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Scienza della Politica

La Politica
1. Che cosa si intende per politics ?
Il termine politics si riferisce allo studio della sfera del potere, intesa come la capacità di influire sulle
decisioni prese dagli individui. Prima la filosofia della politica poi la scienza politica si sono occupate di
approfondire quale sia la natura della politica (la legittimità, le risorse e gli strumenti), la sua
distribuzione e trasmissione (detentori e i passaggi della titolarità), il suo esercizio e i limiti. Il peso e la
potenziale forza, la pretesa di supremazia sono spiegabili con l'esigenza di creare e mantenere una comunità
pacifica e di difendere l'ordine della comunità da interferenze esterne.
L'esercizio del potere si presenta in forme benigne e a volte futili, ma non va dimenticata la possibilità del
ricorso a forme estreme di coercizione. Dall'altro canto la verifica del funzionamento del potere è data dai
omenti di crisi politica che corrispondono proprio all'incapacità di fronteggiare minacce interne o esterne
all'ordine pacifico. Questo prima o poi porta ad una ridefinizione del potere politico con lo scopo di
recuperare queste capacità.
Lo studio del potere è articolato su due piani fondamentali:
− piano che analizza le architetture del potere (i regimi politici): nel caso del regime democratico si
occupa degli elementi che definiscono un regime democratico e lo distinguono dagli altri (pluralità di
partiti, libertà garantite, elezioni libere/competitive);
− piano che studia gli attori e i processi che i primi svolgono: nel caso del regime democratico si occupa
dei singoli attori individuali e collettivi che operano nella democrazia e le loro caratteristiche
organizzative (leaders, partiti, gruppi di pressione, movimenti, elettori).
A questa distinzione di piani va aggiunta quella tra gli elementi di lunga durata (costituzioni e leggi, ma
anche partiti politici e comportamenti elettorali: esempio italiano) ed elementi più variabili della politica
(esempi spagnolo, francese, argentino).
Lo studio della sfera del potere presenta inoltre due approcci di studio – stativo e di breve periodo (le
differenze tra i regimi e la loro struttura interna) e dinamico e a lungo periodo (le trasformazioni di regime
e sulla spiegazioni di questi).

2. Che cosa è una policy ?


Oltre al potere, va considerato un importante aspetto della politica – i programmi d'azione, provvedimenti e
interventi che vengono proposti dagli attori politici e decisi nelle sedi politiche, ovvero il governo. Gli
effetti di questi ricadono e influenzano la vita quotidiana della comunità. Questo aspetto è il prodotto della
politica, sono le politiche pubbliche – policies.. Si tratta quindi sia di provvedimenti che interessano gruppi
limitati (celebrazioni, anniversari pubblici) sia decisioni che riguardano ampi settori della popolazione
(sistema pensionistico).
Il ruolo della scienza della politica qui è analizzare i contenuti e i costi/benefici che le politiche pubbliche
comportano; ma anche il processo di decisione nelle varie fasi, gli attori che sono coinvolti, le relazioni che
esistono tra questi e il processo di attuazione delle politiche.

3. Che cosa vuol dire polity ?


La polity è la definizione dell'identità e dei confini della comunità politica. I confini, in diverse fasi della
storia (disgregazione della Jugoslavia, Cecoslovacchia, integrazione europea) ci hanno mostrato che le
dimensioni del gruppo politico non sono un dato immutabile e “naturale”, ma mutevole ed artificiale. I
confini che definiscono la policy sono estremamente importanti, poiché spesso assumono per la politica un
carattere sacrale e decidono chi è coinvolto nel gioco della politica; inoltre, al mutare dei confini
corrisponde anche un cambiamento più o meno profondo della polity – cambiando il territorio e la comunità
politica, cambia anche l'ambito di vigenza dell'autorità politica e il potenziale di attuazione delle decisioni
prese dagli organi politici centrali.
La policy dunque comprende gli aspetti della politica che riguardano la definizione della comunità
politica (territorio, popolazione) e le relative strutture e processi di mantenimento e cambiamento
(polizia, burocrazia, esercito, amministrazione, difesa dei confini...etc). L'epoca contemporanea è stata
dominata dallo stato nazionale (policy), che combina un'armatura potestativa e burocratica per la gestione
centralizzata di ampi territori e popolazioni con forte e diffuso senso di appartenenza ad una comune
identità culturale. In passato la polity si è basata più su legami verticali (di dipendenza e fedeltà ad un
centro di autorità durevole). Il grado e il coinvolgimento degli individui nella policy possono caratterizzarsi
come partecipazione attiva di una maggioranza ( cittadini) oppure passivamente (suddito).
La natura della policy dipende anche dalla sua organizzazione interna – fortemente centralizzata ed
omogenea o una polity a elevato grado di decentramento e differenziazione (riconoscimento di competenze
politiche più o meno estese e identità propria a comunità di ambito territoriale ristretto – stati, regioni,
province).
I processi di costruzione/distruzione di una policy presentano peculiarità proprie e possiamo collocare
questi processi in uno spazio che sta tra politica interna e politica internazionale. La
costruzione/distruzione della policy è inscindibile e dipendente dalla scena internazionale (alleanze, etc),
ma anche dagli aspetti interni (sviluppo del senso di appartenenza, bandiere, inni – gli elementi simbolici;
ed elementi materiali – gli apparati potestativi dinastico-burocratici).

4. Come è cambiata la politica negli ultimi 200 anni? + 5. Come sta cambiando oggi?
Possiamo parlare di tre grandi linee di trasformazione della politica che nell'ambito della policy, della
politics e della polity hanno caratterizzato gli ultimi 200 anni. La costruzione dello stato nazionale, la
nascita e il consolidamento della democrazia e lo sviluppo di un sistema di welfare state universalistico
esprimono nei tre rispettivi settori l'evoluzione della politica moderna .
Sul piano della POLITY il processo di diffusione degli stati nazionali prosegue e, in seguito alla
caduta degli imperi coloniali e recentemente dell'URSS, sembra consolidarsi. Possiamo anche aggiungere
che i modello classico dello stato nazionale si sta trasformando con la diffusione di assetti caratterizzati
dalla coesistenza di livelli di governo diversi tra loro ma non gerarchicamente ordinati Vi è apparso
d'altro canto l'emergere di spinte regionaliste ed autonomiste .. Questo ci suggerisce che la sovranità
interna può essere sfidata, limitata e addirittura revisionata.
Sul piano della POLITICS e in particolare della definizione del regime politico, sembra che la
democrazia sia prevalsa e ormai affermata nella maggior parte degli stati, tuttavia quest'ultima compare
l'ombra di limiti e involuzioni (il livello di partecipazione, di fiducia e soddisfazione dei cittadini sembra
diminuire). Lo sviluppo di gruppi di pressione sempre più incisivi e dotati di potenti risorse limita ancor di
più il ruolo degli individui comuni.
Sul piano della POLICY , il welfare state in ascesa incontrastata fino a qualche anno fa, sembra
entrata in crisi e si inizia a ripensarla. La privatizzazione del settore pensionistico e quello sanitario si
stanno intensificando, riducendo sempre più il ruolo dello Stato. Anche per quanto riguarda le politiche
economiche si può notare che l'interventismo statale stia pian piano scomparendo, lasciando spazio
all'inversione di tendenza, ovvero stiamo assistendo a un processo di depoliticizzazione.
Democrazia, Democrazie
1.Che cos'è una democrazia?
Il significato letterale (potere del popolo) è stato riformulato e arricchito con l'espressione « potere dal
popolo, del popolo e per il popolo», nel senso che il potere deriva dal popolo, appartiene al popolo e deve
essere usato per il popolo. Oggi le democrazie sono le liberal-democrazie di massa cioè quei regimi
contraddistinti dalla garanzia reale di partecipazione politica della popolazione adulta maschile e
femminile e dalla possibilità di dissenso, opposizione e anche competizione politica. Il regime
democratico ha una politics democratica.
La definizione di democrazia nel corso del tempo è stata arricchita. Il metodo democratico; «è lo strumento
istituzionale per giungere a decisioni politiche, in base al quale singoli individui ottengono il potere di
decidere attraverso una competizione che ha per oggetto il voto popolare» (Schumpeter, 1964, 257), anche,
«un sistema etico-politico nel quale l'influenza della maggioranza è affidare al potere di minoranze
concorrenti che l'assicurano» (Sartori, 1969, 105).

2.Quali sono gli aspetti empirici che caratterizzano il metodo democratico?


− accordo (sulle regole) – dissenso/conflitto (sui contenuti),
− incertezza (di risultati decisionali) – certezza (di regole),
− maggioranza (la regola decisionale) – unanimità (su certe decisioni),
− rappresentanza (degli interessi/identità) – efficacia decisionale (e funzionalità).

3.Qual è la definizione minima di democrazia?


Tutti i regimi che presentano almeno: a) suffragio universale, maschile e femminile; b) elezioni libere,
competitive, ricorrenti, corrette; c) più di un partito; diverse e alternative fonti di informazione possono
essere definiti democratici. La definizione minima, cioè, evidenzia che questo tipo di regime, se realmente
democratico, garantisce i diritti civili e politici (regole formalizzate).

4.Quali sono gli aspetti procedurali di una democrazia?


Il suffragio universale; le elezioni libere, competitive, ricorrenti e corrette; multipartitismo; le regole
formalizzate (o forme); la maggiore incertezza decisionale (relativa); l'accordo-compromesso per la
risoluzione pacifica; l'equilibrio dei principi in tensione.

5.Che cosa significa incertezza democratica?


Nel regime democratico si assumono decisioni su molteplici temi e questo aspetto dà luogo all'incertezza
decisionale (democratica). Da essa, però, sono esclusi due temi – il mercato e la proprietà privata – che
devono essere garantiti. Si tratta di un'incertezza riguardante il contenuto concreto delle decisioni che gli
eletti possono assumere, ma comunque un'incertezza relativa e delimitata dai confini definiti dalla
salvaguardia della proprietà privata.

6.Come si definisce una democrazia procedurale?


La democrazia va considerata formalistica, o procedurale, poiché attuata dalle regole formalizzate. Quindi
considerata come quell'insieme di norme e procedure che risultano da un accordo-compromesso per la
risoluzione pacifica dei conflitti tra gli attori sociali, politicamente rilevanti, e gli altri attori
istituzionali presenti nell'arena politica. Da qui possiamo aggiungere un aspetto spesso trascurato del
regime democratico - l'equilibrio di principi in tensione:
− accordo (sulle regole) – dissenso/conflitto (sui contenuti),
− incertezza (di risultati decisionali) – certezza (di regole),
− maggioranza (la regola decisionale) – unanimità (su certe decisioni),
− rappresentanza (degli interessi/identità) – efficacia decisionale (e funzionalità).

7.Quali sono i tipi principali di democrazia?


Democrazia rappresentativa e democrazia diretta, democrazia maggioritaria e democrazia consensuale.
Lijphart elabora una tipologia democratica stabile, che ha due dimensioni basilari – la propensione delle
élites politiche all'accordo e al compromesso/conflitto e l'esistenza di una cultura politica
omogenea/eterogenea. Secondo queste dimensioni si può parlare di democrazie consociative (Olanda), le
democrazie depoliticizzate (USA), democrazie centripete (Inghilterra, Scandinavia) o centrifughe (Italia,
Francia)

8.Qual è la distinzione tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta?


Il regime della democrazia rappresentativa è basato sulle regole e le istituzioni della rappresentanza,
caratterizzato da elezioni libere/competitive/corrette/periodiche, e da strutture rappresentative, come il
parlamento, e decisionali, come il governo. La democrazia diretta, invece è caratterizzata da un piccolo
numero di cittadini che decide sui problemi e convive con una maggioranza di persone senza diritti –
politicamente subordinati (il referendum è un aspetto in comune).

9.Che cosa sono la democrazia consensuale e la democrazia Westminster?


Sempre Lijphart ha costruito due modelli polari che evidenziano come le democrazie seguano due principi
che possono essere puri o misti, il principio maggioritario e il principio consensuale.
Nella democrazia maggioritaria i rappresentanti, eletti sulla base di elezioni libere, raggiungono le proprie
decisioni in base al principio di maggioranza (in tutte le sedi decisionali). Il modello Westminster è
l'esempio più rilevante e chiaro, infatti è caratterizzato dalla concentrazione del potere esecutivo in governi
monocolore e maggioranze risicate, la fusione dei poteri (E ed L) e dominio del governo, sistema
bipartitico, sistema elettorale maggioritario ( plurality), pluralismo di gruppi di interesse, governo
centralizzato e unitario, bicameralismo asimmetrico, costituzione flessibile e sovranità parlamentare,
assenza di controllo di costituzionalità, banca centrale controllata dall'esecutivo, assenza di referendum.
Nelle democrazie consensuali il potere è ripartito e diffuso tra i vari organi. I governi spesso sono formati
da più partiti/ampie coalizioni. Sono presenti un equilibrio tra esecutivo e legislativo, sistema
multipartitico, sistema elettorale proporzionale, sistema di interessi concentrato e neo-corporativo,
decentramento e assetto federale, bicameralismo forte e rappresentanza delle minoranze, costituzione rigida
e potere di veto delle minoranze, controllo costituzionale, indipendenza della banca centrale (Svizzera,
Belgio)

10.Quali sono le dimensioni rilevanti in una democrazia?


La dimensione riguardante il potere esecutivo e i partiti; l'assetti unitario o federale di un regime politico;
gli strumenti di democrazia diretta.

11.Qual è la definizione ideale di democrazia?


Dare una definizione ideale di democrazia è importante per l'analisi sulla qualità democratica. La
democrazia ideale è un regime caratterizzato dalla «necessaria corrispondenza tra gli atti del governo e i
desideri di coloro che ne sono toccati» (May), in altre parole «continua capacità di risposta ( responsiveness)
del governo alle preferenze dei suoi cittadini, considerati politicamente eguali» (Dahl).

12.Come si passa dalla definizione normativa a quella empirica?


Il passaggio è possibile grazie a due postulati:
I°. affinché un regime sia capace di risposta ( responsive) nel tempo, tutti i cittadini devono
avere simili opportunità di:
− formulare le loro preferenza,
− esprimerle agli altri e al governo attraverso l'azione individuale o collettiva,
− ottenere che le proprie preferenze siano considerate ugualmente senza discriminazioni in
quanto al loro contenuto e origine;
II°. affinché esistano queste tre opportunità negli attuali stati-nazione devono esistere almeno
le otto garanzie (libertà) istituzionali:
− di associazione ed organizzazione,
− di pensiero ed espressione,
− di voto,
− dei leaders politici di competere per il sostegno,
− fonti alternative di informazione,
− possibilità di essere eletti a pubblici uffici,
− elezioni libere e corrette,
− esistenza di istituzioni che rendano le politiche governative dipendenti dal voto e da altre espressioni
di preferenza.

13.In che senso la responsiveness è collegata all'alternanza?


Il voto fa valere la responsabilità e spinge i governanti alla responsiveness se esiste la possibilità di
alternanza tra partiti o coalizioni di partiti. Nel caso contrario se un partito supera largamente e per tanto
tempo la metà dei seggi, la possibilità di sanzione del votante, e di conseguenza, la possibilità che un
cambiamento di voto da un partito a un altro possa mutare la composizione del governo è pressoché
inesistente. Di conseguenza anche la responsabilità è altrettanto inesistente e la spinta alla responsiveness
meno forte.

14.È ipotizzabile una responsiveness senza alternanza?


È ipotizzabile nel caso in cui una democrazia abbia una larga diffusione di strutture e sedi di partecipazione
e contrattazione tra i diversi interessi. In questo modo si ha un rapporto continuo con gli organi decisionali,
quindi l'esistenza di cittadini colti, informati e consapevoli – tutto ciò rende l'alternanza meno importante ai
fini della responsiveness.

15.Quali sono gli elementi essenziali per raggiungere un qualche grado di qualità
democratica?
Responsiveness, l'alternanza, l'esistenza di un'opposizione (esistenza di un'opposizione parlamentare
attiva e attenta ai problemi e media attenti alla competizione e ai problemi) e l' efficienza degli apparati
amministrativo e giudiziario (per garantire i diritti è necessaria la polizia efficiente, sistema giudiziario e
burocrazia funzionanti).

16.Quali sono le condizioni non politiche della democrazia, specie nel passato?
Per le democrazie del passato e quelle di recente formazioni è possibile individuare alcune condizioni non
politiche. Esse mutano da paese a paese e nel tempo, ma alcuni studiosi affermano che è possibile
raggruppare diversi paese per poter classificare questi gruppi secondo le condizioni non politiche.
Sono state individuate la cultura politica di un certo paese e il complesso di valori che favoriscono il
regime democratico (occidente – valori ebraico-cristiani, valori di Montesquieu). Dahl aggiunge la
credenza nelle istituzioni, la fiducia reciproca tra gli attori politici, l'alto livello di istruzione, diffusione e
sviluppo di mass media, pluralismo sociale . Almond e Verba individuano la cultura civica che riassume in
sé tutti gli aspetti e valori individuati dagli altri studiosi.

17.Che cosa vuol dire società plurale?


Lo studio di Almond e Verba ha portato a considerare come una cultura politica in cui sono presenti aspetti
sfavorevoli allo sviluppo della democrazia, possa portare alla fondazione di una democrazia stabile. Questa
situazione si presenta in società plurali, caratteristiche soprattutto delle democrazie consociative (Olanda,
Belgio, Austria o Svizzera). Si tratta di società profondamente eterogenee (religioni, etnie, idiomi,
ideologie diverse). Ciascun segmento della società ha dei rappresentanti che si impegnano a tenere questa
società coesa, unita, aperta alla cooperazione e all'accordo. Questa élite politica a sua volta è sostenuta da
una sub-élite di attivisti non politici. In queste società quindi è importante evidenziare come l'atteggiamento
delle élites e delle sub-élites siano importanti per la democrazia. Lijphart spiega questi casi con alcuni
elementi chiave – geo-politici, politico-strutturali, politico-sociali e storici.

18.Qual è la differenza tra pluralismo culturale e pluralismo sociale?


Dal concetto di società plurale gli studiosi hanno ricavato due fenomeni interessanti – il pluralismo
culturale e il pluralismo sociale. Il primo prefigura le condizioni sfavorevoli per la democrazia ed è legato
al secondo in quanto non vi può essere un pluralismo culturale senza il pluralismo sociale (viceversa invece
è riscontrabile). Non necessariamente il pluralismo sociale si riferisce a una società plurale, ma si intende la
differenziazione della società in diversi gruppi sociali che si distribuiscono le risorse economiche.

19.Esiste una correlazione dimostrabile tra sviluppo socio-economico e democrazia?


Non esiste una diretta correlazione tra sviluppo dell'assetto economico e quello della democrazia, ma si può
affermare che se presente può aiutare lo sviluppo delle condizioni non politiche favorevoli al fondamento di
una democrazia. Più risorse economiche uno stato ha più probabile è l'instaurazione del regime
democratico.
I presupposti più sicuri di un possibile assetto democratico sono il pluralismo sociale, l'istruzione, la
comunicazione e l'assenza di disuguaglianze estreme – fenomeni che non sono strettamente correlati allo
sviluppo industriale, poiché possono incontrarsi anche in società preindustriali. Tuttavia, nel mondo
moderno, dove l'economia industriale è diffusa, è molto frequente cogliere una fondata correlazione tra
l'industrializzazione, urbanizzazione, crescita del reddito pro capite a pari passo con il processo
democratico.

20.Quali sono i problemi irrisolti nell'analisi delle condizioni della democrazia?


La definizione della soglia a partire dalla quale l'alfabetizzazione, lo sviluppo delle comunicazioni, il
pluralismo, le minori disuguaglianze diventano condizioni effettivamente positive per la democrazia.
Il valore di queste condizioni cambia – sono ancora individuabili altre condizioni sufficienti. Le condizioni
necessarie non sempre sono sufficienti. È dimostrabile che a parità di condizioni si possono avere esiti
politici diversi, democratici e non.

21.Quali sono le condizioni storiche favorevoli allo sviluppo della democrazia, secondo
B. Moore?
Barrington Moore individua un processo di cambiamento che in paesi come l'Inghilterra, la Francia o gli
Stati Uniti porta alla democrazia:
− l'esistenza «di un equilibrio tale che impedisca l'affermazione di una .onarchia troppo forte o di
un'aristocrazia terriera troppo indipendente», cioè la monarchia assoluta è un elemento favorevole al
risultato democratico in quanto il potere del monarca pone un freno ed è in grado di controllare il
possibile strapotere dell'aristocrazia terriera;
− non l'industrializzazione bensì l'emergere di un'economia mercantile è il requisito cruciale della
trasformazione democratica;
− »l'indebolimento dell'aristocrazia terriera», che deve trasformare la propria attività in mercantile o
industriale, in modo che gli stessi contadini siano integrati in un meccanismo economico volto alla
produzione per il mercato;
− «la mancanza di una coalizione aristocratico-borghese contro i contadini e i lavoratori», situazione che
favorisce la competizione per conquistare l'appoggio popolare;
− la «rottura rivoluzionaria col passato» (rivoluzioni inglese, che limitò l'assolutismo regio, francese e
americana, per spezzare il potere dell'aristocrazia.

22.Quali sono le critiche a B. Moore e come si può integrare la sua analisi?


La rottura rivoluzionaria non è considerata da molti critici di Moore come elemento indispensabile alla
successiva democratizzazione, bensì va considerato decisivo il ruolo della violenza nel mutamento politico
(p. es. la Prima e la Seconda guerra mondiale).
Inoltre è difficile capire perché le classi privilegiate accettano la trasformazione democratica e alcuni
spiegano il fatto come soluzione di compromesso e accomodamento per evitare problemi maggiori.

23.Come si caratterizza la prima democratizzazione?


Dahl individua due processi fondamentali collegati tra loro che caratterizzano la prima democrazia di
massa:
− l'ammissione del dissenso, opposizione, competizione tra le diverse forze politiche (processo legato
alla nascita dei diritti civili e le libertà);
− la crescita di inclusività della popolazione che partecipa (i diritti politici e la partecipazione).
La storia di tutti i regimi politi può essere ricostruita attraverso le diverse trasformazioni di
dissenso/opposizione/competizione e partecipazione/inclusività, ma la crescita di quest'ultima e la
conseguente politica di massa impongono trasformazioni irreversibili quando i diversi gruppi sociali
entrano in politica.

24.Quali sono i percorsi verso la democrazia?


Sempre Dahl individua tre percorsi principali:
1. la competizione precede l'inclusività ovvero la partecipazione (si passa dall'egemonia chiusa,
all'oligarchia competitiva e poi alla liberal-democrazia di massa, con una sempre più ampia
partecipazione);
2. l'inclusività precede la competizione (dall'egemonia chiusa all'egemonia di alta partecipazione e
infine alla liberal-democrazia);
3. la possibilità di dissenso e l'inclusività crescono contemporaneamente

25.Come si caratterizza la prima democratizzazione in termini di diritti politici, civili


e sociali?
L'emergere delle democrazie occidentali è accompagnato dal graduale sviluppo dei diritti sociali, civili e
politici, ovvero lo sviluppo di una cittadinanza a tre dimensioni: La dimensione civile è costituita dai
diritti necessari alla libertà individuale (di parola, di pensiero e di fede, di proprietà e di giustizia). La
dimensione politica aggiunge il diritto di voto, cioè di partecipazione all'esercizio del potere politico
(elettorato attivo e passivo), quindi le istituzioni sono rappresentative. La dimensione sociale riguarda
«tutta la gamma che va dal minimo di benessere e sicurezza al diritto di partecipare al retaggio sociale e a
vivere la vita d persona civile, secondo i canoni vigenti nella società» (welfare state).

26.Illustra la nozione di democratizzazione come l'ingresso di “nuovi strati della


popolazione” nell'arena politica?
Lo sviluppo della cittadinanza e dell'affermazione dei diritti sociali no si capiscono se non si intende la
democrazia anche come un regime che accetta e presuppone l'ingresso di nuovi strati della popolazione –
vale a dire l'ingresso delle classi inferiori nell'arena politica nazionale. Tutto ciò significa che esistono e
sono tutelati il diritto di associazione, di unione (sindacati).
27.Qual è il ruolo dell'organizzazione degli interessi intermedi nella
democratizzazione?
L'organizzazione di strutture intermedie è un altro punto fondamentale nel passaggio dal regime
oligarchico alla democrazia. Nascono e si organizzano in tempi e modalità diverse i partiti e i sindacati,
oltre all'espansione della cittadinanza politica (suffragio universale M, F, e la garanzia di poter esprimere
una scelta meno condizionata al momento del voto).

28.Come spiega Rokkan le variazioni di democratizzazione nell'ambito europeo? +


30.Quali generalizzazioni Rokkan propone a proposito delle soglie? (risp. in neretto)
Rokkan individua le differenze della democratizzazione in quattro dimensioni relative alle diverse
condizioni storiche di partenza di ciascun paese:
1. il livello di consolidamento territoriale durante il Medioevo nei futuri imperi continentali – più
forti le tradizioni consolidate della rappresentanza, sia negli stati che nelle assemblee,
maggiori sono le possibilità di una rapida legittimazione dell'opposizione ;
2. la continuità di attività degli organi medioevali di rappresentanza (paesi che hanno conservato
forme di rappresentanza nel periodo dalla Controriforma alla Rivoluzione francese) – più alto lo
status del paese dominante, più alta la barriera per la legittimazione nel territorio dipendente
e maggiori possibilità di violenza politica interna dello stato-nazione secessionista ;
3. la differenziazione tra i paesi di antica formazione e quelli di recente indipendenza (sistemi politici
formatisi prima del 1648 VS sistemi creati da secessioni e separazioni territoriali dal 1814 in poi) –
più la rappresentanza ereditaria è forte, più lento e meno facile da invertire sarà il processo di
affrancamento e di egualitarizzazione;
4. la dimensione e la forza del sistema politico dominante prima della secessione (casi britannico-
irlandese e danese-norvegese) – più grande minaccia alle aspirazioni all'indipendenza
nazionale, minori avanzamenti nel processo di democratizzazione .

29.Quali sono le soglie di Rokkan?


Soglia di legittimazione – riguarda l'effettivo riconoscimento dei diritti civili/della cittadinanza.
Soglia di incorporazione – riguarda l'espansione del suffragio fino al voto riconosciuto a tutti i cittadini,
quindi l'espansione della cittadinanza politica.

Soglia di rappresentanza – riguarda il passaggio da sistemi elettorali maggioritari a sistemi proporzionali.


«La pressione per la proporzionale aumenterà con l'eterogeneità etnica e/o religiosa dei cittadini e
aumenterà con la differenziazione economica causata dall'urbanizzazione e dalla monetizzazione delle
transizioni».
Soglia di potere esecutivo – riguarda l'approvazione delle norme sulla base delle quali viene riconosciuta
la responsabilità politica del governo nei confronti del parlamento e l'istituzione del collegamento tra
maggioranza parlamentare e governo. «La proporzionale si rivelerà come la trincea di minor resistenza
nelle democrazie articolate e con scarse risorse governative, mentre i sistemi maggioritari saranno
difesi efficacemente nei sistemi politici più grandi e con strutture governative forti».
Partecipazione politica e Movimenti sociali
1.Come si definisce la partecipazione politica?
Nella tensione tra rappresentanza e partecipazione, che è sempre presente nelle concezioni della
democrazia, la prima prevale ma un certo livello di partecipazione è necessario a legittimare i
rappresentanti.
Il concetto di partecipazione comprende quei comportamenti dei cittadini orientati ad influenzare il
processo politico; ed è stata definita (Rush) come il coinvolgimento dell'individuo nel sistema politico a
vari livelli di attività, dal disinteresse totale alla titolarità di una carica politica. Essa comprende
comportamenti che vanno dal voto alla militanza in un partito, dalla discussione sulla politica alla
pressione organizzata. La partecipazione inoltre è da considerare selettiva.

2.Quali sono le principali forme convenzionali di partecipazione politica?


1. Esporsi a sollecitazioni politiche,
2. Votare,
3. Avviare una discussione politica,
4. Cercare di convincere un altro a votare in un certo modo,
5. Portare un distintivo politico,
6. Avere contatti con un funzionario o un dirigente politico,
7. Versare offerte in denaro ad un partito o a un candidato,
8. Assistere a un comizio o ad una assemblea politica,
9. Contribuire ad una campagna politica,
10. Diventare membro attivo di un partito politico,
11. Partecipare a riunioni in cui si prendono decisioni politiche,
12. Sollecitare contributi in denaro per cause politiche,
13. Candidarsi a una carica elettiva,
14. Occupare cariche politiche o partitiche.

3.Secondo la ricerca sulla partecipazione politica negli anni '50 essa era limitata e
selettiva. Chi partecipava di più e perché?
Secondo le ricerche condotte sulla partecipazione nelle democrazie, quest'ultima è molto bassa. La ricerca
di Almond e Verba, per esempio, hanno scoperto che i cittadini dei sistemi democratici partecipano poco,
perché sono poco informati, non profondamente impegnati e attivi. Lagroye aggiunge che le attività
politiche riguardavano un numero ridotto di cittadini. Ultima, ma non meno importante è la considerazione
che ci mostra come la quantità di persone coinvolte si riduce al crescere dell'impegno.
Queste considerazioni portano a una conclusione importante – il grado di selettività della partecipazione è
sempre in aumento ad ogni passaggio.
Lo studio di Milbrath e Goel afferma che «tanto più alto è lo status sociale di un individuo,tanto più egli
tende a partecipare», quindi partecipano alla politica individui con elevata istruzione, del ceto medio,
uomini, residenti in città, delle maggioranze etniche, gli impegnati in organizzazioni.

4.Perché la partecipazione rischierebbe di rafforzare la diseguaglianza?


Le diseguaglianze sociali ed economiche si riflettono in diseguaglianza politica – quando un cittadino
trasforma le risorse economiche e sociali in influenza politica. Lo status alto significa risorse materiali e
simboliche maggiori, minori costi marginali, maggiore influenza, maggior informazione su come
partecipare (istruzione). Questi individui con status superiore hanno anche un vantaggio psicologico,
quindi fiducia nelle proprie capacità di cambiamento. Queste considerazioni ci portano ad affermare che
l'eguaglianza politica sia un'utopia, poiché il potere del numero non basta per superare le diseguaglianze
economico-sociali, esso (il numero) deve avere lo stesso peso, capacità di influenzare affinché si parli di
eguaglianza politica.
Allargandosi, la partecipazione a individui con basse risorse economiche/status, fa sì che i partecipanti
abbiano differenze sociali ed economiche che rispecchiano anche in una differente influenza politica.

5.Cosa osservano Barnes e Kaase nella loro ricerca a proposito delle forme “nuove” di
partecipazione?
A partire dagli anni '70 si comincia ad osservare la nascita e lo sviluppo di nuove forme di partecipazione
non convenzionali. Queste nuove forme sono:
1. Scrivere ad un giornale,
2. Aderire ad un boicottaggio,
3. Autoridurre tasse o affitto,
4. Occupare edifici,
5. Bloccare il traffico,
6. Firmare una petizione,
7. Fare un sit-in,
8. Partecipare ad uno sciopero,
9. Prendere parte a manifestazioni pacifiche,
10. Danneggiare la proprietà,
11. Usare violenza contro persone.
Barnes ha osservato che «nelle società industriali le tecniche di azione politica diretta non portano lo
stigma della devianza». Inoltre aggiunge che le azioni convenzionali e quelle non convenzionali possono
formare i cosiddetti stili di partecipazione, cioè azioni convenzionali sono correlate ad azioni non
convenzionali. Questi stili sono sortiti dall'intersezione dei due tipi di azioni e possono creare ulteriori
categorie:
1. Inattivi – leggono di politica o firmano petizioni,
2. Conformisti,
3. Riformisti – azioni convenzionali, ampliate da dimostrazioni, boicottaggi,
4. Attivisti – ampliano la partecipazione anche con forme non legali di protesta,
5. Protestatari – rifiutano le forme convenzionali di partecipazione.
Questa ulteriore suddivisione della partecipazione, ci porta a una conclusione importante e cioè che i
partecipanti diventano più competenti e la partecipazione non convenzionale amplia le potenzialità di
intervento dei cittadini.

6.Quali sono i principali elementi della teoria di Inglehart sui valori post materialisti?
+ 13.Cosa si intende con “valori post materialisti”?
I valori post materialisti, secondo Ronald Inglehart, subentrano quando sono soddisfatti i bisogni materiali
(quelli che riguardano la natura espressiva dell'individuo). Secondo una gerarchia, i bisogni di ordine
elevato (come la crescita intellettuale ed artistica di una persona) sono concepibili soltanto dopo che sono
stati soddisfatti quelli di livello più basso (in particolare la sopravvivenza fisica). Il momento decisivo per
la socializzazione politica è il passaggio dalla giovinezza all'età adulta, quando si formano credenze e
valori destinati a sopravvivere nel tempo.
Nel secondo dopoguerra, la lunga fase di crescita economica ha spostato l'attenzione dai temi del benessere
materiale a quelli relativi allo stile di vita: i guadagni economici divenivano relativamente meno importanti,
in particolare per quei segmenti di società che non avevano mai sperimentato serie privazioni economiche;
si inizia essere interessati e orientati all'autorealizzazione, l'espansione della libertà di opinione, della
democrazia partecipativa e dell'autogoverno nella sfera pubblica.

7.Come si definiscono i movimenti sociali?


Il concetto di movimento sociale si riferisce a reti di interazioni prevalentemente informali, basate su
credenze condivise e solidarietà, che si mobilitano su tematiche conflittuali attraverso un uso frequente
di varie forme di protesta. A differenza dei partiti, i movimenti sociali sono composti da reticoli dispersi e
debolmente connessi di individui che si sentono parte di uno sforzo collettivo. I movimenti sociali sono
spesso i protagonisti del mutamento sociale, poiché attraverso le reti di relazione fanno sì che circolino i
sistemi di credenze che danno vita a nuove identità collettive. I valori emergenti da queste nuove identità
stanno alla base dei conflitti politici e/o culturali, che portano al mutamento sociale o lo ostacolano. Oggi i
movimenti sociali lottano per lo più per la riappropriazione dell'identità, il diritto di realizzazione privata e
affettiva...difesa dell'ambiente.

8.Cosa si intende per protesta?


Per protesta si intende una forma non convenzionale di azione che interrompe la routine quotidiana . I
movimenti sociali adottano questa forma e si rivolgono prima all'opinione pubblica e in seguito, se
necessario, anche ai rappresentanti o la burocrazia pubblica.

9.Quali sono le principali “logiche” alla base della protesta?


Logica del potenziale danno materiale – nella forma più estrema è la violenza politica, che mira ad
infliggere perdite materiali al nemico. Il danno che infligge ha soprattutto un valore simbolico, cercando di
delegittimare lo stato come monopolista della forza legittima.
Logica dei numeri – i movimenti sociali dipendono dal numero dei loro sostenitori, infatti quanto maggiore
sarà il numero dei dimostranti tanto maggiore sarà il disturbo/perdita di consenso per il governo. La
reazione del governo dovrebbe allora portare alla revisione del proprio operato.
Logica della testimonianza – adottata da attivisti che cercano di dimostrare la possibilità di agire
collettivamente per le sorti universali. La testimonianza si esprime con la partecipazione ad azioni che
comportano alti costi o rischi personali.

10.Qual è il ruolo delle reti nella partecipazione?


Attraverso le reti di relazione fanno sì che circolino i sistemi di credenze che danno vita a nuove identità
collettive e le risorse necessarie ai movimenti sociali. Svolgono anche un'importanza cognitiva, rafforzando
le motivazioni iniziali. Formano idee e valori, affetti e solidarietà.

11.Qual è il ruolo dell'organizzazione nel favorire la partecipazione?


La migliore organizzazione aiuta ad agire più da vicino alla vita politica e può compensare l'assenza di altre
risorse.

12.Cosa intende Tilly con catnet ?


Tilly che il livello catnet influenza la mobilitazione dei gruppi: si tratta della cat egoria sociale e la densità
dei net work sociali. Il passaggio da una categoria (come insieme di individui che condividono determinate
caratteristiche) a un gruppo sociale (come comunità capace di azione collettiva) è facilitato dalla presenza
di specifici tratti categoriali e di reti di relazioni che legano tra loro i soggetti. I reticoli sociali sono tanto
più importanti quanto più è costosa e rischiosa la partecipazione politica.

14.Qual è il ruolo dell'identità collettiva nel favorire la partecipazione?


L'organizzazione e i reticoli sociali facilitano la partecipazione se producono identità collettive., cioè
senso di appartenenza ad un gruppo. In questo senso la partecipazione diventa azione in solidarietà con altri
al fine di conservare o trasformare la struttura e i valori del sistema di interessi dominante. L'attività
politica stessa sostiene la solidarietà con la creazione delle identità collettive. L'identificarsi con un'identità
(un noi collettivo) facilita la partecipazione politica. Ma il rapporto tra identità e partecipazione è
biunivoco, poiché la partecipazione stessa trasforma le identità degli individui, rafforzando o indebolendo
l'identificazione in altro. La costruzione dell'identità collettiva presume indubbiamente anche una
definizione in positivo (chi è incluso) e una definizione in negativo (gli esclusi).

15.Quali caratteristiche del sistema politico influenzano la partecipazione dei


cittadini?
Influenzano la partecipazione dei cittadini: le istituzioni politiche e le strategie prevalenti (le procedure
che i membri di un sistema adoperano quando hanno a che fare con gli sfidanti – esclusive ed inclusive)
considerate caratteristiche stabili; il secondo insieme di caratteristiche dinamiche, come il sistema di
alleanza (composto dagli attori politici che sostengono i movimenti, forniscono risorse e opportunità) e il
sistema di conflitto (composto dagli attori politici che vi si oppongono).

16.Perché decentramento territoriale e separazione funzionale del potere favoriscono


la partecipazione?
Il decentramento territoriale aumenta la possibilità per i movimenti di accedere al sistema decisionale,
infatti, poiché regioni, stati, città, quartieri sono i centri decisionali più vicini ai cittadini, i movimenti
possono di conseguenza essere altrettanto vicini sia ai cittadini che alle istituzioni politiche e agire in modo
più incisivo. La separazione funzionale del potere, invece aiuta i movimenti soprattutto quando i tre poteri
(legislativo, esecutivo e giudiziario) sono ben separati tra loro. Soprattutto quando il potere giudiziario è
indipendente, il potere esecutivo e legislativo sono controllati come i movimenti stessi. Il potere giudiziario
inoltre ha il ruolo di risolvere le controversie tra movimenti ed istituzioni, quindi possiamo dire che più il
sistema giudiziario è indipendente più il giudizio sarà imparziale ed efficace e maggiore sarà la possibilità
d'accesso per i movimenti.

17.Quali caratteristiche del sistema politico favoriscono una radicalizzazione della


protesta?
Le strategie esclusive, frutto di sistemi che in passato hanno avuto esperienze assolutiste, poiché tendono a
reprimere i conflitti, possono portare alla radicalizzazione della protesta (Italia anni '70). I sistemi di
alleanza e conflitto inoltre possono portare allo stesso effetto, poiché definiscono la configurazione del
potere: quando vi è squilibrio nella distribuzione del potere a favore del potere politico, cioè i movimenti
non hanno degli alleati istituzionali e le élites politici sono compatte, allora le masse sono scoraggiate a
mobilitarsi e gli attivisti dei movimenti agiscono protestando con forme d'azione più radicate.

18.Quanta partecipazione fa bene alla democrazia? Comparare le diverse teorie. +


19.Perché troppa partecipazione sarebbe rischiosa per la democrazia?
Seymour M. Lipset sostiene che un certo livello di apatia aiuta la democrazia: una crescita della
partecipazione può spesso significare che c'è uno scontento politico e disintegrazione sociale. Alto grado di
partecipazione può significare anche aumento delle domande al sistema, quindi cresce il rischio di
“sovraccarico” e questo può portare a perdere di vista il bene generale. Negli anni '70, per alcuni studiosi,
si è arrivati alla crisi della democrazia per l'eccessiva partecipazione (sfida alle istituzioni), quindi alla
conseguente sfiducia e indebolimento dei leaders, e l'alienazione dei cittadini.
La partecipazione inoltre è considerata anche come capacità della società di organizzarsi, società in cui è
presente il pluralismo. Questo porta a dire che la partecipazione è sintomo anche di autogoverno e si
allontana l'alienazione del cittadino.

20.Cosa osserva Hirschman a proposito di exit e voice ?


Albert O. Hirschman ha individuato due strategie per manifestare lo scontento, prese in prestito dal sistema
economico: l'exit (o uscita) o la voce (voice, protesta). L'uscita da un'opzione considerata negativa è una
strategia impersonale, indiretta ed inequivocabile adottata per salvaguardare il proprio benessere o
migliorare la condizione. La protesta invece è una strategia diretta e schietta, poiché l'individuo dimostra il
proprio scontento attraverso una gamma di comportamenti che va dalla timida lamentela alla violenta
protesta. Come si può intuire alle istituzioni è più conveniente la voce che l'uscita, poiché la prima è
espressione indiretta di un certo attaccamento affettivo, o lealtà, nelle istituzioni stesse.

21.Cosa si intende con capitale sociale e perché esso migliora, secondo Putnam, il
funzionamento delle istituzioni democratiche?
Il capitale sociale è considerato come l'insieme delle caratteristiche dell'organizzazione sociale (reticoli
relazionali, norme di reciprocità, fiducia negli altri) che facilitano la cooperazione per il raggiungimento di
comuni benefici. Robert Putnam ritiene che il capitale sociale aiuta il funzionamento della democrazia.
Ritiene che «le associazioni civili diffondono tra i partecipanti il sentimento della cooperazione, della
solidarietà e dell'impegno sociale». Questo associazionismo permette ai cittadini di informarsi sulle vicende
politiche senza contatti diretti e questo significa fiducia diffusa e leggi rispettate, attraverso la solidarietà,
l'impegno civico, la cooperazione e l'onestà. Questa situazione si incontra nelle regioni civiche del mondo
(emisfero settentrionale). Generando fiducia in sé, il governo funziona meglio e questo accresce il capitale
sociale, poiché i risultati positivi fanno sì che questa cooperazione continui.
Il capitale sociale può essere prodotto, oltre dalle associazioni, anche da istituzioni dal basso (famiglia,
scuole, chiese, partiti). Da qui si è concluso che il ruolo delle istituzioni pubbliche è anche quello di creare
le condizioni per il capitale sociale positivo. (capitale sociale negativo – es. nazisti, anni '70).
I Gruppi di Pressione
1.Perché è stata dedicata tanta attenzione allo studio dei gruppi di pressione?
Molti studi sono nati sui gruppi di pressione per evitare che queste organizzazioni violino i diritti degli altri
cittadini o gli interessi della collettività, visto che vengono considerati un male necessario per la
democrazia.

2.Quali sono gli “antenati” degli attuali gruppi di pressione?


Durante la Repubblica e l'Impero romano - le corporazioni erano organizzazioni composte da individui che
esercitavano la stessa professione o producevano lo stesso bene, avevano anche propri statuti e privilegi.
Durante il Medioevo – gilde o corporazioni locali. Nel XVIII° secolo – i nuovi valori, sorti dalla
Rivoluzione francese si iniziarono a guardare con sospetto i corpi intermedi tra individuo e stato, per
l'allargamento dei privilegi. Dal XIX° secolo, svincolandosi dai privilegi aristocratici, le gilde medioevali
si trasformarono in gruppi professionali.

3.Liberalismo e nascita dei sindacati: quali sono i nessi?


Il liberalismo difende la rappresentanza individuale e i contratti volontari, però accanto alla libertà di
lavoro, le rivendicazioni della classe operaia inserì anche la liberà di associazione per la difesa degli
interessi collettivi degli operai. Furono così create le società di mutuo soccorso, per assistere lavoratori in
difficoltà. Il passo da qui ai sindacati fu compiuto alla fine dell'800 con la creazione delle prime
organizzazioni sindacali, che difendevano gli interessi più generali dei lavoratori.

4.Qual è il ruolo delle organizzazioni di interessi nella prima guerra mondiale?


Durante la Prima guerra mondiale si assistette alla crescita delle organizzazioni di rappresentanza di
specifici interessi, che furono importanti per la mobilitazione dello sforzo bellico (produzione e ordine
pubblico). I problemi e le necessità che la guerra creò nuove legislazioni e la negoziazione di contratti
collettivi insieme agli industriali e sindacati. Le democrazie moderne hanno questa caratteristica –
acquisizione di potere delle associazioni industriali e riconoscimento dei sindacati (che hanno così
accresciuto gli iscritti). Questo ha aperto la strada al processo di modernizzazione, sviluppi tecnologici,
fenomeni che hanno portato la diffusione dell'istruzione e la crescita dei ceti medi (fattori che favoriscono
l'associarsi).

5.Gruppi di pressione e democrazia: si illustri la relazione.


Il rapporto democrazia-gruppi di pressione è molto complesso e ambivalente, perché è ritenuto espressione
della libertà democratica di associazione e unione (ceti deboli che influiscono sui leaders politici), ma la
realtà dimostra che è anche espressione dei poteri economici o religiosi più forti (accrescita delle
disuguaglianze sociali). La democrazia quindi convive con realtà come i gruppi di pressione, che spingono
a un intervento politico regolato dagli interessi organizzati. In una visione liberale la formazione di gruppi
è vista come un bene, in quanto partecipano sia alla piena realizzazione dell'individuo sia alla formazione
del bene comune

6.Interesse generale e gruppi: quali difficoltà nascono per il primo dall'azione dei
secondi?
Quando degli interessi hanno maggiori risorse di altri per organizzarsi, possono mobilitarsi meglio e di conseguenza
avere più influenza. Spesso questi gruppi non sono contrastati dalle organizzazioni di eguale forza, basta notare che le
adesioni ai gruppi sono limitate e rappresentano settori limitati della popolazione, quindi l'azione può sfociare nella
difesa di interessi più particolari e non quello generale. Gli interessi sono ormai eterogenei e frammentati. Bisogna fare
in modo che chi partecipa all'azione collettiva riceva maggiori benefici di chi non vi partecipa
(incentivi selettivi: premi e punizioni che beneficiano o colpiscono singoli individui). Questa è la teoria dei
gruppi ed è criticata perché dà lo stesso peso a tutti gli interessi, considerando i governi incapaci di
resistere alla pressione/influenza degli interessi particolari. Il problema per la democrazia nasce quando si
assiste alla sovra rappresentazione degli interessi speciali rispetto a quelli generali . Il maggiore vantaggio
dei gruppi di interesse speciale è la facilità nell'organizzazione poiché più piccoli, con interessi
esplicitamente sentiti e spesso maggiori risorse. Perché una democrazia funzioni, l'autorità pubblica deve
difendere gli interessi più deboli.

Perché una democrazia funzioni, l'autorità pubblica deve difendere gli interessi più deboli.

7.Come definire un gruppo di interesse?


I gruppi di interesse possono essere definiti come l'insieme di persone, organizzate su basi volontarie,
che mobilitano risorse per influenzare decisioni e conseguenti politiche pubbliche . A differenza dei
partiti questi gruppi tendono a influenzare le decisioni pubbliche, non di eleggere i propri rappresentanti in
parlamenti o governi.

8.Gruppo di pressione, lobbying e gruppo di interesse: differenze.


I gruppi di pressione sottolinea l'azione dei gruppi in politica. Non tutti i gruppi di interesse infatti si
attivano e fanno pressione in politica. Quindi, si può concludere che i gruppi di pressione indicano l'azione
svolta, mentre i gruppi di interesse si riferiscono al che cosa tiene insieme il gruppo.
Il termine lobbying si riferisce all'azione di pressione. Lobbying si riferisce all' azione di delegati dei
gruppi di interesse, in contatto diretto con i parlamentari, membri del governo, burocrati, o altri con il fine
di influenzare le scelte politiche.

9.Che cosa è l'articolazione particolaristica degli interessi di tipo clientelare?


La funzione di articolazione degli interessi è la principale dei gruppi e può essere svolta da individui o da
diversi tipi di organizzazioni. L'articolazione particolaristica di tipo clientelare (Italia, p. es.) è
caratterizzata dalla ricerca di instaurare un rapporto personale di scambio di favori con i funzionari della
pubblica amministrazione, politici o partiti, con lo scopo di ottenere vantaggi personali e speciali, agendo
direttamente.

10.Come si classificano gli interessi in base alla struttura organizzativa?


Sono quattro tipi, secondo Almond e Powell, 1978):
1. gruppi di interesse anomici – nascono e rientrano velocemente, poiché disorganizzate e spontanee;
2. gruppi di interesse non-associativi – stabili e duraturi, l'interesse condiviso è un'identità (razza,
religione, lingua, etnia);
3. gruppi di interesse istituzionali – struttura differenziata con funzioni diverse (FFAA, burocrazie,
chiese);
4. gruppi associativi – specificatamente designate a rappresentare obiettivi di un gruppo in
particolare (sindacati, organizzazioni imprenditoriali o religiose).

11.Quali sono le modalità di azione dei gruppi?


I gruppi possono seguire forme d'azione convenzionali (comunicazioni e contatti derivanti dai legami
personali); oppure forme di pressione più forti (corruzione, scioperi e altre azioni non convenzionali). Se
queste azioni hanno successo l'articolazione degli interessi diventano domanda politica, altrimenti restano
inascoltate e inefficaci.

12.Come classificare i gruppi in base ai loro obiettivi?


Si distinguono in gruppi di difesa di interessi “oggettivi” (formai da categorie occupazionali o
appartenenze etniche o di genere); gruppi fondati sull'espressione di preferenze morali (gruppi
filantropici e umanitari); gruppi di interesse pubblico (difendono l'interesse comune) e gruppi di
interesse speciale.

13.Come classificare le risorse di cui dispongono i gruppi?


Le risorse a disposizione dei gruppi possono essere, tutte queste risorse possono servire anche per la
propaganda verso l'opinione pubblica:
1. Risorse economico-finanziari;
2. Risorse numeriche – possono tradursi in risorse finanziarie ingenti;
3. Risorse di influenza – valgono le conoscenze personali, lo status sociale dei membri le posizioni
strategiche in diversi settori economici (sindacati piloti e ferroviari), capaci anche di fermarli
interamente;
4. Ricorse conoscitive – dovute al monopolio, quasi monopolio o al controllo di conoscenze tecniche
dei settore;
5. Risorse organizzative;
6. Risorse simboliche – simboli e valori rilevanti per i cittadini, come gruppi religiosi, di reduci e
partigiani.

14.Che cosa significa per un partito essere un gatekeeper?


Significa essere i controllori d'accesso per gli interessi sostenuti dai gruppi, attraverso un'organizzazione,
elettorato identificato, propri interessi autonomi, esponenti. Queste ruolo dei partiti è fondamentale per
evitare che i gruppi abbiano un accesso diretto alle aree decisionali.
15.Quali sono i modelli di rapporti tra partiti e gruppi?
I rapporti tra partiti e gruppi possono essere:
1. A livello elettorale – aiuto, appoggio in campagna elettorale;
2. A livello interno del partito – presenza in organi di partito;
3. A livello delle dichiarazioni programmatiche;
4. A livello decisionale – parlamentare e governativo

16.Che cosa è occupazione?


L'occupazione è un caso estremo dell'interazione partiti-gruppi. Questo caso presuppone la presenza
preminente del partito, sottomettendo gli interesse del gruppo al proprio e impedendo a questo di agire
direttamente senza essere richiesto in cambio il sostegno elettorale. Il potere di gatekeeper dei partiti in
questo caso è abusato.

17.Che cosa è simbiosi?


Il caso in cui il partito e il gruppo si rinforzano a vicenda ed esiste una reciproca interdipendenza. Esiste in
questo caso un rapporto paritario tra gruppi e partiti. È più probabile un rapporto di questo tipo quando al
partito si confronta con un'altra organizzazione di massa (sindacati) che ha affinità ideologiche.
Quando si parla di rapporto di simbiosi, si parla anche di rapporti di “clientela” (gruppi che hanno accesso
privilegiato alla pubblica amministrazione) e rapporti di “parentela” (l'insieme dei rapporti privilegiati
con un partito).

18.Che cosa è egemonizzazione? + 20.Che cosa sono accesso indiretto e accesso diretto?
Si presenta quando un gruppo egemonizza completamente un partiti, o questo gruppo sfocia in un nuovo
partito. Il gruppo diventa l'espressione del gruppo e ha un accesso indiretto alle decisioni pubbliche.

19.Che cosa è neutralità? + 20.Che cosa sono accesso indiretto e accesso diretto?
Il caso che si colloca tra l'occupazione e la simbiosi è la neutralità. I partiti hanno sempre il loro ruolo di
gatekeepers, ma il gruppo decide di non stabilire contatti privilegiati con alcun partito. Si trova soprattutto
in paesi con essetti bipartitici e alternanza. Esiste anche la situazione in cui il gruppo non ha bisogno di
avere alcun rapporto con i partiti poiché ha l'accesso diretto alla burocrazia ministeriale centrale o locale, e
alle sedi decisionali governative e parlamentari. Così però si invertono i ruoli e il controllato diventa
controllore.

21.Illustrate la teoria pluralista dei gruppi.


Secondo la teoria pluralista di Bentley, i gruppi sono gli attori più rilevanti in politica e le azioni hanno
un'importanza maggiore rispetto alle credenze. La presenza dei gruppi è fonte di equilibrio, socializzazione
e autonomia della società dallo stato. Possiamo assistere anche alla mobilitazione di gruppi latenti, con il
compito di organizzarsi per difendere interessi non ancora difesi o colpiti e possono essere mobilitati
quando l'equilibrio è in pericolo. La mobilitazione produce contro-mobilitazione.
La teoria pluralista definisce i gruppi anche come la normale forma di aggregazione degli individui e lo
stato è l'arbitro tra essi. Da qui la politica sembra più mediazione che esercizio di autorità.

22.Nell'ambito della teoria pluralista che cosa significa appartenenze multiple?


La vita nelle associazioni aiuta l'educazione all'interazione con gli altri e alla tolleranza reciproca. La
tolleranza è facilitata dalle appartenenze multiple che l'individuo ha, partecipando a gruppi molteplici. Le
appartenenze multiple possono portare ad appartenenze trasversali che mettono a rischio la coesione dei
singoli gruppi. In questo modo si evita anche la radicalizzazione di poche fazioni forti e si creano reti di
relazione.

23.Quali sono le critiche rivolte alla teoria pluralista?


Alcuni sostengono che la mobilitazione dei gruppi è fonte di diseguaglianza, perché i diversi interessi
hanno risorse diverse e accesso più o meno facilitato. Olson sostiene inoltre che gli individui spesso non
vogliono pagare il costo per un bene comune, quindi a mobilitarsi. La mobilitazione quindi ha bisogno di
una certa dose di coercizione o incentivi selettivi (materiali e simbolici) sui membri per creare e aumentare
il numero del gruppo (benefici maggiori per chi partecipa).
Gli imprenditori delle azioni collettive inoltre spesso sono rappresentanti di classi sociali abbienti, quindi
anche qui è presente una certa percentuale di diseguaglianza.

25.Che cosa vuol dire agire da “free rider”?


Agire da free rider è considerato il comportamento di individui che cercano di non pagare il costo
dell'azione collettive, aspettando che altri si mobilitino.

26.Quali risultati contraddittori ha evidenziato la ricerca empirica a proposito della


teoria pluralista dei gruppi?
La teoria pluralista ha ricevuto critiche anche a livello normativo; infatti si ritiene ( Lowi) che questa teoria
considera tutti i gruppi equivalenti, rendendo così il governo incapace di resistere alle pressioni esterne. I
gruppi inoltre aumentano e, di conseguenza, aumentano la capacità di organizzarsi e le risorse cui
dispongono (anche i gruppi più deboli). Recentemente però è stato ridimensionato il potere dei gruppi,
poiché il peso che i gruppi hanno varia da settore a settore e sono più utili nell'evidenziare tematiche
problematiche più che nel risolverli.

27.Quali sono gli effetti della mobilitazione dei gruppi di interesse?


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28.Illustrate la teoria neocorporativa dei gruppi. + 30.Precisare le caratteristiche del


modello neocorporativo.
La teoria neocorporativa sottolinea la somiglianza dei gruppi con le “corporazioni”, volute e protette dallo
stato, caratteristiche di alcuni regimi autoritari. Il corporativismo è una forma di regolazione sociale, cioè
coordinamento e regolamentazione delle attività di diversi attori. È il metodo di mediazione degli interessi
nel quale hanno ruolo centrale le organizzazioni di carattere permanente e dotate di personale specializzato
nell'opera di individuazione, promozione e difesa degli interessi, influenzando e contestando le politiche
pubbliche. Secondo questa teoria le associazioni esercitano un controllo politico sui membri con sanzioni,
offerta di beni o servizio di cui i membri necessitano.

29.Differenze tra teoria pluralista e teoria neocorporativa.


Si differenziano sia riguardo la struttura organizzativa degli interessi sia riguardo i rapporti tra interessi
privati e istituzioni pubbliche.
a. Nel modello neocorporativo le associazioni sono singole, obbligatorie, non concorrenti tra loro,
gerarchiche, detengono una licenza e sono controllate e sponsorizzate dallo stato. In quello pluralista la
situazione è opposta;
b. Nel modello corporativo il rapporto con le istituzioni è frequente ed efficace;
c. Logica della partecipazione dei membri - i sistemi pluralisti si caratterizzano da una struttura
frammentata e povera di risorse; nei sistemi neocorporativi, invece le associazioni sono forti,
ricche e indipendenti dai membri, sviluppando prospettive a lungo termine;
d. Logica di influenza – nei sistemi pluralisti non ci sono rapporti strutturati ed influenzano con
forme di pressione - lobbying. Nei sistemi neocorporativi esiste un sistema istituzionalizzato di
interazioni e spesso i gruppi hanno un ruolo nella realizzazione delle politiche pubbliche –
concertazione (accordo tra più attori, governativi e non) su decisioni e politiche.

31.In quali democrazie si realizzano più compiutamente il neocorporativismo?


Le quattro democrazie scandinave (Norvegia, Danimarca, Svezia e Finlandia) e l'Austria sono considerate
quelle a più alto livello di neocorporativismo. Si può dire inoltre che i piccoli paesi europei sono stati
l'incubatrice di questa teoria, poiché stati dotati di associazioni di classe ben organizzate e con economie
integrate a livello internazionale, quindi facilmente vulnerabili, ma con la presenza di partiti
socialdemocratici forti e stabili. La crisi degli anni '70 ha spinto alcuni governi a negoziare con
rappresentanti di sindacati e datori di lavoro per superare i problemi degli stati (Germania, partito di
governo vicino ai sindacati). Nei paese sopra citati è presente anche un'effettiva libertà di associazione,
capacità di azione collettiva, e più impegno e partecipazione, la reale voglia di pace sociale.

32.Qual è stato il maggiore ostacolo allo sviluppo di un sistema neocorporativo?


Lo sviluppo di un sistema neocorporativo è stato ostacolato soprattutto dalla frammentazione delle
organizzazioni di rappresentanza degli interessi. Le distinzioni ideologiche, linguistiche o di categoria
occupazionale all'interno dei gruppi sono altri fattori negativi per il neocorporativismo. Inoltre gruppi che
privilegiano i temi legati alla produzione sono aperti alla soluzione corporativa, mentre in un sistema
pluralista si privilegiano i temi legati ai consumi.

33.Quali sono le conseguenze del neocorporativismo?


Le conseguenze sono state descritte in modo contrastante:
1 Esistono elementi antidemocratici nel sistema corporativo, poiché i rappresentanti di professione hanno
maggiori vantaggi dalla contrattazione sugli interessi. Si può ridurre la competizione e la partecipazione;
2. Il neocorporativismo riduce il tasso di conflitti sul lavoro e l'insubordinazione verso le istituzioni. Può
portare anche alla riduzione del tasso di inflazione nei paesi in cui vige.
Oggi alcuni ritengono che si assiste a una crescente tendenza a negoziare con i rappresentanti di vari
gruppi, cioè concertazione. Si ritiene che, se da una parte può portare maggiore capacità di accesso dei
cittadini al governo, può essere rischiosa e sfociare nella sovrarappresentazione degli interessi forti.
I partiti politici
1.Come può essere definito un partito politico?
Dalla definizione di Max Weber, un partito politico risulta essere un'associazione formalmente
organizzata e basata su una partecipazione volontaria , per agire nella sfera della potenza. Ha lo scopo di
influenzare l'ordinamento e l'apparato di persone che guidano una comunità sociale, adottando la strategia
della conquista di cariche elettive.
Anthony Downs, invece ritiene che il partito è una compagine di persone che cercano di ottenere il
controllo dell'apparato governativo a seguito di regolari elezioni .

2.Quali sono le principali funzioni dei partiti?


Innanzi tutto i partiti hanno la funzione di strutturare le domande, operando una semplificazione della
complessità degli interessi individuali, costringendo i cittadini a una scelta. I partiti quindi formano
l'interesse collettivo. Attraverso la strutturazione del voto i partiti creano l'ordine dal caos di una
moltitudine di elettori. Questa funzione ha successo se i partiti riescono ad assolvere la funzione di
socializzazione della politica, cioè insegnare agli individui di occuparsi della collettività, e reclutando i
governanti. Con l'aiuto dei partiti, inoltre, è possibile avere un controllo dei governati sui governanti,
essendo questi attori importanti nella formazione delle politiche pubbliche (elaborare programmi
elettorali).

3.Quali sono i principali assunti della “teoria economica della democrazia”?


A. Donws propone un approccio razionale per interpretare il fenomeno elettorale. La teoria economica
della democrazia presuppone che l'elettore abbia una graduatoria di preferenze e sceglie quella più in alto.
L'individuo-elettore inoltre, come il consumatore, ha delle informazioni in base alle quali sceglie per
cercare le decisioni politiche particolari che gli interessano. Per questo i partiti, come le imprese
economiche, hanno come scopo quello di far eleggere i propri candidati alle cariche pubbliche, senza
preferirne una specifica.

4.Quali sono i principali elementi dell'approccio della “scelta pubblica”?


Secondo l'approccio della scelta pubblica (J. Buchanan, 1989), la dipendenza dei politici dal sostegno
elettorale può avere effetti negativi, come crescita del debito pubblico o inflazione. Gli eletti per cercare di
soddisfare il maggior numero di domande, può attingere dalle risorse dello stato (spesa pubblica) senza il
giusto criterio di selezione.

5.Quali sono le principali critiche all'approccio economico alla politica?


Si critica alla teoria di sopravvalutare le informazioni e gli expertise sufficienti ad agire razionalmente da
parte dell'elettore. La teoria, inoltre, non presenta alcun mezzo di scambio generalizzato (come il denaro)
che permetta di calcolare costi e benefici, informazioni, simboli, affetti. Cercando di risolvere i problemi
specifici, i politici in questo modo dimostrano di non potersi curare dell'interesse/bene comune.

6.In che senso i partiti “costruiscono” identità collettive? + 7.Che cosa intende
Pizzorno con “attività identificante” e “attività efficiente”?
Alessandro Pizzorno ha elaborato l'approccio “identitario” alla politica, affermando che la costruzione di
un'identità collettiva è il presupposto anche per il calcolo delle utilità individuali, poiché per vedere i
vantaggi futuri è necessaria un'identità stabile. Per poter calcolare i costi e i benefici occorre quindi una
collettività identificante, da cui riceverà i criteri per definire gli interessi e di conseguenza i risultati.
Pizzorno ritiene che costruire le identità collettive è l'essenza stessa della politica, che per questo ha
l'ideologia come strumento principale, per definire gli interessi collettivi. Soltanto quando la politica avrà
costruito le identità collettive (attraverso le attività identificanti) e individuato gli interessi collettivi potrà
prendere decisioni (attraverso l'attività efficiente).

8.Che cosa si intende con “partiti di notabili”?


I partiti di notabili sono formati da individui che traggono altrove il proprio sostenimento. I notabili sono
individui che sono in grado di agire continuativamente all'interno di un gruppo, dirigendolo o
amministrandolo e godono di una considerazione sociale. Si formano per promuovere l'elezione di individui
disposti a sostenere gli interessi particolari. I partiti notabili si limitano alla rappresentanza individuale
degli interessi di singoli elettori e sono caratteristici di società con bassi tassi di partecipazione.

9.Che cosa si intende con “partiti di massa”?


I partiti burocratici di massa hanno mutato la situazione a partire dalla fine del XIX° secolo, periodo in cui
si assiste all'allargamento del suffragio e si iniziano a estendere i diritti di partiti non notabili, formati da
individui capaci di finanziare la propria attività politica, professionalizzando la politica.

10.Che cosa intende Weber con “politico di professione”?


Max Weber ritiene che la nuova figura del politico di professione nasca con i partiti di massa. Egli a questo
proposito sostiene che esistono due modi per fare della politica una professione. Il primo è vivere per la
politica, cioè coloro che godono del nudo possesso del potere esercitato, oppure quelli che alimentano e
sostengono una causa e quella è intrinsecamente la loro “ragion di vita”. Il secondo modo invece è vivere
della politica, cioè coloro che fanno politica per farne una fonte di introito durevole.
I politici di professione usano come strumento principale l' oratoria prima rivolta ai rappresentanti, ma più
tardi anche all'opinione pubblica. Il secondo è la delega che i professionisti hanno per controllare la
struttura organizzativa del partito.

11.Quali sono le differenze tra “partito di comitato” e “partito di sezione”?


I partiti di comitato sono formati da piccoli gruppi di individui delle élite. In questi partiti quello che conta
non è la quantità ma la qualità dei partecipanti, cioè lo status sociale. Le attività si intensificano soprattutto
durante le campagne elettorali, che vengono finanziate dai privati [partiti liberali].
I partiti di sezione invece hanno la loro forza proprio nel numero e sono più centralizzati. Organizzano
incontri più regolari e le mansioni sono divise tra i membri. Hanno avuto due vantaggi per i cittadini: i
partiti di sezione educano le masse alla politica e inoltre con i grandi numeri di adesioni riescono a
risolvere il problema del finanziamento.

12.Quali sono le differenze tra “partito di sezione” e “partito di cellula”?


Il partito di cellula ha dimensioni più ridotte e si limita a organizzare gli operai delle grandi fabbriche,
quindi l'aggregazione avviene su basi professionali e non territoriali come nel caso dei partiti di sezione. La
forza di questo tipo di partiti sta nel fatto che i partecipanti diventano una comunità che si incontra
quotidianamente. [partiti comunisti]

13.Che cosa si intende con “legge ferrea delle oligarchie”?


La legge ferrea delle oligarchie trasforma necessariamente i partiti da strutture democratiche in strutture
dominate da un'oligarchia, quindi diseguaglianza. I partiti di massa sono soggetti grandi e complessi, quindi
è necessario che questi gruppi vengano guidati da individui con competenze specifiche, che permettano
l'azione e l'organizzazione. Al suo interno il partito garantisce pari diritti a tutti i membri, ma
l'organizzazione ha bisogno di specializzazione tecnica; quindi si crea una struttura burocratica cui sono
affidati i poteri decisivi. Questo meccanismo porta anche ad una specie di scala sociale mobile, che
permette agli operai di diventare funzionari, quindi si parla dell'imborghesimento di rappresentanti. Va
aggiunto inoltre il fatto che la frazione parlamentare del partito ha sempre più potere all'interno
dell'organizzazione, quindi il parlamentare inizia a pensare a difendere i vantaggi personali, ma anche alla
sopravvivenza dell'organizzazione stessa. La sopravvivenza del partito dipende dalla moderazione dei fini,
non agendo cioè con tattiche radicali per non rischiare di uscire dalla vita politica, quindi perdere il potere
sia del partito che nel partito.

14.Quali critiche sono state mosse alla “legge ferrea delle oligarchie”?
La legge ferrea delle oligarchie è stata criticata dall'approccio organizzativo, che sostiene che anche i
militanti dei partiti hanno strumenti per controllare il partito e la sua élite. Lo strumento che le basi hanno
per controllare i partiti è il sostegno al partito. Quindi si aggiunge, con l'approccio organizzativo, che esiste
uno scambio di risorse continuo tra militari e dirigenti.
Inoltre si aggiunge che le ideologie non sono del tutto modificabili, vale a dire che se i fini dichiarati non
coincidono con gli obiettivi reali è attuata non la sostituzione, ma l'articolazione di questi fini. In fine si
aggiunge il fatto che l'organizzazione dei partiti non è stabile, bensì dipende da variabili ambientali e dalle
scelte strategiche di leaders e attivisti.

15.Come si definisce un “partito pigliatutto”? Quali sono le condizioni del suo


sviluppo?
Nel partito pigliatutto si ha una riduzione del bagagli ideologico e il rafforzamento dei dirigenti di
vertice. In questo caso diminuiscono il ruolo del singolo membro del partito e l'accentuazione del ruolo di
riferimento (classe sociale o clientela professionale), al fine di reclutare elettori. Si cerca di assicurare
l'accesso a diversi gruppi di interesse.
Si è arrivati alla nascita dei partiti pigliatutto per serie di trasformazioni sociali e culturali, che hanno
portato all'indebolimento dei sentimenti di appartenenza di classe e delle credenze religiose. Sono, inoltre
diminuiti i conflitti di classe con l'arresto dell'economia (dovuto all'estensione dei diritti sociali). Non va
dimenticato il ruolo dei mass media, che permettono il contatto con le grandi masse.

16.Come si definisce il “partito professionale-elettorale”? In che condizioni si


sviluppa?
Panebianco ha proposto il concetto di partito professionale-elettorale, che implica diverse professionalità
rispetto al partito di massa di Weber. In primo luogo la burocrazia di partito è sostituita da esperti e tecnici.
Si tratta di un partito elettorale che si rivolge all' elettorato di opinione, non più soltanto a quello di
appartenenza; per questo motivo i rappresentanti pubblici cancellano l'importanza dei dirigenti interni.
Sono finanziati dai gruppi di interesse, che iniziano ad avere un ruolo centrale nell'organizzazione, e dai
fondi pubblici.
Questa evoluzione è legata al mutamento socioeconomico e quello tecnologico – le nuove tecnologie di
comunicazione influenzano le tecniche organizzative. I media hanno spinto alle campagne personalizzate,
centrate sui candidati, e issue-oriented, cioè centrate su temi specifici ad alto contenuto tecnico. Il rischio
è la dissoluzione dei partiti come organizzazioni, poiché perdendo la propria identità organizzativa e
permettono la corsa elettorale a imprenditori politici indipendenti.

17.Come si definisce il “cartel party”?


È considerato lo stadio estremo della trasformazione del partito da organismo interno a un organismo
intermedio tra stato e società civile. La lotta per i finanziamenti pubblici porta diversi partiti a far nascere
cartellizzazioni (alleanze). Questo è dovuto al sempre più crescente fenomeno di allentamento del rapporto
tra partiti e base sociale. Oggi infatti la partecipazione diventa sempre più individuale, atomizzata, e questo
porta alla sempre crescente importanza della leadership. Con la diminuzione dei militanti, diminuiscono
anche le risorse economiche, quindi la caccia al finanziamento pubblico diventa di vitale importanza. Per
questo si assiste ad una reciproca complicità tra i partiti per aumentare i finanziamenti, anche perché ormai
le ideologie dei partiti sono diventati sempre più vicine e i programmi sempre più simili.