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Corso di introduzione all’Astrofisica

II modulo

Dr. Aniello Mennella

Anno accademico 2010–2011


Indice

1 Astronomia ad occhio nudo 1


1.1 Il sistema ottico dell’occhio umano . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 1
1.2 Potere risolutivo dell’occhio . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 2
1.3 Ulteriori prestazioni dell’occhio umano . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 4
1.4 Stima del limite visuale dell’occhio umano . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 5

2 Requisiti sperimentali nelle osservazioni astronomiche 8


2.1 Potere risolutivo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 9
2.2 Copertura del cielo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 11
2.3 Risoluzione e larghezza di banda spettrale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 14
2.3.1 Il redshift cosmologico e la distanza . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 15
2.3.2 Requisiti spettrali . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 17
2.4 Sensibilità . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 17
2.4.1 Requisiti di sensibilità per misure di anisotropie di fondo cosmico . . . 18
2.4.2 Ricevitori radiometrici a microonde . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 19

3 Grandezze fondamentali nella misura della radiazione elettromagnetica 22


3.1 Bande di osservazione dalle microonde all’ultravioletto . . . . . . . . . . . . . 22
3.2 Sorgenti puntiformi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 23
3.2.1 Densità spettrale di flusso . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 23
3.2.2 Magnitudini . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 24
3.2.3 Distanza di luminosità . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 25
3.3 Sorgenti diffuse . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 27
3.3.1 Angolo solido sulla sfera celeste . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 27
3.3.2 Intensità specifica e brillanza superficiale . . . . . . . . . . . . . . . . 28
3.3.3 La radiazione di corpo nero . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 28
3.3.4 Classi spettrali delle stelle . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 31

4 La misura delle distanze in astrofisica 33


4.1 L’unità astronomica . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 33
4.2 Il metodo della parallasse . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 34
4.3 Il metodo dell’ammasso mobile . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 35
4.4 Misura spettroscopica della distanza delle stelle . . . . . . . . . . . . . . . . . 38
4.4.1 Il diagramma HR . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 38
4.4.2 Misura spettroscopica della distanza (parallasse spettroscopica) . . . . 40
4.5 Cefeidi variabili . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 41
4.6 Indicatori extragalattici . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 42
4.6.1 La relazione Tully-Fisher (TF) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 43
4.6.2 Supernove Ia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 44

ii
INDICE iii

5 Basi di ottica, telescopi e antenne 47


5.1 La formazione dell’immagine sul piano focale . . . . . . . . . . . . . . . . . . 47
5.2 Principali configurazioni di telescopi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 48
5.3 Il fascio di antenna . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 49
5.4 Alcuni esempi di telescopi di ultima generazione . . . . . . . . . . . . . . . . 51
5.5 Ottiche adattive per il miglioramento della risoluzione angolare . . . . . . . . 56

6 Alcuni cenni sul modello cosmologico standard 61


6.1 Coordinate fisiche e coordinate comoventi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 61
6.2 Equazioni di Friedmann . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 62
6.3 Soluzioni semplici delle equazioni di Friedmann . . . . . . . . . . . . . . . . . 63
6.4 Limiti del modello cosmologico standard . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 65
6.5 Il modello inflazionario . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 66

7 Osservazioni dell’universo lontano: due esempi 69


7.1 Distanza delle supernove lontane e energia oscura . . . . . . . . . . . . . . . . 69
7.2 Il fondo di radiazione cosmica a microonde . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 72
7.2.1 Lo spettro della radiazione cosmica di fondo . . . . . . . . . . . . . . . 72
7.2.2 Le anisotropie della radiazione cosmica di fondo . . . . . . . . . . . . 74
7.2.3 La misura delle anisotropie di fondo cosmico . . . . . . . . . . . . . . 76
Capitolo 1

Astronomia ad occhio nudo

1.1 Il sistema ottico dell’occhio umano


L’occhio è un sistema completo per la ricezione ed elaborazione di segnali luminosi nel range
spettrale del visibile. Secondo una schematizzazione estremamente semplice (vedi Figura 1.1)
possiamo scomporlo in un diaframma ad apertura variabile (l’iride), una lente biconvessa a
curvatura variabile (il cristallino), un “rivelatore” (la retina) composto da elementi fotosensi-
bili (coni e bastoncelli) e un sistema di ricezione ed elaborazione degli impulsi luminosi (nervo
ottico e cervello).

Figura 1.1. Schema dell’occhio umano nella ricezione della radiazione luminosa (Kitchin 2003).

L’immagine di un oggetto viene ricevuta dal cristallino attraverso l’iride, e viene quin-
di focalizzata sulla retina, dove si forma un’immagine rimpicciolita e capovolta dell’oggetto
osservato. Sulla retina vi sono due tipi di cellule fotosensibili: i bastoncelli (più sensibili, mag-
giormente presenti nella parte laterale della retina e sensibili solo alle scale di grigio) che sono
dedicati alla visione crepuscolare, e i coni (meno sensibili, maggiormente presenti nella parte
centrale della retina e sensibili ai colori) che sono dedicati alla visione diurna.

1
2 1. ASTRONOMIA AD OCCHIO NUDO

Figura 1.2. Le cellule sensibili alla luce: i bastoncelli e i coni. Bastoncelli: cellule per la visione a bassa intensità
in bianco e nero, maggiormente presenti nella parte laterale della retina. La visione è determinata
da una molecola (rodopsina) che reagisce ai fotoni modificando il potenziale della cellula. Coni:
sono 100 volte meno sensibili dei bastoncelli ma consentono la visione a colori; sono maggiormente
presenti nella parte centrale della retina. Il meccanismo di visione è simile a quello dei bastoncelli
(Kitchin 2003).

L’immagine che si forma sulla retina, capovolta e distorta in quanto proiettata su una
superficie curva, viene trasmessa come serie di impulsi nervosi al cervello che si occupa di
raddrizzarla e correggerla garantendo la visione corretta.

1.2 Potere risolutivo dell’occhio


Dalla teoria della diffrazione sappiamo che un’onda elettromagnetica piana di lunghezza d’on-
da λ incidente su un diaframma circolare di diametro D produce una figura di diffrazione a
frange concentriche in cui la frangia centrale ha un diametro angolare di θ ∼ 1.22 λ/D (Bradt
2003). Se osserviamo attraverso questo diaframma due sorgenti puntiformi separate da una
distanza angolare inferiore a θ si avrà una sovrapposizione delle due frange centrali con la
conseguente impossibilità di distinguerle. Questo angolo limite è definito risoluzione angolare
nel limite di diffrazione e dipende, in prima approssimazione, dalle dimensioni dell’apertura
del sistema ottico utilizzato per osservare l’oggetto.
Se consideriamo un’apertura media della pupilla di ∼0.5 cm ed una lunghezza d’onda di
550 nm (la lunghezza d’onda a cui si ha la massima sensibilità) si può facilmente stimare un
potere risolutivo dato dal limite di diffrazione pari a ∼28 secondi d’arco.

Esercizio. Supponendo un potere risolutivo dell’occhio umano di 30 secondi d’arco calcolare


qual è la minima distanza che possiamo distinguere alla distanza di 10 m. Assumere una
lunghezza d’onda λ = 550 nm.
1.2. Potere risolutivo dell’occhio 3

Figura 1.3. Con un’apertura della pupilla di ∼ 0.5 cm si l’occhio umano ha un potere risolutivo alla luce visibile
di ∼3000 (considerando λ = 550 nm).

Il risultato del precedente esercizio indica chiaramente che il limite di diffrazione fornisce
un limite superiore al potere risolutivo, che di fatto è limitato da altri fattori. Il più importante
è rappresentato dalla densità di cellule fotosensibili presenti sulla retina. Possiamo pensare
a queste cellule come dei pixel che forniscono il limite ultimo alla risoluzione angolare rag-
giungibile dall’occhio umano. Infatti, se immaginiamo due sorgenti puntiformi cosı̀ vicine da
stimolare la stessa cellula è evidente che esse saranno del tutto indistinguibili, anche se sepa-
rate da una distanza maggiore del limite di diffrazione. Per poter distinguere le due sorgenti
è necessario che eccitino due cellule distinte che non siano contigue, ma che siano separate da
almeno una cellula non eccitata.
Considerando che la retina occupa circa il 72% della superficie interna del bulbo oculare
e che contiene circa 7 milioni di coni e da 75 a 150 milioni di bastoncelli, si ha che la densità
media di fotoricettori è di ∼ 105 mm−2 , che implica dimensioni lineari di ogni cellula dell’or-
dine di ∼ 3 µm, da cui è possibile correggere la stima del potere risolutivo dell’occhio (nel
caso dei bastoncelli) a ∼ 10 . Altri fattori fattori fisiologici diminuiscono di un ulteriore fattore
2 l’effettivo potere risolutivo dell’occhio umano che, in condizioni ottimali, non può risolvere
oggetti più vicini di ∼ 20 .

Esercizio. Calcolare il potere risolutivo imposto dalla densità di fotoricettori sulla retina,
considerando tale densità pari a ∼ 105 mm−2 ed un diametro del bulbo oculare D ∼ 3 cm.

Che livello di dettagli è possibile distinguere ad occhio nudo osservando il cielo? Consideri-
amo l’oggetto celeste più vicino a noi, la Luna, che si trova a ∼385000 km dalla Terra ed ha un
diametro di circa 3400 km, il che porta ad una dimensione angolare di circa 30 minuti d’arco.
Se consideriamo un potere risolutivo di 2-3 minuti d’arco si ha che ad occhio nudo siamo in
grado di distinguere, sulla Luna, strutture di dimensioni massime dell’ordine di 300 km.

Esercizio. Considerando che le macchie solari possono avere dimensioni dell’ordine di


10000 km stimare se sia possibile o meno osservarle ad occhio nudo (filtrando opportunamente
il Sole!).
4 1. ASTRONOMIA AD OCCHIO NUDO

Esercizio. Calcolare la dimensione angolare di Giove e Venere e determinare se siano o no


entro il potere risolutivo dell’occhio.

1.3 Ulteriori prestazioni dell’occhio umano


Vediamo ora in sintesi alcune delle prestazioni dell’occhio umano oltre al potere risolutivo.

Larghezza di banda spettrale e risoluzione spettrale. L’occhio umano è uno stru-


mento che nel corso di milioni di anni si è adattato ad un ambiente visivo determinato dallo
spettro della luce solare, che ha la sua massima intensità in una banda attorno alla lunghezza
d’onda di circa 500 nm. La sensibilità alle varie lunghezze d’onda dell’occhio si estende da
circa 400 nm a circa 700 nm, che corrisponde ad una larghezza di banda di circa il 50% della
lunghezza d’onda centrale di 550 nm.
Una risposta spettrale cosı̀ a larga banda (che è ovviamente una caratteristica di fon-
damentale importanza nella vita di tutti i giorni) implica una limitata risoluzione spettrale,
ovvero una scarsa abilità a distinguere diverse lunghezze d’onda. Infatti l’occhio umano è in
grado di distinguere, dal rosso al violetto, circa 100 colori, che corrisponde ad un minimo inter-
vallo di lunghezza d’onda δλ dell’ordine di 3 nm. La risoluzione spettrale, solitamente definita
come R = λ/δλ si attesta, quindi, nel range [130 − −230], almeno un ordine di grandezza
inferiore agli spettrometri utilizzati in astrofisica.

Range dinamico, tempo di risposta e sensibilità. Come nel caso della larghezza di
banda anche il range dinamico dell’occhio risponde alla necessità di poter vedere il mondo
che ci circonda in svariate condizioni di illuminazione, dalla penombra alla piena luce. Ciò
è ottenuto sia mediante l’utilizzo di due differenti tipi di fotoricettori (i bastoncelli per la
visione crepuscolare e i coni per la visione diurna) sia grazie alla risposta dell’occhio che
non è lineare, ma logaritmica. È per questo motivo che la scala delle magnitudini apparenti
(vedi capitolo 1.4), inventata da Ipparco di Nicea nel II secolo a.C., è basata su una scala
logaritmica dei flussi ricevuti.
In Figura 1.4 viene mostrato il massimo range dinamico nel visibile espresso in magnitudini
fra l’oggetto più luminoso (il Sole) e quello più debole oggi rilevato (galassie nell’Hubble Deep
Field).
Il tempo di risposta è un ulteriore fattore critico del nostro sistema visivo, che richiede di
poter rispondere rapidamente a stimoli rapidamente variabili. Per questo motivo la risoluzione
temporale è relativamente alta, con tempi di risposta dell’ordine di ∼ 1/30 sec. Il limite
principale nel tempo di risposta è legato all’adattamento della visione all’oscurità; in questo
caso, infatti, tra il momento in cui i coni perdono sensibilità e quello in cui i bastoncelli
raggiungono il massimo della loro risposta può intercorrere un tempo relativamente lungo,
anche di qualche minuto. Un fenomeno analogo si ha quando l’intensità aumenta di colpo e
i bastoncelli entrano in saturazione (abbagliamento) prima che i coni possano rispondere ed
adattare la visione all’aumento di intensità.
Come incidono questi fattori sulla sensibilità dell’occhio, ovvero sulla sua capacità di dis-
tinguere piccole variazioni di intensità? Apparentemente i bastoncelli, che sono i fotorecettori
più sensibili, possono fornire una risposta anche a fotoni singoli, come mostrato da una ricerca
effettuata nel 1942 (Hecht et al. 1942; Baylor et al. 1979; Schnapf 1987). È interessante notare,
1.4. Stima del limite visuale dell’occhio umano 5

Figura 1.4. Intervallo dinamico in magnitudini fra l’oggetto più luminoso e quello più debole oggi rilevato (Bradt
2003).

però, che il cervello filtra i segnali al di sotto di una certa intensità e consente una reazione
cosciente ad una variazione luminosa pari a circa 9 fotoni in 100 ms. Considerando che solo
il 10% dei fotoni ricevuti dall’occhio effettivamente arrivano alla retina1 , si ha che l’occhio è
in grado di rilevare un segnale minimo di circa 900 fotoni al secondo.

1.4 Stima del limite visuale dell’occhio umano


Calcoliamo ora qual è il flusso minimo in banda visuale corrispondente a 900 fotoni al secondo
e facciamo un esempio di oggetto astronomico al limite di visibilità ad occhio nudo. Prima
di effettuare il conto introduciamo alcune quantità che vengono utilizzate in astronomia per
caratterizzare il flusso di radiazione elettromagnetica ricevuto da un sistema ottico.
Consideriamo un segnale elettromagnetico ricevuto da un telescopio di area A sensibile in
un intervallo di frequenze ∆ν centrato attorno ad una frequenza centrale ν0 . Possiamo definire
le seguenti quantità:

Densità spettrale di flusso. Rappresenta la potenza ricevuta per unità di area del tele-
scopio e per unità di frequenza nella banda ∆ν, ed ha le dimensioni di una potenza per unità
di area e di frequenza. L’unità di misura normalmente utilizzata in astronomia è il Jansky
(Jy): 1 Jy = 10−26 Watt m−2 Hz−1 . Definendo con S(ν) la densità spettrale di flusso si ha
che la potenza ricevuta dal telescopio in Watt è:
1
Il 3% viene riflesso dalla cornea, il 47% viene assorbito mentre il restante 40% non vengono rivelati in
quanto finiscono fra coni e bastoncelli.
6 1. ASTRONOMIA AD OCCHIO NUDO

Z ν+∆ν/2
P = Aeff S(ν)dν (1.1)
ν−∆ν/2

dove il termine Aeff rappresenta l’area efficace del telescopio che può essere inferiore all’area
geometrica se la risposta del telescopio non è costante nella banda ∆ν.

Densità di flusso. Se integriamo la densità spettrale di flusso nella banda ∆ν otteniamo


la densità di flusso (o più semplicemente flusso), ovvero la potenza ricevuta dal telescopio per
unità di area:
Z ν+∆ν/2
f= S(ν)dν (1.2)
ν−∆ν/2

Magnitudine apparente. In astronomia è di uso comune definire il flusso ricevuto da


una sorgente secondo una scala logaritmica definita come segue. Consideriamo due sorgenti
da ciascuna delle quali riceviamo un flusso f1 e f2 . Definiamo qundi che la differenza in
magnitudine apparente fra le sorgenti è data da:

m1 − m2 = 2.5 log10 f2 /f1 (1.3)

Come è evidente dall’Eq. (1.3) la magnitudine apparente fornisce una misura relativa
del flusso di una sorgente rispetto ad un’altra. Possiamo rendere la scala assoluta fissando
un valore zero; questo valore è stato arbitrariamente fissato al valore del flusso in banda V
ricevuto dalla stella Vega, che è pari a fVega = 3.03 × 10−6 erg cm−2 s−1 (ricordiamo che 1 erg
= 10−7 Joule).
Possiamo ora calcolare la potenza ricevuta dall’occhio da un oggetto celeste avente mag-
nitudine apparente m, partendo dalla relazione:

m = 2.5 log10 fVega /f. (1.4)

Definendo con d il diametro della pupilla, si ha che il flusso f possiamo scriverlo in funzione
del numero di fotoni al secondo (Nph ) ricevuti alla lunghezza d’onda λ secondo la seguente
relazione:

Nph hc/λ
f= , (1.5)
π(d/2)2
da cui si ottiene facilmente

π(d/2)2 fVega
 
m = 2.5 log10 . (1.6)
Nph hc/λ
Assumendo λ = 550 nm, d = 5 mm e Nph = 900 phot/sec si ottiene una magnitudine
limite m ∼ 5.6. Come riferimento consideriamo la galassia di Andromeda, alla distanza di circa
2.5 milioni di anni luce (vedi Figura 1.5). Questa galassia ha una magnitudine apparente di
4.4, abbastanza vicino, quindi, al limite visuale.
1.4. Stima del limite visuale dell’occhio umano 7

Esercizio. Supponendo che il diametro di Andromeda sia dello stesso ordine di quello della
Via Lattea, stimare se Andromeda sia anche entro il potere risolutivo dell’occhio.

Figura 1.5. Galassia di Andromeda (M31).


Capitolo 2

Requisiti sperimentali nelle


osservazioni astronomiche

La fonte primaria di informazioni in astrofisica è rappresentata dalla radiazione elettro-


magnetica che viene emessa dal radio ai raggi γ per effetto di meccanismi fisici di emissione
che operano nelle diverse bande. In Tab. 2.1 vengono riassunti, per ogni banda dello spettro,
gli oggetti celesti e i meccanismi responsabili dell’emissione in tale banda.

Tabella 2.1. Oggetti astrofisici osservabili nelle varie bande e principali meccanismi di emissione. Abbreviazioni:
AGN = Active Galactic Nuclei. SNR = SuperNova Remnants. GRB = Gamma-Ray Burst. CMB =
Cosmic Microwave Background.

Banda Oggetti Meccanismi

Radio Galassie, AGN, pulsar, SNR sincrotrone, (maser H2 O)


HI Riga 21 cm
mm e sub-mm Galassia Bremsstrahlung (T∼104 K)
CMB Cosmologico
Sub-mm Polveri Emissione termica (T∼ 50 K)
FIR, MIR Polveri Emissione termica (T∼50 K)
Nubi molecolari Righe di emissione molecolari
NIR Stelle K-M Emissione termica (T∼3000 K)
Ottico Stelle, AGN Emissione termica
NUV Regioni HII Fluorescenza
Soft UV Stelle O-B Emissione termica (T∼104 K)
Corone stellari Emissione termica (T∼106 K)
Regioni HII Fluorescenza
EUV, X Corone stellari Bremsstrahlung (T∼106 K)
Ammassi di galassie Bremsstrahlung (T∼108 K)
Pulsar, Binarie X Compton inverso
AGN, SNR Sincrotrone
γ GRB, AGN, pulsar Annichilazioni, decadimenti,
sincrotrone, Compton inverso

Tale varietà di fenomeni e di bande di emissione richiede strumenti con prestazioni e req-
uisiti diversi, in funzione del problema scientifico da studiare e della banda da investigare.

8
2.1. Potere risolutivo 9

In Tab. 2.2 viene mostrato un riassunto dei principali requisiti con i quali è necessario con-
frontarsi quando si vuole effettuare un’osservazione astronomica. Come si può notare alcuni
requisiti sono mutuamente esclusivi; ad esempio, se abbiamo necessità di uno strumento con
un’elevata risoluzione angolare, questo porrà necessariamente dei limiti sull’area di cielo che
sarà possibile coprire.

Tabella 2.2. Principali requisiti sperimentali nell’osservazione del cielo. Da notare come alcuni dei requisiti sono
mutuamente esclusivi; in particolare ottenere elevate prestazioni nei requisiti elencati nella parte a
sinistra della tabella implica dover rilassare le richieste sui requisiti nella parte destra della tabella.

Requisito Descrizione Requisito Descrizione

Potere riso- capacità di distinguere due Copertura (ottiche, strategie di osser-


lutivo oggetti nel cielo al di sot- del cielo vazione)
to di una certa separazione
angolare (ottiche)
Sensibilità capacità di rivelare piccole Risoluzione capacità di rivelare segnali
variazioni di segnali al di so- temporale rapidamente variabili (rivela-
pra di un certo livello di ru- tori)
more strumentale (rivelatori)
Range intervallo di intensità che è
dinamico possibile rivelare (rivelatori)
Risoluzione capacità di rivelare piccole Larghezza di intervallo di frequenze che
spettrale separazioni in frequenza (riv- banda spet- è possibile rivelare (ottiche,
elatori) trale rivelatori)
Polarizzazione capacità di discriminare lo
stato di polarizzazione del
campo elettromagnetico (ot-
tiche, rivelatori)
Errori Livello di incertezza dovuto a
sistematici errori sistematici di tipo stru-
mentale o segnali astrofisici
non voluti
Calibrazione Conversione fra il dato mis-
urato grezzo e il dato in unità
fisiche

2.1 Potere risolutivo


Abbiamo visto nel precedente capitolo che ad occhio nudo siamo in grado di distinguere
particolari separati da una distanza angolare di ∼ 20 . Ma di che risoluzione angolare abbiamo
bisogno in un osservazione astronomica? Ovviamente non esiste una risposta univoca, in
quanto la risoluzione necessaria dipende dall’oggetto osservato e, soprattutto, dalla domanda
scientifica a cui vogliamo rispondere.
Come esempio consideriamo osservazioni mirate a studiare la formazione di dischi proto-
planetari nella Nebulosa di Orione, una nebulosa alla distanza di circa 1500 anni luce da noi,
e che risulta essere una zona attiva di formazione stellare (O’dell & Wen 1994). In questa
nebulosa sono stati osservati dal telescopio spaziale Hubble dei sistemi planetari (denominati
10 2. REQUISITI SPERIMENTALI NELLE OSSERVAZIONI ASTRONOMICHE

proplyds) in formazione attorno a protostelle (vedi Figura 2.1). In generale questi sistemi sono
opachi alla luce visibile a causa della densità di polveri e materiale di accrescimento. In un
caso, però, è stato possibile osservare un disco protoplanetario senza la coltre di polveri con
diretta visibilità della stella e del disco (particolare a destra nella Figura 2.1).
Conoscendo il potere risolutivo dello strumento utilizzato per effettuare l’osservazione è
possibile calcolare le dimensioni del disco protoplanetario, che risulta avere un diametro di
∼ 90 miliardi di Km. Noi effettuiamo qui il procedimento inverso: assumendo di conoscere le
dimensioni del disco e la distanza della nebulosa di Orione (dneb ∼ 1400 anni luce) calcoliamo
la risoluzione angolare che è stata necessaria per ottenere l’immagine in Figura 2.1.
Dalla Figura 2.2 osserviamo che l’estensione del disco è discretizzata in circa 14 pixel,
per cui la dimensione di un singolo pixel (dpix ) è di circa 6.4 miliardi di km. L’estensione
angolare del singolo elemento di risoluzione angolare risulta quindi essere θ ∼ dpix /dneb ∼
90 mas (millesimi di secondo d’arco), un valore circa 2000 più piccolo del potere risolutivo
dell’occhio umano. Sapendo che un’apertura di diametro D produce una figura di diffrazione
con la frangia centrale di dimensioni θ ∼ 1.22 λ/D possiamo stimare che l’apertura minima
necessaria per ottenere una risoluzione di 90 mas a 550 nm è di circa 1.6 metri.

Figura 2.1. Dischi protoplanetari (proplyds) osservati dal telescopio spaziale Hubble nella nebulosa di Orione.

Il telescopio spaziale Hubble utilizzato per riprendere l’immagine in Figura 2.1 è costituito
da un telescopio a doppio riflettore in configurazione Cassegrain di apertura di circa 2.4 m
(vedi capitolo 5.4), caratterizzato quindi da un potere risolutivo limite di circa 50 mas. Il
detector principale presente nel piano focale è una camera a CCD ad ampio campo (Wide
Field Planetary Camera 2 ) dotata di 1600×1600 pixel di dimensioni angolari di circa 100 mas
ciascuno, dimensioni che di fatto costituiscono il limite al potere risolutivo del sistema ottico.
2.2. Copertura del cielo 11

Figura 2.2. Stima della risoluzione angolare dell’immagine relativa al disco di accrescimento protoplanetario.

Esercizio. L’immagine in Figura 2.4 rappresenta una serie di stelle osservate nell’in-
frarosso in prossimità del centro della nostra galassia. Stimare la risoluzione angolare e deter-
minare la minima apertura del telescopio necessaria per effettuare l’osservazione. Quale tele-
scopio è stato effettivamente utilizzato dagli autori (verificare sull’articolo, Schödel (2002))?

2.2 Copertura del cielo


Se in molti casi è interessante effettuare osservazioni astronomiche ad elevata risoluzione ango-
lare per poter osservare oggetti distanti nei dettagli più fini, vi sono anche molte problematiche
che richiedono osservazioni effettuate su larga scala, effettuate cioè su larghe porzioni di cielo.
Chiaramente in questi casi i requisiti sperimentali non saranno dettati tanto dal potere
risolutivo quanto dalla strategia osservativa. Citiamo qui brevemente due esempi significativi
(che verranno discussi più in dettaglio nei prossimi capitoli): la misura della distribuzione di
galassie a larga scala e la misura delle anisotropie del fondo cosmico a microonde.

Distribuzione di galassie a larga scala. Il modello cosmologico standard che descrive


l’evoluzione dell’universo in espansione a partire da una singolarità iniziale si basa sulle
equazioni della relatività generale risolte nell’ipotesi che l’universo sia omogeneo e isotropo su
scale cosmologiche, ovvero su scale maggiori della distanza massima alla quale operano le forze
gravitazionali (d & 100 Mpc). Ma come è effettivamente distribuita la materia nell’universo?
Le survey di galassie a larga scala sono osservazioni che hanno l’obiettivo di rispondere
a questa domanda effettuando osservazioni di galassie (sia fotometriche che spettroscopiche)
in modo da ottenere per ciascuna di esse le coordinate angolari nel cielo e la distanza. Uno
degli esperimenti più avanzati in questo campo è la Sloan Digital Sky survey (http://www.
12 2. REQUISITI SPERIMENTALI NELLE OSSERVAZIONI ASTRONOMICHE

Figura 2.3. Telescopio spaziale Hubble. Il satellite è posizionato in orbita bassa (∼300 Km). Il sistema ottico
è composto da un telescopio a doppio riflettore Cassegrain con uno specchio primario di apertura
∼2.4 m. Il potere risolutivo nel limite di diffrazione è di circa 50 mas. Lo strumento principale è la
WFPC2 (Wide Field Planetary Camera 2), una camera a CCD di 1600x1600 pixel delle dimensioni
di circa 100 mas ciascuno.

sdss3.org/) che ha effettuato osservazioni a larga scala mappando l’universo osservabile su


un angolo solido pari a circa 1/4 del cielo, con una risoluzione angolare di circa 1.5 secondi
d’arco e fino ad una distanza di circa 2 miliardi di anni luce (vedi Fig. 2.5).
Il catalogo dell’ultima release dei dati (2008) contiene informazioni relative a più di 350
milioni di oggetti celesti, comprendenti spettri di 930000 galassie, 120000 quasar, e 460000
stelle.

Misura delle anisotropie del fondo cosmico a microonde. Il fondo cosmico a mi-
croonde (CMB - Cosmic Microwave Background) è una debole radiazione omogenea e isotropa
con uno spettro di corpo nero che permea l’universo ed è costituito dai fotoni dell’universo
primordiale che si sono disaccoppiati dalla materia quando l’universo aveva un’età di circa
380000 anni ed era costituito da un plasma di nuclei leggeri ed elettroni liberi, divenuto poi
gas neutro quando la temperatura media è scesa al di sotto di ∼ 3000 K. Per effetto dell’espan-
sione dell’universo la lunghezza d’onda di questa radiazione è aumentata di un fattore ∼1000
passando dalla regione del vicino infrarosso a quello delle microonde, dove oggi la rileviamo
(vedi capitoli ??).
Le piccole variazioni di intensità di questa radiazione da punto a punto nel cielo (al livello
di circa 10 parti per milione) sono la traccia delle fluttuazioni di densità nel plasma primordiale
che hanno successivamente generato, per collasso gravitazionale, le strutture a piccola scala
2.2. Copertura del cielo 13

Figura 2.4. Osservazione di stelle in prossimità del centro della nostra galassia riprese nell’infrarosso (λ =
2.18 µm), Schödel (2002).

(stelle, galassie, ammassi di galassie, ecc.). Vedremo nei prossimi capitoli come misure accurate
di queste anistoropie consentono di determinare i parametri cosmologici fondamentali con una
precisione dell’ordine di pochi %. Questo però richiede che le anisotropie vengano mappate
su larghe porzioni di cielo con un’elevato rapporto segnale rumore, mentre i requisiti sulla
risoluzione angolare (dai 5 ai 10 arcominuti) sono molto meno stringenti rispetto alle misure
nell’ottico e nell’infrarosso di cui abbiamo parlato nelle sezioni precedenti.
Misure a larga scala del fondo cosmico sono state effettuate dai satelliti COBE (1989-1992,
vedi http://lambda.gsfc.nasa.gov/product/cobe/) e WMAP (2001-2009, vedi http://
map.gsfc.nasa.gov/) della NASA che hanno prodotto mappe a tutto cielo alle risoluzioni
angolari, rispettivamente, di 7 gradi e 13 arcmin (vedi Fig. 2.6).
Il satellite Planck dell’ESA (Agenzia Spaziale Europea, vedi planck.esa.int) lanciato
a maggio 2009 misurerà queste anisotropie su tutta la sfera celeste con sensibilità senza
precedenti e risoluzione angolare . 90 , che rappresenta la scala angolare minima al di sotto
della quale non ci si aspetta un livello significativo di anisotropie. Per effettuare una misura
di questo tipo risulta di fondamentale importanza la strategia osservativa, che deve consentire
di coprire l’intero cielo in un tempo relativamente breve ma potendo comunque integrare il
segnale abbastanza a lungo da raggiungere il rapporto segnale/rumore richiesto.
14 2. REQUISITI SPERIMENTALI NELLE OSSERVAZIONI ASTRONOMICHE

Figura 2.5. Sezione di una mappa tridimensionale della distribuzione di galassie. La terra è al centro ed ogni
punto rappresenta una galassia. Il colore dei punti è correlato con l’età delle stelle che compon-
gono la galassia (i punti più rossi indicano galassie contenenti stelle più vecchie). Il cerchio esterno
corrisponde ad una distanza di circa 2 miliardi di anni luce. I due lobi contengono tutte le galassie
osservate in un intervallo di declinazione fra -1.25 e 1.25 gradi.

Planck è costituito da due strumenti nel piano focale di un telescopio a doppio riflettore di
∼ 1.5 m di apertura ed effettuerà la misura dal punto Lagrangiano L2 ruotando su se stesso
alla velocità di circa un giro al minuto e scandendo il cielo in cerchi mantenendo la direzione
di vista a ∼ 85◦ dall’asse di rotazione ed effettuando un ripuntamento di ∼ 2.50 ogni ora.
Secondo questa strategia Planck coprirà l’intero cielo in circa 6 mesi ed effettuerà da 2 a 4
survey complete nel corso della sua missione (attualmente prevista per 2 anni).

2.3 Risoluzione e larghezza di banda spettrale


Le osservazioni basate su metodi spettroscopici sono estremamente importanti in astrofisica
e costituiscono un naturale completamento alle misure fotometriche, cosı̀ che numerose osser-
vazioni combinano entrambe le tecniche per massimizzare la messe di informazioni ottenibili
dall’osservazione di un oggetto.
Misure spettroscopiche vengono utilizzate, ad esempio, per riconoscere la presenza di par-
ticolari elementi presenti nelle galassie o nelle atmosfere stellari, per ricostruire lo spettro di
emissione di un particolare oggetto, per effettuare misure di redshift, ecc.
Analogamente alle misure fotometriche possiamo identificare due requisiti pricipali in com-
petizione fra loro: la larghezza di banda, ovvero l’intervallo a cui è sensibile il rivelatore, e la
2.3. Risoluzione e larghezza di banda spettrale 15

Figura 2.6. Mappe delle anisotropie di intensità della radiazione cosmica di fondo misurate dai satelli COBE
(1992) e WMAP (2008) su scale angolari ripettivamente di 7◦ (figura superiore) e 130 (figura
inferiore).

risoluzione spettrale, cioè il minimo intervallo di lunghezza d’onda che è possibile distinguere.
Discuteremo ora questi requisiti prendendo un esempio di misura spettroscopica rilevante in
campo cosmologico: osservazioni a larga scala di galassie lontane (redshift surveys).
Come abbiamo accennato nella Sezione 2.2 le survey di galassie costituiscono una delle
osservazioni di punta per comprendere la struttura dell’universo a larga scala. Queste osser-
vazioni hanno come obiettivo la realizzazione di una mappatura in tre dimensioni dell’universo
osservando le galassie e determinandone la posizione angolare nel cielo e la distanza.
Mentre ottenere posizione angolare in modo accurato è relativamente semplice, altrettanto
non si può dire della la determinazione della distanza, specialmente per oggetti a distanze
cosmologiche. Il metodo che viene utilizzato in questo tipo di osservazioni è quello del redshift
cosmologico che viene introdotto brevemente nel successivo paragrafo.

2.3.1 Il redshift cosmologico e la distanza


Come è noto dalla fisica classica un osservatore che riceve un segnale elettromagnetico da
una sorgente in moto lo osserva con una lunghezza d’onda maggiore o minore della lunghezza
d’onda di emissione a seconda che la sorgente si allontani o si avvicini all’osservatore.
Nel caso di allontanamento della sorgente lo spostamento è denominato redshift ed è
definito come:
16 2. REQUISITI SPERIMENTALI NELLE OSSERVAZIONI ASTRONOMICHE

v
(
λoss − λem ∼ c per v  c,
z= q
1+v/c (2.1)
λem = 1−v/c −1 per v ∼ c,
dove v è la velocità di allontanamento dell’oggetto rispetto all’osservatore. Una relazione
analoga vale per il blueshift, ovvero lo spostamento verso lunghezze d’onda inferiori causato
da una sorgente in avvicinamento all’osservatore.
In astronomia esistono numerosi esempi di redshift e di blueshift determinati dal moto fisi-
co degli oggetti rispetto al nostro punto di osservazione. Ad esempio la galassia di Andromeda
si sta avvicinando alla Via Lattea e la sua radiazione è caratterizzata da blueshift; oppure
osservando una galassia “di taglio” la radiazione ricevuta da uno dei due rami (quello che
si allontana rispetto a noi) sarà caratterizzata da redshift, mentre quella ricevuta dal ramo
opposto sarà caratterizzata da blueshift.
Quando si osservano gli oggetti a distanze cosmologiche, però, il redshift causato dal-
l’espansione dell’universo diventa dominante rispetto ai moti propri delle galassie. Questo è
visibile nel diagramma di Hubble in Fig. 2.7 (Hubble 1929) che riporta la velocità rispetto
alla Terra in funzione della distanza per circa 30 galassie fino alla distanza di 2 Mpc1 . Veloc-
ità positive indicano un allontanamento della galassia, mentre velocità negative indicano un
avvicinamento.

Figura 2.7. Diagramma di Hubble. Le galassie più distanti appaiono allontanarsi con maggiore velocità. Nel
1929 Hubble interpretò questi dati come l’evidenza di un’espansione dell’universo nel suo insieme.

Dal diagramma risulta evidente che, statisticamente, le galassie paiono allontanarsi dalla
Terra con velocità crescente con la distanza e questo è stato interpretato da Hubble come la
prova di un’espansione dell’universo nel suo insieme. Le uniche eccezioni sono rappresentate
da poche galassie tutte molto vicine alla Terra. Per queste si ha che il loro moto proprio è
dominante rispetto all’espansione.
La relazione empirica ricavata da Hubble dai suoi dati possiamo scriverla come:

v ∼ cz = H0 × d (2.2)
1
1 parsec (pc) ∼ 3.26 anni luce
2.4. Sensibilità 17

da cui vediamo che è possibile stabilire una relazione fra redshift e distanza una volta nota la
costante di Hubble H0 .

2.3.2 Requisiti spettrali


Dal punto di vista sperimentale una survey di galassie richiede l’osservazione di un gran
numero di galassie sia mediante “imaging” (per determinare la posizione angolare) che medi-
ante misure spettroscopiche (per determinare il redshift e, conseguentemente, la distanza). La
misura spettroscopica, in particolare, viene effettuata considerando una o più righe di emis-
sione note e misurando lo spostamento verso il rosso di queste righe negli spettri di emissione
delle galassie osservate. Poiché a distanze crescenti le righe si spostano verso il rosso, un ampio
range spettrale nello strumento consente di spingere la survey a distanze maggiori. Fissato un
valore zmax di riferimento il requisito sull’intervallo spettrale per lo spettrometro è definibile
come

∆λ = zmax λ. (2.3)
A titolo di esempio le righe di emissione considerate nella survey di galassie “Sloan Digital
Sky Survey” (SDSS) sono le righe H e K del Ca-II (righe di emissione del calcio ionizzato
a 380 e 400 nm). Il valore massimo di redshift sondato dalla survey è zmax ∼ 0.2, da cui
possiamo ricavare che l’intervallo spettrale minimo necessario è di circa 76 nm per la riga H
e 80 nm per la K, requisito ampiamente soddisfatto dagli spettrometro utilizzati nella SDSS
che sono sensibili in un intervallo spettrale compreso fra 380 e 920 nm.
Oltre all’intervallo spettrale, che determina il massimo intervallo di redshift che è possibile
indagare, dobbiamo considerare la risoluzione spettrale dello strumento, δλ/λ che è legata alla
risoluzione in redshift, e quindi in distanza, che possiamo ottenere dalle osservazioni.
Supponiamo di voler essere in grado di effettuare osservazioni in grado di risolvere un
intervallo minimo in redshift δzmin ; dalla definizione di redshift data dall’Eq. (2.1) risulta
immediato verificare che

δλ
δzmin = ≡ R−1 , (2.4)
λ
dove con il simbolo R indichiamo la risoluzione spettrale dello spettrometro.

Esercizio. Gli spettrometro utilizzati nella Sloan Digital Sky Survey sono caratterizza-
ti da una risoluzione spettrale R ∼ 2000. Calcolare la risoluzione in redshift e in distanza
assumendo H0 = 73 Km/sec/MPc.

2.4 Sensibilità
Con il termine sensibilità intendiamo la capacità di un rivelatore di distinguere variazioni
di segnale al di sopra delle variazioni causate dal rumore termico presente nelle componenti
attive e passive del rivelatore stesso.
Per aumentare la sensibilità di un rivelatore esistono diverse stragegie che possono essere
riconducibili a due categorie generali:
18 2. REQUISITI SPERIMENTALI NELLE OSSERVAZIONI ASTRONOMICHE

1. riduzione del rumore intrinseco del rivelatore;

• utilizzo di componenti a basso rumore;


• raffreddamento ottiche e rivelatori a temperature criogeniche.

2. Aumento della statistica nella misura;

• aumento del numero di misure (statisticamente indipendenti) di ogni singola os-


servazione;
• aumento del tempo di integrazione di ogni singola misura;
• aumento del numero di rivelatori;
• aumento della “banda” di ricezione (ovvero dell’intervallo di frequenze a cui è
sensibile il rivelatore).

Per comprendere meglio l’argomento consideriamo, come esempio, il ruolo della sensi-
bilità in misure di anisotropie di fondo cosmico e discutiamo brevemente le strategie comune-
mente adottate per poter effettuare queste misure mediante ricevitori a microonde di tipo
radiometrico.

2.4.1 Requisiti di sensibilità per misure di anisotropie di fondo cosmico


Come abbiamo già introdotto nel paragrafo 2.2 la radiazione di fondo cosmico (CMB) è un
segnale altamente isotropo che rappresenta il fondo di fotoni che, nei primi 380000 anni dopo
il big bang, interagivano con il plasma primordiale per scattering Thompson (Bersanelli et al.
2002) e che hanno iniziato a propagarsi essenzialmente indisturbati quando la combinazione
degli elettroni liberi con i protoni ha reso l’universo neutro e quindi trasparente alla radiazione.
Nel 1992 gli strumenti FIRAS (Far Infrared Absolute Spectrophotometer) e DMR (Differ-
ential Microwave Radiometer) a bordo del satellite americano COBE (COsmic Background
Explorer) hanno misurato rispettivamente la distribuzione spettrale della CMB e rivelato per
la prima volta le deboli anisotropie, ovvero le variazioni di intensità fra un punto e l’altro del
cielo attorno al valor medio di intensità (Bennett et al. 1993).
In particolare la distribuzione spettrale della CMB è quella di un corpo nero quasi perfetto
alla temperatura di TCMB ∼2.726 K mentre le anisotropie rilevate da DMR su una scala
angolare di 7◦ sono dell’ordine di ∆T /TCMB ∼ 10−5 . È chiaro quindi che un ricevitore in
grado di misurare le anisotropie del fondo cosmico deve poter distinguere, su ogni elemento
di risoluzione angolare, ovvero su ogni pixel della mappa, variazioni di intensità ∆T tali che
∆T /TCMB < 10−5 .2
Diamo ora, sinteticamente, alcuni cenni sull’architettura di ricevitori radiometrici e vedi-
amo come sia possibile ottenere sensibilità sufficienti a misurare variazioni di segnale di poche
parti per milione.
2
Poiché la distribuzione spettrale della CMB è di corpo nero, l’intensità (ovvero la potenza) della radiazione
è univocamente determinata dalla temperatura del corpo nero; per questo motivo utilizzeremo, nel seguito di
questo paragrafo, unità di temperatura per indicare l’intensità della radiazione ricevuta da un rivelatore.
Maggiori dettagli circa la radiazione di corpo nero e le definizioni di Intensità specifica e Brillanza superficiale
saranno dati nel Capitolo 3.
2.4. Sensibilità 19

2.4.2 Ricevitori radiometrici a microonde


In Figura 2.8 mostriamo uno schema di un ricevitore a microonde denominato total power.
Secondo questo schema il segnale elettromagnetico viene captato da un’antenna cosiddetta a
tromba (per la sua caratteristica forma a trombetta), viene amplificato da un amplificatore a
radio-frequenza e si propaga in una linea di trasmissione (cavo coassiale, micro-striscia o guida
d’onda) fino a un rivelatore, solitamente un diodo, che restituisce in uscita un segnale in ten-
sione continua proporzionale alla potenza dell’onda incidente. Per questo motivo il ricevitore
viene denominato total power, in quanto converte tutta la potenza incidente (moltiplicata per
un fattore di guadagno dato dall’amplificatore) in un segnale elettrico.

Figura 2.8. Schema di un ricevitore radiometerico di tipo total power

È opportuno notare che per questioni legate alla stabilità del guadagno i ricevitori total
power non sono indicati per misure di anisotropie di CMB, dove vengono utilizzati schemi
più complessi, basati su strategie differenziali. Per semplicità qui trascureremo gli effetti di
stabilità del guadagno, per cui ci concentreremo su questo tipo di ricevitori, in quanto basati
su uno schema semplice ed adatto a discutere questioni legate alla sensibilità.
Consideriamo ora un ricevitore che osserva una sorgente stabile alla temperatura Tin (vedi
Fig. 2.9). A valle del diodo il ricevitore restituirà un voltaggio in funzione del tempo caratter-
izzato da un livello medio Vout e da variazioni casuali dovute al rumore termico. Se assumiamo
che queste variazioni siano distribuite in modo gaussiano allora possiamo descrivere il rumore
mediante la sua varianza, σ 2 ≡ δTrms 2 .

Figura 2.9. Uscita in voltaggio di un ricevitore total power che osserva una sorgente costante alla temperatura
Tsky
20 2. REQUISITI SPERIMENTALI NELLE OSSERVAZIONI ASTRONOMICHE

Immaginiamo ora di effettuare un esperimento in cui riduciamo progressivamente la tem-


peratura della sorgente e, ad ogni passo, misuriamo il voltaggio medio, Vout e la deviazione
standard del rumore, δTrms . Immaginiamo anche di tracciare due grafici, che mostrano la
variazione di Vout e δTrms in funzione di Tin . Otterremmo, in questo caso, i grafici riportati in
Fig. 2.10, da cui si vede che estrapolando la risposta del ricevitore a temperatura in ingresso
nulla (situazione non riproducibile sperimentalmente) sia il livello medio del segnale che la
deviazione standard del rumore non si annullano, ma convergono verso due valori indicati
nella figura con V0 e δVrms,0 . Questo indica che, anche a temperatura di ingresso nulla, il
ricevitore restituirà in uscita una risposta non nulla che è il risultato dell’emissione e delle
fluttuazioni termiche dei componenti del ricevitore stesso.

Figura 2.10. Variazione di Vout e δTrms in funzione della temperatura in ingresso

Poiché l’uscita in voltaggio del ricevitore è proporzionale alla potenza del segnale elettro-
magnetico (che esprimiamo come una temperatura) possiamo scrivere, ad una data temper-
atura Tin > 0:

Vout = Vin + V0 = K(Tin + Tnoise ), (2.5)


dove K è una costante di proporzionalità e Tnoise è la cosiddetta temperatura di rumore. La
temperatura di rumore non rappresenta una vera e propria temperatura fisica, ma, bensı̀, il
livello V0 convertito in unità di temperatura. In altre parole, quando un ricevitore osserva una
sorgente ad una data temperatura Tin la sua risposta è come se la sorgente si trovasse ad una
temperatura Tin + Tnoise .
Per quanto riguarda la deviazione standard del rumore, δTrms , è possibile dimostrare (qui
non lo faremo) che, per un ricevitore total power, vale la relazione:

Tin + Tnoise
δTrms = √ , (2.6)
βτ
dove β è la larghezza di banda (ovvero l’intervallo di frequenze in cui il ricevitore è sensibile)
e τ è il tempo di integrazione, ovvero il tempo su cui viene integrato ogni campione misurato.
Nel caso si utilizzino √N ricevitori che osservano la stessa sorgente il livello di rumore viene
ridotto di un fattore N :

Tin + Tnoise
δTrms = √ , (2.7)
N βτ
Dall’equazione (2.6) risulta evidente che il livello di rumore nella misura, caratterizzato
dalla quantità δTrms , può essere ridotto agendo sui seguenti fattori:
2.4. Sensibilità 21

1. riducendo il valore della temperatura di rumore del ricevitore, ad esempio utilizzando


amplificatori ad basso rumore (Low Noise Amplifiers) al fosfuro di indio (InP), e/o
raffreddando le componenti a temperature criogeniche (tipicamente a 20 K);

2. aumentando β utilizzando componenti a larga banda (tipicamente il 15-20% della fre-


quenza centrale);

3. aumentando il tempo di integrazione (in altre parole il numero di misure);

4. aumentando il numero di ricevitori.

Esercizio. Il massimo di emissione della radiazione cosmica di fondo è alla frequenza di


circa 100 GHz. Calcolare la durata di una survey su tutto il cielo che voglia misurare a 100
GHz le anisotropie di tale radiazione con una sensibilità di 10 µK con una risuluzione angolare
di 10’. Si consideri una temperatura di rumore di 35 K e una larghezza di banda del 20%.
Calcolare quanti ricevitori sarebbero necessari per ottenere questa sensibilità con un anno di
osservazioni.
Capitolo 3

Grandezze fondamentali nella


misura della radiazione
elettromagnetica

Il cielo presenta una grande varietà di oggetti che possono essere osservati nelle diverse
bande dello spettro elettromagnetico: stelle, pianeti, nebulose, galassie, regioni HII, resti di
supernove, sorgenti di intensità variabile come stelle variabili, pulsars, lampi di raggi gamma,
supernove, quasars.
Alcune di questi oggetti si presentano come puntiformi, in quanto presentano dettagli su
scale angolari inferiori della risoluzione angolare dello strumento. È il caso, ad esempio, delle
stelle (a parte il Sole), delle quali non è possibile apprezzare i dettagli presenti sulla loro
superficie.
Altri oggetti, invece, hanno dimensioni angolari molto maggiori del potere risolutivo dello
strumento. In questo caso queste si presentano come sorgenti diffuse delle quali siamo in
grado di riconoscere i dettagli. È il caso delle nebulose, delle galassie, dei resti di supernova,
del fondo cosmico a microonde.
Presenteremo in questo capitolo le grandezze fondamentali utilizzate in astronomia nella
misura del flusso elettromagnetico proveniente da sorgenti puntiformi e diffuse. Introdurremo
anche la distanza di luminosità, un estimatore della distanza di oggetti celesti basato su misure
di flusso elettromagnetico ed applicabile ad oggetti celesti di cui sia nota, per altri metodi, la
luminosità assoluta.

3.1 Bande di osservazione dalle microonde all’ultraviolet-


to
In genere i rivelatori di radiazione elettromagnetica sono sensibili solo ad un certo intervallo
di lunghezze d’onda attorno ad una frequenza centrale. L’intervallo di lunghezze d’onda entro
il quale un rivelatore è sensibile viene definito banda del rivelatore e la funzione di risposta
di un rivelatore viene definita risposta in banda.
In astrofisica le bande di osservazione vengono definite mediante un sistema a lettere:
nell’intervallo del visibile abbiamo 5 bande di osservazione definite dalle lettere: U (Ultravio-
letto), B (Blu), V (Visuale), R (Rosso), I (Infrarosso). In Figura 3.1 vengono riportate delle
tipiche funzioni di risposta in queste bande.
La serie continua nell’infrarosso fino alla lettera Q; nella Tabella 3.1 riportiamo le bande
nell’infrarosso con la relativa lunghezza d’onda centrale in micron.

22
3.2. Sorgenti puntiformi 23

Figura 3.1. Risposte in banda tipiche nelle cinque bande dello spettro visibile dall’ultravioletto all’infrarosso.

Tabella 3.1. Bande nell’infrarosso


Banda λ0 (µm)
J 1.25
H 1.65
K 2.20
L 3.45
M 4.70
N 10.0
Q 20.0

Estendendo la nomenclatura al range delle microonde troviamo ancora un sistema a let-


tere, riportato in Tabella 3.2, che, però, non è una continuazione del sistema precedente, ma
rappresenta un sistema a sé. Come si può osservare vi sono delle bande identificate da lettere
presenti anche nel sistema utilizzato nel visibile/IR, per cui, in generale, la definizione della
banda assume un senso nel contesto specifico della regione dello spettro elettromagnetico che
siamo considerando.

3.2 Sorgenti puntiformi

3.2.1 Densità spettrale di flusso


Richiamiamo qui, per comodità, i concetti di flusso e magnitudine discussi nella Sezione 3.2.1.
La radiazione intercettata da un telescopio proveniente da una sorgente puntiforme può essere
considerata un fronte di onde piane costituito dalla sovrapposizione di un numero infinito di
modi su una banda di frequenze molto ampia.
24 3. GRANDEZZE FONDAMENTALI NELLA MISURA DELLA RADIAZIONE ELETTROMAGNETICA

Tabella 3.2. Bande nella regione delle microonde


Banda Intervallo di frequenza (GHz)
L 1–2
S 2–4
C 4–8
X 8–12
Ku 12–18
K 18–26.5
Ka 26.5–40
Q 30–50
U 40–60
V 50–75
E 60–90
W 75–110
F 90–140
D 110–170

Definiano densità spettrale di flusso, S(ν) l’energia per unità di tempo, di superficie e di
frequenza in una banda ∆ν alla frequenza ν. Le unità di misura sono: Watt m−2 Hz−1 . Nel
campo della radioastronomia l’unità di misura più frequentemente utilizzata è il Jansky: 1 Jy
= 10−26 Watt m−2 Hz−1 .
Nota la densità spettrale di flusso, l’energia per unità di tempo (ovvero la potenza) ricevuta
da un telescopio di area A è:
Z ν+∆ν/2
P = Aeff S(ν)dν (3.1)
ν−∆ν/2

mentre il flusso è dato da:


Z ν+∆ν/2
f= S(ν)dν (3.2)
ν−∆ν/2

Nella (3.1) il termine Aeff indica l’area efficace del telescopio, che è minore dell’area fisica
e tiene conto delle non idealità del telescopio stesso.

3.2.2 Magnitudini
In astronomia ottica è d’uso misurare i flussi in termini di magnitudini apparenti. La scala
delle magnitudini fu introdotta da Ipparco, il quale classificò ad occhio le stelle, catalogandole
secondo la loro luminosità apparente come stelle di grandezza (o magnitudine, appunto) dalla
prima alla sesta.
Constatato che la differenza di flusso tra una stella di prima e di sesta magnitudine era di
circa due ordini di grandezza, la definizione qualitativa di Ipparco fu quantificata da Norman
Pogson nel 1854. Per due stelle che in una certa banda hanno flussi f1 ed f2 si ha:

m1 − m2 = 2.5 log10 (f2 /f1 ) (3.3)


3.2. Sorgenti puntiformi 25

La scala delle magnitudini è una scala relativa che può essere resa assoluta introducendo
una magnitudine di riferimento arbitrariamente posta a zero. Convenzionalmente la magni-
tudine 0 è definita come la magnitudine apparente in banda visuale V della stella Vega. Per
questa banda si ha che f0 = 3.03 × 10−6 erg cm−2 s−1 . In Figura 1.4 viene riportata la scala
delle magnitudini apparenti (corredata di alcuni esempi) fra gli estremi relativi all’oggetto
più brillante (il Sole) e il limite visuale dell’Hubble Space Telescope.
Ovviamente la magnitudine apparente non è indicativa dell’effettiva luminosità dell’ogget-
to, in quanto oggetti meno luminosi più vicini possono avere una magnitudine apparente
minore (ovvero essere più brillanti) rispetto ad oggetti intrinsecamente più luminosi ma più
distanti.
Se consideriamo un oggetto puntiforme alla distanza d, del quale misuriamo un flusso f
alla frequenza ν, la sua luminosità intrinseca (ovvero l’energia totale emessa nell’unità di
tempo alla frequenza ν) sarà data da:

L(ν) = f (ν) × 4πd2 (3.4)


R∞
L’integrale della luminosità su tutto lo spettro elettromagnetico, Lb = 0 L(ν)dν, è detto
luminosità bolometrica.
Analogamente al flusso, anche la luminosità può essere espressa in termini di magnitudini.
In particolare la magnitudine assoluta di un oggetto è definita come la magnitudine apparente
che avrebbe lo stesso oggetto se fosse posto alla distanza di 10 pc. Matematicamente la
magnitudine assoluta assume la seguente relazione in funzione della distanza (espressa in pc)
e della magnitudine apparente:

M = m − 5 log10 d(pc) + 5 (3.5)


dove la quantià 5 log10 d(pc) − 5 è detta modulo di distanza. Per dimostrare la (3.5) conside-
riamo una stella alla distanza d e caratterizzata da luminosità L. Di questa stella misuriamo
un flusso dato da f = L/(4πd2 ), corrispondente alla magnitudine apparente m. Se lo stesso
oggetto fosse posto alla distanza di d1 = 10 pc noi misureremmo un flusso f1 = L/(4πd21 ),
corrispondente ad una magnitudine apparente m1 , tale che, per la (1.4):

 21 )
 
L/(
4πd
m − m1 = 2.5 log10 (f1 /f ) = 2.5 log10

L/(
  2)
4πd
= 2.5 log10 (d/d1 )2 = 5 [log10 (d) − log10 (10 pc)] (3.6)

Considerando che, per definizione, m1 ≡ M , si vede immediatamente che dalla (3.6) segue
la (3.5).

3.2.3 Distanza di luminosità


Se invertiamo la relazione (3.4) che lega la luminosità di un oggetto al flusso misurato e alla
distanza, possiamo definire la cosiddetta distanza di luminosità come:
 1/2
L
dL = . (3.7)
4πf
In altre parole la (3.7) ci dice che di un oggetto siamo in grado di stimare la distanza
se misuriamo il flusso e conosciamo (indipendentemente) la luminosità assoluta. Dobbiamo
26 3. GRANDEZZE FONDAMENTALI NELLA MISURA DELLA RADIAZIONE ELETTROMAGNETICA

ora chiederci, però, quali siano le condizioni per cui possiamo ragionevolmente supporre che
la distanza di luminosità coincida con la reale distanza dell’oggetto osservato (assumendo,
ovviamente, di conoscere le incertezze sia sulla stima della luminosità assoluta che sulla misura
del flusso).
Una prima condizione che deve essere soddisfatta è che la luce non venga assorbita lungo il
percorso fra l’oggetto e l’osservatore (ad esempio dalle polveri del mezzo interstellare). In caso
contrario, se noi misurassimo il flusso senza correggere per l’estinzione dovuta alle polveri,
ricaveremmo una distanza di luminosità superiore alla distanza fisica.
Una seconda condizione che deve essere soddisfatta è che l’oggetto non si trovi a distanze
cosmologiche. A distanze cosmologiche, infatti, è necessario tenere presente i seguenti effetti
sulla misura derivanti dall’espansione dell’universo:

• i fotoni perdono energia a causa dello “stiramento” delle lunghezze d’onda;

• i fotoni arrivano meno frequentemente perché lo spazio si espande.

Calcoliamo ora quale deve essere il fattore di correzione per la distanza di luminosità
applicata ad oggetti a distanze cosmologiche. Consideriamo a questo proposito un oggetto
che sia caratterizzato da un redshift z: l’energia di ciascun fotone rilevato è Eobs = hc/λobs .
Poiché λobs = (1 + z)λem (dove λem è la lunghezza d’onda della radiazione emessa) si ha che
Eobs = Eem /(1 + z), ovvero l’energia ricevuta da ciascun fotone è inferiore di un fattore 1 + z
rispetto a quella emessa.
In un universo in espansione, inoltre, le distanze sono dipendenti dal tempo e possiamo
esprimerle mediante un fattore di scala a(t): r ≡ r(t) = r0 a(t). Vedremo nel capitolo 7 che la
distanza
R t2 c dtpercorsa da un fotone nell’universo in espansione fra il tempo t1 e il tempo t2 è data
da t1 a(t) . Consideriamo ora due fotoni emessi a breve distanza temporale da una galassia e
calcoliamo i tempi di arrivo eguagliando le distanze percorse dai due fotoni:
Z to Z to +dto
c dt c dt
= (3.8)
te a(t) te +dte a(t)
che possiamo riscrivere come
Z te +dte Z to  Z to  Z to +dto c dt
c dt c
dt c
dt
+ 
 = 
 + , (3.9)
te a(t) t e +dte
a(t) t e +dte
a(t) to a(t)
dove te e te + dte sono i tempi a cui sono stati emessi i fotoni e to e to + dto i tempi a cui sono
stati osservati. Se gli intervalli di tempo dt sono abbastanza brevi possiamo approssimare
a(te + dte ) ∼ a(te ) e a(to + dto ) ∼ a(to ), per cui possiamo scrivere:

Z te +dte Z to +dto
c dt c dt dte dto
= ⇒ =
te a(t) to a(t) a(te ) a(t o)
dte a(te )
⇒ = = (1 + z)−1 . (3.10)
dto a(to )

Possiamo ora scrivere il rapporto fra il flusso emesso e quello ricevuto come

fobs dEobs dtem dEobs dtem


= = = (1 + z)−2 . (3.11)
fem dtobs dEem dEem dtobs
3.3. Sorgenti diffuse 27

Dalla definizione di distanza di luminosità come rapporto fra luminosià assoluta e flusso
misurato otteniamo:

d2L = (L/4πfobs ) = (L/4πfem )(1 + z)2


⇒ dL = dphys (z)(1 + z), (3.12)

dalla quale vediamo che all’aumentare del redshift la distanza di luminosità è maggiore della
distanza fisica, ovvero gli oggetti ci appaiono più distanti di quello che realmente sono a causa
dell’espansione dell’universo.

3.3 Sorgenti diffuse

3.3.1 Angolo solido sulla sfera celeste


Nella scorsa sezione ci siamo occupati di definire le grandezze principali che incontriamo
nella misura della radiazione elettromagnetica proveniente da sorgenti puntiformi; in questa
sezione ci occupiamo, invece, di sorgenti estese (come, ad esempio, galassie e nebulose) in
cui la radiazione non proviene da un unico punto nel cielo ma da una regione di area A che
sottende un angolo solido Ω nel cielo.
Se l’area della regione, dA, è tale che dΩ ∼ dA/d2  4π (dove d è la distanza dell’oggetto
dall’osservatore) allora possiamo esprimere l’angolo solido dΩ come prodotto dei due angoli,
dα, dβ sottesi dall’area dA (vedi pannello a sinistra in Figura 3.2).

Figura 3.2. Angolo solido sulla sfera celeste. A sinistra: per angoli piccoli l’angolo solido può essere definito
come prodotto dei due angoli dα e dβ sottesi dalla sorgente. A destra: definizione di angolo solido in
coordinate sferiche.

In generale, possiamo esprimere l’elemento di angolo solido dΩ in coordinate sferiche come


dΩ = sin θdθdφ (vedi pannello di destra in Figura 3.2), cosı̀ che l’angolo solido di un’area
compresa fra θ1 , θ2 e φ1 , φ2 è dato da:
28 3. GRANDEZZE FONDAMENTALI NELLA MISURA DELLA RADIAZIONE ELETTROMAGNETICA

Z θ2 Z φ2
Ω= sin θdθdφ. (3.13)
θ1 φ1

È immediato verificare che l’angolo solido relativo all’intera sfera celeste vale 4π.

3.3.2 Intensità specifica e brillanza superficiale


Seguendo il ragionamento utilizzato per definire la densità spettrale di flusso per una sorgente
puntiforme definiamo l’intensità specifica di una sorgente diffusa come l’energia che riceviamo
da un punto (θ, φ) nel cielo alla frequenza ν per unità di tempo, di superficie, di angolo solido
e di banda: I(θ, φ, ν) ≡ Intensità specifica (W m−2 Hz−1 sr−1 ). La potenza ricevuta da
un’antenna dalla sorgente diffusa è pertanto
Z ν0 +∆ν/2 Z θ2 Z φ2
P = I(θ, φ, ν)A(ν)Pn (θ, φ, ν) sin θ dν dθ dφ (3.14)
ν0 −∆ν/2 θ1 φ1

dove A(ν) rappresenta l’area efficace del telescopio alla frequenza ν e Pn (θ, φ, ν) è il cosiddetto
fascio di antenna e ne rappresenta la risposta angolare.
Una quantità dalle stesse unità di misura è la cosiddetta brillanza superficiale, ovvero
l’energia emessa da una superficie nella direzione (θ, φ) alla frequenza ν per unità di tempo,
di angolo solido, di banda e di superficie: B(θ, φ, ν) ≡ Brillanza superficiale (W m−2 Hz−1
sr−1 ). Dimostriamo ora che, trascurando effetti di assorbimento e l’effetto dell’espansione
di Hubble, si ha che B(θ, φ, ν) = I(θ, φ, ν), ovvero che l’intensità specifica misurata da un
telescopio corrisponde alla brillanza superficiale della sorgente.
Consideriamo lo schema rappresentato in Figura 3.3 in cui un telescopio osserva una
sorgente diffusa posta alla distanza D. La potenza dPrec ricevuta da un’area dA nella banda
dν è data dalla seguente relazione:

dPrec = Iν Atel dΩdν = Iν Atel (dA/D2 )dν. (3.15)


Ribaltiamo il problema e calcoliamo la potenza emessa dall’area dA posta sulla sorgente
verso il telescopio nella stessa banda (vedi Figura 3.4). In questo caso la potenza emessa è
data dalla seguente relazione:

dPem = Bν dAdΩ0 dν = Bν (Atel /D2 )dAdν. (3.16)


Confrontando la (3.15) con la (3.16) è immediato verificare che Iν = Bν .

3.3.3 La radiazione di corpo nero


Un corpo a temperatura uniforme, T , in cui la radiazione sia in equilibrio con la materia
emette radiazione con uno spettro elettromagnetico di corpo nero la cui brillanza superficiale
è definita dalla legge di Planck:
−1
2πhν 3
  

B(ν) = exp −1 . (3.17)
c2 kT
La relazione (3.17) mostra che la brillanza di un corpo nero dipende unicamente dalla
sua temperatura; la potenza totale (per unità di angolo solido e di superficie) irradiata da un
corpo nero alla temperatura T è data dall’integrale di B(ν) su tutte le frequenze:
3.3. Sorgenti diffuse 29

Figura 3.3. Schema di un telescopio che riceve la radiazione emessa da un’area dA di una sorgente diffusa
posta alla distanza D

Figura 3.4. Schema di una sorgente diffusa che emette radiazione da un’area dA verso un telescopio posto alla
distanza D
30 3. GRANDEZZE FONDAMENTALI NELLA MISURA DELLA RADIAZIONE ELETTROMAGNETICA


2 π5 k4 4
Z
W = B(ν)dν = T ≡ σT 4 , (3.18)
0 15 h3 c2
dove σ = 5.6704 × −8 −4
10 W K m −2 è la costante di Stefan-Boltzmann.
In Figura 3.5 viene mostrata una curva di corpo nero per un oggetto alla temperatura di
6000 K (valore tipico di temperatura superficiale di una stella di sequenza principale, come
il Sole). La curva presenta un massimo che è possibile calcolare imponendo dB(ν)/dν = 0; se
effettuiamo il cambio di variabile x = hν/kT è possibile verificare facilmente che dB(ν)/dν =
0 ⇒ ex (x − 3) + 3 = 0, equazione che può essere risolta numericamente e che ammette, oltre
alla soluzione x = 0, la soluzione x ∼ 2.821.

Figura 3.5. Curva di corpo nero per un corpo alla temperatura T = 6000 K

In letteratura la curva di brillanza di corpo nero è possibile trovarla espressa anche in


funzione della lunghezza d’onda invece che della frequenza. È importante sottolineare che per
effettuare la trasformazione B(ν) → B(λ) non possiamo semplicemente sostituire ν → c/λ
nella (3.17); infatti ciò che dobbiamo eguagliare è la potenza emessa per unità di frequenza
con la potenza emessa per unità di lunghezza d’onda, ovvero:
B(ν)dν = −B(λ)dλ (3.19)
dove il segno “−” nella seconda espressione deriva dal fatto che il segno di dν è opposto a
quello di dλ. Se consideriamo ν = c/λ ne segue che dν = −c/λ2 dλ e, pertanto,
−1
2πhc2
  
hc
B(λ) = exp −1 . (3.20)
λ5 λkT
3.3. Sorgenti diffuse 31

3.3.4 Classi spettrali delle stelle


Una delle applicazioni più diffuse della radiazione di corpo nero in astrofisica riguarda la de-
terminazione della temperatura superficiale delle stelle che sappiamo oggi essere strettamente
correlata con la loro massa. Stelle poco massive sono fredde ed hanno una temperatura su-
perficiale di poche migliaia di gradi, mentre le stelle molto massive sono anche molto calde, e
la loro superficie può raggiungere temperature di diverse decine di migliaia di gradi.
Fin dalle prime osservazioni sistematiche degli spettri stellari apparve chiaro che la parte
continua era simile a quello di un corpo nero, mentre le righe di assorbimento presentavano
delle regolarità determinata dalla preponderanza delle righe della serie Balmer dell’idrogeno.
Dopo una prima catalogazione effettuata sulla base della presenza delle righe Balmer
venne adottata una seconda strategia di catalogazione (la cosiddetta “sequenza di Harvard”,
dal nome dell’Università dove è stata sviluppata) proposta da Annie J. Cannon nel 1901.
Secondo questa sistema le stelle sono catalogate in 10 tipi spettrali principali in ordine di
temperatura superficiale decrescente e indicati con le 10 lettere O B A F G K M R N S.
Ogni tipo è poi diviso in 10 sottotipi, da 0 a 9. È da notare che gli ultimi tre tipi, R N ed
S, corrispondono a stelle aventi circa la stessa temperatura di quelle M, ma con composizioni
diverse.
Nella tabella 3.3 vengono riportate le principali caratteristiche delle stelle nelle prime sette
classi spettrali.

Tabella 3.3. Principali caratteristiche delle stelle nelle prime 7 classi spettrali

Tipo Temp. Sup. M/M R/R L/L Vita in


spettrale (K) seq. princ.
O > 33000 K 20-60 9-15 90000-800000 1-10 Myr
B 10500-30000 K 3-18 3-8.4 95-52000 11-400 Myr
A 7500-10000 K 2-3 1.7-2.7 8-55 440 Myr-3 Gyr
F 6000-7200 K 1.1-1.6 1.2-1.6 2-6.5 3-7 Gyr
G 5500-6000 K 0.9-1.05 0.85-1.1 0.66-1.5 8-15 Gyr
K 4000-5250 K 0.6-0.8 0.65-0.8 0.1-0.42 ∼17 Gyr
M 2600-3850 K 0.08-0.5 0.17-0.63 0.001-0.08 ∼56 Gyr

Poiché gli spettri stellari hanno una parte continua che può essere ben approssimata con
uno spettro di corpo nero, ne consegue che è possibile determinare la temperatura superficiale
di una stella, e quindi la sua classe spettrale, mediante un fit della relazione (3.17) su spettri
misurati su un intervallo di frequenze sufficientemente ampio.
In Figura 3.6 vengono mostrati alcuni esempi in cui la temperatura superficiale di stelle
appartenenti a varie classi spettrali è stata determinata mediante un fit con la curva di
brillanza di un corpo nero. I dati sono descritti in Silva & Cornell (1992) e sono disponibili
all’indirizzo http://zebu.uoregon.edu/spectra.html
32 3. GRANDEZZE FONDAMENTALI NELLA MISURA DELLA RADIAZIONE ELETTROMAGNETICA

Figura 3.6. Esempi di determinazione della temperatura superficiale di stelle mediante fit dello spettro di emis-
sione con la curva di brillanza di corpo nero. In alto a sinistra: stella di classe M; in alto a destra:
stella di classe G; in basso a sinistra: il Sole; in basso a destra: stella di classe O. Dati da Silva &
Cornell (1992), fit realizzati dall’autore.
Capitolo 4

La misura delle distanze in


astrofisica

Misurare le distanze in astrofisica è al contempo essenziale e molto difficile, soprattutto


quando gli oggetti che vogliamo indagare sono molto distanti. Poiché misurare le distanze in
modo diretto non è possibile, è necessario utilizzare metodi indiretti, che mettano in relazione
una qualche osservabile alla distanza dell’oggetto.
È evidente che non può esistere un unico metodo che sia applicabile a tutte le distanze, dal
momento che queste variano su molti ordini di grandezza; per questo motivo è stato necessario
sviluppare una sorta di “scala” in cui ogni metodo è calibrato su quello applicabile a distanze
minori. La calibrazione riveste un’importanza fondamentale nella misura delle distanze as-
trofisiche, in quanto l’accuratezza finale della misura è limitata in generale dalla calibrazione
più che da altri fattori. L’accuratezza dei vari metodi, inoltre, non può che diminuire con la
distanza, non solo per le oggettive difficoltà di sondare l’universo profondo, ma anche per la
propagazione delle incertezze da un metodo all’altro. In Figura 4.1 viene mostrata la scala
dei metodi attualmente utilizzati nella misura delle distanze in astrofisica.

4.1 L’unità astronomica


La distanza astronomica che viene usata come base è la distanza media tra la Terra ed il Sole,
detta Unità Astronomica (AU). La prima misura relativamente accurata di questa distanza
risale a Cassini (XVII secolo) che l’ha determinata utilizzando il metodo della parallasse
(descritto nella sezione successiva) per determinare la distanza di pianeti vicini e la terza
legge di Keplero per risalire al raggio dell’orbita terrestre.
Misurando, ad esempio, il periodo di Marte, PM , quello della Terra, PT e la distanza fra
Marte e la Terra, DT−M mediante il metodo della parallasse si ha che:

PT2 R3
2 = 3T (terza legge di Keplero)
PM RM
3 3
⇒ RT = RM PT2 /PM
2
, (4.1)

dove RT e RV rappresentano i raggi delle orbite della Terra e di Marte. Poiché si ha che
RM = RT +DT−M , sostituendo nella seconda equazione di (4.1) si ottiene la seguente equazione
di terzo grado in RT :

3 2 2 3
(1 − ρ)RT + 3 ρ DT−M RT − 3 ρ DT−M RT + ρ DT−M = 0, (4.2)

33
34 4. LA MISURA DELLE DISTANZE IN ASTROFISICA

Figura 4.1. Scala dei metodi utilizzati per la determinazione delle distanze astrofisiche

dove ρ = PT2 /PM2 . La misura richiede la conoscenza della distanza fra Marte e la Terra che

fu possibile misurare con il metodo della parallasse che, a sua volta, richiede la conoscenza
della misura del raggio terrestre, che fu misurato per la prima volta da Eratostene nel III
secolo a.C. e, in epoca più prossima a Cassini, da Jean Picard nel XVII secolo.
Più recentemente, nel XX secolo, la misura dell’unità astronomica è stata notevolmente
raffinata mediante misure delle distanze fra la terra e i pianeti vicini effettuate con tecniche
radar, in cui un segnale a microonde viene inviato verso il pianeta e il segnale riflesso misurato.
Dal ritardo fra l’emissione e la ricezione è possibile risalire alla distanza. Il valore attuale
dell’unità astronomica è AU = 149,597,870,700±3 m.

4.2 Il metodo della parallasse


Le stelle più vicine mostrano, rispetto al riferimento delle “stelle fisse”, un moto apparente con
periodo annuale. Questo è dovuto al cosiddetto effetto di parallasse, ovvero il moto apparente
delle stelle vicine osservabile a causa della rotazione della Terra attorno al Sole.
Se la stella è al polo eclittico il moto apparente sarà un cerchio di “raggio” (angolare) θpar
mentre se la stella è all’equatore il moto apparente sarà un segmento di “lunghezza” (angolare)
2θpar . In posizioni intermedie il moto descrive un’ellisse con semiasse maggiore uguale a θpar .
La distanza della stella, d può quindi essere determinata dalla seguente relazione:
4.3. Il metodo dell’ammasso mobile 35

Figura 4.2. L’effetto di parallasse e la sua relazione con la distanza.

1 AU
d= , (4.3)
θpar
dove l’angolo di parallasse va espresso, chiaramente, in radianti. Al metodo della parallasse è
legata l’unità di misura del parsec (pc), frequentemente utilizzata in astronomia, che è definita
come quella distanza alla quale un oggetto mostra un angolo di parallasse di 100 , e corrisponde
a 3.26 anni luce.
Studiando la traiettoria annuale delle posizioni delle stelle, si riescono a misurare parallassi
fino ad alcuni centesimi di secondo d’arco, corrispondenti ad una distanza massima di ∼50 pc.
Con il satellite Hypparcos si arriva a misurare parallassi fino a ∼300 pc. Malgrado la misura
delle parallassi sia limitata alle stelle vicinissime, e malgrado l’anno luce sia decisamente una
lunghezza fisicamente più motivata, gli astronomi utilizzano il pc ed i suoi multipli (kpc, Mpc)
come unità di misura standard delle distanze astronomiche.

4.3 Il metodo dell’ammasso mobile


Un altro metodo geometrico applicabile a distanze non superiori a 100 pc è quello cosiddetto
“dell’ammasso mobile”. È un metodo ormai inutilizzato ed è stato applicato in passato, in
36 4. LA MISURA DELLE DISTANZE IN ASTROFISICA

particolare, all’ammasso stellare delle Iadi, (in latino ed inglese Hyades) che si trova alla
distanza di 46 pc e presenta una velocità radiale di allontanamento di ∼40 km/s.
Il metodo, descritto schematicamente in Figura 4.3, si applica ad ammassi stellari che siano
in moto relativo rispetto all’osservatore dei quali sia possibile osservare un effetto misurabile
sulla variazione delle dimensioni angolari nel tempo.
Riferendoci alla Figura 4.3 consideriamo un ammasso approssimativamente sferico e di
raggio R, che sia posto alla distanza d dall’osservatore che si stia allontanando a velocità
radiale v. Supponiamo che a due istanti t1 e t2 (separati, chiaramente, da un intervallo di
tempo, ∆t, dell’ordine di qualche anno) venga effettuata una misura del diametro angolare:
θ1 = θ(t1 ) e θ2 = θ(t2 ). Inoltre supponiamo di stimare la velocità di recessione media v
dell’ammasso per mezzo degli spostamenti Doppler degli spettri. Se al tempo t1 l’ammasso si
trova alla distanza d, al tempo t2 si troverà alla distanza d + v∆t, cosı̀ che i diametri angolari
misurati saranno tali che:

d θ1 = R
(d + v∆t) θ2 = R. (4.4)

Sottraendo la prima equazione dalla seconda in (4.4) si ottiene che:


θ2
d∆θ = v∆tθ2 ⇒ d = v∆t . (4.5)
∆θ

Figura 4.3. Schema del metodo dell’ammasso mobile

Consideriamo il caso in cui l’ammasso si allontani in direzione non radiale; come mostrato
in Figura 4.4 possiamo scomporre il vettore velocità in una componente radiale, misurabile
per effetto Doppler, ed una tangenziale.
Immaginiamo di effettuare una seconda misura dopo un tempo δt. In questo intervallo
di tempo le stelle si sono spostate di una distanza “apparente” (ovvero proiettata sulla sfera
4.3. Il metodo dell’ammasso mobile 37

Figura 4.4. Un ammasso di stelle a distanza ignota d si muove in direzione generica rispetto ad un osservatore.
Il vettore velocità può essere scomposto nelle direzioni radiale e tangenziale.

celeste) data da rt = δθ = vt δt. L’angolo δθ e l’intervallo temporale δt sono misurabili diret-


tamente mentre per determinare la velocità tangenziale è necessario utilizzare l’informazione
che deriva dal fatto che le stelle dell’ammasso si spostano essenzialmente in modo parallelo
e le loro tracce sulla volta celeste appaiono convergere verso un punto di convergenza (vedi
Figura 4.5).

Figura 4.5. Dopo un tempo δt ripetiamo la misura. Il moto delle stelle può essere estrapolato sulla sfera ce-
leste; in questo caso osserviamo che le traiettorie paiono convergere verso un punto detto punto di
convergenza.
38 4. LA MISURA DELLE DISTANZE IN ASTROFISICA

L’angolo fra la direzione del punto di convergenza e la direzione della stella è determinabile
e coincide con l’angolo ψ fra il vettore velocità, v, e la sua componente radiale, vr . La terza
osservabile per ogni stella è l’angolo δθ dovuto al moto proprio delle stelle nel tempo δt, da
cui possiamo scrivere:

rt = vt δt ∼ dδθ ⇒ d = vt /µ dove µ = δθ/δt. (4.6)


La velocità tangenziale può essere espressa in funzione della velocità radiale e dell’angolo
ψ: vt = vr tan ψ cosı̀ che possiamo scrivere la distanza come

d = vr tan ψ/µ. (4.7)

4.4 Misura spettroscopica della distanza delle stelle

4.4.1 Il diagramma HR
Il diagramma di Hertzsprung-Russell (HR) è un diagramma che riporta, per ogni stella osser-
vata in un certo campione, la temperatura superficiale in ascissa e la luminosità bolometrica in
ordinata, in scala Log-Log. Chiaramente la possibilità di conoscere la luminosità bolometrica
richiede che la distanza sia conosciuta, ad esempio, attraverso il metodo della parallasse.
Se osserviamo i diagrammi riportati in Figura 4.6 possiamo notare che le stelle si dispon-
gono secondo dei “rami” nel piano luminosità-temperatura, rami che corrispondono a diverse
fasi dell’evoluzione stellare. Nel diagramma vediamo che la maggior parte delle stelle si dispone
lungo una linea, detta sequenza principale, che corrisponde alla fase di “maturità” della vita
di una stella in cui le reazioni di fusione che avvengono nel nucleo sono quelle che convertono
l’idrogeno in elio.
Esistono poi altri rami, zone in cui si dispongono stelle giganti e supergiganti per cui si
ha grande luminosità anche per temperature superficiali basse (come nel caso delle giganti
rosse) ed una zona relativa alle nane bianche1 , caratterizzate da alta temperatura e bassa
luminosità.
Un metodo alternativo di rappresentare l’asse delle ascisse nel diagramma HR è mediante
il cosiddetto “indice di colore”, che rappresenta il rapporto, in scala logaritmica, fra i flussi
misurati in due diverse bande. Per esempio l’indice di colore B − V è determinato da:

fB
B − V = −2.5 log10 , (4.8)
fV
dove fB e fV rappresentano, rispettivamente, il flusso misurato nella banda blu e nella banda
visuale (vedi Figura 4.7).
L’importanza del diagramma HR risiede nel fatto che le stelle tendono ad occupare zone
ben precise del diagramma, in dipendenza sia dalle caratteristiche fisiche delle stelle (prin-
cipalmente massa e composizione chimica) che dalla loro fase evolutiva. Il diagramma HR
mostra che le stelle sono, almeno in prima approssimazione, diverse realizzazioni di uno stes-
so sistema fisico descrivibile da pochi parametri. L’intera fisica della struttura ed evoluzione
stellare può essere descritta in termini di posizione della stella nel diagramma HR.
1
Le nane bianche sono costituite dai nuclei di carbonio e ossigeno che rappresentano il residuo di stelle
di massa solare quando, terminata la fase di gigante rossa, espellono l’involucro gassoso che va a formare le
nebulose planetarie
4.4. Misura spettroscopica della distanza delle stelle 39

Figura 4.6. Il diagramma HR per stelle vicine. A sinistra viene riportata una rappresentazione “artistica” del
diagramma con le fasi evolutive delle stelle appartenenti ai vari rami

Figura 4.7. A sinistra: diagramma HR in cui sull’asse delle ascisse viene riportato l’indice di colore B −V al posto
della temperatura superficiale. A destra: la relazione che lega la temperatura superficiale all’indice
di colore B − V .

La posizione di una stella nella sequenza principale dipende soprattutto dalla sua massa,
ed in misura minore dalla sua composizione chimica. Utilizzando le stime di massa ottenute
dalle stelle binarie, si trova la relazione massa-luminosità delle stelle di sequenza principale:
40 4. LA MISURA DELLE DISTANZE IN ASTROFISICA

L ∝ M 3.5 . (4.9)

4.4.2 Misura spettroscopica della distanza (parallasse spettroscopi-


ca)
Se immaginiamo ora di osservare una stella a distanza ignota, di misurarne il flusso e di
essere in grado di posizionarla sul diagramma HR è chiaro che possiamo conoscere la sua
luminosità assoluta e, pertanto, la sua distanza di luminosità mediante la (3.7). In particolare
la determinazione della distanza utilizzando il diagramma HR richiede i seguenti passi:

1. individuare la classe spettrale della stella;

2. determinare in quale delle sequenze si trova la stella (sequenza principale, nane bianche,
ecc.);

3. determinare la magnitudine apparente mediante una misura fotometrica;

4. determinare la luminosità assoluta sul diagramma HR;

5. calcolare la distanza di luminosità mediante la (3.7).

La classe spettrale può essere determinata o mediante una misura spettroscopica (sti-
mando la temperatura superficiale) o mediante due misure fotometriche (calcolando l’indice
di colore). Una volta determinata la classe spettrale, però, non abbiamo ancora sufficienti
informazioni per sapere in quale ramo del diagramma HR si trova la stella; ad esempio, se
osserviamo una stella e stimiamo che la sua temperatura superficiale è dell’ordine di 3000 K
non possiamo sapere se si tratta di una piccola stella nella sequenza principale o di una
gigante rossa. È necessario, pertanto, ricercare una qualche osservabile che possa risolvere
quest’ambiguità.
Un metodo che viene utilizzato a questo proposito è quello che si basa sulla misura della
larghezza delle righe dell’idrogeno neutro (ad esempio la riga Hα a λ = 656.3 nm) (Didelon
1982; Cenadelli & Zeni 2008). Per i tipi spettrali B-F le righe dell’idrogeno neutro sono più
strette per le stelle a più alta luminosità. La larghezza delle righe dell’idrogeno neutro è deter-
minata dalla presenza di ioni metallici2 che generano campi elettrici fluttuanti i quali spostano
i livelli energetici degli atomi di idrogeno per effetto Stark, causando, quindi l’allargamento
della riga. L’effetto è correlato con la densità dell’atmosfera stellare: maggiore è la densità e
maggiore è l’allargamento della riga.
È possibile quindi trovare delle correlazioni fra la sequenza in cui si trova la stella e la
larghezza delle righe dell’idrogeno. Se supponiamo di conoscere la classe spettrale della stella
(o la misuriamo con altri metodi) e misuriamo la larghezza di righe caratteristiche possiamo
risalire alla posizione della stella nel diagramma HR. In Figura 4.8 mostriamo una correlazione
fra la larghezza della riga Hα e la posizione nel diagramma HR per stelle di classe A e B.
2
In astrofisica con il termine “metalli” si indicano tutti gli elementi più pesanti dell’elio
4.5. Cefeidi variabili 41

Figura 4.8. Correlazione fra la larghezza della riga Hα e la posizione nel diagramma HR per stelle di classe
spettrale B e A (Didelon 1982).

4.5 Cefeidi variabili


Alcune stelle hanno l’inviluppo esterno instabile, e di conseguenza pulsano in modo molto re-
golare. Tra queste stelle variabili troviamo le cosiddette RR-Lyrae e le Cefeidi. Queste ultime,
in particolare, sono note per mostrare una stretta correlazione tra il periodo di pulsazione
e la luminosità; questa relazione permette di utilizzarle come indicatori di distanza. Le Ce-
feidi sono molto importanti perché, essendo molto luminose, sono osservabili nelle galassie
più vicine. Sono quindi il principale scalino di congiunzione tra le distanze galattiche e quelle
extragalattiche.
Il meccanismo di pulsazione delle Cefeidi variabili è legato a variazioni nella densità (e
quindi nell’opacità) degli strati contenenti elio ionizzato. Durante l’intervallo di tempo in cui
in questi strati si ha più elevata densità si ha anche una maggiore opacità (per scattenring
Thomson dei fotoni sugli elettroni liberi). L’aumento dell’opacità causa un corrispettivo au-
mento della pressione di radiazione che determina, pertanto, l’espansione della stella, con una
conseguente variazione in luminosità.
Espandendo, il gas si raffredda, l’elio si ricombina (diventando neutro) e l’opacità diminuisce
causando una diminuzione nella pressione di radiazione. A questo punto l’espansione si ferma
e la stella collassa per iniziare un nuovo ciclo.
Se consideriamo la stella, di raggio R, come un corpo nero alla temperatura T , allora dalla
legge di Stefan-Boltzmann si ha che la luminosità sarà data da:

L = 4πR2 σT 4 , (4.10)
42 4. LA MISURA DELLE DISTANZE IN ASTROFISICA

che possiamo scrivere in scala di magnitudini come:

M = −5 log R − 10 log T + C, (4.11)

dove C = 2.5(2 + log(fVega /σ) è una costante. Il periodo di pulsazione è correlato al raggio
medio (attraverso la densità media della stella), mentre la temperatura superficiale è correlata
all’indice di colore. È possibile quindi scrivere la magnitudine assoluta (ovvero la luminosità)
in funzione del periodo di pulsazione:

MV = α log P + β(B − V ) + γ, (4.12)

dove i parametri α, β e γ, sono dei parametri da determinare mediante fit della (4.12) su un
campione di Cefeidi variabili di cui si conosca la distanza (e, quindi, la luminosità) e si possa
misurare il periodo e l’indice di colore
I maggiori effetti sistematici sono legati all’estinzione causata dalla polvere interstellare e
al ruolo della metallicità sulla correlazione periodo-luminosità. Nel primo caso si fa riferimento
a modelli di estinzione universali (cioè indipendenti dalla natura della galassia che ospita la
stella) per correggere le misure fotometriche; nel secondo caso il problema è l’effetto della
presenza di elementi più pesanti dell’Elio (detti metalli) sulla relazione periodo-luminosità.
In questo caso l’entità dell’effetto è ancora poco nota.
Nella Figura 4.9 viene riportata la relazione M −P per due campioni di cefeidi variabili: un
campione di Cefeidi osservate nella Via Lattea ed uno relativo alla Grande Nube di Magellano
(Freedman & Madore 2010). Le sei curve si riferiscono alle stesse cefeidi osservate in sei
diverse bande dello spettro elettromagnetico, dall’infrarosso (banda K) al visibile (banda B).
Si noti come la dispersione nella misura diminuisca in modo sistematico per misure effettuate
nell’infrarosso, grazie ad un minore effetto dell’estinzione causata dalle polveri.
In Figura 4.10 viene riportata la distribuzione del modulo di distanza3 della Grande Nube
di Magellano calcolato con il metodo delle Cefeidi variabili confrontato con la distribuzione
derivata da altri metodi (Freedman & Madore 2010). Dalla larghezza a metà altezza della
distribuzione possiamo ricavare l’accuratezza del modulo di distanza ricavato dalle Cefeidi
che risulta essere ∼0.1, che corrisponde ad un’accuratezza relativa in distanza di circa il 20%.
La calibrazione accurata della distanza delle Cefeidi variabili è uno dei punti chiave per
poter applicare in modo affidabile questo metodo come calibratore degli indicatori extra-
galattici. Mediante il satellite Hipparcos e, più recentemente, l’Hubble Space Telescope, è
stato possibile determinare la distanza delle Cefeidi variabili più vicine, fino a una distanza
di circa 500 pc. HST, in particolare, ha potuto calibrare la distanza di 10 Cefeidi variabili con
un’accuratezza migliore del 10%, come rappresentato dalla tabella in Figura 4.11.

4.6 Indicatori extragalattici


Per misurare la distanza di galassie a distanze cosmologiche, dove anche le cefeidi variabili
non sono più visibili, è necessario di disporre di altri estimatori, che andranno ovviamente
calibrati a distanze dove sia possibile misurare la distanza in modo indipendente. In questa
sezione descriveremo due metodi, che attualmente costituiscono i migliori regoli extragalattici:
la relazione Tully-Fisher e le supernove di tipo Ia.
3
Per la definizione di modulo di distanza si veda il paragrafo 3.2
4.6. Indicatori extragalattici 43

Figura 4.9. Relazione magnitudine assoluta – periodo per due campioni di cefeidi variabili galattiche ed extra-
galattiche (Grande Nube di Magellano) nelle bande elettromagnetiche dall’infrarosso (K) al visibile
(B). Notare come la dispersione diminuisca spostandosi nell’infrarosso, indice di un impatto minore
da parte dell’assorbimento caudato dalle polveri interstellari (Freedman & Madore 2010).

4.6.1 La relazione Tully-Fisher (TF)


La luminosità totale di una galassia a spirale (corretta per l’inclinazione della galassia rispetto
all’osservatore e per l’effetto dovuto all’estinzione) è fortemente correlata con la massima
velocità di rotazione che viene determinata mediante effetto Doppler della riga a 21 cm e
corretta per l’inclinazione della galassia.
La relazione di proporionalità fra luminosità e velocità è del tipo

L ∝ vα, (4.13)

dove la pendenza α dipende dalla banda di osservazione. Nel vicino infrarosso α ∼ 4. La


relazione Tully-Fisher è una delle relazioni maggiormente utilizzate per la determinazione
delle distanze extragalattiche, con un’accuratezza che dipende dalla banda di osservazione e
che si attesta attorno ±0.3-0.4 mag (15-20% in distanza).
44 4. LA MISURA DELLE DISTANZE IN ASTROFISICA

Figura 4.10. Distribuzione del modulo di distanza della Grande Nube di Magellano calcolato mediante il metodo
delle cefeidi paragonata a quella ottenuta da altri metodi (Freedman & Madore 2010).

Una recente analisi di dati del satellite Spitzer ha portato a un’interessante scoperta: di 23
galassie vicine calibrate da HST mediante cefeidi variabili e che possono essere utilizzate per
calibrare indipendentemente la relazione Tully-Fisher ce ne sono otto che hanno magnitudini
assolute misurate a 3.6 µm (Dale et al. 2007).
Nei tre pannelli a sinistra della Figura 4.12 viene mostrata la relazione TF nelle bande B,
I e H per l’intero campione di galassie relativo al lavoro di Sakai et al. (2000). Le magnitudini
sono state corrette per gli effetti dell’inclinazione e dell’estinzione. Nel pannello a destra
viene riportata la relazione TF per il campione di 8 galassie nell’archivio Spitzer per cui si
dispongono di valori di magnitudine assoluta misurata a 3.6 µm. Il miglioramento è notevole,
anche se il campione non può ancora essere considerato un campione statistico.
In presenza di altre osservazioni che confermassero il valore statistico di questa scoperta,
la relazione TF misurata nelle bande del medio infrarosso potrebbe potenzialmente essere
utilizzata per determinare le distanze extragalattiche con un’accuratezza dell’ordine del 5%.

4.6.2 Supernove Ia
Uno dei metodi più accurati per misurare le distanze cosmologiche nel flusso di Hubble è
quello delle supernove di tipo Ia (SNe Ia). Il metodo si basa sull’esistenza di una correlazione
fra la magnitudine delle SNe Ia al picco della curva di luminosità e il tasso di decrescita della
luminosità a valle del picco, cosı̀ che è possibile standardizzare le curve di tutte le SNe Ia. In
4.6. Indicatori extragalattici 45

Figura 4.11. Cefeidi galattiche con distanze determinate mediante parallasse geometrica (Freedman & Madore
2010).

questo modo la luminosità al picco delle curve normalizzate risulta essere pressapoco costante
(∼20 Mag) e da una misura del flusso al picco di luminosità di una supernova è possibile
risalire alla luminosità assoluta e, quindi, alla distanza di luminosità.
Il modello più accreditato che spiega la dinamica di questo di tipo di supernove è quello
in cui una nana bianca con una massa vicina al limite di Chandrasekhar orbita una stella
compagna vicina al punto di rimuovere materiale dalla stella compagna accrescendo con-
seguentemente la propria massa. L’aumento della temperatura e della pressione nel nucleo
della nana bianca porta la stella, ad un certo punto, a superare il limite di Chandrasekhar e,
pertanto, a esplodere come supernova.
Sebbene i modelli teorici alla base della dinamica di questi sistemi non siano ancora
del tutto consolidati e la ragione della correlazione fra la magnitudine al picco e il tasso di
decrescita della luminosità non sia ancora ben capita, dal punto di vista empirico le SNe Ia
costituiscono sono uno dei migliori metodi per la determinazione delle distanze cosmologiche,
con una dispersione dell’ordine del ±7-10%,
46 4. LA MISURA DELLE DISTANZE IN ASTROFISICA

Figura 4.12. Relazione Tully-Fisher in 4 bande di osservazione. Il quarto pannello mostra otto galassie osservate
a 3.6 µm di cui si dispongono di dati di magnitudine assoluta.
Capitolo 5

Basi di ottica, telescopi e


antenne

In questo capitolo vengono affrontati i concetti più elementari alla base della progettazione
di telescopi per osservazioni astronomiche.
I telescopi sono sistemi che hanno lo scopo di raccogliere la radiazione celeste e convogliarla
su un ricevitore opportuno e si dividono in due grandi categorie
1. Sistemi focali, che focalizzano la radiazione raccolta mediante lenti o specchi in un
opportuno punto o superficie focale (utilizzati in tutto lo spettro elettromagnetico fino
all’X)

2. Sistemi non focali, che raccolgono la radiazione senza lenti o specchi. Utilizzati nell’X,
nel gamma e anche in alcuni casi nel radio/micro-onde.

Qui ci occuperemo di sistemi focali e, in particolare, ci limiteremo alla banda elettromag-


netica dal radio fino al visibile.

5.1 La formazione dell’immagine sul piano focale


Consideriamo un semplice sistema ottico formato da una lente di diametro d e da un piano
focale posto a distanza fL con un rivelatore (pellicola fotografica o CCD). Con questo tele-
scopio immaginiamo di osservare una sorgente puntiforme, ad esempio una stella, puntandola
in modo che la stella si trovi esattamente lungo l’asse ottico della lente (immagine superiore
in Figura 5.1).
La radiazione della stella viene intercettata dal telescopio come una serie di onde piane
che si focalizzano in un punto localizzato nel fuoco della lente, esattamente al centro del piano
focale. A causa del diametro finito della lente l’immagine della stella non sarà puntiforme, ma
sarà costituita da una serie di dischi di diffrazione concentrici; la larghezza a metà altezza del
disco centrale avrà una dimensione angolare data da θFWHM ∼ 1.22 λ/d. A questa dimensione
angolare corrisponde, sul piano focale, una dimensione fisica dell’ordine di ∼ fL × θFWHM ; è
evidente che maggiore sarà la lunghezza focale del telescopio (fL ) e maggiore sarà l’estensione
dell’immagine sul piano focale, il che consente di poter sfruttare al meglio la risoluzione fisica
data dal supporto (in altre parole se l’immagine è più grande sarà campionata da un numero
maggiore di pixel sul piano focale).
Se la stella non si trova sull’asse ottico, la sua immagine si formerà ad una distanza dal
fuoco data da s ∼ fL × α, dove α è l’angolo compreso fra l’asse ottico e la direzione della
stella.

47
48 5. BASI DI OTTICA, TELESCOPI E ANTENNE

Figura 5.1. Immagine superiore: la formazione dell’immagine di una sorgente puntiforme sull’asse ottico di una
lente. Immagine in mezzo: la formazione dell’immagine di una sorgente puntiforme spostata rispetto
all’asse ottico della lente. Immagine inferiore: la formazione dell’immagine di un oggetto diffuso (es.
una galassia).

Da queste semplici considerazioni risulta evidente che per avvicinarsi quanto più possibile
alla risoluzione angolare imposta dal limite di diffrazione è preferibile avere telescopi con
focale molto lunga, i quali, d’altra parte, presentano due svantaggi.
Il primo è dato dalle dimensioni del telescopio, che aumentano con l’aumentare della focale.
Per limitare questo inconveniente vedremo che è possibile ottenere focali lunghe con ingombri
ridotti utilizzando configurazioni particolari con telescopi a riflettore (che utilizzano, cioè,
degli specchi invece che delle lenti).
Il secondo inconveniente è legato al flusso ricevuto dal rivelatore, che è proporzionale a
(d/fL )2 . Aumentando la focale si diminuisce il flusso, con il risultato che all’aumentare della
focale di un telescopio di dimensione data, aumentano le richieste di sensibilità dei rivelatori
e/o del tempo di integrazione in modo da contrastare la diminuzione del flusso. Nelle specifiche
di un telescopio si riporta spesso la quantità R = fL /d (chiamata rapporto focale) che viene
anche indicata con la notazione f /R.

5.2 Principali configurazioni di telescopi


Dalla breve discussione riportata nella sezione precedente (5.1) risulta chiaro che per osservare
oggetti sempre più lontani e con sempre maggior dettaglio è necessario sia aumentare le
dimensioni della lente che la lunghezza focale. Entrambe queste richieste hanno fatto sı̀ che,
5.3. Il fascio di antenna 49

nel tempo, i telescopi a rifrattore (con lenti) venissero abbandonati a favore di configurazioni
a riflettore. Vi sono, infatti, due motivi principali per cui è preferibile utilizzare telescopi a
riflettore:

1. a parità di diametro uno specchio può risultare molto più leggero di una lente;

2. i telescopi a riflettore possono essere progettati in modo da utilizzare riflessioni multiple


che consentono di aumentare la focale effettiva limitando l’impatto sulle dimensioni
fisiche del sistema ottico nel suo insieme.

Il più grande telescopio a rifrattore mai costruito si trova all’osservatorio Yerkes (nel
Wisconsin) ed è stato realizzato alla fine del XIX secolo. Il diametro della lente è di 40 pollici,
corrispondenti a circa 1 metro.
In Figura 5.2 riportiamo le principali configurazioni dei telescopi utilizzati nell’astronomia
ottica e infrarossa. A parte lo schema in alto a sinistra, che si riferisce a un telescopio a
rifrattore, in tutti gli altri casi sono riportati schemi di telescopi a riflettore. Lo schema più
semplice, otticamente equivalente ad un rifrattore, è uno schema in cui il piano focale è posto
nel fuoco di un riflettore in asse (Figura 5.2-b). Nella configurazione cosiddetta Cassegrain
(Figura 5.2-c) un riflettore divergente (solitamente un iperboloide di rotazione) viene posto
fra lo specchio primario e il relativo fuoco in modo da focalizzare l’immagine nel piano focale
posto dietro lo specchio primario (che al centro ha, ovviamente, un foro). Nella configurazione
newtoniana (molto utilizzata per i telescopi per astronomia amatoriale) il fuoco del primario
viene spostato su un lato mediante uno specchio piano per consentire di osservare l’immagine
con un oculare.
Nella Figura 5.3 vediamo un disegno schematico di un telescopio Cassegrain. Dalla figura
vediamo che la lunghezza focale effettiva, EF L (ovvero la lunghezza focale che avrebbe un
telescopio a singolo riflettore della stessa apertura) è molto maggiore della lunghezza focale
dello specchio primario, F , che determina di fatto le dimensioni fisiche del telescopio. Questo
consente di ottenere telescopi con focale molto lunga ma con dimensioni molto ridotte rispetto
alla focale effettiva. Questo tipo di telescopi, come vedremo nella sezione successiva, è molto
utilizzata nell’astronomia ottica fino al vicino infrarosso.
Configurazioni fuori asse come quelle mostrate in Figura 5.4 sono utilizzate nel campo
delle microonde, in modo da evitare l’ostruzione dello specchio primario data dallo specchio
secondario, ostruzione che genererebbe, a queste lunghezze d’onda, fenomeni di diffrazione che
peggiorerebbero la qualità della risposta ottica. In queste configurazioni lo specchio secondario
è generalmente concavo (a differenza del Cassegrain che ha uno specchio convesso); i telescopi
a doppio riflettore con due specchi concavi sono anche denominati gregoriani, dal nome di
James Gregory, che ha ideato questo schema nel XVII secolo.

5.3 Il fascio di antenna


Il fascio di antenna è un concetto fondamentale in astronomia e corrisponde alla porzione di
cielo che viene osservata da un’antenna in ogni istante. Matematicamente lo possiamo pensare
come una funzione f (θ, φ) che descrive la risposta dell’antenna al segnale che proviene dalle
varie direzioni nel cielo.
Un fascio di antenna ideale possiamo pensarlo rappresentato da un funzione a “Delta di
Dirac”, con risposta infinita in una precisa direzione θ0 , φ0 e risposta nulla altrove. In realtà,
50 5. BASI DI OTTICA, TELESCOPI E ANTENNE

Figura 5.2. Principali configurazioni di telescopi utilizzate nell’ottico

a causa della diffrazione qualunque sistema ottico presenta una risposta che, per quanto di-
rezionale, non è mai nulla nelle direzioni adiacenti alla direzione di puntamento, ma presenta
una struttura a lobi, con un lobo centrale massimo e una serie di lobi laterali, come rappre-
sentato in Figura 5.5. Il fascio di antenna viene anche denominato Point Spread Function, o
PSF, in quanto rappresenta l’immagine che si ottiene osservando una sorgente puntiforme.
L’immagine a sinistra, in particolare, rappresenta la funzione f (θ, φ), ovvero la risposta in
entrambe le direzioni nel cielo, mentre l’immagine a destra è un “taglio” in coordinate polari
del fascio di antenna ad un angolo φ fissato.
Un’unità di misura che viene comunemente adottata per rappresentare il fascio di antenna
è il rapporto, espresso in decibel (dB), fra la potenza ricevuta dall’antenna nelle varie direzioni
e la potenza massima:

 
P (θ, φ)
PdB (θ, φ) = 10 log10 (5.1)
P (θ0 , φ0 )

dove θ0 , φ0 rappresentano le coordinate dove la potenza ricevuta è massima.


La larghezza del fascio a metà altezza (ovvero dove la potenza ricevuta è la metà del
massimo) è chiamata Full Width Half Maximum (FWHM) o, equivalentemente, Half Power
Beam Width (HPBW), e indica approssimativamente il potere risolutivo dell’antenna.
5.4. Alcuni esempi di telescopi di ultima generazione 51

Focale di un
Cassegrain

Lunghezza focale effettiva = F * M

M: fattore di ingrandimento

Per un Cassegrain M = q / p dove

p = distanza fra il punto focale del primario e lo


specchio secondario

p q = focale del secondario

Figura 5.3. Schema ottico di un telescopio a riflettore di tipo Cassegrain

Figura 5.4. Schema ottico di un telescopio fuori asse (gregoriano)

5.4 Alcuni esempi di telescopi di ultima generazione


In questa sezione descriviamo brevemente alcuni esempi di telescopi utilizzati sia a terra che
dallo spazio in alcuni dei più importanti osservatori ed esperimenti astrofisici degli ultimi 20
52 5. BASI DI OTTICA, TELESCOPI E ANTENNE

f (µ; Á)

Á
µ

Figura 5.5. Immagine a sinistra: la funzione f (θ, φ) che rappresenta il fascio di antenna, ovvero la risposta
angolare di un’antenna nelle varie direzioni nel cielo. Immagine a destra: un taglio del fascio di
antenna ad un certo valore di φ fissato rappresentato in coordinate polari.

anni.

Il telescopio spaziale Hubble. Il telescopio spaziale Hubble (HST - vedi l’immagine


a sinistra della Figura 5.6) è un telescopio ottico di circa 2.4 metri di diametro lanciato
nel 1990 ed ancora operativo, orbitante in un’orbita bassa (∼ 300 km). Il telescopio è un
doppio riflettore Cassegrain (vedi lo schema ottico nell’immagine a destra della Figura 5.6)
con un’apertura dello specchio primario di circa 2.4 m e un peso di quasi 900 kg.
Il limite di diffrazione del telescopio è di circa 0.0500 . Nel piano focale lo strumento princi-
pale è la WFPC2 (Wide Field Planetary Camera 2) dotata di una camera a CCD di 1600x1600
pixel delle dimensioni di 0.100 ciascuno. Il progetto principale in cui è stato impiegato HST, il
cosiddetto Hubble Space Telescope Key Project ha riguardato la determinazione della costante
di Hubble mediante l’osservazione di numerose cefeidi variabili che sarebbero state altrimenti
non osservabili da terra. I risultati di questo progetto (Freedman et al. 2001) hanno consentito
la determinazione di H0 = 72 ± 8 km/s/Mpc con un’incertezza, quindi, di circa il 10%.

I telescopi gemelli Keck. I telescopi Keck (vedi Figura 5.7) sono due telescopi gemelli
installati sulla sommità del monte Mauna Kea, nelle isole Hawaii. Ogni telescopio è caratter-
izzato da uno schema ottico Cassegrain a doppio riflettore con il diametro del primario di 10
metri e una focale effettiva di 17.5 metri.
La dimensione dei telescopi ha richiesto la costruzione degli specchi secondo una tecnica
“a segmenti” in cui la superficie è stata realizzata unendo 36 segmenti esagonali realizzati in
Zerdur 1 del diametro di circa 1.8 metri ciascuno. Il limite di diffrazione a 500 nm è di circa
0.0100 .
1
una ceramica caratterizzata da un basso coefficiente di espansione termico
5.4. Alcuni esempi di telescopi di ultima generazione 53

Figura 5.6. Il telescopio spaziale Hubble (a sinistra) e uno schema della sua configurazione ottica di tipo
Cassegrain (destra)

I telescopi sono dotati di un sistema di ottica adattiva per ridurre la perdita di risoluzione
angolare data dalla presenza dell’atmosfera (vedi Sezione 5.5). La presenza di due telescopi
gemelli, inoltre, consente di effettuare osservazioni interferometriche, che aumentano il potere
risolutivo di un fattore 10 rispetto alle osservazioni effettuate con un telescopio singolo.

Figura 5.7. I telescopi gemelli Keck (Mauna Kea - Hawaii, sinistra) e la loro configurazione ottica di tipo
Cassegrain con specchio primario segmentato (a destra)

James Webb Space Telescope - JWST. Il telescopio JWST (vedi Figura 5.8) è consid-
erato il successore di HST ed è un telescopio spaziale infrarosso di circa 6.5 metri di diametro.
Il lancio è previsto per il 2014 e l’orbita sarà attorno al punto lagrangiano L2. Il telescopio
è ancora un Cassegrain con uno specchio primario segmentato realizzato in berillio e una
lunghezza focale effettiva di ben 131.4 m.
Il limite di diffrazione nell’infrarosso è di circa 0.100 e la larghezza di banda va da 0.6 a 28
µm. Lo specchio sarà raffreddato a circa 50 K; per questo motivo il satellite presenta quattro
54 5. BASI DI OTTICA, TELESCOPI E ANTENNE

radiatori che disaccoppiano termicamente la zona del satellite esposta alla radiazione solare
dal piano focale.
JWST effettuerà osservazioni nell’infrarosso, una banda particolarmente favorevole per
superare i limiti dell’assorbimento della radiazione visibile data dalla polvere interstellare.

Figura 5.8. Il telescopio spaziale infrarosso JWST (James Webb Space Telescope) che verrà lanciato nel 2014.
A sinistra un’immagine 3D del satellite, a destra il telescopio di JWST paragonato a quello del
telescopio Hubble.

Planck. Planck (vedi Figura 5.9) è un telescopio spaziale a microonde orbitante attorno al
punto Lagrangiano L2 per l’osservazione delle anisotropie del fondo cosmico di micro-onde.
Si tratta dell’esperimento più avanzato nel settore ed è costituito da un telescopio a doppio
riflettore gregoriano aplanatico2 fuori asse, con un’apertura dello specchio primario di 1.5 m.
Nel piano focale del telescopio sono alloggiati due strumenti: uno strumento a bassa fre-
quenza (LFI, Low Frequency Instrument) dotato di radiometri coerenti raffreddati a 20 K a
30, 44 e 70 GHz, e uno strumento ad alta frequenza (HFI, High Frequency Instrument) dotato
di bolometri raffreddati a 0.1 K in sei canali di frequenza compresi fra 100 e 857 GHz.
Nella Figura 5.10 viene mostrato il dettaglio del piano focale di Planck. Ogni antenna
rappresenta un elemento sensibile che osserva tutto il cielo grazie al movimento di rotazione
del satellite attorno al proprio asse ed alla rivoluzione intorno al sole.
A sinistra sono evidenziate le 11 antenne dello strumento LFI. Ogni antenna è connessa
ad un ricevitore radiometrico differenziale (vedi la piccola immagine in basso a sinistra) in
cui il segnale proveniente dal cielo viene separato in due componenti linearmente polarizzate
e successivamente amplificato e convertito in un segnale in tensione continua da un diodo che
restituisce un segnale in Volt proporzionale alla potenza dell’onda incidente.
A destra sono indicate le antenne dello strumento HFI. Ogni antenna è connessa ad un
filtro e a un bolometro, ovvero un termometro estremamente sensibile e raffreddato ad una
temperatura molto prossima allo zero assoluto. In HFI vengono utilizzati due tipi di bolometri:
2
Nella configurazione gregoriana detta “aplanatica” i due specchi sono realizzati entrambi da ellissoidi di
rotazione.
5.4. Alcuni esempi di telescopi di ultima generazione 55

Figura 5.9. Il telescopio spaziale a microonde Planck, lanciato nel 2009 e a tutt’oggi operativo. A sinistra
un’immagine 3D del satellite, a destra una foto del telescopio effettuata poco prima del lancio.

i cosiddetti PSB (Polarisation Sensitive Bolometers) utilizzati a 100, 143, 217 e 353 GHz, e
bolometri di tipo Spider Web a 545 e 857 GHz.
I PSB sono composti da una griglia rettangolare in grado di separare le due componenti
linearmente polarizzate della radiazione incidente, mentre gli Spider Web Bolometers sono
costituiti da una griglia a tela di ragno che, però, non è sensibile alla polarizzazione.

Figura 5.10. I due strumenti nel piano focale del telescopio di Planck. A sinistra lo strumento a bassa frequenza
(LFI - Low Frequency Instrument), a destra lo strumento ad alta frequenza (HFI - High Frequency
Instrument).
56 5. BASI DI OTTICA, TELESCOPI E ANTENNE

Nella Figura 5.11 viene riportato il fascio di antenna delle antenne dello strumento LFI. Il
fascio di antenna viene riportato come contour plot, una sorta di mappa bidimensionale della
risposta angolare dell’antenna nelle due coordinate θ e φ. A sinistra è rappresentato il fascio
delle varie antenne calcolato mediante simulazioni elettromagnetiche mentre a destra sono
rappresentati i fasci di antenna misurati in volo. Per misurare il fascio di antenna durante
l’osservazione si utilizzano sorgenti puntiformi intense (in particolare Giove). L’immagine della
sorgente puntiforme osservata durante la scansione del cielo, infatti, corrisponde alla PSF o,
in altre parole al fascio di antenna.

Figura 5.11. Contour plots dei fasci di antenna dello strumento LFI. A sinistra: i fasci ottenuti dalle simulazioni
elettromagnetiche. A destra: i fasci ottenuti da misure effettuate in volo utilizzando l’emissione di
Giove nelle microonde come sorgente puntiforme.

5.5 Ottiche adattive per il miglioramento della risoluzione


angolare
Abbiamo visto nei capitoli precedenti che la risoluzione angolare di un’ottica è determinata
innanzitutto dalla dimensione della lente (o dello specchio) che determina il cosiddetto “lim-
ite di diffrazione”. In presenza dell’atmosfera, però, si ha un fenomeno (denominato seeing)
che deteriora notevolmente il potere risolutivo e di fatto costituisce il limite principale alla
risoluzione angolare ottenibile da Terra con un’ottica nello spettro del visibile.
Per capire come l’atmosfera influenzi la risoluzione angolare osserviamo l’immagine a
sinistra della Figura 5.12. Qui viene rappresentato il caso ideale in cui il fronte d’onda di
una sorgente puntiforme a grande distanza giunge essenzialmente piano sulla superficie di
un telescopio di diametro d che lo focalizza sul piano focale. L’immagine della sorgente è,
pertanto, una figura di diffrazione caratterizzata da una larghezza a metà altezza dell’ordine
di λ/d.
In realtà, prima di giungere al telescopio il fronte d’onda attraversa diversi strati in cui
l’atmosfera presenta celle di turbolenza di dimensioni d0 ∼ 0.1 m, che variano su tempi scala
dell’ordine dei 10 milli-secondi. Fra una cella e l’altra vi sono variazioni nella densità dell’aria
e, quindi, nell’indice di rifrazione. Queste variazioni “spezzano” il fronte d’onda che rimane
5.5. Ottiche adattive per il miglioramento della risoluzione angolare 57

coerente solo su dimensioni inferiori alle dimensioni della cella e su tempi inferiori ai 10 ms. Il
fronte d’onda che arriva al telescopio, quindi, può essere schematizzato come nell’immagine a
destra della Figura 5.12; dobbiamo inoltre considerare che la conformazione del fronte d’onda
non è costante nel tempo ma varia su tempi scala < 10 ms.
In ogni istante, quindi, l’immagine della stella è il risultato dell’interferenza di immagini
multiple, ciascuna proveniente da un segmento del fronte d’onda. Ogni immagine, inoltre, è
caratterizzata da una figura di diffrazione con FWHM ∼ λ/d0 (in pratica è come se ogni
segmento utilizzasse solo una piccola parte dell’ottica (pari a un diametro dell’ordine di d0 ),
mentre le varie immagini si distribuiscono su un’area di dimensioni angolari sempre dell’ordine
di λ/d0 .
In ultima analisi, la risoluzione angolare effettiva non è determinata dal diametro dell’otti-
ca né dalla densità di elementi sul piano focale, bensı̀ dalle dimensioni delle celle di turbolenza
dell’atmosfera.

Figura 5.12. Sinistra: caso ideale di assenza di effetti dall’atmosfera. Una sorgente puntiforme genera un fronte
d’onda essenzialmente piano che viene focalizzato dalla lente sul piano focale generando una
figura di diffrazione con una larghezza a metà altezza data da ∼ λ/d. Destra: in presenza dell’at-
mosfera fenomeni di turbolenza “spezzano” in fronte d’onda che mantiene coerenza solo su scale
spaziali dell’ordine di 0.1 m e per tempi dell’ordine dei 10 ms.

Per superare i limiti imposti dagli effetti della turbolenza atmosferica si utilizza una tecnica
denominata ottica adattiva. Il principio è semplice (vedi Figura 5.13): se noi riuscissimo,
istante per istante, a sapere come è fatto il fronte d’onda che incide sul telescopio, potremmo
correggerlo con uno specchio deformabile in modo da renderlo approssimativamente piano,
eliminandone cosı̀ le distorsioni e gli effetti sulla risoluzione angolare.
Per poter mettere in pratica questo principio è necessario disporre di tre elementi:

1. uno specchio deformabile che corregga il fronte d’onda in tempo reale,

2. un sensore del fronte d’onda che comunica allo specchio come deformarsi per adattarsi
al fronte d’onda,
58 5. BASI DI OTTICA, TELESCOPI E ANTENNE

3. una sorgente (naturale o artificiale) che consenta di determinare le deformazioni del


fronte d’onda.

Per determinare la forma del fronte d’onda supponiamo di avere una sorgente puntiforme
nota nel campo di vista. Immaginiamo inoltre che ogni immagine della sorgente generata dai
vari segmenti sia inviata ad un detector indipendente posto nel piano focale. Dalla posizione
di ogni immagine è possibile quindi ricostruire come deve essere modificato lo specchio in
modo da riportare ogni immagine nel centro del piano focale, cosı̀ da ricostruire l’immagine
che si otterrebbe da un fronte d’onda piano.

Figura 5.13. Principio dell’ottica adattiva: se siamo in grado di ricostruire la forma del fronte d’onda e di
correggerlo possiamo superare i limiti imposti dagli effetti dell’atmosfera.

Un’implementazione molto utilizzata è l’Hartmann wavefront sensor, un sistema di piccole


lenti accoppiato ad un array di CCD che rilevano le immagini multiple in modo da determinare
la distanza di ogni immagine dal centro (Figura 5.14).
Come immagine di riferimento viene utilizzata una “stella” artificiale, generata da un fascio
laser a 589 nm proiettato negli strati alti dell’atmosfera mediante un telescopio ausiliario.
L’eccitazione degli atomi di sodio genera un segnale che viene trasmesso al telescopio ricevente
che analizza l’immagine e corregge il telescopio deformabile. Durante questa fase la sorgente
naturale non viene osservata.
In Figura 5.15 è rappresentato un sistema completo di telescopio dotato di ottica adatti-
va. Ogni ciclo di osservazione dura circa 10 ms. Nella prima parte del ciclo, della durata di
qualche ms, viene acceso il laser che genera l’immagine di riferimento (o “stella artificiale”).
Quest’immagine viene rilevata dal telescopio ed inviata allo specchio deformabile e, mediante
un beam splitter, al sensore di fronte d’onda. Questo sensore determina la posizione delle
varie immagini, calcola e comunica allo specchio deformabile come modificare la superficie
per riallineare tutte le immagini. A questo punto il beam splitter invia l’immagine corret-
5.5. Ottiche adattive per il miglioramento della risoluzione angolare 59

Figura 5.14. Disegno schematico dell’Hartmann wavefront sensor.

Figura 5.15. Sinistra: generazione della stella artificiale mediante un fascio laser. Destra: schema di un sistema
completo di ottica adattiva.

ta alla camera “scientifica”, ovvero la camera che effettua l’osservazione dell’oggetto celeste
scientificamente interessante.
Dopo circa 10 ms si inizia un nuovo ciclo per effettuare una nuova correzione del fronte
60 5. BASI DI OTTICA, TELESCOPI E ANTENNE

d’onda.
A titolo di esempio in Figura 5.16 riportiamo due immagini del pianeta Nettuno ottenute
dal telescopio Keck con (a sinistra) e senza (a destra) l’ausilio di ottiche adattive.

Figura 5.16. Il pianeta Nettuno osservato con (sinistra) e senza (destra) ottica adattiva dal telescopio Keck.
Capitolo 6

Alcuni cenni sul modello


cosmologico standard

In questo capitolo viene discussa una breve sintesi del modello cosmologico standard e dei
problemi principali che hanno richiesto lo sviluppo del modello inflazionario del Big Bang,
proposto da Alan Guth nel 1981 (Guth 1981). La trattazione è semplificata e, in molti casi,
qualitativa; una trattazione esaustiva esula dagli scopi di questo corso e rappresenta uno degli
argomenti principali del corso di Cosmologia proposto agli studenti della Laurea Magistrale
in Fisica.

6.1 Coordinate fisiche e coordinate comoventi


Prima di presentare le equazioni alla base del modello standard introduciamo due classi di
sistemi di coordinate che vengono comunemente adottati in questo ambito:

• sistemi di coordinate fisiche, che rappresentano quei sistemi di coordinate che riman-
gono fissi mentre lo spazio si espande intorno ad essi;

• sistemi di coordinate comoventi che rappresentano quei sistemi di coordinate che


sono solidali con l’espansione dell’universo.

Se indichiamo con ~r(t) un vettore posizione nel sistema di coordinate fisiche e con ~η il
corrispondente vettore posizione nel sistema di coordinate comoventi possiamo scrivere:

~r(t) = a(t)~η , (6.1)

dove a(t) è il cosiddetto fattore di scala, una funzione scalare dipendente dal tempo che
descrive l’espansione dell’universo. Il fatto che possiamo descrivere l’espansione mediante una
funzione scalare è conseguenza dell’ipotesi fondamentale su cui è basato il modello standard:
l’universo è omogeneo e isotropo, per cui anche l’espansione avviene isotropicamente, senza
una direzione preferenziale.
Consideriamo l’esempio rappresentato in Figura 6.1 in cui abbiamo due galassie a distan-
za cosmologica (ovvero non interagenti gravitazionalmente), separate da una distanza fisica
x(tnow ) ≡ xnow ; se definiamo la coordinata comovente η0 ≡ xnow e a(tnow ) = 1 possiamo
scrivere, ad ogni tempo t, x(t) = a(t)η0 .

61
62 6. ALCUNI CENNI SUL MODELLO COSMOLOGICO STANDARD

Figura 6.1. Coordinate fisiche e comoventi

6.2 Equazioni di Friedmann


Per calcolare l’evoluzione dell’universo nel tempo abbiamo bisogno di un set di equazioni che ci
consentano di determinare la funzione a(t) in funzione dei parametri fisici dell’universo. Queste
equazioni sono state derivate da Alexander Friedmann nel 1920 a partire dalle equazioni della
relatività generale (semplificate utilizzando l’ipotesi di universo omogeneo e isotropo) e legano
le derivate prima e seconda di a(t) alla densità, alla pressione e alla curvatura dell’universo:

 2
ȧ k c2 8πG
+ 2 = ρ (6.2)
a a 3
 
ä 4πG 3p
=− ρ+ 2 , (6.3)
a 3 c
dove ρ è la densità di energia, p la pressione e k un termine di curvatura che può assumere i
valori k = 0 (curvatura nulla, spazio euclideo), k = 1 (curvatura positiva), k = −1 (curvatura
negativa). Le costanti c e G rappresentano, naturalmente, la velocità della luce e la costante
di gravitazione universale.
È interessante notare che il termine ȧ/a rappresenta la “costante” di Hubble H. Infatti
dal diagramma di Hubble sappiamo che H = v/x (dove abbiamo utilizzato il simbolo x
per indicare la distanza); se scriviamo v = dx/dt e x = a(t)η0 è immediato verificare che
H = ȧ/a. Possiamo constatare, a questo punto, che H non è costante, ma dipende dal tempo:
per quale motivo, quindi, viene chiamata “costante” di Hubble e qual è il significato del valore
comunemente indicato con H0 ?
6.3. Soluzioni semplici delle equazioni di Friedmann 63

Le osservazioni effettuate da Hubble (vedi Figura 4.6) come le successive estensioni fi-
no a Hamuy et al. (1993) hanno sondato una porzione relativamente limitata dell’universo
osservabile, corrispondente ad un’evoluzione dell’universo relativa a tempi recenti. In altre
parole, al valore H0 ricavato dal diagramma di Hubble possiamo dare il significato del valore
che la funzione H(t) assume oggi (cioè in tempi cosmologicamente recenti): H0 ≡ H(tnow ).
Chiaramente se effettuiamo osservazioni a distanze sempre maggiori ci aspettiamo di trovare
una deviazione dalla linearità nel diagramma di Hubble, deviazione che è stata effettivamente
osservata in recenti osservazioni di galassie lontane effettuate mediante supernove di tipo Ia
(vedi capitolo 7).
Consideriamo ora l’equazione (6.3) e riscriviamola nel seguente modo:
 2
k c2
 
8πG ȧ 2 8πG
2
= ρ− =H ρ − 1 ≡ H 2 (Ω − 1). (6.4)
a 3 a 3H 2

Il termine Ω nella (6.4) rappresenta il rapporto fra la densità, ρ, e il termine 3H 2 /8πG,


che ha le dimensioni di una densità e viene denominato densità critica (ρc ). Dalla (6.4) è
evidente che Ω = 1 implica necessariamente k = 0, ovvero uno spazio di curvatura nulla e,
pertanto, euclideo. È altrettanto evidente che se Ω > 1 allora il termine a sinistra è positivo
(e, quindi, k = 1 ⇒ curvatura positiva) mentre se Ω < 1 il termine a sinistra è negativo (e,
quindi, k = −1 ⇒ curvatura negativa).
Il significato del termine ρc , a questo punto, appare chiaro: si tratta di quella densità
critica per cui se l’universo ha una densità maggiore di ρc allora è dotato di curvatura positiva,
viceversa è dotato di curvatura negativa. Il caso ρ = ρc fa in qualche modo da “spartiacque”
fra i due scenari e rappresenta il caso in cui l’universo è “piatto” ovvero caratterizzato da
geometria euclidea. È importante sottolineare che il parametro Ω non è costante, ma dipende
dal tempo (in quanto H dipende dal tempo); con il termine Ω0 = 3H02 /8πG viene solitamente
indicato il rapporto fra la densità e la densità critica al tempo attuale.

6.3 Soluzioni semplici delle equazioni di Friedmann


Procediamo ora a ricercare delle soluzioni alle equazioni di Friedmann; a questo proposito
ipotizziamo che l’energia sia determinata da due componenti: la densità di energia della ma-
teria (barionica + materia oscura) e della radiazione (fotoni). In questo caso possiamo scrivere
ρ(t) = ρm (t) + ργ (t). È immediato rendersi conto che ρm (t) ∝ 1/a(t)3 mentre ργ (t) ∝ 1/a(t)4
dove, in questo caso, abbiamo un fattore 1/a aggiuntivo a causa dell’aumento della lunghezza
d’onda con l’espansione.
È chiaro, quindi, che deve esistere un tempo critico teq al quale le densità relative alla
materia e alla radiazione si sono eguagliate e, quindi, ργ > ρm per t < teq e ργ < ρm per
t > teq . Il valore di teq dipende naturalmente dal valore dei parametri cosmologici: secondo il
modello più accreditato che emerge dai dati del satellite WMAP si ha che teq ∼ 54000 anni.
In Figura 6.2 viene mostrato un grafico qualitativo con l’andamento di ργ e ρm con il
fattore di scala. L’incrocio delle due curve rappresenta il fattore di scala al tempo in cui si ha
l’uguaglianza fra la densità di energia relativa alla materia e alla radiazione.
Consideriamo il caso k = 0 (universo “piatto” ovvero caratterizzato da geometria euclidea)
e cerchiamo soluzioni del tipo a(t) ∝ tα nei due casi limte ργ  ρm (universo primordiale) e
ργ  ρm (universo recente).
Ponendo, nella (6.3), k = 0, a(t) = a0 (t/tnow )α e ρ = cost/a(t)4 si ottiene:
64 6. ALCUNI CENNI SUL MODELLO COSMOLOGICO STANDARD

Figura 6.2. Andamento qualitativo della densità di energia e materia con il fattore di scala.

 2
ȧ 8πG tαnow −4α
= α2 t−2 = cost t . (6.5)
a 3 a40
Perché la (6.5) sia valida per ogni tempo t è necessario che −4α = −2, ovvero α =
1/2. È immediato verificare che se ρ = cost/a(t)3 l’equazione (6.3) è soddisfatta per a(t) =
a0 (t/tnow )α con α = 2/3. In sintesi possiamo scrivere le due soluzioni limite delle equazioni
di Friedmann nel caso di universo piatto come:

a(t) = a0 (t/tnow )1/2 per t  teq


a(t) = a0 (t/tnow )2/3 per t  teq . (6.6)

Consideriamo ora il caso k 6= 0 in modo qualitativo per capirne le implicazioni sui possibili
scenari di espansione dell’universo. Se scriviamo le equazioni di Friedmann come

8πG k c2
H(t)2 = ρ(t) − , (6.7)
3 a(t)2
si vede che se k = −1 (corrispondente a Ω < 1) allora H(t)2 è sempre diverso da zero.
Poiché sappiamo che oggi l’universo è in espansione e, pertanto, H(t) > 0, se consegue che
per k = −1 lo scenario evolutivo è quello di un universo in perenne espansione. Inoltre, poiché
ρ(t) ∝ 1/a(t)3 , dall’equazione (6.7) risulta che per t → ∞ si ha che a(t) ∝ t.
Nel caso k = 1 (corrispondente a Ω > 1) il secondo membro della (6.7) può essere scritta
come H(t)2 = cost1 /a(t)3 −c2 /a(t)2 ; poiché oggi sappiamo che il valore di H è positivo e poiché
il termine proporzionale a 1/a3 decresce più rapidamente rispetto a quello proporzionale
a 1/a2 , è evidente che deve esistere un tempo t = tstop al quale H(tstop ) = 0. A questo
6.4. Limiti del modello cosmologico standard 65

punto, terminata l’espansione, l’unica componente in gioco è l’attrazione gravitazionale la


quale innesca una contrazione che procede in maniera esattamente simmetrica all’espansione,
conducendo l’universo verso un cosiddetto Big Crunch.

Figura 6.3. Rappresentazione schematica dell’andamento del fattore di scala nei casi k = −1 (universo aperto,
linea nera) e k = +1 (universo chiuso, linea rossa).

6.4 Limiti del modello cosmologico standard


Affrontiamo ora tre problemi nel modello standard che hanno reso necessario, all’inizio degli
anni ’80, lo sviluppo di una teoria, detta teoria dell’inflazione (Guth 1981), che propone un
modello fisico dell’espansione dell’universo avvenuta nei suoi primissimi istanti di vita, ovvero
fino a t ' 10−34 s (Liddle 2003).

Problema delle condizioni iniziali. Il modello standard assume l’universo come perfetta-
mente omogeneo e isotropo. D’altra parte le anisotropie nel fondo cosmico di microonde con-
fermano la presenza di fluttuazioni di densità nel plasma primordiale. Quali sono le condizioni
iniziali dell’universo che hanno dato origine a queste fluttuazioni?

Problema della piattezza. Le più recenti misure cosmologiche danno il valore del rapporto
di densità Ω molto prossimo a 1 (Ω = 1.02 ± 0.02). Ora se scriviamo l’equazione (6.4) per
tempi sufficientemente remoti da ipotizzare dominazione della radiazione (a(t) ∝ t1/2 ) si vede
che |Ω − 1| ∝ t; in altre parole se k 6= 0 il rapporto di densità Ω tende ad essere rapidamente
66 6. ALCUNI CENNI SUL MODELLO COSMOLOGICO STANDARD

molto diverso da 1. Quindi per giustificare un valore cosı̀ prossimo ad 1 oggi bisognerebbe
ipotizzare o un valore di k è identicamente nullo o una piattezza estrema dell’universo anche
in tempi molto remoti. Entrambi gli scenari sono in linea di principio possibili, ma richiedono
un fine tuning delle condizioni iniziali da rendere il modello poco ragionevole.

Problema dell’orizzonte. L’estrema isotropia del fondo cosmico di microonde ci dice che
l’universo primordiale deve essere stato in contatto causale su scale paragonabili a quelle
dell’universo osservabile. Per avere contatto causale fra due regioni dell’universo è necessario
che venga scambiata informazione, e questa non può viaggiare a velocità superiore a quella
della luce. Calcoliamo, quindi, qual è la distanza percorsa dalla luce nell’universo in espansione
dal Big Bang fino al disaccoppiamento, ovvero a t ∼ 380.000 anni:
Z teq Z tdec  q 
c dt c dt −1/3

1/3 1/3
ddec = + = c t0 2 teq /t0 − 3t0 teq − tdec . (6.8)
0 (t/t0 )1/2 teq (t/t0 )2/3

Analogamente possiamo calcolare le dimensioni dell’universo osservabile, d0 , come:


Z t0
c dt
d0 = = 3 c t0 ; (6.9)
0 (t/t0 )1/2
notiamo che nella (6.9) abbiamo omesso il termine a(t) ∝ t1/2 in quanto la densità di energia
della materia è dominante su quella della radiazione per la quasi totalità dell’intervallo di
tempo sul quale viene effettuata l’integrazione.
Il rapporto θ0 = ddec /d0 ci fornisce la scala angolare osservabile oggi sulla superficie
di ultimo scattering al di sotto della quale ci aspettiamo isotropia nella radiazione cosmica
di fondo, mentre al di fuori di questa scala angolare ci aspettiamo anisotropia in quanto
regioni su scale angolari maggiori di θ0 non possono essere state in contatto causale prima del
disaccoppiamento.
Utilizzando le migliori stime disponibili per teq , tdec e t0 si ottiene θ0 ∼ 1◦ , stima che è
in contraddizione con le evidenze sperimentali relative all’isotropia su larga scala del fondo
cosmico di microonde.

6.5 Il modello inflazionario


Questi problemi sono stati risolti dal modello inflazionario, proposto nel 1981 da Alan Guth
(Guth 1981). In estrema sintesi l’inflazione rappresenta un periodo dell’evoluzione dell’uni-
verso durante il quale il fattore di scala subisce un’accelerazione:

INFLAZIONE ⇔ ä(t) > 0. (6.10)


Se osserviamo ora l’equazione 6.3 è immediato notare che la richiesta che ä > 0 implica
che ρc2 + 3 p < 0. Assumendo la densità sempre positiva l’inflazione richiede l’esistenza di una
pressione negativa

ρ c2
p< . (6.11)
3
Un tale scenario è ipotizzabile se consideriamo un universo in cui, in epoche estremamente
remote, la densità di energia e, pertanto, la costante di Hubble (H = ȧ/a) rimangono costanti
6.5. Il modello inflazionario 67

nel tempo mentre l’universo si espande. In questo caso è immediato verificare che l’universo
presenta un’espansione esponenziale del tipo

a(t) ∝ exp (Ht). (6.12)


dove è evidente che è soddisfatta la condizione ä > 0. Dopo un certo periodo (generalmente
assunto a t ∼ 10−34 s) di tempo l’inflazione termina e l’energia viene convertita in materia,
mentre l’espansione prosegue come previsto dal modello standard.
Vediamo ora come questo modello sia in grado di risolvere i problemi della piattezza e
dell’orizzonte che abbiamo discusso poco sopra.

Come l’inflazione risolve il problema della piattezza. Abbiamo visto prima che,
dalle equazioni di Friedmann, si ha che |Ω − 1| = kc2 /(aH)2 . Se assumiamo un’espansione
esponenziale a ∝ exp (Ht) allora

kc2 −2Ht
|Ω − 1| = e (6.13)
H2
L’equazione 6.13 ci dice che, grazie all’inflazione, l’universo si espande al punto di di-
ventare praticamente piatto. Infatti il termine esponenziale (l’unico a variare con il tempo)
tende a zero molto rapidamente e, pertanto, Ω tende esponenzialmente a 1. Terminata l’in-
flazione la curvatura riprende ad aumentare (in modulo) proporzionalmente a t, ma il tempo
trascorso dal termine dell’inflazione ad oggi non è stato ancora sufficiente a riportare Ω a
valori significativamente diversi da 1.

Figura 6.4. Un possibile scenario evolutivo per il parametro Ω. Non sappiamo cosa sia avvenuto prima dell’in-
flazione (linea tratteggiata). L’inflazione fa decrescere il logaritmo di Ω fino a valori molto prossimi allo
0 (cioè Ω → 1). Al termine dell’inflazione Ω è cosı̀ vicino a 1 che tutto il tempo trascorso dal termine
dell’inflazione ad oggi non è stato sufficiente a far deviare questo valore da 1 in modo significativo.
Figura adattata da Liddle (2003).

Discutiamo ora brevemente come il modello dell’inflazione risolva i problemi dell’orizzonte


e della piattezza. La trattazione del problema delle condizioni iniziali viene lasciata, invece,
ad una trattazione più avanzata nell’ambito dei corsi specialistici.
68 6. ALCUNI CENNI SUL MODELLO COSMOLOGICO STANDARD

Come l’inflazione risolve il problema dell’orizzonte. L’inflazione è un meccanismo


per il quale una regione inizialmente in contatto causale (quindi termalizzata) viene espansa
a dimensioni tali da non essere più in contatto causale al termine del periodo inflattivo.
Questo spiega il fatto che il nostro universo osservabile ci appaia omogeneo e isotropo anche
su scale più grandi dell’orizzonte di Hubble; infatti, prima dell’inflazione tutta questa regione
di universo sarebbe stata compressa in una piccolissima regione in cui la termalizzazione (e
quindi l’omogeneizzazione) era possibile.

Quanta inflazione è necessaria? Stimiamo ora quanta inflazione sia stata necessaria
per giustificare il livello di “piattezza” che stimiamo oggi e che possiamo indicare, come
limite superiore, |Ω − 1| ≤ 0.1. Ipotizziamo, per semplicità, che l’inflazione sia terminata a
t = 10−34 s, consideriamo l’età attuale dell’universo data da t0 ∼ 4 × 1017 s e consideriamo
un’espansione determinata essenzialmente dalla radiazione, per cui |Ω − 1| ∝ t (questo non
è vero a tempi recenti, ma per la nostra stima la differenza è poco rilevante). Dati questi
presupposti calcoliamo |Ω(t = 10−34 s) − 1| che è dato da

|Ω(t = 10−34 s) − 1| ∼ |Ω(t0 ) − 1| × 10−34 s/t0 ≤ 3 × 10−53 (6.14)

Poiché |Ω − 1| ∝ a2 , per ottenere, al termine dell’inflazione, il valore dato dalla (6.14), è


necessario che durante l’inflazione il fattore di scala, a, aumenti di un fattore almeno 1027 .
Capitolo 7

Osservazioni dell’universo
lontano: due esempi

In questo capitolo trattiamo due esempi di osservazioni dell’universo lontano: le osser-


vazioni di supernove lontane che hanno mostrato l’accelerazione dell’espansione dell’universo
in tempi recenti e le misure di spettro e anisotropia del fondo cosmico di microonde.

7.1 Distanza delle supernove lontane e energia oscura


L’osservazione di supernove lontane di tipo Ia costituisce uno strumento molto potente per
studiare l’universo lontano. Questo tipo di supernove sono causate dal collasso di nane bianche
che accrescono gravitazionalmente a spese di una compagna, in genere una gigante rossa; il
superamento del limite di Chandrasekhar causa il collasso della nana bianca che esplode come
supernova con una curva di luminosità ben definita.
Studi di supernove Ia vicine hanno mostrato che la luminosità al picco è approssimati-
vamente costante, cosı̀ che mediante una misura fotometrica della cosiddetta “curva di luce”
(ovvero l’andamento del flusso nel tempo durante l’esplosione) è possibile determinare la
distanza di luminosità mediante l’equazione 3.7.
In Figura 7.1 vengono mostrate le curve di luce di un campione di supernove Ia relativa-
mente vicine (Hamuy et al. 1993) per le quali è stato possibile misurare la distanza e, pertanto,
la luminosità assoluta. Nel pannello di sinistra sono riportati i dati grezzi di ciascuna curva di
luce. Da questi dati possiamo notare che le supernove di intensità minore sono anche quelle
che mostrano un decadimento più rapido, in modo che è possibile normalizzare le curve ad
una curva campione (indicata dalla curva gialla spessa).
Nel pannello di destra sono riportate le curve normalizzate che risultano sovrapposte e pos-
sono essere utilizzate come curva campione per la determinazione della distanza di supernove
lontane.
Mediante una misura spettroscopica è poi possibile determinare il redshift, z, e, quindi,
la distanza fisica grazie alla relazione dph = dL /(1 + z). Nella Figura 7.2 viene mostrato un
esempio di curva di luce e dello spettro relativo al massimo di intensità; nella figura di sinistra
viene indicata la supernova al suo massimo di intensità.
Nel 1999 il gruppo del Supernova Cosmology Project (http://supernova.lbl.gov/) ha
pubblicato i risultati ottenuti analizzando 38 curve di luce di supernove lontane (con redshift
fino a circa 1) (Perlmutter et al. 1999; Perlmutter 2003). Nella Figura 7.3 vengono riportati
i risultati delle osservazioni in un grafico che riporta il flusso (in magnitudini) in funzione
del redshift. Nel pannello in alto a sinistra i dati sono presentati insieme a dati relativi a
osservazioni di supernove a basso redshift (Hamuy et al. 1993).

69
70 7. OSSERVAZIONI DELL’UNIVERSO LONTANO: DUE ESEMPI

Figura 7.1. Curve di luce di un campione di supernove Ia vicine. Il pannello a sinistra mostra i dati grezzi, il
pannello a destra le stesse curve rinormalizzate sia in ascissa che in ordinata. Le curve normalizzate
seguono tutte lo stesso andamento (Hamuy et al. 1993).

Figura 7.2. Esempio di curva di luce e spettro durante l’osservazione di una supernova. L’immagine a sinistra
rappresenta la supernova osservata nel massimo di intensità

Le implicazioni delle misure rappresentate in Figura 7.3 sul modello cosmologico standard
risultano più chiare se rappresentiamo i dati in un diagramma di Hubble standard, ovvero
con la distanza sull’asse delle ascisse e la velocità sull’asse delle ordinate. Per quanto riguarda
la distanza possiamo ricavarla dai dati di magnitudine utilizzando la curva di luce standard
in Figura 7.1 e le formule per convertire la il flusso in distanza data la luminosità
p e il redshift.
La velocità possiamo ricavarla dal redshift mediante la formula z + 1 = c + v/c − v.
Osservando i dati riportati in Figura 7.4 osserviamo che per valori di d > 1 Gpc la re-
lazione di Hubble non è più lineare. Sebbene una deviazione sia aspettata, il modello standard
prevede che nel passato l’universo si dovesse espandere più rapidamente e, pertanto, dovremmo
aspettarci una deviazione dalla linearità con derivata seconda positiva (verso l’alto).
7.1. Distanza delle supernove lontane e energia oscura 71

Figura 7.3. Risultati del Supernova Cosmology Project (Perlmutter 2003). Sull’asse delle ascisse è riportato
il redshift, su quello delle ordinate il flusso in magnitudine apparente. Il pannello in alto a sinistra
rappresenta l’intero set dei dati sovraimposto a dati di supernove a basso redshift (Hamuy et al.
1993).

I dati, invece, mostrano esattamente l’opposto, ovvero la deviazione si manifesta con


derivata seconda negativa, cioè verso il basso. In altre parole nel passato l’universo si espandeva
più lentamente rispetto ad oggi e, quindi in tempi relativamente recenti (da un punto di vista
cosmologico) l’espansione dell’universo ha iniziato ad accelerare per effetto di una forma di
energia (di natura ignota) che è stata denominata energia oscura.
La natura e anche l’esistenza stessa dell’energia oscura è oggi uno dei più importati prob-
lemi della fisica. Nel contesto del modello standard il modo più semplice in cui si può ripro-
durre l’effetto dell’energia oscura è mediante la cosiddetta costante cosmologica, Λ, cosı̀ che
le equazioni di Friedmann assumono la forma:

 2
ȧ k c2 Λc2 8πG
+ 2 − = ρ (7.1)
a a 3 3
Λc2
 
ä 4πG 3p
=− ρ+ 2 + , (7.2)
a 3 c 3
Se consideriamo k = 1, l’equazione 7.2 può essere scritta come
72 7. OSSERVAZIONI DELL’UNIVERSO LONTANO: DUE ESEMPI

Figura 7.4. I dati di Figura 7.3 rappresentati in un diagramma di Hubble. A valori di redshift sufficientemente
lontani la relazione velocità-distanza non è più lineare.

 2  
ȧ 2 Ω0,r Ω0,m
=H + 3 + ΩΛ (7.3)
a a4 a

dove ΩΛ = ρΛ /rhoc e ρΛ è la densità di energia associata all’energia oscura che rimane costante
con l’espansione e che domina rispetto alla materia e alla radiazione per valori sufficientemente
grandi del tempo. Come per l’inflazione, una volta che domina l’energia oscura si ha che
H(t) = cost e, pertanto, a(t) ∝ exp(H t).

7.2 Il fondo di radiazione cosmica a microonde

7.2.1 Lo spettro della radiazione cosmica di fondo

La radiazione cosmica di fondo a microonde (CMB - Cosmic Microwave Background) è un fon-


do omogeneo e isotropo di fotoni di origine extragalattica, scoperto nel 1965 da Arno Penzias
e Robert Wilson (Penzias & Wilson 1965), che riceviamo uniformemente e isotropicamente
da tutte le direzioni. Lo spettro di questa radiazione è stato misurato con grande accuratezza
dallo strumento FIRAS a bordo del satellite COBE ed ha la forma di un corpo nero alla
temperatura di T0 = 2.725 ± 0.001 K (Fixsen et al. 1996).
L’esistenza di una radiazione di background caratterizzata da uno spettro di corpo nero
nelle microonde è uno dei principali supporti al modello cosmologico standard, che prevede
l’universo in espansione da una fase primordiale in cui l’universo era un plasma denso e caldo
7.2. Il fondo di radiazione cosmica a microonde 73

Figura 7.5. Lo spettro della CMB misurato dallo strumento FIRAS a bordo del satellite COBE. La linea continua
rappresenta uno spettro di corpo nero alla temperatura di T0 = 2.725. I punti sono i dati sperimentali
con barre di errore a 400 σ

in equilibrio termodinamico1 in cui materia barionica e radiazione erano accoppiate dalla


diffusione Thomson. Secondo questo modello la radiazione si è disaccoppiata dalla materia
circa 380000 anni dopo il big bang, quando la temperatura è scesa al di sotto di circa 3000 K
e gli elettroni liberi sono stati catturati dai nuclei leggeri, carichi positivamente. Dopo questo
momento la materia barionica è diventata neutra e i fotoni si sono propagati nell’universo in
espansione essenzialmente indisturbati.
Ricordando che la densità di energia di un corpo nero è proporzionale a T 4 (Eq. 3.18) e a
1/a4 (§6.3) si ha che:

1
T ∝ , (7.4)
a

ovvero la temperatura della radiazione diminuisce con l’espansione dell’universo. In altre


parole, l’universo, espandendosi, si raffredda.
Consideriamo ora la formula della brillanza di corpo nero data dall’Eq. (3.20) e vediamo
come si modifica con l’espansione dell’universo tenendo conto che λ ∝ a(t) e T ∝ 1/a(t). Se
indichiamo con λdec la lunghezza d’onda del fondo cosmico al tempo del disaccoppiamento
e λnow la lunghezza d’onda della radiazione come viene rilevata oggi si ha che il termine
2πhc2 /λ5now = 2πhc2 /λ5dec × (anow /adec )5 . Questo indica che il flusso del fondo cosmico si
riduce, rispetto al tempo del disaccoppiamento, di un fattore pari a (adec /anow )5 ∼ 108 .

1
L’equilibrio non va inteso in senso assoluto, ma come un equilibrio che si mantiene per tempi brevi rispetto
all’espansione cosmica. Infatti l’espansione raffredda il plasma e porta gradualmente i suoi componenti al di
fuori dell’equilibrio.
74 7. OSSERVAZIONI DELL’UNIVERSO LONTANO: DUE ESEMPI

−1
Vediamo ora come cambia il termine esponenziale exp λhkcT − 1
 
che dà la forma allo
spettro di corpo nero. Poiché λ(t) ∝ a(t) e T (t) ∝ 1/a(t), abbiamo che λ T = cost, da cui
segue che la parte esponenziale non varia con l’espansione dell’universo.
In definitiva l’espansione dell’universo non cambia la forma spettrale della radiazione di
fondo cosmico, che rimane di corpo nero, ma la sposta verso regioni dello spettro elettromag-
netico a più grande lunghezza d’onda o, in altre parole, ne cambia la temperatura.
La misura della distribuzione spettrale della radiazione di fondo cosmico risulta partico-
larmente interessante dal punto di vista scientifico. Infatti, se si trovassero delle deviazioni
da una distribuzione di corpo nero, questo sarebbe indicativo di deviazioni dall’equilibrio
termodinamico nel plasma primordiale, deviazioni non previste dall’attuale modello standard.
Le misure di spettro della radiazione cosmica di fondo possono essere effettuate medi-
ante due approcci sperimentali: (i) mediante una singola misura spettroscopica, (ii) mediante
misure fotometriche a varie frequenze. Un esempio importante del primo tipo è la misura
effettuata dallo strumento FIRAS (Far Infrared Absolute Spectrophotometermeter) a bordo
del satellite COBE, che ha misurato lo spettro del fondo cosmico da 60 a 600 GHz (vedi
Figura 7.5) mediante uno spettrofotometro a interferometria Michelson.
Nel periodo compreso fra gli anni ’70 e i primi anni del XXI secolo sono state effettuate
numerose misure (rappresentate sinteticamente in Figura 7.6) che hanno coperto un intervallo
di frequenze di circa 5 decadi.

Figura 7.6. Sintesi delle misure sperimentali dello spettro della radiazione cosmica di fondo. Ad oggi non sono
state rilevate deviazioni significative da un corpo nero su 5 ordini di grandezza in frequenza.

La Figura mostra come, ad oggi, non siano state evidenziate deviazioni significative da
una forma spettrale di corpo nero, ponendo dei limiti molto stringenti ad eventuali apporti
di energia causati da fenomeni fisici non compresi nel modello standard.

7.2.2 Le anisotropie della radiazione cosmica di fondo


La CMB è distribuita in modo estremamente uniforme, a testimonianza dell’uniformità del-
la distribuzione di materia prima del disaccoppiamento. Tuttavia non possiamo aspettarci
un’uniformità “perfetta”, altrimenti non potremmo spiegarci la nascita di strutture dopo il
disaccoppiamento. Il collasso gravitazionale che ha generato le prime stelle e galassie richiede
7.2. Il fondo di radiazione cosmica a microonde 75

la presenza di zone di sovra-densità nel plasma primordiale che hanno costituito i centri di
aggregazione su cui la gravità ha permesso la formazione di strutture.
Possiamo identificare due origini di queste disomogeneità:

• disomogeneità primordiali. Di tratta di disomogeneità nel campo gravitazionale pri-


mordiale causate da fluttuazioni quantistiche all’epoca dell’inflazione. Una volta formata
la materia, queste disomogeneità costituiscono le “culle” dove la materia oscura inizia a
collassare gravitazionalmente già in una fase molto precoce, prima del disaccoppiamento
fra materia barionica e radiazione.

• Oscillazioni acustiche. Prima del disaccoppiamento materia oscura e materia barion-


ica hanno due comportamenti diversi: la materia oscura non interagisce con i fotoni e,
pertanto, inizia da subito il collasso gravitazionale instaurato dalle disomogeneità pre-
senti nel campo gravitazionale; la materia barionica, nello stato di plasma, interagisce
con i fotoni ed oscilla a causa dell’equilibrio fra pressione di radiazione e l’attrazione
gravitazionale.

In Figura 7.7 viene rappresentato schematicamente l’equilibrio instaurato da pressione


di radiazione e forza di gravità nel plasma in presenza di una disomogeneità nella densità
indicata con δ ≡ δρ/ρ.

±Ä ¡ (Pressione ¡ Gravitµ
a)± = 0
± ´ ±½=½

Figura 7.7. Figura schematica che rappresenta una regione di disomogeneità nella densità del plasma
primordiale.

Se le fluttuazioni sono piccole rispetto al valor medio, ovvero se δ  1, allora la loro


dinamica può essere descritta da un’equazione del tipo:
76 7. OSSERVAZIONI DELL’UNIVERSO LONTANO: DUE ESEMPI

δ̈ = ±k 2 δ (7.5)
dove is segno di fronte al termine k 2 indica se la dinamica è dominata dall’attrazione grav-
itazionale (segno positivo) o dalla pressione di radiazione (segno negativo). Nel primo caso
le soluzioni dell’equazione sono del tipo δ ∝ exp k 2 t , ovvero la gravità tende a far crescere


esponenzialmente le fluttuazioni di densità e si ha collasso gravitazionale. Nel secondo caso si


ha un comportamento oscillatorio.
Si può dimostrare che prima del disaccoppiamento l’equilibrio delle forze è a favore della
pressione di radiazione e quindi il plasma, espandendosi, presenta oscillazioni di densità. Se
definiamo la variabile Θ = δT 1 δΦ
T − c2 Φ , dove T è la temperatura della radiazione e Φ il potenziale
gravitazionale, per ogni modo di oscillazione possiamo scrivere:

k 2 c2
Θ̈ + Θ'0 (7.6)
3
Dopo il disaccoppiamento la materia barionica inizia a collassare nelle buche di potenziale
generate dalla materia oscura il cui collasso gravitazionale è iniziato prima del disaccoppia-
mento. Stelle e galassie si formano distribuendosi distribuite secondo una struttura “a rete”
nei nodi della quale si trova la materia oscura che oggi è rilevabile all’interno degli ammassi
di galassie.

7.2.3 La misura delle anisotropie di fondo cosmico


Poiché la distribuzione dei fotoni del fondo cosmico nel cielo riflette la distribuzione della
materia barionica alla superficie di ultimo scattering è evidente che la presenza di fluttuazioni
di densità nel plasma deve essere rilevabile come un’anisotropia nell’intensità della radiazione
di fondo. La prima evidenza sperimentale è stata fornita nel 1992 dallo strumento DMR (Dif-
ferential Microwave Radiometer) a bordo della missione spaziale COBE (COsmic Background
Explorer) della NASA, lanciata nel 1989.
In Figura 7.8 viene mostrata quella che viene definita “anisotropia di dipolo”. Quest’anisotropia
nell’intensità dei fotoni del fondo cosmico non ha origine cosmologica, ma è causata dall’ef-
fetto Doppler dovuto al movimento del gruppo locale di galassie (dove ci troviamo noi che
osserviamo la CMB) rispetto al sistema di riferimento della CMB stessa. Il nome deriva dalla
caratteristica struttura dipolare (la radiazione presenta il massimo di intensità nella direzione
del moto e il minimo nella direzione opposta) e la variazione massima di intensità è di circa
±3.5 mK (più di due ordini di grandezza più intenso delle anisotropie cosmologiche).
L’ampiezza del dipolo è stata determinata da COBE con un’accuratezza dello 0.3%, cosı̀
che questo segnale viene utilizzato come calibratore negli esperimenti di anisotropia di fondo
cosmico per convertire i dati dalle unità adimensionali dello strumento a quelle fisiche (tem-
peratura di brillanza). Una volta calibrati i dati e rimossa l’anisotropia di dipolo, il segnale
residuo è quello rappresentato dalla mappa in Figura 7.9, dove vediamo un’emissione intensa
sul piano galattico e le fluttuazioni del fondo cosmico ad alte latitudini galattiche.
L’emissione a microonde della Via Lattea è costituita principalmente dalla somma di tre
contributi:

1. l’emissione di sincrotrone, causata dagli elettroni liberi presenti nei raggi cosmici che
si muovono a spirale attorno alle linee di forza del campo magnetico galattico. Questa
emissione domina a frequenze . 10 GHz e diventa trascurabile a frequenze & 70 GHz;
7.2. Il fondo di radiazione cosmica a microonde 77

Figura 7.8. Anisotropia di dipolo. È un’anisotropia di origine non cosmologica ampiezza ±3.5 mK causata dal-
l’effetto Doppler dovuto al moto del gruppo locale rispetto al sistema di riferimento della CMB.
Quest’anisotropia è stata misurata con un’accuratezza dello 0.3% da COBE e viene utilizzata come
segnale di calibrazione negli esperimenti di anisotropia di fondo cosmico

Figura 7.9. Mappa dell’emissione del cielo nelle microonde dopo la rimozione del dipolo. Possiamo riconoscere
la forte emissione della Via Lattea nel piano galattico e le anisotropie del fondo cosmico ad alte
latitudini galattiche.
78 7. OSSERVAZIONI DELL’UNIVERSO LONTANO: DUE ESEMPI

2. l’emissione di free-free, causata dall’interazione coulombiana di elettroni liberi in


presenza di un campo elettrostatico generato dalla presenza di ioni positivi (ad esempio
in regioni di formazione stellare e, con minore intensità, in presenza di deboli livelli di
ionizzazione del mezzo interstellare). L’andamento spettrale di questa emissione è simile
all’emissione di sincrotrone, ovvero è maggiormente intensa a basse frequenze e diventa
trascurabile oltre i 70 GHz;

3. l’emissione della polvere interstellare. L’emissione è causata dai grani di polvere


che vengono scaldati dalla radiazione delle stelle, in particolare in zone di attiva for-
mazione stellare, zone ricche sia di polvere che di stelle giovani. I grani assorbono la
radiazione ultravioletta e la riemettono nel lontano infrarosso. Questa emissione dom-
ina a frequenza maggiore di 100 GHz e l’intensità dipende da vari dettagli quali la
composizione del gas, dal rapporto del gas rispetto alla polvere, ecc.

Il grafico in scala log-log nella Figura 7.10 mostra l’andamento delle emissioni galattiche ed
extragalattiche nella regione delle microonde e del lontano infrarosso. Sull’asse delle ascisse
viene riportata la frequenza mentre sull’asse delle ascisse l’intensità come temperatura di
brillanza. Il grafico mostra che nella regione compresa fra 40 e 100 GHz il fondo cosmico
domina sulle emissioni cosiddette di foreground e che la frequenza di 70 GHz risulta ideale per
misure di fondo cosmico in quanto corrisponde alla frequenza alla quale la somma di queste
componenti presenta il minimo di intensità.
Le barre grigie riportano le bande alle quali osserva il cielo il satellite Planck e l’intervallo
globale (che va da 30 GHz a circa 900 GHz) è paragonato con l’intervallo coperto dal satellite
WMAP (22-94 GHz). La misura della radiazione su un ampio intervallo di frequenze è di
importanza fondamentale per ripulire le misure dalle componenti diverse dal fondo cosmico.
Nella Figura 7.11 sono riportate le 5 mappe misurate dal satellite WMAP dell’emissione del
cielo nelle microonde a frequenze comprese fra 24 e 94 GHz. Le mappe mostrano chiaramente
come l’emissione galattica (che a queste frequenze è dominata dalle emissioni di sincrotrone
e di free-free) diminuisca con l’aumentare della frequenza. La sesta mappa della serie rapp-
resenta la mappa delle anisotropie di CMB che si ottiene dopo che vengono rimosse tutte le
componenti di foreground separate grazie alle mappe misurate alle varie frequenze.
La distribuzione delle temperature sulla sfera celeste è una funzione δT (θ, φ) che può
essere espansa in serie di armoniche sferiche come
X
δT (θ, φ) = a`,m Y`,m (θ, φ), (7.7)
`=1,+∞
m=−`,`

dove Y`,m (θ, φ) sono i polinomi di Legendre. L’insieme dei valori C` = h|a`,m |2 im è definito
spettro di potenza e rappresenta la distribuzione statistica delle anisotropie alle varie scale
angolari definite dal momento di multipolo ` ∼ π/θ. In Figura 7.12 viene riportato un tipi-
co spettro di potenza per il quale, sull’asse delle ordinate, viene riportato il parametro C`
moltiplicato per `(` + 1).
Osservando la Figura 7.12 possiamo identificare tre regioni nello spettro di potenza.

1. La regione per ` . 100 corrispondenti a scale angolari più grandi di circa 1 grado. A
queste scale angolari le anisotropie del fondo cosmico sono determinate dalle fluttuazioni
nel campo gravitazionale primordiale, prima dell’inflazione. Ricordiamo, infatti, che
7.2. Il fondo di radiazione cosmica a microonde 79

Planck

WMAP

Figura 7.10. Emissioni galattiche ed extragalattiche nella finestra elettromagnetica delle microonde e del lontano
infrarosso. Nel grafico sono mostrate le emissioni di sincrotrone (linea verde), di free-free (linea az-
zurra), delle polveri (linea rossa), del fondo cosmico (linea magenta), e delle sorgenti extragalattiche
(linea a puntini). Il contributo totale delle emissioni (a parte il fondo cosmico) è indicata dalla linea
azzurra tratteggiata. Le barre grigie indicano le bande di frequenza delle misure di Planck.
80 7. OSSERVAZIONI DELL’UNIVERSO LONTANO: DUE ESEMPI

Figura 7.11. Mappe dell’emissione nelle microonde misurate dal satellite WMAP a 5 frequenze comprese fra 22
e 94 GHz. La decrescita dell’emissione galattica (che a queste frequenze è dominata dall’emissione
di sincrotrone e di free-free) con la frequenza è evidente. L’ultima mappa rappresenta la mappa delle
anisotropie di CMB dopo che le emissioni di foreground sono state rimosse.
7.2. Il fondo di radiazione cosmica a microonde 81

Figura 7.12. Esempio di spettro angolare di potenza. Il momento di multipolo ` sull’asse delle ascisse cor-
risponde approssimativamente alla scala angolare nel cielo alla quale si valuta il livello medio di
anisotropia.

nei 380.000 anni trascorsi dal big bang al disaccoppiamento la luce non ha potuto
propagarsi su distanze corrispondenti a scale angolari maggiori di un grado, per cui
qualsiasi struttura noi possiamo osservare a queste scale traccia la struttura dell’universo
primordiale prima dell’inflazione.

2. La regione per 100 . ` . 1500, corrispondenti a scale angolari comprese fra circa 1
grado e 50 . In questa regione lo spettro di potenza presenta un andamento oscillante
ed è determinato dalle oscillazioni acustiche presenti nel plasma primordiale prima del
disaccoppiamento.

3. La regione per ` & 1500, corrispondenti a scale angolari inferiori a 50 . Su piccole scale
possiamo notare che lo spettro di potenza tende a zero, in quanto le anisotropie su scale
angolari molto piccole vengono “diluite” al momento dell’ultimo scattering dai processi
di diffusione dei fotoni nel plasma.

In Figura 7.13 riportiamo lo spettro di potenza misurato dal satellite WMAP dopo 7
anni di osservazioni insieme ai risultati ottenuti dai più importanti esperimenti da terra e da
pallone effettuati negli ultimi 10 anni. La fascia di colore rosa che si “ispessisce” a valori bassi
di multipolo rappresenta la cosiddetta varianza cosmica, ovvero l’incertezza statistica che si
ha su ogni valore di C` risultante dall’operazione di media sui 2`+1 valori di m a disposizione.
Poiché per ` piccoli il numero di modi m su cui effettuare la media diminuisce, è chiaro che
l’incertezza associata al valore di C` aumenta.
82 7. OSSERVAZIONI DELL’UNIVERSO LONTANO: DUE ESEMPI

La varianza cosmica rappresenta l’incertezza ineliminabile quando anche si misurasse lo


spettro di potenza con uno strumento ideale. Naturalmente l’incertezza finale sullo spettro
di potenza è la combinazione della varianza cosmica e delle non idealità dello strumento di
misura.

Figura 7.13. Lo spettro angolare di potenza misurato dal satellite WMAP e da una serie di esperimenti da terra
e da pallone di ultima generazione.

Una volta determinato sperimentalmente lo spettro di potenza è possibile determinare


i cosiddetti “parametri cosmologici”, ovvero un set di circa 40 parametri che descrivono
l’evoluzione dell’universo. I parametri vengono determinati fittando le misure con curve teoriche
calcolate utilizzando il modello standard facendo variare i parametri in intervalli di valori
ragionevoli. Poiché il numero di parametri è elevato è possibile avere dei set di parametri
degeneri, ovvero parametri diversi che producono lo stesso spettro di potenza. Per questo mo-
tivo è necessario misurare lo spettro di potenza su un range di multipoli il più ampio possibile
e correlare i risultati con quelli ottenuti da misure basate su tecniche diverse, ad esempio la
distanza delle supernove lontane.
Un parametro cosmologico che è relativamente semplice determinare mediante la CMB è
il parametro di densità totale Ω0 che è legato principalmente alla posizione del primo picco:
Ω0 ≈ `max /220. Nella tabella 7.1 riportiamo l’elenco dei principali parametri cosmologici
determinati dalle misure del satellite WMAP.
7.2. Il fondo di radiazione cosmica a microonde 83

Tabella 7.1. Tabella dei principali parametri cosmologici determinati mediante misure di CMB (WMAP - 5 anni)

Ω0 1.02 ± 0.02 Parametro di densità totale


ΩΛ 0.73 ± 0.04 Parametro di densità di energia oscura
Ωm 0.27 ± 0.04 Parametro di densità della materia
Ωb 0.044 ± 0.004 Parametro di densità dei barioni
H0 71 ± 4 km/s/Mpc Costante di Hubble
t0 13.7 ± 0.2 Gyr Età dell’universo
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