovanni e Dino al fondaco del guado: Pagolo istette pi anni con loro a salare, come si truova ne' suoi libri. I suoi danari assegnatogli in parte non pot mai avere, se non a stento e sanza utile o profitto di lui; il salaro gli era promesso tutto, e parte glien'era attenuto. E' si stava di per s, salvo ch'un certo tempo si torn Dino ed egli insieme, ispendendo per met. Giovanni fu quello che pi abbranc: Pagolo n'and peggio che tutti. Non fu per non s'atasse quanto pot, per che venuto che fu in et maggiore, e' si dolfe e co' parenti e amici e fece molti compromessi con Giovanni e con gli altri, e pure s'adirizz assai cose; ma e' n'and sempre col capo rotto, perch Giovanni era uomo fatto, reo e saputo, e con lui gli altri fratelli. Era rimaso il maggiore: il traffico nelle sue mani, poteva dare a 'ntendere le cose come voleva: eragli dato pi fede. E perch era maggiore avea moglie: il parente l'atavano, egli avea assai vantaggio; e Pagolo, come che egli pella sua virt mostrasse bene e diligentemente i fatti suoi, non era inteso n appoggiato se non in parte, e pi per coscienza che per volont o per amore, ch non era da fare la stima di lui che di Giovanni cogli altri fratelli insieme. Fugli favorevole la fortuna e la sua sollecitudine e esercizio, ch mai non perd punto di tempo, sempre attento in acquistare l'amore del suo creatore Idio pelle sue limosine e buone operazioni, appresso in acquistare amicizia di buoni uomini e da bene e potenti. Riteneasi con loro, mostrando loro grande amore in servigli di quello avesse potuto, in consigliarsi con loro di suoi fatti, dove e' dimostrava fede e speranza in loro; onoralli in dare loro mangiare e in tutte altre cose; battezzare loro figliuoli, e simile cose e maggiori, come accaggiono tutto giorno nell'usare e praticare con quelle persone a chi altri vuole bene. E con questi e con altri savi e antiveduti modi e' seppe s fare e s provvedutamente temporeggiare, che al tempo del maggiore bisogno, come i' penso raccontare, egli ebbe degli amici, e non parenti, che l'atarono e sostennello per modo che non gli fu fatto torto, mediato principalemente l'aiuto e volere di Dio, sanza il quale non si pu venire a perfezione d'alcuna cosa. E se noi volessimo essere fedeli cristiani e amici di Dio, noi vedremmo ogni giorno la sua potenzia e somma giustizia; ma noi pe' nostri peccati siamo accecati e vogliamo piuttosto giudicare e credere che le cose o prospere o dannose ci avvenghino per avventura o per indotto di pi o di meno senno, che per volont di Dio; e questo non vero, ch tutto procede da Lui, ma secondo i nostri meriti. E per dico che i savi hanno vantaggio, ch conoscono Idio e aoperano bene e aiutansi meglio: e Dio vuole che tu t'aiuti e colla tua fatica venga a perfezione. E questo giudicio si vede chiaro e manifesto in Pagolo, se vorrai intendere. Tu hai gi dinanzi inteso i portamenti de' suoi maggiori fratelli verso di lui e hai inteso la morte di tutti e tre loro e come ordinorono i fatti loro; cio che Pagolo rimase manovaldo delle rede di Giovanni con altra compagnia, e rimase reda per met de' due altri fratelli, com' gi detto dinanzi. Fu di nicist che 'l detto Pagolo, giovane garzone, e, secondo l'et d'allora, fanciullo, provvedesse al tutto; e se fu faticoso e di sollecitudine e di rischio, i' penso coll'aiuto di Dio dirtene tanto innanzi che tu arai cagione d'immaginare il tutto. Questi suoi fratelli morirono di pistolenza nella mortalit fonda del sessantatr, che fu grande, e andaronsene a' pi di Dio in ispazio di venti d; e, come hai inteso, i due erano avviluppati nel traffico del guado e nella tinta, dove egli aveano inviluppati circa di quindicimila fiorini. Il terzo, e primo a morire, avea donna, e viva rimase dopo lui e giovane. Era inviluppato questo nell'usure, ch poco fece altro; e none si distendea questo suo viluppo pure in Firenze ma per tutto il

contado, e pure con lavoratori e poveri il forte, e con grandi uomini e potenti, e in Firenze e di fuori. Il detto Pagolo, giovane, soro, solo, sanza alcuno aiuto o consiglio se non di suoi amici, a tempo di mortalit, isbigottito della morte de' suoi e della paura di s, trovatosi in gran viluppi di molti crediti a riscuotere e di migliaia di fiorini, sendone morti assai de' creditori e de' fattori che aveano nel capo i fatti loro, avendo eziandio a cercare essi non pure in Firenze o nel contado, ma di fuori, 'Arezzo, al Borgo, a Siena, a Pisa e per altre istrane parti, a ritrarre mercatantia, a venderla, e a sviluppare tutto, non fu sanza grande sollecitudine e fatica. E tu considera e pensa quello che a te darebbe il cuore di fare trovandoti a tal tempo e in s fatta faccenda! E pure questa istraffic e svilupp dalla maggiore cosa alla pi menima, bene e diligentemente. Appresso, egli ebbe in un medesimo d e tempo a rendere fiorini cinquecento alla donna di Calandro; egli ebbe a ritrarre e a regolare le loro masserizie, le loro case, i mortori, i lasci e tutte altre cose, che sono sanza numero in tali casi e tempi. Aveva a contendere colle donne parenti, co' fanciulli ch'erano gi grandi ed erano ammessi, co' manovaldi e altri parenti; e quai istavano, com'udirai appresso, coll'arco teso a rubare, a noiare e interrompere i fatti nelle sue mani. Egli ebbe a riscuotere i capitali, l'usure di Calandro in pi parti di Firenze e contado; egli ebbe per questo a piatire col vescovo, co' maggiori uomini da Firenze: tutto ritrasse per dispetto d'ogni uomo. Alla corte del vescovo per sollecitudine isgann ogni uomo ed eziandio il vescovo medesimo. In corte, e dal Papa e da' cardinali, avendo molti contradi, egli ebbe sua intenzione; e non punto per forza di danari, ma colla ragione e sollecitudine sua fece tutto. Oltre a questo, egli attendea all'arte della lana, compagno di Tomaso di Guccio e d'altri; egli attendea al Monte e trafficava parecchi migliaia di fiorini su cambi secchi e gambi per lettera, di lane francesche e di molte altre cose. E' tolse in questi tempi moglie la figliuola di Matteo di More Quaratesi, cio monna Telda, fanciulla di tredici anni o meno, bellissima: il tempo e la dota troverete ne' libri suoi iscritto. (Ci fu a d 13 di dicembre 1363: il d di Santa Lucia la giur, e di poi la men a d 17 di gennaio 1363, carta per ser Franciesco di ser Gianni d'Antica; pag la gabella a d 21 di febbraio 1363, al suo libro A, a 109). Istrafficato e sviluppato ogni cosa sanza fatica d'altri che di lui istessi, pensandosi riposare un poco, la donna di Giovanni col suo fratello Nicolaio Bagnesi, d'accordo cogli altri manovaldi, furono addosso a Pagolo e vollongli torre di mano il danaio e 'l diminio de' fanciulli di Giovanni, apponendo molte falsit contro a lui, come n'apparisce iscrittura cautamente ne' suoi libri; e d'un utimo piato, dove si sentenzi il tutto, n' iscrittura di tutto in questo libro fatto per Pagolo propio. E per meglio potere venire alla loro intenzione, di consiglio di monna Lisa e degli altri, sanza saputa di Pagolo, dieron moglie a Bernardo, figliuolo di Giovanni, la figliuola di Gucciozo de' Riccia, per avere migliore appoggio contro a Pagolo; per era Gucciozo grande cittadino, temuto e in istato grande d'ogni bene mondano. E con tutta la forza loro e di parenti e d'amici, e una volta e pi, e' mossono piato contro a Pagolo con ogni disonest che si potea operare; e nella fine di tutti ebbono vergogna coll'aiuto di Dio e della ragione, degli amici di Pagolo e della sua sollecitudine e virt, come ispecificatamente e' medesimo fa memoria ne' suoi libri; e per in questo non di bisogno mi distenda pi avanti in questa parte tanto. Seguit dopo questo, o ne' detti tempi, ch'e' venne in famiglia; ed ebbe della sua donna cinque figliuoli, due femmine prima, appresso tre maschi, de' quai faremo memoria al tempo. Seppesi bene e saviamente governare in tutte le sue cose, ritraendosi a tutte cose nobili e vertudiose; e se a Dio fusse piaciuto prestagli pure dieci anni pi di vita, e' veniva grande di ricchezza di pi di cinquantamila fiorini, e' veniva grande di famiglia, per ch'egli avea ogni anno il meno un figliuolo. Appresso sarebbe venuto nello istato e reggimento per ogni ragione e cagione buona; e gi era imborsato nello isquittino del sessantasei, del quale e' fu isquittinatore, eletto da Dino di Geri Cigliamochi che allora si ritrov de' Signori (era zio di Pagolo). Fu tratto Pagolo de' Signori di quella borsa poi fu morto: e credo che Pagolo fusse il primo di nostri antichi imborsato nell'ufficio de' Signori. E come piacque a Dio, nel tempo ch'egli era per fiorire in tutti i gran fatti, e' rend l'anima a Dio, a d 14 di giugno 1374. Era istato in matrimonio circa di dieci anni e sei mesi, men moglie a d 18 di gennaio 1363; test il valente di fiorini ventimila: acconciossi bene e divotamente dell'anima, come pel suo testamento si vede. Fu Pagolo di buona condizione, molto amorevole e gran limosiniere; mai disdisse n a povero n a ricco nulla di che e' fusse richiesto, e spezialmente di danari molto ne fu largo: buono parente con quelli che non lo volessono soprastare. Mor di pistolenza; fu soppellito il corpo suo con grande onore in Santa Croce, nella sepoltura dove era il padre e' suoi fratelli. Rimasono vivi di lui due fanciulle femmine e due maschi, de' quai i tre poppavano: di loro far memoria come seguir il tempo e luogo. (Lapa, Lisabetta e Ermellina di Bartolomeo). Rimase ancora, come dinanzi si disse in parte, di Bartolomeo tre fanciulle femmine. La maggiore ebbe nome Lapa: fu monaca sagrata in San Piero Maggiore di Firenze. La seconda ebbe nome Lisabetta, e fu costei malsana: fu pinzochera di San Francesco. La terza e utima ebbe nome Ermellina, e fu moglie di Pagno di Gheri: ebbe molti figliuoli costei, come si truova ne' libri nostri, cio de' nostri passati. Non ho a mente loro nativit e loro morte, ch non ne truovo iscritto nulla; e perch non mi pare di nicist, l'ho lasciato istare: basta fare memoria de' nomi e di lor vita. (Bernardo di Giovanni Morelli). Del primogenito di Giovanni di Bartolomeo Morelli ci accade al presente di fare

memoria, la nativit del quale fu a d... Ebbe nome Bernardo. Fu costui da giovane molto cortese e quasi prodico, ch le sue ispese erano vane e boriose e none molto onorevoli; e di questo non per da maravigliarsi, imperocch'e' rimase fanciullo al correggimento della madre e de' suoi manovaldi, cio di quelli che si concredevano insieme a ruballo e a consumarlo, e lui e gli altri fratelli, avendo ischiuso quello che gli dovea essere padre, cio Pagolo Morelli. E in effetto e' consum gran parte della sustanzia, che lasci il padre a lui e a' fratelli, tutto in cortesia; e, cos giovanetto, la madre sua cogli altri manovaldi, non richieggendo Pagolo ma piuttosto per fare contro a lui, gli dierono moglie la figliuola di Gucciozo de' Ricci, uomo mercatante, ricco, savio, grande di parentado e di stato. E tolto moglie, uscito di manovaldi e mancando la roba, e' si cominci a regolare; e dove di prima, istandone a scotto i fratelli, egli iscialacquava, partito da loro e mancato la roba e 'l caldo della giovanezza, e' divent il pi assegnato uomo del mondo e 'l maggiore massaio. Piacevole uomo fu molto, lieto, framettente nel parlare e ne' fatti molto segace; parlava molto doppio, era malizioso, parentevole, dimestico, bello novellatore. Non ebbe mai figliuoli della Simona, cio della sua donna: ebbene molti non ligittimi, parte d'una donna assai da bene, e parte d'una ischiava era sua, assai bella, e di poi la marit in Mugello: non gli vo' nominare, perch non onesto s fatta ischiatta, come ch'e' sieno di buona condizione assai, secondo loro essere. Il detto Bernardo fu de' priori della borsa dell'ottantuno, d primo di novembre anni Domini 1387. Fu gonfaloniere di giustizia messere Luigi Guicciardini. Portossi molto saviamente e seppe bene ordinare i fatti del nostro Comune e servire, non uscendo della ragione, in ispezialt ciascuno cittadino che richiese; e con amore e con buona fama di tutti i fiorentini usc del suo ufficio. E di poi fu gonfaloniere di compagnia, e Dodici; e tutti altri uffici e dentro e di fuori si trov imborsato, e alcuni n'esercit onorevolemente. Avvennegli alcuna disavventura, che parte penso pi innanzi raccontarne come accadr nel tempo. Partissi principalemente in costui il traffico usato pe' nostri antichi ed eziandio ogni altro inviamento il quale producesse mercatantia o guadagno; e questo non avvenne in lui per altre cagioni che pe' ritrovarsi ricco e sanza padre, sospinto piuttosto da chi l'avea a correggere allo spendere che al guadagnare. Pass in questa vita a d... anni Domini 1400: riposesi il corpo nella sepoltura de' nostri antichi, cio in Santa Croce. Mor di pistolenza in pochi giorni. Rimase di lui cinque figliuoli, tre maschi e due femmine: il primo de' maschi nominato Dino, il secondo Cetta e 'l terzo Benedetto. Credo testasse il valsente di dumila fiorini, contato ogni sua sustanza. Dio abbi per sua misericordia ricevuto l'anima nella gloria sua. (Bartolomeo e Gualberto di Giovanni). Il secondo figliuolo maschio di Giovanni detto ebbe nome Bartolomeo, la nativit del quale fu a d... Fu di persona assai grande, dell'essere di Bernardo, come che non n'abbi fatto memoria, ma egli erano comunali di grandezza: Bernardo era compresso di carne e assai pieno, di pelo rossetto e litiginoso, Bartolomeo era grasso e fresco, e di pelo bianco ovvero ulivigno; era compagnone da godere, lieto e di buona condizione. Tolse per moglie la figliuola di ser Nicol di ser Ventura Monaci; era allora notaio delle rinformagioni ed era in buono istato d'ogni cosa, vicino in San Romeo. Avea nome monna Lena: fu una savia donna, molto eloquente, segace, e sapea fare colle sue mani ci ch'ella volea, leggea e scrivea pulitamente. Ebbene Bartolomeo tre figliuoli, due maschi e una femmina: il primo ha nome Gualberto, il secondo Giovanni, la femmina ebbe nome Lisa. Di loro avvenimento si parler in iscritto pi innanzi, se fia di bisogno, secondo che piglieremo per partito. Pass di questa vita il detto Bartolomeo in Furl a d...: mor di pistolenza in pochi d; seppellissi al luogo de' frati minori in Furl, e di poi se ne f recare il corpo suo in Firenze ed seppellito in Santa Croce in Firenze cogli altri anticessori, onorevolemente come s'usava pegli altri. Rimase la donna dopo lui, e vivette vedova co' suoi figliuoli insino alla mortalit del 1400: in quella mortalit si mor e lasci reda i figliuoli. Credo rimanesse loro di valente, con quello della madre, fiorini 4000 d'oro. Al presente ci occorre di fare memoria del terzo figliuolo di Giovanni, il quale si nomin Gualberto: nacque questo a d... Fu costui di persona pi che comunale, cio di grandezza, secondo il tempo suo, ischietto e non per magro, assai di bel pelo. Era iscienziato, e nondimeno istudiava, credo, in legge; e secondo si potea comprendere, e s per lo studio e s pello suo buono naturale, e' veniva valente uomo; e nel tempo visse se ne vide buona isperienza. E fra l'altre si vide di lui questo: che pella mortalit del 1374, sendo fuggiti a Bologna tutta la famiglia rimasa di Giovanni e tutta la famiglia di Pagolo, insieme in una casa abitanti e a una ispesa concorrenti a comune (come che con vantaggio grande per que' di Giovanni), nondimeno, tornando a quello ch'i' vo' dire, noi savamo continui tra uomini, donne, fanciulli e balie e fanti, forestieri e compagnoni pi di venti in famiglia. Il provvedimento delle ispese e di tutte cose opportune fu commesso al detto Gualberto, avendone esso a tenere conto e rendere buona ragione del danaio a lui conceduto; alle quai cose egli, giovanetto e di picciolo tempo, come puoi vedere, forestiero nella terra e none uso n punto pratico a questo bisogno, nondimeno con buono provvedimento e con sollecitudine grande, mentre visse, regolatamente e sanza trasandare sopper a tutto de' bisogni della comunit della famiglia, e in ispezielt a ciascuno altro e grande e piccolo, tenendo dirittamente il conto di ci che spendea. Or, come che questa paia loda di picciola faccenda, i' dico che chi sapesse la incomportabile e isconcia famiglia e la poca concordia e la foresteria che occorreva da un punto a un

altro e in istremit, e' giudicherebbe quel ch'io (avendo dall'altra parte rispetto alla tenerezza del giovane e alle disiderose e velogi volont d'essi), che sanza niuna accezione egli da presumere gran fermezza, gran sollecitudine e gran provvedimento in lui. E la fortuna il dimostr chiaro: ch egli era presso alla morte, avendo in s operat'azioni d'uomo antico e pratico, e non di giovane e fanciullo. E utimamente, vedutosi malato di pistolenza e pensando morire, alla salvazione dell'anima sua da se medesimo sollecitamente provvide, addomandando tutti i santi sagramenti, e quelli con grandissima divozione prese, raccomandando divotamente la sua anima a Dio, con santi, buoni e divoti salmi. Appresso, da tutti que' della casa, non avendo riguardo pi a grande che a piccolo, ma comunemente alla famiglia e a tutti, con buone e dolci parole chiese perdono, raccomandando a tutti la sua anima; e utimamente, in presenza di tutti, e' s'accus, come che malizia non avesse usata ma per pi netta coscienzia, avere tratto de' danari delle ispese e messi in suoi fatti propi circa di dieci o dodici lire; e, come detto, in presenza di tutti accusatosi, lasci si rimettessono nella cassa. E utimamente, nel passare di questa, insino all'utimo punto con buono conoscimento e' disse, col prete che leggeva, tutto l'ufficio ispeditamente e forte, che ciascuno l'udia; e di continuo, sentendosi mancare, egli affrettava il prete dicesse tosto. E per grazia di Dio, compiuto l'ufficio di dire, egli col prete insieme, nell'utima parola, dicendo deo grazias amen e' chiuse gli occhi e rend nel propio punto l'anima a Dio, di pestilenza. E questo fu in Bologna, a d... Al corpo suo si fece onore, e fu seppellito in Bologna nella chiesa de' fra..., in una sepoltura si fece fare di nuovo, da mano ritta, tra 'l coro e 'l muro della chiesa, cos dal lato e quasi nella fine del coro, cio pi di presso alla cappella maggiore e all'altre di sopra: e credo vi sia la lapida su coll'arme nostra, o veramente l'arme al dirimpetto, nel muro. E perch, come detto, seppellito onorevolemente, e' si diliber pe' suoi fratelli lasciarlo istare cos, e non si fece venire qua. Sopra i fatti del detto giovane non si potrebbe dirne tante virt e tante buone operazioni quante se ne troverebbono molte pi; ma io far fine qui per dare piuttosto effetto alle memorie degli altri e all'altre cose ci restano a fare, come nel prencipio fu promesso. (Giano di Giovanni; e di monna Andriuola). L'utimo figliuolo maschio ebbe Giovanni, del quale al presente si fa memoria e che ancora per grazia di Dio vive, nominato Giano. Alle fonti del santo battesimo fu nominato Giuliano. Nacque costui a d...: di persona comunale, cio di grandezza e di bello pelo; ma tutti i detti fratelli, credo per grassezza di capo, sono incanutiti tosto in venti anni o prima. grasso molto, e questa grassezza gli multipricata da poi che pass i trentacinque anni, come che sempre fu grasso, ma non era tanto n si grave. Tolse per moglie la figliuola di Iacopo d'Alamanno Vettori, nominata monna Nanna: menolla a d... Ebbene molti figliuoli, e le due parti furono femmine; e credo per insino a oggi, che siamo negli anni 1403, e' n'abbia avuti circa di sedici o diciotto, che al presente n'ha vivi sei, quattro maschi e due femmine. Il primo maschio, che al presente vive, ha nome Bartolomeo, il secondo Pagolo, il terzo Nicolaio, il quarto Antonio. Non di bisogno fare memoria delle femmine, perch sono di piccola et: quando sar il tempo del maritare, se vengono a quello istato, allora ne faremo memoria, se a Dio piacer; e simile di quelli che verranno, perch al presente mi pare meglio avviato averne il vedessi mai. Il detto Giano fu imborsato nello isquittino del novantuno per de' priori, e simile Bernardo suo fratello; fu de' Dodici, cio Giano, a d 15..., e di poi fu gonfaloniere di compagnia a d... Aspetta l'ufficio de' Signori: farassi memoria quando ar esercitato l'ufficio. Il detto Giano iscioperato come sono istati i fratelli. assai abbiente, e viverebbe riccamente se le prestanze nollo isconciassono: gravato con poco o niente utilit di Comune. Rimase di Giovanni di Bartolo una fanciulla femmina a nome Andriuola; fu maritata da' fratelli a Criaco di Guernieri Benci, istava nel Fondaccio compagno degli Alberti. Era buon uomo mercatante e avea assai istato; mori nel 1398 ovvero prima parecchi anni: non l'ho a mente. Ebbene di dota fiorini ottocento. Rimase di lui molti figliuoli: morirono pella moria del 1400, accetto uno de' maschi, a nome Simone chiamato Mone. Ella si sta vedova colla madre e in una casa con Giano, come che di per s. Noi abbiamo fatto memoria per insino a questo presente capitolo di tutti i nostri antichi e consorti passati di questa vita ed eziandio de' vivi che al presente sono, accetto che de' discendenti dell'utimo figliuolo di Bartolomeo Morelli, cio di Pagolo. E questo, come minore di tutti in quanto agli anni, s' riserbato al presente, come ragionevolemente si richiede. E, non diminuendo in questi, se non come negli altri nominati di sopra, la loro giusta e buona memoria, in quanto e' ci fia noto, ne' seguenti capitoli la nativit e' nomi e' soprannomi e loro forma e condizioni e' discendenti d'essi e come sono capitati e parte delle cagioni (partitamente assegnando, per esempro di chi viene dopo essi, e le buone e le contrarie) e, se vedremo, de' rimedi da dovere usare contra alle fortune a noi avvenute (i quai per isperienza secondo lo stato e condizioni dal d d'oggi si possono chiaramente vedere, e spezialmente per chi n'ha fatto la pruova), tutte, se a Dio piacer, racconteremo sotto breviet, cio quelle che pi ci hanno notati e dalle quai siamo pi offesi. E come che grossamente e materialemente sieno iscritte, nondimeno penso vi troverete entro buono frutto: e questo non si fa per leggere a diletto n per mostrallo ad alcuna persona, che none appartenendosi ad altri che a voi, se ne sarebbe fatto beffe. E pertanto potete vedere per voi propi parte della vostra antichit e de' vostri passati, e simile vedrete parte delle fortune del mondo le quai a noi sono istate contradie; e per

esse potrete considerare i rimedi, ammaestrandovene ancora in parte. Ma secondo il temporale e la condizione delle cose si vuole sapere pigliare partito; ch per avventura, vo' dire, tal cosa stata rea a noi che 'n quel medesimo caso sarebbe buona e onorevole a un altro, secondo la condizione del fatto o degli uomini con chi arai a fare, o veramente secondo che Dio ha disposto di te. Ma nondimeno questo fia uno innanzi da potere pensare e albitrare e domandare consiglio; e non ti lascer correre se ti trover savio, ma fiati pure utile e buono esempro, mediante la grazia di Dio, che per bene operare e saviamente ti sar conceduta sanza niuno dubbio. Sia pure savio e fa bene, e arai il tutto. (Bartolomea di Pagolo Morelli). Il primo frutto che Pagolo Morelli acquist della sua donna fu una fanciulla femmina: la nativit d'essa fu a d ventitr di giugno, in luned, a ore sette e mezzo, negli anni Domini 1365. Battezzossi in Santo Giovanni il sabato mattina vegniente, cio a d 28 del detto mese. Ebbe nome Giovanna e Bartolomea: tennela al battesimo Bartolomeo di Lione Lioni e Tommaso di Bese Busini e Franciesco Brunellini albergatore: fu chiamata sempre Mea. Questa fu di grandezza comune, di bellissimo pelo, bianca e bionda, molto bene fatta della persona, tanto gentile che cascava di vezzi. E fra l'altre adornezze de' suoi membri, ell'avea le mani come di vivori, tanto bene fatte che pareano dipinte pelle mani di Giotto: ell'erano distese, morbide di carne, le dita lunghe e tonde come candele, l'unghie d'esse lunghe e bene colme, vermiglie e chiare. E con quelle bellezze rispondeano le virt, ch di sua mano ella sapea fare ci ch'ella voleva, che a donna si richiedesse; e 'n tutte sue operazioni virtuosissima: nel parlare dilicata, piacevole, con atto onesto e temperato, con tutte effettuose parole: baldanzosa, franca donna e d'animo verile, grande e copiosa di tutte virt. Leggeva e scrivea tanto bene quante alcun uomo: sapea perfettamente cantare e danzare, e arebbe servito a una mensa d'uomini o di donne cos pulitamente come giovane uso e pratico a nozze o a simili cose. Era saputa nella masserizia della case, e non con punto d'avarizia o di miseria; ma traeva il sottile del sottile, ammunendo e dirizzando la sua famiglia con tutti buoni assegnamenti e buoni costumi, vivendo lieta e allegra. E cos s'ingegnava con savi modi, secondo le condizioni delle persone della casa, contentare, riparando e co' fatti e co' detti a ogni iscandolo, ira o maninconia ch'avesse veduta in alcuno: a tutto saviamente e con benivolenza di tutti riparava, ch, come vedrete iscritto appresso, ebbe a conversare, vivendo col suo marito, in gran famiglia e sconcia. Maritossi pe' suoi e nostri manovaldi ad Antonio d'Agnolo Barucci, ed ebbe di dota fiorini millecinquecento. Il detto Antonio era in casa del padre e della madre, i quai erano molto antichi ma prosperosi, e con uno suo tristo fratello, el quale nel detto tempo e d di lui men moglie; ed eranvi due loro sirocchie, donne e maritate, e due nipoti dell'una di loro, d'altro marito, buon garzoni grandi. Or questo ho raccontato per tornare a quello che prima dissi: cio che la detta Mea, come savia e saputa, da tutti era amata e volutole gran bene, sendo nondimeno tra gli altri poca concordia. E pertanto era pi da commendare la sua virt, che dove era discordia e scandolo grande ella sola era da tutti amata; e assai cose isconce di parole e di fatti tra loro limitava e recava a pace e a concordia. Ella n'and a marito a d...; fecesi per Antonio e per Franciesco suo fratello gran festa e notabile allegrezza: erano in grande istato allora e ricchi di pi di ventimila fiorini, lanaiuoli in San Martino, molto amati da ciascuna persona, savi e molto piacevoli e da bene. Ebbe di lui circa di quattro figliuoli tra maschi e femmine: niuno ne visse du' anni; e l'utimo, che fu maschio, nacque a d 8 di febbraio 1387; ebbe nome Agnolo. Era istata gi nella infermit circa d'otto d quando il fece, e fu il fanciullo d'otto mesi; e di poi, sanza niuno miglioramento o conforto di niuna isperanza, nella detta infermit si mor a d 15 di febbraio detto, in sabato, a ore 8, vegnente la domenica; e di poi, il d dopo si mor il fanciullo, s che di lei non rimase seme. Sotterrossi in Santa Croce, sotto le volti, nella sepoltura d'Agnolo Baruci, a mano manca. Come entri sotto le volti, dopo un uscio, va in un cimitero a modo d'una sala, ed a man ritta, com'entri nel detto uscio, lungo il muro. Hollo voluto chiarire cos a punto, perch vedendo la sua sepoltura, pelle sue bont a tutti noi di lei e del luogo dove sono le sue ossa de venire olore. E 'n ispezielt priego ciascuno disceso di Pagolo che almeno il d de' morti vada a vedere il luogo dov'ella giace, facendo orazione a Dio in salute della sua anima, alluminando il suo sepolgro d'un poco di lume, come s'usa per molti; come che il verace lume e frutto dell'anima sua l'orazione o la limosina, le quai tutte faccia Idio valevoli alla sua benedetta anima, amen. (Sandra di Pagolo Morelli). Ebbe Pagolo detto dopo la Bartolomea un'altra fancialla di monna Telda sua donna. Nacque costei a d ventisette di dicembre, anni Domini 1369, la vilia di Santo Giovanni Vangelista, la notte dinanzi al giuoved, a ore nove. Fecela battezzare il sabato vegniente, a d ventinove di dicembre 1369: fecela cristiana Benozo di Benozo e Raffaello di..., amendu' del populo di Santo Iacopo tra' fossi; pell'amore di Dio posele nome Sandra e Giovanna, secondo che scrive e' detto nel libro suo A, a 19. La detta fanciulla fu di persona, cio di grandezza, comunale, di carnagione bruna e pallidetta; non era grassa n molto magra; assai di bella forma el viso e l'altre membra. Fu saputa di ci s'appartiene a donna da bene: seppe ricamare, leggere e scrivere, fu molto eloquente, grande parlatore e sapea bene dire quello volea e baldanzosamente. Maritossi a Iacopo di Zanobi Arnolfi; ebbe in dota fiorini millecinquecento d'oro: andonne a marito a d... Fecesi gran festa, e furono delle belle nozze si facesse in quell'anno in Firenze; e dal marito fu presentata di ricche gioie d'ariento e di perle riccamente. Visse

insieme col suo marito insino a d ventinove di luglio, anni Domini 1400: in quel d mor il detto Iacopo di pistolenza . Rimasene uno fanciullo maschio a nome Simone; non ne fece pi n maschi n femmine. Il detto Iacopo, a cui Idio perdoni, fu un savio giovane e molto vertudioso in ci il volevi adoperare, e in ispezielt nella mercatantia e ne' fatti del nostro Comune: era in tutti gli onori del Comune e dentro e di fuori. Fu di gran cuore, e massimamente nelle sue disavventure fu molto franco, in tanto che fece gran danno a se medesimo e a tutti suoi amici e parenti: e tutto fece gredendo bene soddisfare a tutti. E questo non perch si sentisse avere valente da potere sopperire a ci, ma e' si fidava nella industria sua e facevano istima come d'una grande ricchezza; e sotto questo egl'ingann s e altrui. E massimamente noi, cio Morello e me Giovanni, fratelli della detta Sandra, ricevemmo danno per atare Iacopo detto di pi di fiorini mille, e a tempo ci piggiorammo pi d'altri mille di danni e d'interesse, come vedrete pe' nostri libri tenuti per Giuliano di Tommaso. Ho voluto toccare parte qui delle nostre disavventure, perch, movendomi a dire alcuna cosa dalla radice del fatto, penso sar utile se sopra ci pello innanzi ci accadr di farne alcuna ricordanza. E appresso, per venire a fare memoria utimamente del danno che oltre al sopra detto ricevette la Sandra sua donna della dota sua (che ancora ce ne segu a noi danno in pi modi, come vederete), fu di nicist alla Sandra e a noi, Morello e Giovanni, per rispetto di non potere fare meglio della dota sua, pigliare una casetta trista di sotto le volti e due poderetti e certe masserizie, tanto furono in istima di fiorini ottocento o circa; e del resto convenuto indugiare gi anni tre, e ancora non abbiamo chiaro donde ci convenga ritrarre. E quest' suto principalemente per difetto d'Iacopo, pel suo male istato, e appresso per difetto e sciocchezza della Sandra; la quale, per ubbidire al suo marito, vedutolo in bisogno e in nicist, l'ubbid di troppo, il perch venne a dare parola a pi poderi i quali principalemente a lei erano obbrigati, e questo fece sanza parola di noi suoi fratelli o di niuno altro suo parente o amico. E questo fu pure per difetto d'Iacopo: ch egli, avendola conosciuta di dolce condizione e ubbidente, noll'avvisava innanzi, ma di tratto, come reo, gingneva a lei col notaio e' testimoni, e diceva: d di s! con turbato volto; il perch ella, vergognandosi di non disdire al suo marito in presenza d'altri, diceva quello l'era detto, bene che a lei paresse errare, ma per paura e per ubbidenza. Il perch seguito ell', giovane e vedova con un suo figliuolo d'anni dodici e sanza dota, in casa nostra istata e per istare pi tempo, se Idio non ci manda altro soccorso. Questo ho voluto recare a memoria per esempro di chi legge: cio che niuno, o maschio o femmina, n per paura n per lusinghe n per veruno modo mai si spogli di suo avere o di sue ragioni, con ci sie cosa che, de' cento, e novantanove ne rimangono disfatti, e pure da' pi istretti parenti o amici; per che sono quelli in cui altri si fida, e per se ne rimane ingannato e tradito, e in utimo perduto il suo avere, rimanendo in tutto nimico di chi te l'ha tolto. Sopra ci non voglio dire pi al presente, ch pi avanti mi fia nicist ritornare in su simile materia: questo voglio che sia solo esempro delle donne che hanno marito, che mai, com' detto, diminuiscano loro ragioni sanza parola de' loro pi pressimani; e ancora se la nicist non molto evidente nol faccia mai, se gi non vede essere in su altro molto sicura, il che male evidente a persona, e massimamente alle donne. Della Sandra stato iscritto qui di sopra sotto breviet ci che di lei seguito insino a oggi: se altro seguir a mio tempo, ne far memoria. (Morello di Paolo Morelli). Acquist ancora il detto Pagolo Morelli di monna Telda sua donna un fanciullo maschio, la nativit del quale fu a d ventisette di novembre, anni Domini 1370, la vilia di Santo Piero Lesandrino (cos iscrive il detto Pagolo al libro suo segnato A, a 19); e fu il mercoled notte, vegniente il giuoved, a ore otto e mezzo, presso alla squilla di Santa Croce. Fecelo battezzare il sabato vegniente, ci fu a d 30 di novembre anno detto, per quattro suoi compari: ci fu Simone di Bonarota del populo di Santo Iacopo tra' fossi, e monna Agata e monna Giovanna sirocchie e figliuole di ser Guccio da Rignano, istavano nel borgo di Santa Croce dirimpetto al detto Pagolo; e fu a battezzallo Miniato di... ispeziale in Porta Rossa. Posongli nome Morello e Andrea: Morello pell'avolo suo e Andrea perch si battezz in quel d. Fu costui di persona, in quanto alla grandezza, comunale, e fu grasso molto da piccolo, e da grande fu di bel pelo e sano di tutti i membri, di buona natura, e fu costumato della bocca sua molto: rade volte o quasi non mai, se non fusse istato per compagnia, mangi o bevve pi di due volte il d. Fu di buono intelletto, e buoni consigli furono i suoi, sanza niuna ret, di buona e dolce condizione; e per insino a oggi e' non fece mercatantia, che siamo negli anni di Cristo 1403, n alcuna cosa il perch e' guadagnasse mai un quattrino. Le cagioni troverete pi innanzi. E' tolse moglie, come fu piacere di Dio, la Catelana figliuola di Stefano di Vanni Castellani: funne facitore Nofrio di Giovanni Arnolfi e messere Vanni di Michele; ebbene di dota fiorini ottocentoventicinque d'oro; menolla nel borgo di Santa Croce, la mattina di Santo Antonio anni Domini 13..., cio a d 18 di gennaio anno detto. Hanne avuti per insino a oggi otto o nove figliuoli, ed ssi isconcia circa di tre volte: la prima volta si sconci, credo, dal d la men a due anni o circa, in una fanciulla femmina; e di poi ne fece due femmine a bene. La prima ebbe nome Bartolomea; e nacque costei con uno infiato nel capo, cos dal lato, era a modo ch'una vescica, cio a toccare: fessi medicare al maestro Francesco Dal Ponte: e' la for in pi luoghi, e gitt sangue e puzza. E 'nfine ella non pot reggere e morissi in pochi d: riposesi in Santa Croce. E di poi nacque

un'altra fanciulla ebbe nome Antonia, e nacque col medesimo infiato; e questa non si medic, ma tennesi caldo il capo con una berretta foderata d'ardesia, e 'nfine e' gli assolv lo 'nfiato e guar bene. Visse costei sette anni o circa, e di poi si mor di male pestilenziale nel 1400, di luglio, nel Palagio Ispini: riposesi il corpo suo in Santa Trinita, nella sepoltura della famiglia degli Ispini, cio nell'utima cappella si truova a man manca 'andare all'altare maggiore. E questo si fece per nicist, considerato ch'egli era la mortalit grande e non si trovava appena chi volesse trarre i corpi di casa; e oltre a questo, non era in Firenze di noi se non monna Filippa, che convenia s'imboccasse nelle cose di bisogno pelle mani d'altri. La terza fanciulla ebbe nel prencipio di quella mortalit, ed ebbe nome Filippa: questa vivette pochi mesi, e in utimo mor nella detta mortalit prima che l'Antonia, a Quinto dove era a balia, e ivi nella Chiesa di Quinto fu seppellita. Non abbiamo a fare di pi femmine memoria: hanne de' maschi cinque, grazia di Dio vivi. Il primo ha nome Pagolo, secondo Matteo, terzo Tommaso, quarto Bernardo, quinto Franciesco. De' soprannomi e del d della loro nativit e de' loro avvenimenti si far memoria o per me o per altri colla grazia di Dio pi innanzi, secondo che Dio ci apparecchier. Per insino a questo d e dal loro padre, cio Morello, e dalla loro madre, monna Catelana, e' sono istati e sono bene allevati e bene ordinati di ci che si richiede a fanciulli di s fatta et; e per quello che si pu comprendere di loro condizione e memoria, e' sono, secondo l'et, assai saputi e 'ntendenti, costumati e ubbidenti molto, e sono solleciti alla bottega, cio iscuola, dove sono per imprendere virtuosamente di leggere e di scrivere e in parte grammatica: a questo sono di buono volere, e bene apparano e lietamente. Rendomi certo che fia piacere di Dio per sua grazia e dono prestare loro vita e concedere loro virt e buona grazia, s che chi fia per loro o di loro maggiore potr ne' tempi fare di loro buona e virtuosa memoria, seguendo essi, ch cos isperiamo, le vestigie di loro padre e madre, o veramente de' loro antichi consorti, de' quai hanno l'asempro innanzi. E perch essi e tutti gli altri nostri ne piglino esempro, s' fatto e farassi questo ricordo, grazia di Dio. (Giovanni di Pagolo Morelli e uno altro fanciullo di mesi 7 1/2 gli nacque a d 12 di febbraio 1372). Piacque al nostro Signore Idio concedere al nostro padre Pagolo Morelli il quarto figliuolo della sua donna monna Telda, il quale fu maschio. La nativit sua fu a d trenta d'ottobre anni Domini 1371, il giuoved sera, a ore ventiquattro sonate d'un terzo d'ora: battezzossi il sabato vegniente, a d primo di novembre, cio nel d della celebrazione di tutti i Santi: fecero cristiano Giovanni d'Andrea e Lorenzo di Tennia e Raffaello tintore, tutti del populo di San Iacopo tra' fossi, amici e fratelli di sommo amore di Pagolo Morelli. Ebbe nome Giovanni e Simone: Giovanni pel suo zio, fratello di Pagolo, Simone perch nacque nel d di Santo Simone. Costui fu comunale di grandezza e di compressione, fu di bel pelo e un poco colorito in viso; non fu di forte natura, di piccolo pasto e di gentile sanguinit. Dispiacquegli le cose cattive e spezialmente quelle che veniano in danno o in vergogna del suo Comune, e queste biasimava dove e' si fusse trovato a ragionamento; e simile arebbe corretto co' fatti, pure n'avesse avuto forza o balia. Disider di vivere netto, sanza mai contrapporsi a chi reggesse n in parole n in fatti: in quanto al reggimento, e coll'animo e colla persona tutta e colle parole e co' fatti, sempre tenne co' buoni uomini antichi di Firen'ze, guelfi e leali al Comune; e inverso di questi mai a talento pens o mai disider se none onore, istato e grandezza del loro Comune. Altra gente veniticcia, artefici e di piccolo affare, in questi disider dovizia, pace e buona concordia; ma non gli piacque in tutto il loro reggimento, ma s in alcuna cosa mescolato, ch' buono per raffrenare li animi troppo grandi. E nondimeno sempre con divozione disider d'abbracciare la santa e cattolica Parte guelfa, la quale Idio mantenga come sua divota insegna, in quanto al mondo, sempre in favore della Santa Chiesa istata. Non piaciuto a Dio per insino a questo d che con effetto abbia potuto dimostrare quello buono animo ha sempre avuto verso il suo Comune e verso i buoni uomini e buon mercatanti, ma da prosumere Idio l'abbia conceduto pello meglio. Il detto Giovanni di Pagolo Morelli, concedutagli da Dio e dalla sua benedetta madre Vergine Maria somma grazia e dono, e questo non pe' suoi meriti, ch 'n questo mondo come gli altri peccatore, ma impetrato dalla divota e santa Vergine Caterina, isposa del Figliuolo di Dio, e da essa con divozione riputato, accompagnato fu di ligittimo e santo matrimonio a d quindici di dicembre anni Domini 1395 (funne rogato ser Michele di ser Aldobrando, ist in Porta Rossa) della figliuola d'Alberto di Luigi degli Alberti, ci fu la Caterina. Ebbene di dota fiorini mille d'oro; menolla a d ventisette di gennaio un giuoved a vespero, a cavallo, in compagnia di dodici nobili giovani, e menolla all'Olmo a San Gaggio (dello sposalizio fu rogato ser Guido di messer Tomaso, ist nella Burella); e ivi si fece buona e lieta festa con ci che a simile fatto s'appartiene. Della quale donna per insino a questo d, primo di luglio 1403, il detto Giovanni ha 'vuti di lei cinque figliuoli, la nativit de' quai si scriver pi innanzi come seguir il tempo. Al presente far memoria de' nomi, come s' fatto ne' passati. Il primo fu maschio nominato Alberto e Giovanni; il secondo maschio, nominato Antoniotto e Iacopo; il terzo, il quale al presente a pi di Dio, fu ancora maschio, nominato Lionello e Francesco; il quarto fu femmina, e ancora and a Paradiso, nominossi Telda e Margherita; la quinta fu femmina, ed nominata Bartolomea e Lisabetta. Idio benedica i passati, e agli altri colla sua benedizione presti vita con salute dell'anime loro. Amen, Deo grazias. Pagolo Morelli ebbe della sua donna monna Telda il

quinto e utimo figliuolo, e fu maschio; e piacque a Dio chiamarlo a s avuto che ebbe il santo battesimo, secondo che esso Pagolo iscrive e che io ancora udi' da monna Filippa, donna fu di Matteo e madre di monna Telda, e da monna Buona che battezz il fanciullo e che guard in parto monna Telda. Veramente affermorono questo: il fanciullo essere vivo dopo il battesimo santo da esso ricevuto per salute della sua anima; che cos piaccia a Dio avere a lui conceduto di grazia. Nacque il detto fanciullo a d 12 di febbraio 1372, e fu di tempo di mesi sette e mezzo: battezzossi in casa la notte medesima (ebbe nome Giovanni), che fu la notte del d santo del sabato: e tutti, come detto, furono battezzati in quel d santo. Mor la notte medesima e seppellissi il corpo a d 13 detto in Santo Iacopo tra le fosse. (Certo proemio nel seguire). Come avete veduto, e' s' fatto memoria di tutti i nostri antichi, non pienamente come arei voluto, ma di quello ch'i' n'ho trovato iscritto e udito dire, di tutto n'ho fatto ricordo il me' ch'i' ho saputo. Resterebbe al presente di fare memoria de' nipoti di Giovanni e di Pagolo di Bartolomeo Morelli; ma io penso di lasciare istare la memoria de' discendenti di Giovanni di Bartolomeo, perch sarebbe una confusione di scritto, e s perch i' non sono avvisato bene di loro nativit e di lor cose. E perch e' non credino ch'i' voglia misurare loro gli anni, non ne voglio domandare; e per faremo fine in quanto a quel lato, non seguendo pi di loro innanzi che sia istato fatto. De' nostri figliuoli e discendenti far bene memoria appunto come seguir negli anni. Ora, per seguitare come fu promesso dinanzi, io mi far al tempo che segu dopo la morte di Pagolo nostro padre, e racconter, sotto breviet e come a me fia noto, certe cose grandi avvenute al nostro Comune e massimamente di certe guerre, pelle quai potrete comprendere il gran danno e quasi disfacimento nostro in quanto all'avere. E simile far memoria di nostro avvenimento, cominciandomi, come detto, negli anni Domini 1374; dove si dichiarer i gran danni e persecuzioni a noi avvenute, o per distino di fortuna o per malizia di chi ci ha 'vuto a minestrare o per nostra isciocchezza, acci che per voi che seguite se ne prenda consiglio, guardandosi il pi che si pu da quelle cose che a noi hanno fatto danno, e seguitando quelle che ci hanno in parte mantenuti, come penso chiarirvi per questo iscritto; s che aggiugnendo questo a' libri nostri, dove scritto tutto per mano di Tomaso di Guccio e di Giuliano suo figliuolo, voi siate interamente bene informati. E Idio, se voi sarete buoni, vi far grazia; e dove noi per insino a qui abbiamo avute e abbiamo delle cose ci dispiacciono, voi sarete per avventura ristorati, ch sempre non vanno le cose a un modo, ma di continovo si mutano. E per atatevi con essere amici di Dio: ed Egli quello che d e toglie i beni di questo mondo e dell'altro, ch' infinito. (Danni a noi intervenuti in somma). Voi avete iscritto dinanzi la morte di Pagolo, che fu 1374, e avete veduto ch'e' lasci quattro figliuoli, 2 femmine maggiori e 2 maschi, de' quai poppavano i tre: e questo fu il primo danno che noi ricevemmo, d'essere piccoli rimasi sanza padre. E da questo primo diriv il secondo, che noi in poco di tempo rimanemmo sanza madre, che si rimarit, perch era molto giovne, a Simone di Rubellato Ispini. Segu il terzo che noi rimanemmo nelle mani de' manovaldi; e come ch'e' fussano buoni e leali, non da fare paragone al padre, ma tutto per mille ragioni va loro pello contradio. Segu il quarto, che noi ovvero i nostri manovaldi si trassono di mano in poche anni de' fiorini cinquemila, di ventimila ne test; e questa ispesa fu nel mortoro, ne' lasci che furono assai, nella dota di nostra madre e in molte ispese trasordinarie si fa della roba de' pupilli isventurati; fra le quai noi n'avemmo di tratto una di circa di fiorini 500 d'oro, i quai si spesono per Bernardo Morelli e per tutta la famiglia di Giovanni i quai con noi fuggirono la mortalit a Bologna. E, come avviene a' pupilli, altri ispende e logora e consuma e 'l pupillo paga: cos per quel tratto in ristoro del danno nostro ci avvenne questo. Segu il quinto, che dove per lui si guadagnava e avanzava, noi venimmo a perdere a giornate. E chi avea a dare dicea ch'avea 'avere, e chi cancillava e chi negava, e tale minacciava e tale non se ne volea impacciare de' manovaldi, o a preghiera d'altri o per paura o perch ne toccasse o perch non gli calesse di noi o per servire l'amico o per che che si fusse: in questo caso si ricevette gran danno. Seguit il sesto, che nella gravezza del Comune noi fummo subitamente raddoppiati in tre doppi, dove pe' danni nostri non ci si venia la met che a nostro padre. Seguit il settimo, che dove i figliuoli prendono ammaestramento e inviamento e stato e ogni buono costume dal padre, noi rimanemmo sanza capo e sanza guida; e come che noi fussimo messi innanzi e da Matteo da Quarata nostro secondo padre e da monna Filippa sua donna, i quai rimasono con noi in casa e amoronci come figliuoli, nondimeno non da fare paragone al padre; come che 'l detto Matteo ci venne meno tosto e nel tempo del maggiore bisogno. Da questi sette ch'i' t'ho nominati ne dirivano assai danni, i quai non si potrebbono mai immaginare n ricordare, ch sono infiniti; e per non lasciare cos ignudo e abbandonato lo isventurato pupillo, i' seguir in sette piccioli capitoli quello riparo e consiglio che sopra a ciascuna in disparte mi pare, secondo il mio povero intelletto, da seguitare e tenere, volendo pigliare alcuna favilla di rimedio secondo che oggi d a noi questa vita ispinosa e crudele. (Primo danno: certi buoni consigli). Nel primo danno ch'i' dico che 'l picciolo fanciullo riceve della morte del padre, da pigliare questo rimedio: cio tu debbi nell'et di venti anni, pogniamo che li sangui ti bollino e che tu disideri essere isciolto e darti vita e buono tempo, nondimeno, per rispetto del frutto che de siguire buono e perfetto, recati la mente tua al petto. E prima misura te, chi tu se' e di che condizione e di che natura; e appresso misura lo stato

tuo, quello che richiede e quello che pu in quanto all'onore e alla sustanzia del tuo valente; e non ti ingannare ma seguita il consiglio e fondamento della coscienza tua. E stella giudica che il meglio avanzi e che ragionevolemente tu meriti bene per rispetto delle tue virt e della tua sostanzia o inviamento, dilibera di torre moglie e di volere figliuoli. E se prendi questo partito, cio di volere una volta moglie per averne figliuoli, dilibera a mano a mano volerli levare dai sopra detti pericoli. E d: S'i' ho figliuoli, io gli voglio potere allevare i' stessi, i' voglio vedegli uomini, i' voglio inviagli e correggerli a mio senno, i' vo' vedere qual buono e qual cattivo, i' voglio che nella mia vecchiezza e' sieno tali che mi possino atare ne' miei bisogni; i' ne voglio avere la consolazione e l'amaritudine per potere riparare e rimediare dove bisogna . E fatto questo pensiero, e tu dilibera torla da' venti anni insino ne' venticinque, come Idio meglio t'apparecchia fra questo tempo. Ma abbi riguardo di non ti disavvantaggiare per pell'affrettarti: vo' dire che se tu pensassi per indugiarti insino in trenta anni avere migliorato tuo istato in che che atto si fusse, per modo da valerne molto di meglio, indugia; e abbi questo a memoria, che mai in quest'atto, n eziandio in niuno altro dove onore s'appartenga, la volont non t'acciechi; ma con buono e maturo pensiero e consiglio di tuoi buoni parenti e amici piglia partito in ogni tuo fatto. Ma dove questi casi non avvenghino, o altri simili, to' moglie nel detto tempo. E a questo abbi riguardo primamente: di non ti avvilire, ma piuttosto t'ingegna d'innalzarti, non per per modo che ella volesse essere il marito e tu la moglie; ma guarda d'imparentarti con buoni cittadini, i quai non sieno bisognosi e sieno mercatanti e non usino maggiorie. Sieno antichi nella citt tua, sieno onorati dal Comune e sieno Guelfi, e non abbino alcuna macula, come di traditore o di ladro o di micidio o di bastardo discesi, o d'altri cose che sono di rimprovero e di vergogna. Sieno netti e sanza macula, e abbino nomea di buoni parenti e amorevoli; e che non sieno cani del danaio ma usino cortesia temperatamente, come s'usa pe' savi uomini e buoni cittadini. Appresso, abbi riguardo ch'ella sia bene nata, di madre di gente da bene e di parentado onorevole, e ch'ella sia istata onesta donna e di buona fama; e simile sia istata onesta e netta donna la madre della madre, cio l'avola della fanciulla, e di buone e care donne abbino fama per tutti. E arai riguardo ch'ella sia donna pacefica e non altiera o superba, e ch'ella sia, secondo donna, ragionevole e intendente; e se pure di queste cose non ti potessi bene chiarire, guarda alla radice del fatto, cio ch'ella sia gentile donna nata di buono uomo, e cos conversata, cio col marito, che sia istato o sia uomo che temi vergogna. Appresso, togli fanciulla che tu ti contenti, ch'ella sia sana e 'ntera e ch'ella sia grande, per rispetto della famiglia n'aspetti; ch'ell'abbia poco tempo, cio non sia punto trasandata, ch diventono viziose quando non hanno quello che la natura richiede: non si intende per quelle che sono perfette, ma comunemente intendi. Guarda ch'ella sia onesta e non troppo baldanzosa, e ch'ella non sia troppo vana, come di vestimenti, d'ire a tutte le feste e a nozze e ad altre cose vane; ch al d d'oggi vi s'usa gran disonest, e di gran bottoni vi s'attacca, tali che non ne vanno se non col pezzo: e non niuna s buona che usi le predette cose non diventi viziata. Della dota non volere per ingordigia del danaio affogarti, per che di dota mai si fece bene niuno; e se l'hai a rendere, ti disfanno. Sia contento a questo: avere quello ti si richiede secondo te e secondo la donna togli. E perch la giovanezza malagevole a raffrenare, se fai quello che di sopra si consiglia, e tu voglia farlo a quel fine il perch tu se' consigliato, cio d'avere figliuoli tosto, acci te gli possa allevare tu istessi, ti conviene usare il senno in questo: cio usa temperatamente con lei, e non ti lasciare punto trasandare. E se vuoi potere fare questo, ti conviene ammaestrare lei che non si dimestichi troppo teco; come che s'ella vede tu voglia trasandare, ella ti fugga dinanzi, eschi del letto, s'ella v', e vada da pi e per un poco di spazio si cansi. E simile ti conviene fare a te, levarti dinanzi alla furia; ist poco in casa, vattene in contado, datti a qualche esercizio, acci t'esca di mente; e simile, con ci che tu puoi ti raffrena. E facendo questo tu arai prestamente figliuoli: tu gli arai bene granati e forti e grandi, tu gli arai maschi, tu ti manterrati giovane e fresco, tu istarai sano e allegro, tu farai ogni bene. Se tu tieni il contradio modo, tu ti guasterai della persona, tu infermerai, tu ti guasterai lo stomaco e le reni; e se ti venisse punto di febbre, istarai a rischio di morire. Tu guasterai ancora lei, ma non come te, tu non n'arai figliuoli se none a stento, tu l'arai femmine, tu l'arai tisichi e mai non parr che vadino innanzi, tu viverai tedioso e ontoso e maninconico e tristo: non ti darai piacere n in detti n in fatti, e parr che ogni cosa ti sia una trave: tu non arai mai bene. E dove questo ch' detto de venire a buono effetto tenendo lo stile detto di sopra, cos verrebbe per lo contradio e sarebbe cattivissimo partito a pigliare seguitandolo male, come di sopra detto. E perch tutti i casi non si possono recare a memoria, ch non possibile, e' si conviene con tutti gl'insegnamenti avere senno naturale e pensare a tutti i casi che occorrono e avere consiglio di ci che tu fai; e non potrai quasi mai errare. Non veggio alla prima parte altro rimedio che questo, e cetera. (Secondo danno: buoni rimedi e cetera). Come scritto innanzi che avvenne a noi, cos penso che ne' medesimi casi avverrebbe a' pi: cio che rimanendo sanza padre dove la madre rimanga giovane, e figliuoli che rimangono possono fare conto rimanere ancora sanza madre e pi d'avere a rendere la dota. E volendo ancora pensare a questa parte d'alcun rimedio, si pu dire che il migliore ci sia, a seguire quello propio istile che detto abbiamo innanzi, dove iscrissi del padre; e volendo quel medesimo dire, in questo non di bisogno repricare, ma

facendo l'uno ti viene fatto l'altro. Bene ti voglio aggiugnere qui alcuna cosa. Che se tu hai fatto quello che dinanzi scritto ed e' venga per caso che Idio ti chiami a s a tempo che la famiglia tua rimanca piccola e lasci la donna giovane, pensa in te medesimo e disamina se la donna tua principalemente t' suta fedele e s'ella t'ha portato amore come debba la donna buona portare al suo marito, e s'ella ha amore a' tuoi e suoi figliuoli, e s'ella di s temperata natura che accozzata colla condizione sua tu pensi ella possa istare vedova; e appresso, ch'ella sia leale (questo conoscerai nella cupidigia sua), o se ella avesse fratelli o istretti parenti che fussono bisognosi. E se sopra tutto conosci ella sia onesta e temi vergogna, e che ancora ella sia saputa, di buono ingegno e provveduta alla masserizia, e ch'ella non sia s vaga che bene ch'ella volesse essere buona ella non fusse lasciata: quando arai contemplato tutte queste parti e troveralle tutte in lei buone e perfette, o veramente, contemplato tutto, raccorrai che in lei vinga il meglio e non dubiterai di molto, o veramente se la conoscessi mancare nelle dette parti per modo da perdere di lei la buona isperanza, seguita questo istile nell'utima tua disposizione e volont. E come detto, se tu conosci la donna tua pienamente dotata delle sopra dette virt, sicuramente e sanza niuno dubbio nel tuo testamento lasciala facitore e dispensatrice di tutti i tuoi fatti, libera e spedita: e questa larghezza buona a usare ne' buoni, con ci sie cosa che tu le dai indizio dello istare con essi; e bene ch'ella non avesse voglia dello istarvi, vedendo la fede che tu dimostri avere in lei, ella, per vergogna, se non facesse per altro, diliberr istare. Ma perch'egli impossibile e non se ne truova di quelle cos fatte (e s'elle sono, non durano, ma subito si voltano come viene loro la volont o un poco di sdegno o di disastro), per dico che in lei al tutto non t'affidi. Ma se hai vaghezza che la donna tua rimanga al governo de' tuoi figliuoli, lasciala pi libera che tu puoi, ma none in tutto: lascia che ella con due o tre tuoi parenti fidati possa fare il tutto, con questo, che sanza lei non si possa fare niente. E dove ella none voglia istare, ch'ell'abbia la dota sua e niun'altra cosa pi: e questa una delle cose che la far piuttosto istare. Se vedi e conosci che 'l meglio la vinca e ancora ti contenti ch'ella istia con essi, lascia che, s'ella ist con essi, ch'ell'abbia oltre alla dota alcuna cosa, secondo che tu puoi, della sostanzia tua; s veramente che, s'ella none ist co' figliuoli, non abbia niente oltre alla dota. E lascia che ella abbia da potere vivere del tuo se' figliuoli le riuscissono rei; e lascia che ella abbia a fare i fatti de' fanciulli insieme con altri tuoi parenti e amici s veramente che le due parti d'accordo possino fare i fatti loro: e questo mi pare il migliore modo ci sia a conservare la madre in guardia dei figliuoli. Se tu conosci la donna tua poco savia, poco amorevole, vana, lussuriosa, iscialacquatrice, e abbia i suoi parenti bisognosi e degli altri difetti, come ce n'ha assai, sie contento in questo caso ella si rimariti piuttosto che s'ella istesse vedova; per che istando vedova ne pu uscire pi danno e pi vergogna ne' tuoi figliuoli che maritandosi, imperocch chi non fa bene i fatti suoi non far mai bene que' del compagno; ma provvedi in lasciarla pure facitrice cogli altri manovaldi per onore e per dovere, ma mettile a petto chi l'abbi cura alle mani. Usa in costei pi istrettezza: ch'ell'abbia le spese assegnate; non le lasciare sopra a dota, o sti' ella o non; per che non nel vero s trista madre che non sia meglio pe' figliuoli che altra donna. Sopra a questa materia non veggio si possa fare pi, che sia onesto, a volere la donna vedova, che questo ch' scritto di sopra. (Terzo danno: della madre ti conforto ovvero de' manovaldi). Pongo dinanzi, come avete trovato, che 'l terzo danno che riceve il pupillo si di rimanere al governo de' manovaldi. E come chiaro e aperto vedi, e' baratta la volont d'uno a quella di molti, e' baratta l'amore e carit del padre verso il figliuolo, che infinita, a quella degli istrani, o parenti o amici. Istrani gli chiamo, perch dove giuoca pecunia o alcuno bene propio, n parente n amico si truova che voglia meglio a te che a s, disposta la buona coscienza da parte; s che resta, dove il padre pensa darli in guardia e al governo del parente e amico, e' lo d al nimico, avendolo in quel punto permutato. Per che tanto basta il parente e l'amico quanto ti baster l'avere o lo stato dove e' penser trarre utilit; e morto tu, di niente si racorda; ma dove e' traeva da te o aspettava di trarre, e per ti mostrava amore, ora e' diventa istrano contra il pupillo, togliendosi da s quello che il pupillo per sua libert non gli pu dare. Appresso vedi che mancato alle pecorelle il pastore, i lupi le divorano, perch vanno sanza regola e non hanno difenditore; cos avviene a' pupilli: e' sono rubati, ingannati e traditi da tutti e massimamente da chi loro pi istretto. Appresso, acci che non si possino mai vendicare, e' sono tirati addietro in tutte le virt, istati o ricchezze, acci che non possino mai raccogliere l'alito nonch vendicarsi; e simile in tutti i casi e' sono trattati tanto male quanto dal padre e' sono trattati bene. E per da pensare di que' rimedi ci sono meno rei; e come che per me se ne vegga pochi (ch nel vero ci sono iscarsi), nondimeno ne chiarir alcuno, secondo il mio vedere, in parte buono. E questo che tu, padre, volendo antivedere alla salute de' tuoi figliuoli, prima provvedi, come per innanzi si scrisse, che la madre rimanga con essi. Appresso vedi di darle buona compagnia, cio ricerca se hai parenti che sieno amorevoli, leali, divoti di Dio (ma non ispigolistri, che sono i pi ipocriti), e che per addietro n da te n da' tuoi e' non si tenghino gravati d'alcuna cosa; che sieno ricchi, o veramente non bisognosi. E non ti curare per non torre de' pi tuoi istretti, sien eglino buoni; ma non cambiare per il parente all'amico quand'e' sono di pari bont. Appresso non torre gran numero: fa che non passino i sei, e che le due parti possino fare e non sanza il consentire della madre; o, se non

vi fusse la madre, togli in suo iscambio il padre di lei o un fratello, se sono uomini da fidarsene, com' detto. Ma a questo t'affida poco, perch un dare indizio alla donna si rimariti, ed e' si vuole levare via ogni cagione, come detto addietro. E se tu vedessi o dubitassi la donna tua non si rimaritasse, e vedessi che rimaritandosi e' rimarrebbono male accompagnati di manovaldi, allora mi pare farai meglio a lasciarli al governo del Comune. E ancora se ti vedi povero di parenti, e di s fatti che non te ne fidi, ancora in questo punto gli lascia al Comune con ogni larghezza della madre: questo fa sempre se di buona condizione. Ancora se vedi troppo inviluppati i fatti tuoi o in mercantie o in debiti, o che tu abbia 'avere o a ritrarre il tuo di strane genti o di ma' pagatori, ancora lascia i figliuoli tuoi nelle mani del Comune: per molte cagione meglio il Comune che parente o amico. E veramente i' credo che questa la pi salutifera via pel pupillo che niun'altra: come detto, la madre prima, appresso i buoni parenti e ricchi e sanza vizio, o veramente amici, e utimamente, dove le due vie manchino, appiccati alla terza, cio al Comune. Ancora t'avviso che se tu ti senti avere un diritto e leale parente o amico, che tu l'abbia provato (altrimenti non t'affidare), lascialo attore de' tuoi fanciulli, con questo, ch'e' renda ragione a' manovaldi ogni anno e che a loro istia il raffermarlo o veramente accettarlo. Questo fa per loro onore: a te basta l'avere dimostrato loro la volont tua e la fede hai in esso: la libert non si vuole torre a chi ha a rendere ragione, come hanno i manovaldi. Se lasci fanciulle femmine, fa ch'elle non si maritino se non hanno anni quindici compiuti; e sia discreto della dota, secondo la famiglia: lasci el valente loro, istimandolo meno a quel tempo il quarto. E se hai figliuoli che a quel tempo fussono in et, lascia a discrezione di lui e della madre, che possa dare alla fanciulla, a buona discrezione, insino in fiorini dugento pi oltre alla dota, e cetera. (Quarto danno del pupillo: de' suoi ripari). Il quarto danno che riceve il pupillo, come addietro trovasti, si sono molte ispese che gli occorrono dopo la morte del padre, come principalemente il mortoro, dove va gran danaio. Appresso, il rendere della dota, ch, o rimaritisi la madre o donna del testatore o non, ella vuole la dota appo s e vuolsene i frutti netti. Appresso, i salari dell'attore o fattore, danari e derrate che gli conviene dare a parenti o amici, ch niuno vorr parlare per loro o raunarsi a fare niuno loro fatto se non premiato in qualche modo. I debiti loro conviene ch'essi paghino presti e conviene che si ricomperino d'interesso in qualche modo; s'egli hanno 'avere nulla, e' non gli possono avere se non a stento, e l'uno minaccia e l'altro dice che ha a riavere usura dal padre: e, come dinanzi pienamente detto, egli hanno per molte cagioni a trarsi di mano assai danari. Sanza che pare che, morto l'uomo, in quel punto muoia l'avere; e quest' una disavventura che avviene a tutti. E per, considerato tutte le dette cose e volendo riparare in parte al bisogno del pupillo, debba il padre principalemente pensare di morire ogni in d; e questo per trafficare il suo sodamente, ordinatamente e per una aperta via, none avvilupparsi co' cattivi contratti, che sono que' danari e quelle ricchezze che muoiono insieme colla persona, non avvilupparsi in molte cose e di molte ragioni o con molte persone. Se pigli a trafficare di lana o panni franceschi, fa da te medesimo e non volere arricchire in due d, fa col tuo danaio propio e non n'accattare mai per guadagnare, fa le tue faccende con persone fidate e che abbino buona fama e sieno creduti e che del loro si vegga al sole; e se alcuna volta te ne truovi ingannato, non gli ricadere pi nelle mani. Non credere la tua mercantia a chi la volesse sopra comperare: non ti inganni mai lo 'ngordo pregio, vogli sempre iscritte ispecchiate; innanzi fa meno, fa tu sicuro. Se fai arte di lana, fa col danaio tuo, non essere vago di mandare di fuori la tua mercantia se non hai uno a cui ella tocchi come a te; se puoi fare sanza compagno, fa; se non puoi, accompagnati bene, con buon uomo e ricco, e non co' maggiori di te, e spezialmente nello istato, o di famiglie che usino maggioranze. Non fare mercantia o alcuno traffico che tu non te ne intenda: fa cosa che tu sappi fare e dall'altre ti guarda, ch saresti ingannato. E se vuoi intenderti di nulla, usala da fanciullo: ist con altrui a' fondachi, a' banchi, e va di fuori, pratica i mercatanti e le mercantie; vedi coll'occhio i paesi, le terre dove hai pensiero di trafficare. Pruova cento volte l'amico, o veramente quello che tieni amico, prima te ne fidi una; e con niuno mai ti fidare di tanto ti possa disfare. Va sodamente nel fidarti e non t'abborracciare: e chi pi ti dimostra nelle parole essere leale e saputo, meno te ne fida; e chi ti si proffera, non te ne fidare punto in niuno atto. I gran parlatori, millantatori e pieni di moine, goditegli nell'udire e d parole per parole, ma non credere cosa ti possa nuocere e non te ne fidare punto. Da ispigolistri, picchiapetti, ipocriti, che si cuoprono col mantello del religioso, non te ne fidare: piuttosto d'un soldato. D'uno che abbi mutati pi traffichi e pi compagni o maestri, non avere a fare niente con esso; con uno che giuochi, attenda a lussuriare (e spezialemente con maschi) o che vesta di soperchio o conviti o abbia il capo forato, non ti impacciare con esso in affidarli il tuo o commetterli tue faccende. Se traffichi di fuori, va in persona ispesso, il meno una volta l'anno, a vedere e saldare ragione. Guarda che vita tiene chi per te di fuori, s'egli spende di soperchio: che faccia buoni crediti, che non s'avventi alle cose n si metta troppo nell'affondo, che faccia sodamente e non passi mai il mandato; come egli t'ingambasse in nulla, mandalo via. E sempre con senno ti conduci, e non t'avviluppare e non fare mai dimostrazione di ricchezza: tiella nascosa e d sempre a intendere e nelle parole e ne' fatti d'avere la met di quello che hai; tenendo questo istile non potrai essere di troppo ingannato, n tu n chi di te rimanesse. Fa pure che ne' tuoi libri sia iscritto ci che tu fai distesamente,

e non perdonare mai alla penna e datti bene a intendere nel libro; e di questo seguiter che tu guadagnerai sanza troppo pericolo. Tu ti ritrarrai presto, e non per riottoli, dove sarebbe lo 'nganno; tu non arai a temere d'avere a fare ristituizione o ch'ella sia domandata a' tuoi figliuoli, e viverai libero, sentendoti fermo e sodo nel valsente tuo e sanza pensiero. Appresso a questo, si vuole avere riguardo di non lasciare i tuoi figliuoli con troppi incarichi: considerato che di nicist e' s'hanno a scorporare pe' bisogni sopra detti, non se ne vuole arrogere troppi, ch' molto maggiore fatica a fare che a dire. Fa da sano le limosine, e saranno pi accette a Dio e con meno danno e sconcio de' figliuoli tuoi; e se pure ne lasci degli incarichi, d loro ispazio di tempo, se senti e' rimanghino male agiati a danari, e non lasciare mai nulla in perpetuo, non mai: poni fine a quello che vuoi si faccia. E non ti fondare, nel lascio tuo, in su quello valsente che lasci rimanendo i fanciulli piccoli: cos intendi a ci ch'i' dico, ma isbattine il quarto, eziandio che tu lasci netto, com' detto di sopra; e su quello ti fonda e non potrai errare. Pe' pupilli lascia poca gente al loro governo, e sieno buoni. Se fai mercatantia e non sieno tali che la intendino, lascia si ritragga il tuo; se hai contanti e' tuoi figliuoli abbino tante possessioni ricolghino quello bisogna loro, lascia e' si dipositino a buone iscritte e a discrezione, s veramente che tutti i manovaldi ne sieno d'accordo. E lascia che niuno d'essi o loro parenti ne possino avere; e se pure ne dessono o pigliassonne, che sieno tutti tenuti a quello diposito, e ciascuno in tutto; s veramente che, se i detti manovaldi conoscono i loro pupilli rei e cattivi e da sapere male guidare il danaio e pi atti a spendere, a giucare, a manicare che al guardalli, grescerli e serballi o atti a fare mercantia, che in questo caso, eglino, per bene e buono salvamento de' pupilli, debbino ispendere i detti danari in possessioni presso a Firenze, in buoni terreni e non presso a fiume, e dove sia dovizia di lavoratori, e da poterle ogni in d rivendere. E seguitando questo modo sopra detto, i' credo veramente che sia la salute del pupillo, volendolo conservare nella sua giovanezza. (Quinto danno: delle trappole a' pupilli sori). Iscrissesi il quinto danno che' pupilli ricevono pelle perdita del loro padre: e questo, come detto, avviene che ciascuno piglia loro cuore addosso, come fanno gli uccelli rapaci a' piccoli istarnoncini, che con poco di fatica gli prendono, pelandogli a poco a poco insino che rimane ignudo. Cos il povero pupillo pelato da' parenti, dagli amici, da' vicini e dagli strani; e da ognuno con chi s'impaccia egli rubato, ingannato e tradito; e dove egli avea il padre e pastore buono che lo arricchiva, ora i' rimane per iscambio tra' lupi e tra' cani. E in questo ha pochi rimedi o non niuno, se non quello di Dio e se ci rimaso alcuno amico di Dio, de' quai si truova pochi in fatti. In atto o in parole ce n'ha assai; e perch da questi rimangono ingannati i fanciulli giovani non usi n pratichi tra loro se non quando sentono i morsi, dico che prima tu t'assicuri nella casa tua il pi che tu puoi, in questo modo. Non ti fidare di niuna servigiale, maschio o femmina; non ti fidare, se none il meno che puoi, di niun'altra femmina o uomo ti bazzicasse in casa, o parente o non che sieno; ma onestamente e per modo che non s'avvegghino abbi cura a' fatti tuoi. Fa prima uno inventario di ci che tu hai, e fallo che ognuno il sappia; non lasciare in casa se non quelle masserizie che ti sono necessarie e none volere mai di soperchio. Assegna alle donne le masserizie s'appartengono a loro, e quelle d guardino, e ch'elle te ne sappino assegnare ragione quando le domandi. Alla fante assegna quelle s'appartengono a lei e che ancora sie tenuta d'assegnarne ragione, e simile fa al fante, se l'hai: ogni altra cosa serra, e sia che vuole. Bene fa che del pane e del vino si possa avere: fa appiccare la chiave in sala, in luogo evidente per tutti. Come olio, carne insalata, grano o farina o biada, queste cose serra; se non le puoi serrare, lascia nella casa appunto quello ti bisogna, o poco pi; l'altro vendi, e vedrai in capo dell'anno, avendo prima veduto diligentemente quello de logorare. E se ti trasanda, d: I' sono ingannato; tienvi mente e mettivi rimedio. Se t'avvedi che persona ti rubi, dalle commiato, e sia chi vuole, o tu le serra ogni cosa: davvi rimedio come vedi che sia abbastanza. Co' tuoi lavoratori ist avvisato: va ispesso alla villa, procura il podere a campo a campo insieme col lavoratore, riprendilo de' cattivi lavorii, istima la ricolta del grano, quella del vino e dell'olio e biada e frutte e tutte altre cose; paragona cogli anni passati alla ricolta dell'anno, come hanno trasandato gli altri tuoi poderi quelli del vicino. E simile, domanda della fama e condizione di costui: guarda se troppo favella, se si millanta, se dice assai bugie, se si loda d'essere leale: non ti fidare di questi, ist loro cogli occhi addosso. Poni ispesso mente in casa sua e 'n ogni `luogo, vogli vedere la ricolta nel campo, nell'ala e alla misura; e sopra tutto possiedi ispesso la possessioni se vuoi ti risponda bene, e fa d'avere la parte tua insino delle lappole. Non compiacere mai di nulla al villano, ch subito il riputa per dovere; e non ti farebbe di meglio un festuco se gli dessi la met di ci che tu hai. Non ne volere mai vedere uno se non t' di nicist, non gli richiedere mai di niuno servigio se non con pagallo, se non vuoi ti costi l'opera tre cotanti. Non fare mai loro un buono viso, ist poco con loro a parole, ricidile loro subito, non fare loro male se gi non ne fanno a te. Se niuno villano ti fa meno che 'l dovere, gastigalo colla ragione e non gliene perdonare mai niuna. Non andare caendo loro presenti e non gli volere; e se pure te ne danno, non ne fare loro di meglio nulla. Servigli della ragione e aiutagli e consigliagli quando fusse loro fatto torto o villania, e di questo non essere lento n grave; va presto e fa loro questi servigi, d'altro mai non ti travagliare. E sopra tutto non credere loro mai nulla se non quello che tu vedi e non ti fidare mai di niuno a niuno giuoco. E facendo

questo dovrai essere poco da loro ingannato e sarai amato pi che gli altri e sarannoti riverenti, secondo loro, e arai quello bene di loro ch' possibile avere. Ancora, nel trafficare che farai co' tuoi cittadini e con parenti e amici, terrai questo istile se non vuoi perdertegli o da loro essere rubato e 'ngannato. Usa parentevolemente con ogni tuo cittadino, amagli tutti e porta loro amore; e se puoi, usa verso di loro delle cortesie. Vogliti ritrovare ispesso con loro: d loro mangiare e bere alcuna volta, e nondimeno abbi riguardo a chi, e pi ispesso a' buoni che a' cattivi. Nondimeno ist bene con tutti: non isparlare mai contro a persona, n mai acconsentire d'udire dire male di persona, n ispezialemente di niuno tuo vicino; e se pure n'odi dire, o tu ti sta cheto o tu rispondi in bene. Se niuno ti richiede di niuno servigio dove non abbi a mettere del tuo, servi presto e volentieri ogni ragione di gente e di parole e di fatti; guarda di non disservire persona, e per ti fonda sulla ragione e quella aiuta giusta tua possa onestamente; e facendo questo non offenderai a persona. Ingegnati a dirizzare chi si partisse dalla ragione colle buone parole, se puoi; e se non puoi, e tu sia ufficiale a giudicare, fa la ragione. Se se' richiesto di danari o di malleverie o d'alcuna obbrigagione la quale ti potesse fare danno, guardatene quante dal fuoco, e non ti mettere in niuno luogo dove tu ne possa avere danno, per che t'inconterrebbe due o forse tre danni: l'uno, che tu perderai il tuo, il secondo, che tu perderai il parente o l'amico, il terzo, che'e' ti diventer nimico e offenderatti come nimico se tu gli chiederai il tuo da due volte in su, o non. Dico che per un piccolo danno il quale ti sia lieve a sopportare pell'amico tuo, non lo ischifare, ma fa ragione il primo d avelli perduti, e non te ne crucciare e non gli dimostrare altro che buono viso, acci non ti perdessi i danari e l'amico; ma fa ragione avello obbrigato e non vi ricadere pi con lui, e dagli altri ti guarda. Di maggiore danno che ti potesse pervenire, guardatene e non vi cadere. E quando tu vedessi fare bene gran punga e dire: I' te gli render di qui a un mese... i' gli ho 'avere... , e qua e l, allora e tu serra bene in tutto: fa orecchie di mercatante e non ti lasciare ismuovere n a danari n a promessa. E quande tu hai detto due o tre volte di no ed egli pure ti riprovasse, sappi se ti sicura bene, e se ti sicurasse bene e tu vegga di poterlo servire, fallo, ma vavvi su co' calzari del piombo. Non t'obbrigare mai se non se' prima sicuro e guarda che la sicurt sia sofficiente: non ti curare di perdere un poco di tempo, ma non volere perdere nulla del capitale. Ora a questo ti conviene essere molto savio, per che chi ha il bisogno usa le pi astute vie e le pi segaci del mondo. E' si mover di lunge a dire di suoi avvisi e suoi guadagni e suoi traffichi e suoi viluppi, e diratti: S'io avessi dugento fiorini e' mi darebbe il cuore di raddoppiagli: i' gli dare' volentieri la met del guadagno...; se uno mi facesse pure la scritta, gli accattare' io a buono pregio; e con queste parole e con altre simili e' ti verr a sottrarre e a richiederti. E se tu non reggerai al primo colpo, egli enterr pi a dentro: Fammi la scritta: i' far dire la mercantia in te, i' te la metter in casa; farai tu... Tu se' sicuro: come credi tu ch'io te lo dicessi? I' vorre' prima essere isquartato... E' ce n' venti che me ne servirebbono, ma i' non voglio der loro questo avviso n questo utile; ma ho caro di darlo a te, come a persona ch'i' conosca... Non dico perch io ti sia innanzi, ma per la verit; e volesse Idio che ci fusse la possa come ci il buono animo! . E via busbaccando, se tu non sarai savio, e' ti giugner e poi si far beffe di te come d'un balocco. E simili tranelli e molti altri s'usano per giugnere il compagno: chi con presenti, chi con cene e con molte onoranze, chi ti conduce in sul fatto Prima ti dica nulla, con due o tre che 'l serviranno o che ne faranno vista, perch tu ti vergogni di disdire; e in molti modi si trappola il danaio. Sie savio, e non ti lasciare mai giugnere. Le scuse sono assai: Io ne sono botio... I' n'ho fatto saramento... I' sono legato con mio fratello di non m'obbrigare sanza sua parola... I' sono obbrigato al mio compagno... Perdonami: i' mi voglio pensare... Che bisogna usare meco queste cautele? Che non me lo dicevi tu realemente? Tu mi fai dubitare dove i' non arei... I' mi vo' pensare; e sempre piglia tempo e pensavi su, e abbine consiglio sei volte prima t'arrischi una mezza. E sopra tutto (e questa tieni bene a mente) non t'obbrigare mai per niuno fallito, assai ti sia egli parente o amico; non mai, se tu vedessi coll'occhio ch'egli avesse da rendere quaranta soldi per lira non vi ti affidare mai, se gi non diliberi volegli perdere per lui. Non torre n pegno n nulla, n non ti affidare alle grasse promesse: fa che non sia teco (nollo ismenticare!), non ti lasciare gonfiare, ist sodo per che non pu fare non abbia a caderti alle mani. E, passata la furia, tu lo contenterai con uno moggio di grano o con dieci fiorini; e terrassi vie pi servito di questo che del primo, per che 'l primo va a' creditori e questo si rimane a lui. E per sie savio (i' tel dico per pi di tre pruove gi fattone a mio grande danno): non ti fidare mai di persona, fa le cose chiare e pi col parente e coll'amico che cogli strani, come che con ognuno; fa con carte di notaio, con obbrighi liberi a un'arte; non ti affidare a scritta di libri, se non per terza persona. Or e' ci molte altre zacchere; ma in sustanza terrai a mente questo e non sarai rubato, e cetera. (Sesto danno: delle gravezze e onori). Dissi che il sesto danno che riceve il pupillo nelle gravezze del Comune; e simile viene a essere negli onori dove e nell'uno e nell'altro per molti rispetti egli male trattato. E delle principali cagioni ch'egli piccolo e menepossente, e non sa chi gli fa male, non considera nulla: attende a' diletti fanciulleschi e giovanili, non sa dire i fatti suoi, attiensi al rimagniente. Appresso, e' non si truova nelle borse e ne' luoghi dove e' s'usa rendere pane per cofaccia, e per questa cagione egli cavalcato; e bene che al tempo debito e' si possa trovare, e' si stima (ed

cos la verit) e' gli fia uscito di mente o ar per lunghezza di tempo perdonato, considerando non essere il primo a cui avvenghino simili servigi. Appresso, egli necessario che si sappia il valente suo, perch trassinato e rivolto da pi gente, egli nelle menti di molti. E 'nterviene a costoro come a chi giuoca: che se vince dieci fiorini, e' si dice di venti o di pi e conviene che ne spenda; se perde, o e' non se ne dice nulla o si dice di meno, e non niuno che glien'arroga o che ristori di nulla. Cos interviene al pupillo, che i manovaldi cattivi, per iscusa d'usufruttare i beni del suo pupillo, dice: Egli ricco, e' ricoglie venti cogna di vino: cos gran fatto e' me ne dia uno cogno?... Egli ha parecchi migliaia di fiorini contanti: cos gran fatto ch'i' gliene serbi mille?. E cos dir il parente; e dove e' sar di bisogno parlare in servigio di lui (pogniamo nella prestanza), i manovaldi, i parenti faranno pastura con chi l'ar a porre 12 che gli levi un fiorino o due e ponghil al suo pupillo, con dicendo: I' m'affatico ne' fatti suoi e lascio molte volte istare i miei: cos gran fatto e' m'aiuti pagare un poco di prestanza?. E simile dir il suo parente. Lo strano il far volentieri per servire chi pu servire lui, e anche glien'appiccher qualcuno de' suoi. L'altro dir: E' sono fanciulli e non hanno niuna ispesa: e' possono portare ogni gravezza. Cos sarebbone loro tolti, megli' se gli abbia il Comune; e' se gli ritroveranno!; e cos va discorrendo, per molte false ragioni appiccato loro il fiasco. E simile negli onori: e parenti vogliono essere innanzi, mettere i loro fanciulli, i vicini il simile, gli altri non se ne ricordano; e se pure sono portati, e' vanno in luogo che non viene a dire nulla e non chi parli per loro. Ognuno ha che fare de' fatti suoi e pe' suoi grava l'amico in forma che pel compagno e' non pu dire se non leggeramente e per modo da non calere troppo. Ed egli da s non sa le cose che si fanno, non conosce gli uomini, non sa rammentarsi; e se pure si rammenta ed si saputo che per se medesimo si voglia trarre innanzi, poco gli giova, ma di molte bugie pasciuto; e cos in effetto egli non ha soldi dieci per lira di quello che dee avere, e conviene ne paghi quaranta o pi per lira di quelli che ha a dare. Ora, volendo in questo come negli altri dare alcuno rimedio, come che pochi ce ne sieno, ma quasi pi per uno esempro de' giovani che per utilit che possa venirne al piccolo pupillo che none intende, dico che a mio parere da tenere e seguitare questo istile. Cio i' comprendo che due sieno le principali cagioni che fanno danno al pupillo: la prima si il manifestare del suo valsento e la fama che sar falsa, peccando piuttosto nel pi che nel meno; la seconda si perch'egli menepossente ed soprastato da tutti, perch e' non si difende n colle parole n co' fatti, ch non uso e non sa. Alla prima dico che conviene che tutti i rimedi venghino da colui che sente la pena e il danno; ch se non rimedier egli, lo strano non vi rimedier mai egli. E questo interviene perch e' si truovano uomini pi rei e pi viziati oggi che mai, e pi se ne trover pell'avvenire; ch se noi fussimo buoni, non sarebbe di bisogno avvisare alcuno del male, per che non se ne farebbe. E pertanto, avendo a venire la difesa da te, il piccolo pupillo non la pu comprendere; e per fa che tu, padre, per aiuto di te medesimo e per aiuto di lui ti regga in questo modo. Prima fa che, se tu traffichi in nulla, come gi detto, tu faccia leciti contratti sopra a tutto; e di questo ti seguir buona fama e non si terr che tu arricchisca cos di subito, e non n'arai tu la 'ngorda prestanza e non dovr, per quella, boce d'usuraio seguire ne' tuoi figliuoli. Ch sai che dicendo: Egli o E' fu un usuraio, ognuno pare che a diletto gli faccia male; e peggio gli far l'altro usuraio che 'l mercatante, per iscusa di s, ch si crede ricoprire, e ancora perch pi cattivo e pi ostinato a fare ogni male. La seconda, che tu traffichi in mercatantia e fa' col tuo propio; e di questo ti seguir buona e onorevole fama: non ti scopirrai in dimostrazione di pi roba che tu abbia. Che se facessi col danaio altrui, tu ti disfaresti a lungo andare e aresti boce di gran ricco; e questo pu pi nuocere che giovare, e se non in te, ne' figliuoli; e per non essere vago di quella boria che ti disfarebbe. E simile, facendo la mercantia pel modo detto, non enterrai in faccenda con molti e sar pi secreto il tuo; dove, se facessi maggiore traffico con pi persone, aresti faccenda e maggiore somme di danaro, dove la boce si spande; e l'utilit non n' per maggiore, ma s il pericolo in pi modi. Guarti da' cambi secchi, che non sono leciti: portasi assai pericolo, per che non accatta se non chi n'ha bisogno, o rade volte; hai a usare in mercato, se' subitamente iscorto e 'nfamato per gran ricco, e se cambierai fiorini mille, si dir di due cotanti e sarai subito carico di prestanza; e se ti muori, non riaranno i tuoi figliuoli del sacco le cordelle, e quello con nimicizia; e per ti guarda da questo. Appresso, non ti millantare di gran guadagni, di gran ricchezza. Fa il contradio: se guadagni mille fiorini, d di cinquecento; se ne traffichi mille, d il simile; se pure si vede, d: E' sono d'altri. Non ti iscoprire nelle ispese: se se' ricco di diecimila fiorini, tieni vita come se fussi di cinque, e cos dimostra nelle parole, nel vestire di te e della tua famiglia, nelle vivande, ne' fanti e ne' cavalli; e in tutte altre dimostrazioni non te ne iscoprire mai con persona, n con parente n con amico n col compagno. Ma da parte e di nascoso fa da te un diposito segreto, un'endica d'olio e di cosa buona e sicura per non dimostrarti in tutto; e queste cose fa sieno sacrete, falle fare a un amico in contado, in luogo sicuro. Non ti iscoprire in molte possessioni: compera quelle sieno abbastanza alla vita tua, non comperare poderi di troppa apparenza, fa che sieno da utile e non di mostra. Rammaricati sempre della gravezza: che tu non meriteresti la met, che tu abbi debito, che tu hai le spese grandi, gl'incarichi de' lasci di tuo padre, che tu abbi perduto nella mercantia, che tu abbi poco ricolto, che tu arai a comperare il grano e 'l

vino e le legne e ci che ti bisogna. E non le mettere per si inorma che si sia fatto beffe di te: d la bugia presso alla verit per modo ti sia creduta e che tu non sia iscorto per un bugiardo. E guarti come dal fuoco di non usare bugie se non in quest'atto: e questo t' lecito perch tu non lo fai per torre quello di persona, ma fai perch e' non ti sia tolto il tuo contra il dovere. Appresso, sia cortese: ingegnati d'acquistare uno amico o pi nel tuo gonfalone e per lui fa ci che tu puoi di buono, e non ti curare per mettervi del tuo. Se se' ricco, sia contento comperare degli amici co' tuoi danari, se non ne puoi avere per altra via; ingegnati d'imparentarti con buoni cittadini e amati e potenti; e se nel tuo gonfalone chi ti possa atare e metterti innanzi, accostati a esso. Se puoi per via di parentado, fallo; se non per questa via, usa con lui, pratica co' suoi, ingegnati di servirlo, profferati quando vedi il bisogno suo. Se hai da potere sanza troppo tuo danno, presentalo, fagli onore di convitarlo ispesso e lui e gli altri tuoi vicini: ist bene con loro, non gli ispregiare, non gli minacciare. Se se' gravato di prestanza, duoltene in ogni luogo onestamente. Non ti dolere di persona per via di minacce, ma tieni a mente chi ti diserve e 'ngegnati recartelo ad amico; e se non puoi colle buone parole e co' buoni fatti, diservi lui nel modo che te e non vi lasciare a fare nulla. E fa che se n'avvegga e che sappia che tu sie tu e la cagione il perch lo fai, acci che un altro non s'avvezzi e che non ti sia preso campo e rigoglio addosso, e che tu sia riputato uomo e non femmina. Mostra il viso dove bisogna e i fatti e le parole; e non usare mai vilt, ma francamente vogli vincere e perdere. Non fare villania a persona se non t' necessario pell'onore tuo; fuggi le quistioni e malavoglienze il pi che tu puoi, ch sono quelle che disfanno altrui e massimamente ne' fatti del Comune. Non essere vago che le tue ricolte, se n'hai molte, ti venghino a casa: favvi venire quello che t' di nicist, e none a un tratto ma poco per volta; ch se farai queste burbanze, il vicino n'ar astio e dir che tu abbi bene mille poderi e che tu venda e grano e vino e olio per sei famiglie: E bene pu la prestanza, ch' tanta la roba che entra in quella casa che se ne pascerebbe un Comune; e tutto l'anno vende ora una cosa e or un'altra. E a questo modo sarai infamato per gran ricco, dove a simili boci s'appiccano di gran picchiate di prestanza. Serbati in villa quello vuoi vendere e di villa il fa portare in piazza se non ne vuoi essere imbociato; ed eziandio farai il meglio per ogni cosa, ch non occuperai la tua casa, non arai lo 'mpaccio de' lavoratori n la spesa, non arai la polvere e le tigniuole, e molte altre recadie vieni per questo a schifare. Se vedr il poveruomo che tu abbi grano a vendere e che tu il serbi perch vaglia pi, e' t'infamer e ti bestegnier e ti ruber o arderatti la casa, se n'ar mai la possa, e ti far volere male a tutto il populo minuto, ch' cosa molto pericolosa: Idio ne guardi la nostra citt dalla loro signoria. E in conclusione, recati a questo: di nascondere la roba tua e 'l guadagno quante e' t' possibile; e cos iscuopri le spese, le gravezze, gl'incarichi e disastri, le perdite e l'altre tue fatiche quanto puoi, e spezialmente dove ti raguni co' vicini e cogli uomini del gonfalone tuo. Or questo mi pare in gran parte quello iscampo che 'l padre pu dare a s in ischifare la gravezza; e appresso buono fondamento a levarla a' figliuoli, dove il caso venisse loro di perdere il padre. Alcuna cosa mi pare s'appartenga di fare al pupillo, come che gli abbiamo posto innanzi lo specchio. Ma pure vo' dire, o vogliamo a lui o a chi l'ha a maestrare, che prima e' s'ingegni d'essere vertudioso, imprendere iscienzia di grammatica e ch'egli imprenda un poco d'abaco: questo s'intende per chi pu o ha da vivere bene. Appresso, che sia costumato, che sia riverente, ch'egli usi co' suoi vicini e spezialmente con quelli che possono farli bene, cio co' figliuoli d'essi pari a lui di tempo, che s'ingegni di farsi volere bene a tutti, che si guardi di non vestire di soperchio, n seta n panni ricchi, che non tenga fante maschio n cavallo, se gi non fusse fattore da villa o bestia da soma. Non tenga maestro in casa, se gi non si gli richiedesse per la gran ricchezza: allora si vuole fare, s non sia tenuto lo facci per avarizia o per miseria. Guardisi da usanze cattive e di gente da meno di s; non essere vago di cose ghiotte e non ne ragionare, mangia d'ogni cosa. Non giucare a zara n ad altro giuoco di dadi: fa de' giuochi che usano i fanciulli, agli aliossi, alla trottola, a' ferri, a' naibi, a coderone, e simili. Anche, in compagnia salta e corri e lancia, e fa altri simili giuochi che addestrano la persona e richieggonsi a' giovani. Usa tra' giovani alle nozze, alle feste, alle cacce alcuna volta; ma non perseverare in questo, ch ti svieresti dalle virt. Usa alle scuole del sonare, del cantare o danzare, dello schermire, e 'n questo diventerai isperto: dara'ti a conoscere da' giovani da bene, sarai riputato vertudioso, saratti voluto bene, arai buona condizione in ogni cosa buona e onorevole. Sia isperto nel parlare, coraggioso e franco e con buona audacia. Iscaccia da te i vizi per ogni modo e via, non gli seguitare, fa loro forza; iscaccia paura, timidezza, poltroneria, avarizia, mentacattaggine, isvenevolezza e altre cose simili, le quai ti fanno tristo e sgraziato e fannoti essere non riputato da niente e schifato; e ognuno, come a tristo e poco a capitale, ti dileggia e sprezza e fatti male. Se dalla natura ti fussono appresentate, iscacciale da te: fa loro forza, fa il contradio di quello ti dice l'animo tuo tristo, isforzalo; e con questo il vincerai. Imperocch, gustato le virt e praticando con le persone da bene e vertudiosi, tu le imprendi subito; se arai l'animo gentile, elle ti diletteranno, tu le gusterai e piacerannoti, e subito ti verr a noia quello vizio che prima acconsentivi. Fa d'essere cortese sopra a tutto e guarda che l'avarizia per veruno modo none istia appresso a te, ma usala ne' giovani e uomini da bene, e temperatamente con buono modo, che tu non fussi riputato una bestia. Piglia asempro da' tuoi pari: se ti

fanno onore a te, fanne a loro, d loro mangiare alcuna volta in Firenze e simile in villa. Abbi alla state una botte di buono trebbiano, dalla Torre o dal Bucine o da San Giovanni o d'altri paesi dove nasce del buono; abbi de' tuoi vicini, de' tuoi compagni giovani e danne loro bere la mattina, come si richiede; o per la festa di Santa Croce o Santo Nofrio, o a quale ti fusse vicina, invita la cittadinanza degli uomini e de' giovani da bene e fa loro onore. Arai una botte di vermiglio brusco, oloroso e buono, e simile il d pe' gran caldi ritruovati co' tuoi vicini e con altri, e d loro bere lietamente e proffera la botte e ci che tu hai a ogni uomo. Ma chi usasse ingratitudine o altre villanie, isdegnane; e vogli conoscere gente con dimostrare che tu te n'avvegga, acci che non sia tenuto mentecatto; e simili d mangiare a de' tuoi vicini o compagnoni e parenti alcuna volta onorevolemente, come si richiede e come vedrai fare ad altri. Dilettati di vagheggiare una fanciulla bella e di persone gentili e da bene: vavvi all'ore compitenti, quando se' uscito da bottega. Abbi uno compagnone fidato che ti faccia compagnia volentieri; piglia dimestichezza nella sua vicinanza con persone da bene; sia costumato e piacevole, usa cortesia con que' giovani suoi vicini; fa cotai operazioni virtuose e che a lei sieno rapporte e ch'ella ti tenga costumato e saputo, e fatti volere bene pelle tue virt. Favvi una volta l'anno sonare, ma non con troppa ispesa o burbanza: fa d'avere tre o quattro giovani da bene, e dillo loro e pollo in sagreto, e abbi i pifferi e quattro trombetti, e favvi sonare: ispendi due fiorini e non pi. E non pi che una volta l'anno, ch saresti riputato un bestiuolo. E cos farai per diventare isperto, per darti a conoscere, per pigliare amicizia co' tuoi pari e per essere riputato da bene e gentile e costumato. Ma sopra tutto ti misura in ogni cosa, e se non puoi largamente fare queste cose, non le fare; se puoi, e ch'elle non ti isviino da bottega, falle, ma sia bene savio, ch'elle sono cose che alcuna volta fanno trascorrere i giovani a cose vituperose: lenvassi da bottega, giuocano e fanno male i fatti loro. Da queste cose ti guarda; e se t'avvedessi che le sopra dette cose ti guidassono a quest'altre, ischifale e fuggile, e quelle e tutte altre che ti isviassono; e sopra tutto guarti dal giuoco e dalle ghiottornie e cattive usanze. Ancora, se ti vedi menepossente di parenti e non vedi essere atato e consigliato nelle tue avversit, ingegnati d'imparentarti e torre uno parente che ti sia padre. E questo vuole essere, se puoi: primamente cerca nel tuo gonfalone, e se ivi puoi imparentarti, fallo pi avaccio che altrove; se non puoi o non v' quello ti bisogna o ti sodisfaccia, cerca nel quartiere; e di quivi non uscire, se gi non ti venisse una ventura d'imparentarsi nella terra d'uno parente che fusse ottimo e avesse tutte le parti da piacere. Ma di simile, com' detto: prima nel gonfalone, appresso nel quartiere. E come che sopra a ci pi innanzi ne sia iscritto assai, nondimeno ti voglio ancora ricordare: fa che 'l parente tuo sia mercatante, sia ricco, sia antico a Firenze, sia guelfo, sia nello istato, sia amato da tutti, sia amorevole e buono in ogni atto; e simile la moglie togli come detto dinanzi. Ancora (e questo fa al tempo d'anni diciotto o circa), se puoi con tuo utile e onore, sia contento, andando in atto di mercantia, di cercare un poco del mondo e vedere e le citt e' modi e' reggimenti e le condizioni de' luoghi; e se t'attaglia, ist tre o quattro anni in questo: diventerai pi isperto e pi pratico d'ogni cosa e pi intendente, e saprai ragionare tra gli altri uomini, sarai riputato assai da pi e arai migliore condizione. Ora, conchiudendo, queste sopra dette cose sono utile a divenire isperto e 'ntendente al mondo, a farsi bene volere e essere onorato e riguardato; e ragionevolemente con queste cose vertudiose tu ti debbi difendere e dalle gravezze e da ogni torto che ti fusse voluto fare. E dove elle non valessono e trovassiti pure nelle gravezze grandi, le quai fussono sofficienti a disfarti, non le pagare. Rubellati dal Comune, acconcia il tuo in forma non ti possa essere tolto: fallo difendere o per dote o per obbrighi fatti in cui ti fidassi; e se non puoi difendere, lascia istare: s tosto non si vende. Se hai danari contanti, acconciali per modo non si sappia sieno tuoi: o tu ne gli porta, se se' saputo a guardarli e trafficarli, o tu ne fa una investita di lana, dove istanno assai i danari, e di poi la vendi alla scritta in Vinegia o in Genova, o tu la fa venire in nome altrui: e 'n ci piglia consiglio. Ma non usare mai parole ingiuriose contra il Comune n contra persona; ma, fatto la pace o fatto una ragunata di molte prestanze, fa d'avere un bullettino: ricorri a' Signori, metti una petizione di pagare il terzo o due quinti a perdere, o che' Signori e' Collegi abbino a ricorreggere la tua prestanza, con informarli tutti della tua impotenzia, e agli amici loro; e qui fa gran punga. E se non puoi al tempo d'un priorato, aspettane tanti ti venga fatto, ch sono cose che chi dura di seguirle, vengono una volta fatte; o, se non vengono fatte, dimostri a tutto il populo tu se' gravato e non puoi pagare, e con questo ne se' altra volta di pi agevolato. E sopra tutto, mai, e spezialmente per questa cagione, non torre danari a costo: innanzi vendi il meglio che tu hai, per che togliendo a costo tu ti disfaresti: pagheresti gl'interessi e la fine ti converrebbe vendere. E questo voglio che sia abbastanza al danno sesto, del quale fia in gran parte rimedio se con diligenzia seguirai i detti ammaestramenti, e cetera. (Settimo danno: d'ammaestramenti paterni). Il settimo e utimo danno, che dinanzi scritto che riceve il pupillo della perdita del suo padre, si i buoni ammaestramenti che a ogni ora e sopra a ogni caso e' ricever da lui, vietandogli i vizi e ammaestrandolo delle virt; appresso, i buoni consigli ch'egli ar dal padre sopra un'avversit o un caso, come tutto giorno occorre, mostrandogli e per ragione e per esempro come la cosa pu riuscire e il rimedio che si vuole opporre, riparando alle cose contrarie che potrebbono seguire. Appresso, ti far isperto di parlare a' cittadini, agli

uffici, a' rettori, nelle ambasciate ti commetter, insegneratti il tinore delle parole, i modi o riverenze s'hanno a fare, gl'introiti delle 'mbasciate e secondo a cui; e cos nell'altre faccende che occorrono tutto giorno, di tutte dal padre se' insegnato. O veramente ch'e' ti commetter: Fa cos, e tieni il tal modo; o veramente sarai con lui, e vedrai i modi suoi e nel parlare e nell'operazione, e imprenderai assai. Appresso, udirai da lui certi casi avvenuti alla citt tua, certi consigli dati per valenti uomini, certi rimedi presi, utili e buoni, e certi presi di danno e di vergogna; e nel suo novellare, volendoti ricordare per informazione di te, ti ricorder molte cose antiche le quai egli ar vedute o veramente udite o lette ne' libri de' romani o d'altri poeti o valenti uomini che hanno iscritto. E cos ti conter cose avvenute a lui, o nella persona o nell'avere, o per difetto di s o d'altri, o ne' fatti del Comune o nella mercantia o in altri casi che d il mondo, o veramente cose avvenute a' suoi antichi, i rimedi dati da loro, o da cui aranno ricevuto premio e servigio, o da cui aranno ricevuto diservigio, chi stato amico ne' loro bisogni e chi stato contradio, e le vendette fatte pe' loro e' meriti renduti a chi e' sono tenuti; e cos in molte cose ricordate dal padre se ne piglia dal figliuolo esempro e tengonsi bene a mente. Ed tanto il vantaggio che riceve il figliuolo vivendo il padre e in tanti modi e in tanti luoghi, che non si potrebbono raccontare; ma perch n'abbiamo innanzi iscritti assai, ci rester poco a dire per questo capitolo. Ma per non lo lasciare cos ignudo, ne ricordereno qui alcune operazioni utili a ristoro del detto danno, di quelle gi dette, e s alcune che per ancora non sono istate iscritte qui, ch non suto di bisogno. E a mio giudicio, il rimedio che de pigliare il giovanetto pupillo, o veramente giovane allevato sanza padre, questo fra l'altre cose: cio e' debba da se medesimo essere sollecito, mentre fanciullo, apparare di leggere e scrivere e tanta grammatica ch'egli intenda secondo la lettera i dottori o carte di notaio o altro iscritto; e simile sappi parlare per lettera e scrivere una lettera in grammatica e bene composta. E di continovo, e nelle scuole e di fuori, vogliti ritrovare, usare e praticare co' giovanetti tuoi pari, che istudino come tu e sieno persone da bene, costumati e vertudiosi; e con loro sia ardito e coraggioso al parlare, a scherzare, all'azzuffare, ma non da male animo, per adattarsi al fare degli altri giuochi appertenenti a simile et. E questi ispassi, o altri pi vertudiosi, come nelle scuole della musica o dello ischermire o d'altri ispassi dilettevoli, si vogliono usare a' tempi non si istudi, come di meriggio, a tempo di state, la sera uscito di scuola, il d delle feste. A tutti altri tempi istudia: prendilo con diletto, sievi sollecito, vinci te medesimo, isforzati quanto puoi d'apparare. E di poi hai apparato, fa che ogni in d, un'ora il meno, tu istudi Vergilio, Boezio, Senaca o altri autori, come si legge in iscuola. Di questo ti seguir gran virt nel tuo intelletto: conoscerai, ispeculando gli ammaestramenti degli autori, quello hai a seguire nella presente vita e s in salute dell'anima e s in utilit e onore del corpo. E come che questo ne' teneri anni ti paia un poco duro e malagevole, come verrai in perfetta et e che 'l tuo intelletto cominci a gustare la ragione delle cose e la dolcezza della iscienzia, tu n'arai tanto piacere, tanto diletto tanta consolazione quanto di cosa che tu abbia: tu non arai tanto a capitale ricchezza, figliuoli, istato, o alcuna grande o onorevole preminenza, quante tu arai la scienza e riputarti uomo e non animale. La scienza fia quella che ti far venire a' sommi e onorati gradi: la virt e 'l senno tuo vi ti tirer, o vogli tu o non. Tu arai in tua libert tutti i valentri uomini: tu potrai istarti nel tuo istudio con Vergilio quel tempo che ti piacer, e non ti dir mai di no e ti risponder di ci lo domanderai e ti consiglier e 'nsegner sanza prezzo niuno di danari o d'altro e ti trarr maninconia e pensiero del capo e daratti piacere e consolazione. Tu ti potrai istare con Boezio, con Dante e cogli altri poeti, con Tulio che t'insegner parlare perfettamente, con Aristotile che ti insegner filosofia: conoscerai la ragione delle cose, e, se none in tutto, ogni piccola parte ti dar sommo piacere. Istara'ti co' santi profeti nella Santa Iscrittura, leggerai e studierai la Bibbia, conoscerai le sante e grandi operazioni che dimostr il nostro Signore Idio nelle persone di que' santi profeti, sarai ammaestrato pienamente della fede e avvenimento del Figliuolo di Dio, arai gran consolazione nell'anima tua, gran gaudio e gran dolcezza, isprezzerai il mondo, non arai pena di cosa che t'avvenga, sarai franco e saputo a' rimedi salutiferi e buoni; e da questa virt della scienza tu sarai tanto bene ammaestrato e 'nsegnato che non bisognerebbe dire pi avanti, ch tutto di soperchio. Ma perch noi siamo viziosi e pieni d'inganni e tradimenti, t'avviser di certi andamenti e operazioni e avvisi co' quai aumilierai i cattivi, in parte riducendoli a tua benivolenza o veramente riparando alla loro malizia, in questo modo: cio fa che principalemente ne' tuoi parentadi, come altrove s' detto, tu t'appoggi a chi nel reggimento e guelfo e potente e bene creduto e sanza macula; e se non puoi per la via del parentado, fattelo amico in dire bene di lui, servirlo dove ti ritruovi da potere, facendotegli incontro e profferendoti. Usa e pratica con simili uomini, ma uno o due, in cui vedi il diminio, t'accosta pi istrettamente: consigliati con lui, se non lo truovi viziato, dimostragli tali fidanza e amorevolezze, convitalo in casa tua e fagli quelle cose che gli credi piacere e pelle quai pensi farlo condiscendere ad amicizia teco, eziandio che ti costi un poco. Appresso a questo, tieni sempre con chi tiene e possiede il Palagio e la Signoria, e loro volont e comandamenti ubbidisci e seguita: guarti di non biasimare n dire male di loro imprese e faccende, eziandio ch'elle sieno cattive; istatti cheto e non uscire se none a commendarli, e contra di queste non volere udire n operare contro per veruno modo, eziandio che da loro fussi ingiuriato. E se d'alcuna persona ti fusse mosso alcuna cosa la quale

fusse contro a chi regge, non la volere udire e schifala per ogni via e modo; e non usare con chi male contento e non ti imparentare con esso, e non ragionare d'alcuna cosa con lui se non in presenza d'altri istatuali. E se pure per disavventura sentissi nulla, di subito e sanza alcuno pensiero rapporta alla signoria o veramente a ufficio diputato alla guardia della citt; e cos t'ingegna di vivere netto e schietto e che macula niuna ti s'appicchi per veruno modo, e spazialmente di cosa che fusse contra la Parte guelfa. Ancora si vuole ingegnare di farsi volere bene a tutte generazioni di gente, e 'l modo questo: che tu non offenda niuno n in detti n in fatti n nell'onore n in vergogna n nello avere n nella persona n in niuna sua cosa. E perch a Firenze ha gente viziata, e con cattivit e vizi rapportano male e sottraggonti per nuove vi' e tranelli, e perch tutti non si possano conoscere, d sempre bene di tutti e non acconsentire a chi ne dicesse male, ma istatti cheto o tu d bene. Sia piacevole nelle parole, d cose che piacciano alla brigata; sia cortese con tutta maniera di gente, onoragli in convitarli, in dare loro bere e mangiare; usa e pratica di d e di notte in brigata co' tuoi vicini in Firenze e in contado, servigli di ci che tu puoi; e se ne conosci nella brigata de' cattivi, fa vista di non conoscere, ma guarti da lui e non te ne fidare punto. Sia ardito e audace in volere tuo dovere, tuo onore e tua ragione; e quella addomanda francamente e con parole ragionevole e baldanzose e con fatti leciti e ragionevoli a usarli. E non essere timido n peritoso, ma mettiti innanzi francamente: e per questa via sarai onorato e riguardato e riputato valente uomo, e sarai temuto per modo non riceverai niuno oltraggio da persona e arai pienamente tuo dovere. Ancora sarai savio, acquistato gli amici e' parenti cio quelli vedi ca t'amano e ti servano e sono teneri dello istato tuo, in saperli ritenere e conservare la buona amicizia o veramente accrescerla; e 'l modo questo. Non essere ingrato de' benifici ricevuti, riconoscigli da chi gli hai, ringrazialo amorevolemente, profferagliti in avere e 'n persona, servi lui ma per modo non t'abbia a rimanere nimico, ritienti con lui, onoralo; e nelle sue bonacce rallegrati con lui e cos nelle avversit sia presto a dolerti con esso e mostragli n'abbi pena appresso a lui; oltre a questo, confortalo e aiutalo, profferendoti a ci che bisogna. E se vedi poterli fare utile, onore o altro bene, fallo, e non aspettare ti richiegga: ma quando l'hai fatto, gliele d, o veramente prima, acci che coll'aiuto tuo e suo venga a effetto di quel bene o onore, o che vegga che per te non sia rimaso. E 'n questa forma e in altre simili, come tutto giorno accade, s'acquistano gli amici e gli acquistati si conservano, o veramente s'accrescono. Ma sopra tutto, se vuoi avere degli amici e de' parenti, fa di non n'avere bisogno. Ingegnati d'avere de' contanti e sappigli tenere e guardare cautamente, e que' sono i migliori amici si truovino e i migliori parenti; e fa d'avere un poco di stato, e se' franco, avendo da te il senno naturale da saperti governare e mantenere come in parte se' ammaestrato. E abbi a mente questi versi insegnati da' nostri autori per ammaestramento di noi, come troverete nello istudio (credo Notabili d'Isopo, salvo il vero): Tempore felici multi nominantur amici; Dum Fortuna perit nullus amicus erit. E come questo, cos simili o molti pi autentichi ammaestramenti troverete nello istudio; e per, per Dio, non lo abbandonate mai, ma sempre il seguite insino all'utimo della vostra vita, ch molto piacere, molto frutto e molti buoni consigli piglierete da esso; e fieno s fatti, se gli vorrete custare, che tutte altre cose vi parranno frasche e inutili, e tanto arete di bene quanto quello istile seguiterete. Ancora, sarai provveduto in pi ammaestramento, cio: se nella tua citt, o veramente nel tuo gonfalone o vicinanza, si criasse una setta o pi, nella quale s'avesse a trafficare i fatti del tuo Comune, come tutto giorno avviene, o veramente per astio che ha l'uno cittadino all'altro o veramente per offesa fatta per mezzo del Comune o per nimicizia d'alcuna ispezielt o per qualunche cagione si sia, se tu vuoi istare in pace e non avere nimicizia di persona e farti volere bene ed essere riputato pi savio e a ogni istato avere la tua parte, tieni questo modo. Cio, istatti di mezzo e tieni amicizia con tutti e none isparlare di niuno n per fare apiacere pi all'uno che all'altro, n per ira che ti muova: se ti vuoi dolere, duolti con altri che colla parte avversa di quel tale, e cos ti guarda dagli stuzzicatori che vanno sottraendo per imbrattare il compagno. Se senti si dica bene, aggiugnivene e odi volentieri; se senti dire male di persona, istalli cheto o tu riprendi chi 'l dice se credi sia sofferente. Non rapportare mai niuna parola di male: pensando fare apiacere, rapporta bene, o tu ti sta di mezzo; e non ti impacciare se non se' richiesto, e allora in bene. E se vedi per questa via potere andare netto e fare apiacere alle parti, fallo, e usala per la migliore; se vedi non potere usarla, o per astio che ti sia portato o per malavoglienza di non fare di quelle cose che sarai richiesto, o veramente che (per non essere tu appoggiato a persona di fedele amicizia) tu ne fussi riputato da meno, o veramente (per volere le parti mettere innanzi i loro amici) tu ti rimanessi addietro, allora, quando t'avvedessi che questa non fusse la salute tua, e allora e tu muta mantello. E guarda qual parte pi forte, quale pi ragionevole, quale pi creduta da chi regge, in quale pi nobili uomini e pi guelfi; e con quella t'accosta, con quella t'imparenta, a quella fa onore, quella t'ingegna sormontare e co' fatti e colle parole. E quivi ist forte e non ti lasciare isvolgere. E va diritto, che per promesse o per niun'altra cosa tu non ti isvolgessi: saresti tenuto poco leale uomo, di poca fermezza e di poca istabilit. Nondimeno fa sempre ragione a tutti; e se bisogna usare parole diverse e non ragionevoli per alimentazione della parte tua, fallo, ma il fine sia ragionevole. Non ti lasciare gonfiare se non quando vedessi concorrere ognuno a uno caso di grande importanza e che

venisse in salute della tua parte e del tuo istato: concorri ancora tu a ogni cosa cogli altri insieme, ch altrimenti saresti riputato sospetto e sarebbiti dato il gambetto in terra. Ancora, t'ingegna d'avere usanza e dimestichezza con uno o con pi valente uomo, savio e antico e sanza vizio, quello ragguarda ne' modi suoi, nelle parole, ne' consigli, nell'ordine della famiglia sua e delle cose sue; da lui imprendi, da lui appara, e cos il seguita e t'ingegna di somigliarlo: abbilo sempre innanzi e nella tua mente, e quando fai una cosa ispecchiati in lui. Se di' parole a ufficio o in luogo autentico, abbi questo valente uomo innanzi, piglia cuore e franchezza da lui e seguita lo stile suo; e avendo sempre innanzi, tu piglierai que' propi modi e non verrai in vilt d'animo e starai franco e ardito, per che sempre sarai confortato dalla sua immagine. E cos come da uomo vivo puoi pigliare asempro, cos o poco meno puoi pigliare asempro da un valente romano o altro valente uomo che arai istudiato. Ma non possibile attignere tanto da questi quante da chi vedi coll'occhio, e ispezialmente in queste cose che noi abbiamo a usare noi, che sono pi materiali che que' gran fatti di Roma: salvo che se venissi a quello sommo grado, allora ti consiglierei t'ingegnassi somigliare i nostri padri signori romani; ch come da loro siamo discesi per essenzia, cos dimostrassimo in virt e in sustanzia. E' non m' possibile di darti ammaestramento sopra ogni parte per due cagioni: la prima, perch di tutte non sono capace; la seconda, perch sono molto ignorante. Ma di ci non prendo per vergogna, per due cagioni: l'una, perch iscrivo per esempro de' miei fanciulli e non per uomini, ch ciascuno ne vederebbe molto pi di me; la seconda, perch questo non ha a venire in mano di forestieri; e da' miei son certo che, se non fusse per altra cagione che per olore e sommo amore della carne, i' non potrei in loro avere altro che bene ispeso questo poco del tempo il quale i' passo per ispasso e per fuggire ozio. Al presente e in questo capitolo non dir pi avanti, ma nel capitolo che seguita i' far memoria di quattordici pazzie che comunemente s'usano pegli uomini e pe' giovani fiorentini e ancora pegli altri forestieri, ed nne pi copioso uno che un altro: e acci che da esse vi guardiate e non l'usiate i' ve le nominer tutte. E perch sono di materia appartenente a questo capitolo, le scriver qui appresso di per s; e la cagione perch non le iscrivo in questo, per rendere onore a chi le manifest a me, ch, corre vedrete, io ve le dir per bocca d'altri, e cetera. Di poi ebbi iscritto di sopra, che pi mesi, mi sono pensato (perch il tempo non , cio degli anni, ch prima s'ha a fare memoria di molte cose) trasportare pi innanzi; e al tempo comodo vi far memoria del valente e divoto uomo frate Giovanni Dominici dell'Ordine de' frati predicatori, e di certi suoi ammaestramenti, come di sopra promissi. E per ora seguiremo la memoria di molte cose avvenute nella nostra citt, le quai fieno utili a saperne parlare, o veramente daranno prencipio d'intendere meglio molti ragionamenti che si fanno delle cose passate; ed eziandio saranno in parte ammaestramento, perch secondo gli innanzi si seguita bene e male le pi volte, ma e' si vuole essere savio e pigliare quella parte che utile, e l'altro lasciare istare. (Della mortalit e de' rimedi si pu). Negli anni di Cristo 1348 fu nella citt di Firenze una grande mortalit di persone umane le quali morivano di male pestilenziale; e molti gran fatti se n'ode dire dalle persone antiche e assai se ne truova iscritti; e fra gli altri ne scrive assai copiosamente messer Giovanni Bocacci in un libro che fece di cento novelle, ed nel prencipio del libro. Di prima cominci la gente a morire di certo enfiato che venia con gran doglia e con repente febbre o nell'anguinaia o sotto le ditella o nella gola, da pi dell' orecchie; e viveano quattro o sei d. Di poi grebbe, e morivano in due d o meno; e in utimo e' si venne tanto a spargere questo veleno, che si dimostrava in certe bolle piccole ch'appariano nelle carni per qualunche luogo della persona: e queste erano pi pericolose che l'enfiato e di meno rimedio. E di poi, pi nel cuore della moria, apparivano a' pi pelle carni certi rossori e lividori, e sputavano sangue od e' gittavano pel naso o di sotto: e questo era pessimo segno e sanza rimedio. E, brieve, e' cascavano, e grandi e piccioli, da un d a un altro: in una ora si vedea ridere e motteggiare il brigante e nell'ora medesima il vedevi morire! E venne la cosa a tanto, che molti ne morivano pella via e su pelle panche, come abbandonati, sanza aiuto o conforto di persona: solo erano posti quivi perch fussono da' vicini sotterrati per fuggire il puzzo. E tale vi s'andava, che si vedea solo in casa e abbandonato, per avere qualche soccorso. Molti per farnetico andavano impazzando pella terra; molti se ne gittavano ne' pozzi, a terra delle finestre e in Arno; e tale s'uccideva per gran farnetico o per gran pena o dolore. Molti si morivano che non erano veduti e 'nfradiciavano su pelle letta; molti n'erano sotterrati che ancora erano vivi. Non si trovava chi gli servisse n chi gli sotterrasse; e pi, che se tu avessi voluto un testimone a un testamento, tu non lo potevi avere, o se pure ne trovavi niuno, e' voleva sei o otto fiorini. Aresti veduto una croce ire per un corpo, averne dietro tre o quattro prima giugnesse alla chiesa: assai n'erano posti la notte alle reggi di fuori della chiesa e nella via n'erano gittati assai. Molte cose maravigliose si vidono: assai, per vicitare uno infermo, per governallo o toccarlo, o lui o suoi panni, di fatto cascare morti. E fra l'altre cose, dice messere Giovanni Bocaccio che vide due porci grufolare e stracciare certi pannicelli d'un povero uomo morto, rimasi nella via: di fatto i detti porci cascarono morti su que' cenci istracciati da loro. O vedi di quanto pericolo e di quanto rischio questo male pestilenziale : non si pu troppo guardare! Ora, come voi avete in parte veduto e potuto comprendere, la moria fu inistimabile, e dicesi, e cos fu di certo, che nella nostra citt morirono i due terzi delle persone; ch era istimato che

in Firenze avesse in quel tempo 120 mila anime, che ne morirono, cio de' corpi, ottantamila. Pensate se fu fracasso! Non da prenderne gran maraviglia perch questo fusse, ch molte cagioni ci furono da incendere il malore; e fu maggiore maraviglia, chi considerasse bene ogni cosa, di que' che camparono che di que' che morirono. E le cagioni furono in parte queste, cio: in Firenze non si conosceva, diciamo pella comunit, questo male, perch a gran tempo non era apparito; era Firenze molto ripiena di gente e di pi quantit ch'ella fusse mai; l'anno dinanzi era suto in Firenze gran fame, e credo non era nel centinaio venti che avessono pane o biada alcuna, e quelli cotanti n'avevano poco: vivettesi d'erbe e di barbe d'erbe e di cattive (non le conosceresti oggi), e beevano acqua, e tutto il contado era pieno di persone che andavano pascendo l'erbe come le bestie. Considera come i loro corpi erano disposti! Appresso, com' detto, e' non aveano argomento n riparo niuno; e fu la cosa s grande e s aspra, che l'uno non poteva atare l'altro di nulla, e per queste cagioni e' si morirono sanza rimedio. Oggi avvenuto, per esempro di questa e di molte altre che spesso sono di poi istate, che ci s' preso assai ripari, non per che gran danno non faccia; ma pure credo che assai ne campano per virt de' rimedi, ch dicono e medici che le regole ch'essi danno per rimedio di questo veleno uno armarsi alla difesa. Non per che uno che sia molto bene armato non possa essere morto, ch gli fia dato d'una lancia o d'una ghiera o d'una bombarda o prieta che l'uccider; cos potr avvenire al buon uomo, che fia provveduto contro alla pestilenza, e gli giugner una nebbia o un puzzo di corruzione o un fiato d'altro malato che fia pi forte di lui e ucciderallo pure. Ma che ? Egli assai chiaro che a una zuffa mortale ha gran vantaggio chi bene armato, e meno ne muoiono che de' disarmati; e per vo' dire che' rimedi sono buoni. Vuolsi avere consiglio con valenti medici e pigliare per iscritto loro consiglio o loro ricette, e quelle osservare diligentemente e non se ne fare punto beffe. Da me voglio abbi questo cotanto consiglio. Tu udirai dinanzi che la mortalit sia nella citt di Firenze un anno o due, perch prima offende la Romagna o la Lombardia che la citt nostra, e quasi per uso l'anno vegniente ell' in Firenze; o almeno il verno dinanzi tu ne sentirai qualche isprazzo o nel contado o nelle pendici della terra, il perch chiaro si prosume la mortalit dovere essere in Firenze. E sappi che di febbraio ella comincia a farsi sentire dentro, e cos va crescendo tutto luglio; e da mezzo luglio in l ed ella s'appicca alle persone da bene e a quelli che sono vivuti regolati, e comincia a morire meno gente, ma de' migliori. E quest' perch il veleno tanto isparto e tanto t'ha combattuto, che t'ha rotte l'armi e passato dentro; e per la dura della battaglia e' ti viene a straccare e a poco a poco a corromperti, e 'nfine e' t'abbatte. E per piglia questo riparo. Comincia il verno dinanzi a governare te e la tua famiglia tutta per questa via. Prima, fa di guardarti dall'umido quantunche tu puoi e non patire punto il freddo. Appresso, usa il fuoco ogni mattina prima esca fuori e piglia qualche cosa secondo lo stomaco che hai: o un poco di pane e un mezzo bicchiere di buon vino o di malvaga, o una pillola appropiata a ci, o un poco d'utriaca quando fusse piove o umidori, de' quindici d due o tre mattine allato, sul d, e prima ti levi e dormi un poco poi; e non mangiare nulla da ivi a ore cinque. Se ti venisse beuto o volessi bere un mezzo bicchiere di malvaga, sarebbe buono, ma non altri vini grossi; o se avessi lo stomaco debole o frigido, piglia degli otto d una volta a tai tempacci una barba di gengiovo in conservo e bei un mezzo bicchiere di malvagia, e sta di poi cinque ore che tu non mangi altro. O tu piglia un gherofano o un poco di cennamo o uno gughiaio di treggea o quattro derrate di zafferano o due o tre noci cotte e due o tre fichi sanza pane o qualche cosetta, secondo che se' consigliato. E quello vedessi ti facesse noia lascialo istare; e se lo stomaco ist meglio digiuno, non gli dare impaccio. Non uscire fuori troppo ivaccio: quand' nebbia e piova istatti al fuoco. Desina all'ora compitente, mangia buone cose e non troppo; levati con buono appitito, guarti dalle frutte e da' funghi, non ne mangiare, o poco e di rado. Esercita la persona, ma non con fatica, che tu non sudi e non n'abbi a 'nsare o a sciorinarti de' panni; guarti dal chiavare e dalle femmine, non ti impacciare con niuna in quell'anno. Non mangiare e non bere se non n'hai voglia; e quando avessi in sullo stomaco, lascialo prima digestire e di poi ist un'ora prima mangi o bei. Guarti dalla cena, poco mangia e buone cose; non mangiare porco in niuno modo; usa, se hai buono istomaco, l'aceto e l'agresto, ma non tanto ti desse noia a smaltire. Fa di stare sobrio del corpo e che tu esca il d due volte il meno: se fussi istitico e duro del corpo, fatti uno argomento degli otto d o de' quindici d. Non ti ravviluppare troppo nel dormire: levati al levare del sole. E 'n questa forma passa il verno. E tenendo questo o migliore istile, tu verrai a purgare lo stomaco ovvero il corpo tutto, per modo che la currezione dell'aria non trover materia d'appiccarsi. Alla primavera, o veramente di marzo, tu sentirai dove buono fuggire. Aspetta che de' tuoi cittadini si muovano: non volere essere de' primi, ma, partitone quattro o sei, piglia partito e va dove ne vanno i pi e in s fatta citt che pel tuo danaio tu truovi ci che bisogna alla sant del corpo. Non essere isciocco, o per masserizia o per niuna cagione, di rinchiuderti in castella o in ville o in luoghi che non vi sia e medici buoni e medicine, ch ne interviene che l'amico si muore e spende nella fine due tanti che gli altri ed essene fatto beffe, sanza il dolore e il ripitio dell'animo che mai te ne puoi dare pace. Non sono tempi da masserizia, ma da trarre il danaio d'ogni luogo che tu puoi; e spendi largamente nelle cose che bisogna, sanza niuna masserizia che sia, per che non si guadagnano se non per ispenderli per campare,

o vuoi per vivere e per onore, o nelle brighe o in simili casi. E per ti conforto del fuggire presto: e quest' il pi sicuro iscampo ci sia. Fa d'avere de' denari: e non giocare, ch potresti rimanere sulle secche, e a que' tempi se ne truovano molto pochi che te ne prestassono per molti rispetti. S che sia savio: provvediti tanto dinnanzi rauni trecento fiorini il meno, e non ne toccare mai niuno se non abbisogni e non dire che tu gli abbia, ch ti sarebbono chiesti. E togli casa agiata pella tua famiglia, e non punto istretta, ma camere d'avanzo. E nella istate usa cose fresche: buoni vini e piccoli, de' polli e de' cavretti e de' ventri o peducci di castrone coll'aceto o lattuga, o de' gamberi, se ne puoi avere. Istatti il d di meriggio al fresco: non dormire se puoi farlo, o tu dormi cos a sedere. Usa d'un lattovaro che fanno fare i medici di ribarbero: danne a' fanciulli, ch uccide i vermini. Mangia alcuna volta la mattina un'oncia di cassia, cos ne' bucciuoli, e danne a' fanciulli: fa d'averne in casa, e fresca, e del zucchero e dell acquarosa e del giulebbo. Se hai sete il d, bei di quello; rinfrescati i polsi, le tempie e al naso coll'aceto ben forte. None istare dove sia molta gente, e spezialmente in luogo rinchiuso, come in logge o in chiese o in simili luoghi. Con chi venisse dell'aria corrotta o che avesse infermi in casa o fusse morto di sua gente, non istare con lui se none il meno che tu puoi, non dimostrando ischifarlo per modo s'avvegga, acci non isdegnasse o non pigliasse isconforto. Fuggi quanto puoi maninconia o pensiero: usa dove si faccia cose da diletto e dove tu possa pigliare ispasso con piacere e con allegrezza, e non pensare punto di cosa ti dia dolore o cattivo pensiero. Come ti venisse, fuggilo, o in pensare ad altro o dove si ragioni di darsi piacere o dove si faccia alcuna cosa che ti piaccia, o tu giuoca, quando tai casi t'avvenissono, e di pochi danari per volta: non passare di perdere uno fiorino; e se lo perdi, lascialo andare sanza pensarvi e non volere per quel d riscuoterti, ch potresti, dove vuoi fuggire pensiero e dolore, andarlo cercando. Se hai cavallo, vatti a sollazzo e per la terra e di fuori la mattina pello fresco e la sera. Ist casto il pi che tu puoi. Fuggi ogni cosa putidra e l'aria ivi appresso, non vi istare; tieni in diletto e in piacere la tua famiglia e fa con loro insieme buona e sana vita, vivendo sanza pensiero di fare per allora masserizia, ch assai s'avanza a stare sano e fuggire la morte. Al presente non iscriver pi avanti sopra la detta materia, perch nel vero i medici fidati e che conoscono la tua natura sarebbono quelli che meglio t'ammaestrerebbono di tale provvedimento; e per, com' detto, il consiglio si vuole avere da loro, nonistante che le sopra iscritte cose sieno utili e buone a osservarle ne' detti tempi. Parte IV [Memoria di certi gran fatti avvenuti alla nostra citt e a noi] I' promissi nello iscritto dinanzi fare memoria delle guerre e altre novit avvenute alla nostra citt dal '74 in qua, e non di pi innanzi perch nel vero sono di simili cose male informato, ch chi non si ritruova a que' tempi si fanno i fatti, non ne sa mai bene parlare. Di poi mi parve utile iscrivere alcuna cosa della pestilenzia del '48; pensando quant'ella fu iscura e pericolosa e quante simile cose sieno di pericolo mi piacque darne alcuni rimedi, come che deboli sieno, nondimeno pure sono utili. Al presente seguir di fare menzione in qualche parte di certe guerre e novit avvenute a Firenze, ma molto brieve, perch il prencipio nostro non per questo fatto, ma solo di nostri fatti propi e di nostri passati, e cetera. (L'ammnunire in brieve parole). E' pare, secondo ch'i' ho udito da valenti uomini, che negli anni di Cristo 1357, per setta e per malevoglienze di cittadini l'uno contra l'altro, si cominci l'ammunire: cio i Capitani della Parte con ventiquattro arroti potevano chiarire, nonistante alcuno ufficio avesse, uno essere ghibellino, ed essofatto perdea l'ufficio. E nel vero, come che questo sia suto principio di guastare la nostra citt, nondimeno e' non fu mosso n principiato altro che per bene e dirittamente usarlo, e per allora ne furono ammuniti alcuni pochi; e non udi' mai che per allora niuno ne ricevesse torto. (La mortalit del sessantatr). Negli anni 1363 fu in Firenze la mortalit pestilenziale : fu grande e moricci assai gente, ma non aggiunse al quarto di danno che quella del '48, come che a noi fusse tre cotanti piggiore; ch nella detta moria, come dinanzi n' memoria, mor tre fratelli di nostro padre, cio di Pagolo di Bartolomeo, nominati Giovanni, Dino e Calandro: il d e 'l tempo scritto innanzi. (La guerra co' pisani). Il detto anno si prencipi guerra co' pisani, e fu questa guerra aspra e dannosa molto e per noi e per loro. E come che si dicesse, co' pisani, se non fussono suti i Bisconti che gli atarono, la guerra si sarebbe tosto tratta a capo; ma quella casa furono sempre nimici de' fiorentini e di tutt'i guelfi, e amici de' pisani e di tutti i ghibellini di Toscana. Nella detta guerra venne in Toscana la compagnia bianca degl'inghilesi, che erano la pi nobile brigata che a que' tempi fusse istata veduta di qua e la pi ricca. Vollon soldo da' fiorentini, e dimostrorono volere essere con noi pi avaccio che co' pisani. Qui si tenne consiglio di togli; e, secondo si dice, il Comune gli arebbe tolti se non fusse messere Nicolaio degli Alberti, che allora si trov gonfaloniere di giustizia e non lasci torli per rispetto della grande ispesa, alla quale non savamo ancora usi. Il perch avvenne che' pisani gli condussono con loro mediante l'aiuto di messere Bernab, che prest loro 100 mila fiorini; e con quella gente nel prencipio furono i pisani al di sopra della guerra e cavalcoronci intorno dove e' vollono e feciono gran danno d'arsione e di guasto di frutti e di ruberie e di prigioni e bestiame. Il capitano di questa brigata si chiamava Andrea Belmonte; vestiva bianco ed era bellissimo uomo e assai giovane. Furono 16 mila uomini. E veduto che 'l nostro Comune avea ricevuto da' pisani e danno e vergogna, si cerc pe' nostri cittadini racquistare l'onore del nostro Comune e presesi a soldo parte di quella brigata

degl'inghilesi; e dall'altra parte si mand nella Magna e soldossi buona brigata di signori e di gentili uomini. Fra' quai ci venne il conte Arrigo e 'l conte Menno, due valentissimi uomini, e due altri conti: in tutto 2 mila cavalli, a preghiera del Signore di Padova. E in utimo e' si cavalc il Pisano aspramente. E un giorno (ci fu nel d che si corre il palio di San Vettorio), avendo di prima messere Galeotto Malatesti nostro capitano fatto fare tutti i vituperi ch'era possibile a potere fare insino sulle porti di Pisa, battuto la muneta, tolto loro le catene, fattovi pi cavalieri, corsovi il palio de' barattieri e pelle meretrici, e tornati 'accamparsi di presso a Pisa a poche, 6, miglia; nel detto giorno, sulla nona, sendo grandissimi caldi, parendo a' nostri potere istare sicuramente, si disarmarono tutti e trassono le selle, e pigliavano agio e rinfrescamento in Arno di bagnarsi e diguazzarsi. Della quale cosa i pisani ebbono ispie; e il loro capitano con tutta la gente dell'arme a pi e a cavallo e con tutto il populo di Pisa, insino alle femmine colle funi, uscirono fuori per assalire il campo, tenendo certo vincere e menagli tutti prigioni. Il perch, come piacque a Dio, intervenne il contradio: ch innanzi che la brigata fusse presso, e' si vide nell'aria gran polverio, il perch il capitano dubit di quello che era, e, comandato che ognuno si mettesse in punto, di subito il campo fu assalito. I nostri non erano niente armati per ancora e aveano (ch fu in sul vespro) il sole negli occhi e' pisani nelle reni; ma, come volle Idio, egli erano alle isbarre una fiotta di balestrieri genovesi de' migliori del mondo. Tu vedevi di continovo dugento verrettoni nell'aria; e sostennono tanto che una brigata di quelli tedeschi e inghilesi s'armarono. E 'l primo che usc delle sbarre fu il conte Menno, che giunto a esse e non potendo passare, si crucci e disse: Che questo?; E' sono le sbarre gli fu risposto. E' disse: Apri 'e sbarre al conte Menno! , e usci com'uno paladino addosso a' pisani e fece le pi aspre cose che mai si vedesse. E tra elli e pochi altri e que' balestrieri sostennono tanto che tutto il campo s'arm, e con buono provvedimento del capitano e' dierono addosso a' pisani, che nel vero erano affannati nel venire e per lo caldo e per la polvere. Chi era a pi non poteva pi, e quelli da cavallo aveano l'arme riscaldate e stemperate, e' cavalli erano sudati per modo che non poteano durare. La zuffa bast circa di tre ore, forte e crudele; e durante la zuffa usc di Pisa una aquila, di quelle si teneano allora pello loro Comune, e venne sopra il campo loro e di poi sopra il nostro, e quivi le mancarono l'alia e cadde e fu da' nostri presa. Dello quale agurio i nostri molto si rallegrarono e' pisani forte isbigottirono; e 'nfine i pisani furono rotti e sconfitti da' fiorentini, e rimasonne fra morti e pregioni pi di millecinquecento. E veramente si tenne pe' nostri cittadini che, se il nostro capitano gli avesse seguiti, che in quel di di certo stacquistava Pisa per noi; ma il capitano non volle seguire la vettoria, e fu tenuto il facesse perch i fiorentini non venissono in tanta grandezza. Ma come ch'ella s'andasse, l'acquisto fu grande; e furono legati i pisani colle loro funi medesime e furonne caricati carra propi de' pisani, e nel primo carro era l'aguglia loro impiccata, none in forma potesse morire, per ch'ella s'appoggiava co' piedi al carro e forte si dibatteva. Il loro capitano era loro innanzi come prigione, vituperosamente: avea nome Rinieri del Busso; istette costui prigione pi tempo nelle Istinche. Alla porta a San Friano, pella quale entr il vetturioso capitano, istette un lioncino vivo, ma di poco tempo, al quale tutti i pisani prigioni baciarono il culo; e per Firenze andarono assai, per modo che tutti, e grandi e piccoli, poterono vedere. E in utimo, parendo a' pisani istare male, e' mandarono raccomandandosi a' fiorentini col foglio bianco; il perch i fiorentini misericordiosi non gli vollono pi perseguitare e trassono patto e concordia onorevole e grande. E fra gli altri patti e preminenza fu che i fiorentini fussono liberi in Pisa e nel contado di gabelle e di dazi con ogni mercantia volessono, e che i pisani dessono a' fiorentini 100 mila fiorini in dieci anni, cio ogni anno 10 mila. Ed ebbono le colonne sono a San Giovanni: vero che' pisani ce ne ingannarono, ch dove ell'erono chiare e lucide come ispecchio, e' l'abbacinarono e copersolle di scarlatto quando le mandarono, acci non fussono vedute; e d'allora in qua furono chiamati i fiorentini ciechi. Ma eglino col tradimento un poco isfogorono la vergogna e 'l vitipero loro. Ebbonsi catene e altre cose, le quai istanno a ogni porta appiccato un pezzo, e cos a San Giovanni. E questo in brevit voglio che basti per ora. (La guerra con messere Bernab). Negli anni Domini 1374 fu nella citt di Firenze pestilenza , e grande; e come dinanzi facemmo memoria, Pagolo rend l'anima a Dio in quest'anno, e noi fuggimmo a Bologna tutti, come scritto. Fra 'l tempo di pisani e questo ebbe il nostro Comune due guerre. L'una fu con messere Bernab, il quale ci avea tolto Saminiato. E sendo la sua gente a campo a Peretola, e stata pi d, si cavalc pel nostro capitano messere Piero da Farnese segretamente a Saminiato, dove si tenea trattato per uno che avea nome Luperello, il quale ruppe la sua casa che era sulle mura, ovvero era le mura; e messo dentro della nostra gente la notte e la mattina vegniente, s'ebbe sanza contesa troppa Saminiato: ci fu a d... 1369. Come nel campo fu sentita la novella, cos si partirono e al soccorso furono tardi. Ancora, fra 'l detto tempo 1372, avemmo guerra cogli Ubaldini: e fu grande e spiacevole, perch i Bisconti sempre gli atarono, e la fine di tutti fu il perdere: sempre rimase il Comune vettorioso. Delle sopra iscritte due guerre non ne iscrivo pi avanti perch ne sono male informato: basta averne detto in parte gli effetti, perch delle circustanze si pu domandare; e 'l domandare senno a chi sa pi di s. (La guerra colla Chiesa). Nel 1376, o circa, a tempo di Papa... fu il Comune di Firenze guerreggiato e oppressato forte dalla Chiesa, in tanto che nel prencipio si port rischio di non perdere la nostra libert. Per che,

vedutoci nello istremo, ci ricomperammo dalla compagnia di messere Giovanni Aguto fiorini 130 mila d'oro; ch, come che venisse in nome di compagnia, era a pitizione della Chiesa; del quale accordo si tenne ingannato il cardinale... legato del Papa, che allora era a Bologna. Il modo fu con astuzia di messere Giovanni, che ci volle servire, e anche per toccare quel tesoro: nollo narrer, ch sarebbe lungo. I danari gli port a pitizione del nostro Comune Ispinello dalla Camera; e messere Giovanni gli don, non volendo esso accettare il dono, fiorini 3000, i quai egli rimesse in Camera. Fu uomo molto leale e fedele al nostro Comune e, come fu morto, fu dipinto per fama nella Camera del Comune: trovassi s povero non si pot pe' suoi parenti onorare il corpo come meritava. Di presso a questo, avendo noi ricevuti, come detto, molte oppressioni dalla Chiesa e volendoci vendicare in parte, si tolse a soldo e per nostro Capitano messere Giovanni Aguto; e furono fatti otto cittadini i quai erano nominati Otto di guerra, e durava l'ufficio durante la guerra. Fra' quai fu Giovanni Magalotti, Andrea di messere Franciesco Salviati, Guccio di Dino Gucci, messere Tommaso di Marco degli Strozi, messere Allesandro de' Bardi, Giovanni Dini, messere Matteo di Federigo Soldi, Giovanni di Mone biadaiuolo. Questi furono i pi famosi e i pi segaci e valenti uomini che mai fussono veduti in Firenze per buona e vetturiosa prova; e in brevit raccogliendo, il fine fu che tolsono a Santa Chiesa le due parti di ci che tenea, in brieve tempo. Tra le quai signorie e degnit fu la citt di Bologna, Faenza, Frull e tutto la Romagna; appresso Perugia, Citt di Castello, Ascesi e tutto il Patrimonio, la Marca e 'l Ducato: e questo fu in tre anni o circa. Ispesesi gran danaio, ma e' si ispese lietamente perch faceva frutto a quelle cose che allora si disideravano. E infine, vinto e stracco, sanza rimedio niuno, i pastori di Santa Chiesa addomandarono pace, chiamandosi pella loro malizia indegni della vettoria; e cos, pi pell'amore di Dio che per piet di loro, si di loro pace. Idio la dia a noi! Volle il nostro Signore Idio che i suoi pastori fussono gastigati; ma perch a noi non si appartenea, ch eziandio siamo peccatori, I' gastig di poi noi. E prima, i detti Otto cittadini ebbono molte fortune, chi per morte e chi cacciato dal Comune e chi perd suo valente; e comunemente e' vennono in malevolenza di tutta la nostra cittadinanza. E ancora al d d'oggi sono sospetti loro discendenti al reggimento; e tutto riputa fusse promessione di Dio. Ispesesi in questa guerra 460.000 di fiorini. (Come l'ammunire si lev). Al tempo di questi Otto della guerra, e quasi nell'utimo, s'ammun gran gente, circa di 200 famiglie quasi in tempo d'anni due. E presono i cittadini tanta audacia, ch'egli ammuniano de' Collegi; o chi avesse aspettato d'essere de' Signori o d'altro ufficio e avesse avuto malavoglienza con un de' Capitani, egli era subito ammunito. E in tanto discorse, che guelfi e buoni cittadini e valenti erano ammuniti tutto giorno; e in questo tempo fu ammunito Giovanni Dini, che era degli Otto. Questo fatto dispiaceva molto al populo di Firenze, come che niuno non ardisse a contradire per paura di s. Nel 1378, a d primo di maggio, fu gonfaloniere di giustizia messere Salvestro de' Medici, e a suo tempo misse una petizione di riporre li ordini della giustizia addosso a' grandi. E ragunato il consiglio e messa pi volte la petizione e non vincendosi, messere Salvestro levato ritto con superbia grande disse che, poi che vedeva il populo di Firenze abbandonato, ch'egli uscirebbe fuori e tornerebbesi a casa; e gi gi per le scale andato, e' fu rimesso a sedere. E allora si vinse la petizione. Appresso, e detti Signori presono balia cogli Ottantuno di potere ristituire gli ammuniti che avessono ricevuto torto, e a suo tempo ne furono ristituiti 57 famiglie. E per queste novit, e come volle messere Salvestro, si levorono certi capi d'arti minute e arsono 20 case di cittadini che s'erono ritrovati principali all'ammunire; e per allora si quet in parte, come che teneramente istavano le cose. In calendi luglio entr messere Luigi gonfaloniere di giustizia; e parendo agli Otto della guerra che 'l segno non fusse bene netto a loro modo, sommossono molti cittadini e pi si fondarono nella minuta gente per vedere maggiore male. Questo trattato si scoperse, e fu preso Nicol Cini, e abomin gli Otto: a costui fu tagliato il capo. In questo si levarono i ciompi: feciono pi ragunate di loro e 'nfine si ridussono al palagio di messere Istefano; e fatto quivi buona ischiera, ne vennono sulla piazza de' Signori e chiesono il palagio. E pe' Signori si f un poco di retta: furono minacciati di gittagli a terra delle finestre e di menare le loro famiglie in piazza e squartarli in loro presenza; e con questi e altri iscure minacce, la fine fu che se ne uscirono pello isportello minore e andaronsene a casa. Allora salse su un ciompo chiamato Michele di Landolfi, e stette tre d come Signore di Firenze e mandava i bandi per sua parte. E fra questo tempo si feciono i Signori a mano pe' sindachi dell'arti, e furono per terzo ciompi e artefici e arti maggiore; e 'l ciompo era gonfaloniere. Fra questo tempo i ciompi non ristavano di fare male, di rubare certi e d'ardere: pelle vie e a ogni uscio era messo tavola, e ccs la notte erano le lucerne a tutte le finestre perch e' vedessono lume. E non istando contenti a questo, avendo fatto molti cavalieri e fatto lo squittino, i ciompi mandarono due ambasciadori a' Signori e chiesono tre d utili a potere rubare e fare ci che volevano e ardere e rubare la Camera del Comune come aveano arso all'Arte della Lana ci che v'era di scritture. Allora il gonfaloniere non pot pi sofferire, e con uno istocco fed costoro e fegli pigliare e mozzare il capo; e di poi usc fuori a cavallo col gonfalone e perseguit i ciompi e cacciogli col braccio dell'arti minute e cogli ammuniti. Allora montarono in istato gli artefici e ressono quarantadue mesi. Erano i Signori dovisi in questa forma: sempre era gonfaloniere un artefice, e' priori per met arti maggiori e minori;

era loro capo messere Giorgio delli Scali e messere Tomaso di Marco, e in parte fu messere Benedetto degli Alberti. Costoro arsono molte case a' grandi cittadini, feciono a molti tagliare la testa in pi volte, tra' quai fu Piero di Filippo degli Albizi, messere Donato Barbadoro, messere Iacopo Sachetti, messere Ghirigoro di Pagniozo, e a molti altri gran cittadini; e molti ne cacciarono, e teneano in gran paura e 'n gran tremore la cittadinanza. Aveano molti cani, cio ispioni, che sempre erano per Firenze, o per pigliare o per ispiare di d e di notte. Qui non si poteva n convitare persona n usare punto, che tu eri abominato agli Otto. E 'nfine, usando tante istrane e diverse cose, messere Benedetto si part da giuoco e non si volle pi intedere con loro; il perch e' feciono vie pi inorme pazzie. E fra l'altre l'utima che gli cacci, fu ch'egli era preso un loro cane ch'avea imbolato, e avea nome Iscatiza; e stato preso pi d, e messere Giorgio il rivolea, e 'l rettore non volendolo rendere, egli fece iscalare di notte alla prigione e tolselo per forza. Parve a tutti gran male; e veduto i Signori tanta maggioranza, 4 di loro s'accordarono a voltare lo Stato, fra' quai fu Filippo di ser Giovanni. E tolto le chiavi e 'l suggello e 'l gonfalone al gonfaloniere (che fu Antonio di Bese Busini, che non era da fidarsene), e' domandarono al rettore che facesse d'avere messere Giorgio e tagliasse la testa a lui in iscambio dello Scatiza. A messere Giorgio fu detto: e' non si volle partire e fu preso su l'uscio suo e andonne al Capitano. Antonio di Bese sent questo: cominci a fare grande iscalpore e a dire ch'egli era tradito, ma ch'ella non andrebbe cos e che farebbe sonare la campana e trarrebbe fuori il gonfalone e che non voleva ch'a messere Giorgio fusse torto un pelo. Filippo di ser Giovanni avea le chiavi sotto il culo e dicea: S, se tu potrai! . Quando e' vide gli erano istati presi i dadi e che 'l suo gracchiare era da beffe, ed egli male volentieri convenne che acconsentisse cogli altri. A messere Giorgio fu tagliato il capo, e messere Tomaso di Marco si fugg, e a messere Donato de' Rico fu tagliato la cipolla, e a pi altri loro seguaci. Voltossi lo stato negli anni Domini 1381. Fessi isquittino, e 'l primo gonfaloniere di giustizia fu messere Rinaldo Gianfigliazzi. E perch molti isquittini fatti di prima none otteneano punto di tempo, messere Benedetto degli Alberti, disiderando la fermezza e 'l buono istato del Comune e de' Guelfi, come uomo intendente e pratico f prencipiare lo squittino in punto perpetuo da non venire mai meno; e cos gli venne fatto, ch'egli bastato sempre e sempre baster. segno ch'e' ne vide e che lo f con amore de' buoni uomini e guelfi. Istette lo stato in riposo infino nel 1387; e allora, tratto messere Filippo Magalotti gonfaloniere di giustizia e messere Benedetto gonfaloniere di compagnia, preso di loro sospetto, fu vietato la tratta, e messere Benedetto e altri suoi consorti andarono a' gonfini. Bardo Mancini fu tratto gonfaloniere di giustizia, e dopo il suo ufficio gli fu donato una confettiera d'ariento, orata e smaltata e ricca, piena di fiorini nuovi; e venne al banco suo in Mercato Nuovo un donzello de' Signori, a covallo, colle trombe e con questo presente. Messere Benedetto and a' gonfini, e di poi al Sepolcro e a Santa Caterina; e quivi rimase morto con tutta sua brigata, eccetto uno fante. (Come il Conte di Virt trad messere Bernab e preso il mise in prigione e fello morire). Fra questo tempo, cio dall'ottantotto o circa, il Conte di Virt per tradimento convitato messere Bernab a una sua festa, ed egli andandovi liberamente e sanza sospetto, il Conte di Virt venne con pi di 5 cento a cavallo e bene in punto. A messere Bernab fu detto per uno ch'era chiamato il Medicina: Signore, guardate come voi andate, ch 'l Conte con pi di cinquecento cavalli e viene per torvi a prigione. E' se ne rise, e disse: Non pu essere vero, ma egli borioso e per viene s in punto. E' s'accozzarono insieme nel cammino, perch el Conte gli si f incontro; e fattosi motto e gran festa, certi uomini se gli accostarono insieme col Conte e disson: Messere, voi sete prigione del Conte di Virt! . E' si turb e disse: Figlio, perch mi fate questo? i' non ho altro bene che voi e ci ch'i' ho vostro: non fate quello che non f mai niuno di nostro sangue, d'usare tradimento!. Disse il Conte: E' vi conviene essere prigione perch voi avete pi volte cerco di farmi morire; e menatolo in Pavia il misse nel Castello, e fecero ben guardare tanto prese la signoria del tutto; poi l'avvelen. Messere Bernab era zio del Conte ed era suo suocero. Questo Conte di Virt us ne' suoi d gran malizie per venire a questo. Egli vestiva com'uno pinzochero e co' paternostri in mano e usava molta benignit co' suoi uomini, e tutto per venire in amore di quelli di messere Bernab; e cos mostrava grande amicizia con quelli co' quai messere Bernab nimicava, e in ispezielt co' fiorentini. Il perch e' venne sanza fatica signore di ci tenea messere Bernab: e' figliuoli si fuggirono via, e quai prese e impregionogli. A Firenze se ne f festa, perch messere Bernab era nostro nimico; e certi savi uomini dissono: Noi facciamo festa del nostro male, perch quella ch'era di due fia d'uno, e tutti sono nostri nimici. Appresso egli ordin e con malizia e con tradimenti che 'l Signore di Padova e quello di Verona vennono a guerreggiare insieme, ed egli dimostrava sostenere l'uno e l'altro; e 'nfine, quando e' gli vide consumati e stracchi, e' di loro addosso e prese Verona e appresso Padova. E fatto questo, egli ebbe uno fanciullo e mand al Comune di Firenze gliele battezzasse; e 'l Comune vi mand messere Maso degli Albizi e fecelo battezzare: puosegli nome Giovanni Maria. E di poi, fatto questo, e' fece lega con noi e co' sanesi e' perugini. E nel medesimo anno, apparecchiatosi di gente e messosi bene in punto, ed egli ci disfid, nell'anno 1390, e fececi guerra due anni continui. Ne' quai due anni Morello ed io diminuimmo il nostro tredicimila fiorini, tra danari pagammo in prestanze e interessi e perdita di poderi e danari di

Monte vendemmo. Fece questo Comune gran fatti in questa guerra, ma egli ispese due milioni di fiorini; ma sempre campeggiammo il nimico in Lombardia, sempre tenemmo campo a Siena, e a Pisa sempre istette il campo. In questa guerra si f venire il Duca di Baviera con pi di 5 mila cavalli: ebbe pi di 100 mila fiorini, e poi ci trad e andossene con essi. Facemmo venire il Conte d'Ormigniaca con pi di 10 mila cavalli, e per sue pazzie fu rotto come e' giunse 'Alessandria della paglia da Filippo da Pisa e da messere Antonio Balestracci e da altri caporali (ebbe dal Comune 200 mila fiorini o pi): ch quale di questi due signori fusse venuto in pieno, il Duca era in tutto disfatto; e cos s'era messo in punto per andarsene come e' fussono accozzati con messere Giovanni Aguto ch'era a campo a Milano. In questa guerra si riebbe Padova. Fecesi pace nel 1392 per mezzo del gran mastro di Rodi e de' genovesi, e fessi in Genova. Tennesi pe' savi uomini (e di ci se ne vide grande isperienza) che se la pace non si fusse fatta allora, ma seguitato anche pochi mesi la guerra, noi venavamo al tutto a disfarlo, per ch'egli era istracco e non avea danari e non ardia a porne, perch erano i suoi uomini tutti accanati contro a lui. E' suoi soldati aveano 'avere gran danaio e non poteano essere pagati: convenia si partissono da lui, e noi gli aremmo avuti a ogni buon pregio. Dopo questa guerra, nella quale e' fece grandissime opere, si mor messere Giovanni Agut a d... (La cacciata delli Alberti e male stato di molti).