Sei sulla pagina 1di 10

LA TRADUZIONE LETTERARIA

Di Marina Guglielmi

Gli studi sulla traduzione si presentano in continua evoluzione, al loro interno si assiste a una progressiva riformulazione sia
dello stesso oggetto di studio che dei termini che lo designano, delle prospettive e delle metodologie che lo indagano.
Denominazioni più ricorrenti: traduttologia e translation studies.
Antoine Berman traduttologia: “riflessione della traduzione su se stessa a partire dalla sua natura di esperienza”; Berman
descrive la traduttologia, non come disciplina oggettiva ma come pensiero della traduzione, legato alle opere della
letteratura e alla scrittura, in un senso che non vuole essere né teorico né pratico.
1976 André Lefevere accoglie la proposta di Holmes di chiamare translation studies il campo si studi che affronta “i
problemi derivanti dalla produzione e dalla descrizione delle traduzioni” includendo tutte le sue forme e categorie.
Il ruolo dei translation studies e della traduttologia è quello di evidenziare la funzione culturale svolta dalla traduzione,
intesa come processo, concezione che supera definitivamente quella prospettiva che la vedeva come semplice prodotto
(risultato del passaggio di un testo da una lingua di partenza a una d’arrivo).
Ad oggi, allo studio della traduzione viene attribuito lo statuto di area disciplinare vera e propria assegnando all’opera
tradotta il titolo di opera letteraria; tutto ciò prima era impensabile a causa dei pregiudizi sulla traduzione che negavano
perfino l’identità del traduttore, portando ad una inconsapevolezza dell’atto della traduzione. Solo dopo aver riscoperto la
dignità della traduzione si è potuto comprendere la sua vastissima diffusione e il suo ruolo fondamentale nella formazione
delle culture.
Molti studiosi comparatisti hanno ribadito il ruolo centrale della traduzione per conoscere le diverse culture; viene superato
ormai il concetto dualistico di opera originale e opera tradotta, preferendo parlare della traduzione come un prodotto
originale che ha preso spunto, chiaramente, da un testo di partenza, per evidenziare successivamente la sua autonomia e il
suo essere portatrice di un valore originale.

Il nome e la cosa
Nel I sec. a.C., Cicerone, nel De optimo genere oratorum, descriveva i criteri adottati per tradurre dal greco le orazioni di
Eschine e Demostene, e affermava di aver tradotto come oratore o scrittore (orator), piuttosto che come interprete
(interpres), differenziando in questa maniera il mondo della scrittura da quello dell’oralità. L’interpres, infatti, ha
un’accezione originaria relativa alla traduzione orale; questa tipologia di traduzione è quella che oggi definiremmo come
traduzione letterale, eseguita traducendo parola per parola ricercando la particolare corrispondenza dei vocaboli. L’interesse
di Cicerone non si limita alla semplice elocutio, quanto all’intera compositio; egli utilizza il verbo converto, questa scelta
implica una insita trasformazione, non solo nel processo traduttivo, ma anche di un processo di assimilazione, tramite
l’adeguamento della cultura greca a quella romana. Egli rappresenta la cultura romana come “cultura della traduzione” con
lo scopo di assimilare ed annettere la cultura greca in tutte le sue forme; vediamo quindi la traduzione come conquista.
Nietzche: “in verità si conquistava allorquando si traduceva: non solo trascurando l’elemento storico, ma aggiungendo
l’allusione al presente, cancellando soprattutto il nome del poeta e mettendo il proprio al posto di quello, non già col
sentimento del furto, sibbene con l’ottima coscienza dell’Imperium Romanum”.
Il concetto di Cicerone verrà ripreso successivamente da San Girolamo, che grazie alla sua traduzione della Bibbia (la
Vulgata) fornirà una concezione della traduzione che diverrà canonica nel mondo occidentale. San Girolamo scrive infatti
che, se la traduzione dei testi scari è “letterale” per il mistero racchiuso nell’ordine stesso delle parole, l’essenza delle
traduzioni dal greco a latino risiede proprio nel “non rendere parola per parola, ma riprodurre integralmente il senso
dell’originale”.
Nel tardo latino converto sarà sostituito da transfero, ed infine dal neologismo semantico traducere che si affermerà su tutte
le vrianti. “Traduco non solo era più dinamico di trasnfero, ma, oltre al tratto semantico dell’attraversamento e del
movimento, conteneva anche il tratto dell’individualità sottolineando insieme l’originalità, l’impegno personale e la
proprietà letteraria di questa operazione sempre meno anonima” (Folena).
Modi centrali del tradurre: nel 1959 Jakobson distingueva tre modi di interpretazione del segno linguistico:
1. Traduzione endolinguistica o riformulazione o intralinguistica: si include qui la parafrasi, si muove all’interno
della stessa lingua.
2. Traduzione interlinguistica o traduzione propriamente detta: interpretazione dei segni linguistici per mezzo di
un’altra lingua, traduzione tra lingue diverse.
3. Traduzione intersemiotica o trasmutazione: interpretazione dei segni linguistici per mezzo di sistemi di segno non
linguistici, cambio di codici (es. da un testo all’immagine cinematografica).
Oltre alla distinzione di Jakobson, esistono numerosi termini che designano la traduzione:

 Versione: traduzione letterale spesso a uso scolastico (lingue classiche, greco e latino), ma il termine viene
utilizzato anche per indicare una traduzione che si allontana troppo dall’originale per essere chiamata traduzione.
 Imitazione: traduzione libera, è possibile variare tanto le parole quanto il senso dell’originale (John Dryden), a
volte l’imitazione viene considerata più come “nuova” opera piuttosto che come traduzione. Ciò che caratterizza le
imitazioni è l’intervento creativo dell’autore.
 Riscrittura: i criteri della riscrittura sono dettati dall’ideologia del traduttore o della poetica predominante
dell’epoca. Lefevere dimostra questa teoria analizzando le diverse traduzioni, avvenute nei secoli, di una poesia di
Catullo, in base alle diverse strategie illocutive (impiego dei mezzi linguistici tipici delle poetiche succedutesi nel
tempo).
 Adattamenti o trasposizioni: interessano le traduzioni intersemiotiche, ma vengono chiamati in questo modo anche
le traduzioni o le riscritture che, pur rimanendo nello stesso sistema di segni, rielaborano il testo per un pubblico
diverso. (es. classici della letteratura adattati per i bambini o uso scolastico).

Fedeltà o bellezza?
Le prospettive contemporanee sugli studi della traduzione concordano nel superamento della concezione dualistica di
fedeltà o infedeltà di una traduzione rispetto all’opera originale; l’alternativa fra bella infedele e brutta fedele si fonda
“sull’equivoco di una dicotomia che, da una parte, consegna la poesia al regno dell’ineffabile e dell’intraducibile, e
dall’altra considera veicolabile soltanto un contenuto che è pura astrazione. Il processo traduttivo è un processo
estremamente complesso, che non ha una soluzione teorizzabile una volta per tutte e non è inquadrabile in schematizzazioni
binarie”.
L’idea di fedeltà in traduzione si lega alla resa letterale, parola per parola, e all’attenzione pedagogica che tende a dare alla
traduzione un carattere informativo più che creativo.
L’idea di infedeltà della traduzione si lega a un’interpretazione del testo che non tiene conto del contesto storico, culturale e
linguistico da cui proviene l’opera, ma la proietta direttamente nella cultura d’arrivo e accolta come fosse un proprio
prodotto originale. Es. traduzioni francesi dell’epoca di Luigi XIV, si eliminavano tutte le espressioni ritenute bizzarre o
volgari, fino all’800 gli eroi dell’Iliade e dell’Odissea continuavano a darsi del Lei.
Con il Romanticismo il principio di fedeltà/infedeltà sarà negato in nome di una tendenza nazionalista che voleva
distinguere in maniera definita i prodotti culturali propri di quella nazione, da quelli appartenenti ad altre culture.
In questo panorama si inserisce il contributo di Goethe che testimonierà l’interesse comparatistico e sovranazionale dove la
traduzione letteraria assume una prospettiva di dialogo molto più ampia e vicina alle tendenze contemporanee. Il costante
evolversi della traduzione e l’inadeguatezza dell’idea di infedeltà si manifestano nelle molteplici e coesistenti traduzioni
appartenenti a ogni epoca, ognuna prodotta secondo determinati parametri culturali e linguistici, ognuna valida per i propri,
specifici, lettori.

Etica della traduzione


Gli studi sulla traduzione hanno messo in evidenza la coincidenza fra il processo traduttivo e quello manipolatorio,
appropriativo e creativo della traduzione in quanto scrittura. Negando il valore critico di fedeltà e infedeltà significa aprire
uno spazio alla creatività del traduttore, alla dinamicità del suo intervento sull’opera da tradurre, e all’autonomia della sua
scrittura. Ma esiste un limite oltre il quale la traduzione cessa di essere considerata tale?
Goethe distingueva diversi tipi di traduzione, storicamente determinati:

 Prima epoca: traduzione in prosa, che ci fa conoscere l’estero dalla nostra prospettiva;
 Seconda epoca: (parodistica) ci si sforza di trasferirsi nelle situazioni del paese straniero, ma in realtà tende solo
ad appropriarsi del senso a noi estraneo e a raffigurarlo nel proprio senso.
 Terza epoca: la più elevata, si vuole rendere la traduzione identica all’originale, in modo da rappresentarla
paritariamente e non come surrogato.
Il richiamo di Goethe alla parodia (seconda epoca) apre la prospettiva della traduzione nelle varie pratiche ipertestuali;
Genette le identifica in “ogni relazione che unisce un testo B a un testo anteriore A, sul quale esso si innesta in una maniera
che non è quella del commento”.
Berman, invece, interviene su questo argomento definendo traduzioni ipertestuali tutte le traduzioni che si generano per
trasformazione formale da un altro testo. Egli sostiene che la traduzione ipertestuale è sempre una traduzione etnocentrica
(che riconduce tutto alla propria cultura, alle sue forme e valori, e considera tutto ciò che ne è al di fuori – lo Straniero –
come negativo). L’appropriazione insita di questo tipo di traduzione è quella del traduzionismo conquistatore della
romanità, o di tutte quelle ri-creazioni poetiche da altri autori che gli scrittori di ogni epoca hanno spacciato come
traduzioni, confondendo i confini proprio della traduzione con quelli delle altre forme ipertestuali.
Alla tradizione occidentale nutritasi di traduzioni etnocentriche e ipertestuali Berman oppone il fine più profondo della
traduzione, quello etico, poetico e filosofico, in quanto la finalità etica del tradurre consiste “nel riconoscere l’Altro in
quanto Altro, questa scelta etica è sicuramente la più difficile che ci sia”. La traduzione lontana da finalità appropriatrici e
naturalizzanti, capace di tendere alla manifestazione nella propria lingua di quella pura novità (che è la novità dello
straniero) è la traduzione che si oppone a quella etnocentrica e ipertestuale in nome di un’etica del tradurre. Si tratta, in ogni
caso, di un confine labile in cui non sempre è possibile identificare il tipo di relazione intrecciata tra le opere.
Esempio della complessità dell’opera tradotta può essere la traduzione lipogrammatica; il termine traduzione assume una
nuova valenza, come parafrasi in una stessa lingua, e “regola” di un “gioco” letterario che prevede di rimanere vicino l
significato originale.
Importazione ed esportazione
La prospettiva dello studio comparatistico rispetto alle idee di nazione, lingua e cultura è quella di considerarle come delle
entità mobili, dinamiche. I fenomeni si sovrappongono e si intersecano proponendo una situazione di multilinguismo in una
stessa nazione e di multiculturalità in una stessa lingua. La coincidenza frequente dell’idea di una letteratura con quella
struttura politica e geografica ha finito per considerare anche la lingua propria dell’area culturale come predominante,
perdendo di vista non solo le opere e gli scrittori che non si conformavano con quella lingua, ma anche il ruolo svolto dalle
opere tradotte. Il riconoscimento dell’importanza della traduzione si lega all’acquisizione della rinuncia all’idea che possa
esistere società monolingue, insieme alla rinuncia a una visione imperialistica di culture dominanti e di lingue di maggiore o
minore prestigio. Si affermano, in questo modo, il multilinguismo e il multiculturalismo come valori culturali; si arriva
dunque a identificare la traduzione come principio di integrazione tra culture diverse, visualizzando la diffusione delle
letterature e il loro ruolo svolto all’interno di altre letterature: mappatura mondiale delle letterature (Lambert).
Mappatura che studi i fenomeni letterari su scala mondiale, implicando l’idea della letteratura come insieme dinamico, in
continuo mutamento proprio a causa dei meccanismi di scambio, importazione ed esportazione che si verificano tramite le
traduzioni. Concezione che conduce all’idea del polisistema letterario inaugurata da Even-Zohar negli anni ’70: considerare
tutti i tipi di testi, letterari e semiletterari, come un aggregato di sistemi. Eliminando la separazione fra opere originali e
opere tradotte è possibile superare i limiti e le immobilità di un sistema costituito e riconoscere nelle opere tradotte una
nuova forza che si è configurata tramite l’importazione di generi letterari, di temi e motivi, di linguaggi e di tecniche
espressive, ma anche di ideologie ecc. Le traduzioni svolgono, secondo Even-Zohar, un ruolo innovativo all’interno di una
cultura data, in particolare quando si verificano tre condizioni particolari:
1. Letteratura “giovane”, in fase di formazione, polisistema non ancora cristallizzato: le opere tradotte diventano dei
modelli, dei generi letterari sui quali modellarsi;
2. Letteratura “periferica” o “debole”: anche qui le opere tradotte possono servire da modello, ma c’è anche il rischio
che si crei una sorta di dipendenza con la conseguenza di tendere a un effetto di imitazione più che allo sviluppo di
opere creative autonome;
3. Letteratura “in crisi”: in questo caso le traduzioni possono svolgere un ruolo fondamentale e di spunto creativo
cercando di riempire quel “vuoto” letterario che si può creare in determinati periodi storici. Es. durante il fascismo
in Italia la letteratura è in stato di crisi, dovuto alle censure e all’atteggiamento xenofobo del regime; in questo
contesto alcuni letterati italiani, come Cesare Pavese ed Elio Vittorini, risposero con un ambizioso progetto
editoriale di traduzione (1941, antologia Americana, raccolte di traduzione di testi rappresentativi della produzione
romanzesca americana). In una situazione di “crisi” come quella determinata dal regime fascista, le traduzioni
divenivano dei veri e propri “strumenti di liberazione” politica e intellettuale.
Il triplice approccio di Even-Zohar conduce dunque alla possibilità di interrogare la traduzione, il suo ruolo e la sua
funzione all’interno di sistemi letterari.

Traduzione e letteratura comparata


Per poter comprendere il ruolo che svolge la traduzione nella comparatistica è necessario poter avere una visione prospettica
del ruolo che essa ha ricoperto nella storia della letteratura a partire dal suo approccio tradizionale, quello nazionale, e dal
suo superamento verso una dimensione sovranazionale e interculturale. Non sarà possibile comprendere il Romanticismo in
Italia senza pensare a come le opere straniere giungessero ai nostri lettori, attraverso quelle traduzioni e quei traduttori che
rappresentavano agli occhi dei letterati italiani l’immagine di ciò che accadeva nel resto d’Europa.
È proprio in epoca romantica che la traduzione assume un ruolo centrale nel pensiero letterario, trovando in autori come
Goethe, Schlegel e Schleiermacher una serie di riflessioni basilari. L’idea di traduzione di Goethe nasca in una Germania
che dalla seconda metà del XVIII sec. si interroga sulla specificità della propria cultura. La traduzione diventa in Germania
lo strumento con cui approdare alle letterature straniere, incrementando enormemente fra il 1750 e il 1850 la qualità delle
opere tradotte. Se infatti nella formazione di un individuo è essenziale il rapporto fra io e mondo così come l’equilibrio nella
relazione vivificante con l’altro, la traduzione ne è la rappresentazione sovranazionale, in cui le diverse fasi storiche della
traduzione segnalate da Goethe si alternano, convivono e si ripetono all’infinito. Nel rapporto fra testo originale e
traduzione si colloca l’espressione del rapporto tra nazioni, e dunque la rappresentazione del cammino della letteratura
mondiale. Goethe riconosce nel ruolo del traduttore un compito primordiale, ovvero quello del mediatore fra le culture. La
traduzione produce un effetto straordinario: il ringiovanimento, il rinnovamento, la rivitalizzazione e la rinascita delle
letterature.
Lawrence Venuti, basandosi sulle riflessioni dei romantici tedeschi e di Schleiermacher in particolare, ha approfondito tali
questioni dimostrando come la traduzione sia uno spazio letterario in cui si realizzano modifiche sostanziali al panorama
letterario del mondo. Sommersi dall’immagine potente e autoritaria del testo originale, i traduttori e le loro traduzioni hanno
subito per secoli il ruolo secondario dettato dal dover essere invisibili e assenti per lasciare che l’originale risaltasse nella
traduzione. Il pregiudizio dominante ha visto da una parte l’autore come “genio”, e dall’altra il traduttore come presenza
effimera. Le conseguenze di tale atteggiamento hanno teso ad una sempre maggiore invisibilità del traduttore, costretto
all’uso di un linguaggio “trasparente”, che riflettesse il più possibile quello dell’autore e che fosse il più possibile
“scorrevole”. La riappropriazione del valore della traduzione è possibile, secondo Venuti, solo con il superamento di tali
idee di invisibilità e scorrevolezza. Bisogna riaffermare la differenza propria tanto della cultura di partenza quanto quella
della cultura di arrivo, vale a dire riaffermare l’alterità del testo straniero tradotto. Venuti propone una traduzione che non
“addomestichi” il testo straniero rendendolo conforme ai valori della cultura che lo traduce, e quindi “familiare” al lettore,
ma una traduzione che “estraniante” che, appunto, “estranei” il testo al lettore lasciando che sia portatore di una differenza,
di un’alterità dichiarata e manifesta.

I diversi approcci alla traduzione


Il riconoscimento del fondamento storico della traduzione e delle sue teorie è essenziale per lo studioso contemporaneo; le
fasi dello sviluppo recente degli “studi sulla traduzione” sono state generalmente riconosciute in tre momenti fondamentali:
1. Fine primo dopo guerra – anni ’60: nascita dell’interesse per la disciplina e ricerche mirate alla definizione dello
studio della traduzione come scienza; i linguisti cercavano un sistema di equivalenze linguistiche che assicurasse
l’esistenza di processi universali e automatici per la traduzione. La prospettiva di questa prima fase mette in rilievo
la fonte della traduzione, source, ed è per questo che viene definita source oriented, ovvero proiettata sull’indagine
del testo di partenza, o meglio, della lingua di partenza, alla ricerca sia delle equivalenze linguistiche sia di una
traduzione che fosse funzionale al testo originale e dunque priva di un’effettiva autonomia. Ricerca proiettata sulla
traduzione in sé in quanto atto primariamente linguistico. I limiti di tale impostazione erano quelli di rimanere
ancorati a una visione meccanicistica della traduzione; lo stesso Jakobson, dopo aver stabilito i tre tipi
fondamentali di traduzione, affrontava come loro problema comune quello dell’assenza effettiva di equivalenza
assoluta tra le lingue, per giungere a identificare l’oggetto principale della linguistica proprio nell’equivalenza
nella differenza. Il presupposto parallelismo tra lingue differenti che dovrebbe prevedere la possibilità di sostituire
il materiale testuale di una lingua con l’equivalente materiale testuale dell’altra, viene dimostrato insostenibile
teoricamente nel momento in cui alla traduzione, come semplice sostituzione linguistica, è stata sovrapposta una
visione extralinguistica, vale a dire quando è stato rilevato il ruolo fondamentale dei fattori sociali, culturali,
testuali ecc.
2. A partire dagli anni ’70: fisionomia opposta a quella linguista e normativa, si orienta verso il testo tradotto, e in
particolare quelli letterari. La scelta terminologica di translation studies o di traduttologia andrà a sostituirsi ai
termini usati in precedenza. Questa fase è accompagnata dalle riflessioni di Derrida e della valorizzazione delle
tesi di Walter Benjamin che hanno contribuito alla nascita di una nuova concezione del processo di traduzione: il
primato del testo originale in quanto opera portatrice di un significato cui la traduzione non poteva partecipare
attivamente è stato abbandonato in favore di una riconsiderazione della traduzione stessa. Ponendo il processo
traduttivo alla base del linguaggio, è stato possibile annullare la distinzione fra opera originale e opera tradotta in
favore di un’autonomia di quest’ultima in quanto testo altro. La prospettiva, dunque, non è più source oriented ma
si sposta verso la cultura d’arrivo, target oriented, abbandonando tutte le idee di fedeltà o infedeltà della
traduzione.
3. A partire dagli anni ’80: il centro dell’attenzione si sposta dal testo alla cultura, dalla letteratura alla traduzione
come processo di scambio culturale. Con lo studioso inglese Hermans si afferma l’idea di “manipolazione” della
letteratura insita nell’atto traduttivo, mentre Lefevere riconosce nella traduzione una continua “riscrittura” del testo
originale. I precedenti “studi prescrittivi” tendono all’insegnamento della traduzione e alla critica della stessa,
basandosi sul criterio che la traduzione potesse essere unicamente “libera” o “letterale”, questi studi vengono
soppiantati, in questa fase, dagli “studi descrittivi” che ribadiscono l’importanza della centralità dell’analisi
testuale, eliminando così qualsiasi atteggiamento che pone dei divieti e che obblighi il traduttore ad attenersi a dei
modelli ideali. Il contesto storico e sociale assume un ruolo fondamentale, fino a quasi oscurare il testo di partenza.
Ciò che conta è lo scambio che si realizza fra due culture, quella di partenza e quella d’arrivo, e la possibilità di
comunicazione interculturale che la traduzione pone.
Diventa fondamentale inserire l’opera tradotta in un contesto, in una situazione che sia culturale, sociale, politica ed
economica, oltre che linguistica e letteraria.

Il mondo postcoloniale e la traduzione


La traduzione lega la sua esistenza a una prospettiva comparata della letteratura intesa come insieme colloquiale delle
letterature del mondo, come scambio e relazione; superare le visioni eurocentriche e tipicamente occidentali, che hanno a
lungo dominato il discorso comparatista, è prerogativa e intenzione comune tanto alla letteratura comparata quanto agli
studi sulla traduzione. La presenza sempre più importante e attiva sulla scena letteraria mondiale di letterature anglofone,
francofone, ispanofone e lusofone scaturite dall’ex colonie, portano necessariamente a una ridefinizione dei modelli teorici
conosciuti e basati sulle idee occidentali di umanesimo e universalismo. Gli studi sulla traduzione si inseriscono, in questo
panorama, rivolgendo la loro attenzione ai testi postcoloniali, ibridi e meticci per la loro mescolanza linguistica e culturale
implicita. La produzione letteraria dei paesi postcoloniali impone una differente attenzione al testo, una lettura che sia
necessariamente emancipata dai modelli occidentali e dalle loro norme, pur presupponendole.
La vitalità e l’originalità di tali letterature, trova spesso origine e ispirazione in quelle europee, di cui si sono nutrite a lungo
durante le dominazioni coloniali e che oggi viene riletto all’interno di un generale processo di distacco, di capovolgimento,
di autonomia individuale e politica.
In una realtà culturale e linguistica che è stata definita in between fra diverse realtà, al loro interno e al tempo stesso esterna
a esse, si crea un nuovo spazio letterario. Mehrez: si tratta di uno spazio che persegue un duplice riscatto, dal dominio dei
paesi occidentali e dalle culture nazionali che tendono a marginalizzarlo. In tale spazio è impossibile conservare le idee
tradizionali sulla traduzione, basate sull’ipotesi che ogni atto traduttivo implichi una perdita delle proprie peculiarità e un
acquisto di altre, o sulla ricerca di quell’ipotetica equivalenza linguistica fra due culture diverse. L’uso delle lingue
occidentali da parte degli autori extraeuropei postcoloniali si è caricata dal doppio significato di affermare da una parte la
propria cultura indigena e di utilizzare dall’altra la lingua del potere in una nuova forma che realizzasse l’autonomia. Questa
pluralità interna al testo ha permesso una lettura non più unidirezionale, ma aperta alla possibile negazione del testo unico e
originale: usando più realtà linguistiche all’interno dello stesso testo, l’autore postcoloniale chiede al suo lettore di farsi
traduttore, inserendo la traduzione nell’atto della lettura.
Il Nordafrica è un esempio di questa realtà in cui gli intellettuali bilingui hanno contribuito e contribuiscono tuttora al
processo di decolonizzazione. Questi autori hanno scelto di continuare a servirsi del francese assumendo il proprio
bilinguismo come strumento di autocoscienza e di liberazione. Come afferma Mehrez “l’uso della lingua dell’altro può
avere un duplice scopo: può rappresentare l’arena per il confronto e la resistenza con l’Altro, ma può anche essere un mezzo
di liberazione”.
Siamo nello spazio letterario delle letterature emergenti e periferiche e delle letterature “minori”; lì dove la traduzione trova
uno dei terreni più fertili intervenendo sullo stato in formazione, periferico o in crisi, dei sistemi letterari, introducendo
nuove forze vitali e nuovi modelli.
Gilles Deleuze e Félix Guattari affermavano: “una letteratura minore non è la letteratura d’una lingua minore, ma quella che
una minoranza fa in una lingua maggiore. Il primo carattere di tale letteratura è che in essa la lingua subisce un forte
coefficiente di deterritorializzazione”. L’esempio di letteratura minore citato dai due filosofi ci porta alla letteratura prodotta
dagli ebrei di Praga che scrivono in tedesco, fra cui Kafka; l’uso che tali scrittori fanno del tedesco è caratterizzato da
diversi elementi: la necessità di scrivere e di far passare la propria coscienza nazionale attraverso la letteratura,
l’impossibilità di scrivere in tedesco da parte di una minoranza sociale (gli ebrei deterritorializzati) e, al tempo stesso,
l’impossibilità di non scrivere in tedesco, dovendo relegare ai margini la propria territorialità ceca. L’utilizzo della lingua
“maggiore”, da parte di una letteratura “minore”, rappresenta un atto tanto linguistico quanto politico. Ciò equivale a dire
che l’aggettivo maggiore non qualifica più certe letterature ma le condizioni rivoluzionarie di ogni letteratura all’interno di
quell’altra letteratura che prende il nome di grande.
Partendo dunque dalle posizioni di Even-Zohar giungiamo a una possibile rilettura di tutte quelle letterature che, attingendo
da una lingua altra e da una letteratura altra, si appropriano del modello esistente per rivitalizzarlo, per rimescolare gli
ingredienti linguistico-letterari e dare forma a una nuova creatività. Esempio interessante analizzato da Mehrez relativo a
Ben Jelloun, scrittore marocchino; nel suo romanzo La nuit sacreé (seguito del suo romanzo L’enfant de sable) si serve
della cultura araba per creare una leggenda in lingua francese. Scritto e pubblicato dapprima in francese, il romanzo svela il
suo vero significato solo nella successiva traduzione dal francese all’arabo, lingua madre dell’autore, in cui il titolo diviene
letteralmente “la notte della sentenza”; si tratta di un’apertura al vero testo originale arabo, rimasto celato fino ad allora, e al
suo significato: per un musulmano la notte della sentenza è quella della rivelazione del Corano al profeta Maometto,
riferimento culturale intraducibile nella versione francese, il cui titolo appare così “decentrato e deterritorializzato” rispetto
alla cultura araba su cui si fonda la storia. È infatti in questa notte che la protagonista, Zahra, a insaputa del lettore originario
francese, è messa in libertà dal padre e può prendere la parola facendosi narratrice di se stessa; la storia scritta in francese si
basa interamente sulla traduzione orale araba, quasi fosse una traduzione da un racconto di Sherazade.
L’esempio di Ben Jelloun rivela tutta la complessità e talvolta la contraddittorietà del rapporto esistente fra letterature
postcoloniali e traduzione. La lingua francese ha permesso allo scrittore di narrare e al tempo stesso di sovvertire la sua
tradizione di appartenenza: il francese di Ben Jelloun si rende estraneo al suo stesso lettore di origine europea mentre rende
estranea a se stessa la cultura araba da cui proviene mettendone in discussione i valori centrali, fra cui quelli sessuali e
relativi alla femminilità. I romanzi, ha affermato lo stesso autore, avrebbero potuto essere scritti solamente in francese:
l’arabo non gli avrebbe consentito di narrare la stessa storia e di mettere in crisi i valori sociali arabi proprio in quanto
lingua madre, rivestita da una doppia sacralità, quella del Corano e quella della sua famiglia.
Una situazione ai limiti della cultura occidentale e dei suoi valori relativi all’immutabilità e fissità del testo “originale”: gli
studi sulla traduzione ci dimostrano che l’idea stessa di testo originale non può convivere con il multilinguismo, con
l’intersecarsi di culture e realtà diverse, con uno spazio letterario in cui lo scambio è origine della parola. Uno spazio in cui
non è più possibile distinguere l’originale; è il caso dello scrittore marocchino Khatibi che teorizza, nel suo romanzo Amour
bilingue, contrariamente al bilingue (chi usa una lingua per volta), il suo essere bi-langue (chi si muove continuamente fra
più lingue), chiedendo al lettore una traduzione continua nella lettura del suo testo che passa incessantemente dall’arabo
classico, al dialetto marocchino al francese. La traduzione si fa con lui perpetua: “Amour bilingue è un testo che sfida le
nostre competenze come lettori/traduttori capaci di una lettura globale n questo mondo postcoloniale”.

Traduzione e studi femminili


L’idea di testo originale, punto più controverso negli studi sulla traduzione, interessa anche il loro rapporto con gli studi
femminili. La studiosa L. Chamberlain ha sottolineato come la differenza si ponga nella distinzione fra la scrittura, originale
e mascolina, e la traduzione, derivativa e femminile. Trattata come lavoro derivativo anche dalla legge sul diritto d’autore,
la traduzione è sempre stata vista come qualcosa di qualitativamente differente dalla scrittura; la valenza stessa del discorso
teorico sulla traduzione, denso di termini sessisti (dominio, inferiorità, libertinaggio) appare particolarmente chiara e
familiare nell’espressione belle infedeli. Il legame di bellezza e infedeltà riporta la traduzione al modello matrimoniale, in
cui la fedeltà è definita nel contratto implicito fra la traduzione (come donna) e l’originale (come marito, padre o autore); il
contratto riconosce implicitamente il peccato solo alla donna, la traduzione, liberando da ogni colpa il marito, l’originale. In
questa prospettiva maschilista, secondo le critiche degli studi femminili, si muove la maggior parte degli studi storici sulla
traduzione, dalle origini ad oggi, come per esempio:

 Conte di Roscommon: An essay on translated verse trattato del XVII sec., il cui linguaggio si avvicina a quello di un trattato
sull’educazione: il traduttore è un maschio che si sostituisce alla figura dell’autore nel gestirne il testo, raffigurato con
un’immagine femminile la cui castità e verginità non devono essere profanate dal traduttore. In questi esempi la lingua ha
un’immagine femminile, ma in tal caso materna, essendo la lingua madre, nei cui riguardi il traduttore ha le stesse riserve di
castità e verginità che ha nei confronti del testo.
 Pierre-Daniel Huet: 1683 De interpretatione trattato sulla traduzione, non si allontana da questo modello maschile del
rapporto fra testo e traduzione, affermando che quest’ultima non era altro che un’immagine dell’autore originale, uno
“specchio” in cui si doveva ritrovare la vera fisionomia dello scrittore, né imbellito né imbruttito, paragonando la traduzione
deformante e infedele a una donna ridicola.
 Schleiermacher: ha presentato la traduzione come un problema di fedeltà alla lingua madre; se non le sarà fedele produrrà
figli bastardi. La lingua madre è vista come naturale, e quindi ogni allontanamento da essa sarà impuro, mostruoso e
immorale. Il riferimento ai figli bastardi coinvolge necessariamente, oltre alla purezza della lingua madre, anche il padre e la
paternità del testo.

In questo modo la traduzione diviene letteralmente, nella prospettiva degli studi femminili sulla traduzione, una strategia di
incorporazione linguistica e maschilista modellata sull’appropriazione della cultura greca effettuata dai romani. Gli studi
basati sull’idea di gender e rivolta all’analisi della traduzione hanno trovato nel pensiero della differenza e, in particolare, in
Derrida una vera attitudine revisionista nei confronti della traduzione, traendo molti termini dal lessico della differenza
sessuale. Questi ha superato infatti il problema della fedeltà della traduzione attribuendo al testo stesso la peculiarità di
essere letto o non letto: c’è sempre qualcosa che resta fuori dalla traduzione, essa è sia originale che secondaria, sia
incontaminata che trasgressiva. Derrida afferma l’interdipendenza fra originale e traduzione, facendo l’una debitrice
dell’altra.
La prospettiva in cui nasce l’alleanza fra gli studi sulla traduzione e gli studi femminili, si fonda su alcuni elementi comuni,
come osserva Sherry Simon, quali la sfiducia nelle gerarchie tradizionali e nei ruoli sessualmente predefiniti, il profondo
sospetto verso le regole della fedeltà e la messa in dubbio dei modelli universali di valore e di significato. La marginalità
comune ai due campi di studio ha fatto si che entrambi si riconoscessero come strumenti di comprensione critica della
differenza, intesa nella sua rappresentazione linguistica. Ciò che lega il pensiero femminile agli studi sulla traduzione è
l’espressione delle differenze sociali, sessuali e culturali, e le modalità di trasmissione tra culture diverse. La loro relazione
risiede anche nel carattere storico che mette in luce la traduzione come forma di espressione femminile capace di introdurre
le donne nel mondo delle lettere, facendole promotrici di scambi letterari. Es. Madame de Staël, Germania, importante
mediatrice culturale del XIX sec., autrice nel 1816 di un trattato che riconosce alla traduzione il grande merito di favorire il
trasporto di capolavori dello spirito umano e la circolazione delle idee. Compagna di Goethe nel sogno di una letteratura
mondiale, che si generi e si nutra proprio del rinnovamento prodotto dalle traduzioni.
In questa prospettiva si colloca l’intervento di una studiosa contemporanea Gayatri Spivak, collegando il pensiero femminile
alla traduzione e agli studi postcoloniali, si interroga sugli effetti pratici e ideologici di una traduzione in inglese, fatta su
larga scala, di opere provenienti dal Terzo Mondo; la soluzione prevede che il rispetto dell’ideale democratico venga
preservato solo attraverso una resa adeguata ed effettiva della retorica e della testualità tipiche delle opere delle donne del
Terzo Mondo. La vera apertura democratica all’alterità risiede nel superamento profondo delle ingiustizie dettate dalle realtà
coloniali: per parlare dell’altro, e/o difenderlo, è cruciale apprendere gli altri linguaggi, riferendosi specificamente ai
linguaggi minori appresi in generale solo dagli antropologi.
Vengono dunque affrontati i punti centrali della riflessione, quali il ruolo storico della traduzione all’interno della scrittura
femminile nei secoli, il problema politico e ideologico della traduzione di testi femminili, gli effetti di queste traduzioni sul
canone letterario e sul mercato, e il ruolo delle forme silenti di scrittura femminile come la traduzione, questi studi del
processo traduttivo pongono la rilettura del genere sessuale della traduzione con la prospettiva e il fine di riuscire ad
articolare secondo nuove modalità tanto il discorso femminile quanto quello della traduzione.

Un esempio di lettura
Un interessante esempio che comprende molte delle prospettive viste finora è quello fornito da Venuti nel libro The
Translator’s Invisibility, relativo allo scrittore scapigliato Igino Ugo Tarchetti; questi nel 1865 pubblica un racconto
intitolato Il mortale immortale che porta la su firma, in seguito nel 1868 lo ripubblica con il titolo L’elisir dell’immortalità
sempre con la sua firma. Considerato per lungo tempo un testo di Tarchetti, in realtà il racconto è la traduzione, mai
confessata, di un racconto di Mary Shelley che pubblicò nel 1833 con il titolo The Mortal Immortal; si tratta dunque di un
plagio, una traduzione invisibile fatta passare per originale. Interessante è l’analisi testuale che scopre gli interventi arbitrari
e abusivi di Tarchetti nei confronti di Mary Shelley, le sue modifiche e le soppressioni, le aggiunte di testo e manipolazioni,
le scelte lessicali dell’autore italiano che non sempre rispecchiano l’intenzione presunta dell’autrice.
La scelta del traduttore/autore Tarchetti si rivolge vero un genere letterario, il fantastico, ancora poco frequentato nella
letteratura italiana ottocentesca, dominata dal realismo manzoniano e dal concetto individualistico di soggettività tipico
dell’ideologia borghese. Il discorso fantastico introdotto da uno scrittore nutritosi di autori stranieri, assolveva la funzione
specifica di mettere in discussione il modello realistico del romanzo italiano mediante l’assimilazione dei modelli stranieri.
Il racconto gotico della Shelley, presentato come produzione propria, rappresentava una scelta strategica determinante:
mediante l’appropriazione di testi stranieri devianti rispetto ai valori culturali italiani era possibile dare inizio a una riforma
del nostro canone letterario affinché si nutrisse di altri discorsi narrativi. Dal punto di vista linguistico Tarchetti operava una
deterritorializzazione interna alla stessa lingua italiana, servendosi del linguaggio manzoniano per stravolgere il discorso
narrativo dominante conducendolo verso il fantastico. In un periodo in cui le traduzioni di romanzi fantastici scarseggiava,
Tarchetti irrompeva nel panorama letterario minando dall’interno e destabilizzando il modello borghese egemone.
Se si analizza la sua traduzione dal punto di vista femminista, è possibile rintracciare un’importante movimento
contraddittorio: da una parte egli nega la paternità letteraria proprio al testo di una donna, aggravando il suo plagio con una
posizione maschilista, dall’altra amplifica l’ideologia femminista dell’autrice, enfatizzando per esempio la satira
antimaschilista dell’inetto protagonista maschile, intervenendo sull’originale sempre per il proprio fine: indebolire la
valorizzazione del matrimonio fatta dalla Shelley e riflettere in ciò il rifiuto scapigliato della rispettabilità borghese.
La traduzione di Tarchetti è un esempio significativo della relazione esistente fra i testi, della migrazione di temi e generi
letterari fra culture differenti; inoltre, mediante il plagio viene annullata la condizione di secondo grado del testo tradotto
presentandolo come il primo racconto gotico scritto nell’italiano del registro realistico più diffuso, e stabilisce la sua identità
di scrittore d’opposizione.

Studi sulla traduzione: quali prospettive?


La traduzione si interseca strettamente con la prospettiva comparata dello studio letterario e culturale, mediante un rapporto
dialogico che trascorre continuamente da un campo all’altro, che crea relazioni e intrecci, debiti e crediti. La serie delle sue
peculiari attitudini trova nella letteratura comparata uno dei terreni più fertili, aprendo una prospettiva di indagine letteraria
non repressa da strette visoni nazionalistiche o territoriali e allargata mediante l’introduzione parallela dell’ottica
“traduttiva” in tutte le prospettive di cui la letteratura comparata si nutre.
Superati i pregiudizi della traduzione, essa oggi si muove verso un’essenziale autonomia, un riconoscimento si sé che non
metta più in questione la sua emancipazione letteraria e comunicativa. La traduzione non è mai fedele ma libera, è
un’apertura che, a partire da un testo, ne produce un altro, realizzando una trasformazione interpretativa che espone i
significati multipli e diversificati del testo tramite altri significati, ugualmente multipli e diversificati. Questo le permette di
liberarsi dalla subordinazione rispetto al testo straniero e di farsi luogo di sviluppo di un’ermeneutica che legge il testo
tradotto come opera.
Il riconoscimento della traduzione come luogo di valorizzazione delle differenze culturali è una delle più importanti
conquiste della ricerca attuale e indica le modalità con cui i testi tradotti in una prospettiva comparatistica.
L’idea di fedeltà alla quale possiamo attenerci oggi parlando di traduzione è quella della fedeltà abusiva stigmatizzata da
Lewis: il traduttore cerca di riprodurre le peculiarità del testo straniero che si rivelano contraddittorie, differenti al modello
principale della cultura e della lingua di partenza, mediante uno sforzo che richiede l’invenzione di analoghi messi di
significato, i quali sono doppiamente impropri, in quanto non si omologano ai valori dominanti della cultura e della lingua
d’arrivo, ma integrano piuttosto il testo straniero riscrivendolo in quella nuova lingua. Una fedeltà, quella abusiva, che
oppone alla strategia della scorrevolezza e dell’invisibilità una strategia di resistenza: resistenza della differenza e
dell’alterità, vale a dire la creazione di un testo altro, tradotto eppure originale, che apre una prospettiva in più alla
convivenza delle culture.