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Cosmo Guastella

di Domenico Tubiolo
1. La vita e le opere

Cosmo Guastella il filosofo misilmerese per antonomasia. A lui sono dedicate una piazza e la Scuola Media di Misilmeri; ne suscita memoria inoltre un mezzo busto a met tra il primo e il secondo piano di un palazzo borghese dellottocento, in corso Vittorio Emanuele. Guastella fu filosofo sui generis, figlio di una visione classica ed aulica della cultura, legato ad una tradizione di rigore ove non si d spazio a vanit stilistiche: le sue opere sono prive di introduzioni o prefazioni, senza, nel testo, una sola concessione allo stile. Rifiut di pubblicare articoli su riviste, al contrario di quanto abbondantemente facevano Croce e Gentile, suoi contemporanei. Modestia e ambizione gli impedirono di rendere pi accessibile un pensiero esposto su complessive 4862 pagine delle due opere pubblicate. Da qui una difficolt di lettura cui da collegare la scarsa diffusione del pensiero e quel destino di esclusione dai circuiti di circolazione culturale. Cosmo Guastella nasce a Misilmeri il 1 marzo 1854, da Vincenzo, farmacista, e da Caterina Piazza (dalla sorella di costei, di nome Marianna, secondo alcuni, morta quando il filosofo era appena in fasce). Le condizioni della famiglia erano modeste e da un certificato rilasciato dal Comune di Misilmeri, il 5 aprile 1875, su richiesta per esenzione delle tasse scolastiche, risulta che Guastella oltre alla madre aveva tre fratelli, Gaetano, Filippo e Vincenzo, cui il padre provvedeva col frutto della sua professione per un totale, al netto, di trecento lire annue. La famiglia non aveva altri proventi, possedendo beni immobili per 1 ettaro complessivi, valutati approssimativamente lire 1.700. Anche se le condizioni non possono considerarsi di indigenza, almeno al cospetto di quella che era la ricchezza media del periodo, certo non erano agiate.

La richiesta di esonero fu accolta e Guastella pot continuare gli studi in franchigia presso il regio liceo Vittorio Emmanuele in Palermo. Quivi gli fu professore di filosofia mons. Vincenzo Di Giovanni autore di una Storia della filosofia in Sicilia pubblicata nellanno in cui Guastella si licenziava, il 1873. Conseguita la maturit liceale si iscrisse, per assecondare il padre, alla facolt di Giurisprudenza pur mantenendo contatti con la facolt di Lettere e quella di Scienza. Gi in questi anni, secondo la testimonianza di Orestano, aveva dimostrato spiccata disposizione alla matematica, anche se i maggiori risultati nellesame di maturit li ottenne in Italiano, Latino e Storia. Al corso di Giurisprudenza fu ammesso con la votazione di 26/30, e gli studi furono svolti regolarmente con risultati apprezzabili. Era preside della facolt Giovanni Bruno, professore di Economia politica, con cui Guastella si laure discutendo una tesi sulla legge della domanda e dellofferta. Le notizie sul periodo universitario sono scarse, ed un episodio testimonia il suo spirito impulsivo e garibaldino allorch fu fra i capi di una sollevazione che costrinse il Guerzoni, destinato allinsegnamento della Letteratura Italiana nellateneo palermitano, ad abbandonare lisola per avere offeso i picciotti. Del Guastella e della sua vita privata non si conosce alcunch dopo la laurea e cio a partire dal 1878 e fino al 1897. E un ventennio di solitudine trascorso nella sua nativa cittadina, interrotto soltanto dalle sortite a Palermo per rifornirsi di libri, presso le locali biblioteche, o per condurvi ricerche. Il suo spirito scarsamente incline ad altra cosa che lo studio, gli aveva impedito di trovare, una volta laureato, una sistemazione che sarebbe stata alla portata. Con i risultati ottenuti e le capacit dimostrate non avrebbe avuto difficolt ad inserirsi nel modo accademico, e ci a maggior ragione per la carica di Preside che il Bruno, con cui si era laureato, continuava a ricoprire nel 1878. La natura di procacciatore gli era estranea e le testimonianze di quanti lo conobbero ne danno prova; il certificato di laurea, incredibilmente, venne ritirato il 25 gennaio 1899, esattamente ventuno anni dopo il conseguimento. Dallisolamento nella sua Misilmeri lo tirarono fuori i suoi familiari, influenti uomini politici della cittadina, allorquando gli conferirono lincarico di Direttore Didattico della scuola elementare, con la retribuzione, modesta, di cinquecento lire annue; incarico tolto lanno successivo da una amministrazione avversa, in odio alla sua famiglia. Intanto nel 1897 veniva pubblicato il primo Saggio sulla Teoria della Conoscenza Sui limiti e loggetto della conoscenza a priori recensito con entusiasmo da W. Benn sulla rivista Mind, cui segu nel 1905 la pubblicazione del saggio secondo Filosofia della Metafisica. La pubblicazione dellopera lo abilitava, secondo il meccanismo vigente, allinsegnamento liceale: il decreto ministeriale del 20 dicembre 1898. Nel 1900 gli veniva conferito lincarico dellinsegnamento di filosofia presso il liceo Garibaldi di Palermo, dopo un breve periodo di insegnamento presso il liceo di Acireale. Ma ben presto luniversit di Palermo, ove era rimasta scoperta la cattedra di filosofia teoretica, dopo la partenza per Pavia di Adolfo Faggi, lo chiam alla supplenza e dora in avanti la vita del filosofo sar interamente assorbita dallinsegnamento universitario. Nel 1903 quella universit band il concorso alla medesima cattedra ed il Guastella lo vinse contro temibili concorrenti. Oltre al ventottenne Giovanni Gentile, al concorso parteciparono Niccol DAmbrosio, gi ordinario di pedagogia presso il magistero, Guido Villa e Dino Varisco. Con Villa e Varisco, Guastella ebbe leleggibilit a voti unanimi. Nominato professore straordinario, nel 1907 consegu lordinariato. Di lui lallievo Ferdinando Albeggiani racconta che era uomo mite, taciturno, quasi dimesso sui gradini delle aule universitarie; quando cominciava ad argomentare, il rigore logico, la consapevolezza della inoppugnabilit delle deduzioni che andava svolgendo, lo rendevano autorevole, incutevano profondo rispetto. Subiva, probabilmente, il maggiore carisma di Giovanni Gentile, giovane e brillante docente di Storia della Filosofia, che riempiva le aule di allievi entusiasti. Ma nulla lo indusse a cambiare alcunch della sua asserita condotta. Lunica concessione alla vita, fuori dalle mura universitarie, il suo matrimonio, la storia damore di un uomo che faceva professione di ateismo, con una ex suora del Collegio di Maria di Misilmeri, che, a motivo del suo esplodere quando ancora Maria Lo Cascio, tale era il nome della donna, non aveva sciolto il voto, gli procurarono non pochi fastidi. Il caso non dur a lungo; la indole aliena da clamori, lo restitu, celebrato il matrimonio, allantica riservatezza cui mantenne fede fino alla morte. Della sua prima opera, Saggi sulla teoria della conoscenza, il Saggio Secondo contiene soltanto la prima parte - divisa in due tomi su La causa efficiente - delloriginaria divisione in tre parti; le parti seconda e terza non furono mai scritte. Laltra opera di Guastella, Le ragioni del fenomenismo, apparve a Palermo presso leditore Priulla, nel 1921-22 e rappresenta una imponente rielaborazione delle concezioni espresse nei

Saggi sulla Teoria della Conoscenza. Ci che nella prima opera era stato utilizzato per fare piazza pulita di ogni concezione metafisica (pars destruens), nella seconda avrebbe dovuto servire a costruire un nuovo sapere libero da superstizioni e pregiudizi (pars costruens). Solo il primo dei due obiettivi fu realizzato in modo soddisfacente. Quando gi le spoglie mortali del filosofo riposavano nel cimitero di S. Orsola a Palermo, vide luce la seconda parte de Le ragioni del fenomenismo (1922). Guastella autore di una delle pi serie produzioni della fine del XIX secolo. Il rigore che dimostra nella definizione dei problemi, l'assenza di sia pure occasionali cedimenti alle mode, l'onest di affrontare senza recesso problemi di assai complessa soluzione, sono caratteristiche riconosciute anche dai suoi critici. Il tema privilegiato, quasi esclusivo, della sua riflessione il problema della conoscenza, il rapporto tra conoscenza e realt, tra soggetto ed oggetto. Ogni conoscenza comincia con l'esperienza ed ha nell'esperienza la sola pietra di paragone; non si danno conoscenze a priori, cio prima di ogni esperienza. La piena adesione all'empirismo classico ha due principali corollari: l'oggetto conosciuto indipendente dal soggetto conoscente, ossia il soggetto non ha alcuna conoscenza di oggetti prima di incontrarli nell'esperienza; l'oggetto conosciuto indipendente dal soggetto conoscente ma non dal soggetto senziente, poich la realt consiste di sensazioni (esse est percepi). La ripresa dei temi dell'empirismo classico (Stuart Mill, Avenarius, Mach), nel rigore che contraddistingue il suo incedere, lo conduce ad una intransigente critica delle posizioni filosofiche definite metafisiche ed elaborate nel corso di pi di 2000 anni. Le filosofie della metafisica scaturiscono da comuni luoghi logici, e la loro affinit qualcosa che va al di l del loro essere situate storicamente. L'errore comune ad ogni pensiero metafisico consiste, secondo G., in una tendenza irresistibile dello spirito umano a ricondurre l'ignoto alle esperienze che ci sono pi familiari; tale tendenza, spesso inconsapevole, all'origine delle costruzioni filosofiche pi mirabili e ne rende inconsistenti e fallaci le conclusioni. Il Saggio sulla teoria della conoscenza, interamente dedicato allo smascheramento dei pi elaborati sistemi della filosofia della metafisica, ed alla messa in mora delle loro conclusioni. A tale attivit demolitiva noi abbiamo dato il nome di pars destruens. Prima di passare all'analisi di uno dei pi lunghi capitoli dei Saggi, La causa efficiente, vorrei richiamare l'attenzione su alcune posizioni di fondo che caratterizzano la filosofia di G.. Anzitutto il cosiddetto nominalismo in opposizione al concettualismo. Il nominalismo la concezione secondo cui i nomi generali ed astratti (uomo, cavallo etc.) sono soltanto simboli che sostituiscono immagini concrete e particolari; in altri termini non vi nulla di reale che corrisponda al concetto di umanit o a quello di cavallinit come vogliono i concettualisti; la loro natura soltanto verbale (nominalismo). L'argomento che G. utilizza il seguente. Ammettiamo che i concetti esistano e vediamoli come fondamenti del conoscere; anzitutto certo che i concetti non riproducono la realt, poich altro un uomo concreto in carne ed ossa, altro un uomo concepito; ma se cos, se si pensa per concetti, le nostre conoscenze ed i nostri giudizi che vertono sul rapporto fra le idee, non diranno mai alcunch sulle cose. La nostra conoscenza dunque non sarebbe altro che l'articolazione di un sapere che non ha alcun rapporto con il mondo esterno, conclusione quest'ultima inaccettabile. La concezione nominalistica degli universali ha alcune inevitabili conseguenze sulla teoria del giudizio: se infatti giudicare vuol dire sussumere un caso particolare sotto una proposizione universale, allora deve essere implicitamente riconosciuto un valore alle proposizioni universali. Dunque si danno giudizi a priori, cio necessari ed universali. Per Guastella tale conclusione fallace (almeno per quei giudizi che egli definisce esistenziali); il solo valore da riconoscere all'universale quello che si trova nell' espressione verbale, la quale ci autorizza, in qualche modo, ad estendere ad altri casi ci che si trovato vero nei casi gi osservati. Tutti i giudizi sulla realt (esistenziali) sono a posteriori. Da essi si distinguono i giudizi comparativi, in cui la somiglianza e la distinzione pu essere scorta con la semplice comparazione delle idee: tali giudizi sono a priori . Lapriorit dei giudizi comparativi non costituisce, come a prima vista potrebbe sembrare, una eccezione all'empirismo; la somiglianza infatti non nulla di oggettivo, non qualcosa che appartiene agli oggetti o alle cose per le quali intercede.

2. La causa efficiente
Ne La filosofia della Metafisica, opera in due grossi volumi pubblicata nel 1905 e costituente la seconda parte dei Saggi sulla teoria della conoscenza, Guastella definisce la filosofia metafisica quale frutto dei tentativi dello spirito umano di superare la realt sensibile e di postularne una assoluta. G. definisce illusorio ogni sforzo che si orienti secondo tale direzione, fondandosi su sofismi quasi incoscienti e prodotti dall'abitudine di assimilare l'ignoto al noto, il non familiare al familiare, di porre come assolute le nostre esperienze limitate. Uno dei concetti su cui si fonda la metafisica quello di causa efficiente. L'esame che ne fa il Guastella mira a smascherarne la natura fallace e illusoria, onde fondare una filosofia della natura che si contrapponga a quella metafisica. Due sono i concetti di causa fissati in forma canonica da David Hume. Il primo quello per cui la causa si risolve in una successione invariabile di fatti; anche quando si in presenza di un singolo fatto e se ne pu dimostrare la sua appartenenza ad una successione di carattere pi generale. La connessione di due fatti dunque di natura temporale: ogni volta che si verifica il primo ad esso segue il secondo. La natura di tale connessione estrinseca. A questo concetto di causa si contrappone la seconda concezione della causalit, pi forte, che ritiene debole la connessione temporale postulata dal concetto di causalit nella sua versione empirica. E', in tale prospettiva, segno di debolezza dello spirito, incapacit di ricercare le vere cause dell'esperienza, accontentarsi di tale spiegazione della causalit. Nessuna spiegazione vera se non viene prospettata la intrinsecit del rapporto di causa ed effetto, se, in altri termini, non viene posta in evidenza la natura necessaria di tale rapporto. La causalit allora non pu essere concepita come semplice successione temporale di fatti; il suo concetto dovr essere riformulato in questi termini: dato un fatto A che chiamiamo causa e un fatto B che chiamiamo effetto, allora non pu non verificarsi B all'accadere di A; B segue necessariamente da A. A tale secondo concetto di causalit deve essere ricondotta la causa efficiente. Stabilito che cosa si debba intendere per causa efficiente, G. passa ad esaminare nel dettaglio le filosofie sorte dalla tendenza a sostituire la causa secondo la sua interpretazione empiristica con la causa efficiente. Abbiamo gi visto che la ricerca della causa efficiente da parte delle cosiddette filosofie metafisiche, nasce dall'esigenza di trovare nel rapporto di causa ed effetto qualcosa che vada oltre la semplice successione dei fenomeni. Il bisogno generato dalla abitudine di ricondurre la spiegazione dei fenomeni ad uno schema che ci estremamente familiare: e per l'uomo non c' fenomeno pi familiare della sua stessa azione, ossia del movimento come effetto del suo spirito. Tutte le filosofie definite da G. aprioriste (Cartesio, Gassendi) sono caratterizzate da tale fallace inconsapevole assunzione, e dalla irresistibile tendenza a trovare dappertutto l'evidenza intrinseca e la necessita che si trova nei fenomeni pi familiari. Una grande quantit di sistemi filosofici sono raggruppati dal G., per la verit con criteri che al limite sono da ritenere opinabili, sotto il tipo del realismo dialettico. Tali sono i sistemi di Hegel, Platone, Taine, Spinoza, aventi in comune la tendenza ad identificare l'ordine ontologico con l'ordine logico, il rapporto di causa ed effetto identico a quello di principio e conseguenza, la successione degli avvenimenti come successione logica. Il loro interesse quali sistemi di pensiero , secondo G., secondariamente di natura filosofica, ma principalmente di natura psicologica; essi infatti dimostrano quanto ben congegnate possano risultare e quanto lontano portino le costruzioni filosofiche che non sono riuscite ad emendarsi dalla innata tendenza ad assimilare l'ignoto al noto, a sconfiggere i pregiudizi che sono insiti nelle spiegazioni che a noi sono pi familiari. A Platone G. riserva un trattamento particolare poich la sua lettura del filosofo greco in netta contrapposizione alla interpretazione tradizionale. In buona sostanza egli confuta l'interpretazione trascendente (le idee sono fuori dalle cose) delle idee platoniche e dimostra, attraverso una lunga e serrata analisi, che l'unico rapporto concepibile fra le idee e le cose sensibili quello di immanenza. Ed invero, se lo scopo di Platone era quello di trovare una connessione necessaria tra i fenomeni che n la filosofia di Anassagora, n l'empirismo avevano dimostrato di possedere, la stessa connessione rigorosa e necessaria

che troviamo nelle idee, allora esse devono essere immanenti alle cose sensibili: altrimenti non potrebbero esercitare alcuna vera funzione di causa. Ancora una volta la critica guastelliana mette in evidenza la tendenza delle concezioni metafisiche a ritenere secondaria la esperienza quale fonte della conoscenza, ed a considerare invece di ben altra valenza altre fonti della conoscenza quali idee innate, reminiscenze, intuizioni intellettuali e via dicendo. La scoperta di un meccanismo psicologico da cui ha origine la metafisica ha offerto al filosofo misilmerese il rasoio con il quale ha egli ritenuto di far piazza pulita, nelle duemilaottocento pagine che costituiscono i Saggi, di oltre duemila anni di speculazione filosofica; centinaia di filosofi sottoposti al vaglio e chiamati in causa mediante citazione diretta delle opere. Il presente paragrafo pu solo dare una pallida idea della mole di studio e del numero dei filosofi trattati. 3. Critica al realismo Il secondo e il terzo volume delle Ragioni del Fenomenismo sono dedicate alla critica del realismo. La conclusione cui conduce il percorso di critica al realismo il riconoscimento del solo punto di vista filosofico intorno alla realt: il fenomenismo, ossia la concezione secondo cui la realt si risolve in stati di coscienza. Il realismo si presenta in tre declinazioni che G. notomizza secondo linconfondibile stile: il realismo naturale, il realismo dei fisici ed il realismo dei metafisici. Il realismo naturale pu definirsi come quella concezione, molto diffusa, che attribuisce realt agli oggetti esterni a prescindere dal loro essere percepiti dallintelletto. Lessere o no percepita di una montagna un aspetto accidentale del suo essere reale. Conseguenza di tale credenza lassunto della identit di uno stesso oggetto, quando sia percepito da diversi soggetti; per cui uomini diversi dicono di percepire lo stesso sole. La critica che G. muove a tale credenza molto articolata ma noi cercheremo di sintetizzare. Anzitutto egli si chiede, proprio vero che i sensi ci mostrano gli stessi odori, sapori, colori etc.? Se tali qualit appartenessero alloggetto, cos come vuole il realismo, come possibile che di fronte allo stesso oggetto, soggetti diversi provino sensazioni differenti: sentano sapori diversi, vedano colori diversi, abbiano sensazioni di calore diverse? E poi ancora, come possibile che un microscopio ci riveli aspetti estremamente diversi delloggetto che vediamo ad occhio nudo? Tali critiche conducono alla conclusione che nellatto della percezione la coscienza avverta propri stati e non cose in s. Gli oggetti reali hanno una natura psichica e ci dimostrato dal fatto che non esiste un limite netto tra un oggetto immaginato ed uno reale; quando ad esempio ci troviamo troppo vicini ad un oggetto limmagine psichica che soccorre ed integra la percezione che, da sola, non sarebbe sufficiente a darci una rappresentazione delloggetto. A questa conclusione si pu obiettare che se la realt in s non esiste e si risolve in stati psichici, come possibile distinguere tra apparenza e realt, tra sogni e realt? La risposta di G. che lunico criterio per distinguere apparenza e realt consiste nella coerenza delle sensazioni reali rispetto alla incoerenza e sregolatezza delle sensazioni apparenti, come quelle ad esempio che vengono fuori dai sogni. La seconda forma di realismo, il realismo dei fisici, pur concedendo che ogni altra qualit dei corpi si risolva in sensazione, afferma che lestensione qualcosa che appartiene ai corpi stessi e non pu essere ridotta ad alcuna sensazione. G. dimostra ancora una volta lerrore che si cela dietro al ragionamento e conclude che tutta la materia ed il mondo dei corpi si risolve in nostri stati di coscienza. Analoghe obiezioni sono mosse nei riguardi della terza forma di realismo, quello metafisico. La critica del realismo conduce al fenomenismo come unica concezione logica delluniverso. La formula filosofica che meglio rappresenta il fenomenismo esse est percepi, ossia la realt si risolve nella percezione e nella coscienza che abbiamo di essa. Guastella consapevole delle difficolt insite nella concezione fenomenista della realt, ma si prova ad affrontare tutte le obiezioni. Anzitutto importante chiarire che cosa debba intendersi per coscienza, poich la coscienza la base di ogni fenomenismo. Coscienza un complesso di fenomeni psichici accomunati da una relazione sui generis, che possiamo definire relazione di unit. Percepire un oggetto e averne coscienza significa averne una percezione unica -

nel percepire un oggetto abbiamo diverse sensazioni, la durezza, il colore, la temperatura, le percezioni tattili, che costituiscono una percezione unica. Altro carattere della coscienza (consapevolezza psichica) la memoria; unit sintetica della percezione e memoria costituiscono i fattori dellidentit personale. Il mio io, il me identico e con una sua storia, attraverso tutte le impressioni, sorge proprio dalla presenza della unit sintetica della percezione e dalla memoria. Dallio possibile passare al mondo oggettivo, al mondo esterno, costruire il mondo esterno come insieme di sensazioni fra cui si pu scorgere un incatenamento naturale. In altri termini il mondo esterno non sarebbe altro che linsieme di tutte le sensazioni, esistenti e possibili,che hanno una certa regolarit e si svolgono secondo una certa coerenza. Ci spiega come si forma il mondo oggettivo per il soggetto. Ma come possibile spiegare, a partire dalla coscienza, che lo stesso oggetto mantenga la stessa identit per soggetti diversi? Per rispondere al punto di domanda G. si trova a dovere affrontare il problema dellorigine e della legittimit della credenza nella esistenza di altre coscienze. Il fenomenismo altrimenti rischierebbe di cadere nella rete del solipsismo, ossia nella paradossale conclusione che solo io esisto e che tutto ci che mi circonda altro non che prodotto ed elaborazione della mia coscienza. La dimostrazione della esistenza delle altre coscienze condotta da G. attraverso il metodo dellinduzione. Vi sono alcune sensazioni esterne particolari che appartengono al mio corpo. Il mio corpo mi d le stesse sensazioni di qualsiasi altra cosa (lo vedo, lo tocco, lo odoro etc.) ma con qualcosa in pi rispetto alle altre mie sensazioni esterne; se ordino alla mia gamba di muoversi, essa si muove. La percezione del mio corpo pertanto preceduta e seguita da certi stati di coscienza appartenenti alla serie che io chiamo il mio spirito. Se osservo altri fenomeni fisici simili, ad esempio il movimento del corpo di altre persone, ho motivo di pensare, per induzione, che anchessi siano legati a rapporti di sequenza ed antecedenza simili a quelli la cui catena costituisce il mio spirito. Ho in altri termini motivo di pensare che esistano altre coscienze oltre alla mia. Attenzione per a non cadere nellerrore di considerare il fenomenismo come una sorta di idealismo ossia la concezione secondo cui la realt il prodotto di una sistema di idee, sia esso soggettivo o oggettivo; infatti la negazione fenomenista delle sensazioni quali effetti di cose in s materiali, sembra ammettere la tesi opposta e cio che le sensazioni siano prodotte dallo spirito. G. qui si limita ad una semplice negazione della inevitabile caduta nellidealismo, e liquida la questione affermando che le sensazioni sono dati ultimi che bisogna ammettere senza ulteriori spiegazioni. La realt dunque costituita da una molteplicit di spiriti e da una molteplicit di stati di coscienza; tutte le cose si risolvono in sensazioni. Nulla esiste se non vi coscienza; la domanda circa ci che esiste prima del formarsi della coscienza - poich secondo Guastella la coscienza ha avuto origine nel tempo - una falsa domanda, poich assurdo che degli esseri senzienti possano avere avuto sensazioni prima ancora che sorga la coscienza. Definito il fenomenismo, Guastella dedica il terzo volume de Le Ragioni del Fenomenismo al problema delle antinomie, le quali sono, come noto, coppie di proposizioni contrarie di cui sembra si debba ammettere necessariamente o luna o laltra, mentre non si pu ammettere n luna n laltra (F. Albeggiani, Il sistema Filosofico di C. Guastella, Firenze Le Monnier, 1927). La trattazione delle antinomie non si discosta da quella condotta da Kant nella Dialettica Trascendentale (Critica della ragion pura) e tende a dimostrare il valore del fenomenismo nel risolvere i paradossi generati dalle antinomie; essa d inoltre a G. la opportunit di mettere a fuoco una teoria dellinfinito che tende a contrapporsi alle concezione esposte da Cantor e da Enriques nelle loro tesi sugli insiemi transfiniti, su cui si fonda lanalisi matematica di fine ottocento e della prima met del secolo scorso. Ci che pare degno di menzione, dal punto di vista storiografico, prima di concludere, sottolineare una evoluzione sostanziale del concetto di verit tra il primo e il secondo Guastella: mentre per i Saggi sulla teoria della conoscenza la realt di una rappresentazione consiste nella esistenza di una realt oggettiva, per Le Ragioni del Fenomenismo, la verit di una rappresentazione tutta identificata con la sua capacit (funzionalit) di rendere possibile la previsione di fenomeni. La verit funzionalista probabilmente frutto dellinfluenza del pragmatismo americano e di alcune concezioni precorritrici del neopositivismo; vero equivale a scientificamente vero, verificabile.

Nel prossimo paragrafo tratteremo le critiche al fenomenismo, i suoi punti di debolezza, i problemi lasciati irrisolti. 4. Critiche alla filosofia di Cosmo Guastella Guastella si forma ed opera in un clima filosofico dominato dal positivismo e da uno dei suoi pi autorevoli esponenti, Roberto Ardig (1828-1920). Caratteristica principale del positivismo laffermazione del reale, del particolare (positivo) quale fondamento e prius di ogni conoscenza: lesperienza immediata fonte e radice di ogni conoscenza. La temperie positivista radicata nelle universit, nelle pi disparate istituzioni culturali, nella stampa, condiziona fortemente la formazione di G. e rappresenta, da un punto di vista generale, lorizzonte entro cui si muover la sua speculazione. Il fenomeno infatti, il fatto particolare, nella concezione guastelliana, sono la fonte prima di ogni conoscenza e costituiscono il momento ultimo di quel rimando che legittima ogni nostro sapere. Le analogie tra il fenomenismo di Guastella e il positivismo tuttavia si fermano a tale livello di questioni. La meticolosit dellesame guastelliano dellesperienza nei suoi aspetti soggettivi, estranea al positivismo. Essa testimonia la notevole influenza esercitata dallempirismo inglese (J. Stuart Mill) sul fenomenismo. Dellopera che Stuart Mill svolge per ridurre tutta la nostra conoscenza allesperienza, Guastella il pi autentico e rigoroso continuatore. Lessere si risolve nel fenomeno. La realt fenomeno; costruiamo la realt mettendo insieme, in un contesto unitario costituito dal nostro io, tutte le sensazioni che vengono dal mondo esterno. Il mondo esterno altro non se non le nostre sensazioni. Oltre alle sensazioni determinate, particolari, non esiste altra realt; le proposizioni universali, generali, hanno solo un valore nominale. La prima critica che muoviamo al pensiero di Guastella verte sul nominalismo. Il nominalismo la tesi secondo cui le idee delle cose consistono in rappresentazioni; la valenza dei concetti generali solo nominale e ragionare passare dal particolare al particolare. La specificit del pensiero consiste nella affermazione di rapporti fra immagini (le immagini particolari delle cose che ci vengono fornite dai sensi), di rapporti di somiglianza, di differenza, di coesistenza. Ora, noi chiediamo al G.: come possibile, dentro una visione nominalistica, concepire loggettivit del giudizio? Laffermazione dellesistenza di rapporti di somiglianza o successione fra dati sensibili possibile in quanto si giudichi; latto del giudicare non pu essere nelle cose che percepiamo, nei fenomeni, qualcosa al di fuori di essi e che non deriva da essi. Il giudizio quale affermazione di un rapporto oggettivo, suppone una nozione universale di qualcosa che possiamo definire essere entro cui ha valenza il giudizio. Non possono dunque vivere sotto lo stesso tetto una visione nominalistica e la concezione del giudizio quale strumento rigorosamente oggettivo. A meno di far risorgere luniversale e dunque abbandonare il nominalismo -, la cui confutazione tanto sforzo costata al Guastella. Altro versante sul quale il nominalismo sembra vacillare quello dei cosiddetti postulati della validit del pensiero. G. conviene che il principio i) il futuro si conformer al passato non pu mai essere provato dallesperienza. Ma il principio di causa , in buona sostanza, un caso particolare del pi generale postulato i), e pertanto anche il principio di causa sar inderivabile dallesperienza e ne a fondamento. Vi sono alcune altre aporie in relazione alle quali il fenomenismo, anche nelle forme che ha assunto in pensatori successivi a G., si rivela incapace di proporre una coerente concezione della realt (cfr. Domenico Tubiolo La Scienza allo specchio, Palermo, 1999). Esso, anzitutto, nonostante gli innumerevoli sforzi, non riesce a superare i limiti della soggettivit (coscienza) postulando di volta in volta o un insuperabile solipsismo o forme di idealismo soggettivo. Semplificando, la realt per il fenomenismo si risolve in stati di coscienza che costituiscono i mattoni con i quali costruito ledificio della conoscenza ed il mondo stesso. Gli stati di coscienza costituiscono il polo empirico che d certezza inconfutabile ad ogni nostra conoscenza. I miei stati di coscienza appartengono alla mia coscienza. Le altre coscienze, cio gli altri soggetti, per me non esistono; io non percepisco le altre coscienze; io, ad esempio, percepisco nel mio campo visivo una immagine che pressappoco ha le mie stesse caratteristiche fisiche, che tiene con le mani qualcosa, una penna, ed ha la stessa postura di quando io scrivo qualcosa su un foglio di carta; nessuna cosa del fenomeno che percepisco mi pu attestare lesistenza di uno stato di coscienza dietro alla azione che sto vedendo. Per riconoscere gli altri uomini ed attribuire ad essi una coscienza ho bisogno di una induzione. Date alcune sensazioni esterne A e alcuni stati psichici B che chiamo il mio spirito, e dati alcuni gruppi sensazioni A inferisco che esistono altre coscienze B. Ma mentre legittimo il passaggio da A a B, palesemente illegittimo quello da A a B. Ci che io infatti percepisco come stato di coscienza e cio il rapporto tra le sensazioni ed il mio stato psichico, non potr mai percepirlo nel rapporto tra gli stati di coscienza e le sensazioni di un altro soggetto, per il semplice fatto che sia la coscienza che le sensazioni di

un altro soggetto sono per me fenomeni che non hanno nulla di simile alla mia esperienza di avere coscienza di percepire qualcosa: se pertanto nulla di simile vi dal punto di vista del mio stato di coscienza, non si capisce come possa inferire lesistenza di un altro soggetto. Se non perch io gi lo presuppongo. Stando cos le cose, anche lesistenza degli altri soggetti una assunzione metafisica proprio perch non riconducibile a connessioni oggettive del reale (esperienze) che la legittimino. Il punto che una rigorosa prospettiva fenomenista non trova alcun punto dappoggio per saltare al di fuori della coscienza; lesistenza di altri soggetti indimostrabile. 5. Conclusioni Dobbiamo considerare, in relazione a ci, fallimentare lopera di G., inutili le sue lunghe e laboriose meditazioni? Penso proprio di no. Del lavoro di G. rimane la verve critica, il metodo impietoso che smaschera la fallacia di molte asserzioni metafisiche contenute nelle opere passate al setaccio. Credo altres vi sia nelle contraddizioni della filosofia di G., contraddizioni che ne decretano la confutabilit, qualcosa che vada oltre il significato dei termini stessi. Egli si tanto adoperato per affermare la verit delle asserzioni scientifiche e la illusoriet delle cosiddette verit metafisiche. Limpresa scientifica caratterizzata dalla rivedibilit delle teorie, dalla falsificabilit; una volta falsificata, una teoria scientifica, per quanti sforzi essa sia costata, viene abbandonata dalla comunit scientifica e ad essa subentra un nuovo paradigma che a sua volta sar sottoposto a nuovi tentativi di falsificazione. La filosofia di G. ha, da questo punto di vista, qualcosa in comune con le teorie scientifiche, e questo ci che intendevo quando parlavo di significato che va oltre i termini stessi; essa una filosofia che una volta confutata non cerca appelli, e ci perch, in qualche modo, offre, non equivocamente, assunzioni fondamentali falsificabili. Lesatto contrario succede con le filosofie della metafisica: per quante falsificazioni possano prodursi di asserzioni metafisiche, mai risultano decisive al punto da decretarne la inappellabile condanna. Forse perch nelle filosofie della metafisica non sono dati punti di portata cruciale, tali cio che la loro confutazione ha il peso di cassare il sistema filosofico tout court. Ed il fatto che oggi stiamo a discutere della confutabilit di alcune assunzioni fondamentali del pensiero di G., il cui rigore evoca il rigore della ricerca scientifica, penso sia il pi grande riconoscimento che gli si possa tributare.