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Carlo Lombardi

Impianti nucleari

Area S.B.A.
Biblioteca Centrale
di In~e<'"""na
Indice

Xlii Prefazione

------ 1 PARTE PRIMA

3 Cap. 1 Introduzione
3 1. 1 Una breve sintesi dell'evoluzione dell'energia
nucleare
6 1.2 Date storiche dell'energia nucleare

.~----9 Cap. 2 Richiami di fisica nucleare


1
" l'l • tgl11 © Polipress 2009 - Politecnico di Mi la no 9 2.1 Struttura dell'atomo e del nucleo
Piazza Leonardo da Vinci, 32- 20133 Milano 11 2.2 Radioattività

Prim a edizione: aprile 2009 14 2.3 La fissione nucleare


16 2.4 l nuclei fertili

21 Cap. 3 Princi i di funzionamento del eatt.or.e


-----
www.po li pressedirore.it
nucleare - -
21 3.1 Bilancio di neutroni
23 3.2 Il controllo del reattore
Stamp:n o da: Ceca SpA 26 3. 3 Moderazione dei neutroni
Via Magcllano, Il
20090 Cesano boscone, (M I) 31 Cap.4 l_mpianti nucleari di potenza
31 4.1 Il reattore nucleare
P. fl3 . '''111~ LE
34 4.2 Classificazione dei reattori nucleari
lNr •. ' ' Il\
35 4. 3 Reattori moderati a grafite
1111 11 1 d ldttlli " '' v.ul . Rlp•mh11io•u· ·" " 1. 1• 1'·" '1.11 l'• •• l 'T.:c"lH (' MI LI\N0
,11 'i'" ~11 l'" ltltllc.ll iutH' I'"'\ '''"' " ' tlp••H iclll.l, ''" l 35 4.3. 1 Generalità
oli ltt lll ll Ili Il ll olll ll ll'_,ol , i li ljlllll~i.l~i l 111111 11 11 1 CIII IJ 38 t1.3.2 l reattori Magnox
l l1 1111111 11 Il , l t il Il tll illll, fllitll l f'11tdll til ll11' 1111 1111 111 / t • .! l ~1 Hi ~8 t1.3.3 Gli Mvt~nrNI Gns Rcactors, AGR
1" ""' ·~" •• ' ' "" .J,, l'•" li' d,l l'hllt"" M ,, t17 ti . 3.t1 11 t•, tiiOillll GR

•,o ti ,ti HP, l t l orlrnoclt•t .lll .1d ,1( q11.1 lc'HHC'Irl


1
t0 !1 ,11 1 (11 1Tlt' ltlltl tl
1
111 •1,•1 ~ Hr•o1tl tlll 11cl r1t qtlll lllllll ''•'•l<ltll'. l'Wl{ 1()/ (t . 1 l Un l l'olli OII'I HI( h•tlll'lltlllll oll('
,,, •1,•1 l I(Pnll 0 1l '" l rH q1111 hollt •tll 1•, HWl ~
11 •1.'• Ht•r111ot1 rnodt•r,ll f .Hl d .. (jllr pesante 169 Cap. 7 Impianti nucleari a fusione
Il ·1. 't. l ( ! ( 'lll'tlll1t ,ì
169 7. 1 Introduzione
~ ,,
Jl, '• ·) l ' linpi.111LO CANDU PI IWR
169 7.2 Le reazioni di fusione
Il •1 ·Ut Rl'tlllor i veloci
177 7.3 Il confinamento e l'ignizione di un plasma
ll l IJ .(t . l Definizione e fondamenti teorici
t ermonucleare
1111 11 .6./ Scelte base di progetto
'JII 4.6.3 Schema di principio di un reattore veloce 180 7.4 Confinamento magnetico
l)'• '1.1 L'esperienza acquisita 191 7.5 Confinamento inerziale

11111 4. H Reattori nucleari di nuova concezione 197 7.6 Il reattore a fusione

11111 '! .<) Il reattore IRIS 207 7.7 La fusione fredda

111 ( c\p. 5 Fattori _5:ondizionanti lo sviluppo


deli' energia nucleare -
211 PARTE SECONDA
l ti
Il ~
' ·' Generalità
'• .'l Affidabilità
213 Cap. 1 Cicli termodinamici

""
t
'• · l
t, l
Sicurezza
Economicità
213
215
1.1
1.2
Generalità
Ciclo di Carnot e cicli reali
t
• '• ., Altri fattori
216 1. 3 Il ciclo di Rankine, cicli rigenerativi e con
surriscaldamento
f) , (, Il ciclo del combustibile 1.4 Generatori termici nucleari
220
tt l Gt ~neralità 225 1.5 Turbine a vapore per reattori nucleari
,, J l{isorse d'uranio Turbine a ciclo diretto
229 1.6
,, l Domanda d'uranio 232 1.7 Cicli a gas
t' ,, ~
Utilizzo dei materiali fertili 236 1.8 Cicli a gas chiusi
(, , '•
'"'
~~~ '' ·(t
Il riciclo del plutonio
Purificazione dell'uranio e conversione
in esafluoruro
241
244
1.9
1.1 o
Il fluido di lavoro
La rigenerazione
246 1. 11 L'interrefrigerazione
111'1 l Arricchimento dell'uranio
,.,,
(t
248 1.12 Esempio di calcolo di un ciclo chiuso a gas
ft . H Fabbricazione degli elementi di combustibile rigenerativo ed interrefrigerato

""
l'li
(t.!)

(t . IO
Funzionamento in reattore
l mmagazzi namento, trasporto e trattamento del
combustibile esaurito
251 1.13 La regolazione di potenza nei cicli chiusi a gas

255 Cap. 2 Effetti termici di impianti termoelettrici


l't / 6. 11 Confinamento dei rifiuti radioattivi
255 2. 1 Introduzione
lro 1t 6. 17 Lo smnnlcllamcnto degli impianti nucleari A'>IWt\ i qu t~nl ittllivi del problema
7 'J/ 7.7
(e/C'commi~ ~ /c)l 11 ng)
}'•Il }. l Allt •l tll iOIII ' tPIIl11t ,, cl<•i cOI '>I ci ',Kqua nallJrnli
)60 2.'1 Effe tti sull'ecosiste ma I 110 1.10 l>lnunl< '' dc •llluldl hll cl'.t'
163 2.5 Norme di protezione l. 11
l'Il C. on•.ldc•r t11fonf di pr ogctlo
'166 2.6 Possibili soluzioni per ridurre gli effetti termici
767 2.7 Metodi a lternativi di raffreddamento
l71 2.8 Possibili utilizzi del calore di scarico
361 Cap.4 Termomeccanica
361 4.1 Introduzione
273 Cap. 3 Termoidraulica del fluido termovettore 362 4.2 Me ccanismi di guasto meccanico
273 3.1 Introduzione 367 4.3 Distribuzione di temperatura in solidi
274 3.2 Considerazioni generali 368 4.4 Sforzi meccanici di origine termica
275 3.3 Moto di fluidi monofase in condotti. 380 4.5 Metodo degli e lementi finiti
275 3. 3.1 Definizioni 391 4.6 Criteri di verifica nella progettazione meccanica di
278 3.3.2 Equazioni di conservazione componenti per impianti nucleari
281 3.3.3 Cadute di pressione per attrito 393 4.6.1 Tipi di sollecitazione
286 3.4 Trasferimento di calore per convezione in fluidi 395 4.6.2 Livelli di se rvizio e condizioni di carico
monofase 400 4.6.3 Criteri di verifica ASME
286 3.4.1 Coefficiente di trasmissione del calore per convezione 407 4.6.4 Verifiche di resistenza statica
286 3.4.2 Modalità della trasmissione di calore e tipi di correlazioni 418 4.6.5 Un esempio applicativo
288 3.4.3 Trasmissione di calore in fluidi di bassa conducibilità
termica
291 3.4.4 Trasmissione di calore in fluidi di elevata conducibilità 425 Cap. 5 Protezione dalle radiazioni
termica
295 3.4.5 Le alettature 425 5.1 In troduzione
298 3.4.6 Metodi di predizione 426 5.2 Danno biologico, unità di dose, livelli ammissibili
301 3.5 Miscele bifase 428 5.3 Effetti della radiazione sull'uomo
301 3. 5.1 Generalità 431 5.4 Sorgenti r adioattive di un reattore
304 3. 5.2 Definizioni
306
434 5.5 Attenuazione dei raggi "' ne lla materia
3.5.3 Il canale bollente
308 3.5.4 Idrodinamica de lle miscele adiabatiche 441 5.6 Attenuazione dei neutroni nella materia
314 3.5.5 Densità de lle miscele 444 5.7 Cenni sui metodi esatti per il calcolo della
319 3.5.6 Cadute di pressione radiazione attraverso uno schermo
328 3.6 Crisi della trasmissione del calore in fluidi bollenti 446 5.8 Schermi per reattori nucleari
328 3.6.1 Introduzione 448 5.9 Attivazione dei fluidi termove ttori
330 3.6.2 Fenomenologia della crisi termica 450 5.10 Protezione da irradiazione inte rna
333 3.6.3 Crisi di tipo a) o DNB
336 3.6.4
451 5.11 Trattamento degli effluenti radioattivi
Crisi di tipo b) o dryout: andamento normale
338 3.6.5 Correlazione di crisi di tipo b)
343 3.7 Coefficienti di trasmissione di calore con fluidi 455 Cap. 6 Ingegneria dei circuiti idraulici
bollenti
455 6. 1 In trod uzio ne
344 3.8 Condensazione del vapore
4 1
)) 6.7 Tfplc: i circuiti di un im pianto e le ttronucleare
345 3.9 Instabilità termoidrauliche in sistemi bifase
IlM 6. 1 Pr O\Wilc> ci(•l c h c uili
116/ 6.'1 111uyrltn r'lt-c t !livo ch•l c ltt 11ltl 563 Cap. 8 Metodoloa1a d1 proaettazione
468 6. '> l 1tl1111lnnl 1
161 H. l lntr octuJionc
471 6.6 V.1tvolc• '.>66 8.2 La progettazione nucleare
475 6.7 Pompe '1M 8.2.1 Specificità dell a progettazione nucleare
'179 6.8 Pompe con tenuta rotante
'>66 8.2.2 Classi di sicurezza, livelli di qualit à e cat egorie sismiche
~69 8.2.3 Metodi probabilistici
488 6.9 Pompe elettromagnetiche
573 8.2.4 Innovazioni tecnologiche
489 6.10 Cavitazione delle pompe )75 8.3 Normativa nucleare
491 6.11 Transitorio di portata in caso di m~n canza di energi a 578 8.4 Garanzi a della Qualità
493 6.12 Curve caratteristiche delle pompe nei diversi 578 8.4.1 Generalità
quadranti
580 8.4.2 Principi su cui si basa un programma di Garanzi a della
Qualità
497 Cap. 7 L'elemento di combustibile 582 8.4.3 Garanzia della Qualità in progetto
497 7.1 Generalità 587 8.5 Normati va ASME
'197 7.1.1 Introduzione
500 7.1 .2 Garanzie del combustibile 591 Cap. 9 La sicurezza degli impianti nucleari
!:101 7.1.3 Sicurezza 591 9.1 Generalità
~0 1 7.1.4 Garanzia della qualità
592 9.2 Possibili incidenti
l02
1
7.2 Requisiti funzionali
'>02 7.2.1 596 9.3 Considerazioni generali sulla sicurezza
Requisiti neutronici e parametri di reticolo
'>05 7.2.2 596 9.3.1 Capisaldi della sicurezza
Requisiti termoidraulici
'>06 7.2.3 600 9.3.2 Sicurezza intrinseca
Requisiti meccanici
!>06 7.2.4 603 9.3.3 Caratteristi che generali del sistema di protezione
Requisiti dei materiali
'>07 7.2.5 604 9.3.4 Reattori a maggi or sicurezza intrinseca e passiva
Requisiti economici
'>08 7.3 608 9.4 Il sistema d'iniezione d'emergenza
Aspetti generali della progettazione
del combustibile 611 9.5 Il contenitore
'> 11 7.4 Aspetti generali del progetto termomeccanico 611 9.5.1 Descrizione dei diversi t ipi
613 9.5.2 Pressione di progetto
'> 13 7.5 Progettazione t ermica di barretta
614 9.5.3 Aspetti costruttivi
'>13 7.5. 1 Limiti t ermici
616 9.5.4 Perdite dal contenitore
'> 16 7.5.2 Distri buzione di temperatura in condizioni stazionarie
617 9.5.5 Sistemi ausiliari
~20 7.5.3 Resistenza t ermica dell'intercapedine
guaina-combustibile 619 9.5.6 Considerazioni conclusive
522 7.5.4 Modelli di comportamento del combust ibile 620 9.6 Incidenti di reatti vità
~39 7.6 Progetto meccanico della barretta 62'1 9.7 Incidenti di mancato raffreddamento
'339 7.6.1 l limiti meccani ci 626 9.8 Inci denti di perdita del fluido t ermovettore
540 7.6.2 Stato di sollecitazione e di deformazione della guaina
5'13
631 9.9 Valutazione del grado di sicurezza
7.6.3 Analisi delle sollecitazioni
61 1 9. 9.1 Gt•tWtflltlA
'>-1-1 7.6.4 lnterazioni guaina-pastiglia
611 9.9.1 Allo l li•, l dc•RIIInc lclc·nt l
!>!>6 7.7 Gr iRl i<' \paziatrici (, 1(, '} . ') l ( tllc•rl dl •,lc 111 1'11•1
'>'>1 /.H llr•tnr•rtlo eli cornhtt<;l ihllf' (t·ll 'J l) ·l l'•li'lllllcclo ptollothlll•,tlc 11
9.1o Esempio di un calcolo d'incidente Prefazione
9. 11 Incident i in impianti nucleari
9.1 2 L'incidente di Three Mile lsland (TMI)
6!1'1 9.1 2.1 L'impianto
6:.,2 9. 12. 2 Sequenza cronologica degli eventi
6'>6 9.1 2. 3 Effetti dell'incidente
1'1'18 9. 12.4 Gli insegnamenti dell'incidente
l11i•t.i ai l ' in segn:~ mc •H o d i Impian ti N ucleari nel 1960 al Politecnico
659 9.13 L'incidente di Chernobyl
d i Mi lnno ne l D ip:tnimento d i Ingegneria Nucleare, prima come
6!19 9.13.1 L'impianto
>1 \~ iS t l·nt e del co 111pianro professar M ario Silvestri, poi come incari-
(,62 9.13.2 Sequenza cronologica degli eventi
1.Ilo, t lll:tndo lavoravo n ei labo ratori C ISE ed infine come professo-
li M 9.13. 3 Analisi dell'incidente
li' a te mpo pieno, fì no al co.llocamento in quiescenza nell'ottobre
667 9.13.4 Cause dell'incidente 1
()0J. Pc rLam o, mi è sembra to d overoso e opportuno lasciare un li-
667 9.13.5 Limitazione delle conseguenze
Ili o di tCS I'O :1! riguardo , il p iù completo e aggiornato possibile, per-
Mà 9.13.6 Rilasci radioattivi
' h\• l'es perienza d i lavoro - m i sono sempre dedicato a ricerche e
669 9. 13.7 Provvedimenti per migliorare la sicurezza degli •.! 11di di f:1t'C ihili tà di reattori nucleari - e quella di insegnamento
impianti esistenti
1111 11 andassero pe rse. La prima edizione d el libro uscì nel n ovembre
fJ/0 9.13.8 Considerazioni finali
l ')7 (,, t1uando decisi di stampare gli appunti che distribuivo agli
6/ 1 9.13. 9 Informazioni aggiornate sull'incidente
•i tu dcnt i. Si susseguiron o prima quattro edizioni, tutte con aggior-
(,/3 9.14 Il problema del terrorismo ll o~ taat nti , co rrezio ni c ampliam enti e poi una sesta nel 2004, che è
h l'l 9.15 Considerazioni conclusive 1111 ri f~t c:i m en to completo del testo ed un ampliamento di alcuni ar-
J•,o na r nli c precisam ente il ciclo del combustibile nucleare, i cicli ter-
t• 19 Cap. 1O Cosn dj_ pr:od!Jzione dell' en~rgi~ lltodi num.ici a gas, i c riteri d i progetto termoidraulici, la termomec-
g_l~ttronucleare ' .11t ir:1, !:t protezio ne dalle radiazioni, l'elemento di combustibile, i
1 o~ t i eli prod uzio ne; si è aggiu nto poi un capitolo sulla fusione nu-
10.1 Generalità sui costi elettronucleari
l li·.•re, c he nelle p recedenti edizioni mancava. Ora questa settima
10.2 Metodo dei costi fissi e variabili di produzione i'diz io nc viene pu bblicata d alla società editrice Polipress, come vero
1•11·1 10.2.1 Costi fissi e costi variabili ,. pro prio lib ro d i testo, co n alcune correzioni e limitati aggiorna-
r.llh 10.2.2 Il fattore di annualità, il costo de l denaro e la moneta ltll'llt i dd la preced ente sesta edizion e d ella CUSL.
costante
In qut:s ra st:de per im pia nti n ucleari s'intendono soltanto le
' 'JO 10.2.3 Il costo d'impianto
a l' li t r:tl i ele tt ro n ucl eari, pur essendo, a stretto rigore, impianti nu-
r,•J l 10.2.4 Costi di esercizio o di manutenzione
' ll',I!'Ì an che i reattori di ricerca, gli impianti di estrazione, raffìna-
'•'J I 10.2.5 Il costo del combustibile
llo n ~· <.' arricchi m ento dell' uran io, quelli di fabbricazione dell' ele-
10.3 Metodo dell'attualizzazione lt lì' ll iO d i comb ust ib ile e del suo ritrattam ento una volta irraggiato
1O. 3.1 Generalità t•d .tlt l'i :tn cora.
10.3.2 Incidenza dei costi d'impianto Nello ~cri verc un testo di imp ianti nucleari nascono tre diffi-
10.3.3 Incidenza dei costi di combustibile t o li .Ì dguanJa nli il livello della p resen tazion e, l'ampiezza del con-
10.4 Costo complessivo del KWH elettronucleare lt'llllto •. l'obso ll'SC'ctW.:I cld h info rrn:n io nc: p er ovviare almeno in
p.11t 1' ,, d ò, so no .~ t :ll l' f:llt c :1lcunc sccl rc di fo nd o .
10.5 Esempio di calcolo
l n n:rll'l.itult n il lih ro l' :>Lato d iviso in d ue Pani ben distin te:
tla·ll,t 1':11 11' l Ni i llu.~ IJ'<II l~) i p rinci pi hnsl' di fì ,nz iomtmcn to di un
ll',tlltl ll', t.i d i·.~· •·i vn i H ) ot'l',.lnir:lllll'lll l' k cr t1 1r:di •·lrtt ro n ttCk-:Hi in-
d m it i.d ttH' IIil' itii i'H'\,\,1111 i, ,i l'vid t•tt't i.t il 111olo dd l\·nrrr•,i:t 11111 li-:1
lt lltljl.llllllllll.ltlllll''"'"• llllt !ltllt,II ICl ll' V, ll l(' f.l\i d\'l lil lo dd , l''"'' ~\ ltllt,tlll .t 1'.11 ·"lll'll i III HIJ',I.dh 1, l.1 1111'1\.t d ,•ll t• IÌI',IIH', o li ~t·
lctlltlll l\ ttlttll tl tl t lt "' 1 '• l tlltt \tlol l.1 ptohk·llt,tti t.l degli impianti 1 ""' 1tll l\ lj•,ll ,. ~ IIJ',J',l'lillH ' Ilti wi ltl lll l'lllll i lk·ll ' intno l t'~lo.
1111\lt•. u t dt lm111111 , lltll.t 1'.11t 1 Il , III Wll', pitt cst<.:sa della prima, 1\ t 11 11 1 v.1d.1 l.1 111 i.1 1 il o no,, ll'll't.:l l ' un S\: 111 i to ri ngraziamc1110.
, i ln t'tliMo no lt· l,·"' d,., p H 1hll'ln i di pmgct to d egli impianti elet-
II'OII IICit-;ll·i.
La prim :t p:ll'lL' ~ .~ t :t t :l concepita in modo da essere utilizzata Carlo Lombardi
come tes to proped euti co a sé stante da chi vuole una informazio-
n<.: di C:Jr3tterc generale: per la sua comprensione non è richiesta
un a p repa razio ne specifica.
Per quanto riguarda l'ampiezza d el contenuto, nella seconda
parte si sono trattati tutti gli aspetti ingegneristici specifici d egli
impianti nucleari, con esclusione di quelli ampiamente trattati in
te8 ti specialistici. In particolare, non vengono presentati la proget-
tazione neurronica dci noccioli dei reattori, la progettazione m ec-
C:lllica dei componenti circuitali, la progettazio ne fluidodinamica
delle pompe, dei compressori, degli scambiatori di calore, ecc.. I
pro blem i trattati nei l O capitoli sono quindi i seguenti: cicli ter-
modi namici associati ai reattori n ucleari, effetti term ici sull' ecosi-
stema, termoidraulica del fluid o termovettore, termomeccanica,
protezione d alle radiazioni, ingegneria dei circuiti idraulici, ele-
mento di combustibile, metodologia di progetto, sicurezza, valuta-
zione d ei costi.
Per contrastare, infine, la obsolescenza delle informazioni, si è
ce rcato di presentare la problematica sotto l'aspetto generale, senza
dare procedure e formule di progetto, rimandando per q uesto alla
letteratura specializzata, talvolta ten uta riservata dalle ind ustrie d e-
positarie del know-how. In particolare, si è evitato di fornire elen-
chi bibliografici perché, per loro natura, invecchiano rapidamente
c ben difficilmente risultano completi. Tuttavia, in nota sono in-
dicati i riferimenti bibliografici più pertinenti e fondamentali
Per le uni tà di misura si è usato il sistema in ternazionale e la
sua simbologia più attuale.
Un testo che tratta tematiche così diverse non poteva essere
scritto senza l'aiuto di vari specialisti che hanno dato suggerimen-
ti, fatto correzioni e scritto alcuni contributi. In particolare, tra
qu elli che hanno dato contributi alla stesura si d evono m enziona-
re Luca Oriani per il cap. l O sulla valutazione dei costi, Enrico
Padovani per tutti gli aspetti legati alla neutronica; inoltre Matteo
Passo ni ha scritto il capitolo sulla fusione nucleare, Lorenzo Santi-
ni 1::\ pane d ci cicli tcrmodinamici a gas d el cap. l d ella Parre II e
l .dio l.uzzi ha co ntribuito in modo sostanzia le ai capp. 4 e 7 del-
1:1 Patt ç Il s11ll a LL' rmomccctni ca c sull 'elemen to di co mbustibi le.
I11IÌnç, 1\ndl i\t M.tioli l' M:11·ro Ri ro11i lunno curato çon sc r11po lo
PARTE PRIMA
Il
1 Introduzione

1.1 Una breve sintesi dell'evoluzione dell'ener-


gia nucleare

Nel passato solo pochi singoli eventi hanno materialmente modifi-


cato il corso della storia. Tra questi va annoverata la dimostrazione
della fattibilità di un reattore nucleare. Il 2 dicembre 1942 un grup-
po di scienziati diretti da Enrico Fermi 1 iniziò e renne sotto control-
lo una reazione a catena nucleare entro una pila atomica formata da
grafite e uranio (metallico e ossido). L'annu ncio venne trasmesso
con questo messaggio: The Italian navigator has landed in the new
world. How were the natives? Very friendly. È solo il caso di ricordare
che Cristoforo Colombo scoprì il nuovo mondo nel 1492, esatta-
mente quattrocentocinquanta anni prima. La storica registrazione
della raggiunta criticità è riportata in Figura 1.1.
La costruzione del primo reattore dimostrò la possibilità concreta
di generare e utilizzare energia di origine nucleare. Questa energia
fu dapprima utilizzata per costruire armi termonucleari e solo più
tardi si cercò di utilizzarla in modo pacifico e proficuo per l'uomo,
trasformando la pila di Fermi in impianti elettronucleari di potenza.
La nascita dell'energia nucleare come fonte alternativa di energia,
si può far risalire alla seconda metà degli anni '60, quando si dimo-
strò concretamente che l'energia elettrica prodotta da un reattore
nucleare era economicamente competitiva.
Lo sviluppo inizialmente fu assai accelerato, ma successivamente
divenne più irregolare, con pause di riflessione dovute al verificarsi
di forti contestazioni sugli aspetti di sicurezza, che hanno anche de-
terminato crescenti difficoltà di ordine finanziario, a causa dei ritar-
di nel concedere le necessarie autorizzazioni per far funzionare i
nuovi impianti da parte degli O rgani Nazionali di Sicurezza; in non
pochi casi, poi, sono state imposte dagli stessi O rgani sostanziali
modifiche ad impianti già in servizio o addirittura delle messe fuori

Enrico Fermi fu uno dei maggiori scienziati italiani, sia nel campo teorico, sia in quello
spe rimentale. Alvi n Weinbe rg, uno scienziato americano che collaborò con lui, in una re·
cente intervista ha dichiarato: Fermi era l'essenza della competenza. Qualsiasi casa di·
ceva era corretta. Questo era vero anche per Wigner. lo non vidi quasi mai l'uno o l'al-
tro fare un errore.
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•tAITICAL " RECOftOtNG IHSTAUWENT UlJENStTY WITH HO OF COHTAOL fi'OO
[YIO(HCE Of
Lf:VELING OFf

Figura 1.1 servizio definitive. L'incidente di Three Mile l sland del 1979 e quel-
Registrazione galvano·
lo di Chernobyl del 1986, hanno rinfocolato le polemiche nei con-
metrica dell'intensità
neutronica ottenuta fronti dell'opzione nucleare. Quest'ultimo è stato di gran lunga il
durante l'innesco della più grave e per questo ha avuto un notevole impatto sull'atteggia-
prima reazione a catena
autosostenentesi: 2
mento dell'opinione pubblica, soprattutto nel nostro Paese, nono-
Dicembre 1942 stante sia avvenuto in un contesto tecnologico, procedurale e opera-
tivo completamente diverso da quello esistente nel mondo occiden-
tale.
Tuttavia, la carenza di soluzioni alternative ai combustibili fossili,
la consapevolezza che gli impatti ecologici complessivi delle diverse
fonti energetiche sono in genere superiori a quelli del nucleare (non
esistono fonti energetiche pulite), i vantaggi economici dell'energia
nucleare e la riduzione delle importazioni di prodotti energetici per
i Paesi non produttori, costituiscono le basi per il successo di questa
fonte energetica, che già si è manifestato nel dare in molti Paesi in-
dustrializzati un contributo significativo alla produzione di energia
elettrica.
Tale situazione è la risultante del concorso di diversi fattori, sia
endogeni che esogeni. I fattori endogeni stanno nella realizzazione
di soluzioni tecnologiche, che hanno reso ingegneristicamente vali-
do un impianto nucleare, mentre fattori esogeni più determinanti
sono l'effetto di traboccamento (spillover) degli enormi sforzi com-
piuti sul piano militare nei confronti dei programmi civili e la socia-
lizzazione degli investimenti per la ricerca tecnologica, in parte an-
cora presente ai nostri giorni. Un esame approfondito di questi fat-
tori può spiegare molti aspetti dell'attuale mercato elettro-n ucleare,
ma soprattutto il successo di determinati tipi di reattore di tecnolo-
gia americana, con la contemporanea crisi di molti programmi na-
zionali. Tuttavia, le crescenti preoccupazioni da parte delle Grandi
Potenze e soprattutto degli Stati Uniti per la proliferazione delle ar-
Capitolo 1
Introduzione
l 5

mi nucleari hanno nel tempo creato un freno allo sviluppo delle ap-
plicazioni civili. Il nucleare civile che iniziò ad imporsi con una ra-
pida ascesa grazie all'enorme background di conoscenze e infrastrut-
ture militari, alla lunga ha subito invece da questo legame dei vinco-
li e delle opposizioni più o meno palesi sul piano politico, cosicché
il vantaggio iniziale si è trasformato progressivamente in un intralcio
per la sua ulteriore ascesa.
I tipi di reattori studiati nel mondo e portati a vari stadi di svilup-
po sono numerosi, ma la maggior parte di questi sono stati via via
abbandonati, limitando la scelta attuale a pochissimi tipi, con la
schiacciante prevalenza di quelli ad acqua leggera.
T uttavia, negli ultimi anni si è rafforzata l'esigenza di sviluppare
altri tipi di reatrore che, rispetto a quelli attuali, abbiano più spicca-
te caratteristiche di sicurezza intrinseca, siano più resistenti alla pro-
liferazione, abbiano maggior sostenibilità ambientale, riducano il
consumo del combustibile, ma al tempo stesso mantengano e mi-
gliorino la competitività economica. Le iniziative concrete in propo-
sito sono indubbiamente lodevoli, sia per la validità dell'obiettivo,
sia per l'inevitabile spinta innovativa che darebbero alla tecnologia
nucleare, ma non bisogna sottovalutare il fatto che il superamento
degli attuali tipi di reattore, che hanno un retroterra tecnologico ed
industriale veramente cospicuo, non sarà né facile né rapido.
In questo contesto non è agevole prevedere quale sarà il ruolo fu-
turo degli attuali reattori veloci, oramai giunti a un buon livello di
sviluppo industriale, ma economicamente non competitivi, in
quanro la loro giustificazione derivava soprattutto dall'esigenza, non
verosimile nel breve-medio periodo, di ridurre i consumi di uranio
e non dalla necessità di effettuare un miglioramento tecnologico dei
reattori esistenti. T uttavia, l'evoluzione tecnologica degli attuali
reattori veloci potrebbe portare a delle soluzioni caratterizzate da
una maggiore sicurezza intrinseca, interessanti per quei programmi
di sviluppo sopra menzionati.
Scopo di questa Parte I è quello di fornire una descrizione dei
reattori industrialmente interessanti e di dare una succinta panora-
mica dei problemi associati, inclusi quelli del ciclo del combustibile.
Si inizia con dei richiami di fisica nucleare (cap. 2) e di fisica del
reattore (cap. 3), si passa quindi alla descrizione di un impianto nu-
cleare e dei diversi tipi di reattori oggi previsti (cap. 4). N el cap. 5 si
fa una rapida rassegna degli aspetti che influenzano il ruolo attuale e
futuro dell'energia nucleare. Infine, il cap. 6 si riferisce al ciclo del
combustibile, evidenziando, tra l'altro, le sue implicazioni sulla scel-
ta dei tipi di reattore. Si ha poi un capitolo 7 dedicato ai sistemi a
fusione, che, se pur lontani da possibili applicazioni energetiche,
6 l

vengono studiati in tutto il mondo con grande impegno di ·risorse


umane e materiali.

1. 2 Date storiche dell'energia nucleare

Per comprendere le alterne vicende che si sono susseguite nel cam-


po dell'energia nucleare è opportuno ricordare alcune date fonda-
mentali, con particolare riferimento alla situazione italiana.
• Scoperta del neutrone Uames Chadwick) 1932
• T ermalizzazione dei neutroni (Enrico Fermz) 1934
• Scoperta della fissione nucleare ( Otto Hahn, Fritz 1938
Strassmann, confermata e spiegata teoricamente
da Lise Meitner, Otto Frisch)
• N obel a Enrico Fermi (decadimento /3) 1938
• Sviluppo teoria fissione, calcolo massa critica e fot- 1939-1941
tore moltiplicazione
• Prima pila atomica (Enrico Fermi con la collabora- 02 .12.1942
zione di Eugene Wigner)
• Prima bomba atomica sperimentata a Alamogordo, 17.07.1945
N uovo Messico
• Seconda bomba atomica, prima in un conflitto, 06. 08.1945
H iroshima
• T erza bomba atomica, seconda ed ultima in un 09.08.1945
conflitto, Nagasaki, Giappone
• Nascita del C ISE (Centro Informazioni Studi Espe- 19.12.1946
rienze)
• Prima bomba atomica dell' URSS 29. 08. 1949
• Nascita del CNRN (Comitato Nazionale per le Ri- 1952
cerche Nuclean)
• Prima bomba H degli USA 1952
• Prima bomba H dell' URSS 1953
• Conferenza di Ginevra Atoms for Peace 09.1955
• Primi impianti commerciali per la produzione di 1955
energia nucleare
• Crisi di Suez 1956
• Cessione da parte dell'Italia del Centro di Ricerche 29. 07. 1959
di Ispra all'Euratom
• Nascita del CNEN (Comitato Nazionale per l'E- 21.09.1959
nergia Nucleare) dal CNRN
• Nascita dell' ENEL (Ente Nazionale Energia Elet- 01.01. 1963
trica)
• Caso Ippolito estate 1963
Capitolo 1 l 7
Int roduzione

• Centrale di Latina 1964-1986


• Centrale Garigliano 1965-1978
• Centrale Trino Vercellese 1965-1986
• Balck-our di New York 09.11.1965
• Primo shock petrolifero 1973
• Entusiasmo nucleare in Italia 1966-1976
• Trattato di Non Proliferazione (NTP) a cui parte- 1970 rinn.
cipano oggi 188 Paesi 1995
• Guerra del Kippur 1973
• Prima bomba atomica dell'India 1974
• Discorso del neopresidente USA Carter sulla stra- 07.04.1977
tegia contro la proliferazione
• Incidente della centrale nucleare TMI ( Three Mile 28.03.1979
Island) in USA
• Centrale di Caorso 1979-1986
• Bombardamento israeliano del laboratorio nuclea- 07. 06.1981
re irakeno di Baghdad
• Progetto Unificato N ucleare (PUN) dell' ENEL 1981
• Incidente della centrale nucleare di Chernobyl in 26.04.1986
URSS
• Referendum "antinucleare" 08.11.1987
• Prima guerra contro l'Irak (Guerra del Golfo) 1991
• Prima bomba atomica del Pakistan 1998
• Crisi energetica in California 2000
• Seconda guerra contro l'Irak 2003
2 Richiami di fisica nucleare

2. 1 Struttura dell'atomo e del nucleo


L'atomo è composto da un nucleo relativamente pesante, di carica
positiva, e da un certo numero di elettroni molto più leggeri di cari-
ca negativa, che orbitano intorno al nucleo. Il nucleo, a sua volta, è
formato da varie particelle, di cui le più importanti sono i neutroni
ed i protoni. Questi nucleoni hanno all'incirca la stessa massa, ma
differiscono per la carica elettrica, che manca nei neutroni. La carica
elettrica del protone è uguale in grandezza e di segno opposto a
quella dell'elettrone (l ,6 · 10- 19 coulomb). Poiché l'atomo nel suo
insieme deve essere elettricamente neutro, il numero dei protoni è
uguale a quello degli elettroni.
La maggior parte della massa dell'atomo è concentrata nel nu-
cleo; in unità amu (atomic mass unit = l ,66. ro- 27 kg) la massa
delle tre particelle fondamentali vale: massa del neutrone
Mn = l ,00898 amu, massa del protone Mp = l ,00759 amu, massa
dell'elettrone ~ = 0,00055 amu. In Figura 2.1 viene rappresenta-
ta graficamente la struttura degli atomi di idrogeno, deuterio (o
idrogeno pesante), elio, ossigeno (due isotopi) e potassio: con Z e A
si indicano rispettivamente il numero dei protoni (e quindi degli
elettroni) di un atomo e il numero totale dei nucleoni (protoni e
neutroni); Z e A sono chiamati numero atomico e numero di massa
rispettivamente. L'atomo di un elemento è sempre identificato dai
valori di Z e A, che possono essere scritti rispettivamente in basso a
sinistra e in alto a destra della lettera, che tradizionalmente indica
l'elemento chimico; ad esempio, utilizzando questa notazione, il po-
tassio di Figura 2.1 si indica con il simbolo 19 K 39 .
II moto degli elettroni nell'atomo è governato dalle leggi della
meccanica quantistica. Secondo tali leggi, gli elettroni non eseguono
traiettorie ben determinate (come ad esempio le orbite dei pianeti
intorno al sole), ma occupano con elevata probabilità delle regioni
dello spazio attorno al nucleo che prendono il nome di orbita/i. Cia-
scun orbitale, in virtù del principio di esclusione di Pauli, 1 non può

1 In base a l principio di esclusione di Pauli, due elettroni non possono occupare la stessa
regione dello spazio (quindi, in particolare, lo stesso orbitale in un atomo) se possiedono
gli stessi numeri quantici che, secondo la meccanica quantistica, caratterizzano le pro·
10 1

088
Figura 2.1
Struttura a gusci e
sottogusci di alcuni
atomi. Ogni traiettoria
rappresenta pittorica· Idrogeno Z=1, A=1 Deuterio Z=1, A=2 Elio Z• 2, A=4
mente un guscio o
sottoguscio e il numero
di elettroni presenti in
esso. La piena
comprensione delle
proprietà della struttura
a gusci e sottogusci dei
Ossigeno Z=B, A=16 Ossigeno Z=8, A=17
vari elementi richiede
la conoscenza della
meccanica quantistica

• Elettrone
e Protone
O Neutrone Potassio Z=19, A=39

essere occupato da più di due elettroni. In generale, m un atomo


con più di due elettroni, questi ultimi riempiono gli orbitali più in-
terni (caratterizzaci da una maggiore energia di legame) fino al nu-
mero massimo consentito dal principio di esclusione e poi iniziano
a occupare quelli più esterni. Q ueste proprietà danno luogo ad una
configurazione a gusci (o sheli) e sottogusci che possono essere occu-
pati, completamente o parzialmente, al più da un numero finito di
elettroni. 2 Il numero degli elettroni presenti negli orbitali apparte-
nenti ai sottogusci più esterni determina la maggior parte delle pro-
prietà chimiche dell'elemento. In Figura 2.1 viene rappresentata
schematicamente la struttura a gusci e sottogusci di alcuni atomi.
Nonostante le dimensioni estremamente ridotte dell'atomo, dell'or-
dine di ] o - IO m, esiste una grande distanza tra il nucleo e gli elet-
troni orbitali, che è all'incirca pari a l 0 5 volte le dimensioni del nu-
cleo. Ciò significa che la materia ha una struttura molto aperta e
che la densità dei nuclei è immensamente elevata, dell'ordine di
105 t!mrrP.

prietà dinamiche e magnetiche del moto dell'elettrone. In un atomo, lo stesso orbit ale
può essere occupato al più da due elettroni, che possiedono gli stessi numeri quantici
che carat terizzano l'orbita/e considerato (numeri quantici principale. angolare, magne·
ti co) ma differiscono tra di l oro nel numero quantico di spin , che per un elettrone può
assumere solo due valori (lo spin è una proprietà quantistica che definisce il momento
magnetico intrinseco di una particella fondamentale) .
2 Un guscio si può definire come un insieme di orbitali con ugual numero quantico princi·
pale n, mentre un sottoguscio, per un dato n, è definito come un insi eme di orbita /i con
uguale numero quantico angol are l. Strutture particolarmente stabili sono caratterizza·
te dalla chiusura, cioè dalla completa occupazione, di un dato sottogusdo, poiché que·
sta condizione garantisce la mutua compensazione dei momenti angolari e magnetici
dei vari elettroni e l 'atomo presenta simmetria sferica.
Capitolo 2
Richiami di fisica nucleare
l 11

Ad ogni elemento, caratterizzato da atomi aventi lo stesso numero


atomico, possono corrispondere più atomi con un diverso numero
di massa, cioè con un nucleo contenente lo stesso numero di proro-
ni, ma un diverso numero di neutroni. Ogni tipo di atomo dello
stesso elemento è detto isotopo. Ad esempio, l'uranio che ha numero
atomico Z = 92 si trova in natura come una miscela di tre isotopi
e precisamente 99,282% di U 238 , 0,712% di U 235 e 0,006% di
U 234 . Molti iso topi, che non esistono in natura, sono stati prodotti
anifìcialmente, soprattutto nei reatrori nucleari e negli acceleratori
di particelle; ad esempio, si conoscono 14 isotopi dell'uranio aventi
numero di massa compreso tra 227 e 240.
La massa di un nucleo è sempre inferiore, seppure di pochissimo,
alla somma delle masse dei suoi componenti. Per mezzo della relazio-
ne di Einstein di equivalenza tra massa (M) ed energia (E = Mc2
con c velocità. della luce) il difetto di massa è spiegato con l'esistenza
di una energia di legame, che si libera all'atto in cui i nucleoni si
combinano e che è necessario fornire per spaccare o scindere il nu-
cleo. Al crescere dell'energia di legame (e quindi del difetto di massa)
aumenta la stabilità dell'atomo. In Figura 2.2 è rappresentata l'ener-
gia3 di legame media per nucleone in funzione del numero di massa;
si osservi come gli elementi con numero di massa intermedio siano i
più stabili. Nel passaggio da un nucleo meno stabile ad uno più stabi-
le, si ha rilascio di energia; per questo la jùsione (cioè la combinazio-
ne) dei nuclei leggeri o la fissione (cioè divisione o scissione) di quelli
pesanti dà luogo a reazioni nucleari esotermiche.

2. 2 Radioattivià

Q uasi tutti gli isotopi naturali sono stabili, mentre quasi tutti gli
isotopi artificiali sono ins tabili. Il decadimento degli isotopi instabili
è il fenomeno che dà luogo alla radioattività: i nuclei si trasformano
spontaneamente, a un ritmo prefìssato, in altri nuclei emettendo
delle particelle o delle radiazioni. Il nucleo risultante può essere an-
ch'esso instabile e decadere, a sua volta, per trasformarsi in un altro
nucleo; si genera così una catena di decadimento finché non si for-
ma un isotopo stabile.
Le emissioni di un nucleo instabile possono essere di tre tipi: par-
ticelle a, particelle {3, o radiazioni "f. Le particelle a sono nuclei di
elio, costituiti da due neutroni e due protoni e caratterizzati quindi

3 Tale energia è espressa in MeV = 106 eV. L' eV (elettronvolt) è una unità di energia mol·
to comune in fisica nucleare pari a 1,602. 10- ' 9 Joule = 4,44 . 10- 26 kWh.
Figura 2.2 MeV
Energia media di
legame per nucleone in 9
funzione del numero di
8
massa
(!)
7
E
B'O
~
"'
01\
6
5

'6
5
"'(!)
'6
E 4
"'
'Oh
'-
(!) 3
c:
w l
H'
2

1
Hz
H'
1
'
20 40 60 80 100 120 140 160 180 200 220 240 A
Numero di massa

da una carica elettrica pari a due volte la cariCa di un elettrone.


Esempio di decadimento o::
nU23& ---+ 90 Th234 + a(zHé)
Le particelle o: sono altamente ionizzanti per gli atomi circostanti e
sono quindi rapidamente fermate ed elettricamente neutralizzate
nella materia: il loro percorso in aria non supera 80-100 mm e la lo-
ro intensità è dimezzata da uno spessore di 0,01 mm di alluminio.
Le particelle ,6 sono elettroni emessi dal nucleo di un atomo, nel
quale si verifica la conversione di un neurrone in un protone, con
4
rilascio d'energia. Esempio di decadimento {3:
90 T~
34
---+ 91Pa
234
+ {3 +ii,
Il potere penetrante dei {3 è piccolo, ma assai maggiore di quello
delle particelle o:: per dimezzare l'intensità di un fascio {3 occorre
uno spessore di alluminio di circa l mm.
I raggi sono onde elettromagnetiche (o, secondo la teoria quanti-
stica della radiazione elettromagnetica, fotont) di alta frequenza ed
energia (Figura 2.3). Sono emessi da un nucleo che passa da uno

4 In un decadimento {3 viene emesso anche un antineutrino (indicato con v.), l'ant iparti-
cella associata al neutrino_ Il neutrino è una particella fondamentale stabile, senza cari -
ca elettrica e di massa al momento non ancora ben conosci uta ma che agli effetti pratici
si può considerare sostanzialmente nulla. Esso interagisce con altre particelle solo at tra-
verso la forza nucleare debole, la forza fondamentale responsabile del decadimento f3 e
per questo motivo è in grado di attraversare indisturbato enormi spessori di materia,
senza effettuare alcuna interazione.
Capitolo 2
Richiami di fisica nucleare
l 13

stato eccitato a quello di energia minima: il decadimento non muta


quindi né A né Z La radiazione ha un elevato potere penetrante e
può attraversare grandi spessori di materiale.
Il ritmo con cui un nucleo instabile o radioattivo emette radiazio-
ni è una proprietà intrinseca del nucleo stesso, che non dipende dal-
la temperatura, dalla pressione o dalla presenza di altri elementi che
ne diluiscano la concentrazione. Ogni nucleo radioattivo ha una
probabilità ben definita di decadere in un dato periodo di tempo;
pertanto il numero di decadimenti nell'unità di tempo è proporzio-
nale al numero di nuclei presenti, non ancora trasformati. Si può
quindi scrivere:
dN
- = - ÀN (2.1 )
dt
dove N è il numero di nuclei che possono decadere e À una costante
di proporzionalità detta costante di decadimento radioattivo. Inte-
grando si ha:
N( t)= N( O)e- >.t (2.2)

che rappresenta la legge di decadimento esponenziale: teoricamente


occorre un tempo infinito perché l'emissione di una sostanza radio-
attiva si riduca a zero. Per caratterizzare il tasso di decadimento oltre
a si usa frequentemente il tempo di dimezzamento, definito come il
tempo necessario per il decadimento della metà del numero totale
dei nuclei radioattivi considerati: da questa definizione, in base alla
equazione 2.2, il tempo di dimezzamento risulta pari a
ln (2)/ À = 0,693/ À. I tempi di dimezzamento degli isotopi instabi-
li oscillano in un intervallo assai ampio, da frazioni di millesecondi a
miliardi di anni.
Si definisce attività di una sostanza il numero di decadimenti che
avvengono nell'unità di tempo. L'unità di misura deU'attività nel Si-
stema Internazionale è il becquerel (Bq) , che corrisponde ad una di-
sintegrazione al secondo. Il becquerel ha sostituito il curie ( Cz), che
è l'attività corrispondente a 3 ,7 · 10 10 disintegrazioni al secondo,
cioè uguali a quelle che si hanno in un grammo di radio. Dal punto

Lunghezza d'onda in cm Figura 2.3


10 ·11 ·10 ·9 ·8 ·7 ·6 ·5 ·4 ·3 ·2 ·1 4 Spettro
elettromagnetico delle
Rafgi gamma -:- : -
: · - -: Infrarossi :Microonde :Televisione: AM radio varie radiazioni
' ' ' :e FM radio :
1'
Raggi X 1' Luce visibite

10 21 20 10 18 17 10 15 14 13 12 11 10 8 7 6 5
Frequenza (ciclo/ s hertz)
di vista biologico e quindi della protezione della popolazione, si fa
riferimento alla dose assorbita, cioè all'energia liberata dalla radiazio-
ne nell'unità di massa del tessuto considerato. Unità di misura della
dose assorbita è iL gray (Gy), pari a l j/kg. Tuttavia, a parità di dose
assorbita, i diversi tipi di radiazione non provocano gli stessi dan-
neggiamenti nei tessuti umani; ad esempio, le particelle a sono
molto più dannose delle radiazioni (3 e ,, perché provocano nella
materia una ionizzazione specifica più elevata. Per questo si fa riferi-
mento alla dose equivaLente o dose, che è uguale al prodotto della do-
se assorbita per dei fattori adimensionali detti Fattori di QuaLità,
che tengono conto del tipo e dell'energia della radiazione, nonché
della distribuzione spazio-temporale dell'irraggiamento. Si ottiene
così che la stessa dose, comunque impartita (irraggiamento interno
o esterno, neutroni, a, (3, ' ' ecc.), produce statisticamente gli stessi
effetti biologici. Unità di misura della dose è il sievert (Sv), pari a l
j!kg. Il gray e il sievert sono due unità di misura del Sistema Interna-
zionaLe, che hanno sostituito rispettivamente il rad (rd) e il rem, am-
bedue pari a l 00 erg/g. Il rade il rem valgono quindi l o- 2 volte le
corrispondenti unità Sl
In un reattore nucleare si producono artificialmente un gran nu-
mero di isotopi radioattivi, che creano un enorme pericolo poten-
ziale per l'uomo e l'ambiente naturale. Per evitare la dispersione di
tali isotopi, sono state previste delle norme assai severe, che rendono
il progetto, la costruzione e l'esercizio dell'impianto nucleare ecce-
zionalmente complessi.

2. 3 La fissione nucleare

In particolari condizioni le particelle possono interagire con i nuclei.


In questo processo la particella urta un nucleo e/o vi penetra, provo-
candone una trasformazione o un cambiamento di struttura e il rila-
scio di una certa quantità di energia. Le particelle che sono in grado
di provocare queste reazioni nucLeari sono: neutroni, protoni, deute-
roni (nuclei di deuterio), particelle a, (3, l · Da tali reazioni si gene-
rano assai spesso dei nuclei artificiali radioattivi. In questo modo so-
no stati ottenuti all'incirca 800 isotopi artificiali, compresi quelli de-
gli elementi più comuni.
Una reazione nucleare, che partendo da nuclei meno stabili (e
quindi molto leggeri o molto pesanti (vedi Figura 2.2), produce nu-
clei di massa intermedia e quindi più stabili, può liberare una gran-
de energia, che è pari alla differenza di energia di legame dei nuclei
risultanti e quella dei nuclei iniziali. Reazioni nucleari di questo tipo
Capitolo 2 l 15
Richiami di fisica nucleare

sono quelle di fusione e d i fissione. Nella fusione due nuclei leggeri


sono fusi e combinati in uno più pesante e più stabile, avente cioè
una massa leggermente minore della somma delle masse dei nuclei
originari. Nella fissione, invece, un nucleo pesante è spaccato in due
o più nuclei leggeri, la cui massa totale è minore di quella del nucleo
di partenza.
La fusione coinvolge particelle di carica elettrica simile, ad esem-
pio due nuclei di deuterio entrambi di carica positiva e quindi ri-
chiede che queste abbiano enormi energie cinetiche per vincere la
repulsione elettrica. La fissione, invece, può essere causata da una
particella neutra, il neutrone. Esso può urtare e scindere o, come si
usa ormai dire correntemente, fissionare un nucleo pesante, senza
essere respinto, entro un ampio spettro di energia (o velocità). La
fissione può essere ottenuta anche con altre particelle. T uttavia, il
bombardamento con neutroni è il solo modo pratico per avere una
successione di reazioni di fissione autosostenentesi, poiché in cia-
scuna fissione si liberano generalmente 2 o 3 neutroni.
Molti isotopi pesanti sono fissili; l'unico naturale è l'uranio-235.
I più importanti isotopi fissili artificiali sono il plutonio-239 e l'ura-
nio-233. Nel caso dell'uranio-235, la reazione di fissione si può scri-
vere come:
235
92 U +o n 1 - 92 U 236 (instabile)
92 U 236 - t z, XA, +z
2
y Az + 2,43 on1 +energia
X e Y rappresentano i due frammen ti di fissione e 2,43 un valore
medio, nel caso di neu troni incidenti aventi un'energia cinetica me-
dia in equilibrio con quella associata all'agitazione termica dei nu-
clei della materia circostante (neutroni termici). I frammenti di fis-
sione possono essere nuclei di qualsiasi tipo entro un ampio inter-
vallo di numero di massa. La distribuzione statistica di tali prodotti
è riportata nelle Figure 2.4 e 2.5 per i tre nuclei fissil i più importan-
ti. L'esame delle figure rivela come i prodotti di fission e possano
avere numero di massa compreso tra circa 70 e 170 e siano per la
maggior parte concentrati intorno ai numeri di massa 95 e 135. Nel
caso U 235 si può vedere a questo proposito in Figura 2.4 anche l'ef-
fetto dell'energia dei neutroni incidenti. Ad esempio, una tipica rea-
zione di fissione è la seguente:
n U 235 +o nl ---+ 56Bal 37 + 36Kr97 -t 2 onl

Non tutti i neutroni assorbiti dal nucleo fissile provocano la fissio-


ne, ma possono anche essere catturati, generando soltanto un nu-
cleo di massa maggiore e instabile. La fissione produce anche raggi
{3, 1 ed altre particelle.
16 l

L'energia recuperabile da ogni fissione ammonta in media a circa


204 Me V per U 23 5 ed è distribuita come indicato in Tabella 2.1 . Il
numero medio dei neutroni prodotti per ogni fissione (definito v) o
per ogni neutrone comunque assorbito dal nucleo (definito 77) varia
con il tipo di nucleo fissile e con l'energia (e quindi con la velocità)
dei neutroni incidenti. I valori di v e 77 per neutroni termici (energia
= 0,0252 eV o velocità= 2200 mis) sono riportati in Tabella 2.2.
Si noti come 77 per l'uranio naturale sia assai più piccolo di v, in
quanto l'U238 , contenuto in grande quantità nell'uranio naturale,
assorbe neutroni senza mai dare, per queste energie dei neutroni,
reazioni di fissione.
l neutroni emessi dalla fissione hanno un'energia media di circa
2 Me V con valori che, variando entro un intervallo assai ampio, ar-
rivano fino ad energie massime di 15 Me V .

Tabella 2.1 uns Pu239 Pu241


Distribuzione dell'ener-
Energia istantanea
gia di fissione (MeVI
fissione) 5 - Energia cinetica dei frammenti di fissione 169 175 177
- Energia raggi gamma 8 8 8
- Energia cinetica neutroni 5 6 6
Totale parziale 182 189 191
Energia ritardata
- (l dai prodotti di fissione 8 8 9
- 'Y dai prodotti di fissione 7 6 7
- 'Y da cattura di neutroni 7 10 10
Totale parziale 22 24 26
Totale 204 213 217

Tabella 2.2
Neutroni prodotti per
ogni fissione (v) e per
ogni neutrone termico
comunque assorbito (17)

2.4 l nuclei fertili

I due isotopi U 238 e Th232 che si trovano in natura si dicono fertili


perché da essi, mediante cattura di un neutrone, si ricavano nuclei
artificiali fissili. Tale processo di trasmutazione dei nuclei è detto

5 Non viene conteggiata l'energia dei neutrini, pari a circa 12 Me V complessivi, che non è
recuperabile.
Capitolo 2 17
Richiami di fisica nucleare

10.0 r--.-.---,--.,-i --:,--rrl\-....--.,----, Figura. 2.4

/ !?>-:~ uMe~"-.
Distribuzione in massa

\ l '/
/• 'i'\ \
dei prodotti di fissione
risultanti dalla fissione
' ~' . \ deli' Uranio-235 con
1.0 f--/h~1+-!--l-4-=f-+--li-+--w----1 neutroni termici e da 14

~
MeV
l •

l l"

0.001 HH---!---+---'---~---J.---1---l-~

Flulone un•

l
- Neulr. termici

--,.u~•·t 'j Mel l


0.0001 L JL_.J.__..L_..J-_L__l..._...l.___.J_ _L__J
70 80 90 100 110 120 130 140 160 160

Numero di mosan

10.o Figura 2.5


...,
r Distribuzione in massa

""!rt?' ~'
\ dei prodotti di fissione

/, ~\
risultanti della fissi one
l.O l deli'Uranio-233 e del
Plutonio-239 con
1/l/ r-Pu"•
\\
\
neutroni termici

o. 1
l
~
\
l \\
l
\\ l·\ - l\',
l
l l
'-' l l
0.0 1

~
~
a:
l
l
l l
,.:
0.001
Neu~r. ~emlid
-u•u
l -- Puu• !
0.000 ti:
70 80
l
90 100 110 120
l i
130
l
140 150
l
Numero di mnsaa

conversione. Le due catene isotopiche sono rappresentate in Figura


2.6. Di gran lunga più importante è la conversione dell'uranio-238
in plutonio-239, che è fissile (v. anche Tabelle 2.1 e 2.2) e gioca un
ruolo assai importante nell'economia neutronica di un reattore nu-
cleare. Il Pu239 , a sua volta, oltre a fissionarsi, può, per assorbimento
di un neutrone, trasformarsi in Pu240 , che è un nucleo fertile. Il
Pu240 , assorbendo un neutrone, si converte in Pu241 fissile, che però
può anche per cattura neutronica trasformarsi in Pu 242 . I processi
di trasmutazione proseguono ulteriormente, ma la loro importanza
è praticamente trascurabile.
Il Th232 catturando un neutro ne si converte in U 233 , che è fissile
e poi la catena prosegue come indicato in Figura 2.6. Questo pro-
2 6
Figura · cesso di conversione non viene però ancora utilizzato negli attuali '
Catena isotopica dei
nuclei fertili 90 rhm e reattori nucleari di potenza, anche se da parecchio tempo sono in
238
nU corso studi per una sua applicazione. In Tabella 2.3 sono riportati i

90Th131 +ln Fertile nl1138 + In

133
ttPa f3
-----7
27.4g

ProdotTI fissione
+ energia

Fertile

Prodotti fission e Prodotti fissione

cattura 20 %

Parassiti

--
6,75g 4.96h

onNp •
w\m 243
Separabili chimicamente
Capitolo 2
Richiami di fisica nucleare
l 19

dati di decadimento radioattivo dei principali isotopi del plutonio;


si può aggiungere che il Pu239 ha un'attività di 2,3 · 109 Bq/ g.
Prima di terminare questo capitolo si può citare il fatto che i due
isotopi U 235 e U 238 non sono stabili, ma decadono a con tempi di
dimezzamento che valgono rispettivamente 0,704 · 109 anni e
4,47 · l 09 anni. La diversità di questi tempi di dimezzamento
comporta che l'arricchimento in U 235 dell'uranio naturale non sia
costante nel tempo, ma diminuisca, se pur impercettibilmente, al
crescere di questo. T ornando quindi indietro nel tempo fino alle ere
geologiche, l'arricchimento era assai maggiore di quello attuale: ad
esempio 700 milioni di anni fa esso era pari all' 1,26% contro lo
0,712% di oggigiorno. É possibile quindi che in quel lontano passa-
to siano esistiti dei reattori nucleari naturali, considerato che con ar-
ricchimenti più elevati di quelli attuali si può mantenere la reazione
a carena anche usando come moderatore l'acqua naturale (vedi il
prossimo capitolo). Ci sono delle prove molto convincenti che un
tale reattore abbia a lungo funzionato nel Gabon, come sintetizzato
nel paragrafo 6.1 3 della Parte I.

Iso topo Radiazione emessa Tempo dimezzamento lsotopo Tabella 2.3


(anni) finale Dati di decadimento
PuzJs (>99, 99%)
Q 87,7 uz34 radioattivo degli isotopi
autofiss.(1 ,86 . 10- 7 %) vari nuclidi del plutonio
Pu239 O , "( 24065 U235
Pu240 a (>99,99%) 6537 u z36
autofiss.(4, 95 . 10- 6%) vari nuclidi
Pu241 /3- (>99,99%) 14,4 Am241
et (2,45. 10- 3%) u n7
Pu242 a-(>99,99%) 376000 u zJa
autofiss.(5,5 . 10- 4 %) vari nucl idi
3 Principi di funzionamento
del reattore nucleare

3. 1 Bilancio di neutroni

La fissione di un nucleo è caratterizzata dal fatto di essere prodotta


da un neutrone e di produrre a sua volta altri neutroni: si ha così, in
linea di principio, la possibilità di propagare indefinitamente tale
processo mediante una reazione a catena. In pratica, questa propaga-
zione può autosostenersi solo se i neutroni emessi a seguito di una
fissione sono più di uno. Infatti non tutti producono altre fissioni:
in parte sfuggono dal sistema o vengono assorbiti dai nuclei presen-
ti, senza peraltro produrre fissione. Si può esprimere il bilancio dei
neutroni nel modo seguente:
(3. 1)
dove:
numero dei neutroni prodotti in media in ogni fissione,
numero dei neutroni assorbiti da nuclei fissili e che producono
ulteriori fissioni,
numero dei neutroni assorbiti senza produrre fissione (neutroni
di cattura),
F= numero dei neutroni che sfuggono dal sistema (neutroni di fo-
ga).

Affinché il processo si sostenga, Al deve necessariamente essere


eguale ad uno. Ad esempio, la fissione di un atomo di U 235 produ-
ce da O a 7 neutroni, con una media 2,43 neutroni, tuttavia per
ogni ncutrone assorbito dall' U 235 si producono in media solo 2,07
ncutron i, in quanto in media 0,36 neutroni vengono catturati senza
produrre fission e. Analogamente per l'uranio naturale, costituito
dallo 0,712% di U 2 · 1 ~ c dal 99,.3% di U 238 , il numero medio di
nnttroni pmdntt i pn ogni ncurronc assorb ito si riduce a 1,32, in
q11.111to \JJJ.J Jllt l' ri n rr fi·:rt.io n c di <]liCSt i llilimi v ic.:nc Cl ttur:Ha dai
1
1\JIIIt•Ì di ( l' IH \t' ll'/,1 pt tH iln IT (Ì,, ,ionr.
ln ol tl l, l 1\1111111111 1\1111 lt',II',Ì\1111\11 •,olt ,IJ\( 11 11111 l' tii ,IIIÌO , 111.1 .111
22

che con i nuclei della maggior parte degli elementi: pertanto un'al-
tra importante causa di assorbimento di neutroni risiede nella cattu-
ra di questi da parte dei materiali che, oltre all'uranio, sono necessa-
riamente presenti in un reattore nucleare. Si deve quindi limitare la
scelta di tali materiali a quelli costituiti da nuclei che abbiano una
bassa probabilità di cattura per i neutroni. T al e condizione pone in
genere vincoli assai severi nella progettazione dei reattori, soprattut-
to se il materiale fissile è uranio naturale, in cui è basso il numero di
neutroni disponibili per la reazione a catena. Per questo, la maggior
parte degli attuali reattori impiega uranio arricchito, cioè uranio in
cui viene artificialmente aumentata la percentuale di U 235 rispetto
a quella naturale.
I neutroni che sft1ggono dal sistema, entro cui avviene la reazione
a catena (nocciolo del reattore o struttura moltiplicante), crescono
f~l (ì,~JC·~I al diminuire delle dimensioni del sistema stesso (aumenta il rappor-
CW ··crr to superficie-volume) e della massa in esso contenuta (diminuisce la
produzione di neutroni). Pertanto, per ogni composizione di mate-
riali, fissile incluso, con la quale si voglia realizzare una struttura
moltiplicante, esistono dimensioni minime di questa, al di sotto
delle quali la reazione a catena non può sostenersi: queste dimensio-
ni e la massa contenuta sono dette critiche.
Bisogna a questo punto chiarire che il combustibile che contiene
il fissile è quasi sempre un solido, che rimane in reattore all'incirca
per qualche anno e quindi subisce una variazione di composizione
per effetto delle reazioni con i neutroni (v. capp. 4 e 6 Parte I per
maggiori dettagli).
Abbiamo già definito At come il numero dei neutroni assorbiti
dai nuclei fissili di una struttura moltiplicante. Se poi per una deter-
minata struttura e in un certo istante At diventa diverso da uno, la
reazione a catena non è più stazionaria: essa si spegne per At < l
(struttura sottocritica) e cresce progressivamente per At > l (strut-
tura sopracritica). Per questo, At è detta coefficiente di moltiplicazio-
ne della struttura moltiplicante o del nocciolo del reattore o più
semplicemente del reattore e viene indicato universalmente con il
simbolo k. Se la struttura moltiplicante avesse dimensioni infinite
non si avrebbe perdita di neutroni per effetto di fuga. In tal caso il
corrispondente coefficiente di moltiplicazione è chiamato k= e con
tale parametro si caratterizza una determinata struttura moltiplican-
te, per quanto riguarda ,la composizione e la disposizione dei mate-
riali contenuti, cioè prescindendo dalle sue dimensioni finite. Per
un reattore reale, che non può non avere dimensioni finite, è ovvia-
mente necessario che il corrispondente valore k= sia maggiore di
uno. Si definisce poi la reattività p ottenuta da k secondo la seguen-
Capitolo 3 l 23
Principi di funzionamento del reattore nucleare

te espressiOne:
k- 1
p= - - (3.2)
k
per cui se p è maggiore, minore, o uguale a zero si avrà rispettiva-
mente una struttura sovracritica, sottocritica o stazionaria.
In effetti nella pratica anche il valore di k di un reattore deve es-
sere maggiore di uno o una reattivirà p maggiore di zero: ciò per-
mette di avere un cerro margine per controllare la sua potenza (vedi
prossimo paragrafo) e per fronteggiare le variazioni di composizio-
ne, che il reattore subisce durante il funzionamento a causa di tre fe-
nomem:
~• accumulo dei prodotti di fissione, che fanno aumentare le catture
parassite di neutroni (diminuisce k);
0 • progressiva sparizione dei nuclei fissili inizialmente presenti (dimi-
nuisce k);
C:• progressiva produzione di nuovi nuclei fissili p er trasmutazione dei
nuclei fertili (aumenta k). '
I primi due effetti sono quasi sempre predominanti sul terzo e ciò
obbliga ad avere a disposizione inizialmente un eccesso di reattività
!}>.p. Questo valore è riferito al nocciolo funzionante a piena poi:en-
za, ma la reattività varia anche con il livello di potenza per le conse-
guenti variazioni della temperatura e densità dei materiali del noc-
ciolo e tale variazione di reattività può essere sia negativa che positi-
va, secondo il tipo di reattore.
In conclusione, quindi, tra un nocciolo in potenza a fine vira del
combustibile e un nocciolo con combustibile fresco a potenza nulla
e freddo la differenza di reattività può essere sensibile. L'eccesso di
rearrività deve essere ovviamente compensato in ogni istante di fim-
zionamento stazionario, in modo da avere una reattività effettiva
uglla.le a O, corrispondente a k uguale a l. Tale compensazione vie-
ne effettuata con gli organi di controllo, di cui si dirà nel prossimo
paragrafo.

3.2 Il controllo del reattore

Il controllo di un reattore è un'operazione complessa che serve sia a


modifìcarne il livello di potenza, tenendo conto degli effetti da que-
sta indotti sulla reattivirà (controllo di potenza), sia a compensare la
riduzione di reattività dovuta alla variazione di composizione del
combustibile durante il funzionamento (controllo a lungo termine) .
Per variare la reattività di un nocciolo si può agire o sugli assorbi-
menti di cattura o sulle fughe di neurroni. Quasi sempre si adotta il
24

primo metodo, ricorrendo a particolari elementi caratterizzati da


un'elevata probabilità di cattura dei neurroni; per questa loro pro-
prietà sono chiamati veleni. Materiali che vengono comunemente
impiegati come veleni sono il boro, L'afnio, il cadmio e il gadolinio. Si
realizzano così delle barre di controllo, che regolano la reatrività me-
diante dei movimenti di inserzione o estrazione dal nocciolo: duran-
te l'estrazione diminuisce la concentrazione dei veleni nel reattore e
la reattivirà aumenta, durante l'inserzione si ha l'effetto opposto.
Un aumento di reattività provoca una crescita progressiva della
reazione a carena: aumenta il ritmo delle fissioni e quindi la poten-
za. Per arrestare la potenza al livello voluto, bisogna portare di nuo-
vo la reattività a zero; ciò si ottiene con un reinserimento delle barre
di controllo. Tuttavia, la posizione finale delle barre differirà, in ge-
nerale, da quella iniziale, perché bisogna compensare la reattività as-
sorbita o generata dal nocciolo nella nuova condizione di potenza,
per il già citato effetto sulla temperatura e sulla densità dei materiali
del nocciolo.
La compensazione della riduzione di reattività per variazione di
composizione del combustibile awiene invece tramite una lenta
estrazione delle barre di controllo. Data l'assai minore velocità di in-
tervento e la maggior entità della reattività controllata, gli organi di
controllo a ciò preposti sono in genere diversi da quelli adibiti alle
variazioni di potenza e possono da questi differire anche per il siste-
ma adottato per far variare la reattività. Ad esempio, nei reattori
moderati ad acqua si può sciogliere nel moderatore come veleno
dell'acido borico, facendo poi diminuire progressivamente nel tem-
po la sua concentrazione. Un'altra possibilità è quella di inserire sta-
bilmente nel nocciolo dei veleni, posti in particolari contenitori o
miscelati con parte del combustibile, che progressivamente, per cat-
tura di neutroni, si trasmutano in sostanze non awelenanti (tecnica
dei veleni bruciabilz) .
Il controllo della reazione a catena sarebbe assai difficile da realiz-
zare in pratica, se tutti i neutroni al momento della fissione fossero
emessi istantaneamente (neutroni prontt) . Infatti, l'intervallo di tem-
po (vita del neutrone) che passa mediamente tra il momento in cui
un neurrone nasce da una fissione e quello in cui muore determinan-
do un'altra fissione è assai breve: compreso tra 10-3 e Io- 6 secon-
di, in funzione del tipo di reattore. Ciò significa che per ogni inter-
vallo di tempo, pari alla vita del neutrone, il numero complessivo
dei neutroni cambia di k volte, essendo k i[ valore del coefficiente
di moltiplicazione del reattore nello stesso intervallo di tempo. Per-
.
tanto, se k è anche di poco maggiore di uno, si ha un così rapido
aumento della popolazione neutronica e quindi del numero di fis-
Capitolo 3 25
Principi di funzionamento del reattore nucleare

sioni, che è molto difficile, se non impossibile, effettuare il controllo


della reazione a catena. Fortunatamente alcuni neutroni (0,65% per
l'U235 , 0,26% per f'U233 e 0,22% per il Pu 239) vengono emessi con
ritardo, perché generati in seguito al decadimento di prodotti di fis-
sione2 e non direttamente dalla reazione di fissione: il tempo di de-
cadimento medio di questi neutroni ritardati è di parecchi secondi
(13 per l'U 23 5). Pertanto, durante un transitorio in salita della rea-
zione a catena, questi neutroni sono in ogni istante percentualmen-
te inferiori a quelli di un sistema stazionario allo stesso livello di po-
tenza. Così, se l'eccesso dei neutroni (k- l ) non supera la frazione
di quelli ritardati, la popolazione neutronica cresce assai più lenta-
mente di quanto accadrebbe se i neutroni fossero tutti pronti. In tal
modo il reattore risulta controllabile con sistemi praticamente rea-
lizzabili. La frazione dei neurroni ritardati è chiamata /3 ed in termi-
nf.. di reattività viene definita reattività pronta, intendendo con que-
sto che se la reattività supera il valore di /3, si ha che per ulteriori au-
menti di reattività i neutroni ritardati sono quasi ininfluenti e il
reartore può salire rapidamente di potenza: per questo si cerca con
tutti i mezzi di evitare superamento di tale valore.
Riassumendo, l'eccesso di reattività b. p, che si ha tra il reattore
freddo (temperatura ambiente) a potenza nulla con combustibile
fresco e il reattore caldo a piena potenza con combustibile esauri to
(fine vita), può essere suddiviso in questi quattro termini:
• b. p 1: diminuzione di reattività tra reattore caldo e freddo a poten-
za zero; 3
• b. p2 : diminuzione di reattività tra reattore caldo a piena potenza
4
all'equilibrio e potenza zero;
• f:::.p3 : diminuzione di reattività a piena potenza tra combustibile
fresco ed esaurito;

j. 2 l nuclei dei prodotti di fissione sono normalmente caratterizzati da un eccesso di neutro·


ni rispetto al numero di protoni presenti e per questo motivo sono instabili e decadono {3
in un nucleo che può essere generato in uno stato ecci tato. Se l'energia dello stato ecci·
tato è superiore all'energia media di legame di un nucleone nel nucleo, la diseccitazione
può awenire attraverso l'emissione di un neutrone (in alternativa all'usuale decadimen·
to -y). ll ritardo con cui questi neutroni vengono emessi rispetto alla generazione del pro·
dotto di fissione dipende quindi dalla sua costante di decadimento .>. e può variare da
frazioni di secondo fino a diverse decine di secondi. l prodotti di fissione che danno luo·
go con questo meccanismo all'emissione di neutroni ritardati prendono il nome di pre·
cursori. Per ciascun nucleo fissile i vari precursori generati dalle fissioni (che possono es·
sere anche più di un centinaio) vengono riuniti in gruppi, ciascuno dei quali è caratteriz-
zato da una opportuna costante di decadimento media e dalla frazione di neutroni ri tar-
dati generati dal gruppo rispetto alla frazione complessiva di ritardati.
3 Questa diminuzione è dovuta a tre fattori: i) aumento di energia dei neutroni che modi-
fica le proprietà di interazione con i nuclei; ii) variazioni di densità dei materiali presen-
ti; iii) effetto Doppler (si veda l a nota 5)
4 La reattività disponibile quando si raggiunge la piena potenza non rimane costante, ma
diminuisce nel tempo per il rapido accumulo di due particolari veleni, lo xeno e il sama-
ria prodotti dalla fissione (vedi successivi capitoli); l 'equilibrio per la reattività si rag-
giunge in alcune decine di ore.
• .6.p4: margine di reattività per il controllo della potenza del reatto-
re;
Il valore di questi termini varia da reattore a reattore, comunque i pri-
mi tre sono ben maggiori del quarto. Si noti che i primi due derivano
dal fatto che la reattività viene riferita ad una situazione diversa da
quella di funzionamento. Questa convenzione di calcolo nasce dall'e-
sigenza di conoscere l'aumento di reattività che si ha a reattore freddo
e a potenza nulla, perché il sistema di controllo deve essere in grado
di tener sottocritico il reattore anche in queste condizioni (reattore
spento) e per questo deve poter abbassare la reattività al di sorto dello
zero. Dal punto di vista concettuale la reattività andrebbe però defini-
ta a reattore caldo a piena potenza con combustibile fresco: in questo
caso rimarrebbe solo .6.p3 e .6.p4, con .6.p3 >> .6.p4. Pertanto, il vem
eccesso di reattività serve praticamente a compensare la diminuzione
di reattività per la variazione di composizione del combustibile du-
rante la sua permanenza in reattore e cioè in altre parole al suo cresce-
re si allunga la vita del combustibile: ottenere questo è uno dei com-
piti più gravosi del progettista neutronico.
La vita del combustibile o tasso di bruciamento (in inglese bur-
nup) esprime l'energia prodotta per unità di massa del combustibile
tra il momento in cui viene caricato in reattore e quello in cui deve
essere scaricato dal reattore, perché la sua reattività si è abbassata al
pun to tale da non consentire più il raggi ungimento della criticità.
La vita viene espressa con l'unità di misura megawatt·giornilkg o me-
gawatt·giornilt e in simboli MWglkg o MWg!t (in inglese mega-
watt·day!t o MWd!t). L'origine di questa poco convenzionale unità
di misura per l'energia, deriva dall'equivalenza che esiste all'incirca
tra un MWg e l'energia ricavata dalla fissione di un grammo di
U 235 : questa coincidenza aveva colpito i primi progettisti nucleari e
da lì la proposta della unità di misura, che poi non è stata più modi-
ficata.

3.3 Moderazione dei neutroni

I neurroni di fissione possiedono, all'atto in cui sono generati, una


energia variabile in un ampio intervallo, il cui valore medio è di cir-
ca 2 Me V, equivalente a una velocità prossima a 1115 di quella della
luce. Diffondendosi nel nocciolo i neutroni hanno una certa proba-
bilità di urtare in modo elastico o anelastico (più raramente) i nuclei
delle sostanze presenti, cedendo ad essi parre della loro en~rgia. l
neutroni sono quindi raggruppati in tre grandi classi: veloci, epiter-
mici e termici. Quest'ultima classe corrisponde ai neurroni più lenti,
Capitolo 3 27
Principi di funzionamento del reattore nucleare

la cui energia è all'incirca uguale a quella dovuta all'agitazione ter-


mica dei nuclei contro i quali i neutroni collidono. A temperatura
ambiente l'energia cinetica dei neutroni termici è di circa O, 025 e V
Pertanto, nel nocciolo di un reattore nucleare si hanno neutroni che
possiedono energie comprese tra alcuni Me V e piccole frazioni di
un eV
I nuclei fissili U 233 , U 235 , Pu?-39 , si fissi onano con neutroni di
tutte le energie. Con i neutroni termici, tuttavia, la probabilità di
fissione è più elevata e cresce in modo inversamente proporzionale
alla loro velocità. Anche i nuclei fertili U238 e Th232 possono essere
fìssionati, purché i neutroni abbiano un'energia elevata (> 1-1,5
MeV). Tuttavia, poiché i neutroni perdono rapidamente la loro
energia urtando contro i nuclei dei materiali presenti nel nocciolo
del reattore, la probabilità di avere la fissione di questi isotopi è assai
ridotta, così da rendere assolutamente impossibile il sostentamento
di una reazione a catena; indubbiamente l' U 238 e il Th 232 , una vol-
ta mescolati con gli isoropi fissili, possono dare un contributo, se
pur marginale, al numero di fissioni complessive, ma in un reattore
nucleare essi vengono utilizzati soprattutto per le loro proprietà fer-
tili.
Se un reattore fosse costituito soltanto da una massa di uranto
naturale, sarebbe impossibile realizzare una reazione a catena, in
quanto i neutroni prodotti dalla fissione dell 'U235 verrebbero per la
quasi totalità catturati dall' U 238 . I n particolare, la probabilità di cat-
tura da parte dell' U 238 è elevata in corrispondenza di un certo inter-
vallo d'energia dei neutro n i in zona epitermica, detta zona delle riso-
nanze.5 Vi sono due possibilità in alternativa per avere una struttura
in cui possa aver luogo una reazione a catena stabile e precisamente:
• mescolare con l'uranio una sostanza che provochi il rapido ral-
lentamento dei neutroni di fissione, in modo da far attraversare
al neutrone, con poche perdite, l'intervallo d'energia dove si
concentrano le catture da parte dell' U 238 ; per questa funzione
tali sostanze sono dette moderatori;
aumentare la concentrazione del fissile ( U 235 o Pu239 ) in modo da
ridurre la probabilità di urti dei neutroni contro l' U 238 e al tempo
stesso aumentare la probabilità di reazioni di fissione con il nucleo
fissile.

5 La zona delle risonanze è così chiamata perché in questo intervallo energetico la proba·
bilità che un neutrone venga catturato da un nucleo di U238 presenta un gran numero di
picchi molto pronunciati (chiamati appunto risonanze) in corrispondenza di determinati
valori dell'energia del neutrone. Tale probabilità aumenta sensibilmente all'aumento
della temperatura dei nuclei di uranio, in quanto in queste condizioni si determina un al·
largamento delle risonanze (Effetto Doppler).
28

I reattori nucleari basati sulla prima soluzione vengono defmiti ter-


mici, in quanto l'energia media dei n eu troni che producono la fis-
sione è pari a quella termica del moderatore. Nel secondo caso si
hanno i reattori veloci, in quanto l'energia media dei neutroni che
producono la fissione è più vicina all'energia dei neutroni generati
dalla fissione, che a quella dei neurroni termici.
Un buon moderatore deve avere le seguenti caratteristiche: ral-
lentare un neurrone con un piccolo n umero di collisioni, avere
un'elevata probabilità di collisione e una bassa probabilità di assor-
bimento dei neutroni. Poiché la collisione di un neurrone con un
nucleo avviene, in genere, come un urto elastico tra due sfere, si ha
che il rallentamento sarà tanto più efficace quanto più bassa è la
massa del nucleo. Sotto questo aspetto il nucleo ideale è quello del-
l'idrogeno, che ha la stessa massa del neutrone. Sfortunatamente l'i-
drogeno ha una discreta probabilità di assorbire i neurroni: ne deri-
va l'impossibilità di realizzare una reazione a catena stabile con l'u-
ranio naturale come combustibile e con l'idrogeno come moderato-
re. In tal caso è indispensabile ricorrere all'uranio arricchito, avente
comunque un contenuto di U 235 assai inferiore a quello necessario
per far funzionare un reattore veloce. 6
Circa la scelta dei moderatori basterà dire in questo contesto che,
tenendo conto delle caratteristiche sopraelencate, le sostanze che
hanno pratico impiego sono tre e precisamente: l'acqua naturale,
l'acqua pesante e la grafite. Nell'acqua pesante l'idrogeno è sostituito
dal suo isotopo deuterio, che ha una massa doppia. L'acqua pesante
si trova nell'acqua naturale in percentuali piccolissime, 150 ppm e
può venire concentrata con processi di elettrolisi, distillazione,
scambio chimico, ecc., che risultano molto costosi.
Nonostante le inferiori proprietà di rallentamento del carbonio e
del deuterio rispetto all'idrogeno (le rispettive masse stanno nel rap-
porto 12 : 2 : 1), la grafite e l'acqua pesante risultano nel complesso
migliori dell'acqua naturale, in quanto assorbono assai meno i neu-
troni. Infatti, con questi due moderatori è possibile realizzare un
reattore nucleare con l'uranio naturale. Il binomio uranio naturale-
grafite è stato largamente impiegato per costruire reattori nucleari di
potenza all'inizio dell'era nucleare, soprattutto per ragioni militari,
che verranno spiegate più avanti. Tuttavia, l'utilizzo di questo tipo
di reattore per le applicazioni civili si è rivelato, alla prova dei fatti,
non conveniente sotto il profilo economico. Si può quindi conclu-
dere che la costruzione di un reattore n ucleare di potenza richiede

6 In realtà i reattori veloci impiegano come fissile il plutonio per i motivi illustrati nel cap.
4 della Parte l.
Capitolo 3 l 29
Principi di funzionamentg del reattore nucleare

necessariamente che si operi un processo di arricchimento isotopico:


del combustibile, se si realizzano reattori veloci o reattori termici
moderati ad acqua leggera o a grafite, del moderatore, se si realizza-
no reattori moderati ad acqua pesante, (per ragioni economiche
questi possono comunque richiedere modesti arricchimenti del
combustibile).
Bisogna ricordare a questo proposito, che l'arricchimento dell'u-
ranio è un processo industriale assai più complesso e costoso di
quello della produzione dell'acqua pesante, che pochi Paesi sono in
grado di realizzare.
Concludiamo questo capitolo tornando alla definizione di k00
data nel paragrafo 3.1. Facendo esplicito riferimento ai reattori ter-
mici, si può ricordare che tale importante parametro viene usual-
mente calcolato suddividendolo in quattro fattori moltiplicativi uni-
versalmente indicati con é, p, fed TJ (~ = EpfTJ, formula dei quat-
tro fattorz). Essi vengono definiti come segue:
• c : fattore che tiene conto delle fissioni in zona veloce. Poiché la
probabilità che tali fissioni avvengano è bassa, c pur essendo
sempre maggiore di l è sempre molto prossimo ad esso (tipica-
mente é "' 1,05);
• p: fattore che tiene conto degli assorbimenti dei neutroni nei
materiali del nocciolo, durante il loro rallentamento da veloci a
termici, soprattutto per effetto delle catture da parte dell' U 238
nella zona delle risonanze. Essendo una probabilità, p è sempre
minore di l;
• f rapporto tra gli assorbimenti in zona termica nel fissile7 e gli
assorbimenti (catture) che avvengono in tutti i materiali del noc-
ciqlo, inclusi quelli legati al fissile stesso. f rappresenta quindi la
probabilità che un neutrone termico venga assorbito dal fissile
ed è pertanto sempre minore di l;
• TJ è il numero medio di neutroni prodotti per ogni neutrone ter-
mico comunque assorbito dal fissile (si veda il par. 2.3 Parte 1).
Come si vede, TJ è l'unico parametro che può essere significativa-
mente maggiore di l e che consente quindi di avere un ~ maggio-
re di l.

7 Il fissile può comprendere anche il fertile, per esempio U235 e U138 ed in questo caso la
definizione seguente di 11 deve riferirsi anche a quest'ultimo.
'4 Impianti nucleari di potenza

4.1 Il reattore nucleare

L'energia sviluppata nel processo di fissione (energia cinetica dei


prodotti di fissione e dei neutroni emessi, radiazioni) si trasforma in
calore e ciò awiene per la quasi totalità all'interno del nocciolo del
reattore nucleare. T ale energia deve essere trasferita all'esterno del
reattore per essere utilizzata: esiste quindi dal punto di vista funzio-
nale un'analogia tra un reattore nucleare e una caldaia tradizionale.
Ciò considerato e in base a quanto detto nel capitolo precedente,
si ha che un reattore nucleare è costituito dai seguenti componenti
fondamentali:
• Combustibile: componente, quasi sempre allo stato solido, costi-
tuito dagli elementi fissili e fertili, da quelli che sono ad essi legati
chimicamente e dai materiali che hanno funzioni strutturali. Nel
comb ustibile awiene il processo di fissione e la maggior parte
della trasformazione dell'energia di fissione in calore e la trasmu-
tazione dei nuclidi presenti. Per questo, la composizione del
combustibile varia con l'irraggiamento neutronico. Il materiale
fissile è protetto da un rivestimento, detto guaina, che ha la fun-
zione specifica d'impedire il rilascio dei prodotti di fissione all'e-
sterno; generalmente la guaina funge anche da organo strutturale
di sostegno. La vita del combustibile, sia per ragioni neutroniche
(la reattività si riduce nel tempo), che tecnologiche (il bombarda-
mento neutronico e il processo di fissione danneggiano progressi-
vamente la struttura dei materiali) è assai inferiore a quella di tut-
to l'impianto nucleare; per questo esso deve essere periodicamen-
te sostituito. Un tipo di combustibile assai frequentemente im-
piegato è costituito da pastiglie sintetizzate di polvere di ossido
d'uranio ( U~), inserite e sigillate entro un tubo metallico di
una lega di zirconio, oppure di acciaio inossidabile; più barrette
vengono poi assiemate in fasci di forma quadrata o circolare, per
formare quello che si definisce l 'elemento di combustibile.
• Moderatore: moderatori sono l'acqua naturale, l'acqua pesante e la
grafite; nei primi due casi il moderatore può coincidere con il
fluido termovettore. Il moderatore manca nei reattori veloci.
• Riflettore: sostanza che circonda la zona dove awiene la reazione
32 l

a catena (nocciolo), con il compito di riflettere all'interno una


parte dei neutroni diretti verso l'esterno. Il riflettore deve posse-
dere caratteristiche simili a quelle del moderatore e soprattutto
una elevata probabilità di collisione e un'ottima capacità di ral-
lentamento. Un basso potere di assorbimento è invece relativa-
mente meno importante, perché un neurrone che sfugge dal reat-
tore è perso ed è quindi meglio che subisca comunque delle colli-
sioni nel riflettore, che possono invertirne la direzione, anche se a
prezzo di qualche assorbimento. In pratica, tuttavia, per reattori
termici, il riflettore coincide sempre con il moderatore.
• Fluido termovettore: liquido o gas che ha la funzione di trasportare
all'esterno il calore nucleare generato nel nocciolo (quasi tutto
nell'elemento di combustibile), in modo che possa essere utilizza-
to. Il fluido termovettore può coincidere con il fluido motore e/o
con il moderatore-riflettore. Sostanze che sono attualmente im-
piegate come fluido termovettore in reattori di potenza sono:
l'acqua naturale, L'acqua pesante, il sodio, L'anidride carbonica, L'e-
lio.
• Fluido motore: fluido a cui viene ceduta l'energia termica del flui-
do termovettore, per essere poi utilizzata. Il fluido motore è quasi
sempre vapor d'acqua, ma nei reattori a gas può essere l'elio. In
cerri tipi di reattore il fluido motore coincide con il fluido termo-
vettore.
• Organi di controllo: si veda quanto già detto nel capitolo prece-
dente.
• Organi strutturali: organi meccanici di vario tipo che svolgono
funzioni di sostegno e di contenimento. Appartengono a questa
categoria la piastra su cui poggia il nocciolo e il recipiente a pres-
sione che contiene il nocciolo con il moderatore-termovettore.
• Schermi: massicce strutture di protezione del nocciolo, che hanno
lo scopo di ridurre le radiazioni emergenti (gamma e neutronica)
a livelli accettabili per l'uomo. Generalmente i materiali impiega-
ti sono L'acciaio e il calcestruzzo: il primo nella zona a contatto
con il nocciolo, il secondo nella zona più esterna; per applicazioni
particolari viene impiegata anche l'acqua. La massa complessiva
di uno schermo non varia apprezzabilmente con il tipo di mate-
riale.
Il trasferimento del calore all'esterno del nocciolo e la sua trasforma-
zione in energia meccanica (elettrica) avviene secondo due possibili
schemi rappresentati nelle Figure 4. 1 e 4.2. Nel primo caso, Figura
4.1 , il fluido termovettore cede il calore asportato nel reattore al
fluido motore, il quale a sua volta, si espande in una turbina, colle-
gata a un generatore elettrico. Poiché, come già accennato pre-ce-
Capitolo 4
Impianti nucleari di potenza
l 33

Figura 4.1
Ci rcuito primario Circuito secondario
Schema semplifi cato di
un reattore a ciclo
indiretto

Alternatore
Reattore
Condensatore

Pompa Pompa
a limento ricircolo

dentemente, il fluido motore è costituito da vapor d'acqua, lo scam-


biatore di calore tra i due fluidi ha la funzione di generatore di vapo-
re. Nel secondo caso, Figura 4.2, il fluido termovettore funge anche
da fluido motore, entrando direttamente in turbina; in questo caso
il fluido termovettore è costituito da acqua evaporante. I due sche-
mi rappresentati sono normalmente chiamati a ciclo indiretto e a ci-
clo diretto. N el primo caso il circuito del fluido termovettore e quel-
lo del fluido motore vengono detti rispettivamente circuito primario
e circuito secondario.
Sono possibili due varianti degli schemi indicati. Con il sodio co-
me fluido termovettore (reattore veloce) si frappone tra il circuito
primario e quello secondario un ulteriore circuito, anch'esso percor-
so da sodio (v. Figura 4.34) . Questo ha la funzione di impedire che,
in caso di accidentale contatto sodio-acqua nel generatore di vapore,
alla violenta reazione chimica partecipi il sodio altamente radioatti-
vo del circuito primario. Viceversa, nel caso di reattori raffreddati
da gas ad alta temperatura (elio), è possibile far espandere il gas di-

Figura 4 .2
Schema semplificato di
un reattore a ciclo
diretto

Alternatore
Reattore
Condensatore

Pompa
ricircolo
Preriscaldatori
rettamente in turbina, con uno schema più semplice di quello sopra
riportato, perché manca il separatore acqua-vapore (v. par 1.8 Parte
II); tale soluzione non è stata ancora applicata in reattori commer-
ciali, ma alcuni di questi sono in costruzione o in avanzata progetta-
ZiOne.
Il calore di origine nucleare, pur generabile in linea di principio a
qualsiasi temperatura, è spesso limitato a valori di temperatura rela-
tivamente modesti a causa dei vincoli tecnologici dei materiali costi-
tuenti il nocciolo e soprattutto l'elemento di combustibile. Pertanto
negli impianti attualmente più diffusi la qualità del vapore prodotto
è apprezzabilmente inferiore a quella ottenibile in una .centrale ter-
moelettrica convenzionale.

4.2 Classificazione dei reattori nucleari

Una classificazione logica di tutti i possibili tipi di reattore è assai


problematica e qualsiasi scelta si faccia non è esente da critiche. N el-
le definizioni, comunemente utilizzate per ogni tipo di reattore, si
cerca di mettere in evidenza quelle caratteristiche peculiari che Io
differenziano maggiormente rispetto agli altri tipi. Ad esempio, non
si dirà che un reattore ha il combustibile solido, perché ciò è sempre
scontato, viceversa per quei particolari reattori, abbandonati nel pas-
sato e solo recentemente riproposti, in cui si prevede un combusti-
bile liquido, si metteva in luce questa peculiarità definendo questi
reattori a combustibile liquido.
Q ui di seguito vengono elencate diverse caratteristiche per defini-
re un certo tipo di reattore (con il corsivo si indicheranno le defini-
zioni più usate per il loro carattere differenziante):
• Scopo: generazione di potenza, propulsione, ricerca;
• Energia dei neutroni: termico, epitermico, veloce;
• Arricchimento dell'uranio: uranio naturale, uranio arricchito;
• Stato fisico del combustibile: solido, liquido;
• Disposizione deL combustibile: omogeneo, eterogeneo;
• FLuido termovettore: acqua leggera, acqua pesante, gas, metalli li-
quidi;
• Moderatore: grafite, acqua leggera, acqua pesante;
• Ciclo termodinamico: diretto, indiretto, oppure a vapore, a gas,
• Grado di sviluppo: sviluppati o anche affermati o provati, avanzati,
evolutivi, innovativi, in via di sviluppo, in fase di ricerca;
• Generazione: prima, seconda, terza, quarta generazione;
• Contenitore fluido termovettore: a recipiente in pressione, a tubi in
pressione;
Capitolo 4 35
Impianti nucleari di potenza

• Nazione che Li ha sviluppati: di tipo americano, di tipo inglese, di


tipo canadese, internazionali.
Combinando insieme tutte le possibili scelte per i principali com-
ponenti del nocciolo e pur scartando gli accoppiamenti chiaramente
non compatibili sotto il profilo neutronico o tecnologico (ad es.
uranio naturale con moderatore acqua leggera), si arriva a definire
un gran numero di possibili tipi di reattore. Molti di questi sono
stati effettivamente studiati e costruiti nel mondo con notevole di-
spendio di risorse. Tuttavia, la maggior parte di questi, dopo pro-
grammi di ricerca e sviluppo anche molto impegnativi, è stata ab-
bandonata, via via restringendo la scelta dei reattori commerciali a
pochissimi tipi, con la netta prevalenza di quelli ad acqua leggera,
nella duplice versione ad acqua pressurizzata ed ad acqua bollente.
Però, negli ultimi anni si è avuta una ondata di proposte di nuovi ti-
pi di reattore, definiti di quarta generazione, con l'obiettivo di mi-
gliorare il prodotto reattore nucleare sotto diversi profili, di cui si dirà
alla fine del capitolo e sui quali sono stati avviati programmi di ri-
cerca e sviluppo a livello internazionale. Nei prossimi paragrafi si
1
descriveranno prima quelli che finora sono stati commercializzati e
per questi ci si riferirà alla classificazione che fa riferimento al tipo
di moderatore e precisamente: reattori a grafite, reattori ad acqua Leg-
gera, reattori ad acqua pesante e reattori senza moderatore o reattori ve-
loci. Successivamente si descriveranno le soluzioni più interessanti
per futuri sviluppi.

4. 3 Reattori moderati a grafite

4.3.1 Generalità

Il carbonio sotto forma di grafite può essere impiegato come mode-


ratore; il suo non particolarmente elevato potere di rallentamento
(il numero di massa è 12) è in parte compensato da una bassa pro-
babilità di assorbimento dei neutroni. Si tratta quindi di un buon
moderatore, di facile disponibilità, di caratteristiche neutroniche si-
mili, anche se peggiori, a quelle dell'acqua pesante. Ciò ha consenti-
to la realizzazione di reattori ad uranio naturale. Tuttavia, l'impiego
dell'uranio naturale costringe, per ragioni di bilancio neutronico, a
ricorrere ad un combustibile ad elevata densità, quale è l'uranio me-
tallico e a disporlo in barre di grande diametro (aumenta il p); biso-

1 Nelle descrizioni si riportano numerose figure e dati ripresi da pubblicazioni libere dei
fabbricant i o dei Paesi, chiaramente indicati nel testo, che hanno sviluppato e costruito
ogni specifico reattore.
gna poi per le guaine scegliere dei materiali a basso assorbimento
neutronico, come il magnesio: il nome Magnox, lega utilizzata per
questo scopo, è stato preso convenzionalmente per definire tale tipo
di reattore. Il fluido termovettore, sia per l'esigenza citata, sia per ra-
gioni costruttive, deve essere un gas e la scelta per ragioni. economi-
che è caduta sull'anidride carbonica. Queste soluzioni hanno impo-
sto severe restrizioni alla temperatura di funzionamento, alla vita
neurronica del combustibile e alla densità di potenza del nocciolo.
Per comprendere le ragioni del successo iniziale di questo tipo
di reattore, bisogna ricordare che il binomio uranio naturale-grafite
fu considerato in alcuni Paesi (in particolare Gran Bretagna e Fran-
cia) come la scelta più semplice e più rapida per ottenere fissile pu-
ro, materia prima indispensabile per produrre la bomba atomica.
Infatti, con questo reattore, basato sull'impiego di materiali facil-
mente approvvigionabili, si può produrre il plutonio-239, mentre,
per ottenere uranio-235, bisogna arricchire isotopicamente l'uranio
naturale, attraverso una via assai più impegnativa dal punto di vista
industriale ed economico (v. par. 6.7). Questi reattori, detti pluto-
nigeni, non erano condizionati dai vincoli tecnologici sopra citati,
in quanto per ottenere plutonio-239, non inquinato dagli isotopi
superiori, è necessario scaricare il combustibile dopo una breve per-
manenza in reattore e questo va d'accordo con il basso eccesso di
reattività disponibile. Non interessando, inoltre, uno sfruttamento
dell'energia termica prodotta, si poteva far lavorare il fluido termo-
vettore, in questo caso vero e proprio refrigerante, a bassa tempera-
tura.
In un secondo tempo quando questi Paesi decisero di iniziare lo
sfruttamento commerciale dell'energia nucleare, apparve ovvio adat-
tare questo tipo di reattore alle diverse esigenze degli imp ieghi civili,
per utilizzare tutto il retroterra tecnologico e industriale esistente.
Ciò consen tì una rapida industrializzazione di questo tipo di im-
pianti, con la costruzione di parecchi esemplari in tempi brevi. La
prima centrale al mondo collegata alla rete elettrica nazionale fu
quella di Calder Hall in Inghilterra, dotata di quattro reattori da 45
MWe ciascuno, che iniziò il funzionamento commerciale nel 1956.
Tuttavia, i limiti citati erano troppo vincolanti e ben presto apparve
chiaro che non era possibile migliorare evolutivamente il prodotto
per renderlo competitivo sul mercato. Il concetto venne così abban-
donato (l' ultimo reattore di questo tipo è entrato in funzione nel
1969), nonostante il buon comportamento degli impianti costruiti,
molti dei quali sono ancora funzionanti.
Per superare questi vincoli, fu giocoforza passare all'uranio arric-
chito, soluzione che consentiva ben maggiori flessibilità nel proget-
Capitolo 4
Impianti nucleari di potenza
l 37

to. Ciò significava poter impiegare combustibile sotto forma di os-


sido d'uranio e guaine di acciaio inossidabile. Tale reattore, realiz-
zato soltanto in Gran Bretagna, venne denominato AGR acronimo
delle parole inglesi Advanced Gas Reactor. Le temperature di fun-
zionamento crescono sensibilmente, limitate solo dai vincoli posti
dalle guaine di acciaio. Da qui l'interesse per soluzioni alternative
per le guaine e si pensò di sostituire l'acciaio inossidabile con la
grafite stessa, denominando tale nuovo concetto di reattore HTGR
(High Temperature Gas Reactor). Questa soluzione era già a portata
di mano, quando gli inglesi decisero di sviluppare su scala com-
merciale i reattori AGR. Tuttavia, valutarono che fosse troppo ri-
schioso seguire subito questa strada per delle applicazioni indu-
striali e rinviarono nel tempo l'adozione di questo concetto. Men-
tre da un lato gli AGR incontrarono serie difficoltà industriali, che
ne ritardarono l'entrata in servizio, dall'altro gli HTGR non ebbero
la spinta sufficiente per diventare un'opzione competitiva con i
reattori ad acqua. Tuttavia, mentre l'A GR venne ben presto consi-
derato un concetto senza alcuna prospettiva e quindi abbandonato,
l' HTGR viceversa, emarginato nel passato in programmi di svilup-
po di pura sopravvivenza, sta da tempo suscitando un rinnovato
interesse in molti Paesi nuclearmente avanzati: rilevanti programmi
di ricerca e sviluppo sono stati riavviati e fioriscono le proposte di
costruzione di prototipi. Ciò anche in virtù della sua peculiarità di
produrre calore ad elevata temperatura (fino a l ooooC), che signi-
fica macchine più efficienti e possibilità di altri impieghi, oltre
quello di produrre energia elettrica.
Le caratteristiche fondamentali delle tre generazioni di reattori a
grafite sono sintetizzate nella Tabella 4.1.
Prima di terminare questo paragrafo bisogna ricordare che tra i
reattori a grafite va annoverato anche quello che utilizza, come flui-
do termovettore, l'acqua in cambiamento di fase al posto del gas;
tuttavia tale tipo di reattore, RBMK (Reactor Bolshoi Moschnosti Ka-
nalynyz), che è stato realizzato in numerosi esemplari in Unione So-
vietica, non ha suscitato, al di fuori di questo Paese, nessun interesse
industriale. Il 26 apriLe 1986 nella centrale nucleare di Chernobyl,
dotata di 4 unità di l 000 MWe di questo tipo di reattore, si è verifi-
cato un gravissimo incidente nell'unità n. 4, le cui conseguenze si

Combustibile Tabella 4.1


Tipo Guaina Termovettore Caratteristiche fonda-
Composto Arricchimento
mentali delle tre
Magnox U·metallico naturale Magnesio COz generazioni di reattori a
AGR UOz arricchito Acciao inox COz grafite
HTGR U02 , UC arricchito Grafite He
38 1

sono avvenite in tutto il territorio europeo: una descrizione dell'im-


pianto e dell'incidente viene riportata nel cap.9 delia Parte II.

4.3.2 l reattori Magnox

Le caratteristiche principali di una centrale dotata di un reattore ti-


po Magnox, quella di Latina che iniziò il servizio commerciale nel
gennaio 1964, sono riportate in T abella 4.2. Dopo parecchi anni di
funzionamento si manifestò un pericoloso fenomeno di corrosione
degli acciai dei generatori di vapore da parte della COz, alla tempe-
ratura di 400 °C,· fu quindi necessario ridurre la tempet:atura d' usci-
ta del gas a circa 360°C, con conseguente diminuzione della poten-
za del reattore. Ciò comportò, in media, una riduzione di circa il
20% della potenza nominale, con ulteriore aumento dei costi dell'e-
l l
nergia generata: fu questo evento imprevisto a condannare definiti-
vamente questa filiera di reattori.
In totale vennero costruite nel mondo 37 centrali per una poten-
za complessiva di circa 8200 MWe, di cui 5200 MWe in Gran Bre-
tagna per un totale di 26 centrali e 2200 MWe in Francia per un to-
tale di 8 centrali.
Date le basse temperature del termovettore, il ciclo termodinami-
co è più complesso di quello convenzionale: si produce vapore a
due diverse pressioni in modo da poter meglio sfruttare il salto di
temperatura del fluido primario. Q uesto ciclo, denominato duale, è
rappresentato nella Figura 1.8 della Parte Il.

4.3. 3 Gli Advanced Gas Reactors, AGR

Gli Advanced Gas Reactors, denominati con l'acronimo AGR, sono


stati sviluppati e costruiti solo in Gran Bretagna. Il programma di
ricerca e sviluppo partì con la costruzione di un reattore sperimenta-
le da 33 MWe, entrato in funzione nel 1962 a Windscale. Venne
poi varato un programma di costruzione di 14 unità di 640 MWe,
per un totale di 8540 MWe che fu completato nel 1989. Tuttavia,
il programma di costruzione subì ritardi considerevoli a causa di dif-
ficoltà tecniche ed organizzative di diversa natura: il primo reattore
entrò in funzione solo all'inizio del 1976. Il futuro di questa filiera
fu al centro di vivaci dibattiti in Gran Bretagna e alla fine, ancora
prima che entrasse in servizio la prima centrale, fu deciso di rinun-
ciare a ulteriori programmi di costruzione.
La Figura 4.3 mostra una sezione schematica di uno dei reattori
di Hinkley Point-B (Gran Bretagna) della potenza di 625 MWe.
Il nocciolo è costituito da blocchi di grafite a sezione poligonale
Capitolo 4 39
Impianti nucleari di pot enza

di J61ati, tenuti a contatto radialmente da apposite barre. I blocchi


di grafite sono impilati gli uni sopra gli altri per 12 strati, il primo
e l'ultimo dei quali costituiscono il riflettore. I blocchi poligonali
di grafite sono provvisti al centro di un foro circolare per l'alloggia-
mento degli elementi di combustibile, che sono disposti vertical- Tabella 4.2
mente. I blocchi di grafite sono collegati tra loro mediante chiavet- Caratteristiche generali
de lla centrale di Latina
te, pure di grafite; mattoni di grafite a sezione quadrata sono posti con reattore tipo
tra i blocchi poligonali: essi sono provvisti di fori per il passaggio Magnox

Tipo di reattore Ad uranio naturale, moderato e riflesso con grafite, raffreddato con
C(h.
Potenza 229 MWe (lorda), ZOO MWe (netta), 705 MWt.
Rendimento 28,4%.
Nocciolo Cilindro di diametro 14,2 m e altezza 9,4 m.
Canali 3164 canali di diametro 10,48 cm; 2929 canali pe r combustibile; reticolo
quadrato con passo 20,3 cm.
Carica uranio 268000 kg di uranio naturale.
Densità potenza combustibile 2,6 MW /t.
Resa energetica 3500 MWg/t nella regione centrale.
Combustibile Barre di diametro 2, 93 cm e di lunghezza 91 ,2 cm; 23426 barre in
totale.
Guaina Magnox·AI 80 con alettature elicoidali.
Elementi combustibile 8 barre sovrapposte.
Te mperatura massima guaina 465 oc.
Moderatore e riflettore Grafite; moderatore 1258 t (densità 1,75 g/cm3), riflettore 807 t
(densità 1,64 g/ cm3).
Portata termovettore 3165 kg /s di C0 2 •
Temperatura termovettore Ingresso reattore 180 °C, uscita reattore 390 °C.
Pressione termovettore Ingresso reattore 13,5 bar.
Barre controllo 28 barre di controllo e 12 per l'arresto, poste in canali uguali a q uelli
del combustibile.
Circuito primario 6 circuiti con 6 circolatori assiali monostadio di 3,07 MW.
Gene ratori di vapore 6 generatori di diametro 5,59 m e altezza 24, 1 m (incluse gonne
sostegno), peso totale 771 t .
Circuito secondario Portata vapore alta pressione 103,5 t/h (53 bar), portata vapore bassa
pressione 53 tlh (14,5 bar); temperatura acqua a limento 88° C.

delle barre di regolazione, della strumenrazione, ecc., nonché per il


raffreddamento della grafite. L'intera struttura di grafite è circonda-
ta da una parte anulare, pure in grafite, che agisce da riflettore ra-
diale.
In ogni nocciolo vi sono 308 canali per alloggiare il combustibile,
che è costituito da fasci lunghi l 046 mm e comprendenti 36barret-
te (Figura 4.4) costituite ognuna da un tubo di acciaio inossidabile
Figura 4.3
Sezione schematica di
uno dei due AGR della
centrale di Hinkley
Point·B

l Nocciolo 1 Pe n~Jt rnzioni v01pore


risurriscnldnto
2 Griglia oupporto
8 Penet rnzioni principali
3 C:onvoglintot·e gao vapore
4 Mrmdntn soffiante 9 Penettnzloni ncqun
6 Gener«tore vnpore alimento

6 bolnmento termico l O Cunicolo per tendere


i cavi
11 Soffi nn te gns

(diametro 15,2 mm) contenente pastiglie di ossido di uranio arric-


chito (2,0 -:-- 2,5%) . Ogni fascio è contenuto in un involucro di
grafite: in ogni canale vi sono otto spezzoni di fasci di combustibile
posti l'uno sull'altro, allineati e collegati mediante una barra centra-
le che li attraversa. La temperatura massima della guaina di combu-
stibile (825 oC) è considerevolmente superiore ai valori caratteristici
dei reattori M agnox.
Capitolo 4 41
Impianti nucleari di potenza 1

Figura 4.4
Elemento di
combustibile
per un AGR

Il termovettore entra dal basso nei canali di potenza alla temperatu-


ra di 31 O °C e alla pressione di circa 43 bm: fluisce verso l'alto attra-
verso i canali di potenza e quindi esce nello spazio corrispondente al
duomo del recipiente a pressione (Figura 4.5). Da qui scende, alla
temperatura di 656 oC verso i generatori di vapore che sono posti
all'in terno del recipiente a pressione, da dove esce alla temperatura
di 136 °C. Viene quindi fatto circolare, mediante soffianti di tipo
centrifugo e inviato alla base dei canali di potenza attraverso diverse
vie in parallelo, in modo da effettuare il raffreddamento del modera-
tore e di altre parti dell'impianto.
Vi sono dodici generatori di vapore per ogni reattOre: essi sono
alloggiati nell'area anulare esistente tra le pareti del recipiente a pres-
sione e il mantello esterno del nocciolo (Figura 4.5). I generatori di
vapore, che sono disposti verticalmente, contengono (dal basso ver-
so l'alto) gli economizzatOri, l'evaporatore, due surriscaldatori e un
riscaldatore del vapore.
Lo schema del circuito secondario è del tipo classico a unico valo-
re della pressione e pertanto più semplice di quello adottato per i
reattori Magnox. Le condizioni del vapore sono di circa 170 bar e
541 oc, praticamente come quelle delle moderne centrali sottocriti-
che a combustibile fossile; in tal modo è possibile avere un rendi-
mento complessivo della centrale alquanto elevato: 41,7% per la
centrale di Hinkley Point-B.
Il recipiente a pressione è in calcestruzzo precompresso di forma
cilindrica. La parere interna è isolata e refrigerata per mantenere la
temperatura del calcestruzzo al di sorto di 70 oC
Le caratteristiche principali di una centrale dotata di un reattore
del tipoAGRsono riportate in Tabella4.3.
42 l

4.3.4 l reattori HTGR

Figura 4.5 I reattori a gas ad alta temperatura (HTGR) rappresentano in linea


Schema di circolazione di principio un sostanziale progresso rispetto ai reattori precedente-
del termovettore e
generatore di vapore di mente descritti, sia perché come fluido termovettore impiegano l'e-
un AGR lio, evitando così gli inconvenienti riscontrati con l'anidride carbo-
nica alle alte temperature, sia perché utilizzano grafite per il rivesti-
mento del combustibile (e la ritenzione dei prodotti di fissione),
con il risultato di potere aumentare considerevolmente le tempera-
ture di esercizio e di poter diminuire la quantità di assorbitore nel
nocciolo, migliorando anche l'economia neutronica del sistema.
Questo concetto di reattore fu iniziato e sviluppato in tre diversi
Paesi:
In Inghilterra, originariamente nell'ambito di un programma na-
zionale, ma poi nel quadro di un accordo di cooperazione interna-
Capitolo 4
Impianti nucleari di potenza
l 43

Tipo di reattore Ad uranio lievemente arricchito (1,49% e 1 ,78%), moderato e riflesso


con grafite, raffreddato a C02 •
Potenza 660 MWe (lorda), 606 MWe (netta) , 1458 MWt.
Rendimento 41,6%. /
Nocciolo Cilindro di diametro 9,58 m ed altezza 8,29 m.
Canali 465 canali di diametro 24,38: inizialmente 396 canali di potenza e 69
canali per il controllo, all'equilibrio 41 Z e 53 rispettivamente; reticolo
quadrato con passo 39,4 cm.
Carica uranio 152 000 kg all'equilibrio.
Densità di potenza nocciolo 2,4 kW / litro.
Resa energetica 18 MWg/kg.
Combustibile Pastiglie U0 2 , 1,45 cm di diametro, in tubi di acciaio inossidabile,
lunghezza complessiva 99,9 cm, lunghezza attiva 91 ,4 cm.
Arricchimento iniziale 1,49% zona centrale, 1,78% zona periferica,
all'equilibrio Z,OZ% e 2,45% rispettivamente.
Guaina Acciaio inossidabile Z0/25 Nb, spessore 0,38 mm, diametro 1,52 cm.
Superficie minialettata.
Elementi combustibile 36 barre su tre corone entro manicotti di grafite. Lunghezza 104,6 cm,
8 fasci entro ogni canale, lunghezza 917 cm.
Temperatura combustibile Massima guaina 815 °C, massima combustibile 1631 oc.
Portata termovettore Totale nocciolo 12160 t / h, canale medio 30 t/h, canale più caricato 37
t! h.
Temperatura termovettore Uscita compressore 290 oc, ingresso canali 320 oc, uscita canali 675 oc
(valore medio).
Pressione termovettore Uscita compressore 33,7 bar, ingresso canali 33,4 bar, ingresso
generatore vapore 31 bar.
Barre controllo 48 barre di acciaio inossidabile al carburo di boro (4%) (all'equilibrio 32)
per l'arresto rapido, 21 barre di acciaio inossidabile per il controllo.
Recipiente a pressione Cilindro in calcestruzzo precompresso con liner interno. Dimensioni
interne: diametro 20m, altezza 17,7 m. Spessore liner acciaio 1, 27 cm.
Circuito primario 4 circuiti in acciaio.
Generatori di vapore Tipo ··once through" con circuito di risurriscaldamento, superficie t otale
68000 m1 .
Compressori 4 compressori monostadio, potenza totale assorbita 45,2 MW.

zionale coordinato dall' OECD (Organizzazione per la Cooperazione Tabe lla 4.3
Caratteristiche principa·
Economica e lo Sviluppo) e culminato con la realizzazione di un reat-
li di una centrale dotata
tore sperimentale di circa 20 MWt, entrato in funzione nel 1966 di un reattore AGR
presso il centro di Winfrith (Reattore Dragon) e oggi fuori servizio. (Dungeness B)

In Germania, nell'ambito di un programma nazionale per lo svi-


luppo di un reattore cosiddetto a letto fluido, in cui il combustibile
è racchiuso in sfere di grafite, che vengono caricate nel reattore e
lambite dal fluido termovettore. Un prototipo da 15 MWe funzionò
presso il Centro di Julich dal 1968 al 1988, mentre il reattore
THTR da 300 MWe entrò in funzione nel 1986 e già nel 1988 ven-
ne messo fuori servizio per mancanza di fondi.
44 l

Negli Stati Uniti, nell'ambito di un programma di ricerca e sviluppo


promosso dall'Atomic Energy Commission (oggi Department ofEner-
gy) e che portò alla realizzazione di un reattore prototipo da 40
M\Ve a Peach Bottom nel 1966 (attualmente fuori servizio) e di un
reattore dimostrativo di 330 M\Ve a Fon Saint Vrain nel Colorado:
questo, diventato critico nel febbraio 1974, è entrato in servizio
commerciale solo nel 1979, con continui problemi e alla fine del
1981 raggiunse la piena potenza, ma già nel 1989 uscì di servizio.
Nel 1975la società americana Gulf Generai Atomic, fin dall'inizio
impegnata nel programma di sviluppo americano sui reattori
HTGR, decise di non fornire più ben sette centrali della potenza di
circa l 000 M\Ve, che le erano state ordinate da elettroproduttori
appartenenti alla stessa holding (tutte in USA) .

Fino a poco tempo fa sembrava una filiera in abbandono, anche se


dotata di peculiari caratteristiche: temperature elevate, una dichia-
rata maggiore sicurezza intrinseca, possibilità di ado ttare cicli diret-
ti a gas (v.cap.l Parte II), produzione di calore di processo ad alta
temperatura per usi industriali (siderurgia) e infine la possibilità in
linea di principio di produrre economicamente grandi quantità di
idrogeno per termoscissione (v. par. 5.5). Tutto ciò avrebbe potu-
to determinarne la rinascita in qualsiasi momento. Infatti, è pro-
prio quello che è avvenuto negli ultimi anni, quando diversi Paesi
hanno ripreso con vigore programmi di ricerca e sviluppo per que-
sto tipo di reattore. Di questo si parlerà nel par. 4 .6 alla fine del
capitolo.
Per i vari prototipi messi in funzione nel mondo, sono state adot-
tate soluzioni tecnologiche diverse: in questa sede ci si soffermerà
sul reattore di Fon Saint Vrain americano e sul THTR tedesco.
La Figura 4 .6 mostra una sezione del reattore della centrale elet-
tronucleare di Fon Saint Vrain da 330 M\Ve nel Colorado. L'inte-
ro reattore e il complesso del circuito primario sono racchiusi in
un recipiente a pressione realizzato in calcestruzzo armato e pre-
compresso: l'interno del recipiente a pressione è una cavità cilin-
drica di circa 10m diametro e 23m di altezza. Nel duomo supe-
riore del recipiente a pressione sono praticate diverse aperture per
il ricambio del combustibile e i meccanismi di azionamento delle
barre di controllo, nonché per l'accesso ai vari componenti del
reattore. La parte inferiore del recipiente a pressione presenta di-
verse aperture per i generatori di vapore e le soffianti per la circola-
zione dell'elio e un'apertura centrale per l'accesso ad altri compo-
nenti dell'impianto.
Il recipiente è rivestito nel suo interno da una lamiera di acciaio,
Capitolo 4 1 45
Impianti nucleari di potenza

..: . ... \

~f.-Diffusore
..~.. ~-; ·.. -~~··
.. ·.

che forma un involucro a tenuta per l'elio: questo rivestimento è Figura 4.6
Sezione verticale del
protetto da uno schermo termico ed è raffreddato con tubi d'acqua, HTGR di Fort Saint Vrain
saldati sulla faccia verso il calcestruzzo. con lo schema di
Il nocciolo, posto nella metà superiore del recipiente a pressione, circolazione del fluido
termovettore
è costituito da un insieme di blocchi di grafite a sezione esagonale
(Figura 4.7), che fungono contemporaneamente da elementi di
combustibile e da moderatore. Ogni blocco è alto 790 mm e ha una
Figura 4.7 1------- 355 mm
Il nocciolo e il
combustibile per l'HTGR
della centrale di Fort
Saint Vrain.
C:mnle per
bnrrn controJio-ll--&\lrni~,
Foro per maneggio
co mb.

Canale per termovettore

Cnnnle di comb.

se~ione elemento combustibile

Di.eposir~ione nocciolo

larghezza (compresa tra i lati) di 355 mm: sei elementi impilati l'u-
no sopra l'altro determinano l'altezza del nocciolo.
Il combustibile vero e proprio si presenta sotto la forma di parti-
celle sferiche (diametro 0,2 -o- 0,4 mm) di carburo di uranio arric-
chito al 93% (particelle fissili) e di carburo di torio (particelle ferti-
li), ricoperte da tre srrati protettivi (carbonio pirolitico, carburo di
silicio e carbonio pirolitico), in modo da avere un involucro imper-
meabile ai prodotti di fissione gassosi: è questo uno dei punri più
delicati per questo tipo di reattore. Nel caso del combustibile per
Capitolo 4 47
Impianti nucleari di potenza

Fort Saint Vrain, si hanno due diversi strati di rivestimento, che si


sono dimostrati assai efficienti per la ritenzione dei prodotti di fis-
sione. Le particelle di combustibile, sia fissili che fertili, sono conte-
nute in piccole cavità cilindriche all'interno di ogni blocco di grafi-
te; lo stesso presenta anche diverse aperture cilindriche per il passag-
gio del termovetrore, parallele alle precedenti, Un riflettore di grafi-
te circonda il nocciolo, che ha un diametro di 6 m e una altezza di 5
m Circa.
Il fluido termovettore - elio alla pressione di 50 bar circa - entra
nel nocciolo dall'alto (Figura 4.6) ad una temperatura di 450 oC,
fluisce verso il basso ed esce dal nocciolo ad una temperatura di 780
oc,. poi nei generatori di vapore, sempre dall'alto verso il basso, ed
infine entra nelle soffianti, per poi essere nuovamente trasferito nel-
la parre superiore del nocciolo.
Il vapore è prodotto a una pressione di 165 bar ed una tempera-
tura di 538 °C. Il rendimento dell'impianto è uguale a circa il 39%,
comparabile cioè a quelli degli impianti a combustibile fossile.
Infine, bisogna ricordare che questi reattori presentano una note-
vole elasticità per quanto riguarda il ciclo di combustibile
( uz35 - Pu 239 , U 233 - Th232 ) e il grado di arricchimento. T urta-
via, la chimica del ritrattamento del combustibile esaurito è più
complessa di quella dei combustibili convenzionali.
La sostituzione del combustibile esaurito in tutti i reattori a gas,
inclusi gli HTGR, avviene in modo continuo in potenza. Per le ca-
ratteristiche generali di questo tipo di carico-scarico del combustibi-
le, si rimanda al par. 4.5.
Le caratteristiche principali della centrale di Fort Saint Vrain, so-
no riportate in Tabella 4.4.
Il Thorium High Temperature Reactor da 300 MWe, THTR-300,
funzionò in Germania solo dal 1986 al 1988.
I componenti del circuito primario (riflettori, schermi termici,
turbocompressori dell'elio, generatori di vapore, tubazioni dell'elio,
barre di controllo e protezioni del reattore) sono montati all'inter-
no di un conteni tore in p ressione, in calcestruzzo precompresso.
La parete di calcestruzzo, dello spessore all'incirca di 4,8 m, è rico-
perta all'interno da una prima parete metallica isolante, da un rive-
stimento di acciaio a tenuta di gas, dal sistema di refrigerazione
della parete d'acciaio. Il nocciolo è formato da 675.000 sfere di
grafite del diametro di 50 mm, cave all'interno e riempite con una
pasta, formata da particelle sferiche di combustibile e da polvere di
grafite e da un collante. Le particelle sferiche sono del tutto analo- •
ghe a quelle del reattore precedente, ma in questo caso sono for-
mate da ossidi misti di uranio e torio, ricoperte con due strati di
Tipo di reattore Ad uranio fortemente arricchito (93 %) e torio, moderato e riflesso con
grafite , raffreddato a elio.
Potenza 342 MWe (lorda), 330 MWe (netta), 842 MWt.
Rendimento 39,2 %.
Nocciolo Cilindro di diametro 4, 94 m e altezza 4, 75 m.
Canali 247, reticolo triangolare con passo 36,2 cm.
Carica combustibile 936 kg (870 kg di U·235) di uranio e 19500 kg di torio.
Densità potenza nocciolo 6,3 kW /litro
Resa energetica 100 MWg/kgU e Th (medio), 200 (massimo).
Combustibile Sferette di carburo d'uranio e torio, sferette fissili di (U,Th)C2 di
diametro 0,2 m m, sferette fertili di ThC2 di diametro 0,4 mm,
arricchimento 93 %.
Guaina Più strati di carbonio pirolitico e carburo di silicio, spessore O, 13 mm.
Elementi di combustibile 1482 prismi di grafite, di sezione esagonale di 35,5 cm di lato, alti 79,2
cm , ognuno contenente 108 passaggi per il termovettore e 210 cavità
per le sferette di combustibile. Sei prismi in verticale fanno un ..canale..
di potenza (247 in totale).
Portata termovettore 1430 t / h attraverso il nocciolo, 1550 t /h totale.
Tempe ratura termovettore Ingresso reattore 450 °C, uscita reattore 780 °C.
Pressione Ingresso reattore 48,5 bar.
Barre controllo 78 barre di grafite in contenitori metallici con il 30 % di boro sotto
forma di carburo.
Recipiente a pressione Prisma esagonale in calcestruzzo precompresso, lato 14,9 m, altezza
32,3 m. Cavità interna cilindrica di diamet ro 9,4 m e altezza 22,9 m.
Liner in acciaio al carbonio di spessore 1,9 cm.
Circuito primario 2 circuiti in acciaio al carbonio.
Generatori di vapore 2 con sei moduli ciascuno.
Circuito secondario Portata vapore 1040 t/ h,. temperatura 538 °C, pressione 165 bar.
Risurriscaldamento 538 oc, 41 bar. Temperatura acqua alimento 204 oc.

Tabella 4.4 materiale ceramico. Ogni sfera contiene complessivamente l g di


Caratteristiche principa·
uranio arricchito al 93% e l 0,2 g di torio. Dopo cottura ad alta
li della centrale di Fort
Saint Vrain dotata di un temperatura si ottiene un composto solido grafite più com bustibi-
reattore HTGR le, capace di resistere al cimento che si presenta nel nocciolo. Le
sfere contenenti combustibile fresco sono caricate con continuità
nel reattore dall'alto e formano un letto semifluido per effetto del
basso coefficiente d'attrito della grafite (Figure 4.8 e 4.9). Le sfere
contenenti il combustibile esaurito vengono estratte dal fo ndo del
reattore. Il letto fluido di sfere è attraversato da un flusso d'elio a
39 bar che entra nel reattore a 250 oC e ne esce a 750 oC. L'elio
scambia il calore estratto dal nocciolo in 6 generatori di vapore, da
cui esce vapore a 535 oC e 177 bar, il rendimento netto della cen-
trale è di circa il 40%.
Successivamente allo spegnimento del reattore, sulla base dell'e-
sperienza maturata con la costruzione del THTR-300, fu proposta
Capitolo 4 49
Impianti nucleari di pot enza

Figura 4.8
Schema del nocciolo di
un HTGR a sfere

Figura 4.9
Sfere di combustibile
per un HTGR a sfere

l i

Rìvc:;:timcnto in grafite l
Matrice eli Gratìte

Particelle
di combustibile

o l
l
Sh"ti ll<oubmùo
Nu cleo
iu UO,

l
,_

dalla società tedesca KWU una versione modulare dell' HTGR, che
consente di realizzare una semplificazione d'impianto, un aumento
del livello di sicurezza e una riduzione dei tempi di costruzione.
Una prima modifica è stata apportata spostando le barre di sicurezza
e controllo dal nocciolo al riflettore; inoltre si sono adottati per la
densità di potenza e per le dimensioni del nocciolo valori tali da
permettere, in caso d'incidente, di smaltire il calore residuo anche
mediante la conduzione termica e l'irraggiamento verso l'ambiente;
ciò ovviamente con l'adozione di un contenitore d'acciaio al posto
di quello in calcestruzzo precompresso. Queste modifiche consento-
no di realizzare tutta una serie di semplificazioni circuitali. Ogni
modulo ha una potenza termica compresa tra 170 e 250 MW in
funzione del tipo di applicazione. Collegando molti moduli in pa-
rallelo è possibile costruire impianti nucleari di elevata potenza. In-
fine, la standardizzazione del modulo dovrebbe ridurre i tempi per
ottenere le autOrizzazioni dalle autorità di controllo e i tempi di co-
struzione. Questa proposta può essere vista come il punto di parten-
za delle soluzioni previste per quella ripresa delle attività su questo
tipo di reattore, a cui si faceva riferimento all'inizio e su cui si ritor~
nerà alla fine.
50 l

4.4 Reattori moderati ad acqua leggera

4.4.1 Generalità

La maggior parte (circa 85%) delle centrali elettronucleari attual-


mente in esercizio nel mondo è dotata di reattori cosiddetti ad ac-
qua leggera (Light Water Reactor: L Wl?); riferendosi poi agli impian-
ti più recenti e a quelli in costruzione, la loro prevalenza risulta an-
cor più schiacciante.
Nei L WR il flu_ido termovettore, che ha la funzione anche di mo-
deratore e riflettore, è costituito da acqua naturale, chiamata gene-
ralmente acqua leggera, in contrapposizione all'acqua pesante.
Vi sono due tipi di reattore ad acqua leggera:
• Reattori ad acqua in pressione (indicati con l'acronimo PWR, dal-
l'inglese Pressurized Water Reactor) in cui il fluido termovettore è
operante ad una pressione tale (circa 160 bar) che l'entalpia me-
dia dell'acqua all'uscita dal nocciolo del reattore risulta inferiore a
quella di saturazione, per cui il reattore funziona con acqua sem-
pre allo stato liquido. L'acqua passa poi in scambiatori di calore
dove, sul lato secondario, viene prodotto il vapore, che viene in-
viato in turbina. T ali scambiarori sono noti con il nome di gene-
ratori di vapore.
• Reattori ad acqua bollente (indicati con l'acronimo BWR, dall'in-
glese Boiling Water Reactor) in cui l'acqua evapora già all'interno
del nocciolo del reattore e il vapore prodotto (alla pressione di
circa 70 bar) viene inviato direttamente in turbina (ciclo diretto).
Entrambi i tipi di reattore vengono alimentati con combustibile a
base di ossido di uranio arricchito (circa il 3%). Il combustibile si
presenta sotto forma di fasci di barre, costituite da tubi di materiale
metallico (lega di zirconio), all'interno dei quali vengono impilate le
pastiglie di ossido di uranio, ottenute per pressatura a freddo e suc-
cessiva sinterizzazione a caldo. Il fluido termovettore lambisce all'e-
sterno in moto ascendente le barre di combustibile, poste vertical-
mente all'interno del nocciolo.
Tipiéi valori dei parametri principali dei due tipi di reattori sono
riportati in Tabella 4.5.

4.4.2 Reattori ad acqua in pressione, PWR

Il concetto di reattore ad acqua in pressione ebbe origine negli Stati


Uniti, come risultato del programma per la messa a punto di un
reattore adatto per la propulsione di sottomarini. Il primo prototipo
a piena scala- denominato STR Mark 1- fu realizzato su un impian-
Capitolo 4
Impianti nucleari di potenza
l 51

Parametri PWR BWR Tàbella 4.5


Potenza termica (MWt) 2787 2894 Tipici parametri
funzionali per LWR da
Potenza elettrica (MWe) 950 985
1000 MWe
Reattore:
Pressione funzionamento (bar) 155 73
Temperatura ingresso (0 C) 292 278
Temperatura uscita (0 C) 329 289
Portata (t/ h) 51 700 38400
Turbina:
Pressione ingresso (bar) 66,5 68
Temperatura i ngresso (0 C) 282 284
Scambio termico:
Superficie attiva di scambio (m 2) 4215 5700
Flusso termico medio (W l cm 2) 60 51
Flusso termico massimo (W/cm 2) 139 114
Potenza lineare media (W/cm) 178 196
Potenza lineare massima (W/ cm) 413 440
Carica iniziale combustibile:
Peso complessivo uranio (t) 72 114
Numero fasci 157 624
Barre per fascio (17x l7) 264 (8 x 8) 62
Scarico annuale (frazione nocciolo): 1/ 3 1/ 4
Peso complessivo uranio (t) 24 28
Numero f asci 52 156
Numero barre 13728 9672
Barre combustibile:
Numero 41448 38668
Diametro esterno (mm) 9,50 12,27
Spessore guaina (mm) 0,57 0,81
Diametro pastiglia (mm) 8, 19 10,41
lnterasse barre (mm) 12,60 16,25
Altezza attiva (m) 3,66 3, 81

to terrestre e raggiunse per la prima volta la criticità nel marzo


1953. Il primo sottomarino a propulsione nucleare- il famoso Nau-
tilus - iniziò le prove in mare nel gennaio 1955 e fu seguito da nu-
merosi altri dello stesso tipo e da navi militari di superficie. Il primo
impianto nucleare civile, dotato di reattore ad acqua in pressione
per la produzione di energia elettrica, fu costruito in URSS: di po-
tenza molto ridotta - 5 MWe, 30 MWt - iniziò la produzione di
energia elettrica il27 luglio 1954 ed è stato spento nell'aprile 2002.
Secondo venne l'impianto di Shippingport, negli Stati Uniti con una
potenza di 68 MWe, 231 MWt, che raggiunse la prima criticità nel
dicembre 1957 In Italia la prima centrale elettronucleare dotata di
un reattore ad acqua in pressione fu quella di Trino Vercellese (2}7
52

MWe) dell'End, che raggiunse la prima criticità nel giugno 1964 e


iniziò la produzione di energia elettrica nell'ottobre 1964. Le cen-
trali elettronucleari esistenti dotate di reattori ad acqua in pressione
possono raggiungere, nelle versioni più moderne, potenze fino a
1600 MWe, con un solo reattore avente una potenza termica di cir-
ca 4500MWt.
Nel mondo occidentale, i fornitori di questi reattori sono le so-
cietà americane Westinghouse, Babcock & Wilcox e Combustion Engi-
neering (confluita in Westinghouse, che a sua volta venne poi acqui-
stata dalla giapponese Toshiba); il gruppo franco-tedesco Framato-
me, ora completamente francese, in quanto la Framatome, dopo es-
sersi consorziata con la società tedesca KWU della Siemens, la ha poi
acquistata; la Mitsubishi giapponese. Altri gruppi industriali forni-
scono reattori dello stesso tipo su licenza: in Italia la società Ansa/do
ha la licenza Westinghouse.
Anche l'Italia, come altri Paesi europei, aveva deciso nel 1981 di
adottare per le successive centrali nucleari il PWR: per questo venne
studiato un impianto standard da l 000 MWe, denominato Progetto
Unificato Nucleare (PUN), basato sulla tecnologia Westinghouse.
Nella descrizione che segue si fa riferimento soprattutto a questo
impianto, che peraltro è del tutto rappresentativo di questa filiera di
reatton.
La Figura 4.1 O mostra un diagramma semplificato di una centra-
le elettronucleare PWR. Il circuito di sinistra o circuito primario o
generatore di vapore nucleare (spesso chiamato sinteticamente NSSS
dall'inglese Nuclear Steam Supply System) è la porzione d'impianto
che genera il calore nucleare e lo trasforma in vapore. Esso è così
formato dal reattore nucleare vero e proprio (Figura 4. 11) e da tre
circuiti chiusi collegati in parallelo, ognuno dei quali comprende un
generatore di vapore, una pompa di circolazione, un pressurizzatore
(solo in un circuito) e alcuni circuiti ausiliari, la porzione di destra o

Figura 4.10
Stpo.r:ltorl
Schema semplificato di umi dit~~ -.a..TTIT
del circuito primario e
secondario di una
centrale dotata di un
~::.:ol.~ '~"""'"
PWR
. lC
__,
nocciolo

Pompn

~----=---' Acqun
Capitolo 4 53
Impianti nucleari di pot enza

Meccanismo comando Figura 4. 11


barra controllo Spaccato del PWR
Canale per
strumentazione
Golfare
sollevamento Coperchio di
chiusura

Prot. termica
Piastr~ supporto
su peno re ~.,;~'l:§~ ill~-t3~1-- Camicia barra
Battuta supporto controllo
interni ~~~~~
Molla di fissaggio
Involucro
nocciolo Tubo guida
barra controllo
Colonna supporto Albero spinta
barra controllo
Bocchello
ingresso
r~~P"n;,.,fr::o,mrn::osupporto
Piastra superiore radiale
nocciolo pien~e in
Diaframma press10ne
Elementi
combustibile

Piastra inferiore --1---f-~tr.::-


nocdolo ,.,,..,_,..,.

Supporto radiale
Colonne supporto
nocciolo

Tubo guida
Passaggio per accesso strumentazione

circuito secondario comprende il turbogeneratore, il condensatore, i


preriscaldarori e le pompe di alimentazione.
Le barre di combustibile, inguainate in tubi di zircaloy 4 (una lega
a base di zirconio), hanno un diametro esterno di 9,5 mm e una
lunghezza attiva di 3657 mm (Figura 4.12). Assiemando 264 barre,
secondo una disposizione quadrata del tipo 17 x 17, si ottengono
gli elementi di combustibile. Alcune delle posizioni corrispondenti al-
le barre di combustibile sono riservate alla strumentazione per la
misura del flusso neutronico o ai cubi entro cui scorrono le barre di
controllo, cosicché il numero di barre di combustibile risulta inferio-
re a 289 (17xl7). Le 48 barre di controllo sono costituite ognuna
da 24 elementi cilindrici di ~gemo-indio-cadmio , inguainati con
acciaio inossidabile; esse, geometricamente simili alle barre di com-
bustibile, sono collegate superiormente tra loro per formare un fa-
scio (Figura 4 .13). La sezione del nocciolo del reattore è rappresen- .
tata in Figura 4.14.
54 l

Figura 4.12
Barra di combustibile •
del PWR Tappo superiore

Molla

Pastiglie di U02

3851 lntercapedine

~
3657

.....-::

v Guaina in zircaloy

' J

l l

Il controllo della reattività viene anche effettuato mediante acido


borico disciolto nell'acqua, la cui concentrazione viene progressiva-
mente ridotta per compensare la lenta diminuzione di reattivirà, do-
vuta alla variazione di composizione del combustibile durante il
funzionamento del reattore; tale sistema può essere utilizzato anche
per compensare le variazioni di reattività determinate dalla salita in
potenza dell'impianto.
Una parte degli elementi di combustibile (in genere un terzo)
viene periodicamente rinnovata ogni anno di funzionamento; la
tendenza attuale è però quella di aumentare il più possibile tale in-
tervallo di tempo, fino a un anno e mezzo, aumentando l'arrichi-
mento. Il ricambio del combustibile è effettuato a reattore spento,
scoperchiando il recipiente a pressione e allagando la zona sopra il
nocciolo per una altezza di alcuni metri. Le modalità con cui viene
risistemato il nocciolo, durante il caricamento degli elementi fre-
schi, sono definite in base a studi di ottimazione approfonditi.
I principali componenti che costituiscono il circuito primario so-
no, come già detto (Figura 4.15): il recipiente in pressione, i generato-
Capitolo 4 55
Impiant i nucleari di potenza

Figura 4.13
Vista prospettica di un
elemento di
combustibile con ba rra
Singola barra di controllo a fascio per
controllo
un PWR

Barra
combustibile

Griglia

ri di vapore, le pompe di circolazione, il pressurizzatore e le tubazioni


di collegamento.
Il recipiente in pressione è un cilindro con fondi emisferici, di 13
m di altezza, 4 m di diametro interno, 0,20 m di spessore e 355 t di
peso. Il materiale è costituito da acciaio al carbonio, con rivestimen-
to interno di acciaio inossidabile. Il duomo superiore è rimovibile.
I generatori di vapore sono tre, ognuno alimentato da una pom-
pa di circolazione. Essi sono del tipo a tubi a U, con le seguenti ca-
ratteristiche: diametro 3, 6 m, altezza 21m, peso 314 te sono costi-
tuiti da acciaio al carbonio, tranne i cubi, che sono in lnconel (Figu-
ra 4.16). Le pompe sono del tipo centrifugo ad asse verticale, con
tenuta radiale a perdita controllata, con una portata di 6,16 m3 /s e •
una prevalenza di 85 m di colonna di fluido (Figura 4.1 7).
Figura 4.14
Sezione schematica del
PWR

Guida strumentazione
misura irragiamento

Il pressurizzatore, unico per tutto il circuito primario, ha la funzio-


ne di mantenere costan te la pressione entro i limiti prescritti. Esso è
costituito da un recipiente cilindrico entro cui si stabilisce un livello
d'acqua satura in equilibrio con il vapore sovrastante. La pressione
viene controllata mediante l'azione contrapposta di riscaldatori elet-
trici, annegati nell'acqua e di spruzzatori d'acqua posti nella zona
del vapore (Figura 4.18).
Le tubazioni del circuito sono in acciaio al carbonio, rivestite al-
l'interno di acciaio inossidabile. Il circuito primario è dotato di un
certo numero di circuiti ausiliar? (Figura 4.19), tra cui quello di
gran lunga più importante è il sistema di iniezione d'emergenza
(ECCS: Emergency Core Cooling System), la cui funzione è quella di
assicurare il raffreddamento del nocciolo e l'iniezione di reattivirà
negativa in caso di grave e improvvisa rottura del circuito primario,
in modo da evirare la fusione del nocciolo stesso. L'incidente di rife-
rimento per il progetto del sistema d'iniezione d'emergenza (cioè il
peggior incidente ipotetico che deve essere fronteggiato) è la rottura
istantanea e circonferenziale della tubazione di alimento dell'acqua
in reattore, a valle della pompa di ricircolazione e vicino al bocchel-
lo d'ingresso in reattore (gamba fredda del circuito); ovviamente il
sistema d'iniezione d'emergenza deve saper fronteggiare anche inci-

2 Un elenco completo di tutti i circuiti di un impianto nucleare dotato di un PWR è riporta·


to nel par. 6.2 della Parte Il.
Capitolo 4
Impianti nucleari di potenza
l 57

Figura 4.15
Vista prospettica del
sistema primario del
PWR

denti di rottura di minore portata. Per questo il sistema d'iniezione


· d'emergenza (Figura 4.20) è a sua volta costituito da quattro siste-
mi: il sistema d'iniezione ad alta pressione, il sistema d'iniezione a pres-
sione intermedia, il sistema d'iniezione a bassa pressione, il sistema ac-
cumulatore.
Il sistema d'iniezione ad alta pressione, che impiega pompe ad al-
ta prevalenza e bassa portata, ha la funzione di iniettare refrigerante
nel caso di piccole rotture del circuito primario. Infatti, in queste
condizioni, l'entità della depressurizzazione del circuito e della per-
dita di fluido è relativamente modesta e può essere tamponata da
un sistema avente queste caratteristiche di prevalenza-portata.
Il sistema di iniezione a bassa pressione, che impiega pompe a
bassa prevalenza ed alta portata, ha invece la funzione di ristabilire il
contenuto di fluido per grandi rotture e di assicurare il raffredda-
mento a lungo termine del nocciolo, in qualsiasi incidente di rottu-
ra del circuito primario. Il sistema d'iniezione a pressione interme-
dia ha caratteristiche e scopi intermedi tra i due sistemi sopra citati.
Per ogni sistema sono previste due pompe in parallelo, ognuna in
grado di fronteggiare l'incidente.
Il sistema accumulatore è costituito da grandi recipienti (uno per
ogni circuito di ricircolazione), che contengono acqua barata fredda
sotto pressione di gas e isolati dal sistema primario da valvole di
non ritorno. La pressione del gas è di 42-7- 45 bar contro i 155 bar
del circuito primario. L'accumulatore costituisce un sistema passivo
58
l

Figura 4.16
Generatore di vapore
del tipo a tubi a U per
un PWR

Essiccatori

Passo d'uom o

Tubo di drenaggio

Ingres:~o
acqua
alimentazione

Fnscio tubiero

Griglie distanzintrici

Piastra tubiera

Ingresso ncqun- '...,,....-.._.._~


primnrio
Capitolo 4
Impianti nucleari di potenza
l 59

Volano

Cuscinetto
radiale superiorrre
e--~~~:t.;~~~

Albero
Molare + pompa olio
del motore
cuscincllo reg_stispinta
Statore
del motore

Motore

Cuscinetto
radiale infeliore
Sede tenute

Tenuta n . l
Tenuta 11. 3

Flangia principale
Tenuta n.2 C scita acqua
di rafìieddamento
Albero
della p ompa
Cuscinetto radiale
Ingresso acqua
di raflicddamcnto Bamera tem1ica e
scambiatore di calor e
Bocchello
di manda ta Corpo

di iniezione del refrigerante, in caso di depressurizzazione del circui- Figura 4.17


Pompa di circolazione
tO del reattore. Infatti, quando la pressione d el circuito scende al di
del termovettore
sotto di quella del gas contenuto n ell'accumulatore, si aprono le val- primario per un PWR
vole di non ritorno e l'acqua in esso contenuta viene iniettata nel
Figura 4.18 Bocchello valvoln
Schema di un riln•clo (tipico di 3)
pressurizzatore per PWR
Collegnmenlo per apruzzo
-acqua dnlla linea ingresso
circuito reattore

Ugello apruuo --Bocchello per rivela·


ncqun tore livello (~ipico di 3}

--t~----- Spazio pe1· vapol'c

Soat egni
recipiente

Ruotnli per
In rnppresentnzione
---Rlacnldatore elettrico

circuito. Si definisce passivo taJe sistema in quanto, per il suo fun-


zionamento, non occorre l'intervento di nessun organo di controllo
o d'azionamento. Tutti i sistemi d'iniezione sono collegati al circui-
to primario sulla gamba fredda.
Tutto il circuito primario è posto entro l 'edificio reattore, che è
costituito da due strutture cilindriche in calcestruzzo armato con
duomo emisferico: il contenitore primario e il contenitore secondario,
disposti uno all'interno dell'altro. Il contenitore primario, avente
uno spessore di 1,4 m e un volume libero di circa 73000 m3 , costi-
tuisce: i) la struttura di protezione per il circuito primario e per i si-
stemi rilevanti per la sicurezza contro gli eventi di origine esterna,
ii) la barriera che limita il rilascio verso l'esterno dei prodotti di fis-
sione in caso d'incidente, iii) uno schermo biologico di protezione
per le radiazioni. La pressione di progetto del contenitore primario
(4, l bar assolutz) è superiore alla pressione massima raggiunta nel
corso del più grave incidente ipotizzato. Esso è rivestito all'interno
di una guaina metallica dello spessore di l O mm, che assicura una
tenuta stagna contro i rilasci di radioattività. Il contenitore seconda-
OVCS utraa.
emeraenc3

~CVCS
'-----1 relnterro
Pomp;\
p rhnuia

3
'9.
""
LEGENOA ~-
OMWS : Sl1lem:. dl reint.ccro ncqu~ r~:\\.iore. ::l
CVCS : Siatemft dì controllo chimie:-. • vofnme c
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CCW : Silttm" di
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~s
62

l
Serbntoio acqun
l ricambio

l combustibile

Serbatoio iniezione boro


Accmnulntore Interno contenitore 1

Pompn p revalenza intermedia


Gener:.tore
vnpore
l

l Esterno contenitore

Figura 4.20 rio, dello spessore d i 0,8 m, costiruisce una barriera di protezione
Sistema d'iniezione di
emergenza di un PWR
per il contenitore primario nei confronti degli eventi di origine
esterna e al tempo stesso realizza una intercapedine che, messa in
leggera depressione dai sistemi di ventilazione e filtrazione d' emer-
genza, consente di controllare i rilasci dei prodotti di fissione verso
l'esterno. I principali sistemi ausiliari dell'edificio reattore sono: i)
spruzzi del contenitore primario, ii) isolamento del contenitore, iii) n-
combinatori d'idrogeno, iv) climatizzazione contenitore primario e se-
condario. Quest'ultimo è rappresenrato in Figura 4.21.

4.4.3 Reattori ad acqua bollente, BWR

Il concetto di reattore ad acqua bollente ebbe ongme negli Stati


Uniti, come risultato di un vasto programma di ricerca e sviluppo
varato negli anni cinquanta. Il primo impianto elettronucleare di
questo tipo entrato in servizio fu l'Experimental Boiling Water Reac-
tor (EBWR), progettato, costruito e gestito dall' Argonne National
Laboratory. Esso aveva la potenza elettrica di 4,5 MWe (20 MWt) e
raggiunse la prima criticità nel 1956. Il primo impianto su scala
commerciale dello stesso tipo fu quello di Dresden (USA) della po-
tenza di 180 MWe, entrato in servizio nel 1959. In Italia la prima
Capitolo 4 63
Impianti nucleari di potenza

Figura 4. 21
Schema del sistema di climatizzazione del contenitore primario e secondario di un PWR

o
c
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64

centrale elettronucleare dotata di un reattore ad acqua bollente fu


quella del Garigliano (I 60 MWe) dell'End, che entrò in funzione
all'inizio del 1964 e fu posta fuori servizio nel 1982. Infatti, in se-
guito al terremoto deli'Irpinia, l'autorità di controllo richiese una ri-
qualificazione sismica dell'impianto, che risultò non conveniente ef-
fettuare sotto il profilo economico. La centrale di Caorso, da 840
MWe, funzionante dal 1979, venne posta fuori servizio nel 1990,
mentre altre due unirà da l 000 MWe in avanzato stadio di costru-
zione a Montalto di Castro vennnero cancellate alla fine del 1987;
nella descrizione che segue si farà riferimento essenzialmeme a que-
st'ultimo tipo di impianto.
Il più importante fornitore di reattori ad acqua bollente è la so-
cietà americana Generai Electric. Altri fornitori sono l'ASEA-ATOM
svedese (confluita in Westinghouse), la KWU tedesca (ora francese)
che, seppure licenziatarie della Generai Electric, hanno apportato
molte modifiche ai progetti di questa società e la società giapponese
Hitachi- Toshiba. La descrizione che segue si riferisce alla tipologia
Generai Eietric. La Figura 4.22 mostra un diagramma di flusso di
una centrale elettronucleare BWR e la Figura 4.23 l'assonometria
del reattore.
Il generatore nucleare di vapore è composto dal recipiente in pres-
sione, che contiene il reattore vero e proprio, i separatori di vapore e
gli eiettori e dal sistema di ricircolazione. Il fluido termovertore, en-
trando dalla camera inferiore del recipiente in pressione e attraver-
sando il nocciolo del reattore, raggiunge ben presto la temperatura
di saturazione e poi inizia a bollire. Dal nocciolo esce così una mi-
scela acqua-vapore, con un titolo di circa il 14%, che viene convo-
gliata, sempre nel recipiente in pressione, attraverso dei separatori.
Il vapore separato viene inviato direttamente in turbina, mentre

Figura 4.22
Diagramma schematico
di flusso di una centrale
dotata di un BWR

Purifiçazione
chimica
1
Capitolo 4 65
Impianti nucleari di potenza

l'acqua viene ricircolata nel nocciolo scendendo attraverso lo spazio


anulare compreso tra le pareti del recipiente in pressione e quelle
del mantello interno (down-comer), dove si miscela con l'acqua di
alimento, proveniente dal condensatore, preriscaldata ad un valore
opportuno di temperatma. L'acqua viene fatta circolare all'interno
del recipiente in pressione attraverso un sistema di ricircolazione
esterna, che aziona una serie ai pompe a getto (eiettorz). Nei circuiti

Figura 4.23
Assonometria di un BWR

1. Sistema di sfiato e di
spruzzamento della testata
2. Maniglia di sollevamento degli
essiccatori di vapore
3. Essiccatori di vapore
4. Uscita del vapore
5. Entrata dell'acqua di
spruzzamento del nocciolo
6. Separatori di umiditÀ
7. Entrata dell'acqua di a limento
8. Distributore dell'acqua di
alimento
9. Entrata dell'acqua di
raffreddamento
d'emergenza del nocciolo a
bassa pressione
10. Tubazione dell'acqua di
spruzzamento del nocciolo
11. Distributore dell'acqua di
spruzzamento del nocciolo
12. Piastra anulare superiorie di
supporto
13. Eiettori idraulici
14. Mantello del nocciolo
15. Elementi di combustibile
16. Barra di controllo
17. Piastra anulare inferiore di
supporto
18. Entrata dell'acqua di
ricircolazione
19. Uscita dell'acqua di
ricircolazione
20. Supporto del recipiente a
pressione
21. Schermatura biologica
22. Meccanismi di comando delle
barre di controllo
23. Tubazioni idrauliche di
comando
delle barre di controllo
24. Misuratori di flusso nel
nocciolo
66 l

Figura 4.24
Elemento di 0018>00®00 00®00®00
combustibile di un BWR 00000000 00000000
®000000® ®000000®
ooooeooo oooeoooo
oooeoooo ooooeooo
18>000000@ ®000000®
00000000 00000000
0018>00®00 0018>0018>00

00®00®00 00®00®00
00000000 00000000
®000000® ®000000®
oooeoooo ooooeooo
ooooeooo oooeoooo
®000000@ ®000000®
00000000 00000000
00®00®00 00®0018>00
Elemento combustibile - Modulo di 4 elementi
O Barre comb.
·• Bnrre d'ncoun
® Bnrre comb. portnnti

Pnstiglin comb.

Bnrrn comb.
Capitolo 4 l 67
Impianti nucleari di potenza

esterni (in genere 2) circola poco meno della metà della portata che
attraversa il nocciolo; l'acqua viene prelevata nella parte inferiore del
down-corner. Per gli impianti ASEA-ATOM e KWU le pompe a
getto sono state sostituite da pompe assiali vere e proprie, in modo
da eliminare completamente i circuiti esterni. Tale soluzione è stata
introdotta anche negli impianti ABWR della Hitachi-Toshiba, realiz-
zati in collaborazione con la Generai ELectric.
In un BWR la potenza del reattore influenza la quantità del mo-
deratore presente nel nocciolo. Ad esempio, un aumento di potenza
provoca una maggiore produzione di vapore e quindi una riduzione
della densità media del moderatore. A sua volta, la variazione delle
quantità di moderatore presente nel nocciolo ha un notevole effetto
sul bilancio neutronico e quindi sulla potenza. I BWR come i PWR
sono sottomoderati, ciò significa che una variazione della quantità
del moderatore provoca una variazione nello stesso senso del flusso

Figura 4.25
M;miglia Barra di controllo di un
BWR

Barre ouorbi~rici
di neutroni

(1

Lnmn " ''


" '
~
. .
p '
11 l.
68 1

neutronico e della potenza. Pertanto, in un reattore bollente, a dif-


ferenza di altri tipi di reattore, esiste una stretta interdipendenza tra
la neutronica e la termoidraulica del nocciolo: ciò determina impor-
tanti conseguenze sulla progettazione di tutto il sistema.
Le pastiglie di combustibile e le relative barre che le contengono
sono concettualmente simili a quelle di un PWR; l'altezza delle barre
è identica, mentre maggiore è il diametro (Tabella 4.5). Le barre di
combustibile vengono assiemate in fasci di forma quadrata; ogni fascio
contiene tipicamente 62 barre (reticolo 8 x 8 con due posizioni vuo-
te al centro), Figura 4.24. Per la presenza di un fluido bifase, non ri-
sulta opportuno predisporre un nocciolo dove non esista alcun setto
di separazione tra i fasci di combustibile, come awiene nel PWR, al
fme di evitare l'istaurarsi di instabilità termoidrauliche. I fasci di com-
bustibile vengono cosÌ inseriti in condotti a sezione quadrata di zirca-
loy, per formare dei canali indipendenti, entro cui viene convogliato,
dal fondo del recipiente a pressione, il fluido termovetrore.
Le barre di contro/le sono a forma di croce e attraversano il noc-
ciolo nelle inrercapedini esistenti tra i diversi canali. Le quattro lame
di ogni barra contengono dei tubetti di acciaio inossidabile riempiti
con polvere di carburo di boro (Figura 4.25) .
Le barre, contrariamente a quanto awiene nei PWR, sono azio-
nate dal basso e ciò sia per la presenza dei separatori di vapore nella
parte superiore del recipiente in pressione e sia soprattutto perché
1'efficacia delle barre stesse è assai più elevata nel seminocciolo infe-
riore, dove la densità del moderatore e quindi il flusso neutronico
sono magg10n.
- Il controllo della reattività viene effettuato impiegando esclusiva-
mente le barre di contro/le (in questo caso non è praticamente adotta-
bile la soluzione a veleni solubili). Il sistema di controllo si basa anche
sulla variazione della portata di ricircolo (varia _il tirolo di vaE._ore).
L'arricchimento del combustibile non è uniforme tra le barre di
uno stesso elemento. Inoltre, in alcune barre (una decina) l'ossido
d'uranio viene miscelato con piccole quantità di ossido_di~nio
(qualche per cento), che ha la funzione di veleno bruciabile. Il ricam-
bio del combustibile è concettualmente simile a quello di un PWR.
Per effetto delle reazioni di ~sorbimento neutronico nell'acqua,
il vapore prodotto dal reattor~è radioattivo.- Ciò determina delle
complicazioni nella realizzazione e nell'esercizio del ~~tema della
turbina. A reattore spento questa radioattività si riduce molto rapi-
damente, per cui gli impianti sono facilmente accessibili per even-
tuali manutenzioni; qualche difficoltà può nascere per il deposito
localizzato sulle pareti dei condotti e dei componenti di prodotti di
corrosione radioattivi trasportati dal vapore.
Capitolo 4
Impianti nucleari di pot enza
l 69
Figura 4.26
Separatore di vapore
per un BWR

Miaceln acqllll· V:Ipore

I principali componenti del generatore di vapore sono: il recipiente in


pressione, i separatori di vapore e le pompe. Il recipiente in pressione
(diametro circa 6,4 m, altezza circa 22.f!!)è costituito da acciaio lega-
to (spessore tipico 160 mm) con un rivestimento interno (placcatura)
in acciaio inossidabile (5 mm). Il coperchio superiore è rirnovibile e
in genere non ha la placcatllia, perché in contatto con solo vapore.
I separatori di vapore (Figura 4.26) sono dei tubi ~cali, dotati
di palette fisse all'ingresso, che danno alla miscela acqua-vapore che
li attraversa un movimento IQI:2tivo. Le forze centrifughe risultanti
portano a una separazione del vapore dall'acqua. Per un'ulteriore se-
parazione dell'umidità sono installati dei pannelli di essiccamento
di tipo standard.
Le pompe a getto, veri e propri eiettori, sono in acciaio inossidabi-
le e consistono in un j!gello, un tubo d'ingresso p_er .taspir~zione,
una gola o sezione çli mis~elazione e un diffusore. Vi sono 20 pom-
pe a g-crto per un reattore da- l 000 MWe, disposte a due a due, at-
torno alla periferia del nocciolo. Le pompe a getto, come già detto,
sono azionate dal Auido dei due circuiti di ricircolazione esterni,
che rappresenta meno della metà della portata totale di termovetto-
re attraverso il nocciolo (50000 tlh). Con le pompe a getto si hanno
svariati vantaggi: si elimina qualsiasi parte mobile all'internO-deL
reattore, diminuisce la probabilità che si abbiano rotture su grosse
linee di collegamento del termovettore primario, si riempie facil-
mente il recipiente a pressione in caso di rottura di tali linee di col-
legamento. Le pompe di ricircolazione esterne sono concettualmen-
te simili a quelle utilizzate nei PWR.
Il reattore è dotato di un elevato numero di circuiti ausiliari, tra
cui i principali sono i seguenti:
• sistema per il condizionamento chimico del termovettore;
• sistema per la"7Zinozione de/calore residuo durante l'arresto;
• sistema di raffreddamento e di condizionamento dell'acqua della pi-
scina per l'immagazzinamento del combustibile irraggiato;
• sistema per il condizionamento e la filtrazione dell'atmosfera dell'e-
dificio reattore;
l • sistema per lo smaltimento dei rifiuti radioattivi;
• sistema di arresto di riserva "liquido ':·
l• sistema d'emergenza per il raffreddamento del nocciolo;
• sistema di iniezione d'emergenza.
Anche in questo caso il sistema ausiliario concettualmente più im-
portante è quello di iniezione d'emergenza (Figura 4.27), la cui fun-
zione è quella di assicurare il raffreddamento del nocciolo, anche in
caso di grave ed improvvisa rottura del circuito di ricircolazione e
della linea del vapore, in modo che non si abbia la fusione del noc-
ciolo. L'incidente di riferimento per il progetto del sistema d'inie-
zione d'emergenza è la rottura istantanea e circonferenziale della tu-
~bazione di__ricircolo g valle delle pompe; ovviamente il sistema di
iniezione di emergenza deve saper fronteggiare anche incidenti di
rottura di minore portata. Per questo esso è formato da quattro si-
stemi: il sistema a spruzzi a bassa pressione (due circuiti, Low Pressure
Core Spray: LPCS), il sistema di iniezione acqua nel reattore atj_ alta
pressione (High Pressure Coolant Injection: HPC[), il sistema di de-
pressurzzzazione automatica (non rappresentato in Figura 4.27,
Automatic Depressurization System: ADS). Il sistema descritto è quel-
lo adottato nel reattore di' Caorso~ negli attuali reattori uno dei due
sistemi a spruzzo funziona ad alta pressione.
Nel caso dell'incidente di riferimento, si suppone anche che si
abbia l'interruzione dell'alimentazione elettrica esterna, si verifichi
un terremoto di elevata intensità e si guasti un componente o un si-
stema necessario per fronteggiare l'incidente (criterio single foilure).
Capitolo 4
Impianti nucleari di potenza
l 71

Figura 4.27
Sistemi d'iniezione
d'emergenza di un BWR
Contenimento primario

Pono eecco (Dry well)

1.
l

c c

A Pomp:> RlfR
B Sc:unbiotoo·e di calore
D n! serb:otoio C Pompn LPCS
del conclensnto
D Anello spruuatore LPCS
E Valvoln di isolamento della linen di vapore principnle
F Turbi nn HPCJ n. vaoore
G Scnrieo turbinn HPCI
H Pompn HPCI
l Vnlvoln di non ritorno delln linu ncqun nlimento

In questo caso, il raffreddamento del nocciolo è assicurato mediante


l'immissione immediata di grandi quantità d'acqua, sia dall'alto che
dal basso. Le due tecniche sono diverse (spruzzamento e allagamen-
to) e i sistemi sono indiQ_endenti. Per l'allagamento dal basso opera
il sistema_LPCJ, per lo spruzzamento dall'alto il sistema LPCS. En-
trambi i sistemi sono costituiti da pompe, azionate con una rete
elettrica ausiliaria o con altri mezzi indipendenti, che prelevano ac-
qua dalla piscina di soppressione {vedi più avanti) e la immettono
nel recipiente in pressione. La portata è tale da mantenere il noccio-
lo sempre sommerso. I sistemi entrano automaticamente in fUnzio-
ne, quando si abbassa il livello dell'acqua nel recip_iente_deLreattore
~sua pressione. .
Per un inciaeiii:e di dimensioni minori, le variazioni di pressione
72

Figura 4.28 Turbina


Schema di principio del Contenitore
sistema di contenimento secondario
di un BWR

Compressore
Piscina
soppress.

e di contenuto d'acqua sarebbero più graduali. Bisogna allora im-


mettere acqua in quantitativi minori, ma ad alta pressione o abbas-
sare leggermente la pressione del sistema. L'acqua è fornita dal siste-
ma HPC!, costituito da pompe mosse dal vapore principale. La di-
min:rzione della pressione avviene per effetto del sistema Alli, me-
diante apertura delle valvole di sfioro-sicurezza. Quando la p ressio-
ne all'interno del reattore giunge a valori sufficientemente bassi, en-
trano in funzione i sistemi LPCI e LPCS.
L'acqua che circola nel reattore e che viene scaricata nella piscina
di soppressione riscalderà inizialmente l'acqua contenuta nella pisci-
na. Successivamente entra in funzione il sistema di rimozione del ca-
lore residuo (f?esidual Heat Bemoval: RHR), che trasferisce il calore
all'acqua-servizi; quest'ultima è a sua volta raffreddata dal passaggio
in torri di raffreddamento d'emergenza.
La duplicazione e la diversificazione dei sistemi di raffreddamen-
to d'emergenza sono spinte al massimo; ad esempio, per quanto ri-
guarda il tipo di energia utilizzata, alcuni di essi sono alimentati con
corrente ç:ontinua proveniente da batterie sempre in tampone, altri
con corrente alternata fornita da appositi gruppi elettrogeni e altri
ancora utilizzano il vapore prodotto dallo stesso reattore.
Il sistema di contenimento di un BWR è costituito generalmente
da un contenitore primario e da uno secondario (Figura 4.28). Il pri-
mo è formato da un involucro in calcestruzzo armato, rivestito in-
ternamente da una guaina di acciaio, progettato per resistere al pic-
co di pressione che si avrebbe nel caso del più grave incidente ipo-
tizzato. In questo contenitore c'è una camera asciutta (dry-wel~, che
racchiude il recipiente in pressione e il circuito di ricircolazione;
questo ambiente è collegato mediante grossi condotti a una camera
bagnata (wet-wel~, posta a livello inferiore, che comprende una pi-
scina sempre piena d'acqua. In caso di incidente di rottura, le due
Capitolo 4
Impianti nucleari di potenza
l 73

valvole poste sulle linee del vapore in corrispondenza dell'attraversa-


mento del contenitore, chiudono automaticamente e tutto il fluido
che esce dal reattore entra nella camera asciutta del contenitore. La
pressione di questo ambiente cresce e la miscela aria-vapore in esso
contenuta viene espulsa verso la camera bagnata. Poiché i condotti
di collegamento sfogano sotto il livello dell'acqua della piscina, il va-
pore della miscela viene per la maggior parte condensato, riducendo
così sostanzialmente la pressione nella camera umida. Si riducono
anche i prodotti radioattivi trasportati dal vapore, in quanto parzial-
mente adsorbiti dall'acqua della piscina. Tutto questo sistema è rac-
chiuso entro un edificio, il contenitore secondario, che ha la funzione
di ridurre ulteriormente le perdite verso l'esterno.

4. 5 Reattori moderati ad acqua pesante

4.5.1 Generalità

Tra i reattori moderati ad acqua pesante, il più affermato è quello a


tubi in pressione. Sono stati realizzati anche reattori ad acqua pesante
del tipo a recipiente in pressione, cioè simili, come schema, ai PWR.
Questi reattori hanno funzionato molto bene, ma la necessità di do-
tarli di grandi recipienti a pressione per realizzare elevate potenze
unitarie, data l'assai maggiore quantità di moderatore necessario, ha
annullato praticamente le loro prospettive commerciali. Tuttavia, se
nel passato si fosse accettato il fatto che non è detto che i reattori
per essere economici debbano necessariamente essere di grande po-
tenza unitaria (v. par. 10.1 parte II), forse lo sviluppo di questi reat-
tori non si sarebbe interrotto.
Con lo schema a tubi in pressione, il moderatore è fisicamente se-
parato dal fluido termovettore, che può quindi essere anche diverso
dall'acqua pesante. In sostanza, in una vasca, che contiene acqua pe-
sante a bassa temperatura e bassa pressione, vengono disposti dei tu-
bi secondo un reticolo quadrato; i tubi, termicamente isolati verso il
moderatore, contengono il combustibile e il fluido termovettore. Si
ottengono così dei canali di potenza, che vengono collegati con tu-
bazioni di raccordo a due collettori, uno all'ingresso e uno all'uscita
e da qui in avanti si realizza uno schema del tutto simile a quello di
un LWR (PWRo BWR secondo i casi).
Il maggior vantaggio dei reattori ad acqua pesante, rispetto a /. "'"' f'... 1t
quelli ad acqua leggera, sta nella possibilità di utilizzare combustibi-
le ad uranio naturale, anche se un lieve arricchimento risulta in ge-
nere economicamente conveniente. A fronte di ciò si ha un costo Vt:,
74

d'impianto più elevato, dovuto sia all'acqua pesante, sia alla mag-
gior complessità del reattore e dei circuiti.
I reattori ad acqua pesante sono particolarmente attraenti per
quei Paesi che, non disponendo di una capacità autonoma di pro-
duzione di uranio arricchiro, non vogliono correre il rischio di es-
sere condizionati dal suo approvvigionamento. Inoltre, poiché l'in-
centivo economico a trattare il combustibile esaurito, per recupera-
re il plutonio, è inferiore rispetto ai reattori ad acqua leggera, il ci-
clo del combustibile a valle del reattore (v. cap. 6) può risultare
più semplice e comunque meno vincolante. Pertanto, l'adozione
di tale tipo di reatrore può derivare anche da considerazioni di na-
tura essenzialmente politica. Ciò sembrava assai imporrante negli
anni '60 del secolo scorso, quando si temeva una carenza nelle for-
niture di uranio arricchito o che per ottenerle si dovesse essere
condizionati dall'uno o dall'altro blocco politico. Attualmente, am-
bedue le preoccupazioni si sono dissolte e certamente il mercato
dell' uranio arricchito è più nelle mani degli acquirenti che dei for-
nirori. Resta sempre però la preoccupazione delle Grandi Potenze
sui pericoli della proliferazione nucleare, che è più sentita nei con-
fronti di questa filiera di reattori, in quanto in essi si può produrre
plutonio direttamente da uranio naturale (v. per maggiori dettagli
il par. 5.1). 3
Il reattore ad acqua pesante a rubi in pressione che si è affermaro
industrialmente è quello denominato PHWR (Pressurized Heavy
' J ,.. (
Water Reactor), in cui anche il fluido termovettore è acqua pesante
allo stato liquido, ma ad alta pressione ed alta temperatura. çome
in un PWR, l'acqua pesante entra poi in un generatore di vapore
per produrre vapore (di acqua naturale) da inviare in turbina.
Questo tipo di reattore è stato sviluppato in Canada, dove l'inte-
ro programma di ricerca e sviluppo in campo nucleare si è focalizza-
to, fin dall'immediato dopoguerra, su questa linea: per questo spes-
so il PHWR viene chiamato CANDU-PHWR ( CANadian Deute-
rium Uranium) o più semplicemente CANDU
Il programma nucleare canadese ammonta a 15000 MWe con 22
unità della potenza compresa tra 500 e 900 MWe. Impianti analo-
ghi sono in funzione o in costruzione in Argentina, Corea, India,
Palcistan e Cina.

3 Si ricorda che l'India fece esplodere la prima bomba atomica nel1974, dopo che aveva
importato la tecnologia dei reattori ad acqua pesante dal Canada (ambedue facevano
parte allora del Commonwealth). C'è il fondato sospetto che tra le due attività ci sia
una connessione, anche perché il Canada, inconsapevole dei programmi militari dell'In·
dia, sospese dopo lo scoppio della bomba ogni collaborazione nel campo nucleare con
questo Paese.
Capitolo 4
Impianti nucleari di potenza
l 75

Un altro tipo di reattore è quello in cui il fluido termovettore è ac-


qua naturale, non allo stato liquido ma in ebollizione: è questa la
condizione necessaria per ridurne la quantità, onde non compro-
mettere l'economia neutronica del nocciolo. In questo caso, lo sche-
ma dell'impianto è simile a quello di un BWR (ciclo diretto). In Ca-
nada e in Inghilterra sono stati messi in funzione prototipi di poten-
za significativa (rispettivamente 250 e l 00 MWe), mentre in G iap-
pone è in funzione un prototipo da l 00 MWe per il riciclo del plu-
tonio, messo fuori servizio nel 2003. In Italia si lavorò per lungo
tempo su un reattore del medesimo tipo: il CIRENE. Venne co-
struito un prototipo da 40 MWe a Latina, che non ebbe poi l'auto-
rizzazione ad entrare in funzione. Anche in Canada e in Inghilterra,
dopo la costruzione di un prototipo, i programmi relativi vennero
chiusi; in Giappone, dopo parecchi anni di funzionamento del pro-
totipo, l'interesse si è molto attenuato. In sostanza è un concetto
oramai abbandonato. Per ragioni di documentazione storica si ri-
portano le caratteristiche principali del reattore CIRENE di Latina
in Tabella 4.6.
Per completezza, si devono citare anche i reattori con due diversi
termovertori, un gas (elio) e un fluido organico (il difenile, C12 H 10 ).
Senza in questa sede entrare in dettagli, si può ricordare che ambedue
si sono rivelati dei fallimenti clamorosi, dopo ampi e costosi pro-

Tipo di reattore Ad uranio naturale e arricchito, moderato ad Tabella 4.6


acqua pesante, raffreddato con acqua Caratteristiche principa·
naturale bollente. li della centrale CIRENE
di Latina.
Potenza 40 MWe (lorda) , 125 MWt.
Rendimento (lordo) 31 ,9%.
Nocciolo Cilindro verticale di diametro 2,36 m, altezza
4 m.
Canali 60 canali ve rticali de limitati da tubi in
pressione, a loro volta circondati da tubi
d'isolamento. Tubi in pressione in Zircaloy·2
di diametro 106,1 mm e spessore 3,15 mm.
Combustibile Uranio naturale al centro e arricchito in
periferia (esigenza derivante dalla piccolezza
del reattore, ma non più necessaria in uno di
grande potenza). Peso complessivo 10000 kg.
Fasci di 18 barre di diametro 105 mm.
Resa energetica 4500 + 5500 MWg/ t.
Moderatore Acqua pesante: 49 t nel nocciolo, 55 t in
totale.
Sistema termovettore Acqua naturale in cambiamento di fase.
Pressione uscita 43 bar. Titolo ingresso e
uscita -4%, +27%. Portata 67,5 kg/ s.
Ciclo Ciclo diretto a vapor saturo. Pressione 43 bar,
portata 60 kg/ s.
76

grammi di ricerca e sviluppo, che hanno comportato anche la costru-


zione di prototipi. Sono questi dei casi emblematici tra tanti di quan-
to si accennava nel par. 4.2, circa l'abbandono di concetti di reattori
poco razionali, dopo impegnativi progranuni di ricerca e sviluppo.
Nonostante la possibilità in un reattore a tubi in pressione di usa-
re diversi termovettori, quelli in esercizio commerciale utilizzano ac-
qua pesante in pressione. Tuttavia, recentemente il Canada propone
un reattore avanzato ad acqua leggera in pressione e uranio arricchi-
to (v. par. 4.7). In questa sede per una descrizione più dettagliata, ci
si riferirà esclusivamente al CANDU, prendendo come esempio la
centrale canadese di Pickering.

4.5.2 L'impianto CANDU-PHWR

Le caratteristiche principali della centrale di Pickering, dotata di quat-


tro CANDU-PHWRda 500MWe, sono riportate in Tabella 4.7.
La Figura 4.29 mostra un diagramma di flusso semplificato di un
CANDU-PHWR. L'NSSS è composto:
• dal reattore vero e proprio, che consiste nella vasca che contiene il
moderatore di acqua pesante, i canali di potenza (tubi in pressio-
ne con relativo tubo di isolamento termico, fasci di combustibile
e termovettore) e le barre di controllo;
• dal serbatoio di scarico dell'acqua pesante del moderatore, con il
relativo circuito di ricircolazione;
• dal circuito di ricircolazione del termovettore, che comprende, ol-
tre ai tubi in pressione in comune con il nocciolo, i generatori di
vapore, le pompe di circolazione, le tubazioni di collegamento e i
vari circuiti ausiliari;
• dalla macchina di carico e scarico del combustibile, che funziona
con il reattore in potenza.
In un reattore ad acqua pesante, che è caratterizzato da una buona
economia neutronica, è oltremodo necessario ridurre gli assorbi-
menti parassiti di neutroni, in quanto la loro importanza è percen-
tualmente assai maggiore. Ad esempio, l'acqua naturale liquida non
può essere utilizzata come fluido termovettore, perché gli assorbi-
menti da essa determinati sarebbero troppo penalizzanti con l'ura-
nio naturale. Questo aspetto va tenuto presente in tutte le scelte di
progetto che riguardano l' NSSS.
Le pastiglie di combustibile di ossido d'uranio naturale sono
concettualmente simili a quelle di un reattore ad acqua leggera. Le
pastiglie vengono introdotte in un tubo di zircaloy-4, chiuso erme-
ticamente alle estremità e lungo soltanto 50 cm. Un certo numero
di barrette, 28 nel caso di Pickering, vengono saldate sulle estremità
Capitolo 4 n
Impianti nucleari di potenza

Tipo di reattore Ad uranio naturale, moderato e raffreddato con 0 2 0.


Potenza per reattore 540 MWe (lorda) , 508 MWe (netta), 1774 MWt.
Rendimento 29, 1%.
Nocciolo Cilindro orizzontale di diametro 8,0 m, lunghezza 5, 94 m.
Canali 390 canali orizzontali delimitati da tubi in pressione, a loro volta
circondati da tubi di isolamento. Tubi in pressione in_Zircaloy-2,
diametro interno 10,4 cm. Spessore 0,508 cm (0,41 cm per tubi in Zr-
Nb). Tubi isolamento in Zircaloy-2, diametro interno 13,1 cm, spessore
O, 155 cm. Reticolo quadrato con passo 28,58 cm.
Carica combustibile 92 .600 kg uranio naturale.
Densità potenza nocciolo 9,1 kW/ l.
Resa energetica 8000 MWg/t.
Combustibile Pastiglie U02 naturale, diametro 1 ,42 cm.
Guaina Tubi di Zircaloy di diametro 1,52 cm, spessore minimo 0,038 cm,
lunghezza 49,5 cm.
Elementi combustibile Fasci 28 barre di diametro 10, 24 cm. 12 fasci per canale.
Temperatura combustibile Massima guaina 304 °C, massima combustibile 2000 oc_
Moderatore e riflettore 02 0 purezza 99,75%, 275 t, 240 m3 nel nocciolo, potenza termica
generata 90 MW, temperatura massima 68 °C con salto temperat ura 22,2
°C, portata nel nocciolo 1000 kg/s.
Termovettore 020 in pressione, 102 t complessive.
Portata termovettore 7800 kg/ s.
Temperatura termovettore Ingresso reattore 249 °C, uscita 293 oc.
Pressione termovettore 95 bar (ingresso reattore).
Controllo 18 barre verticali per appiattire il flusso e per il picco da xeno, 14 barre
verticali zonali , 11 barre verticali per lo spegnimento. Svuotamento
veloce del moderatore per bilanciamento pressione gas. Aggiunta e
rimozione di boro nel moderatore.
Circuito primario Schema incrociato a forma di 8. 16 pompe (12 f unzionanti) in 4 gruppi
di 4.
Generatori di vapore 12 in 4 gruppi di 3.
Circuito secondario Portata vapore 800 kg/ s, pressione 39,5 bar, temperatura 251 oc,
temperatura acqua alimento 171 oc.
Contenitore Cilindrico con cupola ellittica, calcestruzzo armato, diametro interno
42,5 m, spessore 1, 2 m, altezza cilindro 35,5 m; pressione progetto 0,4
bar. Vacuum building cilindro in calcestruzzo armato, diametro 50 m,

a due griglie per formare un fascio di sezione circolare (Figure 4.30 Tabella 4.7
e 4.31). Dei piccoli tasselli metallici, detti distanziatori, vengono Caratteristiche principa-
li della centrale di
brasati sulla mezzeria di ogni barretta nel punto di minima distanza Pickering dotata di
tra le barrette, per evitare che queste vengano a contatto. Distanzia- quattro CANDU - PHWR
tori più grandi sono brasati sulla mezzeria delle barrerre della coro-
na esterna nel punto di minima distanza con il tubo in pressione,
per creare dei p unti di contatto tra il fascio e il tubo: il peso del fa-
scio è così sostenuto dal tubo in pressione, posto in posizione oriz-
zontale.
Più fasci vengono inseriti sequenzialmente nel tubo in pressione
~ o ::: ...:;J
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Figura 4.29 fino a realizzare la lunghezza voluta; per il reattore di Pickering si


Diagramma di flusso
semplificato di un hanno 12 fasci per un canale, per una lunghezza complessiva di 6
sistema CANDU - PHWR m. I fasci segmentati, rispetto a quelli a piena lunghezza adottati nei
L WR, consentono da un lato di impiegare guaine più sottili, dette
Capitolo 4 79
Impiant i nucleari di potenza ,

di tipo collassabile, dall'altro di effettuare il ricambio del combustibi-


le in modo quasi continuo (vedi più sorto).
Entro il tubo in pressione orizzontale scorre il fluido termovettore,
acqua pesante ad alta p ressione (95 bar) ed alta temperatura (293
°C all'uscita). Il tubo in pressione è inserito in un altro tubo, detto
d'isolamento (Figura 4.31); l'intercapedine tra i due tubi è riempita
da anidride carbonica in len ta circolazione: si determina così l'indi-
spensabile isolamento termico tra il canale di potenza caldo e il mo-
deratore freddo. Il tubo d'isolamento è collegato alle piastre termi-
nali della vasca, in modo da creare un recipiente a tenuta stagna per
l'acqua pesante del moderatore; pertanto il rubo a pressione può es-
sere sfilato dal reattore, nel caso si dovesse sostituirlo. Effettivamen-
te ciò è stato necessario in quanto dopo qualche anno di funziona-
mento, il tubo a pressione si deformava eccessivamente per effetto
di uno scorrimento viscoso, accelerato dal flusso neutronico; il difet-
tO venne poi eliminato, modificando la lega di zirconio utilizzata
per il tubo in pressione. Anche il tubo d'isolamento è in lega di zir-
conio e il suo spessore è inferiore a quello del tubo in pressione.
Il controllo della reattività può essere effettuato con diversi siste-
mi: barre di controllo vere e proprie, che possono però essere co-
struttivamente assai diverse da quelle dei L WR (ad esempio, tubi
percorsi da acqua awelenata o da miscela acqua awelenata e gas),
veleni disciolti nel moderatore, variazioni del livello del moderatore,
ricambio del combustibile. Le barre vengono impiegate per il con-
trollo rapido, gli altri sistemi per quello lento. In particolare, l'arre-
sto rapido del reattore può essere realizzato anche scaricando com-

Figura 4.30
Fascio di combust ibile
per un CANDU-PHWR

l Dletnneinlor( ~irenl oy
2 Gunlno z.lrcnloy
3 Grislla tircta.loy
4 Pattlglle U02
5 Diotanzlntori bnrrette
6 Thbo a prenlone
7 Tubo laol"mento
80

Figura 4.31
Sezione trasversale
dell'elemento di
combustibile a 28
barrette, del tubo a
pressione e del tubo di
isolamento di un
CANDU-PHWR

pletamente il moderatore dalla vasca del reattore in un opportuno


recipiente. È questo un sistema concettualmente semplice e funzio-
nalmente assai affidabile, anche se relativamente lento.
I PHWR sono caratterizzati, a differenza dei L W'R, da un coeffi-
ciente positivo dL_E_otenza, cioè la reattività cresce all'aumentare del-
la potenza generata. Ciò determina due conseguenze assai impor-
tanti per il controllo del reattore. Innanzi tutto il reattore risulta in-
trinsecamente instabile e ciò obbliga a progettare il sistema di con-
trollo in modo tale che intervenga con continuità sulla reatrività del
nocciolo, così da rendere complessivamente stabile il funzionamen-
to del reattore stesso. Inoltre, il nocciolo risulta meno reattivo quan-
do è freddo e richiede quindi un cerro margine di reattivirà per esse-
re avviato.
Se si vuole poi effettuare un riavviamento rapido del reattore do-
po un arresto rapido (dovuto a un segnale spurio), si deve avere a
disposizione un ulteriore e più elevato margine di rearrività per su-
perare il cosiddetto picco da xeno. Bisogna a questo proposito aprire
una parentesi.
Lo xeno è un elemento intermedio della carena provenien te dal
Te 135, la cui percentuale di formazione su rutti i prodotti di fissione
è del5,6%. La catena di decadimento è la seguente:

Tel 35 _! Jl 35 _! Xei 35 _! Csl35 ! Ba (stabile)


2min 6,7h 9,2h 3 ·106 a

Lo Xe 135 è un fortissimo assorbitore di neutroni4 e assorbendone


uno diventa Xe 136 stabile e a bassa cattura neutronica. La formazio-
ne dello Xe 135, avvenendo con un cerro ritardo rispetto alla produ-

4 La sezione d'urto microscopica di cattura vale s, = 2,65 · 106 b.


Capitolo 4 81
Impianti nucleari di potenza

zione del Te 135 , prosegue per alcune ore anche dopo lo spegnimen-
to del reattore; la sparizione dello xeno avviene medianre due pro-
cessi in parallelo: decadimento radioattivo e cattura neutronica, effet-
to quest'ultimo che dipende dal livello di potenza del ~atrore. Per-
tanto, allo spegnimenro del reattore, si ha inizialmente un acZumulo
dello xeno (viene meno l'effetto di sparizione per cattura neucroni-
ca) e successivamente una sua progressiva riduzione: si raggiunge un
picco in circa l O ore e si ottiene di nuovo il valore iniziale dopo cir-
ca 50 ore e da lì in poi scende progressivamente, se il reattore rima-
ne spenro. Nei reattori ad elevato flusso neutronico, come sono i
PHWR a differenza dei L WR, 5 il picco di concentrazione dello xe-
no, dopo un arresto rapido è tale che occorre un cospicuo margine
di reattività per superarlo durante il riavviamenro. Generalmente, in
sede di progetto si stabilisce un intervallo di tempo massimo entro
cui fare il riavviamento (tipicamenre mezz'ora); superato questo pe-
riodo di tempo per poter riavviare il ~ttore bisogna attendere che
lo xeno sia ritornato ai valori iniziali.
Per ottenere il margine di reattività necessario si può ricorrere alla
soluzione di avere delle barre di controllo sempre inserite, che ven-
gono estratte soltanto durante l'avviamento. È una scel~he pena-
lizza il bilancio neutronico del reattore, a cui in precedenti impianti
veniva preferita quella d'inserire durante l'avviamento delle barre
d'uranio fortemente arricchito (f:2osters}, per aumentare la reattività.
Q uesta soluzione non è stata poi adottata nei reattori successivi per-
ché abbastanza delicata. Questi effetti di variazione di concentrazio-
ne dello xeno si hanno, se pur proporzionalmente inferiori, anche
durante un rapido cambiamento del livello di potenza. Anche in
questo caso, il sistema di controllo deve intervenire per fornire il
margine di reattività necessario.
Nei reattori ad acqua pesante, per la già citata importanza dell'e-
conomia neurronica, risulta conveniente e al tempo stesso indispen-
sabile effettuare il ricambio quasi continuo del combustibile. D 'altra
parte la presenza di singoli canali di potenza, accessibili dall'esterno,
rende concettualmente fattibile tale operazione con il reattore in
funzionamento, a differenza di quanto avviene per i L WR. Pertanto,
per il ricambio del combustibile, due macchine assai complesse e
costose (Figura 4.32) si posizionano alle due estremità del canale di

5 Il flusso neutronico, a parità di potenza specifica del combustibile, è inversamente pro-


porzionale alla sezione d'urto macroscopica di fissione, la quale a sua volta è diretta-
mente proporzionale all'arricchimento. In realtà la potenza specifica di un reattore ad
acqua pesante è inferiore a quella di un LWR, ma non nel rapporto dei relativi arricchi·
menti. Pertanto, come detto, il flusso di un reattore ad acqua pesante è più elevato di
quello di un LWR.
82 l

potenza. Con esse, dopo aver tolto i tappi di chiusura, da una parre
si inseriscono uno o più spezzoni freschi e dall'altra si estrae un
ugual numero di spezzoni esauriti. Il ritmo di questo ricambio assia-
le può variare in senso radiale. I vantaggi del ricambio continuo del
combustibile sono così sintetizzabili:
• prolungamento della vira neurronica del combustibile, in quanto
lo spezzone fresco introdotto nel reattore ha un eccesso di rearri-
virà che, invece di essere assorbito dai veleni delle barre di con-
trollo, serve come sorgente di ne~r~i per gli spezzoni in via di
esaurimento;
• tutti gli spezzoni presentano allo scarico lo stesso irraggiamento e
quindi lo stesso d~~; -~ -----.
• si può modificare la distribuzione naturale di potenza in senso ra-
diale, in modo da ottenere forme più convenienti sotto il profilo
~onomico; in genere, si attua un appiattimento del flusso radiale
in una zona centrale, in modo da aumentare la potenza comples-
siva del nocciolo (aumentano però le fughe radiali di neutroni e
diminuisce la vita del combustibile); ciò risulta assai conveniente
per ridurre gli oneri di capitale per unita di potenza, anche se a
spese di un aumento del costo di combustibile, che è in questi
reattori abbastanza contenuto;
• poiché il combustibile viene caricato e scaricato alternativamente
Figura 4.32 in un senso e nell'altro in canali vicini, si rende simmetrica la for-
Schema delle macchine ma di.l_lusso assiale, che altrimenti per effetto del bruciamento di-
di ricambio del
combustibile per un verso diventerebbe dissimetrica.
CANDU-PHWR La vasca è costituita da un recipiente cilindrico in acciaio inossidabi-

.r .
Capitolo 4
Impianti nucleari di potenza
l 83

le...aus.renitico disposto orizzontalmente. Il diametro della vasca è di


circa,~D;"Iunghezza è dii ~ lo spessore è di d 5 mm; la massa
complessiva incluse le piastre tubiere con gli schermi neutronici è di
665 tonnellate. Nelle pareti della vasca sono praticate diverse apertu-
re pesle barre di-.regolazi0ne-e-di acrest!4._per la ~one del mo-
~ e per Jo scarico del medesimo nel relativo serbatoio, per la
circolazione dell'atmosfera di elio, ecc .. Per evitare che le parti non
in contatto diretto con il mod~;atore si surriscaldino a causa delle
radiazioni, la pane sup_~ della vasca è irrorata con spruzzi di ac-
qua pesante.
-rr-modemtore è costituito da un volume di 250 m 3 di acqua pe-
sante: alla piena potenza 93 MWt vengono generati o trasmessi nel/
al moderatore. Inoltre, s(formano alcune impurità e parre dell' ac-
qua pesante, sotto l'azione della radiazione, si dissocia. Per fronteg-
giare questi problemi e per svolgere ulteriori funzioni, come il con-
trollo del livello, lo scarico rapido del moderatore e il controllo dei
veleni solubili (acido borico) in esso disciolti, sono previsti due cir-
cuiti tra di loro interdipendenti. Il primo fa circolare il moderatore
in un circuito di_raffreddamento_e condizionameo.tQ. chimico (puri-
fìcazione e controllo dei veleni solubili). Il secondo fa circolare l'at-
mosfera esistente sopra il moderatore ~e!!a vasca, che è costituita da
elio per realizzare un ambiente inerte, in modo da.,spurg<!!uWla-'la--.
sca i gas radiolitici (Dz e 0 2) e farli successivamente ricombinare;
con questo c1rcuito si stabilisce anche, tra la vasca del reattore e il
serbatoio di scarico del moderatore, una differenza di pressi on~atta
a mantenere il moderatore allivello desiderato. Per effettuare lo sca-
rico rapido del moderatore nel serbatoio, posto sotto la vasca del
reattore, si aprono delle valvole di grande diametro che consentono
di eguagliare rapidamente la pressione dell'elio tra i due recipienti.
Le piastre tubiere sono dei componenti meccanici assai complessi,
che non possono essere sinteticamente descritte. Esse hanno sia la
funzione di sostegno di tutto il reattore sia quella di schermo neutro-
nico. Questa seconda funzione è indispensabile per rendere ;ccessi-
bile, a reattore spento, i locali dove operano le macchine di carico e
scarico del combustibile. Alle piastre sono collegati i tubi in pressio-
~i isolamento. -
Il circuito primario consiste in due circuiti identici in serie, che
iniziano e terminano sui lati opposti del reattore, in modo che il
percorso del termovettore in canali adiacenti sia in direzione oppo-
sta (schema a 8). Il circuito è concettualmente simile a quello di un
PWR: da segnalare il maggior numero di generatori di vapore (12
contro 3 pur con metà potenza del reattore) e il diverso sistema di
controllo della pressione. Quest'ultimo si basa su delle valvole che
con continUtta mtettano e scaricano una piccola portata di acqua
pesante (sistema feed and bleed): agendo sul rapporto tra le due por-
tate si ottiene la variazione voluta di pressione del circuito.
In aggiunta ai sistemi già descritti, l' NSSS è dotato di altri siste-
mi ausiliari di cui i principali sono:
• sistema di purificazione del termovettore;
• sistema per ilfunzionamento della macchina di ricambio del combu-
stibile;
• sistema per l 'asportazione del calore a bassa potenza;
• sistema d'iniezione di emergenza;
• sistema per il ricupero dell'acqua pesante dispersa in seguito ad even-
tuali rotture del circuito primario;
• sistema per il raffreddamento del combustibile spento;
• sistema per lo smaltimento dei rifiuti radioattivi;
• sistema per il condizionamento e la filtrazione dell'atmosfera dell'e-
dificio reattore.
L 'edificio reattore è un contenitore cilindrico con la cupola ellittica,
rutto in calcestruzzo. Collegato al contenitore, con un condotto di
grande dimensioni, c'è un altro edificio, il cosiddetto vacuum buil-
ding, che ha lo scopo di raccogliere e condensare il vapore prove-
niente da un.a ipotetica rottura del circuito primario, in modo da
contenere il picco di pressione nel contenitore; questo viene otten u-
to mediante una intensa pioggia di acqua, che è sempre in azione
per assicurare la massima affidabilità di funzionamento. Vi è un solo
vacuum building per i quattro contenitori.

4. 6 Reattori veloci

4.6.1 Definizione e fondamenti teorici

Si dice veloce un reattore nucleare in cui non vengono deliberata-


mente introdotte delle sostanze moderanti. Nonostante ciò, lo spet-
tro energetico dei neutroni non è uguale a quello di fissione, perché
questi, prima di venir assorbiti in processi di fissione e cattura, subi-
scono un certo numero di collisioni con i materiali che sono neces-
sariamente presen ti nel nocciolo. Per le collisioni senza assorbimen-
to con i nuclei fissili e fertili, si otterrebbe una perdita d'energia as-
sai modesta, se l'urto fosse, come al solito, di tipo elastico, in quan-
to la massa di questi nuclei è molto maggiore di quella dei neutroni;
in realtà i neutroni ad alta energia hanno una certa probabilità di
avere collisioni di tipo anelastico con i nuclei pesanti, perdendo in
questo caso una frazione significativa della propria energia.
Capitolo 4
Impianti nucleari di potenza
l 85

L'interesse per i reattori veloci deriva dalla loro caratteristica di ge-


nerare, per trasmurazione dei nuclei fertili, nuovo materiale fissile
( in quantità maggiore di quello consumato per la fissione: si ha co-
sì la possibilità di utilizzare una frazione elevata dell'uranio natu-
\ rale e non solo la piccola quantità dell'isotopo fissile uranio-235
\ (0,7%).
L'efficienza con cui un reattore produce nuovi nuclei fissili è rap-
presentata dal rapporto di conversione o di rigenerazione, definito co-
me rapporto tra fissili generati e quelli bruciati (istantaneo o inte-
grale) . Per esaltare le prospettive a lungo termine dell'energia nu-
cleare è importante che tale rapporto sia maggiore di uno e ciò è
possibile con un reattore veloce: ciò risulterà più chiaro da quanto
esposto nel cap. 6. 6 Nei reattori termici il rapporto di conversione è
sempre minore di uno, tipicamente 0,5 per un L WR e 0,7 per un
PHWR, perché tale è la frazione dei neutroni urilizzabili in media

45 .----.----,-----,----.-----.----.----.-----.----, Figura 4.33

~
Andamento del valore di
'fJ (numero di neutroni
,_ l - - l l emessi da un nucleo
fissile per ogni
assorbimento) in
J si----T--t'- + - --+---+----+-1--+--+-11/J funzione dell'energia

~-
dei neutroni

30 l ---+---! j1J
l l ~--, r\ " - -· ~//~/ :/ 1/
; 1 'l ;\ t/ Il1

IO

05

Enc:rg1:.t c..lci ncutrom (el )

6 Si può anticipare che attualmente questa caratteristica viene messa un po' in sordina,
pensando addirittura di concepire i reattori veloci come bruciatori del plutonio e degli
altri attinidi: esattamente l'opposto dell'obiettivo che questi reattori avevano avuto.
86 1

per cattura da parte dell'uranio-238, sul totale di quelli emessi du-


rante un assorbimento nel fissile.
Qui di seguito si illustreranno le ragioni per le quali passando da
un reattore termico a uno veloce si possa ottenere un rapporto di
conversione maggiore di uno.
Il numero di neutroni emessi da un nucleo fissile per ogni neutro-
ne comunque assorbito è definito universalmente con il simbolo ry. Il
valore di questo parametro per neutroni di energia termica e per i di-
versi nuclei fissili è riportato in Tabella 2.2. Il valore di rJ non è però
costante con l'energia dei n eu troni incidenti e tende in media a cre-
scere con questa, sia perché aumenta leggermente il numero di neu-
troni emessi per ogni fissione (parametro v), sia perché si riduce il
rapporto tra gli assorbimenti senza fissione (cattura parassita) e quelli
con fissione. Un tipico andamento di rJ con l'energia dei neutroni è
rappresentato in Figura 4.33 per /'U233 , l'U235 e il Pu239 .
Poiché per sostenere la reazione a catena è necessario un neutro-
ne, (ry - l) rappresenta il numero dei neurroni disponibili per i ri-
manenti processi e precisamente: i) assorbimento nei materiali del
nocciolo, escluso il combustibile; ii) fughe verso l'esterno; iii) mar-
gine di controllo, iv) assorbimento in nuclei fenili con conseguente
formazione di nuovi nuclei fissili. Se si vuole ottenere un rapporto
di conversione maggiore di uno è necessario che anche i neutroni
disponibili per il terzo processo siano più di uno. Poiché una certa
frazione di neutroni va comunque persa nei processi i), ii) e iii), si
deduce che, per realizzare quanto detto, è necessario che in ogni ca-
so (ry - l) debba essere sostanzialmente maggiore di uno.
In Tabella 4.8 è riportato il valore di (ry - l) per quattro nuclei
fissili (U233 , U235, Pu239 , Pu241 ) e due nuclei fertili (Th232 , U 238 )
in corrispondenza di neutroni termici e veloci. Dall'analisi dei dati
di tab.4.8 si possono fare le seguenti considerazioni:
• per tutti i nuclei, (ry - l ) è più elevato per neutroni veloci che
per neutrom termteJ;
• per l'U235 , (ry - l ) è abbastanza basso in tutto l'intervallo ener-
getico;
• per l' U 233 , (ry - l ) non è troppo variabile con l'energia dei neu-
troni ed il valore assoluto è più elevato che per l'U235 ;
• per il Pu239 , (ry - l ) è fortemente crescente con l'energia e il suo
valore assoluto in zona veloce è abbastanza elevato, a ciò si ag-
giunge l'effetto del Pu241 , che accompagna sempre il Pu239 .
Se a tutto ciò si aggiungono questi fatti:
• in zona veloce un certo numero di fissioni avviene nell'elemento
fertile e questo contributo è significativo per l' U 238 (l o -7- 20%
delle fissioni) e piccolo per il T~ 32 (2 -7- 4% delle fissioni);
Capitolo 4
Impianti nucleari di potenza
l 87

Nucleo Neutroni termici Neutroni veloci Tabella 4.8


un 3 Valori di (1) - 1) per
1,28 1,42
diversi nuclei
un s 1,07 1,20
Pu239 1 ' 10 1,60
Puz41 1,24 1,73
Thnz Non fissile 1,00
una Non fissile 1,27

• un reattore veloce è più complesso di un reattore termico;


si può concludere che, per avere un fattore di conversione maggiore
di uno, conviene indirizzare la scelta o sul ciclo U 233 - Th232 in zo-
na termica o su quello Pu239 - U 238 in zona veloce. Un ciclo invece
a base di U 235 non consente, in pratica, di realizzare questo fine. La
stragrande maggioranza dei progetti realizzati nel mondo sui reattori
convertitori si basa sul ciclo Pu 239 - U 238 e quindi, per quanto so-
pra detto, sui reattori veloci.
È già stato accennato che le cattura parassite nel combustibile
in un reattore veloce sono inferiori a quelle che si hanno in un
reattore termico. Diversa è però la situazione per quanto riguarda
gli altri materiali del nocciolo, come, ad esempio, il sodio e il fer-
ro. Infarti, la diminuzione della probabilità di cattura dei neutroni
da parte di questi elementi passando da energie termiche a energie
veloci, pur essendo notevole, è inferiore a quella che subisce la
probabilità di fissione dei nuclei fissili nello stesso intervallo ener-
getico. Inoltre, questi materiali rallentano parzialmente i neutroni,
abbassando così il valore di rt e cioè il numero di neutroni dispo-
nibili per la conversione del fertile. Per questi motivi, in un reat-
tore veloce il combustibile deve essere sostanzialmente più arric-
chito in fissile di quanto avvenga in un reattore termico: valori ti-
pici dell'arricchimento sono 15 -:- 2 0% contro 0,7 ...;-- 3% di un
reattore termico. Ciò comporta notevoli conseguenze sul progetto
del nocciolo del reattore.
Nei reattori veloci, la continua produzione di fissile, in quantità
superiore a quella che si brucia e il minor potere avvelenante dei
prodotti di fissione rispetto a quello dei materiali presenti, fanno si
che la reattività non vari apprezzabilmente con il tempo di funzio-
namento. L'eccesso di reattività iniziale p uò essere così assai mode-
sto (poco più di quello occorrente per il controllo) e la vita del com-
bustibile dipende in questo caso soltanto dai limiti tecnologici e
non da quelli neurronici.
O ltre che dal rapporto di conversione un reattore veloce è carat-
terizzato dal tempo di raddoppio, che rappresenta il tempo necessario
per raddoppiare la quantità totale di fissile in gioco, cioè quella con-
88 1

tenuta inizialmente nel nocciolo più quella congelata nelle operazio-


ni esterne al reattore, per il ritrattamento del combustibile scaricato
e la fabbricazione del nuovo. Valori di questi due parametri sono:
1,2 . . :. . 1,4 per il rapporto di conversione e l O -:- 20 anni per il
tempo di raddoppio, ricordando però che i valori estremi rispettiva-
mente quello più alto per il rapporto di conversione e quello più
basso per il tempo di raddoppio, sono poco realistici.
Il tempo di raddoppio relativo alla sola quantità di fissile conte-
nuta nel nocciolo è inversamente proporzionale al rapporto di con-
versione meno uno, definito anche guadagno di conversione e al nu-
mero di fissioni nell'unità di tempo, cioè alla potenza generata nel
combustibile per unità di massa.

4.6.2 Scelte base di progetto

Le scelte base di progetto di un reattore veloce dipendono innanzi


tutto dai vincoli neurronici. I materiali del nocciolo devono avere
un basso potere moderante: ciò significa o alto numero di massa o
bassa densità. Per i fluidi termovettori la scelta è quindi limitata ai
gas e ai metalli liquidi; sono invece esclusi l'acqua leggera, l'acqua
pesante e i fluidi organici. L'acqua leggera sotto forma di vapore
era stata presa in seria considerazione da diverse organizzazioni, ma
gli studi effettuati evidenziano chiaramente un dilemma di proget-
to: ad alte pressioni del vapore, i costi dell'energia prodotta sono in-
teressanti, ma il reattore converte poco, a basse pressioni, invece, il
fattore di conversione migliora, ma i costi salgono per i minori ren-
dimenti. Inoltre, la convinzione che un reattore a vapore fosse più
facile da realizzare e potesse così costituire un gradino intermedio
nel programma di sviluppo dei reattori veloci, si rivelò del tutto er-
ronea.
I metalli liquidi hanno in genere un basso potere moderante e
una ridotta probabilità di assorbire neutroni veloci ed epitermici; al-
cuni, come il sodio, hanno tale proprietà anche per neutroni di bas-
sa energia e sarebbero quindi adatti anche per reattori termici.
I metalli liquidi sono caratterizzati da temperature di liquefazione
relativamente basse e da temperature di ebollizione elevate (basse
tensioni di vapore) e quindi rimangono liquidi entro un ampio in-
tervallo di temperature. Ciò consente d'impiegarli come fluido ter-
movettore, con il vantaggio di poter raggiungere elevate temperatu-
re d'uscita mantenendo basse le pressioni del sistema, contrariamen-
te a quanto avviene per l'acqua.
I metalli liquidi, grazie alla loro elevata conducibilità termica,
hanno delle eccellenti caratteristiche di scambio termico, che risul-
Capitolo 4 89
Impianti nuclea ri di potenza

tano di primaria importanza per un reattore veloce che, come me-


glio si vedrà più avanti, è molto compatto; per contro si possono
,. avere problemi di shock termico, in caso di transitori di potenza.
Tra le sostanze maggiormente prese in considerazione sono gli al-
calini, che comprendono il sodio, il potassio, le miscele sodio-potas-
sio (NaK), il rubidio, il cesio e il lirio. Praticamente la scelta per i
reatrori commerciali è caduta alla fine sul sodio che, tra l'altro, è an-
che il meno costoso. Il sodio fonde a 98 °C e bolle a 882 °C; è quin-
di solido a temperatura ambiente e per questo occorre effettuare un
preriscaldamento esterno dell'impianto prima dell'avviamento. Esso
è compatibile con moltissimi materiali, anche se è corrosivo in pre-
senza di ossigeno. Il suo maggior inconveniente è quello di reagire
violentemente ed esotermicamente con l'acqua e con l'aria. Inoltre
nella reazione con l'acqua, viene prodotto idrogen<?.J
In alternativa al sodio, venne studiato l'elio, se pur con uno sfor-
zo nettamente inferiore e attualmente viene riproposto per un con-
cetto di reattore della IV Generazione (v. poi). Indubbiamente, ci
sono parecchi vantaggi nell'uso di un gas in un reattore veloce. Si
ha innanzi tutto un miglioramento delle proprietà di conversione e
inoltre, a parre il nocciolo, si possono utilizzare gran parte delle so-
luzioni costruttive già sperimentate per gli HTGR. Tuttavia, le peg-
giori proprietà di scambio termico, la messa a punto del combusti-
bile, le elevate potenze di pompaggio e soprattutto le difficoltà di
raffreddare il nocciolo in caso di perdita accidentale di refrigerante,
ingenerano non poche perplessità al riguardo.
Recentemente, vengono presi in considerazione nel mondo oc-
cidentale sia il piombo fuso, sia l'eutettico piombo-bismuto (per
le proprietà termiche di questi fluidi si veda la par. 3.4.4 della
Parre II), che nel passato sono stati utilizzati nell'ex Unione Sovie-
tica, anche per i motori di sottomarini. L'eutettico piombo-bi-
smuto ha il vantaggio di fondere a temperature inferiori a quelle
del piombo, ma il grande svantaggio di rrasmurarsi con il flusso
neurronico in polonia, sostanza radioattiva particolarmente perico-
losa e difficile da trattare; pertanto non sembra conveniente utiliz-
zarlo in un reattore commerciale. Il piombo liquido non ha que-
sto problema ed è inerte nei confronti dell'acqua e dell'aria e ciò
consentirebbe di eliminare il circuito intermedio (vedi più sotto)
e di semplificare il sistema di protezione. Il problema con questo
fluido riguarda la resistenza dei materiali di contenimento, in
quanto è potenzialmente aggressivo con gli acciai. Pertanto, se si
riuscisse, con una scelta oculata del materiale, della composizione
del liquido (percentuale di ossigeno) e delle temperature di fun-
zionamento, a risolvere questo problema, il piombo potrebbe ren-
90 1

dere economicamente competitivo il reattore veloce. È una scom-


messa per il futuro, che deve essere sottoposta a una puntuale ve-
rifica sperimentale.
Il combustibile è caratterizzato da potenze specifiche assai eleva-
te. A ciò contribuiscono due importanti esigenze: il raggiungimemo
di un tempo di raddoppio sufficientemente breve e il contenimento
della quantità di materiale fissile, che comporta in questi reattori un
onere economico di immobilizzo assai cospicuo.
Per smaltire questa potenza è quindi necessario non solo avere a
disposizione un fluido termovettore con ottime proprietà di scam-
bio termico, ma anche del combustibile con elevato rapporto super-
ficie/volume. Si hanno così delle barrette di diametro assai più pic-
colo di quelle dei reattori termici (5 --;... 6 mm contro i l O --;... 15
mm). Per questo e per l'assenza del moderatore, il nocciolo di un
reattore veloce è eccezionalmente compatto, cioè un ordine di gran-
dezza più piccolo di quello di un reattore ad acqua leggera.
Si è già detto come un reattore veloce adotti come materiale
fissile il Pu239 e come materiale fenile L'U238 (in pratica l'uranio
naturale)~ Il Pu239 d'altra parte è un el~mento artificiale e deve es-
sere fornito da altri reattori (veloci o termici); nel caso, però, in
cui il plutonio non fosse disponibile, è necessario p rodurlo nella
fase iniziale di funzionamento del reattore. In questo caso si deve
iniziare il funzionamento con il ciclo U 235 - U 238 ) cioè con ura-
nio fortemente arricchito, che, pur caratterizzato da un rapporto
di conversione minore di uno, può produrre in un certo tempo il
plutonio necessario per innescare il ciclo. Si tornerà nel cap. 6
con un po' più di dettaglio sulla problematica connessa alla pro-
duzione iniziale del plutonio necessario per la prima carica di
combustibile, qui basta dire che questa soluzione è abbastanza ir-
realistica, considerate le grandi quantità di plutonio oggi a disposi-
Zione.
Qui di seguito, per ragioni di semplicità, ci si riferirà soltanto ai
reattori veloci a sodio.

4.6.3 Schema di principio di un reattore veloce

Lo schema di principio di un reattore veloce a sodio è rappresentato


in Figura 4.34. Si ha un circuito primario a sodio, un circuito im er-
medio a sodio e un circuito secondario vero e proprio per la genera-
zione della potenza meccanica con un ciclo a vapor d'acqua. Il cir-
cuito intermedio ha lo scopo d'impedire un contatto diretto tra il
sodio primario altamente radioattivo e l'acqua, in caso di perdite
nel generatore di vapore. È noto come la reazione sodio-acqua sia
Capitolo 4
Impianti nucleari di potenza
l 91

altamente esotermica, con caratteristiche esplosive se avviene in un


ambiente chiuso; si vuole quindi evitare che a queste conseguenze,
già di per sé preoccupanti, si aggiunga anche quella del rischio ra-
dioattivo. Il circuito intermedio ha anche lo scopo d'impedire rien-
tri d'acqua (cioè di idrogeno) nel reattore, che provocherebbero au-
menti di reattività del nocciolo.
La sistemazione dei componenti può essere di due tipi: a circuito
e a vasca. Il primo, rappresentato in Figura 4.35, è il più convenzio-
nale dei due, essendo concettualmente simile a quello di un reattore
ad acqua; il secondo, rappresentato in Figura 4.36, si basa sul fatto
che la bassa tensione di vapore del sodio consente l'impiego di gran-
di vasche di contenimento con pareti relativamente sottili. Le due
soluzioni sono state utilizzate pariteticamente per i diversi reattori
prototipi di potenza costruiti nei vari Paesi, tuttavia, si nota una
preferenza per la soluzione a vasca per i reattori della seconda gene-
raztone.
Il nocciolo di un reattore veloce consiste di una regione centrale,
costituita da materiale fissile e fertile (cioè il combustibile vero e
proprio) e di una regione periferica, detta mantello (blanket), costi-
tuita soltanto da materiale fertile; la funzione del mantello è quella
di assorbire in modo produttivo (trasmutazione dell' U 238 ) i neutro-
ni che sfuggono dal nocciolo centrale. Le due zone sono costituite
da migliaia di barrerte verticali disposte secondo un reticolo regola-
re, entro cui scorre il sodio per asportare il calore. Il materiale fissile Figura 4.34
Diagramma di flusso
e fertile è inguainato in tubi costituiti da leghe resistenti a elevate semplificato di un
temperature come, ad esempio, acciai inossidabili o inconel. reattore veloce a sodio

Na Na Vapore

Scnmbiat.
prirnndo

l Pompa l Pompa Pompa

1
rCircuito primarlo+irc::uito intermedio+--Circuito utilizz.----
92

Figura 4.35
Schema di un reattore Vnpor d'acqua
veloce con sistemazione
a circuito dei
componenti

Le barrette, dal diametro esterno di 5 ...;- 6 mm, vengono assemblare


in fasci (l 00 o più barrette) e a loro volta inseriti e fissati a involucri
esagonali aperti alle due estremità per formare l'elemento di combu-
stibile.
Il combustibile più utilizzato è quello sotto forma di ossidi, come
già avviene per molti altri tipi di reattore. Vengono anche studiati i
carburi, i nitruri e le leghe metalliche. Pertanto, il combustibile è
formato da una miscela di ossidi di plutonio (Pu02 ) e di uranio
( U02) e il mantello soltanto da ossido di uranio. Tipicamente il
contenuto iniziale di plutonio nel combustibile è del 15%.
Per quanto riguarda i componenri dei circuiti primario ed inter-
medio, in questa sede ci si può limitare a dire che sono tutti di pro-
getto non convenzionale, date le particolari caratteristiche del fluido
che debbono trattare (reatrività chimica con acqua e aria, corrosione
se con impurità, solido a temperatura ambienre, shocks termici).
Sotto questo aspetto di gran lunga i più complessi sono i generatori
di vapore, che costituiscono uno dei problemi più delicati di tale
concetto di reattore.
Un notevole vantaggio di un reattore veloce è quello di potere ge-
nerare del vapore di qualità analoga a quella di una centrale termoe-

Figura 4.36
Schema di un reattore
veloce con sistemazione
a vasca dei componenti
Capitolo 4
Impianti nucleari di pote nza
l 93

lettrica convenzionale (tipicamente 160 bar/550 °C); si ottengono


così rendimenti d'impianto intorno al 40%, ben superiori a quelli
di una centrale nucleare ad acqua.
Tutti i Paesi impegnati nel campo nucleare hanno avuto signifi-
cativi programmi di ricerca per i reattori veloci, tra i principali:
Francia, Germania, Giappone, Inghilterra, Italia, Stati Uniti e
Unione Sovietica. Attualmente, tranne Germania e Inghilterra, que-
sti hanno in corso programmi di ricerca di nuovi concetti. I pro-
grammi del passato hanno consentito la costruzione e l'esercizio di
reattori prototipi di taglia 250 ...;- 350 MWe, che hanno avuto alter-
ne vicende.
La Francia, pur partita in ritardo rispetto ad altri Paesi, ha svolto
un programma di ricerca e sviluppo così intenso da porla all'avan-
guardia in campo mondiale. Dopo aver costruito l'impianto proto-
tipo Phenix da 250 MWe, entrato in funzione nel 1973, ha avviato
con la collaborazione dell'Italia e della Germania la realizzazione di
un impianto di taglia commerciale di 1200 MWe, denominato Su-
perphenix. Responsabile dell'impresa è la società NERSA, costituita
dali 'EDF francese (51%), dali 'E'NEL italiana (33%) e dalla RWE
tedesca (I 6%). L'impianto è stato costruito in Francia, a Creys
Melville. Il reattore ha raggiunto la prima criticità il 7 settembre
1985 e all'inizio del 1986 è entrato in servizio commerciale. Pur-
troppo, il suo esercizio non è stato soddisfacente, per una serie di
\guasti, anche se non riguardanti la parte nucleare, che hanno de-
terminato lunghe fermate (una di quattro anni) e il suo costo è ri-
sultato superiore a quello preventivato ed in assoluto pari a due
volte quello di un PWR di pari potenza. Sono sopravvenute anche
e soprattutto difficoltà politiche, per l'opposizione degli ambientali-
sti, che erano andati al governo, per cui il 19 giugno de/1997 è sta-
to messo definitivamente fuori sevizio. Comunque, che il costo dei
reattori veloci sia sostanzialmente più elevato di quello di un reat-
tore termico è approssimativamente confermato dal fatto che la
massa complessiva del suo sistema nucleare (NSSS) è assai maggio-
re, mentre il costo di combustibile non è inferiore, perché il rispar-
mio di uranio è più che compensato dal maggior costo di fabbrica-
zione (c'è il plutonio).
Le sue principali caratteristiche sono riportate in Tabella 4.9,
mentre la Figura 4.37 riporta una sezione verticale della vasca del
reattore.
A titolo di curiosità, si ricorda che il primo reattore al mondo
che produsse elettricità fu un piccolo reattore veloce americano, il
Clementine, che il 24 dicembre 1951 alimentò le lampade che illu-
minavano l'edificio entro cui era stato installato.
94

Tipo di reattore A neutroni veloci, di tipo a vasca, raffreddato a sodio.


Potenza 1200 MWe (netta), 1240 MWe (lorda ), 3000 MWt.
Rendimento 40%.
Combustibile Ossidi misti di U e Pu. Arricchimento medio in Pu239 equivalente 15, 12%;
massa di Pu2 39 equivalente 4800 kg.
Rapport o di conversione 1 ,24.
Resa energetica 70 MWg/ kg.
Canali combustibile Numero totale canali 364. Numero di barre per canale 271. Lunghezza
totale barra 2700 mm, lunghezza totale canale 5400 mm. Materiale
guaine: acciaio inox. Te mperatura massima guaine 620 °C.
Canali fertili Numero totale canali 233. Numero di barre per canale 91. Lunghezza
barre 1950 mm. Lunghezza totale canale 5400 mm. Materiale guaine:
acciaio inox.
Barre controllo Sistema di arresto principale: 21 fasci di 31 barre assorbenti lunghe
. .
1300 mm e inguainate in acc1a1o inox. Sistema di arresto
complementare: 3 fasci di 3 element i, inguainati in acciaio inox.
Vasca reattore Cilindrica con fondo torosferico. Dia metro inte rno 21 m, altezza 15,5 m.
Materiale : acciaio inox.
Circuiti primari Massa totale sodio 3200 t. Portata 4x4, 1 tls; Temperature. entrata,
uscita nocciolo 395 °C, 545 oc.
Circuiti intermedi Massa totale sodio 1500 t. Portata 4x3,3 t/s. Temperature entrata,
uscita scambiatori o uscita, entrata generatori vapore 345 °( , 525 °C.
Circuito secondario Temperatura acqua ingresso generatori vapore 235 °C; temperatura
vapore ammissione in t urbina 487 oc. Pressione acqua ingresso
generatori vapore 210 bar, pressione vapore ammissione in turbina 177
bar. Portata nominale 4x340 kg/ s.

Tabella 4.9 Il reattore veloce è una macchina su cui si riponevano molte speran-
Caratteristiche principa-
ze, che in buona parte non si sono realizzate, per una serie di morivi
li della centrale
Superphenix tecnici, economici e politici. Su questi aspetti si tornerà nei capp. 5
e 6, qui basta ricordare che la spinta a favore di tale concetto di reat-
tore si è molto attenuata e vengono oggi solo riproposte soluzioni
più avveniristiche per un suo sviluppo a lungo termine, come si ac-
cennerà nel prossimo paragrafo. T uttavia, il fatto che esso sia stato
sviluppato e abbia funzionato con affidabilità relativamente buona,
considerato che gli impianti costruiti erano rutti dei prototipi, dà
l'importante messaggio che lo sviluppo dell'energia nucleare non è
condizionato dalla temuta scarsità di uranio, come molti dei suoi
avversari cercano di accreditare. Infatti se ciò avvenisse e non è
scontato che avvenga presto, i reattori veloci consentirebbero di ri-
durre di due ordini di grandezza il consumo di uranio e di utilizzare
tra l'altro anche le code di uranio impoverito degli impianti di arric-
chimen to e quello già sfruttato nei reattori termici, che contengono
quasi tutto l' U 238 iniziale.
Capitolo 4
Impianti nucleari di potenza
l 95

meccanismi dell~ barre di controllo

accesso
gronde
foppo
rotante
p1ccolo
toppe
rotante •
l
"-

f. ~!! d iaframma strumentato duomo


\ t;; ~ j ._.
macchino d, trasferimento

~ R rw
.;;_. r ~;~ "1 '~ '~·
·il;} ~~-. ·~;~~-~~-J."'
:T. _:::._. _..:: -:
~. . o~~n
'~ J
~ii~~ i ~ n--r-.,;::,_,
scamb•otore - te' metallico =.= = ;='1 ·
intermed:o /" - - 1\ ... -;r ~- ~

deflettori d•. -·+-+1--+-+-+1'< n • ~


l
refrigerozi~n
del recipiente
. ,: -+'lr"'-+-+-it--1- pompa
principale pnmorio

recipiente .
principole-t-il--1-- 1-
0 21 0001001

prote:(ionc
nevtroni<o
laterale

ISolante

camere di misuro del fluss o neutronico

4 .7 L'esperienza acquisita

Volendo trarre una prima conclusione di quanto fìnora descritto, si Figura 4.37
può dire che in circa cinquant'anni la tecnologia dei reattori nucleari Sezione verticale della
.- - , . .,- . - ~ - -- .- . , vasca de l reattore
dt potenza e poco cambtata e se cto dtmostra da un lato la vali~ta veloce Superphenix
delle scelte iniziali effettuate, dall'altro anche la difficoltà di realizzare
i~ovazioni <kl prodotto. Bisogna considerare cne queste,- anche le
più semplici, vengono ostacolate o rallentate dalla necessità di socku-
s~~a procedura autorizzativa lunga, complessa e talvolta troppo
burocratizzata. A ciò si aggrunge, nel -caso soprattutto di grossi com-
ponenti, la scarsa propensione da parte dell'indusgia_~bbandonare
un prodotto noto, anche se imperfetto, per uno nuovo. Infatti, que-
sto solo dopo una lunga sperim~n~azione e un suçg:ssjyo~_p..otrà ri-
velare le_proprie reali caratteristiche, che, se ~ori d.L~lle del-llliC.
dotto che aveva sostituito, determinerà un danno cospicuo, in quanto
renderebbe non disponibile l'intero impianro elettronucleare.
Nel seguito si cercherà di sintetizzare l'esperienza fatta sulla base di
circa cinquecento reattori di potenza, ripetendo alcune considera-
zioni già fatte nel corso delle descrizioni precedenti. Molte di queste
verranno poi assai meglio dettagliate nella rimanente parte del libro.
~ IE_a~ar_se dei reattori, studiati e in parre costruiti all'inizi
dell'era del nucleare civile, con notevole dispendio di risorse, venne
abpandonata, restringendo via via la scelta a pochissimi tipi, c~n
netta prevalenza dei reattori ad acqua leggera, in pressione e bollen-
te, con progressivo predominio dei primi. Ciò venne facilitato dalla
disponibilità sul mercato di uranio arricchito e, nel caso dei reattori
ad acqua in pressione, dal grande sviluppo di reattori analoghi per
la propulsione dei sottomarini, che sono però di assai minor poten-
za. L'evoluzione della potenza unitaria fu rapidissima, passando nel-
l'arco di un quindicennio da valori di 150-200 a 1300 MWe e la
corsa sarebbe proseguita se l'ente di sicurezza americano, ora NRC
(Nuclear Regulatory Commission), non avesse posto questo limite,
che a dire il vero la Francia superò se pur di poco (1400 MWe). Tra
i 439 impianti elettronucleari funzionanti, circa 85% appartiene a
queste due tipologie, nel rapporto 70 a 30 tra reattori ad acqua in
pressione e quelli ad acqua bollente. I reattori a grafite ebbero ini-
zialmente un significativo successo e difatti alcuni esemplari sono
ancora funzionanti, ma la loro commercializzazione venne brusca-
mente interrotta parecchi anni fa. Nacquero come la versione civile
dei reattori plutonigeni, costruiti per ragioni militari per produrre il
plutonio-239, come sostituto dell'uranio-235 quasi puro, utilizzan-
do solo materiali naturali. Questa scelta, fatta dalla Gran Bretagna e
dalla Francia, comportò però dei limiti tecnologici e neutronici per
un reattore civile, che ne impedivano qualsiasi miglioramento. Il
raggiungimento della competitività economica venne così impedita.
Vi sono però per il futuro interessanti prospettive per la soluzione
cosiddetta ad alta temperatura, realizzata finora solo a livello di pa-
recchi prototipi, che utilizza uranio arricchito e la grafite non solo
come moderatore, ma anche come guaina del combustibile, che è
sotto la forma di piccolissime sfere. I reattori ad acqua pesante ebbe-
ro un certo successo, in parte tuttora persistente, ma con una pene-
trazione limitata ad alcuni Paesi. Il loro vantaggio potenziale stava
nella possibilità di funzionare con uranio naturale, rendendosi indi-
pendenti dai vincoli di avere un impianto di arricchimento, che ri-
chiede tecnologie molto sofisticate ed enormi investimenti. Il van-
taggio venne però praticamente annullato quando ben presto gli
USA e l'allora Unione Sovietica decisero di immettere sul mercato
civile l'uranio arricchito prodotto dai loro impianti militari. D a allo-
ra l'uranio arricchito divenne praticamente una commodity, come
Capitolo 4
tmplanti nucleari di potenza
l 97

ogni altra materia prima. Infarti, le versioni avanzare di questo reat-


tore utilizzano uranio arricchito (v. più avanti). I reattori veloci,
fondamentali per la strategia nucleare per ridurre i consumi di ura-
nio, sono stati sviluppati e costruici da quasi rurci i paesi avanzati,
ma sempre a livello di prototipo, se pur con potenze elevate, o al
più a livello dimosrrativo di taglia industriale, come il ben now caso
del Superphenix francese. Infatti, questi rearrori non hanno ancora
raggiunto la competitività economica.
n combustibile è quasi sempre costituico da pastiglie sinterizzate
di polvere di ossido di uranio arricchito, inserire e sigillate entro ru-
bi metallici per realizzare la barretta, poi assiemate in fasci. Una so-
luzione evolutiva, adottata, ad esempio, in Francia e che si sta via
via estendendo, è quella degli ossidi misti di uranio e pluconio
(MOX), impiegati parzialmente in noccioli di reattori ad acqua in
pressione, per utilizzare il pluronio prodotto dagli stessi noccioli,
quando alimencari con uranio. La sostanziale unicità della soluzione
tecnologica adottata per il combustibile testimonia che la complessi-
tà e l'intensità del cimento, ai quali è sottoposto nel rearrore, banno
scoraggiato la ricerca di soluzioni alternative, essendovene già una
valida. Infatti, queste per arrivare alla commercializzazione avrebbe-
ro richiesto studi e ricerche per un periodo di non meno di 20-25
anni e Wl corrispondente onere assai cospicuo, con non improbabili
fallimenti, anche in stadi avanzati di questo processo e quesra consi-
derazione è tuttora valida.
Nella gescione del combustibile nel reattore sono stati introdotti
limitati cambiamenti, intesi ad aumentarne la vita tecnologica e
neurronica e ad attenuare le discominuità spaziali di potenza. Per
quest'ultimo aspetto si è generalizzato l'uso di veleni neutronici di-
luici nel moderatore (acù:W borico) o di veleni neutronici bruciabili
n~! combustibile e ciò anche _per assorbire l'eccesso di reatcivirà a
inizio vita e ridurre il nun1er<2 delle barre di controllo. Per la _parre
a valle del reartore, cioè dal momento in cui il combustibile esauri-
re viene definitivamente scaricato, si sono seguire due comrae~e
scuole di pensiero, che ancora soprawivono: quella del ritracra-
menro del combustibile e queDa aer non ritratramento (almeno
nell'immediato). Su questo si tornerà con assai maggior dettaglio
nel cap. 6.
Come sopra accennato, si è avuta un'applicazione estensiva era-
pida dell'economia di scala alla raglia dei reattqri, si~per i suoj_ S\!p.:_
posti vantaggi economici in sistemi ad alto costo di capitale, sia per
la sua facile realizzabilità nei reattori ad acqua. In prarica tale scelta
si j rivelata cerran1ente conveniente, ma meno del previsto, per il
manifestarsi di molte controindicazioni e per questo non è più rite-
98

nuta una sc~ta ob~ligata, in q_uanto reattori di taglia el~vata non


es_sludono reattori di taglia media-piccola, detti modulari.
- - L' aumento delia sicurezza è stato ottenuto non tanto modifican-
do l'approccio_cQnceçtual_e, quanto p~r~zionando le soluzioni .12!..0-
gettuali, relative soprattutto al.§.istell!_a,gi protezione, con particolare

--
attenzione al sistema di contenimento. !~fatti, se n~ll'analisi degli
inciden~ij_ affiancato l'approccio probabilistico a quello determi-
nistico, utilizzaw fin dall'inizio, quest'ultimo rimane sempre la base
tt
con qu~e si val~ta l'accettabilità del gr; do di sicurezza di un im-
P~QtQ . L'approccio probabilistico consente di stabilire una migliore
gerarchia dei percorsi incidentali, in modo da evidenziare i cammini
critici del sistema di processo e di protezione, sui quali concentrare
l'attenzione del progettista. Si è potuto così migliorare l'affidabilità
complessiva del sistema e determinare il valore plausibile della pro-
babilità che avvenga un determinato incidente. In particolare, si è
confermata l'importanza del sistema contenitore, come essenziale
baluardo contro i rilasci di prodotti radioattivi.
La severità e l'interventismo delle Autorità di sicurezza nazionali
sqno aumentati sensibilmente Eel tempo.;_s~~ il manifestarsi di
malfunzionamenti in impianti in esercizio o di veri e propri inci-
denti, sia_per le pressioni della ~~ica opini~ne, sia per la troppo
rapida applicazione dell'economia di scala, con il conseguente cospi-
cup_aumento della radlOattivitàcomplessiva immagazzinata nel reat-
tore. Ciò ha deter~inaw intr.;JcT e rallentament1 nelle realizzazioni,
in qualche caso molto penalizzanti.
La ~ualità è molro migl!Qrata J>er effetto della codificazione siste-
matica e vincolant~ di_ p.rocedure.._di..Accertameuto _del.la._Qualità
(Quality Assurance o QA) volte a migliorare sostanzialmente il pro-
qotto, le procedure operative e le organizzazioni coinvolte nel EEO..:..
getto, nella fab bricazione e nell'esercizio dell'impianta. '[~ia, è
s~to difficile evitare-nella pratica un eccessivo burocratismo, che ap-
pesantisce tutto il processo realizzativo.
~a stasi delle ordinazioni di nuove centrali verifìcatasi negli ulti-
mi decenni ha comportato la riduzione delle industrie fornitrici di
impianti. ed un'analoga riduzione di quelle _dedicate alla fabbrica-
z!ont: d~i grandi componenti. Si è verificato per contro un grande
a!,lmento delle attività di manutenzione e miglioramento delle cen-
trali_esistenti, rivelatosi assai redditizie.
Sono avvenuti alcuni incidenti, ma quelli gravi sono stati due e
cioè Three Mile Island del 1979 e Chernobyl del 1986. Il primo ha
fornito importanti insegnamenti per migliorare la sicurezza, meno il
secondo, per la grande diversità del contesto tecnico, organizzativo
e autorizzativo rispetto alla situazione del mondo occidentale. In
Capitolo 4
Impianti nucleari di potenza
! 99

ambedue i casi si è avuta comunque l'evidenza dell'importanza del


contenitore (a Chernobyl perché non c'era), della non eccessiva gra-
vità della fusione del combustibile, solidificatosi senza conseguenze
in ambedue gli incidenti, della necessità di migliorare la qualifica-
zione degli operatori e l'interfaccia uomo-macchina e della capillare
diffusione delle informazioni sul comportamento di sicurezza di al-
tri impianti. Tuttavia, la fusione del combustibile non veniva espli-
citamente considerata nell'analisi degli incidenti e anche se nei due
reattori l'evento non fu grave, questo è imputabile a delle circostan-
ze particolari, che non sono in linea di principio generalizzabili.
L'incidente di Chernobyl ha avuto ripercussioni assai diverse da Pae-
se a Paese, gravi nel nostro, forse per strumentalizzazioni derivanti
da altre esigenze.
Nei primi decenni, il livello di affidabilità degli impianti ebbe an-
damenti altalenanti e complessivamente non fu pienamente soddi-
sfacente, tenuto conto della sua rilevanza economica e della sua im-
portanza come indicatore del grado di sicurezza dell'impianto. Gli
sforzi fatti per migliorarlo si sono concretizzati nell'ultimo decennio
con risultati di grande rilievo in tu tto il mondo. Ciò ha determina-
to, tra l'altro, un sostanziale aumento dell'energia nucleare prodotta,
a pari potenza installata (aumentano le ore di funzionamento an-
nue). Importante a questo riguardo è stata una certa stabilizzazione
deHe imposizioni da parte delle Autorità di Sicurezza, il continuo
inasprimento delle quali, nel periodo iniziale ed in seguito agli inci-
denti sopra menzionati, comportava lunghe fermate degli impianti
per gli adeguamenti richiesti ed in alcuni casi vere e proprie uscite
anticipate dal servizio.
C onsiderato il vantaggio economico di aumentare la durata degli
impianti ben aldilà dei 25-30 anni previsti, si è cercato di dimostrar-
lo con impegnative attività di ricerca sulle condizioni di resistenza
dei componenti critici e soprattutto del recipiente in pressione. Si
sono così ottenuti al riguardo cospicui aumenti delle durate, debita-
mente autorizzati da parre delle Autorità di Sicurezza.
Il tempo di costruzione ha avuto valori assai diversi nel tempo e
nei vari Paesi. Il suo valore, inizialmente di 4-5 anni, è poi cresciuto
cospicuamente in molte situazioni, in generale per l'effetto di nuove
imposizioni dell'Autorità di Sicurezza e di azioni legali da parte di
oppositori organizzati in associazioni. Questo è stato l'elemento che
ha determinato il maggior rischio finanziario per gli elettroprodut-
tori, cosicché in molti Paesi, soprattutto in USA, è quello che ha
giocato maggiormente a sfavore degli investimenti in nuove centra-
li. In altri Paesi, come Francia e Giappone, questo peggioramento è
stato però trascurabile.
100 l

La standardizzazione degli impianti è stata vista come un importan-


te elemento per abbassare i costi, ma stranamente è stata applicata
estensivamente solo dalla Francia, con significativi van taggi econo-
mici. Tuttavia, n.Q!!_bisogna trascurEe il_fatto che la standardizza-
zion~uj com_por.!:_are elevate penalizzazioni, qualora si verifichino
malfunzionamenti legati ad errori di progerrazione o di fabbricazio-
ne, erché in tal çaso_i loro effetti,_cioè le fermate e le ripar~ si
rifletterebbero su tutti gli impianti d_ella stessa categoria. QuaiCFie
cosa del genere è avvenuta in un caso in Francia. Comunque si può
affermare che, sulla base dell'esperienza fatta, sia co~imple­
mentarla.
La Ricerca e Sviluppo ha avuto una grande importanza, sia nel
campo sperimentale sia in quello dei metodi, con un rilevante ed in-
dispensabile sostegno economico da parte degli Stati nazionali. Ini-
zialmente sono stati affrontati soprattutto i fenomeni della termoi-
draulica stazionaria, dei materiali, della neurronica, successivamente
si è passati ai problemi più tipici della sicurezza, ricorrendo anche
ad impianti sperimentali di simulazione di grandi dimensioni. È sta-
to uno sforzo enorme, che ha migliorato le conoscenze anche in
campi diversi dal nucleare. Tuttavia, da alcuni anni questo sforzo si
è molto attenuato sia per il raggiungimento di un buon stadio delle
conoscenze, sia per lo spostamento degli investimenti dallo Stato al-
le industrie, che per loro natura sono meno generose con la ricerca,
sia per una certa stasi del settore.

4.8 Reattori nucleari di nuova concezione

Anche in seguito all'incidente di Chernoby/(264.1986), si è riaper-


ta una discussione a livello mondiale circa l'opportunità di modifi-
care la tipologia degli impianti esistenti, al fine di migliorare qualita-
tivamente la sicurezza e di soddisfare dei requisiti, che nel passato
erano stati meno considerati. Analizziamo innanzi tutto un fonda-
mentale problema di sicurezza, che è quello di fronteggiare o elimi-
nare la fusione del nocciolo, qualora tutte le protezioni predisposte
non dovessero funzionare correttamente, come è avven uto. Come
sopra detto, negli incidenti di Three M ile Island e di Chernobyl, si è
verificata questa situazione, se pur con conseguenze ben inferiori al
previsto. In sostanza, si è preso atto del fatto che la fusione del com-
bustibile rappresenta il limite massimo di un incidente nucleare.
Volendo quindi considerare le situazioni limite che potrebbero
determinare la fusione del combustibile - quelle che gli americani
definiscono incidenti severi - si possono schematicamente suddivi-
Capitolo 4
Impianti nucleari di potenza
l 101

dere i nuovi reattori in due grandi categorie:


• quelli che, pur migliorando l'affidabilità dei sistemi di raffredda-
mento d'emergenza, basano la propria difesa sull'impiego di con-
tenitori all'uopo progettati;
• quelli che cercano di eliminare questa possibilità, mediante una
concezione innovativa del reattore.
Ovviamente per ambedue i tipi di progetto è necessario che tali
aspettative, contenimento del nocciolo fuso o eliminazione del pro-
blema, vengano dimostrate aldilà di ogni ragionevole dubbio e ciò
richiede un impegno di vasta portata.
Un ulteriore requisito di carattere generale riguarda la semplifica-
zione dell' impianto che in particolare si concretizza in:
• massima riduzione di sistemi, valvole, pompe, strumenti ed altri
componenti elettrici e meccanici; in particolare, semplificazione
dei sistemi complessi mediante una separazione di funzioni, uso
di sistemi passivi (per una discussione sui sistemi di protezione
attivi e passivi si veda il par. 9.3 della Parte II), minimizzazione
dei segnali non significativi per la sicurezza;
• un interfaccia uomo-macchina che semplifichi il funzionamento
dell'impianto e tenga conto deUe capacità e delle esigenze dell'o-
peratore; in particolare, una chiara identificazione degli incidenti
complessi e successiva decisione ottimale delle contromisure;
• miglioramento delle operazioni di manutenzione;
• standardizzazione dei componenti;
• semplificazione delle operazioni di costruzione.
Dal punto di vista pratico i reattori attuali possono essere suddivisi in
tre categorie: reattori avanzati, reattori evolutivi, reattori innovativi.
• I reattori avanzati rappresentano la versione tecnologicamente
migliorata degli attuali reattori (sostanzialmente quelli ad acqua,
L WR). Sono impianti standardizzati, che massimizzano le poten-
ze unitarie ( 1300 ...;- 1700 MWe) e utilizzano in genere gli stessi
sistemi attivi di protezione dei reattori attuali. Questi reattori
non introducono praticamente ulteriori caratteristiche di sicurez-
za intrinseca e passiva, non già presenti nelle attuali versioni,
mentre alcuni hanno un sistema di contenimento, che dovrebbe
fronteggiare le conseguenze della fusione del nocciolo. Sotto il re-
cipiente in pressione è predisposto un crogiolo (core catcher) , per
raccogliere l'eventuale combustibile fuso fuoriuscito dal recipien-
te stesso; il crogiolo ha un'ampia superficie per poterlo raffredda-
re e riportarlo allo stato solido, cosa per altro non semplice. Il
punto di forza di questi reattori è la massima valorizzazione del-
l' esperienza acquisita, la standardizzazione e la riduzione dei costi
unitari. Questi reattori sono già commercializzabili.
l02 l

• I reattori evolutivi sono ancora basati sulla tecnologia dei reattori


ad acqua (L WR), ma con modifiche importanti quali una ridu-
zione della potenza unitaria, un aumento dei margini di proget-
to e una sostituzione dei sistemi attivi di protezione con altri di
tipo passivo, se pur di categoria elevata (vedi par. 9.3 Parte II).
Per la fusione del nocciolo si dimostra che non può avvenire per-
ché il nocciolo viene sempre raffreddato, oppure che la massa fu-
sa viene comunque contenuta dal recipiente in pressione.
• I reattori innovativi sono quelli che mediante delle sostanziali in-
novazioni del processo e dei componenti cercano di ottenere un
prodotto che ottimizzi i requisiti, che oggi si pretendono da un
impianto nucleare e di cui si parlerà più diffusamente qui sotto.
Bisogna sottolineare che questa suddivisione è schematica ed in evo-
luzione. Essa non sempre consente la collocazione di un concetto di
reattore in modo univoco e ciò accade soprattutto per il secondo e
terzo gruppo. Tra l'altro essa non è nemmeno universalmente accet-
tata dai tecnici del settore, anche perché i risvolti commerciali pos-
sono avere il sopravvento su considerazioni tecniche. Appartenere
alla categoria degli evolutivi significa accentuare l'elemento di conti-
nuità tecnologica con gli attuali reattori, garantendo al tempo stesso
una maggior sicurezza intrinseca e passiva: ciò consente di affermare
che si possa passare direttamente alla fase esecutiva, costruendo un
impianto di taglia commerciale. Appartenere, invece, alla categoria
degli innovativi, significa accentuare la rottura con il passato, per
quanto riguarda soprattutto l'approccio alla sicurezza del reattore e
del ciclo del combustibile, ma non solo.
Questa è una schematica fotografia di quello che avveniva all'ini-
zio degli anni '90. Gli eventi successivi non hanno modificato con-
cettualmente questa suddivisione, ma l'hanno resa più chiara, defi-
nita e accettata. Un evento importante c'è stato alla fine degli anni
'90 guando il Dep_~t o/Energ;y (USA) ha promosso e f~nan~iato
d_212.2. tanti anni degli studi e ricerche nel campo nucleare, con seeci-
fu;Q.riferiroento_i!Ì~i reattori. Non era questa l'unica novità, per-
ché per la prima volta questa iniziativa non riguardava solo le orga-
nizzazioni statunitensi, ma anche a quelle di altri Paesi, che poteva-
no parteciparvi, consorziandosi con organizzazioni di ricerca e indu-
striali degli Stati Uniti, con l'unica condizione che il loro supporto
economico non venisse dato dal D OE Questa iniziativa, chiamata
con l'acronimo NERI (Nuclear Energ;y Research Iniziative), è poi
confluita nei primi anni del nuovo secolo in un'altra ben più ambi-
ziosa e più internazionale, avente lo scopo di mettere a punto il o i
reattori del foturo: questa iniziativa passa sotto il nome di Generation
IV. Questa definizione nasce dalla ipotesi un po' schematica che le
Capitolo 41 103
Impianti nucleari di potenza

precedenti filiere di reattori nucleari appartengano a tre Generazioni


e precisamente:
• Generation 1: i primi reattori prototipi di potenza tipo Shipping-
port {PWR), Dresden (BWR), Magnox;
• Generation II: i primi reattori commerciali, tipo L WR, CAND U,
AGR, che costituiscono la stragrande maggioranza dei reattori di
potenza esistenti;
_ • Generation III: i reattori con le caratteristiche più avanzate, dei
quali alcuni già costruiti ed altri ordinati molto di recente. Q ue-
sti sono realizzabili subito, in quanto certificati dalle Autorità di
Sicurezza e quindi già in commercio. Questa classe comprende
innanzi tutto i reattori avanzati ad acqua naturale, alcuni già in
funzione in Giappone, come l'Advanced Boiling Water Reactor
(ABW'R da 1400 MWe progettato da Generai Electric e T oshi-
ba) altri, come l' European Pressurized-Water Reactor (EPR da
1.600 MWe fornito da Framatome ANP)/ di cui un impianto
è stato ordinato dalla Finlandia, uno dalla stessa Francia e re-
centemente due dalla Cina. Un reattore più evoluto è quello
commercializzato dalla Westinghouse, con il concorso dell'italia-
na Ansaldo Nucleare, che ha utilizzato sistemi di protezione
passivi all'Advanced Passive-600 (AP600) e, successivamente, al-
l'AP l 000, 8 che risultano essere gli unici impianti a sicurezza
passiva approvati dall'ente di sicurezza americana NRC; quattro
sono stati ordinati dalla Cina, altri due negli Stati Uniti e altri
sono in trattativa.
Q uesta iniziativa, cioè Generation IV, si è estrinsecata in varie fasi:
i) definizione dei requisiti da soddisfare da parte dei nuovi concet-
ti di reattore, ii) richiesta di proposte di n uovi concetti di reattore
liberamente avanzate da qualsiasi organizzazione o Paese, iii) giu-
dizio sui concetti da parte di un gruppo di esperti internazionali,
sulla base di criteri condivisi, iv) scelta dei concetti più promet-
tenti, v) lancio dei relativi programmi di ricerca e sviluppo inter-
nazionali, ognuno con l'apporto di quei Paesi interessati al parti-
colare concetto. I Paesi che hanno aderito all'iniziativa fin dall'ini-
zio sono: Argentina, Brasile, Canada, Corea del Sud, Francia,
Giappone, Regno Unito, Stati Uniti, Sudafrica, Svizzera; successi-

7 Recentemente il significato dell'acronimo è stato modificato da European Pressurized


Reactor in Evolutionary Power Reactor. Questo indica chi aramente l'intenzione da parte
dei progettisti di sottolineare che si sono effettuati dei cambi amenti e non semplice·
mente dei miglioramenti del prodotto esistente. Come si vede definire la Generazione
di un concetto di reattore non è un compito agevole, anche perché gli aspetti tecnici
possono venire forzati da esigenze commerciali.
8 Definito dalla Westinghouse di Generazione 111+ (vedi più avant i). Anche in questo caso
la definizione della Generazione di appartenenza segue esigenze commerciali (vedi nota
precedente).
104

vamente anche l'Unione Europea. Le prime quattro fasi sono ter-


minate, men tre l'ultima è in corso di negoziazione da parte dei
vari Paesi interessati.
Schematicamente i requisiti dei reattori di Generation IV sono i
seguenti:
• Sostenibilità: fornire energia in modo da soddisfare gli obiettivi di
protezione ambientale dell'atmosfera (aria pulita), da promuove-
re la disponibilità dei sistemi a lungo termine, da sfruttare in mo-
do efficiente il combustibile, da minimizzare e gestire i rifiuti ra-
dioattivi ed in particolare il relativo onere a lungo termine, mi-
gliorando di conseguenza la salute pubblica e l'ambience.
• Economicità: avere dei costi lungo tutta la vita migliori di quelli
delle alternative energetiche e un livello di rischio finanziario
confrontabile con quello di altri progetti energetici.
• Sicurezza e Affidabilità: eccellere in sicurezza ed affidabilità ed
avere in particolare una bassissima probabilità e bassissima esten-
sione del danneggiamento del nocciolo, eliminare il piano di
emergenza del sito.
• Resistenza alla Proliferazione e Protezione Fisica: garanrire che essi
siano la strada di gran lunga meno attraente e desiderabile per la
diversione o il furto di materiali usabili per le armi, assicurare la
loro protezione fisica contro atti di terrorismo.
Ovviamence, nessun sistema sarà in grado di soddisfare appieno
questi requisiti, ma cercherà di avvicinarsi il più possibile ad essi, a
parte il requisito sull'economicità, che è indispensabile per il succes-
so di un qualsiasi impianto e quindi anche di uno nucleare. Tutta-
via, è abbastanza nuova l'attenzione a questi requisiti: la sostenibilità,
il non danne&,uiamento del nocciolo, già sopra richiamato, la non proli-
ferazione. Quest'ultimo è più di natura politica ch e tecnica, aspetto
che differenzia l'energia nucleare rispetto alle altre alternative ener-
getiche (su questo si tornerà con maggior dettaglio nei prossimi due
capitoli) .
I concetti proposti sono subito apparsi appartenenti a due tipolo-
gie, cioè esattamente quelle sopra definite come evolutive e innovati-
ve. Pertanto, è stato necessario introdurre una suddivisione tra quel-
li veri e propri di Generation IV e quelli meno innovativi e cioè evo-
lutivi definibili di Generation III+ o meglio ancora con l'acronimo
INTD: International Near Term Deployment. In sostanza, i primi so-
no quelli che, in linea di principio, dovrebbero poter soddisfare al
meglio i requisiti imposti, ma ciò deve essere dimostrato con pro-
grammi di ricerca e sviluppo lunghi ed onerosi e nel caso di una lo-
ro conclusione positiva, che non è però scontata, essi si pongono
l'obiettivo di essere commerciabili non prima del 2 030; i secondi
Capitolo 4 105
Impianti nucleari di potenza ,

invece a priori non soddisfano completamente i requisiti imposti,


ma in compenso, basandosi sulla tecnologia esistente, anche se con
la messa a punto di nuovi componenti, hanno la quasi certezza di
essere tecnicamente fattibili, affidabili e pronti per la commercializ-
zazione entro il 2010-2015, purché riescano a dimostrare di essere
anche economicamente competitivi. Il sostegno finanziario pubbli-
co è assicurato per i primi, perché sono talmente innovativi, che il
loro sviluppo non può essere finanziato da un'industria, ma assai
meno per i secondi, perché la loro prevista commerciabilità entro
brevi periodi dovrebbe invece consentire tale possibilità.
I reanori, che sulla base dei requisiti imposti e delle regole di giu-
dizio concordate, sono risultati meritevoli di appartenere alla Genera-
tion IV sono i seguenti sei: Reattore ad acqua leggera alla temperatu-
ra e .R,~percritich~_(J), Reattore a gas ~temperature 2::_1olro
elevate (superiore agli attuali HTGR) sia termico che veloce con ciclo
a gas (2), Reattore veloce a ~ con ~ombustibile avanzato (1),
Reattore veloce a piombo (1), Reattore a sali flisi(l) (v. Figura 4.38).
Come si vede concetti molto innovativi, alcuni dei quali appaio-
no di difficile realizzazione. Ci si riferisce in particolare al reattore
ad acqua e a quelli a gas, soprattutto per quello veloce, che compor-
tano significative innovazioni tecnologiche, soprattutto per il com-
bustibile. I reattori a sodio sembrano i meno innovativi, perché già
studiati e realizzati nel passato e non è del tutto chiaro per quale
motivo siano stati qui introdotti9 e comunque devono ridurre gli al-
ti costi, come ricordato nel paragrafo relativo ai reattori veloci. Più
interessante sembra il reattore a piombo, perché questo fluido non
reagisce con l'acgua e cl)JL[aria, anche se è abbastanza reattivo con i
materiali metallici, caratteristica che può essere controllata con par-
ticolari accorgimenti di progetto, da verificare debitamente. Quello
a sali fusi a combustibile circolante, già studiato nel passato, ha in li-
nea di principio delle caratteristiche interessanti, ma la circolazione
del combustibile radioattivo, che emette neutroni e il suo tratta-
mento in sito coinvolgono problemi assai complessi e di difficile so-
luzione. Qui non ci si dilunga a descriverli, anche perché non anco-
ra ben definiti nelle loro caratteristiche essenziali.
I reattori appartenenti alla INTD sono più numerosi ( 16) e non
tutti equivalenti per grado di sviluppo; essi comprendono sia quelli
avanzati, sia quelli evolutivi, secondo la definizione su indicata. Sono
i reattori bollenti e pressurizzati avanzati e quelli semplificati, i reatto-
ri pressurizzati integrati, il CANDU avanzato ad uranio arricchito ed

9 Probabilmente, si vogliono introdurre significative semplificazioni, che non sono ancora


ben definite.
106

acqua naturale come termovettore ed infine gli HTGR nella duplice


versione con combustibile prismatico o a sfere, già utilizzati nel passa-
to, ma con importanti varianti, tra cui l'uso del ciclo a gas.
Una descrizione, anche sommaria, di tutti questi tipi di reattore
è qui impossibile, perché ogni tipo richiede un'ampia spiegazione
tecnica per motivare le scelte progettuali fatte. Si fa un'eccezione
per il reatrore integrato IRIS , perché viene sviluppatO con un so-
stanziale apporto di università e industrie italiane (v. prossimo para-
grafo).
L'altra iniziativa internazionale, parallela a Generation IV, per il
rilancio dell'energia nucleare da fissione è costitui ta dal progetto IN-
PRO (Intemational Project on Innovative Nuclear Reactors and Fuel
Cycles) lanciatO nel 2 000 dalla IAEA (Intemational Atomic Energy
Agenry). Il principale obiettivo di INPRO è assicurare che l'energia
nucleare sia disponibile, come risorsa sostenibile, per soddisfare i bi-
sogni energetici del XXI secolo.
La prevalenza dei rearrori futuri con spettro neurronico veloce o
epitermico si spiega con le preoccupazioni riguardo ad una adeguata
disponibilità in natura di materiale fissile, nella prospettiva di un
grande sviluppo della produzione di energia nucleare nel corso di
questo secolo. Con i reattori veloci si può moltiplicare lo sfrutta-
mento dell' uranio di circa 100 volte rispetto ai reattori termici e ciò
dovrebbe fugare completamente ogni preoccupazione sulla sua di-
sponibilità. Un altro importante motivo riguarda la possibilità di
usare lo spettro veloce di neutroni per bruciare una significativa fra-
zione degli attinidi, così da ridurre sostanzialmente il problema dei
rifiuti ad alta attività e a vita lunga, cioè in altre parole per rendere
più sostenibile l'energia nucleare.
Infine bisogna citare il GNEP (Global Nuclear Energy Partners-
hip), che è un'iniziativa nata nel febbraio del 2006 negli USA, che
riteneva di dover dare una risposta alle seguenti problematiche:
• La necessità di ricorrere all'energia nucleare sarà sempre maggiore
sia nei paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo;
• Non è possibile in linea di principio negare a nessun Paese lo svi-
luppo delle tecnologie nucleari;
• Occorre combinare gli obiettivi di sostenibilità con quelli di
non-proliferazione.
Gli obiettivi del GNEP sono in parte coincidenti con quelli della
Generation IV, ma il GNEP va oltre per diversi aspetti: il ciclo del
combustibile a valle del reattore, la necessità di mettere a punto
reattori di taglia media-piccole per l'esigenze dei Paesi minori e non
solo (v. par. 10.1 Parte II).
Capitolo 4 107
Impianti nucleari di potenza

)=

SCWR Reattore a vapore supercritico

*
GFR Reattore veloce a gas SFR - Reattore veloce al sodio

LFR - Reattore veloce al piombo MSR - Reattore a Sali fusi

Figura 4.38
Rappresentazione schematica dei sei reattori di Generation IV
108

4. 9 Il reattore IRIS

Il reattore IRIS (lnternational Reactor Innovative and Secure) ha pre-


so le mosse da una ricerca sponsorizzata dal DOE, nell'ambito dell'i-
niziativa NERI sopra richiamata. I quattro partners iniziali (3 USA e
l italiano) sono stati successivamente affiancati da numerosi altri,
per un totale di 21 appartenenti a IO Paesi. L'elemento di novità di
questa collaborazione internazionale è che i partners hanno tutti pari
dignità e restano proprietari delle conoscenze sviluppate. In caso di
successo commerciale dell'impresa tale know-how consentirà loro di
aver un riconoscimento economico in proporzione al lavoro di svi-
luppo fatto. Questo rapporto tra i vari partners avviene così in modo
diverso e innovativo rispetto a quello tradizionale tra l'industria gui-
da licenziante del prodotto nucleare, in quanto unico possessore del
know-how e le industrie subordinate licenziatarie, che per fornire il
prodotto pagano una royalty alla prima.
IRIS è un reattore ad acqua leggera in pressione di tipo integrato
e modulare. Integrato significa che tutti i componenti del circuito
primario di un PWR (generatore di vapore, pompe di circolazione,
pressurizzatore) sono alloggiati all'interno del recipiente in pressio-
ne, che normalmente contiene solo il nocciolo e il suo sistema di
controllo. La modularità deriva dalla potenza del reattore che è pari
a 335 MWe e non potrebbe essere di più per i vincoli derivanti dal-
le dimensioni del recipiente in pressione. Un impianto è modulare
quando lo si può utilizzare sia singolarmente, come nel caso di reti
di limitata estensione e potenzialità, sia raggruppandolo in diversi
esemplari sullo stesso sito per realizzare una centrale di potenza ele-
vata. In quest'ultimo caso i vari moduli possono avere in comune
alcuni servizi, in modo da abbassare i costi di capitale, oppure si
possono costruire in successione i vari moduli, con intervalli di
tempo tali da compensare i costi di costruzione degli impianti suc-
cessivi con i ricavi di quelli funzionanti, già costruiti in precedenza:
in questo caso si riduce l'esposizione di capitale, anche se si riduce
la possibilità di mettere in comune molti servizi. Questo concetto è
adottato da molti dei progetti su menzionati, partendo dalla consi-
derazione che l'economia di scala, seguita con determinazione nel
passato, ha avuto in pratica significative controindicazioni (v. par.
10.1 Parte II).
La Figura 4.39 mostra uno spaccato del recipiente a pressione,
con l'indicazione dei componenti del circuito primario che sono di
progetto innovativo e che devono essere sottoposti ad un approfon-
dito programma di ricerca applicata. Essi sono: i generatori di vapo-
re, le pompe, il pressurizzatore, le barre di controllo. Il nocciolo pre-
Capitolo 4 l 109
Impianti nucleari di potenza

visto per le prime versioni del reattore è invece abbastanza simile a


quello impiegato in un PWR, però l'arricchimento è più elevato, pa-
ri al 4,95%, per avere ricambi di combustibile più intervallati, gra-
zie anche alla minor potenza specifica. I generatori di vapore di for-
ma cilindrica sono alloggiati nella corona circolare formata dal bar-
re/ e dal recipiente a pressione. Essi sono costituiti da un fascio di
tubi elicoidali, che hanno l'importante differenza rispetto ai tubi
impiegati nei generatori di vapore dei PWR di essere riscaldati sulla
superficie esterna dal fluido primario e di essere percorsi al loro in-
terno dall'acqua in cambiamento di fase. Pertanto, in questo caso lo
stato di sollecitazione dei tubi è di compressione e non di trazione,
riducendo così sostanzialmente le probabilità di guasto, che tanto
hanno condizionato finora la durata e affidabilità dei generatori di
vapore. Le pompe a tamburo (spool pumps) sono state finora impie-
gate in applicazioni navali e per impianti chimici, nelle quali si ri-
chiedono elevate portate e limitate prevalenze. Per questo non erano
mai state prese in considerazione negli impianti nucleari dove oc-
corrono elevate prevalenze, ma questa non è la situazione dell' IRIS,
che grazie allo schema integrato richiede invece basse prevalenze. Il
vantaggio di queste pompe risiede nel fatto di aver un motOre che
resiste ad elevate temperature, per cui esse possono essere inserite
interamente nel recipiente in pressione. Il pressurizzatore è posto
nel duomo del recipiente, riservando ampio spazio alla fase vapore,
così da smorzare le variazioni di pressione dell'impianto; non sono
più necessari gli spruzzatori d'acqua per regolare la pressione, men-
tre occorrono sempre i riscaldatori elettrici immersi nello strato
d'acqua satura a contatto con il vapore. Le barre di controllo, a dif-
ferenza di quelle dei PWR convenzionali, sono tutte interne al reci-
piente, con azionamento elettromagnetico.
La sicurezza è basata sul nuovo concetto definito sicurezza da pro-
getto (safety by design), che cerca nella concezione stessa del processo
di generazione dell'energia di eliminare la possibilità che avvengano
gli incidenti più gravi (quelli detti di classe M o di ridurne sostan-
zialmente le conseguenze. Questo miglioramento qualitativo della
sicurezza soddisfa molti dei requisiti sopra richiamati per i reattori
di Generation IV ed in particolare quello di non avere il danneggia-
mento del nocciolo e quindi di n on avere il piano di evacuazione
della popolazione. Un'altra importante conseguenza riguarda la
semplificazione del sistema di protezione e l'adozione di impianti di
tipo passivo. Innovativo è anche il contenitore, che si basa su una
equilibrata combinazione tra l'entità della condensazione del vapore
fuoriuscito da un'ipotetica rottura (piccola in questo caso per assen-
za di grosse tubazioni), mediante recipienti d'acqua e il valore della
!IO l

Figura 4.39
Spaccato verticale
del reattore IR/S

Steam Generator
Steam Outlet
Nozzle {1 of 8}

Helical Coil
Steam Generators
(1 of8}

Feedwater Jnlet
Nozzle (1 of 8)

pressione a cui resiste il contenitore di acCiaio, ben maggiore di


quella dei contenitori di un PWR.
La dimensione dell'anello di acqua che circonda il nocciolo con-
sente di abbassare sostanzialmente sia il flusso integrato di neutroni
veloci sul recipiente, eliminando così ogni timore di un suo infragi-
limento, sia il flusso di neurroni termici e della radiazione gamma,
così da realizzare la maggior parte dello schermaggio all'interno del
recipiente stesso. Anche quest'ultima caratteristica è originale e in-
novativa e permette tra l'altro di confinare tutti i materiali radioatti-
vi all' interno del recipiente, così da semplificare lo smantellamento
dell'impianto a fine vita.
Il reattOre IRIS è in corso di sviluppo, per cui la definizione esatta
dei componenti e di tutto il sistema è oggetto di studi e ricerche che
dovrebbero concludersi nell'arco di qualche anno.
5 Fattori condizionanti lo sviluppo
dell'energia nucleare

5. 1 Generalità

Il ruolo che l'energia nucleare può assumere nel quadro energetico


mondiale dipende innanzitutto dalla capacità degli impianti nuclea-
ri di essere complessivamente economici, cioè competitivi con le al-
tre alternative energetiche, tenendo in debito conto tutti i fattori in
gioco. Tuttavia, nel caso del nucleare esistono anche ragioni non
specificamente tecniche ma politiche, l'importanza e l'effetto delle
quali non sono facilmente definibili. Queste si basano su tre pecu-
liari caratteristiche dell'energia nucleare, che sono: sicurezza, com-
plessità e proliferazione. Queste caratteristiche presentano in maggior
o minor misura degli aspetti sia tecnici che politici, ambedue con
effetti sui costi. Per esempio nel caso della sicurezza, il suo continuo
miglioramento è stato imposto dalle Autorità di Sicurezza sia per ra-
gioni obiettive, ma sia anche per le spinte dell'opinione pubblica,
non sempre giustificate sul piano tecnico. Tutto ciò ha determinato
in molti casi notevoli ritardi nella costruzione di nuove centrali e
lunghi periodi di spegnimento in centrali funzionanti per effettuare
i miglioramenti richiesti e in pochi casi addirittura l'abbandono del-
la centrale molto prima della fine della sua vita operativa. Tutto ciò
è stato di grande impatto economico in un sistema dove sono preva-
lenti i costi capitale. A parte l'aumento dei costi, è stato il rischio fi-
nanziario di queste imprevedibili situazioni a raffreddare l'atteggia-
mento degli elettroprodurtori, che nei Paesi con un mercato regola-
mentato non potevano coprire queste perdite con l'aumento delle
tariffe.
Per la complessità si ricorda che un sistema nucleare non com-
porta soltanto la centrale di potenza, ma anche l'intero ciclo del
combustibile, che è complesso, impegnativo e abbraccia un lungo
periodo di tempo, che impone una determinata e continua pro-
grammazione. Una carenza nella programmazione o un errore nelle
sua definizione possono determinare grosse perdite e/o il manteni-
mento forzato di scelte tecniche non più corrette. L'esigenza è che il
programma nucleare sia deciso in modo definito sul lungo periodo
e gestito da un'organizzazione centralizzata e ben preparata. Per
complessità ci si riferisce anche al fatto che il nucleare richiede rap-
112 1

porti che possono essere anche conflittuali tra elettroprodutrori, for-


nitori, Autorità di Sicurezza e il pubblico. I fornitori a loro volta si
dividono in licenzianti e licenziatari: i primi sono quelli che possie-
dono la tecnologia (il cosiddetto know-why) e che non necessaria-
mente costruiscono e forniscono gli apparati nucleari, i secondi pos-
sono farlo, ma solo sulla base della tecnologia del licenziante, al qua-
le pagano una royalty. Infine c'è anche la società di engineering, che è
responsabile della costruzione della centrale, assiemando i vari siste-
mi e componenti e gestendo il cantiere e le opere civili. Come si ve-
de una struttura assai complessa e strettamente interagente.
La prolifèrazione è un aspetto delicato, che richiede qualche chia-
rimento tecnico. La vera difficoltà per produrre una bomba atomica
sta nel procacciarsi il materiale fissile, che può essere o l'uranio-235
o il pluronio-239. Il primo si ottiene separando questo raro isotopo
dall'uranio naturale, soluzione che è molto impegnativa per diversi
aspetti (v. par. 6.7 Parte I ), cosicché tale strada è stata seguita ini-
zialmente solo dalle grandi Potenze. Il secondo viene prodotto rra-
smutando l'uranio-238 in pluronio-239 in un reattore. In realtà, la
situazione è complessa, perché il plutonio-239 non può rimanere a
lungo nel reattore, altrimenti viene progressivamente trasmutato in
pluronio-240, un altro isotopo non fissile del plutonio. In pratica si
fa una distinzione tra il Weapon Grade Plutonium, contenente alte
percentuali di plutonio-239 (maggiori del 93%) ed il Civil Grade
Plutonium, la miscela di isotopi del plutonio presenti nel combusti-
bile scaricato da una cen trale di potenza per usi civili (v. par. 6.3
Parte I). Infatti, il plutonio-240 è particolarmente nocivo per la
bomba, perché emette neutroni che la fanno predetonare, riducendo-
ne grandemente la potenza e soprattutto aumentando considerevol-
mente le difficoltà per la sua costruzione. 1 Tuttavia, difficile non si-
gnifica impossibile e questo è il perché non esiste un pluronio chia-
ramente non prolifèrante, come succede per l'uranio arricchito al di
sotto del 20%. In realtà, i Paesi che hanno seguito questa srrada
non hanno mai utilizzato il plutonio scaricato da reattori civili, ma
quello ottenuto da specifici reattori, detti plutonigeni, costruiti con
materiali naturali, sia per il combustibile, sia per gli altri componen-
ti del reattore, che pertanto non richiedono alcun processo di sepa-
razione isotopica (non arricchiti). Ciò nonostante, i reattori civili
non possono essere definiti certamente non proliferanti. Si può ag-
giungere che gli USA hanno prodotto anni fa un bomba con del

1 Il plutonio-240 decade a con un tempo di dimezzamento di 6537 anni, tuttavia una fra-
zione molto piccola pari a 4, 95 · 10-6 % decadimenti sono delle fissioni spontanee. Sup-
ponendo che queste emettano in media 2,15 neutroni, si ottiene che un chilogrammo di
plutonio-240 emette poco meno di 106 neutroni al secondo.
Capitolo 5 113
Fattori condizionanti lo sviluppo dell'energia nucleare

plutonio civile (comunque con una percentuale relativamente eleva-


ta di plutonio-239), solo per dimostrarne la fattibilità.
Quest'aspetto è strettamente legato alla politica delle Grandi Po-
tenze (Stati Uniti, Russia, Regno Unito, Francia e Cina), che hanno
gli armamenti nucleari e in particolare a quella degli Stati Uniti, che
è il Paese più preoccupato di questo aspetto. Lo scopo delle Grandi
Potenze è di evitare la proliferazione delle armi nucleari ad altri pae-
si. Q uesto è statO politicamente ottenuto dal Trattato di Non Proli-
fèrazione (NPT: Non Proliferation Treaty), che, ratificato da 188
Paesi, entrò in vigore nel 1970, durò 25 anni e poi venne rinnovato
nel 1995. Secondo tale Trattato, i Paesi non nucleari accettano di
rinunciare alla costruzione di armi nucleari, avendo in cambio il di-
ritto di accesso alla tecnologia per reattori civili in possesso delle
G randi Potenze. Dal punto di vista storico, questo limite della so-
vranità nazionale è un aspetto completamente nuovo per trattati di
tale ampiezza e ciò è un chiaro indice della grande importanza di
questo problema. Inoltre, alcuni ma significativi avvenimenti di
non rispetto di questo Trattato da parte di alcuni Paesi hanno acui-
to la preoccupazione al riguardo.
I modi per ridurre i pericoli di proliferazione comportano certa-
mente delle penalizzazioni economiche, ma questa caratteristica
non è tecnica, ma essenzialmente politica e la sua importanza e in
suoi effetti sul progetto e funzionamento del reattore dipendono
dalle richieste che derivano, per quanto detto, da imposizione inter-
nazionali, che porrebbero anche modificarsi nel tempo.
Questa considerazione generale circa l'importanza politica vale
anche, se pur in modo ridotto, per la sicurezza e la complessità. In-
fatti, è ben riconosciuto che i reattori e tutto il sistema connesso so-
no sicuri e molti studi dimostrano che il loro pericolo in termini di
vite umane è inferiore a quello di molte soluzioni alternative, inclu-
se le energie rinnovabili. Tuttavia, l'opinione pubblica non è con-
vinta di questo e accade che i decisori pubblici, anche se personal-
mente convinti che il nucleare abbia dei vantaggi sulle altre alterna-
tive, non desiderano andare contro quello che ritengono sia l'opi-
nione del pubblico. Gli aspetti politici della complessità sono evi-
denti, considerando le sue necessità di programmazione e dei rap-
porti tra diversi organismi.
A questo p unto è evidente la peculiare situazione dell'energia nu-
cleare, che come ogni altra t ecnologia deve risolvere dei problemi
tecnici, ma al tempo stesso deve affrontare dei problemi politici,
che per loro natura non sono ben definibili quantitativamente e
non comportano soluzioni chiare e semplici. In quesro contesto è
possibile che la proliferazione, tra gli aspetri menzionati, abbia per
114 l

la sua intrinseca natura un'importanza meno definibile e meno pre-


vedibile per la diffusione dell'energia nucleare nel mondo. Se così è,
si può concludere che il nucleare civile iniziò ad imporsi con una ra-
pida ascesa grazie all'enorme retroterra di conoscenze e infrastruttu-
re militari, ma alla lunga tale legame è diventatO così controprodu-
cente da rovesciare il vantaggio iniziale in un intralcio per la sua ul-
tenore ascesa.
T ornando ora agli aspetti più specificamente tecnici, si può dire
che il buon funzionamento di un impianto nucleare dip~nde innan-
zi tutto dalle caratteristiche di affidabilità, sicurezza ed economicità.
Queste sono così strettamente interdipendenti, che non è facile di-
stinguere i reciproci confini. Un impianto affidabile è anche sicuro
ed economico; d'altra parte, se si vuole migliorarne la sicurezza, au-
mentando, ad esempio, i sistemi di protezione, si avrà un maggior
costo d'impiantO e un maggior numero di arresti spuri dell'impian-
to, con peggioramento certo dell'affidabilità e della economicità.
Proprio la ricerca di un compromesso ottimale tra questi tre aspetti
rappresenta il compito concettualmente più impegnativo per il pro-
gettista nucleare. PertantO, anche se l'esposizione di questi aspetti
viene effettuata separatamente, tale mutua dipendenza deve essere
sempre tenuta presente.
Altri fattori condizionano lo sviluppo di questa fonte energetica e
saranno trattati successivamente. Essi sono: i possibili usi dell' ener-
gia nucleare, la sostituzione di altre fonti energetiche, gli effetti sulla
bilancia dei pagamenti, l'interazione con l'ambiente, la ricerca e svi-
luppo, l'organizzazione industriale, i trasporti.

5.2 Affidabilità

L'affidabilità è l'aspetto più significativo per qualificare il buon fun-


zionamento di un impianto. Essa può essere definita come la proba-
bilità che non capiti un guasto che impedisca alla centrale di funzio-
nare in un determinato periodo di tempo e sotto specifiche condi-
zioni di funzionamento (quelle nominali). Nel caso di una centrale
nucleare l'affidabilità diviene particolarmente importante per le se-
guenti considerazioni:
• l'incidenza del capitale sul costo dell'energia prodotta è elevata e
ben maggiore di quella delle centrali convenzionali (v. par. 5.4).
Infarti, un guasto in genere penalizza assai più per il mancato ri-
cavo dell'energia non prodotta, che per il costo della riparazione;
• la difficoltà di dover fronteggiare, in caso di non funzionamento,
la non disponibilità di elevate potenze: tale onere, non ben quan-
Capitolo 5
fattori condizionanti lo sviluppo dell'energia nucleare
l 115

tifìcabile, dipende molto dalla dimensione della rete elettrica e


dal suo grado di integrazione con altre reti;
• l'affidabilità è un indice della validità della tecnologia su cui è ba-
sata la centrale e quindi anche della sua sicurezza;
• la riparazione di eventuali guasti al sistema reattore è più difficile
e onerosa se riguarda sistemi in cui sono presenti le radiazioni.
Per quanto detto al primo punto, si cercherà, in una rete elettrica
alimentata da più tipi di centrali, di far funzionare quelle nucleari
sempre al massimo carico consentito. Per questo, è consuetudine
quantificare l'affidabilità di una centrale riferendosi al valore del suo
fattore di carico (percentuale delle ore equivalenti a piena potenza
sulle ore totali in un periodo di tempo prefìssato), partendo dal pre-
supposto che se un impianto non funziona o funziona a potenza ri-
dotta è perché per qualche guasto non può funzionare a piena po-
tenza. Ovviamente, tale criterio si modifìcherà man mano che le
centrali nucleari assumeranno un ruolo significativo nella produzio-
ne dell'energia elettrica di un Paese, come già avviene, ad esempio,
per la Francia.
Si può valutare fondatamente il grado di affidabilità di una cen-
trale solo sulla base di un lungo periodo di funzionamento e un giu-
dizio definitivo può essere emesso solo alla fine della vita dell'im-
pianto. Ciò significa un rilevante ritardo nell'informazione e una
non scontata applicabilità dei risultati alla tecnologia più recente.
Ad esempio, in Tabella 5 .l sono riportati i fattori di carico an-
nuali delle tre centrali nucleari italiane, cosiddette della prima gene-
razione e precisamente: Latina (gas-grafite), Garigliano (BWJ?;, Tri-
no Vercellese (PWJ?;. I fattori di carico medio per i tre reattori si
possono ritenere nell'insieme soddisfacenti, anche in considerazione
del fatto che gli impianti non hanno potuto avvalersi, in fase di pro-
gettazione, di precedenti esperienze significative. Tuttavia, i singoli
valori annuali sono in molti casi molta bassi o addirittura nulli, a
causa di lunghi periodi di fuori servizio. Inoltre, tutti gli impianti
sono stati posti fuori servizio anticipatamente: per il reattore del Ga-
rigliano per imposizione della Autorità di Sicurezza, per gli altri per
decisione delle Autorità Politiche.
Quello che è avvenuto tecnicamente in questi impianti si è ripetu-
to in modo abbastanza simile negli stessi tipi realizzati in altri Paesi.
Per questo è interessante esaminarne le ragioni, che vengono qui di
seguito sintetizzate. Dopo i primi anni di funzionamento si sono ma-
nifestati degli inconvenienti, per lo più imputabili a una non corretta
scelta dei materiali e all'effetto non previsto delle vibrazioni indotte
dai fluidi. È stato così necessario ricorrere a lunghe fermate degli im-
pianti, per mettere in atto le azioni correttive e le modifiche. Peraltro,
116 l

il non aver previsto, in sede di progetto, la possibilità di accedere alle


zone radioattive ha reso particolarmente difficoltosi gli interventi. Il
combustibile, invece, nonostante la gravità del cimento a cui è stato
sottoposto, ha avuto un ottimo comportamento e non ha mai causa-
to importanti inconvenienti sul funzionamento delle centrali.
Successivamente, i bassi valori dei fattori di carico sono stati per
lo più determinati dalla necessità di effettuare modifiche o addirit-
tura sostanziali rifacimenti degli impianti (retrojìt), per adeguarli a
nuove norme di sicurezza. La centrale di Trino Vercellese è stata
fermata per quasi 5 anni, affinché potessero essere effettuati sostan-
ziali rifacimen ti relativi soprattutto ai sistemi di sicurezza. La centra-
le del Garigliano invece, dopo soli 14 anni di funzionamento soddi-
sfacente, è stata posta definitivamente fuori servizio, per l'impossibi-
lità di adeguarla a nuove norme di progetto sismico, imposte dal-
l'Autorità di Sicurezza italiana.
Il fenomeno del retrojìt imposto dalle Autorità di Sicurezza ha
avuto una grande importanza in tutto il mondo, perché, per il suo
carattere di imprevedibilità, ha spinto molti elettroprodurtori privati

Tabella 5.1 Latina1 ~ · Garigliano2 Trino Vercellese3 Caorso


Fattori di carico annuali Anno
(200-160 MWe) (160 MWe) (257 MWe) (862 MWe) _
per le tre centrali 1964 88,1 - - -
nucleari italiane della
prima generazione e per 1965 86,7 69,0 43,0 -
la centrale di Caorso 1966 82,9 58,3 66,9 -
{1) Dat1970 è stato adottata 1967 90,5 65,6 28,7 -

una potenza nominate di 1968 88,1 73 ,7 o -


160 MWe contro i 200 MWe 1969 28,3 84,3 o -
originari, a causa dette limi·
tazioni di temperatura per 1970 85,0 52,9 55,2 -
contenere t' ossidazione de· 1971 60,3 83,1 60,2 -
gli acciai. Da questa data i
valori dei fattori di carico si 1972 85,9 31 ' 1 88,2 -
riferiscono atta nuova po- 1973 49,5 73, 1 63,2 -
tenza. Il fattore di carico
1974 72 ,0 54,5 72,7 -
medio tra parentesi si riferì·
sce atta potenza originaria. 1975 71,1 35,8 102, 2 -
{2) È stato a rrestato 1'8/8/ 1976 71,3 86, 5 70,4 -
1978 e atta fine del 1981 è 1977 76,8 34, 3 81 '1 -
stato messo definitivamente
fuori servizio. Il dato del 1978 76,8 34,3 81 '1 -
fattore di carico medio si ri· 1979 58,8 o 33,2 14,0
ferisce a tutto il 1978.
1980 66,9 o o 16,8
(3) È stato arrestato tra il 1981 67,0 o o. 23, 5
giugno 1979 e l'aprite 1984
per effettuare dei sostanzia- 1982 65,4 - o 75, 2
li rifacimenti ai sistemi di si- 1983 95,1 - o 56,8
curezza.
1984 69,8 - 75,7 55,9
1985 71 '1 - 57,5 58,7
1986 69,6 - 93 ,7 70,5
Media 73 ,4 (62,8) 59,8 49,6 46,4
Capitolo 5
Fattori condizionanti lo sviluppo dell'energia nucleare
l 117

a rinunciare alla opzione nucleare, anche se convinti dei suoi poten-


ziali vantaggi economici. Infatti, data l'importanza che da sempre
viene data in questo settore ai problemi della sicurezza, un qualsiasi
evento imprevisto, che può accadere dovunque nell'ambito della
tecnologia nucleare, può comportare modifiche delle norme di sicu-
rezza vigenti, da estendersi obbligatoriamente e non sempre in mo-
do tecnicamente giustificato anche alle centrali già esistenti, con ef-
fetti in alcuni casi veramente impressionanti.
Il reattore di Caorso appartiene ad una generazione successiva
con caratteristiche particolari, specifiche di questo impianto. Il suo
comportamento nei primi anni di funzionamento non è stato parti-
colarmente positivo, anche se in progressivo miglioramento. Anche
questo impianto è stato fermato per decisione politica come i due
precedenti.
Analogamente, per i reattori successivi costruiti nel mondo si so-
no avuti dei miglioramenti nei fattori di carico, ma di entità mode-
sta e la ragione di ciò sta negli effetti di una evoluzione tecnologica
troppo rapida e di una altrettanto rapida crescita delle potenze uni-
tarie dei reattori. Inoltre, l'irrigidimento delle norme di sicurezza ha
subito un ulteriore impulso dopo l'incidente di Three Mi/e lsland
del 1979 (v. cap. 9, Parte II). Pertanto, anche in questo caso le
Autorità di Sicurezza nazionali hanno imposto il retrojìt d'impianti
o quantomeno continue fermate per effettuare nuovi tipi di verifi-
che. In seguito si è avuta però un'attenuazione di questa tendenza o
addirittura un'inversione, con l'alleggerimento di alcune norme,
che si erano dimostrate controproducenti. La dimostrazione che sia
avvenuto un certo grado di assestamento sia della situazione norma-
tiva, sia di quella tecnologica deriva dalla constatazione che i fattori
di carico per le centrali nucleari hanno subito, in genere, a partire
dal 1981 un lento ma continuo miglioramento, fino a raggiungere
in parecchi casi i valori massimi tecnicamente ottenibili, superiori
tra l'altro a quelli preventivati. In particolare, si è avuto un lento e
progressivo miglioramento dei fattori di carico dei reattori ad acqua
leggera, che ha fatto aumentare apprezzabilmente l'energia prodotta
nel mondo, a pari potenza installata, considerato il loro numero;
per gli AGR l'andamento molto negativo dei primi anni di funzio-
namento si è poi assestato su valori confrontabili con quelli dei
L WR; per i reattori Magnox si e avuto un andamento oscillante, ma
ragionevolmente positivo, tenendo conto che appartengono alla pri-
ma generazione, mentre in controtendenza è quello dei PHWR, che
hanno subito gli effetti di inconvenienti operativi dopo alcuni anni
di funzionamento, anche se è evidente il superamento di tale stato
negli anni più recenti.
liR I

Per quanto riguarda il confronto tra i diversi tipi di reattore, bisogna


usare molta cautela, perché da un lato è difficile avere dati omoge-
nei per numero e vita degli impianti, dall'altro si riscontrano inevi-
tabilmente delle oscillazioni annuali nei valori dei fattori di carico
medi di ogni filiera di reattore, indice questo di una situazione non
del tutto assestata. Viceversa, si è notata una relazione abbastanza si-
stematica tra i fattori di carico e il Paese in cui il reattore opera, in-
dipendentemente dal tipo di reattore stesso: fatto questo di non fa-
cile interpretazione, in quanto determinato da diversità tra paese e
paese, quali il livello tecnologico, il comportamento delle Autorità
di Sicurezza, la struttura industriale, il tipo di organizzazione adotta-
to per l'elettroproduzione, ecc.
Infine, bisogna comunque ricordare che l'affidabilità delle centra-
li nucleari non risulta inferiore a quella delle centrali convenzionali
di pari potenza.

5.3 Sicurezza

I problemi di sicurezza hanno assunto, fin dalla prima applicazione


dell'energia nucleare, un'importanza primaria, a causa dell'enorme
pericolo potenziale derivante dall'accumulo di ingenti quantità di
prodotti radioattivi nel combustibile. Un accidentale rilascio nell'at-
mosfera di una parte di questi prodotti potrebbe avere delle conse-
guenze assai gravi per la popolazione circostante. L'ammontare tota-
le della radioattività accumulata in un reattore dipende dal tempo e
dal livello di potenza di funzionamento. Il combustibile fresco è so-
lo debolmente radioattivo, ma durante il funzionamento la fissione
produce un enorme aumento della radioattività. La maggior parte
di questa radioattività è dovuta ai prodotti di fissione veri e propri,
il resto ai transuranici, mentre una piccola quantità è dovura ai ma-
teriali del nocciolo, non appartenenti al combustibile, attivati da
catture di neutroni.
Lo scopo primario della sicurezza è quello di salvaguardare l'inco-
lumità del pubblico contro i pericoli di rilascio di prodotti radioatti-
vi. Nessun altro pericolo esiste per il pubblico, né tanto meno la
possibilità che si abbiano situazioni lontanamente confrontabili con
quelle di un'esplosione nucleare.
Ovviamente deve essere salvaguardato anche il personale addetto
all'impianto, come avviene soprattutto nel funzionamento normale.
Tuttavia, bisogna sottolineare come in casi d'emergenza tale perso-
nale sia più preparato, rispetto al pubblico, a fronteggiare situazioni
difficili.
Capitolo 5
Fattori condizionanti lo sviluppo dell'energia nucleare
l 119

Nel quadro generale dei problemi di sicurezza bisogna considera-


re, oltre alle centrali nucleari di potenza, anche tutti gli impianti
necessari per il ciclo del combustibile; ci si riferisce alla estrazio-
ne dell'uranio e soprattutto al trattamento del combustibile esau-
rito e all'immagazzinamento dei prodotti di fissione in esso con-
tenuti.
I prodotti di fissione contenuti nel combustibile sono separati
dall'ambiente esterno da tre barriere: la guaina dell'elemento di com-
bustibile, il circuito di ricircolazione, il contenitore. Si definisce inci-
dente quell'evento non intenzionale, che riduce l'integrità di una o
più barriere, al di sotto dei livelli ammessi in sede di progetto. Un
incidente quindi non implica necessariamente un pericolo, pur tut-
tavia tale evento deve essere corretto prima che l'impianto possa ri-
prendere il suo normale funzionamento.
Gli eventi che determinano un incidente possono essere di origi-
ne interna o esterna. Quelli interni sono definibili come malfunzio-
namenti o rotture dell' impianto ed interventi non corretti da parte
degli operatori. Gli eventi esterni sono tipicamente quelli naturali,
come sismi, tornado, allagamenti, come pure l' impatto con la cen-
trale di aerei o missili e l'esplosione di nubi di gas o vapori infiam-
mabili, sfuggiti da serbatoi.
I fenomeni che possono aggravare l'evoluzione di un incidente
sono sostanzialmente due. Un reattore nucleare, anche quando è
spento, produce sempre della potenza, a causa delle emissioni radio-
attive dei prodotti di fissione accumulati nell'elemento di combusti-
bile. Questa potenza decade nel tempo assai lentamente e in valore
assoluto, dal momento in cui il reattore è spento, parte da un valore
pari a qualche per cento della potenza nominale. Se non fosse ope-
rante un sistema di raffreddamento del nocciolo, anche di efficacia
limitata, si arriverebbe così prima o poi alla fusione del combustibi-
le. Inoltre, il combustibile, quando genera potenza, immagazzina
energia termica per effetto della distribuzione radiale di temperatura
all'interno di ogni barretta. Se al momento dell'incidente, pur con il
reattore in fase di spegnimento, si ha temporaneamente una carenza
di raffreddamento del combustibile da parte del fluido termovetto-
re, questa energia si distribuisce uniformemente nelle barrette, pro-
vocando in ciascuna di esse un abbassamento della temperatura cen-
n·ale e un aumento della temperatura superficiale e quindi di quella
della guaina di protezione. In un reattore ad acqua questa può pas-
sare dai 300 °C circa in funzionamento normale ai 700 -7- 800 oC,
nel caso limite di annullamento dello scambio termico e della po-
tenza della barretta.
L'altro fenomeno consiste nella possibilità che il reattore possa
120 l

diventare transitOriamente sovracnnco, sia per malfunzionamenti


del sistema di controllo, sia per gli effetti dovuti a variazioni non
volute di diversi parametri come pressione, temperatura, grado di
vuoro del fluido termovettore. In questo caso si hanno dei rilasci
di energia, che possono essere pericolosi per l'integrità del noc-
ciolo.
N ella sua evoluzione, un incidente può aggravarsi per effetto di
reazioni chimiche esotermiche del tipo metallo-acqua ( U- H 2 0 , Zr
- H 2 0 , Na - H 2 0 ). In condizioni normali tali reazioni non avven-
gono perché le due sostanze sono fisicamente separate ( U - H 2 0,
Na - H 2 0 ) o sono a temperature tali da non reagire tra loro (Zr -
H 2 0). Tuttavia, a causa dell'incidente, queste condizioni possono
vemre meno.
La sicurezza di un impianto si basa su cinque punti: progetto del-
l'impianto, qualità del prodotto, sistema di protezione, scelta del sito,
Autorità di Sicurezza.
Per progetto dell'impianto s'intende la scelta di quei processi che
hanno una minor propensione a determinare potenziali situazioni
di pericolo e in particolare quella di raggiungere la sovracriticità.
I guasti si riducono se i prodotti sono esenti da difetti. Per que-
sto, s'impone che la cura e la meticolosità con cui deve essere pro-
gettato, costruito ed esercito l'impianto nucleare siano molto elevate
e uniche nel campo industriale, tranne quelle per l'industria aero-
nautica e spaziale. Ciò si ottiene imponendo regole tassative di com-
portamento, che sono raccolte nel cosiddetto sistema di Garanzia di
Qualità (v. cap.8 Parte II). È importante sottolineare come questo
modo di procedere sia la miglior garanzia per ridurre l'eventualità di
un incidente.
L' impianto, costruito come si è detto a regola d'arre, è poi dotato
di tutta una serie di sistemi di protezione, che hanno lo scopo di
mitigare gli effetti di un eventuale incidente. Tra i più importanti si
possono citare: i sistemi aggiuntivi per la riduzione della reattività, i
sistemi di raffreddamento d'emergenza, i sistemi d'iniezione d'e-
mergenza, il contenitOre e i sistemi connessi, il pozzo di calore fina-
le, i generatori autonomi di potenza elettrica, i sistemi di abbatti-
mento dell' idrogeno, i sistemi di trattamento dei prodotti d i fissio-
ne. L'insieme di tutti questi sistemi di protezione costituisce ovvia-
mente un sostanziale aggravamento della complessità dell'impianto
nucleare e quindi anche dei suoi costi.
C on un'accurata scelta del sito si cerca di ridurre sia la proba-
bilità di eventi avversi esterni, sia le conseguenze degli in cidenti
sulla popolazione. Si tratta quindi di effettuare uno studio detta-
gliato di tutte le peculiari caratteristiche del sito come: sismologia,
Capitolo 5 121
Fattori condizionanti to sviluppo dell'energia nucleare

meteorologia, idrologia, geologia, qualità del terreno, distribuzio-


ne della popolazione. Oltre a ciò si deve tener conto di altre esi-
genze non connesse con la sicurezza, come ad esempio la vicinan-
za ai luoghi di consumo dell'energia, la facilità d'accesso e soprat-
tutto la disponibilità di acqua di raffreddamento. Pertanto, consi-
derando anche l'opposizione delle popolazioni locali a insedia-
menti di q uesto tipo, si comprende come in molti Paesi e soprat-
tutto in Italia, dove è elevata la densità della popolazione e il
rischio sismico è presente in molte zone, sia particolarmente diffi-
cile trovare siri adatti.
Poiché un incidente in un impianto nucleare può mettere a re-
pentaglio l'incolumità del pubblico, in tutti i Paesi industrialmen-
te progrediti è stata predisposta una legislazione nucleare, che in
particolare fissa le norme da seguire per ottenere le autorizzazioni
necessarie nelle varie fasi di approntamento di un impianto. Per
questo esiste un ente indipendente, detto Autorità di Sicurezza, a
cui viene demandata la responsabilità di verifica del soddisfaci-
mento di queste norme, secondo le quali occorre fornire una do-
cumentazione dettagliata sul sito proposto e sulle caratteristiche
dell'impianto, specialmente sorto il profilo della sicurezza, specifi-
care i collaudi delle apparecchiature ed effettuare una serie di pro-
ve prima dell'entrata in funzione commerciale dell'impianto. La
licenza di costruzione è subordinata ad un giudizio positivo sulle
caratteristiche del sito e dell'impianto, quella d'esercizio ad un
giudizio parimenti positivo sull'esito delle varie prove. Poi, duran-
te l'esercizio, vengono periodicamente effettuate verifiche ed è
sempre possibile che l'impianto venga arrestato dall'Autorità di
Sicurezza, per imporre l'effettuazione di modifiche anche sostan-
ziali (il già citato retrofit) .
Per concludere, bisogna sottolineare il fatto che molto spesso la
contestazione nei riguardi dell'energia nucleare si basa per lo più
sulla valutazione in assoluto del rischio per la popolazione, mentre
raramente si fa una valutazione comparativa con i rischi dovuti ad
altre alternative energetiche, inclusa quella di produrre meno ener-
gia, necessariamente a scapito dei consumi civili e industriali. L'ap-
proccio comparativo è invece quello corretto e consente di rivalutare
sostanzialmente l'energia nucleare sotto l'aspetto della sicurezza. In-
fatti, considerando l'intero indotto di ogni fonte energetica (ciclo del
combustibile, fabbricazione dei componenti e del sistema d'eserci-
zio), si sono ottenuti da studi fatti, risultati che pongono l'energia
nucleare tra le forme energetiche meno pericolose.
La sicurezza delle centrali nucleari viene trattata con assai mag-
gior dettaglio nel cap. 9 della Parte II.
122 l

5.4 Economicità

Una volta dimostrata la validità tecnica e della sicurezza dell'alterna-


tiva nucleare per la produzione di energia elettrica, occorre dimo-
strarne la convenienza economica. La valutazione dei relativi costi,
già problematica per molte attività industriali, è ancora più delicata
nel caso dell'energia elettronucleare.
Infatti, non è facile apprezzare il significato dei valori dei costi
pubblicati, a causa della continua e peraluo non omogenea crescita
dei costi industriali nelle ultime decadi, che modifica sostanzialmen-
te la situazione abbastanza stazionaria degli anni '50 e '60. Risulta
poi sempre difficile estendere i dati economici da un paese ad un al-
tro, a causa sia della oggettiva differenza del costo del lavoro, delle
materie prime e del denaro, sia delle oscillazioni dei cambi, sia della
diversità dei criteri di valutazione impiegati. Infine, esiste una con-
testazione sull'entità degli oneri aggiuntivi connessi con l'energia
nucleare, relativi ai programmi di ricerca e sviluppo, alla smaltimen-
to dei rifiuti radioattivi, alla smantellamento della centrale alla fine
della sua vita produttiva ed altro.
Un aspetto importante nella struttura dei costi di un kWh nu-
cleare sta nell'assai maggiore importanza del costo capitale rispetto a
quanto avviene per il k Wh prodotto in una centrale termoelettrica
tradizionale: questa differenza è assai marcata rispetto alle centrali a
olio combustibile e a gas naturale. Inoltre, anche nel costo del com-
bustibile l'onere del capitale è generalmente più elevato nel caso nu-
cleare di quello dei combustibili fossili. Ciò significa, come già detto
in precedenza, una grande importanza dell'affidabilità dell'impianto
nucleare, che dovrebbe funzionare sempre alla massima potenza
possibile. Un altro effetto è quello di rendere più convenienti im-
pianti di maggiore potenza, in quanto ovviamente il loro costo cre-
sce con la potenza in modo meno che proporzionale (la cosiddetta
legge dell'economia di scala) . Tuttavia, la validità di questa legge è
stata recentemente messa in discussione, in considerazione anche di
controindicazioni legate ai grandi impianti, quali il maggior rischio
economico, l'allungamento dei tempi di costruzione, una maggior
difficoltà nella standardizzazione degli impianti, ma soprattutto la
necessità di adottare soluzioni progetruali più onerose. Infatti, molti
reattori in fase di studio adottano potenze ben inferiori a quelle dei
. .
reatton correnn.
La competitività economica delle centrali nucleari rispetto a quel-
le convenzionali è stata raggiunta, almeno per quantO riguarda le va-
lutazioni a preventivo, già da parecchi anni, cioè intorno al 1966-
67. A ciò si era arrivati, sia per la naturale evoluzione delle cono-
Capitolo 5
Fattori condizionanti lo sviluppo dell'energia nucleare
l 123

scenze e delle tecnologie, che per il citato aumento delle potenze


unitarie. È anche probabile che i costruttori, per ottenere in breve
tempo un consistente impatto sul mercato, abbiano effettuato a
quel tempo un dumping nei prezzi. Attualmente, è opinione diffusa
che le centrali nucleari siano competitive con quelle convenzionali,
soprattutto se a olio combustibile e a gas naturale. Ovviamente le
pronunciate e imprevedibili variazioni dei prezzi dei prodotti petro-
liferi e del gas naturale possono modificare, almeno transitoriamen-
te, questa situazione. Tuttavia, la spinta verso l'opzione nucleare
non dovrebbe derivare tanto e solo dal potenziale vantaggio econo-
mico che essa offre, quanto dalla strategia di diversificazione delle
fonti energetiche.
Al problema dei costi di produzione delle centrali nucleari è dedi-
cato il cap. l O della Parte II, a cui si rimanda per maggiori dettagli.

· 5. 5 Altri fattori

Si è accennato nei paragrafi precedenti ai tre fattori - affidabilità, si-


curezza, economicità- che più direttamente condizionano lo svilup-
po e l'affermazione commerciale dell'energia nucleare. Vi sono tut-
tavia altri fattori che giocano (o hanno giocato o giocheranno) un
ruolo essenziale in questo processo di sviluppo, alcuni a favore e al-
tri a sfavore. Vedian1one i più importanti.
• Possibili usi dell'energia nucleare. L'utilizzo dell'energia nucleare è
oggi praticamente limitato alla produzione di energia elettrica
con impianti di grande potenza. L'energia nucleare è anche im-
piegata per la propulsione navale, ma in modo estensivo solo per
sottomarini militari. Ne viene ipotizzato l'impiego per la dissala-
zione delle acque e per il riscaldamento urbano, ma per ora esi-
stono al mondo pochi esempi in proposito e solo con reattori
prototipi. Un altro campo di notevole interesse è quello della
propulsione di razzi interplanetari o della fornitura dell'energia
necessaria a colonie umane su altri pianeti. Si tratta di reattori di-
versi da quelli terrestri, sia per dimensioni, molto inferiori, sia
per le scelte tecnologiche e dì processo. Aspetti peculiari e di dif-
ficile soluzione sono la trasformazione della energia termica in
elettrica e lo smaltimento del calore del pozzo freddo. Anche nel-
l'ipotesi più favorevole, tutte queste applicazioni non dovrebbero
però risultare rilevanti in termini energetici. Nel lungo periodo
potrebbe emergere un impiego su vasta scala di centrali nucleari
per la produzione di idrogeno. Questo vettore energetico potreb-
be avere, come l'elettricità, moltissimi impieghi nel campo ìndu-
124

striale, civile e dei trasporti, ma il suo costo di produzione è at-


tualmente troppo elevato con i metodi classici. I reattori nucleari
potrebbero essere utilizzati a questo scopo. Il processo può essere
basato o sull'elettrolisi o sulla termoscissione: il primo processo
sarebbe forse troppo costoso anche per via n ucleare, il secondo
non è ancora stato messo a punto e richiede l'impiego di reattori
ad alta temperatura (tipo HTGR). Si tratta di una ipotesi per il
lungo periodo, con molti problemi ancora da risolvere.
• Come l'interesse militare ha condizionato gli sviluppi civili. Si è ac-
cennato nella introduzione al problema dei condizionamenti po-
litici legati alla proliferazione nucleare. Qui si accenna invece co-
me lo sviluppo dell'energia nucleare per fini militari abbia contri-
buito in modo essenziale ad accelerare all'inizio le applicazioni ci-
vili e a determinarne le relative scelte tecnologiche. Studi di base,
ricerche tecnologiche, sviluppo e costruzione di reattori e di im-
pianti di arricchimento vennero effettuati inizialmente per le esi-
genze derivanti dai programmi militari delle Grandi Potenze.
Pertanto, ai suoi inizi lo sviluppo dell'energia nucleare per appli-
cazioni civili poté giovarsi di un bagaglio di conoscenze, attrezza-
ture ed impianti veramente eccezionale, i cui oneri economici
erano già stati coperti dai bilanci militari. Ad esempio, i tre im-
pianti di arricchimento dell'uranio degli Stati Uniti, pur essendo
stati costruiti con finalità militari, sono stati per molco tempo gli
unici in tutto il mondo occidentale che hanno consentito e in
parte consentono tuttora un approvvigionamento regolare anche
per gli impianti nucleari civili. E importante sotcolineare che tali
impianti per loro natura devono avere delle dimensioni minime
così grandi da richiedere investimenti colossali, che nessun Paese
avrebbe ritenuto possibile o conveniente sostenere, quando gli
usi commerciali dell'uranio arricchito erano ancora assai ridotti.
Tutto ciò ha influenzato in modo determinante anche le scelte
dei tipi di reattore da sviluppare commercialmente. Infatti, i reat-
tori ad acqua leggera (L WR) sono subito apparsi come un' opzio-
ne perseguibile, grazie alla disponibilità di uranio arricchito. Per i
PWR si poté anche utilizzare la vasta esperienza acquisita nella
costruzione dell'apparaco propulsore dei sottomarini nucleari,
dotato di reattori di questo tipo, anche se di dimensioni e caratte-
ristiche abbastanza diverse rispetto a quelli impiegati per usi civi-
li. In assenza di tali impianti, sarebbero stati scelti impianti ad
uranio naturale e probabilmente quelli ad acqua pesante. In altri
Paesi (Francia, G ran Bretagna) si è voluto erroneamente adattare
alla produzione d'energia elettrica il concetto di reattore gas-gra-
fite, originariamente utilizzato per produrre plutonio Weapon
Capitolo 5
Fa ttori condizionanti lo sviluppo de ll 'energia nucleare
l 1?5
-

Grade, ma questa filiera è stata poi abbandonata perché non eco-


nomica (v. par. 4.3 Parte I).
• La sostituzione di altre fonti energetiche. In vista di un prevedibile
esaurimento non troppo lontano nel tempo dei combustibili fos-
sili, liquidi o gassosi, o comunque di una loro minore disponibili-
tà sul mercato, l'energia nucleare si presenta come una valida so-
luzione per sostituire questi combustibili, almeno in parte dei lo-
ro impieghi.
• Gli effetti sulla bilancia dei pagamenti. Per molti Paesi, tra cui so-
prattutto l'Italia, carenti di risorse energetiche e per questo forre-
mente debitori verso l'estero, la bilancia dei pagamenti risultereb-
be più equilibrata con l'uso dell'energia nucleare. Infatti, almeno
in linea di principio, quasi tutto il costo del k Wh nucleare può
derivare da attività di progetto e costruzione effettuabili all'inter-
no del paese. Sorto questo profilo il vantaggio rispetto ad impian-
ti termoelettrici ad olio combustibile e gas naturale è veramente
sostanziale; infatti, in queste centrali l'onere del combustibile
(importato) rappresenta la maggior parte del costo complessivo
del kWh. In realtà tale vantaggio si riduce leggermente con il pa-
gamento di diritti di licenza a costruttori stranieri (in genere non
troppo onerosi), l'acquisto di componenti speciali non prodotti
all'interno del Paese e l'importazione della materia prima uranio
(in Italia, ad esempio, c'è anche poco uranio e finora è stato ac-
quistato all'estero, ma com unque il suo onere sul costo del k Wh
è molto contenuto).
• lnterazione con L'ambiente. Un volta che una centrale nucleare ha
soddisfatto i requisiti di sicurezza, che garantiscono una probabi-
lità estremamente bassa di avere un incidente per l'ambiente,
non vi è dubbio che essa, essendo un sistema chiuso, non produ-
ce inquinamento atmosferico. È questo un sicuro vantaggio ri-
spetto alle centrali rermoelettriche convenzionali che, per le loro
emissioni di anidride solforosa, ossidi d'azoto e polveri sollevano
notevoli preoccupazioni ambientali. Nel caso dell'impiego del
carbone si possono perfino avere, con certi tipi di carbone, emis-
sioni radioattive superiori a quelle ipotizzare in una centrale nu-
cleare. Inoltre, il rilascio all'atmosfera di anidride carbonica gene-
rata nei processi di combustione suscita un crescente allarme per
il cosiddetto effetto serra, la cui influenza negativa sul clima terre-
stre non è ben provata, ma il giorno che lo fosse, sarebbe troppo
tardi per intervenire. La cessione di calore alle acque naturali ri-
sulta invece più elevata (circa del 50%) in un impianto nucleare
ad acqua (leggera e pesante) rispetto ad una centrale convenzio-
nale: infatti quest'ultima ha rendimenti termodinamici superiori
126 l

ed inoltre rilascia al camino grandi quantità di fumi, che traspor-


tano con sé e rilasciano direttamente all'atmosfera parte del calo-
re da dissipare. Per i reattori veloci e quelli a gas ad alta tempera-
tura, dati i rendimenti termodinamici nettamente più elevati ri-
spetto ai reattori ad acqua, il calore di scarico è invece pratica-
mente uguale a quello delle centrali convenzionali (per maggiori
dettagli si rimanda al cap . 2 della Parte II). Degli aspetti relativi
al trattamento e immagazzinamento dei prodotti di fissione si ac-
cenna nel prossimo capitolo.
• La ricerca e sviluppo. T ra lo sviluppo iniziale di un nuovo concet-
to di reattore nucleare e l'installazione della prima centrale com-
merciale fondata su tale concetto passano parecchi anni, durante
i quali le spese di ricerca e sviluppo da sostenere sono ingenti e
crescenti nel tempo; si deve prevedere tra l'altro la costruzione di
uno o più impianti prototipo. Si tratta quindi di un'impresa alta-
mente impegnativa sul piano economico, programmatico e poli-
tico e al tempo stesso rischiosa, come dimostrano i non pochi
concetti abbandonati, anche nelle fasi finali dello sviluppo. Inol-
tre, anche nel caso di programmi coronati da successo, le attività
di ricerca e sviluppo non possono considerarsi esaurite, ma devo-
no anzi proseguire molto intensamente sia al fine di ulteriori e
sempre auspicabili perfezionamenti del progetto, sia perché oc-
corre approfondire sempre più le conoscenze sugli effetti di situa-
zioni incidentali e migliorare la sicurezza dell' impianto. Tuttavia,
bisogna sottolineare che tale imponente sforzo di ricerca e svilup-
po ha sicuramente delle ricadute vantaggiose sul tessutO delle at-
tività scientifiche e industriali di un Paese.
• L 'organizzazione industriale. La costruzione di impianti nucleari
richiede l'esistenza di un'organizzazione industriale evoluta ed
economicamente potente. Si tratta di mettere a punto tecnologie
e processi industriali raffinati e innovativi rispetto a quelli tradi-
zionali. Occorrono grossi investimenti per le infrastrutture fin
dalle prime costruzioni. Le procedure di controllo della qualità
sono molto importanti e assai più stringenti di quelle normal-
mente in uso. O ccorre personale altamente specializzato, il cui
addestramento richiede tempi lunghi. Infine, bisogna ricordare
che la gestione di un sistema industriale vasto e complesso come
quello necessario per un ciclo completo di attività nel settore nu-
cleare risulta particolarmente impegnativa. Anche da questo pun-
to di vista si deve rilevare l'impatto positivo che un'esperienza ge-
stionale così singolare esercita su tutta la struttura industriale di
un Paese, che viene così indotta a cimentarsi con produzioni im-
pegnative e trainanti.
Capitolo 5
Fattori condizionanti lo sviluppo dei!' energia nucleare
l 127

• I trasporti. Nell'esercizio di centrali nucleari, non essendovi com-


bustibili e scorie da movimentare giornalmente in enormi quan-
tità, come avviene per le centrali convenzionali, è assai ridotto
l'uso di mezzi di trasporto, con tutti i vantaggi diretti e indiretti
che ne derivano. Tuttavia il trasporto del combustibile irraggiato,
anche se molro saltuario e riguardante quantità relativamente
modeste, risulta complesso per i problemi di sicurezza connessi
(v. prossimo capitolo).
l 129

6 Il ciclo del combustibile

6. 1 Generalità

Nei capitoli precedenti si è concentrata l'attenzione sugli impianti


nucleari di potenza; per terminare questa prima parte riguardante
gli impianti a fissione si ritiene opportuno dare qualche notizia sul
ciclo del combustibile, evidenziando, tra l'altro, le sue implicazioni
sulle scelte delle filiere dei reattori.
Il ciclo del combustibile è composto da diverse fasi, che vanno
dal reperimento dei materiali fissili e fenili fino all'immagazzina-
mento finale delle scorie radioattive, con possibilità di ricicli interni.
In Figura 6.1 è rappresentato schematicamente il ciclo del com-
bustibile per un reattore ad acqua leggera (L WR), comunque valido
per qualsiasi reattore ad uranio arricchito. Si ha una prima fase che
comprende l'estrazione del minerale e la sua concentrazione sotto
forma di U3 0 8 (yelww cake) . Si passa poi alla purificazione dello yel-
low cake e alla conversione a UF6, composto gassoso dell'uranio, ne-
cessario per la fase successiva d'arricchimento. Nel processo d'arric-
chimento, oltre a UF6 arricchito in U 235 , si ottiene anche UF6 im-
poverito (0 ,20--;- 0 ,30 % in U 235 ) , che viene scaricato e immagaz-
zinato. Attualmente l'uranio impoverita non ha pratico impiego in
ambito civile, nel futuro potrà essere utilizzato come materiale ferti-
le per i reattori veloci. Ottenuto l'uranio arricchito, si passa alla fase
di fabbricazione dell'elemento di combustibile, che comprende la ti-
conversione dell' UF6 a U(h, la fabbricazione delle pastiglie
dell' U(h, la fabbricazione della barretta di combustibile e il suo as-
semblaggio finale. Il combustibile, una volta utilizzato nel reattore,
viene scaricato e immagazzinato in piscine per il suo raffreddamento.
Il combustibile può subire poi un trattamento per scomporlo nei
suoi diversi componenti, si ottengono così:
• rifiuti radioattivi, che passano alla fase di trattamento e di confi-
namento;
• plutonio, che può essere riciclato nello stesso tipo di reattore co-
me fissile, oppure immagazzinato per essere utilizzato in altri tipi
di reattore (tipicamente nei reattori veloci);
• uranio ancora lievemente arricchito, che può essere anch'esso ri-
ciclato.
130 l

Mlnlern di nr~nlo Converolone od (t F"t Arricchimento Fobbrlcntione


e produdone concentrnto combustibile

4
l
Urnnlo Deposito uranio
l
l
recupernto lmpovtrlto l
l

l
----~ ~
l
l
~~(:'"
l Plutonio
t Renttore

:, __([UN~b.<l-----~~
BSG__ ::.~~~~~~aut: combustibile Depoelto combustibile unnrlto

l
Deposito rlnntl rndloottlvl <I--- ---- -

Figura 6. 1 Nella Figura 6. 1 sono stati tratteggiati i passaggi che non sono at-
Il ciclo del combustibile
tualmente strettamente necessari, ma che lo saranno nel futuro e ciò
per un LWR
soprattutto per quanto riguarda il trattamento del combustibile
esaurito e lo stoccaggio finale dei prodotti di fissione. Tuttavia, è
anche ipotizzabile che il ciclo venga terminato confinando diretta-
mente gli elementi di combustibile esauriti, eliminando la fase di
trattamento e rinunciando ad utilizzare, almeno nel breve e medio
termine, il plutonio prodotto e l'uranio residuo. Non è stata eviden-
ziata nella figura anche la fase relativa al trasporto di combustibile
irraggiato, in quanto essa dipende dalla collocazione degli impianti.
Per reattori ad uranio naturale il ciclo del combustibile a monte
del reattore è sostanzialmente più semplice, in quanto manca la fase
di arricchimento ed eventualmente quelle di conversione ossido-esa-
fluoruro e riconversione in ossido. Invece, nel caso si utilizzi l'ura-
nio metallico questo viene ricavato da UF4 per magnesiotermia.
Per i reattori veloci il problema è più complesso e verrà illustrato
nei prossimi paragrafi. Qui basterà dire che il trattamento del combu-
stibile esaurito e il riciclo del plutonio sono due fasi che devono neces-
sariamente realizzarsi in sintonia con il funzionamento del reattore.
Il ciclo del combustibile rappresenta un aspetto fondamentale
per lo sviluppo dell'energia nucleare, la cui importanza è risultata
sempre più evidente nel corso degli ultimi anni. Infatti, all'inizio lo
sforzo di ricerca e sviluppo sugli impieghi civili dell'energia nucleare
si concentrò prevalentemente sui reattori e sull'elemento di combu-
stibile. Ciò perché si riteneva praticamente acquisita, grazie ai pro-
grammi militari, la tecnologia delle altre fasi del ciclo di combustibi-
Capitolo 6 l 131
1t ciclo det combustibile

le. Tuttavia, la necessità di soddisfare criteri di sicurezza più strin-


genti che per il passato e le diverse esigenze tecniche del programma
civile rispetto a quello militare- tipicamente l'assai maggior tasso di
bruciamento del combustibile scaricato - hanno messo in luce diffi-
coltà di natura tecnica ed economica nelle fasi più importanti del ci-
clo di combustibile. Si è avuta così una crescente attenzione sulle
problematiche del ciclo di combustibile a valle del reattore, con la
duplice opzione riciclo e non riciclo del combustibile esaurito.
Con le accresciute dimensioni dei programmi di costruzione del-
le centrali nucleari, è apparsa sempre più evidente la necessità di ef-
fettuare un esatto coordinamento tra questi programmi e quelli rela-
tivi al ciclo di combustibile. Per i grandi investimenti richiesti dalle
varie fasi del ciclo del combustibile, non è conveniente creare delle
sovracapacità di produzione; d'altra parte, una carenza di capacità di
una delle sue fasi critiche, che dipendono dal tipo di reattore, può
provocare una elevata penalizzazione economica per l'energia non
prodotta dai reattori costruiti. Tale coordinamento è tuttavia assai
problematico, date le già citate incertezze tecniche, i lunghi tempi
di realizzazione (la programmazione va fatta con notevole anticipo),
l'enorme complessità del sistema, le diverse esigenze dei vari tipi di
reattore e il coinvolgimento di più Paesi nelle diverse fasi. Quest'ul-
timo aspetto può determinare inoltre rapporti di dipendenza tra i
Paesi, con tutti i condizionamenti politici che ne conseguono.
Infine, bisogna ricordare che alcune fasi del ciclo del combustibi-
le pongono degli importanti problemi di sicurezza; quelli relativi al
trattamento del combustibile esaurito e al confinamento dei rifiuti
radioattivi potrebbero, in prospettiva, risultare anche più condizio-
nanti di quelli dei reattori nucleari.

6.2 Risorse d'uranio

Tutti gli impianti nucleari, in esercizio o in costruzione, prevedono


l'uso dell'uranio come combustibile base. Il torio, materiale fenile
da cui per assorbimento neutronico si ottiene l 'U233 fissile, non è
stato ancora utilizzato su base commerciale. Pertanto lo sviluppo
dell'energia nucleare è attualmente basaro sul ciclo ad uranio.
L'uranio è un elemento che è relativamente abbondante sulla
crosta terreste e nel mare: circa 4 ppm nella litosfera e 3,3 . l o- 3
ppm nel mare. Tuttavia, l'uranio è abbastanza uniformemente di-
stribuito, per cui la presenza di depositi con contenuti superiori allo
0,5% è molto rara. I depositi attualmente coltivati hanno general-
mente un contenuto d'uranio compreso tra lo 0,1 e 0,5%.
132

Le miniere sono sia in superficie che sottoterra, a profondità che


vanno da alcune decine di metri a più di mille metri. I metodi d'e-
strazione variano da caso a caso, ma comunque sono sostanzialmen-
te simili a quelli di altri minerali. Lo sfruttamento industriale di un
giacimento individuato richiede un periodo di tempo di parecchi
anni. Un problema di sicurezza esiste nelle miniere sotterranee, a
causa della presenza del radon, un gas radioattivo, che si ottiene dal
decadimento del radio, che a sua volta deriva dal decadimento del-
l'uranio-238. Per questo è necessario prevedere degli accorgimenti
opportuni, tra cui una ventilazione molto efficace.
Stimare le risorse d'uranio disponibili è un problema assai difficile
e per di più controverso. A differenza dei combustibili fossili, non si
tratta in questo caso di definire le quantità disponibili in assoluto,
che per l'uranio sono praticamente illimitate, ma di stimare le quanti-
tà ottenibili a costi compresi entro valori prefissati. Partendo da mi-
nerali a più alta concentrazione in uranio e quindi a più basso costo
d'estrazione e passando via via a minerali sempre più poveri, si otterrà
così, in linea di principio, una curva riserve-costi unitari monotonica-
mente crescente. Tale curva dovrebbe avere una pendenza abbastanza
ripida, se ci si basa sulla estrapolazione dei costi attuali. Tuttavia,
qualche esperto ipotizza, in analogia a quanto è avvenuto per altri ele-
menti (rame, zinco, piombo), che, per l'effetto combinato dei miglio-
ramenti tecnologici - i giacimenti più poveri saranno sfruttati più tar-
di - e dei risparmi unitari associati al fatto di dover trattare una mag-
gior quantità di minerale, si abbia una crescita dei costi inferiore a
quella prevista. Bisogna però non trascurare che i consumi energetici
potrebbero aumentare sostanzialmente, così da condizionare il rendi-
mento energetico complessivo del sistema nucleare.
Volendo ora valutare l'ammontare delle riserve dei giacimenti esi-
stenti nel mondo, bisogna anche tener presente che il mercato del-
l'uranio è stato poco regolare. Inizialmente la sua richiesta è stata
molto elevata per gli usi militari; successivamente, riducendosi que-
sta esigenza, si è avuto un lungo periodo di stasi, terminato nell'in-
torno del 1966; da qui in avanti per le crescenti necessità per usi ci-
vili è iniziata una lenta risalita, non sempre regolare e solo da pochi
anni sono stati raggiunti e superati i valori massimi della produzione
degli anni '50. Ad esempio, nel 1959 si è avuta una produzione di
34000 t, che progressivamente è scesa a 14700 t nel 1966; da qui si
è risaliti con regolarità, fino a riottenere nel 1978la stessa produzio-
ne del 1959; nel 1980 la produzione ha raggiunto le 44000 t, per
poi ridiscendere fino alle 35000 t del 1985, rimanendo all'incirca
costante fino al 1989 per poi ridiscendere ancora a 25000 t nel
1991, per poi ritornare a circa 35000 t nel 2000, pari al 54% del
Capitolo 6 / 133
Il ciclo del combustibile

Ovest Est Totale Tabella 6.1


Stima della produzione
Produzione 1,245 0,754 1,999
e del consumo mondiale
Reattori - 1, 008 - 0,130 -1, 138 di uranio tra il 1945 e il
Usi militari - 0,264 - 0,457 - 0,721 2000 in 106 tonnellate
lmport-Esport + 0, 144 - 0,144 -
Accumulo residuo 0,117 0,023 o, 140

consumo nello stesso anno di 65000 t, valori grosso modo rimasti


costanti nel seguita. La carenza di produzione viene coperta dall'uti-
lizzo delle scorte, dal riutilizzo dell'uranio estratto per ritrattamento
del combustibile bruciato (tale riutilizzo è nella fase iniziale di sfrut-
tamentO) e recentemente dalla diluizione dell'uranio altamente ar-
ricchito, derivante dallo smantellamento delle bombe nucleari. Una
stima della produzione e del consumo di uranio tra il 1945 e il
2000 è riportata in Tabella 6.1.
Le prospezioni geologiche per la ricerca dei giacimenti d'uranio
hanno seguito un andamento analogo, anche se anticipato nel tem-
po. Pertanto le attuali previsioni sulle riserve d'uranio non si basano
su un'attività di ricerca regolare e continua (come, ad esempio, av-
viene per il petrolio) e non possono così ritenersi del tutto rappre-
sentative della situazione reale. Ad esempio, l'intensa ripresa delle
prospezioni effettuate nella prima parte degli anni '70 ha consentito
di localizzare molti nuovi giacimenti economicamente sfruttabili e
di conseguenza le stime sull'ammontare delle riserve d'uranio hanno
subito dei continui e sostanziali aumenti. Successiv~ente, invece,
a causa di un surplus di produzione, c'è stata un' ulteriore stasi nelle
prospezioni, con conseguente livellamento nelle previsioni.
La stima delle risorse d' uranio viene effettuata congiuntamente
dall' OE CD-NEA (Organization for Economie Cooperation and Deve-
lopment-Nuclear Energy Agenry) e dall' IAEA (International Atomic
Energy Agenry) che periodicamente pubblicano un rapporto 1 dal ti-
rolo: Uranium: Resources. Production and Demand. Secondo l' edizio-
ne del2006, le risorse recuperabili a costi inferiori a 130 $1ki sono
poco meno di cinque milioni di tonnellate. Molti esperti sostengono
che aumentando ulteriormente il costo di estrazione o ampliando le
prospezioni, le riserve potrebbero aumentare sensibilmente.

1 Detto familiarmente libretto rosso per il colore della sua copertina.


2 Tale valore è puramente nominale e non riflette quello del mercato: valori intorno a 80
$/ kg sono stati ottenuti t ra il 1975 e il 1980, durante la cosiddetta crisi petrolifera, ma
poi sono scesi apprezzabilmente per at testarsi nell'intervallo 20 + 30 Sl kg fino al2003.
Successivamente si è avuta una rapida salita fino a circa 100 SI kg nel 2008, a parte alcu·
ni picchi transitori a più del doppio (in valuta corrente).
134 l

6.3 Domanda d'uranio

Un interrogativo che nasce spontaneo da quanto esposto nel para-


grafo precedente è in quale misura le riserve d'uranio attualmente
stimate siano in grado di far fronte ai consumi previsti nel futuro. Si
è visto nel par. 4.4.1 come la maggior parte dei reattori n ucleari or-
dinati a tutt'oggi siano del tipo ad acqua leggera (BWR e PWR).
Supponiamo, per ora, che tutte le future richieste d'energia siano
soddisfatte da reattori di questo tipo. Calcoliamo quanta energia è
ricavabile all'incirca da l kg d'uranio naturale di partenza. Riferia-
moci ai dati riportati in Tabella 6.2 per un BWR (cariche di combu-
stibile successive alla prima):
• arricchimento iniziale in U 235 : 2,73%
• arricchimento allo scarico in U 235 : 0,84%
• energia termica prodotta : 27,5 MWglkgu
Per produrre l kg uranio arricchito al 2,73% sono necessarie circa
5, 4 kgdi uranio naturale (scaricando uranio impoverito alla concen-
trazione dello 0,253%; v. T abella 6.4), mentre per produrre l kg di
uranio allo 0, 84% occorrono 1,25 kg di uranio naturale.
Si può quindi calcolare che l'energia termica ricavata da l kg di
uranio naturale effettivamente consumato:
6
27,5-24 . 3600 . 10 l = o 573 - 10 12_1_
(5,4 - 1,25 ) kg , kg

Tabella 6.2 BWR PWR HWR


Caratteristiche dei
Rendi mento (%) 34 33 29
reatt ori di potenza per
quanto riguarda il Potenza specifica (kW/ kgu) 26 39 24
combustibile 1 Prima carica
(1) Dalla pubblicazione Tasso i rraggiamento (MWg/ kgu) 17 22,6 6
OECD-NEA-AIEA citata nel Arricchimento medio iniziale(%) 2,03 2,26 Nat urale
paragrafo precedente, nella
sua edizione del 1975. Arricchimento medio scarico (%) 0,86 0,74 -

(2) È plutonio equiva lente, Uranio naturale impegnato (kg/ MWe) 434 365 143
calcolato come: 239 · 1+ Lavoro separativo (kg LS / MWe) 221 209 -
+ 240 . o, 18 + 241 . 1,53+ Plutonio prodotto2 (g/ MWe-anno)3 296 300 581
+242 . 0,08.
Ricariche
(3) MWe-anno = 8760 MWh.
Tasso irraggiamento (MWg/ kgu) 27,5 32,6 7,5
Arricchimento medio iniziale(%) 2,73 3,20 Naturale
Arricchimento medio scarico(%) 0,84 0,90 0,2
Consumo netto
kg Uranio nat/MWe·anno 165 173 168
kg LS/MWe-anno 125 137 -
Plutonio prodotto2 (g/ MWe-anno)3 248 260 502
Tempo andata equilibrio (anni) 4 3 1
Capitolo 6 135
Il ciclo del combustibile

Tale valore è uguale a quello riportato in Tabella 6.2 pari a 165 kg


di uranio naturale per MWe-anno. Infatti, facendo il reciproco di
questo numero e assumendo un rendimento termodinamico di 113
per passare dai megawatt elettrici a quelli termici, si ottiene proprio
lo stesso valore. Per calcolare invece quante fissioni occorrono per
generare questa energia, assumiamo che ogni fissione produca 204
MeV = 204 · 106 · l , 6 · 10- 19 ]!fissione e dividiamo con questo
valore il numero sopra riportato:

0,573 · 10 12 fos 22 fos


= l 7 6 · lO -
204.106 . 1,6. I0- !9 kg ' kg

È interessante osservare che questo n umero è praticamente uguale


al numero di nuclei di uranio-235 contenuti in un chilogrammo di
uranio naturale, infatti:

0,71 2 · 10- 2 · 6,023 · 1026 nuclei - 235


238 kgu.nat

22 nuclei - 235
= l' 80. lO k
'gu.nal

2
essendo 0 ,712 · 10- la concentrazione di uranio-235 nell'uranio
narurale, 6,023 · 1026 il numero di Avogadro riferito a una kmole,
238 i kg massa di una kmole di uranio narurale. Ciò significa che
con l'apporto delle fissioni del plutonio, l'energia prodotta da l kg
di uranio naturale, nell'ipotesi di riciclare l'uranio scaricato, è equi-
valente a quella che si otterrebbe se tutti i suoi nuclei di uranio-235
si fissionassero. Si tenga presente che per il processo di arricchimen-
to (v. par. 6.7) si utilizza solo una frazione dei nuclei di uranio-235,
che in prima approssimazione per difetto 3 varrebbe ( 0,712-
- 0 ,253) / 0 ,712 = 64,4%; assumiamo in media un valore del
70% e di questi in un reattore termico solo i nuclei pari a
ryj v = 2,07/ 2 ,43 = 85% (v. Tabella 2.2 Parte I) subiscono la
fissione e gli altri catturano i neutroni per trasmurarsi in uranio-
236; pertanto solo 0,70 · 0,85 = 60% dei nuclei di uranio-235,
originariamente contenuti nell'uranio naturale si fissionano. Un
piccolo contributo viene dato dalla fissione dell' uranio-238 in zona
veloce, diciamo pochi per cento. In sostanza, l'apporto del plutonio
alle fissioni complessive è poco meno del 40%, equivalente alla fis-

3 Il calcolo esatto deve tener conto della quant ità di uranio arricchito prodotto, che è ben
inferiore alla quantità di uranio naturale all'ingresso dell'impianto di arricchimento
(per un calcolo esatto che dipende dall'arricchimento vedi tabella 6.4).
136 l

sione del 60% di tutti i nuclei di plutonio creati in un L WR (valore


che risulta da calcoli di vita del combustibile).
Un altro dato riguarda l'equivalenza con i combustibili fossili rela-
tivamente al contenuto termico. Riferiamoci al petrolio che produce
energia termica pari a l o·000 kcal!kg = 4 [ 860 kj/kge otteniamo:

o, 573. 109 kj l kg - "6


13 88
41·860kj l kg -

Per il contenuto di energia elettrica, bisogna tener conto del rendi-


mento termodinamico, che varia da caso a caso, ma in genere è
maggiore per i com bustibili fossili. In sostanza tra una massa di ura-
nio naturale e la stessa di combustibili fossili c'è grosso modo un'e-
quivalenza energetica pari a diecimila.
Tornando ora ai dati della Tabella 6.2, si nota come si ottengono
all'incirca gli stessi valori per i PWR e gli HWR: in Tabella 6.2 sono
indicati rispettivamente 173 e 168 kg di uranio naturale per produr-
re l MWe-anno. Mentre l'equivalenza tra BWR e PWR è abbastanza
ovvia essendo ambedue reattori ad acqua naturale, per quanto ri-
guarda l' HWR questo si giustifica dal fatto che la miglior efficienza
del bilancio neutronico viene controbilanciata da un minor rendi-
mento termodinamico4 e che una parte non piccola della reattività
disponibile viene sacrificata per il controllo del reattore. Bisogna
tuttavia notare che nei L WR i consumi di uranio sono calcolati con
l'ipotesi di riutilizzare l'uranio contenuto nel combustibile esaurito:
dal calcolo precedente si vede che in termini di uranio naturale con-
sumato si tratta di poco più del 20%. Pertanto, se come avviene
spesso, tale uranio nòn venisse riciclato, il consumo effettivo in que-
sti reattori andrebbe maggiorato del20 % circa. Per contro, i proget-
ti attuali del ciclo di combustibile per i L WR prevedono l'uso di ar-
ricchimenti più elevati e di un maggior numero di ricambi rispetto
ai cicli riportati in Tabella e tutto ciò si traduce invece in un au-
men to dello sfruttamento dell'uranio del 20 % circa.
Su queste basi e tenendo conto dell'espansione dell'energia nu-
cleare, si può prevedere che le attuali riserve di uranio dovrebbero
durare soltanto parecchi decenni. Questi numeri, pur nella loro ap-
prossimazione, dicono che anche le risorse energetiche dell'uranio,
come quelle dei combustibili fossili, sono abbastanza limitate e tali
da non assicurare un duraturo utilizzo dell'energia nucleare. Q uesta
considerazione viene spesso utilizzata per sostenere che non vale la

4 La temperatura del termovettore in pressione è inferiore a quella di un PWR e circa il 5%


della potenza di fissione viene dissipata nel moderatore. Tale potenza non solo non può
essere utilizzata, ma impone un sistema a usiliario di raffreddamento del moderatore.
Capitolo 6
Il ciclo del combustibile
l 137

pena ricorrere all'energia nucleare da fissione. Fortunatamente non


è questa la realtà, perché esistono delle possibilità concrete per ov-
viare a questi limiti e precisamente:
• aumentare le prospezioni geologiche per localizzare nuovi giaci-
menti, visti gli ottimi risultati già ottenuti in proposito negli ulti-
mi anm;
• sfruttare via via i giacimenti più poveri, tenendo conto che il
maggior costo del combustibile che ne consegue incide propor-
zionalmente assai meno sul costo complessivo del kWh prodotto,
di quanto avverrebbe per un analogo e peraltro prevedibile au-
mento dei costi dei combustibili fossili;
• utilizzare in maggior misura i materiali fertili come l' U 238 e il
Th232 . s
I primi due punti sono ovvi e non richiedono ulteriori spiegazioni.
Consideriamo invece più in dettaglio il terzo punto, anche in vista
delle conseguenze che questo aspetto ha sugli attuali programmi di
ricerca nucleari.

6.4 Utilizzo dei materiali fertili

Una maggior conversione dei materiali fertili U 238 e TP32 rispetti-


vamente nei materiali fissili Pu 239 e U 233 determina due vantaggi
sostanziali dal punto di vista del consumo e precisamente:
• aumenta la quantità d'energia estraibile dall'uranio naturale (to-
rio);
• diminuisce l'incidenza del costo d'estrazione sull'energia prodotta.
In sostanza quindi, non solo si prolungherebbe la durata delle at-
tuali riserve d'uranio a basso costo d'estrazione, ma si renderebbero
anche sfruttabili, senza sensibili aggravi di costo, le enormi quantità
d'uranio provenienti dai giacimenti più poveri.
In ogni reattore una frazione più o meno grandé dell'energia ge-
nerata proviene dalla fissione del Pu 239 via via prodotto dagli assor-
bimenti neutronici dell' U 238 e allo scarico una certa quantità ne ri-
mane nel combustibile esaurito. Minore è il numero di neutroni
dissipati in catture parassite nei materiali strutturali o in fughe,
maggiore sarà la produzione di Pu 239 . Proprio per questo in un reat-
tore ad acqua pesante, a parità di energia prodotta, il combustibile
contiene allo scarico una maggior quantità di plutonio rispetto a

5 Le stime sulle riserve mondiali di torio non sono molto attendibili, vista la scarsa utiliz·
zazione attuale di questo elemento. Prudenzialmente, si rit iene che l'ammontare delle
riserve di torio non siano inferiori a quelle dell'uranio.
6 Vedi esempio numerico fatto ne l paragrafo precedente per LWR.
quella di un reattore ad acqua leggera: dalla Tabella 6.2 si ha che un
HWR produce 502 g di plutonio per ogni MWe-anno, contro 248 e
260 g rispettivamente per un BWR e un PWR. Il plutonio ottenuto
è una miscela degli isotopi 239, 240, 241 e 242; le quantità citate
sono state ottenute sommando i contenuti dei vari isotopi secondo
determinanti pesi, che tengono conto del valore del plutonio ai fini
della sua utilizzazione nei reattori veloci (v. nota della Tabella 6.2).
Se si utilizza il plutonio, riciclandolo nello stesso tipo di reattore
in sostituzione dell' U 23 5, si aumenterà, in assoluto, la quantità di
energia estraibile dall'uranio e, in senso relativo, la differenza al ri-
guardo tra i diversi tipi di reattore. Ad esempio, nei reattori ad ac-
qua leggera si ha una riduzione del 20% circa nel consumo d'ura-
nio, mentre nei reattori ad acqua pesante il consumo si dimezza.
Un parametro assai importante per caratterizzare un reattore ai fi-
ni dello sfruttamento energetico del materiale fissile è il rapporto di
conversione che, come già detto nel par. 4.6.1, è il rapporto tra i nu-
clei di fissile generati e quelli bruciati. Al crescere del rapporto di
conversione cresce ovviamente lo sfruttamento dell'uranio, in quan-
to delle percentuali sempre maggiori di plutonio rimpiazzano i nu-
clei fissili di partenza ( U 235 o altro plutonio). È intuitivo dedurre
che se il rapporto di conversione diventa uguale a uno, si ha la pos-
sibilità di bruciare la gran parte dell' U 238 contenuto nell'uranio na-
turale, effettuando ovviamente numerosi trattamenti del combusti-
bile, per eliminare periodicamente i prodotti di fissione accumulati.
Si ha in questo caso un enorme aumen to dell'energia estraibile da
una stessa quantità di uranio.
Quanto detto è sintetizzato nella Figura 6.2 dove un tipico anda-
mento della percentuale di uranio utilizzabile (cioè fissionabile) è
espressa in funzione del rapporto di conversione, secondo alcune
ipotesi standard; il sostanziale aumento della frazione d'uranio uti-
lizzabile si ha in corrispondenza di un rapporto di conversione leg-
germente superiore ad uno, a causa delle inevitabili perdite di pluto-
nio nelle fasi di trattamento del combustibile esaurito.
Nei reattori termici attuali il rapporto di conversione è sostanzial-
men te inferiore a uno: nei reattori ad acqua leggera si hanno valori
compresi tra 0,5 e 0,55, che salgono a 0,7 nei reattori ad acqua pe-
sante e in quelli a gas ad alta temperatura. I reattori veloci, invece,
sono caratterizzati da rapporti di conversione maggiori di uno: tipi-
camente si hanno valori compresi tra l, l e 1,25 per la generazione
di reattori attualmente in fase di sviluppo, mentre il valore massimo
teorico è nell'intorno di 1,4? I reattori veloci consentono quindi di

7 Infatti, tale valore è considerato impossibile da ottenere in pratica.


Capitolo 6 l 139
Il ciclo del combustibile

70 Figura 6.2
Tipico andamento
dell'utilizzazione dell 'u-
60 ranio in funzion e del
rapporto di conversione
60

40
g
.....o
Ili
so
s:; 20
o
..
c
:::> lO

o
o 0.2 0.4 0 .6 0.8 1.0 1.2 1.4
Rnpporto di conversione

effettuare un salto qualitativo nel contenuto energetico dei combu-


stibili nucleari e rappresentano così una valida speranza per la coper-
tura dei fabbisogni energetici del futuro. Infatti, dalla figura si ricava
che l' utilizzo dell'uranio, che come detto nei L 'W'R è all'incirca
uguale allo 0,7%, equivalente al contenuto di rf35 , cresce di circa
l 00 volte nei reattori veloci, in piccola parte anche perché essi sono
caratterizzati da un maggior rendimento termodinamico, grazie alle
più elevate temperature del termovettore.
Tutto questo spiega l'intensità degli sforzi dedicati soprattutto
nel passato a questi reattori in tutti i Paesi nuclearmente affermati.
Le difficoltà tecnologiche da superare sono maggiori di quelle dei
reattori termici e, nonostante i numerosi prototipi anche di grande
taglia costruiti al mondo (soprattutto in Francia e in Russia), non si
può ancora parlare di un prodotto industrialmente maturo ed eco-
nomicameme competitivo. In sintesi si può dire che:
• i problemi di sicurezza degli attuali reattori veloci appaiono in ge-
nere più delicati di quelli dei reattori termici; tuttavia, vengono
proposti dei nuovi concetti di reattore veloce che dovrebbero ave-
r e interessanti caratteristiche di sicurezza intrinseca, ma richiedo-
no tempo per il loro sviluppo;
• l' ottenimento di interessanti valori del rapporto di conversione
può rendere più complesso il progetto;
• il trattamento del combustibile esaurito con elevati tassi d'irrag-
giamento non è un problema facile e comunque i costi sarebbero
maggiori di quanto previsto nel lontano passato (v. par. 6.1 O);
140 l

mentre per un reattore termico è possibile rimandare nel tempo


tale operazione, ciò non è assolutamente il caso per un reattore
veloce;
• sulla base degli attuali progetti, l'incidenza del costo capitale sul-
l' energia prodotta è più elevata di quella delle centrali nucleari
con reattori termici;
• i reattori veloci mettono in ciclo grandi quantità di plutonio, che
nel mantello fertile è costituito da plutonio-239 quasi puro
("-' 95%), più facilmente utilizzabile per costruire ordigni nuclea-
ri; data la diffusione delle centrali di potenza nucleari, potrebbe
risultare difficile controllare che qualche nazione o gruppo orga-
nizzato non app rofitti di tale situazione; questa obiezione si basa
sull'ipotesi che sia relativamente facile costruire una bomba ato-
mica, una volta in possesso del plutonio-239; sono quindi preve-
dibili delle azioni di controllo da parte delle Superpotenze, non-
ché forti opposizioni.
Si può concludere che, per queste ragioni tecniche, economiche e poli-
tiche, l'introduzione della filiera veloce su scala commerciale sia di
fatto rinviata ad un futuro non immediato. Tuttavia, recentemente
si è avuto un rinnovato interesse su questo concetto (v. programma
Generation IV citato nel precedente capitolo), sia perché ritenuto in-
dispensabile per ridurre i consumi di uranio nell'ipotesi di un ampio
rilancio dell'energia nucleare, sia perché si sta valorizzando la loro
caratteristica di bruciare gli attinidi, incluso il plutonio, in modo as-
sai più efficace di quanto avvenga nei reattori termici: ciò si ottiene
disponendo in modo diverso il combustibile nel nocciolo, cioè in
pratica eliminando il mantello fertile e sostituendolo con elementi
. finti di acciaio (dummy elements). Si noti che questa finalità è esatta-
mente opposta a quella per cui erano stati finora concepiti e quindi
saranno richiesti probabilmente impianti differenti da quelli per la
produzione del pluronio. Si riprenderà il discorso al riguardo nel
prossimi paragrafi.
Osserviamo, infine, che per avviare una filiera di reattori veloci,
occorre il plutonio per realizzare la prima carica. Se poi il ritmo con
cui viene prodotto del plutonio addizionale rispetto a quello iniziale
è inferiore a quello con cui cresce la potenza installata dei reattori
veloci, occorre alimentare la filiera con del plutonio accumulare in
precedenza o prodotto da reattori termici. Pertanto, quest'ultimi
potranno convivere per lungo tempo con i reattori veloci, sia per l'e-
levata durata della loro vita, sia per fornire il plutonio necessario per
accelerarne l'avvento.
Finora ci si è riferiti al ciclo U 238 - Pu 239 , tuttavia nel par. 4 .6.1
si è detto come si possa ottenere, in linea di principio, un fattore di
Capitolo 6
Il ciclo del combustibile
l 141

conversione maggiore di uno anche con il ciclo Th232 - U 233 . Il


fattore (rJ - l ) è più elevato di quello dell' U 235 e del Pu239 , tranne
nella zona veloce del Pu239 ; d'altro canto la sezione d' urto di fissio-
ne in zona veloce del Th232 è molto più piccola di quella del U 238 .
Quindi, l'utilizzo di un combustibile U 233 - Th232 è particolar-
mente indicato in un spettro con elevata componente termica, ossia
in reattori a grafite o acqua pesante, ma anche in questi casi ci sono
grandi difficoltà per ottenere un fattore di conversione maggiore-
uguale a uno. Un combustibile a base di torio scaricato dal reattore
contiene una quantità estremamente ridotta di plutonio e quindi il
vantaggio rispetto a quanto avviene con combustibili a base di U 238
è duplice: la radiotossicità è inferiore e la possibilità di proliferazione
è molto ridotta. Il comportamento sottO irraggiamento dell'ossido
di torio è soddisfacente, in genere perfino migliore di quello dell' os-
sido di uranio. Per sfruttare i vantaggi dell' U 233 occorre riciclare il
combustibile; purtroppo il ritrattamento dell'ossido di torio è più
difficoltoso di quello dell'ossido di uranio e soprattutto la fabbrica-
zione di combustibile contenente U 233 è particolarmente onerosa e
complessa per la presenza dei figli del U 232 ) che emettono raggi
gamma molto energetici, difficili da schermare. Dunque l'utilizzo
più facile del rorio sarebbe nei reattori HTGR, non essendo previsto
il ritrattamento del loro combustibile, sfruttando però solo in mini-
ma parte l' r.f33 prodotto. Il fissile impiegato nel combustibile fre-
sco può essere uranio a medio o alto arricchimento o plutonio e ciò
aumenta di poco lo sfruttamento dell'uranio naturale. In conclusio-
ne, il ciclo uranio-rorio è affetto da grandi problemi che non sem-
brano di facile soluzione. L'unico Paese, che persegue attività sull' u-
tilizzo del ciclo del torio, è attualmente l'India, che ha notevoli ri-
serve di questo materiale, fino a prevederne l'utilizzo in reattori ve-
loci.

6. 5 Il riciclo del plutonio

Il problema dell'utilizzo del plutonio, come sostituto dell' U 235 ) è ab-


bastanza complesso e non ha delle soluzioni condivise da tutti. In-
nanzi tutto, il plutonio deve essere estratto dal combustibile esaurito
scaricato da un reattore termico, ma per quanto riguarda il trattamen-
to del combustibile esaurito, ci sono varie opzioni, che sono anche
connesse alla politica seguita per il trattamento dei rifìuri radioattivi,
a cui si è già accennato nel par. 6.1. Elenchiamole qui di seguito:
• Ritrattare il combustibile esaurito per separare i prodotti di fissio-
ne, il plutonio, gli attinidi e l'uranio; condizionare i rifiuti, inclu-
si gli attinidi (vedi poi), immagazzinare il plutonio per futuri im-
pieghi in reattori veloci, riutilizzare l'uranio leggermente arricchi-
to nei reattori termici esistenti;
• Come sopra, con la differenza che il plutonio viene subito utiliz-
zato nei L WR, non attendendo l'avvento dei veloci, che si ritiene
molto in là nel tempo;
• Non ritrattare il combustibile, ma considerarlo tutto come un ri-
fiuto e quindi condizionarlo nella sua integrità per porlo in un
deposito definitivo (non riciclo);
• Come sopra, ma il combustibile, opportunamente protetto viene
immagazzinato temporaneamente, anche per lunghi periodi di
tempo, rinviando a un lontano futuro la decisione se riutilizzarlo
o riporlo in un deposito definitivo (soluzione assai più probabile
e opportuna della precedente).
In sostanza, l'alternativa principale è ritrattare o non ritrattare (subi-
to) il combustibile esaurito. L'una o l'altra soluzione è stata seguita
dai Paesi interessati: ad esempio, gli Stati Uniti hanno sempre osta-
colato la soluzione di ritrattare anche all'interno del proprio Paese,
temendo che ciò diffondesse la relativa tecnologia e quindi la proli-
ferazione,8 mentre Francia, Regno Unito, Giappone hanno scelto
di ritrattare, più interlocutoria la posizione della Germania. Com-
plessivamente, il plutonio già estratto di tipo civile (reactor grade) si
aggira sulle 150 tonnellate, mentre quello ancora contenuto nel
combustibile scaricato sulle 1500 tonnellate.
La situazione si è ancora più complicata quando, grazie ai trattati
di disarmo atomico tra Stati Uniti e ex Unione Sovietica, è stato re-
so disponibile anche il plutonio militare ottenuto dallo smontaggio
delle testate atomiche, ponendo così in modo più stringente il pro-
blema della sua eliminazione. Si valuta che complessivamente que-
sto plutonio di tipo militare (weapons grade) non sia meno di 2 00
tonnellate.
In Tabella 6.3 sono riportati i valori approssimativi della compo-
sizione isotopica del pluronio scaricato da un reattore ad acqua in
pressione e del pluronio militare.
Il riciclo del plutonio nei reattori termici è studiato da lungo
tempo, ma solo da poco ha raggiunto lo stadio di un impiego com-
merciale ampio e diffuso. Q uesto riciclo avviene mediante l'impiego
di combustibile detto MOX (Mixed Oxide), cioè una miscela di ossi-
di d' uranio naturale e di plutonio, che sostituisce il classico combu-

8 Questa decisa posizione si è molto attenuata negli ultimi tempi, cosicché ora gli USA
considerano attentamente anche l'altra opzione nell'ambito del programma GNEP (v.
par.4.8), soprattutto per la possibilità di bruciare gli attinidi.
Capitolo 6 l 143
Il ciclo del combustibile

Iso topo Tipo civile (reactor grade) 1 Tipo militare (weapons grade) Tabella 6.3
Composizione isotopica
Pu238 1,3-2,7 - del plutonio tipo civile
Pu239 56,6-50,4 93,3 (reactor grade) e
militare (weapons
Pu240 23,2-24,1 6,0 grade) in %
Pu241 13,9-15,2 0,6 (1) Con riferimento al com-
bustibile di un PWR irraggia-
Pu242 4,7-7,1 - to rispettivamente a 33 e 53
MWg l kg.

stibile a uranio arricchito. La frazione di combustibile MOX che


può essere presente nei noccioli L WR attuali è di circa 113: questa
percentuale assicura che la distribuzione di potenza e i parametri di
sicurezza restino all'interno dei margini di progetto dei noccioli
convenzionali, in modo che non venga alterata la controllabilità del
reattore. Sono in corso attività tendenti ad aumentare tale percen-
tuale, fino ad arrivare al l 00% del nocciolo, anche se ciò richiede
modifiche significative al sistema di controllo, la fattibilità delle
quali non è ancora pienamente appurata. Nel MOX scaricato è an-
cora presente del pluronio, pari a circa 213 del pluronio iniziale, per-
ché man mano che si brucia se ne produce anche del nuovo, se pur
proporzionalmente di meno, per trasmutazione dell' r.f38 . Al tem-
po stesso la frazione del plutonio fissile (Pu239 e Pu241) scende pas-
sando all'incirca dal 70% al 54%. Questo plutonio risultante dal
primo riciclo ben diffìcilmente può essere riciclato una seconda vol-
ta, perché per avere un combustibile neutronicamente equivalente
al primo bisogna aumentarne di parecchio la quantità e, nel caso lo
si possa fare, certamente non può essere poi riciclato una terza volta.
Il MOX quindi non elimina tutto il plutonio: ne brucia solo una
parte e quella che rimane è degradata in termini di fissile contenuto,
così da renderlo meno proliferante, senza però eliminare del tutto il
pericolo.
Per quanto riguarda i costi, il riciclo del plutonio viene attual-
mente considerato più costoso del normale ciclo ad uranio, perché
il risparmio di uranio non compensa il maggior aggravio di costo
dovuto alla fabbricazione del MOX, che risulta assai più complessa
di quella dell'U02 e questo vale anche nel caso di rilevanti aumenti
del costo dell'uranio.
In sostanza, il riciclo del plutonio nei reattori termici non sembra
conveniente. I sostenitori di questa via sostengono che si hanno dei
,-antaggi nel trattamento dei rifiuti radioattivi, anche se non sono
ancora quantificati.
Diverso è il problema del plutonio militare, che, per ridurre il pe-
ricolo di proliferazione, conviene sia utilizzato in un reattore sotto
forma di MOX La logica in questo caso è quella di produrre, con
144

un ciclo di irraggiamento in un reattore termico, un combustibile


allo scarico non sostanzialmente diverso da quello convenzionale
nelle stesse condizioni e quindi il problema della proliferazione vie-
ne ricondotto a quello di un qualsiasi combustibile civile irraggiato
in un reattore.
In conclusione, al giorno d'oggi il plutonio non è più considerato
un materiale utile, di cui bisogna massimizzare la produzione, ma
un rifiuco, che deve essere bruciato per evitare pericoli di prolifera-
zione e per ridurre i problemi di stoccaggio, estraendone tutta l'e-
nergia utile. Partendo da questa nuova strategia, sono stati ipotizzati
altri combustibili per bruciarlo quasi completamente. L'idea è quel-
la di eliminare la presenza dell' U 238 ) in modo da impedire la conti-
nua produzione di nuovo plutonio. Sono questi i combustibili a
matrice inerte, nei quali si miscela l'ossido di plutonio con un mate-
riale inerte, ma resistente alle radiazioni, come ad esempio l'ossido di
zirconio (ZrOz) . I vantaggi di questi combustibili sono l'elevata per-
centuale di plutonio bruciato e la previsione che abbiano un buon
comportamento in reattore, mentre gli svantaggi sono l'elevata va-
riazione di reanività tra inizio e fine vita, la bassa conducibilità ter-
mica, i cattivi coefficienti dinamici, che di fatto impediscono di ca-
ricare l'intero nocciolo con questo combustibile; d'altra parte un ca-
ricamento parziale fa nascere dei notevoli problemi di picchi di po-
tenza, variabili nel tempo e nello spazio, per la presenza nel nocciolo
di combustibili molto diversi dal punto di vista nucleare. È poi co-
munque necessario effettuare lunghi e costosi programmi di qualifi-
cazione tecnologica in reattore. Si è anche pensato di addizionare
del torio a questi combustibili. Una certa attività di ricerca e svilup-
po è stata svolta nel recente passato, soprattutto in Europa e in
Giappone, senza però concrete applicazioni.

6.6 Purificazione dell'uranio e conversione


in esafluoruro

Il concentrato di uranio noto come yeLLow cake è un composto che


contiene molte impurità, alcune delle quali, come ad esempio le ter-
re rare, presentano un'elevata capacità di assorbimento dei neutroni.
È quindi necessario sottoporlo a un processo di purificazione.
Attualmente, il processo di purificazione maggiormente usatO in-
dustrialmente è quello per via acquosa. Durante questa fase si ottie-
ne prima l'ossido d'uranio ( UOz) e successivamente l'esafluoruro
d'uranio ( UF6); quest'ultimo è prodotto in due stadi: trattando
l'ossido con acido fluoridrico si ottiene prima il tetrafluoruro d'ura-
Capitolo 6 l 145
Il ciclo del combustibile

ruo U~) con reazione solido-gas, che poi in presenza di fluoro, si


rrasforma in esafluoruro. L' Uh viene quindi direttamente inviaro
:zgli impianti di arricchimento. La purificazione dell'uranio avviene
:uima della conversione in UF6.
Per i rearrori funzionanti con uranio naturale il passaggio dall' os-
sìèo a esafluoruro e successiva riconversione in ossido potrebbe esse-
:e evirato in linea di principio. Turtavia, ciò richiederebbe degli im-
:Ji.a.nci appositi, le cui ridotte dimensioni per le attuali richieste non
.:onsenrirebbero di realizzare un'economia di scala; inoltre, le pro-
p.-ir...à ceramiche dell'ossido così ottenuro non sono ottimali per la
sua:es.siva fab bricazione delle pastiglie.
La purificazione dell' uranio e la conversione in esafluoruro, non
"-!l;:,OOno particolari problemi di natura tecnica, di disponibilità di
::.t?irale, di carenza di capacità produttive e di sicurezza. Per questo
-Lh'110 asperro, infatti, a parte le minime difficoltà che si hanno

nel trattare uranio naturale, gli unici problemi di radioattività sono


quelli relativi al trattamento di piccolissime quantità di radio, che
Yengono separate dallo yellow cake durante il processo di purifica-
ZJone.
Bisogna comunque sottolineare che gli impianti di purifìcazione
e conversione sono, per ragioni economiche, di dimensioni notevo-
li. Inoltre, è in atto da tempo una spinta sempre più forte alla inte-
grazione verticale tra l'industria mineraria e quella di conversione; il
mercato dell'uranio prevede così un prezzo globale per l' UF6, com-
prendente anche il prezzo dell'uranio naturale. Da turto ciò conse-
gue che, per alcuni Paesi senza significative risorse d'uranio, tra cui
:·Italia, non esiste la possibilità concreta di avere sotto controllo
questa fase del ciclo di combustibile.

6. 7 Arricchimento dell'uranio

:...·importanza della fase dell'arricchimento dell'uranio nel ciclo di


combustibile può essere sintetizzato da questi dati: più del 90% dei
reattori nucleari di potenza impiega combustibile ad uranio arric-
chito, l'incidenza d.ell' arricchimento sul costo complessivo d.el com-
bustibile è grosso modo pari al 40%. l processi attualmente consi-
derati per la produzione industriale di uranio arricchito sono sostan-
zialmente quattro (basati i primi tre sull'impiego dell'esafluoruro
d'uranio) : la diffusione gassosa, la centrifugazione, la separazione con
ugello, la fotoionizzazione. Il primo fu sfruttaro industrialmente fin
dall'inizio dell'era atomica in occidente; la centrifugazione solo più
tardi; la separazione con ugello ebbe applicazioni industriali molto
146

limitate, la separazione per fotoionizzazione fu ampiamente speri-


mentata, ma poi di fatto abbandonata.
L'esafluoruro di uranio è l'unico composto conosciuto dell'ura-
nio che è adatto per i processi di arricchimento in fase gassosa e il
F 19 è una specie chimica che non ha isotopi e questo semplifica il
processo.
Il processo d'arricchimento per diffusione gassosa sfrutta la diver-
sità delle velocità di diffusione molecolare degli isotopi attraverso
un setto poroso. Poiché l'energia cinetica media delle diverse mole-
cole contenute in un gas è uguale, risulta che la velocità media di
due molecole di massa diversa è inversamente proporzionale alla ra-
dice quadrata della loro massa. Separando due ambienti contenenti
l'esafluoruro con un setto poroso si ha che le molecole più leggere e
quelle più pesanti, a parità di energia cinetica, avranno le loro velo-
cità inversamente proporzionali al rapporto della radice quadrata
delle loro masse. Pertanto, le molecole più leggere saranno più velo-
ci e passeranno più facilmente attraverso il setto. Il rapporto delle
velocità stabilisce anche il fattore di separazione teorico del processo.
Poiché le due molecole di esafluoruro di U 235 e U 238 pesano rispet-
tivamente 349 e 352 masse atomiche, il fattore di separazione teori-
co vale 1,00429, valore che scende a 1,003 nelle applicazioni prati-
che. Il setto poroso è un prodotto tecnologicamente difficile, perché
lungo i pori si deve stabilire un moto molecolare: pori troppo grossi
fanno nascere un moro viscoso del tutto analogo a quello che si
avrebbe lungo una tubazione, senza determinare separazione tra gli
isotopi; pori troppo piccoli farebbero condensare il gas, che passe-
rebbe inalterato attraverso il setto, evaporando a valle di questo;
inoltre a pari sezione di passaggio crescerebbero eccessivamente le
cadute di pressione a cavallo del setto. Le dimensioni dei pori sono
nell'intorno del centesimo di micron. Si aggiunga poi che l'esafluoru-
ro è corrosivo per molti metalli, molto reattivo con l'acqua, incom-
patibile con le sostanze organiche e deve essere mantenuto a tempe-
rature e pressioni sopra il suo punto di sublimazione (56 oC alla
pressione atmosferica).
Il bassissimo fattore di separazione del processo di diffusione gas-
sosa impone un numero elevatissimo di stadi in cascata per arrivare
agli arricchimenti richiesti: circa 1400 per arrivare ad un arricchi-
mento del 3%. Inoltre, per la compressione dell'esafluoruro in cor-
rispondenza di ogni stadio sono richieste enormi quantità di energia
elettrica, che nei moderni impianti, si aggira sul 4% dell'energia
elettrica estraibile dall' uranio arricchito prodotto.
Il processo di centrifugazione si basa sull'effetto separante che si
crea, entro un cilindro in rotazione, per l'azione della forza centrifu-
Capitolo 6
Il ciclo del combustibile
l 147

ga. Una delle caratteristiche di questo processo è quella di avere il


fattore di separazione funzione della differenza di massa degli isoto-
pi e non della radice quadrata del loro rapporto, come nella diffusio-
ne gassosa: si ottengono cosi fattori di separazione di stadio molto
elevati, fino a 1,6 nelle attuali applicazioni; ciò significa un assai mi-
nor numero di stadi (lO -o- 2 0 per un arricchimento del 3%) . Tut-
tavia, è necessario realizzare velocità di rotazione elevatissime (per
questo spesso si parla di ultracentrifugazione), perché il fattore di se-
parazione dipende dal termine pari alla differenza delle masse per la
velocità periferica al quadrato. Si impiegano così velocità di rotazio-
ne nell'intorno di 50000 giri al minuto con cilindri di 2 0 cm di dia-
metro. L'energia richiesta è grosso modo un decimo di quella neces-
saria per la diffusione gassosa.
Nel terzo processo una miscela di idrogeno ed esafluoruro viene
accelerata fino a velocità supersonica attraverso un ugello opportu-
namente profilato; all'uscita, facendo seguire al getto gassoso un
percorso curvilineo, si ottiene in senso ortogonale al flusso una va-
riazione di composizione isoropica; la separazione si realizza con dei
prelievi localizzati nelle zone dove è massima la concentrazione dei
due isotopi.
La separazione per fotoionizzazione, nora con l'acro n imo A VLIS
Atomic Vapor Laser Isotope Separation) parte dall'idea di eccitare in
modo selettivo i diversi isotopi dell'uranio allo stato di vapore me-
rallico (3000 K) con laser molto potenti; metodi chimici o fisici di
tipo convenzionale possono poi essere utilizzati per l'effettiva sepa-
razione della specie eccitata. Potenzialmente con questo metodo si
può avere l'arricchimento finale con un unico stadio, probabilmente
con consumi energetici inferiori a quelli della centrifugazione. La
messa a punto del metodo consentirebbe anche di separare l'uranio-
235 rimasto nella code scaricate dagli impianti di diffusione con
una percentuale dello 0,2 -o- 0,3%. La selettività del processo con-
sentirebbe inoltre di recuperare l'isotopo-235 dell'uranio derivante
da impianti di ritrattamento del combustibile esaurito, evitando la
penalizzazione dovuta alla concentrazione degli isotopi dell'uranio
formatisi in reattore e precisamente U 232 , U 234 , U 2 36. Infatti, dal
primo si generano in breve tempo emettitori a da circa 7 M eV ed
il T/208 che emette f3 da l, 8 Me V e 1 da 2, 6 M e V con tempi di di-
mezzamento di 3 minuti; gli altri isotopi sono invece dei veleni neu-
uonici. Nonostante queste caratteristiche così promettenti, il relati-
··o programma di ricerca e sviluppo degli Stati Uniti fu in terrotto
nel 1999, perché i ritorni economici sarebbero stati inadeguati.
Bisogna ricordare che gli aspetti tecnologici più qualificanti di
questi processi non vengono pubblicizzati, perché questa fase del ci-
148 l

do è molto critica ai fini della proliferazione. Questo costituisce


uno degli impedimenti, oltre a quello degli investimenti necessari,
perché un Paese, come l'Italia, possa costruire il proprio impianto
di arricchimento.
Gli impianti industriali esistenti basati sulla diffusione gassosa so-
no notevoli per dimensioni, costi e consumi energetici. Gli Stati
Uniti avevano tre impianti di arricchimento dell'uranio per diffusio-
ne gassosa, situati rispettivamente a Oak Ridge (T ennessee) (1945)
a Paducah (Kentucky) (1953) e a Portsmouth (Ohio) (1955), co-
struiti originariamente per scopi militari, che hanno lungamente as-
sicurato al mondo occidentale il servizio di arricchimento dell' ura-
nio destinato ai reattori ad acqua naturale. Il primo e il terzo sono
attualmente fuori servizio. L'investimento complessivo fu di 2,3 mi-
liardi di dol!dri (in dollari di allora), la potenza elettrica assorbita a
pieno carico è di 6100 MW e il consumo annuo di 50 miliardi di
k Wh. La capacità complessiva era di 17,2 milioni di ULS all'anno
( ULS significa Unità di Lavoro Separativo, essa è un'unita di misura
relativa al processo di separazione isotopica, v.più sotto); essa baste-
rebbe per generare 900 miliardi di k Wh all'anno, pari cioè a una po-
tenza nucleare installata di L WR di 130000 MWe, funzionante per
7000 ore aLL'anno. I tre impianti erano interconnessi tra di loro in
modo da funzionare come un unico complesso; l'accoppiamento fra
gli impianti era conveniente, anche se situati in località distanti fra
di loro; infatti le spese di trasporto dei contenitori di esafluoruro di
uranio, da un impianto all'altro, erano ampiamente compensate
dall'economia di scala che si ottiene. In questa filosofia, l'impianto
di Paducah era destinato alla produzione di preconcentrati all'l% di
U 235 ' che costituiva una delle alimentazioni degli altri due impianti
e poteva ricavare da questi una miscela parzialmente impoverita,
dalla quale recuperare ancora una parte dell'isotopo pregiato. L'e-
sperienza effettuata e la ricerca e sviluppo proseguite nel frattempo
avevano consentito di realizzare due programmi di miglioramento
volti ad aumentare la capacità separativa degli impianti, portando la
capacità a 27,7 milioni di ULS aLL'anno e la potenza assorbita a
7400MWe.
Circa la chiusura degli impianti americani, si tenga presente che
attualmente c'è un surplus di disponibilità di uranio arricchito ri-
spetto alle richieste e questo per le scorte accumulate, lo smantella-
mentO delle bombe e l'entrata nel mercatO di altri fornitori.
In Europa la Società Eurodifè proprietaria di un impianto di ar-
ricchimento dell'uranio mediante diffusione gassosa, basato sulla
tecnologia francese. A tale Società partecipano oltre la Francia, il
Belgio, la Spagna e l'Italia. Le caratteristiche dell'impian to sono: ca-
Capitolo 6 149
Il ciclo del combustibile

pacità separati va nominale l 0,8 milioni di ULS all'anno, portata di


alimentazione di Uh naturale 26500 t/a, portata complessiva del
prodotto 5250 t/a, con possibilità di spillamento a diverse concen-
rrazioni, con il valore ottimale pari al 3,5%, portata di scarto 21500
t/a, con concentrazione 0,25%, potenza elettrica installata 3200
MWe. Quest'ultima è fornita da quattro PWR da 940 MWe, imer-
connessi con la rete elettrica nazionale.
In Europa esistono anche iniziative industriali basate sul metodo
della centrifugazione. L'organizzazione coinvolta è l'Urenco-Centec,
sostenuta da inglesi, tedeschi e olandesi, secondo un accordo stipu-
lato nel 1970 a Almelo (Olanda). Inizialmente furono costruiti tre
impianti pilota, ognuno nell'ambito dei programmi nazionali dei
Paesi partecipanti all'accordo; successivamente si è passati alla co-
struzione di tre impianti commerciali e precisamente a Gronau in
Germania (1,1 milioni di ULS), ad Almelo in Olanda (1,5 milioni
di ULS) e a Capenhurst in Gran Bretagna (1,3 milioni di ULS).
Anche il Giappone ha due impianti basati sulla centrifugazione a
Ningyo Toge e Rokkasho-Mura (0,2 e 1,05 milioni di ULS) .
Contrariamente a quanto ritenuto nel passato nel mondo occi-
dentale, fin dal 1959 l'industria dell'arricchimento dell'ex Unione
Sovietica si basava essenzialmente sul processo di centrifugazione:
sono stati costruiti quattro impianti e precisamente a Angarsk (I, O
milioni di ULS), a Ekaterinburg (7 milioni di ULS), Krasnoyark (3
milioni di ULS) e a Tomsk (4 milioni di ULS) per un totale di 15
milioni di ULS. L'uranio arricchito dell'Unione Sovietica fu anche
venduto all'Occidente ed in particolare all' Italia.
Le prospettive del mercato dell' uranio arricchito sono attualmen-
te modeste, per il fatto che gli impianti funzionanti al mondo sono
ancora ampiamente sufficienti a garantire le richieste per molti anni
e ciò ovviamente si riflette sulle nuove iniziative industriali. Inoltre
con il programmato disarmo delle armi nucleari verranno rese di-
sponibili significative quantità di uranio-235 al 93%, che secondo
le stime più attendibili ammonterebbero a l 000 t (oltre al plutonio-
239 come detto al par. 6.5). Per queste ragioni i programmi per la
realizzazione di impianti di taglia commerciale basati sul processo
dell'ulrracentrifugazione sono stati molto rallentati, rispetto alle
previsioni iniziali. Un aspetto interessante è che questo processo si
presta bene a trattare l'uranio riciclato dal combustibile esaurito. In-
fatti, questo uranio può presentare problemi di inquinamento do-
vuto ai succitati isotopi artificiali dell 'uranio, i cui effetti verrebbero
circoscritti, destinando solo una parte dei moduli a questa funzione.
Viceversa, la struttura completamente integrata di un impianto a
diffusione gassosa, impedisce tale separazione. L'utilizzo di impianti
150

di ultracentrifugazione per questo scopo è stata già adottata dagli in-


glesi per quanto concerne l'uranio recuperato dal ritrattamento del
combustibile Magnox.
Il metodo della separazione con ugello, combinato con l'ultra-
centrifugazione (il cosiddetto processo Helikon) è stato utilizzato dal
Sud Africa per costruire un impianto di dimensioni limitate, desti-
nato soprattutto a soddisfare le richieste interne. Non sembra che
tale processo venga preso in considerazione per altre iniziative indu-
striali nel mondo.
Come si vede si tratta di iniziative costose, complesse, lunghe e
tecnologicamente difficili. Pertanto se non si ottiene una corretta
sintonia tra questa importante fase del ciclo del combustibile e il
programma di costruzione delle centrali nucleari, si possono verifi-
care o strozzature nella alimentazione, non facilmente superabili o
eccessi di capacità di separazione, con elevati oneri finanziari.
In Tabella 6.4 sono riportati la quantità d'uranio naturale e le
ULS necessarie per produrre l kg di uranio arricchito al variare del
contenuto di U 235 . Per comodità si riportano anche alcune espres-
sioni di frequente uso e precisamente il rapporto tra l'alimentazione
A di uranio e il prodotto P che vale:
A ap- ac
= --'--- (6.1)
p aa - ac
dove ap, aw a'" sono le frazioni molari rispettivamente del prodotto
arricchito, dell'alimentazione (di solito uranio naturale) e delle code

Tabella 6.4 Arricchimento (%) kg uranio naturale Unità di Lavoro


Equivalenza tra Separativo
arricchimento, massa di
O, 711 (nat.) 1,000 0,000
uranio naturale e unità
di lavoro separativo per 0,80 1,194 0,064
kg di uranio arricchito 0,90 1,413 o, 193
prodotto, con code di 1,00 1,631 0,314
uranio impoverito
1,20 2,066 0,567
scaricate al 0,253%
1,40 2,505 0,888
1,60 2,941 1,210
1,80 3,378 1,519
2,00 3,815 1,900
3,00 5,999 3,785
4,00 8,183 5,794
5,00 10,367 7,873
10,00 21,286 18,747
20,00 43, 125 41,351
40,00 86,803 87,862
90,00 195,997 205,992
Capitolo 6
Il ciclo del combustibile
l 151

di scarto. Il Lavoro Separativo per unità di prodotto vale:


A
ULS= V(ap) - V (ac) - p[V(aa)- V(ac)] (6.2)

dove Vè una funzione potenziale pari a:


a
V(a ) = (2a - l) · l n -- (6.3)
1- a
I dati di Tabella 6.4 sono ottenuti applicando queste espressioni.

6.8 Fabbricazione degli elementi di combustibile

La fabbricazione degli elementi di combustibile è un processo assai


complesso che richiede una serie di operazioni diverse. Per un reat-
tore che utilizza barrette d'ossido le principali operazioni sono: ri-
conversione da esafluoruro in ossido, fabbricazione delle incamicia-
ture metalliche e dei componenti meccanici (griglie, tappi di chiu-
sura, distanziatori tra le barre), lavorazione della polvere di ossido
e _fabbricazione delle pastiglie, caricamento delle pastiglie nelle in-
capiciarure, chiusura delle barrette e loro assiemaggio. In pratica,
l'attività di fabbricazione può essere suddivisa in tre momenti suc-
cessiVI.
Fabbricazione dei componenti della barretta. La produzione delle
pastiglie avviene per pressarura e successiva sinterizzazione ad alta
temperatura di una polvere di ossido di uranio. All'uscita dei forni
di sinterizzazione le pastiglie vengono rettificate per portarne il dia-
metro entro le strettissime tolleranze richieste dal progetto. Paralle-
lamente, i rubi di guaina ricevuti dal fornitore esterno vengono mi-
surati e caratterizzati: un controllo ad ulrrasuoni assicura che essi
siano privi di difetti. Dopo un trattamento in autoclave, alla guaina
viene saldato il tappo inferiore.
Fabbricazione di componenti dell'elemento di combustibile. Le pa-
stiglie vengono caricate nelle guaine e il sistema è introdotto in un
forno di degasaggio, che ha lo scopo di rimuovere tutta l'umidità
eventualmente adsorbita sulla superficie delle pastiglie. Alla fine di
questa operazione, la barretta è riempita di elio ad alta purezza e
chiusa con la saldatura del tappo superiore. Ciascuna barretta è poi
controllata con una attrezzatura che, con tecniche di controllo mol-
to raffinate, permette di verificare che la colonna di pastiglie sia in-
tegra, non presenti intervalli vuoti e sia costituita da pastiglie aventi
l'arricchimento nominale previsto. In questa fase sono approntati
gli altri componenti dell'elemento di combustibile: piastre superiori
152

ed inferiori, griglie distanziatrici e tutti gli altri componenti minori,


che consentono il montaggio dell'elemento.
Montaggio, imballaggi e spedizione. Gli elementi di combustibile
vengono montati su appositi bancali, che consentono di posizionare
i componenti con la precisione richiesta. Ciascuno elemento subisce
un esame finale per accertare la corretta configurazione geometrica
e la perfetta tenuta delle barrette. L'esame della configurazione geo-
metrica è ripetura all'atto dell'arrivo del combustibile in centrale,
dove l'elemento viene spedito in un imballo speciale, che minimizza
gli effetti delle sollecitazioni inerziali di trasporto.

Per non appesantire un'esposizione già di per sé un po' arida, non si


è dato conto dell'elevato numero di controlli, di analisi, di esami, ai
quali ogni componente viene sottoposto, prima e dopo ogni fase di
lavorazione, per assicurare al combustibile un livello di qualità ri-
chiesto dalle normative.
Per la messa a punto di tutte queste operazioni e per ottenere un
combustibile che abbia un soddisfacente comportamento tecnologico
in funzionamento, è stato necessario un eccezionale lavoro di ricerca
e sviluppo, che è tra i più complessi, costosi e di lunga durata di tutti
quelli effettuati per rendere competitiva l'energia nucleare. Senza en-
trare in dettagli in questa sede, si può ricordare che la gravità del ci-
mento, a cui è sottoposto il materiale entro cui avviene il processo di
fissione, è veramente eccezionale e unico nel campo dell'ingegneria.
Infatti, fin dall'inizio la maggior preoccupazione è stata quella di por-
tare la vita tecnologica dell'elemento di combustibile più vicino pos-
sibile alla sua potenziale vita neurronica. Tenuto conto delle difficoltà
esistenti, si può affermare che a posteriori i risultati operativi sono
stati più che soddisfacenti, anche se si sono evidenziati alcuni incon-
venienti. Ad esempio, nei BWR l'interazione meccanica guaina-pasti-
glia, per effetto della diversa dilatazione termica, ha provocato delle
rotture di guaina e per evitarle si sono dovute imporre delle limitazio-
ni sulla velocità di variazione della potenza del reattore. Successiva-
mente si sono messi a punto dei combustibili modificati, che hanno
evitato questo problema (v. par. 7.6.4, Parte II)
Negli ultimi anni le ricerche sul combustibile si sono concentrate
sulla finalità di aumentare la vita tecnologica, in modo da ridurre i
rifiuti radioattivi per unità di energia prodotta9 e migliorare la ge-
stione del nocciolo del reattore.
Mentre le altre fasi del ciclo di combustibile possono essere com-

9 Nel combustibile scaricato la quantità degli attinidi, in particolare il plutonio, varia con
il tasso di irraggiamento in modo meno che proporzionale.
Capitolo 6
Il ciclo de l combustibile
l 153

pletamente separate, dal punto di vista tecnico, dal funzionamento


del reattore, ciò non può avvenire per la fabbricazione dell'elemento
di combustibile. Esiste, infatti, una stretta interdipendenza tra il
progetto del combustibile e quello del sistema nucleare e questa di-
pende anche dalle modalità di gestione dell'impianto. Tra l' altro,
ciò determina delle difficoltà di delimitazione di responsabilità tra il
fornitore di reattori, l' elettroproduttore e il fabbricante di combusti-
bile, con tutte le relative conseguenze per quanto riguarda la defini-
zione dei reciproci rapporti.
Gli impianti di fabbricazione del combustibile non richiedono
elevati investimenti, né lunghi tempi di costruzione, come chiara-
mente si evince dalla descrizione su riportata delle varie fasi di fab-
bricazione. L'industrializzazione di questa fase del ciclo del combu-
stibile non costituisce, quindi, un fattore critico per un programma
di costruzione di reattori.

6. 9 Funzionamento in reattore

La fase del ciclo di combustibile che riguarda il funzionamento in


reattore è, come già detto, quella più intimamente legata al progetto
del reattore.
Lo scopo principale della gestione del combustibile nel nocciolo
è quello di ottenere i minimi costi, coerentemente con il rispetto
dei limiti termici, nucleari e meccanici. Questo richiede una scelta
ottimale degli arricchimenti iniziali e della loro distribuzione tra gli
elementi di combustibile, sia per la carica iniziale, sia per i successivi
lotti di ricarica; devono essere inoltre ben specificate le strategie di
caricamento, l'intervallo di tempo tra le varie ricariche, le modalità
di gestione dei sistemi di controllo. Come si vede, è un'attività com-
plessa, che richiede uno sforzo di progettazione notevole, basato su
procedure di calcolo sofisticate e su dati sperimentali e operativi.
Per dettagli su tali aspetti si rimanda a quanto esposto in molti capi-
toli della Parte II, nonché ad altri resti specialistici, soprattutto per
gli aspetti di neutronica.

6.1 O Immagazzinamento, trasporto


e trattamento del combustibile esaurito

Il combustibile, una volta completata la sua vita nel reattore, viene


scaricato e avviato alle fasi del ciclo, dette a valle del reattore, che
hanno lo scopo di assicurare l'immagazzinamento dei prodotti ra-
154 l

dioattivi e il recupero dei materiali fissili; questi ultimi sono costi-


tuiti soprattutto da U 235 e dagli isotopi del plutonio: in un combu-
stibile scaricato da un L WR si ha all'incirca 0,85% di U 23 5 e
0,65% di Pu equivalente (vedi Tabella 6.2), cioè una quantità com-
plessiva di fissile all'incirca uguale alla metà di quella iniziale.
L'elemento di combustibile scaricato deve essere lasciato raffred-
dare per alcuni mesi (almeno cinque) in una piscina per far decadere
l' rf37 a quantità tali da non impartire all'uranio ritrattato una atti-
vità superiore a quella dell'uranio naturale, per lasciar decadere i
prodotti radioattivi a vita breve e per ridurre la potenza di decadi-
mento. Lo stoccaggio in acqua, sotto battente di alcuni metri, con-
sente di realizzare in modo sicuro l'asportazione del calore di deca-
dimento e lo schermaggio della radiazione emessa. Allo stato attuale
la carenza di impianti industriali di trattamento del combustibile ir-
raggiato (v. poi) obbliga a prevedere nelle centrali una capacità di
immagazzinamento ben superiore a quella derivante dalla esigenza
operativa del reattore (possibilità di scaricare l'intero nocciolo du-
rante una grossa manutenzione) e a quella di raffreddamento tem-
poraneo del combustibile scaricato. Perdurando questa situazione è
necessario potenziare le capacità delle piscine degli impianti nuclea-
ri, ricorrendo a tecniche di stivaggio, che consentano un maggior
addensamento degli elementi di combustibile: in sostanza si tratta
di frapporre in modo opportuno dei veleni neutronici tra gli ele-
menti, posti uno vicino all'altro. Un'alternativa, eventualmente da
realizzare in tempi successivi, è quella di costruire dei depositi pol-
mone centralizzati, dove immagazzinare il combustibile esaurito di
più centrali. Questi depositi possono essere delle piscine, concet-
tualmente analoghe a quelle dei reattori, come anche altri sistemi,
basati sul raffreddamento a secco del combustibile (dry storage) .
Un'alternativa di questo sistema consiste nell'utilizzare stabilmente
gli stessi contenitori (cask) di trasporto (progetto Castor che prevede
l' utilizzo degli omonimi conteni tori rappresentati in Figura 6.3). Si
tratta in sostanza di immagazzinare in questi contenitori gli elemen-
ti di combustibile dopo una lunga permanenza nelle piscine, dispo-
nendoli all'interno di un edificio apposito.
Il trasporto degli elementi di combustibile, dalla centrale all' im-
pianto di trattamento o al deposito centrale, è una operazione abba-
stanza delicata, che deve essere effettuata con appositi contenitori,
capaci di smaltire la potenza generata e atti a resistere ad incidenti
potenziali, come urti violenti, incendi, affondamenti, ecc. Tipica-
mente un contenitore, per essere autorizzato dagli organi di sicurez-
za preposti al trasporto del combustibile irraggiato, deve superare
prove del tipo (incidenti di riferimento):
Capitolo 6 l l 55
Il ciclo del combustibile

• caduta da l O metri di altezza su una superficie rigida e con tutte


le inclinazioni possibili;
• caduta da l metro di altezza su un palo di O, l metri di diametro;
• esposizione per 30 minuti a una fiamma di l 000 oC;
• immersione sotto battente di parecchi metri d'acqua per 8 ore.
Un contenitore italiano costruito e verificato per superare le prove
indicare è rappresentato in Figura 6.4.
L'importanza di questa fase del ciclo è accresciuta dalla preoccu-
pazione che, proprio durante il trasporto, possano avvenire con
maggior facilità atti di sabotaggio; queste preoccupazioni sono parti-
colarmente sentite nel caso dei successivi trasporti di plutonio, dal-
l'impianto di trattamento alla fabbrica o alla centrale.
Il trattamento o meglio ritrattamento degli elementi di combusti-
bile, frequentemente detto con un inglesismo riprocessamento, è una
fase che ha attraversato per molti anni una crisi profonda. Per molto
tempo nessun impianto industriale di ritrattamento di combustibili
ad ossido d'uranio era in funzione, mentre quelli che trattavano
combustibile metallico a basso tasso di irraggiamento, soprattutto
per usi militari, venivano progressivamente messi fuori servizio.
I motivi di questo stato di cose sono di natura tecnica, commerciale
e politica. Tecnicamente si sono incontrate maggiori difficoltà del
previsto a trattare i combustibili ad ossido dei programmi civili, sia
per il danneggiamento indotto nei solventi organici per effettO degli
elevati tassi di bruciamento, sia per i criteri di sicurezza imposti, più
stringenti rispettO a quelli degli impianti militari, sia per i problemi
di criticità e di emissioni di radiazioni. Anche se tali difficoltà sono
superabili e di fatto sono state superare, fanno però lievitare i costi e
ciò si riflette, dal punto di vista commerciale, in una caduta d'interes-
se per il riciclo del plutonio nei reattori termici e al tempo stesso il
rallentamento dei programmi sui reattori veloci rende meno attuale
l'esigenza di disporre di tale materiale fissile. Infine, dal punto di vista
politico, come già anticipato nel par. 6.5, bisogna ricordare che gli
Stati Uniti fmo a poco tempo fa avevano assumo la posizione che l'e-
sistenza di impianti per il ritratramemo del combustibile fosse un pe-
ricolo per la proliferazione delle armi atOmiche e il miglior modo di
evitare la diffusione della relativa tecnologia fosse proprio quello di
non svilupparli, nemmeno all'interno degli Stati Uniti stessi. Sulle
problemaciche relative al riciclo del plutonio si veda anche il par. 6.5.
A riprova che il freno posto all'industria del ritrattamemo non
fosse solo di natura tecnica, vi è il fatto che in Francia è in servizio
commerciale un impianto, quello di La Hague, della potenzialità di
800 t/anno. Anche in Inghilterra è in funzione l'impianto THORP
di Sellafield da 1200 t! anno, la cui entrata in servizio venne ostaco-
156 l

Figura 6.3
Contenitore di trasporto Castor cask
Castor di fabbricazione
tedesca; la versione
standard ha un'altezza Monitoraggio perdite
di 5,9 m, un diametro di
2,4 m e una massa di Bocchello riempimento Elio
126 t
Coperchio secondario

Schermo neutronico

~ ... ,. ::::::~ Coperc hio primario


l
1
l u ~ ...
.....
Capitolo 6 157
Il ciclo del combustibile

Astorbitore d 'urt'-'
( ncciaio inox)

lata dagli Stati Uniti; tuttavia, le sue prospettive future sono incerte. Figura 6.4
Infine, va osservato che questa fase del ciclo non è veramente in- Contenitore italiano per
il trasporto di
dispensabile nel caso dei reattori termici. Molti ritengono, come già combustibile esaurito
accennato, che il ritrattarnento del combustibile, oltre al recupero
del fissile, consenta anche un più facile confinamento dei prodotti
radioattivi in esso contenuti, tuttavia non è chiaro quanto valga il
vantaggio dal punto di vista tecnico e da quello economico; comun-
que una decisione in merito è procrastinabile di parecchi anni.

6.11 Confinamento dei rifiuti radioattivi

Nel combustibile di un reattore nucleare vengono prodotte sostanze


radioattive di due specie. Alla prima appartengono i prodotti di fis-
sione veri e propri, cioè i nuclei risultanti dalla fissione dell' elemen-
to fissile. Alla seconda appartengono quei nuclei, come il plutonio,
l'americio, ecc. (attinidi), 10 che si formano per assorbimento neu-
rronico ed eventualmente per decadimento radioattivo dagli ele-
menti fissili e fertili.
Una tonnellata di combustibile che ha generato in reattore 33
MWg!t, dopo l O anni dallo scarico contiene i seguenti elementi
(tutti i dati in kg):

1O Gli attinidi sono una serie di elementi nella tavola periodica con numeri atomici tra 89 e
104. Essi sono elementi pesanti con proprietà chimiche simili, che assomigliano a quelle
della serie delle terre rare o lantanidi. L'uranio, il plutonio, il nettunio , l'americio ed il
curio sono quelli più importanti nel determinare la tossicità a lungo termine ed il carico
te rmico del combustibile scaricato. Gli attinidi con numero atomico maggiore di quello
dell'ura nio sono chiamati transuranici e comprendono il plutonio, il nettunio, l'ameri-
cio e il curio. Gli ultimi tre sono chiamati attinidi minori, a causa della loro relativamen·
te bassa percentuale nella miscela di isotopi del combustibile scaricato.
158 l

Combustibile e attinidi maggiori: 955,4 di U, 8,5 di Pu (5, l di


Pu239);
Attinidi minori: 0,5 di Np237, O,6 di A m, O, 02 di
Cm;
Tabella 6. 5
Prodotti di fissione a vita lunga: 0,2 di / 29, 0,8 di T!9 , 0, 7 di
Radioattività dei z!3 , o,3 di c/35;
prodotti di fissione più Prodotti di fissione a vita breve: l, odi c/37, 0,7 di S ! 0;
important i contenuti nei
rifiuti dal trattamento Isotopi stabili: l O, l di lantanidi, 21,8 di altri.
di una tonnellata di I prodotti di fissione più pericolosi sono lo srronzio-90, il cesio-137
combustibile irraggiato
in un LWR (ORNL1970)
e in minor misura il cripton-8 5; questi isoropi hanno tempi di di-
Parametri di bruciamento:
mezzamento non superiori a 30 anni. È necessario quindi attendere
tasso di bruciamento: 33 alcuni secoli prima di ridurre la loro pericolosità a livelli accettabili;
MWg/ kgU; potenza
specifica: 30 kW l kg U
ad esempio, in 300 anni la quantità iniziale si ridurrebbe di almeno
Il valore Osignifica < 10·•. un fattore 103 . In T abella 6.5 sono riportati i dati relativi ai princi-

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•· • • · /~
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t ritio 12,3 a 690 400 2,5 o
kripton-85 10,76 a 1 '1 ·1 0
4
6, 1·1 03 18,0 o
stronzio-89 51 g 9,6·10 4
o o o
st ronzio-90 28 a 7,6·1 04 6,0·1 04 6,5·103 o
itt rio-90 2, 60 g 7,6·104 6,0·104 6,5·1 03 o
ittrio-91 59 g 1 ,6·1 0s o o o
zirconio-95 65 g 2,7·10 5 o o o
niobio-95 35 g 5,2·105 o o o
tecnezio-99 2·106 a 14,0 14,0 14, 0 14, 0
rutenio-103 40 g 8,9·104 o o o
rodio-l03m 56 min 8,9·1 04 o o o
rutenio-106 1a 4, 1·105 550,0 o o
rodio-106 2h 4,1-1 05 550,0 o o
antimonio-125 2a 8, 1·103 690, 0 o o
iodio·131 8g 2,2 o o o
cesio-134 2a 2,1 ·105 8,3·103 o o
cesio-136 13 g 20 o o o
cesio-137 30 a 1,0·105 8,0·104 1 ,0·104 o
bario-137m 2 min 1 ,0· 105 8,0·104 1,0·104 o
bario-140 12,8 g 430,0 o o o
lantanio-1 40 1,6 g 500,0 o o o
cerio-141 32,5 g 5,7-104 o o o
cerio-144 285 g 5,7·1 04 150,0 o o
praseodimio-144 17 min 5,7·1 04 150,0 o o
promezio-147 2,6 a 9,9· 104 7,8·1 03 o o
altri 1 ,3·105 2, 1-104 1,0·10 3 7,0
TOTALE 3,2· 105 3,4·104 21 ,O
Capitolo 6
Il ciclo del combustibile
l !59

pali prodotti di fissione contenuti nei rifiuti ottenuti dal trattamen-


tO di una tonnellata di combustibile esaurito di un L W'R.
Gli attinidi o i transuranici, invece, hanno vite medie più lunghe;
ad esempio, il plutonio-239, che è l'attinide più abbondante ha un
tempo di dimezzamento di 24400 anni, per cui per avere la stessa
riduzione della quantità iniziale occorre un tempo 244000 anni. In
Tabella 6.6 sono riportai i dari relativi ai principali transuranici con-
tenuti nei rifiuti di una tOnnellata di combustibile esaurito di un
LW'R.
Si può dire che in genere la radiazione 1 è prodotta da elementi a
vita breve, con tempi di dimezzamento inferiori ai 30 anni, mentre
la radiazione a è prodotta da elementi a vita lunga. La radiazione 1
è pericolosa per irraggiamenci esterni, quella a per ingestione ed
inalazione.
Tenuto quindi conto della pericolosità dei prodotti radioattivi
nel combustibile esaurito e della loro longevità, è necessario preve-
dere per essi un confinamento stabile nel tempo, che li separi dalla
biosfera. È questa una operazione molto complessa, che pone pro-
blemi di carattere sociale e politico, oltre che tecnico. Infatti, proprio
Tabella 6.6
per la durata del confinamento, bisognerebbe ipotizzare sistemi di
Radioattività dei
sorveglianza che vengano operati per generazioni, ma, tenendo con- transuranici contenuti
to dei pericoli derivanti dagli inevitabili capovolgimenti politici, oc- nei rifiuti dal
trattamento di una
corrono invece sistemi di immagazzinamento definitivi e non con- tonnellata di
trollati, che devono assicurare nel modo più categorico che, in nes- combustibile irraggiato
sun caso, come in presenza di sismi, variazioni climatiche, perfora- in un LWR (ORNL 1970)
Paramet ri di bruciamento:
zioni del terreno da parte dell'uomo, ecc., si abbia una dispersione 33 MW / kg U, potenza speci·
dei prodotti radioattivi nella biosfera. fica 30 kW/ kg U.

-Radioattività prodot;ti di fissione (Ci/tU)


Tempo di -·
, lsotopo ' Tempo dallo scanco dal reattore
dimezzamento
!..
--·
nettunio-237
'. 2,1·10 g
6
150 giorni
0,5
10 anni
0,5
100 anm
0,6
1000 anni
0 ,6
nettunio· 239 2g 17,4 17,4 17,2 15,9
plutonio-238 88 a 35,7 102,0 51,9 o,1
plutonio-239 24400 a 1,7 l 1,7 1,7 2,1
plutonio-240 6500 a 2,4 4,5 8,9 8,2
plutonio-241 15 a 574 344 2,9 0,0
americio-241 433 a 172 176 162 41 ,5
americio-242 16 h 4,0 3,9 2,5 0,04
americio-243 7400 a 17,4 17,4 17,2 15, 9
curio -242 163 g 1,5·104 3,2 2, 1 0, 03
curio-244 17,6 a 2,5·103 1 ,7·103 55 o
altri 321 33,8 11,2 0, 2
TOTALE 1,8·104 2,4·103 330,0 84,5
!60 l

In Italia la normativa di riferimento per la classificazione, la gestio-


ne, il condizionamento e lo smaltimento dei rifiuti radioattivi è la
Guida Tecnica 26 dell'APAT (pubblicata dall'allora ENEA-DISP su
Sicurezza e Protezione N.l4, Maggio-Agosto 1987), attualmente in
corso di revisione. I rifiuti radioattivi sono classificati in tre catego-
rie, in dipendenza della concentrazione e caratteristiche dei radionu-
clidi contenuti:
I Categoria: rifiuti la cui radioattività decade in tempi dell'ordine
di mesi o al massimo di qualche anno (ad es. rifiuti da impieghi me-
dici o di ricerca). Per questa tipologia di rifiuti si aspetta il decadi-
mento della radioattività a valori trascurabili e dopo vengono gestiti
come rifiuti convenzionali o speciali .
II Categoria: rifiuti che decadono in tempi dell'ordine delle centi-
naia di anni a livelli di radioattività di alcune centinaia di Bq/g, e
che contengono radionuclidi a lunga vita a livelli di attività inferiori
a 3 7 00 Bq/g nel prodotto condizionato (v. più avanti): ad es. rifiuti
da reattori di ricerca e di potenza, rifiuti da centri di ricerca, rifiuti
da smantellamento, ecc.
III Categoria: rifiuti che decadono in tempi dell'ordine delle mi-
gliaia di anni a livelli di radioattività di alcune centinaia di Bq/g, e
che contengono radionuclidi a lunga vita a livelli di attività superiori
a 3700 Bq/g nel prodotto condizionato (v. più avanti): ad es. rifiuti
vetrificati e cementati prodotti dal ritrattamento; il combustibile ir-
raggiato stesso se non ritrattato; rifiuti contenenti plutonio e/o altri
radionuclidi a lunga vita.
A ciascuna categoria corrispondono diverse modalità di gestione ed,
in particolare, diverse soluzioni di smaltimento. A livello internazio-
nale sono in atto procedure per armonizzare i criteri di classificazio-
ne dei rifiuti radioattivi e la IAEA aggiorna periodicamente tali cri-
teri in accordo con le indicazioni dei Paesi membri.
È necessario definire anche il cosiddetto clearance level, ovvero il
livello di radioattività per il rilascio dei rifiuti, essenzialmente prove-
nienti dallo smantellamento di impianti nucleari, il cui valore sia
talmente modesto da paterne permettere il riciclo oppure lo smalti-
mento senza vincoli di natura radiologica. In Italia non sono stati
definiti livelli generali di rilascio; essi sono concordati di volta in
volta con l'autorità di controllo (APA7) nei provvedimenti autoriz-
zativi per la disattivazione degli impianti nucleari, sulla base- degli
11
orientamenti tecnici europei ed internazionali.

11 L'applicazione restrittiva della direttiva 96/ Z9 / EURATOM (recepita con il D.lgs. 17 mar-
zo 1995, n. Z30), che pone il limite di non rilevanza radiologica a 10 microSv/anno, im-
Capitolo 6 l 16 1
Il ciclo del combustibile

A livello di U nione Europea l'attuale riferimento principale è il do-


cumento tecnico: EC Radiation Protection 122 PracticaL use of the
concepts of cLearance and exemption - Part 1 Guidance on Generai
CLearance Levefs for Practices (2000). La IAEA ha pubblicatO invece
la Safety Guide: RS-G-1.7 - AppLication ofthe Concepts ofExcfusion,
Exemption and CLearance (2004).
Bisogna ora premettere due aspetti. Il combustibile, come si è ac-
cennato nel paragrafo precedente, può essere sottOposto a ritratta-
mento, con separazione dei prodotti radioattivi, che saranno alla fi-
ne del trattamento in soluzione liquida, oppure no, per cui rimarrà
sottoforma della classica barretta di ossido di uranio con guaina me-
tallica. Ovviamente il successivo trattamento dei rifiuti sarà condi-
zionato da questa scelta, che non è solo tecnica, ma ha anche dei ri-
svolti politici legati al riciclo del plutonio, con tutte le sue proble-
matiche di proliferazione, già accennare precedentemente. In parti-
colare, contenendo le barrette di combustibile del fissile, sotto for-
ma di uranio poco arricchito e plutonio, lo sroccaggio definitivo do-
vrebbe consentire nel futuro il recupero di tale fissile tramite
ritrattamento, qualora nascesse la convenienza di utilizzarlo.
Un altro aspetto riguarda l'esistenza di molte altre sostanze radio-
attive provenienti dalla attivazione neutronica dei materiali del reat-
tore, che per gli stessi motivi devono essere immagazzinate in modo
sicuro. Tuttavia, i rifiuti radioattivi non provengono solo dai reatto-
ri nucleari, ma anche da altre attività, come i grandi impianti per la
ricerca sulla fisica delle particelle, le applicazioni mediche, quelle
per la diagnostica industriale, ecc. In sostanza, il problema dell' im-
magazzinamento dei rifiuti radioattivi deve essere affrontato in mo-
do globale prescindendo dallo loro origine.
La maggior parte dei rifiuti che si producono nelle diverse attività,
incluse quelle relative a una centrale nucleare sono a bassa attività (ca-
tegoria II); invece quelli ad alta (categoria III), prodotti nel combusti-
bile nucleare, sono in quantità relativamente modeste. A titolo esem-
plificativo ci si riferisca a un combustibile ritrattato: le 30 tonneLlate
di combustibile esaurito, che vengono approssimativamente scaricate
ogni anno da un reattore L WR da l 000 MWe, producono circa 60
m3 di concentrato liquido ad alta attività. Questo ha un'attività di
circa 0 ,8 · 1018 Bq (130 · 106 Ci) e genera una potenza inferiore
a l O k W!m 3 , se il combustibile viene trattato dopo solo 15O giorni

pone dei livelli di rilascio della radioattività a valori inferiori al Bq/ g, con alcune para·
dossali situazioni in cui i valori di concent razione di taluni radionuclidi sono paragonabilì
o addirittura inferiori a quelli presenti nel corpo umano (è il caso del limite di rilascio
del C14 per la centrale di Caorso, che in alcuni materiali è posto a O, 1 Bql g, mentre nel
corpo umano è presente a valori dì circa 0, 2 Bq/ g).
162

dallo scarico (molto improbabile); la soluzione contiene circa 300 kg


di uranio e 3 kg di plutonio, in quanto l'efficienza del processo di
estrazione per queste sostanze è del 99% circa: in altre parole l 'l%
circa dell'uranio e del pluronio contenuto rimane nei rifiuti. Nei pro-
cessi sviluppati per solidificare questa soluzione (vetrificazione, vedi
poi), il volume si riduce a circa 4m3 , pari a circa 8 t. Cioè nella vita
di un impianto si producono rifiuti ad alta attività corrispondenti al
volume di un apparramento medio. Per confronto, una centrale a
carbone di pari potenza produce ogni anno circa 400000 m 3 di ceneri
e rifiuti che, contenendo approssimativamente 3000 m3 di metalli
tossici, non possono essere dispersi nell'ambiente.
I rifiuti radioattivi devono essere trasformati in solidi stabili, ope-
razione che passa sotto il nome di condizionamento. Questi materiali
sono le matrici cementizie e quelle vetrose, le prime per i rifiuti di
bassa attività, le seconde per quelle di alta. La scelta di questi mate-
riali dipende dalle differenze esigenze delle due tipologie di rifiuti.
Le matrici cementizie sono materiali ideali per la loro economi-
cità, le ottime proprietà meccaniche, idrauliche e chimiche, mentre
il vetro è resistente al calore, praticamente inattaccabile da agenti
chimici anche aggressivi e praticamente non dilavabile dall'acqua
(oggetti di vetro peraltro rudimentali sono stati trovati in navi af-
fondate più di duemila anni fa). Anche se hanno finito per preva-
lere, le matrici cementizie e le vetrose sono state a lungo confron-
tate con altri sistemi alternativi come l'inglobamento in bitume o
resine plastiche per i rifiuti a bassa attività, o la calcinazione per
quelli ad alta, cioè la trasformazione in polveri con caratteristiche
ceramiche. Un materiale candidato per il condizionamento viene
sottoposto a collaudi e prove assai impegnative, come: cicli termici,
immersione in acqua per lunghi periodi, attacco di agenti corrosi-
vi, resistenza al fuoco, alle radiazioni, a compressione e persino ad
attacco di batteri.
Invece, il combustibile non ritrattato non viene ovviamente con-
dizionato, in quanto già in forma solida e inattaccabile, come ha di-
mostrato il suo funzionamento in reattore.
Il principio che governa lo smaltimento o se si preferisce il depo-
sito definitivo dei rifiuti radioattivi in un determinato sito è che i
manufatti condizionati siano immagazzinati in modo tale che le so-
stanze pericolose in esse contenute non possano più venire in con-
tatto diretto o indiretto con la biosfera, cioè con il mondo animale
e vegetale circostante e attraverso questo con l'uomo. Q uesto con-
tatto deve essere escluso almeno per tutto il periodo in cui dura la
pericolosità dei rifiuti. L' isolamento con la biosfera viene realizzato
interponendo tra la sostanza pericolosa e l'ambiente esterno un si-
Capitolo 6
Il ciclo del combustibile
l !63

srema di barriere di contenimento, poste in successione le une alle


alrre. Siccome l'unico mezzo che può veicolare le sostanze radioatti-
·.·e ,·erso 1,esterno e' l'acqua m . moto, 12 attraverso un meccamsmo • d.1
50lubilizzazione o semplicemente di trascinamento, di fatto la fun-
zione delle barriere del deposito è quello di prevenire che un qual-
siasi mezzo acquoso fluente venga in contatto con i radionuclidi
contenuti nei rifiuti condizionati e comunque impedire che qualora
..:: particolari condizioni, incluse quelle incidentali, questo contatto
~·enga, niente fuoriesca dalle strutture del deposito.
La prima barriera di contenimento è costituita dallo stesso manu-
.z:ro solido prodotto con il processo di condizionamento, il cui ma-
o.e:iale viene individuato e selezionato proprio per assicurare la se-
:g::-egazione e l'immobilizzazione delle sostanze radioattive. Le barrie-
;e addizionali dovranno essere invece fornite anche dalle strutture
ad deposito stesso e possono essere di tipo naturale o artificiale o
w:.a combinazione delle due. In sintesi una seconda barriera per i ri-
Jci di bassa attività è data da un recipiente sempre in materiale ce-
~tizio e cioè in calcestruzzo rinforzato, le cui buone caratteristi-
~e sono state già menzionate. Per quelli di alta si ricorre a soluzioni
~ ~complesse e all'uso di materiali resistenti nel tempo, come il ra-
~ e il titanio ed altri.
Le srruttura di deposito per i rifiuti di II categoria sono nella
~or parte dei casi realizzate in superficie, costruendo un edificio
.l??OSÌto. Esso è costituito da una successione di locali o celle in cal-
c=suuz:zo armato. Tra le pareti esterne delle celle, che costituiscono
;.:;. ~-riera più esterna ed i manufatti sono interposti dei materiali
~--crmeabilizzanti per costituire un'ulteriore barriera. Uno schema
le C?presenraro in Figura 6.5.

Pe:- i rifiuti di III categoria la scelta del deposito definitivo è più


ematica, per una serie di difficoltà più di natura politica che
~- come più sopra accennato. Infatti, nessun deposito per que-
'IO:l .ci.-luti di origine civile è attualmente in funzione nel mondo, an-

se imporranti iniziative sono in corso di approntamento. La


r.a e in questo caso rivolta a strutture sotterranee, geologicamente
s::w:- ·. impermeabili all'acqua, come miniere di sa/gemma ab bando-
- • '!'OCU cristalline, come graniti non fratturati, bacini argillosi.

In arresa di definire questi depositi definitivi, che non è detto


~o essere necessariamente nello stesso Paese che ha prodotto i
r::::::.:i. questi possono essere temporaneamente immagazzinati, an-

_ ~ e ,'acqua per se stessa il pericolo per il deposito, perché essa è quasi sempre pre·
r-..e -.et terreno, ma l'acqua in circolazione, che dilavando i contenitori e lentamente
=-~i, può alla fine t rasportare i prodotti radioattivi nella biosfera.
164

SIGILLANTE IN BITUM E
O MATERIALE PLASTICO

S TRATO PERMEABIL E
DRENAGGIO ACQUA (SABBIA/GHIAIA)
DIINFILlRAliONE
COPERTURA IN lERRA

FALDA ,

20 m

Figura. 6.5 che per lunghi periodi, nel deposito dei rifiuti di II categoria. Que-
Deposito per rifiuti di sta, che è una soluzione attualmente obbligata per mancanza di de-
bassa attività
positi definitivi, sembra anche la più logica, perché attendere anche
parecchi decenni consente di trovare la soluzione tecnicamente più
avanzata ed economicamente più conveniente sulla base delle esi-
genze del momento.
Dalle brevi note riportate si può intuire con quale grande scrupo-
lo e attenzione si affronta il problema e si può con serenità afferma-
re che nessuna altra attività umana si prende cura dei rifiuti come
quella nucleare. Ciò nonostante, qualcheduno ritiene che questo
aspetto sia abbastanza negativo per l'accettabilità dell'energia nu-
cleare da parte del pubblico e che questa non possa essere utilizzata
in larga scala se non eliminando i rifiuti a lunga vita. Per questo so-
no in corso al mondo programmi di ricerca e sviluppo per trasmuta-
re gli isotopi a vita lunga in altri a vita relativamente breve, median-
te un bombardamento di neutroni ad elevata energia. Adatri allo
scopo sono i reattori veloci, trasformati da produttori in bruciatori
di pluronio, come già accennato nel par. 6.4, oppure degli accelera-
tori di protoni ad alta energia, che impattando contro nuclei pesan-
ti, ne strappano neutroni ad alta energia. In realtà si tratta di una
strada interessante, che potrebbe migliorare ulteriormente la soste-
nibilità dell'energia nucleare. Tuttavia, bisogna valutare esattamente
rutto il sistema coinvolto, sia sotto il profilo della sicurezza che di
quello dei costi e delle difficoltà tecnologiche da superare. Bisogna
Capitolo 6 l !65
Il ciclo del combustibile

chiarire che comunque non si porrà ottenere l'eliminazione comple-


ta dei rifiuti a vita lunga, ma solo una riduzione delia loro quantità.
Probabilmente, volendo seguire questa strada, è conveniente punta-
re sui reattori veloci di nuova concezione per il bruciamento del
pluronio, come già accennato in precedenza e limitare l'impiego de-
gli acceleratori solo per la riduzione degli attinidi minori.
Recenti avvenimenti internazionali hanno accentuato ' il problema
del terrorismo. Nello specifico si è fatto riferimento alla cosiddetta
bomba sporca, costmita combinando insieme un esplosivo convenzio-
nale e del materiale fortemente radioattivo, asportato da qualche at-
trezzatura nucleare. Ad esempio, questo potrebbe essere proprio un
elemento di combustibile scaricato da un reattore nucleare. Certa-
mente una siruazione più facile da realizzare di quella di colpire con
un aereo una centrale vera e propria, ma non del tutto, perché i ma-
teriali radioattivi sono ben custoditi e soprattutto ben catalogati. Inol-
tre, il maneggio di tali manufatti è molto pericoloso, se non si adotta-
no particolari attrezzature remotizzate, inserite in locali appositi e ben
schermati. Tali attrezzature sono disponibili solo in pochi laboratori
al mondo. Comunque, anche nel caso che si possa realizzare tale or-
digno, l'effetto sarebbe contenuto e probabilmente non superiore a
quello che si potrebbe ottenere da una bomba normale ad alto poten-
ziale, ben più facile da realizzare, come dimostrano molti attentati
terroristici nelle zone critiche del mondo. Quesco aspetto viene ben
valutato dalle autorità competenti, ma le conclusioni ottenute non
vengono propalate per ragioni ben comprensibili.

6. 12 Lo smantellamento degli impianti nucleari


(DECOMMISSIONING)

Ogni impianto nucleare, incluse in particolare le centrali di poten-


za, al termine delia sua vita deve essere sottoposto ad azioni di
smantellamento per eliminare ogni pericolo connesso ai prodotti ra-
dioattivi in esso contenuti. In genere, si dice che il sito dove è loca-
lizzato l'impianto deve essere portato a prato verde, intendendo con
questo che esso possa essere riutilizzato per qualsiasi altra attività
senza alcun pericolo. In termini più burocratici si può definire lo
smantellamento, detto anche decommissioning, l'insieme di tutte le
azioni che devono essere messe in atto per permettere l'eliminazione
di tutti i vincoli e i controlli, che l'Autorità di Sicurezza ha posto
sull'impianto. Questi includono sia azioni amministrative, sia quelle
tecniche, che devono essere eseguite per dimostrare che l'impianto,
che ha utilizzato sostanze radioattive, può essere autorizzato per un
!66

uso non più vincolato. Le azioni possono comprendere lo smantel-


lamento di un sistema o di un intero impianto o consistere nell'ef-
fettuazione di attività di decontaminazione e di verifica radiologica
per dimostrare che si sono raggiunte al riguardo le condizioni di ac-
cettabilità.
Lo smancellamento è un'attività che inizia in fase di progetto del-
l'impianto, quando si prevedono degli accorgimenti che faciliteran-
no le relative azioni da svolgere, come lo smontaggio di schermi
massicci o l'uso di superfici metalliche di copertura per facilitare la
decontaminazione. In particolare, i reattori integrati (v. par. 4.8)
pongono l'attenzione a contenere tutti i materiali radioattivi all'in-
terno del recipiente in pressione, per limitare l'opera di smantella-
mento alla sola estrazione, movimentazione e immagazzinan1ento
del recipience stesso. Il processo di smantellamento non si arresta
poi durante l'esercizio della centrale, poiché deve essere memorizza-
to e documentato ogni inconveniente che abbia determinato una
dispersione di sostanze radioattive al di fuori delle zone previste.
Lo smantellamento può seguire tre diverse alternative di inter-
vento alla fine del funzionamento dell'impianto: immediato, dilazio-
nato, sigillatura (entombment). Il primo ha il vantaggio di rendere
disponibile il siro in tempi brevi e di utilizzare l'esperienza del per-
sonale già addetto al funzionamento della centrale, ma ha due grossi
svantaggi: la radioattività residua è quella massima possibile, per i ri-
dotti decadimenti radioattivi ed anche l'onere finanziario è massimo
perché il valore finanziario dei costi, riportati sul k Wh prodotto in
precedenza, non vengono ridotti apprezzabilmenre, quando attua-
lizzati (v. par. l 0.3, Parre II). Quello dilazionato rovescia i punti so-
pra indicati e sembra in genere preferibile rispetto al primo. Ovvia-
mente si ha in questo caso la necessità di tenere l'impianto sotto
controllo con del personale per tutto il tempo di ritardo, che si aggi-
ra generalmente tra i 40 e i 60 ann~ è questo un costo addizionale
che dovrebbe essere ben compensato dal minor onere finanziario
dello smantellamento ritardato. Ad esempio, con un interesse reale
(senza inflazione) del denaro del3%, dopo 50 anni l'onere a parità
di costi si riduce del (1,03) 50 = 4, 4 volte.
La terza alternativa comporta la riduzione della zona interessata e
la sua sigillatura in modo da eliminare qualsiasi radiazione pericolo-
sa all'esterno. Non si rispetta ovviamente il requisito di portare il si-
to a prato verde e quindi questa soluzione può esser applicata solo in
casi particolari.
Per lo smantellamento occorre che siano soddisfatte due condi-
zioni pregiudiziali: l'esistenza di un deposito che possa accettare i ri-
fiuti radioattivi prodotti, la copertura dei costi. Per questa seconda
Capitolo6 1 167
Il ciclo del combustibile

condizione, si cita nel cap.l O, Parte II come tali oneri siar10 certa-
mente previsti nel costo del k Wh, incidendo per pochi per cento sul
costo totale; alla fine della vita dell'impianto sono stati così accanto-
nati i fondi, che rivalutati finanziariamente al momento dell'inizio
dell'attività serviranno allo scopo. Tuttavia, ci sono degli esempi nel
passato in cui tali accantonamenti sono risultati insufficienti, come
nel caso di una chiusura anticipata dell'impianto, come è avvenuto
per quelli italiani per motivazioni politiche.

6. 13 Un reattore nucleare naturale

Nel 1972 l'ente atomico francese esaminando alcuni campioni di


uranio provenienti dalla miniera di Oklo nel Gabon, uno stato afri-
cano ricco di questo materiale, si accorse con grande sorpresa che le
analisi del contenuto isotopico rivelavano un contenuto di uranio-
235 dello 0,70 %, inferiore se pur di poco al valo re classico dello
0,71%. Approfondendo l'analisi e aumenrando il n umero dei cam-
pioni si notò che tale percentuale era anche inferiore e non unifor-
me, con i valori più bassi in zone a maggior tenore di uranio, che in
questo deposito era eccezionalmente elevato, arrivando fino al
20-7- 30%. Il minimo valore riscontrato in zone molto ristrette era
dello 0,29%.
La situazione era molto strana e del tutto ingiustificabile, perché
la concentrazione isotopica è uniforme nel mondo e in nessun altra
miniera si era riscontrato una simile situazione. Alla fine di un lun-
go periodo di approfondimenti fu giocoforza ipotizzare che lì aveva
funzionato un reattore nucleare naturale. La spiegazione sta nel fatto
che il deposito uranifero risaliva al periodo Precambriano Medio
(1,8 miliardi di anni fa). Come detto nel cap.2, l'uranio-235 e l'ura-
nio-238 non sono stabili e decadono a con tempi di decadimento
molto lunghi, diversi tra di loro, pari rispettivamente a O,704 · l 0 9
e 4, 47 · l 09 anni. Ciò significa che la percentuale di uranio-23 5 di-
minuisce nel tempo e calcolando i valori in corrispondenza a 1,8
miliardi di anni fa essa saliva al 3%, mentre all'origine della terra,
4,5 miliardi di anni or sono, al 20 %.
Con questi valori di arricchimento e di concentrazione di uranio
nel deposito, in presenza di acqua si può avere una reazione a catena
e cioè un vero e proprio reattore nucleare naturale. Questo reattore
funzionava in modo pulsato, perché il calore prodotto quando si ac-
cendeva faceva evaporare l'acqua, che sfuggiva dagli interstizi in cui
si trovava e faceva mancare il moderatore spegnendo la reazione a
catena. Questo meccanismo di rapide accensioni e lunghi spegni-
168 l

menti proba-bilmente durò circa cinquecentomila anni. Durante le


accensioni l' uranio-235 si bruciava, per cui la sua concentrazione
diminuiva fino a valori non più sufficienti a sostenere la reazione a
catena.
Come si vede un fenomeno rilevante sotto l'aspetto simbolico,
perché fa apparire la reazione nucleare a catena una situazione meno
artificiale di quanto supposto, ma anche di grande interesse pratico
per la ricerca della mobilità dei prodotti di fissione e dei transuranici
nell'intorno delle zone interessate.
Il plutonio è rimasto rutto dove era stato generato, decadendo in
-
uranio-235. I prodotti di fissione rimasero in gran parte dove erano
nati con l'eccezione degli elementi gassosi e di quelli molto solubili
in acqua, che vennero trascinati altrove. Anche gli isotopi della
stronzio furono trascinati via, con l'eccezione dell'iso topo radioatti-
vo stronzio-90, che decadendo (3 in 28 anni in ittrio-90, il quale
sempre decadendo (3 in 64 ore diventa zirconio-90 stabile, non fu
trasportato via nel periodo interessato al decadimento ed infatti tale
ultimo isotopo venne ritrovato rutto.
169

7 Impianti nucleari a fusione

7. 1 Introduzione

Nel cap. 2 si è accennato alla possibilità di ottenere energia attraver-


so reazioni di fusione tra nuclei di elementi leggeri. L'energia libera-
ta in modo incontrollato da reazioni di fusione nucleare è alla base
della bomba ad idrogeno (o bomba H), sviluppata subito dopo la
conclusione della seconda guerra mondiale: è stata questa la prima
applicazione dell'energia nucleare da fusione. Da allora, un notevole
impegno di risorse, umane e finanziarie, è stato profuso anche nel
tentativo di controllare e sfruttare pacificamente questa enorme e
potenzialmente inesauribile fonte di energia. Purtroppo si è ben
presto compreso che le difficoltà scientifiche e tecnologiche da supe-
rare per realizzare un impianto a fusione risultano assai maggiori ri-
spetto a quelle incontrate nella realizzazione di un impianto a fissio-
ne e la speranza iniziale di ottenere rapidamente risultati concreti si
è ben presto dissolta di fronte ai sempre più numerosi problemi da
risolvere. Senza dubbio, ancora molti anni di ricerca saranno neces-
sari per stabilire se e come sarà possibile lo sfruttamento della fusio-
ne nucleare per la produzione di energia. In questo capitolo viene
succintamente esposto lo stato delle conoscenze su questa particola-
re fonte energetica.

7.2 Le reazioni di fusione

Amaverso la fusione di nuclei di elementi a basso numero atomico è


possibile liberare una grande quantità di energia (si veda la Figura
2.2). Questo processo è ancor più efficiente della fissione di nuclei
pesanti: infarti, l'energia liberata per unirà di massa atomica risulta in
media di 5-6 Me V nel caso di reazioni di fusione, da confrontare ad
esempio con gli O, 8 Me V per nucleone liberati in media dalla fissione
dell'uranio-235. Esiste una fondamentale differenza tra le reazioni di
fusione e quelle di fissione: mentre queste ultime possono essere effi-
cacemente indotte da neutroni, nel caso della fusione i nuclei reagen-
ti, elettricamente carichi, devono essere in grado di superare la forza
di repulsione elettrica colombiana e avvicinarsi tra di loro a distanze
170

dell'ordine di 10- 15 m, cioè il range deile forze nucleari: per fare que-
sto è necessario conferire loro una elevata energia cinetica. Come si
vedrà in seguito, questo è in ultima analisi il principale motivo che
rende così arduo il tentativo di innescare un processo di reazioni di
fusione nucleare su grande scala in modo controllato.
Sono conosciute circa un centinaio di reazioni di fusione tra nu-
clei leggeri. La più semplice reazione i.r9tizzabile, la fusione di nu-
<:!_e~ di idr:2geno, non è effettivamente realizzabile sulla terra in
quanto essa richiede [i~stamarsi di una comple~a catena di reazioni
medlate dalla forza nucleare forte e dalla forza nucleare debole, il cw
sviluppo avviene su tempi estremamente lunghi, data la bassissima
probabilità del processo: per altro, questa catena di reazioni esoter-
miche (che prende il nome di ciclo protone- protone o ciclo del car-
bonio, secondo le particolari condizioni attraverso le quali il proces-
so avviene), che a partire da quattro protoni ha come effetto netto
la produzione di un nucleo di elio-4 (oltre che positroni e neutrini),
ha luogo all'interno del sole e delle altre stelle, e ne costituisce per-
. l
tanto l a sorgente energetiCa.
Le reazioni di fusione di maggiore interesse in ambito terrestre
coi~lgono pertanto gli is-;topi più pesanti dell'idrogeno: iLdeute-
t:io (D), e il tririo (_T) . Il deuterio è un isoropo stabile presente nel::-
l'acqua con un abbondanza del 0,015 o/o: risulta quindi praticamen-
te inesauribile. D' altra parte, come noto, il tritio è instabile e per-
tanto è necessario produrlo artificialmente per porerlo utilizzare.
D i seguito vengono riportate le principali reazioni di fusione nu-
cleare che coinvolgono deuterio e/o tritio:

--
D+ D ___, T+H 1 +4,03MeV
-- -
D + D____, He 3 +n+ 3,27 MeV
- ~ --

- - - - - -

D + T____, He4 + n + l7,6MeV


<

Nel ciclo protone-protone il primo passo è la reazione tra due nuclei di idrogeno:
H' + H 1 - D+ e+ + v., con produzione di un nucleo di deuterio (D), un positrone (e+) e
un neutrino elettronico (v0 ) . Questa è l'unica reazione possibile in quanto il nucleo di
Hel è instabile; essa è mediata dalla forza nuèleare debole e pertanto è estremament e
poco probabile. Questo passo è in effetti definito il collo di bottiglia del ciclo di brucia·
mento solare ed è il motivo per cui il sole, fortunatamente per noi, impiegherà ancora
miliardi di anni a bruciare per fusione tutto il suo combustibile nucleare. Se nel centro
delle stelle sono presenti anche elementi più pesanti dell'idrogeno e dell'elio, un mete·
do alternativo di bruciamento è il ciclo del carbonio, nel quale un nucleo di carbonio C12
effettua una serie di catture protoniche e successivi decadimenti {3 1 fino liberare un nu·
eleo di elio·4 (il nucleo di carbonio non scompare e funge quindi da catalizzatore per la
catena di reazioni). Questo ciclo non ha il collo di bottiglia, ma è comunque un processo
l ento in quanto la f usione con nuclei del carbonio è più difficile da realizzare dato il suo
maggiore numero atomico. In entrambi i cicli la reazione netta è la conversi one di qua t ·
tre protoni in elio: 4H1 - He' + 2e+ + lv• con 26,7 MeV di energia liberata.
Capitolo 7
Impianti nucleari a fusione
l 171

Una lista più completa di reazioni di fusione è riportata in Tabella


7.1.
Esaminiamo brevemente i vantaggi e gli svantaggi di ciascuna di
queste reazioni, dal punto di vista del loro urilizzo per la produzione
di energia. ~videnziare i_p__a@!Eetri più significativi che caratte-
rizzano la reazione di fusione, consideriamo ~un sistem_Lf!_el quale
~i~2. prr:s~_nti due popolazioni di elementi_generici A e !J. e~i~~~!i­
~.!!iamo ~ ~ed n 8 il corrispondente numero di particelle per_UJ~i­
tà di volume e con n = nA + ~il numero di particelle totali per
unità di volume. Il numero di reazioni di fusione per unità di volu-
;;e-;temr; ~ d; o quindi da !!.AnfPV, dove (J è la sezione d'uno to-
tale di fusioné tra gli elementi A e B.mentre v è la velocità relativa

Reazione Energia totale Tabella 7.1


"' "<~ , rila,sciata (MeV) Reazioni di fusione
":_..• .... ~"
nucleare
D+ D_, 3 He(817) + n(2450)(50%) 3,267
D+ D_, T(1008) + p(3024)(50%) 4,032
D+ T _, o:(3517) + n(14069) 17,587
T + T -. a(1259) + n(5034) + n(5034) 11 ,327
T+ 3He _, D(9546) + o:(4773)(41 %) 14,319
T+ 3 Hep(5374) + a(1344) + n(5374)(55%) 12,092
T + 3He _, p(10077) + o:(403) + n(1612)(4%) 12,092
D + 3He _, p(14681 ) + a(3670) 18,351
D + 6 Li _, 7 Be(423) + n(2957) 3,380
D + 6 U _, 7 Li(628) + p(4398) 5,026
D + 6 Li _, p(1618) +o:(404) + T(539) 2,561
D + 6 Li _, a(1 1187) + o:(11187) 22,374
D + 6 Li -.3 He(378) +a(284) + n(1134) 1,796
3He + 6 Li _, p (1 2390) + o:(2245) + (t(2245) 16,870
p + 6 Li -> 3 He(2298) + a (1724) 4,022
3He + 3He -> p(5716) + p(5716) + a(1429) 12,861
p + 11 B _, a(2888) + a(2888) + a(2888) 8,664
P+ 7 Li -> a(8674) + a(8674) 17,348
D+ 7 U _, n(10082) + a(2521 ) + a(2521 ) 15,124
T+ 7 Li _, n(6049) + n(6049) + a(1512) + a(1512) 15,122
3
He+ 7 Li _, p(3852) + a(1512) + o:(1512) + n(3852) 10,728
D+ 7 Be _, p(11179) + a(2795) + a(2795) 16,796
T+ 7 Be -> p (4204) + n(4204) + a:(1051 ) +a(1051 ) 10,510
3He+ 7 Be _, p(451 0) + p(4510) + a(1127) + o:(1127) 11 ,274
p + 9 Be _, D(326) + a(163) + a(163) 0,652
p + 9 Be _, a(1275) + 6 Li(850) 2,125
a+ 9 Be _, n(5263) + 12 C(439) 5,702
6 U + 6 U _, a(6967) + a(6967) + o:(6967) 20,901

2 Dato un sistema di particelle interagenti, si definisce sezione d'urto totale a per una da·
ta reazione (diffusione, eccitazione, ionizzazione, fissione, fusione , ecc) il rapporto tra
il numero di reazioni nell'unità di tempo e il flusso di particelle nv (numero di particelle
172 l

tra le particelle reagenti. Supponiamo per semplicità che


nA = nB = n / 2: se EAB è l'energia liberata nella reazione, la poten-
za specifica ottenuta dal processo di fusione è
n2
Pt = 4<7VEAB (7.1 )
·~

dove la media <7V viene effettuata sulla distribuzione delle velocità


delle particelle. D a q!Jce~ta _!>emplice ~!azione si comprende dunque -
come LchL~ rarametri fisici di merit~, che indicano la]>~i ~a
g:aziouedi fusj.O_n~per la produl-_ione di ene_!'g~a..Q.O l'energ~-
rata dalla reazione, ~ 8, ~ il tasso d~ reazione <7v. In particolare, la
.,.guantità CiV indica la &rJJit.ifson~è posslb~zzare la reazi~~
di fusione: in Figura 7.1 è mostrato ilrasso di reazione <7V, nel caso
di una distribuzione maxwelliana delle velocità, per le reazioni di in-
teresse.
Le prime due reazioni (reazioni D-D) coinvolgono solo deuterio
e presentano quindi il grosso vantaggio di utilizzare un elemento
non radioattivo, abbondante e facilmente ottenibile attraverso sepa-
razione isotopica e successiva elettrolisi dell'acqua pesante così otte-
nuta, per produrre deuterio gassoso. D'altra parte, la liberazione di
energia da entrambi i possibili canali di reazione (sostanzialmente
equiprobabili) e il tasso di reazione sono bassi se confrontati con le
altre reazioni, e pertanto la realizzazione di un reattore in grado di
sfruttare le reazioni D-D è necessariamente più complessa.
La reazione D - H e3 presenta alcune caratteristiche molto favo-
revoli: l'energia liberata dalla singola reazione è elevata ed inoltre tra
i prodotti della reazione non ci sono neutroni (anche se in questo
caso è necessario riuscire a minimizzare le reazioni D-D anch'esse
presenti nel sistema che invece come visto producono neutroni).
Q uesto, come discusso in seguito in modo più approfondito, elimi-
nerebbe i problemi di attivazione e di danni strutturali indotri dal
bombardamento neutronico sui materiali dell'impianto. Inoltre, la
presenza di prodotti elettricamente carichi aumenterebbe la possibi-
lità di realizzare meccanismi d i conversione diretta dell'energia da
fusione in energia elettrica, senza dover passare attraverso un ciclo
termodinamico. Ma anche in questo caso, la reazione D - He3 è
caratterizzata da un basso tasso di reazione (inferiore a quello della

passanti nell'unità di tempo per l'unità di superficie trasversale al fascio) . La sezione


d'urto così definita è svincolata dal flusso di particelle e rappresenta una proprietà ca-
ratteristica della reazione considerata. In particolare, essa è proporzionale alla probabi-
lità che tale reazione awenga e ha le dimensioni di un'area: usualmente l'unità di misu-
ra di u è il barn, 1 b = 1o-24 cm2 • In generale la st>zione d'urto per una data reazione di-
pende dalla velocità relativa delle particelle, u = u(v).
Capitolo 7 \ 173
Impianti nucleari a fusione

Figura 7.1
Tasso di reazione av,
mediato su una
--oo distribuzione maxwellia-
- o T3 na delle velocità delle
- ) (- D He particelle reagenti , per
--o-- P'\_;
le più interessanti
- P 11 8
reazioni di fusione. av è
mostrato in funzione
della temperatura T
della maxwelliana

T (keV)

reazione D-D alle energie più basse), e inoltre l'H? è un isotopo


estremamente raro sulla terra (il contenuto in atmosfera è quasi irri-
levante). U na possibilità di reperimento porrebbe derivare dal deca-
dimento del tritio, eventualmente prodotto in un reattore nucleare
moderato ad acqua pesante.
B}spetto alle altre, la reazione di fusione tra il deuterio e il tri~io
(reazione D- T )_è caratterizzata sia da un elevato tasso di reazione, \)<l 1l'l tJ !h.
iÌa da una grande liberazione di energia: il guadagno di energia da f)_ T
llna singola reazione _di fusi o~ è quindi di gran lunga il più eÌevato.
Queste proprietà favorevoli fanno della reazione D- T il sicuro c;ll:
didato su cui basare lo sviluppo delle ricerche sulla fusione nucleare.
Osserviamo che in un sistema contenente deuterio e tritio, oltre alla
reazione D- T saranno presenti anche le altre reazioni prese in consi-
derazione: le due reazioni D-D, data la presenza di deuterio, e la rea-
174 l

Tabella 7.2 3
Reazioni secondarie P + T --> n + He - O, 765 Me V(- ) •
• Tra parentesi è indicata T + T --+ 2n + 4He + 11 , 327 Me V(::,; 1,259 Me V)
l'energia cinetica dei T -V He --+ n + p+4He+ 12, 092 MeV(::,; 6,718MeV)
prodotti di reazione
el ettricamente carichi. T -V He --+ D + 4He + 14,319 MeV(14,319 Me V)
3He + 3He --+ 2p + 4 He + 12,861 MeV( 12,861 MeV)

zione D - He'3, con l' He 3 prodotto da uno dei due canali della rea-
zione D-D. T uttavia, il contributo al bilancio energetico complessi-
vo di queste reazioni, che in questo caso giocano il ruolo di reazioni
secondarie, è sicuramente poco rilevante a causa del loro tasso di
reazione molto più basso. In Tabella 7.2 vengono riassunte le altre
reazioni secondarie che possono aver luogo in sistemi basati sulle
reazioni di fusione D - D, D - He3 o D - T.
Esistono comunqu~roblemi Jsati all'utilizzo della reazione..Q:
TT17, 6 ~eV di quest~eazione vengo~erati 3ot(2 forma di
ene rgia cinetica dei prodotti di fusione (come del resto nelle altre):
dalla conserVaZione della quantitaan i1'0't0"e dell' energiaci~ica
durante il processo, si ottiene che la particella alfa possiede una
energia cinetica di 3~ ~Y, mentre il neutrone ha una energia ci-
netica di 1t1-J!feT.{. Il bombardamento d~ materiali strutturali de
parte di neutroni da 14,1 MeV(energia circa 7 vo~e ~ggiore d~­
l'energia media dei neutroni generati dalle reazioni di fissione) in-
duce danni molto seri, che impongono vincoli stringenti nella ~elta
di tali materiali e una loro frequente sostituzione. Inoltre, l'attiva-
zione indotta da questi neurroni sui materiali costruttivi richiede lo
sviluppo di tecniche di manutenzione robotizzate controllate in
modo remoto. Infine, come detto, il tritio consumato deve essere
prodotto artificialmente; lo si può generare sfruttando l'assorbimen-
to di unneutrone ae
parte d~iaue isot;Qpl_ltabili dellitiQ, seconc!,Q
le reazioni
Li6 +n---> T + Hé + 4,8 Me V
LP + n ___. T + He4 + ~ 2,5 Me V
-
La prima reazione è esotermic ed è maggiormente proba_bile E:!
neutroni termici, mentre la seconda reazione è endotermica e possi-
bile quindi con neutroni veloci. Il neu~e necessario per quest~_
reazioni può provenire dalla reazione D- T stessa: in questo modo è
in linea di wincipio possibile instaurare nella stessa macchina a fu-
sione un ciclo rigenerativo, concettualmente simile a quello presen-
te nei reattori a fissione veloci.
Grazie alle favorevoli proprietà fisiche che la caratterizzano, lo
Capitolo 7
Impianti nucleari a fusione
l 175

sviluppo della prima generazione di reattori a fusione prevede lo


sfruttamento della reazione D- T. L'esperienza maturata dalla co-
struzione di questi reattori dovrebbe condurre al successivo svilup-
po di impianti basaci sulla reazione D-D (o ancor meglio della
D- H e3 se verranno risolti i problemi di reperimento dell'isoto-
po raro dell'elio sotto il profùo economico), che, sebbene sicura-
mente più complessi da realizzare a causa delle più sfavorevoli
proprietà fisiche, permetterebbero di ridurre sensibilmente i pro-
blemi legati all'utilizzo del tritio e alla generazione di rifiuti radio-
attivi. In questo contesto, è interessante notare che esiste una rea-
zione particolarmente vantaggiosa da questo punto di vista, tra
protone e boro- 11,
J'"'\Q<H t 11..r \~n
B 11 1

------
+ H ~ 3He 4
+ 8,7 MeV;
~
questa reazione, che coinvolge nuclei stabili e facilmente reperibili,
L' r. t t-Q, 1( r 1r

non produce neutroni e l'unico prodotto di fusione è l'elio-4, nu-


cleo, come noto, estremamente stabile e legato, che non dà luogo
ad alcuna reazione secondaria. Sfortunatamente il tasso di reazione
è estremamente basso e diventa apprezzabile solo per una energia
relativa tra le particelle interagenti superiore ai 300 ke V (un fattore
30 rispetto alla reazione D- T) . Si osservi inoltre che l'assenza di
neutroni in questa reazione e nella precedente D - He 3 complica
pesantem ente il problema della rimozione dell'energia di fusione
per la produzione di energia elettrica. Infatti, come si vedrà più in
dettaglio in seguito riferendosi al caso della reazione D - T, i
n eutroni trasportano una parte dell'energia di fusione lontano dal
sistema, che può essere efficacemente raccolta per realizzare un ci-
clo termodinamico. Questa operazione risulta più difficile in pre-
senza di prodotti carichi tanto da poter rendere necessario il pas-
saggio a schemi di conversione diretta dell'energia dei prodotti di
fusione elettricamente carichi che, sebbene molto attraenti in
quanto caratterizzati potenzialmente da elevate efficienze, sono
senz'altro tecnologicamente più complessi e meno sviluppati. La
,--r.ealiz?-_azione di un impianto a fusione basato sulla reazione
_._p - En, che sembrerebbe eliminare gli ultimi residui inconvenien-
ti associati allo sfruttamento della fusione nucleare come fonte
energetica, si può pertanto considerare come l'obbiettivo ultimo
delle ricerch~~ulla fusione. -- -
Come già osservato, il fatto che una reazione di fusione sia carat-
terizzata da reagenti elettricamente carichi impone la necessità di
fornire ad una delle parricelle (o ad entrambe) una elevata energia
cinetica, almeno dell'ordine del ke V, per poter superare la barriera
di repulsione colombiana esistente. Una soluzione apparentemente
176 l

ovvia e semplice per realizzare questo scopo sarebbe quella di accele-


rare un fascio di particelle (deuterio o tritio) con un modesto di-
spendio di energia e utilizzarlo per bombardare un bersaglio conte-
nente deuterio. In questo modo è possibile in effetti indurre reazio-
ni di fusione, ma non è difficile dimostrare con semplici stime come
sia impossibile ottenere un bilancio energetico positivo: infatti il
processo di ionizzazione è estremamente più probabile rispetto al
processo di fusione e pertanto la maggior parte delle particelle inci-
denti interagirebbe in modo elettrostatico con quelle del bersaglio,
dissipando la propria energia con il solo effett~ di riscaldarlo.
Particelle energetiche posson~e~tenute riscaldando un si-
stema Bno a temperature per
le quali l'energia associata al moto di
~girazione ter~ica dei costituenti sia sufficiente per la realizzazione
~azioni di fusione.:. Le temperature richieste sono estremamente
elevate, dell'ordine di diversi milioni di gradi: 3 ip q~ condi~
~tomi e molecole sono completamente ~isgregati (iopizzat!)_Dei ~
ç;lei ed elettroni costituenti_e si_raggiunge il cosiddetto stato di pla-
s.ma, il quarto_Itgto di aggregazione della materia: essendo un siste~
già ionizzato, viene così anche superato il problema evidenziato in
precedenza. !!__clasma-quindi è un mezzo nel quale le .particelle ~­
~llenti,_n_uclei ed elettroni, essend_9 ele~rricamente carichi interagi-
s~no tra loro in mojo complesso, sia attraverso collisioni coulo"ffi:'
~iane, sia in modo collettivo, attraverso campi elettromagnetici _
'!.!!!2generati: il plasma può inoltre interagire con campi elettrici e .
p1agnetici generati dall'esterno.
Sulla base di quanto detto finora, lo sviluppo di un reattore a
fusione richiede pertanto il conseguim~nto di @~biettiVil: -~ in-
(ù nanzitutto !lecessario creare un plasma ad elevata temperatura e
mantenerlo in queste condizioni per il tempo necessario allo svi-
luppo di un numero di reazioni sufficiente a realizzare un guada-
(v gno netto di e{lergia; successivamente, deve essere sviluppato l'im-
pianto vero e proprio, cioè un sistema in grado di convertire l'e-
nergia termica prodotta in energia elettrica, in modo economica-
mente competitivo. Lo stato attuale delle ricerche si occupa di rea-
lizzare il primo obbiettivo, mentre si continuano a sviluppare pro-
getti (e sperimentazioni di alcuni componenti) del sistema
complessivo. Nel seguito verranno descritti gli aspetti essenziali di
queste due problematiche.

3 Si ricordi che in un sistema all'equilibrio termico, in base alla re lazione c= 3j 2kT, dove
k è La costante di Boltzmann pari a 1. 38 · 10 23 JIK, ad una energia termica media E per
particella di 1 keV corrisponde una temperatura di circa 8 milioni di gradi kelvin.
Capitolo 7 177
Impianti nucleari a fusione

7.3 Il confinamento e l'ignizione di un plasma


termonucleare

P~q I2!.Qdurre e mantenere un_Elasma _rr!rmonucleare è necessario che 'kztOr,J, ~ ~ Ot1. <P<:U'"'
l'energia termi93~ociata alle parti_celle sia in grado di dar luogo a un oo:·.oo 'j~c.i)"o
numero di reazioni di fusione che consenta di realizzar~ un guadagno
netto di energia. Questo rappresenta l'ostacolo principale contro cui f.r
ci si è scontrati fin dall'inizio delle ricerche in questo ambito. Le diffi-
coltà da superare sono molte. lnnanzitutto, bisogna riuscire a fornire
al plasma l'energia sufficiente per porrarlo a temperature di milioni di ,
grad1.. ~ . ~n.~.nare 1"l p lasma 111
i; po1. 11.ecessa,rto . queste con d" . .
1Z!om, .
<z!- ~"'""' - Fu .tl:~
o· ~ a\O'C'
1
!i!fldO che esSO ~ çsp:mè .SOttO l'azione delia propria energia termica, )_ r
J'-.,t:""
,ç!issipandola troppo rapidamente. Nelle stelle questo confinamento \j- -c; A. -v' )(
viene realizzato dalla forza associata all'enorme campo gravitazionale ~tt' ., ( r4:J~ ·:
presente, ma in ambito terrestre una strada di questo tipo non è ov- (<!>[
viameme percorribile e altri meccanismi di confinamento si rendono ,., tfJJ~
J
'\
lì t.>
')·
>'1:... l.
h )
necessari. Il problema del confmamento è reso ancor più complesso ' 7;W ~t!.~O et
dal fatto che il plasma è un mezzo nel quale possono svilupparsi nu- ~
l 't s. 'J,' ''4J
merosi tipi di instabilità (idrodinamiche e cinetiche), a causa dell'in-
terazione elettromagnetica tra le particelle costituenti, che possono
portare alla sua distruzione prima che le condizioni di fusione venga-
no raggiunte. Infine, le condizdoni da realizzare per ottenere un gua-
1
'
5~r t;€
.'
9 )
ì P.r
Pf
gagno netto di energia sono aggravate dal fatto che in un plasma tq-
monucleare una _fr~zioned~igndii~c~tiva ~enfall'e~ergliia ad ess~ [!dornita vie- .
ne persa per erruss10ne 1 ra azwne: 1 m g e1ettrom e1 p1asma / :
perdono energia emettendo radiazione elettromagnetica di Brems- _.,/ ,
strahlunl a causa delle continue accelerazioni e decelerazioni dovute !'
all'interazione con gli ioni. Alle temperature caratteristiche di un pla- r
sma termonucleare la radiazione di Bremsstrahlung è costituita preva-
lentemente da raggi X e non viene recuperata nemmeno parzialmen-
te. ~otenza specifica totale prodotta dalle reazioni di fusione cre~e
però più rapidamente con la temperatura rispetto alla potenza specifi-
_ca persa per emissione di Bremsstrahlung: si definisce temperatura di
ignizione ideale la temperatura, che dipende ovviamente dal tipo di
reaz10ne considerato, _per la quale le due potenze specifiche sono

4 Bremsstrahlung è una parola tedesca che significa {renamento. La radiazione di Brems·


st rahlung è quindi quella che viene emessa da una carica elettrica che viene frenata dal·
le interazioni coulombiane con le particelle di un mezzo. In un plasma con più di una
specie ionica, la potenza emessa per radiazione di Bremsstrahlung è dovuta agli urti io·
ne-elettrone ed è proporzionale alla radice quadrata della temperatura elettronica e al
numero atomico efficace z.,, definito dalla relazione n,E.tt =L Zf n~o dove n, è la
l
densità elettronica e l; ed n1 sono, rispettivamente, il numero atomico e la densità della
i-esima specie ionica e la somma è estesa a tutt e le specie ioniche (combustibile e even·
tuali impurità) presenti nel plasma.
178 l

uguali~ Per un plasma D- T, la temperatura di ignizione ideale è di


4,4 keV(circa 34 milioni di gradi kelvin), menu-e un plasma D-D è
caratterizzato da una temperatura di ignizione ideale di 48 keV(circa
400 milioni di gradi kelvin).
Il superamento della temperatura di ignizione ideale rappresenta
una prima condizione da ottenere per realizzare un sistema vantag-
gioso dal punto di vista energetico. La condizione è peraltro soltan-
to necessar~, iiLQ.uan~~stono altri meccanismi di dissip~
<jcl[merg@_termic;Ldel plasma (ad esempio per diffusione e~'!
<!i partiçell~er_sonduziollf. termica) e inoltre la .frazione di poten-
za di _iusione trasportata dai neutroni (presente nella maggior parte
delle reazioni di interesse) sfugge dal plasma. Questo rende la tem-
eeratura di ignizion5.Js!eale essenzialmente una definizione op~­
va che fornisce il limite inferiore della temperatura di un plasma ter-
-;onucleare.
,Eer raggiungere effettivamente le condizioni di ignizione è nece~-
~sariQ che...ruuele_pe.t;dire di energia c!_elJ:2lasma (radiazione+ termi-
ca) ~gw.o_c..o_m.pensate_da un;l_.frazill_ne de:!).'t;_nerg!g_di fusio~. Se
non si è in grado di raggiungere le caratteristiche di ..fQ.u.f.!.ue~
(t~P'L di confinament~, densità, tel_!!peratura) sufficienti per il
conseguimento di questo regime, si deve continuare ad alimentare il
processo fornendo energia dall'esterno. ~ndizi9ne d~ equilifzrio
(denominata fzrE!.J!~ viene raggiunta quando la potenza prodotta
dalle reazioni di fusione uguaglia la potenza immessa nel sistema, ed
~val~ al requisito ja soddisJ~.re per realizzare 1,1n r~attore a poten-
za zer:2:.. Il raggiungimento del breal<even dipende dalla densità n di
particelle del plasma che si riesce a confinare e dal tempo di confi-
12amento della sua energia, TE . Le condizioni richieste possono esse-
re sommariamente - quantificare attraverso un semplice bilancio
energetico secondo il quale per la reazione D- T, a temperature del-
l' ordine della temperatura di ignizione ideale, è necessario consegui-
re un prodotto !![E superiore a 10 14 s/cm 3 {Criterio di Lawson).
Come detto però, [obbiettivo finale è quello di realizzare un si-
S!ema in condizioni di ignizione, nel quale cioè le condizioni di fu-
~~ y~ngano autosostenure dalla cessione al plasma di una p~rre
dell'energia di fusiqne associata ai prodotti elettricamente carichi e
iuindi in grado di interagire con esso. Se venisse conseguita 1~­
zione, non sarebbe quindi più necessario immettere energia nel si-
stema, in quanto tutta l'energia dissipata dal plasma sotto varie for-
me (emissione di radiazione, conduzione termica ecc.) viene rim-
piazzata da una parte dell'energia prodotta dalle reazioni di fusione.
N el caso della reazione D- T, mentre i neurroni da 14, l Me V sfug-

--
gono dal sistema, la potenza associat~J.2atticell~alfa da 3,5 Me V
--
Capitolo 7
Impianti nucleari a fusione
l l 79

P-.tW ~ c~duta al plasma attraver.§.9 ~ioE,e collisionale o col-


l~tiv.e. (mediata cioè dai campi elettromagnetici autogenerati dalle
particelle stesse del plasma). ~condizi~~ di__ignizione vengono
E-aggiunte quando la potenza fornita dalla popolazi~n~ jJarticelle

-
alfu.. d~ve~ uguale_alla potenza comples~ivamente dissipa~ ~i­
stema sotto varie forme; ovviar:n;;ne è necessario ottenere delle tem-
perature superiori alla- ~peratura di ig!!_izione ideale_, e .Rr.Odou!
nTE ~~ glcriterio di Lawson.per il breakeven. Nel caso della
~ione D- T si richiedono temperature dell'ordine dei l 00 milioni
di gradi ed un prodotto nTE superiore a circa l 0 15 sl cm3 . Introdu-
cendo il parametro Q definito come il rapporto tra la potenza di fu-
sione prodotta e la potenza immessa nel sistema, il breakeven corri-
sponde a Q = l , mentre all'ignizione ~e all'infinito.
Le con~ di ignizione o comunque la produzione di un pla-
sma termonucleare nel quale sia presente una significativa popola-
zione di particelle alfa (cioè di un cosiddetto burning plasma) costi-
tuiscono pertanto l'obbiettivo principale delle ricerche. È importan-
te sottolineare come sia essenziale l'indagine sperimentale di questo
stato: numerose analisi teoriche hanno infatti dimostrato la possibile
insorgenza di instabilità nel plasma, innescate dall'interazione con la
popolazione delle particelle alfa, che devono essere opportunamente
controllate. È in altre parole necessario riuscire a dimostrare, su basi
sperimentali, il controllo delle eventuali instabilità macroscopiche e
microscopiche di un burning plasma.
È ovvio che il confinamento del plasma non può essere attuato
con pareti materiali, a causa dell'elevata temperatura: il plasma io-
nizzaro e caldo va infatti mantenuto isolato dal contatto con super-
fici fisiche che ne provocherebbero l'inquinamento e la dissipazione
del contenuto energetico attraverso vari meccanismi di perdita (fe-
nomeni radiativi, conduzione ecc).
Le ricerche sulla fusione hanno portato all'identificazione di ~
differenti meccanismi di confinamen t;9 del plasma: jJ_confiname!!J2
~K!Jetiçg e il ff2n.finamento inerzia/e. Nel Rrimo ~eroccio si cerca
di çonfina(k un plasma a bassa densjtà (dell'ordine di 10 14 nuclei/
cm3 ) ~r tempi dell' ordinc::_o_ ~iori dels.e.co.nda, mentre nel caso
~onfinamento inerziale l'obbiettivo è comprimere_un plase:!~­
~ a densità_molto ~ (dell'ordine di 1024 nuclei/ cm3 ) in mo-
do che il tempo di confinamento richiesto sia dell'ordine del tempo
caratteristico di espansione associato alla sola inerzia delle particelle
(nanosecondi). Questi due processi sono caratterizzati da problema-
tiche fisiche e ingegneristiche piuttosto differenti: gli aspetti essen-
ziali verranno riassunti nel seguito, insieme alle diverse soluzioni
utilizzate nei due casi per realizzare il riscaldamento del plasma.
180 l

7.4 ..COnfinamento magneticQ

Come detto, il_r!asma è un mezzo in grado di interagire con campi


elerrrjcj e magnetici esterni. Si può quindi cercare di realizzarne il
confinamento applicarJdo u~ opportuno sistema di campi.
Jmmeq~~n plasma in un campo magnetico spazialmente
.JJ.Diform~ çç>me quello prodOttO da ~o!e~oide Oda _un SIStemaai
~obine circolari perco~e da corre~ e disposte lungo un asse, si r~a­
lizza il confinamento in direzione trasversale, in quanto le particelle
~che effettuano traiettorie elicoidali a~Olgendosi attorno alle li-
!1-ee di forza del campo (moto di ciclotrone o di Larmo!)_, come mo-
strato schematicamente in Figura 7.2 (a).
In questo modo però .uon viene assicurato il confinamento in di-
.!:.ezione assiale in quanto le particelle sono ancora libere di muoversi
ip.guesta direzione:.. Esistono due tipologie di ~oluzion i per realizza-
re il confinamento assiale. La prima consiste nell'aumentare oppor-
.tu.n.~. l'intensità del campo alle due estremità del s ist~ (Fi-

~dQ. gura 7.2 (b)) in modo da indurre sulle particelle il fenomeno dello
,..d~ i.- $/J..!fChio magnetico: in conseguenza della conservazione dell'energia e
del momento magnetico delle particelle, una parte di esse raggiun-
x vYV~ al '-t: gendo la periferia del sistema viene forzata ad invertire il moto e tor-
~uaoot.J nare verso le zone a più basso campo magnetico.5 Questa strada ha
~2 t.:ftift 'l) portato allo sviluppo delle cosiddette macchine a specchio magnetico
(mirror machines): in pratica però, le difficoltà associate al confina-
mento non completo di tutte le particelle e alla complessità della
struttura del campo magnetico, necessaria per evitare l'insorgere di
instabilità magneto-idrodinamiche in questo tipo di sistema, si sono
rivelate difficilmente superabili.
Una differente soluzione consiste invece nel richiudere su se stes-
so il solenoide: in questo caso il plasma3ssum_e la forma di un toro
immerso in un. campo toroidale-generato da bobine mille qual_i_s..mr-
_:e corrente in direzione poloidale. I n Figura 7.3 viene illustrata la
geometria toroidale.
Il~amEQ.._mag~, oltre a possedere una curvatura, non p~ò
più essere uniforme in conseguenza della legge di Ampere~6 In queste

5 Il momento magnetico di una carica in un campo magnetico è l'm = (1/ 2)mv'J' ~ (1/ 2) 8
2

dove v.l. è il modulo della velocità trasversale al campo magnetico B; se il campo non va·
ria troppo rapidamente Jlm è una costante del moto. L'energia cinetica è ovviamente
(1J2)mv2 ed è un costante del moto per una carica in un campo magnetico. La conserva·
zione di l' m implica che se la particella si muove verso zone a più alto campo magnetico,
anche v.l. deve aumentare. Ma per la conservazione dell'energia cinetica, v non varia e
dunque deve diminuire la veloci tà v9 parallela al campo magnetico. Esiste quindi un va·
lore di 8 per cui vusi annulla, cioè la particella arresta il proprio moto in direzione assia·
le e viene riflessa in direzione opposta, cioè verso zone a più basso campo magnetico.
6 In unità gaussiane, una possibile formulazione della legge di Ampere è .f B· dt =
Capitolo 7 18 1
Impianti nucleari a fusione

Senza campo magnetico Figura 7.2


Rappresentazione sche-
matica del moto di
C ampo magnetico particelle cariche in
assenza di campo
magnetico, in presenza
di un campo magnetico
assiale uniforme (a), e
in una configurazione a
specchio magnetico (b)

(a)

Campo magnetico

Figura 7.3
Illustrazione della
geometria toroidale.
Sono i ndicate le
direzioni toroidale e
poloidale, e le bobine
per la generazione del
campo magnetico
toroidale
z
Direzione poloidale

Campo m agn etico


toroidale
182

Figura 7.4 4Z
l
Campo magnetico
elicoidale
risultante dalla
composizione del campo
toroidale e del campo
poloidale

condizioni di campo (presenza di curvatura delle linee di forza e di-


somogeneità spaziale) le particelle, ol_ge al moto di ciclotrone attor-
no alle linee di forza, acquistano anche un moto di deriva trasversak
alle linee che ancora una volta porterebbe alla loro perdita. È quindi
necessario introdurre una componente poloidale del c~o mag~_:­
tico: in questo modo le linee di forza del campo si avvolgono ad eli-
~1torno al toro (come mostrato in Figura 7 .4}, dando così origine
a superfici magnetiche chiuse e il moto risultante delle particelle
(dalle due componenti, lungo le linee di forza e di deriva) rende
possibile il loro confinamento. ~po polo.idale può essere pro-
dotto attraverso una c~ eoroidale che scorre nel plasma stesso:
la....m.a.c.clli.n._a a fusione che sfmrra questa soluzione prende il nome
di Tokamak, acronimo russo (da Toroidalny Ramera Ma/cina) in
quanto la prima macchina di questo tipo venne sviluppata in Unio-
ne Sovietica sul finire degli anni '50; oppure il campo magnetico ri-
chiesto_J2.!;!.Ò ess_siT prodotto attraverso l'utilizzo di ~ne elicoidali,
.come avviene_uelle macch~e denominate Stellarato.J.
Il T okamak è la macchina a fusione di gran lunga più studiata e
con la quale sono stati ottenuti i risultati più promettenti. D escri-
viamo i componenti e gli ~etti essenziali di questa configurazione,

= j 4rrjc)l, dove la circuitazione del campo magnetico 8 viene calcolata lungo una linea
che racchiude la superficie attraverso cui scorre la corrente /. Nel caso di geometria to·
roidale, integrando questa relazione si ot tiene Br = 2/j cR doveR è la coordinata che mi-
sura la distanza dall'asse di simmetria, Br è il campo magnetico toroidale ed l è ora la
corrente che fluisce nelle bobine poloidali. Pertanto, il campo magnetico toroidale non
è uniforme ed è inversamente proporzionale alla distanza dall'asse del toro.
Capitolo 7 l 183
Impianti nucleari a fusione

del suo funzionamento e delle problemariche ingegneristiche ad essi


associati.
La struttura generale di .lJD IokamaJs. comprende innanzi tutto~
9!Pera da vuo~oroid~ella _9!!ale viene imme~ la miscela di
~mbusribilt;. La parere interna del toro direttamente affacciata al
plasma termonucleare, chiamata P.rima parete, è uno dei comRonen-
Ù più ~di un T okamak: essa ~infatti 2oggetta ad un in~.9
flusso di radiazione proveniente dal plasma, costituita da radiazi~
elettromagnetica, dalle particelle che sfuggQL!Q. dal plasma (che ten-
dono ad erodere la parete mediante il meccanismo denominato
sputterinjj ~ dal flusso neutronicq_da 14, l Me V. jl_massimoJlusso
4i calore sopportabile cletermina. un limite superiore alla densità di
potenza di fusion_f e quindi alla massima densità del plasma (ponen-
do di conseguenza, in base al criterio di Lawson, anche unJ.imite in-
feriore al tempo di confinamento dell'energia.z:t). Questo problema
verrà considerato in maggior dettaglio in seguito, durante la descri-
zione dello schema concettuale di un impianto nucleare a fusione.
Dal punto di vista del funzionamento, _è poi essenziale... che l'even-
tuale interazione tra iL plasma e la prima pjliete_non .introduca nel
_Elasma stesso nude!_di impurità a~levato numero aro~.,~ au-
!;!!_enterebbero in modo inaccettabile ~potenza l?.ersa per emissione
di radiazione (la radiazione di Bremssrrahlung aumenta significati-
vamente all'aumentare della carica elettrica efficace ~ del plasma).
Sulla base di quanto detto, è dunque necessario selezionare22lareriali
preferibilmente a _il_asso numerQ.atomico in grado di resistere .;Lq_l,!e-
sto intenso campo di radiazio l& e al flusso di calore indotto, in mo-
d o da ridurre al minimo possibile la sostituzione dei componenti,
operazione che, come già osservato, deve essere effettuata in modo
remoro da mezzi robotizzati a causa dell'attivazione indotta. Esempi
_4i materiali utilizz<ttÌ come rivestimento di prima parete sono il b~
7
rillio e la grafite. L'esigenza di una sostituzione periodica dei mate-
riali di prima parere viene soddisfatta dall'adozione di soluzioni par-
ticolari di progetto, che prevedano una costruzione modulare della
camera toroidale suddivisa in diversi settori manipolabili con sistemi
a distanza.
Il sistema di bobine e trasformatori necessari per la generazione
dell'intenso campo magnetico di confinamento è uno dei compo-
nenti essenziali di un Tokamak. Per la produzione del campo to-

7 Il berillio, piuttosto raro sulla superficie terrestre, oltre ad avere basso numero atomico,
è caratterizzato da buone proprietà termiche, meccaniche e di resistenza alla carrosio·
ne. È peraltro fragile e soprattutto estremamente tossico: durante la lavorazione è ne-
cessario infatti assumere particolari dispositivi di sicurezza per evitare l'inalazione delle
polveri rilasciate, anche in piccolissime quantità.
1!!1

roidale vengono utilizzate bobinu oloidali. I camp.i richiest~ son~


enormi: a seconda delle differenti soluzioni studiate, il campo ma-
gnetico toroidale v~i~ da pochi tes4f fino a 12-13 tesla. Le correnti
necessarie per la produzione di questi campi sono di diversi me-
gampere: per evitare un'eccessiva dissipazione energetica per effettQ
Joule, che influirebbe in modo non accettabile sul bilancio com-
plessivo, è nec~sario ricorr~obine supe.r.CfJJ'lduttrici raffreddate
da circuiti ad elio liquido (la tecnologia attuale non permette anco-
ra di realizzare grosse bobine con i cosiddetti materiali supercon-
duttori ad alta temperarura). È essenziale proteggere tali bobine
dal bombardamento neutronico attraverso l'utilizzo di opportuni
schermi, per evitarne sia il danneggiamento, sia il riscaldamento al
di sopra della temperatura critica del materiale superconduttore
utilizzato.
Il funzionamento di un Tokamak richiede quindi il raggiungi-
mento contemporaneo, nello spazio di pochi metri delle tempera-
ture più elevate (l 0 8 K) e più basse (pochi gradi kelvin) mai otte-
nute dall'uomo, con ovvi problemi, oltre che di realizzazione, an-
che di isolamento termico delle diverse zone della macchina. Nei
T okamak di ricerca le bobine per il campo toro idale vengono po-
ste, dopo gli schermi, attorno alla camera toroidale, mentre in un
reattore a fusione vero e proprio, come si vedrà in seguito, devono
essere sistemate a maggiore distanza, dopo il mantello di lirio refri-
gerante (blanket) e protette da schermi. Esiste p oi un sistema d_i
trasforma~_r.k usualmente con _g_ucleo in ferr~generare nel
plas~a la corrente per la produzione del campo magnetico poloi-
~- Il principio è semplice: ~eruorQidale..e quindi..il~a
in essa contenuto viene concatenata con il flusso prodotto da un
~olgimento primario sul trasformatore. La variazione_s!i t* flus-
so induce una corrente nel plasma, che pertanto costituis_ce.J,4v:vol-
gimento secondario (ad una sola spira) del trasformatore. Per_q~
sto motivo, il funzionamento di un T okamak è necessariamente
ad~ pciché legato alla variazione di flusso magnetico del si-
stema di trasformatori presente. Si osservi; incidentalmente, che il
plasma nella camera toroidale viene prodotto immettendo la mi-
scela gassosa e inducendo una scarica, ottenuta sempre mediante
questo sistema di trasformatori. La disomogeneità del cam_p_o_ wa-
gnetico_jel Tokamak ha come ~s~z~~a_all' e-
~nsione della s12ira di plasrm.: per il controllo della configurazio-
ne esiste quindi anche un sistema di bobine responsabili della ge-
nerazione di un campo magnetico verticale che, accoppiandosi con
la corrente di plasma, produce una forza di Lorentz diretta verso
l'asse che si oppone all'espansione. I principali sistemi di bobine
Capitolo 7 H:!5
Impianti nucleari a fusione

(con l'esclusione di quelle per il campo verticale), correnti e campi


magnetici presenti in un Tokamak sono schematicamente riassunti
in Figura 7 .5.
La ca12acità di confinare_ienergia termica del plasma da parre del
campo magne-tico viene espressa attra~ers~ il parametro§, definito
dal rapporto tra la,f2ressione cine~elylasma e la_pr{~ne.!!!:!f.gneti-
8
~ (3 ex n T / B2 , che può assumere valori compresi tra O (nessun
confinamento) e l (oltre {3 = i la pressione magnetica non è in gra-
do di bilanciare l'energia del plasma e non si può quindi avere nes-
sun confinamento). È auspicabile ottenere i più alti valori possibili
di {3 per èonfinare nel modo più efficiente il plasma e per ridurre le
dimensioni complessive del sistema. L'analisi della stabilità magne-
toidrodinamica di un Tokamak mostra invece che ad un basso
fJ (,....., l o- 2 ) corrispondono configurazioni di equilibrio più stabili;
il Tokamak, in effetti, è per sua natura un dispositivo caratterizzato
da un basso valore del parametro fJ. Analisi teoriche hanno condot-
to all'identificazione di regimi stabili ad alto {3 (fJ "' 0.2) che pos-

Avvolgimento primario Figura 7.5


del trasformatore Rappresentazione sche-
matica del sistema di

\ bobine complessivo per


la generazione del
campo magnetico
elicoidale di
confinamento in un
Tokamak

Corrente per il
campo toroidale

Campo
poloidale

Campo
risultante

8 La pressione cinetica del plasma è definita dalla rel azione p = n T. Considerando valori
di densità e temperatura tipici per l'ignizione, n = 1015 cm- 3 e T = 10 keV, si ottiene un
valore per la pressione p di circa 16 bar. L'accoppiamento del campo magnetico con la
corrente di plasma produce su di esso una forza elettrodinamica descrivibile attraverso
il cosiddetto tensore di Maxwell degli sforzi magnetici: la parte i sotropa del tensore è
definita pressione magnetica poiché produce una forza analoga ad un campo di pressio·
ne ed è pari a 82 ( 8;r (unità gaussiane). Pertanto il parametro IJ vale 8;rnT( 82 •
186

Figura 7.6
Sezione poloidale tipica
di un Tokamak con
eccentricità non nulla
(a) e con triangolarità
non nulla (b) .
Tipicamente, nei
Tokamak più recenti la
sezione poloidale
presenta sia
eccentricità che
triangolarità finita
(caratteristica forma a
"D")

a) b)

sono essere ottenuti se la sezione poloidale del plasma, invece che


essere circolare, possiede una eccentricità e una triangolarità, come
mostrato in Figura 7.6. La sezione in questi casi diventa dunque el-
littica e/o a forma di D. Nei Tokamak sono quindi presenti anche
ulteriori sistemi di bobine, attraverso i quali si generano i campi ma-
gnetici addizionali necessari per realizzare queste configurazioni di
confinamento ed effettuare un controllo dell'equilibrio e della stabi-
lità magnetoidrodinamica del plasma.
Olr.r.e..che..p.er_la...generaziont del campo magne.rim.J2oloidale, la
corrente di plasma nei Tokamak è anche responsabile del suo riscal-
dam~ eh~ avviene per effettO JQul~ . fuige però pna.Jimitazione
~al processo di riscaldamento ohmico poich~ la~sistiyit_à
elettrica del plasma decresce ali' a~mentare della temperamra: a se-
&U:ito del riscaldamento, il p lasma tende cioè a diventare un condur-
core idealeY La diminuzione della resistiv~lemica non J!UÒ esser~
compensata, oltre un certo limite, j,lUmentando ~orrente di pla-

--
sma, il cui massimo valore ammissibile è limitatO da una condizione
di stabilità magnetoidrodinamica del sistema sul massimo campo
poloidale. Per portare il plasma in condizioni _rermonucleari si rende
dunque necessario l'utilizzo di meccanismi addizionali di riscalda-
me1.!!2· &e-;-~i ~i sviluppati. Nel primo,-.iLris~
viene ottenuto _i!tg-averso l'assorbimento non collisionale di onde
elettromago_etiche a radiofrequenza prodotte da opportuni generato-

9 In un solido ordinario la resistività elettrica (dovuta alle collisioni degli elettroni di con·
duzione con i fononi del cristallo, con le impurezze presenti e con gli altri elettroni) in
generale aumenta con la temperatura. In un plasma invece le collisioni sono di tipo cou·
lombiano e la sezione d'urto di collisione coulombiana è inversamente proporzionale al
cubo della velocità delle particelle: pertanto, la resistività elettrica di un plasma di mi·
nuisce all'aumentare della temperatura in modo proporzionale a r-3/ 2 , e a seguito del
riscaldamento la sua resistività elettrica tende dunque a zero.
Capi tolo 7 1 Ill7
Impianti nucleari a fusi one

ri. Poiché il plasma è un mezzo fortemente dispersivo, esso è in gra-


do di accoppiarsi in modo risonante con onde elettromagnetiche a
diverse frequenze caratteristiche: sono state così ideate diverse solu-
zioni, come l' ECRH (Electron Ciclotron Radiofrequency Heating, che
sfrutta la frequenza di ciclotrone elettronica) l' ICRH (fon Ciclotron
Radiofrequency Heating, frequenza di ciclotrone ionica) e il LHRH
(Lower Hybrid Radiofrequency Heating, che sfrutta la cosiddetta fre-
quenza ibrida inferiore). Un secondo metodo consiste nell'iniezione
nel plasma di atomi non~i;;i, detti -;;;;;_tri (NEI, Neutra! Beam
lnjection), degli stessi elemen_rL-cQS"tituentiJIPlasma stesso, di elevata-.
~g~ I 'neutri veloci vengono generati a partire da un fascio che
viene ionizzato, accelerato in una camera da vuoto e nuovamente
neutralizzato. l!.!l.m essi_n_el plasma1 i neutri effettuano re~i. di-
~_Qio di carica con i nuclei presenti, con l'effetto di introdurre
_Eel sistema ioni veloci,. rimuovendo invece ioni meno energetici
(che essendo neutralizzati non sono più trattenuti all'interno del si-
stema). Attraverso questi metodi è possibile ottenere potenze di ri-
scaldamento di diversi MW Si ritiene che in un impianto a fusione
di tipo Tokamak, nella fase iniziale della scarica siano necessarie po-
tenze di riscaldamento addizionale di diverse decine di MW
Come si è detto, il funzion~nto di un Tokamak, legato all'in-
duzione di una corrente nel plasma, è per sua natura ad i~pulsi ed
Slimit:!E..o dalla capacità di variare il flusso magnetico nel trasforma:
t~e concatenato al plasma. Per aumentare il tempo di fUnziona-
mento di ogni scarica e quindi le prestazioni della macchina, oltre
che per ridurre gli effetti deleteri delle sollecitazioni termiche varia-
bili nel tempo che cimentano a fatica i materiali strutturali, sono al-
lo studio schemi addizionali di produzione della corrente di plasma.
Tali schemi, detti di non inductive current drive, sono quindi finaliz-
zati all' ottenimento di un regime di operazione semistazionario del-
l' impianto. Il principio di funzionamento del current drive, analoga-
mente ai meccanismi di riscaldamento a radiofrequenza, è legato al-
la cessione di quantità di moto longitudinale (cioè in direzione to-
roidale) agli elettroni del plasma, mediante interazione risonante
,- con onde elettromagnetiche a radio frequenza generare dall'esterno:
un moto ordinato in direzione toroidale che separi le popolazioni
del plasma con carica di segno opposto produce infatti una corrente
elettrica.
In un T okamak sono presenti numerosi sistemi (diagnostiche) per
il monitoraggio dei parametri fondamentali del plasma, come ad
esempio temperatura e densità ioniche ed elettroniche. Vengono
inoltre monitorate, attraverso metodi indiretti, altre quantità essen-
ziali per il problema della stabilirà del plasma, come ad esempio il
188

parametro /3, il fattore di sicurezza q (legato ai parametri geometrici


e di campo magnetico del T okamak, e importante perché il suo va-
lore definisce le proprietà di stabilità magnetoidrodinamica del pla-
sma) e i vari numeri adimensionali che descrivono le proprietà di
turbolenza (analoghi al numero di Reynolds in fluidodinamica).
Nel corso degli anni, le ricerche sui Tokamak hanno portato allo
sviluppo di differenti tipologie di questa macchina per la fusione,
che si diversificano tra loro per la scelta dei parametri fisici e geome-
trici, come ad esempio il valore dei campi magnetici presenti e le di-
mensioni del toro (il raggio maggiore, il raggio minore e il loro rap-
porto, il cosiddetto rapporto d'aspetto). Molto schematicamente, si
possono individuare due filoni principali. Nel primo i parametri fi-
sici e geometrici vengono scelti in modo da poter realizzare Toka-
mak in grado di produrre delle condizioni che permettano di esplo-
rare gli aspetti fisici più importanti e critici, in regimi che si avvici-
nino il più possibile all'ignizione. Questo obbiettivo usualmente
viene ottenuto adottando delle configurazioni di non grandi dimen-
sioni (raggio maggiore dell'ordine del metro), molto compatte (bas-
so rapporto d'aspetto) e caratterizzate da campi magnetici molto in-
tensi (anche maggiori di IO tesla). Queste caratteristiche presentano
diversi vantaggi e permettono ad esempio di confinare elevate densi-
tà. Esempi di questi cosiddetti Tokamak compatti ad alto campo so-
no l'FT e l' FTU dei laboratori ENEA di Frascati, e la linea ALCA-
TOR sviluppata al MIT di Boston, Stati Uniti. Si tratta quindi es-
senzialmente di macchine per la fisica, che solitamente presentano
aspetti critici di funzionamento (ad esempio l'impossibilità di otte-
nere regimi quasi-stazionari) e ingegneristici (sforzi termomeccanici
estremamente elevati, forze originate dall'accoppiamento tra le cor-
renti e i campi magnetici presenti molto intense, spazi troppo strerti
per gli accessi alla camera per manutenzioni, ecc.) che le rendono
inadatte per lo sviluppo di un reattore a fusione con queste caratte-
ristiche, ma che hanno il vantaggio di permettere l'esplorazione di
regimi di interesse a costi e tempi relativamente contenuti. Esiste
poi una classe di T okamak caratterizzata da condizioni più simili a
quelle che si ritiene verranno adottate in un futuro reattore a fusio-
ne. Essi sono caratterizzati da dimensioni molto maggiori (raggio
maggiore di alcuni metri) e normalmente da valori più bassi del
campo magnetico confinante (qualche tesla) . In queste condizioni
l'ignizione può essere raggiunta solo aumentando ulteriormente le
dimensioni della macchina. Questi T okamak sono ovviamente mol-
to più costosi di quelli appartenenci alla classe precedente e necessi-
tano quindi di risorse finanziarie ed umane davvero ingenti e tempi
più lunghi per la loro realizzazione: peraltro, si ritiene che queste
Capitolo 7
Impianti nucleari a fusione
l 189

macchine abbiano il vantaggio di investigare aspetti fisici e soprat-


tutto problematiche ingegneristiche più direttamente estrapolabili
alle condizioni di funzionamento di un reattore a fusione di tipo
Tokamak. Esempi di Tokamak appanenenti a questa classe sono il
TFTR di Princeron, il JT-60 giapponese e il JET sviluppato dalia
comunità europea.
Prima di concludere questa presentazione dell'approccio magne-
tico per il confinamento di plasmi da fusione, osserviamo che, oltre
al T okamak, esistono altre soluzioni allo studio che sfruttano la geo-
metria toroidale, e che differiscono tra loro per la diversa struttura
del campo magnetico confinante, come lo Spheromak, il Reversed
Fie/d Pinch e lo Stellarator.
In particolare, si è già accennato allo Stellarator, 10 nel quale la
configurazione magnetica di confinamento viene realizzata unica-
mente attraverso un sistema di bobine toroidali ed elicoidali esterne
(v. Figura 7.7). Sebbene Tokamak e Stellarator condividano diversi
aspetti fisici che li accomunano (parametri del plasma da consegui-
re, descrizione teorica del sistema e dei fenomeni presenti) e tecno-
logici (problemi di prima parete, necessità di bobine supercondur-
trici per la generazione del campo, meccanismi esterni di riscalda-
mento, scelta dei materiali), esistono tra di essi alcune importanti
differenze sostanziali, sia per quanto riguarda le proprietà fisiche e
di funzionamento, che per gli aspetti costrurrivi della macchina. In-
nanzitutto, mentre un Tokamak è caratterizzato da una simmetria

Figura 7.7
Tipico sistema di bobine
per la generazione del
campo magnetico di
confinamento in uno
Stellarator

10 È interessante notare che il nome Stellarator deriva dal fatto che l'obbiettivo della mac-
china è di produrre la fonte di energia che alimenta le stelle. Questo è anche l'obbietti-
vo degli altri sistemi a fusione, ma lo Stellarator fu in realtà la prima macchina a confi·
namento magnetico ad essere concepita: fu infatti proposto da L. Spitzer all'inizio degli
anni '50.
assiale che rende il sistema bidimensionale, in uno Stellarator la
configurazione è completamente tridimensionale e pertanto sostan-
zialmente più complessa, sia per quan to riguarda l'analisi delle sue
proprietà (maggiori difficoltà delle teorie analitiche, tempi di calcolo
delle simulazioni numeriche estremamente più lunghi), che per gli
aspetti costruttivi e tecnologici. Osserviamo, per inciso, che mentre
l'esistenza di configurazioni magnetiche di equilibrio può essere di-
mostrata teoricamente nel caso bidimensionale assialsimerrico, non
è stato finora possibile fornire prove rigorose di esistenza nel caso
più generale di geometria tridimensionale. La struttura puramente
tridimensionale può anche avere il problema di generare l'intrappo-
lamento di una parte delle particelle in zone periferiche a basso
campo. Per altro, il fatto che non sia necessario produrre una cor-
rente nel plasma per assicurare il confinamento (mentre è possibile
ricorrere ad essa per altri scopi se richiesto, come ad esempio per il
riscaldamento o per questioni di stabilità magnetoidrodinamica)
rende possibile un funzionamento continuo della macchina, caracre-
ristica distintiva dello Stellarator rispetto al Tokamak, estremamen-
te interessante per lo sviluppo di un futuro reattore. A seconda della
particolare struttura degli avvolgimenti roroidali ed elicoidali che
generano il campo di confinamen to, sono state realizzate differenti
versioni di Stellarator: gli Stellarator classici, i Torsatron, gli Helio-
n·on e gli Heliac, schemaricamen te illustrati in Figura 7.8. Sebbene
lo stato delle conoscenze teoriche e tecnologiche degli Stellarator
non sia attualmente paragonabile con quello acquisito per i Toka-
mak, data la loro maggior complessità e le prestazioni inizialmente
inferiori, l'incremento nella qualità dei risultati ottenuti negli ultimi
anni ha portato ad un crescente interesse e alla costruzione di diversi

Figura 7.8
Rappresentazione sche·
matica dei sistemi di
bobine present i in uno
Stellarator (a), in un
Heliotron (b), e in un
Torsatron (c)

{o) (b)
Capitolo 7
Impianti nucleari a fusione
l 19 1

nuovi dispositivi, di crescenti dimensioni, basati su questo concetto


d 1. macch.ma a con fìmamento magnenco.
. Il

7. 5 Confinamento inerzi~

L'approccio inerziale per il confinamento di un plasma termonu.;


~ ~

clea~rae ispirazion~P.[i~io di funzionamento della bomb~


ad idrogeno. Storicamente, le prime fasi delle ricerche in questo set-
tore sono state svolte nei paesi dotati di arsenali nucleari, attraverso
l'analisi di dati e di materiali di esplosioni nucleari sotterranee. Le
risposte incoraggianti ricavate da questi studi hanno portato allo svi-
luppo di esperimenti sulla fusione inerziale attraverso le quali è an-
che diventato possibile svolgere simulazioni in laboratorio di esplo-
sioni termonucleari. Il legame tra le ricerche militari e quelle sulla
fusione inerziale è confermato dal fatto che i progetti, i risultati e i
materiali utilizzati negli esperimenti sono stati e sono in parte co-
perti dal segreto militare (sono cioè, come si dice, cfassifìcatz) e che
inoltre i programmi di ricerca sul confinamento inerziale si svilup-
pano essenzialmente su scala nazionale nei Paesi che sono dotati di
armi termonucleari, diversamente da quanto accade nelle ricerche
sul confìnamento magnetico.
In una bomba ad idrogeno, ~nOllJle quantità di calore, raggi X e
up..rigionati dall'esplosione di una bomba nucleare a fissione, pro-
.duce..le condizioni_diE!!!peratura necessarie per comprimere e ri-
scaldare una massa d i combustibile~.Ql1!!.çle~ fino alle condi:.
zioni di ignizion~esca.ndo un [?_r~o esotermico incontrollato,
m grado di liberare enormi quantità di energia (dell'ordine dei me-
gatoni, cioè milioni di tonnellate di tritolo equivalenti 12) . In esperi-
menti di fusione nucleare mediante confinamento inerziale ~a
_ili_ riprodurre in modo çQntrol!gto questo schema concettuale: un
drivq (l'analogo della bomba a fissione nelle bombe H), che può
consister_e o in un fascio di impulsi laser intensi o in fasci di particel-
le_s;nergetiche, ~lia-.un...intenso impulso di __Q1ergia sul bersa-
~, ~piccola ca~~eflet) usualmente sferica, del
diametro di circa l mm, contenente materiale di ~or~q_m.bu­

-- - -
stibile nucleare solido a base di deuterio e tritio e ricoperta da uno

11 Chi volesse approfondire gli argomenti trattati in questo paragrafo può consultare i se·
guenti testi: J.P. Freidberg, Ideai Magnetohydrodynamics, Plenum Press (1987); J.Wes·
son, Tokamaks, Oxford University Press (2004).
12 Il tritolo, o TNT (trinitrotoulene). è un composto chimico altamente esplosivo. 1 mega·
tane equivale a 4,186. 1015 J (mille miliardi di chilocalorie), che corrisponde al brucia·
mento e alla conversione in energia di 46,58 grammi di massa, secondo la formula di Ein-
stein E = mc2 .
192

J
strato di mat~iale che assorbe l'energia del drive~. ale energia vie-
ne depositat.l!; in te~i ili qualche nanosecmdJl, .in modo tale da
~impÌOJOne della caps_u_g, S!!anç!ç_ wima deruità_s:mema-
rnente elevate e aumentand9 p_Q.i_la temperatura..di.u.na..p iccoJa ZQ.lli!.
CEntrale (denominata hot se.Qil, fino a portarla in condizioni eli. ig!!l-
zion!: Le reazioni dUusione nel centro .*:ll~,S!Psula gen~ neu-
t!Q_ni _(che sfuggono dal sistemf!) e partic~lle alfa .Queste ultime .Qe-
eositano la loro energ@..nelle zone immediatamente circostanti che
veng~o .!_loro volta portate all'igrrjzio.m;: ~ cre_a così un fronte
d'onda termonuclears_che si propaga verso la periferia della_capsula
compressa, bruciandone il combustibile, ~_Elocità maggiore
r~etto alla sua~locità ~ espansione e disgregazi.o~ita.ta solo
dall'inerzia..delle partice.l,!$ (in questo senso si parla di confinamento
inerziale). Se durante questo processo l'energia prodotta dalle rea-
zioni di fusione è maggiore dell'energia convogliata dal driver sul
bersaglio, ~ealizza un guadag12o netto e si dice che la capsula è ca-
ratterizzata_Q.a un guadagn? (usualmente indicato con Q maggi~
di..wto. Le differenti fasi sono schematicamente visualizzare in Figu-
ra 7.9.
Tenendo conto delle efficienze con cui si possono realizzare i vari
processi che devono portare alle condizioni di ignizione della capsu-
la (conversione dell'energia elettrica in energia fornita dal driver, as-
sorbimento dell'energia del driver da parte del bersaglio, compres-

'o/'
Figura 7.9
Illustrazione delle
principali fasi che
caratterizzano l'implo- Corona di plasma
sione di una capsula di
com bustibile termonu- / m"pansione
cleare: assorbimento
dell'energia del driver e
formazione della corona
di plasma in espansione
(a); accelerazione verso
il centro della superficie
non evaporata (b);
!
compressione e a) Assorbimento b) Accelerazione
riscaldamento del
combustibile (c);
innesco delle reazioni di
fusione nell'hot spot

c) Compressione d) Combustione termonucleare


Capitolo 71 193
Impianti nucleari a f usione

sione e bruciamento del combustibile) è necessario raggiungere va-


lori di G significativamente maggiori dell' unità. Pe1:, av~n'idea
dei valori richiesti, §.!_supponga che Win rappresenti la_potenza..e.let-
;i"ca necessaria per il funzionamento del drivq, lL driver coJ.weue
~sta J?Otenz~ elettrica in potenza utilizzabil~dalla..cap.sula-wn-una
efficienza 7JD· Come detto, la capsula risponde a questa pote!)za aQI-
Elificandola, zrazie alle rearioni di fusione nucleare,J2er un fattore
Q. ka potenza termiça complessivamente prodotta dal bruciamento
ciella capsula è quindi GT/D Wim che viene convertita in potenza
elettrica Waur ~ un rendimento t~odinamico TJth·lJna frazione
[s!Lgye~ta p~ elettrica d~ve essere utilizzataper il funziona-
~nto del driv_s;r. Si ha cioè \rin=l Wam =l'Tlth GT/D Wim e dun-
que, per consistenza, deve essere [ Tlrh GT/D = l. La frazione I di po-
tenza elettrica riutilizzata non può essere troppo elevata, per non
avere un impatto eccessivo sul costo dell'energia elettrica prodotta:
se si accetta un valore massimo di J pari a circa 0,25, e inoltre un
rendimento termodinamico di circa 0,4, si perviene al requisito mi-
nimo GT/D > IO. L'efficienza di funzionamento del driver dipende
ovviamente dal tipo di driver utilizzato: in generale, T/D si può rite-
nere variabile in un intervallo dal 5% al 20%. Di conseguenza, si
conclude che è necessario raggiungere valori di fi di circa 50-200 (a
seconda del driver utilizzato) per avere un sistema che produca un'e-
nergia netta con rendimento energetico favorevole.
] imporrante osservare che,..ancor prima del_riscaldamento, l'ini-
~ale compressione_della capsula di combustibile è un aspetto essen-
~ale del processo. Non ~infatti difficile dimostrare che !'~monta­
~ di energia richiesto dal driver per riscaldare la capsula finG_all'i-
gnizione è con buona approssimazione inversamente proporzionale
ai quadrato del rapporto di compressione del combustibile (rispetto ~) .

al valore iniziale di densità). È cioè più conveniente comprimere la


capsula fino a densità_molto elevate prima di riscaldarla, poiché sen- f-_
vv
;: l'iniziale compressione l'energia di riscaldamento che il driver do-
vrebbe fornire assumerebbe valori troppo elevati e impossibili da t/
i
realizzare.g necessaria una_s:ompressio.ne._molto_signifi.catU<a-del
combustibile, fino a circa l 000 volte la densità or.dinaria delsclido
(la densità ordinaria del deuter- ;-tritio solido T o~2I cm3 ). ~
gf
ottenerla, [ energia proveniente_9al driver incide sulla superficie ini-
zialmente solida della capsula (che prende il nome di stratfLflbla~ore)
trasformandola per ablazione ip una corona di cl_asma di b~ den-
~à e alta temperatura, dell'ordine di qualche ke V. J-a coro.na..di.p.la-
1-m a espandendosi imprime per_rs:azione .sul resto della ca.e.sula una
_g_uantità di moto, attraverso la generazione di un~ onda cturto, che
2.e provoca la compressione. A questo stadio del processo, l'energia
19-i

assorbita dal driver è quindi trasformata in energia cinetica di im-


pi~nvergendo verso il~entro della capsula, l' energ~~­
Ca viene riconvertita con elevata efficienza in energia termica interna
Slel combustibil; ;d alta densit~.l.n :illi:'est.o_modo,Ja.2pna centrale
(l' hot spot) è in grado di raggiungere così le condizioni <!!_ ig~e e
generare il fronte di combustiope terE:!onucleare che si propag~ver-
so l'estern$4., bruciando _Eer fusione una frazione sigg!fìcati\la d i
combustibil~_spj~gato_in_pJ:ecedenza.
La compressione e l'implosione della capsula, che come detto ri-
vestono una importanza fondamentale, sono tra gli aspetti più criti-
ci del processo complessivo, sia dal punto di vista del fenomeno fisi-
co sia per le implicazioni ingegneristiche. L'implosione della capsula
è infatti un processo, in generale, idrodinamicamente instabile. Pic-
cole deviazioni dalla simmetria sferica del sistema, causate da imper-
fezioni nella fabbricazione della capsula e/o da disuniformità nella
sorgente energetica irradiante proveniente dal driver sono amplifica-
te durante l'accelerazione della superficie. Quesco comportamento
instabile è dovuto essenzialmente all'instabilità di Rayleigh-Taylor,
che si sviluppa all'inrerfaccia che separa due fluidi di differente den-
sità, quando l'interfaccia stessa è accelerata nella direzione del fluido
più denso: questo è proprio quanto avviene durante la fase di im-
plosione, guidata dalla corona di plasma a bassa densità e diretta
verso l'interno, cioè verso strati a densità più elevata. È necessario
realizzare il processo di ablazione e compressione guidata dall'ener-
gia del driver in modo tale che lo sviluppo dell'instabilità (e quindi
la disgregazione della capsula) avvenga su tempi lunghi rispetto al-
l'innesco dell'ignizione; questa richiesta impone dei vincoli sulle ca-
ratteristiche del driver e sulle modalità di accoppiamento con la su-
perficie della capsula. In particolare si richiede che l'energia inciden-
te sulla capsula venga depositata con un elevato grado di uniformi tà
e simmetria ed inoltre che essa venga assorbita con grande efficienza
ed in modo sufficientemente rapido. È necessaria una quantità di
energia di qualche megajoule che deve essere trasferita alla capsula in
tempi di qualche nanosecondo: il driver deve quindi essere in grado
di erogare potenze di diverse centinaia di milioni di MW. Come
detto, l'energia può essere prodotta utilizzando impulsi laser (la
maggior parte delle ricerche si è concentrata su questa possibilità) o
fasci di particelle. In entrambi i casi sono richieste apparecchiature
estremameme complesse (rispettivamente, catene di amplificazione
e acceleratori) e molto ingombranti (e costose) che complicano si-
gnificativamente il progetto dell'impianto.
La cessione di energia può avvenire secondo due differenti sche-
mi. Nel metodo diretto (Figura 7.1 Oa), l'energia incidente irradia di-
Capitolo 7
Impianti nucleari a fusione
l 195

rettamente la capsula di combustibile. Si cerca di soddisfare il requi-


sito dell'uniformità della deposizione separando la sorgente di ener-
gia del driver in un gran numero di fasci che vengono disposti in
geometria sferica e convogliati isotropicarnente sulla capsula, cioè su
un bersaglio caratterizzato da una estensione dell'ordine del milli-
metro; è questo uno degli aspetti più complessi da realizzare dal
punto di vista ingegneristico. Nel metodo indiretto (Figura 7 .10b) ,
l'energia del driver viene invece prima assorbita dalle pareti interne
di una carnera, denominata hohlraum13 (di forma usualmente cilin-
drica e di dimensioni lineari dell'ordine del centimetro), che circon-
da la capsula. Le pareti dell'holhraum, costituite di materiali adele-
vato numero atomico Z, vengono riscaldate dal driver a temperature
dell'ordine di centinaia di eV ed emettono così radiazione X che in-
cidendo sulla capsula ne causano l'implosione. In questo approccio
si sfrutta l'isorropia della radiazione (di corpo nero) emessa, per sod-
disfare il requisito di uniformità di irraggiamento sulla capsula, ma
diventa di critica importanza l'efficienza di conversione dell'energia
del driver in raggi X da parte delle pareti dell' hohlraum. Tanto nel
metodo diretto quanto in quello indiretto, è di fondamentale im-
portanza l'efficienza di assorbimento dell'energia del driver da parte
della capsula: il tipo di driver utilizzato influisce in modo determi-
nante sulla progettazione, sulla scelta dei materiali e sulla realizza-
zione ingegneristica della superficie della capsula. Osserviamo per
inciso che la progettazione dettagliata delle capsule è spesso conside-
rata informazione segreta.
Esistono ricerche su schemi alternativi di fusione inerziale, che
sostanzialmente si distinguono per la modalità con cui viene realiz-
zata l'energia del driver. Un approccio di particolare interesse, alter-
nativo all'uso di impulsi laser o fasci di particelle, è quello utilizzato
nella cosiddetta macchina Z, sviluppata ai Laborarori Sandia di Al-

Hohlranm Figura 7.10


Rappresentazione sche·
matica dell'approccio
diretto (a ) e i ndiretto
(b) per la cessione
dell'energia del driver
alla capsula di
combustibile
Diiver Raggi X C apsula Dtiver

a) Diretto b) Indiretto

13 Dal tedesco hohlraum = camera da vuoto.


196

buquerque, negli Stati Uniti. Questo dispositivo è in grado di gene-


rare un intenso campo di raggi X (si tratta del più potente generato-
re di raggi X presente sulla terra) che, nell'ambito delle sue applica-
zioni per la fusione inerziale, 14 viene utilizzato in uno schema indi-
retto per comprimere la capsula di combustibile. Il campo di raggi
X viene generato sfruttando il cosiddetto pinch ejfect, fenomeno tipi-
co nella fisica dei plasmi: in questo caso, un complesso sistema di
sottili fili conduttori, di tungsteno o titanio, viene attraversato da
una serie di intensi impulsi di corrente di qualche decina di megam-
pere, ottenuti caricando grossi condensatori. I fili conduttori diven-
tano plasmi che vengono compressi dall'enorme campo magnetico
generato dal treno di impulsi di corrente, e collassando emettono
grandi quantità di raggi X (generati dalle collisioni delle particelle
cariche durante l'implosione) che investono la capsula di com busti-
bile comprimendola e riscaldandola. N ell'ambito della fusione iner-
ziale questo approccio, sebbene più recente e quindi meno sviluppa-
to rispetto agli schemi più classici che utilizzano laser o fasci di par-
ticelle, ha mostrato delle potenzialità molto interessanti.
N egli anni '90, in seguito all'avvento della tecnologia Chirped
Pulsed Amplification ( CPA) per la generazione di impulsi laser ul-
traintensi (intensità maggiori di l 0 20 W j cm2 ) e ultrabrevi (durata
dell'impulso inferiore al picosecondo), nell'an1bito delle ricerche sulla
fusione inerziale è stato proposto un approccio differente, denomi-
nato Fast Ignitor, per ottenere l'ignizione della capsula. In questo
schema, si prevede che essa venga pre-compressa in modo analogo
allo schema convenzionale: la differenza essenziale sta nel fatto che
il riscaldamento della regione centrale viene realizzato da un fascio
di elettroni di energia relativistica (essi viaggiano cioè circa alla velo-
cità della luce), creato dall'interazione di un impulso laser CPA con
la capsula, che penetrando nella materia compressa la riscalda in
modo ultrarapido fino alle condizioni di ignizione. È stata anche
proposta una varian te che prevede l'utilizzo di un fascio di protoni
o ioni leggeri generati dall'interazione di un impulso laser CPA con
un bersaglio esterno posto in prossimità della capsula di combusti-
bile. Sebbene sia necessario un grosso sforzo di ricerche teoriche e
sperimentali per esplorare questi regimi estremi di interazione tra la
radiazione e la materia, i vantaggi potenziali di questi schemi Fast
Ignitor appaiono attraenti poiché, almeno sulla base di quanto com-
preso finora, il processo richiederebbe nel complesso una energia

14 Ancora una volta, la macchina l ha innanzitutto obbiettivi militari e viene utilizzata per
sperimentare gli effetti delle esplosioni termonucleari, in particolare il comportamento
di materiali e componenti elettronici sottoposti ad un intenso campo di radiazione, co·
me awiene per i materiali costruttivi delle bombe termonucleari.
Capitolo 7 l 197
Impianti nucleari a fusione

iniziale significativamente inferiore rispetto ai metodi convenzionali


ed inoltre non sarebbe necessario un così elevato grado di uniformi-
tà ed isotropia nell'irraggiamento, in quanto l'obbiettivo sarebbe so-
lo quello di aumentare la densità del combustibile, che verrebbe poi
riscaldato in modo ultrarapido dal fascio di elettroni relativistici (o
protoni) invece che da un'onda d'urto che si propaga su tempi idro-
dinamici verso il centro del bersaglio. 15

7. 6 Il reattore a fusione

Dopo aver presentato i due differenti metodi, magnetico e inerziale,


studiati e sviluppati per realizzare il confinamento del plasma, verrà
ora descritto lo schema di un ipotetico reattore a fusione, partendo
dalle caratteristiche generali comuni e cercando di mettere in evi-
denza le principali differenze presenti nei due concetti, insieme ai
problemi tecnologici connessi (in aggiunta a quelli già indicati).
Un esempio di schema di principio di un reattore a fusione per
la produzione di energia basato sulla reazione J2-I.è illustrato in Fi-
gura 7.11.
In un reattore a fusione basato su questa reazione, come detto, le
garticelle alfa prodotte, che tr~P-orta1l";"ifT~ dell'energia di
fusion~_ hanno il ruolo di mantenere il plasma i~!Zroni-t:ermo­
~uc~i, gilanciando la perdita i~itabile di energia (confinamento
magnetico) 2 riscaldando il combustibile non ancora ignito (confi-
~amento inerziale).
Lneutroni invece, çhe trasportano circa l' 8(!/o dell'energia libera-
t.? dalle reazioni di fusiQue, .sfuggono dal plasma-s. cedono la loro
energia all'esterno, in una zona che circonda la camera di reazione,
che prende il nome di mante/f.o.Jjlanket) fertilizzarJ.te. Q uesta zona
contiene materiali a bas_e di lirio (che deve essere presente nella mas-
sima concentrazione possibile, compatibilmente con le altre esigen-
ze tecnologiche), ru:lle sue due forme isotopiche presenti in natura,
LP (930~) e Li6 (/%),~svolge ~e funzioQi essenziali. Innanzitutto
assorbe gran eane dell' energ~eutroni attraverso le reazioni
n ucleari di cui si è già parlato in precedenza nel par. 72. T aie ener-
gia viene poi asportata attraverso un sistema di raffreddamento, che
costituisce il circ~1llima.r.i.o.~dcl..~.e.tt~ e che a sua volta trasferi-
;;-e il proprio calore al fluido del secondario (in Figura 7.11 , acqua)

15 Chi volesse approfondire gli argomenti trattati in questo paragrafo può consultare i se·
guenti testi: Energy {rom inertial fusion; IAEA (1995); J.D.lindl; lnertial confinement
fusion ; Al P (1998).
Figura 7.11 Contenitore
Schema di principio di
un reattore nucleare a
fusione, valido sia nel
caso di confinamento
magnetico che nel caso
di confinamento
inerziale

Alternatore
·uriiJl~ ]
Turbina f
~ ~~.

mediante uno scambiatore; il vapore generato si espande poi in una


tmbina accoppiata ad un alternatore per la generazione di potenza
eletuica. Inoltre, mrave,rso le_stcsse reazioni. il Qlanket_Qroduce _Eri-
tiQ., goè nuovo combustihile. l. neurroni veloci provenienti dalle
LeazioQi di fusione D- T nel plasm,:t possono inreragire direttamente
c~7 per prodmre tririo, s~ che il neucrone venga perso nel-
la reazione; l ueutroni liberali da quesra..reazion<:.,e-quell.i...rimaneuri
di fusione xengono invece .9}.9..9c@ri nel b.lanket in modo da_p~r­
~reriore uitio, reagendo_con il Lf Con una oppo~ orrìmi~
za.zion~ dei parametri del reattore, I2J?.biettivo è_di ottenere un ciclo_
r!ge nera~, !l.el_quale_cioi s_L[2I.oduc~ almeno la stessa quamirà di
combustibile che viene bruciaro, in modo da ottenere condizioni di
~rososrentamento della ma~chi;a (obbiettivo che, sebbene ~~r:-
--
cualmente possibile, non appare di semplice realizzazione).
Pe!:EJ.celEt ,2.el ma~riale costituente il bl,anket, sono state studia-
te diverse soluzioni, tra le quali in particolare liquidi come il lirio_
~tallico (liquido), ,Wi_fusi di LiF - Bf.JS (il cosiddetro flibe), La le-
ga eutenica Jitio-piombQ, e ~camici solidi a base diJitio. !llicio me-
~li_çg_.sarebbe il candidato natura!~ data la~m~~ncenrra­
zione <!i_ liE,~ le sue eccellenti proprietà rermoid.rauliche d.i.scambio
-~ermico_ (legate al suo alto valore di conducibilità termica), tanro
Capitolo 7 l 199
Impianti nucleari a fu sione

che è stata presa in considerazione la possibilità di utilizzarlo anche


come fluido refrigerante. D'altra parte, illitio m etallico è chi!!!,ica-
.mente molto reattivo sia con l'acqua che con l'aria, ~cui il su_o
utilizzo come materiale del blanket impone vincoli molto restrittivi
; ul progetto del circuito primario (ad esempio restringendo addio
o sodio la scelta del fluido termovettore da usare in associazione ad
esso). Inoltre, nel caso dei reattori a confinamento magnetico, la
presenza di forti campi magnetici genera grosse difficoltà di circola-
zione dellitio metallico (ottimo conduttore elettrico) per la presen-
za di elevate perdite di carico e sforzi di origine magnetoidrodinami-
ca. Queste ed altre ragioni hanno portato allo sviluppo di ricerche
su altri materiali mislh sia liquidi che solidi. ~ conseguente ridu-
zione del numero di atomi di lirio abbassa le capacità di fertilizzazio-
ne del blanket: un modo. di ovviare a questo problema consiste nel-
l'utilizzare in associazione al fertilizzante anche un materiale detto
moltiplicatore,_.che, a seguito di reazioQi (n,2n) e (n,3n), sia in grado
di aumentare il numero di neutroni disponibili per le reazioni con il
lirio. Esempi di materiali p oltiplicatori sono il piombo e il berillio.
~i comprende così come uno dei materi~i più studiati sia la lega e~­
~tica lirio-piombo (83% Pb, l ?Jio Lt), che, oltre al vantaggio di
contenere il materiale moltiplicatore, ha anche caratteristiche chimi-
pe più favorevoli, in ~to è poco reattivo sia con l'acqua che~n
l'l.fift. ç_~eristich~ sv~taggiose sono l'elevato punto di fusione
(235 og e la spiccata rendenzaalla corrosione dei-metalli. Per giu-
!!!care la bontà di un materialeJi.qyjdo fertilizzante J?.isogna anche
~nsiderare le p roprietà di immagazzinamenti:? del tritio prodotto e
l~ difficoltà nella sua separazione (che verrebbe effettuata facendo
circolare il fluido fertilizzante e separando il tritio attraverso flussi in
contro corrente con elio e successivamente separandolo dall'elio ad
esempio attraverso ossidazione e distillazione). J-e difficoltà legate
~l'utilizzo di fertilizzanti liquidi hanno motivatO studi di fertilizzan-
ti in forma di ceramiche sinterizzate a base di silicalj, allumin l liè
.~ssidi di lirio. l!:...qyesto caso i problemi maggiori rigu'!:.dano ~la­
scio e il recupero del tritio prodotto.
Per quanro riguarda i -~stemi_di" raffreddamen to (il circuito pri-
mario), essi possono essere classificati in çiu_~: dire~ se il
blanket stesso rimuove i calore, _indiretti se il calore viene estrattO
çlal blanket tramite uno scambiatore di calore inrerno che impegna
un altro refrigerante. Come già osservato, in quest' ultimo caso, che
sembra quello preferito, !a scelta del fluido refrigerante è incima-
m.ente connessa con quella del. materiale fertilizzante del blanket:
sono stati presi in considerazione il fuill. liquido sresso (e più in ge-
nerale i metalli liquidi, in particolar modo il sodio), l'acqua (nel ca-
200

so di fertilizzante di Li-Pb) e l'elio (specie se accoppiato con un


blanket solido ceramico, grazie alla possibilità di operare ad elevare
temperature: in questo caso è concettualmente possibile sfruttare
un ciclo termodinamico a gas direttamente sul circuito primario).
Alcune problematiche, soprattutto legate alle esigenze strutturali
e di funzionamento dell'impianto, sono legate alla scelta del tipo di
confinamento.
Come è già stato detto, nel caso di un reattore a confinamento
magnetico, il co~onen~ forse più critico è la_prima p~, le -cw-
problematiche sono state introdotte-m-pfecedenza. Mentre nelle
macchine sperimentali, per la dimostrazione della fattibilità dell'i-
gnizione mediante confinamento magnetico, la prima parete coinci-
de con la camera dove si fa il vuoto per assicurare la purezza del pla-
sma, in un reattore vero e proprio si hanno dei segmenti che dispo-
sti in geometria toroidale costituiscono l'insieme prima parete-man-
tello fertilizzante. La superficie interna, che costituisce appunto la
prima parete, è rivestita di materiali secondo i requisiti prima indi-
cati, mentre, ~r quanto riguarda la scelta dei !!lateriali P-er le strut-
ture della copertura fertilizzante, l'utilizzo di acciai austenitici simili
~~elJi ~enti.nei reattori a fissione sembra ir_:J.pedito da eccessivi
problemi di infragilimento e rigonfiamento a causa dell'intenso ir-
"i-aggiamento e della produzione e immagazzinamento di elio. Inol-
tre, la radioattività indotta in questi acciai è molto elevata. Per que-
sto ~no allo studio soluzioni alternative, come l'utilizzo di ~i
Vanadio che presentano caratteristiche favorevoli in termini di tem-
peractifi" di fusione, proprietà meccaniche sotto irraggiamento e ra-
dioattività indotta, anche se esistono comu nque difficoltà, dovute
alla limitata disponibilità di questi materiali, a problemi di compati-
bilità col refrigerante e di permeabilicà al tririo.
L'identificazione e la messa a punto di materiali adatti a tali con-
dizioni richiede la disponibilità di apparecchiature di irraggiamento
neutronico ad alti flussi ed alce energie, nell'intorno dei 14 Me V,
che sono molto complesse, coscose e comunque non consentono
volumi di prova di grandi dimensioni (superiori al litro) 16•
Per limitare i problemi di prima RateteJ stato studiato e intro-
dotto in diversi Tokan1ak un sistema denominato divertore, ideato
anche per svolgere l'importante funzione di rimozione delle impurità
e della popolazione di elio esausto delle reazioni D-T(dopo che que-

16 Ad esempio, attualmente è prevista la costruzione dell'IFMIF (lnternationa/ Fusion Ma·


teria/s /rradiation Facility), costituito da una sorgente di neutr oni con un picco di ener·
gia di 14·16 Me V (ottenuta facendo collidere un fascio di nuclei di deuterio da 40 MeV su
un bersaglio di litio), un flusso di circa 1018 neutroni/ m 2 se un volume di irraggiamento
pari a mezzo litro.
Capitolo 7
Impianti nucleari a fusione
l 201

st'ultima ha ceduto la propria energia) dal plasma: è infatti di prima-


ria importanza eliminare questi elementi a più alto numero atomico
rispetto agli isotopi dell'idrogeno, per ridurre la perdita di energia
per emissione di radiazione di Bremsstrahlung (si veda la nota 4 del
par. 73) e facilitare così il mantenimento delle condizioni di ignizio-
ne. Il principio di funzionamento del divertore si basa sulla creazio-
ne, nella parte peri ferica della colonna di plasma, di una o più zone
con linee di forza del campo magnetico aperte e dirette verso regioni
localizzate della superficie della prima parete, le piastre del divertore.
La parte esterna del plasma, contenente le particelle meno energeti-
che e la frazione maggiore delle impurità, viene così separata dalla re-
gione centrale calda, canalizzata verso le piastre e continuamente
estratta. La struttura di campo magnetico appropriata viene realizza-
ta attraverso un sistema aggiuntivo di bobine: concettualmente, la
configurazione del divertore è simile a quella del campo magnetico
originato da due fili percorsi da corrente nello stesso verso; uno dei
due fili corrisponde alla corrente di plasma mentre l'altro corrispon-
de al sistema di bobine del divertore, come schematicamente mostra-
to in Figura 7. 12. In questo modo dunque si cerca di localizzare la
regione di interazione tra il plasma e la parete e di limitare gli effetti
legati alle impurità. Le piastre del divertore, continuamente soggette
ad un elevatissimo carico energetico (parecchi MW / m2 ) e di parti-
celle, rappresentano certamente uno dei componenti più delicati di
un reattore a fusione a confinamento magnetico. È necessario un si-
stema di raffreddamento estremamente efficiente e valgono inoltre le

•z Figura 7.12
Schema di principio (a)
e tipica configurazi one
reale (b) di un divertore

l in un Tokamak.

l
l
R

a) b)
202 l

stesse considerazioni già svolte riguardanti la loro sostituzione perio-


dica, da operare con apparecchiature robotizzate.
Per quanto riguarda l'approccio inerziale, uno degli aspetti più ri-
levanti riguarda il funzionamento ad impulsi che è una caratteristica
intrinseca, non eliminabile, dei reattori a fusione di questo tipo; le
conseguenze di questa modalità di funzionamento costituiscono
una delle problematiche più delicate di questo concetto di reattore.
Si valuta che il tasso di microesplosioni delle capsule di combustibi- -"
le debba essere di qualche hertz. D'altra parte un reattore a fusione
inerziale presenta il vantaggio potenziale di poter suddividere e se-
parare gli edifici dei diversi elementi costitutivi, soprattu tto il driver
dal reattore vero e proprio, in quanto per la maggior parte dei driver
studiati gli impulsi di energia (laser o particelle) possono essere tra-
sportati per grandi distanze senza perdite significative. Questo per-
metterebbe di evitare che le complesse (ed usualmente molto in-
gombranti) apparecchiature che costituiscono il driver subiscano
danni da irraggiamento e attivazione, facilitando inoltre le operazio-
ni di manutenzione che possono essere effettuate manualmente. Un
singolo driver può servire più reattori, permettendo in questo modo
una costruzione modulare dell' impianto, con conseguente riduzione
dei costi capitale e operativi. La camera del reatcore può essere com-
patta, viste le ridotte dimensioni lineari della capsula di combustibi-
le, circa l mm, ed eventualmente dell'hohlraum, circa l cm, da con-
frontare con i molti metri cubi della camera a vuoto di un T oka-
mak: essa richiede inoltre un grado d i vuoto non eccezionale (quello
necessario ai fasci del driver per propagare) e può quindi ospitare il
blanket ad alta temperatura che oltre ai compiti usuali svolge anche
un ruolo di protezione per le pareti della camera del reatrore dall'ir-
raggiamento e dall'attivazione, riducendo così la necessità di man u-
tenzione remota e aumentando l'affidabilità complessiva.
Concludiamo questa presentazione delle problematiche relative
ai sistemi a fusione esaminando brevemente il problema della sicu-
rezza di questo tipo di impianto nucleare.
Rispetto ad un reattore a fissione, nei reattori a fusione si ha un
vantaggio intrinseco in quanto non può aver mai luogo una sal ita
incontrollata di potenza: una perdita nel controllo del processo di
combustione nucleare ha come unico possibile risultato lo spegni-
mento del plasma e comunque nel peggiore dei casi solo la piccola
quantità di combustibile presente nella camera toroidale (pochi
grammt) o in una capsula (qualche mg in una capsula di com busti-
bile) può essere bruciata. Non vengono ovviamente prodotti rifiuti
di radioattività e pericolosità paragonabile ai transuranici e ai pro-
dotti di fissione, e non esiste nemmeno un problema analogo alla
Capitolo 7
Impianti nucleari a fusione
l 203

fusione del nocciolo, anche se, almeno nel caso dello sfruttamento
della reazione D- T, è comunque presente un significativo pericolo
potenziale connesso con il calore di decadimento del materiale atti-
varo che richiede sistemi di raffreddamento di emergenza come nel
caso dci reattori a fissione.
Non viene inoltre eliminato il problema della gestione di mate-
riale radioattivo come il tritio e le scorie radioattive derivanti dall' at-
tivazione associata all'intenso campo di neutroni veloci.
La gestione del tritio è forse il principale problema di sicurezza
presente in un reattore a fusione. Come noto, si tratta di un emetti-
tore {3 con tempo di dimezzamento di 12,32 anni, energia massi-
ma degli elettroni emessi di 18 ke V (range massimo in aria pari a
circa 5 mm, mentre in acqua il 9(P/o degli elettroni si arresta in l
f.Lm) e attività specifica di 9618 Cilg, il tempo di dimezzamento bio-
logico è invece di circa l O giorni. Il rischio da esposizione esterna è
nullo, poiché i {3- emessi non arrivano nemmeno allo strato germi-
nale della pelle. Peraltro, il tritio effettua con estrema facilità reazio-
ni di scambio isotopico con l'idrogeno presente nei vari composti
chimici, soprattutto il vapor acqueo in aria, originando HTO, e i
composti organici, dando luogo al cosiddetto OBT, Organic Bound
Tritium. È pertanto possibile incorporarlo per inalazione, ingestione
e permeazione attraverso la cure. Il tritio incorporato si distribuisce
in poco tempo in tutti i tessuti contenenti acqua, cioè nella maggior
parte del corpo ed impartisce una dose equivalente al tessuto molle,
dipendente dalla sostanza chimica in cui è presente, in particolare
1,7 x 10- 11 Sv!Bqper l'HTOe 4,2 x 10- n Sv/Bqper I'OBT.
Anche se le stime sono affette da numerose incertezze, si prevede
che la quantità complessiva di tritio presente nel sistema sia di circa
5 kg nel caso di confinamento magnetico, mentre dovrebbe essere
circa un ordine di grandezza inferiore per il confinamento inerziale.
Solo una quantità molto piccola di tritio è contenuta nel combusti-
bile che si brucia nella camera del reattore, mentre la maggior parte
si trova nelle strutture interne del blanket e nei sistemi per il ciclo
del combustibile, cioè quelli nei quali si opera la separazione del rri-
tio dal mantello fertilizzante e il recupero del tritio non bruciato, e i
sistemi di immagazzinamento e iniezione del combustibile (o l'edifi-
cio per la fabbricazione delle capsule nel caso del confinamento
inerziale) . La presenza di tritio nel blanket è particolarmente ri-
schiosa nel caso di utilizzo di lirio liquido metallico che, come det-
to, reagisce violentemente con acqua, aria e calcestruzzo. In effetti
incendi o esplosioni dovuti alla presenza di litio vengono considerati
il più grave incidente di progetto in un reattore a fusione, oltre che
per gli effetti dell'esplosione, anche e soprattutto per il rilascio in
204 l

ambiente del tritio contenuto. È questo uno dei motivi principali


che ha portato allo studio dei materiali alternativi per il blanket fer-
tilizzante di cui si è parlato in precedenza. Il tritio, com e gli altri iso-
topi dell'idrogeno, permea attraverso le pareti dei tubi e dei serbatoi
in cui viene contenuto: per evitarne la fuoriuscita, occorre adottare
un doppio sistema di pareti e il gas contenuto nelle intercapedini
viene continuamente de-tritiaro. Inoltre, per maggior sicurezza, tut-
ti gli edifici devono essere costruiti a tenuta d'aria, in leggera depres-
sione rispetto all'esterno e continuamente ventilati. La presenza di
tritio nel sistema richiede poi speciali cautele nelle operazioni di ma-
nutenzione dell'impianto. Per evitare problemi di contaminazione
delle apparecchiature legati all'utilizzo del tritio, gran parte degli
esperimenti finora condotti sono stati realizzati con plasmi di solo
deuterio, e solo sul finire degli anni '90 il tritio è stato usato in po-
chi casi (come al Tokamak europeo jET, ]oint European Torus) per
aumentare in modo significativo le prestazioni ed avvicinarsi alle
condizioni di breakeven ed ignizione. Per altro la decontaminazione
dell'impianto dopo queste prove si è rivelata particolarmente diffici-
le e impegnativa.
Lo stoccaggio dei materiali attivati (e preventivamente de-tritiati)
è un problema analogo a quello presente nei reattori a fissione, anche
se probabilmente di entità più modesta. La quantità totale di mate-
riale radioattivo prodotto da un reattore a fusione dovrebbe essere
infatti dello stesso ordine di grandezza di quello prodotto da un reat-
tore a fissione, ma nel caso di un reattore a fusione non sono ovvia-
mente presenti prodotti di fissione e attinidi e la quantità complessi-
va di materiale attivato con vita lunga dovrebbe essere circa l' l %
del totale (una quantità comunque non trascurabile). Come è già
stato detto, per ridurre ulteriormente la dimensione del problema, si
stanno studiando leghe a bassa attivazione, che presenterebbero il
vantaggio sia di una minore attività allo scarico, sia un più veloce ab-
battimento del livello di attività nel tempo: queste proprietà dovreb-
bero permettere inoltre di poter riutilizzare la maggior parte dei ma-
teriali attivati per la costruzione di nuovi reattori, evitando così di
doverli depositare in siti di stoccaggio. Allo stato attuale delle ricer-
che, a causa delle incertezze e delle alternative presenti, è comunque
difficile quantificare realisticamente le dimensioni del problema della
quantità dei rifiuti radioattivi, specie per quelli a vita lunga, prodotti
in un impianto a fusione D-T, ma certamente si tratta di un proble-
ma di dimensioni non trascurabili e non eliminabile (nemmeno, si
osservi, nella prevista successiva generazione di reattori D-D).
In conclusione si può affermare che, oltre alla m aggiore comples-
sità dei processi fisici da comprendere e governare, dal punto di vi-
Capitolo 7 205
Impianti nucleari a fusione

sta ingegneristico un reattore a fusione comporta un sostanziale au-


mento di scala e di complessità rispetto agli attuali reattori a fissione
e la sua realizzazione richiede lo sviluppo di nuove e complesse tec-
nologie. Questa affermazione è confermata dalla storia delle ricerche
per la produzione di energia nucleare: sono stati necessari 4 anni
per dimostrare la realizzabilità tecnica di un reattore a fissione e cir-
ca 25 per produrre reattori a fissione economicamente competitivi,
mentre non sono stati sufficienti 50 anni di intense e costose ricer-
che teoriche e sperimentali per conseguire la fattibilità scientifica
del processo di fusione termonucleare controllata. Tuttavia, la pro-
secuzione delle ricerche appare giustificata dagli enormi vantaggi
potenziali che si avrebbero se questa forma di energia fosse disponi-
bile ed economicam ente competitiva.
Nonostante le numerose difficoltà fisiche e ingegneristiche messe
in evidenza nei paragrafi precedenti, è comunque importante sotto-
lineare che, nell'arco di questi decenni, sono stati ottenuti avanza-
menti molto significativi. Nella Figura 7.13 sono indicati i parame-
tri di punta ottenuti dagli esperimenti condotti, per quanto riguarda
l'approccio magnetico. Come si vede dalla figura, il parametro di
merito dato dal prodotto tra la densità, la temperatura e il tempo di
confinamento del plasma è aumentato in circa 40 anni di ricerche
sperimentali di un fattore l 05 : in media esso è cioè raddoppiato
ogni 1,8 anni. Avanzamenti analoghi sono stati ottenuti anche nelle
ricerche sul confinamento inerziale, come mostrato nel diagramma
di Lawson di Figura 7.1 4.

1000 Figura 7.13


Evoluzione temporale
JT-60U. JT-60U del prodotto della
JT-60Ue • JET densità n, per la
100
JT-60U. temperatura T, per il
tempo di confinamento
dell 'energia Tf (il triplo
prodotto) ottenuto nei
diversi Tokamak
realizzati nel corso
delle ricerche
fusionistiche sul
sconfinamento
magnetico

0.01

0.001

1965 1970 1975 1980 1985 1990 1995 2000 2005


Anno
Figura 7.14 1017 . . - - - - - - - - - - , -- -- - --......,.--- -- - - - "
Progressi nelle ricerche
sul confi namento
inerziale, visualizzati 1016
mostrando il prodotto
nr in funzione della
t emperatura ionica del
plasma. Alcuni
esperimenti hanno
provato diverse configu·
razioni (approccio
diretto/indi retto); in
figura sono indicate
come differenti aree
per la stessa macchina

1010~---------~-------~-------~
i
0.1 10 100
Temperatura ionica (KeV)

Gli esperimenti finora condotti hanno portato le ricerche sulla fu-


sione alle soglie del breakeven. La prossima generazione di esperi-
menti, che si dovrebbe realizzare nei primi due decenni di questo
secolo, si propone di avanzare in modo decisivo verso il traguardo
dell'ignizione. Si accenna in questa sede solo agli esperimenti previ-
sti ritenuti più significativi.
Il progetto internazionale I TER (lnternational Thermonuclear Ex-
perimenta! Reactor) rappresenta l'esperimen to di maggiori dimensio-
ni per quanto riguarda il confinamento magnetico. L'ITER non si
propone di orrenere l'ignizione, ma ha tra i suoi obbiettivi quello di
realizzare un burning plasma, cioè un plasma nel quale si abbia una
significativa produzione di reazioni di fusione, di dimensioni con-
frontabili con quelle di un futuro reattore Tokamak. Con ITER si
vogliono inoltre provare alcune delle tecnologie che dovrebbero es-
sere presenti in questo tipo di reattore, come ad esempio i magneti
superconduttori, il blanket e il sistema divertore. Sebbene ITER
rappresenti al momen to l'esperimento che dovrebbe assorbire di
gran lunga il maggior numero di risorse umane e finanziarie, esisto-
no altri progetti facenti parte della linea T okamak. 17 Tra questi ci-

17 L'ITER verrà costruito in Francia presso il centro di ricerche di Cadarache, da un consor·


zio internazionale che comprende: l'Unione Europea, il Giappone, gli USA, la Russia, la
Cina, la Corea del Sud, l'India.
Capitolo 7
Impianti nucleari a fusione
l 207

tiarno il progetto italiano IGNITOR che fa parte della filiera diTo-


karnak compatti ad elevato campo magnetico, di cui si è parlato nel
par. 7.4. l parametri di IGNITOR sono scelti in modo tale da realiz-
zare un plasma di piccole dimensioni in condizioni di ignizione, per
lo studio di quesro regime di funzionamemo.
In ambito inerziale, esisrono due grossi progetti in fase di realiz-
zazione che si propongono di raggiungere l'ignizione: la NJF(Natio-
nal Ignition Facility), statunitense, e l' LM] (Laser Mega]oule), fran-
cese. In questi esperimenti si utilizzeranno un gran numero di fasci
laser di elevata potenza (192 nella NIF, 240 neii'LMJ) per ottenere
e studiare l'ignizione, sia nell'approccio diretto sia in quello indiret-
to. Nonostante le notevoli risorse finanziarie necessarie per la loro
realizzazione, si tratta come detto di esperimenti condotti su scala
nazionale: infatti, in accordo con quanro detto nel par. 7.5, si preve-
de di utilizzare queste strutture anche per lo sviluppo di ricerche in
ambito militare.

7. 7 La fusione fredda

Le ricerche sulla fusione nucleare per il confinamento di un plasma


termonucleare, sebbene largamente maggioritarie, non esauriscono
completamente gli studi in questo ambito. Esistono infatti alcune ri-
cerche su processi fisici e chimici nei quali le reazioni di fusione av-
vengono, o in alcuni casi potrebbero avvenire, in particolari condi-
zioni che non richiedono le eccezionali temperature di un plasma ter-
monucleare e possono svolgersi, per così dire, a temperatura ambien-
te. Per questo motivo quando ci si riferisce a questi studi, che verran-
no succintamente riassumi in questo paragrafo, si parla di .fosione
fredda, in contrapposizione alla .fosione caltk magnetica o inerziale.
Storicamente, il termine fusione fredda è stato per la prima volta
utilizzato negli anni '40 per riferirsi alla cosiddetta .fosione catalizzata
da muoni. Per capire di cosa si tratti, si consideri una molecola ione
idrogeno Ht , composta da due nuclei di idrogeno, cioè due proro-
ni, e un elettrone orbitale. In questa molecola (certamente quella
meglio conosciuta dal punto di vista teorico perché la più semplice
esistente) i due protoni si trovano ad una distanza dell'ordine del-
l' orbitale occupato da un elettrone in un atomo di idrogeno, il cui
val or medio è dato dal raggio di Bohr per l'elettrone,
o-
ao = 0,53 x l 10 m. Evidentemente la stessa molecola può essere
costituita anche con un nucleo di deuterio e uno di tritio al posto
dei due protoni (si passa quindi da una molecola Ht ad una mole-
cola DT+). Si immagini ora di sostituire, in questa molecola, l'elet-
rrone con un muone. 18 essendo il raggio di Bohr inversamente pro-
porzionale alla massa della particella orbitante, il suo valore per un
muone è 207 volte inferiore. I nuclei nella molecola muonica si tro-
veranno così molto più vicini, ad una distanza più di due ordini di
grandezza inferiore rispetto alla molecola ordinaria, in modo che si
abbia così u~significariva probabilità di realizzare, per effetto tun-
nel, 19 la reazione di fusione. Questo processo, nel quale il muone
svolge un ruolo di catalizzatore della reazione di fusione, può essere
effettivamente realizzato in modo tecnologicarnente piuttosto sem-
plice producendo, con un acceleratore, un fascio di muoni che inci-
de su un composto contenente deuterio e tritio, come ad esempio
l'idruro di lirio LiD (il rririo deve sempre essere prodotto quindi oc-
corre che nel materiale sia presente anche il lirio). Ciascun muone
porrà legarsi, catalizzare la reazione di fusione ed essere nuovamente
libero di indurre nuove reazioni prima di decadere. In condizioni
normali sembra che ogni muone possa indurre non più di un centi-
naio di reazioni di fusione, e questo numero non è sufficiente a rea-
lizzare un guadagno energetico se si tiene conto dell'energia spesa
per creare il fascio muonico e dell'efficienza del processo. Non è
chiaro se sarà possibile ottimizzare questo schema per renderlo ener-
geticamente interessante.
Il termine fusione fredda è stato rispolverato nuovamente, susci-
tando grande clamore, sul finire degli anni '80 per interpretare i ri-
sultati di alcuni esperimenti chimici. In questo tipo di esperimenti
veniva utilizzata una semplice cella elettrolitica di acqua pesante, nel
quale il catodo era costituito da palladio, un materiale in grado di
adsorbire grandi quantità di idrogeno in virtù delle proprietà del
suo reticolo cristallino. Facendo funzionare la cella si osservò con
sorpresa una anomala liberazione di energia e per spiegare questo
fatto venne ipotizzaro che nel catodo di palladio si fosse concentrata
una così grande quantità dì deuterio tale da dar luogo a reazioni di
fusione. Agli entusiasmi iniziali seguì ben presto un'ondata di scetti-
cismo derivante dal fatto che risultò impossibile garantire la ripro-
ducibilirà di questo tipo di esperimenti. Inoltre, dal punto di vista
teorico, molti sarebbero i punti da chiarire. Il primo riguarda la pos-

18 Il muone (simbolo Il) è una particella instabile appartenente alla famiglia dei leptoni,
del tutto simile all'elettrone ma caratterizzato da una massa di 105,7 Me Vj c2 , cioè cir·
ca 207 volte la massa di un elettrone. Il muone decade secondo la reazione
1'- ~ e- +ve + v 1, dove ve è l'antineutrino elettronico e v,, è il neutri no muonico (a
ogni leptone carico corrisponde infatti un differente tipo di neutrino), con un tempo di
dimezzamento di 2,2 microsecondi.
19 L'effetto tunnel è un fenomeno puramente quantistico, in base al quale determinati
processi, energeticamente impossibili in base alle leggi della fisica classica (come ad
esempio il superamento di una barriera di potenziale), hanno invece una probabilità non
nulla di verificarsi alle scale atomiche e nucleari.
Capitolo 7
Impianti nucleari a fusione
l 209

sibilità che il reticolo cristallino di materiali come il palladio o il ti-


tanio siano effettivamente in grado di adsorbire idrogeno fino a
pressioni tali da render possibili reazioni di fusione a temperatura
ambiente. Inoltre, le reazioni D-D, come si è visto nel par. 7 .2, do-
vrebbero dar luogo ad un intenso flusso neutronico (provenienti dal
canale D + D - He3 + n) che non viene invece osservato in que-
sti esperimenti. È stato ipotizzato che le probabilità relative dei di-
versi canali della reazione D-D cambino quando la reazione avviene
non nel vuoto ma nella materia condensata e che in particolare la
reazione che produce Hé e un raggio 1 da 24 Me V, che in condi-
zioni normali ha una sezione d'urto estremamente bassa (la proba-
bilità relativa è circa l o- 6 e questa reazione non era stata indicata
nel par. 7.2), diventi invece la più probabile in un reticolo cristalli-
no. Ma non si osserva nemmeno il campo di radiazione 1 che do-
vrebbe scaturire da questa reazione: per spiegare questo fatto sono
stati proposti alcuni calcoli di elettrodinamica quantistica ( QED) in
base ai quali si sostiene che l'energia in eccesso prodotta dalla rea-
zione, normalmente liberata nel vuoto sottoforma di un fotone 1 ,
venga invece in questo caso ceduta al reticolo cristallino. Una parola
definitiva riguardante la fisica della fosione fredda elettrochimica an-
cora non è stata data: bisogna comunque dire che la maggioranza
della comunità scientifica ha assunto con gli anni un atteggiamento
di perplessità riguardo la possibilità che la via elettrochimica alla fu-
sione esista effettivamente, mentre una minoranza prosegue le ricer-
che, anche in Italia. In particolare queste ricerche sembrano aver di-
mostrato che si ha una riproducibilità del fenomeno quando il fatto-
re di caricamento del deuterio (cioè il rapporto stechiometrico tra il
deuterio e il palladio) è almeno uguale a J. In ogni caso è probabile
che il processo (qualunque sia la sua effettiva origine) non possa co-
munque essere ritenuto interessan te dal punto di vista del suo utiliz-
zo per la produzione di energia, in quanto statisticamente l'energia
spesa per il caricamento del deuterio potrebbe essere superiore a
quella liberata.
PARTE SECONDA
l 213

1 Cicli termodinamici

1. 1 Generalità

I cicli termodinamici utilizzati in un impianto elettronucleare per la


trasformazione dell'energia termica in energia meccanica, non diffe-
riscono concettualmen te da quelli utilizzati in una centrale termoe-
lemica convenzionale. Tuttavia, dal punto di vista pratico possono
esistere delle differenze che influenzano in modo non trascurabile la
progettazione dell'impianto nucleare di potenza.
T ali differenze possono essere dovute al fatto che:
a) il calore nucleare è generato a temperature medio-basse;
b) il fluido termovettore che asporta calore dal reattore nucleare è diver-
so dal fluido motore che circola nella macchina trasformatrice;
c) tra il fonzionamento del reattore e quello della macchina trasforma-
trice c euna certa interdipendenza.
Nonostante il calore nucleare possa essere generato alla temperatura
voluta, i limiti tecnologici, imposti dai materiali del nocciolo ed in
particolar modo da quelli degli elementi di combustibile, fanno sì
che in pratica questa temperatura debba essere spesso assai inferiore
a quelle degli impianti termici a combustibile convenzionale. Di se-
guito si riportano i valori approssimativi delle temperature massime
del fluido primario in corrispondenza di moderni tipi di reattore
nucleare:
• reattori ad acqua in pressione (PWR) 320 °C
• reattori ad acqua bollente (BWR) 285 oC
• reattori ad acqua pesante (PHWR) 3 00 oC
• reattori a gas (AGR/ 650 °C
• reattori a gas ad alta temperatura (HTGR) 800 -o- 900 oC
• reattori a metallo liquido (FBR) 600 °C
Tenendo conto che quasi tutta la potenza nucleare già installata o
in costruzione è dovuta a reattori ad acqua, si deduce che il calore
nucleare è quasi sempre prodotto oggi ad una temperatura di circa
3 00 °C C iò comporta l'adozione di cicli rermodinamici aventi delle
caratteristiche meno spinte di quelle di una centrale convenzionale.

1 Inoltre si deve tener presente che la prima generazione dei reattori raffreddati a gas
non consentiva delle temperature di uscita maggiori di 400 °C.
214

Con cicli a vapore d'acqua- gli unici utilizzabili con questa tempera-
tura - si deve rinunciare al surriscaldamento del vapore, per innalzare
il più possibile la pressione. Quindi, una delle principali differenze
nei confronti delle centrali convenzionali è quella di avere all'ingresso
della turbina vapore saturo o debolmente surriscaldato. Questa situa-
zione è abbastanza diversa anche da quella che si aveva nelle centrali
termiche del lontano passato, in cui, pur con pressioni confrontabili,
si effettuava un sostanziale surriscaldamento del vapore.
Se poi il fluido, che asporta il calore del reattore n ucleare, è diver-
so da quello che circola nella macchina rrasformatrice, 2 si ha un'ul-
teriore riduzione della temperatura, a causa del salto termico neces-
sario per realizzare lo scambio di calore tra i due fluidi. Inoltre, poi-
ché la sorgente di calore è a temperatura decrescente non si può ge-
nerare il vapore alla pressione corrispondente alla temperatura mas-
sima dello scambiatore (v. più avanti).
Per gli altri tipi di reattore vengono utilizzati invece cicli termodi-
namici con caratteristiche del vapore del tutto simili a quelle di una
centrale termica convenzionale. Tali caratteristiche sono all'incirca
le seguenti: pressione 160 bar, temperatura di surriscaldamento e di
risurriscaldamento 560 °C. Per i reattori raffreddati a gas ad alta
temperatura attualmente si prevede l'adozione di cicli termodinami-
ci a gas che, in questo caso, permetterebbero anche di far circolare
nella macchina trasformatrice lo stesso fluido primario. Non vengo-
no solitamente previsti invece cicli con vapore ipercritico, anche per
il fatto che, per la loro complessità, non sono largamente impiegati
nemmeno negli impianti termici convenzionali.
Il punto c) riguarda soprattutto gli impianti a ciclo diretto, per i
quali la temperatura finale dell'acqua di alimento non può essere
definita, come per gli impianti convenzionali, indipendentemente
dai requisiti della caldaia nucleare. Infatti, questa temperatura in-
fluenza direttamente quella del fluido rermovettore all'ingresso del
reattore, parametro generalmente assai importante per caratterizzare
il comportamento del reattore stesso. Per questo, la progettazione
del ciclo termodinarnico deve essere effettuata tenendo globalmente
conto di tutto l'impianto.
Nei paragrafi seguenti, dopo un breve richiamo sui cicli termodi-
namici a vapore, si ritornerà con maggior dettaglio sui problemi qui
accennati. Successivamente si tratteranno anche con un certo detta-
glio i cicli a gas, che essendo a ciclo chiuso sono diversi da quelli
convenzionali.

2 Per diverso qui si intende separato fisicamente; infatti, per reattori raffreddati ad acqua
in pressione i due fluidi sono dello stesso tipo.
Capit olo 1
Cicli termodinamid
l 215

1. 2 Ciclo di Carnot e cicli reali

Il ciclo di Carnot è fra tutti i cicli che si possono percorrere fra due
temperature quello a maggior rendimento. Esso è composto da
quattro trasformazioni reversibili: due isoterme e due isoentropiche.
Riferendosi alla rappresentazione sul piano p, v della Figura 1.1, il
fluido, partendo dallo stato A, corrispondente alla temperatura T2
della sorgente di calore, viene fatto espandere mediante I' offerta di
volumi sempre maggiori e contemporanee somministrazioni di ca-
lore, in modo da mantenere costante la temperatura, che altrimenti
si abbasserebbe per effetto dell'espansione (trasformazione isoterma
AB). A partire dallo stato B, pur continuando l'offerta di volumi
maggiori, cessa lo scambio termico con la sorgente: il fluido si
espande, diminuendo progressivamente di temperatura fino a rag-
giungere la temperatura Tt del pozzo di calore (trasformazione
isoentropica BC). Dallo stato C ii fluido viene compresso e contem-
poraneamente gli viene sottratto calore, in modo da rimanere alla
temperatura Tt (trasformazione isoterma CD). Infine, raggiunto lo
stato D, si prosegue la compressione, senza ulteriore sottrazione di
calore, in modo da riscaldare progressivamente il fluido fino a rag-
giungere lo stato A alla temperatura T2 (trasformazione isoentropica
DA).
Nel piano T,S il ciclo di Carnot è rappresentato da un rettangolo
(Figura 1.2). L'area ABEF rappresenta il calore Cb somministrato al
fluido dalla sorgente calda, l'area DCEF il calore ceduto dal fluido
al pozzo di calore, l'area ABCD, differenza tra le due precedenti, il
calore utile, cioè quello effettivamente trasformato in lavoro. Il ren-
dimento del ciclo è dato quindi:

T2 - Tt
- - - -= 1 - -
Tt ( l. l)
Tz T2

Tale rendimento cresce al diminuire del rapporto Tt / Tz, ma rima-


ne sempre minore dell'unità. Ciò significa che nessuna macchina a
funzionamento continuo e nella quale le trasformazioni siano rever-
sibili può mai trasformare interamente il calore ricevuto in lavoro
meccanico, ma deve necessariamente cedere una parte di esso a tem-
peratura più bassa (2° p rincipio della termodinamica) .
I cicli reali non sono reversibili, sia a causa degli attriti interni del
fluido, che assorbono parte dell'energia utile, sia a causa delle diffe-
renze di temperatura che si devono realizzare in pratica tra le sor-
genti di calore ed il fluido stesso. I cicli reali, inoltre, si discostano,
in misura più o meno grande, dal ciclo ideale di Carnot. Tutto ciò
216 l

Figura 1.1 P
Ciclo di Carnot net
piano p, v

T,

comporta che il rendimento termodinamico delle macchine rrasfor-


matrici termiche sia sempre apprezzabilmente inferiore a quello di
Carnot.

Figura 1.2 T !
Ciclo di Carnot net
piano T, S
T, ---------~A------------~3

T, --------6!-!------~. c
l
l
l
l
'' l
'l l

:F E'
l

~~--------~-------------L---------------~
s, s

1.3 Il ciclo di Rankine, cicli rigenerativi e con


surriscaldamento

Il ciclo di Rankine per un sistema acqua-vapore è quello che più si


avvicina al ciclo di Carnot. Esso è rappresentato in Figura 1.3, tra-
scurando gli attriti interni del fluido.
Vapore saturo alla temperatura T2 (stato A) viene fatto espandere
adiabaticamente in turbina fino alla temperatura 1ì (stato B). Qui
il vapore, parzialmente umido, viene fatto condensare completa-
mente, mediante sottrazione di calore (trasformazione BC). Illiqui-
Capitolo 1
Cicli termodinamici
l 217

do saturo, così ottenuto, è compresso fino alla pressione corrispon-


dente allo stato E (trasformazione CD; il punto D è così prossimo a
C, che volendo rispettare le scale in Figura 1.3 dovrebbero apparire
quasi coincidenti). Dallo stato D il liquido passa nella caldaia o in
uno scambiatore, dove viene riscaldato fino alla temperatura di satu-
razio ne (stato E), da q uesto punto la somministrazione di calore
prosegue a temperatura costante fìno alla completa evaporazione del
liquido (stato A).
L'unica differenza con il ciclo di Carnot è che la cessione di calo-
re dalla sorgente calda non avviene completamente a temperatura
costante, ma in parte a temperatura intermedia tra la sorgente fred-
da e quella calda (trasformazione DE). Tale differenza cresce con la
pressione del vapore prodotto, sicché il rendimento del ciclo, pur
aumentando, si discosta sempre più da quello ideale di Carnot. Nel
ciclo reale, per effetto delle irreversibilità, l'espansione non è isoen-
tropica e avviene lungo la curva AB: Il rapporto tra il salto entalpico
reale lungo l'espansione e quello teorico, a pari temperature estre-
me, si definisce rendimento indicato. T ale rendimento vale circa
0,88 per vapore saturo secco o surriscaldato, mentre si riduce per
vapore umido, a causa degli attriti dovuti alle gocce d'acqua disperse
nel vapore; una indicazione della penalizzazione provocata dalla
umidità è data da questa semplice relazione empirica:

"'i = 0,88 - 0,6 . u ( 1. 2)

dove u è l'umidità media lungo l'espansione.


Il rendimento del ciclo di Rankine può essere migliorato dimi-
nuendo le quantità di calore cedute dalla sorgente calda alle basse
temperature. Ciò può essere ottenuto utilizzando, come sorgente di
calore per il riscaldamento dell'acqua, il vapore che si espande in

T Figura 1. 3
Ciclo di Rankine

s
21ll l

Figura 1.4 T l
Ciclo di Rankine
rigenerativo

turbina. Dal punto di vista ideale, ciò può essere realizzato inviando
l'acqua in un serpentino che passa attraverso la turbina: il liquido
fluisce in controcorrente con il vapore e viene riscaldato fìno alla
temperatura di evaporazione. Questa procedura è indicata in Figura
1.4 dal tratto AB; l'area sottesa dal tratto AB, cioè il calore ceduto, è
uguale all'area sottesa dal tratto EF; si ottiene così che il calore della
caldaia è ceduto tutto a temperatura costante. Il ciclo ideale ottenu-
to in questo modo è detto rigenerativo e ha un rendimento uguale a
quello di un ciclo di Carnot, in assenza di attriti interni.
La sistemazione di uno scambiarore di calore entro la turbina
non è ovviamente possibile; inoltre raffreddando il vapore che
espande in turbina, si aumenta l'umidità allo scarico in modo intol-
lerabile per il funzionamento della turbina. Per questo, il ciclo rige-
nerativo viene realizzato in pratica spillando in più punti vapore dal-
la turbina e portandolo in contatto, diretto o tramite uno scambia-
core di calore, con l'acqua proveniente dal condensatore. Aumen-
tando il numero di spillamenti ci si avvicina sempre più al ciclo ci-
generativo teorico, a parre le perdite dovute ad irreversibilirà. Il dia-
gramma termodinamico nel caso di uno spillamento è
rappresentato in Figura 1.5. Una &azione x del vapore entrante in
turbina viene estratta in un punto intermedio dell'espansione, fa-
cendogli seguire il ciclo GHABF La rimanente frazione (1- x) conti-
nua l'espansione lungo il ciclo DEFGHAC L'acqua nel tratto EF
viene riscaldata condensando il vapore spillato.
L'aumento di rendimento dovuto alla rigenerazione è ottenuto a
spese di una certa riduzione dell'energia generata, a parità di vapore
entrante in turbina. Tuttavia, dal punto di vista economico ciò è
largamente compensato dal guadagno che si realizza nel rendimenro
del ciclo. Il ciclo rigenerativo ha anche il vantaggio di ridurre la por-
Capitolo 1 l 219
Cicli termodinamici

A
T

Caldaia

tata di vapore negli ultimi stadi della turbina, dove la crescita. delle Figura 1.5
Ciclo rigenerativo di
portate volumetriche impone sostanziali aumenti delle aree di pas-
Rankine a uno
saggio, non sempre facilmente realizzabili. Ciò è particolarmente ve- spi lla mento
ro nel caso di impianti nucleari a vapor saturo, in cui la portata di
vapore per k W prodotto è elevata.
Il rendimento del ciclo può essere ulteriormente aumentato surri-
scaldando il vapor prodotto, se la sorgente di calore permette tale
operazione (Figura 1.6). Con il surriscaldamento, a pari pressione
del vapore, si ottiene anche una riduzione dell'umidità allo scarico.
Per questo, in un a macchina reale, l'aumento di rendimento non è
dovuto solo a ragioni termodinamiche - aumenta il salto di tempe-
ratura tra la sorgente calda e quella fredda - ma anche alla riduzione
degli attriti delle gocce d'acqua presenti nel vapore. Quest'ultimo
effetto può essere così importante, che talvolta si ricorre al surriscal-
damento, anche quando ciò comporterebbe, dal punto di vista di
un ciclo ideale, una perdita di rendimento. È questo il caso di un ci-

Figura 1.6
.T
Ciclo di Rankine con
surriscaldamento

s
220 l

do impiegato per reattori ad acqua, in cui, non disponendo di una


sorgente a temperatura elevata, si surriscalda il vapore dopo una par-
ziale espansione in turbina, mediante del vapore saturo prelevato al-
l'ingresso della turbina stessa (v. par. 1.5).
Infine, si osservi che con il surriscaldamento ci si allontana ulte-
riormente dal ciclo di Carnot, a pari temperature estreme.

1.4 Generatori termici nucleari

La generazione di potenza meccanica in un impianto nucleare può


avvenire mediante un ciclo diretto o un ciclo indiretto. Nel primo ca-
so il vapore, generato direttamente nel reattore, enrra in turbina alla
temperatura di uscita dal reattore stesso; se il vapore è saturo, la
pressione è quella corrispondente a questo valore di temperatura.
Nel secondo caso, la presenza di uno scambiatore di calore tra il
circuito primario e quello secondario fa sì che la massima tempera-
tura del fluido motore sia necessariamente inferiore a quella massi-
ma del fluido termovettore, che asporta calore dal reattore. Inoltre,
la pressione del fluido motore, a causa dell'andamento decrescente
della temperatura del fluido primario nello scambiatore di calore,
non può essere, in questo caso, quella corrispondente alla massima
temperatura ottenibile dal fluido motore stesso.
In Figura 1.7 è rappresentato un diagramma dello scambiatore
primario-secondario, in termini di temperatura dei fluidi in funzio-
ne del calore scambiato.
Nel primo tratto dello scambiatore, l'acqua di ritorno dal sistema
del generatore viene preriscaldata in controcorrente dal fluido pri-
mario. Nel punto Bi due fluidi raggiungono la minima differenza

Figura 1. 7 T i T,
Tipico diagramma
temperatura-calore D. D'
scambiato di un
generatore di vapore
per ciclo a
condensazione diretta
(ABCD) e rigenerativo
(A'B'C'D')

Q
Capitolo 1
Cicli termodinamici
l 221

di temperatura (pinch point nella letteratura anglosassone); il suo va-


lore è determinato da considerazioni di carattere economico. Infatti,
tale differenza diminuisce aumentando la superficie dello scambia-
core, il cui onere deve essere così confrontato con il guadagno di
avere un rendimento maggiore. L'acqua non può quindi essere ri-
scaldata al di sopra della temperatura T8 e per questo verrà pressu-
rizzata alla pressione di saturazione corrispondente a questa tempe-
ratura, in modo tale che proprio in questo punto inizi a bollire. Da
qui in poi la temperatura del fluido motore rimane praticamente co-
stante, fino alla completa vaporizzazione dell'acqua. N ella parte fi-
nale dello scambiatore, si può surriscaldare il vapore, sfruttando il
fatto che, alla fine della vaporizzazione, la differenza di temperatura
tra fluido primario e secondario è assai aumentata.
Se il ciclo è del tipo rigenerativo, aumenta la temperatura dell'ac-
qua all'ingresso dello scambiatore e si abbassa la temperatura in cui
si raggiunge il minimo salto di temperatura tra i due fluidi (v. Figu-
ra 1.7). La pressione del vapore è così inferiore a quella che si otter-
rebbe con un ciclo a condensazione diretta. In questo caso quindi, i
vantaggi associati all'adozione di un ciclo rigenerativo sono parzial-
mente controbilanciati dalla riduzione di pressione del vapore gene-
rato.
Le conseguenze di quanto detto sono tanto maggiori quanto più
bassa è la temperatura media del fluido primario e quanto maggiore
è la differenza tra le sue temperature estreme. Le condizioni peggiori
erano quelle che si realizzavano nei primi reattori a gas-grafite, per i
quali l'adozione di un ciclo ad un unico valore di pressione, come
rappresentato nella Figura 1.7, avrebbe comportato dei valori di
pressione troppo bassi. Risultò conveniente adottare un ciclo più
complesso a due pressioni , come rappresentato in Figura 1.8, detto
anche ciclo duale. Con questo ciclo è possibile seguire meglio il dia-
gramma di temperatura del fluido primario, sfruttando così la parte
ad alta temperatura dello scambiatore per generare vapore a pressio-
ne maggwre.
Al crescere delle temperature estreme, gli svantaggi connessi con la
presenza di una sorgente di calore a temperatura variabile si attenua-
no rapidamente. Nelle centrali a gas delle generazioni successive è
possibile con un ciclo ad una pressione ottenere valori di pressione e
temperatma del vapore del tutto confrontabili con quelli delle centra-
li termiche convenzionali. A titolo d'esempio in Figura 1.9 sono indi-
cati i daci relativi alla centrale inglese AGR di Hunterston B.
La stessa situazione è prevista anche per i reattori veloci raffred-
dati a sodio: nonostante la presenza di un circuito intermedio, è
possibile ottenere cicli a vapore di caratteristiche simili a quelle su
222 l

Figura 1.8
Ciclo a vapore a due
pressioni, detto ciclo
duale

'-----...---f+ Compreuore

indicate. In Figura 1.1O sono riportati i dati per il reattore veloce


Superphenix, messo fuori servizio anticipatamente.
Nei reattori raffreddati ad acqua in pressione, sia leggera che pe-
sante, il fluido primario, grazie alla sua capacità termica e alla sua
Capitolo 1 l 223
Cicli termodinamici

Figura 1.9
Dati del generatore di
vapore della centrale di
Hunterston B (AGR)

541

300.7 1\ p=107 bl\r l


,-------..JI
'
l'
343

166

elevata portata di circolazione, ha una differenza modesta tra le tem-


perature estreme (20 -7- 40 °C), in corrispondenza di una tempera-
tura media di 300 oC circa. In questo caso il ciclo è necessariamente
a vapore saturo o con un debole surriscaldamento. In Figura 1.11
sono riportati i dati del generatore di vapore a ricircolo di un tipico
PWR; la temperatura dell'acqua d'alimento è di 227 °C; il valore di
268 oC riportato in fìgura è quello dell'acqua all'ingresso della zona
riscaldata, dopo che si è miscelata con l'acqua satura che ricircola al-
l'interno del generatore di vapore (il titolo all'uscita vale circa 0,28).
La riduzione di temperatura (o di pressione) del fluido motore, do-
vuta all'andamento decrescente della temperatura del fluido termo-
vettore, è quantitativamenre inferiore a quella che si aveva nei primi
reattori a gas, ma è comunque apprezzabile. Infatti, in Figura 1.1 1
si vede come la temperatura di vaporizzazione del fluido motore sia
inferiore di 43 oC rispetto a quella massima del fluido termovettore:
ciò determina una riduzione di pressione di una trentina di bar, ri-
spetto al caso di una sorgente a temperatura costante pari a quella
massima. Inoltre, la temperatura di saturazione è anche inferiore a
quella minima di ben 7 °C.
Nei noccioli dei reattori a ciclo diretto si ha una progressiva ridu-
224 l

Figura 1.1 O T(°C)


Dati del generatore di soo
vapore del reattore
veloce Superphenix
6~2

625

417 a p= 177 bar

236

500 1000 Q(MW,)

zione della densità del fluido termovettore, a partire dalla quota di


inizio dell'ebollizione; tale effetto si ripercuote sul comportamento
neutronico del nocciolo. Questa quota dipende, in particolare, dal
grado di sottoratfreddamenro del fluido all'ingresso del reattore e
quindi dal grado d i rigenerazione dell'acqua di ritorno dal conden-
satore. Infatti nel BWR il valore del grado di rigenerazione è inferio-

Figura 1.11
Dati del generatore di
vapore di un tipico PWR 350
con generatore di
vapore a ricircolo
327

300
284 a p=G8, 2 bor

2G8

250

200 L---,----r--~----r---,----r--~----r---,----r---
600 1000 Q{MWt)
Capitolo 1
Cicli termodinamici
l 225

re a quello ottimale per il rendimento del ciclo: 60% circa contro


un ottimo dell' 80%.

1. 5 Turbine a vapore per reattori nucleari

Da quanto detto nei paragrafi precedenti risulta chiaro l'interesse


per i cicli a vapore saturo. Su questi concentreremo ora la nostra at-
tenziOne.
La procedura di calcolo di un ciclo a vapore saturo non si discosta
da quella adottata per un ciclo convenzionale a vapore surriscaldata.
Si rimanda pertanto a testi specializzati per avere dettagli sull'argo-
mento. Qui di seguita, invece, si passano brevemente in rassegna i
problemi che nascono dalla bassa qualità del vapore impiegato.
I cicli a vapor saturo hanno, rispetto a quelli a vapor surriscalda-
to, un minor salto entalpico utilizzabile, grosso modo 850 kjlkg
contro 1500 k]/kg. Ne consegue che la portata di vapore per unità
di potenza prodotta è più elevata, anche per il minor rendimento
indicato. L'area dell'anello di scarico del vapore della turbina è limi-
tata dagli sforzi meccanici indotti dalla forza centrifuga nelle palette
dell' ultima ruota. Ciò considerato, si dimostra che, a pari sollecita-
zione massima, velocità di scarico del vapore e numero di uscite, la
porcata allo scarico è inversamente proporzionale al quadrato della
velocità di rotazione della turbina. Le turbine a vapor saturo sono
così a basso numero di giri e precisamente a 1500 giri aL minuto
contro i 3000 giri aL minuto, solitamente impiegati per centrali con-
venzionali (1800 contro 3600 giri aL minuto nel Nord America). In
questo caso però, le dimensioni ed il peso saranno necessariamente
maggiori e quindi per potenze medio-piccole si preferisce adottare
la velocità di rotazione più elevata.
Indubbiamente il problema più preoccupante per le turbine a va-
por saturo è la limitazione dell'umidità del vapore lungo l'espansione
in turbina. Un'eccessiva umidità del vapore provoca non solo un au-
mento intollerabile dell'erosione delle palette rotanti, ma anche una
riduzione del rendimento indicata, per l'aumento degli attriti interni.
Valori massimi ammissibili per l'umidità sono all'incirca del15%.
Sembra accertato che l'acqua inizialmente condensa sotto forma
di minutissime gocce, disperse omogeneamente nel vapore come in
una nebbia. Queste gocce non determinano apprezzabili effetti ero-
sivi, perché si muovono alla stessa velocità del vapore. Successiva-
mente però esse si depositano sulla faccia convessa delle palette fisse,
formando un film continuo di liquido. Il vapore o meglio la nebbia
lambendo ad alta velocità la paletta, strappa l'acqua del frlm sotto
226 l

forma di grosse gocce. Sono proprio queste le responsabili del feno-


meno di erosione della turbina: fluendo esse più lentamente del va-
pore, non riescono ad attraversare con il flusso principale il passag-
gio tra le palette mobili e vengono così da queste urtate sul dorso,
provocandone l'erosione.
In Figura 1. 12 sono stati rappresentati i triangoli di velocità del
vapore e delle gocce d'acqua che investono le palette mobili: la velo-
cità relativa del vapore ha naturalmente la stessa direzione del passag-
gio tra due palette contigue, mentre quella delle gocce d'acqua, per
effetto della minor velocità assoluta, è rivolta verso il dorso delle pa-
lette mobili. L'effetto erosivo è proporzionale al cubo della velocità
periferica della parte terminale delle palette: è questo un ulteriore
motivo per preferire un basso numero di giri per le turbine a vapor
saturo.
Si cerca di estrarre parte dell'umidità direttamente in turbina,
mediante dei sistemi che si basano sulla dinamica delle gocce appe-
na descritta. Realizzando, ad esempio, delle scanalature radiali sul
dorso della paletta mobile, è possibile raccogliere le gocce che urta-
no su di essa e da qui, per effetto centrifugo, farle scorrere lungo la
paletta, fino ad una camera di raccolta posta alla periferia della ruo-
ta. Un altro sistema è quello di succhiare l'acqua che si raccoglie sul-
le palette fisse, mediante una fenditura posta sul bordo delle palette
stesse, collegata direttamente con il vuoto del condensatore. Questi
effetti sono assai più efficaci se il drenaggio è dimensionatO in modo
Figura 1.12 da fare uscire anche una piccola portata di vapore che, funzionando
Triangoli di velocità del da eiettore nel suo efflusso, trascina l'acqua; l'effetto della perdita di
vapore e delle gocce questO vapore sul rendimento è sempre inferiore al beneficio deri-
d'acqua che investono
le palette mobili di una vante dalla minore umidità in turbina. Le dimensioni delle gocce
turbina tendono ad aumentare lungo l'espansione; per contrastare questO

v = Velocitll perifericn pnlettll mobile


v "• = Velocità neeolutn Vllpore
u 1 = Velocità nnolÙta gocci~> acqua
u~ = Velocità relatlvn vapore
u~ = VelocitÌI relntlvn goccin ncqua
Capitolo 1
Cicli termodinamici
l 227

processo, si possono distanziare maggiormente in senso assiale le ul-


time file di palette di bassa pressione, in modo che la corrente di va-
pore riesca a frantumare le gocce di dimensioni maggiori.
Nonostante l'impiego di vari mezzi per estrarre l'umidità all'imer-
no della turbina, è necessario prevedere anche un separatore di con-
densa per l'intera portata di vapore, tra il corpo ad alta e a bassa pres-
sione della turbina. Questi separarori devono essere progettati per rea-
lizzare alte efficienze di separazione e basse cadute di pressione. Nor-
malmente essi riducono il contenuto di umidità a valori di l -;- 2%.
Le palette della turbina, che lavorano nella zona umida, sono co-
munque protette sul dorso o mediante un riporto di stellite, ottenu-
to per brasatura o mediante un trattamento termico di indurimen-
to. Un tipico schema di principio di un ciclo a vapor saturo senza
surriscaldamento intermedio è ra.Bpresentato in Figura 1.13. Esso
prevede w1 corpo ad alta e uno a bassa pressione, un separarore di
condensa sulla linea di collegamento tra i due corpi e cinque preri-
scaldatori per l'acqua di alimento.
I preriscaldatori possono essere di tipo aperto o chiuso. N el primo
caso si realizzano le migliori condizioni di scambio termico tra i due
fluidi e quindi un rendimento termodinamico più elevato. Per con-
tro ciò comporta la necessità di avere tante pompe di alimento
quanti sono i rigeneratori e la impossibilità di purificare il vapore
umido estratto dalla turbina da miscelare con l'acqua di alimento,
inconveniente questo particolarmente grave per i reattori a ciclo di-
retro (le impurità sono contenute nell'acqua trascinata dal vapore).
Per le pompe che aspirano acqua satura dai preriscaldatori aperti esi-
ste anche il pericolo di cavitazione durante un transitorio. Per questi

Figura 1.13
Tipico ciclo a vapor
saturo senza
surriscaldamento inter·
medio
228

motivi, generalmente i rigeneratori sono di tipo chiuso, a parte uno


intermedio, che può essere aperto. Questo serve ad ottenere un ul-
teriore ed efficace degasaggio dell'acqua di alimento, oltre a quello
che si ottiene nel condensatore, minimizzando allo stesso tempo la
portata di vapore che non può essere purificata. Questo rigeneratore
aperto, detto comunemente degasatore, è progettato anche per con-
tenere una grande quantità d'acqua di alimento, al fine di assorbire
eventuali squilibri di portata durante un transitorio.
Poiché la purificazione dell'intera portata d'alimento è un criterio
ormai generalmente adottato, è necessario riciclare all'indietro idre-
naggi dei vari rigeneratori fino al condensatore, alla cui uscita è di-
sposto l'impianto di purificazione a resine a scambio ionico, che
può funzionare efficacemente solo a bassa temperatura.
Un tipico schema di principio di un ciclo a surriscaldamento in-
termedio è rappresentato in Figura 1.14; esso consente, come già
accennato nel par. 1.3, un aumento del rendimento, a causa della
minor umidità che si ha nella espansione a bassa pressione. Il guada-
gno sul rendimento si può stimare in circa 1,5%. È assai importante
che il vapore da surriscaldare sia stato ben essiccato nel separatore di
condensa, onde evitare un consumo dispendioso di vapor vivo per
portarlo alle condizioni di vapore saturo secco.
Le dimensioni del separatore di condensa e del successivo surri-
scaldatore sono tali che l'energia entalpica della acqua e del vapore
in esso immagazzinata può mandare le turbine in sovravelocità peri-
colose, in caso di perdita di carico. Per evitare ciò, è necessario pre-

Figura 1.14
Tipico ciclo a vapor
saturo con
surriscaldamento inter-
medio a vapor vivo
Capitolo 1 l 229
Cicli termodinamici

disporre una valvola d'intercettazione rapida all'uscita del surriscal-


datore, oltre quella normalmente prevista all'ammissione in turbina.
Per realizzare elevate potenze della turbina è necessario aumenta-
re l'anello di scarico del vapore. Ciò si ottiene riducendo, come già
detto, la velocità di rotazione, aumentando l'altezza delle palette
dell'ultima ruota ed aumentando il numero di scarichi o di flussi.
L'altezza della paletta è limitata non solo dai già citati problemi
di sollecitazione meccanica, ma anche dalla possibilità che si inne-
schino vibrazioni intollerabili per l'integrità a lungo termine delle
macchine. Grandi progressi sono stati fatti in questo campo negli
ultimi anni, per cui attualmente si possono produrre palette i altezza
nell'intorno di 1,4 m per velocità di 1500 ...;- 1800 giri aL minuto.
Il numero di flussi, nel corpo a bassa pressione, può salire fino
ad un massimo di sei. In Figura 1.15 sono rappresentate tre diver-
se possibilità per turbine fornite dalla Generai Electric americana
per vapore saturo. Nella stessa figura è riportata, in funzione del-
l'altezza massima delle palette e del numero di giri, la massima po-
tenza elettrica estraibile in corrispondenza di due cicli con e senza
surriscaldamento intermedio; i valori si riferiscono ad un vapore
saturo all'ammissione di 67 bar di pressione. I corpi ad alta pres-
sione sono a flusso unico fino a 500 MWe e a doppio flusso per
potenze supenon.
Il controllo della potenza è generalmente effettuato mediante
strozzamento con valvola di regolazione del vapore all'ammissione.
Si ottiene così una riduzione della p ressione di alimento, che a sua
volta provoca una analoga riduzione di portata, in quanto la caratte-
ristica portata caduta di pressione di una turbina è all'incirca lineare;
si ha quindi una riduzione di potenza. Si prevede in qualche caso ed
entro certi limiti, anche il controllo mediante parzializzazione del
flusso di vapore; infatti, l'alimentazione della turbina avviene me-
diante parecchi condotti disposti sulla circonferenza della prima
ruota e chiudendoli uno alla volta con una valvola di intercettazione
si realizza una riduzione della portata di ammissione e non della sua
pressione. In cambio si ha una distribuzione di temperatura non
uniforme lungo la circonferenza, che nel caso di grandi macchine
può causare cimenti non accettabili.

1.6 Turbine a ciclo diretto

N el caso che il vapore di turbina sia direttamente generato nel reat-


tore, non esistono, dal punto di vista termodinamico, problemi dif-
ferenti da quelli già citati nel paragrafo precedente, a parte una mag-
230

Figura 1.15
Sistemazioni t ipiche per
turbi ne nucleari (GE)

TANDEM-COMPOUND, DOUBLE-FLOW

Approx. mnx. rating1 MWe


Lnst-stnge R. p.m.
bucket, in. Non-reheat Steam rehent

35 l 800 260 275


38 l 800 330 345
43 l 800 385 405
35 l 500 260 275
41 l 500 360 380

TANDEM-COMPOUND, FOUR-FLOW

Approx. mnx. rnting, }'.1We


Lnst-stoge R.p.m.
bucket, In. Non-rehent S team reheot

35 l 800 520 550


38 l 800 660 690
43 l 800 770 810
35 l 500 520 550
41 l 500 720 760

TANDEM-COMPOUND, SIX-FLOW

Approx. max. rnting, MWe


Lnst-stnge R.p.m.
bucket, in. Non-reheat Steam rehent

35 l 800 780 825


38 l 800 990 l 035
43 1 800 l 150 l 160
35 l 500 780 825
41 l 600 l 080 l 140
Capitolo 1 l 231
Cicli termodinamici

gior interazione termica tra il funzionamento della turbina e quello


del reattore, di cui bisogna tener conto caso per caso.
Tuttavia, dal punto di vista funzionale esistono alcune differenze
dovute al fatto che il sistema utilizzatore è attraversato da un fluido
radioattivo e contenente una cena quantità di idrogeno e ossigeno,
prodotti nel reattore per dissociazione radiolitica dell'acqua.
La radioattività del vapor d'acqua generato direttamente in reat-
tore è dovuta a: i) attività intrinseca per reazioni dell'ossigeno con
neutroni, ii) attività proveniente da prodotti di fissione (specialmen-
te gassosi) sfuggiti attraverso microfessure delle guaine degli elemen-
ti di combustibile, iii) attività da prodotti di corrosione.
Per le reazioni nucleari dell'ossigeno e le caratteristiche delle ra-
diazioni prodotte si rimanda al par. 5.9 della Parte II. Come si può
vedere dalla T abella 5.3, per la brevità dei tempi di decadimento e
per il valore elevato dell'energia dei prodotti, tali attività sono assai
rilevanti in funzionamento, specialmente quella relativa all' N 16 . Ne
consegue la necessità di schermare o rendere comunque inaccessibi-
le in funzionamento tutto il sistema del turbogeneratore, inclusa
tutta la linea dei preriscaldatori. Nei punti più attivi si possono rag-
giungere attività dell'ordine di 0,01 Svlh. Si può ridurre l'attività
dell' N 16 progettando le linee del vapore in modo che aumenti il
tempo di transito tra il reattore e la turbina. In ogni caso risulta dif-
ficile che un addetto possa ispezionare di persona le apparecchiature
del sistema utilizzatore e ciò provoca degli inconvenienti nella con-
duzione della cen trale.
I prodotti di fissione gassosi, trasportati dal vapore lungo la turbi-
na, vengono infine aspirati insieme agli incondensabili dalla pompa
a vuoto del condensatore e da qui convogliati al camino della cen-
trale. I gas fluiscono lungo una tubazione di grande diametro, entro
la quale il tempo di percorrenza è di alcune decine di minuti: tale
tubazione è detta linea di ritardo. La sua funzione non è solo quella
di consentire il decadimento dei prodotti a vita breve, per cui tra
l'altro basterebbero tempi di minor durata, ma quella di dare il tem-
po sufficiente agli operatori di accorgersi di un rilascio eccessivo di
prodotti di fissione e poi d'intercettarla.
La tendenza attuale è però quella di trattare i gas per estrarne i
prodotti radioattivi prima dello scarico, mediante un processo di di-
stillazione frazionata dopo la liquefazione. I gas radiolitici vengono
aspirati dalla pompa a vuoto del condensatore: generalmente rimane
solo l'idrogeno, in quanto l' ossigeno reagisce con i materiali del cir-
cuito; l'ossigeno è comunque presente per effetto dei rientri d'aria
nella zona subatmosferica della turbina. La presenza di idrogeno ed
ossigeno nella linea di scarico del gas del condensatore può far na-
232 l

scere pericoli di formazione di gas tonante. È necessario predisporre


opportuni accorgimenti contro questa possibilità; tra l'altro, la linea
di ritardo è progettata per resistere alle pressioni di scoppio della mi-
scela tonante.
Per la presenza di gas radioattivi, l'edificio contenente tutto il si-
stema utilizzatore deve avere una certa tenuta ed un condiziona-
mento controllato dell'aria.
Infine, per quanto riguarda i prodotti di corrosione, quelli in so-
spensione si possono depositare sulle superfici del circuito, concen-
trandosi nelle zone dove tale meccanismo è favorito dalle condizioni
fluidodinamiche locali. Nascono così delle difficoltà per la manu-
tenzione dei componenti, che però si sono rivelate in pratica meno
gravi del previsto.
Una conseguenza indiretta della radioattività del vapore è quella di
non poterlo scaricare all'atmosfera, in corrispondenza di transitori ve-
loci di pressione, come nel caso di mancanza improvvisa di carico.
Generalmente, il reattore non tollera variazioni troppo brusche o
troppo elevate della pressione e quindi in questi casi bisogna mandare
il vapore direttamente nel condensatore, sorpassando la turbina.
Diversi problemi tecnologici devono essere risolti per convogliare
una sostanziale frazione della portata di vapore verso il condensatore
principale, onde evitare eccessive sovrapressioni e sovratemperature,
pericolose soprattutto per la palettatura dell'ultimo stadio della tur-
bina. Tuttavia, anche nei reattori a ciclo indiretto, non si ritiene
prudente scaricare il vapore secondario direttamente all'atmosfera,
in quanto piccole perdite di fluido primario nel generatore di vapo-
re potrebbero renderlo un po' radioattivo. In ogni caso, il valore
della frazione di portata del vapore, che deve essere convogliata nel
condensatore, dipende dalle esigenze del sistema di controllo e dal-
l'entità della riduzione di carico, che l'impianto può accettare senza
richiedere l'arresto rapido del reattore.
I problemi posti dal ciclo diretto, pur nelle loro complessità, non
si sono rivelati di difficoltà insormontabile. L'esperienza ormai ac-
quisita di parecchi anni di funzionamento di centrali nucleari a ciclo
diretto ha indicato chiaramente come con una progettazione oppor-
tuna sia possibile rendere del tutto accettabile tale impianto sotto il
profilo della sicurezza e della corretta conduzione.

1. 7 Cicli a gas

L'utilizzo della turbina a gas come motore primo, impiegato in im-


pianti regolarmente funzionanti e sufficientemente affidabili, risale
Capitolo 1 233
Cicli te rmodinamici

al 1950 circa. L'interesse derivava da alcuni problemi pratici che de-


vono essere affrontati nell'utilizzazione dei due impianti, che fino
ad allora avevano dominato la scena: la macchina a vapore ed il mo-
tore alternativo a combustione interna.
L'impianto a vapore, a fronte di caratteristiche positive, come la
grande potenza erogabile e gli ottimi rendimenti raggiungibili, pre-
senta anche degli inconvenienti come la complessità, l'ingombro, il
peso e la dipendenza da cospicue portate d'acqua per il raffredda-
mento.
Il motore a combustione interna alternativo può essere realizzato
con dimensioni e pesi contenuti ed operare con ottimi rendimenti,
ma come macchina volumetrica ha dei precisi limiti nelle portate di
gas che lo attraversano e quindi non può raggiungere le potenze ti-
piche di una turbomacchina.
La turbina a gas nasce per sanare le due pecche degli impianti de-
scritti, ossia per poter disporre di un motore termico compatto, leg-
gero e capace di grandi potenze.
Il mercato delle turbine a gas è oggi quasi interamente dominato
dai cosìddetti cicli semplici aperti, ossia quei cicli che prevedono
aspirazione dell'aria in ingresso al compressore dall'ambiente circo-
stante e scarico dei prodotti di combustione in uscita dalla turbina
nell'ambiente stesso. Tale tipo di ciclo, per sua natura impone di la-
vorare con vincoli ben precisi: la pressione minima è imposta dal-
l'ambiente (I bar), inoltre il combustibile utilizzabile non può con-
tenere sostanze che ad alte temperature danneggerebbero le paletta-
cure della turbina (ad esempio vanadio e zolfo). Pur con tali limiti,
si costruiscono oggi unità di notevoli taglie e prestazioni: tempera-
ture massime di circa 1300 °C (installazioni stazionarie per genera-
zione di potenza elettrica alimentate a gas naturale e con raffredda-
mento ad aria delle palettature della turbina), potenze massime nel-
l'intorno dei 280 MW e rendimenti del 38%.
In rare occasioni si sono apportati dei miglioramenti al ciclo sem-
plice aperto per aumentarne il rendimento, ma con scarsi risultati. I
difetti termodinamici del ciclo a gas sono l'introduzione di calore
sotto salti di temperatura elevati e lo scarico nell'ambiente di gas an-
cora dall'alto contenuto entalpico (temperature nell'intorno dei 500
°C) . L'idea di impiegare uno scambiatore per recuperare il calore al-
lo scarico non ha trovato pratica realizzazione per le difficoltà tecno-
logiche. Da un lato gli scarsi coefficienti di scambio termico caratte-
ristici di uno scambiatore gas/gas portano a superfici di scambio
ragguardevoli (lievita il costo d'impianto), dall'altro l'aggressività dei
prodotti di combustione ad alta temperatura danneggia la superficie
scambiante, riducendone tra l'altro la capacità di trasferire il calore.
234 l

Ben diverso è il caso che si recuperi questo calo re mediante uno


scambiatore di calòre gas-acqua per produrre del vapore, che poi
evolve in una turbina seguendo il ciclo Rankine. È questo il cosid-
detto ciclo combinato, con rendimenti complessivi del 55 --;- 60%,
che attualmente è frequentemente impiegato quando s'intende uti-
lizzare come combustibile il gas naturale.
In alcuni casi nel passato si è pensato di utilizzare un ciclo a gas
chiuso, introducendo due scambiatori di calore, uno al posto della
camera di combustione ed uno per raffreddare il gas in uscita dalla
turbina, rinunciando al vantaggio di operare senza un fluido refrige-
rante. Per contro si hanno alcuni innegabili vantaggi:
• libertà di scelta della pressione minima del ciclo: agendo su di es-
sa si può ottenere un dimensionamento ottimale delle turbomac-
chine, che dipende dalla densità del fluido di lavoro e quindi dal-
la sua pressione;
• possibilità di utilizzare qualsiasi combustibile, visto che la com-
bustione ora è esterna e i prodotti da essa derivanti non attraver-
sano la turbina;
• scelta ottimale del fluido di lavoro (che nel caso di ciclo aperto è
necessariamente aria e prodotti di combustione);
• possibilità di adottare un rigeneratore, le cui superfici saranno
ora attraversate da un fluido non aggressivo e dalle medesime ca-
pacità termiche di portata: sui due lati (caratteristica vantaggiosa
per lo scambio termico).
La prima realizzazione industriale di un ciclo chiuso a gas risale al
1939, anno in cui venne costruito un impianto sperimentale per
bruciare combustibili fossili in Svizzera. Fino al 1978 sette centrali
a combustibile fossile utilizzanti elio, aria e argon come fluidi di la-
voro vennero realizzare in Germania e Svizzera (Tabella l. l ). I ren-
dimenti di tali impianti non superarono mai il 33%, per via dei li-
miti sulle temperature massime imposte agli scambiatori caldi.
Questi cicli sono indispensabili nel caso sia possibile impiegarli
in reattori nucleari raffreddati a gas; essi hanno il vantaggio di una
maggiore semplicità costruttiva e compattezza del macchinario ro-
tante rispetto alle turbine a vapore degli impianti tradizionali, so-
prattutto per la libertà di scelta della pressione minima del ciclo,
che condiziona il dimensionamento delle turbomacchine e le carat-
teristiche di scambio termico. La temperatura massima è limitata
dalle esigenze di mantenere l'integrità strutturale dei materiali del si-
stema primario e di assicurare la stabilità chimica del fluido terme-
vettore. Per le temperature massime, la tecnologia attuale consente
di lavorare nell'intorno di 850 -7- 900 °C .
I gas possibili sono l'elio, il neon e l'anidride carbonica. Quest'ulti-
Capitolo 1
Cicli termodinamici
l 23S

Oberhausen Oberhausen
Centrale Pioneer CCGT Coburg Haus aden Gelsen-kirchen
1 2
Paese Svizzera Germania Germania Germania Germania Germania
Costruttore Escher Wyss GHH GHH GHH GHH GHH
Carbone Carbone/
Gas Gas di
Combustibile Petrolio /gas di Carbone gas di
d'altoforno cokeria
cokeria miniera
Fluido di
Aria Aria Aria Aria Aria Elio
lavoro
PoL elettrica
2 13,75 6,6 6,4 17,25 50 1
(MWe)
Rend. netto 32,6 29,5 28,9 29,5 30,8 31,3
Temp. lngres.
650 710 680 680 711 750
turbine (0 C)
Data
1939 1960 1961 1963 1967 1975
costruzione
Ore funzion.
6000 100000 100000 100000 75000 (nota 2)
(a 6/1976)
Dispon. ( %) (nota 3) 73 83 91 75 -

ma, pur atrraente per la compattezza delle turbomacchine, per il Tabella 1.1
Alcuni cicli a gas chiusi
basso cosro e per l'esperienza acquisita, non può arrivare a tempera-
costruiti nel mondo con
ture elevate, per evitare la reazione chimica con la grafite del mode- combustibile fossile
ratore. Anche nei reattori veloci, la presenza di incamiciature metal- (1) Dimensioni fisiche delle
liche limiterebbe comunque la temperatura massima del gas a valori turbomacchine e degli
scambiatori di calore equi-
nell'intorno dei 650 oC. D'altra parte l'anidride carbonica, grazie al valenti a quelle di un ciclo a
suo scostamento dalla legge dei gas perfetti - minor lavoro di com- gas di un impianto nucleare
ad elio di circa 300 MW• .
pressione, eventualmente effettuato in parte in fase liquida- forni- (2) Più di 5000 ore di eserci-
sce con queste temperature dei rendimenti confrontabili con quelli zio fino alla primavera del
1977 con una potenza elet-
del ciclo a vapore, con l'inconveniente però di richiedere pressioni trica erogata di 30 MW•.
elevare(> 100 bar) . Comunque non ci sono progetti di reattori nu- (3) Centrale esercita duran-
cleari che considerano l'impiego di quesro fluido. Tra il neon e l'e- te il secondo conflitto mon-
diale.
lio, che sono chimicamente stabili, risulta svantaggiato quest'ultimo
per i costi e i rendimenti.
Il rendimento delle macchine ha un impatto sul rendimento glo-
bale di impianto ben più significativo di quanto non sia nel caso di
cicli a vapore. A tal riguardo il componente più critico è il compres-
sore di gas, che pona il fluido di lavoro alla pressione di ammissione
in turbina. Nel ciclo Rankine il medesimo compito è assolto dalla
pompa di alimento: lavorando tale macchina con un fluido a bassissi-
mo volume specifico (acqua con V[iq ~ l (J3 m3lkg), proporzional-
mente basso sarà anche il lavoro da essa assorbito (L pompa ex VtipPJ
in confronto a quello della turbina. 3 Per tale ragione una scarsa effi-

J Vvopor~;
Vuq
::!' Lcurbin j Lpompo =:!! 100.
236 l

cienza della pompa di un ciclo a vapore avrebbe un limitato impatto


sul bilancio dell'impianto. Al contrario, nel ciclo a gas il compressore
elabora un fluido aeriforme e con un volume specifico non molto di-
verso da quello del gas che attraversa la turbina: parimenti il lavoro
del compressore sarà una percentuale significativa di quello della tur-
bina.4 Alla luce di quanto detto si capisce che l'efficienza del com-
pressore dovrà essere spinta a valori più alti possibili (oggi 1Jc ~ 0,9
per grossi compressori assiali) per non compromettere il bilancio del-
l'impianto. T ali rendimenti sono stati raggiunti solo sul finire degli
anni ottanta, grazie alle numerose ricerche ed esperienze effettuate
sulla fluidodinamica delle schiere di palette nelle turbomacchine.
Per questo, i cicli chiusi a gas per applicazioni nucleari vennero
presi in seria considerazione nei primi anni novanta, anche perché
si poté dimostrare che rigeneratori a microalettature di nuova con-
cezione e cuscinetti a !evirazio ne magnetica, erano in grado di ga-
rantire rendimenti netti d'impianto del 50% (con Tmn.~ = 850 °C).
L'esigenza di disporre di cuscinetti a levirazione magnetica in luogo
dei tradizionali cuscinetti a lubrifìcazione oleodinamica, nasce dal
rischio che una evenruale fuoriuscita d'olio possa contaminare il
fluido termovetrore, compromettendo il funzionamento del reattore
(ciclo diretto). Attualmente, tutti i numerosi progetti riguardanti gli
HTGR prevedono l'impiego di cicli diretti a gas (elio).

1.8 Cicli a gas chiusi

Il più semplice ciclo a gas è quello detto di Joule-Brayton (Figure


1.16 e 1.17): il gas, supposto perfetto, viene dapprima compresso
isoentropicamente (1-2) in un compressore (C), in seguito si ha
somminisrrazione di calore a pressione costante (2-3) all'interno di
un primo scambiatore (SI), segue una espansione isoenrropica (3-
4) in una turbina (T ) ed in ultimo il fluido torna nelle condizioni
di partenza cedendo calore all'ambiente in modo isobaro (4-1), at-
traverso un secondo scambiatore di calore (52) . Il rendimento del
ciclo è una funzione unica del rapporto di rapporto di compressione
({3 = Pt/ p2) e cresce monotonicamente al crescere di esso, come
anche il salro di temperatura (Figura 1.18). La ragione termodina-
mica risulta evidente dall'esame della Figura 1.19, che mostra due
cicli Joule-Brayton fra le medesime temperature estreme e con di-
versi rapporti di compressione: il ciclo a più alro rapporto di com-

4 Si dimostra che: Lturb;na ~ 2.


Lcompressore
Capitolo 1 237
Cicli termodinamici

Figura 1.16
Ciclo a gas chiuso
semplice

3 cr>Lt-L~

l 4

pressione (ACED) riceve calore dalla sorgente calda e cede calore al-
l'ambiente sotto salti di temperatura più contenuti rispetto all'altro
ciclo (CBFG) e quindi, lavorando più vicino alla reversibilità, pre-
senta un rendimento maggiore.
Nelle pratiche applicazioni diversi fattori concorrono a rendere il
ciclo Joule-Brayton esaminato non rappresentativo delle condizioni
reali di funzionamento di un impianto a gas:
• Le turbomacchine, vista l'elevata velocità con cui il fluido di la-

Figura 1.17
Ciclo chiuso semplice
T nel piano T, S
Tmax

7 / 7 Tmin

s
Figura 1.18
Rendimento del ciclo .
0.8
i
O9 ···-------···--------····-··-------------····--------------------------------------------------------------,

ideale a gas chiuso


semplice in funzione del 0,7
rapporto di
compressione 0,6
Q

~ 0.5
s::
;.§ 0,4
Q)
p:: 0.3
0.2
0,1

o ~--------------------------------------------~
o 5 10 15 20 25 30 35 40 45
Rapporto di compressione

voro le attraversa, possono realmente essere rrattate come campo-


nemi adiabatici, ma non sono certo sede di processi reversibili:
per tale ragione compressione ed espansione del gas avverranno
ad enrropia crescente, a detrimento del rendimento del ciclo.
• La presenza di perdite di carico nei condotti e negli scambiatori
si traduce, fissato il {3, in un più piccolo salto di pressione a di-
sposizione della turbina, con riduzione del lavoro di espansione
ed ulteriore peggioramenro del rendimento del ciclo.
Per le ragioni esposte, un passo successivo allo studio dei cicli a gas,
consiste nell'introduzione dei rendimenti isoentropici delle macchi-

Figura 1.19
Due cicli Joule-Brayton
a confronto T
Tmax
A

c
7 7 7 7 7 Tmin

s
Capitolo 1
Cicli termodinamici
l 239

ne e delle perdite di carico che intervengono negli scambiatori e nei


condotti colleganti i vari componenti. Si può facilmente dimostrare
che, in presenza di macchine dall'efficienza non più unitaria, il ren-
dimento del ciclo dipende ora dal salto di temperatura e non ha ca-
rattere monotono con il rapporto di compressione, bensì presenterà
un massimo: infatti, se è vero che all'aumentare di fJ va migliorando
il modo con cui il ciclo riceve e restituisce calore alle sorgenti, è al-
trettanto vero che per alti rapporti di compressione i lavori delle
due macchine si fanno sempre più simili (AC ~ DE in Figura
1.19). La similarità di lavoro di compressione con il lavoro di espan-
sione, in presenza di macchine non ideali, porta ad una riduzione

del lavoro utile (L 11 = L;J,T7]T - L;d,C) e quindi ad uno scadere


7Jc
del rendimento del ciclo sopra certi (3 (Figura 1.20).
Qui di seguito si espone trattazione dell'effetto delle perdite di
carico nei condoni e negli scarnbiatori, che mette in conto anche il
tipo di fluido utilizzato. Introduciamo un coefficieme di perdita di
carico K, definito come il lavoro isoentropico di una turbina che
espande il gas fra gli effettivi livelli di pressione che regnano a mon-
te e a valle di essa e l'analogo lavoro che si otterrebbe in assenza di
perdite di carico (con riferimento a Figura 1.1 7):

1- (~Y (1.3)

1- (~Y
0,35 Figura 1.20
Ipotesi:
0,3 Tmax = BOO •C; Tm;n =
= 45 •c; Rendimenti
turbomacchine = 0,9;
o 0,25 -
Fluido di lavoro = Elio
c
~ 0,2
:cc
~ 0,15

0,1

0,05

o +.--~---.-------,------.-------.-------,------,
o 2 4 6 8 10 12
Rapporto di coi'Jl)ressione
240

in cui cp[k]/ kgK] è il calore specifico del gas usato e {) = 1 - 1 è

'
l'esponente dell'isoentropica che consente il calcolo delle variazioni
di temperatura a partire da quelle di pressione. Si introduce un ulte-
riore parametro adimensionale detto rapporto di elevazione della
temperatura nel compressore e così definito:

(1.4)

OSSi a :

-!'J l
(3 =1/J+ l (1.5)

Si osserva ora che è possibile esprimere il rapporto di espansione


della turbina come differenza fra il rapporto di compressione del
compressore e la somma delle perdite di carico relative a tutto il cir-
cuito CI: b.p):

(1.6)

Fondendo insieme le relazioni scritte sopra si ottiene:

( 1.7)

L'equazione (1.7) è diagrammata in Figura 1.21.


L'esame del diagramma tracciato permette di trarre le seguenti
osservaztom:
• Per un dato fluido (fissato 1 ) il valore di K è tanto più elevata
quanto maggiore è il parametro 1/J e cioè quanto maggiore è il
rapporto di compressione: cicli ad alto rapporto di compressione ri-
sentono in misura minore delle perdite di carico.
• Per un dato parametro 1/J, K è tanto minore quanto maggiore è
l'esponente dell'isoentropica (/); il che significa che nei cicli a gas
con molecola semplice (elio, argon) sono tollerabili perdite di carico
inferiori a quelle ammissibili nei cicli a gas con molecola più com-
plessa (aria, azoto, anidride carbonica etc.).
Si fa osservare che la trattazione svolta prevede di imporre le perdite
di carico senza considerare le capacità dei singoli gas di scambiare
calore e le perdite di carico che in tale processo di scambio si mani-
festano. Accade infatti, che in un ciclo ad elio, come detto, siano
tollerabili solo modeste perdite di carico, ma la capacità intrinseca
Capitolo 1
Cicli termodinamici
l 241

Figura 1.21
Effetto delle perdite di
0,95 gamma=1 ,67 carico al mutare del
fluido di lavoro
(gamma), con l'ipotesi
0,9 '\
che la somma
b..pj p = 0,06
x: 0,85 " ' \ gamma=1 ,4

0,8

0.75

0,7
o 0,2 0,4 0,6 0,8

di questo gas di trasferire calore per convezione forzata è tale da dare


origine a perdite di carico limitate anche per coefficienti di scambio
abbastanza elevati. Alla luce di queste considerazioni vanno visti la
generalità ed i limiti della trattazione sopra esposta.

1. 9 Il fluido di lavoro

Si immagini di poter astrarre per un momenro da problematiche tec-


nologiche e si studi l'influenza del tipo di gas scelto sui seguenti para-
metri: rapporto di compressione di massimo rendimento, rendimento del
ciclo, coefficienti di scambio termico e dimensioni delle turbomacchine.
Come già osservato in precedenza, fissati il fluido, il rendimento
delle macchine e le perdite di carico nei condotti, esiste un rapporto
di compressione che massimizza il rendimemo. Per un gas ideale so-
no unicamente le vicende termiche (scambi di calore e temperature
a cui avvengono le trasformazioni) a sancire il rendimento del ciclo
e non le pressioni a cui è sottoposto il gas: questo significa che, fissa-
ti i rendimemi dei componemi dell'impianto a gas e le temperature
estreme, sarà unicamente la forma del ciclo nel piano Temperatura-
Entropia a determinarne il rendimento termodinamico. La stessa for-
ma del ciclo per due fluidi diversi, ad esempio elio ed azoto, si può
ottenere solo mutando il rapporto di compressione nel passare da
un gas all'altro: essendo l'elio un gas monoatomico, tutto il lavoro
meccanico che gli si fornisce comprimendolo (nel compressore) va
ad incrementare l'energia cinetica rraslazionale della molecola e
. d.1 la sua temperatura ( - l mvtrasl 3
qum -l = - kb T) ; oo . ' non accade
2 2
per l'azoto, gas biatomico, nel quale parte del lavoro di compressio-
242 l

ne innesca i moti rotatori e vibratori della molecola, che non parte-


cipano all'innalzamento di temperatura. Pertanto a pari rapporto di
compressione l'elio si scalda di più dell'azoto. Tutto questo significa
che per avere una medesima forma del ciclo nel piano T-S (e quindi
un medesimo rendimento), nel passare da azoto ad elio come fluido
di lavoro, bisognerà drasticamente diminuire il rapporto di com-
pressione. 5
Se la forma del ciclo determina il rendimento a prescindere dal
fluido, allora, fissate le temperature estreme, anche il 6. Tin-o: fra in-
gresso ed uscita delle turbomacchine dovrà essere costante al mutare
del gas impiegato. Come noto il lavoro massico reso o assorbita da
una macchina a flusso continuo è dato dal salto entalpico a cavallo
di essa:

[kf/ kg] ( 1.8)

ma i salti di temperatura, per quanto detto, sono da ritenere costan-


ti nelle condizioni di ottimo rendimento, pertanto sarà il calore spe-
cifico massico a determinare il lavoro specifico delle macchine.
Per un gas ideale vale la seguente relazione, ponendo R la costan-
te dei gas e Mm il peso molecolare:
l R (1.9)
Cp = _ Mm [kjj kgK]
1 1

dalla quale si evince che, fissata la complessità molecolare (t mute-


vole a seconda che il gas sia mono o biatomico), la massa molecolare
sancisce il valore del calore specifico massico (alro per molecole leg-
gere come l'elio e basso per molecole pesanti coma l'azoto).
La capacità di smaltire un certo salro entalpico da parte di uno
stadio di turbomacchina dipende sostanzialmente dai fattori di cari-
co aerodinamico delle palette (<P) e dalla velocità periferica media
dello stadio ( um) secondo la seguente relazione:

(1.10)

Il carico aerodinamico è praticamente fisso per ragioni di rendimen-


to dello stadio e la velocità periferica media è vincolata da problemi
di integrità strutturale della macchina: pertanto il salto entalpico

5 l rapporti di compressione di massimo rendimento per le turbine industriali, che lavora·


no con fluidi bi e tri atomici, sono nell'intorno di 40; i rapporti di compressione di massi·
mo rendimento per i cicli chiusi rigenerativi ad elio si aggirano nell'intorno del valore 2.
Capitolo 1 243
Cicli termodinamici

smaltibile da uno stadio è da ritenere una costante a prescindere dal


fluido.
Tutte le considerazioni sopra esposte e sintetizzate nelle relazioni
(1.8), (1.9) e (1. 1O), portano a prevedere che il numero di stadi ne-
cessari in una turbomacchina ad elio sarà sicuramente maggiore di
quelli necessari per una turbomacchina in cui evolve azoto o anidri-
de carbonica.
Come visto, le dimensioni longitudinali di una turbomacchina
(numero di stadi) dipendono dal lavoro massico, così non è per
quelle trasversali che sono una funzione del lavoro volumetrico e
quindi della portata volumetrica.
Si consideri la seguente relazione circa la potenza W resa in un ci-
clo a gas:

Pex · Mm
W = r · Lu = Pex · Qp · Lu = R . T. · ~x · L" (1.11)
ex
in cui L, [kj l kg] è il lavoro utile, r [kg l s] è la portata massica,
Pex[kg/ m3 ] è la densità del fluido in uscita dalla turbina, Qp[ m3 / s]
è la portata volumeuica in uscita di turbina, Pex[Pa] è la pressione
in uscita e Tex[K] la temperatura. Fissati i parametri lavoro utile,
temperatura minima del ciclo e fluido di lavoro si può dire che

W CX:Pex · ~ (1.12)

ossia la potenza resa all'albero dall'impianto a gas è proporzionale al


prodotto di portata volumetrica e pressione di scarico. Nei cicli a
gas aperti per installazioni stazionarie, essendo imposta anche la
pressione di scarico (l bar), salire di potenza significa salire nella
portata volumetrica e quindi nelle sezioni di passaggio allo scarico
della turbina (è indispensabile mantenere delle velocità di attraver-
samento del fluido accettabili per ragioni di rendimento) e questo
aspetto è ciò che limita maggiormente la crescita nelle taglie delle
turbine a gas (che oggi hanno già raggiunto i 280 MW).
Nei cicli chiusi tali limiti non sono presenti perché, a norma del-
la (1.12), è possibile modulare anche la pressione di scarico per con-
tenere le dimensioni trasversali delle macchine.
In merito alle problematiche di scambio termico e all'influenza del
fluido su di esse, si urilizzi la correlazione di Dittus-Boelter (per i
dettagli si rimanda al par. 3.4.3):

Nu = 0,023 · (Re) 0' 8 (Pr) 0 A ( 1.1 3)

Da essa si vede che, al fìne di ottenere alti coefficienti di scambio ri-


sulta indifferente aumentare la velocità u o la densità del gas (h è
funzione del numero di Reynolds in cui p e u compaiono con lo
stesso esponente). Ma le resistenze fluidodinamiche sono lineari
con la densità e approssimativamente quadratiche con la velocità
(!:::.p ex u2 ) . Di conseguenza la potenza meccanica spesa per scam-
biare una data potenza termica cresce linearmente con la densità e
approssimativamente con la terza potenza della velocità
(W ex u · !:::.p ex u 3 ) . È quindi chiaro che converrà aumentare la
densità del gas mantenendo entro limiti contenuti la sua velocità di
attraversamento. Tutto quanto detto fa astrazione dalle caratteristi-
che termodinamiche del gas. In generale si può dire che, fissata la
pressione di esercizio, i gas che scambiano più efficacemente il calo-
re sono nell'ordine: idrogeno, elio, anidride carbonica e azoto.

1. 1O La rigenerazione

Il rendimento ottenibile da un ciclo chiuso semplice a gas operante,


per esempio, fra 800 °C e 45°C e con turbomacchine ad alta effi-
cienza, è nell'intorno del 28%, valore troppo basso per applicazioni
nucleari. L'opportunità di incrementare significativamente l' efficien-
za del ciclo a gas è offerta dalla rigenerazione, che qui in realtà è un
vero e proprio r·ecupero di calore, che si ottiene mediante uno scam-
biatore di calore tra il gas caldo in uscita dalla turbina e il gas freddo
in uscita dal compressore. In tal modo si evita di cedere all'ambiente
tanta parte del calore nobile scaricato a fine espansione, diminuendo
il calore che dovrà fornire la caldaia. A meno delle perdite di carico
introdotte da tale componente, il rendimento aumenta, perché si ha
lo stesso lavoro utile a fronte di una minore introduzione di calore.
Schema d'impianto e diagramma termodinamico per un ciclo chiu-
so rigenerarivo sono riportati nelle Figure 1.22 e 1.23.
Questo recupero del calore, che ha scarso successo negli impianti
a gas in ciclo aperto, è invece assai attraente nei cicli chiusi, dove la
combustione è esterna al fluido di lavoro e l'unico cimento a cui so-
no sottoposti i materiali del rigeneratore è di natura termica.
I parametri che caratterizzano il funzionamento di un rigenerato-
re e che sono utili ai fini del calcolo del rendimemo d'impianto so-
no l'efficacia (c) e le perdite di carico relative sui due lati
(b.p;n- exj J.
L' efficfcia c quantifica la capacità del componente di trasferire
calore fra le due correnti confrontandola con la massima quantità di
calore che idealmente si potrebbe trasferire; ipotizzando la costanza
dei calori specifici del fluido di lavoro ad ogni temperatura (rigoro-
Capitolo 1 245
Cicli t ermodinamici

Om"-l'
Figura 1.22
Ciclo a gas rigenerativo:
schema d'impianto

3 4

6
~lli
/ '

samente valido solo per gas monoatomici), con riferimento alla Fi-
gura 1.23:

( 1.14)

L'efficacia risulta unitaria (rigeneratore perfettO) solo in caso di co-


stanza dei calori specifici sui due lati, costanza delle portate massi-
che sui due lati (assenza di trafilamenti) e presenza di superfici
scambianti infinite nella configurazione controcorrente. O gni sco-

Figura 1.23
Ciclo a gas rigenerativo:
T 4 diagramma termodina·
mieo
Tmax

s
246

stamento dalla idealità sopraddetta porta ad una diminuzione del-


l'efficacia del rigeneratore. Oggi si stima, con la tecnologia degli
scambiatori compatti e microalettati (v. par. 3.4.5), di poter rag-
giungere un'efficacia dell'ordine del 95% con ingombri ed econo-
micità accettabili.
Valori ragionevoli per le perdite di carico relative su ognuno dei la-
ti scambianti possono essere considerati seguena:
0,01 < b.p;n-exJp· < 0,03.
tn

1.11 L'interrefrigerazione

Per ridurre la potenza assorbita dal compressore si può raffreddare il


gas durante la compressione. Idealmente il massimo· beneficio si ot-
terrebbe effettuando una compressione isoterma, ossia estraendo
con continuità il calore che adiabaticamente andrebbe ad aumentare
la temperatura del fluido compresso. Tuttavia, tale possibilità è tec-
nologicamente irrealizzabile, poiché significherebbe avere infiniti
stadi di compressione ed uno scambiatore interrefrigerativo di su-
perficie infinita: ciò che nella pratica si realizza è l'estrazione di calo-
re dal gas una o al massimo due volte nel corso della sua compres-
sione. Nelle Figure 1.24 e 1.25 è rappresentato un ciclo chiuso a
gas rigenerativo ed a singola interrefrigerazione.
L'applicazione della interrefrigerazione nel ciclo semplice a gas
(senza rigenerazione) se da un lato aumenta il lavoro utile (riducen-
do quello di compressione), non necessariamente incrementa il ren-
dimento: è infatti possibile che, alla riduzione del lavoro di compres-
sione (in Figura 1.25, b. 7ì'I è sempre maggiore di b. 1ì1 + b. T43
per via del divergere delle isobare nel piano T -S) consegua un au-
mento più imporrante dell'energia termica aggiuntiva in ingresso ci-
do interrefrigerato (.6. 7ì'4). Il prevalere del beneficio sul lavoro uti-
le o dell'inconveniente sulla maggiore energia termica da sommini-
strare, dipende molto dal rendimento isoentropico di compressione:
si può dimostrare che, con bassi rendimenti del compressore
('fl, < 0,8, tipico per macchine di piccola taglia), l'interrefrigerazio-
ne porta ad un aumento del rendimento del ciclo semplice; per tale
ragione l'interrefrigerazione è applicata ai cicli a gas semplici di ri-
dotta potenza come nel caso dei gruppi di sovra alimentazione dei
motori a combustione interna (motori con intercoolin~.
In tutti quei casi in cui all'interrefrigerazione è abbinata la rigenera-
zione, l'incremento di rendimento è sempre garamito e ben maggio-
re, a prescindere dall'efficienza di compressione: in presenza di rigene-
razione il calore che va aggiunto al ciclo per via dell'interrefiigeratore
Capitolo 1 247
Cicli termodinamici

Om'l. Figura 1. 24
Schema d'impiant o di
un ciclo rigenerativo
l' interrefrigerato

.-----8---~, ~~-oco 6

(ex b. '0.•4), è scambiato internamente al ciclo e quindi non influenza


il rendimento. Comunque l'interrefrigerazione porta ad un incremen-
to delle superfici scambianti del rigeneratore. Da un punto di vista
quantitativo, si fa però osservare che, il guadagno di rendimento nel
passare da ciclo rigenerativo a ciclo rigenerativo ed interrefrigerato, è
molto più contenuto che nel passaggio da ciclo semplice a ciclo rige-
nerativo (un paio di punti di rendimento contro una ventina). Figura 1.25
Bisogna com unque sottolineare che la rigenerazione e l'interrefri- Ciclo a gas rigenerativo
ed interrefrigerato:
gerazione richiedono scambiatori molto voluminosi - alcune volte diagramma termodina·
il volume della turbina - e tecnologicamente impegnativi. mieo

T 6
Tmax

s
248

1. 12 Esempio di calcolo di un ciclo chiuso a gas


rigenerativo ed interrefrigerato

Si vuole qui mostrare una semplice procedura per un calcolo di un


ciclo chiuso a gas, basata sulle seguenti ipotesi:
• gas dal calore specifico costante per ogni temperatura;
• trasformazioni termodinamiche internamente reversibili, ma con
cadute di pressione;
• turbomacchine e scambiatore di calore rigenerativo senza perdite
termiche;
• assenza di trafìlamenti.
In caso il fluido di lavoro sia elio (come per un impianto nucleare),
le ipotesi sono abbastanza ben soddisfatte, a parte quella sui trafìla-
menti che ragionevolmente potrebbero attestarsi sul 2-3% della
portata totale. Così i risultati sono per questo fluido abbastanza ben
appross1man.
Con riferimento alla Figura 1.25 si procede determinando le pres-
sioni nei vari punti del ciclo fissando una pressione base (p 1) di l bar
(ipotesi su cui si tornerà in seguito). Immaginando di avere stabilito
il rapporto di compressione totale del ciclo ({3 = ~~ ) , si determi-
nano i rapporti di compressione dei singoli compressori imponendo
che le due macchine minimizzino il lavoro assorbito: con tali ipotesi
si dimostra in modo elementare che entrambi i compressori forniran-
no il medesimo innalzamen to di pressione (/31) che vale, indipenden-
temente dal rendimento delle macchine, VfJ. Quindi risulterà:

/'2 = !3' · Pt (1.1 5)


Introducendo le perdite di carico relative nell'inrerrefrigeratore (a)
si ha:
b../'23
--=a---+ P3 = /'2 · (l - a) ( 1.16)
/'2
Per quanto detto prima:
P4 = !3' · P3 ( 1. 17)
Introducendo le perdite di carico sul lato freddo del rigeneratore ('y)
ed in caldaia (8) si ha rispettivamente:
b.p45
- - = 'Y ---+ p; = P4 · (l - 'Y) ( 1.18)
P4
b.p;6
- - = 8 ---+ P6 = p5 · (l - 8) (1. 19)
p;
Capitolo 1 249
Cicli termodinamici

Si è ora in possesso della pressione che regna a monte della turbina,


per conoscere quella a valle si procede a ritroso dal punto l e intro-
ducendo rispettivamente le perdite di carico relative nel refrigeratore
(cp) e nel lato caldo del rigeneratore (À) si ha:

6.pst Pt
- - = cp -----+ Ps = --- ( 1.20)
Ps 1 -cp

( 1.21)

Per determinare le temperature si ragiona nel seguente modo: si fis-


sano temperature minima ( Tmin = T,) e massima ( Tmax = 76) del
ciclo poiché ragionevolmente imposte dal fluido di raffreddamento
e dal livello tecnologico dei materiali.
Dalla legge dell'isoentropica si calcola la temperatura che rag-
giungerebbe il gas all'uscita del primo compressore se questo avesse
rendimento unitario:

T2iJ = Ti · /3'-o ( 1.22)


( - l Cp
dove'l3 = - - - ; ( = -.
/ Cv
Dalla definizione di rendimento di compressione si ha:

= Ti
T2iJ -
12 = Tt + _T 2_· - T,
'f/c -----+ tS _ _ (1.23)
12- Ti 'f/c

Analogamente nella seconda fase di compressione e ipotizzando che


sia ~ = Tì si troverà che T4 = 12.
Passando all'espansione in turbina si ha:

(1.24)

m cui si è indicato il rapporto di espansione in turbina con


/3r = P6 .
P7
D alla definizione di efficacia del rigeneratore si ha:

E=
75-74
T y; -----+ Ts = T4 + E · ( 17- 74) (1.25)
7 - 4

Poiché sono state ipotizzare la costanza del calore specifico del gas,
l'assenza di trafìlamenti e l'adiabaticità del rigeneratore verso l'am-
250 l

biente si ha che:
( 1.26)
Individuati cucci i punti del ciclo si procede al calcolo del rendimen-
to in modo elementare:

Tc,-77-2 · ( T2 - 1ì )
( 1.27)
T6- T5
A titolo di esempio, si riportano di seguito delle figure occenure se-
guendo lo schema sopra esposto.
Per l'elio e per i componenti del sistema si possono assumere i
valori contenuti nella Tabella 1.2.
Come si vede il massimo del rendimento si raggiunge per un rap-
porto di compressione pari a 2,1, valore ben inferiore a quelli del ci-
clo semplice e del ciclo chiuso senza rigenerazione (Figura 1.20). In
genere nella pratica si adottano dei rapporti di compressione un po'
superiori a quello massimo (2,5-:- 2,6), perché così diminuisce la
portata di fluido per unità di potenza prodotta (Figura 1.28) e quin-
di il sistema risulta più comparto, con effecci positivi sui costi (il

Tabella 1.2 Elio


Assunzioni per un ciclo
a gas elio T[°C) 25 100 200 300 400 500
Cp[kJ / kgK) 5,2 5,2 5,2 5,2 5,2 5,2
k [W/ mK) o,150 0,174 0,205 0 ,237 0, 270 0,302
J.L[Pa*s*10"5 ) 1,96 2,28 2,67 3,06 3,41 3,75
Turbomacchine: rendimento turbina = rendimento compressore = O, 9
Efficacia rigeneratore = O, 95
6J.pjp di ogni componente = 0,01

0.60
Figura 1.26
Ciclo a gas rigenerativo
e d interrefrigerato.
Ipotesi: TMax = 850 oc ;
rendimento turbomac·
chine = O, 9; e fficaci a
rigeneratore = O, 95;
somma totale
t::.pj p = 0,05; fluido di
lavoro = elio

0,00 ' - - - -- -- -- - - -- - - -- - - - - -- ----'


o 4
Rendhnento tennodinamlco
Capitolo 1
Cicli termodinamici
l 251

0,52 Figura 1.27


Ciclo a gas rigenerativo
o 0,5
ed interrefrige rato.
Ipotesi : r Mfn = 50 oc ;
~ rendimento turbomac·
.s" 0.48
chi ne~ 0,9; efficacia
-g
E 0,46
~
rigeneratore = O, 95;
o somma totale
c t::.p( p = 0,05; fluido di
_§ O.« lavoro = elio.
""
~ 0,42

0,4 ' - - - -- - - - - - - - - -- - - - - - - - - -- - -
700 750 eoo 850 950
Temperaltrra massima [ C]
0

rendimento risente poco dell'operazione, come la Figura 1.26 mo-


stra). Inoltre, al crescere di questo rapporto, a pari temperatura mas-
sima, diminuisce quella all'ingresso del reattore, dove sono posti gli
elementi strutturali di sostegno del nocciolo: ciò diminuisce il loro
cimento meccanico, che è in genere abbastanza determinante.

1.13 La regolazione di potenza nei cicli chiusi a


gas

Se si vuole modulare la potenza di un impianto a gas in ciclo aperto


si può, in modo elementare, ridurre la portata di combustibile in
caldaia: con tale operazione, se le macchine girano a velocità angola-
re costante (come deve essere se sono accoppiate a generatori sincro-
ni), costante resterà la portata massica d'aria che entra in caldaia,
ma andrà diminuendo la temperatura massima del ciclo per via della
minore potenza termica in ingresso. Per tale ragione il rendimento

1,6 Figura 1.28


Ciclo a gas rigenerativo
1 ,7
ed interrefrigerato.
1 ,6 Ipotesi: TMax = 850 oc;
TMin = 50 °C;
~ 1,5 rendimento turbomac·
~ chine = O, 9; efficacia
~ 1,4
rigeneratore = O, 95;
1,3 somma t otale
t::.p( p = 0,05; fluido di
1,2
lavoro= elio
1,1

1
1,9 2,1 2,3 2,5 2.7 2,9 J ,1
Rapporto di compressione
252

di conversione, in caso di sola regolazione della quantità di combu-


stibile, andrà inevitabilmente scemando.
In alternativa si può immaginare di disporre una valvola di !ami-
nazione a monte del compressore per diminui re la portata massica,
ma anche tale operazione, come facilmente intuibile, si riverbera in
modo negativo sul rendimento. La tecnica oggi più adottata nelle
grosse turbine a gas per generazione di potenza elettrica prevede
l'intervento di palette statoriche a calettamento variabile (IGV: !nlet
Guide Vanes) nel compressore assiale. Così facendo si restringe, al
diminuire della portata, la sezione di passaggio dell'aria, mantenen-
do sostanzialmente inalterata la velocità assoluta del fluido a diverse
portate: ciò consente di non modificare il triangolo delle velocità al-
l'ingresso del rotore ed in particolare l'angolo di incidenza sulla pala,
che determinerebbe lo stallo della macchina. Tale intervento per-
mette parzializzazioni anche fino al 50% della potenza, con ridotti
impatti sul rendimento di conversione.
Nel caso dei circuiti chiusi, il problema della regolazione di po-
tenza viene risolto modulando la portata massica che attraversa le
macchine, senza agire sulla forma termodinamica del ciclo. Per fare
ciò è stato immaginato di cambiare la pressione base del ciclo, intro-
ducendo un compressore aggiuntivo che vari il grado di pressurizza-
zione (Figura 1.29).
Il compressore C', prelevando il gas da un apposito serbatoio, lo
pomperà nel circuito andando ad aumentare la densità media del
fluido di lavoro (nell'ipotesi di un incremento della potenza): la po-
tenza resa all'albero è proporzionale alla portata massica elaborata e

Figura 1.29
Ciclo chiuso a gas con
controllo della potenza

S2
Capitolo 1
Cicli termodinamici
l 253

quest'ultima è esprimibile come il prodotto della portata volumica e


la densirà del fluido (r = pQ). Giacché ogni turbomacchina, fissa-
tane la velocità angolare, imporrà sempre la stessa portata volume-
erica (le palettature vedono triangoli di velocità a prescindere dalla
natura del fluido elaborato), è chiaro come un aumento della p por-
terà con sé un aumento della potenza resa. Tutto quanto detto è va-
lido a rigore solo nell'ipotesi che all'aumentare del livello di pressu-
rizzazione non vadano mutando i seguenti parametri: rendimenti
delle turbomacchine, prestazioni degli scambiatori di calore e perdi-
te di carico. Poiché in prima approssimazione tali ipotesi sono assu-
mibili come vere (una djsamina di tali assunzioni esulerebbe dallo
scopo della discussione), il ciclo termodinamico, aumentando la
densità media del fluido, rimane identico a se stesso traslando su
isobare a pressione maggiore (Figura 1.30).
Tuttavia, il controllo di potenza tramite una variazione della
pressione ha lo svantaggio di sollecitare a fatica i componenti del
circuito, che ad elevate temperature sono particolarmente sensibili a
questo tipo di cimento meccanico. Si evita così di ricorrere a questo
metodo quando si deve variare la potenza per brevi intervalli di tem-
po. In questo caso si adotta una procedura complementare che è
quella di sorpassare con una valvola il compressore, riciclando all'in-
dietro parte della portata compressa: la potenza del compressore ri-
mane invariata, mentre varia proporzionalmente alla minor portata
quella della turbina. Il regime termico e quello di pressione non
cambiano, mentre il rendimento cala sensibilmente.
Infine si può ricordare che nei cicli a gas la cessione di calore alla
sorgente fredda avviene con una differenza di temperatura media as-

Figura 1.30
Traslazione delle isobare
T a seguito del modificarsi
della pressione base del
Tmax ciclo

Tmin

s
254

sai più elevata che nel caso dei cicli a vapore. C iò comporta un van-
taggio soprattutto nel caso si dovessero adottare corri di raffredda-
mento a secco al posto di raffreddatori alimentati con acqua di corpi
idrici naturali (vedi capitolo 2 di questa parte). 6

6 Chi volesse approfondire gli argomenti trattati in questo capitolo circa i cicli a gas può
consultare i seguenti testi: O. Acton, C. Caputo; Impianti motori; UTET (1992); G.Lozza;
Turbine a gas e cicli combinati; Progetto Leonardo (1997).
255

2 Effetti termici di impianti


termoelettrici

2. 1 Introduzione

Nel processo di conversione dell'energia termica in energia mecca-


nica negli impianti termoelerrrici convenzionali, la quan tità di calo-
re, che deve essere ceduta a bassa temperatura, è una frazione so-
stanziale del calore totale prodotto. Infatti, il rendimento di una
centrale di questo tipo supera di poco il 40% e si tratta di valori dif-
ficilmente migliorabili, nell'ambito dell'attuale tecnologia dei mate-
riali. Soltanto nelle centrali a ciclo combinato alimentate da gas na-
turale, i rendimenti salgono apprezzabilmente arrivando al
55 j- 60 %. Nel caso invece delle centrali nucleari, a causa della
bassa qualità del vapore prodotto, i rendimenti sono più bassi, in-
torno al 33% e solo con particolari tipi di reattore, a gas ad alta
temperatura o veloce, si possono avere rendimenti paragonabili a
quelli delle centrali termoelerrriche convenzionali.
In genere, il calore ceduto dalle centrali viene dissipato in corpi
d'acqua naturali (fiumi, laghi o mari), facendo passare nei condensa-
tori una portata d'acqua da questi prelevata (Figura 2.1). L'acquari-
tOrna dai condensatori nel corpo d'acqua d'origine più calda di qual-
che grado e qui si miscela più o meno rapidameme con l'acqua pre-
sente, elevandone la temperatura: si altera così Io scambio termico ac-
qua-atmosfera, in modo tale che tuttO il calore asportato viene poi
trasmesso a quest'ultima. Si tratta, però, di un processo assai lento,
che non può evitare che, a regime, vaste zone del corpo d'acqua inte-
ressato siano permanentemente a temperatura più elevata rispetto a
quella d'origine. In sostanza, si può dire che l'acqua funge da fluido
termovettore nel processo di smaltimemo del calore verso l'atmosfera.
L'alterazione termica dei corpi d'acqua naturali può provocare ef-
fetti dannosi. Per questo morivo si parla sempre più spesso di inqui-
-namento ter111ico delle centrali di potenza, anche se, a stretto rigore,
l'alterazione termica non provoca sempre effetti negativi, come av-
viene invece per altre forme d'inquinamento.
Con tale espressione in genere ci si riferisce solo agli effetti termici
sui corpi d'acqua naturali e non a quelli complessivi relativi al riscal-
damento fìnale dell'atmosfera. Il consumo energetico globale dell'uo-
256

Figura 2.1
Schema di una centrale
elettrica con presa e
scarico di retti i n un Generntore
corso d'acqua di
vapore
Preriscnldntori

-------- -;
1---------- 1
1---- - - - - - --1
J Condensatore 1

Pompn di
circoln~ione
cp, l
l
l
l
Presn
l

----1..,_ Corso d'ncqua

mo confrontato con il calore solare è ben poca cosa, essendo meno


dell'l per diecimila. T uttavia, i consumi energetici sono in continua
crescita, le atmosfere degli emisferi boreale e australe si mescolano po-
co e ovviamente i consumi sono maggiori nel primo e in certe zone
ad alta concentrazione umana ed industriale il rilascio di calore all'at-
1
mosfera può essere una frazione rilevante del calore solare. Per que-
sto, variazioni del microdima locale sono probabili e considerando
che piccole variazioni di temperatura dell'atmosfera possono avere ef-
fetti amplificati sul clima e sul territorio, possono evidenziarsi anche
variazioni globali. In realtà, questo fenomeno dovrebbe essere a livello
globale non confrontabile con quello dovuto all'effetto serra, causato
dalla crescita dei gas serra nell'atmosfera per il processo d i combustio-
ne. Sull'effetto serra non c'è identità di vedute da parte degli esperti,
anche a causa degli enormi interessi in gioco. Comunque, da molti
anni si svolgono conferenze mondiali per dibattere questo fenomeno
e per decidere le azioni di contenimento del rilascio dei gas serra, fì-

Ad esempio, si stima che nell'isola di Manhattan della città di New York il calore prodot·
to dall'uomo eguagli quello proveniente dal sole.
Capitolo 2 l 257
Effetti termici di impianti termoelettrici

nora però con scarsi risultari. È una problematica importante, com-


plessa e controversa che qui non verrà trattata.
Per ridurre gli effetti dell'inquinamento termico delle centrali ter-
moelettriche è necessario rispettare determinate norme, che si ag-
giungono a quelle particolarmente stringenti, relative al conteni-
mento dell' inquinamento chimico e di quello radioattivo, rispettiva-
mente nel caso delle centrali convenzionali e di quelle nucleari. Ciò
provoca, sempre più frequentemente, il ricorso a metodi alternativi
di asportazione del calore, che consentono di evitare l'alterazione
~ica dei corpi d'acqua naturali.

2. 2 Aspetti quantitativi del problema

In Tabella 2.1 sono riportari dei valori tipici che caratterizzano il bi-
lancio termico di una centrale convenzionale e di una nucleare. Nel
caso della centrale nucleare è stata scelta una tipo L W'l?; in ambedue i
casi la potenza dell'impianto, al di sopra di certi valori, influenza mol-
to poco i dari riportati. Risulta evidente, in assoluto, la cospicua fra-
zione di calore che deve essere ceduta nel condensatore e, in senso re-
larivo, la notevole differenza tra i due impianti. Per ogni k Wh elettrico
fornito alla rete, si devono smaltire al condensatore circa l 070 kcal in
una centrale convenzionale e circa 1650 kcal in una centrale nucleare.
La differenza tra i due casi è dovuta per la maggior parte al diver-
so rendimento~e per la parte rimanente al calore sensibile
dei fumi (BO kcal), presenti solo nelle centrali convenzionali, che
viene direttamente dissipato nell'atmosfera.
Questi valori, anche se possono subire delle lievi variazioni, mo-
dificando il progetto, caratterizzano abbastanza bene gli aspetti
quantitativi del problema.
Per centrali con altri tipi di reattore, invece, l'energia termica dis-

Convenzionale Nucleare LWR Tabella 2. 1


Tipico bilancio termico
Potenza (MWe) 640 800
di centrali
Rendimento (%) 41 33 termoelettriche
Consumo specifico (kcal/ kWh)1 2100 2600
Energi a elettrica netta 860 860
Consumi interni 90 90
Energi a termica fumi 80 -
Energia termica condensatore 1070 1650
1. Tale parametro, che non è altro che l' inverso del rendimento con due unità di misura di-
verse al numeratore e al denominatore, è molto usato nelle centrali termoelettriche per
avere rapidamente il consumo di combustibile. Ad esempio, se si usa carbone a 7000 kcall
kg, per produrre un kWh occorrono 210017000= 0,3 kg.
258

sipata nel condensatore può subire apprezzabili variazioni. Per i


reattori a gas e veloci tale energia è di poco superiore a quella delle
centrali convenzionali, in quanto, pur essendo i corrispondenti ren-
dimenti complessivi praticamente uguali, essa comprende anche il
contributo calorifico dei fumi.
Al contrario per i reattori ad acqua pesante (del tipo PHWR) l'e-
nergia dissipata è superiore a quella di un L WR, ponendosi nello in-
torno delle 1900 kcal per kWh e ciò a causa della qualità inferiore
del vapore prodotto. A tale valore vanno anche aggiunte circa 150
kcal che devono essere asportate dal moderatore, entro cui si dissipa
circa il 5;Yo dell'energia di fissione.
Se poi si fa il confronto con le centrali a ciclo combinato, la diffe-
renza diventa ben maggiore: per un rendimento del 60% il calore
dissipato nel condensatore è pari a circa 500 kcal.
Sulla base di detti valori, assegnata la potenza ed il tipo di centra-
le, si può facilmente ricavare il calore complessivo da smaltire e, fis-
sando il salto termico attraverso il condensatore, anche la portata
d'acqua di raffreddamento. Con un tipico innalzamento di tempe-
ratura di l O 0 C, una centrale termoelettrica convenzionale da 640
MWe richiede una portata d'acqua di circa 19m3 l s, una centrale a
ciclo combinato della stessa potenza richiede 9 m3 l s. Mentre una
centrale nucleare da l 000 MWe del tipo L WR, richiede, con le stes-
se ipotesi, una portata di 46m3 / s. Come si vede, si tratta di portate
cospicue, confrontabili con quelle di molti fiumi italiani ed apprez-
zabilmente inferiori solo a quelle del fiume Po.
Questi dati, che si riferiscono a una sola centrale, non esprimono
in pieno le dimensioni del problema. Bisogna considerare da un lato
l'aumento prevedibile dell'energia termoelettrica, tenendo conto del
ruolo crescente di quella nucleare, dall'altro la tendenza alla crescita
delle potenze unitarie, più accentuata per le centrali nucleari rispet-
to a quelle convenzionali e - sempre per motivi di convenienza eco-
nomica- al raggruppamento di più unità nello stesso sito. Ciò spie-
ga le preoccupazioni crescenti dei Paesi industrializzati nei confronti
di tale forma di inquinamento.

2.3 Alterazione termica dei corsi d'acqua naturali

Lo scarico diretto dell'acqua calda del condensatore entro il corpo


d'acqua da cui è tratta, provoca in esso delle alterazioni termiche sia
a livello locale che globale.
La completa diluizione delle acque calde scaricate entro il corpo
d'acqua richiede una zona più o meno estesa, che dipende dal tipo
Capitolo 2 259
Effetti termici di impianti termoelettrici

Rndinz.ione aolnre Figura 2.2


Rndiaz.ione atmosferica Scambio termico con
l'ambiente di uno
Calore perso per irrnggiamento
specchio d'acqua
• Calore perao per evnporar.ione
Scambio termico per conduzione

Rifleeaione rt>di"zione aolt>re


Riflessione rndinzione ntmoefericn

di scarico utilizzato e dal grado di turbolenza del corpo d'acqua stes-


so. Si hanno così, nella zona prospiciente lo scarico, delle distribu-
zioni di temperatura relativamente perturbate rispetto a quelle natu-
rali. Nel caso di corsi d'acqua si può avere, come limite estremo, la
creazione di una barriera termica, totale o parziale, in direzione tra-
sversale al corso d'acqua stesso.-
Questa alterazione della distribuzione locale di temperatura, nota
come pennacchio caldo, viene aggravata, come sopradetto, dalla cre-
scita delle potenze unitarie delle centrali e della loro maggiore con-
centrazione. Una volta completata la miscelazione dell'acqua calda
con quella fredda, si ha una sovratemperatura uniforme di tutto il
corpo d'acqua, quantitativamente assai inferiore a quelle nel pen-
nacchio caldo. Tale effetto è ovviamente trascurabile nel caso del
mare o di grandi laghi, in quanto la loro capacità termica può essere
assunta infinitamente grande.
Lo scambio termico tra la superficie dell'acqua e l'atmosfera av-
viene per effetto di diversi processi come indicato nella Figura 2.2.
Le frecce stanno ad indicare la direzione del flusso termico. I mecca-
nismi con cui avvengono i diversi processi sono assai complessi e
pertantO si rimanda alla letteratura specializzata per maggiori detta-
gli in proposito. Qui basta ricordare che le quantità di calore tra-
smesse secondo i diversi processi variano assai da caso a caso e di
conseguenza varia anche la loro importanza relativa. Comunque, il
coefficiente di trasmissione complessivo, pur variando entro inter-
valli abbastanza ampi, assume valori modesti; tipicamente. si hanno
valori dell'ordine di l50 kcalf_~C).Da ciò deriva che, per tra-
sferire completamente alla atmosfera il calore ceduto all'acqua, oc-
corrono superfici molto estese. Ad esempio, nel caso di un fiume,
occorrono parecchie decine di c~ometri per annullare completa-
mente l'alterazione termica introdotta da una grande centrale di po-
260 l

tenza. Per la stessa ragione, nello studio del pennacchio caldo, a


causa delle limitate superfici in gioco, si trascura solitamente di con-
siderare il calore ceduto all'atmosfera.
Il diffondersi dell'alterazione termica su grandi superfici impone
che non si possa costruire una centrale a ridosso di una esistente,
dove non si è ancora esaurita la relativa alterazione termica. Nel caso
di un fiume ciò significa che le centrali siano ben distanziate lungo
il suo corso.

2.4 Effetti sull'ecosistema

L'alterazione. della temperatura dei corpi d'acqua è una forma di in-


quinamento che si differenzia dalle altre per il fatto che non dan-
neggia direttamente l'uomo. Esso provoca una perturbazione di tut-
to l'ecosistema acquatico e quindi l'uomo ne subisce le conseguenze
solo in modo indiretto. È quindi difficile valutare la gravità dello in-
quinamento termico e la sua importanza rispetto ad altri pericoli
più immediati per l'uomo. Tuttavia, bisogna tener presente che l'e-
cosistema acquatico è assai sensibile alla temperatura e che, proprio
a causa della non immediata evidenza dell'alterazione ambientale, è
possibile che si creino dei danni irreversibili prima che si abbia la
percezione esatta di quello che sta avvenendo. Esiste poi un sinergi-
smo tra l'inquinamento chimico e quello termico delle acque, per
cui il prim~1ene aggravato dall'esistenza delsecondo.
L'aumento di temperatura dei corpi d'acqua naturali provoca de-
gli effetti di natura Jtsica, chimica e biologica.
Q uelli del primo tipo sono dovuti al cambiamento delle proprie-
tà fisiche dell'acqua con la temperatura, quali la densità, la viscosità,
la 'rensìone di vapore, la tensione superficiale, la solub!lità ~ la diffu-
~ività dei gas. È noto che la velocità di sedimenta;l~e dei particola-
ri sospesi in un fluido dipende dalla densità e dalla viscosità del flui-
do. Una variazione di temperatura può quindi influire in modo si-
gnificativo sulla localizzazione, sulla quantità e sulla morfologia dei
sedimenti, che si raccolgono nei fiumi, negli estuari e nei canali.
Piccole differenze di densità (Tabella 2.2) possono determinare
una stratificazione delle acque, diminuendo in modo sostanziale il
loro mescolamento in senso verticale. Si diminuisce così il ricambio
di ossigeno negli strati profondi, che non beneficiano di produzione
propria, per la ridotta attività clorofilliana. N el caso di laghi e baci-
ni, la stratificazione che si stabilisce nei mesi estivi e autunnali tra le
acque superficiali più calde {eJ.2ilimnion) e quelle profonde più
fredde (ipolimnion), potrebbe esse;;res;;rabile tutto l'anno.
~·- ------------
Capitol o 2
Effetti termici di impianti termoetettrici
l 261

Temperatura Densità Ossigeno disciolto (saturazione) Tabella 2.2


[OC] [g/cm3] [mg/l] Relazione tra
temperatura, densità e
o 0,99987 14, 6 ossigeno disciolto nelle
4 1, 00000 13,2 acque dolci
5 0, 99999 12,8
10 0,99973 11,3
15 o, 99913 10,2
20 0,99823 9,2
25 0, 99707 8,4
30 0,99567 7,6
35 0,99406 7, 1
40 0,99224 6,6
Da Industriai Guide on Thermal Pollution, US Department of lnterior, Federai Water Pollu-
tion Contrai Amministration, 1968.

La stratifìcazione di un corpo d'acqua può ridurre apprezzabilmen-


te la sua capacità di assimilare i rifìmi organici (acque di fogna)
mediante i processi di autopurificazione. L'iniezione di questi rifiu-
ti negli strati inferiori fa sì che essi abbiano a disposizione una mi-
nor quantità d'acqua con cui miscelarsi e una ridotta quantità di
ossigeno e ciò provoca complessivamente un aumento dell' inquina-
mento.
Un altro importante effetto di natura fisica, dovuto all'aumento
di temperatura, è la diminuzione della solubilità dell'ossigeno, men-
tre in genere ne aumenta la richiesta da parte degli organismi. T ut-
tavia, la questione è un po' controversa: secondo alcuni autori, tale
impoverimento sarebbe evidente solo se l'acqua fosse satura d'ossi-
geno, condizione questa che, a causa di altre forme di inquinamen-
to, avviene raramente in pratica. Altri sostengono che il passaggio
dell'acqua attraverso i condensatori provoca una certa aerazione, per
cui si può avere un lieve aumento dell'ossigeno disciolto. In Tabella
2.2 sono riportati i valori delle concentrazioni di ossigeno in acque
dolci alla saturazione in funzione della temperatura.
Gli effetti di natura chimica derivano dal fatto che un innalza-
mento di temperatura fa aumentare la velocità e l'entità delle reazio-
ni chimiche. Le reazioni biochimiche, caratteristiche degli organi vi-
venti, avvengono a temperature relativamente basse, in presenza di
catalizzatori organici detti enzimi, che hanno la caratteristica di esse-
re~rmolabili. Per questo motivo, l'attività della maggior parte degli
organismi demolitori è confinata in un intervallo da l O a 40 °C.
Con l'aumento della temperatura, l'attività batterica raggiunge na-
turalmente l' optimum tra i 30 ed i 37 oC, per poi decrescere brusca-
mente. A causa quindi dell'attività dei batteri decompositori, in pre-
262 l

senza di sostanze organiche, si può provocare localmente una note-


vole riduzione dello ossigeno disciolto.
Un altro esempio dello stretto legame tra inquinamento chimico e
quello termico è rappresenrato dalla eutrofizzazione. Questo processo
si verifica quando un corpo d'acqua ~n continuo apporto di
sostanze nutriti~e provenienti generalmente dai fertilizzanti usati in
eccesso in agricoltura, dai detersivi, dagli scarichi domestici (nitrati,
fosfati, residui organici). In queste condizioni aumenta la produzione
primaria (alghe) e successivamente quella secondaria (organismi ete-
rotrofi, demolitori) . Questi processi sono notevolmente amplificati
dalla temperatura: la richiesta di ossigeno aumenta e questo porta allo
sviluppo di microrganismi demolitori anaerobi, che a loro volta con-
tribuiscono ad arricchire le acque di solfuri, di composti ammonici,
di nitrati e di metano. Queste condizioni di eutrofizzazione sono par-
ticolarmente gravi per bacini chiusi. Questi effetti provocano una al-
terazione delle caratteristiche chimiche e organolettiche delle acque,
che le rendono meno adatte per la vita dej pesci. Le specie più tolle-
ranti possono ancora sussistere, ma quelle più esigenti, che general-
mente sono le più pregiate, vengono eliminate.
Gli effetti di natura biologica si basano sul fatto che la vita acqua-
tica risente della temperatura anche in modo diretto. Si hanno effet-
ti sul metabolismo, sulla riproduzione, sullo sviluppo embrionale e
sull'accrescimento di molti pesci. Sono effetti assai complessi che
variano da specie a specie.
Bisogna anche tener conto dell'effetto di uno sbalzo improvviso
di temperatura, quale si avrebbe entrando nelle zone del pennacchio
caldo. Gli organismi a sangue freddo possono vivere senza inconve-
nienti a varie temperature, purché le variazioni da una temperatura
ad un'altra avvengano lentamente nel tempo, come ad esempio nel
corso dell'anno, ma sono molto sensibili ad aumenti improvvisi di
temperatura.
Le specie marine rispetto a quelle di acqua dolce, sono più sensi-
bili a questo effetto, perché adattate ad un ambiente che presenta
una minore variabilità termica.
Di solito, per valutare le conseguenze dell'inquinamento termico
di un corpo d'acqua, si prende in considerazione solo l'effetto sulle
specie ittiche naturalmente presenti. I motivi sono essenzialmente
due. Gli effetti della temperatura, pur importanti per tutti gli orga-
nismi presenti in una comunità acquatica, dovrebbero aumentare al
crescere della complessità di una specie e quindi della posizione che
essa occupa nella scala zoologica, a causa della interdipendenza tra
le specie. Si ritiene dunque che, se in un ecosistema sussistono con-
dizioni adatte alla sopravvivenza e alla riproduzione dei pesci, tali
Capitolo 2
Effetti termici di impianti termoelettrici
l 263

condizioni siano soddisfacenti anche per un gran numero di specie


inferiori. Il concetto quindi non è quello di suggerire una priorità
per i problemi dei pesci, bensì di considerarli come organ ismi di ri-
ferimento, la cui sopravvivenza sia garanzia dello stato di salute del
corpo d'acqua. L'altro motivo, invece, si basa principalmente su ra-
gioni di praticità. Dal momento che non sembra possibile seguire e
proteggere tutti gli organismi viventi in un corpo d'acqua, alcuni
esperti tenderebbero a proteggere solamente le specie utilizzate e de-
siderate dall'uomo, insieme con quelle catene alimentari strettamen-
te necessarie alla loro riproduzione. Questa tendenza si basa molto
su motivi economici e sulla difficoltà di mantenere una ecologia di-
versificata. È stato fatto osservare, tuttavia, che la selezione di un
ecosistema semplificato per il suo carattere di instabilità è probabil-
mente dispendioso da mantenere.
Si può citare, infine, che il passaggio dell'acqua nei condensatori
porrebbe provocare, oltre all'inquinamento termico, un dan neggia-
mento dei microrganismi da essa trasportati per azione meccanica.

2. 5 Norme di protezione

Per contenere gli effetti negativi dell'inquinamen to termico sull'eco-


sistema acquatico, sono state stabilite in molti Paesi delle norme re-
lative allo scarico di acque calde in corpi d'acqua naturali.
Il principio informatore di queste norme è in genere quello di:
~ limitare in qualsiasi situazione la temperatura massima dell'acqua
scaricata;
• limitare il massimo innalzamento di temperatura dell'acqua ad una
certa distanza dallo scarico;
~limitare la zona influenzata dalla variazione di temperatura;
Y impedire la formazione di barriere termiche che siano d'ostacolo alfe
migrazioni della fauna ittica.
In Italia queste norme sono contenute nella legge 10 maggio 1976
n. 3 l 9, Norme per fa tutela delle acque dall'inquinamento, che copre
tutte le forme di inquinamento delle acque (legge Merli). Per quanto
riguarda l'inquinamento termico essa imponè quanto segue:
Per i corsi d'acqua la variazione massima tra le temperature medie
di qualsiasi sezione del corso d'acqua a monte e a valle del punto di im-
missione dello scarico non deve superare i 3 °C Su almeno metà di
qualsiasi sezione a valle tale variazione non deve superare l °C Per i
laghi la temperatura dello scarico non deve superare i 30 °C e l'incre-
mento di temperatura del corpo recipiente non deve in nessun caso supe-
rare i 3°C oltre i 50 m di distanza dal punto di immissione.
264 l

Per i canaLi artificiaLi, iL massimo vaLore medio della temperatura deL-


L'acqua di qualsiasi sezione deL canaLe a vaLLe deL punto di immissione
dello scarico non deve superare i 35 °C. La condizione suddetta è subor-
dinata aLla approvazione deLL'autorità preposta alla gestione deL canaLe.
Per iL mare la temperatura deLLo scarico non deve superare i 35°C e
L'incremento di temperatura deL corpo recipiente non deve in nessun ca-
so superare i 3 °C oltre i l 000 m di distanza daL punto di immissione.
Deve inoltre essere evitata la formazione di barriere termiche aLla foce
dei fiumi.
L'applicazione della legge richiede un regolamento che chiarisca
la procedura da seguire per verificarne la validità. In particolare la
temperatura di un corpo d'acqua naturale varia da punto a punto e
nello stesso punto con il tempo. Ad esempio, nel fiume Po la tem-
peratura della riva sinistra è sempre minore di quella della riva de-
stra, per l'apporto dei fiumi alpini più freddi di quelli appenninici.
Di seguito si esprime in forma matematica i due limiti imposti
dalla legge per i corsi d'acqua naturale. Per il primo si definisca, in-
nanzitutto, la sovratemperatura media della sezione i a valle dello
scarico rispetto alla temperatura media del fiume a monte dello sca-
nco come:

-b.B; = l- J' b.B dD (2.1)


D; n
'
dove D; è la sezione del fiume e b.B la sovratemperatura di ogni suo
punto. Il primo limite prescritto dalla legge impone che, nelle peg-
giori condizioni del fiume (cioè durante i periodi di magra), si ab-
bia:

(2.2)
si può osservare che: i) non è possibile determinare esattamente
b.B; se non a centrale costruita e funzionante e ii) non è nota a prio-
ri la sezione ~ a valle dello scarico, dove è massima la sovratempera-
tura b.B;. Può risultare così opportuno definire la sovratemperatura
di miscelamento ideaLe b.Bm;, cioè quel valore che si avrebbe se lo
scarico caldo si miscelasse completamente ed istantaneamente con
l'acqua del fiume. Esso, nell'ipotesi di sistema adiabatico, vale:

(2.3)

dove Q. e 0 sono rispettivamente la portata prelevata dalla centra-


le e quella complessiva del fiume, b.B, il salto di temperatura del-
l'acqua nel condensatore della centrale, p la densità dell'acqua e c il
Capitolo 2 l 265
Effetti termici di impianti termoelettrici

suo calore specifico. Il numeratore rappresenta la potenza termica


scaricata nel fiume: a regime, sempre in un sistema adiabatico, essa
deve risultare pari alla potenza termica che fluisce attraverso la gene-
rica sezione. Si ha quindi:

(2.4)

dove v è la velocità della corrente nel generico punto della sezione.


Si esprima v e b..B come somma del loro valore medio di sezione
e di un termine variabile da punto a punto:

b..B = b..B + t::..e' (2.5)


v=v+v' (2.6)
dove b..B' e v' possono assumere valori sia positivi che negativi. So-
stituendo nella (2.4), sviluppando e ricordando che gli integrali di
b..B' e v' estesi all'intera sezione sono nulli, si ha:

(2.7)

Tale espressione mostra come b...B; e b...Bmi risultino uguali solo nel
caso in cui l'integrale al secondo membro sia nullo; ciò si verifica,
ad esempio, se la distribuzione di velocità o quella di temperatura
sono uniformi sull'intera sezione. In genere, però, tale integrale non
è nullo e, secondo che sia positivo o negativo, si avranno valori di
sovratemperatura media inferiori o superiori alla sovratemperatura
di miscelamento ideale. Quando cioè in un tratto di fiume la zona
caratterizzata dall'incremento termico presenta velocità inferiori alla
velocità media del fiume stesso, la temperatura media delle sezioni
in tale tratto risulta più elevata di b..Bm;; il fenomeno inverso si ha
quando l'incremento di temperatura si ha in corrispondenza delle
zone più veloci.
e
Il vantaggio di riferirsi a t::.. mi è che tale valore, a differenza di
b...B;, è calcolabile in sede di progetto della centrale, purché sia nota
la portata di magra del fiume.2
Il secondo limite imposto dalla normativa può essere così formu-
lato: deve esistere per ogni sezione D; una sottosezione 0,5 · D; per

Z Tale dato non è sempre ben noto sia perché storicamente l'attenzione è stata sempre ri·
volta alle portate massime (allarme per gli allagamenti), sia perché la magra va ricerca·
ta nell'arco di alcuni anni. Inoltre, le misure devono essere ripetute periodicamente,
perché a tali valori di portata le indicazioni dì livello igrometrico sono grandemente in·
fluenzate dalle modifiche della sezione del letto del fiume, che awengono con il tempo.
266

cui sia valida la relazione:

-b..e;,o,5 = l D J b..e dD ::; 1 oc (2. 8)


0,5 . j 0,5!1;

È interessante osservare come, a differenza della prescrizione prece-


dente, dove risulta sufficiente eseguire l'integrazione, in questo caso
è necessario ricercare se, tra la infinite sottosezioni d i area 0,5 · D;,
ne esiste almeno una che soddisfi la (2 .8). Tale ricerca è ovviamente
superflua quando la sovratemperatura minima sulla sezione è supe-
riore a l °C (normativa sicuramente non soddisfatta) o quando la so-
vratemperatura media di n! risulta inferiore a l oc (normativa certa-
mente soddisfatta).

2. 6 Possibili soluzioni per ridurre gli effetti


termici

Uno studio opportuno della geometria dello scarico della acqua cal-
da può ridurre gli effetti termici sull'ecosistema acquatico. Il proble-
ma è comunque difficile perché non esistono a priori dei criteri otri-
mali da seguire. Infatti, modificando le modalità di scarico dell'ac-
qua calda si possono ottenere situazioni di distribuzione di tempera-
tura assai diverse nel corpo d'acqua, ognuna delle quali però presen-
ta sia vantaggi che svantaggi. Prendiamo in considerazione due si-
tuazioni diametralmente opposte e precisamente:
• scarico superficiale e concentrato dell'acqua in modo da formare uno
strato galleggiante di acqua calda;
• scarico profondo e distribuito in modo da ottenere una rapida misce-
lazione dell'acqua calda.
Nel primo caso si esalta l'effetto di pennacchio caldo, ottenendo pe-
rò in cambio la riduzione dell'alterazione termica del resto dell' ac-
qua p resente e l'aumento dello scambio termico verso l'atmosfera.
N el secondo caso, non si ha praticamente la formazione del pennac-
chio caldo, ma di contro viene alterata, se pur di poco, la tempera-
tura di tutta l'acqua presente e viene ridotto lo scambio termico ver-
so l'atmosfera.
Pertanto, la scelta di uno dei due sistemi o di un sistema interme-
dio dipende principalmente dalla situazio ne locale. In genere lo sca-
rico superficiale è preferibile in corpi d'acqua stagnanti di grandi di-
mensioni, mentre per i fiumi occorre fare delle considerazioni più
articolate.
Da quanto detto nel paragrafo precedente risulta conveniente, al
fine di rendere minimo b..e;, convogliare lo scarico nella zona del
Capitolo 2
Effetti termici di impianti termoelettrici
l 267

fiume ad alta velocità e ciò in particolare quando ci si trovi in pre-


senza di sezioni fortemente asimmetriche, che sono d'altronde rela-
tivamente comuni. In secondo luogo è necessario curare che lo sca-
rico avvenga con modalità tali (geometria, inclinazione rispetto alla
corrente, velocità allo sbocco) da non causare un rallentamento lo-
cale della corrente.
Per quanto riguarda l'intensità del miscelamento, bisogna distin-
guere tra due casi:
!::,.()mi> 3°C (2.9)

l °C <!::,.()mi< 3 °C (2.10)

Anche nella condizione (2.9), in linea di principio, è possibile ottenere


che l::,. f) i risulti inferiore l::,. f) mi> iniertando lo scarico dove la corrente è
più veloce; appare però assai difficile soddisfare anche la seconda pre-
scrizione, poiché è poco verosimile che il miscelamento completo pos-
sa essere ritardato fino a quando il calore ceduto all'ambiente renda la
sovratemperarura di miscelamento reale minore di l °C
Se invece ci si trovasse nella situazione (2.1 O), qualora il miscela-
mento avvenisse con eccessiva rapidità, si otterrebbe prima o poi
che !::,.f) i risulti molto prossimo a 6.Bmi• contravvenendo quindi alla
seconda prescrizione. Ciò può essere però evitato tentando di ritar-
dare il miscelamento, cosi da sfruttare al massim o la dispersione ter-
mica verso l'atmosfera.
Risulta quindi opportuno che la zona in cui avviene l'immissione,
oltre ad essere caratterizzata da elevate velocità, presenti pw-e una mo-
desta capacità di diluizione turbolenta. I due requisiti risultano spesso
contraddittori, in quanto generalmente ad elevate velocità della cor-
rente sono accoppiate forti turbolenze che favoriscono la diluizione.
Bisogna almeno evitare le zone ad elevato gradiente di velocità.
Le condizioni on imali possono essere definite a priori utilizzando
un opportuno supporto teorico ed effettuando un'ampia indagine
sperimentale sulle condizioni idrauliche del fiume. Tuttavia, è con-
sigliabile che l::,. f) mi sia più vicino a l °C che a 3 oC, ciò significa che
grosso modo la portata prelevata dal condensatore non sia più di un
decimo d i quella di magra del fiume.

2. 7 Metodi alternativi di raffreddamento

Può capitare che il sito scelto per la costruzione di una centrale ter-
moelettrica debba essere scartato perché nel corpo d'acqua lì esisten-
te non si riescono a rispertare le norm e sull'inquinamento termico.
In questo caso se i siri potenzialmente validi in un Paese sono in nu-
26R l

mero limitato o dislocati in zone distanti dai luoghi di maggior con-


sumo dell'energia elettrica, può convenire ricorrere a dei metodi al-
ternativi di raffreddamento, che svincolino la scelta del sito dalla di-
sponibilità di adatti corpi d'acqua naturali.
I metodi alternativi si basano sempre sull'utilizzo dell'acqua come
fluido termovettore per asportare il calore del condensatore. La dif-
ferenza, rispetto al sistema convenzionale, sta nel far circolare l'ac-
qua in un ciclo chiuso, che comprende, oltre al condensatore, un si-
stema per trasmettere il calore verso l'atmosfera. La diversità tra le
soluzioni tecniche proposte riguarda proprio il modo di funzionare
di questo sistema.
Il sistema concettualm~nte più semplice è quello costituitO da ba-
cini di raffreddamento artificiali, a cui sono collegate le bocche di
presa e di scarico del condensatOre. È necessario però disporre di ba-
cini molto estesi: come ordine di grandezza (le dimensioni dipendo-
no fortemente dalle condizioni ambientali) occorre una superficie di
5 --;-- l O km 2 per una centrale di l 000 MWe. Ad esempio, le quattro
unità da l 000 MWe di C hernobyl in Russia, dove capitò il disastro-
so incidente dell'aprile 1986, sono raffreddate con l'acqua prelevata
da un bacino arrificiale di 22 km 2 di superficie. Come si vede è una
soluzione possibile per alcuni Paesi, ma certamente non per l'Italia.
Inoltre, il bacino induce effetti secondari sull'ambiente, legati al for-
te aumento locale di umidità atmosferica da esso prodotta.
Il sistema attualmente più considerato è quello delle torri di raf-
freddamento. Queste sono dei grossi involucri entro cui avviene lo
scambio termico tra l'acqua e l'aria. Esse si dividono in due catego-
rie: torri a umido e torri a secco. Nel primo tipo si ha un'intima mi-
scelazione tra l'acqua calda, che esce dal condensatore e l'aria am-
biente, che si muovono in controcorrente. Lo scambio di calore av-
viene per evaporazione di una piccola quantità d'acqua e, in misura
. .
mmore, per conveziOne.
Nelle torri a secco, invece, l'acqua e l'aria non vengono a contat-
to, ma sono fisicamente separate come in un comune scambiatore
di calore.
In ambedue i tipi I' aria circola o per tiraggio naturale o forzato.
Quelle a tiraggio naturale, dalla caratteristica forma a iperboloide,
sono per loro natura affidabili, non rumorose, ma molto ingom-
branti, soprattutto in altezza, per avere un tiraggio sufficiente. Quel-
le a circolazione forzata sono viceversa più compatte, permettono di
regolare la temperatura dell'acqua fredda, ma sono rumorose e sog-
gette a guasti meccanici. Dal punto di vista. economico, le prime
hanno alti costi di capitale e bassi costi di esercizio, mentre l' oppo-
sto si verifica per le seconde.
Capitolo 2
Effett i termici di impianti termoelettrici
l 269

Nelle torri a umido l'acqua calda viene distribuita in modo unifor-


me in una zona elevata della torre, sopra un riempimento, che ha la
funzione di aumentare la superficie e la durata del contatto fra l'ac-
qua e l'aria. Esso assolve questo compito favorendo la formazione di
goccioline e di sottili strati d'acqua e mantenendo uniforme la di-
stribuzione dell'acqua e dell'aria, senza far sensibilmente aumentare
le perdite di carico della corrente d'aria.
In Figura 2.3 sono rappresentati gli schemi semplificati di diverse
soluzioni di torri di raffreddamento. Si rimanda alla copiosa lettera-
tura in proposito per i dettagli di progetto e costruttivi. In questa se-
de si vuole riportare solo qualche considerazione di carattere genera-
le sugli aspetti ambientali ed economici.
Una centrale di potenza, equipaggiata con torri di raffreddamen-
to è, a parità di condizioni, più costosa di una che utilizza corpi
d'acqua naturali. Ciò è dovuto non solo al maggior costo del siste-
ma di raffreddamento, ma soprattutto alla diminuzione del
rendimento della centrale, a causa dell' inevitabile aumento della
temperatura di progetto del condensatore. Ambedue gli effetti sono
più marcati nel caso delle torri a secco, per cui tale sistema risulta
più costoso di quello a torri a umido. Un certo miglioramento nelle
torri a secco può essere ottenuto adottando condensatori a contatto
diretto acqua-vapore, termodinamicamente ed economicamente più
vantaggiosi; ciò è possibile per il fatto che l'acqua di raffreddamento
circola in un circuito chiuso senza contatti con l'atmosfera (Figura
2.4). Tuttavia, tale soluzione non è ovviamente applicabile nei reat-
tori a ciclo diretto ed è discutibile anche nel caso di reattori a ciclo
indiretto.
Queste considerazioni economiche in senso stretto vanno allarga-
te per tener conto di due vantaggi associati con le torri di raffredda-
mento e cioè: miglioramento dell'impatto sull'ambiente, maggior li-
bertà nella scelta del sito; ambedue questi vantaggi sono più eviden-
ti per le torri a secco.
Le torri a umido eliminano l'inquinamento termico delle acque,
però introducono altre perturbazioni sull'ambiente. Innanzitutto, la
quantità d'acqua evaporata, pur essendo una piccola frazione di
quella circolante, è in assoluto assai elevata. Ad esempio, in una cen-
trale nucleare di l 000 MWe la portata evaporata è compresa tra 300
e 750 kgls: il valore più elevato si ha generalmente d'estate, quando
il calore è per la maggior parte asportato per evaporazione; il valore
inferiore si ha generalmente d'inverno, quando lo scambio termico
convettivo aria-acqua è significativo. A tale valore vanno aggiunte le
perdite sotto forma di goccioline trascinate dalla corrente d'aria
ascendente (circa 0,2 % della portata circolante). Si ha quindi una
270 l

Figura 2.3
Diversi tipi di torri di
raffreddamento a umido

Bncino di r•trreddnonento Torre a apruzzi

DDù

Torre n iperboloide Torre ~ eire:. fou:'\t:\ Torre :'\ eire. fonntl\


n eire. naturale

Torre :l eire.
forzat01
Torre e:on riempimento

Ingresso arb
Uadt~ aria
S Ingresso ncqua
4 Uecita. ncqu :1
5 Riempimento

Figura 2.4
Torre di raffreddamento
a secco con
condensatore a contatto
diretto acqua-vapore

Pompn eatraz.
condensato
Capitolo 2 l 271
Effetti termici di impianti termoelettrici

notevole immissione di umidità nell'atmosfera, che può facilmente


provocare delle alterazioni del microclima locale, con l'accentuarsi
di nebbie, piogge, ghiaccio sul terreno, ecc. Una seconda causa di
preoccupazioni, è dovuta all'inquinamento chimico provocato dalle
gocce d'acqua che contengono additivi chimici di varia natura, per
inibire la corrosione e la formazione di alghe e muffe.
Per le torri a circolazione forzata esiste il pericolo di inquinamen-
to acustico per la rumorosità dei grossi ventilatori. Per quelle a circo-
lazione naturale si può avere un inquinamento estetico, perché le loro
dimensioni sono così macroscopiche da alterare il paesaggio della
zona. Tipicamente una torre di raffreddamento di una grande cen-
trale ha dimensioni lineari (diametro e altezza) che superano i 100
metri.
Per le torri a secco, invece, il pericolo di perturbazione del micro-
clima è ridotto, se pur non del tutto assente Non esiste inquina-
mento chimico, mentre la situazione per le altre due forme di inqui-
namento è praticamente uguale a quella delle torri a umido, forse
con un leggero peggioramento, dovuto alla minor efficienza del pro-
cesso di scambio termico (ventilatori più potenti o torri più grandi
o più rumorose).
Il forte consumo d'acqua delle torri a umido, che, oltre ai motivi
già citati, è dovuto anche allo scarico continuo di acqua di circola-
zione per ridurre la concentrazione di impurità (circa l% della por-
tata totale), pone qualche limitazione alla scelta del sito. Viceversa
con torri a secco si ottiene, a questo riguardo, una notevole flessibi-
lità. Tale vantaggio può essere sfruttato anche dal punto di vista
economico, cercando di ottimare la scelta dei siri in modo da ridur-
re la lunghezza delle linee di trasmissione, il cui costo è tutt'altro
che trascurabile.
In conclusione. una scelta tra sistemi convenzionali e torri di raf-
freddamento a secco o a umido deve essere basata su una valutazio-
ne economica complessiva, che tenga anche conto dei costi sociali
dovuti all'inquinamento e non sul semplice confronto dei costi in
centrale.

2. 8 Possibili utilizzi del calore di scarico

In alternativa alla dissipazione del calore residuo delle centrali ter-


miche, sono state proposte, negli ultimi anni, diverse soluzioni, tut-
te m iranti ad utilizzare in modo produttivo l'energia termica così di-
sponibile. Indubbiamente il compito sotto il profilo generale risulta
assai difficile per diversi motivi.
Se il calore viene utilizzato senza modificare la temperatura del con-
densatore, le quantità in gioco sono enormi e la qualità è bassissima.
Sono certamente possibili impieghi produttivi, come riscaldamento
di serre, culture in acqua, allevamento di pesci, irrigazioni ecc., ma
è difficile riuscire, in generale, ad utilizzare frazioni apprezzabili di
tutto il calore disponibile.
Si può invece elevare la temperatura di scarico, riducendo, di
conseguenza, il rendimento della centrale termica; tale riduzione è
abbastanza sensibile nella turbina a vapore. Il calore più pregiato
che si ottiene può essere più utilmente impiegato per riscaldamento
centralizzato di quartieri, per alimentare industrie che richiedono
calore a bassa temperatura, per dissalare l'acqua di mare e così via.
Tuttavia, l'accoppiamento di diverse attività pone dei vincoli un po'
rigidi al sistema integrato. Ad esempio, il riscaldamento di edifici è
richiesto solo per circa metà dell'anno e con carico abbastanza varia-
bile; d'altra parte la centrale, soprattutto se è nucleare, non può fer-
marsi nel periodo in cui non occorre il riscaldamento. Viceversa, in
caso di fermata accidentale dell'impianto nel periodo invernale, è
necessario l' intervento di impianti di riserva.
Si ha quindi la sensazione che, a parte alcune realizzazioni di ca-
rattere locale, la maggior parte del calore di scarico delle centrali ter-
miche di grande potenza non possa essere utilizzato.
Diverso può essere il giudizio di tali applicazioni miste, se rove-
sciando in un certo senso la situazione, si cerca di produrre energia
elettrica tutte le volte che occorre calore a temperatura media. Tipi-
camente nel caso del riscaldamento domestico può risultare interes-
sante la soluzione che prevede la produzione centralizzata del calore,
ad esempio per un quartiere, a temperatura ben maggiore di quella
occorrente per questo scopo, per utilizzarlo parzialmente per la ge-
nerazione di energia meccanica e quindi elettrica (le potenze in gio-
co sono comunque di gran lunga inferiori a quelle delle centrali ter-
moelemiche). A questo scopo possono essere impiegate turbine in
contropressione o motori diesel, in cui si sfrutta per il riscaldamento
il calore ceduto dagli scarichi e dall'acqua di raffreddamento del mo-
tore.
È questo un sistema assai studiato al giorno d'oggi (i cosiddetti si-
stemi cogenerativz) per le sue potenziali caratteristiche di elevato ren-
dimento energetico. Ciò si colloca nel concetto più generale di ener-
gia distribuita, che considera la produzione di energia elettrica come
un accoppiamento tra grandi centrali concentrate in pochi siri e nu-
merose piccole centrali distribuite nel territorio, basate però su altre
tecnologie.
l 273

3 Termoidraulica del fluido


termovettore

3.1 Introduzione

Il fluido termovettore1 ha la funzione di trasportare il calore nucleare


dal nocciolo del reattore al sistema urilizzatore. Oltre a questa funzio-
ne primaria, esso deve assicurare il raffreddamento del nocciolo in
particolari condizioni di emergenza, per evitare il danneggiamento
del combustibile, con conseguente rilascio dei prodotti di fissione.
Come fluidi termovetrori sono state adottate un gran numero di
sostanze, sotto forma gassosa, liquida o in cambiamento di fase. La
scelta del fluido è intimamente legata alla concezione stessa del reat-
tore o comunque alle scelte di progetto fondamentali dell'impianto.
Ad esempio, per un reattore veloce vanno senz'altro esclusi i fluidi
con alta concentrazione di nuclei leggeri, mentre sono possibili i
metalli liquidi o i gas; a sua volta, la adozione dell'uno o dell'altro
tipo di fluido (ad esempio sodio o elio) comporta tutta una serie di
scelte obbligate, che rendono assai diversi i due impianti.
Nel progetto di un impianto nucleare i problemi termoidraulici
del fluido termovettore acquistano un particolare risalro per una se-
rie di motivi che possono essere così sintetizzati:
• necessità di spingere al massimo le_pm{flzioni del fluido termovetto-
!!• in quanto i vincoli tecnologici del sistema del reattore impongono
di non superare determinati valori delle temperature massime, che
sono in genere inferiori a quelli sopportabili dal sistema motore, per
ottenere il massimo rendimento del ciclo termodinamico;
• importanza, in genere, dell'interdipendenza tra il P!ogetto neutroni-
co e quello termoidraulico nel determinare il comportamento statico
e dinamico del reattore;
• esigenza di conoscere il comportamento del termovettore in condizio-
ni d'emergenza, come quelle determinate da guasti del circuito pri-
mario.
Per questo, fin dall'inizio, una parte notevole della ricerca nel cam-
po nucleare è stata dedicata all'approfondimento di quei problemi

1 Detto molto frequentemente refrigerante (coo/ant in inglese); t uttavia, tale dizione


non è esatta, a rigor di termini, in quanto la funzione del fluido è quella di asportare del
calore utile generato di proposito e non di raffreddare un componente che altrimenti si
riscalderebbe troppo per effetti dissipativi di altri processi.
274 l

di termoidraulica, le cui conoscenze erano del tutto inadeguate per


la progettazione dei reattori: l'esempio più emblematico è quello re-
lativo alla problematica di fluidi bollenti.
Qui di seguito, dopo alcune considerazioni di carattere generale,
verranno trattati separatarnente i fluidi monofàsi e quelli bifasi o
bollenti. Una materia così vasta e complessa sarà qui presentata in
modo forzatamente sintetico, con lo scopo di fornire al progettista
dei concetti base. Si rimanda quindi a testi specializzati per una trat-
tazione più esauriente dell'argomento e per una rassegna completa
delle correlazioni sperimentali.
In fondo al capitolo viene riportata una nomenclatura per facili-
tare la lettura delle equazioni, che, in questo capitolo, sono abba-
stanza frequenti.

3.2 Considerazioni generali

Lo studio di un sistema fluido ha il fine di determinare le leggi con


cui al suo interno awiene il trasporto della - massa,
-·-
della quantità
.:.--
di
moto e dell'energia. In linea di principio, tali leggi si possono otte-
nere medi-;mte le equazioni che stabiliscono in ogni punto la conser-
vazione di queste tre grandezze e assegnando le condizioni al con-
torno. In pratica, però, si devono affrontare difficoltà spesso insupe-
rabili, dovute, non solo a problemi numerici connessi (complessità
geometrica e fisica del sistema), ma anche al fatto che non è sempre
possibile tradurre in forma analitica le equazioni di conservazione
(v. anche par. 3.4.6) È questo il caso più comune, che si presen ta in
corrispondenza del cosiddetto rr!:!!!Q_tur.bole!!:Jo del fluido, caratteriz-
zato da un'agitazione caotica e casuale delle particelle che lo com-
pongono; ad esempio, in un fluido in moto turbolento la velocità
in un punto varia sia nel tempo che nella direzione. Assai spesso in
questo caso si ricorre a medie temeora:!i, sia delle singole grandezze
che caratterizzano il sistema, sia delle equazioni di conservatione. In
quest'ultime, tuttavia, non vengono eliminate tutte le grandezze di
origine turbolenta, per cui il valore medio della conservazione della
massa, della quantità di moto e dell'energia non si ottiene sostituen-
do alle singole grandezze il loro valore medio. Pertanto, sia ricorren-
do ai valori istantanei che a quelli medi, non si può arrivare alla so-
luzione del problema, se non definendo con qualche modello le ca-
ratteristiche del moto turbolento. In alternativa al moto turbolento,
si ha quello laminare, dove i fenomeni di trasporto sono dovuti sol-
tanto ai moti di agitazione molecolare. La differenza non sta tanto
nella diversa scala di turbolenza, quanto nel fatto che i fenomeni di
Capitolo 3
Termoidraulica del fluido termovettore
l 275

trasporto molecolare sono descrivibili con coefficienti di diffusione


(tipicamente ~cihilità cermica).,....j.l cui valore è fUn-
zione soltanto dello stato fisico del fluido (in pratica solo della tem-
peratura), ma non del suo stato di moto, come invece succede per il
moto turbolento.- Questi fenomeni di trasporto molecolare sono
presenti anche nei fluidi in moto turbolento, però i loro effetti sono
di gran lunga inferiori a quelli determinati dall'agitazione turbolenta
delle particelle. Tuttavia, anche in un sistema pienamente turbolen-
to, si hanno sempre delle zone a regime laminare in prossimità delle
superfici di separazione del fluido con il mondo esterno_ Infatti, si
determina qui una progressiva riduzione della velocità delle particel-
le, fino al suo annullarsi a contatto con le superfici di separazione. I
fenomeni di scambio attraverso queste superfici sono così caratteriz-
zati dalle proprietà degli strati laminari. La transizione tra un regime
completamente laminare e uno turbolento avviene abbastanza bru-
scamente, quando, per un determinatO fluido, si raggiunge una cer-
ta velocità critica o più in generale si raggiunge un certa valore del
numero adimensionale di Reynolds (circa uguale a 2400) . T uttavia,
per avere un moto completamente turbolento bisogna arrivare a va-
lori del numero di Reynolds pari a l 0000; per valori compresi tra
2100 e l 0000 si dice che il motO è in condizioni di transizione.
Le equazioni di conservazione valgono anche per i fluidi bifasi,
ma analogamente a quanto avviene per il moto turbolento, non
possono essere direttamente utilizzate per definire le leggi del moto.
Esse possono comunque essere scritte in modo globale riferendosi a
un tratto di condotto, come indicato qui di seguitO per fluidi mo-
nofasi.

3.3 Moto di fluidi monofase in condotti

3 . 3. 1 Definizioni

Si consideri il moto di un fluido monofase in un tratto di condotto


individuato da due sezioni terminali l e 2, normali all'asse del con-
dotto stesso (Figura 3.1). Si supponga che le sezioni l e 2 abbiano
dimensioni piccole rispetto alla loro distanza lungo lo sviluppo del
condotto ~ndotto sottile) e che la curvatura dell'asse in corrispon-
denza di esse sia piccola. Con queste ipotesi si può ragionevolmente
supporre che lo stato fisico del fluido sia il medesimo in tutti i punti
di una sezione del condotto-.- -
Se il fluido è in regime laminare, le particelle si muovono soltan-
to in direzione parallela all'asse del condotto. Se è in regime turbo-
276 l

lento, le particelle hanno velocità istantanee con componenti sia pa-


rallele che perpendicolari all'asse del condotto. Mentre il moro la-
minare può essere stazionario, il moro turbolento non può esserlo
per definizione. Se però il valore medio puntuale della componente
di velocità parallela all'asse del condotto non varia al crescere degli
intervalli di tempo considerati per fare la media, si parla di condizio-
ni mediamente stazionarie o assai spesso, meno rigorosamente, di
condizioni stazionarie. Qui di seguito per il regime turbolento ci si
riferirà sempre alle grandezze mediate nel tempo.
La componente di velocità parallela all'asse (u) varia da punto a
punto della sezione, annullandosi a contatto della parete e raggiun-
gendo il suo valore massimo in generale sull'asse del condotto. In
pratica, il moro di un fluido viene caratterizzato da una delle se-
guenti grandezze: portata in massa r, portata in volume Q, flusso di
massa G (porrata per unità di superficie della sezione del condotto),
velocità media u. Queste grandezze sono riconducibili l'una all'altra
dalle relazioni:

r=pJ udD=puD = pQ=GO (3. 1)


.,.., n ~---

essendo p la densità del fluido e D la sezione del condotto.


In un condotto circolare a sezione costante ed asse rettilineo, con
un fluido in moro assestato (cioè da una certa distanza in poi da
qualsiasi disturbo) i profili di velocità nella sezione stessa sono del
tipo rappresentato in Figura 3.2. Il profilo di velocità in regime la-
minare è parabolico ed è ricavabile teoricamente. In funzione della

Figura 3.1
Tratto di condotto
generico

l
Capitolo 3 277
Termoidraulica del fluido termovettore

velocità media, metà di quella massima, esso vale:

~ = 2 ~?\'1
R2)1
-_____,__~
\~ -

Quello in regime turbolento dipende debolmente dal numero di


(3.2)

Reynolds ed ha la caratteristica di essere assai appiattito in gran par-


te del condotto e di ridursi poi rapidamen te a zero in prossimità
della parete del condotto. È conveniente esprimerlo in forma adi-
mensionale, che dipende dallo sforzo tangenziale alla parete Tp:

(3.3)

dove il termine u+ è spesso chiamato velocità universale turbolenta.


Il termine al denominatore velocità tangenziale. Anche la distanza
dalla parete può essere resa adimensionale come:

VFiJ5
y + =y - - (3.4)
J.L
Diversi autori hanno sviluppato espressioni empiriche a tratti che
legano questi due parametri; per queste si rimanda alla letteratura
specializzata. Q ui si riporta una espressione assai semplice, che viene

1,0 Figura 3.2


Profili di velocità in un
condotto circolare

0,8

Re 3·10°
0,6

Regime _l:.minP.re
0,4

'• •
Il
\11HA'II:
(l fr) 1/T

0,2

0,0
o 0 ,2 0,4 O,G 0,8 1,0
278 l

rappresentata in Figura 3.2, che vale:

if_u_ =
Urnax
(l - R __1'_)1/7 (3.5)

Questa espressione oltre a non dipendere da numero di Reynolds,


come invece dovrebbe avvenire e chiaramente indicato in figura,
non rispetta anche l'annullamento della derivata nel centro del con-
dotto, dove il profilo presenta uno spigolo.

3.3.2 Equazioni di conservazione

Ci si propone di ricavare le equazioni di conservazione della massa,


della quantità di moto e dell'energia globalmente al tratto di condotto
considerato, supponendo di essere in condizioni stazionarie.
Nelle condizioni suddette il bilancio di massa si riduce alla ugua-
glianza delle portate di massa in corrispondenza delle due sezioni
terminali l e 2 e precisamente:
(3.6)
Per scrivere la conservazione delle quantità di moto si ricordi l'equa-
zione cardinale della meccanica:

·~M
~ =
dQ- (3.7)
dt
essendo M la risultante delle forze agenti sul volume considerato e
Qla quantità di moto sulla superficie. Nell'intervallo di tempo infi-
nitesimo dt la quantità di moto in una sezione qualsiasi di un con-
dotto vale:

d Q= Mdt = (n L pu . udD) dt (3.8)

essendo n il verso re lungo l'asse del condotto diretto nel senso del
moto. Introducendo il coefficiente f3 così definito:

f3 = Jn uzdD (3.9)

si può scrivere: ----


f3 · pu-2
u 2D

f3 · r · -u · n~
~ =
M · ("") -
~l · n = (3 .10)
L'equazione (3. 7) si può così esplicitare in:

S+P=Mz -M1 (3.11 )


Capitolo 3
Termoidraulica del fluido termovettore
l 279

dove S rappresenta la spinta che il contorno esercita sulla superficie


che delimita il sistema e P le forze di massa, che, nel caso più comu-
ne, si riducono alla sola forza peso. A sua volta la spinta S si può
suddividere in S' relativa alla superficie determinata dalle sezioni l
e 2 eS" re~tiv~ali~superficie delimitata dal contorno del condotto.
La spinta 5' =~~~ § - PzTii'Yfl."'.è dovuta alla pressione del fluido
sulle sezioni terminali, dove p è la pressione.
L'equazione (3 .11), sostituendo ad S la somma sopra indicata,
viene spesso impiegata per calcolare la spinta (-S'), che il fluido
esercita sulle pareti del condotto, essendo noti i valori di
s',P, M-,, Mz.
Il coefficiente f3 non è mai inferiore a l per definizione ed è mol-
to prossimo ad esso per i profili di velocità tipici del regime turbo-
lento ~0 5 per canali di forme semplici e con pareti non trop-
po scabre): in questo caso si assume assai spesso f3 = l. Nel regime
laminare, invece, con una la distribuzione di velocità di tipo parabo-
lico, è abbastanza diverso dall'unità (/3 = 4/3 per un condotto cir-
colare).
Più complessa risulta l'equazione di conservazione della energia, i
cui termini derivano sia dagli scambi energetici veri e propri tra il
tratto del condotto considerato e il mondo esterno, sia dagli apporti
energetici dovuti alle masse che attraversano le sezioni terminali l e
2. I primi sono dovuti allo scambio di calore e di energia mecc@i_ca
lungo il tratto consideracoecra[_§ri di pulsione per introdurre
nella sezione l ed espellere dalla sezione 2 la portata del condotto.
Riferendosi all'unità di massa transitante i tre contributi valgono ri-
spettivamente: Wr / G, Wm~/ G e (p1 VJ - PzVz), dove ~e W,n~ so-
no rispettivamente la potenza termica e meccanica scambiata (as-
sunte positive se entranti nel fluido) e v il volume specifico del flui-
do. I secondi, sempre riferiti all'unità di massa transitante nel con-
dotto, sono dati dall'energia interna specifica U, dall '~p.atenzia­
le gz · cos 1 ( g: accelerazione di gravità, z: coordinata sull'asse del con-
-dotto, 1 : angolo tra fa verticale e l'asse del condotto) e dall'energia

---
cinetica e. Quest'ultimo termine vale:

e= rl Jn 2l pu · u dD = 2 u
2 a _2
(3. 12)

dove a, detto coefficiente di Coriolis, è definito da:


Jsì u3dfJ
a= u3D (3.13)

Tale coefficiente, come già /3, non è mai inferiore all'unità ed è ab-
bastanza prossimo ad essa (anche se sempre maggiore di /3) . In regi-
me turbolento viene assai spesso posto uguale a l, per i motivi già
citati in precedenza per {3 (a~ 1,15 per canali di forme semplici
con pareti non troppo scabre). In regime laminare a è invece abba-
stanza diverso da l (a = 2 per condotti circolari).
Sommando i vari contributi energetici sopra indicati, si ha la se-
guente espressione di bilancio:
l 2 W, Wme
ul + gzl COS/1 + 2alut + PtVt +y +- r =

l 2
= U2 + gzz COS/2 + l a2 U2_ + Pz VJ. (3.14)

Il termine U + pv è uguale all'entalpia specifka. Applicando alla


(3.14) le ipotesi di fluido incomprimibile ( v1 = VJ.) e peifetto (attriti
interni nulli e cioè W, / G = [h - Ut e a1 = az-= l si ottiene la
nota equazione di Bernoulli:
-2
ul Pt
z1 cos 11 +-+-=
2g pg
Ht = Hz (3.1 5)

Ritornando ora alla formulazione generale (3.1 4), è conveniente ri-


scriverla in modo differenziale, supponendo che nel tratto conside-
rato le variazioni delle varie grandezze siano piccole rispetto ai loro
valori assoluti; si ottiene così:

dU + g così dz +de + d(pv) - ----r--


dW,
-dWrne
r- =O (3.16
)

Chiamando ora con dR l'energia trasformata irreversibilmente m


energia termica, si ha dalla termodinamica:

dR = dU + pdv - ----r-
dW,
(3.1 7)

e quindi la (3.16) si può trasformare in:


dWmr
- dp = pgcos 1 dz +p de + pdR - p -r- (3.18)

Questa equazione stabilisce che la caduta di pressione tra due sezio-


ni di un condotto è data da quattro contributi che rappresentano ri-
spettivamente le variazioni dell'energia gravitazionale, di quella ci-
netica, di quella degradata e di quella meccanica immessa dall'ester-
no. Definendo pertanto:
( termine gravitazionale d;g = pgcoqdz (3.19)
termine cinetico dpc =p de (3.20)
Capitolo 3 281
Termoìdraulica del fluido termovettore 1

termine dissipativi o d'attrito dpf =p dR (3 .21 )


d _ dWme (3 .22)
termine meccanico 'Pm• - p- r-
si può scrivere:
(3.23)

I vari termini costituenti la (3.23) tranne dp1sono tutti noti, una


volta definiti i parametri del sistema (geometria, portata e condizio-
ni fisiche). 2 Il termine di attrito dpf, essendo legato ai moti interni
di agitazione del fluido, è calcolabile teoricamente soltanto in regi-
me laminare, dove questi fenomeni agitativi su scala molecolare so-
no caratterizzabili con la viscosità del fluido. In regime turbolento,
invece, esso è determinabile in pratica soltanto ricorrendo a correla-
ziorù di tipo empirico, ricavate sperimentalmente.
Ci si può chiedere in che cosa consista l'utilità di questa espressio-
ne, considerato che normalmente il dato misurato è solo la caduta di
pressione totale e non i singoli termini, il cui valore si può ottenere
solo ricorrendo ad esperienze molto particolari e complesse. Analoga-
mente, nei calcoli di progetto quello che occorre è il valore della ca-
duta di pressione totale di un condotto e non i singoli termini. In
realtà, dovendo ricorrere ad espressioni empiriche per le cadute di
pressione d'attrito, si è cercato di separare gli effetti, cioè di verificare
se essa dipendeva anche dai parametri che influenzano apprezzabil-
mente le altre cadute di pressione. Ci si riferisce alla inclinazione del
condotto, alla direzione del moto e alle variazioni di velocità. Poiché
le cadute di pressione d'attrito praticamente non dipendono da que-
ste grandezze, da qui deriva la grande utilità di questa suddivisione.
Si vedrà più oltre che questo non è vero per fluidi bifase.

3.3.3 Cadute di pressione per attrito

I condotti usati per il moto dei fluidi sono costituiti generalmente


da tronchi aventi sezione costante ed asse rettilineo, tra i quali sono
inseriti tratti brevi (singolarità), in cui il fluido subisce più o meno
brusche variazioni di velocità, sia in modulo (variazioni di sezione),
che in direzione (curve, diramazioni, valvole, ecc.). In pratica, è
conveniente quindi parlare di cadute di pressione per attrito (o per-
dite di carico) distribuite per i tratti uniformi rettilinei e di perdite
di carico concentrate per i tratti di raccordo, volendo così indicare
che, nel primo caso, come è ovvio, la degradazione dell'energia pre-

2 A rigore, per il termine cinetico bisognerebbe conoscere la distribuzione di velocità in


ogni sezione, a meno che non sì possa assumere uguale a 1 il coefficiente di Coriolis.
giara avviene in modo uniforme lungo tutto il condotto, mentre nel
secondo quella determinata dalla variazione di velocità è di gran
lunga prevalente rispetto a quella distribuita. 3
Per le perdite di carico distribuite supponiamo che il condotto
sia per ora di sezione circolare e abbia pareti lisce. Poiché il sistema
idrodinamico viene caratterizzato dalla geometria (diametro D), dal-
la portata o dal flusso di massa o dalla velocità media (r, o G, o u) e
dai parametri fisici del fluido densità e viscosità (p e.J.d, da questi
stessi parametri dovranno dipendere le perdite di carico. Si può
quindi scrivere:

f ( dPf
dz , D , G,p, f.J, ) =O (3.24)

Applicando ora a questa espressione l'analisi dimensionale, si ridu-


cono a due i parametri in gioco (5 - 3, essendo cinque il numero
dei parametri originali e tre le dimensioni) rappresentati da due
grandezze adimensionali e precisamente:

f(dpf. Dp GD) = O (3 .25)


dz G2 ' J.L

dove la seconda grandezza è comunemente nota come numero di


( Reynolds (Re) . Ciò significa ridurre la correlazione empirica per il
calcolo delle perdite di carico distribuite a una semplice relazione
tra due grandezze.
Normalmente l'espressione (3.25) viene riscritta nel modo se-
guente:

dpf = f(Re). 2Gz (3.26)


dz pD
dove il fattore moltiplicativo 2 viene introdotto per ragioni di como-
dità nello scrivere delle espressioni derivate. La funzione f è d1iamata
4
_É!!!!!.r.c-d!attnto. L'andamento di f, al variare del numero di Rey-
nolds, è stato ricavato da moltissime misure sperimentali. Esso subi-
sce una brusca variazione nel passaggio dal moto laminare al moto
turbolento. Per il moto laminare f è ricavabile teoricamente e vale:

!=]i (3.27)
Re
-----...
3 Ad esempio nel caso di una curva si ha una perdita di carico distribuita dovuta alla lun·
ghezza dell'asse della curva stessa e una concentrata dovuta alla variazione di direzione
della velocità; poiché questo secondo termine è prevalente, è utile dare delle espressio·
ni empiriche che conglobino tutta la perdita di carico.
4 In molti testi si sostituisce a 2 f(Re) , il termine >-.(Re)/2, essendo >-. definito coefficiente
di Darcy.
Capitolo 3
Termoidraulica del fluido termovettore
l 283

Per il moto turbolento, invece, esistono parecchie espressioni empi-


riche, ognuna delle quali meglio rappresenta l'andamenro di fin

preCisamente:

f = O, 046 Re- 0 •2
---
ben determinati intervalli di Re. Q ui ne citeremo una particolar-
mente semplice, valida per l'intervallo 5 · 103 < Re< 2 · 105 e

(3.28)
Per condotti non circolari bisogna ricorrere ad espressioni ad hoc;
per moto turbolenro, se non è necessaria una grande precisione, si
possono adottare le stesse espressioni valide per i condotti circolari,
sostituendo al diametro il diametro equivalent; definito come:

D= 4D (3.29)
e II
-.,________
dove II è il perimetro del condotto.
Se le pareti del condotto non sono lisce ma rugose, le asperità
possono disturbare il moto laminare, con creazione di componenti
rurbolente e quindi la transizione dal regime laminare a quello
turbolento può avvenire per numeri di Reynolds inferiori ~·
Per il moto turbolento, invece, si ha un'alterazione dello strato la-
minare alla parete e quindi una variazione delle perdite di carico.
Qualora, in questo caso, la rugosità fosse abbastanza regolare e
piccola rispetto al diametro del condotto, si può introdurre, per
caratterizzarla, il rapporto adimensionale e/D, essendo f l'altezza
media delle rugosità. In tal caso f risulta funzione, oltre che di Re,
anche del parametro e/D. Sperimentalmente si nota che, a pari
Re, f cresce all'aumentare di e/D e che, per ogni e/D, esiste un va-
lore del numero di Reynolds al di sopra del quale f ne diventa
indipendente. Ciò si può spiegare tenendo presente che, al di so-
pra di cerri valori di _!!J2 e di numeri di Re mutuamen te dipen-
denti, la rugosità interessa tutto lo spessore dello strato laminare
alla parete, cosi da generare in pratica un JD..Q!o_cgg;eJe~ente
turbolento in rutta la sezione del condotto. Tn questo tipo illm o-
to le perdite di carico variano con il quadratO della velocità, come
ad esempio si osserva per le perdite di carico concentrate. Risulta
cosi che il fattore d'arrriro fè indipendente dal numero di Re (v.
eq. (3 .26)).
Gli andamen ti del fattore di attrito in funzione del numero di
Reynolds nelle varie condizioni sono sintetizzati in Figura 3.3. Ana-
liticamente è molto nota la correlazione implicita di Colebrook-

5 Questa definizione deriva direttamente dall 'equazione di Navier·Stokes, che descrive il


sistema.
284 l

Wh.ite:

- l = 3 48 -
Jf '
4log ( 9,35
ReJf
+ 2D- e) (3 .30)

che con un errore massimo del 5% è stata resa esplicita da Selan-


der in:

(3.31 )

Q ueste ed altre correlazioni sono valide in condizioni isoterme nella


sezione del canale; in canali riscaldati o raffreddati si ha che il profi-
lo di velocità è distorto per effetto della variazione di viscosità lungo
lo strato limite dovuta alla variazione di temperatura-:--rer variazioni
significative bisogna introdurre una correzione empirica, che è nel
senso di ridurre le cadute di pressione nel caso di riscaldamento: per
esempio, si può adottare un coefficiente moltiplicativo per f pari al
rapporto tra le temperature assolute del fluido e della parete elevato
con un esponente_QJ.
Le perdite di carico concentrate dipendono forremente dalla geo-
metria delle singolarità considerate. N ormalmente vengono espresse
come una frazione dell'energia cinetica per unità di volume della se-
zione a monte o a valle delle singolarità e precisamente:
p . ii
b.pf = k-2- (3 .32)

dove k è un coefficiente ricavato sperimentalmente, dipendente dal-


la geometria e poco dal numero di Reynolds e dal tipo di fluido. Va-
lori di k per le più svariate geometrie vengono riportati su manuali
appositi.
Per il calcolo delle cadute di pressione totali tra le due sezioni di
un condotto, una volta noto il termine di attrito, si applica la
(3 .23), calcolando il termine gravitazionale, quello cinetico e quello
meccanico. 6 Per un condotto a sezione uniforme il termine cinetico
è nullo per un fluido incomprimibile, 7 mentre per un fluido~-