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Capitolo 1 Evidenze evolutive nellUniverso stellare

1.1. Gli osservabili stellari


La prima antichissima evidenza di quella vasta e strutturata distribuzione spaziale di materia cui diamo il nome di Universo risiede nel usso luminoso che ci proviene dalle sorgenti stellari. La consapevolezza che tali sorgenti debbano essere riguardate come corpi celesti analoghi al vicino Sole, pi` volte adombrata nel corso della storia del pensiero scientico e certamente u gi` fatta propria da Galileo, ` alla base di una svolta conoscitiva nello studio dellUniverso: a e dalla Astronomia, intesa come semplice analisi delle posizioni e dei movimenti apparenti delle stelle sulla volta celeste, si apriva la strada all Astrosica ed allo studio delle propriet` a siche degli oggetti stellari. Tale studio non pu` peraltro che essere basato sullanalisi della radiazione elettromago netica che da tali oggetti ci giunge e quindi, in termini operativi, sulla analisi dei fotoni raccolti da telescopi e focalizzati su opportuni rivelatori. In linea generale, ci attendiamo che una sorgente stellare sia caratterizzata dalla quantit` di energia luminosa emessa nellunit` a a di tempo sotto forma di fotoni e dalla distribuzione dei fotoni stessi alle varie frequenze o lunghezze donda (distribuzione spettrale o spettro della radiazione). Fortunatamente, si trova che nella grande maggioranza dei casi tale distribuzione risulta con buona approssimazione assimilabile a quella attesa da un corpo nero ( A1.1) di opportuna temperatura. Potremo dunque parlare di una temperatura della sorgente, e caratterizzare tali temperature attraverso opportune denizioni delle magnitudini stellari e dei relativi indici di colore ( A1.2). Le osservazioni mostrano che le temperature stellari risultano tipicamente contenute in un intervallo non molto esteso, orientativamente tra i 3.000 ed i 30.000 gradi Kelvin (K). La distribuzione spettrale della radiazione non dipende dalla distanza della sorgente, distanza da cui dipende peraltro il usso di energia che raggiunge la Terra. Pi` problematico u risulta quindi risalire dallenergia raccolta alla supercie della Terra allenergia emessa per unit` di tempo (luminosit` intrinseca) da una sorgente di cui sovente ` dicile valutare con a a e precisione la distanza. Metodi diretti (parallassi trigonometriche A1.3) applicati sia da terra che da veicoli spaziali consentono oggi di conoscere con buona precisione la distanza degli oggetti pi` vicini al nostro sistema solare, che rappresentano peraltro una frazione minu imale dellUniverso osservato. Al di l` di tale campione locale, la valutazione delle distanze a riposa sulla diponibilit` di opportune candele standard, cio` sullutilizzo di particolari a e 1

Fig. 1.1. Rappresentazione schematica della struttura della nostra Galassia. Le distanze sono misurate in parsec (1 pc 3.3 anni luce A1.3)

sorgenti stellari di cui si ritiene di poter conoscere a priori la luminosit` intrinseca della a struttura. A questi due osservabili macroscopici delle propriet` radiative di una stella si aga giunge una ulteriore e preziosa informazione a livello microscopico. La non esatta corrispondenza tra gli spettri stellari e la distribuzione di corpo nero ` infatti da attribuirsi in larga e misura alla presenza di righe e bande oscure variamente distribuite lungo lo spettro, causate dallassorbimento selettivo di radiazione ( A1.4) da parte degli atomi o molecole di cui ` e composta la porzione pi` superciale di una struttura stellare (atmosfera stellare). La teou ria delle atmosfere stellari consente oggi di risalire con buona precisione dagli assorbimenti osservati allabbondanza delle varie specie atomiche, fornendoci la preziosa (e per lungo tempo insperata) opportunit` di acquisire informazioni sulla composizione chimica di tali a atmosfere.

1.2. Le galassie: evidenze di evoluzione dinamica


Pur limitandosi al solo osservabile temperature, lesame delle sorgenti stellari suggerisce tutto un insieme di evidenze evolutive collegabili alla storia della materia nella nostra Galassia e, pi` in generale, ad una storia dellUniverso stesso, delle sue strutture e della u materia in esse contenute. E su tale quadro di evidenze che lAstrosica Stellare ` chiamata e ad operare, al ne di raggiungere valutazioni quantitative che consentano di sviluppare lambizioso programma di ricostruire nei dettagli la storia dellUniverso nel suo insieme, ricavando tale storia dallanalisi delle testimonianze stellari che sopravvivono disseminate nello spazio. E ben noto come la fascia luminosa che attraversa il cielo notturno, detta Via Lattea, debba essere interpretata come evidenza che il Sole faccia parte di un sistema strutturato di stelle detto Galassia, dal greco = Latteo, ove ` sottinteso il termine circolo. e Losservazione ha portato a riconoscere nella Galassia tre componenti principali che sono qui elencate in ordine di rilevanza osservativa (g.1.1): 1. Un disco, di raggio 15 chiloparsec (kpc) e spessore 300 pc, popolato da stelle e nubi di materia diusa sotto forma di polveri e gas. Caratteristica la presenza di ammassi stellari aperti (g. 1.2), tipicamente formati da non pi` di qualche migliaio di stelle, non legate u gravitazionalmente e senza evidenti simmetrie . Numerose evidenze indicano lesistenza nel disco di una sottostruttura a spirale, in analogia a quanto osservato direttamente in altre galassie (g. 1.3).

Fig. 1.2. Distribuzione sulla volta celeste degli ammassi stellari aperti della nostra Galassia che marcano la collocazione del disco galattico. Sono utilizzate coordinate galattiche ove la latitudine galattica (b) ` misurata con riferimento al piano denito dalla Via Lattea e per la longitudine (l) si e assume come origine la direzione del centro galattico.

Fig. 1.3. Mappa della posizione sul piano del disco galattico di alcuni tracciatori di spirale nei dintorni del Sole. I simboli rappresentano giovani ammassi stellari aperti (cerchi pieni) e nubi di idrogeno ionizzato dalla radiazione di contigue stelle giganti blu (cerchi vuoti). Le concentrazioni degli oggetti lungo fasce evidenziano porzioni locali delle braccia a spirale della nostra Galassia.

2. Un nucleo (bulge), centro di simmetria per il disco, particolarmente ricco di stelle e di materia diusa. 3. Un alone sferico, di raggio comparabile a quello del disco, nel quale sono presenti essenzialmente solo oggetti stellari, distribuiti con buona simmetria attorno al nucleo galattico. Caratteristica la presenza di oltre cento ammassi globulari ( A1.5), formati da sino ad un milione di stelle, gravitazionalmente legate in strutture a spiccata simmetria sferica. Strutture di questo tipo sono riconosciute per ogni dove nellUniverso, a partire da quando i primi grandi telescopi riuscirono a risolvere un antica controversia, mostrando come le nebulose spiraleggianti intraviste con i cannocchiali ottocenteschi dovessero essere riguardati come strutture dalle dimensioni e strutture analoghe a quelle della nostra Galassia poste ad enormi distanze. Per la galassia a noi pi` vicina (M31 = Andromeda) stimiamo oggi, per u esempio, una distanza di 700 kpc.

Fig. 1.4. Schema evolutivo della Galassia. I punti rappresentano il gas, le crocette le stelle ed ammassi di alone, i cerchi aperti le prime stelle di disco. Gli asterischi rappresentano lesplosione di supernovae ed i cerchietti pieni stelle arricchite di elementi pesanti. R rappresenta lasse di rotazione della Galassia. Il raggio dei cerchi ` di circa 15 kpc. Nella fase b sono indicate alcune orbite della e popolazione di alone (stelle od ammassi).

Di particolare rilevanza appare la dierenza di temperatura tra stelle di disco e di alone. Nella nostra Galassia e, per quanto ` possibile vericare, in tutte le galassie simili alla nostra e (galassie a spirale), si ha infatti che: 1. Tra le stelle che popolano il disco, le pi` luminose appaiono tipicamente stelle ad alta u temperatura (stelle blu, T10.000 K). 2. Lalone galattico ` invece dominato da stelle a temperatura nettamente inferiore (giganti e rosse, T5.000 K). Da queste osservazioni scaturisce, sia pur a livello di ipotesi di lavoro, un quadro interpretativo che collega evidenze stellari ed evoluzione galattica. Dovendosi assumere che le stelle siano il risultato della condensazione di materia diusa sotto linuenza del campo gravitazionale, ` innanzitutto evidente che nellalone della Galassia, ove tale materia diusa e ` praticamente assente, il processo di formazione stellare ` al presente inibito. Le stelle che e e popolano lalone devono quindi essere il ricordo di una fase precedente, in cui lintero alone era occupato da una nube di materia diusa a simmetria tipicamente sferica (protogalassia).

Alla formazione di una prima generazione stellare nel corpo di questa protogalassia deve aver fatto seguito il collasso del gas residuo (g. 1.4) a formare il disco, con tempi scala caratteristici di 3 108 anni per un collasso in caduta libera (collasso non dissipativo). Nel disco cos` formatosi sono restati e restano attivi i processi di formazione stellare a spese della materia diusa ivi addensata. Se ci` ` vero, le popolazioni stellari di alone devono essere oe le pi` antiche della Galassia, e la dierenza di stato sico delle strutture stellari potrebbe u essere messa in relazione proprio alla dierente et`. Cos` varrebbero le relazioni: a Alone Predominio di giganti rosse strutture stellari antiche. Disco Predominio di stelle blu strutture stellari giovani. Pur senza entrare in casistiche dettagliate ( A1.6) ricordiamo daltronde come nellUniverso, sia pur nel quadro di una gran variet` di forme e dimensioni, si osservino a due tipi fondamentali di agglomerazioni di materia su scala galattica: 1. Galassie a spirale, quali la nostra e M31, nelle quali ` presente un disco (con spirali e regolari o barrate) immerso in un alone dominato da giganti rosse. 2. Galassie ellittiche, nelle quali ` presente solo una componente sferoidale di alone. e E interessante notare come le galassie ellittiche mostrino di essere dominate da una componente stellare a bassa temperatura, come chiaramente indicato dal loro colore. Questa osservazione sembra integrare il quadro evolutivo precedente, suggerendo che le prime generazioni stellari siano nate, in ogni caso, da nubi protogalattiche sferoidali ed in un lontano passato. Solo se, per motivi al momento imprecisati, tale processo di generazione stellare lascia nella struttura del gas residuo, tale gas si condensa lungo un disco ove rimangono efcienti ulteriori processi di formazione stellare. Notiamo che da queste semplici osservazioni emerge che lUniverso ha una storia: c` stata nel passato un era per la formazione delle e galassie, e ci` contraddice quella teorie che vorrebbero lUniverso sempre eguale a s stesso o e (teorie dello stato stazionario). Il quadro evolutivo cos` delineato ` peraltro suscettibile di modiche anche sostanziali e sulle quali ` ancora vivo il dibattito: il collasso del protoalone potrebbe essere stato di tipo e dissipativo, e quindi su tempi scala termodinamici, o - ipotesi ancor pi` radicale - nella u formazione degli aloni potrebbero aver giocato un ruolo processi di cattura e di merging di sistemi stellari preesistenti. Le teorie di evoluzione stellare sono chiamate a precisare, denendoli quantitativamente, tali scenari evolutivi, fornendo risposte che - come abbiamo visto - coinvolgono non solo la storia della nostra Galassia ma anche la storia del pi` generale u strutturasi in galassie dellUniverso nel suo insieme.

1.3. Diagramma HR e isocrone di ammasso.


Per integrare il quadro osservativo sul quale le teorie dellevoluzione stellare sono chiamate ad operare, dobbiamo ora aggiungere le informazioni riguardanti le luminosit` intrinseche a degli oggetti stellari. A tale scopo appare naturale organizzare in un diagramma le due caratteristiche che deniscono le propriet` radiative di una struttura stellare: la luminosit` L a a (energia emessa per unit` di tempo) e temperatura ecace Te ( A1.1). Un tale diagramma a prende il nome di diagramma di Hertzsprung Russel o diagramma HR dal nome dei due ricercatori che agli inizi del novecento per primi ricorsero a tale rappresentazione . Quando al posto delle grandezze siche L, Te si usano le correlate grandezze osservative magnitudine e indice di colore tali diagrammi prendono anche il nome di diagrammi Colore Magnitudine o diagrammi CM.

Fig. 1.5. Magnitudini visuali assolute MV in funzione del colore B-V per stelle con distanza dal Sole minore di 20 pc, parallassate trigonometricamente dal satellite astrometrico Hipparcos. La freccia indica la magnitudine assoluta del Sole (MV =4.8). Luminosit` e temperatura delle sorgenti a decrescono allaumentare, rispettivamente, di MV e B-V.

Organizzando in tale diagramma i dati magnitudine assoluta-colore per le stelle nei dintorni del Sole, le cui distanze sono note grazie alle parallassi trigonometriche, osserviamo che la maggior parte delle stelle si dispone lungo una sequenza monoparametrica che va dalle alte luminosit` e alte temperature verso valori decrescenti di ambedue questi parametri a osservativi (g. 1.5). Non sorprendentemente, a tale sequenza viene dato il nome di Sequenza Principale o, con terminologia inglese, Main Sequence sovente abbreviata in MS. Nello stesso diagramma si notano alcune stelle che si distaccano sensibilmente dalla sequenza, poste rispettivamente a alte temperature e minori luminosit` o a basse temperature e maggiori a luminosit`. Ricordando che la temperatura regola lemissivit` del corpo nero, ` immediato a a e dedurne che le prime devono essere sensibilmente pi` piccole e le seconde pi` grandi, evidenza u u che giustica i nomi di Nane Bianche (White Dwarfs = WD) per le prime e di Giganti Rosse (Red Giants = RG) per le seconde. Da segnalare inne la presenza di alcune, rare, stelle che si collocano al di sotto della MS, note come Subnane di campo (Subdwarfs = SD) Informazioni analoghe sono anche ottenibili tracciando il diagramma HR per stelle appartenenti ad un ammasso: ` lecito infatti assumere che le mutue distanze tra le stelle e dellammasso siano molto minori della distanza dellammasso stesso dal Sole. In tale caso si conservano i rapporti delle diverse luminosit`. Ricordando che nelle magnitudini appaiono a i logaritmi delle luminosit`, se ne trae che le magnitudini osservate si distribuiscono in tale a diagramma esattamente come le magnitudini assolute, dierendo da esse per una costante di scala additiva dipendente dalla distanza dell ammasso (modulo di distanza dellammasso A1.2). Costruendo cos` diagrammi HR per ammassi contenuti nel disco o nellalone galattico (g. 1.6 e g. 1.7) si osserva la costante presenza di sequenze monoparametriche, la cui topologia varia peraltro sensibilmente al variare della collocazione galattica. Gli ammassi di disco mostrano diagrammi HR per molti versi analoghi a quello delle stelle nella vicinanza del Sole. Gli ammassi globulari dellalone galattico se ne discostano invece sensibilmente: sono assenti le giganti blu (come gi` avevamo indicato) ed appaiono nuove sequenze indicate a rispettivamente come Ramo delle Giganti Rosse (RGB = Red Giant Branch), Ramo

Fig. 1.6. Diagramma HR dellammasso aperto delle Iadi, tipico di ammassi aperti del disco galattico. In ordinata le magnitudini assolute (MV ) come ricavate dalle magnitudini relative e dal modulo di distanza (DM =3.33) fornito dal satellite astrometrico Hipparcos ( A1.2). In ascissa i colori B-V. Per opportuno confronto la freccia riporta la magnitudine assoluta del Sole.

Fig. 1.7. Magnitudini visuali V in funzione del colore B-V per le stelle dellammasso globulare M5 di alone. La freccia riporta la magnitudine V del Sole posto alla distanza dellammasso (DM 15.07 )

Orizzontale (HB = Horizontal Branch) e Ramo Asintotico (AGB = Asymptotic Giant Branch). Recentemente il grande progresso osservativo portato da Telescopio Spaziale Hubble (HST= Hubble Space Telescope) ha consentito di estendere le osservazioni degli ammassi globulari a stelle di debole luminosit` non rivelabili da Terra, integrando notevolmente le a nostre conoscenze del diagramma CM di tali oggetti. La g. 1.8 mostra come le fasi evolutive raggiunte da Terra siano quasi la punta di un iceberg, al di sotto della quale si estende una lunga Sequenza Principale che raggiunge stelle con luminosit` anche inferiori a 1/100 a di quella solare. Levidenza di diagrammi HR con sequenze monoparametriche conduce ad una rilevante deduzione. In linea del tutto generale ci si attende infatti che le caratteristiche evolutive delle stelle debbano dipendere da molti parametri e, in particolare, dalla composizione chimica

Fig. 1.8. Diagramma CM delle stelle nellAmmasso Globulare M92 ottenuto combinando le osservazioni da Terra con le osservazioni HST

della materia da cui si sono formate, dalla massa e dallet` delle strutture, non escludendo a lintervento di altri fattori quali, ad esempio, lo stato di rotazione delle strutture medesime. Levidenza di sequenze monoparametriche indica che nelle stelle di un ammasso solo uno di tali parametri varia in maniera indipendente, governando la collocazione nel diagramma HR delle varie strutture. Se le stelle di un ammasso sono nate in un comune processo di formazione, nulla osta a che le stelle abbiano avuto in origine una comune composizione chimica e una comune et`. Pare invece irrealistico che processi di fragmentazione del proa toammasso gassoso abbiano portato a valori ssi per la massa degli oggetti stellari formati, cps` da suggerire che la massa stellare debba essere il parametro che governa la distribuzione i nel diagramma HR. Il diagramma HR conferma in tal modo lipotesi che le stelle di un ammasso si siano formate da un unica nube ed in una determinata epoca, in un intervallo di tempo piccolo rispetto allet` dellammasso. Il diagramma HR delle stelle di un ammasso deve quindi essere a interpretato come il luogo, nel piano luminosit` - temperatura, di stelle aventi massa diversa a e costante et` e composizione chimica (isocrona di ammasso). a Nel quadro evolutivo che siamo andati delineando, la dierenza tra i diagrammi degli ammassi di alone e di disco dovrebbe essere, almeno in parte, attribuita a dierenze di et`. a Se ne pu` trovare una conferma indiretta nello studio di sistemi binari per i quali ` possibile o e valutare massa e luminosit` delle stelle ( A1.7). Si trova infatti che in stelle di sequenza a principale la luminosit` ` direttamente correlata alla massa, crescendo al crescere di questa. ae Di particolare rilevanza ` la constatazione che la luminosit` cresce secondo potenze superiori e a della massa (orientativamente L M3.5 - g. 1.9). Se ne trae infatti levidenza che la quantit` a di energia emessa da una stella per unit` di tempo e di massa cresce anchessa rapidamente a con la massa della stella. Ci` suggerisce che le stelle a massa maggiore debbano esaurire pi` rapidamente la loro o u riserva di energia, qualunque essa sia, e che, quindi, abbiano tempi evolutivi pi` rapidi e vita u

Fig. 1.9. La relazione massa-luminosit` per stelle di sequenza principale in sistemi binari. a

totale pi` breve. Non stupisce quindi lassenza di stelle luminose blu di sequenza principale u nellalone: se le stelle di alone sono sensibilmente pi` antiche di quelle di disco ci si attende u appunto che le stelle pi` massicce abbiano esaurito il loro tempo di vita, scomparendo dalla u sequenza principale. Resta naturalmente da identicare lorigine delle osservate sequenze di Giganti Rosse e di stelle di Ramo Orizzontale. Colore, luminosit` e spettri delle stelle contribuiscono quindi a suggerire un quadro evoa lutivo di notevole interesse per la storia della nostra Galassia, quadro che una opportuna teoria delle strutture e della evoluzione stellare ` chiamata a confermare e precisare. e

1.4. La Galassia: evoluzione nucleare. Popolazioni stellari


Il quadro che siamo andati delineando nei punti precedenti si amplia quando si aggiungano le informazioni provenienti dallanalisi spettroscopica. Dalle righe di assorbimento dei vari elementi ` possibile risalire con buona precisione alla abbondanza degli elementi stessi nelle e atmosfere stellari. Il quadro che se ne evince si salda direttamente alle analisi precedenti ampliando le ipotesi ivi avanzate. La materia dellUniverso risulta per la maggior parte (oltre il 98 % in massa) sotto forma di idrogeno ed elio. Ovunque sono peraltro presenti gli elementi pi` pesanti , ma con la caratteristica che negli ammassi dellalone galattico tali u elementi risultano di 1-2 ordini di grandezza meno abbondanti di quanto riscontrabile nelle stelle di disco e, in particolare, nel nostro Sole (g. 1.10). E invalso luso in astrosica di indicare col termine metalli linsieme di tutti gli elementi con nuclei pi` pesanti di quello dellelio, e quindi con numero atomico A > 4 ( A1.8), u e di indicare con Z labbondanza in massa di tali elementi, cio` la massa che in un grammo e di materia ` sotto forma di metalli. Le abbondanze in massa di idrogeno e elio vengono e rispettivamente indicate come X o Y, valendo per denizione X+Y+Z =1. Utilizzando tale notazione, nella Galassia risulta indicativamente: Alone Zalone 104 103 . Disco Zdisco 102 (Sole Z 2 102 ). Assumendo lo schema di progressione temporale protogalassia alone disco, risulterebbe cos` che gli oggetti pi` antichi della nostra Galassia sono nel contempo caratterizzati u da una netta sottoabbondanza di elementi pesanti. Ci` suggerisce che la composizione nucleo are della materia nellUniverso non sia immutabile, e che al uire del tempo si sia modicata non solo la morfologia delle strutture ma anche la distribuzione delle specie nucleari nella

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Fig. 1.10. Labbondanza dei vari elementi nell atmosfera del Sole, gracata in funzione del numero di massa A: La distribuzione ` normalizzata ponendo labbondanza del Silicio pari a 106 . Si nota e come lidrogeno risulta almeno 1000 volte pi` abbondante di tutti gli altri elementi, fatta eccezione u per lelio. Si notino le peculiari abbondanze dei nuclei di 12 C e dei successivi multipli del nucleo di elio (O, Ne, S ...). Si notino inne i picchi nella distribuzione in corrispondenza del ferro e per i numeri magici di neutroni N 50, 82, 126. Nelle stelle di alone si hanno distribuzioni simili ma con minore complessiva abbondanza di elementi pesanti.

materia da cui tali strutture si sono formate, materia che nel tempo deve essersi andata arricchendo di elementi pesanti. Poich` la produzione di nuovi elementi implica lecienza di e reazioni nucleari, e quindi di materia in condizioni altamente energetiche, pare naturale individuare nellinterno delle stelle la sede preferenziale per lecienza di tali processi. Previsione che mostreremo essere ampiamente confermata da dettagliate valutazioni teoriche. Linformazione spettroscopica diviene tanto pi` rilevante quando ci mostra come le stelle u che compongono un ammasso stellare, pur presentando una variet` di fasi evolutive (cio` a e di luminosit` e temperature superciali), mostrino una sensibile uniformit` di composizione a a chimica. Ci` non solo conferma lipotesi che tali aggregati di stelle si siano formati da una o originaria comune nube di materia protoammasso, ma indica anche che levoluzione delle strutture stellari non modica sensibilmente la composizione chimica degli strati pi` superu ciali, che di conseguenza deve essere rimasta ancora quella della nube originaria. Poich` ` ee immediato riconoscere che alla supercie di una stella - a causa delle limitate temperature - non possono mai essere state ecienti reazioni nucleari, lindicazione precedente va letta come una evidenza che nel corso dellevoluzione di una struttura stellare non si vericano in genere rimescolamenti profondi in grado di alterare macroscopicamente la composizione degli strati superciali. In questa luce, risulta quindi che una struttura stellare, allatto della sua formazione, congela alla sua supercie la composizione nucleare della materia interstellare dalla quale la stella stessa si ` formata. Acquisendo quindi informazioni sullet` di strutture stellari e a attualmente osservabili ricaviamo nel contempo informazioni sulla storia della composizione della materia interstellare, mappandone levoluzione non solo nello spazio ma anche nel tempo. Le teorie di evoluzione stellare sono chiamate a confermare un tale quadro evolutivo, producendo nel contempo quelle informazioni quantitative che consentano una dettagliata ricostruzione conoscitiva del passato, ricollegando le evidenze osservative del presente Universo ad una catena di avvenimenti che ci conduca alla comprensione della storia della nostra Galassia in particolare e, pi` in generale, dellUniverso nel suo insieme. u

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E importante notare che la bassa metallicit` degli ammassi globulari dellalone si raca corda con una pi` generale dierenza nelle caratteristiche delle strutture stellari che comu pongono la Galassia, come portata alla luce dallo studio della dinamica degli oggetti stellari di campo, non appartenenti cio ad ammassi. Per discutere questo punto ` da premettere e e che il Sole, in quanto stella del disco, ruota attorno al centro galattico, con una velocit` di a circa 220 km/sec, compiendo dunque unintera orbita in circa 200 milioni di anni. Le stelle nei dintorni del Sole che partecipano alla rotazione del Sole attorno al centro galattico, e che hanno quindi piccole velocit` relative al Sole, hanno sempre metallicit` simili a quelle a a solari. Il disco ` peraltro attraversato anche dalle orbite di stelle di alone che non partecipano e alla rotazione del disco e che nei pressi del Sole si manifestano come un gruppo di stelle ad alta velocit`, conseguenza del moto riesso del Sole. Queste stelle di alone risultano sempre a di piccola massa (e quindi a lunga vita media) e tipicamente sottoabbondanti in metalli, collocandosi nel diagramma CM al di sotto della MS, nel gruppo delle Subdwarf. Sommando tali evidenze a quelle fornite dagli ammassi stellari si conclude che gli oggetti stellari, indipendentemente dalla loro appartenenza ad ammassi, possono dividersi in famiglie caratteristiche per la loro collocazione galattica, per let`, per il contenuto in a metalli e per la morfologia dei rispettivi ammassi stellari. A tali caratteristiche si associa anche una ulteriore dierenza in stelle che mostrano una regolare e periodica variazione di luminosit` (stelle variabili). Nelle stelle di alone appaiono infatti variabili di tipo RR a Lyrae, con periodo minore di un giorno, mentre nel disco si trovano solo variabili Cefeidi, con periodo molto pi` lungo, sino ad alcuni mesi. u Si giunge cos` al concetto di popolazioni stellari galattiche, secondo lo schema: 1. Popolazione I disco galattico: stelle giovani (giganti blu), abbondanza solare, ammassi aperti, variabili Cefeidi. 2. Popolazione II alone galattico: stelle anziane (giganti rosse), povere di metalli, ammassi globulari, variabili RR Lyrae. Tale schematizzazione non deve peraltro essere riguardata come una evidenza per una netta bimodalit` nelle popolazioni stellari della Galassia. Essa rappresenta invece i due a casi estremi ed evidenti di una pi` graduale distribuzione delle propriet` stellari al variare u a della collocazione galattica. Gradualit` che si riette nel denire una Popolazione estrema od a intermedia ed una Popolazione I di disco, vecchia o estrema, in ordine di crescente metallicit`, a crescente appiattimento sul disco e decrescente et`. Distribuzione che ` evidentemente da a e collegarsi alla storia dinamico-chimica della materia nella galassia medesima. E da notare che le popolazioni stellari cos` denite descrivono le caratteristiche del sistema alone-disco nella nostra Galassia con categorie non necessariamente estendibili a tutti gli altri sistemi stellari. Nello stesso nucleo galattico troviamo infatti, ad esempio, ammassi globulari antichi ma ricchi di metalli, e nelle vicine Nubi di Magellano troviamo invece ammassi globulari giovani ma poveri di metalli, che non rientrano nelle precedente classicazione. Il concetto di popolazione stellare pu` mantenere una sua generalit` quando o a si svincoli dallet` collegandolo esclusivamente al contenuto in elementi pesanti, cio` alla a e distanza genetica che separa la formazione di una popolazione stellare dalla materia priva di metalli emersa dal Big-Bang ( 1.5). In questa accezione, nel nucleo galattico potremo allora parlare di una popolazione I vecchia e nelle Nubi di Magellano di ammassi di popolazione II giovani.

1.5. LUniverso: evoluzione dinamica ed evoluzione nucleare


Lo scenario evolutivo sin qui suggerito da un esame delle evidenze fornite dagli oggetti stellari si salda con impressionante coerenza ad un parallelo scenario evolutivo fornito dall evidenza

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osservativa del fenomeno di recessione delle galassie ( A1.9). Levidenza di un Universo in espansione porta con semplici argomenti dinamici ad ipotizzare, tornando indietro nel tempo, un Universo sempre pi` denso e pi` caldo, sino a giungere - circa 1010 anni or sono u u - in prossimit` di uno stato in cui densit` e temperatura tendono a divergere. Losservata a a radiazione di fondo cosmico, a circa 3 K, supporta tale ipotesi, talch` oggi ` pressoch` e e e unanimemente accettato che lUniverso attuale abbia preso origine da una fase nella quale materia e radiazione erano fortemente accoppiate, raggiungendo valori che in prossimit` del a tempo zero (Big-Bang) possono essere seguite sino ad almeno T1013 K, 1015 gr/cm3 . La storia dellUniverso nel suo insieme risulta cos` la storia della progressiva espansione e rareddamento di materia e radiazione che componevano tale iniziale sfera di fuoco. Per quanto inaspettato possa apparire, ne consegue che ` possibile operare previsioni sulla e distribuzione delle specie nucleari emerse dalla sfera di fuoco per costituire la composizione chimica iniziale della materia nel nostro Universo. Alle condizioni estreme di temperature indicate, lenergia media per particella risulta infatti dellordine del GeV (109 eV), molto maggiore delle energie di legame dei nuclei. A tali livelli di energia non potevano quindi esistere strutture nucleari, esistendo solo un brodo di quark, leptoni e fotoni in equilibrio termodinamico. Ne segue che in tali condizioni la materia non conserva memoria del proprio passato e in questo senso dobbiamo concludere che la storia del presente Universo inizia dal Big-Bang. E possibile seguire il destino di questo gas primordiale per scoprire che la composizione della materia uscita dal Big-Bang non poteva contenere elementi pi` pesanti dellelio, limu itandosi anzi essenzialmente a idrogeno ed 4 He. Per mostrare ci` occorre seguire il destino o dei nucleoni (protoni (p) e neutroni (n)) sino al momento in cui la temperatura scende a valori (109 K) ai quali lenergia media di particelle e fotoni scende al di sotto dellenergia di legame del primo nucleo complesso possibile, il deuterio (D= 2 H), cos` che i nuclei di D eventualmente formati non vengano immediatamente distrutti da processi di fotodisintegrazione. A 1011 K (102 sec dalla discontinuit` iniziale) vi sono a disposizione ancora circa 10 Mev a per particella, cio` unenergia sensibilmente superiore all energia del decadimento spontaneo e del neutrone. n p + e+ + (+1.2 In tali condizioni ci si attende che il numero di neutroni sia paragonabile a quello dei protoni ( A1.10). A 1010 K (10 sec) lenergia media delle particelle e dei fotoni diventa paragonabile allenergia del decadimento, lequilibrio ` spostato a favore dei protoni ed i e neutroni cominciano a decadere in protoni. In tutto questo arco di tempo la fusione diretta protone-neutrone in deuterio (D) n + p 2D + ` vanicata dalla immediata fotodisintegrazione del deuterio. A 109 K (10 sec) il D e diviene nalmente stabile, ma lequilibrio ` ormai denitivamente spostato a favore dei e protoni. Il neutrone libero ha peraltro una vita media dellordine di 15 minuti, cos` che a 109 K - quando il deuterio diventa stabile - sopravvive una frazione consistente di neutroni che concorrono con i protoni alla formazione per fusione nucleare di nuclei di deuterio. Ci` d` o a inizio ad una serie di reazioni nucleari particolarmente favorite, quale - ad esempio - quella di D + D che ha una probabilit` 1022 maggiore della protone-protone, che conducono alla a formazione dellisotopo 4 dell elio:
2

n+pD+ D + 2 D 3 He + n

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3 2

He + n 3 H + p D + 3 H 4 He + n

Non ` peraltro possibile costruire nuclei pi` pesanti dell elio 4 poich` in natura non e u e esistono isotopi stabili con numero di massa 5, e la possibile reazione
4 2 He

+ n (5 He) ) 4 He + n 2 2

` seguita da un decadimento con vita media 1021 sec, che riconduce inevitabilmente all e elio 4. Curiosamente, le propriet` dei nuclei sembrano disegnate per precludere ogni possibilit` a a di superare il limite dellelio 4. Non esistono infatti nuclei stabili anche, e solo, per il numero di massa 8. Ne consegue che per superare il muro dellelio 4 non servono nemmeno le possibili reazioni tra i nuclei gi` prodotti a
3 4

He + 4 He 7 Be + He + 4 He 8 Be +

perch` la prima indirettamente e la seconda direttamente portano alla formazione di e berillio 8 che con tempi caratteristici di 1016 sec ridecade in due
8

Be 4 He + 4 He.

Furono proprio queste curiose propriet` dei nuclei a convincere a suo tempo Gamow a a desistere dal tentativo di giusticare la presenza in natura di elementi pesanti tramite il Big-Bang. Se ne trae invece levidenza che la materia, cos` come uscita dalla sfera di fuoco, doveva essere essenzialmente composta da H ed He, con tracce di D, 3 He e pochi altri elementi leggeri. La valutazione delle quantit` di elementi prodotti da questa nucleosintesi primordiale a dipende criticamente dai particolari dellevoluzione temporale della sfera di fuoco. La quantit` di elementi leggeri cos` prodotti sono quindi correlate al modello di Big-Bang e, ata traverso questo, alle caratteristiche del passato e presente Universo (g. 1.11). Calcoli dettagliati basati sul modello standard del Big-Bang conducono in particolare a correlare labbondanza dell elio (elio cosmologico) alla densit` nell Universo attuale di materia bara ionica, secondo la relazione YC 0.23 + 0.094 (/crit ) dove YC rappresenta labbondanza in massa dellelio cosmologico, la densit` attuale a dellUniverso e crit ( 1029 gr/cm3 ) ` la densit` critica, cio` la densit media dellUniverso e a e attuale ( A1.11) al di sotto della quale lenergia cinetica del moto di espansione supera lenergia gravitazionale e lUniverso sarebbe costretto ad espandersi indenitamente. Poich` la nucleosintesi di origine stellare, che aggiunger` i suoi prodotti agli elementi cose a mologici, pu` solo aumentare labbondanza di elio, lelio presente nella materia dellattuale o Universo rappresenta un limite superiore per labbondanza di elio cosmologico. La cosmologia del Big-Bang prevede dunque che nellUniverso intero lidrogeno appaia sempre mescolato con una non trascurabile quantit` di elio, la cui minima abbondanza ` fornita dalla relazione a e precedente. Le osservazioni confermano lesistenza per ogni dove di tale elio cosmologico, fornendo un valore che si aggira attorno a Y 0.23. Se ne deve concludere che la densit` di barioni a nellUniverso attuale ` circa un fattore 100 al di sotto del valore critico crit ( 1029 e gr/cm3 ), valore confortato anche dalle abbondanze cosmologiche degli altri elementi leggeri e in buon accordo con le stime di densit` ricavabili dalla distribuzione delle galassie. Dovremmo a

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Fig. 1.11. La produzione di elementi nel big bang come funzione della densit` di barioni a nellUniverso attuale.

quindi concludere per un Universo ` aperto, a meno che non vi sia il contributo di massa e sotto forma non barionica (materia oscura). Eventuale massa posseduta dai neutrini od altre particelle, quali le ipotizzate WIMPS (Weak Interacting Massive Particles) potrebbe peraltro concorrere a chiudere lUniverso. I recenti risultati del satellite WMAP, lanciato nel 2001 dalla NASA per studiare la radiazione di fondo cosmico, hanno confortato un tale scenario, portando peraltro nuove ed importantissime informazioni. LUniverso, con unet` di 13.7 miliardi di anni, appare pia atto, e la densit` critica viene raggiunta grazie al contributi di un 4% di materia barionica, a 23% di materia oscura non barionica e un ulteriore 73% di energia oscura, un componente tuttora misteriosa cui talvolta si da anche il nome di Quintessenza. Un esempio di come ormai astrosica, cosmologia e sica fondamentale debbano essere riguardate come momenti conoscitivi strettamente correlati nel comune obiettivo di svelare la storia ed il comportamento dellUniverso.

1.6. Gli obiettivi dellastrosica stellare


Il quadro di ipotesi evolutive che siamo andati tratteggiando fornisce nel contempo le indicazioni dei principali obiettivi che si pone la ricerca astrosica stellare. Un primo obiettivo ` e di rendere conto dellattuale presenza di elementi pesanti che devono essersi formati in fasi successive al Big-Bang per processi di fusione nucleare a partire dallidrogeno ed elio cosmologici. Si ` gi` indicato come sia dicile sfuggire alla conclusione che linterno delle stelle sia e a la sede preferenziale per i processi in questione. Previsione che sar` ampiamente confortata a dai risultati teorici, talch` oggi abbiamo raggiunto la ragionata convinzione che ogni nucleo e pi` pesante dellelio esiste nellUniverso solo ed in quanto ` stato a suo tempo sintetizzato u e allinterno di una struttura stellare. La presenza di tali nuclei nella materia interstellare, come nel nostro stesso pianeta Terra, ` evidenza di un fenomeno di riciclaggio della matee ria elaborata nelle strutture stellari ed espulsa dalle medesime secondo meccanismi di cui lesplosione di una supernova pu` essere solo un esempio. o Ma abbiamo nel contempo anche gi` indicato come si possa riguardare alle strutture a stellari che oggi popolano gli spazi come testimoni dellevoluzione nello spazio e nel tempo della materia dellUniverso. Ne segue che, nel suo aspetto pi` generale, lastrosica stellare u

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si pone due obiettivi sinergici, leggere nelle stelle attuali la storia evolutiva delle galassie e ricostruire il contributo delle ormai scomparse generazioni stellari allevoluzione nucleare della materia. Con il ne ultimo di ricavare una storia ragionata dellUniverso nel suo insieme, che ci consenta di comprendere come e perch` lUniverso di nubi di materia, di stelle e di e galassie si presenti oggi ai nostri occhi cos` come `. e

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Approfondimenti
A1.1. Termalizzazione. Radiazione di corpo nero. Emissivit` stellare. a
Come mostrato da Plank, la radiazione elettromagnetica deve essere considerata come composta da unit` elementari (quanti di energia, o fotoni) ad ognuno dei quali risulta associata una energia E = a h, dove: h= costante di Plank= 6.62 1027 erg = frequenza della radiazione (cicli/sec) Un campo di radiazione elettromagnetica (quale ` la luce) pu` quindi essere visto come un gas di e o fotoni tra loro non interagenti. In presenza di materia a temperatura T, i fotoni interagiscono per` o con le particelle attraverso tutta una serie di processi che conducono i fotoni verso una situazione energetica di equilibrio, retta dalla legge di distribuzione di Plank: u() = 1 8h 3 c3 [exp(h/kT ) 1] (1)

ove u()d ` la densit` di energia della radiazione con frequenza tra e +d, k la costante di e a Boltzmann. Nel suo aspetto pi` generale la distribuzione di Plank ` una conseguenza delle necessit` che u e a discendono dalla meccanica statistica. Un gas di particelle, se le particelle possono scambiarsi energia tramite mutue interazioni, deve evolvere verso una situazione di equilibrio nella quale la velocit` a delle particelle ` retta dalla nota formula di Maxwell-Boltzmann (g. 1.12): in queste condizioni si e pu` parlare di equilibrio termico e denire una temperatura T del gas cos` termalizzato. o Analogamente, una radiazione elettromagnetica che possa interagire con un sistema di particelle termalizzato evolve verso la situazione di equilibrio descritta dalla legge di Plank. In tutti e due i casi, il raggiungimento della termalizzazione della materia e della radiazione sar` tanto pi` rapido quanto a u pi` ecienti sono i meccanismi di interazione e scambio energetico materia-materia e materiau radiazione. Si pu` mostrare che lenergia S irradiata in un secondo nell angolo solido 2 dalla unit` di o a supercie di un corpo in equilibrio termodinamico (corpo nero) risulta S= c u 4 (2)

e quindi, indicando con S d lenergia irraggiata nellintervallo di frequenza e + d S = 2h 3 1 = B c2 [exp(h/kT ) 1] (3)

dove B ` nota come funzione di Plank. e Poich` per la lunghezza donda ` =c/ si ha d =- (c/ 2 ) d e d=-( 2 /c)d= -(c/2 )d, il e e usso energetico per unit` di supercie e di lunghezza donda (emittanza) risulta (g. 1.13) a S = 1 2hc2 = B 5 [exp(h/kT ) 1] (4)

Per lenergia irraggiata per unit` di supercie e di tempo da un corpo nero si ha a

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Fig. 1.12. La distribuzione Maxwelliana delle velocit` U delle particelle di un gas segue la legge a
dN N

= 4

m 2kT

3/2

exp

mU 2 2kT

U 2 dU , dove dN ` il numero di particelle nellintervallo di velocit` e a

dU, m la massa delle particelle e T la temperatura del gas.

Fig. 1.13. Lemissivit` di un corpo nero per varie temperature in funzione della lunghezza donda a (in 103 Angstrom). La curva a tratti riporta schematicamente landamento dello spettro solare. W = con = 5.6710
5 0 2

B d = T 4

(legge di Stefan-Boltzman)

erg/cm sec.

Annullando nella (4) la derivata dB /d si ottiene per la lunghezza donda cui corrisponde il massimo di emissione max T = cost = 0.2898 cm K (legge di Wien). Lemissione delle superci stellari approssima in generale distribuzioni (spettri) di corpo nero. In tal senso si pu` parlare di temperatura della radiazione e delle superci stellari. La g. 1.14 pone ad o esempio a confronto lo spettro della radiazione solare con la distribuzione di corpo nero, mostrando come alla supercie del Sole debba essere attribuita una temperatura che si aggira attorno a T 6000 K. Di particolare importanza per le stelle ` la temperatura ecace Te , denita dalla legge di Stefane Boltzmann
4 L = 4R2 Te

dove L e R indicano rispettivamente Luminosit` e Raggio della stella. La temperatura ecace ` a e dunque la temperatura che avrebbe la supercie della stella se emettesse esattamente come un corpo nero.

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Fig. 1.14. Spettro del Sole al di fuori dellatmosfera (punti) confrontato con il corpo nero a 6000 K (tratto e punto) e con lo spettro della radiazione raccolta alla supercie della Terra. Si notino in questo ultimo spettro, al di l` di 8000 A, le bande degli assorbimenti causati da H2 O, O2 , H2 e a CO2 .

Fig. 1.15. Curve di trasmittanza dei ltri U, B e V del sistema di Johnson

A1.2. Magnitudini e indici di colore. Arrossamento


La luminosit` delle sorgenti stellari, cos` come esse appaiono ad un osservatore terrestre, viene in a i astrosica misurata secondo una scala logaritmica delle magnitudini m, denita dalla relazione m = 2.5 log W + cost (5)

ove W ` lenergia raccolta e misurata dai rivelatori. Lenergia W dipender` peraltro non solo e a dal usso della radiazione ma da molti altri fattori quali le dimensioni del telescopio, il tempo di esposizione, la sensibilit` del rivelatore. Ci si libera da tutti questi fattori aggiuntivi attraverso la a costante che ssa il punto zero della scala delle magnitudini ed ` denita pressando la magnitudine e di una o pi` stelle standard. Nella pratica delle osservazioni si misurano sempre dierenze di u magnitudine tra gli oggetti in studio e opportune standard, talch e m = ms 2.5logW/Ws (6)

e la misura di una magnitudine si riduce alla misura di un rapporto di ussi. Lenergia misurata dipende peraltro dalla risposta (sensibilit`) del rivelatore alle varie lunghezze a donda convoluta con lo spettro (temperatura) della sorgente. In passato furono cos` denite, ad i esempio, le magnitudini fotograche che facevano riferimento alla sensibilit` delle emulsioni foa tograche. Per liberarsi per quanto possibile da tale dipendenza oggi ` duso misurare lenergia e corrispondente solo a pressate porzioni (bande) dello spettro. Molto usate le bande U, B, V (Ultravioletto, Blu, Visuale) di Johnson denite attraverso curve standard di trasmissione dei relativi ltri (g. 1.15). Accanto a tale sistema sono in uso anche altre bande, quali le R, I, J, H,

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Fig. 1.16. Andamento alle varia lunghezze donda del coeciente di assorbimento A() che misura la variazione di magnitudine causata da un arrossamento E(B-V) unitario.

K, L che coprono porzioni dello spettro a lunghezze donda ancora maggiori. Per ogni banda si deniscono le relative magnitudini mi = 2.5logWi + cost (7)

dove Wi ` lenergia raccolta nella banda i e la costante e ancora determinata ssando la e magnitudine i di stelle standard. In corrispondenza delle tre bande indicate ogni stella ` cosi e caratterizzata dalle tre magnitudini mU , mB e mV , sovente indicate semplicemente con U, B e V. Scala e punto zero delle magnitudini visuali sono state ssate in maniera da risultare in ragionevole corrispondenza alla antica classicazione delle stelle visibili ad occhio nudo in sei classi di grandezze apparenti. Si ponga attenzione al fatto che al diminuire della luminosit` apparente aumenta la a magnitudine. Per familiarizzarsi con tale scala, notiamo che un aumento di 5 magnitudini corrisponde ad una riduzione del usso di un fattore 100. La stella pi` brillante del cielo, Sirio, ha una magnitudine u visuale V=-1.6, la luna piena -12.6, il Sole -26.7. Losservazione del cielo ad occhio nudo si limita a magnitudini inferiori a 6, ma telescopi anche modesti possono raggiungere almeno V=15. I grandi telescopi accoppiati con i sensibili moderni rivelatori CCD giungono a V 24 e il telescopio spaziale Hubble si spinge oltre V28. Si pu` realizzare la debolezza di tali sorgenti ricordando, ad esempio, o che ad una sorgente di magnitudine 21 corrisponde alla supercie della Terra un usso di circa 5 103 fotoni per cm2 e per secondo. Occorre cio attendere pi` di tre minuti perch su un centimetro e u e quadro giunga un singolo fotone. Questi numeri bastano per far chiaro come i telescopi non servano, come talora ingenuamente si ritiene, a ingrandire le immagini celesti, ma a raccogliere da una sorgente quanti pi` fotoni possibile, il numero di fotoni crescendo col quadrato della supercie dello u specchio. E cos` facile ricavare che i fotoni raccolti da uno specchio di 5 metri di diametro, quale i quello del famoso telescopio del Monte Palomar, sono pi` numerosi di circa un fattore 107 di quelli u raccolti bello stesso tempo dalla pupilla di un occhio umano. E di grande importanza osservare come confrontando lenergia raccolta in bande diverse si possa investigare la distribuzione energetica del usso, e quindi la temperatura del corpo nero. La dierenza tra due di queste magnitudini prende il nome di indice di colore e misura il rapporto tra i ussi nelle due prescelte bande. Dalle caratteristiche del corpo nero ` subito visto che al crescere della e temperatura ci si attende che crescano ambo i rapporti WU /WB e WB /WV , e diminuiscano quindi gli indici di colore U-B e B-V. La esatta relazione tra indici di colore e temperatura dipender` sia a dalla composizione chimica che dalla gravit` alla supercie della stella, poich ambedue tali fattori a e modulano le righe di assorbimento negli spettri stellari e,quindi, il usso emesso nelle varie bande. Tali relazioni colore-temperatura possono essere ricavate sia per via empirica (sperimentale) che attraverso modelli teorici di atmosfere stellari. Si denisce inoltre magnitudine bolometrica mbol la magnitudine riferita all intero usso di energia emessa, compresa quindi anche tutta la radiazione che non giunge alla supercie della Terra a causa di assorbimenti atmosferici e, talora, interstellari. Nota la magnitudine bolometrica

20 e la distanza di una stella si risale alla luminosit` intrinseca della sorgente L. La magnitudine a bolometrica ` sovente posta in relazione con quella visuale attraverso la relazione e mbol = mV + BC (8)

ove BC (correzione bolometrica) sar` una funzione di temperatura gravit` e composizione chima a ica. La scala delle magnitudini bolometriche non ha peraltro, sinora, standard deniti. e quindi deve essere utilizzata con grande precauzione. Si deniscono inne magnitudini assolute, sia bolometriche (Mb ol) che nelle varie bande (MB , MV etc), le magnitudini che avrebbero le stelle se poste ad una comune pressata distanza di 10 pc dalla Terra. Nota la magnitudine relativa e la distanza di una stella ` facile ricavarne la rispettiva e magnitudine assoluta. Infatti, lenergia che attraversa nellunit` di tempo una supercie sferica ad a una qualunque distanza r dalla sorgente deve essere costante e pari alla luminosita della sorgente, denita come energia emessa per secondo. Si ha dunque a due generiche distanze r1 e r2
2 2 r1 = 2 r2

(9)

ricordando che m=-2.5log + cost, ponendo r1 pari alla distanza della stella e assumendo r2 = 10 pc, si ottiene m = M 5 + 5 log r (10)

dove r ` misurata in parsec. La dierenza m-M viene sovente indicata come DM, modulo di e distanza. Per le magnitudini assolute bolometriche, poich il rapporto tra i ussi di due stelle poste alla e stessa distanza ` pari al rapporto delle luminosit` intrinseche degli oggetti, potremo inne scrivere e a per una generica stella con luminosit` L a Mbol = 2.5logL/L + cost
33

(11)

ove con L si indica la luminosit` del Sole ( 3.9 10 erg/sec) e la costante ` la magnitudine a e bolometrica assegnata al Sole. I modelli teorici di atmosfere stellari consentono di correlare le grandezze osservative sin qui denite con la luminosit` L e la temperatura ecace Te delle strutture, fornendo per ogni assunto a valore di Te e di gravit` lo spettro emergente dalla supercie e, da questo, i ussi nelle varie bande, a gli indici di colore e la correzione bolometrica. Notiamo inne che in linea di principio gli indici di colore, in quanto rapporto tra due ussi, non dipendono dalla distanza della sorgente. In quanto sinora esposto si ` peraltro sottaciuto il caso, e frequente quando si osservi lungo la direzione del disco galattico, che nel suo tragitto verso la Terra la radiazione sia soggetta a fenomeni di assorbimento dovuti alla presenza di materia (gas e polveri) interstellare. Leetto di un tale assorbimento risulta in genere tanto maggiore quanto minore ` la e lunghezza donda, e viene misurato in termini dell arrossamento E(B-V), denito come la variazione dellindice di colore intrinseco (B-V)0 causato dal maggior assorbimento della radiazione nella banda B. Per ogni dato arrossamento si ha dunque (B V )oss = (B V )0 + E(B V ) mi,oss = mi,0 + Ai (12) (13)

dove, Ai ` laumento di magnitudine nella banda i estinzione, proporzionale allarrossamento. e Ad esempio, per la banda V risulta AV 3.1 E(B-V) da cui V = V0 + 3.1 E(B-V). La g. 1.16 mostra landamento alle varie lunghezze donda della variazione di magnitudine prodotta da un arrossamento unitario, mentre la Tabella 1 riporta le estinzioni Ai in varie bande riferiti allassorbimento nella banda V. La precisa valutazione degli arrossamenti ` uno dei capitoli e pi` delicati della pratica osservativa astronomica. Lentit` dellarrossamento pu` essere valutata u a o dalla posizione della sorgente nel diagramma a due colori (U-B), (B-V). Qui notiamo che ove si disponga di uno spettro che si estenda nella regione dellultravioletto assorbita dallatmosfera, come ottenibile dunque solo da strumentazione nello spazio, lentit` dellarrossamento ` facilmente a e ricavabile dalla caratteristico bump nellassorbimento a 2200 Angstrom.

21 Tab. 1. Assorbimenti relativi nelle varie bande fotometriche riferiti allassorbimento nella banda V Filtro U B V R I J H K L <> 3600 A 4400 A 5500 A 7000 A 9000 A 1.25 1.60 2.20 3.40 A() 1.569 1.337 1.000 0.751 0.479 0.282 0.190 0.114 0.056

Fig. 1.17.

Traguardando una stella a sei mesi di distanza ci si attende che la sua posizione sulla volta celeste vari di un angolo 2 , ove ` la parallasse dell oggetto, denita come langolo sotto il quale loggetto vede il e semiasse a dellorbita terrestre.

A1.3. La parallassi stellari. Seing.


Sulla supercie della Terra, per valutare la distanza di un qualunque oggetto non altrimenti raggiungibile ` duso ricorrere a semplici metodi trigonometrici, traguardando loggetto da due diverse e opportune posizioni. Procedure simili sono possibili anche per valutare la distanza delle stelle, utilizzando come base della misurazione la posizione della Terra sulla sua orbita a distanza di sei mesi (g. 1.17). Per stelle che giacciono sul piano perpendicolare alla base di traguardo cosi denita si ha r= a/tg a/ dove a ` il semiasse dell orbita terrestre (unit` astronomica) e langolo ` misurato in radianti. e a e Essendo 1 rad = 57o 17 44 pari a 206.265 secondi darco r= a (206 265/) se ` misurato in secondi darco. Poich` a=1.49598 1013 cm e e r = 3.1 1018 / cm Assumendo come unit` di misura delle distanze stellari quella cui corrisponde una parallasse a annua di 1 (1 parsec (pc)= 3.1 1018 cm) si ha direttamente r (pc)= 1/. Poich la velocit` della luce ` c3 1010 cm/sec, un parsec corrisponde a 3.26 anni luce, cio` allo e a e e spazio percorso dalla luce in 3.26 anni (1 anno3.1 107 secondi).

22 La misura delle parallassi ` argomento delicato, perch` ` innanzitutto da notare che ogni telee ee scopio non pu` restituire immagini puntiformi, creandosi in ogni caso una gura di dirazione, tanto o pi` estesa quanto minore ` il diametro del telescopio. Lottica ondulatoria ci assicura che il disco u e centrale della gura, sino alla prima frangia oscura, ha un raggio angolare = 1.22 /D dove ` espresso in radianti. Nel visibile ( 5500 A) ed esprimendo D in centimetri si ottiene e = 14/D in secondi darco. Le maggiori limitazioni nella misura delle parallassi provengono peraltro dalla turbolenza atmosferica (seing) che produce variazioni temporali dellindice di rifrazione atmosferico e, quindi, del cammino ottico dei raggi luminosi, disperdendo limmagine di una stella su un area che in condizioni normali ` dell ordine di almeno alcuni secondi darco. E per questa ragione che risulta di grande e importanza collocare gli osservatori astronomici ad alta quota, in regioni contraddistinte da limitata turbolenza atmosferica, dove il seing pu` scendere anche sotto il secondo darco. Quando si consido eri che la stella pi` vicina al Sole, Cen (Centauri), ha una parallasse di soli 0.76 si comprende u peraltro la dicolt` di precise misure di parallasse. Il metodo trigonometrico ha consentito cosi di a avere indicazioni abbastanza precise sulla distanza solo qualche centinaio di stelle nei dintorni del Sole. Un notevole miglioramento si ` ottenuto grazie all utilizzazione di telescopi nello spazio e, in e particolare, dal satellite astrometrico Hipparcos, lanciato nel 1989 dallAgenzia Spaziale Europea, che ha misurato la parallasse di molte migliaia di stelle con precisioni dellordine del millesimo di secondo darco. Un telescopio spaziale risulta infatti limitato dal solo fenomeno della dirazione (diraction limited), semprech` la piattaforma spaziale sia adeguatamente stabilizzata. e Si noti che limmagine di seing oltre che limitare la misura delle parallassi introduce pesanti limitazioni anche sul limite inferiore dei segnali luminosi rivelabili. Il cielo ha infatti una luminosit` a diusa (fondo) valutabile nella banda V a circa 22 mag per secondo darco quadrato. Se limmagine di una stella viene dispersa dal seing su una supercie analoga, ne segue che per oggetti con magnitudine superiore a V=22 il rapporto segnale-rumore scende sotto lunit`, rendendo sempre pi` a u dicoltose le misure. Allaumentare della gura di seing diminuisce quindi la magnitudine limite raggiungibile da un telescopio, ed e questo uno tra i principali motivi per cui ` vitale scegliere e per gli osservatori astronomici siti contraddistinti dal minimo possibile seing. Ed ` questo ancora e il motivo per cui la tecnologia dei moderni telescopi ha sviluppato tutta una serie di procedure informatiche (ottiche adattive e ottiche attive) volte a minimizzare le dimensioni delle immagini stellari.

A1.4. Spettri stellari e tipi spettrali


Abbiamo indicato come lo spettro di una sorgente stellare corrisponda in genere ad una distribuzione energetica di corpo nero solcata da righe o bande di assorbimento. La distribuzione di corpo nero ci assicura che la radiazione proviene da strati stellari in cui le interazioni tra particelle e fotoni sono sucienti ad assicurare lequilibrio termodinamico tra materia e radiazione. Risulta peraltro ovvio che prima di lasciare la stella tale radiazione debba fatalmente attraversare strati di bassa e bassissima densit` ove le interazioni radiazione particelle niscono col diventare sporadiche e a lequilibrio termico non pu` pi` essere realizzato. A conferma di ci` si consideri che negli ultimi strati o u o superciali si ` in presenza di un usso di radiazione uscente, mentre lequilibrio termodinamico e richiederebbe una radiazione isotropa. Una radiazione elettromagnetica che attraversi un gas subisce peraltro fenomeni di assorbimento, secondo la regola che vuole che ogni gas sia in grado di assorbire la radiazione che sarebbe in grado di emettere spontaneamente. A livello microscopico sappiamo che tale regola ` collegata ai livelli e energetici degli elettroni legati ai nuclei: portando un elettrone su un livello eccitato esso ritorna sul suo stato naturale emettendo un quanto di luce di frequenza che obbedisce alla relazione h = E dove E ` la dierenza di energia tra i due livelli. Analogamente, un elettrone ` in grado di e e assorbire lo stesso quanto di energia per portarsi dal suo livello naturale al livello eccitato. Si noti

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Fig. 1.18. Schema delle transizioni elettroniche indotte dallassorbimento di fotoni in atomi di idrogeno. Atomi nello stato fondamentale hanno elettroni nellorbita pi` interna (orbita K) ed i u possibili assorbimenti producono una serie di righe note come serie di Lyman. Al crescere della temperatura gli elettroni si spostano a popolare livelli superiori e conseguentemente si hanno la serie di Balmer (da elettroni sullorbita L) nel visibile e la serie di Paschen (da elettroni nellorbita M) nellinfrarosso.

che si ` in presenza di un assorbimento transitorio, perch` lelettrone eccitato ritorner` sul suo stato e e a naturale emettendo nuovamente radiazione. Tale emissione ` peraltro isotropa e alla supercie di e una stella tale meccanismo implica che vengono estratti fotoni dal usso uscente, producendo le righe di assorbimento presenti nello spettro. Le righe presenti in uno spettro stellare dipenderanno quindi non solo dalle specie atomiche presenti nellatmosfera stellare ma anche, e soprattutto, dalle temperature degli strati atmosferici. Al crescere della temperatura cresce infatti lenergia delle particelle e negli atomi aumenta il numero di elettroni che si allontana dallo stato fondamentale per collocarsi spontaneamente su livelli eccitati o per passare in stati slegati ionizzazione. Ad ogni temperatura corrisponde quindi una particolare distribuzione degli elettroni legati ai vari nuclei, distribuzione che si riette sulle righe di assorbimento presenti nello spettro stellare. Cos` alle pi` basse temperature gli elettroni legati allidrogeno (g. 1.18) saranno nello stato u fondamentale (nellorbita inferiore), e passando da questo stato a stati eccitati superiori produrranno righe di assorbimento solo nellestremo ultravioletto (Serie di Lyman). Al crescere della temperatura una consistente frazione degli elettroni si sposta sul primo stato eccitato (la seconda orbita) e nello spettro appaiono le righe della serie di Balmer, nel visibile, e a temperature ancora maggiori apparir` a la serie di Paschen, nellinfrarosso. Analogamente, anche gli atomi degli altri elementi presenti nellatmosfera produrranno ad ogni temperatura uno spettro di assorbimento caratteristico della temperatura stessa. Poich` nella mae teria stellare, formata essenzialmente da idrogeno ed elio, sono in ogni caso sempre presenti tutti gli altri elementi, sia pur con diverse abbondanze, la presenza di determinate righe o bande in uno spettro ` essenzialmente governata dalla temperatura, mentre la consistenza di tali assorbimenti e sar` collegata allabbondanza delle relative specie atomiche o molecolari. a Al variare della temperatura si presentano cos` nello spettro righe di assorbimento caratteristiche (g. 1.19): sulla base delle quali vengono deniti, in ordine di temperatura decrescente, i tipi spettrali O, B, A, F, G, K, M ognuno suddiviso in 10 sottoclassi (B0, B1, B2...B9, A0, A1...). A basse temperature sono presenti nel visibile gli assorbimenti di molecole e elementi pesanti (metalli) neutri, quali, ad esempio, le righe del FeI = ferro non ionizzato. Le righe dellidrogeno sono assenti perch tale elemento ` e e

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Fig. 1.19. Intensit` delle righe di assorbimento nel visibile di diversi elemento al variare del tipo a spettrale. Tab. 2. Corrispondenza tra tipo spettrale, indice di colore, temperatura ecace e magnitudine V assoluta per stelle di disco di Sequenza Principale. Spettro O5 B0 B5 A0 A5 F0 F5 G0 G5 K0 K5 M0 M5 B-V -0.35 -0.30 -0.16 0.00 +0.15 +0.30 +0.45 +0.57 +0.70 +0.89 +1.18 +1.45 +1.75 Te 35500 25000 17200 12300 9900 8350 7100 6240 5620 4930 4100 3560 3110 MV -5.7 -4.1 -1.1 +0.7 +2.0 +2.6 +3.4 +4.4 +5.1 +5.9 +7.3 +9.0 +11.8

nel suo stato fondamentale e le righe della serie di Lyman cadono nellultravioletto. Aumentando la temperatura si dissociano le molecole mentre appaiono le righe di metalli ionizzati, ad esempio FeII= ferro ionizzato una volta. Appaiono anche le righe della serie di Balmer perch gli elettroni e dellidrogeno si sono portati a popolare il secondo livello. Aumentando ancora la temperatura scompaiono nuovamente le righe dellidrogeno, perch ionizzato, e appaiono le righe dellelio prima neutro e (HeI) e poi ionizzato (HeII), presenti solo ad alta temperatura perch gli assorbimenti dellelio nello e stato fondamentale cadono anchessi nellestremo ultravioletto. Nella Tabella 4 riportiamo a titolo indicativo le relazioni tra tipo spettrale, indice di colore B-V e temperatura ecace per stelle di sequenza principale del disco galattico (Popolazione I) , dando per tali stelle anche la tipica magnitudine assoluta nella banda V. Stelle con identico tipo spettrale possono mostrare ulteriori dierenze nella forma delle righe, dierenze che sono risultate in relazione alla luminosit` intrinseca della stella. Si comprendono tali a dierenze notando come a parit` di temperatura stelle intrinsecamente meno luminose debbano a 4 avere raggi minori (L = 4R2 Te ) cui corrispondono densit` atmosferiche maggiori, atomi pi` a u perturbati e righe conseguentemente allargate. Corrispondentemente, per ogni tipo spettrale si deniscono cinque classi di luminosit`, che vanno dalla classe I per le stelle pi` luminose a righe a u pi` sottili alla classe V, che corrisponde a stelle della sequenza principale. In questa classicazione u di Morgan, Keenan e Kellman classicazione MKK il Sole ` una tipica stella G2V. e

25 Ad evitare equivoci, ` bene precisare che una classe di luminosit` NON corrisponde ad una e a luminosit` ssa e determinata. La classe V, ad esempio, ` formata per ogni temperatura dalle a e stelle meno luminose, che corrispondono a stelle di sequenza principale e la cui luminosit` dipende a fortemente dalla temperatura.

A1.5. Gli Ammassi stellari.


Nella nostra come nelle altre galassie sono presenti Ammassi Stellari che trovano la loro evidente origine in episodi collettivi di formazione stellare. Nella nostra Galassia alcuni ammassi di disco, nelle vicinanze del Sole, sono ben visibili ad occhio nudo ed hanno ricevuto nomi propri sin dalla pi` remota antichit`. Tali sono, ad esempio, le Iadi, le Pleiadi o il Presepe. Molti altri, osservati u a attraverso piccoli telescopi appaiono solo come nebulosit` e come tali appaiono nel catalogo puba blicato nel 1771 dallastronomo francese Messier per agevolare il lavoro dei cercatori di comete. Gli ammassi presenti in tale catalogo vengono indicati dalla lettera M seguita dal numero del catalogo. Una pi` moderna e pressoch` completa classicazione degli ammassi della Galassie ` quella fornita u e e nel 1888 dal New General Catalogue di galassie, ammassi e nebulose, dove sono anche riportati numerosi ammassi appartenenti alle due vicine galassie irregolari note come Piccola e Grande Nube di Magellano. Per fare riferimento agli oggetti di questo catalogo si usa la sigla NGC seguita dal numero di catalogo. A seguito di tale molteplicit` di identicazioni molti oggetti celesti, e in partia colare molti ammassi stellari, hanno una corrispondente moltiplicit` di nomi ancora variamente e a alternativamente usati nella letteratura scientica. Cos` ad esempio, Presepe = M44 = NGC 2632. i, In particolare, ove esistente, per gli ammassi globulari ` ancora molto usata la classicazione di e Messier, talch per i globulari pi` luminosi nel cielo notturno si ha, ad esempio, M3 = NGC5272, o M5 = NGC5904 o M92 = NGC6341. Abbiamo ricordato come gli ammassi stellari della Galassia mostrino caratteristiche evolutive e strutturali che si dierenziano nettamente a seconda della collocazione. Gli ammassi del disco, detti anche ammassi aperti o ammassi galattici, sono composti da qualche centinaio ad alcune migliaia di stelle, tra le quali predominano giganti blu ad alta temperatura superciale. Si ha talora evidenza per lesistenza nell ammasso di gas e polveri. Tali ammassi si dicono aperti proprio perch risultano gravitazionalmente slegati e destinati col tempo a disperdersi; da ci` si possono e o ricavare limiti superiori allet` degli ammassi, talora anche inferiori al centinaio di milioni di anni. E a da assumere che tali ammassi nascano nelle spirali della Galassia. In g. 1.3 abbiamo infatti mostrato che gli ammassi pi` giovani, selezionati in base allestensione ad alte temperature della sequenza u principale, si distribuiscono nelle vicinanze del Sole lungo direttrici che marcano la struttura a spirale della Galassia. Fenomeni di recente formazione stellare sono anche segnalati dalle regioni HII, nubi di idrogeno ionizzato dalla radiazione di contigue stelle giovani e massicce, e dunque di alta temperatura superciale. Gli ammassi di vecchio disco, quali ad es. M67 o NGC188, sono inne una sottocategoria degli ammassi aperti che per alcuni versi approssima le caratteristiche dei globulari. Pur se collocati in prossimit` del disco galattico, con metallicit` che possono essere a a dellordine di quella solare, mostrano una peculiare abbondanza di stelle, una struttura sferoidale e unet` avanzata, testimoniata dalla assenza di stelle ad alta temperatura e dalla contemporanea a presenza di sia pur esili rami di giganti rosse. Nellalone della Galassia osserviamo invece pi` di 150 Ammassi Globulari, composti anche da u oltre un milione di stelle, distribuite con netta simmetria sferica attorno al centro dellammasso, dove si raggiungono densit` stellari anche superiori a 104 stelle per parsec cubo. La buona simmetria a sferica e la regolare distribuzione radiale della densit` stellare mostrano che tali ammassi risultano a non solo gravitazionalmente legati ma anche dinamicamente rilassati. Con questultimo termine si intende indicare che le mutue interazioni gravitazionali hanno portato verso una equipartizione dellenergia, talch la distribuzione di densit` approssima quella di un gas di stelle autogravitante e a isotermo (sfera isoterma) mentre la distribuzione di velocit` delle stelle approssima la distribuzione a di Maxwell-Boltzmann. I tempi caratteristici per tale processo (tempi di rilassamento) dipendono dal numero e dalla densit` delle stelle, risultando in ogni caso non minori del miliardo di anni, il a che da solo testimonia dellantichit` di tali oggetti, in accordo con le citate ipotesi di evoluzione a galattica.

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Fig. 1.20. Landamento della luminosit` superciale nellammasso globulare M3 (punti) cona frontato con le previsioni teoriche da un perfezionamento del modello semplice isotermo.

Pur senza entrare nei dettagli dellaascinante e complesso argomento dellevoluzione dinamica di tali sistemi, conviene qui accennarne alcuni punti fondamentali. Notiamo innanzitutto che la tendenza ad una distribuzione Maxwelliana implica che una frazione delle stelle viene spinta a velocit` maggiori della velocit` di fuga dallammasso. Da un altro punto di vista, ci` corrisponde a a o al fatto che teoricamente una sfera isoterma non ha contorno, estendendosi sino allinnito. Un modello realistico (g. 1.20) deve quindi, ad esempio, prevedere che lammasso perda tutte quelle stelle che si spingono oltre il suo raggio mareale, denito come la distanza dal centro dellammasso a cui inizia a prevalere il campo gravitazionale della Galassia. Il sistema Ammasso Globulare quindi non pu` essere dinamicamente stabile ed ` destinato o e a perdere, sia pur lentamente, non solo stelle ma anche energia. Ci` conduce inne ad una cataso trofe gravotermica, ancora oggetto di intensi studi, nella quale il nucleo del cluster subirebbe una serie di improvvisi collassi oscillazioni gravotermiche che porterebbero la densit` centrale sino a a valori dellordine di 108 M /pc3 . Notiamo anche che lequipartizione dell energia implica che le stelle con massa minore abbiano maggiori velocit`, quindi con distribuzione spaziale pi` espansa e a u preferenzialmente candidate a fenomeni di evaporazione dallammasso. A anco di tali meccanismi occorre anche tener conto di ulteriori meccanismi che collaborano alla distruzione degli ammassi, quali gli incontri stretti con altri ammassi e gli eetti di disk shocking e bulge shocking che si manifestano ogni qualvolta un ammasso nella sua orbita di alone attraversa il disco galattico o si avvicina al bulge. Se ne deve concludere che gli ammassi globulari che oggi popolano lalone della Galassia non sono necessariamente quelli che vi si sono a suo tempo formati, ma solo quelli che per le loro caratteristiche strutturali sono riusciti a sopravvivere no ad oggi nellalone galattico. E da notare che gli ammassi globulari, oltre a caratterizzare lalone di molte galassie a spirale, quali la nostra e Andromeda, paiono peculiarmente abbondanti nelle galassie ellittiche, mostrando di essere un costituente generale dellUniverso collegato alle prime fasi di formazione delle galassie. In questo contesto spicca leccezione della galassia irregolare del gruppo locale Grande Nube di Magellano. Accanto ad ammassi globulari antichi (rossi) esistono ammassi morfologicamente globulari che mostrano stelle in fase evolutiva anche estremamente giovanile, alle quali si possono assegnare et` anche inferiori ai cento milioni di anni. a Per spiegare tale peculiarit` e, con essa, lassenza di ammassi globulari nel disco della Galassia si a pu` avanzare il suggerimento che la distribuzione del gas in un disco con rotazione dierenziale (kepo leriana) abbia nella Galassia inibito lulteriore formazione dei grandi ammassi globulari, formazione che ` invece rimasta eciente nelle regioni di gas non strutturato o solo parzialmente strutturato, e come era il primitivo alone, e come sono ancor oggi le Nubi di Magellano.

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Fig. 1.21. Schema della classicazione morfologica delle galassie.

A1.6. Galassie. Ammassi di Galassie. Quasar


Losservazione mostra che le stelle del nostro Universo sono raggruppate in enormi sistemi stellari cui diamo il nome di galassie. Per tali sistemi viene adottata una classicazione morfologica che distingue: 1. Galassie ellittiche: mostrano una distribuzione di luminosit` quale ci si attende da ellissoidi di a rotazione. Vengono classicate con la lettera E seguita dal numero intero che pi` approssima u losservata ellitticita, denita come 10 (1-b/a), dove b/a rappresenta il rapporto tra semiassi maggiore e minore della gura osservata. Si noti che tale valore non ` necessariamente una carate teristica intrinseca degli oggetti, dipendendo il valore osservato dallorientazione delle galassie rispetto allosservatore. Analisi approfondite hanno al riguardo dimostrato lesistenza anche di distribuzioni secondo ellissoidi triassiali. 2. Galassie a spirale: mostrano un disco nel quale si avvolgono braccia di spirale. Vengono classicate con la lettera S, seguita dalle sottoclassi a, b, c che segnalano la crescente apertura dei bracci di spirale. In alcuni casi le spirali si raccordano al nucleo tramite una barra rettilinea (spirali barrate): in analogia al caso generale vengono indicate come SB. Vengono inne classicate come S0 galassie a disco, ma prive di una evidente struttura a spirale (galassie lenticolari). 3. Galassie irregolari: classe che contiene tutti gli oggetti che sfuggono alle precedenti classicazioni. Orientativamente, si pu` indicare che circa il 50% delle galassie osservate appartiene alla classe o S, il 40% alla classe E, ed il restante 10% alle irregolari. Le masse di questi oggetti, cos` come i ricavabili dalle propriet` fotometriche o dinamiche delle strutture, possono variare di molti ordini a di grandezza. Lintervallo pi` esteso ` coperto dalle ellittiche, che dalle ellittiche giganti cui sono u e attribuibili masse dellordine di 1013 masse solari (M ) passa a circa 1010 M nelle ellittiche nane, quale il compagno di Andromeda M32, per scendere sino a 108 M nel caso delle nane sferoidali (Dwarf Spheroidals) che circondano la nostra Galassia. Tali masse vanno confrontate con le circa 1011 M tipiche di galassie a spirale quale la nostra. Le irregolari sono in genere oggetti poco massicci; nel Gruppo Locale di galassie, per la Grande Nube di Magellano (che mostra peraltro evidenze di una barra) si pu` stimare una massa M5 109 M . o Accanto a questa classicazione generale, esistono parallele classicazioni dettate da particolari evidenze osservative. Ricordiamo ad esempio la classe delle galassie di Seyfert caratterizzate da nuclei particolarmente compatti e brillanti. Oggi si ritiene anche che i Quasar, oggetti di apparenza stellare (di cui cio non si giunge a rivelare lestensione) in alcuni casi radioemittenti e caratterizzati e sempre da un forte eetto Doppler in allontanamento (redshift) siano anchessi nuclei attivi di galassie estremamente lontane nello spazio e - tenuto conto del tempo di percorrenza della luce nel tempo. Oggi si ritiene che tali AGN (Active Galactic Nuclei) trovino la loro origine in fenomeni di accrescimento di materia su Buchi Neri massicci, con masse che possono raggiungere e superare le 108 M , posti al centro delle rispettive galassie.

28 Ricordiamo inne come talora le galassie siano a loro volta raggruppate in sistemi di ordine superiore che prendono il nome di ammassi di galassie. Tipico il vicino ammasso nella costellazione della Vergine, a circa 4 Mpc da noi, che entro dimensioni paragonabile a quelle che separano la Galassia dalla pi` vicina compagna di dimensioni paragonabili, Andromeda, annovera invece migliaia di u galassie. La dinamica della materia nelle galassie e negli ammassi di galassie ` un importante capie tolo dellastrosica, collegato al pi` generale problema dellorigine e dellevoluzione dellUniverso, u che purtroppo esula dai limiti della presente trattazione.

A1.7. I sistemi binari e le masse stellari.


Losservazione mostra come gran parte delle stelle del disco galattico faccia parte di sistemi binari o multipli, in stati gravitazionalmente legati. I sistemi binari, in particolare, orono la preziosa possibilit` di una stima delle masse delle due stelle componenti. Ricordiamo che la meccanica classica a ci insegna problema dei due corpi che le due stelle compiranno orbite ellittiche attorno al baricentro del sistema, con semiassi maggiori inversamente proporzionali alla massa delle singole stelle. In un sistema con lorigine in una delle due componenti, si trova che laltra componente descrive ancora un ellisse il cui semiasse maggiore a ` dato dalla somma dei due semiassi maggiori delle singole e ellissi reali. Notiamo subito che, in linea di principio, non stupisce che i sistemi binari orano la possibilit` a di una determinazione delle masse. Leetto delle masse ` la creazione di un campo gravitazionale, e ed ogni volta che un fenomeno risulta condizionato dall lintervento del campo gravitazionale, esso deve contenere informazioni sulle masse sorgenti di quel campo. Ci` ` banalmente vero nel caso o e delle orbite di componenti di sistemi binari, ma rester` vero anche in fenomeni pi` complessi, quale a u il caso delle masse stellari determinate dal rapporto dei periodi nei doppi pulsatori RR Lyrae di cui tratteremo nel seguito. Per discutere il problema delle orbite delle binarie conviene preliminarmente individuare il tipo di informazioni che su questi oggetti possiamo raccogliere, tipi di informazioni cui corrispondono diverse classi di binarie. Scartato il caso delle false binarie, cio` di immagini stellari contigue dovute e solo ad eetti prospettici, le caratteristiche osservative portano a denire tre classi di binarie 1. Binarie visuali: la distanza angolare tra le due componenti ` tale da consentirne la separazione e nellosservazione telescopica. 2. Binarie spettroscopiche: il moto orbitale viene rivelato dallo spettro del sistema, grazie al periodico spostamento Doppler delle righe di assorbimento di una o di tutte e due le componenti. 3. Binarie fotometriche: la natura binaria viene rivelata da periodiche variazioni di luminosit` a causate dalle mutue eclissi delle due componenti. Qui di seguito riassumiamo brevemente le informazioni sulle masse ottenibili nei tre diversi casi, rimandando ad un qualunque testo di astronomia classica per il trattamento dei diversi argomenti. 1. Binarie visuali. Le osservazioni forniscono lorbita apparente di una stella attorno alla sua primaria, denita come la stella pi` luminosa della coppia. Con procedure geometriche ` possibile u e da ci` risalire allorbita reale, determinando in particolare il valore del periodo e del semiasse o maggiore (in secondi darco). Dalla 3a legge di Keplero abbiamo m1 + m2 = a3 /P2 dove a rappresenta il semiasse maggiore in unit` astronomiche (distanza Terra-Sole), P il a periodo orbitale in anni e le masse m1 e M2 sono misurate in masse solari. Se del sistema ` e anche nota la distanza d (in parsec), ad esempio attraverso misure di parallasse, a = d e la 3 legge di Keplero fornisce la somma delle masse delle due componenti. Se oltre al moto relativo si riesce ad identicare il baricentro del sistema, si ha che in ogni istante il rapporto delle masse ` pari allinverso del rapporto delle distanze dal baricentro e si ricavano le singole e masse.
a

29 2. Binarie spettroscopiche. Le osservazioni forniscono istante per istante la velocit` radiale (in a km/sec) di una o ambo le componenti (curve di velocit` radiale). Da ci` si ricava il periodo, a o la velocit` del baricentro e il prodotto ak sin i, dove ak ` il semiasse maggiore dellorbita reale a e della componente k (k=1,2) e i ` langolo tra la direzione della visuale e la normale al piano e dellorbita. Se sono osservati tutti e due gli spettri si conoscono a1 sin i, a2 sin i e quindi anche a sin i dove a = a1 + a2 ` ora il semiasse dellorbita relativa. Si ricava cos` e a1 sin i/a2 sin i = a1 /a2 = m2 /m1 e dalla 3a legge di Keplero (m1 + m2 )sin3 i = a3 sin3 i/P2 . 3. Binarie fotometriche: La luminosit` in funzione del tempo curva di luce fornisce rilevanti ina formazioni sulla luminosit` e sulla geometria degli oggetti che si eclissano. Per quel che qui a interessa notiamo che, al di l` di possibili valutazioni pi` dettagliate, loccorrenza delle eclissi a u ci indica che i90, sin i1. Nel caso di binarie ad eclisse di cui si conoscano anche gli spettri (binarie spettrofotometriche) le relazioni discusse nel punto precedente conducono facilmente ad una stima delle masse delle due componenti.

A1.8. I nuclei atomici. Decadimenti radioattivi.


I nuclei degli atomi che compongono i vari elementi chimici che formano la materia sono costituiti da un assiemaggio di protoni e neutroni. Detto, per ogni nucleo, Z il numero di protoni p e N il numero di neutroni n, Z determina la carica elettrica totale del nucleo (= +Ze), mentre N+Z=A numero atomico rappresenta il numero totale di nucleoni (p o n) presenti nel nucleo, determinandone la massa. E noto che dalla carica elettrica del nucleo dipendono le propriet` degli elettroni orbitanti a attorno al nucleo stesso e, in denitiva, le propriet` chimiche dei vari elementi. Ad ogni Z corrisponde a dunque un ben determinato elemento classicato secondo la usuale nomenclatura chimico-sica (idrogeno, elio, etc.), cui possono corrispondere nuclei con diverso A (isotopi). In g. 1.22 ` riportata e una tabulazione dei nuclei stabili con numero atomico A70. Attraverso reazioni di impatto tra nucleoni e/o nuclei ` possibile produrre nuovi nuclei con un e rapporto protoni/neutroni che rende i nuclei instabili. Tali nuclei tendono in generale a decadere per riportarsi al rapporto che caratterizza il nucleo stabile. Nel caso di un eccesso di neutroni questi vengono trasformai in protoni grazie al decadimento np+e + nel quale vengono emessi un elettrone col suo antineutrino. In caso di eccesso di protoni si ha il corrispondente decadimento + pn+e+ + con emissione di un positrone e di un neutrino. Simili reazioni sono caratterizzate da una probabilit` di decadimento che dipende solo dal processo considerato, e non dalle condizioni chimiche o a siche della materia. Poich la probabilit` ` pari alla frequenza degli eventi, dati N nuclei suscettibili di un particolare e ae decadimento radioattivo, in un tempo dt ne decadranno dN/N = p dt essendo dN/N la frequenza degli eventi e p la probabilit` di decadimento per unit` di tempo. a a Ponendo p=1/ si ha dN/N =dt/ e, integrando su un tempo nito

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Fig. 1.22. Mappatura nel piano Z (numero di protoni) N (numero di neutroni) dei primi trenta elementi chimici del sistema periodico. Per ogni elemento (per ogni Z) ` riportato il simbolo chimico e e, nelle corrispondenti caselle, il numero di massa A (=Z+N) dei vari isotopi. In alto a sinistra sono riportate le traiettorie corrispondenti ai pi` comuni processi di decadimento o cattura. Lassenza di u isobari contigui testimoni lecienza dei processi nel portare i nuclei nelle congurazioni nucleari a maggior energia di legame. Sono anche indicati i numeri magici di neutroni o protoni in corrispondenza dei quali i nuclei mostrano una peculiare stabilit`. Le spezzate a tratti e punti mostrano le a traiettorie corrispondenti ad una serie successiva di catture di protoni o neutroni. Nel riquadro una mappatura nel piano A,Z evidenzia lassenza di nuclei con A=5 e 8.

N(t)= N0 exp(t/ ) dove N ` il numero di nuclei sopravvissuti al tempo t, N0 il numero di quelli presenti allistante e iniziale, ` linverso della probabilit` di decadimento per unit` di tempo e prende il nome di e a a vita media del nuclide radioattivo in esame. Analoghe relazioni valgono in generale anche per i decadimenti attraverso altri canali che caratterizzano linstabilit` di taluni nuclei e, in particolare, a per il decadimento con emissione di particelle che caratterizza linstabilit` degli elementi a pi` a u alto numero atomico (famiglie radioattive dellUranio-Torio).

A1.9. La legge di Hubble ed il Big-Bang


Nel 1929 Edwin Hubble analizzando lo spettro della radiazione luminosa proveniente dalle galassie trov` che le righe di assorbimento presenti in tali spettri risultavano tanto pi` spostate verso il o u rosso quanto pi` deboli apparivano le galassie medesime. Interpretando tale spostamento come u (eetto Doppler) lo spostamento delle righe si correla con la velocit` V di allontanamento dal a Sole, risultando / = V/c dove / viene in genere indicato con z e prende il nome di redshift delloggetto osservato. Assumendo inoltre che la luminosit` apparente delle galassie sia governata dalla distanza delle a stesse si conclude che il redshift appare correlato alla distanza, crescendo con essa (recessione delle

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Fig. 1.23. La relazione tra redshift e magnitudine ricavata da A. Sandage per un campione di galassie ellittiche giganti.

galassie). Hubble precis` questa osservazione in una legge di diretta proporzionalit` tra la velocit` o a a di allontanamento (V) e la distanza (d) secondo la relazione V = H0 d (14)

dove H0 prende il nome di costante di Hubble. Per galassie non troppo distanti, per le quali si possa assumere una metrica dello spazio euclidea e velocit` non relativistiche, dalla relazione che lega le magnitudini apparenti a quelle assolute ( a A1.2), introducendo la legge di Hubble e la relazione tra velocit` e redshift si ricava: a m = M-5+5logd = M-5+5logV-5logH0 = M-5+5log(/)-5logc-5logH0 . cio per ogni assunta magnitudine assoluta M di una classe di galassie e logz= log(/)= 0.2 m + cost. Noto M, una misura sperimentale della costante darebbe il valore di H0 . In gura 1.23 ` riportata e la relazione tra magnitudine e redshift ricavata da A. Sandage per un campione di galassie ellittiche giganti. Si noti come la relazione lineare risulti estremamente ben vericata, confortando la legge di Hubble, mentre lincertezza sullesatto valore delle magnitudini assolute non consente di utilizzare tale evidenza per una precisa valutazione del valore di H0 . La determinazione di tale valore ` stato sino a tempi recenti uno dei pi` importanti problemi e u dellastrosica. Una precisa valutazione del valore della costante di Hubble richiede valutazioni altrettanto precise della eettiva distanza delle galassie. Essendo impraticabili i metodi trigonometrici, ` necessario ricorrere allutilizzo di opportune candele campione, cio di oggetti di cui si ritenga di e e conoscere a priori la luminosit` intrinseca e le cui luminosit` apparenti variano quindi solo con il a a quadrato delle distanze. Per le galassie pi` vicine si utilizzano a tale scopo vari oggetti, quali le u stelle variabili Cefeidi, le Novae, le regioni HII e gli ammassi globulari. Per le galassie pi` distanti u si possono inne utilizzare eventuali Supernovae. In tali direzioni si ` una lunga serie di indagini e che hanno progressivamente e drasticamente abbassato la stima originale di Hubble che valutava attorno a H0 500 km/sec Mpc. Questi risultati sono recentemente stati confermati e perfezionati con approccio alternativo dal satellite WMAP della NASA che investigando la radiazione cosmica di fondo ha ricavato H0 70 km/sec Mpc.

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Fig. 1.24. I valori sperimentali della distribuzione energetica della radiazione di fondo (punti) confrontati con le previsioni teoriche per un corpo nero per T=2.7 K.

Si noti che linverso di H0 ha le dimensioni di un tempo, e rappresenta il tempo trascorso dallinizio dell espansione se le velocit` fossero rimaste costanti. La presenza del campo gravia tazionale ha peraltro leetto di far diminuire nel tempo le velocit`, e 1/H0 rappresenta dunque un a limite superiore per let` dellUniverso. a George Gamow per primo osserv` come da questo quadro discenda che nelle sue fasi iniziali o la materia doveva essere estremamente densa ed estremamente energetica (Big-Bang caldo) e che quindi dovesse esistere una radiazione elettromagnetica in equilibrio con la materia ad altissime temperature. Al diminuire della densit` della materia diminuiscono le interazioni fotone-particelle a e la radiazione nisce col disaccoppiarsi dalla materia. Da questo momento materia e radiazione evolveranno con diverse modalit`: se R ` un parametro caratterizzante lo stato di espansione, la a e densit` di materia decresce come 1/R3 mentre lenergia della radiazione decresce come 1/R4 , come a richiesto dallespansione adiabatica del gas di fotoni. Si noti come tale ultima dipendenza risulti dalla combinazione della conservazione del numero di fotoni (1/R3 ) col degrado dellenergia dovuto al redshift (1/R). Se ne trae la conseguenza che la cosmologia del Big-Bang prevede che lUniverso sia ancor oggi omogeneamente riempito da una radiazione isotropa di corpo nero, degradata ormai a pochi gradi Kelvin. La scoperta della radiazione di fondo (g. 1.24), vericando puntualmente tale previsione, ` tra le pi` importanti conferme dello scenario del Big-Bang. Si noti come lesistenza e u di tale radiazione di fondo (CBR = Cosmic Background Radiation) stabilisca tra tutti i sistemi inerziali lesistenza di un unico sistema in quiete rispetto allUniverso, il moto di ogni altro sistema essendo rivelato da una anisotropia di dipolo nella radiazione. Il valore di H0 , la temperatura della radiazione di fondo e la densit` nel presente Universo a forniscono le condizioni al contorno che consentono di denire un modello di Universo e di seguirne levoluzione nel tempo, valutando - in particolare - gli eetti delle reazioni nucleari nelle primissime fasi di tale evoluzione. Per completezza notiamo che la forma della legge di Hubble sin qui discussa vale solo sino a quando non si raggiungono velocit` relativistiche. Nel caso generale dovremo porre a z= (1 + ) = 1 (1 ) (15)

da applicarsi ogniqualvolta z0.2. La tabella 3 riporta la relazione tra il redshift z e = v/c. Nella stessa tabella ` riportato il fattore relativistico di dilatazione dei tempi atteso per i vari valori e di z, dalla relazione t0 t = t = (1 )2 (16)

33 dilatazione dei tempi puntualmente osservata nella curva di luce di Supernovae a distanza cosmologica. Si pu` notare come z = 4 corrisponda ormai ad una velocit` pari al 92 % della velocit` o a a della luce. Tab. 3. Velocit` di espansione e fattore di dilatazione dei tempi per selezionati valori di redshift z a z 1 2 3 4 3/5 5/8 15/17 24/26 1.25 1.28 2.12 3.60

A1.10. Particelle elementari. La storia delle particelle nel Big-Bang


E noto come la ricerca sica abbia riconosciuto che nel divenire della materia siano allopera quattro interazioni fondamentali: gravitazionale, elettromagnetica, forte e debole. Le prime due tra queste interazioni sono ben note gi` nella sica classica, le ultime due si evidenziano rispettivamente a nelle forze di aggregazione nucleare e nei processi di decadimento . Interazione gravitazionale ed elettromagnetica sono forze che vanno come 1/R2 , con un raggio di azione che si estende dunque sino allinnito. Al contrario, interazione forte ed interazione debole risultano forze a corto range, con raggi di azione di 1013 e 1016 cm, rispettivamente. La descrizione moderna di tali interazioni riposa sullintervento quali vettori dell interazione di quanti associati alle interazioni stesse, che vengono creati e si propagano allinterno delle restrizioni imposte dal principio di indeterminazione di Heisenberg E t h/2 In tale scenario, linterazione elettromagnetica si spinge sino allinnito perch il suo vettore, il e fotone, ha massa nulla e pu` quindi avere energia piccola a piacere. Analoghe considerazioni valgono o per la postulata esistenza dei quanti del campo gravitazionale, i gravitoni. La forza debole ha invece vettori massivi, i bosoni intermedi W e Z0 , la cui produzione impegna unenergia non minore di E=mc2 , ponendo una severa limitazione al tempo di esistenza delle particelle virtuali ed al tragitto ct raggiungibile da tali particelle. Il caso dellinterazione forte ` peraltro estremamente pi` come u plesso, riposando sul comportamento di quark e gluoni descritto dalla cromodinamica quantistica. Qui ci limiteremo a riaermare che anche linterazione forte si manifesta solo a corto range. E duso classicare le particelle elementari, siano esse stabili o instabili, a seconda del tipo di interazioni cui sono soggette. Le particelle si distinguono cos` in due grandi classi 1. Leptoni: soggetti, oltre che alla interazione elettromagnetica se carichi, anche allinterazione debole. Tali sono lelettrone (e) e i tre tipi di neutrino (e ) con le loro antiparticelle. Tra le particelle instabili ricordiamo ad esempio il muone (). 2. Adroni: soggetti, oltre che alle citate interazioni, anche alle interazioni forti. Tali sono il protone ed il neutrone, anchessi con le loro antiparticelle, ed una gran quantit` di particelle instabili. a Particelle instabili con massa minore del protone sono dette mesoni, tutte le altre barioni. Tutti gli adroni sono in realt` formati da particelle pi` propriamente elementari dette quark, che a u peraltro non sono osservabili isolate (connamento dei quark). Particelle, stabili e instabili, possono essere liberamente prodotte quando sia disponibile lenergia corrispondente alle masse prodotte, ferme restando le varie leggi di conservazione per le quali, ad esempio, la produzione di un protone richiede la produzione contemporanea di un antiprotone per la conservazione del numero barionico. Si noti che per la conservazione della quantit` di moto un fotone a

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Fig. 1.25. Landamento di temperatura e densit` nellUniverso del Big-Bang a pu` produrre solo (almeno) coppie di particelle e, di converso, lannichilazione di due particelle deve o produrre (almeno) due fotoni. E ben noto come nel presente Universo sopravvivano solo le particelle stabili: fotoni, neutrini, protoni e un numero di elettroni tale da compensare la carica dei protoni. Sopravvivono anche i neutroni quando inglobati nella struttura di un nucleo. Ma in un Universo in cui lenergia media per particella (kT) risultava superiore quella necessaria per produrre particelle instabili, ci si attende che tali particelle siano in continuazione prodotte, e che risultino presenti in equilibrio statistico con le altre particelle. Nelle primissime fasi del Big-Bang, lenergia dei fotoni era suciente per creare coppie di ogni tipo di particella e lUniverso dovette essere popolato da un brodo di adroni e leptoni con le loro antiparticelle, in equilibrio termodinamico tra loro e con il gas di fotoni (Era degli adroni). A 1012 K si ` ormai scesi sotto la soglia di produzione degli adroni e quelli in precedenza esistenti si sono e vicendevolmente annichilati con le loro antiparticelle n+n + p+p + Al termine delle annichilazioni restano i barioni oggi presenti nellUniverso, che in precedenza rappresentavano solo una piccola dierenza percentuale (dellordine di 107 %) nel bilancio della popolazione di particelle ed antiparticelle in equilibrio con la radiazione. Tab. 4. Le principali tappe nella storia dellUniverso.

Fase Termine era degli adroni Termine era dei leptoni Termine Era della radiazione

Tempo 104 sec 1 sec 106 anni

Densit` a

Temperatura 1012 K 1010 K 3103 K

Energia per particella 1Gev 1 MeV 0.3 eV

10 g cm 1021 g cm3

Al successivo decrescere della temperatura e sinch kTme c2 ( T 1010 K ) gli elettroni e sono continuamente formati da creazione di coppie e+ +e (Era dei leptoni) mentre i neutrini sono inizialmente accoppiati agli elettroni da interazioni

35 e+ + e e + e e con i nucleoni da interazioni p + e n + e+ -1.80 MeV p + e n + e -0.78 MeV n p + e + e +0.78 MeV dove lenergetica delle reazioni e immediatamente ricavabile dalle masse delle particelle coinvolte: Mn = 939.5656 MeV, Mp = 938.2723 MeV, Me = 0.5109999 MeV. A causa della lunga vita del neutrone ( 14.76 minuti) le prime due reazioni (endotermiche) restano dominanti sino a che lenergia media ` superiore alle rispettive soglie. Durante lEra dei leptoni i neutrini niscono e per` col disaccoppiarsi, mentre labbondanza di protoni e neutroni, in equilibrio termico tra loro, o obbedisce alla relazione di Maxwell (mn mp )c2 np ] = exp [ nn kT (17)

A 1011 K np /nn 1.2, salendo a circa 4 a A 1010 K, quando termina lera dei leptoni e inizia lera della radiazione . Al di sotto di questa temperatura le coppie elettrone positrone si annichilano producendo fotoni e + + e + e lUniverso, dopo la nucleosintesi cosmologica (che termina a circa 4 minuti), rester` inne a popolato solo da idrogeno, elio ed elettroni, con tracce di elementi leggeri. A circa 106 anni gli elettroni si ricombinano con i protoni e la radiazione di fondo si disaccoppia dalla materia, la densit` della radiazioni scende sotto quella della materia e inizia lattuale Era della Materia. a La Tabella 4) riassume la sequenza di eventi che caratterizza levoluzione del Big-Bang mentre la g. 1.25 riporta levoluzione di temperatura e densit`. a

A1.11. Il problema della massa oscura.


Si ` indicato come la stima della densit` attuale dellUniverso sia un parametro cruciale per modele a lare levoluzione cosmologica dellUniverso medesimo e, in particolare, per stabilire se esso ` aperto e o chiuso. ` infatti di per s evidente che, ssato il campo di velocit` della legge di Hubble, al crescere e e a della densit` cresce il campo gravitazionale che contrasta lespansione, e dalla stima di tale densit` a a discende quindi il valutare se lUniverso superi o meno la velocit` di fuga. a Pi` in generale, ricordiamo che dallassunzione che lUniverso sia su grande scala omogeneo e u isotropo si ricava per lespansione lequazione di Friedmann H2 = ( R 2 8GM kc2 c2 ) = 2 + R 3 R 3 (18)

dove R= R(t)` il fattore di scala, H =R / R misura la velocit` di espansione (H0 , costante di e a Hubble, rappresenta lespansione al tempo presente), M densit` di massa, k parametro di curvatura a e la costante cosmologica di Einstein, che rappresenta una densit` di energia del vuoto. a Esprimendo le densit` di materia ed energia attraverso i parametri al tempo presente a M = 8GM ; 2 3H0 = c2 2 3H0 (19)

lequazione di Friedmann fornisce kc2 2 = H0 (M + 1) 2 R0 (20)

36

Fig. 1.26. Curva di rotazione della galassia NGC3198. In funzione della distanza R dal centro della galassia ` riportata la velocit` di rotazione osservata per stelle e nubi di gas. Il tratto orizzontale e a indica, orientativamente, le dimensioni dellimmagine ottica della galassia. e per avere un Universo piatto e con metrica euclidea, come rivelato ad esempio dal satellite WMAP, si richiede k=0 e quindi M + = 1 Una stima della densit` di materia normale (barioni) si ottiene dalla stima della densit` di a a galassie unita a valutazioni della massa delle medesime. Con tale procedura si giunge ad una densit` dellattuale Universo dellordine di 1031 gr/cm3 , cio inferiore di circa un fattore 100 della a e densit` critica necessaria per chiudere lUniverso. Se ne dovrebbe concludere che lUniverso ` aperto, a e destinato ad una indenita espansione. E stato peraltro fatto notare che la procedura test descritta e conduce ad una stima della massa contenuta in oggetti emettenti luce, e che non si pu` escludere la o presenza di massa oscura, dalla quale non proviene radiazione elettromagnetica. Massa che potrebbe essere contenuta in oggetti oscuri (stelle di bassissima luminosit` od oggetti planetari) ma anche in a particelle elementari massive e scarsamente interagenti diuse nellUniverso. Esistono infatti molteplici evidenze per lesistenza di un tale ulteriore contributo. La stabilit` del a disco della nostra Galassie richiede ad esempio molta pi` massa di quella visibile. Unaltra evidenza u sperimentale per lesistenza di massa oscura ` fornita dalla curva di rotazione delle galassie spirali. e Se la massa delle galassie ` collegata sostanzialmente allosservato corpo luminoso, ci si attende e che allontanandosi da questo gli oggetti che vi ruotano attorno (stelle e/o gas) mostrino velocit` a decrescenti, come atteso da moti kepleriani. Losservazione mostra che ci` non ` vero, e la velocit` o e a di rotazione si mantiene pressoch` costante sino a grandi distanze dal corpo centrale della galassia e ed allesterno della stesa immagine ottica della galassia (g. 1.25). Se si vuole conservare la legge di gravit` di Newton, ci` implica che nella Galassia e attorno ad essa esista una distribuzione di massa a o non accessibile allosservazione diretta. Altre evidenze per la presenza di massa oscura si ottengono dalla dinamica degli ammassi di galassie. Si ` cos` stimato che in alcuni casi la massa oscura sia almeno quattro volte quella osservata, e i un valore rilevante ma ancora troppo piccolo per rendere piatto lUniverso. In tale contesto molte indagini sono state dedicate al tentativo di determinare se e quanta di tale massa oscura potesse essere sotto forma di barioni. Tali ad esempio gli esperimenti MACHO ed EROS volti a rivelare gli eetti di lente gravitazionale prodotti da corpi oscuri di piccola massa transitanti davanti a stelle normali. Il progresso delle indagini sulla radiazione di fondo cosmico, e in particolare i risultati del gi` citato satellite WMAP, sembrano ormai aver risolto tale problema, mostrando che la materia a oscura ` essenzialmente non barionica, ma che lUniverso ` piatto solo grazie al sostanziale contributo e e di una per molti versi ancora misteriosa energia del vuoto.

37

Origine delle Figure Fig.1.1 Rose W.K. 1973, Astrophysics, Holt, Rinehart & Winston Fig.1.2 Castellani V. 1985, Astrosica Stellare, Zanichelli Fig.1.3 Mavridis L.N. 1971, in Structure and evolution of the Galaxy, Reidel Fig.1.4 Castellani V. 1985, Astrosica Stellare, Zanichelli Fig.1.6 Castellani V., DeglInnocenti S., Prada Moroni P.G, 2001, MNRAS 320,66 Fig.1.7 Cassisi S., Castellani V., DeglInnocenti S., Salaris M., Weiss A. 1999, A&A 134,103 Fig.1.8 Rosenberg A., Piotto G., Saviane I., Apparicio A. 2000, A&AS 144,5 Fig.1.10 Cameron A.G.W. 1982, in Essays in Nuclear Astrophysics, Cambridge Univ. Press Fig.1.16 Nandy, K., Morgan, D. H., Willis, A. J., Wilson, R., Gondhalekar, P. M. 1981, MNRAS 196, 955 Fig.1.19 Clayton D.D. 1983, Principles of sStella Evolution and Nucleosynthesis, McGraw-Hill Fig.1.20 Da Costa G.S., Freeman K.C. 1976, ApJ 206, 132 Fig.1.22 Castellani V. 1985, Astrosica Stellare, Zanichelli Fig.1.25 Karttunen H., Kroeger P., Oja H. et al 1996, Fundamental Astronomy, Springer Fig.1.26 van Albada T. S., Bahcall J. N., Begeman K., Sancisi R. 1985, ApJ 295 30

Capitolo 2 Natura e struttura delle stelle


2.1. Lequilibrio delle strutture stellari
La diusa evidenza del fenomeno stella testimonia che la formazione di stelle costituisce una processo spontaneo e naturale nellevoluzione della materia nellUniverso. Ed in eetti il Sole, come tutte le altre stelle, indubbiamente altro non ` che il prodotto di una aggregazione e spontanea di materia diusa sotto linuenza della gravitazione. La storia dellevoluzione di una stella sar` dunque la storia della contrazione di una massa di gas sotto linuenza del a proprio campo gravitazionale (struttura autogravitante). Per arontare un tale argomento conviene esaminare con qualche dettaglio la struttura di tali oggetti, al ne di comprenderne e di prevederne le principali caratteristiche. Ci` pu` essere fatto investigando in forma o o quantitativa le problematiche che vengono suggerite da pur semplici evidenze osservative. La prima di queste evidenze ` che il Sole mantiene ed ha mantenuto per un lunghissimo e tempo le sue dimensioni. La materia che costituisce il Sole, pur soggetta ad una intensa forza gravitazionale, non mostra di muoversi verso il centro di gravit` con tempi scala meccanici, a cio` con i tempi tipici dei moti che si sviluppano sotto lazione della forza gravitazionale. Per e ssare le idee, possiamo valutare che alla supercie del nostro Sole, essendo massa e raggio del Sole M = 1.989 1033 gr R = 6.960 1010 cm, si ha una accelerazione di gravit` a g = GM/R2 6.67 108 1.99 1033 / 4.84 1021 2.74 104 cm/sec2 circa 30 volte superiore che alla supercie della Terra. Poich in un moto uniformemente e accelerato S=gt2 /2, un corpo alla supercie del Sole sul quale agisse liberamente la gravit` a percorrerebbe uno spazio pari al raggio del Sole in un tempo t = (2R/g)1/2 2 103 sec 30 minuti. Si ricava cos` un ordine di grandezza dei tempi caratteristici sui quali opererebbe la i gravit` su scala solare. I 2 103 secondi ricavati assicurano che se sul Sole la forza di gravit` a a fosse libera di operare, il Sole dovrebbe rapidamente modicarsi sotto i nostri occhi. Poich e ci` non avviene, dobbiamo concludere che la forza di gravit` ` contrastata ed annullata o a e dalle forze di pressione generate nel gas, producendo una struttura che deniremo quasi stazionaria, perch - come constateremo - pur se le forze di pressione annullano le forze di e gravit` la struttura ` costretta sia pur lentamente ad evolvere. a e E facile tradurre le precedenti considerazioni in una relazione quantitativa. Assumendo la simmetria sferica della struttura solare - come suggerito dallevidenza osservativa - il 1

Fig. 2.1. Il bilancio della forza di gravit` Fg e delle forze di pressione Fp per un generico elemento a di materia di volume dV = dS dr.

bilancio tra le forze di pressione e quelle gravitazionali (g. 2.1) per un generico elemento di massa dm = dV = dSdr fornisce la relazione dellequilibrio idrostatico dP (r) Mr (r)(r) = G dr dr r2 (1)

dove P rappresenta la pressione totale operante nellambiente (quindi non la sola pressione del gas A2.1 ), la densit` locale ed Mr la massa contenuta allinterno del generico a raggio r. Questa equazione fornisce una prima relazione tra le tre grandezze incognite P, ed Mr , assicurando che la pressione deve crescere con continuit` muovendosi verso linterno della a stella. In realt` una delle incognite ` solo formale, perch dalla denizione di Mr si ricava a e e subito lequazione di continuit` a dMr = 4r2 dr (2)

Aggiunta alla precedente, lequazione di continuit` forma un sistema di due equazioni a dierenziali nelle tre indicate incognite. Dalla sola condizione di equilibrio non ` dunque e possibile denire landamento delle variabili siche lungo la struttura, e ci` non sorprende o perch la struttura medesima dipender` da come e P sono tra loro collegate, cio` dall e a e equazione di stato che per ogni assegnata composizione della materia consister` in una a relazione del tipo P = P (, T ) (3)

E subito visto che lintroduzione dellequazione di stato, se aumenta il numero delle equazioni aumenta anche il numero delle incognite, introducendo la nuova incognita temperatura ( T(r) ). Come peraltro prevedibile, la distribuzione delle temperature ` quindi e un ingrediente essenziale nel determinare lo stato della struttura. Sar` di conseguenza neca essario, in linea del tutto generale, ricorrere ad opportune valutazioni delle leggi siche che regolano la distribuzione delle temperature nella materia stellare, determinando landamento del gradiente di temperatura dT/dr. Notiamo che la presenza di un gradiente di temperatura implica la conseguente presenza di un usso di energia che tende a riequilibrare lo stato energetico dei diversi strati di materia. Le interazioni particella-particella e fotone-particella tendono inevitabilmente a ridistribuire lenergia, producendo un trasporto di calore verso le zone a minor temperatura. E peraltro noto come i possibili meccanismi per tale trasporto siano conduzione, convezione

ed irraggiamento. Escludendo per il momento il caso della convezione, negli altri due casi si ha - come regola generale - che il usso di calore ` proporzionale al gradiente e dT = cost (4) dr relazione che pu` essere letta come una delle tanti leggi di proporzionalit` tra causa o a (dT/dr) ed eetto (il usso ), una sorta di legge di Ohm dove la costante rappresenta la resistenza al trasporto. La materia allinterno di una stella si trova in generale nello stato gassoso, cui corrisponde (ma con importanti eccezioni) una trascurabile ecienza dei meccanismo conduttivi. In tal caso si pu` dimostrare ( A2.2) che tra il usso trasportato o per radiazione (dai fotoni) ed il gradiente di temperatura intercorre la relazione dT 3 = dr 4ac T 3 (5)

dove a= costante del corpo nero = 7.6 1015 cm, c= velocit` della luce e opacit` per a a grammo di materia ` denita dalla relazione e =1/, con cammino libero medio dei fotoni: minore il cammino libero medio maggiore lopacit`. a Da tale del trasporto radiativo si ricava non solo che un gradiente di temperatura genera un usso, ma anche che la presenza di un usso implica un gradiente di temperatura. Lemergere di un usso luminoso dalle strutture stellari ` quindi indicazione che la tempere atura cresce dalla supercie verso linterno, e che tale aumento deve continuare sinch la e struttura ` percorsa da un usso di energia uscente. Se ne trae anche la conseguenza che se e nelle zone centrali di una struttura stellare non vi sono sorgenti (positive o negative) di energia, allora tali zone devono tendere ad una situazione isoterma. Un gradiente di temperatura produrrebbe infatti un usso volto a riequilibrare le dierenze di temperatura. Nellequazione del trasporto il usso locale pu` utilmente essere espresso, per ogni r, o in termini della usso energetico totale attraverso la supercie sferica di raggio r (Lr (r)= luminosit`) a Lr = 4r2 talch lequazione del trasporto diventa, nel caso di trasporto radiativo e 3 Lr dT (6) = dr 4ac T 3 4r2 Abbiamo cos` una quarta relazione, che introduce lulteriore incognita Lr , cos` che in i i totale si hanno quattro equazioni che contengono le sei variabili r, Lr , P, T, Mr , . La condizione su Lr ` peraltro subito fornita dalla conservazione dellenergia e dLr = 4r2 (7) dr dove rappresenta la produzione di energia per grammo di materia e per secondo. La relazione precedente rappresenta il bilancio energetico, stabilendo che se lenergia totale che uisce attraverso la struttura subisce una variazione tra r e r+dr ci` e dovuto alla o produzione o assorbimento di energia nella corrispondente massa dm = 4r2 dr. E proprio questa diretta collegabilit` al bilancio energetico che fa preferire luso della variabile Lr a nellequazione del trasporto. Con questa ultima relazione si raggiunge un sistema di cinque equazioni (di cui quattro dierenziali) che legano i sei parametri r, Lr . P, T, Mr ,

1. 2. 3. 4. 5.

dP/dr equilibrio idrostatico dMr /dr equazione di continuit` a dT/dr equazione del trasporto dLr /dr conservazione dellenergia P = P(, T) equazione di stato

sistema che, con le opportune condizioni al contorno, pu` essere risolto, ricavando o landamento di cinque delle precedenti variabili in funzione dellandamento della sesta variabile assunta come variabile indipendente. Ripercorrendo le assunzioni operate concludiamo che il sistema di equazioni governa ogni sistema a simmetria sferica, autogravitante, in equilibrio idrostatico e sinch si resti e nel campo di applicabilit` della meccanica non relativistica ( A2.3). Al variare della coma posizione chimica della materia stellare, le soluzioni si dierenzieranno non per lalgoritmo delle equazioni sico matematiche sin qui descritte, ma per il diverso comportamento sico della materia depositato in tali equazioni dalle tre relazioni 1. P (, T ) equazione di stato a 2. (, T ) opacit` della materia stellare 3. (, T ) produzione di energia ove si ` esplicitamente indicato come ci si attenda che non solo la pressione ma anche e lopacit` e la produzione di energia dipendano dalle condizioni termodinamiche della materia a oltre che dalla non esplicitata composizione chimica della materia medesima.

2.2. La convezione ed il criterio di Schwarzschild. Overshooting.


Le equazioni dellequilibrio di una struttura stellare discusse nel punto precedente sono state ricavate sotto la condizione di assenza di trasporto convettivo. Levidenza osservativa mostra peraltro che moti convettivi sono presenti alla supercie di molte stelle e, in particolare, alla supercie del Sole. La trattazione dovr` quindi essere estesa per tener conto anche di una a tale evenienza. Conviene trattare tale problema in due passi successivi: questa sezione sar` a dedicata alla identicazione delle regioni di una struttura stellare che risultano instabili per moti convettivi. Nella prossima sezione discuteremo il problema del trasporto convettivo al ne di ricavare le condizioni sul gradiente di temperatura richieste dalle le equazioni di equilibrio. Lidenticazioni delle regioni convettive riposa sul Criterio di Schwarzschild, che in sostanza risulta una applicazione dellantico principio di Archimede per il quale un corpo immerso in un uido riceve una spinta verso lalto pari al peso del uido spostato. Per giungere alla formulazione di tale principio ricordiamo innanzitutto che in assenza di moti convettivi il gradiente di temperatura resta determinato dal gi` discusso gradiente radiaa tivo (dT/dr)rad . Alla formulazione di tale gradiente sin qui adottata preferiremo nel seguito la parallela denizione (dT/dP)rad , subito ricavabile coniugando la prima con lequazione dellequilibrio idrostatico (dT/dP= dT/dr dr/dP). La ragione di tale preferenza ` duplice. e Innanzitutto dT/dP ` una relazione tra grandezze termodinamiche, utilmente confrontabile e con le grandezze termodinamiche proprie del gas stellare. Lassunzione di dT/dP libera inoltre la discussione dalla fastidiosa occorrenza di un dT/dR per denizione negativo (la temperatura cresce verso linterno) che complicherebbe formalmente la discussione. Partendo dunque dallevidenza che in assenza di convenzione il gradiente di temperatura locale deve essere pari a quello radiativo, possiamo domandarci se in tali condizioni la zona risulta o meno stabile rispetto alla convezione. A tale scopo dobbiamo domandarci se piccole uttuazioni R nella posizione di un elemento di materia inneschino o meno un moto convettivo. A seguito dello spostamento lelemento varier` la propria pressione adeguandola a

Fig. 2.2. In un ambiente a gradiente radiativo, se tale gradiente risulta maggiore di quello adiabatico (1) un elemento di materia che si sposti adiabaticamente dalla posizione iniziale si trova pi` u caldo dellambiente a minori pressioni (spostamento verso lalto) o pi` freddo a pressioni maggiori u (spostamento verso linterno). In tutti e due i casi lelemento e stimolato a proseguire il moto innescando una instabilit` convettiva. Nel caso in cui il gradiente radiativo risulti minore di quello a adiabatico (2) si manifesta invece una forza di richiamo che rende lambiente stabile.

a quella dellambiente con tempi scala meccanici. Gli scambi di calore avvengono invece sui pi` lunghi tempi scala termodinamici, talch potremo assumere che lespansione (se u e assumiamo uno spostamento verso lalto, a pressione minore) o la compressione risultino adiabatiche. Dalla gura 2.2 si ricava immediatamente che se il gradiente locale (assunto come radiativo) ` minore del gradiente adiabatico dT/dP, per uno spostamento verso lalto lelemento e risulta pi` freddo dellambiente, quindi pi` denso e soggetto ad una forza di richiamo verso u u la posizione originale. Analoghe considerazioni valgono per uno spostamento verso il basso. Se ne conclude che in tali condizioni la zona ` stabile. Ripetendo il ragionamento nel caso di e un gradiente radiativo maggiore di quello adiabatico si giunge invece alla conclusione che in tal caso la zona ` instabile, talch si giunge alla formulazione del Criterio di Schwarzschild e e che stabilisce che in una struttura stellare sono instabili per convezione tutti quegli strati per i quali risulta ( dT dT )rad > ( )ad dP dP A tale formulazione viene talora preferita la forma logaritmica
rad

(8)

>

ad

(9)

dove = P/T dT/dP = dlogT/dlogP e ad = 0.4 per un gas perfetto monoatomico ( A2.4). Si deve peraltro notare che, a rigor di termini, il criterio di Schwarzschild identica le zone in cui linstabilt` convettiva ` stimolata ed allinterno delle quali sono attivi moti a e convettivi con velocit` che saranno determinate da complessi meccanismi legati anche agli a scambi termici ed alla viscosit` del mezzo. E cos` evidente che il frenamento di tali moti a i deve avvenire nella zona formalmente stabile per convezione, laddove si manifesta una forza di richiamo. Ne segue che oltre i limiti deniti dal criterio di Schwarzschild deve esistere una zona di penetrazione degli elementi convettivi, indicata come zona di overshooting (g. 2.3).

Fig. 2.3. Nella regione in cui ` violato il criterio di stabilit` di Schwarzschild un elemento di e a convezione ` soggetto a forze che ne favoriscono il moto. Il frenamento di tali elementi dovr` quindi e a avvenire nelle zone di stabilit` al bordo della zona precedente, producendo un rimescolamento di a materia che si estende al di l` dei limiti formali di stabilit` (overshooting). a a

Le dimensioni di tale zona sono un problema astrosico ancora aperto. Lapproccio canonico assume come trascurabili tali dimensioni, ma sullargomento esiste un ampio dibattito e alcune valutazioni evolutive assumono tali dimensioni come un parametro libero da determinare attraverso il confronto con le osservazioni. Notiamo inne che la formulazione del gradiente radiativo, unita al criterio di Schwarzschild, consente di operare alcune previsioni generali sullo sviluppo della convezione nelle strutture stellari. Il valore del gradiente radiativo risulta infatti proporzionale allopacit` ed al usso di energia e se ne pu` dedurre che alti valori di uno di questi due a o parametri possano condurre il gradiente radiativo a superare quello adiabatico. Lopacit` a sale a valori estremamente elevati negli strati in cui lidrogeno ` in stato di ionizzazione e parziale, per il semplice motivo che i fotoni vengono facilmente catturati, ad esempio, per eetto fotoelettrico da elettroni che sono gi` in gran parte su stati eccitati ( 3.3). Ne a segue linteressante previsione secondo la quale tutte le stelle con temperatura superciale sucientemente minore della temperatura di ionizzazione dellidrogeno debbano necessariamente sviluppare regioni convettive nelle zone pi` esterne (inviluppi convettivi), che devono u contemporaneamente essere assenti nelle stella a pi` alta temperatura superciale. La tranu sizione si pone attorno a temperature eettive Te 10 000 K. A anco di tale convezione da opacit` si potr` avere una convezione da usso che a a dipender` da quanto i meccanismi di produzione di energia dipendono dalla temperatura. a E infatti subito visto che al crescere di tale dipendenza la produzione di energia si concentra sempre pi` verso il centro della struttura, facendo crescere i ussi. Nel caso quindi di u combustioni nucleari con forte dipendenza dalla temperatura ci attendiamo la presenza di nuclei convettivi. Anticipiamo qui che ad esclusione della catena pp ( T 4 ) tutte le altre combustioni nucleari hanno dipendenze estremamente elevate (CNO T 14 ; 3 T 22 con conseguente presenza di nuclei convettivi.

2.3. Trasporto radiativo e trasporto convettivo


Stabilito sotto quali condizioni ci si attende la presenza di moti convettivi, resta da stabilirne lecienza e, in particolare, il gradiente di temperatura che si realizza nelle regioni sedi di tali moti. E innanzitutto da rilevare come la convezione trasporti energia tramite il moto ciclico di materia che assorbe energia nelle zone inferiori, pi` calde, per ricederla nelle zone u superiori. Per ricavare un utile quadro di riferimento, possiamo semplicare il fenomeno assumendo che un elemento di convezione inizialmente in equilibrio con lambiente alla base

Fig. 2.4. Un elemento di convezione che si innalzi adiabaticamente nellambiente per un tragitto l al termine del tragitto si porter` ad una temperatura T1 = T0 + (dT /dP )ad P , circondato da un a ambiente a temperatura T2 = T0 + (dT /dP )amb P .

della zona convettiva si innalzi adiabaticamente per un tragitto l cedendo qui il calore in eccesso. Come ordine di grandezza di l possiamo assumere laltezza di scala di pressione HP = 1 dP P dr (10)

denita come il tragitto che vede diminuire la pressione di un fattore 1/e, assunto come il tipico tragitto lungo il quale un elemento di convezione (in necessaria espansione) possa mantenere una propria individualit`. a E subito visto che, pur nellipotesi adiabatica che ` la pi` favorevole al trasporto, la e u convezione pu` trasportare calore solo se il gradiente ambientale sia maggiore di quello o adiabatico (superadiabatico). Solo in tal caso al termine del tragitto lelemento risulter` a pi` caldo dellambiente circostante, in grado di cedere calore e di contribuire al trasporto u dellenergia. Tali semplici considerazioni mostrano che in una zona convettiva, dove - per denizione - il gradiente radiativo ` maggiore di quello adiabatico, il gradiente eettivo e ` limitato dallessere necessariamente maggiore del gradente adiabatico ma anche minore e del gradiente radiativo perch, per denizione di gradiente radiativo, lesistenza di un tale e gradiente implica il trasporto radiativo dellintero usso energetico. Il problema ` pertanto quello di valutare il grado di superadiabaticit` del gradiente locale. e a Per far ci` ricorriamo ancora al precedente modello di convezione per notare che lenergia o ceduta da un elemento di convezione sar` pari a a Q = CT (11)

ove C rappresenta la capacit` termica dellelemento e T la dierenza di temperatura a tra lelemento e lambiente a ne tragitto. Questultima grandezza ` subito ricavabile come e T =
l

[(

dT dT )ad ( )amb ]dP dP dP

(12)

ove lintegrando ` appunto il valore della superadiabaticit` del gradiente ambientale. e a La capacit` termica del gas allinterno di una stella ` peraltro cos` elevata che, ove si a e i assuma che una sostanziale frazione della materia concorra al trasporto, per trasportare i ussi stellari si richiede di fatto una superadiabaticit` microscopica ( 105 ), talch a tutti a e

gli eetti pratici ` in genere lecito assumere direttamente un gradiente ambientale pari a e quello adiabatico. Ci` non ` pi` vero solo nelle zone pi` esterne della struttura ove la marcata diminuzione o e u u della capacit` termica, conseguente alla diminuita densit` della materia, genera un non a a pi` trascurabile fabbisogno di superadiabaticit`. In tal caso (convezione subatmosferica) u a manchiamo ancora di una teoria soddisfacente della convezione, ed ` duso ricorrere ad un e algoritmo approssimato noto come (Teoria della Mixing Length A2.5). E da notare che se il trasporto radiativo pu` o meno essere attivo, il trasporto radiativo o - in accordo alla (6) - in presenza di un gradiente di temperatura ` sempre eciente. La e convezione pu` quindi essere intesa come un meccanismo di troppo pieno che scatta quando le o richieste di gradiente per il trasporto radiativo superano la soglia del gradiente adiabatico, attivando un ulteriore canale di trasporto. E, in tale visione, il criterio di Schwarzschild stabilisce che in presenza di meccanismi di trasporto concorrenti si stabilisce il processo che minimizza le richieste di gradiente. In caso di convezione, lecienza relativa dei due canali di trasporto resta collegata al rapporto tra i gradienti. In particolare si ricava banalmente che:
rad >> amb mente convettivo. rad radiativo. amb ad

la zona ` instabile per convezione ed il trasporto ` essenziale e

>

ad

la zona ` instabile per convezione ma il trasporto ` essenzialmente e e

2.4. Le atmosfere stellari e la trattazione degli strati atmosferici


Si ` gi` indicato come lanalisi spettroscopica delle sorgenti stellari riveli nella grande mage a gioranza dei casi una distribuzione energetica largamente assimilabile ad uno spettro di corpo nero deformato dalla presenza di righe o bande di assorbimento.Ci` mostra come nellinterno o di una struttura stellare i meccanismi di interazione particella-particella e particella-fotone siano cos` ecienti da mantenere lequilibrio termodinamico, cos` che si possa denire una i i comune temperatura per particelle e radiazione. Ovviamente ci` implica che le particelle o seguano una distribuzione di Maxwell-Boltzmann e i fotoni quella di corpo nero, assunzione questultima sulla quale riposa la formulazione del gradiente radiativo discussa nelle precedenti sezioni. Caratteristica necessaria della radiazione di corpo nero ` di essere isotropa. Lesistenza in e una stella di un usso uscente contraddice solo apparentemente tale condizione: lanisotropia necessaria per rendere conto del usso uscente risulta essere solo una trascurabile frazione dellenergia contenuta sotto forma di fotoni, talch lequilibrio termodinamico pu` considere o arsi pienamente realizzato. E evidente per` che tale condizione viene a cadere negli strati o pi` esterni della struttura, dove per la bassa densit` della materia diminuiscono le interazioni u a e il usso ` di fatto un usso netto uscente. Dunque lequazione del trasporto radiativo non e pu` essere utilizzata e ci` limita la validit` dellintero sistema di equazioni ai soli strati o o a interni di una struttura, di cui gli strati pi` esterni rappresentano una sorta di condizione u al contorno. Per denire pi` propriamente il ruolo di tali inviluppi stellari introduciamo la grandezza u = prof ondita ottica, denita come la probabilit` che ha un fotone di subire uninterazione a prima di lasciare la stella. E subito compreso che ` in linea di principio correlabile e alla profondit` geometrica dei vari strati dellinviluppo stellare, risultando = 0 al lima ite esterno della struttura, crescendo poi al crescere della profondit` degli strati. Possiamo a denire atmosfera di una stella la zona di inviluppo per la quale 1. Con tale denizione latmosfera di una stella e quella zona oltre la quale non possiamo vedere, ovvero - con

espressione pi` corretta - oltre la quale non ` possibile che ci giungano informazioni diu e rette trasportate dai fotoni che, per denizione, subiranno almeno una interazione prima di emergere dalla struttura. La nozione di atmosfera ` quindi collegata a meccanismi di opacit`, e si pu` denire e a o attraverso la relazione d = dr = dr (13)

ove, per la gi` data denizione di , rappresenta linverso del cammino libero medio a del fotone e dunque la probabilit`di interazione per unit` di percorso. a a Le caratteristiche spettrali della radiazione osservata mostrano che una radiazione di corpo nero proveniente dalla base dellatmosfera ( = 1), viene ltrata nel passaggio attraverso latmosfera, ove meccanismi selettivi di assorbimento o diusione da parte degli atomi dellatmosfera stessa estraggono fotoni dal fascio uscente, isotropizzandoli, in corrispondenza delle frequenze proprie delle possibili transizioni elettroniche. La valutazione delle strutture atmosferiche ` operazione estremamente complessa, per la quale ` necessario e e valutare nel dettaglio il trasporto radiativo nelle locali condizioni di anisotropia, tenendo conto della presenza di milioni di righe di assorbimento. Nella pratica dei calcoli di strutture stellari si preferisce ricavare da tali calcoli dettagliati la relazione funzionale T = T (, Te ) (14)

che con buona approssimazione risulta una funzione della sola temperatura ecace Te . Adottando tale funzione ` possibile chiudere semplicemente il sistema di equazioni della e struttura atmosferica. Poich` dalla denizione di si trae dr = - d / , la relazione e dellequilibrio idrostatico pu` essere portata nella forma o dP = G M g dr = d r2 (15)

dove = (, T) oltre che della composizione chimica dellatmosfera e g=GM/R2 rappresenta laccelerazione di gravit` alla supercie della stella. Poich massa e dimensioni a e dellatmosfera sono in ogni caso trascurabili rispetto a massa (M) e raggio (R) della stella ` e lecito assumere Mr =M e r=R. Gli strati atmosferici sono quindi descritti dalle tre relazioni dP g = d (, T ) T = T (, Te ) P = P (, T ) (16) (17) (18)

che regolano la distribuzione di P, , T nellatmosfera stellare al variare di ( A2.4). Lintegrazione di tali relazioni da = 0 sino alla base dellatmosfera = 1 fornisce il valore di P in tale punto, T ` dato dalla (17), dallequazione di stato e R, M, L sono i valori di e raggio, massa e luminosit` della stella, costanti lungo tutta latmosfera. a

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2.5. Le variabili naturali del sistema


A partire dalla base dellatmosfera inizia il dominio di validit` del sistema delle 5 equazioni a che descrivono il comportamento sico di una struttura stellare e che collegano tra loro le 6 grandezze r, Lr , P, T, Mr , . Notiamo peraltro che lequazione di stato fornisce una relazione diretta tra P, T, , diminuendo di uno i gradi di libert` del sistema. Il nucleo del sistema a ` cos` costituito dalle 4 equazioni dierenziali dove considereremo come incognite P e T, e i restando noto dallequazione di stato non appena note P e T. Il sistema di 4 equazioni ` quindi in grado, con le opportune condizioni al contorno, di fornire quattro di queste e grandezze in funzione della quinta assunta come variabile indipendente. Nella formulazione sin qui adottata abbiamo assunto la variabile indipendente r. Tale assunzioni, che ha radici antropocentriche non ` sicamente tra le pi` felici. Avviene e u infatti che talora r non si presenti come una variabile naturale del sistema, nel senso che le grandezze siche in gioco hanno campi di escursione non signicativamente collegati alla corrispondente escursione della coordinata radiale. Al di la di questo, la coordinata radiale non ` lagrangiana, nel senso che - al modicarsi e della struttura - un ssato valore della coordinata radiale non corrisponde ad un determinato elemento di materia. Ci` non avviene ove si scelga per variabile indipendente Mr che o risulta lagrangiana proprio nel senso che risulta collegata a determinati elementi di materia, indipendentemente da variazioni (espansioni o contrazioni) nella geometria della struttura, almeno sinch non siano presenti movimenti di materia (quali la convezione) allinterno della e struttura stessa. Per tale motivo allinterno della struttura ` duso utilizzare come variabile e indipendente Mr . E peraltro da notare che, causa la bassa densit` delle regioni pi` esterne, nelle zone a u immediatamente al di sotto dellatmosfera la variabile Mr tende a saturare, raggiungendo asintoticamente il suo valore M = massa totale della struttura. Grandi variazioni della pressione restano perci` contenute in variazioni percentualmente minime di Mr , che potrebbero o diventare confrontabili con gli errori di arrotondamento delle cifre introdotti dai calcolatori. La grande precisione dei moderni calcolatori consente in genere di superare tale dicolt`. a Tuttavia alcuni programmi evolutivi preferiscono ancora prevenire tale pericolo adottando per una breve regione al di sotto dellatmosfera (ad esempio sino a Mr /M =0.97) la variabile indipendente P. Riassumendo, lintera struttura stellare risulta cos` matematicamente divisa in tre regioni i di integrazione 1. Le zone atmosferiche (0 1 : r = R, Mr = M, Lr = L): sistema di tre equazioni con variabile indipendente . 2. Eventuali zone subatmosferiche (1 Mr /M 0.97): sistema completo delle 5 equazioni, variabile indipendente P. 3. Le zone interne (0.97 Mr /m 0): sistema completo delle 5 equazioni, variabile indipendente Mr .

2.6. Metodi di calcolo


Landamento delle variabili siche allinterno di una struttura stellare ` dunque retto da e un sistema di quattro equazioni dierenziali che, integrato con lequazione di stato, consente di ricavare landamento di cinque delle variabili in funzione di una sesta assunta come variabile indipendente per ogni pressato valore della massa M della struttura e per ogni pressata distribuzione della composizione della materia all interno della struttura medesima. Notiamo subito che lesistenza di quattro equazioni dierenziali del primo ordine richieder` a lindividuazione di quattro opportune condizioni al contorno. Stante la complessit` del sisa tema non esistono in generale soluzioni analitiche e la soluzione ` ottenuta sulla base di e

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tecniche di calcolo numeriche basate su metodi a dierenze nite, ove cio` i dierenziali e sono approssimati con incrementi piccoli ma niti, cos` che le relazioni dierenziali vengono i trasformate in equazioni algebriche. Prima di illustrare i due diversi metodi in uso per la soluzione di tali equazioni discuteremo lintegrazione degli strati atmosferici, in quanto ingrediente di base che entra nellarchitettura di tutti e due i metodi cui abbiamo fatto riferimento. 2.6.1 Integrazione degli strati atmosferici Ricordiamo che per gli strati atmosferici abbiamo stabilito la relazione dierenziale (2.13) che, in termini di dierenze nite pu` essere scritta come o Pj+1 Pj = g (j+1 j ) (19)

ove, in accordo con il metodo delle dierenze nite, lintervallo di integrazione 0 1 ` stato opportunamente suddiviso pressando N valori j della variabile indipendente (N e mesh) per j che va da 1 a N. Pj ` il valore, da determinare, della variabile nel generico punto e j. Accanto a questa relazione dierenziale abbiamo le due ulteriori relazioni, qui ripetute per comodit` a T = T ( , Te ) P = P ( , T ) Tali relazioni consentono di ricavare landamento delle variabili P, , T in un atmosfera stellare per ogni pressato valore della massa stellare M, quando siano assegnati due tra i tre parametri R, L e Te il terzo restando determinato dalla relazione L = 4 R2 T4 . e Assegnando ad esempio, come duso, M, L e Te restano ssati g = G M/R2 e Te . Sotto tali condizioni, note le grandezze nel generico punto j la (19) fornisce il valore della pressione nel punto j+1 Pj+1 = Pj + g (j+1 j ) (20)

la temperatura nello stesso punto j+1 ` fornita dalla T( ,Te ), dallequazione di stato si e ricava allora la densit` e, con essa, il valore di (, T). Basta quindi fornire i valori per = a 0 (N = 1) ( A2.6) per ricavare per ricorrenza landamento di P, , T su tutto lintervallo considerato. Tale integrazione per tangenti (cfr. g.2.5) risulter` tanto pi` accurata quanto pi` piccoli a u u gli intervalli (passi ) della variabile indipendente. Nella pratica, tali passi possono essere collegati alla condizione che la variabile dipendente lungo un passo non vari pi` di una u pressata percentuale, e la bont` dellintegrazione pu` essere controllata vericando, ad a o esempio, che un ulteriore dimezzamento dei passi non vari il risultato entro la richiesta precisione. Sulla base di tale schema sono costruiti algoritmi di calcolo numerico (ad es. il metodo di Runge-Kutta) che, con lintroduzione di opportuni coecienti di correzione basati sullandamento della funzione gi` integrata consentono di minimizzare il numero di passi per a ogni pressata precisione. 2.6.2 Il metodo del tting Per ogni pressato valore della massa totale M e per ogni scelta dei due parametri L e Te si possono quindi ricavare i valori di P e T (e quindi ) alla base dellatmosfera, ove sono quindi disponibili i valori di tutte e sei le variabili r=R, Lr =L, P, T, , Mr =M

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Fig. 2.5. Nellintegrazione per tangenti, noto il valore della derivata della generica variabile Y(X) nel mesh Xj si pone Yj+1 = (dY/dX)j (Xj+1 - Xj ), valutando cos` la variazione lungo la tangente i denita dalla derivata in Xj , con un errore che diminuisce al diminuire dellassunto X.

che compaiono nel sistema di equazioni per lequilibrio stellare. Supponendo di utilizzare subito come variabile indipendente Mr , possiamo riscrivere le equazioni di equilibrio in funzioni della variazioni di tale variabile. Ponendo dr =dMr /4 r2 e passando nuovamente allo schema di dierenze nite si ottiene Pj+1 Pj = G Mr,j 4 (Mr,j+1 Mr,j ) 4rj (21)

rj+1 rj =

Mr,j+1 Mr,j 2 4rj 3Lr,j 1 (Mr,j+1 Mr,j ) 64ac 2 r4 T 3 se (dT/dP)rad (dT/dP)ad , altrimenti

(22)

Tj+1 Tj =

(23)

Tj+1 Tj = G

Mr,j dT ( )ad (Mr,j+1 Mr,j ) 4r4 dP

(24) (25)

Lr,j+1 Lr,j =

Analogamente a quanto gi` discusso per lintegrazione atmosferica, se nel mesh Mr,j sono a noti i valori delle variabili r, Lr , P, T, (dallequazione di stato), (, T ) e (, T ) sono noti i valori di tutti i coecienti a secondo membro delle relazioni precedenti, e per ogni assunto Mr = Mr,j+1 Mr,j le relazioni forniscono il valore delle variabili nel mesh j+1. Partendo dal primo mesh, alla base dellatmosfera, literazione di tale procedura consente di spingere lintegrazione lungo tutta la struttura. Perch il risultato possa rappresentare una stella occorre e basta che per Mr = 0 (centro e della struttura) risulti r = 0 e Lr = 0. In linea di principio si potrebbe pensare di identicare la soluzione variando opportunamente i valori di L e Te di partenza, sino a soddisfare le citate condizioni centrali. Nella pratica ci` non ` consentito dalla eccessiva sensibilit` delle o e a soluzioni a Mr = 0 dalle condizioni superciali. Il metodo del tting (cio` del raccordo) e supera questa dicolt` procedendo ad una integrazione dall esterno a partire una coppia a di valori di prova L e Te , spingendo lintegrazione sino ad un pressato valore della massa Mr = MF ( massa di tting) ottenendo in tale punto una quadrupletta di valori re , Le , Pe , r Te , ove lindice e sta ad indicare che tali valori sono il risultato dellintegrazione esterna.

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L, Te re (L, Te ), Le (L, Te ), Pe (L, Te ), Te (L, Te ) ove si ` evidenziata la ovvia dipendenza dei valori della quadrupletta dai due assunti e valori di prova L e Te . Si procede poi ad una integrazione dal centro imponendo in tale punto r = Lr = 0 e assumendo due valori di prova Pc e Tc ricavando nello stesso punto di tting unaltra quadrupletta di valori ri , Li , Pi , Ti , r Pc , Tc ri (Pc , Tc ), Li (Pc , Tc ), Pi (Pc , Tc ), Ti (Pc , Tc ) r e lintegrazione sar` corretta solo quando le due quadruplette vengano a coincidere. a In generale, le integrazioni basate sui parametri di prova forniranno al tting valori non concordanti, e porremo per tali discrepanze r e r i = r Le Li = L r r P e P i = P T e T i = T Tenuto presente che i valori delle due quadruplette dipenderanno dai valori di prova assunti, rispettivamente, per L, Te e Pc , Tc , il metodo del tting consiste nel valutare quali le variazioni da apportare ai 4 valori di prova per annullare le discrepanze tra le due quadruplette, o - nella pratica - perch` le discrepanze (Pi - Pe )/Pi e simili scendano al di e sotto di una soglia di precisione tipicamente non maggiore di 104 . In approssimazione lineare, la variazione dei valori delle quadruplette pu` essere espressa o in funzione delle derivate parziali dei valori medesimi rispetto ai relativi valori di prova. Cos` i, ad esempio P e = (P e /L)T e=cost L + (P e /Te )L=cost Te e, corrispondentemente, P i = (P i /Pc )T c=cost Pc + (P i /Tc )Pc =cost Tc Sulla base di simili relazioni, per la variazione delle discrepanze si ottiene (re ri ) = ( re ri ri re )T e L + ( )L Te + ( )T c Pc + ( )P Tc L Te Pc Tc c Le Le Li Li r )T e L + ( r )L Te + ( r )T c Pc + ( r )Pc Tc L Te Pc Tc P e P e P i P i )T e L + ( )L Te + ( )T c Pc + ( )P Tc L Te Pc Tc c T e T e T i T i )T e L + ( )L Te + ( )T c Pc + ( )P Tc L Te Pc Tc c (26)

(Le Li ) = ( r r (P e P i ) = ( (T e T i ) = (

(27)

(28)

(29)

Imponendo che tali variazioni siano eguali ma di segno contrario alle discrepanze i (i = 1, 4), cos` da annullare le dierenze delle due quadruplette al tting, ove siano noti i valori i delle derivate si ottiene un sistema lineare di quattro equazioni nelle quattro incognite L, Te . Pc . Tc e con termini noti -i (i=1,4).

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I valori delle derivate parziali sono ricavati eseguendo quattro integrazioni, due dall esterno e due dallinterno, a partire dai valori al contorno L + L, Te L, Te + Te Pc , Tc + Tc Pc + Pc , Tc e ponendo per la generica variabile Xi (j=1, 4), Xe (j=1,4) j j
e e e Xj Xj (L + L, Te ) Xj (L, Te ) L L

(30)

e simili per le derivate rispetto alle altre tre condizioni al contorno. La soluzione del sistema di quattro equazioni lineari fornisce le quattro correzioni alle condizioni al contorno sulla base delle quali operare una nuova coppia di integrazione esterno-interno. Poich la e linearit` del sistema delle correzioni e solo una approssimazione al primo ordine, la soluzione a viene in genere raggiunta attraverso una serie di iterazioni, sempre che le iniziali condizioni al contorno non siano troppo distanti da quelle nali, risultando allinterno di quella che viene denita larea di convergenza. 2.6.3 Il metodo di Henyey Un approccio alternativo alla soluzione del problema consiste nel adottare una soluzione di prova, cio` assegnare in ogni punto un valore delle funzioni r(Mr ), Lr (Mr ), P(Mr ), T(Mr ), e ed applicare un metodo che consente di correggere tali valori. Possiamo riscrivere le equazioni dellequilibrio sotto forma di dierenze nite e portando tutti i termini a primo membro, ottenendo -ponendoci ad esempio nel caso di equilibrio radiativo, le quattro relazioni algebriche
2 (Pj+1 Pj )/(rj+1 rj ) GMr,j j /rj = 0 2 (Mr,j+1 Mr,j )/(rj+1 rj ) 4rj = 0 2 (Tj+1 Tj )/(rj+1 rj ) (3/4ac)(j /Tj3 )Lr,j /4rj = 0 2 (Lr,j+1 Lr,j )/(rj+1 rj ) 4rj = 0

Poich la soluzione di prova non soddisfa le equazioni di equilibrio, le quattro eguaglianze e a zero non saranno vericate, ed ognuna delle quattro relazioni dar`, per ogni coppia degli a N mesh, una discrepanze i,j i = 1, 4; j = 1, N 1

Occorre dunque operare sui valori di prova assegnati negli N singoli mesh in cui ` stata e divisa la struttura al ne di azzerare i 4N-4 i,j cos` che le relazioni di equilibrio risultino i soddisfatte lungo tutta la struttura. Notiamo al proposito che, avendo scelto come variabile indipendente Mr ed avendo dunque pressato il valore di Mr in opportuni mesh spaziati lungo la struttura, il generico i,j resta una funzione algebrica dei valori delle quattro variabili nei mesh j e j+1 i,j = f (rj , Lr,j , Pj , Tj , rj+1 , Lr,j+1 , Pj+1 , Tj+1 ) di cui ` possibile ricavare algebricamente i valori delle derivate parziali rispetto alle otto e variabili. Per la dipendenza del generico i,j dalle funzioni di prova potremo dunque scrivere per ogni coppia di mesh e per ognuna delle 4 equazioni dellequilibrio una relazione che lega le discrepanze al valore variabili

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i,j =

i,j rj rj

i,j Lr,j Lr,j

i,j i,j Tj Tj + rj+1 rj+1 i,j i,j Pj+1 Pj+1 + rj+1 Tj+1

i,j Pj Pj

i,j Lr,j+1 Lr,j+1

imponendo che per ogni coppia e per ogni equazione i, j subisca una variazione eguale e di segno contrario alla discrepanza trovata, si ottiene in denitiva un sistema di 4N-4 equazioni nelle 4N incognite rj , Lr, j, Pj , Tj (j=1,N) Il bilancio tra numero di incognite e numero di equazioni mostra - come dovevamo attenderci - che la soluzione richiede lintervento di quattro condizioni al contorno. Due di queste si ricavano immediatamente osservando che al centro della struttura deve risultare e rimanere r = Lr = 0, e quindi r1 = 0, Lr,1 = 0 Restano dunque 4n-2 incognite. Le altre due condizioni risultano dallimporre che lultimo mesh (N) debba essere alla base dell atmosfera. Sappiamo infatti che le variabili siche alla base dellatmosfera sono note non appena sia assegnata una coppia di valori L e Te . Per lultimo mesh devono valere dunque le ulteriori condizioni rN = f1 (L, Te ) Lr,N = f2 (L, Te ) PN = f3 (L, Te ) TN = f4 (L, Te ) che aggiungono alle precedenti 4 nuove equazioni e due incognite (L e Te ). In totale abbiamo dunque un sistema di 4N equazioni in 4N incognite, che viene in genere risolto per sostituzioni successive ( A2.8), fornendo i valori delle correzioni da apportare in ogni mesh alle funzioni di prova per vericare le equazioni dellequilibrio. Avendo nuovamente linearizzato il problema, la soluzione sar` in genere raggiunta tramite una serie di iterazioni, a sempre che le funzioni di prova siano assegnate allinterno di unarea di convergenza.

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Approfondimenti
A2.1. Energia interna, pressione della radiazione e pressione del gas perfetto.
Si ` gi` indicato ( A1.1) come allinterno di una struttura stellare materia e radiazione siano e a ambedue da considerarsi termalizzate alla temperatura locale T In tali condizioni la densit` e la a distribuzione in frequenza dei fotoni restano regolate dalle leggi del corpo nero, la densit` di energia a risultando in particolare pari a U = aT 4 . In tali condizioni ` anche facile ricavare il valore della e pressione di radiazione, collegata -come nel caso delle particelle- al momento trasportato dai fotoni. Se immaginiamo la radiazione intrappolata allinterno di un cubetto di volume unitario a superci interne perfettamente riettenti. Un generico fotone di energia E = h e momento p = h/c avr` una direzione di moto denita dai tre coseni direttori a cx cy cz , , c c c degli angoli formati dal vettore velocit` c con i tre assi delle coordinate. Nellunit` di tempo si a a avranno cx urti contro le due pareti perpendicolari allasse x (Figura 2.6) ed in ogni urto verr` a scambiata una quantit` di moto pari in modulo a 2(h/c)cx /c. La somma (in modulo) dei momenti a scambiati dal fotone con le 6 pareti del cubetto nellunit` di tempo risulta a h cx h cy h cz h +2 +2 = 2 2 (c2 + c2 + c2 ) = 2h = 2E x y z c c c c c c c Se ne conclude che il gas di fotoni isotropi scambia nellunit` di tempo con ognuna delle pareti del a cubetto una quantit` di moto pari a a 2 p = E/3 dove E ` la somma delle energie dei singoli fotoni. Poich` p = F t si ricava che il gas di fotoni e e opera sulla supercie unitaria una forza (la pressione) pari a Pr = E/3 Per una distribuzione di corpo nero si ricava cos` il valore della pressione di radiazione i 1 a U = T4 3 3 Con considerazioni del tutto analoghe si ricava per un gas perfetto non relativistico Pr = 1 2 2 mi vi = W 3 3 2 1 dove W = 2 mi vi rappresenta la densit` di energia cinetica. Poich` lenergia cinetica media per a e 2 3 molecola ` pari a 2 kT, 1 mi vi = nkT dove n rappresenta il numero di particelle per unit` di e a 2 volume. Si ritrova cos` lequazione di stato del gas perfetto i Pg = Pg = nkT Per un gas perfetto monoatomico W=U=3/2 kT. Nel caso pi` generale U=N/2 kT, dove N ` il u e numero di gradi di libert` delle particelle, e si ricava facilmente a 2 U N che, in analogia di quanto gi` visto per la radiazione, pone in relazione la pressione con lenergia a interna per unit` di volume. a Pg =

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Fig. 2.6. Nellurto elastico contro la parete un fotone di impulso h/c inverte la componente x x cedendo un impulso pari a 2 h cos = 2 h cc . c c

A2.2. Gradiente di temperatura e gradiente radiativo. Conduzione elettronica.


Se nel plasma stellare esiste un gradiente di temperatura (Fig. 2.7) la densit` di fotoni cresce con la a temperatura e si produrr` un usso netto di fotoni dalle maggiori verso le minori temperature. E a possibile porre in relazione il gradiente di temperatura con tale usso, osservando che le interazioni con la materia tendono ad isotropizzare i fotoni del usso, estraendoli dal fascio direzionale e che, in tal modo, i fotoni devono cedere momento alla materia. Il numero di interazioni subite da uno di questi fotoni in un tragitto dr ` dato da dr/, dove e rappresenta il libero cammino medio del fotone. Se N ` il numero di fotoni che attraversano nellunit` e a di tempo lunit` di supercie, il momento trasferito nellunit` di tempo dai fotoni alle particelle a a sar` a dr h = dr c c Poich la pressione di radiazione altro non ` che il momento trasportato per unit` di supercie e di e e a tempo, dp = dPr , e quindi dp = N dr = dPr c Ove, come nel caso degli interni stellari, si possa assumere lequilibrio termodinamico locale, Pr = a/3T 4 e si ottiene cos` i dPr 4a dT = c T 3 dr 3 dr Poich il cammino libero medio dei fotoni dipende dalla frequenza, ponendo = 1/, dove e rappresenta una opportuna media (media di Rosseland) sulla distribuzione energetica dei fotoni: 1/ rappresenta la probabilit` media di interazione per unit` di percorso e prende il nome di a a opacit` per grammo di materia. Si ha cos` a inne = c = 4acT 3 dT 3 dr

che mostra come in condizioni di equilibrio termodinamico sussiste una necessaria proporzionalit` a tra gradiente di temperatura e usso di energia trasportato dai fotoni. In assenza di convezione, poich in un gas il trasporto per conduzione ` in genere molto poco e e eciente, la precedente relazione si trasforma in una relazione tra gradiente di temperatura e usso totale di energia. Ci` per` non ` pi` vero nel caso di degenerazione elettronica, allorquando per o o e u motivi quantistici gli elettroni manifestano un comportamento collettivo ( A3.2). In tal caso,

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Fig. 2.7. I fotoni che compongono il usso di energia uente tra due temperature T1 e T2 (T1 > T2 ) subiscono interazioni che li isotropizzano cedendo qunatit` di moto alla materia a come avviene nei metalli, un gas di elettroni mal sopporta gradienti energetici, e la conduzione elettronica diviene un meccanismo di grande ecienza. Per il usso di energia c trasportato dalla conduzione si pu` ancora porre o dT dr dove il valore di C resta denito per le varie condizioni siche del mezzo dalla teoria di un gas elettronicamente degenere. In presenza di conduzione elettronica ` duso generalizzare, con semplice e articio, la precedente formula del gradiente radiativo. Basta infatti denire una opacit` conduttiva a c attraverso la relazione c = C C= per ottenere r + c = 4acT 3 1 1 dT ( + ) 3 r c dr 4acT 3 3c

Denendo come opacit` totale 1/T = 1/r + 1/c si ottiene la forma generalizzata a 4acT 3 dT 3T dr che collega la totalit` del usso non convettivo al gradiente locale di temperatura. a =

A2.3. Lequazione di Oppenheimer-Volko. Il raggio di Schwarzschild.


La formulazione newtoniana della gravitazione, cos` come inserita nella relazione dellequilibrio idro statico, non pu` essere mantenuta per campi gravitazionali estremi, quando lenergia gravitazionale o delle particelle diventa non trascurabile a confronto dellenergia di massa E = mc2 . Occorre in tal caso ricorrere al formalismo della relativit` generale. Adottando la metrica di Schwarzschild, che a governa il campo gravitazionale a simmetria sferica generato da una massa m ds2 = (1 dove 2Gm c2 si giunge a riscrivere lequazione dellequilibrio idrostatico e quella della conservazione della massa nella forma generalizzata relativistica rg = dP GMr P 4r3 P 2GMr 1 = 2 (1 + 2 ) (1 + ) (1 ) dr r c Mr c2 rc2 rg 1 ) d(ct)2 + dr2 + r2 (d2 + sin2 d2 ) r 1 rg /r

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Fig. 2.8. La relazione massa densit` centrale per le strutture di stelle di neutroni, La curva A a indica la soluzione per un gas di neutroni liberi mentre le altre curve portano esempi di equazioni di stato pi` elaborate. u

dMr = 4r2 dr dove Mr , massa contenuta allinterno del raggio r. contiene il contributo non solo della massa a riposo delle particelle ma anche quello della loro energia. Le strutture in cui si rende necessaria lapplicazione di un tale formalismo si collocano in qualche maniera ai due estremi delle normali strutture stellari: stelle supermassive e stelle di neutroni. Per ci` che riguarda gli oggetti supermassivi (M 105 108 M ) ` da notare che per i normali o e oggetti stellari esiste un limite superiore, a poco pi` di 100 M , per la formazione di strutture u stabili. Ci` perch` al crescere della massa il crescente contributo della pressione di radiazione nisce o e col destabilizzare la stella. Al livello di supermassivit` indicato intervengono per` due nuovi fattori a o che consentono, almeno in linea di principio, strutture gravitazionalmente legate. Infatti il campo gravitazionale ecace ` enormemente accresciuto dallequivalente in massa dellenergia e, nel cone tempo, i fotoni perdono energia nel propagarsi contro il campo gravitazionale, riducendo di molto gli eetti della pressione di radiazione. Oggetti supermassivi sono stati nel passato invocati per giusticare lemissione luminosa da nuclei galattici, radiosorgenti e quasars. Per quanto tale ipotesi sia stata ormai abbandonata, ` da e notare che da una struttura di 105 M nelle fasi iniziali di combustione di idrogeno si attendono 1043 erg/sec, con temperature ecaci ( 1.7.1)Te 6 104 K. Il confronto con la luminosit` del a Sole ( 1033 erg/sec) rivela come in tali oggetti supermassivi il rapporto luminosit`/massa risulti a dellordine di 105 volte di quello solare. A causa delle elevatissime densit`, anche stelle di neutroni che eventualmente si producano a nellesplosione di Supernovae sono caratterizzate da campi gravitazionali estremamente intensi, e necessitano quindi di un trattamento relativistico. Se si assume che i neutroni si comportino come un gas di fermioni liberi ( A3.2) per essi vale un equazione di stato del tipo P = P () 41019 5/3 che, unita alle due precedenti relazioni, consente di denire la struttura delloggetto (caso politropico A5.1). Se ne ottiene una relazione massa-densit` cena trale che raggiunge un massimo per M = 0.7M (Fig.2.8). E subito visto che strutture al di sopra di tale limite non sono stabili: una uttuazione della densit` centrale porterebbe la stella a fuori dallequilibrio, innescando una contrazione e,di qui, un processo di collasso reazionato positivamente.

20 Lapprossimazione di un gas di fermioni appare peraltro inadeguata, perch` a densit` che rage a giungono e superano quelle nucleari interverranno certamente interazioni a molti corpi tra le particelle. Equazioni di stato pi` realistiche appaiono spostare il precedente limite sino a 2-3 M ( u Fig. 2.8. Al di sopra di queste masse non si trovano meccanismi in grado di fermare il collasso della struttura, che dovrebbe quindi procedere indenitamente. Al riguardo ` facile vericare come lequazione dellequilibrio presenti una singolarit` per e a r= 2GM c2

E questo il cosiddetto raggio di Schwarzschild. Anche nellapprossimazione non relativistica si verica facilmente che, per ogni massa, a tale raggio corrisponde una velocit` di fuga pari alla velocit` a a della luce. In generale si trova quando il collasso raggiunge il raggio di Schwarzschild i fotoni non sono ulteriormente in grado di sfuggire dalloggetto collassante, che quindi cessa di avere un tale canale di comunicazione elettromagnetica con il resto dellUniverso (diventando una buca nera).

A2.4. Termodinamica della materia in condizioni stellari. Il gradiente adiabatico ed il criterio di stabilit` a
Dalla usuale formulazione del primo principio della termodinamica, indicando con Q il calore fornito ad un generico sistema termodinamico, si ha Q = dU + pdV ove appare la variabile estensiva V = volume occupato dal sistema. Osservando che il volume occupato da 1 grammo di materia ` pari a 1/, si risale immediatamente ad una pi` appropriata e u formulazione riguardante il bilancio termico per grammo di materia 1 P Q = dU + pd( ) = dU 2 d ove lenergia interna U e ora da intendersi come riferita al grammo di materia e immediatamente ricavabile dividendo per le gi` citate espressioni riguardanti lenergia interna per unit` di vola a ume. Lo stato termodinamico resta cos` denito dalle tre variabili intensive T, P e , fornendo una i rappresentazione adeguata anche ad un generico uido termodinamico non soggetto ad articiali delimitazioni. Si noti che in tutte le precedenti relazioni la pressione P va intesa come pressione totale, somma dunque delle pressioni parziali di gas e radiazione. La termodinamica ci assicura anche che per trasformazioni reversibili, cio per trasformazioni e che si sviluppano lungo stati di equilibrio e nelle quali restano quindi denite istante per istante le variabili di stato, il calore assorbito o ceduto resta collegato alla funzione di stato S (entropia) dalla relazione Q = T S. Poich questo ` ovviamente il caso per le trasformazioni subite dal plasma e e stellare nel corso dellevoluzione di strutture stellari in equilibrio, potremo in generale porre il primo principio della termodinamica nella forma P d 2 Poich S ` funzione di stato, assumendo P e T come variabili indipendenti, il bilancio energetico e e deve potersi portare nella forma Q = T S = dU T ds = T [( S S )P + ( )T ] = CP dT ET dP T P

con CP = T (dS/dT )P = (Q/dT )P = calore specico a pressione costante ET = T (dS/dP )T = (Q/dT )P = calore specico scambiato in una compressione isoterma. Nel caso generale la valutazione di questi due coecienti riposa su opportune e complesse valutazioni sullo stato energetico del sistema, che tengano nel dovuto conto non solo il grado di ionizzazione, ma anche la distribuzione degli elettroni nei vari livelli eccitati, la presenza di eventuali

21 legami molecolari etc. Stante la complessit` dei relativi calcoli, questi dati vengono in genere forniti a al programma assieme allequazione di stato ( A3.2) ed ai coecienti di opacit` ( A3.3) sotto a forma tabulare, per ogni assunta composizione della materia stellare e per una opportuna griglia di valori delle variabili di stato e T . Nel caso di una miscela di gas perfetto e radiazione, basta peraltro esplicitare la dipendenza dellenergia interna U dai parametri di stato e fare uso dellequazione di stato per ricavare analiticamente i valori di CP e ET . Scegliendo come parametri di stato P e T , il primo principio della termodinamica fornisce T dS = ( e quindi CP = ( P U )P + 2 [( )P ] T T U P )T + 2 [( )T ] P P U U P )T dP + ( )P dT 2 [( )T dP + [( )P dT ] P T P T

EP = ( Poich` ( 3.2) e

P = Pg + P r = U = Ug + Ur = si ottiene, ad esempio, per ET

k a T + T 4 H 3 1 N ( Pg + 3Pr ) 2

N 1 1 N P Pg + 3Pr ) 2 ( )T [ ( Pg + 3Pr )T ] + 2 ( )T 2 P P 2 P Osservando che per T = cost, dPr = 0 e dP = dPg si ha ET = ( ( si ottiene inne ET = Analogamente si ricava CP = 1 N +2 P2 ( Pg + 20Pr + 16 r ) T 2 Pg 1 N Pr N P 1 Pr ( +3 + ) = (4 + 1) 2 Pg 2 Pg Pg H )T = ( )T = = P Pg kT Pg

Si noti che T dS = 0 denisce una trasformazione adiabatica. Ne segue che per una tale trasformazione ( dT ET )ad = dP CP o anche
ad

dlogT P ET = dlogP T CP

Se Pr << Pg , ad = 2/(N + 2), pari quindi a 0.4 nel caso di un gas perfetto monoatomico (N=3) e a 0.3 nel caso di molecole biatomica (N=5). Pi` in generale, ` facile comprendere che un u e gas perfetto monoatomico realizza il massimo possibile gradiente adiabatico. In tal caso infatti, e solo in tal caso, tutto il lavoro assorbito in una compressione adiabatica va in energia cinetica delle particelle e nel corrispondente innalzamento della temperatura. Ove esistano gradi di libert` interni a (quali molecole, ionizzazioni, eccitazioni elettroniche) parte del lavoro sar` ripartito tra questi, con a conseguente minor innalzamento della temperatura. Si noti inne che per Pr >> Pg , come tende ad avvenire in strutture stellari di massa molto grande, ad 0.25. La radiazione tende quindi a diminuire il gradiente adiabatico, favorendo la convezione. La radiazione dunque si comporta come un gas con 6 gradi di libert`, ed in eetti tale a

22

Fig. 2.9. Andamento dei gradienti (scala di destra) e del peso molecolare (scala di sinistra) in funzione della pressione P negli strati esterni di una stella di Popolazione II, 1.5 M in Sequenza Principale, log Te = 3.91. Il gradiente radiativo raggiunge il valore massimo 45. In supercie il peso molecolare segnala la presenza di molecole di idrogeno.

comportamento corrisponde alle due direzioni di polarizzazione per ognuna delle tre direzioni di propagazione del fotone. Da questa osservazione ` facile giungere ad un criterio termodinamico per e la stabilit` di una struttura stellare. Per il teorema del viriale ( 4.1) tale stabilit` richiede a a 2T + = 0 dove T ` lenergia cinetica totale posseduta dalle particelle che compongono la struttura e ` e e lenergia di legame. La stabilit` richiede quindi che met` dellenergia guadagnata in una contrazione sia trasferita a a all energia cinetica delle particelle : dT = d/2. In un gas monoatomico, quindi con 3 gradi di libert`, tutta lenergia guadagnata dal gas va in energia cinetica, e resta quindi altrettanta energia a (d/2) per sopperire alle perdite per radiazione. In un gas con 6 gradi di libert` se met` dellenergia a a va in energia cinetica, altrettanta energia deve andare negli altri gradi di libert` del sistema. Non a resterebbe quindi energia disponibile per sopperire alle perdite per radiazione, e questo ` chiaramente e incompatibile con la stabilit` della struttura. Il predominare della pressione di radiazione porta a quindi la struttura verso linstabilit`. a Tale criterio ` sovente espresso in letteratura tramite = CP /CV = d(logP/dlog)ad = 1/(1 e a ad ) = 1 + 2/N , con N gradi di libert` delle particelle. Per un gas perfetto monoatomico risulta = 5/3, per la radiazione = 4/3 e la stabilit` richiede > 4/3. a

A2.5. La teoria della mixing-length


Assumiamo che la convezione sia descrivibile come lo spostamento di elementi di convezione (bolle) che, iniziando il loro moto in equilibrio con lambiente, percorrano adiabaticamente un tragitto l per cedere inne leccesso di energia termica allambiente circostante. Il tragitto l prende il nome di lunghezza di rimescolamento o mixing length. Se dT /dR ` il gradiente dellambiente e in cui si muove la bolla, la dierenza di temperatura tra bolla ed ambiente sar` a ne tragitto a T = [(dT /dr)ad (dT /dr)]l = [(dT /dP )ad (dT /dP )](dP/dr)l . Poich` dP/dr ` negativo, si riconosce immediatamente che vi sar` trasporto di energia (la bolla e e a sar` pi`alda) solo quando la zona ` instabile per convezione, cio` dT /dP > (dT /dP )ad (Criterio di a c e e Schwarzschild 2.2)

23

Fig. 2.10. Come in gura 2.9, ma per una stella di 1.25 M , log Te = 3.83. Al diminuire della temperatura ecace aonda la zona convettiva e nelle regioni pi interne ( pi dense) il gradiente u u locale tende al gradiente adiabatico. Poich lo scambio di calore avviene a pressione costante, il calore scambiato al termine del e tragitto sar` M CP T , ove M ` la massa della materia a maggior temperatura. Ponendo che met` a e a della materia partecipi al moto ascendente, si ricava per il usso trasportato dalla convezione 1 dT dT CP v[( )ad ( )]l 2 dr dr Lesistenza di un gradiente di temperatura implica peraltro anche un trasporto radiativo ( A2.2) Fc = T 3 4ac dT rho 3 dr cos` che per il usso totale in regime di convezione si ricava Fr = F = Fc + Fr = da cui F 1 CP v( dT )ad dT 2 dr = T 3 4ac dr 1 CP v
3 2

1 dT 1 T 3 4ac dT )( ) CP v( )ad ( CP v rho 3 dr 2 dr 2

Si riconosce facilmente che per convezione ineciente (CP v 0) dT /dr (dT /dr)rad mentre per convezione dominante (CP v )) dT /dr (dT /dr)ad . Per valutare le velocit` degli elementi di convezione possiamo osservare che per il principio di a Archimede la forza agente sullelemento sar` a F = gV dove g ` la gravit` locale, V il volume delle elemento e ` la dierenza di densit` tra lambiente e a e a e la bolla di convezione. Assumendo un gas perfetto (trascurando quindi variazioni del grado di ionizzazione) / = T /T , dove per ogni tragitto parziale x (0 x l)T = [(dT /dr)ad (dT /dr)amb ]x. Applicando il teorema delle forze vive (lavoro = variazione di energia cinetica) si ottiene cos` al termine del tragitto i 1 mv 2 = 2 da cui
l l

gV dx =
0 0

gV

/T xdx T

24

Fig. 2.11. Andamento della temperatura in funzione della pressione per il modello di gura 2.10 per due diverse assunzioni sulla lunghezza di rimescolamento. Allaumentare di l aumenta lecienza della convezione e diminuisce il gradiente di temperatura. In ogni caso le diverse soluzioni convergono verso una comune soluzione interna.

v(l)2 2

1 dT dT [( )ad ( )amb ] T dr dr

xdx =
0

g dT dT l2 [( )ad ( )amb ] T dr dr 2

Introducendo come valori medi lungo la traiettoria v = v(l)/2 e T (l) = T /2, osservando che per lequilibrio idrostatico si ha che dT dT dP dT = = g dr dP dr dP si ricava inne H ( ad )]1/2 8kT che unita alla precedente relazione per il gradiente ambientale fornisce un sistema di equazioni che, per ogni assunto valore della mixing length consentono la determinazione di v e amb . Questultimo, in particolare, fornisce il valore del gradiente di temperatura locale in presenza di convezione e, in quanto tale, viene sovente indicato come conv Non pu` sfuggire lestrema semplicazione del modello adottato, ove -ad esempio - viene trascuo rata la viscosit` del mezzo e vengono trascurati gli scambi di energia lungo il tragitto degli elementi a di convezione. Ancor pi` pesante ` lassunzione di una convezione per bolle a fronte dellevidenza u e osservativa (nel Sole) di una convezione per colonne, e quindi non locale. La teoria della mixing length ` nondimeno utilizzata come un formalismo che conduce ad una ragionevole correlazione e tra le varie quantit` siche in gioco, fornendo relazioni che niscono col dipendere dal parametro a l che, di fatto, viene a regolare lecienza del trasporto convettivo. In tal senso l viene riguardato come un parametro libero il cui valore va determinato non tanto con ulteriori valutazioni teoriche, quanto sulla base di un riscontro dei risultati ai risultati osservativo sperimentali. In questo quadro la versione semplicata della teoria, qui presentata come proposta da Demarque e Geisler, ` non e meno valida della pi` sosticata versione originalmente proposta da Erika Bohm-Vitense, nella quale u veniva ulteriormente elaborato il problema del tragitto non-adiabatico dellelemento di convezione. Nella pratica dei calcoli evolutivi ` invalso luso di assumere una mixing length proporzionale e allaltezza di scala di pressione, HP v = gl[ l = HP dove HP = dlogP/dr = (1/P )dP/dr e ` scelto tra 0.5 e 2 in base alla considerazione che e dicilmente un elemento di convezione pu` conservare la propria individualit` per tragitti molto o a

25 superiori a quello per cui la pressione si riduce di un e-mo. In analogia con la precedente formulazione, la mixing length pu` essere anche riferita a laltezza di scala di temperatura o a quella di o densit`. Questultima in particolare ha in passato goduto di una certa popolarit`, perch` elimina le a a e inversioni di pressione che talora si manifestano con luso HP . Le Figure 2.9 e 2.10 riportano a titolo di esempio landamento dei vari gradienti nelle zone subatmosferiche di stelle di sequenza principale di varia massa. Al diminuire della massa stellare aumenta la densit` degli strati subatmosferici, aumenta quindi la capacit` termica della materie e, a a come mostrato nelle gure, il gradiente convettivo tende sempre pi` verso il gradiente adiabatico. u E importante notare come lincertezza sullecienza della convezione superadiabatica si trasferisca in genere in un incertezza sui raggi stellari, ma non sulle rispettive luminosit`. In particoa lare si pu` mostrare che per inviluppi convettivi non troppo profondi le soluzioni per diversi valori di o l niscono per convergere ad un unica soluzione interna (Fig. 2.11), Si pu` calibrare richiedendo, o ad esempio, che un modello solare riproduca il raggio (e la temperatura ecace) osservato. Si ricava cos` l 1.8. Nulla assicura peraltro che una tale calibrazione possa essere estesa a stelle con diversa i massa e/o diversa composizione chimica. Ed in eetti giganti rosse di Pop.II richiedono diversi . Notiamo inne come la teoria della mixing length, nei limiti in cui si accettino le predizioni sulla velocit`, possa fornire anche indicazioni sulla consistenza dellovershooting. Il tragitto degli a elementi nella zona radiativa ` infatti ricavabile dallapplicazione del teorema delle forze vive alle e forze di frenamento che in tale zona si vengono a creare.

A2.6. Integrazione degli strati atmosferici


Si ` gi` indicato come lintegrazione degli strati atmosferici riposi sullequazione dellequilibrio idroe a statico e sulla diponibilt` di una relazione che fornisca landamento della temperatura al variare a della profondit` ottica . Tale relazione, nel caso pi` generale, si ottiene come risultato di complessi a u modelli di atmosfera, basati sullintegrazione dellequazione del trasporto che collega, per ogni assegnata direzione lintensit` della radiazione allopacit` ed alla emissivit` della materia, giungendo cos` a a a i a fornire predizioni sulla struttura dellatmosfera e sulle caratteristiche dello spettro della radiazione emergente. Per ci` che riguarda la temperatura, si ottiene una soluzione semplice nellapprossimazione di o atmosfera grigia, ove si assume che lopacit` sia indipendente dalla frequenza della radiazione. In a tal caso si ricava: 3 1 4 Te (1 + ) 2 2 2 quindi una T (, Te ) che per = 3 fornisce T = Te . In generale le relazioni esatte non si discostano sensibilmente dalla relazione di atmosfera grigia, che fornisce cos` un utile punto di riferimento. Nella i pratica dei calcoli evolutivi vengono di frequente usate correzioni semiempiriche alla distribuzione di temperature dellatmosfera grigia. Tale, ad esempio, la relazione di Krishna-Swami. E peraltro da notare che una tale trattazione (approssimazione di Eddington) assume implicitamente una atmosfera in equilibrio radiativo. Ci` e in genere ben vericato perch nellatmosfera o e 0 e, con tende a zero il gradiente radiativo. Solo in strutture di piccolissima massa (pochi decimi di massa solare) le atmosfere risultano sede di estesi moti convettivi e, in tal caso, la relazione T ( ) deve essere solo ricavata da acconci modelli di atmosfera. E anche da notare che lequazione dellequilibrio idrostatico T4 = dP g = d regola landamento della pressione totale P = Pg + Pr . Si ha dunque dPg g dPr = d d Ma ( A2.2)
4 dPr Te = = d c c

26
4 e ponendo gr = (Te )/c, si puo scrivere

dPg 1 = (g gr ) = gef f / d dove gef f = g gr assume il ruolo di gravit` ecace. a Nella pratica dei calcoli, lintegrazione non pu` partire da = 0, ove lequazione presenta o una singolarit`, implicando Pg = 0 e = 0. Per ogni assunto Te le condizioni iniziali vengono a imposte tramite uniterazione che conduce ad una tripletta di valori Pg , T e tra loro compatibili. Assumendo un valore piccolo ma nito di Pg , si adotta inizialmente T = T ( = 0) e, ricavando dalla coppia Pg e T un valore di , si ricava quindi da P/ = gef f /(, T ) Adottando tale si ottiene una nuova temperatura e quindi un nuovo , un nuovo e, inne, un nuovo . Il processo viene iterato sino ad ottenere la convergenza.

A2.7. Algoritmi risolutivi del metodo di Henyey


Si ` gi` mostrato come il metodo di integrazione di modelli stellari noto come metodo di Henyey e a conduca ad un sistema di 4N equazioni in 4N incognite, essendo N il numero di mesh in cui ` stata e suddivisa la struttura interna della stella. Ricordiamo qui alcuni tra i vari accorgimenti di calcolo in genere adottati nel raggiungere la soluzione. E duso innanzitutto ranare il sistema di equazioni denendo le variabili siche nel generico intermesh j+1/2 ponendo Pj+1/2 = (Pj+1 Pj )/2 e simili, e scrivendo le equazioni di equilibrio nella forma Mj+1/2 j+1/2 Pj+1 Pj =G 2 rj+1 rj rj+1/2 Si noti come in tale forma venga automaticamente eliminata lapparente singolarit` centrale. E a inoltre duso portare le equazioni in forma logaritmica, cos` da rendere pi` maneggevole il calcolo i u delle derivate. Lo soluzione del sistema di equazioni pu` essere agevolmente raggiunta attraverso un metodo o di sostituzioni ricorrenti. Si consideri, ad esempio, la prima quadrupletta di equazioni che fanno riferimento al mesh centrale (j=1) ed a quello adiacente (j=2). Si ` gi` notato trattarsi di 4 equazioni e a in 6 incognite, dovendo risultare per due delle correzioni L1 = r1 = 0. E dunque possibile risolvere per sostituzione il sistema ricavando r2 , L2 , P2 e T2 in funzione di P1 e T1 . Riportando questi 4 valori delle correzioni nella seconda quadrupletta ` ora possibile ricavare le 4 e correzioni nel mesh 3 sempre in funzione di P1 e T1 , e cos` di seguito sino a ricavare tutte le correzioni in funzione delle due incognite correzioni centrali. Tali due gradi di libert` del problema a si eliminano imponendo che r, L, P e T nellultimo mesh N (= base della subatmosfera) debbano corrispondere a soluzioni dellintegrazione compiuta dallesterno al variare delle condizioni iniziali L e Te . Per far ci`, si esegue una preventiva serie di integrazioni dallesterno variando opportunamente o le condizioni iniziali L e Te , cos` da ricavare rN , LN , PN e TN come funzioni lineari di L e Te . i Imponendo la coincidenza dei valori esterni ed interni nel mesh N si ottengono inne 4 equazioni nelle 4 incognite P1 , T1 , L e Te e, da P1 e T1 le correzioni da apportare alle variabili siche in tutti gli altri mesh. Poich ci siamo mossi nellambito di un trattamento linearizzato al primo e ordine, la soluzione nale sar` raggiunta dopo un certo numero di iterazioni, sempre che la soluzione a di prova sia fornita allinterno della relativa area di convergenza. Il vantaggio essenziale del metodo del tting ` di richiedere solo le 4 condizioni al contorno, e senza il bisogno di fornire valutazioni preventive dellandamento delle variabili siche lungo tutta la struttura. Il metodo di Henyey si fa peraltro preferire perch il trattamento locale della soluzione e consente di arontare strutture complesse, con discontinuit fisiche o chimiche quali si incontrano nelle fasi avanzate dellevoluzione stellare. Vedremo nel seguito come il metodo del tting sia utilizzato come innesco del metodo di Henyey nella valutazione delle sequenze evolutive. Ricordiamo ancora una volta come il risultato del metodo di Henyey NON dipenda dalla bontdelle derivate delle discrepanze. Ci` nella pratica consente alcune semplicazioni delle proceo dure di calcolo evitando la valutazione di derivate troppo numericamente onerose. Pi` in generale, u

27 se ne conclude anche che, in assenza di errori formali nella stesura delle equazioni dellequilibrio, i risultati dellintegrazione di un modello non dipendono dal particolare codice utilizzato ma solo dalla bont` delle relazioni e/o assunzioni siche dal modello stesso utilizzate. a

28

Origine delle Figure Fig.2.1 Castellani V. 1985, Astrosica Stellare, Zanichelli Fig.2.2 Castellani V. 1985, Astrosica Stellare, Zanichelli Fig.2.3 Castellani V. 1985, Astrosica Stellare, Zanichelli Fig.2.4 Castellani V. 1985, Astrosica Stellare, Zanichelli Fig.2.5 Castellani V. 1985, Astrosica Stellare, Zanichelli Fig.2.6 Castellani V. 1985, Astrosica Stellare, Zanichelli Fig.2.7 Castellani V. 1985, Astrosica Stellare, Zanichelli Fig.2.8 Gratton L. 1978, Introduzione allAstrosica, Zanichelli Fig.2.9 Castellani V., Renzini A. 1969, Astr.Space Sci. 3, 283 Fig.2.10 Castellani V., Renzini A. 1969, Astr.Space Sci. 3, 283 Fig.2.11 Castellani V., Renzini A. 1969, Astr.Space Sci. 3, 283

Capitolo 3 Materia e radiazione in condizioni stellari


3.1. Il quadro sico
Per procedere allintegrazione numerica delle equazioni dellequilibrio stellare ` necessario e disporre di opportune valutazioni quantitative sul comportamento sico della materia stellare, comportamento che nelle equazioni appare attraverso le tre relazioni P = P (, T ) = (, T ) = (, T ) In tutti e tre i casi ` altres` da assumersi, anche se non esplicitata, la dipendenza dalla e i composizione chimica della materia. Le tre funzioni dovranno evidentemente coprire tutto il campo di valori di e T che ci attendiamo nelle strutture stellari. Stante la complessit` delle a relative valutazioni, equazione di stato e opacit` vengono in genere fornite al programma a evolutivo sotto forma di acconce tabulazioni che riassuono i risultati dei calcoli. In questo capitolo esamineremo nellordine le tre relazioni, al ne di identicare lintervento dei vari possibili meccanismi sici, delineando le generali vie di approccio a tale problematica.

3.2. Equazione di stato


I contributi alla pressione provengono dai tre componenti del plasma stellare: ioni, elettroni e radiazione elettromagnetica. La pressione totale sar` la somma dei contributi dovuti a tali a componenti P = Pi + Pe + Pr con ovvio signicato dei simboli. Si assume in ci` trascurabile il contributo di moti o collettivi (convezione, turbolenza), la cui quantit` di moto pu` peraltro giocare un ruolo a o non trascurabile nel caso delle atmosfere stellari. 3.2.1 Il gas perfetto Per ci` che riguarda la componente particellare (ioni ed elettroni), in molti casi la materia o stellare si comporta con buona od ottima approssimazione come un gas perfetto. Ricordiamo che per un gas perfetto di particelle libere e tra loro non interagenti, vale lequazione di stato 1

P = nkT ove n ` il numero di particelle per unit` di volume e k la costante di Boltzman. Per la e a nostra miscela di ioni ed elettroni varr` quindi a P = Pi + Pe = (ni + ne )kT Tale relazione pu` essere facilmente portata nelle due variabili , T (proprie delle o equazioni di equilibrio), osservando che per un gas composto da particelle di massa m si ha n = /m. Poich` nel gas stellare la massa ` essenzialmente quella degli ioni, potremo e e coa` porre Pi =
k i H T

dove i ` il peso molecolare degli ioni e H la massa dellatomo di idrogeno. Il contributo e degli elettroni viene introdotto attraverso larticio di denire un peso molecolare medio per elettrone e = ni /ne (= ni /Z in caso di ionizzazione completa). Si ha cos` i Pe = e, in totale Pgas =
k i H T k e H T

k e H T

k H T

avendo posto 1/ = 1/i + 1/e . Si noti come la valutazione della pressione degli elettroni richieda una valutazione dello stato di ionizzazione delle specie atomiche presenti ( A3.1). Negli interni stellari ` peraltro e in generale lecito assumere la completa ionizzazione almeno delle due specie atomiche atomiche pi` abbondanti H e He. Troveremo infatti che stelle di sequenza principale hanno tipiche u temperature centrali dellordine di 10 30 106 K, cui corrisponde una radiazione largamente composta da fotoni di energia media kT 1keV (raggi X duri). Poich` lenergia di ionize zazione dellidrogeno ` di soli 13.6 eV tale elemento sar` completamente ionizzato. Cos` ` e a ie pure per lHe, i cui potenziali di prima e seconda ionizzazione risultano pari rispettivamente a 24.49 eV e 52.17 eV. H e He saranno quindi completamente ionizzati nella maggior parte della materia stellare, ecettuate solo le parti pi` esterne ove la temperature scendono a valori di 103 104 u K. Ioni di atomi pi` pesanti sono invece in grado di conservare gli elettroni pi` interni anu u che a temperature elevate. Lenergia di ionizzazione di un atomo idrogenoide (che ha cio` e conservato un solo elettrone) risulta infatti pari a W = Z 2 m4 /2h2 . Per il Ferro si ha cos` i e W 9keV , ed i nuclei di Fe saranno in grado di conservare in parte i loro elettroni pi` u interni anche a temperature dellordine della diecina di milioni di gradi. Nel caso di ionizzazione completa ` talora utile ricavare il numero di particelle per unit` e a di volume dalle abbondanze in massa di idrogeno, elio ed elementi pesanti X, Y e Z. Per queste tre componenti il numero di nuclei ed il numero di elettroni si ottiene facilmente dalle relazioni nH = X/H ne = X/H nHe = Y /4H ne = Y /2H nZi = Xi /Ai H ne = Xi Zi /Ai H dove con Xi indichiamo labbondanza in massa dell i-mo elemento pesante di numero atomico Ai e carica Zi . In totale si avr` dunque a n = (2X + Xi Xi Zi 3Y + + ) 4 Ai Ai H

Trascurando Xi /Ai (Xi << 1, Ai 12) ed osservando che Zi /Ai 1/2 (ci` ` esatto oe per C, N, O, Ne che sono tra i maggiori contributori a Z) si ottiene inne n (2X + Z 3Y + ) 4 2 H

da cui per il peso molecolare medio (/H = n) = 1 (2X +


3Y 4 Z 2)

Da queste relazioni si riconosce come, in prima approssimazione, il peso molecolare medio sia essenzialmente governato dalla ionizzazione di H e He, con un contributo solo marginale dei metalli (Z 102 ). 3.2.2 Interazioni coulombiane e degenerazione elettronica Per la componente particellare (ioni, elettroni) si pu` agevolemente vericare entro quali o limiti lenergia cinetica predomina sulle interazioni coulombiane, condizione necessaria per poter assimilare il sistema ad un gas di particelle libere approssimanti un gas perfetto. Indicando con d la distanza media tra le particelle, per un gas di ioni con carica Ze la condizione si traduce ad esempio nella relazione kT >> Z 2 e2 /d = ECoul Se Ni ` il numero di ioni per unit` di volume, si ha anche e a Ni (= /H) 1/d3 dove ` il peso molecolare degli ioni e H la massa dellatomo di idrogeno. Se ne ricava e d 1/N 1/3 (H/)1/3 e la condizione si traduce nella relazione T /1/3 >> da cui << 4 1014 T 3 Z 6 gr/cm3 condizione in genere ben vericata nelle strutture stellari. Per temperature T 107 K (combustione dellidrogeno, Z=1) si ottiene << 4.107 gr/cm3 , per T 108 (combustione dellelio, Z=2) << 109 gr/cm3 , cio` valori di densit` che superano ampiamente quanto e a avremo occasione di vericare nella larga generalit` delle strutture stellari. Le condizioni a per un sensibile intervento di correzioni coulombiane (alte densit`, basse temperature) apa pariranno solamente nel caso di stelle di piccola massa o di nane bianche, per le quali sar` a necessario introdurre nellequazione di stato opportuni termini di correzione coulombiana. Quando ECoul kT il gas inizia a solidicare e per ECoul > kT gli ioni sono forzati in una struttura solida sino a cristallizzare (Fig. 3.1). E facile inne riconoscere che se sono trascurabili le interazioni ione-ione, lo sono anche quelle ione-elettrone ed elettrone-elettrone. Ci` ` immediato per Z=1, mentre per Z o e maggiori la diminuzione del prodotto delle cariche interagenti prevale sulla contemporanea diminuzione delle mutue distanze. 1 Z 2 e2 k (H)1/3

Fig. 3.1. Mappatura schematica delle condizioni del plasma stellare al variare dei parametri temperatura-densit` con schema delle traiettorie evolutive delle condizioni centrali di strutture a stellari .

Analoghe considerazioni consentono di investigare entro quali limiti il gas di particelle si pu` considerare libero da eetti quantistici, imponendo in questo caso che la distanza o media tra le particelle risulti molto maggiore della lunghezza donda associata alle particelle medesime = h/p, dove p=mv rappresenta il momento delle singole particelle. Per ioni ed elettroni, dallequipartizione dellenergia si ha
2 2 mi vi = me ve

da cui si ricava immediatamente ve mi vi = me ve vi che mostra come la quantit` di moto degli ioni sia sempre molto maggiore di quella a degli elettroni e, conseguentemente, che saranno in ogni caso gli elettroni ad entrare per primi in regime quantistico. Con considerazione del tutto analoghe a quelle gi` svolte per le a interazioni coulombiane, dalla condizione = h/p << d
2 osservando che kT me ve e, quindi, p2 me kT , si ricava facilmente

1/3 << (

H 1/3 (me kT )1/2 ) Z h

<< 1010 T 1/2 gr/cm3 Ove ci` non si verichi, si manifestano eetti quantistici ed il gas di elettroni viene o denito quantisticamente degenere. E immediato riconoscere come queste condizioni sulla densit` siano pi` stringenti di quelle per le interazioni coulombiane.In eetti la degenerazione a u elettronica giocher` un ruolo determinante in molte strutture stellari. a 3.2.3 Equazione di stato del plasma stellare Se alla pressione del gas aggiungiamo il contributo portato dalla radiazione, ove non intervengano fenomeni di degenerazione elettronica e risultino trascurabili le interazioni coulombiane, otteniamo lequazione di stato per il plasma stellare

Fig. 3.2. La linea del piano log T, log lungo la quale la pressione di degenerazione eguaglia quella degli elettroni liberi. La linea a tratti segnala linstaurarsi di degenerazione relativistica.

P =

k 1 1 a T ( + ) + T 4 H i e 3

Gli eetti della degenerazione elettronica sono di rendere il gas di elettroni pi` incomu primibile di un gas perfetto. Gli elettroni sono infatti fermioni (cio` particelle a spin seme intero) per i quali vale il Principio di esclusione di Pauli per il quale non pi` di due elettroni u possono occupare un identico stato energetico. Ne segue, ad esempio, che nel limite T 0 un gas di elettroni possiede energia e quantit` di moto, questultima implicando una pressione a non prevista dalla trattazione classica. Si pu` porre o Pe = Pe + Pe,d ove con Pe ePe,d si indicano rispettivamente la pressione di un gas perfetto di elettroni e il contributo della digenerazione. Pe,d pu` essere calcolato sulla base del comportamento quano tistico di un gas di Fermi ( A3.2). La Figura 3.2 mostra lintervento della degenerazione nel piano , T , riportando in particolare la linea di transizione lungo la quale Pe,d = Pe , come denita dalla relazione /e = ne = 2.4 108 T 3/2 cm3 In caso di completa degenerazione (Pe,d >> Pe ) la pressione del gas ` data dai soli e elettroni degeneri (Pe > Pi ), dipendendo in tal caso solo dalla densit` secondo la relazione a (c.g.s.) Pg = Pe = 10.00 1012 (/e )/3 Per altissime densit` ( 107 ) la degenerazione spinge gli elettroni in livelli energetici a cos` alti che lenergia non ` pi` trascurabile rispetto allenergia della massa a riposo (me c2 ) i e u rendendo necessaria una trattazione relativistica. In tal caso per la quantit` di moto si avr` a a pe = me v/(1 v 2 /c2 )1/2 ( me v se v << c), e per la pressione si ha Pg = Pe = 6.58 101 4(/e )4/3

Fig. 3.3. Assorbimento della radiazione al variare della lunghezza donda da parte di un atomo neutro di Pb. Le varie discontinuit` corrispondono allenergia di ionizzazione dellelettrone sullorbita a pi` interna (K) e degli elettroni nella successiva shell L. u

3.3. Lopacit` ed i meccanismi di interazione radiazione materia a


Dalla denizione di opacit` usata nellequazione del trasporto discende che i contributi a allopacit` proverranno da tutti quei meccanismi di interazione tra radiazione e materia in a grado di estrarre fotoni dal usso di radiazione uscente dalla stella, isotropizzandoli. Accanto ai meccanismi di assorbimento (con riemissione isotropa), quali ad es. leetto fotoelettrico, dovranno quindi essere considerati anche il contributo degli scattering elastici o anelastici. Ricordiamo che lopacit` ` denita come linverso del cammino libero medio del fotone, a e rappresentando quindi la probabilit` di interazione per unit` di percorso. Ne segue che, in a a generale, in presenza di diversi meccanismi di interazione la probabilit` totale di interazione a sar` direttamente ricavabile come somma delle probabilit` relative di ciascun processo a a = i I possibili meccanismi di interazione radiazione-materia sono riassumibli in quattro categorie: Scattering eletronico: diusione di fotoni da parte degli elettroni liberi presenti nel plasma stellare. Alle energie stellari ` in genere valida lapprossimazione di scattering e isotropo non relativistico (Scattering Thomson). Alle alte energie intervengono fenomeni quantistico-relativistici (Scattering Compton). Processi bound-bound (bb): assorbimento del fotone da parte di un elettrone legato (bound) ad un nucleo con passaggio dellelettrone ad orbite ad energia superiore. Si tratta dunque di processi di eccitazione. Processi bound-free(bf): assorbimento del fotone da parte di un elettrone legato che viene liberato (free=libero) e portato nel continuo, secondo un processo altrimenti noto come Eetto Fotoelettrico o Fotoionizzazione. Processi free-free (): assorbimento di un fotone libero ma nel campo di un nucleo. Si pu` facilmente vericare che lassorbimento di un fotone da parte di un elettrone libero o ed isolato resta proibito dalle leggi di conservazione di energia e quantit` di moto. Il proa cesso diventa possibile in presenza di un terzo corpo (il nucleo) che partecipi al bilancio di conservazione. Gli ultimi tre processi implicano un assorbimento solo come atto iniziale: gli elettroni assorbiti ritorneranno in equilibrio termico riemettendo energia sotto forma di radiazione

Fig. 3.4. Mappatura nel piano T, dellecienza relativa dei vari meccanismi di opacit`. a

isotropa, ed il risultato netto di tali interazioni sar` quindi di estrarre fotoni dal usso di a radiazione uscente. La valutazione dettagliata delle probabilit` di interazione per gli eventi bb e bf ` cera e tamente tra le pi` onerose procedure arontate dal calcolo astrosico. Tale calcolo richiede u preventivamente una dettagliata conoscenza non solo del grado di ionizzazione ma anche della distribuzione degli elettroni nei vari livelli (gradi di eccittazione), la valutazione delle probabilit` di interazione per le varie frequenze della radiazione e inne lesecuzione di a unopporuna media (media di Rosseland A3.4) sullo spettro della radiazione. Ci` implica o in generale la considerazione di milioni di righe di assorbimento dovute agli atomi nei vari stati di ionizzazione. Il calcolo diventa ancor pi` oneroso alle basse temperatura a causa del u contributo degli spettri rotazionali delle molecole presenti. Nel secondo dopoguerra un vasto programma di ricerca sullopacit` fu iniziato per motivi a strategici dai laboratori di Los Alamos. Sulla base di tale lavoro, ripreso e perfezionato in altre istituzioni, oggi sono disponibli tabulazioni di opacit` radiativa per varie miscele a di elementi in funzione dei parametri di stato e T . Nel calcolo di strutture stellari tali tabulazioni sono ormai duso generale, sostituendo antiche approssimazioni analitiche. E peraltro opportuno discutere con qualche dettaglio lecienza dei vari meccanismi di opacit` a al ne di ricavare indicazioni generali sul loro intervento nel calcolo delle strutture stellari. Per ci` che riguarda lo scattering Thomson, anche classicamente ( A3.3) si trova che o la probabilt` di interazione tra la radiazione e una particella di carica e e massa m ` data a e da T = 8 e2 2 8 2 ( ) = r 3 mc2 3 0

dove r0 = 2.82 1013 cm ` il raggio classico della particella, cio` il raggio attribuibile e e alla particella se tutta la sua massa fosse di origine elettromagnetica. Poich` tale probabilit` e a va come 1/m2 ` subito visto che i nuclei danno un contributo allo scattering trascurabile e rispetto a quello degli elettroni. Ricordando che lopacit` corrisponde alla probabilt` di interazione per unit` di supercie a a a e per unit` di percorso risulta quindi a T = T ne

Fig. 3.5. Andamento dellopacit` radiativa al variare della temperatura per assunti valori della a densit`. a

Fig. 3.6. Lintervento della degenerazione elettronica induce un crollo dellopacit` totale T alle a alte densit`. a

Poich` T = 0.66 1024 , ne = (X + Y /2 + Z/2)/H = (1/2 + X/2)/H e H = e 1.66 1024 gr, si ricava inne T 0.2(1 + X) che mostra come lopacit` per scattering Thomson non dipenda dalla densit` ma solo a a dallabbondanza in massa di idrogeno. Notiamo inne che in presenza di degenerazione elettronica la probabilit` dinterazione tender` a diminuire, per divenire proibiti tutti quegli a a scattering che porterebbero gli elettroni in stati gi` occupati. Ad alte energie, in regime di a scattering Compton (h me c2 ), occorrer` inoltre tener conto che lo scattering non ` pi` a e u isotropo ed i fotoni tendono ad essere preferenzialmente scatterati in avanti. Ove siano presenti elettroni legati (materia non completamente ionizzata) i processi bb e bf dominano sullo scattering Thomson. Di qui la grande importanza degli elementi pesanti nel determinare lopacit` della materia stellare, nonostante la loro relativamente scarsa aba bondanza, con contributi determinanti in regioni dove ormai H e He sono completamente ionizzati. Per i processi bf (eetto fotoelettrico) notiamo in particolare che ad ogni stato legato dellelettrone corrisponde una ben precisa energia di estrazione (ionizzazione)Wi . Per ogni possibile ionizzazione esiste quindi per i fotoni una energia di soglia h = Wi al di sotto della quale il processo ` proibito. Come conseguenza lopacit` presenta un caratteristico e a andamento con picchi corrispondenti alle varie ionizzazioni (Fig. 3.3).

Linterazione free-free pu` inne essere riguardata come il processo inverso della ben nota o radiazione di frenamento (Braemstrahlung) dove un elettrone emette un fotone nel campo di un nucleo. Il principo del bilancio dettagliato assicura che in condizioni di equilibrio termodinamico le velocit` di reazione diretta ed inversa devono essere eguali. Si trova cos` a i f f Z 2 ne ni T 7/2 Z 3 7/2 T A2

che con il termine Z 3 mostra ancora una critica dipendenza dalla presenza di elementi pesanti. A anco dei meccanismi bb, bf e occorre anche tener conto dei fenomeni di emissione stimolata che, aggiungendo fotoni al usso, diminuiscono in pratica le singole opacit` di un a fattore 1 eh/kT (Coecienti di Einstein). In totale per ogni frequenza si avr` a () = T + (bb + bf + f f )(1 eh/kT ) che verr` mediata sulla distribuzione di fotoni tipica di ogni temperatura per fornire a lopacit` (, T ) tabulata per le varie assunte miscele. a La Figura 3.4 riporta una mappatura nel piano (, T ) delle regioni in cui dominano i vari meccanismi di opacit`, mentre la Fig. 3.5 riporta esempi dellandamento dellopacit`, evia a denziando le ingenti variazioni collegate allecienza dei vari meccanismi.Ricordiamo inne che in caso di degenerazione elettronica diviene eciente il trasporto elettronico. In piena degenerazione c << r e il trasporto ` dominato dalla conduzione ( c ) (Fig. 3.6). e

3.4. Generazione di energia


Nelle equazioni dellequilibrio la condizione di conservazione dellenergia interviene attraverso il coeciente , inteso come bilancio energetico per grammo di materia e per secondo. I meccanismi che possono contribuire a tale bilancio sono tre, cui ` duso far core rispondere i tre distinti coecienti: g : Trasformazioni termodinamiche della materia, N : Produzione di energia per reazioni di fusione nucleare, : Perdita di energia per produzione di neutrini. Il coeciente di produzione di energia risulta ovviamente denito come somma dei reltivi contributi: = g + N . 3.4.1 Il bilancio termico della materia Al primo meccanismo corrisponde il calore assorbito o prodotto a causa delle trasformazioni termodinamiche subite dalla materia stellare. Di norma indicato, ma impropriamente, come produzione di energia gravitazionale, in esso deve essere compreso non solo il lavoro delle forze di pressione ma anche le variazioni di energia interna del plasma stellare. Il bilancio termico per grammo di materia ` immediatamente fornito dal primo principio della e termodinamica che con formulazione intensiva pu` essere scritto o dQ = dU + pd(1/) dove U rappresenta lenergia interna per grammo di materia e 1/ ` il volume corrispone dente. Introducendo lentropia per grammo di materia S si ricava

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Fig. 3.7. Lenergia di massa per nucleone al variare del numero di nucleoni (numero atomico) in nuclidi stabili.

dQ dS dS dP dS dT = T = T [( )T + ( )P ] = EP P CP T dt dt dP dt dT dt I coecienti EP e CP delle derivate temporali sono facilmente ricavabili nel caso di una miscela di gas perfetto e radiazione ( A2.4). Nel caso generale essi vengono calcolati assieme allequazione di stato e forniti anchessi sotto forma tabulare. Si noti come la presenza delle derivate temporali implichi che laddove g non sia nullo lintegrazione di una struttura stellare richiede precise informazioni sulla passata storia temporale di P e T lungo tutta la struttura della stella. g = 3.4.2 Energia Nucleare Ad alte temperature due o pi` nuclei leggeri possono arrivare in contatto, fondendosi per u formare un nucleo pi` massiccio con un rilascio di energia (Q della reazione) dato dalla u dierenza tra le masse iniziali e quelle dei prodotti di reazione secondo la nota relazione E = mc2 . E subito da notare al proposito che in natura la massa media per nucleone decresce al crescere del numero atomico A dallidrogeno sino al nucleo del ferro, per risalire progressivamente per A ancora maggiori. Se ne ricava che per il Fe ` massima lenergia di e legame per nucleone (Fig. 3.7), cio` lenergia che occorre fornire ai nucleoni per portarli e allo stato libero e, quindi, alle masse caratteristiche dei nucleoni liberi. Ne segue anche che reazioni di fusione nucleare sono esoenergetiche sino alla formazione di Fe. La fusione di due nuclei di Fe, ad es., richiederebbe invece lassorbimento dellenergia necessaria per portare i nucleoni alla maggiore massa. Si comprende cos` come per elementi pesanti, quale lUranio, risultino esoenergetiche non le reazioni di fusione ma quelle di ssione, cio` di rottura del e nucleo in due o pi` frammenti. u Lenergia ceduta da una reazione si presenta sotto forma di energia dei prodotti di reazione. Se osserviamo una tipica reazione di fusione di interesse stellare (fusione di due protoni (p) in un nucleo di deuterio (D)) p + p D + e+ + e troviamo lenergia rilasciata sotto forma di energia cinetica dei prodotti di reazione e nella produzione dellelettrone positivo. Questultima particella ` destinata ad annichilarsi e con un elettrone negativo e+ + e 2

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cos` che la produzione del positrone corrisponde, come bilancio netto energetico, alla i produzione di due di energia complessiva pari allenergia delle masse a riposo degli elettroni annichilati (2me c2 ) pi` lenergia cinetica delle due particelle. u Il ed il deutone D vengono rapidamente termalizzati, cedendo cos` la loro energia alla struttura. Questo non avviene per il neutrino elettronico e , particella debole il cui cammino libero medio ` ben superiore alle dimensioni stellari. Lenergia Q acquisita dalla struttura e ` quindi fornita dal Q della reazione meno lenergia (media) portata dal neutrino. Ove sia e noto il numero N di reazioni nucleari che avvengono per unit` di tempo e di volume, il a coeciente di energia nucleare sar` fornito, per ogni pressata reazione, dalla relazione a N = 3.4.3 Termoneutrini Ad alte temperature e densit`, a anco della produzione di neutrini nelle reazioni nucleari a divengono ecienti meccanismi di produzione di neutrini direttamente a spese del contenuto termico del plasma stellare, cui nel seguito daremo il nome di termoneutrini. La teoria delle interazioni deboli fornisce il quadro di tali interazioni quali provengono anche dalla provata esistenza di correnti neutre: e + (Z, A) e + (Z, A) + e + e + e e + e + e
+

N Q erg gr1 sec1

(brmstrahlung) a

(f otoproduzione) (da coppie)

e + e e + e

dove tra i processi di brmstrahlung ` da comprendere anche linterazione elettrone-elettrone. a e E facile riconoscere come tali processi rappresentino lanalogo di noti processi che coinvolgono elettroni e fotoni, ove si ammetta in uscita una coppia neutrino-antineutrino al posto di fotoni. e + (Z, A) e + (Z, A) + (brmstrahlung) a + e e + (scattering) e+ + e + (creazione e annichilazione di coppie) A densit` elevate diviene inoltre eciente un altro e pi` complesso canale di produzione di a u termoneutrini: i neutrini da oscillazione di plasma. Per delinearne il meccanismo, ricordiamo come un fotone non possa decadere direttamente in una coppia di neutrini non potendosi conservare energia e quantit` di moto. Da qui lintervento nei processi di braemstrahlung a e di fotoproduzione di un ulteriore particella. Fotoni in un gas ionizzato, quale ` linterno e stellare, possono interagire anche con i modi di oscillazione del plasma (la cui quantizzazione conduce al concetto di plasmoni) scambiando quantit` di moto e divenendo in grado di a produrre coppie di neutrini. La teoria delle interazioni deboli consente di valutare lecienza dei vari processi, giungendo cos` a valutare lenergia depositata in questi neutrini. Si noti come in questi fenomeni, che deniremo di termoproduzione, i neutrini giocano un ruolo dierente da quanto gi` esama inato nel caso dei neutrini da reazioni di fusione nucleari. Nella fusione infatti i neutrini semplicemente taglieggiano lenergia prodotta nella fusione, diminuendone lecienza che resta peraltro positiva. Nella termoproduzione il neutrino sottrae invece energia direttamente dalla struttura stellare, realizzando un meccanismo di raredamento che ha fondamentali ripercusisioni nella storia evolutiva di molte strutture stellari. La gura 3.8 riporta una mappatura nel piano , T dellecienza relativa dei vari pocessi di produzione.

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Fig. 3.8. Regioni del piano , T di predominio dei diversi processi di produzione di termoneutrini. E mostrata, a tratti, la linea lungo la quale lEnergia di Fermi (Ef ) eguaglia lenergia termica, che delimita la regione di degenerazione elettronica.

3.5. Reazioni nucleari


Le reazioni nucleari ricoprono un ruolo fondamentale nellevoluzione delle strutture stellari, non solo per costituire un importante componente della generazione di energia ma anche determinando levoluzione della composizione chimica della materia stellare. Conviene quindi esaminare in qualche maggior dettaglio lo scenario in cui si colloca tale meccanismo sico. Allinizio del XX secolo Rutherford, studiando la deessione di un fascio di particelle cariche da parte di una sottile lamina metallica, concluse che in un atomo le cariche positive sono raggruppate in una microscopica regione centrale, il nucleo, di raggio dellordine di 1013 1012 cm, circondato da una nuvola di elettroni negativi con dimensioni dellordine di 108 cm. Se lattrazione coulombiana rende ragione della collocazione degli elettroni, fu chiaro che sui nucleoni (protoni e neutroni) doveva agire una forza che dominando sulla repulsione coulombiana riusciva a mantenere le particelle del nucleo in una congurazione stabile. Forze che fu conseguentemente indicata come interazione forte. Operativamente indicheremo come raggio di un nucleo proprio la distanza cui comincia a manifestarsi la interazione forte come deviazione dal comportamento coulombiano nelle esperienze di scattering di particelle cariche su un nucleo. Un nucleo ` quindi un insieme isolato di nucleoni sotto il controllo della forza forte. e Insieme isolato sia per il caratteristico comportamento dellinterazione forte che si annulla al di la di un caratteristico range di azione, sia per la repulsione coulombiana che in condizioni normali impedisce che due nuclei possano avvicinarsi sino al raggio di azione delle forze forti. Particelle sucientemente energetiche possono peraltro giungere a superare tale repulsione coulombiana. Se e quando ci` avviene, i nucleoni di due nuclei venuti in o contatto forte formano per denizione un nucleo composto, cio` un insieme di nucleoni e sotto il comune controllo delle forze forti. Non necessariamente il nucleo composto ammetter` congurazioni stabili. Ove ci` si a o verichi, il nucleo composto (creato in uno stato eccitato) potr` decadere nel suo stato fona damentale, emettendo sotto forma di un quanto lenergia in eccesso, come data dallenergia cinetica delle particelle interagenti e dalla variazione dellenergia di legame dei nucleoni prima e dopo linterazione. Pi` in generale il nucleo composto tender` a decadere in una serie di u a diversi possibili canali di decadimento, con probabilit` che dipendono dal particolare insieme a di nucleoni e dallenergia da essi posseduta. Sar` cos` possibile che il nucleo composto si suda divida in due o pi` frammenti, che emetta un nucleone singolo, una particella , ecc. . Potr` u a in particolare ridecadere nei componenti iniziali, realizzando cos` uno scattering nucleare,

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simile come risultato ma sostanzialmente diverso dallo scattering coulombiano nel quale non sussite interazione nucleare e formazione del nucleo composto. Si noti che i possibili canali di decadimento del nucleo composto possono dipendere anchessi dallenergia: ad esempio solo fornendo al nucleo composto energie superiori allenergia di legame dei nucleoni sar` a possibile che il nucleo si frammenti nei suoi singoli componenti (evaporazione del nucleo). In un generico processo di collisione nucleari tra due particelle i e j, il numero np di eventi che, per unit` di volume e per unit` di tempo, conducono ad un prodotto nale p viene a a correlato alla densit` delle particelle interagenti ed alla loro mutua velocit` V attraverso una a a relazione che ` denizione della sezione durto p e np = Ni Nj p (V )V dove Ni e Nj indicano rispettivamente il numero di particelle interagenti per unit` di a volume. E facile vericare come tale relazione rappresenta lestensione formale di quanto banalmente ricavabile nel caso di particelle assimilabili a sferette. Essendo Ni Nj il numero di possibili coppie di particelle per unit` di volume, p (V )V si congura come la probabilit` a a per coppia di particella che avvenga il processo p. Nel caso di particelle di varia velocit` ` immediata lestensione della relazione precedente ae alla pi` generale relazione u dnp = Ni Nj (V )p (V )V dV dove Ni Nj (V )dV rappresenta il numero di coppie di particelle che hanno tra loro mutua velocit` tra V e V+dV, e dnp ` il contributo di tali particelle al processo in esame. a e Nel caso di reazione di fusione particelle cariche, che ` quello che pi` direttamente ci e u interessa, la probabilit` di reazione pu` essere ulteriormente esplicitata entrando nel merito a o dei meccanismi sici ad esso inerenti. Ricordando che si ha formazione di nucleo composto quando le particelle giungono alle distanze dellinterazione forte, una reazione nucleare pu` o essere pensata procedere in due successivi e distinti passi 1) Le particelle giungono a interagire forte, superando la repulsione coulombiana, 2) Il nucleo composto cos` formatosi decade nel canale prescelto. Essendo questi due accadimenti tra loro indipendenti, la probabilit` P di reazione sar` a a data dal prodotto delle due rispettive probabilit` a P = (V )V = PC PN ove con PC e PN indichiamo rispettivamente la probabilit` (coulombiana) di formazione a del nucleo composto e la probabilit` (nucleare) di decadimento del nucleo composto nel a canale prescelto. In tale scenario, le regole della sica ci consentono di valutare PC . Al proposito ` da cone siderare che alle temperature tipiche degli interni stellari lenergia delle particelle interagenti ` in ogni caso inferiore allaltezza della barriera coulombiana ( 3.9). In altre parole le reazioni e nucleari sono classicamente proibite. In simili condizioni ` peraltro noto che la meccanica e ondulatoria predice che la barriera di potenziale non rappresenta un conne rigido per la presenza di particelle: la funzione donda si attenua allinterno della barriera, ma esiste un probabilit`, piccola ma nita, che una particella superi la zona classicamente proibita per a giungere ad interagire nuclearmente (eetto tunnel). Tale probabilit` risulta in particolare proporzionale al fattore di penetrazione di Gamow a PC 1 E exp( 1/2 2Zi Zj e2 ) hV

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Fig. 3.9. Una particella che a grande distanza da un nucleo bersaglio possegga una energia cinetica E non pu` classicamente oltrepassare la distanza Rc , alla quale tutta lenergia cinetica iniziale si o ` trasformata in energia potenziale nel campo elettrico. Grazie alleetto tunnel quantistico una e frazione di particelle riesce invece a raggiungere la distanza rn alla quale intervengono le interazioni nucleari

Ne segue che la barriera coulombiana gioca un ruolo determinante, abbassando di un fattore exp (Zi Zj ) la probabilit` di reazione al crescere del numero atomico delle particelle a interagenti. Tale andamento esponenziale risulta dominante su tutti gli altri fattori, ed in esso risiede il motivo per cui lenergia di soglia delle reazioni nucleari cresce al crescere di Z. Il caso della materia stellare, nella quale le particelle interagenti sono ambedue termalizzate, pu` essere ricondotto allanalisi precedente. Si pu` infatti mostrare che se le particelle o o i e j hanno ambedue una distribuzione di velocit` di Maxwell Boltzmannm, anche la disa tribuzione delle mutue velocit` ` una maxwelliana, e per il numero di coppie N(V)dV con ae velocit` mutua V = |Vi Vj | tra V e V+dV si ha a V 2 3/2 V 2 2 e 2kT = Ni Nj n(V ) N (V ) = Ni Nj ( )1/2 kT 3/2 dove = Ai Aj /(Ai + Aj ) ` la massa ridotta tipica dei problemi dei due corpi. e Il numero di reazioni per unit` di volume ed unit` di tempo sar` in denitiva fornito da a a a

n=
0

N (V )PC PN dV = Ni Nj
0

n(V )PC PN dV

Trascurando il contributo di PN , da ricavarsi da opportune esperienze di laboratorio e che fuori da eventuali risonanze ` funzione lentamente variabile, ` istruttivo esaminare e e landamento della funzione integranda n(V )PC nelle tipiche situazioni stellari. Assumendo, come vericheremo nel seguito, che il Sole sia sorretto dalla combustione di idrogeno, levidenza geologica che assegna al Sole un et` superiore ai 4 miliardi di anni, si a traduce nellevidenza di una lunga vita media dei protoni a fronte delle reazioni di combustione e, di converso, di una probabilit` di reazione fortemente ridotta. La grande quantit` a a di energia emessa dal Sole ` quindi glia non tanto della velocit` delle reazioni ma del e a grandissimo numero di particelle coinvolte. Come illustrato in gura 3.10, ci` corrisponde ad una situazione in cui la citata funo zione integranda ` non nulla solo in un ristretto intervallo di energie nel quale la coda ad e alte energie della maxwelliana interseca il limite inferiore della probabilit` di penetrazione a coulombiana. Landamento dellintegrando in tale regione prende il nome di picco di Gamow

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Fig. 3.10. Andamento schematico delle due funzioni, lintegrale del cui prodotto regola la velocit` a delle reazioni nucleari. La curva a tratti mostra landamento del prodotto, che raggiunge un massimo allenergia di Gamow EG

e lenergia del suo massimo viene indicato come energia di Gamow. Si noti come al crescere di Zi Zj la probabilit` coulombiana si sposti a maggiori energie: al ne di fornire un anala ogo contributo energetico la maxwelliana si dovr` anchessa spostare verso maggiori energie, a richiedendo cio` maggiori temperature. e Nella usuale notazione astrosica si usa porre n= Ni Nj < V > 1 + ij

ove < V > rappresenta lintegrale sulle velocit` ed il fattore 1+ij (ij =0 per i=j, =1 per a i=j) viene introdotto per generalizzare la formula al caso di particelle identiche per il quale il numero di coppie risulta Ni2 /2. Il valore di < V > viene fornito, per ogni reazione, come funzione della temperatura in base a valutazioni teoriche e sperimentali sullandamento delle sezioni durto nucleari. La sperimentazione ` alle energie di interesse astrosico ` peraltro e e resa dicoltosa dalla bassa ecienza delle reazioni e quindi dal basso numero di eventi attesi dai limitati campioni di materia gestibili in un laboratorio. Tali esperienze vengono quindi realizzate tipicamente in laboratori sotterranei, quali i Laboratori Nazionali del Gran Sasso dellINFN, per quanto possibile schermati dal fondo di segnali prodotto dalla radiazione cosmica. Aggiungiamo che nelle valutazioni complessive occorrer` inne tener anche conto della a presenza nel plasma stellare di elettroni liberi la cui carica elettrica negativa tende a schermare i campi elettromagnetici dei nuclei, favorendo le reazioni nucleari (electron screening).

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Approfondimenti
A3.1. Eccitazione e ionizzazione: formule di Boltzmann e di Saha. Ionizzazione per pressione.
In accordo con i risultati della meccanica statistica allequilibrio termodinamico la popolazione relativa di due stati separati da unenergia E resta regolata dalla nota formula di Boltzmann n1 g1 E/kT = e n0 g0 dove g0,1 rappresentano la degenerazione dei rispettivi stati, cio` il numero di stati quantici e sovrapposti nel medesimo livello energetico. Nel caso di un generico atomo, r-volte ionizzato, la formula di Boltzman regola la popolazione dei diversi stati eccitati, ricordando che in assenza di campi magnetici ( trascurabilit` delleetto Zeeman) ad ogni stato con momento angolare Ji a corrispone una degenerazione data da gi = 2Ji + 1. Se quindi indichiamo con Ei lenergia di eccitazione del livello i, cio` lenergia che occorre fornire per portarvi un elettrone dallo stato e fondamentale, il popolamento relativo di due qualunque stati eccitati j e k dello ione sar` fornito a dalla nj gj (Ej Ek )/kT = e nk gk Sommando su tutti i possibili stati j si ricava che la frazione di ioni nello stato eccitato k ` data e dalla relazione nk = dove G = g0 + g1 eE1 /kT + g2 eE2 /kT + ..... prende il nome di funzione di partizione dello ione. Formule analoghe varranno per ogni specie atomica e per ogni grado di ionizzazione. Un qualunque ione isolato ha peraltro inniti livelli eccitati, e la funzione di partizione diverge. Nel caso reale gli elettroni liberi si trovano nel campo di ioni ed elettroni. Lenergia di elettrone libero nel plasma stellare diminuisce allora di un fattore e2 /RD ove RD ` il cosiddetto raggio di e Debyee con esso diminuisce lenergia di ionizzazione. A causa di tale abbassamento del continuo il numero di livelli diventa nito e viene evitata la divergenza delle funzioni di partizione. Analoghe considerazioni possono essere applicate ai processi di ionizzazione. Dal bilancio energetico del prodesso di ionizzazione di uno ione Ar r volte ionizzato Ar Ar+1 + e si pu` ricavare (equazione di Saha) o Gr+1 2 2me kT 3/2 r /kT nr+1 ne = ( ) e nr Gr h2 dove r rappresenta lenergia necessaria per estrarre un altro elettrone dallatomo r-volte ionizzato. Al crescere della densit` il raggio di Debye diminuisce e cresce labbassamento del continuo. a Calcoli dettagliati mostrano che a densit` dellordine di 103 gr/cm3 gli atomi di idrogeno niscono a lessere totalmente ionizzati: tale fenomeno prende il nome di ionizzazione per pressione. gk eEk /kT G

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Fig. 3.11. Schema del meccanismo di ionizzazione per pressione. Atomi sucientemente distanti si comportano come buche di potenziale isolate (1) che ammettono tutta una serie di livelli legati per gli elettroni. Avvicinandosi gli atomi (2) le buche di potenziale tendono a fondersi, abbassando il livello del continuo e distruggendo gli stati legati a energia superiore.

A3.2. Degenerazione elettronica. Equazione di stato di un gas di Fermi


La teoria cinetica dei gas, cos` come sviluppata nella meccanica statistica, mostra come il concetto di temperatura sia indissolubilmente connesso col concetto di equilibrio termico.Il principio fondamentale ` che per ogni pressato insieme di N particelle contenute in un volume V e di assgnata energia e totale E tutte le possibili congurazioni microscopiche compatibili con le assegnate condizioni sono equiprobabili. Ne segue che il macrostato che nisce con il realizzarsi ` quello cui corrisponde la e massima probabilit`, cio` il maggior numero di microstati. E questo quello che noi chiamiamo a e equilibrio termico. Lobiettivo primario della meccanica statistica ` dunque quello di valutare tutti e i diversi possibili stati microscopici corrispondenti ad una assegnata energia totale E delle particelle del sistema. E noto come su questa base si giunga alla nota distribuzione di Maxwell-Boltzmann per la velocit` delle particelle a pressata temperatura T. a La considerazione della natura quantistica delle particelle introduce, salvando il principio, notevoli modiche al calcolo classico delle congurazioni microscopiche. Dal principio di indeterminazione di Heisenberg (px x = h) si ricava che il numero di stati permessi per una particella contenuta in un volume V e con quantit` di moto p compresa tra p e p + dp ` dato da a e 1 4p2 dpV = g(p)dpV h3 dove g(p) rappresenta la densit` degli stati. La distribuzione delle particelle in tali possibili a stati deve essere valutata con lulteriore avvertenza che la meccanica quantistica opera su particelle indistinguibili, il che implica che non si devono considerare distinti due stati se due particelle si sono solo scambiate di posto. Tale distribuzione dipende inne da propriet` globali delle particelle che, a in natura, appartengono ad una delle due classi: N = Fermioni: particelle a spin (momento angolare intrinseco) semiintero, quali elettroni, protoni e neutroni, Bosoni: particelle a spin intero o nullo, quali fotoni, mesoni, nuclei di He3 . Per le particelle a spin semiintero sussiste lulteriore condizione (principio di esclusione di Pauli) secondo la quale uno stato non pu` essere occupato da pi` di una particella, da cui discende che non o u pi` di due elettroni (con spin opposto) possono occupare uno stato di moto, talch` g(P ) = 8p2 /h3 . u e Se ne trae la statistica di Fermi-Dirac, secondo la quale, detta n(p)dp la densit` di elettroni tra p e a p + dp, n(p)dp = 2 4p2 dpP (E) h3

18

Fig. 3.12. Il valore del parametro al variare di T 3/2 /e

Fig. 3.13. Mappatura nel piano /e , T del valore del parametro di degenerazione = - dove lindice di occupazione P (E) di uno stato ` dato da e P (E) = 1/(e+E/kT + 1) e dove, per ogni assunto valore della densit` di elettroni ne e e della temperatura T , il valore di a resta determinato della condizione n(p)dp = ne Poich` = ne e H, il valore di resta ssato per ogni coppia di valori T, /e (Fig. 3.12, 3.13). e Si noti come in ogni caso P (E) 1 come vuole il principio di esclusione di Pauli. Al crescere di ne decresce , che da valori grandi e positivi (gas classico) raggiunge grandi valori negativi (gas degenere). Nel caso di gas classico P (E) << 1 per tutte le energie. Nel caso completamente degenere << 0 e P (E) = 1 per E/kT < || P (E) = 0 per E/kT > || cio` tutti gli stati sono occupati sino allenergia E = |kT |, che prende il nome di energia di e Fermi. In tale caso ne = n(p)dp = 8 3 pmax 3h3

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Fig. 3.14. Il rapporto 2/3 F3/2 /F3/2 , che rappresenta la correzione di degenerazione alla pressione di gas perfetto, in funzione del parametro . che mostra come al crescere di ne cresce lenergia massima raggiunta dagli elettroni. Tale accadimento ` subito compreso osservando che in degenerazione completa tutti gli stati ad energia e minore sono occupati, e ove si spingano altri elettroni nellunit` di volume essi devono andare ad a occupare stati ad alta energia. Si comprende anche come al crescere di ne si giunga inne a spingere gli elettroni ad energie relativistiche anche a basse temperature. Nel caso generale, ed in approssimazione non relativistica, si ha E = p2 /2me da cui ne =
2

n(p)dp =

8 h3

p2 dp e+p2 /2me kT +1

con la sostituzione x = p /2me kT si ottiene ne = 4 (2me kT )3/2 h3


0

8(2me kT )3/2 x1/2 dx = F1/2 () +x + 1 e h3

dove F1/2 (), come denito dalle precedenti relazioni, prende il nome di funzione 1/2 di Fermi. Come gi` ricavato per il caso del gas perfetto ( A2.1), la pressione elettronica discende dal a momento trasportato, da cui Pe = 1 3

pve n(p)dp =
0

8(2me kT )3/2 kT F3/2 () 3h3

con analoga denizione della funzione di Fermi F3/2 . Per la pressione del gas si pu` quindi porre o P = Pi + Pe = 8(2me kT )3/2 k T + kT F3/2 () H 3h3

Ricordando che ne = /e H si ottiene inne P = Pi + Pe = k T [1 + ()] H e

dove () = 2/3(F3/2 /F1/2 . Per ogni coppia di valori , T ` possibile ricavare il valore di e e per ogni ottenere P dalle correnti tabulazioni di F1/2 e F3/2 (Fig.3.14). In letteratura ` frequentemente utilizzato il parametro di degenerazione = . Si pu` e o mostrare che kT fornisce il potenziale termodinamico di Gibbs per elettrone. Per < 4 il gas di elettroni ha un comportamento classico, 4 < < 4 rappresenta la zona di degenerazione parziale, mentre per > 4 nel gas domina la pressione di degenerazione. Notiamo inne che la presenza di degenerazione elettronica modica anche il comportamento termodinamico che abbiamo studiato nel caso di una miscela di gas perfetto e radiazione ( A2.1). Utilizzando la stessa linea di ragionamento adottata in quella occasione, dovremo portare

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T ds = dU nella forma

P d 2

T dS = CP dT EP dP ricordando per` che ora o = (, T ) P = Pe (, T ) + Pi (, T ) + Pr (T ) = P (, T ) Con una lunga serie di passaggi e sostituzioni ` possibile ottenere d in funzione di e P, T, , , dP, dT , e utilizzando la formula di ricorrenza per le funzioni di Fermi dFn () = nFn1 () d si ottiene inne CP = P HP (4 3/2)2 15 ( ) T kT L() 4 1 HP (4 3/2) 3 ( ) kT L() 2

EP = dove

L() =

1 2 F1/2 () + i e F1/2 (

e = PG /P = (Pi + Pe )/P essendo P, come di consueto, la pressione totale. Al limite di non degenerazione ( ) L() tende a 1/i + 1/e e le relazioni precedenti si riconducono alle corrispondenti formule per un gas non degenere. Nel caso di completa degenerazione ` facile ricavare direttamente le relazioni tra pressione e e densit`. Nel caso non relativistico per la quantit` di moto si ha p = me ve , da cui a a
pmax pmax

Pe =
0

pve n(p)dp =
0

p2 8p2 8 p5 max dp = 3 me h 15 me h3

e poich e ne = ricordando che ne = /e H si ricava inne Pe = ( . Nel caso relativistico p= me ve 2 (1 ve /c2 )1/2 da cui ve = pc [(me c)2 + p2 ]1/2 3 2/3 h2 ( )5/3 ) 8 5me H 5/3 e 8 pm ax3 3 h3

dalla quale, con percorso analogo al caso precedente non relativistico Pe = 1 3 1/3 hc ( )4/3 ( ) 8 H 4/3 e

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A3.3. Interazione radiazione elettrone libero: lo Scattering Thomson


Le leggi di conservazione proibiscono che un fotone venga assorbito da un elettrone libero. Nellipptesi di elettrone a riposo ed energie non relativistiche si dovrebbe ad esempio richiedere: 1 h me v 2 = me V 2 c che ammette solo la non-soluzione v = 2c. Un fotone per` pu` essere deesso scatterato e, nel o o caso pi` generale Eetto Compton, le leggi di conservazione: u h = h + me c2 = h + mc2 h/c = mv + h /c forniscono latteso valore di per ogni angolo di deessione. Al limite non relativistico di basse energie leetto Compton si riduce allo scattering Thomson, la cui ecienza pu` essere calcolata o anche classicamente. La forza agente su un elettrone a riposo in un campo di radiazione elettromagentica in cui il campo elettrico ` descritto dalla relazione e E = E0 sint si avr` F = eE = me a. Laccelerazione dellelettrone risulta quindi pari, istante per istante, a a a = F/me = eE0 sint/me Dalle leggi classiche dellelettromagnetismo ` noto che una carica accelerata irradia una potenza e P =
2 2 e2 a2 2 e4 E0 sin2 t = 3 3 c 3 c3 m2 e

Nel contempo, la potenza trasportata per unit` di area dallonda incidente e data dal modulo a del vettore di Pynting c c 2 S = | E H| = E0 sin2 t 4 4 Un elettrone dionde quindi una frazione della potenza incidente 8 e2 2 ( ) 3 me c2 In termini di fotoni T rappresenta quindi la probabilit` che un fotone sia diuso da un elettrone, a e ne T sar` la probabilit` che un fotone sia diuso da ne elettroni nellunit` di volume. a a a T = P/S =

A3.4. La media di Rosseland


Lequazione del gradiente radiativo ` stata in precedenza ricavata sotto lassunzione di un cammino e libero medio comune per tutti i fotoni o, in altra parole, di una opacit` indipendente dalla frequenza a della radiazione caso grigio. Discutendo i meccanismi di opacit` si ` peraltro gi` indicato come tale a e a assunzione sia in generale lungi dallessere vericata. Per ogni pressata frequenza della radiazione potremo denire () come il cammino libero medio dei fotoni con frequenza compresa tra e +d, una corrispondente opacit` () = 1/(), restando valida per ogni frequenza la relazione a dP () = ()c() dr dove P ()d e ()d rappresentano il contributo alla pressione ed al usso della radiazione portato dai fotoni con frequenza compresa tra e + d. Indicando inoltre con E() la densit` di a energia radiativa nello stesso intervallo di frequenza, si avr` a E() 3 e sar` possibile porre in relazione il usso totale con la densit` di energia tramite la relazione a a P () =

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0

=
0

()d =

c 3

1 dE() d () dr

Per il noto teorema della media potremo denire attraverso la relazione


0

1 dE() 1 d = () dr

dE() d dr

dove prende il nome di media di Rosseland dellopacit`, ricavando inne a c 1 dE 3 dr in completa analogia a quanto ricavato nel caso grigio. Poich` in equilibrio termodinamico la e E() = B(, T ) per la media di Rosseland si avr` a =
1 dE() d () dr dE() d dr 0 1 dB(,T ) d () dr dB(,T ) d dr 0 1 dB(,T ) dT d () dT dr dB(,T ) dT d dT dr 0 1 dB(,T ) d () dT dB(,T ) d dT 0

1 =

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Origine delle Figure Fig.3.1 Castellani V. 1985, Astrosica Stellare, Zanichelli Fig.3.2 Clayton D.D. 1983, Principles of Stellar Evolution and Nucleosynthesis, McGraw-Hill Fig.3.3 Clayton D.D. 1983, Principles of Stellar Evolution and Nucleosynthesis, McGraw-Hill Fig.3.4 Hayashi C., Hoshi R., Sugimoto D. 1962, Progr. Theor. Physics, Suppl 22. Fig.3.5 Ezer D., Cameron A.G.W. 1963, Icarus 1, 422. Fig.3.6 Castellani V. 1985, Astrosica Stellare, Zanichelli Fig.3.12 Clayton D.D. 1983, Principles of Stellar Evolution and Nucleosynthesis, McGraw-Hill Fig.3.14 Clayton D.D. 1983, Principles of Stellar Evolution and Nucleosynthesis, McGraw-Hill

Capitolo 4 Le basi siche dellevoluzione stellare


4.1. La formazione di strutture autogravitanti
Le considerazioni svolte nel precedente capitolo forniscono un quadro generale dei meccanismi sici che riteniamo operare nelle strutture stellari determinandone le propriet. Inserendo adeguate valutazioni dellecienza di tali meccanismi nelle equazioni a dellequilibrio stellare discusse nel secondo capitolo e utilizzando i sistemi di calcolo numerico ivi presentati sar possibile operare previsioni teoriche sul comportamento nel tempo a di tali strutture, per ogni assunto e pressato valore della massa e della composizione chimica. Diviene cos possibile investigare quantitativamente il destino evolutivo degli oggetti i stellari al duplice ne di interpretare le strutture stellari oggi osservate in termini dei loro parametri evolutivi e, nel contempo, di comprendere il ruolo che le stelle hanno svolto e stanno svolgendo nellevoluzione nucleare della materia dellUniverso. Prima di entrare in tali dettagliate valutazioni, dedicheremo peraltro questo capitolo a precisare il quadro entro il quale tali risultati evolutivi devono muoversi in base a considerazioni generali sulla natura e il funzionamento della macchina stella. Per ci` che riguarda o in particolare lorigine di tali strutture, si ` pi` volte indicato come una stella sia il risultato e u della contrazione di una massa di gas interstellare nel quale il campo gravitazionale abbia nito col prevelere sullenergia termica delle particelle. Si pu` ottenere una stima dei rapo porti tra le grandezze in gioco in tale processo imponendo semplicemente che alla periferia di una nube di massa M e raggio R lenergia gravitazionale di un atomo di idrogeno risulti non minore della sua energia di agitazione termica G MH kT R
4 3 3 R ,

Collegando la massa alla densit` media della nube, M = a relazione tra M, T e M 2 3 k 3 ( ) 3 T 4 GH

si ottiene una utile

che mostra come per ogni pressata coppia di valori e T della nube protostellare esista una massa minima in grado di contrarre (Massa di Jeans). Se per una tipica nube interstellare assumiamo una temperatura T 100K ed una densit` di 20 atomi cm3 si trova una a massa minima di circa un migliaio di masse solari, dellordine quindi di quella osservata per gli ammassi stellari di disco. 1

Ci` suggerisce un semplice schema che giustica, sia pur qualitativamente, la formazione o di tali ammassi e, pi` in generale, lesistenza di ammassi stellari. Una nube che abbia ragu giunto la massa critica, o per uttuazioni di densit` o per rareddamento, inizia infatti a a collassare perch` la forza gravitazionale prevale sullagitazione termica. A bassa temperatura e il gas ` non ionizzato e trasparente alla radiazione, lenergia acquistata nella contrazione e viene irradiata nello spazio ed il collasso procede quasi isotermicamente. Aumenta peraltro la densit` e diminuisce quindi la massa critica di Jeans, rendendo possibile ulteriori fraga mentazioni in scala gerarchica. Tali fragmentazioni terminano quando, al procedere della contrazione, la radiazione tende sempre pi` a restare intrappolata nel gas e la temperatura u del gas stesso inizia ad aumentare. Dallultima generazione di fragmentazioni nasceranno le stelle dellammasso. La formazione delle strutture stellari ` peraltro processo estremamente complesso che e coinvolge il trattamento idrodinamico del gas in contrazione, non escluso lintervento di campi magnetici, e che esula dai limiti della presente trattazione. E nondimeno istruttivo utilizzare ancora la relazione precedente per valutare la densit` minima corrispondente a a masse di Jeans dellordine delle comuni strutture stellari. Si ricava infatti facilmente che per linstabilit` gravitazionale deve essere a 4 1044 T 3 /M 2 Ponendo come limite inferiore delle possibili temperature il valore della radiazione di fondo (T 3K), per M = 1M si ottiene cos` ad esempio 1018 grcm3 , corrispondente a circa 106 atomi di idrogeno per centimetro cubo.

4.2. Strutture di equilibro e teorema del viriale


Con semplici procedure basate sulla terza legge di Newton si pu` agevolmente mostrare o ( A4.2) che per un qualsiasi sistema isolato di particelle autogravitanti vale il Teorema del Viriale nella forma 2T + = d2 I dt2

1 2 dove T =energia cinetica totale = i 2 mi vi estesa a tutte le particelle del sistema, = energia (negativa) di legame gravitazionale ( = 0 per r ) e I ` il momento di inerzia e del sistema. Le fasi iniziali del processo di formazione stellare sono sotto il controllo dei tempi scala meccanici del collasso gravitazionale ed il sistema ` ben lontano dalle condizioni di quasi e stazionariet` ( quasi equilibrio che abbiamo denito essere caratteristiche di una struttura a stellare. Al progredire della contrazione linnalzamento della temperatura nisce con il favorire fenomeni di ionizzazione, cresce lopacit` radiativa, lenergia guadagnata nella cona trazione viene ceduta al gas, innalzandone temperatura e pressione, ed i tempi scala passano da tempi scala meccanici a tempi scala termodinamici. Le strutture raggiungono cos` con dizioni di quasi equilibrio, d2 I/dt2 0 e le strutture stesse restano sotto il controllo del viriale nella forma

2T + = 0 Da questo momento potremo dire di essere in presenza di una struttura stellare, struttura che rimarr` sotto il controllo del viriale sinch non si giunga ad una eventuale fase nale a e esplosiva. Si noti che lalta opacit` della materia nelle fasi iniziali, inibendo il trasporto a radiativo, tende a indurre estesi moti convettivi, talch si ritiene in genere lecito assumere e strutture iniziali totalmente convettive e, di conseguenza, chimicamente omogenee.

E utile notare che la precedente espressione del viriale non rappresenta qualcosa di misterioso o magico ma, al contrario, fornisce in forma quantitativa una ovvia condizione di equilibrio per le strutture. Lequilibrio tra le forze di gravit` e quelle di pressione richiede a infatti che allaumentare della gravit` (al decrescere di ) aumenti la temperatura per aua mentare la pressione. E facile ricavare dal viriale anche le linee generali di evoluzione di un sistema autogravitante. A causa dellirraggamento dalla supercie (e talora anche per emissione di neutrini) il sistema perde infatti continuamente energia. Se tale perdita non ` e bilanciata da una qualche sorgente interna di energia (quali le razioni nucleari) temperatura tenderebbe a decrescere. Se la pressione controllata dalla temperatura, la stella deve ale lora contrarre su tempi scala termodinamici (o di Kelvin-Helmotz. Il viriale ci dice che per rimanere in equilibrio deve risultare dT = d/2 cio met` dellenergia guadagnata nella contrazione deve andare ad innalzare il contenuto e a termico della struttura, mentre laltra met` supplisce alle perdite per radiazione. La perdita a di energia quindi nisce col produrre un innalzamento della temperatura e, in questi senso, una struttura autogravitante pu` essere riguardata come un sistema termodinamico a calore o specico negativo. Ma quello che qu` pi` interessa ` che tale relazione mostra come la storia di una stella u e sia la storia di una progressiva contrazione di una sfera di gas autogravitante e del contemporaneo continuo innalzamento del contenuto termico della struttura. In tal senso una qualunque stella altro non ` che una macchina naturale per innalzare la temperatura di un e agglomerato di particelle. Se le particelle che compongono il gas stellare fossero puntiformi e non interagenti, la contrazione non avrebbe termine, n avrebbe termine il continuo ine nalzamento delle pressioni e delle temperature. Ma le particelle sono atomi, composti da un nucleo centrale circondato dagli elettroni periferici, e nel corso della contrazione possono intervenire due possibili tipi di fenomeni, a seconda dei valori di temperatura-densit` che a vengono raggiunti: i) gli elettroni degenerano, cos` che la pressione non dipende pi` dalla temperatura. La u contrazione ` arrestata dalla pressione degli elettroni degeneri, e ii) vengono raggiunte temperature alle quali diventano ecienti le reazioni nucleari. Minore ` la massa di una stella, maggiore ` in genere la densit` e minore la temperatura e e a delle zone centrali. Stelle di massa sucientemente piccola (M 0.1M ) degenerano ancor prima di raggiungere le temperature di fusione dellidrogeno. Stelle di massa leggermente superiore (0.1M M 0.5M ) innescano lidrogeno ma degenerano prima di innalzare le temperature sino a innescare la combustione dellelio. Stelle pi` massicce degenerano prima u di innescare la combustione del carbonio. In stelle ancora pi` massicce la contrazione ` u e destinata a proseguire, innescando tutte le combustioni esotermiche, sino a raggiungere le ultime fasi esplosive. Se e quando nelle regioni centrali di una struttura inizia a divenire eciente una sorgente nucleare di energia, lenergia cos` prodotta va a supplire alle perdite per radiazione, rallentando la contrazione. La contrazione deve in ogni modo continuare (innalzando la temperatura) sino a quando lenergia nucleare prodotta giunge a bilanciare esattamente quella persa dalla struttura. In tali condizioni la contrazione guidata dalle perdite di energia si arresta e, se si trascurassero le variazioni di composizione chimica indotte dalle reazioni nucleari, la struttura risulterebbe indenitamente stabile. In realt` le reazioni di fusione nucleare, agglutinando due o pi` nuclei in un unico prodotto a u di reazione, diminuiscono il numero di particelle. Diminuisce quindi la pressione, rompendo

lequilibrio idrostatico, e la stella deve quindi contrarre, ora per` su tempi scala nucleo ari. Laumento di temperatura guidato da tale contrazione dovr` anche essere in grado di a mantenere la produzione di energia ai livelli necessari a fronte del progressivo consumo del combustibile nucleare disponibile. Si noti che da quanto sinora indicato si ricava che lenergia irraggiata da una stella NON ` determinata dallecienza delle reazioni nucleari, essendo e invece vero il viceversa: lecienza delle reazioni ` regolata dalla necessit` di bilanciare il e a preesistente fabbisogno energetico della struttura. E questa una evidenza che sar` necessario a tener presente nel seguito per comprendere alcune caratteristiche dellevoluzione stellare. La storia di una stella ` quindi la storia di una continua contrazione, di volta in volta e rallentata dallinnesco di reazioni nucleari, con una continua alternanza di tempi scala termodinamici e nucleari. Ricordando come la temperatura di ecienza delle reazioni nucleari sia regolata dalla repulsione coulombiana, ` facile prevedere che, al passare del tempo ed e allaumentare della temperatura, nelle regioni centrali di una stella inizier` prima la coma bustione dellidrogeno, seguita -in successione a partire dallelio- dalla combustione degli elementi pi` pesanti prodotti delle precedenti combustioni. Tale alternanza si interrompe u denitivamente se la degenerazione elettronica interviene a bloccare la contrazione. Ove ci` o non avvenga (stelle massive) dobbiamo prevedere che una struttura stellare quasi statica giunga fatalmente al suo termine quando nelle zone centrali si sia formato un nucleo di ferro giunto al limite della fusione nucleare ( 5 109 K). Come pi` volte indicato tale fusione ` enu e dotermica, e ne consegue un processo di contrazione reazionato positivamente che riporter` a la struttura su tempi scala meccanici, ponendo ne allevoluzione stellare con la possibile distruzione e dispersione di parte della struttura. Linnesco della reazione endotermica induce infatti un assorbimento di energia che accelera la contrazione, che a sua volta incrementa la temperatura centrale e lecienza della reazione stessa. Ci si attende come risultato un collasso della struttura. Pur senza entrare qui nel merito dei meccanismi sici che regolano e controllano tale collasso, ricordiamo che ci si attende nel nucleo stellare una intensa produzione di neutroni e neutrini e, contemporaneamente, un subitaneo innalzamento della temperatura che riattiva reazioni nucleari in gran parte della struttura (nucleosintesi esplosiva). E in questa fase che pu` venire eiettata nello o spazio una consistente frazione della struttura medesima, iniettando nel gas interstellare gli elementi sintetizzati nellintero corso dellevoluzione nucleare della struttura.

4.3. Combustioni termonucleari: la catena protone-protone


Per precisare ulteriormente il quadro evolutivo emerso dal teorema del viriale conviene esaminare pi` in dettaglio la serie di reazioni nucleari che ci attendiamo divengano ecienti nel u gas stellare al progressivo aumentare della temperatura. Tra le moltissime reazioni nucleari in linea di principio ecienti soermeremo la nostra attenzione solo su quelle che deniamo come signicative, e che appartengono a due distinte categorie: i) Reazioni che per labbondanza del combustibie ed il valore della sezione durto predominano nettamente e dalle sole quali dipende la produzione di energia ii) Reazioni che pur non contribuendo apprezzabilmente alla produzione di energia possono lentamente sintetizzare prodotti di reazione di particolare rilevanza nel quadro dellevoluzione della composizione nucleare della materia stellare. Sulla base delle considerazioni sin qui svolte appare evidente che al progressivo crescere della temperatura debbano per prime divenire ecienti le reazioni nucleari cui corrisponde la minor repulsione coulombiana, cio` quelle tra due protoni. Ci`, in linea di principio, ` e o e certamente vero, ma ` anche vero che i protoni, giunti a reagire nuclearmente decadono con e

Fig. 4.1. Le reazioni della catena protone-protone, con sottolibeate le reazioni primarie.

grandissima probabilit` nuovamente in due protoni (scattering nucleare) e solo una piccola issima frazione dei nuclei composti decade lungo il canale di fusione, in grado di produrre energia p + p D + e+ + fortemente inibito dal necessario intervento delle interazioni deboli. Per tale motivo, attorno ai 106 K le prime fusioni a diventare ecienti sono le combustioni degli elementi leggeri D, Li, Be e B con protoni. Ci si attende peraltro che labbondanza di tali elementi nel gas stellare sia molto piccola, e corrispondentemente piccolo ` il contributo delle fusioni allenergetica e della struttura. Leetto principale, oltre alla distruzione degli elementi stessi, consister` a in un momentaneo rallentamento della contrazione gravitazionale ed in una trascurabile produzione di 3 He e 4 He, secondo canali di combustione che ritroveremo discutendo qui di seguito la combustione dellidrogeno. Solo quando la temperatura raggiunge, orientativamente, i 5 6 106 K il numero di reazioni nucleari pp ` aumentato al punto da rendere eciente anche il canale di fusione di e due protoni in un nucleo di deuterio D, secondo la reazione gi` in precedenza indicata. Il a deuterio prodotto ` peraltro in grado di reagire nuclearmente con un altro protone, e D + p 3 He + cui segue tutta una catena di reazioni impostata sui vari prodotti di combustione che converr` a esaminare in qualche dettaglio. Alle minori temperature l3 He prodotto tende ad accumularsi come prodotto di reazione. Solo attorno a 8106 K diviene eciente la reazione di combustione
3

He +3 He 4 He + 2p

mentre attorno ai 15 milioni di gradi diviene eciente anche la reazione concorrente


3

He +4 He 7 Be +

di fusione di 3 He con i nuclei di 4 He certamente presenti nel gas stellare almeno come conseguenza della nucleosintesi cosmologica. Si noti come le due ultime reazioni esaminate

Fig. 4.2. Ecienza relativa delle catene di combustione pp al variare della tempeatura (in milioni di gradi).

contemplino di fatto la fusione di due nuclei di elio, mentre resta peraltro inibita la reazione debole 3 He + p 4 He + e+ + . Esperienze di laboratorio indicano che il 7 Be ` nucleo instabile per cattura K, cio` per e e cattura di un elettrone dellorbita pi` interna, con tempo di dimezzamento di 57 giorni. u Tale processo non pu` peraltro essere eciente nelle stelle, perch` alle temperature in esame o e ci si attende che il 7 Be sia completamente ionizzato. In tali condizioni il nucleo pu` per` o o catturare un elettrone del plasma stellare, iniziando una catena di reazioni che conduce inne alla formazione di due nuclei di 4 He. Si noti come tale reazione non risulti governata dalla repulsione coulombiana. E invece regolata dalla repulsione coulombiana lalternativa cattura di un protone per formare 8 B e, attraverso una serie di decadimenti, 8 Be e inne 24 He. Lecienza di questa reazione aumenta quindi al crescere della temperatura, e a circa 2 107 K essa nisce col prevalere sulla concorrente cattura elettronica. Di particolare rilevanza in questa catena di reazioni i neutrini prodotti nel decadimento del 8 B, che a causa della grande energia furono i primi ad essere rilevati nelle esperienze di rilevazione dei neutrini solari ( A5.5) La Figura 4.1 riporta uno schema riassuntivo della catena di reazioni originate dalla fusione di due protoni, nota come catena pp. Come indicato nella gura, al variare della temperatura sono possibili tre diverse sequenze di reazioni (ppI. ppII e ppIII) che conducono in ogni caso al comune risultato di fondere 4 protoni in un nucleo di 4 He. La Figura 4.2 mostra lecienza relativa di questi diversi canali al variare della temperatura. Ad evitare equivoci ricordiamo che allaumentare della temperatura aumenta lecienza di tutte le reazioni e quindi di tutte e tre le catene pp: la gura 4.2 riporta il contributo relativo delle tre catene alla produzione totale di energia.

4.4. Elementi primari ed elementi secondari


Chi avesse dimestichezza con le famiglie di elementi radioattivi naturali riconoscerebbe nella catena pp tutta una serie di elementi secondari, i cui nuclei sono contemporaneamente prodotti e distrutti nella sequenza di reazioni. In tale condizione le abbondanze di questi elementi tendono verso condizioni di equilibrio, ed i nuclei non intervengono pi` nel deteru minare la velocit` delle reazioni se non in maniera indiretta. Illustreremo tale caratteristica a nel caso del deuterio. Per il deuterio si ha infatti una reazione di produzione (p + p ) ed una di distruzione (D + p ). Poich` per ogni reazione viene creato o distrutto un nucleo di deuterio, il numero e di nuclei creati o distrutti nellunit` di volume e nellunit` di tempo sar` dato dalle relazioni a a a Processi di creazione N2 dN2 = n1,2 = 1 < 11 v > dt 2

Fig. 4.3. Il rapporto di equilibrio D/H al variare della temperatura T in milioni di gradi.

Processi di distruzione

dN2 = n12 = N1 N2 < 12 v > dt

dove 1 e 2 fanno riferimento rispettivamente a protoni e deutoni. Ne segue che che il numero di deutoni nellunit` di volume varia col tempo secondo la relazione a dN2 = n11 n12 dt Qualunque sia labbondanza iniziale del deuterio (ma in realt` ce ne attendiamo molto a poco) si ricava che labbondanza di tale elemento deve evolvere verso la condizione di equilibrio n11 = n12 da cui si trae per le abbondanze di equilibrio ( 1 < 11 v > N2 )eq = N1 2 < 12 v >

E subito visto infatti che se N2 > N1 allora 12 > 11 , e viceversa, cos` che le abbondanze evolvono necessariamente verso lequilibrio. Ricordando che le abbondanze in numero sono legate a quelle in massa dalla relazione Xi = Ni Ai H/ per le abbondanze in massa di equilibrio potremo scrivere (X2 /X1 )eq =< 11 v > / < 12 v >. Si pu` ottenere una scala dei tempi per il raggiungimento dellequilibrio osservando che, o per esempio, se N2 (N2 )eq prevale la reazione di distruzione, per la quale 1 dN2 d = lnN2 = N1 < 12 v > N2 dt dt
0 da cui N2 = N2 et/ con = 1/(N1 < 11 v >). Per una miscela ricca di idrogeno e per temperature in cui la fusione pp ` eciente si trova cos` (X2 )eq 1018 , 1 secondo. Le e condizioni di equilibrio sono cio` raggiunte in tempi rapidissimi e senza una apprezzabile e variazione della composizione chimica della materia (Figura 4.3) Allequilibrio ogni reazione p+p ` necessariamente seguita da una reazione D+p, talch` e e si pu` direttamente assumere che ogni reazione p+p abbia per risultato la scomparsa di o tre protoni e la sintesi di un nucleo di 3 He, la velocit` di produzione restando regolata a solo dal valore di n11 . In questo senso il deuterio ` elemento secondario, come lo sono e anche 7 Be,7 Li,8 Be,8 B la cui dettagliata valutazione risulta inessenziale sia ai ni della evoluzione chimica che a quelli della produzione di energa della catena pp, fermo restando

Fig. 4.4. La concentrazione allequilibrio di 3 He (a sinistra) e il tempo (in anni) per raggiungere lequilibrio stesso (a destra) in funzione della temperatura in milioni di gradi .

che alle restanti reazioni primarie occorrer` associare i prodotti in particelle ed i contributi a energetici provenienti dalle reazioni secondarie che le seguono. Cos` gli eetti delle due prime reazioni della catena p + p D + e+ + D + p 3 He + (+Q11 ) (+Q12 )

ove con Qii indichiamo lenergia rilasciata nella singola reazione eventualmente decurtata della enrgia sotto forma di neutrini,restano compiutamente descritti dalle relazioni dN1 = 3n11 dt dN3 = n11 dt

dQ = n11 (Q11 + Q12 ) dt ove le prime due regolano, con ovvio signicato dei simboli, la variazione col tempo del numero di particelle per unit` di volume e la terza fornisce lenergia prodotta per unita` di a a tempo sempre nellunit` di volume. Da questultima si ricava immediatamente la produzione a di energia per grammo e per secondo della ppI: = 1 dQ dt

Resta da notare che alcuni elementi, come nel nostro caso l3 He, possono comportarsi da primari o secondari a seconda della temperatura che regola il valore della sezione durto di distruzione. A basse temperature la sezione durto 3 He +3 He ` molto piccola e la compoe sizione dequilibrio -sempre esistente- ` corrispondentemente non solo molto alta ma anche e raggiunta in tempi lunghi. Levoluzione dell abbondanza di 3 He deve quindi essere seguita in dettaglio e l3 He si comporta come elemento pseudoprimario. Al crescere della temperatura aumenta la sezione durto di distruzione e l3 He diviene a tutto rigore un secondario (Fig. 4.4)

4.5. Traiettorie evolutive per fusione di particelle cariche


Esaminando in generale le propriet` dei nuclei ` possibile porre in luce quanto di non oca e casionale vi ` nel tipo di reazioni nucleari che abbiamo incontrato discutendo la catena e pp e che incontreremo illustrando le altre combustioni. Come gi` richiamato nel I capitolo a

Fig. 4.5. La sequenza dei nuclei stabili contornata da nuclei instabili che con decadimenti + o e si portano nella congurazione di equilibrio, cui corrisponde un massimo dellenergia di legame.

( A1.8), un generico nucleo resta caratterizzato dal numero Z di protoni e N di neutroni che lo compongono, ed possibile mappare nel piano Z,N la sequenza di nuclei stabili ese istenti in natura (Fig. 4.5). In tale piano, per i nuclei pi semplici, sino a circa Z=20, i u nuclei stabili appaiono caratterizzati da un numero simile di protoni e neutroni (Z N ) mentre a Z maggiori si manifesta un progressivo eccesso di neutroni (Fig. 1. 22). Le regioni esterne alla sequenza di stabilit` sono occupate da nuclei instabili che decadono verso la loro a congurazione stabile trasformando protoni in neutroni, o viceversa, attraverso decadimenti + o , rispettivamente. Come mostrato in Figura 4.6, non sorprende trovare che per ogni pressato numero di nucleoni A=Z+N la congurazione stabile mostra la maggiore energia di legame (la minore massa) tra tutti gli altri possibili isobari. Si comprende cos` come i decadimenti rapp resentino il canale di trasformazione che consente ai nuclei di portarsi nel loro minimo di energia con lemissione di elettroni negativi o positivi. Risulta anche comprensibile levidenza sperimentale secondo la quale linstabilit` appare tanto maggiore (i tempi di decadimento a tanto minori) quanto pi` i nuclei si allontanano da quella che viene talora denita la loro u valle di stabilit`. a In tale scenario, si comprende come nella catena pp, agglutinando successivamente protoni si producano nuclei con eccesso di tali particelle, instabili dunque per decadimento + . Pi` in generale, quando la fusione di particelle leggere porta a congurazioni della valle di u stabilit`, il nucleo composto prodotto nella reazione decadr` nel suo stato fondamentale con a a lemissione di un quanto di energia. Se il congurazione del nucleo composto ` allesterno e della valle, ci` avverr` inevitabilmente per un eccesso di protoni e un decadimento + si o a incaricher`di riportare il nucleo nella sua congurazione stabile. a E cos` possibile leggere la maggior parte delle reazioni che abbiamo incontrato nella catena pp e che incontreremo nel seguito in tale semplice chiave topologica, chiarendo lalternanza di processi e + che in genere contraddistinguono le varie catene di combustione tra particelle cariche.

10

Fig. 4.6. Andamento schematico della massa di nuclei con eguale numero di nucleoni (numero atomico A=Z+N) al variare del numero di protoni Z e neutroni N. Il nucleo stabile realizza la massima energia di legame (massa minima). I nuclei instabili si portano nello stato di massimo legame tramite decadimenti [(Z,N] (Z+1, N-1) + e + ] o + [(Z,N] (Z-1, N+1) + e+ + ] liberandosi cos` rispettivamente delleccesso di neutroni o di protoni.

4.6. Il biciclo CN-NO


Se, e solo se, nel gas stellare ` presente anche una minima quantit` di nuclei di carbonio, di e a azoto e/o di ossigeno, a temperature leggermente superiori a quelle necessarie per lecienza della catena pp si apre un ulteriore canale di reazioni per la combustione dellidrogeno in elio. Se, per esempio, assumiamo la presenza di soli nuclei di carbonio, a circa 15 106 K diventano ecienti processi di cattura protonica che innescano una serie di reazioni
12 13 13 14 15 15

C + p 13 N + N 13 C + e+ + C + p 14 N + C + p 15 O + O 15 N + e+ +
16

( = 870sec)

( = 178sec)

N + p ( O) ( 99%) 12 C + ( 1%) 16 O +

Si vede come il nucleo di 12 C aggreghi successivamente 4 protoni giungendo con lultima reazione alla produzione di un nucleo di 16 O in uno stato eccitato. Questultimo decade preferenzialmente restituendo un nucleo di 12 C ed una particella ( nucleo di 4 He). Trascurando 2 per il momento lulteriore canale di decadimento in 16 O, siamo dunque in presenza di un ciclo, in cui il carbonio funge da catalizzatore della fusione di 4 protoni in un nucleo di elio, rimanendo disponibile per una serie indeterminata di reazioni. Naturalmente il ciclo pu` prendere o inizio quando sia presente almeno uno qualsiasi dei suoi componenti (12 C,13 C,14 N,15 N ), essendosi in precedenza assunto il 12 C solo a titolo di esempio. Tale ciclo viene in genere indicato come ciclo CN ad indicare come esso sia basato sulla continua mutua trasformazione di questi due elementi. Trattandosi di un ciclo, tutti i nuclei C e N sono contemporaneamente creati e distrutti, e assumono quindi la veste di elementi secondari, evolventi quindi verso una loro condizione di equilibrio. Allequilibrio n1j = cost (j = 12, 13, 14, 15) e per le abbondanze di equilibrio si ricava N (12 C) < 1,12 v >= N (13 C) < 1,13 v >= N (14 N ) < 1,14 v >= ....

11

Fig. 4.7. Variazione col tempo dellabbondanza dei vari elementi del ciclo CNO in una miscela con composizione iniziale solare, mantenuta a T= 30 106 K, = 1 gr/cm3 . La linea a tratti mostra levoluzione temporale del coeciente di generazione di energia. Il tempo t ` in anni. e

Come atteso, labbondanza di equilibrio dei vari nuclei risulta quindi inversamente proporzionale alla sezione durto per i rispettivi processi di distruzione. La sezione durto di gran lunga minore ` quella per processi di cattura protonica su 14 N , seguita nellordine da e quelle per gli analoghi processi su 12 C,13 C e 15 N . Corrispondentemente ci si attende che allequilibrio oltre il 95% dei nuclei sia sotto forma di 14 N ed il resto largamente sotto forma di 12 C. Abbiamo peraltro gi` indicato come il ciclo CN non sia perfetto, perdendo una piccola a parte dei nuclei a formare 16 O. Tale perdita ` peraltro emera, perch` tale elemento viene e e a sua volta processato per restituire nuclei di 14 N . Si ha infatti
16 17 17

O + p 17 F + F 17 O + e+ +

O + p (18 F ) 14 N + ove appare ora lecito trascurare la piccola quantit` di 18 F che decade nel suo stato a fondamentale. Si vede come le precedenti reazioni realizzino un nuovo ciclo NO: un nucleo di azoto pu` aggregare successivamente 4 protoni per restituire inne ancora un nucleo di o azoto pi` una particella . Siamo dunque in presenza di due cicli mutuamente accoppiati che u realizzano il cosiddetto biciclo CN-NO nel quale tutti i nuclei pesanti coinvolti si presentano come elementi secondari. Si noti che, poich` i nuclei non sono in realt` n creati n distrutti e a e e ma solo trasformati luno nellaltro, in ogni caso ed in ogni momento il numero originale N0 di nuclei pesanti deve conservarsi, risultando Ni = N0 Alle minori temperature la cattura 16 O + p ` largamente inneciente e la combustione e riposa essenzialmente sul solo ciclo CN. Attorno ai 20 106 K ambo i cicli sono in piena ecienza e sia 12 C che 16 O vengono ridotti a pochi percento di 14 N . Anche in questo caso

12

Fig. 4.8. Abbondanze relative di equilibrio al variare della temperatura (in milioni di gradi) per gli elementi principali del ciclo CNO. Si ` posto Ni = 1 e

Fig. 4.9. La produzione di energia dalla catena pp e dal ciclo CNO al variare della temperatura in milioni di gradi. Si ` assunta una composizione chimica solare. e

la grande maggioranza dei nuclei di 14 N niscono necessariamente con levolvere lungo il ciclo CN che fornisce quindi in ogni caso il maggior contributo alla generazione di energia. Limportanza del ciclo NO discende dallevidenza che il gas interstellare da cui originano le stelle risulta in genere relativamente ricco di elementi multipli di , quali 12 C e 16 O, a fronte di una relativa sottoabbondanza di 14 N . Lecienza del ciclo NO ha dunque leetto di rendere disponibili per il ciclo CN gli originali nuclei di 16 O presenti nella materia. Quanto sinora esposto ha come importante conseguenza lecienza di una combustione CNO viene dunque memorizzata nella abbondanza relativa di quei tre elementi, secondo lo schema: Gas non processato Gas processato CN Gas processato CNO
12 12

C C

14 14

N N

16 16

O O

12

14

16

La Figura 4.7 riporta landamento col tempo delle abbondanze dei nuclei nel caso di combustione CNO in una miscela con abbondanze originali solari alle condizioni indicate. Si nota come prima 12 C e poi 16 O vengano trasformati in 14 N , mentre 13 C e 15 N vengono prodotti e mantenuti allequilibrio con i loro capostipiti 12 C e 14 N . I tre elementi pi` abbonu danti del ciclo CNO risultano in ogni caso 12 C, 14 N e 16 O, cui corrispondono le pi` piccole u sezioni durto per le reazioni di distruzione e, conseguentemente, i tempi pi` lunghi per u il raggiungimento dellequilibrio. Per seguire nel dattaglio levoluzione di una combustione CNO sar` quindi suciente valutare istante per istante lecienza delle tre reazioni a
12

C+p

13

N+

13

Fig. 4.10. Schema delle reazioni che compongono il biciclo CN-NO. Sono indicate anche le reazioni che prendono origine dai rari nuclei di 18 F che decadono nel loro stato fondamentale.
14 16 15 17

N+p O+p C+p

O+ F+

e, eventualmente, se interessati ai dettagli temporali,


13 14

N+

che sono le quattro reazioni pseudoprimarie. Tutti gli altri elementi possono essere riguardati come strettamente secondari, raggiungendo in tempi trascurabili composizioni minime di equilibrio. La Figura 4.8 mostra la dipendenza dalla temperatura delle abbondanze di equilibrio dei quattro elementi pseudoprimari. Lecienza della combustione CNO dipende per ogni temperatura dalla abbondanza di tali elementi nel gas stellare. Nel caso di gas con composizione solare (Z 0.02) circa il 50% della massa degli elementi pesanti ` attribuibile a C,N ed O e attorno ai 17 106 K la e combustione CNO inizia a predominare sulla pp (Fig. 4.9). Tale soglia non dipende peraltro criticamente dallabbondanza di CNO. La dipendenza dalla temperatura della generazione di energia va infatti nei due casi come pp T 4 CN O T 15

e modeste variazioni di temperatura sono quindi sucienti per bilanciare variazioni anche notevoli nellabbondanza di nuclei CNO. La Figura 4.10 riporta uno schema delle reazioni che compongono il biciclo CN-NO, con anche indicate le reazioni che prendono origine dai rari nuclei di 18 F che decadono nello stato fondamentale anzich` restituire un nucleo di 14 N ed una particella . In linea e di principio potrebbe preoccupare lesistenza al termine di queste ultime reazioni del nucleo stabile 20 Ne: ogni nucleo di 20 Ne formato viene infatti sottratto al ciclo, diminuendone lecienza. E peraltro facile vericare che il numero di nuclei di 20 Ne cos` prodotti risulta del tutto trascurabile. Dal rapporto delle rispettive sezioni durto p, e p, si ricava infatti la probabilit` dei nuclei eccitati (= la frazione) di decadere nel loro stato fondamentale per a proseguire la catena di reazioni. Risulta cos`

14

(18 F) 18 F 0.3; (19 F) 19 F 0.0008; (20 Ne) 20 Ne 0.0002; ricordando che circa solo l 1% dei nuclei transita per il ciclo NO si ricava che la probabilit` di formare un nucleo di 20 Ne ` minore di 109 . Questa probabilit` va confrontata a e a con il numero di cicli che compie un nucleo prima che sia esaurito lidrogeno. Nel caso di materia di tipo solare, Z=0.02, abbiamo indicato come vi sia allincirca 1 nucleo di CNO per ogni 1000 nuclei di idrogeno, e questo ` quindi il numero di cicli compiuto da ogni nucleo di e CNO. E subito visto che non solo nel caso del Sole, ma anche per materia molto pi` povera u di metalli, la probabilit` di formare 20 Ne risulta microscopica. a Per completare il quadro resta da indicare come il quadro di reazioni sin qui descritto riposi sullimplicita assunzione che il tempo tra due successive catture protoniche sia lungo rispetto ai decadimenti . Ci` ` sempre vero nelle fasi di normale evoluzione delle strutture oe stellari, nelle quali la temperatura ` governata dallequilibrio idrostatico e le fusioni nucleari e come abbiamo indicato - sono eventi rari. Non ` pi` vero durante le ultime fasi di implosionee u esplosione, durante le quali la temperatura pu` aumentare improvvisamente di ordini di o grandezza. In tal caso cresce la sezione durto per cattura protonica e diventa probabile che gli elementi del ciclo instabili + catturino un protone prima di decadere. In tal caso si aprono ulteriori canali di combustione indicati con il termine CNO veloce ( A4.3).

4.7. Combustione dellHe. Catena del

14 N

Al termine della combustione dellidrogeno, esaurito tale combustibile la materia risulter` a composta da elio e dagli elementi pi` pesanti originariamente preesistenti. Se il ciclo CNO u ` stato eciente ci si attende che tra tali elementi pesanti C e O si siano in gran parte e trasformati in 14 N. La catena pp, ove sono presenti due rami di combustione He+He, ci indica come a qualche diecina di milioni di gradi debba certamente risultare coulombianamente eciente anche la reazione
4 2 He

+4 He 8 Be 2 4

Con tale reazione non si realizza per` una reale combustione perch il 8 Be cos` prodotto o e ridecade in due particelle in circa 1016 secondi. La combustione si realizzer` solo se e a quando il Be prima di decadere catturi una ulteriore particella giungendo a produrre un nucleo stabile di 12 C
8

Be +4 He 12 C

Per comprendere il meccanismo che porta ad una eciente produzione di carbonio ` e da notare che il 8 Be si comporta come un elemento secondario, creato dalla reazione di produzione 4 He +4 He e distrutto dal successivo decadimento, con una concenrazione di equilibrio che dipende dal rapporto tra lecienza delle reazioni di produzione (fusione di due nuclei di elio) e di distruzione (decadimento spontaneo). Aumentando la temperatura si producono due eetti, tutti e due tesi a rendere pi` probabile la combustione del berillio u in carbonio: 1. Aumenta la velocit` di reazione + e aumenta quindi, a fronte del costante tempo di a decadimento , la concentrazione di equilibrio di 8 Be 2. Si attenuano gli eetti della repulsione coulombiana e aumenta quindi la sezione durto del berillio per cattura La combinazione di questi due eetti f` si che a circa 108 K divenga eciente il processo a a tre corpi di fusione di He in C. A tali temperature, ben superiori a quelle richieste dal

15

semplice attraversamento della barriera coulombiana, risultano peraltro ecienti anche successive catture , cos` che nelle strutture stellari ci si attende che siano contemporaneamente i ecienti 3 12 C +
12

C + 16 O +

seguite, ma con minore e talora trascurabile ecienza, da


16

O + 20 N e +

20

N e + 24 M g +

Al termine della combustione di elio ci si attende essenzialmente una miscela di 12 C e O con tracce pi` o meno consistenti di Ne. Le stelle, consentendo di mantenere la materia u attorno ai 108 K per milioni di anni, riescono cos` superare tramite la reazione 3 il limite a imposto alla veloce nucleosintesi cosmologica dalla mancanza di nuclei stabili con A=5, 8. Le reazioni di combustione di elio sin qui discusse sono le uniche rilevanti per quel che riguarda il contributo al fabbisogno energetico di una struttura stellare. E peraltro da notare come alle temperature di combustione dellelio l 14 N presente (anche come prodotto di una precedente combustione CNO) sia in grado anchesso di catturare particelle
16 14

N + 18 F +

seguita dal decadimento


18

F 18 O + e+ +

innescando una catena di reazioni che qui di seguito riportiamo in una notazione alternativa di immediata interpretazione
14

N (, )18 F (e+ )18 O(, )20 N e(, n)25 M g

Ricordiamo che in una stella ricca di metalli quale il Sole, con abbondanza in massa di elementi pesanti dellordine di Z 0.02, labbondanza in numero di elementi CNO (supra) ` dellordine di 103 , confortando la scarsa rilevanza energetica di tale reazione a fronte della e combustione 3. E peraltro da notare che il completamento della catena implica che per ogni nucleo CNO originalmente presente nel gas stellare venga liberato un neutrone, il che -nella assunzione Z 0.02- corrisponde a 1021 neutroni liberati per grammo di materia. Poich i neutroni non risentono della repulsione coulombiana, essi tendono ad essere e catturati dai nuclei circostanti, che vengono cos` fungere da nuclei seme per la costruzione a di elementi a numero atomico sempre pi` alto. Proprio un simile processo contribuisce alla u formazione degli elementi pi` pesanti del Fe che, come gi` sappiamo, non ci attendiamo u a possano essere prodotti in combustioni termonucleari quiescenti.

4.8. Le combustioni avanzate


Considerando ancora una volta gli eetti della repulsione coulombiana, si trova che innalzando la temperatura a 7 8 108 K diviene eciente la combustione del carbonio
12

C +12 C 20 N e + 23 N a + p

50% 50%

Q = 4.6M eV Q = 2.2M eV

16

23 M g + n 24 M g + 16 O + 2

rara molto rara sporadica

Q = 2.6M eV Q = 13.9M eV Q = 0.1M eV

Si noti come allaumentare della complessit` del nucleo composto diventino sempre pi` a u probabili canali di fragmentazione con emissione di protoni, neutroni o particelle a confronto del decadimento nello stato fondamentale. Poich siamo a temperature molto pi` alte di quelle tipiche per la combustione e u dellidrogeno o dellelio, i protoni e le particelle prodotte reagiscono immediatamente con molti dei nuclei circostanti. Tra le molte reazioni possibili, e di cui sar` necessario tenere a dovuto conto, segnaliamo ad esempio una catena di reazioni che pu` portare un ulteriore o contributo alla produzione di neutroni
12

C(p, )13 N (e+ )13 C(, n)16 O

Innalzando ancora la temperatura, a T 1.5 109 K i fotoni sono cos` energetici che la successiva combustione del Neon viene in realt` innescata da un processo di fotodisintea grazione
20

N e + 16 O +
23

e le particelle cos` prodotte reagiscono con lo stesso Neon o con il precedente combustione del carbonio
20 23

N a prodotto della

N e + 24 M g + N a + 26 M g + p

dando di nuovo inizio a tutta una serie di reazioni che possono portare alla formazione di alluminio, silicio, fosforo. A T 2 109 K diviene possibile la fusione diretta di due atomi di ossigeno
16

O +16 O 28 Si + 45% Q = 9.6M eV 31 P + p 45% Q = 7.7M eV 31 P + n 10% Q = 1.5M eV 32 S + molto rara Q = 16.5M eV 24 M g + 2 sporadica Q = 0.4M eV

i cui prodotti danno di nuovo origine a tutta una serie di reazioni che possono giungere sino al 46 T i. Allulteriore aumentare della temperatura iniziano a dominare i processi di fotodisintegrazione e di ricattura delle particelle prodotte che conducono ad un equilibrio dinamico in cui labbondanza dei vari nuclei ` regolata dalle rispettive energie di legame. Da tali proe cessi di equilibrio emerge come specie dominante il nucleo pi` legato, il Ferro, termine delle u possibili reazioni esoenergetiche di cui qui ci siamo interessati.

4.9. Evoluzione stellare e fusioni nucleari


La conoscenza del quadro delle reazioni termonucleari consente ora di precisare le aspettative evolutive delineate allinizio di questo capitolo come conseguenza del teorema del viriale. Come schematizzato in Fig. 4.11 , ci si attende che la storia di una stella sucientemente massiccia consista in una progressiva contrazione intervallata da stop nucleari ogniqualvolta linnalzamento della temperatura nelle zone centrali raggiunga la soglia di una delle combustioni termonucleari chiamate progressivamente a trasformare prima H in He, poi He

17

Fig. 4.11. Schema dellandamento temporale delle temperature centrali T in uns stella sucientemente massiccia: fasi di contrazione gravitazionale (g) portano in successione alle combustioni di H, He, C.. sino alla nale fotodisintegrazione del Ferro.

in C e O, sintetizzando inne Mg, Si sino alla costituzione del nucleo nale di Fe la cui fotodisintegrazione dar` inizio al collasso nale di Supernova . a Pi in dettaglio, troveremo che ogni reazione, esaurito il proprio combustibile nelle regioni u centrali, si sposta in uno strato che circonda il nucleo composto dai prodotti di reazione che allaumentare della temperatura fungeranno da combustibile alla successiva reazione. Come schematizzato in Fig. ?? literazione di tale processo conduce inne nelle fasi nali di pre-Supernova alla tipica struttura a cipolla, in cui un nucleo di Ferro contornato e in successione dai prodotti delle varie reazioni che sono state ecienti lungo tutta la storia della stella. La durata temporale delle fasi di combustione nucleare resta determinata dalla condizione che lenergia prodotta supplisca al fabbisogno energetico della struttura, restando quindi collegata alla capacit` di produrre energia delle varie fusioni. E subito visto che a parit` a a di nucleoni coinvolti la fusione di gran lunga pi` energetica quella dellidrogeno, dalla u e quale ci attendiamo un emissione di energia di almeno 20 MeV per nucleo di He prodotto, quindi almeno 5 MeV per nucleone coinvolto. Segue nellordine la 3 12 C che fornisce 7.275 MeV per nucleo prodotto di carbonio, e altri 7.162 MeV per la combustione di 12 C in 16 OO. Si hanno dunque circa 0.6 MeV per nucleone dalla combustione in C, che salgono a circa 0.9 MeV se la combustione si completa a formare 16 O. Se ne conclude che se una stella rimanesse a luminosit` costante la combustione dellelio sarebbe in grado di durare a non pi di un quinto di quanto duri quella dellidrogeno. Poich` in realt` una struttura u e a aumenta di ordini di grandezza la sua luminosit`, la durata combustione di He risulter` a a corrispondentemente minore, riducendosi talora anche a meno di 1%. Le combustioni di elementi pi` pesanti risultano ancor meno energetiche e, per di pi`, u u labbondante produzione di termoneutrini che contraddistingue le fasi evolutive pi` avanzate u aumentano di molto il fabbisogno energetico, riducendo di conseguenza i tempi caratteristici della combustione, sino a farli svanire in una continua nale contrazione. La Tabella 1 riporta una valutazione indicativa della storia energetica di una struttura, dalla sua formazione sino alla struttura nale di pre-Supernova. Se let` delle stelle ` distribuita a caso, ci si attende di trovare la grande maggioranza a e delle stelle in fase di combustione di idrogeno, e ci` ` da collegarsi alla gi` citata evidenza oe a osservativa della Sequenza Principale. Ci si attende anche una non trascurabile presenza di stelle in fase di combustione di He, ma una scarsa o nulla evidenza di stelle in fasi di combustione ancor pi` avanzate. Fasi quindi di dicile identicazione osservativa, ma che u

18

Fig. 4.12. A destra: landamento temporale della struttura di una stella. In ordinata la variabile Mr /M che descrive la struttura dal centro ( Mr /M=0) alla supercie ( Mr /M=1). Le aree tratteggiate rappresentano le zone ove sono ecienti le indicate combustioni nicleari. A sinistra: schema della struttura nale a cipolla in fase di pre-Supernova. Tab. 1. Schema orientativo dellevoluzione di una struttura stellare massiva attraverso le diverse fasi di combustione al crescere della temperatura centrale T6 in milioni di gradi. Per ogni fase viene riportata lenergia totale (gravitazionale o nucleare)rilasciata dallinizio dellevoluzione e la frazione di energia emessa per fotoni o neutrini.

T6 0-10 10-30 30-100 100-300 300-800 800-1100 1100-1400 1400-2000 2000-5000

Fase Gravit. H He Gravit. He C, O Gravit. 12 C +12 C


16

Egrav 1 KeV/n

Enucl

Fotoni 100% 95% 100% 100% 50%

Neutrini

6.7 MeV/n 10 KeV/n 7.4 MeV/n 100 KeV/n 7.7 MeV/n 150 KeV/n 8.0 MeV/n 8.4 MeV/n

5%

O +16 O Fe

400 KeV/n

50% 100% 100% 100% 100%

risultano peraltro di grande importanza quando si arronti il problema della formazione degli elementi e della evoluzione nucleare della materia nellUniverso.

19

Approfondimenti
A4.1. La formazione stellare. Funzione Iniziale di Massa (IMF)
La formazione stellare origina dal prevalere della gravit` sulla agitazione termica del gas interstellare. a La dinamica dei processi di formazione ` peraltro ancora aperta a indagini ed ipotesi. Per quel che e riguarda lidenticazione del meccanismo che conduce nubi interstellari a superare la massa critica, iniziando la contrazione, sono possibili due scenari: 1. La massa critica viene superata per uttuazioni spontanee nella densit` e/o per rafreddamento a del gas, 2. La massa critica viene superata a causa della compressione prodotta dalla propagazione nel mezzo di onde durto prodotte da una vicina supernova. Tali due meccanismi, anzich` essere alternativi, possono rappresentare due meccanismi concore renziali che, con ecienza da determinare, hanno contribuito alla formazione stellare lungo larco della storia della nostra Galassia. In tale contesto, le pi` volte citate dierenze tra ammassi stellari u di disco e di alone (numero di stelle e stato dinamico) sono indice di una sostanziale dierenza nello stato sico del gas nel quale si formarono i protoammassi e/o nei meccanismi di formazione. Nel primo caso (uttuazioni spontanee) la produzione di stelle resta indipendente dalla presenza in loco di altre stelle,o tuttal pi` inibita da tali stelle se esse, riscaldando il gas, elevano il valore della u massa di Jeans. In tal caso ci si attendono processi di formazione stellari pi` o meno casualmente u scaglionati nel tempo. La formazione di stelle indotta da eventi di Supernova suggerisce al contrario che la nascita di sistemi stellari sia un evento autopropagantesi: la formazione di un sistema stellare implica la presenza di stelle massicce che, esplodendo come Supernove, inducono in sequenza la formazione di ulteriori sistemi stellari nelle regioni circostanti, e cos seguito. Un processo iterativo di di cui si trova forse evidenza osservativa nella sequenza temporale di alcuni gruppi di ammassi aperti della Galassia. La distribuzione di masse stellari risultante al termine della gerarchia di fragmentazioni di un protoammasso ` un problema fondamentale tuttora aperto. Dallosservazione delle stelle attorno e al Sole ` stata a suo tempo ricavata per tale distribuzione una legge di potenza, nota come IMF e (Initial Mass Function) di Salpeter, fornita in letteratura nelle due forme alternative: dN dN =M = M = M 1.35 dlnM dM dN = M (+1) = M 2.35 dM E subito visto come tale distribuzione diverga per M 0: essa era infatti intesa a descrivere la distribuzione della IMF per masse superiori o dellordine di 1 M . Le pi` recenti evidenze osservative u mostrano che la distribuzione di Salpeter pu` al pi` essere mantenuta sino a masse dellordine di o u 0.6 M ; per masse minori sono state proposte varie alternative, tutte in accordo nellabbassare drasticamente il numero di stelle previsto in tale intervallo di masse. Miller e Scalo hanno ad esempio proposto di interpretare i dati osservativi in termini di una distribuzione log-normale, del tipo dN exp[C1 (logM C2 )2 ] dlnM

20

Fig. 4.13. Istogramma della distribuzione in massa dei frammenti risultanti da un processo probabilistico confrontato con una distribuzione log-normale. Le masse sono in frazioni della massa della nube iniziale. con cui coprire lintero intervallo di masse. Non ` peraltro ancora chiaro il ruolo dei fenomeni sici e alla base di una tale distribuzione, n - in particolare - quanto tale legge sia di validit` generale e a o rappresenti - al contrario - una distribuzione caratteristica delle sole stelle di Popolazione I. Lipotesi che la IMF dipenda anche sensibilmente dal contenuto di metalli ` stata infatti avanzata e pi` volte, sulla base dellosservazione che il contenuto di metalli condiziona lopacit` della materia u a ed i meccanismi di rareddamento della medesima, processi che dovrebbero giuocare un ruolo non trascurabile nella dinamica della contrazione e della fragmentazione. E interessante peraltro notare come sia stato mostrato che una distribuzione log-normale sia spontaneamente raggiunta quando si supponga che il processo di successive fragmentazioni sia retto da leggi probabilistiche per quel che riguarda il numero di frammenti per evento, le masse di tali frammenti e il numero di frammentazioni (Fig. 4.13).

A4.2. Il teorema del viriale


Si abbia un gas autogravitante, composto cio` da un insieme di N particelle di massa mi , mutamente e interagenti attraverso il loro campo gravitazionale. Per esso si denisce il momento di inerzia I=
i 2 2 m1 (x2 + yi + zi ) i

i = 1, N

con ovvio signicato dei simboli. Operandone la derivata seconda rispetto al tempo ne risulta 1 d2 I = 2 dt2 d (xi vxi + yi vyi + zi vzi ) = dt
2 mi vxi + ... + m1 xi axi + ....... i

mi
i

dove per brevit` sono stati omessi gli analoghi contributi delle componenti y e z. a E subito visto che la somma
2 2 2 mi vxi + mi vyi + mi vzi = i i 2 mi vi = 2T

avendo indicato con T lenergia cinetica totale del sistema, somma delle energie cinetiche delle singole particelle. Notiamo ora che mi axi per la legge di Newton (F = ma) ` la componente x della forza agente e sulla i-ma particella. Potremo dunque scrivere xi mi axi = xi Fxi = xi G
j=i

mi mj xj xi 2 rij rij

21 Eseguendo le somme, ad ogni termine del tipo mi mj xj xi 2 rij rij

xi G

(componente x della forza operata dalla particella j su quella i)

corrisponde un termine mi mj xi xj 2 rij rij

xj G

(componente x della forza operata dalla particella i su quella j)

la cui somma fornisce (xi xj )G mi mj xj xi mi mj (xj xi )2 = G 2 2 rij rij rij rij

Sommando le corrispondenti componenti y e z si ha G mi mj (xj xi )2 + (yj yi )2 + (zj zi )2 mi mj = G 2 rij rij rij mi mj = = energia di legame gravitazionale rij

e sommando su tutte le particelle


ij

Riassumendo, si conclude che 1 d2 I = 2T + 2 dt2 come si voleva dimostrare.

A4.3. Condizioni generali sulle strutture stellari


Sulla base delle varie relazioni teoriche che governano lequilibrio delle strutture stellari ` possibile e ricavare interessanti predizioni sul comportamento generale di tali strutture. Dallequazione dellequilibrio idrostatico nella forma dP/dM=GM/4r4 , integrando lungo lintera struttura con un unico passo si ottiene as esempio M2 R4 M T R3

P si ha inne

e poich` P T e

M R Alla stessa relazione si giunge dal teorema del viriale. Da 2W + = 0 si ha infatti W , dove ad evitare confusioni con la temperatura T abbiamo ora indicato con W lenergia cinetica totale del sistema. Per la temperatura si ha T W/M e, dal viriale, anche /M. Poich` e M2 /R si ha inne ancora T M/R. Utilizzando tale relazione possiamo anche ricavare indicazioni sulla relazione massa-luminosit` a per strutture supposte almeno in larga parte in equilibrio radiativo. In tal caso si ha infatti T dT 3 L = dM 4ac 16 2 r4 T 3 Da T M/R si ricava inne da cui T4 L 4 M R

L M3

22

Fig. 4.14. Mappa degli elementi coinvolti nella combustione CNO veloce. Le linee a tratti indicano i decadimenti . che mostra come la luminosit` debba crescere con una potenza superiore della massa. Si a noti come nella derivazione non si siano fatte ipotesi sulla generazione di energia, a ulteriore dimostrazione che la luminosit` di una struttura ` governata dalla massa attraverso lequilibrio idroa e statico. Introducendo lipotesi che la luminosit` sia il prodotto di un meccanismo di combustione a nucleare, poich` lecienza delle combustioni cresce con la temperatura, la relazione precedente ci e garantisce anche che la temperatura centrale deve crescere con la massa. Dalla equazione della conservazione di energia si ha inoltre dL = 4r2 dR da cui L R3

e utilizzando ancora T M/R, unita alla L M3 si ha LT 3 T 3 M3 . che mostra come il rapporto tra temperatura e densit` dipenda dal coeciente di generazione a di energia. Per questultimo si avr` una dipendenza da temperatura e densit` del tipo a a m T n risultando m=1, n=4 per la combustione dellidrogeno, catena pp, m=1, n=14 per il ciclo CNO, e m=2, n=22 per la combustione dellelio. Per strutture sorrette dalla catena pp si avr` cos` ad esempio a , T 2 cost e simile per il CNO, che mostra come se allaumentare della massa deve crescere la temperatura, come abbiamo gi` trovato, nel contempo deve diminuire anche la densit` centrale. Diminuendo a a le masse si avranno dunque minori temperature e maggiori densit`, predisponendo tali masse a allinsorgere della degenerazione elettronica, come gi` indicato. a

A4.4. Il ciclo CNO veloce


I meccanismi di combustione dellidrogeno tramite la catena pp o il ciclo CNO sono in genere valutati sotto limplicita assunzione che la materia stellare sia a temperature tipiche delle fasi quiescenti di

23

Fig. 4.15. Diagrammi di usso per le reazioni del ciclo CNO veloce a varie temperature in miliardi di gradi (T9 ).

combustione, e quindi al pi` a poche diecine di milioni di gradi. Sono queste infatti le temperature u che consentono di norma di estrarre dalla fusione dellidrogeno lenergia necessaria per sostenere una struttura stellare. E da presumere per` che in peculiari condizioni evolutive materia ancora o ricca di idrogeno possa raggiungere temperature anche molto pi` alte. Tale ` il caso, ad esempio, u e di stelle supermassicce o prive di metalli o ancora, con riguardo a fasi non quiescenti, di materia coinvolta nellesplosione di una nova o di una supernova (nucleosintesi esplosiva.) Ad alte temperature (T 108 K)il quadro di reazioni di combustione dellidrogeno pu` risultare o anche drasticamente modicato da due distinti ordini di accadimenti; 1. Nella normale trattazione delle reazioni pp o CNO si ` assunto che ove vengano prodotti nuclei e instabili, questi abbiano il tempo di decadere spontaneamente prima di catturare un altro protone. Ci` pu` non essere pi` vero ad alte temperature, quando la velocit` delle reazioni di o o u a cattura ` grandemente accresciuta. e

24 2. Alle alte temperature considerate ` contemporaneamente presente la cattura che pu` entrare e o in concorrenza con reazioni di cattura protonica. Le modiche attese nella catena pp risultano marginali. Pi` rilevanti le modiche attese nel ciclo u CNO, dove la cattura 13 N(p,)14 O pu` diventare concorrenziale al decadimento 13 N(e+ )13 C, e dove o reazioni quali 14 O(,p)17 F(p,)18 Ne o 15 N(, )19 F a T 5 108 K giocano un ruolo determinante. Il calcolo dettagliato dellecienza dei vari processi concorrenti pu` essere eseguito sulla base o della conoscenza delle relative sezioni durto. La gura 4.14 riporta uno schema delle varie reazioni in grado di contribuire alla combustione veloce, mentre la gura 4.15 mostra i canali ecienti alle tre diverse temperature 108 , 5 108 e 109 K. A 108 K ` ancora essenzialmente operante un ciclo CNO attraverso la serie di reazioni e
12

C(p, )13 N (p, )14 O(e+ )14 N (p, )15 O(e+ )15 N (p, )12 C
22

mentre 20 Ne viene trasformato in operante anche il ciclo


20

Ne. A 5 108 K il ciclo CNO si espande mentre diviene

N e(p, )21 N a(e+ )21 N e(p, )22 N a(p, )23 M g(e+ )23 N (p, )20 N e

A 109 K le reazioni sono inne dominate da catture che operano sugli elementi leggeri sino a trasformarli in Mg24 .

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Origine delle Figure Fig.4.2 Castellani V. 1985, Astrosica Stellare, Zanichelli Fig.4.3 Castellani V. 1985, Astrosica Stellare, Zanichelli Fig.4.4 Castellani V. 1985, Astrosica Stellare, Zanichelli Fig.4.5 Castellani V. 1985, Astrosica Stellare, Zanichelli Fig.4.6 Castellani V. 1985, Astrosica Stellare, Zanichelli Fig.4.7 Castellani V., Sacchetti M. 1978, Astrophys. Space Sci. 53, 217 Fig.4.8 Castellani V. 1985, Astrosica Stellare, Zanichelli Fig.4.9 Castellani V. 1985, Astrosica Stellare, Zanichelli Fig.4.13 Elmegreen B.G.Mthieu R.D. 1983, MNRAS 203, 305 Fig.4.14 Prialmk D., Shara M.M., Shaviv G. 1978, A&A 62, 339 Fig.4.15 Audouze J., Truran J.W., Zimmerman B.A, 1973, ApJ 184, 493.

Capitolo 5 La combustione centrale dellIdrogeno


5.1. Modelli di presequenza. Politropi
Fine ultimo delle considerazioni sico-matematiche che siamo andati presentando nei capitoli precedenti ` quello di porci in grado di procedere a valutazioni quantitative delle variazioni e strutturali, e con esse dei parametri osservativi, che ci attendiamo debano caratterizzare larco di esistenza di una struttura stellare. Per entrare nel dettaglio dei risultati evolutivi restano da illustrare brevemente le tecniche di calcolo che consentono di valutare una sequenza evolutiva di modelli stellari al ne di predire le variazioni temporali di ogni predeterminata struttura. Possiamo ricapitolare quanto sinora esposto, concludendo che il sistema di equazioni dellequilibrio, integrato con le relative valutazioni siche, consente di determinare landamento delle variabili siche lungo tutta una struttura stellare una volta che si conosca in ogni punto la composizione chimica degli strati stellari e qualora si possa trascurare il contributo dellenergia gravitazionale. La prima condizione ` esplicitamente inserita nelle e equazioni dellequilibrio, mentre la seconda discende dallevidenza che il coeciente di energia gravitazionale g richiede la valutazione punto per punto delle derivate rispetto al tempo di pressione e temperatura, valutabili solo conoscendo levoluzione temporale del modello. La composizione chimica allinterno di una struttura stellare ` peraltro glia della storia e nucleare della struttura medesima, e non ` pertanto valutabile a priori. Le uniche strutture e che saranno accessibili ad un calcolo diretto saranno quindi e solo quelle di recentissima formazione, nella prima fase di contrazione gravitazionale e prima che linnesco delle reazioni nucleari inizi a modicare la composizione chimica. Ricordiamo ora che nel processo di formazione una struttura raggiunge una congurazione di equilibrio quando laumento della temperatura, stimolando la ionizzazione, aumenta lopacit` della materia intrappolando la a radiazione. A seguito dell alta opacit` ci attendiamo che tali strutture primitive siano toa talmente convettive e da tale accadimento discende la possibilit` di calcolarne la struttura. a Per ci` che riguarda la prima condizione notiamo infatti che strutture completamente o convettive sono completamente e continuamente rimescolate. Se dunque lassenza di reazioni eetti di selettive sedimentazioni gravitazionali dei diversi elementi. Potremo sunque assumere strutture chimicamente omogenee con composizione chimica pari a quella assunta per la nube originaria. Un modello convettivo risulta peraltro anche indipendente da g . Per comprenderne le ragioni assumiamo inizialmente, come prima approssimazione, che lungo lintera strut1

tura il gradiente sia pari al gradiente adiabatico di un gas perfetto monoatomico (dlogT/dlogP)ad =0.4. In tal caso da dlogT = 0.4dlogP sostituendo nellequazione di stato P = k k T P = C1 P 0.4 da cui P = C2 H H con = 5/3 si ricava T = C1 P 0.4

ad

E questo un caso particolare di una regola generale: non appena si aggiunga allequazione di stato unulteriore relazione che colleghi tra loro le variabili termodinamiche (nel nostro caso la relazione del gradiente adiabatico) il sistema termodinamico perde un grado di libert` a e ognuna delle variabili di stato (P, T, ) pu` essere espressa in funzione di solo unaltra o variabile. Varr` sempre, in particolare, una relazione del tipo a P = K con dipendente dalla assunta relazione tra le variabili. Tutte le volte che lequazione di stato ` esprimibile nella forma precedente prende il nome di equazione di stato politropica. e Si noti che se la relazione riguarda un gradiente (come nel caso adiabatico) lequazione di stato politropica contiene necessariamente una costante arbitraria (condizione al contorno). Fissando le derivate si ssa infatti landamento delle variabili ma non il loro punto zero. Questo resta ssato non appena si ssi il rapporto P/ ( e quindi la temperatura) in un qualsiasi punto. Per ci` che riguarda il modello stellare omogeneo e totalmente convettivo, se per esso o riscriviamo le equazioni dellequilibrio si trova che nel caso di strutture politropiche dP (r) Mr (r)(r) = G dr dr r2 dMr = 4r2 dr P = K (1) (2) (3)

che formano un sistema di tre equazioni nelle tre variabili incognite P, , Mr , la cui risoluzione richieder` ora la presenza di tre opportune condizioni al contorno. Quel che qui a ci interessa, ` che la struttura prescinde da ogni valutazione sulla generazione di energia, cone sentendo quindi lintegrazione del modello stellare. Per tale integrazione si user` un metodo a del tting, mancando delle soluzioni di prova richieste dal metodo di Henyey. In genere, per ogni pressato valore della massa e della composizione chimica, si usa determinare le tre condizioni al contorno Pc (pressione centrale), Te (temperatura ecace) e L (luminosit`) a per un pressato valore della temperatura centrale Tc , assunta a valori sucientemente bassi per escludere il passato intervento di reazioni nucleari. Si noti come alla costante arbitraria nellequazione di stato politropico-adiabatica corrispondono innite soluzioni del modello, descritte dal calcolo al variare delle assunzioni su Tc . Questo ci dice che nch` la struttura resta totalmente convettiva dovr` necessariamente e a seguire il tracciato decritto dai modelli politropici al progressivo innalzarsi di Tc . La stessa procedura pu` essere applicata nel caso generale, ove si lasci cadere lassunzione o = 0.4 (ionizzazione completa) in tutta la struttura e si voglia valutare il gradiente ad superadiabatico nelle zone esterne. La presenza della relazione di gradiente adiabatico o convettivo abbassa sempre di un grado di libert` il sistema, e anche se il gradiente convettivo a dipende da L, per esso nelle zone esterne resta lecito assumere L=cost, prescindendo dalla valutazione di g .

5.2. Sequenze di modelli evolutivi


Avendo prodotto un primo modello di struttura stellare, ` possibile seguirne levoluzione e temporale attraverso lintegrazione di una serie di modelli intervallati da opportuni passi temporali ti . Conoscendo la distribuzione delle variabili siche e della composizione chimica lungo tutta una struttura ` infatti possibile predisporre le condizioni per integrare un nuovo e modello che realizza le condizioni della struttura dopo un pressato intervallo temporale t. Nel caso generale ci` corrisponde a valutare innanzitutto la nuova distribuzione della specie o chimiche dopo il passo temporale. Questa nuova struttura potr` essere integrata, assumendo a in ogni punto i per le derivate rispetto al tempo che appaiono nel coeciente di energia gravitazionale P Pi dPi = i dt t e dTi T Ti = i dt t (4)

dove P , T e P , T rappresentano i valori delle rispettive variabili nel modello che precede o segue il passo temporale. Le variazioni della composizione chimica sono collegate allecienza delle reazioni di fusione e, eventualmente, al rimescolamento prodotto da fenomeni di convezione. Le variazioni di composizione indotte dalle reazioni nucleari sono subito ricavabili dal numero nij di reazioni per grammo e per secondo necessario per valutare nel modello di partenza il valore del coeciente di produzione di energia nuclear n . Facendo ad esempio il caso della catena PPI, dalla valutazione delle reazioni primarie ( 4.4) si trae il numero di nuclei di idrogeno scomparsi nellunit` di tempo a dNH = 3n11 + 2n33 e di conseguenza il numero di nuclei di 4 He formatisi dNHe = dNH /4 da cui le variazioni delle abbondanze in massa dopo un imtervallo di tempo t, come fornite in ogni punto da Xi = (dNi i H)t Ove siano presenti regioni convettivamente instabili, si terr` successivamente conto del a processo di omogeneizzazione indotto dal rimescolamento convettivo ponendo in tutta la zona convettiva Xi = 1 Mc Xi dM = 1 Mc Xi dM

dove lintegrale (sommatoria) ` esteso a tutta la zona convettiva di massa totale Mc . e Literazione di tali procedure consente di seguire levoluzione di una struttura stellare a partire dalle primissime fasi di contrazione gravitazionale attraverso tutte le fasi di combustione nucleare sino al suo destino nale. Attraverso queste Sequenze Evolutive si realizza il compito dellastrosica stellare, consentendo di predire nei dettagli le strutture siche e le grandezze osservabili per ogni assunto valore della massa, della composizione chimica originaria e dellet` di una stella. a

Fig. 5.1. Tracce teoriche per levoluzione presequenza di stelle di varie masse e composizione chimica solare. Nel diagramma sono anche indicate le linee di raggio costante come ricavabili dalla relazione di corpo nero L=4R2 T4 . I cerchietti aperti indicano le fasi iniziali di contrazione grave itazionale. Il primo punto sulla traccia segnala lultimo modello totalmente convettivo, il penultimo punto il primo modello sorretto nuclearmente e lultimo il modello di Sequenza Principale di Et` a Zero. I tempi lungo le tracce sono in anni.

5.3. La presequenza
Alcune semplici considerazioni permettono di predire come debba presentarsi una struttura stellare nelle prime fasi che seguono la sua formazione. Essa sar` ovviamente espansa, essendo a giusto allinizio della sua lunga storia di contrazione, ma anche relativamente fredda, perch` e la stabilizzazione della struttura segue, come abbiamo gi` ricordato, linizio della ionizzazione a parziale dellidrogeno. Poich` dalla relazione di corpo nero segue che grandi raggi implicano e anche grandi luminosit`, si giunge alla conclusione che al momento della sua formazione una a struttura deve presentarsi relativamente fredda ma molto luminosa: in termini astronomici deve presentarsi come una Gigante Rossa. Tale previsione ` puntualmente vericata dai risultati del calcolo. La Fig. 5.1 mostra e la posizione nel diagramma HR teorico (logL, logTe ) di modelli stellari con composizione chimica solare nelle primissime fasi di contrazione gravitazionale. Come atteso, tutti i modelli sono completamente convettivi, e tali rimangono per il primo tratto di evoluzione che si svolge con una decrescita della luminosit` a temperatura pressoch` costante, e quindi con a e una sensibile diminuzione del raggio. Allaumentare della temperatura centrale diminuisce lopacit` e al punto indicato in gura incominciano a formarsi dei nuclei in equilibrio radiaa tivo. Al crescere di tale nucleo la traccia evolutiva abbandona inne il precedente andamento per spostarsi verso alte temperature con un contenuto aumento di luminosit`. Mostreremo a nel seguito come sia proprio la presenza di un nucleo radiativo a spostare la stella verso alte

Fig. 5.2. Evoluzione di presequenza per una stella di 1 M e composizione chimica solare. A= modello iniziale; B= ultimo modello completamente convettivo; C= primo modello sorretto nuclearmente; D= Sequenza principale di Et` Zero (ZAMS). Lungo la traccia sono riportati i tempi di a evoluzione ed i modelli in cui si raggiungono le temperature centrali per la combustione del deuterio.

temperature ecaci, abbandonando quella che viene indicata in letteratura come la Traccia di Hayashi. Mentre la stella si sposta verso alte temperature cominciano a diventare ecienti le reazioni nucleari sinch` (penultimo punto in Fig. 5.1) lenergia nucleare arriva a coe prire lintero fabbisogno energetico della struttura, svanisce il contributo dellenergia gravitazionale e ha termine la fase di contrazione su tempi scala termodinamici. In linea del tutto generale ` da notare come tutte le stelle si stabilizzino attorno a quella che sar` la loro e a luminosit` nella fase di combustione nucleare ben prima che le reazioni stesse comincino a a diventare ecienti, a ulteriore riprova che non sono le reazioni a determinare la luminosit` di un oggetto stellare. E vero il contrario: la luminosit`, governata dalle condizioni a a di equilibrio, determina la richiesta di energia e quindi lecienza delle reazioni nucleari. La Fig. 5.2 riporta con qualche ulteriore dettaglio la traccia di presequenza per una stella di 1 M . Levidenza che levoluzione rallenti al diminuire della luminosit` non dovrebbe a sorprendere: la luminosit` altro non ` che lenergia persa dalla struttura per unit` di tempo, a e a e in fase di contrazione gravitazionale levoluzione sar` tanto pi` veloce quanto pi` veloce a u u la perdita di energia. Nella stessa gura sono indicati i modelli in cui per la prima volta si raggiungono le temperature per la combustione del deuterio. La scarsa abbondanza naturale di questo elemento rende pressoch` trascurabile il contributo di tali combustioni, causando e al pi` un transitorio rallentamento dellevoluzione. u In base a semplici considerazioni sui tempi scala nucleari noi abbiamo gi` identicato la a Sequenza Principale osservata, ad esempio, nelle stelle nei dintorni del Sole, come formata da strutture in fase di combustione di idrogeno. Possiamo perfezionare tale identicazione precisando che deniremo stelle di Sequenza Principale tutte quelle stelle che evolvono con i tempi scala della combustione dellidrogeno. Sulla base di tale denizione si deve concludere che il primo modello sorretto nuclearmente al termine della fase di contrazione NON rappresenta ancora una struttura di Sequenza Principale. Nei meccanismi di combustione

Fig. 5.3. Andamento col tempo di temperatura centrale, densit` centrale e energia gravitazionale a in una stella di 1 M durante la fase di contrazione e nellapproccio alla Sequenza Principale.

dellidrogeno, siano essi la catena pp o il ciclo CNO, vi sono infatti specie nucleari che devono portarsi allequilibrio prima che la combustione dellidrogeno raggiunga una situazione di regime e che evolveranno - e con essi la struttura - con tempi scala intermedi tra quelli gravitazionale e quelli della combustione dellidrogeno. Conseguentemente dovremo denire come primo modello di Sequenza Principale (o modello di ZAMS = Zero Age Main Sequence) il primo modello sorretto nuclearmente in cui gli elementi secondari abbiano raggiunto lequilibrio. Nel caso di una stella di 1 M , quale quello illustrato in Fig. 5.2, la struttura arriva ad essere sorretta dalle combustioni nucleari con temperature centrali dellordine dei 15 106 K, alle quali domina ancora la catena ppI. Per arrivare al modello di ZAMS dovremo quindi attendere che l 3 He, pressoch` ancora nullo nel primo modello sorretto nuclearmente, e raggiunga la sua composizione di equilibrio. E istruttivo riconoscere in Fig. 5.3 il comportamento della struttura in questa fase di approccio alla sequenza principale. Durante tutta la fase di contrazione gravitazionale temperatura e densit` centrale aumentano con continuit` a a sino a quando intervengono le reazioni nucleari e lenergia prodotta dalla gravitazione crolla rapidamente a zero, sostituita da quella nucleare. Per mancanza di 3 He le reazione 3 He+3 He 4 He + 2p non pu` essere eciente, e la o combustione si deve limitare alla produzione di 3 He, con lemissione di energia corrispondente alla sola produzione di tale elemento,. Mano a mano che aumenta labbondanza di 3 He, la 3 He+3 He 4 He + 2p comincia a diventare eciente, il PPI si completa e aumenta lenergia prodotta per ogni fusione di coppia di protoni, aggiungendovisi lenergia guadagnata nella produzione dell4 He. La stella, che si era portata a temperature tali da soddisfare al suo fabbisogno energetico con il solo ppI incompleto, reagisce alleccesso di energia diminuendo temperatura e densit` per abbassare la velocit` delle reazioni e mantenere costante la a a produzione di energia nucleare. Ne segue anche una espansione con il limitato assorbimento di energia gravitazionale segnalato dai valori negativi in gura. E temporaneamente presente un piccolo nucleo convettivo, destinato ad una rapida sparizione e privo di conseguenze evolutive ( A5.4) La decrescita della temperatura prosegue sinch` l3 He nelle zone di combustione si stae bilizza alla sua composizione di equilibrio: da questo momento la stella cessa di evolvere con i tempi scala dellequilibrio dell3 He e inizia ad evolvere con i tempi scala della combustione dellidrogeno (modello di ZAMS). Durante la fase di riaggiustamento nucleare che intercorre tra il primo modello sorretto nuclearmente e il modello di ZAMS le condizioni centrali tornano verso valori precedenti e, corrispondentemente, come mostrato nelle gure 5.1 e 5.2 si inverte la direzione della traccia nel diagramma HR.

Fig. 5.4. Andamento col tempo di temperatura centrale, densit` centrale e energia gravitazionale a in una stella di 1.5 M durante la fase di contrazione e nellapproccio alla Sequenza Principale. Qcc riporta lestensione del nucleo convettivo in frazioni di massa stellare. Estremi delle ordinate: 0.80 logTc 1.39; 0.75 logc 2.00

Al diminuire della massa diminuisce la temperatura centrale dei modelli sorretti nuclearmente causa la drastica diminuzione della luminosit` intrinseca delle strutture. Le a reazioni nucleari continuano dunque ad essere dominate dalla catena ppI e le fasi di presequenza hanno andamenti sostanzialmente analoghi, almeno sinch` non si giunga (M 0.4 e M ) a temperature centrali cos` basse e, conseguentemente, a tempi di equilibrio dell3 He cos` grandi da congurare per tale elemento il ruolo di elemento primario. In tal caso svanisce la fase di rilassamento nucleare e il primo modello sorretto nuclearmente deve essere considerato modello di ZAMS. Ancora analogo, ma per alcuni versi speculare, lavvicinamento alla Sequenza Principale di modelli invece pi` massicci, nei quali la maggior richiesta di energia conduce a magu giori temperature centrali, portando alla dominanza del ciclo CNO. Lequilibrio del ciclo viene raggiunto quando il 12 C viene trasformato in 14 N, diminuendo la velocit` del ciclo e a lenergia emessa nellunit` di tempo. La Fig. 5.4 mostra che in tal caso al primo modello sora retto nuclearmente segue un nuovo episodio di limitata contrazione e un ulteriore aumento di temperatura che inne consente al ciclo allequilibrio di fornire la richiesta energia. Nel diagramma HR il modello prosegue ora la sua traccia, innalzando ulteriormente la temperatura ecace. Notiamo inne che, come previsto ( Cap. 2), a causa della alta dipendenza dalla temperatura la combustione CNO produce ora nuclei convettivi, che si manterranno per tutta la fase di sequenza principale. La diversa risposta delle combustioni pp e CNO nellapproccio allequilibrio si riette quindi nella diversa collocazione nel diagramma HR dei modelli di ZAMS rispetto ai modelli omogenei sorretti nuclearmente. Come mostrato in Fig. 5.5, modelli di ZAMS sorretti dalla catena pp si collocano a temperature ecaci leggermente inferiori dei rispettivi modelli omogenei, mentre il contrario avviene per i modelli sorretti dal CNO, che continuano la contrazione per portarsi a temperature ecaci pi` alte. Tale diversa risposta rende anche u ragione del fatto che alla transizione tra le due combustioni esiste un intervallo di masse in cui i modelli omogeni sono sorretti dal CNO e i modelli di ZAMS dal pp. La massa di transizione dipende naturalmente dalla assunta composizione chimica: innalzando lelio originario si ottengono, ad esempio, modelli pi` caldi e la massa di transizione diminuisce. u Resta inne da osservare come, sulla base delle considerazioni svolte, si possa concludere che la struttura di un modello di ZAMS possa n genere essere identicata anche senza

Fig. 5.5. Una sequenza di modelli omogenei supermetallici (linea a tratti) confrontata con la collocazione dei modelli di ZAMS.

procedere al calcolo dettagliato delle fasi di presequenza. Sinch`, come avviene per masse non e troppo piccole, i tempi scala gravitazionale, nucleare dei secondari e nucleare delidrogeno restano ben distinti, sar` lecito integrare direttamente un primo modello omogeneo sorretto a nuclearmente imponendo =0, e lasciando evolvere la struttura sino a raggiungere lequilibrio dei secondari (pseudoevoluzione).

5.4. La traccia di Hayashi


Si ` visto come tutti i modelli stellari nella loro iniziale fase convettiva seguano ben denite e e tra loro analoghe sequenze connate alle basse temperature ecaci. Tale comportamento va inquadrato in una regola generale secondo la quale per ogni pressata massa e composizione chimica esiste nel diagramma HR un limite destro invalicabile denito appunto da strutture totalmente convettive, che prende il nome di traccia di Hayashi. Tale regola, enunciata dallastrisico giapponese Kushiro Hayashi sulla base di modelli stellari semianalitici, pu` o essere convenientemente illustrata in base ad esperimenti numerici. Si riprendano infatti le equazioni di equilibrio e si consideri il gradiente dT/dp come un parametro libero G costante lungo la struttura. Se ne ricava il sistema politropico dP/dr = .... dMr /dr = ... dT/dp = G che per ogni valore di G e per ogni assunto valore della luminosit` L ammette una a soluzione. Non sorprendentemente, si trova che per ogni L, al crescere di G il modello (non realistico) si sposta a temperature ecaci minori. Il criterio di Schwarzschild detta peraltro un limite superiore per i valori del gradiente medio G, dovendo risultare dT dT ( )ad dP dP

Fig. 5.6. Linee isoconvettive HR per una struttura di 1 M dalla indicata composizione chimica. Le singole linee indicano il luogo nel diagramma HR ove la base dellinviluppo convettivo raggiunge un pressato valore della frazione di massa Mc e. La linea a tratti riporta la traccia di Hayashi (strutture roralmente convettive)

ove, trascurando gli eetti superciali di superadiabaticit`, leguaglianza implica struta ture completamente convettive. Ne segue che la linea formata al variare di L da tali strutture convettive rappresenta nel diagramma HR un limite destro per strutture in quasi equilibrio. E utile inserire il concetto di traccia di Hayashi nel contesto pi` vasto di un indagine u topologica della convezione negli strati esterni delle strutture stellari. Si ` gi` indicato e a come al diminuire della temperatura ecace ci si attenda che nascano e progressivamente si sviluppino in profondit` strati convettivi superciali collegati alla ionizzazione parziale a dellidrogeno. Tale previsione qualitativa pu` essere perfezionata osservando che il metodo o del tting ci assicura che per ogni pressata massa stellare, ogni posizione del diagramma HR (ogni coppia di valori L e Te ) identica senza ambiguit` le condizioni superciali. E a lecito quindi integrare le equazioni di equilibrio verso linterno, identicando le catatteristiche che avrebbe la struttura e, in particolare, la profondit` degli strati convettivi, se a presenti. Si noti che in tale modo non si esegue la valutazioe di un reale modello stellare: si opera solamente la previsione che se una stella di data massa si venisse a trovare in quel punto del diagramma HR, allora dovrebbe avere la struttura esterna cos` calcolata. Tali informazioni possono essere accorpate per produrre la topologia degli inviluppi convettivi mostrata in Fig.5.6, ove le varie linee isoconvettive rappresentano il luogo dei punti ove la convezione superciale aonda sino ad un predeterminato valore della massa stellare. Come caso limite, si ottiene cos` anche una valutazione della traccia di Hayashi ove sono tenuti in debito conto gli eetti della superadiabaticit`. a Poich` i modelli di presequenza percorrono per denizione le rispettive tracce di Hayashi, e la precedente Fig, 5.1 mostra chiaramente come al diminuire della massa stellare la traccia di Hayashi si sposti verso temperature ecaci minori. La Fig, 5.7 mostra come la traccia si sposti verso minori temperature ecaci anche allaumentare della metallicit`. La sensibilit` a a al contenuto originario di elio ` molto minore, almeno nel campo delle variazioni attese e per questo parametro evolutivo ( Y 0.1), con la traccia che si sposta leggermente a temperature inferiori al diminuire di Y. La particolare sensibilit` al contenuto metallico a discende dal forte contributo dato dai metalli (a dierenza dellelio) allopacit` della materia. a

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Fig. 5.7. Tracce di Hayashi per una struttura di 1 M

al variare del contenuto metallico.

E inne di particolare rilevanza osservare che per ogni ssata massa e composizione chimica originaria la traccia di Hayashi dipende anche, e sensibilmente, dalla lunghezza di rimescolamento adottata nel trattamento della convezione superadiabatica. Minore la lunghezza di rimescolamento, meno eciente ` il trasporto convettivo e pi` alto il valore della e u superadibaticit`. Si noti al riguardo come al limite l 0 debba risultare anche con rad . a Maggiore superadiabaticit` signica inne maggiori gradienti allinterno della struttura e a di conseguenza temperature pi` basse in atmosfera. Se ne conclude che al diminuire di u l la traccia di Hayashi si sposta, come avviene, verso temperature pi` basse. Se ne deve u concludere che in assenza di indicazioni precise sul valore di l ( A5. ..) la collocazione della traccia ` soggetta a pesanti incertezze, che si riettono non solo sulla temperatura e delle tracce di presequenza, ma anche, come vedremo, sulla collocazione nel diagramma HR delle Giganti Rosse.

5.5. La Sequenza Principale di Et` Zero (ZAMS) a


In base alle considerazioni evolutive sin qui svolte ` possibile produrre valutazioni teoriche e sulle strutture di Sequenza Principale per ogni assunta composizione chimica iniziale. La Fig. 5.8 riporta, nel riquadro a sinistra, landamento nel diagramma HR di tali sequenze per tre scelte di composizione chimica che coprono le composizioni delle strutture galattiche. Il riquadro a destra nella stessa gura riporta landamento delle temperature centrali per gli stessi modelli. Luminosit` e temperatura centrale crescono in ogni caso al crescere della massa, come a richiesto dal crescente contenuto energetico e conseguente fabbisogno delle strutture di equilibrio. Al crecere della massa stellare segue linevitabile passaggio delle combustioni nucleari sotto il controllo del ciclo CNO. La transizione tra catena pp e ciclo CNO avviene attorno alle 1-2 M , in dipendenza anche dalla composizione chimica. Tale transizione ` segnalata dalla e diversa pendenza della relazione massa - temperatura centrale: per sostenere laumento di luminosit` con la crescita della massa, stelle sorrette dalla catena pp ( T 4 ) devono aumentare a la temperatura centrale molto pi` rapidamente di quanto richiesto dalle stelle sorretta dal u ciclo CNO, dalla molto maggiore dipendenza dalla temperatura ( T 14 ). Le masse minori, sorrette dalla catena pp, come conseguenza della bassa dipendenza di tale catena dalla temperatura hanno nuclei in equilibrio radiativo, con loccasionale e

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Fig. 5.8. A sinistra: distribuzione nel diagramma HR di strutture di sequenza principale per le indicate composizioni chimiche. Il punto lungo le sequenze segnala la collocazione dei modelli di 1 M . E indicata una retta R= cost (logL 4logTe ). A destra: andamento delle temperature centrali (in milioni di gradi) al variare della massa negli stessi modelli.

transitoria presenza di una limitata convezione da 3 He ( A5.3). La alta dipendenza dalla temperatura del ciclo CNO genera invece nuclei convettivi che aumentano allaumentare della massa e, quindi, della temperatura centrale. Contemporaneamente, stelle a massa minore si collocano a temperature eettive corrispondentemente minori, ove abbiamo visto debbano svilupparsi inviluppi convettivi che devono scomparire alle alte temperature ecaci. Ne segue che -come indicato in gura- stelle della Sequenza Principale Inferiore (SPI) o Superiore (SPS) hanno strutture caratteristicamente speculari: nuclei radiativi ed inviluppi convettivi le prime, nuclei convettivi e inviluppi radiativi le seconde. Dierenze che si rietteranno nelle successive fasi evolutive. La convezione superciale, presente a partire da logTe 4.0, a logTe 3.8 comincia ad interessare consistenti frazioni di massa stellare, aondando sempre di pi` al diminuire della massa (e della temperatura ecace) sino a produrre per u masse M 0.3 M strutture totalmente convettive. La Tabella 2 riporta alcune grandezze caratterizzanti strutture di sequenza principale con composizione originale solare, Z=0.02, Y=0.27. Si nota come, in generale, al crescere della massa decresca sensibilmente la densit` centrale. Si pu` comprendere il signicato di a o tale comportamento ricorrendo alla condizione di equilibrio imposta dal viriale. Supponiamo infatti di avere una ssata struttura stellare e di aumentarne (con un gedanken experiment) la massa. La struttura ha due vie per ritrovare lequilibrio: aumentare lenergia cinetica totale (aumentare la temperatura) o diminuire lenergia gravitazionale (espandere e diminuire la densit`). I dati in tabella mostrano che le strutture stellari sfruttano contemporaneamente a ambedue i canali. La leggera deviazione da tale comportamento generale attorno 1 M `, e forse, da porsi in connessione con la transizione tra i due tipi di combustione e la nascita dei nuclei convettivi. Se, aumentando la massa, aumenta la temperatura e diminuisce la densit` dobbiamo inne concluderne che allaumentare della massa le strutture si allontanano a sempre pi` dal rischio di degenerazione elettronica, accadimento che ` la chiave di volta dalla u e quale dipenderanno le caratteristiche dellevoluzione delle strutture nelle fasi successive alla Sequenza Principale.

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Fig. 5.9. La collocazione nel diagramma HR di Sequenze Principali con Z=0.001 e varie assunzioni sullabbondanza di idrogeno X. La linea a punti mostra il luogo di modelli di 1M al variare di X. Tab. 1. Grandezze caratteristiche di alcune strutture di ZAMS per composizione chimica solare. Vengono riportati nellordine: la massa M in masse solari, luminosit` e temperatura eettiva, raggio a in raggi solari, temperatura Tc e densit` centrale c , la massa del nucleo convettivo Mcc in masse a solari, la frazione di massa del bordo inferiore della convezione esterna Mce e la frazione di energia prodotta tramite la catena pp o il ciclo CNO. Lultima colonna riporta inne il tempo, in anni, che le strutture trascorreranno nella fase di combustione centrale di H

M 0.1 0.3 0.6 0.8 1.0 1.5 2.5 5.0 7.0

logL -3.06 -1.98 -1.09 -0.59 -0.17 0.69 1.59 2.74 3.25

logTe 3.450 3.534 3.620 3.694 3.751 3.849 4.028 4.230 4.318

R 0.12 0.29 9.55 0.70 0.87 1.49 1.84 2.73 3.27

Tc 4.69 7.69 10.0 11.7 13.7 18.1 22.7 26.9 29.1

c 402.5 100.7 84.7 79.2 77.4 79.4 48.9 20.3 13.5

Mcc compl. compl. 0.04 0.06 0.07 0.07 0.44 0.94 1.60

Mce conv. conv. 0.510 0.741 0.969 0.981

Lpp 1.000 1.000 0.996 0.980 0.898 0.803 0.277 0.033 0.013

LCN O 0.000 0.000 0.004 0.020 0.136 0.168 0.724 0.967 0.987

tH 1000 109 500 109 73 109 23 109 10 109 2.2 109 497 106 83 106 38 106

Per quel che riguarda le strutture di MS, la degenerazione elettronica comincia ad inuire solo nelle stelle al di sotto di 1 M , crescendo al diminuire della massa, sinch` attorno a e 0.1 M giunge a bloccare la contrazione di presequenza e ad impedire cos` linnesco della combustione dellidrogeno. Strutture al di sotto di tale limite continueranno a rareddare sotto forma di oggetti compatti sorretti dalla pressione di degenerazione, dissipando il calore prodotto nella fase gravitativa. Se non troppo al di sotto della massa limite, a queste stelle mancate si d` il nome di Nane Brune (Brown Dwarfs) ad indicare lesistenza di sia pur a limitate capacit` radiative. Con masse ancora minori si entra nel campo dei pianeti gassosi, a con analoga storia evolutiva. In tale contesto ` da notare come nel nostro sistema planetario e Giove, MJ 103 M , emetta una quantit` di energia maggiore di quella ricevuta dal Sole, a una evidenza da porsi forse in relazione con una residua lenta contrazione. La Fig. 5.8 mostra come al diminuire del contenuto di metalli e/o allaumentare del contenuto di elio le sequenze principali si spostino verso maggiori temperature eettive, mentre

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Fig. 5.10. Andamento con la frazione di massa delle variabili siche e chimiche in un modello di MS di 1.25 M , Z=0.001, Y=0.1. Le variabili sono normalizzate ai valori L=7.16 1033 erg/sec, P=2.05 1018 dyn/cm2 , =87.81, T=14.88 106 K, R=6.84 1011 cm, X3 =6.37 104 , X12 =1.41 104 , X14 =2.41 104

a parit` di massa le strutture risultano pi` luminose. Questa ultima evidenza indica senza a u ambiguit` un aumento delle temperature centrali, come peraltro vericabile nel riquadro dea stro della stessa gura. Notiamo subito che la dipendenza della collocazione nel diagramma HR dal contenuto di elementi pesanti rende ragione della collocazione in tale diagramma delle subnane di campo, le stelle povere di metalli che transitano nelle vicinanza del Sole ( Cap.1). Laumento della luminosit` lascia anche prevedere che al diminuire del contenuto di a metalli diminuisca anche la durata, a parit` di massa, della fase di combustione di idrogeno. a La risposta delle strutture alle variazioni di elio pu` essere compresa osservando che, a o parit` di densit`, lincremento della percentuale di elio diminuisce il numero di particelle: la a a struttura deve contrarre e aumentare la sua temperatura per contrastare laumentata gravitazione. Ogni volta che si aumenta il peso molecolare, troveremo strutture pi` calde e pi` u u luminose. La Fig. 5.10 riporta una estesa analisi della collocazione delle Sequenze Principali al variare del contenuto di elio. Spingendosi verso il limite X (abbondanza di idrogeno)0 le sequenze coprono una vasta ma limitata fascia del diagramma H R, per balzare a temperature ecaci notevolmente pi` alte per X=0. Tale balzo ` collegato alla variazione nel meccanu e ismo di combustione che, allesaurimento dellidrogeno, deve passare dalla combustione di tale elemento alla combustione 3, che richiede molto maggiori temperature centrali. Si noti che se le stelle foseero oggetto di ecienti rimescolamenti interni evolverebbero mantenendosi omogenee, accrescendo col tempo il loro contenuto di elio. La loro traccia evolutiva dovrebbe dunque seguire le linee a massa costante in Fig.5.9, spostandosi sulla sinistra della Sequenza Principale. Tale approccio topologico fornisce una semplice risposta ad un delicato problema: levidenza di rotazione delle strutture stellari pu` lasciar sospettare che o fenomeni di circolazione meridiana rimescolino la struttura, mantenendola omogene. La valutazione teorica dellecienza di tali rimescolamenti ` collegata a non semplici valutazioni e sulla viscosit` del gas stellare, e potrebbe apparire dubbia. La riposta osservativa ` esplicitaa e mente e inconfutabilmente negativa, mostrando che levoluzione sposta le strutture non sulla sinistra ma sulla destra della Sequenza Principale. Sar` dunque levoluzione disomogenea a a

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Fig. 5.11. Andamento schematico dellabbondanza di idrogeno durante levoluzione di una struttura della SPI. I numeri segnalano nellordine la sequenza temporale.Le linee a tratti segnalano il passaggio alla combustione CNO.

dover rendere conto degli osservabili, cosa che far` con buon successo. Conviene peraltro a ancora una volta ricordare come lincertezza sulla lunghezza di rimescolamento si traduca in una indeterminazione sul valore della temperatura ecace in stelle con inviluppi convettivi i cui eetti dovrano essere opportunamente valutati. La g. 5.10 riporta landamento delle variabili siche e di composizione in un modello di MS di 1.25 M . Si noti in particolare levidente presenza di un piccolo nucleo convettivo e levoluzione dei diversi elementi chimici che intervengono nelle due combustioni pp e CNO. La caratteristica distribuzione dell 3 He corrsiponde al fatto che nelle zone pi` interne questo u elemento ha ormai raggiunto la sua abbondanza di equilibrio (che cresce al diminuire della temperatura) mente nelle zone pi` esterne non ` stato ancora formato. u e Qui come sempre nel seguito, occorre ricordare come la indeterminazione sulla lunghezza di rimescolamento si traduca in una indeterminazione sui valori assoluti delle temperature con inviluppi convettivi ( A6.1), indeterminazione che ` necessario tenere in considerazione e ogniqualvolta si proceda allinterpretazione di dati osservativi.

5.6. La Sequenza Principale e lesaurimento dellidrogeno


La struttura di ZAMS ` il punto iniziale della lunga combustione centrale dellidrogeno. e In tutte le strutture, alla progressiva diminuzione dellabbondanza di idrogeno nelle regioni centrali corrisponde automaticamente un continuo aumento di temperatura e densit` cena trali che si riette in una lenta crescita della luminosit` e un progressivo allontanamento a dalla ZAMS. Stelle della Sequenza Principale Superiore (SPS) hanno nuclei convettivi nei quali lidrogeno viene progressivamente sostituito dallelio prodotto nelle combustioni. Poich` e lopacit` dellelio ` -a parit` di condizioni siche- minore di quella dellidrogeno, il gradiente a e a radiativo tende a diminuire e conseguentemente lestensione dei nuclei convettivi regredisce lentamente nel tempo. Lesaurimento dellidrogeno al centro segna la ne di questa lunga fase di Sequenza Principale, manifestandosi con caratteristiche singolarmente diverse per stelle della SPI o SPS, in dipendenza della presenza o meno di nuclei convettivi. In stelle della SPI, in assenza di moti convettivi centrali lidrogeno viene consumato in una zona relativamente larga attorno al centro della struttura e, in ogni punto di tale zona, in proporzione allecienza locale delle combustioni pp. Ne segue un andamento temporale dellabbondanza di idrogeno del tipo riportato nella gura 5.11. E facile comprendere come in tal caso lesaurimento

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Fig. 5.12. Andamento schematico dellabbondanza di idrogeno durante levoluzione di una struttura della SPS. I numeri segnalano nellordine la sequenza temporale.

dellidrogeno non rappresenti un evento traumatico: il progressivo aumento di temperatura render` pi` ecienti le combustioni nelle zone ricche di idrogeno contornanti il centro e la a u combustione si sposter` con continuit` dal centro ad una ampia shell contornante un nucleo a a essenzialmente composto solo da elio e dagli originari elementi pesanti. E importante rilevare che la crescita delle temperature centrali favorisce lecienza del ciclo CNO che poco dopo lesaurimento dellidrogeno centrale nisce col prendere denitivamente il sopravvento. A causa della forte dipendenza del CNO dalla temperatura, si restringe fortemente la zona interessata dalle combustioni che nisce col presentarsi come una shell sottile che progredisce allinterno della stella erodendo il fondo della zona ancora ricca di idrogeno e separando bruscamente il nucleo di elio dalle zone pi` esterne. u Nelle stelle di SPS la presenza del nucleo convettivo conduce invece a conseguenze peculiari. Anche se la zona di combustione ` fortemente accentrata, il rimescolamento operato e dalla convezione fa s` che lidrogeno diminuisca omogeneamente in tutta la zona convettiva (Fig. 5.12). Ne consegue che allesaurimento dellidrogeno restano prive di combustibile non solo le zone ove era eciente la combustione, ma anche una estesa regione circostante. Allo spengersi delle combustioni la stuttura deve quindi reagire con una contrazione che avr` a termine solo quando la temperatura interna si sar` innalzata sino a produrre una eciente a combustione di idrogeno negli strati circostanti il vecchio nucleo convettivo. Si noti in passing che al diminuire delle combustioni centrali diminuisce il relativo usso, il gradiente radiativo crolla e sparisce linstabilit` convettiva. a La Fig. 5.13 riporta esempi del cammino evolutivo delle strutture durante la fase di MS, sino allinnesco della combustione di idrogeno in una shell. Il modello di 1 M mostra la tipica evoluzione delle strutture di SPI: si allontana regolarmente dalla posizione di ZAMS raggiungendo un massimo della temperatura ecace (turn o della traccia) poco prima dellesaurimento dellidrogeno centrale. Dopo lesaurimento la traccia prosegue dirigendosi sempre pi` decisamente verso basse temperature ecaci nel mentre si instaura la combusu tione di idrogeno in una shell. I modelli di 1.25 e 1.5 M mostrano invece il tipico andamento delle strutture di SPS. Poco prima dellesaurimento parte la contrazione (tratto A-B in Fig 5.13) solo al termine della quale lidrogeno al centro viene denitivamente esaurito. Ci si attende dunque che stelle sucientemente massicce presentino al termine della fase di combustione centrale di idrogeno (MS) una fase di contrazione gravitazionale, percorsa dunque con tempi scala molto minori di quelli nucleari. In questa fase ci si attende quindi scarsa o nulla presenza di oggetti stellari. Le osservazioni confermano puntualmente tale previsione: ammassi stellari sucientemente giovani mostrano al termine della sequenza principale una

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Fig. 5.13. Tracce evolutive nel diagramma HR di stelle per la composizione iniziale Y=0.30, Z=0.10. Levoluzione ` seguita a partire dal modello di ZAMS sino al massimo relativo di luminosit` e a (C). I punti lungo le tracce indicano decrementi di idrogeno centrale pari a X=0.1.

Fig. 5.14. Il diagramma CM (Colore-Magnitudine) per lammasso di vecchio disco M67 = NGC2682.

gap per mezzo della quale lesistenza di un nucleo convettivo nelle strutture di SPS diventa -indirettamente- un osservabile (Fig. 5.14). Ulteriori dettagli sulla fase di esaurimento dellidrogeno sono riportati in A5.6. Prima di concludere questo punto dobbiamo per` aggiungere che per masse al di sopra delle 10 M , o la fase di esaurimento dellidrogeno si complica per la presenza di un ulteriore fenomeno: lenergia emessa dai nuclei in contrazione si traduce in un usso cos` grande che nelle regioni che circondano il nucleo il gradiente radiativo viene spinto a superare quello adiabatico e le zone diventano, almeno formalmente, convettive. Abbiamo detto almeno formalmente perch` ` adesso necessario osservare che nella e e derivazione del criterio di Schwarzschild si era a suo tempo fatta limplicita assunzione di materia chimicamente omogenea. La zona che contorna il nucleo in contrazione presenta invece un gradiente di elio, la cui abbondanza va progressivamente crescendo verso linterno come risultato della progressiva diminuzione delle dimensioni del nucleo convettivo originalmente presente nel modello di ZAMS. Lesistenza di un tale gradiente di peso molecolare tende a stabilizzare la zona pi` di u quanto previsto dal criterio di Schwarzschild: al termine di uno spostamento adiabatico gli elementi possono trovarsi pi` caldi dellambiente circostante ed essere peraltro richiamati u

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alla posizione originale perch` intrinsecamente pi` pesanti. Conseguentemente il criterio di e u Schwarzschild si trasforma nel Criterio di Ledoux secondo il quale per linstabilit` convettiva a si richiede
rad

ad

dlog dlogP

E stato per` fatto notare che in una zona superadiabatica resa stabile del termine di o Ledoux un elemento richiamato alla sua posizione iniziale, a causa delle inevitabili perdite radiative vi tornerebbe pi` freddo e quindi pi` pesante dellambiente circostante, proseguendo u u quindi nel suo moto e dando origine ad una sia pur diversa forma di instabilit` che porterebbe a in ogni caso al rimescolamento degli strati coinvolti. Lecienza del rimescolamento in queste zone ` peraltro questione ancora dibattuta, talora arontata nel quadro di teorie diusive. e Qui notiamo solo che nel caso dellesaurimento dellidrogeno in stelle massicce lapplicazione sic et simpliciter del criterio di Ledoux inibisce di fatto la formazione delle shell di convezione, con predizioni osservative che sembrano in molto migliore accordo con le osservazioni ( A5,,,). Resta inne da notare come la durata della fase di combustione centrale dellidrogeno (MS) decresca rapidamente allaumentare della massa (e della luminosit`) della struttura: a la precedente tabella 5.1 riporta alcuni valori di tale durata per stelle di metallicit` solare. a Stelle povere di metalli avranno durate leggermente pi` lunghe, ma si pu` in ogni modo u o concludere che in ogni caso stelle con masse minori di 0.8 M hanno vite di MS maggiori dellet` stimata per lUniverso ( 1010 anni). Tali strutture devono quindi in ogni caso a essere ancora presenti in cielo, portando testimonianza di tutte le generazioni stellari che si sono succedute nella nostra come nelle altre galassie. Si ricava anche che il nostro Sole, con circa 4 miliardi di anni di vita, si trova nel pieno della sua fase di MS, ancora essenzialmente sorretto dalla combustione pp. Il confronto delle strutture solari teoriche con i dati sperimentali delleliosismologia ha posto in luce la probabile ecienza di meccanismi di diusione microscopica che, con scale temporali dellordine di miliardi di anni, inducono leggere modicazioni alla distribuzione degli elementi chimici allinterno delle strutture stellari, interessando quindi solo levoluzione di stelle con massa suentemente piccola e tempi evolutivi corrispondentemente lunghi ( ..).

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Approfondimenti
A5.1. Modelli politropici. Equazione di Lane Emden.
Ogniqualvolta sia possibile stabilire una relazione politropica del tipo P = K = K(n+1)/n le equazioni di equilibrio si riducano conducano a modelli politropici, dalle gi` discusse carata teristiche. Gli indici che corrispondono alle due diverse formulazioni della relazione tra pressione e densit` prendono rispettivamente il nome di esponente della politropica () o di indice della politropa ica (n). Tra le molte possibili origini di un comportamento politropico ricordiamo: 1. 2. 3. 4. 5. Gradiente adiabatico di gas perfetto monoatomico = 5/3, n= 1.5 Gas isotermo = 1, n= Pgas /Ptot ==cost, = 4/3, n= 3 Degenerazione non relativistica = 5/3, n= 1.5 Degenerazione relativistica = 4/3, n= 1.5

In tutti i casi, derivando rispetto a r leguaglianza dellequilibrio idrostatico, e sostituendo dMr /dr tramite la relazione di conservazione della massa si ottiene d r2 dP dMr ( ) = G = G4r2 dr dr dr da cui 1 d r2 dP ( ) = 4G r2 dr dr esprimendo P attraverso la relazione politropica e operando le sostituzioni = c n r = /A si giunge allequazione di Lane Emden 1 d 2 d ( ) = n 2 d d da integrarsi con le condizioni = 1 e d /d = 0 per =0. Lequazione di Lane Emden ammette per alcuni valori di n anche soluzioni analitiche. Abbiamo gi` ondicato come nel caso adiabatico K rappresenti un parametro libero cui cora rispondono 1 strurrure convettive. Diverso ` il caso di strutture degeneri, ove K ` una costante e e ssata dalla teoria della gas degenere. In tal caso si ha quindi una soluzione unica, e ogni c ssa massa e raggio della struttura, accadimento che mostra come il raggio di una struttura degenere non dipenda dal suo contenuto termico e dal quale vedremo discendere lesistenza di una massa limite per nane bianche e stelle di neutroni. dove A =
n1 4G c n (n + 1)K

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Fig. 5.15. Reazioni di cattura protonica per gli elementi leggeri.

A5.2. La combustione degli elementi leggeri


Le combustioni di elementi leggeri nel corpo delle varie catene pp e il ruolo di elementi secondari giocato da tali elementi mostra senza ambiguit che le catture protoniche su D, Li, Be e B precedono a la combustione dellidrogeno in deuterio. La Fig. 5.15 riporta i principali canali di combustione, con i due canali del 9 Be in concorrenza 1:1. Stante la scarsa abbondanza di tali elementi nella materia interstellare lecito trascurare il contributo energetico alla storia evolutiva di una struttura e stellare; al pi ci si attende che il deuterio, di gran lunga il pi` abbondante, produca un rallentau u mento nellevoluzione di presequenza. peraltro trascurabile a fronte dei successivi tempi evolutivi. Marginale anche il contributo dei prodotti di reazione, 3 He e 4 He, alla originaria composizione chimica di una struttura. Linteresse di queste combustioni risiede principalmente nel fatto che esse consentono di sondare la storia degli eventuali inviluppi convettivi di una struttura stellare. Maggiori infatti le profondit a raggiunte da un inviluppo convettivo, maggiori sono le temperature alla base della zona convettiva cui vengono esposti gli elementi nel continuo rimescolamento. Poich le sezioni durto scalano con e la repulsione coulombiana, ci si attende quindi che al crescere di tali temperature scompaiano nellordine dalla atmosfera D, Li, Be, B. Per quel che riguarda le strutture di MS, ci si attende dunque che tali elementi scompaiano, nellordine, al diminuire della massa stellare e al conseguente crescere degli inviluppi convettivi. Tale previsione in linea generale confermata dalle osservazioni, anche se e bene precisare che i calcoli dettagliati mostrano che le combustioni avvengono principalmente nel e corpo delle strutture di presequenza. Il problema di una corretta previsione delle abbondanze degli elementi leggeri nelle atmosfere stellari peraltro ancora aperto e oggetto di indagini. e

A5.3. La convezione centrale da 3 He.


E istruttivo seguire nei dettagli levoluzione dell 3 He nelle fasi di approccio alla MS di una stella di piccola massa al ne di comprendere come tale evoluzione governi la nascita di un nucleo convettivo e la sua successiva sparizione. Assumendo unabbondanza iniziale di 3 He tracurabile, la produzione di tale elemento sar` proporzionale alla temperatura e, quindi, in una fase iniziale la distribuzione di a 3 He avr` un massimo al centro della struttura. Poich` la presenza di 3 He favorisce il completamento a e della catena pp, la produzione di energia si concentra anchessa verso il centro, aumenta il usso di energia e -stanti lespressione del gradiente radiativo ed il criterio di Schwarzschild- la zona centrale diventa convettiva, Al procedere della combustione l3 He raggiunge per` il suo valore di equilibrio, prima al ceno tro e progressivamente nella zone circostanti (Fig.5.16). Poich` labbondanza di equilibrio ` tanto e e maggiore quanto minore la temperatura, la distribuzione dell3 He tender` ad assumere una carata teristica distribuzione a shell, con leetto incrementare lecienza della catena nelle zone esterne al

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Fig. 5.16. La variazione col tempo e con la frazione di massa dellabbondanza di 3 He (linee continue)in una stella di 0.6 M , Y=0.10, Z=103 . Lungo le varie curve sono riportate le et` dei a modelli in anni. La curva a tratto e punto riporta la distribuzione di 3 He al manifestarsi dellepisodio convettivo (t= 2.7 107 anni). Le curve a tratti riportano landamento della luminosit` alla massima a estensione del nucleo convettivo (a) e per t= 2.5 109 anni.

nucleo convettivo, ridistribuendo la generazione di energia e nendo cos` con linibire la convezione no a farla scomparire. A causa di tale meccanismo le stelle di piccola massa sperimentano nelle fasi di approccio e nelle fasi iniziali di MS un episodio di convezione centrale, la cui limitata estensione, nella struttura come nel tempo, ha eetti trascurabili sulla successiva storia evolutiva della struttura.

A5.4. Eliosismologia, diusione e Modello Solare Standard.


Negli anni 60 del XX secolo si era scoperto, con una qualche sorpresa, che la supercie del Sole risultava soggetta a moti oscillatori. Dopo quasi un decennio si comprese, almeno in linea di principio, lorigine di tale fenomeno: il Sole una massa gassosa , e quindi uida, mantenuta in equilibrio dalla sua stessa forza di gravit` (struttura autogravitante). Tale struttura, se sollecitata, pu` pera o altro oscillare attorno alla sua congurazione di equilibrio, ed appunto questo quello che avviene. Lorigine della sollecitazione va ricercata nei moti convettivi alla supercie del Sole, in grado di trasferire energia meccanica allintera struttura. Ricorrendo ad unimmagine molto usata, si pu` o riguardare al Sole come ad una campana o un gong che risuona sotto le sollecitazioni dei moti convettivi. Sarebbe peraltro pi corretto ricorrere ad immagini quali quelle di una massa gelatinosa posta in vibrazione. La struttura solare risponde alle sollecitazioni con una enorme quantit` di possibili oscillazioni a collegate alla propagazione di onde acustiche che attraversano tutta la struttura. In particolare si instaurano onde stazionarie, con milioni di modi di oscillazione contraddistinti dai numeri quantici n, l, m delle relative armoniche sferiche. A anco di tali onde acustiche (modi p) esistono anche onde di gravit` (modi g e f). In analogia con quanto ottenuto dalle indagini sismiche sulla a struttura dellinterno della terra, la rivelazione e lo studio di tali onde ha consentito di ottenere importantissime informazioni sulla struttura interna del Sole, aprendo cos un inatteso ed insperato campo di studio: leliosismologia. Campo che richiede peraltro misure di estrema delicatezza, ove si consideri che lampiezza tipica delle oscillazioni dellordine di solo 0.1 m/sec e la rivelazione di tali velocit` tramite leetto Doppler sulle righe di assorbimento della radiazione solare richiede a di riuscire a valutare spostamenti Doppler dellordine di un milionesimo della larghezza intrinseca delle righe stesse.

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Fig. 5.17. Confronto dellandamento di P/ del SSM con i risultati eliosismologici . Leliosismologia si andata sviluppando solo in tempi relativamente recenti. Nei primi anni 90 diventava ad esempio operativo il programma GONG (Global Oscillation Network Group) destinato a tenere sotto continua osservazione il Sole grazie a sei stazioni di osservazione distribuite regolarmente in longitudine. Nel 1995 veniva inoltre lanciato il satellite SOHO (SOlar and Heliospheric Observatory), una collaborazione ESA/NASA dedicata allosservazione continua del Sole dallo spazio. La disponibilit` di informazioni sperimentali sullinterno della struttura solare a ha stimolato un rilevante progresso nella nostra capacit` di produrre accurate previsioni teoriche a sulla struttura ed evoluzione non solo del Sole ma anche delle altre stelle. Ladabilit` dei moda elli stellari, come sviluppatisi negli ultimi decenni del XX secolo anche grazie alla disponibilit` di a moderni e veloci calcolatori elettronici, dipende infatti criticamente dalla accuratezza con cui viene descritto il comportamento della materia e della radiazione in condizioni stellari. Nel caso del Sole, la possibilit` di confrontare le predizioni dei modelli con i dati eliosismologici a ha stimolato un grande progresso in tali valutazioni, ponendo inoltre in luce lecienza nel Sole di meccanismi di diusione che erano in prededenza generalmente trascurati nei calcoli evolutivi. A livello microscopico per ogni specie ionica i si pu` denire una velocit` di migrazione o a vi = con dlogT dlogP dlogCi + AP + AC dr dr dr Siamo in presenza dunque di un eetto di sedimentazione gravitazionale (dlogP) cui si aggiungono eetti di temperatura e di concentrazione, questultimo in genere di minore ecienza. La considerazione di processi di diusione si ` rivelata un ingrediente fondamentale per giune gere a produrre modelli solari che siano in buon accordo non solo con le caratteristiche radiative del Sole (Luminosit` e Temperature ecace) ma anche con le caratteristiche strutturali rivea late dalleliosismologia. Tali modelli (Standard Solar Model=SSM) venivano originalmente prodotti richiedendo che una struttura di 1 M con la composizione chimica originale della attuale atmosfera solare raggiunga dopo 4.5 miliardi di anni le caratteristiche del Sole. La condizione sullet` proviene a dalle stime sullet` del sistema solare ricavate dagli elementi radioattivi contenuti nei meteoriti. a In tali procedure i modelli contengono due parametri liberi, la lunghezza di rimescolamento che regola lecienza della convezione superadiabatica e il contenuto originale di elio, non direttamente ricavabile dallo spetro del Sole perch` le righe dellelio nel suo stato fondamentale cadono nellestremo e ultravioletto. La lunghezza di rimesolamento governa il raggio della struttura, mentre il contenuto di elio ne regola la luminosit`, cos` che la richiesta di riprodurre il Sole attuale corrispondeva ad a una calibrazione di tali due quantit`. a i = AT T 5/2 i

22 Tab. 2. Distribuzione di alcune grandezze siche lungo il Modello Standard con diudione microscopica

Mr /M 1.06E-07 4.12E-03 4.20E-02 8.88E-02 1.86E-01 2.71E-01 3.46E-01 4.46E-01 5.23E-01 5.79E-01 6.45E-01 7.06E-01 7.39E-01 7.79E-01 8.12E-01 8.45E-01 8.73E-01 8.90E-01 9.07E-01 9.23E-01 9.40E-01 9.50E-01 9.58E-01 9.66E-01 9.74E-01 9.79E-01 9.83E-01 9.88E-01 9.91E-01 9.93E-01 9.95E-01 9.96E-01 9.97E-01 9.98E-01 9.99E-01 9.99E-01 9.99E-01 1.00E+00 1.00E+00 1.00E+00

R/Rtot 6.91E-04 3.43E-02 7.92E-02 1.07E-01 1.48E-01 1.78E-01 2.04E-01 2.37E-01 2.65E-01 2.87E-01 3.16E-01 3.46E-01 3.65E-01 3.91E-01 4.17E-01 4.47E-01 4.77E-01 4.99E-01 5.24E-01 5.53E-01 5.89E-01 6.15E-01 6.40E-01 6.70E-01 7.05E-01 7.30E-01 7.53E-01 7.81E-01 8.09E-01 8.28E-01 8.46E-01 8.66E-01 8.79E-01 8.95E-01 9.06E-01 9.26E-01 9.35E-01 9.43E-01 9.50E-01 9.55E-01

logP 17.366 17.332 17.208 17.100 16.912 16.758 16.619 16.423 16.255 16.122 15.944 15.758 15.642 15.484 15.334 15.159 14.984 14.865 14.729 14.572 14.383 14.250 14.120 13.968 13.785 13.655 13.520 13.352 13.158 13.023 12.873 12.696 12.563 12.382 12.248 11.936 11.778 11.613 11.458 11.312

logT 7.195 7.184 7.143 7.109 7.050 7.006 6.968 6.919 6.880 6.850 6.812 6.774 6.751 6.720 6.691 6.657 6.624 6.601 6.575 6.544 6.506 6.478 6.449 6.411 6.356 6.306 6.252 6.186 6.109 6.055 5.996 5.926 5.873 5.802 5.749 5.626 5.564 5.500 5.440 5.383

log 2.181 2.141 2.014 1.914 1.756 1.637 1.530 1.380 1.250 1.146 1.005 0.857 0.764 0.637 0.516 0.374 0.232 0.135 0.026 -0.101 -0.252 -0.358 -0.459 -0.574 -0.705 -0.787 -0.868 -0.969 -1.085 -1.167 -1.257 -1.363 -1.443 -1.551 -1.632 -1.819 -1.913 -2.013 -2.105 -2.194

L/Lsup 9.49E-07 3.45E-02 2.83E-01 5.01E-01 7.68E-01 8.87E-01 9.43E-01 9.80E-01 9.94E-01 9.98E-01 1.00E+00 1.00E+00 1.00E+00 1.00E+00 1.00E+00 1.00E+00 1.00E+00 1.00E+00 1.00E+00 1.00E+00 1.00E+00 1.00E+00 1.00E+00 1.00E+00 1.00E+00 1.00E+00 1.00E+00 1.00E+00 1.00E+00 1.00E+00 1.00E+00 1.00E+00 1.00E+00 1.00E+00 1.00E+00 1.00E+00 1.00E+00 1.00E+00 1.00E+00 1.00E+00

N 1.71E+01 1.54E+01 1.06E+01 7.40E+00 3.63E+00 1.93E+00 1.05E+00 4.52E-01 2.21E-01 8.72E-02 2.84E-02 1.21E-02 7.21E-03 3.57E-03 1.82E-03 8.19E-04 3.66E-04 2.09E-04 1.10E-04 5.11E-05 1.98E-05 9.84E-06 4.80E-06 1.93E-06 5.54E-07 1.83E-07 5.38E-08 1.10E-08 1.61E-09 3.94E-10 0.00E+00 0.00E+00 0.00E+00 0.00E+00 0.00E+00 0.00E+00 0.00E+00 0.00E+00 0.00E+00 0.00E+00

rad

ad

3.32E-01 3.31E-01 3.26E-01 3.19E-01 3.00E-01 2.80E-01 2.62E-01 2.41E-01 2.27E-01 2.18E-01 2.09E-01 2.02E-01 1.98E-01 1.95E-01 1.93E-01 1.91E-01 1.91E-01 1.92E-01 1.93E-01 1.97E-01 2.06E-01 2.16E-01 2.33E-01 2.70E-01 3.50E-01 5.10E-01 7.71E-01 1.25E+00 2.14E+00 3.05E+00 4.54E+00 7.33E+00 1.06E+01 1.77E+01 2.58E+01 6.59E+01 1.12E+02 2.03E+02 3.70E+02 6.73E+02

0.397 0.397 0.397 0.397 0.397 0.397 0.397 0.397 0.397 0.397 0.397 0.397 0.397 0.397 0.397 0.397 0.397 0.397 0.397 0.397 0.397 0.397 0.396 0.396 0.396 0.396 0.396 0.396 0.396 0.396 0.396 0.396 0.395 0.395 0.394 0.392 0.391 0.389 0.387 0.384

Le strutture cos` calcolate risultano peraltro in grave disaccordo con i dati eliosismologici che forniscono, ad esempio, il velore di P/ lungo tutta la struttura. Lintroduzione di meccanismi di diusione complica ovviamente le procedure, perch` si deve anche ricavare una composizione e chimica originale che, tenendo conto della diusione atmosferica, produca inne il valore di Z/X ricavato dagli spettri del Sole attuale. Come risultato di tale introduzione le valutazioni teoriche hanno raggiunto un insperato grado di adabilit`, come mostrato nella Figura 5.17, che mostra a leccellente accordo del rapporto tra pressione e densit (P/) allinterno del Sole, come ricavato

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Fig. 5.18. Traccia evolutiva di un Modello Solare Standard.

dalleliosismologia, con le previsioni del modello teorico solare. Grazie anche a tali veriche sperimentali, siamo oggi in grado di valutare con ragionevole precisione le storia evolutiva delle stelle, in generale, ed in particolare quella del nostro Sole. La Figura 5 riassume schematicamente quanto oggi sappiamo non solo sulla storia passata del nostro astro, ma anche sulla sua prevista evoluzione nei prossimi 5 miliardi di anni.

A5.5. Neutrini Solari


I neutrini solari hanno rappresentato un rilevante problema giunto a soluzione giusto nei primi anni 2000. I termini di tale problematica erano stati posti a partire dai precedenti anni 60, quando R. Davis install` in una miniera di Homestake, nel Dakota, ad una profondit` di 1500 metri, un o a contenitore con 400 000 litri di tetracloroetilene al ne di rivelare i neutrini prodotti dalle reazioni di fusione nucleare che, trasformando idrogeno in elio, riforniscono il Sole di energia. Una valutazione del numero di neutrini emessi dal Sole di grande semplicit`. In ogni reazione di fusione 4 protoni e a vanno a formare un nucleo di elio con due protoni e due neutroni, e ad ogni formazione di un neutrone corrisponde lemissione di un neutrino. Quindi ad ogni reazione di fusione corrisponde lemissione di due neutrini. Il numero di reazioni che avvengono in un secondo subito ricavabile dallenergia e luminosa emessa dal Sole in quellintervallo di tempo (3.9 1033 erg) divisa per lenergia prodotta nella formazione di un nucleo di elio (circa 25 MeV = 4 105 erg). Ne risulta una produzione di circa 1038 neutrini al secondo e un usso, alla distanza della terra, dellordine di 1011 neutrini per cm2 e per secondo. I neutrini solari rivestono una grande importanza perch, prodotti nelle regioni centrali della e stella, sfuggono direttamente nello spazio senza in pratica interagire con la materia solare. Essi portano quindi informazioni direttamente dalle regioni di produzione, nel centro della nostra stella. Con i fotoni dunque vediamo la supercie del Sole, con i neutrini vediamo le sue parti centrali. Per comprendere levoluzione della problematica sui neutrini solari, dobbiamo peraltro ricordare come alla fusione dellidrogeno concorrano numerose reazioni che producono neutrini elettronici di varia energia (Fig. 5.19 ) . Le pi importanti risultano: p + p D + e
7 8

E = 0.42M ev E = 0.86M ev E = 14.06M ev

Be + e 7 Li + e
8 +

B Be + e + e

ove per ogni reazione riportata lenergia massima posseduta dai neutrini prodotti.

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Fig. 5.19. Lo spettro dei neutrini solari predetto dal Modello Solare Standard. Le frecce riportano la soglia dei vari esperimenti di rivelazione. Lesperienza di Davis rivelava i neutrini tramite la reazione e +37 Cl 37 Ar +e e la successiva rivelazione del decadimento del nucleo di 37 Ar cos` prodotto. La reazione ha peraltro una soglia pari a 0.81 Mev, talch lesperimento poteva in linea di principio rivelare solo i neutrini provenienti e dalle reazioni del boro (B) e del berillio (Be). Sorprendentemente i neutrini rivelati risultarono solo tra 1/2 e 1/3 di quelli previsti dalla teoria. Tale evidenza sperimentale si apriva a due interpretazioni alternative. Poteva infatti indicare che i modelli teorici non valutavano correttamente il contributo delle diverse reazioni allemissione dei neutrini, fermo restando il numero totale di neutrini emessi. Ne seguirono vari ma vani tentativi di abbassare le temperature centrali del Sole, spostando cos` le reazioni verso la catena ppI i cui neutrini non erano rivelabili. Ma, alternativamente, sin dal 1962 Bruno Pontecorvo (1913-1993) aveva avanzato lipotesi secondo la quale i neutrini emessi dal Sole, di tipo elettronico, si sarebbero trasformati in volo in uno degli altri due tipi di neutrino (muonico e tauonico), perdendo cos` la capacit` di interagire col Cloro. Ipotesi aascinante perch implicherebbe che il neutrino abbia una a e massa, contrariamente alle previsioni dei pi` semplici e accettati modelli di tali particelle, aprendo u la strada ad una nuova sica. Il problema dei neutrini solari ha stimolato nel tempo una serie di importanti imprese sperimentali. Nel 1987 lesperimento giapponese Kamiokande misurava i neutrini del B utilizzando processi di scattering elettronico, parzialmente sensibili anche alla presenza di neutrini non elettronici, confermando il decit di neutrini. Assumendo come validi i dati sperimentali, era peraltro gi possibile a ricavare che i risultati dei due esperimenti erano incompatibili con neutrini canonici. La Fig 5.20 mostra linterpretazione dei dati sperimentali nel piano dei ussi neutrinici rispettivamente di B e Be. Kamiokande, sensibile solo ai neutrini del B, ssa il usso di tali neutrini indipendentemente da ulteriori assunzioni. Il segnale di Homestake fornisce invece una relazione tra i due ussi a seconda che sia interpretato come prodotto solo da neutrini del B, solo da neutrini del Be o da una mescolanza dei due. La gura mostra che, in ipotesi di neutrini canonici, il usso del B misurato da Kamiokande dovrebbe, da solo, produrre in Homestake un segnale pi alto di quanto osservato. u Una contraddizione sanabile solo ammettendo o un errore nei dati sperimentali. Un ulteriore chiarimento. e un supporto ai dati dei precedenti esperimenti, veniva dai risultati dellesperimento Gallex (Gallium Experiment) condotto a partire dal 1996 nei Laboratori Sotterranei dellIstituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) al Gran Sasso, e dal contemporaneo esperimento SAGE (Soviet-American Gallium Experiment) in un laboratorio sotterraneo nelle montagne del Caucaso. La soglia della reazione utilizzata da ambedue questi esperimenti per rivelare i neutrini e +71 Ga 71 Ge + e

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Fig. 5.20. Le condizioni imposte dagli esperimenti di Homestake e Kamiokande ai ussi di neutrini del Be e B. era sucientemente bassa per rivelare neutrini provenienti da tutte le reazioni supposte esistenti nel Sole. Il decit di neutrini riscontrato anche in questi esperimenti, interpretabile ancora sulla falsariga dello scenario di Fig.5.20, puntava decisamente in direzione delle oscillazioni del neutrino. La soluzione denitiva del problema venuta solo nel 2001, con lesperimento di Sudbury che utilizza linterazione tra neutrino e deuterio per studiare contemporaneamente la presenza sia di neutrini elettronici che di altro tipo. Le due reazioni utilizzate sono: e + D p + p + e +D p+n+ Anche dal confronto con i risultati degli esperimenti precedenti, se ne tratta la chiara e denitiva evidenza per un usso dei neutrini in pieno accordo con le previsioni teoriche e la contemporanea evidenza per loscillazione dei neutrini elettronici in neutrini di altro tipo, aprendo cos` la strada ad un nuovo capitolo della sica fondamentale.

A5.6. La fase di esaurimento dellidrogeno.


Le strutture della SPI, caratterizzate lungo la fase di MS da nuclei in equilibrio radiativo, attraversano la fase di esaurimento dellidrogeno al centro mantenendo una regolare continuit` evolutiva. La a Fig. 5.21 mostra la distribuzione degli elementi chimici in una struttura di 1 M in due momenti, luno precedente e laltro successivo allesaurimento dellidrogeno. La distribuzione dellidrogeno nella struttura che precede lesaurimento ` conseguenza di una combustione pp che ` giunta ad e e interessare circa met` della massa stellare. La scarsa ecienza del ciclo CNO ` dimostrata dalla a e distribuzione dell16 O, che ha iniziato a muoversi verso la sua composizione di equilibrio solo nelle regioni pi` centrali. Si nota peraltro che il 12 C si ` ormai portato allequilibrio con l14 N in gran u e parte della zona di combustione. Nella struttura successiva allesaurimento si ` ormai formato un piccolo nucleo di elio. La come bustione ` ancora largamente sorretta dalla catena pp, come mostrato dalle dimensioni della zona e in cui lidrogeno ` diminuito. La combustione CNO sta per` guadagnando ecienza, come mostrato e o dall16 O la cui abboondanza nelle regioni centrali ` crollata ai valori di equilibrio. Si pu` inne e o notare come la shell dell 3 He si sposti verso lesterno, come conseguenza del combinato eetto della diminuzione dei valori di equilibrio dovuta allaumento di temperatura nella porzione pi` interna u della shell, e della proseguita produzione di tale elemento nella porzione pi` esterna. u

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Fig. 5.21. Distribuzione delle concentrazioni in massa degli elementi primari o pseudoprimari allinterno di una struttura di 1 M prima (linee continue) e dopo (linee a punti) lesaurimento dellidrogeno centrale. Tutte le grandezze sono normalizzate al loro valore massimo.

Fig. 5.22. Andamento temporale di variabili siche di struttura e dellabbondanza centrale di H durante la fase di contrazione allesaurimeno di H centrale.Il tempo t ` in miliardi di anni. e I dettagli dellevoluzione di una struttura di SPS attraverso la fase di esaurimento dellidrogeno sono pi` complessi. Il passaggio dalla combustione centrale a quella a shell, sovente indicato in u letteratura come fase di overall contraction, avviene in realt` con una certa continuit`, grazie ana a che allintervento nella fase cruciale dellenergia gravitazionale. La Fig. 5.22 mostra landamento temporale di alcune variabili di struttura nella stella di 1.25 M di Fig 5.13. La contrazione ha inizio quando al centro Xc 0.05 (punto A in gura) con un aumento di temperatura e densit` a centrali che tendono a mantenere eciente la combustione CNO dello scarso H ancora presente, mentre la generazione di energia gravitazionale resta ben al di sotto di quella nucleare. Nel contempo aumentano anche le temperatura ai margini del nucleo convettivo ove iniziano a divenire sia pur debolmente ecienti reazioni di combustione. Lesaurimento dellidrogeno ` segnalato dalla contemporanea scomparsa del nucleo convettivo: e in questo momento la contrazione gioca il suo ruolo di stabilizzazione, fornendo unenergia pari a quella generata nuclearmente. La temperatura centrale crolla perch` il nucleo ormai privo di e sorgenti di energia deve tendere allisotermia, portandosi alla temperatura delle combustioni che lo circondano, mentre cresce corrispondentemente la densit` centrale. Al termine di questa ultima a e rapida fase, la struttura si ` stabilizzata nella combustione a shell. E importante notare che, e contrariamente a quanto talora ritenuto, la fase di rapida evoluzione (e quindi la gap osservativa)

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Fig. 5.23. Andamento temporale della temperatura ecace in modelli di 20 M , composizione chimica solare, allesaurimento dellidrogeno centrale, calcolati adottando alternativamente il criterio di Ledoux (L) o quello di Schwarzschild (S).

Fig. 5.24. Diagramma CM dellammasso giovane globulare della Grande Nube di Magellano NGC2004. La linea mostra la traccia evolutiva di una stella di 16 M calcolata adottando il criterio di Ledoux. non necessariamente coincide con la fase di temperature ecaci crescenti (tratto A-B in Fig. 5.13), potendosi estendere anche alle fasi successive, come facilmente deducibile dai dati di Fig. 5.22. Passando al caso delle shell di convezione in stelle massicce, lalternativa applicazione dei criteri di Schwarzschild o di Ledoux porta, come abbiamo indicato, allesistenza o meno dell instabilit`, con macroscopiche conseguenze sulle caratteristiche evolutive. La Fig. 5.23 riporta ad esempio a landamento temporale della temperatura ecace in una stella di 20 M valutato sotto le due alternative ipotesi. Assumendo il criterio de Ledoux allesaurimento dellidrogeno la stella si sposta bruscamente nella zona delle giganti rosse, ove proseguir` la sua vita innescando la combustione a dellelio. Dal criterio di Schwarschild si ricaverebbe invece che la stella si sposta lentamente dalla sua posizione di MS, innescando lelio avendo ancora un temperatura ecace di 10000 K. a Fig. 5.24 mostra che ammassi globulari giovani nella Grande Nube di Magellano (LMC= Large Magellanic Cloud) presentano un gruppo ben separato di giganti rosse, mostrando cos` che il criterio di Ledoux produce, perlomeno, modelli stellari molto pi` vicini alla realt` delle cose. u a

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Origine delle Figure Fig.5.1 Cameron A.G.W. 1971, in Structure and Evolution of the Galaxy, Reidel Fig.5.2 Ezer D., Cameron A.G.W. 1965, Canad. J. Phys. 49, 1497. Fig.5.3 Iben I.Jr. 1965, ApJ 141, 993 Fig.5.4 Iben I.Jr. 1965, ApJ 141, 993 Fig.5.5 Caloi V., Castellani V., Firmani C., Renzini A. 1968, Mem. SAIt 39, 409 Fig.5.6 Caputo F., Castellani V., DAntona F. 1974, Astrophys. Space Sci. 28, 303 Fig.5.7 Caputo F., Castellani V., DAntona F. 1974, Astrophys. Space Sci. 28, 303 Fig.5.8 Castellani V. 1985, Astrosica Stellare, Zanichelli Fig.5.9 Caloi V., Castellani V. 1975, Astrophys. Space Sci. 39, 335 Fig.5.10 Castellani V., Renzini A. 1968, Astrophys. Space Sci. 2, 83 Fig.5.11 Castellani V. 1985, Astrosica Stellare, Zanichelli Fig.5.12 Castellani V. 1985, Astrosica Stellare, Zanichelli Fig.5.13 Caloi V., Castellani V., Di Paolo N. 1974, A&A 30, 349 Fig.5.14 Montgomery K.A., Marschall L.A., Janes K.A. 1993, AJ 106, 181 Fig.5.16 Caloi V., Castellani V., Firmani C., Renzini A. 1968, Mem. SAIt 39, 409 Fig.5.17 DeglInnocenti S., Dziembowski W.A., Fiorentini G., Ricci B. 1997, Astroparticle Phys. 7, 77 Fig.5.18 Castellani V., 2002, Lezioni Galileiane X, 423, Museo della Scienza, Firenze Fig.5.20 Castellani V., DeglInnocenti S., Fiorentini G., Lissia M., Ricci B. 1997, Phys. Reports 281, 566 Fig.5.21 Castellani V., Giannone P., Renzini A. 1971, Mem. SAIt 42, 73 Fig.5.21 Tornamb A. 1980, Tesi di Laure, Universit` La Sapienza. e a Fig.5.21 Bencivenni D., Brocato E., Buonanno R., Castellani V. 1991, AJ 102, 137 Fig.5.21 Brocato E., Castellani V. 1993, ApJ 410,99

Capitolo 6 Combustione dellidrogeno in shell


6.1. Il Limite di Schoenberg Chandrasekhar. Gap di Hertsprung
Le caratteristiche evolutivo-strutturali di una stella che si inoltra nella fase di combustione di H in una shell risultano regolate da una serie di ricorrenze che accomunano tutte le strutture. Linstaurarsi della combustione a shell ` infatti sempre seguita da una espansione degli strati e esterni mentre la luminosit` si mantiene approssimativamente costante. Diminuisce quindi a la temperatura ecace e gli strati esterni alla shell diventano rapidamente e sempre pi` u consistentemente convettivi. La stella si porta conseguentemente verso la sua traccia di Hayashi raggiungendo lisoconvettiva corrispondente ad un inviluppo totalmente convettivo, seguendo inne lisoconvettiva medesima con un progressivo aumento di luminosit` sinch a e la shell d idrogeno resta lunico sorgente eciente di energia nucleare (Fig. 6.1). E questo il primo apparire di una regola generale; combustioni centrali collocano i modelli verso alte temperature ecaci, combustioni a shell riportano i modelli verso le rispettive tracce di Hayashi.

Fig. 6.1. Tracce evolutive nel diagramma HR per stelle di Pop.I di varie masse. Il punto 6 ndica il terrmine della combustione di H in shell e linnesco della combustione dellelio.

2 Tab. 1. Tempi evolutivi (milioni di anni) per le due strutture di 3 e 5 M 6.1 Fase 3 Modot 5 Modot 2 227 65.5 3 239 68.2 5 249 70.3 6 253 70.8 9 326 87.8 alle fasi riportate in Fig.

Fig. 6.2. Diagramma CM per lammasso giovane di disco NGC7789.

Al progredire della combustione lidrogeno che circonda il nucleo inerte di elio viene trasformato anchesso in elio. Il nucleo aumenta quindi con continuit` la propria massa a mentre la shell di combustione interesssa progressivamente strati sempre pi` esterni. In ogni u caso la combustione ` ormai dominata dal ciclo CNO. Causa lassenza di sorgenti di energia, e il nucleo di elio tende inizialmente verso una struttura isoterma, reagendo poi alla continua sua crescita in massa con una contrazione e conseguente riscaldamento che condurr` inne a allinnesco delle reazioni dellelio. Stelle della SPS dopo la fase di overall contraction permangono nei pressi della Sequenza Principale sinch il nucleo di elio raggiunge 10% della massa totale della stella. E questo e il limite di Schoenberg Chandrasekhar, dal nome dei due ricercatori che nel 1942 mostrarono con trattamento analitico come al di sopra di questo limite non siano ammesse soluzioni delle equazioni di equilibrio che si raccordino con un nucleo isotermo. Raggiunto tale limite i nuclei iniziano una fase di contrazione mentre la struttura si porta verso la traccia di Hayashi dove, dopo breve risalita, giungono ad innescare la combustione centrale dellelio. Questa fase si sviluppa con tempi scala molto minori sia di quelli precedenti che di quelli della successiva combustione dellelio. Ci si attende quindi che la zona del diagramma HR compresa tra la Sequenza Principale e le Giganti Rosse in fase di combustione di elio sia scarsamente popolata, accadomento peraltro gi` evidenziato dalle osservazioni di ammassi a giovani (Fig. 6.2), noto in letteratura come Gap di Herizsprung. I dati in Tabella 2 riportano a titolo di esempio i tempi alle diverse fasi evolutive di due strutture della Fig. 6.1. Stelle con massa superiore a circa 6 M hanno in Sequenza Principale nuclei convettivi che gi` superano il limite di Schoenberg Chandrasekhar: lesaurimento del idrogeno centrale a ` seguito immediatamente dalla contrazione del nucleo di elio con il conseguente spostamento e verso la traccia di Hayashi dove innescano la combustione 3. Stelle ancora pi` massicce u ( 15 M ) niscono con innescare le reazioni dellelio ancor prima di raggiungere la traccia di Hayashi (vedi Fig. 6.1), che verr` raggiunta solo al termine della successiva combustione a dellelio . In caso di strutture povere di metalli, decresce il limite inferiore per tale combus-

Fig. 6.3. Tracce evolutive di stelle di SPS per le indicate masse e composizioni chimiche. I punti sulle tracce riportano nellordine: ZAMS, esaurimento idrogeno centrale, inizio combustione centrale di elio, esaurimento elio centrale.

Fig. 6.4. Caratteristiche strutturali di una stella si 6 M , Y=0.20, Z= 104 nella fase di MS (pannello superiore) e nella fase di combustione di idrogeno a shell (pannello inferiore). Le grandezze sono normalizzate al loro valore massimo.

tione precoce dellelio (Fig.6.3). Tale comportamento pu` essere agevolmente interpretato o ricordando che al diminuire di Z aumentano temperature centrali e luminosit` delle stelle, a aumentando con queste anche le dimensioni in massa del nucleo convettivo. Vengono cos` i simulate condizioni che a Z maggiori sono caratteristiche di stelle pi` massicce. u In stelle con massa inferiore a, circa, 2.5 M nel nucleo di elio cominciano invece a manifestarsi gli eetti della degenerazione elettronica, che accomuner` la storia evolutiva di a tali strutture a quella delle strutture della SPI che verr` discussa nella prossima sezione. a

Fig. 6.5. Schema rappresentativo della evoluzione temporale di una struttura di 7 M Popolazione I. Il tempo ` in unit` di IO7 anni. e a

di

La Fig. 6.4 riporta alcuni dettagli della struttura di una stella di 6 M in fase di combustione centrale di idrogeno (pannello superiore) e nella fase di combustione a shell che segue lesaurimento dellidrogeno centrale. Si noti nella struttura di MS il gradiente di elio conseguente allarretramento del nucleo convettivo e nella struttura a shell il gradiente di temperatura nel nucleo che segnala la contrazione del medesimo e, negli strati esterni al nucleo, la diminuzione di luminosit` che segnala il riassorbimento di energia legato alla esa pensione dellinviluppo. La Fig.6.5 illustra inne landamento temporale di una struttura di 7 M secondo una rappresentazione tipica della scuola evolutiva tedesca di Kippenhan e collaboratori.

6.2. Stelle di piccola massa: il ramo delle giganti e il ash dellelio.


Nel seguito deniremo come stelle di piccola massa tutte quelle strutture nelle quali al termine della combustione centrale dellidrogeno si formano nuclei di elio in cui si manifestano gli eetti della degenerazione elettronica. Ricordando come al diminuire della massa di una struttura risulti favorito il fenomeno della degenerazione, ne concludiamo che alle piccole masse appartengono le stelle della SPS al di sotto di circa 2.5 M e tutte le stelle della SPI. Le masse limite per lintervento delia degenerazione dipendono dalla composizione chimica della struttura originaria, e per le pi` volte ripetute motivazioni ` immediato comprendere u e come esse debbano diminuire allaumentare dellelio e/o al diminuire dei metalli. Levoluzione delle strutture di piccola massa risulta di particolare rilevanza, sia perch` tali strutture rape presentano un importante campione osservativo delle pi` antiche popolazioni stellari, sia per u una serie di interessanti fenomeni che si manifestano nel corso di tale evoluzione. In linea generale la degenerazione agisce congelando la struttura: la contrazione del nucleo viene ostacolata dalla pressione degli elettroni degeneri, viene ostacolato quindi linnesco della combustione dellelio e i tempi scala della combustione a shell dellidrogeno aumentano sensibilmente. La combustione di idrogeno a shell e la degenerazione elettronica intervengono cosi` a modicare, integrandolo, il semplice quadro evolutivo tratteggiato sulla base del i Teorema del Viriale. Come mostrato in Fig. al termine della combustione centrale di idrogeno le stelle di piccola massa raggiungono la loro traccia di Hayashi e, anzich` innescare lelio, e proseguono la loro evoluzione inerpicandosi lungo la traccia stessa, mentre la combustione dellidrogeno in shell aumenta progressivamente la massa del nucleo di elio. In tale fase di Gigante Rossa a causa delle alte temperature e densit` si manifestano nel nucleo con cresa

Fig. 6.6. Tracce evolutive di due stelle di piccola massa. I punti lumgo le tracce indicano variazioni di 0.1 nellabbondanza centrale di idrogeno. Lungo il ramo delle Giganti Rosse sono indicati inoltre i punti: MC = massimo aondamento della convezione superciale; D = la shell di combustione raggiunge la discontinuit` nellabbondanza di idrogeno; HE = He ash a

cente ecienza meccanismi di produzione di termoneutrini, che estraendo energia dal nucleo stesso (rareddando il nucleo) ostacolano ulteriormente linnalzamento delle temperature e ritardano linnesco dellelio. In tali condizioni una struttura viene a perdere energia da due distinte regioni: la supercie, tramite fotoni, e le zone centrali, tramite neutrini. Lenergia prodotta dalle reazioni nucleari deve quindi uire a compensare amboedue queste perdite e, conseguentemente, la temperatura raggiunge un massimo in una regione intermedia per decrescere sia verso la supercie che verso il centro della stella. Ne segue anche che linnesco dellelio avverr` non a al centro della struttura ma in una shell. Al ritardo dellinnesco dellelio causato dai termoneutrini corrisponde una accresciuta massa del nucleo di elio al momento dellinnseco. Tale variazione, pur se contenuta in pochi percento, avr` sensibili conseguenze sulla lumia nosit` delle strutture nella successiva fase di combustione centrale di elio, cos` che i relativi a i riscontri osservarvi forniscono una macroscopica sperimentazione dei processi di interazione debole. Linnesco delle combustioni 3a avviene quando il nucleo di elio raggiunge una massa di circa 0.5 M , il valore esatto dipendendo leggermente dalla massa e dalla composizione chimica. Linnesco di una fusione nucleare in materia elettronicamente degenere d` luogo ad a un processo reazionato positivamente che inizialmente tende a divergere: lenergia prodotta innalza la temperatura locale lasciando inalterata la pressione che ` essenzialmente fore nita dagli elettrono degeneri. La stella dunque non reagisce espandendosi, e lunico eetto dellinnalzamento di temperatura ` di incrementare ulteriormente la velocit` delle reazioni, e a stimolando lemissione di ulteriore energia. Nel caso delle Giganti Rosse di piccola massa, la 3 procede autoincentivandosi sinch localmente non si siano raggiunte temperature in e grado di rimuovere la degenerazione attivando la controreazione dellespansione. In questa fase, rapida ma non dinamica ( 0), lenergia prodotta dalle reazioni 3 raggiunge valr ori dellordine di 1011 L ma senza apprezzabili variazioni delle luminosit` della struttura: a lenergia prodotta viene infatti totalmente riassorbita nellespansione degli strati interni e la violenza del fenomeno resta nascosta allinterno della struttura.

Fig. 6.7. Caratteristiche strutturali di una stella di 0.8 M , Y=0.20, Z= 103 dalla ne della fase di Sequenza Principale allinnesco del ash dellelio. Si noti nellultima fase il Carbonio prodotto dallinizio del ash. Tutte le grandezze sono normalizzate al loro valore massimo.

La Fig. 6.7 illustra le tipiche variazioni strutturali di una stella di piccola massa dalle fasi nali di sequenza principale sino allinnesco dellelio. Si noti come, in presenza del nucleo di He, le variabili siche P e T compiano in pratica lo loro intera escursione allinterno del nucleo medesimo. Da ci` la larga insensibilit` dellevoluzione del nucleo alle caratteristiche o a dellinviluppo, che viene sentito come una trascurabile modica alle condizioni al bordo del nucleo P0 e T0. Caratteristica di queste fasi ` anche lestrema sottigliezza della shell di e combustione dellidrogeno. Nelle fasi pi` avanzate lintera energia nisce con lessere prodotta u in uno strato contenente non pi` di 103 104 della massa totale ( fase di shell sottile). Per u meglio comprendere questa evidenza si pu` usare unimmagine gastronomica, asserendo che o lidrogeno viene bruciato alla piastra: viene infatti combusto giusto lidrogeno che viene in contatto con la supercie arroventata del nucleo di elio. Si osservi anche come il nucleo, pur giungendo a contenere pi` di met` della massa u a stellare, rimanga sempre di dimensioni estremamente ridotte. Una Gigante Rossa ` dunque e formata da un esteso e tenue inviluppo ricco di idrogeno che quasi galleggia attorno ad un punto, il nucleo, che fornisce gravit`. A confortare tale pittura basti avvisare che a met` del a a raggio di una Gigante Rossa la densit` ` ancora inferiore alla densit dellatmosfera terrestre. ae Aggiungiamo inne che il nucleo cresce col tempo in massa ma non in raggio, raggio che anzi diminuisce leggermente e progressivamente. Questo processo si pu` comprendere osservando o che lidrogeno trasformandosi in elio aumenta la massa del nucleo di He degenere, e gi` a sappiamo che le strutture degeneri al crescere della massa devono diminuire il raggio. Tale diminuzione non segue peraltro esattamente la relazione delle Nane Bianche perch il nucleo e di He ` solo parzialmente degenere. e In conclusione, le Giganti Rosse di piccola massa formano ed accrescono nel loro interno una embrione di stella di elio che giunger` inne ad innescare la combustione 3 una volta a raggiunta la indicata massa critica. Si comprende anche cos` la limitata inuenza di massa i e composizione chimica originaria sul valore di tale massa critica. Stelle di massa minore di 0.5 M 0 non sono ovviamente in grado di inescare la combustione di elio. Esse dovranno

7 Tab. 2. Evoluzione temporale dei parametri sici per la struttura di 0.9 M Fase Sequenza Principale Esaurimento H centrale RG: L=1.5 RG: L=2.0 RG: L=3.0 ash: L=3.3 log Tc 7.10 7.29 7.56 7.66 7.82 7.88 log c 1.9 2.4 5.2 5.5 5.9 6.0 log Pc 17.4 18.0 21.3 22.0 22.5 22.3 di Fig. 6.6

log R(cm) 10.7 10.8 11.7 12.2 12.5 12.7

terminare la loro evoluzione con una fase di rareddamento sotto forma di Nane Bianche di elio. La Tabella 2 riporta levoluzione temporale di alcuni parametri strutturali caratterizzanti levoluzione di una piccola massa sino al ash. Notiamo solamente come losservazione delle Giganti Rosse e dei loro successori evolutivi consenta di sperimentare astronomicamente il comportamento di un gas di elio a temperature di poco inferiori ai 100 milioni di gradi e a densit` dellordine di 1 tonnellata per centimetro cubo, ben al di l` quindi delle possibilit` a a a sperimentali nei laboratori terrestri.

6.3. Giganti Rosse di piccola massa: primo dredge up e velocit` evolutiva a


Levoluzione di una stella di piccola massa nella fase di Gigante Rossa presenta ulteriori e rilevanti caratteristiche che meritano di essere esaminate in dettaglio anche perch se e ne ricavano ulteriori opportunit` di possibili e talora soprendenti riscontri osservativi. La a Fig. 6.9 mostra levoluzione della massa del nucleo di elio e della profondit` dellinviluppo a convettivo in funzione della luminosit` della struttura. I dati in gura mostrano come per a luminosit` maggiori o dellordine di logL l.5 si manifesti una correlazione tra luminosit` a a e massa del nucleo di elio, largamente indipendente dai parametri evolutivi della struttura. La massa del nucleo di elio ssa quindi con buona approssimazione la luminosit`, mentre a linviluppo governa la temperatura ecace il raggio) della struttura. La stessa gura mostra come la convezione dellinviluppo raggiunga alla sua massima estensione una frazione di massa Mr 0.3, interessando dunque strati parzialmente elaborati nuclearmente nel corso della combustione centrale di idrogeno che. a causa della bassa dipendenza dalla temperatura della catena pp, ha interessato una porzione relativamente vasta della struttura. Ne segue che il rimescolamento convettivo arricchir` la supercie della a stella con elio prodotto dalle combustioni, producendo nel contempo una discontinuit` nelle a abbondanze di elio e di idrogeno in corrispondenza del limite inferiore raggiunto dalla convezione (Fig. 6.8). Per la prima volta nella sua storia la stella subisce quindi un dredge up, cio` il trasporto e negli strati atmosferici di prodotti delle combustioni interne. Tale dredge up, oltre che a portare in supercie elio, alterer` anche labbondanza superciale di elementi secondari che, a se pur coinvolti in reazioni nucleari scarsamente ecienti ed energeticamente trascurabili, hanno avuto il tempo nella ormai lunga storia della stella di modicare lentamente la loro abbondanza originaria. Ci si attende cos` che nelle atmosfere di giganti di piccola massa si i riduca labbondanza di 12 C, orientativamente di circa il 30%, e che si raddoppi 14 N come conseguenza di una sia pur modesta ecienza delle reazioni CNO in una vasta regione interna. Lo sviluppo del dredge up ` quindi un segnale di evoluzione interna che raggiunge e la supercie della stella dove pu` essere rivelato ed analizzato spettroscopicamente. o Il dredge up, creando una discontinuit` nellabbondanza di idrogeno, nisce inoltre col a produrre un ulteriore fenomeno osservabile. La Fig. 6.9 mostra infatti come al crescere in

Fig. 6.8. Andamento schematico della abbondanza di idrogeno in una struttura di piccola massa dopo il primo dredge up .

Fig. 6.9. Evoluzione temporale della massa del nucleo di He (Me) e della profondit dellinviluppo convettivo (Mce) in funzione dela luminosit della struttura per alcuni modelli di Gigante Rossa. I numeri tra parentesi riportano, nellordine, la massa, il contenuto originario di elio e la metallicit dei modelli .

massa del nucleo di elio la convezione venga respinta verso lalto, mantenendosi in contiguit` a del nucleo stesso, con la shell di combustione che nisce necessariamente col raggiungere la zona della discontinuit`. I modelli predicono che quando la shell incontra la discontinuit`, a a la struttura reagisce dimunendo leggermente la luminosit` (logL 0.03) per riprendere la a sua regolare ascesa sul ramo delle giganti dopo essersi adattata alla nuova abbondanza di idrogeno. Vi ` dunque un breve tratto del ramo delle giganti che viene percorso in totale tre e volte, e nel quale le stelle spendono quindi un tempo eccezionalmente lungo rispetto ai tempi con i quali vengono percorsi gli altri tratti del ramo. Corrispondentemente ci si attende che ci` venga segnalato da una anomala sovrabbondanza di stelle, puntualmente osservata nei o diagrammi osservativi degli animassi globulari (Fig. 6.10), cui viene dato il nome di Red Giant Bump. Per portare tale problematica in forma quantitativa possiamo denire = dt t logL dlogL

tempo specico impiegato da una stella per percorrere un tratto il Ramo delle Giganti, inverso di una corrispondente velocit` evolutiva. Dai modelli stellari si ricava, fuori dal bump, a log logL. Si pu` mostrare che tale proporzionalit` discende dallesistenza di una relazione o a massa del nucleo-luminosit`. La fase in cui la shell incontra la discontinuit` introduce in a a questa regolare dipendenza un temporaneo allungamento dei tempi evolutivi. I risultati dei calcoli evolutivi, come riportati in Fig 6.11, indicano che luminosit` e consistenza del a bump dipendono dalla massa e dalla composizione chimica della stella evolvente. Dai dati in gura si ricava in particolare che la luminosit` decresce al diminuire dellelio originale e/o a

Fig. 6.10. Diagramma CM dellammasso globulare galattico 47Tuc, con indicato levidente RG bump.

Fig. 6.11. Logaritmo dei tempi specici in funzione di logL per una Gigante Rossa di 0.8 M per tre modelli con le indicate abbondanze originali di idrogeno (X) e d metalli (Z). Per ogni modello sono indicati i sovratempi prodotti dallincontro della shell di combustione con la discontinuit` a chimica.

allaumentare della metallicit`, come peraltro si pu ricavare anche dai dati in Fig.6.8. La a luminosit` del bump decresce inoltre anche al diminuire della massa. a Notiamo inne che una Gigante Rossa approssima ma non realizza a pieno una struttura completamente convettiva. Conseguentemente ` quindi improprio, anche se diuso, identie care la traccia di una gigante con la relativa traccia di Hayashi. Pi` propriamente diremo che u un gigante si colloca su una isoconvettiva corrispondente al limite eettivo della convezione dato dalla massa del nucleo di elio. Da tali considerazioni discende anche che la collocazione della traccia di gigante NON dipende dai meccanismi di combustione dellidrogeno ma solo dalle dimensioni del nucleo di elio e dalle caratteristiche (massa e composizione chimica) dellinviluppo.

6.4. Linee evolutive e isocrone di ammasso. La Red Giant Transition


Le considerazioni evolutive sin qui svolte ci pongono in grado di predire levoluzione di una struttura stellare lungo tutta la sua fase di combustione di H una volta che ne sia stata ssata la massa e la composizione chimica originaria. Tali predizioni consentono di procedere alla

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Fig. 6.12. Linee evolutive (punti) per una pressata composizione chimica e per gli indicati valori delle masse. Le linee mostrano le corrispondenti isocrone, per quattro diverse et (in miliardi di anni).

ricostruzione della distribuzione nel diagramma HR di stelle in ammassi stellari, per le quali ` lecito assumere una comune et` e composizione chimica. Si dovr` a tale scopo identicare e a a il luogo del diagramma HR ove si distribuiscono stelle con pressata composizione chimica al variare della massa e per ogni pressata et` dellammasso. Il luogo cosi identicato prende a il nome di isocrona. La costruzione di un isocrona resta collegata al calcolo di un suciente campione di tracce evolutive al variare della massa stellare, cosi da ricavare tramite opportune interpolazieni delle relazioni L(M,t) e Te(M,T) fornite dalle tracce stellari landamento dei due parametri L e Te in funzione della massa per ogni pressata et`. La Fig. 6.12 mostra un esempio dei a risultati di tali procedure, dal quale si riconosce come le isocrone, pur conservando una stretta analogia con le tracce evolutive, siano cosa essenzialmente diversa. Poich` al crescere della e masse diminuiscono i tempi evolutivi, una tipica isocrona sar` formata dalle masse minori a ancora in sequenza principale per avere tempi evolutivi di sequenza maggiori della ssata et`, a ed un ristretto intervallo di masse che si distribuiscono nelle fasi fuori sequenza. Allavanzare della fase evolutiva cresce in generale la velocit` di evoluzione, intesa come velocit` con la a a quale viene percorsa lascissa curvilinea del cammino evolutivo. Di conseguenza diminuisce il gradiente di massa lungo lisocrona e lisocrona stessa nisce col coincidere con la traccia evolutiva della tipica massa in fase di evoluzione avanzata. Nel caso di isocrone popolate da piccole masse (et` superiori a qualche miliardo di anni) a ci` avviene circa in corrispondenza della base del ramo delle giganti rosse (RGB= Red Giant o Branch): non solo per tale ramo ma anche per tutte le successive fasi di combustione nucleare ` lecito confondere lisocrona con la traccia evolutiva e, in tal caso, assumere che il e popolamento dellisocrona sia proporzionale ai relativi tempi evolutivi ( A6.5). Il popolamento della Sequenza Principale risulta invece governato dalla distribuzione delle masse, distribuzione che torner` a governare anche il popolamento della fase nale di rareddamento a delle Nane Bianche, che giunge nuovamente a coprire lunghi tempi evolutivi. La Fig. 6.13 riporta a titolo di esempio un fascio di isocrone calcolate per diverse et` a nellintervallo 3-24 miliardi di anni. E immediato riconoscere come tali isocrone rendano

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Fig. 6.13. Linee isocrone per le fasi di combustione di H. Le isocrone sono ordinate da 1 a 19 e per ogni isocrona ` riportatata let` in 1010 anni). e a

pienamente conto - almeno qualitativamente- di una parte notevole della distribuzione nel diagramma CM osservate negli ammassi globulari, che deve quindi essere interpetata come evidenza di stelle in fase di combustione di idrogeno, al centro e in shell. La variazione delle isocrone con il tempo rappresenta 1o orologio con cui potremo valutare let` degli ammassi a stellari, orologio calibrabile tramite la luminosit` del punto di massima temperatura ecace a (punto di Turn O) segnalato in gura. Si preferice la luminosit` perch la temperatura a ecace, altra possibile scelta, ` aetta dalle incertezze sul trattamento della convezione e superciale superadiabatica. Da un punto di vista della modellistica stellare notiamo che al crescere dellet` diminuisce la massa delle giganti e il ramo delle giganti s sposta leggermente a verso le minori temperature, in accordo con la gi` dicussa dipendenza della traccia di Hayshi a dalla massa. La presenza nei diagrammi osservativi delle ulteriori fasi di Ramo Orizzontale (HB) e di Ramo Asintotico(AGB) viene ora automaticamente a congurarsi come evidenza di fasi successive alla combustione dellidrogeno, dunque alle fasi di combustione dellelio. Il Ramo delle Giganti segnala linstaurarsi della degenerazione elettronica nei nuclei di elio nella fase di combustione a shell dellidrogeno e segnala quindi nel contempo, la presenza sul ramo di stelle di piccola massa e di conseguenza una et` dellammasso di a almeno qualche miliardo di anni. Troviamo cosi conferma allipotesi di lavoro avanzata giusto allinizio della nostra indagine secondo la quale rosso signica vecchio. Ammassi o, pi` u in generale, popolazioni stellari giovani non producono rami d giganti e vi dominano stelle blu di MS. Allaumentare dellet` diminuisce la massa evolvente e, allorch si raggiunge la a e massa critica per la degenerazione dei nuclei di elio, appare il ramo delle giganti. Si ha cos` i una rapida transizione a popolazioni dominate da giganti a bassa temperatura, designata in letteratura come la Red Giani Transition. Sulla base di una approfondita valutazione dellandamento delle isocrone teoriche, trasportate nel piano osservativo Colore-Magnitudie, si sviluppano i programmi interpretativi che consistono, in linea generale, nellidenticare lisocrona che rende ragione della distribuzione osservatva, ricavando cosi indicazioni non solo sullet` ma anche su altri ima portanti parametri degli ammassi. A titolo di esempio anticipiamo in Fig. 6.14 un esempio del confronto teoria osservazione dal quale si ricava per lammasso globulare M5 un et` di a 12 Gyr e un modulo di distanza (m-M)V 14.6 mag. E duso inoltre identicare nelle

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Fig. 6.14. Confronto tra le isocrone teoriche e la osservata distribuzione nel diagramma CM delle stelle nellAmmasso Globulare galattico M5.

isocrone tutta una serie di parametri con chiara corrispondenza osservativa e larga adabilit` teorica, quale ad esempio la luminosit` del Turn O, da cui ottenere informazioni a a sullo stato evolutivo di un ammasso. Nella pratica si tende a indagare il maggior numero possibile di relazioni teorico osservative non soltanto per sopperire a possibili indeterminazioni teoriche (quali quelle sulla temperatura ecace delle Giganti Rosse) ma anche per sincerarsi attraverso la ridondanza del sistema, della piena adeguatezza del quadro teorico, garantendo la congruit` di tutti a gli ingredienti sci che sono alla base delle valutazioni evolutive. In questo senso le stelle niscono col fornirci informazioni non solo sulla loro stessa storia, ma anche sulle leggi fondamentali della sica e sulla conseguente ecienza di meccanismi sici quali le reazioni nucleari, le interazioni deboli e cosi di seguito. Di particolare rilevanza ` anche luso delle e strutture stellari per porre condizioni alle possibili evoluzioni verso la nuova fsica richiesta dallevidenza di una massa dei neutrini. Cos` ad esempio, levidenza osservativa ha coni, sentito di dedurre dalle strutture stellari un limite superiore di IO11 magnetoni di Bohr al momento magnetico del neutrone, perfezionando i limiti di laboratorio. Osserviamo inne che, ove sia assegnata una distribuzione di massa iniziale, attraverso le isocrone ` facile ricavare non solo il luogo geometrico della distribuzione delle stelle nel e diagramma HR (e CM) ma anche la distribuzione delle singole stelle lungo tale luogo, costruendo quelli che nel seguito indicheremo come Diagrammi HR Sintetici.

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Approfondimenti
A6.1. Ecienza della convezione superadiabatica. Indeterminazione sui raggi stellari.
Il corrente trattamento della convezione superadiabatica negli inviluppi stellari richiede di operare assunzioni sul valore del parametro libero 1 = lunghezza di rimescolamento. Tale parametro ` in e genere assunto dellordine di grandezza dellaltezza di scala della pressione HP , denita come la lunghezza su cui nella stella la pressione si riduce di 1 e-mo HP = dr dlogP

Con analoga denizione ` stata usata anche laltezza di scala della densit` H che ha il pregio e a di non consentire inversioni di pressione ma il contemporaneo difetto di richiedere valutazioni pi` u onerose, attraverso opportune iterazioni. Per HP si ha infatti direttamente 1 dlogP 1 dP GMr = = = HP dr P dr P r2 mentre per H , ricordando che P =
T H

da cui dlogP = dlog + dlogT , si ha

1 dlog dlogP dlogT = = H dr dr dr che mostra come il valore di H dipenda dal gradiente di temperatura che esso stesso condiziona, da cui la necessit` di procedure iterative. Si noti che risulta H = Hp /(1 ) , da cui risulta H > HP a ma anche 1 che ` facilmente riconoscbile come condizione per non avere inversioni di densit`. e a La lunghezza di rimescolamento regola d fatto lecienza della convezione: diminuire l signica ridurre lecienza del trasporto convettivo (nullo per l=0) e di conseguenza aumentare il gradiente locale, sino a portarlo sul gradiente radiativo per l=0. La Fig.6.15 riporta i risultati di un esperimento numerico, mostrando leetto di diverse assunzioni su l sullandamento di pressione e temperatura nellinviluppo di una struttura di 1 M supposta a logL=3, logTe=3.57. Minore il valore di l maggiore il gradiente, e quindi viene raggiunta pi` rapidamente la ionizzazione totale e minore ` u e lestensione della zona convettiva. In ogni caso, tutte le integrazioni convergono verso linterno ad un comune andamento, a indicazione che il trattamento della convezione superadiabatica non modica la struttuta interna di una stella e, quindi, non inuenza la luminosit` della struttura. Le variazioni a indotte nella zona convettiva diventano infatti rapidamente trascurabili a confronto della variazioni nelle zone pi` interne. u Ne segue la regola generale per la quale lincertezza su l si traduce in una incertezza sui raggi stellari (sulle temperature ecaci) ma non sulle luminosit`. Leetto sulle strutture stellari pu` a o essere compreso osservando che se la temperatura centrale ` determinata dallecienza delle reazioni e nucleari allora minore l implica maggior gradiente nelle regioni superadiabatiche e, in denitiva, minore temperatura ecace alla superfcie (= maggiori raggi stellari). Tale eetto risulta tanto pi` rilevante quanto minore la densit` degli inviluppi e, quindi, tanto maggiore la richiesta di u a superadiabaticit`. a La Fig.6.16 mostra le varie collocazioni nel diagramma HR di una Sequenza Principale calcolata con diverse lunghezze di rimescolamento. Strutture con logTe 3.9 non risentono del valore della

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Fig. 6.15. Correlazione tra pressione e temperatura nellinviluppo di una struttura di 1 M (Y=0.20. Z=4 104 ) posta a log L/L = 3, logTe=3.57 per diverse assunzioni sul valore della lunghezza di rimescolamento.

Fig. 6.16. Collocazione nel diagramma HR di Sequenze principali (Y=0.10, Z=103 ) per varie assunzioni sulla lunghezza di rimescolamento.

mxing length per avere inviluppi radiativi o con convezione in questo contesto trascurabile. Al di sotto di questa temperatura, come previsto, allaumentare della mixing length le strutture si spostano verso temperature ecaci maggiori. Si noti peraltro come al diminuire della massa, e al conseguente decrescere della temperatura ecace, linuenza della mixing length torni a decrescere. Ci` ` dovuto al fatto che al decrescere della massa cresce la densit` negli inviluppi e stelle di massa oe a molto piccola tendono conseguentemente a sviluppare strati convettivi sempre pi` adiabatici. u Levoluzione verso una Gigante Rossa implica invece unespansione degli inviluppi ed una drastica diminuzione delle densit` subatmosferiche, con conseguente richiesta di forte superadiabaticit`. a a Se ne hanno, in linea di principio, le drammatiche consegueze illustrate in Fig.6.17 nel caso di una struttura di 1 M . La Figura mostra come la lunghezza di rimescolamento abbia una limitata inuenza anche sulla luminosit` del Bump delle Giganti Rosse. Aumentando il valore di l tale a luminosit` tende ad aumentare leggermente: se ne trae levidenza che allaumentare di l diminuisce a leggermente la profondit` massima raggiunta dalla convezione superciale. a Allo stato attuale delle nostre conoscenze il valore della lunghezza di rimescolamento deve essere ricavato tramite opportune calibrazioni su strutture reali. E molto usata la calibrazione su Modelli Solari Standard che fornisce il valore l 1.9Hp . A priori, nulla garantisce che tale calibrazione possa essere estesa a strutture con masse, composizioni chimiche e fasi evolutive diverse. E peraltro di grande interesse rilevare che lo stesso valore di l produce la corretta temperatura ecace per i rami delle Giganti Rosse negli Ammassi Globulari sopra un esteso intervallo di metallicit`, talch la a e

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Fig. 6.17. Tracce evolutive di una stella di 1 M per le varie indicate assunzioni sulla lunghezza di trimescolamento.Le frecce indicano la collocazione del Bump delle Giganti Rosse. scelta = 1.9 appare al momento la pi` corretta. Notiamo inne che usare un SSM come calu ibratore implica tenere nel dovuto conto gli eetti della diusione degli elementi allinterno della struttura. Pseudo-SSM calcolati senza diusione forniscono il valore 1.6, talvolta incongruamente utilizzato in taluni calcoli evolutivi.

A6.2. Stelle decienti o prive di metalli. La Popolazione III


Il quadro generale delle fasi di combustione dellidrogeno tracciato per le varie popolazioni stellari risulta sensibilmente modicato quando si considerino strutture stellari estremamente povere o addirittura del tutto prive di metalli. Non ` questa peraltro una pura esercitazione numerica: se - come e fondatamente riteniamo - la materia emersa dal Big-Bang era priva di elementi pesanti, la prima generazione stellare da essa formatasi doveva necessariamente essere composta da stelle di puro idrogeno-elio. Anche se i processi di arricchimento hanno inne portato la stragrande maggioranza delle stelle della nostra galassia a possedere metallicit` superiori o dellordine di Z = 104 , stelle a prive o poverissime di metalli devono essersi formate, popolando a tuttoggi lalone galattico ove si sono osservate sia pur rare stelle con metallicit` inferiore a quella degli ammassi globulari, sino a Z a 107 . Lo studio di queste strutture decienti in metalli appare quindi di grande rilevanza quando si vogliano ricostruire le caratteristiche evolutive delle popolazioni stellari che, con la loro esistenza, hanno dato inizio allevoluzione chimica della materia galattica. Per comprendere la peculiarit` delle a stelle prive di metalli, ` utile innanzitutto richiamare le ragioni della larga similarit` dellevoluzione e a in fase di combustione di idrogeno al variare del contenuto originario di metalli anche di ordini di grandezza nelle Popolazioni I e II. La presenza dei metalli inuisce sulle strutture stellari attraverso, essenzialmente, i coecienti di opacit` e di generazione di energia. Al variare dei metalli a le variazioni di opacit` possono essere sensibili ma non drammatiche perch` anche in assenza di a e metalli permangono tutti i meccanismi di opacit` collegati in ogni caso allidrogeno ed allelio. N a e sono drammatiche , in genere, le conseguenze della variata ecienza del ciclo CNO: stante lalta dipendenza del ciclo dalla temperatura, le strutture reagiscono ad una diminuzione degli elementi CNO incrementando modestamente le temperature centrali sino a recuperare il soddisfacimento del fabbisogno energetico. Questultimo meccanismo ` quello che viene a cadere quando si assumano strutture stellari e totalmente prive di metalli. La catena pp resta di fatto lunica possibile sorgente di energia e le stelle in fase di presequenza dovranno necessariamente continuare a contrarre no a raggiungere temperature tali da estrarre da questa catena di reazioni il loro intero fabbisogno energetico. Le conseguenze, come illustrate in Fig.6.18 possono diventare drammatiche. Al crescere della massa, laumento delle temperature centrali non ` pi` calmierato dallintervento del ciclo CNO e la e u

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Fig. 6.18. Andamento delle temperature centrali in funzione della massa per stelle di MS prive di metalli. La lnea continua mostra le temperature ricavate sotto la condizione di pura combustione pp. La linea a punti indica la modica causata dalla produzione di carbonio tramite reazioni 3. La linea a tratti indica le temperature centrali per stelle di normali popolazioni.

Fig. 6.19. Tracce evolutive per stelle di piccola massa e per i due indicati valori di metallicit`. a

temperatura continua a crescere sino a raggiungere attorno alle 15 M i 108 K, cio` la temperatura e di innesco delle reazioni 3. Allulteriore crescere della massa si manifesta un fenomeno del tutto nuovo, peraltro qualitativamente prevedibile. A 108 K inizia infatti la combustione 3 che fornisce carbonio il quale, a sua volta, abilita il ciclo CNO, riducendo il fabbisogno di temperatura. La produzione di carbonio cessa solamente quando lecienza del ciclo riporta la temperatura sotto la soglia delle reazioni 3. La conseguenza nale ` che, allulteriore crescere della massa la temperatura e tende a stabilizzarsi attorno ai 108 K mentre aumenta la quantit` di carbonio prodotto e messo a a disposizione delle regioni centrali convettive. E questo il primo manifestarsi di un fenomeno generale che caratterizza levoluzione in fase di idrogeno delle stelle prive di metalli: ogniqualvolta in fase di combustione di idrogeno levoluzione tende a portare le temperature oltre la soglia di innesco delle 3 interviene la produzione di carbonio che stabilizza la temperatura. Fenomeni simili sono attesi anche in strutture in cui il CNO sia estremamente sottoabbondante. Nel seguito deniremo come strutture di Popolazione III tutte quelle strutture prive o sottoabbondanti di metalli nella cui evoluzione si manifestano fenomeni di combustione contemporanea H-He, separandole cos` da strutture anche molto povere di metalli (estrema Pop. II) la cui evoluzione segue le generali prescrizioni ricavate per le stelle di Pop. I e Pop. II.

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Fig. 6.20. Eetto di metallicit` sullevoluzione fuori sequenza di stelle di piccola massa. a Tab. 3. Andamento di variabili strutturali per una stella di MS di 10 M al variare della metallicit`. a MCC e Lpp rappresentano rispettivamente la frazione di massa nel nucleo convettivo e la frazione di luminosit prodotta dalla combustione pp. Z 0 108 106 105 4 104 logL 3.76 3.74 3.73 3.73 3.72 logTe 4.61 4.59 4.55 4.51 4.47 Mcc 0.16 0.36 0.38 0.38 0.36 Lpp 1.00 0.87 0.16 0.05 0.01 logTc 7.82 7.79 7.71 7.66 7.56 logc 2.04 1.92 1.70 1.53 1.25

Una notevole caratteristica delle stelle sottoabbondanti in metalli riguarda le dimensioni dei nuclei convettivi. Al diminuire della metallicit` da valori solari a Z = 104 la luminosit` delle stelle di a a MS tende ad aumentare, con il conseguente e gi` ricordato aumento dei nuclei convettivi. Al continuo a diminuire della metallicit` deve crescere sempre pi` il contributo della catena pp che, al limite Z= a u 0, ` lunica eciente. Sappiamo peraltro che la combustione pp tende a deprimere le dimensioni dei e nuclei convettivi. La conseguenza che attorno a Z =105 i nuclei convettivi raggiungono un massimo per poi decrescere con continuit` sino a raggiungere un pronunciato minimo per Z = O, (Tabella 3). a Constateremo nei prossimi capitoli come tali variazioni abbiano importanti conseguenze sul destino nale delle stelle. La Fig. 6.19 mostra gli eetti della sottoabbondanza metallica in stelle di piccola massa. La scomparsa della fase di overall contraction testimonia la scomparsa dei nuclei convettivi, cos che per Z = 108 anche una stella di 2.5 M si comporta come una struttura di MS inferiore. i Linuenza di Z sulla caratteristiche dellevoluzione fuori sequenza ` inne mostrata in Fig.6.20 e : si verica come la diminuzione del contenuto metallico da Z = 104 a Z =108 non inuenzi ormai in maniera sensibile n la posizione di SP n la collocazione delle Giganti Rosse. Ci` ` e e o e da collegarsi alla scarsa inuenza che ormai i metalli hanno sulla opacit` della materia, inuenza a che attorno a Z 105 - 106 diviene del tutto trascurabile. Le diverse modalit` di uscita dalla a MS e di evoluzione di subgigante corrispondono invece a necessit` della struttura chiaramente a interpretabili. In stelle di piccola massa lo spostamento della struttura verso la sua traccia di Hayashi corrisponde allinstaurarsi d un eciente combustione a shell tramite CNO. Minore labbondanza di questi elementi pi` la stella deve aspettare ad eseguire il passaggio evolvendo nei pressi della u sequenza principale. E questa una prima indicazione diretta delleetto di variazioni di abbondanza

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Fig. 6.21. Evoluzione strutturale di una stella di 0.7 M , Y= 0.20, Z=103 durante la fase di innesco dellelio. Nel pannello superiore ` riportato lo sviluppo temporale della convezione durante e i vari ash. La linea a punti indica landamento della posizione del massimo di temperatura. Nel pannello inferiore sono riportati, in luminosit solari, gli andamenti della luminosit totale (L) ed i contributi a questa delle combustioni d H e di He. Il tempo t ` in 106 anni. e degli elementi CNO in stelle della SPI. Si noti inne come la luminosit` cui avviene il ash vada a progressivamente decrescendo con Z, in corrispondenza delle crescenti temperature interne. Nello scenario in precedenza adottato, le tracce evolutive nelle Pig. 6.19 e ?? sono da riguardarsi come evoluzioni di normale ed estrema popolazione II. Stelle di 0.9 M con Z = 0 sono invece costrette a produrre carbonio quando ancora al centro residua idrogeno, e percorrono il ramo delle giganti con una shell di idrogeno parzialmente alimentata dal carbonio prodotto attraverso reazioni 3. Tra i problemi particolari posti dallintegrazine di strutture di Popolazione III citiamo inne la necessit` di riguardare alle alte temperature l3 He come un vero e proprio elemento secondario, a stanti i brevi tempi di equilibrio. Questo elemento non deve quindi essere rimescolato nelle zone convettive interne. Trascurare questa avvertenza provocherebbe una abbondanza spuria di 3 He al centro della stella, da cui un ttizio incremento della produzione di energia ed un conseguente aumento dei nuclei convettivi.

A6.3. Il ash dellelio.


Abbiamo gi` indicato come linnesco dellelio in stelle di piccola massa avvenga tramite un processo a reazionato positivamente che porta ad un ash di ecienza delle reazioni di fusione 3a. A causa del rareddamento indotto dai neutrini linnesco dellelio avviene in una shell, la cui distanza dal centro dipende dai parametri di massa e di composizione chimica della stella. Calcoli dettagliati mostrano come un primo e pi` violento ash riesca a rimuovere la degenerazione elettronica negli strati u sovrastanti la shell di innesco. Il processo procede quindi, in maniera sucientemente complessa, attraverso una serie successiva di ash secondari, intervallati nel tempo e progressivamente sempre pi` prossimi al centro della stella, sinch la degenerazione ` completamente rimossa in tutto il nucleo u e e di elio ed inizia la fase di combustione quiescente di elio al centro della struttura. La Fig. 6.21 riporta alcune caratteristiche di tali fasi calcolate per una stella di massa M = 0.7 M , Y=0.20 e Z = 103 . Si noti in particolare come lespansione indotta dal ash principale (il primo) negli strati esterni del nucleo di elio produca Io spengimento della shell di idrogeno che

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Fig. 6.22. Percorso nel diagramma HR della struttura di cui alla Fig.6.21 durante la fase di innesco dellelio. Il cerchietto pieno indica la posizione al ash principale; la stella linizio della fase quiescente di combustione centrale di elio. II tempo t ` in milioni di anni. e recuperer` la sua ecienza solo gradualmente, tornando a contribuire sostanzialmente alla struttura a solo in prossimit` dellinizio della fase di combustione di elio quiescente. I risultati principali di a tali calcoli, eseguiti sotto le usuali assunzioni di simmetria sferica e convezione interna adiabatica, possono essere riassunti nei due seguenti punti fondamentali: 1. La convezione nel nucleo resta separata, sia pur di poco (Mr 2103 ) dalla base della shell di idrogeno. Non si attendono quindi rimescolamenti che si ripercuotano sulla successiva ecienza di questa shell. 2. Nel corso dei vari ash si giunge a sintetizzare una quantit` di carbonio dellordine 12 X 0.05, a omogeneamente distribuito nel nucleo di elio. La Fig.6.22 riporta il cammino evolutivo della struttura di cui alla Fig.6.21 durante la fase dei ash e sino ai raggiungimento della combustione quiescente dellelio centrale. Poich la durata di e questa fase risulta dellordine di 106 anni, a fronte dei 108 anni tipici per levoluzione di gigante rossa nello stesso intervallo di luminosit`, ci si attende di osservare circa una stella in fase di ash a per ogni 100 giganti rosse. Questo rende pienamente conto della lacuna osservabile negli ammassi globulari tra il ramo delle giganti e la successiva fase di combustione di elio.

A6.4. Massa limite per la combustione dellidrogeno. Nane Brune.


In una struttura stellare di Sequenza Principale al diminuire della massa aumenta la densit` necesa saria per raggiungere le temperature di combustione dellidrogeno. Ci` pu` essere compreso anche o o attraverso semplici valutazioni di ordini di grandezza. Abbiamo infatti gi` visto ( A4.3) come dal a Viriale si ricavi per la temperatura media di una struttura T dalla quale, poich` M 7R3 si ricava anche e T 1/3 M 2/3 e quindi per mantenere temperature di combustione al diminuire della massa aumenta la densit`. a Aumenta conseguentemente il richio di degenerazione elettronica sino a raggiungere una massa limite al di sotto della quale le stelle degenerano in presequenza e non giungono ad innescare le reazioni dellidrogeno. Abbiamo gi` indicato come tale massa limite si aggiri attorno a 0. 1 M . Valutazioni a pi` accurate richiedono un corrispondentemente accurato trattamento della complessa equazione di u stato, ove le interazioni coulombiane rivestono un ruolo rilevante. La Fig.6.23 riporta una serie di tracce evolutive di strutture di piccola e piccolissima massa in fase di contrazione gravitazionale. Nel caso illustrato si trova una massa limite pari a 0.08 M . Si M R

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Fig. 6.23. Sequenze di contrazione per strutture di piccola e piccolissima massa. noti come al diminuire della massa crescano notevolmente i tempi di presequenza delle strutture che giungono ad innescare lidrogeno, cosi che, al limite, la 0.08 M raggiunge la MS solo dopo alcune centinaia di milioni di anni. Il completamento della sequenza principale alle minori luminosit` a richiede dunque un lungo periodo di tempo, accadimento di cui si deve tener conto nel costruire le isocrone di ammassi stellari con et` al di sotto di 1 Gyr. a Strutture al di sotto della massa limite non innescano lidrogeno e contraggono sino a raggiungere il raggio della struttura degenere: la successiva evoluzione consister` nel progressivo rareddamento a della struttura che andr` diminuendo progressivamente luminosit` e temperatura ecace seguendo a a una sequenza di raggio costante. La Fig.6.23 mostra come tali strutture si dispongano a formare un prolungamento della MS verso le basse luminosit`, mostrando nel contempo come lulteriore a allungamento dei tempi di contrazione porti alla predizione che anche per et` dellordine di 10 Gyr a tale prolungamento debba risultare popolato da oggetti che mantengono luminosit` che scalano a regolarmente a partire dallestremo inferiore della MS. A fronte di tale evidenza, lantica designazione di Nane Nere (Black Dwarf) data in origine a questi oggetti ` stata sostituita da Nane Brune (Brown Dwarf) a signicare la prevista sopravvivenza e di non trascurabili capacit` radiative. A livello di nomenclatura, aggiungiamo inne che le stelle a che popolano lestremit` inferiore della MS ( M 0.4 - 0.3 M ) vengono di norma designate con il a termine di strutture VLM (Very Low Mass ).

A6.5. Isocrone teoriche e funzioni di luminosit` per Ammassi Globulari a


La collocazione nel diagramma HR delle stelle di un ammasso stellare deve essere considerata come il luogo, ad un pressato tempo t0 (isocrona), dei punti rappresentativi di stelle in moto lungo traiettorie pressate le tracce evolutive) determinate, per ogni assunta composizione chimica, dallunico parametro M = massa delle stelle. Si ` qui assunto implicitamente che le uttuazioni nei tempi e della formazione stellare siano trascurabili rispetto ai tempi evolutivi. Lungo un isocrona ` dunque e L = L(M,t] Te=Te(M,t) al variare del parametro M. Con terminologia mutuata dallidrodinamica diremo in denitiva che le tracce evolutive delle strutture costituiscono le linee di corrente del uido stellare, mentre lisocrona rappresenta la linea materiale del uido allistante t=t0 . Si ` gi` indicato come nelle fasi evolutive avanzate aumenti la velocit` evolutiva, denibile e a a attravesro il valore delle derivate (L/t)M e (Te /dt)M che regolano la variazione con il tempo della posizione di una struttura nel diagramma HR. Si ` anche intuitivamente indicato come in tali e

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Fig. 6.24. La relazione massa luminosit` lungo isocrone teoriche per et` comprese tra 9 e 321 a a miliardi di anni. condizioni sia lecito confondere lisocrona con la traccia evolutiva comune al ridotto intervallo di tracce evolventi. Possiamo precisare le motivazioni e i limiti di una tale approssimazione denendo lungo una generica isocrona la variabile curvilinea S, cosi che S(M,t) risulti univocamente detrminata e implicitamente resolubile rispetto a qualsivoglia delle variabili M,t. Dalla denizione di isocrona si ha allora: t t )S dM + ( )M dS M S da cui si ottiene per la variazione delle masse lungo lisocrona dt(M, S) = ( M M t )t = ( )S ( )M S t S Si verica cosi innanzitutto che per ( M S )M ( )t 0 t S cio` che al crescere della velocit` evolutiva (S/t)M tende a zero la variazione di massa lungo e a lisocrona. Losservazione fornisce non solo la collocazione nel diagramma HR della linea isocrona, ma anche il numero di stelle dN che popolano lintervallo di ascissa curvilinea dS. Il dato osservativo =dN/dS ` correlabile alle propriet` evolutive, risultando e a ( M M t )t = (M )( )S ( )M S t S avendo indicato con (M) = dN/dM la distribuzione di masse propria dellammasso (IMF = Initial Mass Function). E facile riconoscere che lespressione precedente rappresenta semplicemente lespressione euleriana dellequazione di continuit`. Per fasi evolutive avanzate, laddove tende a a zero lintervallo di masse popolanti lisocrona, potremo porre (M ) cost e cosi anche per il usso temporale lungo lisocrona (M/t)S cost. Se ne ricava che, sotto tali condizioni, il numero di stelle in una fase evolutiva avanzata risulta proporzionale al tempo speso dalle stelle evolventi lungo la loro traccia in tale fase. Come utile applicazione di tale relazione abbiamo in precedenza discusso il caso della funzione di luminosit` del ramo delle Giganti Rosse in un Ammasso Globulare. A titolo orientativo la Fig.6.24 a riporta la distribuzione teorica massa-luminosit` lungo isocrone di et` compresa tra 9 e 21 Gyr. a a Come atteso, la variazione della massa interessa essenzialmente le strutture di MS. Le subgiganti che si collocano tra il Turn O e la base del ramo delle giganti hanno variazioni gi` pi` contenute, e a u dalla base delle giganti la massa evolvente diventa sensibilmente costante. Si ` a suo tempo indicato e come lungo il ramo delle giganti si possa porre (S, t0 ) = (M )(

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Fig. 6.25. Funzione di luminosit` per lAmmasso Globulare NGC6356 confrontata con le predizioni a teoriche per la distribuzione dal Turn O sino al tip del ramo delle giganti. I dati teorici assmono [Fe/H]=-0.9, et` 14 Gyr, (m-M)v = 18.05. a

dt dlogL ` la velocit` evolutiva (in luminosit`) delle giganti. Mostreremo qui che tale relazione ` conseguenza e a a e diretta del fatto che lungo il ramo delle Giganti Rosse, come ogniqualvolta si sia in presenza di stelle con nucleo degenere, esiste una relazione massa del nucleo-luminosit` a log logL dove =
L = Mn

che ci indica come in tali strutture sia la massa del nucleo degenere a governare la luminosit` di a una stella. A anco della precedente relazione potremo infatti considerare lulteriore relazione che collega la luminosit` della struttura alla crescita temporale della massa del nucleo a dMn = Ldt dove rappresenta la massa di elio sintetizzato nella produzione dellunit` di energia. Dierenziando a la prima relazione si ottiene 1 1 dMn = L dL che sostituita nella seconda relazione conduce con facili passaggi a dt 1 1 = = L dlogL da cui la attesa relazione 1 logL La Fig.6.25 mostra come i riscontri sperimentali siano in generale in buon accordo con le previsioni, rivelando anche il bump delle giganti prodotto dallincontro della shell di combustione di H con la discontinuit` prodotta dallaondamento della convezione superciale. a log = cost +

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Origine delle Figure Fig.6.1 Iben I.Jr. 1964, ApJ 140, 1631 Fig.6.2 Hagen G.L. 1970, An Atlas of Open Clusters CM Diagrams, David Dunlap Obs. pub.4 Fig.6.3 Alcock C., Paczynski B. 1978, ApJ 223, 244 Fig.6.4 Castellani V., Chie A., Pulone L., Tornamb A. 1985, ApJ 294, L31 e Fig.6.5 Hofmeister E., Kippenhahn R., Weigert A. 1964, Zeitschr. Astrophys. 59,242 Fig.6.6 Castellani V. 1985, Fund. Cosmic Phys. 9, 317 Fig.6.7 Chie A. 1984, inediti. Fig.6.8 Caputo F., Castellani V., DAntona F. 1974, Astrophys. Space Sci,28, 303. Fig.6.10 Sosin C., Piotto G., Djorgovski S.G. et al 1997,Advances in Stellar Evolution , Cambridge Univ. Fig.6.11 Castellani V., 1976, A&A 48, 461. Fig.6.12 VandenBergh D.A. 1980, ApJS 51, 29 Fig.6.13 Bertelli G., Bolton A., Chiosi C., Nasi E. 1979, A&AS 36, 429 Fig.6.14 Cassisi S., Castellani V., DeglInnocenti S., Salaris M., Weiss A. 1999, A&A 134,103 Fig.6.15 Caputo F., Castellani V., DAntona F. 1974, Astrophys. Space Sci,28, 303. Fig.6.16 Castellani V., Renzini A. 1968 Astrophys. Space Sci. 2, 83 Fig.6.17 Cassisi S., Castellani V. 2004, inedita Fig.6.18 Castellani V., Paolicchi P. 1975, Astrophys. Space Sci. 35, 185 Fig.6.19 Wagner R.L. 1974, ApJ 191, 173 Fig.6.20 Castellani V. 1985, Fund. Cosmic Phys. 9, 317 Fig.6.21 Mengel J.C., Sweigart A.V. 1981, Astrophysical Parameters for Globular Clusters, IAU Coll. n.68 Fig.6.22 Mengel J.C., Sweigart A.V. 1981, Astrophysical Parameters for Globular Clusters, IAU Coll. n.68 Fig.6.23 DAntona F., Mazzitelli I. 1985, ApJ 296, 502 Fig.6.24 Castellani V., DAntona F. 1971, Mem. SAIt 42, 441 Fig.6.25 Zoccali M., Piotto G. 2000, A&A 358, 943

Capitolo 7 Combustione dellelio e fasi evolutive avanzate: le piccole masse


7.1. Generalit` sulle fasi di combustione dellelio. Piccole masse, masse a intermedie e grandi masse
Lo studio delle fasi avanzate di combustione di idrogeno in una shell ci ha portato a concludere che stelle con massa superiore o dellordine di 0.5 M riescono a raggiungere le temperature tipiche ( 108 K) per linnesco delle reazioni 3. In tali stelle, allaumentare

Fig. 7.1. Traccia evolutiva di una stella di 3.0 M di Pop. 1, tipica di stelle al limite del ash dellelio. Lasterisco indica la posizione dellinnesco dellelio. Levoluzione ` seguita sino e allesaurimento dellelio al centro ed allinstaurarsi della combustione a doppia, shell. I tempi evolutivi delle varie fasi sono riportati in tabella 1. La luminosit` L ` in luminosit` solari. a e a Tab. 1. Tempi evolutivi per la traccia in Fig. 7.1 (in 108 anni). Punto 2 3 4 5 t 1.39 2.24 2.34 2.40 Punto 6 7 8 9 t 2.44 2.47 2.479 2.484 Punto 10 11 12 13 t 2.489 2.498 2.507 2.53 Punto 14 15 16 17 t 2.56 2.78 2.94 3.07 Punto 18 19 20 t 3.19 3.23 3.26

Fig. 7.2. Evoluzione della struttura interna di una stella di 5 M , Pop. I, dalla sequenza principale sino allo spengimento della sbell di idrogeno ed al secondo dredge up. il tempo t ` in 10 7 anni. Come e in Fig. 6.5 sono indicate le zone di combustione e di convezione.

della massa il nucleo centrale di elio risulta sempre meno governato da fenomeni di degenerazione elettronica. Le valutazioni evolutive mostrano che stelle con massa maggiore di circa M 3M giungono ad innescare pacicamente lelio in un nucleo centrale non degenere. Indipendentemente dalle modalit` dellinnesco, le fasi di combustione di elio riproducono a unevoluzione strutturale per molti versi analoga a quella caratterizzante la combustione centrale ed a shell dellidrogeno. E innanzitutto da notare come, a causa della elevata dipendenza della reazione 3a dalla temperatura, la combustione centrale di elio induce in ogni caso la formazione di un nuovo nucleo di convezione. Le strutture che avevano raggiunto la loro traccia di Hayashi reagiscono alla presenza della nuova sorgente centrale di energia tendendo a distaccarsi dalla traccia, ritornando verso maggiori temperature eettive, cio` e verso il luogo caratteristico delle combustioni centrali. Stelle di massa sucientemente elevata (M 7M ) continuano ad evolvere con un graduale e contenuto aumento di luminosit`. Al decrescere della massa si manifesta sempre a pi` evidente una tendenza dei modelli a doppia sorgente di energia (He centrale ed H in u shell) a collocarsi a luminosit` inferiori a quelle raggiunte al momento dellinnesco dellelio. a La Fig. 7.1 riporta in maggiori dettagli levoluzione del modello di 3 M di Fig. 6.1 che mostra chiaramente tale caratteristica. La tabella 1 riporta i tempi evolutivi delle relative fasi. La diminuzione di luminosit` conseguente allinstaurarsi della doppia sorgente di energia a prosegue e risulta esaltata in stelle di piccola massa che subiscono il ash dellelio. Da oltre 1.000 luminosit` solari, tipiche del ash, esse discendono a meno di 100, collocandosi alle a luminosit` tipiche della fase di ramo orizzontale negli ammassi globulari ( A7.2). Fase a che avevamo gi` interpretato, in base al principio di ragion suciente, come quella della a combustione dellelio. Si pu` interpretare questo scenario come unevidenza che la presenza o di una relazione massa del nucleo degenere - luminosit` spinge la stella verso luminosit` a a abnormi. Rotta la degenerazione, la struttura si riassesta sulle luminosit` naturali per una a struttura non degenere. Per ogni massa, allesaurimento dellelio centrale segue linnesco della reazione 3 nella shell ricca di elio contornante un nucleo di carbonio-ossigeno, e la stella tende nuovamente a ricollocarsi lungo la sua traccia di Hayashi. E in questa fase che si manifesta una ulteriore biforcazione nella storia evolutiva delle stelle. Abbiamo gi` denito come piccole masse a tutte quelle strutture che innescano la 3 in un nucleo di He degenere e, quindi, con un ash. Tenendo presente che il progredire dellevoluzione tende a favorire linsorgere della

3 Tab. 2. La classicazione evolutiva delle strutture stellari. Innesco H Mancato Quiescente Quiescente Quiescente Quiescente Innesco He Degenere Quiescente Quiescente Quiescente Innesco C Mancato Mancato Degenere Quiescente

M 0.1M 0.1M M 3M 3M M 8M 8M M 11M 11M M

Nane Brune Piccole Masse Masse Intermedie Masse Intermedie Grandi Masse

degenerazione elettronica, non sorprende trovare che al termine della combustione di He tutte le piccole masse sviluppano un nucleo di CO fortemente degenere. Al di sopra del limite delle piccole masse troviamo un intervallo di masse, orientativamnete tra le 3 e le 11 M , caratterizzato da strutture che innescano lidrogeno in maniera quiescente al centro di un nucleo non degenere, ma che al termine della combustione di He sviluppano nuclei di CO degeneri. Tali strutture, designate con il termine di masse intermedie, in larga parte condivideranno con le piccole masse il destino comune di nana bianca. Caratteristico di queste masse il secondo dredge up: nella fase di combustione a doppia shell la convezione esterna aonda e , nisce col raggiungere ed intaccare pi` o meno profondau mente il nucleo di elio, trasportando in supercie i prodotti delle precedenti combustioni (Fig. 7.2) . Masse ancora superiori, le grandi masse, innescheranno invece la combustione del carbonio in un nucleo di CO non degenere, giungendo a completare lintera catena di reazioni sino alla fotodisintegrazione del ferro. Si giunge cos` ad una classicazione altamente signi cativa, basata sulle caratteristiche evolutive delle strutture, che si sovrappone e sostituisce la suddivisione in strutture della MS superiore o inferiore il cui valore resta limitato alle strutture della Sequenza Principale ed alle loro modalit` di uscita dalla MS stessa. La Tabella a 2 riassume schematicamente tale classicazione, riportando a titolo orientativo lindicazione di limiti di massa che peraltro dipendono, talora sensibilmente, dalla composizione chimica originaria.

7.2. Combustione centrale di He: Trascinamento del nucleo convettivo e semiconvezione indotta
Una volta innescato lelio,sia in maniera quiesente o attraverso un ash, nella fase di combustione quiescente la stella brucia 4 He in C e O in un nucleo convettivo non degenere, interno ad un pi` esteso nucleo di elio. Tale nucleo ` inne circondato da un inviluppo ancora ricco u e dellidrogeno originale, mentre sul bordo del nucleo di elio ` ancora eciente una shell di e combustione dellidrogeno. Al progredire dellevoluzione He viene trasformato in C + O, omogeneamente ridistribuiti nella zona convettiva. In combustione di idrogeno il prodotto di combustione, lelio, aveva opacit` minore dellidrogeno, e da ci` discendeva la progressiva a o diminuzione in massa dei nuclei convettivi. In combustione di elio la situazione ` radicale mente diversa, perch` carbonio ed ossigeno hanno opacit` maggiore (Fig. 7.3). Questo dar` e a a luogo ad una crescita del nucleo attraverso meccanismi che richiedono di essere discussi con qualche dettaglio. Come esemplicato in Fig. 7.4, nel modello iniziale il nucleo di elio ` ancora e sostanzialmente omogeneo, ed il gradiente radiativo decresce regolarmente dal centro verso lesterno, raggiungendo e superando il bordo della convezione, denito dalla condizione di Schwarzschild rad = ad . Al progressivo incremento delle abbondanze di C e O, aumenta lopacit` e aumenta di conseguenza il gradiente radiativo nel nucleo convettivo , a mentre nella zona esterna di elio non raggiunto dalla convezione opacit` e gradiente restano a

Fig. 7.3. Opacit` di He, C ed O per distribuzioni di densit` e temperatura caratteristiche del a a nucleo di una stella di piccola massa in fase di combustione centrale di elio.

sostanzialmente inalterati, e la zona resta pertanto formalmente stabile e in equilibrio radiativo. Applicando indiscriminatamente tale criterio, al bordo della convezione si verrebbe progressivamente a creare una discontinuit` del gradiente radiativo, collegata alla discontia nuit` in composizione chimica, con il gradiente radiativo che al limite della convezione cresce a a valori sempre pi` superadiabatici. u E facile vericare come tale situazione, pur vericando formalmente il criterio di Schwarzschild, sia sostanzialmente da rigettare da un punto di vista sico. Basta infatti ricordare come debba esistere un sia pur contenuto overshooting della zona convettiva per comprendere come tale overshooting, portando C + O allesterno, tenda ad estendere irreversibilmente il conne della convezione, operando istante per istante a partire dal nuovo conne. Il confronto tra i tempi della convezione (tempi scala meccanici) ed i tempi evolutivi (tempi scala nucleari) mostra che se anche lestensione dellovershooting ` - come abbiamo e assunto - tracurabile, la propagazione di tale meccanismo di autotrascinamento del nucleo convettivo deve risultare pienamente eciente. Se, a titolo di esempio, assumiamo tempi scala della convezione dellordine del mese, risulta che in un passo temporale di 1 milione di anni lovershooting riesce in linea di principio a propagarsi per 107 volte la sua estensione. Lunica situazione stabile e accettabile ` quindi e quella nella quale il nucleo si ` esteso sino a vericare il criterio di eguaglianza rad = a a ad sulla faccia interna della supercie di separazione tra convezione e stabilit` radiativa, condizione nella quale viene a cessare il meccanismo di autotrascinamento. (Fig.7.5). La situazione diviene pi` complessa allorquando, al progredire delle dimensioni del nuu cleo, si giunge ad una fase nella quale il gradiente radiativo corrispondente alla miscela ricca di C + O, al crescere delle dimensioni del nucleo presenta un minimo oltre il quale tende a ricrescere e le prescrizioni in precedenza adottate per denire le dimensioni del nucleo convettivo non sono pi` utilizzabili. Si pu` comprendere lo sviluppo di una tale situu o azione partendo dallultimo modello accettabile, nel quale il limite del nucleo convettivo secondo le precedenti prescrizioni - ` giusto al minimo del gradiente e supponendo di evole vere temporalmente la situazione lasciando innalzare C + O nel nucleo e quindi creando un sovragradiente ai bordi del nucleo medesimo (Fig. 7.6 : a). Una tale situazione, instabile, dovr evolvere dinamicamente secondo le seguenti fasi 1. lovershooting ai bordi del nucleo estender` la convezione, trasportando contemporaneaa mente elio dallesterno e abbassando cos` il gradiente in tutto il nucleo (Fig. 7.6: b). i 2. Al progredire di questo rimescolamento il gradiente nir` col vericare la condizione adia abatica non al bordo del nucleo convettivo ma in corrispondenza del minimo di gradiente (b). La convezione al minimo non ` pi` eciente e la zona convettiva interna ed esterna e u al minimo si disaccoppiano.

Fig. 7.4. La crescente discontinuit del gradiente radiativo ai limiti del nucleo convettivo quando si trascuri linstabilit` indotta dallovershooting. Le varie curve sono contrassegnate dal valore Y a del contenuto di elio nel nucleo convettivo di una stella in fase di combustione centrale di elio. Y1 rappresenta la situazione del modello iniziale.

Fig. 7.5. Andamento schematico dei gradienti al limite del nucleo convettivo:(a) nel caso di una crescente discontinuit` e (b) nella situazione stabile . a

3. Lovershooting resta eciente a causa della sovradiabaticit` al bordo esterno, ma ` in a e grado di trasferire elio solo nella zona esterna al minimo, e di trasferirlo per ogni zona sinch lelio non ha abbassato il gradiente radiativo sull adiabatico inibendo la convezione e (Fig. 7.6: c). Il processo termina quando, continuando ad inibire la convezione alle sue spalle, il bordo della convezione inibisce se stesso, e si raggiunge una situazione stabile che pu` essere cos` o i descritta: un nucleo convettivo estendentesi sino al minimo del gradiente, e regolato dalla condizione che al minimo stesso si raggiunga la condizione di adiabaticit`, circondato da a una zona a gradiente chimico nella quale il rapporto He/(C+O) ` punto per punto tale e da garantire la neutralit` convettiva ( rad = ad ) della zona (zona semiconvettiva). Al a progredire dellevoluzione leetto combinato della convezione e dei rimescolamenti tende in continuazione a ristabilizzare la struttura sulla situazione precedentemente descritta, che

Fig. 7.6. Schema esplicativo dello sviluppo del processo di semiconvezione.

Fig. 7.7. Distribuzione dellabbondanza di elio per varie fasi al progredire della combustione dellelio. La freccia indica gli eetti del trascinamento. La linea a tratti mostra la tipica distribuzione dellelio in fase di avanzata combustione in assenza di overshooting.

` la prescrizione utilizzata in molti calcoli evolutivi. La. Fig. 7.7 mostra levoluzione della e distribuzione interna di He nei due casi. La zona a gradiente chimico che contorna il nucleo convettivo ` stata denita semie convettiva perch` ancora una volta siamo in presenza di una convezione che tende ad e autoinibirsi, non giungendo al completo rimescolamento degli strati inizialmente instabili. Si noti peraltro che il meccanismo che genera la semiconvezione in combustione di elio risulta sostanzialmente diverso da quello che produce la semiconvezione che abbiamo incontrato al termine della combustione centrale di idrogeno nelle grandi masse. In quel caso linstabilit` convettiva originava spontaneamente nella struttura, nel caso dei nuclei di elio a ` invece prodotta dal meccanismo di avanzamento dellovershooting. Per tale ragione pare e opportuno designare questo secondo caso con il termine di semiconvezione indotta.

Fig. 7.8. Traccia evolutiva, di una stella di 0.6 M con composizione chimica dellinviluppo Y=0.27, Z=103 durante la fase di combustione centrale dellelio. Il cerchietto indica il primo modello di combustione quiescente a dppia sorgente di energia che segue al ash dellelio. Per comparazione ` riportata anche la traccia evolutiva dello stesso modello calcolata in assenza di e overshooting e semiconvezione. E assunta una massa iniziale del nucleo di He M = 0.468M . La traccia senza oversbooting ` spinta oltre lesaurimento dellelio centrale che avviene attorno a logTe e 3.7, logL 1.9.

La prevedibile conseguenza dellecienza di autotrascinamento e semiconvezione ` il e prolungamento temporale della fase di combustione di elio centrale: ambedue i meccanismi contribuiscono infatti a portare nuovo elio nelle regioni di ecienza della 3, prolungandone conseguentemente lecienza. Viene conseguentemente prolungata anche la traccia evolutiva, come esemplicativamente mostrato in Fig. 7.8 nel caso di una stella di piccola massa. La gura mostra come leetto dellovershooting e della semiconvezione sia essenzialmente quello di estendere lintervallo di temperature ecaci coperto durante levoluzione. In ogni caso la struttura evolve mantenendosi in un ristretto intervallo di luminosit`, in qualitativo accordo a con levidenza pi` volte menzionata delle fasi di ramo orizzontale nei vecchi ammassi di u Popolazione II. Durante la combustione centrale di elio la direzione di evoluzione risulta regolata da leggi che sono in qualche maniera speculari rispetto a quelle che reggono la collocazione del modello nel diagramma HR. Levoluzione strutturale ` infatti caratterizzata da un continuo e e regolare spostamento della produzione di energia dalla shell di combustione dellidrogeno alla combustione centrale dellelio. Sinch la shell di idrogeno predomina, la stella evolve verso e maggiori temperature ecaci. Quando inne la combustione centrale prende il controllo della produzione di energia il cammino evolutivo si inverte e la stella tende ad evolvere in direzione della zona delle giganti. Pur se nella intera fase di combustione di elio centrale le temperature centrali risultano in continuo aumento, la prima fase di combustione ` caratterizzata da e una espansione del nucleo e da un conseguente regolare decremento dei valori delle densit` a centrali, andamento che nelle pi` avanzate fasi di combustione si inverte per tornare al u regolare aumento di ambedue temperatura e densit` centrali. a

7.3. Stelle di piccola massa: perdita di massa, ZAHB ed evoluzione di ramo orizzontale
Nel seguito rivolgeremo inizialmente lattenzione al problema dellevoluzione in fase di combustione di elio per stelle di piccola massa. Tale scelta ` suggerita da due ordini di argomenti: e il primo e principale ` che esaurienti evidenze osservative per stelle in fase di combustione e di elio nella nostra Galassia sono di fatto reperibili solo in sistemi antichi come gli ammassi globulari. Ci` discende non tanto da caratteristiche evolutive quanto dalle propriet` degli o a ammassi stellari delle diverse popolazioni galattiche. Tenendo presente che la fase di combustione di elio ha tempi caratteristici di circa due ordini di grandezza inferiori a quelli della fase di combustione dellidrogeno, e tenendo presente che in un ammasso oltre alle

Fig. 7.9. Tracce evolutive nel diagramma HR di struttre in fase di combustione di elio per due diverse assunzioni sulla massa del nucleo di He Mc e al variare della massa totaale. Le linee a punti mostrano, per ogni Mc , la collocazione dei modelli iniziali

stelle evolventi fuori sequenza esistono molte altre stelle ancora in fase di combustione di idrogeno, si pu` orientativamente stimare, anche se molto rozzamente, di poter osservare in o fase di combustione di He circa una stella su 103 . Essendo gli ammassi di disco caratterizzati al pi` da qualche migliaio di stelle, ci si aspetta u di trovare in fase di elio pochissime stelle, dalle quali ` dicile ottenere relazioni statistie camente rilevanti. Ben diverso ` il caso di un ammasso globulare, nel quale labbondante e popolazione stellare consente di rivelare centinaia di stelle in tale fase evolutiva, fornendo un campione rilevante sul quale operare confronti con le teorie evolutive. A questo fatto si deve aggiungere che la possibilit` di ottenere informazioni sui parametri evolutivi di stelle a che appartengono alla lontana storia dellalone galattico ` certamente un eccitante obiettivo e nel contesto delle ricerche sulla storia del nostro Universo. Abbiamo gi` indicato come il cammino evolutivo di una stella di piccola massa in fase a di doppia combustione (He centrale + shell di idrogeno) si collochi confortabilmente nella zona del diagramma HR nel quale si osserva la cosiddetta fase di Ramo Orizzontale. Molto meno confortabilmente non si tard` a riconoscere che alcuni ammassi globulari della o Galassia presentano rami orizzontali con unestensione in temperatura molto maggiore di quella ottenibile in base alle tracce evolutive susseguenti al ash. Tracce che - per una gi` citata regola - devono coincidere con lisocrona. Lo scenario teorico richiede quindi un a qualche perfezionamento e modica. Le modalit` di una tale modica vengono suggerite a dallevidenza osservativa (righe di emissione) che mostra come nelle Giganti Rosse luminose siano ecienti meccanismi di perdita di massa. Possiamo quindi sospettare che un ulteriore parametro, la perdita di massa, regoli la distribuzione delle stelle lungo il Ramo Orizzontale. Un approccio topologico alle propriet` dei modelli di ramo orizzontale pu` chiarire la a o situazione, confortando lintervento della perdita di massa. Osserviamo che, per ogni pressata composizione chimica, un modello nella sua fase iniziale d combustione di elio al centro resta identicato da due parametri Mc = Massa del nucleo di He, M = massa totale della stella, M-Mc rappresentando ovviamente la massa dellinviluppo ricco di idrogeno. Integrando una serie di modelli utilizzando Mc e M come parametri liberi si ottiene che la topologia dei modelli ` regolata da una semplice relazione, secondo la quale (Fig. 7.9) per e ogni pressata composizione chimica dellinviluppo e per ogni pressata massa del nucleo di elio, al variare della massa, le stelle si dispongono lungo una sequenza sensibilmente orizzontale; minore ` la massa totale maggiore ` la temperatura ecace della stella. Le origini di e e una tale comportamento sono facilmente comprensibili: minore la massa totale, minore (a parit` di Mc ) ` la massa dellinviluppo, e quindi pi` esterna, pi` fredda e meno eciente ` a e u u e

Fig. 7.10. ZAHB teoriche valutate per diverse assunzioni sullabbondanza iniziale di elio, assumendo Z= 104 ed unet` di 10 Gyr. Lungo le sequenze sono riportati le masse totali dei vari a modelli,in masse solari e le masse evolutive dei nuclei di elio.

la shell di idrogeno, e pi` la stella deve allontanarsi dalla traccia di Hayashi per avvicinarsi u alla sua posizione sulla sequenza principale di elio. Dai dati in Fig. 7.9, che coprono gli attesi valori evulutivi dei nuclei di He al ash, si ricava non solo la capacit` della perdita di massa di distribuire le strutture lungo un Ramo a Orizzontale, ma anche che le masse richieste per coprire bracci estesi risultano sensibilmente inferiori alle masse originarie di 0.8, 0.9 M attese per Giganti Rosse con et` dellordine a di 10 Gyr. E oggi universalmente riconosciuto che una dispersione nei valori di perdita di massa ` allorigine della osservata distribuzione delle stelle di Ramo Orizzontale, cos` che le e i sequenze di Fig.7.9 vengono a rappresentare il luogo del diagramma HR ove ci si attende che possano andare a collocarsi le stelle allinizio della combustione quiescente di elio centrale al variare della perdita di massa, e prendono il nome di Rami Orizzontali di Et` Zero (ZAHB a = Zero Age Horizontal Branch). Si noti come la perdita di pochi decimi di massa solare, quali necessari per popolare il Ramo Orizzontale, hanno eetti trascurabili sulle caratteristiche delle Giganti Rosse, stante la ridotta dipendenza della traccia di Hayashi dalla massa stellare. I tempi evolutivi di Gigante Rossa diventano inoltre minori dei tempi scala termodinamicidel nucleo interno di elio, cos` che la perdita di massa e le conseguenti modiche dellinviluppo stellare niscono i col non inuenzare la struttura interna. In conclusione, la postulata perdita di massa in fase di Gigante Rossa ha possibilit` di manifestarsi nel diagramma HR solo allavvento della a successiva fase di combustione centrale di elio. Al di l` di esperimenti numerici quali quelli di Fig.7.9, il calcolo di strutture di HB a richiederebbe in linea di principio che per ogni assunta composizione chimica originaria venga seguita levoluzione delle stelle introducendo opportune valutazioni della perdita di massa lungo il Ramo delle Giganti, seguendo la struttura attraverso il ash dellHe sino alla suuccessiva fase di combustione quiescente. A causa dellonerosit` dei relativi calcoli a numerici, per ricavare il modello di ZAHB ` largamente utilizzata una procedura alternativa e estremamente semplicata. Tale procedura consiste nel determinare, attraverso acconci calcoli evolutivi, per ogni assunta composizione chimica ed et` la massa delle giganti al ash e la relativa massa del a nucleo di elio. Saltando la fase del ash, i relativi modelli di ZAHB vengono direttamente costruiti come strutture di equilibrio sorrette nuclearmente, costituite da un nucleo di elio della massa evolutivamente pressata e con la massa dellinviluppo come parametro libero, con la ovvia condizione che la somma delle masse del nucleo e dellinviluppo sia minore o al pi` eguale alla massa originale della struttura. Si tiene conto della nucleosintesi del ash u assumendo che il 5% dellelio del nucleo si sia trasformato in C, mentre si dovr` anche tener a

10 Tab. 3. Parametri evolutivi per un modello di 0.65 M , Z=0.001, Yorig =0.23,Yinv =0.243, Mc =0.4942 in fase di combustione di He. Sono riportati, nellordine, let` del modello (in mila ioni di anni dal primo modello), labbondanza centrale di He, luminosit`, temperatura ecace, a temperatura e densit` centrali, la frazione di luminosit` prodotta dal CNO o dalla 3, la massa del a a nucleo di He e di quello di CO in masse solari.

Fase Equilibrio ZAHB He centrale

t 0.193 1.000 3.453 11.567 22.386 34.495 46.640 58.602 70.348 81.606 95.544 100.997 105.083 107.055 107.384 107.399 107.647 107.767 109.018 111.351 114.378 116.915 118.605 119.085 119.685 119.685 119.907

Yc 0.95 0.93 0.90 0.80 0.70 0.60 0.50 0.40 0.30 0.20 0.10 0.05 0.01 0.00 0.00 0.00 -

logL 1.620 1.652 1.661 1.670 1.664 1.648 1.638 1.636 1.644 1.663 1.708 1.742 1.800 1.900 1.990 1.999 2.188 2.233 2.118 2.166 2.296 2.498 2.705 2.800 3.004 3.004 3.104

logTe 3.851 3.813 3.802 3.801 3.830 3.869 3.892 3.900 3.894 3.877 3.830 3.796 3.751 3.719 3.702 3.701 3.682 3.678 3.689 3.684 3.673 3.658 3.644 3.638 3.624 3.624 3.618

logTc 8.073 8.072 8.074 8.079 8.086 8.093 8.101 8.111 8.123 8.138 8.163 8.185 8.214 8.251 8.268 8.267 8.278 8.274 8.192 8.163 8.147 8.130 8.105 8.088 8.055 8.055 8.040

logc 4.271 4.278 4.276 4.267 4.246 4.225 4.210 4.202 4.202 4.215 4.258 4.316 4.409 4.544 4.694 4.713 4.948 5.006 5.170 5.311 5.841 5.657 5.856 5.931 6.036 6.036 6.074

LCN O 0.560 0.519 0.518 0.503 0.451 0.370 0.290 0.219 0.163 0.128 0.106 0.137 0.238 0.431 0.595 0.601 0.707 0.712 0.357 0.225 0.036 0.013 0.074 0.276 0.651 0.651 0.774

LHe 0.466 0.425 0.430 0.465 0.511 0.593 0.675 0.751 0.813 0.852 0.879 0.845 0.735 0.498 0.040 0.037 0.116 0.284 0.636 0.766 0.963 0.975 0.899 0.693 0.328 0.328 0.217

MHe 0.494 0.494 0.494 0.495 0.499 0.503 0.505 0.507 0.509 0.510 0.511 0.512 0.512 0.513 0.513 0.513 0.513 0.513 0.513 0.517 0.518 0.518 0.519 0.520 0.524 0.524 0.526

MCO 0.204 0.224 0.257 0.294 0.349 0.394 0.446 0.462 0.483 0.483 0.488

He shell

1o maxL

conto della variazione di composizione chimica dellinviluppo causata dal primo dredge up. Per ottenere il corretto modello di ZAHB si lascia inne rilassare la struttura per 106 anni per raggiungere lequilibrio degli elementi CNO nella shell di combustione di idrogeno, ora notevolmente pi` estesa che nelle precedente struttura di RG. u La Fig. 7.10 mostra una serie di ZAHB teoriche evolutive calcolate assumendo una metallicit` Z=104 per diversi valori dellelio originario Y. I dati in gura si prestano ad una serie a di interessanti considerazioni. Si riscontra innanzitutto che la massa del nucleo di elio al ash diminuisce allaumentare del contenuto originario di elio. Ci` ` in buon accordo con oe la regola generale che vuole allaumentare di Y (del peso molecolare) strutture pi` calde u (e pi` luminose) che sfuggono quindi prima al controllo della degenerazione. Dalla Fig. 7.9 u si ricava che per ogni ssata temperatura ecace la luminosit` di una struttura di HB a cresce allaumentare della massa del nucleo di elio, in accordo con le attese di una generica relazione massa-luminosit`. La Fig.7.10 mostra peraltro che allaumentare dellelio, per a

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Fig. 7.11. Contributi parziali allaluminosit` totale dueante le fase di esaurimento dellHe centrale a e il passagio alla combustione di He in shell. Tempi in milioni di anni dal ash.

temperature ecaci minori o dellordine di 104 K le ZAHB hanno luminosit` che aumentano a allaumentare dellelio anche se la massa del nucleo di elio diminuisce. Ci` indica che la luminosit` della stella ` dominata dalla combustione a shell o a e dellidrogeno, tanto pi` eciente quanto pi` ricca di elio e calda risulta la struttura: u u allaumentare del contenuto di elio la produzione di energia della shell compensa e supera la perdita di energia della combustione di elio nel nucleo, innalzando in totale la produzione di energia. Al diminuire della massa dellinviluppo diminuisce lecienza della shell e tale gerarchia di contributi deve necessariamente scomparire. Al limite di stelle prive di inviluppo e sorrette quindi dalla sola combustione dellelio centrale, la luminosit` deve risultare proa porzionale alla massa della stella di elio. Questo spiega lincrociarsi delle ZAHB attorno a logTe 4.2 - 4.3: al di sopra di quelle temperature ecaci ` ormai il nucleo che domina, e imponendo la sua relazione massa luminosit`. a Le tipiche tracce evolutive di piccole masse in combustione di elio sono gi` riportate nelle a precedenti gure 7.8 e 7.9. La Tabella 3 riporta a titolo di esempio levoluzione in fase di combustione di elio dei pi` rilevanti parametri di struttura per una tipica stella di Ramo u Orizontale in ammassi globulari di metallicit` intermedia, quali M3 o M5. Limitandosi per a il momento ad esaminare solo la fase di combustione centrale di He ` facile vericare nei e dati in Tabella tutta una serie di gi` discusse caratteristiche evolutive, quali ad esempio, la a bilanciata evoluzione dei contributi relativi delle combustioni di H ed He ed il corrispondente andamento della traccia evolutiva nel diagramma HR.

7.4. Stelle di piccola massa: esaurimento dellelio centrale.Ramo asintotico


La fase di esaurimento dellelio centrale ` complicata dallapparizione di una instabilit` che ` e a e stata oggetto di molte indagini volte in particolare a decidere se si trattasse di fenomeno reale o di mera instabilit` numerica di calcolo. Da un punto di vista generale lorigine sica di tale a instabilit` ` rapidamente comprensibile, quando si tenga presente che nel meccanismo della ae semiconvezione, come descritto in precedenza, lestendersi della semiconvezione ed il conseguente richiamo di elio fresco verso le zone convettive centrali contribuiva a stabilizzare la zona grazie alla diminuzione di opacit`. In tale descrizione si ` implicitamente assunto a e che il contemporaneo eetto sullecienza delle reazioni nucleari fosse piccolo rispetto al meccanismo di opacit`. a Ci` non pu` pi` essere vero nella fase di esaurimento dellHe, quando labbondanza di o o u elio centrale si ` ridotta al punto che anche un modesto ingresso di elio si traduce in una e sensibile variazione percentuale nellabbondanza di tale elemento. Ne segue un aumento di luminosit` e, conseguentemente, del gradiente radiativo che nisce col produrre una serie di a violenti pulsi di convezione noti in letteratura con il termine di breathing pulses. Al riguardo

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Fig. 7.12. Tracce evolutive per stelle di varia massa durante le fase di combustione centrale di He e nella successiva evoluzione a doppia shell lungo il Ramo Asintotico .

Fig. 7.13. Andamento temporale della luminosit` per i modelli di Fig. 7.12 . a

si ` andato diondendo lorientamento generale di riguardare tale fenomeno come spurio, e eliminandolo con varie tecniche dalla modellistica. Pur se il problema attende un denitivo chiarimento, noi nel seguito seguiremo tale orientamento, rimandando agli approfondimenti per una pi` dettagliata descrizione del fenomeno. u Ci` premesso, lesame dei dati in tabella 3 mostra con suciente chiarezza i meccano ismi del passaggio dalla combustione centrale di He alla combustione a shell dello stesso elemento, descritto con maggiori dettagli nella Fig. 7.11. Allesaurimento dellelio centrale viene inizialmente a mancare il contributo delle reazioni 3 e lenergia viene supplita in parte dalla conseguente contrazione ed in parte dalla shell di idrogeno che viene spinta ad aumentare la sua ecienza. Allinnesco della combustione di He nella shell circondante il nucleo di CO svanisce il contributo gravitazionale e ne segue la stabilizzazione in due combustioni a shell quiescenti. La Fig. 7.12 riporta le tracce evolutive di una serie di modelli di varia massa, seguiti dallinizio della combustione centrale di elio sino alle fasi avanzate di combustione a shell che precedono la fase di pulsi termici (vedi oltre). La freccia in gura mostra il minimo relativo in luminosit` che segnala linnesco della shell di He. Le caratteristiche dellevoluzione a sono ulteriormente chiarite nella Fig. 7.13 che riporta landamento temporale della luminosit` dei vari modelli. La stella spende la sua fase di combustione centrale nei pressi della a sua luminosit` di ZAHB e solo al termine di tale fase si sposta rapidamente verso la sua a traccia di Hayashi innalzando contemporaneamente la luminosit`. Linnesco della shell di a He ` segnalato da un minimo relativo nella luminosit`, dopo il quale la stella imizia la sua e a ascesa lungo il Ramo Asintotico,aumentando progressivamente la sua luminosit` mentre a

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si sviluppa un nucleo degenere di Carbonio ed Ossigeno che tende sempre pi` a rareddarsi u a causa della crescente ecienza della produzione di neutrini. Nella fase di Ramo Asintotico (AGB) si riproduce quindi la situazione gi` discussa per a le Giganti Rosse: levoluzione naturale prevista dal viriale ` per cos` dire bloccata, e le e i strutture sono costrette a permanere nella fase di combustione a shell, aumentando ora con continuit` la massa del nucleo di CO. Nel caso di giganti rosse di massa maggiore di a 0.5 M interveniva il ash dellelio a risolvere la situazione. Ora invece il nucleo di CO ` e fortemente e denitivamente degenere e la combustione a shell dovr` proseguire accrescendo a lentamente la massa del nucleo stesso. La Fig. 7.11 mostra come levoluzione lungo lAGB sia caratterizzata da un progressivo prevalere della combustione dellelio (come gi` ` avvenuto nelle fasi di combustione centrale ae di elio); la shell di H nisce con lo spengersi e la shell di He resta lunica sorgente d energa eciente nella struttura. Poich` una shell eciente rappresenta un limite invalicaabile per la e convezione, lo spengimento della shell di H consentirebbe in linea di principio alla convezione superciale di aondare nel nucleo di He. Le stelle di piccola massa mancano peraltro il secondo dredge up che abbiamo descritto nella discussione generale allinizio di questo capitolo. Pur a shell di idrogeno spenta, la convezione superciale non giunge mai a superare la discontinuit` He-H, talch il nucleo di elio che caratterizza le strutture di ramo asintotico a e ` e resta quello ai momento dello spengimento della shell di H o, in pratica, quello ereditato e dalla fase di combustione di elio centrale. Notiamo inne che, a somiglianza di quanto gi` osservato nel caso di combustione a shell a di idrogeno, appare esistere una relazione tra la luminosit` della struttura e la massa del a nucleo degenere: L 104 (MCO 0.5) con la luminosit` L e la massa del nucleo degenere MCO misurate in unit` solari. a a

7.5. I Pulsi termici e il terzo dredge up


Una struttura di Ramo Asintotico ` composta da un nucleo di CO degenere, contornato da e strati di He a loro volta circondati dallinviluppo ancora ricco di idrogeno. Poco dopo la sua accensione, la shell di combustione di He prende il sopravvento e la pi` esterna shell di u combustione dellidrogeno si spenge. Da questo momento levoluzione strutturale consister` a in un progressivo aumento della massa del nucleo degenere di CO, mentre la situazione al passaggio He-H resta congelata causa lassenza di reazioni nucleari di fusione dellidrogeno. Come gi` nel caso delle Giganti Rosse il nucleo degenere cresce in massa ma diminuisce in a raggio. Ragionando peraltro in termini della variabile Mr potremo dire che il nucleo si sposta a valori sempre maggiori di tale parametro, a spese dei circostanti strati di elio che vengono progressivamente trasformati in CO e inglobati nel nucleo. In tale progressivo aumento, il nucleo degenere nisce necessariamente col trovarsi sempre pi` prossimo al inviluppo ricco di idrogeno. Quando la distanza (in massa) si riduce a pochi u centesimi di massa solare inizia a riaccendersi la shell di idrogeno, riaccensione segnalata da un massimo relativo nellandamento della luminosit` col tempo. Segue nel tempo una sorta a di instabilit` nota come pulsi termici da cui, tra laltro, ci si pu` attendere il trasporto in a o supercie di prodotti di combustione dellelio. Con lapparizione dei pulsi termici ha ne la fase indicata in letteratura come evoluzione di early AGB. Per comprendere il meccanismo di tale instabilit` occorre partire dallevidenza che ina evitabilmente la shell di combustione 3, che implica una temperatura dellordine di 108 K, si avvicina progressivamente al limite del nucleo di elio ove la shell di idrogeno ` ineciente, e il che a sua volta implica temperature molto minori. Poich allinterno della struttura non e

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Fig. 7.14. Diagramma schematico illustrante il meccanismo di innesco dei pulsi termici. I simboli pieni rappresentano combustioni a shell attive, quelli aperti shell spente. Alla penultima riga ` e indicata laccensione a ash della shell di elio.

possono sussistere gradienti di temperatura inniti, ne segue che allavvicinarsi delle due shell le rispettive temperature devono avvicinarsi. Ci` che avviene ` che la shell di elio o e progressivamente si raredda perdendo ecienza no a spengers. La struttura inizia nel frattempo una fase di contrazione che ha leetto di riaccendere la shell di idrogeno e la stella esperimenta una fase quiescente di idrogeno in shell. In Fig. 7.14 ` riportato un diagramma schematico illustrante la catena di avvenimenti e che ne seguono e che conducono alla instabilit` di pulso termico. La riaccensione della a shell di idrogeno mette infatti in opera un meccanismo che tende ad accumulare nuovo elio sopra la vecchia shell 3, rimuovendo le cause della sua inecienza. In eetti il progressivo avanzamento della shell di idrogeno ricostruisce progressivamente un intercapedine di elio tra le due shell, nendo con lindurre uninnalzamento di temperatura sulla shell 3 che si riaccende improvvisamente con un ash. Dopo tale fase parossistica, si instaura una combustione quiescente di elio mentre la shell di idrogeno si ` nuovamente spenta. e Si comprende facilmente come un tale processo si ripresenti iterativamente: lavanzamento della shell 3 nisce col trasformare in CO lintercapedine di He e la shell 3 si dovr` nuovamente spengere provocando la riaccensione della shell d idrogeno e la riedia zione del pulso termico. Un tale processo ` comune a tutte le stelle con combustione di e elio in una shell circondante un nucleo degenere. Il numero di pulsi e la durata di un singolo pulso dipendono invece dalla massa della struttura: allaumentare della massa si passa da pochi pulsi con durata sino a milioni di anni a migliaia di pulsi con durate dellordine di 103 -104 anni. Lintera fase di combustione a shell di elio pu` quindi essere cos` riassunta: o 1. Allesaurimento dellelio centrale si instaura la combustione a shell di elio e si spenge la shell di idrogeno. Gli strati di elio vengono progressivamente trasformati in CO. Questa fase (early AGB) termina quando praticamente tutto lelio ` andato in CO e la stella ` e e composta da un relativamente microscopico (in raggio) nucleo di CO degenere al centro di un esteso inviluppo idrogenoide. 2. Linsorgere dei pulsi termici ha leetto di trasformare iterativamente gli strati di idrogeno che circondano il nucleo prima in He e poi in CO: un processo in due passi che ha leetto globale di trasformare H in CO e attraverso il quale il nucleo degenere continuer` a crescere in massa sino, potenzialmente, ad invadere lintera struttura. a La teoria pone peraltro un limite superiore alla massa del nucleo degenere (limite di Chandrasekhar), pari a circa 1.4 M . (vedi oltre). Ove si raggiunga tale limite la pressione

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Fig. 7.15. Traccia evolutiva nel diagramma HR delle fasi di combustione di elio per un modello di 0.6 M e composizione chimica iniziale Y=0.25, Z=103 . I cerchietti pieni indicano linizio di un pulso e lescursione durante il pulso ` mostrata per i pulsi 7, 9 e 10. Lungo la traccia in use cita dallAGB sono riportati i tempi evolutivi (in anni, t=0 per Te = 30.000 K) e la massa residua nellinviuppo ricco di idrogeno. E riportata la linea di raggio costante (R, in unit` solari) cora ripondente alla massa della struttura. FBE (= Fundamental Blue Edge) rappresenta il limite ad alte temperature della zona di instabilit` (striscia punteggiata) ove ci si attende che le strutture a manifestion fenomeni di variabilit` che verranno trattati nei successivi capitoli. a

degli elettroni degeneri non pu` pi` sostenere la struttura che collassando innesca la fusione o u del C in ambiente fortemente degenere. I calcoli mostrano che al termine di questa esplosione ` stata depositata nella materia della stella unenergia di gran lunga superiore allenergia di e legame della struttura. Ci si attende che la struttura venga dispersa e incinerita: lenergia iniettata infatti nelle particelle porta a rapidissime fusioni spostando labbondanza degli elementi verso il picco del Fe. Le stelle di Ramo Orizzontale degli Ammassi Globulari galattici hanno certamente masse di gran lunga inferiori al limite di Chandrasekhar. Dopo una serie di pulsi termici queste stelle niranno col lasciare la traccia di Hayashi quando la massa dellinviluppo ricco di idrogeno si ` ridotta a circa 0.01 M ( A7.2) e non ` pi` in grado di sostenere la combustione e e u dellidrogeno. Una fase di rapida contrazione porta la stella al suo raggio di Nana Bianca, che per queste stelle ` una funzione precisa della sola massa, e che caratterizzer` tutta la e a successiva fase di rareddamento. Durante queste fasi nali il riscaldamento della shell di idrogeno in ambiente elettronicamente degenere pu` portare a episodici ash nucleari. La o Fig.1 7.15 riporta a titolo di esempio levoluzione nel diagramma HR di un modello di AGB di massa costante pari a 0.6 M . Pi` in generale, linizio della fase di contrazione viene a dipendere dallecienza della u perdita di massa che, riducendo linviluppo ricco di idrogeno, aretta il compimento della fase di AGB. Si ritiene che al termine della fase di AGB possa manifestarsi una fase di rapida e violenta perdita di massa (superwind) che darebbe luogo alle osservate Nebulose Planetarie, stelle che appaiono circondate da un anello di materia diusa. Si ritiene anche che la perdita di massa porti in ogni caso le stelle di piccola massa al di sotto del limite di Chandrasekhar, cos` che per tutte queste strutture si prevede il destino comune di Nana Bianca. Si noti che, stante lesistenza della relazione Massa del nucleo-Luminosit`, dalla a luminosit` massima osservata in stelle di AGB in una popolazione stellare si pu` risalire alla a o

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Fig. 7.16. Lalternanza di episodi di convezione (linee a punti) attraverso i quali si realizza il III dredge up.

massa delle stelle evolventi in questa fase ottenendo una indicazione della perdita di massa subita dalle strutture. Come fenomeno di importanza non secondaria, aggiungiamo che durante la fase di pulsi termici, in corrispondenza del ritmico alternarsi di ecienza delle due shell, si instaurano moti convettivi che niscono col portare in supercie prodotti della combustione 3, in primo luogo carbonio. Come schematizzato in Fig.7.16, allinnescarsi semiesplosivo della shell di elio si instaura una instabilit` convettiva che rimescola la zona tra le due shell portandovi a prodotti della combustione dellelio. Al successivo spengimento della shell di idrogeno e durante la combustione quiescente della shell di elio la convezione superciale aonda sino a superare la discontinuit` He-H ed intaccando cos` la zona contaminata dal precedente pulso a i di convezione. Ci si attende che attraverso tale meccanismo (III dredge up) la supercie si arricchisca di carbonio e di elementi s prodotti dai neutroni da combustione di 14 N. Se, come da taluni sospettato, in questa fase processi di diusione e/o mescolamenti riescono a portare protoni nella zona di combustione dellelio, ne risulterebbe unulteriore sorgente di neutroni originata dalla reazione 12 C + p 13 N + che potrebbe grandemente aumentare lecienza dei processi s ( 11.2).

7.6. Nane Bianche: la relazione massa-raggio


Per concludere il quadro evolutivo delle stelle di piccola massa resta da esaminare con ulteriori dettagli la congurazione delle strutture nella loro ultima fase di degenerazione elettronica.Da un punto di vista osservativo, la prima Nana Bianca venne alla luce dallevidenza dellesistenza di un compagno oscuro di Sirio, Sirio B. Dai parametri di tale sistema binario si ricavava per Sirio B una massa dellordine di 1 M , con una luminosit` pari a circa a 1/500 di quella solare. Lo spettro, ottenuto nel 1915, rivel` peraltro una temperatura ecace o dellordine di 9000 K. Dal bilancio tra emissivit` e luminosit` (L=4R2 T4 ) si dovette neca a e essariamente concludere per un raggio inferiore al 2% di quello solare e corrispondentemente, per densit` dellordine almeno di 105 gr/cm3 . In tali condizioni ci si attende una struttura a elettronicamente degenere. La struttura di una stella totalmente degenerata ` retta dal sistema politropico ( 5.1 e e A5.1): dP GMr = 2 dr r dMr = 4r2 dr P = k .

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Fig. 7.17. La relazione teorica massa-raggio per strutture elettronicamente degeneri confrontata con i dati sperimentali per alcune Nane Bianche.

ove, a dierenza del caso dei gas non degeneri, ambedue gli indici k ed sono univocamente determinati dalla condizione di degenerazione elettronica. Nel caso di degenerazione nonrelativistica ( < 106 gr/cm3 ) si ha: P = 1.0 1012 (/e )5/3 da cui una politropica di indice 3/2. Al crescere della densit` gli elettroni sono spinti a energie a relativistiche. Al limite relativistico (Pe > me c2 , > 106 gr/cm3 ) risulta analogamente: P = 1.2 1015 (/e )4/3 = politropica di indice 3 . Dalla struttura del sistema politropico discende che per ogni ssata densit` centrale c a resta ssata la pressione centrale e, con essa, tutta la struttura ed in particolare la massa ed il raggio della stella. Ad ogni massa deve dunque corrispondere una e una sola densit` a centrale ed un determinato raggio della struttura degenere. Ci` ` una conseguenza diretta oe del fatto che, se tutta la pressione ` fornita dagli elettroni degeneri, pur se le temperature e possono essere ancora elevate il contributo dellenergia termica ` trascurabile. e Nel caso di degenerazione non relativistica, una semplice valutazione di ordini di grandezza consente di valutare la dipendenza di raggio e densit` centrali dalla massa. a Ponendo infatti M/R3 , si ha dallequilibrio idrostatico: P GM 2 R4

ma ` anche P = K5/3 KM 5/3 /R5 , da cui e P M 1/3 e anche M2

Maggiore ` la massa della struttura minore deve dunque essere il raggio della medesima. e Ci` discende dal fatto che al crescere della massa la densit` centrale necessaria per sostenere o a la struttura cresce col quadrato della massa stessa. La soluzione della politropica fornisce in eetti per il raggio di una Nana Bianca di M masse solari: R 0.02
5/3 e M 1/3

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Fig. 7.18. Andamento con il tempo della luminosit` di un modello di Nana Bianca di CO, 0.6 a M . Nelle linee a tratti ` trascurato il calore di cristallizzazione. Caso A: inviluppo di 1.5 104 M e di H; caso B: inviluppo di 0.016 M di He. Il tempo t ` in anni. e

dove e , peso molecolare medio per elettrone, ` stato gi` a suo tempo denito come e a la massa, in unit` della massa dellidrogeno, per elettrone libero. Fatta eccezione per il a caso dellidrogeno (e = 1), che peraltro riveste scarsa importanza nel quadro evolutivo che stiamo esaminando, per tutti gli altri elementi si ha e 2, e, in particolare, si ha e per He, 12 C, 16 O, 20 Ne. Il raggio di una struttura degenere evoluta dipende quindi solo dalla massa, e non dipende dalla composizione chimica della struttura stessa n, come si ` pi` e e u volte ripetuto, dal suo contenuto termico. La relazione precedente resta valida per M 0.5 M . Per masse superiori si raggiungono densit` a cui interviene la degenerazione relativistica, che tende ad accrescere la dipendenza a del raggio dalla massa. La Fig.7.17 mostra come queste previsioni teoriche siano ben confortate dai dati sperimentali per alcune WD appartenenti a sistemi binari, confortando, in ultima analisi, le correnti valutazioni teoriche sulle propriet` della materia degenere. a Unindipendente indicazione osservativa sul rapporto M/R nelle nane bianche ` fornita e dallo spostamento delle righe spettrali (redshift) causato dal forte campo gravitazionale, in accordo con le prescrizioni della relativit` generale. Per un fotone di energia h0 emesso a alla supercie di una stella di massa M e raggio R, che raggiunga un osservatore allinnito potremo infatti porre GM h0 R c2 dove il secondo termine al secondo membro rappresenta il lavoro del campo gravitazionale delle stella. Se ne ricava immediatamente h = h0 0 GM = 0 Rc2 Tale redshift, trascurabile in strutture stellari normali, diviene oservabile nelle WD a causa della grande gravit` superciale. Viene sovente riportato sotto forma di Eetto Doppler a Equivalente ponendo / = v/c, da cui M km/sec R dove M e R sono in unit` solari. Per le due Nane Bianche Sirio B e 40 Eri B si ottiene a cos` v=92 8 km/sec e 22 1.4 km/sec. Da un punto di vista generale, asserire che per ogni pressata massa una Nana Bianca ha un raggio ssato, indipendentemente da ogni assunzione su temperatura e luminosit`, siga nica indicare che la Nana si comporta come un corpo solido, quali -per fornire unimmaginev = 0.64

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Fig. 7.19. Sequenze teoriche di rareddamento di Nane Bianche (e = 2) per vari valori della massa. Per confronto sono riportate alcune linee R=cost ed ` indicata la collocazione di una Sequenza e Principale. I cerchietti aperti mostrano la collocazione di alcuni nuclei di Nebulosa Planetaria, progenitori di Nane Bianche a minor temperatura ecace.

una sfera di metallo o un mattone. Tale corpo, formatosi da materia ad altissime temperatura, perder` energia irraggiando dalla sua supercie come un corpo nero, a spese a dellenergia degli ioni, essendo ormai gli elettroni nel loro stato di minima energia compatibile con la loro natura di fermioni. La struttura percorrer` quindi nel diagramma HR a una sequenza a raggio costante (L T4 ) dissipando prima lenergia di agitazione termica e degli ioni e poi anche il calore di cristallizazione degli stessi, destinata a rareddarsi sino a porsi in equilibrio con il fondo cosmico dellUniverso o, pi` in generale, con il campo di u radiazione locale. Allinizio del rareddamento la velocit` con la quale decresce la luminosit` ` molto alta, a ae perch` corrispondentemente alte sono le perdite per irraggiamento. Al diminuire della lumie nosit` decresce anche la temperatura ecace e con questa diminuiscono anche le perdite di a energia, e i tempi evolutivi si allungano corrispondentemente. La Fig.7.18 riporta un esempio dellandamento temporale della luminosit` di un modello di Nana Bianca lungo la sua a sequenza di rareddamento, mostrando il rallentamento portato dal contributo del calore di cristallizzazione. Si noti come i tempi di rareddamento dipendono anche dalle dimensioni e dalla composizione di sia pur tenui inviluppi residui, sia per il possibile contributo energetico di combustioni superciali di idrogeno, sia perch` lopacit` degli inviluppi governa la e a temperatura ecace e, quindi, le perdite di energie della struttura. La gura mostra come i tempi di rareddamento possano raggiungere e superare i 1010 anni: ci si attende di conseguenza che anche negli ammassi stellari pi` antichi, quali gli u Ammassi Globulari, le prime Nane formatesi non abbiano ancora terminato il loro rareddamento, marcando quindi con la loro luminosit` il tempo della loro formazione. La Fig.7.19 a mostra la landamento nel diagramma HR di sequenze di egual raggio calcolate per varie masse, poste a confronto con la distribuzione osservata per un campione di Nane Bianche di campo. Per concludere ricordiamo come le densit` in una Nana Bianca restino ssata una volta a ssata massa e e . Il numero di particelle per unit` di volume sar` peraltro inversamente a a proporzionale alla massa delle medesime. Poich` ogni ione possiede una energia kT, ne e segue, ad esempio, che una Nana Bianca di He avr` - a parit` di temperature - un contenuto a a

20 Tab. 4. Densit` di soglia per la neutronizzazione. Dallenergia di soglia ` sottratta lenergia di a e massa dellelettrone me c2 =0.511 MeV. Reazione 1 1H n
4 3 2 He 1 H + n 4n 12 12 12 6 C 5 B 4 Be 16 16 16 8O 7 N 6 C 20 20 20 10 N e 9 F 8 O 24 24 24 12 M g 11 N a 10 N e 28 28 28 14 Si 13 Al 12 M g 32 32 32 16 S 15 P 14 Si 56 56 56 26 F e 25 M n 24 Cr

Energia (MeV) 0.782 20.596 13.370 10.419 7.026 5.513 4.643 1.710 3.695

0 (gr cm3 ) 1.22 107 1.37 1011 3.90 1010 1.90 1010 6.21 109 3.16 109 1.97 109 1.47 108 1.14 109

Fig. 7.20. Relazioni massa-densit` centrale per strutture elettronicamente degeneri di varia coma posizione, tenendo in conto i processi inversi. La linea a tratti mostra la soluzione di Chandrasekhar per e = 2.

termico molto maggiore di una Nana di CO e, corrispondentemente, tempi di rareddamento pi` lunghi. u

7.7. La massa limite di Chandrasekhar.


La teoria pone un limite superiore alla massa di una struttura sorretta dalla degenerazione elettronica, pari a circa 1.4 M . Tale limite (limite di Chandrasekhar) fu a suo tempo ricavato come conseguenza diretta delle relazioni siche che siamo andati sin qui esponendo. Si pu` o comprendere lorigine di tale limite ricordando che al crescere della massa cresce la densit` a (serve maggior pressione degli elettroni) e la degenerazione ` fatalmente spinta verso il regime e relativistico. Al limite pienamente relativistico esiste una ed una sola struttura possibile, la cui massa ` fornita dalla relazione e M= 5.75 M 2 e

Ripetendo il precedente calcolo di ordini di grandezza nel caso relativistico ( P 4/3 ) si ha infatti:

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Fig. 7.21. Relazioni massa-densit` centrale per strutture sorrette da elettroni o neutroni degeneri. a Le linee a tratti rappresentano strutture instabili. Per le stelle di neutroni ` riportata la soluzione rie cavata dallequazione di Oppenheimer-Volko (OV) assieme ad una soluzione che include opportune interazioni tra neutroni.

GM 2 R4

e anche

KM 4/3 R4

da cui si ricava la massa M = (K/G)2/3 . In pratica si trova che raggiungendo la piena degenerazione relativistica la struttura dovrebbe ridursi ad un punto, n sono permesse e strutture di equilibrio con masse maggiori. Al di l` di tale approccio analitico, il problema della massa limite ` in realt` governato a e a da meccanisnmi sici pi` complessi. Al crescere della densit` cresce lenergia raggiunta dagli u a elettroni, nendo col superare la soglia per reazioni inverse sui nuclei. Quando infatti lenergia di un elettrone diviene superiore allenergia del decadimento di un nucleo di numero di massa A e carica Z-1, diventano possibili le reazioni e + (Z, A) (Z 1, A) + La Tabella 4 riporta le densit` di soglia per linnesco di tali processi per diverse specie a atomiche. Valutazioni dettagliate (Fig.7.20)mostrano che che al crescere della massa di una struttura elettronicamente degenere, e quindi della sua densit`, avvicinandosi alla massa a limite di Chandrasekhar intervengono processi inversi che, aumentando e , inducono una diminuzione della massa limite. La Fig.7.21 riporta una sintesi generale di tali risultati. Alle densit` minori si trova il campo di esistenza delle strutture elettronicamente degeneri sin a qui discusse. Al crescere ulteriore della densit` centrale si hanno strutture instabili in cui la a massa decresce allaumenatre di c . Si ritrova una zona di stabilit` solo a densit` dellordine a a di c 1014 - 1016 per strutture sorrette ora da neutroni degeneri (Stelle di neutroni). I neutroni, con spin 1/2, sono infatti anchessi fermioni che ubbidiscono alla statistica di Fermi Dirac, in grado quindi di sviluppare una pressione di degenerazione. Nel caso non relativistico si trova cos` 4 109 5/3 . A titolo orientativo ricordiamo qui che il raggio P tipico di una stella di neutroni risulta dellordine di 10 km, contro i 103 -104 km di una Nana Bianca e i 106 km del Sole. Alle densit` delle stelle di neutroni non ` peraltro pi` valida lapprossimazione a e u Newtoniana, e il campo gravitazionale dovr` essere descritto in accordo con la relativit` a a generale, secondo lequazione di Oppenheimer Volko ( A2.3). La soluzione dipende dalle assunzioni che devono essere necessariamente fatte sullequazione di stato della materia neutronica. Si ritrova in ogni caso ancora una massa limite, ma il valore di tale massa dipende criticamente da tali assunzioni. Assumendo lequazione di stato non relativistica si troverebbe una massa limite M 0.7 M . La gura 7.21 mostra peraltro un esempio di come

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equazioni di stato che introducono opportunele interazioni tra neutroni possano innalzare la massa limite per tali strutture. Oggi si ritiene che il limite di massa per le stelle a neutroni si collochi attorno alle 2 - 3 M , anche se la maggioranza delle stelle di neutroni osservate come pulsar ha masse attorno alle 1.4 M . A titolo orientativo ricordiamo qui che il raggio tipico di una stella di neutroni risulta dellordine di 10 km, contro i 103 -104 km di una Nana Bianca e i 106 km del Sole. Per le Nane Bianche resta in ogni caso stabilito un limite superiore di massa dato, con buona approssimazione, dal limite di Chandrasekhar MCh precedentemente riportato. Per una struttura di idrogeno e =1 e MCh = 5.8 M , un limite di scarsa rilevanza perch` sappiamo che in e condizioni normali strutture di H di massa maggiore di 0.1 M giungono ad innescare la combustione dellidrogeno. Per 4 He, 12 C, 16 O, 20 Ne etc e = 2 e quindi MCh 1.4M limite che giocher` un ruolo essenziale nellevoluzione delle stelle massicce e nella proa duzione di Supernovae di tipo I nei sistemi binari. Per completezza, ricordiamo inne che a temperatura zero ma densit` sucientemente a alte diventano possibili anche reazioni nucleari: lenergia dei nuclei nel lattice pu` divenire o sucientemente elevata da superare la repulsione coulombiana, dando luogo a reazioni che prendono il nome di reazioni picnonucleari, dal greco pyknos = denso. Si stima che a 106 gr cm3 H sarebbe convertito in He in circa 105 anni, e a 1010 gr cm3 He sarebbe convertito in C. Il calcolo di tali processi ` peraltro molto dicoltoso, e i valori riportati e sono solo indicativi.

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Fig. 7.22. Andamento delle variabili chimiche e siche in una struttura di Ramo Orizzontale durante la fase di semiconvezione quiescente. Parametri evolutivi: massa totale della stella M=0.65 M , massa iniziale del nucleo di He Mc = 0.5 M , Y inviluppo = 0.20, Z= 103 . Luminosit` e a composizioni chimiche sono normalizzate ai loro valori massimi.

Fig. 7.23. Andamento di alcune variabili strutturali nella stella di cui alla gura precedente durante (pannello superiore) e subito dopo (pannello inferiore) un pulso di convezione. Si noti durante il pulso il riassorbimento della luminosit` segnalante lespansione del nucleo centrale. a

Approfondimenti
A7.1. Breathing Pulses
Lorigine dei pulsi di convezione noti come Breathing Pulses ` da ricercarsi nel medesimo meccae nismo di opacit` che aveva in precedenza dato luogo al trascinamento del nucleo convettivo ed a allo sviluppo della semiconvezione. Meccanismo che nelle fasi nali di combustione centrale di elio viene ulteriormente sollecitato dalle particolari caratteristiche della combustione. E infatti da notare come al tendere a zero dell abbondanza di elio nella zona di combustione, diventi sempre men probabile la reazione 3 (che dipende dal cubo dellabbondanza centrale di elio Yc ) a fronte della concorrente reazione 4 He (12 C, )16 0. In pratica, i nuclei di elio fondono preferenzialmente con il carbonio in cui sono ormai immersi prima di riuscire a trovare altri due nuclei di elio disponibili per

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Fig. 7.24. Traiettoria nel diagramma HR della struttura di cui alle due precedenti gure durante la fase di combustione quiescente diellelio e attraverso i primi due pulsi sino allinnesco del terzo pulso. I numeri segnalano linizio dei pulsi e le porzioni di traccia a punti riportano le rapide evoluzioni durante i ash

Fig. 7.25. Andamenti temporali di luminosit`, temperatura ecace e composizione chimica cena trale per il modello di cui alle gure precedenti lungo lintera fase di combustione centrale di He.

la reazione 3. La trasformazione di 12 C in 16 0 innalza ulteriormente lopacit` della materia, cos` a i che il bordo del nucleo convettivo ` stimolato con continuit` ad allontanarsi dalla neutralit` ( rad e a a = ad ) e, conseguentemente, a richiamare al suo interno materiale ancora ricco di He. Al diminuire di Yc la situazione diviene progressivamente sempre pi` critica perch` anche il u e poco elio trasportato attraverso tale meccanismo nel nucleo ormai depauperato di combustibile comincia ad inuenzare sensibilmente la generazione di energia, tendendo ad aumentare il usso e quindi il gradiente radiativo, contrastando leetto di stabilizzazione collegato allopacit`. Si trova a che per Yc 0.05 leetto di usso nisce col prevalere e limmissione di elio fresco nisce inevitabilmente col produrre un innalzamento generale del gradiente e quindi, con processo reazionato positivamente, un progressivo estendersi della convezione a richiamare nel nucleo sempre pi` elio. Il u processo si blocca solo quando, a causa del sensibile incremento dellenergia proveniente dal centro della struttura, gli strati circostanti iniziano una rapida espansione, riassorbendo lenergia stessa e stabilizzando cos` la zona. i La Fig. 7.22 riporta i dettagli di una struttura di ramo orizzontale durante la fase semiconvettiva quiescente, mentre la Fig.7.23 mostra la stessa struttura durante un pulso convettivo. Calcoli dettagliati suggeriscono che prima di giungere allesaurimento dellelio le strutture subis-

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Fig. 7.26. Linee isoacutiche Lac /L = cost nel diagramma HR per una stella di 0.6 M , Y=0.1, Z=103 , mixing length l=1.5 HP . Per confronto sono mostrate la posizione della MS, la linea evolutiva di una struttura di 1.1 M e la traccia di Hayashi per lassunta composizione chimica.

cano in media tre maggiori pulsi, che si sviluppano con tempi scala termodinamici. Leetto di tali pulsi ` di ringiovanire la struttura, riaumentando improvvisamente labbondanza di elio centrale. e Corrispondentemente la stella tende a riportarsi verso precedenti posizioni nel diagramma HR, per riiniziare la sua tipica evoluzione di combustione quiescente (Fig.7.24). Solo quando attraverso i pulsi ` stato depauperata di elio una vasta regione circondante il nucleo convettivo la stella riesce e ad esaurire lelio centrale per predisporsi alla fase di combustione in doppia shell. Leetto principale dei pulsi sarebbe dunque di prolungare la durata della fase di combustione centrale di He, come immediatamente ricavabile dai dati in Fig.7.25, ove ` facilemente riconoscibile e che lintervento dei pulsi allunga tale fase di poco meno di circa il 20%. Per sopprimere i pulsi esistono due alternative tecniche di calcolo. Una prima consiste nellimporre che nei modelli in prossimit` dellesaurimento dellelio centrale (Yc 0.1 -0.05) siano impediti aumenti nel tempo a di tale parametro. Una seconda tecnica, che sopprime i pulsi e fornisce comportamenti evolutivi analoghi ma non eguali, consiste invece nel sopprimere negli stessi modelli la valutazione della generazione di energia gravitazionale G .

A7.2. Perdite di massa: Giganti Rosse, Blue HB, AGB Manqu e Hot Flasher. e
Vi ` oggi un generale accordo sul fatto che le strutture stellari nel corso della loro evoluzione siano e soggette a non trascurabili fenomeni di perdita di massa. Osservazioni dirette di tale fenomeno riposano sullevidenza di gas diuso emergente dalla struttura, come data - ad es. - dalla presenza di righe di emissione nella banda ottica o da emissione infrarossa. Le misure, spesso di non facile interpretazione, suggeriscono che la perdita di massa sia particolarmente eciente tra le Giganti Rosse, raggiungendo e forse superando valori di 108 M /anno. Nel caso di giganti di ammassi globulari sono state riportate evidenze di perdita di massa dellordine di 109 M /anno, cio` giusto e dellordine di grandezza adatto per perdere durante la fase di Gigante Rossa quei pochi decimi di massa solare richiesti dalle caratteristiche osservative dei rami orizzontali. Pur non esistendo al presente una chiara interpretazione del meccanismo sico che sovraintende a tale fenomeno, le osservazioni sembrano indicare come la perdita di massa cresca sensibilmente al crescere della luminosit` della struttura. Su tali basi ` spesso utilizzata una formula empirica per il a e valore di tale perdita: L M = 4 1013 R gR M /anno (Formula di Reimers)

dove la luminosit`, il raggio e la gravita superciale sono in unit` solari ed R ` un parametro a a e libero che dovrebbe variare tra 1/3 e 3.

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Fig. 7.27. Diagrammi CM per un campione di Ammasi Globulari galattici, ordinati per crescente metallicit` a

Nel tempo si sono peraltro susseguite una gran variet` di formulazioni sie empiriche che basate a sulla postulata ecienza di meccanismi sici quali la pressione di radiazione sugli strati atmosferici. Citiamo, a titolo di esempio, la proposta correlazione tra perdita di massa ed i ussi acustici presenti negli inviluppi convettivi turbolenti, ipotizzando che da tali ussi si origini lenergia utilizzata dal gas per sfuggire alla attrazione gravitazionale. In eetti si ricava che la topologia di questi ussi nel diagramma HR (Fig.7.26), cos` come ricavabile da integrazioni analoghe a quelle usate per ricavare le linee isoconvettive e la traccia di Hayashi ( 5.4), mostra una almeno qualitativa corrispondenza con quanto atteso per lecienza della perdita di massa. Assumendo una perdita di massa proporzionale al rapporto tra la luminosit` acustica e lenergia a gravitazionale

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Fig. 7.28. Disribuzioni teoriche nel diagramma CM per ammassi con et` 15 Gyr e per le indicate a assunzioni sulla metallicit` Z. Si ` assunto R = 0.4. a e

R Lac (Formula di Fusi Pecci Renzini) GM dove F P R ` un parametro di ecienza. Tarando tale formula per il caso solare (M e 1014 M /anno) la formula fornisce previsioni che si accordano almeno qualitativamente bene con la formula empirica di Reimers. Restando nel campo delle piccole masse, la Fig.7.27 riporta i diagrammi CM per un campione di Ammassi Globulari galattici, ordinati per metallicit` crescente. Sia pur con alcune eccezioni, sulle a quali dovremo tornare nel seguito, si riscontra una generale correlazione tra metallicit` Z e Ramo a Orizzontale, con le stelle di HB che si spostano verso minori temperature ecaci allaumentare dellla metallicit`. Un tale andamento pu` essere compreso osservando che allaumentare di Z per a o ogni pressata et` aumenta la massa delle Giganti Rosse al ash e diminuisce nel contempo la a massa delle stelle di HB ad una pressata temperatura ecace (aumenta lecienza della shell di H!), ambedue queste variazioni andando nel senso di produrre HB pi` rossi. u La Fig.7.28 mostra come utilizzando la formula di Reimers con parametro R =0.4 le predizioni teoriche forniscano diagrammi CM in buon accordo con tale andamento generale. La presenza di alcuni HB con eccezionali Code Blu ` peralro evidenza che in quegli ammassi alcune stelle e di HB hanno subito un ingente ed eccezionale perdita di massa, sino a perdere la quasi totalit` a dellinviluppo idrogenoide. In passing, si noti che il brusco crollo di luminosit` degli HB alle a alte temperature ` un artefatto dellintervento della correzione bolometrica. Vedremo nel prosieguo e come nellultravioletto le stelle pi` blu di Ramo Orizzontale (EHB= Extremely Blue HB) siano u addirittura le pi` luminose dellintero ammasso. u La Fig.7.29 mostra un fascio di tracce evolutive per modelli che iniziano la fase di combustione di He a varie temperature ecaci di ZAHB. Si noti come modelli a temperatura molto alta, quindi con inviluppi estremamente tenui e shell di idrogeno poco ecienti, al termine della fase di combustione centrale di elio non riescano a spostarsi sul Ramo Asintotico, permanendo alle alte temperature da dove inne raggiungeranno direttamente la loro sequenza di rareddamento come Nane di CO. A Tali strutture prendono il nome di AGB Manqu , e sono di grande importanza per il usso e UV (ultravioletto) che possono generare negli Ammassi Globulari e, pi` in generale, nelle antiche u popolazioni stellari. Perdite di massa che portino la massa di un Gigante Rossa al di sotto della massa critica per linnesco del nucleo di elio mancheranno la fase di Ramo Orizzontale. Lidagine evolutiva mostra che una Gigante Rossa riesce a completare la sua evoluzione sino al ash dellelio solo nel caso che la perdita di massa non riduca in precedenza linviluppo al di sotto di un valore critico pari a circa 0.06 M . In corrispondenza di tale limite la shell di idrogeno inizia a risentire della mancanza di inviluppo e la stella cessa la sua ascesa, permanendo presso il Ramo delle giganti sino a ridurre M = F P R

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Fig. 7.29. Tracce evolutive per la fase di combustione di elio per stelle con varie collocazioni di ZAHB, come causate da corrispondenti variazioni nella assunta quantit` di massa persa dai a progenitori RG.

Fig. 7.30. Sequenze evolutive di Giganti Rosse che per eccesso di perdita di massa abbandonano il Ramo delle Giganti per rareddarsi come Nane di He. linviluppo a 0.007 M , iniziando a questo punto una rapida contrazione che le porta sulla sequenza di rareddamento sotto forma di Nane di He (Fig.7.30). Esiste peraltro un piccolo intervallo di masse che, avendo abbandonato il ramo delle Giganti poco prima del ash, nisce con innescare il ash lungo la sequenza di rareddamento. Tali strutture prendono il nome di Hot Flashers. Si ritiene che in tali strutture la particolare violenza del ash possa portare a fenomeni di rimescolamento che arricchiscono latmosfera delle strutture con He e C. A seguito di tale arricchimento le stelle dovrebbero mostrarsi nei diagrammi CM come un gruppo leggermente separato dalla normali stelle di HB.

A7.3. Rotazione stellare. ZAHB rotazionali


Non sorprendentemente, levidenza sperimentale mostra che non solo il Sole ma anche le altre stelle ruotano attorno ad un loro asse. Evidenze per la rotazione stellare possono essere e sono ricavate dallallargamento delle righe di assorbimento dovuto alleetto Doppler, qualora lasse di rotazione della struttura non giaccia lungo la linea visuale. La Fig.7.31 riporta landamento della velocit` equatoriale media caratterizzante stelle di SP di varia massa. Si nota come al di sotto di a 2 M si evidenzi una brusca diminuzione dello stato di rotazione. Ci` viene posto in relazione o con linstaurarsi di una zona di convezione superciale e, con essa, di un vento solare in grado di estrarre momento angolare dalla struttura, tramite linterazione delle particelle del vento col campo

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Fig. 7.31. Andamento con la massa stellare delle velocita equatoriali medie per stelle di MS. Le masse sono in masse solari.

magnetico ruotante originato dalla struttura medesima. A parziale riprova di questa interpretazione vi ` losservata correlazione inversa tra let` della struttura e le velocit` di rotazione. e a a La rotazione stellare ` un possibile parametro evolutivo che abbiamo sinora omesso nelle vale utazioni strutturali, assumendone esplicitamente la trascurabilit`, almeno come caso generale. Ci` a o ` confortato dallandamento monoparametrico dei diagrammi CM, nei quali non si manifestano gli e eetti di un parametro stocastico come ci si attende sia la rotazione stellare. Valutazioni rigorose di strutture ruotanti sono peraltro estremamente complesse, non fosse altro perch`, venendo a cadere e la simmetria sferica, sarebbe in linea di principio necessario sviluppare codici di calcolo in coordinate cilindriche. Valutazioni approssimate indicano che la rotazione tende a rareddare gli interni stellari. Si pu` comprendere tale risultato osservando che la forza centrifuga va in parte a bilanciare o la gravit`, diminuendo le richieste di temperatura (energia cinetica). a Rareddando linterno delle strutture stellari, la rotazione pu` inuenzare levoluzione di piccole o masse in fase di Gigante Rossa, ritardando il ash dellelio. Ne discende che strutture di ZAHB provenienti da stelle ruotanti dovrebbero avere masse dei nuclei di elio e perdite di massa maggiori di quanto atteso nel caso canonico non rotante. Laumento della perdita di massa, fatti salvi ulteriori fenomeni legati alla rotazione, restando collegato al maggior tempo passato in fase di Gigante Rossa. Al riguardo sono state eseguite stime evolutive, sotto la condizione di conservazione del momento angolare lungo tutta la struttura. Ci` implica un forte aumento di velocit` angolare nei nuclei di o a elio delle Giganti Rosse, stante le esigue dimensioni spaziali cui tali nuclei si riducono. In accordo con tali stime massa del nucleo di elio e luminosit` al ash seguono approssimativaa mente le relazioni Mc () Mc,0 + 1.44 2.16 logLf logLf,0 + 3.8103 2 dove Mc,0 e ogLf,0 rappresentano i valori canonici di modelli non rotanti e ` la velocit` e a angolare dei modelli di MS, data in rotazioni per giorno. E da notare che per 5 levoluzione dalla MS alle giganti rosse resterebbe sostanzialmente inalterata, gli eetti di rotazione rivelandosi solo nella fase di combustione di elio. Dalle discusse propriet` topologiche dei modelli a doppia sorgente di energia si ricava che a laumento di Mc e quello della perdita di massa agiscono entrambi nel senso di spostare un modello dalla sua posizione canonica verso maggiori temperature eettive, con modalit` che dipendono a dallo stato di rotazione delle singole stelle e dalla relativa ecienza dei due meccanismi citati. La situazione ` illustrata dallapproccio topologico di Fig.7.32. Se modeste variazioni sulla velocit` ane a golare , tali cio` da non inuenzare il valore canonico di Mc , producono sensibili variazioni sulla e perdita di massa, lattesa distribuzione sul ramo orizzontale non si discosta da una ZAHB canonica,

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Fig. 7.32. La collocazione nel diagramma HR di sequenza di ZAHB sotto diverse assunzioni della relazione tra perdita di massa e rotazione. La -ZAHB rappresenta la ZAHB canonica con massa variabili e massa del nucleo costante. La -ZAHB ` il luogo di strutture con massa costante e e variabile massa del nucleo di He. I cerchietti aperti mostrano la distribuzione attesa quando perdita di massa e rotazione sono combinate secondo le prescrizioni fornite nel testo. . indicata in gura come -ZAHB a sottolineare che la distribuzione ` originata esclusivamente da e variazioni di ecienza nella perdita di massa. Se, allaltro estremo, variazioni di giungono a variare sensibilmente Mc senza modicare la perdita di massa, le stelle si distribuiranno lungo una sequenza caratterizzata dalle condizioni M cost ma Mc variabile. Tali sequenze sono indicate in gura come -ZAHB. E facile vericare che per ogni assunta relativa ecienza dei due meccanismi le possibili sequenze di ZAHB rotazionali devono restare comprese nel cono avente vertice nel modello canonico non ruotante e avente come limiti la -ZAHB e la -ZAHB passanti per quel punto, discostandosi dalla -ZAHB tanto maggiormente quanto minore ` linuenza della rotazione sulla perdita di massa. e Le attuali valutazioni dellinuenza della rotazione sulle dimensioni in massa del nucleo di elio e sulla perdita di massa paiono indicare un bilanciamento tra questi due eetti, c`me mostrato o nella stessa Fig.7.32. Parrebbe potersi obiettare che le stelle di ramo orizzontale sono stelle di piccola massa che abbiamo trovato essere trascurabilmente ruotanti. Da un lato per` non abbiamo o probanti informazioni sullo stato di rotazione di tali stelle negli ammassi globulari, n sappiamo e quanto il meccanismo di frenamento discusso in precedenza agisca in profondit`. In eetti ci` che noi a o misuriamo ` lo stato di rotazione dellatmosfera stellare e nulla sappiamo su una possibile residua e rotazione dellinterno. Se una dispersione dei valori della rotazione fosse allorigine della dispersione delle stelle lungo il Ramo Orizzontale verrebbe ad essere modicata la relazione tra luminosit` di a HB e composizione chimica iniziale cos` come ricavata dalle -ZAHB ed alla base di molte delle correnti elaborazioni teoriche dei dati osservativi.

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Origine delle Figure Fig.7.1 Iben I.Jr. 1965, ApJ142,1447 Fig.7.2 Kippenhan R., Thomas H.C., Weigert A. 1965, Zeitschrift f. Astros. 61, 241 Fig.7.3 Castellani V., Chie A., Pulone L., Tornamb A. 1985, ApJ 296, 204 e Fig.7.4 Castellani V., Giannone P., Renzini A. 1971, Astrophys. Space Sci, 10, 340 Fig.7.5 Castellani V., Giannone P., Renzini A. 1971, Astrophys. Space Sci, 10, 340 Fig.7.6 Castellani V., Giannone P., Renzini A. 1971, Astrophys. Space Sci, 10, 340 Fig.7.7 Demarque P., Sweigart A.V., 1976, A&A 20, 442 Fig.7.8 Demarque P., Sweigart A.V., 1976, A&A 20, 442 Fig.7.9 Sweigart A.V., Gross P. 1976, ApJS 32, 367 Fig.7.10 Caloi V., Castellani V., Tornamb A. 1978, A&AS 33, 169 e Fig.7.11 Castellani V., Chie A., Pulone L., Tornamb A. 1985, ApJ 296, 204 e Fig.7.12 Castellani V., Chie A., Pulone L. 1991, ApJS 76, 911 Fig.7.13 Castellani V., Chie A., Pulone L. 1991, ApJS 76, 911 Fig.7.14 Castellani V., Astrosica Stellare, Zanichelli 1985 Fig.7.15 Iben I.Jr. 1982, ApJ 260, 821 Fig.7.16 Castellani V.1985 , Astrosica Stellare, Zanichelli ed. Fig.7.17 Kaplan S.A. 1982, Fisica delle Stelle, Sansoni ed. Fig.7.18 Iben I.Jr., Tutukov A.V. 1984, ApJ 282, 615 Fig.7.19 Weidemann V. 1967, Zeitschrift f. Astros. 67, 286 Fig.7.20 Shapiro S.L., Tenkolsky S.A. 1983, Black Holes, WD and Neutron Stars, Wiley Inters. Publ. Fig.7.21 ReesM.J., Runi R. 1974 Fig.7.22 Castellani V., Chie A., Pulone L., Tornamb A. 1985, ApJ 296, 204 e Fig.7.23 Castellani V., Chie A., Pulone L., Tornamb A. 1985, ApJ 296, 204 e Fig.7.24 Castellani V., Chie A., Pulone L., Tornamb A. 1985, ApJ 296, 204 e Fig.7.25 Castellani V., Chie A., Pulone L., Tornamb A. 1985, ApJ 296, 204 e Fig.7.26 Castellani V., Puppi ., Renzini A. 11971, Astrophys. Space Sci. 10, 136 Fig.7.27 Sosin C., Piotto G., Djorgovski S.G. et al 1997, Advances in Stellar Evolution, Cambridge Univ. Press Fig.7.28 Brocato E., Castellani V., Poli F.M. Raimondo G. 2000, A&AS 145,91 Fig.7.29 Cassisi S., Castellani M., Caputo F., Castellani V. 2004, A&A Fig.7.30 Castellani M., Castellani V. 1993, ApJ 407, 649 Fig.7.31 McNally D. 1965, The Observatory 85, 166 Fig.7.32 Castellani V., Ponte G., Tornamb A. 1981, Astrophys. Space Sci. 73, 11 e

Capitolo 8 Combustione dellelio e fasi evolutive avanzate: masse intermedie e grandi masse
8.1. Lo scenario generale
Lo studio dellevoluzione delle piccole masse ci ha fornito gran parte degli ingredienti necessari per la comprensione dei meccanismi che caratterizzano e condizionano levoluzione di masse superiori nelle fasi evolutive avanzate. Ricordiamo innanzitutto che masse intermedie e grandi bruciano in ogni caso H in un nucleo convettivo: allesaurimento dellH centrale subiranno quindi tutte una fase di overall contraction che conduce allinnesco della combustione a shell di idrogeno ai conni del nucleo di He che segnala lavvenuta combustione dellidrogeno. Il nucleo di He ` non-degenere, e la combustione a shell assume laspetto di una e rapida fase di transizione che porta la struttura sulla sua traccia di Hayashi ove innescher` a la combustione quiescente 3 al centro del nucleo di elio, mentra la shell di idrogeno resta attiva ai conni di tale nucleo. In questo intervallo di masse viene dunque a mancare il Ramo delle Giganti, che resta a contraddistinguere le piccole masse e, dunque, le pi` antiche u popolazioni stellari. Stante la forte dipendenza della combustione 3 dalla temperatura, in tutte queste strutture si svilupper` una zona convettiva centrale. I fenomeni di trascinamento del nucleo a convettivo, semiconvezione e, eventualmente, breathing pulses che abbiamo riscontrato nelle piccole masse sono presenti anche nelle masse superiori, contribuendo a prolungare nel tempo la fase di combustione centrale di He. A somiglianza delle piccole masse, cresce nel tempo il contributo energetico delle combustioni di He e, tipicamente, nel diagramma HR le traiettorie evolutive compiono un loop prima allontanandosi dalla traccia di Hayashi, per tornarvi allesaurimento dellelio centrale e linstaurarsi della fase di combustione a doppia shell, come gi` riscontrabile nelle Fig. 6.1, 6.3 e 7.1. a La Fig. 8.1 illustra il comportamento in combustione centrale di elio della struttura di 6 M che avevamo gi` seguito nelle fasi di combustione di idrogeno ( Fig. 6.4). Si pu` a o notare il progressivo incremento della luminosit` prodotta dalla 3 a spese dellecienza a della shell di idrogeno. Si noti anche il progressivo aumento del nucleo convettivo, segnalato dalla distribuzione omogenea di 12 C, e lo sviluppo di una limitata regione semiconvettiva, segnalata dal gradiente nellabbondanza di elio. Dalle temperature ecaci riportate in gura si ricava come lultimo modello sia gi` in fase di rientro verso la traccia di Hayashi. a 1

Fig. 8.1. Evoluzione della struttura interna di una stella di 6 M , y=0.20, Z=103 durante la fase di combustione quiescente dellelio centrale. I vari parametri sono normalizzati ai loro valori massimi, riportati in ogni pannello. Per ogni struttura sono anche riportati la collocazione nel diagramma HR (logL, LogTe ), let` ed il numero sequenziale del modello. . a

Per denizione, le masse intermedie innescano la combustione a shell di elio alla periferia di un nucleo di CO che diviene rapidamente degenere. Come le piccole masse, esse daranno quindi vita ad una fase di AGB, raggiungendo fatalmente una fase di pulsi termici attraverso i quali lidrogeno dellinviluppo viene progressivamente trasformato prima in elio e poi in CO. Se nel frattempo, come si ritiene, la perdita di massa porta le strutture al di sotto del limite di Chandrasekhar, il destino nale di tali strutture sar` - come per le piccole masse- il a progressivo rareddamento sotto forma di Nane Bianche di CO. In caso contrario si giunger` a fatalmente alla deagrazione del Carbonio. Il limite superiore di massa per tale comportamento viene indicato in letteratura come Mup . Il preciso valore di tale limite dipende dalla composizione originale della stella: possiamo peraltro almeno orientativamente indicare un valore attorno alle 8 M . Masse superiori a Mup giungono invece ad innescare la combustione del Carbonio prima che il nucleo degeneri completamente. In un ristretto intervallo di circa 2 M la combustione di C conduce alla creazione di nuclei di ONe degeneri. Se, nuovamente, non interviene una suciente perdita di massa, anche queste strutture termineranno o con la deagrazione del Carbonio (masse minori) o con processi di cattura elettronica che portano alla implosione ed alla formazione di una stella di neutroni. Nel seguito considereremo queste strutture come una sottoclasse della masse intermedie. Stelle con massa ancora maggiore portano a compimento lintera catena di combustioni sino alla nale fotodisntegrazione del Fe e lesplosione come Supernovae.

Fig. 8.2. Andamento di alcune variabili di struttura al variare della massa stellare alla transizione tra piccole masse e masse intermedie. Pannello superiore: massa del nucleo di He allinnesco della reazione 3. Pannello intermedio: luminosit` del primo modello in combustione quiescente di He. a Pannello inferiore: tempi di vita in fase di combustione di He centrale.

8.2. La transizione tra masse piccole e intermedie


Il dominio delle piccole masse resta denito dalla combustione di idrogeno in una shell che circonda un nucleo di He elettronicamente degenere, condizione che contrasta linnesco della combustione dellHe e prolunga levoluzione in combustione di H lungo il Ramo delle Giganti sino allo sviluppo dell He-ash in una struttura con luminosit` migliaia di volte a quella solare e con un nucleo di He che raggiunge allincirca le 0.5 M . Allaumentare della massa stellare viene progressivamente rimossa la degenerazione e, corrispondentemente, viene progressivamente facilitato linnesco dellHe che avviene prima e con un nucleo di He pi` piccolo (in massa). Rimossa la degenerazione la struttura ` ormai entrata nel dominio u e delle masse intermedie. La Fig.8.2 riporta alcuni dettagli che illuminano il comportamento delle strutture al variare della massa attraverso la transizione dalle piccole masse alle masse intermedie per composizioni di tipo solare. Il pannello superiore mostra come alle masse minori il nucleo di He allinnesco dellHe (ash) si mantenga sensibilmente costante, diminuendo leggermente allaumentare della massa. Attorno alle 2.0 M inizia una rapida transizione ed il nucleo di He raggiunge un minimo per M=2.3 M . In questa struttura la degenerazione ` ormai e rimossa e linnesco dellelio avviene in maniera quiescente. Il nuovo aumento al di sopra di M=2.3 M origina dal fatto che la 2.3 M in MS ha gi` sviluppato un nucleo convettivo, che a allesaurimento dellH centrale si trasformer` in un nucleo di elio, e che tale nucleo convettivo a cresce al crescere della massa della stella. Il pannello intermedio mostra come tali variazioni si riettano sulla luminosit` delle a strutture. Sino a circa 2.0 M , nonostante la leggera diminuzione del nucleo di He, la luminosit` aumenta, segnalando che laumentata massa degli inviluppi accresce lecienza della a shell di H, compensando la diminuzione del nucleo e governando la luminosit` totale della a struttura. Nella fase di transizione ` invece la forte diminuzione del nucleo che prende il e sopravvento, inducendo una corrispondentemente rapida diminuzione della luminosit`. Sono a

Fig. 8.3. Collocazione nel diagramma HR dei modelli di cui alla gura precedente.

inne ancora le dimensioni del nucleo di He a guidare la risalita della luminosit` sopra le a M=2.3 M , con una crescita che continuer` regolarmente al crescere della massa stellare e a del conseguente aumento dei nuclei convettivi. Il pannello inferiore riporta inne la rilevante evidenza di come la durata della fase di combustione di He centrale sia regolata dalle dimensioni del nucleo di He, regola di cui faremo uso nel discutere gli eetti di un eventuale esteso oveshooting ( A8.1). Se ne trae levidenza che giusto alla transizione le strutture stellari mostrano una eccezionale durata della fase di combustione di He centrale, permanendo in tale fase pi` del doppio del tempo u di ogni altra massa, sia minore che maggiore. Evidenza che in taluni casi si deve tradurre in una particolare abbondanza di tali strutture. Pi` in generale, dai dati in Fig.8.2 e sulla base dei tempi in Tabella 5.1, si trae levidenza u che una popolazione stellare di composizione solare e di assegnata et`, comincer` a sviluppare a a un Ramo delle Giganti dopo circa 600 milioni di anni, tempo evolutivo di una struttura M=2.3 M allesaurimento dellH centrale. A 800 milioni di anni, tempo della combustione di H di una M=2.1 M , il Ramo delle Giganti ` ormai formato e permarr` per tutti i tempi e a successivi. Questa fase di apparizione del Ramo delle Giganti prende in letteratura il nome di Red Giant Transition (RGT) e segna il rapido passaggio dalle tipiche polazioni giovani, a giganti blu, alle popolazioni pi` anziane dominate dalle Giganti Rosse. u Tempi e masse della Red Giant Transition dipendono dalla composizione chimica originale delle stelle. La stessa Fig. 8.2 mostra come una diminuzione dellelio originale si traduca in un aumento della massa di transizione. Ci` appare in accordo con la regola pi` volte enuno u ciata secondo la quale diminuire il contenuto di elio (diminuire il peso molecolare medio) produce strutture pi` fredde e, di conseguenza, pi` aette da degenerazione elettronica. u u Analogamente si pu` facilmente predire che al diminuire della metallicit` deve diminuire o a anche la massa di transizione: una diminuzione di metallicit` produce infatti strutture pi` a u calde e meno soggette alla degenerazione elettronica. La Fig. 8.3 mostra inne la collocazione nel diagramma HR di strutture di transizione allinizio della loro fase di combustione quiescente di elio. Allaumentare della massa i modelli raggiungono un minimo nella temperatura ecace per poi tornare verso alti valori di tale parametro ancor prima di entrare nella fase di vera transizione, marcata dal successivo minimo della luminosit`. Superata la transizione, la luminosit` alla quale inizia la combustione a a di elio crescer` inne monotonamente al crescere della massa della struttura. a

Fig. 8.4. Tracce evolutive per stelle di 3, 4, 5, 7 e 9 M dalla MS sino alle fasi di combustione di He in shell per composizioni chimiche rappresentative della Pop.I e della Pop.II.

8.3. Masse intermedie.


Superata la massa critica per la Red Giant Transition le stelle entrano nel dominio delle masse intermedie. Tutte queste strutture avevano in MS un nucleo convettivo che nel tempo ` andato ritirandosi lasciando dietro di s un gradiente di elio. E in questa zona semicome e busta che si innesca la shell di H che conduce la stella nella zona delle Giganti Rosse dove inne innescher` la combustione centrale dellHe. Per composizioni chimiche normali i tempi a evolutivi sono ormai scesi a centinaia di milioni di anni, troppo corti perch` la diusione e degli elementi possa modicare in maniera signicativa la distribuzione interna delle specie chimiche. La Fig. 8.4 riporta il tipico cammino evolutivo delle masse intermedie per due campioni di stelle rappresentativi, rispettivamente, della Pop. I e II. La fase di combustione di elio centrale ` segnalata dai loop in temperature ecaci che prima allontanano e poi e riportano le stella sulla loro traccia di Hayashi. Notiamo qui solamente che al diminuire della metallicit` aumenta lescursione di tali loop, occorrenza che avr` risvolti rilevanti a a nel discutere le propriet` delle veriabili Cefeidi. a Dopo lesaurimento dellHe centrale e lo spengimento della shell di H la maggior parte delle strutture subisce il 2 dredge up. La convezione superciale aonda sino a penetrare nel nucleo di elio, arricchendo di elio la superce e avendo come conseguenza anche una diminuzione delle dimensioni in massa del nucleo medesimo. Il nucleo di CO inizia a degenerare e la produzione di neutrini raredda le regioni centrali procurando una inversione della temperatura. In tale fase il parametro evolutivo che regola il raggiungimento o meno dellinnesco delle reazioni del Carbonio ` la massa del nucleo di CO degenere. Occorrono e grandi nuclei di CO per consentire che la loro contrazione fornisca lenergia che, in concorrenza con le perdite per termoneutrini, consenta di raggiungere linnesco del Carbonio. In pratica si trova che innescano il C le strutture che giungono a costituirsi un nucleo di CO di massa M maggiore di 1.1 M . E immediato collegare tale prescrizione alla storia evolutiva della stella e, con essa, alla massa della struttura. Le dimensioni del nucleo di CO discendono infatti dalle dimensioni del nucleo di He nella fase di combustione centrale di He e queste sono a loro volta il ricordo del nucleo convettivo nella fase di combustione di H. Maggiore dunque la massa della stella, maggiore - come abbiamo visto - il nucleo convettivo in MS e, attraverso la catena di eventi ora enunciata - facilitato linnesco del Carbonio. Una simile prescrizione fornisce anche un criterio per valutare leetto della metallicit` sul valore della massa critica a Mup . Dalla correlazione a suo tempo indicata per le strutture della Sequenza Principale, secondo la quale al diminuire della metallicit` aumenta la massa dei nuclei convettivi, segue a ora direttamente che al diminuire della metallicit` viene favorito linnesco del C, spostando a

6 Tab. 1. Parametri evolutivi per le strutture di cui alla Fig. 8.4. Ogni riga riporta nellordine: metallicit` (Z), massa del nucleo convettivo in ZAMS (MM S ), massa del nucleo di elio allesaurimento a cc X=0 dellH centrale (MHe ) e allinizio della combustione di He (MHe ), massa del nucleo convetHe tivo allinnesco dellHe (MHe ) e le masse del nucleo di elio (MY =0 ) e del nucleo di CO (MY =0 ) cc He CO allesaurimento dellHe centrale. Le ultime quattro colonne riportano inne massa del nucleo di CO e luminosit` della struttura al 2 dredge up e al primo pulso termico. Le lineette indicano un mancato a dredge up. Masse e luminosit` sono in unit` solari. a a Z 0.02 0.02 0.02 0.02 0.02 0.002 0.002 0.002 0.002 0.002 M 3 4 5 7 9 3 4 5 7 9 MM S cc 0.60 0.88 1.20 1.93 2.63 0.64 0.98 1.33 2.11 2.97 MX=0 He 0.32 0.40 0.58 0.90 1.27 0.34 0.47 0.59 0.88 1.24 MHe He 0.37 0.49 0.64 0.98 1.39 0.39 0.51 0.64 0.96 1.37 MHe cc 0.22 0.32 0.40 0.71 1.03 0.30 0.42 0.54 0.81 1.11 MY =0 He 0.57 0.79 1.04 1.59 2.20 0.70 0.93 1.19 1.73 2.28 MY =0 CO 0.21 0.39 0.44 0.72 1.03 0.30 0.47 0.57 0.83 1.11 MDU CO 0.73 0.94 0.73 0.78 1.01 LDU 3.95 4.17 4.00 4.00 4.25 MT P CO 0.55 0.79 0.87 1.01 C 0.69 0.86 0.91 1.07 C LT P 3.41 4.12 4.23 4.46 ignition 3.74 4.17 4.28 4.51 ignition

dunque Mup verso valori minori, almeno sinch si rimanga nel campo di metallicit` tipiche e a per le normali popolazioni galattiche. In tale contesto ` inne opportuno rilevare come il raggiungimento della massa critica del e nulcleo di CO, e quindi linnesco o meno del C, dipenda anche dallecienza dei meccanismi di rimescolamento che hanno operato lungo la storia della struttura, con il trascinamento del nucleo e la semiconvezione indotta che favoriscono linnesco e il 2 dredge up che invece lo sfavorisce. La Tabella 1 illustra la catena di avvenimenti che condizionano la massa del nucleo di CO riportando alcuni parametri signicativi per le stelle di cui alla precedente Fig. 8.4. Come esempio di lettura di tali dati, la Tabella ci dice, ad esempio, che una stella di 5 M , Z=0.02, inizia la sua vita con un nucleo convettivo di 1.20 M che al termine della combustione di idrogeno si ` ridotto a 0.58 M , portato a 0.64 M dalla combustione a e shell di H prima dellinnesco dellelio. Allinizio della combustione di elio la struttura ha un nucleo convettivo di 0.40 M , che produce al termine della combustione un nucleo di CO di 0.44 M , mostrando i ridotti eetti del trascinamento del nucleo in queste masse. Nello stesso tempo il nucleo di elio ` stato portato dalla combustione a shell a 1.04 M . La stella e subisce il 2 dredge up e arriva al reinnesco della shell di idrogeno, precursore della fase dei pulsi termici, con un nucleo di CO di sole 0.87 M , indicando che a tale valore ` calato del e nucleo di elio dopo il dredge up. Si notino nella Tabella le alte luminosit` raggiunte dalle a stelle al termine della fase di early AGB. In una stella di 7 M di Pop.II il primo precursore dei pulsi si manifesta a logL/L =4.5, a luminosit` ben pi` alte che nel caso delle piccole a u masse (logL/L 3). La traiettoria evolutiva delle condizioni centrali, come riportata in Fig. 8.5 per varie masse e due metallicit`, fornisce un utile compendio della storia delle strutture. Come carata teristica generale si noti come linnesco della combustione centrale di elio sia segnalato da una espansione delle regioni centrali, cui corrisponde nel diagramma HR il primo tratto del loop verso alte temperature ecaci. Nelle fasi evolutive successive una stella di 10 M a bassa metallicit` riesce a mantenersi al di fuori della degenerazione, giungendo ad ina nescare pacicamente il Carbonio. Diminuendo la massa e/o aumentando la metallicit` gli a

Fig. 8.5. Traiettoria temporale delle condizioni centrali per stelle di varia massa con Y=0.28 e Z=104 (linee continue) e Z=3 102 (linee a tratti). La linea a punti indica il luogo ove lenergia prodotta dalla combustione del C eguaglia le perdite per termoneutrini. Le masse delle stelle sono indicate in M allinizio delle relative tracce. Cerchi o quadrati lungo le tracce segnalano nellordine: 1. Sequenza Principale; 2. Inizio della fase di overall contraction; 3. Innesco della combustione di elio centrale; 4. Esaurimento dellelio centrale.

eetti della degenerazione niscono con il prevalere, allontanando le traiettorie dalla curva di ignizione per imboccare una sequenza di rareddamento. Linnesco del Carbonio, che segna il limite superiore delle masse intermedie, avviene inizialmente in nuclei parzialmente degeneri ove ` presente linversione di temperatura ine dotta dalleciente produzione di termoneutrini: tale innesco avverr` dunque in una shell a tramite una serie di ash. Allaumentare della massa si passer` ad un ash centrale e, inne a allinnesco quiescente del C che segna linizio delle Grandi Masse. Non sorprendentemente, la stelle che innescano il C in ambiente degenere sono quelle che svilupperanno un nucleo di ONe denitivamente degenere. Abbiamo pi` volte ripetuto come il destino delle masse intermedie, che sviluppano un u nucleo di CO denitivamente degenere, dipenda dalle perdite di massa. Inizialmente, entrate nel regime di pulsi termici, mostreranno atmosfere arricchite dal 3 dredge up, segnalandosi come Stelle al Carbonio. Se attraverso il meccanismo dei pulsi termici il nucleo di CO ` in e grado di aumentare liberamente, dalla relazione massa del nucleo luminosit` si ricava che a a logL/L 4.7 il nucleo raggiunge la massa di Chandrasekhar: ne segue deagrazione e incinerimento della struttura. Si ritiene peraltro che durante i pulsi termici intervenga anche nelle masse intermedie una perdita di massa parossistica (superwind) che liberi la struttura del proprio inviluppo, lasciando il nucleo di CO degenere di circa 1 M al centro di una Nebulosa Planetaria.

8.4. Grandi masse: combustione di H e He


Stelle sucientemente massicce (M 10 - 11 M ) giungono a superare indenni la combustione del Carbonio, procedendo attraverso le successive combustioni di Neon, Ossigeno, Silicio sino a formare un nucleo di Fe. Abbiamo gi` ricordato la sostanziale inosservabilit` a a delle fasi successive alla combustione dellelio causata dai brevi tempi evolutivi. A conferma di ci` la Tabella 2 riporta una stima dei tempi trascorsi nelle diverse combustioni da una o stella di 25 M , confermando come lo studio delle combustioni avanzate debba essere essenzialmente volto alla conoscenza dellevoluzione chimica della materia stellare e ai processi esplosivi che interessano le strutture nali. A fronte della breve vita delle grandi masse , non risulta peraltro semplice trovare per tali strutture opportuni riscontri osservativi anche per le fasi di combustione di H o He. Gli Ammassi Globulari o Galattici che abbiamo sin qui posto come fondamento delle indagini

8 Tab. 2. Temperature, densit` e tempi scala nucleari per una stella di 25 M . a Combustione Idrogeno Elio Carbonio Neon Ossigeno Silicio Collasso Massimo del collasso Esplosione Temperatura 5 keV 20 kev 80 kev 150 kev 200 kev 350 kev 600 kev 3 MeV 100-600 kev Densit` a gr/cm3 gr/cm3 gr/cm3 gr/cm3 gr/cm3 gr/cm3 gr/cm3 gr/cm3 varie Tempi scala 7 106 anni 5 105 anni 600 anni 1 anno 6 mesi 1 giorno secondi millisecondi 1-10 secondi

5 700 2 105 4 106 107 3 107 3 109 101 4

Fig. 8.6. Sinistra: Diagramma CM per lAmmasso Globulare della Grande Nube NGC2004. Destra: Stesso diagramma ma corretto per un modulo di distanza DM=18.5 e con sovraimposte le tracce evolutive teoriche per stelle di 2.5 e 16 M . Le stelle del clump indicato dalle frecce sono stelle del campo della Nube, non appartenenti allammasso,

evolutive orono al riguardo scarsissime evidenze. Fortunatamente nei pressi della Galassia si trova la galassia satellite della Grande Nube di Magellano, ove ` tuttora attiva le fore mazione di popolosi Ammassi Globulari. Nel seguito introdurremo dunque il discorso sulle grandi masse avendo come utile riferimento le evidenze osservative che ci provengono da ammassi della Grande Nube (Large Magellanic Cloud = LMC) quali quello il cui diagramma CM ` riportato in Fig. 8.6.Come mostrato nel pannello di sinistra della stessa gura, ase sumendo per LMC un modulo di distanza DM 18.5, troviamo allestremit` superiore della a Sequenza Principale stelle di magnitudine V -6, oltre 20000 volte pi` luminose del Sole, u a testimonianza della loro appartenenza al campo delle grandi masse. Da un punto di vista teorico le fasi di combustione dellidrogeno non si discostano qualitativamente dalle tipiche evoluzioni guidate dalla combustiome CNO. Allaumentare della massa aumentano temperatura centrale e luminosit` delle strutture, e aumentano le dimena sioni in massa dei nuclei convettivi di Sequenza Principale, che in una stella di 20 M e in dipendenza dalla composizione chimica iniziale, possono arrivare a superare anche le 9 M . Come mostrato nel pannello di destra della precedente Fig.8.6 nel caso di una 16 M , allesaurimento dellidrogeno centrale segue - come di norma - una escusrsione verso il rosso. Le modalit` di tale escursione dipendono peraltro dalle assunzioni riguardanti il criterio per a la stabilit` convettiva, come espresso o attraverso la formulazione di Schwarzschild o tramite a

Fig. 8.7. Andamento temporale della temperatura ecace al termine della combustione centrale di H assumendo per linstabilit` convettiva il criterio di Schwarzschild (S) o di Ledoux (L) a

Fig. 8.8. Tracce evolutive di grandi masse per i vari indicati valori della massa e della composizione chinica originaria.

lespressione modicata da Ledoux per prendere in considerazione lintervento dei gradienti di peso molecolare. Dalladozione di uno dei due criteri dipende lo svilupparsi (Schwarzschild) o meno (Ledoux) di una instabilit` convettiva alla periferia del nucleo in contrazione allesaurimento a dellidrogeno. Le conseguenze evolutive sono mostrate in Fig.8.7. Adottando il criterio di Schwarzschild la struttura si sposta lentamente verso la traccia dii Hayashi, andando quindi a popolare il tratto intermedio. Al contrario, il criterio di Ledoux conduce ad una rapida escursione alle basse temperature, ove le stelle passerano la loro fase di combustione di elio sotto forma di Supergiganti Rosse. Al riguardo il diagramma CM di NGC2004 di Fig.8.7 sembra portare una testimoninza decisiva, indicando il criterio di Ledoux come il pi` adatto u a rappresentare il comportamento reale delle stelle. Su tali basi la Fig.8.8 riporta un campione di tracce evolutive per diverse assunzioni riguardanti le masse e le composizioni chimiche originarie. Si vede come al diminuire della metallicit` vengano favoriti i loop della combustione di elio. E peraltro da avvisare che a qui, come anche nel caso di masse intermedie, lestensione dei loop dipende criticamente da

10 Tab. 3. Temperature centrali per i modelli di 20 M allesaurimento dellidrogeno. Z TM S c TX=0 c 0.01 30.6 65.5 0.006 31.5 67.5 di cui alla Fig.8.8 nella fase di ZAMS e

0.003 35.9 70.8

0.002 37.4 72.0

dettagli della modellistica: ad esempio, diverse assunzioni sulla ancora incerta sezione durto per la reazione 12 C(, )16 O producono sensibili variazioni sullo sviluppo dei loop. La Fig.8.8 porta per la prima volta alla luce un accadimento che vedremo avere una valenza ancor pi` generale. I modelli a metallicit` minore (Z=0.002) non completano u a lescursione verso il rosso, innescando lelio e iniziando il loop ancora a temperature relativamente elevate. Come mostrato in Tabella 3, ci` ` dovuto al fatto che al diminuire della oe metallicita cresce la temperatura centrale dei modelli di ZAMS e crescono ancor di pi` le u temerature al momento dellesaurimento dellidrogeno centrale. La conseguenza ` un innesco e anticipato dellelio e linterruzione dellescursione verso il rosso. La temperatura centrale dei modelli di grandi masse ` di per s cos` alta che tale innesco anticipato si manifesta gi` a e e i a metallicit` normali, tipiche di una Popolazione II estrema. Nelle masse intermedie una a simile caratteristica si svilupper` solo a metallicit` ancor e talora notevolmente minori. Al a a contrario, tale anticipazione si manifester` a metallicit` sempre pi` alte andando a masse a a u sempre maggiori nel dominio delle grandi masse.

8.5. Limiti superiori di massa. Quadro riassuntivo


Stelle di grande massa percorrono le fasi di combustione nucleare in pochi milioni di anni, terminando la loro vita esplodendo sotto forma di Supernova. Strutture molto massicce (M 60-100 M ), se si formano, sfuggirebbero peraltro a tale destiono a causa di una instabilit` a che deve manifestarsi alla formazione di nuclei di Ossigeno. A causa delle altissime temperature centrali i fotoni della radiazione divengono sucientemente energetici per attivare la produzione di coppie di elettrone nel campo dei nuclei: e+ + e Lintervento di una ulteriore particella ` necessario per conservare la quantit` di moto, e a come ` subito visto mettendosi nel sistema del baricentro della coppia di elettroni prodotta. e La reazione si sviluppa preferenzialmente con lintervento dei nuclei perch, stante la relae tivamente grande massa, contribuiscono al bilancio della quantit` di moto assorbendo poca a energia, talch la soglia energetica resta in pratica quella per la produzione delle masse dei e due elettroni E 2me c2 1 Mev. Nel campo di un elettrone tale soglia salirebbe a circa 6 Mev. Lattivazione del canale di produzione di coppie tende a destabilizzare la struttura: rifacendosi al teorema del Viriale ricordiamo come la stabilit` richieda che met` dellenergia a a guadagnata nella contrazione vada ad aumentare lenergia cinetica delle particelle che compongono la struttura stessa. Leetto della produzione di coppie ` di impedire che lenergia e iniettata nella struttura vada integralmente ad innalzare lenergia cinetica, una parte sempre maggiore essendo spesa per produrre particelle. Si rompe cos` lequilibrio del Viriale e la struttura collassa. Pi` in dettaglio, partendo dal teorema del Viriale si pu` mostrare che una struttura u o diventa instabile ogniqualvolta il parametro termodinamico

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Fig. 8.9. Traiettorie temporali delle condizioni centrali nuclei nudi di ossigeno poste a confronto con le regioni di instabilit` per fotodisintegrazione del Fe o per creazione di coppie.. a

CP CV

scende sotto il valore di 4/3. In tale quadro lo scenario qualitativo precedente si materializza nellosservazione che al crescere dellecienza della produzione di coppie diminuisce il valore di CV , che tende a zero nel limite in cui tutta lenergia iniettata nella materia vada in formazione di coppie. Quando, al crescere della temperatura, il criterio di stabilit` viene a risultare violato in a una consistente frazione della struttura, la stella deve contrarre pi` velocemente da quanto u richiesto dalle perdite di energia. Ne risulta un aumento dellecienza della combustione dellOssigeno ed una incontenuta produzione di energia che nisce col distruggere la struttura. In un tale processo sono possibili produzioni di energia termonucleare anche sensibilmente maggiori di quelle prodotte nel collasso da fotodisintegrazione del Fe. La Fig.8.9 riporta a titolo di esempio i risultati di un indagine compiuta seguendo levoluzione di nuclei nudi di Ossigeno, considerando cio` in prima approssimazione come e trascurabile linuenza degli inviluppi pi` esterni. Dalla traiettoria evolutiva delle condizioni u centrali, confrontata con la regione di ecienza della produzione di coppie, si evince che strutture che sviluppano nuclei di Ossigeno sono a 10 M riescono a compiere lintero ciclo di combustioni sino al Fe. Stelle con nuclei dellordine o maggiori di 30 M sono invece destinati a penetrare nella zona di produzione di coppie, destabilizandosi. Deniremo tali strutture, dellordine delle 102 M , come oggetti ultra-massivi, essendo il termine di oggetti super-massivi gi` entrato in letteratura intorno agli anni 60, a desa ignare supposte strutture di 106 - 107 M indagate, ma poi abbandonate, come possibili controparti teoriche dellallora recente scoperta dei Quasar. Stelle ultra massive, se si formano, percorrono peraltro in brevissimo tempo lintero loro ciclo evoluttivo e possono far parte dellUniverso osservabile al pi` tramite le loro esplosioni. u Siamo cos` giunti al termine di un lungo percorso che ci ha consentito di indagare la natura e le propriet` degli oggetti stellari disseminati nellUniverso a comporre galassie ed a ammassi di galassie, creando un quadro conoscitivo che riteniamo copra il destino evolutivo di tutte le possibili strutture di equilibrio che si sono formate e continuamente si formano dalla condensazione del gas interstellare. La Fig.8.10 riassume gracamente tale quadro, ri-

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Fig. 8.10. Quadro riassuntivo della storia evolutiva delle struture stellari.

portando la collocazione osservativa assieme ed indicando alcuni caratteristici episodi strutturali e il destino nale di opportune strutture rappresentanti i tre tipi di storie evolutive che siamo andati identicando e che abbiamo raggruppato nelle categorie di stelle di massa piccola, intermedia e grande.

8.6. Grandi masse: combustioni avanzate


Pur mancando di un diretto riscontro osservativo, lindagine sulla evoluzione di strutture di grande massa attraverso le fasi di combustione successive a quella dellelio ` argomento di e grande rilevanza che ha lobiettivo di giungere ad identicare le caratteristiche strutturali e la distribuzione delle specie chimiche allinstaurarsi dellinstabilit`. Tali strutture di prea supernovae rappresentano lingrediente fondamentale per indagare levoluzione temporale dellinstabilit` e, in particolare, per valutare tipo e quantit` di materia elaborata nucleara a mente espulsa nel corso dellesplosione, valutando cos` il contributo delle varie Supernovae i allevoluzione nucleare della materia dellUniverso. E da avvisare che il calcolo di tali strutture diviene progressivamente sempre pi` oneroso u sia per la necessit` di valutare il contributo di un sempre maggior numero di concorrenti a reazioni nucleari, sia per il complesso accoppiamento tra reazioni nucleari e mescolamento convettivo. Orientativamente, ricordiamo che nei calcoli si giunge a seguire levoluzione di

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Fig. 8.11. Evoluzione temporale delle regioni convettive allinterno di una stella di 15 M sizione solare, dalle fasi iniziali sino alla strutura di pre Supernova.

compo-

parecchie centinaia di isotopi valutando lintervento di migliai di diverse reazioni nucleari. La complessit` dei calcoli e delle relative strutture ` ben illustrata in Fig. 8.11, che riporta a e levoluzione tenporale delle regioni convettive in una stella di 15 M composizione solare, dalle fasi iniziali sino alla strutura di pre Supernova. Vi si riconosce facilmente la attesa regressione delliniziale nucleo convettivo indotto dalla combustione CNO e nella successiva fase di combustione di elio, il nuovo nucleo convettivo in progressivo aumento per il meccanismo di autotrascinamento. Dopo lesaurimento dellHe centrale, levoluzione ` caratterizzata dalla formazione di e nuovi nuclei convettivi in corrispondenza delle maggiori fasi di combustione di C, Ne, O e Si e dallalternarsi di episodi di convezione in shell che seguono linnesco delle varie shell di combustione. Laondarsi della convezione superciale dimostra che a partire dal termine della combustione dellelio e sino alla sua esplosione la stella raggiunge e permane nello stato di Supergigante Rossa. Strutture a minore metallicit` non completano invece lescursione a verso il rosso, ed esploderanno come Supergiganti Blu ad alta temperatura superciale. Come gi` preconizzato sin dal Capitolo 4 sulla base di principi primi, la struttura a di pre supernova conserva memoria della sua storia nucleare distribuendo in una struttura a cipolla i prodotti di tutte le passate combustioni. La Fig. 8.12 porta lesempio della distribuzione delle specie chimica nella struttura di presupernova di una stella di 25 M . Dallesterno verso linterno si riconoscono prima gli strati incombusti ( 25 < M/M < 10), seguiti dalle shell con i prodotti di combustione prima dellH, poi dellHe sino alla produzione del nucleo di 54 Fe. Labbondanza delle specie chimiche allinterno di una struttura di presupernova non ` e peraltro ancora rappresentativa della composizione chimica della materia che verr` eiettata a nello spazio a seguito dellesplosione. Ci si attende infatti che tale composizione venga anche sostanzialmente modicata dal passaggio dellonda durto provaocata dallesplosione medesime, onda che innalza anche di ordini di grandezza le temperature locali provocando un ultimo episodio di Nucleosintesi Esplosiva. Notiamo qui che in tale episodio le reazioni nucleari possono seguire strade anche molto diverse da quelle che abbiamo indagato interessandoci delle combustioni quiescenti. In quelle condizioni, il fabbisogno energetico della struttura ` soddisfatto da una bassa ecienza delle e reazioni e, conseguentemente, abbiamo implicitamente assunto che la bassa frequenza di reazioni consentisse in ogni caso che gli elementi instabili prodotti durante una catena di reazioni decadessero prima di subire una reazione di fusione con un ulteriore particella. Nella

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Fig. 8.12. La distribuzione delle specie chimiche in una struttura di presupernova, calcolata al momento in cui la velocit` massima di collasso nel nucleo causata dallinstabilit` per fotodisintea a grazione del Fe ha raggiunto 1000 km/sec. La massa M ` in masse solari. e

Fig. 8.13. Distribuzione delle specie chimice nel nucleo della struttura di cui alla precedente gura dopo la rielaborazione terminale causata dalla nucleosintesi esplosiva.

Nucleosintesi Esplosiva tale condizione viene a cadere, e le reazioni seguono nuovi cammini di cui abbiamo dato un esempio trattando negli Approfondimenti del Ciclo CNO veloce. Sfortunatamente, al presente i calcoli idrodinamici non riescono ancora a riprodurre nel dettaglio la fase del collasso e della conseguente successiva espulsione di strati esterni. Si ritiene che nel collasso gli strati esterni ad un nucleo centrale neutronizzato dovrebbero nire col venire riessi a causa dellenergia proveniente dal centro della struttura, ed eiettati da ci` che resta della stella. In linea generale, ` infatti da notare che qualunque meccano e ismo che consenta di trasferire allinviluppo anche pochi percento dellenergia prodotta dal nucleo collassante giunge inevitabilmente ad invertire il collasso dellinviluppo medesimo, trasformandolo in una esplosione. In assenza di una descrizione dettagliata, la nucleosintesi esplosiva viene investigata valutando con vari argomenti la parte del nucleo sopravvivente allesplosione e provocando lespulsione degli strati al di sopra di tale nucleo con vari artici, quali una improvvisa iniezione di energia o una perturbazione con eetto di pistone. Si ritiene peraltro che i risultati, quali quelli presentati in Fig. 8.13 siano largamente signicativi. Con riferimento alla citata gura e con riferimento alle pi` macroscopiche modicazioni, u si pu` notare come giusto allesterno del nucleo neutronizzato la nucleosintesi esplosiva del o Silicio conduca ad una completa distruzione del Si con produzione di 56 Ni. Pi` allesterno, u dalla combustione incompleta del Si originano strati ricchi di Si, S, Ca e Ar. Aggiungiamo

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solo che i calcoli dettagliati forniscono valutazioni dettagliate sullabbondanza dei diversi isotopi dei vari elementi, valutazioni che esulano dai limiti della presente esposizione, ma che sono alla base di interessantissimi capitoli dellAstrosica Nucleare basati sul confronto con labbondanza naturale di quegli isotopi. Il destino del nucleo della Supernova dipende dalla sua massa. Se inferiore alla massa critica per strutture di neutroni degeneri esso permarra sotto forma di una Stella di Neutroni dal diametro dellordine della diecina di km. In tal caso, stante la necessaria conservazione del momento angolare, ` facile prevedere come tali strutture possano diventare rapidissimi e rotatori, e non stupisce riconoscere tali strutture nelle Pulsar, emettitori radio con periodi dei segnali (e della rotazione) anche notevomente minori al secondo. Per masse maggiori, non paiono esistere meccanismi sici in grado di fermare il collasso gravitazionale, e la materia appare destinata a proseguire il collasso raggiungendo il suo Raggio di Schwarzschild, scomparendo dallUniverso osservabile sotto forma di Buca Nera.

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Fig. 8.14. Collocazione nel diagramma HR di modelli in fase iniziale di combustione di elio al variare dellet`. Per i vari modelli sono riportati massa (masse solari), et` (miliardi di anni), a a abbondanza di elio superciale e massa del nucleo di He. Per i vari modelli sono riportate anche le tracce evolutive in fase di combustione centrale di He e gli spostamenti del modello iniziale per perdite di massa multiple di 0.1 M .

Approfondimenti
A8.1. Strutture Not-too-old in combustione di He
Abbiamo visto come allinizio della combustione di elio i modelli che portano alla transizione RGT si dispongano al variare della massa, e quindi dellet`, lungo una sequenza che raggiunge un minimo a nella temperatura ecace per poi tornare verso alte temperature incrementando leggermente la loro luminosit`. Possiamo trovare una ragione per tale andamento sulla base di semplici considera azioni strutturali svolte in analogia a quanto discusso nel caso delle ZAHB. Nel caso delle ZAHB il parametro libero era la perdita di massa, qui assumiamo come parametro libero let` della struttura. a E subito evidente che per et` opportunamente alte ci attendiamo in combustione di elio stelle a di massa poco superiore alla massa del nucleo elettronicamente degenere. Stelle quindi con shell di idrogeno poco eciente, che si devono collocare ad alte temperature in prossimit` della Sequenza a Principale dellHe. Al diminuire dellet` cresce la massa della struttura e cresce con essa la massa a dellinviluppo di H: la shell di combustione dellH diviene sempre pi` eciente e la stella si sposta u verso la sua traccia di Hayashi. Si pu` comprendere peraltro come tale processo non possa continuare o indenitamente. Al progressivo aumentare dellinviluppo di H la produzione di energia della shell si viene peraltro a trovare in regioni sempre pi` interne, cos` che comincia sempre pi` ad essere u i u sentita dalla stella come una combustione centrale e la stella riguadagna il suo cammino verso le alte temperature. Accenni ad un simile comportamento si trovano gi` allestremit` rossa di alcune ZAHB. La Fig. a a 8.14 mostra in dettaglio la distribuzione dei modelli che nel caso Z=104 coprono il minimo in temperatura ecace di cui andiamo discutendo. Nella stessa gura vengono riportati i parametri evolutivi dei vari modelli: massa, et`, abbondanza di He nellinviluppo (dopo il primo dredge up) e a massa del nucleo di He allinnesco della reazione 3. La stessa gura riporta anche le tracce evolutive dei vari modelli nella fase di combustione di He centrale e la distribuzione dei modelli iniziali per perdite di massa multiple di 0.1 M .

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Fig. 8.15. Modelli evolutivi di HB per stelle metal-decient originate da un progenitore di 1.0 M . Si noti il turn over della ZAHB che segnala la massima escursione dei modelli verso il rosso. Le linee a tratti delimitano la regione di instabilit` per pulsazioni radiali delle variabili di tipo RR a Lyrae. E subito visto che per et` dellordine di quelle degli Ammassi Globulari galattici (11-12 Gyr) a anche in assenza di perdita di massa le stelle in combustione di elio si collocherebbero sul ramo inferiore, prima del minimo in temperatura ecace. In tal caso, come abbiamo gi` visto, anche a contenute perdite di massa sono in grado di aumentare notevolmente la temperatura ecace delle strutture, creabdo i ben noti Rami Orizzontali. Il quadro cambia notevolmente andando ad et` a minori, quali quelle rilevanti non solo per alcuni ammassi stellari galattici di vecchio disco, ma per Ammassi Globulari nelle Nubi di Magellano e per le popolazioni stellari in alcune Galassie Nane del Gruppo locale. Diminuisce infatti notevolmente la sensibilit` alla perdita di massa e la traiettoria dei modelli a a massa variabile segue in qualche maniera i precetti delineati in precedenza: ne segue in particolare che la perdita di massa cessa di essere in grado di portare le strutture verso le alte temperature. I Rami Orizzontali restano quindi una prerogativa delle popolazioni stellari, quali gli Ammassi Globulari galattici, con et` dellordine di quella dellUniverso (Tempo di Hubble). a Non sorprendentemente, in tale escursione delle strutture pre-transizione verso il rosso il minimo di temperatura ecace dipende sensibilmente dalla metallicit`: diminuendo la metallicit` le stelle a a restano pi` calde. al Fig. 8.15 mostra come scendendo a valori esteremamente bassi di Z il turn u over dei modelli raggiunga temperature dellordine 104 K, accadimento che pu` essere messo in o relazione con le diminuita ecienza della shell di combustione dellidrogeno. Come discuteremo in uno dei capitoli seguenti, ci` avr` rilevanti conseguenze sulle predizioni concernenti lapparizione di o a stelle variabili nelle popolazioni pi` povere di metalli. u

A8.2. La Red Giant Transition


Una estrema sottoabbondanza di metalli ha conseguenze rilevanti anche sui parametri della Red Giant Transition. Il pannello di sinistra della Fig. 8.16 mostra landamento della luminosit` a allinnesco dellelio (tip delle Giganti Rosse) al variare della massa stellare per diverse valori di sottoabbondanza. La luminosit` in oggetto ` un ulteriore parametro che segnala la transizione: a e

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Fig. 8.16. Pannello di sinistra: andamento della luminosit` al tip delle Giganti Rosse al variare a della massa attraverso la RGT per gli indicati valori di metallicit`. Pannello di destra: come nel a pannello di sinistra ma in funzione dei tempi allinnesco dellelio. Tab. 4. Parametri evolutivi per modelli stellari al minimo della transizione per diverse assunte metallicit`. Per ogni Z sono riportati la massa Mmin al minimo del nucleo di He, in masse solari, a il suo tempo evolutivo (milioni di anni), la massa del nucleo di He M min e la luminosit` di tip a c Lmin . ambedue in unit` solari. a tip Z Mmin tmin M min c Lmin tip 1010 1.5 4500 0.29 2.04 106 1.9 2650 0.34 2.15 104 2.4 769 0.32 2.11 4 103 2.5 636 0.33 2.26 102 2.6 612 0.33 2.31 4 102 2.9 531 0.33 2.27

Fig. 8.17. Variazione con il tempo dellabbondanza relativa di stelle in fase di combustione a shell di H (subgiganti e giganti) o in fase di combustione centrale di elio. Il tempo t ` in milioni di anni. e

allaumentare delle masse attraverso la transizione tale luminosit` diminuir` seguendo la progresa a siva scomparsa del Ramo delle Giganti Rosse , raggiungendo un minimo in corrispondenza del minimo valore del nucleo di elio, per poi risalire seguendo laumento delle masse stellari e delle loro luminosit` evolutive. a Il pannello di destra della stessa gura mostra ancora la luminosit` di tip ma in funzione del a tempo allinnesco dellelio. Dai dati in gura si trae levidenza che popolazioni sottoabbondanti di metalli possono sperimentare la RGT a masse notevolmente minori e, conseguentemente, a tempi notevolmente maggiori di una normale popolazione stellare, sviluppando un Ramo delle Giganti Rosse solo dopo alcuni miliardi di anni. La Tabella 8.16 riporta alcuni parametri caratterisatici della RGT per metallicit` che coprono lintervallo da Z= 1010 al valore soprasolare Z= 4 102 . a

19 Tab. 5. Per le varie masse M (in masse solari) ogni riga riporta nellordine la massa del nucleo di He e let` allinnesco dellelio centrale seguite dai tempi di vita nelle fasi d combustione a shell di a idrogeno, combustione centrale di elio e early AGB. M 1.0 1.2 1.5 2.0 2.3 2.5 3.0 Mc 0.472 0.471 0.470 0.444 0.341 0.330 0.363 t(ash) 13527 6851 3105 1158 740 573 341
H shell 1982 986 632 137 58 33 14 He central 118 111 117 130 260 231 136

He shell 10 10 10 11 25 23 13

Fig. 8.18. Evoluzione delle condizioni centrali di stelle di varia massa dalla fase di presequenza sino alle fasi evolutive avanzate. Per indagare inne con qualche maggiore dettaglio le modalit` della transizione riportiamo in a Tabella 5 una selezione di tempi evolutivi per una serie di masse di composizione solare a cavallo della transizione. Sulla base di tali dati la Fig.8.17 mostra la variazione con il tempo dellattesa abbondanza relativa di stelle in fase di combustione a shell di idrogeno o combustione centrale di elio. Se ne ricava levidenza di come alle minori et` le fasi post MS siano dominate dal clump delle a stelle nella combustione centrale di elio. La transizione avviene a circa 1 Gyr, quando giungono al ash le stelle di 2.0 M .

A8.3. Nuclei degeneri. Pulsi termici. Biforcazione del Carbonio.


Allorquando in una struttura stellare si sviluppa un nucleo degenere levoluzione delle condizioni interne appare largamente condizionata dalle caratteristiche del nucleo stesso. Unevidenza di ci` o proviene dalla esistenza di una relazione massa del nucleo-luminosit` sia per le Giganti Rosse a di piccola massa, con nucleo di He degenere, che per piccole masse e masse intermedie in fase di AGB. A titolo di esempio la Fig. 8.18 riporta levoluzione temporale delle condizioni centrali di un campione di masse stellari, mostrando come le strutture con nuclei degeneri di He convergano verso ununica sequenza temporale. Strutture con nucleo di CO degenere sono fatalmente destinate a innescare pulsi termici. Il termine della fase di early AGB e linnesco dei pulsi ` segnalato da alcuni eventi precursori, quali e una rinnovata ecienza della shell di idrogeno e alcuni lievi massimi secondari nellevoluzione della luminosit` della struttura. Ancora a titolo di esempio la Fig.8.19 mostra landamento di tale lua minosit` in un modello di 2.5 M di composizione chimica solare. Si pu` notare come la crescita a o continua della luminosit` assuma gradatamente un andamento oscillante sino a innescare il primo a vero e proprio pulso che, dopo un transiente riaggiustamento, d` inizio ad una sequenza omogenea di a successivi pulsi. Si noti al riguardo anche la relativamente bassa luminosit` alla quale si sviluppano a i pulsi rispetto alle strutture pi` massicce. u

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Fig. 8.19. Andamento temporale della luminosit` nella fase di innesco dei pulsi termici in un a modello di 2.5 M di composizione solare.

Fig. 8.20. Evoluzione temporale delle temperature centrali e delle temperature massime in una serie di modelli con Z=8 103 a cavallo dei limiti per linnesco del Carbonio.

La Fig.8.20 mostra inne come linnesco del Carbonio si presenti come una vera e propria biforcazione nel destino evolutivo delle strutture stellari. A densit` logc 6 al centro di tutte le a strutture inizia a prevalere la produzione di neutrini, provocando una inversione di temperatura ed il progressivo rareddamento delle regioni centrali. La temperatura continua peraltro a crescere in una shell intermedia, sinch avviene la netta e brusca separazione tra le strutture che innescano e e quelle che rareddano.

A8.4. Modelli con Overshooting invasivi.


Nel trattamento della convezione adottato nel testo, si ` esplicitamente assunto che ai bordi e delle zone convettive esista una regione di overshooting di estensione trascurabile. La presenza dellovershooting si manifesta dunque in tale modellistica classica solo nella fasi di conbustione dellelio attraverso i meccanismi del trascinamento del nucleo convettivo e nelle successiva fase di semiconvezione. Attorno agli anni 80 fu peraltro avanzata da alcuni ricercatori lipotesi di overshooting invasivi, cio` con dimensioni non trascurabili. In assenza di una teoria al proposito, e lestensione di tali overshooting viene ad assumere laspetto di un parametro libero ed ` usualmente e espressa in unit` di quella lunghezza di scala di pressione HP che appare anche nel trattamento a della convezione superadiabatica, ponendo l= HP . La reale ecienza di tale meccanismo, peraltro ignorato nella formulazione dei Modelli Solari Standard, ` stata loggetto di un lungo dibattito che si prolunga sino al presente. Le varie evidenze e osservative di volta in volta invocate in supporto del fenomeno sono talora risultate incosistenti e, nel tempo, le estensioni di overshooting adottate sono progressivamente scese da 1 a 0.25. Notiamo qui che unestensione dellorine do 0.1 HP produce modelli che che cominciano a confondersi con lo scenario classico. Da un punto di vista generale ` facile prevedere le conseguenxe di un eciente overshooting e invasivo, che si traduce in accresciute dimensioni delle regioni rimescolate ed omogeneizzate dai

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Fig. 8.21. Tracce evolutive di una struttura di 4.0 M assunzioni sullecienza di overshooting invasivi.

come calcolate seguendo le segnalate

nuclei convettivi. Piccole masse in fase di combustione di idrogeno, essendo prive di nuclei convettivi, risultano quindi immuni dallintervento da tali extra rimescolamenti, che invece interesseranno i nuclei convettivi della fase di combustione di elio e le strutture in combustione sia di H che di He in masse intermedia e grandi. Conseguentemente, un eciente overshooting produce nelle piccole masse solo unallungamento della fase di HB proporzionale al combustibile portato nel nucleo di combustione di elio e, dunque, alle dimensioni di overshooting adottate. In masse intermedie e grandi lovershooting modica invece gi` le strutture di ZAMS, generando a una catena di conseguenze che possono essere riassunte nei seguenti punti: 1. Si prolunga la vita in fase di combustione centrale di H, con modiche della traccia di uscita dalla ZAMS. 2. Allesaurimento dellH centrale la struttura ha nuclei di He pi` massivi e, di conseguenza, si u abbassa il valore della massa critica per la RGT. 3. Le stelle si presentano in fase di combustione di elio centrale con nuclei di elio pi` massivi u risultando pi` luminose e con vite medie pi` brevi. u u 4. Le strutture sviluppano inne nuclei di CO pi` massivi, di conseguenza, scende il valore di Mup . u che rappresentano, nel contempo, le caratteristiche osservative sulle quali ` possibile in linea di e principio vericare e/o calibrare lecienza dellovershooting. La Fig.8.21 riporta un esempio di tale comportamento, mettendo a confronto la traccia evolutiva di struttura di 4 M calcolata con le assunzioni classiche con tracce per la stessa struttura ma calcolate assumendo unestensione dellovershooting pari a 0.10 o 0.25 HP . Per ovviare ad alcune inconsistenze, nei calcoli recenti sono stati introdotti approcci pi` artiu colati, ad esempio inibendo del tutto lecienza dellovershooting per masse minori od eguali a 1 M , ad evitare le predizioni di un nucleo convettivo nellattuale Sole, aumentando gradatamente il valore di tale perametro portandolo in piena, seppur moderata, ecienza per stelle di massa 1.5 M . La modellistica ` ulteriormente complicata dalla coerente introduzione di un parallelo une dershooting alla base degli inviluppi convettivi, anchesso modulato in termini di HP , seppur con valori autonomi ed in genere diversi da quelli utilizzati per la convezione interna.

A8.5. Strutture decienti in metalli e Mup


Le stelle, a parit` di massa, al diminuire dei metalli risultano progressivamente pi` calde, allua u dendo con ci` alla predizione di maggiori temperature centrali. Ne segue, come discusso in altro o punto, una corrisponente diminuzione della massa della RGT. Nel caso delle grandi masse, per Z 0.002 ne segue anche una accelerazione della combustione dellelio, il cui innesco avviene prima che la struttura raggiunga la sua traccia di Hayashi. E facile comprendere come tale eetto scali con le masse: masse minori hanno temperature centrali minori e e saranno necessarie minori metallicit` a

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Fig. 8.22. Tracce evolutive per masse intermedie con metallicit` Z= 104 . a

Fig. 8.23. Evoluzione temporale dei nuclei convettivi in strutture con Z=1010 e gli indicati valori delle masse. In ascissa la concentrazione di idrogeno al centro Xc .

per innalzare sucientemente le temperature e produrre linnesco anticipato. In eetti la Fig. 8.22 mostra come scendendo a Z=104 anche le masse intermedie mostrano un simile comportamento. A metallicit` ancora minori, piccole masse anticiperanno linnesco dellelio diminuendo progressivaa mente la luminosit` del tip del Ramo delle Giganti. a Leetto della metallicit` sul valore di Mup ` pi` complesso. Linnesco della combustione del a e u Carbonio resta infatti collegato alle dimendioni del nucleo di CO e tali dimensioni risultano anche dal tipo di reazioni che hanno sorretto la fase di combustione dellidrogeno. Diminuendo la metallicit` a partire da valori solari, a parit` di massa aumentano i nuclei convettivi e diminuisce a a corrispondentemente il valore di Mup . Al progressivo diminuire di Z inizia per` ad essere progressio vamente sfavorita la combustione CNO, che ` allorigine dei nuclei convettivi, a favore della catena e pp. Ci` riduce la dimensione dei nuclei convettivi, sfavorendo linnesco del Carbonio ed innalzando o nuovamente il valore di Mup . Come caso limite, la Fig.8.23 riporta la storia dei nuclei convettivi in strutture di masse intermedie e grandi con Z=1010 . In tutti i casi, la ricrescita della convezione nel corso della combustione centrale di idrogeno corrisponde allintervento della reazione 3 con la conseguente produzione di Carbonio fresco che incentiva un passaggio verso la combustione CNO. Le conseguenze su Mup sono mostrate in Fig. 8.24: in strutture decienti in metalli il valore di Mup risale sensibilemte. Se a

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Fig. 8.24. Andamento di Mup al variare delaa metallicit` . a ci` corrispondesse anche una diminuzione della perdita di massa, forse masse intermedie delle prime o popolazioni stellari potrebbero non terminare le loro vitsa come Nane Bianche di CO, ma subire la deagrazione del Carbonio.

A8.6. Il bilancio del viriale ed il criterio di stabilit` delle strutture a


Dal teorema del Viriale, per una struttura quasi stabile deve valere 2T + = 0 con lormai usuale signicato dei simboli. Si pu` indagare pi` a fondo il bilancio energetico della o u struttura ricordando ( A2.1) che lenergia interna per particella risulta n kT 2 dove n ` il numero di gradi di libert`. Per lenergia cinetica della particella si ha in particolare e a u= w= da cui 3 2 3 u = ( )u n 2 n Ponendo = 1 +2/n, -1= 2/n e per lenergia cinetica si ha la forma w= 3 ( 1)u 2 Dalla termodinamica elementare si ricava facilmente che ` il rapporto CP /CV dei calori e specici a pressione o volume costanti. La precedente relazione tra energia cinetica ed ebergia totale della materia consente di ricavare un dettagliato bilancio energetico del processo di contrazione. Lenergia totale posseduta dalla struttura risulter` infatti, ponendo U = i ui a w= E =U + ma per il viriale, risultando T=i wi , deve anche valere 3( 1)U + = 0 da cui si ricava in denitiva 3 kT 2

24 3 4 3( 1)

E=

Per una contrazione, d < 0, e le due precedenti relazioni forniscono dE = 3 4 d 3( 1) 1 d 3( 1)

dU =

Ne segue che per > 4/3 la contrazione comporta una diminuzione di E: ` questa lenergia e disponibile per essere irradiata. Nel contempo la contrazione implica un aumento di U, confermando che in tal caso la contrazione aumenta lenergia interna e con essa lenergia cinetica della struttura. Per un gas perfetto monoatomico = 5/3, W = U, e si riconosce come met` dellenergia a guadagnata dalla contrazione vada in energia cinetica delle particelle e met` venga irradiata. E a subito visto che al diminuire di aumenta la frazione di energia gravitazionale che deve essere immagazzinata come energia interna per mantenere lequilibrio. Al limite = 4/3 (gas di fotoni) tutta lenergia guadagnata dalla contrazione deve andare in energia interna. Le precedenti considerazioni forniscono agevolmente un criterio di stabilit` per la struttura. a Sinch > 4/3 resta possibile lequilibrio di una struttura stellare, in quanto lenergia guadagnata e nella contrazione ` suciente per innalzare adeguatamente lenergia interna e soddisfare le richieste e del viriale. Per < 4/3 ci` non ` pi` possibile: lenergia guadagnata dalla contrazione diventa o e u minore di quella necessaria per mantenere lequilibrio idrostatico e si deve manifestare una instabilit` a gravitazionale. La condizione > 4/3 ` quindi condizione necessaria per la stabilit` delle strutture e a stellari.

A8.7. La storia gravitazionale


Nel seguire la storia evolutiva delle strutture stellari abbiamo di volta in volta posto in luce lintervento della gravitazione come elemento centrale che guida la contrazione ed il riscaldamento della materia di cui le stelle sono composte. E restato peraltro in secondo piano il reale contributo di energia con cui il campo gravitazionale ha contribuito al bilancio energetico generale. E dunque interessante esplorare la storia gravitazionale delle strutture stellari, come ricavabile dallandamento temporale dell energia di legame gravitazionale =G . che fornisce in ogni istante il bilancio dellenergia prodotta lungo tutta la precedente storia della stella a spese del campo gravitazionale. La Fig. 8.25 riporta nel pannello inferiore un esempio di tali andamenti nel caso di una stella di 5 M di composizione solare, seguita dalla Sequenza Principale sino alle fasi avanzate di AGB lungo la traccia riportata nel pannello superiore della stessa gura. Se ne trae la sorprendente evidenza di quanto lintervento dellenergia nucleare, intrecciandosi con le condizioni strutturali, nisca con il modicare la semplice pittura che avevamo a suo tempo derivato dal Teorema del Viriale. In eetti la Fig. 8.25 mostra che, in totale, lenergia gravitazionale della struttura rimane per lungo tratto delevoluzione addirittura minore di quella del modello di MS, nendo con laumentare sensibilmente solo durante la fase di crescita del nucleo degenere di CO durante la fase di AGB. La storia di una stella, come dipinta dal Viriale, e dunque largamente una storia dei nuclei stellari, mentre le varie e successive espansioni degli inviluppi tendono a bilanciare le variazioni dellenergia totale gravitazionale. Come mostrato in Fig. 8.26 , la storia gravitazionale di una piccola massa quale il Sole, risulta ancor pi` lineare, con le fasi di combustione centrale a legame u sensibilmente costante, laumento di legame durante le fasi di combustione a shell e levidente espansione causata dal ash dellelio e il conseguente riaggiustamento della stella in una struttura di Mr r

25

Fig. 8.25. Pannello superiore: Traccia evolutiva di una stella di 5 M e composizione chimica solare. Pannello inferiore: Andamento temporale dellenergia dii legame della struttura di cui al pannello superiore. Le frecce indicano alcune fasi evolutive.

Fig. 8.26. Andamento temporale dellenergia di legame di una struttura di 1M iniziale di Sequenza pPrincipale sino alle fasi avanzate di Ramo Asintotico. .

seguita dalla fase

HB. In passim, dai dati in gura, si ricava facilmente che lantica evidenza per la quale lenergia gravitazionale del Sole potrebbe sostenere lattuale luminosit` per meno di 108 anni. a Come accenato in precedenza, il motore di tutta levoluzione delle strutture stellari resta peraltro e in ogni caso la gravitazione, il cui contributo energetico ` allorigine della serie di complessi e fenomeni che caratterizzano la vita delle strutture stellari e che, sola, riesce a risvegliare lenergia latente nei nuclei per porla a disposizione della stella.

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Origine delle Figure Fig.8.1 Castellani V., Chie A., Pulone L., Tornamb A. 1985, ApJ 283, L89 e Fig.8.2 Castellani V.,DeglInnocenti S.,Girardi L., Marconi M.,Prada Moroni P.G.,Weiss A. 2000, A&A 354,150 Fig.8.3 Castellani V.,DeglInnocenti S.,Girardi L., Marconi M.,Prada Moroni P.G.,Weiss A. 2000, A&A 354,150 Fig.8.4 Castellani V., Chie A., Pulone 1990 ApJS 74, 463 Fig.8.5 Alcock C., Paczynski B. 1978, ApJ 223, 224 Fig.8.6 Bencivenni D., Brocato E., Buonanno R., Castellani V. 1991, AJ 102, 137 Fig.8.7 Brocato E., Castellani V. 2003, ApJ 410, 99 Fig.8.8 Brocato E., Castellani V. 2003, ApJ 410, 99 Fig.8.9 Barka T.S. 1977, in Supernovae, O.N. Schramm ed., Reidel Publ. Comp. Fig.8.10 Iben I.Jr. 1980, in Physical Processes in Red Giants, Reidel Publ. Comp. Fig.8.11 Limongi M., Chie A., Straniero O. 2001, Mem. Soc. Astron. It. 72, 289 Fig.8.12 Woosley S.S., Weawer S.E. 1982, in Essays in Nuclear Astrophysics, Cambridge University Press. Fig.8.13 Woosley S.S., Weawer S.E. 1982, in Essays in Nuclear Astrophysics, Cambridge University Press. Fig.8.14 Castellani V.,DeglInnocenti S. 1995, A&A 298, 827 Fig.8.15 Cassisi S., Castellani V., Tornamb A. 1996, ApJ 459, 298 e Fig.8.16 Cassisi S., Castellani V. 1993, ApJS 88, 509 Fig.8.17 Castellani V., Chie A., Straniero O. 1992, ApJS 78, 517 Fig.8.18 Iben I.Jr. 1973, in Explosive Nucleosynthesis, D.N. Schramm ed., Univ. Texas Press Fig.8.19 Castellani V., Chie A., Straniero O. 1992, ApJS 78, 517 Fig.8.20 Castellani V., DeglInnocenti S., Marconi M., Prada Moroni P.G. Sestito P. 2003 A&A 404, 645 Fig.8.21 Castellani V., DeglInnocenti S., Marconi M., Prada Moroni P.G. Sestito P. 2003 A&A 404, 645 Fig.8.22 Cassisi S., Castellani V. 1993, ApJS 88, 509 Fig.8.23 Cassisi S., Castellani V. 1993, ApJS 88, 509 Fig.8.24 Cassisi S., Castellani V. 1993, ApJS 88, 509 Fig.8.25 Castellani V., Marconi M. unpublished Fig.8.26 Castellani V., Marconi M. unpublished

Capitolo 9 Riscontri e problematiche osservative


9.1. Calibrazione e validazione dello scenario teorico
La catena di argomentazioni che siamo andati sviluppando ci autorizza ad interpretare in termini dei parametri fondamentali et` e composizione chimica originaria lo stato evoa lutivo di una qualsivoglia struttura stellare, consentendoci in particolare di interpretare in termini di isocrone la distribuzione di fasi ecolutive osservata nei diagrammi CM degli ammassi stellari. Tali diagrammi rappresentano nella maggior parte dei casi il dato sperimentale di cui le teorie sono chiamate a rendere conto, con il duplice obiettivo di vericare, innanzitutto, ladeguatezza del quadro teorico stesso e, su tali basi, di desumerne i paramteri evolutivi degli ammassi stellari in esame. Per fare luce sulla gran variet` di valutazioni evolutive apparse in letteratura conviene a innanzitutto richiamare e precisare alcuni aspetti fondamentali dellapproccio teorico. Da un punto di vista generale, la creazione di uno scenario teorico riposa sul calcolo di linee evolutive (le tracce evolutive) che costituiscono lingrediente di base per giungere alla predizione delle relative isocrone. Per giungere a confronti quantitativamente signicativi con le osservazioni occorre peraltro forgiare lo strumento evolutivo operando una scelta tra le molte opzioni sulle quali riposa il calcolo di un qualunque modello stellare. Per porre tale problematica sulle sue giuste basi osserviamo innanzitutto che, almeno sinch si rie mane nel campo delle strutture stellari a simmetria sferica, il sistema delle cinque condizioni dellEquilibrio appare fornire una descrizione esauriente del sistema sico e, in quanto tale, viene universalmente adottato nei calcoli evolutivi. Aggiungiamo ora che il metodo di soluzione di tali equazioni, basato sul rilassamento di una soluzione di prova (metodo di Henyey), fornisce risultati singolarmente robusti. Abbiamo infatti a suo tempo indicato come procedure inaccurate possano eventualmente inuenzare la velocit` di convergenza o il suo stesso reggiungimento: se e quando si raggiunge la convera genza le funzioni sono peraltro la corretta soluzione del sistema, indipendentemente da ogni altra considerazione. In programmi di calcolo ragionevolmente impostati, variazioni nel trattamento numerico (numero dei mesh, spaziatura dei passi temporali, etc) hanno una minore inuenza, talch appare lecito concludere che i modelli stellarti non dipendono dai particoe lari programmi di calcolo ma che, invece, un modello stellare ` tanto pi` adeguato e migliore e u quanto pi` adeguato e migliore ` il trattamento degli ingredienti sici che intervenfono nel u e calcolo del modello. Possiamo richiamare i vari ingredienti sici che entrano o che eventualmente si sopetta possano entrare in un modello stellare, dividendoli in due categorie: 1

1. Meccanismi microscopici: 1. Equazione di Stato (EOS) per il plasma stellare, 2. Opacit` a radiativa ed eventuale conduzione elettronica, 3. Produzione di energia, ivi compresa la produzione di termoneutrini. 2. Meccanismi macroscopici: 1. Convezione superadiabatica, 2. Diusione, 3. Overshooting invasivo, 4. Breathing pulses. Abbiamo pi` volte ricordato come la valutazione dei meccanissmi sici microscopici u (prima categoria) coinvolga valutazioni sia teoriche che sperimentali anche di notevole complessit` e dicolt`. Conseguentemente la capacit` di predire il comportamento sico del a a a plasma stellare ` andata progressivamente anandosi con il tempo, con un parallelo adeguae mento e perfezionamento della modellistica stellare. Per quel che riguarda la seconda categoria dei meccanismi macroscopici, la modellistica pu` includere o meno diusione, overo shooting invasivo o breathing pulses, mentre la convezione superadiabatica, quando trattata tramite lalgoritmo della mixing length, richiede la calibrazione del parametro libero lunghezza di rimescolamento. A fronte di una tale variet` di opzioni, appare chiaro che il puro e semplice output di a un programma di calcolo evolutivo, per essere usato per valutazioni quantitative, richiede di essere validato e calibrato. Abbiamo a suo tempo indicato come leliosismologia fornisca un primo e prioritario strumento di validazione, talch la modellistica che non abbia passato il e test solare dovrebbe essere guardata perlomeno con sospetto. Discutendo di grandi masse, abbiamo anche posto in luce come la validazione richieda ladozione del criterio di instabilit` a di Ledoux. Sono questi solo due esempi di come le varie fasi evolutive orano una variet` a di occasioni di validazione che non possono essere trascurate quando si vogliano raggiungere risultati adabili.

9.2. Ammassi di disco e masse intermedie


In questa, come nelle seguenti sezioni di questo capitolo, intendiamo proporre una serie di esempi che illustrino almeno nelle loro linee fondamentali le numerose problematiche connesse allutilizzazione dello strumento evolutivo, al ne di porne in luce le potenzialit` a ma anche i limiti e le eventuali assunzioni. Inizieremo dal caso degli ammassi stellari in prossimit` del Sole, che rappresentano un campione privilegiao per la raggiunta solidit` dei a a relativi dati osservativi. Per lungo tempo il confronto tra teoria ed osservazioni era rimasto infatti solo parzialmente signicativo a causa dellassenza di informazioni sulla distanza degli ammassi e, di conseguenza, sulla magnitudine assoluta delle stelle. Il satellite astrometrico Hipparcos, lanciato nel 1989, ha nalmente colmato tale lacuna, consentendo di determinare trigonometricamente la distanza di alcuni degli ammassi stellari pi` vicini al Sole. La Fig.9.1 pone a confronto il diagramma CM dellammasso delle Iadi, u gi` a suo tempo riportato in Fig. 1.6, con le isocrone teoriche prodotte utilizzando modelli a classici (no overshooting invasivo, no breathing pulses) basati sui piu recenti ingredienti di microsica testimoniati in letteratura a tutto il 2004. Si noti che per et` inferiori a qualche a miliardo di anni gli eetti della diusione risultano in ogni caso negligibili. Nella stessa gura sono riportati anche i dati osservativi per un altro ammasso aperto in vicinanza del Sole, la Pleiadi, anchessi confrontati con le relative predizioni teoriche. Iniziamo con losservare che il confronto della teoria con i dati osservativi richiede che lo strumento evolutivo, che fornisce lisocrona nel diagramma HR teorico nel piano logL, logTe , sia ulteriormente integrato da opportune relazioni che colleghino logL, logTe alle magnitudini e colori nelle pressate bande usate nellosservazione. I dati in gura mostrano che utilizzando aggiornate valutazioni di tali due ingredienti la teoria appare in confortante accordo con le distribuzioni osservate. Evidenza tanto pi` u solida in quanto la gura stessa mostra come le assunzioni sul valore della mixing length non

Fig. 9.1. Diagrammi CM per le stelle degli ammassi aperti Iadi e Pleiadi. In ascissa e ordinata sono riportati rispettivamente i colori intrinseci e le magnitudini assolute. Le linee riportano le isocrone teoriche per gli indicati valori di metallicit` dei due ammassi e per il valore di mixing a length l=1.9 HP . La linea a tratti mostra la collocazione della MS predetta per l=2.2 HP .Sono riportate indicazioni per le et` delle due isocrone, per lequazione di stato (EOS) e le trasformazioni a nel piano osservatico (Colori)

inuenzino le stelle di Sequenza pPrincipale alle maggiori temperature, e abbiano anche una limitata inuenza sulle stelle di MS di minor massa, che sappiamo dover sviluppare inviluppi convettivi. Si noti al proposito come allulteriore diminuire della massa (e della temperatura ecace) diminuisca per inne svanire linuenza del trattamento della convezione, che diviene progressivamente sempre pi` adiabatica. u Come gi` abbiamo discusso, la scelta della lunghezza di rimescolamento ` invece critica a e per la collocazione delle Giganti Rosse. La presenza nelle Iadi di due giganti in fase di combustione di He consente cos` di calibrare tale lunghezza al valore l 1.9HP , in rimarcabile i accordo con il valore ricavato dal Modello Solare Standard calcolato nel quadro del medesimo scenario teorico. Come indicato in gura, le isocrone consentono innedi ricavare per i due ammassi et` pari a 130 milioni di anni per le Pleiadi e a 520 milioni per le Iadi, gettando a una proma luce sulla storia della formazione degli ammassi nella nostra Galassia. E subito necessario precisare che con quanto sopra non si intende dare una risposta probante e denitiva ad argomenti sui quali ` ancora aperto il dibattito. Lintroduzione di e overshooting invasivo aumenterebbe la valutazione delle et`, lasciando pressoch inalterata a e la bont` del tting. Cos` come non vi ` generale accordo sulla metallicit` da assegnare alle a i e a Pleiadi. Qui, come nel seguito, si intende fare uso di opportuni esempi per illustrare il tipo di procedure utilizzate nel raccordo tra teorie evolutive ed osservazioni, avvertendo peraltro -come stiamo facendo- delle variabili nascoste esistenti nelle diverse problematiche. Ove si accetti la precedente validazione, su tale base ` evidentemente possibile estene dere lindagine a qualsivoglia ammasso aperto della nostra Galassia, questa volta per` rio cavando moduli di distanza e magnitudini assolute delle stelle di un ammasso dal tting delle Sequenze Principali, cio` dallimporre che la distribuzione delle sequenze osservative e corrispondano alle predizioni teoriche come valutate per i valori di metallicit` determinati a spettroscopicamente per i vari ammassi. Notiamo peraltro che in caso di arrossamento interstellare non trascurabile, con tale metodo si ricava non il modulo di distanza vero, dierenza tra le magnitudini non arrossate (m-M)0 , ma un modulo di distanza (m-M) in cui alleetto di distanza si somma quello dellassorbimento. Nel caso della banda visuale si ha, ad esempio, (V-MV ) = (V-MV )0 + AV = (V-MV )0 + 3.1 E(B-V). In tale contesto notiamo che parlare genericamente di un modulo di distanza DM pu` talora ingenerare equivoci, o dovendosi preferire le forme esplicite (V-MV ) o (V-MV )0 e simili.

Fig. 9.2. Diagramma CM osservativo per lAmmasso Globulare NGC1866 nella Grande Nube di Magellano. La linea nel corpo della Sequenza Principale e la sequenza di punti indicata dalla freccia mostrano il best tting con lisocrona teorica popolata con una distribuzione casuale delle masse. La freccia indica la sequenza teorica dei modelli in combustione di elio.

Di particolare rilevanza appare lestensione di simili procedure agli Ammassi Globulari delle Nubi di Magellano. La Fig. 9.2 riporta il best tting dellammasso NGC1866 nella Grande Nube, come ottenuto per unet` di 140 milioni di anni e gli indicati parametri di a composizione chimica. Seguendo la procedura nota in letteratura come Ammassi sintetici al posto della linea isocrona cui abbiamo sin qui fatto riferimento, la gura riporta la distribuzione di stelle lungo lisocrona stessa come predetta sulla base di una distribuzione casuale delle masse evolventi. Tale procedura consente di aggiungere allinformazione sul luogo dei punti del diagramma coperto dallisocrona anche linformazione sullatteso popolamento delle varie fasi evolutive mostrando ad esempio, nel caso in gura, come a causa dellalta velocit` evolutiva non ci si attendono stelle nella vasta regione che separa la Sequenza a Principale dalle Giganti Rosse in fase di combustione di elio. Il caso di NGC1866 ci consente di meglio valutare quanto a suo tempo aermato sullimportanza degli Ammssi Globulari giovani nelle Nubi di Magellano. Si riconosce infatti come tale cluster rappresenti la controparte extragalattica di un ammasso galattico quale le Pleiadi, avendo simile et` e non eccessivamente dissimile composizione chimica. A a causa della grande dierenza di popolazione, NGC1866 contiene peraltro qualche centinaio di Guganti Rosse in fase di combustione di elio laddove le Pleiadi non ne mostrano nemmeno una. Gli ammassi giovani delle Nubi rappresentano quindi un eccezionale campione che consente di ottenere dati statisticamente rilevanti sul popolamento delle fasi avanzate di combustione di elio in masse intermedie e, di converso, sui relativi tempi evolutivi. Per tale motivo NGC1866 e`tato sovente utilizzato per indagare lecinza dellovershooting invasivo, s peraltro sinora con controversi risultati. Notiamo inne come il best tting, oltre a confortare le capacit` predittivre della teoria a ed a fornire una stima dellet` di quellammasso, fornisce anche una stima della distanza a dellammasso e, con esso, della Grande Nube di Magellano. Ne risulta infatti un modulo di distanza (V-MV ) = 15.5 da cui un modulo di distanza intrinseco (V-MV )0 15.35. Senza entrare al momento in problematiche che aronteremo pi` oltre, accenniamo qui alla grande u importanza di una precisa determinazione della distanza della Grande Nube: da tale distanza segue infatti la calibrazione della relazione periodo luminosit` delle variabili Cefeidi della a nube stessa, primo gradino che porta a denire una scala delle distanze per lUniverso intero.

Fig. 9.3. Il numero di stelle di MS nellammasso NGC2004 con luminosit` superiore alla magnia tudne V in funzione di V (Distribuzione cumulativa ) confrontato con le predizioni teoriche per i vari indicati valori dellesponente della IMF. Il numero di stelle ` normalixzzato al numero di Giganti e Rosse in combustione di elio.

Come ulteriore elemento di possibili indagini, notiamo inne come la conoscenza della relazione teorica massa-luminosit` lungo una MS consenta di ricavare con facile calcolo a la distribuzione di stelle lungo tale sequenza per ogni assunto valore della distribuzione iniziale di massa IMF, parametro che vedremo essere di rilevanza centrale nella storia delle popolazioni stellari. Il confronto con le osservazioni consente quindi di esplorare il vaolre dellesponente dellIMF in tutti quegli ammassi con MS sucientemente popolate per fornire risultati statisticamente rilevanti. A titolo di esempio, la Fig. 9.3 mostra come la MS del cluster NGC2004 della Grande Nube, il cui diagramma CM ` stato riportato nel precedente e capitolo alla Fig. 8.6, segua con buona precisione una distribuzione IMF con esponente di Salpeter, risultando per il numero di stelle N al variare della massa M dN/dM = M2.35 .

9.3. Ammassi Globulari Galattici: procedure di tting ed et` a


Gli Ammassi Globulari Galattici rappresentano un campione osservativo sul quale si ` per e molto tempo concentrata lattenzione dei ricercatori, sia per linteresse intrinseco di questi sistemi collegati alle fasi evolutive iniziali della Galassia, sia per la presenza statisticamente rilevante di stelle in ambedue le fasi di combustione di elio al centro (HB) e in shell (AGB). La validazione dello scenario teorico ` in questo caso meno stringente, non avendosi sinora e misure dirette della distanza di tali ammassi. Rimane dunque un grado di libert` sul valore a delle magnitudini assolute, cui talora si aggiunge una leggera essibilit` sui colori, collegata a allincertezza sul preciso valore di un eventuale arrossamento. Il parametro libero et`, che a modula la forma del Turn O, agiunge ulteriore libert`. Resta peraltro evidente che una tale a validazione, se pur debole resta prioritariamente necessaria quando si voglia utilizzare lo scenario teorico a livello quantitativo. Nel caso di ammassi non arrossati, o di arrossamento noto con precisione, la distanza dellammasso puo` essere determinata tramite il best t con la Sequenza Principale o teorica di opportuna composizione chimica. E peraltro facilmente vericabile come incertezze sullarrossamento si traducano in incertezze sul modulo di distanza: aumentando larrossamento aumenta il modulo di distanza necessario per portare a coincidere la sequenza teorica con quella osservata. Una tale degenerazione arrossamento-distanza pu` in principio o essere risolta attraverso il best t del Ramo Orizzontale, la cui luminosit`, per landamento a sensibilmente orizzontale, poco risente dellarrossamento. Eperaltro da notare come i modelli di ZAHB siano il prodotto dellintera evoluzione in fase di Gigante Rossa, e pertanto

Fig. 9.4. Esempio delle procedure di best tting per lAmmasso Glubulare M68. a): Determinazione del modulo di distanza apparente dal t del Ramo Orizzontale e dell arrossamento dal t della MS (+ TD). La freccia mostra la direzione di spostamento delle isocrone al crescere dellarrossamento. b): Aumento della mixing length e t del colore del Ramo delle Giganti.

contengano molta pi` storia e molta pi` sica dei semplici modelli di MS, risultando u u pertanto corrispondentement pi` a rischio di incertezze. u Tenendo in mente tali precauzioni, notiamo qui che se il modulo di distanza apparente viene ssato tramite il Ramo Orizzontale, larrossamento resta ssato dal tting della sequenza principale, come mostrato in Fig. 9.4a. Fortunatamente, come mostrato nella stessa gura, tale processo ammette un ulteriore criterio di validazione. Il gomito che allaumentare delle temperature ecaci conduce alla verticalizzazione del Ramo (HB-TD = HB Turn Down) segnala in eetti la temperatura alla quale la correzione bolometrica inzia a crescere, abbassando la luminosit` nella banda V. Esso ` quindi un buon indicatore a e di temperatura che si colloca attorno a (B-V)0 0, indipendentemente dalla metallicit` o a dallet` del cluster. La buona corrispondenza tra il TD teorico e quello osservato ` quindi a e un buon criterio di conferma del valore di reddening adottato. Come mostrato in Fig. 9.4b, ssato modulo di distanza e reddening, il valore della lunghezza di rimescolamento resta ssato dalla condizione di riprodurre il colore osservato del Ramo delle Giganti, anchesso solo debolmente dipendente dallet` dellammasso (cio` a e dal valore della massa evolvente). let` resta inne determinata dal confronto delle isocrone a nella regione del Turn O. I dati in Fig. 9.4b mostrano come in un ammasso con buon diagramma CM lincertezza di tale determinazione sia sensibilmente minore a 1 Gyr, fatto salvo lintervento di errori sistematici. La Fig.9.5 mostra come le isocrone teoriche pi` agu giornate riescano a rendere fedelmente conto della distribuzione nel diagramma CM delle stelle di un Ammasso Globulare, riproducendo in particolare con buona precisione la collocazione del Ramo delle Giganti con il parametro di mixing length calibrato al valore l 2.0 HP .

Fig. 9.5. Diagramma CM per lAmmasso Globulare M13 con sovraimposto il best tting delle isocrone teoriche. Per la fase di combustione centrale di He ` riportata solo la collocazione della e ZAHB.

A anco e in aggiunta a tale criterio morfologico, esistono altri parametri che possono concorrere ad una validazione dello scenario teorico. Tra questi di particolare rilevanza il rapporto tra il numero di stelle in AGB e in HB, che losservazione ssa a 0.14 0.05. E facile comprendere come tale rapporto rietta lestensione della convezione nella fase di combustione centrale di He: maggiore tale estensione maggiori sono i nuclei di CO al termine della combustione, pi` lunga la vita in HB e pi` luminosa e pi` rapida la fase u u u di AGB. La semiconvezione classica rende automaticamente conto di tale rapporto, che richiederebbe invece una drastica riduzione dellovershooting invasivo usato da alcuni autori. Tra gli elementi validanti, e che nel contempo forniscono informazioni sui parametri evolutivi del cluster, ricordiamo inne anche la funzione di luminosit` del Ramo delle Giganti e, nel a corpo di questa, la luminosit` del bump generato dallincontro della shell di combustione a dellidrogeno con la discontinuit` nellabbondanza di H lasciata dal primo dredge up. a Tra i risultati delle procedure di validazione e di tting vi ` dunque, come atteso, anche e let` dei cluster, elemento di grande rilevanza nello stabilire le tappe evolutive della Galassia. a Vi ` oggi un crescente accordo per assegnare agli Ammassi Globulari della Galassia et` che e a si aggirano attorno a 11-12 Gyr, il valore esatto dipendendo dai vari autori. E ancora aperto il discorso di quanto tali ammassi possono essere considerati rigidamente coevi. Da notare che in ammassi cos` antichi non ` pi` trascurabile la diusione degli elementi: per ogni i e u pressata et` dellammasso, tale meccanismo tende a diminire la luminosit` del Turn O a a e quindi, a ringiovanire lammasso di circa 1 Gyr rispetto a quanto ricavabile ricorrendo a scenari evolutivi privi di diusione. Si noti a tale proposito come la luminosit` del Turn O cui abbiamo or ora fatto rifera imento possa essere calibrata, per ogni assunta composizione chimica originaria, in termini dellet` dei cluster. Ci` consente determinazioni dellet` che prescindono dal tting accurato a o a dellandamento delle stelle nel diagramma CM. Per usare tale calibrazione occorre peraltro riuscire a valutare la distanza dellammasso e, con essa, la magnitudine assoluta delle stelle osservate. A tale scopo vengono usati due tipi di procedure. Luna, che abbiamo g` a richiamato, consiste nel valutare la distanza dellammasso tramite il tting della Sequenza Principale. Una variante di tale procedura, utilizzata da taluni, consiste nel valutare la magnitudine assoluta delle stelle di MS non gi` dalle previsioni teoriche ma dallosservazione di a subnane di campo di distanza e metallicit` note. Non si comprende peraltro in base a quale a ragionamento non ci si da della MS teorica per poi darsi della calibrazione dei Turn O. Una seconda procedura assume di fatto come calibratori di distanza (candele standard) le stelle di Ramo Orizzontale. Ferme restando le precauzioni che riguardano le valutazioni

Fig. 9.6. Il diagramma CM per le stelle nella Dwarf Spheroidal Galaxy Carina del Gruppo locale. Le isocrone teoriche mostrano il best t delle stelle di tre distinti episodi di formazione.

teoriche di tali strutture in fase di evoluzione avanzata, una tale procedura conduce ad una stima dellet` di particolare rilevanza e semplicit`, nota come il Metodo Verticale. E a a infatti subito visto che in tal caso la teoria fornisce una calibrazione in termini di et` della a dierenza di magnitudine tra il Ramo Orizzontale ed il TO, che ` parametro indipendente e dallarrossamento e facilmente misurabile anche quando le osservazioni non raggiungano con suciente precisione le stelle di MS. Ricordando come la luminosit` dellHB dipenda solo a molto debolmente dallet`, si conclude facilmente come la dierenza di magnitudine HB-TO a deva aumentare al crescere dellet` dellammasso. a In linea di principio, a anco del Metodo Verticale si potrebbe considerare anche un corrispondente Metodo Orizzontale. La Fig.9.4 mostra infatti come al crescere dellet` a diminuisca la lumghezza del Ramo delle Subgiganti che collega il TO al Ramo delle Giganti. La calibrazione teorica ` peraltro dipendente dalle assunzioni sul valore della mixing length e che, in linea di principio, potrebbe variare al variare della metallicit` del cluster. Per tale moa tivo il Metodo Orizzontale ` stato principalmente sinora usato essenzialmente per confronti e interni tra cluster con simili metallicit`. a Come nel caso delle masse intermedie, concludiamo anche questa sezione con una applicazione dello scenario evolutivo a sistemi extragalattici. La Fig.9.6 mostra infatti il diagramma HR delle stelle nella galassia dwarf spheroidal del Gruppo Locale in Carina. Ne emergono con buona evidenza tre distinti episodi di formazione stellare. Come mostrato nella stessa gura, il tting con le isocrone teoriche conduce a valutare le et` di tali episodi a come risalenti, rispettivamente, a 0.6, 5 e 11 miliardi di anni or sono.

9.4. Ammassi Globulari Galattici: composizione chimica e problema dellelio. Parametro R.


Il quadro evolutivo sin qui elaborato ha assunto la composizione chimica originaria delle stelle di ammasso come dato accessibile alla sperimentazione attraverso lanalisi degli spettri stellari in strutture, quali quelle della MS, che non abbiano ancora subito fenomeni di dredge up. Se questo ` vero in linea di primcipio, ` altrattanto vero che la determinazione e e delle abbondanze chimiche nella atmosfere stellari ` problema di grande complessit` che e a

Fig. 9.7. Diagramma CM per lAmmasso Globulare Galattico NGC6752. Metallicit` stimata a dellammasso [Fe/H]= -1.57. Lungo la coda blu del Ramo Orizzontale sono riportate gravit` e a abbondanza superciale di elio come misurate alle diverse indicate luminosit` . a

nellapproccio pi` moderno riposa sulla produzione di modelli di atmosfera da cui riu cavare Spettri sintetici da confrontare con gli spettri osservati. Pur senza poter entrare nel dettaglio di uno dei pi` estesi capitoli dellastrosica moderna, ricordiamo solamente che u ancor oggi molte modelli di atmosfera sono basat1 su un trattamento monodimensionale (strati atmosferici piani e paralleli) assunti in Equilibrio Termodinamico Locale = LTE. Appare peraltro sempre pi` evidente che approcci pi` perfezionati, quali quelli non-LTE u u tridimensionali, possono portare a non trascurabili variazioni nelle valutazioni di composizione chimica. Le stime sin qui fornite sulla metallicit` delle struttture galattiche ed exa tragalattiche devono pertanto essere riguardate come fortemente indicative, ma con ancora un sia pur limitato margine di variabilit`. In tale contesto, per lungo tempo si ` fatto uso a e dellipotesi che al variare della metallicit` totale Z rimanesse costante il rapporto dei vari a elementi pesanti che concorrono a formare tale metallicita, cos` come ricavato dallatmosfera i del Sole (Solar Scaled Mixtures). Valutazioni pi` approfondite hanno peraltro mostrato che u al fdiminuire di Z ai valori tipici della Pop-II galattica si manifesta una tipica sovrabbondanza relativa degli elementi multipli di , quali C, O, Ne, Mg. E questo un interessante segnale di una variazione temporale nei meccanismi di produzione degli elementi pesanti. Qui ci interessa solo segnalare che tale sovrabbondanza viene rappresentata, in analogia con il fattore di metallicit` [F e/H], dal rapporto a [/F e] = log[/F e] log[/F e] che dunque misura il rapporto [/F e] in una stella ripetto al rapporto solare. Dal valore [/F e] 0.3 tipico di per almeno alcuni Ammassi Globulari si ricava cos` che in tali ammassi gli elementi sono, rispetto al Fe, circa il doppio che nel Sole. Sia pur con qualche eccezione e precauzione , per investigare il cammino evolutivo di stelle di Pop.II ` suciente valutare e dai due valori di [F e/H] e di [/F e] il corretto valore di Z, abbondanza in massa di tutti gli elementi pi` pesanti dellelio. u Completamente diverso ` invece il problema della valutazione del contenuto di elio nelle e stelle di Pop.II. Come notato discutendo dei tipi spettrali, le righe dellelio appaiono solo in stelle ad alta temperatura superciale, di tipo spettrale B od O, ove gli elettroni dellelio si collocano in stati sucientemente eccitati. Le righe di assorbimento degli elettroni nello stato fondamentale cadono infatti nellestremo UV, assorbito dal gas interstellare. Stelle a temperatura sucientemente alta si trovano solo in Ammassi Globulari con HB molto estesi.

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Le misure dellelio in tali stelle hanno peraltro prodotto risultati inattesi, con abbondanze che variano tra 1/10 e 1/100 dellabbondanza di He nel Sole. A fronte di tale evidenza, fu a suo tempo suggerito, ed ` oggi universalmente accettato, e che la scarsezza di He nelle atmosfere di stelle blu di HB sia da addebitarsi alla sedimentazione gravitazionale, meccanismo che ci si attende sia particolarmente eciente in tali stelle caratterizzate da alta gravit` superciale e assenza di inviluppi convettivi. Analisi aca curate hanno confortato tale ipotesi, mostrando come in stelle blu di HB labbondanza di He risulti inversamente proporzionale alla gravit` superciale (Fig.9.7). Lelio negli Ammassi a Globulari non ` quindi osservabile spettroscopicamente, e la sua valutazione pu` provenire e o solo da considerazioni evolutive. Ci si deve quindi domandare quali variazioni osservabili possano essere causate da variazioni nel contenuto di elio originale. Di particolare rilevanza appare la prediziobe secondola quale allaumentare del contenuto di elio aumenta sensibilmente la lumimosit` predetta per a le stelle di Ramo Orizzontale. Su tale evidenza si basa una ingegnosa procedura, proposta nellormai lontano 1967 da Icko Iben Jr., che in linea di principio consente di giungere alla valutazione dellelio tramite semplici conteggi stellari e indipendentemente da ogni preventiva valutazione della distanza o dellarrossamento di un cluster. Alla base di tale procedura vi ` levidenza che le velocit` evolutive in fase di Gigante e a Rossa appaiono regolate dalla relazione massa del nucleo di elio-luminosit` e risultano a pertanto largamente indipendenti dai parametri evolutivi. A titolo esemplicativo ci si lasci anche assumere che anche i tempi di evoluzione in HB siano costanti, ipotesi non distante dalla realt` risultando tali tempi sempre dellordine di 108 anni. Sotto tali assunzioni basta a denire il parametro R = N (HB) N (RG)L>L(HB)

rapporto tra il numero di stelle in HB e il numero di giganti pi` luminose dellHB per u ottenere un paramtero osservativo che risulta un sensibile indicatore del contenuto originario di elio.Da un punto di vista teorico ci si attende infatti che tale rapporto sia pari al rapporto dei rispettivi tempi evolutivi R = (HB) (RG)L>L(HB)

e allaumentare dellelio aumenta il calore di R per il semplice motivo che aumenta la luminosiy` del Ramo Orizzontale e diminuisce quindi il percorso evolutivo delle giganti prese a in considerazione. Una precisa calibrazione teorica del parametro R incontra peraltro severe dicolt`. La a durata della fase di HB dipende infatti innanzitutto dal trattamento della convezione centrale e, ad esempio, risulterebbe notevolmente allungata nel caso di overshooting invasivo. Anche rimanendo nello scenario canonico della semiconvezione, tale durata viene a dipendere dal valore della sezione durto della reazione 12 C(, )16 O che completa la combustione 3: aumentando la sezione durto aumenta corrispondentemente la durata della combustione di elio centrale. Si noti come unanaloga parametrizzazione possa essere denita anche per la fase di AGB, denendo un parametro R1 = N (AGB) N (RG)L>L(HB)

dove il mantenere come termine di paragone le Giganti Rosse ` consigliato da quella che ` e e lecito ritenere la piena adabilit` delle relative valutazioni evolutive, come confortate anche a

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Fig. 9.8. Gli Ammassi Globulari NGC5272 (=M3) e NGC6205 (=M13) con simili metallicit` a ([Fe/H] -1.55) mostrano spiccate dierenze nella distribuzione delle stelle di HB. Le frecce delimitano indicativamente lintervallo di temperature in cui le stelle di HB, se esistenti, mostrano fenomeni di variabilit` tipo RR Lyrae a

dalle buona corrispondenza alle predizioni teoriche delle osservate funzioni di luminosit`. a Senza entrare in ulteriori dettagli, ` da ritenere che precise valutazioni osservative di R e e R1 possano nel futuro contribuire sensibilmente a chiarire le precise modalit` delle fasi di a combustione di elionelle piccole masse.

9.5. Il problema del secondo parametro e le Code Blu


Gli Ammassi Globulari galattici mostrano una generica correlazione tra metallicit` e disa tribuzione delle stelle di HB, con Rami Orizzontali che passano dal blu al rosso allaumentare della metallicit`. Abbiamo gi` visto come lo scenario evolutivo predica spontaneamente una a a tale correlazione assumendo una comune legge di perdita di massa per tutti gli ammassi. Un tale andamento generale presenta peraltro delle eccezioni che hanno da tempo attirato lattenzione dei ricercatori. E il caso ad esempio della coppia di cluster M3 3 M13 che, ambedue con metallicit` [Fe/H] -1.55, mostrano spiccate dierenze nella distribuzione a delle stelle di HB. Per portare in forma quantitativa tali dierenze ` in uso il parametro e HB Ratio di Lee, denito come HBR = BR B+V +R

dove V ` il numero di stelle variabili RR Lyrae, e B,R rappresentano il numero di stelle di HB e rispettivamente pi` blu o pi` rosse della regione di variabilit`. HBR= 1 indica dunque un u u a ramo tutto a temperature ecaci maggiori della striscia di variabilit`, e HBR= -1 un ramo a di sole stelle rosse, tipico degli ammassi a maggiore metallicit`. Nel caso in esame si passa a dal tipico ramo intermedio di M3 (HBR= 0.08) al braccio blu di M13 (HBR= =.97). Ove si escludano grossolani errori nella determinazione delle metallicit`, se ne deve concludere a che oltre alla metallicit` deve esister un ulteriore parametro che interviene nel determinare a la distribuzione delle stelle lumgo i Rami Orizzontali. E questo il Problema del Secondo Parametro cui sono state rivolte numerose indagini. Prendendo spunto da tale problema possiamo qui di seguito utilmente elencare alcune delle possibili cause per le quali M13, con la stessa metallicit` di M3, potrebbe avere HB a pi` blu: u

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Fig. 9.9. Diagramma CM per lAmmasso Globulare Galattico NGC2808. Metallicit` stimata a dellammasso [Fe/H]= -1.15.

1. Maggiore et`: minori masse in RGB e, a parit` di perdita di massa, in HB. a a 2. Minore [/F e]: shell di idrogeno meno ecienti e HB pi` blu. u 3. Maggiore He originario: strutture pi` calde e pi` luminose, evoluzioni pi` veloci e quindi u u u masse minori in RGB e HB. 4. Maggiore rotazione: nuclei di He pi` grandi. u Tra queste opzioni sembra al momento prevalere la dierenza di et`, almeno nel caso a della coppia di cluster M3 e M13, ma il problema ` ancora aperto e suscettibile di ulteriori e indagini. Parallelo al problema del Secondo Parametro, e talora confuso con esso, ` il problema e delle Code Blu. Come nel caso gi` presentato di NGC6752 (Fig.9.7), alcuni cluster presentano a una estensione del Ramo Orizzontale che si spinge sino ad altissime temperature ecaci. A causa dellintervento della correzione bolometrica, nei diagrammi CM V, B-V o V, V-I il ramo assume un andamento spiccatamente verticale, raggiungendo e anche superando la magnitudibe del TO. Il confronto con le risultanze teoriche mostra che si ` in presenza e di stelle che, al limite blu, giungono a perdere in pratica tutto linviluppo di idrogeno, spingendosi cos` sino al limite estremo della ZAHB. Nei cluster pi` poveri di metalli, quale NGC6752, la coda blu si presenta come u unestensione del ramo alle alte temperature, in cui appaiono perlatro evidenti sottoraggrupamenti di stelle. A metallicit` superiori la coda blu appare come qualcosa che viene ad a aggiungersi al ramo rosso del cluster. Emblematico il caso di NGC2808 riportato in Fig.9.9, ove un ramo rosso ben popolato ` separato da una vistosa gap in colore dalla coda blu che e torna a popolare quella parte di Ramo Orizzontale. Anche in questo caso si noti levidente esistenza di una serie di raggruppamenti che modulano la popolazione stellare della Coda Blu. Lassenza di correlazione tra Code Blu e metallicit` induce talora alcuni ricercatori a a inserire tale evidenza nel quadro del problema del Secondo Parametro. Anche se tale problematica ` al presente ancora controversa, notiamo che il problema del Secondo Parametro e pare spontaneamente collocarsi nello scenario di una variazione di parametri evolutivi. Al contrario, le Code Blu sembrano indicare che, per qualche oscura ragione, in alcuni cluster sono ecienti meccanismi anomali di perdita di massa, che inuenzano una parte della popolazione di Giganti Rosse giungendo sino a privarle del loro intero inviluppo.

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Fig. 9.10. Diagramma CM sintetico per un cluster con parametri evolutivi Z= 0.001, Y= 0.23, t= 15 Gyr. Per simulare le osservazioni ` stato articialmente introdotto un errore sui colori proe porzionale alle magnitudini. Lungo le sequenze sono indicate le masse delle stelle in fase di combustione di H, la massa media delle stelle di HB e la massa iniziale dei progenitori delle stelle lungo la sequenza delle Nane Bianche. Si ` assunta una IMF di Salpeter. e

Si deve notare al proposito come esista una correlazione tra Code Blu e densit` centrale a (stelle/pc3 ) dei cluster, nel senso che non tutti i cluster ad alta densit` centrale hanno Code a Blu, ma tutti i cluster con Code Blu hanno alta densit` centrale. Questo lascia sospettare che a le Code Blu possano essere il prodotto di interazioni dinamiche stella-stella con conseguente stripping degli inviluppi in ambienti ad alta densit`, probabilmente in occasione di episodi a di catastrofe gravotermica ( A1.5) nei nuclei dei cluster.

9.6. Ammassi sintetici e colori integrati


La capacit` di predire linee evolutive per ogni assunta composizione chimica e massa delle a strutture iniziali si traduce nella corrispondente capacit` di predire isocrone per ogni assunta a composizione chimica ed et` e, conseguentemente, anche di distribuire opportunamente le a stelle lungo le isocrone quando si sia assunta una Funzione di Massa Iniziale (IMF) e si sia ssato il numero totale di stelle. Le due ultime condizioni ssano infatti il numero di stelle in ogni intervallo di massa M, M+dm cui corrisponde sullisocrona una ben determinata collocazione. Al riguardo si possono usare due procedure leggermente diverse. Una prima, che conduce alla costruzione di Ammassi Probabili consiste nel distribuire le stelle con rigida proporzionalit` alla probabilit` di occupazione. Una seconda, pi` utilizzata, cona a u siste nellutilizzare una funzione random per estrarre a caso le masse con cui popolare le isocrone, producendo cos` Ammassi Sintetici. i Le due procedure ovviamente convergono per un numero di stelle N , la seconda restando preferita perch` consente anche di valutare, tramite successivre serie di estrazioni, e le uttuazioni statistiche di cui siono aetti i diagrammi. La Fig. 9.10 riporta a titolo di es-

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Fig. 9.11. Predizioni teoriche sulla distribuzione di ammassi giovani nel diagramma a due colori UV (1800-2800 A) (1500-3100 A) (linea continua) confrontate con le osservazioni di ammassi nella Grande Nube di Magellano.

empio il diagramma CM sintetico di Ammasso Globulare per gli indicati valori dei parametri evolutivi. Gli Ammassi sintetici risultamo di insostituibile utilit` quando si voglia studiare a il predetto popolamento di determinate fasi evolutive, come necessario, ad esempio, per calibrare compiutamente il valore del parametro R. Al riguardo, ricordiamo che nelle fasi evolutive avanzate (RG, HB e AGB) vale la regola per cui gli intervalli di massa devono risultare proporzionali ai tempi evolutivi, e dunque la calibrazione di R risulter` indipena dente da ogni assunzione sulla IMF. Nel prossimo Capitolo vedremo come le procedure sintetiche siano insostituibili amche nel predire il comportamento delle stelle variabili. Qui notiamo che la costruzione di Cluster Sintetici consente di predire il usso totale (usso integrato) emesso da tali sistemi, agevolmente ottenible per ogni pressata banda come sommatoria dei ussi emessi dalle singole stelle. E questo un parametro di grande importanza perch` tale usso ` lunico rivelabile dagli ammassi in galassie lontane, non e e risolubili in singole stelle. Quando si tenga presente che gli Ammassi Globulari sono presenti in pratica in tutte le galassie e che gli ammassi galattici possono raggiungere una magnitudine -10, se ne trae levidenza dellimportanza degli ammassi nel mappare la storia evolutiva dellUniverso. Le semplici considerazioni sul colore delle popolazioni stellari galattiche avanzate allinizio di questo testo mostrano senza ambiguit` come i colori integrati contengano a informazioni sullet` degli ammassi. I colori integrati possono contenere peraltro simultanee a informazioni sulla metallicit`, come ricavabile -ad esempio- dallevidenza che i rami RGB a degli Ammassi Globulari Galattici al si spostano verso temperature ecaci progressivamente inferiori. Tali considerazioni hanno stimolato una interessante linea di ricerca volta a denire le propriet` integrate degli ammassi stellari e nel ricercare le pi` opportune bande per a u rimuovere eventuali degenerazioni tra i diversi parametri evolutivi. Nel caso di ammassi relativamente giovani, ` ad esempio facile comprendere come le bande UV siano un sistema e privilegiato per marcare let` dei sistemi, registrando il progressivo decrescere del usso UV a emesso da stelle massive di MS al crescere dellet`. La Fig. 9.11 riporta a titolo di esempio a la collocazione nel diagramma a due colori UV di ammassi giovani nella Grande Nube di Magellano (LMC) confrontata con le predizioni teoriche al variare dellet` dei sistemi. Se ne a trae cos` levidenza della garabde produzione di ammassi a partire da circa 250 milioni di i anni or sono e, nel contempo, lassenza di formazione di ammassi nei precedenti 400 milioni di anni.

15 Tab. 1. Classicazione, distanza, luminosit` V e coordinate galattiche per le tra maggiori galassie a del Gruppo Locale e per le galassie satelliti della Via Lattea. Lultima colonna riporta la presenza o meno di Ammassi Globulari. d (kpc) 770 850 49 58 120 25 270 72 207 870 83 100 64 72 LV (107 L ) 2700 1500 550 170 34 1.4 1.0 0.5 0.14 0.06 0.05 0.04 0.03 0.02 0.02 l (gradi) 121 134 280 303 237 6 226 288 220 323 244 260 105 86 b (gradi) -22 -31 -33 -44 -66 -14 49 -83 67 -47 42 -22 45 35

Class. Galassie: Andromeda Galassia M33 Satelliti G.: LMC SMC Fornax Sagittarius Leo I Sculptor Leo II Tucana Sextans Carina Ursa Minor Draco Sb Sbc Sc SBm Irr dSph dSph dSph dSph dSph dSph dSph dSph dSph dSph

Globular? Si Si Si Si Si Si Si No No No No No No No No

Approfondimenti
A9.1. Il gruppo locale
Avendo nel testo fatto talora riferimento ad oggetti extragalattici appartenenti al Gruppo Locale di galassie, diamo qui alcune brevi informazioni sui membri di tale gruppo. Innazitutto intendiamo per Gruppo Locale linsieme di galassie che popolano la porzione di spazio dominato dalla due meggiori galassie a spirale, la nostra Galassia ed Andromeda (=M31), distanti tra loro circa 800 kpc. Il gruppo contiene una terza galassia a spirale M33=NGC598, nel Triangolo, oltre ad altri oggetti minori tra i quali ricordiamo la galassia irregolare Leo A, e la Galassia di Barbard (NGC6822) unaltra irregolare di tipo magellanico. Nellalone di Andromeda sono stati identicati alcune centinaia ( 300) di Ammassi Globulari, e altri ammassi sono segnalati (alcuni forse giovani) in M33. Via Lattea e Andromeda hanno ciascuna un proprio sistema di galassie minori satelliti. Le satelliti pi` cospicue della Galassia sono rappresentati dalle due (Grande e Piccola = LMC e SMC) u Nubi di Magellano, galassie irregolari visibili ad occhio nudo dallemisfero meridionale. Le due Nubi risultano anche tra gli oggetti extragalatici pi` prossimi, collocandosi ad una distanza dalla u Galassia di 50 kpc, con la Piccola Nube un poco pi` distante della Grande. La massa contenuta u nella Grande Nube pu` essere stimata a circa 1/10 della massa della Galassia. Abbiamo pi` volte rio u cordato lesistenza in ambedue le Nubi di numerosi Ammassi Globulari, alcuni anche di recentissima formazione.

16 Oltre a questi due maggiori satelliti la Galassia ` circondata da diecine di altre corpi minori, che e in genere prendono il nome dalla costellazione in cui si trovano collocati. Di particolare importanza la ricca popolazione di Dwarf Spheroidals , una sorta di ammassi globulari extragalattici, ma a debolissima concentrazione di stelle e con masse dellordine di 106 - 107 M . Appartengono a tale tipologia le nane Ursa Minor, Draco, Carina, Sextans, Sculptor, Leo I, Leo II e Tucana. In alcuni casi, come gi` ricordato per Carina, si ha evidenza per una molteplicit` di generazioni stellari. a a Ricordiamo qui anche la Dwarf Sferoidal Fornax, che ha la peculiare caratteristica di contenere cinque veri ammassi globulari. Andromeda ` a sua volta contornata da una serie di caratteristici satelliti. Questa galassia e a dierenza della nostra Via Lattea - ` innanzitutto accompagnata da 4 ellittiche nane; due pi` e u vicine, NGC205 e NGC221=M32, e due, NGC147 e NGC185, leggermente pi` distanti, con masse u caratteristiche dellordine di 3-5 109 M , presenza di popolazione antica ma anche con segni di recente formazione stellare. Anche queste galassie minori contengono Ammassi Globulari. Sono state inoltre rivelate attorno ad Andromeda alcune Dwarf Sheroidals cui sono stati assegnati i nomi Andromeda I, II, III ..... La Tabella 1 riporta alcuni valori indicativi per le tre maggiori galassie del Gruppo Locale e per i satelliti della Via Lattea, questi ultimi ordinati per luminosit` integrata, nella banda V, decrescente. a

A9.2. Masse intermedie ed overshooting invasivo


Abbiamo indicato come talora si sospetti lesistenza di un obershooting invasivo che estende il rimescolamento convettivo sensibilmente al di l` del limite di Schwarzschild. Trascurando per il a momento eventuali undershooting dagli inviluppi convettivi, i maggiori eetti di tale overshooting si manifesterebbero in stelle con nuclei convettivi, dunque in fase di combustione di H allincirca a partire da 1 M . Ne sarebbero invece aette tutte le stelle in fase di combustione di He. Nel discutere la validazione dei modelli stellari abbiamo gi` indicato come le stelle di HB indichino la nea cessit` di ridurre drasticamente i valori di overshooting correntemente adottati. Qui ci interesseremo a in maniera pi1u generale del problema, discutendo le evidenze osservative collegate allecienza o meno di tale meccanismo. Gli eetti dellovershooting nella fase di combustione di H sono chiaramente illustrati in g. 9.12, dove sono riportate le evoluzioni di un modello di 1.5 M sotto diverse assunzioni sullecienza di tale meccanismo. Come atteso, lovershooting prolunga la durata della fase di combustione centrale di H, prolunganco contemporaneamente lescursione del modello verso le basse temperature prima di raggiungere la fase di overall contraction. E facile dedurne che ne seguir` una accentuata curvatura a dellisocrona per la fase di uscita dalla sequenza principale. Come ulteriore rma dellovershooting si pu` notare la progressiva scomparsa di stelle nella fase immediatamente successiva alloverall o contraction. Per validare lovershooting nei dati osservativi, non baster` dunque ttare le isocrone, a dovendosi procedere alla produzione di Ammassi Sintetici. In generale, per ogni osservata terminazione superiore della MS di un cluster, i modelli con overshooting predicono per il cluster et` anche notevolmente superiori alle et` standard. La a a disponibilit` di informazioni sullet` di un cluster indipendenti dalla terminazione della MS, come ad a a esempio in linea di principio possibile dalla curva di rareddamento delle Nane Bianche, condurrebbe quindi ad una accurata validazione dellecienza dellovershooting. Di particolare rilevanza ` il e notare come al crescere dellovershooting il Ramo delle Giganti appaia progressivamente depopolato. Anche questa evidenza appare facilmente prevedibile: lovershooting conduce a nuclei di He di massa maggiore, tendendo quindi a rimuovere la degenerazione elettronica che ` allorigine dellindugiare e delle stelle sul Ramo delle Giganti. Lovershooting diminuisce quindi la massa critica per la Red Giant Transition. Ne segue anche che aumenta let` della RGT, Da un punto di vista prettamente osservativo, ci si attende di a conseguenza che i Rami delle Giganti appaiano a luminosit` di TO inferiori di quanto previsto dai a modelli standard. I cluster in prossimit` della RGT canonica rappresentano dunque un target priva ilegiate per le indagini sullecienza dellovershooting. Su questo, come su altri parametri, esiste una abbondante letteratura che peraltro non ` ancora giunta ad unanimi conclusioni. e Leetto dellovershooting sulle masse intermedie ` un altro argomento ampiamente investigato e in letteratura. Al riguardo, la linea di sviluppo delle relative argomentazioni ` facilmente comprene

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Fig. 9.12. Percorsi evolutivi in fase di combustione di idrogeno per una struttura dagli indicati parametri di massa e composizione, come valutati sotto le diverse indicate assunzioni sullestensione dellovershooting invasivo. I punti individuano lunglo le traiettorie evolutive un costante e comune intervallo di tempo.

sibile. Per ogni pressato valore della massa (intermedia) originaria, le strutture di MS sviluppano nuclei di He pi` massivi. In analogia con quanto avviene per le strutture di MS. nella fase di u combustione di elio la luminosit` cresce al crescere del nucleo di elio, e lovershooting produrr` a a quindi in tale fase stelle pi` luminose e con minore durata nella fase di combustione di elio centrale. u Lovershooting dunque opera sulla relazione massa - luminosit` delle strutture in combustione di a elio: per ogni assegnata luminosit` lovershooting prevede massa minori di quelle previste dalla moda ellistica standard. Il comportamento pulsazionale delle variabili Cefeidi (supra) sembra confortare una tale ipotesi di masse minori del previsto canonico: le evidenza per` mal si accordano anche o con lipotesi dellovershooting e la citata discrepanza potrebbe essere solo evidenza per fenomeni di perdita di massa. Grande attenzione ` stata inne posta al tentativo di porre in luce le attese dierenze temporali, e secondo le quali lintervento dellovershooting ha il duplice e contemporaneo eetto di aumentare i tempi di combustione di H e di diminuire nel contempo i tempi della combustione di elio. In linea di principio tale dierenza pu` essere messa in luce semplicemente tramite il confronto dei dati o osservativi con le predizioni teoriche per le funzioni di luminosit` della MS normalizzate al numero a di Giganti Rosse. E immediato comprendere come, per ogni pressata distribuzione di massa lungo la MS (per ogni ssata IMF), lipotesi di overshooting produce meno giganti e, di conseguenza, un LF normalizzata sensibilmente pi` alta del caso canonico. u

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Fig. 9.13. Funzione di luminosit` per le stelle di MS del cluster NGC1866 in LMC, confrontata a con le predizioni teoriche per vari valori dellesponente della IMF. Ancora una volta si trova che le stelle seguono con ottima approssimazione una distribuzione di Salpeter ( = 2.35)

La IMF pu` essere daltra parte agevolmente ricavata dai dati sperimentali esprimendo la funo zione di luminosit` osservata per le strutture non evolute della MS in un piano logN, V. Tale piano a risulta di grande utilit` ogni qualvolta si discutano funzioni di lumonosit`, rivelando le caratterisa a tiche della distribuzione indipendentemente dalla tricchezza del campione. Nel caso in discussione ad ogni esponente della IMF corrisponde una unica e ben determinata pendenza delle curve, e variazioni nel numero totale delle stelle implicano solo uno spostamento solidale della curve lungo lasse delle ascisse. La Fig. 9.13 mostra un esempio dellapplicazione di tale tecnica allammasso NGC1866 in LMC, ripetutamente usato come test per indagare lecienza di overshooting invasivi. Purtroppo incertezze nei dati sperimentali e diormit` negli scenari teorici di riferimento non hanno ancora a portato a conclusioni unanimi. Per amore di precisione, notiamo inne che in quanto sopra abbiamo leggermente abusato della denizione di MS: con tale termine abbiamo infatti indicato la sequenza di stelle che in realt` e a formata stricto sensu non solo da strutture di MS, ma ha alla sua culminazione strutture nelle fasi immediatamente successive alla overall contraction. Per porre in chiaro tale ulteriore contributo, al posto di MS ` stata talora usata la denizione di Blue Sequence (BS), ma questo ` dettaglio e e marginale.

A9.3. Ammassi Globulari: Rami delle Giganti Rosse


Vogliamo qui discutere con qualche maggior dettaglio la dipendenza dei Rami delle Giganti dal contenuto metallico, caratteristica che gioca un ruolo non secondario in molti parametri osservativi. La Fig. 9.14 riporta la distribuzione teorica di stelle in fase di combustione di idrogeno per lassunta et` di 11 Gyr e la variare del contenuto metallico nellintervallo Z=0.0002-0.008. Si nota come a al crescere della metallicit` le isocrone si spostano regolarmente verso minori temperature ecaci a (verso il rosso). Al livello di modello mentale tale spostamento trova una sua ragione nellaumentata opacit` della materia, dalla quale discende un maggior gradiente radiativo e quindi una maggior a escursione di temperatura dal centro alla periferia della struttura. Tale andamento teorico, che rende almeno qualitativamente ragione di analoghe evidenze sperimentali, ha suggerito tutta una serie di parametri osservativi volte ad ottenere indicazioni sulla metallicit` di un ammasso globulare dai soli dati fotometrici, senza cio` ricorrere alla analisi di a e spettri stellari. Se ne traggono criteri di metallicit` fotometrici che risultano di grande rilevanza a quando lindagine si spinga ad ammassi distanti per i quali risulti dicoltoso acquisire informazioni spettroscopiche. Con riferimento ai dati riportati in gura ` innanzitutto subito visto che il colore e del Ramo delle Giganti ad una pressata luminosit` pu` essere calibrato in termini della metallicit` a o a dellammasso.

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Fig. 9.14. Isocrone teoriche nel piano V, B-V per stelle in fase di combustione di idrogeno con una comune et` di 11 Gyr e per i valori di metallicit` Z=0.0002, 0.0004, 0.0006. 0.001, 0.004, 0.008. a a

Fig. 9.15. Relazione tra massa del nucleo di He (Mc) e luminosit` per due Giganti Rosse di 0.9 a M e per i due indicati valori della metallicit` . a

Lapproccio osservativo riposa peraltro forzosamente su una denizione leggermente pi` compu lessa. Per ottenere un parametro indipendente dal modulo di distanza dellammasso si denisce il parametro (B V )0,g come il colore disarrossato del Ramo delle Giganti misurato al livello di luminosit` del Ramo a Orizzontale. La calibrazione empirica di tale parametro riposa su campioni di ammassi di cui siano noti sia il diagramma CM che le rispettive metallicit` spettroscopiche. La corrispondente calia brazione teorica si scontra con lincertezza sul valore della lunghezza di rimescolamento, da cui abbiamo visto dipendere il colore del Ramo delle Giganti e si traduce di fatto non tanto in una calibrazione del parametro (B-V)0,g in termini di metallicit` quanto in una calibrazione della lumghezza a di rimescolamento in termini dela metallicit` stessa. a Un altro parametro fotometrico ` fornito dalla Pendenza del Ramo denita dal parametro S e (=Slope) S= V (B V )

misurata sempre sa partire dal livello di luminosit` del Ramo Orizzontale. Nella sua formulazione a originale, lintervallo di misura veniva denito tramite il punto del Ramo delle Giganti 2.5 mag pi` u luminoso del HB. Tenendo presente che la magnitudine V del HB si aggira attorno a 0.5 m, la Fig. 9.14 mostra come tale denizione non sia applicabile agli ammassi pi` metallici, che non raggiungono u la richiesta dierenza di magnitudine. Per tale motivo sono state evanzate denizioni alternative, sia diminuendo lintervallo di magnitudini, come esemplicato in gura, sia prendendo come base un intervallo in colore e non in magnitudine. Senza entrare in ulteriori dettagli, notiamo qui solamente che il parametro S, rispetto al parametro (B-V)0,g , gode della importante propriet` di non dipendere a dallarrossamento dellammasso, sovente mal conosciuto.

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Fig. 9.16. Calibrazione teorica dei colori integrati di Ammassi Globulari per gli indicati valori di et` al variare del contenuto metallico. I punti riportano valori osservativi per Ammassi Globulari a Galattici. Il contenuto metallico gioca un ruolo importante anche nella storia evolutiva delle strutture di Gigante Rossa. Abbiamo gi` ricordato come per tali strutture valga una relazione massa del nucleo a di He - luminosit`. Ora aggiungiamo che tale relazione non dipende - entro limiti ragionevoli - dalla a massa stellare ma dipende dal contenuto metallico. I dati in Fig. 9.15 mostrano come per ogni assunto valore della metallicit` stelle con minore contenuto metallico abbiano una maggiore massa a del nucleo di He. Nuovamente a livello di modello mentale e ricordando come lenergia sia prodotta dalle combustioni CNO, ci` discende dal fatto che a parit` di nucleo di He stelle a minore contenuto o a di CNO erogano minor energia. I dati nella stessa gura confermano ( 6.3) anche che, a parit` di massa, la luminosit` del a a bump del Ramo delle Giganti decresca sensibilmente al crescere della metallicit`. Aggiungiamo a che, per ssata metallicit`, tale luminosit` decresce al diminuire della massa evolvente e quindi a a allaumentare dellet` dellammasso. Aggiungiamo anche che la vita in fase di combustione di a idrogeno cresce allaumentare dei metalli: i modelli di Fig. 9.15 raggiungono il ash rispettivamente a 7.07 Gyr (Z=0.0002) e 12.94 Gyr (Z=0.008). A parit` di et` stelle pi` metalliche sono quindi a a u meno massicce, e la diminuzione di massa si aggiunge allaumento di metallicit` nel contribuire alla a diminuzione della luminosit` del Bump. Le condizioni sulla luminosit` del Bump possono cos essere a a i riassunte schematicamente: M = cost, Z : LBump tf lash t = cost, Z : LBump Mf lash Ricordando inne come la luminosit` del Bump dipenda anche dallabbondanza originale di He, a se ne trae la conclusione che la rivelazione di tale fase nei Rami di Giganti osservati aggiunge una preziosa informazione che non dovrebbe essere trascurata nellinterpretazione dei diagrammi CM in termini di et` e composizione chimica delle strutture stellari. a Osservando come le Giganti Rosse risultino di gran lunga le stelle pi` luminose di un ammasso u globulare, se ne trae anche la ovvia conseguenza che il colore integrato di un ammasso ` largamente e dominato dalla radiazione emessa da tali strutture. Dai dati riportati in Fig. 9.14 si ricava senza ambiguit` la predizione che il colore integrato di un ammasso che abbia superato la Red Giant a

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Fig. 9.17. Traiettoria nel diagramma HR di una stella di 0.8 M , Z=0.0002 per i due indicati valori del parametro di ecienza della perdita di massa nella formulazione di Reimers.

Transition deve risultare tanto pi` rosso quanto pi` alta ` la metallicit`, predizione puntualmente u u e a vericata dai calcoli evolutivi. La Fig. 9.16 mostra come i colori integrati in varie bande siano ottimi indicatori di metallicit`, solo marginalmente aetti da variazioni di et` nellintervallo 8-15 Gyr. E a a peraltro da avisare che variazioni nel tipo di HB possono introdurre ulteriori, ma non drsmmstiche variazioni. I colori integrati forniscono quindi la possibilit` di ottenere preziose informazioni sulla a metallicit` di ammassi globulari in galassie anche estremamente lontane e per i quali non siano a accessibili i diagrammi CM. Ricordiamo inne come la luminosit` delle stelle alestremit` superiore del Ramo (Tip delle a a Giganti) sia stata pi` volte utilizzata per stimare la distanza di ammassi globulari extragalattici, u con una precisione che pu` tipicamente scendere a circa 0.1 mag. o

A9.4. Ammassi Globulari: Nane Bianche di He, Hot Flashers


Levidenza osservativa di Ammassi Globulari con Code Blu deve essere necessariamente interpretata come evidenza di Giganti Rosse che hanno perso massa sino a raggiungere le masse critiche per linnesco del ash, iniziando la loro fase di combustione centrale sotto forma di un nuclewo di He contornato al pi` da un tenuissimo inviluppo ancora ricco di H. Qualunque sia il meccanismo che u governa tale abnorme perdita di massa, ` lecito ritenere che ben dicilmente possa essere calibrato e sui limiti di massa per linnesco, e ne consegue la predizione che in ammassi con Code Blu alcune Giganti Rosse debbano perdere ancor pi` massa, mancando linnesco del ash e andando a contrarre u sotto forma di Nane Bianche di Elio. La Fig. 9.14 mostra le previsioni teoriche su un tale accadimento, riportando le tracce evolutive per tre diversi valori del coeciente che regola la perdita di massa nella formulazione di Reimers. Per = 0, si ha la normale evoluzione a massa costante con linnesco del ash al tip dell RGB. Per = 1 e 2, quando la massa dellinviluppo di H scende al di sotto di un valore critico , le strutture abbandonano il Ramo delle Giganti prima di raggiungere il tip, tanto pi` precocemente u quanto maggiore ` la perdita di massa. Ricordando come sullRGB viga una relazione massa del e nucleo -luminosit` ` immediato collegare tale evidenza con le progressivamente minori masse a e delle strutture. Levoluzione di tali strutture nella fase di abbandono dellRGB mostra interessanti caratteristiche. Si noti innanzitutto nella Fig. 9.17 come prima dellabbandono le tracce evolutive tendano sia pur leggermente a spostarsi a temperature ecaci minori della traccia a massa costante. Linviluppo ha tempi scala di Kelvin-Helmotz minori dei tempi evolutivi, e si sposta quindi verso la traccia di Hayashi corrispondente alla diminuita massa. Quando la massa dellinviluppo scende al di sotto di 0.06 M la struttura termina la sua normale evoluzione di RG, la luminosit` si stabilizza e la a temperatura ecace inizia a risalire mentre la shell di H continua a trasformare H in He diminuendo la massa dellinviluppo. Come risultato si ottengono strutture che raredderanno sotto forma di Nane Bianche di He con inviluppi ricchi di idrogeno anche inferiori al millesimo di massa solare. Labbandono del Ramo delle Giganti, con la conseguente escursione verso la sequenza di raffreddamento di Nana Bianca, obbedisce a regole nel contempo precise ed interessanti. Adottando la

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Fig. 9.18. A sinistra: Massa delle strutture allabbandono del Ramo delle Giganti al variare dellecienza della perdita di massa e per le indicate assunzioni sulla metallicit`. A destra: Massa a degli inviluppi ricchi di idrogeno allabbandono del Ramo delle Giganti in funzione della luminosit` a di abbandono e per le indicate assunzioni sulla metallicit` delle strutture a

formulazione di Reimers per la perdita di massa, si trova che al crescere del parametro di ecienza le strutture -come atteso- abbandonano sempre pi` precocemente il Ramo delle Giganti, ad una u luminosit` che risulta praticamente indipendente dalla metallicit` delle strutture. Quanto questo a a risultato sia collegato allintervento di diversi e contemporanei fattori ` mostrato dai dati in Fig. e 9.18. Il pannello di destra mostra infatti come, a parit` di e quindi di luminosit` di abbandono, la a a massa delle strutture sia tanto maggiore quanto minore la metallicit`. Questa ` lattesa conseguenza a e del fatto che al diminuire della metallicit` i Rami delle Giganti si spostano a temperature ecaci a maggiori e quindi diminuisce, a parit` di , la perdita di massa. a Labbandono del Ramo delle Giganti avviene quando quindi, per ogni pressata luminosit`, a ad una massa critica che aumenta al diminuire della metallicit`. Tale aumento non ` in realt` a e a sorprendente quando si tenga conto di almeno due fattori. Innanzitutto, la Fig. 9.15 mostra come a parit` di luminosit` stelle meno metalliche hanno nuclei di He maggiori e quindi, a parit` di a a a massa, avrebbero inviluppi idrogenoidi minori. A ci` si aggiunge, come mostrato nel pannello di o destra di Fig. 9.18, che al diminuire della metallicit` cresce anche il valore della massa minima a dellinviluppo (massa critica) necessaria per sostenere levoluzione di Gigante Rossa. Anche per tale accadimento si pu` ricorrere ad un modello mentale: maggiore la metallicit`, maggiore il CNO, o a pi` eciente e pi` sottile la shell di combustione e, di conseguenza, minori le richieste sulla massa u u minima dellinviluppo. Al quadro generale sin qui riportato, la teoria aggiunge la predizione che al crescere della perdita di massa, le prime strutture che abbandonano il Ramo delle Giganti prima di innescare il ash dellHe, niscono con subire tale innesco durante lescursione verso la sequenza di Nana Bianca o addirittura durante il rareddamento lumgo tale sequenza.La Fig. 9.19 ne riporta un tipico esempio. Tali strutture sono indicate in letteratura con il termine di Hot Flashers, e coprono un ristretto interallo di masse, dellordine di 0.02 M . Masse ancora minori non riescono ad innescare il ash e rareddano come Nane Bianche. Al termine del ash gli Hot Flashers iniziano la fase di combustione quiescente dellHe quasi, ma non esattamente, in corrispondenza della ZAHB delle masse superiori. Il nucleo di He non ` infatti e riuscito a svilupparsi completamente e le strutture hanno nuclei di elio leggermente meno massicci, risultando di conseguenza leggermente meno luminose. La Fig. 9.20 mostra nel dettaglio un esempio di tale accadimento. Particolare di grande rilevanza ` levidenza che in base ai meccanismi descritti, e tali stelle conserveranno in ogni caso un sia pur tenue inviluppo di idrogeno, non raggiungendo quindi mai lestremo limite teorico della ZAHB denito da un inviluppo nullo. In base a tali considerazioni la teoria fornisce per le strutture in fase di combustione quiescente di He una temperatura ecace massima non superiore a logTe 4.5 Numerosi dati osservativi sembrano peraltro indicare che tali temperature sono superate dalle stelle pi` calde in almeno alcune Code Blu. La Fig. 9.21 riporta i dati osservativi per il ramo u orizzontale di NGC2808, come osservato nelle bande 2180 A (estremo UV) e 5500 A (visibile). Si nota innanzitutto come luso di bande UV consenta di studiare con grande dettaglio le stelle di HB

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Fig. 9.19. Traiettoria evolutiva di un modello di Hot Flasher. Lasterisco indica linnesco del ash dellHe e la linea a tratti collega tale punto col primo modello di combustione quiescente di He centrale. E riportata anche la successiva evoluzione in combustione quiescente di elio sino al nale rareddamento sotto forma di Nana Bianca di CO.

Fig. 9.20. ZAHB e fasi di combustione centrale di He per strutture evolutive (linee continue) confrontate con modelli a massa del nucleo costante (linee a tratti). Le masse delle strutture sono indicate in masse solari. Per confronto sono riportati anche tre modelli di puro elio di 0.45, 0.50 e 0.55 M e la traccia evolutiva del modello di 0.50 M sino al rareddamento come nana di CO.

Fig. 9.21. Diagramma CM UV delle stelle dellammasso NGC2808. La grande linea curva indica la collocazione della ZAHB teorica, e la linea a tratti quella delle fasi di esaurimento dellelio centrale. Sono indicate alcune fasi evolutine: TO=Turn O, RHB= Red HB, BHB= Blue HB, AGBm=AGB manqu. E indicata anche la sequenza di Blue Stragglers (BS), di origine incerta. e

ad alta temperatura, che in tali bande risultano di gran lunga le pi` luminose dellintero ammasso. u Colori quali (218-555) usato in gura risultano onoltre ben correlati con le temperature estreme, a dierenza - ad es- - del B-V che a tali temperature ha ormai saturato raggiungendo il suo minimo valore.

24 Dal confonto dei dato osservativi con le previsioni teoriche, riportate nella stessa gura, si nota come le stelle pi` calde superino il limite estremo delle previsioni teoriche. Tale accadimento u pare anche confermato da osservazioni spettroscopiche, che forniscono per tali stelle temperature dellordine di 35000-40000 K (logTe 4.55-4.60). Il problema ` ancora aperto: tra le varie ipotesi e segnaliamo quella che collega tali alte temperature ad eventi di mescolamento durante il ash delle strutture meno massicce, che arricchirebbero le atmosfere di tali stelle di He e C.

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Origine delle Figure Fig.9.1 Castellani V., DeglInnocenti S., Prada Moroni P.G., Tordiglione V. 2002, MNRAS 334, 193 Fig.9.2 Brocato E., Castellani V., Di Carlo E., Raimondo G., Walker A.R. 2003, AJ 125, 311 Fig.9.3 Bencivenni D., Brocato E., Buonanno R., Castellani V. 1991, AJ 102, 137 Fig.9.4 Brocato E., Castellani V., Piersimoni A. 1997, AJ 491, 789 Fig.9.5 Cariulo P., DeglInnocenti S., Castellani V., 2004, A&A (in stampa) Fig.9.6 Monelli M., Pulone L., Corsi C.E., Castellani M., Bono G. (pi` 10 coautori) 2003, ApJ 128, 218 u Fig.9.7 Heber U., Kudritzki R., Caloi V., Castellani V., Danziger J. (pi` 2 coautori) 1985, A&A 162, 171 u Fig.9.8 Rosenberg A., Piotto G., Saviane I., Aparicio A. 2001, A&A 144, 5; 145, 451 Fig.9.9 Piotto G., King I.R., Djorgovski S.G., Sosin C., Zoccali M. (pi` 7 coautori) 2002, A&A 391, 945 u Fig.9.10 Brocato E., Castellani V., Poli F.M., Raimondo G. 2000, A&AS 146, 91 Fig.9.11 Barbero, J., Brocato E., Cassatella A., Castellani V., Geyer E.H. 1990, ApJ 351, 98 Fig.9.12 Prada Moroni P.G. 1999, Tesi, Universit` di Pisa. a Fig.9.13 Brocato E., Castellani V., Di Carlo E., Raimondo G., Walker A.R. 2003, AJ 125, 3111 Fig.9.14 Cariulo P., DeglInnocenti S., Castellani V., 2004, A&A (in stampa) Fig.9.15 Pisa Evolutiobary Library Fig.9.16 Brocato E., Castellani V., Poli F.M., Raimondo G. 2000, A&AS 146, 91 Fig.9.17 Castellani M., Castellani V. 1993, ApJ 407, 649 Fig.9.18 Castellani V., Luridiana V. , Romaniello M. 1994, ApJ 428, 633 Fig.9.19 Castellani M., Castellani V. 1993, ApJ 407, 649 Fig.9.20 Castellani V., DeglInnocenti S., Pulone L. 1995, 446, 228 Fig. 9.15 Bono G., Castellani V., Iannicola G. 2004, in preparazione.

Capitolo 10 Le Stelle variabili.


10.1. Cenni storici e inquadramento
Nella cultura occidentale la perfezione e la conseguente immutabilit` dei cieli sono state per a quasi due millenni un preciso dogma delle imperanti dottrine aristoteliche. Gli oggetti celesti erano quindi pensati come eterni ed incorruttibili, non sucettibili di variazioni o modiche. In tale contesto lapparizione delle comete veniva riguardata come fenomeno atmosferico, non convolgendo quindi la profondit` del cielo. Fu quindi con non piccola sorpresa che nel a 1596 il pastore luterano Fabricius annunzi` che una stella nella costellazione della Balena a (omicron Ceti) mutava regolarmente di splendore. La grabde novit` del fenomeno giustica a il nome con cui quella stella fu battezzata e che tuttora conserva: Mira Ceti, cio` la stella e meraviglios o straordinaria in Cetus. Per dare subito una chiara idea del fenomeno variabilit` riportiamo in Fig. 10.1 la a curva di luce di quella stella, cio` un graco che registra landamento della magnitudine e delloggetto in funzione del tempo: la luminosit` varia regolarmente con il tempo, con un a periodo di circa 11 mesi, passando da un massimo attorno a magnitudine 2-3 ad un minimo ben al di sotto alla magnitudine 6, soglia di visibilit` ad occhio nudo. Lispezione visiva del a cielo mostrava dunque nella costellazione della Balena una stella che appariva e scompariva regolarmente, ad intervalli di 11 mesi. A partire da quei lontani tempi le indagini astronomiche hanno presto rivelato come la variabilit` stellare sia un fenomeno tuttaltro che raro, portando a molte diecine di migliaia a il numero di variabili sinora scoperte nella sola nostra Galassia. Sono nel contempo emerse

Fig. 10.1. Curva di luce di Mira Ceti. Il tempo ` espresso in giorni giuliani (J.D. = Julian Days e A10.1)

sostanziali dierenze nelle caratteristiche di tale variabilit` e nei meccanismi allorigine del a fenomeno. Citiamo subito, per non interessarcene ulteriormente, la presenza di variabili ottiche o pseudovariabili, oggetti binari nei quali le variazioni periodiche di luminosit` a sono dovute al mutuo eclissarsi dei due oggetti orbitanti (binarie ad eclisse). Tra gli oggetti che invece presentano una reale variabilit` possiamo denire in prima approssimazione due a grandi tipologie: 1. Variabili intrinseche. Come Mira Ceti, hanno variazioni di magnitudine che si ripetono sovente con ampiezze e periodi ben determinati. Tra queste le variabili pulsanti, nelle quali l eetto Doppler nelle righe dello spettro mostra senza ambiguit` che la variazione a di luminosit` ` accompaganta da corrispondenti variazioni del raggio delle strutture. ae 2. Variabili cataclismiche. Hanno improvvisi e in genere violenti aumenti di luminosit` che a si ripetono senza precisa periodicit`. A tale classe vanno ascritti oggetti quali le variabili a tipo U Geminorum, ma anche le stelle Novae, nelle quali ` stata pi` volte riscontrata la e u ripetibilit` del fenomeno sia pur a grande distanza di tempo (novae ricorrenti). In tutti i a casi ci si trova di fronte a sistemi binari stretti con instabili` causate da scambi di massa a tra le due componenti. Nel prosieguo di questo capitolo ci interesseremo esclusivamente delle variabili pulsanti e, tra esse, a quelle strutture che mostrano andamenti strettamente periodici. Le ragioni di tale scelta risiedono nellevidenza che solo in questo caso la variabilit` ` un fenomeno a e intrinseco alle singole strutture stellari, collegabile quindi a quegli stessi parametri evolutivi - quali massa, luminosit` o temperatura ecace - oggetto dallindagine evolutiva. Tale pur a semplice constatazione chiarisce subito la portata delle ricerche sulla variabilit`: quando si a giunga - come oggi si ` giunti - a stabilire le relazioni che collegano le caratteristiche della e pulsazione a quelle delle relative strutture, le predizioni evolutive che siamo andati sin qui sviluppando si traformano anche in predizioni sulle caratteristiche pulsazionali osservate. La variabilit` stellare viene cos` ad aggiungersi allo scenario evolutivo, integrandolo e a perfezionandolo con nuove e indipendenti predizioni i cui riscontri osservativi forniscono preziose veriche allo scenario evolutivo e, nel contempo, orono la possibilt` di approa fondire linterpretazione delle strutture stellari disseminate per nelle galassie. Aggiungiamo solamente che le variabili cataclismiche, per ora trascurate, assumeranno invece un ruolo fondamentale nel prossimo capitolo, quando tratteremo il problema dellevoluzione nucleare della materia dellUniverso.

10.2. Pulsatori radiali


La moderna ricerca astronomica ha portato alla luce un gran numero di forme di variabilit` intrinseca presenti, con maggiore o minore evidenza, nelle strutture stellari. Quando a si consideri che le ocillazioni solari sono in ultima analisi una forma di microvariabilit`, si a comprende anche come non sia facile porre un limite preciso tra strutture variabili e non variabili (statiche). Noi qui ci interesseremo solo delle forme di alcune variabilit` macroa scopica e, tra queste, di classi di pulsatori radiali che caratterizzano con la loro presenza le popolazioni stellari della nostra come di altre galassie. Al riguardo abbiamo gi` avuto occasione di ricordare come nei Rami Orizzontali degli a Ammassi Globulari esista un intervallo di temperature nel quale le stelle, se presenti, sono tutte variabili a corto periodo (minore di un giorno) di tipo RR Lyrae. Queste variabili sono invece assenti in ammassi o popolazioni stellari pi` giovani, ove si manifestano invece u variabili a pi` lungo periodo, tra alcuni giorni e pochi mesi, che prendono il nome di Cefeidi u Classiche. Ambedue queste classi prendono il nome dalla prima variabile della classe scoperta e studiata in qualche dettaglio, rispettivamente RR Lyrae e Cephei per le due popolazioni.

Fig. 10.2. Distribuzione nel diagramma HR di idocrone al variare dellet` e per lindicata compoa sizione chimica iniziale. Sono indicati i bordi della striscia di instabilit` e, a tratti, ` schematizzata a e la collocazione del Ramo Orizzontale popolato dalle stelle in combustione centrale di He nelle popolazioni pi` antiche. u

Il problema della variabilit` stellare ` suscettibile di un approccio moderno e generaliza e zato. Le teorie evolutive ci hanno infatti insegnato come una popolazione stellare al variare dellet` porti le stelle a percorrere progressivamente vaste ma ben determinate porzioni del a diagramma HR. A titolo di esempio, la Fig. 10.2 riporta lo sviluppo in tale diagramma delle isocrone di una popolazione con Z=0.008 e al variare dellet` tra 50 Myr e 4 Gyr. Per diverse a composizioni chimiche varieranno i dettagli delle singole isocrone, lasciando peraltro inalterata il quadro topologico generale. Le strutture teoriche con cui ` popolato il diagramma e sono per imposte condizioni matematiche strutture di equilibrio. Nulla peraltro ci assicura che questo equilibrio sia stabile o meno. Le procedure sico-matematiche per investigare la stabilit` di una struttura stellare, a quale quelle fornite dai calcoli evolutivi, sono concettualmente semplici: abbandonare la condizione di equilibrio scrivendo le equazioni del moto per gli elementi del uido stellare e perturbare la struttura, indagando se la perturbazione tende a smorzarsi (stabilit`) o, al a contrario, ad esaltarsi (instabilit`). Su tale falsariga si sono andati sviluppando nel tempo a calcoli sempre pi` precisi e perfezionati. Dai primi approcci di piccole perturbazioni in u approssimazione lineare, non in grado quindi di seguire il completo sviluppo del fenomeno, si ` passati a formulazioni non lineari progressivamente sempre pi` adeguate a rappresentare la e u fenomenologia della pulsazione. Conseguentemente, in letteratura si trovano ancora risultati di varia adabilit`. A titolo orientativo ricordiamo che le valutazioni teoriche sui periodi a risultano in ogni caso largamente adabili, mentre le valutazioni sui bordi dellinstabilit` e a lampiezza della pulsazione dipendono criticamente dalla adeguatezza dello scenario teorico adottato. Quel che qui interessa ` che sin dalle prime e approssimate valutazione ` emerso che e e esiste nel diagramma HR una striscia di instabilit`, schematizzata in Fig. 10.2, allinerno a della quale tutte le strutture risultano instabili per pulsazioni radiali, cio` per ripetitive e e periodiche variazioni di raggio accompagnate da corrispondenti variaziono di luminosit`. a Risulta innanzitutto che la pulsazione ` un fenomeno che coinvolge essenzialmente solo e gli strati pi` esterni di una struttura. Si comprende cos` la correlazione tra pulsazione e u diagrama HR: la modellistica stellare ci assicura infatti che per ogni assunta composizione

chimica originaria un punto del diagramma HR determina completamente la struttura degli strati atmosferici e subatmosferici. Lorigine dellinstabilit` risiede principalmente nelle zone di ionizzazione dellidrogeno e a dellelio. Ci` rende anche qualitativamente ragione dellesistenza di una instability strip: o per temperature ecaci minori del limite rosso della strip la ionizzazione ha luogo in una regione densa e adiabatica che non sostiene le pulsazioni. Per temperature maggiori del limite blu, la ionizzazione diviene invece troppo superciale, coinvolgendo una frazione troppo piccola di massa. La pulsazione si instaura cio` quando le zone di ionizzazione si vengono e a trovare abbastanza, ma non troppo, al di sotto dellatmosfera stellare. I meccanismi sici che producono e sostengono linstabilit` risiedono principalmente nella risposta dellopacit` a a radiativa (meccanismo K) e dellesponente adiabatico (meccanismo ) a uttuazioni delle condizioni locali. Poich` il meccanismo della pulsazione ` in ogni caso sotto il controllo della gravit`, ` e e a e inne facile prevedere che allaumentare della gravit` debbano diminuire i periodi. Possiamo a trasferire questa constatazione in termini di parametri stellari ricordando che R L/T4 e e quindi, a parit` di massa, aumentando L o diminuendo Te diminuisce la gravit`. Ne a a concludiamo, ancor prima di un qualunque calcolo dettagliato, che ci attendiamo P quando M L Te

I dati in Fig. 10.2 rendono spontaneamente ragione per lo scenario osservativo in precedenza delineato. Si vede infatti come nel caso di popolazioni giovani, trascurando la rapida fase di attraversamento del diagramma al termine della combustione centrale di H, la strip possa essere popolata solo da quelle stelle sucientemente massicce il cui loop in fase di combustione centrale di He penetri nella strip. Nelle popolazioni pi` antiche, quali quelle u degli ammassi globulari, tali strutture vengono ovviamente a mancare, mentre la strip di instabilit` pu` essere popolata sola da strutture di Ramo Orizzontale, a molto minore lua o minosit`. E immediato identicare i due casi con le classi, rispettivamente, di Cefeidi e RR a Lyrae, comprendendo nel contempo che la dierenza tra le due classi discende dalla diversa et` e non dalla diversa composizione chimica. E comprendendo anche che il minor periodo a delle RR Lyrae discende essenzialmente dalla maggior gravit` superciale. a

10.3. RR Lyrae
La Fig. 10.3 mostra la curva di luce nella banda V della variabile RR Lyrae, prototipo della omonima classe, il cui periodo P risulta P = 0.56683735d Si noti che lestrema precisione con cui ` noto il periodo, inferiore al centesimo di secondo, e ` conseguenza di osservazioni ripetute ad intervalli di tempo molto maggiori del periodo e stesso. Nelloccasione notiamo come i periodi delle variabili rappresentino una grandezza astrosica non solo misurabile con precisione sconosciuta a tutte le altre grandezze sinora incontrate nella problematica stellare, ma che anche non dipende n dalla distanza n da e e eventuali arrossamenti degli oggetti. Un dato sperimentale quindi di agevole misura ed estrema adabilit` che si inserisce in un quadro osservativo per molti versi aetto da molte a pi` incertezze. u Un ulteriore parametro caratterizzante la pulsazione ` fornito dallampiezza della curva e di luce, intesa come dierenza delle magnitudini al massimo e al minimo della curva stessa. Poich` alla variazione di luminosit` corrispondono anche variazioni di temperatura ecace, e a lampiezza dipende dalla banda di osservazione e, tipicamente, risulta massima nella banda B che, per tale motivo, ` la pi` utilizzata sia per la ricerca di variabili che per denirne e u

Fig. 10.3. Curva di luce nella banda V della variabile RR Lyrae.

Fig. 10.4. Pannello superiore: Diagramma di Bayley per un campione di RR Lyrae nellAmmasso Globulare NGC5904=M5. Pannello inferiore: La collocazione nel diagramma CM del campione di cui al pannello superiore.

lampiezza. In qualunque banda, lampiezza della curva di luce ` peraltro, anchessa, indipene dente da distanza ed arrossamento, cos` che ogni variabile osservata fornisce due parametri i esenti da incertezze sperimentali. Le RR Lyrae sono tipiche variabili di Popolazione II e, in quanto tali, presenti sia come stelle sparse nellalone galattico sia concentrate in alcuni Ammassi Globulari. Le RR Lyrae degli Ammassi Globulari sono state storicamente e restano tuttora di estrema importanza: si ` in presenza di campioni ricchi anche di qualche centinaio di variabili, tutte alla stessa e distanza, tutte con la stessa et` e tutte provenienti da stelle con la medesima composizione a chimica. Campioni quindi ottimali per indagare le propriet` intrinseche della variabilit` e il a a loro collegamento con i parametri evolutivi. Una prima ed important propriet` di tali variabili emerge mappando in un piano a (Diagramma di Bayley) i due parametri pulsazionali periodo e ampiezza. Come mostrato nellesempio riportato nel pannello superiore di Fig. 10.4, i pulsatori si dispongono in due

Fig. 10.5. Topologia della striscia teorica di instabilit` per stelle povere di metalli e massa 0.75 a M . Sono indicate le tre zone discusse nel testo e i vari limiti di instabilit`: FBE (Fundamental Blue a Edge), FRE (Fundamental Red Edge), FOBE (First Overtone Blue Edge), FORE (First Overtone Red Edge).

gruppi ben distinti: un gruppo (RR di tipo ab = RRab) a maggiori periodi e ampiezze varie, decrescenti col periodo, e un gruppo (RRc) con piccole ampiezze e corti periodi. Il diagramma CM riportato nel pannello inferiore della stessa gura mostra come i pulsatori di tipo ab o c si dispongano rispettivamente alle minori o alle maggiori temperature ecaci. Semplici considerazioni di ordine sico hanno da molto tempo suggerito che una tale dicotomia delle propriet` pulsazionali sia una manifestazione di diversi modi della pulsazione, a nel modo fondamentale le RRab e nel primo sopratono le RRc. Tale previsione ` risultata e pienamente confermata daile moderne valutazioni teoriche che mostrano come nella strip di instabilit` si distinguano tre regioni con diverse caratterisiche pulsazionali: alle maggiori a temperature ecaci una zona FO (= First Overtone) ove ` instabile solo il primo sopratono, e alle minori temperature una zona F (=Fundamental) ove le stelle possono pulsare solo nel modo fondamentale e una zona intermedia (zona OR) dove sono instabili tutti e due i modi e le stelle possono pulsare indierentemente pulsare nel fondamentale o nel primo sopratono. La Fig. 10.5 riporta la topologia della striscia teorica di instabilit` per stelle povere di a metalli e massa 0.75 M . La precisa collocazione dei bordi delle zone di instabilit` dipende a infatti dalla massa stellare e dalla composizione chimica degli inviluppi. Aggiungiamo che lo sviluppo della convezione giuoca un ruolo determinante nellinibire la pulsazione alle minori temperature ecaci. Non sorprendentemente, lesatta collocazione del FRE viene anche a dipendere dalle assunzioni sulla mixing length. La teoria fornisce inoltre precise predizioni sui periodi. Per il modo fondamentale risulta logPF = 11.242 + 0.841 logL 0.679 logM 3.410 logTe + 0.007 logZ dove L e M sono in unit` solari e il periodo P ` in giorni. Per il primo sopratono vale una a e formula analoga, che con ottima approssimaziome pu` essere ridotta alla relazione o logPF O = logF 0.13 cio` il primo sopratono si colloca a periodi pari a circa il 74% dei corripondenti periodi fondae mentali. Queste relazioni consentono di associare ad ogni isocrona, eventualmente popolata tramite procedure di ammasso sintetico, una puntuale predizione della presenza di variabili

Fig. 10.6. La strip di instabilit ` nel piano logP, Mv. Le frecce sullascissa indicano un intervallo a di periodi osservato e le linee a tratti mostrano il metodo per ricavare la magnitudine assoluta dei pulsatori.

RR Lyrae e dei loro periodi. Si aprono cos` inumerevoli canali di indagine che consentono di utilizzare le propriet` osservative di questi pulsatori come elemento a conferma o integrazione a delle indagini puramente evolutive. Senza entrare in una casistica talvolta complessa e delicata, notiamo qui soltanto che per ogni assunta composizione chimica, le teorie evolutive forniscono una precisa predizione per la luminosit` del Ramo Orizzontale e per le masse che popolano la strip di instabili`. Ne segue a a anche una precisa predizione sui periodi delle RR Lyrae e, in particolare, sui periodi minimi e massimi come realizzati rispettivamente al bordo blu e al bordo rosso della strip. Il confronto con le osservazioni consente quindi di validare lo scenario evolutivo o, eventualmente, di acquisire informazioni sulle necessarie modiche. Cos` ad esempio, un quadro teorico che , fornisse Rami Orizzontali troppo luminosi verrebbe rivelato da periodi minimo/massimo pi` u lunghi di quelli osservati. La Fig. 10.6 mostra una utile forma applicativa di tale metodo. Riandando alla Fig. 10.5 ` facile vericare che per ogni assunta luminosit` restano determie a nati i periodi ai due limiti dalla strip, lungo cio` il FOBE e il FRE. Ci` consente di mappare e o la striscia di instabilit` in un piano logP, log L o anche logP, Mv. Come esemplicato in a Fig. 10.6, ove si possa trascurare la dispersione in luminosit` dei pulsatori, ad ogni osservato a intervallo di periodi corrisponde un ed un sol valore della magnitudine assoluta V, da cui la luminosit ` del Ramo e il modulo di distanza dellAmmasso. a Aggiungiamo che, a livello operativo, molte procedure di indagine risultano semplicate dallutile artizio di introdurre i periodi fondamentalizzati. Di fatto lanalisi dei dati osservativi viene esguita trasformano gli osservati periodi delle RRc nei corrispondenti periodi fondamentali tramite la precedente relazione, ricavando il periodo che quelle stelle mostrerebbero se pulsassero nel fondamentale. Si evitano cos` le complicazioni presentate dalla i presenza dei due modi di pulsazione ottenendo un campione sperimentale legato da una univoca relazione ai parametri evolutivi. Altro artizio talora utilizzato ` quello dei periodi e ridotti, ottenuti riducendo i periodi osservati ad una comune luminosit` tramite lutilizzo a della relazione dei periodi trasportata nel piano osservativo per ottenere logP in funzione, ad esempio, di V, B-V e massa del pulsatore. E facile inne prevedere, come di fatto si verica, che in alcuni Ammassi Globulari debbano esistere anche variabili a periodi nettamente pi` lunghi di quelli tipici delle RR u Lyrae. Stelle di Ramo Orizzontale che originano da collocazioni di ZAHB a temperatura ecace maggiore di quella della strip (quindi stelle di Ramo Orizzontale con masse minori di quelle delle RR Lyrae) al termine della combustione centrale di He attraverseranno il diagramma per raggiungere le loro collocazione di AGB, attraversando quindi la strip di

Fig. 10.7. Diagramma teorico logP, Mv per quattro valori della massa (5, 7, 9 e 11 M tre composizioni chimiche indicate.

) e per le

instabilit` a luminosit` sensibilmente maggiori di quelle del Ramo. Avendo anche massa a a minore pulseranno con periodi notevolment pi` lumghi di quelli tipici delle RR. u Queste (rare) variabili sono sovente indicate il letteratura come Cefeidi di Popolazione II, nomenclatura che trae origine dai lunghi periodi ma che risulta peraltro ingannevole perch` e il comportamento e le caratteristiche di tali variabili sono ben lontani da quelli delle cefeidi classiche che discuteremo nel seguito. Basti qui osservare che in queste variabili luminose di Pop.II le strutture menomassicce sono anche le pi` luminose (cfr., ad esempio, Fig. 7.12), u mentre il contrario avviene nelle Cefeidi classiche. Per tale motivo ` stata recentemente e proposta la denominazione di Cefeidi di Ramo Orizzontale (HB Cepheids).

10.4. Cefeidi classiche


Lo studio delle Cefeidi classiche ha avuto grande importanza a partire dal lontano 1912, quando miss Henrietta Leavitt, studiando ad Harward le Cefeidi nella Piccola Nube di Magellano (quindi oggetti tutti alla stessa distanza) scopr` lesistenza di una relazione periodo-luminosit`. Con lattuale senno del poi, lesistenza di una tale relazione non stupisce: a basta riandare alla Fig. 10.2 per prevedere che se osserviamo un campo celeste con popolazioni stellari di varia et` la strip risulter` popolata da una sequenza di strutture di varia a a luminosit`, tanto pi` luminose quanto pi` giovani e quindi pi` massicce. Poich` in termini a u u u e di gravit` la variazione di luminosit` predomina sulla variazione di massa, ci attendiamo che a a Cefeidi pi` luminose abbiano periodi pi` lumghi, come di fatto osservato. u u Questo richiamo storico ci aiuta a comprendere le diverse losoe che sovraintendono alle indagini su RR Lyrae o Cefeidi. Per loro natura, le RR Lyrae sono stelle di luminosit`, et` a a e massa pressoch` costanti, con distribuzione di periodi largamente regolata dalle dierenze e di temperatura attraverso la strip. Lindagine si rivolge principalmente ai ricchi campioni di variabili degli Ammassi Globulari, in larga parte al ne di determinare la magnitudine dei Rami Orizzontali e i moduli di distanza dei cluster. Al contrario, i campioni di Cefeidi in cluster sono in generale molto scarsi, e lindagime si rivolge a campi con popolazioni di et`, massa a e luminosita variabili, al ne essenzialmente di calibrare una relazione periodo-luminosit` a che consenta di usare le Cefeidi, molto pi` luminose delle RR Lyrae, come candele stanu dard per calibrare la distanza di galassie anche lontane, ricavando la magnitudine assoluta dagli osservati periodi.

Fig. 10.8. Strip di instabilit` nel piano logP, Mv per Z=0.004 confrontata con la collocazione a di un campione di Cefeidi della Piccola Nube di Magellano (Small Magellanic Cloud= SMC). I quadrati pieni riportano la collocazione dei corrspondenti modelli teroco do Fig. 10.7

Per indagare il previsto comportamento delle Cefeidi dovremo ricavare dalle teorie evolutive la relazione massa-luminosit` per le stelle che in fase di combustione centrale di elio a penetrano nella strip di instabilit`. Essendo le Cefeidi stelle massicce e, quindi, relativamente a giovani, per la Galassia potremo orientativamente assumere una metallicit` solare, Z0.02. a Ma la problematica delle Cefeidi si estende spontaneamente al di l` della nostra Galassia, e a levidenza osservativa indica peraltro che le Cefeidi della Grande Nube di Magellano hanno, almeno in media, metallicit` minori, Z0.008, e ancora minori (Z0.004) quelle della Piccola a Nube. Sar` quindi necessario esplorare linuenza della metallicit` sul comportamento di tali a a variabili. Possiamo peraltro operare subito una importante previsione. Le teorie evolutive ci indicano che lestensione dei loop che caratterizzano la combustione centrale di elio aumenta al diminuire della metallicit`. Ci si deve quindi attendere che al diminuire di Z entrino nella a strip stelle progressivamente sempre meno massicce e, conseguentemente, meno luminose. Da qui la previsione che popolazioni giovani ma povere di metalli dovrebbero essere segnalate dallesistenza di Cefeidi con periodi anormalmente brevi. Tale previsione ` di fatto pune tualmente vericata non solo nelle Nubi di Magellano ma anche in alcune galassie nane del Gruppo Locale. In letteratura queste Cefeidi a corto periodo e povere di metalli sono state per lungo tempo indicate come Cefeidi Anomale, nomenclatura che peraltro risente della mancata comprensione della naturale estensione del fenomeno Cefeidi alle basse metallicit`. a La Fig.10.7 riporta i risultati di una esplorazione teorica della variabilit` di strutture a massicce di 5, 7, 8 e 11 M per le tre indicate assunzioni sulla composizione chimica originaria delle strutture medesime. Sulla falsariga di procedure che abbiamo gi` discusso, tale a indagine ` stata eseguita, per ogni assunto valore della massa stellare, esplorando il diae gramma HR al variare della temperatura ecace e al livello di luminosit` che compete alla a fase di combustione di elio delle singole masse. Dai risultati di tale esplorazione si ricava inne il diagramma logP, logL e da questo diagrammi logP,magnitudini quale quello riportato in gure. Dai dati nella gura si ricavano alcune interessanti evidenze. Innanzitutto, come atteso, per ogni assunta composizione chimica lesistenza di una striscia di instabilit` nel diagramma a HR si traduce necessariamente in una corripondente striscia di instabilit` nel diagramma a logP,Mv. Tale striscia, non marcata in gura, si ricava facilmente collegando tra loro i periodi minimo e i periodi massimi della pulsazione per le varie masse ad ogni ssata composizione chimica. La Fig. 10.8 riporta ad esempio la strip di instabilit` per il caso Z=0.004. Come a mostrato nella stessa gura, il best tting con i dati osservativi si ottiene richiedendo le variabili allinterno della strip teorica, ricavandone cos` un modulo di distanza.

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Fig. 10.9. Il campione di Cafeidi della Grande Nube di Magellano raccolto dallesperimento OGLE.

Contrariamente a quanto talora ritenuto, non esiste quindi una relazione periodoluminosit` (PL) ma esistono solo relazioni periodo-luminosit`- temperatura assieme alle cona a seguenti periodo-luminosit`-colore (PLC). Si potr` al pi` parlare di una relazione periodoa a u luminosit` media, quale quella rappresentata dalle curve teoriche riportate nella precedente a Fig. 10.7. Relazione peraltro non priva di rischi, applicabile solo quando si abbia la garanzia che il campione osservativo sia non solo abbondante, ma anche uniformemente distribuito a ricoprire lintera strip. Le predizioni teoriche indicano che la collocazione della strip dovrebbe dipendere leggermente dalla metallicit`, spostandosi verso il rosso allaumentare di questa. Ne segue lo a shif di periodi evidente in Fig. 10.7. Ne segue che a parit` di periodo Cefeidi pi` metala u liche dovrebbero avere luminosit` medie minori. Questa appare come una ferma predizione a teorica, anche se i riscontri sperimentali sono ancora dibattuti. Anche le relazioni tra periodo e parametri strutturali dipendono leggermente dalla metallicit`. Nel caso Z=0.008 (LMC) si ha ad esempio a logPF = 10.557 + 0.932 logL 0.795 logM 3.279logT e che in realt` non si discosta molto da quanto avevamo a suo tempo trovato per le RR a Lyrae. Anche nella strip delle Cefeidi si hanno le tre zone FO, OR e F, con i pulsatori nella prima armonica che hanno periodi pi` corti del rispettivo fondamentali di logP u 0.14-0.15. Come per le RR Lyrae, la dipendenza dal colore diminuisce notevolmente utilizzando sia magnitudini infrarosse che gli indici reddening free di Wesenheit. La Fig. 10.9 mostra ad esempio il bel campione di circa 1500 Cefeidi nella LMC ricavato dallesperimento OGLE (Optical Gravitational Lensing Experiment). Lutilizzazione dellindice di Wesenheit W(V,I) ha non solo eliminato la dispersione osservativa legata agli arrossamenti dierenziali, ma ha anche fortemente ridotto la dipendenza dal colore, portando in bella evidenza le due sequenze dei pulsatori fondamentali e nella prima armonica. Si noti tra laltro come i dati in questa gura si accordino almeno quaitativamente con le previsioni teoriche di Fig. 10.7, secondo le quali linstabilit` FO dovrebbe essere presente solo alle minori luminosit` (cio` nelle masse a a e minori). Il collegamento tra propriet` pulsazionali e strutture evolutive stabilito dalla relazione dei a periodi ` suscettibile di innumerevolie svariate applicazioni. Qui vogliamo solo come esempio e notare che se di una Cefeide si conosce la distanza, misurarne luminosit` e temperatura a signica ricavarne la massa. Le pulsazioni danno quindi accesso a tale elusivo parametro

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Fig. 10.10. A destra: Best t della curva di luce di U Comae per gli indicati parametri strutturali. A sinistra: variazione della curva di luce teorica per incrementi della temperatura eca di 50 K

fondamentale, risultando di vitale importanza in problemi evolutivi quali lecienza della perdita di massa e/o lecienza di meccanismi di overshooting invasivo.

10.5. Validazione della teoria. Progressione di Hertzsprung.


Lo scenario teorico sin qui esaminato fa essenzialmente uso della valutazione dei periodi e della denizione dei bordi dellinstabilit` pulsazionale. I moderni modelli pulsazionali non a lineari e con adeguato trattamento temporale delaccoppiamento tra la pulsazione e la convezione superadiabatica orono peraltro una informazione molto pi` dettagliata, essendo, u in linea di principio, in grado di seguire landamento temporale della struttura lungo tutto il ciclo pulsazionale, fornendo previsioni dettagliate su rilevanti osservabili quali le curve di luce e quelle di velocit`. Tali previsioni, al di l` della quanticazione in termini di periodo a a e ampiezza della pulsazione, prese nella loro interezza orono un formidabile strumento per indagare ladeguatezza dello scenario teorico adottato. Si deve infatti richiedere che lo scenario teorico appaia in grado di riprodurre levoluzione temporale della curva di luce per ragionevoli condizioni sui parametri strutturali. Lapproccio a tale forma di validazione pu` seguire varie traiettorie di indagine. La Fig. o 10.10 riporta ad esempio nel pannello di sinistra la curva di luce di una RRc di campo, U Comae, di metallicit` intermedia e con periodo P=0.29? d. Trattandosi di una stella di HB a possiamo ragionevolmente assumere una massa nellintervallo M0.6-0.8 M . Assunto un valore della massa, per ogni assunto valore della luminosit` esiste uno e un sol valore di tema peratura ecace che soddis la fondamentale condizione di riprodurre il periodo osservato. Occorre dunque vericare se tra queste 1 coppie logL, logTe ne esista almeno una in grado di riprodurre la curva di luce sperimentale. Ove non si trovi una soluzione soddisfacente occorrer` modicare entro limiti ragionevoli le condizioni sulla massa ed esplorare le nuove a 1 coppie logL, logTe. Linsuccesso nale di tale procedura fornirebbe la prova dellinadeguatezza del quadro teorico adottato. Il successo, purtroppo, non ` prova assoluta di adeguatezza, ma pu` essere e o riguardato come un confortante supporto alla teoria, rappresentando in ogni caso una forma di validazione che dovrebbe aancare ogni valutazione teorica. La stesso pannello della Fig. 10.10 mostra come un ragionevole accordo tra teoria e osservazione venga raggiunto quando si ponga M= 0.6 M , logL= 1.607 logTe= 3.851 , parametri che appaiono in generale accordo con le previsioni delle teorie evolutive. Il pannello di destra della stessa gura mostra la grande sensibilit` delle curve di luce ai parametri di struttura, riportando i risultati di a simulazioni teoriche per il modello M= 0.6 M al variare della temperatura in intervalli di soli 50 K. Si noti la contemporanea variazione di luminosit`, imposta dalla condizione a di mantenere il periodo al valora assegnato. Analoghe forme di validazione possono essere applicate al caso delle Cefeidi. Il pannello di sinistra della Fig. 10.11 mostra al riguardo

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Fig. 10.11. Best t teorico delle due Cefeidi nella Grande Nube di Magellano, come ottenuto per gli indicati parametri strutturali.

la curva di luce di una Cefeide della Grande Nube di Magellano. Il caso delle Cefeidi ` e peraltro diverso da quello delle RRLyrae, richiedendo procedure leggermente modicate. Ricordiamo infatti come lo scenario pulsazionale per le Cefeidi richieda che si fornisca per le strutture una relazione massa-luminosit`. Per ogni pressata luminosit` si ha cos` una massa a a i e quindi anche una e una sola temperatura per ogni pressato periodo. La semplicazione ` peraltro puramente apparente: se si applica alle giganti in combustione di He la relazione e massa luminosit` in assenza di perdite di massa, le curve di luce teoriche dieriscono dalla a osservata per ogni assunto valore della luminosit`. Come mostrato nello stesso pannello si a trova invece che laccordo pu` essere raggiunto, quando si modichi la relazione massao luminosit` imponendo che a ssata luminosit` la massa sia minore della massa originale o, a a il che ` equivalente, che una pressata massa della gigante si trovi a luminosit` pi` alte di e a u quelle previste dallevoluzione a massa costante. Il parametro libero di partenza non ` pi` la massa, come nel caso dele RR Lyrae, ma la e u relazione massa luminosit`. Ed il risultato evidenzia la potenza dellapproccio pulsazionale a che pone inequivocabilmente in luce fenomeni dei quali avevamo evidenze indirette, ma che rimanevano mal riconoscibili nel cammino evolutivo delle strutture. La relazione massaluminosit` richiesta dalle curve di luce ` infatti lattesa conseguenza dei fenomeni di perdita a e di massa, cui si possono eventualmente aggiungere eetti di overshooting invasivo. Nel caso in esame la validazione pu` essere ulteriormente perfezionata osservando che o le Cefeidi della Grande Nube sono tutte alla stessa distanza, e quindi se lo scenario teorico ` adabile dovr` essere in grado di riprodurre anche altri pulsatori sotto la condizione di e a un medesimo modulo di distanza e quindi di luminosit` che stanno tra loro nel rapporto a desumibile dalle osservate dierenze di magnitudine. Il successo di tale procedura ` mostrato e nel pannello di destra della Fig. 10.11, a ulteriore conforto delle attuali possibilit` operative a della teoria dei pulsatori radiali. Va peraltro avvisato che le procedure contemplano anche una calibrazione della mixing length, dal cui valore dipende non tanto la forma ma lampiezza della curva di luce. Le due curve di luce riportate nella Fig. 10.11 consentono inne di illustrare una caratteritica osservativa che prende il nome di Progressione di Hertzsprung. Come indicato nella gura, tale progressione consiste nella apparizione di un bump che si sposta regolarmente lungo la curva di luce al variare del periodo. Lorigine di tale bump ` stata oggetto di molte e e contrastanti discussioni. Qui ci interessa solo di segnalare che presenza e collocazione del bump emergono spontaneamente da appropriati calcoli pulsazionali. Per completezza, notiamo peraltro che, per motivi ancora ignoti, la teoria ha dicolt` a riprodurre la curva di a luce delle RRab in prossimit` del FRE. a

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Fig. 10.12. Curve di luce nella bande U, B, V della variabile RR Lyrae. In basso mostrato e landamento temporale dellindice di colore B-V.

Approfondimenti
A10.1. Il giorno giuliano
Nelle indagini sulla variabilit` stellare, il dato osservativo di base ` ovviamente fornito dalla acquia e sizione e registrazione dellevoluzione temporale della luminosit` delle singole strutture. Per poter a collegare tra loro osservazioni di un oggetto fatte in diversi osservatori anche a notevole distanza di tempo ` necessario peraltro disporre di una scala dei tempi universale. cui riferire le varie ossere vazioni. A tal ne viene utilizzata una scala di giorni e frazioni di girono, intendendo come giorno il tempo trascorso tra due successivi passaggi del Sole al meridiano di Greenwhich. Un Julian Day inizia dunque al mezzogiorno di Greenwich e termina al successivo mezzogiorno. Tale scala dei tempi non contempla anni, ma solo una sequenza di giorni con le loro frazioni. Il termine di Giorno Giuliano prende origine dalla denizione del punto zero della scala, che assumendo un calendario giuliano - viene ssato al 1 Gennaio del 4713 a. C. Si noti che questo ` e solo un artizio per ssare un determinato giorno prima del presente, e nulla ha a che vedere n e con il percorso annuale del Sole n tantomeno con il ciclo delle stagioni. Per determinare un giorno e giuliano non occorre peraltro risalire al punto zero, ma basta conoscere il J.D. di una qualunque data prossima al presente. Cos` ad esempio, al mezzogiorno di Greenwich del 31 Dicembre 2000 i, corriponde 31.12.2000 2451910.00 J.D.

A10.2. Curve di luce e curve di velocit`. a


La Fig. 10.12 riporta le curve di luce sperimentali per la variabile RR Lyrae nelle bande U, B e V di Johnson. E facile riconoscere come lampiezza della curva di luce dipenda dala banda, raggiungendo

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Fig. 10.13. Curva di luce e andamento delle velocit` radiali tipiche di pulsatori radiali, quali RR a Lyrae e Cefeidi. un massimo per la bamda B. La ragione di tale comportamento ` subito compresa quando si esamini e landamento temporale dellindice di colore B-V. Si vede come al minimo in luminosit` corrisponda a un massimo del colore (B-V0.4) e quindi un minimo della temoperatura. Analogamente, al massimo di luminosit` corrisponde il minimo di B-V e un massimo della temperatura. Alla variazione della a luminosit` bolometrica (= totale) della struttura si sovrappone quindi un eetto di temperatura a che aggiunge radiazione nella banda B in prossimit` del massimo e toglie radiazione, spostandola a a maggiori lunghezze donda, in prossimit` del minimo. Se ne conclude che laumento di emissivit` a a collegato allaumento di temperatura ecace giuca un ruolo importante nella curva di luce. Ulteriori ed importanti informazioni sono fornite dalla curva di velocit` radiale, ricavabile a dalleetto Doppler sulle righe spettrali. La Fig. 10.13 mostra come tutti i pulsatori radiali presentino curve di velocit` caratteristicamente speculari rispetto alla curva di luce. Le velocit` misurate V a a risultano dalla combinazione della velocit` della pulsazione Vr alla velocit` radiale V0 intrinseca a a alloggetto pulsante. Questultima ` peraltro ricavabile dalla ovvia condizione che lintegrale rispetto e al tempo della velocit` radiale propria della pulsazione , che rappresenta in ogni istante lo spazio a in km di cui si ` spostata la fotosfera stellare, debba annullarsi quando esteso ad un ciclo e (V V0 ) dt = 0 Si ottiene cos` agevolmente il valore di V0 , rappresentato in Fig. 10.13 dalla linea che divide la curva delle velocit` in due porzioni che, per denizione, sottendono eguali aree. Dai dati nella a stessa gura ` ora facile vericare che il massimo di luminosit` cade in un punto intermedio della e a fase di pansione, in corrispondenza del massimo in temperatura ecace. Il successivo aumento di raggio ` controbilanciato dalla diminuzione di temperatura che porta, in totale, ad una diminuzione e della lumonosit`. a Quando si voglia risalire dalle velocit` radiali osservate alla cinematica della pulsazione occorre a tener presente che il dato osservativo fa riferimento alla media sullemisfero stellare visibile della componente della velocit` nella direzione dellosservatore, componente che ` in genere minore della a e reale velocit` radiale, ed uguale ad essa solo nel punto centrale dellemisfero osservato. La misura a sperimentale fornisce quindi un valore inferiore del vero valore della velocit` radiale. Con semplice a calcolo si trova per altro che sussiste la proporzionalit` a Vr (misurata) = 2/3Vr (reale) Dalle curve di luce nelle varie bande si ottengono inne le corrispondenti magnitudini medie come integrali sullintero ciclo del segnale raccolto. Al riguardo sono peraltro utilizzate in letteratura due alternative opzioni, consistenti in

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Fig. 10.14. Confronto tra colori B-V in magnitudine o in intensit` per un campione di RR Lyrae a nellAmmasso Globulare M5, senza o con correzione al colore statico. 1. Medie in magnitudine: (U), (B), (V) ... ricavate per ogni banda come media temporale delle magnitudini istantanee 2. Medie in intensit`: U , B , V ... ricavate dal logaritmo della media temporale dei ussi a energetici. Poich` la media del logaritmo non ` il logaritmo della media le due grandezza dieriscono, e e anche se non di molto, tra loro. Dalle singole magnitudini medie si ricavano cos` i colori medi in magnitudine (B-V) o in intensit` B-V . In letteratura ` stato a lungo dibattuto il problema a e di quale tra questi due colori approssimi meglio il colore della struttura statica. In realt` ` stato a e inne mostrato che ambedue questi colori osservativi tendono a discostarsi dal colore della struttura statica quanto pi` la curva di luce risulta asimmetrica. u Esistono al riguardo opportune correzioni che consentono di risalire dai colori medi osservati ai colori statici, passaggio obbligato quando si vogliano inserire i risultati osservativi per le variabili nel contesto delle teorie evolutive e dei loro colori statici. La Fig. 10.14 mostra come esempio il confronto tra colori B-V in magnitudine o in intensit` per un campione di RR Lyrae nellAmmasso a Globulare M5, senza o con correzione per colore statico.

A10.3. Relazioni Periodo-Mk. Indici di Wesenheit


Losservazione infrarossa di campioni di RR Lyrae in Ammassi Globulari galattici ha portato alla luce una serie di interessanti caratteristiche che hanno stimolato un crescente uso delle magnitudini nella banda K, che copre lintervallo di lunghezze donda 2.0-2.5 micron. Nel seguito faremo riferimento a tale problematica, avvisando peraltro che quanto andremo esponendo trova del tutto analoghe applicazioni anche nel campo delle variabili Cefeidi. Una prima caratteristica ` che in tale banda lampiezza delle curve di luce risulta estremamente e ridotta, e le magnitudini medie corrispondono senza ambiguit` alle magnitudini statiche. Molto pi` a u importante ` losservazione che in tale banda si manifesta una relazione Periodo-Magnitudine che, e osservativamente, pare non dipendere dalla metallicit` degli ammassi e, quindi, dal preciso livello a di luminosit` del Ramo Orizzontale. La teoria predice infatti che tale luminosit` debba leggermente a a decrescere al crescere della metallicit`, diminuendo di circa logL 0.07 ( M 0.17 mag) a passando da Z=0.0001 a Z=0.001. Lindagine teorica d` ragione di un tale accadimento, fornendone una semplice chiave interprea tativa. Per illustrare il dierente comportamento nelle varie bande la Fig. 10.15 riporta nel pannello superiore lattesa distribuzione di periodi per strutture distribuite lungo la strip a tre assunte diversi livelli di uminosit`. Come atteso, le magnitudini visuali seguono i livelli di luminosit`, con solo lega a gere variazioni collegate anche a piccole variazioni della correzione bolometrica e alla dierenza tra magnitudini medie e magnitudini statiche. Questo perch` la quantit` di radiazione raccolta dalla e a

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Fig. 10.15. Pnnello superiore: La distribuzine nel piano logP-Mv di strutture di HB distribuite lungo la strip ai tre indicati livelli di luminosit` . Pannello inferiore: Come nel pannello superiore a ma per il piano logP-Mk

banda V dipende solo debolmente dalla temperatura delle strutture, temperatura che -per ogni pressato livello di luminosit`- va decrescendo dai periodi minori (FOBE) verso il massimo periodo, a raggiunto al FRE. Il pannello inferiore della stessa gura mostra la distribuzione delle medesime strutture nella banda K. Facendo riferimento ad un qualunque livello di luminosit`, ora si nota che al diminuire a della temperatura aumenta sensibilmente la radiazione raccolta dalla banda K e. conseguentemente, per ogni pressato livello di luminosit` si genera una relazione Periodo-Magnitudine K. Inoltre, a lesistenza di una tale relazione fa anche s che allaumentare del livello di luminosit`, il corrispon a dente aumento del periodo riporta il punto del piano logP-Mk verso la relazione caratteristica delle minori luminosit`. La conseguenza ` che nel piano logP-Mv, unincertezza 0.1 in logL, per ogni a e pressato periodo si traduce in un incertezza di 0.25 mag in Mv. Dal pannello inferiore della Fig. 10.15 si ricava che nel piano logP-Mk la stessa incertezza sul livello di luminosit` bolometrica delle a strutture pulsanti si tradice in un incertezza di0.07 mag su Mk. Se ne trae che anche accettando unincertezza logL = 0.1 sulle valutazioni teoriche della luminosit` dei Rami Orizzontali, quindi ben superiore a quanto oggi si ritenga ( logL 0.03), a losservazione in banda K delle RR Lyrae consente di ssare il modulo di distanza di un ammasso entro 0.07 mag. Per ci` che riguarda leetto di metallicit` ` immediato ricavare che una variazione o ae di logL = 0.07 si traduce nel piano logP-Mk in una dispersione delle magnitudini K pari a 0.025 mag, confortando di fatto la pratica indipendenza dalla metallicit`. a Ladozione della banda K agisce quindi nel senso di rompere la degenerazione tra periodi e magnitudini, associando ad ogni periodo solo un ristretto intervallo di magnitudini. Analogo eetto ha, peraltro per tuttaltri motivi, ladozione degli indici reddening free deniti a suo tempo da Wesenheit come utili parametri osservativi indipendenti dallarrossamento interstellare. Ricordando, ad esempio, che per lestinzione nella banda V sussiste la relazione AV = 3.10E(B V ) si riconosce che per la funzione di Wesenheit W (B, V ) = V 3.1(B V ) = V0 3.10(B V )0

17 E infatti V 3.10(B V ) = V0 + Av 3.10(B V )0 3.10E(B V ) da cui si ha subito il precedente enunciato. Indici di Wesenheit possono essere deniti per qualunque coppia di bande fotometriche e, ad esempio, per le bande V,I si ha W (V, I) = V 2.54E(V I) Questa volta la degenerazione viene rotta perch` per una popolazione di pulsatori che riempia la e strip a V cost W decresce al crescere di (B-V) dal FOBE al FRE, creando una relazione logP(W). Si hanno in denitva risultati del tutto analoghi a quelli discussi per la banda K, con quindi analoghe applicazioni osservative.

A10.4. La dicotomia di Oosterho


Non tutti gli Ammassi Globulari galattici hanno RR Lyrae. La maggioranza anzi ne ha pochissime o nessuna, per avere i Rami Orizzontali o troppo blu o troppo rossi. Resta per` un congruo numero o di ammassi, circa una trentina, che contengono almeno 20 RR Lyrae, con NGC5272=M3 nel quale ne sono state scoperte oltre 200. Nel lontano 1939 lastronomo olandese Pieter Oosterhoof port` alla o luce una curiosa caratteristica delle popolazioni di RR Lyrae di tali ammassi: valutando il periodo medio dei pulsatori fondamentali (RRab) si trova che tali periodi si separano in due gruppi (Gruppi di Oosterho), con periodi medi rispettivamente inferiori o superiori di 0.6 d. A tale evidenza fu dato il nome di Dicotomia di Oosterho. Con il tempo divenne chiaro che tale dicotomia ` correlata con e la metallicit` degli ammassi stessi: ammassi relativamente pi` metallici (ad es. M3) hanno periodi a u medi delle ab pi` corti di 0.6 d (I Gruppo di Oosterho) mentre gli ammassi meno metallici (ad es. u M15) con periodi pi` lunghi appartengono al II Gruppo. u Attualmente le caratteristiche osservative dei due gruppi possono essere cos` sintetizzate: 1. Oo.I: Periodi medi minori di 0.6d, relativamente a maggiore metallicit` con minor percentuale a di primi sopratoni (RRc). 2. Oo.II: Periodi medi maggiori di 0.6d, relativamente a minore metallicit` con maggior pera centuale di primi sopratoni. Le ricerche sulle origini di una tale dicotomia sono state per lungo tempo al centro di numerose indagini. Tra le varie ipotesi avanzate se ne segnalano essenzialmente due, alternative, che possono essere cos riassunte: 1. La dicotomia di Oosterho ` essenzialmente un eetto di luminosit`: gli ammassi Oo.II hanno e a periodi medi pi` lunghi semplicemente perch` hanno stelle di HB pi` luminose. u e u 2. La dicotomia di Oosterho ` essenzialmente un eetto del popolamento della zona OR: nel e gruppo Oo.I la zona OR ` popolata da pulsatori fodamentali mentre negli Oo.II da FO. Gli ame massi OO.II hanno perio pi` lunghi semplicemente perch` mancano delle ab a minor periodo. u e La seconda ipotesi ` nota com Ipotesi dellisteresi perch` in genere collegata, ma non nece e essariamente, allecienza di un meccanismo di isteresi secondo il quale nella zona OR le stelle conserverebbero il tipo di pulsazione con cui vi sono entrate. Senza entrare in analisi troppo dettagliate, qui ci interessa solo mostrare come i periodi fondamentalizzati forniscano un semplice approccio per dirimere la questione. Se si fondamentalizzano i periodi delle RRc e si esegue la media dellintero campione di RR Lyrae, nellipotesi di isteresi tale media deve restare costante tra i due gruppi di Oosterho, perch` tutti i pulsatori sono presenti e con egual peso. Al contrario, nel caso di eetto di luminosit` il periodo medio fondamentalizzato a degli Oo.II dovrebbe restare pi` alto di quello degli Oo.I. La Fig. 10.16 riporta la situazione osu servativa. Nella parte superiore del pannello di sinistra sono riportati i periodi medi della ab in funzione della metallicit` dei cluster: si nota la chiara presenza della dicotomia di Oosterho che a si presenta attorno ad una metallicit` [Fe/H] -1.6. Nella parte inferiore dello stesso pannello ` a e

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Fig. 10.16. Panello di sinistra: periodi medi delle RRab (sopra) e periodi medi fodamentalizzati (sotto) in funzione della metallicit` dei cluster. Pannello di destra: istogramma dei periodi fondaa mentalizzati per gli ammassi M15 (Oo.II) e M3 (Oo.I. In nero il contributo delle RRc

riportato landamento dei periodi medi fondamentalizzati: la discontinuit` scompare, confortando a pienamente lipotesi di isteresi. Nel pannello di destra della stessa gura sono riportati gli istogrammi delle distribuzioni dei periodi fondamentalizzati nei due ammassi pi` rappresentativi rispettivamente dei gruppi Oo.I (M3) u e Oo.II (M15). Se ne trae levidenza di distribuzioni analoghe, ma con la trasformazione delle RRab a corto periodo presenti in M3 in corrispondenti RRc in M15.

A10.5. Coecienti di Fourier. Ampiezze pulsazionali.


Landamento temporale del usso energetico e delle velocit` radiali (curve di luce e curva di velocit`) a a rappresentano insieme il dato osservativo che contiene il massimo di informazioni sul fenomeno pulsazionale. Conseguentemente il pi` esauriente approccio teorico consisterebbe, in linea di principio, u nella riproduzione teorica sempre e ovunque di tali osservabili. Abbiamo visto peraltro come dalle sole curve di luce sia lecito estrarre due parametri, periodo ed ampiezza, che pur rappresentando un contenuto minimale di informazione, risultano di grande utilit` nel discutere ed interpretare il a comportamento pulsazionale delle variabili. Utilizzando ampiezza e periodo si perde naturalmente ogni informazione su una caratteristica osservativa cos` rilevante quale ` la forma della curva di luce. Esiste peraltro in letteraura un lone i e di indagine che tenta di non trascurare questo elemento, parametrizzando la forma della curva di luce attraverso i coecienti del suo sviluppo in serie di Fourier. Si ` ritenuto cos` di poter mettere e i in relazione il coeciente 31 , dierenza di fase tra prima e terza componente, con la metallicit` a dei pulsatori. Lipotesi, in linea di pricipio altamente suggestiva, ` peraltro ancora ampiamente e dibattuta. Restando nellambito dei due parametri tradizionali, si noter` come lampiezza abbia giuocato a un ruolo importante nella classicazione delle RR Lyrae tramite il diagramma di Bayley, restando peraltro esclusa da gran parte delle elaborazioni interpretative. Ci ` ` in gran parte dovuto al o e fatto che solo in tempi relativamente recenti i calcoli non lineari hanno consentito di ottenere valutazioni teoriche su tale parametro. Da tali risultati si ricava che le ampiezze assumono particolare importanza nel caso delle RR Lyrae, ove ` possibile stabilire relazioni univoche con i parametri e strutturali. La Fig. 10.17 riporta un esempio delle predizioni teoriche riguardanti il diagramma di Bayley per una stella di massa M= per pressati valori della luminosi` L. Si riconosce come a in particolare per le RRab esista, per ogni luminosit` una relazione approssimativamente lineare a Ampiezza-Periodo. A titolo di esercizio possiamo usare i dati in gura per trarne alcune interessanti deduzioni. Si pu` o ad esempio notare che per un ampiezza costante il periodo aumenta con L, risultando logP0.08

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Fig. 10.17. Predizioni teoriche sullampiezza bolometrica di pulsatori RR Lyrae fondamentali (F) e primisopratoni (FO)per le indicate assunzioni sulla massa e luminosit`. a per logL=0.1. La variazione di periodo ` dunque con buona approssimazione quella prodotta dalla e sola variazione di luminosit`. Basta questo per evidenziare che con altrettanto buona approssia mazione, per una massa ssata, lampiezza deve risultare funzione della sola temperatura ecace. Poich` questa regola conserva valore anche al variare della massa, possiamo facilmente prevedere e leetto di una variazione di tale parametro: allaumentare della massa la relazione AmpiezzaPeriodo deve traslare versi periodi minori, di una quantit` che con buona approssimazione ` fornita a e dalla relazione che lega periodo a massa del pulsatore. Queste relazioni ci consentono di guardare al diagramma di Bayley non come a qualcosa di occasionale, ma come un diagramma in cui sono registrate massa e luminosit` dei pulsatori, e che a si viene ad aggiungere alle altre relazioni gi` discusse per creare linsieme delle condizioni teoriche a sulle quali impostare validazioni e indagini interpretative.

A10.6. Classicazione delle variabili


La classicazione delle stelle variabili ha subito nel tempo una continua evoluzione, collegata al continuo accrescersi delle evidenze osservative. Oggi si possono distinguere almeno sei categorie di variabili, ognuna con vari sottotipi di cui riportiamo alcuni esempi tra parentesi: 1. Eruttive: causate da brillamenti (ares) o eiezione di shell (T Tauri, R Coronae Borealis, S Doradus), 2. Pulsanti: con pulsazioni radiali o non radiali ( vedi infra), 3. Ruotanti: causate da spot, magnetisno, variazioni di forma (Pulsar, variabili magnetiche, binarie a riessione) 4. Cataclismiche: esplosioni da accrescimento di materia (U Gem, AM Her, Novae) 5. Binarie ad eclisse: variabilit` solo apparente (Algol, Lyrae, W Ursae Majoris), a 6. Variabili X: con variabilit` dellemissione X, (stelle di neutroni, buche nere). a Qui di seguito riassumiamo e integriamo le informazioni sulle variabili pulsanti riportate nel testo, adottando le nomenclature normalmente pi` utilizzate. u 1. RRLyrae: indicate talora in passato anche com Cefeidi di ammasso sono stelle di piccola massa sul Ramo Orizzontale. Appartengono quindi a popolazioni antiche e, nella Galassia, alla Pop.II, antica e povera di metalli. Periodi minori di un giorno. Luminosit` 40-50 L , MV a 0.5-0.7, leggermente dipendente dalla metallicit`. a 2. Cefeidi di Pop.II: denominazione equivoca che nasconde il fatto che si tratta di stelle blu di Ramo Orizzontale che, spesso accompagnando le RR Lyrae, attraversano la strip ad alta luminosit`. Stelle di piccola massa, popolazioni antiche. Periodi da 1 giorno a 1 mese. Si distinguono a in BL Her (P < 8 d) e W Virginis (P> 8 d) .

20 3. Cefeidi Classiche: Masse intermedie e grandi masse in fase di combustione centrale di elio. Popolazioni giovani; nella Galassia Pop.I. Luminosit` da centinaia a migliaia di luminosit` solari. a a Mv da -2 a -6.5. Periodi da 1 a 100 giorni. 4. Cefeidi Anomale: Cefeidi classiche ma di masse inferiori. Presenti solo nelle popolazioni giovani povere di metalli. Extragalattiche. A queste quattro classi gi` dicusse, si aggiungono altre di cui ricordiamo qui le principali: a 5. Scuti, SX Phoenicis: strutture di sequenza principale che intercettano la stessa striscia di instabilit` di Cefeidi e RR lyrae. Hanno (di conseguenza) periodi estremamente brevi, minori o a dellordine dellora. Di Pop.I ( Scu) o Pop.II (SX Phoe). 6. Lungo Periodo o tipo Mira: Giganti Rosse con periodo da 80 a 1000 giorni.Ampiezze da 2.5 a pi` di 11 mag. u 7. Semiregolari: Giganti Rosse con irregolare periodicit`. Ampiezze sino a 3 mag e periodi da 20 a giorni ad alcuni anni, 8. Cephei: Stelle ad alta luminosit` e alta temperatura. Periodi 0.1 -0.7 d e ampiezze 0.1 -0.3 a mag. 9. RV Tauri: Supergiganti da gialle a rosse, con minimi di luce primari e secondari che si alternano. Ampiezze sino a 4 mag e periodi da 30 a 150 d. 10. ZZ Ceti: Nane Bianche con pulsazioni non radiali. Periodi minori di 30 min e ampiezze minori di 0.2 mag.

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Origine delle Figure Fig.10.1 www.aavso.org/ images/lcmira.gif Fig.10.2 Castellani V., DeglInnocenti S., Prada Moroni P.G., Tordiglione V. 2002, MNRAS 334, 193 Fig.10.3 Castellani V. 2000, XIII Rencontre de Blois, Frontiers of the Universe. Fig.10.4 Caputo F., Castellani V., Marconi M., Ripepi V. 1999, MNRAS 306, 815 Fig.10.5 Bono G., Caputo F., Marconi M. 1995, AJ 110, 2365 Fig.10.6 Caputo F. 1997, MNRAS 284, 994 Fig.10.7 Bono G., Caputo F., Castellani V., Marconi M. 1999, ApJ 512, 711 Fig.10.8 Bono G., Caputo F., Castellani V., Marconi M. 1999, ApJ 512, 711 Fig.10.9 Udalski A. et al. 1999, Acta Astronomica 49, 223 Fig.10.10 Castellani V., DeglInnocenti S., Marconi M., 2001, Cambridge Conference Cen. Fig.10.11 Bono G., Castellani V., Marconi M. 2002, ApJ 565, L83 Fig.10.12 Hardie R.H. 1955, ApJ 122, 256 Fig.10.13 Rose W.K. 1973, Astrophysics, Holt, Rinehart & Winston Inc. Fig.10.14 Caputo F., Castellani V., Marconi M., Ripepi V. 1999, MNRAS 306, 815 Fig.10.15 Bono G., Caputo F., Castellani V., Marconi M., Storm J. 2001, MNRAS 326, 1183 Fig.10.16 Castellani M., Caputo F., Castellani V. 2003, A&A 410, 871 Fig.10.17 Bono G., Caputo F., Castellani V., Marconi M. 1997, A&AS 121, 327

Capitolo 11 La Nucleosintesi.
11.1. Levoluzione nucleare.
La formazione di strutture stellari ` un evento del tutto naturale che segue e segna la storia e dellintero Universo. Ogni singola stella, con tempi e modi condizionati dai parametri strutturali, ` una sorta di macchina naturale che trasforma lidrogeno in elio e lelio in elementi e ancora pi u pesanti. Abbiamo pi` volte ripercorso le motivazioni che ci inducono a ritenere ` u che gli elementi cos` sintetizzati vengano riciclati nella materia interstellare, contribuendo al progressivo arricchimento di elementi pesanti nelle successive generazioni stellari. Con questo scenario in mente, possiamo ora cambiare prospettiva e spostare la nostra attenzione dalle strutture stellari ancora in funzione al prodotto nale di tale funzionamento, interrogando la materia dellUniverso per vedere se resta traccia, e quale traccia resti, di tali accadimenti. Per una tale indagine il dato di partenza sperimentale ` fornito dalla distribuzione delle e specie nucleari nella materia dellUniverso attuale. Tale dato ` fornito dallanalisi spettroe scopica della atmosfere stellari, che sappiamo dover conservare - con minori eccezioni - la composizione chimica della materia da cui quelle stelle sono nate. Analoghe osservazioni sono ottenibili direttamente per il mezzo interstellare e, naturalmente, abbiamo a dispo-

Fig. 11.1. Curva delle abbondanze solari con indicati i relativi principali processi di nucleosintesi.

Fig. 11.2. Confronto tra le abbondanze relative dei nei Raggi Cosmici (cerchi aperti) e nel Sole (cerchi pieni), normalizzate allabbondanza di He

sizione anche il campione locale costituito dalla Terra, dai meteoriti e dai corpi del sistema solare resi accessibili dai veicoli spaziali. Il risultatp di una tale indagine ` che, tenuto conto dei processi selettivi che hannno e certamente operato nella formazione dei corpi planetari, la materia dellUniverso sembra aver mantenuto nel tempo una tipica distribuzione delle varie specie nucleari. Infatti se ` e pur vero che, ad esempio, nella Galassia il contenuto di elementi pesanti pu ` variare tra o Pop.I e Pop.II anche di un fattore 100, la distribuzione delle abbondanze relative non si discosta sensibilmente da quella ricavata er il Sole, riportata a suo tempo in Fig. 1.5. Come mostrato in Fig.11.1, avendo in mente la storia delle reazioni nucleari nelle struttura stellare, non ` dicile riconoscere in tale distribuzione limpronta del funzionamento e della macchina stella. La peculiare scarsezza degli elementi leggeri Li, Be e B, ` quanto ci e si attende dalla combustione dellidrogeno: la natura di elementi secondari nella catena pp assicura infatti che tali elementi - ove presenti - debbano ridursi ai loro innitesimali valori di equilibrio. Le reazioni termonucleari possono quindi al pi` distruggere il litio cosmologico u (Li/H 1010 ) emerso dalla nucleosintesi del Big Bang. La successiva serie di picchi di abbondanze che si spingono sino al grande picco del Fe portano unindubbia testimonianza delle serie di reazioni che portano sino al Fe attraverso essenzialmente un progressiva agglutinazione di particelle . E, inne, il picco stesso del Fe ` lattesa conseguenza dei processi di equilibrio che sappiamo dominare le ultime fasi della e vita delle grandi masse stellari. La prima porzione della curva delle abbondanze ci parla dunque senza ambiguit` di una storia di interni stellari e dei loro successivi riciclaggi nella a materia interstellare. Resta peraltro da indagare lorigine dei nuclei oltre il ferro, che non possono essere prodotti nelle reazioni termonucleari che sostengono le strutture stellari. Prima di arontare un tale argomento notiamo qui che gli elementi leggeri Li, Be e B pongono peraltro un particolare problema. Labbondanza di Litio nel Sole ` infatti, ad eseme pio, superiore a quella cosmologica misurata nelle atmosfere di stelle di Pop.II. Deve quindi essere stato eciente un meccanismo di produzione di Li che, per quanto abbiamo detto, non pu` risedere nelle reazioni termonucleari dalle quali tale elemento viene invece distrutto. o Oggi si ritiene che tale elemento venga almeno in parte prodotto dallinterazione dei Raggi Cosmici con i nuclei di materia interstellare, attraverso processi di spallazione. Misure ef-

Fig. 11.3. Sezione durto per cattura neutronica indunzione del numero atomico . E evidente la forte diminuzione in corrispondenza dei numeri magici. Si noti anche leetto pari-dispari. La sezione durto ` in mb (1 b= 1 barn = 1024 cm2 ) per neutroni di 25 keV e

fettuate sia da Terra che dallo spazio mostrano infatti come la Galassia sia attraversata da ussi di particelle di alta e altissima energia (sino a oltre 1020 eV), di gran lunga superiori a quanto ottenuto sinora nei pi` potenti acceleratori di particelle. u Tali particelle, in gran parte protoni, inducono reazioni di impatto con i nuclei della materia interstellare, reazioni che, a causa delle altissime energie in gioco, si traducono nella frantumazione (la spallazione) dei nuclei pi` pesanti. La peculiare abbondanza di elementi u leggeri nella radiazione cosmica, mostrata in Fig. 11.2, fornisce una chiara testimonianza dellecienza di un tale processo. Non pare peraltro che tale meccanismo possa renedere intera ragione della abbondanze osservate, talch si ` ipotizzato lintervento di ulteriori e e meccanismi, quali reazioni indotte dai neutrini nellesplosione di Supernovae di tipo II (infra) o lecienza di reazioni del tipo
3

He(, )7 Be(e+ )7 Li

sia nei raggi cosmici stessi, come negli inviluppi convettivi delle Giganti Rosse e, in particolare, nelle periodiche esplosioni di stelle Novae.

11.2. Processi di neutronizzazione lenta (S).


Le temperature di fotodisintegrazione del Fe sono le massime raggiungibili allinterno di una struttura stellare e i nuclei del picco del Fe sono di conseguenza i pi` complessi prodotti delle u reazioni termonucleari. I nuclei oltre il Fe possono quindi ben dicilmente essere prodotti da reazioni nucleari tra particelle cariche, che richiederebbero temperature ancor maggiori di quelle raggiungibili nelle stelle. Per rendere ragione della presenza in natura di tali elementi e, nel contempo, per rispettare i limiti di temperatura imposti dalle stelle dovremo considerare reazioni nucleari non regolate dalla repulsione colombiana, invocando quindi la presenza di neutroni. Vi sono peraltro in natura chiari indizi che supportano lecienza di processi di cattura neutronica. In Fig. 11.1 si pu` notare come la distribuzione degli elementi transferrici o sia modulata da una serie di caratteristiche ricorrenze, tra le quali la presenza dei picchi di abbondanza contrassegnati dalla lettera S. Tali picchi corrispondono con precisione ai cosiddetti nuclei magici, nuclei che in corrispondenza di determinati numeri magici di neutroni o protoni (N= 2, 8, 20, 28, 50, 82, 126) mostrano particolari doti di stabilit` ( a A1.8). In un modello a shell del nucleo a tali numeri corrisponderebbe il completamento di

Fig. 11.4. Esemplicazione della tipica traiettoria dei processi S nel piano N (numero di neutroni) Z (numero di protoni). Le isole sulla sinistra della valle di stabilit` schermano i nuclei della stessa a dal contributo dei processi r. I nuclei possono cos` essere distinti in r-puri (r), S-puri (S) o do origine i mista (S,r).

una shell, e la stabilit` dei corrisponedenti nuclei sarebbe lanalogo della stabilit` mostrata a a dagli atomi dei gas nobili. Come mostrato in Fig. 11.3, quel che qui ci interessa ` che a tali e nuclei corrisponde un brusca diminuzione della sezione durto per cattura neutronica. La correlazione tra abbondanze in natura e sezioni durto per cattura neutronica rende plausibile la supposta ecienza di tali processi e, come vedremo, render` ragione della anomale a abbondanze dei picchi S. Il neutrone ` peraltro particella instabile, che decade in un protone (pi` e+ ) con tempo e u di dimezzamento di circa 15 minuti( A1.10). Perch` il processo possa essere eciente e dobbiamo quindi richiedere non solo una sorgente di neutroni, ma anche che tale sorgente sia immersa in materia sucientemente densa perch` i neutroni possano interagire prima e di decadere. Tali condizioni sono spontaneamente realizzate ancora allinterno delle stelle, dove abbiamo visto che durante la combustione di elio diventa eciente la produzione dei neutroni tramite la catena dell 14 N. Le stelle si presentano dunque spontaneamente come luoghi in cui, a anco delle reazioni termonucleari, devono diventare ecienti processi di cattura neitronica che, pur non contribuendo allenergetica della stella, pssono portare un contributo sostanziale alla nucleosintesi degli elementi pesanti. Poich` la considerazione o meno di tali processi non inuisce sullevoluzione delle strute ture, le valutazioni dellecienza dei processi stessi viene sovente eseguita sulla base di una sequenza di strutture evolutive opportunamente memorizzzate. Se ne ricava levidenza che i neutroni prodotti dalla catena dell 14 N possono venir catturati da preesistenti nuclei di elementi pesanti (Nuclei seme), nuclei che a seguito di una serie di tali catture neutroniche si spostano progressivamente lungo la valle di stabilit` ( ....) andando a formare gli a elementi oltre il Ferro. Nel caso della combustione dellH avevamo gi` visto come una serie di catture protoniche a su nuclei stabili nisca inevitabilmente col produrre elementi instabili per eccesso di protoni, nuclei che vengono richiamati sulla valle di stabilit` da decadimenti + . Ora una serie a di catture neutroniche nisce inevitabilmente col produrre elementi instabili per eccesso di neutroni, che vengono richiamati sulla valle di stabilit` da decadimenti . Poich` i a e neutroni vengono prodotti su tempi scala termonucleari, il loro usso rimane contenuto e si pu` assumere che il processo sia lento (S = Slow) nel senso che il tempo tra due o

successive catture neutroniche sia in ogni caso maggiore dei tempi di decadimento degli elementi instabili prodotti. Cio` che i nuclei instabili abbiano il tempo di decadere prima e di catturare un ulteriore neutrone. Nel piano N,Z ne segue la caratteristica traiettoria illustrata in Fig. 11.4, tramite la quale i nuclei seme vengono spinti lungo la valle di stabilit` a numeri atomici A sempre pi` a u alti. Notiamo peraltro subito che una traiettoria S non pu` raggiungere i nuclei stabili (le o isole) separati, sia a destra come a sinistra, dalla sequenza centrale. Poich` tali nuclei sono e presenti in natura, per essi dunque dovremo investigare diversi meccanismi di produzione. Per ci` che riguarda i processi S, motiamo che ogni nucleo lumgo la traiettoria si presenta o come elemento secondario, nel senso che ogni nucleo risulta prodotto da una cattura neutronica e distrutto dalla successiva cattura. Se n ` il numero di neutroni nellunit` di e a volume e V la loro velocit`, potremo dunque scrivere per il generico nucleo di numero atomico a A nellunit` di tempo a P roduzione : Distruzione : dNA = nNA1 A1 V dNA = nNA A V

e, come ogni elemento secondario, il nucleo deve evolvere verso una situazione di equilibrio nella quale in totale dNA =0 e quindi NA1 A1 = NA A o anche, per ogni A NA A = cost

Si vede subito come ad una sezione durto di cattura neutronica A peculiarmente bassa, quale quella che caratterizza i nuclei magici, debba corrispondere una abbondanza NA peculiarmente elevata, dando ragione dei picchi S osservati in natura. Al limite, a sezioni durto nulle corrisponde una indenita crescita di abbondanza del nucleo A. Notiamo inne come, a anco della catena dell14 N e al molto minor contributo proveniente da reazioni pi` avanzate, quali u
16

O +16 O 31 S + n

siano state suggerite anche altre possibili fonti di neutroni. In particolare, nel caso di rimescolamento parziale di una zona in combustione di He con strati ancora ricchi di idrogeno, i protoni si combineranno con il Carbonio, come avviene nel ciclo CNO
12 13

C + p 13 N +

N 13 C + e+ +

Una successiva cattura protonica ` per` inibita dalla scarsit` di protoni, e segit` invece e o a a
13

C + (17 O) 16 O + n

che potrebbe risultare una notevolissima fonte di neutroni da aancare a quelli prodotti dalla catena dell14 N .

11.3. I processi rapidi r e p.


Abbiamo gi` notato come i nuclei isola non possano essere raggiunti dalla traiettorie S. a E subito visto come tali nuclei richiedano lintervento di almeno due successive catture, di neutroni o protoni, a partire da un isotopo collocato nella valle di stabilit`. Ci` indica a o come allevoluzione nucleare debbano aver contribuito anche processi rapidi, tali cio` che e il tempo tra due successive catture risulti molto minore del tempo di decadimento del primo

Fig. 11.5. La traiettoria S (linea spezzata) e i nuclei di attesa nei processi r (zone a tratti).I cerchi indicano le zone di accumulazione che decaderanno a formare i bump. In basso a destra la tipica traiettoria di accumulazione in corrispondenza di un numero magico di neutroni.

isotopo instabile formato. Il luogo naturale per tali processi ` ovviamente lesplosione di una e Supernova. Notiamo anche che i processi S rendono ragione dei picchi S in Fig. 11.1, ma non dei bump di abbondanza che precedono regolarmente i picchi stessi. Sono infatti processi rapidi r di cattura neutronica che giusticano non solo lesistenza di nuclei isola sulla destra della valle di stabilit`, ma anche una tale caratteristica nella distribuzione delle aba bondanze. Dobbiamo dunque assumere che a causa dellimprovviso e intensissimo usso di neutroni prodotto nel collaaso di una supernova i nuclei preesistenti inizino una serie di successive catture neutroniche, spostandosi nella zona instabile sulla destra della valle di stabilit`. Lallontanamento non pu` per` essere indenito: allaumentare del numero di neua o o troni diminuisce lenergia di legame degli stessi e la catena di catture nisce col giungere ad un punto in cui il neutrone aggiunto ` subito espulso dai fotoni del bagno termico. Il nucleo e (nucleo di attesa) nisce quindi col decadere , passando da Z a Z+1, e pu` ricominciare o ad accogliere neutroni sino a formare nuovamente un nucleo di attesa. Le aree tratteggiate in Fig. 11.5 mostrano indicativamente le aree popolate da tali nuclei di attesa. Il usso di neutroni ` peraltro un fenomeno molto rapido: al cessare del usso e tutti i nuclei instabili subiranno una catena di decadimenti sino a raggiungere una congurazione stabile. Avendo in mente tale meccanismo, in Fig. 11.4 si possono riconoscere tre tipi di nuclei 1. Le isole ricche di neutroni, che possono essere popolate solo da processi r 2. I nuclei schermati da un isola r, che non possono essere raggiunte dai processi rapidi e sono quindi prodotte esclusivamente dai processi S 3. I nuclei r,S la cui abbondanza risulta dal contributo di ambo i processi. Si ha cos` tutta una serie di nuclei S-puri o r-puri che portano un importante testimonii anza del contributo alla nucleosintesi dei vari processi. Lesistenza di numeri magici di neutroni introduce inne in tale quadro generale un ulteriore elemento: nuclei instabili con numero magico di neutroni hanno sezioni durto di cattuta molto basse. Quindi sono nuclei di attesa che decadono . Il prodotto del dacadimento non ` pi` magico, ma pu` prendere un solo neutrone che lo fa ritornare magico. Come e u o

Fig. 11.6. Abbondanza in numero degli elementi pesanti formati ripettivamente da processi S, r o p, normalizzata a 106 atomi di Si. Si notino i picchi e bump nelle abbondanze S e r.

schematizzato nellangolo a destra della Fig. 11.5, in corrispondenza di un numero magico Nm i nuclei sono costretti ad arrampicarsi lungo la line N=Nm , popolando cos` la regione 1 al di sotto del picco S che corrisponde allo stesso valore N=Nm . Come schematizzato in gura, allesaurirsi del usso dei neutroni tali nuclei decaderanno , andando a popolare la valle di stabilit` giusto sulla sinistra del picco S, dando quindi ragione dei bump che a in natura accompagnano quei picchi. A tale scenario occorre inne aggiungere levidenza portata dai nuclei isola ricchi di protoni, sulla sinistra della valle, il cui popolamento richiede multiple catture protoniche. Come mostrato in Fig. 11.6 labbondanza in natura di tali nuclei p-puri mostra che tali processi p hanno avuto unecienza circa un ordine di grandezza inferiore a quella dei processi s o r. Lintervento dei processi p si limita quindi essenzialmente al popolamento delle relative isole, con marginali contributi alla produzione degli altri nuclei. In conclusione potremo continuare a distinguere i nuclei oltre il ferro in s-puri, r-puri, rs, cui dovremo aggiungere i p-puri delle isole. Lorigine dei processi p va ricercata ancora una volta nellesplosione delle Supernovae, nel corso della quale la materia viene improvvisamente portata a temperature che posono superare i 109 K. A tali temperature ` eciente la produzione di coppie e e+ + e che pu` essere seguita da o e+ + (Z.A) (Z + 1, A) + cui si aggiungono le catture protoniche dirette (Z, A) + p (Z + 1, A + 1) + Possiamo concludere osservando come la distribuzione delle specie nucleari nellUniverso, considerata per molto tempo una realt` insondabile, porti al contrario una chiara testimonia anza della storia dellUniverso nel suo insieme, a partire dal Big Bang e attraverso la nascita e la morte delle strutture stellari.

Fig. 11.7. Curva di luce della variabile cataclismica SS Cyg, del tipo U Geminorum.

11.4. Fenomeni esplosivi: Variabili cataclismiche, Novae e Supernovae.


Levoluzione di strutture stellari isolate, cui abbiamo sinora rivolto la nostra attenzione, non rende completamente conto della fenomenologia riguardante le strutture stellari. Abbiamo ad esempio gi` ricordato levidenza osservativa di varibili cataclismiche. Tali sono ad esempio a le variabili tipo U Geminorum: stelle che aumentano improvvisamente la loro luminosit` a tipicamente di 3-4 magnitudini e permangono a tale luminosit` per alcuni giorni per tornare a poi ad uno stato quiescente e ripetere il fenomeno a distanze temporali irregolari di settimane o mesi. Fenomeno quindi ben diverso dalle pulsazioniche abbiamo gi` discusso, e che non a trova spiegazione allinterno dello scenario evolutivo delle strutture stellari isolate. Il nostro interesse per tali fenomeni riveste un duplice aspetto. Innanzitutto, a fronte dellevidenza di fenomeni esplosivi, vogliamo vericare se e quanto tali fenomeni possono ulteriormente contribuire alla nucleosintesi di elementi pesanti. In secondo luogo, ` anche e tempo di arontare un problema centrale dellevoluzione chimica dellUniverso: quanta della materia sintetizzata allinterno delle strutture stellari viene resitituita al mezzo interstellare, e come? Losservazione mostra che le variabili cataclismiche sono in ogni caso membri di sistemi binari stretti. Il meccanismo allorigine di tale fenomenologia ` infatti collegato alla binariet` e a ed ` ormai sucientemente ben conosciuto. Si ` in ogni caso in presenza di sistemi formati e e da una Gigante Rossa e una Nana Bianca. In tali condizioni, se il sistema ` sucientemente e stretto ( ...), pu` innescarsi uno scambio di materia tra le due componenti, con gli strati o atmosferici della gigante che cadono sulla Nana Bianca formando in genere attorno alla Nana un disco di accrescimento che deposita lentamente materia sulla nana stessa. La materia cos` straticata alla supercie della nana ` ricca di idrogeno, e quando tale i e inviluppo raggiunge una massa critica si innescano esplosivamente le reazioni di combustione dellidrogeno, dando luogo allimprovviso aumento di luminosit`. Lesplosione riprocessa ala meno in parte il materiale sedimentato, la stella ritorna nel suo stato quiescente e riprende il processo di accrescimento che porter` a tempo debito ad una successiva esplosione. Il a processo ` ripetitivo ma non strettamente periodico. Per queste varibili vale, almeno qualie tativamente, la legge di Kukarkin e Parenago, secondo la quale il tempo che intercorre tra due esplosioni ` tanto pi` lungo quanto maggiore ` laumento di luminosit`. e u e a Un meccanismo del tutto analogo ` allorigine di eventi ben pi` violenti, quali sono e u le esplosioni delle stelle Novae. Lo splendore di tali stelle sale improvvisamente, in unodue giorni, di almeno 10-11 magnitudini, per declinare poi lentamente (da qualche mese a qualche anno) verso lo splendore originale. Poich` nel suo stato quiescente la stella ` e e raramente visibile ad occhi nudo, tali eventi furono in antico considerati come apparizione di nuove stelle, da cui il nome. Lenergia sviluppata nellevento ` dellordine di 1045 -1046 e erg, pari quindi a quella emessa dal Sole in circa 100 000 anni. Si stima che in una galassia come la nostra ogni anno si accendano circa 30 Novae. Nelle esplosioni vengono espulsi circa 104 M di materiale elaborato nuclearmente dallesplosione, fonte non trascurabile di arricchimento per la materia interstellare.

Fig. 11.8. Curva di luce composita ottenuta sovrapponendo i dati osservativi di 38 SN di tipo I.

Confuse per molto tempo con le Novae, le Supernovae (SN) rappresentano inne un evento esplosivo di gran lunga pi` energetico. Al picco di luminosit` una SN pu` aumentare u a o di 20 magnitudini (100 milioni di volte) e raggiungere 1010 luminosit` solari, emettendo a quindi come un intera galassia. Che si sia di fronte ad un fenomeno distruttivo ` rivelato , e oltre cha dallenorme quantit` di energia emessa, dalle osservate velocit` di espansione che a a si aggirano attorno ai 104 km/sec. Lesplosione di SN non ` peraltro un fenomeno inatteso. e Levoluzione stellare ci ha infatti insegnato che le grandi masse devono terminare la loro vita con un collasso gravitazionale in cui vengono messe in gioco energie tipiche delle SN. E in questo stesso capitolo abbiamo trovato chiare tracce di un tale accadimento nella produzione degli isotopi r e p. Il quadro osservativo appare perlatro pi` complesso, e dovr` essere u a discusso con qualche dettaglio. Le caratteristiche della curva di luce hanno innanzitutto consentito di evidenziare due distinte classi di SN, Come mostrato in Fig. 11.8 le Supernovae di Tipo I (SNI) hanno curve di luce ben caratteristiche e praticamente sovrapponibili, con una prima rapida discesa di circa tre magnitudini seguita da un pi` lento e regolare declino. Le SNII hanno invece un continuo u regolare declino (SNII lineari) in alcuni casi interrotto da un periodo in cui la luminosit` a cessa quasi di decrescere (SNII plateau). A tali dierenze nella curva di luce si accomunano anche caratteristiche spettroscopiche: nelle SNI sono assenti le righe dellidrogeno, che appaiono invece nelle SNII. Le SNII hanno le caratteristiche attese per il collasso nale di grandi masse. Esse appaiono infatti solo in galassie a spirale e solo in regioni ove sono evidenti fenomeni di recente formazione stellare (Regioni H II). Quindi le SNII sono quelle predette dallevoluzione stellare, tipiche di una Pop. I. Ci si attende che nellesplosione tali N eiettino nello spazio gli starti che contornano il nucleo centrale neutronizzato, lasciando come remnant o una stella di neutroni o una buca nera. Le SNI sono invece oggetti inattesi, che vediamo esplodere anche in galassie ellittiche, quindi in popolazioni antiche ove stanno ancora evolvendo solo piccole masse. Un pi` accurato studio di questo tipo di SN ha inne portata ad una ulteriore u suddivisione delle SNI in tipo a (SNIa) nel cui spettro ` presente la riga di assorbimento e del SiII a =6150 A, e SNIb ove tale riga ` assente. La tabella 1 riassume la corrispondente e situazione osservativa: Cosa pu` produrre linattesa evidenza di SN in una popolazione antica? La domanda o trova una naturale risposta quando si mediti sul fatto che le Nane Bianche di CO sono dei potenziali detonatori se e quando qualche meccanismo le porti a superare la massa di Chandrasekhar. E il meccanismo di trasferimento di massa che vediamo allopera nelle binarie cataclismiche e nelle Novae si adegua perfettamente a tale compito. Per completezza aggiungiamo che a anco di tale meccanismo ` stata anche proposta la coalescenza di e due Nane Bianchie mutuamente orbitanti, a causa della perdita di energia per emissione

10 Tab. 1. Balmer SNII SNIa SNIb Si No No SiII Si No Spirali Si Si Si Ellittiche No Si No Pop. I II I

di onde gravitazionali. Resta in ogni caso lidenticazione delle SNIa come prodotte dalla detonazione-deagrazione del C, con incinerimento e totale dispersione della struttura. Non sorprendentemente, si trova che la curva di luce delle SNIa ` cos` regolare perch` e e governata, in sequenza temporale, dallenergia emessa dai due decadimenti
56

N i 56 Co + e+ +

( = 6d) ( = 77d)

56

Co 56 F e + e+ +

Valutazioni quantitative mostrano come in queste esplosioni vengano sintetizzate da 0.5 a 1 M dellisotopo multiplo di 56 N i. La buona analogia tra le curve di luce delle SNIa e 28 SNIb indica inne che anche le SNIb devono corrispondere allincenerimento termonucleare di una nucleo degenere. Lassenza di tali SN nelle galssie ellittiche indica peraltro che in questo caso tale incinerimento deve trarre origine dal nucleo degenere di una stella di massa intermedia. Anche in questultimo caso la binariet` dovrebbe giocare un ruolo importante, a producendo stelle con nuclei degeneri privi del loro inviluppo, osservate nella Galassia, note come oggetti di Wolf Rayet. Non ` peraltro escluso che almeno nelle primissime generazioni e stellari decienti in metalli, a causa del combinato aumento di MU P con la possibile diminuzione della perdita di massa (diminuita opacit` radiativa), il limite di Chandrasekhar possa a essere stato raggiunto anche da stelle isolate di massa intermedia.

11.5. Modelli di evoluzione galattica


Lesplosione di SN ` il meccanismo fondamentale che contribuisce nel tempo allarricchimento e del gas interstellare con gli elementi pesanti sintetizzati dallevoluzione delle strutture stellari prima e inne dalla nucleosintesi esplosiva. La valutazione della quantit` di tali elea menti al variare della massa e della composizione chimica originaria delle strutture stesse ` e lingrediente fondamentale per indagare levoluzione temporale della composizione nucleare della materia nella nostra come nelle altre galassie. Senza entrare in dettagli, ricordiamo qui a titolo orientativo che le SNIa dovrebbero portare il maggior contributo alla produzione di Fe, mentre le SNII arricchirebbero la materia interstellare essenzialmente di O. Abbiamo gi` visto come a questo si aggiungano anche altri meccanismi, quale la materia a elaborata ed eiettata nellesplosione delle Novae. Aggiungiamo ora che un ulteriore e non tracurabile contributo ` fornito dalla perdita di massa da parte di stelle di massa piccola o e intermedia in fase in fase di AGB. Stante il loro grande numero, ` stato infatti valutato che e le strutture di AGB restituiscono al mezzo interstellare pi` materia di quanto non facciano u in un egual periodo di tempo le SN. La valutazione di un tale contributo dovrebbe risultare quindi importante quando si consideri levoluzione temporale di elementi quali C, N, O o elementi s. Nella sua accezione pi` generale un modello di evoluzione chimica della Galassia, o di u una qualsiasi galassia, fa uso di tali informazioni integrandole con opportune assunzioni

11

Fig. 11.9. Produzione di elementi (in frazioni di massa stellare) per stelle di varie masse. La regione a tratti indica la porzione di struttura congelata sotto forma di stelle degeneri o collassate.

sullandamento temporale della formazione stellare per ricavare levoluzione temporale della composizione chimica del gas interstellare e, da qui, due diversi osservabili: 1. la composizione chimica del gas interstellare al tempo presente, in generale con particolare riguardo ad uno o pi` selezionati componenti. u 2. la distribuzione delle relative composizioni chimiche fossili testimoniata nelle atmosfere delle stelle della varie generazioni che sono sopravvissute sino al tempo presente. Tali modelli galatici costituiscono un aascinante e complesso capitolo della moderna astrosica che qui non pu` essere compiutamente sviluppato. Ci limiteremo ad illustrare o un modello estremamente semplicato che, nonostante la sua palese inadeguatezza, pu` o essere riguardato come unutile approssimazione zero della problematica, suscettibile di progressivi perfezionamenti e in grado di porre in luce il ruolo di alcuni ingredienti. Come esemplicato in Fig. 11.9 assumeremo di conoscere la produzione di elementi pesanti al variare della massa stellare, assumendo nel contempo che tale produzione non dipenda dalla composizione originaria delle strutture. Per ogni assunta generazione stellare e per ogni assunta IMF (Initial Mass Function) resta evidentemente ssato il rapporto (yield) tra la massa che viene restituita al mezzo interstellare sotto forma di elementi pesanti e la massa che viene congelata in stelle a lunga sopravvivenza che resteranno a testimoniare nel tempo la presenza di quella generazione. Assumeremo anche che la IMF rimanga la stessa per tutte le generazioni stellari. Se assumiamo anche che la massa andata in stelle rimanga sempre trascurabile rispetto alla massa del gas interstellare , la metallicit` del gas rester` in ogni tempo proporzionale a a alla massa di elementi pesanti in esso riversati. Ma, nelle condizioni poste, sar` allora anche a proporzionale alla alla massa delle stelle a lunga vita che si sono formate prima che il gas raggiungesse una pressata metallicit`. Da queste semplici considerazioni traiamo dunque a che per ogni pressata metallicit` deve esistere una relazione di diretta proporzionalit` tra la a a metallicit` e il numero di stelle con metallicit` minore di quella pressata.Tale risultato viene a a sovebte rappresentato tramite landamento della variabile cumulativa S/S0 che rappresenta per ogni campione di S0 stelle, la frazione di stelle che abbiano metallicit` inferiore ad ogni a assunto Z (Fig. 11.10). In forma quantitativa siano M la massa del gas, - dM la massa di gas andata in stelle in un episodio di formazione stellare, dMS la massa di stelle ancora sopravviventi e dMZ la corrispondente massa restituita al gas sotto forma di elementi pesanti. Nelle assunzioni del modello semplice, a riciclaggio istantaneo e consumo trascurabile di gas

12

Fig. 11.10. Distribuzione cumulativa S/S0 con abbondanza metallica non superiore a Z, al variare di Z/Z0 . La linea a tratti riporta le previsioni del modello semplice con consumo trascurabile di gas. Le curve continue simili previsioni ma al variare della frazione di massa del gas rimasta allepoca Z0 .

dMZ dMS dM e potremo porre dMZ = k dM, da cui il contributo a Z di ogni generazione stellare dM dMZ = k M M da cui, partendo dal gas cosmologico privo di metalli dZ = Z = lnM0 lnM M M0 M0 per M M0

dove M0 ` la massa iniziale di gas. Nel caso di consumo trascurabile di gas la metallicit` e a risulta dunque, come atteso, proporzionale alla massa di gas andat in stelle e quindi anche al numero di stelle ancora sopravviventi. Si noti che tale derivazione assume implicitamente un continuo e regolare processo di formazione stellare. Nelle assunzioni fatte, ad un burst di formazione stellare corrisponderebbe un salto Z con la contemporanea assenza di stelle in quellintervallo di metallicit`. a Il modello semplice che abbiamo descritto rappresenta un punto di riferimento che pu` eso sere perfezionato introducendo assunzioni adeguate, quale ad esempio lintervento ritardato delle SNIa. Modelli cos` perfezionati sono chiamati a rendere ragione dellae abbondanze i chimiche osservate nella nostra come nelle altre galassie. Tra i vari problemi ricordiamo qui solamente linteressante evidenza secondo la quale nella nostra Galassia le stelle povere di metalli mostrano di avere una chiara sovrabbondanza di elementi multipli (C, O, Mg, Si, Ca, Ti) rispetto al Fe. E stato suggerito che ci` sia la conseguenza del ritardato intervento o delle SNIa, produttrici di Fe, rispetto alla rapida sintesi di elementi nelle SNII.

11.6. Conclusione
Da quanto siamo andati sviluppando nel corso di queste pagine, si evince quanto levoluzione stellare fornisca una fondamentale chiave interpretativa dellUniverso, quale oggi lo sperimentiamo. Attraverso tale chiave ci ` oggi possibile delineare lo sfondo sul quale inquadrare e la storia dellUniverso, aprendo la strada ad un campo di ricerche che atende ancora di essere completato e perfezionato, ma le cui linee generali appaiono ormai saldamente acquisite.

13

In tale ricostruzione della storia dellUniverso ` gi` stato compiuto un passo fondamene a tale: oggi sappiamo di poter leggere questa storia non solo nelle stelle ma anche nei nuclei della materia che ci circonda. Apprendendo dalla materia ci` che nel passato deve essere o avvenuto ma anche comprendendo che la materia non pu` essere diversa da quello che ` in o e base a quello che sappiamo dover essere stata la storia delle stella e dellUniverso.

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Approfondimenti
A11.1. Reazioni nucleari interstiziali
A anco delle combustioni termonucleari che intervengono nel bilancio energetico della struttura, la produzione di neutroni tramite la catena dell14 N ` lesempio pi` rilevante di reazioni che ine u teressano esclusivamente levoluzione nucleare della materia stellare. Occorre peraltro avvisare che, quando si sia interessati al dettaglio dellevoluzione di alcune specie isotopiche, diventano importanti anche reazioni energeticamente e quantitativamente ancor meno rilevanti, che peraltro possono lentamente giungere a modicare sensibilmente labbondanza di alcuni isotopi. Reazioni che per la loro scarsissima rilevanza abbiamo qui denito come interstixiali. Come esempio di tali reazioni prenderemo la catena CNO che, per quanto riguarda il fabbisogno energetico, si chiudeva con la reazione (18 F ) 14 N + In realta, anche se molto raramente, il nucleo di fondamentale,
18

F nello stato eccitato pu` decadere nel suo stato o

(18 F ) 18 F + dando inizio alla complessa catena catture protoniche riportata qui di seguito
18 18 19

F 18 N + +e+ +
19 20

O + p 15 N + ma anche
16 20 21

F +

F +p

O + ma anche N e + p 21 N a + N e + p 22 N a + N e + p 23 N a +

Ne +

N a 21 N e + e+ + N a 22 N e + e+ +
24

21 22

22 23

N a + p 20 N + ma anche
24 25

Mg +

Mg + p

25

Al +

Al 25 M g + e+ + M g + p 26 Al +
26 27

25 26 26

Al

26

M g + e + ma anche
24

Al + p 27 Si +
28

M g + p 27 Al +
27

Si 27 Al + e+ + Si +

Al + p

M g + ma anche

Come indicato dal simbolo , che segnala il ritorno ad un nucleo precedente, in queta catena esistono motli cicli. Ciononostante un piccolo numero di nuclei, inessenziale sotto ogni altro ripetto, pu` ltrare sino ai nuclei pi` massicci, alterandone le abbondanze. o u Si ritiene che tali catture protoniche siano allorigine di una serie di anomalie di composizione che riguardano elementi quali Ne, Na, Mg, Al nelle atmosfere di Giganti Rosse, anomalie da mettersi in relazione anche con lecienza di rimescolamenti profondi in grado di portare in supercie i prodotti di combustione elaborati nei pressi della shell di idrogeno.

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Fig. 11.11. Andamento delle linee equipotenziali nel piano dellorbita di una binaria. Si ` assunto e =0.4

A11.2. Sistemi binari stretti.


Buona parte delle stelle del disco galattico risultano essere gravitazionalmente legate in sistemi binari o multipli.Se le componenti di tali sistemi sono sucientemente distanti, il legame gravitazionale inuenza solo le orbite degli oggetti, e levoluzione delle singole strutture non si discosta da quanto valutato per stelle isolate. In sistemi binari stretti possono invece presentarsi peculiari modalit` a evolutive, che condizionano pesantemente il destiono delle strutture. Tali peculiarit` trovano la loro origine nelle caratteristiche del campo gravitazionale e dalla a forza centrifuga di rotazione cui in un sistemi binario 1,2 sottoposta la materia. Ponendosi in un sistema solidale con il baricentro, se trascuriamo la distorsione delle due strutture dovute alle mutue attrazioni (approssimazione di Roche) il potenziale gravitazionale ` semplicemente fornito da e GM1 GM2 + ) r1 r2 dove M1,2 e r1,2 sono ripettivamente le masse e le distanze di un generico punto materiale dai due oggetti. Poniamoci ora in un sistema corotante, assumendo il piano dellorbita come piano x,y e assumendo anche come origine il centro della stella 1 e asse x la congiungente i centri delle due stelle. In tale sistema le coordinate (x, y, z) del baricentro risulteranno (a, 0, 0), dove a e la distanza (separazione) tra le due componenti e = ( = M2 M1 + M2

e il potenziale nellapprossimazione di Roche si esplicita nella forma = ( GM1 GM2 1 + ) 2 [(x a)2 + y 2 ] 2 (x2 + y 2 + z 2 )1/2 ((x a)2 + y 2 + z 2 )1/2

dove = 2/P e lultimo termine rappresenta il potenziale della forza centrifuga. La Fig. 11.11 mostra il complesso andamento delle linee equipotenziali = cost nel piano dellorbita nel caso =0.4. In prossimit` delle stelle predomina il campo dei singoli oggetti mentre, a al crecere della distanza, si vanno intrecciando i contributi della gravitazione e della rotazione. A distanze ancora maggiori prevarr` il contributo della rotazione. I cinque punti marcati in gura a come Li rappresentano i cinque punti lagrangiani di equilibro, sluzioni particolare del problema dei tre corpi. Una particella di massa trascurabile ripetto alle altre due componenti, posta in uno dei punti percorrer` orbite circolari mantenendo immutata la sua posizione ripetto alle due componenti a principali. I punti L4 e L5 , posti ai vertici di un triangolo equilatero con base a, sono di equilibrio stabile se M2 M1 . Una tale congurazione ` realizzata in natura dal sistema Sole-Give- Asteroidi e Troiani. Alla supercie equipotenziale passante per L1 si da il nome di Lobi di Roche. La Fig. 11.12 mostra landamento del potenziale lungo la linea congiungente il centro delle due stelle, illustrando

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Fig. 11.12. Andamento del potenziale lungo la linea congiungente i centri delle due stelle. La zona ombreggiata indica la regione occupata dalla materia stellare. E mostrato come al crescere del raggio di una stella si inneschi un meccanismo di trasferimento di massa attraverso il punto lagrangiano L1 . nel contempo il principio fondamentale dei meccanismi di trasferimento di massa che regolano levoluzione delle stelle nei sistemi bibnari stretti. Sinch` le dimensioni delle singole stelle restano e inferiori a quelle dei rispettivi lobi di Roche . levoluzione delle strutture segue il cammino delle strutture isolate. Levoluzione guida peraltro inevitabilmente le strutture verso la fase di Gigante Rossa, con aumenti notevoli di raggio. Se il sistema `sucientemente stretto (lobi di Roche di e dimensioni ridotte) la componente primaria, la pi` massiccia, evolvendo per prima nir` col riempire u a il proprio lobo. Ogni tentativo di aumentare ulteriormente il proprio raggio avr` solo leetto di a reasferire materia sul proprio compagno, scortecciando la struttura originale. E di grande importanza notare che il trasferimento di massa ` fenomeno reazionato positie vamente. Ricordando infatti come la traccia di Hayashi si sposti verso il rosso al diminuire della massa, ricaviamo che una gigante, a ssata luminosi`, ha raggi tanto maggiori quamto minore ` a e la massa. Per il solo fatto di perdere massa la gigante tende quindi ad espandere ulteriormente il proprio raggio e, come conseguenza, il trasferimento avviene con tempi scala termodinamici anzich` e nucleari. Pu` cos` avvenire che loriginale secondaria nisca col diventare la stella pi` massiccia del siso u tema, accelerando di conseguenza la sua evoluzione. Al progredire delle fasi evolutive, ogniqualvolta una delle componenti riempi il proprio lobo di Roche si innescheranno fasi di trasferimento di massa. La Fig. 11.12 mostra le tre caratteristiche congurazioni di fatto riscontrate nei sistemi binari 1. Sistemi staccati (detached): le due componenti sono ognuna allinterno del proprio lobo di Roche. Ogni strutura segue una propria caratteristica evoluzione. 2. Sistemi semi-staccati (semi-detached): una delle due componenti riempie il proprio lobo, traferendo materia sullaltra. 3. Sistemi a contatto (common envelope): tutte e due le componenti riempiono contemporaneamente il proprio lobo. La Fig. 11.12 mostra come in simili condizioni il sistema possa perdere massa verso lesterno attraverso il punto lagrangiano L2 . Nei sistemi semi-distaccati o a contatto almeno una delle strutture risulta sensibilmente deformata rispetto alla forma sferica, deformazione che si riette in precise caratteristiche della curva di luce. A titolo esemplicativo, la Fig. 11.13 mostra la struttura del sistema a contatto AW UMa come derivabile proprio dallanalisi della complessa curca di luce.

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Fig. 11.13. La forma della binaria a contatto AW UMa come ricavata della analisi della curva di luce osservata.

Fig. 11.14. Esempio di evoluzione di un sistema binario di piccole masse.

Il calcolo dellevoluzione delle stelle in un sistema binario pu` essere agevolmente eseguito con o solo alcune semplici implementazioni dei normali codici evolutivi per tener conto della presenza dei lobi di Roche, del conseguente fenomeno di travaso delle masse e delle conseguenti variazioni nei parametri orbitali. I risultatisono peraltro molto variegati a fronte dei molti parametri che caratterizzano tali sistemi, quali non solo le masse iniziali delle due componenti ma anche la loro originale separazione. La Fig. 11.14 riporta a titolo di esempio, la storia evolutiva di un sistema con masse iniziali M1 =1.0 e M2 =2.0 M . Nella fase (a) ambedue le componenti hanno raggiunto la loro sequenza principale. La primaria M1 evolve per prima sino a riempire il proprio lobo di Roche (fase (b)), iniziando il trasferimento di massa. Nella fase (c) loriginaria secondaria ` ormai e diventata la componente pi` massiccia e il sistema ` formato da una gigante di 0.8 M che orbita u e attorno ad una massiccia stella di MS di 2.2 M . Nella fase (d) la gigante ha completato la sua evoluzione e il sistema ` composto da una Nana Bianca e la massicia stella di MS. Levoluzione di e questultima porta ora al trasferimento di massa sulla Nana, producendo prima esplosioni di Nova (fase (e)) e, inne, una SN di tipoI (fase (f)).

A11.3. Le Supernovae storiche


Il termine Supernova fu coniato nel 1933 da Baade e Zwicky quando divenne chiara lenorme distanza delle galassie esterne e, di conseguenza, lenorme energia sviluppata dalle stelle nuove che in tali galassie erano apparse. Si comprese allora che a tale categoria dovevano essere ascritti le stelle nuove osservate nel 1572 da Tycho Brahe e nel 1604 da Keplero e Galileo. Questultima ` e risultata lultima SN osservata nella nostra Galassia, e le indagini su taii oggetti nellambito galattico si sono forzatamente basate sulle registrazioni recuperate in antichi testi. La Tabella 2 riporta un sommario delle SN galattiche per le quali si ` recuperata una qualche documentazione. e La Tabella mostra quanto sia risultata preziosa la pi` che millenaria sorveglianza dei cieli da u parte degli astronomi cinesi. Linterpretazione di quelle antiche cronache non ` peraltro n facile e e

18 Tab. 2. Le Supernovae galattiche registrate storicamente. Per ogni evento viene data la costellazione in cui ` apparso, seguita da stime -quando disponibili- della magnitudine al massimo e dal tipo di e evenyo. Costellazione SN185 SN393 SN1006 SN1054 SN1181 SN1572 SN1604 SN1667 Centaurus Scorpius Lupus Taurus Cassiopeia Cassiopeia Ophiuchus Cassiopeia mag ? ? -9 -5 -1 -4 -3 ? Tipo ? ? ? II II, Ia Ia II? ? Testi Cina Cina Cina, Giappone, Corea, Europa Cina, Giappone Cina, Giappone Cina, Corea, Europa Cina, Corea, Europa Nessuna registrazione

Fig. 11.15. Proiezione sul piano galattico della collocazione delle Supernovae registrate storicamente .

n immediata, dovendosi cercare di selezionare le SN da una vasta categoria di stelle visitatrici e nella quale i cinesi registravano indierentenmente comete, novae e supernovae. Si vede anche come lEuropa immersa nelle tenebre del Medio Evo abbia ignorato ben due SN su tre. In particolare la SN1054 doveva probabilmente essere visibile di giorno ad occhio nudo, ma non interess` un mondo o che aveva abbandonato lantica astronomia per lastrologia. Ricordiamo qui che a questa SN corrispone oggi il remnant noto come Crab Nebula al cui interno ` stata osservata una stelle di e neutroni ruotante (Pulsar). Straordinario il caso di SN1667 che, inspiegabilmente, non ` stata ose servata da nessuno, ma la cui esplosione sembra indiscutibilmente testimoniata dalle caratteristiche del remnant rivelato in tempi relativamente recenti. In base agli eventi storicamente accertati la frequenza di Supernovae galattiche risulterebbe quindi dellordine di 1 ogni 250 anni. Lo studio delle SN si basa peraltro sulla ricerca di tali eventi nelle galassie esterne, ricerca che nel solo anno 2003 ha prodotto oltre 300 eventi. Dalle stime eseguite sulla base si tali ricchi campioni si ricava che in una galassia quale la nostra ci si attende 1 evento ogni 80-100 anni, con una frequenza quindi circa tre volte superiore a quella osservata. La discrepanza risulta peraltro facimente spiegabile : come mostrato in Fig. 11.15le SN storiche si collocano tutte attorno al Sole, in un settore angolare di circa 60 gradi centrato sul centro galattico. Se ne trae levidenza che in una larga porzione della Galassia le SN sono passate e passano in realt` a inosservate a causa del forte assorbimento della bamda ottica prodotto dalla materia interstellare.

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Fig. 11.16. Pannello di sinistra: abbondanza di 7 Li nelle atmosfere di stelle di MS negli ammassi delle Iadi e Pleiadi. La freccia indica il dip presente nelle Iadi, attribuito ad ulteriori eetti di diffusione microscopica e levitazione radiativa. Pannello di destra: la distribuzione di abbondanze nelle Pleiadi confrontata con le previsioni teoriche per due diverse assunzioni sul valore della lunghezza di rimescolamento.

E stato stimato che la magnitudine visuale pi` probabile per la prossima SN galattica sar` u a attorno a magnitudine 21. Questo non ` il caso quando si osservi in bande infrarosse: ad esempio in e banda K una qualunque SN galattica risulterebbe con alta probabilit` tra gli oggetti pi` luminosi a u del cielo. Un controllo dela Galassia in banda IR sarebbe quindi altamente augurabile, in sinergia con i rivelatori che hanno mostrato di essere in grado di rivelare i neutrini emessi da una SN extragalattica, quale fu la 1986a nella Grande Nube di Magellano. Nelloccasione ricordiamo inne come le supernovae vengano targate in ordine di scoperta, con il numero dellanno seguito da a, b...z per le prime 26, poi da aa, ab... az, ba, bb etc. La 1986a fu quindi la prima SN osservata nellanno 1986.

A11.4. Misure di Li atmosferico


Le misure di abbondanza di 7 Li nelle atmosfere delle stelle povere di metalli ` un dato di grande e rilevanza per le indagini sulla produzione di elementi nel quadro della cosmologia del Big Bang. Il problema di quanto il Li rivelato in quelle stelle possa essere assunto direttamente come valore cosmologico ` stato a lungo dibattuto. Misure del rapporto 6 Li/7 Li sembrerebbero confortare una tale e ipotesi, sembrando escludere lecienza di meccanismi di distruzione che avrebbero maggiormente operato sul pi` fragile nuicleo di 6 Li. Qui vogliamo per` interessarci dellevidenza osservativa per la u o quale in tutte le stelle il Li atmosferico scompare progressivamenteal al diminuire delle temperature ecaci al di sotto di un determinato valore. La Fig. 11.16 riporta a titolo di esempio nel pannello di sinistra le abbondanze atmosferiche misurate lungo la sequenza principale degli ammassi delle Iadi e Pleiadi. In linea di principio tale andamento riponde a ben precise previsioni teoriche. Al diminuire della temperatura ecace aumenta infatti la profondit` raggiunta dalla convezione subatmosferica e, con essa, la temperatura a raggiunta del rimescolamento convettivo. Conseguentemente il Li viene portato a temperature sempre pi` elevate dove viene distrutto per catture protoniche. u I modelli teorici mostrano che per stelle di massa non troppo piccola tale consumo di Li atmosferico avviene essenzialmente durante le fasi di presequenza, mentre durante tutta la successiva fasi di MS labbondanza viene solo marginalmente modicata. Il Pannello di destra della stessa gura mostra come le predizioni teoriche dipendano peraltro fortemente dalle assunzioni sul valore della mixing length: allaumentare della mixing length diminuisce il gradiente (superadiabatico) di temperatura e aumentano insieme inviluppo convettivo, temperatura di base della convezione e deplezione del Li. Il riscontro con i dati sperimentali presenta alcuni problemi cui qui brevemente accenniamo. Innanzitutto i dati di deplezione del Li richiederebbero un valore di mixing length diverso da quello adatto ai modelli di MS. Nulla osta peraltro che nelle due fasi la convezione abbia diverse ecienze, come valutate nel quadro della lunghezza di rimescolamento. Pi` grave ` levidenza che il valore u e

20 del Li solare risulta minore di quello misurato negli ammassi, anche se le metallicit` sono analoghe a e la teoria non prevede tale sensibile diminuzione con let`. Terminiamo qui questi brevi cenni che a intendono solo attirare lattenzione sul pi` generale problema degli elementi leggeri nelle atmosfere u stellari, problema ancora meritevole di approfondite indagini.

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Origine delle Figure Fig.11.1 Castellani V. 1981, Introduzione allAstrosica Nucleare, Newton Compton, Roma Fig.11.2 Audouze J., Vauclair S. 1980, An introduction to Nuclear Astrophysics, Reidel Publ. Comp. Fig.11.3 Clayton D.D. 1968, Principles of Stellar Evolution and Nucleosynthesis, McGraw-Hill Fig.11.4 Castellani V. 1985, Astrosica Stellare Zanichelli ed. Fig.11.5 Clayton D.D. 1968, Principles of Stellar Evolution and Nucleosynthesis, McGraw-Hill Fig.11.6 Audouze J., Vauclair S. 1980, An introduction to Nuclear Astrphysics Reidel Publ. Comp. Fig.11.7 Rosino L., 1985, Gli Astri, UTET Fig.11.8 Stephenson F.R. 1975, Origin of Cosmic Rays, Reidel Publ. Comp. Fig.11.9 Auduze J.,Boulade O., Malinie G., Pollane Y. 1983, A&A 127, 164 Fig.11.10 Audouze J., Vauclair S. 1980, An introduction to Nuclear Astrophysics, Reidel Publ. Comp. Fig.11.11 Shade J, Wood F.B. 1978, Interacting Binary Stars, Pergamon Press. Fig.11.12 Pringle J.E. 1985, in Interacting Binary Stars, Cambridge Univ. Press. Fig.11.13 Rucinski S.M. 1985, in Interacting Binary Stars, Cambridge Univ. Press. Fig.11.14 Karttunen H., Kroeger P., Oja H. et al. 1996, Fundamental Astronomy, Springer Fig.11.15 Piersanti L. 2001, Tesi di Dottorato, XIV Ciclo, Univ. Federico II, Napoli Fig.11.16 Imperio A., Castellani V., DeglInnocenti S. 2001, in HR diagrams and stellar evolution, ASP Conference Series

Capitolo 12 Appendici
12.1. Grandezze fondamentali
Grandezze Fisiche Costante di Gravitazione Costante di Boltzmann Costante di Planck Costante di Corpo Nero Velocit` della luce a Costante di Stefan Boltzmann Massa dellelettrone Energia a riposo dellelettrone Massa del protone Energia a riposo del protone Carica dell elettrone Raggio classico dellelettrone Sezione durto Thomson Volt-elettrone Energia associata a 1 K Temperatura associata ad 1 eV Grandezze Astronomiche Massa del Sole Luminosit` del Sole a Raggio del Sole Magnitudine Visuale del Sole Magnitudine assoluta del Sole Indice di colore del Sole Unit` Astronomica a Parsec Anno Luce M = 1.99 1033 L = 3.90 1033 R = 6.96 1010 V = -26.74 MV = +4.83 B-V = 0.62 1 A.U. = 1.49 1013 1 pc = 3.09 1018 1 ly = 9.46 1017 gr erg sec1 cm mag mag mag cm cm cm G = 6.67 108 k = 1.38 1016 h = 6.62 1027 h = h/2= 1.05 1027 a = 7.56 1015 c = 3.00 1010 = ac/4 = 5.67 105 me = 9.11 1028 me c2 = 0.511 mp = 1.67 1024 mp c2 = 938.27 e = 4.80 1010 re = e2 /me c2 = 2.82 1013 2 (8/3)re = 6.65 1025 1 eV = 1.60 1012 8.62 105 1.16 104 dyn cm2 g erg K1 erg sec erg sec erg cm3 K4 cm sec dyn cm2 K4 gr MeV gr MeV ues cm cm2 erg eV K

12.2. Funzioni di Fermi


Valori delle funzioni di Fermi Fn () =
0

xn dx e+x + 1

per vari valori di n ed al variare del parametro di degenerazione = da -4 (gas non degenere) a +20 (completa degenerazione).
-4.0 -3.5 -3.0 -2.5 -2.0 -1.5 -1.0 -0.5 0.0 0.5 1.0 1.5 2.0 2.5 3.0 3.5 4.0 4.5 5.0 5.5 6.0 6.5 7.0 7.5 8.0 8.5 9.0 9.5 10.0 10.5 11.0 11.5 12.0 12.5 13.0 13.5 14.0 14.5 15.0 15.5 16.0 16.5 17.0 17.5 18.0 18.5 19.0 19.5 20.0 F1/2 0.016 0.026 0.043 0.070 0.114 0.183 0.290 0.449 0.678 0.990 1.396 1.900 2.502 3.196 3.976 4.837 5.770 6.772 7.837 8.962 1.014 1.137 1.266 1.399 1.538 1.680 1.827 1.979 2.134 2.293 2.457 2.624 2.795 2.969 3.147 3.329 3.514 3.702 3.894 4.089 4.287 4.488 4.692 4.900 5.110 5.323 5.540 5.759 5.981 13 48 37 72 59 80 50 79 09 21 38 83 46 60 98 07 73 57 97 99 43 90 46 91 05 71 76 04 45 86 18 32 18 68 75 31 30 65 30 21 30 54 86 24 61 94 19 31 26 F3/2 0.024 0.039 0.065 0.107 0.175 0.285 0.460 0.734 1.152 1.772 2.661 3.891 5.537 7.668 1.035 1.365 1.762 2.232 2.780 3.409 4.126 4.932 5.834 6.833 7.935 9.142 1.045 1.188 1.342 1.508 1.686 1.877 2.080 2.296 2.526 2.769 3.025 3.296 3.581 3.880 4.194 4.523 4.867 5.227 5.603 5.994 6.401 6.825 7.265 27 93 61 58 80 77 85 66 80 79 68 98 25 80 37 42 77 73 24 92 10 90 22 81 26 02 74 47 70 74 88 41 62 78 16 03 64 26 12 48 58 66 94 66 05 33 72 43 68 F1/2 0.032 0.052 0.085 0.137 0.219 0.342 0.521 0.764 1.072 1.431 1.820 2.214 2.595 2.953 3.285 3.591 3.874 4.137 4.383 4.614 4.833 5.042 5.241 5.432 5.617 5.795 5.967 6.134 6.297 6.455 6.609 6.760 6.907 7.051 7.193 7.331 7.467 7.600 7.731 7.860 7.986 8.111 8.234 8.355 8.474 8.591 8.707 8.822 8.935 04 40 26 58 18 62 14 34 16 68 40 36 40 46 22 32 34 4 2 6 8 2 6 8 0 0 4 6 2 4 6 4 6 8 0 4 2 6 4 2 8 6 2 2 4 8 6 0 0

101 101 101 101 101 101 101 101 101 101 101 101 101 101 101 101 101 101 101 101 101 101 101 101 101 101 101 101 101

101 101 101 101 101 101 101 101 101 101 101 101 102 102 102 102 102 102 102 102 102 102 102 102 102 102 102 102 102 102 102 102 102 102 102

12.3. Sistemi fotometrici


A partire da circa la met` del secolo scorso, ` stato progressivamente introdotto un gran a e numero di sistemi fotometrici, talch al presente il Database di Asiago ne lista pi` di 200. e u Nella tabella ne riportiamo alcuni tra i pi usati. Per lungo tempo il sistema UBV di Johnson e Morgan del 1953, con la rielaborazione ed estensione allinfrarosso di Johnson (1965), hanno costituito uno standard quasi universalmente adottato. In tempi pi` recenti hanno u peraltro registrato una crescente applicazione i sistemi rossi e infrarossi SAAO e di Cousin. Di particolare rilevanza il sistema di ltri adottato dallHubble Space Telescope (HST) di cui riportiamo, a titolo di esempio, alcuni tra i numerosi ltri della Wide Field Planetary Camera 1 (WFPC1): tre bande UV e i due ltri che pi` da vicino approssimano le bande B e u V di Johnson. In coda alla tabella riportiamo inne il sistema a banda stretta di Strmgren, o che dal 1956 continua a godere una buona popolarit` per la particolare correlazione dei suoi a indici di colore con importanti caratteristiche delle strutture stellari, quali la metallicit`. a
Sistema Johnson and Morgan Anno 1953 Banda U B V U B V R I J K L M J H K L M R I 122M 194W 336W 439W 455W u v b y H H c 3580 4390 5450 3516 4407 5479 6846 8640 1.25 2.20 3.57 5.00 1.23 1.65 2.23 3.46 5.08 6470 7865 1218 1887 3358 4330 5380 3449 4109 4672 5476 4857 4857 WHM 550 990 850 684 927 875 2090 2194 0.37 0.59 1.00 1.19 0.28 0.31 0.36 0.57 0.53 1515 1090 162 427 466 671 1587 377 199 180 235 30 140

Johnson

1965

SAAO

1973

Cousins WFPC1

1976 1989

Strmgren and Crawford o

1956

La Tabella riporta nellordine la designazione del sistema fotometrico, lanno di denizione, le bande del sistema, la lunghezza donda centrale c e la larghezza a mezza altezza (WHM). Ove non altrimenti indicato le lunghezze donda c sono in Angstrom, i valori della WHM nella stessa unit` di c . a

12.4. Diagrammi HR teorici ed osservativi


La Fig. 12.1 riporta la relazione tra temperatura ecace ed indice di colore per una stella di composizione chimica solare e gravit` superciale log g = 3.5. a

Fig. 12.1. Indice di colore B-V in funzione della temperatura ecace Te.

Come atteso, si evidenzia come lindice B-V risulti ben correlato con le temperature ecaci solo per Te minori di 10000 K. A temperature maggiori lindice tende a saturare, tendendo asintoticamente ad un valore di poco inferiore a -0.2. Nel contempo la correzione bolometrica ha un minimo per Te 6700 K, temperatura alla quale ` massima lemissione nella banda del visibile. La Fig. 12.2 pone in evidenza le e trasformazioni topologiche che ne seguono nel trasportare dati da un diagramma HR teorico logL, logTe al corrispondente diagramma CM osservativo Mv, B-V.

Fig. 12.2. Collocazione nel diagramma CM dei rettangoli del corrispondente diagramma teorico.

Si pu` in particolare notare la drastica deformazione dei dati teorici alle maggiori tempero ature, dovuta alla concomitante azione della compressione dei valori di B-V e al subitaneo aumento della correzione bolometrica. Se ne trae levidenza che la distribuzione nel diagramma CM dei Rami Orizzontali degli ammassi globulari ` largamente il risultato di una e tale trasformazione. In tale contesto ` utile notare come la subitanea variazione di pendenza e che si verica attorno ai 10 000 K (Turn Down) possa essere usato come un adabile indicatore di temperatura, utile per ricavare una valutazione delle temperature indipendente dal colore nel caso di ammassi molto arrossati. Resta peraltro evidente che uno studio dettagliato delle strutture di stelle calde di Ramo Orizzontale richiede lutilizzo di opportune indici di colore in bande UV.

12.5. Potenziali di ionizzazione


La Tabella riporta per i vari elementi il valore in eV dellenergia necessaria per lestrazione dei primi dieci elettroni periferici cui corrispondono i primi dieci gradi di ionizzazione e le conseguenti caratteristiche sequenze di righe spettrali (I= atome neutro, II = una volta ionizzato etc).

Z 1H 2 He 3 Li 4 Be 5B 6C 7N 8O 9F 10 Ne 11 Na 12 Mg 13 Al 14 Si 15 P 16 S 17 Cl 18 Ar 19 K 20 Ca 21 Se 22 Ti 23 V 24 Cr 25 Mn 26 Fe 27 Co 28 Ni 29 Cu 30 Zn 31 Ga 32 G 33 As 34 Se 35 Br 36 Kr 37 Rb 38 Sr 39 Y 40 Zr 41 Nb 42 Mo

I 13.598 24.587 5.392 9.322 8.298 11.260 14.534 13.618 17.422 21.564 5.139 7.646 5.986 8.151 10.486 10.360 12.967 15.759 4.341 6.113 6.54 6.82 6.74 6.766 7.435 7.870 7.86 7.635 7.726 9.394 5.999 7.899 9.81 9.752 11.814 13.999 4,177 5.695 6.38 6.84 6.88 7.099

II

III

IV

VI

VII

VIII

IX

54.416 75.638 18.211 25.154 24.383 29.601 35.116 34.970 40.962 47.286 15.035 18.828 16.345 19.725 23.33 23.81 27.629 31.625 11.871 12.80 13.58 14.65 16.50 15.640 16.18 17.06 18.168 20.292 17.964 20.51 15.934 18.633 21.19 21.8 24.359 27.28 11.030 12.24 13.13 14.32 16.15

122.451 153.893 37.930 47.887 47.448 54.934 62.707 63.45 71.64 80.143 28.447 33.492 30.18 34.83 39.61 40.74 45.72 50.908 24.76 27.491 29.310 30.96 33.667 30.651 33.50 35.17 36.83 39.722 30.71 34.22 28.351 30.820 36 36.95 40 43.6 20.52 22.99 25.04 27.16

217.713 259.368 64.492 77.472 77.412 87.138 97.11 98.91 109.24 119.99 45.141 51.37 47.30 53.46 59.81 60.91 67.10 73.47 43.266 46.707 49.1 51.2 54.8 51.3 54.9 55.2 59.4 64 45.71 50.13 42.944 47.3 52.5 52.6 57 61.8 34.34 38.3 46.4

340.217 392.077 97.888 113.896 114.240 126.21 138.39 141.26 153.71 166.77 65.023 72.68 67.8 75.02 82.66 84.41 91.66 99.22 65.23 69.3 72.4 75.0 79.5 75.5 79.9 82.6 93.5 62.63 68.3 59.7 64.7 71.0 71.6 77.0 81.5 50.55 61.2

489.981 552.057 138.116 157.161 157.93 172.15 186.50 190.47 205.05 220.43 88.049 97.03 91.007 100.0 108.78 111.1 119.36 128.12 90.56 95 99 102 108 103 108

667.029 739.315 185,182 207.27 208.47 224.94 241.43 246.52 263.22 280.93 114.193 124.319 117.56 127.7 138.0 140.8 150.17 161.1 119.27 125 129 133 139 134

871.387 953.886 239.09 264.18 265.90 284.59 303.17 309.41 328.23 348.28 143.456 154.86 147.24 158.7 168.5 173.7 184.7 196.46 151.06 157 162 166 174

1103.09 1195.60 299.87 327.95 330.21 351.10 371.73 379.10 400.05 422.44 175.814 188.54 180.02 193.2 205.8 209.3 221.8 235.04 186.13 193 199 203

1362.16 1465.09 367.53 398.57 401.43 424.50 447.09 455.62 478.68 503.44 211.70 225.32 215.91 230.5 244.4 243.3 262.1 276 224.5 232 238

127.6 81.70 88.6 78.5 84.4 90.8 93.0 102.6 68

155.4 103.0 111.0 99.2 106 116 125 126.8

192.8 126 136 122.3 129

230.9 150 162 146.2

277.1 177 191

153

Come atteso, lenergia per estrarre lultimo elettrone, giungendo alla ionizzazione totale, appare crescere con continuit` allaumentare di Z. Per il Ca risulta, ad esempio, pari a a 5470 V. Si noti come molti elementi posseggano potenziali di prima ionizzazione inferiori a quello dellidrogeno, richiedendo quindi minori temperature per una prima ionizzazione. Caso dierente ` invece quello dellelio che, assieme al Neon, richiede temperature pi elevate: e le righe dellHeII appariranno quindi solo ad alte temperature, alle quali lidrogeno ` ormai e in larga parte completamente ionizzato. Per lapparizione di righe dellHeII nello spettro del visibile si richiede anche che gli elettroni dellatomo una volta ionizzato si portino a popolare livelli eccitati le cui energie di transizione ricadano nella banda ottica. Transizioni dallo stato fodamentale interessano infatti solo lestremo UV.

12.6. I nuclei atomici


La Tabella riporta leccesso o difetto di massa di nuclei sino al Silicio, ogni nucleo restando identicato dal numero di protoni (Z) e da quello di neutroni (N). Per maggior chiarezza, al di sotto di ogni valore di Z viene anche indicato il simbolo del ripettivo elemento chimico. Leccesso di massa ` misurato per ogni nucleo come M-A (in MeV), dove A ` il numero di e e nucleoni e si assume come unit` di massa 1/12 della massa del nucleo del Carbonio 12. La a sottolineatura segnala le congurazioni stabili.

1 H

2 He

3 Li

4 Be

5 B

6 C

7 N

8 O

9 F

10 Ne

11 Na

12 Mg

13 Al

14 Si

N 0 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18

7.29 13.14 14.95 25.90 33.80 . . . . . . . . . . . . . .

14.93 2.42 11.39 17.59 26.11 31.65 . . . . . . . . . . . .

25.13 11.68 14.09 14.91 20.95 24.97 35.30 43.30 . . . . . . . . . .

18.38 15.77 4.94 11.35 12.61 20.18 25.00 35.70 . . . . . . . . .

27.94 22.92 12.42 12.05 8.67 13.37 16.56 24.20 29.4 . . . . . . . .

28.91 15.70 10.65 0.00 3.13 3.02 9.87 13.69 17.60 . . . . . . .

25.50 17.34 5.35 2.86 0.10 5.68 7.87 13.27 16.40 . . . . . .

23.11 8.01 2.86 -4.74 -0.81 -0.78 3.33 3.80 10.70 . . . . .

17.70 10.69 1.95 0.87 -1.49 -0.02 -0.05 2.83 . . . . .

16.48 5.32 1.75 -7.04 -5.73 -8.03 -5.15 -5.95 . . . .

12.98 6.84 -2.18 -5.18 -9.53 -8.42 -9.36 -7.51 -6.60 . .

17.50 10.91 -0.38 -5.47 -13.93 -13.19 -16.21 -14.58 -15.02 . .

18.00 6.77 -0.05 -8.91 -12.21 -17.20 -16.85 -18.21 -15.89 .

10.80 3.82 -7.15 -12.39 -21.49 -21.89 -24.43 -22.95 -24.09

Si noti lassenza di isobari contigui e, in generale, come lisotopo stabile rappresenti la congurazione a massima energia di legame ( massa minima) tra tutti i suoi isobari. Dai dati in tabella, ` immediato ricavare lenergia fornita per nucleone nelle successive e fusioni di H in He, He in C e cos` di seguito. Queste energie sono riportate nella successiva tabella ove si ` fatto uso dellulteriore dato che fornisce per il Fe 56 un eccesso di massa pari e a -60.61 Mev

H 4 He 4 He12 C 12 C 24 Mg 24 Mg28 Si 28 Si56 Fe

6.68 0.60 0.58 0.19 0.31

MeV MeV MeV MeV MeV

Se ne evince ancora una volta che la fusione dellidrogeno in elio ` di gran lunga la e maggior sorgente di energia nucleare a disposizione delle strutture stellari e, di conseguenza, che la stragrande maggioranza delle strutture stellari osservate devono essere in fase di combustione di idrogeno.