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Dante:

Biografia
Dante nasce a Firenze nel 1265 da una famiglia della piccola nobiltà di parte guelfa. Nonostante le
condizioni economiche della famiglia, dante riesce comunque ad ottenere una raffinata educazione
(nessuna notizia sul maestro, si crede fosse Brunetto Latini). Sin in giovane età accanto agl’interessi
dottrinali si affianca la vocazione alla poesia, che imparò da sé leggendo i poeti provenzali e subendo anche
l’influenza dell’amico Cavalcanti. La sua esperienza intellettuale e sentimentale si compendia intorno alla
figura di Beatrice (musa, donna amata). Perciò, quando ella nel 1290 muore, segna un periodo di
smarrimento per Dante che riesce a trovare conforto solo negli studi filosofici. Al tempo stesso
approfondisce anche la sua poetica leggendo i poeti latini, in particolare Virgilio.

L’esperienza politica
A partire dal 1295 si aggiunge alle sue esperienze culturali quella politica. Nel 1295 Dante entrò a far parte
dell’Arte dei Medici e Speziali, ricoprendo varie cariche, fino ad arrivare al 1300 quando verrà nominato tra
i Priori (suprema magistratura cittadini). Fu quello però un periodo difficile per Firenze, lacerata dai conflitti
tra Guelfi bianchi e guelfi neri e minacciata dal fatto che papa Bonifacio VIII voleva conquistarla. Dante, che
aveva a cuore l’autonomia del comune, si sentì più vicino ai Bianchi, che difendevano l’autonomia della
città, mentre i Neri appoggiavano il papa. Nell’autunno 1301, i Guelfi Neri, si impadronirono di Firenze
esiliando tutti i guelfi bianchi, e per giunta anche Dante che nel Gennaio 1302, apprenderà la notizia

Gli anni dell’esilio


Incominciò così l’esilio per dante. Nei suoi primi anni Dante nutriva ancora la speranza di un suo possibile
ritorno in patria, ma dopo un tentativo provato con la forza egli preferì “far parte per sé stesso”. Cominciò
così un lungo viaggio che porterà il poeta a essere l’uomo di corte presso dei signori magnanimi. Questi
signori ospitavano uomini di cultura per ricavarne lustro e prestigio, ma anche vari compiti come le funzioni
di segretario. È inutile specificare come Dante, che era il tipico intellettuale-cittadino (geloso della sua
autonomia), si sentisse stretta questa posizione. A Firenze, ove aveva lasciato “ogni cosa diletta più
caramente” rivolgeva sempre un pensiero nostalgico, pensiero che affiora poi nelle sue opere. Intanto però
l’esilio lo portò ad allargare i suoi orizzonti e a ricercare un mondo giusto, lontano dalle guerre, dall’uomo
spinto solo dalla cupidigia del denaro e dalla corruzione della chiesa. Egli credette di individuare la
soluzione in un possibile imperatore, che facesse rispettare le leggi obbligando così la chiesa a tornare alla
sua missione spirituale. Nel 1310 il suo sogno era destinato a divenire realtà. Difatti Enrico VII di
Lussemburgo, sarebbe dovuto scendere in Italie per essere incoronato. Le sue illusioni ben presto però
svanirono di fronte alla condotta del papa e alla resistenza da parte delle città italiane. Nel frattempo, per
Dante, svanì anche l’ultima possibilità di un ritorno in patria. Egli rifiutò infatti di ritornare a casa a costo di
un riconoscimento dei propri errori e un’umiliazione pubblica. Passerà gli ultimi anni della sua vita,
circondato dalla fama di altissimo poeta, a Ravenna, per poi morire il 14 settembre 1321

LA DIVINA COMMEDIA
Parafrasi divina commedia:
CANTO I
v.1-3
Giunto alla metà della mia vita (35 anni/70), mi ritrovai in una selva oscura (buia come la coscienza umana
caduta nel peccato) perché la via del bene era smarrita (la via smarrita ma non persa per sempre, questa
via del bene che avrebbe ricollegato l’uomo a Dio, come vuole l’insegnamento del Vangelo)
v.3-9
Ahimè com’è difficile spiegare questa selva orribile (questa = esta = allitterazione), intricata e difficile (aspra
e forte= DITTOLOGIA SINONIMICA) da attraversa, che al solo ripensarci l’angoscia ricrea in me la paura!
Questa condizione è così tanto angosciosa che la morte provoca una disperazione di poco superiore; ma
per spiegare il bene che vi trovai all’interno, prima parlerò delle altre cose che ci ho visto all’interno
v.10-18
Io non so spiegare come vi entrai tanto ero assonnato (sonno spirituale) nel momento in cui abbandonai la
via della verità (allitterazione: verace via). Ma dopo che giunsi ai piedi di un colle dove terminava quella
Selva che aveva trafitto di paura il mio cuore, guardai verso l’alto (desiderio di purificazione) e vidi la sua
sommità illuminata dai raggi del sole che conduce l’uomo alla via della verità ovunque egli sia.

v.19-30
Allora si calmò un po’ la paura che era rimasta a lungo nelle profondità del mio cuore durante la notte
trascorsa con tanta angoscia. È come il naufrago (similitudine) che ancora affannato giunge a riva dal mare
pericoloso, si volge verso l’acqua, come io mi voltai ad osservare quel luogo che non permise mai a nessuno
di sopravvivere. Dopo che mi riposai, ripresi il cammino sul pendio solitario e salendo poggiavo il corpo sul
piede più basso. (piede d’appoggio attaccato al terreno, similitudine delle persone attaccate alle cose
materiali)
v.31-36
Ed ecco apparirmi una Lonza agile e molto veloce che era ricoperta di pelo a chiazze (Lonza: una delle 3
fiere, rappresentava la LUSSURIA, era ciò che attraeva l’uomo al peccato); e non si allontanava dal mio
sguardo, anzi mi impediva di avanzare, tant’è che fui costretto a tornare indietro.
v.49-55
e una lupa (l’avarizia: il desiderio insaziabile di ricchezza derivato dalla nuova borghesia) che sembrava per
la sua magrezza piena di brama (magra perché vogliosa di ogni cibo, come l’avaro del denaro) e fece già
vivere sofferenti (nel dolore) molti uomini, mi provocò una tale angoscia con la paura suscitata dal suo
aspetto, che persi la speranza di raggiungere la vetta del colle (alla salvezza).
v.55-61
è come colui (qual è quei) che volentieri accumula ricchezze (acquista) quando giunge il momento che gli fa
perdere tutto (giocatori d’azzardo);non cessa più di piangere e di rattristarsi; così mi rese la bestia
insaziabile (senza pace) che, venendomi incontro, a poco a poco mi respingeva là dove il sole non batte (là
dove non c’è la luce divina, la redenzione) (buio = vizi) (SINESTESIA: figura retorica basata su uno scambio di
sensazioni, quella visiva e quella uditiva usati per creare la sensazione del buio/ un altro esempio: l’urlo
nero della madre).
v.61-64
Mentre io precipitavo verso la selva, incontrai davanti agli occhi Fioco (colui la cui voce era divenuta fioca a
causa del suo essere stato a lungo in silenzio)
v.64-70
Quando vidi quest’ombra in quel luogo (uomo senza speranza), solitario gli gridai: Abbi pietà di me
chiunque tu sia, o ombra o uomo in carne ed ossa. Questi mi rispose: Non sono uomo, ma lo fui, e i miei
genitori furono lombardi, e per luogo di nascita entrambi mantovani (gli appare il grande Virgilio, egli
rappresenterà la ragione dell’uomo, che illumina la strada dell’uomo).
v.70-81
nacqui al tempo di Giulio Cesare, sebbene fosse tardi (per conoscerlo e onorarlo), vissi a Roma sotto il
buono Augusto, quando ancora c’era la religione pagana falsa ed ingannevole (porta Virgilio a dire ciò che
egli non avrebbe mai detto sulla religione). Virgilio:” Ma dimmi piuttosto di te, perché mai vuoi tornare in
quel luogo pieno di angoscia? Perché non Sali il colle, fonte di felicità che conduce alla beatitudine in
paradiso?”
Dante:” ma sei proprio tu il famoso Virgilio, quella fonte che sporge un fiume così abbondante di
eloquenza?” gli risposi chinando il capo per rispetto (tipico atteggiamento dell’allievo dinanzi al maestro)
v.82-90
“Tu che con la tua grandezza onori tutti i poeti e li illumini con il tuo modello, mi siano di giovamento da te
il lungo studio e profondo amare che mi hanno portato ad esplorare le tue opere. Tu sei il mio maestro,
colui da cui ho appreso poesia e cultura. Guarda la bestia dinanzi a me, per colpa sua ho rinunciato a salire
il colle; salvami da lei, o’ famoso saggio, poiché essa mi fa tremare i polsi e il sangue nelle vene (il concreto
che ha paura dell’astratto: Metonimia)
v.91-99
“è necessario che tu intraprenda un’altra strada” rispose Virgilio dopo avermi visto piangere “se vuoi
salvarti e fuggire da questo logo selvaggio, poiché questa bestia contro la quale tu invochi il mio aiuto, non
consente a nessuno di passare per la sua via, lo ostacola a tal punto da ucciderlo; ed è selvaggiamente
insaziabile, anzi dopo il pasto ha ancora più fame di prima”
v.100-108
“Molti sono gli uomini a cui si unisce, finché non giungerà un veltro (Un cane addestrato alla caccia dei lupi,
secondo molti Dante intendeva o un papa, o Enrico XII o addirittura sé stesso). Il veltro non si ciberà di
ricchezze e cibo, ma di amore, cultura e virtù, e la sua nascita avverrà tra persone di umile condizione
sociale (tra feltro e feltro, due cittadine). Sarà la salvezza della povera Italia, alla cui formazione
collaborarono Camilla, Eurialo, Niso e Turno (personaggi dell’Eneide)
Breve parentesi
Camilla: regina dei Volsci, popolo situato nel Lazio
Turno: re dei Rutuli, antagonista di Enea (aveva avuto come promessa sposa la figlia di , ma una volta
giunto Enea vede in egli un miglior pretendete, Turno si ribella = guerra)
Niso e Eurialo: sacrificati nell’aiuto di Enea (rappresentano il sacrificio dei popoli italici per la formazione
dell’Italia)
v.109-111
Il veltro inseguirà la Lupa in ogni luogo, finché non l’avrà ricacciata nell’inferno, nel luogo da cui Lucifero la
fece uscire per scatenarsi contro l’Umanità
v.112-120
Per questa ragione, io ritengo che tu mi debba seguire nel tuo viaggio, io sarò la tua guida e ti terrò in salvo
da questa selva, il cui viaggio è destinato ad essere lungo. Lì sentirai le grida di disperazione, vedrai le anime
dannate che soffrono le pende dai tempi più antichi, tanto che ciascuna di esse invoca la morte definitiva
dell’anima (morte perpetua); vedrai anche le anime del purgatorio, contente della loro pena che aspirano
un giorno a salire nel paradiso.

v.121-126
Se poi vorrai salire tra le anime beate ti dovrò affidare ad un’anima più degna della mia, che assumerà il
ruolo di guidarti. Ti lascerò perché Dio, l’imperatore che regna lassù nel paradiso, non permette che io entri
nella sua città, poiché non seguii la sua legge (religione)
v.127-136
Dio governa su tutto l’universo, ma nell’Empireo è la sede del suo regno: qui è la sua città e il suo trono: o’
felice colui che Egli vi destina” E io, rivolgendomi a lui:” Poeta, io ti chiedo in nome di quel Dio che tu non
conosci, affinché io possa fuggire dalla lupa e dal peggio, ti prego che tu mi guidi lì dove tu mi hai appena
raccontato, affinché io veda la porta di San Pietro (entrata del Paradiso)” Allora Virgilio iniziò a camminare e
io lo seguì

CANTO II
Si avvia con una descrizione del luogo, mentre il giorno se ne andava e tutti i lavoratori tornavano a casa,
solo uno (Dante) rimaneva sveglio e si accingeva ad affrontare tutti i travagli morali e fisici causati dal
passaggio dell’Inferno. (questa situazione la si trova in Virgilio, Dante la fa sua e la usa per descrivere il
posto). Durante il canto, Dante si chiedere perché svolgere questo viaggio e perché è stato scelto PROPRIO
LUI INCREDIBILE ‘CCEZZIONALE. (al verso 32 dice: ne Enea, ne Paolo sono.). La domanda è dovuta anche al
fatto che Dante è sempre avvolto dal dubbio e dalle incertezze. La risposta gliela darà Virgilio: egli gli spiega
che un giorno si è presentata alle porte del Limbo una donna (Beatrice) beata e bella, scesa dal paradiso
apposta per implorare aiuto da parte di Virgilio per Dante ch’era ormai perso. Virgilio ha quindi il compito di
salvarlo dalla selva e di assisterlo nelle difficoltà che gli si pareranno davanti.

Chi meglio può aiutarlo se non il suo maestro Virgilio e la sua amata Beatrice. Bea è al centro del suo
romanzo d’amore (vita nuova) nella commedia diventa simbolo della teologia, personificazione del potere
di Dio in grado di assicurargli la vita eterna. È chiaro che dietro la volontà di Beatrice di scendere a chiedere
l’aiuto di Dante ci sia stato un disegno divino. Ella è stata spinta anche da 2 donne in questa volontà di
scendere nell’empireo: LA VERGINE MARIA (simbolo della grazia preveniente e della carità) e Lucia (la
speranza/grazia illuminante perché Lucia = colei che porta la luce) Dante è molto devoto a Lucia, si nota ciò
nel Convivio, dove chiede aiuto in quanto a causa dello studio sta avendo problemi alla vista. Quindi 3
donne benedette (Bea = fede / Speranza = Lucia / Santa Maria = Carità), le 3 VIRTù TEOLOGALI.
v.127
Come fiorellini reclinati, e con i petali chiusi per difendersi dal freddo della notte che illuminati dal sole
dell’alba si ergono, così feci io riprendendomi dalla mia condizione di abbattimento e perplessità e tanta
energia entrò nel mio animo che iniziai a parlare come una persona liberata da ogni timore. (discorso del
Topos letterario = fiori godono dell’amore, quindi dell’amore) Qui inizia il viaggio di Dante verso la felicità
eterna lungo la retta via. È chiaro che Dante svolge questo viaggio di esempio per l’umanità, la cui
intenzione è quella di rifondare le virtù della società e di riportare all’ordine il papato. Virgilio, sollecitato
dalle 3 donne, condurrà quindi Dante attraverso questo viaggio: INIZIA IL VIAGGIO DI DANTE
UFFICIALMENTE.

PARAFRASI CANTO III


v.22-120 SCALATA DI DANTE LUNGO GLI INFERI
Qui Dante è turbato da gli urli di dolore e si trova in quest’atmosfera buia. Qui appare un elenco di
sofferenze ed un climax di dolore, tutti questi rumori provocavano un turbine di dolore. Qui appare una
sinestesia (mix di descrizione da interpretare sia con l’udito che con la vista =urla e buio). Qui Dante chiede
soccorso al maestro, chiedendo spiegazioni sulle urla di dolore. Virgilio risponde dicendo che qui vivono le
anime che vissero (v.37) facendo una vita senza infamia e senza lode (nessun peccato grave e nessun’onori
durante la vita). Queste anime inoltre si trovano lì anche perché nel conflitto tra Dio e Lucifero non si
schierarono da nessuna delle due parti, stettero per sé. Chiede Dante: “Maestro allora perché, nona vendo
fatto nessun peccato grave, si lamentano così tanto?” Virgilio risponde: “te lo dirò brevemente, questi non
avranno una morte definitiva, il che è peggio delle punizioni vere e proprie, il mondo dei vivi non ricorda
niente di loro, una volta morti non rimane nessuna traccia di loro. Continua a camminare, non ti curar di
loro”. (v.51). Dante si ferma a guardare una bandiera che correva senza mai fermarsi, dietro la quale si
muoveva una folla di anime perseguitate da mosconi e vespe (D:” non avrei mai creduto vera se non
l’avessi vista”), dei quali non si riuscivano a riconoscere i lineamenti. Ne riconobbe qualcuno: Queste sono
le anime che nella vita non mai presero nessuna decisione o nessuna posizione (IGNAVI), che preferirono
anzi farsi indietro. (tra di questi c’era Celestino V, colui che, non sentendosi all’altezza, abdicò il ruolo di
papa favore di Papa Bonifacio XVIII. Dante lo condanna per le conseguenze). Continuando Dante vide della
gente presso la riva di un fiume: chi sono? Sono le anime che devono attraversare il fiume Acheronte
(presente anche nell’Eneide),
(v.82) qui incontrano Caronte (presente anche nell’Eneide, rendendolo però demonio riluttante) (dal bianco
pelo per antica virtù) che grida: “guai a voi anime destinate alla dannazione, non sperate di veder lo cielo” Il
suo compito è quello di portare le anime per fargli dare la loro pena da scontare.
(v.85) Quando Caronte vede Dante rimproverandogli la sua volontà di passare l’inferno tramite l’Acheronte,
dicendogli di dover arrivare al suo porto (Paradiso) tramite il purgatorio, condotto dall’Angelo Nocchiero
con la sua imbarcazione (legno, materiale per l’oggetto = Metonimia) più leggera (perché conduce anime
pentite, quindi più leggere rispetto a quelle peccatrici). (v.95) Virgilio risponde: “Caronte, non ti arrabbiare,
e non domandare oltre, il viaggio di Dante lo vuole Dio. Quando sarà morto andrà per lieve legno, ma ora tu
ci devi portare per l’Acheronte, Nocchiero delle anime dannate!”
(v.97) Da questo momento si acquietò Caronte, dopo il discorso di Virgilio. Le anime invece che
aspettavano la loro sorte, cambiavano colore e battevano i denti quando udirono le parole di caronte, e
iniziavano ad insultare Dio, la loro famiglia (il genere umano).
Il demonio caronte senza parlare, raccoglie tutte le anime nella barca e le percuote col remo.
(v.112) SIMILITUDINE: Come le foglie, si staccano dal ramo e cadono una dopo l’altra, così le anime dei
dannati si gettarono da quel lido ad uno ad uno ai cenni di Caronte, come un uccello che viene richiamato
da qualcosa, così caricate sulla barche le anime attraversarono le acque scure del fiume Acheronte, mentre
se ne adunavano nuove sulla riva (come le foglie cadono, le anime salgono sulla barca). In quel luogo mai
nessun’anima buona passava (v.120).
Petrarca:

La Formazione e l’amore per Laura


Petrarca nacque ad Arezzo il 20 luglio 1304, da una famiglia fiorentina borghese. Il padre, notaio, fu
mandato in esilio dai Guelfi neri (…). Nel 1312 si trasferì con la famiglia ad Avignone, dove Francesco a 16
anni intraprese gli studi giuridici prima a Montpellier e poi a Bologna, ma la sua vocazione era già
irresistibilmente letteraria. Per questo motivo, nel 1326, tornò ad Avignone. Qui condusse una vita frivola
alla quale al contempo si dedicò allo studio degli scrittori classici. Con sé aveva sempre le Confessioni di
sant’Agostino: da qui si capiscono le sue tendenze sin dalla giovane età, il culto dei classici e l’intensa
spiritualità. La lingua in cui scriveva e parlava era il latino, parallelamente però coltivava anche il genere
della lirica volgare, come Dante. Seguendo il modello dei poeti d’amore raccoglie tutti i motivi della sua
poesia intorno ad un’unica immagine femminile, Laura. Sono nate però discussioni sull’effettiva esistenza
storica di Laura. Ora si crede che alla lirica del Canzoniere vi sia un’esperienza reale; tuttavia l’amore per
Laura fu assunto nell’esperienza letteraria con il valore di un simbolo.

I viaggi e la chiusura nell’interiorità


La vita giovanile di Petrarca non era solo occupata dai rapporti mondani, egli sentiva fortemente l’esigenza
dei suoi agi e della tranquillità. Prese perciò gli ordini minori (cariche politiche e rendite lucrose). Al bisogno
di sicurezza materiale si contrapponeva però una curiosità constante di conoscere, che lo spinse a viaggiare.
Ogni viaggio era per lui un’occasione di conoscere e apprendere: nei vari luoghi egli si recava frugava tutte
le biblioteche disponibili. Inoltre egli strinse amicizia con molti letterati europei e italiani (Boccaccio). Tutta
via questa irrequietudine si contrapponeva il bisogno di chiudersi nell’interiorità e di approfondire la
conoscenza di sé. Questa tendenza si concretò nel ritiro a Valchiusa. Qui Petrarca amava rifugiarsi lontano
dalle preoccupazioni mondane e si dedicava solo alla lettura dei classici e allo studio. Da questo otium
letterario (distacco da ogni attività pratica, impegno totale dello spirito) nacquero gran parte delle sue
opere. Valchiusa divenne dunque simbolo di un’attività spirituale indipendente.

Il bisogno di gloria e l’impegno politico


Tuttavia l’attività letteraria per Petrarca non derivava solo dall’elevazione dello spirito: In primo luogo, vi
era in lui un bisogno di gloria e riconoscimento, bisogno colmato dall’incoronazione poetica ottenuta a
Roma nel 1341. Dopo questo soddisfacimento però Petrarca toccò il culmine di una crisi religiosa, fatta
precipitare dal ritiro in convento dell’amato fratello Gherardo. Egli non riuscì a seguire le orme del fratello e
la crisi si tradusse così in un tortuoso processo interiore in cui si alternavano l’ansia di purificazione e il
risorgere ineliminabile di interessi mondani. Emerge qui chiaro quel “dissidio” fondamentale della sua
personalità. In secondo luogo l’esercizio letterario è anche di impegno politico e civile. In contrato col
bisogno di solitudine Petrarca sente vivi i problemi del suo tempo, che, in quanto intellettuale, crede di
dover risolvere. Egli usa il suo prestigio per chiamare il ritorno del papa a Roma, per risolvere la corruzione
della Curia. Egli sente vicini anche le lotte civili e invoca una pace durevole. Si entusiasmò dal tentativo
politico di Cola di Renzo, che, una volta restaurata la repubblica di Roma abbandonata dal papa, sogna di
riportare la città alla sua grandezza antica. Egli ispirato così dai suoi ideali, scrive numerose lettere a Cola,
per esortarlo ad agire quanto prima. L’insofferenza per la corruzione tocca il limite nel 1347, anno in cui
Petrarca lascia Avignone e viaggia lungo l’Italia, stabilendosi definitivamente ad Arquà dove vivrà gli ultimi
anni della sua vita. Muore tra la notte del 18 e 19 luglio 1374 (la leggenda vuole che la morte lo colse su un
codice del suo amato Virgilio).

Petrarca come nuova figura di intellettuale


Petrarca rappresenta una figura nuova rispetto ai suoi predecessori e anticipa la figura che dominerà poi
negli anni successivi. Non è più un’intellettuale comunale, ma cosmopolita, senza radici comunali
(manifestazione: ansia del viaggiare). Questa è una differenza netta che lo separa da Dante che, a
differenza, rimpiange il bell’ovile. In secondo luogo non è più l’intellettuale-cittadino che partecipa
attivamente alla vita politica, ma un intellettuale cortigiano: accetta la nuova Signoria e la sostiene. In
questo ha una importante funzione: dà consigli ai signori, dà lustro con la sua cultura in cambio di
protezione, rendite e pubblichi onori. Tuttavia, come Dante, resta geloso della sua autonomia e per questo
rifiuta incarichi che lo vincolerebbero troppo. Resta dunque più un ospite illustre. Garanzie di questa
indipendenza sono le rendite ecclesiastiche, che lo preservavano dal dipendere. Anche in questo Petrarca
anticipa la figura del chierico, colui che trae sostentamento da cariche e benefici ecclesiastici. Grazie a
queste rendite Petrarca si permette una vita agiata con a disposizione tutti i libri che vuole (cosa rara per
l’epoca).

L’humanitas
I privilegi e i favori di cui Petrarca gode si spiegano dal prestigio che aveva assunto la letteratura. Essa viene
considerata come la più alta manifestazione dello spirito umano (humanitas) il letterario è colui che, con i
suoi studi fa rivivere il mondo antico, a cui si guarda sempre come modello della via civile e spirituale. Si va
già delineando dunque l’Umanesimo. E Petrarca ne è consapevolissimo: per lui nelle lettere si compendiano
i più alti valori umani. Disprezza dunque il sapere puramente scientifico. Le lettere, al contrario, sono
veramente utili e costruttive perché conducono alla meditazione e alla vera conoscenza di sé (idea altissima
del poeta da parte di Petrarca).

Le opere religioso-morali
La maggior parte dell’opera petrarchesca è in latino: essa è divisibile in 2 gruppi, religioso-morali e
umanistiche. Di quest’ambito si possono prendere 2 testi di polemica filosofica che forniscono la visione del
mondo di Petrarca: Invettive contro un medico e Sull’ignoranza propria e di molti altri. In esse Petrarca
esprime il suo profondo fastidio per la sua filosofia scolastica, infatti per lui la vera filosofia è quella
finalizzata allo studio di sé stesso e alla comprensione della strada per la felicità e per la salvezza. Petrarca
guarda infatti all’insegnamento di sant’Agostino che aveva proclamato che “la verità abita nell’interiorità
dell’uomo”. Tra Dante e Petrarca corre solo una generazione di differenza, ma la loro visione del mondo è
completamente diversa. Dante infatti credeva fermamente nella filosofia scolastico-aristotelica, da cui
scaturiva quell’incrollabile fede in un ordine perfetto (in cui…). In Petrarca la fede dantesca viene meno, e
con essa l’idea di poter dominare la realtà con rigorosi schemi intellettuali. Perciò egli rinuncia ad affrontare
il mondo esterno e si rinchiude in sé stesso.

Il Secretum
Questo continuo esame di coscienza si tradusse nel Secretum in cui la crisi religiosa toccò il suo culmine,
scritto intorno al 1342-1343 e rimaneggiato intorno al 1353. L’opera è divisa in 3 libri e strutturata come un
dialogo tra Francesco e sant’Agostino, il santo che Petrarca considerava la sua guida spirituale. Il dialogo si
svolge in 3 giorni alla presenza di una donna bellissima, figurazione della verità, muta. Nel dialogo lo
scrittore di sdoppia in 2 personaggi, proiezioni della sua interiorità. Agostino rappresenta invece la sua
coscienza che smonta le sue giustificazioni e i suoi alibi morali, svelando la verità, comoda o no. Francesco
rappresenta la fragilità del peccatore. Nel primo libro Agostino rimprovera a Francesco una debolezza di
volontà che gli impedisce di mettere in atto le sue aspirazioni per una vita più pura e virtuosa. Nel secondo
egli espone i sette peccati capitali e rimprovera e si sofferma su quello che affligge di più Francesco,
l’accidia, una sorta di debolezza del volere, che annulla la possibilità di scegliere e volere. Ma due sono le
grandi colpe di Francesco, che vengono analizzate nel 3 libro: il desiderio di gloria terrena che distoglie lo
sguardo del poeta dalle cose eterne, e l’amore per Laura. Per Francesco questi sono solo dei “vizi”
innocenti, mentre per Agostino sono le più basse passioni. Francesco infatti si inganna nel ritenere che
l’amore di Laura sia stato spirituale e virtuoso. Agostino invece gli dimostra che da esso ha avuto inizio la
sua degradazione morale. Il dialogo è condito dal bisogno di raggiungere la pace interiore, ma una volta
concluso, rimangono aperte tutte le contraddizioni del poeta: Francesco non giunge ad un saldo proposito
di cambiar vita, anche se potrebbe, per colpa della sua natura, a differenza del suo maestro. In ciò può di
nuovo vedere la distanza tra Dante e Petrarca. Per Petrarca sono escluse le soluzioni definitive, le salde e
confortanti certezze: Petrarca diventa ormai l’uomo della crisi. Questa crisi diventa rappresentazione della
crisi storica del periodo vissuto da Petrarca. Il dissidio sempre aperto tra il richiamo dell’ascesa e degli
atteggiamenti della realtà mondana, la nostalgia di una totale dedizione a Dio. Petrarca diventa
rappresentante della crisi del suo tempo che vede il disgregarsi della spiritualità medievale. Questo travagli
però, non si riflette nella sua produzione. Il latino con il quale scriveva, appare infatti limpido, armonioso e
strutturato, pieno di citazioni ai classici. Proprio questa ispirazione al modello antico consente a Petrarca di
osservare con sguardo lucido i suoi processi interiori. Nonostante dunque egli non riesca a risolvere i suoi
problemi interiori, riesce però a scrivere delle “belle pagine”: proprio la fede ai valori della cultura classica
gli consentiranno di superare il dissidio.

DANTE vs PETRARCA

Religione

Dante: La religione è un valore universale, che non può essere messa in discussione e che assicura anche il
benessere dello stato dell’uomo

Petrarca: La religione è una certezza, che però rende sofferente e problematica l’esistenza dell’uomo.

Vita pubblica e politica

Dante: Sente fortemente la vita politica, con immensa passione. Opera per il bene comune e cittadino
(condanna nella commedia la politica che si prostituisce e che pensa solo ai propri interessi)

Petrarca: Anch’egli proverà a combattere la corruzione della curia e le misere sorti dell’Italia. Si troverà
però ristretto dall’avanzare della società dei comuni

Opere sull’aspetto della vita politica

Entrambi la vedono sotto lo stesso occhio

Il ruolo delle figure femminili

Dante: Al centro della sua poetica, con all’inizio un nome fittizio. Figura di avvicinamento a Dio

Petrarca: Non è una figura di avvicinamento a Dio. Il suo amore, insieme a quello dell’amore divino è stato
fonte di sofferenza, insoddisfazioni e rimpianti.

Rapporto stile e materia dei versi

Dante: Rappresenta un’infinità di casi, dai più bassi ai più elevati (linguaggio plebeo e raffinato, da quello
politico a quello più rarefatto della filosofia) in costruzione allegorica. Diversi stili e linguaggi.
Petrarca: Uso di un linguaggio lineare, uniforme e selezionato, riferito a realtà elevate e raffinate