Sei sulla pagina 1di 4

Conservatorio "G.

Verdi" di Torino

ESAME Popular Music

Allievo: Mattia Niniano

Nel grande insieme della cosiddetta popular music un posto di rilievo è sicuramente occupato
dai cantautori. In Italia pare che la parola sia stata usata per la prima volta nell'ambiente della
storica casa discografica RCA, nei primissimi anni '60, per indicare quei cantanti che erano
anche autori delle loro canzoni, testi e musiche. Ma non solo, essi erano spesso connotati da
impegno sociale e politico, generale anticonformismo e critica del "sistema". Dei tanti nomi
ormai quasi leggendari del cantautorato italiano, provenienti dalle diverse scuole (genovese,
milanese, bolognese, romana, napoletana), vogliamo qui occuparci di un artista a tutto tondo,
la cui immagine non è mai stata collegata solo ed esclusivamente ad un genere, una scuola, a
delle tematiche specifiche. Stiamo parlando di Lucio Dalla.
Perché proprio Lucio Dalla? Innanzitutto per la grande ammirazione che chi scrive prova per
lui come artista e come uomo, ma soprattutto perché se si parla di popular music, il cantautore
bolognese è un ottimo esempio di artista che si è servito del mezzo musicale moderno
(l'industria della musica) per raggiungere il grande pubblico, eterogeneo sotto ogni punto di
vista, creando una certa unanimità di "consensi", che è ciò che in fondo la popular music si
propone di fare.
Per fare una breve e oserei dire esauriente presentazione di Lucio Dalla voglio citare un
episodio che racconta spesso Ron (al secolo Rosalino Cellamare, altro grande cantautore,
collega e amico di una vita di Lucio). Il cantante ricorda di quando, giovanissimo, scelto per
interpretare una canzone destinata al Festival di Sanremo, si reca agli studi della RCA e
incontra uno strano personaggio: "E poco dopo portarono nella stanza una barella con sopra
un uomo irsuto tutto ingessato: era Lucio Dalla, che aveva avuto un incidente d’auto sul
raccordo anulare, era stato raccolto per puro caso dall’auto del ministro della Sanità, portato
all’ospedale, ingessato, ma non aveva voluto mancare all’appuntamento importante. Saremmo
diventati grandi amici." È un chiaro esempio, questo, dell'imprevedibilità, assurdità, curiosità,
umorismo, umanità, trasparenza della sua figura.
Ma veniamo al nocciolo della questione, ovvero l'importanza di Lucio come musicista,
cantante, artista. Secondo il parere di chi scrive al ruolo tipico del cantautore italiano degli anni
60-70 (protesta contro il sistema discografico, anticonformismo, ideologia politica) Dalla ha
aggiunto una sua naturale poesia che in pochi altri casi è stata raggiunta. Non si intende la
poesia di un De André, a volte cruda e realista, ma una capacità di descrivere la realtà, la
quotidianità, le persone (in particolare gli "ultimi") con una poeticità profonda e leggera
assieme, spontanea e naturale, comprensibile a tutti, a seconda dei livelli di lettura. In Lucio si
aggiunge a mio parere anche una qualità musicale mediamente più elevata rispetto a molti suoi
colleghi di quegli anni. La canzone cantautorale spesso mette in secondo piano la musica per
privilegiare i testi: la prima diventa volutamente ripetitiva e semplice quasi a fare da sottofondo
o "pretesto" per un racconto, più importante, su cui focalizzare l'attenzione. Questo in Dalla
succede di rado, anzi, la musica (armonie, melodie, suoni, arrangiamenti) sembra studiata
appositamente per contribuire al risultato "emozionale" finale; essa, spesso, "racconta" tanto
quanto il testo. E' un'attenzione, questa, che non deve stupire, infatti da giovanissimo Lucio
aveva iniziato con il jazz: da assoluto autodidatta, aveva imparato a suonare il clarinetto,
esibendosi in alcuni gruppi dilettantistici della città. Diventò poi membro di un complesso jazz
bolognese, la Rheno Dixieland Band, di cui faceva parte anche il regista Pupi Avati, il quale,
sentendosi "chiuso" dal talento di Dalla, abbandonò presto il gruppo, trovando in futuro la via
del cinema. Sempre a quel periodo risale l'incontro con Chet Baker, leggendario trombettista
statunitense. Lucio era poco più che un ragazzino e già virtuoso al clarinetto, venne invitato a
suonare più volte con il grande jazzista, che all'epoca viveva a Bologna. L'artista, in un
intervento raccolto nel suo libro Gli occhi di Lucio, racconta come all'epoca guardasse in
maniera un po' schizzinosa la musica leggera, «perché ero un jazzista sorprendentemente bravo
già a quindici, sedici anni», ricordando, con affetto, proprio le jam session con il grande
trombettista. Il giovane Dalla, in seguito, suonerà con altre importanti figure del jazz come Bud
Powell, Charles Mingus ed Eric Dolphy.
Il suo vero esordio arriva negli anni 70 con il Festival di Sanremo. In questi primi anni scrive
ancora solo le musiche, i testi sono di parolieri importanti come Sergio Bardotti, Gianfranco
Baldazzi e Paola Pallottino. Gli arrangiamenti in questo periodo sono volutamente ridotti, per
mettere in risalto i testi, seguendo l'onda cantautorale "tradizionale". Segue un fortunato
periodo di collaborazione col poeta bolognese Roberto Roversi, dal quale nascono album quasi
"sperimentali", spesso connotati dalla denuncia sociale e politica. Ma è nel 1977 che fa il suo
debutto come autore, che con l'album Come è profondo il mare non potrebbe essere più felice.
Scrive il giornalista Paolo Giovanazzi: «Lucio Dalla riesce a trovare il punto di equilibrio tra
la canzone "civile" progettata con Roversi e una maggiore semplicità espressiva, almeno
apparente [...]. L'osservazione sociale non viene accantonata [...], ma lo stile è cambiato, c'è
più spazio per la musica». L'album rappresenta una tappa fondamentale nella carriera
dell'artista, sia per la svolta cantautorale, sia per l'imposizione definitiva del personaggio Dalla:
volutamente vestito male e sempre con zucchetto di lana in testa, ora accompagnato dal
clarinetto, ora seduto a un pianoforte, il "Dalla autore" conquista in breve tempo una nuova e
larghissima schiera di fans, anche grazie a performance canore sempre più teatrali, con
improvvisazioni che arricchiscono costantemente ogni sua esibizione. Nel '79 esce Lucio
Dalla, album dal successo addirittura superiore, che contiene canzoni simbolo della sua carriera
(Anna e Marco, Stella di mare, La signora, Tango, Milano, Notte, Cosa sarà (cantata con
Francesco De Gregori su musica di Ron, col quale aveva iniziato e poi mai più interrotto la
collaborazione). A chiudere il disco una delle sue canzoni manifesto: L'anno che verrà, nel cui
tramonto delle utopie e delle illusioni sembra chiudersi idealmente il decennio degli anni di
piombo.
Sono questi i suoi successi-simbolo, ricordati dal pubblico sempre con una grande emozione.
È la cosa che forse mi ha sempre colpito maggiormente di Lucio Dalla. Ogni volta che un fan
o un musicista si approccia ad una sua canzone, lo fa sempre con una sorta di rispetto
reverenziale, misto ad ammirazione e affetto, quasi a trovarsi di fronte a qualcosa di superiore.
In effetti molte sue canzoni hanno una certa atmosfera di "preghiera" (si pensi a Se io fossi un
angelo, nata nei suoi felicissimi anni '80), sempre però in bilico tra sacro e profano, cosa che a
mio avviso ha messo d'accordo un po' tutti sulla sua musica. Non è mai stato dichiaratamente
ateo, credente, schierato politicamente, omosessuale, ma nemmeno cantante, autore, musicista
o attore, nulla. Ma pur non prendendo mai posizioni forti (cosa tipica dei cantautori, tipica degli
anni 70, tipica dei geni), è sempre rimasto fedele a se stesso e alla sua immagine, che è un po'
tutte queste cose insieme. Dicevo quindi che la mia esperienza ha portato a rendermi conto del
modo in cui la gente si approcci alla sua musica, che sia un famoso jazzista che decide di
suonare le sue canzoni in un disco stupendo come "Dalla in jazz", o un signore di mezza età
alla festa-karaoke del paese che intona (o meglio stona) 4/3/1943 o Piazza Grande.
Un evento simbolo del legame di Lucio Dalla con il popolo è lo storico tour di concerti insieme
a Francesco De Gregori (e a Ron) intitolato Banana Republic (con omonimo disco da 500.000
copie), che riempie nell'estate del 1979 gli stadi di tutta Italia, e che è lanciato da un concerto
nel luglio dell'anno precedente allo Stadio Flaminio di Roma, con ben quarantamila spettatori.
La grande eco del tour deriva dal fatto che per la prima volta la musica d'autore sbarca negli
stadi, misurandosi direttamente con il grande pubblico; il seguito popolare che ne deriva,
infatti, è senza precedenti per la musica italiana, rivoluzionando il modo stesso di intendere il
rapporto tra cantautore e pubblico e facendo di Dalla e De Gregori una sorta di primissime e
"atipiche" rockstar. Una serie di gravi incidenti avvenuti ai concerti o nelle immediate
vicinanze negli anni precedenti aveva fatto sì che le star straniere e quelle italiane disertassero
stadi e palasport. Il tour Banana Republic, tuttavia, si svolge in maniera ordinata e registra una
affluenza di pubblico mai vista prima. Dal lungo tour estivo è stato tratto anche un "film
concerto dal vivo" per la regia di Ottavio Fabbri che viene proiettato nei cinema italiani.
Non pago del grandissimo successo, l'artista bolognese dà alle stampe un altro disco, Dalla,
uscito nel settembre del 1980. Il sound creato dal gruppo sforna un vero rock d'autore, portando
il disco subito in vetta alle classifiche (600.000 copie vendute), confermando nuovamente un
periodo di grande felicità creativa. Gli otto brani presenti nell'album vengono in breve salutati,
da pubblico e critica, come autentici classici del suo repertorio. Canzoni simbolo sono
senz'altro Futura, Cara, (una delle sue canzoni più belle, che inizialmente avrebbe dovuto
intitolarsi dialettica dell'immaginario) e l'intensa La sera dei miracoli. Altro singolo trainante
dell'album è Balla balla ballerino, storia di un danzatore pacifista che, ballando "alla luce di
mille sigarette e di una luna", balla con amore per tutti, anche per i più violenti. In merito alla
genesi del testo di Futura, Dalla ha dichiarato «Futura nacque come una sceneggiatura, poi
divenuta canzone. La scrissi una volta che andai a Berlino. Non avevo mai visto il Muro e mi
feci portare da un taxi al Checkpoint Charlie, punto di passaggio tra Berlino Est e Berlino
Ovest. Mi sedetti su una panchina e mi accesi una sigaretta. Poco dopo si fermò un altro taxi,
ne discese Phil Collins che si sedette nella panchina accanto alla mia e anche lui si mise a
fumare una sigaretta... Mi venne la tentazione di avvicinarmi a Collins per conoscerlo, per
dirgli che ero anch'io un musicista. Ma non volli spezzare la magia di quel momento. In quella
mezz'ora scrissi il testo di Futura, la storia di questi due amanti, uno di Berlino Est, l'altro di
Berlino Ovest, che progettano di fare una figlia che si chiamerà Futura». Conoscendo un po'
la figura di Lucio e avendone anche personalmente parlato con l'amico di una vita Ron, so che
una delle sue più grandi passioni era inventare storie; nel senso vero di raccontar frottole o fatti
assurdi che gli sarebbero accaduti. Ma pare che questo di Phil Collins sia veritiero, come è
vero che durante viaggi lunghissimi in auto con Ron, lui dormiva raggomitolato nel lunotto
della Porsche del produttore Renzo Cremonini ascoltando dischi di Joni Mitchell, James Taylor
e Crosby, Stills, Nash & Young. È il racconto di un Italia in cui era ancora tutto da fare,
un'espressione usata da Ron che rende molto l'idea di come davvero si vivesse la musica (e
quindi la vita) allora, e che contrasta tristemente col mondo di oggi, un po' più vuoto e privo di
prospettive sconosciute ma esaltanti, che in quegli anni erano la spinta necessaria a fare.
La carriera di Lucio continua senza conoscere grandi difficoltà per tutti gli anni Novanta e
Duemila, sfornando successi di vario genere: canzoni simbolo come Caruso (secondo brano
italiano più conosciuto all'estero dopo Nel blu dipinto di blu), opere teatrali e show televisivi,
fino a un inaspettato ritorno in tour con De Gregori e un Festival di Sanremo in duplice veste
di cantante e di direttore d'orchestra.
Lucio morirà circa un mese dopo il festival 2012, improvvisamente, durante un tour in
Svizzera, stroncato da un infarto a 68 anni, lasciando un enorme vuoto nel mondo della musica
italiana. Particolarmente profetica è l'ultima strofa della sua canzone Cara:
"Lontano si ferma un treno
ma che bella mattina, il cielo è sereno ua ndo ho kytfjgfhfame di
Buonanotte, anima mia
Adesso spengo la luce e così sia"

Dalla, infatti, muore la mattina di un primo marzo sereno, in un hotel che non dista che pochi
passi dalla stazione ferroviaria di Montreux.
Di tutte le cose legate alla sua morte che potrebbero colpirmi (i quasi 100 milioni di euro di
eredità, le 581 canzoni depositate alla SIAE, e molti altri "pettegolezzi"), l'unica che voglio
ricordare è una "notizia" passata in sordina che riguarda il nostro Lucio: ogni anno offriva il
pranzo dell'Epifania a tutti i senzatetto di Bologna tramite l'associazione chiamata, neanche a
dirlo, Piazza Grande. Non volle farne notizia, finché era in vita.

"Santi che pagano il mio pranzo non ce n'è


sulle panchine in Piazza Grande,
ma quando ho fame di mercanti come me
qui non ce n'è."

(Piazza grande: CELLAMARE / DALLA/ BALDAZZI / BARDOTTI)

Fonti: Wikipedia; Chissà se lo sai (Ron, Piemme); Claudio Fabretti, Lucio Dalla - Tra la via Emilia e la Luna, in
ondarock.it; Roberto Vecchioni, La canzone d'autore in Italia, in Treccani.it; Banana Republic, film di Ottavio Fabbri.

29/5/2017