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GLOBALISMO E ANTIGLOBALISMO (David Held)

CAPITOLO I
UNA RICONFIGURAZIONE DEL POTERE POLITICO?
Senza dubbio la vita sociale contemporanea è associata per molti aspetti allo stato moderno che
sembra essere onnipresente. Lo stato moderno emerse in Europa occidentale e nei territori coloniali
tra il XVIII e il XIX secolo, anche se le sue origini possono essere fatte risalire alla fine del
Cinquecento. Le maggiori innovazioni dello stato moderno sono state: la territorialità che definisce
i suoi confini esatti; il controllo monopolisitico della violenza; la creazione di una struttura
impersonale del potere politico; la specifica rivendicazione della propria legittimità sulla base
della rappresentanza politica. Il consolidamento del potere dei più importanti stati nazionali
dell’Europa occidentale è parte di un processo che ha visto la creazione di un sistema internazionale
di stati a seguito dei processi di colonizzazione con cui le potenze europee esportarono il loro
modello. Le regole atte a garantire la creazione di un sistema internazionale di stati vengono spesso
fatte risalire alla pace di Westfalia del 1648 con la quale si concluse la guerra dei Trent’anni, anche
se ebbero la loro piena realizzazione solo a cavallo fra Sette e Ottocento (si dovrà poi aspettare la
fine del XX secolo per vedere il moderno ordine internazionale diventare veramente globale con il
processo di decolonizzazione e il crollo dell’impero sovietico).

Formazione e ruolo dello stato moderno: le ragioni degli scettici. Gli scettici definiscono la
politica dell’inizio del XXI secolo come il periodo come all’era del moderno stato nazione. A) Gli
stati hanno sempre più rivendicato il monopolio dell’uso legittimo della forza, creato forze militari
stabili, costruito reti di infrastrutture nazionali di comunicazione, dando vita ad un’identità
nazionale, costruendo un vasto apparato di istituzioni politiche, economiche e culturali. Il ruolo di
alcuni singoli stati a livello geopolitico è indubbiamente cambiato (ex. stati colonialisti). B)
Nonostante molti stati abbiano un controllo limitato sui propri territori, i patti che i governi
stipulano con i propri cittadini rimangono un elemento fondamentale della loro legittimità (gli stati
continuano a rimanere il centro focale del dibattito politico). Pertanto, secondo gli scetitci, le
tradizioni politiche nazionali sono ancora vive. C) Il realismo contesta l’idea che la costruzione o il
mantenimento dell’ordine internazioanle possano trascendere la logica della politica di potenza
visto che l’importanza degli stati supera quella di qualsiasi altra entità politica l’ordine
internazionale è prodotto dagli stati più potenti. Le implicazioni sul piano internazionale di una
visione dello stato come unità fondamentale del sistema politico sono state esplorate in modo
sistematico dai teorici del realismo il realismo vede le istituzioni internazionali come inefficaci o
prive di autonomo potere causale e concepisce lo Stato come un’entità unificata il cui obiettivo
primario è la promozione e la difesa dei suoi interessi nazionali (visione delllo stato come uno
strumento per garantire l’ordine interno e internazionale attraverso l’esercizio del potere
nazionale). Per svilupparsi gli stati devono perseguire i loro obiettivi in un clima politico fortemente
competititivo: assenza di un arbitro supremo che imponga valori morali condivisi.

Verso una politica globale: le ragioni dei globalisti. I globalisti obiettano che la concezione
tradizionale dello stato inteso come unità fondamentale del sistema mondiale, la crescita delle
organizzazioni e delle comunità internazionali e transnazionali (ONU, movimenti sociali) hanno
alterato la forma e le dinamiche sia dello Stato (lo stato è diventato un’arena politica frammentata,
non un’entità omogenea) che della società civile. L’attuale era della politica globale segna un
mutamento nella natura e nel modello della vita politica verso un’affermazione di una politica
globale (le decisioni e le azioni politiche adottate in una parte del mondo possono acquisire
rapidamente ramificazioni a livello mondiale).
A) a questa dilatazione della politica si associa un’intesificazione dei processi globali. B) L’idea di
una politica globale mette in crisi le tradizionali distinzioni tra i livelli nazionale/internazionale,
territoriale/non territoriale, interno/esterno, profondamente radicate nelle concezioni convenzionali
della politica. C) La rivoluzione digitale ha radicalmente modificato la natura della comunicazione
politica. C’è stato inoltre un cambiamento significativo nell’ambito e nei contenuti del diritto
internazionale.) Le forme di diritto internazionale del XX secolo hanno creato le componenti di
quella che può essere vista come la struttura emergente di un diritto cosmopolita, un diritto che
circoscrive e limita il diritto degli stati (in teoria, gli stati non possono più trattare i loro cittadini
come vogliono). Con la crescita del livello delle interconnessioni globali, l’arco delle scelte
politico-giuridiche disponibili per i singoli governi e l’efficacia di molti strumenti di policy
tradizionale tendono a ridursi (ciò si deve alla crescente irrilevanza di molti strumenti di controllo).
Queste riflessioni sembrano suggerire che lo stato moderno è sempre più inserito in una rete di
interconnessioni regionali e globali, permeato da forze intergovernative, transnazionali e
sovranazionali, e impotente a determinare il proprio destino. Tali sviluppi mettono in dubbio sia la
sovranità che la legittimità stessa degli stati. Gli stati non detengono più il monopolio della forza,
come dimostra l’11 settembre, questo avviene perché da una parte cresce l’importanza delle
istituzioni regionali o globali legate alla sicurezza e dall’altra cresce la sicurezza privata. Oggi
neanche gli stati uniti sono in grado di ottenere obiettivi politici con la forza
CAPITOLO II

IL DESTINO DELLA CULTURA NAZIONALE

Per molti secoli la maggior parte degli uomini ha vissuto la propria vita all’interno di una rete di
culture a carattere locale. Prima del sorgere delle nazioni, la maggior parte degli scambi e delle
comunicazioni culturali avvenivano in ambito molto ristretto. La nascita dei moderni stati nazionali
e dei movimenti nazionalisti ha alterato profondamente il panorma delle identità politiche. La
centralizzazione del potere ha generato una dipendenza dei governanti dai governati, creando cosi
una sempre maggiore reciprocità e una conflittualità tra i due poli del contratto. Il consolidamento
dell’idea di nazione e di nazionalità è stato determinato da molti fattori, fra i quali: 1) il tentativo
delle classi dominanti e dei governi di creare una nuova identità che legittimasse la crescita del
potere statale. 2) La creazione, attraverso un sistema di educazione di massa, di un quadro di
riferimento comune, per promuovere il processo di modernizzazione coordinato dallo stato. 3) La
nascita di nuovi sistemi di comunicazione che hanno facilitato le comunicazioni. 4) La creazione
tramite un senso storico di patria di una vera e propria comunità etnica e di un sistema economico
favorevole alla mobilità sociale. Anche se la creazione di un’identità nazionale è stata il frutto di un
esplicito progetto politico portato avanti dall’élite, e solo raramente si è trattato di una loro completa
invenzione (molte nazioni sono state costruite sulla base di nuclei etnici di origine premoderna, i cui
miti e memorie, valori e simboli hanno forgiato la cultura e i confini di quelle entità nazionali che le
elite moderne sono poi riuscite a creare). Naturalmente, il processo di formazione delle nazioni, non
è stato lo stesso per tutte. La forza che lega gli stati alle nazioni è il nazionalismo. La nazione di
cultura nazionale e di nazionalismo si sono diffuse in tutto il mondo contribuendo ad accedendere i
movimenti d’indipendenza nazionale.

Secondo gli scettici la lotta per l’dentità nazionale e per la creazione degli stati nazionali è stata
tanto intensa che essi dubitano che queste forme politiche possano essere in qualche modo intaccate
dalle forze transnazionali e in particolare dagli sviluppi della cosiddetta cultura globale di massa.
Dato che le culture nazionali hanno al centro dei propri interessi il consolidamento delle relazioni
tra identità politica, autodeterminazione e potere dello stato, esse sono ancora e continueranno ad
essere fonti estremamente importanti di motivazione etica e politica. Le nuove reti di
comunicazione e di informazione tecnologia che oggi collegano tutto il mondo, contribuiscono a
intensificare le forme e le radici tradizionali della vita nazionale, rafforzando cosi la loro influenza e
il loro impatto e rendendo possibili interazioni più fitte e intense tra i membri delle comunità che
condividono caratteristiche culturali comuni. D) Mentre i nuovi sistemi di comunicazione possono
mettere in contatto culture e persone tra loro molto distanti, essi portano anchce ad una maggiore
consapevolezza della diversità. Malgrado la stragrande maggioranza dei prodotti delle imprese
culturali, orientate al mercato di massa, provengano dalle società occidentali, le culturali nazionali
e locali rimangano ben salde e le istituzioni nazionali continuano ad avere un’importanza centrale
nella vita pubblica di molti stati. E) I difensori della vitalità e della perdurante importanza della
cultura nazionale fanno notare che non esistono né una convergenza globale di memorie né un
modo comune di pensare globale nè, men che meno, una storia universale che possano saldare
insieme i diversi popoli esiste solo una molteplicità di significati e di sistemi politici, con cui
ogni nuova consapevolezza globale deve misurarsi per sopravvivere. Dunque nonostante il grande
flusso di informazioni, di immagini e di persone che attraversano il mondo, ci sono pochi segni
della nascita di una cultura universale o globale e di un declino dell’importanza politica del
nazionalismo.

La globalizzazione culturale: le ragioni dei globalisti. I sostenitori della tesi globalista, pur non
sottovalutando affatto l’importanza della questione nazionale, contestano la maggior parte delle
argomentazioni precedenti. A) I globalisti sottolineano il carattere artificiale delle culture nazionali,
queste culture sono state create molto più recentemente di quanto si voglia ammettere ed elaborate
per sostenere un mondo in cui andavano sorgendo gli stati nazionali. B) Occorre distinguere il
nazionalismo culturale (fondamentale per la vita dei popoli) dal nazionalismo politico (mera
affermazione del primato politico e degli interessi nazionali): oggi gli stati nazionali non possono
assicurare molti dei servizi e dei beni comuni senza una cooperazione a livello regionale e globale,
solo una visione politica globale può adattarsi alle sfide politiche di un’epoca più globalizzata. C) I
globalisti osservano che la scala, l’intensità, la velocità e la diversità delle comunicazioni culturali
globali oggi non hanno precedenti. L’accelerata diffusione dei sistemi di comunicazione hanno reso
possibili comunicazioni immediate in larga parte del mondo. I nuovi sistemi di comunicazione
globali però stanno trasformando le relazioni tra ambiente fisico e ambiente sociale, alterando
quindi la geografia situazionale della vita politica e sociale. In queste condizioni vengono spezzati
i legami tradizionali fra luogo fisico e situazione sociale. I confini geografici vengono via via
superati. Questi sviluppi hanno sia aspetti positivi che negativi. Sul lato negativo, la crescita del
fondamentalismo contemporaneo può essere strettamente ricollegata alla diffusione della tecnologia
informatica e alla forte crescita dei mass media. I gruppi fondamentalisti, dai musulmani sciiti ai
militanti cristiani, hanno fatto un uso massiccio della nuova tecnologia delle comunicazioni
inscenando atti di violenza a scopi propagandistici. Senza queste infrastrutture, il loro impatto
globale sarebbe molto minore. Sul lato positivo, quei gruppi e quegli stati che cercano di perseguire
rigide politiche di chiusura nei confronti dell’informazione e della cultura sono certamente
minacciati da questi stessi processi di comunicazione, che finiranno probabilmente per modificare
ovunque molti aspetti della vita socioeconomica. I flussi culturali stanno trasformando le politiche
di identità nazionale e, più in generale, le politiche identitarie). Nell’interpretazione di alcuni teorici
del globalismo, questi processi stanno creando un nuovo senso di appartenenza, oltre che di
vulnerabilità globale, che trascende la fedeltà dovuta al proprio stato nazionale. Infine l’impegno
nei confronti della difesa dei diritti umani sta a confermare l’emergere di una coscienza globale.
Alcuni globalisti interpretano questi sviluppi come l’inizio della formazione di un cosmopolitismo
culturale. È importante sottolineare che il cosmopolitismo non nega le differenze culturali o la
rilevanza delle tradizioni nazionali. Non è contrario alla diversità culturale. Piuttosto, i cosmopoliti
culturali enfatizzano la capacità di porsi al di fuori di un luogo specifico.

CAPITOLO III

PERICOLI GLOBALI: MINACCE MILITARI E CATASTROFI AMBIENTALI

Nel secolo che separa i due conflitti il progresso tecnologico ha consentito ad alcune potenze la
rapida proliferazione di un’immane forza distruttiva a enorme distanza geografica. L’annullamento
della distanza trasforma conflitti e minacce lontane in termini spaziali, in pericoli molto vicini. In
termini militari e geopolitici l’epoca attuale è contrassegnata dall’insicurezza globale (minacce
militari, ma anche degrado ambientale, etc.). Come afferma Beck, oggi viviamo nella società del
rischio globale. L’era post guerra fredda ha rappresentato sia la riaffermazione di una nuova
globalità strategica (nella forma di una guerra globale al terrorismo, Dottrina Bush) sia una
deglobalizzazione militare (le rivalità regionali sono tornate a riaffermarsi), per alcuni il mondo sta
entrando in un nuovo medioevo.
Un altro secolo di guerre: l’analisi degli scettici. Nell XX secolo, il più violento la guerra diventa
totale. In assenza di un’autorità globale, la potenza militare era l’unico mezzo per garantire la
sopravvivenza e la sicurezza dello Stato. Con la fine della Seconda guerra mondiale si assiste alla
fine della potenza europea, con Stati Uniti e Unione Sovietica che affermarono il loro status di
superpotenze globali. La Guerra fredda, da un lato divise il mondo in due campi rivali, dall’altro lo
unificò all’interno di un singolo ordine militare mondiale. Sostenere, come fanno molti globalisti,
che nel XXI secolo la guerra si è trasformata è sbagliato (la lunga pace post ’45 è un mito), la
guerra rimane un punto focale della politica mondiale (ciò che è cambaito è che le guerre da
interstatali sono diventate intrastatali e lo scenario bellico si è spostato verso Sud). La guerra in Iraq
e gli interventi umanitari degli anni ’90 dimostrano che le politiche imperialiste Usa
(unilateralismo) e conseguentemente le dinamiche geopolitiche ‘tradizionali’ rimangono le forze
primarie che definiscono l’ordine mondiale. (è la lotta per il potere e l’egemonia tra stati e tra
capitalisti nazionali che meglio descrive l’epoca attuale, non la globalizzazione).
Inoltre, negli ultimi anni, contrariamente alla proclamata morte della distanza, alcuni studi empirici
evidenziano che territorio e confini rimangono fattori cruciali nel definire il modello dei conflitti
temporanei. L’impatto della globalizzazione sulla scala e sull’ampiezza delle azioni militari
contemporanee è stato considerevolmente esagerato. Luogo e spazio mantengono tutta la loro
importanza. Per finire, gli scettici mettono in discussione il concetto popolare di una nuova agenda
di sicurezza. Gli obbiettivi della nuova agenda di sicurezza rimangono infatti subordinati al progetto
della sicurezza nazionale, senza la quale restano irrealizzabili.

La globalizzazione e la trasformazione della guerra. In occidente la rivoluzione nella tecnologia


dell’informazione ha portato a una rivoluzione nella teoria della guerra. La teoria strategica è
passata dal concetto di guerra totale a quello di guerra quarta generazione, o rete-centrica (che
pone l’accento su mobilità, velocità, precisione, flessibilità e letalità nell’utilizzo della forza). Shaw
adotta la definizione di guerra di sorveglianza globale, cioè condotta da società largamente
smilitarizzate con obbiettivi limitati e una forza di precisione dislocata sul perimetro occidentale. La
guerra di sorveglianza globale è contrapposta al concetto novecentesco di guerra totale e
rappresenta un modello di guerra post- fordista. Se la guerra totale implicava la distruzione del
nemico e la guerra fredda dipendeva dal mantenimento di un deterrente strategico, le società
odierne sono particolarmente vulnerabili di fronte ad attacchi portati avanti con risorse coercitive
minime (‘armi dei poveri’ utilizzate dai gruppi criminali). Il potenziale di questa guerra asimmetrica
è oggi amplificato per due ragioni: in primo luogo, l’inesistenza di confini fisici. In secondo
luogo, la proliferazione di armamenti letali che altera radicalmente la scala delle minacce
potenziali. Il binomio sicurezza e territorialità statale non ha più valore, ciò è evidente in quelle che
Kaldor chiama nuove guerre (complessi conflitti irregolari nel sud del mondo) che sono
contemporaneamente simili a quelle dei signori medievali e curiosamente moderne poiché sono in
grado di sfruttare le reti globali per procurarsi finanziamenti, armi e supporto. Esse sono infatti
un’espressione della globalizzazione contemporanea della violenza organizzata. Oggi la sicurezza è
divenuta un problema sempre più diffuso e le frontiere sempre più complicate da difendere. Le
organizzazioni terroristiche e criminali internazionali (Al Qaeda, narco-traffico etc.) grazie alle
infrastutture della globalizzazione sono diventate forme di violenza postinternazionale (non statali,
privatizzate). Il disordine endemico di alcune aree del pianeta ha prodotto un ingrandimento del
mercato globale della violenza. La violenza oggi è soggetta non solo a più globalizzazione, ma
anche a più commercializzazione. Deudney sostiene che oggi gli stati hanno un monopolio sulla
capacità di legittimare la violenza, ma non quella di monopolizzare la violenza. Altro problema per
la sicurezza globale è dato dalla proliferazione di armi di distruzione, il cui know how si diffonde
sempre più velocemente.

Un processo di erosione, analogo a quello che ha interessato il monopolio dello Stato nella
produzione di mezzi di distruzione, riguarda anche l’organizzazione e il dispiegamento delle forze
militari. Il mantenimento dell’ordine pubblico a livello internazionale (attività multilaterali di
peacekeeping svolte dall’ONU o dalla Nato) assume in misura sempre crescente una dimensione
transnazionale. Gli interventi umanitari mal si conciliano con un ordine mondiale di stampo
westfaliano che privilegia la sovranità e l’integrità territoriale. Al di là della questione umanitaria, la
globalizzazione della violenza organizzata ha destabilizzato altre norme e regimi in materia di
regolazione della forza. In particolare, il carattere di conflitti complessi e irregolari (come quello
condotto da alQaeda) ha generato una serie di interrogativi sul piano etico e giuridico circa i
fondamenti e le giustificazioni di un intervento armato preventivo (preventive) e cautelativo
(preemptive). Due popolari metafore utili a descrivere l’attuale condizione globale sono il nuovo
medioevo di Bull (che descrive un mondo unificato caratterizzato da una lotta fra stili di vita
opposti, dove l’autorità politica è frammentata, così come il controllo sulla violenza, mentre il
conflitto endemico alla periferia sta invadendo il nucleo pacifico) visione forse esagerata in
quanto dimentica che vi sono zone di stabilità nel mondo collettivamente gestite e regolate senza
ricorso alla violenza e alla guerra) e quella della pace liberale o democratica (dove democrazia,
interdipendenza economica e multilateralismo si rafforzano vicendevolmente e si può individuare
una zona liberale di pace in cui la guerra è diventata obsoleta. Data una fede liberale delle
possibilità del progresso, la logica estrapolazione di questa tesi è che si può costruire un mondo più
pacifico estendendo la zona di pace. Secondo altri globalisti questa posizione è semplicemente una
velata giustificazione all’imperialismo. Appiah parla di ‘liberalismo al safari’. Per questi critici le
trasformazioni della guerra sono guidate principalmente dalle dinamiche del nuovo capitalismo
globale e dalla conseguente necessità di pacificare le periferie per timore che il conflitto si allarghi.
Il problema è che le reti che supportano la guerra non possono essere facilmente distinte e
criminalizzate rispetto alle reti che caratterizzano la pace; sono entrambe parte di un complesso
processo di globalizzazione. Non è corretto, viste le interconnessioni, dividere il mondo in due
zone: liberale quindi pace, e periferie quindi guerra, ma bisogna parlare di una totalità strutturata.
Infine secondo Gray il contesto politico delle guerre future sarà influenzato e forse dominato dai
cambiamenti climatici (nuovi focolai per conflitti interstatali).

Insicurezza globale e cambiamento climatico. I danni ambientali su larga scala iniziano con il
primo colonialismo, ma accellera a partire dalla metà del secolo scorso. Di conseguenza, il genere
umano si trova ad affrontare una gamma di minacce ambientali senza precedenti e che sono
potenzialmente in grado, non solo di sconvolgere sistema di viti consolidati, ma anche di mettere a
rischio l’esistenza stessa di alcune società.

Rischio ambientale e insicurezza: la tesi globalista. Anche se alcuni fatti e dati sono considerati
inconfutabili (temperature ambientali globali in aumento, banchina polare ridotta in termini di
spessore), le forze causali in gioco sono oggetto di un acceso dibattito (sono gli esseri umani
attraverso l’industrializzazione a provcoare il riscaldamento globale?). Quel che più conta è che il
riscaldamento globale costituisce una grave minaccia non solo per il futuro, ma anche per
l’immediato. L’umanità si rende conto di trovarsi di fronte a una pluralità di minacce ambienatali
globali che nessuna singola nazione può affrontare da sola (firma del protocollo di Kyoto nel 1997,
anche se gli Usa maggior produttore mondiale di Gas serra si sono rifiutati di firmarlo).

Un sacco di aria fritta: la risposta degli scettici. Secondo gli scettici il cabiamento climatico non
dovrebbe preoccuparci perché o non dipende dall’uomo, oppure perché è possibile che non porti gli
effetti nefasti previsti. Inoltre il riscaldamento globale non è poi così planetario e la maggioranza
dei modelli esagerano l’andamento futuro del riscaldamento e che i benefici potrebbero superare i
costi. Lomborg ha aggiunto anche altre due motivazioni: ha evidenziato la differenza tra i costi
attuali, e i costi da intraprendere in futuro (in una società potenzialmente più ricca e informata).
Prendere iniziative su un problema specifico a cui dedicare risorse finanziarie significa sottrarre
risorse da altri obiettivi. Nel solco di questa linea di pensiero, Lomborg ha dato vita al
Compenaghen Consensus (con la definizione di un’agenda globale). In secondo luogo, l’analisi di
Lomberg suggerisce di prendere in considerazione il costo opportunità di impiegare queste risorse
per altri scopi (es. educazione pvs).

CAPITOLO VI

UN NUOVO ORDINE ECONOMICO? MERCATI GLOBALI E POTERE DELLO STATO.

Tendenze recenti nell’economia globale: globalizzazione, regionalizzazione o triadizzazione?

Per gran parte del periodo postbellico il commercio è cresciuto molto più velocemente della
produzione mondiale e coinvolge oggi un numero di paesi e settori molto maggiore rispetto a
qualsiasi periodo del recente passato, mentre le economie in via di sviluppo costituiscono
attualmente una quota crescente dei mercati delle esportazioni mondiali, specialmente, di manufatti.
A partire dagli anni ‘90 la posizione dominante dei paesi dell’Ocse è stata ridimensionata di pari
passo con l’emergere di nuove potenze commerciali (come il Brasile, la Russia, l’India e la Cina), a
seguito delle trasformazioni strutturali nell’economia mondiale associate a una nuova divisione del
lavoro globale. Negli ultimi anni sta emergendo una nuova geografia del commercio (che riflette la
mutata geografia della produzione manifatturiera) in cui l’Asia orientale e più in generale le
economie di nuova industrializzazione (NIE) stanno assumendo il ruolo di ‘fabbriche del mondo’,
mentre molti paesi dell’area OCSE hanno incrementato lo scambio di servizi. La caduta dei costi di
trasporto, la liberalizzazione e la crescita delle società multinazionali sono tutti fattori che hanno
contribuito ad una nuova divisione del lavoro globale. In anni recenti tale trasformazione è stata
accompagnata da una notevole espansione degli scambi tra economie in via di sviluppo (commercio
sud-sud), che sono quasi raddoppiati. A questi cambiamenti strutturali si associa anche
un’intensificarsi della competizione economica. Sia nel settore manifatturiero sia, in misura
crescente, in quello dei servizi, l’espansione commerciale aumenta le pressioni competitive sulle
imprese nazionali tanto nel Nord che nel Sud. Le importazioni a basso costo portano ad una
maggiore competizione. Al livello del prezzo sia con il nord che con il sud, mentre il predominio di
scambi intra industriali (tra prodotti o servizi simili) tra i paesi OCSE porta ad una competizione
all’interno dello stesso blocco OCSE. La crescente frammentazione della produzione (suddividendo
la value chain o esternalizzando la produzione) genera forte pressione a favore di una
liberalizzazione competitiva rendendo difficile mantenere un qualsiasi efficace blocco commerciale.
Gran parte dei commerci sono comunque condotti a livello regionale, il che induce a pensare che la
tendenza dominante sia di regionalizzazione più che di globalizzazione. Gli studi suggeriscono che
la distanza non è più come in passato, una determinante cruciale nei modelli di commercio
mondiale e che non ci sono indicazioni che il regionalismo stia producendo una segmentazione
dell’economia mondiale in mercati regionali separati. Con la sua stessa esistenza il Wto definisce
un quadro normativo globale che stabilisce di fatto le basi normative e legali dei mercati globali e
del loro funzionamento. I mercati globali non sono semplicemente costruzioni spontanee, ma in
parte il prodotto di attività normative di organismi multilaterali. Dal XIX sec. ha iniziato ad
incrinarsi il rapporto tra finanza e commercio. (pag. 103)

Alcuni studi (feldestein e hordika) rilevano una elevata correlazione tra risparmio nazionale e
investimenti nazionali suggerendo bassa integrazione, altri sostengono che ci sia una riduzione di
questa correlazione a partire dagli anni ’90. La globalizzazione degli scambi commerciali non
riguarda semplicemente i trend economici mondiali, ma anche l’importanza cruciale delle autorità
transnazionali e globali del commercio nella costituzione dei mercati globali: come per il
commercio, il grosso dei flussi di capitali (circa il 66%) è rappresentato dalle principali economie
dell’Ocse. Nonostante ci sia stata un’intensificazione dei flussi interregionali ciò non è avvenuto in
modo uniforme: molte delle economie più povere subiscono tali operazioni anzichè parteciparvi
attivamente. Nonostante la disomogeneità dei flussi di capitali transfrontalieri, gli indicatori
suggeriscono che, a partire dagli anni ‘80, si è avuta una considerevole integrazione dei mercati
finanziari. L’integrazione finanziaria è una questione di livelli, o una tendenza, espressa in valori
relativi di maggiore o minore intensità.

Altri parametri come gli assets in crescita, o i flussi di capitale fanno invece pensare ad un elevata
integrazione. La tendenza alla finanziarizzazione dell’economia è stata anche accompagnata a
processi di financial depending

Hilferding parla di “nuova epoca di capitalismo finanziario”, in riferimento all’integrazione che si


sviluppa in tempo reale tra sistemi finanziari nazionali e globali. Alcuni studi parlano di una
tendenza secolare alla sincronizzazione per quanto riguarda i mercati finanziari. Il legame tra
risparmi e investimenti è influenzato anche dall’home BIAS (più rilevante negli Stati Uniti che in
europa) La mobilità dei capitali e il crescente “out-sourcing”. Sono fenomeni collegati alla
deindustrializzazione dei paesi OCSE, e quindi alla disoccupazione. L’outsourcing porta ad una
complessiva riduzione dei posti di lavoro che va di pari passo con la massimizzazione
dell’efficienza produttiva. Tuttavia da alcuni questa viene ritenuta una semplificazione che vale solo
per i paesi dell’asia orientale, secondo questi ulttimi la deindustrializzazione si spiega con i
mutamenti tecnologici e le condizioni del mercato del lavoro I flussi di manodopera, specie quella
non specializzata, seguono un flusso a quello del capitalismo sud-nord. tuttavia, aumentano anche le
migrazioni sud-nord di mano d’opera specializzata, a causa dei gap formativi e delle tendenze
demografiche dei paesi occidentali

Le tendenze verso l’integrazione finanziaria sono state accompagnate da processi di financial


depending: le conseguenze della crescita o della volatilità finanziaria a livello mondiale vengono
amplificate e avvertite molto rapidamente a livello nazionale, questo crescente financial deepending
va di pari passo con un processo di istituzionalizzazione, per regolamentare e sistematizare le
attività di agenzie e reti globali, pubbliche e private (tale istituzionalizzazione è evidente
nell’espansione delle banche multinazionali, oltre che nell’attività normativa e di sorveglianza
svolta da istituzioni sovranazionali, FMI, Bpi, Tatf, che sviluppano ed estendono l’infrastruttura
della finanza globale).

Si è intensificato anche il sisitema di esternalizzazione della produzione poiché la produzione su


scala transnazionale è divenuta il mezzo principale per fornire beni e servizi ai mercati esteri. I
flussi IDE (investimenti diretti esteri, una forma di internazionalizzazione delle imprese) sono
molto più diffusi e intensi che in passato, ma rimangono concentrati nelle economie Ocse. Gli IDE
sono collegati anche a processi di ristrutturazione insìdustriale perché la mobilità del capitale ha
portato a cambiamenti strutturali delle economie dell’OCSE:

Outsourcing: (accordi che necesstiano immissioni di capitali) crescente trasferimento della


produzione industriale (deindustrializzazione) verso le economie di nuova industrializzazione. Studi
suggeriscono che l’outsourcing porta probabilmente ad una perdita complessiva di posti di lavoro
(contrazione interna del lavoro USA maggiore del numero dei posti di lavoro effettivi creati nei
paesi in via di sviluppo) che va di pari passo con la massimizzazione dell’efficienza. La geografia
dell’attività economica è stata ridisegnata in anni recenti, con importanti conseguenze per la
distribuzione della potenza produttiva e della ricchezza e, da ultimo, per la politica dei rapporti
economici globali. La straordinaria ascesa della Cina, dell’India e del Brasile a ruolo di attori chiave
dell’economia politica globale è un esempio particolarmente evidente di questo processo. Una
seconda trasformazione strutturale è stata l’intensificazione della competizione transnazionale e
interregionale in materia di quote di mercato, progresso tecnologico e rapida innovazione di
prodotto. Un terzo cambiameto di rilievo riguarda il cambiamento dei processi produttivi (con
l’outsourcing che diventa sempre più lo strumento centrale tramite il quale la produzione viene
trasferita all’estero per aumentar i guadagni).

La persistenza delle economie nazionali e la geopolitica: le ragioni degli scettici

Gli scettici ritengono che, da un punto di vista storico, l’attuale economia monidale rimanga ben
lontana dall’essere strettamente integrata (il volume netto degli scambi è considerevolmente minore
di quello registrato ad inizio del XX secolo, nel periodo della Belle Epoque 1880-1914). Secondo
Giplin benché la globalizzazione costituisca la caratteristica distintiva dell’economia odierna non
ci troviamo ai livelli della belle époque (è molto meno globalizzata ed integrata). L’implicazione è
che la globalizzazione economica attuale, è essenzialmente un ritorno alla traiettoria di sviluppo
dell’economia mondiale aperta dalla nascita dell’era industriale. Obstfeld e Taylor, contrariamente a
Giplin individuano un quadro più complesso in cui alcuni valori sono superiori ai livelli della belle
époque e altri inferiori. Gli studi suggeriscono che la fase attuale di globalizzazione economica
ancora non ha superato la barriera posta dalla distanza fisica, e anzi gli studi con i modelli
gravitazionali del commercio mostrano un declino quasi esponenziale degli scambi con l’aumentare
della distanza. Inoltre l’effetto delle frontiere e l’home bias non appaiono in declino. Se la
globalizzazione fosse la tendenza attualmente dominante ci si dovrebbe aspettare livelli molto più
elevati di flussi commerciali e finanziari rispetto a quelli di adesso, per dirla come Stiglitz “la
globalizzazione è gonfiata” (persino tra gli stati dell’OCSE le cui economie sono certamente le più
interconnesse, le tendenze contemporanee indicano un grado limitato di integrazione finanziaria ed
economica). Si potrebbe concludere che la tendenza dominante nell’economia mondiale attuale è la
regionalizzazione o la triadizzazione piuttosto che la globalizzazione. Gli scettici interpretano
l’andamento dell’economia mondiale come un segnale non tanto di un’economia globalizzata, ma
piuttosto di un significativo processo di internazionalizzazione dell’attività economica, vale a dire
un’intensificazione dei legami tra economie nazionali separate. Gli stessi dati sulla tendenza verso
l’internazionalizzazione rivelano una concentrazione dei flussi commerciali, di capitali e di
tecnologie tra i principali stati aderenti all’OCSE, mentre ne resta esclusa la maggior parte del resto
del mondo. Questo spiega la mancanza di una convergenza economica globale la maggior parte
dell’umanità è esclusa dal mercato globale e la distanza tra nord e sud tende ad aumentare.
Hoogvelt sostiene che l’economia mondiale sta implodendo e non espandendo i suoi orizzonti, il
centro è meno integrato con la periferia di quanto non fosse in passato. Pertanto, la nostra epoca,
specialmente se confrontata con la Belle Époque, è un’epoca dominata da una crescente
frammentazione dell’economia mondiale in una molteplicità di zone economiche regionali
dominate dalle potenti forze mercantiliste della competizione e della rivalità economica nazionale.
Se il punto di vista degli scettici è critico nei confronti dela nozione di economia globalizzata, è
altrettanto critico nei confronti del concetto di capitalismo globale. Il fatto che dopo la fine del
comunismo il capitalismo sia rimasto l’unico sistema in gioco, non ha portato alla nascita di un
“turbo-capitalismo” globalizzato, ma al contrario a varie continuano a sorgere varie esperienze di
capitalismo ibrido ispirato al modello social-democratico, al modello neoliberale americano e allo
stato promotore di sviluppo dell’Asia orientale. Gli scettici affermano che oggi tutte le attività
economiche, finanziarie, produttive devono svolgersi in uno spazio geografico, non virtuale.
Dunque parlare di fine della geografia è sbagliato poiché lo spazio resta una variabile determinante
nella distribuzione della ricchezza. Il destino delle aziende, grandi o piccole che siano, è ancora
oggi determinato principalmente dalle condizioni economiche e dai vantaggi competitivi a livello
locale e nazionale. Le stesse multinazionali non sono altro che imprese nazionali che operano
internazionalmente. Il mito del cosiddetto capitalismo globale non sarebbe altro, dunque che una
conveniente copertura per l’internazionalizzazione delle aziende americane o occidentali a scapito
di tutte le altre. Gli stati rimangono gli attori dominanti nell’economia mondiale poiché sono i soli a
detenere l’autorità politica e giuridica per regolamentare l’attività economica. I governi (perlomeno
quelli più potenti) continuano a conservare un ampio potere negoziale nei confronti delle
multinazionali. Come ha dimostrato la crisi asiatica (97/98), il mondo fa tuttora affidamento, specie
durante le crisi, sulla capacità statunitense di mantenere la stabilità. Il multilateralismo economico
non ha riscritto gli equilibri internazionali dove dunque la forza prevale ancora sul diritto. In questo
senso le istituzioni multilaterali appaiono come strumenti in mano agli stati, suggerendo quindi
un’egemonia occidentale (soprattutto americano e non globale). Giplin sosiene pertanto che la
globalizzazione e la governance economica sono parte di un processo di Americanizzazione (o
prodotti di un nuovo imprialismo occidentale). Gli stati, o almeno quelli più potenti, rimangono
centrali nell’economia mondiale. Anziché concepire i governi nazionali come semplici vittime, la
posizione degli scettici riconosce loro un ruolo strategico nel creare condizioni necessarie
all’espansione dei mercati. La belle époque fu sia l’epoca d’oro della globalizzazione sia l’epoca in
cui sorsero gli stati nazionali.

La spesa sociale è cresciuta molto nelle economie più aperte dimostrando che social democrazia e
internazionalizzazione sono compatibili. Riger e Liberfield a tal proposito sostengono che forti
regimi

la scuola liberista tende a considerare mercato e impero come incompatibili, marxisti e realisti
invece riconoscono invece questa contradittoria associazione storica

Un’economia planetaria: le ragioni dei globalisti


Secondo i globalisti, la visione degli scettici trascura completamente di tener conto dei modi in cui i
governi nazionali devono adattarsi continuamente reagendo alle forze ed alle condizioni del mercato
globale. Secondo Garret, nell’economia mondiale la globalizzazione è la tendenza dominante, anche
se non è l’unica, mentre la regionalizzazione è una tendenza complementare e non competitiva
rispetto alla globalizzazione. Le economie nazionali, con qualche eccezione, sono oggi molto più
profondamente connesse in sistemi di produzione e scambio globali, di quanto non lo fossero, in
nessun altro periodo storico. Secondo i globalsti la globalizzazione economica attuale si differenzia
dal passato per l’esistenza di un’unica economia globale che trascende e integra le principali regioni
economiche del mondo, infatti contrariamente alla belle époque (caratterizzata da un livello
relativamente alto di protezionismo nei commerci e da zone economiche legate agli imperi
occidentali), oggi l’economia globale è molto più aperta e le sue influenze hanno effetti anche sui
paesi marginali (Cuba, Corea del nord). L’attuale economia globale rappresenta un ordinamento
post-egemonico in cui nessuno stato (neanche gli USA) può dettare le regole del commercio globale
e che oggi sia il capitale Globale delle grandi imprese a consentire l’esercizio del potere economico,
anche se rimane un oridnamento stratificato in quanto la gran parte dei flussi economici è
concentrata nelle principali economie Ocse. Ciò che distingue l’attuale economia capitalistica
globale da quella delle epoche precedenti, sostengono i globalisti, è la sua particolare forma storica
(il fatto che le economie centrali di questo sistema sono passate attraverso una profonda
ristrutturazione che le ha portate a trasformarsi da economie essenzialmente industriali ad economie
post-industriali: con la fine del XX secolo si assiste alla nascita del capitalismo postindustriale).
Ciò non significa che questa nuova economia globale sia entrata nell’epoca dell’economia senza
peso (nella quale l’informazione non ha sostituito il valore dei manufatti industriali, anzi, il
predominio della finanza tende a rendere il sistema più vulnerabile alle crisi e ai fenomeni di
recessione economica globalmente sincronizzati). L’attuale modello di globalizzazione economica
porta ad un mondo sempre più unificato per le élite nazionali, regionali e globali, ma anche più
diviso al suo interno tra vincitori e perdenti (ineguaglianza). Gli stati nazionali sono stretti tra i
vincoli dei mercati finanziari e le exit options delle multinazionali, e dunque sono costretti ad
adottare politiche neoliberiste (deregulation). Secondo Eatwell e Taylor, di fronte alla schiacciante
portata dei flussi di capitali, i governi come mai prima d’ora devono mantenere una credibilità di
mercato. Molti studiosi sostengono che disciplinare la globalizzazione finanziaria e la competizione
commerciale indebolisce in vari modi la socialdemocrazia e mina la solidarietà che sta alla base di
quest’ultima. Anche se le vulnerabilità nazionali alla globalizzazione economica variano in rapporto
alla portata e alla configurazione del coinvolgimento nell’economia mondiale e del ruolo di
mediazione delle strutture istituzionali (spesa più elevata per il welfare nelle economie più aprte). È
nel Sud del mondo che la correlazione tra globalizzazione e peggioramento del welfare risulta più
marcata. Ciò suggerisce che la politica mantiene tuttora una notevole importanza, i governi che si
conformano alle pressioni del mercato in distinte aree macroeconomiche (bilancio, deficit e
inflazione) restano liberi in aree microeconomiche. Tuttavia i governi possono al massimo
controllare due delle tre aree macroeconomiche (trilemma dell’economia) simultaneamente. Dato
che la globalizzazione implica la mobilità dei capitali, l’autonomia della politica economica degli
Stati risulta neceessariamente limitata. In queste condizioni, i globalisiti più critici, sostengono che
la globalizzazione delle attività economiche sfugge al controllo normativo dei governi nazionali,
pertanto, essi non avrebbero altra scelta se non adattarsi alle forze della globalizzazione economica.
Gli stati scendono a patti con le multinazionali. Inoltre le odierne istituzioni multilaterali di governo
dell’economia, specialmente le istituzioni di Bretton Woods si impegnano a far adottare e a
diffondere politiche che aumentino la pressione delle forze del mercato globale sulla vita economica
nazionale, diventando i principali agenti del capitalismo globale e dei paesi facenti parte del G7. A
saldare insieme l’impero del capitalismo globale è una classe transnazionale emergente, la
cosmocrazia (governo di una élite transnazionale emergente che mescola gli interessi e le
aspirazioni delle grandi imprese e delle élite statali con i capitali ed i burocrati transnazionali). Pur
riconoscendo il potere del capitale, i globalisti liberali sostengono che accanto alle istituzioni di
Bretton Woods (le strutture di governance dell’economia, abbastanza autonome rispetto agli
interessi del capitale globale e/o a quelli degli stati del gruppo del G7), vi siano le organizzazioni
regionali (il Mercosur, l’UE, ecc.), che costituiscono un’altra dimensione crescente all’interno di
quella che va emergendo come un sistema di governance dell’economia mondiale a molti livelli.
Pertanto, la politica della governance dell’economia globale è ritenuta molto più pluralista di quanto
gli scettici siano disposti ad ammettere dato che le istituzioni di livello globale e quelle di livello
regionale esercita un’autorità considerevolmente indipendente. Alcuni globalisti affermano che la
globalizzazione economica porterà alla fine del welfare state e delle socialdemocrazie mentre altri
vedono uno scenario meno drammatico di convergenza globale e di trasformazione verso sistemi di
sicurezza sociale più limitati.

CAPITOLO V

IL GRANDE DIVARIO: DISUGUAGLIANZA GLOBALE E SVILUPPO

Come disse Hobbes per la maggior parte della popolazione mondiale la vita è breve, brutale e
miserabile. Per molti la causa principale della disuguaglianza è la globalizzazione, e in particolare
l’attuale forma neoliberista di globalizzazione economica: il Washington Consensus nelle sue varie
articolazioni. Nonostante ci sia un consenso generale sulla portata della tragedia umana che
comporta, il disaccordo verte su quattro punti fondamenali: 1. come quantificare la porvertà e la
disuguaglianza globali e quale parametro utilizzare; 2. cosa rivela l’evidenza empirica circa le reali
tendenze della povertà e della disuguaglianza globali; 3. i nessi causali, se esistono, tra la
globalizzazione e tali tendenze; 4. le più efficaci strategie di sviluppo per ridurre la povertà e la
diseguaglianza globali. Tra i due schieramenti non c’è consenso su come definire le linee di
tendenza della diseguaglianza globale. Mentre i globalisti riconoscono un certo nesso causale tra
globalizzazione e diseguaglianza globale, invece la stragrande maggioranza degli scettici rifiuta tale
relazione sostenendo che sostiene che ci siano in gioco fattori più significativi come l’imperialismo
o le politiche nazionali.

Il perdurare della disuguaglianza sociale: le ragioni degli scettici


Gli scettici esprimono dubbi sia sulla novità sia sull’importanza della globalizzazione
contemporanea (si parla di crescente involuzione dell’economia piuttosto che di globalizzazione
come causa di diseguaglianza e poverta che sono poi viste dagli come aspetti ineliminabili
dell’ordine mondiale o dell’economia capitalista). Per spiegare le diseguaglianze gli scettici
chiamano in causa l’involuzione dell’economia più che la globalizzazione, la divisione “nord-sud” è
un aspetto strutturale del sistema globale contemporaneo. Gran parte del mondo meno sviluppato è
stato costantemente marginalizzata: la divisione in centro e periferia, nord e sud rimane un aspetto
strutturale del sistema globale contemporaneo. Secondo molte posizioni marxiste la divisione
“nord-sud”, questa divisione strutturale non deriva dalla globalizzazione, ma dal capitalismo (dal
processo disomogeneo di sviluppo capitalistico) visto che gran parte delle attività economiche si
concentrano in paesi dell’area OCSE, si riducono e si bloccano gli spazi per i paesi meno sviluppati,
il gap tra paesi ricchi e paesi poveri si aggrava ulteriormente e contemporaneamente le istituzioni di
Bretton Woods, tramite le politiche neoliberiste assicurano il perpetrarsi di logiche di dominio o
dipendenza, diseguaglianza e povertà. Dunque, uno sviluppo autentico deve essere anticapitalista e
non antiglobalista. Secondo alcuni al posto che parlare di globalizzazione sarebbe più corretto
parlare di imperialismo, ma gli scettici realisti contestano la nozione di imperialismo, sottolineando
l’importanza delle strategie di sviluppo nazionale prendendo a modello l’asia orientale e l’America
latina, contrapposti all’attuale africa subsahariana. Non solo dunque l’importanza e l’impatto della
globalizzazione sono molto esagerati, ma oscurano i modi in cui gli stati continuano a usare il loro
potere. La crescita della povertà e della disuguaglianza è il prodotto delle scelte politiche nazionali
o dei fallimenti statali piuttosto che dell’ordine economico globale. La lotta per il vantaggio
nazionale garantisce che la diseguaglianza non possa essere sradicata che rimane vitale il ruolo delle
strategie di sviluppo nazionali (gli stati hanno ancora un ruolo). Secondo Giplin si deve partire dal
fatto che ogni sistema internazionale nel corso della storia è stato gerarchico e composto da stati
dominanti e stati subordinati; non è mai esistito ed è improbabile che esista in futuro un sistema
internazionale democratico ed egualitario (questo perchè gli stati continueranno a cercare di
mantenere un vantaggio relativo sui loro competitori piu vicini). È inoltre improbabile che finché le
istituzioni internazionali rimarranno uno strumento nelle mani degli stati più potenti otterranno mai
l’autorità per attuare politiche redistributive globali (solo attraverso i sistemi di welfare e il
determinato perseguimento della ricchezza e del potere economico nazionali che la povertà e le
ingiustizie globali possono essere sconfitte sul lungo periodo: il modello asiatico ne costituisce un
esempio modello dello stato promotore di sviluppo associato con il miracolo economico
dell’industrializzazione asiatica). Gli aiuti allo sviluppo sono sempre più legati ad obbiettivi politici
dei paesi sviluppati, in particolare dopo l’11/09 secondo molti autori per innescare un processo di
sviluppo è necessario utilizzare il modello dello stato promotore di sviluppo asiatico, ossia è
necessario coniugare una forte gestione statale con la liberalizzazione tenendo cosi sotto controllo le
diseguaglianze.
Un solo mondo, diviso? Le ragioni dei globalisti
Tra i globalisti c’è un forte disaccordo sul problema (distinzione fra interpretazioni ortodosse della
globalizzazione e quelle più critiche). Benchè non ci sia discordanza di opinioni sul fatto che il
divario di reddito assoluto tra gli stati più ricchi e quelli più poveri abbia ormai raggiunto livelli
storici e stia accelerando la sua corsa, l’ortodossia economica suggerisce che questo non dica
granchè sulle tendenze di fondo della diseguaglianza globale. Dato che il divario assoluto è il
prodotto di due secoli di industrializzazione, un indicatore di tendenza pertinente sarebbe il divario
di reddito relativo (misura la differenza tra il reddito dell’individuo tipico e il reddito medio
mondiale). Studi condotti dalla banca mondiale dimostrano che il divario di reddito relativo tra i
paesi dell’Ocse e il resto del mondo si sta riducendo. Benchè modesta, questa riduzione rappresenta
un’importante inversione di tendenza, confermando che la tendenza verso una crescente
diseguaglianza internazionale ha subito un arresto. Oltre a ciò secondo i globalisti nell’ultimo
secolo la distribuzione del reddito mondiale non mostra più un effetto twin peak, (polarizzazione del
reddito evidenziata da picchi simmetrici alle due estremità della scala distributiva), ma piuttosto una
maggiore distribuzione del reddito. Oltre alla disuguaglianza relativa si sta riducendo anche la
povertà assoluta (grazie in particolare alla crescita di Cina e India), ma ovviamente queste tendenze
nascondono rilevanti variazioni regionali, e gran parte del declino della povertà assoluta si è
verificato grazie all’ascesa dell’economia asiatica. Se il benessere economico globale sta
migliorando ciò si deve alla globalizzazione economica che sta stimolando la crescita economica e
la redistribuzione della riccheza, producendo così un declino della povertà assoluta e relativa. La
versione neoliberista suggerisce che la globalizzazione economica è il solo percorso efficace verso
la riduzione della povertà globale (secondo Dollar e Krai il libero scambio favorisce i poveri tanto
quanto la famiglia tipo), mentre le cause della perdurante sperequazione (mancanza di uniformità ed
equità nella ripartizione) sono da ricercarsi nell’incapacità di alcuni paesi di integrarsi rapidamente
e a fondo nell’economia mondiale. Per contro molti globalisti critici sostengono che con
globalizzazione produca un quadro fortemente distorto delle reali tendenze, gli studi di Milanovic
mostrano che la disuguaglianza internazionale tra paesi e la disuguaglianza globale tra individui è
aumentata di paripasso con l’approfondirsi del gap economico fra paesi e individui (misurato
dall’indice di Gini): sono dunque aumentate sia la diseguaglianza internazionale, che la
diseguaglianza globale (immagine della coppa di champagne per indicare questa diseguaglianza
distributiva). La globalizzazione economica è la causa principale della disuguaglianza perchè la
mobilità del capitale delocalizza posti di lavoro e produzione e i l commercio intensifica le pressioni
alla concorrenza internazionale e alla finanza globale, che pone severi limiti alle capacità
redistributive e alla spesa sociale dei governi. Il mondo non è diviso come un tempo in nord e sud,
ma mostra una nuova architettura sociale che divide l’umanità in élite, borghesia, ceti emarginati e
impoveriti, che trascende i confini territoriali (in vincenti e perdenti). Gli studi dei globalisti critici
suggeriscono che i paesi possono trarre vantaggio dal mercato globale anche in assenza di una
completa liberalizzazione. Una strategia alternativa per i paesi in via di sviluppo è quindi quella di
attuare una liberalizzazione e di un’integrazione selettiva nell’economia globale. È necessario che si
costituisca un sistema di governance economica globale riformato e più robusto che possa
regolamentare i mercati e ridistribuire opportunità e ricchezze. Una strategia per realizzare questo
obbiettivo è quella del neoregionalismo costituito tra stati in via di sviluppo ed economie emergenti.
Tale strategia riconosce l’efficacia delle politiche di sviluppo e può migliorare anche il potere
negoziale degli stati subalterni, alimentando una forma di solidarietà internazionale che può tener
conto dell’enorme diversità esistente fra i paesi in via di sviluppo in termini di industrializzazione,
geopolitica e forme di governance. Amin lo definisce regionalismo policentrico dato che erode
ulteriormente l’antica gerarchia sud- nord, e vede questo tipo di istituzioni come necessarie per
arrivare ad una riforma istituzionale globale, un ordine mondiale più pluralistico. Altri invece
adoperano la definizione di regionalismo aperto per sottolineare come esso si rafforzi grazie
all’interconnessione economica alcuni autori auspicano un new deal planetario (si pone l’obiettivo
di creare una capacità politica e istituzonale di modificare le condizioni della globalizzzione).
CAPITOLO VI

UN MALGOVERNO GLOBALE?
Chi protesta contro le istituzioni economiche transnazionali considera la globalizzazione come un
processo della cosmocrazia che ruota intorno agli Stati Uniti e che viene portata avanti con metodi
sia formali (le istituzioni di Bretton Woods) che informali. Gli ultimi 50 anni hanno visto una forte
istituzionalizzazione della politica globale. Questo sistema di governance globale in evoluzione è
lontano dal rappresentare un governo mondiale dotato di autorità giuridica suprema e di poteri
coercitivi, ma è molto più di un semplice sistema di limitata cooperazione intergovernativa. Si è
venuta sviluppando una rete sempre più fitta di accordi multilaterali, istituzioni e organi di governo
globali e regionali che regolano e intervengono praticamente su ogni aspetto delle attività
transnazionali o degli affari mondiali, dalla finanza all’ambiente. Tuttavia le attività di queste
istituzioni sono ancora in gran parte coordinate dal G8 (che opera come una sorta di direttorio
globale e attraverso l’ordine delle priorità globali stabilito dall’ONU, come i Millennium Project
Goals). Il sistema internazionale, manca di quel genere di programma politico coordinato e
centralizzato che è associato con i governi nazionali e non è ancora in grado di assicurare i beni
pubblici essenziali (o per lo meno quelli che i mercati non sono in grado di fornire). Pochi si
seniterebbero tuttavia di liquidare la governance globale come irrilevante. La sua crescente
intrusione negli affari interni degli stati la rendono sempre più visibile e controversa. Come fa
notare Murphy, “l’attuale sistema di governance globale è un’arena in cui si stanno svolgendo lotte
per il potere, la ricchezza e la conoscenza”.
Governance internazionale: uno strumento di dominio (le ragioni degli scettici).
Gli Scettici contestano l’idea che l’attuale sistema internazionale sia in grado di agire al di fuori
della geopolitica, o più in generale di incidere veramente sugli affari globali. Essi infatti ritengono
che la forza, in particolare quella statunitense rimane un elemento centrale e dominante all’interno
delle istituzioni internazionali (una concezione delle istituzioni sopranazionali come quella appena
sopra descritta, per quanto auspicabile, puramente utopica). Le istituzioni internazionali sono
anzitutto prive di potere indipendente e continuano ad esistere solo perché gli Stati più potenti ne
percepiscono l’utilità (promozione degli interessi), ciò appare evidente sia nei limiti al potere
formali (sistemi di votazione) o informali. È evidente che su un’intera gamma di problematiche
globali (povertà, interventi umanitari, effetto serra) i poteri formali e informali di ‘veto’ degli stati
dominanti costituiscono il limite effettivo a un’azione globale concertata, l’interesse globale è
spesso calpestato dagli interessi nazionali più potenti. Alcuni realisti arrivano anche a paragonare
sotto certi aspetti la governance globale all’imperialismo classico (in quanto rappresenta un
meccanismo politico distintivo che consolida un sistema di dominio globale dei deboli da parte dei
forti), e a sostenere che quest’ultima favorisce un processo di americanizzazione dell’ordine
mondiale. Non di meno, per gli scettici, è l’hard power (cioè la forza militare ed economica) e non
il soft power a possedere un potere sproporzionato nel definire le strutture, i modelli e gli esisti della
governance internazionale. È questa la ragione per cui la maggior parte degli scettici dubita che
senza un profondo cambiamento nella politica degli USA o una sfida radicale alla loro egemonia, la
governance internazionale non sarà mai in grado di promuovere la giustizia sociale globale
mitigando l’impatto della globalizzazione. Il loro scetticismo nasce da tre conclusioni: 1) le tesi
globaliste tendono ad esagerare il potere delle istituzioni globali e della società Civile. 2) La fonte
principale del mantenimento dell’ordine mondiale liberale e da ricercarsi nell’egemonia statunitense
e non nel multilateralismo. 3) L’analisi globalista si ferma alle apparenze della governance senza
arrivare alle sottostanti strutture del potere. La maggior parte degli scettici sostiene dunque che i
tempi non siano ancora maturi per una governance globale.
Governare la globalizzazione: le ambiguità della governance globale (le ragioni dei globalisti).
I globalisti accetterebero in generale la definizione di Murphy secondo cui la governance globale è
diventata un’arena chiave per la promozione e la contestazione della globalizzazione. Esistono
tuttavia versioni divergenti sul modo in cui e per quali fini questa complessa struttura opera.

I Radicali e i neomarxisti considerano la governance globale come poco più di un conveniente


guscio politico per l’imperialismo statunitense e di conseguenza per l’espansione del capitalismo.
Inoltre, sostengono che la governance globale è essenzialmente una governance liberale che
promuove e sostiene il progetto di un ordine mondiale liberale nel quale i mercati globali,
l’esercizio del diritto internazionale, la democrazia liberale e i diritti umani sono considerati criteri
universali di civiltà, anche se questi valori non vengono promossi in maniera equilibrata (come
appare evidente dalla priorità attribuita all’espansione e alla riproduzione dei mercati globali, quasi
a esclusione degli altri valori come uguaglianza e diritti umani e laddove i valori confliggono, come
spesso avviene, è sempre l’economia liberale ad avere la meglio), per quanto la globalizzazione sia
basata sulla democrazia liberale essa si preoccupa dunque di diffondere in primo luogo la libertà
d’impresa.

Alcuni sostengono che le multinazionali dominino il mondo e che le istituzioni internazionali


costituiscano solo una facciata, mentre altri sottolineano che queste ultime potrebbero essere usate
anche per tassare le multinazionali. Mentre per alcuni la governance globale è semplicemente lo
strumento di una classe capitalista transnazionale, altri sottolineano la sua ambiguità visto che
rappresenta un’arena chiave in cui la globalizzazione delle multinazionali viene contestata. In anni
recenti si è assistito alla nascita di un ‘movimento anticapitalista globale’ che ha assunto i caratteri
di una potente reazione contro la globalizzazione guidata dalle multinazionali e promossa dagli
stati. I movimenti anticapitalisti abbracciano un ampio spettro di movimenti e sociali e mobilitano
l’azione sia sul piano globale che su quello locale. La costellazione dei nuovi movimenti sociali e di
protesta anticapitalista, visti dunque come i principali agenti del cambiamento progressista globale,
svolgono un ruolo determinante nelle analisi radicali della politica della governance globale
liberale: sfruttando l’opinione pubblica internazione, le divisioni all’interno del G8 e tra i leader del
G8 e i loro cittadini, tali movimenti possono compiere significativi passi in avanti nel promuovere
un’agenda politica progressista.

Tra i critici più radicali della governance globale liberale, tali cambiamnti sono considerati più
cosmetici che sostanziali. Tomey vede questo tipo di critici non tanto come riformisti, ma
essenzialmente come postideologici che propongono un modello basato sulle persone più che sui
profitti e sulla dimensione locale più che su quella globale. Sta prendendo forma una politica
redistributiva globale in cui gli stati non sono più l’unico attore sulla scena internazionale, visto che
ONG e potenti reti legali rappresentano forme di un concreto cosmopolitismo politico. In ogni caso
le divisioni all’interno del movimento anticapitalista e i vincoli strutturali alle agenzie
sovranazionali derivati dai mercati e dagli Usa come potenza egemone limitano le prospettive di un
cambiamento fondamentale o strutturale. Secondo molti pensatori radicali è possibile che un
cambio di paradigma possa avvenire solo a seguito di una crisi globale (crollo finanziario,
depressione economica, guerra etc.) che acceleri il fallimento degli attuali meccanismi della
governance globale esistente. Secondo Mittleman l’attuale sistema capitalistico, così come la
governance globale liberale, sono storicamente insostenibili come dimostrato dalle crescenti
opposizioni, che possono condurre ad una postglobalizzazione. In contrasto con questa lettura
radicale della governance globale ci sono altre interpretazioni più ortodosse. L’analisi
Istituzionalista pone l’accento sulle sue dinamiche istituzionali e sulla sua capacità positiva di
regolare o dominare le forze della globalizzazione, accentua la complessità e la poliarchia.
Quest’interpretazione scompone il sistema nelle sue diverse parti, analizzando il modo in cui la
politica conflittuale della governance globale determina gli esisti politici a livello mondiale nei
diversi settori e descrive la governance internazionale come un sistema: Pluristratificato, nella
misura in cui la formulazione e l’applicazione delle politiche globali implicano un processo di
coordinamento e cooperazione tra agenzie nazionali, transnazionali e sub-nazionali, vi è dunque un
processo orizzontale (non è tanto una semplice attività gerarchica (controllo e comando dall’alto),
ma un’attività che prevede un coordinamento e una cooperazione trasversali a vari livelli).
Pluridimensionale (i risultati politici sono molto più il prodotto di transizioni, coalizioni,
concessioni e compromessi che un semplice accordo imposto dagli stati o dalle forze politiche più
potenti). Pluriattoriale nel senso che una pluralità di attori (pur con diverso peso) partecipano alla
formulazione e alla conduzione della politica globale.

anche se i risultati variano molto a seconda della materia essi tendono ad essere frutto di
negoziazioni e non della volontà di una potenza egemone la poliarchia del sistema internazionale
non implica l’eguaglianza la globalizzazione rende il perseguimento di forme di governance
gerarchiche ed egemoniche più costoso, poiché a causa delle reti sempre più strette

In particolare, con la nuova rivoluzione delle comunicazioni globali, i vari gruppi di cittadini e le
organizzazioni non-governative hanno acquisito sistemi nuovi e più efficienti di organizzarsi
superando le frontiere nazionali e di partecipare alla governance globale: le organizzazioni
sovranazionali, in quest’ottica, sono viste come delle nuove arene in cui le organizzazioni non
governative e i movimenti transnazionali possono intervenire su ogni aspetto dell’agenda globale
dando così voce alle preoccupazioni e agli interessi di una emergente società civile transnazionale

si arriva ad una interdipendenza complessa che porta a compensare l’hard power delle super
potenze

La società civile transnazionale trova un grande alleato nella comunicazione che consente così di
portare determinate questioni dinanzi all’opinione pubblica.

Sono sorte anche grandi associazioni commerciali al fine di tutelare gli interessi del mondo
economico tuttavia queste associazioni commerciali al fine di tutelare gli interessi del mondo
economico, tuttavia queste associazioni tendono anche ad occuparsi di questioni non strettamente
legate all’economia (es. ambiente, diritti umani), a causa delle ricadute di questi ultimi.

La governance globale ha ridisegnato i confini tra pubblico e privato in favore di quest’ultimo,


tuttavia ancora una volta ci troviamo a dover distinguere tra i vari campi, troviamo infatti sia
regulation che deregulation.

Secondo la tesi istituzionalista le agenzie sovranazionali hanno il potenziale per accrescere la


giustizia sociale globale.

I globalisti che adottano una posizione istituzionalista tendono a sostenere che la mancanza di
trasparenza e responsabilità della governance sovranazionale siano alla base della sua inefficacia,
pertanto sostengono che sia necessaria una democratizzazione più che un’abolizione.

Inoltre, ritengono che le istituzioni conferiscono potere ai governi anziché toglierglielo la natura
tecnocratica delle istituzioni globali sottrae molte questioni al controllo dell’opinione pubblica
creando così un sentimento di rivolta contro la globalizzazione i riformisti liberali auspicano la
costruzione di aspetti di democrazia liberale pluralistica svincolata dal controllo elettorale. questa
visione prende le mosse da quanto accaduto negli anni 30 le istituzioni internazionali, specie quelle
create per affrontare i problemi del globalismo, si trovano in particolari momenti di crisi, sottoposte
a tensioni tanto forti da precludere i loro funzionamenti. Esse diventano i canali principali attraverso
cui i risentimenti contro la globalizzazione operano la loro distruzione

. È ovvio che nella maggior parte dei casi, i movimenti transnazionali e le organizzazioni non-
governative non hanno a disposizione tutte le risorse (economiche e politiche) a cui gran parte degli
stati e delle società multinazionali possono attingere, pertanto, la loro influenza si misura non tanto
come capacità di forzare o cambiare la volontà dei loro antagonisti quanto, piuttosto, di influire
sugli interessi, gli atteggiamenti, le agende e le identità dei loro interlocutori.

Altre potenti forze non-statali nella governance globale sono quelle che rappresentano gli imperi
economici globali e il mondo degli affari più in generale in quanto la loro influenza si estende ben
oltre il settore economico dal momento che poche tematiche possono essere scisse da interessi e
calcoli economici. Una caratteristica importante della governance globale è l’aver ridisegnato i
confini tra autorità pubblica e potere privato: è evidente, infatti, in moltissimi casi (es.:Global Aids
Fund, Global Compact) la crescente influenza degli interessi privati nella formulazione oltre che
nell’attuazione delle politiche globali. Naturalmente esistono differenze notevoli tra i diversi settori
politici, con deregulation in alcune aree (commercio e finanza) e ri-regulation in alcune altre (diritti
di proprietà intellettuale, sicurezza nucleare). In questo contesto, le agenzie sopranazionali hanno la
potenzialità di accrescere la giustizia sociale globale esercitando una funzione di coordinamento tra
i molti e diversi attori che partecipano al processo di policy che si traduce, alla fine, di un aumento
della trasparenza del processo stesso e nella responsabilizzazione dei protagonisti. Pertanto,
attraverso il contenimento dei potenti e alla possibilità di una politica più progressista, le istituzioni
sopranazionali svolgono un ruolo di grande importanza nell’assicurare notevoli benefici agli stati e
ai loro cittadini tanto che la loro assenza metterebbe a rischio i risultati raggiunti in termini di
benessere e sicurezza.

CAPITOLO VII

OLTRE L’ANTINOMIA GLOBALIZZAZIONE/ANTIGLOBALIZZAZIONE

Creare e demolire la globaizzazione: decostruzione della controversia accademica


Holton divide in tre fasi (tre ondate sovrapposte) la ricerca in materia di globalizzazione. 1)
Iperglobalista. 2) Scettica. 3) Post-scettica. Sviluppando lo schema di Holton si può arrivare a
quattro successive ondate di ricerca accademica sulla globalizzazione: A) Teorica: il cui dibattito
era focalizzato sulla concettualizzazione la globalizzazione, delle sue dinamiche principali,
sistemiche e strutturali quale processo secolare di cambiamento. B) Storica: si riallaccia alla
sociologia storica, il suo interesse principale era quello di esploarare e stabilire sotto quali aspetti la
globalizzazione fosse da considerarsi come un fenomeno nuovo o unico; se rappresentasse una
nuova epoca o una trasformazione nell’organizzazione socioeconomica e politica delle vicende
umane. C) Istituzionale: ha cercato di valutare i contributi circa la convergenza globale
concentrandosi su questioni di cambiamento o resilienza istituzionale sia nei modelli nazionali di
capitalismo sia nella ristrutturazione dello stato o nella vita culturale. D) Decostruttiva: pone
l’accento sull’importanza delle idee, dell’iniziativa qualificata, del soggetto, della comunicazione e
del cambiamento contingente e normativo. Per la scuola decostruttivista è fondamentale il dibattito
sulla congiuntura storica, cioè se la globalizzazione debba essere vista come un’epoca di
imperialismo e impero o come quella che Hoffman ha descritto come uno scontro di
globalizzazioni.
Distruzione della globalizzazione: gli scettici
La ricerca accademica di impostazione scettica sottoscrive la visione di Stigliz secondo cui a
globalizzazione oggi è gonfiata in almeno tre aspetti: 1) come descrizione di realtà sociale. 2) Come
spiegazione del cambiamento sociale. 3) Come ideologia del progresso sociale. Questo scetticismo
assume due forme: quella Statalista: filone di tipo realista e storico materialista che sostiene che la
globalizzazione non sia priva di precedenti nella storia. Quella localista.
Le tendenze economiche puntano all’internazionalizzazione e alla regionalizzazione. L’idea di
globalizzazione è stata molto più utile della sua utilità descrittiva o esplicativa in quanto il mondo
rimane costituito principalmente stati e società distinte. Queste tesi scettiche hanno acquisito
partcolare importanza nel contesto attuale in cui sempre essere in un’epoca di radicale
deglobalizzazione. Ferguson suggerisce che l’epoca attuale ha molti punti di contatto con la fine
della prima globalizzazione (prima guerra mondiale). Saul sostiene che la globalizzazione come
realtà sociale è in declino a causa del risorgere del nazionalismo, dell’etnicità, del fondamentalismo
religioso e della geopolitica. Conclude Rosenberg, l’attuale congiuntura mostra la follia della teoria
globalista. Più che dalla globalizzazione, l’attuale ordine mondiale è definito dal diramarsi
dell’egemonia statunitense, dall’ascesa di una nuova forma di imperialismo occidentale, dalla
rivalità fra capitalismi. Sempre Rosenberg afferma che l’esistenza del neo-imperialismo dimostra
non solo la bancarotta intellettuale come descrizione e ideologia, ma che paradossalmente la
globalizzazione non è nemmeno esistita. Coloro che sostiengono posizioni storico-materialiste si
auspicano la conquista democratica del potere statale per creare condizioni di un ordine
internazionale più giusto: la costruzione di una società post-capitalista e lo sviluppo di un
internazionalismo progressista (prospettiva più anti capitalista che anti globalista). Chi sostiene
posizioni realiste intende usare il potere statale per avere un ordine internazionale più giusto: una
sorta di internazionalismo liberale. Ambedue le posizioni pongono l’accento sullo stato come
strumento principale per creare un ordine internazionale più giusto. Il post-strutturalismo ha
spostato l’attenzione delle scienze sociali sui fenomeni particolari (il locale, il microsociale), questo
ha portato per quanto riguarda gli studi sulla globalizzazione, al glocalismo. Holton a tal proposito
parla di glocalismo metodologico perché si tratta di un approccio la cui caratteristica definitoria è di
osservare la compenetrazione degli aspetti locali e globali e riconoscere la coesistenza e le
interrelazioni tra questi diversi livelli della vita sociale. La ricerca glocalista traccia una terza via tra
quella globalista e quella statalista. Altri contributi importanti sono quelli di Brenner secondo cui il
capitalismo ha sempre operato secondo diverse scale spaziali, ma la riorganizzazione del
capitalismo avvenuta negli anni ‘90 ha portato ad una spazialità più complessa. Sempre Brenner
sostiene che la dimensione globale e quella locale sono mutualmente costitutive (cioè non significa
che il globale e il locale possono semplicemente dissolversi uno nell’altro, ma che la spiegazione
dell’uno richiede necessariamente un’interpretazione dell’altro). L’eliminazione della
contrapposizione tra globalizzazione e località porta all’emergere di una zona grigia tra
cosmopolitismo etico e comunitarismo, cioè un comunitarismo che cerca di promuovere norme
cosmopolite tramite lo stato nazionale. Olesen analizza le strategie di sviluppo del movimento
zapatista che, si fonda su una crescente sovrapposizione dei livelli di interazione locale nazionale e
transnazionale, anziché sulla loro crescente disgregazione.
Costruzione e ricostruzione della globalizzazione: i globalisti

I filoni principali della ricerca globalista sono: A) quello trasformazionalista che ricostruisce la
complessità dei rapporti sociali al livello mondiale sostenendo che esse abbiano subito una
trasformazione globale che “unisce e divide il mondo” causando una condizione di insicurezza e
conflittualità e aumentando la complessità della governance. Questo approccio rifiuta una logica
economicista, ma riconosce che la globalizzazione, a causa delle logiche di mercato che la guidano
ha portato ad un incremento delle diseguaglianze. B) globalismo critico che considera la
globalizzazione quale elemento costitutivo di nuove strutture e sistemi di dominazione. Questi
autori ritengono che si stia formando una “matrice globale”, o ‘civiltà del mercato globale’. Questo
approccio cerca di comprendere come queste nuove strutture di dominazione globalizzate si creano
e si distruggono e quali siano le possibilità di una loro ricostruzione o trasformazione progressista.
Fra gli apporti più influenti a questo filone vanno ricordati Hardt e Negri autori di impero: il nuovo
ordine della globalizzazione in cui i due autori spiegano l’emergere di una dominazione globale
unica, che ha la globalizzazione come cuore pulsante. Inoltre essi differenziano tra impero (non
stabilisce alcun centro di potere e non poggia su confini e barriere fisse) e imperialismo (vera e
propria proiezione della sovranità degli stati-nazione europei aldià dei loro confini). Questo libro fa
parte delle analisi neo-gramsciane dell’egemonia di un ordine capitalista globalizzato, che
analizzano l’egemonia seguendo la definizione di Gramsci “gli stessi processi strutturali che stanno
alla base dell’impero creano anche la base sociale per le globalizzazioni alternative”. Il globalismo
critico pone l’accento sulla rappresentanza dell’azione qualificata individuale e collettiva (raccolta
differenziata, proteste contro il g8). Il presupposto, come nel trasformazionalismo, è che
indipendentemente dalla sua forma particolare, la globalizzazione in sé è uno degli elementi
fondamentali del post-moderno e della vita sociale post-moderna. Il globalismo critico mira a creare
un comunitarismo radicale, vale a dire la prospettiva positiva di una coesistenza di globalizzazioni
alternative: una distinitva molteplicità di comunità locali e globali.

CAPITOLO VIII

ORDINI MONDIALI E FONDAMENTI E ETICI

La teoria politica ha considerato in generale lo stato nazionale come un punto di riferimento fisso e
ha cercato di porlo al centro delle interpretazioni della natura e della forma del bene politico. Per
quanto concerne le relazioni tra gli stati, emergono punti di vista contrastanti tra scettici e globalisti.

Comunità politica e valori etici. Le ragioni degli scettici. Secondo l’analisi antiglobalista del bene
politico, le concezioni appropriate di cosa sia giusto per la comunità politica ed i suoi cittadini,
derivano dalle sue stesse radici culturali, politiche ed istituzionali, dalle sue tradizioni e, in ultima
analisi, dai suoi stessi confini. Sono infatti questi fattori che generano le risorse ‘concettuali e
pratiche’ per determinare il suo destino e le sue fortune. Secondo Bobbio, nelle democrazie, il bene
politico ha il suo fondamento ed è specificato da un processo di partecipazione politica nel quale la
volontà collettiva viene determinata attraverso la mediazione di rappresentanti eletti. Il principio di
giustificazione fondamentale è quindi un principio comunitario: il discorso etico non può essere
staccata dalla concreta forma di vita di una comunità; le categorie del discorso politico si innestano
sulle tradizioni particolari di ciascuna comunità; ed i valori che ciascuna comunità esprime hanno la
precedenza sia sulle esigenze individuali, sia su quelle globali.
I globalisti sostengono che oggi il bene politico può essere individuato tenendo conto solo delle
differenze esistenti tra le comunità che compongono la società civile transnazionale. Una comunità
politica è propriamente costituita e definita quando si verificano le seguenti condizioni: 1) I suoi
membri hanno un’identità socioculturale comune. 2) Esiste un insieme condiviso di pregiudizi, che
generano un ethos politico comune, ossia che essi siano un popolo in grado di governare sé stesso.
3) Esiste, o sta prendendo forma, una struttura istituzionale che protegge e rappresenta la comunità,
agisce in suo nome e promuove l’interesse collettivo. 4) Tra i governanti e i governati esiste un
rapporto di congruenza e di simmetria vale a dire un controllo ed un’influenza reciproca. 5) I
membri in virtù dei punti precedenti, godono di una struttura comune di diritti e doveri. Da questi
punti deriva l’analisi del bene politico in chiave scettica, che in questa visione deriva dalle radici
culturali, politiche ed istituzionali della comunità.

Un’etica cosmopolita e globale (le ragioni dei globalisti)


I globalisti mettono in discussione ciascuna delle conclusioni degli scettici in quanto secondo loro,
il bene politico può oggi essere individuato solo riflettendo sulla varietà di ciascuna delle ‘comunità
di destino’ alle quali sia individui che gruppi possono appartenere, e sul modo in cui questa
diversità è stata rinforzata dalle trasformazioni politiche seguite al processo di globalizzazione.
Secondo i globalisti, il bene politico si definisce all’interno di un quadro di riferimento in cui le
varie comunità si sovrappongono e nel quale vanno emergendo una società civile transnazionale e
un assetto politico globale. La base di questa visione globalista può essere bene illustrata dalla
critica che essi muovono ai cinque punti sopra esposti. In primo luogo, la condivisione di
un’identità all’interno delle comunità politiche è storicamente il prodotto di un intenso sforzo di
costruzione politica, non un dono di natura. L’identità è un artefatto ed è minata da divisioni interne
(classe, tradizioni locali, ecc.) che non può essere dedotta solo sulla base di simboli soprattutto oggi
che con la globalizzazione è estremamente facile entrare in contatto con elementi provenienti da
culture estranee. Inoltre, un’identità politica fortemente unitaria è un fenomeno che si realizza solo
in rari casi. In secondo luogo, la tesi che considera il bene politico come ancorato allo stato
nazionale dimentica di tenere in considerazione la varietà di comunità politiche a cui un individuo
può scegliere di riconoscersi in maniera coerente in una pluralità di associazioni o collettività, a
livelli diversi e per diversi obiettivi e con intensità variabili. Questa pluralità di orientamenti può
essere ricondotta alla incapacità dello stato di rappresentare un’identità politica, fenomeno
direttamente collegato con nuove forme di comunicazione e informazione. In terzo luogo, la
globalizzazione può erodere dall’interno gli stati indebolendo la loro sovranità e la loro autonomia
(basti pensare alle politiche di adattamento ai mercati globali o all’uso dell’istruzione come uno
strumento per alzare il capitale umano dei cittadini). Il ruolo dello stato come protettore e
rappresentante di una comunità territoriale, come promotore di un bene condiviso appare in declino.
In quarto luogo, il destino di una comunità nazionale non è più nelle sue mani (processi politici,
ambientali ed economici hanno profondamente ridefinito il contenuto dei processi nazionali). I
governi nazionali non stabiliscono affatto ciò che è giusto e opportuno per i propri cittadini. Quinto
punto, le comunità nazionali sono imprigionate entro reti di governance regionali e globali che
alterano e compromettono la loro capacità di assicurare ai propri cittadini una struttura comune di
diritti e doveri e sicurezza sociale.
In contrapposizione con la concezione del bene politico enunciata dai sostenitori del moderno stato
nazionale, i globalisti sostengono che ciò che è bene per la comunità politica nazionale richiede un
ripemsamento della posizione isolazionista (sostenuta sa comunitaristi e scettici). Naturalmente
globalisti e scettici hanno spesso idee diverse su quale sia esattamente la posta in gioco: mentre per
questi ultimi il discorso etico rimane fortemente ancorato alla comunità politica territorialmente La
base della visione globalista è una critica ai punti di prima

Questi argomenti adoperati dai sostenitori dello stato nazione possono essere capovolti in favore del
globalismo: 1. Gli individui possiedono in misura crescente un sistema complesso di lealtà e
identità che corrispondono alla globalizzazione delle forze economiche e culturali e alla
riconfigurazione del potere politico 2. L’interconnessione del potere politico genera la
consapevolezza di avere un “destino collettivo” 3. Per promuovere gli interessi delle comunità
locali oggi sono richieste strategie multilaterali che tengano cinto della governance multilivello 4.
Le comunità politiche sono riprogrammate dall’influenza di fattori esterni (vedi sopra) 5. diritti
doveri e sicurezza sociale possono essere garantiti solo se vengono sottoscritti anche da regimi
regionali e globali non ci sono ragioni valide per permettere ai valori espressi dalle comunità
politiche nazionali di calpestare o rivendicare il proprio primato sui principi di giustizia e
partecipazioni espressi al livello globaledefinita, per i globalisti esso appartiene a un mondo dalle
frontiere aperte.

Valori universali e diversità culturale dopo l’11 settembre


L’affermazione che sta al cuore del liberalismo e alla democrazia liberale è che la cittadinanza è il
mezzo per garantire le condizioni politiche necessarie agli individui per vivere pacificamente
nonostante le diversità. I prinicipi liberali hanno una compenente universale, definita come
cosmopolitismo. Il cosmopolitismo sta alla base dei tentativi post ’45 di controllare e limitare la
sovranità statale creando spazi di crescita umana non dipendenti dal controllo statale, tradizioni o
religione. Oggi assistiamo al conflitto tra politica identitaria, o confessionale, e principi liberali.
L’affermazione degli Stati Uniti al termine della Guerra Fredda come unica potenza ha rafforzato
l’idea, che le istituzioni internazionali non siano altro che strumenti nelle mani delle grandi potenze.
L’intensificarsi di geopolitica, di conflitti e violenza verificatosi all’inizio del XXI secolo ha messo
in discussione i fondamenti dell’ordine liberale mondiale (in seguito alla guerra al terrorismo in
particolare. Internamente a causa delle difficoltà dei sistemi multiculturali ed esternamente per la
guerra globale al terrorismo). Secondo Held: le istanze contrarie ai valori occidentali, secolari e
liberali rappresentano delle opportunità politiche e culturali L’ascesa del fondamentalismo religioso
costituisce una risposta agli influssi della globalizzazione. Esso è da una parte un appello al ritorno
ai codici e ai principi die testi sacri, dal’altra l’espressione di una tradizione assediata da una
modernità resa più aggressiva dalla globalizzazione contemporanea.

CAPITOLO IX
LA CONTROVERSIA POLITICA DI GLOBALIZZAZIONE: IDEALI E TEORIE A
CONFRONTO

NEOLIBERISTI: i fautori del neolibeismo sono fedeli all’idea che la vita politica, come quella
economica è una questione di libertà e iniziativa individuale, di consegenza l’obiettivo rimane
quello di una società incentrata sul libero mercato, con un relativo intervento statale (considerano il
libero mercato, quando protetto da una costituzione adeguata, come l’unico meccanismo in grado di
determinare in modo efficace le scelte collettive). Il progetto del neoliberismo è stato promosso
attraverso un’agenda di riforme economiche nota come Washington Consensus (incentrata su
direttive come libralizzazione del commercio e del mercato di capitali, tassi di cambio flessibili etc.)
promosso da Banca Mondiale e FMI. Per i neoliberisti i tradizionali Stati nazione sono diventati
unità economiche innaturali/impossibili all’interno dell’economia globale, e gli stati nazione che
scelgano di non adattarsi al libero mercato sono destinati alla stagnazione. In questa visione le élite
hanno stretto una rete che va a creare una sorta di classe dominante transnazionale e si è diffusa una
cultura consumistica che, anche tra le classi inferiori è andata a sostituire le tradizionali identità. La
diffusione del modello di democrazia liberale sembra indicare l’emergere di una civiltà globale sul
modello occidentale destinata a portare l’umanità alla prosperità e a superare la logica della politica
di potenza degli stati nazione.

INTERNAZIONALISTI LIBERALI: pensano che la necessità politica richieda, e contribuirà a


produrre, un ordine mondiale più cooperativo. Questo perché (tre fattori: interdipendenza,
democrazia e istituioni globali), in primo luogo gli stati in quanto attori razionali si rendono conto
dell’esigenza di una maggiore cooperazione internazionale. In secondo luogo, la diffusione della
democrazia getta le basi per la pace internazionale, vincolando gli stati a criteri di responsabilità e
trasparenza nei confronti dell’elettorato, cosa che riduce la possibilità di azioni ostili sul piano
internazionale. In terzo luogo, la crescente importanza del diritto e delle istituzioni internazionali,
che va di pari passo con la sicurezza degli stati, porta ad una maggiore armonia. Questa ideologia
sta alla base delle istituzioni internazionali odierne e della Società delle Nazioni, al pari della
fondazione del sistema Onu. Una delle maggiori analisi su questo tema si trova nel rapporto Our
global neigbourhood, dove si riconosce il profondo impatto politico della globalizzazione, ma si
sottolinea l’importanza di una governance democratica, che, tuttavia, non è una condizione
essenziale per una governance globale.

Questa scuola di pensiero propone un sistema Onu riformato (per includere un forum dei popoli, un
consiglio di sicurezza economico ed un’assemblea della società civile globale) e sostenuto dal
rafforzamento di forme regionali di governance internazionale come l’Unione Europea. Inoltre,
dovrà sforzarsi di promuovere la democrazia all’interno degli stati nazione e di includere i cittadini
(es: sistema di petizioni, l’obiettivo è quello di rafforzare il concetto di cittadinanza globale). Tutte
queste riforme dovrebbero scaturire dal riconoscimento e dalla promozione di una nuova etica civile
globale basata su “valori fondamentali condivisi” (libertà, rispetto per la vita giustizia etc.).

RIFORMATORI ISTITUZIONALI: questo filone mira ad una radicale riforma istituzionale che si
collega all’iniziativa dell’UNDP (Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo) proponendo di
instaurare un esteso dibattito riguardante la fornitura di beni pubblici (public goods) al livello
globale (solo qui è possibile costruire un nuovo ordine globale più giusto e responsabile). Tuttavia,
le organizzazioni internazionali (le istituzioni della governance globale) attualmente esistenti non
sono in grado di fornire questi beni poiché sono minati da tre gap: A) GIURISDIZIONALE: ogni
stato adotta una sua politica autonoma spesso non tenendo conto delle conseguenze di questa al
livello globale. Questo gap può essere colmato aumentando la cooperazione interstatale a livello
globale, ad esempio creando “profili di impatto” che aiuterebbero a stabilire o a migliorare la
reciprocità fra gli stati e ad internazionalizzare i problemi provocati dai singoli stati. B)
PARTECIPATIVO: l’incapacità dell’attuale sistema internazionale di dare voce ai vari attori
globali, statali e non statali. Questo gap può essere risolto tramite un approccio tripartito che
coinvolga nelle decisioni gli stati, la società civile e il mondo imprenditoriale. C) GAP DI
INCENTIVI: in assenza di un ente sovranazionale che regoli l’offerta e l’uso dei beni pubblici, non
ci sono incentivi o sanzioni per gli atteggiamenti collaborativi/egoisti degli stati. Questo gap può
essere superato creando incentivi e disincentivi espliciti per incoraggiare la cooperazione
internazionale, e ovviamente garantendolo tramite la distribuzione di informazioni e tramite
un’apposita autorità di controllo. Per superare questi ostacoli inoltre i riformatori istituzionali
propongono di aumentare il ruolo degli stati e delle organizzazioni internazionali, creando una
continuità nelle decisioni.

TRASFORMATORI GLOBALI: essi non sono né favorevoli né contrari alla globalizzazione,


credono che la globalizzazione, come complesso di processi, sia fondamentalmente neutra e
malleabile e si pongono il problema di come renderla più equa. Secondo questi autori la
trasformazione della globalizzazione deve avvenire tramite una progressiva democratizzazione
binaria (processo di doppia democratizzazione), cioè interna ed esterna rispetto ai confini dello
stato, ma che tuttavia deve essere basata su valori comuni ritenuti imprescindibili, e deve puntare ad
includere i cittadini nei processi decisionali riguardanti tutti gli aspetti che trasformano le loro
comunità (politico, economico, etc.). Secondo questo approccio è inoltre fondamentale trasformare
il cittadino in un cittadino cosmopolita aperto alla comprensione delle altre culture e di forme di vita
alternative. Questa scuola di pensiero non esclude la creazione di comunità autoregolate all’interno
degli stessi stati. Questi autori auspicano una radicale trasformazione dell’ONU, con la fine del
diritto di veto e la creazione di una seconda assemblea per gli Stakeholder. Ed inoltre bisognerebbe
aumentare la trasparenza e il controllo statale sulle organizzazioni internazionali, oltre a crearne
delle altre più attente alla lotta alla povertà per controbilanciare l’influenza di quelle più legate al
libero mercato (FMI, WTO, ecc.) Queste riforme andrebbero finanziate tramite una Tobin Tax sulla
speculazione finanziaria o di una tassa sull’uso delle risorse o di meccanismo paralleli.

STATALISTI/PROTEZIONISTI/NEOCONSERVATORI: spesso gli argomenti in favore dello


stato nazione non sono protezionisti nel senso economico del termine, ma invece riguardano la
possibilità di utilizzare lo stato come base per garantire la partecipazione al libero mercato e alla
good governance. Questi teorici ritengono che la globalizzazione attuale sia largamente
sopravvalutata e la visione globalista sia ingenua nel non tenere conto dell’importanza dello stato
nazione, che invece starebbe alla base della liberalizzazione economica. C’è dunque la necessità e la
priorità di migliorare l’efficienza e la competenza statale, poiché non è possibile governare
l’anarchia sociale senza un adeguato monopolio sull’uso della forza e sulla violenza, che però non
basta a garantire il rispetto dei diritti umani e la good governance, questo obbiettivo deve invece
essere raggiunto tramite un forte controllo statale, in special modo sull’economia (es. successo
economico degli stati in via di sviluppo dell’Asia orientale, prodotto di politiche ispirate dal
governo, non dal laissez faire). Queste posizioni (statalisti e protezionisti) sono in genere associate
ad una demonizzazione del multiculturalismo e ad una tutela dell’identità che talvolta sfocia nel
fondamentalismo religioso. Alcune di queste posizioni pongono maggiormente l’accento sulla
geopolitica e sulla geoeconomia come scontro inevitabile di stati, altre più su aspetti culturali. I
neoconservatori statunitensi auspicano l’esercizio unilaterale della potenza americana per estendere
il capitalismo democratico e per impedire l’ascesa di potenze non liberali o non occidentali che
potrebbero minacciare la supremazia globale degli Stati Uniti. Posizioni staliniste e protezioniste
possono essere collegate ad uno scetticismo o ad un’ostilità profondamente radicati nei confronti
della potenza e della supremazia occidentale. In quest’ottica esse tendono ad etichettare le
istituzioni internazionali come un progetto eminentemente occidentale finalizzato a mantenere la
supremazia occidentale negli affari mondiali.

RADICALI: pongono l’accento sulla necessità di rafforzare e perfezionare i meccanismi alternativi


di governance fondati sull’istituzione di comunità responsabili e autogovernate. Al cuore del
progetto radicale c’è l’obiettivo di stabilire le condizioni necessarie per restituire agli uomini il
potere, per molti radicali il motore del cambiamento e da ricercarsi tramite una globalizzazione dal
basso che inizi all’interno dei movimenti sociali esistenti (ambientalisti, no-global, etc.). Secondo
Kaldor la società civile globale è emersa a seguito della guerra fredda grazie alla crescente
domanda di democratizzazione. La kaldor interpreta questi movimenti come un tentativo di
estendere i diritti civili e la legalità internazionale, e non come un tentativo di distruggere il sistema
statuale. Altri autori radicali vedono nell’emergere dell’attivismo globale un punto fermo per la
creazione dell’uguaglianza economica e sociale, per lo sviluppo individuale, l’autogoverno e
l’uguaglianza economica. I teorici radicali non propongo progetti di trasformazione della
governance internazionale in quanto questi progetti andrebbero ad inserirsi all’interno del
tradizionale modus operandi dall’alto verso il basso. Preferiscono invece concentrarsi
sull’individuare i principi normativi che potrebbero stare alla base di un cambiamento dal basso,
l’idea fondamentale è che attraverso una crescente politicizzazione della vita sociale questi
movimenti stiano definendo una nuova politica progressista. All’interno di questi movimenti si
ritrova una particolare attenzione alla democrazia diretta e alla repubblica nel senso roussoniano.
Inoltre, l’attenzione posta all’uguaglianza in campo economico rende questa scuola di pensiero
imparentata con il marxismo. È inoltre importante creare nei cittadini sia un senso di appartenenza
sia alla comunità locale che alla comunità globale. Spesso i movimenti legati al pensiero radicale, si
mobilitano su specifiche tematiche, ma si hanno anche segnali che vanno verso un’esperienza di
tipo più strutturato che vanno ad attaccare la globalizzazione senza controllo e lo strapotere della
finanza Non c’è una convergenza all’interno del movimento radicale a causa della scarsa
propensione al dialogo di alcune frange del movimento (es. vari gruppi anarchici).

CAPITOLO X

RICOSTRUIRE L’ORDINE MONDIALE: VERSO UNA SOCIALDEMOCRAZIA


COSMOPOLITA

Il paradosso oggi riguarda il fatto che la governance diventa sempre più stratificata, mentre la
fedeltà resta saldamente legata agli stati. Esistono alcuni punti condivisi tra globalisti e scettici: 1)
negli ultimi decenni sono aumentate le interconnessioni all’interno delle varie regioni del mondo,
sebbene abbia portato nelle diverse comunità a risultati sfaccettati e asimmetrici. 2) La
competizione interregionale e globale mette in discussione i vecchi equilibri e genera nuove
diseguaglianze nella distribuzione della ricchezza, del potere e dei privilegi. 3) Esistono delle
problematiche globali e transnazionali (terrorismo globale) mettendo in discussione il ruolo
tradizionale, le funzioni nonché le responsabilità del governo nazionale. 4) C’è stata una espansione
della governance globale che solleva interrogativi sul tipo di ordine mondiale che si va delineando.
5) Questi sviluppi richiedono nuovi modi di considerare il cambiamento politico, economico e
culturale, servono nuove risposte da parte della classe politica. Tutte le parti concordano sul fatto
che si è assistito a una profonda trasformazione di tutti i legami e i rapporti tra le comunità
politiche.

Il nuovo contesto della comunità politica

All’inizio del ventunesimo secolo il mondo politico è segnato da una serie di ricadure politiche
esterne, o problemi di confine che oggi, a differenza del passato, non possono essere risolti
ricorrendo alla ragion di stato, o da misure coercitive, visto che spesso sono frutto
dell’interconnessione globale. Il cambiamento economico non si traduce in una riduzione del potere
statale, quanto piuttosto in una modifica delle condizioni relative al suo esercizio. Inoltre oggi gli
stati sono più potenti che in passato, nonostante il loro inserimento in una rete di governance
transnazionale. Ci sono molte valide ragioni per sollevare dubbi sulle basi teoriche della tesi
secondo cui gli attuali modelli di globalizzazzione stanno eclissando gli stati nazionali. Ciò che sta
avvenendo è una riconfigurazione del potere politico (questa tesi non è né globalista, né scettica, ma
trasformazionalista). Secondo i trasformazionalisti la globalizzazione odierna sta riprogettando il
potere, le funzioni e l’autorità degli stati nazionali, includendo progressivamente una giurisdizione
in mano alle organizzazioni internazionali, e perdendo l’assoluto controllo di ciò che avviene
all’interno del loro territorio.

Verso una nuova politica della globalizzazione

La globalizzazione si è accompagnata alla politicizzazione di una nuova serie di tematiche e alla


creazione di network politici privi di limiti spaziali. Oggi ci sono forti ragioni per credere che il
tradizionale ordine internazionale di stati, nelle parole di Carr “non può essere ricostituito e ciò
rende inevitabile un drastico cambiamento di prospettiva”. La socialdemocrazia cosmopolita
(ambito di area condivisa tra le diverse interpretazioni) si pone come obbiettivo quello di adattare i
tradizionali valori della socialdemocrazia (trasparenza, equità sociale, tutela dell’individuo, etc.)
alla nuova economia politica globale anche coinvolgendo i principali stakeholder nella governance
delle imprese. Inoltre anche alcune delle posizioni degli statalisti/protezionisti potrebbero portare ad
elementi di dialogo con la socialdemocrazia cosmopolita, dato che questa richiede una governance
autorevole e competente a tutti i livelli: locale, nazionale, regionale e globale.

CAPITOLO XI

REALIZZARE LA SOCIALDEMOCRAZIA COSMOPOLITA: la governance economica globale

Le politiche che hanno plasmato la realtà attuale sono whashington consensus e la dottrina della
sicurezza. I paesi in via di sviluppo che hanno registrato i successi più importanti in ambito
economico non hanno seguito il washington consensus. I conflitti risolti meglio sono quelli che
hanno beneficiato di un intervento internazionale e di un’agenda sulla sicurezza degli individui.
Dopo l’11 settembre il mondo è diventato più polarizzato e il diritto internazionale e le istituzioni
multilaterali si sono indeboliti, in favore di un ritorno della geopolitica. La dottrina Bush
contraddice molti dei principi del diritto internazionale post 1945 La guerra al terrore ha prodotto
moltissime vittime civili stimolando il reclutamento dei terroristi Per garantire la sicurezza bisogna
far si che la globalizzazione economica vada di pari passo con la giustizia sociale, così da non
lasciare terreno fertile al terrorismo Iniziative che potrebbero essere intraprese per creare un’agenda
sulla sicurezza umana:  riunire nel diritto internazionale sicurezza e diritti umani.  riformare il
consiglio di sicurezza ONU rendendolo più rigido per quanto riguarda l’intervento militare. 
riconoscere all’interno del consiglio le regioni.  allargare il mandato del consiglio, o costruire una
struttura parallela che si occupidi garantire la sicurezza umana.  creare un organismo apposito che
si occupi di tutela ambientale è necessario unire le politiche di sviluppo, tutela dei diritti umani e
sicurezza alla politica estera bisogna abbandonare l’agenda economica neoliberista e inserire la
strategia economica all’interno di una struttura di governance dell’economia la Cina ha scaglionato
e regolamentato il suo ingresso nel mercato globale, le tarife doganali sono state tagliate solo dopo
il decollo economico, i movimenti dei capitali sono stati regolamentati, gli investimenti diretti esteri
sono vincolati a forme di partnership, e la sua valuta rimane non convertibile il washington
consensus è la causa del mancato affronto di un’ampia serie di problematiche: le esternalità  il
mancato sviluppo di fattori sociali non di mercato  il sottoutilizzo delle risorse produttive per far
coesistere sviluppo umano e economia globale occorre un collegamento tra gli accordi in materia di
ambiente e diritti umani con specifici settori economici. dobbiamo inoltre tenere presenti 3
trasformazioni in corso oggi che sono strettamente correlate tra loro:  le imprese devono farsi
portatrici dei principi universali.  Protezione di diritti sociali ambientali ecc. e ingresso delgi
stakeholder nei processi decisionali al livello economico.  Una serie di riforme
socialdemocratiche e di good-governance che garantisca l’effettività ai primi 2 punti, e
possibilmente una tobin tax vhe vada a finanziare gli organismo internazionali.