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Lucano, figlio di un fratello di Seneca, proveniva dalla Spagna e studiò a Roma.

Egli seguì lo stoicismo guidato dal maestro Cornuto.


Fu introdotto alla corte di Nerone da Seneca ed ebbe anche cariche pubbliche ma cadde in disgrazia dell’imperatore che era geloso
dei suoi successi in ambito oratorio e per questo Nerone gli vietò di recitare in pubblico le sue opere. Lucano fu coinvolto nella
congiura dei Pisoni e secondo Tacito era uno dei congiurati più agguerriti, Pare che avesse anche tentato di discolparsi accusando la
madre. Morì anch’egli suicida, nel 65 d.C.

L’opera per cui Lucano è ricordato è un poema epico-storico che si chiama Pharsalia, Il titolo era originariamente “bellum civile”
perché l’argomento è la guerra civile fra Cesare e Pompeo. Il titolo Pharsalia, che deriva dal nome della città di Pharsalo nella
quale nel 48 Cesare sconfisse Pompeo, fu dato all’opera perché un verso dell’opera recita “Pharsalia nostra vivet“ che significa
“la nostra Pharsalia vivrà”, dove l’autore augura immortalità alla sua opera.
L’opera è divisa in dieci libri ed è scritta in esametri ed è un’opera incompiuta, perché Lucano accenna al suicidio di Catone ma non
ne parla e perché Lucano si proponeva di imitare l’esempio virgiliano dell’Eneide che consta di 12 libri e probabilmente intendeva
arrivare alla morte di Cesare.
L’opera comincia con il passaggio del Rubiconde e termina con la rivolta del popolo di Alessandria contro Cesare.

Il Bellum Civile ha un’impostazione filo-repubblicana e anti monarchica. I primi tre libri che furono pubblicati quando Lucano era
in vita hanno una propensione verso la repubblica meno accentuata, mentre ultimi sette, che furono pubblicati postumi, sono quelli
in cui il tono filo-repubblicano si accentua.

Il Bellum Civile è un’opera epica atipica. La classificazione dell’opera come poema epico è dovuta al fatto che essa mantiene un
tono enfatico e magniloquente costantemente e questo tono lo avvicina alla sublimità dell’epica. Per il resto manca nella Pharsalia
l’apparato mitologico con l’eccezione di alcune immagini e di similitudini, ma soprattutto è lo statuto del poema epico ad essere
rivoluzionato. L’epica è tradizionalmente la celebrazione di un trionfo e l’esaltazione delle virtù. Invece l’epica di Lucano si
concentra su un episodio che segna la fine della libertà di Roma, quello delle guerre civili, e che costituisce quindi una vergogna
nella memoria dei Romani. Sicuramente questa scelta fu dovuta all’intermedia culturale nella quale Lucano visse, in cui l’esistenza
di questo potere Tirannico portava molti intellettuali a ricercare nella storie le origini di questo potere nefasto per Roma. Lucano
la identifica le origini di questo potere nella guerra civile.
Il poema di Lucano esordisce proprio con l’espressione “Canto guerre più atroci di quelle civili”, sottolineando la parentela tra
Cesare e Pompeo e ritrova nel popolo romano la tendenza alla litigiosità e al fratricidio già nella sua nascita con il fratricidio di
Remo da parte di Romolo.

Già l’incipit del poema lo differenzia da quello Virgiliano perchè l’incipit di Virgilio è costituito proprio dal verso “Arma virante
cano” “canto le armi e l’uomo” in cui Arma fa riferimento alle guerre combattute da Enea, che nell’ottica di Virgilio sono
necessarie per l’avvento del regno di Augusto, mentre Uomo fa riferimento al protagonista Enea che pur essendo un protagonista
malinconico, è comunque sempre presente nell’opere ed è il vero protagonista. Il poema Lucaneo a differenza di quello Virgiliano
non ha un vero protagonista, ed infatti è stata definita un’epica senza eroi. Ci sono tre personaggi principali, ovvero Cesare,
Pompeo e Catone, ma nessuno di loro ha caratteristiche tali che lo possano elevare a ruolo di protagonista. Come in Virgilio anche in
Lucano è presente il fato, che in Virgilio coincide con il destino provvidenziale di Roma che è quello di reggere l’impero in pace e
con leggi giuste, in Lucano invece non è la provvidenza stoica e neanche un destino benevolo per Roma, ma è piuttosto una forza
malefica e negativa che è quasi invidiosa del potere che ha raggiunto Roma, ed è paragonabile alla “ Phtonos teon” ovvero l’invidia
degli dei. Lucano in un verso la chiama “invida fatorum serie” ovvero un fato invidioso di una eccessiva felicità.
La Pharsalia è concentrata unicamente su eventi storici e Lucano rispetta le fonti storiche anche se tal volta distorce la
realtà per partigianeria, come nel caso di Cesare a cui attribuisce in toto la responsabilità della guerra civile, e del quale
Cesare accentua la ferocia, come nel caso del comportamento verso Tolomeo dopo la sua morte. Infatti mentre Plutarco
sottolinea che Cesare alla vista della testa mozzata di Pompeo pianse scrisse che Lucano fece una smorfia.
La storia era anche presente nei poemi epici di Nevio e di Ennio che avevano fuso mito e storia, e compariva anche
nell’Eneide come profezia. La novità di Lucano consiste nell’aver creato un poema epico avente come unico argomento la
storia.
La Pharsalia incomincia con un elogio a Nerone, che viene ritenuto il premio dato ai Romni dopo le guerre civili. Secondo
alcuno l'elogio è sincero, ma secondo i più ritengono questo elogio ironico, perchè è scritto in un tono iperbolico e
altisonnte, che si addice più alla satira che all’encomio e sopratutto perchè Lucano porta accenni su alcuni difetti di
Nerone come lo strabismo.

STILE
Nella poesia di Lucano è presente la “libido mortis”, ovvero un costante presagio, sentimento di morte, che si manifesta,
oltre che nelle immagini di lutto, ma anche in scene orride e macabre che rappresentano mutilazioni, sangue, ammassi di
cadaveri.
Se è assente la mitologia con il suo apparato tradizionale è presente un soprannaturale infernale, che rimanda al mondo
degli inferi. Infatti nell’opera si ritrovano sogni e visioni come nel terzo libro quando a Pompeo compare il fantasma della
prima moglie, oppure scene di magia come nel sesto libro quando una maga “Erittone” fa resuscitare un soldato morto,
per predire a Sesto Pompeo, figlio di Pompeo, un futuro di disgrazie; episodio e previsione evidentemente che costituiscono un
richiamo antitetico rispetto alla previsione che la Sibilla fa ad Anchise nell’Eneide.

La poesia di Lucano, che è caratterizzata da grande complessità è una poesia barocca, enfatica, con toni molto espressivi,
carichi.
Quintiliano definì Lucano “Magis oratoribus quam poetis imitandus” ovvero Lucano deve essere imitato più da oratori che
da poeti.
Oltre al macabro , sono presenti nell’opera di Lucano discorsi diretti ricchi di interrogative retoriche, esclamative. L’opera
è anche ricca di iperboli e personificazioni di enti astratti, come la libertas e la virtus. vi sono poi descrizioni naturali per le
quali Lucano viene anche lodato dalla critica, ed in cui è veramente poeta; esse sono condotte con toni espressionistici, dunque
estremamente vive e plastiche, di cui esempio sono la descrizione del bosco di Marsiglia in cui compaiono altari da cui sprizza il
sangue delle vittime, oppure la descrizione del deserto Libico, in cui Catone e i suoi soldati sono costretti ad affrontare tempeste
di sabbia e rettili velenosi.
BELLUM CIVILE PERSONAGGI

Come la vicenda, così anche i personaggi appaiono influenzati dal concetto di sublimità di lucano, che identifica il sublime con il
grandioso e l'eccezionale. I due personaggi principali sono spesso designati come Caesar e Magnus: questi sono nomi dal valore
programmatico, perché il primo era il titolo che disegnava l'imperatore e il secondo allude un destino di grandezza. Nel Bellum
civile troviamo figure che assumono atteggiamenti estremi ed eccessivi e modi di esprimersi enfatici. Il carattere cupamente
negativo del tema scelto esclude però la possibilità di un personaggio positivo che sostenga la vicenda dall'inizio alla fine come
avviene nel caso di Enea: questa è un'altra differenza rispetto all'epos virgiliano è una peculiarità così notevole che alcuni esperti
hanno definito l'opera un poema senza eroi.

Cesare vincitore della guerra, e sempre presentato in una luce sfavorevole dal narratore, che pronuncia su di lui giudizi
fortemente negativi. Viene raffigurato come il genio del male, animato da una furia distruttiva che lo spinge a sovvertire ogni
legge umana e divina per inseguire i suoi scopi criminosi. Quindi l'attivismo frenetico, l'energia, ma tutta rivolta al male, il
Fuhrer con cui si getta in un'impresa scellerata sono tutti i tratti che apparentano Cesare alla figura del sovversivo delineata da
Sallustio e Catilina, la crudeltà la superbia e l'arroganza sfrenate con cui impone la sua volontà facendo leva sul terrore,
richiamano invece la tipologia del tiranno, di cui condivide la sinistra e la perversa grandezza.
Un tratto su cui più volte lucano insiste è l’empietà di Cesare verso la patria e gli dei, che fa di lui un personaggio antitetico
rispetto al pius Aeneas. Ad esempio egli varca prepotentemente il Rubicone nonostante il divieto della patria è quando i suoi
soldati esitano ad eseguire il suo ordine di abbattere un bosco sacro pone egli stesso mano alla scure e rivendica la responsabilità
del sacrilegio.

Di fronte a questa poderosa immagine negativa, i valori positivi sono affidati alle figure dei due antagonisti, Pompeo e Catone.
Pompeo, benché sia presentato come il difensore della legalità repubblicana, non ha una statura propriamente eroica. Egli appare
un guerriero in declino, abbandonato dalla fortuna; nel corso dell'azione risulta poi debole, passivo, incerto privo di fiducia in sé e
nei suoi soldati, destinato inevitabilmente alla sconfitta. Nella prima parte del poema, egli non è un personaggio del tutto positivo
anche per un altro motivo: in caso di vittoria, non saprebbe resistere alla tentazione del dominio assoluto. Nel corso della vicenda
la causa di Pompeo tende tuttavia ad identificarsi sempre più chiaramente con la causa della Repubblica, inesorabilmente
destinata alla disfatta, e la sua figura acquista pertanto tratti sempre più patetici. Poiché in lui poeta vede la principale vittima
del fato attraverso la respubblica, la sua statura morale cresce a mano a mano che gli si avvicina alla sua fine, anche perché gli
sembra acquistare progressivamente, una sempre più profonda consapevolezza del suo destino sventurato.

Tutta positiva invece la figura di Catone, che per lucano rappresenta il campione della legalità repubblicana e l'incarnazione del
sapiente stoico. Egli tuttavia non occupa nel poema una posizione tale da permettergli di prendere il ruolo di vero protagonista, in
quanto dopo una prima apparizione nel secondo libro appare solo nel penultimo, quando prende il posto di Pompeo come principale
antagonista di Cesare; d'altra parte, la morte prematura impedito a lucano di descrivere il suo momento di maggior gloria: il
suicidio eroico.
Il poeta raffigura Catone nel il secondo libro come sapiente storico, laddove gli attribuisce alla rigorosa osservanza dei principi
che impongono di "serbare la giusta misura, seguire la natura, dare la vita per la patria e non ritenersi generato per sé, ma per
il mondo intero” anche nel dialogo con bruto egli si esprime secondo le dottrine stoiche E dichiara solennemente il dovere di
impegnarsi per affermare i valori della Virtus. Catone come lucano, imputa agli dei la sconfitta dei giusti valori politici che egli
stesso rappresenta. Appare perciò moralmente superiore a quei super in cui rinfaccia la colpa di voler la vittoria del male. Anche
la figura di Catone partecipa di quella dimensione grandiosa e titanica che caratterizza il Bellum civile e che in lui si traduce in
un'immensa statura morale, capace di condannare e rovesciare i giudizi del fato.
PERSIO

Autore di satire, contemporaneo di Lucano, che a Roma studiò filosofia stoica col maestro Cornuto, egli visse una vita
appartata a contatto con figure femminili delle quali parla nelle sue opere, come la madre, la zia, la sorella, che lo
educarono al rispetto della virtù e al disprezzo del vizio. Quando morì lasciò la sua ricca biblioteca al maestro.
Di Persio possediamo 6 satire in esametri scritte in un linguaggio oscuro ed ostico, precedute da 14 coliambi (giambo
zoppo di Ipponatte). Persio scelse il genere della satira ispirandosi ad Orazio e a Lucilio, ma il genere della satira non gli
era assolutamente congeniale, infatti la satira deve essere ispirata alla realtà contemporanea e trae spunto dalla realtà
di tutti i giorni; Persio però non ebbe alcun contatto con il mondo e non potendo attingere alla realtà trasferì i principi
dello stoicismo in versi, creando dei sermoni moraleggianti di matrice stoica che raramente raggiungono l’altezza della
poesia. Mentre Orazio e Lucilio vivendo a contatto con gli altri uomini maturarono la convinzione della debolezza umana
e pervennero ad un atteggiamento comprensivo nei confronti della fragilità umana, Persio invece, si erge a giudice
implacabile degli uomini, diventa un moralista, e anziché ridere bonariamente dei vizi umani, li guarda con orrore e
disgusto; non indica una strada per il miglioramento perché pensa che la possibilità di migliorare sia concessa solo al
sapiente stoico, dunque le satire sono molto generiche, non hanno alcun riferimento all’attualità o a personaggi della
contemporaneità, gli mancano il piacere della narrazione presente in Orazio, sia la capacità di creare satira di costume e
satira di politica tipiche di Lucilio .

Poetica
La poetica di Persio è delineata nelle sue satire, le satire incentrate sulla poetica sono la prima e la quinta. Nella prima
satira Persio critica la moda delle recitationes, ovvero la moda di leggere pubblicamente le proprie opere; secondo Persio
quelli che usano le recitationes seducono letteralmente l’uditorio (seduzione presentata come simile a quella sessuale),
con il loro aspetto e le loro movenze sensuali, e colpiscono più per l’espressione, l’aspetto e la forma esteriore della
composizione, che non per il suo contenuto, spesso poco edificante. Rispetto a questi autori Persio sostiene con fermezza
e grande autostima, quasi con tono di superiorità, di voler educare ed insegnare con la sua opera, e di volersi ispirare al
verum, ciò che vero, e di voler scrivere servendosi del sermo, ovvero il linguaggio della conversazione. Nella quinta
satira Persio polemizza contro gli autori delle tragedie che immettono nelle loro opere contenuti macabri e mitologici,
lontani dal sentire comune, difronte a questi egli dichiara che userà i verba togae, ovvero “le parole della toga”, cioè il
linguaggio dei romani mediamente colti ( la toga è un abito comune dei romani); e che oggetto della sua trattazione
saranno i mores, costumi degli uomini, che egli chiama pallentes, pallidi. L’aggettivo pallentes, termine del linguaggio
medico, indica metaforicamente i costumi malati e corrotti del tempo, che Persio, come un medico, si propone di curare.

Contenuti delle satire


Nelle satire di Persio troviamo temi cari allo stoicismo tipici delle opere di Seneca, come il tema della libertà che per
Persio, come per Seneca, significa libertà dai desideri, la mancanza di schiavitù dalle passioni, la libertà spirituale,
l’apatia; il tema della virtus, che per Persio significa comprendere la causa delle cose, saper dare il giusto peso alla
ricchezza e capire quale è il nostro posto nel mondo. Persio affronta anche il tema dell’autoanalisi, sostenendo che
ognuno dovrebbe guardare ai propri difetti prima di criticare quelli altrui, e approfondisce anche il concetto di
metriotes, cioè di giusto mezzo fra gli eccessi sostenendo che bisogna rimanere lontani dalla luxuria, l’amore per il lusso,
e dall’avaritia, l’avidità.
Persio nelle sue opere si propone sempre un fine didascalico ed etico: il suo atteggiamento è quello di un direttore di coscienza
che con i suoi discorsi intende correggere e guarire i vizi dei suoi interlocutori.

La seconda satira, rivolta all'amico Macrino, svolge il luogo comune dell'importanza di rivolger e agli dei preghiere oneste e pie.

La terza satira si apre con la visione di una radiosa mattinata estiva passata non ad approfondire dire la filosofia, ma a
dormire smaltendo una sbornia. Partendo da ciò il satirico afferma la necessità che i giovani imparino il salutare insegnamento
dello stoicismo, che fornisce le norme essenziali per comportarsi rettamente.
La seconda parte della satira svolge il tema delle malattie dello spirito, più gravi di quelle fisiche, è il topos della corruzione
come morbo morale. Il trapasso dalla prima alla seconda parte e brusca inaspettato: il poeta ci presenta un malato che, non
rendendosi conto delle sue gravi condizioni di salute non prende le precauzioni necessarie e senza rendersene conto va incontro
alla morte. L’immagine potente del malore improvviso nel bagno pubblico e del funerale mostra compiutamente le capacità
espressionistiche dell'arte di Persio e rivela in lui un gusto per il morbo e per il macabro che lo avvicina ad altri scrittori della
sua epoca.

La quarta satira svolge il luogo comune diatribico del “conosci te stesso”. Nessuno sicura di approfondire la conoscenza di se
stesso, osserva il satirico, mentre sempre pronta a criticare il prossimo. L'immagine della piaga occultata dal cinto prezioso
diviene simbolo della corruzione che si ammanta di un'apparenza onesta. Tale apparenza può ingannare gli estranei, ma non
regge un'analisi e spassionata delle nostre emozioni dei nostri desideri.

La quinta satira, dedicato al maestro a neo cornuto, si apre con un'importante sezione letteraria. Prosegue poi con espressioni di
profonda amicizia e di sincera gratitudine verso cornuto che ho scelto di istruire i giovani e ha iniziato l'autore alla filosofia
stoica. Egli chiarisce poi l'idea di Libertas e stoicamente fa consistere la libertas nel vivere secondo ragione: di conseguenza,
l'unico veramente libero è il saggio.

La sesta satira si presenta come un epistola diretta ad un amico, il poeta lirico Sesio Basso. Seguendo l'esempio oraziani, l'autore
chiede notizie dell'amico e per parte sua gli comunica di trovarsi a Luni, vicino all'attuale Sarzana. Il poeta quindi espone le
proprie convinzioni che lo spingono a vivere contento dei suoi beni. È il tema oraziano della metriotes , Del senso della misura,
applicata alla ricchezza: esso viene qui prospettato essenzialmente come assenza di avarizia e nella seconda parte
delcomponimento dà vita a un vivace dialogo tra l'autore e il suo futuro erede, in cui il primo rivendica il diritto di usare a
propria discrezione il suo patrimonio. Come si può constatare nella produzione di Persio confluiscono temi diatribici, dottrine
specificatamente storiche e con spunti tratti dalla tradizione satirica romana.
PETRONIO
Noi possediamo frammenti ampi di due libri di un opera che nei codici è chiamata “satyrikov”; abbastanza ampi da ricostruire
perfino una trama. Nei codici questi frammenti sono attribuiti a un tale “Petronius arbiter”, ci si chiede se questo Petronio di cui
parlano i codici sia lo stesso Petronio di cui parla Tacito nel 16’ libro degli annales, come vittima della congiura dei Pisoni. Nel 16’
libro degli annales Tacito parla di un tale Petronio che aveva acquistato la fama non con l’operosità ma con l’ignavia il quale però non
era considerato un crapulone ma un gaudente raffinato; egli aveva dato prove di grande energia quando era stato console e proconsole.
Entrato nella cerchia di Nerone era stato scelto dall’imperatore fra i suoi intimi (prescelti), tanto che egli non considerava niente
bello se non fosse stato prima approvato da Petronio; il quale era da lui ritenuto un’arbiter elegantiae, arbitro del buongusto. Per il
favore che riscosse da parte dell’imperatore incorse nell’invidia di Tigellino, prefetto del pretorio di Nerone, dunque a Capua
ricevette l’ordine di suicidarsi; egli trascorse le ultime ore a banchetto non a parlare dell’immortalità dell’anima ma a declamare
versi frivoli, e prima di tagliarsi le vene elencò tutti i vizi e le nefandezze di Nerone, e al contrario di altri congiurati, anche nel
passato, lui appose il suo sigillo sulle sue accuse, che però poi ruppe per paura che Nerone facesse altre vittime. Molti sono gli
elementi che fanno propendere per l’identificazione fra il Petronio citato nei codici e il Petronio di cui parla Tacito.
Nel “satyrikov” ci sono molti riferimenti al I d.C:
È presente una “Troiae alosis” che sembra una satira dell’opera di Nerone; vi è un bellum civile che costituisce un richiamo a
Lucano, oltre ad un evidente allusione a Seneca quando il liberto Trimalcione o Trimalchione sostiene l’uguaglianza tra schiavi e
padroni, definendoli “uomini come noi”; inoltre ogni atteggiamento, tematica, o personaggio trattato nell’opera si rifa al I secolo d.C;
senza contare il fatto che l’atteggiamento di Petronio verso la materia trattata sembra proprio riconducibile all’atteggiamento del
Petronio, arbitro di eleganza, di cui parla Tacito.
C’è qualcuno che attribuisce il “satyrikov” al III secolo d.C poiché la lingua del “satyrikov” è una lingua molto composita e variegata,
simile alla lingua parlata a Roma nel III secolo d.C, ma a questa osservazione è stato risposto che già nel I secolo d.C il popolo romano
parlava quel sermo vulgaris, fatto di espressioni plebee e volgari, di irregolarità grammaticali, e soprattutto di grecismi, di cui il
“satyrikov” offre un campionario vastissimo.
SATYRICON
L’opera inizia con un discorso i un retore, Agamennone, sulla decadenza dell’oratoria. Egli denuncia che le scuole di retorica
propongono argomenti fin troppo distanti dalla realtà e quindi la scuola non repara alla vita, e i ragazzi non sanno orientarsi nel
mondo reale. Il retore denuncia poi i genitori, che anziché temprare i figli con studi rigorosi e valori morali i indeboliscono
assecondandoli.
Il protagonista Encolpio parla in prima persona ed è uno studente squattrinato; poi c’è Ascilto, un uomo maturo e grezzo, e infine
Gitone, un ragazzo effemminato.
Trimalchione, questo liberto arricchito, fa sfoggio di una ricchezza in maniera tanto ostentata da essere quasi di cattivo gusto,
specchio della società del tempo, in cui i liberti avevano acquisito tanto potere; la cena che egli fa servire è curata nei minimi
particolari. Fortunata è la moglie di Trimalchione che da quest’ultimo viene chiamata “lupata”, ella è “il suo occhio destro” (τοπαντα
- il tutto fare), ha fatto la fortuna del marito, e pur essendo zotica si da manie di gran signora.
Trimalchione ha ricchezze smisurate e si atteggia ad uomo di cultura, ma commette confusioni culturali grossolane e filosofeggia: ad
un certo punto tira fuori uno scheletro d’argento per parlare della caducità della vita umana.
Alla sua tavola siedono moltissimi commensali, del suo stesso livello, e a un certo punto egli suggerisce a un marmista come vuole che
sia fatto il suo monumento funebre e per ricordare che la morte è la conclusione di ogni esistenza simula la sua stessa morte e si
distende sul letto funebre e fa accompagnare questa mimesi della morte dal suono di strumenti che fanno intervenire i vigili per cui
tutti quanti si allontanano. Eumolpo compare nella seconda parte del romanzo, quando i personaggi lasciano la cena, egli subentra ad
Ascilto nei favori di Gitone; è un poeta scadente ma intelligente, e sicuramente privo di scrupoli.

Il “satyrikov” è un romanzo ma richiama moltissimi generi letterari. È un romanzo-parodia, presenta ambienti e personaggi diversi,
l’avventura e l’intreccio, l’amore e la morte, tematiche classiche anche del romanzo Manzoniano, senza considerare lo stile e
l’ampiezza dell’opera; è una grande parodia poiché deforma la realtà e la amplifica calcando la mano, e poi per il fatto che i
personaggi vivono sempre esperienze ai limiti del credibile e aldilà del bene e del male, sostituisce l’eroismo dell’epica con l’abiezione
e con il vizio, l’ira di Priapo verso Encolpio richiama l’ira di Poseidone verso Odisseo, motivo portante dell’opera; ma quando i 3 si
trovano a Crotone (Eumolpio, Encolpio e Gitone), Encolpio si fa chiamare polieno come Ulisse quando incontra le sirene. La matrona
che si innamora di Encolpio si chiama Circe. Il “satyrikov” richiama però anche il romanzo ellenistico, per il tema del naufragio e in
generale per il tema dell’avventura, ma mentre nel romanzo ellenistico i protagonisti vivono un amore eterosessuale, i protagonisti
del “satyrikov” sono omosessuali e si tradiscono continuamente. Nel “satyrikov” vi sono anche richiami alla satira Menippea nel tono
parodico e nella mescolanza di prosa e versi; l’opera contiene anche un richiamo alle fabule millesime (novelle erotiche e licensiose
scritte in Grecia) con la novella della matrona di Efeso che riprende una favola di Fedro.
Nel Satyricon si susseguono vorticosamente una serie di avventure in cui sono inclusi molti personaggi (ha una trama complicata ma
non nebulosa). Questa trama così variegata e composta sarebbe, secondo gli studiosi, uno specchio del caos dell’esistenza dell’uomo
contemporaneo. Questa complessità della vicenda è gestita dalle divinità altrettanto inaffidabili, che sono Priàpo (dio del sesso) quasi
a significare che la realtà non può essere dominata dalla ragione.
Nei confronti della materia trattata Petronio ,mantiene un atteggiamento di distacco, facilitato dal fatto che il narratore è Encolpio.
Questo distacco si manifesta nell’assenza si compiacimento della materia e non ha atteggiamenti moralistici. Nel Satyricon è
contenuta anche una dichiarazione di poetica /ce testimonia il distacco da Petronio) ed è contenuta nella seconda parte dell’opera
quando Encolpio, che ha perso la sua virilità si rivolge al suo membro con le stesse parole con cui Edipo si rivolge ai suoi occhi che non
vedono e Odisseo al proprio cuore per invitarlo a resistere contro i proci.
Il contenuto dell’opera viene ritenuto osceno, ma non deve essere criticato dai moralisti perché non fa altro che riprodurre l’esistenza
in tutti i suoi aspetti. Attraverso Encolpio, Petronio difende la sua operache, in nome dell'arte, può parlare della vita in tutte le sue
sfaccettatute (anche quelle più scabrose). Petronio chiama qiesto atteggiamento dello scrittore "Nova Semplicitas"
Nel Satyricon è presnte anche una considerazione di Eumolpo che confeziona un Bellu civilae in esametri (non è una parodia di quello
di Lucano), il quale dovrebbe illustrare le caratteristiche dell'epica perfetta, che secondo lui, deve fondere, mito e storia (come in
Virgilio).
Secondo Eumolpo l'opera d'arte perfetta deve essere di contenuto Lucaneo, ma di modi Virgiliani. Siccome la creazione di Eumolpo è
davvero scadente, secondo gli interpreti Petronio vuole dimostrare che l'epica in età imperiale non è più possibile.

CONCETTO DI LIBERTAS: Lucano, per bocca di Catone, esprime l’orrore per le guerre civili, l’esaltazione di matrice stoica della virtus
e la difesa della libertà, per la quale egli sarebbe disposto a compiere il sacrificio di sé.
PRINCIPI COSMOPOLITISMO STOICO: In Catone e Marcia l’episodio sembra essere funzionale al progetto di fornire un dettagliato
ritratto dell’uomo e soprattutto della figura di saggio stoico che incarna. Infatti c’è un verso dove dice “osserva la natura, non
travalicare il limite, seguire la natura, votare la vita alla patria e convincersi di non essere nato per se ma per tutti gli uomini”.
Questi sono i principi del cosmopolitismo stoico che catone dichiara di seguire

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