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Aspetti politico-ideologici della misurazione

della democrazia: il caso della Freedom House.*1

- di Diego Giannone** -
per contatti: dgiannone@unisa.it

Abstract

Nel corso degli anni ’70 le società occidentali hanno vissuto un periodo di crisi profonda, sul
piano politico, economico e sociale. Il modello welfarista e keynesiano, su cui esse si erano sino
a quel momento rette, è stato delegittimato, perché accusato di rendere ingovernabili le
democrazie, ormai ritenute sistemi in crisi, incapaci di far fronte alle domande crescenti del
corpo sociale (Crozier, Huntington e Watanuki, 1975). Al suo posto, un nuovo paradigma
teorico, il neoliberismo, prospettando una diversa configurazione dei rapporti tra individuo e
società, economia e politica, potere pubblico e potere privato (Harvey, 2007), definiva il
framework valoriale e interpretativo entro cui trovare le soluzioni adeguate alla crisi. L’ipotesi
del lavoro è che la costruzione degli strumenti di misurazione della democrazia oggi
maggiormente utilizzati, la cui nascita è delimitabile nel periodo 1973-1984, sia collegata non
solo ad esigenze di tipo conoscitivo, ma anche a una forte motivazione politico-ideologica,
legata alla diffusione della dottrina neoliberista e alla giustificazione scientifica dell’egemonia
occidentale. Questa duplice impronta ha permeato di sé gli strumenti, indirizzando sia la
scelta delle dimensioni valoriali a cui fare riferimento, che la selezione degli indicatori da
utilizzare per misurare la democrazia. La verifica dell’ipotesi viene fatta analizzando come
caso paradigmatico la Freedom House (FH), considerata come il vero pattern-setter globale
della democrazia. Dopo aver evidenziato gli elementi di criticità teorici e politici che la
diffusione del modello di democrazia prospettato dalla FH determina, il paper analizza la
metodologia e gli indicatori utilizzati dalla FH per misurare la democrazia, mettendo in rilievo
come le trasformazioni subite dal suo strumento nel corso degli anni siano in linea con le
ipotesi di una progressiva affermazione del paradigma neoliberale e di una costante
legittimazione del predominio occidentale.

Parole-chiave: democrazia, misurazione, Freedom House, neoliberismo, libertà, eguaglianza, diritti


politici, diritti civili, egemonia occidentale.

* Paper da presentare al XXII Convegno SISP, sezione “Democrazie e Democratizzazione”, panel “Concezioni di
democrazia e qualità” (Chairs: Francesca Gelli, Leonardo Morlino), Pavia, 4-6 settembre 2008.
** Dottore di ricerca in “Sociologia e ricerca sociale”, Università degli Studi di Salerno.
1. Introduzione

L’obiettivo di questo lavoro è verificare l’esistenza di una possibile relazione tra alcuni
cambiamenti macro-strutturali, di tipo storico-politico, registratisi tra gli anni settanta e
ottanta del secolo scorso, e la contemporanea affermazione di specifici strumenti di
misurazione della democrazia. L’ipotesi è che questi strumenti, oltre a rispondere ad esigenze
di tipo conoscitivo, vale a dire fornire dati e informazioni sullo stato di salute delle democrazie,
siano stati elaborati anche per rispondere a motivazioni di tipo politico-ideologico, volte
all’affermazione di uno specifico paradigma conoscitivo e interpretativo della realtà sociale (il
neoliberismo) e alla riproposizione, a livello internazionale, di relazioni di potere egemoniche
favorevoli all’Occidente. Questo paradigma ha permeato di sé gli strumenti, indirizzando sia la
scelta delle dimensioni valoriali a cui fare riferimento, che la selezione degli indicatori da
utilizzare per misurare la democrazia.
La misurazione, fungendo da giustificazione scientifica della superiorità occidentale, è così
venuta a far parte, più in generale, di quelle strutture del sapere che “costituiscono un
elemento essenziale nel funzionamento e nella legittimazione delle strutture politiche,
economiche e sociali del sistema[-mondo esistente]” (Wallerstein, 2007: 76). E l’elaborazione di
specifici strumenti di misurazione è rientrata pienamente nella battaglia per “la realizzazione
di un apparato egemonico, [dal momento che questa,] in quanto crea un nuovo terreno
ideologico, determina una riforma delle coscienze e dei metodi di conoscenza, è un fatto di
conoscenza, un fatto filosofico” (Gramsci, 1997: 285, corsivo mio).2
La verifica dell’ipotesi avviene attraverso l’analisi di uno specifico caso, quello della
Freedom House, il cui strumento di misurazione della democrazia, considerato come un vero e
proprio metodo di conoscenza della democrazia, sedimentandosi nel corso degli anni nel
discorso politico e scientifico a livello internazionale, ha preparato il terreno a una
legittimazione “quasi scientifica” del modello di democrazia liberale.
Il paper è strutturato in questo modo: nella prima parte viene ricostruito il contesto storico-
politico entro cui sono maturate le condizioni per l’affermazione di una specifica definizione
della democrazia; di questa vengono poi delineate le caratteristiche riconducibili al
neoliberismo. Nella seconda parte viene analizzato il caso della Freedom House attraverso la
ricostruzione del suo profilo politico-ideologico e l’analisi delle checklist per la misurazione
della democrazia.

2. Neoliberismo, democrazia e libertà

La democrazia è oggi alla prova. E la sua crisi non sembra semplicemente dovuta a una
riconfigurazione dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. Si tratta, invece, di un processo di
più lunga durata, le cui origini possono essere rintracciate intorno alla metà degli anni
settanta del XX secolo, allorché un modello di società, con le sue regole, i suoi equilibri interni,
i suoi valori, è stato messo in discussione da una serie di fattori concomitanti.
L’annus horribilis per la democrazia e il capitalismo è il 1973: una data naturalmente
simbolica, ma nella quale si condensa un precipitato di eventi tale da giustificarne una simile
valenza. Il 1973 è l’anno della crisi energetica, petrolifera e inflazionistica; è l’anno della terza
guerra arabo-israeliana; è l’anno dell’altro 11 settembre. Martedì (ancora un martedì) 11
settembre 1973, con l’attacco alla Moneda i “nemici della libertà”3 pongono fine all’esperienza
del governo socialista democraticamente eletto di Salvador Allende, dando vita al “primo
esperimento di creazione di uno stato neoliberista” (Harvey, 2007: 17). Un esperimento che nel
giro di pochi anni si trasformerà in discorso egemonico, un discorso “talmente pervasivo da
costituire parte integrante del modo in cui molti di noi comunemente interpretano, vivono e
comprendono il mondo” (Idem: 11). Il segnale lanciato sulla scena internazionale è forte: in

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Italia, ad esempio, si intensifica il dibattito sulla natura e i limiti della nostra democrazia,
come dimostrano le famose riflessioni di Berlinguer sui fatti del Cile pubblicate in tre articoli
su Rinascita.4
Nel 1973 nasce la Commissione trilaterale, un gruppo di privati cittadini costituitosi con
l’obiettivo di studiare e proporre soluzione ai problemi di più stringente attualità.5 Due anni
più tardi tre membri della Commissione, S. P. Huntington, M. Crozier e J. Watanuki,
pubblicano un rapporto sullo stato delle democrazie occidentali (Crozier, Huntington e
Watanuki, 1977). Le democrazie occidentali, essi affermano, sono in crisi per un cattivo
funzionamento interno. La spinta alla partecipazione, il cambiamento sociale e culturale
verificatosi negli anni sessanta (con un generale rifiuto dell’autorità politica, familiare,
patriarcale, religiosa, scolastica, militare), le maggiori aspettative di un numero crescente di
cittadini portano a uno squilibrio profondo tra attività governative crescenti e autorità
governativa decrescente. La vitalità della democrazia mette in crisi la governabilità delle
democrazie, intendendo con questo termine “il rapporto tra l’autorità delle sue istituzioni di
governo e la forza delle sue istituzioni di opposizione” (Huntington, 1977: 91). I sistemi
democratici sono sottoposti a una “minaccia di entropia”, perché i sistemi decisionali subiscono
un sovraccarico di domande a cui faticano a far fronte: il paradosso dello Stato moderno è
dunque che più crescono le decisioni che esso deve prendere, più si indebolisce. Il problema,
che è “politico o sistemico, non tecnico” (Crozier, Huntington e Watanuki, 1977: 30), consiste,
secondo gli autori, in un “cedimento dei mezzi tradizionali di controllo sociale, una negazione
di legittimità a quella politica ed altre forme di autorità, nonché un sovraccarico di richieste al
governo, eccedente la sua capacità di risposta” (Iidem: 24-25).
L’accusa contro la democrazia “partecipativa” e dell’eguaglianza emersa dalle lotte degli
anni sessanta è anche un invito a riportare l’ago della bilancia sul versante dell’autorità
governativa. “Taluni dei problemi di governo […] scaturiscono da un eccesso di democrazia
[…]. Ciò che occorre alla democrazia è, invece, un grado maggiore di moderazione”
(Huntington, 1977: 108). “Il funzionamento efficace d’un sistema politico democratico richiede,
in genere, una certa dose di apatia e disimpegno da parte di certi individui e gruppi. In
passato, ogni società democratica ha avuto una popolazione marginale, di dimensioni più o
meno grandi, che non ha partecipato attivamente alla politica. In sé, questa marginalità da
parte di alcuni gruppi è intrinsecamente antidemocratica, ma ha anche costituito uno dei
fattori che hanno consentito alla democrazia di funzionare efficacemente. I gruppi sociali
marginali, ad esempio i negri, partecipano ora pienamente al sistema politico. Però, rimane
ancora il pericolo di sovraccaricare il sistema politico con richieste che ne allargano le funzioni
e ne scalzano l’autorità. È necessario quindi sostituire la minore emarginazione di alcuni
gruppi con una maggiore autolimitazione di tutti i gruppi” (Idem: 109).6
Il Rapporto alla Trilaterale costituì dunque la risposta puntuale sia al modello di società
emerso dalla seconda guerra mondiale, sia alla critica da sinistra portata a questo modello dai
movimenti e dalle lotte del ’68. Il modello welfarista era in crisi perché insostenibile sul piano
economico-finanziario, ma la sua delegittimazione venne portata anche sul piano politico-
ideologico, attraverso il sostegno convinto dato al nuovo paradigma economico-sociale del
neoliberismo. Nella battaglia per l’instaurazione di una nuova egemonia, il neoliberismo, oltre
a caratterizzarsi come il modello maggiormente in grado di corrispondere al tentativo di
restaurazione del potere di classe messo in atto dalle élite economiche e politiche mondiali, ha
realizzato, nel giro di pochi anni, un fondamentale ribaltamento degli equilibri esistenti nel
rapporto tra individuo e società, economia e politica (Beetham, 1997), pubblico e privato,
riuscendo ad imporsi su scala mondiale anche a livello di senso comune come nuova visione del
mondo (Harvey, 2007, Przeworski, 1992, Turner, 2007).
Rientrava in questa operazione anche la ridefinizione delle coordinate politiche, culturali,
sociali e normative del discorso sulla democrazia. Alla crisi del vecchio paradigma welfarista si

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accompagnava, infatti, anche una serie di interrogativi non solo sullo stato di salute delle
democrazie, ma sulla stessa essenza della democrazia: quale strada devono intraprendere le
democrazie in crisi? Che cosa le deve caratterizzare? Di quali elementi si può fare a meno?
Queste domande politiche trovarono risposta su un duplice versante: quello teorico-politico e
quello scientifico-metodologico.
Sul primo fronte il progetto neoliberista è stato piuttosto esplicito e deciso. Infatti, dal
momento che un sistema di pensiero, per diventare dominante, deve saper articolare un
apparato concettuale facendolo diventare senso comune e ponendolo al di là di ogni possibile
discussione o critica, “the founding figures of neoliberal thought took political ideals of
individual liberty and freedom as sacrosanct - as the central values of civilization. […] Such
values were threatened, they argued, not only by fascism, dictatorships, and communism, but
also by all forms of state intervention that substituted collective judgments for those of
individuals set free to choose. They then concluded that without «the diffused power and
initiative associated with (private property and the competitive market) it is difficult to
imagine a society in which freedom may be effectively preserved»7” (Harvey, 2007b: 24).
Mettendo l’accento su una delle due dimensioni sostantive della democrazia (Morlino,
2003), la libertà, a discapito della dimensione valoriale dell’eguaglianza, il neoliberismo ha
prospettato una versione di democrazia completamente schiacciata sul concetto di libertà: una
versione che, sul piano dei diritti, si è tradotta nella sostanziale sovrapposizione della
democrazia con il rispetto dei diritti civili e politici (i diritti di libertà individuale) e la
conseguente delegittimazione dei diritti economici e sociali (quei diritti che mirano a una
fondamentale riduzione delle diseguaglianze socio-economiche).8 Nell’ottica neoliberista la
democrazia è venuta a coincidere con la libertà formale: ma a ciò bisogna aggiungere che la
libertà ha subito, proprio per effetto del neoliberismo e soprattutto dopo la “caduta del polo
simbolico dell’uguaglianza” (Cassano, 2003: 26) registratasi con i fatti del 1989, una torsione
di senso piuttosto significativa, sovrapponendosi a un certo tipo di libertà: la libertà di
scambio, la libertà di mercato, la libertà di impresa, assunte al ruolo di uniche garanti
legittime delle diverse libertà individuali. Come scrive Harvey (2007: 49) citando Polanyi,
“l’idea di libertà [è] «degenera[ta] così in un mero patrocinio della libera impresa», che
significa «piena libertà per coloro che non hanno bisogno di veder crescere i propri redditi, il
proprio tempo libero e la propria sicurezza, e una vera e propria carenza di libertà per la gente
che invano potrebbe cercare di far uso dei propri diritti democratici per trovare protezione dal
potere di quanti detengono le proprietà»”.9 Una visione distorta della libertà determina
dunque, per riprendere le parole utilizzate da Polanyi oltre sessanta anni fa, un effetto
deleterio sulle possibilità e sulle capacità degli individui “di far uso dei propri diritti
democratici”; in secondo luogo, occorre segnalare un ulteriore fattore di rischio che
l’alterazione della proprietà può determinare nell’applicazione dei principi della democrazia e
nei suoi stessi meccanismi di funzionamento.
Sul versante scientifico-metodologico, quelle domande sull’essenza della democrazia si sono
tradotte in problemi teorici ed empirici per gli studiosi di scienze politiche e sociali. Infatti, pur
nella molteplicità dei punti di vista e pur tenendo conto dell’esistenza di posizioni diversificate
anche critiche (Held, 1997; Morlino, 2003), per gli studiosi del settore il neoliberismo diventa il
paradigma con cui confrontarsi, quel paradigma egemonico in grado di dettare le coordinate
per l’interpretazione della realtà sociale.10 E tra queste coordinate rientrano pienamente gli
strumenti di misurazione della democrazia. Non solo. Il suo successo è dovuto anche al fatto
che esso è riuscito a riprodurre il medesimo meccanismo egemonico anche al di fuori della
comunità scientifica, influenzando la costruzione dei valori e delle priorità degli individui,
imponendo un quadro interpretativo della realtà sociale, definendo le coordinate entro cui far
apparire come legittime le ipotesi interpretative e le spiegazioni dei fenomeni osservati,
individuando e selezionando i fatti rilevanti per definire la realtà e darle un senso.

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3. L’importanza politica della misurazione

Se all’interno di questo quadro storico-politico rintracciassimo la data di nascita degli


strumenti di misurazione della democrazia oggi più diffusi e utilizzati, un elemento balzerebbe
subito agli occhi: questi strumenti (Freedom House, Polity, Vanhanen, Bollen) sono nati tra il
1973, anno in cui fu lanciata la prima survey annuale della Freedom House, e il 1984, anno in
cui Vanhanen elaborò il suo indice. È la traiettoria temporale caratterizzata dall’affermazione
del paradigma neoliberista e dalla crisi della democrazia. Una crisi a cui, come già detto, in
qualche modo bisognava far fronte e il proliferare in un arco di tempo piuttosto breve di una
serie di strumenti atti allo scopo, se non è una prova, costituisce certamente un indizio molto
forte di un problema politico avvertito come impellente. Ricordando la massima “you can only
manage what you can measure”, la misurazione è diventata lo strumento per gestire in
termini scientifici questa complessa problematica. Essa infatti consentiva di dare forma
all’oggetto “democrazia”, di gestirlo, classificarlo, categorizzarlo; all’interno dello Stato, essa
permette di delimitare il terreno delle scelte politiche possibili e legittime; inoltre, fornendo
informazioni e solida conoscenza sullo stato della democrazia, consente ai governanti che
formulano tali politiche di essere percepiti dai cittadini come eletti responsabili (Munck, 2006),
proprio perché le informazioni di cui i cittadini dispongono fanno apparire come coerenti con il
sistema democratico le politiche adottate; sul piano internazionale, la misurazione giustifica
relazioni e aiuti finanziari, stabilisce gerarchie, organizza e legittima le priorità di azione degli
Stati.
La scelta di particolari indicatori, che è alla base della definizione degli strumenti, incide,
tra le altre cose, anche sulla percezione della democrazia da parte della comunità dei cittadini.
Infatti prediligere alcuni indicatori piuttosto che altri significa anche optare per una certa
definizione e una certa misurazione della democrazia. Queste due ultime operazioni
contribuiscono a loro volta a legittimare e rafforzare determinate scelte politiche o particolari
rappresentazioni della realtà: per esempio, può avvenire che un’operazione di misurazione
possa contribuire a rafforzare lo status quo, avallando pubblicamente una scelta politica
potenzialmente impopolare (ad esempio, si fa la guerra all’Iraq perché è uno Stato non
democratico, si aumentano le tasse perché i parametri di Maastricht – ancora una
misurazione – lo impongono), o diffondendo l’idea che una data società sia retta da una
democrazia di qualità perché garantisce particolari tipi di diritti.
L’impatto della misurazione, e di conseguenza dei processi correlati di valutazione e
monitoraggio, supera dunque gli aspetti puramente tecnici e/o metodologici, per assumere
rilevanza teorica e politica. Infatti, la costruzione di metodologie e di indicatori fonda (e si
fonda su) una certa visione della democrazia: questa visione agisce come un vero e proprio
framework politico-ideologico che opera per rafforzare se stesso, dando le coordinate principali
per interpretare e legittimare scelte di tipo politico, economico, culturale, sociale, normativo. È
la misurazione, dunque, a determinare il quadro di riferimento all’interno del quale alcune
classi di diritti possono essere percepite come esigibili e altre no. Nel caso della democrazia, ad
esempio, la scelta di utilizzare degli indicatori che misurano solo il riconoscimento dei diritti
civili politici e non dei diritti sociali, opera a favore della costruzione di un framework di tipo
liberal-democratico, all’interno del quale i diritti sociali sono considerati al più come “diritti
secondari”, quando non addirittura semplici servizi sociali erogati soltanto a particolari
categorie di utenti (Crouch, 2004).
Sul piano politico, l’adozione di un certo tipo di misurazione della democrazia può produrre
almeno tre esiti, che sul piano teorico possono anche verificarsi simultaneamente:
1. giustificare le scelte politiche e/o economiche dei governi;

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2. legittimare le scelte politiche e/o economiche di enti e organizzazioni nazionali e
sovranazionali;
3. condizionare le scelte politiche e/o economiche degli Stati nazionali.
Il primo caso si verifica quando l’adozione di particolari ratings (pensiamo alle classifiche
della Freedom House), nei quali i vari Paesi vengono classificati come “liberi”, “parzialmente
liberi”, “non liberi”, finisce con l’assumere un suo peso specifico almeno in fase di
legittimazione a posteriori delle scelte politiche (come nel caso delle “giustificazioni” addotte
dal governo degli Stati Uniti alla ricerca di una chiave di legittimità per le proprie iniziative di
politica internazionale). In alternativa, si può innescare, ed è il secondo caso, un processo di
auto-legittimazione delle politiche economiche e di sviluppo proposte da istituzioni e
organizzazioni sovranazionali, quali ad esempio la World Bank, l’ONU o USAID, proprio
grazie ai criteri e ai parametri che questi soggetti decidono di includere nelle proprie
operazioni di misurazione, valutazione e monitoraggio della democraticità degli Stati. L’ONU,
la World Bank, l’OECD (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) e gli
altri attori internazionali devono, infatti, basare la propria azione su strumenti di
comparazione e indicatori cross-national per effettuare cambiamenti di policy all’interno degli
Stati e per legittimare le proprie attività (Brusis, 2006).
In realtà la posta in gioco qui è ancora più alta, perché, dopo aver deliberatamente scelto
quali politiche economiche suffragare, queste organizzazioni agiscono condizionando le stesse
politiche degli Stati sovrani (terzo caso), etichettandole come non legittime perché non
rispondenti ai parametri e ai requisiti da esse stabiliti. Il paradosso a cui si giunge, e che è di
fatto l’indizio più schiacciante della crisi del trinomio Stato-democrazia-sovranità, è che un
processo di misurazione della democrazia, condotto da un attore internazionale non
legittimato democraticamente (pensiamo alla World Bank), va ad incidere sulle scelte politiche
ed economiche di Stati sovrani democratici, minandone di fatto l’autonomia democratica.
Questi Stati, aderendo alle indicazioni della World Bank e mettendo in atto le linee
strategiche da essa vivamente consigliate, rinunciano a parte della propria sovranità in cambio
di finanziamenti, aiuti allo sviluppo, legittimazione e riconoscimento internazionale, con ciò
garantendo proprio alla World Bank un ruolo centrale a livello internazionale.11

4. La Freedom House come pattern-setter globale della democrazia, ossia la


democrazia è libertà

4.1 I criteri di selezione

L’analisi dei processi di misurazione della democrazia deve partire dalle risposte ad alcune
domande:
- chi misura, valuta, monitora? (soggetto della misurazione);
- perché lo misura? (obiettivo della misurazione);
- cosa misura? (oggetto della misurazione);
- come lo misura? (strumento/i della misurazione).
Sono domande, come è facile intuire, che riguardano aspetti sia di tipo metodologico che
politico-ideologico. Ogni processo di misurazione comporta infatti delle scelte di natura diversa
che il soggetto misuratore deve prendere, scelte relative alle motivazioni, alla definizione
dell’oggetto, alla costruzione dello strumento. Nel caso specifico dell’analisi di uno strumento
di misurazione della democrazia, è necessario considerare altre due questioni problematiche:
la prima è relativa alle caratteristiche del soggetto misuratore, del quale occorre tracciare un
profilo (chi è? Come si finanzia? Come opera? Quali fini persegue? Quale impatto produce sul
dibattito internazionale?, ecc.), dal momento che il “chi” della misurazione è inscindibile dal
“cosa” e dal “come”; la seconda riguarda la valutazione di quali decisioni prende il soggetto che

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si occupa della misurazione. Infatti, se questo processo si riducesse a un mero esercizio
accademico e non avesse un significato politico, allora non avrebbe senso. Se la valutazione
viene isolata dal processo decisionale perde ogni significato (Munck, 2006). Essa ha senso solo
nel momento in cui i risultati prodotti dallo strumento di misurazione hanno degli effetti sul
piano politico, o comunque se influenzano in qualche modo la percezione dell’oggetto misurato
da parte della collettività sociale. Questo significa che anche se una metodologia di
misurazione fosse basata su indicatori considerati sufficientemente oggettivi, attendibili e
validi, la sua utilità dipenderebbe in definitiva dai bisogni e dagli obiettivi dei suoi (potenziali)
utilizzatori.
Tenendo fede a questo assunto, più che chiedersi quali siano gli strumenti di misurazione
metodologicamente più validi e affidabili, nella selezione del caso da analizzare si è operato
ponendo in rilievo la dimensione politica dello strumento. Questo significa che, nella fase di
selezione, si è fatto riferimento ai seguenti interrogativi-guida:
a) Quali sono gli attori globali che influenzano maggiormente il quadro interpretativo del
discorso sulla democrazia oggi?
b) Quale approccio/metodologia questi attori utilizzano per definire la democrazia?
c) Se la misurano, con quali strumenti lo fanno, a quali indicatori si affidano?
Per rintracciare uno degli attori capaci di imporsi su questo specifico problema come
pattern-setters globali, vale a dire come costruttori di modelli validi per tutto il mondo, si è
tenuto conto, come criteri di selezione, di tre caratteristiche dell’attore:
1. la sua (presunta) neutralità;
2. la sua capacità di condizionalità politica;
3. la portata internazionale della sua azione.12
L’applicazione di questi criteri ha consentito di identificare nella Freedom House il
pattern-setter globale della democrazia.

4.2 Il profilo politico-ideologico

Prima di analizzare dettagliatamente le checklist utilizzate dalla Freedom House per


misurare i livelli di democrazia nel mondo, è fondamentale tracciare anche un identikit di
questa società. La ricostruzione del profilo storico-politico del soggetto misuratore costituisce,
infatti, la prima indispensabile operazione da compiere nella valutazione del suo strumento di
misurazione. Come ci ricorda Bollen (1993), le caratteristiche di chi deve giudicare possono
condizionare le valutazioni soggettive sulle regole democratiche e le libertà politiche.
L’orientamento politico e la nazionalità, il tipo e la qualità delle fonti di informazione alle
quali può (o sceglie di) accedere, come pure gli interessi specifici del soggetto che finanzia
questo tipo di attività, possono influenzare enormemente l’analisi, producendo una serie di
errori sistematici (bias) nella misurazione, come ad esempio un pregiudizio favorevole alle
democrazie occidentali, oppure alle democrazie liberali, o ancora la tendenza a sottostimare i
valori per i Paesi del mondo islamico, o per quelli dei quali non si dispongono di informazioni
sufficienti ed attendibili.
La società americana Freedom House (FH) si definisce come “an independent non-
governmental organization that supports the expansion of freedom in the world”.13 Nata nel
1941 dalla fusione di due gruppi formati per rafforzare il sostegno popolare alla partecipazione
statunitense alla Seconda Guerra Mondiale, rompendo dunque il fronte isolazionista, essa ha
avuto sin dalle origini una duplice convinzione: 1) che la “American leadership in international
affairs is essential to the causes of human rights and democracy” e 2) che “the spread of
democracy would be the best weapon against totalitarian ideologies”;14 una convinzione
concepita come vera e propria “mission […] to expand freedom around the world”.15 Insomma, i
tratti distintivi della politica estera americana dell’era Bush erano stati delineati circa

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sessant’anni prima da questa organizzazione indipendente, con una piccola differenza, però:
mentre il nemico principale della guerra di Bush è il terrorismo islamico, “Freedom House
took up the struggle against the other twentieth century totalitarian threat, Communism”.16
Dalla fine della Guerra Fredda, la missione della Freedom House si è evoluta per far fronte
alle nuove sfide; essa ha dunque operato per avere un ruolo più attivo: a) nell’espansione della
libertà nelle società sottoposte a regimi dittatoriali e b) nella tematica della libertà religiosa.
Dal 1995, grazie alla fusione con il Puebla Institute di una propria divisione autonoma, il
Center for Religious Freedom creato nel 1986, essa ha rafforzato la propria incisività sul tema
della libertà religiosa; e sebbene dal 2006 questo Centro non faccia più parte della FH, essa
tiene comunque a precisare che continuerà “to ensure that religious freedom remains a core
part of its analysis, advocacy, and action portfolio”.17 Una libertà religiosa declinata in modo
molto particolare. Il Centro, infatti, “insists that U.S. foreign policy defend Christians and
Jews, Muslim dissidents and minorities, and other religious minorities in countries such as
Indonesia, Pakistan, Nigeria, Iran, and Sudan. It is fighting the imposition of harsh Islamic
law in the new Iraq and Afghanistan and opposes blasphemy laws in Muslim countries that
suppress more tolerant and pro-American thought”.18
Nel 1997, invece, dalla fusione con la National Forum Foundation, la FH ha rafforzato la
propria capacità di condurre progetti e analisi sul campo, in particolare stabilendo delle
proprie sedi permanenti nell’Europa dell’Est, ed assistendo i Paesi post-comunisti nella fase di
transizione alla democrazia liberale.
Dopo l’11 settembre 2001, essa ha consolidato la propria presenza nei Paesi arabi, in
particolare in Medio Oriente e nelle zone dell’Asia Centrale. Insomma, dove muovono gli
interessi americani lì muove la Freedom House.
Sebbene dichiari sin dalla fondazione il suo carattere bipartisan, basta scorrere l’elenco dei
membri del suo Board of Trustees (Consiglio degli amministratori fiduciari) per rendersi conto
che le critiche di filo-conservatorismo non sono poi del tutto infondate: in esso figurano i nomi
dell’ex-direttore della CIA R. J. Woolsey19 (dal 2002 al 2004 presidente del comitato esecutivo
del Board), di Kenneth L. Adelman, un ex-funzionario dell’amministrazione Reagan, di Jeane
J. Kirkpatrick, resident fellow all’American Enterprise Institute (Aei), uno dei bastioni della
destra neoconservatrice americana,20 oltre che, assieme a Woolsey, consigliere direttivo di
diversi comitati e fondazioni neocons,21 dello scrittore conservatore P. J. O’Rourke,
dell’avvocato di destra Ruth Wedgwood, di Zbigniew Brzezinski (fino al 2003) e del teorico
dello scontro delle civiltà, Samuel P. Huntington (fino al 2005). Insomma, un parterre
d’eccezione da fare invidia ai migliori think tank conservatori. Anche un’analisi meno centrata
sulla dimensione culturale e più attenta invece ai flussi finanziari non conduce a conclusioni
diverse. Come è possibile evincere dal grafico della figura 1, negli ultimi anni i finanziamenti
della FH sono costantemente aumentati: dai quasi 11 milioni di dollari del 2001 agli oltre 26
milioni del 2006 (+241%). In particolare è da segnalare l’incremento esponenziale dal 2004 (18
milioni totali) al 2005 (quasi 27 milioni totali, +50%), dovuto quasi del tutto al forte
incremento delle donazioni federali (da 12 a 20 milioni di dollari, +66%).

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I finanziamenti della Freedom House

30

25
Dollari (in milioni)

20
Finanziamenti Federali
15
Finanziamenti totali
10

0
2001 2002 2003 2004 2005 2006

Figura 1. I finanziamenti alla Freedom House nel corso degli anni 2001-2006 (nostra
elaborazione da: Freedom House, Annual Report, varie annate)

Analizzando più nel dettaglio il quadro delle entrate, nonché l’elenco dei donatori privati,
emergono altri dati interessanti. Innanzitutto, l’incidenza dei finanziamenti del governo
americano è preponderante: nel 2006 essi hanno coperto l’80% delle entrate. Il sostegno da
parte del governo americano, che è anche il segno più tangibile del livello di autorevolezza
acquisito da questa società, si è manifestato non solo con il costante aumento delle donazioni,
ma anche attraverso l’esplicito riconoscimento politico che è derivato da una recente visita del
presidente Bush alla sede della Freedom House, nel corso della quale egli ha pubblicamente
ringraziato i membri della organizzazione per il lavoro svolto, dicendo loro: “You’re making a
significant contribution to the security of our country”.22 Del resto, la stessa FH sottolinea
come i suoi rappresentanti siano spesso convocati in qualità di esperti davanti al Congresso
americano, fornendo inoltre “briefings to Congress, the State Department, and other
agencies”. Per quanto riguarda gli investitori privati, tra coloro che hanno elargito le donazioni
maggiori figurano la Bradley Foundation e la Smith Richardson Foundation, grandi
finanziatrici di vari think tanks conservatori, oltre al National Endowment for Democracy e
all’Open Society Institute di George Soros.
Dopo aver tracciato a grandi linee il retroterra economico e culturale della FH, per capire
dove e come si intrecciano i flussi di idee e di denaro, conviene adesso provare a fare una
panoramica dei fruitori delle sue pubblicazioni, in particolar modo del Freedom in the World, il
report annuale pubblicato per la prima volta nel 1973 da Raymond Gastil ed aggiornato
annualmente dal team di esperti della società, nel quale i vari Paesi del mondo vengono
classificati sulla base del loro livello interno di libertà politica e civile. Questa panoramica può
infatti essere utile a spiegare perché oggi, in questo campo, la Freedom House sia la voce più
citata, autorevole ed ascoltata, il vero pattern-setter globale della democrazia.
La funzione di advocacy nella mobilitazione di forze governative e non-governative per la
promozione e la diffusione della libertà, a cui si richiama la FH, ha sortito i suoi effetti
attraverso una serie di iniziative globali. Tra di esse va segnalata l’iniziativa governativa
americana denominata Millennium Challenge Account (MCA), un programma avviato nel
2003, che promette aiuti economici ai Paesi che dimostrano di voler intraprendere la via verso
la democrazia e il libero mercato. In particolare, il programma si propone di finanziare
progetti per quei Paesi che “govern justly, invest in their people, and encourage economic
freedom”.23 Il monitoraggio dei Paesi eligibili viene effettuato attraverso una serie di indicatori
-9-
di performance, alcuni dei quali assumono come fonte proprio la FH. In particolare, viene
stabilito di favorire quegli indicatori (vedi tabella 2) che: “(1) are developed by an independent
third party, (2) utilize objective and high-quality data, (3) are analytically rigorous and
publicly available, (4) have broad country-coverage and are comparable across countries”.24
Tutti requisiti, dunque, che a detta degli esperti nominati dal governo americano, sono propri
delle fonti da cui essi ricavano gli indicatori per l’iniziativa MCA. Si tratta di assunti che, nel
caso della FH, sono piuttosto discutibili, sia per quanto riguarda il punto 1 (requisito di
indipendenza di una fonte terza), come si è potuto constatare dalla descrizione analitica testé
fatta di questa organizzazione, sia per quel che attiene ai punti 2 e 3, come si avrà modo di
approfondire in seguito analizzando la sua metodologia di misurazione della democrazia.

Dimensione Indicatore Fonte


Civil Liberties Freedom House
Political Rights Freedom House
Voice and Accountability World Bank Institute
Governing justly
Government Effectiveness World Bank Institute
Rule of Law World Bank Institute
Control of Corruption World Bank Institute
Total Public Expenditure UNESCO/national
on Primary Education sources
Girls’ Primary Education
Investing in UNESCO
Completion Rate
People
Total Public Expenditures The World Health
on Health Organization
The World Health
Immunization
Organization
Cost of Starting a Business World Bank
Inflation IMF
Encouraging
Fiscal Policy IMF/national sources
Economic
Trade Policy Heritage Foundation
Freedom
Regulatory Quality World Bank Institute
Days to Start a Business World Bank
Tabella 1. Gli indicatori di performance del Millennium Challenge Account (MCA) con le rispettive
fonti.25

Come si vede dalla tabella 1, il nome della Freedom House compare quale fonte autorevole
al fianco di quelli della World Bank, del Fondo Monetario Internazionale (IMF),
dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e dell’Unesco, nonché di quello di una influente
organizzazione neoconservatrice, l’Heritage Foundation. L’autorevolezza della fonte è stabilita
dal governo americano, il quale trae legittimazione e credibilità nella sua azione di politica
estera appellandosi proprio ad una fonte giudicata terza e indipendente. La FH, dal canto suo,
vede rafforzarsi questa sua immagine di autorevolezza, indipendenza e credibilità sul piano
internazionale proprio grazie al riconoscimento che gli viene da un soggetto politico così
autorevole.
Anche l’agenzia governativa indipendente USAID, che lavora per uno sviluppo economico
equo e per realizzare gli obiettivi di politica estera americana,26 sostenendo la crescita
economica, l’agricoltura, il commercio, la salute globale e la democrazia e fornendo assistenza
umanitaria, utilizza gli indici della FH per valutare i progressi nella democratizzazione dei
Paesi verso i quali essa destina i suoi aiuti27 (Finkel et al., 2006).

- 10 -
In un classico effetto di rimbalzo, per cui l’autorevolezza di una fonte istituzionale rende a
sua volta istituzionali e credibili le fonti a cui essa si richiama, anche i mezzi di informazione
finiscono per utilizzare indiscriminatamente e in maniera acritica l’indice della FH. È il caso,
ad esempio, del Washington Post, che utilizza i report della Freedom House per
contestualizzare la retorica politica dell’amministrazione Bush sulla democratizzazione del
Medio Oriente28 o, in Italia, di riviste specializzate come Limes.29 Ma l’autorevolezza e la
notorietà della Freedom House penetrano il senso comune soprattutto attraverso siti web e
spettacoli televisivi d’impatto per il grande pubblico: per l’Italia su tutti, sempre a titolo
esemplificativo, il blog del comico Beppe Grillo,30 uno dei siti web più visitati al mondo, e lo
spettacolo televisivo Rockpolitik, condotto da Adriano Celentano e andato in onda sulle reti
Rai nell’autunno 2005. E proprio gli ultimi due esempi citati, che fanno riferimento a
personaggi non proprio collocati su posizioni conservatrici o moderate, non fanno altro che
confermare il fatto che gli indici della Freedom House si sono ormai collocati al di là di ogni
possibile critica politica, metodologica e ideologica, per essere utilizzati indistintamente da
tutti come il metro di misurazione delle democrazie.
Anche in sede accademica, nonostante le notevoli critiche sul piano metodologico, l’indice
viene utilizzato da numerosi autori. Una rapida rassegna, tutt’altro che esaustiva, comprende
tra gli altri, J. Acuña-Alfaro, J. Bacher, R. Barro, R. Burkhart e M. Lewis-Beck, R. Duràn, M.
S. Fish e M. Kroenig, J. Foweraker e R. Krznaric, W. Frisch, S. Goldberg, D. Grassi, A.
Hadenius e J. Teorell, S. P. Huntington, R. Inglehart, S. Knack, T. Landman, W. Merkel e A.
Croissant, A. Mungiu-Pippidi, E. Neumayer, H. O. Sano e L. Lindholt.31 Un aspetto rilevante è
che gli autori citati si occupano di tematiche piuttosto diversificate, spesso non direttamente
legate al problema specifico della misurazione della democrazia: dai cambiamenti della cultura
politica ai processi di democratizzazione, dallo sviluppo economico al ruolo degli attori
sovranazionali, dai processi di allargamento dell’Unione Europea al ruolo della condizionalità
politica, dalla tutela dei diritti umani alla funzione delle organizzazioni di aiuto governative e
non. In tutti questi studi l’indice della Freedom House viene presentato come una condizione
di fondo, un dato di fatto su cui argomentare e articolare discorsi, effettuare ricerche,
suffragare ipotesi interpretative.
L’autorevolezza della FH riceve comunque il suo suggello dall’utilizzo che dei suoi indici e
dei suoi ratings fanno l’ONU (UNDP, 2002 e 2004) e la Banca Mondiale (Kaufmann, Kraay e
Mastruzzi, 2006; Pritchett e Kaufmann, 1998; Gradstein e Milanovic, 2002). Infatti, in uno dei
report annuali prodotti dal principale organismo di sviluppo delle Nazioni Unite, lo United
Nations Development Programme (UNDP), specificamente dedicato al tema della democrazia,
(UNDP, 2002) dopo aver solennemente affermato che “for politics and political institutions to
promote human development and safeguard the freedom and dignity of all people, democracy
must widen and deepen”, (Idem: 1) è possibile rintracciare, nella appendice metodologica al
primo capitolo, una descrizione diversa della democrazia. Questa costituisce un indicatore
soggettivo della governance e viene misurata prendendo in esame 5 indicatori più specifici
(Idem: 37 e segg.):
1. Polity score (fonte: Polity IV),
2. Civil liberties (fonte: Freedom House),
3. Political rights (fonte: Freedom House),
4. Press freedom (fonte: Freedom House),
5. Voice and accountability (fonte: World Bank).
Il riferimento alle tre fonti, tutte più o meno esplicitamente americane, è diretto e
argomentato. Il modello di democrazia racchiuso negli indicatori utilizzati (3 su 5 sono della
FH) è facilmente intuibile: grande attenzione ai diritti politici e alle libertà civili, in
particolare alla libertà dei media; focalizzazione sulla dimensione istituzionale del processo
democratico e sulla capacità di selezione dei rappresentanti politici.

- 11 -
Allo stesso modo la World Bank inserisce le scale della Freedom House tra le fonti
privilegiate per la costruzione del suo strumento di misurazione della good governance
(Kaufmann, Kraay e Mastruzzi, 2006).
Onu e World Bank, dunque, elaborano strategie, piani di azione e metodologie basandosi,
per la rilevazione di alcune informazioni sullo stato di democraticità dei paesi oggetto delle
stesse, sugli indici elaborati dalla FH. La funzione di pattern-setter globale è pertanto
pienamente delineata. Occorre adesso addentrarsi più nello specifico nell’analisi della
metodologia che questa organizzazione americana utilizza per misurare lo stato della
democrazia nel mondo, per capire su cosa si fonda oggi il discorso internazionale sulla
democrazia.

4.3 Il profilo metodologico

L’indice della FH fu lanciato per la prima volta da Raymond Gastil dell’University of


Washington di Seattle nel 1973. Per quasi venti anni Gastil ha praticamente lavorato da solo
alla composizione del report annuale contenente la graduatoria del livello di libertà dei vari
Paesi: soltanto dagli anni novanta è stato creato un team di esperti che lo ha prima affiancato
e poi sostituito nel lavoro. L’obiettivo iniziale di Gastil era produrre una discussione sulla
variazione dei livelli di libertà nel mondo. Col passare degli anni, però, nonostante nella
comparazione continuasse ad essere utilizzata la parola libertà, “its author understood that
the survey was essentially a survey of democracy” (Gastil, 1990: 26). Una misurazione della
libertà si è dunque naturalmente trasformata in una misurazione della democrazia,
mantenendo però inalterate le caratteristiche metodologiche di misurazione: ciò significa che,
se dal punto di vista del suo autore libertà e democrazia sono sinonimi, concetti
interscambiabili, altrettanto deve avvenire per gli utilizzatori dell’indice.
Come viene misurata la libertà/democrazia dalla Freedom House? Essenzialmente
attraverso la creazione di liste di controllo (checklists) per l’analisi di due dimensioni: quella
dei diritti politici e quella delle libertà civili. Per ciascuna di esse è stata costruita una scala a
sette punti (1-7), creando poi una graduatoria dello status di libertà dei diversi Paesi: più i
punteggi ottenuti sulle due scale sono bassi, più un Paese è considerato democratico. Per scopi
euristici, legati soprattutto alla necessità di stampare delle mappe sulla diffusione della
libertà nel mondo (le famose “Maps of Freedom”), all’interno di questa graduatoria è stata poi
creata una ulteriore suddivisione basata sullo status di libertà dei vari Paesi, suddividendoli
in “liberi”, “non liberi” e “parzialmente liberi” in base ai punteggi ottenuti (vedi tabella 2).
Questa suddivisione iniziale creava però non pochi problemi. Lo stesso Gastil non aveva
infatti forti argomenti per giustificare perché ad esempio un Paese con un punteggio 2-3 (2 per
i diritti politici, 3 per le libertà civili) dovesse essere considerato “libero”, mentre uno con un
punteggio 3-2 solo “parzialmente libero”. Egli poteva dire che “the author had a picture in his
mind” (Ibidem), con ciò però negando di fatto la possibilità per chiunque altro di replicare la
misurazione ottenendo i medesimi risultati. Mancava uno dei presupposti metodologici di
fondo: la possibilità da parte della comunità degli studiosi di disporre di informazioni
dettagliate sulle regole di codifica.
Per ovviare a questa insufficienza, oggi si preferisce ricorrere ad una media combinata dei
risultati ottenuti sulle due scale, che suddivide i Paesi come illustrato nella tabella 3.

- 12 -
Diritti Libertà
Status di libertà
politici civili
1 1 Libero
1 2 Libero
2 1 Libero
2 2 Libero
2 3 Libero
3 2 Parzialmente libero
3 3 Parzialmente libero
3 4 Parzialmente libero
4 3 Parzialmente libero
4 4 Parzialmente libero
4 5 Parzialmente libero
5 4 Parzialmente libero
5 5 Parzialmente libero
5 6 Parzialmente libero
6 5 Parzialmente libero
6 6 Non libero
6 7 Non libero
7 6 Non libero
7 7 Non libero
Tabella 2. Status di libertà di un Paese in base ai punteggi ottenuti sulle scale dei
diritti politici e delle libertà civili (Fonte: nostra elaborazione da Gastil, 1990).

Media combinata dei


punteggi
Status di libertà di un Paese
dei diritti politici e delle
libertà civili
1.0 - 2.5 Libero
3.0 - 5.0 Parzialmente libero
5.5 - 7.0 Non libero
Tabella 3. Status di libertà di un Paese sulla base della media dei punteggi ottenuti sulle due scale
dei diritti politici e delle libertà civili (Fonte: www.freedomhouse.org).

La scelta di utilizzare una media combinata è in parte giustificata dal fatto che le due scale
sono altamente correlate nei punteggi, per cui non è dato, ad esempio, di trovare Paesi con un
punteggio alto nei diritti politici e uno basso nelle libertà civili (Banks, 1986).32 Per arrivare a
definire i singoli indici, il team di esperti della Freedom House dispone di una checklist per
ciascuna delle due dimensioni da analizzare. A ciascuna delle domande gli esperti devono dare
una risposta in forma numerica da 0 (che significa che il diritto o la libertà sotto indagine è
presente nel grado minimo) a 4 (che rappresenta invece la presenza al massimo grado del
diritto o della libertà in questione). Dal momento che attualmente le domande per i diritti
politici sono 10 e quelle per le libertà civili 15, i punteggi massimi ottenibili sono
rispettivamente 40 e 60. Questi punteggi “grezzi”, “non elaborati” (“raw points”), vengono poi
trasformati nell’indice numerico della scala secondo la seguente tabella di conversione:33

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Political Rights PR Rating Civil Liberties CL Rating
(PR) (CL)
Total Raw Points Total Raw Points
36-40 1 53-60 1
30-35 2 44-52 2
24-29 3 34-43 3
18-23 4 26-34 4
12-17 5 17-25 5
6-11 6 8-16 6
0-5 7 0-7 7
Tabella 4. Conversione dei punteggi grezzi ottenuti per i diritti politici e le libertà civili nei rispettivi
indici delle scale (Fonte: www.freedomhouse.org)

Ma chi è che, praticamente, arriva a definire questi punteggi? Su questo punto, si può
senz’altro affermare che, da quindici anni a questa parte, il processo di elaborazione del report
annuale ha raggiunto un certo grado di standardizzazione procedurale, realizzandosi secondo
uno schema piuttosto consolidato. Al nucleo di ricerca centrale, di stanza a New York e
composto da 8 membri della Freedom House, si affiancano mediamente 20-25 scrittori
consulenti (“consultant writers”) esterni e 13 consulenti di alto profilo accademico (“senior-
level academic advisors”). Il primo di questi due gruppi, utilizzando fonti diverse (“foreign and
domestic news reports, academic analyses, nongovernmental organizations, think tanks,
individual professional contacts, and visits to the region”)34 elabora un report per ciascun
Paese e fa la sua proposta di rating per entrambe le scale. I ratings vengono poi riesaminati e
riprocessati attraverso sei meeting regionali (le aree di suddivisione sono: Africa Sub-
Sahariana, Asia-Pacifico, Europa Centro-Orientale ed ex Unione Sovietica, Medio Oriente e
Nord Africa, America Latina e Caraibi, e Europa Occidentale) che coinvolgono gli scrittori e i
consulenti accademici con dichiarate competenze sulla regione. Si procede poi, soprattutto per
i ratings che hanno subito una modifica rispetto all’anno precedente, ad un’ulteriore
discussione e approfondimento, oltre che a una valutazione cross-regional per fare in modo che
i risultati ottenuti siano coerenti e comparabili. Da notare che tutti i soggetti appartenenti ai
tre gruppi elencati (gli otto membri della Freedom House, gli scrittori esterni e i consulenti
accademici) sono statunitensi, o comunque operano attivamente in centri di ricerca, istituti o
università degli Stati Uniti: con ciò ponendo un serio problema di etnocentrismo nella
valutazione che essi fanno del livello di libertà di Paesi distanti non solo geograficamente, ma
soprattutto politicamente, culturalmente e linguisticamente dal modello americano. 35
Del resto, su questo punto la Freedom House è chiara. Pur sostenendo che essa “does not
maintain a culture-bound view of freedom”,36 perché – asserisce – gli standard su cui si basa la
sua metodologia si rifanno fondamentalmente ai diritti proclamati dalla Dichiarazione
Universale dei Diritti dell’Uomo dell’ONU,37 e dunque sono applicabili a tutti i Paesi
indipendentemente da fattori economici, sociali, religiosi o etnici, essa abbraccia la causa della
libertà declinata in chiave americana ed opera “from the assumption that freedom for all
peoples is best achieved in liberal democratic societies”.38 Una libertà concepita
essenzialmente come un requisito individuale (“freedom as experienced by individuals”) e
definita come “the opportunity to act spontaneously in a variety of fields outside the control of
the government and other centers of potential domination”.39 Quali caratteristiche hanno le
“liberal democratic societies” a cui si richiama la Freedom House? Essenzialmente esse
aggiungono una sostanziale gamma (“substantial array”) di libertà civili ai requisiti propri di
una “democrazia elettorale”, che nella definizione della FH comprende: 1) un sistema politico
multipartitico competitivo, 2) il suffragio universale per tutti i cittadini adulti, 3) elezioni
regolari, segrete, competitive e ricorrenti, 4) un accesso pubblico significativo per i maggiori
partiti politici verso l’elettorato, sia attraverso i media che tramite campagne politiche.
- 14 -
Ci troviamo di fronte a una definizione perfino più ristretta di quella usata da Dahl per il
concetto di poliarchia. Il criterio minimo richiesto dalla FH per classificare uno Stato come
“democratico”, quello di essere appunto una “democrazia elettorale”, se da un lato è la base
delle sue statistiche di successo, dall’altro è assolutamente insoddisfacente sul piano teorico e
normativo. Infatti, “electoral democracy merely entails that the election of the ruling elite be
based on the formal, universal right to vote, such that elections are general, free and regular.
In general, fair and correct execution of elections is difficult to determine empirically.
Although these factors are highly disputed in many of the electoral democracies, Freedom
House does not take this problem into account in its large country sample” (Merkel, 2004: 34).
Nella prospettiva della FH, “political rights enable people to participate freely in the
political process, including through the right to vote, compete for public office, and elect
representatives who have a decisive impact on public policies and are accountable to the
electorate. Civil liberties allow for the freedoms of expression and belief, associational and
organizational rights, rule of law, and personal autonomy without interference from the
state”.40 Si tratta di definizioni che attengono a un aspetto formale-procedurale della
democrazia e che concepiscono la libertà prettamente in senso negativo (come libertà da)
guardando con occhio critico qualsiasi forma di interferenza o intervento statale.
Dopo aver analizzato la doppia dimensione, procedurale e concettuale, entro cui si colloca il
discorso della Freedom House, è giunto il momento di entrare in quello che, a mio avviso,
costituisce il cuore del problema: vale a dire le più volte citate “liste di controllo”. È infatti
dalle domande contenute in queste liste che poi scaturiscono i diversi punteggi, che a loro volta
incidono sull’assegnazione a ciascun Paese di un indice e di una etichetta (“libero”, “non
libero”, “parzialmente libero”) specifici. Pertanto è il caso di analizzare queste liste, sia sul
piano diacronico, per vedere se e come cambiano nel corso del tempo, sia su quello più
strettamente contenutistico, per verificare quali valori e quali dimensioni vi soggiacciono e, da
ciò, tentare di ricostruire il modello di democrazia immaginato dalla Freedom House.

5. Le “liste di controllo” della democrazia

5.1 Il quadro descrittivo

Partiamo dalle origini, ossia dalle checklist elaborate da Gastil. Come egli stesso afferma,
le categorie in esse contenute non sono state ideate partendo dalla teoria democratica, quanto
piuttosto dall’esperienza e dai dati che erano disponibili. “The categories are developed not so
much out of any theoretical understanding of democracy as from the experience that these
were headings under which information relevant to the rating system has most often been
available” (Gastil, 1990: 30). Una prospettiva di analisi, questa, completamente diversa ad
esempio da quella che propone l’IDEA, che invece parte dalle fondamenta teoriche della
democrazia per poi calarsi nella realtà empirica della loro realizzazione. Ma c’è di più: lo stesso
Gastil confessa, potendogli essere riconosciuta come parziale giustificazione la circostanza di
aver elaborato per quasi venti anni i ratings da solo, che uno dei criteri principali di selezione
delle categorie fondamentali su cui costruire poi le liste di controllo era la disponibilità dei
dati. Con ciò incorrendo in uno dei problemi metodologici (ma anche politico-ideologici) più
spinosi: quello della data-driven research, vale a dire della ricerca guidata dai dati disponibili
al ricercatore.
Le liste create da Gastil sono rimaste più o meno immutate fino a quando egli si è occupato
in prima persona dell’elaborazione dei ratings: le poche modifiche subite sono state di tipo
incrementale e per lo più legate alla disponibilità delle informazioni, non intaccando
l’impianto metodologico di fondo su cui erano basate. Inoltre, occorre ancora evidenziare che,
mentre nella versione ultima della Freedom House l’analista deve attribuire, come risposta a

- 15 -
ciascuna domanda delle liste, un punteggio numerico (da 0 a 4), Gastil rifiutava risolutamente
questa soluzione: “the deeper reason for avoiding numerical grading of subfactors is that every
aspect we might wish to grade has a slightly different meaning within different countries”
(Idem: 31). Nella sua analisi, dunque, egli preferiva dare conto delle variabili contestuali,
politico-culturali, affidandosi principalmente alla soggettività, alla sensibilità e, in negativo,
all’arbitrarietà del ricercatore. Quando la gestione del report annuale è stata affidata ad un
team di esperti, naturalmente questa impostazione è stata modificata: per arginare la deriva
soggettivistica di ciascun analista sono stati definiti dei criteri più oggettivi, sintetizzati in un
dato numerico. Ma, come avremo modo di constatare, l’impianto di fondo delle checklist create
da Gastil, pur nelle modificazioni in alcuni casi anche sostanziali che ha subito, si è
mantenuto intatto nella sua strutturazione logica. Pertanto le misurazioni odierne continuano
a fondarsi sullo schema logico con cui Gastil, con scarsità di risorse tecniche, umane e
finanziarie, ideò negli anni ’70 le sue checklist.
Per effettuare l’analisi ho fotografato le liste della FH in momenti differenti: 1990, anno in
cui era ancora Gastil ad elaborare il report; 1993, anno in cui il report era già affidato ad un
team di esperti; 2002 e 2003, gli anni immediatamente successivi agli attentati dell’11
settembre e gli anni 2005 e 2006, i più recenti nei quali si siano registrati dei cambiamenti.
Per consentire una maggiore facilità di confronto, ho effettuato una serie di operazioni: dopo
aver messo in colonna le liste per ciascuno degli anni indicati, ho affiancato gli item simili,
mantenendo però al fianco di ciascuno di essi la numerazione originale di collocazione
dell’item nella lista. In alcuni casi inoltre, quando ad esempio un item veniva sdoppiato nelle
versioni successive in due domande, è stato necessario affiancare entrambe queste ultime
all’item originario. Infine, sempre ai fini di una migliore fruibilità della comparazione, ho
utilizzato quattro diversi colori per indicare rispettivamente: 1) gli item o parti di item
eliminati nelle liste successive (colore rosso); 2) gli item modificati rispetto all’anno di
riferimento precedente (giallo);41 3) gli item nuovi rispetto all’anno di riferimento precedente
(verde); 4) gli item da me collocati, per una migliore fruibilità di lettura, in una posizione
diversa rispetto a quella originaria (fucsia).
Un sguardo panoramico ad entrambe le checklist consente in via preliminare alcune
considerazioni generali: il numero delle domande è rimasto più o meno immutato nel corso del
tempo (11-10-10-12-12-1242 per i diritti politici e 14-13-14-15-15-15 per le libertà civili); la
strutturazione delle liste è stata dapprima trasformata in una serie di interrogativi (1993) e
poi ciascuna di esse suddivisa in sottogruppi tematici più specifici; per i diritti politici: a)
processo elettorale, b) pluralismo politico e partecipazione, c) funzionamento del governo; per
le libertà civili: d) libertà di pensiero e di espressione, e) diritti di associazione e di
organizzazione, f) rule of law, g) autonomia personale e diritti individuali. Nella checklist dei
diritti politici del 1993 possiamo inoltre notare l’aggiunta di due domande discrezionali sul
livello di libertà politica nelle monarchie tradizionali e sul rispetto delle minoranze etniche e
dei diversi gruppi sociali.
Affinché venga confermata l’ipotesi da cui siamo partiti, vale a dire che il neoliberismo ha
condizionato gli strumenti di misurazione della democrazia, dovrebbero essere rintracciabili
nelle checklist della FH una serie di elementi e di trend:
1. Centralità della dimensione valoriale della libertà;
2. Centralità dei diritti civili e politici a discapito di quelli socioeconomici;
3. Declinazione della libertà soprattutto in termini negativi (libertà da), in particolar modo
rispetto all’intervento statale, e come tutela dell’individuo (piuttosto che della società),
soprattutto sul mercato (proprietà privata e libertà d’impresa rispetto ai poteri pubblici);
4. Tensione verso il riconoscimento formale piuttosto che sostanziale dei diritti;
5. Progressiva scomparsa o comunque scarsa rilevanza della dimensione dell’eguaglianza.

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Per quanto riguarda i primi due punti, essi sono già individuabili nell’impostazione teorica
generale dello strumento, che nasce come “misuratore della libertà” e si propone di valutare lo
stato dei diritti politici e delle libertà civili nel mondo (per i quali costruisce appositamente le
due checklist). È interessante però notare, dall’analisi specifica delle liste, come nel corso del
tempo questa centralità si sia non solo accentuata, ma sia stata sempre più associata al
declino delle altre dimensioni della democrazia.

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Le checklist dei diritti politici
1990, Gastil Anno 1993 Anno 2002 Anno 2003 Anno 2005 Anno 2006
A. Electoral Process A. Electoral Process A. Electoral Process
1. Chief authority recently 1. Is the head of state and/or head 1. Is the head of state and/or head 1A. Is the head of state and/or head 1A. Is the head of state and/or head 1A. Is the head of government or
elected by a meaningful of government or other chief of government or other chief of government or other chief of government or other chief other chief national authority elected
process authority elected through free and authority elected through free and authority elected through free and authority elected through free and through free and fair elections?
fair elections? fair elections? fair elections? fair elections?
2. Legislature recently 2. Are the legislative 2. Are the legislative 2A. Are the legislative 2A. Are the legislative 2A. Are the national legislative
elected by a meaningful representatives elected through free representatives elected through free representatives elected through free representatives elected through free representatives elected through free
process and fair elections? and fair elections? and fair elections? and fair elections? and fair elections?
3. Fair election laws, 3. Are there fair electoral laws, 3. Are there fair electoral laws, 3A. Are there fair electoral laws, 3A. Are there fair electoral laws, 3A. Are the electoral laws and
campaigning opportunity, equal campaigning opportunities, equal campaigning opportunities, equal campaigning opportunities, equal campaigning opportunities, framework fair?
polling and tabulation fair polling and honest tabulation of fair polling, and honest tabulation of fair polling, and honest tabulation of fair polling, and honest tabulation of
ballots? ballots? ballots? ballots?
4. Fair reflection of voter 4. Are the voters able to endow
preference in distribution of their freely elected representatives
power – parliament, for with real power?
example, has effective
power
B. Political Pluralism and B. Political Pluralism and B. Political Pluralism and
Participation Participation Participation
5. Multiple political parties 5. Do the people organize freely in 5. Do the people have the right to 1B. Do the people have the right to 1B. Do the people have the right to 1B. Do the people have the right to
- only dominant party different political parties or other organize in different political parties organize in different political parties organize in different political parties organize in different political parties
allowed effective competitive political groupings of or other competitive political or other competitive political or other competitive political or other competitive political
opportunity their choice, and is the system open groupings of their choice, and is the groupings of their choice, and is the groupings of their choice, and is the groupings of their choice, and is the
- open to rise and fall of to the rise and fall of these system open to the rise and fall of system open to the rise and fall of system open to the rise and fall of system open to the rise and fall of
these competing parties or these competing parties or
competing parties competing parties or groupings? these competing parties or these competing parties or
groupings? groupings?
groupings? groupings?
7. Significant opposition 6. Is there a significant opposition 6. Is there a significant opposition 2B. Is there a significant opposition 2B. Is there a significant opposition 2B. Is there a significant opposition
vote vote, de facto opposition power, vote, de facto opposition power, vote, de facto opposition power, vote, de facto opposition power, and vote and a realistic possibility for the
and a realistic possibility for the and a realistic possibility for the and a realistic possibility for the a realistic possibility for the opposition to increase its support or
11. Informal consensus; de opposition to increase its support or opposition to increase its support or
opposition to increase its support or opposition to increase its support or gain power through elections?
facto opposition power gain power through elections? gain power through elections?
gain power through elections? gain power through elections?
8. Free of military or foreign 7. Does the country have the right 7. Are the people free from 3B. Are the people's political 3B. Are the people's political 3B. Are the people's political
control of self-determination, and are its domination by the military, foreign choices free from domination by the choices free from domination by the choices free from domination by the
citizens free from domination by the powers, totalitarian parties, religious military, foreign powers, totalitarian military, foreign powers, totalitarian military, foreign powers, totalitarian
military, foreign powers, totalitarian hierarchies, economic oligarchies, parties, religious hierarchies, parties, religious hierarchies, parties, religious hierarchies,
parties, religious hierarchies, or any other powerful group? economic oligarchies, or any other economic oligarchies, or any other economic oligarchies, or any other
powerful group?
economic oligarchies or any other powerful group? powerful group?
powerful group?
9. Major group or groups 8. Do cultural, ethnic, religious and 8. Do cultural, ethnic, religious, and 4B. Do cultural, ethnic, religious, 4B. Do cultural, ethnic, religious, 4B. Do cultural, ethnic, religious, or
denied reasonable self- other minority groups have other minority groups have and other minority groups have and other minority groups have other minority groups have full
determination reasonable self-determination, self- reasonable self-determination, self- reasonable self-determination, self- reasonable self-determination, self- political rights and electoral
government, autonomy or government, autonomy, or government, autonomy, or government, autonomy, or opportunities?
participation through informal participation through informal participation through informal participation through informal
consensus in the decision-making consensus in the decision-making
consensus in the decision-making consensus in the decision-making
process? process?
process? process?
C. Functioning of C. Functioning of C. Functioning of
Government Government Government
10. Decentralized political 9. Is political power decentralized,
power allowing for local, regional and/or
provincial or state administrations
led by their freely elected officials?
(For entities such as tiny island
nations, the absence of a
decentralized system does not
necessarily count as a negative in
the Survey.)
1C. Do freely elected 1C. Do freely elected 1C. Do the freely elected head of
representatives determine the representatives determine the government and national legislative
policies of the government? policies of the government? representatives determine the
policies of the government?
2C. Is the government free from 2C. Is the government free from 2C. Is the government free from
pervasive corruption? pervasive corruption? pervasive corruption?
3C. Is the government accountable 3C. Is the government accountable 3C. Is the government accountable
to the electorate between elections, to the electorate between elections, to the electorate between elections,
and does it operate with openness and does it operate with openness and does it operate with openness
and transparency? and transparency? and transparency?
6. Recent shift in power
through elections
Additional discretionary Additional discretionary Additional discretionary Additional discretionary
Political Rights questions Political Rights questions Political Rights questions Political Rights questions
A. For traditional monarchies that A. For traditional monarchies that A. For traditional monarchies that A. For traditional monarchies that 1. For traditional monarchies that
have no parties or electoral have no parties or electoral have no parties or electoral have no parties or electoral have no parties or electoral
process, does the system provide process, does the system provide process, does the system provide process, does the system provide process, does the system provide
for consultation with the people, for consultation with the people, for consultation with the people, for consultation with the people, for genuine, meaningful consultation
encourage discussion of policy, and encourage discussion of policy, and encourage discussion of policy, and encourage discussion of policy, and with the people, encourage public
allow the right to petition the ruler? allow the right to petition the ruler?
allow the right to petition the ruler? allow the right to petition the ruler? discussion of policy choices, and
allow the right to petition the ruler?
B. Is the government or occupying B. Is the government or occupying B. Is the government or occupying B. Is the government or occupying 2. Is the government or occupying
power deliberately changing the power deliberately changing the power deliberately changing the power deliberately changing the power deliberately changing the
ethnic composition of a country or ethnic composition of a country or ethnic composition of a country or ethnic composition of a country or ethnic composition of a country or
territory so as to destroy a culture or territory so as to destroy a culture or territory so as to destroy a culture or territory so as to destroy a culture or territory so as to destroy a culture or
tip the political balance in favor of tip the political balance in favor of tip the political balance in favor of tip the political balance in favor of tip the political balance in favor of
another group? another group?
another group? (Note: This question another group? another group?
appears for the first time in the
1992-93 Survey.)

- 19 -
Le checklist delle libertà civili
Gastil (1990) Anno 1993 Anno 2002 Anno 2003 Anno 2005 Anno 2006
A. Freedom of Expression A. Freedom of Expression D. Freedom of Expression D. Freedom of Expression
and Belief and Belief and Belief and Belief
1. Media/literature free of 1. Are there free and independent 1A. Are there free and independent 1A. Are there free and independent 1D. Are there free and independent 1D. Are there free and independent
political censorship media, literature and other cultural media and other forms of cultural media and other forms of cultural media and other forms of cultural media and other forms of cultural
a. Press independent of expressions? (Note: in cases where expression? (Note: in cases where expression? (Note: in cases where expression? (Note: in cases where expression? (Note: In cases where
government the media are state-controlled but the media are state-controlled but the media are state-controlled but the media are state-controlled but the media are state-controlled but
b. Broadcasting offer pluralistic points of view, the offer pluralistic points of view, the offer pluralistic points of view, the offer pluralistic points of view, the offer pluralistic points of view, the
Survey gives the system credit.) survey gives the system credit.)
independent of government Survey gives the system credit.) survey gives the system credit.) survey gives the system credit.)
10. Free religious 10. Are there free religious 2A. Are there free religious 2A. Are there free religious 2D. Are there free religious 2D. Are religious institutions and
institutions institutions and free private and institutions and is there free private institutions, and is there free private institutions, and is there free private communities free to practice their
public religious expressions? and public religious expression? and public religious expression? and public religious expression? faith and express themselves in
public and private?
3A. Is there academic freedom, and 3D. Is there academic freedom, and 3D. Is there academic freedom and
is the educational system free of is the educational system free of is the educational system free of
extensive political indoctrination? extensive political indoctrination? extensive political indoctrination?
2. Open public discussion 2. Is there open public discussion 1D. Is there open and free private 4A. Is there open and free private 4D. Is there open and free private 4D. Is there open and free private
and free private discussion? discussion? discussion? discussion? discussion?
B. Association and B. Associational and E. Associational and E. Associational and
Organizational Rights Organizational Rights Organizational Rights Organizational Rights
3. Freedom of assembly 3. Is there freedom of assembly and 1B. Is there freedom of assembly, 1B. Is there freedom of assembly, 1E. Is there freedom of assembly, 1E. Is there freedom of assembly,
and demonstration demonstration? demonstration, and open public demonstration, and open public demonstration, and open public demonstration, and open public
discussion? discussion? discussion? discussion?
4. Freedom of political or 4. Is there freedom of political or 2B. Is there freedom of political or 2B. Is there freedom of political or 2E. Is there freedom of political or 2E. Is there freedom for
quasipolitical organization quasi-political organization? (Note: quasi-political organization? (Note: quasi-political organization? (Note: quasi-political organization? (Note: nongovernmental organizations?
This includes political parties, civic this includes political parties, civic this includes political parties, civic this includes political parties, civic (Note: This includes civic
associations, ad hoc issue groups organizations, ad hoc issue groups, organizations, ad hoc issue groups, organizations, ad hoc issue groups, organizations, interest groups,
and so forth.) etc.) etc.) etc.) foundations, etc.)
7. Free trade unions, 7. Are there free trade unions and 3B. Are there free trade unions and 3B. Are there free trade unions and 3E. Are there free trade unions and 3E. Are there free trade unions and
peasant organizations, or peasant organizations or peasant organizations or peasant organizations or peasant organizations or peasant organizations or
equivalents equivalents? equivalents, and is there effective equivalents, and is there effective equivalents, and is there effective equivalents, and is there effective
9. Free professional or other 8. Are there free professional and collective bargaining? Are there free collective bargaining? Are there free collective bargaining? Are there free collective bargaining? Are there free
professional and other private professional and other private professional and other private professional and other private
private organizations other private organizations?
organizations? organizations?
organizations? organizations?
C. Rule of Law and Human C. Rule of Law F. Rule of Law F. Rule of Law
Rights
5. Nondiscriminatory rule of 5. Are citizens equal under the law, 1C. Is there an independent 1C. Is there an independent 1F. Is there an independent 1F. Is there an independent
law in politically relevant do they have access to an judiciary? judiciary? judiciary? judiciary?

- 20 -
cases independent, nondiscriminatory 2C. Does the rule of law prevail in 4C. Is the population treated equally 4F. Is the population treated equally 4F. Do laws, policies, and practices
a. independent judiciary judiciary, and are they respected by civil and criminal matters? Is the under the law? under the law? guarantee equal treatment of
b. security forces respect the security forces? population treated equally under the various segments of the
individuals law? Are police under direct civilian population?
control? 2C. Does the rule of law prevail in 2F. Does the rule of law prevail in 2F. Does the rule of law prevail in
civil and criminal matters? Are civil and criminal matters? Are civil and criminal matters? Are
police under direct civilian control? police under direct civilian control? police under direct civilian control?
6. Free from unjustified 6. Is there protection from 3C. Is there protection from political 3C. Is there protection from police 3F. Is there protection from police 3F. Is there protection from political
political terror or unjustified political terror, terror, unjustified imprisonment, terror, unjustified imprisonment, terror, unjustified imprisonment, terror, unjustified imprisonment,
imprisonment imprisonment, exile or torture, exile, or torture, whether by groups exile, or torture, whether by groups exile, or torture, whether by groups exile, or torture, whether by groups
a. free from imprisonment or whether by groups that support or that support or oppose the system? that support or oppose the system? that support or oppose the system? that support or oppose the system?
exile for reasons of oppose the system, and freedom Is there freedom from war and Is there freedom from war and Is there freedom from war and Is there freedom from war and
insurgencies? (Note: freedom from insurgencies?
conscience from war or insurgency situations? insurgencies? insurgencies?
war and insurgencies enhances the
b. free from torture (Note: Freedom from war and liberties in a free society, but the
c. free from terror by groups insurgency situations enhances the absence of wars and insurgencies
not opposed to the system liberties in a free society, but the does not in and of itself make a not
d. free from government- absence of wars and insurgencies free society free.)
organized terror does not in itself make an unfree
society free.)
D. Personal Autonomy and D. Personal Autonomy and G. Personal Autonomy and G. Personal Autonomy and
Economic Rights Individual Rights Individual Rights Individual Rights
2D. Is there personal autonomy? 1D. Is there personal autonomy? 1G. Is there personal autonomy? 1G. Does the state control travel or
Does the state control travel, choice Does the state control travel, choice Does the state control travel, choice choice of residence, employment,
of residence, or choice of of residence, or choice of of residence, or choice of or institution of higher education?
employment? Is there freedom from employment? Is there freedom from employment? Is there freedom from
indoctrination and excessive indoctrination and excessive indoctrination and excessive
dependency on the state? dependency on the state?
dependency on the state?
8. Free businesses or 9. Are there free businesses or 3D. Are property rights secure? Do 2D. Do citizens have the right to 2G. Do citizens have the right to 2G. Do citizens have the right to
cooperatives cooperatives? citizens have the right to establish own property and establish private own property and establish private own property and establish private
private businesses? Is private businesses? Is private business businesses? Is private business businesses? Is private business
business activity unduly influenced activity unduly influenced by activity unduly influenced by activity unduly influenced by
by government officials, the security government officials, the security government officials, the security government officials, the security
forces, or organized crime? forces, or organized crime?
forces, or organized crime? forces,political
parties/organizations, or organized
crime?
11. Personal social rights: 11. Are there personal social 4D. Are there personal social 3D. Are there personal social 3G. Are there personal social 3G. Are there personal social
including those to property, freedoms, which include such freedoms, including gender freedoms, including gender freedoms, including gender freedoms, including gender
internal and external travel, aspects as gender equality, equality, choice of marriage equality, choice of marriage equality, choice of marriage equality, choice of marriage
choice of residence, property rights, freedom of partners, and size of family? partners, and size of family? partners, and size of family? partners, and size of family?
marriage and family movement, choice of residence,

- 21 -
and choice of marriage and size of
family?
12. Socioeconomic rights: 12. Is there equality of opportunity, 5D. Is there equality of opportunity, 4D. Is there equality of opportunity 4G. Is there equality of opportunity 4G. Is there equality of opportunity
including freedom from which includes freedom from including freedom from exploitation and the absence of economic and the absence of economic and the absence of economic
dependency on landlords, exploitation by or dependency on by or dependency on landlords, exploitation? exploitation? exploitation?
bosses, union leaders, or landlords, employers, union employers, union leaders,
bureaucrats leaders, bureaucrats or any other bureaucrats, or other types of
obstacles to a share of legitimate
type of denigrating obstacle to
economic gains?
share of legitimate economic gains?
13. Freedom from gross
socioeconomic inequality
14. Freedom from gross 13. Is there freedom from extreme 4C. Is there freedom from extreme
government indifference or government indifference and government indifference and
corruption corruption? corruption?
Tabella 5. Confronto tra le checklist dei diritti politici utilizzate dalla Freedom House negli anni 1990, 1993, 2002, 2003, 2005 e 2006. (Fonti: R. D. Gastil,
op. cit., 1990; J. E. Ryan, “The Comparative Survey of Freedom--1992-1993 Survey Methodology”. In McColm, B. R. (ed.), Freedom in the world: The annual
survey of political rights and civil liberties, 1992-1993. New York, NY: Freedom House, 1993; Freedom House, “Methodology”, www.freedomhouse.org/
template.cfm?page=35&year=2002, 2002; Freedom House, “Methodology”, www.freedomhouse.org/template.cfm?page=35&year=2003, 2003;
www.freedomhouse.org /template.cfm?page=35&year=2005, 2005; Freedom House, “Methodology”, ww.freedomhouse.org/template.cfm?page=35&year=2006,
2006).

Tabella 6. Confronto tra le checklist delle libertà civili utilizzate dalla Freedom House negli anni 1990, 1993, 2002, 2003, 2005 e 2006. (Fonti: R. D. Gastil,
op. cit., 1990; J. E. Ryan, “The Comparative Survey of Freedom--1992-1993 Survey Methodology”. In McColm, B. R., (ed.), Freedom in the world: The annual
survey of political rights and civil liberties, 1992-1993. New York, NY: Freedom House, 1993; Freedom House, “Methodology”, www.freedomhouse.org/
template.cfm?page=35&year=2002, 2002; Freedom House, “Methodology”, www.freedomhouse.org/template.cfm?page=35&year=2003, 2003; Freedom House,
“Methodology”, www.freedomhouse.org/template.cfm?page=35&year=2005, 2005; Freedom House, “Methodology”, www.freedomhouse.org/template.cfm?page
=35&year=2006, 2006).

Legenda delle tabelle:


■ Sfondo giallo: domande modificate rispetto all’anno di riferimento precedente;
■ Sfondo rosso: domande cancellate nelle versioni successive;
■ Sfondo verde: domande nuove rispetto alle versioni precedenti;
Evidenziato rosso: frase o parte di frase eliminata nelle versioni successive;
Evidenziato verde: frase o parte di frase aggiunta rispetto alle versioni precedenti;
Evidenziato fucsia: domande che appartengono ad altre sezioni della checklist (indicate dalla lettera vicino alla numerazione), rispetto a quelle in cui le ho
collocate per una maggiore chiarezza espositiva.
- 22 -
5.2 Il quadro analitico

Soffermandoci più specificamente sulla lista di controllo dei diritti politici, per quanto
riguarda gli item del “processo elettorale” (“Electoral Process”), essi sono rimasti
sostanzialmente immutati rispetto alla formulazione di Gastil, a parte il quesito n. 343 che nel
2006 ha subito una sorta di semplificazione e dunque risulta meno specifico, e il n. 4 di Gastil,
riguardante il giusto riflesso (“fair reflection”) delle preferenze del votante sulla distribuzione
del potere, che è stato cancellato nella versione del 1993, riproposto modificato nel 2002 e
nuovamente cancellato nel 2003.
La sezione “pluralismo politico e partecipazione” (“Political Pluralism and Participation”),
rimasta essenzialmente immutata sia nel numero di domande (4) che nel contenuto, ha subito
però alcune cancellazioni importanti. Nella domanda n. 5 si è passati dalla verifica di un
diritto sostanziale (anno 1993: “le persone si organizzano liberamente in differenti partiti
politici…”) alla verifica di un diritto formale (anno 2002: “le persone hanno il diritto di
organizzarsi in differenti partiti politici…”); nella domanda n. 6 l’espressione “potere di
opposizione de facto” è stata cancellata dal 2006; nella domanda n. 7 scompare il riferimento al
diritto di autodeterminazione dei Paesi, mentre “la libertà dei cittadini” (1993) diviene “libertà
del popolo” (2002) e poi “libere scelte politiche del popolo” (2003); la domanda n. 8 subisce nel
2006 una semplificazione: cade ogni riferimento al diritto all’autodeterminazione e
all’autogoverno di gruppi etnici, culturali e religiosi, per i quali invece si parla più
genericamente di “pieni diritti politici e opportunità elettorali”.
La sezione “funzionamento del governo” (“Functioning of Government”) è quella che ha
subito le maggiori modifiche nel corso del tempo. Viene cancellato l’item di Gastil relativo a
“recenti avvicendamenti al potere attraverso elezioni”, come pure, nella versione 2002, l’item
concernente il decentramento del potere; al loro posto sono stati inseriti tre nuovi item: 1) sul
potere decisionale dei rappresentanti eletti, 2) sull’assenza di corruzione governativa, 3)
sull’accountability elettorale, l’apertura e la trasparenza governativa. Da sottolineare che fino
al 2002 l’assenza di corruzione governativa ha fatto parte delle libertà civili: dal 2003 è
diventata un indicatore dei diritti politici.
Infine, rispetto alla struttura originaria elaborata da Gastil, sono state aggiunte due nuove
domande discrezionali, che vanno riferite a casi specifici.
Da questa analisi è possibile tracciare un trend nella composizione della lista di controllo
dei diritti politici orientato a una progressiva semplificazione e generalizzazione di alcune
questioni (item 3 e 8), alla eliminazione di problematiche rilevanti ma forse controverse (item
4 e 6 di Gastil e 7 e 9), a una definizione dei diritti politici sempre più caratterizzata dalla
verifica della loro presenza formale più che sostanziale (item 5) e a una maggiore
enfatizzazione di aspetti procedurali della democrazia (item 1, 2 e 3 del 2005 relativi al
funzionamento del governo).
Per quanto riguarda la lista di controllo sulle libertà civili, mentre l’item sulla libertà e
l’indipendenza dei media è rimasto praticamente inalterato (n. 1), se si eccettua la
soppressione del riferimento alla libertà letteraria (presente nel 1993), quello sulla libertà
religiosa ha subito nel 2006 una modifica apparentemente lieve, ma dalle ripercussioni invece
rilevanti. Se fino al 2005 si faceva riferimento, oltre che alla libertà delle istituzioni religiose,
alla “libera espressione religiosa pubblica e privata” (“is there free private and public religious
expression?”), dall’anno successivo si introducono le “comunità religiose” come soggetto di
questa libera espressione pubblica e privata, declinando dunque esplicitamente la libertà di
religione come diritto di una comunità piuttosto che come diritto individuale.
Dal 2002, l’item n. 2 (presenza di una libera discussione pubblica e privata) viene scisso in
due parti: il riferimento alla “discussione privata libera e aperta” (“is there open…free private
discussion?”) viene inserito nella sezione “Personal Autonomy and Economic Rights”, mentre
la parte dell’item relativa alla “discussione pubblica” viene collocata (n. 1, 2002) tra i “Diritti
di associazione e di organizzazione” (“Association and Organizational Rights”). Dal 2003 poi, il
riferimento alla “discussione privata libera e aperta” viene riposizionato nella sezione
“Freedom of Expression and Belief”. Nella checklist del 2003 si introduce una domanda sulla
libertà accademica e, più in generale, del sistema educativo rispetto a un “indottrinamento

23
politico estensivo” (“extensive political indoctrination”). La declinazione della libertà è anche
in questo caso fatta in negativo, come libertà da piuttosto che come libertà di. Il criterio di
regolazione di fondo della lista di controllo sembra essere quello di limitare l’intromissione,
l’interferenza e il controllo del potere pubblico (statale, governativo) nelle libertà dei privati
(cittadini, organizzazioni, imprese).
Il tema dell’indottrinamento statale ritorna nella sezione denominata “Autonomia
personale e diritti individuali” (fino al 2002 “Autonomia personale e diritti economici”). Nel
2003 esso è presente nell’item n. 1 di questa sezione (“Is there freedom from indoctrination
and excessive dependency on the state?”), mentre viene cancellato nel 2006. Stessa sorte per
l’autonomia personale: presente fino al 2005 (“Is there personal autonomy?”), cancellata nel
2006 (tra l’altro in una sezione che ha come titolo proprio “Autonomia personale”). Sempre
all’interno di questa sezione, alla presenza di “imprese e cooperative libere” (n. 9) si
sostituisce, nella lista del 2002, il diritto individuale alla proprietà e alla libera impresa
privata: scompare ogni riferimento alle cooperative, mentre ancora una volta si aggiunge un
limite all’indebita (“unduly”) influenza di governo, forze di sicurezza, crimine organizzato e,
dal 2006, di organizzazioni e partiti politici nella attività dell’impresa privata. Nello specifico,
la tutela del “diritto di proprietà”, che sembra essere dato per scontato nel 2002 (dove si chiede
se “i diritti di proprietà sono sicuri?”), diventa più esplicita dal 2003 (“I cittadini hanno diritto
a detenere proprietà?”). Da notare, per inciso, che non si fa alcuna distinzione tra gli attori che
potenzialmente sono in grado di influenzare negativamente l’impresa privata: che siano
rappresentanti democraticamente eletti o esponenti del crimine organizzato, secondo questo
indicatore non vi è differenza alcuna. Il principio regolatore, in questo caso, è la tutela della
libera impresa privata. A conferma di ciò vi è la cancellazione dell’item n. 13 di Gastil relativo
alla “libertà da evidenti diseguaglianze socioeconomiche”: un requisito, quest’ultimo,
riconducibile ad una dimensione sostantiva della democrazia che andrebbe di fatto ad incidere
negativamente sul principio della libera impresa governata solo dalle leggi del mercato. Sono
invece stati mantenuti, anche se con molte semplificazioni, sia l’item relativo alle libertà
personali sociali (“personal social freedoms”), come l’eguaglianza di genere (n. 11), che quello
inerente l’eguaglianza di opportunità collegata all’assenza di sfruttamento economico (n. 12).
Per quanto riguarda la sezione sui “Diritti di associazione e di organizzazione”, bisogna
menzionare la modificazione dell’item sulla libertà delle organizzazioni politiche o quasi-
politiche (n. 2, 2005), che nel 2006 viene riferito alle organizzazioni non governative:
l’attenzione si sposta dunque dai partiti politici alle fondazioni e ai gruppi di interesse, dalla
tutela di organizzazioni pubbliche o quasi-pubbliche a quella di gruppi di interesse privati. Dal
2003 (n. 3) viene inserito un riferimento alla presenza di contrattazioni collettive efficaci.
Infine, la sezione denominata dapprima “Rule of Law and Human Rights” (2002) e poi
semplicemente “Rule of Law” (2003) intende indagare sul generale rispetto del principio di
legalità, dell’indipendenza del giudiziario e dell’eguaglianza dinanzi alla legge. Questa
eguaglianza è dapprima riferita ai “cittadini” (“citizens”) (n. 5, 1993), poi alla “popolazione”
(“population”) (2002, 2003 e 2005), quindi ai “vari segmenti di popolazione” (“various segments
of the population”) (2006). Dal 2002 si introduce, inoltre, un principio generale di dominio
della rule of law e di controllo dei civili sulle forze di polizia. Molto interessante è anche la
continua modifica della domanda n. 6 relativa alla protezione “dal terrore politico
ingiustificato” (“unjustified political terror”, versione del 1993), che diventa protezione dal
“terrore politico” (“political terror”, 2002), “terrore di polizia” (“police terror”, 2003 e 2005), per
poi tramutarsi ancora in protezione dal “terrore politico” (“political terror”, 2006).

5.3 Neoliberismo e Freedom House: un quadro di sintesi

Dalla comparazione diacronica delle due liste dei diritti politici e delle libertà civili emerge
la possibilità di una duplice chiave di lettura: da un lato, una sostanziale continuità e
persistenza della struttura delle due checklist, rimaste grosso modo immutate nel corso di
oltre trent’anni; dall’altro, tratti di discontinuità tendenti ad accentuare e a delimitare il
campo di azione dello strumento ad aspetti di natura formale-procedurale, spesso
semplificando questioni problematiche complesse con formulazioni di domande piuttosto

24
generiche, e soprattutto enfatizzando la tutela della libertà privata e di impresa rispetto al
ruolo delle istituzioni pubbliche. I cambiamenti vengono giustificati dalla Freedom House con
la duplice necessità di “riscrivere” alcune domande per renderle più chiare e di riadattarle alle
idee in evoluzione sui diritti politici e le libertà civili.44 Probabilmente è proprio per far fronte
alle difficoltà che questa generalizzazione ha procurato allo stesso team di esperti nel processo
di valutazione che dal 2006 sono state inserite per ciascun item delle domande più specifiche
che fungono da linee-guida per il valutatore.45
Per quanto riguarda la verifica degli elementi e dei trend in qualche modo riconducibili alla
impostazione ideologica neoliberista, è possibile evidenziare quanto segue:
1. Quello della FH si configura come uno strumento di misurazione della libertà; la libertà,
per la FH, è del tutto equivalente alla democrazia.
2. La libertà viene declinata quasi sempre in negativo, con riferimento soprattutto al ruolo
dello Stato, accusato di intervento indebito, di indottrinamento, e equiparato addirittura alle
organizzazioni criminali quale ostacolo alle attività economiche private (n. 1G e 2G, 2005);
inoltre, la tutela della libertà di quelle associazioni pubbliche o quasi pubbliche che sono i
partiti politici viene sostituita dalla tutela delle fondazioni e dei gruppi di interesse; i partiti,
dal 2006, fanno parte di quei fattori che ostacolano l’impresa privata (2G, 2006).
3. La libertà dell’individuo è declinata in chiave distorta: scompare dal 2005 il riferimento
all’autonomia personale, come pure il diritto alla libertà religiosa, individuale fino al 2005,
diventa comunitario dal 2006; l’individuo è soprattutto libero di intraprendere l’iniziativa
economica. Su questo fronte, infatti, la tendenza è contraria, con la cancellazione del
riferimento alle cooperative (dal 2002) e la forte tutela della libera iniziativa economica
privata e del diritto di proprietà.
4. I diritti socioeconomici, alla base della dimensione sostanziale dell’eguaglianza, sono
presenti solo nella versione originaria di Gastil (n. 13 LC); ricompaiono almeno in parte come
sezione nel 2002 (“Personal Autonomy and Economic Rights”), per riscomparire del tutto nel
2003 (anno in cui la sezione viene rinominata “Personal Autonomy and Individual Rights”); le
due checklist, del resto, mirano esplicitamente a misurare la diffusione dei diritti politici e
civili, quei diritti individuali alla base di una concezione liberale della democrazia.
5. Nelle checklist vi è la tendenza a considerare e valutare l’esistenza solo formale di alcuni
diritti e non anche sostanziale. Si veda, ad esempio, per quanto riguarda i diritti politici, il
passaggio da “Do the people organize” a “Do the people have the right to organize”, come pure
la cancellazione, dal 2006, del riferimento al “de facto opposition power”. Nella checklist delle
libertà civili, invece, è emblematica la semplificazione dell’item sull’eguaglianza di opportunità
(12), dal 2003 collegata semplicemente all’assenza di sfruttamento economico, senza indicare,
come fatto fino all’anno precedente, le categorie potenzialmente in grado di realizzare tale
sfruttamento.

6. Conclusioni

Le analisi condotte da diversi studiosi sulla validità e l’attendibilità dell’indice della


Freedom House hanno messo in evidenza una serie di criticità sia metodologiche che politico-
ideologiche. Ad esempio, Landman e Häusermann (2003) hanno sottolineato come l’indice
della FH sia stato utilizzato come strumento di misurazione della democrazia, della buona
governance e dei diritti umani, producendo in questo modo quello stiramento del concetto
(“conceptual stretching”) che, come scrive Sartori (1970: 1035), è una delle cause principali
della perdita di precisione connotativa dello stesso: insomma, uno strumento utilizzato per
misurare tutto alla fine non è capace di discriminare alcunché. Se, sul piano strettamente
tecnico, l’indice si presenta come una misura della libertà, di fatto l’utilizzo che se ne fa, come
abbiamo visto avallato dallo stesso Gastil, è di misura della democrazia. È del tutto evidente la
scorrettezza metodologica di un simile modo di procedere. Basti solo considerare con quale
facilità vengano equiparati e utilizzati in maniera interscambiabile i due termini di libertà e
democrazia, ai quali vengono negate la complessità semantica e la densità concettuale che gli
sono propri. Il concetto di democrazia, in particolare, viene ridotto a una sua sotto-
componente, mentre gli viene misconosciuta qualsiasi caratteristica di multidimensionalità.

25
Viste le numerose falle metodologiche, il successo della Freedom House può trovare una
valida spiegazione solo se guardiamo al contesto storico-politico in cui è maturato. E qui, tra le
ragioni della sua crescente affermazione, ritroviamo l’enfasi posta sulla libertà (in una
declinazione tutta distorta in chiave economico-privatistica) dal processo storico di
affermazione del neoliberismo (si noti, ancora una volta, la coincidenza degli anni: nel 1973 si
realizza il “primo esperimento” di Stato neoliberista e Gastil pubblica il suo primo report sulla
diffusione della libertà nel mondo); il crollo dell’idea e dell’ideale dell’eguaglianza
simbolicamente rappresentato dal 1989 (anno in cui, tra l’altro, la Freedom House affida la
stesura del report a un team di esperti); la perfetta coincidenza con le strategie di politica
estera americana di diffusione della libertà e esportazione della democrazia messe in atto
dagli anni novanta e, con vigore maggiore, dopo l’11 settembre 2001.
Questi biases ideologici sono stati provati anche sul piano metodologico. Bollen e Paxton
(2000) hanno sottolineato, ad esempio, come l’indice della FH favorisca sistematicamente i
Paesi cristiani e occidentali, mentre tende a codificare negativamente i Paesi islamici e
marxisti-leninisti:46 questo trend è del resto in linea con il “pensiero politico” della Freedom
House che, come si è visto, è incline sul piano religioso a sostenere i dissidenti musulmani e su
quello politico a contrastare il comunismo. Inoltre, critiche sono state fatte anche
all’attendibilità dell’indice (“it has never been clear how its checklists translate into the 7-
point scores”) (Landman e Häusermann, 2003: 10) e alle modalità di aggregazione (ad esempio
la somma di un punteggio 4 per i diritti politici e di 2 per le libertà civili è veramente uguale
alla somma di un punteggio 2 per i diritti politici e 4 per le libertà civili?) e alla sua scarsa
trasparenza e replicabilità (“there is the treatment of additional discretionary questions, about
which nothing is said. The level of transparency is inadequate throughout. Outsiders cannot
replicate the process.”) (Hadenius e Teorell, 2005: 17). Insomma, da qualsiasi punto la si
guardi, la scala della Freedom House ha delle lacune enormi, a fronte di un altrettanto enorme
successo globale dell’indice, utilizzato come fonte di dati sulla democratizzazione da
giornalisti, pubblicisti, saggisti, scienziati politici, organizzazioni sovranazionali,
organizzazioni non governative, rappresentanti dei governi. Un successo senza dubbio
accentuato dalla disponibilità on line dei dati, accessibili gratuitamente da chiunque, e dal
fatto che essi, espressi in forma numerica o in etichette semplici, sono facilmente utilizzabili
sul piano della retorica politica.
Per le loro carenze metodologiche i dati della Freedom House potrebbero essere utilizzati al
più per verificare delle ipotesi iniziali o scoprire delle linee di tendenza. Essi non sono
assolutamente in grado, proprio perché scarsamente rifiniti, di fornire informazioni utili per
analisi comparative in profondità. Ma il rischio maggiore è che anche studiosi apertamente
critici del neoliberismo finiscano inconsapevolmente per avallarne la linea di pensiero, dal
momento che l’utilizzo delle scale della Freedom House equivale anche ad una implicita
accettazione dell’impostazione politico-ideologica sulla quale esse sono costruite. Come si è
tentato di dimostrare, sono, infatti, molti i punti di collegamento tra il pensiero politico
neoliberista è la direzione di cambiamento a cui sono state soggette, nel corso degli ultimi
venti anni, le checklist della Freedom House.
Il ruolo avuto dall’ideologia neoliberista nel plasmare un nuovo senso comune della
concezione del rapporto pubblico-privato, individuo-società, economia-politica, è stato
determinante ed ha avuto conseguenze enormi sulla stessa interpretazione del modello di
democrazia liberale, come pure sulla strutturazione dei suoi strumenti di misurazione. Questi
ultimi non hanno potuto non risentire del clima politico entro cui sono stati generati. Con la
sua capacità paradigmatica di farsi “visione che orienta”, il neoliberismo ha infatti innervato
la strutturazione teorica degli strumenti di misurazione, nei quali alla forte attenzione
riservata alla dimensione della libertà fa da riscontro un quasi completo disinteresse per la
dimensione dell’eguaglianza, con la sottolineatura degli aspetti formali e procedurali della
democrazia a discapito di quelli sostanziali e un accentuato interesse per la tutela
dell’individuo in quanto attore economico privato.
Pertanto, al di là delle problematiche di tipo metodologico (difficoltà nella operativizzazione
del concetto di democrazia, difficoltà nel costruire indicatori per i diritti economici e sociali) o
politico-ideologico (prevalenza di un modello di democrazia liberale o, comunque, risposta ad

26
un paradigma che si faceva dominante), la funzione degli strumenti di misurazione della
democrazia è anche quella di legittimare “scientificamente” il modello di democrazia liberale
per cui sono stati elaborati, garantendo una sorta di sostegno “imparziale” ai suoi convinti
propugnatori. Basandosi su determinate metodologie e indicatori, questi strumenti
posizionano i diversi Paesi in graduatorie di democraticità, le quali generano, a livello
strutturale, ripercussioni profonde sulle relazioni internazionali, sulle politiche umanitarie e
di aiuto allo sviluppo, sulla politica estera dei governi, mentre a livello degli attori producono,
tra le altre cose, una griglia interpretativa che delimita il campo dei diritti considerati
esigibili.
Il loro successo, anche in termini di durata temporale, si spiega almeno in parte con
l’intreccio inestricabile che li avviluppa al paradigma teorico di fondo che li ha generati: finché
quest’ultimo resterà dominante e avrà la capacità di riprodursi, difficilmente altri strumenti
di misurazione potranno soppiantare (o perlomeno competere con) quelli esistenti quanto a
diffusione, autorevolezza, utilizzo.

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1 Un sentito ringraziamento al prof. Leonardo Morlino per i preziosi suggerimenti nell’impostazione generale

della mia tesi di dottorato, dal titolo “Modelli di misurazione e diffusione della democrazia. L’Unione Europea nel
contesto internazionale” (tutor prof. F. Amoretti), dalla quale questo paper, con le dovute rielaborazioni e i
necessari aggiornamenti, prende origine.
2 La citazione è tratta dal quaderno 10, parte II, paragrafo 12.
3 È l’espressione utilizzata dal presidente americano G. W. Bush all’indomani dell’attacco alle Torri Gemelle per

etichettare i terroristi antiamericani; il regista Ken Loach, nell’episodio da lui diretto del documentario “11

28
settembre 2001”, riprende la dichiarazione di Bush (“L’11 settembre i nemici della libertà hanno compiuto un atto
di guerra contro il nostro paese e la notte è calata su un mondo diverso, un mondo dove la libertà stessa è sotto
attacco”) alternandola alle immagini del golpe cileno, organizzato dalle élite economiche nazionali e sostenuto
attivamente dalle grandi società americane, dalla CIA e dall’allora Segretario di Stato americano Henry Kissinger.
4 E. Berlinguer, “Riflessioni sull’Italia dopo i fatti del Cile”, Rinascita, 28 settembre, 5 e 12 ottobre 1973.
5 Vedi il sito www.trilateral.org per un elenco aggiornato dei membri e delle attività della Commissione.
6 Su questo problema vedi anche S. M. Lipset, L’uomo e la politica, Edizioni di Comunità, Milano, 1963.
7 http://www.montpelerin.org/mpsabout.cfm.
8 L’interpretazione neoliberista della libertà e della proprietà spiega inoltre, almeno in parte, anche perché oggi

la retorica e la pratica dei diritti umani siano declinate in maniera smaccatamente parziale, associando i diritti
umani in via quasi esclusiva ai diritti di libertà (civili e politici), (cfr. Bollen, 1990), e trascurando invece gli altri
tipi di diritti (sociali, economici, culturali), che pure nelle Dichiarazioni solenni (Dichiarazione dei diritti dell’uomo,
1948; Conferenza di Vienna, 1993) fanno parte dei diritti umani e, come tali, vengono considerati “universali,
indivisibili, interdipendenti e interconnessi” (Nazioni Unite, Conferenza Mondiale Sui Diritti Umani. Dichiarazione
e Programma d’Azione. Vienna, 14-25 giugno 1993. Il punto 5 della Dichiarazione continua affermando che: “La
comunità internazionale ha il dovere di trattare i diritti umani in modo globale e in maniera corretta ed equa,
ponendoli tutti su un piano di parità e valorizzandoli allo stesso modo”).
9 Le citazioni dell’autore sono tratte da K. Polanyi, 2000.
10 Riprendendo la classica definizione data da Kuhn, il paradigma “designa una prospettiva teorica: a) condivisa

e riconosciuta dalla comunità di scienziati di una determinata disciplina; b) fondata sulle acquisizioni precedenti
della disciplina stessa; c) che opera indirizzando la ricerca in termini sia di c1) individuazione e scelta dei fatti
rilevanti da studiare, sia di c2) formulazione di ipotesi entro le quali collocare la spiegazione del fenomeno
osservato, sia di c3) approntamento delle tecniche di ricerca empirica necessarie” (rip. in Corbetta, 1999: 18)
11 La centralità di questo ruolo, soprattutto a seguito dei fallimentari esperimenti sudamericani (in particolare la

crisi argentina), è stata negli ultimi anni comunque messa in discussione.


12 Il primo criterio fa riferimento alla (presunta o reale) neutralità/imparzialità dell’attore: essa può essere

dichiarata, e dunque esplicita, o ricavata dal fatto che il soggetto si fa portatore di interessi definiti come “globali” o
“non-partisan”. Questo criterio permette di escludere a priori tutti gli Stati nazionali, i quali, per loro natura,
definiscono una visione parziale della democrazia, corrispondente a posizioni storiche e ideologiche consolidate, ma
anche alla stessa specificità della maggioranza politica che in un dato momento è alla guida del Paese. “I governi e i
rappresentanti eletti vengono visti come sospetti proprio perché sono ritenuti responsabili dal loro elettorato e,
dunque, sono percepiti come portatori di interessi «particolari», ostili agli interventi basati su principi etici”
(Chandler, 2002: 218). Il primo criterio ci indirizza dunque verso quegli attori e/o organizzazioni che, dietro una
apparente ma decisiva facciata di neutralità e di imparzialità, agiscono influenzando le scelte politiche, economiche
e sociali degli Stati. L’imparzialità è un elemento decisivo sia per il soggetto promotore della politica che per gli
Stati che decidono di (o sono costretti a) aderirvi. È dall’imparzialità che l’organizzazione trae una sua
legittimazione ad agire su determinate materie: se lo fa, questo è l’elemento sottinteso, non è per sostenere una
posizione politica o ideologica, ma semplicemente perché, riconosciutagli sul piano internazionale una competenza
tecnica per aver voce ed agire su determinate questioni, essa ritiene, alla luce di queste competenze, che la via
indicata sia la più proficua ed efficace per raggiungere un determinato obiettivo. Ed è sempre all’imparzialità
dell’organizzazione che gli Stati nazionali si richiamano quando devono giustificare determinate scelte politiche
anche impopolari, ma che sono in linea con i programmi di aggiustamento strutturale, o con l’apertura alla
competitività globale: privatizzazioni di beni pubblici essenziali, riduzione della spesa pubblica, apertura agli
investitori stranieri, ecc. Il secondo criterio adoperato nella selezione del pattern-setter è la condizionalità politica
dell’attore, vale a dire la sua effettiva capacità di condizionare le politiche degli Stati: è da questa infatti che deriva
l’importanza dell’attore sul piano internazionale, che si traduce anche nella sua capacità di determinare una
riconfigurazione degli impianti giuridico-istituzionali delle democrazie. Chiaramente, questo secondo criterio di
selezione è legato a numerose variabili: dalla portata internazionale su cui è in grado di operare l’attore, al rimando
a questi soggetti che gli attori politici nazionali fanno nella definizione di policies o nella scelta di metodi di analisi
delle politiche pubbliche. Il terzo criterio, in realtà abbastanza implicito nel discorso sinora fatto, è relativo alla
portata internazionale dell’attore, la cui terzietà e la cui condizionalità devono essere riconosciute e fatte valere sul
piano globale. La sua capacità di pattern-setting deve pertanto esercitarsi a livello mondiale ed essere riconosciuta
sia a livello accademico che a livello politico.
13 www.freedomhouse.org/template.cfm?page=2.
14 Ibidem.
15 www.freedomhouse.org/template.cfm?page=249.
16 Ibidem.
17 Ibidem.
18 www.freedomhouse.org/template.cfm?page=136 (corsivo mio).
19 Di per sé essere stato direttore della CIA non implica alcuna presa di posizione politico-ideologica. Il nome di

Woolsey però figura tra i firmatari di una pubblica missiva del 26 gennaio 1998 all’allora presidente americano
Clinton in cui, deprecando l’insuccesso della politica “di contenimento” americana in Iraq e in Medio Oriente, si
sollecitava l’adozione di una nuova strategia, volta alla rimozione di Saddam Hussein, accusato di produrre armi
chimiche e biologiche di distruzione di massa. Nella lettera, inoltre, si considerava con tono preoccupato “that if
Saddam does acquire the capability to deliver weapons of mass destruction, as he is almost certain to do if we
continue along the present course, the safety of American troops in the region, of our friends and allies like Israel
and the moderate Arab states, and a significant portion of the world’s supply of oil will all be put at hazard”. La

29
nuova strategia doveva essere incentrata su “a willingness to undertake military action as diplomacy is clearly
failing. In the long term, it means removing Saddam Hussein and his regime from power. That now needs to
become the aim of American foreign policy”. Un obiettivo che doveva essere raggiunto senza preoccuparsi troppo
delle risoluzioni delle Nazioni Unite, perché “[the] American policy cannot continue to be crippled by a misguided
insistence on unanimity in the UN Security Council”. Tra gli altri firmatari della missiva: John Bolton, Francis
Fukuyama, William Kristol, Richard Perle, Donald Rumsfeld e rispettivamente l’ex e il neo presidente della Banca
Mondiale, Paul Wolfowitz e Robert B. Zoellick. Una copia della lettera è reperibile sul sito del Project for the New
American Century, all’indirizzo: http://www.newamericancentury.org/iraqclintonletter.htm. Woolsey, comunque, è
anche tra i consiglieri di Avot (Americani per la vittoria sul terrorismo) e co-fondatore della Coalition for Democracy
in Iran.
20 “L’influenza dell’Aei sulle politiche dell’attuale amministrazione [statunitense] emerge chiaramente dal

discorso pronunciato dal presidente Bush alla cena annuale dell’Aei, il 28 febbraio 2003. Prima di presentare la sua
strategia, introdurre la democrazia in Iraq e portare la pace in Medio Oriente, Bush ha affermato: «All’Aei, alcuni
dei migliori cervelli del nostro paese sono al lavoro su alcune delle maggiori sfide che si presentano alla nostra
nazione. Fate un così buon lavoro che la mia amministrazione ha preso in prestito venti di questi cervelli»”.
Riportato in Lobe, J. e Oliveri, A. (a cura di), I nuovi rivoluzionari. Il pensiero dei neoconservatori americani.
Feltrinelli, Milano, 2003, p. 149.
21 Tra gli altri, il Center for Security Policy, The Committee for the Liberation of Iraq, The Foundation for the

Defence of Democracies, The Jewish Institute for National Security Affairs.


22 “President Discusses Democracy in Iraq with Freedom House”, Hyatt Regency Capitol Hill, Washington, D.C.,

Office of the Press Secretary, March 29, 2006, www.whitehouse.gov/news/releases/2006/03/print/20060329-6.html.


23 President George W. Bush, Monterrey, Mexico, March 22, 2002, www.whitehouse.gov/infocus/
developingnations/millennium.html
24 “Millennium Challenge Account – Indicator Descriptions”, documento reperibile sul sito www.mcc.gov.
25 Da notare che nel corso del tempo alcuni di questi indicatori, soprattutto nella dimensione economica e sociale,

sono stati modificati, come pure le rispettive fonti: ad esempio, oggi compaiono l’OMS (Organizzazione Mondiale
della Sanità) e l’Unesco al posto della World Bank per alcuni indicatori socio-sanitari. Inoltre, dal 2006 sono stati
aggiunti due ulteriori requisiti: il “Natural Resource Management Index”, per valutare la gestione delle risorse
naturali, e il “Land Rights and Access Index”, per valutare gli investimenti governativi in termini di sicurezza dei
terreni, allo scopo di facilitare la produttività degli stessi ed evitare rischi di impatti ambientali negativi. Per un
approfondimento si rimanda al sito: www.mcc.gov.
26 www.usaid.gov/about_usaid/.
27 Gli autori del report evidenziano come i 10 milioni di dollari investiti dall’agenzia tra il 1990 e il 2003 nelle

politiche di promozione e assistenza alla democrazia abbiano prodotto un incremento medio di 0,25 punti nelle
misurazioni della Freedom House per i Paesi coinvolti.
28 Vedi ad esempio “Rice Limits Rhetoric, And Maybe Impact”, Washington Post, June 24, 2005.
29 Vedi ad esempio “L’America in panne”, Limes, 1, 2007, p. 184.
30 www.beppegrillo.it/2007/02/una_repubblica.html.
31 J. Acuña-Alfaro, “Measuring Democracy in Latin-America (1972-2002)”. Working paper for the “Political

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32 Vedi anche Freedom House, “Methodology”, www.freedomhouse. org/template.cfm?page=35&year=2005, 2005.
33 Questa tabella è stata ufficialmente adottata dall’edizione del 2003; fino al 2002 i punteggi erano diversi sia

per le libertà civili che per i diritti politici; l’aggiunta di tre nuove domande (compensate dalla cancellazione di una
domanda del 2002) ha portato il punteggio massimo ottenibile per i diritti politici da 32 a 40 (4x10); mentre una
domanda in più per i diritti civili porta il punteggio massimo a 60. Tra il 2002 e il 2003 comunque le checklist

30
subiscono un cambiamento strutturale importante: alcune domande scompaiono, molte sono riformulate, altre
passano da libertà civile a diritto politico, altre sono aggiunte ex-novo.
34 Freedom House, “Methodology”, www.freedomhouse.org/template.cfm?page=35& year=2005, 2005.
35 Si tratta di un problema centrale sia sul piano politico sia su quello metodologico, che ha origini antiche: già in

alcune tragedie di Eschilo, ad esempio, i nemici Persiani potevano parlare solo attraverso la voce del narratore
greco, che li descriveva e gli attribuiva pensieri e sentimenti. L’esclusione del punto di vista dell’altro, associata al
presunto universalismo della prospettiva occidentale, si fondano sul presupposto ideologico della superiorità e
dell’autosufficienza della civiltà occidentale rispetto a tutte le altre, quanto a cultura, valori, economia, progresso,
vita di società, ecc. Su questi temi si rimanda al lavoro ormai classico di E. W. Said, Orientalismo. L’immagine
europea dell’Oriente. Feltrinelli, Milano, 20043 e al più recente I. Wallerstein, op. cit., 2007. Per una ricostruzione
dello specifico caso europeo mi permetto di rimandare a D. Giannone, “«L’Europa delle maree». Viaggio tra gli
intellettuali italiani del XX secolo”, in D’Angelo, G. (a cura di), Aspetti e temi della storiografia italiana del
Novecento, Edizioni del Paguro, Mercato San Severino, 2007, pp. 175-193. Nel caso specifico della scienza politica
statunitense, è da notare come già negli anni ’50 si conducessero ricerche ed esperimenti sul livello di democraticità
degli altri Paesi affidandosi esclusivamente ad esperti americani. Cfr. R. H. Fitzgibbon, “Measurement of Latin-
American Political Phenomena: A Statistical Experiment”, The American Political Science Review, 45 (2), 1951, pp.
517-523.
36 Freedom House, “Methodology”, www.freedomhouse.org/template.cfm?page=35& year=2005, 2005.
37 Oltre che ai diritti civili e politici, nella Dichiarazione Universale si fa riferimento anche ad altri tipi di diritti

(economici, sociali, culturali), sui quali però la Freedom House tace.


38 Ibidem.
39 Ibidem.
40 Freedom House, “Methodology”, www.freedomhouse.org/template.cfm?page=35& year=2006, 2006.
41 Non si è adottato l’accorgimento del colore giallo per il confronto tra il 1990 e il 1993 dal momento che la

formulazione degli item, trasformati in interrogativi, ha subito sempre delle modifiche, pur restando in molti casi
immutato il contenuto sostanziale di ciascun elemento di controllo. Sono stati invece utilizzati il rosso e il verde per
indicare cancellazioni complete o introduzioni ex-novo di item.
42 Questo numero non è in contraddizione con quanto riferito poc’anzi sulla lista di domande dei diritti politici

(10), dal momento che qui vengono conteggiate anche due “domande discrezionali”.
43 Da questo momento in poi, quando non diversamente specificato, farò riferimento alla numerazione dell’anno

1993.
44 Freedom House, “Methodology”, www.freedomhouse.org/template.cfm?page=35& year=2006, 2006.
45 Ad esempio, per l’item n. 1 della checklist sui diritti politici, tra le tante domande ve ne è una riguardante la

possibilità per i candidati di tenere discorsi pubblici e di accedere ai media (“Can candidates make speeches, hold
public meetings, and enjoy media access throughout the campaign free of intimidation?”), mentre per l’item n. 1
delle libertà civili una domanda-guida è relativa all’indipendenza dei media dalla censura del governo (“Does the
government directly or indirectly censor print, broadcast, and/or internet-based media?”).
46 Davvero esemplare è il caso di Israele, Paese considerato come l’unica democrazia di tipo occidentale presente

in Medio Oriente, e classificato dalla Freedom House come “democratico”, nonostante studi approfonditi abbiano
dimostrato come ad alcuni suoi cittadini (gli arabo-israeliani) vengano negati i fondamentali diritti civili e politici.
Cfr. D. Mchenry Jr. e A. F. Mady, “A Critique of Quantitative Measures of the Degree of Democracy in Israel”,
Democratization, 13 (2), 2006, pp. 256-282.

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