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Umberto Eco (ricorda Roberto Leydi) (Roberto Leydi (Ivrea, 21 febbraio 1928 Milano, 15 febbraio 2003)) Con il suo

uo senso dello humour, con il suo scetticismo piemontese, con il gusto dell'aneddoto per cui andava famoso, avrebbe riso con me della sua sorte: Roberto Leydi morto nel tardo pomeriggio di un sabato e proprio di quel sabato in cui si svolgevano a Roma e nel mondo le grandi manifestazioni per la pace. Il giorno dopo e anche il luned successivo le pagine dei giornali erano dedicate a quegli eventi e solo nel giro di alcuni giorni i grandi quotidiani hanno commentato la scomparsa di questo singolare e indimenticabile personaggio. Ma si sa, quando la notizia non pi fresca, al massimo si dedicano allo scomparso una colonna o due , anche se, come accaduto con "Repubblica", le due colonne erano firmate Luciano Berio. Mi diceva un giorno Roberto: Non bisogna mai morire di ferragosto, non se ne accorge nessuno. Ecco. Ma devo dire che ho trovato su Internet molti e commossi ricordi, da parte di tanti cultori della musica popolare. Molti non lo sanno, ma quando cantano sulla chitarra antiche canzoni operaie o contadine, e altri reperti di un mondo ormai scomparso, lo debbono a Leydi, che andato con insaziabile curiosit e pazienza certosina a registrare quel patrimonio musicale dalla viva voce di testimoni anche vecchissimi. E poi ha fatto circolare le sue scoperte attraverso libri, dischi, e scorribande teatrali per tutto il paese, facendole sovente cantare da sua moglie, quella Sandra Mantovani di cui negli anni Sessanta avevo scritto che aveva un duende padano. Di Leydi etnomusicologo si parler ancora a lungo. Ma questa attivit (che l'aveva portato a diventare professore ordinario al Dams e ad appassionare a questi temi tanti giovani) rappresentava la punta dell'iceberg Leydi. Per quanto mi riguarda, lascio la parola agli esperti, e continuer a cantare tra me e me le canzoni che ho appreso da lui - e mi rammento che una sera a casa sua ci ha fatto sentire il nastro, su quegli immensi registratori di allora, che aveva registrato non so dove, in qualche balera, dicendo che si doveva prestare

attenzione alla voce di quella ragazza ancora ignota, che si chiamava Mina. Vorrei invece ricordare altri aspetti di Leydi. Per esempio un anno fa aveva pubblicato "Gelindo ritorna. Il Natale in Piemonte" (Omega edizioni) per cui mi aveva chiesto una prefazionetestimonianza fatta di ricordi personali. In molte citt piemontesi, da quasi due secoli si rappresenta a Natale una commedia dialettale, che narra di come il pastore Gelindo e la sua famiglia assistono alla nascita di Ges, in una zona imprecisa tra il Tanaro e Betlemme. L'unica ricostruzione che si ricordi dei testi originali (ma ormai in vari posti come ad Alessandria, questa rappresentazione per met sacra e per met comica, si recita a braccio su canovacci tramandati oralmente, come accadeva per la commedia dell'arte) era "Il Gelindo" di Rodolfo Renier, del 1896. Leydi andato alla ricerca dei vari testi, diversi per citt e provincia, ha ricostruito la storia del Gelindo, ha ritrovato manifesti, musiche, documenti iconografici, dedicando persino un dotto capitolo alla piva di Gelindo (Leydi era espertissimo di zampogne). La ricerca sembra immane, ma non a chi conosceva Roberto e aveva visitato la sua casa, un vero e proprio museo dell'inatteso. Leydi era un collezionista delle cose pi strane, di quelle che la gente non pensa a collezionare, e a giudicare da quello che sto per raccontare lo era sin da piccolo. Infatti a met degli anni Cinquanta io ero giovane funzionario della televisione di Corso Sempione e prendevo sessantamila lire al mese. Leydi, che collaborava alla Rai e aveva quattro anni pi di me, mi raccont un giorno che aveva deciso di lavorare sino a che guadagnava trecentomila lire al mese, e poi si divertiva. Se si calcola che entro poco sarebbe apparsa la Seicento Fiat che costava seicentomila lire, trecentomila era un bella sommetta. Come la realizzava Roberto? Affittando dischi alla Rai. C'era bisogno per qualche trasmissione del primo discorso di Roosevelt, della registrazione della celebre trasmissione di Orson Welles sui marziani, della radiocronaca in diretta della tragedia dello Zeppelin, della prima canzone cantata, che so, da Marlene Dietrich? Leydi a casa sua aveva il disco o il nastro. Dove scovasse tutte quelle cose non l'ho mai saputo. Ma lui le aveva.
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L'anno scorso ha tenuto per la Scuola Superiore di Scienze Umanistiche di Bologna una serie di lezioni sulla "Musica di Weimar". Ci ha fatto rivivere, attraverso brani musicali sempre originali, commoventi e sublimi nel loro gracchiare a settantotto giri, tutta la storia di un'epoca, collegando Kurt Weill alla musica dodecafonica, alle vicende politiche, alla letteratura dell'epoca. Una esperienza indimenticabile. Con leggerezza, gaiezza, sicurezza di giudizio critico, senso del teatro e documentazione eccezionale, ci ha dato l'ultima possibilit di intrattenerci con lui, conversatore dotto e trascinante.

Ciao, Roberto, anzi, "ciau". LEspresso 6 Marzo 2003

A Milano con Leydi e Brecht di Luciano Berio

(Luciano Berio - (Imperia, 24 ottobre 1925 Roma, 27 maggio 2003)

Roberto Leydi l' ho conosciuto da sempre, prima ancora di incontrarlo negli anni Cinquanta, quando si lavorava, con Jacques Lecoq, a Mimusique. Tre modi per sopportare la vita o, con Bruno Maderna, si lavorava a Ritratto di citt nel nascente Studio di Fonologia della Rai a Milano. L' ho conosciuto da sempre perch una parte di me, non so bene quale, forse cresciuta e nata con lui. Grazie a Roberto ho allargato e approfondito innumerevoli aspetti della musica popolare, soprattutto della Lombardia e del Piemonte. Mi raccontava delle avventurose vicissitudini itineranti di "Donna Lombarda" che troviamo come Tenor nella polifonia del nord Europa e ritroviamo finalmente a casa con Monteverdi. Ho seguito Roberto, come e quando ho potuto, nei suoi innumerevoli viaggi. Con Alan Lomax a Genova, per esempio, per la registrazione di Trallallro (coi camalli del porto), unico esempio di quasipolifonia del folclore italiano. Devo a Roberto la scoperta di innumerevoli, grandi e curiosi personaggi. Uno fra i tantissimi, il pianista di New Orleans Jelly Roll Morton (ricordo che la sua carta da visita recava: Joseph La Menthe,
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inventor of blues, jazz e rag). Pochi mesi prima di morire, dimenticato da tutti, Jelly Roll Morton fece un' intervista, seduto al pianoforte, in un garage accanto alla Library of Congress di Washington. Roberto me ne diede la registrazione, indimenticabile e rivelatrice. Con Roberto ho vissuto la Milano di quegli anni - circa dal 1946 al 1964 - una Milano che ho amato molto e che amo sempre ricordare: la Milano di Giorgio Strehler, di Paolo Grassi, di Bertolt Brecht (che incontrammo assieme), e di tanti, innumerevoli altri e di tanta, tantissima musica. Il nostro vocabolario era privo o quasi di retorica. Non si riusciva a parlare di cultura ma, piuttosto, di realt specifiche, semplici o complesse che fossero, come la struttura melodica di una canzone, la struttura narrativa di un testo e da che cosa era abitata l' espressivit di un canto. La moltitudine e la molteplicit dei riferimenti era trattata da Roberto con pragmatica e spesso con aneddotica trasparenza: non parlava mai di realt della cultura ma, piuttosto, di cultura della realt. E io gliene ero grato. Si condivideva una quantit infinita di tab. Uno fra i tanti, il

sentimentalismo, assente dalla vera cultura popolare e necessariamente presente, invece, nelle maniere spesso ricattatorie della musica popolare commerciale. Roberto non intratteneva un dialogo esplicito e immobile con i grandi momenti della storia, come fossero opere d' arte del passato da conservare e proteggere, infatti ne parlava poco. La natura della sua ricerca, quanto mai vasta e diversificata e il suo profondo rispetto per le cose e le persone tendevano a elevare il dettaglio, anche il meno appariscente, a "opera d' arte". E di questo gli sono grati anche i suoi allievi dell' Universit di Bologna. Roberto raccoglieva tutto. Il suo archivio io non l' ho mai visto ma credo di poterlo immaginare, nella sua diversificata vastit. Quello che per il suo archivio non contiene una cosa bella e un po' misteriosa che mi accompagna da sempre nel mio rapporto con Roberto. Potevamo stare mesi e anni senza vederci, ma ogni volta che ci si ri-incontrava era come se non ci vedessimo dal giorno prima. Insomma, ci si conosceva da sempre e, in un modo o nell' altro, era sempre con me, cos come lo adesso. LUCIANO BERIO 21 febbraio 2003 - Repubblica
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http://www.golemindispensabile.it

Isa Melli - La casa di Sandra e Roberto Leydi


Potenza delle cose

Sono anni e anni che, se si viene in argomento, affermo: "Vedere Casa-Leydi stato fondamentale". Non lo dico, insomma, solo adesso perch Roberto Leydi non c' pi. Nel 1971 al D.A.M.S. di Bologna, sin dal primo giorno, tra i suoi dieci allievi, c'ero anch'io. E siccome lui non era mai stato ancora professore, noi avevamo l'onore di essere, in assoluto, i suoi primi allievi. Le lezioni? Se andavi una volta, non si poteva pi restarne senza. E, a coronamento del primo corso d'etnomusicologia, ci invit a Milano: e l fu la sua casa a farci scuola.

Le et dell'uomo, stampa popolare

Sino a quel momento avevo visto quasi solo appartamenti lucidi e bianchi come quello della mia famiglia dove, un giorno del 1961, ogni cosa era arrivata in blocco dalla Scandinavia: le sedie in faggio curvo, le librerie filiformi (che cercavo di riempire), mobili molto bassi coi lumi ricoperti di plastica bianca o tela molto rossa. Ma poi al numero 18 di via Cappuccio, nobile cortile con portineria, salire le due rampe, festosi saluti e, finalmente, entrare nella grande stanza dove Sandra Mantovani e Roberto Leydi ricevevano...Qui cambi all'istante tutto il mio gusto da paese. Ci vidi una specie di Sagra della primavera, un senso di giovinezza (e pensare che allora quella giovane ero io) per quel modo di orchestrare le policromie di sceltissimi oggetti popolari su coloratissime pareti. Tutto un sistema di preferenze e avversioni, che a lezione avevamo pensato soltanto musicali, era stato l gi applicato anche al mondo delle cose. Rara consonanza tra pensieri scolastici e quotidiani. Ascoltavamo infatti anche altri professori, ma spesso le loro case poi dicevano tutt'altro. Per orientarvi cercher di dire che cosa, secondo me, non era quella casa.

Pur essendo Roberto Leydi il tipo dell'accumulatore, la sua non era una casamuseo tutta filologia come quella di Mario Praz. Era accogliente e comoda (pur senza il mito della comodit) e viva: Sandra suonava persino il dulcimer e Roberto, che non cantava, non si sa come, ci insegn a cantare. L'effetto oggi lo direi, azzardando, un biedermeier composto sui modi dell'espressione popolare. E so che Leydi non poteva proprio sopportare il liberty (se parlava d'Ivrea, dov'era nato, citava Olivetti, ma mai Gozzano). Nessuna campana di vetro proteggeva dei bambinges di cera in mezzo ai fiorellini e mai avrebbe voluto sbalordire con una di quelle grandi madie romagnole, tutte armate di un gran numero di borchie. Prediligeva invece le stilizzazioni raffinate, il "romanico del popolare" (se si pu dire): cose un po' sgrammaticate dalle precarie prospettive. Del resto Roberto Leydi arriv dal jazz all'etnomusicologia avendo conosciuto (oltre a Diego Carpitella ed Ernesto De Martino) Maderna e Berio, Strehler e Paolo Grassi, ma anche Max Huber e Bruno Munari (ce ne parlava) in quella Milano "positiva, moderna, europea" spesso esaltata nei suoi scritti. Senza tralasciare mai, un tormentone, di denigrar Bologna che Cattaneo non ha purtroppo avuto. Non era una residenza di famiglia, ma l'abitazione molto cittadina scelta nella sua maturit professionale, e credo da non pi d'una decina d'anni. La casa piemontese compariva in una sua gustosa narrazione che rievocava il giorno in cui present Sandra alla famiglia. Lui tendeva a raccontare l'episodio sottolineando il contegno formale, immobile, dei suoi avi. Quel giorno sul sof c'era la nonna, rigida nei suoi pizzi al collo, in una stanza della quale veniva descritta soprattutto la dovizia delle stoffe: "tende, controtende, mantovane e contromantovane...". E questa nonna, quando finalmente decise di rompere il silenzio, avrebbe chiesto alla fidanzata: "Le la nas?" (Da che famiglia arriva?). Per la sua tendenza a mitologizzare attraverso le ripetizioni, suppongo inesatta la cronaca del fatto. che quel Piemonte scontroso, da lui dipinto l, era senz'altro quello che pi gli stava a cuore. Solo la seriet lo emozionava: nessuno, io credo, si mai avvicinato cos tanto al suo ideale quanto la voce, davvero poco invitante, di Teresa Viarengo, ieratica cantatrice di antichissime ballate dell'Astigiano.
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C'era, senz'altro c'era, nell'aria di quella casa nel centro di Milano, qualcosa da marchesato di Saluzzo che io so di non saper spiegare anche se mi metto ad elencare i piatti Besio, il formaggio Castelmagno e, sugli oggetti in legno, i sei petali cerchiati, quasi un logo, dei fiori incisi nella Val Varaita... e, tra gli amici in transito, Eco, Coggiola, Amodei, Straniero, Bermani... E, se cos non fosse, perch mai, alla fin fine, proprio il Gelindo avrebbe voluto ritornare? Roberto Leydi non amava viaggiare, era un uomo di casa. Il suo studio in via Cappuccio, ordinatissimo (a parte i mozziconi di toscano), sar stato tre metri per due perch la vasta biblioteca era nella prima stanza della casa. Giradischi, Uher e immensi Revox e nastri e nastri e nastri schedati e registrati; e c'era un pianoforte verticale, giusto solo per il controllo di una trascrizione, e sopra, forse, come unico ornamento, una specie di panoplia di povere zampogne cos seccate da non chiedere neanche pi il favore d'essere suonate. E l ricominciavano le lezioni, perch non c'era differenza: conversando lui insegnava, insegnando lui conversava. Ma non parlava mai di un canto senza farcelo ascoltare. Tutte le sue tante cose, prima o poi, gli servivano a dimostrare. A volte dai suoi armadi tirava fuori l'imagrie. Rimanevo a bocca aperta davanti alle stampe dei Remondini di Bassano e a quelle d'Epinal, ai fogli coi presepi o i soldatini da ritagliare (marca Stella), ai giochi dell'oca, lunari, fogli volanti e, l in mezzo, anche un po' d'agiografia (ma solo risorgimentale). Io invidiavo soprattutto certe sue bordure di velina che una volta servivano a far un po' pi belle le cucine di campagna. Vorrei infine raccontare un episodio che a me sembra divertente e che riesce a far capire quanto, alla fine del Cinquanta, nella corsa al salvataggio degli oggetti vennero coinvolti, improvvisamente, altri nostri conoscenti. Traggo le informazioni da Gianluigi Arcari, l'editore mantovano (gi ritratto in questa rivista, cfr. ). Arcari di Acquanegra sul Chiese. Nel 1959, a dodici anni, si accorse dell'esistenza di un dirimpettaio molto interessante: Gianni Bosio, classe 1923. Mamma Arcari e mamma Bosio, nata Pellegrini, erano molto amiche.

Bosio abitava a Milano, dove si occupava delle Edizioni Avanti! diventate poi Edizioni del Gallo, ma tutte le domeniche tornava a casa perch, ancor prima delle Leghe di cultura, organizzava mostre d'arte e di fotografia e diffondeva i primi ciclostilati per iniziare a far conoscere al paese le proprie fonti. Tutte iniziative nelle quali cominci a coinvolgere il piccolo Arcari che si rivel subito un prodigio, in particolare nella comprensione dei vecchi stili. Ida Pellegrini, che gestiva una ferramenta, guard subito con occhi nuovi il figlio dell'amica. E cominci a seguirlo nei depositi dei rigattieri e robivecchi. Il ragazzo indicava la cosa giusta, Ida la contrattava e la portava a casa. Il sabato Gianni Bosio, passando in rassegna i nuovi acquisti, rimaneva sbalordito e non la finiva pi coi complimenti. Di fronte a questa reazione lusinghiera (di una persona, oltretutto, molto amata) quei due, nonostante quarantacinque anni di differenza, volavano insieme al settimo cielo. E allora mamma Bosio decise di acquistare una giardinetta, anche se non aveva la patente. Individuato uno scioperato del paese disposto a far d'autista, l'quipe col nuovo mezzo pot giungere "persino a Collecchio". Intanto a Milano (Bosio faceva da corriere), si era gi sparsa la voce dell'importante giacimento mantovano. E, a questo punto, Gianluigi Arcari ricorda di aver udito un nome. Ancor prima degli Schwamental e degli Aristolao, il miglior cliente nel commercio della Pellegrini fu proprio lui, Roberto Leydi. Arcari lo indica, in particolare, come colui che scelse, con gusto esatto, un canterano del Sei coi pannelli intarsiati, da lui avvistato nel 1961 a Mosio, nel soggiorno di una levatrice. (E pensare che in quel momento a casa mia stavamo ancora scartando il pacco di un tavolino in teak).

(01 marzo 2003)

ROBERTO LEYDI E I CANTASTORIE


http://www.ilcantastorie.info/primopiano.leydi.htm

Nei primi anni '50 ha inizio a Milano il percorso di Roberto Leydi nel mondo del cantastorie. Luoghi, date, cantori e musicisti ambulanti, personaggi delle spettacolo popolare fanno parte dalle sue registrazioni oggi conservate presso il Centro di dialettologia e di etnografia di Bellinzona. Dai suonatori ambulanti incontrati al mercato di Piazza Risorgimento o al vecchio Verziere con le canzonette della musica leggera ("Avanti e indr", "Lo stornello del marinaio", "Valzer"), a via Moscova con l'esecuzione al violino di "Oi Mar" di un suonatore ambulante mutilato delle mani, ai cantastorie Pierino Bescap e Angela Vailati con rimbonimento e il loro repertorio di canzoni, fino ad arrivare in via Cagnola... una strada povera e triste formata da quei grigi casoni ringhiera che furono I'ideale dell'edilizia popolare di Milano di cinquant'anni fa, al numero tre abita Edoardo Adorassi, in fondo a un corridoio senza lampadina. La sua carta d'identitd lo definisce, alla voce "professione dichiarata" suonatore ambulante ed questa ancora

Vintestazione della sua licenza, ma in realt il mestiere di Edoardo Adorassi e ben pi nobile e la sua vocazione di inconsapevole artista affonda le sue radici nella pi antica memoria della nostra civilt. Inizia cos la prima delle inchieste per "L'Europeo" dove Leydi ci presenta la figura del cantastorie nella sua realt, lontana dallaspetto folcloristico messo in risalto da molti mezzi di comunicazione, dalla radio alla televisione alla stampa. Leydi ha poi incontrato anche i cantastorie di altre regioni: nel 1956, in occasione dello spet-tacolo al Piccolo Teatro di Mlano con alcuni cantastorie siciliani, ha l'opportunita di registrare Orazio Strano e Ciccio Busacca protagonisti di un memorabile contrasto. Nel 1957 e presente al "Primo incontro dei cantastorie" di Gonzaga, dove l'anno seguente registra le esibizioni dei cantastorie milanesi Giovanni Borlini, Edoardo Adorassi, Berto Sequino, Mario Callegari, Pierino Bescap e Angela Vailati, della famiglia Bampa di Isola della Scala (Verona), di Lorenzo De

Antiquis di Forli, di Adriano Callegari di Pavia e dei catanesi Vito Santangelo e Ciccio Busacca (entrambi di Patern). Busacca, intervistato anche a Mila-no nel 1964, fu invitato da Leydi nel 1972 al "Laboratorio di musica popolare" dell'Autunno Musicale di Como insieme ai figli Concertina, Giuseppina e Paolo. Alcune esibizioni dei cantastorie alla "Sagra Nazionale" di Grazzano Visconti (Piacenza) del 1960 sono raccolte nel disco "Italia Canta", "I Cantastorie, vol. 1, Italia settentrionale", primo di una collana che purtroppo non ha avuto un seguito. Nel 1963 e a Palermo dove intervista Peppino Celano e registra un episodio dell' Opera dei pupi con l'accompagnamento del piano meccanico e un brano di recitazione del cunto. Numerosi sono poi i documenti sonori raccolti durante le Sagre dei cantastorie a Piacenza (1970) e Bologna (1972 e 1974) Importante e, inoltre, la presenza dei cantastorie in trasmissioni televisive e radiofoniche curate da Roberto Leydi. Per la Radio RAI ricordiamo il programma del 1967 "Storie, canti e cantastorie" con testi eseguiti dai milanesi Brivio, Borlini, Callegari Mario, Adorassi, Sequino, dai pavesi Callegari Adriano, Cavallini Antonio, Cavallini Vincenzina e dai siciliani Busacca, Celano e Orazio Strano. Per la trasmissione "Enciclopedia TV" della R.S.T.V., "Gli ultimi cantastorie" con Antonio Ferrari, Adriano Callegari e Angelo e Vincenzina Cavallini. Per quel che riguarda la discografia, oltre al gi citato LP dedicate alla Sagra di Grazzano Visconti del 1960, il disco della collana Documenti della cultura popolare della Regione Lombardia, "I protagonisti: i cantastorie di Pavia", Albatros VPA 8341 RL (1977). Roberto Leydi, uno dei piu impegnati fondatori e sostenitori della moderna disciplina dell'etnomusicologia italiana, stato certamente 1'unico a non emarginare la figura del cantastorie ma a considerarne rimportanza culturale nel campo del mondo popolare anche nei suoi numerosi lavori dedicati alla musica popolare.

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Addio a Leydi padre nobile dell' etnomusica

ROMA - Roberto Leydi si spento sabato a 75 anni. E' stato uno dei pi grandi studiosi italiani di musica popolare e, insieme a Diego Carpitella e Gianni Bosio, il fondatore della moderna etnomusicologia italiana. Mestiere difficile, il suo, specialmente in un paese in cui l' attenzione al patrimonio artistico non mai totale e quasi mai una priorit. Leydi lo sapeva ma non smise mai di insegnare (al DAMS), di registrare in proprio direttamente dal territorio, di promuovere dischi (le sue raccolte per la collana dei Dischi Del Sole, con i canti delle osterie, i canti religiosi lombardi, le ballate popolari piemontesi) e iniziative (gli spettacoli del Nuovo Canzoniere Italiano) e di scrivere libri (fra cui L' altra musica, pubblicato nel 1991). Era consapevole che la cultura ufficiale avrebbe sempre trattato con sufficienza gli "altri mondi", che le sue ricerche portavano alla luce, ma non ebbe mai il coraggio di rinunciare ad un solo progetto. Adesso, da qualche anno, si celebra il Carpino Folk Festival, una delle manifestazioni di musica tradizionale (anche allargata ad altre esperienze, non solo al folk "duro e puro". Forse lo si deve anche Leydi, che per anni, specialmente nei Sessanta, ascolt i suonatori e i cantori di Carpino e come Alan Lomax registr le loro performance fatte di polvere e di luce. In un certo senso si deve a lui anche il fatto che adesso Francesco De Gregori e Giovanna Marini riescono a coinvolgere un pubblico pi ampio e attento di quanto si potesse immaginare. In un momento in cui la canzone popolare, la folksong italiana, i canti di lavoro e sofferenza, in pratica i nostri "blues", stanno tornando alla luce, infatti doverorso ricordare che fu proprio Leydi, nel lontano 1963, a scoprire Giovanna Marini, che stava dando il suo giovane contributo, fatto di motivi dell' Italia centrale e meridionale, all' allora nascente Folkstudio di Giancarlo Cesaroni. (enrico sisti) - 17 febbraio 2003 - Repubblica

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