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STORIA DELLA FOTOGRAFIA Inventori

Il documento esplora la storia della fotografia, evidenziando le innovazioni di inventori come Thomas Wedgwood, Fox Talbot, Joseph Nicéphore Niépce e Louis-Jacques-Mandé Daguerre. Viene descritto il passaggio da tecniche primitive come la Camera Oscura a metodi più avanzati come il Dagherrotipo e la Calotipia, con dettagli sui processi chimici e le sfide tecniche. Infine, si sottolinea l'importanza di ciascun inventore nel plasmare la fotografia moderna e il suo impatto sulla rappresentazione visiva.
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STORIA DELLA FOTOGRAFIA Inventori

Il documento esplora la storia della fotografia, evidenziando le innovazioni di inventori come Thomas Wedgwood, Fox Talbot, Joseph Nicéphore Niépce e Louis-Jacques-Mandé Daguerre. Viene descritto il passaggio da tecniche primitive come la Camera Oscura a metodi più avanzati come il Dagherrotipo e la Calotipia, con dettagli sui processi chimici e le sfide tecniche. Infine, si sottolinea l'importanza di ciascun inventore nel plasmare la fotografia moderna e il suo impatto sulla rappresentazione visiva.
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STORIA DELLA FOTOGRAFIA, RIASSUNTO DEL DOCU (INVENTORI)

Nel Medioevo bastava applicare una piccola maschera sul frutto, e con la
maturazione si colorava tutto intorno. Già dal Medioevo si concepisce l’idea che si
può scrivere con la luce.
Nel Rinascimento viene utilizzata la Camera Oscura, piccola stanza con un foro, dove
entra la luce, ma l’immagine è al contrario. Veniva utilizzata per i paesaggi o ritratti.
Nel 18° secolo l’antenata della fotografia era l’utilizzo dell’ombra, si potevano fare
ritratti con la macchina disegna ritratti. Il pittore faceva sedere la persona su questa
sedia, dove al suo fianco veniva posto un foglio dove il pittore doveva disegnare i
bordi dell’ombra del volto. Tutto ciò con una candela posta al lato opposto.
Dopo di che va tagliata la figura e posta sopra una superficie colorata. Sono ritratti
semplici, innovativi ed economici.

WEDGWOOD
Verso la fine del 1700, quindi tra il 1790 e 1791 Thomas WEDGWOOD scoprì le
caratteristiche del Nitrato d’Argento. Quindi, si presuppone che la prima impressione
fu fatta tra il 1790 e 1791.
Mischiando acqua e nitrati si può ottenere il processo di impressione.
Bisogna spalmare su tutta la superfice, quindi un foglio bianco, il nitrato e
successivamente poggiare sul foglio un oggetto. Dopo di che si oscura, e lascia
bianca la zona coperta dall’oggetto.
Però non si impressiona la zona bianca, e si oscura successivamente.
Invece, Talbot riesce a far impressionare ciò.
Il 7 aprile 2008 doveva tenersi un'asta di un foglio di carta attribuito a Thomas
Wedgwood con impressa una foglia d'albero. Fino ad allora si pensava che si
trattasse di un "disegno fotogenico" di Talbot, ma una piccola W impressa in un
angolo ha fatto ricredere.
FOX TALBOT
Verso il 1839, Talbot utilizza la stessa tecnica, con un ramo di finocchio, utilizzando il
sale da cucina per far impressionare il negativo.
Però Talbot rivoluzionò la fotografia, perché ebbe l’idea di inserire dentro una
camera oscura un foglio di carta negativo, esporlo, e successivamente posarlo sopra
un altro foglio sensibilizzato, esporlo e ottenere un positivo per contatto.
Talbot iniziò i suoi esperimenti nel 1833, in seguito a tentativi fallimentari di disegno
con la camera lucida. Tornato in Inghilterra, tentò di fissare l'immagine su un foglio di
carta. Vi riuscì immergendo la carta in una soluzione di sale da cucina e nitrato
d’argento, provocando la formazione di cloruro d’argento imbevuto nel foglio.
Talbot pose quindi degli oggetti sopra il foglio ed espose il tutto alla luce, la
comparsa della proiezione dell'immagine sul foglio ma con toni invertiti, un negativo.
Chiamò questa tecnica sciadografia. Quindi, per mantenere l'immagine doveva
fissarla. A questo scopo trovò la soluzione, richiese l'utilizzo dell'iposolfito di sodio.

Ecco, che nasce la Calotipia, cioè La stampa bella o l’immagine bella.


Si ha un ragionamento anche sul fattore estetico dell’immagine.
Scelta del supporto
La carta da utilizzare deve essere di ottima qualità, senza imperfezioni o pieghe, con
una trama costante e lineare. Si utilizzava anche la normale carta per scrivere.
Preparazione della carta
Questa fase può essere completata in due varianti.
Prima variante
 Inceratura. All'interno di una vasca in cui è stata sciolta della cera vengono
immersi singolarmente i fogli di carta, quindi con della carta assorbente e una
superficie calda si elimina l'eccesso di cera, per evitare macchie sull'immagine.
Per questo motivo, non si devono creare pieghe o grumi.
Questa fase è necessaria per rendere il negativo più trasparente.
 Iodurazione. Vengono immersi i fogli in una soluzione realizzata portando ad
ebollizione 6 litri d'acqua con 400 grammi di riso. Viene quindi filtrata con
della tela e aggiunti 90 grammi di zucchero di latte. Dopo aver filtrato
nuovamente la soluzione con della carta, si aggiungono di 20 grammi di ioduro
di potassio e 5 grammi di bromuro di potassio.
I fogli vengono quindi immersi per circa tre ore e sistemati ad asciugare.
 Sensibilizzazione. La fotosensibilizzazione avviene al buio, immergendo i fogli
per 6 minuti in una soluzione di acqua distillata (1 litro), nitrato d’Argento (60
grammi) e acido acetico (60 cc.). Segue un risciacquo e asciugatura pressando i
fogli con carta assorbente.
I fogli preparati possono essere conservati anche venti giorni, fissati su
cartoncino o altro supporto rigido.

Seconda variante
 La carta è immersa in una soluzione di nitrato d'argento e parzialmente
asciugata, quindi imbevuta in una soluzione di iodato di potassio per due o tre
minuti, risciacquata e asciugata. Viene quindi conservata al buio.
 Poco prima di essere impressionata dalla luce, la carta viene coperta da una
soluzione di nitrato d'argento e acido gallico, miscelati in parti uguali. La carta
viene asciugata in parte, perché reagisce meglio alla luce se ancora umida.
Esposizione
L'esposizione alla luce richiedeva un tempo da 10 secondi a qualche minuto, molto
più rapido della Dagherrotipia.
Sviluppo
Dopo l'esposizione alla luce è necessario rivelare l'immagine impressionata sul
foglio. In questa fase, chiamata sviluppo, si immerge il foglio in una soluzione
composta da 2 litri di acqua distillata e 2 grammi di acido gallico.
Dopo qualche minuto si vedrà apparire l'immagine. Successivamente sciacquata in
acqua comune, può essere rafforzata immergendola nuovamente nella soluzione a
cui si sono aggiunte poche gocce di nitrato d'argento.

Fissaggio
Il processo finale richiede un'immersione del foglio per circa mezz'ora in una
soluzione di iposolfito di sodio al 12% o bromuro di potassio e un lavaggio finale,
accurato, in acqua comune. Si ottiene il negativo dell'immagine, che sarà la fonte di
tutte le stampe successive.
Stampa

Il procedimento consisteva nell'utilizzo dei fogli di carta da scrittura immersi in una


soluzione di comune sale da cucina, asciugati e pennellati da un lato con il nitrato
d'argento. Il foglio ottenuto era unito insieme al negativo all'interno di due lastre di
vetro, quindi esposto alla luce del sole per circa quindici minuti.
La stampa finale riproduceva l'immagine con una tonalità marrone, quasi rossa, in
positivo.

La vera innovazione, oltre quella tecnica è che mentre Daguerre e Niépce


fotografavano dalla loro finestra il paesaggio, la finestra diventa il soggetto stesso
dell’immagine, per ciò che mostra, nasconde o lascia immaginare. Così facendo ci
allontaniamo da ciò che in passato era elemento chiave.

JOSEPH Nicéphore Niépce


Utilizza una camera Stenopeica impressionare l’immagine.
Scrive al tempo “sono all’alba di un nuovo mondo” però quasi nulla si ha dei suoi
fotogrammi, se non due lastre in metallo con delle piccole rilevanze gialline, ciò che
rimane di ciò che è stato impressionato. Ma grazie alle nuove tecnologie si può
ricostruire l’immagine.
Utilizza l’escremento del diavolo, sciolto nell’essenza di lavanda. Il bitume ha la
caratteristica di indurire al sole, e lo spalma su tutta la lastra.
Per la prima immagine c’è una contraddizione per quanto riguarda il senso della
luce, ma in realtà il tempo di esposizione va dalle 24 ore alle 72 ore. Quindi sembra
che la luce provenga da più punti.

LOUISE-Jacques-Mandé DAGUERRE
Dopo la morte di Niépce, Daguerre sperimentò un nuovo metodo più efficiente e
preciso, chiamato DAGHERROTIPO.
Diceva di utilizzare una lente di ingrandimento perché si diceva che riusciva a
cogliere ciò che l’occhio umano non riusciva a vedere.
Si realizzava così:
Il dagherrotipo si ottiene utilizzando una lastra di rame su cui è stato applicato
elettroliticamente uno strato d'argento, quest'ultimo sensibilizzato alla luce con
vapori di iodio. La lastra deve, quindi, essere esposta entro un'ora e per un periodo
variabile tra i 10 e i 15 minuti.
Lo sviluppo avviene mediante vapori di mercurio a circa 60 °C, che rendono
biancastre le zone precedentemente esposte alla luce. Il fissaggio conclusivo si
ottiene con una soluzione di tiosolfato di sodio, che elimina gli ultimi residui
di ioduro d’argento.

In parole povere, c’è una lastra di rame, sopra ci mettiamo il nitrato sensibilizzato
con vapori di iodio e lo immergiamo all’interno di una bacinella con una soluzione.
Poi, per far avvenire la carica elettrolitica bisogna attaccare a questa soluzione una
carica elettrica tale da creare reazioni chimiche per far assimilare alla lastra di rame il
nitrato.
La sensibilizzazione avviene con un tempo di esposizione di 10-15min ed ha una
efficacia di 1h da quando è stata applicata la soluzione.
Successivamente si applica il vapore di mercurio a 60 °C, le parti biancastre sono le
zone colpite dalla luce, e a fine procedimento Il fissaggio conclusivo si ottiene con
una soluzione di tiosolfato di sodio, che elimina i residui di ioduro d’argento.
I fotogrammi sono sia positivi che negativi, se girati ad angolazioni inverse.
Com’è la camera?
La fotocamera era composta da una scatola di legno, una fessura per la lastra di
rame sul retro e frontalmente un obiettivo fisso, in vetro e ottone. Quest'ultimo
possedeva una luminosità compresa tra f/11 e f/16 e la lunghezza focale era di
360mm. Nel 1840 Josef Petzval introdusse un nuovo obiettivo a quattro lenti e di
elevata luminosità (f/3.7), che permise l'abbattimento dei tempi di esposizione.
Boulevard du Temple Daguerre

In questo fotogramma il tempo di esposizione è troppo lungo, infatti, questa foto


scattata a mezzogiorno e non notiamo persone camminare in mezzo alla strada per i
tempi lunghi.
Ma, ci sono due figuranti pagati per rimanere immobili, il signore e colui che gli
pulisce la scarpa.
La zona più nitida e precisa è la parte superiore del palazzo bianco di fronte, il resto è
leggermente distorto.
Visto che è un teleobiettivo, c’è lo schiacciamento dei piani, quindi ci sono delle
deformazioni.
La svolta per l’umanità

Nell’agosto del 1840 il progetto di Daguerre diventa di proprietà dello stato francese
in cambio di una pensione per tutta la vita.
Il vero problema erano i tempi di scatto per i ritratti, perché le persone dovevano
patire il caldo, fermi per molto tempo e si usavano degli escamotage per far stare il
più fermo possibile il soggetto.
Si usavano delle sedie o bastoni per far stare in mobile il soggetto.
Il difetto di questa tecnologia è la scarsa sensibilità, infatti, bisognava stare in pieno
giorno per fare un ritratto.
I ritratti ideali erano i defunti.
Nel 1842 si riesce a scendere a ben 2 secondi, si raffigura la piazza della Concordia.
Qualche mese più tardi si riesce a creare la prima camera panoramica, con un
obiettivo rotante che copre 150°.
La lastra di rame viene piegata e adattata, ma al minimo contatto, l’immagine tende
a graffiarsi o ammaccarsi in modo permanente.
Hippolyte Bayard
Può sembrare strano, ma la carta è più resistente. Nel 1839 mette insieme i suoi
studi, il processo di stampa positiva diretta utilizza della carta immersa in cloruro
d’argento, che scurisce se esposta alla luce. Viene immersa nell’iodato di
potassio prima dell'esposizione e successivamente lavata in un bagno di iposolfito di
sodio e asciugata. L'immagine risultante è un positivo diretto. A causa della scarsa
sensibilità, il tempo di esposizione in piena luce era di circa 12 minuti, il metodo di
Bayard risulta in pratica inutilizzabile per il ritratto, ma adeguato per paesaggio.
Bayard mostra come il Dagherrotipo è un procedimento molto tecnico, che raffigura
letteralmente la realtà, invece, con questo procedimento si può passare ad una
visione più creativa. Infatti, si possono rappresentare in modi diversi lo stesso scatto,
in colori differenti.
Il difetto di questa tecnica è la scarsa nitidezza, infatti Bayard era costretto a ritoccare
a mano con la matita alcuni elementi non ben visibili.
Ma Bayard svilupperà anche la sensibilizzazione per contatto.
Bayard è il primo a scoprire il potenziale della Calotipia.
Per questa immagine, Bayard
mostra il gran potenziale
tecnico, ma, a livello di
concetto, iniziamo con il dire
che il cappello centrale serve
come una firma, per far capire
che l’immagine è sua.
La forma a cilindro ricorda
quella di un mirino fotografico,
come se intendesse guardare
chiunque avesse intenzione di
guardare questa foto.
Ma può ricordare anche il
fotografo giardiniere o l’ordine
in mezzo al disordine.

Del resto, abbiamo oggetti sparsi, lasciando la traccia dell’uomo, come se il


proprietario fosse andato via, lasciando tutto in disordine.
Il titolo di questa immagine è “L’annegato” si sente morto dentro perché il suo
procedimento viene definito inferiore a quello di Daguerre.
Ma nel 1850 il Calotipo si imporrà al Dagherrotipo, mettendolo alle strette.

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