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Capitolo 1

Evidenze evolutive nell’Universo


stellare

1.1. Gli osservabili stellari


La prima antichissima evidenza di quella vasta e strutturata distribuzione spaziale di materia
cui diamo il nome di Universo risiede nel flusso luminoso che ci proviene dalle sorgenti stellari.
La consapevolezza che tali sorgenti debbano essere riguardate come corpi celesti analoghi al
vicino Sole, più volte adombrata nel corso della storia del pensiero scientifico e certamente
già fatta propria da Galileo, è alla base di una svolta conoscitiva nello studio dell’Universo:
dalla Astronomia, intesa come semplice analisi delle posizioni e dei movimenti apparenti
delle stelle sulla volta celeste, si apriva la strada all’ Astrofisica ed allo studio delle proprietà
fisiche degli oggetti stellari.
Tale studio non può peraltro che essere basato sull’analisi della radiazione elettromag-
netica che da tali oggetti ci giunge e quindi, in termini operativi, sulla analisi dei fotoni
raccolti da telescopi e focalizzati su opportuni rivelatori. In linea generale, ci attendiamo che
una sorgente stellare sia caratterizzata dalla quantità di energia luminosa emessa nell’unità
di tempo sotto forma di fotoni e dalla distribuzione dei fotoni stessi alle varie frequenze o
lunghezze d’onda (”distribuzione spettrale” o ”spettro” della radiazione). Fortunatamente,
si trova che nella grande maggioranza dei casi tale distribuzione risulta con buona approssi-
mazione assimilabile a quella attesa da un corpo nero (→ A1.1) di opportuna temperatura.
Potremo dunque parlare di una “temperatura della sorgente”, e caratterizzare tali temper-
ature attraverso opportune definizioni delle “magnitudini” stellari e dei relativi “indici di
colore” (→ A1.2). Le osservazioni mostrano che le temperature stellari risultano tipicamente
contenute in un intervallo non molto esteso, orientativamente tra i 3.000 ed i 30.000 gradi
Kelvin (K).
La distribuzione spettrale della radiazione non dipende dalla distanza della sorgente, dis-
tanza da cui dipende peraltro il flusso di energia che raggiunge la Terra. Più problematico
risulta quindi risalire dall’energia raccolta alla superficie della Terra all’energia emessa per
unità di tempo (luminosità intrinseca) da una sorgente di cui sovente è difficile valutare con
precisione la distanza. Metodi diretti (parallassi trigonometriche → A1.3) applicati sia da
terra che da veicoli spaziali consentono oggi di conoscere con buona precisione la distanza
degli oggetti più vicini al nostro sistema solare, che rappresentano peraltro una frazione min-
imale dell’Universo osservato. Al di là di tale campione locale, la valutazione delle distanze
riposa sulla diponibilità di opportune “candele standard”, cioè sull’utilizzo di particolari

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Fig. 1.1. Rappresentazione schematica della struttura della nostra Galassia. Le distanze sono
misurate in parsec (1 pc ∼ 3.3 anni luce → A1.3)

sorgenti stellari di cui si ritiene di poter conoscere a priori la luminosità intrinseca della
struttura.
A questi due osservabili “macroscopici” delle proprietà radiative di una stella si ag-
giunge una ulteriore e preziosa informazione a livello microscopico. La non esatta corrispon-
denza tra gli spettri stellari e la distribuzione di corpo nero è infatti da attribuirsi in larga
misura alla presenza di righe e bande oscure variamente distribuite lungo lo spettro, causate
dall’assorbimento selettivo di radiazione (→ A1.4) da parte degli atomi o molecole di cui è
composta la porzione più superficiale di una struttura stellare (atmosfera stellare). La teo-
ria delle atmosfere stellari consente oggi di risalire con buona precisione dagli assorbimenti
osservati all’abbondanza delle varie specie atomiche, fornendoci la preziosa (e per lungo
tempo insperata) opportunità di acquisire informazioni sulla composizione chimica di tali
atmosfere.

1.2. Le galassie: evidenze di evoluzione dinamica


Pur limitandosi al solo osservabile “temperature”, l’esame delle sorgenti stellari suggerisce
tutto un insieme di evidenze evolutive collegabili alla storia della materia nella nostra
Galassia e, più in generale, ad una storia dell’Universo stesso, delle sue strutture e della
materia in esse contenute. E’ su tale quadro di evidenze che l’Astrofisica Stellare è chiamata
ad operare, al fine di raggiungere valutazioni quantitative che consentano di sviluppare
l’ambizioso programma di ricostruire nei dettagli la storia dell’Universo nel suo insieme,
ricavando tale storia dall’analisi delle testimonianze stellari che sopravvivono disseminate
nello spazio.
E’ ben noto come la fascia luminosa che attraversa il cielo notturno, detta “Via Lattea”,
debba essere interpretata come evidenza che il Sole faccia parte di un sistema strutturato di
stelle detto Galassia, dal greco Γαλαξιασ = “Latteo”, ove è sottinteso il termine “circolo”.
L’osservazione ha portato a riconoscere nella Galassia tre componenti principali che sono
qui elencate in ordine di rilevanza osservativa (fig.1.1):

1. Un disco, di raggio '15 chiloparsec (kpc) e spessore '300 pc, popolato da stelle e nubi di
materia diffusa sotto forma di polveri e gas. Caratteristica la presenza di ammassi stellari
aperti (fig. 1.2), tipicamente formati da non più di qualche migliaio di stelle, non legate
gravitazionalmente e senza evidenti simmetrie . Numerose evidenze indicano l’esistenza
nel disco di una sottostruttura a spirale, in analogia a quanto osservato direttamente in
altre galassie (fig. 1.3).
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Fig. 1.2. Distribuzione sulla volta celeste degli ammassi stellari aperti della nostra Galassia che
marcano la collocazione del disco galattico. Sono utilizzate coordinate galattiche ove la latitudine
galattica (b) è misurata con riferimento al piano definito dalla Via Lattea e per la longitudine (l) si
assume come origine la direzione del centro galattico.

Fig. 1.3. Mappa della posizione sul piano del disco galattico di alcuni tracciatori di spirale nei
dintorni del Sole. I simboli rappresentano giovani ammassi stellari aperti (cerchi pieni) e nubi di
idrogeno ionizzato dalla radiazione di contigue stelle giganti blu (cerchi vuoti). Le concentrazioni
degli oggetti lungo fasce evidenziano porzioni locali delle braccia a spirale della nostra Galassia.

2. Un nucleo (bulge), centro di simmetria per il disco, particolarmente ricco di stelle e di


materia diffusa.

3. Un alone sferico, di raggio comparabile a quello del disco, nel quale sono presenti essen-
zialmente solo oggetti stellari, distribuiti con buona simmetria attorno al nucleo galattico.
Caratteristica la presenza di oltre cento ammassi globulari (→ A1.5), formati da sino ad
un milione di stelle, gravitazionalmente legate in strutture a spiccata simmetria sferica.

Strutture di questo tipo sono riconosciute per ogni dove nell’Universo, a partire da quando
i primi grandi telescopi riuscirono a risolvere un antica controversia, mostrando come le
nebulose spiraleggianti intraviste con i cannocchiali ottocenteschi dovessero essere riguardati
come strutture dalle dimensioni e strutture analoghe a quelle della nostra Galassia poste ad
enormi distanze. Per la galassia a noi più vicina (M31 = Andromeda) stimiamo oggi, per
esempio, una distanza di ∼700 kpc.
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Fig. 1.4. Schema evolutivo della Galassia. I punti rappresentano il gas, le crocette le stelle ed
ammassi di alone, i cerchi aperti le prime stelle di disco. Gli asterischi rappresentano l’esplosione di
supernovae ed i cerchietti pieni stelle arricchite di elementi pesanti. R rappresenta l’asse di rotazione
della Galassia. Il raggio dei cerchi è di circa 15 kpc. Nella fase b sono indicate alcune orbite della
popolazione di alone (stelle od ammassi).

Di particolare rilevanza appare la differenza di temperatura tra stelle di disco e di alone.


Nella nostra Galassia e, per quanto è possibile verificare, in tutte le galassie simili alla nostra
(galassie a spirale), si ha infatti che:

1. Tra le stelle che popolano il disco, le più luminose appaiono tipicamente stelle ad alta
temperatura (stelle blu, T∼10.000 K).
2. L’alone galattico è invece dominato da stelle a temperatura nettamente inferiore (giganti
rosse, T∼5.000 K).

Da queste osservazioni scaturisce, sia pur a livello di ipotesi di lavoro, un quadro inter-
pretativo che collega evidenze stellari ed evoluzione galattica. Dovendosi assumere che le
stelle siano il risultato della condensazione di materia diffusa sotto l’influenza del campo
gravitazionale, è innanzitutto evidente che nell’alone della Galassia, ove tale materia diffusa
è praticamente assente, il processo di formazione stellare è al presente inibito. Le stelle che
popolano l’alone devono quindi essere il ricordo di una fase precedente, in cui l’intero alone
era occupato da una nube di materia diffusa a simmetria tipicamente sferica (protogalassia).
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Alla formazione di una prima generazione stellare nel corpo di questa protogalassia deve
aver fatto seguito il collasso del gas residuo (fig. 1.4) a formare il disco, con tempi scala
caratteristici di ∼ 3 × 108 anni per un collasso in caduta libera (collasso non dissipativo).
Nel disco cosı̀ formatosi sono restati e restano attivi i processi di formazione stellare a spese
della materia diffusa ivi addensata. Se ciò è vero, le popolazioni stellari di alone devono essere
le più antiche della Galassia, e la differenza di stato fisico delle strutture stellari potrebbe
essere messa in relazione proprio alla differente età. Cosı̀ varrebbero le relazioni:

Alone → Predominio di giganti rosse → strutture stellari antiche.


Disco → Predominio di stelle blu → strutture stellari giovani.

Pur senza entrare in casistiche dettagliate (→ A1.6) ricordiamo d’altronde come


nell’Universo, sia pur nel quadro di una gran varietà di forme e dimensioni, si osservino
due tipi fondamentali di agglomerazioni di materia su scala galattica:

1. Galassie a spirale, quali la nostra e M31, nelle quali è presente un disco (con spirali
regolari o barrate) immerso in un alone dominato da giganti rosse.
2. Galassie ellittiche, nelle quali è presente solo una componente sferoidale di alone.

E’ interessante notare come le galassie ellittiche mostrino di essere dominate da una


componente stellare a bassa temperatura, come chiaramente indicato dal loro colore. Questa
osservazione sembra integrare il quadro evolutivo precedente, suggerendo che le prime gen-
erazioni stellari siano nate, in ogni caso, da nubi protogalattiche sferoidali ed in un lontano
passato. Solo se, per motivi al momento imprecisati, tale processo di generazione stellare
lascia nella struttura del gas residuo, tale gas si condensa lungo un disco ove rimangono ef-
ficienti ulteriori processi di formazione stellare. Notiamo che da queste semplici osservazioni
emerge che l’Universo ha una storia: c’è stata nel passato un era per la formazione delle
galassie, e ciò contraddice quella teorie che vorrebbero l’Universo sempre eguale a sé stesso
(teorie dello stato stazionario).
Il quadro evolutivo cosı̀ delineato è peraltro suscettibile di modifiche anche sostanziali
sulle quali è ancora vivo il dibattito: il collasso del protoalone potrebbe essere stato di tipo
dissipativo, e quindi su tempi scala termodinamici, o - ipotesi ancor più radicale - nella
formazione degli aloni potrebbero aver giocato un ruolo processi di cattura e di merging
di sistemi stellari preesistenti. Le teorie di evoluzione stellare sono chiamate a precisare,
definendoli quantitativamente, tali scenari evolutivi, fornendo risposte che - come abbiamo
visto - coinvolgono non solo la storia della nostra Galassia ma anche la storia del più generale
strutturasi in galassie dell’Universo nel suo insieme.

1.3. Diagramma HR e isocrone di ammasso.


Per integrare il quadro osservativo sul quale le teorie dell’evoluzione stellare sono chiamate
ad operare, dobbiamo ora aggiungere le informazioni riguardanti le luminosità intrinseche
degli oggetti stellari. A tale scopo appare naturale organizzare in un diagramma le due
caratteristiche che definiscono le proprietà radiative di una struttura stellare: la luminosità L
(energia emessa per unità di tempo) e temperatura efficace Te (→ A1.1). Un tale diagramma
prende il nome di diagramma di Hertzsprung Russel o diagramma HR dal nome dei due
ricercatori che agli inizi del novecento per primi ricorsero a tale rappresentazione . Quando al
posto delle grandezze fisiche L, Te si usano le correlate grandezze osservative “magnitudine”
e “indice di colore” tali diagrammi prendono anche il nome di diagrammi Colore Magnitudine
o diagrammi CM.
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Fig. 1.5. Magnitudini visuali assolute MV in funzione del colore B-V per stelle con distanza dal
Sole minore di 20 pc, parallassate trigonometricamente dal satellite astrometrico Hipparcos. La
freccia indica la magnitudine assoluta del Sole (MV =4.8). Luminosità e temperatura delle sorgenti
decrescono all’aumentare, rispettivamente, di MV e B-V.

Organizzando in tale diagramma i dati magnitudine assoluta-colore per le stelle nei


dintorni del Sole, le cui distanze sono note grazie alle parallassi trigonometriche, osserviamo
che la maggior parte delle stelle si dispone lungo una sequenza monoparametrica che va
dalle alte luminosità e alte temperature verso valori decrescenti di ambedue questi parametri
osservativi (fig. 1.5). Non sorprendentemente, a tale sequenza viene dato il nome di Sequenza
Principale o, con terminologia inglese, Main Sequence sovente abbreviata in MS. Nello stesso
diagramma si notano alcune stelle che si distaccano sensibilmente dalla sequenza, poste
rispettivamente a alte temperature e minori luminosità o a basse temperature e maggiori
luminosità. Ricordando che la temperatura regola l’emissività del corpo nero, è immediato
dedurne che le prime devono essere sensibilmente più piccole e le seconde più grandi, evidenza
che giustifica i nomi di Nane Bianche (White Dwarfs = WD) per le prime e di Giganti Rosse
(Red Giants = RG) per le seconde. Da segnalare infine la presenza di alcune, rare, stelle che
si collocano al di sotto della MS, note come ”Subnane di campo” (Subdwarfs = SD)
Informazioni analoghe sono anche ottenibili tracciando il diagramma HR per stelle ap-
partenenti ad un ammasso: è lecito infatti assumere che le mutue distanze tra le stelle
dell’ammasso siano molto minori della distanza dell’ammasso stesso dal Sole. In tale caso si
conservano i rapporti delle diverse luminosità. Ricordando che nelle magnitudini appaiono
i logaritmi delle luminosità, se ne trae che le magnitudini osservate si distribuiscono in tale
diagramma esattamente come le magnitudini assolute, differendo da esse per una costante
di scala additiva dipendente dalla distanza dell’ ammasso (modulo di distanza dell’ammasso
→ A1.2).
Costruendo cosı̀ diagrammi HR per ammassi contenuti nel disco o nell’alone galattico
(fig. 1.6 e fig. 1.7) si osserva la costante presenza di sequenze monoparametriche, la cui
topologia varia peraltro sensibilmente al variare della collocazione galattica. Gli ammassi di
disco mostrano diagrammi HR per molti versi analoghi a quello delle stelle nella vicinanza
del Sole. Gli ammassi globulari dell’alone galattico se ne discostano invece sensibilmente:
sono assenti le giganti blu (come già avevamo indicato) ed appaiono nuove sequenze indicate
rispettivamente come “Ramo delle Giganti Rosse” (RGB = Red Giant Branch), “Ramo
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Fig. 1.6. Diagramma HR dell’ammasso aperto delle Iadi, tipico di ammassi aperti del disco galat-
tico. In ordinata le magnitudini assolute (MV ) come ricavate dalle magnitudini relative e dal modulo
di distanza (DM =3.33) fornito dal satellite astrometrico Hipparcos (→ A1.2). In ascissa i colori
B-V. Per opportuno confronto la freccia riporta la magnitudine assoluta del Sole.

Fig. 1.7. Magnitudini visuali V in funzione del colore B-V per le stelle dell’ammasso globulare
M5 di alone. La freccia riporta la magnitudine V del Sole posto alla distanza dell’ammasso (DM ∼
15.07 )

Orizzontale” (HB = Horizontal Branch) e “Ramo Asintotico” (AGB = Asymptotic Giant


Branch).
Recentemente il grande progresso osservativo portato da Telescopio Spaziale Hubble
(HST= Hubble Space Telescope) ha consentito di estendere le osservazioni degli ammassi
globulari a stelle di debole luminosità non rivelabili da Terra, integrando notevolmente le
nostre conoscenze del diagramma CM di tali oggetti. La fig. 1.8 mostra come le fasi evolutive
raggiunte da Terra siano quasi la “punta di un iceberg”, al di sotto della quale si estende
una lunga Sequenza Principale che raggiunge stelle con luminosità anche inferiori a 1/100
di quella solare.
L’evidenza di diagrammi HR con sequenze monoparametriche conduce ad una rilevante
deduzione. In linea del tutto generale ci si attende infatti che le caratteristiche evolutive delle
stelle debbano dipendere da molti parametri e, in particolare, dalla composizione chimica
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Fig. 1.8. Diagramma CM delle stelle nell’Ammasso Globulare M92 ottenuto combinando le osser-
vazioni da Terra con le osservazioni HST

della materia da cui si sono formate, dalla massa e dall’età delle strutture, non escludendo
l’intervento di altri fattori quali, ad esempio, lo stato di rotazione delle strutture medesime.
L’evidenza di sequenze monoparametriche indica che nelle stelle di un ammasso solo uno
di tali parametri varia in maniera indipendente, governando la collocazione nel diagramma
HR delle varie strutture. Se le stelle di un ammasso sono nate in un comune processo di
formazione, nulla osta a che le stelle abbiano avuto in origine una comune composizione
chimica e una comune età. Pare invece irrealistico che processi di fragmentazione del pro-
toammasso gassoso abbiano portato a valori fissi per la massa degli oggetti stellari formati,
cpsì da suggerire che la massa stellare debba essere il parametro che governa la distribuzione
nel diagramma HR.
Il diagramma HR conferma in tal modo l’ipotesi che le stelle di un ammasso si siano
formate da un unica nube ed in una determinata epoca, in un intervallo di tempo piccolo
rispetto all’età dell’ammasso. Il diagramma HR delle stelle di un ammasso deve quindi essere
interpretato come il luogo, nel piano luminosità - temperatura, di stelle aventi massa diversa
e costante età e composizione chimica (isocrona di ammasso).
Nel quadro evolutivo che siamo andati delineando, la differenza tra i diagrammi degli
ammassi di alone e di disco dovrebbe essere, almeno in parte, attribuita a differenze di età.
Se ne può trovare una conferma indiretta nello studio di sistemi binari per i quali è possibile
valutare massa e luminosità delle stelle (→ A1.7). Si trova infatti che in stelle di sequenza
principale la luminosità è direttamente correlata alla massa, crescendo al crescere di questa.
Di particolare rilevanza è la constatazione che la luminosità cresce secondo potenze superiori
della massa (orientativamente L∼ M3.5 - fig. 1.9). Se ne trae infatti l’evidenza che la quantità
di energia emessa da una stella per unità di tempo e di massa cresce anch’essa rapidamente
con la massa della stella.
Ciò suggerisce che le stelle a massa maggiore debbano esaurire più rapidamente la loro
riserva di energia, qualunque essa sia, e che, quindi, abbiano tempi evolutivi più rapidi e vita
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Fig. 1.9. La relazione massa-luminosità per stelle di sequenza principale in sistemi binari.

totale più breve. Non stupisce quindi l’assenza di stelle luminose blu di sequenza principale
nell’alone: se le stelle di alone sono sensibilmente più antiche di quelle di disco ci si attende
appunto che le stelle più massicce abbiano esaurito il loro tempo di vita, scomparendo dalla
sequenza principale. Resta naturalmente da identificare l’origine delle osservate sequenze di
Giganti Rosse e di stelle di Ramo Orizzontale.
Colore, luminosità e spettri delle stelle contribuiscono quindi a suggerire un quadro evo-
lutivo di notevole interesse per la storia della nostra Galassia, quadro che una opportuna
teoria delle strutture e della evoluzione stellare è chiamata a confermare e precisare.

1.4. La Galassia: evoluzione nucleare. Popolazioni stellari


Il quadro che siamo andati delineando nei punti precedenti si amplia quando si aggiungano
le informazioni provenienti dall’analisi spettroscopica. Dalle righe di assorbimento dei vari
elementi è possibile risalire con buona precisione alla abbondanza degli elementi stessi nelle
atmosfere stellari. Il quadro che se ne evince si salda direttamente alle analisi precedenti
ampliando le ipotesi ivi avanzate. La materia dell’Universo risulta per la maggior parte
(oltre il 98 % in massa) sotto forma di idrogeno ed elio. Ovunque sono peraltro presenti
gli elementi più pesanti , ma con la caratteristica che negli ammassi dell’alone galattico tali
elementi risultano di 1-2 ordini di grandezza meno abbondanti di quanto riscontrabile nelle
stelle di disco e, in particolare, nel nostro Sole (fig. 1.10).
E’ invalso l’uso in astrofisica di indicare col termine “metalli” l’insieme di tutti gli ele-
menti con nuclei più pesanti di quello dell’elio, e quindi con numero atomico A > 4 (→ A1.8),
e di indicare con Z l’abbondanza in massa di tali elementi, cioè la massa che in un grammo
di materia è sotto forma di “metalli”. Le abbondanze in massa di idrogeno e elio vengono
rispettivamente indicate come X o Y, valendo per definizione X+Y+Z =1. Utilizzando tale
notazione, nella Galassia risulta indicativamente:

Alone → Zalone ∼ 10−4 − 10−3 .


Disco → Zdisco ∼ 10−2 (Sole → Z ∼ 2 · 10−2 ).

Assumendo lo schema di progressione temporale protogalassia → alone → disco, risul-


terebbe cosı̀ che gli oggetti più antichi della nostra Galassia sono nel contempo caratterizzati
da una netta sottoabbondanza di elementi pesanti. Ciò suggerisce che la composizione nucle-
are della materia nell’Universo non sia immutabile, e che al fluire del tempo si sia modificata
non solo la morfologia delle strutture ma anche la distribuzione delle specie nucleari nella
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Fig. 1.10. L’abbondanza dei vari elementi nell’ atmosfera del Sole, graficata in funzione del numero
di massa A: La distribuzione è normalizzata ponendo l’abbondanza del Silicio pari a 106 . Si nota
come l’idrogeno risulta almeno 1000 volte più abbondante di tutti gli altri elementi, fatta eccezione
per l’elio. Si notino le peculiari abbondanze dei nuclei di 12 C e dei successivi multipli del nucleo di
elio (O, Ne, S ...). Si notino infine i picchi nella distribuzione in corrispondenza del ferro e per i
numeri magici di neutroni N 50, 82, 126. Nelle stelle di alone si hanno distribuzioni simili ma con
minore complessiva abbondanza di elementi pesanti.

materia da cui tali strutture si sono formate, materia che nel tempo deve essersi andata ar-
ricchendo di elementi pesanti. Poichè la produzione di nuovi elementi implica l’efficienza di
reazioni nucleari, e quindi di materia in condizioni altamente energetiche, pare naturale indi-
viduare nell’interno delle stelle la sede preferenziale per l’efficienza di tali processi. Previsione
che mostreremo essere ampiamente confermata da dettagliate valutazioni teoriche.
L’informazione spettroscopica diviene tanto più rilevante quando ci mostra come le stelle
che compongono un “ammasso stellare”, pur presentando una varietà di fasi evolutive (cioè
di luminosità e temperature superficiali), mostrino una sensibile uniformità di composizione
chimica. Ciò non solo conferma l’ipotesi che tali aggregati di stelle si siano formati da una
originaria comune nube di materia protoammasso, ma indica anche che l’evoluzione delle
strutture stellari non modifica sensibilmente la composizione chimica degli strati più super-
ficiali, che di conseguenza deve essere rimasta ancora quella della nube originaria. Poichè è
immediato riconoscere che alla superficie di una stella - a causa delle limitate temperature
- non possono mai essere state efficienti reazioni nucleari, l’indicazione precedente va letta
come una evidenza che nel corso dell’evoluzione di una struttura stellare non si verificano
in genere rimescolamenti profondi in grado di alterare macroscopicamente la composizione
degli strati superficiali.
In questa luce, risulta quindi che una struttura stellare, all’atto della sua formazione,
“congela” alla sua superficie la composizione nucleare della materia interstellare dalla quale
la stella stessa si è formata. Acquisendo quindi informazioni sull’età di strutture stellari
attualmente osservabili ricaviamo nel contempo informazioni sulla storia della composizione
della materia interstellare, mappandone l’evoluzione non solo nello spazio ma anche nel
tempo. Le teorie di evoluzione stellare sono chiamate a confermare un tale quadro evolu-
tivo, producendo nel contempo quelle informazioni quantitative che consentano una dettagli-
ata ricostruzione conoscitiva del passato, ricollegando le evidenze osservative del presente
Universo ad una catena di avvenimenti che ci conduca alla comprensione della storia della
nostra Galassia in particolare e, più in generale, dell’Universo nel suo insieme.
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E’ importante notare che la bassa metallicità degli ammassi globulari dell’alone si rac-
corda con una più generale differenza nelle caratteristiche delle strutture stellari che com-
pongono la Galassia, come portata alla luce dallo studio della dinamica degli oggetti stellari
di campo, non appartenenti cioé ad ammassi. Per discutere questo punto è da premettere
che il Sole, in quanto stella del disco, ruota attorno al centro galattico, con una velocità di
circa 220 km/sec, compiendo dunque un’intera orbita in circa 200 milioni di anni. Le stelle
nei dintorni del Sole che partecipano alla rotazione del Sole attorno al centro galattico, e
che hanno quindi piccole velocità relative al Sole, hanno sempre metallicità simili a quelle
solari. Il disco è peraltro attraversato anche dalle orbite di stelle di alone che non partecipano
alla rotazione del disco e che nei pressi del Sole si manifestano come un gruppo di stelle ad
alta velocità, conseguenza del moto riflesso del Sole. Queste stelle di alone risultano sempre
di piccola massa (e quindi a lunga vita media) e tipicamente sottoabbondanti in metalli,
collocandosi nel diagramma CM al di sotto della MS, nel gruppo delle Subdwarf.
Sommando tali evidenze a quelle fornite dagli ammassi stellari si conclude che gli
oggetti stellari, indipendentemente dalla loro appartenenza ad ammassi, possono dividersi
in ”famiglie” caratteristiche per la loro collocazione galattica, per l’età, per il contenuto in
metalli e per la morfologia dei rispettivi ammassi stellari. A tali caratteristiche si associa
anche una ulteriore differenza in stelle che mostrano una regolare e periodica variazione
di luminosità (stelle variabili). Nelle stelle di alone appaiono infatti variabili di tipo RR
Lyrae, con periodo minore di un giorno, mentre nel disco si trovano solo variabili Cefeidi,
con periodo molto più lungo, sino ad alcuni mesi.
Si giunge cosı̀ al concetto di popolazioni stellari galattiche, secondo lo schema:

1. Popolazione I → disco galattico: stelle giovani (giganti blu), abbondanza solare, ammassi
aperti, variabili Cefeidi.
2. Popolazione II → alone galattico: stelle anziane (giganti rosse), povere di metalli, ammassi
globulari, variabili RR Lyrae.

Tale schematizzazione non deve peraltro essere riguardata come una evidenza per una
netta bimodalità nelle popolazioni stellari della Galassia. Essa rappresenta invece i due
casi estremi ed evidenti di una più graduale distribuzione delle proprietà stellari al variare
della collocazione galattica. Gradualità che si riflette nel definire una Popolazione estrema od
intermedia ed una Popolazione I di disco, vecchia o estrema, in ordine di crescente metallicità,
crescente appiattimento sul disco e decrescente età. Distribuzione che è evidentemente da
collegarsi alla storia dinamico-chimica della materia nella galassia medesima.
E’ da notare che le popolazioni stellari cosı̀ definite descrivono le caratteristiche del
sistema alone-disco nella nostra Galassia con categorie non necessariamente estendibili a
tutti gli altri sistemi stellari. Nello stesso nucleo galattico troviamo infatti, ad esempio,
ammassi globulari antichi ma ricchi di metalli, e nelle vicine Nubi di Magellano troviamo
invece ammassi globulari giovani ma poveri di metalli, che non rientrano nelle precedente
classificazione. Il concetto di popolazione stellare può mantenere una sua generalità quando
si svincoli dall’età collegandolo esclusivamente al contenuto in elementi pesanti, cioè alla
distanza genetica che separa la formazione di una popolazione stellare dalla materia priva di
metalli emersa dal Big-Bang (→ 1.5). In questa accezione, nel nucleo galattico potremo allora
parlare di una popolazione I vecchia e nelle Nubi di Magellano di ammassi di popolazione
II giovani.

1.5. L’Universo: evoluzione dinamica ed evoluzione nucleare


Lo scenario evolutivo sin qui suggerito da un esame delle evidenze fornite dagli oggetti stellari
si salda con impressionante coerenza ad un parallelo scenario evolutivo fornito dall’ evidenza
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osservativa del fenomeno di “recessione” delle galassie ( → A1.9). L’evidenza di un Universo


in espansione porta con semplici argomenti dinamici ad ipotizzare, tornando indietro nel
tempo, un Universo sempre più denso e più caldo, sino a giungere - circa 1010 anni or sono
- in prossimità di uno stato in cui densità e temperatura tendono a divergere. L’osservata
radiazione di fondo cosmico, a circa 3 K, supporta tale ipotesi, talchè oggi è pressochè
unanimemente accettato che l’Universo attuale abbia preso origine da una fase nella quale
materia e radiazione erano fortemente accoppiate, raggiungendo valori che in prossimità del
tempo zero (Big-Bang) possono essere seguite sino ad almeno T∼1013 K, ρ∼1015 gr/cm3 .
La storia dell’Universo nel suo insieme risulta cosı̀ la storia della progressiva espansione e
raffreddamento di materia e radiazione che componevano tale iniziale “sfera di fuoco”.
Per quanto inaspettato possa apparire, ne consegue che è possibile operare previsioni sulla
distribuzione delle specie nucleari emerse dalla sfera di fuoco per costituire la composizione
chimica iniziale della materia nel nostro Universo. Alle condizioni estreme di temperature
indicate, l’energia media per particella risulta infatti dell’ordine del GeV (109 eV), molto
maggiore delle energie di legame dei nuclei. A tali livelli di energia non potevano quindi
esistere strutture nucleari, esistendo solo un ”brodo” di quark, leptoni e fotoni in equilibrio
termodinamico. Ne segue che in tali condizioni la materia non conserva memoria del proprio
passato e in questo senso dobbiamo concludere che la storia del presente Universo inizia dal
Big-Bang.
E’ possibile seguire il destino di questo gas primordiale per scoprire che la composizione
della materia uscita dal Big-Bang non poteva contenere elementi più pesanti dell’elio, lim-
itandosi anzi essenzialmente a idrogeno ed 4 He. Per mostrare ciò occorre seguire il destino
dei nucleoni (protoni (p) e neutroni (n)) sino al momento in cui la temperatura scende a
valori (∼109 K) ai quali l’energia media di particelle e fotoni scende al di sotto dell’energia
di legame del primo nucleo complesso possibile, il deuterio (D= 2 H), cosı̀ che i nuclei di
D eventualmente formati non vengano immediatamente distrutti da processi di fotodisinte-
grazione.
A 1011 K (10−2 sec dalla discontinuità iniziale) vi sono a disposizione ancora circa 10 Mev
per particella, cioè un’energia sensibilmente superiore all’ energia del decadimento spontaneo
del neutrone.

n → p + e+ + ν (+1.2

In tali condizioni ci si attende che il numero di neutroni sia paragonabile a quello dei
protoni ( → A1.10). A 1010 K (10 sec) l’energia media delle particelle e dei fotoni diventa
paragonabile all’energia del decadimento, l’equilibrio è spostato a favore dei protoni ed i
neutroni cominciano a decadere in protoni. In tutto questo arco di tempo la fusione diretta
protone-neutrone in deuterio (D)

n + p → 2D + γ

è vanificata dalla immediata fotodisintegrazione del deuterio. A 109 K (∼10 sec) il D


diviene finalmente stabile, ma l’equilibrio è ormai definitivamente spostato a favore dei
protoni. Il neutrone libero ha peraltro una vita media dell’ordine di 15 minuti, cosı̀ che a 109
K - quando il deuterio diventa stabile - sopravvive una frazione consistente di neutroni che
concorrono con i protoni alla formazione per fusione nucleare di nuclei di deuterio. Ciò dà
inizio ad una serie di reazioni nucleari particolarmente favorite, quale - ad esempio - quella
di D + D che ha una probabilità 1022 maggiore della protone-protone, che conducono alla
formazione dell’isotopo 4 dell’ elio:

n+p→D+γ
2
D + 2 D → 3 He + n
13

3
He + n → 3 H + p
2
D + 3 H → 4 He + n

Non è peraltro possibile costruire nuclei più pesanti dell’ elio 4 poichè in natura non
esistono isotopi stabili con numero di massa 5, e la possibile reazione
4
2 He + n → (52 He)∗ )→ 42 He + n

è seguita da un decadimento con vita media 10−21 sec, che riconduce inevitabilmente all’
elio 4.
Curiosamente, le proprietà dei nuclei sembrano disegnate per precludere ogni possibilità
di superare il limite dell’elio 4. Non esistono infatti nuclei stabili anche, e solo, per il numero
di massa 8. Ne consegue che per superare il “muro” dell’elio 4 non servono nemmeno le
possibili reazioni tra i nuclei già prodotti
3
He + 4 He → 7 Be + γ
4
He + 4 He → 8 Be + γ

perchè la prima indirettamente e la seconda direttamente portano alla formazione di


berillio 8 che con tempi caratteristici di 10−16 sec ridecade in due α
8
Be → 4 He + 4 He.

Furono proprio queste curiose proprietà dei nuclei a convincere a suo tempo Gamow
a desistere dal tentativo di giustificare la presenza in natura di elementi pesanti tramite
il Big-Bang. Se ne trae invece l’evidenza che la materia, cosı̀ come uscita dalla sfera di
fuoco, doveva essere essenzialmente composta da H ed He, con tracce di D, 3 He e pochi altri
elementi leggeri.
La valutazione delle quantità di elementi prodotti da questa nucleosintesi primordiale
dipende criticamente dai particolari dell’evoluzione temporale della sfera di fuoco. La quan-
tità di elementi leggeri cosı̀ prodotti sono quindi correlate al modello di Big-Bang e, at-
traverso questo, alle caratteristiche del passato e presente Universo (fig. 1.11). Calcoli det-
tagliati basati sul “modello standard” del Big-Bang conducono in particolare a correlare
l’abbondanza dell’ elio (elio cosmologico) alla densità nell’ Universo attuale di materia bar-
ionica, secondo la relazione

YC ∼ 0.23 + 0.094 (ρ/ρcrit )

dove YC rappresenta l’abbondanza in massa dell’elio cosmologico, ρ la densità attuale


dell’Universo e ρcrit ( ∼ 10−29 gr/cm3 ) è la densità critica, cioè la densit media dell’Universo
attuale (→ A1.11) al di sotto della quale l’energia cinetica del moto di espansione supera
l’energia gravitazionale e l’Universo sarebbe costretto ad espandersi indefinitamente.
Poichè la nucleosintesi di origine stellare, che aggiungerà i suoi prodotti agli elementi cos-
mologici, può solo aumentare l’abbondanza di elio, l’elio presente nella materia dell’attuale
Universo rappresenta un limite superiore per l’abbondanza di elio cosmologico. La cosmolo-
gia del Big-Bang prevede dunque che nell’Universo intero l’idrogeno appaia sempre mescolato
con una non trascurabile quantità di elio, la cui minima abbondanza è fornita dalla relazione
precedente.
Le osservazioni confermano l’esistenza per ogni dove di tale elio cosmologico, fornendo
un valore che si aggira attorno a Y ∼ 0.23. Se ne deve concludere che la densità di barioni
nell’Universo attuale è circa un fattore 100 al di sotto del valore critico ρcrit ( ∼ 10−29
gr/cm3 ), valore confortato anche dalle abbondanze cosmologiche degli altri elementi leggeri e
in buon accordo con le stime di densità ricavabili dalla distribuzione delle galassie. Dovremmo
14

Fig. 1.11. La produzione di elementi nel big bang come funzione della densità di barioni
nell’Universo attuale.

quindi concludere per un Universo è aperto, a meno che non vi sia il contributo di massa
sotto forma non barionica (materia oscura). Eventuale massa posseduta dai neutrini od
altre particelle, quali le ipotizzate WIMPS (Weak Interacting Massive Particles) potrebbe
peraltro concorrere a chiudere l’Universo.
I recenti risultati del satellite WMAP, lanciato nel 2001 dalla NASA per studiare la ra-
diazione di fondo cosmico, hanno confortato un tale scenario, portando peraltro nuove ed
importantissime informazioni. L’Universo, con un’età di 13.7 miliardi di anni, appare pi-
atto, e la densità critica viene raggiunta grazie al contributi di un 4% di materia barionica,
23% di materia oscura non barionica e un ulteriore 73% di “energia oscura”, un compo-
nente tuttora misteriosa cui talvolta si da anche il nome di “Quintessenza”. Un esempio
di come ormai astrofisica, cosmologia e fisica fondamentale debbano essere riguardate come
momenti conoscitivi strettamente correlati nel comune obiettivo di svelare la storia ed il
comportamento dell’Universo.

1.6. Gli obiettivi dell’astrofisica stellare


Il quadro di ipotesi evolutive che siamo andati tratteggiando fornisce nel contempo le indi-
cazioni dei principali obiettivi che si pone la ricerca astrofisica stellare. Un primo obiettivo è
di rendere conto dell’attuale presenza di elementi pesanti che devono essersi formati in fasi
successive al Big-Bang per processi di fusione nucleare a partire dall’idrogeno ed elio cosmo-
logici. Si è già indicato come sia difficile sfuggire alla conclusione che l’interno delle stelle sia
la sede preferenziale per i processi in questione. Previsione che sarà ampiamente confortata
dai risultati teorici, talchè oggi abbiamo raggiunto la ragionata convinzione che ogni nucleo
più pesante dell’elio esiste nell’Universo solo ed in quanto è stato a suo tempo sintetizzato
all’interno di una struttura stellare. La presenza di tali nuclei nella materia interstellare,
come nel nostro stesso pianeta Terra, è evidenza di un fenomeno di riciclaggio della mate-
ria elaborata nelle strutture stellari ed espulsa dalle medesime secondo meccanismi di cui
l’esplosione di una “supernova” può essere solo un esempio.
Ma abbiamo nel contempo anche già indicato come si possa riguardare alle strutture
stellari che oggi popolano gli spazi come testimoni dell’evoluzione nello spazio e nel tempo
della materia dell’Universo. Ne segue che, nel suo aspetto più generale, l’astrofisica stellare
15

si pone due obiettivi sinergici, leggere nelle stelle attuali la storia evolutiva delle galassie
e ricostruire il contributo delle ormai scomparse generazioni stellari all’evoluzione nucleare
della materia. Con il fine ultimo di ricavare una storia ragionata dell’Universo nel suo insieme,
che ci consenta di comprendere come e perchè l’Universo di nubi di materia, di stelle e di
galassie si presenti oggi ai nostri occhi cosı̀ come è.
16

Approfondimenti

A1.1. Termalizzazione. Radiazione di corpo nero. Emissività stellare.


Come mostrato da Planck, la radiazione elettromagnetica deve essere considerata come composta
da unità elementari (quanti di energia, o fotoni) ad ognuno dei quali risulta associata una energia
E = hν, dove:

h= costante di Plank= 6.62 ·10−27 erg


ν= frequenza della radiazione Hz (=cicli/sec)

Un campo di radiazione elettromagnetica (quale è la luce) può quindi essere visto come un gas di
fotoni tra loro non interagenti. In presenza di materia a temperatura T, i fotoni interagiscono però
con le particelle attraverso tutta una serie di processi che conducono i fotoni verso una situazione
energetica di equilibrio, retta dalla legge di distribuzione di Planck:

8πhν 3 1
u(ν) = (1)
c3 [exp(hν/kT ) − 1]

ove u(ν)dν è la densità di energia della radiazione con frequenza tra ν e ν+dν, k la costante di
Boltzmann.
Nel suo aspetto più generale la distribuzione di Plank è una conseguenza delle necessità che
discendono dalla meccanica statistica. Un gas di particelle, se le particelle possono scambiarsi energia
tramite mutue interazioni, deve evolvere verso una situazione di equilibrio nella quale la velocità
delle particelle è retta dalla nota formula di Maxwell-Boltzmann (fig. 1.12): in queste condizioni si
può parlare di equilibrio termico e definire una temperatura T del gas cosı̀ termalizzato.
Analogamente, una radiazione elettromagnetica che possa interagire con un sistema di particelle
termalizzato evolve verso la situazione di equilibrio descritta dalla legge di Plank. In tutti e due i casi,
il raggiungimento della termalizzazione della materia e della radiazione sarà tanto più rapido quanto
più efficienti sono i meccanismi di interazione e scambio energetico materia-materia e materia-
radiazione.
Si può mostrare che l’energia S irradiata in un secondo nell’ angolo solido 2π dalla unità di
superficie di un corpo in equilibrio termodinamico (corpo nero) risulta
c
S= u (2)
4
e quindi, indicando con Sν dν l’energia irraggiata nell’intervallo di frequenza ν e ν + dν

2πhν 3 1
Sν = = πBν (3)
c2 [exp(hν/kT ) − 1]

dove Bν è nota come funzione di Plank.


Poichè per la lunghezza d’onda λ è λ=c/ν si ha dλ =- (c/ν 2 ) dν e dν=-(ν 2 /c)dλ= -(c/λ2 )dλ, il
flusso energetico per unità di superficie e di lunghezza d’onda (emittanza) risulta (fig. 1.13)

2hc2 1
Sλ = = πBλ (4)
λ5 [exp(hν/kT ) − 1]

Per l’energia irraggiata per unità di superficie e di tempo da un corpo nero si ha


17

Fig. 1.12. La distribuzione


 Maxwelliana
 delle velocità U delle particelle di un gas segue la legge
3/2 −mU 2
dN
N
= 4π m
2πkT
exp 2kT
U 2 dU , dove dN è il numero di particelle nell’intervallo di velocità
dU, m la massa delle particelle e T la temperatura del gas.

Fig. 1.13. L’emissività di un corpo nero per varie temperature in funzione della lunghezza d’onda
λ (in 103 Angstrom). La curva a tratti riporta schematicamente l’andamento dello spettro solare.

R∞
W =π 0
Bλ dλ = σT 4 (legge di Stefan-Boltzman)
−5 2
con σ = 5.6710 erg/cm sec.

Annullando nella (4) la derivata dBλ /dλ si ottiene per la lunghezza d’onda cui corrisponde il
massimo di emissione
λmax T = cost = 0.2898 cm K (legge di Wien).
L’emissione delle superfici stellari approssima in generale distribuzioni (spettri) di corpo nero. In
tal senso si può parlare di temperatura della radiazione e delle superfici stellari. La fig. 1.14 pone ad
esempio a confronto lo spettro della radiazione solare con la distribuzione di corpo nero, mostrando
come alla superficie del Sole debba essere attribuita una temperatura che si aggira attorno a T∼
6000 K.
Di particolare importanza per le stelle è la temperatura efficace Te , definita dalla legge di Stefan-
Boltzmann
L = 4πR2 σTe4
dove L e R indicano rispettivamente Luminosità e Raggio della stella. La temperatura efficace è
dunque la temperatura che avrebbe la superficie della stella se emettesse esattamente come un corpo
nero.
18

Fig. 1.14. Spettro del Sole al di fuori dell’atmosfera (punti) confrontato con il corpo nero a 6000
K (tratto e punto) e con lo spettro della radiazione raccolta alla superficie della Terra. Si notino
in questo ultimo spettro, al di là di 8000 A, le bande degli assorbimenti causati da H2 O, O2 , H2 e
CO2 .

Fig. 1.15. Curve di trasmittanza dei filtri U, B e V del sistema di Johnson

A1.2. Magnitudini e indici di colore. Arrossamento


La luminosità delle sorgenti stellari, così come esse appaiono ad un osservatore terrestre, viene in
astrofisica misurata secondo una scala logaritmica delle magnitudini ”m”, definita dalla relazione

m = −2.5 log W + cost (5)

ove W è l’energia raccolta e misurata dai rivelatori. L’energia W dipenderà peraltro non solo
dal flusso della radiazione ma da molti altri fattori quali le dimensioni del telescopio, il tempo di
esposizione, la sensibilità del rivelatore. Ci si libera da tutti questi fattori aggiuntivi attraverso la
costante che fissa il punto zero della scala delle magnitudini ed è definita prefissando la magnitudine
di una o più stelle ”standard”. Nella pratica delle osservazioni si misurano sempre differenze di
magnitudine tra gli oggetti in studio e opportune standard, talché

m = ms − 2.5logW/Ws (6)

e la misura di una magnitudine si riduce alla misura di un rapporto di flussi.


L’energia misurata dipende peraltro dalla risposta (sensibilità) del rivelatore alle varie lunghezze
d’onda convoluta con lo spettro (temperatura) della sorgente. In passato furono così definite, ad
esempio, le “magnitudini fotografiche” che facevano riferimento alla sensibilità delle emulsioni fo-
tografiche. Per liberarsi per quanto possibile da tale dipendenza oggi è d’uso misurare l’energia
corrispondente solo a prefissate porzioni (bande) dello spettro. Molto usate le bande U, B, V
(Ultravioletto, Blu, Visuale) di Johnson definite attraverso curve standard di trasmissione dei rel-
ativi filtri (fig. 1.15). Accanto a tale sistema sono in uso anche altre bande, quali le R, I, J, H,
19

Fig. 1.16. Andamento alle varia lunghezze d’onda del coefficiente di assorbimento A(λ) che misura
la variazione di magnitudine causata da un arrossamento E(B-V) unitario.

K, L che coprono porzioni dello spettro a lunghezze d’onda ancora maggiori. Per ogni banda si
definiscono le relative magnitudini

mi = −2.5logWi + cost (7)

dove Wi è l’energia raccolta nella banda ”i” e la costante e’ ancora determinata fissando la
magnitudine ”i” di stelle standard. In corrispondenza delle tre bande indicate ogni stella è cosi’
caratterizzata dalle tre magnitudini mU , mB e mV , sovente indicate semplicemente con U, B e V.
Scala e punto zero delle magnitudini visuali sono state fissate in maniera da risultare in ragionevole
corrispondenza alla antica classificazione delle stelle visibili ad occhio nudo in sei classi di grandezze
apparenti. Si ponga attenzione al fatto che al diminuire della luminosità apparente aumenta la
magnitudine.
Per familiarizzarsi con tale scala, notiamo che un aumento di 5 magnitudini corrisponde ad una
riduzione del flusso di un fattore 100. La stella più brillante del cielo, Sirio, ha una magnitudine
visuale V=-1.6, la luna piena -12.6, il Sole -26.7. L’osservazione del cielo ad occhio nudo si limita a
magnitudini inferiori a 6, ma telescopi anche modesti possono raggiungere almeno V=15. I grandi
telescopi accoppiati con i sensibili moderni rivelatori CCD giungono a V∼ 24 e il telescopio spaziale
Hubble si spinge oltre V∼28. Si può realizzare la debolezza di tali sorgenti ricordando, ad esempio,
che ad una sorgente di magnitudine 21 corrisponde alla superficie della Terra un flusso di circa 5
10−3 fotoni per cm2 e per secondo. Occorre cioé attendere più di tre minuti perché su un centimetro
quadro giunga un singolo fotone. Questi numeri bastano per far chiaro come i telescopi non servano,
come talora ingenuamente si ritiene, a ”ingrandire” le immagini celesti, ma a raccogliere da una
sorgente quanti più fotoni possibile, il numero di fotoni crescendo col quadrato della superficie dello
specchio. E’ così facile ricavare che i fotoni raccolti da uno specchio di 5 metri di diametro, quale
quello del famoso telescopio del Monte Palomar, sono più numerosi di circa un fattore 107 di quelli
raccolti bello stesso tempo dalla pupilla di un occhio umano.
E’ di grande importanza osservare come confrontando l’energia raccolta in bande diverse si
possa investigare la distribuzione energetica del flusso, e quindi la temperatura del corpo nero. La
differenza tra due di queste magnitudini prende il nome di indice di colore e misura il rapporto tra i
flussi nelle due prescelte bande. Dalle caratteristiche del corpo nero è subito visto che al crescere della
temperatura ci si attende che crescano ambo i rapporti WU /WB e WB /WV , e diminuiscano quindi
gli indici di colore U-B e B-V. La esatta relazione tra indici di colore e temperatura dipenderà sia
dalla composizione chimica che dalla gravità alla superficie della stella, poiché ambedue tali fattori
modulano le righe di assorbimento negli spettri stellari e,quindi, il flusso emesso nelle varie bande.
Tali relazioni colore-temperatura possono essere ricavate sia per via empirica (sperimentale) che
attraverso modelli teorici di atmosfere stellari.
Si definisce inoltre magnitudine bolometrica mbol la magnitudine riferita all’ intero flusso di
energia emessa, compresa quindi anche tutta la radiazione che non giunge alla superficie della
Terra a causa di assorbimenti atmosferici e, talora, interstellari. Nota la magnitudine bolometrica
20

e la distanza di una stella si risale alla luminosità intrinseca della sorgente L. La magnitudine
bolometrica è sovente posta in relazione con quella visuale attraverso la relazione
mbol = mV + BC (8)
ove BC (correzione bolometrica) sarà una funzione di temperatura gravità e composizione chim-
ica. La scala delle magnitudini bolometriche non ha peraltro, sinora, standard definiti. e quindi deve
essere utilizzata con grande precauzione.
Si definiscono infine magnitudini assolute, sia bolometriche (Mb ol) che nelle varie bande (MB ,
MV etc), le magnitudini che avrebbero le stelle se poste ad una comune prefissata distanza di 10 pc
dalla Terra. Nota la magnitudine relativa e la distanza di una stella è facile ricavarne la rispettiva
magnitudine assoluta. Infatti, l’energia che attraversa nell’unità di tempo una superficie sferica ad
una qualunque distanza r dalla sorgente deve essere costante e pari alla luminosita’ della sorgente,
definita come energia emessa per secondo. Si ha dunque a due generiche distanze r1 e r2
φr12 = φ2 r22 (9)
ricordando che m=-2.5logφ + cost, ponendo r1 pari alla distanza della stella e assumendo r2 =
10 pc, si ottiene
m = M − 5 + 5 log r (10)
dove r è misurata in parsec. La differenza m-M viene sovente indicata come DM, modulo di
distanza.
Per le magnitudini assolute bolometriche, poiché il rapporto tra i flussi di due stelle poste alla
stessa distanza è pari al rapporto delle luminosità intrinseche degli oggetti, potremo infine scrivere
per una generica stella con luminosità L
Mbol = −2.5logL/L + cost (11)
33
ove con L si indica la luminosità del Sole ( 3.9 10 erg/sec) e la costante è la magnitudine
bolometrica assegnata al Sole.
I modelli teorici di atmosfere stellari consentono di correlare le grandezze osservative sin qui
definite con la luminosità L e la temperatura efficace Te delle strutture, fornendo per ogni assunto
valore di Te e di gravità lo spettro emergente dalla superficie e, da questo, i flussi nelle varie bande,
gli indici di colore e la correzione bolometrica.
Notiamo infine che in linea di principio gli indici di colore, in quanto rapporto tra due flussi, non
dipendono dalla distanza della sorgente. In quanto sinora esposto si è peraltro sottaciuto il caso,
frequente quando si osservi lungo la direzione del disco galattico, che nel suo tragitto verso la Terra
la radiazione sia soggetta a fenomeni di assorbimento dovuti alla presenza di materia (gas e polveri)
interstellare. L’effetto di un tale assorbimento risulta in genere tanto maggiore quanto minore è la
lunghezza d’onda, e viene misurato in termini dell’ arrossamento E(B-V), definito come la variazione
dell’indice di colore intrinseco (B-V)0 causato dal maggior assorbimento della radiazione nella banda
B.
Per ogni dato arrossamento si ha dunque
(B − V )oss = (B − V )0 + E(B − V ) (12)
mi,oss = mi,0 + Ai (13)
dove, Ai è l’aumento di magnitudine nella banda i estinzione, proporzionale all’arrossamento.
Ad esempio, per la banda V risulta AV ∼3.1 E(B-V) da cui V = V0 + 3.1 E(B-V).
La fig. 1.16 mostra l’andamento alle varie lunghezze d’onda della variazione di magnitudine
prodotta da un arrossamento unitario, mentre la Tabella 1 riporta le estinzioni Ai in varie bande
riferiti all’assorbimento nella banda V. La precisa valutazione degli arrossamenti è uno dei capitoli
più delicati della pratica osservativa astronomica. L’entità dell’arrossamento può essere valutata
dalla posizione della sorgente nel diagramma a due colori (U-B), (B-V). Qui notiamo che ove
si disponga di uno spettro che si estenda nella regione dell’ultravioletto assorbita dall’atmosfera,
come ottenibile dunque solo da strumentazione nello spazio, l’entità dell’arrossamento è facilmente
ricavabile dalla caratteristico “bump” nell’assorbimento a 2200 Angstrom.
21

Tab. 1. Assorbimenti relativi nelle varie bande fotometriche riferiti all’assorbimento nella banda V

Filtro <λ> A(λ)

U 3600 A 1.569
B 4400 A 1.337
V 5500 A 1.000
R 7000 A 0.751
I 9000 A 0.479
J 1.25µ 0.282
H 1.60µ 0.190
K 2.20µ 0.114
L 3.40µ 0.056

Fig. 1.17. Traguardando una stella a sei mesi di distanza ci si attende che la sua posizione sulla volta celeste
vari di un angolo 2 π, ove π è la parallasse dell’ oggetto, definita come l’angolo sotto il quale l’oggetto vede il
semiasse ”a” dell’orbita terrestre.

A1.3. La parallassi stellari. Seing.


Sulla superficie della Terra, per valutare la distanza di un qualunque oggetto non altrimenti rag-
giungibile è d’uso ricorrere a semplici metodi trigonometrici, traguardando l’oggetto da due diverse
opportune posizioni. Procedure simili sono possibili anche per valutare la distanza delle stelle, uti-
lizzando come base della misurazione la posizione della Terra sulla sua orbita a distanza di sei mesi
(fig. 1.17).
Per stelle che giacciono sul piano perpendicolare alla base di traguardo cosi’ definita si ha

r= a/tgπ ∼ a/π

dove ”a” è il semiasse dell’ orbita terrestre (unità astronomica) e l’angolo π è misurato in radianti.
Essendo 1 rad = 57o 17’ 44” pari a 206.265 secondi d’arco

r= a (206 265/π)

se π è misurato in secondi d’arco. Poichè a=1.49598 1013 cm

r = 3.1 1018 /π cm

Assumendo come unità di misura delle distanze stellari quella cui corrisponde una parallasse
annua di 1” (1 parsec (pc)= 3.1 1018 cm) si ha direttamente

r (pc)= 1/π.

Poiché la velocità della luce è c∼3 1010 cm/sec, un parsec corrisponde a 3.26 anni luce, cioè allo
spazio percorso dalla luce in 3.26 anni (1 anno∼3.1 107 secondi).
22

La misura delle parallassi è argomento delicato, perchè è innanzitutto da notare che ogni tele-
scopio non può restituire immagini puntiformi, creandosi in ogni caso una figura di diffrazione, tanto
più estesa quanto minore è il diametro del telescopio. L’ottica ondulatoria ci assicura che il disco
centrale della figura, sino alla prima frangia oscura, ha un raggio angolare

α = 1.22 λ/D

dove α è espresso in radianti. Nel visibile (λ ∼5500 A) ed esprimendo D in centimetri si ottiene

α = 14”/D in secondi d’arco.

Le maggiori limitazioni nella misura delle parallassi provengono peraltro dalla turbolenza at-
mosferica (seing) che produce variazioni temporali dell’indice di rifrazione atmosferico e, quindi, del
cammino ottico dei raggi luminosi, disperdendo l’immagine di una stella su un area che in condizioni
normali è dell’ ordine di almeno alcuni secondi d’arco. E’ per questa ragione che risulta di grande
importanza collocare gli osservatori astronomici ad alta quota, in regioni contraddistinte da limitata
turbolenza atmosferica, dove il seing può scendere anche sotto il secondo d’arco. Quando si consid-
eri che la stella più vicina al Sole, αCen (αCentauri), ha una parallasse di soli 0”.76 si comprende
peraltro la difficoltà di precise misure di parallasse. Il metodo trigonometrico ha consentito cosi’ di
avere indicazioni abbastanza precise sulla distanza solo qualche centinaio di stelle nei dintorni del
Sole.
Un notevole miglioramento si è ottenuto grazie all’ utilizzazione di telescopi nello spazio e, in
particolare, dal satellite astrometrico Hipparcos, lanciato nel 1989 dall’Agenzia Spaziale Europea,
che ha misurato la parallasse di molte migliaia di stelle con precisioni dell’ordine del millesimo di
secondo d’arco. Un telescopio spaziale risulta infatti limitato dal solo fenomeno della diffrazione
(diffraction limited), semprechè la piattaforma spaziale sia adeguatamente stabilizzata.
Si noti che l’immagine di seing oltre che limitare la misura delle parallassi introduce pesanti
limitazioni anche sul limite inferiore dei segnali luminosi rivelabili. Il cielo ha infatti una luminosità
diffusa (fondo) valutabile nella banda V a circa 22 mag per secondo d’arco quadrato. Se l’immagine
di una stella viene dispersa dal seing su una superficie analoga, ne segue che per oggetti con mag-
nitudine superiore a V=22 il rapporto segnale-rumore scende sotto l’unità, rendendo sempre più
difficoltose le misure. All’aumentare della figura di seing diminuisce quindi la magnitudine limite
raggiungibile da un telescopio, ed e’ questo uno tra i principali motivi per cui è vitale scegliere
per gli osservatori astronomici siti contraddistinti dal minimo possibile seing. Ed è questo ancora
il motivo per cui la tecnologia dei moderni telescopi ha sviluppato tutta una serie di procedure
informatiche (ottiche adattive e ottiche attive) volte a minimizzare le dimensioni delle immagini
stellari.

A1.4. Spettri stellari e tipi spettrali


Abbiamo indicato come lo spettro di una sorgente stellare corrisponda in genere ad una distribuzione
energetica di corpo nero solcata da righe o bande di assorbimento. La distribuzione di corpo nero
ci assicura che la radiazione proviene da strati stellari in cui le interazioni tra particelle e fotoni
sono sufficienti ad assicurare l’equilibrio termodinamico tra materia e radiazione. Risulta peraltro
ovvio che prima di lasciare la stella tale radiazione debba fatalmente attraversare strati di bassa
e bassissima densità ove le interazioni radiazione particelle finiscono col diventare sporadiche e
l’equilibrio termico non può più essere realizzato. A conferma di ciò si consideri che negli ultimi strati
superficiali si è in presenza di un flusso di radiazione uscente, mentre l’equilibrio termodinamico
richiederebbe una radiazione isotropa.
Una radiazione elettromagnetica che attraversi un gas subisce peraltro fenomeni di assorbimento,
secondo la regola che vuole che ogni gas sia in grado di assorbire la radiazione che sarebbe in grado
di emettere spontaneamente. A livello microscopico sappiamo che tale regola è collegata ai livelli
energetici degli elettroni legati ai nuclei: portando un elettrone su un livello eccitato esso ritorna sul
suo stato naturale emettendo un quanto di luce di frequenza che obbedisce alla relazione hν = ∆E
dove ∆E è la differenza di energia tra i due livelli. Analogamente, un elettrone è in grado di
assorbire lo stesso quanto di energia per portarsi dal suo livello naturale al livello eccitato. Si noti
23

Fig. 1.18. Schema delle transizioni elettroniche indotte dall’assorbimento di fotoni in atomi di
idrogeno. Atomi nello stato fondamentale hanno elettroni nell’orbita più interna (orbita K) ed i
possibili assorbimenti producono una serie di righe note come ”serie di Lyman”. Al crescere della
temperatura gli elettroni si spostano a popolare livelli superiori e conseguentemente si hanno la
serie di Balmer (da elettroni sull’orbita L) nel visibile e la serie di Paschen (da elettroni nell’orbita
M) nell’infrarosso.

che si è in presenza di un assorbimento transitorio, perchè l’elettrone eccitato ritornerà sul suo stato
naturale emettendo nuovamente radiazione. Tale emissione è peraltro isotropa e alla superficie di
una stella tale meccanismo implica che vengono estratti fotoni dal flusso uscente, producendo le
righe di assorbimento presenti nello spettro.
Le righe presenti in uno spettro stellare dipenderanno quindi non solo dalle specie atomiche
presenti nell’atmosfera stellare ma anche, e soprattutto, dalle temperature degli strati atmosferici.
Al crescere della temperatura cresce infatti l’energia delle particelle e negli atomi aumenta il nu-
mero di elettroni che si allontana dallo stato fondamentale per collocarsi spontaneamente su livelli
eccitati o per passare in stati slegati ionizzazione. Ad ogni temperatura corrisponde quindi una
particolare distribuzione degli elettroni legati ai vari nuclei, distribuzione che si riflette sulle righe
di assorbimento presenti nello spettro stellare.
Cosı̀ alle più basse temperature gli elettroni legati all’idrogeno (fig. 1.18) saranno nello stato
fondamentale (nell’orbita inferiore), e passando da questo stato a stati eccitati superiori produrranno
righe di assorbimento solo nell’estremo ultravioletto (Serie di Lyman). Al crescere della temperatura
una consistente frazione degli elettroni si sposta sul primo stato eccitato (la seconda orbita) e nello
spettro appaiono le righe della serie di Balmer, nel visibile, e a temperature ancora maggiori apparirà
la serie di Paschen, nell’infrarosso.
Analogamente, anche gli atomi degli altri elementi presenti nell’atmosfera produrranno ad ogni
temperatura uno spettro di assorbimento caratteristico della temperatura stessa. Poichè nella ma-
teria stellare, formata essenzialmente da idrogeno ed elio, sono in ogni caso sempre presenti tutti
gli altri elementi, sia pur con diverse abbondanze, la presenza di determinate righe o bande in uno
spettro è essenzialmente governata dalla temperatura, mentre la consistenza di tali assorbimenti
sarà collegata all’abbondanza delle relative specie atomiche o molecolari.
Al variare della temperatura si presentano cosı̀ nello spettro righe di assorbimento caratteristiche
(fig. 1.19): sulla base delle quali vengono definiti, in ordine di temperatura decrescente, i tipi spettrali

O, B, A, F, G, K, M

ognuno suddiviso in 10 sottoclassi (B0, B1, B2...B9, A0, A1...). A basse temperature sono pre-
senti nel visibile gli assorbimenti di molecole e elementi pesanti (metalli) neutri, quali, ad esempio,
le righe del FeI = ferro non ionizzato. Le righe dell’idrogeno sono assenti perché tale elemento è
24

Fig. 1.19. Schema orientativo dell’intensità delle righe di assorbimento nel visibile di diversi ele-
mento al variare del tipo spettrale.

Tab. 2. Corrispondenza (orientativa) tra tipo spettrale, indice di colore, temperatura efficace e
magnitudine V assoluta per stelle di disco di Sequenza Principale.

Spettro B-V Te MV

O5 -0.35 35500 -5.7


B0 -0.30 25000 -4.1
B5 -0.16 17200 -1.1
A0 0.00 12300 +0.7
A5 +0.15 9900 +2.0
F0 +0.30 8350 +2.6
F5 +0.45 7100 +3.4
G0 +0.57 6240 +4.4
G5 +0.70 5620 +5.1
K0 +0.89 4930 +5.9
K5 +1.18 4100 +7.3
M0 +1.45 3560 +9.0
M5 +1.75 3110 +11.8

nel suo stato fondamentale e le righe della serie di Lyman cadono nell’ultravioletto. Aumentando
la temperatura si dissociano le molecole mentre appaiono le righe di metalli ionizzati, ad esempio
FeII= ferro ionizzato una volta. Appaiono anche le righe della serie di Balmer perché gli elettroni
dell’idrogeno si sono portati a popolare il secondo livello. Aumentando ancora la temperatura scom-
paiono nuovamente le righe dell’idrogeno, perché ionizzato, e appaiono le righe dell’elio prima neutro
(HeI) e poi ionizzato (HeII), presenti solo ad alta temperatura perché gli assorbimenti dell’elio nello
stato fondamentale cadono anch’essi nell’estremo ultravioletto.
Nella Tabella 4 riportiamo a titolo indicativo le relazioni tra tipo spettrale, indice di colore B-V
e temperatura efficace per stelle di sequenza principale del disco galattico (Popolazione I) , dando
per tali stelle anche la tipica magnitudine assoluta nella banda V.
Stelle con identico tipo spettrale possono mostrare ulteriori differenze nella forma delle righe,
differenze che sono risultate in relazione alla luminosità intrinseca della stella. Si comprendono tali
differenze notando come a parità di temperatura stelle intrinsecamente meno luminose debbano
avere raggi minori (L = 4πR2 σTe4 ) cui corrispondono densità atmosferiche maggiori, atomi più
perturbati e righe conseguentemente allargate. Corrispondentemente, per ogni tipo spettrale si
definiscono cinque classi di luminosità, che vanno dalla classe I per le stelle più luminose a righe
più sottili alla classe V, che corrisponde a stelle della sequenza principale. In questa classificazione
di Morgan, Keenan e Kellman classificazione MK il Sole è una tipica stella G2V.
25

Ad evitare equivoci, è bene precisare che una classe di luminosità NON corrisponde ad una
luminosità fissa e determinata. La classe V, ad esempio, è formata per ogni temperatura dalle
stelle meno luminose, che corrispondono a stelle di sequenza principale e la cui luminosità dipende
fortemente dalla temperatura.

A1.5. Gli Ammassi stellari.


Nella nostra come nelle altre galassie sono presenti Ammassi Stellari che trovano la loro evidente
origine in episodi collettivi di formazione stellare. Nella nostra Galassia alcuni ammassi di disco,
nelle vicinanze del Sole, sono ben visibili ad occhio nudo ed hanno ricevuto nomi propri sin dalla
più remota antichità. Tali sono, ad esempio, le Iadi, le Pleiadi o il Presepe. Molti altri, osservati
attraverso piccoli telescopi appaiono solo come nebulosità e come tali appaiono nel catalogo pub-
blicato nel 1771 dall’astronomo francese Messier per agevolare il lavoro dei cercatori di comete. Gli
ammassi presenti in tale catalogo vengono indicati dalla lettera M seguita dal numero del catalogo.
Una più moderna e pressochè completa classificazione degli ammassi della Galassie è quella fornita
nel 1888 dal New General Catalogue di galassie, ammassi e nebulose, dove sono anche riportati
numerosi ammassi appartenenti alle due vicine galassie irregolari note come Piccola e Grande Nube
di Magellano. Per fare riferimento agli oggetti di questo catalogo si usa la sigla NGC seguita dal
numero di catalogo. A seguito di tale molteplicità di identificazioni molti oggetti celesti, e in parti-
colare molti ammassi stellari, hanno una corrispondente moltiplicità di nomi ancora variamente e
alternativamente usati nella letteratura scientifica. Così, ad esempio, Presepe = M44 = NGC 2632.
In particolare, ove esistente, per gli ammassi globulari è ancora molto usata la classificazione di
Messier, talch per i globulari piò luminosi nel cielo notturno si ha, ad esempio, M3 = NGC5272,
M5 = NGC5904 o M92 = NGC6341.
Abbiamo ricordato come gli ammassi stellari della Galassia mostrino caratteristiche evolutive
e strutturali che si differenziano nettamente a seconda della collocazione. Gli ammassi del disco,
detti anche ammassi aperti o ammassi galattici, sono composti da qualche centinaio ad alcune
migliaia di stelle, tra le quali predominano giganti blu ad alta temperatura superficiale. Si ha talora
evidenza per l’esistenza nell’ ammasso di gas e polveri. Tali ammassi si dicono ”aperti” proprio
perché risultano gravitazionalmente slegati e destinati col tempo a disperdersi; da ciò si possono
ricavare limiti superiori all’età degli ammassi, talora anche inferiori al centinaio di milioni di anni. E’
da assumere che tali ammassi nascano nelle spirali della Galassia. In fig. 1.3 abbiamo infatti mostrato
che gli ammassi più giovani, selezionati in base all’estensione ad alte temperature della sequenza
principale, si distribuiscono nelle vicinanze del Sole lungo direttrici che marcano la struttura a
spirale della Galassia. Fenomeni di recente formazione stellare sono anche segnalati dalle regioni
HII, nubi di idrogeno ionizzato dalla radiazione di contigue stelle giovani e massicce, e dunque
di alta temperatura superficiale. Gli ammassi di vecchio disco, quali ad es. M67 o NGC188, sono
infine una sottocategoria degli ammassi aperti che per alcuni versi approssima le caratteristiche
dei globulari. Pur se collocati in prossimità del disco galattico, con metallicità che possono essere
dell’ordine di quella solare, mostrano una peculiare abbondanza di stelle, una struttura sferoidale
e un’età avanzata, testimoniata dalla assenza di stelle ad alta temperatura e dalla contemporanea
presenza di sia pur esili rami di giganti rosse.
Nell’alone della Galassia osserviamo invece più di 150 Ammassi Globulari, composti anche da
oltre un milione di stelle, distribuite con netta simmetria sferica attorno al centro dell’ammasso,
dove si raggiungono densità stellari anche superiori a 104 stelle per parsec cubo. La buona simmetria
sferica e la regolare distribuzione radiale della densità stellare mostrano che tali ammassi risultano
non solo gravitazionalmente legati ma anche dinamicamente rilassati. Con quest’ultimo termine
si intende indicare che le mutue interazioni gravitazionali hanno portato verso una equipartizione
dell’energia, talché la distribuzione di densità approssima quella di un gas di stelle autogravitante
isotermo (sfera isoterma) mentre la distribuzione di velocità delle stelle approssima la distribuzione
di Maxwell-Boltzmann. I tempi caratteristici per tale processo (tempi di rilassamento) dipendono
dal numero e dalla densità delle stelle, risultando in ogni caso non minori del miliardo di anni, il
che da solo testimonia dell’antichità di tali oggetti, in accordo con le citate ipotesi di evoluzione
galattica.
26

Fig. 1.20. L’andamento della luminosità superficiale nell’ammasso globulare M3 (punti) con-
frontato con le previsioni teoriche da un perfezionamento del modello semplice isotermo.

Pur senza entrare nei dettagli dell’affascinante e complesso argomento dell’evoluzione dinamica
di tali sistemi, conviene qui accennarne alcuni punti fondamentali. Notiamo innanzitutto che la
tendenza ad una distribuzione Maxwelliana implica che una frazione delle stelle viene spinta a
velocità maggiori della velocità di fuga dall’ammasso. Da un altro punto di vista, ciò corrisponde
al fatto che teoricamente una sfera isoterma non ha contorno, estendendosi sino all’infinito. Un
modello realistico (fig. 1.20) deve quindi, ad esempio, prevedere che l’ammasso perda tutte quelle
stelle che si spingono oltre il suo raggio mareale, definito come la distanza dal centro dell’ammasso
a cui inizia a prevalere il campo gravitazionale della Galassia.
Il sistema ”Ammasso Globulare” quindi non può essere dinamicamente stabile ed è destinato
a perdere, sia pur lentamente, non solo stelle ma anche energia. Ciò conduce infine ad una catas-
trofe gravotermica, ancora oggetto di intensi studi, nella quale il nucleo del cluster subirebbe una
serie di improvvisi collassi oscillazioni gravotermiche che porterebbero la densità centrale sino a
valori dell’ordine di 108 M /pc3 . Notiamo anche che l’equipartizione dell’ energia implica che le
stelle con massa minore abbiano maggiori velocità, quindi con distribuzione spaziale più espansa e
preferenzialmente candidate a fenomeni di evaporazione dall’ammasso.
A fianco di tali meccanismi occorre anche tener conto di ulteriori meccanismi che collaborano
alla distruzione degli ammassi, quali gli incontri stretti con altri ammassi e gli effetti di disk shocking
e bulge shocking che si manifestano ogni qualvolta un ammasso nella sua orbita di alone attraversa
il disco galattico o si avvicina al bulge. Se ne deve concludere che gli ammassi globulari che oggi
popolano l’alone della Galassia non sono necessariamente quelli che vi si sono a suo tempo formati,
ma solo quelli che per le loro caratteristiche strutturali sono riusciti a sopravvivere fino ad oggi
nell’alone galattico.
E’ da notare che gli ammassi globulari, oltre a caratterizzare l’alone di molte galassie a spirale,
quali la nostra e Andromeda, paiono peculiarmente abbondanti nelle galassie ellittiche, mostrando
di essere un costituente generale dell’Universo collegato alle prime fasi di formazione delle galassie.
In questo contesto spicca l’eccezione della galassia irregolare del gruppo locale ”Grande Nube di
Magellano”. Accanto ad ammassi globulari antichi (rossi) esistono ammassi morfologicamente glob-
ulari che mostrano stelle in fase evolutiva anche estremamente giovanile, alle quali si possono as-
segnare età anche inferiori ai cento milioni di anni.
Per spiegare tale peculiarità e, con essa, l’assenza di ammassi globulari nel disco della Galassia si
può avanzare il suggerimento che la distribuzione del gas in un disco con rotazione differenziale (kep-
leriana) abbia nella Galassia inibito l’ulteriore formazione dei grandi ammassi globulari, formazione
che è invece rimasta efficiente nelle regioni di gas non strutturato o solo parzialmente strutturato,
come era il primitivo alone, e come sono ancor oggi le Nubi di Magellano.
27

Fig. 1.21. Schema della classificazione morfologica delle galassie.

A1.6. Galassie. Ammassi di Galassie. Quasar


L’osservazione mostra che le stelle del nostro Universo sono raggruppate in enormi sistemi stellari
cui diamo il nome di galassie. Per tali sistemi viene adottata una classificazione morfologica che
distingue:

1. Galassie ellittiche: mostrano una distribuzione di luminosità quale ci si attende da ellissoidi di


rotazione. Vengono classificate con la lettera E seguita dal numero intero che più approssima
l’osservata ellitticita’, definita come 10 (1-b/a), dove b/a rappresenta il rapporto tra semiassi
maggiore e minore della figura osservata. Si noti che tale valore non è necessariamente una carat-
teristica intrinseca degli oggetti, dipendendo il valore osservato dall’orientazione delle galassie
rispetto all’osservatore. Analisi approfondite hanno al riguardo dimostrato l’esistenza anche di
distribuzioni secondo ellissoidi triassiali.
2. Galassie a spirale: mostrano un disco nel quale si avvolgono braccia di spirale. Vengono clas-
sificate con la lettera S, seguita dalle sottoclassi a, b, c che segnalano la crescente apertura dei
bracci di spirale. In alcuni casi le spirali si raccordano al nucleo tramite una barra rettilinea (spi-
rali barrate): in analogia al caso generale vengono indicate come SB. Vengono infine classificate
come S0 galassie a disco, ma prive di una evidente struttura a spirale (galassie lenticolari).
3. Galassie irregolari: classe che contiene tutti gli oggetti che sfuggono alle precedenti classificazioni.

Orientativamente, si può indicare che circa il 50% delle galassie osservate appartiene alla classe
S, il 40% alla classe E, ed il restante 10% alle irregolari. Le masse di questi oggetti, così come
ricavabili dalle proprietà fotometriche o dinamiche delle strutture, possono variare di molti ordini
di grandezza. L’intervallo più esteso è coperto dalle ellittiche, che dalle ellittiche giganti cui sono
attribuibili masse dell’ordine di 1013 masse solari (M ) passa a circa 1010 M nelle ellittiche nane,
quale il compagno di Andromeda M32, per scendere sino a 108 M nel caso delle nane sferoidali
(Dwarf Spheroidals) che circondano la nostra Galassia. Tali masse vanno confrontate con le circa
1011 M tipiche di galassie a spirale quale la nostra. Le irregolari sono in genere oggetti poco
massicci; nel Gruppo Locale di galassie, per la Grande Nube di Magellano (che mostra peraltro
evidenze di una barra) si può stimare una massa M∼5 109 M .
Accanto a questa classificazione generale, esistono parallele classificazioni dettate da particolari
evidenze osservative. Ricordiamo ad esempio la classe delle galassie di Seyfert caratterizzate da
nuclei particolarmente compatti e brillanti. Oggi si ritiene anche che i Quasar, oggetti di apparenza
stellare (di cui cioé non si giunge a rivelare l’estensione) in alcuni casi radioemittenti e caratterizzati
sempre da un forte effetto Doppler in allontanamento (redshift) siano anch’essi nuclei attivi di
galassie estremamente lontane nello spazio e - tenuto conto del tempo di percorrenza della luce -
nel tempo. Oggi si ritiene che tali AGN (Active Galactic Nuclei) trovino la loro origine in fenomeni
di accrescimento di materia su Buchi Neri massicci, con masse che possono raggiungere e superare
le 108 M , posti al centro delle rispettive galassie.
28

Ricordiamo infine come talora le galassie siano a loro volta raggruppate in sistemi di ordine supe-
riore che prendono il nome di ammassi di galassie. Tipico il vicino ammasso nella costellazione della
Vergine, a circa 4 Mpc da noi, che entro dimensioni paragonabile a quelle che separano la Galassia
dalla più vicina compagna di dimensioni paragonabili, Andromeda, annovera invece migliaia di
galassie. La dinamica della materia nelle galassie e negli ammassi di galassie è un importante capi-
tolo dell’astrofisica, collegato al più generale problema dell’origine e dell’evoluzione dell’Universo,
che purtroppo esula dai limiti della presente trattazione.

A1.7. I sistemi binari e le masse stellari.


L’osservazione mostra come gran parte delle stelle del disco galattico faccia parte di sistemi binari
o multipli, in stati gravitazionalmente legati. I sistemi binari, in particolare, offrono la preziosa
possibilità di una stima delle masse delle due stelle componenti. Ricordiamo che la meccanica classica
ci insegna problema dei due corpi che le due stelle compiranno orbite ellittiche attorno al baricentro
del sistema, con semiassi maggiori inversamente proporzionali alla massa delle singole stelle. In un
sistema con l’origine in una delle due componenti, si trova che l’altra componente descrive ancora
un ellisse il cui semiasse maggiore ”a” è dato dalla somma dei due semiassi maggiori delle singole
ellissi reali.
Notiamo subito che, in linea di principio, non stupisce che i sistemi binari offrano la possibilità
di una determinazione delle masse. L’effetto delle masse è la creazione di un campo gravitazionale,
ed ogni volta che un fenomeno risulta condizionato dall’ l’intervento del campo gravitazionale, esso
deve contenere informazioni sulle masse sorgenti di quel campo. Ciò è banalmente vero nel caso
delle orbite di componenti di sistemi binari, ma resterà vero anche in fenomeni più complessi, quale
il caso delle masse stellari determinate dal rapporto dei periodi nei doppi pulsatori RR Lyrae di cui
tratteremo nel seguito.
Per discutere il problema delle orbite delle binarie conviene preliminarmente individuare il tipo
di informazioni che su questi oggetti possiamo raccogliere, tipi di informazioni cui corrispondono
diverse classi di binarie. Scartato il caso delle false binarie, cioè di immagini stellari contigue dovute
solo ad effetti prospettici, le caratteristiche osservative portano a definire tre classi di binarie

1. Binarie visuali: la distanza angolare tra le due componenti è tale da consentirne la separazione
nell’osservazione telescopica.
2. Binarie spettroscopiche: il moto orbitale viene rivelato dallo spettro del sistema, grazie al peri-
odico spostamento Doppler delle righe di assorbimento di una o di tutte e due le componenti.
3. Binarie fotometriche: la natura binaria viene rivelata da periodiche variazioni di luminosità
causate dalle mutue eclissi delle due componenti.

Qui di seguito riassumiamo brevemente le informazioni sulle masse ottenibili nei tre diversi casi,
rimandando ad un qualunque testo di astronomia classica per il trattamento dei diversi argomenti.

1. Binarie visuali. Le osservazioni forniscono l’orbita apparente di una stella attorno alla sua pri-
maria, definita come la stella più luminosa della coppia. Con procedure geometriche è possibile
da ciò risalire all’orbita reale, determinando in particolare il valore del periodo e del semiasse
maggiore α (in secondi d’arco). Dalla 3a legge di Keplero abbiamo

m1 + m2 = a3 /P2

dove ”a” rappresenta il semiasse maggiore in unità astronomiche (distanza Terra-Sole), P il


periodo orbitale in anni e le masse m1 e M2 sono misurate in masse solari. Se del sistema è
anche nota la distanza ”d” (in parsec), ad esempio attraverso misure di parallasse,

a = αd
a
e la 3 legge di Keplero fornisce la somma delle masse delle due componenti. Se oltre al moto
relativo si riesce ad identificare il baricentro del sistema, si ha che in ogni istante il rapporto
delle masse è pari all’inverso del rapporto delle distanze dal baricentro e si ricavano le singole
masse.
29

2. Binarie spettroscopiche. Le osservazioni forniscono istante per istante la velocità radiale (in
km/sec) di una o ambo le componenti (curve di velocità radiale). Da ciò si ricava il periodo,
la velocità del baricentro e il prodotto ak sin i, dove ak è il semiasse maggiore dell’orbita reale
della componente k (k=1,2) e ”i” è l’angolo tra la direzione della visuale e la normale al piano
dell’orbita. Se sono osservati tutti e due gli spettri si conoscono a1 sin i, a2 sin i e quindi anche a
sin i dove a = a1 + a2 è ora il semiasse dell’orbita relativa. Si ricava cosı̀

a1 sin i/a2 sin i = a1 /a2 = m2 /m1

e dalla 3a legge di Keplero

(m1 + m2 )sin3 i = a3 sin3 i/P2 .

3. Binarie fotometriche: La luminosità in funzione del tempo curva di luce fornisce rilevanti in-
formazioni sulla luminosità e sulla geometria degli oggetti che si eclissano. Per quel che qui
interessa notiamo che, al di là di possibili valutazioni più dettagliate, l’occorrenza delle eclissi
ci indica che i∼90, sin i∼1. Nel caso di binarie ad eclisse di cui si conoscano anche gli spettri
(binarie spettrofotometriche) le relazioni discusse nel punto precedente conducono facilmente ad
una stima delle masse delle due componenti.

A1.8. I nuclei atomici. Decadimenti radioattivi.


I nuclei degli atomi che compongono i vari elementi chimici che formano la materia sono costituiti
da un ”assiemaggio” di protoni e neutroni. Detto, per ogni nucleo, Z il numero di protoni ”p” e
N il numero di neutroni ”n”, Z determina la carica elettrica totale del nucleo (= +Ze), mentre
N+Z=A numero atomico rappresenta il numero totale di nucleoni (”p” o ”n”) presenti nel nucleo,
determinandone la massa.
E’ noto che dalla carica elettrica del nucleo dipendono le proprietà degli elettroni orbitanti
attorno al nucleo stesso e, in definitiva, le proprietà chimiche dei vari elementi. Ad ogni Z corrisponde
dunque un ben determinato ”elemento” classificato secondo la usuale nomenclatura chimico-fisica
(idrogeno, elio, etc.), cui possono corrispondere nuclei con diverso A (isotopi). In fig. 1.22 è riportata
una tabulazione dei nuclei stabili con numero atomico A≤70.
Attraverso reazioni di impatto tra nucleoni e/o nuclei è possibile produrre nuovi nuclei con un
rapporto protoni/neutroni che rende i nuclei instabili. Tali nuclei tendono in generale a decadere
per riportarsi al rapporto che caratterizza il nucleo stabile. Nel caso di un eccesso di neutroni questi
vengono trasformai in protoni grazie al decadimento β −

n→p+e− +ν

nel quale vengono emessi un elettrone col suo antineutrino. In caso di eccesso di protoni si ha il
corrispondente decadimento β +

p→n+e+ +ν

con emissione di un positrone e di un neutrino. Simili reazioni sono caratterizzate da una prob-
abilità di decadimento che dipende solo dal processo considerato, e non dalle condizioni chimiche o
fisiche della materia.
Poiché la probabilità è pari alla frequenza degli eventi, dati N nuclei suscettibili di un particolare
decadimento radioattivo, in un tempo dt ne decadranno

dN/N = P dt

essendo dN/N la frequenza degli eventi e ”P” la probabilità di decadimento per unità di tempo.
Ponendo P=1/τ si ha

dN/N =dt/τ

e, integrando su un tempo finito


30

Fig. 1.22. Mappatura nel piano Z (numero di protoni) N (numero di neutroni) dei primi trenta
elementi chimici del sistema periodico. Per ogni elemento (per ogni Z) è riportato il simbolo chimico
e, nelle corrispondenti caselle, il numero di massa A (=Z+N) dei vari isotopi. In alto a sinistra sono
riportate le traiettorie corrispondenti ai più comuni processi di decadimento o cattura. L’assenza di
isobari contigui testimoni l’efficienza dei processi β nel portare i nuclei nelle configurazioni nucleari
a maggior energia di legame. Sono anche indicati i numeri magici di neutroni o protoni in corrispon-
denza dei quali i nuclei mostrano una peculiare stabilità. Le spezzate a tratti e punti mostrano le
traiettorie corrispondenti ad una serie successiva di catture di protoni o neutroni. Nel riquadro una
mappatura nel piano A,Z evidenzia l’assenza di nuclei con A=5 e 8.

N(t)= N0 exp(−t/τ )

dove N è il numero di nuclei sopravvissuti al tempo ”t”, N0 il numero di quelli presenti all’istante
iniziale, τ è l’inverso della probabilità di decadimento per unità di tempo e prende il nome di
vita media del nuclide radioattivo in esame. Analoghe relazioni valgono in generale anche per i
decadimenti attraverso altri canali che caratterizzano l’instabilità di taluni nuclei e, in particolare,
per il decadimento con emissione di particelle α che caratterizza l’instabilità degli elementi a più
alto numero atomico (famiglie radioattive dell’Uranio-Torio).

A1.9. La legge di Hubble ed il Big-Bang


Nel 1929 Edwin Hubble analizzando lo spettro della radiazione luminosa proveniente dalle galassie
trovò che le righe di assorbimento presenti in tali spettri risultavano tanto più spostate verso il
rosso quanto più deboli apparivano le galassie medesime. Interpretando tale spostamento come
(effetto Doppler) lo spostamento delle righe si correla con la velocità ”V” di allontanamento dal
Sole, risultando per velocità non relativistiche:

∆λ/λ = V/c

dove ∆λ/λ viene in genere indicato con ”z” e prende il nome di redshift dell’oggetto osservato.
Assumendo inoltre che la luminosità apparente delle galassie sia governata dalla distanza delle
stesse si conclude che il redshift appare correlato alla distanza, crescendo con essa (recessione delle
31

Fig. 1.23. La relazione tra redshift e magnitudine ricavata da A. Sandage per un campione di
galassie ellittiche giganti.

galassie). Hubble precisò questa osservazione in una legge di diretta proporzionalità tra la velocità
di allontanamento (V) e la distanza (d) secondo la relazione

V = H0 d (14)

dove H0 prende il nome di costante di Hubble.


Per galassie non troppo distanti, per le quali si possa assumere una metrica dello spazio euclidea
e velocità non relativistiche, dalla relazione che lega le magnitudini apparenti a quelle assolute (→
A1.2), introducendo la legge di Hubble e la relazione tra velocità e redshift si ricava:

m = M-5+5logd = M-5+5logV-5logH0 = M-5+5log(∆λ/λ)-5logc-5logH0 .

cioé per ogni assunta magnitudine assoluta M di una classe di galassie

logz= log(∆λ/λ)= 0.2 m + cost.

Noto M, una misura sperimentale della costante darebbe il valore di H0 . In figura 1.23 è riportata
la relazione tra magnitudine e redshift ricavata da A. Sandage per un campione di galassie ellittiche
giganti. Si noti come la relazione lineare risulti estremamente ben verificata, confortando la legge di
Hubble, mentre l’incertezza sull’esatto valore delle magnitudini assolute non consente di utilizzare
tale evidenza per una precisa valutazione del valore di H0 .
La determinazione di tale valore è stato sino a tempi recenti uno dei più importanti problemi
dell’astrofisica. Una precisa valutazione del valore della costante di Hubble richiede valutazioni al-
trettanto precise della effettiva distanza delle galassie. Essendo impraticabili i metodi trigonometrici,
è necessario ricorrere all’utilizzo di opportune candele campione, cioé di oggetti di cui si ritenga di
conoscere a priori la luminosità intrinseca e le cui luminosità apparenti variano quindi solo con il
quadrato delle distanze. Per le galassie più vicine si utilizzano a tale scopo vari oggetti, quali le
stelle variabili Cefeidi, le Novae, le regioni HII e gli ammassi globulari. Per le galassie più distanti
si possono infine utilizzare eventuali Supernovae. In tali direzioni si è una lunga serie di indagini
che hanno progressivamente e drasticamente abbassato la stima originale di Hubble che valutava
attorno a H0 ∼ 500 km/sec Mpc. Questi risultati sono recentemente stati confermati e perfezionati
con approccio alternativo dal satellite WMAP della NASA che investigando la radiazione cosmica
di fondo ha ricavato H0 ∼ 70 km/sec Mpc.
32

Fig. 1.24. I valori sperimentali della distribuzione energetica della radiazione di fondo (punti)
confrontati con le previsioni teoriche per un corpo nero per T=2.7 K.

Si noti che l’inverso di H0 ha le dimensioni di un tempo, e rappresenta il tempo trascorso


dall’inizio dell’ espansione se le velocità fossero rimaste costanti. La presenza del campo gravi-
tazionale ha peraltro l’effetto di far diminuire nel tempo le velocità, e 1/H0 rappresenta dunque un
limite superiore per l’età dell’Universo.
George Gamow per primo osservò come da questo quadro discenda che nelle sue fasi iniziali
la materia doveva essere estremamente densa ed estremamente energetica (Big-Bang caldo) e che
quindi dovesse esistere una radiazione elettromagnetica in equilibrio con la materia ad altissime
temperature. Al diminuire della densità della materia diminuiscono le interazioni fotone-particelle
e la radiazione finisce col disaccoppiarsi dalla materia. Da questo momento materia e radiazione
evolveranno con diverse modalità: se R è un parametro caratterizzante lo stato di espansione, la
densità di materia decresce come 1/R3 mentre l’energia della radiazione decresce come 1/R4 , come
richiesto dall’espansione adiabatica del gas di fotoni. Si noti come tale ultima dipendenza risulti
dalla combinazione della conservazione del numero di fotoni (1/R3 ) col degrado dell’energia dovuto
al redshift (1/R). Se ne trae la conseguenza che la cosmologia del Big-Bang prevede che l’Universo
sia ancor oggi omogeneamente riempito da una radiazione isotropa di corpo nero, degradata ormai
a pochi gradi Kelvin. La scoperta della radiazione di fondo (fig. 1.24), verificando puntualmente tale
previsione, è tra le più importanti conferme dello scenario del Big-Bang. Si noti come l’esistenza
di tale radiazione di fondo (CBR = Cosmic Background Radiation) stabilisca tra tutti i sistemi
inerziali l’esistenza di un unico sistema in quiete rispetto all’Universo, il moto di ogni altro sistema
essendo rivelato da una anisotropia di dipolo nella radiazione.
Il valore di H0 , la temperatura della radiazione di fondo e la densità nel presente Universo
forniscono le condizioni al contorno che consentono di definire un modello di Universo e di seguirne
l’evoluzione nel tempo, valutando - in particolare - gli effetti delle reazioni nucleari nelle primissime
fasi di tale evoluzione.
Per completezza notiamo che la forma della legge di Hubble sin qui discussa vale solo sino a
quando non si raggiungono velocità relativistiche. Nel caso generale dovremo porre

∆λ √ (1 + β)
z= = −1 (15)
λ (1 − β)

da applicarsi ogniqualvolta z≥0.2. La tabella 3 riporta la relazione tra il redshift z e β = v/c.


Nella stessa tabella è riportato il fattore relativistico di dilatazione dei tempi atteso per i vari valori
di z, dalla relazione

t0
t = αt = √ (16)
(1 − β)2
33

dilatazione dei tempi puntualmente osservata nella curva di luce di Supernovae a distanza cos-
mologica. Si può notare come z = 4 corrisponda ormai ad una velocità pari al 92 % della velocità
della luce.

Tab. 3. Velocità di espansione e fattore di dilatazione dei tempi per selezionati valori di redshift z

z β α

1 3/5 1.25
2 5/8 1.28
3 15/17 2.12
4 24/26 3.60

A1.10. Particelle elementari. La storia delle particelle nel Big-Bang


E’ noto come la ricerca fisica abbia riconosciuto che nel divenire della materia siano all’opera
quattro interazioni fondamentali: gravitazionale, elettromagnetica, forte e debole. Le prime due tra
queste interazioni sono ben note già nella fisica classica, le ultime due si evidenziano rispettivamente
nelle forze di aggregazione nucleare e nei processi di decadimento β. Interazione gravitazionale ed
elettromagnetica sono forze che vanno come 1/R2 , con un raggio di azione che si estende dunque
sino all’infinito. Al contrario, interazione forte ed interazione debole risultano forze a corto range,
con raggi di azione di 10−13 e 10−16 cm, rispettivamente.
La descrizione moderna di tali interazioni riposa sull’intervento quali ”vettori” dell’ interazione
di ”quanti” associati alle interazioni stesse, che vengono creati e si propagano all’interno delle
restrizioni imposte dal principio di indeterminazione di Heisenberg

∆E · ∆t ∼ h/2π

In tale scenario, l’interazione elettromagnetica si spinge sino all’infinito perché il suo vettore, il
fotone, ha massa nulla e può quindi avere energia piccola a piacere. Analoghe considerazioni valgono
per la postulata esistenza dei quanti del campo gravitazionale, i gravitoni. La forza debole ha invece
vettori massivi, i bosoni intermedi W e Z0 , la cui produzione impegna un’energia non minore di
∆E=mc2 , ponendo una severa limitazione al tempo di esistenza delle particelle virtuali ed al tragitto
c∆t raggiungibile da tali particelle. Il caso dell’interazione forte è peraltro estremamente più com-
plesso, riposando sul comportamento di quark e gluoni descritto dalla cromodinamica quantistica.
Qui ci limiteremo a riaffermare che anche l’interazione forte si manifesta solo a corto range.
E’ d’uso classificare le particelle elementari, siano esse stabili o instabili, a seconda del tipo di
interazioni cui vanno soggette. Le particelle si distinguono cosı̀ in due grandi classi

1. Leptoni: soggetti, oltre che alla interazione elettromagnetica se carichi, anche all’interazione
debole. Tali sono l’elettrone (e), le particelle instabili (µ) e (τ ) ed i tre corrispondenti tipi di
neutrino (νe νµ ντ ), tutti con le loro antiparticelle.
2. Adroni: soggetti, oltre che alle citate interazioni, anche alle interazioni forti. Tali sono il protone
ed il neutrone, anch’essi con le loro antiparticelle, ed una gran quantità di particelle instabili.
Particelle instabili con massa minore del protone sono dette mesoni, tutte le altre barioni.

Gli adroni sono in realtà anch’essi formati a partire da tre coppie di particelle più propriamente
elementari dette quark, che peraltro non sono osservabili isolate (confinamento dei quark). Questi
sei quark vengono indicati con le lettere

u, d; c, s; t, b
I barioni risultano formati da tre quark, mentre i mesoni sono composti da una coppia quark-
antiquark. Protoni e neutroni risultano in particolare dalle seguenti combinazioni
34

Fig. 1.25. L’andamento di temperatura e densità nell’Universo del Big-Bang

p = uud
n = ddu
e il decadimento spontaneo del neutrone consiste nella trasformazione di un quark d in in un
quark u indotta dall’interazione debole.
Particelle, stabili e instabili, possono essere liberamente prodotte quando sia disponibile l’energia
corrispondente alle masse prodotte, ferme restando le varie leggi di conservazione per le quali, ad
esempio, la produzione di un protone richiede la produzione contemporanea di un antiprotone per la
conservazione del numero barionico. Si noti che per la conservazione della quantità di moto un fotone
può produrre solo (almeno) coppie di particelle e, di converso, l’annichilazione di due particelle deve
produrre (almeno) due fotoni.
E’ ben noto come nel presente Universo sopravvivano solo le particelle stabili: fotoni, neutrini,
protoni e un numero di elettroni tale da compensare la carica dei protoni. Sopravvivono anche i
neutroni quando inglobati nella struttura di un nucleo. Ma in un Universo in cui l’energia media per
particella (∼kT) risultava superiore quella necessaria per produrre particelle instabili, ci si attende
che tali particelle siano in continuazione prodotte, e che risultino presenti in equilibrio statistico
con le altre particelle.
Nelle primissime fasi del Big-Bang, l’energia dei fotoni era sufficiente per creare coppie di ogni
tipo di particella e l’Universo dovette essere popolato da un ”brodo” di adroni e leptoni con le loro
antiparticelle, in equilibrio termodinamico tra loro e con il gas di fotoni (Era degli adroni). A 1012
K si è ormai scesi sotto la soglia di produzione degli adroni e quelli in precedenza esistenti si sono
vicendevolmente annichilati con le loro antiparticelle

n+n → γ + γ
p+p → γ + γ

Al termine delle annichilazioni restano i barioni oggi presenti nell’Universo, che in precedenza
rappresentavano solo una piccola differenza percentuale (dell’ordine di 10−7 %) nel bilancio della
popolazione di particelle ed antiparticelle in equilibrio con la radiazione.
Al successivo decrescere della temperatura e sinché kT≥me c2 ( T ∼ 1010 K ) gli elettroni
sono continuamente formati da creazione di coppie e+ +e− (Era dei leptoni) mentre i neutrini sono
inizialmente accoppiati agli elettroni da interazioni

e+ + e− ↔ νe + ν e
35

Tab. 4. Le principali tappe nella storia dell’Universo.

Fase Tempo Densità Temperatura Energia per particella

Termine era degli adroni 10−4 sec 1012 K 1Gev


4 −3
Termine era dei leptoni 1 sec 10 g cm 1010 K 1 MeV
Termine Era della radiazione 106 anni 10−21 g cm−3 3·103 K 0.3 eV

e con i nucleoni da interazioni

p + ν e ↔ n + e+ -1.80 MeV
p + e− ↔ n + νe -0.78 MeV
n ↔ p + e− + ν e +0.78 MeV

dove l’energetica delle reazioni e’ immediatamente ricavabile dalle masse delle particelle coin-
volte: Mn = 939.5656 MeV, Mp = 938.2723 MeV, Me = 0.5109999 MeV. A causa della lunga
vita del neutrone ( ∼ 14.76 minuti) le prime due reazioni (endotermiche) restano dominanti sino a
che l’energia media è superiore alle rispettive soglie. Durante l’Era dei leptoni i neutrini finiscono
però col disaccoppiarsi, mentre l’abbondanza di protoni e neutroni, in equilibrio termico tra loro,
obbedisce alla relazione di Maxwell

np (mn − mp )c2
= exp [ ] (17)
nn kT

A 1011 K np /nn ∼ 1.2, salendo a circa 4 a A 1010 K, quando termina l’era dei leptoni e inizia
l’era della radiazione . Al di sotto di questa temperatura le coppie elettrone positrone si annichilano
producendo fotoni

e + + e− → γ + γ

e l’Universo, dopo la nucleosintesi cosmologica (che termina a circa 4 minuti), resterà infine
popolato solo da idrogeno, elio ed elettroni, con tracce di elementi leggeri. A circa 106 anni gli
elettroni si ricombinano con i protoni e la radiazione di fondo si disaccoppia dalla materia, la
densità della radiazioni scende sotto quella della materia e inizia l’attuale Era della Materia.
La Tabella 4) riassume la sequenza di eventi che caratterizza l’evoluzione del Big-Bang mentre
la fig. 1.25 riporta l’evoluzione di temperatura e densità.

A1.11. Il problema della massa oscura.


Si è indicato come la stima della densità attuale dell’Universo sia un parametro cruciale per model-
lare l’evoluzione cosmologica dell’Universo medesimo e, in particolare, per stabilire se esso è aperto
o chiuso. è infatti di per sé evidente che, fissato il campo di velocità della legge di Hubble, al crescere
della densità cresce il campo gravitazionale che contrasta l’espansione, e dalla stima di tale densità
discende quindi il valutare se l’Universo superi o meno la velocità di fuga.
Più in generale, ricordiamo che dall’assunzione che l’Universo sia su grande scala omogeneo e
isotropo si ricava per l’espansione l’equazione di Friedmann

Ṙ 2 8πGρM kc2 Λc2


H2 = ( ) = − 2 + (18)
R 3 R 3

dove R= R(t)è il fattore di scala, H =Ṙ / R misura la velocità di espansione (H0 , costante di
Hubble, rappresenta l’espansione al tempo presente), ρM densità di massa, k parametro di curvatura
e Λ la costante cosmologica di Einstein, che rappresenta una densità di energia del vuoto.
36

Fig. 1.26. Curva di rotazione della galassia NGC3198. In funzione della distanza R dal centro della
galassia è riportata la velocità di rotazione osservata per stelle e nubi di gas. Il tratto orizzontale
indica, orientativamente, le dimensioni dell’immagine ottica della galassia.

Esprimendo le densità di materia ed energia attraverso i parametri al tempo presente

8GρM Λc2
ΩM = ; ΩΛ = (19)
3H02 3H02

l’equazione di Friedmann fornisce

kc2
= H02 (ΩM + ΩΛ − 1) (20)
R02

e per avere un Universo piatto e con metrica euclidea, come rivelato ad esempio dal satellite
WMAP, si richiede k=0 e quindi
Ω M + ΩΛ = 1
Una stima della densità di materia normale (barioni) si ottiene dalla stima della densità di
galassie unita a valutazioni della massa delle medesime. Con tale procedura si giunge ad una den-
sità dell’attuale Universo dell’ordine di 10−31 gr/cm3 , cioé inferiore di circa un fattore 100 della
densità critica necessaria per chiudere l’Universo. Se ne dovrebbe concludere che l’Universo è aperto,
destinato ad una indefinita espansione. E’ stato peraltro fatto notare che la procedura testé descritta
conduce ad una stima della massa contenuta in oggetti emettenti luce, e che non si può escludere la
presenza di massa oscura, dalla quale non proviene radiazione elettromagnetica. Massa che potrebbe
essere contenuta in oggetti oscuri (stelle di bassissima luminosità od oggetti planetari) ma anche in
particelle elementari massive e scarsamente interagenti diffuse nell’Universo.
Esistono infatti molteplici evidenze per l’esistenza di un tale ulteriore contributo. La stabilità del
disco della nostra Galassie richiede ad esempio molta più massa di quella visibile. Un’altra evidenza
sperimentale per l’esistenza di massa oscura è fornita dalla curva di rotazione delle galassie spirali.
Se la massa delle galassie è collegata sostanzialmente all’osservato corpo luminoso, ci si attende
che allontanandosi da questo gli oggetti che vi ruotano attorno (stelle e/o gas) mostrino velocità
decrescenti, come atteso da moti kepleriani. L’osservazione mostra che ciò non è vero, e la velocità
di rotazione si mantiene pressochè costante sino a grandi distanze dal corpo centrale della galassia
ed all’esterno della stesa immagine ottica della galassia (fig. 1.25). Se si vuole conservare la legge di
gravità di Newton, ciò implica che nella Galassia e attorno ad essa esista una distribuzione di massa
non accessibile all’osservazione diretta. Altre evidenze per la presenza di massa oscura si ottengono
dalla dinamica degli ammassi di galassie.
Si è così stimato che in alcuni casi la massa oscura sia almeno quattro volte quella osservata,
un valore rilevante ma ancora troppo piccolo per rendere piatto l’Universo. In tale contesto molte
indagini sono state dedicate al tentativo di determinare se e quanta di tale massa oscura potesse
essere sotto forma di barioni. Tali ad esempio gli esperimenti MACHO ed EROS volti a rivelare gli
effetti di lente gravitazionale prodotti da corpi oscuri di piccola massa transitanti davanti a stelle
normali. Il progresso delle indagini sulla radiazione di fondo cosmico, e in particolare i risultati del
37

già citato satellite WMAP, sembrano ormai aver risolto tale problema, mostrando che la materia
oscura è essenzialmente non barionica, ma che l’Universo è piatto solo grazie al sostanziale contributo
di una per molti versi ancora misteriosa energia del vuoto.
38

Origine delle Figure

Fig.1.1 Rose W.K. 1973, ”Astrophysics”, Holt, Rinehart & Winston


Fig.1.2 Castellani V. 1985, ”Astrofisica Stellare”, Zanichelli
Fig.1.3 Mavridis L.N. 1971, in ”Structure and evolution of the Galaxy”, Reidel
Fig.1.4 Castellani V. 1985, ”Astrofisica Stellare”, Zanichelli
Fig.1.6 Castellani V., Degl’Innocenti S., Prada Moroni P.G, 2001, MNRAS 320,66
Fig.1.7 Cassisi S., Castellani V., Degl’Innocenti S., Salaris M., Weiss A. 1999, A&A 134,103
Fig.1.8 Rosenberg A., Piotto G., Saviane I., Apparicio A. 2000, A&AS 144,5
Fig.1.10 Cameron A.G.W. 1982, in ”Essays in Nuclear Astrophysics”, Cambridge Univ. Press
Fig.1.16 Nandy, K., Morgan, D. H., Willis, A. J., Wilson, R., Gondhalekar, P. M. 1981, MNRAS 196, 955
Fig.1.19 Clayton D.D. 1983, ”Principles of sStella Evolution and Nucleosynthesis”, McGraw-Hill
Fig.1.20 Da Costa G.S., Freeman K.C. 1976, ApJ 206, 132
Fig.1.22 Castellani V. 1985, ”Astrofisica Stellare”, Zanichelli
Fig.1.25 Karttunen H., Kroeger P., Oja H. et al 1996, ”Fundamental Astronomy”, Springer
Fig.1.26 van Albada T. S., Bahcall J. N., Begeman K., Sancisi R. 1985, ApJ 295 30

28.12.04