DEI SEPOLCRI SINTESI
vv.1-15 – Foscolo rispondendo alle due domande retoriche, che aprono e chiudono questa sezione
del carme, afferma che il sepolcro non porta alcun beneficio al defunto. Egli esaltando la gioia della
vita sottolinea l’inesorabile significato negativo della morte con la quale l’incanto della vita
svanisce per sempre;
vv. 16-25 – Rivolgendosi a Pindemonte afferma che non vi è alcuna speranza di vita dopo la morte,
in quanto la condizione umana è pura materialità e la natura è un continuo trasformarsi di tutte le
cose (meccanicismo). L’uomo non può garantire nessuna durata nel tempo né a se stesso né alla
propria memoria.
Foscolo ricorrendo ancora allo strumento delle domande retoriche si domanda però: perché
negarsi l’illusione data dal rito funebre che permette di mantenersi legati al proprio caro deceduto
e che permette di prolungare con il ricordo la sua vita? La tomba può rappresentare l’illusione di
poter alimentare ancora il vincolo affettivo che legava i vivi e i morti e di continuare ad amare
coloro che non ci sono più.
vv.26-50 – Il sentimento di affetto per i morti è un dono soprannaturale proprio dell’uomo (una sua
dote) che permette, al di là dei rigidi limiti imposti dalla natura, di ricevere dalla sepoltura un
prolungamento, anche se illusorio, dell’esistenza terrena. L’unica eccezione è rappresentata da chi
muore senza affetti: nessuno, infatti, coltiverà la sua memoria. Egli può solo immaginare per sé una
vita ultraterrena, quindi temere l’inferno o sperare nella salvezza, ma delle sue spoglie non rimarrà
memoria e diventeranno solo parte del terreno;
vv.51-69 – Foscolo fa riferimento all’editto di Sant-Cloud, la nuova legge napoleonica che vuole
negare il valore del sepolcro, spostando i cimiteri fuori dai luoghi abitati, e vietando le indicazioni
dei nomi sulle tombe. Egli ne dimostra gli effetti negativi in riferimento alla figura illustre del poeta
Parini che giace sepolto in modo anonimo, lontano dai luoghi a lui cari, forse accanto ad un
delinquente comune, mentre meritava, per la sua arte poetica, di avere degna sepoltura sotto il
tiglio alla cui ombra era solito riposare e meditate quando era in vita (riferimento ai giardini di via
Palestro a Milano).
vv.70-90 – Foscolo critica la città di Milano in cui venivano osannati i giovani cantanti castrati
mentre un artista del livello di Parini veniva ignorato e dopo la sua morte non venne onorato con
una degna sepoltura (finì nelle fosse comuni). La prima parte del carme si chiude in modo lugubre
con la tetra immagine di un cimitero notturno, che richiama l’inferno dantesco, in cui si aggirano
una cagna randagia affamata e un malaugurante uccello notturno che esce dal teschio dove si era
rifugiata per evitare i raggi della luna che introduce il discorso della funzione civile del sepolcro.
vv.91-103 – La difesa dei cadaveri dagli agenti atmosferici e dalle belve feroci coincide con l’inizio
della civiltà e con la nascita delle altre istituzioni civili: il matrimonio, la giustizia e la religione. Con
il culto dei morti nasce la civiltà, anche se differenti e a volte in contrasto sono le forme che
vengono utilizzate;
vv.104-129 – Foscolo polemizza contro gli usi funebri medioevali, legati al cattolicesimo, e afferma
che non sempre le lugubri prassi adottate nel Medioevo di: seppellire i cadaveri nei pavimenti delle
chiese; di richiamare costantemente la morte attraverso scheletri raffigurati ovunque; di diffondere
terrore superstizioso e l’uso delle messe a pagamento, sono stati gli unici modi per onorare e
valorizzare i defunti. Al culto terrorizzante del Medioevo contrappone il culto semplice e naturale
dei classici in cui i sepolcri sono collocati in una cornice serena e ridente di alberi, acque e fiori. Il
ricorso alle lampade votive è il rimedio naturale derivato dalla ricerca di luce nei moribondi ed
anche gli altri culti, l’amaranto sulle tombe, il rito propiziatorio del versare latte, sono tutti rimedi
trovati per poter stabilire ancora la vicinanza con il defunto.
vv.130-136 – Foscolo pur ritenendo un’illusione la sensazione di avvicinarsi ai morti attraverso i riti,
riconosce il valore civile che possono avere. Porta, ad esempio, il costume inglese di passeggiare
nei cimiteri, posti nel centro abitato, come se fossero nei giardini in cui la bellezza della natura
favorisce il fatto che si stabilisca un affettuoso colloquio con il defunto. Qui le donne inglesi
rivolgono alla madre scomparsa preghiere accorate e un giorno pregarono i numi tutelari della
nazione affinché l’ammiraglio Nelson, con i suoi uomini, potesse ritornare presto in patria.
vv.137-150 – Il culto delle tombe porta non solo a tenere vivi gli affetti privati ma anche ad
alimentare l’amore di patria e il valore delle imprese eroiche. Dove invece l’eroismo e la virtù siano
tramontati o domina solo la ricchezza dei potenti e la viltà degli oppressi, i riti funebri sono solo
inutili manifestazioni di sfarzo. È il caso dell’Italia dove intellettuali, ricchi, mercanti e nobili sono
sepolti già da vivi dentro l’ipocrisia del potere. Per sé e per Pindemonte, a cui il carme è indirizzato,
Foscolo augura invece una sepoltura appartata che possa lasciare un’eredità non di tesori ma di
sentimenti amorosi e di arte impegnata e libera.
vv.151-167 – Le tombe dei grandi uomini possiedono un alto valore civile in quanto destano in altri
grandi uomini il desiderio di emulazione. Foscolo racconta che quando vide a Firenze nella chiesa
di Santa Croce le tombe di Machiavelli, Michelangelo e Galileo, gridò di ammirazione verso quella
terra felice (Firenze) dove le bellezze della natura si accompagnano alle grandi opere dell’ingegno
umano;
vv.168-188 – A Firenze, di cui Foscolo descrive la bellezza del paesaggio, Dante iniziò la stesura
della sua opera Divina Commedia e vi nacquero i genitori di Petrarca, il poeta che seppe purificare
e spiritualizzare la sensualità dell’amore cantato dai classici. Ma soprattutto Firenze custodisce,
nella chiesa di Santa Croce, le tombe che permettono all’Italia di conservare la memoria del suo
grande passato, l’Italia da cui trarre ispirazione per un riscatto e rinascita futura.
vv.189-212 - La necessità di ispirarsi al glorioso passato e ai grandi personaggi che lo hanno reso
tale spetta ai grandi poeti, come Vittorio Alfieri che venne spesso in solitudine a passeggiare tra
quei sepolcri, sdegnato per il destino della sua patria ma anche speranzoso di trovare tra quelle
tombe le tracce di un riscatto. Anche Alfieri venne sepolto in S. Croce; dal suo e dagli altri sepolcri
emana lo stesso amor di patria che alimentò l’azione valorosa dei Greci contro i persiani nella
battaglia di Maratona (490 a.C.) e che i Greci consacrarono sulle are dedicate ai loro caduti. Ogni
notte, in base a una credenza diffusa, si ripete la visione notturna della battaglia visibile dai
navigatori nelle acque antistanti. Santa Croce può essere dunque equiparata al tumulo di
Maratona, eretto a memoria eterna degli uomini che salvarono la Grecia.
Vv. 213-219 Foscolo ricorda che Pindemonte in gioventù aveva navigato sulle rotte greche,
percorrendo le vie degli eroi greci, in quel mare che, secondo la mitologia, avrebbe deposto sulla
tomba del valoroso Aiace le armi di Achille che Ulisse aveva ottenuto con l’inganno, spingendo
Ajace al suicidio.
Vv. 220-225 l’episodio dimostra il valore morale della morte che compensa le ingiustizie della vita.
Le tombe devono anche rendere giustizia dopo la morte riconoscendo i meriti degli uomini virtuosi
che non hanno avuto da vivi il giusto riconoscimento.
Vv. 226-234 le Muse che rappresentano l’ispirazione poetica, chiamano Foscolo a svolgere la
funzione di rievocare le imprese eroiche del passato, dando voce alle tombe e facendo da
mediatore tra il passato dei morti ed il presente dei vivi. Quando il tempo distruggerà persino le
rovine delle tombe, la poesia, non soggetta alle leggi del tempo, subentra nella funzione di
memoria storica, restituendo al passato la sua voce, superando l’oblio che consegue alla morte
(vince di mille secoli il silenzio). Alla poesia spetta il compito di perpetuare il ricordo delle gesta
eroiche che il tempo disperde.
Vv. 235-240 rievoca il mito di troia facendo riferimento alle tombe dei progenitori di Troia: nella
Troade vi è un luogo, il sepolcro di Ilo, fondatore di Troia, testimonianza della discendenza troiana.
Discendenza che ha la sua origine in Dardano, nato dall’unione di Elettra con Giove, da cui tutta la
stirpe troiana: Assaraco, i 50 figli di Priamo fino ai discendenti di Iulo che diedero origine alla Gens
Giulia e a Roma.